Il quadro internazionale è pericoloso.

 

Il quadro internazionale è pericoloso.

 

 

 

Gli USA Sospendono Tutti gli Aiuti

 Militari all’Ucraina. Il Cremlino:

“Passo Significativo Verso

la Risoluzione del Conflitto”

Conoscenzealconfine.it – (5 Marzo 2025) – Redazione - Renovatio21 – ci dice:

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al Dipartimento della Difesa di sospendere tutti gli aiuti militari all’Ucraina in seguito al suo battibecco pubblico con Volodymyr Zelensky, hanno riferito lunedì le agenzie di stampa citando funzionari americani.

Lo riporta “Bloomberg”.

Secondo la testata economica neo-eboracena, il blocco riguarda le attrezzature già destinate alla consegna, comprese le armi in transito su aerei e navi o in attesa nelle aree di transito in Polonia.

La sospensione rimarrà in vigore finché Trump non vedrà che i leader ucraini “dimostreranno un impegno in buona fede per la pace”, ha affermato “Bloomberg”, citando un alto funzionario del Pentagono.

Secondo il “New York Times”, l’ordine entra in vigore immediatamente e riguarda più di 1 miliardo di dollari in “armi e munizioni in arrivo e in ordine”.

 

“Il presidente ha detto chiaramente di essere concentrato sulla pace. Abbiamo bisogno che anche i nostri partner si impegnino per raggiungere questo obiettivo.

Stiamo sospendendo e rivedendo i nostri aiuti per assicurarci che contribuiscano a una soluzione”, ha detto un funzionario della Casa Bianca a Reuters.

Lunedì mattina il “Wall Street Journal” ha riferito che Washington ha smesso di finanziare nuove vendite di armi all’Ucraina e sta valutando la possibilità di congelare le spedizioni di armi.

 

Trump ha ripetutamente accusato Zelensky di minare il suo sforzo di mediare un accordo di pace tra Kiev e Mosca.

 La loro faida pubblica è culminata in una lite senza precedenti durante un incontro nello Studio Ovale venerdì, dopo la quale Trump ha detto che Zelensky era irrispettoso nei confronti degli Stati Uniti.

 

Zelensky ha insistito sul fatto che un cessate il fuoco deve essere legato alle garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali.

Trump, tuttavia, si è rifiutato di impegnarsi in garanzie specifiche e ha escluso di rendere l’Ucraina un membro della NATO o di contribuire con truppe americane a una potenziale missione di mantenimento della pace.

 

Domenica, Zelensky aveva detto ai giornalisti che “un accordo per porre fine alla guerra è ancora molto, molto lontano e nessuno ha ancora avviato tutti questi passaggi”.

Trump ha condannato la sua dichiarazione sui social media, promettendo che “l’America non lo sopporterà ancora per molto”.

Tuttavia nelle ultime ore da varie parti sono emerse notizie riguardo l’apertura di Kiev nei confronti dell’accordo sui minerali.

“Questo tizio non vuole che ci sia la pace finché avrà il sostegno dell’America”, ha scritto Trump sulla sua piattaforma “Truth Social”.

 

Il mese scorso Zelensky aveva detto ai giornalisti che l’Ucraina aveva “basse possibilità” di sopravvivenza senza gli aiuti americani.

 Gli Stati Uniti sono uno dei principali fornitori di armi di Kiev, tra cui carri armati M1 Abrams, veicoli blindati Bradley, obici M777, lanciarazzi multipli HIMARS e proiettili di artiglieria.

A dicembre 2024, il Pentagono ha impegnato più di 66 miliardi di dollari in assistenza alla sicurezza per l’Ucraina dal 2022.

La Russia ha sottolineato che nessun aiuto occidentale fermerebbe la presenza delle sue truppe in Ucraina.

 Nelle ultime ore il portavoce del Cremlino “Demetrio Peskov” ha dichiarato che sospendere gli aiuti militari statunitensi all’Ucraina costituirebbe un passo significativo verso la risoluzione del conflitto.

Parlando ai giornalisti “Peskov” ha dichiarato che, sebbene i dettagli di queste notizie debbano ancora essere confermati, una mossa del genere potrebbe rivelarsi un passo significativo verso la de-escalation.

“È ovvio che gli Stati Uniti sono stati il ​​principale fornitore” di aiuti militari a Kiev, ha osservato Peskov, aggiungendo che se gli Stati Uniti rinunciassero a questo ruolo o sospendessero del tutto le forniture, “ciò sarebbe probabilmente il miglior contributo alla causa della pace”.

Il portavoce ha affermato che se gli Stati Uniti avessero effettivamente interrotto tutti gli aiuti militari all’Ucraina, ciò avrebbe significato che Kiev avrebbe di fatto perso la stragrande maggioranza delle sue munizioni, equipaggiamenti e Intelligence.

“Se è davvero così… allora forse, senza abbandonarci a un eccessivo ottimismo, possiamo modestamente sperare che questo possa incoraggiare il regime di Kiev a propendere per tentativi di risolvere la situazione con mezzi pacifici”, ha detto Peskov al giornalista del canale televisivo “Rossija 1”, “Pavel Zarubin”.

(Renovatio21)

(renovatio21.com/gli-usa-sospendono-tutti-gli-aiuti-militari-allucraina-il-cremlino-passo-significativo-verso-la-risoluzione-del-conflitto/).

 

 

 

 

La sospettosa incertezza internazionale.

Ilbolive.unipd.it - Andrea Gaiardoni – (0 6 -03 -2025) – ci dice:

 

 Donald Trump durante il recente discorso al Congresso USA.

L’impressionante accelerazione impressa da Donald Trump nel ridisegnare gli Stati Uniti e il loro impatto sull’ordine mondiale, arrivando anche a rompere tabù di ordine morale, gettando al vento alleanze storiche e formandone di nuove e inaudite, stracciando le regole scritte e non scritte del diritto internazionale, sta creando un effetto a catena, con riflessi spesso drammatici, in ogni angolo del mondo.

 Basti pensare al drastico cambio di rotta sulla questione della guerra in Ucraina, culminato con la decisione di interrompere le forniture militari a Zelensky, punito così dopo il plateale e surreale diverbio alla Casa Bianca (lasciando il Cremlino a esultare), o al brutale smantellamento dell’USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (con il taglio di 60 miliardi di dollari in contratti di aiuti esteri, soprattutto umanitari: ma la Corte Suprema ha appena bloccato la disposizione del presidente), o ancora al ritiro degli Stati Uniti da principali tavoli di coordinamento internazionale contro il cambiamento climatico; per non parlare dell’imposizione dei dazi qua e là, scatenando una guerra commerciale globale dagli esiti ancora non del tutto chiari, e delle minacce più o meno reali di annessioni, dalla Groenlandia a Gaza.

 Va talmente veloce Donald Trump (e ogni volta lascia macerie dietro di sé) che viene da chiedersi: a chi toccherà la prossima mossa? Quale postura assumerà, tanto per fare un solo esempio, al cospetto della Cina, suo vero competitor anche sotto il profilo commerciale?

 Il “New York Times” ha fotografato così, pochi giorni fa, questa situazione di “sospettosa incertezza”:

«I leader stranieri sono di fronte a un dilemma nel trattare con un presidente imprevedibile e non convenzionale come Trump, che sta apportando modifiche sostanziali ai termini commerciali con poco preavviso o preparazione.

I cinesi non vogliono iniziare i colloqui formali perché non vogliono essere visti come supplichevoli, e sono cauti nell’offrire concessioni prima di aver compreso i parametri del dibattito».

La questione è complessa, perché riguarda da vicino anche le relazioni strategiche già esistenti tra Russia e Cina (c’è chi sostiene che la Russia sia diventata da tempo, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina, una “colonia cinese”).

Una partnership economica e militare che affonda le sue radici storiche nella ferma opposizione agli Stati Uniti e alle democrazie liberali, ma che ora, chissà, la ritrovata sintonia tra Trump e Putin potrebbe anche mettere in discussione.

 Di certo per la nuova amministrazione americana il pragmatismo prevale sull’ideologia.

Quindi la domanda: cosa ne sarà di Taiwan nel più immediato futuro?

Washington sarà ancora disposta a spendersi, anche militarmente, pur di salvare l’autonomia dell’isola dalle mire di riunificazione di Pechino?

 E con quale “guadagno”, visto che si tratta dell’unica lente utilizzata dall’amministrazione Trump per giudicare cosa conviene agli Stati Uniti e cosa no?

 

L’incognita della Cina.

Alcune pubbliche prese di posizione possono aiutarci a comprendere meglio la situazione attuale.

La prima risale allo scorso luglio, pochi giorni prima che Biden si ritirasse dalla corsa elettorale:

 «Taiwan - disse Trump - dovrebbe pagarci per la difesa che gli Stati Uniti stanno offrendo.

Sai, non siamo poi così diversi da una compagnia di assicurazioni».

La settimana successiva si era spinto a sostenere che l’isola "…aveva rubato il business dei chip agli Stati Uniti: non avremmo mai dovuto permettere che ciò accadesse».

Avanti veloce: lunedì scorso, 3 marzo.

Lo stesso presidente Trump annuncia che la “Taiwan Semi conductor Manufacturing” investirà 100 miliardi di dollari per rafforzare la produzione di chip negli Stati Uniti:

il capitale sarà destinato alla costruzione di cinque nuovi impianti di fabbricazione in Arizona.

 «Una mossa straordinaria da parte della società più potente del mondo", ha commentato Trump, evidentemente soddisfatto per il “pagamento”.

Sul fronte cinese invece i toni non cambiano, come la portata delle minacce. L’ultima in ordine di tempo è del portavoce del ministero della Difesa cinese,” Wu Qian”, al quale era stato chiesto di commentare la notizia della nuova esercitazione di difesa nazionale dell’esercito taiwanese, al quale aveva partecipato anche una delegazione statunitense:

 "È un grave errore di calcolo, estremamente pericoloso - ha dichiarato Wu -. Tentare di frenare la marea con una scopa finirà per portare solo l’autodistruzione. Verremo a prendervi, prima o poi".

Concetto ribadito poche ore fa dal premier cinese, “Li Qiang”: "La Cina avanzerà con fermezza per la riunificazione con Taiwan".

Alla fine di febbraio l’equipaggio di una nave cargo cinese era stato fermato dalla Guardia Costiera di Taiwan perché sospettato di aver sabotato deliberatamente un cavo internet sottomarino.

 

Trump prosegue con il suo approccio solo all’apparenza volubile e capriccioso, sempre provocatorio, arrogante, eccessivo al punto da ribadire poche ore fa, di fronte al Congresso, di “aver bisogno” della Groenlandia e di voler piantare la bandiera americana su Marte (è un progetto possibile?).

 Al momento attuale non c’è dubbio che Taiwan resti uno dei dossier di rilievo per l’attuale amministrazione americana ma, a differenza del passato, quasi esclusivamente per questioni di convenienza (Trump ha appena dichiarato che un’invasione dell’isola da parte della Cina sarebbe “catastrofica”).

Eppure questo crescente mercimonio della geopolitica (al bando le emozioni, gli ideali, la difesa dei diritti: sono solo affari) non lascia immaginare scenari immutabili, anzi.

Lo scorso dicembre, dunque prima dell’insediamento del ciclone-Trump, il “Council on Foreign Relations” scriveva:

"La crescente quasi-alleanza tra Cina e Russia rappresenta la più grande minaccia agli interessi nazionali vitali degli Stati Uniti in sessant’anni.

I loro sforzi congiunti per minare le politiche e l’ordine internazionale degli Stati Uniti hanno fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio e continueranno per il prossimo futuro.

 Contenere la Russia e dissuadere la Cina sono i compiti gemelli della politica statunitense di oggi".

La mossa a sorpresa di Donald Trump sull’Ucraina, che ha scelto di dare pieno sostegno al dittatore russo (in cambio di cosa?), segna un clamoroso cambio di traiettoria nella politica estera degli Stati Uniti, così com’era stata concepita dal dopoguerra a oggi.

 La giornalista e scrittrice “Anne Applebaum” l’ha commentata così:

«Il cambiamento impresso da Trump è radicale.

Sta dicendo: non mi interessano più le alleanze, non mi interessano le vostre opinioni. Farò un patto con questo dittatore (Putin) sopra le vostre teste.

 

Un incontro, risalente al primo mandato presidenziale americano, tra Trump e Putin.

E questo è un messaggio che viene ascoltato non soltanto in ogni capitale europea, ma in ogni capitale alleata in tutto il pianeta come un segno che gli Stati Uniti stanno cambiando" Taiwan compresa.

Filippine e Giappone compresi, perché questa nuova sintonia con il Cremlino potrebbe nascondere un messaggio assai concreto al leader cinese “Xi Jinping”: spartiamoci ciò che è meglio per ciascuno di noi.

Ma in questo clima, chi può fidarsi di chi?

 Mentre si intensificano le pretese, del tutto unilaterali, della Cina sul mar Cinese meridionale, strategico per le loro linee di navigazione commerciale.

 Finora gli Stati Uniti avevano svolto il ruolo di argine:

da qui in avanti è probabile che non sarà più così.

Cina che, sia detto per inciso, ha appena approvato un aumento del 7,2% della sua spesa militare per il 2025, in linea con gli aumenti degli anni precedenti, al fine di “salvaguardare la sua sicurezza nazionale”.

 

Le risposte dell’Unione Europea.

In questo quadro, spaventoso e preoccupante come mai, spicca l’assenza dell’Unione Europea che paga a carissimo prezzo decenni di divisioni, di particolarismi, di gelosie, di pigre tattiche perverse che l’hanno in gran parte svuotata di contenuti condivisi.

Di fronte al brusco voltafaccia di Washington, che ha cancellato con imbarazzante semplicità un’alleanza decennale (con queste basi, che fine farà la Nato?) sono arrivate alcune risposte da Bruxelles.

 La prima riguarda il piano “ReArm Europe”, presentato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen:

 un piano che potrebbe valere 800 miliardi di euro nei prossimi anni andando a far leva su prestiti finanziati da Eurobond, con l’esclusione delle spese per la Difesa dai conteggi del Patto di Stabilità e con la possibilità di dirottare fondi per la coesione verso gli armamenti.

 «Viviamo in tempi pericolosi - ha rimarcato von der Leyen -.

Non c'è bisogno che io descriva la gravità delle minacce che ci troviamo ad affrontare.

O le conseguenze devastanti che dovremo sopportare se queste minacce si avvereranno.

La domanda non è più se la sicurezza dell'Europa sia minacciata in modo molto reale.

 O se l'Europa debba assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza.

 In verità, conosciamo da tempo le risposte a queste domande.

La vera domanda che abbiamo di fronte è se l'Europa è pronta ad agire con la stessa decisione che la situazione impone».

 Ma non è, e non sarà, soltanto una questione di armi, di esercito comune (ammesso che mai si riesca a trovare un punto d’accordo tra i 27).

 C’è anche la questione commerciale, che probabilmente è la sfida più urgente e immediata che l’Unione Europea si trova a fronteggiare, di fronte alla minaccia dei dazi americani (gli Stati Uniti sono il principale partner dell’UE per l’esportazione di merci e il secondo per l’importazione).

 Per semplificare: qualora gli Stati Uniti applicassero dazi al 25% sui prodotti delle aziende europee, l’aumento di prezzo ne ridurrebbe la loro possibilità di vendita.

Se poi l’UE decidesse di rispondere imponendo dazi sui prodotti statunitensi d’importazione, anche questi finirebbero per costare di più ai consumatori europei.

Creando così ulteriori difficoltà alla crescita economica.

Quindi diventa fondamentale aprire, e in fretta, altre “vie commerciali”.

È in questo quadro che si colloca la trasferta dell’intera Commissione Europea in India, alla fine di febbraio, con l’obiettivo di concludere, entro la fine del 2025, i negoziati per “un accordo di libero scambio equilibrato, ambizioso e reciprocamente vantaggioso”.

Ursula von der Leyen e il premier indiano Narendra Modi hanno sottolineato l’importanza di intensificare la cooperazione tra l’India e l’Europa sulla base «di valori e principi condivisi, tra cui la democrazia, lo Stato di diritto e l’ordine internazionale basato su regole», come hanno ribadito in un comunicato congiunto.

 

 

 

 

Il Clean Industrial Deal europeo

e la lunga strada per la

decarbonizzazione.

Ilbolive.unipd.it - Francesco Suman – (4-3-2025) – ci dice:

 

 Vi sono Bandiere europee al di fuori della sede della Commissione Europea.

Il piano per salvaguardare il futuro della competitività europea presentato da Mario Draghi a settembre dell’anno scorso si imperniava attorno a tre pilastri: innovazione, decarbonizzazione e sicurezza.

Le istituzioni europee erano chiamate a rispondere e lo scorso 26 febbraio la Commissione ha presentato il Clean Industrial Deal, la proposta di riforme con cui intende proseguire lungo la strada tracciata dal primo mandato di Ursula von der Leyen, che dal 2019 al 2024 è stato fortemente incentrato sul Green Deal.

“Il Clean Industrial Deal tiene insieme l’azione climatica e la competitività sotto un’unica strategia di crescita”, si legge nella comunicazione della Commissione. Ma se questa seconda legislatura manterrà le promesse ambientali e climatiche annunciate è ancora tutto da dimostrare.

Lo stesso giorno infatti la Commissione, anche alla luce dell’esito delle elezioni dello scorso giugno che hanno spostato a destra la chiave di volta dell’arco parlamentare, ha presentato una proposta di semplificazione burocratica che consentirà a oltre l’80% delle aziende europee, escludendo quelle di grandi dimensioni, di essere meno vincolate alla rendicontazione dell’impatto ambientale delle proprie attività.

In nome della competitività si sceglie un po’ di deregolamentazione, come del resto avviene (ancor di più) dall’altra parte dell’Atlantico.

 

Un’altra indicazione del fatto che l’aria che tira è quella che ha iniziato a soffiare prepotentemente da Washington è il fatto che la Commissione chiede di “comprare europeo”, più made in EU, per sostenere l’economia interna e parare i colpi che verranno dagli altri blocchi economici, soprattutto dai dazi degli Stati Uniti, che a propria volta chiedono di “comprare americano”.

 

Per supportare la produzione europea green, la Commissione pianifica di mettere a disposizione 100 miliardi di euro nei prossimi 10 anni, tramite una banca per la decarbonizzazione industriale (Industrial Decarbonisation Bank) che assisterà soprattutto i settori cosiddetti hard-to–abate, come l’acciaio o la chimica, che devono competere con industrie che in altre parti del mondo non devono far fronte né a costi dell’energia alti come quelli europei né attenersi vincoli ambientali stringenti.

Secondo il delegato europeo per il clima” Woepke Hoekstra” i cento miliardi pubblici favoriranno l’investimento privato fino a un totale di 400 miliardi di euro.

 

Prioritario per la competitività europea è riuscire ad abbassare i prezzi dell’energia, sia per le industrie sia per la cittadinanza:

 46 milioni di europei sono in condizioni di povertà energetica e dopo l’impennata del 2022 i prezzi del gas non sono ancora tornati ai livelli precedenti alla guerra in Ucraina.

Per affrontare questa situazione, la Commissione ha predisposto l’ “Affordable Energy Action Plan”, una serie di misure che intendono agire sia sul breve sia sul medio-lungo termine.

 

Tra queste c’è la nascita di una “Energy Union task force” che lavorerà per appianare le differenze del costo dell’energia tra diversi Paesi dell’Unione.   

L’obiettivo è quello di creare un’Unione Europa dell’energia, un mercato energetico interconnesso, dotato di regole comuni e capace di acquistare l’energia da importare (soprattutto il gas, che influenza anche i prezzi dell’elettricità) come unico soggetto europeo.

 

Per mettersi al riparo dalla volatilità dei prezzi, la progressiva riduzione della dipendenza dai combustibili fossili resta il faro da seguire:

servono investimenti in infrastrutture fisiche che consentano lo scambio di energia elettrica da un Paese all’altro, specialmente in vista dell’aumento della quota di fonti di generazione a basse emissioni.

 Sul breve termine, una gestione più efficiente dei consumi e l’abbassamento delle tasse nazionali sull’elettricità sono la strada indicata per alleggerire la pressione, assieme alla stipula da parte delle imprese di contratti energetici con costi fissi per lungo tempo (Power Purchase Agreements), particolarmente adatti all’energia a basso costo e a basse emissioni prodotta da fonti rinnovabili.

 

Supporto al made in EU.

La Commissione propone inoltre di supportare la domanda di prodotti e tecnologie green “made in Europe”, aggiornando in questa direzione i criteri degli appalti pubblici (public procurement) e le regole sugli aiuti di Stato per facilitare la diffusione delle energie rinnovabili, di cui si intende accelerare gli iter autorizzativi tramite l’”Industrial Decarboniation Accelerator Act”.

 Tutto questo servirà ad assicurare una capacità produttiva adatta alle esigenze di decarbonizzazione del continente, che dipende dalle importazioni non solo per quanto riguarda il vecchio paradigma dei combustibili fossili, ma anche per quello nuovo incentrato sui minerali critici alla transizione energetica.

 

Circolarità e minerali critici.

La questione dell’accesso alle risorse e quella dell’uso circolare delle stesse sono una complementare dell’altra.

Oltre all’acquisto congiunto dell’energia, l’Unione Europa intende andare nella direzione dell’acquisto comune, per negoziare prezzi più vantaggiosi, anche delle materie prime che servono alla transizione e a una produzione europea che voglia essere competitiva a livello globale: se ne occuperà un nuovo “EU critical raw material centre”.

Il Vecchio Continente non gode di abbondanza di risorse minerarie, per cui quelle importate dovranno venire utilizzate e soprattutto riutilizzate con saggezza.

 La proposta della Commissione è quella di un “Circular Economy Act” da adottare nel 2026 per creare una filiera circolare che ricicli almeno il 24% dei materiali entro il 2030.

 

Competenze e Innovazione.

Il piano per la decarbonizzazione industriale necessita anche di competenze di alto livello, che verranno coordinate da una nuova “Union of Skills”.

 In questa cornice verranno individuati i settori bisognosi di maggior apporto di competenze e verrà potenziato con 90 milioni di euro il programma Erasmus+, che favorisce la mobilità degli studenti europei dalla scuola primaria fino a dopo l’università.

Verrà inoltre rafforzato il “fondo Invest EU” e quello per l’innovazione “Innovation Fund”, che erogherà i 100 miliardi gestiti dalla” Industrial Decarbonisation Bank”, con il coinvolgimento della “European Investment Bank”.

 Verranno poi lanciati bandi dedicati a progetti di ricerca sulla decarbonizzazione all’interno del quadro di finanziamento” Horizon Europe”.

 

 

 

“Rischi globali”: bicchiere mezzo pieno.

 

 Ispionline.it – (22 Mar 2024) Marina Benedetti -Valentina Cariani – ci dicono:

Le tensioni geopolitiche incidono dove l’export italiano è meno presente.

USA, EAU, Spagna e India confermati mercati più favorevoli.

 Potenziale da esprimere in Corea e Vietnam.

 

Negli ultimi anni diversi e svariati macro-trend hanno suscitato interesse nel dibattito pubblico.

Le nuove tecnologie sono indubbiamente uno strumento necessario e indispensabile per affrontare le diverse sfide di oggi e di domani, a partire dal cambiamento climatico i cui effetti sono sempre più numerosi e impattanti per le economie.

 Le variabili economiche che guidano la domanda globale sono legate a doppio filo anche a quelle geopolitiche in un circolo che spesso si autoalimenta;

sapere quali aspetti siano più esposti a fattori contingenti, comprendere i reali effetti che eventi di cronaca possono generare sul quadro globale e riconoscere i rischi, ma soprattutto le opportunità che quest’anno le imprese italiane hanno di fronte a sé:

questi i temi a cui la “Where to Export Map 2024” di “SACE” ha dato voce, anche quest’anno con la collaborazione di “Fondazione Enel”.

 

IA e clima: due macro (se non giga) trend.

L’intelligenza artificiale (IA) è la tecnologia che sta trasformando le economie garantendo aumenti di produttività, crescita e resilienza.

Un Paese che investe in IA per un terzo dei settori con guadagni in termini di produttività del lavoro derivanti da questa adozione del 20% – numero plausibile e realistico – genera un effetto moltiplicatore su tutta la sua economia dell’1,3% annuo per i primi cinque anni e dello 0,6% nei primi dieci.

Se si ipotizzasse invece un investimento a tutto campo sull’economia di un Paese l’incremento annuale sarebbe dell’1,5% per circa 10-20 anni.

 Per esprimerne il pieno potenziale è comunque necessario investire sulla formazione e sulle competenze della forza lavoro, a cui vanno aggiunti anche cambiamenti organizzativi e di processo per sfruttare appieno gli investimenti di capitale che ne derivano.

 

L’IA è sempre più anche uno strumento fondamentale per supportare le economie nella lotta al cambiamento climatico per cui si sta assistendo a una forte crescita di eventi estremi a esso collegati che generano danni non solo economici ma anche sociali. In generale, tali impatti non si riflettono in modo uguale sulle varie aree geografiche;

Paesi dai fondamentali economici meno solidi faticano di più a far fronte alle conseguenze di un evento climatico estremo e questo vale ancor più in ottica prospettica.

Nella sola Unione Europea negli ultimi quarant’anni le perdite economiche associate ai disastri naturali ammontano a €650 miliardi, di cui più di 100 solo nel biennio 2021-22.

 L’entità delle perdite connesse agli eventi climatici estremi dipende sia dalla loro numerosità sia dal valore dei beni esposti e dalle misure di adattamento previste.

Nella UE le maggiori perdite sono state subite da Germania, Francia e Italia sia in termini assoluti sia anche tenendo conto della percentuale assicurata.

 In generale, tra i Paesi membri, meno del 20% delle perdite totali erano assicurate;

il tasso di copertura varia molto da un Paese all’altro: si va da meno del 5% in diversi Paesi – tra cui Grecia o Portogallo – a oltre il 30% in Germania, Francia, Belgio e Paesi Bassi e con le quote maggiori nei Paesi nordici (Danimarca e Norvegia oltre il 60%).

Italia e Spagna avevano assicurato solamente il 5% a fronte di perdite cumulate di €111 miliardi e €84 miliardi ciascuna.

 

 FMI e SACE e Fondazione Enel.

È per questo, ma non solo, che la UE con la Strategia di “Adattamento ai Cambiamenti Climatici” mira a promuovere azioni a livello nazionale, affinché l’Europa entro il 2050 diventi una “Unione resiliente al climate change”.

La Strategia si basa su quattro priorità: un adattamento più intelligente, più sistemico e integrato, più rapido, e un’intensificazione dell’azione internazionale.

Ogni Paese membro si deve dotare di una politica nazionale di adattamento; l’Italia, in tale ottica, nel dicembre scorso ha approvato il” Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici” (PNACC).

 

Rischi: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Il quadro globale del 2024 mostra come l’incertezza che ci ha accompagnati negli ultimi anni non si sia dipanata:

 la guerra in Ucraina continua, si è aggiunto il conflitto Hamas-Israele, l’inflazione è ancora relativamente alta e la domanda globale ha chiuso il 2023 in maniera fiacca.

Tuttavia, le economie stanno mostrando resilienza, la situazione in Mar Rosso, nonostante anche gli ultimi episodi di cronaca, al momento è contenuta con impatti non persistenti per le imprese italiane che vedono passare da lì rispettivamente il 7% e il 16% del loro export e import di beni;

l’inflazione è attesa in calo con tagli dei tassi d’interesse a partire dalla fine del primo semestre e la domanda globale è in ripresa con il commercio internazionale di beni atteso tornare crescere a un ritmo dell’1,7% in volume (+4,4% i servizi).

 

Il quadro dei rischi “SACE” evidenzia un lieve miglioramento nonostante le complessità del contesto.

 Nel 2024 infatti i rischi del credito diminuiscono in quasi tutte le aree da Oriente a Occidente, con alcune attenzioni per il continente africano dove vi sono comunque mercati di opportunità per le imprese italiane, tra cui Marocco, Senegal e Costa d’Avorio.

Il miglioramento è frutto soprattutto di alcuni Paesi che hanno riportato un consolidamento di rilievo in termini sia economici che demografici (Brasile, Messico, Emirati Arabi Uniti, India), andando a rinforzare i già positivi risultati dello scorso anno, e altri, come Vietnam, Arabia Saudita, Oman, che hanno confermato le crescenti potenzialità.

Il quadro del rischio politico globale è più eterogeneo:

 seppur stabile nei livelli, risente dell’impatto dei numerosi conflitti sulla componente della violenza politica.

 Il deterioramento è evidente non solo nei Paesi coinvolti direttamente nei conflitti più o meno recenti (dopo Russia e Ucraina anche Israele e Territori Palestinesi), ma anche in mercati che scontano l’incertezza circa il possibile ampliamento delle tensioni (Iran) o caratterizzati da un incremento delle tensioni sociali (Egitto, Tunisia), di natura etnica o territoriale (Armenia, Azerbaijan, Serbia, Kosovo, Taiwan) e di forte instabilità istituzionale (Niger, Gabon).

 

L’indice di” rischio di cambiamento climatico” presenta un quadro eterogeneo tra le diverse regioni, su livelli significativi per gran parte dei Paesi.

Africa, Asia, America Centrale e parte settentrionale dell’America Latina presentano i livelli più elevati e con consistenti peggioramenti previsti per gli scenari futuri, mentre sono attesi miglioramenti per i Paesi avanzati e il Medio Oriente, confermando la validità delle strategie di investimento messe in atto dai vari governi per combattere il cambiamento climatico.

 Gli indicatori della “Transizione Energetica” registrano l’avanzare su scala globale e la crescita del 40% degli investimenti in “energia verde” negli ultimi tre anni alimenta le speranze verso un significativo processo di decarbonizzazione ed elettrificazione.

Tuttavia, il progressivo e costante miglioramento delle performance globali risulta ancora troppo lento e limitato rispetto alle urgenti sfide poste dalla crisi climatica ai nostri ecosistemi e alle nostre società.

 

Dove si concentrano le opportunità.

Vedendo il bicchiere mezzo pieno, le note positive per le imprese italiane che guardano ai mercati esteri per crescere e consolidarsi arrivano dall’ “Export Opportunity Index” di SACE, che conferma gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti, la Spagna e l’India come geografie dalle maggiori prospettive per l’export italiano di beni, seguite da Arabia Saudita, Qatar e Cina.

Il fil rouge, per tutti, è la “spinta green” dei piani d’investimento dei vari governi che potranno contare sulla qualità del “Made in Italy”, così come le strategie di diversificazione dell’economia dei mercati mediorientali.

Le imprese italiane potranno inoltre cogliere opportunità in mercati come Corea del Sud e Vietnam, dove il potenziale per l’export di beni non è sempre pienamente espresso e vi sono ampi margini di crescita, e di geografie dove le imprese italiane possono rafforzare la loro presenza, come Messico e Brasile, dove i governi puntano, rispettivamente, su rafforzamento della manifattura locale e programmi d’investimenti sostenibili.

Il diritto internazionale

non sta più tanto bene.

 Info-cooperazione.it – (7 Giugno 2024) - Redazione – ci dice:

 

Una delle principali conseguenze dell’escalation dei conflitti di questi ultimi anni (Ucraina e Gaza in primis) è il collasso progressivo del diritto internazionale.

 Lo ha affermato “Amnesty International” in occasione del lancio del suo rapporto annuale “Lo stato dei diritti umani nel mondo”, che fornisce una valutazione dei diritti umani in 155 paesi del mondo.

Il quadro che emerge da questa ricerca è alquanto desolante ed evidenzia fenomeni in crescita come la repressione dei diritti umani e la sistematica violazione delle regole internazionali, in un contesto di crescente disuguaglianza globale, di superpotenze in competizione per la supremazia e di una crescente crisi climatica.

 

Molti di quei paesi che dopo la Seconda Guerra Mondiale furono gli artefici del sistema giuridico internazionale si stanno mostrando incapaci di difenderlo e farlo rispettare, lo dimostra l’impunita violazione del diritto internazionale da parte di Israele, la continua aggressione della Russia contro l’Ucraina, e il crescente numero di conflitti armati e alle massicce violazioni dei diritti umani testimoniate, ad esempio, in Sudan, Etiopia e Myanmar.

 Insomma, secondo Amnesty, l’ordine globale basato su regole comuni è fortemente a rischio.

Inoltre l’illegalità, la discriminazione e l’impunità nei recenti conflitti sono state rese possibili anche grazie all’uso incontrollato di tecnologie che oggi sono abitualmente utilizzate come armi da attori militari, politici e aziendali.

 Le piattaforme di “Big Tech” hanno alimentato il conflitto.

Gli spyware e gli strumenti di sorveglianza di massa vengono utilizzati per violare i diritti e le libertà fondamentali, mentre i governi stanno implementando strumenti automatizzati prendendo di mira i gruppi più emarginati della società.

In un mondo sempre più precario, la proliferazione e l’impiego non regolamentati di tecnologie come l’“intelligenza artificiale generativa”, il riconoscimento facciale e gli spyware sono destinati a diventare un nemico pericoloso, aumentando e aggravando le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani.

 

In un anno elettorale così cruciale a livello globale (si pensi alle lezioni in UE, USA, India, ecc.) e di fronte alla lobby anti-regolamentazione sempre più potente guidata e finanziata dagli attori delle “Big Tech”, questi progressi tecnologici non regolamentati rappresentano un’enorme minaccia per le democrazie poiché possono essere utilizzati come armi per discriminare, disinformare e dividere le opinioni pubbliche.

 

Il rapporto presenta una dura valutazione del tradimento dei principi dei diritti umani da parte dei leader e delle istituzioni di diversi paesi rilevanti.

 Di fronte al moltiplicarsi dei conflitti, le azioni di molti stati potenti hanno ulteriormente danneggiato la credibilità del multilateralismo e minato l’ordine globale basato sulle regole stabilite a livello internazionale dal 1945 in poi.

 Le prove ormai largamente disponibili dei crimini di guerra commessi di recente dal governo israeliano in seguito ai terribili attacchi di Hamas e altri gruppi armati il ​​7 ottobre, non hanno mobilitato adeguatamente la comunità internazionale che ha dimostrato in questa occasione di delegittimare sempre più gli organismi internazionali preposti, un esempio su tutti è l’uso sistematico del veto da parte degli Stati Uniti per paralizzare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su una risoluzione necessaria per un cessate il fuoco e il boicottaggio del lavoro della Corte Penale Internazionale.

 

Il fallimento della comunità internazionale nel proteggere migliaia di civili – soprattutto donne e bambini – dall’essere uccisi nella Striscia di Gaza militarmente occupata rende palese che le stesse istituzioni create per proteggere i civili e sostenere i diritti umani non sono più adatte allo scopo.

 Ciò che abbiamo visto nel 2023 conferma che molti stati potenti stanno abbandonando i valori fondanti dell’umanità e dell’universalità sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il rapporto documenta anche la flagrante violazione delle regole da parte delle forze russe durante la continua invasione su vasta scala dell’Ucraina.

Evidenzia attacchi indiscriminati contro aree civili densamente popolate, nonché infrastrutture per l’esportazione di energia e grano;

l’uso della tortura o di altri maltrattamenti contro i prigionieri di guerra e la vasta contaminazione ambientale causata da azioni mirate dall’esercito russo.

Anche l’esercito e le milizie del Myanmar hanno condotto attacchi contro i civili, provocando oltre 1.000 morti civili solo nel 2023.

Né l’esercito del Myanmar né le autorità russe si sono impegnati a indagare sulle segnalazioni di evidenti violazioni ed entrambi hanno ricevuto sostegno finanziario e militare dalla Cina.

Infine in Sudan, entrambe le parti in guerra, le Forze Armate del Sudan e le Forze di Supporto Rapido, hanno dimostrato poca attenzione per il diritto umanitario internazionale poiché hanno effettuato attacchi mirati e indiscriminati che hanno ucciso e ferito civili e hanno lanciato armi esplosive da quartieri densamente popolati uccidendo 12.000 persone nel 2023.

 Ciò ha innescato la più grande crisi di sfollamenti al mondo con oltre 8 milioni di persone costrette a fuggire.

 Senza una fine del conflitto in vista, la crisi alimentare che attanaglia il Sudan da mesi è ormai pericolosamente vicina a trasformarsi in carestia.

 

 

 

 

(Governance)

Il primo trattato internazionale sull’IA:

cosa prevede la convenzione quadro

del Consiglio d’Europa.

Agendadigitale.eu – (28-5 – 2024) – Alessandra Faranda (DLA Piper) – Giacomo Lusardi (Avvocato) – ci dicono:

Cultura e società digitali.

La Convenzione quadro mira a sfruttare responsabilmente l’intelligenza artificiale, proteggendo diritti umani, democrazia e Stato di diritto.

 Enfasi sul ciclo di vita dell’IA, basato su definizioni OCSE.

Regolamenta attività con impatto negativo su diritti e democrazia.

Principi chiave: dignità umana, trasparenza, supervisione, accountability.

L’intelligenza artificiale ci deve una spiegazione.

Il Consiglio d’Europa ha adottato a Strasburgo la prima convenzione quadro internazionale giuridicamente vincolante volta a garantire il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto nell’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale nel settore pubblico e privato.

 

Future Of AI - EU Council Approves World's First Major Artificial Intelligence Law.

Aperta alla firma dal prossimo 5 settembre, anche ai Paesi extraeuropei, la convenzione delinea un quadro normativo che copre l’intero ciclo di vita dei sistemi di IA, dalla progettazione alla dismissione, affrontandone i rischi ma incentivando, al contempo, un’innovazione responsabile.

Indice degli argomenti:

L’impegno per una governance responsabile dell’IA.

Ambito di applicazione, definizioni e approccio globale.

L’enfasi sul “ciclo di vita” dell’IA.

Cosa s’intende per “sistema di IA” nell’ambito della Convenzione.

Le attività che la convenzione si propone di regolamentare.

La disciplina dell’IA nel settore pubblico e nel settore privato.

Principi generali relativi alle attività nel ciclo di vita dei sistemi di IA.

Dignità umana e autonomia individuale.

Trasparenza e supervisione dei sistemi di IA.

Accountability e responsabilità.

Rimedi, garanzie procedurali e gestione dei rischi. Moratoria per i sistemi di IA.

Implementazione, effetti ed entrata in vigore della Convenzione.

L’impegno per una governance responsabile dell’IA.

Obiettivo primario della Convenzione quadro è garantire che il potenziale delle tecnologie di intelligenza artificiale (IA) sia sfruttato in modo responsabile, rispettando, proteggendo e realizzando i valori condivisi dalla comunità internazionale, i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto.

I sistemi di IA offrono opportunità mai viste prima, ma allo stesso tempo presentano rischi e pericoli quali la discriminazione, la disuguaglianza di genere, la compromissione dei processi democratici, la lesione della dignità umana o dell’autonomia individuale o, ancora, l’uso improprio da parte degli Stati a fini repressivi.

 

Ambito di applicazione, definizioni e approccio globale.

L’enfasi sul “ciclo di vita” dell’IA.

Le previsioni della Convenzione sono incentrate sul concetto di “ciclo di vita” dei sistemi di IA, che ne sintetizza le diverse fasi, dalla concezione e progettazione fino alla dismissione. Concetto che è anche alla base del Regolamento Europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act) con riferimento, tra l’altro, agli obblighi di trasparenza e di adozione del sistema di gestione dei rischi.

Il ciclo di vita dei sistemi di IA secondo l’OCSE.

Cosa s’intende per “sistema di IA” nell’ambito della Convenzione.

Ma cosa s’intende per “sistema di IA” nell’ambito della Convenzione?

 Essa definisce i sistemi di IA basandosi non sulla corrispondente definizione letterale contenuta nell’AI Act, ma di quella adottata dall’OCSE l’8 novembre 2023.

Definizioni, quella dell’OCSE e dell’AI Act, che peraltro coincidono nella sostanza, dato che si fondano sulle medesime proprietà chiave dei sistemi di IA: autonomia e adattabilità variabili, capacità di inferenza e di generazione di previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici o virtuali.

La scelta della definizione dell’OCSE è orientata all’esigenza di rafforzare la cooperazione internazionale sul tema dell’IA e di facilitare gli sforzi volti ad armonizzarne la governance a livello globale.

 

Le attività che la convenzione si propone di regolamentare.

Sotto il profilo oggettivo, la convenzione non si propone di regolamentare tutte le attività rientranti nel ciclo di vita dei sistemi di IA, ma soltanto quelle in grado di interferire con i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto.

È peculiare, quindi, l’approccio del “Consiglio d’Europa “che, a differenza dell’”AI Act”, non fa coincidere il proprio ambito di applicazione oggettivo con specifici modelli, sistemi o pratiche di IA, bensì con le singole attività facenti parte del ciclo di vita dell’IA e sull’impatto che esse possono avere anche a prescindere dal rischio che il sistema presenta nel suo complesso.

 

La disciplina dell’IA nel settore pubblico e nel settore privato.

La Convenzione disciplina l’utilizzo dei sistemi di IA sia nel settore pubblico che nel settore privato.

 Le parti della Convenzione dovranno adottare o mantenere le opportune misure legislative, amministrative o di altro genere per dare attuazione alle sue disposizioni.

Misure che dovranno essere graduate e differenziate sulla base della gravità e della probabilità del verificarsi di impatti negativi sui diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto durante tutto il ciclo di vita dei sistemi di IA.

 

Principi generali relativi alle attività nel ciclo di vita dei sistemi di IA.

Dopo un primo e un secondo capitolo su, rispettivamente, previsioni e obblighi generali, il terzo capitolo della Convenzione stabilisce una serie di principi generali da attuare in conformità agli ordinamenti giuridici nazionali.

Essi sono volutamente formulati con un livello elevato di generalità, così da poter essere applicati in modo flessibile in una varietà di contesti in rapida evoluzione.

 

Dignità umana e autonomia individuale.

Il primo principio prevede l’adozione di misure per il rispetto della dignità umana e dell’autonomia individuale.

 In particolare, l’uso di sistemi di IA non dovrebbe portare alla disumanizzazione degli individui, minare la loro capacità di agire autonomamente o ridurli a meri punti dati (data point).

 Inoltre, i sistemi di IA non dovrebbero essere antropomorfizzati in un modo che interferisca con la dignità umana.

L’autonomia della persona è un elemento chiave della dignità umana, intesa come capacità di autodeterminarsi, prendere decisioni senza coercizioni e vivere liberamente.

 In ambito di IA preservare l’autonomia individuale significa garantire alle persone il controllo sull’utilizzo e l’impatto delle tecnologie di IA nelle loro vite, senza che queste ne compromettano la libera scelta.

 Principio, l’antropocentrismo, che peraltro permea anche l’AI Act (il cui scopo è, tra l’altro, “promuovere la diffusione di un’intelligenza artificiale (IA) antropocentrica e affidabile”) e il DDL italiano in materia di IA ora al vaglio delle Camere.

 

Trasparenza e supervisione dei sistemi di IA.

Il secondo principio riguarda la trasparenza e la supervisione dei sistemi di IA, fondamentali anche nell’ambito dell’AI Act sia con riferimento ai sistemi ad alto rischio che a determinati sistemi di IA in esso individuati.

 In virtù delle caratteristiche di complessità e opacità che caratterizzano i sistemi di IA, le attività svolte attraverso di essi richiedono adeguati presidi sotto questi due aspetti.

 I processi decisionali e il funzionamento generale dei sistemi di IA dovrebbero essere comprensibili e accessibili sia dagli attori della filiera che, ove necessario e appropriato, dagli altri soggetti interessati.

 

Al riguardo, la Convenzione prescrive l’adozione o il mantenimento di misure per assicurare la presenza di idonei requisiti di trasparenza e monitoraggio modulati in base ai contesti e ai rischi specifici, inclusa l’identificazione dei contenuti generati tramite IA.

Della trasparenza rilevano soprattutto gli aspetti di spiegabilità e interpretabilità: la prima si riferisce alla capacità di fornire spiegazioni sufficientemente comprensibili sul perché un sistema di IA fornisca determinate informazioni, produca specifiche previsioni, contenuti, raccomandazioni o decisioni, il che è particolarmente importante in ambiti sensibili quali l’assistenza sanitaria, i servizi finanziari, l’immigrazione, i servizi di frontiera, la giustizia penale; la seconda si riferisce, invece, alla capacità di comprendere come un sistema di IA faccia previsioni o prenda decisioni, ossia alla misura il processo di generazione degli output possa essere reso accessibile e comprensibile ai non esperti del settore. Tuttavia, la divulgazione delle informazioni potrebbe contrastare con la privacy, la riservatezza e i segreti commerciali, la sicurezza nazionale, o i diritti dei terzi: per queste ragioni, nell’attuazione del principio di trasparenza è opportuno trovare un giusto equilibrio tra i vari interessi in gioco.

 

Quanto alla supervisione, essa si riferisce a vari meccanismi e processi per monitorare e guidare le attività del ciclo di vita dei sistemi di IA:

 secondo il testo della Convenzione si potrebbe trattare di framework giuridici, politici e normativi, di raccomandazioni, linee guida, codici di condotta, programmi di audit e certificazione, di strumenti di individuazione degli errori, o di un coinvolgimento di autorità di vigilanza.

 

Accountability e responsabilità.

Il terzo principio, di accountability e responsabilità, costituisce un altro dei capisaldi della Convenzione.

 Esso riguarda la necessità di predisporre meccanismi affinché le organizzazioni, entità e individui impegnati nelle attività lungo tutto il ciclo di vita dei sistemi di IA rispondano degli impatti negativi sui diritti umani, sulla democrazia o sullo Stato di diritto.

 Principio inscindibile da quelli di trasparenza e supervisione, poiché i meccanismi di trasparenza e supervisione consentono l’esercizio della responsabilità e dell’accountability rendendo più chiaro il funzionamento dei sistemi di IA e come producono i loro output.

 

La Convenzione si articola, poi, su altri quattro principi altrettanto importanti:

eguaglianza e non discriminazione, rispetto al quale il testo elenca una serie di riferimenti normativi da considerare e i vari pregiudizi (bias) che potrebbero caratterizzare i sistemi di IA, tutela dei dati personali, affidabilità sulla base di standard tecnici e misure in chiave di robustezza, accuratezza, integrità dei dati e cybersicurezza, e, infine, innovazione sicura in ambienti controllati (ad esempio, “sandbox “regolamentari).

 

Rimedi, garanzie procedurali e gestione dei rischi. Moratoria per i sistemi di IA.

Sotto il profilo dei rimedi, la Convenzione richiede alle parti di applicare i propri regimi normativi esistenti alle attività che caratterizzano il ciclo di vita dei sistemi di IA.

Per rendere efficaci i rimedi in questione, essa prevede l’adozione o il mantenimento di misure specifiche volte a documentare e rendere disponibili determinate informazioni alle persone interessate, ma anche ad assicurare l’effettiva possibilità di presentare reclamo alle autorità competenti.

Rispetto alle garanzie procedurali la Convenzione prevede che i soggetti che interagiscono con i sistemi di IA siano informati proprio del fatto che stanno interagendo con un sistema di IA e non con un essere umano.

 

Vi è poi una disposizione inerente alla necessità di identificare, valutare, prevenire e mitigare ex ante e, se del caso, in modo iterativo per tutto il ciclo di vita del sistema di IA, i rischi e gli impatti potenziali rilevanti per i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto, sviluppando un sistema di gestione dei rischi sulla base di criteri concreti e oggettivi.

 La Convenzione impone anche alle parti di valutare la necessità di moratorie, divieti o altre misure appropriate per quanto riguarda i sistemi di IA incompatibili con il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto, lasciando libertà alle parti nella definizione del concetto di incompatibilità così come sugli scenari che richiedano le misure in questione.

 

Implementazione, effetti ed entrata in vigore della Convenzione.

Quanto all’implementazione della Convenzione, essa impone di tenere in debita considerazione le esigenze e le vulnerabilità specifiche riguardanti le persone affette da disabilità e i minori, nonché di promuovere l’alfabetizzazione digitale per tutti i segmenti della popolazione.

Le parti della Convenzione sono libere di applicare precedenti accordi o trattati relativi al ciclo di vita dei sistemi di IA coperti dalla Convenzione, ma devono attenersi agli obiettivi e alle finalità della stessa, senza assumere obblighi in contrasto.

Dal 5 settembre 2024 la Convenzione sarà aperta alla firma non solo degli Stati membri del Consiglio d’Europa, ma anche dei Paesi terzi che hanno contribuito alla sua elaborazione, tra cui Argentina, Australia, Canada, Giappone, Israele, Stato della Città del Vaticano e USA, oltre che dell’UE.

Una volta in vigore, altri Stati non membri potranno essere invitati ad aderirvi.

 La Convenzione entrerà in vigore il primo giorno del mese successivo allo scadere di un periodo di tre mesi dalla data in cui almeno cinque firmatari, incluso un minimo tre Stati membri del Consiglio d’Europa, avranno espresso il loro consenso ad esserne vincolati.

 

 

 

 

«L'Europa non pensa alla pace,

 ma alla guerra».

   Msn.com - Avvenire - Diego Motta - (06 -03 – 2025) – ci dice:

 

«Dobbiamo prepararci alla marcia per la guerra?».

 L’amarezza di Flavio Lotti è tutta in questa frase, che il presidente della “Fondazione Perugia Assisi” per la Cultura della pace pronuncia subito, quasi con rassegnazione.

 L'ispiratore di tante mobilitazioni non violente dell'Italia degli ultimi decenni è preoccupato.

 «Il piano di riarmo da 800 miliardi annunciato da Von der Leyen è pura follia, ma stupirsi adesso non serve a nulla».

Perché?

In tre anni di crisi ucraina, l’Europa non ha mai presentato un piano di pace.

Ha pensato solo ad inviare armi.

 È possibile?

Nel resto del mondo non funziona così. Due giorni fa, al Cairo i Paesi arabi hanno lanciato una strategia alternativa a quella annunciata da Trump su Gaza e la Palestina.

Si sono messi insieme e hanno avanzato una proposta collettiva.

Da noi, invece, nulla.

Anzi, siamo al paradosso che mentre Trump dice di voler fare a modo suo la pace, i Ventisette rispondono dicendo di voler continuare la guerra.

Da dove si dovrebbe partire, dopo tutto questo tempo perso?

 

Ci sono almeno due cose da fare e sono a questo punto molto difficili.

 Primo: sostenere la Casa Bianca quando dice di voler riaprire il dialogo con Putin. Altro che fermarlo.

 Se il conflitto prosegue, facciamo solo il gioco del Cremlino.

Secondo: ridefinire le nostre relazioni con la Russia, che è ormai ai confini dell’Europa.

Negoziare con Putin non equivale a ripetere l’errore che si fece con Hitler nel 1938, quando Praga dovette cedere alla Germania la zona dei Sudeti, senza peraltro riuscire a bloccare l’avanzata nazista?

No, chi dice questo fa pura propaganda.

 A parte il fatto che siamo sempre andati d’accordo con i dittatori, in questi anni... ricorda quanto accadde con i talebani?

E che dire della riabilitazione appena avvenuta di uno dei peggiori tagliagole jihadisti in Siria, Al Jolani?

Per evitare di ricreare nel Vecchio continente uno stato di guerra permanente, serve una visione di futuro.

Cinquant’anni fa, uno statista come Aldo Moro lavorò personalmente per aprire un dialogo con l’Unione Sovietica, l’impero del male.

Erano gli accordi di Helsinki e l’Italia seppe fare la sua parte.

Se l’Europa come motore di pace non è credibile, può esserlo forse l’Onu paralizzata dai veti?

Le Nazioni Unite vanno salvate da chi vuole distruggerle.

 Gli Usa sono usciti dall’Oms, dagli accordi sul clima, dal Consiglio dei diritti umani. Hanno attaccato la Corte penale internazionale. Così non si può andare avanti. Come movimento per la pace, siamo pronti a fare la nostra parte.

Nel movimento pacifista esistono anime diverse: c’è chi chiede una pace giusta, chi una pace equa, chi vuole la pace senza se e senza ma. Che ne pensa?

Penso che se si mette un aggettivo alla parola pace, è perché in realtà se ne vuole negare il significato autentico.

O è pace o non è pace.

Viviamo in un’epoca di manipolazione delle parole:

pensi a quando chiediamo una pace duratura.

Nulla è duraturo, anche la pace ha bisogno di manutenzione quotidiana.

 Il punto è che abbiamo smesso di occuparci di costruzione della pace.

 

Quando è successo?

Il vero dramma è iniziato con l’elogio della globalizzazione negli anni Novanta. Non servirono né Genova né Seattle, per fermarsi e riflettere:

il mondo si era infatuato dei presunti benefici della globalizzazione economica e aveva dimenticato la globalizzazione della fraternità.

Via via ciò a cui abbiamo assistito è stato un “tutti contro tutti”:

la competizione da economica è diventata militare, come si vede adesso.

Si sono moltiplicate le guerre, ma una guerra si sa quando inizia e non quando finisce.

 

 

 

 

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Davos, il quadro dei rischi globali è cupo.

Preoccupano i conflitti,

il clima e l'economia.

Rainews.it – (15/01/2025) – Redazione - Il rapporto – ci dice:

 

“Le crescenti tensioni geopolitiche, l'erosione della fiducia globale e la crisi climatica stanno mettendo a dura prova il sistema globale come mai prima d'ora”, dice il “Managing Director del World Economi Forum”  “Mirek Dusek”.

 Sono i conflitti armati, la disinformazione e i rischi ambientali le principali minacce globali più sentite e urgenti.

Lo rivela la ventesima edizione del” Global Risks Report del World Economic Forum”, pubblicata oggi.

 Il rapporto mette in evidenza come il panorama globale sia sempre più frammentato e in cui le crescenti sfide geopolitiche, ambientali, sociali e tecnologiche, minacciano la stabilità e il progresso.

Sebbene i rischi economici abbiano un rilievo meno immediato nei risultati dell'indagine di quest'anno, rimangono una preoccupazione, interconnessa con le tensioni sociali e geopolitiche.

I conflitti armati tra Stati emergono come il principale rischio per il 2025, individuato da quasi un quarto degli intervistati che li considera la preoccupazione maggiore per il prossimo anno, a testimonianza delle crescenti tensioni geopolitiche e la frammentazione a livello globale.

 Per il secondo anno consecutivo, la misinformazione e la disinformazione sono in testa ai rischi di breve periodo e possono alimentare l'instabilità e indebolire la fiducia nelle istituzioni, complicando l'urgente necessità di cooperazione per affrontare le crisi comuni.

I rischi ambientali dominano l'orizzonte di lungo periodo, con eventi meteorologici estremi, scomparsa della biodiversità e collasso degli ecosistemi, cambiamenti critici dei sistemi terrestri e scarsità di risorse naturali in cima alla classifica dei maggiori rischi per i prossimi dieci anni.

 Il quinto rischio ambientale per rilevanza è l'inquinamento, percepito come minaccia significativa anche nel breve termine. Il sesto posto nel ranking di breve periodo riflette la consapevolezza crescenti dei gravi impatti sulla salute e sull'ecosistema di un'ampia gamma di inquinanti nell'aria, nell'acqua e nel suolo.

Nel complesso, gli eventi meteorologici estremi sono stati identificati sia come rischi immediati, sia nel breve e nel lungo periodo.

“Le crescenti tensioni geopolitiche, l'erosione della fiducia globale e la crisi climatica stanno mettendo a dura prova il sistema globale come mai prima d'ora”, dichiara “Mirek Dušek”.

 “In un mondo segnato da divisioni sempre più profonde e rischi a cascata, i leader globali hanno una scelta promuovere la collaborazione e la resilienza o affrontare un'instabilità crescente.

La posta in gioco non è mai stata così alta”, conclude il “managing director del World Economic Forum.”

 

Il rapporto, che si basa sulle opinioni di oltre 900 esperti di rischi globali, responsabili politici e business leader intervistati a settembre e ottobre 2024, delinea un quadro piuttosto cupo per il decennio a venire.

 Gli intervistati sono molto meno ottimisti sulle prospettive globali di lungo periodo rispetto a quelle più immediate.

Quasi due terzi degli intervistati prevedono un panorama globale turbolento entro il 2035, in particolare a causa dell'intensificarsi delle sfide ambientali, tecnologiche e sociali.

Oltre la metà degli intervistati si aspetta una certa instabilità entro i prossimi due anni, a testimonianza della diffusa frattura della cooperazione internazionale.

 

Le proiezioni di lungo periodo segnalano sfide ancora più grandi, poiché si prevede che i meccanismi di collaborazione dovranno affrontare pressioni crescenti.

I rischi sociali, come la disuguaglianza e la polarizzazione all'interno delle società, occupano un posto di rilievo nella classifica dei rischi a breve e a lungo termine.

Le crescenti preoccupazioni per le attività economiche illecite, l'aumento del debito e la concentrazione di risorse strategiche evidenziano vulnerabilità che potrebbero destabilizzare l'economia globale nei prossimi anni.

Tutti questi problemi rischiano di esacerbare l'instabilità interna e di erodere la fiducia nei governi, complicando ulteriormente gli sforzi per affrontare le sfide globali.

 Tutti i 33 rischi identificati nel ranking aumentano di gravità nel lungo periodo, riflettendo le preoccupazioni degli intervistati circa l'aumento della frequenza o dell'intensità di questi rischi nel corso del prossimo decennio.

“Dai conflitti ai cambiamenti climatici, stiamo affrontando crisi interconnesse che richiedono un'azione coordinata e collettiva”, commenta “Mark Elsner”.

“È urgente un rinnovato impegno per ricostruire la fiducia e promuovere la cooperazione.

Le conseguenze dell'inazione potrebbero farsi sentire per le generazioni a venire”, sottolinea il responsabile della “Global Risks Iniziative del World Economic Forum”.

 

Mentre le divisioni si acuiscono e la frammentazione ridisegna gli scenari geopolitici ed economici, la necessità di una cooperazione globale efficace non è mai stata così urgente, evidenzia il “Report”.

Tuttavia, con il 64% degli esperti che prevede un ordine globale frammentato e caratterizzato dalla competizione tra medie e grandi potenze, il multilateralismo si trova ad affrontare tensioni notevoli.

 Tuttavia, ripiegarsi su sé stessi non è una soluzione praticabile.

 Il decennio che ci attende rappresenta un momento cruciale per i leader, che dovranno gestire rischi complessi e tra loro interconnessi, affrontando i limiti delle strutture di governance esistenti.

Per evitare una spirale di instabilità - e ricostruire invece la fiducia, migliorare la resilienza e garantire un futuro sostenibile e inclusivo per tutti - le nazioni dovrebbero dare priorità al dialogo, rafforzare i legami internazionali e favorire le condizioni per una rinnovata collaborazione.

 

 Un mondo che cambia: lo scenario

 internazionale al tempo della guerra.

  Nomisma.it – (12 Marzo 2024) – Fulvio Lorefice – FB & Associati - ci dice:

 

Market Intelligence.

Le analisi di scenario di Nomisma si arricchiscono con l’integrazione degli approfondimenti di “FB & Associati”, la prima società di consulenza specializzata in “public affairs”, “advocacy e lobbying” con la quale Nomisma ha attivato una “joint venture strategica” finalizzata allo sviluppo di nuove soluzioni integrate con la propria profonda conoscenza dei settori e delle dinamiche economico-politiche.

Con la guerra di aggressione russa all’Ucraina e poi la crisi in Medio-Oriente sono state inferte nuove e profonde ferite all’ordine internazionale liberale.

 Si è accentuata la tendenza verso un ordine multipolare più instabile, soggetto ad alleanze variabili e con più «guerre calde».

Nel processo di ridefinizione dei rapporti di forza globali, contrassegnato dal progressivo slittamento degli equilibri di potere da Occidente verso Oriente, viene a compiersi uno scarto importante:

si è infatti passati dalla guerra economica alla guerra guerreggiata.

 

Vengono quindi sfidate, ancora una volta, le gerarchie di potere sancite, le norme che ne regolano i meccanismi e i principi cui sono ispirate.

Questa transizione nelle relazioni internazionali, contraddittoria e intermittente, segnala i termini di un più ampio problema:

la contestazione dell’ordine incentrato sul ruolo egemonico degli Stati Uniti e sul predominio del dollaro, da parte di una maggioranza della popolazione mondiale.

Cauta e circospetta di fronte alla guerra in Ucraina risulta la posizione diplomatica non soltanto della Cina ma della stessa India e dei paesi dell’Africa.

In diverso ordine e grado questi ed altri paesi rappresentano la richiesta di apportare una profonda revisione alla struttura delle relazioni internazionali.

 

La militarizzazione delle relazioni internazionali.

Se nel 1970 l’Europa pesava il 40% del Pil mondiale, il Nord America il 36% e l’Asia il 15%, il quadro odierno vede invece il Nord America attestarsi al 29%, l’Europa al 25% e l’Asia al 40%.

 L’Occidente, in altre parole, costituisce sempre meno il perno del sistema internazionale.

 In conseguenza la governance globale, approntata alla fine della Seconda guerra mondiale, appare al meglio obsoleta, al peggio inadeguata.

 La crisi economica del 2008 e quella da Covid-19, in cui siamo ancora immersi, hanno accentuato le tendenze disgregatrici già in atto alimentando tensioni e dispute che rischiano di avere nella guerra in Ucraina e nella crisi in Medio-Oriente uno sbocco solamente momentaneo.

 In tale contesto prende il sopravvento il «dilemma della sicurezza»:

 l’escalation di minacce e avvertimenti reciproci, il continuato tentativo di suscitare movimenti d’opinione favorevoli alla guerra e, più di ogni altra cosa, la cosiddetta corsa al riarmo producono, in ultima istanza, la militarizzazione delle relazioni internazionali.

Questi dissennati automatismi e il pregresso indebolimento dei meccanismi formali con cui storicamente è stata istituzionalizzata la deterrenza nucleare schiudono pertanto spaventevoli scenari che si ritenevano invece relegati al secolo scorso.

La ritirata della globalizzazione.

A dispetto dei propositi multilaterali dell’amministrazione Biden la guerra commerciale degli Stati Uniti contro la Cina è ancora in corso.

 Al principio di queste tensioni si è parlato di decoupling.

Sembrava, infatti, venir meno quell’integrazione di beni, capitali e tecnologie, che aveva caratterizzato il rapporto tra le due potenze.

La crisi sanitaria, poi, aveva determinato una rivalutazione delle problematiche connesse alla dipendenza da beni prodotti all’estero.

 Nuovamente veniva posta così la necessità di allineare gli interessi economici a quelli di sicurezza.

Già prima della guerra in Ucraina, anche in ragione di un diffuso malcontento di ampi strati della popolazione mondiale, la globalizzazione appariva dunque in ritirata.

Alla tendenza in oggetto – di cui è difficile stabilire termini e dimensioni esatti, come di qualsivoglia fenomeno coevo – oggi come ieri si oppongono due limiti.

 Da una parte i costi: il reshoring (o friendshoring), il passaggio a nuovi fornitori, così come la ricostruzione di reti logistiche, almeno nel breve periodo, comportano un significativo aumento dei costi per le aziende;

dall’altra la competitività:

si rischia cioè di accentuare il ritardo, quantomeno in ambito tecnologico, dell’Occidente.

Questa refrattarietà della globalizzazione a conformarsi agli imperativi politici di fase sembra tuttavia svanire con la guerra in Ucraina.

 Forte è la spinta strategica all’autonomia e a subordinare, quindi, le ragioni dell’economia alla competizione politico-internazionale, come testimonia del resto il decoupling dell’Occidente con la Russia.

Il ritorno al just-in-case.

Nel rendere incerte le relazioni commerciali, queste tensioni geopolitiche frenano i processi di integrazione internazionale.

Viene rimodellato così quel fenomeno economico improntato ad una nuova visione del vantaggio competitivo – la globalizzazione, con cui nel tempo si erano stabilite catene di fornitura e creato valore.

La ricerca di sicurezza nelle filiere, a discapito della specializzazione produttiva e quindi dell’efficienza e di minori costi, determina infatti la loro contrazione.

La filiera just-in-time, basata sulla riduzione di costi, margini e tempi, potrebbe cedere il passo a quella just-in-case con cui, a costi e tempi superiori, si garantisce una produzione costante e regolare attraverso il deposito di uno stock in magazzino e una rete di distribuzione territorialmente più vicina.

 Per ridurre la dipendenza da fonti esterne e sottrarsi, il più possibile, a ricatti economici reciproci, le relazioni commerciali tendono quindi a riconfigurarsi su base geopolitica.

Si profila così una frammentazione finanziaria, di cui beneficeranno i Paesi del Golfo e l’India, e una parziale riorganizzazione del sistema globale per fazioni economico-politiche in concorrenza tra loro, in cui le relazioni interne si intensificano di più rispetto a quelle esterne.

 

Il modello “USMCA”.

Esemplificativa di questa nuova filosofia è lo USMCA:

l’accordo di libero scambio tra Canada, Messico e Stati Uniti, entrato in vigore il 1° luglio 2020 in sostituzione del “NAFTA”, con cui vengono fissati gli standard e le concessioni, con un grado di reciprocità che varia a seconda dei settori, per rafforzare l’integrazione economica e commerciale dell’area.

Se con il “NAFTA” era stato liberalizzato il commercio nelle automotive, agricoltura e tessile, eliminando contestualmente la prevalenza delle tariffe sui prodotti scambiati tra i Paesi firmatari, con lo “USMCA” si apportano alcune modifiche all’impianto preesistente, ampliando il raggio di applicazione al commercio digitale, al trattamento dei dati personali, alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e a quella ambientale, alla sostenibilità e al lattiero-caseario.

Cifra dell’accordo, ai fini delle questioni in oggetto, è la modifica della disciplina vigente in materia di produzione nazionale minima nell’industria automobilistica regionale.

 Per beneficiare dell’abbattimento delle tariffe nell’esportazione da un paese all’altro la percentuale delle componenti da produrre all’interno dell’area è passata dal 62,5% al 75%:

si riducono così le presenze e condizionalità cinesi nelle catene di approvvigionamento transnazionali in favore delle produzioni regionali.

 

Una ri-globalizzazione selettiva.

Energia, difesa, informatica, comunicazioni, sono alcuni dei settori strategici interessati già da una forma di ri-globalizzazione selettiva.

Il fenomeno, la cui estensione non è prevedibile, colpisce di riflesso anche gli apparati scientifici, finanziari e istituzionali, che sono parte di ogni ecosistema dell’innovazione.

In questo scenario instabile, dominato da Stati Uniti e Cina, intenti a scaricare il più possibile all’esterno i costi di questo aggiustamento, potrebbero delinearsi altre coalizioni integrate di paesi affini secondo paradigmi più sfaccettati dei consueti centro-periferia, dominanza-dipendenza.

In nome della sicurezza potranno introdursi inoltre nuove misure protezionistiche di restrizione agli scambi e all’accesso ai mercati, col conseguente effetto di ridimensionarne il grado di apertura e di ridurre il commercio globale.

Nel volgere di pochi mesi l’industria viene, quindi, investita dagli sconvolgimenti apportati dalla pandemia, prima, e dalla guerra, poi.

Alla modificazione dei comportamenti sociali degli individui (consumo, lavoro e mobilità) si accompagnano, infatti, le conseguenze sulle attività produttive dei rincari di energia, commodity, logistica e semilavorati.

 I benefici iniziali per farmaceutica, e-commerce e alimentare, non sono compensati dalle perdite in siderurgia, agroindustria e automotive.

(Fulvio Lorefice, Senior Analyst di FB & Associati).

 

 

 

 

 

Il quadro strategico del conflitto

  Affariinternazionali.it - Alessandro Marrone – (12 Febbraio 2024) – ci dice:

 

Dalla guerra russo-ucraina si possono trarre sei indicazioni a livello strategico.

In primo luogo, la leadership russa è così solida, propensa al rischio e ossessionata dall’Ucraina da continuare una guerra di attrito su larga scala e ad alta intensità per due anni, nonostante i suoi enormi costi in termini di vite umane e risorse, i limitati guadagni territoriali ottenuti finora e lo stallo militare.

Per il Cremlino e parte della società russa, la guerra assume una sorta di carattere esistenziale per ottenere il ripristino dello status di grande potenza della Russia, la fine dell’influenza occidentale nelle repubbliche ex sovietiche e, possibilmente, il disfacimento dell’unità europea e transatlantica.

Come si è arrivati allo stallo militare in Ucraina?

In secondo luogo, la Russia ha commesso una serie di errori di valutazione su diversi fattori chiave, tra cui la resilienza dell’Ucraina come Stato, le capacità delle proprie forze armate e il sostegno militare ed economico che Stati Uniti, Europa e Paesi alleati in tutto il mondo avrebbero fornito a Kyiv.

 Mosca ha anche commesso diversi errori in termini di pianificazione ed esecuzione della guerra, a livello sia strategico che tattico, che vanno dalla scarsa unità di comando – simboleggiata dalla vicenda della compagnia Wagner – a logistica, addestramento e dottrine rivelatesi carenti.

Tuttavia, la Russia si è adattata ai fallimenti iniziali e ha compensato i propri sbagli con la mobilitazione e il sacrificio delle sue risorse umane e materiali ad un livello ben oltre l’invasione dell’Afghanistan durante la Guerra Fredda, contribuendo così allo stallo militare in corso dal 2023.

In terzo luogo, la potenza militare russa, impiegata in una guerra preparata a lungo e condotta senza rispettare principi dello ius in bello, non è riuscita ad occupare un Paese più piccolo e teoricamente più debole.

 La geografia, lo spirito, la leadership e l’organizzazione delle istituzioni ucraine, e nello specifico la formazione e i sistemi di comando, controllo e comunicazione delle forze armate, hanno compensato lo squilibrio di mezzi a favore della Russia – soprattutto durante i primi mesi dell’invasione, fermata con ben pochi aiuti occidentali.

Anche questi elementi strutturali hanno fortemente contribuito allo stallo militare sul terreno.

Inoltre, l’ampia integrazione di una grande quantità di droni abbastanza sacrificabili, prima nelle operazioni ucraine e poi in quelle russe, ha reso il campo di battaglia molto più “trasparente”, riducendo l’effetto sorpresa e potenziando ulteriormente le rispettive linee difensive.

 

Gli aiuti militari internazionali.

Un quarto punto riguarda il livello internazionale.

L’Ucraina ha resistito all’invasione russa nella prima metà del 2022 senza un significativo sostegno militare dall’estero.

 In seguito, ha gradualmente ricevuto una grande quantità e varietà di equipaggiamenti, compresi artiglieria, veicoli corazzati, difese aeree, carri armati e sistemi missilistici, elicotteri e aerei da combattimento di epoca sovietica, nonché relative munizioni, pezzi di ricambio, supporto logistico e formazione – oltre a massicce e crescenti comunicazioni satellitari e capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione.

 Quantità e tempismo delle forniture sono stati discutibili e molto inferiori alle richieste di Kyiv, mentre l’eterogeneità dei mezzi provenienti dagli arsenali alleati è elevata e problematica.

Tuttavia, nel complesso si tratta di uno sforzo a sostegno della difesa dell’Ucraina senza precedenti, del valore di oltre 90 miliardi di euro provenienti da 31 paesi donatori – oltre a 5,6 miliardi di euro stanziati dalle istituzioni dell’Ue – in meno di due anni.

 Senza un tale supporto militare ed economico, l’Ucraina non avrebbe potuto salvare oltre l’80% del suo territorio dall’invasione russa.

Di conseguenza, sebbene non siano belligeranti, i Paesi donatori – in primis gli Stati Uniti, ma non solo – svolgono un ruolo importante nella definizione delle opzioni militari di Kyiv.

Ad esempio, Washington ha di fatto posto il veto a significative operazioni ucraine nel territorio russo che impieghino mezzi occidentali, e limitato o evitato alcune forniture di sistemi d’arma, proprio per evitare un’escalation tra Mosca e la Nato.

 

In quinto luogo, le forniture militari all’Ucraina hanno drasticamente prosciugato gli arsenali nordamericani ed europei, non adatti ad una guerra di logoramento prolungata e su larga scala.

 Due anni dopo l’inizio dell’invasione, Europa e Stati Uniti si trovano privati di gran parte delle loro scorte pre-2022 di determinati equipaggiamenti terrestri, non riescono a rimpiazzarle e allo stesso tempo aumentare il ritmo o il volume delle consegne all’Ucraina.

In altre parole, una difesa da tempo di pace ed il relativo complesso industriale non si sono ancora adattati alla guerra in corso.

Tale adattamento sarà lungo, costoso e difficile.

 

Ultimo, ma non per importanza, quello in Ucraina è un conflitto convenzionale tra due Paesi di cui uno è una potenza nucleare.

 Finora la Russia ha utilizzato la sua retorica nucleare principalmente contro gli alleati dell’Ucraina al fine di dissuaderli o quantomeno limitare il loro sostegno militare a Kyiv, con risultati in chiaroscuro.

Sebbene il rischio remoto di un’escalation nucleare rimanga sul tavolo, la deterrenza degli Stati Uniti e della Nato ha efficacemente funzionato per limitare le opzioni di Mosca al solo ambito convenzionale e prevedibilmente continuerà a farlo.

Ciò, a sua volta, ha permesso all’Ucraina di difendersi contro una forza militare russa più grande ma comunque comparabile.

 

 

 

 

 

Il report.

Economia a mano armata.

Collettiva.it - Simona Ciaramitaro – (29 giugno 2024) – ci dice:

 

L’impennata delle spese per le armi, anche nucleari, foraggia un’industria che provoca nuove guerre e sottrae risorse ai cittadini.

Da dieci anni a questa parte, prima ancora dello scoppio della guerra in Ucraina, le nostre economie in Europa hanno preso una preoccupante strada di aumento della spesa militare, della militarizzazione dell'economia, dell'industria e della ricerca.

Per tutti i paesi dell'Unione europea che fanno parte della Nato la spesa militare negli ultimi 10 anni è aumentata del 50% in termini reali, con un incremento molto più rapido di quello che è stato registrato per la spesa pubblica complessiva.

 

A questo si aggiungono le spese per le armi nucleari con i dati resi noti dalla Rete italiana pace e disarmo: la spesa globale cresce ancora e nel 2023 ha raggiunto 91,4 miliardi di dollari, 10,7 miliardi in più rispetto all’anno precedente secondo il Rapporto della campagna internazionale ICAN "Surge: 2023 Global nuclear weapons spending".

Nel 2023 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 2.898 dollari al secondo. Dati che fanno temere per la sicurezza globale in quanto rappresentano una vera e propria minaccia.

Lo studio.

Mario Pianta, professore di Politica economica alla Scuola Normale superiore a Firenze, è coautore dell’e-book “Economia a mano armata 2024”.

 Spesa militare e industria delle armi in Europa e in Italia” realizzato da Sbilanciamoci! e Greenpeace, ci spiega che “in particolare, l'aumento della spesa militare è stato interamente dedicato all’incremento dell'acquisto di armamenti, perché gli eserciti stanno diventando sempre più tecnologici, sempre più attrezzati per colpire avversari a distanza in modo sofisticato e ovviamente buona parte di questi armamenti acquistati dalle forze armate europee viene importato dagli Stati Uniti”.

 

“In un Paese come l'Italia – prosegue – abbiamo quindi avuto una dinamica dell'economia segnato da stagnazione e mancanza di spesa pubblica in campo ambientale e sociosanitario e allo stesso tempo invece una forte dinamica di aumento della spesa militare.

Colpisce quindi il fatto che, mentre gli investimenti pubblici restavano fermi, gli investimenti privati, gli investimenti in campo militare, anche in un Paese come l'Italia, sono aumentati molto rapidamente, 5 o 6 volte più rapidamente che per il resto delle attività economiche”.

Il volume del quale” Pianta” è coautore racchiude uno studio molto dettagliato dell’aumento della spesa militare e dei suoi effetti economici e prova che “spendere per il settore militare, anziché estendere la spesa per l’istruzione e la sanità, è un cattivo affare.

 L'effetto moltiplicativo di questa spesa pubblica è più basso nel settore delle armi proprio perché c'è una forte concentrazione in poche grandi imprese e una forte dipendenza dagli Stati Uniti rispetto all'effetto espansivo che può avere un aumento della spesa pubblica in campi civili, in particolare in campo sociale e ambientale”.

Vengono inoltre ricostruiti i cambiamenti nel settore dell'industria militare che “stanno prendendo forme particolarmente preoccupanti in Italia, con Leonardo che concentra buona parte delle produzioni militari, ma si comporta come una grande società multinazionale con attività su scala internazionale, forti legami con gli Stati Uniti e anche con un forte orientamento finanziario.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina le quotazioni di Borsa di tutte le imprese militari sono schizzate più in alto che non quelle della media delle imprese quotate in Borsa in diversi Paesi”.

Quali politiche.

“Pianta” porta poi un esempio di esperienza di riconversione come quella della “Valle Sella Meccano tecnica”, la produttrice di mine di Brescia che, “dopo il Trattato internazionale che metteva al bando le mine antiuomo, ha dovuto per fortuna riorganizzarsi su produzioni civili.

Non mancano le documentazioni delle lotte in Sardegna contro l'espansione della “Rwm”, la multinazionale tedesca che produce bombe che alimentano oggi le guerre in corso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente”.

Importante è la documentazione delle esportazioni di armi, un approfondimento di “uno degli aspetti più preoccupanti della militarizzazione che riguarda le tecnologie digitali, con una scivolata delle piattaforme digitali a cominciare da Amazon, Google e Microsoft che hanno sempre più contratti con il ministero della Difesa degli Stati Uniti”.

“Le nuove tecnologie si stanno spostando verso applicazioni militari che ovviamente trasformano la natura della guerra e rendono ancora più pericoloso e problematico il quadro internazionale – afferma l’economista -.

C’è un nesso tra tutto quanto emerge dal nostro lavoro e l'avanzata delle destre. Siamo in un contesto in cui la politica è arretrata, mentre c'è la possibilità di pensare che le iniziative degli Stati si possano muovere sul terreno della cooperazione internazionale per la soluzione delle controversie, ricercando mediazioni che diano delle risposte alle esigenze legittime sia dei cittadini che dei singoli popoli”.

 

Il punto è che “si è passati da un riconoscimento del predominio della politica nell'affrontare questi nodi al tentativo di risolvere le cose con strumenti sempre più aggressivi, con azioni unilaterali che trascurano e calpestano i principi del diritto internazionale.

 Questo è avvenuto con la guerra in Ucraina, con l'invasione di Israele a Gaza, ma vale anche per altre situazioni.

Soprattutto le potenze militari maggiori rifiutano accordi per limitare la corsa al riarmo e allo spazio”.

 

A preoccupare è quindi il ritorno dell'idea che ci sia una soluzione militare ai problemi politici, mentre la storia è colma di esempi che ci dicono il contrario. “L'idea che le armi possano portare non tanto alla pace, quanto a un ordine ben definito è una pura illusione – prosegue Pianta-.

Le armi portano soltanto morti, distruzioni e instabilità creando le condizioni per conflitto ulteriori.

La prospettiva dovrebbe invece essere quella di ricostruire un ordine che non sia fondato sulla legge del più forte”.

Inesorabilità delle guerre?

Ci sono teorie secondo le quali le guerre sono da sempre “un’arma di risoluzione” delle crisi economico-finanziarie, ma il docente della Normale di Firenze fa notare che “è chiaro che nel breve periodo per le potenze economiche occidentali la guerra, come il colonialismo, rappresentava una possibilità di espansione di nuovi settori di aumento della spesa e di accelerazione di questo percorso di sviluppo industriale, ma oggi non è più così abbiamo un quadro internazionale completamente diverso, benché una somiglianza ci sia”.

 

Oggi viene sempre meno l'ordine internazionale del dopo guerra fredda che vede gli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale:

“Ovviamente c'è l'emergere della potenza economica della Cina che per fortuna non ha ancora preso la strada di un esplicito confronto in campo militare con gli Stati Uniti e bisogna sperare che non si apre una fase di guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, però in questo contesto di indebolimento degli i Usa e di prolungate crisi economiche e finanziarie è chiaro che l'instabilità aumenta e si aprono spazi in cui altri paesi come Israele, Russia e altri Paesi possono pensare di raggiungere degli obiettivi militari particolari”.

 

Ordini internazionali fragili e incapaci di mantenere la stabilità, un'economia traballante e che non assicura la crescita danno come risultato sulle persone “un aumento di insicurezza, paura e preoccupazione sulle prospettive future anche di miglioramento delle condizioni economiche sociali – conclude Pianta –. Il bisogno di sicurezza, i nazionalismi e le corse al riarmo vanno quindi nella direzione di dare risposte illusorie e di costruzione del consenso nella politica nazionale e internazionale”.

 

Il pianeta rischia grosso. Da Davos

 e dall'Onu le fotografie di

un mondo cupo e pericoloso.

 Huffington.it - Giulia Belardelli – (15 Gennaio 2025) – ci dice:

 

Il pianeta rischia grosso. Da Davos e dall'Onu le fotografie di un mondo cupo e pericoloso,

Guterres: "l'umanità ha scatenato i mali del vaso di Pandora".

 Il World Economic Forum fa l'elenco dei rischi globali: da qui al 2035, uno scenario sempre più turbolento.

Se soffrite d’ansia, non leggete questo pezzo. Perché è difficile – se non impossibile – non essere colti dall’ansia mettendo insieme le parole pronunciate oggi dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e l’elenco dei rischi globali contenuto nel rapporto annuale del World Economic Forum.

In un discorso all’Assemblea generale sulle sue priorità per il 2025, Guterres ha dichiarato che “le nostre azioni, o inazioni, hanno scatenato i mali di un moderno vaso di Pandora.

Quattro di questi mali si distinguono perché rappresentano, nella migliore delle ipotesi, minacce che potrebbero sconvolgere ogni aspetto della nostra politica o della nostra stessa esistenza”.

Si tratta di "conflitti galoppanti, disuguaglianze endemiche, crisi climatica dilagante, tecnologie fuori controllo".

 

Il segretario generale Onu ha riconosciuto che “sì, c'è progresso nel nostro mondo in subbuglio”, citando in particolare il cessate il fuoco in Libano (nella spasmodica attesa di un accordo su Gaza) e lo sviluppo senza precedenti delle energie rinnovabili.

 "Ma non illudiamoci”, ha aggiunto: “questo è davvero un mondo in subbuglio e con grande incertezza".

A rincarare la dose ci ha pensato il “Global Risks Report,” il rapporto annuale sui rischi globali appena diffuso dal “World Economic Forum” in vista del meeting che si terrà a Davos-Klosters dal 20 al 24 gennaio.

Quello che emerge è un quadro decisamente cupo, non soltanto per l’anno appena iniziato, ma anche per il decennio a venire.

La ventesima edizione del rapporto – che si basa sulle opinioni di oltre 900 esperti di rischi globali, responsabili politici e business leader intervistati a settembre e ottobre 2024 – rivela un panorama globale sempre più frammentato, in cui le crescenti sfide geopolitiche, ambientali, sociali e tecnologiche minacciano la stabilità e il progresso.

I conflitti armati tra Stati sono considerati il rischio globale immediato più urgente per il 2025, con quasi un quarto degli intervistati che li considera la preoccupazione maggiore per il prossimo anno.

Per il secondo anno consecutivo, misinformazione e disinformazione restano i principali rischi di breve periodo, percepiti come una minaccia persistente alla coesione sociale e ai sistemi di governance, in grado di erodere la fiducia ed esacerbare le divisioni all'interno e tra le nazioni.

 Altri rischi rilevanti di breve periodo sono gli eventi meteorologici estremi, la polarizzazione sociale, lo spionaggio informatico e i conflitti armati.

 

Quasi due terzi degli intervistati prevedono un panorama globale turbolento da qui al 2035, in particolare a causa dell'intensificarsi delle sfide ambientali, tecnologiche e sociali. Oltre la metà degli intervistati si aspetta una certa instabilità entro i prossimi due anni, a testimonianza della diffusa frattura della cooperazione internazionale.

I rischi sociali, come la disuguaglianza e la polarizzazione all’interno delle società, occupano un posto di rilievo nella classifica dei rischi a breve e a lungo termine.

 Le crescenti preoccupazioni per le attività economiche illecite, l'aumento del debito e la concentrazione di risorse strategiche evidenziano vulnerabilità che potrebbero destabilizzare l'economia globale nei prossimi anni.

Tutti questi problemi rischiano di esacerbare l'instabilità interna e di erodere la fiducia nei governi, complicando ulteriormente gli sforzi per affrontare le sfide globali.

Il panorama di lungo periodo è inoltre offuscato dai rischi tecnologici legati alla misinformazione, alla disinformazione e ai possibili impatti negativi delle soluzioni di intelligenza artificiale.

Il capitolo ambientale non aiuta a risollevare il morale.

 I rischi legati all’ambiente dominano l’orizzonte di lungo periodo, con “eventi meteorologici estremi, scomparsa della biodiversità e collasso degli ecosistemi, cambiamenti critici dei sistemi terrestri e scarsità di risorse naturali in cima alla classifica dei maggiori rischi per i prossimi dieci anni”.

Il quinto rischio ambientale per rilevanza è l'inquinamento, percepito come minaccia significativa anche nel breve termine.

Il sesto posto nel ranking di breve periodo riflette la consapevolezza crescente dei gravi impatti sulla salute e sull'ecosistema di un'ampia gamma di inquinanti nell'aria, nell'acqua e nel suolo.

Ciò che colpisce è il sentimento di pessimismo verso il futuro.

Gli intervistati sono molto meno ottimisti sulle prospettive globali di lungo periodo rispetto a quelle più immediate.

Tutti i 33 rischi identificati nel ranking aumentano di gravità nel lungo periodo, riflettendo le preoccupazioni circa l'aumento della frequenza o dell'intensità di tali fenomeni nel corso del prossimo decennio.

 

“Le crescenti tensioni geopolitiche, l’erosione della fiducia globale e la crisi climatica stanno mettendo a dura prova il sistema globale come mai prima d'ora”, ha dichiarato “Mirek Dušek”, “managing director del World Economic Forum”.

“In un mondo segnato da divisioni sempre più profonde e rischi a cascata, i leader globali hanno una scelta:

 promuovere la collaborazione e la resilienza o affrontare un'instabilità crescente. La posta in gioco non è mai stata così alta”.

 

Gli esperti di Davos ci provano a introdurre una nota di speranza, sottolineando che “ripiegarsi su sé stessi non è una soluzione praticabile”.

“Il decennio che ci attende rappresenta un momento cruciale per i leader, che dovranno gestire rischi complessi e tra loro interconnessi, affrontando i limiti delle strutture di governance esistenti”, si legge nel report.

“Per evitare una spirale di instabilità - e ricostruire invece la fiducia, migliorare la resilienza e garantire un futuro sostenibile e inclusivo per tutti - le nazioni dovrebbero dare priorità al dialogo, rafforzare i legami internazionali e favorire le condizioni per una rinnovata collaborazione”.

 Con il 64% degli esperti che prevede un ordine globale frammentato e caratterizzato dalla competizione tra medie e grandi potenze, la necessità di una cooperazione globale efficace non è mai stata così urgente.

“Dai conflitti ai cambiamenti climatici, stiamo affrontando crisi interconnesse che richiedono un'azione coordinata e collettiva”, afferma “Mark Elsner”, responsabile della “Global Risks Initiative”.

“È urgente un rinnovato impegno per ricostruire la fiducia e promuovere la cooperazione. Le conseguenze dell'inazione potrebbero farsi sentire per le generazioni a venire”.

Anche Guterres, nel suo discorso all’Onu, ha provato chiudere con un barlume di speranza.

"La buona notizia – ha detto – è che abbiamo dei piani per affrontare queste sfide. Non abbiamo bisogno di reinventare la ruota, basta farla girare".

Il guaio – come scritto più volte – è che le Nazioni Unite sono proprio la fotografia di un mondo che non sa più parlarsi.

 

 

 

 

Il mistero di Brigitte Macron:

un transessuale all’Eliseo?

Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (05/03/2025) – ci dice:

 

Tutti la conoscono come la premiere dame, anche se le ironie, comprensibili, tendono più a definirla come la prima nonna che come la prima donna di Francia.

E’ Brigitte Macron, cognome da nubile Trogneux, la donna dietro la fortuna politica di suo marito, Emmanuel, di 25 anni più giovane di lei, e la cui relazione in circostanze normali avrebbe destato non poco scandalo.

Secondo la biografia ufficiale, Brigitte avrebbe conosciuto il suo futuro marito, Emmanuel, quando questi era soltanto un 15enne studente al liceo de La Providence di Amiens, nel quale la sua futura consorte era una 40enne insegnante di lettere.

Brigitte seduce il giovanissimo Emmanuel e da allora inizia una relazione che in qualsiasi altra circostanza sarebbe stata definita senza troppi di giri di parole come pedofila e che sarebbe probabilmente costata la prigione alla donna.

Nulla di questo accadde, come noto, perché la donna non solo non venne messa sotto inchiesta dalle autorità per abuso di minore, ma continuò la relazione con Macron anche negli anni a venire fino a divenire in qualche modo il suo consigliere nell’ombra, colei che aprì le porte della banca d’affari dei Rothschild di Parigi al giovane finanziere francese.

 

Sin qui, la storia è abbastanza nota, ma i media italiani non hanno mai dato uno sguardo alla dettagliatissima inchiesta condotta dai giornalisti francesi “Xavier Poussard” e “Natacha Rey”, i quali hanno pubblicato i risultati del loro lavoro durato ben 3 anni sulla rivista di Poussard, “Faits et Documents”, ovvero fatti e documenti.

Wikipedia, “enciclopedia” gestita da certi ambienti dell’intelligence angloamericana, come suo solito ha provato a liquidare questa rivista come una raccolta di “complotti antisemiti” o “antimassonici”, come se essere contro la massoneria e il sionismo fosse un “peccato mortale” agli occhi dell’enciclopedia liberale, ma questa rivista invece vanta una solida reputazione perché non ha mai perso un caso.

Presenta i fatti e i documenti appunto, e se qualcuno è in grado di contestarli si faccia pure avanti.

Lo stesso è stato fatto in questo caso per “Brigitte Trogneux” e quello che è emerso nel corso della loro inchiesta è che si sono moltissimi buchi neri nella vita della premiere dame.

Molte cose non tornano, ma occorre iniziare prima di tutto dal principio di questa storia, ovvero dalla famiglia Trogneux, dei noti cioccolatieri di Amiens che vantano una tradizione in questa arte che risale almeno alla metà dell’1800.

La dinastia di cioccolatieri dei Trogneux.

 

La biografia ufficiale di Brigitte Trogneux afferma che la donna sarebbe nata il 13 aprile del 1953, ultima dei sei figli di Jean Trogneux e Simone Pujol.

Qualche tempo addietro in Francia venne trasmesso un documentario sulla vita della premiere dame e venne pubblicata praticamente l’unica foto della sua infanzia assieme agli altri fratelli.

La famiglia Trogneux.

 

Nella cornice famigliare, in una foto da sinistra verso destra, si possono vedere il padre Jean e sua moglie Simone seduti con alle loro spalle, sempre da sinistra verso destra,  Jean – Michel Trogneux, Maryvonne, Jean – Claude, Annie , Monique e la piccola Brigitte di un anno e mezzo in grembo alla madre.

Il primo mistero inizia proprio qui.

Wikipedia inizialmente aveva messo tra i sei figli della coppia anche Jean – Michel che all’epoca avrebbe dovuto avere circa 10 anni, quindi la scena di famiglia si collocherebbe intorno al 1955.

Successivamente però Jean – Michel viene cancellato dall’enciclopedia libera. Viene fatto sparire con un tratto di penna digitale e soltanto la versione archiviata della pagina fornisce ancora prova che inizialmente era stato messo nella famiglia anche questo bambino.

Non ci sono altre foto di Brigitte Trogneux della sua infanzia e per vedere di nuovo la figlia di Jean occorrerà attendere almeno altri 28 lunghi anni.

Non c’è nulla della sua infanzia negli anni successivi o di sue immagini al liceo o di giovane donna che inizia gli studi universitari.

L’aura di mistero attorno a Brigitte è fitta così come non si capisce bene perché mai non ci sia traccia di “Jean – Michel”, il bambino che si vede in quella foto e che poi siti come Wikipedia hanno cancellato senza dare alcuna spiegazione.

 

André – Louis Auzière: il marito fantasma di Brigitte.

Se si continuano a seguire le linee della narrazione ufficiale, si apprende che Brigitte una volta divenuta donna, all’età di 21 anni, nel 1974, si sarebbe sposata con André – Louis Auzière, un giovane banchiere che sarebbe stato il suo primo marito prima della relazione extraconiugale con Macron nei primi anni’90 e che, secondo quanto riportato dai media, sarebbe deceduto nel 2019.

Andrè – Louis è un altro uomo del mistero. Non ci sono sue immagini, se non l’unica del 1974 del suo matrimonio che, ad un’attenta analisi dei due giornalisti francesi, presenta non poche incongruenze.

In una foto, il primo presunto matrimonio di Brigitte. In una seconda foto la sposa risulta essere Susan Spray e non Brigitte Trogneux.

 

Nella foto la sposa non risulta essere in realtà Brigitte Macron, ma Susan Spray, e suo marito, alla sua destra, invece sarebbe tale Jean – Louis Auziere, non imparentato con il presunto André – Louis, e che persino quotidiani francesi come Le Figaro hanno considerato per errore come marito della futura moglie di Macron.

Dov’è stato allora André – Louis dal 1974 al 2019, anno della sua presunta morte?

Nel 1992, anno nel quale Brigitte inizia la sua relazione pedofila con Emmanuel Macron, André – Louis non si separa o divorzia da sua moglie.

L’adolescente Macron continua la sua liaison clandestina con la moglie del banchiere, ma il divorzio avviene soltanto 14 anni dopo, nel 2006.

Davvero strano che un uomo con un profilo così alto abbia accettato in silenzio tale scandalo senza dire o fare nulla.

Non è dato sapere cosa abbia fatto nemmeno in quegli anni perché non ci sono, ancora una volta, semplicemente tracce di questo individuo.

Ai tempi della prima candidatura di Macron nel 2017, vari giornali internazionali si diedero da fare per reperirlo ma il banchiere era introvabile.

Alcuni cronisti inglesi esasperati all’epoca dissero chiaramente che non era possibile trovare nemmeno una presenza o una scia del primo marito di Brigitte, e dissero apertamente che avevano l’impressione di cercare qualcuno che in realtà non “era mai esistito”.

Andrè – Louis aveva un incarico di alto profilo e veniva presentato come un banchiere della “Credit du Nord”, nella quale sarebbe stato vice-direttore della “Banque Française du Commerce Extérieur “presso la filiale di Strasburgo, e quindi non avrebbe dovuto essere difficile trovarlo o incontrare suoi colleghi di lavoro, eppure non c’è traccia di questo suo incarico.

Il suo certificato di nascita e il suo certificato di morte piuttosto che dissipare le nebbie del mistero, lo infittiscono.

Il certificato di nascita e di morte di Andrè – Louis Auziere esiste.

Ufficialmente il presunto banchiere sarebbe nato a Eseka, in Camerun, nel 1951, ma all’epoca tale villaggio non era nemmeno un comune del Paese, e Poussard e Rey si chiedono legittimamente cosa mai ci facessero i suoi genitori in un posto così remoto.

Ci sono cose che non tornano nemmeno con il suo certificato di morte.

Auziere sarebbe morto il 24 dicembre del 2019, e cremato il 28 dicembre, 4 giorni dopo, nonostante sua figlia Tiphaine abbia ufficialmente annunciato che aveva sepolto suo padre il 24, giorno stesso della sua presunta morte, circostanza impossibile, e che smentisce la presunta cremazione del 28 dicembre.

Il matrimonio fittizio di Brigitte Trogneux e Andrè -Louis

Secondo le biografie di Andrè – Louis e Brigitte dalla loro unione sarebbero nati tre figli, Sébastien Auzière, nel 1975, Laurence Auzière, nel 1977 e infine la più piccola, la citata Tiphaine, nel 1984.

I registri civili dovrebbero aiutare a risolvere tutti questi enigmi, e invece, se possibile, non solo ne sollevano di nuovi, ma portano le prove che Brigitte Trogneux, futura sposa di Macron, non poteva essere la moglie dell’evanescente Andrè per il semplice fatto che la firma sugli atti del matrimonio non era la sua.

Sopra, si può vedere la firma della presunta Brigitte Trogneux nel 1974 e sotto invece quella di Brigitte Macron nel 2017.

I due giornalisti francesi hanno messo a confronto le calligrafie delle due donne, e il risultato è abbastanza inequivocabile.

Non sono le stesse.

Si tratta di due scritture di due persone diverse, e allora ci si chiede a questo punto chi sia la donna che nel 1974 ha firmato quegli atti, dal momento che l’esame calligrafico suggerisce chiaramente che non poteva essere Brigitte.

La stessa calligrafia della donna che firma i registri del 1974 appare poi 6 anni dopo nel matrimonio di Jean – Michel, il piccolo di 10 anni della foto di famiglia, che nel 1980 aveva compiuto 35 anni e si sposava con Veronique Dreux.

Brigitte Auziere firma i registri del matrimonio perché testimone dell’evento e la sua calligrafia è identica a quella del matrimonio nel 1974.

Non c’è nessuna prova quindi che Brigitte Trogneux Macron si sia sposata con Andrè – Louis Auziere nel 1974 e l’inchiesta dei giornalisti francesi a questo punto si addentra nella zona proibita, quella che ha suscitato le ire di Emmanuel Macron e di sua moglie.

La Rey e Poussard passano in rassegna le foto del piccolo Jean – Michel e le mettono a confronto con quelle di Brigitte e notano una incredibile somiglianza.

Il confronto tra la foto di Jean Michel Trogneux e quelle di Brigitte, secondo diversi software, mostrano una notevole probabilità che siano la stessa persona

Il verdetto dei programmi di grafica utilizzati dai due sembra abbastanza inequivocabile.

Brigitte Trogneux non sarebbe altri che Jean – Michel, il quale avrebbe assunto l’identità della sorellina morta nel 1961 e tenuta nascosta da tutta la famiglia.

Jean – Michel Trogneux sarebbe pertanto il padre biologico, e non la madre, dei suoi tre figli prima di aver iniziato una procedura sul finire degli anni’70 per cambiare, per così dire, sesso.

Ad aiutarlo in questa “transizione” sarebbe stato un personaggio molto attivo nella comunità transgender francese di quegli anni, ovvero il pastore protestante scomunicato “Joseph Doucé”, trovato morto il 24 ottobre del 1990 nella foresta di Rambouillet.

Secondo l’autopsia, Doucé sarebbe stato strangolato e le circostanze della sua morte non sono mai state chiarite.

Il pastore protestante è stato eliminato perché forse custode di segreti inconfessabili?

 

I risultati di questa inchiesta giornalistica sulla vera identità di Brigitte possono forse sembrare troppo sensazionali, eppure vengono fornite altre prove in tal senso.

Nel 1977 infatti fa la sua comparsa sugli schermi delle TV francesi un transessuale di nome “Vèronique “che inizia a raccontare la sua storia e le sue difficoltà nella vita quotidiana per le discriminazioni subite a causa della sua “condizione”.

Il confronto audio tra la voce del trans Vèronique e quella di Brigitte dà un riscontro positivo.

La voce di Vèronique è stata messa a confronto con quella di Brigitte Macron nel 2017 e il responso sembra essere univoco.

Si tratterebbe della stessa persona.

L’inchiesta sembra andare non solo nella direzione giusta per via di tutti gli indizi e di tutte le prove raccolte, ma anche per il fatto che dopo che “Natacha Rey” aveva fatto notare come il viso di “Jean – Michel Trogneux” fosse identico a quello di Brigitte Macron, si è trovata alla porta di casa gli uomini della gendarmerie che l’hanno trascinata in una stazione di polizia, sottoponendola ad un interrogatorio di 5 ore , sommergendola di pesanti minacce e rilasciandola non prima di averle sequestrato il telefono cellulare, per capire chi altri fosse in possesso di queste informazioni e quali erano i contatti della Rey.

Sono anche partite le denunce di Brigitte Macron che nel 2022 ha presentato una querela per violazione della privacy e dei diritti d’immagine, lamentele certamente singolari visto il caso, ma il tribunale di Parigi ha annullato la sua denuncia per fare presente che la “moglie” del presidente avrebbe invece dovuto presentare una causa per diffamazione, considerato quanto detto dalla Rey e da un’altra donna che aveva fatto un video assieme a lei documentando tutta la storia.

Appare certamente “singolare” la circostanza che la premiere dame e i suoi avvocati abbiano commesso un simile “errore”, adducendo nella prima causa una violazione della sfera privata della persona, una motivazione che non contesta la veridicità o meno delle informazioni presentante dalla Rey, quanto quella di averle rivelate al pubblico francese.

Inizia comunque un nuovo processo per diffamazione a giugno del 2024, e a settembre arriva la condanna lampo.

La giornalista francese è condannata a pagare 8mila euro per aver “diffamato” la moglie del presidente, nonostante però il verdetto non risulti aver portato nessun elemento per smontare le prove invece portate dalla Rey.

La cronista si trova adesso vittima di una pesante persecuzione giudiziaria da parte della giustizia francese che ovviamente vuole farla tacere definitivamente, ed è questo che ha spinto la donna a chiedere asilo politico alla Russia.

I punti oscuri della vita di Brigitte e di Macron non sono stati però, come si diceva, affatto chiariti dalle autorità giudiziarie francesi.

Emmanuel Macron: è il protetto della famiglia Rothschild.

Non è dato sapere, ad esempio, come abbia fatto Brigitte ad insegnare in un liceo come La Providence senza avere apparentemente le credenziali necessarie, e come poi abbia continuato a vedere Macron intanto trasferito al liceo Franklyn di Parigi.

Il Franklyn è un posto interessante. E’ la fucina dell’alta società francese, ed è da lì che escono fuori i rampolli della classe dirigente del Paese.

Il liceo parigino viene considerato una delle roccaforti della famiglia Rothschild in Francia, e uno dei luoghi dai quali i banchieri ebrei originari di Francoforte iniziano a selezionare gli uomini che un domani saranno al loro servizio.

È probabilmente il liceo Franklyn che può spiegare la rapida carriera di Macron nel mondo della finanza francese e il suo incarico proprio presso la banca d’affari della citata famiglia di banchieri.

Macron viene quasi allevato in vitro. Gli si aprono tutte le porte che generalmente restano sbarrate agli altri, e già alla fine degli anni’2000 era diventato il delfino di Jacques Attali, l’eminenza grigia della politica francese.

Si può dire che se in Francia i presidenti passano, invece Attali resta lì al suo posto.

Esiste la foto di Attali e dei vari presidenti francesi dal 1980 in poi.

Il filosofo di origini ebraiche è stato il consigliere di ogni singolo presidente francese dal 1980 in poi.

Lo si vede a fianco di Mitterand, di Chirac, di Hollande e dello stesso Macron.

Quando Macron diventa ministro ai tempi della presidenza Hollande, Attali lo porta con sé alle riunioni dei gruppi del mondialismo che contano.

Macron arriva al Bilderberg nel 2014 e già all’epoca era chiaramente in corso un processo di selezione del suo profilo come futuro leader della Francia.

La massoneria e la finanza ebraica preparano infatti con molta cura i loro rappresentanti.

Si assicurano di studiare bene i profili dei candidati, e gli uomini più spregiudicati e più ambiziosi sono i loro preferiti, poiché disposti a tutto pur di arrivare ad avere il potere, e poco importa che l’uso di questo faccia la fortuna di un’oligarchia e mandi in rovina un Paese.

Conta solo avere quelle posizioni e apparire come presidenti anche se poi in realtà si è soltanto lo strumento del vero potere, quello che sta dietro le quinte, quello delle logge e dell’alta finanza.

Macron è stato coltivato con molta cura, e se la biografia di Brigitte è ancora oggi piena di zone d’ombra la sua non sembra essere da meno.

Emmanuel Macron non ha praticamente contatti con la sua famiglia di origine.

Non vede mai i suoi fratelli, Laurent ed Estelle, e a malapena sente telefonicamente suo padre, Jean – Michel Macron, che sembra dolersi di questo fatto.

Anche l’infanzia di Emmanuel è un mistero.

 Le immagini, come per Brigitte, sono molto poche e le informazioni sulla sua vita privata sembrano far pensare che Macron sia sempre stato un omosessuale non dichiarato.

Tra i vari a rivelare l’omosessualità del presidente francese, è stato “Alexis du Réau de la Gaignonnière”, un attore pornografico che ha rivelato che egli stesso avrebbe sodomizzato Macron in uno di quei “festini” molto simili a quelli che Kubrick ha mostrato nel film “Eyes Wide Shut”.

È in questi ambienti che nascono i “delfini” della massoneria.

Negli ambienti delle logge, laddove tali riti sono necessari per l’iniziazione del candidato che aspiri ad entrare nella libera muratoria e a salire ai gradi superiori di questa società segreta.

La storia di Macron e sua “moglie” appare essere la storia evidentemente di una coppia fabbricata a tavolino da queste élite che preparano con decenni di anticipo coloro che un domani saranno chiamati a servire i loro interessi.

Se davvero Brigitte Trogneux è un impostore e un uomo sotto mentite spoglie, allora si è di fronte ad una chiara tendenza di introdurre i trans alle posizioni più alte del potere, perché dietro c’è una chiara volontà di diffondere un modello umano che viola la divisione della creazione in uomo e donna.

L’androgino è l’espressione di un satanismo che vuole confondere e deturpare l’immutabile divisione dei generi e che soprattutto aspira alla distruzione della famiglia, il caposaldo della società cristiana.

Ciò spiega l’ossessiva promozione del mondo queer e trans persino nelle scuole, per far entrare a contatto gli infanti con tale deviazione e abituarli sin da piccoli a tale deviazione.

Ciò spiega anche perché tra le fila dei cardinali ci sia oggi davvero un porporato trans come nel film Conclave e come si è rivelato in un precedente articolo.

Il mondialismo è satanico in ogni sua espressione, soprattutto in questa.

La sua adozione ha portato a questo l’Europa. Ha portato nei posti del potere questa perversione.

Il mondialismo non si accontenta soltanto del dominio politico.

Vuole anche quello spirituale, e vuole distruggere con ogni mezzo l’uomo.

Emmanuel Macron e Brigitte Trogneux non sono altro che l’espressione perfetta di questa “filolosia” satanica.

 

 

 

 

Zelensky, il tramonto dell’UE e l’inevitabile

 estinzione dell’Euro-Atlantismo

 voluta da Trump.

 

Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (3- 3 –2025) – ci dice:

C’era da stropicciarsi gli occhi dopo la scena alla quale si è assistito lo scorso venerdì alla Casa Bianca durante l’incontro bilaterale tra Donald Trump e Zelensky.

Nulla di simile era mai accaduto prima nell’ufficio ovale del presidente degli Stati Uniti, laddove i vari capi di Stato e di governo del mondo si recavano per discutere con quello che i media liberali amavano definire il “leader del mondo libero”.

Sotto tale definizione si nascondeva in realtà un’altra idea, molto diversa da quella che il liberalismo vorrebbe trasmettere, quale quella in realtà del leader apparente della governance mondiale, appunto il presidente degli Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti è stato difatti per lungo tempo non il presidente della sua nazione, ma il rappresentante di quel grumo di poteri e di circoli globalisti e massonici che sceglievano con largo anticipo chi doveva varcare le porte della Casa Bianca e chi doveva diventare il leader di quella nazione, scelta da questi ambienti per trascinare il mondo verso la governance mondiale, così tanto voluta dalle “grandi” famiglie della finanza mondiale quali gli ubiqui Rockefeller, Rothschild, Warburg, Morgan e DuPont.

Sono questi nomi i veri padroni della democrazia liberale, un sistema politico concepito dai pensatori illuministi quali Voltaire, Rousseau e Montesquieu, tutti fedeli appartenenti, non a caso, della libera muratoria.

La massoneria ama la democrazia liberale e non si tratta di un’infatuazione priva di logica, ma di una invece che ha scelto tale sistema perché esso è il migliore agli occhi di quei poteri occulti che vogliono controllare nell’ombra una nazione e i suoi governanti.

In democrazia comanda chi ha il capitale e ad avere tale intuizione è stato tra gli altri un personaggio come Benito Mussolini che nel 1919 scriveva sulle colonne del Popolo d’Italia che sono le famiglie della finanza askenazita a detenere il potere, e ciò spiega ancora oggi perché il liberalismo sia così ossessionato dal fascismo.

L’ossessione nasce dal fatto che quel sistema politico aveva smantellato il potere del liberalismo e lo aveva, per la prima volta dopo l’Unità d’Italia, rimesso nelle mani della nazione, non più colonia angloamericana ma nazione indipendente in grado di influire sugli equilibri internazionali.

Gli Stati Uniti sono stati il guardiano di tale apparato dalla seconda guerra mondiale e lo sono stati, sotto certi aspetti, contro la loro volontà.

Il cittadino medio del Nebraska o dell’Ohio non aveva certo in mente di conquistare il mondo e di costruire un impero in nome delle citate famiglie del mondialismo e dello stato ebraico, ma si è ritrovato suo malgrado ad essere prigioniero di un gioco truccato.

Un gioco nel quale esiste un falso duopolio che garantisce una falsa alternanza, nella quale i due candidati sono espressioni degli stessi poteri massonici e finanziari, e non ha quindi importanza alcuna da che parte si decida di andare poiché la destinazione ultima è la stessa.

Trump ha messo fine a tale “equilibrio” e la scena dello scorso venerdì alla Casa Bianca ne è forse l’esempio più fulgido.

 

Zelensky: l’uomo che massacra l’Ucraina per salvare la NATO.

Volodymyr Zelensky si è presentato come suo solito con quel ridicolo maglione scuro per dare l’impressione che lui è un uomo pratico, d’azione, un uomo sempre pronto a qualsiasi evenienza e che non può darsi peso di indossare un vestito decente per le cerimonie ufficiali dato che lui sarebbe un “comandante in guerra”.

Zelensky, Trump e Vance.

Peccato però che l’ex comico che una volta addirittura diceva che era necessario stabilire buoni rapporti con la Russia, il fronte non lo abbia mai visto perché il “presidente” ucraino al fronte ci manda la carne da macello, come il soldato utilizzato per fare il trapianto multiorgano a favore di Soros, oppure i ragazzini, i disabili e persino le donne che devono finire nel tritacarne in nome di una guerra voluta dalla NATO impossibile da vincere.

Zelensky ha avuto l’ardire di presentarsi nell’ufficio ovale e di attaccare l’amministrazione di Donald Trump che in fin dei conti era stata forse sin troppo ragionevole nei suoi confronti.

Non esiste e non è mai esistita alcuna possibilità di vincere una guerra contro Mosca, nemmeno con l’aiuto che la NATO e Londra si sono premurate di far arrivare a Kiev, e non sarebbe nemmeno esistita anche se gli Stati Uniti avessero deciso di fare sul serio mandando veramente le armi e gli aiuti che avrebbe potuto mandare.

Sussiste difatti un equivoco intorno alla questione degli aiuti americani all’Ucraina perché ancora oggi molti pensano che la precedente amministrazione Biden abbia inviato armamenti pesanti agli ucraini, mentre nella realtà dei fatti sono arrivati in larga parte ferrivecchi inutilizzabili e le armi migliori Zelensky le ha vendute a bande criminali e allo stato ebraico con la piena conoscenza dei vari governi europei, incluso quello di Giorgia Meloni.

L’enigma del mancato e reale appoggio della precedente amministrazione Biden è stato affrontato persino dai media mainstream Occidentali che in non poche occasioni si sono lamentati del fatto che il presidente che sulla carta avrebbe dovuto garantire l’esistenza dell’impero americano era colui che in realtà non aveva cambiato rotta rispetto a Trump.

Soltanto quanto accaduto negli ultimi mesi del 2020 e nei primi del 2021 può far capire cosa è veramente successo dopo la frode elettorale ai danni di Trump, anche se, ad oggi, le fonti militari interpellate sulla questione affermano che la transizione tra Trump e Biden sarebbe stata “congelata” su ordini precisi del precedente comandante in capo che avrebbe esercitato i poteri speciali presidenziali per sventare il colpo di Stato ai suoi danni.

Un giorno la storia darà probabilmente una risposta più esaustiva in merito, ma resta il fatto che Joe Biden non è corso a salvare l’Occidente e l’Ucraina.

Zelensky è entrato nonostante tutto nell’ufficio ovale pretendendo di ricevere forse aiuti illimitati nella sua suicida guerra contro la Russia che ha portato il suo Paese al disastro.

Vance, l’agguerrito e puntuale vicepresidente di Trump, gli ha ricordato che è inaccettabile che un capo di Stato straniero invitato nella casa del presidente americano mancasse di rispetto in questa maniera ai padroni di casa, così com’è stato altrettanto inaccettabile il fatto che Zelensky addirittura è arrivato a insultare Vance in ucraino, che ha avuto il “torto” di ricordargli che stava mandando al fronte persone prese dalla strada e trascinate nel tritacarne soltanto per la folle idea del “presidente” ucraino di voler continuare una guerra persa in partenza.

Trump era comprensibilmente fuori di sé.

Non si aspettava forse nemmeno lui di vedere un comportamento così sfacciato e così provocatorio e minaccioso, se si considera anche la frase pronunciata da Zelensky sul pericolo che un domani gli Stati Uniti potrebbero correre.

Alla fine dell’incontro, il presidente degli Stati Uniti quasi si è dovuto trattenere dal prendere a schiaffi l’ucraino talmente tanta era la sua insolenza e tracotanza, punita dopo la riunione con la cacciata storica dall’ufficio ovale dell’ospite straniero.

Nessuno era mai arrivato a tanto, perché Volodymyr Zelensky non è un capo di Stato.

È un gangster, puro e semplice, che traffica gli organi dei suoi soldati, rivende le armi che gli arrivano dall’Europa e dall’Italia a Israele e alla criminalità organizzata, e ricicla il denaro sporco degli oligarchi askenaziti del suo Paese, quali “Rinat Akhmetov” e “Viktor Pinchuk”, che lo usano come prestanome per lavare i soldi frutto delle loro varie attività criminali.

 

L’Ucraina sotto quest’uomo e sotto Poroshenko è diventa il centro dei peggiori traffici internazionali, soprattutto quello pedofilo, nel quale risulta coinvolta la stessa moglie del presidente, “Olena Zelenska”, che mentre vede i soldati morire al fronte, continua a condurre una vita fatta di lusso e sfarzi, e smista i bambini ucraini nelle mani dei signori della pedofilia mondiale.

Olena Zelenska, la moglie.

Kiev, in mano alla NATO e a George Soros, è divenuto il luogo della peggiore degenerazione morale.

Il luogo che custodisce ogni orrore umano benedetto dal presidente e dalla sua madame senza scrupoli.

 

Trump e la separazione degli Stati Uniti dalla NATO.

Trump e Vance comprensibilmente sono stufi del pozzo di corruzione e degenerazione che è l’Ucraina e non hanno intenzione di sostenere il corrotto governo di Zelensky in nome della difesa impossibile della NATO.

La NATO stessa ormai è indigesta al presidente americano che non ha mai fatto mistero di volerne uscire perché non ha intenzione alcuna di tenere in piedi il braccio armato della governance mondiale che dopo la caduta del muro di Berlino ha anche perso la ragione di facciata che ne poteva in qualche modo giustificare la sua assenza.

La storia dell’atlantismo si sarebbe dovuta chiudere il 9 novembre del 1989, quando cadde il muro di Berlino, gentilmente abbattuto con la collaborazione della quinta colonna del “gruppo Bilderberg e della commissione Trilaterale”, Mikhail Gorbachev.

Invece la storia è proseguita. Il patto si è espanso e ha inglobato i vari Paesi dell’Europa dell’Est, ormai fagocitati dall’impero americano e dai suoi padroni che continuavano la loro marcia per conquistare il mondo e costruire il loro impero mondiale incontrastati.

Il “sogno” però è finito. Il vecchio (dis) ordine Euro-Atlantico è finito nel momento stesso in cui Trump ha deciso di separarsi dall’impero e restituire la sovranità perduta agli Stati Uniti.

Non appena conclusosi l’incontro con Zelensky, Elon Musk ha rinnovato la necessità di lasciare sia le Nazioni Unite, l’archetipo del governo mondiale, sia la NATO e appare questo un obiettivo al quale Trump arriverà inevitabilmente perché ormai la frattura tra America ed EU è sempre più profonda.

Sono infatti finiti i giorni nei quali Washington metteva i suoi denari per finanziare la creatura concepita dal conte Kalergi, che aspirava anch’egli ovviamente al governo mondiale come il suo sodale massone, Winston Churchill.

Washington ormai è ostile a qualsiasi ipotesi di cessione della sovranità nazionale e giudica ostili quei conglomerati come l’UE, privi, tra l’altro, persino di una parvenza di legittimazione popolare, che sono nati per mettere fine agli Stati nazionali.

La seconda guerra mondiale in realtà non è mai finita.

È durata per 80 anni, e oggi sta davvero finendo perché finisce il (dis) ordine che essa aveva portato soffocando le sovranità nazionali, divenute un “ostacolo” agli occhi di chi invece voleva accentrare il potere a favore del “Leviatano mondiale” senza identità nazionale e popolato dal “melting pot globale” in cui le etnie, soprattutto quella bianca, sono spazzate via da questo calderone multietnico e multiculturale.

Il Nuovo Ordine Mondiale è finito ma a Bruxelles e Londra la dissonanza cognitiva è forte.

Non appena Zelensky ha dimostrato al mondo intero di essere null’altro che un volgare gangster, Londra lo ha accolto tra gli abbracci del governo “Starmer”, e i media Occidentali si sono esibiti nel loro solito esercizio di propaganda nel quale il carnefice diventa vittima e viceversa.

Non ha però funzionato.

Gli europei, e soprattutto gli italiani, sono saturi di vivere in un sistema politico che ha tolto benessere economico e salute per consegnarli in uno stato di malattia o morti continue come mai si erano viste prima della vaccinazione di massa.

L’Unione europea ha difatti attuato prima un processo di spoliazione economica dell’Europa e dell’Italia smantellando tutta la ricchezza che il modello economico italiano fondato sullo Stato imprenditore e sulla dottrina sociale della Chiesa aveva portato, e infine ha finito anche con il togliere la salute fisica ai suoi abitanti.

Il tiranno non è a Mosca.

È a Bruxelles, ed è sempre più odiato dagli europei e dagli italiani, stufi di vedere questa classe politica di mezze figure e di volgari delinquenti che fanno strame del Paese mentre si radunano nei loro salotti e si fanno complimenti a vicenda.

L’UE e la classe politica italiana solo questo sanno fare. Sono veri e propri esperti dell’onanismo reciproco, e non si fa fatica a comprendere perché ovunque gli europei ne abbiano abbastanza.

Bruxelles da sola non può sopravvivere.

È un corpo vuoto, artificiale che esiste soltanto perché erano gli Stati Uniti a garantirne l’esistenza, e nel momento stesso in cui Washington si allontana e inizia a colpire Bruxelles con i dazi, l’Unione non ha possibilità di sopravvivere.

Sono davvero di conseguenza gli ultimi tempi per la dittatura europea, e adesso è necessario come mai prima d’ora abbattere questa congerie di sicari della finanza e delle case farmaceutiche che hanno ridotto in tale pietoso stato l’Europa e che ne opprimono i popoli.

Washington, Mosca e il mondo multipolare sono determinati a mettere fine alla storia di questo decadente potere.

Bruxelles oggi è sola. È l’ultimo debolissimo appiglio geopolitico di ciò che restava del potere globalista.

L’UE ha deciso comunque di rintanarsi nel suo bunker in una paradossale rivisitazione dell’epilogo della seconda guerra mondiale che vedeva marciare su Berlino le truppe americane e sovietiche prima che queste dessero il colpo di grazia al nazismo.

La storia ci ha incredibilmente riportato indietro al 1945 con l’eccezione che allora quella catena di eventi diede vita all’età degli imperi ed era governata dalle forze del caos internazionale, mentre questa è dominata da uomini di Stato fedeli alla propria nazione e ostili a qualsiasi idea di impero globale.

Il crepuscolo dell’Unione europea è ormai diventato tramonto.

 

 

The Brutalist: l'America capovolta.

 Unz.com - E. Michael Jones – (4 marzo 2025) – ci dice:

 

The Brutalist è un film "visivamente accattivante" mash-up di identità rubate la cui unica coerenza viene dallo spirito rivoluzionario ebraico, che è la grammatica nascosta del film.

 La rivoluzione si traduce in un mondo capovolto, che è quello che è successo all'America dopo la seconda guerra mondiale, in gran parte a causa degli immigrati ebrei che sono arrivati come rifugiati dall'Olocausto.

 La rappresentazione visiva di questo spirito rivoluzionario è esemplificata dalla fotografia tagliente del film, che ritrae simbolicamente l'arrivo in America del protagonista (interpretato da Adrian Brody)” Laszlo Toth”, regalandoci un'inquadratura capovolta della Statua della Libertà.

 

“Toth” è un immigrato ebreo e rifugiato dell'Olocausto che arriva a New York per una vita migliore.

È anche un architetto affermato che ha imparato il mestiere sotto la guida di “Walter Gropius” al “Bauhaus di Dessau”.

Un'esperienza comune tra gli immigrati di quella generazione, ebrei o meno, è che l'America non riconobbe le loro credenziali del vecchio mondo, ponendo le basi per un classico dramma sugli immigrati che è vecchio quanto” Benjamin Franklin”, che arrivò a Filadelfia senza un soldo da Boston e divenne la classica storia di successo americana.

Tra i suoi numerosi successi, “Franklin” creò gli Stati Uniti d'America.

Gli ebrei immigrati dopo la seconda guerra mondiale hanno sconvolto quel paese. Secondo il “New York Times”, il giornale che ha aiutato gli ebrei a compiere quell'impresa:

 

Una delle prime immagini di "The Brutalist" è un'inquadratura capovolta della Statua della Libertà, un'angolazione disorientante e capovolta che trasmette letteralmente il punto di vista di “László” mentre emerge dalle profondità buie della nave che lo ha portato in America.

La statua è già pesantemente carica di significati complessi e contraddittori che László incarna ed è un presagio della sua storia destabilizzata.

 È anche un emblema delle ambizioni di [il regista Brady] Corbet.

Proprio.

“Brady Corbet” può ora intervenire con” Kate Winslet”, che ha detto "ora ho fatto il mio film sull'Olocausto" dopo aver vinto l'Oscar dell'Olocausto di quell'anno per aver interpretato un molestatore di bambini in “The Reader”.

Quando si tratta di giovani registi ambiziosi come “Brady Corbet,” il modo più sicuro per ottenere una nomination all'Oscar è dirigere un film sull'Olocausto.

Ma come ha dimostrato il tagliente film dell'anno scorso” Zone of Interest”, senza mostrare una sola scena di Auschwitz, l'Olocausto può essere mostrato solo in modo obliquo dopo che “Steven Spielberg” ha fatto uscire acqua calda dai soffioni della doccia invece del gas velenoso in “Schindler's List “.

Il brutalista fa un ulteriore passo avanti a questo desiderio di evocare ciò che nessuno osa più esaminare, cioè ciò che è realmente accaduto nei campi di concentrazione, trasferendo la messa in scena all'America negli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Dopo aver messo sottosopra la Statua della Libertà, il simbolo della storia dell'immigrazione, “Corbet” capovolge l'ordine morale facendo della prima tappa di “Toth” dopo essere sceso dalla barca una casa di prostituzione.

Lo spettatore viene quindi trattato con la prima di una serie di scene di sesso sempre più esplicite, tra cui clip di pornografia reale degli anni '40 che deturpano questo film.

La scena introduce anche lo spettatore al doppio standard sessuale che rende il film incoerente.

 Il sesso è un segno di impegno rivoluzionario quando “Toth” riceve un regalo da una, ma è un segno di ripugnante decadenza terminale quando il rampollo dell'industriale presbiteriano che è il patrono di Toth si siede vicino a un ruscello accanto al nipote di Toth.

 Toth proietta la propria decadenza sessuale sulla cultura che lo ha accolto come giustificazione per il risentimento ebraico e per le condanne sottovoce dell'America come luogo orribile, che trova rivendicazione alla fine del film in una bizzarra svolta della trama la cui unica spiegazione è il risentimento ebraico che cerca una causa per la sua esistenza.

Ma ne parleremo più avanti.

Le scene di sesso in The Brutalist erano così disorientanti che hanno generato un intero thread su Reddit cercando di dare loro un senso.

Odd Emotion5 conclude:

In definitiva, la sessualità in Il brutalista sembra un modo ambizioso ma goffo per esplorare l'identità, lo spostamento e le crepe nel sogno americano.

Ha lo scopo di sconvolgere, e chiaramente lo fa, ma se riesca ad arricchire la narrazione o semplicemente a farla deragliare è oggetto di dibattito.

 La tua frustrazione per il modo in cui queste scene si inseriscono nella storia è valida perché spesso si sentono come se stesse gareggiando per l'attenzione piuttosto che sviluppare organicamente i temi.

 

Un altro blogger ha citato la conversazione che ha luogo tra Laszlo e sua moglie “Erzsebet” dopo che si sono uniti in America grazie alla generosità del mecenate di Laszlo e all'acume del suo avvocato.

 Invece di esprimere gratitudine, la signora Toth sussurra delle visioni delle infedeltà di Toth, ma queste vengono immediatamente proiettate sull'industriale WASP come esempi di quanto sia orribile l'America.

Secondo Odd Emotion, la scena del bordello esprime la "disconnessione dall'intimità e la sua incapacità di sentirsi radicato, anche in America, la terra dei suoi presunti sogni".

Chiunque, il cui pensiero fosse radicato in una psicologia radicata nella comprensione della legge morale, avrebbe detto che la causa dell'incapacità di Toth di sentirsi "radicato" in America era la sua violazione della legge morale.

 Il peccato causa l'alienazione, non la liberazione, come ci dicono ancora gli ebrei rivoluzionari.

Il senso di colpa che invariabilmente accompagna quell'alienazione viene poi proiettato sul paese ospitante come antisemitismo, che poi giustifica un'attività più sovversiva, che alla fine crea una vera animosità contro il gruppo che ha cercato di aiutare gli ebrei a fuggire da Hitler.

Questo circolo vizioso spiega la grammatica nascosta di The Brutalist e perché lo spettatore si sente così insoddisfatto di una trama che ha bisogno di un deus ex machina per risolvere le sue contraddizioni interne.

The Brutalist è un film sull'Olocausto, après la lettre.

Parla di ciò che è accaduto all'America dopo una guerra che è diventata sinonimo di sofferenza ebraica nei campi di concentrazione, in gran parte perché Hollywood ha creato il genere dell'Olocausto negli ultimi 80 anni per assicurare il controllo sulla cultura americana.

 Nel caso in cui vi siate persi le udienze del Senato, ogni volta che il senatore Josh Hawley ha sorpreso un ebreo dell'amministrazione Biden con la mano nella cassa o i pantaloni abbassati in flagrante inadempienza al suo dovere, quell'ebreo ha invariabilmente risposto:

"Ho parenti morti nell'Olocausto" come un modo per deviare qualsiasi ulteriore critica.

Nel realizzare The Brutalist , il regista” Brady Corbet” ha preso una serie di narrazioni che circondano l'immigrazione in America e le ha capovolte, integrandole tutte nello spirito rivoluzionario ebraico come lente che le unisce.

La rivoluzione capovolge il mondo.

“Corbet” documenta questa inversione nel suo tentativo di ottenere il maggior numero possibile di Oscar riservato all'Olocausto su un minuscolo budget di 10 milioni di dollari, descrivendo ciò che gli ebrei come l'immaginario “Laszlo Toth” hanno fatto al paese che ha dato loro asilo dai nazisti.

 Il brutalista ribolle di odio ebraico per l'America, come manifestato dal rapporto travagliato tra protestanti, cattolici ed ebrei, i tre principali gruppi etnici americani dopo la seconda guerra mondiale.

“Laszlo Toth”, interpretato da “Adrian Brody, il paradigma del vittimismo artistico ebreo sensibile e sofferente ne “Il pianista” , viene accolto in America da suo cugino e dalla sua bella moglie, che descrive in modo sprezzante come una " shiksa " solo per scoprire che il suo cugino ha cambiato il suo nome da “Attila Molnar” ad Attila Miller, il nome della sua azienda in “Miller and Sons”, anche se non ha figli, è la sua religione dall'ebraismo al cattolicesimo.

Miller vende mobili americani di cattivo gusto, ma vuole che Toth migliori il suo gioco portando quei mobili nel 20 esimo secolo, il che significa un sacco di tubi cromati, il che rende il tavolo e le sedie della sua cucina simili a una bicicletta perché Toth ha studiato design al Bauhaus di Dessau, dove Walter Gropius ha promosso l'entratene Kunst fino a quando i nazisti non lo hanno cacciato dalla città.

 

Nella loro prima incursione nell'architettura moderna, Toth e Attila entrano in contatto con il figlio di un ricco industriale presbiteriano che vuole sorprendere suo padre rinnovando la sua biblioteca.

 La grande sorpresa di compleanno è che il padre odia il modernismo, che ha sostituito una confortevole stanza in stile maniero di campagna inglese con uno spazio vuoto che circonda un unico tubolare cromato e una fragile chaise longue a rete del tipo che si potrebbe portare in spiaggia a Wildwood, nel New Jersey, una località turistica non lontana da Philadelphia che è diventata famosa per aver dato i natali all'architettura “Doo-Wop”.

 

Dopo che il ricco industriale Harrison si rifiuta di pagare per la vandalizzazione della sua sala di lettura, suo cugino caccia Toth dalla sua stanza degli ospiti dopo aver accusato di aver fatto un passaggio a sua moglie shiksa , e il nostro eroe scende nel demi monde, dove spara eroina di notte e spala carbone di giorno, fino a quando un articolo lusinghiero sulla sua vandalizzazione della biblioteca di Harrison appare su” Life” e Harrison il Presbiteriano decide che Toth è davvero un genio ebreo, che ha bisogno di costruire un centro comunitario brutalista e mostruoso su una collina fuori “Doylestown”, in Pennsylvania.

 

Poiché lo spirito rivoluzionario ebraico è essenzialmente un'antinarrativa, Corbet deve mettere insieme sia la trama che il personaggio da mash-up di figure e storie esistenti.

 Rifacendosi alla venerabile tradizione hollywoodiana stabilita da film come Abbott e Costello incontra Frankenstein , Corbet trasformò The Brutalist in un mash-up di Il pianista , che stabilì Adrian Brody come il volto di riferimento per la sofferenza ebraica, e The Fountainhead , il ritratto immaginario di Ayn Rand di Frank Lloyd Wright, il più famoso artista americano degli anni '20 esimo secolo.

In La Fonte della Fonte , Wright divenne Howard Roark, un rivoluzionario ebreo mascherato da architetto che dimostrò la sua buona fede rivoluzionaria ma non architettonica facendo saltare in aria uno dei suoi stessi edifici.

Wright odiava l'architettura del Bauhaus, che aprì la strada al brutalismo.

Ha notoriamente riformulato la descrizione di “Mies van der Rohe “della teoria architettonica dietro le sue case di vetro come " beinahe nichts " o quasi nulla nella frase satirica "molto rumore per quasi nulla".

 

Qualcosa di simile è accaduto a Gary Cooper quando Ayn Rand ha insistito per interpretare il ruolo di Howard Roark nell'adattamento cinematografico di “The Fountainhead”.

 Vent'anni dopo che il suo debutto in The Virginian lo aveva consacrato come l'archetipo del cowboy americano, Ayn Rand tentò di trasformarlo in una versione ebrea russa di “Frank Lloyd Wright”, che corrispondeva alla concezione di Rand dell'americano ideale.

 

Rand è nato in Russia nel 1905. Dopo aver conseguito la laurea all'Università di Leningrado, Rand arrivò in America nel 1926.

Nel giro di 20 anni ebbe il controllo totale della versione hollywoodiana del suo romanzo” La Fontana” , che un critico descrisse come un "libro lungo e turgido, pubblicato nel 1943 . . . scritto in uno stile da serra che strappa il corpetto".

In quel film Dominique Francon, interpretata da Patricia Neal, risuona di brividi quando sessuali scorge Howard Roark, interpretato da Cooper, che perfora la pietra in una cava:

Vide la sua bocca e il silenzioso disprezzo nella forma della sua bocca; i piani delle sue guance magre e scavate; la fredda, pura brillantezza degli occhi che non avevano traccia di pietà.

Sapeva che era il viso più bello che avrebbe mai visto... Provò una convulsione di rabbia, di protesta, di resistenza e di piacere... Si chiedeva come sarebbe stato nudo".

Rand ha prosciugato tutta la sottigliezza delle figure classiche americane come Wright e ha sostituito quella sottigliezza con la parodia dell'identità americana di un ebreo russo che "glorifica l'individualismo egoistico"del tipo che Rand avrebbe poi reso famosa nella setta semi-religiosa nota come “Oggettivismo”, che durante il suo periodo di massimo splendore attirò altri ebrei come il capo della “Federal Reserve Alan Greenspan” a unirsi a Rand nel celebrare l'"individualismo egoistico" come qualcosa di unicamente americano.

Rand creò una parodia di “Frank Lloyd Wright” e della sua forma unica di architettura americana trasformandolo in:

una miscela di eroe romantico e intellettuale severo. Crede che "il mondo stia morendo a causa di un'orgia di sacrificio" e dice ai suoi attoniti mecenati: "Non lavoro con collettivi, non consulenze, non collaboro, non collaboro, non collaboro... Il mio lavoro è fatto a modo mio. Un motivo privato, personale, egoistico, egoistico. Questo è l'unico modo in cui funzioni".

 

Trasformando Roark in una parodia dell'ebreo russo dell'americano, Ayn Rand si impegnò in una prima forma di furto d'identità, spalleggiata dallo studio Warner Brothers, altrettanto ebreo, che le pagò 50.000 dollari per i diritti cinematografici e altri 13.000 dollari per la sua sceneggiatura, assicurandosi al contempo di avere "il controllo completo della sceneggiatura e l'approvazione finale di tutte le modifiche".Rand insistette sul fatto che Frank Lloyd Wright, "e assolo Frank Lloyd Wright", avrebbe dovuto progettare gli edifici per il film.

 Quando Wright insistette per un compenso di 250.000 dollari per i suoi servizi, lo studio alla fine si opponeva alla Rand, anche se lei minacciò di far saltare in aria lo studio della Warner Brothers "se avesse alterato una sola parola del suo lavoro".

In poco tempo, divenne evidente che gli ebrei di Hollywood avevano esagerato con la loro mano.

 Gli ebrei di Hollywood avevano dirottato l'identità americana in un modo così rozzo che tutti finirono per odiare il film.

 Il cowboy aveva molti tratti discutibili se visto dalla prospettiva dell'est, ma l'ideologia aliena dell'egoismo spietato che stava al centro dell'oggettivismo della Rand non era uno di questi.

Il film ha colpito una nota falsa che nemmeno il bel viso di Gary Cooper è riuscito a salvare.

Frank Lloyd Wright è stato uno dei primi americani a protestare, definendo The Fountainhead "una caricatura grossolanamente offensiva della sua opera", nonché "un disastro architettonico (e cinematografico)".

A differenza di Howard Roark, che è una parodia di Frank Lloyd Wright, “Laszlo Toth” è un mash-up di un certo numero di architetti ebrei, tutti fuggiti dall'Olocausto, e la maggior parte dei quali sono venuti in America, in particolare Louis I. Kahn, che è diventato famoso a Filadelfia, dove è ambientato il film.

Louis Kahn, il primo architetto ebreo preso sul serio dagli americani abbastanza ricchi da commissionare edifici, nacque in Estonia con il nome di “Itze-Leib Schmuilowsky” nel 1901.

Cinque anni dopo la famiglia di Kahn emigrò in America.

Dopo aver lavorato per diverse aziende di Filadelfia, Kahn fondò il suo atelier nel 1935.

Nel 1942 creò una società con l'architetto tedesco Oscar Stonorow, e insieme lavorarono a progetti per la “Philadelphia Housing Authority”.

Uno degli esempi più noti di edilizia popolare è stato lo “Schuylkill Falls Housing Project”.

 In un rapporto preparato per l'Office of Historic Preservation nel giugno del 1983, un certo signor G. Thomas scrisse che:

"Il progetto abitativo di “Schuylkill Falls “è un punto di riferimento nel design moderno di uno dei primi importanti teorici del movimento moderno.

Le loro dimensioni, la posizione dominante sulla collina e gli elementi sovradimensionati delle loro facciate li rendono gli edifici più importanti della regione.

Di grande importanza è il fatto che gli edifici principali sono stati abbandonati".

 

Il progetto “Schuylkill Falls” è stato peggiore di tutti gli altri edifici con ascensore PHA nel resto della città a causa delle peculiarità del suo design.

 Nel 1986, trentatré anni dopo l'apertura delle Schuylkill Falls, la rivista Philadelphia pubblicò un articolo sulle torri gemelle allora vuote.

Schuylkill Falls "è stata considerata sia architettonicamente che socialmente innovativa" quando è stata costruita a causa dei lunghi balconi comuni, delle "strade nel cielo" su ogni piano dei condomini e della serie di ascensori individuali che fornivano l'accesso a tre o quattro appartamenti su ogni piano ed eliminavano i lunghi corridoi interni.

Man mano che i progetti venivano ad essere sempre più occupati da famiglie monoparentali indebolite e vulnerabili, la mancanza di privacy che le "strade nel cielo" rendevano obbligatoria si rivelò presto fatale, prima per la vita familiare e poi per la vita in generale.

 La famiglia indebolita perdeva sempre i suoi figli a causa della pressione dei coetanei e delle bande.

 Il design dell'edificio ha semplicemente accelerato questo processo, privando quelle famiglie di qualsiasi controllo sulla sfera domestica fornita dalla casa a schiera.

"Il concetto di grattacieli residenziali", continuò la rivista Philadelphia , "alla fine si rivelò difettoso e “Schuylkill Falls” fu uno dei primi della città ad essere chiuso, soprattutto perché le sue innovazioni progettuali aggravarono i problemi di criminalità e vandalismo:

i numerosi ascensori e balconi aperti non potevano essere controllati o messi in sicurezza".

 

Il PHA avrebbe potuto evitare questo problema se avesse ascoltato i consulenti che aveva incaricato di valutare il design del progetto.

 Nel luglio del 1951, Lancelot F. Sims, Jr., un architetto chiamato a valutare la situazione, menzionò la mancanza di ventilazione incrociata nelle case a schiera basse come una fonte di potenziale problema, ma riteneva che "questa carenza poteva essere migliorata piantando alberi sufficienti per ombreggiare la facciata occidentale di tutte le unità di case a schiera".

Non così semplici furono i problemi causa dal progetto di Stonorov delle torri gemelle a molti piani.

"Ho detto al signor Stonorov", ha scritto Sims, "che ero molto preoccupato per la privacy dei soggiorni che si affacciano sui balconi esterni.

 Gli suggerisco di spostare le scale su entrambe le estremità dell'edificio verso la fine in modo che ogni scala abbia due unità abitative su un lato.

Questa disposizione ridurrà notevolmente il traffico che passa davanti alle finestre del soggiorno".

Stonorov ignorerà il suggerimento di Sims, con risultati prevedibili.

Le persone oneste trovarono insopportabile la mancanza di privacy e fuggirono dall'edificio.

Ben presto anche le persone indecenti fuggirono.

 Nel 1976, le due torri a Schuylkill Falls erano vuote al 100%, anche se le case a schiera su Ridge Avenue continuavano ad essere occupate.

 

Il verdetto di fallimento che è stato emesso sull'ingegneria sociale basata sul design Bauhaus non si è limitato a “Schuylkill Falls”, che è stato percepito come lo scenario peggiore a causa delle sue peculiarità progettuali.

 "La saga delle cascate Schuylkill", continuava la rivista Philadelphia , "sarà probabilmente ripetuta con ogni progetto di edilizia residenziale della città, come una triste storia di un concetto sociale obsoleto e degli edifici 'infestati' lasciati alle spalle".

 

Nel 1957, dopo un periodo a Yale, Kahn tornò a Filadelfia, dove fu nominato professore di architettura alla School of Design dell'Università della Pennsylvania . Kahn divenne famoso alla Penn, dove insegnò fino alla sua morte nel 1974, ma nel 1959 gli ebrei di Filadelfia non presero sul serio gli architetti ebrei; La sinagoga Beth Shalom nel sobborgo di Filadelfia di Elkins Park è stata progettata da “Frank Lloyd Wright”.

 

Il Bauhaus, come ho sottolineato in “Macchine viventi “, era un'ideologia sessuale, mascherata da pianificazione urbana, il cui risultato notevole più era la distruzione della vita familiare.

Come “Laszlo Toth”, Louis Kahn era un rivoluzionario sessuale che ebbe tre figli con tre donne diverse.

Kahn proveniva dall'Estonia, ma Laszlo Moholy-Nagy ed Erno Goldfinger, le altre parti dell'identità mash-up di Toth, erano ebrei ungheresi;

entrambi dovettero fuggire dai loro paesi d'origine quando l'Ungheria cadde nelle mani della “Wehrmacht “di Hitler.

Moholy-Nagy, ci viene detto, "è stato una parziale ispirazione per il personaggio di László Tóth nel film di Brady Corbet Il brutalista ".

 

Sia Moholy-Nagy che Goldfinger furono influenzati dal Bauhaus, che divenne un simbolo dell'arte decadente – entratene Kunst – dopo il 1933.

Goldfinger, che ha prestato il suo nome a malintenzione a un romanzo di James Bond dopo che Ian Fleming ha incontrato il suo cugino su un campo da golf, è stato l'unico architetto brutalista tra le molte identità che hanno portato alla creazione di Laszlo Toth.

 Goldfinger, che ora è ricordato come il creatore della Trellick Tower nella città di Kensal, "era conosciuta come un uomo privo di umorismo dedito a rabbie famigerate.

A volte licenziava i suoi assistenti se erano inappropriatamente scherzosi, e una volta espulse con la forza due potenziali clienti per aver imposto restrizioni al suo design".

 

A parte la Trellick Tower di Goldfinger e altri abomini in cima alla lista degli edifici che gli inglesi vogliono abbattere, il brutalismo non è un fenomeno particolarmente ebraico.

Il brutalismo era lo stile preferito per gli edifici governativi negli anni '70.

Il municipio di Dallas di IM Pei è un buon esempio.

Pei è cinese ed è uno studente di Walter Gropius. Un altro classico esempio di brutalismo è stato il municipio di Boston, progettato dagli studi di architettura Kallmann McKinnell & Knowles e Campbell, Aldrich & Nulty.

Il brutalismo, però, ha portato al decostruzionismo di Frank Gehry, ovvero il movimento che ha permesso agli architetti ebrei di trasgredire i rigidi parametri del Bauhaus, in un'epoca in cui tutti trovavano noioso il Bauhaus.

Gehry, un altro immigrato ebreo, è nato Ephraim Owen Goldberg a Toronto ma è diventato cittadino statunitense naturalizzato dopo che la sua famiglia si è trasferita a Los Angeles nel 1947 quando era un adolescente, Gehry è diventato famoso per edifici come il museo “Jimi Hendri”x a Seattle, una struttura che assomiglia a tre sacchi della spazzatura di colori diversi in attesa di essere raccolti il giorno della spazzatura.

 

The Brutalist si conclude stranamente a Venezia alla Biennale del 1980 senza alcuna spiegazione di ciò che accadde al ricco mecenate presbiteriano di Toth.

 La Biennale del 1980 è stata significativa perché ha annunciato la morte del Bauhaus e la sua sostituzione con opzioni cattoliche ed ebraiche.

Più specificatamente, si tratta di un confronto tra il decostruzionismo di Frank Gehry e il ritorno di Thomas Gordon Smith a Vitruvio e alla tradizione classica. Smith era un cattolico che ripristinò la pratica dell'architettura classica all'Università di Notre Dame.

Come cattolico, Smith dovette accontentarsi di progettare un seminario a Lincoln, nel Nebraska, e un monastero benedettino a Clear Creek, in Oklahoma. Il suo discepolo Duncan Stroik progettò le cappelle del Thomas Aquinas College di Ojai, in California, e dell'Hillsdale College nel Michigan, ma a quel punto solo gli ebrei potevano progettare edifici pubblici che confermavano l'identità, come il Museo dell'Olocausto di Daniel Liebeskind a Berlino e il suo memoriale di scatole di cemento trasgressivo simili a tombe.

 

Corbet ritrae la battaglia di Toth per la costruzione del suo centro comunitario brutalista fuori Doylestown come una questione di integrità artistica in difesa della bellezza, ma commette l'errore di mostrare gli interni dell'edificio, che hanno il fascino e il calore di una stazione di pompaggio a Lower Manhattan, con tanto di acqua sul pavimento.

Percependo la necessità di portare bellezza nell'umida cappella sotterranea del centro, Toth e il suo mecenate volano a Carrara per acquistare un altare in marmo. Toth si ubriaca e Harrison lo violenta, lasciando lo spettatore totalmente sconcertato perché nulla nella trama preparava la strada a questo atto brutale.

Nella scena culminante del film, la moglie di Toth affronta l'industriale presbiteriano e l'accusa di stupro durante una cena alla presenza degli amici e della famiglia di Harrison.

Mortificato dall'accusa, Harrison scompare nel centro comunitario incompiuto di Toth, per non essere mai più visto.

La trama tortuosa esplode improvvisamente con lo stupro omosessuale di Toth da parte di Harrison.

Questo atto totalmente imprevisto è il classico esempio di deus ex machina, perché appare dal nulla.

 Non deriva dalla trama o dai personaggi, il che significa che è stato imposto dall'esterno dalla grammatica nascosta del film, che è la narrazione dell'Olocausto e l'accettazione acritica della rappresentazione della sofferenza ebraica in quella narrazione.

Ancora più importante, lo stupro omosessuale si scontra sia con l'ordine morale che con lo Zeitgeist.

 Per cominciare, tutte le persone oneste trovano ripugnante lo stupro omosessuale perché la legge morale della sessualità umana è scritta nel cuore di tutti gli esseri umani dal loro creatore.

 Ma se questo è il caso, in che modo Toth è diverso dall'uomo che lo ha violentato? “Corbet” ha stabilito il suo personaggio come un puttaniere nei primi momenti del film.

La vera lezione di questo film è che gli ebrei sono una razza superiore che si erge al di sopra della legge morale.

 La morale di questo film è che non esiste una legge morale vincolante per tutta l'umanità.

La stessa azione è moralmente diversa a seconda che sia un ebreo o un gentile a compierla.

A questo proposito,” The Brutalist” è una giustificazione non solo del bombardamento ebraico di Gaza, ma anche delle tattiche brutali che gli israeliani hanno usato per sottomettere i palestinesi.

 Secondo la logica morale di questo film, lo stupro omosessuale è un maschio quando i presbiteriani stuprano ebrei artistici sensibili come Laszlo Toth.

È così brutto, infatti, che diventa una giustificazione per il risentimento ebraico, che l'ebreo può ora esprimere con il suo comportamento trasgressivo nell'architettura e in altre aree della cultura americana.

Ma a questo punto la morale del film si scontra con lo Zeitgeist .

 La lezione che abbiamo imparato dal genocidio a Gaza è che lo stupro omosessuale è un male solo quando è fatto dai presbiteriani.

Va bene quando i soldati israeliani stuprano i prigionieri palestinesi.

 Lo sappiamo perché lo hanno detto numerosi rabbini.

Alla fine di questo film di tre ore e mezza, “The Brutalist” crolla tra le macerie della sua stessa incoerenza morale, il cui simbolo appropriato non sono gli esempi di architettura brutalista ancora in piedi, ma le rovine a cui Gaza è stata ridotta dall'aggressione israeliana.

 

 

 

Alto tradimento e collaborazionismo in Europa

Unz.com - Hans Vogel – (4 marzo 2025) – ci dice:

 

Hans Vogel sostiene che le élite europee non hanno una bussola morale. Tuttavia, applicano standard morali ai loro avversari nel loro zelo di aggrapparsi al potere.

Alla fine della seconda guerra mondiale, furono intraprese rappresaglie feroci contro coloro che avevano lavorato con o per i tedeschi.

Molti di coloro che avevano collaborato rimasero illesi e molti di coloro che furono uccisi per essere stati collaborazionisti non erano colpevoli.

 Pertanto, per usare un eufemismo, fu una resa dei conti molto dura e totalmente arbitraria.

Le vittime, si affermò, furono punite per aver collaborato con i tedeschi e per tradimento e alto tradimento.

In Francia, almeno 100.000 persone furono assassinate, spesso nel modo più bestiale, per essere stati dei veri o immaginari collaborazionisti, come venivano chiamati in Francia i collaborazionisti.

 I colpevoli, solitamente autodefinitisi "combattenti della resistenza", non furono mai chiamati a rispondere dei loro crimini e rimasero impuniti.

Lo scoppio di violenta vendetta nel dopoguerra in Francia non ha eguali nella storia europea moderna.

Nell'Europa occidentale, il Belgio è al secondo posto, con migliaia di persone uccise sia dai "combattenti della resistenza" che da funzionari nominati frettolosamente. Almeno 700.000 fascicoli (per una popolazione adulta di poco più di quattro milioni) furono presentati per collaborazionismo con i tedeschi.

Decine di migliaia furono condannati, molti furono mandati nelle prigioni statali o ai lavori forzati nelle miniere di carbone.

Tutti furono privati dei loro diritti civili.

 Nei Paesi Bassi, più di 100.000 persone furono mandate nei campi di concentramento al posto di ebrei, combattenti della resistenza e dissidenti.

“Pierre Laval”, leader del governo francese dal 1940 al 1944, noto come "governo di Vichy", fu trascinato davanti a un tribunale farsa, condannato per alto tradimento e giustiziato tramite fucilazione.

Anche il leader del Movimento nazionalsocialista olandese (NSB), “Anton Mussert”, fu condannato a morte per alto tradimento da un tribunale farsa e fucilato.

Entrambi erano tra il piccolo numero di leader politici europei uccisi per ciò che innumerevoli altri avevano fatto, ma per cui non erano stati puniti.

Altre figure degne di nota furono il norvegese “Vidkun Quisling” e lo slovacco “Jozef Tiso”.

 Il "collaboratore" più ricercato del Belgio, Léon Degrelle, che divenne generale nelle “Waffen-SS”, riuscì a fuggire in Spagna all'ultimo momento.

Né la collaborazione né la tradizione erano ben definiti da un punto di vista giuridico.

 Inoltre, con un'applicazione coerente delle definizioni osservate dalle autorità, dai tribunali e dai loro tirapiedi, così tante persone avrebbero dovuto essere fucilate, gettate in prigione o condannate ai lavori forzati che tutta l'Europa "liberata" sarebbe diventata un inferno spopolato.

Ciononostante, su questo punto (così come sulla maggior parte delle altre questioni) sia la narrazione storica occidentale collettiva che le varie narrazioni storiche nazionali hanno debitamente costruito e mantenuto una versione della storia che non tiene conto di alcuna sfumatura.

Ciò che la storia ufficiale (come quella insegnata nel sistema educativo e presentata dai media) non menziona è che alcuni dei più entusiasti "collaboratori" sono rimasti intatti dopo il 1945.

Il motivo?

 Di solito erano piuttosto ricchi, potenti e ben introdotti, come “Frits Fentener van Vlissingen”, il singolo più potente uomo d'affari olandese, seduto nei consigli di amministrazione di tutte le principali aziende olandesi.

 Fu nominato presidente della commissione statale istituita per epurare le aziende olandesi dai collaborazionisti nazisti (!).

Ora, per quanto riguarda quegli anni di guerra in cui i tedeschi occuparono gran parte dell'Europa, cosa si intendeva esattamente per collaborazionismo, cosa si considerava tradimento, cosa alto tradimento?

La collaborazione era considerata come lavorare per i tedeschi, fare affari con loro o persino avere una relazione con un soldato tedesco.

Tuttavia, dopo che Francia, Paesi Bassi e Belgio si arresero alla Germania nella primavera del 1940, in base al diritto internazionale (le regole riconosciute della guerra) i tedeschi costituirono effettivamente un potere completamente legittimo lì, sebbene con variazioni locali.

 Ciò significava che non era assolutamente né illegale né moralmente sbagliato lavorare per o con loro e fare affari con loro.

Subito dopo che i loro governi ed eserciti si erano arresi e i loro governi e molti leader politici erano fuggiti in Inghilterra, gli europei sotto occupazione tedesca si resero conto che per vivere avevano bisogno di lavorare, e ciò spesso significava lavorare per e con i tedeschi.

 Milioni di altri da quelle nazioni occupate andarono a lavorare in Germania, dove gli stipendi e le condizioni di lavoro erano migliori.

Questo fino a quando inglesi e americani non iniziarono a bombardare le città tedesche.

Centinaia di migliaia di europei si unirono alla Wehrmacht e alle SS.

 Dall'Europa occidentale, questi includono 25.000 olandesi, 20.000 francesi e quasi 20.000 volontari belgi delle SS.

Quello che pochi ancora non riescono a capire è che anche l'arruolamento nelle forze armate tedesche non costituiva un chiaro caso di "collaborazionismo", dal momento che molti lo fecero per un genuino desiderio di combattere il comunismo.

 Molti europei detestavano il comunismo sovietico ed erano pronti a rischiare la vita per impedire una presa di potere sovietica dell'Europa occidentale, che a un certo punto sembrava una possibilità molto reale.

Sin dalle purghe del dopoguerra e dall'ondata di vendetta, un elemento centrale della narrazione ufficiale è stato che, quando i tedeschi se ne andarono, tutti coloro che avevano collaborato con loro dovevano essere puniti come requisito per la ricostruzione sociale ed economica.

 Chiunque si prenda la briga di verificare i fatti concluderà che questa è una favola. Oggi i concetti di collaborazione, tradimento e alto tradimento sono menzionati esclusivamente in relazione all'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.

Questi non sono mai menzionati rispetto ad altri eventi storici comparabili, come la Rivoluzione francese e l'Europa napoleonica.

 Tra il 1793 e il 1815, i francesi occuparono gran parte dell'Europa, godendo di un'ampia "collaborazione" da parte di tutti i livelli sociali delle nazioni occupate.

Eppure, dopo che Napoleone lasciò le scene, nessuno in Europa fu accusato di collaborazionismo, tradimento o alto tradimento e nessuno fu punito per questo.

Lo stesso vale per altre guerre in Europa durante le quali un nemico vittorioso ha occupato una nazione sconfitta, ad eccezione della seconda guerra mondiale.

 

 

L'alto tradimento è, ovviamente, un caso speciale, se non altro perché per definizione solo un numero molto esiguo di persone è in grado di commetterlo.

Bisogna avere accesso a informazioni governative classificate, o essere fisicamente vicino ai massimi livelli della burocrazia o del governo.

 Dopotutto, secondo il diritto romano, dove ha avuto origine il concetto di perduellio (alto tradimento), è un tentativo di estromettere o uccidere i massimi funzionari statali e quindi far cadere il governo nazionale o il capo dello stato.

Il tradimento in tempo di guerra è l'atto di fare cose che sono dannose per il proprio paese, a vantaggio degli interessi nemici.

In tempo di pace è fare cose dannose per il proprio paese, a vantaggio degli interessi stranieri.

Se la teoria e la pratica del trattamento europeo postbellico di collaborazionisti, traditori e grandi traditori venissero applicate alle circostanze odierne, quale sarebbe il risultato?

Ci sono sospettati di alto tradimento, tradimento o collaborazionismo?

Beh, sì, ci sono!

In primo luogo, chiunque serva il proprio paese in una funzione nazionale elevata o ufficiale dovrebbe e deve, in primo luogo, essere tenuto a difendere gli interessi della propria nazione e dei suoi concittadini, cioè del popolo che rappresenta.

 Il generale ad interim della NATO “Mark Rutte”, ad esempio, quando era primo ministro dei Paesi Bassi dal 2010 al 2024.

Rutte è stato anche intimamente associato al “World Economic Forum” come cosiddetto “Young Global Leader”.

Pertanto, l'interesse pubblico globale ha la precedenza sugli interessi nazionali e questa è persino dichiarata come la politica ufficiale di coloro che sono diventati un Young Global Leader.

Se questo non costituisce tradimento, o anche alto tradimento, ci si dovrebbe chiedere cosa lo sia.

Se si applicano i criteri di purificazione del dopoguerra, si tratta sicuramente di tradizione, e i colpevoli meritano di essere processati e condannati.

Forse anche a un plotone di esecuzione, ma questa decisione dovrebbe essere lasciata a un giudice.

Oltre a questi e a centinaia di altri grandi traditori in tutta l'Europa occidentale che servono gli interessi del” WEF”, dell'”OMS” e di altre “ONG “a scapito di molti dei loro concittadini, ad esempio andando alle riunioni del WEF, ci sono innumerevoli collaborazionisti, sempre secondo i criteri stabiliti e applicati nell'immediato dopoguerra.

 Questi collaborazionisti, sempre secondo gli standard stabiliti ottant'anni fa, includono persone che lavorano a livelli inferiori per decine di ONG, solitamente in progetti diretti o coordinati dall' “USAID”, che viene smantellata perché è un'organizzazione criminale.

Includono anche le decine di migliaia di membri delle forze armate della NATO (tutti volontari oggi!) che hanno preso parte alle campagne e spedizioni illegali guidate dagli USA contro la Jugoslavia, la Serbia, l'Iraq, la Siria, la Libia e l'Afghanistan.

Qual è esattamente la differenza essenziale tra ciò che hanno fatto e i volontari delle SS in tempo di guerra?

Possono considerarsi fortunati per non essere mai stati costretti a rispondere delle loro azioni e per essere ancora vivi invece di essere morti in un'ondata di rabbia pubblica vendicativa.

Ora che Donald Trump ha iniziato la lotta contro il mostro malvagio chiamato “Globalismo”, ci sono buone probabilità che gli europei si uniscano a lui.

In ogni caso, è giunto il momento che i criminali che guidano i vari regimi dell'UE e i loro tirapiedi (come i “prostitute che lavorano per i media tradizionali) siano costretti a rispondere dei terribili crimini che hanno commesso, non ultimo quello di aver costretto i loro concittadini a sottoporsi alle vaccinazioni anti-Covid.

Paragonando l'orgia di violenza vendicativa contro i "collaborazionisti" e i traditori alla fine della Seconda Guerra Mondiale con la noncuranza con cui tanti nostri contemporanei collaborano, aiutando e favorendo crimini di guerra e commettendo ogni sorta di crimine, si aggiunge un'altra lampante contraddizione alle tante che già ci circondano.

 

Come tante altre, anche questa contraddizione deriva da una combinazione di esagerazione insensata e cecità intenzionale.

 La resa dei conti del dopoguerra è stata tristemente scandalosa.

Inoltre, la facilità con cui così tante persone oggi commettono crimini per i quali dovrebbero essere punite è condizionata da una distorsione sistematica della storia:

tutti i tedeschi erano presumibilmente cattivi, mentre tutti gli Alleati e i "combattenti della resistenza" erano presumibilmente buoni.

Ora che soprattutto i tedeschi nella Repubblica Federale di origine hanno debitamente interiorizzato e accettato la loro eterna colpa e responsabilità per tutti i crimini commessi durante la Seconda Guerra Mondiale, i discendenti, in particolare degli “Alleati occidentali”, sembrano credere di poter fare tutto ciò che vogliono e farla franca.

Sono tutti discendenti delle stesse persone che sono state determinanti nello sguinzagliare i cani della guerra nel 1939.

Oggi, lo stesso “Partito della Guerra” chiede a gran voce una guerra con la Russia.

È un dato di fatto, il mondo intero può ora vedere che stanno impegnando il peggior tipo di tradizione:

spingere per una guerra che la maggior parte degli elettori non vuole assolutamente.

Alcune persone non imparano mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fermiamoli!

Conoscenzealconfine.it – (6 Marzo 2025) - Claudio FM Giordanengo – ci dice:

 

Ursula Von der Leyen vuole stanziare 800 miliardi di euro per il riarmo dell’Europa in quanto sarebbe sotto minaccia.

Minacciata da chi?

Russia, Cina, Nord Corea o altri hanno forse espresso minacce di guerra o adottato misure ostili?

È esattamente l’opposto, è l’Europa che è scesa volontariamente in una guerra ibrida contro la Russia, è l’Europa che ha adottato pesanti sanzioni commerciali con l’intento di danneggiare l’economia russa, è l’Europa che ora minaccia di voler contrastare militarmente la Russia per ottenere la vittoria di Kiev, vista come unica soluzione di pace.

Siamo alla follia ormai senza controllo.

Si sta andando verso l’attuazione dei dementi auspici del ministro degli Esteri UE, Kallas, che vorrebbe una guerra con Mosca e Pechino.

 Queste persone vanno fermate, sono pericolose e stanno cercando – per interesse personale – di trascinare l’Europa in un baratro.

La guerra sul nostro territorio forse non ci sarà solo grazie al buon senso di Russia e Cina, e anche perché non valiamo il prezzo delle bombe che occorrerebbero per colpirci.

Gli USA si stanno defilando non per abbandonate l’Europa in una guerra, bensì per spingerla ad uscire dalla guerra, a lavorare per la pace, riconoscendo i gravi errori compiuti che hanno portato alla disfatta sul campo.

Se la guerra combattuta forse non arriverà, con il folle piano ipotizzato dalla “Von der Leyen “certamente arriveranno tasse e tagli sul sociale, sanità, pensioni, scuola, e un’ondata di crisi economica generalizzata “che si sommerà a quella che già stiamo subendo.

Questa gente va fermata!

Fico e Orban parlano chiaro, mentre Meloni usa i “ni” cercando di tenere il piede in due staffe.

Non va bene. Questa gente va fermata!

(Claudio FM Giordanengo).

(t.me/LombardiaRussiaGeN/30035).

 

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