Il quadro internazionale è pericoloso.
Il
quadro internazionale è pericoloso.
Gli
USA Sospendono Tutti gli Aiuti
Militari all’Ucraina. Il Cremlino:
“Passo
Significativo Verso
la
Risoluzione del Conflitto”
Conoscenzealconfine.it
– (5 Marzo 2025) – Redazione - Renovatio21 – ci dice:
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al Dipartimento della
Difesa di sospendere tutti gli aiuti militari all’Ucraina in seguito al suo
battibecco pubblico con Volodymyr Zelensky, hanno riferito lunedì le agenzie di
stampa citando funzionari americani.
Lo
riporta “Bloomberg”.
Secondo
la testata economica neo-eboracena, il blocco riguarda le attrezzature già
destinate alla consegna, comprese le armi in transito su aerei e navi o in
attesa nelle aree di transito in Polonia.
La
sospensione rimarrà in vigore finché Trump non vedrà che i leader ucraini
“dimostreranno un impegno in buona fede per la pace”, ha affermato “Bloomberg”,
citando un alto funzionario del Pentagono.
Secondo
il “New York Times”, l’ordine entra in vigore immediatamente e riguarda più di
1 miliardo di dollari in “armi e munizioni in arrivo e in ordine”.
“Il
presidente ha detto chiaramente di essere concentrato sulla pace. Abbiamo
bisogno che anche i nostri partner si impegnino per raggiungere questo
obiettivo.
Stiamo
sospendendo e rivedendo i nostri aiuti per assicurarci che contribuiscano a una
soluzione”, ha detto un funzionario della Casa Bianca a Reuters.
Lunedì
mattina il “Wall Street Journal” ha riferito che Washington ha smesso di
finanziare nuove vendite di armi all’Ucraina e sta valutando la possibilità di
congelare le spedizioni di armi.
Trump
ha ripetutamente accusato Zelensky di minare il suo sforzo di mediare un
accordo di pace tra Kiev e Mosca.
La loro faida pubblica è culminata in una lite
senza precedenti durante un incontro nello Studio Ovale venerdì, dopo la quale
Trump ha detto che Zelensky era irrispettoso nei confronti degli Stati Uniti.
Zelensky
ha insistito sul fatto che un cessate il fuoco deve essere legato alle garanzie
di sicurezza fornite dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali.
Trump,
tuttavia, si è rifiutato di impegnarsi in garanzie specifiche e ha escluso di
rendere l’Ucraina un membro della NATO o di contribuire con truppe americane a
una potenziale missione di mantenimento della pace.
Domenica,
Zelensky aveva detto ai giornalisti che “un accordo per porre fine alla guerra
è ancora molto, molto lontano e nessuno ha ancora avviato tutti questi
passaggi”.
Trump
ha condannato la sua dichiarazione sui social media, promettendo che “l’America
non lo sopporterà ancora per molto”.
Tuttavia
nelle ultime ore da varie parti sono emerse notizie riguardo l’apertura di Kiev
nei confronti dell’accordo sui minerali.
“Questo
tizio non vuole che ci sia la pace finché avrà il sostegno dell’America”, ha
scritto Trump sulla sua piattaforma “Truth Social”.
Il
mese scorso Zelensky aveva detto ai giornalisti che l’Ucraina aveva “basse
possibilità” di sopravvivenza senza gli aiuti americani.
Gli Stati Uniti sono uno dei principali
fornitori di armi di Kiev, tra cui carri armati M1 Abrams, veicoli blindati
Bradley, obici M777, lanciarazzi multipli HIMARS e proiettili di artiglieria.
A
dicembre 2024, il Pentagono ha impegnato più di 66 miliardi di dollari in
assistenza alla sicurezza per l’Ucraina dal 2022.
La
Russia ha sottolineato che nessun aiuto occidentale fermerebbe la presenza
delle sue truppe in Ucraina.
Nelle ultime ore il portavoce del Cremlino
“Demetrio Peskov” ha dichiarato che sospendere gli aiuti militari statunitensi
all’Ucraina costituirebbe un passo significativo verso la risoluzione del
conflitto.
Parlando
ai giornalisti “Peskov” ha dichiarato che, sebbene i dettagli di queste notizie
debbano ancora essere confermati, una mossa del genere potrebbe rivelarsi un
passo significativo verso la de-escalation.
“È
ovvio che gli Stati Uniti sono stati il principale fornitore” di aiuti
militari a Kiev, ha osservato Peskov, aggiungendo che se gli Stati Uniti
rinunciassero a questo ruolo o sospendessero del tutto le forniture, “ciò
sarebbe probabilmente il miglior contributo alla causa della pace”.
Il
portavoce ha affermato che se gli Stati Uniti avessero effettivamente
interrotto tutti gli aiuti militari all’Ucraina, ciò avrebbe significato che
Kiev avrebbe di fatto perso la stragrande maggioranza delle sue munizioni,
equipaggiamenti e Intelligence.
“Se è
davvero così… allora forse, senza abbandonarci a un eccessivo ottimismo,
possiamo modestamente sperare che questo possa incoraggiare il regime di Kiev a
propendere per tentativi di risolvere la situazione con mezzi pacifici”, ha
detto Peskov al giornalista del canale televisivo “Rossija 1”, “Pavel Zarubin”.
(Renovatio21)
(renovatio21.com/gli-usa-sospendono-tutti-gli-aiuti-militari-allucraina-il-cremlino-passo-significativo-verso-la-risoluzione-del-conflitto/).
La
sospettosa incertezza internazionale.
Ilbolive.unipd.it
- Andrea Gaiardoni – (0 6 -03 -2025) –
ci dice:
Donald Trump durante il recente discorso al Congresso
USA.
L’impressionante
accelerazione impressa da Donald Trump nel ridisegnare gli Stati Uniti e il
loro impatto sull’ordine mondiale, arrivando anche a rompere tabù di ordine
morale, gettando al vento alleanze storiche e formandone di nuove e inaudite,
stracciando le regole scritte e non scritte del diritto internazionale, sta
creando un effetto a catena, con riflessi spesso drammatici, in ogni angolo del
mondo.
Basti pensare al drastico cambio di rotta sulla
questione della guerra in Ucraina, culminato con la decisione di interrompere
le forniture militari a Zelensky, punito così dopo il plateale e surreale
diverbio alla Casa Bianca (lasciando il Cremlino a esultare), o al brutale
smantellamento dell’USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (con il
taglio di 60 miliardi di dollari in contratti di aiuti esteri, soprattutto
umanitari: ma la Corte Suprema ha appena bloccato la disposizione del
presidente), o ancora al ritiro degli Stati Uniti da principali tavoli di
coordinamento internazionale contro il cambiamento climatico; per non parlare
dell’imposizione dei dazi qua e là, scatenando una guerra commerciale globale
dagli esiti ancora non del tutto chiari, e delle minacce più o meno reali di
annessioni, dalla Groenlandia a Gaza.
Va talmente veloce Donald Trump (e ogni volta
lascia macerie dietro di sé) che viene da chiedersi: a chi toccherà la prossima
mossa? Quale postura assumerà, tanto per fare un solo esempio, al cospetto
della Cina, suo vero competitor anche sotto il profilo commerciale?
Il “New York Times” ha fotografato così, pochi
giorni fa, questa situazione di “sospettosa incertezza”:
«I
leader stranieri sono di fronte a un dilemma nel trattare con un presidente
imprevedibile e non convenzionale come Trump, che sta apportando modifiche
sostanziali ai termini commerciali con poco preavviso o preparazione.
I
cinesi non vogliono iniziare i colloqui formali perché non vogliono essere
visti come supplichevoli, e sono cauti nell’offrire concessioni prima di aver
compreso i parametri del dibattito».
La
questione è complessa, perché riguarda da vicino anche le relazioni strategiche
già esistenti tra Russia e Cina (c’è chi sostiene che la Russia sia diventata
da tempo, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina, una “colonia cinese”).
Una
partnership economica e militare che affonda le sue radici storiche nella ferma
opposizione agli Stati Uniti e alle democrazie liberali, ma che ora, chissà, la
ritrovata sintonia tra Trump e Putin potrebbe anche mettere in discussione.
Di certo per la nuova amministrazione americana il
pragmatismo prevale sull’ideologia.
Quindi
la domanda: cosa ne sarà di Taiwan nel più immediato futuro?
Washington
sarà ancora disposta a spendersi, anche militarmente, pur di salvare
l’autonomia dell’isola dalle mire di riunificazione di Pechino?
E con quale “guadagno”, visto che si tratta
dell’unica lente utilizzata dall’amministrazione Trump per giudicare cosa
conviene agli Stati Uniti e cosa no?
L’incognita
della Cina.
Alcune
pubbliche prese di posizione possono aiutarci a comprendere meglio la
situazione attuale.
La
prima risale allo scorso luglio, pochi giorni prima che Biden si ritirasse
dalla corsa elettorale:
«Taiwan - disse Trump - dovrebbe pagarci per
la difesa che gli Stati Uniti stanno offrendo.
Sai,
non siamo poi così diversi da una compagnia di assicurazioni».
La
settimana successiva si era spinto a sostenere che l’isola "…aveva rubato
il business dei chip agli Stati Uniti: non avremmo mai dovuto permettere che
ciò accadesse».
Avanti
veloce: lunedì scorso, 3 marzo.
Lo
stesso presidente Trump annuncia che la “Taiwan Semi conductor Manufacturing”
investirà 100 miliardi di dollari per rafforzare la produzione di chip negli
Stati Uniti:
il
capitale sarà destinato alla costruzione di cinque nuovi impianti di
fabbricazione in Arizona.
«Una mossa straordinaria da parte della
società più potente del mondo", ha commentato Trump, evidentemente
soddisfatto per il “pagamento”.
Sul
fronte cinese invece i toni non cambiano, come la portata delle minacce.
L’ultima in ordine di tempo è del portavoce del ministero della Difesa cinese,”
Wu Qian”, al quale era stato chiesto di commentare la notizia della nuova
esercitazione di difesa nazionale dell’esercito taiwanese, al quale aveva
partecipato anche una delegazione statunitense:
"È un grave errore di calcolo,
estremamente pericoloso - ha dichiarato Wu -. Tentare di frenare la marea con
una scopa finirà per portare solo l’autodistruzione. Verremo a prendervi, prima
o poi".
Concetto
ribadito poche ore fa dal premier cinese, “Li Qiang”: "La Cina avanzerà
con fermezza per la riunificazione con Taiwan".
Alla
fine di febbraio l’equipaggio di una nave cargo cinese era stato fermato dalla
Guardia Costiera di Taiwan perché sospettato di aver sabotato deliberatamente
un cavo internet sottomarino.
Trump
prosegue con il suo approccio solo all’apparenza volubile e capriccioso, sempre
provocatorio, arrogante, eccessivo al punto da ribadire poche ore fa, di fronte
al Congresso, di “aver bisogno” della Groenlandia e di voler piantare la
bandiera americana su Marte (è un progetto possibile?).
Al momento attuale non c’è dubbio che Taiwan
resti uno dei dossier di rilievo per l’attuale amministrazione americana ma, a
differenza del passato, quasi esclusivamente per questioni di convenienza
(Trump ha appena dichiarato che un’invasione dell’isola da parte della Cina
sarebbe “catastrofica”).
Eppure
questo crescente mercimonio della geopolitica (al bando le emozioni, gli
ideali, la difesa dei diritti: sono solo affari) non lascia immaginare scenari
immutabili, anzi.
Lo
scorso dicembre, dunque prima dell’insediamento del ciclone-Trump, il “Council
on Foreign Relations” scriveva:
"La
crescente quasi-alleanza tra Cina e Russia rappresenta la più grande minaccia
agli interessi nazionali vitali degli Stati Uniti in sessant’anni.
I loro
sforzi congiunti per minare le politiche e l’ordine internazionale degli Stati
Uniti hanno fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio e continueranno per
il prossimo futuro.
Contenere la Russia e dissuadere la Cina sono
i compiti gemelli della politica statunitense di oggi".
La
mossa a sorpresa di Donald Trump sull’Ucraina, che ha scelto di dare pieno
sostegno al dittatore russo (in cambio di cosa?), segna un clamoroso cambio di
traiettoria nella politica estera degli Stati Uniti, così com’era stata
concepita dal dopoguerra a oggi.
La giornalista e scrittrice “Anne Applebaum”
l’ha commentata così:
«Il
cambiamento impresso da Trump è radicale.
Sta
dicendo: non mi interessano più le alleanze, non mi interessano le vostre
opinioni. Farò un patto con questo dittatore (Putin) sopra le vostre teste.
Un
incontro, risalente al primo mandato presidenziale americano, tra Trump e Putin.
E
questo è un messaggio che viene ascoltato non soltanto in ogni capitale
europea, ma in ogni capitale alleata in tutto il pianeta come un segno che gli
Stati Uniti stanno cambiando" Taiwan compresa.
Filippine
e Giappone compresi, perché questa nuova sintonia con il Cremlino potrebbe
nascondere un messaggio assai concreto al leader cinese “Xi Jinping”:
spartiamoci ciò che è meglio per ciascuno di noi.
Ma in
questo clima, chi può fidarsi di chi?
Mentre si intensificano le pretese, del tutto
unilaterali, della Cina sul mar Cinese meridionale, strategico per le loro
linee di navigazione commerciale.
Finora gli Stati Uniti avevano svolto il ruolo
di argine:
da qui
in avanti è probabile che non sarà più così.
Cina
che, sia detto per inciso, ha appena approvato un aumento del 7,2% della sua
spesa militare per il 2025, in linea con gli aumenti degli anni precedenti, al
fine di “salvaguardare la sua sicurezza nazionale”.
Le
risposte dell’Unione Europea.
In
questo quadro, spaventoso e preoccupante come mai, spicca l’assenza dell’Unione
Europea che paga a carissimo prezzo decenni di divisioni, di particolarismi, di
gelosie, di pigre tattiche perverse che l’hanno in gran parte svuotata di
contenuti condivisi.
Di
fronte al brusco voltafaccia di Washington, che ha cancellato con imbarazzante
semplicità un’alleanza decennale (con queste basi, che fine farà la Nato?) sono
arrivate alcune risposte da Bruxelles.
La prima riguarda il piano “ReArm Europe”,
presentato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen:
un piano che potrebbe valere 800 miliardi di
euro nei prossimi anni andando a far leva su prestiti finanziati da Eurobond,
con l’esclusione delle spese per la Difesa dai conteggi del Patto di Stabilità
e con la possibilità di dirottare fondi per la coesione verso gli armamenti.
«Viviamo in tempi pericolosi - ha rimarcato
von der Leyen -.
Non
c'è bisogno che io descriva la gravità delle minacce che ci troviamo ad
affrontare.
O le
conseguenze devastanti che dovremo sopportare se queste minacce si avvereranno.
La
domanda non è più se la sicurezza dell'Europa sia minacciata in modo molto
reale.
O se l'Europa debba assumersi una maggiore
responsabilità per la propria sicurezza.
In verità, conosciamo da tempo le risposte a
queste domande.
La
vera domanda che abbiamo di fronte è se l'Europa è pronta ad agire con la
stessa decisione che la situazione impone».
Ma non è, e non sarà, soltanto una questione
di armi, di esercito comune (ammesso che mai si riesca a trovare un punto
d’accordo tra i 27).
C’è anche la questione commerciale, che
probabilmente è la sfida più urgente e immediata che l’Unione Europea si trova
a fronteggiare, di fronte alla minaccia dei dazi americani (gli Stati Uniti
sono il principale partner dell’UE per l’esportazione di merci e il secondo per
l’importazione).
Per semplificare: qualora gli Stati Uniti
applicassero dazi al 25% sui prodotti delle aziende europee, l’aumento di
prezzo ne ridurrebbe la loro possibilità di vendita.
Se poi
l’UE decidesse di rispondere imponendo dazi sui prodotti statunitensi
d’importazione, anche questi finirebbero per costare di più ai consumatori
europei.
Creando
così ulteriori difficoltà alla crescita economica.
Quindi
diventa fondamentale aprire, e in fretta, altre “vie commerciali”.
È in
questo quadro che si colloca la trasferta dell’intera Commissione Europea in
India, alla fine di febbraio, con l’obiettivo di concludere, entro la fine del
2025, i negoziati per “un accordo di libero scambio equilibrato, ambizioso e
reciprocamente vantaggioso”.
Ursula
von der Leyen e il premier indiano Narendra Modi hanno sottolineato
l’importanza di intensificare la cooperazione tra l’India e l’Europa sulla base
«di valori e principi condivisi, tra cui la democrazia, lo Stato di diritto e
l’ordine internazionale basato su regole», come hanno ribadito in un comunicato
congiunto.
Il
Clean Industrial Deal europeo
e la
lunga strada per la
decarbonizzazione.
Ilbolive.unipd.it
- Francesco Suman – (4-3-2025) – ci dice:
Vi sono Bandiere europee al di fuori della
sede della Commissione Europea.
Il
piano per salvaguardare il futuro della competitività europea presentato da
Mario Draghi a settembre dell’anno scorso si imperniava attorno a tre pilastri:
innovazione, decarbonizzazione e sicurezza.
Le
istituzioni europee erano chiamate a rispondere e lo scorso 26 febbraio la
Commissione ha presentato il Clean Industrial Deal, la proposta di riforme con
cui intende proseguire lungo la strada tracciata dal primo mandato di Ursula
von der Leyen, che dal 2019 al 2024 è stato fortemente incentrato sul Green
Deal.
“Il
Clean Industrial Deal tiene insieme l’azione climatica e la competitività sotto
un’unica strategia di crescita”, si legge nella comunicazione della
Commissione. Ma se questa seconda legislatura manterrà le promesse ambientali e
climatiche annunciate è ancora tutto da dimostrare.
Lo
stesso giorno infatti la Commissione, anche alla luce dell’esito delle elezioni
dello scorso giugno che hanno spostato a destra la chiave di volta dell’arco
parlamentare, ha presentato una proposta di semplificazione burocratica che
consentirà a oltre l’80% delle aziende europee, escludendo quelle di grandi
dimensioni, di essere meno vincolate alla rendicontazione dell’impatto
ambientale delle proprie attività.
In
nome della competitività si sceglie un po’ di deregolamentazione, come del
resto avviene (ancor di più) dall’altra parte dell’Atlantico.
Un’altra
indicazione del fatto che l’aria che tira è quella che ha iniziato a soffiare
prepotentemente da Washington è il fatto che la Commissione chiede di “comprare
europeo”, più made in EU, per sostenere l’economia interna e parare i colpi che
verranno dagli altri blocchi economici, soprattutto dai dazi degli Stati Uniti,
che a propria volta chiedono di “comprare americano”.
Per
supportare la produzione europea green, la Commissione pianifica di mettere a
disposizione 100 miliardi di euro nei prossimi 10 anni, tramite una banca per
la decarbonizzazione industriale (Industrial Decarbonisation Bank) che
assisterà soprattutto i settori cosiddetti hard-to–abate, come l’acciaio o la
chimica, che devono competere con industrie che in altre parti del mondo non
devono far fronte né a costi dell’energia alti come quelli europei né attenersi
vincoli ambientali stringenti.
Secondo
il delegato europeo per il clima” Woepke Hoekstra” i cento miliardi pubblici
favoriranno l’investimento privato fino a un totale di 400 miliardi di euro.
Prioritario
per la competitività europea è riuscire ad abbassare i prezzi dell’energia, sia
per le industrie sia per la cittadinanza:
46 milioni di europei sono in condizioni di
povertà energetica e dopo l’impennata del 2022 i prezzi del gas non sono ancora
tornati ai livelli precedenti alla guerra in Ucraina.
Per
affrontare questa situazione, la Commissione ha predisposto l’ “Affordable
Energy Action Plan”, una serie di misure che intendono agire sia sul breve sia
sul medio-lungo termine.
Tra
queste c’è la nascita di una “Energy Union task force” che lavorerà per
appianare le differenze del costo dell’energia tra diversi Paesi dell’Unione.
L’obiettivo
è quello di creare un’Unione Europa dell’energia, un mercato energetico
interconnesso, dotato di regole comuni e capace di acquistare l’energia da
importare (soprattutto il gas, che influenza anche i prezzi dell’elettricità)
come unico soggetto europeo.
Per
mettersi al riparo dalla volatilità dei prezzi, la progressiva riduzione della
dipendenza dai combustibili fossili resta il faro da seguire:
servono
investimenti in infrastrutture fisiche che consentano lo scambio di energia
elettrica da un Paese all’altro, specialmente in vista dell’aumento della quota
di fonti di generazione a basse emissioni.
Sul breve termine, una gestione più efficiente
dei consumi e l’abbassamento delle tasse nazionali sull’elettricità sono la
strada indicata per alleggerire la pressione, assieme alla stipula da parte
delle imprese di contratti energetici con costi fissi per lungo tempo (Power
Purchase Agreements), particolarmente adatti all’energia a basso costo e a
basse emissioni prodotta da fonti rinnovabili.
Supporto
al made in EU.
La
Commissione propone inoltre di supportare la domanda di prodotti e tecnologie
green “made in Europe”, aggiornando in questa direzione i criteri degli appalti
pubblici (public procurement) e le regole sugli aiuti di Stato per facilitare
la diffusione delle energie rinnovabili, di cui si intende accelerare gli iter
autorizzativi tramite l’”Industrial Decarboniation Accelerator Act”.
Tutto questo servirà ad assicurare una
capacità produttiva adatta alle esigenze di decarbonizzazione del continente,
che dipende dalle importazioni non solo per quanto riguarda il vecchio
paradigma dei combustibili fossili, ma anche per quello nuovo incentrato sui
minerali critici alla transizione energetica.
Circolarità
e minerali critici.
La
questione dell’accesso alle risorse e quella dell’uso circolare delle stesse
sono una complementare dell’altra.
Oltre
all’acquisto congiunto dell’energia, l’Unione Europa intende andare nella
direzione dell’acquisto comune, per negoziare prezzi più vantaggiosi, anche
delle materie prime che servono alla transizione e a una produzione europea che
voglia essere competitiva a livello globale: se ne occuperà un nuovo “EU
critical raw material centre”.
Il
Vecchio Continente non gode di abbondanza di risorse minerarie, per cui quelle
importate dovranno venire utilizzate e soprattutto riutilizzate con saggezza.
La proposta della Commissione è quella di un “Circular
Economy Act” da adottare nel 2026 per creare una filiera circolare che ricicli
almeno il 24% dei materiali entro il 2030.
Competenze
e Innovazione.
Il
piano per la decarbonizzazione industriale necessita anche di competenze di
alto livello, che verranno coordinate da una nuova “Union of Skills”.
In questa cornice verranno individuati i
settori bisognosi di maggior apporto di competenze e verrà potenziato con 90
milioni di euro il programma Erasmus+, che favorisce la mobilità degli studenti
europei dalla scuola primaria fino a dopo l’università.
Verrà
inoltre rafforzato il “fondo Invest EU” e quello per l’innovazione “Innovation
Fund”, che erogherà i 100 miliardi gestiti dalla” Industrial Decarbonisation
Bank”, con il coinvolgimento della “European Investment Bank”.
Verranno poi lanciati bandi dedicati a
progetti di ricerca sulla decarbonizzazione all’interno del quadro di
finanziamento” Horizon Europe”.
“Rischi
globali”: bicchiere mezzo pieno.
Ispionline.it – (22 Mar 2024) – Marina Benedetti -Valentina Cariani –
ci dicono:
Le
tensioni geopolitiche incidono dove l’export italiano è meno presente.
USA,
EAU, Spagna e India confermati mercati più favorevoli.
Potenziale da esprimere in Corea e Vietnam.
Negli
ultimi anni diversi e svariati macro-trend hanno suscitato interesse nel
dibattito pubblico.
Le
nuove tecnologie sono indubbiamente uno strumento necessario e indispensabile
per affrontare le diverse sfide di oggi e di domani, a partire dal cambiamento
climatico i cui effetti sono sempre più numerosi e impattanti per le economie.
Le variabili economiche che guidano la domanda
globale sono legate a doppio filo anche a quelle geopolitiche in un circolo che
spesso si autoalimenta;
sapere
quali aspetti siano più esposti a fattori contingenti, comprendere i reali
effetti che eventi di cronaca possono generare sul quadro globale e riconoscere
i rischi, ma soprattutto le opportunità che quest’anno le imprese italiane
hanno di fronte a sé:
questi
i temi a cui la “Where to Export Map 2024” di “SACE” ha dato voce, anche
quest’anno con la collaborazione di “Fondazione Enel”.
IA e
clima: due macro (se non giga) trend.
L’intelligenza
artificiale (IA) è la tecnologia che sta trasformando le economie garantendo
aumenti di produttività, crescita e resilienza.
Un
Paese che investe in IA per un terzo dei settori con guadagni in termini di
produttività del lavoro derivanti da questa adozione del 20% – numero
plausibile e realistico – genera un effetto moltiplicatore su tutta la sua
economia dell’1,3% annuo per i primi cinque anni e dello 0,6% nei primi dieci.
Se si
ipotizzasse invece un investimento a tutto campo sull’economia di un Paese
l’incremento annuale sarebbe dell’1,5% per circa 10-20 anni.
Per esprimerne il pieno potenziale è comunque
necessario investire sulla formazione e sulle competenze della forza lavoro, a
cui vanno aggiunti anche cambiamenti organizzativi e di processo per sfruttare
appieno gli investimenti di capitale che ne derivano.
L’IA è
sempre più anche uno strumento fondamentale per supportare le economie nella
lotta al cambiamento climatico per cui si sta assistendo a una forte crescita
di eventi estremi a esso collegati che generano danni non solo economici ma
anche sociali. In generale, tali impatti non si riflettono in modo uguale sulle
varie aree geografiche;
Paesi
dai fondamentali economici meno solidi faticano di più a far fronte alle
conseguenze di un evento climatico estremo e questo vale ancor più in ottica
prospettica.
Nella
sola Unione Europea negli ultimi quarant’anni le perdite economiche associate
ai disastri naturali ammontano a €650 miliardi, di cui più di 100 solo nel
biennio 2021-22.
L’entità delle perdite connesse agli eventi
climatici estremi dipende sia dalla loro numerosità sia dal valore dei beni
esposti e dalle misure di adattamento previste.
Nella
UE le maggiori perdite sono state subite da Germania, Francia e Italia sia in
termini assoluti sia anche tenendo conto della percentuale assicurata.
In generale, tra i Paesi membri, meno del 20%
delle perdite totali erano assicurate;
il
tasso di copertura varia molto da un Paese all’altro: si va da meno del 5% in
diversi Paesi – tra cui Grecia o Portogallo – a oltre il 30% in Germania,
Francia, Belgio e Paesi Bassi e con le quote maggiori nei Paesi nordici
(Danimarca e Norvegia oltre il 60%).
Italia
e Spagna avevano assicurato solamente il 5% a fronte di perdite cumulate di
€111 miliardi e €84 miliardi ciascuna.
FMI e SACE e Fondazione Enel.
È per
questo, ma non solo, che la UE con la Strategia di “Adattamento ai Cambiamenti
Climatici” mira a promuovere azioni a livello nazionale, affinché l’Europa
entro il 2050 diventi una “Unione resiliente al climate change”.
La
Strategia si basa su quattro priorità: un adattamento più intelligente, più
sistemico e integrato, più rapido, e un’intensificazione dell’azione
internazionale.
Ogni
Paese membro si deve dotare di una politica nazionale di adattamento; l’Italia,
in tale ottica, nel dicembre scorso ha approvato il” Piano Nazionale di
Adattamento ai Cambiamenti Climatici” (PNACC).
Rischi:
bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Il
quadro globale del 2024 mostra come l’incertezza che ci ha accompagnati negli
ultimi anni non si sia dipanata:
la guerra in Ucraina continua, si è aggiunto
il conflitto Hamas-Israele, l’inflazione è ancora relativamente alta e la
domanda globale ha chiuso il 2023 in maniera fiacca.
Tuttavia,
le economie stanno mostrando resilienza, la situazione in Mar Rosso, nonostante
anche gli ultimi episodi di cronaca, al momento è contenuta con impatti non
persistenti per le imprese italiane che vedono passare da lì rispettivamente il
7% e il 16% del loro export e import di beni;
l’inflazione
è attesa in calo con tagli dei tassi d’interesse a partire dalla fine del primo
semestre e la domanda globale è in ripresa con il commercio internazionale di
beni atteso tornare crescere a un ritmo dell’1,7% in volume (+4,4% i servizi).
Il
quadro dei rischi “SACE” evidenzia un lieve miglioramento nonostante le
complessità del contesto.
Nel 2024 infatti i rischi del credito
diminuiscono in quasi tutte le aree da Oriente a Occidente, con alcune
attenzioni per il continente africano dove vi sono comunque mercati di
opportunità per le imprese italiane, tra cui Marocco, Senegal e Costa d’Avorio.
Il
miglioramento è frutto soprattutto di alcuni Paesi che hanno riportato un
consolidamento di rilievo in termini sia economici che demografici (Brasile,
Messico, Emirati Arabi Uniti, India), andando a rinforzare i già positivi
risultati dello scorso anno, e altri, come Vietnam, Arabia Saudita, Oman, che
hanno confermato le crescenti potenzialità.
Il
quadro del rischio politico globale è più eterogeneo:
seppur stabile nei livelli, risente
dell’impatto dei numerosi conflitti sulla componente della violenza politica.
Il deterioramento è evidente non solo nei
Paesi coinvolti direttamente nei conflitti più o meno recenti (dopo Russia e
Ucraina anche Israele e Territori Palestinesi), ma anche in mercati che
scontano l’incertezza circa il possibile ampliamento delle tensioni (Iran) o
caratterizzati da un incremento delle tensioni sociali (Egitto, Tunisia), di
natura etnica o territoriale (Armenia, Azerbaijan, Serbia, Kosovo, Taiwan) e di
forte instabilità istituzionale (Niger, Gabon).
L’indice
di” rischio di cambiamento climatico” presenta un quadro eterogeneo tra le
diverse regioni, su livelli significativi per gran parte dei Paesi.
Africa,
Asia, America Centrale e parte settentrionale dell’America Latina presentano i
livelli più elevati e con consistenti peggioramenti previsti per gli scenari
futuri, mentre sono attesi miglioramenti per i Paesi avanzati e il Medio
Oriente, confermando la validità delle strategie di investimento messe in atto
dai vari governi per combattere il cambiamento climatico.
Gli indicatori della “Transizione Energetica”
registrano l’avanzare su scala globale e la crescita del 40% degli investimenti
in “energia verde” negli ultimi tre anni alimenta le speranze verso un
significativo processo di decarbonizzazione ed elettrificazione.
Tuttavia,
il progressivo e costante miglioramento delle performance globali risulta
ancora troppo lento e limitato rispetto alle urgenti sfide poste dalla crisi
climatica ai nostri ecosistemi e alle nostre società.
Dove
si concentrano le opportunità.
Vedendo
il bicchiere mezzo pieno, le note positive per le imprese italiane che guardano
ai mercati esteri per crescere e consolidarsi arrivano dall’ “Export
Opportunity Index” di SACE, che conferma gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi
Uniti, la Spagna e l’India come geografie dalle maggiori prospettive per
l’export italiano di beni, seguite da Arabia Saudita, Qatar e Cina.
Il fil
rouge, per tutti, è la “spinta green” dei piani d’investimento dei vari governi
che potranno contare sulla qualità del “Made in Italy”, così come le strategie
di diversificazione dell’economia dei mercati mediorientali.
Le
imprese italiane potranno inoltre cogliere opportunità in mercati come Corea
del Sud e Vietnam, dove il potenziale per l’export di beni non è sempre
pienamente espresso e vi sono ampi margini di crescita, e di geografie dove le
imprese italiane possono rafforzare la loro presenza, come Messico e Brasile,
dove i governi puntano, rispettivamente, su rafforzamento della manifattura
locale e programmi d’investimenti sostenibili.
Il
diritto internazionale
non
sta più tanto bene.
Info-cooperazione.it – (7 Giugno 2024) -
Redazione – ci dice:
Una
delle principali conseguenze dell’escalation dei conflitti di questi ultimi
anni (Ucraina e Gaza in primis) è il collasso progressivo del diritto
internazionale.
Lo ha affermato “Amnesty International” in
occasione del lancio del suo rapporto annuale “Lo stato dei diritti umani nel mondo”, che fornisce una valutazione dei
diritti umani in 155 paesi del mondo.
Il
quadro che emerge da questa ricerca è alquanto desolante ed evidenzia fenomeni
in crescita come la repressione dei diritti umani e la sistematica violazione delle regole
internazionali, in un contesto di crescente disuguaglianza globale, di superpotenze in
competizione per la supremazia e di una crescente crisi climatica.
Molti
di quei paesi che dopo la Seconda Guerra Mondiale furono gli artefici del
sistema giuridico internazionale si stanno mostrando incapaci di difenderlo e
farlo rispettare, lo dimostra l’impunita violazione del diritto internazionale
da parte di Israele, la continua aggressione della Russia contro l’Ucraina, e
il crescente numero di conflitti armati e alle massicce violazioni dei diritti
umani testimoniate, ad esempio, in Sudan, Etiopia e Myanmar.
Insomma, secondo Amnesty, l’ordine globale
basato su regole comuni è fortemente a rischio.
Inoltre
l’illegalità, la discriminazione e l’impunità nei recenti conflitti sono state
rese possibili anche grazie all’uso incontrollato di tecnologie che oggi sono
abitualmente utilizzate come armi da attori militari, politici e aziendali.
Le piattaforme di “Big Tech” hanno alimentato
il conflitto.
Gli
spyware e gli strumenti di sorveglianza di massa vengono utilizzati per violare
i diritti e le libertà fondamentali, mentre i governi stanno implementando
strumenti automatizzati prendendo di mira i gruppi più emarginati della
società.
In un
mondo sempre più precario, la proliferazione e l’impiego non regolamentati di
tecnologie come l’“intelligenza artificiale generativa”, il riconoscimento
facciale e gli spyware sono destinati a diventare un nemico pericoloso,
aumentando e aggravando le violazioni del diritto internazionale e dei diritti
umani.
In un
anno elettorale così cruciale a livello globale (si pensi alle lezioni in UE,
USA, India, ecc.) e di fronte alla lobby anti-regolamentazione sempre più
potente guidata e finanziata dagli attori delle “Big Tech”, questi progressi
tecnologici non regolamentati rappresentano un’enorme minaccia per le democrazie poiché possono essere utilizzati
come armi per discriminare, disinformare e dividere le opinioni pubbliche.
Il
rapporto presenta una dura valutazione del tradimento dei principi dei diritti
umani da parte dei leader e delle istituzioni di diversi paesi rilevanti.
Di fronte al moltiplicarsi dei conflitti, le
azioni di molti stati potenti hanno ulteriormente danneggiato la credibilità
del multilateralismo e minato l’ordine globale basato sulle regole stabilite a
livello internazionale dal 1945 in poi.
Le prove ormai largamente disponibili dei
crimini di guerra commessi di recente dal governo israeliano in seguito ai
terribili attacchi di Hamas e altri gruppi armati il 7 ottobre, non hanno
mobilitato adeguatamente la comunità internazionale che ha dimostrato in questa
occasione di delegittimare sempre più gli organismi internazionali preposti, un
esempio su tutti è l’uso sistematico del veto da parte degli Stati Uniti per
paralizzare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su una risoluzione
necessaria per un cessate il fuoco e il boicottaggio del lavoro della Corte
Penale Internazionale.
Il
fallimento della comunità internazionale nel proteggere migliaia di civili –
soprattutto donne e bambini – dall’essere uccisi nella Striscia di Gaza
militarmente occupata rende palese che le stesse istituzioni create per
proteggere i civili e sostenere i diritti umani non sono più adatte allo scopo.
Ciò che abbiamo visto nel 2023 conferma che molti stati potenti stanno
abbandonando i valori fondanti dell’umanità e dell’universalità sanciti dalla
Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il
rapporto documenta anche la flagrante violazione delle regole da parte delle
forze russe durante la continua invasione su vasta scala dell’Ucraina.
Evidenzia
attacchi indiscriminati contro aree civili densamente popolate, nonché
infrastrutture per l’esportazione di energia e grano;
l’uso
della tortura o di altri maltrattamenti contro i prigionieri di guerra e la
vasta contaminazione ambientale causata da azioni mirate dall’esercito russo.
Anche
l’esercito e le milizie del Myanmar hanno condotto attacchi contro i civili,
provocando oltre 1.000 morti civili solo nel 2023.
Né
l’esercito del Myanmar né le autorità russe si sono impegnati a indagare sulle
segnalazioni di evidenti violazioni ed entrambi hanno ricevuto sostegno
finanziario e militare dalla Cina.
Infine
in Sudan, entrambe le parti in guerra, le Forze Armate del Sudan e le Forze di
Supporto Rapido, hanno dimostrato poca attenzione per il diritto umanitario
internazionale poiché hanno effettuato attacchi mirati e indiscriminati che
hanno ucciso e ferito civili e hanno lanciato armi esplosive da quartieri
densamente popolati uccidendo 12.000 persone nel 2023.
Ciò ha innescato la più grande crisi di
sfollamenti al mondo con oltre 8 milioni di persone costrette a fuggire.
Senza una fine del conflitto in vista, la
crisi alimentare che attanaglia il Sudan da mesi è ormai pericolosamente vicina
a trasformarsi in carestia.
(Governance)
Il
primo trattato internazionale sull’IA:
cosa
prevede la convenzione quadro
del
Consiglio d’Europa.
Agendadigitale.eu
– (28-5 – 2024) – Alessandra Faranda (DLA Piper) – Giacomo Lusardi (Avvocato) –
ci dicono:
Cultura
e società digitali.
La
Convenzione quadro mira a sfruttare responsabilmente l’intelligenza
artificiale, proteggendo diritti umani, democrazia e Stato di diritto.
Enfasi sul ciclo di vita dell’IA, basato su
definizioni OCSE.
Regolamenta
attività con impatto negativo su diritti e democrazia.
Principi
chiave: dignità umana, trasparenza, supervisione, accountability.
L’intelligenza
artificiale ci deve una spiegazione.
Il
Consiglio d’Europa ha adottato a Strasburgo la prima convenzione quadro
internazionale giuridicamente vincolante volta a garantire il rispetto dei
diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto nell’utilizzo dei
sistemi di intelligenza artificiale nel settore pubblico e privato.
Future
Of AI - EU
Council Approves World's First Major Artificial Intelligence Law.
Aperta
alla firma dal prossimo 5 settembre, anche ai Paesi extraeuropei, la
convenzione delinea un quadro normativo che copre l’intero ciclo di vita dei
sistemi di IA, dalla progettazione alla dismissione, affrontandone i rischi ma
incentivando, al contempo, un’innovazione responsabile.
Indice
degli argomenti:
L’impegno
per una governance responsabile dell’IA.
Ambito
di applicazione, definizioni e approccio globale.
L’enfasi
sul “ciclo di vita” dell’IA.
Cosa
s’intende per “sistema di IA” nell’ambito della Convenzione.
Le
attività che la convenzione si propone di regolamentare.
La
disciplina dell’IA nel settore pubblico e nel settore privato.
Principi
generali relativi alle attività nel ciclo di vita dei sistemi di IA.
Dignità
umana e autonomia individuale.
Trasparenza
e supervisione dei sistemi di IA.
Accountability
e responsabilità.
Rimedi,
garanzie procedurali e gestione dei rischi. Moratoria per i sistemi di IA.
Implementazione,
effetti ed entrata in vigore della Convenzione.
L’impegno
per una governance responsabile dell’IA.
Obiettivo
primario della Convenzione quadro è garantire che il potenziale delle
tecnologie di intelligenza artificiale (IA) sia sfruttato in modo responsabile,
rispettando, proteggendo e realizzando i valori condivisi dalla comunità
internazionale, i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto.
I
sistemi di IA offrono opportunità mai viste prima, ma allo stesso tempo
presentano rischi e pericoli quali la discriminazione, la disuguaglianza di
genere, la compromissione dei processi democratici, la lesione della dignità
umana o dell’autonomia individuale o, ancora, l’uso improprio da parte degli
Stati a fini repressivi.
Ambito
di applicazione, definizioni e approccio globale.
L’enfasi
sul “ciclo di vita” dell’IA.
Le
previsioni della Convenzione sono incentrate sul concetto di “ciclo di vita”
dei sistemi di IA, che ne sintetizza le diverse fasi, dalla concezione e
progettazione fino alla dismissione. Concetto che è anche alla base del
Regolamento Europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act) con riferimento, tra
l’altro, agli obblighi di trasparenza e di adozione del sistema di gestione dei
rischi.
Il
ciclo di vita dei sistemi di IA secondo l’OCSE.
Cosa
s’intende per “sistema di IA” nell’ambito della Convenzione.
Ma
cosa s’intende per “sistema di IA” nell’ambito della Convenzione?
Essa definisce i sistemi di IA basandosi non
sulla corrispondente definizione letterale contenuta nell’AI Act, ma di quella
adottata dall’OCSE l’8 novembre 2023.
Definizioni,
quella dell’OCSE e dell’AI Act, che peraltro coincidono nella sostanza, dato
che si fondano sulle medesime proprietà chiave dei sistemi di IA: autonomia e
adattabilità variabili, capacità di inferenza e di generazione di previsioni,
contenuti, raccomandazioni o decisioni che possono influenzare ambienti fisici
o virtuali.
La
scelta della definizione dell’OCSE è orientata all’esigenza di rafforzare la
cooperazione internazionale sul tema dell’IA e di facilitare gli sforzi volti
ad armonizzarne la governance a livello globale.
Le
attività che la convenzione si propone di regolamentare.
Sotto
il profilo oggettivo, la convenzione non si propone di regolamentare tutte le
attività rientranti nel ciclo di vita dei sistemi di IA, ma soltanto quelle in
grado di interferire con i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto.
È
peculiare, quindi, l’approccio del “Consiglio d’Europa “che, a differenza dell’”AI
Act”, non fa coincidere il proprio ambito di applicazione oggettivo con
specifici modelli, sistemi o pratiche di IA, bensì con le singole attività
facenti parte del ciclo di vita dell’IA e sull’impatto che esse possono avere
anche a prescindere dal rischio che il sistema presenta nel suo complesso.
La
disciplina dell’IA nel settore pubblico e nel settore privato.
La
Convenzione disciplina l’utilizzo dei sistemi di IA sia nel settore pubblico
che nel settore privato.
Le parti della Convenzione dovranno adottare o
mantenere le opportune misure legislative, amministrative o di altro genere per
dare attuazione alle sue disposizioni.
Misure
che dovranno essere graduate e differenziate sulla base della gravità e della
probabilità del verificarsi di impatti negativi sui diritti umani, la
democrazia e lo Stato di diritto durante tutto il ciclo di vita dei sistemi di
IA.
Principi
generali relativi alle attività nel ciclo di vita dei sistemi di IA.
Dopo
un primo e un secondo capitolo su, rispettivamente, previsioni e obblighi
generali, il terzo capitolo della Convenzione stabilisce una serie di principi
generali da attuare in conformità agli ordinamenti giuridici nazionali.
Essi
sono volutamente formulati con un livello elevato di generalità, così da poter
essere applicati in modo flessibile in una varietà di contesti in rapida
evoluzione.
Dignità
umana e autonomia individuale.
Il
primo principio prevede l’adozione di misure per il rispetto della dignità
umana e dell’autonomia individuale.
In particolare, l’uso di sistemi di IA non
dovrebbe portare alla disumanizzazione degli individui, minare la loro capacità
di agire autonomamente o ridurli a meri punti dati (data point).
Inoltre, i sistemi di IA non dovrebbero essere
antropomorfizzati in un modo che interferisca con la dignità umana.
L’autonomia
della persona è un elemento chiave della dignità umana, intesa come capacità di
autodeterminarsi, prendere decisioni senza coercizioni e vivere liberamente.
In ambito di IA preservare l’autonomia
individuale significa garantire alle persone il controllo sull’utilizzo e
l’impatto delle tecnologie di IA nelle loro vite, senza che queste ne
compromettano la libera scelta.
Principio, l’antropocentrismo, che peraltro
permea anche l’AI Act (il cui scopo è, tra l’altro, “promuovere la diffusione
di un’intelligenza artificiale (IA) antropocentrica e affidabile”) e il DDL
italiano in materia di IA ora al vaglio delle Camere.
Trasparenza
e supervisione dei sistemi di IA.
Il
secondo principio riguarda la trasparenza e la supervisione dei sistemi di IA,
fondamentali anche nell’ambito dell’AI Act sia con riferimento ai sistemi ad
alto rischio che a determinati sistemi di IA in esso individuati.
In virtù delle caratteristiche di complessità
e opacità che caratterizzano i sistemi di IA, le attività svolte attraverso di
essi richiedono adeguati presidi sotto questi due aspetti.
I processi decisionali e il funzionamento
generale dei sistemi di IA dovrebbero essere comprensibili e accessibili sia
dagli attori della filiera che, ove necessario e appropriato, dagli altri
soggetti interessati.
Al
riguardo, la Convenzione prescrive l’adozione o il mantenimento di misure per
assicurare la presenza di idonei requisiti di trasparenza e monitoraggio
modulati in base ai contesti e ai rischi specifici, inclusa l’identificazione
dei contenuti generati tramite IA.
Della
trasparenza rilevano soprattutto gli aspetti di spiegabilità e
interpretabilità: la prima si riferisce alla capacità di fornire spiegazioni
sufficientemente comprensibili sul perché un sistema di IA fornisca determinate
informazioni, produca specifiche previsioni, contenuti, raccomandazioni o
decisioni, il che è particolarmente importante in ambiti sensibili quali
l’assistenza sanitaria, i servizi finanziari, l’immigrazione, i servizi di
frontiera, la giustizia penale; la seconda si riferisce, invece, alla capacità
di comprendere come un sistema di IA faccia previsioni o prenda decisioni,
ossia alla misura il processo di generazione degli output possa essere reso
accessibile e comprensibile ai non esperti del settore. Tuttavia, la
divulgazione delle informazioni potrebbe contrastare con la privacy, la
riservatezza e i segreti commerciali, la sicurezza nazionale, o i diritti dei
terzi: per queste ragioni, nell’attuazione del principio di trasparenza è
opportuno trovare un giusto equilibrio tra i vari interessi in gioco.
Quanto
alla supervisione, essa si riferisce a vari meccanismi e processi per
monitorare e guidare le attività del ciclo di vita dei sistemi di IA:
secondo il testo della Convenzione si potrebbe
trattare di framework giuridici, politici e normativi, di raccomandazioni,
linee guida, codici di condotta, programmi di audit e certificazione, di
strumenti di individuazione degli errori, o di un coinvolgimento di autorità di
vigilanza.
Accountability
e responsabilità.
Il
terzo principio, di accountability e responsabilità, costituisce un altro dei
capisaldi della Convenzione.
Esso riguarda la necessità di predisporre
meccanismi affinché le organizzazioni, entità e individui impegnati nelle
attività lungo tutto il ciclo di vita dei sistemi di IA rispondano degli
impatti negativi sui diritti umani, sulla democrazia o sullo Stato di diritto.
Principio inscindibile da quelli di
trasparenza e supervisione, poiché i meccanismi di trasparenza e supervisione
consentono l’esercizio della responsabilità e dell’accountability rendendo più
chiaro il funzionamento dei sistemi di IA e come producono i loro output.
La
Convenzione si articola, poi, su altri quattro principi altrettanto importanti:
eguaglianza
e non discriminazione, rispetto al quale il testo elenca una serie di
riferimenti normativi da considerare e i vari pregiudizi (bias) che potrebbero
caratterizzare i sistemi di IA, tutela dei dati personali, affidabilità sulla
base di standard tecnici e misure in chiave di robustezza, accuratezza,
integrità dei dati e cybersicurezza, e, infine, innovazione sicura in ambienti
controllati (ad esempio, “sandbox “regolamentari).
Rimedi,
garanzie procedurali e gestione dei rischi. Moratoria per i sistemi di IA.
Sotto
il profilo dei rimedi, la Convenzione richiede alle parti di applicare i propri
regimi normativi esistenti alle attività che caratterizzano il ciclo di vita
dei sistemi di IA.
Per
rendere efficaci i rimedi in questione, essa prevede l’adozione o il
mantenimento di misure specifiche volte a documentare e rendere disponibili
determinate informazioni alle persone interessate, ma anche ad assicurare
l’effettiva possibilità di presentare reclamo alle autorità competenti.
Rispetto
alle garanzie procedurali la Convenzione prevede che i soggetti che
interagiscono con i sistemi di IA siano informati proprio del fatto che stanno
interagendo con un sistema di IA e non con un essere umano.
Vi è
poi una disposizione inerente alla necessità di identificare, valutare,
prevenire e mitigare ex ante e, se del caso, in modo iterativo per tutto il
ciclo di vita del sistema di IA, i rischi e gli impatti potenziali rilevanti
per i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto, sviluppando un
sistema di gestione dei rischi sulla base di criteri concreti e oggettivi.
La Convenzione impone anche alle parti di
valutare la necessità di moratorie, divieti o altre misure appropriate per
quanto riguarda i sistemi di IA incompatibili con il rispetto dei diritti
umani, della democrazia e dello Stato di diritto, lasciando libertà alle parti
nella definizione del concetto di incompatibilità così come sugli scenari che
richiedano le misure in questione.
Implementazione,
effetti ed entrata in vigore della Convenzione.
Quanto
all’implementazione della Convenzione, essa impone di tenere in debita
considerazione le esigenze e le vulnerabilità specifiche riguardanti le persone
affette da disabilità e i minori, nonché di promuovere l’alfabetizzazione
digitale per tutti i segmenti della popolazione.
Le
parti della Convenzione sono libere di applicare precedenti accordi o trattati
relativi al ciclo di vita dei sistemi di IA coperti dalla Convenzione, ma
devono attenersi agli obiettivi e alle finalità della stessa, senza assumere
obblighi in contrasto.
Dal 5
settembre 2024 la Convenzione sarà aperta alla firma non solo degli Stati
membri del Consiglio d’Europa, ma anche dei Paesi terzi che hanno contribuito
alla sua elaborazione, tra cui Argentina, Australia, Canada, Giappone, Israele,
Stato della Città del Vaticano e USA, oltre che dell’UE.
Una
volta in vigore, altri Stati non membri potranno essere invitati ad aderirvi.
La Convenzione entrerà in vigore il primo
giorno del mese successivo allo scadere di un periodo di tre mesi dalla data in
cui almeno cinque firmatari, incluso un minimo tre Stati membri del Consiglio
d’Europa, avranno espresso il loro consenso ad esserne vincolati.
«L'Europa
non pensa alla pace,
ma alla guerra».
Msn.com - Avvenire - Diego Motta - (06 -03 –
2025) – ci dice:
«Dobbiamo
prepararci alla marcia per la guerra?».
L’amarezza di Flavio Lotti è tutta in questa
frase, che il presidente della “Fondazione Perugia Assisi” per la Cultura della
pace pronuncia subito, quasi con rassegnazione.
L'ispiratore di tante mobilitazioni non
violente dell'Italia degli ultimi decenni è preoccupato.
«Il piano di riarmo da 800 miliardi annunciato
da Von der Leyen è pura follia, ma stupirsi adesso non serve a nulla».
Perché?
In tre
anni di crisi ucraina, l’Europa non ha mai presentato un piano di pace.
Ha
pensato solo ad inviare armi.
È possibile?
Nel
resto del mondo non funziona così. Due giorni fa, al Cairo i Paesi arabi hanno
lanciato una strategia alternativa a quella annunciata da Trump su Gaza e la
Palestina.
Si
sono messi insieme e hanno avanzato una proposta collettiva.
Da
noi, invece, nulla.
Anzi,
siamo al paradosso che mentre Trump dice di voler fare a modo suo la pace, i
Ventisette rispondono dicendo di voler continuare la guerra.
Da
dove si dovrebbe partire, dopo tutto questo tempo perso?
Ci
sono almeno due cose da fare e sono a questo punto molto difficili.
Primo: sostenere la Casa Bianca quando
dice di voler riaprire il dialogo con Putin. Altro che fermarlo.
Se il conflitto prosegue, facciamo solo il
gioco del Cremlino.
Secondo: ridefinire le nostre relazioni con
la Russia, che è ormai ai confini dell’Europa.
Negoziare
con Putin non equivale a ripetere l’errore che si fece con Hitler nel 1938,
quando Praga dovette cedere alla Germania la zona dei Sudeti, senza peraltro
riuscire a bloccare l’avanzata nazista?
No,
chi dice questo fa pura propaganda.
A parte il fatto che siamo sempre andati
d’accordo con i dittatori, in questi anni... ricorda quanto accadde con i
talebani?
E che
dire della riabilitazione appena avvenuta di uno dei peggiori tagliagole
jihadisti in Siria, Al Jolani?
Per
evitare di ricreare nel Vecchio continente uno stato di guerra permanente,
serve una visione di futuro.
Cinquant’anni
fa, uno statista come Aldo Moro lavorò personalmente per aprire un dialogo con
l’Unione Sovietica, l’impero del male.
Erano
gli accordi di Helsinki e l’Italia seppe fare la sua parte.
Se
l’Europa come motore di pace non è credibile, può esserlo forse l’Onu
paralizzata dai veti?
Le
Nazioni Unite vanno salvate da chi vuole distruggerle.
Gli Usa sono usciti dall’Oms, dagli accordi
sul clima, dal Consiglio dei diritti umani. Hanno attaccato la Corte penale
internazionale. Così non si può andare avanti. Come movimento per la pace,
siamo pronti a fare la nostra parte.
Nel
movimento pacifista esistono anime diverse: c’è chi chiede una pace giusta, chi
una pace equa, chi vuole la pace senza se e senza ma. Che ne pensa?
Penso
che se si mette un aggettivo alla parola pace, è perché in realtà se ne vuole
negare il significato autentico.
O è
pace o non è pace.
Viviamo
in un’epoca di manipolazione delle parole:
pensi
a quando chiediamo una pace duratura.
Nulla
è duraturo, anche la pace ha bisogno di manutenzione quotidiana.
Il punto è che abbiamo smesso di occuparci di
costruzione della pace.
Quando
è successo?
Il
vero dramma è iniziato con l’elogio della globalizzazione negli anni Novanta.
Non servirono né Genova né Seattle, per fermarsi e riflettere:
il
mondo si era infatuato dei presunti benefici della globalizzazione economica e
aveva dimenticato la globalizzazione della fraternità.
Via
via ciò a cui abbiamo assistito è stato un “tutti contro tutti”:
la
competizione da economica è diventata militare, come si vede adesso.
Si
sono moltiplicate le guerre, ma una guerra si sa quando inizia e non quando
finisce.
.
Davos,
il quadro dei rischi globali è cupo.
Preoccupano
i conflitti,
il
clima e l'economia.
Rainews.it
– (15/01/2025) – Redazione - Il rapporto – ci dice:
“Le
crescenti tensioni geopolitiche, l'erosione della fiducia globale e la crisi
climatica stanno mettendo a dura prova il sistema globale come mai prima
d'ora”, dice il “Managing Director del World Economi Forum” “Mirek Dusek”.
Sono i conflitti armati, la disinformazione e
i rischi ambientali le principali minacce globali più sentite e urgenti.
Lo
rivela la ventesima edizione del” Global Risks Report del World Economic Forum”,
pubblicata oggi.
Il rapporto mette in evidenza come il panorama
globale sia sempre più frammentato e in cui le crescenti sfide geopolitiche,
ambientali, sociali e tecnologiche, minacciano la stabilità e il progresso.
Sebbene
i rischi economici abbiano un rilievo meno immediato nei risultati
dell'indagine di quest'anno, rimangono una preoccupazione, interconnessa con le
tensioni sociali e geopolitiche.
I
conflitti armati tra Stati emergono come il principale rischio per il 2025,
individuato da quasi un quarto degli intervistati che li considera la
preoccupazione maggiore per il prossimo anno, a testimonianza delle crescenti
tensioni geopolitiche e la frammentazione a livello globale.
Per il secondo anno consecutivo, la
misinformazione e la disinformazione sono in testa ai rischi di breve periodo e
possono alimentare l'instabilità e indebolire la fiducia nelle istituzioni,
complicando l'urgente necessità di cooperazione per affrontare le crisi comuni.
I
rischi ambientali dominano l'orizzonte di lungo periodo, con eventi
meteorologici estremi, scomparsa della biodiversità e collasso degli
ecosistemi, cambiamenti critici dei sistemi terrestri e scarsità di risorse
naturali in cima alla classifica dei maggiori rischi per i prossimi dieci anni.
Il quinto rischio ambientale per rilevanza è
l'inquinamento, percepito come minaccia significativa anche nel breve termine.
Il sesto posto nel ranking di breve periodo riflette la consapevolezza
crescenti dei gravi impatti sulla salute e sull'ecosistema di un'ampia gamma di
inquinanti nell'aria, nell'acqua e nel suolo.
Nel
complesso, gli eventi meteorologici estremi sono stati identificati sia come
rischi immediati, sia nel breve e nel lungo periodo.
“Le
crescenti tensioni geopolitiche, l'erosione della fiducia globale e la crisi
climatica stanno mettendo a dura prova il sistema globale come mai prima
d'ora”, dichiara “Mirek Dušek”.
“In un mondo segnato da divisioni sempre più
profonde e rischi a cascata, i leader globali hanno una scelta promuovere la
collaborazione e la resilienza o affrontare un'instabilità crescente.
La
posta in gioco non è mai stata così alta”, conclude il “managing director del
World Economic Forum.”
Il
rapporto, che si basa sulle opinioni di oltre 900 esperti di rischi globali,
responsabili politici e business leader intervistati a settembre e ottobre
2024, delinea un quadro piuttosto cupo per il decennio a venire.
Gli intervistati sono molto meno ottimisti
sulle prospettive globali di lungo periodo rispetto a quelle più immediate.
Quasi
due terzi degli intervistati prevedono un panorama globale turbolento entro il
2035, in particolare a causa dell'intensificarsi delle sfide ambientali,
tecnologiche e sociali.
Oltre
la metà degli intervistati si aspetta una certa instabilità entro i prossimi
due anni, a testimonianza della diffusa frattura della cooperazione
internazionale.
Le
proiezioni di lungo periodo segnalano sfide ancora più grandi, poiché si
prevede che i meccanismi di collaborazione dovranno affrontare pressioni
crescenti.
I
rischi sociali, come la disuguaglianza e la polarizzazione all'interno delle
società, occupano un posto di rilievo nella classifica dei rischi a breve e a
lungo termine.
Le
crescenti preoccupazioni per le attività economiche illecite, l'aumento del
debito e la concentrazione di risorse strategiche evidenziano vulnerabilità che
potrebbero destabilizzare l'economia globale nei prossimi anni.
Tutti
questi problemi rischiano di esacerbare l'instabilità interna e di erodere la
fiducia nei governi, complicando ulteriormente gli sforzi per affrontare le
sfide globali.
Tutti i 33 rischi identificati nel ranking
aumentano di gravità nel lungo periodo, riflettendo le preoccupazioni degli
intervistati circa l'aumento della frequenza o dell'intensità di questi rischi
nel corso del prossimo decennio.
“Dai
conflitti ai cambiamenti climatici, stiamo affrontando crisi interconnesse che
richiedono un'azione coordinata e collettiva”, commenta “Mark Elsner”.
“È
urgente un rinnovato impegno per ricostruire la fiducia e promuovere la
cooperazione.
Le
conseguenze dell'inazione potrebbero farsi sentire per le generazioni a
venire”, sottolinea il responsabile della “Global Risks Iniziative del World
Economic Forum”.
Mentre
le divisioni si acuiscono e la frammentazione ridisegna gli scenari geopolitici
ed economici, la necessità di una cooperazione globale efficace non è mai stata
così urgente, evidenzia il “Report”.
Tuttavia,
con il 64% degli esperti che prevede un ordine globale frammentato e
caratterizzato dalla competizione tra medie e grandi potenze, il
multilateralismo si trova ad affrontare tensioni notevoli.
Tuttavia, ripiegarsi su sé stessi non è una
soluzione praticabile.
Il decennio che ci attende rappresenta un
momento cruciale per i leader, che dovranno gestire rischi complessi e tra loro
interconnessi, affrontando i limiti delle strutture di governance esistenti.
Per
evitare una spirale di instabilità - e ricostruire invece la fiducia,
migliorare la resilienza e garantire un futuro sostenibile e inclusivo per
tutti - le nazioni dovrebbero dare priorità al dialogo, rafforzare i legami
internazionali e favorire le condizioni per una rinnovata collaborazione.
Un mondo che cambia: lo scenario
internazionale al tempo della guerra.
Nomisma.it – (12 Marzo 2024) – Fulvio
Lorefice – FB & Associati - ci dice:
Market
Intelligence.
Le
analisi di scenario di Nomisma si arricchiscono con l’integrazione degli
approfondimenti di “FB & Associati”, la prima società di consulenza
specializzata in “public affairs”, “advocacy e lobbying” con la quale Nomisma
ha attivato una “joint venture strategica” finalizzata allo sviluppo di nuove
soluzioni integrate con la propria profonda conoscenza dei settori e delle
dinamiche economico-politiche.
Con la
guerra di aggressione russa all’Ucraina e poi la crisi in Medio-Oriente sono
state inferte nuove e profonde ferite all’ordine internazionale liberale.
Si è accentuata la tendenza verso un ordine
multipolare più instabile, soggetto ad alleanze variabili e con più «guerre
calde».
Nel
processo di ridefinizione dei rapporti di forza globali, contrassegnato dal
progressivo slittamento degli equilibri di potere da Occidente verso Oriente,
viene a compiersi uno scarto importante:
si è
infatti passati dalla guerra economica alla guerra guerreggiata.
Vengono
quindi sfidate, ancora una volta, le gerarchie di potere sancite, le norme che
ne regolano i meccanismi e i principi cui sono ispirate.
Questa
transizione nelle relazioni internazionali, contraddittoria e intermittente,
segnala i termini di un più ampio problema:
la contestazione
dell’ordine incentrato sul ruolo egemonico degli Stati Uniti e sul predominio
del dollaro, da parte di una maggioranza della popolazione mondiale.
Cauta
e circospetta di fronte alla guerra in Ucraina risulta la posizione diplomatica
non soltanto della Cina ma della stessa India e dei paesi dell’Africa.
In
diverso ordine e grado questi ed altri paesi rappresentano la richiesta di
apportare una profonda revisione alla struttura delle relazioni internazionali.
La
militarizzazione delle relazioni internazionali.
Se nel
1970 l’Europa pesava il 40% del Pil mondiale, il Nord America il 36% e l’Asia
il 15%, il quadro odierno vede invece il Nord America attestarsi al 29%,
l’Europa al 25% e l’Asia al 40%.
L’Occidente, in altre parole, costituisce
sempre meno il perno del sistema internazionale.
In conseguenza la governance globale,
approntata alla fine della Seconda guerra mondiale, appare al meglio obsoleta,
al peggio inadeguata.
La crisi economica del 2008 e quella da
Covid-19, in cui siamo ancora immersi, hanno accentuato le tendenze
disgregatrici già in atto alimentando tensioni e dispute che rischiano di avere
nella guerra in Ucraina e nella crisi in Medio-Oriente uno sbocco solamente
momentaneo.
In tale contesto prende il sopravvento il
«dilemma della sicurezza»:
l’escalation di minacce e avvertimenti
reciproci, il continuato tentativo di suscitare movimenti d’opinione favorevoli
alla guerra e, più di ogni altra cosa, la cosiddetta corsa al riarmo producono,
in ultima istanza, la militarizzazione delle relazioni internazionali.
Questi
dissennati automatismi e il pregresso indebolimento dei meccanismi formali con
cui storicamente è stata istituzionalizzata la deterrenza nucleare schiudono
pertanto spaventevoli scenari che si ritenevano invece relegati al secolo
scorso.
La
ritirata della globalizzazione.
A
dispetto dei propositi multilaterali dell’amministrazione Biden la guerra
commerciale degli Stati Uniti contro la Cina è ancora in corso.
Al principio di queste tensioni si è parlato
di decoupling.
Sembrava,
infatti, venir meno quell’integrazione di beni, capitali e tecnologie, che
aveva caratterizzato il rapporto tra le due potenze.
La
crisi sanitaria, poi, aveva determinato una rivalutazione delle problematiche
connesse alla dipendenza da beni prodotti all’estero.
Nuovamente veniva posta così la necessità di
allineare gli interessi economici a quelli di sicurezza.
Già
prima della guerra in Ucraina, anche in ragione di un diffuso malcontento di
ampi strati della popolazione mondiale, la globalizzazione appariva dunque in
ritirata.
Alla
tendenza in oggetto – di cui è difficile stabilire termini e dimensioni esatti,
come di qualsivoglia fenomeno coevo – oggi come ieri si oppongono due limiti.
Da una parte i costi: il reshoring (o
friendshoring), il passaggio a nuovi fornitori, così come la ricostruzione di
reti logistiche, almeno nel breve periodo, comportano un significativo aumento
dei costi per le aziende;
dall’altra
la competitività:
si
rischia cioè di accentuare il ritardo, quantomeno in ambito tecnologico,
dell’Occidente.
Questa
refrattarietà della globalizzazione a conformarsi agli imperativi politici di
fase sembra tuttavia svanire con la guerra in Ucraina.
Forte è la spinta strategica all’autonomia e a
subordinare, quindi, le ragioni dell’economia alla competizione
politico-internazionale, come testimonia del resto il decoupling dell’Occidente
con la Russia.
Il
ritorno al just-in-case.
Nel
rendere incerte le relazioni commerciali, queste tensioni geopolitiche frenano
i processi di integrazione internazionale.
Viene
rimodellato così quel fenomeno economico improntato ad una nuova visione del
vantaggio competitivo – la globalizzazione, con cui nel tempo si erano
stabilite catene di fornitura e creato valore.
La
ricerca di sicurezza nelle filiere, a discapito della specializzazione
produttiva e quindi dell’efficienza e di minori costi, determina infatti la
loro contrazione.
La
filiera just-in-time, basata sulla riduzione di costi, margini e tempi,
potrebbe cedere il passo a quella just-in-case con cui, a costi e tempi
superiori, si garantisce una produzione costante e regolare attraverso il
deposito di uno stock in magazzino e una rete di distribuzione territorialmente
più vicina.
Per ridurre la dipendenza da fonti esterne e
sottrarsi, il più possibile, a ricatti economici reciproci, le relazioni
commerciali tendono quindi a riconfigurarsi su base geopolitica.
Si
profila così una frammentazione finanziaria, di cui beneficeranno i Paesi del
Golfo e l’India, e una parziale riorganizzazione del sistema globale per
fazioni economico-politiche in concorrenza tra loro, in cui le relazioni
interne si intensificano di più rispetto a quelle esterne.
Il
modello “USMCA”.
Esemplificativa
di questa nuova filosofia è lo USMCA:
l’accordo
di libero scambio tra Canada, Messico e Stati Uniti, entrato in vigore il 1°
luglio 2020 in sostituzione del “NAFTA”, con cui vengono fissati gli standard e
le concessioni, con un grado di reciprocità che varia a seconda dei settori,
per rafforzare l’integrazione economica e commerciale dell’area.
Se con
il “NAFTA” era stato liberalizzato il commercio nelle automotive, agricoltura e
tessile, eliminando contestualmente la prevalenza delle tariffe sui prodotti
scambiati tra i Paesi firmatari, con lo “USMCA” si apportano alcune modifiche
all’impianto preesistente, ampliando il raggio di applicazione al commercio
digitale, al trattamento dei dati personali, alla protezione dei diritti di
proprietà intellettuale e a quella ambientale, alla sostenibilità e al lattiero-caseario.
Cifra
dell’accordo, ai fini delle questioni in oggetto, è la modifica della
disciplina vigente in materia di produzione nazionale minima nell’industria
automobilistica regionale.
Per beneficiare dell’abbattimento delle
tariffe nell’esportazione da un paese all’altro la percentuale delle componenti
da produrre all’interno dell’area è passata dal 62,5% al 75%:
si
riducono così le presenze e condizionalità cinesi nelle catene di
approvvigionamento transnazionali in favore delle produzioni regionali.
Una
ri-globalizzazione selettiva.
Energia,
difesa, informatica, comunicazioni, sono alcuni dei settori strategici
interessati già da una forma di ri-globalizzazione selettiva.
Il
fenomeno, la cui estensione non è prevedibile, colpisce di riflesso anche gli
apparati scientifici, finanziari e istituzionali, che sono parte di ogni
ecosistema dell’innovazione.
In
questo scenario instabile, dominato da Stati Uniti e Cina, intenti a scaricare
il più possibile all’esterno i costi di questo aggiustamento, potrebbero
delinearsi altre coalizioni integrate di paesi affini secondo paradigmi più
sfaccettati dei consueti centro-periferia, dominanza-dipendenza.
In
nome della sicurezza potranno introdursi inoltre nuove misure protezionistiche
di restrizione agli scambi e all’accesso ai mercati, col conseguente effetto di
ridimensionarne il grado di apertura e di ridurre il commercio globale.
Nel
volgere di pochi mesi l’industria viene, quindi, investita dagli sconvolgimenti
apportati dalla pandemia, prima, e dalla guerra, poi.
Alla
modificazione dei comportamenti sociali degli individui (consumo, lavoro e
mobilità) si accompagnano, infatti, le conseguenze sulle attività produttive
dei rincari di energia, commodity, logistica e semilavorati.
I benefici iniziali per farmaceutica, e-commerce e
alimentare, non sono compensati dalle perdite in siderurgia, agroindustria e
automotive.
(Fulvio
Lorefice, Senior Analyst di FB & Associati).
Il
quadro strategico del conflitto
Affariinternazionali.it - Alessandro Marrone
– (12 Febbraio 2024) – ci dice:
Dalla
guerra russo-ucraina si possono trarre sei indicazioni a livello strategico.
In
primo luogo,
la leadership russa è così solida, propensa al rischio e ossessionata
dall’Ucraina da continuare una guerra di attrito su larga scala e ad alta
intensità per due anni, nonostante i suoi enormi costi in termini di vite umane
e risorse, i limitati guadagni territoriali ottenuti finora e lo stallo
militare.
Per il
Cremlino e parte della società russa, la guerra assume una sorta di carattere
esistenziale per ottenere il ripristino dello status di grande potenza della
Russia, la fine dell’influenza occidentale nelle repubbliche ex sovietiche e,
possibilmente, il disfacimento dell’unità europea e transatlantica.
Come
si è arrivati allo stallo militare in Ucraina?
In
secondo luogo, la Russia ha commesso una serie di errori di valutazione su diversi
fattori chiave, tra cui la resilienza dell’Ucraina come Stato, le capacità
delle proprie forze armate e il sostegno militare ed economico che Stati Uniti,
Europa e Paesi alleati in tutto il mondo avrebbero fornito a Kyiv.
Mosca ha anche commesso diversi errori in
termini di pianificazione ed esecuzione della guerra, a livello sia strategico
che tattico, che vanno dalla scarsa unità di comando – simboleggiata dalla
vicenda della compagnia Wagner – a logistica, addestramento e dottrine
rivelatesi carenti.
Tuttavia,
la Russia si è adattata ai fallimenti iniziali e ha compensato i propri sbagli
con la mobilitazione e il sacrificio delle sue risorse umane e materiali ad un
livello ben oltre l’invasione dell’Afghanistan durante la Guerra Fredda,
contribuendo così allo stallo militare in corso dal 2023.
In
terzo luogo,
la potenza
militare russa, impiegata in una guerra preparata a lungo e condotta senza
rispettare principi dello ius in bello, non è riuscita ad occupare un Paese più
piccolo e teoricamente più debole.
La geografia, lo spirito, la leadership e
l’organizzazione delle istituzioni ucraine, e nello specifico la formazione e i
sistemi di comando, controllo e comunicazione delle forze armate, hanno
compensato lo squilibrio di mezzi a favore della Russia – soprattutto durante i
primi mesi dell’invasione, fermata con ben pochi aiuti occidentali.
Anche
questi elementi strutturali hanno fortemente contribuito allo stallo militare
sul terreno.
Inoltre,
l’ampia integrazione di una grande quantità di droni abbastanza sacrificabili,
prima nelle operazioni ucraine e poi in quelle russe, ha reso il campo di
battaglia molto più “trasparente”, riducendo l’effetto sorpresa e potenziando
ulteriormente le rispettive linee difensive.
Gli
aiuti militari internazionali.
Un
quarto punto riguarda il livello internazionale.
L’Ucraina
ha resistito all’invasione russa nella prima metà del 2022 senza un
significativo sostegno militare dall’estero.
In seguito, ha gradualmente ricevuto una
grande quantità e varietà di equipaggiamenti, compresi artiglieria, veicoli
corazzati, difese aeree, carri armati e sistemi missilistici, elicotteri e
aerei da combattimento di epoca sovietica, nonché relative munizioni, pezzi di
ricambio, supporto logistico e formazione – oltre a massicce e crescenti
comunicazioni satellitari e capacità di intelligence, sorveglianza e
ricognizione.
Quantità e tempismo delle forniture sono stati
discutibili e molto inferiori alle richieste di Kyiv, mentre l’eterogeneità dei
mezzi provenienti dagli arsenali alleati è elevata e problematica.
Tuttavia,
nel complesso si tratta di uno sforzo a sostegno della difesa dell’Ucraina
senza precedenti, del valore di oltre 90 miliardi di euro provenienti da 31
paesi donatori – oltre a 5,6 miliardi di euro stanziati dalle istituzioni
dell’Ue – in meno di due anni.
Senza un tale supporto militare ed economico,
l’Ucraina non avrebbe potuto salvare oltre l’80% del suo territorio
dall’invasione russa.
Di
conseguenza, sebbene non siano belligeranti, i Paesi donatori – in primis gli
Stati Uniti, ma non solo – svolgono un ruolo importante nella definizione delle
opzioni militari di Kyiv.
Ad
esempio, Washington ha di fatto posto il veto a significative operazioni
ucraine nel territorio russo che impieghino mezzi occidentali, e limitato o
evitato alcune forniture di sistemi d’arma, proprio per evitare un’escalation
tra Mosca e la Nato.
In
quinto luogo, le forniture militari all’Ucraina hanno drasticamente prosciugato gli
arsenali nordamericani ed europei, non adatti ad una guerra di logoramento
prolungata e su larga scala.
Due anni dopo l’inizio dell’invasione, Europa
e Stati Uniti si trovano privati di gran parte delle loro scorte pre-2022 di
determinati equipaggiamenti terrestri, non riescono a rimpiazzarle e allo
stesso tempo aumentare il ritmo o il volume delle consegne all’Ucraina.
In
altre parole, una difesa da tempo di pace ed il relativo complesso industriale
non si sono ancora adattati alla guerra in corso.
Tale
adattamento sarà lungo, costoso e difficile.
Ultimo, ma non per importanza, quello in
Ucraina è un conflitto convenzionale tra due Paesi di cui uno è una potenza
nucleare.
Finora la Russia ha utilizzato la sua retorica
nucleare principalmente contro gli alleati dell’Ucraina al fine di dissuaderli
o quantomeno limitare il loro sostegno militare a Kyiv, con risultati in
chiaroscuro.
Sebbene
il rischio remoto di un’escalation nucleare rimanga sul tavolo, la deterrenza
degli Stati Uniti e della Nato ha efficacemente funzionato per limitare le
opzioni di Mosca al solo ambito convenzionale e prevedibilmente continuerà a
farlo.
Ciò, a
sua volta, ha permesso all’Ucraina di difendersi contro una forza militare
russa più grande ma comunque comparabile.
Il
report.
Economia
a mano armata.
Collettiva.it
- Simona Ciaramitaro – (29 giugno 2024) – ci dice:
L’impennata
delle spese per le armi, anche nucleari, foraggia un’industria che provoca
nuove guerre e sottrae risorse ai cittadini.
Da
dieci anni a questa parte, prima ancora dello scoppio della guerra in Ucraina,
le nostre economie in Europa hanno preso una preoccupante strada di aumento
della spesa militare, della militarizzazione dell'economia, dell'industria e
della ricerca.
Per
tutti i paesi dell'Unione europea che fanno parte della Nato la spesa militare
negli ultimi 10 anni è aumentata del 50% in termini reali, con un incremento
molto più rapido di quello che è stato registrato per la spesa pubblica
complessiva.
A
questo si aggiungono le spese per le armi nucleari con i dati resi noti dalla
Rete italiana pace e disarmo: la spesa globale cresce ancora e nel 2023 ha
raggiunto 91,4 miliardi di dollari, 10,7 miliardi in più rispetto all’anno
precedente secondo il Rapporto della campagna internazionale ICAN "Surge:
2023 Global nuclear weapons spending".
Nel
2023 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 2.898 dollari al secondo.
Dati che fanno temere per la sicurezza globale in quanto rappresentano una vera
e propria minaccia.
Lo
studio.
Mario
Pianta, professore di Politica economica alla Scuola Normale superiore a
Firenze, è coautore dell’e-book “Economia a mano armata 2024”.
Spesa militare e industria delle armi in
Europa e in Italia” realizzato da Sbilanciamoci! e Greenpeace, ci spiega che
“in particolare, l'aumento della spesa militare è stato interamente dedicato
all’incremento dell'acquisto di armamenti, perché gli eserciti stanno
diventando sempre più tecnologici, sempre più attrezzati per colpire avversari
a distanza in modo sofisticato e ovviamente buona parte di questi armamenti
acquistati dalle forze armate europee viene importato dagli Stati Uniti”.
“In un
Paese come l'Italia – prosegue – abbiamo quindi avuto una dinamica
dell'economia segnato da stagnazione e mancanza di spesa pubblica in campo
ambientale e sociosanitario e allo stesso tempo invece una forte dinamica di
aumento della spesa militare.
Colpisce
quindi il fatto che, mentre gli investimenti pubblici restavano fermi, gli
investimenti privati, gli investimenti in campo militare, anche in un Paese
come l'Italia, sono aumentati molto rapidamente, 5 o 6 volte più rapidamente
che per il resto delle attività economiche”.
Il
volume del quale” Pianta” è coautore racchiude uno studio molto dettagliato
dell’aumento della spesa militare e dei suoi effetti economici e prova che
“spendere per il settore militare, anziché estendere la spesa per l’istruzione
e la sanità, è un cattivo affare.
L'effetto moltiplicativo di questa spesa
pubblica è più basso nel settore delle armi proprio perché c'è una forte
concentrazione in poche grandi imprese e una forte dipendenza dagli Stati Uniti
rispetto all'effetto espansivo che può avere un aumento della spesa pubblica in
campi civili, in particolare in campo sociale e ambientale”.
Vengono
inoltre ricostruiti i cambiamenti nel settore dell'industria militare che
“stanno prendendo forme particolarmente preoccupanti in Italia, con Leonardo
che concentra buona parte delle produzioni militari, ma si comporta come una
grande società multinazionale con attività su scala internazionale, forti
legami con gli Stati Uniti e anche con un forte orientamento finanziario.
Dallo
scoppio della guerra in Ucraina le quotazioni di Borsa di tutte le imprese
militari sono schizzate più in alto che non quelle della media delle imprese
quotate in Borsa in diversi Paesi”.
Quali
politiche.
“Pianta”
porta poi un esempio di esperienza di riconversione come quella della “Valle
Sella Meccano tecnica”, la produttrice di mine di Brescia che, “dopo il
Trattato internazionale che metteva al bando le mine antiuomo, ha dovuto per
fortuna riorganizzarsi su produzioni civili.
Non
mancano le documentazioni delle lotte in Sardegna contro l'espansione della
“Rwm”, la multinazionale tedesca che produce bombe che alimentano oggi le
guerre in corso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente”.
Importante
è la documentazione delle esportazioni di armi, un approfondimento di “uno
degli aspetti più preoccupanti della militarizzazione che riguarda le
tecnologie digitali, con una scivolata delle piattaforme digitali a cominciare
da Amazon, Google e Microsoft che hanno sempre più contratti con il ministero
della Difesa degli Stati Uniti”.
“Le
nuove tecnologie si stanno spostando verso applicazioni militari che ovviamente
trasformano la natura della guerra e rendono ancora più pericoloso e
problematico il quadro internazionale – afferma l’economista -.
C’è un
nesso tra tutto quanto emerge dal nostro lavoro e l'avanzata delle destre.
Siamo in un contesto in cui la politica è arretrata, mentre c'è la possibilità
di pensare che le iniziative degli Stati si possano muovere sul terreno della
cooperazione internazionale per la soluzione delle controversie, ricercando
mediazioni che diano delle risposte alle esigenze legittime sia dei cittadini
che dei singoli popoli”.
Il
punto è che “si è passati da un riconoscimento del predominio della politica
nell'affrontare questi nodi al tentativo di risolvere le cose con strumenti
sempre più aggressivi, con azioni unilaterali che trascurano e calpestano i
principi del diritto internazionale.
Questo è avvenuto con la guerra in Ucraina,
con l'invasione di Israele a Gaza, ma vale anche per altre situazioni.
Soprattutto
le potenze militari maggiori rifiutano accordi per limitare la corsa al riarmo
e allo spazio”.
A
preoccupare è quindi il ritorno dell'idea che ci sia una soluzione militare ai
problemi politici, mentre la storia è colma di esempi che ci dicono il
contrario. “L'idea che le armi possano portare non tanto alla pace, quanto a un
ordine ben definito è una pura illusione – prosegue Pianta-.
Le
armi portano soltanto morti, distruzioni e instabilità creando le condizioni
per conflitto ulteriori.
La
prospettiva dovrebbe invece essere quella di ricostruire un ordine che non sia
fondato sulla legge del più forte”.
Inesorabilità
delle guerre?
Ci
sono teorie secondo le quali le guerre sono da sempre “un’arma di risoluzione”
delle crisi economico-finanziarie, ma il docente della Normale di Firenze fa
notare che “è chiaro che nel breve periodo per le potenze economiche
occidentali la guerra, come il colonialismo, rappresentava una possibilità di
espansione di nuovi settori di aumento della spesa e di accelerazione di questo
percorso di sviluppo industriale, ma oggi non è più così abbiamo un quadro
internazionale completamente diverso, benché una somiglianza ci sia”.
Oggi
viene sempre meno l'ordine internazionale del dopo guerra fredda che vede gli
Stati Uniti come unica superpotenza mondiale:
“Ovviamente
c'è l'emergere della potenza economica della Cina che per fortuna non ha ancora
preso la strada di un esplicito confronto in campo militare con gli Stati Uniti
e bisogna sperare che non si apre una fase di guerra fredda tra Stati Uniti e
Cina, però in questo contesto di indebolimento degli i Usa e di prolungate
crisi economiche e finanziarie è chiaro che l'instabilità aumenta e si aprono
spazi in cui altri paesi come Israele, Russia e altri Paesi possono pensare di
raggiungere degli obiettivi militari particolari”.
Ordini
internazionali fragili e incapaci di mantenere la stabilità, un'economia
traballante e che non assicura la crescita danno come risultato sulle persone
“un aumento di insicurezza, paura e preoccupazione sulle prospettive future
anche di miglioramento delle condizioni economiche sociali – conclude Pianta –.
Il bisogno di sicurezza, i nazionalismi e le corse al riarmo vanno quindi nella
direzione di dare risposte illusorie e di costruzione del consenso nella
politica nazionale e internazionale”.
Il
pianeta rischia grosso. Da Davos
e dall'Onu le fotografie di
un
mondo cupo e pericoloso.
Huffington.it - Giulia Belardelli – (15
Gennaio 2025) – ci dice:
Il
pianeta rischia grosso. Da Davos e dall'Onu le fotografie di un mondo cupo e
pericoloso,
Guterres:
"l'umanità ha scatenato i mali del vaso di Pandora".
Il World Economic Forum fa l'elenco dei rischi
globali: da qui al 2035, uno scenario sempre più turbolento.
Se
soffrite d’ansia, non leggete questo pezzo. Perché è difficile – se non
impossibile – non essere colti dall’ansia mettendo insieme le parole
pronunciate oggi dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres,
e l’elenco dei rischi globali contenuto nel rapporto annuale del World Economic
Forum.
In un
discorso all’Assemblea generale sulle sue priorità per il 2025, Guterres ha
dichiarato che “le nostre azioni, o inazioni, hanno scatenato i mali di un
moderno vaso di Pandora.
Quattro
di questi mali si distinguono perché rappresentano, nella migliore delle
ipotesi, minacce che potrebbero sconvolgere ogni aspetto della nostra politica
o della nostra stessa esistenza”.
Si
tratta di "conflitti galoppanti, disuguaglianze endemiche, crisi climatica
dilagante, tecnologie fuori controllo".
Il
segretario generale Onu ha riconosciuto che “sì, c'è progresso nel nostro mondo
in subbuglio”, citando in particolare il cessate il fuoco in Libano (nella
spasmodica attesa di un accordo su Gaza) e lo sviluppo senza precedenti delle
energie rinnovabili.
"Ma non illudiamoci”, ha aggiunto:
“questo è davvero un mondo in subbuglio e con grande incertezza".
A
rincarare la dose ci ha pensato il “Global Risks Report,” il rapporto annuale
sui rischi globali appena diffuso dal “World Economic Forum” in vista del
meeting che si terrà a Davos-Klosters dal 20 al 24 gennaio.
Quello
che emerge è un quadro decisamente cupo, non soltanto per l’anno appena
iniziato, ma anche per il decennio a venire.
La
ventesima edizione del rapporto – che si basa sulle opinioni di oltre 900
esperti di rischi globali, responsabili politici e business leader intervistati
a settembre e ottobre 2024 – rivela un panorama globale sempre più frammentato,
in cui le crescenti sfide geopolitiche, ambientali, sociali e tecnologiche
minacciano la stabilità e il progresso.
I
conflitti armati tra Stati sono considerati il rischio globale immediato più
urgente per il 2025, con quasi un quarto degli intervistati che li considera la
preoccupazione maggiore per il prossimo anno.
Per il
secondo anno consecutivo, misinformazione e disinformazione restano i
principali rischi di breve periodo, percepiti come una minaccia persistente
alla coesione sociale e ai sistemi di governance, in grado di erodere la
fiducia ed esacerbare le divisioni all'interno e tra le nazioni.
Altri rischi rilevanti di breve periodo sono
gli eventi meteorologici estremi, la polarizzazione sociale, lo spionaggio
informatico e i conflitti armati.
Quasi
due terzi degli intervistati prevedono un panorama globale turbolento da qui al
2035, in particolare a causa dell'intensificarsi delle sfide ambientali,
tecnologiche e sociali. Oltre la metà degli intervistati si aspetta una certa
instabilità entro i prossimi due anni, a testimonianza della diffusa frattura
della cooperazione internazionale.
I
rischi sociali, come la disuguaglianza e la polarizzazione all’interno delle
società, occupano un posto di rilievo nella classifica dei rischi a breve e a
lungo termine.
Le crescenti preoccupazioni per le attività
economiche illecite, l'aumento del debito e la concentrazione di risorse
strategiche evidenziano vulnerabilità che potrebbero destabilizzare l'economia
globale nei prossimi anni.
Tutti
questi problemi rischiano di esacerbare l'instabilità interna e di erodere la
fiducia nei governi, complicando ulteriormente gli sforzi per affrontare le
sfide globali.
Il
panorama di lungo periodo è inoltre offuscato dai rischi tecnologici legati
alla misinformazione, alla disinformazione e ai possibili impatti negativi
delle soluzioni di intelligenza artificiale.
Il
capitolo ambientale non aiuta a risollevare il morale.
I rischi legati all’ambiente dominano
l’orizzonte di lungo periodo, con “eventi meteorologici estremi, scomparsa
della biodiversità e collasso degli ecosistemi, cambiamenti critici dei sistemi
terrestri e scarsità di risorse naturali in cima alla classifica dei maggiori
rischi per i prossimi dieci anni”.
Il
quinto rischio ambientale per rilevanza è l'inquinamento, percepito come
minaccia significativa anche nel breve termine.
Il
sesto posto nel ranking di breve periodo riflette la consapevolezza crescente
dei gravi impatti sulla salute e sull'ecosistema di un'ampia gamma di
inquinanti nell'aria, nell'acqua e nel suolo.
Ciò
che colpisce è il sentimento di pessimismo verso il futuro.
Gli
intervistati sono molto meno ottimisti sulle prospettive globali di lungo
periodo rispetto a quelle più immediate.
Tutti
i 33 rischi identificati nel ranking aumentano di gravità nel lungo periodo,
riflettendo le preoccupazioni circa l'aumento della frequenza o dell'intensità
di tali fenomeni nel corso del prossimo decennio.
“Le
crescenti tensioni geopolitiche, l’erosione della fiducia globale e la crisi
climatica stanno mettendo a dura prova il sistema globale come mai prima
d'ora”, ha dichiarato “Mirek Dušek”, “managing director del World Economic
Forum”.
“In un
mondo segnato da divisioni sempre più profonde e rischi a cascata, i leader
globali hanno una scelta:
promuovere la collaborazione e la resilienza o
affrontare un'instabilità crescente. La posta in gioco non è mai stata così
alta”.
Gli
esperti di Davos ci provano a introdurre una nota di speranza, sottolineando
che “ripiegarsi su sé stessi non è una soluzione praticabile”.
“Il
decennio che ci attende rappresenta un momento cruciale per i leader, che
dovranno gestire rischi complessi e tra loro interconnessi, affrontando i
limiti delle strutture di governance esistenti”, si legge nel report.
“Per
evitare una spirale di instabilità - e ricostruire invece la fiducia,
migliorare la resilienza e garantire un futuro sostenibile e inclusivo per
tutti - le nazioni dovrebbero dare priorità al dialogo, rafforzare i legami
internazionali e favorire le condizioni per una rinnovata collaborazione”.
Con il 64% degli esperti che prevede un ordine
globale frammentato e caratterizzato dalla competizione tra medie e grandi
potenze, la necessità di una cooperazione globale efficace non è mai stata così
urgente.
“Dai
conflitti ai cambiamenti climatici, stiamo affrontando crisi interconnesse che
richiedono un'azione coordinata e collettiva”, afferma “Mark Elsner”,
responsabile della “Global Risks Initiative”.
“È
urgente un rinnovato impegno per ricostruire la fiducia e promuovere la
cooperazione. Le conseguenze dell'inazione potrebbero farsi sentire per le
generazioni a venire”.
Anche
Guterres, nel suo discorso all’Onu, ha provato chiudere con un barlume di
speranza.
"La
buona notizia – ha detto – è che abbiamo dei piani per affrontare queste sfide.
Non abbiamo bisogno di reinventare la ruota, basta farla girare".
Il
guaio – come scritto più volte – è che le Nazioni Unite sono proprio la
fotografia di un mondo che non sa più parlarsi.
Il
mistero di Brigitte Macron:
un
transessuale all’Eliseo?
Lacrunadellago.net
- Cesare Sacchetti – (05/03/2025) – ci dice:
Tutti
la conoscono come la premiere dame, anche se le ironie, comprensibili, tendono
più a definirla come la prima nonna che come la prima donna di Francia.
E’
Brigitte Macron, cognome da nubile Trogneux, la donna dietro la fortuna
politica di suo marito, Emmanuel, di 25 anni più giovane di lei, e la cui
relazione in circostanze normali avrebbe destato non poco scandalo.
Secondo
la biografia ufficiale, Brigitte avrebbe conosciuto il suo futuro marito,
Emmanuel, quando questi era soltanto un 15enne studente al liceo de La
Providence di Amiens, nel quale la sua futura consorte era una 40enne
insegnante di lettere.
Brigitte
seduce il giovanissimo Emmanuel e da allora inizia una relazione che in
qualsiasi altra circostanza sarebbe stata definita senza troppi di giri di
parole come pedofila e che sarebbe probabilmente costata la prigione alla
donna.
Nulla
di questo accadde, come noto, perché la donna non solo non venne messa sotto
inchiesta dalle autorità per abuso di minore, ma continuò la relazione con
Macron anche negli anni a venire fino a divenire in qualche modo il suo
consigliere nell’ombra, colei che aprì le porte della banca d’affari dei
Rothschild di Parigi al giovane finanziere francese.
Sin
qui, la storia è abbastanza nota, ma i media italiani non hanno mai dato uno
sguardo alla dettagliatissima inchiesta condotta dai giornalisti francesi
“Xavier Poussard” e “Natacha Rey”, i quali hanno pubblicato i risultati del
loro lavoro durato ben 3 anni sulla rivista di Poussard, “Faits et Documents”,
ovvero fatti e documenti.
Wikipedia,
“enciclopedia” gestita da certi ambienti dell’intelligence angloamericana, come
suo solito ha provato a liquidare questa rivista come una raccolta di
“complotti antisemiti” o “antimassonici”, come se essere contro la massoneria e
il sionismo fosse un “peccato mortale” agli occhi dell’enciclopedia liberale,
ma questa rivista invece vanta una solida reputazione perché non ha mai perso
un caso.
Presenta
i fatti e i documenti appunto, e se qualcuno è in grado di contestarli si
faccia pure avanti.
Lo
stesso è stato fatto in questo caso per “Brigitte Trogneux” e quello che è
emerso nel corso della loro inchiesta è che si sono moltissimi buchi neri nella
vita della premiere dame.
Molte
cose non tornano, ma occorre iniziare prima di tutto dal principio di questa
storia, ovvero dalla famiglia Trogneux, dei noti cioccolatieri di Amiens che
vantano una tradizione in questa arte che risale almeno alla metà dell’1800.
La
dinastia di cioccolatieri dei Trogneux.
La
biografia ufficiale di Brigitte Trogneux afferma che la donna sarebbe nata il
13 aprile del 1953, ultima dei sei figli di Jean Trogneux e Simone Pujol.
Qualche
tempo addietro in Francia venne trasmesso un documentario sulla vita della
premiere dame e venne pubblicata praticamente l’unica foto della sua infanzia
assieme agli altri fratelli.
La
famiglia Trogneux.
Nella
cornice famigliare, in una foto da sinistra verso destra, si possono vedere il
padre Jean e sua moglie Simone seduti con alle loro spalle, sempre da sinistra
verso destra, Jean – Michel Trogneux,
Maryvonne, Jean – Claude, Annie , Monique e la piccola Brigitte di un anno e
mezzo in grembo alla madre.
Il
primo mistero inizia proprio qui.
Wikipedia
inizialmente aveva messo tra i sei figli della coppia anche Jean – Michel che
all’epoca avrebbe dovuto avere circa 10 anni, quindi la scena di famiglia si
collocherebbe intorno al 1955.
Successivamente
però Jean – Michel viene cancellato dall’enciclopedia libera. Viene fatto
sparire con un tratto di penna digitale e soltanto la versione archiviata della
pagina fornisce ancora prova che inizialmente era stato messo nella famiglia
anche questo bambino.
Non ci
sono altre foto di Brigitte Trogneux della sua infanzia e per vedere di nuovo
la figlia di Jean occorrerà attendere almeno altri 28 lunghi anni.
Non
c’è nulla della sua infanzia negli anni successivi o di sue immagini al liceo o
di giovane donna che inizia gli studi universitari.
L’aura
di mistero attorno a Brigitte è fitta così come non si capisce bene perché mai
non ci sia traccia di “Jean – Michel”, il bambino che si vede in quella foto e
che poi siti come Wikipedia hanno cancellato senza dare alcuna spiegazione.
André
– Louis Auzière: il marito fantasma di Brigitte.
Se si
continuano a seguire le linee della narrazione ufficiale, si apprende che
Brigitte una volta divenuta donna, all’età di 21 anni, nel 1974, si sarebbe
sposata con André – Louis Auzière, un giovane banchiere che sarebbe stato il
suo primo marito prima della relazione extraconiugale con Macron nei primi
anni’90 e che, secondo quanto riportato dai media, sarebbe deceduto nel 2019.
Andrè
– Louis è un altro uomo del mistero. Non ci sono sue immagini, se non l’unica
del 1974 del suo matrimonio che, ad un’attenta analisi dei due giornalisti
francesi, presenta non poche incongruenze.
In una
foto, il primo presunto matrimonio di Brigitte. In una seconda foto la sposa
risulta essere Susan Spray e non Brigitte Trogneux.
Nella
foto la sposa non risulta essere in realtà Brigitte Macron, ma Susan Spray, e
suo marito, alla sua destra, invece sarebbe tale Jean – Louis Auziere, non
imparentato con il presunto André – Louis, e che persino quotidiani francesi
come Le Figaro hanno considerato per errore come marito della futura moglie di
Macron.
Dov’è
stato allora André – Louis dal 1974 al 2019, anno della sua presunta morte?
Nel
1992, anno nel quale Brigitte inizia la sua relazione pedofila con Emmanuel
Macron, André – Louis non si separa o divorzia da sua moglie.
L’adolescente
Macron continua la sua liaison clandestina con la moglie del banchiere, ma il
divorzio avviene soltanto 14 anni dopo, nel 2006.
Davvero
strano che un uomo con un profilo così alto abbia accettato in silenzio tale
scandalo senza dire o fare nulla.
Non è
dato sapere cosa abbia fatto nemmeno in quegli anni perché non ci sono, ancora
una volta, semplicemente tracce di questo individuo.
Ai
tempi della prima candidatura di Macron nel 2017, vari giornali internazionali
si diedero da fare per reperirlo ma il banchiere era introvabile.
Alcuni
cronisti inglesi esasperati all’epoca dissero chiaramente che non era possibile
trovare nemmeno una presenza o una scia del primo marito di Brigitte, e dissero
apertamente che avevano l’impressione di cercare qualcuno che in realtà non
“era mai esistito”.
Andrè
– Louis aveva un incarico di alto profilo e veniva presentato come un banchiere
della “Credit du Nord”, nella quale sarebbe stato vice-direttore della “Banque
Française du Commerce Extérieur “presso la filiale di Strasburgo, e quindi non
avrebbe dovuto essere difficile trovarlo o incontrare suoi colleghi di lavoro,
eppure non c’è traccia di questo suo incarico.
Il suo
certificato di nascita e il suo certificato di morte piuttosto che dissipare le
nebbie del mistero, lo infittiscono.
Il
certificato di nascita e di morte di Andrè – Louis Auziere esiste.
Ufficialmente
il presunto banchiere sarebbe nato a Eseka, in Camerun, nel 1951, ma all’epoca
tale villaggio non era nemmeno un comune del Paese, e Poussard e Rey si
chiedono legittimamente cosa mai ci facessero i suoi genitori in un posto così
remoto.
Ci
sono cose che non tornano nemmeno con il suo certificato di morte.
Auziere
sarebbe morto il 24 dicembre del 2019, e cremato il 28 dicembre, 4 giorni dopo,
nonostante sua figlia Tiphaine abbia ufficialmente annunciato che aveva sepolto
suo padre il 24, giorno stesso della sua presunta morte, circostanza
impossibile, e che smentisce la presunta cremazione del 28 dicembre.
Il
matrimonio fittizio di Brigitte Trogneux e Andrè -Louis
Secondo
le biografie di Andrè – Louis e Brigitte dalla loro unione sarebbero nati tre
figli, Sébastien Auzière, nel 1975, Laurence Auzière, nel 1977 e infine la più
piccola, la citata Tiphaine, nel 1984.
I
registri civili dovrebbero aiutare a risolvere tutti questi enigmi, e invece,
se possibile, non solo ne sollevano di nuovi, ma portano le prove che Brigitte
Trogneux, futura sposa di Macron, non poteva essere la moglie dell’evanescente
Andrè per il semplice fatto che la firma sugli atti del matrimonio non era la
sua.
Sopra,
si può vedere la firma della presunta Brigitte Trogneux nel 1974 e sotto invece
quella di Brigitte Macron nel 2017.
I due
giornalisti francesi hanno messo a confronto le calligrafie delle due donne, e
il risultato è abbastanza inequivocabile.
Non
sono le stesse.
Si
tratta di due scritture di due persone diverse, e allora ci si chiede a questo
punto chi sia la donna che nel 1974 ha firmato quegli atti, dal momento che
l’esame calligrafico suggerisce chiaramente che non poteva essere Brigitte.
La
stessa calligrafia della donna che firma i registri del 1974 appare poi 6 anni
dopo nel matrimonio di Jean – Michel, il piccolo di 10 anni della foto di
famiglia, che nel 1980 aveva compiuto 35 anni e si sposava con Veronique Dreux.
Brigitte
Auziere firma i registri del matrimonio perché testimone dell’evento e la sua
calligrafia è identica a quella del matrimonio nel 1974.
Non
c’è nessuna prova quindi che Brigitte Trogneux Macron si sia sposata con Andrè
– Louis Auziere nel 1974 e l’inchiesta dei giornalisti francesi a questo punto
si addentra nella zona proibita, quella che ha suscitato le ire di Emmanuel
Macron e di sua moglie.
La Rey
e Poussard passano in rassegna le foto del piccolo Jean – Michel e le mettono a
confronto con quelle di Brigitte e notano una incredibile somiglianza.
Il
confronto tra la foto di Jean Michel Trogneux e quelle di Brigitte, secondo
diversi software, mostrano una notevole probabilità che siano la stessa persona
Il
verdetto dei programmi di grafica utilizzati dai due sembra abbastanza
inequivocabile.
Brigitte
Trogneux non sarebbe altri che Jean – Michel, il quale avrebbe assunto
l’identità della sorellina morta nel 1961 e tenuta nascosta da tutta la
famiglia.
Jean –
Michel Trogneux sarebbe pertanto il padre biologico, e non la madre, dei suoi
tre figli prima di aver iniziato una procedura sul finire degli anni’70 per
cambiare, per così dire, sesso.
Ad
aiutarlo in questa “transizione” sarebbe stato un personaggio molto attivo
nella comunità transgender francese di quegli anni, ovvero il pastore
protestante scomunicato “Joseph Doucé”, trovato morto il 24 ottobre del 1990
nella foresta di Rambouillet.
Secondo
l’autopsia, Doucé sarebbe stato strangolato e le circostanze della sua morte
non sono mai state chiarite.
Il
pastore protestante è stato eliminato perché forse custode di segreti
inconfessabili?
I
risultati di questa inchiesta giornalistica sulla vera identità di Brigitte
possono forse sembrare troppo sensazionali, eppure vengono fornite altre prove
in tal senso.
Nel
1977 infatti fa la sua comparsa sugli schermi delle TV francesi un transessuale
di nome “Vèronique “che inizia a raccontare la sua storia e le sue difficoltà
nella vita quotidiana per le discriminazioni subite a causa della sua
“condizione”.
Il
confronto audio tra la voce del trans Vèronique e quella di Brigitte dà un
riscontro positivo.
La
voce di Vèronique è stata messa a confronto con quella di Brigitte Macron nel
2017 e il responso sembra essere univoco.
Si
tratterebbe della stessa persona.
L’inchiesta
sembra andare non solo nella direzione giusta per via di tutti gli indizi e di
tutte le prove raccolte, ma anche per il fatto che dopo che “Natacha Rey” aveva
fatto notare come il viso di “Jean – Michel Trogneux” fosse identico a quello
di Brigitte Macron, si è trovata alla porta di casa gli uomini della
gendarmerie che l’hanno trascinata in una stazione di polizia, sottoponendola
ad un interrogatorio di 5 ore , sommergendola di pesanti minacce e
rilasciandola non prima di averle sequestrato il telefono cellulare, per capire
chi altri fosse in possesso di queste informazioni e quali erano i contatti
della Rey.
Sono
anche partite le denunce di Brigitte Macron che nel 2022 ha presentato una
querela per violazione della privacy e dei diritti d’immagine, lamentele
certamente singolari visto il caso, ma il tribunale di Parigi ha annullato la
sua denuncia per fare presente che la “moglie” del presidente avrebbe invece
dovuto presentare una causa per diffamazione, considerato quanto detto dalla
Rey e da un’altra donna che aveva fatto un video assieme a lei documentando
tutta la storia.
Appare
certamente “singolare” la circostanza che la premiere dame e i suoi avvocati
abbiano commesso un simile “errore”, adducendo nella prima causa una violazione
della sfera privata della persona, una motivazione che non contesta la
veridicità o meno delle informazioni presentante dalla Rey, quanto quella di
averle rivelate al pubblico francese.
Inizia
comunque un nuovo processo per diffamazione a giugno del 2024, e a settembre
arriva la condanna lampo.
La
giornalista francese è condannata a pagare 8mila euro per aver “diffamato” la
moglie del presidente, nonostante però il verdetto non risulti aver portato
nessun elemento per smontare le prove invece portate dalla Rey.
La
cronista si trova adesso vittima di una pesante persecuzione giudiziaria da
parte della giustizia francese che ovviamente vuole farla tacere
definitivamente, ed è questo che ha spinto la donna a chiedere asilo politico
alla Russia.
I
punti oscuri della vita di Brigitte e di Macron non sono stati però, come si
diceva, affatto chiariti dalle autorità giudiziarie francesi.
Emmanuel
Macron: è il protetto della famiglia Rothschild.
Non è
dato sapere, ad esempio, come abbia fatto Brigitte ad insegnare in un liceo
come La Providence senza avere apparentemente le credenziali necessarie, e come
poi abbia continuato a vedere Macron intanto trasferito al liceo Franklyn di
Parigi.
Il
Franklyn è un posto interessante. E’ la fucina dell’alta società francese, ed è
da lì che escono fuori i rampolli della classe dirigente del Paese.
Il
liceo parigino viene considerato una delle roccaforti della famiglia Rothschild
in Francia, e uno dei luoghi dai quali i banchieri ebrei originari di
Francoforte iniziano a selezionare gli uomini che un domani saranno al loro
servizio.
È
probabilmente il liceo Franklyn che può spiegare la rapida carriera di Macron
nel mondo della finanza francese e il suo incarico proprio presso la banca
d’affari della citata famiglia di banchieri.
Macron
viene quasi allevato in vitro. Gli si aprono tutte le porte che generalmente restano
sbarrate agli altri, e già alla fine degli anni’2000 era diventato il delfino
di Jacques Attali, l’eminenza grigia della politica francese.
Si può
dire che se in Francia i presidenti passano, invece Attali resta lì al suo
posto.
Esiste
la foto di Attali e dei vari presidenti francesi dal 1980 in poi.
Il
filosofo di origini ebraiche è stato il consigliere di ogni singolo presidente
francese dal 1980 in poi.
Lo si
vede a fianco di Mitterand, di Chirac, di Hollande e dello stesso Macron.
Quando
Macron diventa ministro ai tempi della presidenza Hollande, Attali lo porta con
sé alle riunioni dei gruppi del mondialismo che contano.
Macron
arriva al Bilderberg nel 2014 e già all’epoca era chiaramente in corso un
processo di selezione del suo profilo come futuro leader della Francia.
La
massoneria e la finanza ebraica preparano infatti con molta cura i loro
rappresentanti.
Si
assicurano di studiare bene i profili dei candidati, e gli uomini più
spregiudicati e più ambiziosi sono i loro preferiti, poiché disposti a tutto
pur di arrivare ad avere il potere, e poco importa che l’uso di questo faccia
la fortuna di un’oligarchia e mandi in rovina un Paese.
Conta
solo avere quelle posizioni e apparire come presidenti anche se poi in realtà
si è soltanto lo strumento del vero potere, quello che sta dietro le quinte,
quello delle logge e dell’alta finanza.
Macron
è stato coltivato con molta cura, e se la biografia di Brigitte è ancora oggi
piena di zone d’ombra la sua non sembra essere da meno.
Emmanuel
Macron non ha praticamente contatti con la sua famiglia di origine.
Non
vede mai i suoi fratelli, Laurent ed Estelle, e a malapena sente
telefonicamente suo padre, Jean – Michel Macron, che sembra dolersi di questo
fatto.
Anche
l’infanzia di Emmanuel è un mistero.
Le immagini, come per Brigitte, sono molto
poche e le informazioni sulla sua vita privata sembrano far pensare che Macron
sia sempre stato un omosessuale non dichiarato.
Tra i
vari a rivelare l’omosessualità del presidente francese, è stato “Alexis du
Réau de la Gaignonnière”, un attore pornografico che ha rivelato che egli
stesso avrebbe sodomizzato Macron in uno di quei “festini” molto simili a
quelli che Kubrick ha mostrato nel film “Eyes Wide Shut”.
È in
questi ambienti che nascono i “delfini” della massoneria.
Negli
ambienti delle logge, laddove tali riti sono necessari per l’iniziazione del
candidato che aspiri ad entrare nella libera muratoria e a salire ai gradi
superiori di questa società segreta.
La
storia di Macron e sua “moglie” appare essere la storia evidentemente di una
coppia fabbricata a tavolino da queste élite che preparano con decenni di
anticipo coloro che un domani saranno chiamati a servire i loro interessi.
Se
davvero Brigitte Trogneux è un impostore e un uomo sotto mentite spoglie,
allora si è di fronte ad una chiara tendenza di introdurre i trans alle
posizioni più alte del potere, perché dietro c’è una chiara volontà di
diffondere un modello umano che viola la divisione della creazione in uomo e
donna.
L’androgino
è l’espressione di un satanismo che vuole confondere e deturpare l’immutabile
divisione dei generi e che soprattutto aspira alla distruzione della famiglia,
il caposaldo della società cristiana.
Ciò
spiega l’ossessiva promozione del mondo queer e trans persino nelle scuole, per
far entrare a contatto gli infanti con tale deviazione e abituarli sin da
piccoli a tale deviazione.
Ciò
spiega anche perché tra le fila dei cardinali ci sia oggi davvero un porporato
trans come nel film Conclave e come si è rivelato in un precedente articolo.
Il
mondialismo è satanico in ogni sua espressione, soprattutto in questa.
La sua
adozione ha portato a questo l’Europa. Ha portato nei posti del potere questa
perversione.
Il
mondialismo non si accontenta soltanto del dominio politico.
Vuole
anche quello spirituale, e vuole distruggere con ogni mezzo l’uomo.
Emmanuel
Macron e Brigitte Trogneux non sono altro che l’espressione perfetta di questa
“filolosia” satanica.
Zelensky,
il tramonto dell’UE e l’inevitabile
estinzione dell’Euro-Atlantismo
voluta da Trump.
Lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (3- 3 –2025) – ci dice:
C’era
da stropicciarsi gli occhi dopo la scena alla quale si è assistito lo scorso
venerdì alla Casa Bianca durante l’incontro bilaterale tra Donald Trump e
Zelensky.
Nulla
di simile era mai accaduto prima nell’ufficio ovale del presidente degli Stati
Uniti, laddove i vari capi di Stato e di governo del mondo si recavano per
discutere con quello che i media liberali amavano definire il “leader del mondo
libero”.
Sotto
tale definizione si nascondeva in realtà un’altra idea, molto diversa da quella
che il liberalismo vorrebbe trasmettere, quale quella in realtà del leader
apparente della governance mondiale, appunto il presidente degli Stati Uniti.
Il
presidente degli Stati Uniti è stato difatti per lungo tempo non il presidente
della sua nazione, ma il rappresentante di quel grumo di poteri e di circoli
globalisti e massonici che sceglievano con largo anticipo chi doveva varcare le
porte della Casa Bianca e chi doveva diventare il leader di quella nazione,
scelta da questi ambienti per trascinare il mondo verso la governance mondiale,
così tanto voluta dalle “grandi” famiglie della finanza mondiale quali gli
ubiqui Rockefeller, Rothschild, Warburg, Morgan e DuPont.
Sono
questi nomi i veri padroni della democrazia liberale, un sistema politico
concepito dai pensatori illuministi quali Voltaire, Rousseau e Montesquieu,
tutti fedeli appartenenti, non a caso, della libera muratoria.
La
massoneria ama la democrazia liberale e non si tratta di un’infatuazione priva
di logica, ma di una invece che ha scelto tale sistema perché esso è il
migliore agli occhi di quei poteri occulti che vogliono controllare nell’ombra
una nazione e i suoi governanti.
In
democrazia comanda chi ha il capitale e ad avere tale intuizione è stato tra
gli altri un personaggio come Benito Mussolini che nel 1919 scriveva sulle
colonne del Popolo d’Italia che sono le famiglie della finanza askenazita a
detenere il potere, e ciò spiega ancora oggi perché il liberalismo sia così
ossessionato dal fascismo.
L’ossessione
nasce dal fatto che quel sistema politico aveva smantellato il potere del
liberalismo e lo aveva, per la prima volta dopo l’Unità d’Italia, rimesso nelle
mani della nazione, non più colonia angloamericana ma nazione indipendente in
grado di influire sugli equilibri internazionali.
Gli
Stati Uniti sono stati il guardiano di tale apparato dalla seconda guerra
mondiale e lo sono stati, sotto certi aspetti, contro la loro volontà.
Il
cittadino medio del Nebraska o dell’Ohio non aveva certo in mente di
conquistare il mondo e di costruire un impero in nome delle citate famiglie del
mondialismo e dello stato ebraico, ma si è ritrovato suo malgrado ad essere
prigioniero di un gioco truccato.
Un
gioco nel quale esiste un falso duopolio che garantisce una falsa alternanza,
nella quale i due candidati sono espressioni degli stessi poteri massonici e
finanziari, e non ha quindi importanza alcuna da che parte si decida di andare
poiché la destinazione ultima è la stessa.
Trump
ha messo fine a tale “equilibrio” e la scena dello scorso venerdì alla Casa
Bianca ne è forse l’esempio più fulgido.
Zelensky:
l’uomo che massacra l’Ucraina per salvare la NATO.
Volodymyr
Zelensky si è presentato come suo solito con quel ridicolo maglione scuro per
dare l’impressione che lui è un uomo pratico, d’azione, un uomo sempre pronto a
qualsiasi evenienza e che non può darsi peso di indossare un vestito decente
per le cerimonie ufficiali dato che lui sarebbe un “comandante in guerra”.
Zelensky,
Trump e Vance.
Peccato
però che l’ex comico che una volta addirittura diceva che era necessario
stabilire buoni rapporti con la Russia, il fronte non lo abbia mai visto perché
il “presidente” ucraino al fronte ci manda la carne da macello, come il soldato
utilizzato per fare il trapianto multiorgano a favore di Soros, oppure i
ragazzini, i disabili e persino le donne che devono finire nel tritacarne in
nome di una guerra voluta dalla NATO impossibile da vincere.
Zelensky
ha avuto l’ardire di presentarsi nell’ufficio ovale e di attaccare
l’amministrazione di Donald Trump che in fin dei conti era stata forse sin
troppo ragionevole nei suoi confronti.
Non
esiste e non è mai esistita alcuna possibilità di vincere una guerra contro
Mosca, nemmeno con l’aiuto che la NATO e Londra si sono premurate di far
arrivare a Kiev, e non sarebbe nemmeno esistita anche se gli Stati Uniti
avessero deciso di fare sul serio mandando veramente le armi e gli aiuti che
avrebbe potuto mandare.
Sussiste
difatti un equivoco intorno alla questione degli aiuti americani all’Ucraina
perché ancora oggi molti pensano che la precedente amministrazione Biden abbia
inviato armamenti pesanti agli ucraini, mentre nella realtà dei fatti sono
arrivati in larga parte ferrivecchi inutilizzabili e le armi migliori Zelensky
le ha vendute a bande criminali e allo stato ebraico con la piena conoscenza
dei vari governi europei, incluso quello di Giorgia Meloni.
L’enigma
del mancato e reale appoggio della precedente amministrazione Biden è stato
affrontato persino dai media mainstream Occidentali che in non poche occasioni
si sono lamentati del fatto che il presidente che sulla carta avrebbe dovuto
garantire l’esistenza dell’impero americano era colui che in realtà non aveva
cambiato rotta rispetto a Trump.
Soltanto
quanto accaduto negli ultimi mesi del 2020 e nei primi del 2021 può far capire
cosa è veramente successo dopo la frode elettorale ai danni di Trump, anche se,
ad oggi, le fonti militari interpellate sulla questione affermano che la
transizione tra Trump e Biden sarebbe stata “congelata” su ordini precisi del
precedente comandante in capo che avrebbe esercitato i poteri speciali
presidenziali per sventare il colpo di Stato ai suoi danni.
Un
giorno la storia darà probabilmente una risposta più esaustiva in merito, ma
resta il fatto che Joe Biden non è corso a salvare l’Occidente e l’Ucraina.
Zelensky
è entrato nonostante tutto nell’ufficio ovale pretendendo di ricevere forse
aiuti illimitati nella sua suicida guerra contro la Russia che ha portato il
suo Paese al disastro.
Vance,
l’agguerrito e puntuale vicepresidente di Trump, gli ha ricordato che è
inaccettabile che un capo di Stato straniero invitato nella casa del presidente
americano mancasse di rispetto in questa maniera ai padroni di casa, così com’è
stato altrettanto inaccettabile il fatto che Zelensky addirittura è arrivato a
insultare Vance in ucraino, che ha avuto il “torto” di ricordargli che stava
mandando al fronte persone prese dalla strada e trascinate nel tritacarne
soltanto per la folle idea del “presidente” ucraino di voler continuare una
guerra persa in partenza.
Trump
era comprensibilmente fuori di sé.
Non si
aspettava forse nemmeno lui di vedere un comportamento così sfacciato e così
provocatorio e minaccioso, se si considera anche la frase pronunciata da
Zelensky sul pericolo che un domani gli Stati Uniti potrebbero correre.
Alla
fine dell’incontro, il presidente degli Stati Uniti quasi si è dovuto
trattenere dal prendere a schiaffi l’ucraino talmente tanta era la sua
insolenza e tracotanza, punita dopo la riunione con la cacciata storica
dall’ufficio ovale dell’ospite straniero.
Nessuno
era mai arrivato a tanto, perché Volodymyr Zelensky non è un capo di Stato.
È un
gangster, puro e semplice, che traffica gli organi dei suoi soldati, rivende le
armi che gli arrivano dall’Europa e dall’Italia a Israele e alla criminalità
organizzata, e ricicla il denaro sporco degli oligarchi askenaziti del suo
Paese, quali “Rinat Akhmetov” e “Viktor Pinchuk”, che lo usano come prestanome
per lavare i soldi frutto delle loro varie attività criminali.
L’Ucraina
sotto quest’uomo e sotto Poroshenko è diventa il centro dei peggiori traffici
internazionali, soprattutto quello pedofilo, nel quale risulta coinvolta la
stessa moglie del presidente, “Olena Zelenska”, che mentre vede i soldati
morire al fronte, continua a condurre una vita fatta di lusso e sfarzi, e
smista i bambini ucraini nelle mani dei signori della pedofilia mondiale.
Olena
Zelenska, la moglie.
Kiev,
in mano alla NATO e a George Soros, è divenuto il luogo della peggiore
degenerazione morale.
Il
luogo che custodisce ogni orrore umano benedetto dal presidente e dalla sua
madame senza scrupoli.
Trump
e la separazione degli Stati Uniti dalla NATO.
Trump
e Vance comprensibilmente sono stufi del pozzo di corruzione e degenerazione
che è l’Ucraina e non hanno intenzione di sostenere il corrotto governo di
Zelensky in nome della difesa impossibile della NATO.
La
NATO stessa ormai è indigesta al presidente americano che non ha mai fatto
mistero di volerne uscire perché non ha intenzione alcuna di tenere in piedi il
braccio armato della governance mondiale che dopo la caduta del muro di Berlino
ha anche perso la ragione di facciata che ne poteva in qualche modo
giustificare la sua assenza.
La
storia dell’atlantismo si sarebbe dovuta chiudere il 9 novembre del 1989,
quando cadde il muro di Berlino, gentilmente abbattuto con la collaborazione
della quinta colonna del “gruppo Bilderberg e della commissione Trilaterale”,
Mikhail Gorbachev.
Invece
la storia è proseguita. Il patto si è espanso e ha inglobato i vari Paesi
dell’Europa dell’Est, ormai fagocitati dall’impero americano e dai suoi padroni
che continuavano la loro marcia per conquistare il mondo e costruire il loro
impero mondiale incontrastati.
Il
“sogno” però è finito. Il vecchio (dis) ordine Euro-Atlantico è finito nel
momento stesso in cui Trump ha deciso di separarsi dall’impero e restituire la
sovranità perduta agli Stati Uniti.
Non
appena conclusosi l’incontro con Zelensky, Elon Musk ha rinnovato la necessità
di lasciare sia le Nazioni Unite, l’archetipo del governo mondiale, sia la NATO
e appare questo un obiettivo al quale Trump arriverà inevitabilmente perché
ormai la frattura tra America ed EU è sempre più profonda.
Sono
infatti finiti i giorni nei quali Washington metteva i suoi denari per
finanziare la creatura concepita dal conte Kalergi, che aspirava anch’egli
ovviamente al governo mondiale come il suo sodale massone, Winston Churchill.
Washington
ormai è ostile a qualsiasi ipotesi di cessione della sovranità nazionale e
giudica ostili quei conglomerati come l’UE, privi, tra l’altro, persino di una
parvenza di legittimazione popolare, che sono nati per mettere fine agli Stati
nazionali.
La
seconda guerra mondiale in realtà non è mai finita.
È
durata per 80 anni, e oggi sta davvero finendo perché finisce il (dis) ordine
che essa aveva portato soffocando le sovranità nazionali, divenute un
“ostacolo” agli occhi di chi invece voleva accentrare il potere a favore del “Leviatano
mondiale” senza identità nazionale e popolato dal “melting pot globale” in cui
le etnie, soprattutto quella bianca, sono spazzate via da questo calderone
multietnico e multiculturale.
Il
Nuovo Ordine Mondiale è finito ma a Bruxelles e Londra la dissonanza cognitiva
è forte.
Non
appena Zelensky ha dimostrato al mondo intero di essere null’altro che un
volgare gangster, Londra lo ha accolto tra gli abbracci del governo “Starmer”,
e i media Occidentali si sono esibiti nel loro solito esercizio di propaganda
nel quale il carnefice diventa vittima e viceversa.
Non ha
però funzionato.
Gli
europei, e soprattutto gli italiani, sono saturi di vivere in un sistema
politico che ha tolto benessere economico e salute per consegnarli in uno stato
di malattia o morti continue come mai si erano viste prima della vaccinazione
di massa.
L’Unione
europea ha difatti attuato prima un processo di spoliazione economica
dell’Europa e dell’Italia smantellando tutta la ricchezza che il modello
economico italiano fondato sullo Stato imprenditore e sulla dottrina sociale
della Chiesa aveva portato, e infine ha finito anche con il togliere la salute
fisica ai suoi abitanti.
Il
tiranno non è a Mosca.
È a
Bruxelles, ed è sempre più odiato dagli europei e dagli italiani, stufi di
vedere questa classe politica di mezze figure e di volgari delinquenti che
fanno strame del Paese mentre si radunano nei loro salotti e si fanno
complimenti a vicenda.
L’UE e
la classe politica italiana solo questo sanno fare. Sono veri e propri esperti
dell’onanismo reciproco, e non si fa fatica a comprendere perché ovunque gli
europei ne abbiano abbastanza.
Bruxelles
da sola non può sopravvivere.
È un
corpo vuoto, artificiale che esiste soltanto perché erano gli Stati Uniti a
garantirne l’esistenza, e nel momento stesso in cui Washington si allontana e
inizia a colpire Bruxelles con i dazi, l’Unione non ha possibilità di
sopravvivere.
Sono
davvero di conseguenza gli ultimi tempi per la dittatura europea, e adesso è
necessario come mai prima d’ora abbattere questa congerie di sicari della
finanza e delle case farmaceutiche che hanno ridotto in tale pietoso stato
l’Europa e che ne opprimono i popoli.
Washington,
Mosca e il mondo multipolare sono determinati a mettere fine alla storia di
questo decadente potere.
Bruxelles
oggi è sola. È l’ultimo debolissimo appiglio geopolitico di ciò che restava del
potere globalista.
L’UE
ha deciso comunque di rintanarsi nel suo bunker in una paradossale
rivisitazione dell’epilogo della seconda guerra mondiale che vedeva marciare su
Berlino le truppe americane e sovietiche prima che queste dessero il colpo di
grazia al nazismo.
La
storia ci ha incredibilmente riportato indietro al 1945 con l’eccezione che
allora quella catena di eventi diede vita all’età degli imperi ed era governata
dalle forze del caos internazionale, mentre questa è dominata da uomini di
Stato fedeli alla propria nazione e ostili a qualsiasi idea di impero globale.
Il
crepuscolo dell’Unione europea è ormai diventato tramonto.
The Brutalist:
l'America capovolta.
Unz.com - E. Michael Jones – (4 marzo 2025) –
ci dice:
The
Brutalist è un film "visivamente accattivante" mash-up di identità
rubate la cui unica coerenza viene dallo spirito rivoluzionario ebraico, che è
la grammatica nascosta del film.
La rivoluzione si traduce in un mondo
capovolto, che è quello che è successo all'America dopo la seconda guerra
mondiale, in gran parte a causa degli immigrati ebrei che sono arrivati come
rifugiati dall'Olocausto.
La rappresentazione visiva di questo spirito
rivoluzionario è esemplificata dalla fotografia tagliente del film, che ritrae
simbolicamente l'arrivo in America del protagonista (interpretato da Adrian
Brody)” Laszlo Toth”, regalandoci un'inquadratura capovolta della Statua della
Libertà.
“Toth”
è un immigrato ebreo e rifugiato dell'Olocausto che arriva a New York per una
vita migliore.
È
anche un architetto affermato che ha imparato il mestiere sotto la guida di “Walter
Gropius” al “Bauhaus di Dessau”.
Un'esperienza
comune tra gli immigrati di quella generazione, ebrei o meno, è che l'America
non riconobbe le loro credenziali del vecchio mondo, ponendo le basi per un
classico dramma sugli immigrati che è vecchio quanto” Benjamin Franklin”, che
arrivò a Filadelfia senza un soldo da Boston e divenne la classica storia di
successo americana.
Tra i
suoi numerosi successi, “Franklin” creò gli Stati Uniti d'America.
Gli
ebrei immigrati dopo la seconda guerra mondiale hanno sconvolto quel paese.
Secondo il “New York Times”, il giornale che ha aiutato gli ebrei a compiere
quell'impresa:
Una
delle prime immagini di "The Brutalist" è un'inquadratura capovolta
della Statua della Libertà, un'angolazione disorientante e capovolta che
trasmette letteralmente il punto di vista di “László” mentre emerge dalle
profondità buie della nave che lo ha portato in America.
La
statua è già pesantemente carica di significati complessi e contraddittori che
László incarna ed è un presagio della sua storia destabilizzata.
È anche un emblema delle ambizioni di [il
regista Brady] Corbet.
Proprio.
“Brady
Corbet” può ora intervenire con” Kate Winslet”, che ha detto "ora ho fatto
il mio film sull'Olocausto" dopo aver vinto l'Oscar dell'Olocausto di
quell'anno per aver interpretato un molestatore di bambini in “The Reader”.
Quando
si tratta di giovani registi ambiziosi come “Brady Corbet,” il modo più sicuro
per ottenere una nomination all'Oscar è dirigere un film sull'Olocausto.
Ma
come ha dimostrato il tagliente film dell'anno scorso” Zone of Interest”, senza
mostrare una sola scena di Auschwitz, l'Olocausto può essere mostrato solo in
modo obliquo dopo che “Steven Spielberg” ha fatto uscire acqua calda dai
soffioni della doccia invece del gas velenoso in “Schindler's List “.
Il
brutalista fa un ulteriore passo avanti a questo desiderio di evocare ciò che
nessuno osa più esaminare, cioè ciò che è realmente accaduto nei campi di
concentrazione, trasferendo la messa in scena all'America negli anni successivi
alla seconda guerra mondiale.
Dopo
aver messo sottosopra la Statua della Libertà, il simbolo della storia
dell'immigrazione, “Corbet” capovolge l'ordine morale facendo della prima tappa
di “Toth” dopo essere sceso dalla barca una casa di prostituzione.
Lo
spettatore viene quindi trattato con la prima di una serie di scene di sesso
sempre più esplicite, tra cui clip di pornografia reale degli anni '40 che
deturpano questo film.
La
scena introduce anche lo spettatore al doppio standard sessuale che rende il
film incoerente.
Il sesso è un segno di impegno rivoluzionario
quando “Toth” riceve un regalo da una, ma è un segno di ripugnante decadenza
terminale quando il rampollo dell'industriale presbiteriano che è il patrono di
Toth si siede vicino a un ruscello accanto al nipote di Toth.
Toth proietta la propria decadenza sessuale
sulla cultura che lo ha accolto come giustificazione per il risentimento
ebraico e per le condanne sottovoce dell'America come luogo orribile, che trova
rivendicazione alla fine del film in una bizzarra svolta della trama la cui
unica spiegazione è il risentimento ebraico che cerca una causa per la sua
esistenza.
Ma ne
parleremo più avanti.
Le
scene di sesso in The Brutalist erano così disorientanti che hanno generato un
intero thread su Reddit cercando di dare loro un senso.
Odd
Emotion5 conclude:
In
definitiva, la sessualità in Il brutalista sembra un modo ambizioso ma goffo
per esplorare l'identità, lo spostamento e le crepe nel sogno americano.
Ha lo
scopo di sconvolgere, e chiaramente lo fa, ma se riesca ad arricchire la
narrazione o semplicemente a farla deragliare è oggetto di dibattito.
La tua frustrazione per il modo in cui queste
scene si inseriscono nella storia è valida perché spesso si sentono come se
stesse gareggiando per l'attenzione piuttosto che sviluppare organicamente i
temi.
Un
altro blogger ha citato la conversazione che ha luogo tra Laszlo e sua moglie “Erzsebet”
dopo che si sono uniti in America grazie alla generosità del mecenate di Laszlo
e all'acume del suo avvocato.
Invece di esprimere gratitudine, la signora
Toth sussurra delle visioni delle infedeltà di Toth, ma queste vengono
immediatamente proiettate sull'industriale WASP come esempi di quanto sia
orribile l'America.
Secondo
Odd Emotion, la scena del bordello esprime la "disconnessione
dall'intimità e la sua incapacità di sentirsi radicato, anche in America, la
terra dei suoi presunti sogni".
Chiunque,
il cui pensiero fosse radicato in una psicologia radicata nella comprensione
della legge morale, avrebbe detto che la causa dell'incapacità di Toth di
sentirsi "radicato" in America era la sua violazione della legge
morale.
Il peccato causa l'alienazione, non la
liberazione, come ci dicono ancora gli ebrei rivoluzionari.
Il
senso di colpa che invariabilmente accompagna quell'alienazione viene poi
proiettato sul paese ospitante come antisemitismo, che poi giustifica
un'attività più sovversiva, che alla fine crea una vera animosità contro il
gruppo che ha cercato di aiutare gli ebrei a fuggire da Hitler.
Questo
circolo vizioso spiega la grammatica nascosta di The Brutalist e perché lo
spettatore si sente così insoddisfatto di una trama che ha bisogno di un deus
ex machina per risolvere le sue contraddizioni interne.
The
Brutalist è un film sull'Olocausto, après la lettre.
Parla
di ciò che è accaduto all'America dopo una guerra che è diventata sinonimo di
sofferenza ebraica nei campi di concentrazione, in gran parte perché Hollywood
ha creato il genere dell'Olocausto negli ultimi 80 anni per assicurare il
controllo sulla cultura americana.
Nel caso in cui vi siate persi le udienze del
Senato, ogni volta che il senatore Josh Hawley ha sorpreso un ebreo
dell'amministrazione Biden con la mano nella cassa o i pantaloni abbassati in
flagrante inadempienza al suo dovere, quell'ebreo ha invariabilmente risposto:
"Ho
parenti morti nell'Olocausto" come un modo per deviare qualsiasi ulteriore
critica.
Nel
realizzare The Brutalist , il regista” Brady Corbet” ha preso una serie di
narrazioni che circondano l'immigrazione in America e le ha capovolte,
integrandole tutte nello spirito rivoluzionario ebraico come lente che le
unisce.
La
rivoluzione capovolge il mondo.
“Corbet”
documenta questa inversione nel suo tentativo di ottenere il maggior numero
possibile di Oscar riservato all'Olocausto su un minuscolo budget di 10 milioni
di dollari, descrivendo ciò che gli ebrei come l'immaginario “Laszlo Toth”
hanno fatto al paese che ha dato loro asilo dai nazisti.
Il brutalista ribolle di odio ebraico per
l'America, come manifestato dal rapporto travagliato tra protestanti, cattolici
ed ebrei, i tre principali gruppi etnici americani dopo la seconda guerra
mondiale.
“Laszlo
Toth”, interpretato da “Adrian Brody, il paradigma del vittimismo artistico
ebreo sensibile e sofferente ne “Il pianista” , viene accolto in America da suo
cugino e dalla sua bella moglie, che descrive in modo sprezzante come una
" shiksa " solo per scoprire che il suo cugino ha cambiato il suo
nome da “Attila Molnar” ad Attila Miller, il nome della sua azienda in “Miller
and Sons”, anche se non ha figli, è la sua religione dall'ebraismo al
cattolicesimo.
Miller
vende mobili americani di cattivo gusto, ma vuole che Toth migliori il suo
gioco portando quei mobili nel 20 esimo secolo, il che significa un sacco di
tubi cromati, il che rende il tavolo e le sedie della sua cucina simili a una
bicicletta perché Toth ha studiato design al Bauhaus di Dessau, dove Walter
Gropius ha promosso l'entratene Kunst fino a quando i nazisti non lo hanno
cacciato dalla città.
Nella
loro prima incursione nell'architettura moderna, Toth e Attila entrano in
contatto con il figlio di un ricco industriale presbiteriano che vuole
sorprendere suo padre rinnovando la sua biblioteca.
La grande sorpresa di compleanno è che il
padre odia il modernismo, che ha sostituito una confortevole stanza in stile
maniero di campagna inglese con uno spazio vuoto che circonda un unico tubolare
cromato e una fragile chaise longue a rete del tipo che si potrebbe portare in
spiaggia a Wildwood, nel New Jersey, una località turistica non lontana da
Philadelphia che è diventata famosa per aver dato i natali all'architettura “Doo-Wop”.
Dopo
che il ricco industriale Harrison si rifiuta di pagare per la vandalizzazione
della sua sala di lettura, suo cugino caccia Toth dalla sua stanza degli ospiti
dopo aver accusato di aver fatto un passaggio a sua moglie shiksa , e il nostro
eroe scende nel demi monde, dove spara eroina di notte e spala carbone di
giorno, fino a quando un articolo lusinghiero sulla sua vandalizzazione della
biblioteca di Harrison appare su” Life” e Harrison il Presbiteriano decide che
Toth è davvero un genio ebreo, che ha bisogno di costruire un centro
comunitario brutalista e mostruoso su una collina fuori “Doylestown”, in
Pennsylvania.
Poiché
lo spirito rivoluzionario ebraico è essenzialmente un'antinarrativa, Corbet
deve mettere insieme sia la trama che il personaggio da mash-up di figure e
storie esistenti.
Rifacendosi alla venerabile tradizione
hollywoodiana stabilita da film come Abbott e Costello incontra Frankenstein ,
Corbet trasformò The Brutalist in un mash-up di Il pianista , che stabilì
Adrian Brody come il volto di riferimento per la sofferenza ebraica, e The
Fountainhead , il ritratto immaginario di Ayn Rand di Frank Lloyd Wright, il
più famoso artista americano degli anni '20 esimo secolo.
In La
Fonte della Fonte , Wright divenne Howard Roark, un rivoluzionario ebreo
mascherato da architetto che dimostrò la sua buona fede rivoluzionaria ma non
architettonica facendo saltare in aria uno dei suoi stessi edifici.
Wright
odiava l'architettura del Bauhaus, che aprì la strada al brutalismo.
Ha
notoriamente riformulato la descrizione di “Mies van der Rohe “della teoria
architettonica dietro le sue case di vetro come " beinahe nichts " o
quasi nulla nella frase satirica "molto rumore per quasi nulla".
Qualcosa
di simile è accaduto a Gary Cooper quando Ayn Rand ha insistito per
interpretare il ruolo di Howard Roark nell'adattamento cinematografico di “The
Fountainhead”.
Vent'anni dopo che il suo debutto in The
Virginian lo aveva consacrato come l'archetipo del cowboy americano, Ayn Rand
tentò di trasformarlo in una versione ebrea russa di “Frank Lloyd Wright”, che
corrispondeva alla concezione di Rand dell'americano ideale.
Rand è
nato in Russia nel 1905. Dopo aver conseguito la laurea all'Università di
Leningrado, Rand arrivò in America nel 1926.
Nel
giro di 20 anni ebbe il controllo totale della versione hollywoodiana del suo
romanzo” La Fontana” , che un critico descrisse come un "libro lungo e
turgido, pubblicato nel 1943 . . . scritto in uno stile da serra che strappa il
corpetto".
In
quel film Dominique Francon, interpretata da Patricia Neal, risuona di brividi
quando sessuali scorge Howard Roark, interpretato da Cooper, che perfora la
pietra in una cava:
Vide
la sua bocca e il silenzioso disprezzo nella forma della sua bocca; i piani
delle sue guance magre e scavate; la fredda, pura brillantezza degli occhi che
non avevano traccia di pietà.
Sapeva
che era il viso più bello che avrebbe mai visto... Provò una convulsione di
rabbia, di protesta, di resistenza e di piacere... Si chiedeva come sarebbe
stato nudo".
Rand
ha prosciugato tutta la sottigliezza delle figure classiche americane come
Wright e ha sostituito quella sottigliezza con la parodia dell'identità
americana di un ebreo russo che "glorifica l'individualismo
egoistico"del tipo che Rand avrebbe poi reso famosa nella setta
semi-religiosa nota come “Oggettivismo”, che durante il suo periodo di massimo
splendore attirò altri ebrei come il capo della “Federal Reserve Alan Greenspan”
a unirsi a Rand nel celebrare l'"individualismo egoistico" come
qualcosa di unicamente americano.
Rand
creò una parodia di “Frank Lloyd Wright” e della sua forma unica di
architettura americana trasformandolo in:
una
miscela di eroe romantico e intellettuale severo. Crede che "il mondo stia
morendo a causa di un'orgia di sacrificio" e dice ai suoi attoniti
mecenati: "Non lavoro con collettivi, non consulenze, non collaboro, non
collaboro, non collaboro... Il mio lavoro è fatto a modo mio. Un motivo
privato, personale, egoistico, egoistico. Questo è l'unico modo in cui
funzioni".
Trasformando
Roark in una parodia dell'ebreo russo dell'americano, Ayn Rand si impegnò in
una prima forma di furto d'identità, spalleggiata dallo studio Warner Brothers,
altrettanto ebreo, che le pagò 50.000 dollari per i diritti cinematografici e
altri 13.000 dollari per la sua sceneggiatura, assicurandosi al contempo di
avere "il controllo completo della sceneggiatura e l'approvazione finale
di tutte le modifiche".Rand insistette sul fatto che Frank Lloyd Wright,
"e assolo Frank Lloyd Wright", avrebbe dovuto progettare gli edifici
per il film.
Quando Wright insistette per un compenso di
250.000 dollari per i suoi servizi, lo studio alla fine si opponeva alla Rand,
anche se lei minacciò di far saltare in aria lo studio della Warner Brothers
"se avesse alterato una sola parola del suo lavoro".
In
poco tempo, divenne evidente che gli ebrei di Hollywood avevano esagerato con
la loro mano.
Gli ebrei di Hollywood avevano dirottato
l'identità americana in un modo così rozzo che tutti finirono per odiare il
film.
Il cowboy aveva molti tratti discutibili se
visto dalla prospettiva dell'est, ma l'ideologia aliena dell'egoismo spietato
che stava al centro dell'oggettivismo della Rand non era uno di questi.
Il
film ha colpito una nota falsa che nemmeno il bel viso di Gary Cooper è
riuscito a salvare.
Frank
Lloyd Wright è stato uno dei primi americani a protestare, definendo The
Fountainhead "una caricatura grossolanamente offensiva della sua
opera", nonché "un disastro architettonico (e cinematografico)".
A
differenza di Howard Roark, che è una parodia di Frank Lloyd Wright, “Laszlo
Toth” è un mash-up di un certo numero di architetti ebrei, tutti fuggiti
dall'Olocausto, e la maggior parte dei quali sono venuti in America, in
particolare Louis I. Kahn, che è diventato famoso a Filadelfia, dove è
ambientato il film.
Louis
Kahn, il primo architetto ebreo preso sul serio dagli americani abbastanza
ricchi da commissionare edifici, nacque in Estonia con il nome di “Itze-Leib
Schmuilowsky” nel 1901.
Cinque
anni dopo la famiglia di Kahn emigrò in America.
Dopo
aver lavorato per diverse aziende di Filadelfia, Kahn fondò il suo atelier nel
1935.
Nel
1942 creò una società con l'architetto tedesco Oscar Stonorow, e insieme
lavorarono a progetti per la “Philadelphia Housing Authority”.
Uno
degli esempi più noti di edilizia popolare è stato lo “Schuylkill Falls Housing
Project”.
In un rapporto preparato per l'Office of
Historic Preservation nel giugno del 1983, un certo signor G. Thomas scrisse
che:
"Il
progetto abitativo di “Schuylkill Falls “è un punto di riferimento nel design
moderno di uno dei primi importanti teorici del movimento moderno.
Le
loro dimensioni, la posizione dominante sulla collina e gli elementi
sovradimensionati delle loro facciate li rendono gli edifici più importanti
della regione.
Di
grande importanza è il fatto che gli edifici principali sono stati
abbandonati".
Il
progetto “Schuylkill Falls” è stato peggiore di tutti gli altri edifici con
ascensore PHA nel resto della città a causa delle peculiarità del suo design.
Nel 1986, trentatré anni dopo l'apertura delle
Schuylkill Falls, la rivista Philadelphia pubblicò un articolo sulle torri
gemelle allora vuote.
Schuylkill
Falls "è stata considerata sia architettonicamente che socialmente
innovativa" quando è stata costruita a causa dei lunghi balconi comuni,
delle "strade nel cielo" su ogni piano dei condomini e della serie di
ascensori individuali che fornivano l'accesso a tre o quattro appartamenti su
ogni piano ed eliminavano i lunghi corridoi interni.
Man
mano che i progetti venivano ad essere sempre più occupati da famiglie
monoparentali indebolite e vulnerabili, la mancanza di privacy che le
"strade nel cielo" rendevano obbligatoria si rivelò presto fatale,
prima per la vita familiare e poi per la vita in generale.
La famiglia indebolita perdeva sempre i suoi
figli a causa della pressione dei coetanei e delle bande.
Il design dell'edificio ha semplicemente
accelerato questo processo, privando quelle famiglie di qualsiasi controllo
sulla sfera domestica fornita dalla casa a schiera.
"Il
concetto di grattacieli residenziali", continuò la rivista Philadelphia ,
"alla fine si rivelò difettoso e “Schuylkill Falls” fu uno dei primi della
città ad essere chiuso, soprattutto perché le sue innovazioni progettuali
aggravarono i problemi di criminalità e vandalismo:
i
numerosi ascensori e balconi aperti non potevano essere controllati o messi in
sicurezza".
Il PHA
avrebbe potuto evitare questo problema se avesse ascoltato i consulenti che
aveva incaricato di valutare il design del progetto.
Nel luglio del 1951, Lancelot F. Sims, Jr., un
architetto chiamato a valutare la situazione, menzionò la mancanza di
ventilazione incrociata nelle case a schiera basse come una fonte di potenziale
problema, ma riteneva che "questa carenza poteva essere migliorata
piantando alberi sufficienti per ombreggiare la facciata occidentale di tutte
le unità di case a schiera".
Non
così semplici furono i problemi causa dal progetto di Stonorov delle torri
gemelle a molti piani.
"Ho
detto al signor Stonorov", ha scritto Sims, "che ero molto
preoccupato per la privacy dei soggiorni che si affacciano sui balconi esterni.
Gli suggerisco di spostare le scale su
entrambe le estremità dell'edificio verso la fine in modo che ogni scala abbia
due unità abitative su un lato.
Questa
disposizione ridurrà notevolmente il traffico che passa davanti alle finestre
del soggiorno".
Stonorov
ignorerà il suggerimento di Sims, con risultati prevedibili.
Le
persone oneste trovarono insopportabile la mancanza di privacy e fuggirono
dall'edificio.
Ben
presto anche le persone indecenti fuggirono.
Nel 1976, le due torri a Schuylkill Falls
erano vuote al 100%, anche se le case a schiera su Ridge Avenue continuavano ad
essere occupate.
Il
verdetto di fallimento che è stato emesso sull'ingegneria sociale basata sul
design Bauhaus non si è limitato a “Schuylkill Falls”, che è stato percepito
come lo scenario peggiore a causa delle sue peculiarità progettuali.
"La saga delle cascate Schuylkill",
continuava la rivista Philadelphia , "sarà probabilmente ripetuta con ogni
progetto di edilizia residenziale della città, come una triste storia di un
concetto sociale obsoleto e degli edifici 'infestati' lasciati alle
spalle".
Nel
1957, dopo un periodo a Yale, Kahn tornò a Filadelfia, dove fu nominato
professore di architettura alla School of Design dell'Università della
Pennsylvania . Kahn divenne famoso alla Penn, dove insegnò fino alla sua morte
nel 1974, ma nel 1959 gli ebrei di Filadelfia non presero sul serio gli
architetti ebrei; La sinagoga Beth Shalom nel sobborgo di Filadelfia di Elkins
Park è stata progettata da “Frank Lloyd Wright”.
Il
Bauhaus, come ho sottolineato in “Macchine viventi “, era un'ideologia
sessuale, mascherata da pianificazione urbana, il cui risultato notevole più
era la distruzione della vita familiare.
Come “Laszlo
Toth”, Louis Kahn era un rivoluzionario sessuale che ebbe tre figli con tre
donne diverse.
Kahn
proveniva dall'Estonia, ma Laszlo Moholy-Nagy ed Erno Goldfinger, le altre
parti dell'identità mash-up di Toth, erano ebrei ungheresi;
entrambi
dovettero fuggire dai loro paesi d'origine quando l'Ungheria cadde nelle mani
della “Wehrmacht “di Hitler.
Moholy-Nagy,
ci viene detto, "è stato una parziale ispirazione per il personaggio di
László Tóth nel film di Brady Corbet Il brutalista ".
Sia
Moholy-Nagy che Goldfinger furono influenzati dal Bauhaus, che divenne un
simbolo dell'arte decadente – entratene Kunst – dopo il 1933.
Goldfinger,
che ha prestato il suo nome a malintenzione a un romanzo di James Bond dopo che
Ian Fleming ha incontrato il suo cugino su un campo da golf, è stato l'unico
architetto brutalista tra le molte identità che hanno portato alla creazione di
Laszlo Toth.
Goldfinger, che ora è ricordato come il
creatore della Trellick Tower nella città di Kensal, "era conosciuta come
un uomo privo di umorismo dedito a rabbie famigerate.
A
volte licenziava i suoi assistenti se erano inappropriatamente scherzosi, e una
volta espulse con la forza due potenziali clienti per aver imposto restrizioni
al suo design".
A
parte la Trellick Tower di Goldfinger e altri abomini in cima alla lista degli
edifici che gli inglesi vogliono abbattere, il brutalismo non è un fenomeno
particolarmente ebraico.
Il
brutalismo era lo stile preferito per gli edifici governativi negli anni '70.
Il
municipio di Dallas di IM Pei è un buon esempio.
Pei è
cinese ed è uno studente di Walter Gropius. Un altro classico esempio di
brutalismo è stato il municipio di Boston, progettato dagli studi di
architettura Kallmann McKinnell & Knowles e Campbell, Aldrich & Nulty.
Il
brutalismo, però, ha portato al decostruzionismo di Frank Gehry, ovvero il
movimento che ha permesso agli architetti ebrei di trasgredire i rigidi
parametri del Bauhaus, in un'epoca in cui tutti trovavano noioso il Bauhaus.
Gehry,
un altro immigrato ebreo, è nato Ephraim Owen Goldberg a Toronto ma è diventato
cittadino statunitense naturalizzato dopo che la sua famiglia si è trasferita a
Los Angeles nel 1947 quando era un adolescente, Gehry è diventato famoso per
edifici come il museo “Jimi Hendri”x a Seattle, una struttura che assomiglia a
tre sacchi della spazzatura di colori diversi in attesa di essere raccolti il
giorno della spazzatura.
The
Brutalist si conclude stranamente a Venezia alla Biennale del 1980 senza alcuna
spiegazione di ciò che accadde al ricco mecenate presbiteriano di Toth.
La Biennale del 1980 è stata significativa
perché ha annunciato la morte del Bauhaus e la sua sostituzione con opzioni
cattoliche ed ebraiche.
Più
specificatamente, si tratta di un confronto tra il decostruzionismo di Frank
Gehry e il ritorno di Thomas Gordon Smith a Vitruvio e alla tradizione
classica. Smith era un cattolico che ripristinò la pratica dell'architettura
classica all'Università di Notre Dame.
Come
cattolico, Smith dovette accontentarsi di progettare un seminario a Lincoln,
nel Nebraska, e un monastero benedettino a Clear Creek, in Oklahoma. Il suo
discepolo Duncan Stroik progettò le cappelle del Thomas Aquinas College di
Ojai, in California, e dell'Hillsdale College nel Michigan, ma a quel punto
solo gli ebrei potevano progettare edifici pubblici che confermavano
l'identità, come il Museo dell'Olocausto di Daniel Liebeskind a Berlino e il
suo memoriale di scatole di cemento trasgressivo simili a tombe.
Corbet
ritrae la battaglia di Toth per la costruzione del suo centro comunitario
brutalista fuori Doylestown come una questione di integrità artistica in difesa
della bellezza, ma commette l'errore di mostrare gli interni dell'edificio, che
hanno il fascino e il calore di una stazione di pompaggio a Lower Manhattan,
con tanto di acqua sul pavimento.
Percependo
la necessità di portare bellezza nell'umida cappella sotterranea del centro,
Toth e il suo mecenate volano a Carrara per acquistare un altare in marmo. Toth
si ubriaca e Harrison lo violenta, lasciando lo spettatore totalmente
sconcertato perché nulla nella trama preparava la strada a questo atto brutale.
Nella
scena culminante del film, la moglie di Toth affronta l'industriale
presbiteriano e l'accusa di stupro durante una cena alla presenza degli amici e
della famiglia di Harrison.
Mortificato
dall'accusa, Harrison scompare nel centro comunitario incompiuto di Toth, per
non essere mai più visto.
La
trama tortuosa esplode improvvisamente con lo stupro omosessuale di Toth da
parte di Harrison.
Questo
atto totalmente imprevisto è il classico esempio di deus ex machina, perché
appare dal nulla.
Non deriva dalla trama o dai personaggi, il
che significa che è stato imposto dall'esterno dalla grammatica nascosta del
film, che è la narrazione dell'Olocausto e l'accettazione acritica della
rappresentazione della sofferenza ebraica in quella narrazione.
Ancora
più importante, lo stupro omosessuale si scontra sia con l'ordine morale che
con lo Zeitgeist.
Per cominciare, tutte le persone oneste
trovano ripugnante lo stupro omosessuale perché la legge morale della
sessualità umana è scritta nel cuore di tutti gli esseri umani dal loro
creatore.
Ma se questo è il caso, in che modo Toth è
diverso dall'uomo che lo ha violentato? “Corbet” ha stabilito il suo
personaggio come un puttaniere nei primi momenti del film.
La
vera lezione di questo film è che gli ebrei sono una razza superiore che si
erge al di sopra della legge morale.
La morale di questo film è che non esiste una
legge morale vincolante per tutta l'umanità.
La
stessa azione è moralmente diversa a seconda che sia un ebreo o un gentile a
compierla.
A
questo proposito,” The Brutalist” è una giustificazione non solo del
bombardamento ebraico di Gaza, ma anche delle tattiche brutali che gli
israeliani hanno usato per sottomettere i palestinesi.
Secondo la logica morale di questo film, lo
stupro omosessuale è un maschio quando i presbiteriani stuprano ebrei artistici
sensibili come Laszlo Toth.
È così
brutto, infatti, che diventa una giustificazione per il risentimento ebraico,
che l'ebreo può ora esprimere con il suo comportamento trasgressivo
nell'architettura e in altre aree della cultura americana.
Ma a
questo punto la morale del film si scontra con lo Zeitgeist .
La lezione che abbiamo imparato dal genocidio
a Gaza è che lo stupro omosessuale è un male solo quando è fatto dai
presbiteriani.
Va
bene quando i soldati israeliani stuprano i prigionieri palestinesi.
Lo sappiamo perché lo hanno detto numerosi
rabbini.
Alla
fine di questo film di tre ore e mezza, “The Brutalist” crolla tra le macerie
della sua stessa incoerenza morale, il cui simbolo appropriato non sono gli
esempi di architettura brutalista ancora in piedi, ma le rovine a cui Gaza è
stata ridotta dall'aggressione israeliana.
Alto
tradimento e collaborazionismo in Europa
Unz.com
- Hans Vogel – (4 marzo 2025) – ci dice:
Hans
Vogel sostiene che le élite europee non hanno una bussola morale. Tuttavia,
applicano standard morali ai loro avversari nel loro zelo di aggrapparsi al
potere.
Alla
fine della seconda guerra mondiale, furono intraprese rappresaglie feroci
contro coloro che avevano lavorato con o per i tedeschi.
Molti
di coloro che avevano collaborato rimasero illesi e molti di coloro che furono
uccisi per essere stati collaborazionisti non erano colpevoli.
Pertanto, per usare un eufemismo, fu una resa
dei conti molto dura e totalmente arbitraria.
Le
vittime, si affermò, furono punite per aver collaborato con i tedeschi e per
tradimento e alto tradimento.
In
Francia, almeno 100.000 persone furono assassinate, spesso nel modo più
bestiale, per essere stati dei veri o immaginari collaborazionisti, come
venivano chiamati in Francia i collaborazionisti.
I colpevoli, solitamente autodefinitisi
"combattenti della resistenza", non furono mai chiamati a rispondere
dei loro crimini e rimasero impuniti.
Lo
scoppio di violenta vendetta nel dopoguerra in Francia non ha eguali nella
storia europea moderna.
Nell'Europa
occidentale, il Belgio è al secondo posto, con migliaia di persone uccise sia
dai "combattenti della resistenza" che da funzionari nominati
frettolosamente. Almeno 700.000 fascicoli (per una popolazione adulta di poco
più di quattro milioni) furono presentati per collaborazionismo con i tedeschi.
Decine
di migliaia furono condannati, molti furono mandati nelle prigioni statali o ai
lavori forzati nelle miniere di carbone.
Tutti
furono privati dei loro diritti civili.
Nei Paesi Bassi, più di 100.000 persone furono
mandate nei campi di concentramento al posto di ebrei, combattenti della
resistenza e dissidenti.
“Pierre
Laval”, leader del governo francese dal 1940 al 1944, noto come "governo
di Vichy", fu trascinato davanti a un tribunale farsa, condannato per alto
tradimento e giustiziato tramite fucilazione.
Anche
il leader del Movimento nazionalsocialista olandese (NSB), “Anton Mussert”, fu
condannato a morte per alto tradimento da un tribunale farsa e fucilato.
Entrambi
erano tra il piccolo numero di leader politici europei uccisi per ciò che
innumerevoli altri avevano fatto, ma per cui non erano stati puniti.
Altre
figure degne di nota furono il norvegese “Vidkun Quisling” e lo slovacco “Jozef
Tiso”.
Il "collaboratore" più ricercato del
Belgio, Léon Degrelle, che divenne generale nelle “Waffen-SS”, riuscì a fuggire
in Spagna all'ultimo momento.
Né la
collaborazione né la tradizione erano ben definiti da un punto di vista giuridico.
Inoltre, con un'applicazione coerente delle
definizioni osservate dalle autorità, dai tribunali e dai loro tirapiedi, così
tante persone avrebbero dovuto essere fucilate, gettate in prigione o
condannate ai lavori forzati che tutta l'Europa "liberata" sarebbe
diventata un inferno spopolato.
Ciononostante,
su questo punto (così come sulla maggior parte delle altre questioni) sia la
narrazione storica occidentale collettiva che le varie narrazioni storiche
nazionali hanno debitamente costruito e mantenuto una versione della storia che
non tiene conto di alcuna sfumatura.
Ciò
che la storia ufficiale (come quella insegnata nel sistema educativo e
presentata dai media) non menziona è che alcuni dei più entusiasti
"collaboratori" sono rimasti intatti dopo il 1945.
Il
motivo?
Di solito erano piuttosto ricchi, potenti e
ben introdotti, come “Frits Fentener van Vlissingen”, il singolo più potente
uomo d'affari olandese, seduto nei consigli di amministrazione di tutte le
principali aziende olandesi.
Fu nominato presidente della commissione
statale istituita per epurare le aziende olandesi dai collaborazionisti nazisti
(!).
Ora,
per quanto riguarda quegli anni di guerra in cui i tedeschi occuparono gran
parte dell'Europa, cosa si intendeva esattamente per collaborazionismo, cosa si
considerava tradimento, cosa alto tradimento?
La
collaborazione era considerata come lavorare per i tedeschi, fare affari con
loro o persino avere una relazione con un soldato tedesco.
Tuttavia,
dopo che Francia, Paesi Bassi e Belgio si arresero alla Germania nella
primavera del 1940, in base al diritto internazionale (le regole riconosciute
della guerra) i tedeschi costituirono effettivamente un potere completamente
legittimo lì, sebbene con variazioni locali.
Ciò significava che non era assolutamente né
illegale né moralmente sbagliato lavorare per o con loro e fare affari con
loro.
Subito
dopo che i loro governi ed eserciti si erano arresi e i loro governi e molti
leader politici erano fuggiti in Inghilterra, gli europei sotto occupazione
tedesca si resero conto che per vivere avevano bisogno di lavorare, e ciò
spesso significava lavorare per e con i tedeschi.
Milioni di altri da quelle nazioni occupate
andarono a lavorare in Germania, dove gli stipendi e le condizioni di lavoro
erano migliori.
Questo
fino a quando inglesi e americani non iniziarono a bombardare le città
tedesche.
Centinaia
di migliaia di europei si unirono alla Wehrmacht e alle SS.
Dall'Europa occidentale, questi includono
25.000 olandesi, 20.000 francesi e quasi 20.000 volontari belgi delle SS.
Quello
che pochi ancora non riescono a capire è che anche l'arruolamento nelle forze
armate tedesche non costituiva un chiaro caso di "collaborazionismo",
dal momento che molti lo fecero per un genuino desiderio di combattere il
comunismo.
Molti europei detestavano il comunismo
sovietico ed erano pronti a rischiare la vita per impedire una presa di potere
sovietica dell'Europa occidentale, che a un certo punto sembrava una
possibilità molto reale.
Sin
dalle purghe del dopoguerra e dall'ondata di vendetta, un elemento centrale
della narrazione ufficiale è stato che, quando i tedeschi se ne andarono, tutti
coloro che avevano collaborato con loro dovevano essere puniti come requisito
per la ricostruzione sociale ed economica.
Chiunque si prenda la briga di verificare i
fatti concluderà che questa è una favola. Oggi i concetti di collaborazione,
tradimento e alto tradimento sono menzionati esclusivamente in relazione
all'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.
Questi
non sono mai menzionati rispetto ad altri eventi storici comparabili, come la
Rivoluzione francese e l'Europa napoleonica.
Tra il 1793 e il 1815, i francesi occuparono
gran parte dell'Europa, godendo di un'ampia "collaborazione" da parte
di tutti i livelli sociali delle nazioni occupate.
Eppure,
dopo che Napoleone lasciò le scene, nessuno in Europa fu accusato di
collaborazionismo, tradimento o alto tradimento e nessuno fu punito per questo.
Lo
stesso vale per altre guerre in Europa durante le quali un nemico vittorioso ha
occupato una nazione sconfitta, ad eccezione della seconda guerra mondiale.
L'alto
tradimento è, ovviamente, un caso speciale, se non altro perché per definizione
solo un numero molto esiguo di persone è in grado di commetterlo.
Bisogna
avere accesso a informazioni governative classificate, o essere fisicamente vicino ai massimi livelli della
burocrazia o del governo.
Dopotutto, secondo il diritto romano, dove ha
avuto origine il concetto di perduellio (alto tradimento), è un tentativo di
estromettere o uccidere i massimi funzionari statali e quindi far cadere il
governo nazionale o il capo dello stato.
Il
tradimento in tempo di guerra è l'atto di fare cose che sono dannose per il
proprio paese, a vantaggio degli interessi nemici.
In
tempo di pace è fare cose dannose per il proprio paese, a vantaggio degli
interessi stranieri.
Se la
teoria e la pratica del trattamento europeo postbellico di collaborazionisti,
traditori e grandi traditori venissero applicate alle circostanze odierne,
quale sarebbe il risultato?
Ci
sono sospettati di alto tradimento, tradimento o collaborazionismo?
Beh,
sì, ci sono!
In
primo luogo, chiunque serva il proprio paese in una funzione nazionale elevata
o ufficiale dovrebbe e deve, in primo luogo, essere tenuto a difendere gli
interessi della propria nazione e dei suoi concittadini, cioè del popolo che
rappresenta.
Il generale ad interim della NATO “Mark Rutte”,
ad esempio, quando era primo ministro dei Paesi Bassi dal 2010 al 2024.
Rutte
è stato anche intimamente associato al “World Economic Forum” come cosiddetto “Young
Global Leader”.
Pertanto,
l'interesse pubblico globale ha la precedenza sugli interessi nazionali e
questa è persino dichiarata come la politica ufficiale di coloro che sono
diventati un Young Global Leader.
Se
questo non costituisce tradimento, o anche alto tradimento, ci si dovrebbe
chiedere cosa lo sia.
Se si
applicano i criteri di purificazione del dopoguerra, si tratta sicuramente di
tradizione, e i colpevoli meritano di essere processati e condannati.
Forse
anche a un plotone di esecuzione, ma questa decisione dovrebbe essere lasciata
a un giudice.
Oltre
a questi e a centinaia di altri grandi traditori in tutta l'Europa occidentale
che servono gli interessi del” WEF”, dell'”OMS” e di altre “ONG “a scapito di
molti dei loro concittadini, ad esempio andando alle riunioni del WEF, ci sono
innumerevoli collaborazionisti, sempre secondo i criteri stabiliti e applicati
nell'immediato dopoguerra.
Questi collaborazionisti, sempre secondo gli
standard stabiliti ottant'anni fa, includono persone che lavorano a livelli
inferiori per decine di ONG, solitamente in progetti diretti o coordinati dall'
“USAID”, che viene smantellata perché è un'organizzazione criminale.
Includono
anche le decine di migliaia di membri delle forze armate della NATO (tutti
volontari oggi!) che hanno preso parte alle campagne e spedizioni illegali
guidate dagli USA contro la Jugoslavia, la Serbia, l'Iraq, la Siria, la Libia e
l'Afghanistan.
Qual è
esattamente la differenza essenziale tra ciò che hanno fatto e i volontari
delle SS in tempo di guerra?
Possono
considerarsi fortunati per non essere mai stati costretti a rispondere delle
loro azioni e per essere ancora vivi invece di essere morti in un'ondata di
rabbia pubblica vendicativa.
Ora
che Donald Trump ha iniziato la lotta contro il mostro malvagio chiamato “Globalismo”,
ci sono buone probabilità che gli europei si uniscano a lui.
In
ogni caso, è giunto il momento che i criminali che guidano i vari regimi
dell'UE e i loro tirapiedi (come i “prostitute che lavorano per i media
tradizionali) siano costretti a rispondere dei terribili crimini che hanno
commesso, non ultimo quello di aver costretto i loro concittadini a sottoporsi
alle vaccinazioni anti-Covid.
Paragonando
l'orgia di violenza vendicativa contro i "collaborazionisti" e i
traditori alla fine della Seconda Guerra Mondiale con la noncuranza con cui
tanti nostri contemporanei collaborano, aiutando e favorendo crimini di guerra
e commettendo ogni sorta di crimine, si aggiunge un'altra lampante
contraddizione alle tante che già ci circondano.
Come
tante altre, anche questa contraddizione deriva da una combinazione di
esagerazione insensata e cecità intenzionale.
La resa dei conti del dopoguerra è stata
tristemente scandalosa.
Inoltre,
la facilità con cui così tante persone oggi commettono crimini per i quali
dovrebbero essere punite è condizionata da una distorsione sistematica della
storia:
tutti
i tedeschi erano presumibilmente cattivi, mentre tutti gli Alleati e i
"combattenti della resistenza" erano presumibilmente buoni.
Ora
che soprattutto i tedeschi nella Repubblica Federale di origine hanno
debitamente interiorizzato e accettato la loro eterna colpa e responsabilità
per tutti i crimini commessi durante la Seconda Guerra Mondiale, i discendenti,
in particolare degli “Alleati occidentali”, sembrano credere di poter fare
tutto ciò che vogliono e farla franca.
Sono
tutti discendenti delle stesse persone che sono state determinanti nello
sguinzagliare i cani della guerra nel 1939.
Oggi,
lo stesso “Partito della Guerra” chiede a gran voce una guerra con la Russia.
È un
dato di fatto, il mondo intero può ora vedere che stanno impegnando il peggior
tipo di tradizione:
spingere
per una guerra che la maggior parte degli elettori non vuole assolutamente.
Alcune
persone non imparano mai.
Fermiamoli!
Conoscenzealconfine.it
– (6 Marzo 2025) - Claudio FM Giordanengo – ci dice:
Ursula
Von der Leyen vuole stanziare 800 miliardi di euro per il riarmo dell’Europa in
quanto sarebbe sotto minaccia.
Minacciata
da chi?
Russia,
Cina, Nord Corea o altri hanno forse espresso minacce di guerra o adottato
misure ostili?
È
esattamente l’opposto, è l’Europa che è scesa volontariamente in una guerra
ibrida contro la Russia, è l’Europa che ha adottato pesanti sanzioni
commerciali con l’intento di danneggiare l’economia russa, è l’Europa che ora
minaccia di voler contrastare militarmente la Russia per ottenere la vittoria
di Kiev, vista come unica soluzione di pace.
Siamo
alla follia ormai senza controllo.
Si sta
andando verso l’attuazione dei dementi auspici del ministro degli Esteri UE,
Kallas, che vorrebbe una guerra con Mosca e Pechino.
Queste persone vanno fermate, sono pericolose
e stanno cercando – per interesse personale – di trascinare l’Europa in un
baratro.
La
guerra sul nostro territorio forse non ci sarà solo grazie al buon senso di
Russia e Cina, e anche perché non valiamo il prezzo delle bombe che
occorrerebbero per colpirci.
Gli
USA si stanno defilando non per abbandonate l’Europa in una guerra, bensì per
spingerla ad uscire dalla guerra, a lavorare per la pace, riconoscendo i gravi
errori compiuti che hanno portato alla disfatta sul campo.
Se la
guerra combattuta forse non arriverà, con il folle piano ipotizzato dalla “Von
der Leyen “certamente arriveranno tasse e tagli sul sociale, sanità, pensioni,
scuola, e un’ondata di crisi economica generalizzata “che si sommerà a quella
che già stiamo subendo.
Questa
gente va fermata!
Fico e
Orban parlano chiaro, mentre Meloni usa i “ni” cercando di tenere il piede in
due staffe.
Non va
bene. Questa gente va fermata!
(Claudio
FM Giordanengo).
(t.me/LombardiaRussiaGeN/30035).
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