La forza per ottenere la pace.
La
forza per ottenere la pace.
Quando
Von Der Leyen parla
di ‘pace attraverso la forza’ a me
non viene certo in mente Spinelli.
Ilfattoquotidiano.it - Monica Valentino – (11
marzo 2015) – ci dice:
L’Europa,
un tempo culla della diplomazia e del dialogo, sembra oggi scivolare verso
un’interpretazione della pace che ricorda slogan del passato, intrisi di forza
e autorità piuttosto che di cooperazione.
Ursula
von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha recentemente adottato
il motto “pace attraverso la forza” per descrivere la sua visione di un’Unione
Europea più assertiva, militarmente coesa e pronta a rispondere alle sfide
globali.
Ma questo slogan, apparentemente pragmatico,
porta con sé un’eco inquietante.
Mussolini,
con il suo celebre “credere, obbedire, combattere”, elevava la forza a virtù
suprema, dipingendo la pace come il frutto della supremazia militare e della
disciplina autoritaria.
Similmente, Hitler propagandava la “pace” del
Reich come un traguardo raggiungibile solo attraverso la conquista e la
sottomissione dei più deboli, con frasi come “la forza precede il diritto”.
Entrambi condividevano l’idea che la pace non
fosse un negoziato tra pari, ma un’imposizione del più forte.
Oggi,
il “pace attraverso la forza” di Von der Leyen sembra ricalcare questa logica:
un’Europa
che si arma, che investe in difesa e che si prepara a “rispondere” piuttosto
che a prevenire, rischia di allontanarsi dai suoi principi fondativi di dialogo
e multilateralismo.
Von
der Leyen in pressing sul Parlamento Ue per far approvare il suo piano di
riarmo: “Ci siamo illusi, serve spendere per difenderci.”
A
questa deriva si affianca il ricordo delle parole di Mario Draghi, ex
presidente del Consiglio italiano ed ex governatore della Bce, che nel 2022
pose agli europei una domanda retorica: “Preferite i condizionatori o la
pace?”.
Un quesito che nascondeva un ultimatum:
sacrificare il benessere individuale in nome
di un obiettivo superiore deciso dall’alto.
Questa retorica del sacrificio, tipica dei
regimi autoritari, sembra oggi permeare il discorso politico europeo, dove la
voce dei cittadini viene soffocata da decisioni prese in nome di una presunta
“pace” che richiede sempre più controllo, meno dissenso e una crescente
militarizzazione.
L’Europa sta cambiando pelle.
I trattati che la fondarono – da Roma a
Maastricht – erano impregnati di un ideale di cooperazione, di risoluzione
pacifica dei conflitti e di rispetto per la sovranità dei popoli.
Oggi,
invece, assistiamo a un’Unione che flirta con un autoritarismo strisciante:
sanzioni imposte senza dibattito, narrative ufficiali che tollerano poco il
dissenso, una corsa agli armamenti giustificata dalla necessità di “difendere
la pace”.
La
diplomazia, un tempo fiore all’occhiello dell’Ue, lascia il posto a una postura
muscolare che ricorda più i regimi del Novecento che il sogno di Altiero
Spinelli.
Von
der Leyen, con il suo “pace attraverso la forza”, non è sola in questo
slittamento.
La complicità di leader come Draghi, che hanno
normalizzato il sacrificio dei cittadini come prezzo per una stabilità imposta,
segnala un’Europa che dimentica le sue radici.
La domanda da porsi è semplice: questa pace,
ottenuta con la forza e il controllo, è davvero la pace che l’Europa vuole?
O è piuttosto il preludio a un futuro in cui
il dialogo sarà solo un ricordo, schiacciato dal peso delle armi e delle
imposizioni?
Criminalità
delle Gang
in Aumento.
Conoscenzealconfine.it
– (12 Marzo 2025) - Alessio Dell’Anna & Mert Can Yilmaz – ci dicono:
Quali
sono i Paesi europei con i quartieri più pericolosi?
La
violenza delle bande è spesso legata alla droga soprattutto in Belgio, Paesi
Bassi, Spagna, Germania e Francia.
Un
rapporto di febbraio del “Servizio di ricerca del Parlamento europeo” ha
avvertito che la violenza delle gang è in aumento in tutta l’Ue, a causa della
“crescente competizione tra gruppi criminali rivali”.
Una
delle tendenze più preoccupanti è il reclutamento di minori nei gruppi della
criminalità organizzata e del terrorismo, che ha recentemente spinto Paesi come
la Svezia a introdurre una legislazione per intercettare le conversazioni
persino di minori di 15 anni, nel tentativo di bloccare un’ondata di atti
incendiari ed esplosioni, almeno 36 dall’inizio del 2025.
Secondo
gli ultimi dati Eurostat, il 10 per cento dei cittadini dell’Ue ha riferito di
avere subito crimini, violenze o atti di vandalismo nel proprio quartiere, il
12,3 per cento se si considera il segmento di persone a rischio di povertà.
“Anche
se l’Europa è ancora uno dei continenti meno colpiti dalla criminalità
organizzata, si prevede che le reti criminali aumentino la loro portata
globale, diventino più fluide e digitalizzate, e quindi più aperte alla
diversità e alla competizione”, si legge nel briefing, aggiungendo che “questo
potrebbe, a sua volta, portare a un aumento della violenza legata alla
criminalità organizzata”.
In
generale, i tassi più alti di persone che riferiscono di violenza locale,
crimini o vandalismo sono stati riscontrati in Grecia (20,9 per cento), Paesi
Bassi (16,7 per cento), Bulgaria (15,6 per cento), Francia (14,7 per cento),
Spagna (13,6 per cento) e Belgio (12,5 per cento).
La
Grecia, in particolare, ha registrato negli ultimi anni un’impennata di
violenza da parte dei tifosi, che ha portato a lunghe chiusure di stadi e a
nuove misure che rendono più rigidi i regolamenti e i biglietti per i fan club.
Croazia,
Lituania, Polonia, Slovacchia ed Estonia sono risultati invece i Paesi più
sicuri, riportando tutti tassi di criminalità locale inferiori al 5 per cento.
(Articolo
di Alessio Dell’Anna & Mert Can Yilmaz).
(it.euronews.com/my-europe/2025/03/10/criminalita-delle-gang-in-aumento-quali-sono-i-paesi-europei-con-i-quartieri-piu-pericolosi).
L'ultimatum
di Trump a Mosca: «Tregua o sanzioni devastanti».
Putin
in mimetica visita truppe in Kursk.
Zelensky:
no inganni.
Msn.com
– Corriere della Sera – (12-3-2025) - Viviana Mazza, inviata a Washington – ci
dice:
Washington
- Il presidente Trump assicura di avere «ottimi rapporti con entrambe le parti»
nel conflitto in Ucraina, ma ieri nelle sue parole sono ritornate anche le
minacce alla Russia di conseguenze potenzialmente «devastanti» se non accetta
il cessate il fuoco di 30 giorni, firmato dagli ucraini martedì a Gedda:
«Ci sono cose che si possono fare che non
sarebbero piacevoli da un punto di vista finanziario.
Posso
farle: sarebbe molto negativo per la Russia. Non voglio farle, perché voglio
arrivare alla pace».
Una
tregua — ha detto il presidente americano ai giornalisti durante un incontro
con il premier irlandese” Micheál Martin” — «ha senso per la Russia».
Putin,
che fino a un mese fa ha detto che l’obiettivo russo non è una tregua ma una
pace duratura, si trova in una posizione delicata.
Ieri
il presidente russo si è fatto filmare al fronte, in mimetica, nel Kursk, dove
si recava per la prima volta dall’inizio dell’offensiva ucraina nella regione.
Era
accompagnato dal suo capo di stato maggiore Gerasimov che ha detto davanti alla
telecamera:
«Abbiamo liberato l’86% della regione».
E Putin: «Molto bene, andate avanti, il nemico
deve lasciare completamente il nostro territorio».
Ha
aggiunto che «i soldati ucraini catturati in questa regione saranno trattati
come terroristi in conformità alle nostre leggi».
In
passato il presidente russo aveva dichiarato che non avrebbe mai accettato una
tregua finché gli ucraini erano in territorio russo.
Quello
che alcuni esperti leggono in queste immagini è la possibilità che accetti la
tregua perché la sostanziale riconquista del Kursk gli permette di farlo senza
perdere la faccia.
Putin:
«Gli europei possono partecipare a negoziati sulla guerra in Ucraina».
D’altra
parte, un documento preparato a febbraio da un think tank di Mosca vicino ai
servizi dell’intelligence federale e rivelato ieri dal” Washington Post” mostra
le difficoltà di un accordo di pace:
il documento sposa la linea più massimalista
di una parte — ma non tutta — dell’élite russa, secondo la quale Mosca dovrebbe
indebolire la posizione Usa sull’Ucraina provocando divisioni tra
l’amministrazione Trump, l’Europa e la Cina;
vi si
legge inoltre che la pace è impossibile prima del 2026, che bisogna insistere
sul riconoscimento della sovranità russa sui territori conquistati in Ucraina e
smantellare il governo di Kiev.
Si
parla anche di una zona cuscinetto nel Nordest dell’Ucraina, al confine con le
regioni russe di Bryansk e Belgorod, e di una zona demilitarizzata nel Sud
dell’Ucraina vicino alla Crimea.
Quest’ultimo
aspetto sembra in linea con alcune dichiarazioni di Putin che ieri, dal Kursk,
ha detto che in futuro «bisognerà creare una zona di sicurezza intorno ai
confini dell’intera Russia».
Altri
«consigli» contenuti nel documento, come proporre a Trump un accordo sui
minerali russi e rifiutare i peacekeeper europei, sono già emersi nei colloqui
tra russi e americani.
Il
portavoce di Putin, Dmitri Peskov, dice che il Cremlino «non è a conoscenza di
queste raccomandazioni», definendole «estremamente contraddittorie» e prende
tempo, affermando che prima di esprimersi i russi aspettano di ricevere
«informazioni dettagliate» dagli americani, anche se già martedì il capo
dell’intelligence russa Sergei Naryshkin ha parlato con il capo della Cia John
Ratcliffe.
Ieri
dallo Studio Ovale, Trump ha detto che i suoi inviati stavano «andando in
Russia mentre parliamo».
L’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff,
che ha già incontrato Putin a febbraio, è atteso in questi giorni a Mosca.
Il consigliere per la sicurezza nazionale di
Trump, Mike Waltz, ha avuto una telefonata ieri con la sua controparte russa.
Intanto
Zelensky, che ha incassato il ripristino degli aiuti militari, spera in «passi
decisi» e ulteriori misure per «rafforzare l’Ucraina», se la Russia rifiuta la
tregua.
E per ora dice che le garanzie di sicurezza
possono essere discusse durante la tregua, ma afferma:
«Non riconosceremo alcun territorio occupato
dai russi... Questa è la più importante linea rossa».
Usare
i fondi strutturali per ottenere
“la pace con la forza”.
L’Europa propone di finanziare
l’acquisto
di armi coi soldi per lo sviluppo.
Ilfattoquotiano.it
- Gianni Rosini – (3 Marzo 2025) – ci dice:
La
prima bozza di conclusioni del Consiglio Ue del 6 marzo propone di dirottare
più fondi possibile verso la Difesa.
Ora
serve l'ok dei 27.
Raggiungere
la “pace attraverso la forza” è diventato il nuovo mantra dell’Unione europea.
O
almeno, così appare dalla bozza di conclusioni in vista del Consiglio Ue
straordinario del 6 marzo nel quale si punta a stilare un piano per il riarmo e
lo sviluppo della Difesa europea tarato anche sul futuro sostegno alla causa
ucraina.
Nel
documento, che Ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, si richiede un’ampia
sburocratizzazione dei passaggi legati allo stanziamento di fondi per gli
investimenti nel settore militare.
Si
chiede, inoltre, di reindirizzare soldi previsti per altre spese a bilancio in
favore di investimenti in campo militare.
E si
arriva a invitare la Commissione “a proporre fonti di finanziamento aggiuntive
per la Difesa a livello Ue, anche mediante una flessibilità aggiuntiva nell’uso
dei fondi strutturali, e a presentare rapidamente proposte pertinenti”.
Tradotto:
reindirizzare parte dei soldi destinati alla crescita economica, occupazionale
e allo sviluppo degli Stati membri e delle loro regioni per acquistare armi.
Il
documento, come detto, è una bozza e dovrà essere approvato da tutti i capi di
Stato e di governo dell’Ue il prossimo 6 marzo.
Difficile
credere che, nel caso si arrivasse all’approvazione, il documento non subisca
modifiche, anche se perfettamente in linea con quanto preannunciato sia dalla
Commissione Ue che dalla Nato che hanno più volte proposto di investire nella
Difesa anche a scapito dei fondi destinati al welfare.
Uno
dei passaggi più controversi è proprio quello che riguarda i fondi strutturali,
che comprendono il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo sociale
europeo Plus, i Fondi di coesione, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo
rurale e Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura.
Soldi gestiti, tra l’altro, dal commissario
italiano Raffaele Fitto.
Dopo
aver ribadito che “non possono esserci negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina;
non possono esserci negoziati che influiscano sulla sicurezza europea senza il
coinvolgimento dell’Europa;
un
cessate il fuoco può aver luogo solo come parte di un accordo di pace globale
(in contrasto con la richiesta di un cessate il fuoco di un mese della proposta
anglo-francese, ndr) e che qualsiasi accordo del genere deve essere
accompagnato da solide e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, il
documento cita le dichiarazioni di Ursula von der Leyen sostenendo che “per
raggiungere ‘la pace attraverso la forza’ è necessario che l’Ucraina sia nella
posizione più forte possibile.
A tal fine, l’Unione europea rimane impegnata,
in coordinamento con partner che condividono gli stessi ideali, a fornire un
maggiore sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e
diplomatico all’Ucraina e al suo popolo”.
Di conseguenza, “il Consiglio europeo chiede
di intensificare urgentemente gli sforzi, in particolare per quanto riguarda la
fornitura di sistemi di difesa aerea, munizioni e missili, nonché la fornitura
della formazione e delle attrezzature necessarie per le brigate ucraine.
Il
Consiglio europeo sottolinea inoltre l’importanza di intensificare i lavori per
sostenere e sviluppare ulteriormente l’industria della difesa dell’Ucraina e
per approfondire la sua cooperazione con l’industria della difesa dell’Ue”.
Per
poter raggiungere gli obiettivi di sicurezza prefissati, conclude la bozza, i
provvedimenti da adottare possono essere molteplici.
Ad
esempio, si richiede maggiore “flessibilità nell’ambito del Patto di stabilità
e crescita per agevolare una spesa significativa per la difesa a livello
nazionale” e si “invita la Commissione a proporre fonti di finanziamento
aggiuntive per la Difesa a livello Ue, anche mediante una flessibilità
aggiuntiva nell’uso dei fondi strutturali, e a presentare rapidamente proposte
pertinenti”.
Oltre a questo, si propone di “adeguare
ulteriormente e con urgenza le pratiche della Banca europea per gli
investimenti (Bei) in materia di prestiti all’industria della Difesa, in
particolare rivalutando l’elenco delle attività escluse”.
Il
documento ha provocato già la reazione di alcuni partiti politici, tra cui
anche il Movimento 5 Stelle che critica le posizioni raggiunte dai
rappresentanti dei 27 governi europei:
“La
bozza delle conclusioni del Consiglio europeo del 6 marzo sono uno scippo per
l’Italia – si legge in una nota firmata dall’europarlamentare “Valentina
Palmisano” – I leader europei chiederebbero infatti alla Commissione europea
una nuova proposta legislativa che preveda un incremento delle spese per la
Difesa attraverso un ridimensionamento dei fondi strutturali.
L’Italia è tra i primi beneficiari di questi
fondi europei che rappresentano una speranza di riscatto per molti territori
del Sud Italia.
Se Giorgia Meloni dovesse avallare questo
scippo saremmo davanti al clamoroso autogoal di un governo che dice sì ai
tagli di Bruxelles per alimentare le spese militari.
Traditori
d’Italia: è questo il nome più̀ appropriato del partito della premier”.
(X:
@GianniRosini).
Gallagher:
bisogna avere il coraggio
della
pace e lavorare per una
riconciliazione
vera.
Vaticannews.va
- Charles De Pechpeyrou – (7-2-2025) – ci dice:
Nell’ambito
del Giubileo delle Forze Armate, il segretario per i Rapporti con gli Stati ha
preso parte all “’Institut Français - Centre Saint-Louis”, a Roma, alla
conferenza “Militari per ottenere la pace”.
“La
guerra oggi – ha spiegato - non si limita all’uso della forza, la pace richiede
la costruzione di un ordine basato sulla giustizia e sulla carità. È anche il
frutto della solidarietà, della salvaguardia della nostra casa comune e della
promozione del bene comune”.
Il
coraggio della pace oggi non si limita alla semplice ricerca di un cessate il
fuoco e all'adozione di misure per proteggere le popolazioni civili, ma
significa anche «credere che sia possibile agire prima che scoppi la violenza,
rifiutare le logiche disumanizzanti che stanno alla base dei conflitti, cercare
di costruire ovunque solidarietà e fraternità, avere la forza d'animo e la
determinazione di superare le ostilità» e «lavorare con i popoli per una
riconciliazione vera e duratura».
Questo
è stato l'appello formulato, «nel contesto molto complesso in cui ci troviamo
oggi», dall'arcivescovo “Paul Richard Gallagher”, segretario per i Rapporti con
gli Stati e le Organizzazioni internazionali, in occasione della Conferenza
intitolata «Militari per ottenere la pace» svoltasi oggi, 7 febbraio,
all'Institut Français - Centre Saint-Louis, a Roma, nell'ambito del Giubileo
delle Forze Armate, della Polizia e degli Agenti di Sicurezza.
Il
riferimento del presule al coraggio richiamava le parole pronunciate da Papa
Francesco l'8 giugno 2014, durante una cerimonia nei Giardini vaticani, alla
quale avevano partecipato i presidenti israeliano e palestinese.
Alla
presenza, tra gli altri, del vescovo “Antoine de Romanet”, ordinario militare
per la Francia, e dell'ambasciatore francese presso la Santa Sede, “Florence
Mangin”, monsignor Gallagher ha evidenziato i cambiamenti della realtà
militare, in un contesto in cui «la pace oggi non può più essere data per
scontata» e in cui «cresce il dubbio sulla capacità della comunità
internazionale e delle sue istituzioni di mantenere la fiducia tra le nazioni».
Nel suo intervento, intitolato “Militari, il
coraggio di vincere la pace oggi” e incentrato in particolare sulla
configurazione dei conflitti attuali, l'arcivescovo britannico ha ricordato,
sulle orme dei Papi a partire dal Concilio Vaticano II, che «sarebbe illusorio
ridurre la pace alla pura assenza di conflitti», poiché «la guerra oggi non si
limita all'uso della forza».
Spesso
multidimensionali, i conflitti odierni richiedono «un approccio integrale nelle
questioni di sicurezza.
La
sicurezza alimentare, ambientale, sanitaria ed economica deve essere presa in
considerazione ha spiegato il segretario per i “Rapporti con gli Stati e le
Organizzazioni internazionali “;
in altre parole, la pace richiede la
costruzione di un ordine basato sulla giustizia e sulla carità.
È
anche il frutto della solidarietà, della salvaguardia della nostra casa comune
e della promozione del bene comune».
All'aspetto
multidimensionale della ricerca della pace, si aggiunge la considerazione della
natura stessa dei conflitti che varia notevolmente, ha sottolineato il
rappresentante della Santa Sede.
«Oltre alle guerre convenzionali dirette, oggi
assistiamo a guerre per procura, guerre civili, guerre ibride, conflitti
congelati e rinviati, e guerre che si stanno trasformando in conflitti
transnazionali», ha detto Gallagher, rimarcando che «la situazione geopolitica
è talvolta così complessa e polarizzata che qualsiasi risoluzione del conflitto
diventa estremamente difficile».
Un
terzo aspetto dei conflitti attuali è l'uso di nuovi tipi di armamenti, che
stanno portando alla produzione di un numero sempre maggiore di armi in tutto
il mondo.
In
particolare, molti Paesi dispongono di armi di distruzione di massa e fanno uso
dell'intelligenza artificiale.
Questo uso di tecnologie e sistemi avanzati,
in grado di identificare e colpire obiettivi senza l'intervento diretto
dell'uomo, «non elude da seri interrogativi etici», ha insistito il presule,
ricordando che la recente “Nota Antiqua et Nova” del “Dicastero per la Dottrina
della Fede e del Dicastero”.
Per la
“Cultura e l'Educazione” «lancia l'allarme sul rischio che i sistemi di armi
autonome letali possano a loro volta rendere più “praticabile” la guerra».
La
natura incontrollabile di tale potenza distruttiva, che può colpire un gran
numero di civili innocenti, ha affermato il relatore, «richiede quindi
un'attenzione molto seria, un dialogo tra i vari attori e un impegno deciso ad
adottare un arsenale di regole che ci consente di procedere con decisione verso
la smilitarizzazione del mondo, anche lavorando istantaneo alla costruzione
della fiducia tra i popoli».
Infine,
l'arcivescovo Gallagher si è soffermato sulla necessità di un «nuovo approccio
alla questione della sicurezza», in uno «spirito completamente nuovo», come
indicava il Concilio Vaticano II. Tale approccio, ha aggiunto, deve essere
innanzitutto non violento: «si tratta di proseguire gli sforzi compiuti nei
tempi moderni per escludere il ricorso alla guerra come mezzo affidabile di
risoluzione delle controversie internazionali, privilegiando sempre la non
violenza».
Il segretario per i Rapporti con gli Stati e
le Organizzazioni internazionali ha osservato che comunque, fin dal Medioevo,
la Chiesa ha sempre avuto potenti sostenitori della non violenza.
E i Papi contemporanei hanno «severamente
condannato la guerra, qualsiasi guerra, anche al di là del concetto di “guerra
giusta”, il cui quadro morale era stato definito da sant'Agostino e san Tommaso
ai loro tempi».
In secondo luogo, questo «spirito del tutto
nuovo» nel considerare la guerra «richiede un serio esame del rispetto del
quadro normativo volto a proteggere la dignità e l'integrità degli esseri umani
nel mezzo delle ostilità», ovvero «del diritto internazionale umanitario.
È
essenziale che il diritto umanitario abbia il suo giusto posto nel mezzo delle
ostilità, qualunque sia il tipo di conflitto.
Infatti, civili e combattenti devono essere
protetti dalle norme in vigore, ispirate ai principi umanitari dettati dalla
coscienza pubblica», ha chiarito il presule, deplorando il fatto che nei mesi
scorsi, «in vari contesti e conflitti recenti, il diritto internazionale
umanitario sia stato spesso trascurato, a volte in modo apparentemente
deliberato».
E in
proposito ha fatto notare come l'aumento delle atrocità sia anche parte di una
tendenza alla banalizzazione della violenza in molte zone di conflitto,
mettendo in luce che «la violazione dei diritti umani e delle leggi che
regolano la condotta della guerra sta diventando così comune da essere talvolta
considerata semplicemente inevitabile».
Tuttavia,
«non ci può essere una pace genuina e duratura, e nemmeno una pace “giusta”, se
questo quadro normativo del diritto umanitario non viene rispettato».
Se si
vogliono applicare pienamente i principi del diritto umanitario, è anche
necessario riconoscere i cambiamenti della realtà, in particolare la crescente
complessità dei conflitti, ha affermato il segretario per i Rapporti con gli
Stati e le Organizzazioni internazionali.
Questi
conflitti, infatti, «non coinvolgono più necessariamente solo attori statali,
ma anche gruppi armati e milizie private».
Se da un lato è necessario «adattare questo
quadro normativo e il modo in cui viene applicato», dall'altro «non è
sufficiente, in quanto dobbiamo anche riscoprire, sia personalmente che
collettivamente, i principi etici fondamentali che devono orientare ogni nostra
azione concreta, anche nelle condizioni sul campo che a volte rendono così
difficile il discernimento».
«Cercare e riscoprire il significato della
dignità umana e i principi morali che sono alla base della nostra comunità
umana e ci uniscono al di là delle differenze politiche, culturali o religiose,
ed attenersi ad essi — ha concluso l'arcivescovo Gallagher — richiede coraggio,
e questa è anche una condizione per costruire una vera pace e creare un ordine
internazionale armonioso».
Ucraina,
Mosca rompe il silenzio
dopo
le minacce di Trump: presentate
agli
Usa le richieste per la fine della guerra.
Msn.com – Affari italiani - Storia di
Redazione – (13-3-2025) – ci dice:
Secondo
Reuters Mosca avrebbe presentato agli Usa le sue richieste per la fine della
guerra.
Trump ieri ha lanciato un ultimatum a Putin
ipotizzando nuove sanzioni in caso di non accettazione della tregua.
Ucraina,
Mosca rompe il silenzio dopo le minacce di Trump: presentate agli Usa le
richieste per la fine della guerra.
Guerra
Ucraina, la diretta.
La
tregua di 30 giorni mediata dagli Usa tra Kiev e Mosca è vicina?
Secondo
quanto riporta Reuters la Russia avrebbe presentato agli Stati Uniti le sue
richieste perla fine della guerra.
Va ricordato che ieri Trump ha lanciato un
ultimatum a Putin:
in
caso di rifiuto della tregua di 30 giorni Washington avrebbe colpito di nuovo
la Russia con "devastanti sanzioni".
Intanto il ministro degli Esteri russo Sergei
Lavrov attacca l'Ue:
"La
Führer Ursula von der Leyen vuole rimilitalizzare l'Europa", dopo la
proposta della presidente della Commissione europea di un aumento della spesa
per la difesa Ue.
Putin
ha visitato e truppe impegnate nella controffensiva nella regione di Kursk,
presiedendo una riunione di ufficiali in un posto di comando.
Aereo
Inviato Usa “Witkoff” entrato nello spazio aereo russo.
L'
aereo su cui viaggerebbe l'inviato speciale del presidente degli Stati Uniti
Donald Trump in Medio Oriente, “Steve Witkoff”, è entrato nello spazio aero
russo come mostrano i dati del” flight tracker Flightradar24”.
L'aereo
era decollato stamattina dal Qatar.
La portavoce della Casa “Bianca Karoline
Leavitt” ha dichiarato mercoledì che “Witkoff” si sarebbe recato a Mosca questa
settimana per cercare di convincere la Russia ad accettare un accordo di
cessate il fuoco con l'Ucraina.
Mosca
ha presentato le sue richieste per la fine della guerra.
La
Russia ha presentato agli Usa un elenco di richieste per raggiungere un accordo
che ponga fine alla guerra e ripristini le relazioni con Washington.
Lo
riporta “Reuters online”, sostenendo che non è chiaro cosa esattamente Mosca
abbia incluso nella sua lista.
Funzionari
russi e americani ne hanno discusso nelle ultime tre settimane e descrivono le
condizioni del Cremlino come ampie e simili alle richieste presentate in
precedenza da Mosca, dalla mancata adesione di Kiev alla Nato, a un accordo di
non dispiegamento di truppe straniere in Ucraina fino al riconoscimento della
Crimea e di 4 regioni ucraine come russe.
Le
azioni della Nato nell'Artico "creano ulteriori sfide e minacce alla
sicurezza della Russia e ai suoi interessi nazionali".
Lo ha affermato “Vladislav Maslennikov”,
direttore del Dipartimento per gli Affari europei del ministero degli Esteri
russo.
Lo riporta l'agenzia Tass.
"Nelle
attuali condizioni geopolitiche, su istigazione dei Paesi occidentali,
purtroppo si stanno sviluppando tendenze negative nell'Artico", ha detto
Maslennikov, "l'ingresso di Finlandia e Svezia nell'Alleanza e la
conseguente crescente presenza della Nato nella regione hanno provocato un
aumento della tensione politico-militare".
Mosca:
"Nella notte distrutti 77 droni ucraini sul territorio russo".
I
sistemi di difesa aerea russi hanno distrutto durante la notte 77 droni ucraini
sulle regioni del paese.
Lo ha riferito - come riporta la Tass - il
ministero della Difesa russo.
"Nel
periodo dalle 20 del 12 marzo alle 6:36 del 13 marzo, ora di Mosca, i sistemi
di difesa aerea in servizio hanno intercettato e distrutto 77 veicoli aerei
senza pilota ucraini:
30
nella regione di Bryansk, 25 nella regione di Kaluga, sei nella regione di
Kursk, sei nella regione di Voronezh, cinque nella regione di Rostov, cinque
nella regione di Belgorod", hanno detto i funzionari.
Zelensky:
"La Russia non inganni, continuano gli attacchi con droni."
"La
Russia non deve ingannare simulando una disponibilità a porre fine alla guerra,
perché i suoi attacchi condotti con droni continuano ogni notte".
L'ha affermato il presidente ucraino Volodymyr
Zelensky sui suoi profili social.
Trump:
sanzioni devastanti per Russia se non accetta la tregua.
Parlando
ai giornalisti nello Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
ha affermato che le sanzioni per la Russia potrebbero essere
"devastanti" se decidesse di continuare la guerra e di non accettare
la tregua di 30 giorni.
"Ci
sono cose che si possono fare che non sarebbero piacevoli in senso
finanziario", ha detto Trump, come riporta la Bbc, "sarebbe molto
male per la Russia. Non voglio farlo, perché voglio ottenere la pace".
Queste
"questioni finanziarie" potrebbero rivelarsi "devastanti"
per Mosca, ha aggiunto.
L’Europa,
la pace, le piazze.
Sbilanciamoci.info
– (11 Marzo 2025) - Guglielmo Ragozzino – ci dice:
L’Europa
è stretta, da tempo, tra le prepotenze di Usa e Russia.
Di fronte al disordine che ci avvolge, la
piazza del 15 marzo pone il problema di un’Europa che rialzi la testa e non si
faccia travolgere dal vortice delle indigeribili politiche di Trump.
Vent’anni
fa era l’Iraq a essere accusato di spargere guerre e polvere tossica.
Per questo gli si faceva guerra;
anzi,
non guerra, nobile confronto tra veri eserciti.
Saddam Hussein non ne aveva uno, secondo gli
americani, ma solo una banda di irregolari, immeritevoli di essere rispettati
come una forza legittima – e i combattimenti andavano avanti così, senza
seguire le regole della guerra.
Allora,
vent’anni fa, eravamo in molti a essere convinti di quanto fosse falso questo
credo degli americani e dei loro alleati – il principale alleato di George W.
Bush era allora Tony Blair, premier della Regina Elisabetta – e non era solo
“Arundhati Roy1” a pensarla così, tanto che eravamo in molti a manifestare,
dappertutto, e la gente in piazza era indicata – con un briciolo di
esagerazione – “il secondo esercito del mondo”, a detta del “New York Times”, mentre nello stesso ordine
di idee “Roy” scriveva che “oggi l’unica istituzione mondiale più potente del
governo di Washington è la società civile americana”.
La grande scrittrice e militante indiana che
pure affermava nel 2003 di avere fama di “antiamericana” e “antioccidentale”,
si “sorprende improvvisamente nell’incredibile posizione di difensore del
popolo americano e di quello britannico”.
Oggi è
Vladimir Putin a sostenere che la sua aggressione in Ucraina non è guerra, ma è
in corso una “Operazione militare speciale” con lo scopo di garantirsi che
l’Ucraina non entrerà nella Nato e per contrastare gli attacchi ucraini in
Crimea e nei nuovi piccoli Stati filorussi di Donetsk e Luhansk2.
Joe
Biden, presidente degli Usa prima di Donald Trump, e gran parte dei paesi Nato
hanno appoggiato con armi, denaro e solidarietà la causa dell’Ucraina e del
presidente Volodymyr Zelensky con risultati apprezzabili (per gli amici della
guerra di entrambi i campi).
L’avvento di Trump al potere con i
repubblicani ha però modificato il quadro.
Il
presidente americano ha ritirato il suo appoggio a Zelensky, lo ha anzi
accusato di aver scatenato un’inutile, dannosissima guerra, ha riempito di
improperi e di accuse Biden, il suo predecessore, addossandogli lo spreco di
centinaia di miliardi americani e di innumerevoli distruzioni;
inoltre
si è detto sicuro di poter chiudere la partita in pochi giorni.
Trump ha accusato poi l’Europa – facendo poca
differenza tra l’Unione europea e gli altri paesi – di essere nemica
dell’America e di coltivare molti altri torti ed errori.
Tra i
giocatori di carte, in Italia, si direbbe che Trump, il capo del mondo libero,
ha sparigliato.
Ammesso e non concesso che in Italia ci si
occupi ancora di mondo libero e di suoi capi (essendo il gioco della scopa
ancora praticato).
Tutto
questo ha creato un notevole disagio nella vecchia Europa e negli stessi Stati
Uniti, dove “Bernie Sanders”, senatore e persona libera, si fa sentire, ma
sembra una voce isolata.
Non
c’è più il secondo esercito del mondo a difesa della libertà e della pace, ma
una popolazione mondiale divisa, irresoluta e decisamente spaventata.
È più importante salvare i confini
dell’Europa, continente libero, Ucraina compresa, o assicurare la pace?
Prima
ancora: dobbiamo tutti arrenderci e metterci in fila, sull’attenti?
I
governi d’Europa sono poi in condizione di maggior disagio, ciascuno piegato
sui propri problemi.
Bruxelles,
che dovrebbe fungere da autorità centrale e ragionare per tutti, è attraversata
da visioni discordanti.
Più
importante riarmare l’esercito ucraino o risolvere i problemi del bilancio di
ogni Stato dell’Unione?
La novella politica, espressione del governo di
Washington, sembra la verità indiscutibile, inoppugnabile dei tempi correnti e
rende tutto più ambiguo ed egoistico in Europa.
Passati
quattro mesi dalla sconfitta elettorale negli Usa, molto dura per tutti i
democratici nel mondo – ogni sfumatura è ammessa – da questa parte, in Europa
almeno, si comincia, lentamente, a ragionare.
Serve, da un lato, il susseguirsi degli
“ordini esecutivi” del presidentissimo Donald. Alcuni di questi sono
francamente intollerabili.
Questa
dozzina di punti e il modo stesso in cui vengono presentati, senza alcuna
discussione in Parlamento mostrano un autoritarismo trumpiano difficile da
digerire anche per i suoi abituali tifosi.
C’è chi ha paura di questa svolta e tace, ma
c’è chi si vorrebbe ribellare e prova a riflettere.
Questo
– lo immagina chi scrive – è il senso della manifestazione di sabato 15 marzo a
Roma, inventata da Michele Serra.
Così
si comincerà a riavvolgere il film della storia: la povera Kamala era poi tanto
male?
In
fondo ha ricevuto il 48,3 per cento dei voti popolari, contro il 49,8 di Trump.
Trump, megalomane, decide di punire i paesi vicini e l’Europa per le loro
colpe, (non averlo approvato al 110 per cento) e lo fa con dazi al 25 per cento
per le merci importate.
Il primo risultato è di spaventare tutti. I
dazi fanno molta paura.
Aumenteranno
i prezzi per i beni – per il cibo – della povera gente, dappertutto.
Fa
ancor più paura un altro aspetto, subito evidente ai capitalisti e ai
finanzieri (ma anche a noi altri):
Trump
non ha letto le carte, non ha studiato, non conosce i numeri, spara bordate che
sono spesso a vuoto o rimbalzano nei bazooka utilizzati per colpire e li fanno
esplodere.
Dati e numeri sono pure perdite di tempo per
chi fa la storia.
Il
Wall Street Journal è molto esplicito in proposito e invita il suo pubblico a
riflettere;
è un pubblico fatto di banchieri e affaristi.
Comincia così una serrata critica, finanziaria
e politica allo stesso tempo:
dove finiremo, dove andremo a sbattere con le
Borse, con i nostri soldi, con questo avventurismo di Trump?
Allora
comincia la marcia indietro; le scelte più fastidiose per i miliardari alleati
di Trump vengono revocate o rimandate.
Così avviene dei dazi contro Canada e Messico,
nati per sgominare i migranti dal Messico, carichi di droghe antiamericane – tutti lestofanti secondo il
discorso al Congresso di Trump –, e costringere allo stesso tempo il Canada a
diventare il 51° Stato dell’Unione, ma con il risultato inatteso di sconfiggere
l’agricoltura americana con il suo mais, la sua soia nel principale mercato di
sbocco, nonché il formidabile aumento del costo del potassio importato dal
Canada, necessario per gli anticrittogamici…e così via. (in materia l’articolo di Morya Longo,
“Trump spacca bond, Borse, valute/Allargato il divario Usa-Europa”, Il Sole 24
Ore; 8 marzo 2025).
Trump
è vendicativo come un imperatore romano mal consigliato, come un prelato
dell’Inquisizione in Spagna.
Si è convinto negli ultimi giorni che la
scuola pubblica sia frequentata in prevalenza da futuri democratici, sprovvisti
di amore per l’America e che MAGA (Make America Great Again) non è la loro
materia principale.
Meglio
allora chiuderla, la scuola pubblica, bloccare la spesa relativa, facendo
contento Elon Musk, obbligando i figli dei democratici a imparare a casa o
andare alle scuole private, scuole per bene.
Di fatto il generalissimo è convinto di poter
chiudere la guerra ucraina in tre giorni – Biden non era riuscito a farla
finita, tantomeno a vincere, in tre anni – e dunque decide di tagliare i
rifornimenti all’Ucraina.
In particolare le armi americane servivano ad
avvistare e abbattere missili e droni russi, ciò che non è più possibile.
Elon
Musk che vende i ritrovati, è dapprima felice; poi però ci ripensa.
L’Europa decide di combattere da sola, costi
quel che costi, la guerra a Putin.
Keir
Starmer, il premier inglese, si sente nuovamente europeo e questo dà maggior
sicurezza ad alcuni altri, anche a quelli che dall’Europa avrebbero voluto
scendere, per salire sul carro del vincitore.
Ursula von der Leyen si comporta come un
esperto giocatore di poker;
alla
rabbiosa puntata di Trump che ritira le sue armi, spara il suo rilancio da 800
miliardi.
“Se non ci credete, se avete coraggio, venite
a vedere” dice al mondo, perfino ai suoi amministrati, i tremebondi o perplessi
paesi d’Europa.
La leader italiana tergiversa, non sa se
approvare o allinearsi a Washington o chiedere pace a Putin, come suggerisce
l’alleato leghista.
Sceglie
allora di difendere il bilancio italiano (!) senza aggravarlo di nuovi esborsi.
Mostra
più coraggio il leader tedesco che rilancia a sua volta 500 miliardi da
spendere negli anni venti per trasformare il suo paese e l’economia e la sua
forza.
Un’altra
novella incredibile: chi si spaventa più per il riarmo tedesco?
Anche
il presidente francese conquista un giorno di gloria;
egli
offre all’Europa una manciata di force de frappe impiegando o promettendo la
bomba, un po’ di soldati e qualche materiale volante: caccia e droni…
Ue,
von der Leyen: Putin vicino
ostile,
la pace non è più scontata.
Italiaoggi.it
– Redazione – (11/03/2025) - ci dice:
La
presidente della Commissione Europea alla plenaria del Parlamento europeo: ecco
il piano per riarmare l’Europa.
La
presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mette in fila tutti
i rischi e i pericoli che l’Europa potrebbe affrontare.
"Abbiamo
bisogno di un'impennata nella difesa europea.
E ne
abbiamo bisogno ora.
Ne abbiamo
bisogno prima di tutto a causa della situazione in Ucraina.
C’è' l'urgente bisogno di colmare le lacune
nelle forniture militari dell'Ucraina.
E di
fornire all'Ucraina solide garanzie di sicurezza.
Ma
questo momento della resa dei conti non riguarda solo l'Ucraina”, ha detto nel
suo intervento in plenaria al Parlamento europeo a Strasburgo.
“Riguarda tutta l'Europa e la sicurezza
dell'intero continente.
Putin
ha dimostrato più e più volte di essere un vicino ostile.
Non ci
si può fidare di lui, può solo essere scoraggiato.
E sappiamo che il complesso militare della
Russia sta superando il nostro".
Il
monito della presidente della Commissione Ue.
Quindi
"la pace nell'Ue non può essere più data per scontata.
Siamo
di fronte a una crisi della sicurezza europea” ma “sappiamo che è nelle crisi
che l'Europa è stata costruita.
È il
momento di raggiungere la pace attraverso la forza e di lavorare per una difesa
comune.
Al Consiglio europeo ho visto un livello di
consenso sulla difesa europea che non è solo senza precedenti ma era
inimmaginabile poche settimane fa.
Abbiamo iniziato a mobilitare risorse massicce
e nei prossimi mesi avremo bisogno di più coraggio per fare scelte difficili.
L'ordine
di sicurezza europeo è stato sconvolto e sono cadute molte illusioni".
Il
piano “Rearm Europe”.
"Dopo
la fine della Guerra Fredda non abbiamo fatto altro che creare un deficit di
sicurezza.
È
finito il tempo delle illusioni, l'Europa è chiamata a farsi carico della
propria difesa ", ha aggiunto.
"L'Europa
deve accelerare”, ha detto, “vogliamo usare tutte le leve finanziarie a nostra
disposizione per accelerare la nostra produzione nella difesa.
Con il Piano “Rearm Europe” possiamo
mobilitare fino a 800 miliardi di euro.
Mi
voglio concentrare per prima cosa sulla clausola di salvaguardia nazionale.
Oggi spendiamo in media il 2% del Pil per la difesa ma ogni analisi concorda
sul fatto che dobbiamo superare il 3%.
Guardando
il bilancio europeo, raggiunge solo l'1% del Pil, quindi è ovvio che il grosso
dei nuovi investimenti deve venire dai Paesi membri".
Per
poi spiegare che "per questo vogliamo attivare la clausola di salvaguardia
nazionale prevista dalle nuove regole di bilancio.
Proponiamo
di farlo in modo controllato e coordinato per tutti gli Stati membri che
potranno così mobilitare fino a 650 miliardi nei prossimi 4 anni:
l'1,5%
del Pil potrà essere aggiunto al bilancio per la difesa nei prossimi 4
anni".
"Il
Consiglio ha dato luce verde alla nostra proposta per un nuovo strumento
finanziario, chiamato “Safe Security Action for Europe”.
Offriamo
agli Stati fino a 150 miliardi in prestito per investire.
Possono
concentrarsi su poche capacità strategiche selezionate per massimizzare
l'impatto degli investimenti.
Questi
prestiti dovranno finanziare gli acquisti da produttori europei per rafforzare
la nostra industria della difesa e i contratti dovranno essere pluriennali per
dare all'industria la prevedibilità necessaria", ha dichiarato la
presidente della Commissione europea, aggiungendo che "l'accento deve
essere posto sugli appalti congiunti perché sono uno strumento potente".
"Abbiamo
bisogno di scala, dimensione e rapidità e per questo abbiamo scelto la
procedura di emergenza ai sensi dell'articolo 122, che è stata concepita
proprio per i momenti in cui 'sorgono difficoltà severe nella fornitura di
determinati prodotti'.
In
altre parole, il 122 ci consente di attingere a fondi da prestare agli Stati
membri affinché possano investire nella difesa.
Questo
è l'unico modo possibile per un'assistenza finanziaria di emergenza ed è ciò di
cui abbiamo bisogno ora", ha spiegato, sottolineando anche che "l'uso
dei fondi di coesione è una possibilità che offriamo agli Stati membri.
Potranno
ridirigere alcuni fondi non usati verso progetti di difesa, possono essere
infrastrutture o ricerca e sviluppo e il tutto su base volontaria.
Spetterà al Parlamento e al Consiglio decidere
su questa possibilità aggiuntiva".
Europa
di pace per
tutti
i popoli.
Fondazionedivittorio.it – (04 Marzo 2025) –
Redazione - ci dice:
Oggi,
di quale Europa stiamo parlando?
Europa di pace o Europa di guerra? Europa
armata, o Europa disarmata?
Europa che investe in armi tagliando il
welfare? O Europa che investe in cooperazione tagliando le spese militari?
Ci
opponiamo alla scellerata decisione di sospendere le regole di bilancio per le
spese della difesa armata, facendoci entrare in una economia di guerra.
Siamo
con gli ucraini.
D'accordo,
ma come? Dicendogli "vi diamo le armi e combattete" o facendo
diplomazia per salvare il salvabile?
Da
sempre ripetiamo che non esiste soluzione militare del conflitto: la guerra non
la vince nessuno.
La scelta armata fatta per difendere l’Ucraina
dall’invasione russa, ha portato da 3 anni ad uno stallo evidente, una guerra
di logoramento costata da entrambe le parti decine di migliaia di morti e un
numero infinito di vedove, orfani e mutilati.
La via
militare è un fallimento è l'evidenza dei fatti è lì a dimostrarlo.
Nessuno
la guerra la vince, la pace invece la possono vincere tutti.
Stessa
cosa per quanto accade nella sponda sud del Mediterraneo, l’Europa è pronta a
schierarsi per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione dei
palestinesi come riconosciuto da infinite risoluzioni delle Nazioni Unite, o
per gli amici si usa la politica del “doppio standard”, tollerando crimini di
guerra, occupazione e pulizia etnica?
Non
sono domande provocatorie, sono domande sincere, necessarie, per capire quale
Europa dobbiamo ricostruire, quale sicurezza e politica estera vogliamo
sostenere.
Il
Manifesto di Ventotene, Per un’Europa libera e unita, aveva l’obiettivo di
liberare l’Europa, e progressivamente il pianeta, dalle guerre.
“Quale
sia il male profondo che mina la società europea è evidentissimo ormai per
tutti:
è la guerra totale moderna, preparata e
condotta mediante l’impiego di tutte le energie sociali esistenti nei singoli
paesi.
Quando divampa, distrugge uomini e ricchezze;
quando
cova sotto le ceneri, opprime come un incubo logorante qualsiasi altra
attività.
Il
pericolo permanente di conflitti armati tra popoli civili deve essere estirpato
radicalmente se non si vuole che distrugga tutto ciò a cui si tiene di più”. (Altiero Spinelli in Stati Uniti
d’Europa e le varie tendenze politiche, 1942).
L’Europa
per dimensione e peso economico, per cultura politica, per tradizione storica
deve farsi carico di promuovere il rilancio della multilateralità e la
collaborazione globale per un futuro comune.
Deve dismettere la postura della supremazia e
porsi in una posizione di neutralità attiva nella competizione globale.
Deve
promuovere una “sicurezza condivisa”, e non la “fortezza Europa”, tenuta in
piedi con la forza delle armi, con i muri e con politiche economiche
restrittive, inique ed ancora fondate sul fossile.
Data
la natura altamente delicata della sicurezza, della difesa e della politica
estera, l’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo
possa avere come risultato un rafforzamento dei legami tra gli Stati membri
favorendo un miglioramento del consenso, è un tragico errore.
Ciò
che è certo è che l’Esercito europeo è attualmente solo una giustificazione
retorica di decisioni che puntano a spostare ingenti risorse dai compiti civili
dell’Unione a fondi a disposizione degli interessi dell’industria militare
senza una visione ed un progetto di società per le future generazioni, con il
solo risultato di togliere fondi alla coesione sociale ed economica, alla
cooperazione ed alla transizione ecologica.
L’Europa
deve rimanere uno spazio multinazionale capace di diventare una grande potenza
di pace, che faccia i conti con il passato coloniale e con la necessità di
porvi rimedio, che escluda la guerra dai propri strumenti politici e che
utilizzi la sua grande capacità economica, scientifica e tecnologica per
favorire il riequilibrio nella distribuzione delle opportunità e delle
conoscenze tra i popoli.
La pace è una conquista della politica che si
costruisce nel tempo: sappiamo che c’è sempre un’alternativa da poter
percorrere al fallimento totale della politica che è la guerra.
Per
un’Europa costruttrice di pace e di sicurezza per tutti i popoli:
-
L’Europa deve agire come una vera comunità politica, democratica ed economica
dentro un sistema multilaterale e non di blocchi politico-militari che
competono e si reggono sulla deterrenza militare.
-
L’Europa deve avere una propria politica estera fondata sulla cooperazione e
sulla costruzione di pace, giustizia e sicurezza condivisa e comune, regolata
dal diritto internazionale.
-
L’Europa deve rafforzare il modello
sociale europeo ampliando l’accesso ai diritti ed alle tutele, destinando le
proprie risorse alla difesa civile, alla transizione ecologica alla
cooperazione ed al la solidarietà dentro e fuori l’Unione Europea, allargando
la sfera di cooperazione (economica, culturale, strategica) per il
rafforzamento della democrazia e del raggiungimento degli obiettivi dello
sviluppo sostenibile a partire
dalle aree di vicinato, tanto a Est come
a Sud, per poi estendersi al resto del mondo, e non per il riarmo e per
l’economia di guerra.
-
L’Europa deve praticare una politica commerciale coerente e strumentale alla
politica di pace e di sicurezza condivisa: ridurre il divario tra paesi ricchi
e paesi poveri; ridurre le diseguaglianze e sconfiggere le povertà e le
migrazioni forzate; investire nella transizione ecologica, promuovere
stabilità, pace e sicurezza comune.
Così
facendo, il concetto di difesa assume un
connotato completamente diverso da quello che si sta discutendo, non è più la
difesa militare ed il riarmo per difendersi da un nemico o da una invasione, ma
è il consolidamento di un sistema di relazioni tra stati che cooperano,
regolato dal diritto internazionale e da forti scambi economici, culturali, di
interdipendenza e di scambio, con un basso investimento negli eserciti e nelle
armi, ed alto investimento nella difesa civile e nonviolenta, nella cooperazione
e nel mutuo aiuto.
Rinnoviamo
l’invito a portare nelle piazze, ad esporre alle finestre la bandiera della
pace che rappresenta questa idea di Europa e che non può essere usata per
giustificare la corsa e la spesa al riarmo ed alla guerra, ma per sostenere
l’alternativa alle guerre ed alla prepotenza dei più forti, di chi vuole
imporre la legge del più forte, dei ricatti, della supremazia.
Vale
per l’Ucraina, Vale per la Palestina, vale per tutte le guerre che subiscono le
popolazioni.
La
nostra Europa deve essere un’Europa di pace e di sicurezza condivisa e comune
per tutti i popoli.
È il
momento di una grande campagna europea per contrastare la corsa al riarmo ed
un’economia di guerra.
Ucraina,
a Bucha a tre anni dall'invasione:
"pace"
per la Russia significa
"nessun
sopravvissuto"
It.euronews.com
- Sasha Vakulina – (11/03/2025) - ci dice:
Un
sacerdote ortodosso, “Andri”, è davanti alla sua chiesa durante una cerimonia
commemorativa del terzo anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina, a Bucha
(24
febbraio 2025).
All'inizio
di marzo del 2022 immagini satellitari mostravano la prima fossa comune di
civili a Bucha, una città a nord di Kiev.
Si trovava in un terreno della Chiesa di
Sant'Andrea, dove ora si trova il Muro della Memoria per i civili uccisi dalle
truppe russe.
Euronews
ci è tornata.
“Il
sacerdote della Chiesa ortodossa di Sant'Andrea, padre Andriy Halavin”, è
ancora a Bucha a tre anni dall'inizio della brutale invasione dell'Ucraina da
parte della Russia.
La
regione a nord-ovest di Kiev e città come “Bucha”, “Hostomel” e “Irpin” sono
state le prime ad affrontare e fermare le forze russe e la guerra totale
scatenata nel febbraio del 2022.
Al
Muro della Memoria di Bucha, a cui sono affisse targhe di metallo per ogni
persona uccisa in città dopo l'occupazione russa, padre Andriy dice a Euronews
che sarà sostituito da un memoriale permanente.
"La
liberazione del nostro Paese è iniziata con la liberazione di Bucha", ha
spiegato il religioso, secondo cui questo dovrebbe essere un luogo in cui la
gente possa venire con i propri figli, per diventare anche un luogo di forza.
Una
donna partecipa a una cerimonia per i civili uccisi, in occasione del terzo
anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina, a Bucha (24 febbraio 2025).
È Il ricordo delle stragi del 2022 alle porte
di Kiev.
Padre
Andriy conosce ogni angolo di Bucha e probabilmente ogni abitante.
Mentre mostra il memoriale, indica la casa di
fronte alla chiesa. La famiglia che ci viveva era sfuggita alla guerra russa
una prima volta, quando le forze di Mosca invasero il Donbas nel 2014.
Ma il
Cremlino e la sua guerra li hanno inseguiti fino a Bucha e il 5 marzo quando,
dopo alcuni giorni di occupazione, la famiglia ha cercato di evacuare.
"Le
forze russe hanno aperto il fuoco contro di loro, contro l'intera famiglia,
proprio così, nelle strade di Bucha", ricorda oggi il sacerdote.
Solo
il padre sopravvisse, perdendo una gamba, e vive ancora a Bucha. I nomi dei due
bambini - di nove e quattro anni - e della madre sono incisi sul monumento
commemorativo della chiesa.
"Abbiamo
telecamere di sorveglianza all'uscita di Bucha, alla rotonda verso Hostomel e
Irpin.
Il
secondo giorno di guerra, i russi hanno sparato contro qualsiasi auto in
movimento e molte persone sono morte lì", dice Padre Andriy, "molti
altri civili sono morti quando i russi entravano nelle case e aprivano il fuoco
contro chiunque si trovasse all'interno".
Un
operatore cimiteriale riesuma il cadavere di un civile ucciso a Bucha da una
fossa comune (13 aprile 2022).
I
residenti di Bucha non avevano altra scelta che uscire di casa per cercare
cibo, acqua e medicine.
I soldati russi dissero alla gente del posto
di mettersi delle fasce bianche sulle braccia e che sarebbero stati al sicuro.
"Un
padre e un figlio sono andati in un municipio per prendere delle medicine, e
sono stati colpiti entrambi.
Il figlio, di tredici anni, è sopravvissuto
perché il proiettile ha attraversato il cappuccio del giubbotto.
È rimasto a terra, accanto al corpo del padre,
fingendosi morto finché non è stato più sicuro correre a casa", racconta
padre “Andryi”.
Bucha,
tre anni dopo l'invasione russa.
La via
Vokzal'na, dove una colonna di veicoli blindati russi fu distrutta
dall'esercito ucraino, è famosa per una foto che sconvolse il mondo ma oggi ha
un aspetto completamente diverso ora.
Non
c'è traccia di battaglia e quasi nessun segno di case distrutte. La strada è
stata ricostruita e ora assomiglia a quella di una qualsiasi altra tranquilla
città europea, con case moderne e recinzioni ordinate.
Caffè
e negozi sono stati ricostruiti e riaperti e la gente è tornata.
Se si possono notare le cicatrici della
brutalità russa su alcuni edifici, con le facciate segnate dalle schegge dei
bombardamenti proprio come sulla chiesa di Sant'Andrea, le ferite emotive non
si sono rimarginate.
Sul
Muro della Memoria ci sono 509 nomi di civili uccisi durante l'occupazione di
Bucha e non abbiamo ancora parlato di "stupri, rapine, rapimenti di
bambini", aggiunge padre Andryi.
I
colloqui degli Usa con la Russia visti da Bucha.
Tra le
tante dichiarazioni sull'Ucraina del presidente degli Stati Uniti, Donald
Trump, ce n'è stata una che si è davvero distinta, superando quella che per gli
ucraini è una linea rossa.
Il
mese scorso Trump ha sostenuto che l'Ucraina non avrebbe dovuto iniziare la
guerra.
Secondo
padre Andriy per i russi i negoziati non sono un modo per trovare la pace, ma
"per ottenere ciò che non si può ottenere con le armi".
"I
russi volevano prendere Kiev in tre giorni e hanno fallito.
Con
l'aiuto di Trump, dei negoziati e così via, stanno cercando di occupare
l'Ucraina in qualche altro modo", prosegue il religioso, "è una
questione di giustizia.
Ciò
che è preoccupante è che quando si parla di 'negoziati', nessuno parla di
crimini.
Nessuno parla di responsabilità".
Padre
Andriy ammette che all'estero qualcuno potrebbe non essere in grado di capire
come sia possibile una guerra del genere possa essere "reale nel XXI
secolo".
"Gli
europei si trovano in uno stato in cui stanno iniziando a capire",
prosegue il parroco della Chiesa di Sant'Andrea, "se continua così, c'è il
rischio che debbano imparare il russo.
Perché
se l'Ucraina cade, la Polonia e gli Stati baltici saranno i prossimi".
Quanto
ai colloqui con la Russia, il sacerdote avverte che la questione cruciale è la
stessa comprensione del significato di "pace", molto diverso tra Ucraina
e Russia.
Gli
ucraini capiscono la parola "pace" quando non vengono uccisi, quando
c'è giustizia, quando i criminali sono chiamati a rispondere dei loro crimini.
Dal punto di vista di Putin invece, conclude
padre Andriy, "pace" è qualcosa di simile a quando non si spara più
"perché non ci sono più sopravvissuti dalla nostra parte, solo
territorio" da prendersi.
Perché
la Russia
non
vuole la pace.
Starmag.it
– (13-3-2025) – Francesco D’Arrigo – ci dice:
(L'intervento
di Francesco D’Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici
"Niccolò Machiavelli").
La
Russia non è interessata a porre fine alla guerra in Ucraina, perché non ha
ancora raggiunto tutti i propri obiettivi strategici e a causa delle
conseguenti ripercussioni socio-economiche interne, che minaccerebbero il
regime ed i rapporti di forza tra le fazioni in lotta in seno al Cremlino.
Già
prima dell’avvio dell’”Operazione Militare Speciale” abbiamo visto come il
fallimento dei negoziati con l’Ucraina, che la propaganda e la disinformazione
russe attribuiscono all’allora premier britannico “Boris Johnson”, fu invece
dovuto al fatto che il presidente Putin non voleva raggiungere alcun accordo
con Kyiv, considerata una facile preda da sottomettere in pochi giorni.
La leadership del Cremlino, che nella sua
composizione e funzione è diventata sempre più simile al Politburo della
defunta Unione Sovietica, teme che la fine della guerra con l’Ucraina possa
portare a conseguenze simili a quelle del 1989, quando il rientro dei militari
sovietici dalla guerra in Afghanistan ha avuto conseguenze sociali dirompenti.
Molti
veterani, non riuscendo a reintegrarsi nella vita civile, contribuirono a
destabilizzare la società russa, provocando un’impennata della violenza e della
criminalità, dell’alienazione sociale, della povertà ma soprattutto
dell’attivismo politico nelle società post-sovietiche.
Molti
veterani diventarono attivisti critici del governo, partecipando a proteste e
sostenendo gruppi nazionalisti e di opposizione, contribuendo all’instabilità
sociale e politica della Russia degli anni Novanta.
Uno
scenario che il Cremlino teme si possa ripetere con i veterani della guerra in
Ucraina, anche perché l’esercito russo ha arruolato un gran numero di detenuti
che scontavano pene detentive per gravi reati, ed il rientro di questi
individui rappresenterebbe sicuramente un problema di sicurezza interna.
L’economia
russa vicina al crack sta minando la stabilità delle imprese.
L’economia
russa, oramai esclusivamente focalizzata a sostenere lo sforzo bellico in
Ucraina, nel 2024 ha visto un’inflazione vicina al dodici per cento che mina la
stabilità sociale, mentre le spese per la difesa sono lievitate fino alla cifra
monstre equivalente a 108 miliardi di dollari:
il
triplo del 2021, l’ultimo anno pre-invasione, e il 70% in più rispetto a quanto
previsto per il 2023.
Un’economia,
che grazie al sostegno cinese ed alle violazioni delle sanzioni di alcuni Paesi
occidentali, spiega in parte anche la crescita del PIL russo registrata nel
breve termine, ma che ne evidenzia lo squilibrio macroeconomico dovuto
all’inflazione e all’alto costo del denaro, uno degli aspetti chiave della
grave crisi che attanaglia l’economia e, di conseguenza, il destino della
Russia.
L’estrema
difficoltà produttiva di beni di consumo primario sta costringendo Mosca a fare
scelte molto difficili, che oltre a tagliare sussidi e welfare, fanno presagire
una difficilissima ripresa economica senza l’interruzione delle sanzioni
economiche ed il ritorno degli investimenti occidentali.
Per
questi motivi il presidente Putin sta utilizzando la riabilitazione che gli ha
offerto il suo amico presidente-tycoon e trarne il massimo vantaggio per
aumentare il suo gradimento e fiducia interna, enfatizzando l’ottenimento di
una insperata vittoria diplomatica e politica.
Riabilitazione che vede tra le richieste
principali nella recente ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Russia, il
ritiro delle sanzioni economiche e la ripresa degli scambi commerciali con gli
Usa, come riferito dal presidente Trump dopo una telefonata con il presidente
Putin il 12 febbraio, nonché dai successivi contatti tra il ministro degli
Esteri Sergey Lavrov e il senatore Marco Rubio e l’assistente presidenziale
russo Yuriy Ushakov con il rappresentante Michael Waltz.
Un momento chiave di questo rinnovato impegno
è stato l’incontro di alto livello tra Stati Uniti e Russia tenutosi a Riyadh
il 18 febbraio, particolarmente vantaggioso per Mosca.
Washington
ha riconosciuto e accettato le argomentazioni della Russia sulle cause profonde
della crisi ucraina, ovvero l’espansione della NATO e la protezione delle
popolazioni russofone in Ucraina.
In risposta, l’amministrazione presidenziale
russa, sotto la guida di Yuriy Ushakov, ha formulato una serie di richieste da
presentare ai partner internazionali, come prerequisiti per una risoluzione del
conflitto.
Le
condizioni della Russia per i negoziati di pace.
Premesso
che ad oggi la Federazione Russa non ha alcun interesse e quindi nessuna
intenzione ad un “cessate il fuoco”, sta adottando una strategia dilatoria per
prendere ulteriore tempo e non scontentare il presidente Trump, ponendo delle
condizioni che dimostrano l’intenzione di non arretrare di un millimetro
rispetto a quelle per le quali ha invaso l’Ucraina.
Quindi,
trascinerà le trattative senza concedere accordi di cessate il fuoco temporanei
e brevi, a meno che non siano stati stipulati accordi concreti per una
soluzione definitiva, che per la Russia prevedono:
il
riconoscimento delle rivendicazioni territoriali – riconoscimento
internazionale dell’annessione russa della Crimea, di Sebastopoli, delle
Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, delle regioni di Kherson e
Zaporizhzhya, e di quelle che nel frattempo riuscirà a conquistare;
abolizione
delle leggi adottate dall’Ucraina a seguito dell’invasione russa – porre fine
alle politiche post-2014 volte a sopprimere la lingua, la cultura, i media, le
tradizioni e il cristianesimo ortodosso russo;
illegittimità
delle attuali istituzioni ucraine – “Illegittimità” del presidente Zelensky e
del divieto da lui stesso imposto di negoziare con la Russia (in vigore dal 30
settembre 2022).
La Russia propone di tenere simultaneamente
elezioni presidenziali, parlamentari e locali in Ucraina, con la partecipazione
di tutti i partiti politici;
garanzie
di sicurezza (per la Russia!) – smilitarizzazione e “denazificazione”
dell’Ucraina e ritorno ai termini delineati nell’Accordo di Istanbul.
Eliminazione
delle minacce alla sicurezza della Russia derivanti dalla continua espansione
della Nato, che Mosca considera una violazione degli accordi precedenti e
un’invasione diretta della sua sfera di influenza geopolitica;
divieto
di dispiegamento di forze straniere – vietare la presenza di personale militare
straniero in Ucraina, anche sotto le insegne di Onu, Ue, Osce o altre
coalizioni alleate;
de-escalation
occidentale – gli Stati Uniti, la Nato e l’Ue devono abbandonare l’idea di
raggiungere la “pace attraverso la forza” o la “sconfitta strategica” della
Russia.
Questo
include l’interruzione delle spedizioni di armi, la condivisione di
intelligence, l’addestramento militare dell’esercito Ucraino e il ritiro delle
sanzioni contro la Russia.
Il
Cremlino sottolinea che Mosca accetterà un accordo di pace solo se tutte queste
condizioni saranno soddisfatte.
Tuttavia,
i funzionari russi riconoscono in privato che soddisfare pienamente queste
richieste porterebbe probabilmente ad un rifiuto dei negoziatori statunitensi e
ad un’ulteriore destabilizzazione dell’Ucraina.
La
strategia è invece quella di presentare pubblicamente queste condizioni come un
gesto di buona volontà, costringendo Kyiv a una difficile posizione diplomatica
e delegittimare ulteriormente il presidente Zelensky.
L’obiettivo è lasciare che le opzioni
dell’Ucraina si restringano fino a rifiutare ulteriori concessioni, consentendo
a Mosca di dichiarare l’indisponibilità dell’Ucraina a negoziare e giustificare
il lancio di una nuova offensiva militare in un momento in cui le forze ucraine
potrebbero essere meno preparate a respingerla, soprattutto in termini di
equipaggiamento e rifornimenti.
Le
condizioni poste dal Cremlino rappresentano l’ennesimo ultimatum che non ha
nulla a che fare con la diplomazia. Non mirano alla pace, ma alla capitolazione
dell’Ucraina.
L’unico
modo per neutralizzarle è mantenere il sostegno internazionale e rafforzare la
difesa dell’Ucraina e dell’Europa, ed al contempo esercitare la massima
pressione diplomatica anche nei confronti di Washington.
Ecco
il vero piano di Trump con Putin.
Starmag.it
– (11-3 -2025) - L'intervento di Francesco D'Arrigo – ci dice:
Funzionerà
la strategia della Casa Bianca per far allontanare Putin dalla Cina?
La
politica estera del presidente Trump sta mettendo a rischio il sistema
occidentale di alleanze e difesa collettiva, e le organizzazioni di
cooperazione internazionale in materia di sicurezza, economia ambiente e sanità.
Il neo
rieletto presidente degli Stati Uniti ha impresso uno sconvolgimento strategico
alla politica degli Stati Uniti, sia dal punto di vista interno che
internazionale, coincidente con la visione geopolitica del suo amico presidente
della Federazione Russa, Vladimir Putin.
Il fatto che stia tentando di mascherare
quello che è un vero e proprio tradimento dell’Occidente come un improbabile
tentativo di dissociare Mosca da Pechino, dimostra l’assoluta sottovalutazione
della situazione, o ancora peggio, la volontà esplicita di sottomettere
l’Ucraina e con essa l’Europa, alla visione del presidente Putin.
Il tentativo di separare la Russia dalla Cina
si basa su un ipotetico capovolgimento delle dottrine di Nixon e Kissinger, che
avevano sfruttato le divisioni sino-sovietiche per avvicinare Washington a
Pechino.
Scommettendo
su un riavvicinamento con l’attuale Federazione Russa, da 25 anni sotto il
dominio assoluto del regime del presidente Putin, la Casa Bianca spera di
indebolire l’asse sino-russo attraverso una politica “Nixon allo specchio”
costringendo alla resa l’Ucraina, terremotando la coesione occidentale,
destrutturando la Nato e sconvolgendo la finanza mondiale.
Scelte
che non solo rappresentano un grave degrado della leadership politica degli
Stati Uniti e del partito Repubblicano, ma soprattutto un potenziale sprone per
l’ideologia di sopraffazione dell’ex colonnello del KGB, che dopo aver
soffocato ogni forma di libertà al popolo russo, ha fatto ripiombare l’Europa
nel buio della guerra.
A
differenza del contesto degli anni ’70, quando la visione strategica ed il
divario ideologico ed economico tra Mao e Breznev era enorme, la Russia e la
Cina oggi hanno tessuto una relazione multidimensionale basata su interessi
complementari.
Le
sanzioni imposte a Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina hanno accelerato
questa convergenza, trasformando la Cina nel principale partner strategico,
economico e tecnologico della Russia.
Al contrario della manovra di Nixon, che si
insinuò in una frattura preesistente, Washington sta tentando di celare le
proprie ambizioni imperialiste mimetizzandole con l’obiettivo di rompere
l’alleanza tra Vladimir Putin e Xi Jinping, nel frattempo consolidatasi negli
anni dalla diffidenza nei confronti dell’Occidente e, dal 2022, dalla guerra in
Ucraina e dalle ambizioni russe di espandere la propria influenza maligna nei
Paesi baltici, nell’Artico ed in Europa.
I
costi di questa nuova divisione del mondo per aree di influenza strategica sono
inimmaginabili, e certamente gli analisti non si aspettavano l’abbandono
dell’Ucraina ed il disprezzo degli Stati Uniti contro l’Ue ed i propri alleati.
Un
disprezzo condiviso con Mosca, che sta alimentando l’ansia degli europei, che
vedono le azioni del presidente Trump come un disimpegno strategico degli Stati
Uniti da tutti i propri alleati e dagli accordi internazionali che fino ad un
mese fa hanno regolamentato il commercio, il lavoro e l’ambiente.
I dirompenti messaggi inviati dall’Amministrazione
Trump – le minacce al presidente Zelensky, i ricatti per ottenere le terre rare
ucraine, l’interruzione degli aiuti militari e dell’intelligence a Kiev, le
minacce di Elon Musk di interrompere l’accesso a StarLink all’esercito ucraino,
i discorsi sull’obsolescenza della Nato, i dazi contro tutti i propri alleati e
partner – stanno minando la credibilità degli Stati Uniti a livello globale,
senza nemmeno scalfire l’Alleanza strategica e l’amicizia senza limiti nella
cooperazione tra Cina e Russia, uniti dalla volontà di riformulare i termini
della governance globale.
La
strategia della Casa Bianca, secondo la quale il presidente Putin, in cambio
delle concessioni trumpiane, possa allontanarsi dall’abbraccio cinese è una
scommessa persa in partenza.
Mosca,
consapevole della natura “ciclica” dei cambiamenti nella politica americana,
non correrà il rischio di rompere con un alleato strategico da cui dipende così
tanto dal punto di vista economico, tecnologico e militare.
D’altra
parte, Pechino e Mosca condividono una lettura comune dei rapporti di potenza,
di cui la sfida all’ordine liberale occidentale è l’elemento fondante.
Al
contrario, questa involuzione autoritaria della nazione che è stata il faro
delle democrazie liberali, sta certamente stimolando queste tre potenze a
realizzare le proprie ambizioni non solo in quelle che ritengono le proprie
aree di influenza (Canale di Panama, Groenlandia, Paesi Baltici ed ex
sovietici, Taiwan), ma anche nei “Global Commons” come l’Artico e lo Spazio.
Il
“cigno nero.”
Lungi
dall’essere una dottrina di politica estera che porterà gli Usa nella “nuova
età dell’oro”, per la prima volta quella della Casa Bianca sembra una politica
non collegata ad alcuna “Grand Strategy”, ma azioni derivanti dal programma del
movimento trumpiano MAGA, dettate dalle amicizie ed inimicizie personali, con
accelerazioni e dietrofront quotidiani a somma negativa per l’intero Occidente.
Una
politica aggressiva che si sta dispiegando anche all’interno e che in poco più
di un mese sta destrutturando il sistema economico, le Agenzie, la struttura
dell’apparato federale degli USA su tutti e tre i livelli di governo
(jurisdictions federale, statale e locale), con il DOGE che ha già licenziato
oltre 70.000 dipendenti pubblici, creando il panico in tutte le realtà che
offrono servizi ai cittadini ed assicurano la safety e la sicurezza nazionale.
Il
presidente Trump che schiera gli Stati Uniti con la Russia e la Corea del Nord
all’Onu, che sta ritirando le truppe della Nato dall’Europa e si aliena tutti i
suoi alleati occidentali con guerre commerciali, sta delegittimando la
leadership americana senza causare alcuna frattura nell’asse sino-russo.
Se
questa politica estera assertiva contro i propri alleati non verrà contenuta
dal Congresso americano e rimessa sui binari sui quali l’aveva lasciata il
presidente Biden (rafforzamento ed allargamento della Nato, delle Alleanze
strategiche AUKUS, QUAD, Five Eyes, ecc.), rimodellerebbe un mondo in cui
Washington, lungi dal dividere i suoi avversari, contribuirebbe a cementare una
rivalità sistemica da cui il campo occidentale uscirebbe indebolito.
La politica estera e lo stop agli aiuti
all’Ucraina imposte dal presidente Trump stanno lasciando mani libere
all’esercito russo, che ha non ha mai diminuito la sua sanguinosa aggressione
contro l’Ucraina, che ora si ritrova a difendersi senza il sostegno del suo
(ex) principale alleato.
Un
chiaro tradimento degli Stati Uniti, dal quale risulta evidente che dal cigno
nero trumpiano emergono come principali beneficiari la Cina e la Russia.
Costringendo
l’Ucraina alla resa ed accentuando le fratture all’interno delle alleanze
occidentali, Pechino e Mosca vedono raggiunti senza alcuno sforzo alcuni dei
loro obiettivi strategici:
garantire
la resilienza interna ed internazionale al regime del presidente Putin, godere
dei benefici autoindotti dalla demolizione della coesione euro-americana e
permettere alla Cina di accreditarsi come attore e partner affidabile sulla
scena internazionale.
Il
vertice europeo sulla difesa.
Il
ritorno del presidente Trump alla Casa Bianca sta provocando un brusco ritorno
alla realpolitik per gli europei, che per mantenere la propria architettura di
sicurezza, vedono l’iniziativa di Paesi come la Germania, la Francia e il Regno
Unito farsi avanti per sostenere l’Ucraina e per scoraggiare ulteriori
aggressioni russe contro l’Europa.
Questi
scenari dovrebbero finalmente spingere le capitali europee a riconoscere
l’urgente necessità di una maggiore collaborazione in materia di politica
estera, difesa e di capacità militare, da adeguare al livello delle minacce
poste da una Russia che non si ritrova più ad essere contrastata dalla
deterrenza degli Stati Uniti nelle sue ambizioni imperialiste, ma addirittura
favorita nel ritrovarsi Washington al suo fianco come pericoloso avversario
dell’Ue.
Europa
che deve assolutamente comprendere che il mondo è cambiato e collocare le
minacce e i conflitti nell’attuale fase della politica internazionale, in una
visione strategica di lungo periodo.
Non
basta esorcizzare il termine guerra, come dimostra il dibattito interno tra le
forze politiche italiane, intriso di ambiguità e di simpatie per i dittatori,
dove in assenza di qualsiasi analisi strategica si rimuove ogni collegamento
logico con la realtà.
I
rapporti tra politica estera, uso della deterrenza e della forza militare e la
natura dei nuovi conflitti ibridi, sono ben diversi dalle tradizionali guerre
tra Stati dell’epoca della diplomazia classica.
Oggi l’Europa, nonostante sia una potenza
economica globale, è esclusa dai tavoli di negoziazione di pace e da tutti i
contesti geopolitici perché non è in grado di esprimere una forza di deterrenza
militare.
Forza
economica e Forza militare sono due asset strategici nella diplomazia tra
potenze.
Il
vertice straordinario europeo sul riarmo rappresenta un grande passo verso una
difesa comune che dovrebbe quindi trasformarsi al più presto in capacità di
deterrenza europea, anche nucleare, grazie a Francia e Regno Unito.
La
domanda.
Rimane
comunque senza risposta la domanda che si pongono tantissimi analisti di
geopolitica e che sta diventando virale sui social media, a seguito degli
effetti di sproporzionato impatto sugli assetti geostrategici globali del cigno
nero a Washington:
se
alla Casa Bianca ci fosse il presidente Putin, avrebbe fatto qualcosa di
diverso?
Ecco
come gli Usa di Trump
stanno
accecando l’Ucraina.
Starmag.it
– (12-3-2025) – Appunti di Stefano Feltri – ci dice:
Quanto
conta Starlink in Ucraina? E che impatto avrà la decisione di Maxar su difesa e
intelligence di Kiev?
Gabriele
Carrer è un giornalista esperto di Intelligence, scrive per Formiche.net e cura
la newsletter Radar.
Quanto
sono cruciali i satelliti di Musk nelle operazioni di intelligence relative
alla guerra in Ucraina?
Starlink
è diventato cruciale nel conflitto ucraino grazie alla sua rapidità e alla sua
affidabilità.
Si tratta di una piattaforma che può contare
su 7.000 satelliti in orbita bassa, che garantisce comunicazione a bassa
latenza, che è molto resistente alle interferenze per esempio dei dispositivi
di jamming russi, è essenziale per guidare attacchi di artiglieria, droni anche
da basi nascoste e da rifugi sotterranei.
Sappiamo
che non esistono alternative europee al momento, ci sono tentativi anche
discussi recentemente a livello politico e sui media, però quella capacità,
quei 7.000 satelliti di Starlink sono un capitale che non ha eguali al mondo.
Anche per questo l’ampia infrastruttura costruita in questi anni da Elon Musk
rappresenta evidentemente un vantaggio tattico difficile da replicare e di cui
è difficile fare a meno per Kyiv.
La
minaccia di Musk di revocare la sua copertura Starlink in Ucraina è credibile?
Credo
che le minacce di Musk rientrino in una più ampia strategia americana, che è
legata alla sospensione della condivisione di intelligence utilizzata come leva
diplomatica.
Anche “Maxar Technologies”, che è uno dei più
importanti fornitori di immagini satellitari, ha deciso, su richiesta di
Washington, di interrompere la condivisione con Kyiv la scorsa settimana.
Sappiamo
che l’intelligence statunitense è fondamentale per la guerra in Ucraina, non
sappiamo esattamente come, perché sono informazioni ad altissimo livello di
classifica, però sappiamo che consente a Kyiv, per esempio, di pianificare
operazioni offensive contro le truppe russe, di ricevere “alert “su droni e
missili in arrivo, di utilizzare alcune armi fornite dai paesi occidentali,
come i lanciarazzi HIMARS e i missili “Storm Shadows”.
Ma quelle informazioni di intelligence sono
anche fondamentali per le infrastrutture critiche per la popolazione civile,
con i sistemi di allerta per attacchi con i droni o attacchi missilistici,
fanno suonare sirene e attivano allarmi sui cellulari.
Ecco perché una sospensione prolungata di
questo tipo di supporto potrebbe davvero essere un “game changer” nella guerra
o, quanto meno è probabilmente questa la strategia dell’amministrazione Trump,
una leva diplomatica per costringere Kyiv ai tavoli negoziali.
Quali
contromosse sta provando l’Unione europea per reagire a questi repentini
cambiamenti di linea da parte americana?
La
decisione degli Stati Uniti di interrompere la condivisione di intelligence con
l’Ucraina ha anche riacceso il dibattito tra gli alleati su quale rapporto
avere con gli Stati Uniti in questo settore.
Per esempio, dalla Germania è arrivata la
proposta di istituire una sorta di “Euro Eyes”, cioè una rete di condivisione
di intelligence europea, in parte riprende anche la proposta dell’ex presidente
finlandese “Sauli Niinistö “fatta alla Commissione europea a ottobre.
Dal
Regno Unito arriva sui media un po’ di insofferenza, chissà se è reale o è
soltanto un messaggio, da parte dei servizi segreti britannici, restii alla
condivisione di informazioni con gli Stati Uniti.
Addirittura,
il “Daily Mail” racconta di un’idea di fare un “FourEyes, “cioè un sottogruppo
dei “FiveEyes”, che è l’alleanza di intelligence che unisce storica ormai Regno
Unito, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
Comunque
c’è un dibattito in corso, sappiamo che queste reti di condivisione di
intelligence hanno spesso dovuto superare barriere culturali importanti, ma
soprattutto ostacoli linguistici, questo è qualcosa che, e se ne parla,
potrebbe essere superato dall’intelligenza artificiale.
Quindi
stiamo parlando di problemi tecnici, di fiducia, ma c’è un altro aspetto
fondamentale quando si parla della condivisione di intelligence che è la
raccolta di informazioni.
Come
evidenziato nel contesto dell’aggressione russa contro l’Ucraina, le capacità
di raccolta degli Stati Uniti, soprattutto sul fronte tecnologico, sono
inarrivabili per le potenze europee, almeno per il momento.
(Estratto
da Appunti di Stefano Feltri).
La
“voglia di pace” delle
canaglie
europeiste.
Contropiano.org
- Fabrizio Poggi – (13- 3-2025) – Redazione -
ci dice:
Se
davvero gliene fosse mai importato qualcosa dell’Ucraina e della sorte degli
ucraini, avrebbero da tempo fatto qualche passo.
Misero, come è la loro “politica”; ipocrita,
come dimostrano di essere ogni volta che aprono bocca; ma lo avrebbero fatto.
Non
diciamo dal 2014: sappiamo bene che in quel periodo non gliene fregava
assolutamente nulla della popolazione del Donbass, aggredita, terrorizzata,
bombardata quotidianamente dai nazi-golpisti di Kiev.
Anzi, è ormai stato detto pubblicamente dai
diretti interessati, come la sceneggiata del duo Hollande-Merkel a Minsk non
servisse ad altro che a riarmare Kiev dopo gli smacchi di “Ilovajsk” e
“Debaltsevo”.
Ma,
dal 2022, avrebbero potuto muovere qualche passo.
E invece nulla.
Del resto, sono lì, da sempre, per curare gli
interessi di banche e monopoli e, se quegli interessi significano
l’accumulazione di profitti dall’industria bellica, allora che muoiano pure
tutti gli ucraini: il profitto innanzi tutto!
Ma,
aggiungiamo per parte nostra: allora, che muoiano anche tutti i filistei che
siedono sui banchi di Bruxelles e Strasburgo, che decretano il massacro non
solo dei vicini ucraini, ma anche l’ecatombe di operai, lavoratori, pensionati
e in generale delle masse popolari dei paesi europei.
Ci
hanno abituato alle loro menzogne e loro stessi sono così votati alle proprie
falsità, che insistono a divulgarle anche di fronte all’evidenza.
L’industria europea della difesa è
notevolmente in ritardo rispetto a quella russa, pertanto i paesi UE devono
accelerare significativamente la militarizzazione, ha ululato la iena
antropomorfa von der Leyen, quando anche le cifre riportate da istituzioni non
certo imputabili di filo-putinismo dicono l’esatto contrario.
Naturalmente,
quel millantato “notevole ritardo” serve a proclamare che «Abbiamo bisogno di
un forte aumento della difesa europea» e, dio ne guardi che a qualcuno venga in
mente che serva a qualcosa di diverso: no!
«Ne
abbiamo bisogno innanzitutto per la situazione in Ucraina».
E,
però, eccoci al dunque, ciò «riguarda tutta l’Europa e la sicurezza del nostro
continente.
Putin ha dimostrato più volte di essere nostro
nemico, non ci si può fidare di lui, lo si può solo contenere».
Come
ha “dimostrato” la signora “Albrecht “queste sue affermazioni?
Ci
risulta difficile capirlo.
Quand’è
che Mosca «ha dimostrato» di essere nemica e di chi?
Si
potrebbe andare molto addietro nella storia e ricordare quante volte e come e
con quali pretesti la Russia sia stata attaccata militarmente.
Che la
contrapposizione tra monopoli costituisca oggi la “ragion d’essere” dello
sviluppo capitalista e che tale contrapposizione spazi per l’intero globo,
dovrebbe portare, a rigor di logica, i signori di Bruxelles a dichiarare
«nemico» ben più di un singolo paese e a decidere di contrapporglisi
introducendo «tutte le leve finanziarie per rafforzare e accelerare la nostra
produzione di difesa.
Con il
piano di riarmo europeo, possiamo mobilitare fino a 800 miliardi di euro», come
dichiarato dalla signora” Albrecht”.
Le cui
parole, nei fatti, lasciano seriamente dubitare che voglia «vivere in un’epoca
di pace, senza alcun dubbio.
Ma sono sicura che se sfruttiamo la nostra
forza industriale, possiamo ricostruire un deterrente per coloro che vogliono
nuocerci.
È
tempo di creare un’unione europea di difesa che garantisca la pace nel nostro
continente, attraverso l’unità e la forza!».
Parole
sante: naturalmente per la «forza industriale» da cui scaturiscono i lauti
emolumenti dei signori di Bruxelles.
E
anche quelli di chi siede a tre centinaia di km di distanza, come ad esempio il
ministro della guerra francese” Sebastien Lecornu” che, così premuroso per la
sorte dei giovani mobilitati ucraini, ha candidamente dichiarato che non si
deve minimamente pensare a una smilitarizzazione dell’esercito ucraino,
proseguendo anzi nella sua integrazione nella struttura militare europea, così
che ci se ne possa servire nelle guerre a venire.
Anche
lui, ca va sans dire, “motiva” i propri arzigogoli accampando il credo
“pacifista”, per cui «Noi, forze armate europee, non possiamo fidarci dei
negoziati diplomatici, perché abbiamo esperienza di ciò che purtroppo è stato
fatto e non rispettato negli ultimi tempi»: già, per l’appunto, come a Istanbul
nell’aprile 2022, per esempio?
Ma “Lecornu”
è talmente ansioso di favorire l’industria francese, che ha messo nella
bigoncia anche il settore subacqueo.
Come
dargli torto, poveretto (non nel senso finanziario del termine):
è
dagli anni ’60 che sommergibili sovietici venivano rilevati nel Mediterraneo;
figuriamoci oggi, quando «Putin ha dimostrato più volte di essere nostro
nemico» e i sottomarini russi, a detta di Parigi, rappresentano una grande
minaccia per i porti civili europei.
Soluzione?
Di fronte alle minacce «terroristiche, ibride o di stato, alla nostra economia
portuale e alla questione della guerra delle mine», i paesi UE devono
acquistare più armi dalla Francia che, «insieme a Norvegia, Gran Bretagna e
altri paesi», si schiera «in prima linea nella lotta contro la minaccia
sottomarina russa, che non è stata intaccata dalla guerra in Ucraina e rimane
una minaccia molto seria sia per l’Europa che al di là dei suoi confini».
Ahi,
ahi signor” Lecornu”, cosa mai si lascia sfuggire.
Sicché,
la Russia sarebbe una minaccia anche «al di là dei confini» europei.
Allora,
è vero che l’esercito europeo serve al di là dei propri confini, come d’altra parte
i signori di Bruxelles ci hanno abituato a vedere da qualche decennio,
nell’espansione neocoloniale in Africa, Asia, Medio Oriente, ecc.
E,
però, quello di armare l’Ucraina sembra essere non solo un imperativo UE.
“Gary Tabach”, capitano a riposo della US
Navy, immigrato dall’URSS nel 1976, dice senza mezzi termini che l’Ucraina deve
continuare a investire nelle forze armate e combattere finché l’Occidente non
distruggerà la Russia dall’interno.
C’è
quindi urgente «bisogno che stato e investitori stranieri sostengano i
produttori ucraini di armi…
Non bisogna litigare con loro, ma al contrario
attrarli, costruire un’industria militare e creare un esercito… altamente
motivato… non abbiamo altra via d’uscita.
Anche
se tutta l’Ucraina viene rifornita di armi, i russi si sono talmente
fortificati, trincerati, che non si possono sfondare le loro linee.
Dobbiamo
far traballare la Russia dall’interno», secondo il tradizionale leitmotiv della
cosiddetta opposizione russa.
Ma,
intanto, afferma il capogruppo del Partito Popolare al parlamento europeo, “Manfred
Weber”, contrariato dal fatto che la UE disponga di 17 modelli di carri armati,
mentre gli americani ne hanno solo uno, l’obiettivo più urgente è quello della
standardizzazione degli armamenti e della fusione dell’industria della difesa.
Dunque,
occorrono «appalti comuni obbligatori, un vero mercato europeo della difesa,
ulteriori aggregazioni nel settore e c’è bisogno di progetti europei congiunti
come la difesa missilistica o i droni… per le brigate di cyber-difesa, tutti si
rendono conto che non è più una questione nazionale.
Mi
piacerebbe vedere le insegne europee sulle loro uniformi».
Ma,
soprattutto, la UE «dovrebbe acconsentire alla proposta della Francia di fare
dello scudo nucleare francese una sorta di scudo europeo».
Ci
sembra che non ci sia molto da aggiungere o commentare.
Di
fronte a tanta “voglia di pace”, sintetizzata nelle dichiarazioni riportate
sopra e ora approfondite dalle parole pronunciate alla cosiddetta “Eurocamera”,
secondo cui le risposte alle minacce esterne dovrebbero essere «simili a quelle
in tempo di guerra», non fanno nemmeno più compassione (se, per caso, qualche
vecchio nostalgico del vecchio PCI ne ha mai avuta) le uscite dei saltimbanchi “liberal-bellicisti
del PD”, in perfetta compagnia con tutti i reazionari e neofascisti tagliagole.
L’imperativo
che sta ora di fronte non solo ai comunisti, ma anche ai democratici, a tutte
le masse popolari, in cui interessi vitali, politici, sociali, economici, sono
messi al muro dalla canaglia “europeista” inginocchiata ai piedi dei monopoli
militar-industriali, è quello di un impegno che dovrà essere permanente e di
massa.
La
lotta contro la guerra voluta dai signori dei partiti padronali (PD compreso)
deve essere oggi l’impegno impellente delle masse, nella consapevolezza che,
finché non ci si potrà basare su una struttura organizzativa in grado di
guidare la mobilitazione, quei maledetti signori continueranno ad avere la
meglio.
Ecofin,
accolta la proposta di Giorgetti:
un fondo di garanzia per la difesa che
stimoli gli investimenti privati.
Milanofinanza.it - Anna Di Rocco – (11 marzo
2025) – ci dice:
Il
piano made in Italy sarà discusso con la Commissione Ue, per ora è esclusa
l’ipotesi di riaprire le regole del Patto di Stabilità.
Per il
commissario all’Economia Valdis Dombrovskis fondamentale è capire come fare
leva sui capitali privati
Colazione
salata per i ministri della Finanza dell’Unione Europea riuniti a Bruxelles per
l’Ecofin.
Dopo
la cena di lunedì 11 marzo, animata da opinioni divergenti su come reperire gli
800 miliardi di euro per il piano di riarmo europeo, il titolare del Mef,
Giancarlo Giorgetti, ha fatto quel che gli riesce meglio: far quadrare il più
possibile i conti.
Approfittando
del breakfast informale, il ministro ha condiviso con i suoi omologhi una lista
di cose da fare e da non fare.
Per esempio, «inaccettabile» è finanziare la
difesa a scapito della spesa sanitaria e dei servizi pubblici.
Necessaria,
invece, è la distinzione «tra i bisogni immediati legati alla guerra in Ucraina
e tra la strategia sulla sicurezza a lungo termine dell’Ue».
Un
elenco – in cui il ministro ha inserito anche la «possibilità di convertire le
industrie esistenti e sviluppare nuove capacità e capacità tecnologiche» –
necessario a raccogliere dissensi e consensi prima della proposta ufficiale
dell’Italia:
quella
di finanziare la difesa attraverso uno schema europeo di garanzie pubbliche per
stimolare gli investimenti privati.
E c’è anche già il nome: “European Security
& Industrial Innovation Initiative”.
(Difesa Ue, Ursula von der Leyen: non
possiamo fidarci di Putin, la Russia spende più di noi per le armi).
Accolta
la proposta italiana.
«In
estrema sintesi», ha spiegato Giorgetti, «si tratta di un fondo di garanzie in
più tranche che ottimizza l’utilizzo delle risorse nazionali ed europee con
l’obiettivo di convogliare in modo più efficacie i capitali privati e,
soprattutto, con una spesa pubblica contenuta.
Un
fondo di garanzia di circa 16 miliardi di euro potrà mobilitare fino a 200
miliardi di investimenti industriali aggiuntivi, in linea con le migliori
pratiche di Invest Ue e prima del fondo europeo per gli investimenti
strategici».
I
conti piacciono e funzionano.
Tanto che il ministro è rientrato in Italia
incassando il via libera della presidenza di turno Ue.
«La
proposta italiana è stata accolta favorevolmente, ora andrà discussa con la
Commissione europea ma dal punto di vista della presidenza Ue il messaggio è
che abbiamo bisogno di un mercato dei capitali più forte per finanziare queste
nuove necessità», ha dichiarato il ministro delle Finanze polacco, “Andrzej
Domanski”, confermando di aver aperto un tavolo di discussione con la “Bei” in
materia.
Non a caso ieri il Consiglio Ue ha approvato
anche una decisione che concede alla “Banca europea per gli investimenti” una
maggiore flessibilità nella gestione delle capacità di investimento.
Difesa,
no della Germania agli eurobond.
L’Italia:
garanzia Ue per mobilitare 200 miliardi di investimenti privati
“ReArm
Europe”: le discussioni proseguono la prossima settimana
Nel
suo complesso, ha detto il commissario europeo all’Economia “Valdis
Dombrovskis”, l’Ecofin «è stato una buona opportunità per raccogliere i primi
feedback degli Stati Membri» sul piano di riarmo europeo, ed è emerso che tra
gli Stati membri c’è «ampio sostegno per l’attivazione coordinata della
clausola di salvaguardia».
Il
Commissario ha inoltre preso nota delle richieste quei Paesi che hanno già una
spesa elevata per la difesa:
«Una
discussione molto utile poiché saremo in grado di tenerne conto prima di
presentare la proposta della Commissione, probabilmente già la prossima
settimana», ha detto.
La
questione ora è capire «come fare leva per gli investimenti privati»,
ragionando su cosa possa essere fatto «con strumenti come l’Invest Ue e altri
programmi europei».
Accantonata
invece, almeno per ora, l’ipotesi di riaprire le regole del Patto di Stabilità
per consentire maggiori investimenti nella difesa.
E lo
hanno detto senza girarci attorno sia “Domanski” sia “Dombrovskis”:
«Rispetteremo le regole esistenti per essere credibili, anche rispetto ai
mercati. Stiamo dando forma alla flessibilità fiscale sia in termini di tempo e
sia di volume: quattro anni e l’1,5% del pil».
Il
contratto di lavoro tra impresa e dirigente:
le
clausole e i patti da valutare per tutelare
l’Impresa
e il Manager.
4clegal.com - BARBARA MASSERELLI avvocato –
(20-1 – 2025) – ci dice:
SPAN - Il contratto di lavoro tra impresa e
dirigente: le clausole e i patti da valutare per tutelare l’Impresa e il Manager.
Abstract.
La
figura del dirigente si colloca a un livello apicale nell’organigramma
aziendale e assume particolari responsabilità strategiche.
Il
rapporto contrattuale tra un’impresa e un dirigente è spesso disciplinato da
patti specifici, che integrano la disciplina generale del lavoro subordinato
dirigenziale, che consentono una corretta gestione del rapporto e riducono il
rischio di controversie future.
Per
redigere un contratto “su misura” è però necessario avere ben chiaro
l’obiettivo da raggiungere, il bene da tutelare, delle varie fasi del rapporto
di lavoro.
In
questo breve intervento forniremo una panoramica su alcune clausole che mirano
a fidelizzare il rapporto con il dirigente.
Entry
Bonus.
La
clausola di Entry Bonus, o anche sign-on bonus, prevede l'erogazione di un
bonus iniziale a favore del dirigente al momento dell’assunzione o
dell'ingresso in azienda.
Si
tratta di un incentivo economico volto:
ad
attrarre lavoratori qualificati di alto profilo, rendendo la proposta di lavoro
più interessante rispetto a quella di altre aziende;
a
compensare il dirigente per eventuali perdite economiche legati al cambio di
lavoro (es. stock options, bonus, o benefit non maturati presso il precedente
datore di lavoro, o indennità da mancato preavviso pagata per cessare il
rapporto velocemente) per passare al nuovo incarico;
a
ricompensare il dirigente per l’assunzione di un rischio legato al cambio di
lavoro.
L’importo
e la modalità di riconoscimento sono oggetto di negoziazione individuale.
In
genere, l’importo è stabilito in base al livello del ruolo, alle responsabilità
e alle esigenze del mercato varia anche la modalità di pagamento.
Il
patto di stabilità.
Il
patto di stabilità è una clausola che obbliga il dirigente a mantenere il
rapporto di lavoro con l’azienda per un periodo di tempo prestabilito, salvo
particolari circostanze (es. giusta causa), a fronte di specifici benefici
concessi dall’impresa.
Il patto di stabilità ha come obiettivi la
fidelizzazione del personale, disincentivandone il turnover, il ritorno degli
investimenti sostenuti dall’impresa per selezionare, formare e inserire un
dirigente ed ottenere la stabilità gestionale, che è cruciale per il buon
funzionamento.
La
durata del vincolo deve essere ragionevole e proporzionata all’interesse
aziendale tutelato.
L’azienda
può offrire uno o più vantaggi al dirigente in cambio del vincolo, ad esempio
un percorso di formazione.
In
caso di cessazione anticipata del rapporto, per dimissioni del dirigente o per
recesso da parte dell’impresa legato ad un grave inadempimento - il dirigente è
tenuto a versare una somma a titolo di risarcimento (penale per
l’inadempimento), che deve essere proporzionata e non può configurarsi come una
forma di coercizione o limitazione della libertà contrattuale.
Il patto di “retention”.
Il
patto di retention è un accordo stipulato tra l’azienda e il dirigente che
prevede l'erogazione di un bonus per incentivare la permanenza del dipendente
in azienda per un periodo di tempo specifico o fino alla conclusione di uno
specifico lavoro o progetto.
Questo
tipo di contratto è utilizzato principalmente per trattenere figure chiave,
incentivando il dipendente a rimanere in azienda e quindi garantire la
stabilità.
Se il
dirigente lascia volontariamente l'azienda prima della scadenza del periodo di
retention, potrebbe perdere il diritto al bonus o doverlo restituire (nel caso l’abbia già percepito).
Anche
se la finalità è simile, il patto di stabilità e il patto di retention sono
diversi:
il
primo ha
un carattere vincolante e prevede un obbligo formale per il dipendente di
rimanere in azienda per un certo periodo, pena il pagamento della penale e del
risarcimento del danno;
il
secondo è
un incentivo a rimanere in azienda, ma non vincolante, che premia la permanenza
in azienda e che non viene pagato se il rapporto termina prima del termine
stabilito.
Il patto di riservatezza.
Il
patto di riservatezza è una clausola contrattuale che vincola il dirigente a
mantenere la segretezza su tutte le informazioni confidenziali e strategiche
acquisite durante il rapporto di lavoro, sia durante che dopo la cessazione
dello stesso.
Questo
patto è particolarmente utilizzato per i dirigenti, che spesso hanno accesso a
dati rilevanti, strategie aziendali, progetti futuri e know-how cruciale per il
successo dell’impresa.
Le
informazioni soggette a riservatezza possono includere strategie aziendali e
commerciali, dati finanziari e contabili, elenchi clienti e fornitori, progetti
di ricerca e sviluppo, proprietà intellettuale e segreti industriali e, più in
generale, tutte le informazioni che non siano di dominio pubblico o acquisibili
da fonti esterne all’azienda.
Il
dirigente sarà quindi tenuto ad evitare la comunicazione e la divulgazione di
informazioni confidenziali a terzi non autorizzati, ad utilizzare le
informazioni aziendali esclusivamente per le finalità legate all’esecuzione del
proprio lavoro ed a restituire o distruggere i documenti e i supporti
contenenti dati riservati al termine del rapporto di lavoro.
Il
patto può essere limitato al periodo di lavoro oppure estendersi oltre la
cessazione del rapporto; in quest’ultimo caso, il vincolo deve essere limitato
nel tempo (di solito, da 1 a 3 anni) e proporzionato all’interesse da tutelare. Non è obbligatorio prevedere un compenso.
La
violazione del patto può comportare il risarcimento dei danni subiti
dall’azienda, il pagamento delle eventuali penali previste nel contratto; se la
violazione della riservatezza è avvenuta in costanza di rapporto, il dirigente
è sanzionabile anche con il licenziamento in tronco (senza preavviso).
Il patto di clawback.
Il
patto di clawback consente al datore di lavoro di correggere o richiedere
indietro i bonus o gli incentivi concessi a un dipendente, al verificarsi di
determinate circostanze come, ad esempio:
quando
si rilevano errori nella quantificazione dei risultati o nel calcolo del bonus;
quando
il dirigente ha attuato comportamenti scorretti del dirigente, come violazioni
delle regole aziendali o azioni fraudolente, al fine di raggiungere i
risultati.
La
clausola, da inserirsi nell’accordo con il quale vengono definiti gli
obiettivi, mira a tutelare l’impresa da errori e prevenire comportamenti
illegittimi. Per essere valido, il patto deve individuare con chiarezza le
ipotesi che permettono il ricalcolo, per evitare decisioni arbitrarie.
(Masserelli
Barbara-avvocato).
Dazi,
l’Ue non cede: “Preparati
a
qualunque cosa possa accadere.”
Eunews.it
- (13-3 -2025) - Emanuele Bonini – ci dice:
Il
portavoce “Olof Gill”:
"Gli
Stati Uniti revochino immediatamente le loro tariffe. Noi pronti alle
conseguenze delle scelte deplorevoli di Washington"
Bruxelles
– Nessun ripensamento, nessun cedimento.
Sulla
questione dazi l’Ue tira dritto, e non ha paura di ingaggiare una guerra
commerciale aperta.
Perché,
spiega il portavoce della Commissione europea responsabile per le questioni di
commercio, “Olof Gill,” le minacce del presidente statunitense Donald Trump di
imporre sanzioni ulteriori all’Europa in caso di mancata sospensione dei contro
dazi a dodici stelle non spaventa:
“Siamo preparati per qualunque cosa possa
accadere, e lo siamo da oltre un anno“.
L’Unione
europea offre la possibilità di una soluzione condivisa, a patto che i passi
indietro si facciano.
“Esortiamo
gli Stati Uniti a revocare immediatamente i dazi decretati e avviare negoziati
per evitare nuove tariffe in futuro“, l’invito di Gill a nome della Commissione
europea per l’amministrazione Trump.
La linea del team von der Leyen non cambia:
si ritiene che la guerra dei dazi “sia una
soluzione in cui perdono tutti”, viceversa “noi vogliamo focalizzare
l’attenzione sulle formule mutualmente vantaggiose”, vale a dire soluzioni
negoziate.
Da
Bruxelles arrivano anche le critiche per Trump e la sua narrativa considerata
prossima alle fake news.
“L’Ue
non è parte del problema” quando si parla di acciaio, continua il portavoce.
“Sostenere che l’Ue è parte del problema è fuorviante“, in quanto “il problema
è la sovra-capacità globale, e l’Unione europea può lavorare con gli Stati
Uniti per trovare una soluzione”.
In
questo dibattito tramutatosi in confronto muscolare l’Ue, conclude Gill, “siamo
impegnati con il settore siderurgico” europeo.
Ad
ogni modo, l’Ue non intende retrocedere: “Siamo preparate alle potenziali
conseguenze delle decisioni deplorevoli adottate dagli Stati Uniti”. La
Commissione è dunque pronta allo scontro commerciale con l’amministrazione
Trump.
Belgio,
manifestazione nazionale
a
Bruxelles contro le politiche di
austerità
del nuovo governo.
It.euronews.com
- Amandine Hess – (13/02/2025) – ci dice:
Manifestazione
nazionale per la tutela dei servizi pubblici il 13 febbraio 2025 a Bruxelles.
Almeno
60mila persone hanno manifestato nella capitale belga Bruxelles contro la
politica di austerità del nuovo governo
A
dieci giorni dalla sua formazione, il governo belga sta già affrontando
un'ondata di proteste.
Più di
60mila persone, secondo la polizia, sono scese in piazza giovedì a Bruxelles
per opporsi alla svolta a destra del nuovo governo e difendere i servizi
pubblici.
Nel
mirino ci sono una serie di tagli al bilancio annunciati dal cosiddetto governo
di coalizione dell'Arizona, guidato dall'indipendentista fiammingo “Bart de
Wever”, che riguardano in particolare le pensioni, la disoccupazione e i
finanziamenti agli ospedali.
"Si
tratta di un vero e proprio attacco al potere d'acquisto dei pensionati, che
dovranno lavorare più a lungo per ottenere una pensione più bassa", ha
dichiarato a Euronews “Thierry Bodson”, presidente della “Federazione generale
belga del lavoro” (Fgtb).
"Devono esserci regole adatte al lavoro e
alla natura faticosa dei lavori", ha aggiunto “Bodson”.
Le
nuove misure di austerità in Belgio.
Nel
2025, l'età pensionabile prevista per legge è stata portata da 65 a 66 anni, e
dovrebbe salire a 67 entro il 2030. I
l
nuovo esecutivo vuole andare oltre, attaccando i regimi preferenziali per il
personale militare e ferroviario.
Pur
volendo aumentare la spesa militare al 2 per cento del Pil entro il 2029, il
governo intende aumentare l'età pensionabile dei militari da 56 a 67 anni.
"Abbiamo un calcolo speciale per le nostre pensioni, e ora vogliono
togliercelo. I giovani si sono arruolati nell'esercito per servire l'esercito e
il Paese a determinate condizioni. E ora, durante il gioco, stanno cambiando
queste condizioni", ha dichiarato a Euronews David, un soldato.
Mentre
attualmente in Belgio il sussidio di disoccupazione è illimitato nel tempo,
l'esecutivo vuole limitarlo a due anni.
Il divieto di lavorare la domenica potrebbe
essere abolito e l'inizio del lavoro notturno posticipato.
Il
personale infermieristico teme che la riforma del finanziamento degli ospedali
abbia un impatto sulla qualità dell'assistenza.
Manifestanti
a Bruxelles denunciano l'impoverimento della popolazione.
L'esecutivo
spera di risparmiare 23 miliardi di euro entro il 2029 grazie a questa stretta
di bilancio.
Ma
alcuni manifestanti denunciano uno sforzo che è ingiustamente condiviso tra
lavoratori, imprese e i più ricchi.
"Stiamo
andando verso la precarietà del lavoro e l'impoverimento della popolazione.
Quello
che si chiedeva era un tentativo di ristabilire un maggiore equilibrio e di
colpire anche coloro che guadagnano un po' troppo, le 'spalle larghe' come
vengono chiamate", lamenta “Justine Bolssens”, avvocato del settore dei
servizi pubblici.
I
trasporti pubblici hanno subito gravi disagi e lo spazio aereo belga è stato
chiuso a causa di uno sciopero dei controllori del traffico aereo.
Scontri tra polizia e manifestanti sono
scoppiati brevemente ai margini del corteo davanti alla sede di “Engagés” e del
“Mr”, due partiti che fanno parte della coalizione di governo.
Bruxelles
e la democrazia sovranazionale.
Cittanuova.it
– (11 Marzo 2025) - Giampietro Parolin – ci dice:
Il
senso di appartenenza alla Comunità Europea è ancora un processo incompiuto
eppure è diventata un soggetto istituzionale nel tempo abbastanza forte da
alimentare ragioni e manovre esterne per indebolirlo.
La
banda del “Manneken Pis “suona l'inno d'Europa mentre la famosa statua in
bronzo, detta anche “Manneken Peace”, indossa un costume europeo per celebrare
la Giornata dell'Europa a Bruxelles, Belgio, il 9 maggio.
Partiti
da Atene, alla ricerca delle radici, ecco giunta l’ultima tappa del viaggio nei
luoghi della democrazia, Bruxelles.
È lì
che il giovane esperimento democratico che si chiama “Unione Europea” sta
vivendo uno dei momenti cruciali della propria esistenza, messa sotto pressione
dalla turbolenza da eventi che mutano repentinamente un ordine internazionale
durato settant’anni.
L’Unione
Europea rappresenta il primo caso nella storia di una costruzione politica dal
basso, per libera scelta delle nazioni.
Iniziando
dalla condivisione di risorse economiche nel dopoguerra – carbone e acciaio – i
Paesi europei hanno gradualmente trasferito poteri alla nuova costruzione,
incrementando al contempo il numero di partecipanti.
Il suo
motto “Unita nella diversità” – scelto nel duemila su proposta degli studenti
dei Paesi membri – ben sintetizza una realtà di oltre 400 milioni di cittadini
dei 27 Paesi, simili ma anche profondamente eterogenei sul piano linguistico,
storico, culturale ed etnico.
Questi
aspetti ben esprimono la sfida enorme della “democrazia sovranazionale europea”,
tutt’ora un cantiere aperto, chiamata oggi ad affrontare alcune questioni
rilevanti.
La
prima riguarda il necessario processo di costruzione di un “popolo europeo”,
fondamento essenziale e sostanziale per progredire nell’integrazione.
Se tanta parte delle nuove generazioni – a
partire da quelle che hanno partecipato ai progetti di interscambio “Erasmus”–
lo danno come dato acquisito, se quelle appena precedenti ne hanno vissuto
l’attesa e l’avvio -talora quasi come una conquista -, per molti altri il senso
di appartenenza alla Comunità Europea è ancora un processo incompiuto, sfidato
da pulsioni nazionalistiche e regionalistiche, dal primato di un’identità
nazionale su quella sovranazionale.
La
Brexit e la crescita di forze politiche anti-europee – o comunque con un
atteggiamento ambiguo – ne sono il chiaro segnale.
Un’altra
questione tocca l’incompletezza della costruzione, sia per le deleghe di potere
degli stati membri che per il suo sistema di governo.
Esemplificando
una sola questione economica, basti pensare all’assenza di una comune fiscalità
europea che pone i Paesi membri in competizione reciproca per attrarre imprese
e conseguente creazione di posti di lavoro:
come
non ricordare la querelle sull’auto italiana fabbricata in Polonia?
Anche
l’emissione di titoli di debito pubblico europeo (i cd Eurobond), garantiti
dalla Banca Centrale Europea, non trova applicazione per la resistenza (che poi
vuol dire mancanza di fiducia) di alcuni Paesi, Germania in testa.
Se poi
ci si sposta su temi come difesa e politica estera – di stringente attualità
– il cammino appare ulteriormente
accidentato, intrecciato con il sistema di governo europeo tuttora ostaggio
della regola dell’unanimità, che dà un potere di veto enorme ai singoli stati e
infragilisce pesantemente l’efficacia decisionale.
Un
ulteriore elemento di valutazione va a considerare le caratteristiche dei Paesi
membri, ovvero il peso economico e demografico, il posizionamento geopolitico e
il grado di effettiva sovranità.
Infatti,
l’Unione Europea contiene al proprio interno almeno quattro tipologie di Paesi.
La
prima è costituita dalla Francia, paese grande economicamente e
demograficamente, che può contare su un arsenale atomico e su un seggio
permanente al consiglio di sicurezza dell’ONU.
Il
secondo gruppo riguarda Germania e Italia, grandi Paesi usciti sconfitti dalla
Seconda Guerra mondiale, con rilevanti basi militari americane (50.000 soldati
in Germania, 15.000 in Italia) e conseguente “condizionamento” strategico nelle
importanti scelte nazionali e sovranazionali.
Il
terzo gruppo aggrega gli altri Paesi dell’Europa Occidentale, che hanno
dimensioni e peso economico molto vari – dalla Spagna al Lussemburgo-.
Infine
l’ultimo gruppo contiene tutti i Paesi membri dell’ex blocco comunista.
Come
si può facilmente dedurre la democrazia sovranazionale europea ha dovuto fare i
conti, e li sta facendo tutt’ora, con le diverse storie, aree di influenza e
posture dei Paesi membri tra loro e con le grandi potenze mondiali.
Eppure,
l’Europa pur nella sua incompiutezza, è diventata un soggetto istituzionale nel
tempo abbastanza forte da alimentare ragioni e manovre esterne per indebolirlo,
ora con l’atteggiamento prudente da parte dell’alleato americano, ora finanziando le forze politiche
anti-europee e utilizzando metodi di propaganda negativa più o meno palesi.
D’altro
canto l’Unione Europea ha il terzo PIL del mondo – oltre 18.000 miliardi-, si
distanzia di poco dalla Cina – 19.000
miliardi – e si confronta con quello con gli USA – 30.000 miliardi-.
Terzo posto con oltre 400 milioni anche come
popolazione dietro a Cina – 1 miliardo e 400 milioni – e India, ma superiore
agli Stati Uniti – 346 milioni di abitanti.
Ora,
si tratta di verificare se questa costruzione democratica, che ha saputo
estendere diritti fondamentali e trasformare un stato guerriero (warfare) in un
stato assistenziale (welfare) – usando le parole dello statista inglese “Clement
Atlee “– saprà evolvere per continuare il proprio percorso e assicurare il suo
specifico contributo nello scacchiere internazionale.
Un
contributo più prezioso e attuale che mai, in questo tempo:
l’Unione
Europea è nata per la pace, e ha garantito il più lungo periodo senza guerre
nella storia.
La sua
costruzione è frutto di un grande sforzo di immaginazione e di fiducia dei suoi
fondatori, non dissimile da quello degli ateniesi secoli prima.
Non ci
si può che augurare, allora, con le parole dell’autore che ha accompagnato
questo viaggio, “Yves Meny”, che la democrazia prosegua il suo percorso:
«la
ricerca della democrazia, di una democrazia più vicina al suo ideale, non può
fermarsi, anche se si rivela inscindibile dall’abisso inevitabile che separa le
aspirazioni dalle loro realizzazioni, approssimative e imperfette».
Rifondazione
armata della Ue.
Oggi primo passo a Bruxelles.
Ilmanifesto.it
– (6-3-2025) – Andrea Colombo - ci dice:
Il
tiratore franco.
Alla vigilia del consiglio straordinario
l’accelerazione del presidente francese. “ReArm Europ”e è un’«emergenza», così
von der Leyen vuole evitare il voto del parlamento
È un
Consiglio europeo davvero straordinario quello di oggi e non solo perché
convocato al di fuori dell’agenda prevista.
Soprattutto
perché in ballo c’è l’avvio di una trasformazione dell’intero “dna” della Ue,
con lo slittamento in posizione centralissima della spesa militare.
Non
una parentesi come era stata quella del Covid e del conseguente Recovery: una
rifondazione.
Il
presidente francese Emmanuel Macron in veste di generalissimo lo proclama senza
mandarla a dire:
«Stiamo entrando in una nuova era. La minaccia
russa tocca tutti. Chi può credere che si fermerà?».
I tamburi di guerra già rullano assordanti.
LA
SVOLTA SARÀ DECISA senza passare per noiosi intoppi come il voto parlamentare.
La presidente Ursula von der Leyen ha
annunciato ieri ai capigruppo la decisione di procedere in base all’articolo
122 del regolamento, che consente di dribblare il Parlamento in circostanze
eccezionali.
E questo è appunto il caso, ha spiegato la
presidente:
«La
mia intenzione non è aggirare il Parlamento ma qui si tratta di una emergenza
esistenziale».
Dunque
decideranno solo i capi di Stato e di governo, nel Consiglio.
Non oggi.
Probabilmente
la versione limata e definitiva del piano” ReArm Europe “sarà pronta per il 20
marzo.
Serve
tempo per mettere a punto i particolari, che naturalmente non sono dettagli. Ma
lo sparo di partenza sarà oggi stesso, nel summit che sarà aperto da un
incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Sulla
scelta del Consiglio europeo non ci sono dubbi:
la convinzione che il riarmo sia diventato la
primissima urgenza è condivisa da tutti.
Nessuno
si opporrà.
I
problemi riguardano la nota più dolente, i costi, e la destinazione degli 800
miliardi che la presidente in armi spera di «mobilitare», 650 con spese
scorporate dal Patto di Stabilità, 150 con eurobond garantiti dall’Unione.
(Macron: «Il nostro futuro non può
dipendere da Usa o Russia).
MA
QUANDO LA REALTÀ si rovescia, si rovescia davvero.
Capita
addirittura che la Germania, da sempre severa guardiana del rigore, sia in
prima fila nel chiedere di allentare i vincoli fiscali sulle spese militari,
imposti dalla Germania stessa poco più di un anno fa.
Per ora sono solo dichiarazioni rigorosamente
anonime consegnate però ai principali siti europei e vanno tutte nella stessa
direzione:
benissimo
lo sforzo eccezionale per il riarmo, ma allora le regole devono diventare più
flessibili.
COSA
SIGNIFICHI non è ancora chiaro.
Di
certo la Germania considera lo scorporo proposto dalla presidente della
Commissione a raggio troppo corto: lo vorrebbe strutturale e duraturo.
Probabilmente
gli ex falchi tedeschi mirano anche a eliminare dal vincolo dei parametri
l’intera spesa militare e non solo quella eccedente il 2% del Pil già
concordato con la Nato come probabilmente (ma il punto è ambiguo e confuso)
prevede la versione attuale del “ReArm”.
È una
voce di particolare interesse per il governo italiano che la aveva già proposta
nelle trattative per il nuovo “Patto di Stabilità”, andando a sbattere proprio
contro il muro rigorista tedesco.
Ci
sono altri punti oscuri, quasi certamente oggetto di confronto e forse scontro.
Ieri il ministro dell’Economia Giorgetti ha esposto senza peli sulla lingua
tutti i suoi dubbi sul progetto per come si presenta ora.
È
certamente preoccupato anche per l’aggravio del debito che il riarmo comporterà
ma soprattutto per il rischio che quei miliardi vadano sprecati ed è una
preoccupazione non solo italiana.
Il governo di Roma ha una paura in più:
teme
che il tavolo delle armi e quello dell’Ucraina si sovrappongano e si intreccino
al punto tale da rendere difficile divincolarsi da quella missione armata di
«volenterosi» alla quale Francia e Inghilterra non hanno affatto rinunciato.
Del
resto se si spende tanto per le armi, dovranno pure essere usate.
O le
lasciamo lì ad arrugginire?
ANCHE
SU QUESTO versante Macron è del tutto esplicito:
«Siamo
pronti a dispiegare truppe europee per garantire il rispetto della pace, una
volta raggiunta.
La settimana prossima riuniremo a Parigi i
capi di stato maggiore dei Paesi che decideranno di far parte della missione».
Sono
precisamente le parole che Giorgia Meloni sperava di non dover sentire.
Per
lei la presenza americana resta condizione essenziale.
Per
Macron la nuova messe di armi serve a procedere anche senza gli Usa.
Appello
ai Governi
democratici
in Europa.
Mfe.it
– (19 Febbraio 2025) – Redazione – Mario Draghi – ci dice:
“Dobbiamo
aspettarci di essere lasciati da soli a garantire la sicurezza in Ucraina, e
anche in Europa.
Per
fronteggiare queste sfide, è sempre più evidente che dobbiamo saper agire come
un unico Stato.
La complessità della risposta politica investe
la ricerca, l’industria, il commercio, la finanza e richiede un grado di
coordinamento senza precedenti tra tutti gli attori, i governi e i parlamenti
nazionali, la Commissione e il Parlamento europeo”.
(Mario
Draghi -Bruxelles, 18 febbraio 2025).
Queste
parole di Draghi fotografano perfettamente la situazione in cui si trova in
questo momento l’Europa e la via che deve imboccare.
Del
resto, l’aggressione e l’umiliazione che gli Europei stanno subendo da parte
dell’Amministrazione Trump non lasciano spazio a dubbi e congetture.
È in
atto un duplice attacco:
alla
sicurezza europea, diventata solo un fardello per Washington, che non ha problemi a
spartirsi con Putin pezzi del nostro continente, a partire dall’Ucraina; e alla democrazia, considerata anch’essa un ostacolo
rispetto al progetto di una nuova internazionale autocratica e populista.
Per
l’Europa, è tornata l’ora più buia; e questa volta non ci sono salvatori da
chiamare in soccorso.
L’Europa può contare solo su sé stessa e deve
scegliere se restare inerte e così lasciarsi distruggere, o se reagire;
ma in
Europa, nessuno ha il potere di reagire.
Non lo hanno le istituzioni europee, che
rimangono in ostaggio dei governi nazionali, ma non lo hanno neppure questi
ultimi, benché mantengano la sovranità, perché, singolarmente, sono troppo
deboli.
Se
questo momento di pericolo mortale non verrà utilizzato dall’Europa come
un'occasione per compiere il salto per rafforzare la sua integrazione politica,
il rischio concreto è che l’Unione europea si frantumi.
Nel mondo delle grandi potenze imperiali
autocratiche, per salvare la democrazia e la libertà non esiste altro modo che
opporre il peso politico di un grande Stato democratico e federale.
Spetta
innanzitutto ai governi europei più consapevoli del valore dell’unità europea e
della posta in gioco in Ucraina iniziare a costruirlo, facendo subito i primi
passi, a partire dall’urgenza di garantire la sicurezza ai propri cittadini e a
propri partner.
Bisogna
allora innanzitutto andare oltre il quadro a 27 in cui si avanza troppo poco e
troppo lentamente, e iniziare a costruire tra i volonterosi non tanto progetti
settoriali (che l’esperienza ha dimostrato non essere sufficienti), quanto una
strategia unitaria coerente per garantire la sicurezza interna ed esterna, e
per mobilitare le ingenti risorse finanziarie necessarie.
Costruire
una difesa autonoma efficace con cui gli europei possano garantire la sicurezza
a sé e all’Ucraina richiede tempo; ma la volontà politica di farlo può
manifestarsi subito, con interventi concreti sui nodi cruciali del bilancio,
dell’abolizione del veto, dell’iniziativa di un gruppo di Paesi in campo
militare, per poter cambiare così la percezione dell’UE all’esterno e
all’interno.
Nel
terzo anniversario dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia, gli
europei dimostrino di essere degni della Resistenza da cui è nata la loro casa
comune e di saper lottare per salvare la libertà, la democrazia, lo stato di
diritto in Ucraina, in Europa, nel mondo.
(Pavia-Firenze,
19 febbraio 2025).
Migranti,
la Ue lancia il regolamento
sui
rimpatri: vuole sistema europeo.
Ilsole24ore.com
- Beda Romano – (11 marzo 2025) – ci dice:
La
revisione legislativa, che dovrà essere approvata dal Parlamento e dal
Consiglio, viene criticata dai partiti più progressisti e da alcune
organizzazioni non governative.
BRUXELLES
– In un momento di crescente preoccupazione sulla presenza di stranieri in
Europa, la Commissione europea ha presentato oggi, martedì 11 marzo, una
riforma in senso restrittivo della direttiva del 2008 che regolamenta il
ritorno in patria degli immigrati clandestini.
L’attesa
revisione legislativa, che dovrà ora essere approvata dal Parlamento e dal
Consiglio e che è stata voluta dai partiti più conservatori, è stata criticata
dai partiti più progressisti e da alcune organizzazioni non governative.
«La
Commissione propone una serie di procedure efficaci e moderne per i rimpatri –
ha spiegato a Strasburgo il commissario agli affari interni Magnus Brunner –.
Sono regole fondamentali per salvaguardare lo spazio di libera circolazione
dell’Unione europea, in assenza di frontiere interne». Il nuovo sistema europeo
di rimpatrio «rafforzerà in modo significativo la fiducia nel nostro sistema
comune europeo di asilo e migrazione».
Tra le
altre cose il nuovo testo prevede il mutuo riconoscimento tra i paesi membri
delle decisioni nazionali nel campo dei rimpatri;
la nascita di return hubs in paesi terzi, vale
a dire di centri nei quali concentrare le persone oggetto di rimpatrio prima di
essere riaccompagnate nei paesi di origine; e regole restrittive per le persone
in procinto di essere espulse. Nel caso di ritorno forzato (rispetto ai ritorni
volontari), Bruxelles propone di portare il periodo massimo di detenzione da 18
a 24 mesi.
Presentando
la riforma a Strasburgo, in occasione di una plenaria del Parlamento europeo,
l’esecutivo comunitario ha assicurato che le nuove regole saranno rispettose
del «principio di non respingimento, del diritto alla libertà, del diritto a un
rimedio efficace, e di maggiori garanzie per le famiglie e per i minori».
Tra le
altre cose la Commissione esclude che i centri per ritorni possano ospitare
famiglie con minori e minori non accompagnati.
In una
conferenza stampa, il commissario Brunner ha voluto sottolineare che la sua
proposta di “return hubs” è diversa dalla recente iniziativa del governo
italiano di creare un centro per migranti in Albania:
«Il protocollo Italia-Albania riguarda i
richiedenti asilo - ha spiegato l’esponente politico austriaco -, mentre gli
hubs per i rimpatri» a cui pensa l’Unione europea «riguardano persone che si
sono già viste rifiutare la domanda d’asilo».
Bruxelles
spera che con i “return hubs “si possa aggirare la tendenza dei paesi di
origine a non accogliere i propri cittadini espulsi dall’Unione europea.
Da settimane Parigi e Algeri sono ai ferri
corti per via degli ostacoli che l’Algeria sta mettendo al ritorno sul suo
territorio di cittadini espulsi dalla Francia.
Secondo l’esecutivo comunitario, negli ultimi
anni solo il 20% delle persone a cui è stato ordinato il ritorno a casa è
effettivamente tornato in patria.
La
riforma ha suscitato reazioni contrastanti.
Se è
stata accolta positivamente dai partiti di destra, alcune ONG si sono dette
preoccupate dalla deriva securitaria.
Non
piacciono in particolare i “return hubs”.
Spiega
Silvia Carta, dirigente di PICUM, la piattaforma per la cooperazione
internazionale sui migranti irregolari:
«Questa
nuova proposta non prende in considerazione misure che possano davvero favorire
l’inclusione sociale e la regolarizzazione».
“Ma
che cazzo sta succedendo in America?” (Terza parte).
Doppiozero.com - Alessandro Carrera – (11
Marzo 2025) – ci dice:
Ogni
giorno ricevo messaggi di fantomatici gruppi di attivisti democratici che non
hanno nomi, solo sigle, e mi chiedono soldi per sconfiggere Trump.
Ogni giorno ricevo messaggi da rappresentanti
del Partito Democratico che da qualche sito che ieri non c’era mi chiedono
soldi per aiutarli a lottare contro Trump.
Apro il computer e sul feed di MSN vedo titoli
strabilianti su quanto il gradimento di Trump stia ormai crollando anche tra i
suoi elettori.
Poi magari leggo gli articoli e scopro che
ogni sondaggio è puntualmente smentito da un altro sondaggio, o che la perdita
di consenso è comunque minima.
Eminenze
grigie (grigie anche per l’età) sostengono addirittura che in questo momento i
democratici non dovrebbero fare assolutamente nulla, anzi (parole di James
Carville, ex consigliere di Clinton), solo stendersi a terra e far finta di
essere morti.
Bisogna
lasciare che Trump finisca di scavarsi la fossa con le sue mani, per poi
intervenire e metterci sopra una lapide.
Sospetto
però che questa fossa sia molto larga e accogliente, e che Trump avrà tutto il
tempo di attrezzarla bene, con aria condizionata, un frigorifero pieno di
hamburger e un cesso rivestito d’oro.
A dire
il vero, in questo momento non mi aspetto altro, dai democratici, che una buona
simulazione del “rigor mortis”.
Se poi
sia solo una messa in scena o se siano morti davvero, è cosa che dovranno
scoprire loro stessi, nessuno li aiuterà.
C’è gente che è scesa in piazza, oh sì.
Qualche
centinaio contro il piano di licenziamenti di Elon Musk, qualche centinaio in
favore dell’Ucraina (nessuno nelle università, assolutamente nessuno, neanche
quando Trump ha minacciato di rimpatriare i profughi ucraini negli Stati Uniti;
è comprensibile: gli ucraini sono troppo bianchi di pelle per suscitare
simpatie tra gli studenti).
Ho
parlato spesso di uova negli articoli precedenti.
Ma non
sono io ad essere fissato, sono i media che non riescono a liberarsi dal meme
secondo il quale Trump è stato eletto perché il prezzo delle uova ha sforato.
Propongo
dunque, per l’elettore di Trump, il nomignolo ufficiale di “uomo delle uova”.
Ebbene,
finché non andrà in piazza l’uomo delle uova (o la donna, visto che le donne
sono il 45% dell’elettorato di Trump), non accadrà nulla.
Ma in
nome di che cosa lo farà?
E se ci sarà violenza, contro chi sarà
diretta?
Non lo sappiamo, perché se l’uomo delle uova
deve scegliere tra risentimento, riforma o rivoluzione, sceglierà il
risentimento o la rivoluzione, non certo la riforma, non certo il gradualismo e
la moderazione.
Spesso,
non dico sempre, le grandi riforme si fanno senza che il popolo se ne accorga.
L'Unione Europea è stata l'idea di una
ristretta élite liberale-illuminista.
Se
negli anni Cinquanta fosse stata sottoposta a un referendum non sarebbe mai
passata.
Occorrono
contingenze irripetibili perché una qualsiasi utopia (un'idea che non ha un
luogo dove stare) diventi praticabile (trovi un qui ed ora dove realizzarsi).
Bisogna
saper cogliere il momento, il kairós, l’Occasione.
Ma il
politico in cerca dell’Occasione deve fare i conti, oltre che con quel quantum
di amoralità senza il quale non si dà Grande Opportunismo (significa che anche
i propri “valori”, per quanto nobili, vanno trattati come merce di scambio),
anche con la moralità o meglio il moralismo degli elettori.
Il
popolo di sinistra, che una volta godeva trasgressivamente del sogno della
rivoluzione, oggi è represso, moralista e bacchettone.
Ma
anche la destra ha i suoi valori, e se il Christian americano, che di ragioni
di godimento ne ha sempre avute poche, decide di votare per Trump è perché ora
è lui, il Christian, il vero Grande Opportunista, il vero “politico”, colui che
si è davvero deciso per la volontà di potenza.
E se
un tempo l’elettore di sinistra era disposto a sopportare sacrifici pur di
vedere realizzati i suoi ideali, così lo è anche l’elettore di destra, anzi
ancora di più.
Mai e poi mai gli capiterebbe un'altra simile
occasione.
Una
rivolta contro Trump da parte del suo elettorato non è pensabile, non importa
quante bastonate si prenda.
Chi
sta in una relazione abusiva ha sempre pronta una giustificazione che non aveva
mai trovato prima, come ne avrà un’altra domani alla quale oggi non ha ancora
pensato.
Finché
il vaso non trabocca, s’intende, ma perché questo accada è necessario, per
usare una frase biblica, che sia tolto di mezzo tutto ciò che ancora trattiene
il compiersi del “mistero dell’iniquità” (S. Paolo, Tessalonicesi 2, 17).
E chi
trattiene l’iniquità dal compiersi fino in fondo se non quella moglie
maltrattata e cocciuta che risponde al nome di democrazia?
Come
liberarsi dunque della democrazia, di questo ultimo ostacolo?
“Quinn
Slobodian”, autore di” Il capitalismo della frammentazione”.
Gli
integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia (Einaudi
2023), in un articolo intitolato Speed Up the Breakdown (“New York Review of
Books”, 15 febbraio 2025) e in successive interviste ha fatto notare che sotto
l’apparente caos dell’amministrazione Trump si agitano tre progetti.
Il primo è che lo stato deve riconfigurarsi
come un’impresa privata, così che i cittadini siano ridotti a puri consumatori
dei prodotti che vengono loro forniti.
Aggiungiamo
l’ovvio, cioè che se lo stato è un’impresa, sarà soggetto alle stesse
ristrutturazioni che accadono nella vita di un’impresa, e che il presidente
degli Stati Uniti ne sarà solo l’amministratore delegato (nella situazione
attuale, Trump è il presidente del consiglio d’amministrazione e
l’amministratore delegato è Musk).
Il
secondo progetto è quello dei cristiani ultraconservatori secondo i quali lo
stato non deve occuparsi di nient’altro che non sia la difesa del territorio
nazionale e della proprietà privata.
Niente
pubblica istruzione, niente assistenza sanitaria, niente protezione
dell’ambiente, niente sistema pensionistico, niente diritti per le minoranze.
Sono posizioni che anche il “libertarismo
classico” ha sostenuto in passato, pur se con meno durezza.
Basta
leggere “Anarchia, stato e utopia di Robert Nozick” (Il Saggiatore 2024),
filosofo convertitosi al” libertarismo per ribellione” contro lo “stato etico”,
democratico e assistenziale, e la sua pretesa che i cittadini siano “buoni” gli
uni con gli altri.
Il principio deriva da quello già sostenuto
nell’Ottocento da “Henry David Thoreau”, “il governo migliore è quello che
governa meno”.
Nel
caso degli “ultra-Christians” ci si aggiunge però una visione teologica,
esplicita o implicita che sia: lo stato non deve mettersi di mezzo tra il
cristiano e Dio.
La mediazione
dello stato sociale non è accettabile; fa dimenticare al cristiano che la
salvezza viene solo da Dio.
E chi cristiano non è, si arrangi; questa
terra non è la sua terra.
Il
terzo progetto è l’accelerazionismo, avanzato dalle menti tecnocratiche di
Silicon Valley (Curtis Yarvin e altri) come da esponenti del cosiddetto
“illuminismo oscuro” (Nick Land e altri), che potremmo anche chiamare la “destra
deleuziana” (così come ci sono state una destra hegeliana e una sinistra
hegeliana, così è accaduto per l’eredità di Deleuze).
Secondo
questa linea di pensiero, almeno per alcuni, non si tratta neanche di
trasformare lo stato in una corporation bensì proprio di distruggerlo, per
scatenare al suo posto una situazione da “signori della guerra” in cui le
corporations si comportano come feudi in un conflitto darwiniano, allo scopo di
garantire la vittoria del più forte.
Si
badi che, come esiste una destra deleuziana, di fatto esiste anche una destra
derridiana.
Steve
Bannon, ex consigliere di Trump in rotta con Musk più per essere stato tagliato
fuori che per reale differenza ideologica (che pure c’è), parla apertamente di
“decostruzione dello stato”.
Il
progetto “liberatorio” dell’”antimetafisica di Derrida “(la “decostruzione”
della filosofia dell’Occidente), così come il progetto altrettanto liberatorio
dei “piani di immanenza” di “Deleuze” e” Guattari”, l’infinita prateria nella
quale soggetto nomade non si fa “catturare” dagli apparati del potere, sono
stati pensati, assimilati, digeriti dai filosofi di destra e risputati fuori
come cosa loro.
Non è
la prima volta che la sinistra mette le sue armi più sofisticate a disposizione
della destra.
Consideriamo
poi che lo stato sociale è un’invenzione recente.
Negli
Stati Uniti non ha nemmeno cento anni.
Non
c’è ragione, pensano i suoi de-costruttori, perché lo si debba credere eterno.
E poi, lo stato sociale è il frutto di un
pensiero della pace.
Ma la pace e la sicurezza rallentano l’impresa
e l’innovazione.
Pongono
dei limiti, vogliono preservare l’essenza dell’umano (qualunque cosa sia) dal
potere della tecnica.
E
perché mai, si chiede il de-costruttore, ci sarebbe qualcosa che deve essere
“salvato”, quando sappiamo che nessun regime politico può essere eterno e che
nulla e nessuno può fermare una tecnica che sta già sfuggendo al controllo
umano?
Perché
non ci dovrebbe essere nient’altro in serbo per l’umanità a venire oltre alla
democrazia parlamentare e a qualche briciola di assistenza pubblica?
Che ne sarebbe dell’eroismo dell’imprenditore
e del suo statuto oltreumano di facitore di mondi?
Che ne
sarebbe dell’immaginazione utopica, del futuro tout court, se lo pensiamo solo
come un’estensione del presente?
Il
nomade deleuziano, in questa prospettiva, non è il vecchio indiano
metropolitano o qualunque soggetto antagonista che sfugge alla cattura del
potere scivolando lungo le linee di faglia di un tempo-spazio senza confini.
Il vero nomade è il giovane tecnocrate con il
suo laptop sempre aperto, forte di avere creato una start-up che non si sa
nemmeno dove geograficamente sia e che un anno dopo la sua fondazione è già
stata quotata miliardi di dollari anche se lui per il momento gira su un’auto
scassata, dorme in un sacco a pelo a casa di amici e lavora 120 ore alla
settimana (è l’orario di lavoro ideale secondo Elon Musk; significa 17 ore al
giorno).
Non è
possibile imporre “doveri” o “responsabilità sociali” al giovane tecnocrate che
fa del suo ascetismo il valore che lo distingue dalla massa (l’ascetismo ha
avuto un momento di grande fortuna nella Silicon Valley e in luoghi consimili).
Non
sente di dovere nulla a una società di cui si sente al di sopra.
Se
qualcuno lo intralcia, prende il suo laptop e se ne va altrove, in qualunque
luogo dove troverà meno restrizioni e pagherà meno tasse.
Il
lettore di Foucault, Derrida, Deleuze, Guattari e Judith Butler, tra i quali
includo me stesso, a questo punto si deve porre alcune domande.
Che
cosa gli hanno insegnato i suoi (cattivi) maestri se non che tutto è un effetto
del discorso, una deriva del gioco dei segni, una performance, un “social
construct”?
E
quale costruzione non può essere decostruita?
E poi, la sinistra di una volta all’ordine
liberal-democratico progressista neanche ci credeva; perché mai adesso dovrebbe
difenderlo?
E se
il progresso venisse solo dallo stare sempre sulle spine, da uno stato di
guerra permanente, commerciale, tecnologica o altrimenti?
Progresso per chi?
Ma per
amore del progresso stesso, si capisce, per il trionfo della tecnica in quanto
tecnica, per la sua sovrumana bellezza.
Se non
è la sola igiene del mondo, la guerra di tutti contro tutti è certamente il
miglior stimolatore metabolico.
Per
citare” Samuel Johnson”, che non intendeva fare dell’ironia, “Quando un uomo sa
che tra due settimane verrà impiccato, la sua capacità di concentrazione si
intensifica meravigliosamente”.
Nonostante
la lotta di due secoli che il pensiero anti-dialettico ha condotto contro
Hegel, ecco che vediamo riaffiorare prepotente il fantasma della negazione, o
lo “spirito che nega” che appare a Faust, cercando di convincerlo che, non
importa quanto sciagurate siano le sue azioni, finiscono sempre per realizzare
il “bene”.
Quando?
Certo non subito.
Sul
lungo termine, si capisce.
La miserabile umanità del giorno d’oggi va
sacrificata perché nasca la meravigliosa umanità del futuro.
Cominciamo
con il tagliare le pensioni, pensa Elon Musk.
Dopotutto, a chi vanno, se non ai rami secchi
della società?
I
licenziamenti in atto e la chiusura di molti uffici della “Social Security”
(anche in luoghi dove per raggiungere il prossimo ufficio ci vogliono ore di
viaggio) sono il preludio della grande “pulizia antropologica” che farà del
futuro un mondo scintillante e, se possibile, ben poco popolato (ai lavori
domestici ci penserà Optimus o qualche altro androide).
Per
via del caos causato negli uffici della “Social Security”, già dal prossimo
mese si temono ritardi nella consegna delle pensioni.
E
questa sarà la prova suprema.
Quando
l’uomo delle uova non vedrà sul suo conto corrente la pensione che riceve il
quarto mercoledì di ogni mese, o, se non ha un conto in banca (molti non ce
l’hanno; hanno accumulato troppi debiti, la banca gli tratterrebbe tutto a
pagamento degli interessi) e andrà all’ufficio locale solo per scoprire che
quell’ufficio non c’è più, forse allora scenderà davvero in piazza.
Ma
saprà con chi prendersela, o la sua sarà solo una rabbia cieca?
Fumata
bianca tra Ucraina e Usa:
Kiev
accetta una tregua di 30 giorni,
Washington
revoca lo stop agli aiuti militari.
Today.it
– (11-3-2025) – Santonio Piccirilli – ci dice:
L'accordo
raggiunto a Gedda durante i colloqui tra le due delegazioni. Rubio: "Ora
porteremo questa proposta alla Russia, la palla è nel loro campo"
Pace
fatta?
Le due
delegazioni durante i colloqui a Gedda, discutono la pace.
Clamoroso
a Gedda, in Arabia Saudita, dove oggi le delegazioni di Ucraina e Usa sono
tornate a parlarsi dopo il disastroso incontro tra Zelensky e Trump nello
Studio Ovale della Casa Bianca.
Al termine dei colloqui, il dipartimento di
Stato americano ha annunciato che Washington revocherà immediatamente la
sospensione la condivisione delle informazioni di intelligence con l'Ucraina e
riprenderà "l'assistenza alla sicurezza" del Paese.
Ovvero
tornerà a fornire gli aiuti militari.
La
cooperazione con gli 007 statunitensi si era interrotta una settimana fa
proprio dopo il battibecco tra i presidenti dei due Stati e le crescenti
tensioni nei rapporti diplomatici.
La
dichiarazione congiunta di Ucraina e Usa.
Al
tavolo riunito a Gedda c'erano per gli Stati Uniti il segretario di Stato Marco
Rubio e il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz.
Per Kiev il capo dell'ufficio presidenziale
Andriy Yermak e i ministri degli Esteri e della Difesa, Andriy Sybiga e Rustem
Umerov.
Stati
Uniti e Ucraina hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui Kiev accoglie
la proposta americana per una tregua di 30 giorni nella guerra con la Russia in
cambio del supporto di Washington.
I due
Paesi hanno inoltre concordato di "concludere al più presto
possibile" un accordo complessivo "per sviluppare le risorse minerali
critiche ucraine per espandere l'economia ucraina, compensare il costo
dell'assistenza americana e garantire la prosperità e la sicurezza a lungo
termine dell'Ucraina".
"L'Ucraina
- si legge nella dichiarazione - ha espresso la disponibilità ad accettare la
proposta degli Stati Uniti di emanare un cessate il fuoco immediato e
provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti
e che è soggetto all'accettazione e all'attuazione simultanea da parte della
Federazione Russa. Gli Stati Uniti comunicheranno alla Russia che la
reciprocità russa è la chiave per raggiungere la pace".
Rubio:
"Se i russi dicono di no sapremo chi ostacola la pace."
Il
segretario di Stato Rubio ha parlato di un "passo positivo" e ha
aggiunto che gli Stati Uniti "porteranno questa offerta" ai russi.
"Ora
la palla è nel loro campo" ha messo in chiaro.
"Io
spero che i russi dicano sì" all'offerta di tregua, "se lo fanno - ha
sottolineato -, penso che avremo fatto un grande progresso.
Se
dicono no, allora sfortunatamente sapremo chi ostacola la pace".
Secondo il consigliere per la sicurezza
nazionale Mike Waltz l'Ucraina "ha fatto passi e proposte concreti" e
ha dimostrato in modo "molto chiaro" che "condivide la visione
del presidente Trump per la pace".
Poco
prima di prendere parte ai colloqui il capo dell'ufficio presidenziale Andriy
Yermak aveva detto che gli ucraini sono "pronti a fare di tutto per
raggiungere la pace".
Al
termine dei colloqui Yermak ha scritto su “X” che "gli Stati Uniti e
l'Ucraina hanno compiuto passi importanti per il ripristino di una pace
duratura".
Zelensky:
"Ora gli Usa convincano la Russia."
"La
nostra posizione rimane assolutamente chiara: l'Ucraina ha cercato la pace fin
dal primo secondo di questa guerra e vogliamo fare tutto il possibile per
ottenerla il prima possibile e in modo affidabile, affinché la guerra non
ritorni", afferma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky annunciando su
X l'accoglimento della proposta di tregua da parte degli Stari Uniti.
"In
questo incontro con gli americani, l'Ucraina ha proposto tre punti chiave:
il silenzio nei cieli, quindi interrompere gli
attacchi missilistici, le bombe e gli attacchi dei droni a lungo raggio;
il silenzio in mare; misure reali di
costruzione della fiducia in tutta questa situazione, in cui la diplomazia è in
corso, il che significa principalmente il rilascio dei prigionieri di guerra e
dei detenuti - sia militari che civili - e il ritorno dei bambini ucraini che
sono stati trasferiti con la forza in Russia", spiega Zelensky.
L'Ucraina
accetta una tregua di 30 giorni, gli Usa revoca lo stop agli aiuti militari:
svolta dopo i colloqui a Gedda.
(today.it/mondo/ucraina-usa-accordo-tregua-30-giorni.html).
Trump
si prende la Groenlandia:
"Annessione
ci sarà."
Il
presidente americano in pressing sul Canada:
"Il
confine è solo una linea..."
Adnkronos.com – (13 marzo 2025) - Redazione
Adnkronos – ci dice:
Donald
Trump scommette sull'annessione della Groenlandia agli Stati Uniti e continua a
mandare messaggi - non graditi - al Canada.
Nello Studio Ovale della Casa Bianca, con il
segretario generale della Nato Mark Rutte, Trump si sbilancia in particolare
sul destino della Groenlandia.
"Penso che" l'annessione
"avverrà.
Sarà
importante non solo per la nostra sicurezza, ma anche per la sicurezza
internazionale", dice riferendosi al futuro del territorio autonomo danese.
Groenlandia
a stelle e strisce? "Accadrà."
"Penso
che accadrà.
Non ci
ho pensato molto prima, ma sono seduto qui con un uomo che potrebbe essere
molto determinante.
Mark, ne abbiamo bisogno per la sicurezza
internazionale", dice Trump cercando, senza successo, la complicità del
numero 1 della Nato.
Le
elezioni di domenica scorsa in Groenlandia hanno certificato il successo del
centrodestra, con l'exploit degli indipendentisti: "Sono state delle buone
elezioni per noi. La persona che ha fatto meglio è una brava persona per quanto
ci riguarda, quindi ne parleremo ed è molto importante", dice.
Gli
Usa "ordineranno 48 rompighiaccio" e questo aiuterebbe a rafforzare
la posizione degli Stati Uniti "dato che tutta quell'area sta diventando
molto importante
.
Quindi dovremo fare un accordo su questo e la Danimarca non è in grado di
farlo", dice riferendosi alla protezione che può essere garantita al
territorio.
La Danimarca, dice Trump, è tagliata fuori:
"Non
ha nulla a che fare con questo. Una barca è attraccata lì 200 anni fa o
qualcosa del genere e dicono di avere i diritti?
Non so se è vero... Abbiamo un paio di basi lì
e abbiamo dei soldati, forse ne manderemo molti altri...".
La
reazione della Danimarca.
Lo
show nello Studio Ovale non piace a Copenhagen.
"Non apprezziamo il fatto che il
segretario generale della Nato scherzi con Trump sulla Groenlandia in questo
modo.
Questo
significherebbe una guerra tra due Paesi Nato", dice “Rasmus Jarlov”,
presidente della commissione Difesa della Danimarca, criticando il fatto che
Rutte si sia limitato diplomaticamente a rispondere con una battuta, "non
voglio trascinare la Nato in questo", agli 'assist di Trump.
"La Groenlandia ha appena votato contro
un'immediata indipendenza dalla Danimarca e non vorrà mai essere
americana", aggiunge “Jarlov”.
"Canada
51esimo stato", il sogno di Donald.
Per
Trump, l'incontro con “Rutte” è l'ennesima occasione per ribadire che il Canada
sarebbe uno stato ideale.
"Non
c'è nessuna chance" che i dazi su alluminio e acciaio vengano cancellati,
dice rispondendo ad una domanda.
"Spendiamo 200 miliardi ogni anno per
sostenere il Canada.
Adoro il Canada, ho tanti amici là.
Gli
Stati Uniti non possono finanziare un paese con 200 miliardi ogni anno: non
abbiamo bisogno delle loro auto, della loro energia e del loro legname.
Non
abbiamo bisogno di nulla, compriamo perché vogliamo aiutare ma ad un certo
punto non è più possibile.
Il Canada funziona solo come stato" degli
Usa.
"Il
confine è una linea artificiale disegnata da qualcuno tanti anni fa, non ha
alcun senso.
Il
Canada sarebbe perfetto come stato, forse il più grande.
Perché
dovremmo finanziare un altro paese se non abbiamo bisogno di nessun
prodotto?".
USA,
Russia, Cina: un mondo amputato
dell’Europa. Trump è americano,
non
occidentale.
Ariannaeditrice.it - Luigi Tedeschi – (10/03/2025)
– ci dice:
(Italicum).
La
presidenza Trump non rappresenta una svolta storica, né tantomeno una
rivoluzione. Le violente esternazioni di Trump si configurano come un fenomeno
mediatico atto a creare una immagine esaltata e roboante del primato della
superpotenza americana nel mondo.
È del
tutto evidente la continuità della politica trumpiana rispetto alle precedenti
presidenze.
Da Obama in poi, passando per Trump 1 e Biden,
è progressivamente scomparsa l’immagine degli USA come “gendarme del mondo”,
venendo meno l’impegno militare diretto nei conflitti locali.
Si è sempre più accentuato il protezionismo
economico americano, che ha sancito la fine dell’era della globalizzazione ed è
stata ininterrottamente perseguita una politica di contrasto all’immigrazione.
L’avvento
di Trump non inaugura una nuova era, rappresenta semmai la fase terminale di un
processo di trasformazione della strategia di dominio della superpotenza
americana nel mondo.
Trump
ha però gettato la maschera ideologica umanitaria, democratica e globalista con
cui gli USA hanno in passato legittimato il loro imperialismo: l’espansionismo
inteso come americanizzazione del mondo, sotto le mentite spoglie della
esportazione della democrazia e dei diritti umani.
L’America appare oggi agli occhi di tutti
nella sua realtà di superpotenza militare, economica e politica che non cela
più la sua innata aggressività.
Con
Trump non viene meno l’eccezionalismo americano ma l’universalismo, che
concepiva l’America come un modello da estendere su scala globale.
Con l’”America First” viene semmai esaltato
l’eccezionalismo americano e il suo primato, con le sue basi teologico –
veterotestamentarie, sulle ceneri di un universalismo il cui fallimento ha
generato una profonda crisi di identità nel popolo americano.
All’unilateralismo
americano, impostosi dopo la dissoluzione dell’URSS, ha fatto riscontro un
ordine globale rivelatosi insostenibile per gli USA.
La
governance mondiale degli USA ha comportato una sovraesposizione militare
americana nel mondo, che ha prodotto solo continue sconfitte e generato
profonde frustrazioni e fratture in un popolo che ormai non crede più nel mito
del primato americano.
Aggiungasi
poi che il sistema neoliberista globale ha deindustrializzato l’America,
distrutto il ceto medio, esasperato le diseguaglianze, abolito la mobilità
sociale e minato la credibilità delle istituzioni democratiche, con le sue
degenerazioni elitarie. L’elezione di Trump è stata determinata dalla fine del
“sogno americano”.
L’eccezionalismo
americano si configura oggi come rivendicazione di una identità originaria
dell’America, quale “Fortezza America”.
L’America trumpiana non è però isolazionista,
ma vuole affermare il suo primato mondiale quale “Fortezza America”, istaurando
una deterrenza tale da rendere la superpotenza impenetrabile ed inattaccabile
da potenze ostili.
In
tale ottica devono essere interpretate le affermazioni di Trump relative
all’acquisto della Groenlandia, l’annessione del Canada e del Canale di Panama,
quali territori di essenziale rilevanza strategica ed economica, necessari a
preservare le rotte artiche e l’area del Pacifico dalla penetrazione russa e
cinese.
Per
quanto concerne il Messico, al di là del contrasto all’immigrazione e al
narcotraffico, Trump vuole innalzare barriere protettive contro l’invasione di
masse ispaniche rivelatesi non assimilabili al modello anglosassone americano.
È chiaro pertanto l’intento di preservare
l’identità wasp a sfondo razziale degli USA
.
Trump è americano, non occidentale, né tantomeno atlantico.
Il primato anglosassone è connaturato alla
“Fortezza America” ed è suscettibile di estendersi a Gran Bretagna, Canada,
Nuova Zelanda e Australia: potrebbe prefigurarsi una confederazione
anglosassone che abbia come epicentro gli USA.
Nell’era
Trump, si assisterà alla rinascita dell’America o al suo fatale declino?
Il mito teologico del destino manifesto, che
costituisce il valore originario fondativo degli USA e che ha presieduto alla
loro ascesa a potenza mondiale, contiene in sé anche i germi della loro
dissoluzione, nella misura in cui ha generato un unilateralismo culturale che
ha reso gli americani incapaci di conoscere l’altro da sé, di comprendere la
diversità delle altre civiltà e dei loro valori.
L’America ha una innata predisposizione a
creare i propri nemici.
Afferma
a tal riguardo Lucio Caracciolo nell’editoriale del numero 1/2025 di “Limes”,
intitolato “La Grande Componenda”:
“Il
rischio dell’America non è il declino, è il crollo.
Perché fissata su sé stessa si sta alienando
il mondo.
Mentre
controlla compulsiva la febbre, dimentica che la sua salute è sempre relativa a
quella dei rivali in movimento lungo le proprie traiettorie” ….
“Quando
l’America accetterà di non negoziare solo con sé stessa, capirà che la
prepotenza genera resistenza perché esistono culture e interessi diversi dai
propri”.
Trump
con la politica di dazi vuole riconfigurare il sistema economico.
Mediante
i dazi, Trump vuole ridurre il deficit commerciale che ha raggiunto nel 2023 i
1.151 miliardi e al contempo, reindustrializzare un paese che, a causa delle
delocalizzazioni, ha visto il venir meno del suo primato nella produzione
manifatturiera.
L’America
sconta le conseguenze della globalizzazione, che ha comportato il trasferimento
dei settori produttivi a basso valore aggiunto in Cina e altri paesi con
manodopera a basso costo.
È
tuttavia assai problematico che con la politica dei dazi possa realizzarsi la
reindustrializzazione dell’America.
I dazi producono inflazione, incidendo
specialmente sui redditi di quelle classi disagiate già impoverite, che hanno
sostento Trump alle elezioni.
Occorre
rilevare che, data l’integrazione economica del mondo, molti beni vengono
prodotti in altri paesi per essere poi assemblati negli USA.
Pertanto
il sottoporre a dazi le importazioni da Messico e Canada potrebbe penalizzare
le imprese americane.
La
reindustrializzazione comporta tempi lunghi e i suoi risultati sono incerti,
data la rilevante quota di investimenti che essa richiede, a fronte di un tasso
di risparmio americano assai esiguo.
Inoltre, la rilocalizzazione delle imprese già
emigrate in Cina, si presenta assai problematica data la difficoltà di
riprodurre in patria le catene di valore di imprese stabilitesi in una Cina
dotata di tecniche produttive più avanzate e a costi inferiori. Gli USA non
dispongono nemmeno di sufficiente manodopera specializzata per la manutenzione,
che occorrerebbe importare.
Il
primato americano si identifica con lo status del dollaro quale valuta di
riserva nel mondo.
Dagli
anni ’90, la liberalizzazione degli scambi e l’avanzata del progresso
tecnologico, hanno dato luogo ad un vorticoso incremento delle transazioni e
l’imporsi di una economia finanziaria che ha fagocitato l’economia reale.
La
centralità del dollaro genera flussi di investimenti nei mercati finanziari
americani che si rivelano essenziali per sopperire ai disavanzi delle partite
correnti e sostenere l’abnorme debito pubblico americano, che nel 2024 ha
superato la soglia dei 36.000 miliardi.
È la
funzione di valuta di riserva mondiale del dollaro a produrre il deficit della
bilancia dei pagamenti americana.
Secondo
una teoria economica denominata “Dilemma di Triffin”, un paese che emette una
moneta internazionale è esposto necessariamente ai disavanzi delle partite
correnti, data la forte domanda della valuta di riserva.
Non è nemmeno ipotizzabile che il disavanzo
possa determinare una svalutazione del dollaro che, incrementando l’export,
possa in qualche modo compensare il deficit, data l’incontenibile domanda
mondiale di dollari sempre crescente.
Ed è proprio la forza del dollaro (che con i
dazi si incrementerebbe), a favorire l’export negli USA ed impedire la
riduzione del deficit.
Pertanto,
occorre concludere che le politiche trumpiane incentrate sui dazi sono
destinate a fallire, sia per quanto riguarda la riduzione dei disavanzi che i
piani di reindustrializzazione.
La politica dei dazi può semmai preservare il
primato del dollaro, con la minaccia di imporre dazi del 100% nei confronti dei
paesi del BRICS che non facciano uso del dollaro negli scambi internazionali,
contrastando quindi il processo di de dollarizzazione in atto.
Con la minaccia dei dazi Trump può inoltre
esercitare pressioni sull’Europa al fine di costringerla ad incrementare le
importazioni energetiche e di armamenti.
Per
risanare il deficit, gli USA dovrebbero effettuare una radicale trasformazione
del sistema neoliberista incentrato sulla finanziarizzazione dell’economia,
riproponendo il modello keynesiano, con grandi investimenti pubblici nella
produzione e incentivi alla domanda interna.
Ma una simile trasformazione del sistema
economico non è nelle intenzioni né nelle possibilità di Trump.
L’ascesa di Trump deriva da conflitti interni
al sistema neoliberista, in cui si scontrano gli interessi contrapposti dei Big
dell’economia e della finanza e a decidere in ultima istanza sono i Big Three,
cioè i grandi fondi di investimento (BlackRock, Vanguard, State Street).
La
crisi di un capitalismo dilaniato dalle contraddizioni interne è ormai
evidente. Gli USA sono un paese deindustrializzato, la cui sussistenza è legata
al primato del dollaro: una economia finanziaria che esporta servizi e
sopravvive erogando moneta.
Trump
o non Trump, la crisi del sistema neoliberista è irreversibile.
La
Cina è cosciente della propria potenza.
Trump
vuole porre fine ai conflitti che tuttora coinvolgono gli USA in Ucraina e
Medio Oriente, per poi affrontare la Cina, suo principale competitor economico
e rivale strategico nell’Indo Pacifico.
La
minaccia di imporre nuovi dazi ha provocato una dura reazione della Cina, che
ha adottato analoghe contromisure protezionistiche sulle importazioni americane
di materie prime, macchinari e auto.
La reazione cinese ha avuto pesanti
ripercussioni sulle borse americane.
In
realtà gli USA si rivelano impreparati al confronto sia tecnologico che
industriale con la Cina.
Il
lancio del modello R1 cinese nel campo dell’I.A., che ha fatto crollare in
borsa Nvidia, ne è la evidente dimostrazione.
E’
prevedibile che, al di là delle eclatanti esternazioni di Trump, la politica
dei dazi USA verso la Cina sarà assai più cauta.
La Cina infatti potrebbe reagire ai dazi di
Trump rivolgendosi ad altri fornitori. Potrebbe incrementare le forniture
energetiche russe, contrastando in tal modo il riavvicinamento in atto tra
Trump e Putin.
Ma
soprattutto occorre tener conto che, data la interdipendenza economica
consolidata tra Cina e USA, le importazioni cinesi sono troppo importanti per
sostenere la domanda interna americana.
Trump, tra l’altro, vuole preservare il
primato degli USA come “compratore in ultima istanza”, necessario a sostenere
la domanda globale.
Non si
vede infine come gli USA possano produrre senza le importazioni cinesi.
È già
in atto una guerra sia commerciale che finanziaria tra Cina e USA, la cui posta
in gioco è il primato del dollaro come moneta di scambio internazionale.
La politica di de-dollarizzazione
dell’economia mondiale intrapresa dai BRICS è appena agli inizi e non è stato
finora istituito un sistema monetario alternativo al dollaro.
Pertanto
la Cina ha implementato una strategia di contrasto alla valuta USA con
l’emissione di titoli in dollari al fine di istituire un corso del dollaro al
di fuori dei mercati finanziari americani.
Di
recente l’Arabia Saudita ha erogato un prestito in dollari alla Cina a tassi
inferiori a quelli praticati dalla Fed.
La
Cina, preso atto della impossibilità di sostituire il dollaro, persegue una
politica di riciclaggio dei flussi di dollari provenienti dai titoli cinesi
investiti nel debito pubblico americano, che alla loro scadenza vengono
reinvestiti in operazioni in dollari esterne ai circuiti americani.
Gli
stessi avanzi dell’export dei BRICS in Occidente, vengono reinvestiti in
dollari per effettuare operazioni in valute locali.
Ma
soprattutto la Cina, manipolando il corso del dollaro, vuole instaurare una
concorrenza con gli USA sui tassi di interesse, che la Fed dovrà mantenere
necessariamente elevati, col risultato di aggravare la spesa per interessi sul
debito americano.
La
Cina vuole creare un mercato parallelo del dollaro, con l’intento di deviare
gli investimenti finanziari che oggi affluiscono nei mercati americani.
Tali flussi sono di importanza vitale per gli
USA, per contenere il deficit commerciale con l’estero e sostenere il debito
pubblico.
Il
venir meno di tali flussi, determinerebbe il crollo della stessa potenza
finanziaria americana.
Quella
cinese è una strategia finanziaria a lungo termine con importanti ricadute
nella geopolitica.
Infatti, una struttura finanziaria in dollari
collocata fuori dagli USA, metterebbe al riparo i paesi ostili all’Occidente da
eventuali sanzioni americane.
Occorre
infine mettere in risalto la diversità strutturale tra l’economia cinese e
quella occidentale.
Mentre
la Cina reinveste i propri profitti nella produzione e nell’innovazione, in
Occidente, nel contesto di un sistema finanziario dominato dai fondi di
investimento, i profitti vengono destinati alla distribuzione di dividendi e
rendite finanziarie.
La Cina è cosciente della propria potenza,
mentre la potenza americana è invece legata alla volatilità di mercati
finanziari, in cui lo spettro dell’implosione delle bolle speculative è sempre
in agguato.
È
ovvio che alla lunga i Big dell’economia finanziaria, prosciugando le risorse
per gli investimenti, finiranno per segare il ramo dell’albero su cui sono
seduti.
Parafrasando
Lenin, si può affermare che il capitalismo occidentale sta forgiando da sé
stesso la corda con cui impiccarsi.
Europa:
Trump sta uccidendo un uomo morto.
L’avvento
di Trump ha avuto il pregio di rendere coscienti gli europei della loro nullità
politico – culturale.
L’Europa, rimossa la propria memoria storica,
si è confinata nella post – storia, nella alienazione dalla realtà.
Un’Europa
unitaria non è mai esistita e pertanto non sarà Trump a distruggerla. Trump sta
solo uccidendo un uomo morto.
Paradossalmente, l’unico simulacro di unità
europea è venuto alla luce nella guerra russo – ucraina, nel contesto cioè di
una totale subalternità dell’Europa alla Nato.
Una
unità realizzatasi mediante l’allineamento europeo ad una potenza esterna, che
esercita la sovranità effettiva sull’Europa, gli USA.
La UE, del resto, è stata concepita come
organismo sovranazionale a cui è stata delegata la governance politica della
Nato.
Qualora
la Nato non sussistesse più, l’esistenza della UE non avrebbe senso.
È
inoltre scomparso lo slogan “democrazie vs autocrazie”, quale fantasma
ideologico atto a legittimare la guerra della Nato contro la Russia.
La UE è una istituzione sovranazionale priva
di sovranità a cui sono stati devoluti i poteri sovrani degli stati e pertanto
non può essere definita un ordinamento democratico.
Senza sovranità non è nemmeno ipotizzabile la
creazione di un esercito europeo.
L’Europa
ha potuto svilupparsi economicamente in virtù della sicurezza strategica
garantita dalla Nato.
Dobbiamo
però oggi constatare quanto la credibilità delle garanzie americane sia assai
dubbia.
Dal
secondo dopoguerra in poi, gli USA hanno sempre abbandonato i propri alleati al
mutare dei loro interessi strategici.
La
storia dei tradimenti americani è ben delineata da “Marco Travaglio” in un
articolo pubblicato dal “Fatto Quotidiano” del 15/02/2025 dal titolo “Begli
amici”:
“….
Trump non ha inventato nulla: quella di usare, spremere fino al midollo,
mandare al macello e poi scaricare l’“alleato” di turno è una vecchia usanza
degli Usa. Per informazioni, rivolgersi a Vietnam, Balcani, Afghanistan, Iraq,
curdi, Libia e “primavere arabe”: prima spinti alla guerra, poi lasciati soli a
seppellire i morti, a raccogliere i cocci e a pagare il conto. Ora tocca agli
ucraini e alla Ue. In attesa del prossimo gonzo che ci casca”.
Aggiungasi
poi che la superpotenza americana ha sempre potuto far a meno essere credibile
nei confronti degli alleati.
Osservava
ironicamente Henry Kissinger: “Essere nemici degli USA può essere pericoloso,
ma esserne amici è fatale".
Sul
progetto di riarmo dell’Europa incombono prospettive inquietanti.
Il
disimpegno degli USA ha inaugurato la stagione delle guerre per procura e
quella dell’Ucraina è infatti una guerra della Nato combattuta fino all’ultimo
ucraino.
Si vuole quindi militarizzare l’Europa per
creare eserciti di truppe sacrificabili alle strategie della Nato, senza
coinvolgimento americano.
Così
si è espresso a tal riguardo “Andrea Zhok”:
“Come
ricordavo un tempo ai beoti che gioivano per il fatto di essere sotto
l'ombrello difensivo della Nato, la realtà è che noi non siamo SOTTO l'ombrello
della Nato, noi SIAMO quell'ombrello, il primo a prendersi la pioggia”.
L’abbandono degli ucraini al loro destino dovrebbe
allarmare le menti dei leaders europei ottenebrate nel loro servile e
irresponsabile atlantismo.
Sotto
l’aspetto economico, la militarizzazione dell’Europa avrebbe effetti
devastanti.
Per
una economia europea già in stato di stagnazione / recessione, il piano di
riarmo europeo della Von der Leyen con l’acquisto di armamenti per il 78% dagli
USA, comporterebbe uno stanziamento di 800 miliardi, che farebbe esplodere i
conti pubblici.
Il
riarmo europeo si rivelerebbe per i bilanci statali insostenibile e pertanto,
si renderebbe necessario il ricorso a nuovi finanziamenti esterni che
accrescerebbero la dipendenza dai fondi di investimento americani dei debiti
pubblici degli stati della UE.
In assenza di crescita, l’insostenibilità del
debito potrebbe condurre alla destabilizzazione degli stati.
La
stessa politica dei dazi trumpiani produrrà effetti traumatici per l’economia
europea.
L’export europeo negli USA ammonta a 500
miliardi.
I dazi
colpiranno particolarmente Germania e Italia, che sono i maggiori esportatori
negli USA.
L’Europa
non è in grado di reagire con adeguate ritorsioni.
Con il
calo dell’export, la svalutazione dell’euro potrebbe ridurre in parte l’effetto
dei dazi, ma incrementerebbe anche l’afflusso di capitali europei verso l’area
dollaro.
Attualmente
il 60% del risparmio europeo viene investito nei mercati finanziari USA e nel
tesoro americano.
L’Europa
non è nemmeno in grado di trattenere in patria i propri capitali per
ritorsione, a causa della rilevante influenza sull’economia europea esercitata
dai fondi di investimento americani, che stanno fagocitando il suo sistema
finanziario.
La UE è
inoltre esposta al ricatto dei dazi, in virtù della sua dipendenza energetica e
tecnologica dagli USA.
Con il
ciclone Trump, emerge in tutta la sua drammaticità il fallimento del sistema
economico europeo basato sull’export.
L’istituzione
di tale modello economico comportò per i paesi UE, la compressione dei salari,
la riduzione dei consumi interni e tagli al welfare, onde rendere competitive
le esportazioni.
È dunque prevedibile che la UE, dato che la
crescita del Pil è subordinata all’export negli USA, con l’imposizione dei
dazi, accentuerà le politiche di austerity, allo scopo di recuperare
competitività nei mercati americani.
L’ordo-liberismus
della UE è un meccanismo suicida.
È infatti un sistema rigido che, oltre a
produrre nuove povertà e diseguaglianze, non sarà comunque in grado di
recuperare competitività, a causa degli elevati costi energetici, dovuti
all’importazione di gas liquido americano, che ammontano a 58 euro per MWh,
oltre il triplo rispetto a quelli del gas russo di 12/15 euro.
Si
rileva infine, che l’industria europea potrebbe essere attratta dalle
prospettive di delocalizzazione negli USA, in cui potrebbe usufruire di prezzi
energetici pari a 1/5 di quelli europei, degli incentivi statali e di una
pressione fiscale ridotta, secondo quanto previsto dal piano I.R.A. varato da
Biden.
La
reindustrializzazione americana potrebbe realizzarsi mediante la
delocalizzazione dell’industria europea negli USA.
L’Europa
potrebbe però contrastare la politica protezionista americana emanando leggi
che limitino il trasferimento dei capitali negli USA, vincolando ai circuiti
interni i 33.000 miliardi di risparmio europeo.
L’export potrebbe dirigersi verso nuovi
mercati.
La
BCE, mediante l’istituzione di fondi comuni potrebbe finanziare la
ricostruzione industriale europea, il welfare e la spesa corrente per sostenere
la domanda interna.
Ma
tali misure richiederebbero trasformazioni strutturali dell’economia europea
che le classi dirigenti non hanno né la capacità né la volontà politica di
mettere in atto.
Le
riforme sistemiche presupporrebbero scelte di natura geopolitica che
comporterebbero la fuoriuscita dell’Europa dalla sfera atlantica.
Tali prospettive
sono attualmente impensabili.
Questa
Europa è condannata alla irrilevanza nel contesto del nuovo mondo multipolare.
È stata integrata da generazioni nella sfera
culturale, politica ed economica americana.
L’americanismo, col venir meno delle culture
identitarie europee, si è radicato nelle coscienze di una Europa che si
considera nei fatti parte integrante degli USA. Tale sradicamento culturale è
ben descritto da “Costanzo Preve”:
“Americanismo non significa assolutamente
sostenere sempre servilmente tutto ciò che di volta in volta decidono di fare i
governi americani.
Il vero americanismo, anzi, consiste nel
consigliare all’imperatore cosa dovrebbe fare per essere più amato dai sudditi,
più multilaterale, meno unilaterale, ed in genere più portatore di un soft
power.
Il
vero americanista consiglia di chiudere Guantanamo, di scoraggiare il Ku Klux
Klan, di eleggere al comando il numero maggiore possibile di neri, donne, gay,
eccetera.
Il vero americanista vuole potersi riconoscere
nella potenza imperiale che occupa il suo paese con basi militari e depositi di
bombe atomiche a distanza di decenni dalla fine della seconda guerra mondiale
(1945) e dalla dissoluzione di ogni patto militare “comunista” (1991).
Il
vero americanista vuole essere suddito di un impero buono, e pertanto gli
spiace che l’impero a volte sia cattivo ed esageri.
Massacrando
l’Iraq l’impero non ha commesso un crimine, ma un errore. L’americanista
utilizza due registri linguistici ed assiologici diversi, il codice del crimine
ed il codice dell’errore.
Tutti possiamo commettere errori, che diamine!
Hitler,
Mussolini, i giapponesi, i comunisti, Milosevic, Mugabe, la giunta militare del
Myanmar, i talebani, eccetera, hanno commesso e commettono crimini.
Churchill
che massacra i curdi e gli indiani, Truman che getta la bomba atomica ad
Hiroshima, Bush che invade l’Iraq nel 2003, commettono solo spiacevoli errori”.
I
trattati che presiedettero alla fondazione della UE sancirono l’irreversibilità
dell’unione europea.
La UE
è irreversibile come lo sono i suoi esiti fallimentari e come lo sarà la sua
prevedibile e auspicabile dissoluzione.
L’Europa
è in uno stato di coma profondo.
Con l’avvento di Trump si sente orfana della
Nato e si scopre al contempo atlantista e antiamericana: siamo alla farsa.
Dinanzi
al ritorno traumatico della storia, l’Europa è al “redde rationem”:
ritrovare la coscienza di sé e della sua
storia, o sciogliersi nell’acido del proprio nichilismo.
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