La forza per ottenere la pace.

 

La forza per ottenere la pace.

 

 

 

Quando Von Der Leyen parla

di ‘pace attraverso la forza’ a me

 non viene certo in mente Spinelli.

 Ilfattoquotidiano.it - Monica Valentino – (11 marzo 2015) – ci dice: 

 

L’Europa, un tempo culla della diplomazia e del dialogo, sembra oggi scivolare verso un’interpretazione della pace che ricorda slogan del passato, intrisi di forza e autorità piuttosto che di cooperazione.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha recentemente adottato il motto “pace attraverso la forza” per descrivere la sua visione di un’Unione Europea più assertiva, militarmente coesa e pronta a rispondere alle sfide globali.

 Ma questo slogan, apparentemente pragmatico, porta con sé un’eco inquietante.

 

Mussolini, con il suo celebre “credere, obbedire, combattere”, elevava la forza a virtù suprema, dipingendo la pace come il frutto della supremazia militare e della disciplina autoritaria.

 Similmente, Hitler propagandava la “pace” del Reich come un traguardo raggiungibile solo attraverso la conquista e la sottomissione dei più deboli, con frasi come “la forza precede il diritto”.

 Entrambi condividevano l’idea che la pace non fosse un negoziato tra pari, ma un’imposizione del più forte.

Oggi, il “pace attraverso la forza” di Von der Leyen sembra ricalcare questa logica:

un’Europa che si arma, che investe in difesa e che si prepara a “rispondere” piuttosto che a prevenire, rischia di allontanarsi dai suoi principi fondativi di dialogo e multilateralismo.

 

Von der Leyen in pressing sul Parlamento Ue per far approvare il suo piano di riarmo: “Ci siamo illusi, serve spendere per difenderci.”

A questa deriva si affianca il ricordo delle parole di Mario Draghi, ex presidente del Consiglio italiano ed ex governatore della Bce, che nel 2022 pose agli europei una domanda retorica: “Preferite i condizionatori o la pace?”.

 Un quesito che nascondeva un ultimatum:

 sacrificare il benessere individuale in nome di un obiettivo superiore deciso dall’alto.

 Questa retorica del sacrificio, tipica dei regimi autoritari, sembra oggi permeare il discorso politico europeo, dove la voce dei cittadini viene soffocata da decisioni prese in nome di una presunta “pace” che richiede sempre più controllo, meno dissenso e una crescente militarizzazione.

 

L’Europa sta cambiando pelle.

 I trattati che la fondarono – da Roma a Maastricht – erano impregnati di un ideale di cooperazione, di risoluzione pacifica dei conflitti e di rispetto per la sovranità dei popoli.

Oggi, invece, assistiamo a un’Unione che flirta con un autoritarismo strisciante: sanzioni imposte senza dibattito, narrative ufficiali che tollerano poco il dissenso, una corsa agli armamenti giustificata dalla necessità di “difendere la pace”.

La diplomazia, un tempo fiore all’occhiello dell’Ue, lascia il posto a una postura muscolare che ricorda più i regimi del Novecento che il sogno di Altiero Spinelli.

 

Von der Leyen, con il suo “pace attraverso la forza”, non è sola in questo slittamento.

 La complicità di leader come Draghi, che hanno normalizzato il sacrificio dei cittadini come prezzo per una stabilità imposta, segnala un’Europa che dimentica le sue radici.

 La domanda da porsi è semplice: questa pace, ottenuta con la forza e il controllo, è davvero la pace che l’Europa vuole?

 O è piuttosto il preludio a un futuro in cui il dialogo sarà solo un ricordo, schiacciato dal peso delle armi e delle imposizioni?

 

 

Criminalità delle Gang

 in Aumento.

Conoscenzealconfine.it – (12 Marzo 2025) - Alessio Dell’Anna & Mert Can Yilmaz – ci dicono:

 

Quali sono i Paesi europei con i quartieri più pericolosi?

La violenza delle bande è spesso legata alla droga soprattutto in Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Germania e Francia.

Un rapporto di febbraio del “Servizio di ricerca del Parlamento europeo” ha avvertito che la violenza delle gang è in aumento in tutta l’Ue, a causa della “crescente competizione tra gruppi criminali rivali”.

Una delle tendenze più preoccupanti è il reclutamento di minori nei gruppi della criminalità organizzata e del terrorismo, che ha recentemente spinto Paesi come la Svezia a introdurre una legislazione per intercettare le conversazioni persino di minori di 15 anni, nel tentativo di bloccare un’ondata di atti incendiari ed esplosioni, almeno 36 dall’inizio del 2025.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, il 10 per cento dei cittadini dell’Ue ha riferito di avere subito crimini, violenze o atti di vandalismo nel proprio quartiere, il 12,3 per cento se si considera il segmento di persone a rischio di povertà.

“Anche se l’Europa è ancora uno dei continenti meno colpiti dalla criminalità organizzata, si prevede che le reti criminali aumentino la loro portata globale, diventino più fluide e digitalizzate, e quindi più aperte alla diversità e alla competizione”, si legge nel briefing, aggiungendo che “questo potrebbe, a sua volta, portare a un aumento della violenza legata alla criminalità organizzata”.

In generale, i tassi più alti di persone che riferiscono di violenza locale, crimini o vandalismo sono stati riscontrati in Grecia (20,9 per cento), Paesi Bassi (16,7 per cento), Bulgaria (15,6 per cento), Francia (14,7 per cento), Spagna (13,6 per cento) e Belgio (12,5 per cento).

La Grecia, in particolare, ha registrato negli ultimi anni un’impennata di violenza da parte dei tifosi, che ha portato a lunghe chiusure di stadi e a nuove misure che rendono più rigidi i regolamenti e i biglietti per i fan club.

Croazia, Lituania, Polonia, Slovacchia ed Estonia sono risultati invece i Paesi più sicuri, riportando tutti tassi di criminalità locale inferiori al 5 per cento.

(Articolo di Alessio Dell’Anna & Mert Can Yilmaz).

(it.euronews.com/my-europe/2025/03/10/criminalita-delle-gang-in-aumento-quali-sono-i-paesi-europei-con-i-quartieri-piu-pericolosi).

 

 

 

 

L'ultimatum di Trump a Mosca: «Tregua o sanzioni devastanti».

Putin in mimetica visita truppe in Kursk.

Zelensky: no inganni.

Msn.com – Corriere della Sera – (12-3-2025) - Viviana Mazza, inviata a Washington – ci dice:

 

Washington - Il presidente Trump assicura di avere «ottimi rapporti con entrambe le parti» nel conflitto in Ucraina, ma ieri nelle sue parole sono ritornate anche le minacce alla Russia di conseguenze potenzialmente «devastanti» se non accetta il cessate il fuoco di 30 giorni, firmato dagli ucraini martedì a Gedda:

 «Ci sono cose che si possono fare che non sarebbero piacevoli da un punto di vista finanziario.

Posso farle: sarebbe molto negativo per la Russia. Non voglio farle, perché voglio arrivare alla pace».

Una tregua — ha detto il presidente americano ai giornalisti durante un incontro con il premier irlandese” Micheál Martin” — «ha senso per la Russia».

Putin, che fino a un mese fa ha detto che l’obiettivo russo non è una tregua ma una pace duratura, si trova in una posizione delicata.

Ieri il presidente russo si è fatto filmare al fronte, in mimetica, nel Kursk, dove si recava per la prima volta dall’inizio dell’offensiva ucraina nella regione.

Era accompagnato dal suo capo di stato maggiore Gerasimov che ha detto davanti alla telecamera:

 «Abbiamo liberato l’86% della regione».

 E Putin: «Molto bene, andate avanti, il nemico deve lasciare completamente il nostro territorio».

Ha aggiunto che «i soldati ucraini catturati in questa regione saranno trattati come terroristi in conformità alle nostre leggi».

In passato il presidente russo aveva dichiarato che non avrebbe mai accettato una tregua finché gli ucraini erano in territorio russo.

Quello che alcuni esperti leggono in queste immagini è la possibilità che accetti la tregua perché la sostanziale riconquista del Kursk gli permette di farlo senza perdere la faccia.

Putin: «Gli europei possono partecipare a negoziati sulla guerra in Ucraina».

D’altra parte, un documento preparato a febbraio da un think tank di Mosca vicino ai servizi dell’intelligence federale e rivelato ieri dal” Washington Post” mostra le difficoltà di un accordo di pace:

 il documento sposa la linea più massimalista di una parte — ma non tutta — dell’élite russa, secondo la quale Mosca dovrebbe indebolire la posizione Usa sull’Ucraina provocando divisioni tra l’amministrazione Trump, l’Europa e la Cina;

vi si legge inoltre che la pace è impossibile prima del 2026, che bisogna insistere sul riconoscimento della sovranità russa sui territori conquistati in Ucraina e smantellare il governo di Kiev.

Si parla anche di una zona cuscinetto nel Nordest dell’Ucraina, al confine con le regioni russe di Bryansk e Belgorod, e di una zona demilitarizzata nel Sud dell’Ucraina vicino alla Crimea.

Quest’ultimo aspetto sembra in linea con alcune dichiarazioni di Putin che ieri, dal Kursk, ha detto che in futuro «bisognerà creare una zona di sicurezza intorno ai confini dell’intera Russia».

 

Altri «consigli» contenuti nel documento, come proporre a Trump un accordo sui minerali russi e rifiutare i peacekeeper europei, sono già emersi nei colloqui tra russi e americani.

Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, dice che il Cremlino «non è a conoscenza di queste raccomandazioni», definendole «estremamente contraddittorie» e prende tempo, affermando che prima di esprimersi i russi aspettano di ricevere «informazioni dettagliate» dagli americani, anche se già martedì il capo dell’intelligence russa Sergei Naryshkin ha parlato con il capo della Cia John Ratcliffe.

Ieri dallo Studio Ovale, Trump ha detto che i suoi inviati stavano «andando in Russia mentre parliamo».

 L’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, che ha già incontrato Putin a febbraio, è atteso in questi giorni a Mosca.

 Il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, ha avuto una telefonata ieri con la sua controparte russa.

Intanto Zelensky, che ha incassato il ripristino degli aiuti militari, spera in «passi decisi» e ulteriori misure per «rafforzare l’Ucraina», se la Russia rifiuta la tregua.

 E per ora dice che le garanzie di sicurezza possono essere discusse durante la tregua, ma afferma:

 «Non riconosceremo alcun territorio occupato dai russi... Questa è la più importante linea rossa».

 

 

 

 

Usare i fondi strutturali per ottenere

 “la pace con la forza”.

 L’Europa propone di finanziare

l’acquisto di armi coi soldi per lo sviluppo.

Ilfattoquotiano.it - Gianni Rosini – (3 Marzo 2025) – ci dice:

 

La prima bozza di conclusioni del Consiglio Ue del 6 marzo propone di dirottare più fondi possibile verso la Difesa.

Ora serve l'ok dei 27.

Raggiungere la “pace attraverso la forza” è diventato il nuovo mantra dell’Unione europea.

O almeno, così appare dalla bozza di conclusioni in vista del Consiglio Ue straordinario del 6 marzo nel quale si punta a stilare un piano per il riarmo e lo sviluppo della Difesa europea tarato anche sul futuro sostegno alla causa ucraina.

Nel documento, che Ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, si richiede un’ampia sburocratizzazione dei passaggi legati allo stanziamento di fondi per gli investimenti nel settore militare.

Si chiede, inoltre, di reindirizzare soldi previsti per altre spese a bilancio in favore di investimenti in campo militare.

E si arriva a invitare la Commissione “a proporre fonti di finanziamento aggiuntive per la Difesa a livello Ue, anche mediante una flessibilità aggiuntiva nell’uso dei fondi strutturali, e a presentare rapidamente proposte pertinenti”.

Tradotto: reindirizzare parte dei soldi destinati alla crescita economica, occupazionale e allo sviluppo degli Stati membri e delle loro regioni per acquistare armi.

 

Il documento, come detto, è una bozza e dovrà essere approvato da tutti i capi di Stato e di governo dell’Ue il prossimo 6 marzo.

Difficile credere che, nel caso si arrivasse all’approvazione, il documento non subisca modifiche, anche se perfettamente in linea con quanto preannunciato sia dalla Commissione Ue che dalla Nato che hanno più volte proposto di investire nella Difesa anche a scapito dei fondi destinati al welfare.

Uno dei passaggi più controversi è proprio quello che riguarda i fondi strutturali, che comprendono il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo sociale europeo Plus, i Fondi di coesione, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura.

 Soldi gestiti, tra l’altro, dal commissario italiano Raffaele Fitto.

Dopo aver ribadito che “non possono esserci negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina; non possono esserci negoziati che influiscano sulla sicurezza europea senza il coinvolgimento dell’Europa;

un cessate il fuoco può aver luogo solo come parte di un accordo di pace globale (in contrasto con la richiesta di un cessate il fuoco di un mese della proposta anglo-francese, ndr) e che qualsiasi accordo del genere deve essere accompagnato da solide e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, il documento cita le dichiarazioni di Ursula von der Leyen sostenendo che “per raggiungere ‘la pace attraverso la forza’ è necessario che l’Ucraina sia nella posizione più forte possibile.

 A tal fine, l’Unione europea rimane impegnata, in coordinamento con partner che condividono gli stessi ideali, a fornire un maggiore sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico all’Ucraina e al suo popolo”.

 Di conseguenza, “il Consiglio europeo chiede di intensificare urgentemente gli sforzi, in particolare per quanto riguarda la fornitura di sistemi di difesa aerea, munizioni e missili, nonché la fornitura della formazione e delle attrezzature necessarie per le brigate ucraine.

Il Consiglio europeo sottolinea inoltre l’importanza di intensificare i lavori per sostenere e sviluppare ulteriormente l’industria della difesa dell’Ucraina e per approfondire la sua cooperazione con l’industria della difesa dell’Ue”.

Per poter raggiungere gli obiettivi di sicurezza prefissati, conclude la bozza, i provvedimenti da adottare possono essere molteplici.

Ad esempio, si richiede maggiore “flessibilità nell’ambito del Patto di stabilità e crescita per agevolare una spesa significativa per la difesa a livello nazionale” e si “invita la Commissione a proporre fonti di finanziamento aggiuntive per la Difesa a livello Ue, anche mediante una flessibilità aggiuntiva nell’uso dei fondi strutturali, e a presentare rapidamente proposte pertinenti”.

 Oltre a questo, si propone di “adeguare ulteriormente e con urgenza le pratiche della Banca europea per gli investimenti (Bei) in materia di prestiti all’industria della Difesa, in particolare rivalutando l’elenco delle attività escluse”.

Il documento ha provocato già la reazione di alcuni partiti politici, tra cui anche il Movimento 5 Stelle che critica le posizioni raggiunte dai rappresentanti dei 27 governi europei:

“La bozza delle conclusioni del Consiglio europeo del 6 marzo sono uno scippo per l’Italia – si legge in una nota firmata dall’europarlamentare “Valentina Palmisano” – I leader europei chiederebbero infatti alla Commissione europea una nuova proposta legislativa che preveda un incremento delle spese per la Difesa attraverso un ridimensionamento dei fondi strutturali.

 L’Italia è tra i primi beneficiari di questi fondi europei che rappresentano una speranza di riscatto per molti territori del Sud Italia.

 Se Giorgia Meloni dovesse avallare questo scippo saremmo davanti al clamoroso autogoal di un governo che dice sì ai tagli di Bruxelles per alimentare le spese militari.

Traditori d’Italia: è questo il nome più̀ appropriato del partito della premier”.

(X: @GianniRosini).

 

 

 

Gallagher: bisogna avere il coraggio

della pace e lavorare per una

riconciliazione vera.

Vaticannews.va - Charles De Pechpeyrou – (7-2-2025) – ci dice:

 

Nell’ambito del Giubileo delle Forze Armate, il segretario per i Rapporti con gli Stati ha preso parte all “’Institut Français - Centre Saint-Louis”, a Roma, alla conferenza “Militari per ottenere la pace”.

“La guerra oggi – ha spiegato - non si limita all’uso della forza, la pace richiede la costruzione di un ordine basato sulla giustizia e sulla carità. È anche il frutto della solidarietà, della salvaguardia della nostra casa comune e della promozione del bene comune”.

Il coraggio della pace oggi non si limita alla semplice ricerca di un cessate il fuoco e all'adozione di misure per proteggere le popolazioni civili, ma significa anche «credere che sia possibile agire prima che scoppi la violenza, rifiutare le logiche disumanizzanti che stanno alla base dei conflitti, cercare di costruire ovunque solidarietà e fraternità, avere la forza d'animo e la determinazione di superare le ostilità» e «lavorare con i popoli per una riconciliazione vera e duratura».

Questo è stato l'appello formulato, «nel contesto molto complesso in cui ci troviamo oggi», dall'arcivescovo “Paul Richard Gallagher”, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, in occasione della Conferenza intitolata «Militari per ottenere la pace» svoltasi oggi, 7 febbraio, all'Institut Français - Centre Saint-Louis, a Roma, nell'ambito del Giubileo delle Forze Armate, della Polizia e degli Agenti di Sicurezza.

Il riferimento del presule al coraggio richiamava le parole pronunciate da Papa Francesco l'8 giugno 2014, durante una cerimonia nei Giardini vaticani, alla quale avevano partecipato i presidenti israeliano e palestinese.

Alla presenza, tra gli altri, del vescovo “Antoine de Romanet”, ordinario militare per la Francia, e dell'ambasciatore francese presso la Santa Sede, “Florence Mangin”, monsignor Gallagher ha evidenziato i cambiamenti della realtà militare, in un contesto in cui «la pace oggi non può più essere data per scontata» e in cui «cresce il dubbio sulla capacità della comunità internazionale e delle sue istituzioni di mantenere la fiducia tra le nazioni».

 Nel suo intervento, intitolato “Militari, il coraggio di vincere la pace oggi” e incentrato in particolare sulla configurazione dei conflitti attuali, l'arcivescovo britannico ha ricordato, sulle orme dei Papi a partire dal Concilio Vaticano II, che «sarebbe illusorio ridurre la pace alla pura assenza di conflitti», poiché «la guerra oggi non si limita all'uso della forza».

Spesso multidimensionali, i conflitti odierni richiedono «un approccio integrale nelle questioni di sicurezza.

La sicurezza alimentare, ambientale, sanitaria ed economica deve essere presa in considerazione ha spiegato il segretario per i “Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali “;

 in altre parole, la pace richiede la costruzione di un ordine basato sulla giustizia e sulla carità.

È anche il frutto della solidarietà, della salvaguardia della nostra casa comune e della promozione del bene comune».

All'aspetto multidimensionale della ricerca della pace, si aggiunge la considerazione della natura stessa dei conflitti che varia notevolmente, ha sottolineato il rappresentante della Santa Sede.

 «Oltre alle guerre convenzionali dirette, oggi assistiamo a guerre per procura, guerre civili, guerre ibride, conflitti congelati e rinviati, e guerre che si stanno trasformando in conflitti transnazionali», ha detto Gallagher, rimarcando che «la situazione geopolitica è talvolta così complessa e polarizzata che qualsiasi risoluzione del conflitto diventa estremamente difficile».

Un terzo aspetto dei conflitti attuali è l'uso di nuovi tipi di armamenti, che stanno portando alla produzione di un numero sempre maggiore di armi in tutto il mondo.

In particolare, molti Paesi dispongono di armi di distruzione di massa e fanno uso dell'intelligenza artificiale.

 Questo uso di tecnologie e sistemi avanzati, in grado di identificare e colpire obiettivi senza l'intervento diretto dell'uomo, «non elude da seri interrogativi etici», ha insistito il presule, ricordando che la recente “Nota Antiqua et Nova” del “Dicastero per la Dottrina della Fede e del Dicastero”.

Per la “Cultura e l'Educazione” «lancia l'allarme sul rischio che i sistemi di armi autonome letali possano a loro volta rendere più “praticabile” la guerra».

La natura incontrollabile di tale potenza distruttiva, che può colpire un gran numero di civili innocenti, ha affermato il relatore, «richiede quindi un'attenzione molto seria, un dialogo tra i vari attori e un impegno deciso ad adottare un arsenale di regole che ci consente di procedere con decisione verso la smilitarizzazione del mondo, anche lavorando istantaneo alla costruzione della fiducia tra i popoli».

Infine, l'arcivescovo Gallagher si è soffermato sulla necessità di un «nuovo approccio alla questione della sicurezza», in uno «spirito completamente nuovo», come indicava il Concilio Vaticano II. Tale approccio, ha aggiunto, deve essere innanzitutto non violento: «si tratta di proseguire gli sforzi compiuti nei tempi moderni per escludere il ricorso alla guerra come mezzo affidabile di risoluzione delle controversie internazionali, privilegiando sempre la non violenza».

 Il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha osservato che comunque, fin dal Medioevo, la Chiesa ha sempre avuto potenti sostenitori della non violenza.

 E i Papi contemporanei hanno «severamente condannato la guerra, qualsiasi guerra, anche al di là del concetto di “guerra giusta”, il cui quadro morale era stato definito da sant'Agostino e san Tommaso ai loro tempi».

 In secondo luogo, questo «spirito del tutto nuovo» nel considerare la guerra «richiede un serio esame del rispetto del quadro normativo volto a proteggere la dignità e l'integrità degli esseri umani nel mezzo delle ostilità», ovvero «del diritto internazionale umanitario.

È essenziale che il diritto umanitario abbia il suo giusto posto nel mezzo delle ostilità, qualunque sia il tipo di conflitto.

 Infatti, civili e combattenti devono essere protetti dalle norme in vigore, ispirate ai principi umanitari dettati dalla coscienza pubblica», ha chiarito il presule, deplorando il fatto che nei mesi scorsi, «in vari contesti e conflitti recenti, il diritto internazionale umanitario sia stato spesso trascurato, a volte in modo apparentemente deliberato».

E in proposito ha fatto notare come l'aumento delle atrocità sia anche parte di una tendenza alla banalizzazione della violenza in molte zone di conflitto, mettendo in luce che «la violazione dei diritti umani e delle leggi che regolano la condotta della guerra sta diventando così comune da essere talvolta considerata semplicemente inevitabile».

Tuttavia, «non ci può essere una pace genuina e duratura, e nemmeno una pace “giusta”, se questo quadro normativo del diritto umanitario non viene rispettato».

Se si vogliono applicare pienamente i principi del diritto umanitario, è anche necessario riconoscere i cambiamenti della realtà, in particolare la crescente complessità dei conflitti, ha affermato il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali.

Questi conflitti, infatti, «non coinvolgono più necessariamente solo attori statali, ma anche gruppi armati e milizie private».

 Se da un lato è necessario «adattare questo quadro normativo e il modo in cui viene applicato», dall'altro «non è sufficiente, in quanto dobbiamo anche riscoprire, sia personalmente che collettivamente, i principi etici fondamentali che devono orientare ogni nostra azione concreta, anche nelle condizioni sul campo che a volte rendono così difficile il discernimento».

 «Cercare e riscoprire il significato della dignità umana e i principi morali che sono alla base della nostra comunità umana e ci uniscono al di là delle differenze politiche, culturali o religiose, ed attenersi ad essi — ha concluso l'arcivescovo Gallagher — richiede coraggio, e questa è anche una condizione per costruire una vera pace e creare un ordine internazionale armonioso».

 

 

 

 

Ucraina, Mosca rompe il silenzio

dopo le minacce di Trump: presentate

agli Usa le richieste per la fine della guerra.

 

 Msn.com – Affari italiani - Storia di Redazione – (13-3-2025) – ci dice:

Secondo Reuters Mosca avrebbe presentato agli Usa le sue richieste per la fine della guerra.

 Trump ieri ha lanciato un ultimatum a Putin ipotizzando nuove sanzioni in caso di non accettazione della tregua.

Ucraina, Mosca rompe il silenzio dopo le minacce di Trump: presentate agli Usa le richieste per la fine della guerra.

Guerra Ucraina, la diretta.

La tregua di 30 giorni mediata dagli Usa tra Kiev e Mosca è vicina?

Secondo quanto riporta Reuters la Russia avrebbe presentato agli Stati Uniti le sue richieste perla fine della guerra.

 Va ricordato che ieri Trump ha lanciato un ultimatum a Putin:

in caso di rifiuto della tregua di 30 giorni Washington avrebbe colpito di nuovo la Russia con "devastanti sanzioni".

 Intanto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov attacca l'Ue:

"La Führer Ursula von der Leyen vuole rimilitalizzare l'Europa", dopo la proposta della presidente della Commissione europea di un aumento della spesa per la difesa Ue.

Putin ha visitato e truppe impegnate nella controffensiva nella regione di Kursk, presiedendo una riunione di ufficiali in un posto di comando.

 

Aereo Inviato Usa “Witkoff” entrato nello spazio aereo russo.

L' aereo su cui viaggerebbe l'inviato speciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Medio Oriente, “Steve Witkoff”, è entrato nello spazio aero russo come mostrano i dati del” flight tracker Flightradar24”.

L'aereo era decollato stamattina dal Qatar.

 La portavoce della Casa “Bianca Karoline Leavitt” ha dichiarato mercoledì che “Witkoff” si sarebbe recato a Mosca questa settimana per cercare di convincere la Russia ad accettare un accordo di cessate il fuoco con l'Ucraina.

Mosca ha presentato le sue richieste per la fine della guerra.

La Russia ha presentato agli Usa un elenco di richieste per raggiungere un accordo che ponga fine alla guerra e ripristini le relazioni con Washington.

Lo riporta “Reuters online”, sostenendo che non è chiaro cosa esattamente Mosca abbia incluso nella sua lista.

Funzionari russi e americani ne hanno discusso nelle ultime tre settimane e descrivono le condizioni del Cremlino come ampie e simili alle richieste presentate in precedenza da Mosca, dalla mancata adesione di Kiev alla Nato, a un accordo di non dispiegamento di truppe straniere in Ucraina fino al riconoscimento della Crimea e di 4 regioni ucraine come russe.

 

Le azioni della Nato nell'Artico "creano ulteriori sfide e minacce alla sicurezza della Russia e ai suoi interessi nazionali".

 Lo ha affermato “Vladislav Maslennikov”, direttore del Dipartimento per gli Affari europei del ministero degli Esteri russo.

 Lo riporta l'agenzia Tass.

"Nelle attuali condizioni geopolitiche, su istigazione dei Paesi occidentali, purtroppo si stanno sviluppando tendenze negative nell'Artico", ha detto Maslennikov, "l'ingresso di Finlandia e Svezia nell'Alleanza e la conseguente crescente presenza della Nato nella regione hanno provocato un aumento della tensione politico-militare".

Mosca: "Nella notte distrutti 77 droni ucraini sul territorio russo".

I sistemi di difesa aerea russi hanno distrutto durante la notte 77 droni ucraini sulle regioni del paese.

 Lo ha riferito - come riporta la Tass - il ministero della Difesa russo.

"Nel periodo dalle 20 del 12 marzo alle 6:36 del 13 marzo, ora di Mosca, i sistemi di difesa aerea in servizio hanno intercettato e distrutto 77 veicoli aerei senza pilota ucraini:

30 nella regione di Bryansk, 25 nella regione di Kaluga, sei nella regione di Kursk, sei nella regione di Voronezh, cinque nella regione di Rostov, cinque nella regione di Belgorod", hanno detto i funzionari.

 

Zelensky: "La Russia non inganni, continuano gli attacchi con droni."

"La Russia non deve ingannare simulando una disponibilità a porre fine alla guerra, perché i suoi attacchi condotti con droni continuano ogni notte".

 L'ha affermato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sui suoi profili social.

 

Trump: sanzioni devastanti per Russia se non accetta la tregua.

Parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che le sanzioni per la Russia potrebbero essere "devastanti" se decidesse di continuare la guerra e di non accettare la tregua di 30 giorni.

"Ci sono cose che si possono fare che non sarebbero piacevoli in senso finanziario", ha detto Trump, come riporta la Bbc, "sarebbe molto male per la Russia. Non voglio farlo, perché voglio ottenere la pace".

Queste "questioni finanziarie" potrebbero rivelarsi "devastanti" per Mosca, ha aggiunto.

 

 

 

 

L’Europa, la pace, le piazze.

Sbilanciamoci.info – (11 Marzo 2025) - Guglielmo Ragozzino – ci dice:

 

L’Europa è stretta, da tempo, tra le prepotenze di Usa e Russia.

 Di fronte al disordine che ci avvolge, la piazza del 15 marzo pone il problema di un’Europa che rialzi la testa e non si faccia travolgere dal vortice delle indigeribili politiche di Trump.

Vent’anni fa era l’Iraq a essere accusato di spargere guerre e polvere tossica.

 Per questo gli si faceva guerra;

anzi, non guerra, nobile confronto tra veri eserciti.

 Saddam Hussein non ne aveva uno, secondo gli americani, ma solo una banda di irregolari, immeritevoli di essere rispettati come una forza legittima – e i combattimenti andavano avanti così, senza seguire le regole della guerra.

Allora, vent’anni fa, eravamo in molti a essere convinti di quanto fosse falso questo credo degli americani e dei loro alleati – il principale alleato di George W. Bush era allora Tony Blair, premier della Regina Elisabetta – e non era solo “Arundhati Roy1” a pensarla così, tanto che eravamo in molti a manifestare, dappertutto, e la gente in piazza era indicata – con un briciolo di esagerazione – “il secondo esercito del mondo”, a detta del  “New York Times”, mentre nello stesso ordine di idee “Roy” scriveva che “oggi l’unica istituzione mondiale più potente del governo di Washington è la società civile americana”.

 La grande scrittrice e militante indiana che pure affermava nel 2003 di avere fama di “antiamericana” e “antioccidentale”, si “sorprende improvvisamente nell’incredibile posizione di difensore del popolo americano e di quello britannico”.   

 

Oggi è Vladimir Putin a sostenere che la sua aggressione in Ucraina non è guerra, ma è in corso una “Operazione militare speciale” con lo scopo di garantirsi che l’Ucraina non entrerà nella Nato e per contrastare gli attacchi ucraini in Crimea e nei nuovi piccoli Stati filorussi di Donetsk e Luhansk2.

Joe Biden, presidente degli Usa prima di Donald Trump, e gran parte dei paesi Nato hanno appoggiato con armi, denaro e solidarietà la causa dell’Ucraina e del presidente Volodymyr Zelensky con risultati apprezzabili (per gli amici della guerra di entrambi i campi).

 L’avvento di Trump al potere con i repubblicani ha però modificato il quadro.

Il presidente americano ha ritirato il suo appoggio a Zelensky, lo ha anzi accusato di aver scatenato un’inutile, dannosissima guerra, ha riempito di improperi e di accuse Biden, il suo predecessore, addossandogli lo spreco di centinaia di miliardi americani e di innumerevoli distruzioni;

inoltre si è detto sicuro di poter chiudere la partita in pochi giorni.

 Trump ha accusato poi l’Europa – facendo poca differenza tra l’Unione europea e gli altri paesi – di essere nemica dell’America e di coltivare molti altri torti ed errori.

Tra i giocatori di carte, in Italia, si direbbe che Trump, il capo del mondo libero, ha sparigliato.

 Ammesso e non concesso che in Italia ci si occupi ancora di mondo libero e di suoi capi (essendo il gioco della scopa ancora praticato).

Tutto questo ha creato un notevole disagio nella vecchia Europa e negli stessi Stati Uniti, dove “Bernie Sanders”, senatore e persona libera, si fa sentire, ma sembra una voce isolata.

Non c’è più il secondo esercito del mondo a difesa della libertà e della pace, ma una popolazione mondiale divisa, irresoluta e decisamente spaventata.

 È più importante salvare i confini dell’Europa, continente libero, Ucraina compresa, o assicurare la pace?

Prima ancora: dobbiamo tutti arrenderci e metterci in fila, sull’attenti?

 

I governi d’Europa sono poi in condizione di maggior disagio, ciascuno piegato sui propri problemi.

Bruxelles, che dovrebbe fungere da autorità centrale e ragionare per tutti, è attraversata da visioni discordanti.

Più importante riarmare l’esercito ucraino o risolvere i problemi del bilancio di ogni Stato dell’Unione?

 La novella politica, espressione del governo di Washington, sembra la verità indiscutibile, inoppugnabile dei tempi correnti e rende tutto più ambiguo ed egoistico in Europa.

 

Passati quattro mesi dalla sconfitta elettorale negli Usa, molto dura per tutti i democratici nel mondo – ogni sfumatura è ammessa – da questa parte, in Europa almeno, si comincia, lentamente, a ragionare.

 Serve, da un lato, il susseguirsi degli “ordini esecutivi” del presidentissimo Donald. Alcuni di questi sono francamente intollerabili.

Questa dozzina di punti e il modo stesso in cui vengono presentati, senza alcuna discussione in Parlamento mostrano un autoritarismo trumpiano difficile da digerire anche per i suoi abituali tifosi.

 C’è chi ha paura di questa svolta e tace, ma c’è chi si vorrebbe ribellare e prova a riflettere.

Questo – lo immagina chi scrive – è il senso della manifestazione di sabato 15 marzo a Roma, inventata da Michele Serra.

Così si comincerà a riavvolgere il film della storia: la povera Kamala era poi tanto male?

In fondo ha ricevuto il 48,3 per cento dei voti popolari, contro il 49,8 di Trump. Trump, megalomane, decide di punire i paesi vicini e l’Europa per le loro colpe, (non averlo approvato al 110 per cento) e lo fa con dazi al 25 per cento per le merci importate.

 Il primo risultato è di spaventare tutti. I dazi fanno molta paura.

Aumenteranno i prezzi per i beni – per il cibo – della povera gente, dappertutto.

Fa ancor più paura un altro aspetto, subito evidente ai capitalisti e ai finanzieri (ma anche a noi altri):

Trump non ha letto le carte, non ha studiato, non conosce i numeri, spara bordate che sono spesso a vuoto o rimbalzano nei bazooka utilizzati per colpire e li fanno esplodere.

 Dati e numeri sono pure perdite di tempo per chi fa la storia.

Il Wall Street Journal è molto esplicito in proposito e invita il suo pubblico a riflettere;

 è un pubblico fatto di banchieri e affaristi.

 Comincia così una serrata critica, finanziaria e politica allo stesso tempo:

 dove finiremo, dove andremo a sbattere con le Borse, con i nostri soldi, con questo avventurismo di Trump?

Allora comincia la marcia indietro; le scelte più fastidiose per i miliardari alleati di Trump vengono revocate o rimandate.

 Così avviene dei dazi contro Canada e Messico, nati per sgominare i migranti dal Messico, carichi di droghe  antiamericane – tutti lestofanti secondo il discorso al Congresso di Trump –, e costringere allo stesso tempo il Canada a diventare il 51° Stato dell’Unione, ma con il risultato inatteso di sconfiggere l’agricoltura americana con il suo mais, la sua soia nel principale mercato di sbocco, nonché il formidabile aumento del costo del potassio importato dal Canada, necessario per gli anticrittogamici…e così via. (in materia l’articolo di Morya Longo, “Trump spacca bond, Borse, valute/Allargato il divario Usa-Europa”, Il Sole 24 Ore; 8 marzo 2025).

 

Trump è vendicativo come un imperatore romano mal consigliato, come un prelato dell’Inquisizione in Spagna.

 Si è convinto negli ultimi giorni che la scuola pubblica sia frequentata in prevalenza da futuri democratici, sprovvisti di amore per l’America e che MAGA (Make America Great Again) non è la loro materia principale.

Meglio allora chiuderla, la scuola pubblica, bloccare la spesa relativa, facendo contento Elon Musk, obbligando i figli dei democratici a imparare a casa o andare alle scuole private, scuole per bene.

 Di fatto il generalissimo è convinto di poter chiudere la guerra ucraina in tre giorni – Biden non era riuscito a farla finita, tantomeno a vincere, in tre anni – e dunque decide di tagliare i rifornimenti all’Ucraina.

 In particolare le armi americane servivano ad avvistare e abbattere missili e droni russi, ciò che non è più possibile.

Elon Musk che vende i ritrovati, è dapprima felice; poi però ci ripensa.

 L’Europa decide di combattere da sola, costi quel che costi, la guerra a Putin.

Keir Starmer, il premier inglese, si sente nuovamente europeo e questo dà maggior sicurezza ad alcuni altri, anche a quelli che dall’Europa avrebbero voluto scendere, per salire sul carro del vincitore.

 Ursula von der Leyen si comporta come un esperto giocatore di poker;

alla rabbiosa puntata di Trump che ritira le sue armi, spara il suo rilancio da 800 miliardi.

 “Se non ci credete, se avete coraggio, venite a vedere” dice al mondo, perfino ai suoi amministrati, i tremebondi o perplessi paesi d’Europa.

 La leader italiana tergiversa, non sa se approvare o allinearsi a Washington o chiedere pace a Putin, come suggerisce l’alleato leghista.

Sceglie allora di difendere il bilancio italiano (!) senza aggravarlo di nuovi esborsi.

Mostra più coraggio il leader tedesco che rilancia a sua volta 500 miliardi da spendere negli anni venti per trasformare il suo paese e l’economia e la sua forza.

Un’altra novella incredibile: chi si spaventa più per il riarmo tedesco?

Anche il presidente francese conquista un giorno di gloria;

egli offre all’Europa una manciata di force de frappe impiegando o promettendo la bomba, un po’ di soldati e qualche materiale volante: caccia e droni…

 

 

 

Ue, von der Leyen: Putin vicino

ostile, la pace non è più scontata.

Italiaoggi.it – Redazione – (11/03/2025) - ci dice:

La presidente della Commissione Europea alla plenaria del Parlamento europeo: ecco il piano per riarmare l’Europa.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mette in fila tutti i rischi e i pericoli che l’Europa potrebbe affrontare.

"Abbiamo bisogno di un'impennata nella difesa europea.

E ne abbiamo bisogno ora.

Ne abbiamo bisogno prima di tutto a causa della situazione in Ucraina.

 C’è' l'urgente bisogno di colmare le lacune nelle forniture militari dell'Ucraina.

E di fornire all'Ucraina solide garanzie di sicurezza.

Ma questo momento della resa dei conti non riguarda solo l'Ucraina”, ha detto nel suo intervento in plenaria al Parlamento europeo a Strasburgo.

 “Riguarda tutta l'Europa e la sicurezza dell'intero continente.

Putin ha dimostrato più e più volte di essere un vicino ostile.

Non ci si può fidare di lui, può solo essere scoraggiato.

 E sappiamo che il complesso militare della Russia sta superando il nostro".

Il monito della presidente della Commissione Ue.

Quindi "la pace nell'Ue non può essere più data per scontata.

Siamo di fronte a una crisi della sicurezza europea” ma “sappiamo che è nelle crisi che l'Europa è stata costruita.

È il momento di raggiungere la pace attraverso la forza e di lavorare per una difesa comune.

 Al Consiglio europeo ho visto un livello di consenso sulla difesa europea che non è solo senza precedenti ma era inimmaginabile poche settimane fa.

 Abbiamo iniziato a mobilitare risorse massicce e nei prossimi mesi avremo bisogno di più coraggio per fare scelte difficili.

L'ordine di sicurezza europeo è stato sconvolto e sono cadute molte illusioni".

 

Il piano “Rearm Europe”.

"Dopo la fine della Guerra Fredda non abbiamo fatto altro che creare un deficit di sicurezza.

È finito il tempo delle illusioni, l'Europa è chiamata a farsi carico della propria difesa ", ha aggiunto.

"L'Europa deve accelerare”, ha detto, “vogliamo usare tutte le leve finanziarie a nostra disposizione per accelerare la nostra produzione nella difesa.

 Con il Piano “Rearm Europe” possiamo mobilitare fino a 800 miliardi di euro.

Mi voglio concentrare per prima cosa sulla clausola di salvaguardia nazionale. Oggi spendiamo in media il 2% del Pil per la difesa ma ogni analisi concorda sul fatto che dobbiamo superare il 3%.

Guardando il bilancio europeo, raggiunge solo l'1% del Pil, quindi è ovvio che il grosso dei nuovi investimenti deve venire dai Paesi membri".

Per poi spiegare che "per questo vogliamo attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle nuove regole di bilancio.

Proponiamo di farlo in modo controllato e coordinato per tutti gli Stati membri che potranno così mobilitare fino a 650 miliardi nei prossimi 4 anni:

l'1,5% del Pil potrà essere aggiunto al bilancio per la difesa nei prossimi 4 anni".

 

"Il Consiglio ha dato luce verde alla nostra proposta per un nuovo strumento finanziario, chiamato “Safe Security Action for Europe”.

Offriamo agli Stati fino a 150 miliardi in prestito per investire.

Possono concentrarsi su poche capacità strategiche selezionate per massimizzare l'impatto degli investimenti.

Questi prestiti dovranno finanziare gli acquisti da produttori europei per rafforzare la nostra industria della difesa e i contratti dovranno essere pluriennali per dare all'industria la prevedibilità necessaria", ha dichiarato la presidente della Commissione europea, aggiungendo che "l'accento deve essere posto sugli appalti congiunti perché sono uno strumento potente".

"Abbiamo bisogno di scala, dimensione e rapidità e per questo abbiamo scelto la procedura di emergenza ai sensi dell'articolo 122, che è stata concepita proprio per i momenti in cui 'sorgono difficoltà severe nella fornitura di determinati prodotti'.

In altre parole, il 122 ci consente di attingere a fondi da prestare agli Stati membri affinché possano investire nella difesa.

Questo è l'unico modo possibile per un'assistenza finanziaria di emergenza ed è ciò di cui abbiamo bisogno ora", ha spiegato, sottolineando anche che "l'uso dei fondi di coesione è una possibilità che offriamo agli Stati membri.

Potranno ridirigere alcuni fondi non usati verso progetti di difesa, possono essere infrastrutture o ricerca e sviluppo e il tutto su base volontaria.

 Spetterà al Parlamento e al Consiglio decidere su questa possibilità aggiuntiva".

 

 

 

 

Europa di pace per

tutti i popoli.

 Fondazionedivittorio.it – (04 Marzo 2025) – Redazione - ci dice:

Oggi, di quale Europa stiamo parlando?

 Europa di pace o Europa di guerra? Europa armata, o Europa disarmata?

 Europa che investe in armi tagliando il welfare? O Europa che investe in cooperazione tagliando le spese militari?

Ci opponiamo alla scellerata decisione di sospendere le regole di bilancio per le spese della difesa armata, facendoci entrare in una economia di guerra.

Siamo con gli ucraini.

D'accordo, ma come? Dicendogli "vi diamo le armi e combattete" o facendo diplomazia per salvare il salvabile?

Da sempre ripetiamo che non esiste soluzione militare del conflitto: la guerra non la vince nessuno.

 La scelta armata fatta per difendere l’Ucraina dall’invasione russa, ha portato da 3 anni ad uno stallo evidente, una guerra di logoramento costata da entrambe le parti decine di migliaia di morti e un numero infinito di vedove, orfani e mutilati.

La via militare è un fallimento è l'evidenza dei fatti è lì a dimostrarlo.

Nessuno la guerra la vince, la pace invece la possono vincere tutti.

Stessa cosa per quanto accade nella sponda sud del Mediterraneo, l’Europa è pronta a schierarsi per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione dei palestinesi come riconosciuto da infinite risoluzioni delle Nazioni Unite, o per gli amici si usa la politica del “doppio standard”, tollerando crimini di guerra, occupazione e pulizia etnica?

Non sono domande provocatorie, sono domande sincere, necessarie, per capire quale Europa dobbiamo ricostruire, quale sicurezza e politica estera vogliamo sostenere.

Il Manifesto di Ventotene, Per un’Europa libera e unita, aveva l’obiettivo di liberare l’Europa, e progressivamente il pianeta, dalle guerre.

“Quale sia il male profondo che mina la società europea è evidentissimo ormai per tutti:

 è la guerra totale moderna, preparata e condotta mediante l’impiego di tutte le energie sociali esistenti nei singoli paesi.

 Quando divampa, distrugge uomini e ricchezze;

quando cova sotto le ceneri, opprime come un incubo logorante qualsiasi altra attività.

Il pericolo permanente di conflitti armati tra popoli civili deve essere estirpato radicalmente se non si vuole che distrugga tutto ciò a cui si tiene di più”. (Altiero Spinelli in Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, 1942).

 

L’Europa per dimensione e peso economico, per cultura politica, per tradizione storica deve farsi carico di promuovere il rilancio della multilateralità e la collaborazione globale per un futuro comune.

 Deve dismettere la postura della supremazia e porsi in una posizione di neutralità attiva nella competizione globale.

Deve promuovere una “sicurezza condivisa”, e non la “fortezza Europa”, tenuta in piedi con la forza delle armi, con i muri e con politiche economiche restrittive, inique ed ancora fondate sul fossile.

Data la natura altamente delicata della sicurezza, della difesa e della politica estera, l’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa avere come risultato un rafforzamento dei legami tra gli Stati membri favorendo un miglioramento del consenso, è un tragico errore.

Ciò che è certo è che l’Esercito europeo è attualmente solo una giustificazione retorica di decisioni che puntano a spostare ingenti risorse dai compiti civili dell’Unione a fondi a disposizione degli interessi dell’industria militare senza una visione ed un progetto di società per le future generazioni, con il solo risultato di togliere fondi alla coesione sociale ed economica, alla cooperazione ed alla transizione ecologica.

 

L’Europa deve rimanere uno spazio multinazionale capace di diventare una grande potenza di pace, che faccia i conti con il passato coloniale e con la necessità di porvi rimedio, che escluda la guerra dai propri strumenti politici e che utilizzi la sua grande capacità economica, scientifica e tecnologica per favorire il riequilibrio nella distribuzione delle opportunità e delle conoscenze tra i popoli.

 La pace è una conquista della politica che si costruisce nel tempo: sappiamo che c’è sempre un’alternativa da poter percorrere al fallimento totale della politica che è la guerra.

Per un’Europa costruttrice di pace e di sicurezza per tutti i popoli:

- L’Europa deve agire come una vera comunità politica, democratica ed economica dentro un sistema multilaterale e non di blocchi politico-militari che competono e si reggono sulla deterrenza militare.

- L’Europa deve avere una propria politica estera fondata sulla cooperazione e sulla costruzione di pace, giustizia e sicurezza condivisa e comune, regolata dal diritto internazionale.

- L’Europa deve  rafforzare il modello sociale europeo ampliando l’accesso ai diritti ed alle tutele, destinando le proprie risorse alla difesa civile, alla transizione ecologica alla cooperazione ed al la solidarietà dentro e fuori l’Unione Europea, allargando la sfera di cooperazione (economica, culturale, strategica) per il rafforzamento della democrazia e del raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile  a partire dalle  aree di vicinato, tanto a Est come a Sud, per poi estendersi al resto del mondo, e non per il riarmo e per l’economia di guerra.

- L’Europa deve praticare una politica commerciale coerente e strumentale alla politica di pace e di sicurezza condivisa: ridurre il divario tra paesi ricchi e paesi poveri; ridurre le diseguaglianze e sconfiggere le povertà e le migrazioni forzate; investire nella transizione ecologica, promuovere stabilità, pace e sicurezza comune.

 

Così facendo,  il concetto di difesa assume un connotato completamente diverso da quello che si sta discutendo, non è più la difesa militare ed il riarmo per difendersi da un nemico o da una invasione, ma è il consolidamento di un sistema di relazioni tra stati che cooperano, regolato dal diritto internazionale e da forti scambi economici, culturali, di interdipendenza e di scambio, con un basso investimento negli eserciti e nelle armi, ed alto investimento nella difesa civile e nonviolenta, nella cooperazione e nel mutuo aiuto.

Rinnoviamo l’invito a portare nelle piazze, ad esporre alle finestre la bandiera della pace che rappresenta questa idea di Europa e che non può essere usata per giustificare la corsa e la spesa al riarmo ed alla guerra, ma per sostenere l’alternativa alle guerre ed alla prepotenza dei più forti, di chi vuole imporre la legge del più forte, dei ricatti, della supremazia.

Vale per l’Ucraina, Vale per la Palestina, vale per tutte le guerre che subiscono le popolazioni.

La nostra Europa deve essere un’Europa di pace e di sicurezza condivisa e comune per tutti i popoli.

È il momento di una grande campagna europea per contrastare la corsa al riarmo ed un’economia di guerra.

 

 

 

 

Ucraina, a Bucha a tre anni dall'invasione:

"pace" per la Russia significa

"nessun sopravvissuto"

It.euronews.com - Sasha Vakulina – (11/03/2025) - ci dice:

 

Un sacerdote ortodosso, “Andri”, è davanti alla sua chiesa durante una cerimonia commemorativa del terzo anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina, a Bucha (24 febbraio 2025).

All'inizio di marzo del 2022 immagini satellitari mostravano la prima fossa comune di civili a Bucha, una città a nord di Kiev.

 Si trovava in un terreno della Chiesa di Sant'Andrea, dove ora si trova il Muro della Memoria per i civili uccisi dalle truppe russe.

Euronews ci è tornata.

“Il sacerdote della Chiesa ortodossa di Sant'Andrea, padre Andriy Halavin”, è ancora a Bucha a tre anni dall'inizio della brutale invasione dell'Ucraina da parte della Russia.

La regione a nord-ovest di Kiev e città come “Bucha”, “Hostomel” e “Irpin” sono state le prime ad affrontare e fermare le forze russe e la guerra totale scatenata nel febbraio del 2022.

 

Al Muro della Memoria di Bucha, a cui sono affisse targhe di metallo per ogni persona uccisa in città dopo l'occupazione russa, padre Andriy dice a Euronews che sarà sostituito da un memoriale permanente.

"La liberazione del nostro Paese è iniziata con la liberazione di Bucha", ha spiegato il religioso, secondo cui questo dovrebbe essere un luogo in cui la gente possa venire con i propri figli, per diventare anche un luogo di forza.

Una donna partecipa a una cerimonia per i civili uccisi, in occasione del terzo anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina, a Bucha (24 febbraio 2025).

 È Il ricordo delle stragi del 2022 alle porte di Kiev.

Padre Andriy conosce ogni angolo di Bucha e probabilmente ogni abitante.

 Mentre mostra il memoriale, indica la casa di fronte alla chiesa. La famiglia che ci viveva era sfuggita alla guerra russa una prima volta, quando le forze di Mosca invasero il Donbas nel 2014.

Ma il Cremlino e la sua guerra li hanno inseguiti fino a Bucha e il 5 marzo quando, dopo alcuni giorni di occupazione, la famiglia ha cercato di evacuare.

"Le forze russe hanno aperto il fuoco contro di loro, contro l'intera famiglia, proprio così, nelle strade di Bucha", ricorda oggi il sacerdote.

Solo il padre sopravvisse, perdendo una gamba, e vive ancora a Bucha. I nomi dei due bambini - di nove e quattro anni - e della madre sono incisi sul monumento commemorativo della chiesa.

"Abbiamo telecamere di sorveglianza all'uscita di Bucha, alla rotonda verso Hostomel e Irpin.

Il secondo giorno di guerra, i russi hanno sparato contro qualsiasi auto in movimento e molte persone sono morte lì", dice Padre Andriy, "molti altri civili sono morti quando i russi entravano nelle case e aprivano il fuoco contro chiunque si trovasse all'interno".

Un operatore cimiteriale riesuma il cadavere di un civile ucciso a Bucha da una fossa comune (13 aprile 2022).

I residenti di Bucha non avevano altra scelta che uscire di casa per cercare cibo, acqua e medicine.

 I soldati russi dissero alla gente del posto di mettersi delle fasce bianche sulle braccia e che sarebbero stati al sicuro.

"Un padre e un figlio sono andati in un municipio per prendere delle medicine, e sono stati colpiti entrambi.

 Il figlio, di tredici anni, è sopravvissuto perché il proiettile ha attraversato il cappuccio del giubbotto.

 È rimasto a terra, accanto al corpo del padre, fingendosi morto finché non è stato più sicuro correre a casa", racconta padre “Andryi”.

Bucha, tre anni dopo l'invasione russa.

La via Vokzal'na, dove una colonna di veicoli blindati russi fu distrutta dall'esercito ucraino, è famosa per una foto che sconvolse il mondo ma oggi ha un aspetto completamente diverso ora.

Non c'è traccia di battaglia e quasi nessun segno di case distrutte. La strada è stata ricostruita e ora assomiglia a quella di una qualsiasi altra tranquilla città europea, con case moderne e recinzioni ordinate.

Caffè e negozi sono stati ricostruiti e riaperti e la gente è tornata.

 Se si possono notare le cicatrici della brutalità russa su alcuni edifici, con le facciate segnate dalle schegge dei bombardamenti proprio come sulla chiesa di Sant'Andrea, le ferite emotive non si sono rimarginate.

Sul Muro della Memoria ci sono 509 nomi di civili uccisi durante l'occupazione di Bucha e non abbiamo ancora parlato di "stupri, rapine, rapimenti di bambini", aggiunge padre Andryi.

I colloqui degli Usa con la Russia visti da Bucha.

Tra le tante dichiarazioni sull'Ucraina del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ce n'è stata una che si è davvero distinta, superando quella che per gli ucraini è una linea rossa.

Il mese scorso Trump ha sostenuto che l'Ucraina non avrebbe dovuto iniziare la guerra.

Secondo padre Andriy per i russi i negoziati non sono un modo per trovare la pace, ma "per ottenere ciò che non si può ottenere con le armi".

"I russi volevano prendere Kiev in tre giorni e hanno fallito.

Con l'aiuto di Trump, dei negoziati e così via, stanno cercando di occupare l'Ucraina in qualche altro modo", prosegue il religioso, "è una questione di giustizia.

Ciò che è preoccupante è che quando si parla di 'negoziati', nessuno parla di crimini.

 Nessuno parla di responsabilità".

Padre Andriy ammette che all'estero qualcuno potrebbe non essere in grado di capire come sia possibile una guerra del genere possa essere "reale nel XXI secolo".

"Gli europei si trovano in uno stato in cui stanno iniziando a capire", prosegue il parroco della Chiesa di Sant'Andrea, "se continua così, c'è il rischio che debbano imparare il russo.

Perché se l'Ucraina cade, la Polonia e gli Stati baltici saranno i prossimi".

Quanto ai colloqui con la Russia, il sacerdote avverte che la questione cruciale è la stessa comprensione del significato di "pace", molto diverso tra Ucraina e Russia.

Gli ucraini capiscono la parola "pace" quando non vengono uccisi, quando c'è giustizia, quando i criminali sono chiamati a rispondere dei loro crimini.

 Dal punto di vista di Putin invece, conclude padre Andriy, "pace" è qualcosa di simile a quando non si spara più "perché non ci sono più sopravvissuti dalla nostra parte, solo territorio" da prendersi.

 

 

 

 

Perché la Russia

non vuole la pace.

Starmag.it – (13-3-2025) – Francesco D’Arrigo – ci dice:

 

(L'intervento di Francesco D’Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli").

 

La Russia non è interessata a porre fine alla guerra in Ucraina, perché non ha ancora raggiunto tutti i propri obiettivi strategici e a causa delle conseguenti ripercussioni socio-economiche interne, che minaccerebbero il regime ed i rapporti di forza tra le fazioni in lotta in seno al Cremlino.

Già prima dell’avvio dell’”Operazione Militare Speciale” abbiamo visto come il fallimento dei negoziati con l’Ucraina, che la propaganda e la disinformazione russe attribuiscono all’allora premier britannico “Boris Johnson”, fu invece dovuto al fatto che il presidente Putin non voleva raggiungere alcun accordo con Kyiv, considerata una facile preda da sottomettere in pochi giorni.

 

 La leadership del Cremlino, che nella sua composizione e funzione è diventata sempre più simile al Politburo della defunta Unione Sovietica, teme che la fine della guerra con l’Ucraina possa portare a conseguenze simili a quelle del 1989, quando il rientro dei militari sovietici dalla guerra in Afghanistan ha avuto conseguenze sociali dirompenti.

Molti veterani, non riuscendo a reintegrarsi nella vita civile, contribuirono a destabilizzare la società russa, provocando un’impennata della violenza e della criminalità, dell’alienazione sociale, della povertà ma soprattutto dell’attivismo politico nelle società post-sovietiche.

Molti veterani diventarono attivisti critici del governo, partecipando a proteste e sostenendo gruppi nazionalisti e di opposizione, contribuendo all’instabilità sociale e politica della Russia degli anni Novanta.

Uno scenario che il Cremlino teme si possa ripetere con i veterani della guerra in Ucraina, anche perché l’esercito russo ha arruolato un gran numero di detenuti che scontavano pene detentive per gravi reati, ed il rientro di questi individui rappresenterebbe sicuramente un problema di sicurezza interna.

L’economia russa vicina al crack sta minando la stabilità delle imprese.

L’economia russa, oramai esclusivamente focalizzata a sostenere lo sforzo bellico in Ucraina, nel 2024 ha visto un’inflazione vicina al dodici per cento che mina la stabilità sociale, mentre le spese per la difesa sono lievitate fino alla cifra monstre equivalente a 108 miliardi di dollari:

il triplo del 2021, l’ultimo anno pre-invasione, e il 70% in più rispetto a quanto previsto per il 2023.

Un’economia, che grazie al sostegno cinese ed alle violazioni delle sanzioni di alcuni Paesi occidentali, spiega in parte anche la crescita del PIL russo registrata nel breve termine, ma che ne evidenzia lo squilibrio macroeconomico dovuto all’inflazione e all’alto costo del denaro, uno degli aspetti chiave della grave crisi che attanaglia l’economia e, di conseguenza, il destino della Russia.

L’estrema difficoltà produttiva di beni di consumo primario sta costringendo Mosca a fare scelte molto difficili, che oltre a tagliare sussidi e welfare, fanno presagire una difficilissima ripresa economica senza l’interruzione delle sanzioni economiche ed il ritorno degli investimenti occidentali.

Per questi motivi il presidente Putin sta utilizzando la riabilitazione che gli ha offerto il suo amico presidente-tycoon e trarne il massimo vantaggio per aumentare il suo gradimento e fiducia interna, enfatizzando l’ottenimento di una insperata vittoria diplomatica e politica.

 Riabilitazione che vede tra le richieste principali nella recente ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Russia, il ritiro delle sanzioni economiche e la ripresa degli scambi commerciali con gli Usa, come riferito dal presidente Trump dopo una telefonata con il presidente Putin il 12 febbraio, nonché dai successivi contatti tra il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il senatore Marco Rubio e l’assistente presidenziale russo Yuriy Ushakov con il rappresentante Michael Waltz.

 Un momento chiave di questo rinnovato impegno è stato l’incontro di alto livello tra Stati Uniti e Russia tenutosi a Riyadh il 18 febbraio, particolarmente vantaggioso per Mosca. 

Washington ha riconosciuto e accettato le argomentazioni della Russia sulle cause profonde della crisi ucraina, ovvero l’espansione della NATO e la protezione delle popolazioni russofone in Ucraina.

 In risposta, l’amministrazione presidenziale russa, sotto la guida di Yuriy Ushakov, ha formulato una serie di richieste da presentare ai partner internazionali, come prerequisiti per una risoluzione del conflitto.

 

Le condizioni della Russia per i negoziati di pace.

Premesso che ad oggi la Federazione Russa non ha alcun interesse e quindi nessuna intenzione ad un “cessate il fuoco”, sta adottando una strategia dilatoria per prendere ulteriore tempo e non scontentare il presidente Trump, ponendo delle condizioni che dimostrano l’intenzione di non arretrare di un millimetro rispetto a quelle per le quali ha invaso l’Ucraina.

Quindi, trascinerà le trattative senza concedere accordi di cessate il fuoco temporanei e brevi, a meno che non siano stati stipulati accordi concreti per una soluzione definitiva, che per la Russia prevedono:

 

il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali – riconoscimento internazionale dell’annessione russa della Crimea, di Sebastopoli, delle Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, delle regioni di Kherson e Zaporizhzhya, e di quelle che nel frattempo riuscirà a conquistare;

abolizione delle leggi adottate dall’Ucraina a seguito dell’invasione russa – porre fine alle politiche post-2014 volte a sopprimere la lingua, la cultura, i media, le tradizioni e il cristianesimo ortodosso russo;

illegittimità delle attuali istituzioni ucraine – “Illegittimità” del presidente Zelensky e del divieto da lui stesso imposto di negoziare con la Russia (in vigore dal 30 settembre 2022).

 La Russia propone di tenere simultaneamente elezioni presidenziali, parlamentari e locali in Ucraina, con la partecipazione di tutti i partiti politici;

garanzie di sicurezza (per la Russia!) – smilitarizzazione e “denazificazione” dell’Ucraina e ritorno ai termini delineati nell’Accordo di Istanbul.

Eliminazione delle minacce alla sicurezza della Russia derivanti dalla continua espansione della Nato, che Mosca considera una violazione degli accordi precedenti e un’invasione diretta della sua sfera di influenza geopolitica;

divieto di dispiegamento di forze straniere – vietare la presenza di personale militare straniero in Ucraina, anche sotto le insegne di Onu, Ue, Osce o altre coalizioni alleate;

de-escalation occidentale – gli Stati Uniti, la Nato e l’Ue devono abbandonare l’idea di raggiungere la “pace attraverso la forza” o la “sconfitta strategica” della Russia.

Questo include l’interruzione delle spedizioni di armi, la condivisione di intelligence, l’addestramento militare dell’esercito Ucraino e il ritiro delle sanzioni contro la Russia.

Il Cremlino sottolinea che Mosca accetterà un accordo di pace solo se tutte queste condizioni saranno soddisfatte. 

Tuttavia, i funzionari russi riconoscono in privato che soddisfare pienamente queste richieste porterebbe probabilmente ad un rifiuto dei negoziatori statunitensi e ad un’ulteriore destabilizzazione dell’Ucraina.

La strategia è invece quella di presentare pubblicamente queste condizioni come un gesto di buona volontà, costringendo Kyiv a una difficile posizione diplomatica e delegittimare ulteriormente il presidente Zelensky.

 L’obiettivo è lasciare che le opzioni dell’Ucraina si restringano fino a rifiutare ulteriori concessioni, consentendo a Mosca di dichiarare l’indisponibilità dell’Ucraina a negoziare e giustificare il lancio di una nuova offensiva militare in un momento in cui le forze ucraine potrebbero essere meno preparate a respingerla, soprattutto in termini di equipaggiamento e rifornimenti.

 

Le condizioni poste dal Cremlino rappresentano l’ennesimo ultimatum che non ha nulla a che fare con la diplomazia. Non mirano alla pace, ma alla capitolazione dell’Ucraina.

L’unico modo per neutralizzarle è mantenere il sostegno internazionale e rafforzare la difesa dell’Ucraina e dell’Europa, ed al contempo esercitare la massima pressione diplomatica anche nei confronti di Washington.

 

 

Ecco il vero piano di Trump con Putin.

Starmag.it – (11-3 -2025) - L'intervento di Francesco D'Arrigo – ci dice:

 

Funzionerà la strategia della Casa Bianca per far allontanare Putin dalla Cina?

La politica estera del presidente Trump sta mettendo a rischio il sistema occidentale di alleanze e difesa collettiva, e le organizzazioni di cooperazione internazionale in materia di sicurezza, economia ambiente e sanità.

Il neo rieletto presidente degli Stati Uniti ha impresso uno sconvolgimento strategico alla politica degli Stati Uniti, sia dal punto di vista interno che internazionale, coincidente con la visione geopolitica del suo amico presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

 Il fatto che stia tentando di mascherare quello che è un vero e proprio tradimento dell’Occidente come un improbabile tentativo di dissociare Mosca da Pechino, dimostra l’assoluta sottovalutazione della situazione, o ancora peggio, la volontà esplicita di sottomettere l’Ucraina e con essa l’Europa, alla visione del presidente Putin.

 Il tentativo di separare la Russia dalla Cina si basa su un ipotetico capovolgimento delle dottrine di Nixon e Kissinger, che avevano sfruttato le divisioni sino-sovietiche per avvicinare Washington a Pechino.

Scommettendo su un riavvicinamento con l’attuale Federazione Russa, da 25 anni sotto il dominio assoluto del regime del presidente Putin, la Casa Bianca spera di indebolire l’asse sino-russo attraverso una politica “Nixon allo specchio” costringendo alla resa l’Ucraina, terremotando la coesione occidentale, destrutturando la Nato e sconvolgendo la finanza mondiale.

Scelte che non solo rappresentano un grave degrado della leadership politica degli Stati Uniti e del partito Repubblicano, ma soprattutto un potenziale sprone per l’ideologia di sopraffazione dell’ex colonnello del KGB, che dopo aver soffocato ogni forma di libertà al popolo russo, ha fatto ripiombare l’Europa nel buio della guerra.

 

A differenza del contesto degli anni ’70, quando la visione strategica ed il divario ideologico ed economico tra Mao e Breznev era enorme, la Russia e la Cina oggi hanno tessuto una relazione multidimensionale basata su interessi complementari.

Le sanzioni imposte a Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina hanno accelerato questa convergenza, trasformando la Cina nel principale partner strategico, economico e tecnologico della Russia.

 Al contrario della manovra di Nixon, che si insinuò in una frattura preesistente, Washington sta tentando di celare le proprie ambizioni imperialiste mimetizzandole con l’obiettivo di rompere l’alleanza tra Vladimir Putin e Xi Jinping, nel frattempo consolidatasi negli anni dalla diffidenza nei confronti dell’Occidente e, dal 2022, dalla guerra in Ucraina e dalle ambizioni russe di espandere la propria influenza maligna nei Paesi baltici, nell’Artico ed in Europa.

 

I costi di questa nuova divisione del mondo per aree di influenza strategica sono inimmaginabili, e certamente gli analisti non si aspettavano l’abbandono dell’Ucraina ed il disprezzo degli Stati Uniti contro l’Ue ed i propri alleati.

Un disprezzo condiviso con Mosca, che sta alimentando l’ansia degli europei, che vedono le azioni del presidente Trump come un disimpegno strategico degli Stati Uniti da tutti i propri alleati e dagli accordi internazionali che fino ad un mese fa hanno regolamentato il commercio, il lavoro e l’ambiente.

 I dirompenti messaggi inviati dall’Amministrazione Trump – le minacce al presidente Zelensky, i ricatti per ottenere le terre rare ucraine, l’interruzione degli aiuti militari e dell’intelligence a Kiev, le minacce di Elon Musk di interrompere l’accesso a StarLink all’esercito ucraino, i discorsi sull’obsolescenza della Nato, i dazi contro tutti i propri alleati e partner – stanno minando la credibilità degli Stati Uniti a livello globale, senza nemmeno scalfire l’Alleanza strategica e l’amicizia senza limiti nella cooperazione tra Cina e Russia, uniti dalla volontà di riformulare i termini della governance globale.

 

La strategia della Casa Bianca, secondo la quale il presidente Putin, in cambio delle concessioni trumpiane, possa allontanarsi dall’abbraccio cinese è una scommessa persa in partenza.

Mosca, consapevole della natura “ciclica” dei cambiamenti nella politica americana, non correrà il rischio di rompere con un alleato strategico da cui dipende così tanto dal punto di vista economico, tecnologico e militare.

D’altra parte, Pechino e Mosca condividono una lettura comune dei rapporti di potenza, di cui la sfida all’ordine liberale occidentale è l’elemento fondante.

Al contrario, questa involuzione autoritaria della nazione che è stata il faro delle democrazie liberali, sta certamente stimolando queste tre potenze a realizzare le proprie ambizioni non solo in quelle che ritengono le proprie aree di influenza (Canale di Panama, Groenlandia, Paesi Baltici ed ex sovietici, Taiwan), ma anche nei “Global Commons” come l’Artico e lo Spazio.

Il “cigno nero.”

Lungi dall’essere una dottrina di politica estera che porterà gli Usa nella “nuova età dell’oro”, per la prima volta quella della Casa Bianca sembra una politica non collegata ad alcuna “Grand Strategy”, ma azioni derivanti dal programma del movimento trumpiano MAGA, dettate dalle amicizie ed inimicizie personali, con accelerazioni e dietrofront quotidiani a somma negativa per l’intero Occidente.

Una politica aggressiva che si sta dispiegando anche all’interno e che in poco più di un mese sta destrutturando il sistema economico, le Agenzie, la struttura dell’apparato federale degli USA su tutti e tre i livelli di governo (jurisdictions federale, statale e locale), con il DOGE che ha già licenziato oltre 70.000 dipendenti pubblici, creando il panico in tutte le realtà che offrono servizi ai cittadini ed assicurano la safety e la sicurezza nazionale.

 

Il presidente Trump che schiera gli Stati Uniti con la Russia e la Corea del Nord all’Onu, che sta ritirando le truppe della Nato dall’Europa e si aliena tutti i suoi alleati occidentali con guerre commerciali, sta delegittimando la leadership americana senza causare alcuna frattura nell’asse sino-russo.

Se questa politica estera assertiva contro i propri alleati non verrà contenuta dal Congresso americano e rimessa sui binari sui quali l’aveva lasciata il presidente Biden (rafforzamento ed allargamento della Nato, delle Alleanze strategiche AUKUS, QUAD, Five Eyes, ecc.), rimodellerebbe un mondo in cui Washington, lungi dal dividere i suoi avversari, contribuirebbe a cementare una rivalità sistemica da cui il campo occidentale uscirebbe indebolito.

 La politica estera e lo stop agli aiuti all’Ucraina imposte dal presidente Trump stanno lasciando mani libere all’esercito russo, che ha non ha mai diminuito la sua sanguinosa aggressione contro l’Ucraina, che ora si ritrova a difendersi senza il sostegno del suo (ex) principale alleato.

Un chiaro tradimento degli Stati Uniti, dal quale risulta evidente che dal cigno nero trumpiano emergono come principali beneficiari la Cina e la Russia.

Costringendo l’Ucraina alla resa ed accentuando le fratture all’interno delle alleanze occidentali, Pechino e Mosca vedono raggiunti senza alcuno sforzo alcuni dei loro obiettivi strategici:

garantire la resilienza interna ed internazionale al regime del presidente Putin, godere dei benefici autoindotti dalla demolizione della coesione euro-americana e permettere alla Cina di accreditarsi come attore e partner affidabile sulla scena internazionale.

 

Il vertice europeo sulla difesa.

Il ritorno del presidente Trump alla Casa Bianca sta provocando un brusco ritorno alla realpolitik per gli europei, che per mantenere la propria architettura di sicurezza, vedono l’iniziativa di Paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito farsi avanti per sostenere l’Ucraina e per scoraggiare ulteriori aggressioni russe contro l’Europa.

Questi scenari dovrebbero finalmente spingere le capitali europee a riconoscere l’urgente necessità di una maggiore collaborazione in materia di politica estera, difesa e di capacità militare, da adeguare al livello delle minacce poste da una Russia che non si ritrova più ad essere contrastata dalla deterrenza degli Stati Uniti nelle sue ambizioni imperialiste, ma addirittura favorita nel ritrovarsi Washington al suo fianco come pericoloso avversario dell’Ue.

 

Europa che deve assolutamente comprendere che il mondo è cambiato e collocare le minacce e i conflitti nell’attuale fase della politica internazionale, in una visione strategica di lungo periodo.

Non basta esorcizzare il termine guerra, come dimostra il dibattito interno tra le forze politiche italiane, intriso di ambiguità e di simpatie per i dittatori, dove in assenza di qualsiasi analisi strategica si rimuove ogni collegamento logico con la realtà.

I rapporti tra politica estera, uso della deterrenza e della forza militare e la natura dei nuovi conflitti ibridi, sono ben diversi dalle tradizionali guerre tra Stati dell’epoca della diplomazia classica.

 Oggi l’Europa, nonostante sia una potenza economica globale, è esclusa dai tavoli di negoziazione di pace e da tutti i contesti geopolitici perché non è in grado di esprimere una forza di deterrenza militare.

Forza economica e Forza militare sono due asset strategici nella diplomazia tra potenze.

Il vertice straordinario europeo sul riarmo rappresenta un grande passo verso una difesa comune che dovrebbe quindi trasformarsi al più presto in capacità di deterrenza europea, anche nucleare, grazie a Francia e Regno Unito.

La domanda.

Rimane comunque senza risposta la domanda che si pongono tantissimi analisti di geopolitica e che sta diventando virale sui social media, a seguito degli effetti di sproporzionato impatto sugli assetti geostrategici globali del cigno nero a Washington:

se alla Casa Bianca ci fosse il presidente Putin, avrebbe fatto qualcosa di diverso?

 

 

Ecco come gli Usa di Trump

stanno accecando l’Ucraina.

Starmag.it – (12-3-2025) – Appunti di Stefano Feltri – ci dice:

Quanto conta Starlink in Ucraina? E che impatto avrà la decisione di Maxar su difesa e intelligence di Kiev?

Gabriele Carrer è un giornalista esperto di Intelligence, scrive per Formiche.net e cura la newsletter Radar.

Quanto sono cruciali i satelliti di Musk nelle operazioni di intelligence relative alla guerra in Ucraina?

Starlink è diventato cruciale nel conflitto ucraino grazie alla sua rapidità e alla sua affidabilità.

 Si tratta di una piattaforma che può contare su 7.000 satelliti in orbita bassa, che garantisce comunicazione a bassa latenza, che è molto resistente alle interferenze per esempio dei dispositivi di jamming russi, è essenziale per guidare attacchi di artiglieria, droni anche da basi nascoste e da rifugi sotterranei.

Sappiamo che non esistono alternative europee al momento, ci sono tentativi anche discussi recentemente a livello politico e sui media, però quella capacità, quei 7.000 satelliti di Starlink sono un capitale che non ha eguali al mondo. Anche per questo l’ampia infrastruttura costruita in questi anni da Elon Musk rappresenta evidentemente un vantaggio tattico difficile da replicare e di cui è difficile fare a meno per Kyiv.

 

La minaccia di Musk di revocare la sua copertura Starlink in Ucraina è credibile?

Credo che le minacce di Musk rientrino in una più ampia strategia americana, che è legata alla sospensione della condivisione di intelligence utilizzata come leva diplomatica.

 Anche “Maxar Technologies”, che è uno dei più importanti fornitori di immagini satellitari, ha deciso, su richiesta di Washington, di interrompere la condivisione con Kyiv la scorsa settimana.

Sappiamo che l’intelligence statunitense è fondamentale per la guerra in Ucraina, non sappiamo esattamente come, perché sono informazioni ad altissimo livello di classifica, però sappiamo che consente a Kyiv, per esempio, di pianificare operazioni offensive contro le truppe russe, di ricevere “alert “su droni e missili in arrivo, di utilizzare alcune armi fornite dai paesi occidentali, come i lanciarazzi HIMARS e i missili “Storm Shadows”.

 Ma quelle informazioni di intelligence sono anche fondamentali per le infrastrutture critiche per la popolazione civile, con i sistemi di allerta per attacchi con i droni o attacchi missilistici, fanno suonare sirene e attivano allarmi sui cellulari.

 Ecco perché una sospensione prolungata di questo tipo di supporto potrebbe davvero essere un “game changer” nella guerra o, quanto meno è probabilmente questa la strategia dell’amministrazione Trump, una leva diplomatica per costringere Kyiv ai tavoli negoziali.

 

Quali contromosse sta provando l’Unione europea per reagire a questi repentini cambiamenti di linea da parte americana?

La decisione degli Stati Uniti di interrompere la condivisione di intelligence con l’Ucraina ha anche riacceso il dibattito tra gli alleati su quale rapporto avere con gli Stati Uniti in questo settore.

 Per esempio, dalla Germania è arrivata la proposta di istituire una sorta di “Euro Eyes”, cioè una rete di condivisione di intelligence europea, in parte riprende anche la proposta dell’ex presidente finlandese “Sauli Niinistö “fatta alla Commissione europea a ottobre.

Dal Regno Unito arriva sui media un po’ di insofferenza, chissà se è reale o è soltanto un messaggio, da parte dei servizi segreti britannici, restii alla condivisione di informazioni con gli Stati Uniti.

Addirittura, il “Daily Mail” racconta di un’idea di fare un “FourEyes, “cioè un sottogruppo dei “FiveEyes”, che è l’alleanza di intelligence che unisce storica ormai Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Comunque c’è un dibattito in corso, sappiamo che queste reti di condivisione di intelligence hanno spesso dovuto superare barriere culturali importanti, ma soprattutto ostacoli linguistici, questo è qualcosa che, e se ne parla, potrebbe essere superato dall’intelligenza artificiale.

Quindi stiamo parlando di problemi tecnici, di fiducia, ma c’è un altro aspetto fondamentale quando si parla della condivisione di intelligence che è la raccolta di informazioni.

Come evidenziato nel contesto dell’aggressione russa contro l’Ucraina, le capacità di raccolta degli Stati Uniti, soprattutto sul fronte tecnologico, sono inarrivabili per le potenze europee, almeno per il momento.

(Estratto da Appunti di Stefano Feltri).

 

 

 

La “voglia di pace” delle

canaglie europeiste.

Contropiano.org - Fabrizio Poggi – (13- 3-2025) – Redazione -  ci dice:

 

Se davvero gliene fosse mai importato qualcosa dell’Ucraina e della sorte degli ucraini, avrebbero da tempo fatto qualche passo.

 Misero, come è la loro “politica”; ipocrita, come dimostrano di essere ogni volta che aprono bocca; ma lo avrebbero fatto.

 

Non diciamo dal 2014: sappiamo bene che in quel periodo non gliene fregava assolutamente nulla della popolazione del Donbass, aggredita, terrorizzata, bombardata quotidianamente dai nazi-golpisti di Kiev.

 Anzi, è ormai stato detto pubblicamente dai diretti interessati, come la sceneggiata del duo Hollande-Merkel a Minsk non servisse ad altro che a riarmare Kiev dopo gli smacchi di “Ilovajsk” e “Debaltsevo”.

 

Ma, dal 2022, avrebbero potuto muovere qualche passo.

 E invece nulla.

 Del resto, sono lì, da sempre, per curare gli interessi di banche e monopoli e, se quegli interessi significano l’accumulazione di profitti dall’industria bellica, allora che muoiano pure tutti gli ucraini: il profitto innanzi tutto!

Ma, aggiungiamo per parte nostra: allora, che muoiano anche tutti i filistei che siedono sui banchi di Bruxelles e Strasburgo, che decretano il massacro non solo dei vicini ucraini, ma anche l’ecatombe di operai, lavoratori, pensionati e in generale delle masse popolari dei paesi europei.

Ci hanno abituato alle loro menzogne e loro stessi sono così votati alle proprie falsità, che insistono a divulgarle anche di fronte all’evidenza.

 L’industria europea della difesa è notevolmente in ritardo rispetto a quella russa, pertanto i paesi UE devono accelerare significativamente la militarizzazione, ha ululato la iena antropomorfa von der Leyen, quando anche le cifre riportate da istituzioni non certo imputabili di filo-putinismo dicono l’esatto contrario.

Naturalmente, quel millantato “notevole ritardo” serve a proclamare che «Abbiamo bisogno di un forte aumento della difesa europea» e, dio ne guardi che a qualcuno venga in mente che serva a qualcosa di diverso: no!

«Ne abbiamo bisogno innanzitutto per la situazione in Ucraina».

E, però, eccoci al dunque, ciò «riguarda tutta l’Europa e la sicurezza del nostro continente.

 Putin ha dimostrato più volte di essere nostro nemico, non ci si può fidare di lui, lo si può solo contenere».

Come ha “dimostrato” la signora “Albrecht “queste sue affermazioni?

Ci risulta difficile capirlo.

Quand’è che Mosca «ha dimostrato» di essere nemica e di chi?

Si potrebbe andare molto addietro nella storia e ricordare quante volte e come e con quali pretesti la Russia sia stata attaccata militarmente.

 

Che la contrapposizione tra monopoli costituisca oggi la “ragion d’essere” dello sviluppo capitalista e che tale contrapposizione spazi per l’intero globo, dovrebbe portare, a rigor di logica, i signori di Bruxelles a dichiarare «nemico» ben più di un singolo paese e a decidere di contrapporglisi introducendo «tutte le leve finanziarie per rafforzare e accelerare la nostra produzione di difesa.

Con il piano di riarmo europeo, possiamo mobilitare fino a 800 miliardi di euro», come dichiarato dalla signora” Albrecht”.

Le cui parole, nei fatti, lasciano seriamente dubitare che voglia «vivere in un’epoca di pace, senza alcun dubbio.

 Ma sono sicura che se sfruttiamo la nostra forza industriale, possiamo ricostruire un deterrente per coloro che vogliono nuocerci.

È tempo di creare un’unione europea di difesa che garantisca la pace nel nostro continente, attraverso l’unità e la forza!».

Parole sante: naturalmente per la «forza industriale» da cui scaturiscono i lauti emolumenti dei signori di Bruxelles.

E anche quelli di chi siede a tre centinaia di km di distanza, come ad esempio il ministro della guerra francese” Sebastien Lecornu” che, così premuroso per la sorte dei giovani mobilitati ucraini, ha candidamente dichiarato che non si deve minimamente pensare a una smilitarizzazione dell’esercito ucraino, proseguendo anzi nella sua integrazione nella struttura militare europea, così che ci se ne possa servire nelle guerre a venire.

Anche lui, ca va sans dire, “motiva” i propri arzigogoli accampando il credo “pacifista”, per cui «Noi, forze armate europee, non possiamo fidarci dei negoziati diplomatici, perché abbiamo esperienza di ciò che purtroppo è stato fatto e non rispettato negli ultimi tempi»: già, per l’appunto, come a Istanbul nell’aprile 2022, per esempio?

 

Ma “Lecornu” è talmente ansioso di favorire l’industria francese, che ha messo nella bigoncia anche il settore subacqueo.

Come dargli torto, poveretto (non nel senso finanziario del termine):

è dagli anni ’60 che sommergibili sovietici venivano rilevati nel Mediterraneo; figuriamoci oggi, quando «Putin ha dimostrato più volte di essere nostro nemico» e i sottomarini russi, a detta di Parigi, rappresentano una grande minaccia per i porti civili europei.

Soluzione? Di fronte alle minacce «terroristiche, ibride o di stato, alla nostra economia portuale e alla questione della guerra delle mine», i paesi UE devono acquistare più armi dalla Francia che, «insieme a Norvegia, Gran Bretagna e altri paesi», si schiera «in prima linea nella lotta contro la minaccia sottomarina russa, che non è stata intaccata dalla guerra in Ucraina e rimane una minaccia molto seria sia per l’Europa che al di là dei suoi confini».

Ahi, ahi signor” Lecornu”, cosa mai si lascia sfuggire.

Sicché, la Russia sarebbe una minaccia anche «al di là dei confini» europei.

Allora, è vero che l’esercito europeo serve al di là dei propri confini, come d’altra parte i signori di Bruxelles ci hanno abituato a vedere da qualche decennio, nell’espansione neocoloniale in Africa, Asia, Medio Oriente, ecc.

E, però, quello di armare l’Ucraina sembra essere non solo un imperativo UE.

 “Gary Tabach”, capitano a riposo della US Navy, immigrato dall’URSS nel 1976, dice senza mezzi termini che l’Ucraina deve continuare a investire nelle forze armate e combattere finché l’Occidente non distruggerà la Russia dall’interno.

C’è quindi urgente «bisogno che stato e investitori stranieri sostengano i produttori ucraini di armi…

 Non bisogna litigare con loro, ma al contrario attrarli, costruire un’industria militare e creare un esercito… altamente motivato… non abbiamo altra via d’uscita.

Anche se tutta l’Ucraina viene rifornita di armi, i russi si sono talmente fortificati, trincerati, che non si possono sfondare le loro linee.

Dobbiamo far traballare la Russia dall’interno», secondo il tradizionale leitmotiv della cosiddetta opposizione russa.

Ma, intanto, afferma il capogruppo del Partito Popolare al parlamento europeo, “Manfred Weber”, contrariato dal fatto che la UE disponga di 17 modelli di carri armati, mentre gli americani ne hanno solo uno, l’obiettivo più urgente è quello della standardizzazione degli armamenti e della fusione dell’industria della difesa.

Dunque, occorrono «appalti comuni obbligatori, un vero mercato europeo della difesa, ulteriori aggregazioni nel settore e c’è bisogno di progetti europei congiunti come la difesa missilistica o i droni… per le brigate di cyber-difesa, tutti si rendono conto che non è più una questione nazionale.

Mi piacerebbe vedere le insegne europee sulle loro uniformi».

Ma, soprattutto, la UE «dovrebbe acconsentire alla proposta della Francia di fare dello scudo nucleare francese una sorta di scudo europeo».

Ci sembra che non ci sia molto da aggiungere o commentare.

Di fronte a tanta “voglia di pace”, sintetizzata nelle dichiarazioni riportate sopra e ora approfondite dalle parole pronunciate alla cosiddetta “Eurocamera”, secondo cui le risposte alle minacce esterne dovrebbero essere «simili a quelle in tempo di guerra», non fanno nemmeno più compassione (se, per caso, qualche vecchio nostalgico del vecchio PCI ne ha mai avuta) le uscite dei saltimbanchi “liberal-bellicisti del PD”, in perfetta compagnia con tutti i reazionari e neofascisti tagliagole.

L’imperativo che sta ora di fronte non solo ai comunisti, ma anche ai democratici, a tutte le masse popolari, in cui interessi vitali, politici, sociali, economici, sono messi al muro dalla canaglia “europeista” inginocchiata ai piedi dei monopoli militar-industriali, è quello di un impegno che dovrà essere permanente e di massa.

La lotta contro la guerra voluta dai signori dei partiti padronali (PD compreso) deve essere oggi l’impegno impellente delle masse, nella consapevolezza che, finché non ci si potrà basare su una struttura organizzativa in grado di guidare la mobilitazione, quei maledetti signori continueranno ad avere la meglio.

 

 

 

 

Ecofin, accolta la proposta di Giorgetti:

 un fondo di garanzia per la difesa che

 stimoli gli investimenti privati.

 Milanofinanza.it - Anna Di Rocco – (11 marzo 2025) – ci dice:

Il piano made in Italy sarà discusso con la Commissione Ue, per ora è esclusa l’ipotesi di riaprire le regole del Patto di Stabilità.

Per il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis fondamentale è capire come fare leva sui capitali privati

Colazione salata per i ministri della Finanza dell’Unione Europea riuniti a Bruxelles per l’Ecofin.

Dopo la cena di lunedì 11 marzo, animata da opinioni divergenti su come reperire gli 800 miliardi di euro per il piano di riarmo europeo, il titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, ha fatto quel che gli riesce meglio: far quadrare il più possibile i conti.

Approfittando del breakfast informale, il ministro ha condiviso con i suoi omologhi una lista di cose da fare e da non fare.

 Per esempio, «inaccettabile» è finanziare la difesa a scapito della spesa sanitaria e dei servizi pubblici.

Necessaria, invece, è la distinzione «tra i bisogni immediati legati alla guerra in Ucraina e tra la strategia sulla sicurezza a lungo termine dell’Ue».

Un elenco – in cui il ministro ha inserito anche la «possibilità di convertire le industrie esistenti e sviluppare nuove capacità e capacità tecnologiche» – necessario a raccogliere dissensi e consensi prima della proposta ufficiale dell’Italia:

quella di finanziare la difesa attraverso uno schema europeo di garanzie pubbliche per stimolare gli investimenti privati.

 E c’è anche già il nome: “European Security & Industrial Innovation Initiative”.

(Difesa Ue, Ursula von der Leyen: non possiamo fidarci di Putin, la Russia spende più di noi per le armi).

Accolta la proposta italiana.

«In estrema sintesi», ha spiegato Giorgetti, «si tratta di un fondo di garanzie in più tranche che ottimizza l’utilizzo delle risorse nazionali ed europee con l’obiettivo di convogliare in modo più efficacie i capitali privati e, soprattutto, con una spesa pubblica contenuta.

Un fondo di garanzia di circa 16 miliardi di euro potrà mobilitare fino a 200 miliardi di investimenti industriali aggiuntivi, in linea con le migliori pratiche di Invest Ue e prima del fondo europeo per gli investimenti strategici».

I conti piacciono e funzionano.

 Tanto che il ministro è rientrato in Italia incassando il via libera della presidenza di turno Ue.

«La proposta italiana è stata accolta favorevolmente, ora andrà discussa con la Commissione europea ma dal punto di vista della presidenza Ue il messaggio è che abbiamo bisogno di un mercato dei capitali più forte per finanziare queste nuove necessità», ha dichiarato il ministro delle Finanze polacco, “Andrzej Domanski”, confermando di aver aperto un tavolo di discussione con la “Bei” in materia.

 Non a caso ieri il Consiglio Ue ha approvato anche una decisione che concede alla “Banca europea per gli investimenti” una maggiore flessibilità nella gestione delle capacità di investimento.

Difesa, no della Germania agli eurobond.

L’Italia: garanzia Ue per mobilitare 200 miliardi di investimenti privati

“ReArm Europe”: le discussioni proseguono la prossima settimana

Nel suo complesso, ha detto il commissario europeo all’Economia “Valdis Dombrovskis”, l’Ecofin «è stato una buona opportunità per raccogliere i primi feedback degli Stati Membri» sul piano di riarmo europeo, ed è emerso che tra gli Stati membri c’è «ampio sostegno per l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia».

Il Commissario ha inoltre preso nota delle richieste quei Paesi che hanno già una spesa elevata per la difesa:

«Una discussione molto utile poiché saremo in grado di tenerne conto prima di presentare la proposta della Commissione, probabilmente già la prossima settimana», ha detto.

La questione ora è capire «come fare leva per gli investimenti privati», ragionando su cosa possa essere fatto «con strumenti come l’Invest Ue e altri programmi europei».

Accantonata invece, almeno per ora, l’ipotesi di riaprire le regole del Patto di Stabilità per consentire maggiori investimenti nella difesa.

E lo hanno detto senza girarci attorno sia “Domanski” sia “Dombrovskis”: «Rispetteremo le regole esistenti per essere credibili, anche rispetto ai mercati. Stiamo dando forma alla flessibilità fiscale sia in termini di tempo e sia di volume: quattro anni e l’1,5% del pil».

Il contratto di lavoro tra impresa e dirigente:

le clausole e i patti da valutare per tutelare

l’Impresa e il Manager.

 4clegal.com - BARBARA MASSERELLI avvocato – (20-1 – 2025) – ci dice:

 

 SPAN - Il contratto di lavoro tra impresa e dirigente: le clausole e i patti da valutare per tutelare l’Impresa e il Manager.

Abstract.

La figura del dirigente si colloca a un livello apicale nell’organigramma aziendale e assume particolari responsabilità strategiche.

Il rapporto contrattuale tra un’impresa e un dirigente è spesso disciplinato da patti specifici, che integrano la disciplina generale del lavoro subordinato dirigenziale, che consentono una corretta gestione del rapporto e riducono il rischio di controversie future.

Per redigere un contratto “su misura” è però necessario avere ben chiaro l’obiettivo da raggiungere, il bene da tutelare, delle varie fasi del rapporto di lavoro.

In questo breve intervento forniremo una panoramica su alcune clausole che mirano a fidelizzare il rapporto con il dirigente.

Entry Bonus.

La clausola di Entry Bonus, o anche sign-on bonus, prevede l'erogazione di un bonus iniziale a favore del dirigente al momento dell’assunzione o dell'ingresso in azienda.

Si tratta di un incentivo economico volto:

ad attrarre lavoratori qualificati di alto profilo, rendendo la proposta di lavoro più interessante rispetto a quella di altre aziende;

a compensare il dirigente per eventuali perdite economiche legati al cambio di lavoro (es. stock options, bonus, o benefit non maturati presso il precedente datore di lavoro, o indennità da mancato preavviso pagata per cessare il rapporto velocemente) per passare al nuovo incarico;

a ricompensare il dirigente per l’assunzione di un rischio legato al cambio di lavoro.

L’importo e la modalità di riconoscimento sono oggetto di negoziazione individuale.

In genere, l’importo è stabilito in base al livello del ruolo, alle responsabilità e alle esigenze del mercato varia anche la modalità di pagamento.

Il patto di stabilità.

Il patto di stabilità è una clausola che obbliga il dirigente a mantenere il rapporto di lavoro con l’azienda per un periodo di tempo prestabilito, salvo particolari circostanze (es. giusta causa), a fronte di specifici benefici concessi dall’impresa.

 Il patto di stabilità ha come obiettivi la fidelizzazione del personale, disincentivandone il turnover, il ritorno degli investimenti sostenuti dall’impresa per selezionare, formare e inserire un dirigente ed ottenere la stabilità gestionale, che è cruciale per il buon funzionamento.

La durata del vincolo deve essere ragionevole e proporzionata all’interesse aziendale tutelato.

L’azienda può offrire uno o più vantaggi al dirigente in cambio del vincolo, ad esempio un percorso di formazione.

In caso di cessazione anticipata del rapporto, per dimissioni del dirigente o per recesso da parte dell’impresa legato ad un grave inadempimento - il dirigente è tenuto a versare una somma a titolo di risarcimento (penale per l’inadempimento), che deve essere proporzionata e non può configurarsi come una forma di coercizione o limitazione della libertà contrattuale.

 Il patto di “retention”.

Il patto di retention è un accordo stipulato tra l’azienda e il dirigente che prevede l'erogazione di un bonus per incentivare la permanenza del dipendente in azienda per un periodo di tempo specifico o fino alla conclusione di uno specifico lavoro o progetto.

Questo tipo di contratto è utilizzato principalmente per trattenere figure chiave, incentivando il dipendente a rimanere in azienda e quindi garantire la stabilità.

Se il dirigente lascia volontariamente l'azienda prima della scadenza del periodo di retention, potrebbe perdere il diritto al bonus o doverlo restituire (nel caso l’abbia già percepito).

Anche se la finalità è simile, il patto di stabilità e il patto di retention sono diversi:

il primo ha un carattere vincolante e prevede un obbligo formale per il dipendente di rimanere in azienda per un certo periodo, pena il pagamento della penale e del risarcimento del danno;

il secondo è un incentivo a rimanere in azienda, ma non vincolante, che premia la permanenza in azienda e che non viene pagato se il rapporto termina prima del termine stabilito.

 Il patto di riservatezza.

Il patto di riservatezza è una clausola contrattuale che vincola il dirigente a mantenere la segretezza su tutte le informazioni confidenziali e strategiche acquisite durante il rapporto di lavoro, sia durante che dopo la cessazione dello stesso.

Questo patto è particolarmente utilizzato per i dirigenti, che spesso hanno accesso a dati rilevanti, strategie aziendali, progetti futuri e know-how cruciale per il successo dell’impresa.

Le informazioni soggette a riservatezza possono includere strategie aziendali e commerciali, dati finanziari e contabili, elenchi clienti e fornitori, progetti di ricerca e sviluppo, proprietà intellettuale e segreti industriali e, più in generale, tutte le informazioni che non siano di dominio pubblico o acquisibili da fonti esterne all’azienda.

Il dirigente sarà quindi tenuto ad evitare la comunicazione e la divulgazione di informazioni confidenziali a terzi non autorizzati, ad utilizzare le informazioni aziendali esclusivamente per le finalità legate all’esecuzione del proprio lavoro ed a restituire o distruggere i documenti e i supporti contenenti dati riservati al termine del rapporto di lavoro.

Il patto può essere limitato al periodo di lavoro oppure estendersi oltre la cessazione del rapporto; in quest’ultimo caso, il vincolo deve essere limitato nel tempo (di solito, da 1 a 3 anni) e proporzionato all’interesse da tutelare.  Non è obbligatorio prevedere un compenso.

La violazione del patto può comportare il risarcimento dei danni subiti dall’azienda, il pagamento delle eventuali penali previste nel contratto; se la violazione della riservatezza è avvenuta in costanza di rapporto, il dirigente è sanzionabile anche con il licenziamento in tronco (senza preavviso).

 Il patto di clawback.

Il patto di clawback consente al datore di lavoro di correggere o richiedere indietro i bonus o gli incentivi concessi a un dipendente, al verificarsi di determinate circostanze come, ad esempio:

quando si rilevano errori nella quantificazione dei risultati o nel calcolo del bonus;

quando il dirigente ha attuato comportamenti scorretti del dirigente, come violazioni delle regole aziendali o azioni fraudolente, al fine di raggiungere i risultati.

La clausola, da inserirsi nell’accordo con il quale vengono definiti gli obiettivi, mira a tutelare l’impresa da errori e prevenire comportamenti illegittimi. Per essere valido, il patto deve individuare con chiarezza le ipotesi che permettono il ricalcolo, per evitare decisioni arbitrarie.

(Masserelli Barbara-avvocato).

 

 

 

 

Dazi, l’Ue non cede: “Preparati

a qualunque cosa possa accadere.”

Eunews.it - (13-3 -2025) - Emanuele Bonini – ci dice:

 

Il portavoce “Olof Gill”:

"Gli Stati Uniti revochino immediatamente le loro tariffe. Noi pronti alle conseguenze delle scelte deplorevoli di Washington"

 

Bruxelles – Nessun ripensamento, nessun cedimento.

Sulla questione dazi l’Ue tira dritto, e non ha paura di ingaggiare una guerra commerciale aperta.

Perché, spiega il portavoce della Commissione europea responsabile per le questioni di commercio, “Olof Gill,” le minacce del presidente statunitense Donald Trump di imporre sanzioni ulteriori all’Europa in caso di mancata sospensione dei contro dazi a dodici stelle non spaventa:

 “Siamo preparati per qualunque cosa possa accadere, e lo siamo da oltre un anno“.

L’Unione europea offre la possibilità di una soluzione condivisa, a patto che i passi indietro si facciano.

“Esortiamo gli Stati Uniti a revocare immediatamente i dazi decretati e avviare negoziati per evitare nuove tariffe in futuro“, l’invito di Gill a nome della Commissione europea per l’amministrazione Trump.

 La linea del team von der Leyen non cambia:

 si ritiene che la guerra dei dazi “sia una soluzione in cui perdono tutti”, viceversa “noi vogliamo focalizzare l’attenzione sulle formule mutualmente vantaggiose”, vale a dire soluzioni negoziate.

 

Da Bruxelles arrivano anche le critiche per Trump e la sua narrativa considerata prossima alle fake news.

“L’Ue non è parte del problema” quando si parla di acciaio, continua il portavoce. “Sostenere che l’Ue è parte del problema è fuorviante“, in quanto “il problema è la sovra-capacità globale, e l’Unione europea può lavorare con gli Stati Uniti per trovare una soluzione”.

In questo dibattito tramutatosi in confronto muscolare l’Ue, conclude Gill, “siamo impegnati con il settore siderurgico” europeo.

 

Ad ogni modo, l’Ue non intende retrocedere: “Siamo preparate alle potenziali conseguenze delle decisioni deplorevoli adottate dagli Stati Uniti”. La Commissione è dunque pronta allo scontro commerciale con l’amministrazione Trump.

 

 

 

Belgio, manifestazione nazionale

a Bruxelles contro le politiche di

austerità del nuovo governo.

It.euronews.com - Amandine Hess – (13/02/2025) – ci dice:

 

Manifestazione nazionale per la tutela dei servizi pubblici il 13 febbraio 2025 a Bruxelles.

Almeno 60mila persone hanno manifestato nella capitale belga Bruxelles contro la politica di austerità del nuovo governo

A dieci giorni dalla sua formazione, il governo belga sta già affrontando un'ondata di proteste.

Più di 60mila persone, secondo la polizia, sono scese in piazza giovedì a Bruxelles per opporsi alla svolta a destra del nuovo governo e difendere i servizi pubblici.

Nel mirino ci sono una serie di tagli al bilancio annunciati dal cosiddetto governo di coalizione dell'Arizona, guidato dall'indipendentista fiammingo “Bart de Wever”, che riguardano in particolare le pensioni, la disoccupazione e i finanziamenti agli ospedali.

"Si tratta di un vero e proprio attacco al potere d'acquisto dei pensionati, che dovranno lavorare più a lungo per ottenere una pensione più bassa", ha dichiarato a Euronews “Thierry Bodson”, presidente della “Federazione generale belga del lavoro” (Fgtb).

 "Devono esserci regole adatte al lavoro e alla natura faticosa dei lavori", ha aggiunto “Bodson”.

Le nuove misure di austerità in Belgio.

Nel 2025, l'età pensionabile prevista per legge è stata portata da 65 a 66 anni, e dovrebbe salire a 67 entro il 2030. I

l nuovo esecutivo vuole andare oltre, attaccando i regimi preferenziali per il personale militare e ferroviario.

Pur volendo aumentare la spesa militare al 2 per cento del Pil entro il 2029, il governo intende aumentare l'età pensionabile dei militari da 56 a 67 anni. "Abbiamo un calcolo speciale per le nostre pensioni, e ora vogliono togliercelo. I giovani si sono arruolati nell'esercito per servire l'esercito e il Paese a determinate condizioni. E ora, durante il gioco, stanno cambiando queste condizioni", ha dichiarato a Euronews David, un soldato.

Mentre attualmente in Belgio il sussidio di disoccupazione è illimitato nel tempo, l'esecutivo vuole limitarlo a due anni.

 Il divieto di lavorare la domenica potrebbe essere abolito e l'inizio del lavoro notturno posticipato.

Il personale infermieristico teme che la riforma del finanziamento degli ospedali abbia un impatto sulla qualità dell'assistenza.

Manifestanti a Bruxelles denunciano l'impoverimento della popolazione.

L'esecutivo spera di risparmiare 23 miliardi di euro entro il 2029 grazie a questa stretta di bilancio.

Ma alcuni manifestanti denunciano uno sforzo che è ingiustamente condiviso tra lavoratori, imprese e i più ricchi.

"Stiamo andando verso la precarietà del lavoro e l'impoverimento della popolazione.

Quello che si chiedeva era un tentativo di ristabilire un maggiore equilibrio e di colpire anche coloro che guadagnano un po' troppo, le 'spalle larghe' come vengono chiamate", lamenta “Justine Bolssens”, avvocato del settore dei servizi pubblici.

I trasporti pubblici hanno subito gravi disagi e lo spazio aereo belga è stato chiuso a causa di uno sciopero dei controllori del traffico aereo.

 Scontri tra polizia e manifestanti sono scoppiati brevemente ai margini del corteo davanti alla sede di “Engagés” e del “Mr”, due partiti che fanno parte della coalizione di governo.

 

Bruxelles e la democrazia sovranazionale.

Cittanuova.it – (11 Marzo 2025) - Giampietro Parolin – ci dice:

 

Il senso di appartenenza alla Comunità Europea è ancora un processo incompiuto eppure è diventata un soggetto istituzionale nel tempo abbastanza forte da alimentare ragioni e manovre esterne per indebolirlo.

La banda del “Manneken Pis “suona l'inno d'Europa mentre la famosa statua in bronzo, detta anche “Manneken Peace”, indossa un costume europeo per celebrare la Giornata dell'Europa a Bruxelles, Belgio, il 9 maggio.

Partiti da Atene, alla ricerca delle radici, ecco giunta l’ultima tappa del viaggio nei luoghi della democrazia, Bruxelles.

È lì che il giovane esperimento democratico che si chiama “Unione Europea” sta vivendo uno dei momenti cruciali della propria esistenza, messa sotto pressione dalla turbolenza da eventi che mutano repentinamente un ordine internazionale durato settant’anni.

 

L’Unione Europea rappresenta il primo caso nella storia di una costruzione politica dal basso, per libera scelta delle nazioni.

Iniziando dalla condivisione di risorse economiche nel dopoguerra – carbone e acciaio – i Paesi europei hanno gradualmente trasferito poteri alla nuova costruzione, incrementando al contempo il numero di partecipanti.

Il suo motto “Unita nella diversità” – scelto nel duemila su proposta degli studenti dei Paesi membri – ben sintetizza una realtà di oltre 400 milioni di cittadini dei 27 Paesi, simili ma anche profondamente eterogenei sul piano linguistico, storico, culturale ed etnico.

Questi aspetti ben esprimono la sfida enorme della “democrazia sovranazionale europea”, tutt’ora un cantiere aperto, chiamata oggi ad affrontare alcune questioni rilevanti.

La prima riguarda il necessario processo di costruzione di un “popolo europeo”, fondamento essenziale e sostanziale per progredire nell’integrazione.

  Se tanta parte delle nuove generazioni – a partire da quelle che hanno partecipato ai progetti di interscambio “Erasmus”– lo danno come dato acquisito, se quelle appena precedenti ne hanno vissuto l’attesa e l’avvio -talora quasi come una conquista -, per molti altri il senso di appartenenza alla Comunità Europea è ancora un processo incompiuto, sfidato da pulsioni nazionalistiche e regionalistiche, dal primato di un’identità nazionale su quella sovranazionale.

La Brexit e la crescita di forze politiche anti-europee – o comunque con un atteggiamento ambiguo – ne sono il chiaro segnale.

Un’altra questione tocca l’incompletezza della costruzione, sia per le deleghe di potere degli stati membri che per il suo sistema di governo.

Esemplificando una sola questione economica, basti pensare all’assenza di una comune fiscalità europea che pone i Paesi membri in competizione reciproca per attrarre imprese e conseguente creazione di posti di lavoro:

come non ricordare la querelle sull’auto italiana fabbricata in Polonia?

Anche l’emissione di titoli di debito pubblico europeo (i cd Eurobond), garantiti dalla Banca Centrale Europea, non trova applicazione per la resistenza (che poi vuol dire mancanza di fiducia) di alcuni Paesi, Germania in testa.

Se poi ci si sposta su temi come difesa e politica estera – di stringente attualità –  il cammino appare ulteriormente accidentato, intrecciato con il sistema di governo europeo tuttora ostaggio della regola dell’unanimità, che dà un potere di veto enorme ai singoli stati e infragilisce pesantemente l’efficacia decisionale.

Un ulteriore elemento di valutazione va a considerare le caratteristiche dei Paesi membri, ovvero il peso economico e demografico, il posizionamento geopolitico e il grado di effettiva sovranità.

Infatti, l’Unione Europea contiene al proprio interno almeno quattro tipologie di Paesi.

La prima è costituita dalla Francia, paese grande economicamente e demograficamente, che può contare su un arsenale atomico e su un seggio permanente al consiglio di sicurezza dell’ONU.

Il secondo gruppo riguarda Germania e Italia, grandi Paesi usciti sconfitti dalla Seconda Guerra mondiale, con rilevanti basi militari americane (50.000 soldati in Germania, 15.000 in Italia) e conseguente “condizionamento” strategico nelle importanti scelte nazionali e sovranazionali.

Il terzo gruppo aggrega gli altri Paesi dell’Europa Occidentale, che hanno dimensioni e peso economico molto vari – dalla Spagna al Lussemburgo-.

Infine l’ultimo gruppo contiene tutti i Paesi membri dell’ex blocco comunista.

Come si può facilmente dedurre la democrazia sovranazionale europea ha dovuto fare i conti, e li sta facendo tutt’ora, con le diverse storie, aree di influenza e posture dei Paesi membri tra loro e con le grandi potenze mondiali.

Eppure, l’Europa pur nella sua incompiutezza, è diventata un soggetto istituzionale nel tempo abbastanza forte da alimentare ragioni e manovre esterne per indebolirlo, ora con l’atteggiamento prudente da parte dell’alleato americano, ora finanziando le forze politiche anti-europee e utilizzando metodi di propaganda negativa più o meno palesi.

D’altro canto l’Unione Europea ha il terzo PIL del mondo – oltre 18.000 miliardi-, si distanzia di poco dalla Cina –  19.000 miliardi – e si confronta con quello con gli USA – 30.000 miliardi-.

 Terzo posto con oltre 400 milioni anche come popolazione dietro a Cina – 1 miliardo e 400 milioni – e India, ma superiore agli Stati Uniti – 346 milioni di abitanti.

Ora, si tratta di verificare se questa costruzione democratica, che ha saputo estendere diritti fondamentali e trasformare un stato guerriero (warfare) in un stato assistenziale (welfare) – usando le parole dello statista inglese “Clement Atlee “– saprà evolvere per continuare il proprio percorso e assicurare il suo specifico contributo nello scacchiere internazionale.

Un contributo più prezioso e attuale che mai, in questo tempo:

l’Unione Europea è nata per la pace, e ha garantito il più lungo periodo senza guerre nella storia.

La sua costruzione è frutto di un grande sforzo di immaginazione e di fiducia dei suoi fondatori, non dissimile da quello degli ateniesi secoli prima.

Non ci si può che augurare, allora, con le parole dell’autore che ha accompagnato questo viaggio, “Yves Meny”, che la democrazia prosegua il suo percorso:

«la ricerca della democrazia, di una democrazia più vicina al suo ideale, non può fermarsi, anche se si rivela inscindibile dall’abisso inevitabile che separa le aspirazioni dalle loro realizzazioni, approssimative e imperfette».

 

 

Rifondazione armata della Ue.

 Oggi primo passo a Bruxelles.

Ilmanifesto.it – (6-3-2025) – Andrea Colombo - ci dice:

 

Il tiratore franco.

 Alla vigilia del consiglio straordinario l’accelerazione del presidente francese. “ReArm Europ”e è un’«emergenza», così von der Leyen vuole evitare il voto del parlamento

È un Consiglio europeo davvero straordinario quello di oggi e non solo perché convocato al di fuori dell’agenda prevista.

Soprattutto perché in ballo c’è l’avvio di una trasformazione dell’intero “dna” della Ue, con lo slittamento in posizione centralissima della spesa militare.

Non una parentesi come era stata quella del Covid e del conseguente Recovery: una rifondazione.

Il presidente francese Emmanuel Macron in veste di generalissimo lo proclama senza mandarla a dire:

 «Stiamo entrando in una nuova era. La minaccia russa tocca tutti. Chi può credere che si fermerà?».

 I tamburi di guerra già rullano assordanti.

 

LA SVOLTA SARÀ DECISA senza passare per noiosi intoppi come il voto parlamentare.

 La presidente Ursula von der Leyen ha annunciato ieri ai capigruppo la decisione di procedere in base all’articolo 122 del regolamento, che consente di dribblare il Parlamento in circostanze eccezionali.

 E questo è appunto il caso, ha spiegato la presidente:

«La mia intenzione non è aggirare il Parlamento ma qui si tratta di una emergenza esistenziale».

Dunque decideranno solo i capi di Stato e di governo, nel Consiglio.

 Non oggi.

Probabilmente la versione limata e definitiva del piano” ReArm Europe “sarà pronta per il 20 marzo.

Serve tempo per mettere a punto i particolari, che naturalmente non sono dettagli. Ma lo sparo di partenza sarà oggi stesso, nel summit che sarà aperto da un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Sulla scelta del Consiglio europeo non ci sono dubbi:

 la convinzione che il riarmo sia diventato la primissima urgenza è condivisa da tutti.

Nessuno si opporrà.

I problemi riguardano la nota più dolente, i costi, e la destinazione degli 800 miliardi che la presidente in armi spera di «mobilitare», 650 con spese scorporate dal Patto di Stabilità, 150 con eurobond garantiti dall’Unione.

(Macron: «Il nostro futuro non può dipendere da Usa o Russia).

MA QUANDO LA REALTÀ si rovescia, si rovescia davvero.

Capita addirittura che la Germania, da sempre severa guardiana del rigore, sia in prima fila nel chiedere di allentare i vincoli fiscali sulle spese militari, imposti dalla Germania stessa poco più di un anno fa.

 Per ora sono solo dichiarazioni rigorosamente anonime consegnate però ai principali siti europei e vanno tutte nella stessa direzione:

benissimo lo sforzo eccezionale per il riarmo, ma allora le regole devono diventare più flessibili.

COSA SIGNIFICHI non è ancora chiaro.

Di certo la Germania considera lo scorporo proposto dalla presidente della Commissione a raggio troppo corto: lo vorrebbe strutturale e duraturo.

Probabilmente gli ex falchi tedeschi mirano anche a eliminare dal vincolo dei parametri l’intera spesa militare e non solo quella eccedente il 2% del Pil già concordato con la Nato come probabilmente (ma il punto è ambiguo e confuso) prevede la versione attuale del “ReArm”.

È una voce di particolare interesse per il governo italiano che la aveva già proposta nelle trattative per il nuovo “Patto di Stabilità”, andando a sbattere proprio contro il muro rigorista tedesco.

Ci sono altri punti oscuri, quasi certamente oggetto di confronto e forse scontro. Ieri il ministro dell’Economia Giorgetti ha esposto senza peli sulla lingua tutti i suoi dubbi sul progetto per come si presenta ora.

È certamente preoccupato anche per l’aggravio del debito che il riarmo comporterà ma soprattutto per il rischio che quei miliardi vadano sprecati ed è una preoccupazione non solo italiana.

 Il governo di Roma ha una paura in più:

teme che il tavolo delle armi e quello dell’Ucraina si sovrappongano e si intreccino al punto tale da rendere difficile divincolarsi da quella missione armata di «volenterosi» alla quale Francia e Inghilterra non hanno affatto rinunciato.

Del resto se si spende tanto per le armi, dovranno pure essere usate.

O le lasciamo lì ad arrugginire?

 

ANCHE SU QUESTO versante Macron è del tutto esplicito:

«Siamo pronti a dispiegare truppe europee per garantire il rispetto della pace, una volta raggiunta.

 La settimana prossima riuniremo a Parigi i capi di stato maggiore dei Paesi che decideranno di far parte della missione».

Sono precisamente le parole che Giorgia Meloni sperava di non dover sentire.

Per lei la presenza americana resta condizione essenziale.

Per Macron la nuova messe di armi serve a procedere anche senza gli Usa.

 

 

Appello ai Governi

democratici in Europa.

  Mfe.it – (19 Febbraio 2025) – Redazione – Mario Draghi – ci dice:

 

“Dobbiamo aspettarci di essere lasciati da soli a garantire la sicurezza in Ucraina, e anche in Europa.

Per fronteggiare queste sfide, è sempre più evidente che dobbiamo saper agire come un unico Stato.

 La complessità della risposta politica investe la ricerca, l’industria, il commercio, la finanza e richiede un grado di coordinamento senza precedenti tra tutti gli attori, i governi e i parlamenti nazionali, la Commissione e il Parlamento europeo”.

(Mario Draghi -Bruxelles, 18 febbraio 2025).

Queste parole di Draghi fotografano perfettamente la situazione in cui si trova in questo momento l’Europa e la via che deve imboccare.

Del resto, l’aggressione e l’umiliazione che gli Europei stanno subendo da parte dell’Amministrazione Trump non lasciano spazio a dubbi e congetture.

È in atto un duplice attacco:

alla sicurezza europea, diventata solo un fardello per Washington, che non ha problemi a spartirsi con Putin pezzi del nostro continente, a partire dall’Ucraina; e alla democrazia, considerata anch’essa un ostacolo rispetto al progetto di una nuova internazionale autocratica e populista.

Per l’Europa, è tornata l’ora più buia; e questa volta non ci sono salvatori da chiamare in soccorso.

 L’Europa può contare solo su sé stessa e deve scegliere se restare inerte e così lasciarsi distruggere, o se reagire;

ma in Europa, nessuno ha il potere di reagire.

 Non lo hanno le istituzioni europee, che rimangono in ostaggio dei governi nazionali, ma non lo hanno neppure questi ultimi, benché mantengano la sovranità, perché, singolarmente, sono troppo deboli.

 

Se questo momento di pericolo mortale non verrà utilizzato dall’Europa come un'occasione per compiere il salto per rafforzare la sua integrazione politica, il rischio concreto è che l’Unione europea si frantumi.

 Nel mondo delle grandi potenze imperiali autocratiche, per salvare la democrazia e la libertà non esiste altro modo che opporre il peso politico di un grande Stato democratico e federale.

Spetta innanzitutto ai governi europei più consapevoli del valore dell’unità europea e della posta in gioco in Ucraina iniziare a costruirlo, facendo subito i primi passi, a partire dall’urgenza di garantire la sicurezza ai propri cittadini e a propri partner.

Bisogna allora innanzitutto andare oltre il quadro a 27 in cui si avanza troppo poco e troppo lentamente, e iniziare a costruire tra i volonterosi non tanto progetti settoriali (che l’esperienza ha dimostrato non essere sufficienti), quanto una strategia unitaria coerente per garantire la sicurezza interna ed esterna, e per mobilitare le ingenti risorse finanziarie necessarie.

Costruire una difesa autonoma efficace con cui gli europei possano garantire la sicurezza a sé e all’Ucraina richiede tempo; ma la volontà politica di farlo può manifestarsi subito, con interventi concreti sui nodi cruciali del bilancio, dell’abolizione del veto, dell’iniziativa di un gruppo di Paesi in campo militare, per poter cambiare così la percezione dell’UE all’esterno e all’interno.

Nel terzo anniversario dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia, gli europei dimostrino di essere degni della Resistenza da cui è nata la loro casa comune e di saper lottare per salvare la libertà, la democrazia, lo stato di diritto in Ucraina, in Europa, nel mondo.

(Pavia-Firenze, 19 febbraio 2025).

 

 

 

 

Migranti, la Ue lancia il regolamento

sui rimpatri: vuole sistema europeo.

Ilsole24ore.com - Beda Romano – (11 marzo 2025) – ci dice:

 

La revisione legislativa, che dovrà essere approvata dal Parlamento e dal Consiglio, viene criticata dai partiti più progressisti e da alcune organizzazioni non governative.

BRUXELLES – In un momento di crescente preoccupazione sulla presenza di stranieri in Europa, la Commissione europea ha presentato oggi, martedì 11 marzo, una riforma in senso restrittivo della direttiva del 2008 che regolamenta il ritorno in patria degli immigrati clandestini.

L’attesa revisione legislativa, che dovrà ora essere approvata dal Parlamento e dal Consiglio e che è stata voluta dai partiti più conservatori, è stata criticata dai partiti più progressisti e da alcune organizzazioni non governative.

«La Commissione propone una serie di procedure efficaci e moderne per i rimpatri – ha spiegato a Strasburgo il commissario agli affari interni Magnus Brunner –. Sono regole fondamentali per salvaguardare lo spazio di libera circolazione dell’Unione europea, in assenza di frontiere interne». Il nuovo sistema europeo di rimpatrio «rafforzerà in modo significativo la fiducia nel nostro sistema comune europeo di asilo e migrazione».

Tra le altre cose il nuovo testo prevede il mutuo riconoscimento tra i paesi membri delle decisioni nazionali nel campo dei rimpatri;

 la nascita di return hubs in paesi terzi, vale a dire di centri nei quali concentrare le persone oggetto di rimpatrio prima di essere riaccompagnate nei paesi di origine; e regole restrittive per le persone in procinto di essere espulse. Nel caso di ritorno forzato (rispetto ai ritorni volontari), Bruxelles propone di portare il periodo massimo di detenzione da 18 a 24 mesi.

Presentando la riforma a Strasburgo, in occasione di una plenaria del Parlamento europeo, l’esecutivo comunitario ha assicurato che le nuove regole saranno rispettose del «principio di non respingimento, del diritto alla libertà, del diritto a un rimedio efficace, e di maggiori garanzie per le famiglie e per i minori».

Tra le altre cose la Commissione esclude che i centri per ritorni possano ospitare famiglie con minori e minori non accompagnati.

In una conferenza stampa, il commissario Brunner ha voluto sottolineare che la sua proposta di “return hubs” è diversa dalla recente iniziativa del governo italiano di creare un centro per migranti in Albania:

 «Il protocollo Italia-Albania riguarda i richiedenti asilo - ha spiegato l’esponente politico austriaco -, mentre gli hubs per i rimpatri» a cui pensa l’Unione europea «riguardano persone che si sono già viste rifiutare la domanda d’asilo».

Bruxelles spera che con i “return hubs “si possa aggirare la tendenza dei paesi di origine a non accogliere i propri cittadini espulsi dall’Unione europea.

 Da settimane Parigi e Algeri sono ai ferri corti per via degli ostacoli che l’Algeria sta mettendo al ritorno sul suo territorio di cittadini espulsi dalla Francia.

 Secondo l’esecutivo comunitario, negli ultimi anni solo il 20% delle persone a cui è stato ordinato il ritorno a casa è effettivamente tornato in patria.

La riforma ha suscitato reazioni contrastanti.

Se è stata accolta positivamente dai partiti di destra, alcune ONG si sono dette preoccupate dalla deriva securitaria.

Non piacciono in particolare i “return hubs”.

Spiega Silvia Carta, dirigente di PICUM, la piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari:

«Questa nuova proposta non prende in considerazione misure che possano davvero favorire l’inclusione sociale e la regolarizzazione».

 

 

 

“Ma che cazzo sta succedendo in America?” (Terza parte).

  Doppiozero.com - Alessandro Carrera – (11 Marzo 2025) – ci dice:

Ogni giorno ricevo messaggi di fantomatici gruppi di attivisti democratici che non hanno nomi, solo sigle, e mi chiedono soldi per sconfiggere Trump.

 Ogni giorno ricevo messaggi da rappresentanti del Partito Democratico che da qualche sito che ieri non c’era mi chiedono soldi per aiutarli a lottare contro Trump.

 Apro il computer e sul feed di MSN vedo titoli strabilianti su quanto il gradimento di Trump stia ormai crollando anche tra i suoi elettori.

 Poi magari leggo gli articoli e scopro che ogni sondaggio è puntualmente smentito da un altro sondaggio, o che la perdita di consenso è comunque minima.

Eminenze grigie (grigie anche per l’età) sostengono addirittura che in questo momento i democratici non dovrebbero fare assolutamente nulla, anzi (parole di James Carville, ex consigliere di Clinton), solo stendersi a terra e far finta di essere morti.

Bisogna lasciare che Trump finisca di scavarsi la fossa con le sue mani, per poi intervenire e metterci sopra una lapide.

 

Sospetto però che questa fossa sia molto larga e accogliente, e che Trump avrà tutto il tempo di attrezzarla bene, con aria condizionata, un frigorifero pieno di hamburger e un cesso rivestito d’oro.

A dire il vero, in questo momento non mi aspetto altro, dai democratici, che una buona simulazione del “rigor mortis”.

Se poi sia solo una messa in scena o se siano morti davvero, è cosa che dovranno scoprire loro stessi, nessuno li aiuterà.

 C’è gente che è scesa in piazza, oh sì.

Qualche centinaio contro il piano di licenziamenti di Elon Musk, qualche centinaio in favore dell’Ucraina (nessuno nelle università, assolutamente nessuno, neanche quando Trump ha minacciato di rimpatriare i profughi ucraini negli Stati Uniti; è comprensibile: gli ucraini sono troppo bianchi di pelle per suscitare simpatie tra gli studenti).

Ho parlato spesso di uova negli articoli precedenti.

Ma non sono io ad essere fissato, sono i media che non riescono a liberarsi dal meme secondo il quale Trump è stato eletto perché il prezzo delle uova ha sforato.

Propongo dunque, per l’elettore di Trump, il nomignolo ufficiale di “uomo delle uova”.

Ebbene, finché non andrà in piazza l’uomo delle uova (o la donna, visto che le donne sono il 45% dell’elettorato di Trump), non accadrà nulla.

Ma in nome di che cosa lo farà?

 E se ci sarà violenza, contro chi sarà diretta?

 Non lo sappiamo, perché se l’uomo delle uova deve scegliere tra risentimento, riforma o rivoluzione, sceglierà il risentimento o la rivoluzione, non certo la riforma, non certo il gradualismo e la moderazione.

Spesso, non dico sempre, le grandi riforme si fanno senza che il popolo se ne accorga.

 L'Unione Europea è stata l'idea di una ristretta élite liberale-illuminista.

Se negli anni Cinquanta fosse stata sottoposta a un referendum non sarebbe mai passata.

Occorrono contingenze irripetibili perché una qualsiasi utopia (un'idea che non ha un luogo dove stare) diventi praticabile (trovi un qui ed ora dove realizzarsi).

Bisogna saper cogliere il momento, il kairós, l’Occasione.

Ma il politico in cerca dell’Occasione deve fare i conti, oltre che con quel quantum di amoralità senza il quale non si dà Grande Opportunismo (significa che anche i propri “valori”, per quanto nobili, vanno trattati come merce di scambio), anche con la moralità o meglio il moralismo degli elettori.

Il popolo di sinistra, che una volta godeva trasgressivamente del sogno della rivoluzione, oggi è represso, moralista e bacchettone.

Ma anche la destra ha i suoi valori, e se il Christian americano, che di ragioni di godimento ne ha sempre avute poche, decide di votare per Trump è perché ora è lui, il Christian, il vero Grande Opportunista, il vero “politico”, colui che si è davvero deciso per la volontà di potenza.

E se un tempo l’elettore di sinistra era disposto a sopportare sacrifici pur di vedere realizzati i suoi ideali, così lo è anche l’elettore di destra, anzi ancora di più.

 Mai e poi mai gli capiterebbe un'altra simile occasione.

Una rivolta contro Trump da parte del suo elettorato non è pensabile, non importa quante bastonate si prenda.

Chi sta in una relazione abusiva ha sempre pronta una giustificazione che non aveva mai trovato prima, come ne avrà un’altra domani alla quale oggi non ha ancora pensato.

Finché il vaso non trabocca, s’intende, ma perché questo accada è necessario, per usare una frase biblica, che sia tolto di mezzo tutto ciò che ancora trattiene il compiersi del “mistero dell’iniquità” (S. Paolo, Tessalonicesi 2, 17).

E chi trattiene l’iniquità dal compiersi fino in fondo se non quella moglie maltrattata e cocciuta che risponde al nome di democrazia?

Come liberarsi dunque della democrazia, di questo ultimo ostacolo?

“Quinn Slobodian”, autore di” Il capitalismo della frammentazione”.

Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia (Einaudi 2023), in un articolo intitolato Speed Up the Breakdown (“New York Review of Books”, 15 febbraio 2025) e in successive interviste ha fatto notare che sotto l’apparente caos dell’amministrazione Trump si agitano tre progetti.

 Il primo è che lo stato deve riconfigurarsi come un’impresa privata, così che i cittadini siano ridotti a puri consumatori dei prodotti che vengono loro forniti.

Aggiungiamo l’ovvio, cioè che se lo stato è un’impresa, sarà soggetto alle stesse ristrutturazioni che accadono nella vita di un’impresa, e che il presidente degli Stati Uniti ne sarà solo l’amministratore delegato (nella situazione attuale, Trump è il presidente del consiglio d’amministrazione e l’amministratore delegato è Musk).

 

Il secondo progetto è quello dei cristiani ultraconservatori secondo i quali lo stato non deve occuparsi di nient’altro che non sia la difesa del territorio nazionale e della proprietà privata.

Niente pubblica istruzione, niente assistenza sanitaria, niente protezione dell’ambiente, niente sistema pensionistico, niente diritti per le minoranze.

 Sono posizioni che anche il “libertarismo classico” ha sostenuto in passato, pur se con meno durezza.

Basta leggere “Anarchia, stato e utopia di Robert Nozick” (Il Saggiatore 2024), filosofo convertitosi al” libertarismo per ribellione” contro lo “stato etico”, democratico e assistenziale, e la sua pretesa che i cittadini siano “buoni” gli uni con gli altri.

 Il principio deriva da quello già sostenuto nell’Ottocento da “Henry David Thoreau”, “il governo migliore è quello che governa meno”.

Nel caso degli “ultra-Christians” ci si aggiunge però una visione teologica, esplicita o implicita che sia: lo stato non deve mettersi di mezzo tra il cristiano e Dio.

La mediazione dello stato sociale non è accettabile; fa dimenticare al cristiano che la salvezza viene solo da Dio.

 E chi cristiano non è, si arrangi; questa terra non è la sua terra.

Il terzo progetto è l’accelerazionismo, avanzato dalle menti tecnocratiche di Silicon Valley (Curtis Yarvin e altri) come da esponenti del cosiddetto “illuminismo oscuro” (Nick Land e altri), che potremmo anche chiamare la “destra deleuziana” (così come ci sono state una destra hegeliana e una sinistra hegeliana, così è accaduto per l’eredità di Deleuze).

Secondo questa linea di pensiero, almeno per alcuni, non si tratta neanche di trasformare lo stato in una corporation bensì proprio di distruggerlo, per scatenare al suo posto una situazione da “signori della guerra” in cui le corporations si comportano come feudi in un conflitto darwiniano, allo scopo di garantire la vittoria del più forte.

Si badi che, come esiste una destra deleuziana, di fatto esiste anche una destra derridiana.

Steve Bannon, ex consigliere di Trump in rotta con Musk più per essere stato tagliato fuori che per reale differenza ideologica (che pure c’è), parla apertamente di “decostruzione dello stato”.

Il progetto “liberatorio” dell’”antimetafisica di Derrida “(la “decostruzione” della filosofia dell’Occidente), così come il progetto altrettanto liberatorio dei “piani di immanenza” di “Deleuze” e” Guattari”, l’infinita prateria nella quale soggetto nomade non si fa “catturare” dagli apparati del potere, sono stati pensati, assimilati, digeriti dai filosofi di destra e risputati fuori come cosa loro.

 

Non è la prima volta che la sinistra mette le sue armi più sofisticate a disposizione della destra.

Consideriamo poi che lo stato sociale è un’invenzione recente.

Negli Stati Uniti non ha nemmeno cento anni.

Non c’è ragione, pensano i suoi de-costruttori, perché lo si debba credere eterno.

 E poi, lo stato sociale è il frutto di un pensiero della pace.

 Ma la pace e la sicurezza rallentano l’impresa e l’innovazione.

Pongono dei limiti, vogliono preservare l’essenza dell’umano (qualunque cosa sia) dal potere della tecnica.

E perché mai, si chiede il de-costruttore, ci sarebbe qualcosa che deve essere “salvato”, quando sappiamo che nessun regime politico può essere eterno e che nulla e nessuno può fermare una tecnica che sta già sfuggendo al controllo umano?

Perché non ci dovrebbe essere nient’altro in serbo per l’umanità a venire oltre alla democrazia parlamentare e a qualche briciola di assistenza pubblica?

 Che ne sarebbe dell’eroismo dell’imprenditore e del suo statuto oltreumano di facitore di mondi?

Che ne sarebbe dell’immaginazione utopica, del futuro tout court, se lo pensiamo solo come un’estensione del presente?

Il nomade deleuziano, in questa prospettiva, non è il vecchio indiano metropolitano o qualunque soggetto antagonista che sfugge alla cattura del potere scivolando lungo le linee di faglia di un tempo-spazio senza confini.

 Il vero nomade è il giovane tecnocrate con il suo laptop sempre aperto, forte di avere creato una start-up che non si sa nemmeno dove geograficamente sia e che un anno dopo la sua fondazione è già stata quotata miliardi di dollari anche se lui per il momento gira su un’auto scassata, dorme in un sacco a pelo a casa di amici e lavora 120 ore alla settimana (è l’orario di lavoro ideale secondo Elon Musk; significa 17 ore al giorno).

Non è possibile imporre “doveri” o “responsabilità sociali” al giovane tecnocrate che fa del suo ascetismo il valore che lo distingue dalla massa (l’ascetismo ha avuto un momento di grande fortuna nella Silicon Valley e in luoghi consimili).

Non sente di dovere nulla a una società di cui si sente al di sopra.

Se qualcuno lo intralcia, prende il suo laptop e se ne va altrove, in qualunque luogo dove troverà meno restrizioni e pagherà meno tasse.

Il lettore di Foucault, Derrida, Deleuze, Guattari e Judith Butler, tra i quali includo me stesso, a questo punto si deve porre alcune domande.

Che cosa gli hanno insegnato i suoi (cattivi) maestri se non che tutto è un effetto del discorso, una deriva del gioco dei segni, una performance, un “social construct”?

E quale costruzione non può essere decostruita?

 E poi, la sinistra di una volta all’ordine liberal-democratico progressista neanche ci credeva; perché mai adesso dovrebbe difenderlo?

E se il progresso venisse solo dallo stare sempre sulle spine, da uno stato di guerra permanente, commerciale, tecnologica o altrimenti?

 Progresso per chi?

Ma per amore del progresso stesso, si capisce, per il trionfo della tecnica in quanto tecnica, per la sua sovrumana bellezza.

Se non è la sola igiene del mondo, la guerra di tutti contro tutti è certamente il miglior stimolatore metabolico.

Per citare” Samuel Johnson”, che non intendeva fare dell’ironia, “Quando un uomo sa che tra due settimane verrà impiccato, la sua capacità di concentrazione si intensifica meravigliosamente”.

Nonostante la lotta di due secoli che il pensiero anti-dialettico ha condotto contro Hegel, ecco che vediamo riaffiorare prepotente il fantasma della negazione, o lo “spirito che nega” che appare a Faust, cercando di convincerlo che, non importa quanto sciagurate siano le sue azioni, finiscono sempre per realizzare il “bene”.

 

Quando? Certo non subito.

Sul lungo termine, si capisce.

 La miserabile umanità del giorno d’oggi va sacrificata perché nasca la meravigliosa umanità del futuro.

Cominciamo con il tagliare le pensioni, pensa Elon Musk.

 Dopotutto, a chi vanno, se non ai rami secchi della società?

I licenziamenti in atto e la chiusura di molti uffici della “Social Security” (anche in luoghi dove per raggiungere il prossimo ufficio ci vogliono ore di viaggio) sono il preludio della grande “pulizia antropologica” che farà del futuro un mondo scintillante e, se possibile, ben poco popolato (ai lavori domestici ci penserà Optimus o qualche altro androide).

Per via del caos causato negli uffici della “Social Security”, già dal prossimo mese si temono ritardi nella consegna delle pensioni.

E questa sarà la prova suprema.

Quando l’uomo delle uova non vedrà sul suo conto corrente la pensione che riceve il quarto mercoledì di ogni mese, o, se non ha un conto in banca (molti non ce l’hanno; hanno accumulato troppi debiti, la banca gli tratterrebbe tutto a pagamento degli interessi) e andrà all’ufficio locale solo per scoprire che quell’ufficio non c’è più, forse allora scenderà davvero in piazza.

Ma saprà con chi prendersela, o la sua sarà solo una rabbia cieca?

 

 

Fumata bianca tra Ucraina e Usa:

Kiev accetta una tregua di 30 giorni,

Washington revoca lo stop agli aiuti militari.

Today.it – (11-3-2025) – Santonio Piccirilli – ci dice:

 

L'accordo raggiunto a Gedda durante i colloqui tra le due delegazioni. Rubio: "Ora porteremo questa proposta alla Russia, la palla è nel loro campo"

Pace fatta?

Le due delegazioni durante i colloqui a Gedda, discutono la pace.

Clamoroso a Gedda, in Arabia Saudita, dove oggi le delegazioni di Ucraina e Usa sono tornate a parlarsi dopo il disastroso incontro tra Zelensky e Trump nello Studio Ovale della Casa Bianca.

 Al termine dei colloqui, il dipartimento di Stato americano ha annunciato che Washington revocherà immediatamente la sospensione la condivisione delle informazioni di intelligence con l'Ucraina e riprenderà "l'assistenza alla sicurezza" del Paese.

Ovvero tornerà a fornire gli aiuti militari.

La cooperazione con gli 007 statunitensi si era interrotta una settimana fa proprio dopo il battibecco tra i presidenti dei due Stati e le crescenti tensioni nei rapporti diplomatici.

La dichiarazione congiunta di Ucraina e Usa.

Al tavolo riunito a Gedda c'erano per gli Stati Uniti il segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz.

 Per Kiev il capo dell'ufficio presidenziale Andriy Yermak e i ministri degli Esteri e della Difesa, Andriy Sybiga e Rustem Umerov.

Stati Uniti e Ucraina hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui Kiev accoglie la proposta americana per una tregua di 30 giorni nella guerra con la Russia in cambio del supporto di Washington.

I due Paesi hanno inoltre concordato di "concludere al più presto possibile" un accordo complessivo "per sviluppare le risorse minerali critiche ucraine per espandere l'economia ucraina, compensare il costo dell'assistenza americana e garantire la prosperità e la sicurezza a lungo termine dell'Ucraina".

 

"L'Ucraina - si legge nella dichiarazione - ha espresso la disponibilità ad accettare la proposta degli Stati Uniti di emanare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all'accettazione e all'attuazione simultanea da parte della Federazione Russa. Gli Stati Uniti comunicheranno alla Russia che la reciprocità russa è la chiave per raggiungere la pace".

 

Rubio: "Se i russi dicono di no sapremo chi ostacola la pace."

Il segretario di Stato Rubio ha parlato di un "passo positivo" e ha aggiunto che gli Stati Uniti "porteranno questa offerta" ai russi.

"Ora la palla è nel loro campo" ha messo in chiaro.

"Io spero che i russi dicano sì" all'offerta di tregua, "se lo fanno - ha sottolineato -, penso che avremo fatto un grande progresso.

Se dicono no, allora sfortunatamente sapremo chi ostacola la pace".

 Secondo il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz l'Ucraina "ha fatto passi e proposte concreti" e ha dimostrato in modo "molto chiaro" che "condivide la visione del presidente Trump per la pace".

Poco prima di prendere parte ai colloqui il capo dell'ufficio presidenziale Andriy Yermak aveva detto che gli ucraini sono "pronti a fare di tutto per raggiungere la pace".

Al termine dei colloqui Yermak ha scritto su “X” che "gli Stati Uniti e l'Ucraina hanno compiuto passi importanti per il ripristino di una pace duratura".

 

Zelensky: "Ora gli Usa convincano la Russia."

"La nostra posizione rimane assolutamente chiara: l'Ucraina ha cercato la pace fin dal primo secondo di questa guerra e vogliamo fare tutto il possibile per ottenerla il prima possibile e in modo affidabile, affinché la guerra non ritorni", afferma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky annunciando su X l'accoglimento della proposta di tregua da parte degli Stari Uniti.

 

"In questo incontro con gli americani, l'Ucraina ha proposto tre punti chiave:

 il silenzio nei cieli, quindi interrompere gli attacchi missilistici, le bombe e gli attacchi dei droni a lungo raggio;

 il silenzio in mare; misure reali di costruzione della fiducia in tutta questa situazione, in cui la diplomazia è in corso, il che significa principalmente il rilascio dei prigionieri di guerra e dei detenuti - sia militari che civili - e il ritorno dei bambini ucraini che sono stati trasferiti con la forza in Russia", spiega Zelensky.

L'Ucraina accetta una tregua di 30 giorni, gli Usa revoca lo stop agli aiuti militari: svolta dopo i colloqui a Gedda.

(today.it/mondo/ucraina-usa-accordo-tregua-30-giorni.html).

 

 

 

 

 

Trump si prende la Groenlandia:

"Annessione ci sarà."

Il presidente americano in pressing sul Canada:

"Il confine è solo una linea..."

 

 Adnkronos.com – (13 marzo 2025) - Redazione Adnkronos – ci dice:

 

Donald Trump scommette sull'annessione della Groenlandia agli Stati Uniti e continua a mandare messaggi - non graditi - al Canada.

 Nello Studio Ovale della Casa Bianca, con il segretario generale della Nato Mark Rutte, Trump si sbilancia in particolare sul destino della Groenlandia.

 "Penso che" l'annessione "avverrà.

Sarà importante non solo per la nostra sicurezza, ma anche per la sicurezza internazionale", dice riferendosi al futuro del territorio autonomo danese.

 

Groenlandia a stelle e strisce? "Accadrà."

"Penso che accadrà.

Non ci ho pensato molto prima, ma sono seduto qui con un uomo che potrebbe essere molto determinante.

 Mark, ne abbiamo bisogno per la sicurezza internazionale", dice Trump cercando, senza successo, la complicità del numero 1 della Nato.

Le elezioni di domenica scorsa in Groenlandia hanno certificato il successo del centrodestra, con l'exploit degli indipendentisti: "Sono state delle buone elezioni per noi. La persona che ha fatto meglio è una brava persona per quanto ci riguarda, quindi ne parleremo ed è molto importante", dice.

 

Gli Usa "ordineranno 48 rompighiaccio" e questo aiuterebbe a rafforzare la posizione degli Stati Uniti "dato che tutta quell'area sta diventando molto importante

. Quindi dovremo fare un accordo su questo e la Danimarca non è in grado di farlo", dice riferendosi alla protezione che può essere garantita al territorio.

 La Danimarca, dice Trump, è tagliata fuori:

"Non ha nulla a che fare con questo. Una barca è attraccata lì 200 anni fa o qualcosa del genere e dicono di avere i diritti?

 Non so se è vero... Abbiamo un paio di basi lì e abbiamo dei soldati, forse ne manderemo molti altri...".

 

La reazione della Danimarca.

Lo show nello Studio Ovale non piace a Copenhagen.

 "Non apprezziamo il fatto che il segretario generale della Nato scherzi con Trump sulla Groenlandia in questo modo.

Questo significherebbe una guerra tra due Paesi Nato", dice “Rasmus Jarlov”, presidente della commissione Difesa della Danimarca, criticando il fatto che Rutte si sia limitato diplomaticamente a rispondere con una battuta, "non voglio trascinare la Nato in questo", agli 'assist di Trump.

 "La Groenlandia ha appena votato contro un'immediata indipendenza dalla Danimarca e non vorrà mai essere americana", aggiunge “Jarlov”.

 

"Canada 51esimo stato", il sogno di Donald.

Per Trump, l'incontro con “Rutte” è l'ennesima occasione per ribadire che il Canada sarebbe uno stato ideale.

"Non c'è nessuna chance" che i dazi su alluminio e acciaio vengano cancellati, dice rispondendo ad una domanda.

 "Spendiamo 200 miliardi ogni anno per sostenere il Canada.

 Adoro il Canada, ho tanti amici là.

Gli Stati Uniti non possono finanziare un paese con 200 miliardi ogni anno: non abbiamo bisogno delle loro auto, della loro energia e del loro legname.

Non abbiamo bisogno di nulla, compriamo perché vogliamo aiutare ma ad un certo punto non è più possibile.

 Il Canada funziona solo come stato" degli Usa.

"Il confine è una linea artificiale disegnata da qualcuno tanti anni fa, non ha alcun senso.

Il Canada sarebbe perfetto come stato, forse il più grande.

Perché dovremmo finanziare un altro paese se non abbiamo bisogno di nessun prodotto?".

 

 

 

 

USA, Russia, Cina: un mondo amputato

 dell’Europa. Trump è americano,

non occidentale.

 Ariannaeditrice.it - Luigi Tedeschi – (10/03/2025) – ci dice:

(Italicum).

La presidenza Trump non rappresenta una svolta storica, né tantomeno una rivoluzione. Le violente esternazioni di Trump si configurano come un fenomeno mediatico atto a creare una immagine esaltata e roboante del primato della superpotenza americana nel mondo.

È del tutto evidente la continuità della politica trumpiana rispetto alle precedenti presidenze.

 Da Obama in poi, passando per Trump 1 e Biden, è progressivamente scomparsa l’immagine degli USA come “gendarme del mondo”, venendo meno l’impegno militare diretto nei conflitti locali.

 Si è sempre più accentuato il protezionismo economico americano, che ha sancito la fine dell’era della globalizzazione ed è stata ininterrottamente perseguita una politica di contrasto all’immigrazione.

L’avvento di Trump non inaugura una nuova era, rappresenta semmai la fase terminale di un processo di trasformazione della strategia di dominio della superpotenza americana nel mondo.

Trump ha però gettato la maschera ideologica umanitaria, democratica e globalista con cui gli USA hanno in passato legittimato il loro imperialismo: l’espansionismo inteso come americanizzazione del mondo, sotto le mentite spoglie della esportazione della democrazia e dei diritti umani.

 L’America appare oggi agli occhi di tutti nella sua realtà di superpotenza militare, economica e politica che non cela più la sua innata aggressività.

Con Trump non viene meno l’eccezionalismo americano ma l’universalismo, che concepiva l’America come un modello da estendere su scala globale.

 Con l’”America First” viene semmai esaltato l’eccezionalismo americano e il suo primato, con le sue basi teologico – veterotestamentarie, sulle ceneri di un universalismo il cui fallimento ha generato una profonda crisi di identità nel popolo americano.

All’unilateralismo americano, impostosi dopo la dissoluzione dell’URSS, ha fatto riscontro un ordine globale rivelatosi insostenibile per gli USA.

La governance mondiale degli USA ha comportato una sovraesposizione militare americana nel mondo, che ha prodotto solo continue sconfitte e generato profonde frustrazioni e fratture in un popolo che ormai non crede più nel mito del primato americano.

Aggiungasi poi che il sistema neoliberista globale ha deindustrializzato l’America, distrutto il ceto medio, esasperato le diseguaglianze, abolito la mobilità sociale e minato la credibilità delle istituzioni democratiche, con le sue degenerazioni elitarie. L’elezione di Trump è stata determinata dalla fine del “sogno americano”.

L’eccezionalismo americano si configura oggi come rivendicazione di una identità originaria dell’America, quale “Fortezza America”.

 L’America trumpiana non è però isolazionista, ma vuole affermare il suo primato mondiale quale “Fortezza America”, istaurando una deterrenza tale da rendere la superpotenza impenetrabile ed inattaccabile da potenze ostili.

In tale ottica devono essere interpretate le affermazioni di Trump relative all’acquisto della Groenlandia, l’annessione del Canada e del Canale di Panama, quali territori di essenziale rilevanza strategica ed economica, necessari a preservare le rotte artiche e l’area del Pacifico dalla penetrazione russa e cinese.

Per quanto concerne il Messico, al di là del contrasto all’immigrazione e al narcotraffico, Trump vuole innalzare barriere protettive contro l’invasione di masse ispaniche rivelatesi non assimilabili al modello anglosassone americano.

 È chiaro pertanto l’intento di preservare l’identità wasp a sfondo razziale degli USA

. Trump è americano, non occidentale, né tantomeno atlantico.

 Il primato anglosassone è connaturato alla “Fortezza America” ed è suscettibile di estendersi a Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda e Australia: potrebbe prefigurarsi una confederazione anglosassone che abbia come epicentro gli USA.

Nell’era Trump, si assisterà alla rinascita dell’America o al suo fatale declino?

 Il mito teologico del destino manifesto, che costituisce il valore originario fondativo degli USA e che ha presieduto alla loro ascesa a potenza mondiale, contiene in sé anche i germi della loro dissoluzione, nella misura in cui ha generato un unilateralismo culturale che ha reso gli americani incapaci di conoscere l’altro da sé, di comprendere la diversità delle altre civiltà e dei loro valori.

 L’America ha una innata predisposizione a creare i propri nemici.

Afferma a tal riguardo Lucio Caracciolo nell’editoriale del numero 1/2025 di “Limes”, intitolato “La Grande Componenda”:

“Il rischio dell’America non è il declino, è il crollo.

 Perché fissata su sé stessa si sta alienando il mondo.

Mentre controlla compulsiva la febbre, dimentica che la sua salute è sempre relativa a quella dei rivali in movimento lungo le proprie traiettorie” ….

“Quando l’America accetterà di non negoziare solo con sé stessa, capirà che la prepotenza genera resistenza perché esistono culture e interessi diversi dai propri”.

Trump con la politica di dazi vuole riconfigurare il sistema economico.

Mediante i dazi, Trump vuole ridurre il deficit commerciale che ha raggiunto nel 2023 i 1.151 miliardi e al contempo, reindustrializzare un paese che, a causa delle delocalizzazioni, ha visto il venir meno del suo primato nella produzione manifatturiera.

L’America sconta le conseguenze della globalizzazione, che ha comportato il trasferimento dei settori produttivi a basso valore aggiunto in Cina e altri paesi con manodopera a basso costo.

È tuttavia assai problematico che con la politica dei dazi possa realizzarsi la reindustrializzazione dell’America.

 I dazi producono inflazione, incidendo specialmente sui redditi di quelle classi disagiate già impoverite, che hanno sostento Trump alle elezioni.

Occorre rilevare che, data l’integrazione economica del mondo, molti beni vengono prodotti in altri paesi per essere poi assemblati negli USA.

Pertanto il sottoporre a dazi le importazioni da Messico e Canada potrebbe penalizzare le imprese americane.

La reindustrializzazione comporta tempi lunghi e i suoi risultati sono incerti, data la rilevante quota di investimenti che essa richiede, a fronte di un tasso di risparmio americano assai esiguo.

 Inoltre, la rilocalizzazione delle imprese già emigrate in Cina, si presenta assai problematica data la difficoltà di riprodurre in patria le catene di valore di imprese stabilitesi in una Cina dotata di tecniche produttive più avanzate e a costi inferiori. Gli USA non dispongono nemmeno di sufficiente manodopera specializzata per la manutenzione, che occorrerebbe importare.

Il primato americano si identifica con lo status del dollaro quale valuta di riserva nel mondo.

Dagli anni ’90, la liberalizzazione degli scambi e l’avanzata del progresso tecnologico, hanno dato luogo ad un vorticoso incremento delle transazioni e l’imporsi di una economia finanziaria che ha fagocitato l’economia reale.

La centralità del dollaro genera flussi di investimenti nei mercati finanziari americani che si rivelano essenziali per sopperire ai disavanzi delle partite correnti e sostenere l’abnorme debito pubblico americano, che nel 2024 ha superato la soglia dei 36.000 miliardi.

È la funzione di valuta di riserva mondiale del dollaro a produrre il deficit della bilancia dei pagamenti americana.

Secondo una teoria economica denominata “Dilemma di Triffin”, un paese che emette una moneta internazionale è esposto necessariamente ai disavanzi delle partite correnti, data la forte domanda della valuta di riserva.

 Non è nemmeno ipotizzabile che il disavanzo possa determinare una svalutazione del dollaro che, incrementando l’export, possa in qualche modo compensare il deficit, data l’incontenibile domanda mondiale di dollari sempre crescente.

 Ed è proprio la forza del dollaro (che con i dazi si incrementerebbe), a favorire l’export negli USA ed impedire la riduzione del deficit.

Pertanto, occorre concludere che le politiche trumpiane incentrate sui dazi sono destinate a fallire, sia per quanto riguarda la riduzione dei disavanzi che i piani di reindustrializzazione.

 La politica dei dazi può semmai preservare il primato del dollaro, con la minaccia di imporre dazi del 100% nei confronti dei paesi del BRICS che non facciano uso del dollaro negli scambi internazionali, contrastando quindi il processo di de dollarizzazione in atto.

 Con la minaccia dei dazi Trump può inoltre esercitare pressioni sull’Europa al fine di costringerla ad incrementare le importazioni energetiche e di armamenti.

Per risanare il deficit, gli USA dovrebbero effettuare una radicale trasformazione del sistema neoliberista incentrato sulla finanziarizzazione dell’economia, riproponendo il modello keynesiano, con grandi investimenti pubblici nella produzione e incentivi alla domanda interna.

 Ma una simile trasformazione del sistema economico non è nelle intenzioni né nelle possibilità di Trump.

 L’ascesa di Trump deriva da conflitti interni al sistema neoliberista, in cui si scontrano gli interessi contrapposti dei Big dell’economia e della finanza e a decidere in ultima istanza sono i Big Three, cioè i grandi fondi di investimento (BlackRock, Vanguard, State Street).

La crisi di un capitalismo dilaniato dalle contraddizioni interne è ormai evidente. Gli USA sono un paese deindustrializzato, la cui sussistenza è legata al primato del dollaro: una economia finanziaria che esporta servizi e sopravvive erogando moneta.

Trump o non Trump, la crisi del sistema neoliberista è irreversibile.

La Cina è cosciente della propria potenza.

Trump vuole porre fine ai conflitti che tuttora coinvolgono gli USA in Ucraina e Medio Oriente, per poi affrontare la Cina, suo principale competitor economico e rivale strategico nell’Indo Pacifico.

La minaccia di imporre nuovi dazi ha provocato una dura reazione della Cina, che ha adottato analoghe contromisure protezionistiche sulle importazioni americane di materie prime, macchinari e auto.

 La reazione cinese ha avuto pesanti ripercussioni sulle borse americane.

In realtà gli USA si rivelano impreparati al confronto sia tecnologico che industriale con la Cina.

Il lancio del modello R1 cinese nel campo dell’I.A., che ha fatto crollare in borsa Nvidia, ne è la evidente dimostrazione.

E’ prevedibile che, al di là delle eclatanti esternazioni di Trump, la politica dei dazi USA verso la Cina sarà assai più cauta.

 La Cina infatti potrebbe reagire ai dazi di Trump rivolgendosi ad altri fornitori. Potrebbe incrementare le forniture energetiche russe, contrastando in tal modo il riavvicinamento in atto tra Trump e Putin.

Ma soprattutto occorre tener conto che, data la interdipendenza economica consolidata tra Cina e USA, le importazioni cinesi sono troppo importanti per sostenere la domanda interna americana.

 Trump, tra l’altro, vuole preservare il primato degli USA come “compratore in ultima istanza”, necessario a sostenere la domanda globale.

Non si vede infine come gli USA possano produrre senza le importazioni cinesi.

È già in atto una guerra sia commerciale che finanziaria tra Cina e USA, la cui posta in gioco è il primato del dollaro come moneta di scambio internazionale.

 La politica di de-dollarizzazione dell’economia mondiale intrapresa dai BRICS è appena agli inizi e non è stato finora istituito un sistema monetario alternativo al dollaro.

Pertanto la Cina ha implementato una strategia di contrasto alla valuta USA con l’emissione di titoli in dollari al fine di istituire un corso del dollaro al di fuori dei mercati finanziari americani.

Di recente l’Arabia Saudita ha erogato un prestito in dollari alla Cina a tassi inferiori a quelli praticati dalla Fed.

La Cina, preso atto della impossibilità di sostituire il dollaro, persegue una politica di riciclaggio dei flussi di dollari provenienti dai titoli cinesi investiti nel debito pubblico americano, che alla loro scadenza vengono reinvestiti in operazioni in dollari esterne ai circuiti americani.

Gli stessi avanzi dell’export dei BRICS in Occidente, vengono reinvestiti in dollari per effettuare operazioni in valute locali. 

Ma soprattutto la Cina, manipolando il corso del dollaro, vuole instaurare una concorrenza con gli USA sui tassi di interesse, che la Fed dovrà mantenere necessariamente elevati, col risultato di aggravare la spesa per interessi sul debito americano.

La Cina vuole creare un mercato parallelo del dollaro, con l’intento di deviare gli investimenti finanziari che oggi affluiscono nei mercati americani.

 Tali flussi sono di importanza vitale per gli USA, per contenere il deficit commerciale con l’estero e sostenere il debito pubblico.

Il venir meno di tali flussi, determinerebbe il crollo della stessa potenza finanziaria americana.

Quella cinese è una strategia finanziaria a lungo termine con importanti ricadute nella geopolitica.

 Infatti, una struttura finanziaria in dollari collocata fuori dagli USA, metterebbe al riparo i paesi ostili all’Occidente da eventuali sanzioni americane.

Occorre infine mettere in risalto la diversità strutturale tra l’economia cinese e quella occidentale.

Mentre la Cina reinveste i propri profitti nella produzione e nell’innovazione, in Occidente, nel contesto di un sistema finanziario dominato dai fondi di investimento, i profitti vengono destinati alla distribuzione di dividendi e rendite finanziarie.

 La Cina è cosciente della propria potenza, mentre la potenza americana è invece legata alla volatilità di mercati finanziari, in cui lo spettro dell’implosione delle bolle speculative è sempre in agguato.

È ovvio che alla lunga i Big dell’economia finanziaria, prosciugando le risorse per gli investimenti, finiranno per segare il ramo dell’albero su cui sono seduti.

Parafrasando Lenin, si può affermare che il capitalismo occidentale sta forgiando da sé stesso la corda con cui impiccarsi.

Europa: Trump sta uccidendo un uomo morto.

L’avvento di Trump ha avuto il pregio di rendere coscienti gli europei della loro nullità politico – culturale.

 L’Europa, rimossa la propria memoria storica, si è confinata nella post – storia, nella alienazione dalla realtà.

Un’Europa unitaria non è mai esistita e pertanto non sarà Trump a distruggerla. Trump sta solo uccidendo un uomo morto.

 Paradossalmente, l’unico simulacro di unità europea è venuto alla luce nella guerra russo – ucraina, nel contesto cioè di una totale subalternità dell’Europa alla Nato.

Una unità realizzatasi mediante l’allineamento europeo ad una potenza esterna, che esercita la sovranità effettiva sull’Europa, gli USA.

 La UE, del resto, è stata concepita come organismo sovranazionale a cui è stata delegata la governance politica della Nato.

Qualora la Nato non sussistesse più, l’esistenza della UE non avrebbe senso.

È inoltre scomparso lo slogan “democrazie vs autocrazie”, quale fantasma ideologico atto a legittimare la guerra della Nato contro la Russia.

 La UE è una istituzione sovranazionale priva di sovranità a cui sono stati devoluti i poteri sovrani degli stati e pertanto non può essere definita un ordinamento democratico.

 Senza sovranità non è nemmeno ipotizzabile la creazione di un esercito europeo.

L’Europa ha potuto svilupparsi economicamente in virtù della sicurezza strategica garantita dalla Nato.

Dobbiamo però oggi constatare quanto la credibilità delle garanzie americane sia assai dubbia.

Dal secondo dopoguerra in poi, gli USA hanno sempre abbandonato i propri alleati al mutare dei loro interessi strategici.

La storia dei tradimenti americani è ben delineata da “Marco Travaglio” in un articolo pubblicato dal “Fatto Quotidiano” del 15/02/2025 dal titolo “Begli amici”:

“…. Trump non ha inventato nulla: quella di usare, spremere fino al midollo, mandare al macello e poi scaricare l’“alleato” di turno è una vecchia usanza degli Usa. Per informazioni, rivolgersi a Vietnam, Balcani, Afghanistan, Iraq, curdi, Libia e “primavere arabe”: prima spinti alla guerra, poi lasciati soli a seppellire i morti, a raccogliere i cocci e a pagare il conto. Ora tocca agli ucraini e alla Ue. In attesa del prossimo gonzo che ci casca”.

Aggiungasi poi che la superpotenza americana ha sempre potuto far a meno essere credibile nei confronti degli alleati.

Osservava ironicamente Henry Kissinger: “Essere nemici degli USA può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale".

Sul progetto di riarmo dell’Europa incombono prospettive inquietanti.

Il disimpegno degli USA ha inaugurato la stagione delle guerre per procura e quella dell’Ucraina è infatti una guerra della Nato combattuta fino all’ultimo ucraino.

 Si vuole quindi militarizzare l’Europa per creare eserciti di truppe sacrificabili alle strategie della Nato, senza coinvolgimento americano.

Così si è espresso a tal riguardo “Andrea Zhok”:

“Come ricordavo un tempo ai beoti che gioivano per il fatto di essere sotto l'ombrello difensivo della Nato, la realtà è che noi non siamo SOTTO l'ombrello della Nato, noi SIAMO quell'ombrello, il primo a prendersi la pioggia”.

 L’abbandono degli ucraini al loro destino dovrebbe allarmare le menti dei leaders europei ottenebrate nel loro servile e irresponsabile atlantismo.

Sotto l’aspetto economico, la militarizzazione dell’Europa avrebbe effetti devastanti.

Per una economia europea già in stato di stagnazione / recessione, il piano di riarmo europeo della Von der Leyen con l’acquisto di armamenti per il 78% dagli USA, comporterebbe uno stanziamento di 800 miliardi, che farebbe esplodere i conti pubblici.

Il riarmo europeo si rivelerebbe per i bilanci statali insostenibile e pertanto, si renderebbe necessario il ricorso a nuovi finanziamenti esterni che accrescerebbero la dipendenza dai fondi di investimento americani dei debiti pubblici degli stati della UE.

 In assenza di crescita, l’insostenibilità del debito potrebbe condurre alla destabilizzazione degli stati.

La stessa politica dei dazi trumpiani produrrà effetti traumatici per l’economia europea.

 L’export europeo negli USA ammonta a 500 miliardi.

I dazi colpiranno particolarmente Germania e Italia, che sono i maggiori esportatori negli USA.

L’Europa non è in grado di reagire con adeguate ritorsioni.

Con il calo dell’export, la svalutazione dell’euro potrebbe ridurre in parte l’effetto dei dazi, ma incrementerebbe anche l’afflusso di capitali europei verso l’area dollaro.

Attualmente il 60% del risparmio europeo viene investito nei mercati finanziari USA e nel tesoro americano.

L’Europa non è nemmeno in grado di trattenere in patria i propri capitali per ritorsione, a causa della rilevante influenza sull’economia europea esercitata dai fondi di investimento americani, che stanno fagocitando il suo sistema finanziario. La UE è inoltre esposta al ricatto dei dazi, in virtù della sua dipendenza energetica e tecnologica dagli USA.

Con il ciclone Trump, emerge in tutta la sua drammaticità il fallimento del sistema economico europeo basato sull’export.

L’istituzione di tale modello economico comportò per i paesi UE, la compressione dei salari, la riduzione dei consumi interni e tagli al welfare, onde rendere competitive le esportazioni.

 È dunque prevedibile che la UE, dato che la crescita del Pil è subordinata all’export negli USA, con l’imposizione dei dazi, accentuerà le politiche di austerity, allo scopo di recuperare competitività nei mercati americani.

L’ordo-liberismus della UE è un meccanismo suicida.

 È infatti un sistema rigido che, oltre a produrre nuove povertà e diseguaglianze, non sarà comunque in grado di recuperare competitività, a causa degli elevati costi energetici, dovuti all’importazione di gas liquido americano, che ammontano a 58 euro per MWh, oltre il triplo rispetto a quelli del gas russo di 12/15 euro.

Si rileva infine, che l’industria europea potrebbe essere attratta dalle prospettive di delocalizzazione negli USA, in cui potrebbe usufruire di prezzi energetici pari a 1/5 di quelli europei, degli incentivi statali e di una pressione fiscale ridotta, secondo quanto previsto dal piano I.R.A. varato da Biden.

La reindustrializzazione americana potrebbe realizzarsi mediante la delocalizzazione dell’industria europea negli USA.

L’Europa potrebbe però contrastare la politica protezionista americana emanando leggi che limitino il trasferimento dei capitali negli USA, vincolando ai circuiti interni i 33.000 miliardi di risparmio europeo.

 L’export potrebbe dirigersi verso nuovi mercati.

La BCE, mediante l’istituzione di fondi comuni potrebbe finanziare la ricostruzione industriale europea, il welfare e la spesa corrente per sostenere la domanda interna.

Ma tali misure richiederebbero trasformazioni strutturali dell’economia europea che le classi dirigenti non hanno né la capacità né la volontà politica di mettere in atto.

Le riforme sistemiche presupporrebbero scelte di natura geopolitica che comporterebbero la fuoriuscita dell’Europa dalla sfera atlantica.

Tali prospettive sono attualmente impensabili.

Questa Europa è condannata alla irrilevanza nel contesto del nuovo mondo multipolare.

 È stata integrata da generazioni nella sfera culturale, politica ed economica americana.

 L’americanismo, col venir meno delle culture identitarie europee, si è radicato nelle coscienze di una Europa che si considera nei fatti parte integrante degli USA. Tale sradicamento culturale è ben descritto da “Costanzo Preve”:

 “Americanismo non significa assolutamente sostenere sempre servilmente tutto ciò che di volta in volta decidono di fare i governi americani.

 Il vero americanismo, anzi, consiste nel consigliare all’imperatore cosa dovrebbe fare per essere più amato dai sudditi, più multilaterale, meno unilaterale, ed in genere più portatore di un soft power.

Il vero americanista consiglia di chiudere Guantanamo, di scoraggiare il Ku Klux Klan, di eleggere al comando il numero maggiore possibile di neri, donne, gay, eccetera.

 Il vero americanista vuole potersi riconoscere nella potenza imperiale che occupa il suo paese con basi militari e depositi di bombe atomiche a distanza di decenni dalla fine della seconda guerra mondiale (1945) e dalla dissoluzione di ogni patto militare “comunista” (1991).

Il vero americanista vuole essere suddito di un impero buono, e pertanto gli spiace che l’impero a volte sia cattivo ed esageri.

Massacrando l’Iraq l’impero non ha commesso un crimine, ma un errore. L’americanista utilizza due registri linguistici ed assiologici diversi, il codice del crimine ed il codice dell’errore.

 Tutti possiamo commettere errori, che diamine!

Hitler, Mussolini, i giapponesi, i comunisti, Milosevic, Mugabe, la giunta militare del Myanmar, i talebani, eccetera, hanno commesso e commettono crimini.

Churchill che massacra i curdi e gli indiani, Truman che getta la bomba atomica ad Hiroshima, Bush che invade l’Iraq nel 2003, commettono solo spiacevoli errori”.

I trattati che presiedettero alla fondazione della UE sancirono l’irreversibilità dell’unione europea.

La UE è irreversibile come lo sono i suoi esiti fallimentari e come lo sarà la sua prevedibile e auspicabile dissoluzione.

L’Europa è in uno stato di coma profondo.

 Con l’avvento di Trump si sente orfana della Nato e si scopre al contempo atlantista e antiamericana: siamo alla farsa.

Dinanzi al ritorno traumatico della storia, l’Europa è al “redde rationem”:

 ritrovare la coscienza di sé e della sua storia, o sciogliersi nell’acido del proprio nichilismo.    

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