Arricchirsi con la politica.
Arricchirsi
con la politica.
Politica
estera.
Così
la politica non
lo ha
reso più ricco.
Ilgiornale.it
- Francesco Maria Del Vigo – (3 Aprile 2025) – ci dice:
Il “Financial
Times” ha definito questa fase della sua vita come "l'autodistruzione di
Musk."
Non
sapremo mai per quale motivo Elon Musk abbia deciso di buttarsi nella bolgia
della politica americana, lui, nato in Sudafrica, cittadino canadese
naturalizzato statunitense con in testa Marte come prossimo indirizzo di
residenza.
Roba
fuori dal mondo, letteralmente.
Non
sapremo mai perché sia sceso in campo, se per egocentrismo, brama di potere o
noia, ma in compenso sappiamo perché non lo ha fatto: per soldi.
Perché,
l'uomo più ricco del mondo, ne ha persi tanti di soldi da quando si è infilato
nel vicolo cieco della politica, 100 miliardi in due mesi secondo il “Financial
Times”, che ha definito questa fase della sua vita come «l'autodistruzione di
Musk».
E qui
c'è l'ennesima anomalia dell'uomo Musk.
Tendenzialmente
chi entra in politica ne esce più ricco.
Lui, che a detta di molti avrebbe incarnato il
più grande conflitto di interesse, ne esce con meno denari nelle tasche.
Sempre
ricchissimo, ma con un impero economico meno florido rispetto a prima.
A
partire da Tesla, l'auto elettrica che per anni ha rappresentato il sogno della
sinistra ecologica e progressista e che ora è diventata bersaglio di attacchi
politici e financo terroristici.
Prima
erano un simbolo, ora le danno alle fiamme.
Eppure
era tutto evidente, era chiaro che far coincidere la propria immagine politica
- così divisiva e complessa -, con quella delle proprie aziende e dei suoi
prodotti avrebbe finito inevitabilmente per danneggiare le une e gli altri,
finendo per ridurre lo spazio di mercato appetibile.
Uno
che si è inventato “Paypal”, ha trasformato l'auto elettrica in uno status
symbol e produce razzi che tornano da soli a terra, non poteva non aver capito
che l'esperienza politica lo avrebbe danneggiato.
Ecco,
questo è il punto: non poteva non saperlo e lo ha fatto.
Così
l'imprenditore geniale e cinico, il cyborg del tecno-capitalismo, l'alieno della politica, l'algido
calcolatore di profitti assume nuovamente un ruolo umano e fallibile.
Ha
scelto di far politica - ipotizziamo - sapendo di erodere una parte del suo
immenso patrimonio.
Magari
non una parte così cospicua.
E lo
ha fatto comunque - ipotizziamo ancora - perché in fondo, lui, a quella
rivoluzione anarcocapitalista credeva veramente.
Visionario e sognatore, con la consapevolezza
che i sogni e gli incubi, alla fine dei conti, sono fatti della stessa materia.
E ora,
se come dice il sito di informazione “Politico”, l'imprenditore dovesse
ritirarsi dall'attività politica, l'enigma Musk si arricchirebbe di una
ulteriore complicazione somigliando sempre più a quel genio eccentrico e spesso
incompreso che ha ispirato le sue vetture: “Nikola Tesla”.
Gaza,
la “Soluzione Finale” Ideata
da
Israele e Rivelata da Netanyahu.
Conoscenzealconfine.it
– (4 Aprile 2025) - Alessandro Ferretti – ci dice:
La
“soluzione finale” che Israele ha scelto per Gaza è stata rivelata da Netanyahu
in persona.
Israele
ordina l’evacuazione totale di Rafah: oltre un milione di civili ammassati a “Mawasi”,
senza acqua né cibo.
Da 35
giorni nessun aiuto entra a Gaza.
Netanyahu
annuncia il piano di “migrazione volontaria”:
fame e terrore come strumenti di espulsione e
genocidio.
Con
l’ordine di evacuazione intimato da Israele alla popolazione di tutta Rafah, il
piano israeliano di pulizia etnica/sterminio della popolazione di Gaza è ormai
pienamente definito.
In
dieci giorni l’esercito di occupazione ha lanciato una serie di volantini che
obbligano praticamente tutta la popolazione di Gaza a lasciare le loro
case/tende/rifugi di fortuna per andare a “Mawasi,” una microscopica striscia
di terra a nord-ovest di Rafah.
Tutto
il resto della Striscia verrà occupato militarmente dall’esercito, che ha già
iniziato le operazioni di conquista.
Una
volta ammassata tutta la popolazione in una sola zona, bisogna poi espellerla
per sempre… e a questo ci penseranno non solo le bombe e il terrorismo
indiscriminato, ma soprattutto la fame e la sete.
Da 35
giorni neanche un singolo camion è entrato nella Striscia:
il
blocco imposto da Israele è totale e riguarda tutto, sia gli aiuti umanitari
che il traffico commerciale.
Niente
cibo, acqua, medicine, carburante, tende, vestiti, niente di niente.
Pochi
giorni fa a Gaza una patata da due etti e mezzo veniva venduta a 10 dollari, e
il 1° Aprile è stata annunciata la chiusura di tutti i panifici ancora aperti
per mancanza di farina e carburante.
L’elettricità
è stata totalmente tagliata, e i quadricotteri bersagliano sistematicamente i
pannelli solari che consentono di mantenere una piccolissima disponibilità di
energia.
Il
piano lo ha spiegato esplicitamente Netanyahu in persona, giusto ieri:
non
solo Hamas deve lasciare la striscia, ma in ogni caso tutti i civili verranno
fatti oggetto del piano di “migrazione volontaria” proposto da Trump, ovvero un
biglietto di sola andata per un posto qualsiasi:
“Siamo
pronti a discutere la fase finale della guerra.
Hamas
deporrà le armi e ai suoi leader sarà permesso di andarsene.
Ci prenderemo cura della sicurezza a Gaza e
implementeremo il piano di migrazione volontaria di Trump.
Questo è il nostro piano, non lo nascondiamo e
siamo pronti a parlarne in qualsiasi momento.”
La
fame e la sete saranno le armi principali, e ciò significa un crescendo di
orrori oltre ogni misura.
Neanche i nazisti erano riusciti nell’impresa
di togliere il cibo a un popolo di due milioni di persone, ammassato, assediato
e senza alcuna via di fuga.
Quello
che succederà sarà oltre ogni immaginazione.
Il
livello di atrocità di un simile piano è talmente gigantesco che Israele vuole
arrivarci con una strategia simile a quella di Mitridate:
alzare costantemente il livello di terrore,
per normalizzare il più possibile il genocidio contando sull’indomito sostegno
degli alleati “democratici”.
Così
si spiega l’impennata di assassinii mirati di giornalisti, il diluvio di bombe
(circa cento bambini ammazzati ogni giorno, negli ultimi dieci giorni),
l’incredibile deliberata esecuzione di 15 operatori della Mezzaluna Rossa:
tanta ferocia serve a mostrare al mondo che
Israele non si fermerà davanti a nulla, anche dovesse ammazzare ogni singolo
palestinese.
So che
non è facile abbandonare ogni illusione, ma dobbiamo abituarci all’idea: i
nostri governi, quasi tutti i nostri partiti (inclusi quelli all’opposizione),
le nostre élites intellettuali, il nostro sistema dell’informazione erano
consapevoli di tutto ciò, sin dall’inizio.
Non
solo non hanno intenzione di muovere un dito per impedire questo crimine, ma
addirittura fanno il tifo affinché Israele sia rapido e definitivo, in modo da
sollevarli alfine dalla fatica costante di nascondere l’evidente, giustificare
l’ingiustificabile, far accettare l’inaccettabile.
Questi
disumani pazzi e furiosi credono davvero che dopo questa atrocità tutto tornerà
come prima, perché credono sinceramente che il resto del mondo sia uguale a
loro:
menefreghisti,
corruttibili, amorali, egoisti, disposti a vendere moglie e figli in cambio di
mezzo piatto di lenticchie, per cui nulla ha valore e tutto ha un prezzo.
Lo
hanno creduto molti potenti, lungo i millenni della storia umana:
e ogni
volta questi criminali hanno scoperto che il bisogno di umanità è
insopprimibile e che riemerge e si prende la rivincita, nonostante la ferocia,
anche a costo della vita stessa.
Ora,
come da un anno e mezzo (e 75 anni) a questa parte, il dovere di una persona
umana è chiaro:
restare tale, continuare a parlare di
Palestina, continuare a denunciare le bugie, i crimini, i criminali, in ogni
caso e in qualunque situazione, anche nel caso che tutto ciò non servisse a
fermare la banda di assassini matricolati che in questo momento detiene il
potere.
Come
ha scritto “Ori Goldberg”, attivista israeliano:
“Pensavo
che il motivo per parlare contro l’ingiustizia fosse utilitaristico:
se non parlo quando vengono perpetrate contro
gli altri, sarò la loro vittima.
Ora la penso diversamente. Non parlo per paura
del mio futuro. Parlo dal mio presente, dalla paura di diventare un uomo vuoto:
vuoto proprio come i genocidari e i loro complici, attivi o ignavi che siano”.
(Alessandro
Ferretti).
“kulturjam.it/in-evidenza/gaza-la-soluzione-finale-ideata-da-israele-e-rivelata-da-netanyahu/).
BlackRock, come il capitale finanziario
controlla
la politica in USA e UE.
Contropiano.org - Werner Rügemer - Giacomo
Marchetti – (10 – 02 – 2021) – ci dicono:
Quando
guardiamo alla realtà materiale che sta alla base del sistema economico
finanziario in Occidente, e la sua sempre maggiore pervasività nella capacità
di orientare complessivamente la politica, ci accorgiamo di come la parola
democrazia sia un vecchio arnese inservibile per le élites che governano il
mondo occidentale.
Inutile,
quindi, fare un “test di democraticità” come criterio di interpretazione delle
dinamiche politiche del mondo in cui viviamo.
Certo
il suo valore evocativo è utile nella costruzione di “narrazioni” da vendere al
popolino, soprattutto quando la comunicazione politica costringe a spacciare un
ipotetico “nuovo prodotto” da piazzare sul mercato, rappresentandolo nella
veste di “migliore soluzione” per una crisi di governance che porta le forme
della democrazia ad un impasse.
Questo
blocco è in realtà solo l’espressione fenomenica delle convulsioni di una più
profonda crisi sistemica. cui le classi davvero “dirigenti” vorrebbero dare un
output preciso, diverso dalla loro radicale rimozione da parte dei subalterni
ed alla costruzione di un sistema sociale alternativo.
“Hanno
fallito, che se ne vadano!”.
Od in termini più caustici: “Andiamo a
bruciargli la casa!”, come ci ha suggerito la rivolta dei Ciompi a Firenze
diversi secoli fa.
Il
marketing politico pro-Draghi, come quello pro-Biden per gli Stati Uniti – al
netto del disgustoso servilismo del giornalismo nostrano e dell’altrettanto
deprecabile opportunismo della classe politica tutta, da Fratelli d’Italia a
Leu – nel nostro ridotto nazionale è l’esempio più lampante di questa tendenza
ad incensare “la democrazia” proprio quando smette di esistere.
Negli
Usa, certo, tutto è in un ordine di grandezza più grande, anche nelle tecniche
di storytelling per narrare la pretesa “rottura” con il recente passato.
Parole
appunto come “rappresentanza”, “sovranità”, “democrazia”, “sviluppo”, in bocca
agli esponenti delle élite, hanno la stessa credibilità delle promesse d’amore
di un marinaio, tanto è distante il significato concreto da quello che
dovrebbero rappresentare e che hanno storicamente – in parte – incarnato sotto
pressione di un movimento operaio organizzato, dotato di una prospettiva
strategica concreta.
Chiacchiere
sulla democrazia a parte, chi tiene in mano le redini del sistema è un numero
sempre più ridotto di imprese economico-finanziarie che – in termini un po’
vetusti nella forma, ma attualissimi nel contenuto – potremmo chiamare senza
orpelli: dittatura
del capitale monopolistico.
Gli
Stati imperialisti, o i poli imperialisti in formazione, in diverso grado, ne
diventano conseguentemente un’espressione piegando il pubblico agli interessi
del privato (e non il contrario).
E non importa se le fragilità di tale modello
impediscono strutturalmente di affrontare i nodi inaggirabili che pone la fase
storica, iperbolizzati dall’acuirsi della crisi pandemica.
Gli
uomini e le donne di queste corporations vengono chiamati come consulenti dagli
stessi attori statali – dalla Federal Reserve negli USA alla Commissione
Europea nella UE, per non citarne che due – per orientare scelte strategiche.
Larry
Fink, ceo di BlackRock, con Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve e
nuovo ministro dell’economia Usa sono al comando.
I loro
dirigenti siedono nei board sia delle imprese di dimensioni mondialmente
rilevanti, sia in quello di chi le finanzia.
Alcune
di queste hanno in mano gli hub della tecnologica che di fatto orientano i
mercati stessi e conferiscono un profilo un po’ vintage a quello che erano le
“piazze borsistiche”, che dovrebbero determinare il valore fluttuante delle
azioni quotate secondo “il principio della domanda e dell’offerta”, come centro
pulsante dei mercati finanziari.
È il
caso della piattaforma privata” Aladdin”, che controlla un flusso mostruoso
di informazioni e di dati economici sensibili, che orientano le scelte di
investimento di chi se ne serve, cioè i maggiori investitori internazionali –
più di 900 clienti in una sessantina di Paesi -, divenuta insieme alle altre, di
fatto, una sorta di sistema nervoso centrale dell’economia finanziaria
mondiale.
Una
“scatola nera” in grado di monitorare in tempo reale la finanza che viaggia sui
bit. Un vantaggio strategico per chi la usa, a discapito degli altri…
I
membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di
quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che
nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che
fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla
direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e
nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di
fondo di quest’ultima.
Un”
novum”, per certi versi, nella storia politico-economica del capitalismo, che
dà la cifra di ciò di cui stiamo parlando è certamente BlackRock, di cui si
occupa l’articolo tradotto e pubblicato qui di seguito, in particolare per ciò
che concerne la sua rilevanza nella politica nord-americana.
Si
tratta del più grande gestore di fondi di investimento mondiale – anche per
conto di fondi pensionistici privati, a cominciare da quello giapponese, è il
più imponente – che possiede tra l’altro la maggiore o la seconda quota di
proprietà in 13 delle 15 prime banche europee (Santander, HSBC, Credit Suisse,
ecc), in grado dunque di determinare le scelte di indirizzo degli istituti
bancari. BlackRock detiene un portafoglio di centinaia di miliardi di dollari,
investiti dalle tre big della tecnologia statunitense (Apple, Goggle,
Microsoft), che controllano tra l’altro il tessuto connettivo ed i big data
della “nostra comunicazione” digitale e, come stanno dimostrando fatti recenti,
la possibilità o meno di comunicare (anche se sei il Presidente Usa!).
Per
non citare che un aneddoto, BlackRock – in un palese conflitto di interessi –
ha ricevuto da parte della Commissione Europea l’incarico di consulente per le
scelte finanziarie rispetto alla sostenibilità ecologica degli investimenti.
Il più
acceso sostenitore di questa scelta, di fronte ai suoi critici, è stato il Capo
della Commissione Finanziaria della UE, Valdis Dombrovskis, per intenderci…
Esiste
Il CEO of BlackRock, Larry Fink con Emmanuel Macron.
Ripetiamo:
BlackRock orienta il processo di finanziamento della “transizione ecologica”
dell’economia della UE, che ha assunto un ruolo chiave nel rilancio economico
continentale in toto e nell’articolazione dei Paesi Membri, attraverso quelli
che saranno i singoli “recovery plan” nazionali, vincolati alle decisioni UE su
due aspetti in particolare: economia green e sviluppo digitale.
Ricordate:
gestisce gli investimenti delle tre big della tecnologia, e per esempio è il
terzo azionista di Apple, nel cui board siede Sue Wagner, di BlackRock…
Questo
gigante è uno degli attori economici cresciuto di più nella pandemia: valeva
7,8 mila miliardi di dollari, nel terzo trimestre dell’anno scorso, 8,68
nell’ultimo trimestre, e le sue azioni sono aumentate del più del 20% durante
l’ultimo anno.
Mentre milioni di persone morivano a causa
delle politiche disastrose prese dall’Occidente per affrontare la pandemia,
aumentava la povertà e la vulnerabilità sociale, BlackRock cresceva e ha
continuato a crescere.
Insieme
ai rivali “ETF” e “Vanguard”, controllava già un quinto del totale delle azioni
quotate a Wall Street nel 2017 – erano poco più del 5% nel 1998.
In questi tre anni sono aumentate, e uno
studio di Harvard citato dal Financial Times mostra questa stupefacente
progressione prevedendo che potrebbero controllare il 40% nel 2040!
Tre
corporations divenute un Leviatano finanziario!
In
questo tripudio di miliardi di dollari guadagnati e fatti guadagnare ai propri
clienti, Lawrence Fink, Wally Adeyemo, Michael Pyle, tre uomini di BlackRock,
sono stati scelti per ruoli chiavi nella nuova amministrazione Biden, che con
la sua famiglia è parte integrante del più grande “paradiso fiscale mondiale”,
cioè il piccolo Stato del Delaware.
“Il
Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti, ma il più grande
paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati
Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori
idonei”, scrive” Rügemer”, scrittore prolifico ed autore tra l’altro di un
studio fondamentale per comprendere il capitalismo del XXI secolo e l’ascesa
dei nuovi attori finanziari tra cui BlackRock.
Come
sempre è meglio affidarsi al vecchio adagio follow the money, piuttosto che ingurgitare le “auto-narrazioni”
edificanti del nemico di classe.
Larry
Fink è con Donald Trump.
Non
appena è stato chiaro che Joe Biden avrebbe vinto le elezioni presidenziali
americane, si è portato a bordo Brian Deese, capo del dipartimento per gli
investimenti sostenibili globali della società d’investimento americana
BlackRock, e che ricoprirà il ruolo di capo economista del presidente neo
eletto.
Il CEO
di BlackRock – Lawrence Fink – è sostanzialmente il portavoce del capitale
mondiale occidentale per la “sostenibilità”. E la “sostenibilità” sarà il segno
distintivo della nuova amministrazione.
BlackRock
è la più grande società di investimento nel mondo con sede a New York e
gestisce un patrimonio totale di quasi 8.000 miliardi di dollari, di cui un
terzo in Europa.
Segue
la seconda nomina per Wally Adeyemo, consigliere principale del presidente
Obama per le relazioni economiche internazionali e successivamente passato a
BlackRock come capo dell’ufficio legale di Fink e dal 2014 è stato presidente
della Fondazione Obama.
Ora, sotto Biden, diventerà vice segretario
del Tesoro.
Poi è
arrivata la terza nomina per Michael Pyle, responsabile delle relazioni
finanziarie internazionali al Dipartimento del Tesoro sotto Obama, diventato
poi capo della strategia di investimento globale presso la BlackRock e a breve
ricoprirà il ruolo di capo economista della vicepresidentessa Kamala Harris.
Ecco
come funziona la porta girevole della democrazia capitalista statunitense: da BlackRock al governo, dal governo
a BlackRock e così a ripetere.
Biden:
è il lobbista per il più grande paradiso fiscale sulla terra.
Biden
è stato senatore dello stato del Delaware per ben 35 anni, dal 1973 al 2009,
dove iniziò una fitta campagna politica quando era ancora un giovane avvocato
d’affari di 29 anni.
Il
Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti ma il più grande
paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati
Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori
idonei. E quasi tutte le maggiori compagnie e banche degli Stati Uniti – o le
loro filiali – hanno qui la loro sede legale e fiscale.
Decine
di migliaia di società e banche di tutto il mondo, dall’Ucraina al Messico,
passando per la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, hanno il loro
domicilio legale nel Delaware [uno stato che fu del resto creato dalla Dupont
Chemical Company!].
La
lista delle partecipazioni della sola Deutsche Bank mostra diverse decine di
società di comodo a Wilmington, la piccola capitale del piccolo “Lussemburgo
degli Stati Uniti”, come viene spesso chiamato il Delaware.
Nel
mini-stato del Lussemburgo – così centrale per l’Unione europea – regna Sua
Altezza Reale il Granduca Henri, della dinastia Lussemburgo-Nassau. Nel Delaware il clan Biden governa
con a capo il senatore [ora presidente] Biden.
Il
figlio Beau Biden è diventato procuratore generale dello Stato senza fare una
minima gavetta politica ed il figlio Hunter Biden è un attivo speculatore
finanziario in Ucraina.
Joe
Biden ha recentemente ricevuto donazioni per le sue campagne elettorali da
grandi aziende digitali come Alphabet/Google, Microsoft, Amazon, Apple,
Facebook e Netflix, così come JPMorgan Chase, Blackstone e Walmart. Ma anche le
aziende del Delaware hanno promosso il loro influente senatore, tra cui la
società di carte di credito MBNA e John Hynansky, un businessman statunitense
di origini ucraine che domina l’esportazione di SUV premium in Ucraina.
Biden,
come senatore a Washington, ha sempre votato con i repubblicani sulle
principali deregolamentazioni del settore finanziario e, con lui, il Delaware
membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di
quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che
nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che
fa inanellare senza sosta incarichi
passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con
contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri
concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.
E si è
espanso fino a diventare il più grande paradiso finanziario del mondo. Ciò
implica che abbia anche una propria costituzione aziendale volta al “libero
mercato” ed un sistema giudiziario che va nella stessa direzione politica.
E
naturalmente anche la BlackRock – che co-governa a Washington – ha la sua sede
legale a Wilmington, in Delaware.
“(America)
con BlackRock First.”
La
BlackRock è un importante società azionista in circa 18.000 aziende, banche e
società di servizi finanziari negli Stati Uniti, UE, Gran Bretagna, Asia e
America Latina. In tre decenni la BlackRock è cresciuta fino a diventare il più
grande organizzatore di capitali nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti,
principalmente raccogliendo e investendo il capitale dei super-ricchi.
Possono
diventarne clienti solo le più grandi famiglie d’affari o i top manager con un
capitale di almeno 50 milioni di dollari.
Un investitore come BlackRock promette
profitti più alti di quelli che possono essere guadagnati nelle normali
operazioni finanziarie, diversificando le proprie pratiche capitalistiche.
BlackRock
non impiega cassieri agli sportelli, né offre un servizio clienti pubblico. I
super-ricchi trasferiscono il loro denaro direttamente.
Ecco perché l’apparato di gestione di
BlackRock ha solo 16.000 impiegati per gli 8.000 miliardi di dollari di
capitale che gestisce – mentre Deutsche Bank deve mantenere 87.000 impiegati
per meno di un centesimo del capitale totale.
BlackRock
è anche il più grande organizzatore di società di comodo. Il capitale dei
super-ricchi viene investito per ognuno di loro in una speciale società di
comodo in un paradiso finanziario tra Delaware, Isole Cayman e Lussemburgo.
Allo stesso tempo, questi investitori sono resi anonimi e invisibili al
pubblico, alle autorità fiscali e ai regolatori finanziari.
Così,
il 5% circa delle azioni della società di lignite RWE sono distribuite tra 154
società “letter box” in una dozzina di paradisi finanziari, sotto nomi come
BlackRock Holdco 4 LLC, BlackRock Holdco 6 LLC, e simili.
Naturalmente, BlackRock non commette essa
stessa evasione fiscale, ma offre l’opportunità di farlo (detto in altre
parole: Favoreggiamento).
Inoltre
BlackRock gestisce “ALADDIN”, la più grande struttura robotica per la raccolta
e lo sfruttamento di dati finanziari ed economici.
Nell’arco di nanosecondi i valori e le
performance di tutte le azioni e altri titoli delle borse del mondo vengono
catturati e utilizzati speculativamente per la compra vendita.
I
membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di
quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che
nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che
fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla
direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e
nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di
fondo di quest’ultima.
BlackRock
è co-proprietario di 18.000 aziende – in Germania ad es. di Wirecard – comprese
tutte le corporazioni digitali come Amazon, Google, Apple, Microsoft e
Facebook, ed è anche co-proprietario delle due maggiori agenzie di rating,
Standard & Poor’s e Moody’s.
In
quanto più grande insider del globo, BlackRock può accedere ad importanti dati
in modo velocissimo e prima di altri co-speculatori.
Inoltre,
è principale gestore finanziario dei super-ricchi occidentali e dunque ignora
completamente i possibili danni alle economie nazionali e l’impoverimento degli
Stati attraverso la continua evasione fiscale organizzata, tanto che persino l’Unione Europea
rimane impotente contro questo colosso e il suo meccanismo, oppure ne diventa
complice.
Inoltre,
le aziende che BlackRock acquista e di cui diventa co-proprietario – come, per
esempio in Germania, tutte le maggiori società tedesche che negoziano alla
Borsa di Francoforte – sono proficuamente “ristrutturate”, rimpicciolite,
parzialmente vendute (come è attualmente il caso della ThyssenKrupp), fuse
(come nel caso di Bayer-Monsanto), accompagnate da tagli di posti di lavoro,
outsourcing, delocalizzazioni e simili.
Come
principale azionista di Amazon, per esempio, il predicatore della sostenibilità
Fink non ha mai detto nulla contro gli attacchi antisindacali (compresi di
minacce e licenziamenti) all’interno dei magazzini del colosso della logistica,
o dei bassi salari sui quali si arricchisce Jeff Bezos.
Viene
spesso sostenuto, non solo dai lobbisti di BlackRock come Friedrich Merz, ma
anche dalla sinistra, che con le quote del 5% BlackRock, come in RWE –
sicuramente non può far passare nessuna decisione!
E
invece sì, è possibile, perché con BlackRock di solito ci sono sempre, in
composizione variabile, una dozzina di organizzatori di capitale a lei simili,
che allo stesso tempo sono anche azionisti, per esempio Vanguard, State Street,
Amundi, Norges, Wellington, Fidelity, Capital Group – e si accordano tra loro.
Il
governo degli Stati Uniti sotto Biden sta dimostrando di essere il governo che
persegue gli interessi sia dei vecchi che dei nuovi super-ricchi. Si tratta di
una minoranza capitalista ed egoista che rappresenta forse l’1,5% della
popolazione di tutti gli Stati Uniti.
Tuttavia
BlackRock rappresenta anche gli interessi di minoranze ricchissime in altri
importanti paesi come la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Svezia, la
Spagna, il Messico: tutti con il loro capitale discrezionale investito in
BlackRock & Co.
Obama,
Trump, Biden: sono tutti con BlackRock.
Nel
2008, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama incaricò BlackRock di
gestire la crisi finanziaria e decidere quali banche, quali compagnie di
assicurazioni, quali società sarebbero state salvate.
BlackRock
intascò un compenso di 3 milioni di dollari per questo – ma ancora più
importante fu la benedizione ufficiale dello Stato.
Questa
includeva la nomina come consigliere della più grande banca centrale del mondo
occidentale, la Federal Reserve Bank.
Quello fu il colpo di partenza per la salita
finale nell’aumento annuale del 10% del capitale raccolto e distribuito fino
agli ormai 8.000 miliardi di dollari.
Oltre
ad aver conferito a BlackRock la nomina come consigliere della Banca Centrale
Europea (BCE) e, più recentemente, nel 2020, come consigliere della Commissione
Europea a Bruxelles per la nuova formula di rinnovamento capitalista ESG:
Environment, Social, Government.
Anche
sotto Trump, BlackRock non è affatto scomparsa dalla scena economico-politica.
Dal
marzo 2020, e come consulente della Federal Reserve, BlackRock ha gestito il
programma di salvataggio Covid19, molto simile al “Corona Recovery Program”
dell’UE da 750 miliardi (qui noto come Recovery Fund, ndt).
Il CEO
di BlackRock – Fink – era in corsa per diventare il segretario al Tesoro di
Hillary Clinton. Ma quando il vincitore delle elezioni Trump ha tagliato le
tasse sulle società, l’agile Fink lo ha lodato, dicendo: “Trump è un bene per
l’America.“
BlackRock
è parte attiva di “America First“, indipendentemente da quale dei due partiti
monopolistici statunitensi sia al potere.
(L’articolo
è stato tradotto dall’inglese da Gaia Sartori Pallotta.workers.org/2021/01/54092/).
Il
potere dei soldi: perché i ricchi
americani
finanziano la politica.
Treccani.it - Stefano Rizzo – (24 settembre
2024) – ci dice:
La
campagna per le elezioni presidenziali è in pieno svolgimento ed entrambi i
candidati si stanno spendendo con grande impegno per far sapere agli elettori
quanto sono partecipi dei loro problemi e come intendono risolverli.
È difficile immaginare due candidati più
diversi, eppure al centro del messaggio di Harris e di Trump (la diagnosi è
quasi la stessa, sono le ricette che divergono) ci sono sempre le non brillanti
condizioni economiche del mitico ceto medio (lavoratori manuali compresi),
delle famiglie e dei singoli che soffrono a causa dell’inflazione, soprattutto
per il rincaro dei generi alimentari, del costo dell’energia, per
l’impossibilità di comprarsi una casa, pagare le spese mediche, mandare i figli
all’università, o fare una vacanza.
E ancora, nel pacchetto delle lagnanze comuni
ad entrambi i candidati, seppure con enfasi diversa, figurano sempre la
criminalità (fuori controllo per Trump, in diminuzione per Harris),
l’immigrazione (troppa per entrambi), il diritto di portare armi (sacrosanto
per tutti).
Quando
parlano di questi problemi nei comizi, nei dibattiti, nelle interviste, nelle
migliaia di spot pubblicitari, i candidati non si limitano a rivolgersi ad un
elettorato indifferenziato ma, come è nella tradizione localistica e
identitaria del paese, si rivolgono di volta in volta a diversi segmenti della
popolazione -- bianchi, neri, latini, asiatici, giovani, anziani, uomini,
donne, abitanti del Sud, del Nord, del Midwest, delle coste -- e per ognuno di
questi regolano il proprio messaggio e propongono soluzioni ai loro problemi
specifici.
Ma c’è
una categoria di persone, anch’essa con una chiara identità etno-sociologica,
di cui i candidati non parlano mai, che è assente dalle piattaforme
programmatiche dei partiti, dal dibattito politico, relegata solo a qualche
oscura statistica sui quintili e i differenziali:
sono i
ricchi e i superricchi americani.
Anni
fa, nel novembre del 2011, ci fu un movimento che si chiamò “Occupy Wall
Street”, che per qualche settimana attirò l’attenzione dei media e della
politica. Quei manifestanti denunciavano la smisurata, e crescente,
concentrazione della ricchezza del paese nell’uno per cento della popolazione,
i ricchi, e l’ancor maggiore concentrazione nello 0,1 per cento, i superricchi,
al grido di “Noi siamo il 99 per cento”.
Ma
durò poco.
Bastarono un po’ di cariche della polizia a
far tornare i generosi attivisti a casa e gli studenti nelle loro università.
Oggi di 1 per cento nessuno parla più,
certamente non i due candidati alla presidenza.
Questo
silenzio dovrebbe apparire strano perché i ricchi e i superricchi sono molto
importanti, non solo in genere, ma in particolare nelle campagne elettorali.
Dai dati forniti dalla” Commissione elettorale
federale” (FEC) a fine agosto cinquanta grandi donatori hanno versato nelle
casse di entrambi i partiti circa un miliardo e mezzo di dollari per finanziare
tutte le campagne elettorali (presidente, senatori, deputati, parlamentari
locali), di cui un terzo sono andati ai democratici e due terzi ai
repubblicani.
Molti
dei nomi di questi “benefattori della politica” sono noti anche al grande
pubblico:
dal
maggiore donatore (165 milioni) Timothy Mellon, a Kenneth Griffith, George
Soros, Michael Bloomberg, gli eredi di Sheldon Adelson, Charles Koch (tutti
nell’ordine di decine di milioni) fino al petroliere Timothy Dunn (solo nove
milioni!).
Come
ci si può aspettare, la maggior parte di costoro sono maschi (le donne sono
quasi sempre le mogli) e bianchi al 90 per cento.
Per ciascuno di loro, che possiede un
patrimonio valutato da Forbes di decine o centinaia di miliardi di dollari,
regalare una manciata di milioni ai candidati è come gettare un pugno di
noccioline allo zoo.
Un
quadro analogo emerge dalle donazioni per la sola campagna presidenziale, che
con un totale raccolto di quasi un miliardo (fin qui) si preannuncia la più
dispendiosa di sempre, con Harris che ha raccolto quasi 489 milioni (più i
soldi raccolti da Biden), mentre Trump ha raccolto quest’anno “solo” 268
milioni (altri gliene restano dall’anno scorso).
Sempre
la FEC certifica che quest’anno ci sono state fino ad oggi ben 68.500.000
singole donazioni ai due candidati alla presidenza: davvero una bella prova di
democrazia partecipata!
Tuttavia,
se si guarda nel dettaglio, si scopre che solo una parte minoritaria di queste
somme proviene da donazioni sotto il limite consentito dalla legge di 2000
dollari;
il grosso è frutto di donazioni superiori --
in alcuni casi molto superiori, rese possibili con vari escamotage per aggirare
la legge.
Il
risultato è che su 68.5000.000 donazioni 67.500.000 sono piccole somme che
rappresentano il 42 per cento del totale raccolto da Harris e il 31 per cento
di quello di Trump.
Un
milione soltanto di donazioni rappresenta invece circa il 65 per cento circa
del totale!
Di chi
sono queste generose donazioni?
Ma
evidentemente dei ricchi e superricchi, di cui i due candidati non parlano mai
e neppure li ringraziano (in pubblico) per la loro generosità.
La
ragione è semplice:
ai superricchi con redditi da decine di
milioni di dollari l’anno, ma anche ai semplici ricchi con redditi di qualche
milione, i programmi dei due candidati interessano molto poco, semplicemente
non li riguardano.
Cosa
volete che pesi l’aumento del costo del mutuo di una casetta nei “suburbs” con
garage e giardinetto per chi abita nell’ “Upper West Side” di Manhattan dove
gli appartamenti costano da 120 ai 240 milioni di dollari;
o per
chi possiede una villa, neppure troppo faraonica come quella di Trump a
Mar-a-Lago, a Cape Cod o in Florida?
O come pensate che un superricco possa
preoccuparsi dell’aumento del prezzo della benzina quando si sposta con un Gulf
Stream da 75 milioni di dollari (più l’equipaggio e la manutenzione) e magari
ha nel garage, tra le altre, una Bugatti Chiron da 4 milioni di dollari?
O
quando, per partecipare al Met Gala o a qualche altra serata di “beneficenza”,
paga senza batter ciglio 300.000 dollari per un tavolo e un paio di milioni
(minimo) per l’abito della sua signora?
Né si può immaginare che nel suo residence
protetto da uno stuolo di guardie armate abbia problemi di sicurezza, anche se
purtroppo -- come i recenti attentati dimostrano -- oggi in America è difficile
sfuggire ad un malintenzionato deciso ad ucciderti.
Questo
è il motivo per cui, anche se nessuno li ringrazia per la loro munificenza, i
ricchi e i superricchi non si lamentano.
Rovesciando l’adagio: meglio che non parliate
di me anche se volete parlarne bene.
Per
evitare accuse di populismo economico o, dio non voglia, di invidia sociale, è
opportuno a questo punto riassumere alcuni dati statistici dai quali si evince
l’unicità della posizione degli Stati Uniti tra le democrazie occidentali.
In base ai dati forniti dalla Banca mondiale
(indice Gini) gli Stati Uniti sono al 113° posto per tasso di diseguaglianza su
168 paesi.
Francia,
Germania e Regno Unito sono rispettivamente al 42°, 44° e 50° posto, il vicino
Canada al 43°, l’Italia al 78°, la Spagna al 67°.
Quanto
alla ricchezza posseduta, negli Stati Uniti il 10 per cento della popolazione
possiede il 67 per cento della ricchezza e il restante 90 per cento il 33 per
cento della ricchezza;
il 50 per cento inferiore possiede il 2,5 per
cento della ricchezza, quello superiore il 97,5.
Quanto
ai redditi, secondo un rapporto del “Congressional Research Office”, su un
totale di 160 milioni di famiglie il 10 per cento inferiore guadagna in media
17.000 dollari all’anno, cioè meno di 1500 dollari al mese:
sono i
circa 30 milioni di americani poveri certificati dalle statistiche;
il 10
per cento superiore delle famiglie guadagna in media 216.000 dollari l’anno:
sono i benestanti.
Ma al
loro interno ci sono enormi differenze:
l’1
per cento (corrispondente a un milione e mezzo di famiglie) guadagna intorno al
milione di dollari l’anno: sono i ricchi;
al di
sopra di loro c’è lo 0,1 per cento (160.000 famiglie) che guadagnano fino a 10
milioni: sono i superricchi;
al di sopra ancora ci sono gli iper-ricchi (lo
0,01 per cento ovvero 16.000 famiglie) che guadagnano fino a 50 milioni. I
n cima
alla piramide troviamo una manciata di -- come definirli? Indecentemente
ricchi? -- che arrivano a 150 milioni di reddito l’anno.
Molti
di questi ricchi e superricchi sono gli amministratori delegati (Ceo) delle
grandi aziende da cui ricevono stipendi (senza parlare degli altri benefit) in
media superiori di 350 volte a quelli di un loro dipendente.
Tutti
costoro, per i motivi che abbiamo detto, non sono molto interessati ai
programmi dei due candidati, ma non sono neppure contrari.
Anche se non sono toccati dall’aumento dei
generi alimentari, perché dovrebbero essere contrari ai buoni per fare la spesa
(food stamps)?
Anche se non hanno problemi a fare entrare i
figli in dispendiose università private, perché non dare ai meritevoli qualche
borsa di studio e prestiti che peseranno su di loro per il resto della loro
vita lavorativa?
Anche
se si curano in costosissime cliniche private, perché non consentire che i
farmaci salva vita siano disponibili ad un prezzo più basso negoziato dal
governo? La quantità compenserà comunque i minori profitti.
E via
discorrendo.
Naturalmente
i ricchi, come chiunque altro, si dividono sulle questioni valoriali, tra chi
sostiene il diritto di aborto e chi vi si oppone, tra chi sostiene i diritti
delle minoranze e chi si volta dall’altra parte, ecc.;
ma non
sono intrinsecamente reazionari come non sono intrinsecamente progressisti.
Poiché
hanno tutto quello che gli serve (e anche di più) possono permettersi di essere
genericamente a favore dell’“uomo della strada”, dell’”average guy” (il tipo
medio) e dei suoi bisogni, che a loro non costano nulla.
Questa
è una delle ragioni per cui appoggiano entrambi i candidati con così cospicui
esborsi di capitali, anche se, per sicurezza -- non si sa mai -- preferiscono
Trump a Harris.
Ai
ricchi e superricchi interessa una cosa sola (oltre al fatto che non si parli
della loro ricchezza): che le tasse sui redditi alti, sui patrimoni e sulle
imprese siano abbassate e mantenute basse.
Di
Trump si possono fidare, visto che durante la sua presidenza aveva già tagliato
l’aliquota massima sul reddito da 39,6 a 37 per cento, aveva ridotto la
tassazione sui profitti aziendali dal 35 al 21 per cento e ora propone di
portarla al 15 per cento.
Harris
è un po’ un’incognita da questo punto di vista:
ha sì
detto di volere alzare la tassazione sulle imprese al 28 percento, ma è pur
sempre meno di quanto a maggio aveva annunciato Biden, che voleva portarla al
39 per cento.
Questa
prima marcia indietro ha tranquillizzato i ricchi, almeno per il momento, sulla
“ragionevolezza” della candidata democratica.
Per il
resto si vedrà: le tasse le decide il congresso che si è sempre dimostrato
sensibile ai loro interessi, se la storia insegna qualcosa, visto che negli
ultimi 60 anni le tasse sui profitti aziendali sono passate dal 53 all’attuale
21 per cento, e l’aliquota più alta di tassazione sui redditi delle persone è
passata dal 70 per cento di cinquanta anni fa al 35 per cento di oggi
Naturalmente
ricchi e superricchi, che non se ne stanno quasi mai in panciolle a godersi la
loro ricchezza, ma anzi sono in perpetuo movimento per accrescerla, sono anche
interessati a qualunque incentivo, dazio doganale, sussidio, che possa
aumentare le vendite e i profitti delle loro imprese.
Anche da questo punto di vista non hanno nulla
da temere, né da Trump con le sue mirabolanti promesse protezionistiche, né da
Harris che da vicepresidente ha contribuito a fare approvare il più gigantesco
piano di investimenti nelle infrastrutture e di sovvenzioni alle imprese dal
New Deal rooseveltiano.
I ricchi e superricchi non saranno buoni, ma
ci tengono ai loro concittadini meno fortunati, se non altro perché se i poveri
e gli abbienti non comprano e non consumano, anche le imprese soffrono e i
profitti diminuiscono.
Quindi finanziare la politica è nel loro
interesse, sia il “Maga” (Rendere l’America di nuovo grande!) di Trump, sia il “Forward”
(Avanti!) di Harris.
Qualunque cosa va bene purché non si parli di
loro.
Come
diventare politico? Ecco cosa fare
per
avviare una carriera nel campo.
Unicusano.it
– Redazione – (21-4-2025) – ci dice:
(The
request cannot be completed because you have exceeded your quota.)
Sei
curioso di scoprire come diventare un politico?
Avere una carriera politica è il sogno di
molti studenti universitari.
Si
tratta, senza dubbio, di una professione affascinante, per molti vissuta più
come una “vocazione”, che richiede grande sacrificio e capacità di ascolto.
In
questa guida dell’”Università Niccolò Cusano” ti spiegheremo come entrare in
politica e come intraprendere un percorso in questo settore, dagli studi
universitari da fare ai primi passi da muovere.
Ecco
come entrare in politica e intraprendere una carriera nel campo.
Cosa
significa fare politica per professione?
Miglior
laurea per diventare un politico.
Politica
e università: sono conciliabili in termini di tempo?
Come
iniziare in politica.
Come
entrare in un partito politico.
Politica
locale: come iniziare?
Abilità
di un politico di successo: quali sono?
Ecco
come entrare in politica e intraprendere una carriera nel campo.
Il tuo
sogno è quello di diventare un politico?
Bene, sicuramente sarai alla ricerca di
spunti.
Anzitutto,
è necessario avere una profonda passione per la politica e un vero interesse
per le questioni economiche, sociali, fiscali e amministrative del Paese. Oltre
alla passione, è necessario acquisire una serie di conoscenze e abilità, dalle
nozioni in ambito economico-giuridico alle capacità di comunicazione.
Vediamo
ora come diventare un politico di professione.
Cosa
significa fare politica per professione?
Apriamo
la nostra guida parlando del ruolo del politico all’interno della nostra
società.
Come
sai, esistono diverse sfumature.
Si può
fare politica a livello locale o nazionale. I due ambiti sono differenti.
Nel
primo caso si è più radicati nel territorio, mentre nel secondo l’orizzonte si
amplia e include l’intero paese.
Il
lavoro del politico è sfaccettato e complesso.
Per
molti non si tratta neppure di un lavoro, ma di una vocazione che prevede la
ricerca e l’attuazione di soluzioni per il benessere comune.
Non
esiste un solo e unico modo per entrare in politica, così come non esiste un
percorso che ti assicuri il successo.
Ci
sono tanti fattori da considerare se vuoi intraprendere questa professione.
Miglior
laurea per diventare un politico.
Per
iniziare la carriera devi avere una serie di solide conoscenze.
Qual è
allora la migliore laurea per diventare un politico?
Senza
ombra di dubbio scienze politiche.
I
corsi di laurea dell’area politologica dell’Università Niccolò Cusano sono la
soluzione ideale:
Corso
di Laurea Scienze politiche e relazioni internazionali (L-36) .
Corso
di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali (LM-52).
Il
Corso di Laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali, di durata
triennale, è il primo passo per immergerti nel mondo della politica.
É
strutturato, infatti, in modo da permetterti di acquisire conoscenze
scientifiche e metodologiche basate su una formazione multidisciplinare e
interdisciplinare nei seguenti ambiti:
economico,
giuridico, politologico, sociologico, storico e linguistico.
Si
tratta di un percorso formativo molto versatile, adatto per cimentarsi nella
carriera politica e per lavorare in istituzioni pubbliche a livello locale,
nazionale e sovranazionale.
Dopo
la triennale, potrai proseguire i tuoi studi con una” Laurea Magistrale in
Relazioni Internazionali”, perfetta per acquisire una conoscenza approfondita e
specialistica delle tematiche internazionali.
Politica
e università: sono conciliabili in termini di tempo?
Per
diventare un politico bisogna muovere i primi passi da molto giovane.
Ti
starai chiedendo, quindi, ma politica e università sono conciliabili?
Se
devo iniziare subito un percorso sul campo, come faccio a impegnarmi con una
facoltà universitaria?
Esiste una soluzione: l’università
online.
La
didattica dei corsi di Unicusano, per esempio, viene erogata in modalità
e-learning, grazie a una piattaforma attiva 24 ore su 24.
In
questo modo, potrai coniugare facilmente lo studio con la tua attività
politica. Non sei tenuto, infatti, a recarti in ateneo per seguire le lezioni
in presenza e non hai obblighi o vincoli di orario.
Ti
colleghi alla piattaforma e segui quando vuoi le lezioni in formato video o
videoconferenza.
Gestisci
cioè il tuo tempo e i tuoi impegni senza doverti attenere a un calendario di
lezioni predefinite.
Come
vedi, questa formula ti consente di studiare e, allo stesso tempo, di muovere i
primi passi in politica.
In
realtà, la formazione teorica per questa professione non è mai abbastanza.
Una volta finiti gli studi e completato il
percorso triennale + magistrale, è sempre consigliabile seguire un master per
politici o dei corsi di formazione politica.
Come
iniziare in politica.
Per
capire come funziona la politica, la prima cosa semplice da fare è iniziare a
frequentare le riunioni del Consiglio Comunale della tua città.
Le
riunioni sono pubbliche e ti consentono di cominciare a imparare come si
conduce una seduta consiliare, come viene fissato un ordine del giorno, quali
sono gli obblighi e i diritti di un consigliere, come si presenta un
emendamento, come si redige una delibera consiliare e così via.
Approcciarsi
a un partito o a un’associazione è un altro passo importante per entrare in
questo mondo.
Il nostro consiglio è quello di seguire le tue
inclinazioni e di avvicinarti a partiti, associazioni o movimenti che
rispecchino i tuoi ideali e che conducano le battaglie che reputi più giuste.
Anche
le associazioni no profit possono avvicinarti al mondo della politica.
Potresti dedicarti a progetti di utilità
sociale e dare il tuo contributo per una causa specifica che ti sta a cuore.
Questo tipo di esperienza ti aiuterà ad
avvicinarti meglio alle persone, ad affinare le tue doti sociali e a capire
davvero cosa vuoi ottenere e come farlo.
Come
entrare in un partito politico.
Ma
come entrare in un partito politico?
Per
entrare in un partito devi iniziare dal tesseramento. Versi una piccola quota
annuale e ti iscrivi al partito. A questo punto puoi iniziare a essere attivo.
L’iscrizione, infatti, ti consente di:
Partecipare
alle assemblee dei circoli.
Votare
nei referendum riservati agli iscritti al partito.
Partecipare
agli incontri in cui si discute delle proposte politiche del partito
Prendere
parte alle consultazioni per la scelta dei candidati.
Molti
partiti, tra l’altro, prevedono reti e sezioni giovanili, dove puoi iniziare
più facilmente a farti le ossa.
Politica
locale: come iniziare?
Il tuo
percorso inizia per forza di cosa dalla politica locale.
Muoverai
cioè i primi passi nel consiglio comunale cittadino.
Ma
come candidarsi alle elezioni comunali?
Ti
basta entrare nella lista del tuo partito.
In
realtà, per le elezioni comunali spesso non serve far parte di un partito.
Soprattutto nei piccoli comuni, infatti, vengono costituite delle liste civiche
intorno a uno specifico programma.
Puoi,
quindi, candidarti semplicemente sposando le politiche della tua lista.
La
campagna elettorale è la parte più importante per un candidato a qualunque
livello.
É in questa occasione che dovrai introdurre
tutte le tue conoscenze e le tue abilità per convincere le persone a votarti.
Portare avanti un programma elettorale che
rispecchi te stesso e le tue battaglie, mostrare passione e affidabilità, saper
ascoltare sono tutti elementi premianti per un candidato.
Investi
tempo a tessere solide relazioni, ascoltando a fondo gli altri, cercando di
fornire delle soluzioni oneste e praticabili con le risorse che si hanno a
disposizione. Lotta per i tuoi ideali e mostra al mondo le tue abilità: in
questo modo potrai conquistare la fiducia del tuo elettorato e consolidarla nel
tempo.
Abilità
di un politico di successo: quali sono?
Per
capire davvero come diventare un politico non basta chiedersi quali competenze
servono per fare politica.
La formazione non basta.
Bisogna possedere una serie di doti personali
che favoriscono carriere brillanti.
Un
buon politico deve essere mosso da buone intenzioni. Il suo attivismo deve
essere giustificato da un sano desiderio di fare il bene della comunità. Le
buone intenzioni traspaiono dalle azioni dei politici e i cittadini le
percepiscono, diventando così più inclini a concedere il proprio voto.
Non
possono mai mancare neppure le doti di leadership e comunicazione in politica.
L’ironia, per esempio, è un ottimo veicolo
comunicativo.
Un
politico capace di tenere l’uditorio attento su questioni importanti con un
pizzico di ironia ha già fatto metà del lavoro.
Se ti
rendi conto di non essere bravissimo come comunicatore, corri subito ai ripari.
Impara l’arte dell’oratoria con un corso apposito.
Allenati
prendendo la parola alle assemblee, proponendoti come speaker e così via.
Approfitta di tutte le occasioni
possibili.
Non
guastano poi: empatia, autorevolezza, audacia, lungimiranza, coerenza e
trasparenza.
Su
come diventare politico abbiamo detto tutto.
Ora,
non ti resta che lanciarti in questa emozionante professione.
Soldi
ai partiti: un pericoloso
salto
all’indietro.
Lavoce.info - Paolo Balduzzi – (13/05/2024) -
Stato e istituzioni – ci dice:
Sull’onda
dell’inchiesta di Genova, si torna a parlare di finanziamento pubblico ai
partiti.
Il
dibattito aperto può essere utile per non ripetere errori del passato.
E
senza dimenticare che anche il sistema attuale pesa di fatto sulle casse dello
stato.
Perché
sì e perché no.
Si
torna a parlare di finanziamento pubblico ai partiti.
E lo
si fa proprio in questi giorni per due ragioni principali.
La
prima è di cronaca:
le notizie di Genova dipingono un quadro che
ricorda da vicino quello del 1992, quando le inchieste del pool “Mani pulite”
certificarono la presenza di un sistema corruttivo diffuso tra la classe
politica.
La
seconda è invece una ragione meramente pratica:
visto che da qualche settimana si compilano le
dichiarazioni dei redditi, i partiti sono entrati in fibrillazione e cercano di
accaparrarsi la fetta più grande possibile del due per mille, una delle poche
modalità (legali) che permettono loro di finanziarsi.
È arrivato il momento di ripensare queste
scelte?
Il
sillogismo, per molti politici, sembra essere presto fatto: visto che il
finanziamento pubblico è stato abolito e le alternative languono, meglio
tornare al passato, proprio per evitare il pericolo di forme, questa volta
illegali, di finanziamento privato.
Il
ragionamento sembra avere una logica. Ma è errato.
Per almeno due motivi.
Il primo è squisitamente lessicale: non è vero che il
finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito.
Per la
precisione, è stato cancellato quello “diretto”.
Tutti i soldi che i partiti incamerano,
infatti, tolgono risorse allo stato:
il due
per mille lo fa in maniera esplicita (se non fosse destinato ai partiti,
finirebbe nelle casse dello stato; (vedi tabella) ;
le
erogazioni liberali invece, permettono detrazioni di una quota (il 26 per
cento) del donato, cioè un vero e proprio sconto sulle imposte dovute dal
contribuente. Insomma, nel nuovo finanziamento ai partiti, di privato c’è
sicuramente la decisione di versare dei soldi, ma gran parte di questi sono,
ancora oggi, pubblici.
Peraltro,
nel giro di circa dieci anni i contribuenti che hanno optato per il due per
mille sono aumentati di oltre il 50 per cento, a fronte di un contributo
redistribuito, quindi gettito mancato per lo stato, che è più che raddoppiato,
e che ha toccato la cifra di 24 milioni di euro nel 2023 (redditi 2022).
Il
secondo motivo deriva invece dalla decontestualizzazione storica del
ragionamento
. Vale
la pena di ricordare che alla (cosiddetta) abolizione del finanziamento
pubblico si arrivò a” furor di popolo”.
Un
furore espresso in maniera molto evidente nel 1993, quando il referendum
sull’argomento trionfò con oltre il 90 per cento dei consensi e quasi il 77 per
cento di affluenza.
Ma
parte di questo furore era ancora ben visibile anche nel 2014.
Alla fine del 2013, il governo Letta approvò
il decreto legge 149 (“Abolizione del finanziamento pubblico diretto,
disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina
della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro
favore”), che fu poi convertito in legge il 21 febbraio del 2014, ultimo giorno
in carica del governo.
Sempre
nel dicembre 2013, “Carlo Cottarelli” era appena diventato “Commissario
straordinario alla revisione della spesa pubblica”:
dei
suoi venticinque tavoli di lavoro, uno era dedicato proprio al taglio dei costi
del finanziamento pubblico ai partiti.
In
quegli anni si parlava diffusamente di revisione della spesa e lo si faceva
perché il paese era appena uscito da una crisi economica e da stringenti
politiche di austerità, in particolare varate durante il governo Monti.
Era ritenuto doveroso, quindi, che tutte le
spese pubbliche fossero bene amministrate e che gli sprechi fossero tagliati.
Ai tempi, il finanziamento diretto
all’attività di partito veniva effettuato in forma di rimborsi elettorali.
Per
avere un ordine di grandezza, alle sole elezioni politiche del 2013 il sistema
dei partiti ebbe diritto a ricevere circa 170 milioni di euro di rimborsi,
senza contare le spese di finanziamento dei gruppi parlamentari e quelle di
sostegno dei mass media (radio e giornali) di partito.
Le ambizioni della “Commissione Cottarelli”
vennero presto ridotte, la sua vita fu estremamente breve e i risultati
raggiunti furono poco più che simbolici.
Tranne
uno: per l’appunto, l’intervento sull’abolizione dei rimborsi elettorali.
Fu
così che, in fase di conversione del decreto in legge, la “Commissione
Cottarelli “ebbe la possibilità di intervenire, migliorandone in maniera
significativa alcuni passaggi.
Nello
specifico, si ottenne che ai finanziamenti privati ai partiti non fosse
riconosciuto un regime di maggior favore rispetto alle altre associazioni e che
sparisse la detraibilità per le spese di iscrizione alle “scuole di partito”.
Ora,
il paese è davvero pronto a riprendere in mano la questione? Parlarne
apertamente può fare solo bene al dibattito.
Ma
prima di ripetere i grandi abusi del passato, che hanno finito per alimentare
tanto i partiti quanto la sfiducia nei loro confronti, sarebbe bene riflettere
sulla storia del paese, senza farsi influenzare dalla contingenza della
cronaca:
un errore in cui la politica cade fin troppo
spesso.
Essere
di sinistra oggi: dall’ideologia
politica
all’immaginario sociale.
Cosmopolisonline.it - AMBROGIO SANTAMBROGIO –
(10-01-2022) – ci dice:
Introduzione.
(Articolo
pubblicato nella sezione” Immaginazione e politica”.)
Il
concetto di immaginario è stato usato in diversi sensi.
Molte
volte, anche nella letteratura scientifica recente, è stato in parte
sovrapposto e confuso con quello di senso comune (cfr. Taylor 2004).
In
questo testo, cercherò di proporre, alla luce di una riflessione da me avviata
(cfr. Santambrogio 2013a; 2013b), una nuova interpretazione del concetto, utile
a sostituire quello di ideologia e, tendenzialmente, a coprire il vuoto di
senso che la cosiddetta crisi delle ideologie ha creato nella discussione
politico-sociale contemporanea e nelle identità dei soggetti, siano essi
individuali o collettivi.
Così
facendo, si può aprire la strada per dare un contributo ad un ripensamento
della sinistra, a partire dalla possibilità di indicare uno sfondo comune di
riferimento, capace di sostenerne l’identità sociale, in primo luogo, e
politica, in secondo.
Destra
e sinistra: una nuova fase?
Ritengo
che destra e sinistra siano categorie del moderno e che ne esprimano
efficacemente la natura essenziale.
Esse
rappresentano due modi diversi di pensare la scissione individualistica che
costituisce la modernità e, di conseguenza, due concezioni diverse di pensare
il conflitto tra particolare e universale (cfr. Santambrogio 1988).
Più semplicemente e direttamente:
costituiscono due modi diversi di pensare l’individuo.
Per la
sinistra deve essere possibile avere un punto di vista esterno con cui vedere
l’individuo;
per la destra, invece, il criterio è sempre di
tipo interno.
Se per
la sinistra l’autodeterminazione individuale è possibile in forza di una
critica che la fa emergere dal dato, sentito come limitante, per la destra, al
contrario, coincide con un dato da portare alla luce.
Per la
sinistra, l’individuo si realizza superando ciò che è;
per la
destra, conformandosi a ciò che è.
L’etica della sinistra muove da un superamento
della dimensione fattuale, quella di destra dalla sua valorizzazione.
Da una
parte, il criterio universale è pensato nella prospettiva del superamento dei
limiti che di fatto costringono l’individuo; dall’altra, come un criterio di
fatto, ineludibile e che deve essere riconosciuto.
La vera soggettività del soggetto è per la
sinistra qualcosa che sporge continuamente dal soggetto reale.
Per la destra, invece, qualcosa che coincide
con il soggetto reale.
In
sintesi: il soggetto è, per la sinistra, qualcosa che deve diventare e che
ancora non è, un compito a sé stesso.
Per la
destra, qualcosa che è e che deve essere riconosciuto come tale.
I contenuti – cosa deve diventare l’individuo,
per la sinistra;
cosa
invece è, per la destra – cambiano, naturalmente.
Ma
tutte le destre e tutte le sinistre sono sempre un tentativo di dare, in modi
diversi, un’identità al soggetto, in un mondo in cui tale identità non è data
una volta per tutte, come avveniva nelle società premoderne, dall’appartenenza
a un determinato livello della gerarchia sociale.
Destra
e sinistra si sono articolate storicamente in molte fasi e in molte forme, ma
sempre seguendo un processo di progressiva generalizzazione dei loro contenuti,
cioè, come si è detto, di diverse nozioni di individuo.
All’inizio,
infatti, soprattutto nella prima metà dell’ottocento, la dicotomia
rappresentava solo la posizione delle parti all’interno delle aule
parlamentari; poi, con l’emergere delle masse, ha identificato i soggetti
sociali protagonisti dei conflitti di classe;
mentre,
alla fine, l’epoca del totalitarismo ha rappresentato il tragico tentativo di
ricostituire dentro la modernità l’idea di una unità perduta.
Questo
processo di generalizzazione è tuttora in corso all’interno delle nostre
democrazie.
In questa linea interpretativa, quali
cambiamenti stanno subendo le nozioni di destra e di sinistra?
In effetti, qualcosa di profondamente nuovo è
avvenuto, a partire dai processi di globalizzazione.
La
dimensione politica, tradizionalmente incarnata nello Stato-nazione, ha subito,
sia al suo interno che al suo esterno, nuovi processi di ridimensionamento.
Non che la politica abbia perso la sua
funzione e che si sia davanti alla fine della politica.
La mia
idea è che alcune funzioni decisive, una volta appannaggio della sfera
politica, oggi siano finite altrove.
In particolare, sono ormai il prodotto, più o
meno consapevole, dei processi sociali e collettivi.
La
politica è sempre più raffigurabile, come ormai pensa la gran parte delle
scienze sociali, come una funzione interna ai sistemi sociali, insieme alla
religione, al diritto, all’arte, ecc.
Una
prima linea di lettura da tener presente è, quindi, l’idea per cui anche destra
e sinistra diventano sempre più categorie sociali e sempre meno dimensioni
politiche in senso stretto.
In
questa linea evolutiva, il processo di astrazione sta subendo ulteriori
sviluppi, svincolando le nostre due categorie anche dalle identità collettive.
Se osserviamo bene la nostra realtà attuale,
in effetti è difficile trovare soggetti sociali che si identifichino
strettamente con una delle due categorie, la cui identità sia intrinsecamente
di destra o di sinistra.
Sicuramente
non lo è più la classe operaia, qualunque cosa si intenda con questo termine.
Ma
anche gli altri ceti sociali – i ceti medi, i professionisti, gli imprenditori,
il ceto impiegatizio, i commercianti, gli artigiani ecc. – non sono più
necessariamente di destra o di sinistra, ma articolano la propria posizione
sociale in maniera autonoma e imprevedibile.
Non si
tratta solo del loro comportamento elettorale, che del resto, come molte
ricerche empiriche dimostrano, segue questa stessa tendenza.
Sto
parlando di qualcosa di più profondo e radicale, che va al di là del voto e che
riguarda il modo con cui ci si pone davanti alle questioni cruciali del nostro
tempo, il multiculturalismo, i diritti, l’equità sociale, l’ambiente, lo
sviluppo, ecc.
Voglio
proporre allora l’idea per cui siamo davanti ad una nuova fase evolutiva, in
cui le nostre due categorie non identificano più identità sociali ben definite,
ma, astraendosi e generalizzandosi, sono diventate visioni del mondo a
disposizione di soggetti che, volta a volta, possono variamente attingere da
tali bacini valoriali, simbolici e culturali.
Poiché
il concetto di visione del mondo riecheggia quello di Weltanschauung, e poiché
quest’ultimo è stato a lungo usato per rappresentare le diverse posizioni di
soggetti sociali tra loro contrapposti, preferisco sostituirlo con quello di
immaginario collettivo.
Una
visione del mondo, in effetti, porta con sé l’idea di una dimensione
relativamente coerente, compatta e organica, capace appunto di presentarsi come
il punto di vista di qualcuno contrapposto a quello di qualcun altro.
Al contrario, il processo di astrazione subito
da queste due categorie le ha sollevate da tale esigenza di coerenza e
compattezza:
più
che visioni del mondo vere e proprie, oggi esse sono grandi contenitori di
idee, non necessariamente coerenti tra di loro, prodotte da soggetti sociali
tra di loro diversi e, a volte, anche in conflitto reciproco, in grado di
essere variamente utilizzate da più soggetti e a diversi livelli.
Il
miglior esempio di tale fenomeno è il variegato arcipelago del “new-global”,
che contiene al suo interno posizioni difficilmente conciliabili e che non può
essere definito un soggetto sociale in senso stretto.
Utopia
senza ideologia: il concetto di immaginario.
Cos’è
un immaginario sociale?
Per
rispondere a questa domanda, occorre porsi la questione del pensiero
collettivo.
In
senso stretto, è sempre e solo l’individuo in grado di pensare: la società non
pensa.
Bisogna però riconoscere che i nostri stessi
pensieri sono enormemente influenzati dal fatto di appartenere a determinati
gruppi sociali, al punto che può diventare difficile separare ciò che è un
reale prodotto della nostra autonoma capacità di pensiero da quella che è la
mera riproposizione di una idea collettiva;
separare produzione, che consente il
cambiamento, e riproduzione del pensiero, su cui si basa l’ordine sociale.
Per
immaginario sociale si deve intendere una specifica forma di pensiero
collettivo, che deve essere distinta da altre, come i miti, il senso comune, la
religione civile, l’ideologia e l’utopia.
Alcune di queste forme sono così importanti e
significative che, probabilmente, segnano tutta la storia dell’umanità,
indipendentemente da ogni specifico periodo storico.
Basta
fare solo l’esempio dei miti.
Anche
il senso comune è però presente in tutte le società.
Per
quanto riguarda il nostro tema, possiamo soffermarci soprattutto sui concetti
di ideologia e di utopia, poiché sono quelli che più da vicino riguardano la
nostra discussione sulla sinistra e sul concetto di immaginario sociale di
sinistra.
La
storia del concetto di ideologia è particolarmente importante, perché
ripercorre significativamente le tappe di sviluppo e di affermazione della
diade destra/sinistra (cfr. Mannheim 1957; Eagleton 1993).
Tale
concetto fu introdotto in epoca illuminista, in una formulazione che possiamo
chiamare concezione particolare dell’ideologia.
L’illuminismo
crede che attraverso la ragione l’uomo possa superare i vecchi miti che avevano
da sempre obnubilato la sua capacità di discernere il vero dal falso. Usando la
ragione, posso allora smascherare l’errore altrui, che sia fatto in buona fede
o meno.
Possiamo parlare di concezione particolare
dell’ideologia, perché l’errore da smascherare è l’espressione di una
soggettiva incapacità di vedere il vero.
Con lo sviluppo della società e, soprattutto,
con l’emergere del conflitto tra classi contrapposte, il concetto di ideologia
cambia di significato.
Ora
ideologico diventa il pensiero del proprio avversario sociale e politico.
Egli è
in errore non perché soggettivamente sia preso da miti o false credenze, ma
perché egli ha fatto proprie le idee che caratterizzano la sua classe sociale
di appartenenza.
Si parla così di concezione totale
dell’ideologia.
L’errore non è più soggettivo in senso
stretto, ma da collegare ad una posizione sociale che è in sé sbagliata.
Si
tratta della nozione di ideologia, in estrema sintesi, introdotta da Marx.
Sempre
attraverso il dispiegarsi del conflitto sociale, la nozione di ideologia cambia
però nuovamente.
Contro
Marx, e il marxismo in generale, si oppone un’idea semplice e radicale: perché
proprio la concezione del mondo proletaria è quella giusta?
Non è
anche il proletariato una delle classi sociali e la sua posizione non è
anch’essa, inevitabilmente, particolare, esprimendo non l’interesse di tutti,
ma solo quello suo specifico?
Detto
questo, così come il proletario può smascherare il borghese – con l’argomento
che la sua posizione esprime una specifica posizione nel mondo, non quella di
tutti – allo stesso modo, e con gli stessi argomenti, il borghese può
smascherare il proletario.
La
tecnica dello smascheramento si diffonde tra tutti i ceti e le classi e alla
fine le singole concezioni del mondo appaiono per quelle che realmente sono:
l’espressione di soggetti sociali specifici e particolari, nessuno dei quali
può legittimamente provare ad imporre la propria posizione come quella vera a
tutti gli altri.
Si
passa così da un uso particolare della concezione totale ad un uso generale: la
concezione totale dell’ideologia viene usata da tutti.
Con
quali risultati?
Se
tutto è ideologico, niente è più ideologico e non è più possibile distinguere
il vero dal falso.
Conservatorismo,
liberalismo e socialismo, in estrema sintesi, sono le tre grandi ideologie
moderne ed ognuna rappresenta la concezione del mondo di una specifica classe
sociale, rispettivamente nobiltà, borghesia e proletariato.
Esse costituiscono visioni del mondo
relativamente coerenti, ben organizzate, capaci di costituire un modo di vedere
il mondo e la realtà quasi nella sua totalità. Capaci di sostenere l’identità
individuale e collettiva di milioni di individui.
Ora,
invece, come esito di un conflitto sociale che non risparmia nessuno e nulla,
tutte le concezioni appaiono parziali e nessuno più detiene la verità, né può
pensare di raggiungerla.
Già a
partire dal primo dopoguerra si inizia a parlare di fine delle ideologie,
proprio nel senso appena esposto.
Le
cosiddette ideologie totalitarie, quelle fascista, nazista e comunista, non
sono in senso proprio ideologie:
infatti, non esprimono la tensione tipica di
un conflitto tra soggetti sociali diversi, quanto piuttosto, all’interno di un
mondo disincantato e confuso, il bisogno di una nuova unità, senza conflitti e
senza incertezze.
Un bisogno che è espressione di una «fuga
dalla libertà» e che produce i risultati a tutti noti.
La
questione della fine delle ideologie riappare ripetutamente dentro la storia
sociale e politica del secolo scorso e va di pari passo con la grande
trasformazione sociale che caratterizza il secondo dopoguerra:
la
fine, o per lo meno l’indebolimento, delle grandi identità sociali, in estrema
sintesi delle identità di classe.
Insieme
alla fine delle ideologie, sembra scomparire anche la possibilità dell’utopia.
Sembra venir meno cioè la spinta propulsiva al
cambiamento sociale e la forza di idee per le quali valga la pena mettersi in
gioco.
Sembra
scemare quel sogno illuminista e moderno per cui è possibile realizzare dentro
questo mondo una realtà relativamente più giusta.
Fare i
conti con il relativismo che si viene così a produrre è perciò ancora una delle
grandi sfide della nostra realtà attuale.
In un mondo in cui si spera che nessuno possa
ancora pensare di detenere la verità – non perché è più razionale degli altri e
non perché appartiene a quel gruppo sociale che più degli altri è capace di
vederla – è ancora possibile un’utopia, l’idea di un’emancipazione collettiva
che provi a realizzare il sogno dell’autorealizzazione individuale?
Innanzi
tutto, occorre dire che nessuno deve più pensare di poter tornare a quel mondo
fatto di certezze che aveva caratterizzato la prima modernità, diciamo almeno
sino al secondo dopoguerra.
Non
esiste più un punto di vista completamente privilegiato, da cui poter dettar
legge agli altri.
Ma questo non deve voler dire relativismo.
Proprio
a questo scopo può servire il concetto di immaginario.
Un
immaginario sociale è un enorme deposito di idee, rappresentazioni, visioni del
passato, del presente e del futuro che si è andato producendo attraverso il
contributo di innumerevoli gruppi sociali, ognuno dei quali ha portato il
proprio contributo in maniera spesso inavvertita e inconsapevole.
Fondamentale,
in questa direzione, è stato, ed è, il ruolo dei movimenti sociali. Sull’enorme
e ricchissima eredità lasciata dal movimento operaio, con la sua storia
secolare, si sono innestati contributi provenienti da sensibilità nuove ed
eterogenee, che hanno da un lato fatta propria tale eredità, dall’altra l’hanno
superata, compiendo significativi passi in avanti.
Se
pensiamo alla storia italiana, ma anche ovviamente a tutta la storia del secolo
scorso, vediamo bene come, a partire dagli fine degli anni cinquanta, i
movimenti giovanile, studentesco, femminile, pacifista, ecologista, new-global
e tutto quell’enorme fermento di piccoli e a volta sconosciuti gruppi locali o
monotematici abbiano profondamente e definitivamente cambiato il punto di vista
simbolico della sinistra.
Dopo
la fine dell’ideologia, possiamo parlare allora del lento ma inesorabile
costituirsi di un immaginario sociale di sinistra, composito, denso, eterogeneo
e a volte contraddittorio, in grado però di costituire il grande bacino di idee
cui possa attingere la prospettiva di un mondo migliore.
Certo non si tratta più di una concezione del
mondo relativamente omogenea e coerente, come era un’ideologia, né esiste un
soggetto sociale che ne sia il portatore principale e prioritario, come ha
fatto in passato la classe operaia.
Si tratta però di una dimensione simbolica
maggiormente in sintonia con i nostri tempi, capace, in un mondo senza
ideologie, di non cancellare per sempre l’utopia.
Vediamo
alcune caratteristiche dell’immaginario in quanto tale, che lo distinguono
dalle ideologie.
Come
abbiamo brevemente visto, c’è alla base un diverso processo di costruzione del
pensiero collettivo.
Mentre
l’ideologia è un prodotto che si riversa dalla politica, e dai suoi attori,
sulla società, l’immaginario è un prodotto autonomo della seconda.
Esso è
un insieme poco coerente di valori, idee, simboli, aspirazioni, molto
eterogenee e differenziate, prodotte da soggetti sociali anche molto diversi
tra loro.
La
scarsa coerenza è significativamente correlata al fatto che non esiste un unico
soggetto di riferimento, come poteva essere la classe, che si faccia portatore
di uno specifico immaginario.
Possono
riferirsi ad esso soggetti individuali e sociali assai diversi tra loro e non è
detto che i soggetti più tradizionalmente di sinistra, sempre per restare al
nostro esempio, ne siano i più convinti sostenitori.
Inoltre,
l’immaginario non è quasi per nulla un sistema logicamente elaborato.
La teoria sociale e politica, in quanto
diretto frutto del lavoro di pensatori preposti alla sua elaborazione, deve
avere un alto grado di coerenza logica e di non contraddittorietà:
la
messa in luce delle sue difficoltà interne coincide con l’evidenziazione di
contraddizioni logiche che essa contiene.
Al suo interno, non occorre, e non si deve,
fare riferimento a categorie di appartenenza.
L’ideologia, pur non avendo bisogno della
stessa rigida coerenza logica, assumeva però la forma di un sistema di pensiero
relativamente coeso e organico, le cui componenti dovevano raggiungere una
certa omogeneità e coerenza (cfr. Santambrogio 2001).
Tutto
questo viene meno con l’immaginario.
Se anch’esso mantiene una notevole capacità di
strutturare con forza l’esperienza quotidiana, fornendo chiari valori di
riferimento, viene però meno la sua possibilità di costituirsi come un vero e
proprio sistema di pensiero, anche solo relativamente coerente.
Il processo di modernizzazione, da questo
punto di vista, non sembra ridurre la dimensione immaginativa e fantastica dei
soggetti sociali: al contrario, la dilata e la espande.
Essa
diviene una prerogativa diretta di tutti quei diversi soggetti sociali, che,
diventando volta a volta protagonisti, si dotano autonomamente di propri
specifici modelli culturali.
Si
pensi al modo del tutto originale e diretto con cui i movimenti giovanili hanno
tradotto il pensiero di alcuni teorici di riferimento, in un modo che, comunque
lo si intenda, non porta di certo a costituire una nuova ideologia.
In effetti, è del tutto improprio dire che
esiste un’ideologia ambientalista, giovanile, femminile, pacifista, animalista,
no-global: in questo uso linguistico, «ideologia» diventa sinonimo di «modi di
pensare», perdendo ogni sua specificità.
All’interno
di ognuno di questi nuovi «modi di pensare» albergano a volte aspirazioni,
ideali, valori, simbologie collettive talmente eterogenee da far pensare che
non esista una vera e propria identità collettiva e ad essi fanno riferimento,
allo stesso modo, soggetti sociali spesso molto diversi tra loro.
Si
tratta di una nuova forma di incantamento:
progressivamente,
si va costruendo un insieme di idee che sembra galleggiare sopra la testa degli
uomini, i quali attingono da tale insieme aspetti e aspirazioni che danno un
senso senza richiedere necessariamente quella ragionevolezza che dovrebbe legare
tra loro idee che guidano l’azione.
Non si
tratta però di un insieme irriconoscibile, senza identità.
I
diversi valori che costituiscono, ad esempio, l’immaginario di sinistra sono
pur sempre di sinistra per i motivi sopra esposti e, nonostante possano
apparire a volte tra loro in contraddizione e incoerenti, i soggetti sociali
che fanno riferimento ad essi li vedono come parte, pur se problematica, della
loro identità.
Un
maggior senso di equità, il valore dell’eguaglianza, la centralità della
fraternità, la difesa dell’ambiente, un nuovo modo di fare comunità, la lotta
per i diritti civili, la critica al consumismo, il bisogno di meritocrazia in
un mondo corrotto, la difesa della pace e la non violenza, un senso forte di
legalità, la necessità di ampliare le aree del riconoscimento reciproco, una
nuova spinta localistica sono tutti aspetti cui si aderisce volta a volta senza
chiedersi se siano di fatto tra loro compatibili e come.
E su
di essi si fonda la speranza di una possibilità di emancipazione individuale,
certo diversa dal passato.
La
coerenza interna, e la coerenza dei fini intermedi che dovrebbero avvicinare al
fine ultimo, non sono requisiti essenziali delle nuove forme di immaginario
collettivo.
Ancora
di più:
il
fine ultimo sembra svanire nella sua riconoscibilità in maniera così evidente
da far venir meno ogni forma di escatologia.
Non c’è più nessuna società comunista alla
fine della storia.
L’immaginario
indica un altrove non identificabile, un non luogo che sembra assumere bene la
forma dell’utopia, nel senso più classico e letterale del termine.
Esso,
inoltre, non ha la naturalità degli immaginari mitici, perché è evidente il suo
carattere artificiale, costruito, scelto.
I
valori che lo compongono, e le immagini di cui si nutre e con le quali si
rappresenta, sono sotto gli occhi di tutti e sono passibili di una scelta
concreta.
Il suo
carattere prodotto è evidente:
tutti
sappiamo, ad esempio, qual è la natura della rivoluzione alimentare proposta da
slow food, quali sono i soggetti che l’hanno iniziata, quali l’hanno sviluppata
e quali l’hanno fatta propria.
Non
c’è niente di mitico, in senso proprio, in questa nuova idea di ritorno alla
semplicità contro l’individualismo consumista.
Se è consentito l’ossimoro, si tratta di un
«mito costruito»:
«mito» perché porta in parte con sé una
capacità attrattiva e simbolica che solo i miti hanno;
«costruito»,
per i motivi che sopra si dicevano, e cioè la sua visibilità, il fatto che
diviene oggetto di una scelta consapevole, che sta in alternativa ad altri
miti, ecc.
Come
abbiamo già visto, alcuni accostano il termine di immaginario a quello di senso
comune.
Si tratta però di due cose del tutto diverse.
Nell’immaginario
è presente una dimensione creativa assente in quella di senso comune.
L’immaginario
è il risultato di un desiderio che si concretizza riflessivamente in valori,
immagini del mondo, aspirazioni:
si
tratta di un universo simbolico estremamente creativo e mobile, sottoposto ad
un cambiamento del tutto diverso da quello, assai più lento, invisibile e
irriflesso, che caratterizza il senso comune. In più, e forse è questa la
differenza fondamentale, l’immaginario non è il cemento della quotidianità, il
software di base invisibile e nascosto che tutti danno per scontato:
al
contrario, è perfettamente visibile e, proprio per questo, è usato al fine del
cambiamento sociale.
Alle
spalle dell’immaginario, agisce la fantasia creativa mossa dal desiderio di
correggere un mondo che non soddisfa a partire da esigenze concrete, da bisogni
che emergono direttamente dai vissuti.
Come
dice bene “Jedlowski”, mentre il senso comune «è un meccanismo finalizzato a
ridurre l’incertezza», l’immaginario «non riduce le nostre incertezze: ci
arricchisce, ma l’incertezza, se mai, con ciò si moltiplica» (Jedlowski 2008,
p. 236).
L’immaginario,
in effetti, contiene al tempo stesso una chiusura (in questo è riconoscibile) e
una apertura (in questo è incoerente):
con la
prima, identifica uno spazio, anche se ampio (in fondo molto più ampio di
quello delle ideologie), entro il quale collocare le proprie scelte; con la
seconda, dà a questa chiusura un carattere sempre incerto e provvisorio.
In
effetti, da un lato, come sopra già detto, l’immaginario è sufficientemente
strutturato da essere riconoscibile, e un immaginario di sinistra anche oggi è
diverso da uno liberista, o di destra, e così via.
Le persone che ad esso fanno riferimento,
anche se di diversa e a volte diversissima provenienza sociale, sanno bene che
possono incontrarsi negli stessi luoghi, o condividere le stesse letture, o gli
stessi comportamenti nonostante l’eterogeneità dei soggetti che si incontrano e
delle azioni che si mettono in atto.
Sanno,
quasi sempre, ma in ogni caso in maniera significativa, riconoscere il loro
immaginario:
esso è in grado di costituire una identità,
anche se più lasca e meno strutturata che nel passato.
Ma l’intrinseca incoerenza dell’immaginario
offre uno spazio di articolazione per l’azione collettiva molto più aperto e
indeterminato rispetto all’ideologia.
Proprio
perché il sistema dei fini non è strutturato in una consequenzialità chiara ed
evidente, rimane del tutto incerto il senso in cui perseguendo un determinato
valore (ad esempio, una migliore gestione dell’ambiente) se ne persegue anche
un altro (ad esempio, una maggiore eguaglianza).
Sull’immaginario
aleggia un’idea di impraticabilità, di utopia, di scarso realismo.
Se si
pensa, è proprio questa la principale critica mossa di sovente dal sistema
politico alla società civile:
tutto
giusto e lodevole, ma poi i fatti seguono altre logiche e i movimenti servono a
ben poco.
Questa
critica identifica correttamente la natura essenziale dell’immaginario, il suo
essere in qualche modo sottratto alla responsabilità.
Esso consente quel passo indietro rispetto
alla prassi e alla quotidianità così da liberare uno spazio di pensiero libero
e, perciò, in prima battuta, irresponsabile (in senso weberiano).
In un certo senso, l’immaginario è una
dimensione sottratta al tempo, e quindi alla scansione della relazione
mezzi-fini che porta con sé il senso di responsabilità connesso ad un progetto.
Esso è
espressione del coraggio di pensare l’irragionevole.
Può
essere corretto dire che l’immaginario non è un progetto d’azione, e quindi non
è un progetto politico, non identificando né mezzi per un fine, né fini ultimi
di alcun tipo.
Proprio
in quest’ultimo senso, può riproporre l’utopia come libertà del pensiero dalla
prassi, libertà di identificare un non-luogo collocato in nessun tempo. Laddove
si chiede la possibilità di un mondo, ad esempio, liberato dall’ossessione
della crescita economica in nome di una concezione più umana di felicità e di
auto-realizzazione si pone una questione ideale che deve poi essere
concretamente affrontata.
Ma
senza quell’ideale presente nell’immaginario, le questioni da affrontare
concretamente sarebbero diverse e diversamente affrontabili.
Un
immaginario di sinistra? Alcune possibili categorie interpretative.
Nella
rete confusa e articolata in cui si manifesta oggi la partecipazione collettiva
– rete fatta di movimenti, associazioni, tribù, minoranze attive, ecc. –, e
soprattutto in quella parte di essa sempre più libera dalle vecchie ideologie,
mi sembra sia dia oggi la possibilità concreta di sviluppo e di affermazione di
un immaginario di sinistra, capace di costituire senso di appartenenza, anche
se in maniera più lasca rispetto al passato, ma soprattutto di continuare a
sostenere l’idea utopica per cui «un mondo migliore è possibile», cioè l’idea,
tipicamente di sinistra, che occorre costruire le condizioni per una
progressiva emancipazione soggettiva.
Mi
sembra che qualche contenuto sia già più fortemente identificabile rispetto ad
altri, così da caratterizzare in qualche modo questo immaginario.
Su
questi aspetti, ritengo sarebbe opportuno fare ricerca empirica, così da
verificare cosa effettivamente si è messo in moto e cosa si è già forse
consolidato. Per il momento, vorrei suggerire qualche spunto, che può anche
essere visto come un elenco di possibili ipotesi da verificare empiricamente.
Per
prima cosa, direi che si è diffusa una certa diffidenza nei confronti della
tecnica in quanto tale, intesa come strumento di per sé capace di essere la
soluzione ai problemi.
In
questo senso, emerge un forte cambiamento rispetto al passato:
diversamente dalla acritica fiducia nel
progresso che ha sovente caratterizzato la sinistra del passato, oggi c’è un
maggiore scetticismo, che a volte corre anche il rischio di sviluppare nuove
forme di luddismo tecnologico.
In
secondo luogo, mi sembra faccia sempre più breccia una cultura della
non-violenza e della pace, in antitesi al ruolo centrale che nel passato
avevano violenza e forza per innescare e spiegare i processi di trasformazione
sociale.
Un
terzo elemento può essere rintracciato nella fine della centralità del lavoro,
e delle soggettività che ruotano intorno ad esso.
Se
l’umanesimo marxiano, e forse più in generale dell’intera sinistra, metteva al
centro della concezione umana la «libera attività lavorativa», oggi si tende ad
avere una concezione più complessa ed articolata dell’uomo e della sua
posizione nel mondo, pur continuando a dare al lavoro l’importanza che merita.
Inoltre,
quarto aspetto, sembra essere venuta completamente meno quell’idea di una
«dilazione della felicità» che aveva nel passato giustificato le sofferenze
patite in nome di un mondo migliore.
Ciò
che si può fare ora deve già portare a qualcosa di buono subito:
non c’è un fine ultimo nella storia capace di
sostenere il senso delle sofferenze attuali.
E
questo proprio perché, altro aspetto decisivo, come abbiamo visto il concetto
di utopia non appare più come l’idea di un mondo perfetto e raggiungibile,
quanto piuttosto come un non-luogo fuori dal tempo che serve da idea
regolatrice, libera dalle costrizioni del contingente e libera dal senso di
responsabilità:
una
utopia senza ideologia, liberata cioè dalla struttura interna dell’ideologia,
che ne modellava la natura a propria immagine e somiglianza.
Questi
elementi, brevemente tratteggiati, sono poi alla base di altri che si stanno
lentamente forgiando, soprattutto attraverso l’azione concreta di soggetti
sociali – alcuni tradizionali, altri nuovi;
molti
piccoli o addirittura piccolissimi, altri più numerosi;
molti
connotati solo localmente, altri dalla portata più universalista; ecc. – che
riempiono in modo più o meno avvertibile la vita delle nostre società.
Si
pensi, solo per fare degli esempi, qualcuno sopra già richiamato, all’idea di
un nuovo modello di sviluppo, o addirittura di non-sviluppo;
alla
riscoperta dei territori e delle loro caratteristiche;
al
nuovo rapporto tra eguaglianza e diversità;
allo
sviluppo dei diritti umani;
al
nuovo rispetto nei confronti dei beni comuni;
allo
sviluppo dei processi di democrazia deliberativa e partecipativa;
alle tematiche ambientaliste; ecc. S
e
l’idea di immaginario qui proposta è plausibile, avremmo a disposizione un
nuovo grande bacino di idee di sinistra, capace di orientare la prassi a
partire da una dimensione ideale in sintonia con un nuovo modo di pensare
l’utopia, anti-ideologico e non totalizzante, forse capace strutturalmente di
evitare i rischi e le tragedie del passato.
Emerge
però prepotentemente un problema, la cui portata diventa ancor più centrale
rispetto al passato:
che
forma prende la rappresentanza politica?
Detto
diversamente:
quali
sono gli strumenti, le condizioni e le modalità perché si instauri un rapporto
profittevole tra società civile, e i suoi immaginari, e politica, con le sue
regole e condizioni?
Che rapporto si può dare tra un immaginario prodotto
dalla società e un programma prodotto da un partito, o da una coalizione di
partiti?
Ci sono nell’attuale arena politica leader e
partiti di sinistra disponibili, nel momento in cui eventualmente scrivono i
loro programmi d’azione, ad ascoltare le proposte e le idee che
irresponsabilmente arrivano dagli immaginari della società civile?
Sono
questioni che mi sembrano oggi ineludibili e sulle quali deve esercitarsi la
riflessione di tutti quanti credono in un’idea di democrazia capace di portare
con sé la prospettiva di un mondo migliore.
Gli
Stati Uniti Pronti a Mettere al
Bando
le Scie Chimiche: la Storia
della
Vera e Unica Emergenza Climatica.
Conoscenzealconfine.it
– (6 Aprile 2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:
Diversi
stati americani sono pronti a mettere al bando, finalmente, le cosiddette scie
chimiche che tanti danni hanno arrecato e arrecano al clima e alla salute delle
persone.
I
media mainstream ovviamente non hanno affatto gradito la cosa e hanno iniziato
a sfornare una serie di articoli a suon di false notizie come loro solito.
Si è
mossa subito quindi la “CNN”, la famigerata emittente americana che vanta
dietro di sé una lunga storia di notizie false e montature di vario tipo, tra
le quali si potrebbe ricordare quella nella quale due giornalisti del canale in
questione indossavano delle maschere anti-gas per ripararsi da un fantomatico
bombardamento di “Saddam Hussein” che in realtà non aveva mai avuto luogo.
Gli ha
fatto eco in Italia la versione “nostrana” dell’”Huffington Post”, di proprietà
della” famiglia Elkann”, che in pratica ha fatto un titolo copia e incolla del
media americano che ha provato a liquidare la questione come una vecchia “notizia
falsa” in circolo da svariati decenni.
La
letteratura è così vasta che si fa fatica pure a capire da dove si deve
cominciare, ma forse, come in ogni storia, è meglio partire dall’inizio, da
quando tali esperimenti hanno iniziato ad essere messi in atto.
Il
Primo Caso di Inseminazione Artificiale delle Nuvole.
Il
primo caso di inseminazione artificiale delle nuvole risale al 1916, ed è
documentato da un rapporto pubblicato nel 1966 da un’apposita commissione
speciale sulla modifica del meteo, che riferì sul primo tentativo di provocare
delle piogge artificiali a San Diego, nello stato della California.
I
risultati furono a dir poco disastrosi. Morirono diverse persone e danni severi
vennero arrecati alle proprietà che subirono i primi esperimenti
geo-ingegneristici della storia americana e probabilmente del mondo intero.
Nonostante
i fallimenti iniziali, la geo-ingegneria ha continuato ad essere praticata da
vari istituti ed enti che avevano tutto l’interesse a servirsi di questa
sofisticata e pericolosa tecnologia.
È così
che avvengono altri esperimenti nel secondo dopoguerra, nel 1952 in
particolare, quando nello stato dell’”Oklahoma”, iniziano ad essere sparse nel
cielo altre sostanze come lo “ioduro di argento”, tossico per l’organismo,
sempre nel tentativo di provocare delle piogge artificiali.
Non
andò bene pure in quell’occasione, e un giornale locale, il “Daily Oklahoman,”
scrisse un articolo nel giugno di quell’anno per documentare i disastri che la
geo-ingegneria stava procurando all’ambiente e alle popolazioni:
“Gli uomini della pioggia oggi sono silenti,
senza essere alla ricerca di pubblicità, dopo che delle inondazioni hanno
coperto più di un quarto di “Salt Lake City”, e mentre 130mila persone
ritornano verso le loro case lungo il fiume Missouri.
Per i
due anni precedenti, gli Stati Uniti sono stati il laboratorio degli in-seminatori
di nuvole.
Per alcuni scienziati, e per alcuni civili che
si considerano come le cavie da laboratorio colpite in questo esperimento,
questa manipolazione del nostro clima ha creato un disastro ambientale dopo
l’altro.
Per
loro, tutto questo è diventato pari ad un mostro di Frankenstein fuori
controllo, seminando disastri nella nostra terra.”
Il
sito “Stop world control” che ha messo insieme una vasta e inconfutabile
documentazione sulle manipolazioni climatiche fa giustamente notare come
all’epoca, in qualche quotidiano locale, ancora c’era la possibilità di
scrivere qualcosa che non fosse quello che volevano i “grandi” editori della
carta stampata che negli anni a venire sono diventati i signori assoluti dei
media americani e anche dei media italiani.
In
parole povere, quando i quotidiani sono in mano ad un manipolo di oligarchi,
non ci si deve sorprendere se tirino fuori articoli a suon di informazioni
false come quello dell’”Huffington Post” o di qualsiasi altro quotidiano
generalista nelle mani di “Elkann”, “Cairo” o “Caltagirone”, perché tali gruppi
hanno degli interessi diametralmente opposti alla verità.
Il
potere finanziario non ha interesse a far sapere che sulle teste delle persone
vengono sparsi da molto tempo dei pericolosi materiali tossici che non
dovrebbero essere in nessun modo presenti nei nostri cieli.
La geo-ingegneria
è stata negata a lungo per questo, perché ammettere la sua esistenza sarebbe
stato come ammettere che i vari governi autorizzano questi esprimenti sul clima
che procuravano e procurano i loro devastanti effetti, dove ovviamente a farne
le spese per primi sono quei cittadini che si ritrovano loro malgrado a far
parte di questa manipolazione climatica illegale e mai ufficialmente
autorizzata da alcun governo o Parlamento.
La geo-ingegneria
è perciò in larga parte clandestina, ma gli esperimenti sono stati consentiti
in segreto dal governo americano perché i vari inquilini della Casa Bianca non
avevano alcun interesse a contrastare gli interessi di quelle élite che
volevano servirsi di queste nuove tecnologie per iniziare la falsa narrazione
del cambiamento climatico, sulla quale si approfondirà meglio il legame in
seguito.
I
Danni della Inseminazione delle Nuvole.
È così
che la “General Electric” sempre dopo la fine della seconda guerra mondiale
inizia a sua volta lo stesso tipo di esperimenti servendosi però di “pellet di
ghiaccio secco” che sortiscono effetti non differenti dai vari metalli
utilizzati durante le operazioni di inseminazione delle nuvole.
Un’altra
relazione stavolta scritta dalla “Tri-State Natural Weather Association”
riportò nel dettaglio i risultati di queste nuove sperimentazioni, commentando
quanto avvenuto nella regione del “Potomac”, che comprende diversi stati
americani come la” Pennsylvania”, la “Virginia Orientale”, e il “Maryland”.
Il “Potomac”
all’inizio degli anni’50 era considerata una ricca e fiorente regione ricolma
di risorse naturale e idriche.
Dopo
il 1957 però le cose iniziano a cambiare.
I terreni fertili di un tempo iniziano ad
inaridirsi e laddove scorrevano fiumi e torrenti, comparvero zone devastate
dalla siccità.
I
danni furono incalcolabili, ma questa fase può considerarsi l’anticamera della
futura, falsa, narrazione che diventerà predominante negli atenei e negli
organi di stampa, ovvero quella che associa il cosiddetto “riscaldamento
globale” all’ “inquinamento industriale”.
Sono
think tank globalisti come l’esclusivo “Club di Roma”, fondato nel 1968 da “Aurelio
Peccei”, dirigente della FIAT di Gianni Agnelli, a partorire per primi questo
filone quando pubblicano nel 1972 il famigerato rapporto intitolato “I limiti
della crescita“, nella quale la fa da padrone lo spirito malthusiano.
Secondo
questa “ricerca” infatti le risorse del pianeta sarebbero limitate, ergo da
questa falsa premessa si giunge alla falsa conclusione che il de-popolamento è
l’unica via per salvare la natura messa in pericolo dall’uomo stesso.
Sul
banco degli imputati finisce così l’uomo stesso, e la natura, prima soggetta
alla creazione divina, finisce per prendere il posto di Dio stesso.
Viene
inaugurata così l’era del panteismo moderno.
Il
club di Roma vuole sterminare l’umanità, salvo poi esonerare dalle sue teorie
anti-umane i vari appartenenti a questi circoli di eletti, quali “David
Rockefeller”, “Klaus Schwab” e “Albert Bourla”, che con il loro stile di vita
fatto di jet privati e costose auto di lusso inquinano come 100 cittadini
comuni messi assieme.
La
Comparsa delle Scie Chimiche.
Gli
anni ’80 sono però decisivi nella costruzione della narrazione che associa,
falsamente, il cosiddetto riscaldamento globale all’inquinamento industriale,
perché fanno la loro comparsa le scie dei jet, chiamate da alcuni “scie
chimiche”, che non si dissolvono nell’atmosfera ma restano nei cieli per ore e
ore.
Ne
hanno parlato diversi scienziati, ma questi, veri ricercatori scientifici, non
trovano mai asilo sulle reti televisive, dove invece ci sono tutti i vari “meteorologi”
sponsorizzati dai vari istituti di connotazione rockefelleriana.
Tra
questi autentici scienziati c’è” Rosalind Peterson”, una climatologa in
servizio per decenni presso il “dipartimento dell’agricoltura” degli Stati
Uniti.
La dottoressa Peterson ripercorre la storia
delle scie degli aerei e rileva come proprio in questo periodo iniziano a
vedersi queste strisce nei cieli che restano al loro posto per tantissimo
tempo.
Le
notano anche i cittadini comuni che iniziano a fare foto e video per
documentare l’inedito fenomeno.
Il
sistema si allarma, anche se aveva già un piano pronto per far fronte a tale
situazione.
L’aereonautica
americana subito liquida il tutto come una montatura da buontemponi che
prenderà definitivamente quota nell’era di Internet.
La “NASA”, la famosa agenzia aerospaziale
americana, suona dallo stesso partito.
All’inizio
degli anni’80, i vari rappresentanti dell’agenzia iniziano a girare nelle
scuole per dire che non c’è nulla di cui preoccuparsi se i ragazzi iniziano a
notare queste strisce permanenti nel cielo.
Sono
assolutamente “normali”.
C’è
però un corto circuito.
Se in
un primo momento la NASA nega tutto, negli anni successivi inizia a realizzare
una serie di studi nei quali certifica la veridicità del fenomeno.
Uno
scienziato in servizio presso il centro di ricerca NASA di Langley, in
Virginia, “Patrick Minnis”, afferma che le scie degli aerei sono la causa di
quelli che in meteorologia vengono chiamati come “cirri”, degli strati bianchi
di nubi.
I
cirri, a loro volta, causano “un riscaldamento della superficie della terra,
trattenendo il calore emesso dalla superficie e dall’atmosfera.”
La “NASA”
in pratica nei suoi studi e ricerche ha candidamente ammesso che il cosiddetto
fenomeno del “riscaldamento globale” del quale parlano così tanto
insistentemente i vari “climatologi” del mainstream altro non è che il
risultato di una manipolazione artificiale causata da questi cirri.
Le
acque piovane sono poi un testimone perfetto di queste manipolazioni.
Qualche tempo fa, ad esempio, vennero condotte
delle analisi sulle acque piovane in Calabria e si scoprì che queste
contenevano “bario”, “alluminio” e “stronzio, tutti quei metalli pesanti che
non devono esserci nelle piogge e che sono la prova di una inseminazione
artificiale delle nuvole.
Le
prove sono davvero soverchianti e negli anni recenti si sono fatti avanti anche
altri rappresentanti dei vari istituti di meteorologia ufficiali.
La
Denuncia dei Climatologi Spagnoli:
le
Scie Chimiche Sono un Programma Militare.
In
Spagna, il 4 ottobre del 2014, ci fu un’altra clamorosa conferma.
Quattro
meteorologi della “Agencia Estatal de Meteorología “de España, la “AEMET,”
ammisero davanti ai microfoni della radio” Cadena Ser”, l’esistenza delle scie chimiche
rilasciate da aerei militari su ordini dell’esecutivo spagnolo.
Le
scie producevano gli stessi effetti visti nella regione “Potomac” 60 anni
prima. Le temperature aumentavano e ne seguiva una disastrosa siccità di mesi,
per cercare di rendere la Spagna più simile ad una isola dei Caraibi e
promuovere così il turismo, anche se, come si è visto, c’era e c’è un’agenda
più propriamente politica.
I
quattro meteorologi aggiunsero poi che i metalli contenuti nelle scie erano la
causa di tutta una serie di malattie respiratorie che colpivano diverse persone
nella popolazione.
L’intervista
però ebbe vita breve. La radio spagnola, “Cadena Ser,” la fece sparire subito,
dopo probabili pressioni dall’alto perché il contenuto scottava troppo e
chiamava direttamente in causa gli alti vertici del governo spagnolo.
Se ne
interessò persino, “Ramon Tremosa i Balcells”, un deputato dell’”ALDE”, un
gruppo del Parlamento europeo ben lontano da posizioni sovraniste, che presentò
un’interpellanza alla Commissione europea che mai diede alcuna risposta al
quesito.
La
militarizzazione sembra essere comunque la costante in tutte queste operazioni.
In
Germania, il modus operandi, appare identico.
A breve distanza di tempo dalle dichiarazioni,
censurate, dei quattro climatologi spagnoli seguì nel 2015 un’inchiesta della
TV tedesca RTL che rivelò come fossero le forze armate a gestire queste
operazioni.
I
giornalisti di “RTL” si avvalsero anche del contributo di esperti militari,
anche se questi provarono a dire che la quantità dei metalli pesanti nelle scie
non era pericolosa, quando in realtà le analisi di laboratorio li smentivano.
Non
c’è, come si vede, alcuna “teoria” al riguardo, ma una storia documentata di
costante tentativo di manipolazione del clima per ragioni politiche senza
ovviamente alcun riguardo per le conseguenze sulla salute dei cittadini.
Da
troppo tempo i cieli sono inondati da queste orrende strisce che non permettono
nemmeno di vedere il colore azzurro sopra le città, sostituito spesso da questo
tappeto fatto di una massa bianca lattiginosa, “i citati cirri”, e non le
tradizionali nuvole che hanno una forma e una consistenza completamente
diversa.
Gli
aumenti repentini delle temperature che si registrano nei centri urbani dopo
tali irrorazioni sono, come avranno notato molte persone, passeggeri perché non
appena si esaurisce l’effetto delle scie, dopo qualche giorno, le temperature
riscendono nuovamente, e questo spiega perché d’inverno negli ultimi anni si
sia assistito a sempre più frequenti sbalzi di temperature che oscillano
persino di dieci gradi da un giorno ad un altro.
Non si
può non concludere che il riscaldamento globale è una frode, soprattutto nei
termini del mainstream, perché esso è un fenomeno passeggero e provocato da
queste manipolazioni climatiche.
Il
clima però non è un qualcosa che può essere cambiato permanentemente dall’uomo
nel lungo periodo.
Esiste una sorta di equilibrio naturale che
alla fine riporta l’ambiente alla sua condizione naturale.
Nessuna geo-ingegneria potrà mai arrivare
all’obiettivo di trasformare, ad esempio, la Spagna o l’Italia in due Paesi
tropicali.
C’è
sempre un naturale punto di ripristino che sotto certi aspetti sembra già
essere in corso d’opera.
I dati
a disposizione indicano infatti che nonostante la manipolazione del clima, la
Terra non sta affatto subendo un innalzamento delle temperature, ma piuttosto è
testimone di un raffreddamento.
La
natura non può essere stravolta, ma ciò non toglie che la geoingegneria ha
bisogno quanto prima di una seria regolamentazione perché essa, oltre a
rappresentare un pericolo per la salute, è anche una devastante arma in grado
di provocare eventi catastrofi climatici contro quei Paesi che spesso sono
considerati una “minaccia” dai soliti ambienti Euro-Atlantici.
È la
storia di “HAARP”, ad esempio, un’altra potente tecnologia che emana
potentissime onde nella ionosfera in grado di provocare terremoti e uragani.
Se ne
parlò persino, nuovamente, al Parlamento europeo, in una relazione della
eurodeputata svedese “Maj Britt Theorin”, nella quale si documentava nel
dettaglio come le antenne radio di “HAARP” fossero in grado di causare
devastanti eventi climatici, tanto da poter creare la apposita definizione di “terrorismo climatico”.
Si è
nel terreno delle tecnologie più avanzate e pericolose degli ultimi 50 anni, e
vedere che i media mainstream provano ancora una volta a insabbiare questa
reale emergenza, dimostra nuovamente come questi siano completamente succubi
del potere della finanza e delle corporation per poterne parlare.
Certamente
il fatto che negli Stati Uniti si vada verso una messa al bando delle scie
chimiche dimostra il cambiamento epocale in corso in questo Paese, soprattutto
ovviamente da quando c’è stato il ritorno ufficiale di Donald Trump.
Il
presidente degli Stati Uniti per primo ha ammesso che quanto viene irrorato
nell’aria potrebbe essere la causa, ad esempio, dell’enorme aumento dei casi di
autismo in America.
L’America che è stata per decenni il motore
propulsore di tali pericolose e letali tecnologie ora diventa il posto nel
quale si discute la loro messa fuori legge.
Il
cambio di paradigma è epocale.
Nel
fortino della negazione della geo-ingegneria resta a questo punto soltanto
l’Unione europea, ma Bruxelles, è proprio il caso di dirlo, rischia di essere
travolta dalla bufera che sta stravolgendo tutto il cosiddetto “ordine”
Euro-Atlantico che esiste da 80 anni.
(Cesare
Sacchetti).
(lacrunadellago.net/gli-stati-uniti-pronti-a-mettere-al-bando-le-scie-chimiche-la-vera-e-unica-emergenza-climatica/).
Trump
a due facce: spiragli e linea dura
sul futuro dei dazi. "Abbiamo più potere
per le negoziazioni. È ora di arricchirsi."
Ilgiornale.it
- Valeria Robecco – (5 Aprile 2025) – ci dice:
Il
tycoon sconfessa i consiglieri e apre a trattative: "Tutti ci chiamano.
Gli investitori? Le politiche non cambieranno".
Caos Usa: corsa agli acquisti. Oggi cortei
anti-Donald
Prima
apre alle trattative contraddicendo i suoi stessi consiglieri, poi torna a
mostrare il pugno duro e afferma che la sua linea non cambierà.
Donald
Trump porta sulle montagne russe gli Stati Uniti e il mondo intero sulla
questione dei dazi, e nonostante il crollo del mercato azionario e il dollaro
in caduta libera, ripete che questo è il momento di arricchirsi.
Ieri
mattina il presidente americano ha spiegato che «le tariffe doganali ci danno
un grande potere di negoziazione.
Tutti
i paesi ci stanno chiamando.
Abbiamo
preso il comando: se avessimo chiesto loro di farci un favore avrebbero detto
di no.
Ora,
invece, farebbero qualsiasi cosa per noi».
E
smentendo quanto dichiarato dal segretario al Commercio” Howard Lutnick” e dal
consigliere “Peter Navarro” (i quali hanno ribadito a più riprese che non c'era
spazio per trattare), ha detto di essere disponibile a ridurre le percentuali
se altre Nazioni fossero state in grado di offrire qualcosa di «fenomenale».
Un possibile scambio?
Alleggerire
i dazi alla Cina in cambio del via libera alla vendita delle operazioni
americane di TikTok.
E non
si è trattenuto dal sottolineare che «la Cina se l'è giocata male» replicando
con i contro-dazi «e si è fatta prendere dal panico. L'unica cosa che non può
permettersi di fare».
Dopo
l'apertura, tuttavia, il presidente americano ha fatto nuovamente marcia
indietro: «Le mie politiche non cambieranno mai.
Questo
è un grande momento per arricchirsi, per arricchirsi più che mai», è il
messaggio lanciato su “Truth” agli investitori «che vengono negli Stati Uniti».
La
Casa Bianca, da parte sua, ha consigliato ai repubblicani del Congresso
americano di concentrarsi sull'impatto di lungo termine dei dazi, mettendo in
evidenza che il tycoon sta «rivoluzionando il commercio mondiale» e le tariffe
innescheranno il ritorno delle aziende negli Usa, ampliando la base
manifatturiera e «creando posti di lavoro ben pagati».
Ma
anche tra i conservatori non tutti sono convinti che le politiche commerciali
del comandante in capo avranno effetti positivi.
E infatti al Senato è stato presentato un
progetto bipartisan che concede al Congresso il via libera finale sui dazi
imposti da un presidente:
il
provvedimento porta la firma del repubblicano “Chuck Grassley “e della
democratica “Maria Cantwell”, e pur avendo poche chance di essere approvato,
mostra senza dubbio il disagio di alcuni esponenti del “Grand Old Party”.
Intanto
negli Usa è già scattata la corsa agli acquisti «preventivi»:
dai
televisori alla salsa di soia, dagli indumenti alla birra irlandese, milioni di
americani hanno reagito ai dazi allo stesso modo, ossia precipitarsi nei negozi
a fare scorta per la paura di un'imminente impennata dei prezzi.
La
sensazione diffusa, ha spiegato il “Wall Street Journal”, è che il colpo
stavolta arriverà a tutti:
dai
piccoli imprenditori ai consumatori, e in tanti vogliono giocare d'anticipo.
Anche” Mark Cuban”, imprenditore miliardario e personaggio televisivo, ha
suggerito la stessa cosa ai suoi follower.
«Dal dentifricio al sapone, qualsiasi cosa per
cui riuscite a trovare spazio in casa, acquistatela prima che debbano rifornire
l'inventario - ha affermato in un post sulla piattaforma di social media”
Bluesky”-.
Pure
se sono prodotti negli Usa, aumenteranno il prezzo e daranno la colpa ai dazi».
E oggi
è la giornata della grande protesta contro Trump in tutti e 50 gli Stati
americani:
la
manifestazione «Hands Off», con oltre 1.100 eventi ai quattro angoli del Paese,
dovrebbe rappresentare la più grande dimostrazione in un solo giorno contro il
47° presidente da quando è tornato alla Casa Bianca.
«Non si tratta solo di corruzione, non si
tratta solo di cattiva gestione”.
“Si
tratta di un'acquisizione ostile» del potere, si legge sul sito
dell'organizzazione. Si protesta contro Trump, ma anche contro i suoi alleati
miliardari, a partire dal first buddy “Elon Musk” e i suoi tagli al governo
federale con il” Doge”.
Capitalismo
e democrazia.
Contributi
elettorali ed influenza politica:
quanto
contano veramente i soldi in politica?
Eticaeconomia.it
- Valerio Leone Sciabolazza – (15 settembre 2024) – Redazione -ci dice:
“Valerio
Leone Sciabolazza” ragiona sull'apparente discrepanza fra il valore dei
benefici che si possono ottenere dal sistema politico e le spese limitate
sostenute per influenzarlo e richiama l’attenzione sulle risorse, diverse dai
contributi elettorali, che i donatori possono mettere a disposizione dei
politici, quali, ad esempio, le connessioni sociali, i consigli strategici, e
la visibilità mediatica.
L’ipotesi
è verificata esaminando cosa è accaduto nelle campagne elettorali degli Stati
Uniti in seguito alla morte di un donatore.
Da
tempo è stato osservato che esiste una significativa discrepanza tra il valore
dei benefici che può assicurare il sistema politico ed i costi da sostenere per
ottenere tali benefici.
Negli Stati Uniti, nel biennio 2021-2022, il
governo federale ha speso circa 6 trilioni di dollari, ed i suoi consumi ed
investimenti lordi hanno superato i 4 trilioni.
La
possibilità di indirizzare le decisioni di spesa di un tale budget
giustificherebbe una spesa enorme per influenzare l’esito delle campagne
elettorali.
Eppure, nello stesso biennio, l’ammontare
delle donazioni verso candidati e partiti è stato di soli 14 miliardi, e i
contributi di molti donatori facoltosi sono rimasti ben al di sotto dei limiti
ammessi dalle leggi federali.
Tale
apparente inefficienza del mercato politico, per cui le regole di prezzo e
competizione sembrano non seguire le logiche dei mercati economici
tradizionali, è denominata “paradosso di Tullock”, dal nome dell’economista che
per primo lo ha teorizzato (G. Tullock, “The purchase of politicians”, Western Economic
Journal, 1972).
Due
ipotesi principali sono state avanzate per spiegare questo paradosso.
La prima suggerisce che le donazioni politiche
siano simili più ad atti di filantropia che ad un investimento economico, e per
questo sono così basse rispetto agli interessi in gioco.
La
seconda ipotesi è che i donatori non abbiano bisogno di spendere grandi somme
perché possono esercitare la loro influenza semplicemente minacciando i propri
candidati di sostenere i loro avversari (Cfr. S. Ansolabehere et al. “Why
there is so little money in U.S. Politics”, Journal of Economic Perspectives,
2003; L. Bouton et al., “A Theory of Small Campaign Contributions”, The
Economic Journal, 2024).
È
possibile però avanzare una terza ipotesi:
i
costi documentati delle campagne elettorali non sono così alti come ci
aspetteremmo poiché i contributi dei grandi donatori non sono completamente
osservabili, e una parte significativa del loro supporto non è monetario.
I donatori, infatti, possono essere
determinanti per il successo elettorale dei candidati offrendo risorse non
tangibili come connessioni sociali, consigli strategici, e visibilità
mediatica, e mettendo personale esperto a disposizione di una campagna
elettorale.
Dimostrare
questa terza ipotesi non è però un compito facile:
occorre
individuare il ruolo dei personaggi più influenti dell’economia e della
politica nel determinare, indipendentemente dalle donazioni, il successo
elettorale di un candidato.
A
questo dibattito contribuisce un recente articolo (M. Battaglini, V. Leone Sciabolazza,
M. Lin, E. Patacchini, “Unobserved Contributions and Political Influence:
Evidence from the Death of Top Donors”, NBER Working Paper No. 32649, 2024) che analizza l’influenza politica
esercitata dai 1000 maggiori donatori delle campagne elettorali statunitensi
per la Camera dei Rappresentanti in otto cicli elettorali, dal 2008 al 2018
(caratteristiche ed ammontare dei contributi elettorali di tali donatori sono
mostrati).
La sfida principale affrontata da questo
articolo è che per comprendere il ruolo dei donatori nell’influenzare una
campagna politica, non è sufficiente verificare se in media i politici eletti,
rispetto ai non eletti, siano più frequentemente o maggiormente finanziati da
un donatore.
Questo
anzitutto perché una larga parte di ciò che offre un donatore potrebbe essere
inosservabile.
In
secondo luogo, anche se fosse possibile registrare tutto il supporto offerto da
un donatore, non si potrebbe stabilire, a priori, se un politico abbia vinto le
elezioni proprio grazie a quel sostegno, o se abbia ottenuto tale sostegno
perché già aveva alte probabilità di essere eletto.
E
questo secondo caso si verificherebbe se i donatori scegliessero
strategicamente i candidati da appoggiare, così da assicurarsi sempre una
relazione col vincitore.
Motivato
da questa considerazione, e dalla evidenza empirica dell’esistenza di una
relazione significativa fra la vittoria di un candidato e il supporto ricevuto
da un donatore, l’articolo analizza un caso specifico della campagna
elettorale: come cambiano i risultati elettorali di un candidato quando il suo
donatore muore.
La morte di un donatore rappresenta infatti
un’interruzione repentina dell’aiuto al candidato che non dipende dalle sue
probabilità di vittoria, e permette quindi di osservare come la presenza o la
mancanza di un donatore, a prescindere dalle caratteristiche e le possibilità
di vittoria del candidato, possa cambiare le sue prospettive elettorali.
Tale
analisi è resa possibile da alcune importanti caratteristiche del mercato
politico statunitense nel periodo osservato.
Primo,
in media, almeno 44 dei 1000 maggiori donatori sono morti durante ogni ciclo
elettorale considerato, e in conseguenza di ciò circa il 10% di tutti candidati
ad una elezione ha perso almeno un donatore.
È
sempre molto ampio il campione di politici sul quale basare lo studio.
Osservando
la variazione della performance di ogni candidato nelle elezioni precedenti e
successive alla morte di un donatore in 8 cicli elettorali, in seggi con
votanti dalle caratteristiche economiche e politiche differenti, e con fondi
elettorali disponibili di entità variabile, lo studio mostra che la morte di un
donatore ha l’effetto, statisticamente significativo, di ridurre le probabilità
di successo di un candidato di circa 3 punti percentuali (standard deviation
0.001), che si traduce in una riduzione della quota di voti ottenuti stimata
intorno al 2,5%.
Per comprendere l’entità di questo effetto, si
consideri che in media, in un ciclo elettorale, 18 candidati vincenti
perderebbero il proprio seggio a seguito di una tale riduzione di voti.
Ciò
implicherebbe un cambio di circa il 4% della composizione della Camera dei
Rappresentanti, che sarebbe sufficiente a cambiare la maggioranza della Camera
nella maggior parte delle elezioni considerate.
Due
sono i risultati particolarmente rilevanti di questo studio.
Anzitutto,
l’effetto della morte di un donatore persiste anche nei cicli elettorali
successivi, a dimostrazione che i candidati faticano a rimpiazzare i donatori
persi.
Secondo,
l’effetto esercitato dai donatori sui candidati non dipende dalle loro
donazioni monetarie osservabili.
Infatti, i candidati che vedono ridursi i
propri contributi elettorali di una somma simile a quella che si perderebbe
dopo la morte di un donatore, non soffrono di una diminuzione significativa
della propria probabilità di elezione.
L’impatto della morte di un donatore sembra
piuttosto dipendere dalla sua “prominenza”.
Come detto, in media la morte di un donatore
diminuisce del 3% le probabilità di vittoria di un candidato.
Tale
effetto però aumenta o diminuisce a seconda della prominenza del donatore: a
parità di riduzione di contributi elettorali ricevuti, le performance
elettorali dei candidati che perdono donatori particolarmente noti o influenti
(ad esempio quelli inclusi nella lista Forbes 400, o il cui nome è maggiormente
cercato su Google) peggiorano di più rispetto a quelle di chi perde donatori
meno prominenti.
Ciò
suggerisce che i donatori esercitano una forma di influenza che va oltre il
semplice supporto economico, fornendo contributi intangibili come visibilità e
connessioni politiche.
A
riprova di ciò, nell’articolo viene analizzato ammontare complessivo di spese
sostenute da ogni candidato e da gruppi di interesse per finanziare spot
pubblicitari a favore del candidato stesso nel periodo 2012-2018, e si mostra
come, dopo la morte di un donatore, i candidati vedono diminuire in maniera
statisticamente significativa l’ammontare speso a loro favore dai gruppi di
interesse (mentre le spese sostenute dal candidato restano invariate).
È
importante notare che candidati con caratteristiche simili a quelle dei
candidati finanziati da donatori deceduti (ad es. che concorrono in distretti
limitrofi, e con simili orientamenti politici) non risentono di una diminuzione
nelle spese pubblicitarie a loro favore a seguito della morte di tali donatori.
Ciò suggerisce che, nel mercato politico, i
donatori tendono sempre a segnalare la loro connessione con specifici
candidati.
La
domanda finale dello studio è se la morte di un donatore abbia effetti che
vanno oltre la competizione elettorale, influenzando anche l’attività
legislativa dei politici.
Considerando
l’universo delle proposte di legge presentate alla Camera dei Rappresentati, e
tutte le votazioni occorse durante 8 legislature (2007-2019), risulta che tra i
candidati finanziati da un donatore vincenti in due elezioni consecutive,
coloro che perdono un donatore durante la competizione elettorale, dopo la loro
seconda elezione diminuiscono i temi trattati nelle loro proposte legislative,
e votano maggiormente in linea con le posizioni del loro partito.
Ciò suggerisce che i donatori hanno la
capacità di orientare l’attività legislativa dei politici, e che questi ultimi,
una volta perso il proprio donatore, possano concentrarsi su una agenda
politica più precisa, occupandosi meno di temi legislativi e più di questioni
care a loro od al loro partito.
In
conclusione, lo studio mostra che i grandi donatori hanno un impatto
significativo tanto sulle prospettive di successo elettorale quanto sul comportamento
legislativo dei candidati che finanziano.
Il loro contributo non si limita alla
donazione di denaro, ma comprende risorse intangibili che possono essere
cruciali per il successo politico, e che possono avere effetti persistenti e di
lunga durata.
Questi
risultati non solo contribuiscono a una maggiore comprensione del “paradosso di
Tullock” e delle apparenti inefficienze del mercato politico, ma sollevano
nuove questioni sulle modalità corrette di regolamentazione dei rapporti fra
politici e donatori, e sul ruolo che questi ultimi esercitano nel sistema
politico.
Crollano
le borse, è il
momento
di arricchirsi?
Tio.ch
- Davide Milo – (08 apr. 2025) – ci dice:
L'analista
finanziario Roberto Malnati: «Forse Trump ha fatto male i conti». Ecco cosa
potrebbe succedere nel prossimo futuro.
LUGANO
- Sullo scacchiere dell’economia globale, la mossa di Trump ha pesato ancora
una volta sulle Borse. Dopo il primo crollo di venerdì, la tendenza al ribasso
è proseguita con l'inizio della nuova settimana. Anche in Svizzera, con
l’indice SMI sceso del 6,9% pochi minuti dopo l’apertura.
I dazi
spaventano, ma si tratta di una svolta epocale?
Lo abbiamo chiesto a “Roberto Malnati”,
Financial Analyst per Royalfid SA.
«Va
detto prima di tutto che questa situazione non è nuova.
Qualcosa di simile era già successo nel ‘71
con Nixon e l'abbandono degli accordi di Bretton Woods.
Insomma, i riferimenti per capire cosa può
succedere quando un cambiamento diventa epocale ci sono.
In quel caso la svalutazione del dollaro aveva
portato all'abbandono della convertibilità con l'oro.
Una
manovra che colpì il mondo intero in quanto l'America era il riferimento
finanziario mondiale».
Oggi
siamo così colpiti dalla volatilità delle borse.
«Ma
non nella stessa misura degli americani. Loro hanno un sistema assistenziale
che è fortemente dipendente dagli investimenti azionari. I fondi pensione dei
lavoratori hanno una componente importante di fondi azionari».
Cosa
sta succedendo adesso sui mercati.
«Il
mercato in questo momento è mosso dalla paura e dall'incertezza. Perché nessuno
ha la sfera di cristallo e sa quali saranno le aziende giuste in cui investire.
L'investitore dunque cosa fa? Vende».
Con
che impatto sulle aziende?
«Per
ora nessuno. Lo vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà, se ci saranno degli
aggiustamenti tariffari o altro. Anche la Svizzera ancora non sa che cosa
succederà esattamente».
Voi
analisti finanziari come suggerite di muoversi?
«Il
nostro lavoro è quello di garantire la sicurezza finanziaria altrui. E se in
questo momento non ha senso insistere con la convinzione che il mercato cresce
sempre, posso dire che, se si guarda alle crisi del passato, il mondo si è
sempre adeguato».
Perché
le borse sono precipitate?
«Quello
che è accaduto in questi giorni ha a che fare anche con le modalità con cui il
mercato finanziario funziona.
Da una parte ci sono i capitali veri degli
investitori, dall'altra i margini finanziari concessi dagli operatori e usati
per amplificare la salita dei mercati.
Questi
margini fungono da leva di mercato, ma quando questa leva finanziaria scende,
si chiudono i rubinetti.
Ecco
che accade quello che abbiamo visto venerdì e all’apertura di lunedì:
scende tutto, anche i beni rifugio come l’oro.
Questo
non ha a che fare con il valore delle singole aziende o con quello che gli
succederà in futuro, ma con dei meccanismi di funzionamento del mercato.
E non
è una risposta emotiva, è l’operatore finanziario che ti dice che non hai più
liquidità per rimanere in quell’investimento è quindi vende i tuoi titoli».
Si può
spiegare in termini pratici?
«Mettiamo
di avere 100 dollari sul conto. Grazie ai margini concessi ci viene data la
possibilità di investirne 500 su un titolo come Nvidia, per esempio. Se Nvidia
perde il 20%, l’investitore ha praticamente perso quei 100 dollari che aveva
sul conto. Quindi quei titoli, che l'operatore finanziario non può più
garantire al cliente diventato insolvente, vengono venduti sul mercato».
La
strategia di investimenti di “Warren Buffett” dice di comprare ciò che è
deprezzato pensando che risalirà. Ha senso?
«Dipende.
Pensiamo ad Apple, ora rischia - causa dazi - di vedere i suoi top di gamma
passare da 1700 dollari a 2400 dollari.
Buona
parte delle aziende tecnologiche americane ha negli Stati Uniti solo la parte
marketing, a volte quella progettistica.
Ma la
catena di approvvigionamento era in Cina ed ora è in India o in Vietnam. Con i
dazi, le importazioni avranno un altro costo e spostare la catena di
approvvigionamento non è così semplice.
Da una
parte ci vorrebbero gli anni per farlo, dall’altra i costi lieviterebbero
enormemente nel produrre in loco».
Il
valore di queste aziende è destinato a non risalire più come prima?
«Buona
parte delle aziende del Nasdaq erano quotate con multipli P/E (Price/Earnings)
elevatissimi.
Questo perché garantivano guadagni molto
elevati.
Avevano margini enormi, pagando un prodotto a
un prezzo e vendendolo al quadruplo.
Se la componentistica di colpo arriva a
costare il doppio, questi margini si sgonfiano.
Insomma non è che il 25% di discesa di un
titolo di un'azienda che prima faceva numeri importanti sia un buon motivo per
comprare.
Per non parlare del fatto che negli Stati
Uniti, queste valutazioni molto elevate hanno anche a che fare con un mercato,
quello americano, che è costruito per oltre i due terzi dai consumi.
Che a
loro volta si poggiano sul debito, sulle innumerevoli carte revolving in
circolazione.
Con i
dazi, ora, anche il potere d'acquisto dell’americano diminuirà.
E l’impoverimento del consumatore americano
equivale all’impoverimento del PIL americano».
L’idea
di Trump è quella di spingere al consumo dei prodotti locali, alla produzione
interna.
«Può
funzionare con alcuni settori, ma che costituiscono una percentuale minima del
prodotto interno lordo.
Ma
come faranno con la automotive o l'elettronica? La componentistica è tutta
d’importazione e non si sposta uno stabilimento dall’oggi al domani».
Trump
ha fatto male i conti?
«Parla
la matematica.
Prendiamo
Apple, mettiamo anche che voglia assorbire, avendone le possibilità, i costi in
più per la produzione dei suoi prodotti per non farli ricadere sul consumatore.
E che lo faccia mentre sposta gli stabilimenti
in loco.
La
quotazione di Apple scenderà e questo si ripercuoterà sui fondi pensione della
popolazione che diventerà più povera e non potrà comunque permettersi Apple».
Le
aziende erano avvantaggiate dal sistema attuale, cercheranno di difenderlo?
«Tasse
ridicole e lavoro a basso costo sono state una manna per le aziende americane.
Facilmente ci saranno degli spostamenti
tattici. I dazi in Canada sono più bassi? Ecco l’azienda europea che lì apre
una rete commerciale.
Ci
saranno uffici di facciata che si occuperanno solo di far figurare la merce in
entrata in Canada per poi spostarla negli Stati Uniti».
È il
momento di arricchirsi investendo?
«Le
borse mondiali salgono in media dell'8% all'anno.
Tolta
l’inflazione rimane un 3% che, probabilmente, quest’anno ce lo siamo già
giocato.
Ci aspettano forse un paio d'anni di
difficoltà, prima di veder risalire l'indice mondiale.
C’è chi cercherà di arricchirsi con strumenti
che si muovono molto.
Ma sono estremamente volatili, quindi
rischiosi.
L'investitore
vero è quello che mette un terzo dei soldi in borsa, un terzo nelle
obbligazioni e un terzo negli immobili e, tra gli alti e bassi, continua a
guadagnare più o meno quanto ha fatto fino ad ora».
Come
guadagnare con l’Intelligenza
Artificiale
(e quando è possibile farlo!)
Getresponse.com
- Gianpiero Spelozzo - Content Creator – (22 gen. 2025) – ci dice:
È possibile
guadagnare con l’intelligenza artificiale? Se sì, in che modo?
L’AI
sta rivoluzionando il modo in cui lavoriamo e interagiamo con gli strumenti
nella nostra vita quotidiana e professionale.
Può
renderci molto più produttivi e aiutarci a intercettare nuove opportunità di
business, ma attenzione, non è una bacchetta magica che crea ricchezza dal
nulla.
L’Intelligenza
Artificiale è uno strumento potente che, se utilizzato correttamente, può
semplificare i processi e rendere più accessibili le opportunità di guadagno,
ma non genera direttamente profitti.
Come tutte le innovazioni tecnologiche,
facilita e ottimizza le attività che possono portare a un guadagno.
Ad
esempio, può automatizzare compiti ripetitivi, fornire analisi predittive o
personalizzare l’esperienza del cliente, liberando tempo prezioso a
professionisti e aziende, da dedicare ad aspetti più creativi o alla messa a
terra della strategia di business nel suo complesso.
Abbiamo
già visto come l’Intelligenza Artificiale ha migliorato il marketing. In
quest’articolo vedremo quali sono le aree di lavoro più promettenti per
trasformare l’investimento in intelligenza artificiale in guadagno.
Le
aziende italiane stanno guadagnando di più con l’Intelligenza Artificiale?
Prima
di comprendere il come, è interessante sapere se effettivamente aziende e
professionisti stiano già guadagnando con l’Intelligenza Artificiale.
Per
rispondere a questa domanda ci serviamo dell’ultimo studio dell’ “Osservatorio
Artificial Intelligence” del Politecnico di Milano.
Secondo la Ricerca, circa 6 grandi aziende su
10 hanno già attivato almeno una sperimentazione basata sull’Intelligenza
Artificiale., tanto che il mercato delle soluzioni AI ha raggiunto nell’ultimo
anno il valore di 760 milioni di euro.
Tuttavia,
i professionisti e le PMI stanno facendo ancora troppo poco nonostante
l’intelligenza artificiale stia diventando sempre più economica e accessibile.
Non resta dunque che ragionare su una chiara
strategia d’implementazione, identificando gli obiettivi chiave e comprendendo
come l’AI possa supportarli. Inoltre, un buon utilizzo dell’ “Intelligenza
Artificiale Generativa” passa attraverso un’analisi dei rischi privacy,
garantendo il rispetto della normativa e del cliente in qualsiasi step
automatizzato.
Il
messaggio più importante è però quello della collaborazione con l’umano:
L’intelligenza
artificiale permette davvero di guadagnare se diventa un supporto per gli
esperti di una determinata attività per ampliare e migliorare i propri output e
non un mero sostituto del lavoro.
Ancor più oggi che l’intelligenza artificiale
permette a tutti di raggiungere determinati risultati, l’esperienza umana fa la
differenza nell’ottenimento di vantaggio competitivo per le imprese.
10
modi per guadagnare con l’Intelligenza Artificiale.
L’IA è
spesso legato all’idea di guadagno online e lavoro da casa.
In
effetti, l’ “Intelligenza Artificiale Generativa” offre funzionalità
incredibili per ridurre i tempi, ottimizzare i costi o rendere più efficaci le
attività, in special modo nelle attività di marketing.
Vediamo ben 10 esempi di cosa è possibile
fare.
1.
Lead generation e nurturing
L’AI
può essere un validissimo alleato per intercettare nuovi contatti e portare
avanti attività utili ad instaurare una relazione con potenziali clienti.
I principali software di web marketing si sono
già attrezzati in questo senso.
Ad
esempio, “GetResponse”, con il suo “AI Campaign Generator”, permette di creare
diverse varianti di “landing page” per ogni preciso target in pochi minuti.
Inoltre, tramite gli” autoresponder” e la possibilità di creare newsletter per
il follow up, diventa molto più facile costruire un’ottima esperienza per
clienti, lead e prospect.
Creare
email e landing page con l’intelligenza artificiale di GetResponse
2.
Ottimizzare le attività di SEO.
La
ricerca e l’analisi delle keyword, la scrittura di brief pensati per il web, la
costruzione di una strategia di “content management” basata sull’ottimizzazione
dei contenuti per Google e altri giganti del web:
tutte
attività tipiche del “SEO manager” che possono essere ottimizzate ed
efficientate grazie all’intelligenza artificiale.
Un
esempio di strumento dedicato a questa attività è “Surfer SEO”, che offre
un’ottimizzazione on-page completa e si integra anche con “Jasper.ai”, che,
come abbiamo visto, permette di generare direttamente contenuti.
Guardando in casa nostra, impossibile non
citare “SEO zoom”, suite completa molto nota agli addetti ai lavori, che da
tempo ha integrato un assistente editoriale alimentato dall’AI.
Se gli
strumenti generalisti di “AI “offrono già grandi opportunità di guadagno, è
grazie ad un “tool dedicato” che è davvero possibile rivoluzionare i processi
di business, sia per un’agenzia “digital “sia per una “corporate”.
3. Recensioni di prodotti per
affiliazione.
L’affiliate
marketing mantiene un ruolo importante nelle possibilità di guadagnare tramite
un blog.
L’attività
consiste semplicemente nell’inserire nel tuo blog un link univoco di un
prodotto che suggerisci, per fa sì che sia dimostrabile che il prodotto è stato
acquistato tramite te e il tuo contenuto.
Con
l’utilizzo dell’AI nell’affiliate marketing puoi diventare sempre più veloce
nello scrivere contenuti, in particolare recensioni, facendo leva sugli
strumenti di AI Generativa.
L’AI può aiutarti a scrivere da zero un
contenuto, ma anche a migliorarne l’efficacia in ottica SEO, generare nuove
idee per futuri contenuti o rivedere le bozze.
Tutto
ciò vale per le recensioni sul tuo sito web o sul tuo blog, ma anche su tutti i
contenuti che potrai creare sui tuoi canali social.
L’AI può supportarti nel generare nuove idee e
nel metterle a terra, suggerendoti post con diversi” tone of voice.”
A
proposito di affiliate marketing:
30
tool e software gratuiti per chi si occupa di Affiliate Marketing.
I
Migliori siti e programmi di Affiliate Marketing a cui iscriversi oggi.
I
migliori Network di Affiliazione in Italia: quali sono e come funzionano.
4.
Creare o migliorare un corso online tramite l’Intelligenza Artificiale.
Se sei
un professionista che lavora anche nell’ambito della formazione, online o no,
allora l’AI fa proprio al caso tuo.
Grazie all’Intelligenza Artificiale, puoi
ottimizzare l’esperienza di apprendimento degli studenti, personalizzando il
percorso di studio e generando più velocemente contenuto personalizzato.
Con
l’AI, lo sviluppo di materiale didattico è più rapido e ti permette di
concentrarti sulla strategia educativa e sui messaggi chiave da trasmettere,
sia per i tuoi studenti sia ad esempio nella formazione dei dipendenti della
tua azienda.
Ma su
quale piattaforma è possibile realizzare tutto ciò? Fortuna vuole che proprio “GetResponse”
ha messo la sua Intelligenza Artificiale a servizio la creazione e vendita dei
corsi.
La
piattaforma per creare corsi con l’IA è disponibile all’interno di un apposito
pacchetto chiamato, appunto, “Content Monetization”.
Ecco in breve come funziona:
1.
Questa è la dashboard del corso. È possibile scegliere se creare il corso
manualmente o con l’AI.
2.
Quando si crea un nuovo corso, è possibile definire i moduli e le lezioni qui o
farli creare direttamente dall’AI:
Per le
lezioni, sono disponibili diverse opzioni di formato, ad esempio test, video,
webinar o è possibile caricare semplicemente un PDF con il contenuto della
lezione corrispondente.
Per
arricchire l’offerta formativa, potresti anche aggiungere dei quiz, il cui
completamento dà accesso al modulo o alla lezione successiva.
3.
Progettazione della pagina del corso:
4.
Infine puoi assegnare un nome al corso e impostare i metodi di monetizzazione.
Puoi impostare il corso gratuito oppure scegliere tra diverse opzioni di
pagamento.
Il
bello di questa piattaforma è che puoi collegarla direttamente agli strumenti
di email marketing.
Questo
ti permette di entrare direttamente in contatto con i partecipanti al corso,
cosa che le altre piattaforme per corsi online non consentono.
5.
Puoi anche progettare la pagina che viene visualizzata quando un partecipante
completa il corso, assieme al certificato di partecipazione, molto richiesto
dagli studenti.
Anche questi elementi possono essere creati
anche dall’Intelligenza Artificiale.
Liberalismo
e repubblicanesimo
tra
diritti, conflitto e comunità.
Pandorarivista.it - Nadia Urbinati – (23
giugno 2024) – ci dice:
Parlando
di liberalismo, occorre svolgere una riflessione preliminare:
si
tende oggi a identificare il neoliberalismo con il liberalismo.
Si tratta di un’identificazione sbagliata, che
ha – o può avere – ricadute negative sull’ordine politico democratico.
Propongo
quindi un’opera di pulizia concettuale.
Il liberalismo ha una ricchezza di
implicazioni e di contenuti che va al di là dei rapporti di mercato e della
libertà di arricchirsi.
“ John
Rawls” parlava di “liberalismo politico” volendolo tenere distinto da quello
economico.
“ Hans
Kelsen “sostenne molto prima di” Rawls” che non si può identificare il
liberalismo col liberalismo economico;
come
scrisse nel 1945, una «democrazia senza opinione pubblica è una contraddizione
in termini.
In
quanto l’opinione pubblica può sorgere dove sono garantite la libertà di
pensiero, la libertà di parola, di stampa e di religione, la democrazia
coincide con il liberalismo politico, sebbene non coincida necessariamente con
quello economico».
La
democrazia senza liberalismo è un ossimoro.
Liberalismo e democrazia dovevano procedere
insieme:
la
democrazia presume dissenso, diritto di parola e di associazione;
dal canto suo il liberalismo ha coinciso fin
dal suo sorgere con la libertà di parola e di opinione.
Una
democrazia è solida quando i cittadini hanno la certezza di non essere
perseguitati o repressi per le loro idee qualora queste ultime non siano quelle
che la maggioranza condivide;
essi devono avere la libertà, individuale e
collettiva, di associarsi per cercare di scalzare la maggioranza che governa e
proporre una maggioranza diversa.
I
diritti civili di libertà sono ciò che la cultura liberale ha implicato almeno
dal tempo di” John Locke” e della Rivoluzione inglese.
Ed è
quanto la democrazia esige, anche perché senza libertà di discutere e
dissentire pubblicamente l’opposizione politica non sarebbe possibile.
Chiarita
questa distinzione preliminare tra neoliberismo e liberalismo, vediamo di
chiarire il concetto “liberalismo”.
Questo
nasce come filosofia politica nel corso della” Rivoluzione inglese”, con “Locke
“come suo maggiore teorico e il movimento dei “Levellers” come prima
espressione di movimento politico collettivo che chiese il diritto di voto per
poter eleggere rappresentanti in parlamento.
Né
Locke né i Levellers si sono mai definiti “liberali”.
Il
liberalismo come ideologia nasce dopo la Rivoluzione francese, al tempo
dell’imperialismo napoleonico, come reazione a esso e rivendicazione di governi
costituzionali e diritti civili non dipendenti dall’arbitrio di chi detiene il
potere.
“Madame
de Staël” e “Benjamin Constant” sono i due primi consapevoli teorici del
liberalismo nella forma più prossima a quella a noi familiare.
Il liberalismo emerge dunque dalla filosofia
dei diritti naturali e in funzione anti-assolutista, con l’obiettivo di
limitare il potere politico, quello della corona, in primo luogo, nel nome di
un bene che sta prima e che è vulnerabile: la persona singola.
Nel
Seicento, contro il potere arbitrario e dispotico di “Carlo II”, il movimento
che oggi chiamiamo liberale si impose con la proposta di un mutamento di
regime: sovranità condivisa del parlamento con la monarchia, però con un
parlamento eletto e con la monarchia come rappresentante della Nazione.
Non è
pertanto necessariamente corretto affermare, come si sente spesso dire, che il
liberalismo è antipolitico;
il
liberalismo non ha contestato la dimensione politica in sé, bensì
un’organizzazione del potere di comando che non prevede la limitazione, che non
si fonda nel consenso di chi deve obbedire alle decisioni ma che rende i
soggetti totalmente dipendenti dalla volontà di chi detiene il potere.
Ecco perché il liberalismo sostiene che il
governo sia fondamentalmente funzionale alla protezione di alcuni diritti
fondamentali (ovvero naturali e, per noi, umani).
Quel
che viene a cadere con il liberalismo è l’idea della superiorità di valore
della politica e del potere politico;
il liberalismo non crede che la politica sia
la sfera di vita e di azione dove cercare la realizzazione umana o del
cittadino – un’idea che appartiene alla tradizione aristotelica e a quella
repubblicana classica.
Questo
spiega perché il liberalismo pensa – con Constant ad esempio – alla felicità o
alla realizzazione umana come dimensioni collocate nella sfera privata della
vita, che quindi non coincidono con la partecipazione diretta alla politica.
Qui si
inscrive la distinzione, ideologica, tra libertà degli antichi e dei moderni –
ideologica, nel senso che è costruita in relazione a un fine non conoscitivo ma
pratico.
Ciò spiega perché, se si vuol individuare l’alter del
liberalismo, ci si deve rivolgere al repubblicanesimo, soprattutto se questo
viene considerato nella sua dimensione etica e civica o come cultura della
virtù, non semplicemente come ordine costituzionale.
Ora,
il liberalismo, proprio perché è nato nella lotta contro il potere politico
illimitato, è stato caratterizzato come un’ideologia diffidente verso il
potere, anche quando questo potere ha la legittimità del consenso da parte di
obbedisce alla legge, ovvero quando i sudditi sono cittadini e quindi coautori
delle leggi, benché in forma indiretta.
Questo
tema diviene centrale nell’Ottocento – scrisse per esempio “John Stuart Mill”
che anche qualora la volontà popolare e la decisione dei rappresentanti del
popolo coincidessero, il potere sarebbe comunque esercitato da pochi non da
tutti o dai molti.
La
rappresentanza implica una distanza tra il proporre e il decidere che, sebbene
consenta ai cittadini di valutare l’operato dei governanti, di criticarli ed
eventualmente di opporsi, li rende comunque soggetti della volontà di un gruppo
che non coincide con il tutto.
È
sufficiente la sovranità popolare per vanificare il timore liberale
dell’arbitrio?
Dopo
Jean-Jacques Rousseau e la Rivoluzione francese, in effetti, la concezione
della legittimità politica viene coniugata come teoria della sovranità
popolare:
il potere non è più il volere arbitrario e
insindacabile del monarca, ma corrisponde al volere del popolo.
Alcuni
pensavano – e ancora oggi molti lo pensano, a giudicare dalle strane idee di
riforma della Costituzione che circolano, con la Presidente del Consiglio che
sostiene di voler essere più “democratica” di oggi perché eletta direttamente
dal popolo – che il popolo avesse sempre ragione.
Vox
populi vox dei.
Perché preoccuparsi di limitare il potere se
tra chi fa la legge e chi l’obbedisce non c’è distinzione?
I liberali ben disposti verso la democrazia –
alcuni di loro con un retroterra simpatetico rispetto alle idee repubblicane,
come Mill o Tocqueville – iniziavano dunque a pensare che, anche quando il
consenso fosse stato un potere autoimposto e legittimato dal comune volere e
sentire, sarebbe stato comunque gestito dai pochi, esposto quindi a rischi di
manipolazione.
Del
resto, votare in plebiscito, come sembra proporre la nostra Presidente del
Consiglio, implica farlo dopo una campagna elettorale, e quindi tanta
manipolazione e retorica.
E
anche votare per mandare a casa una maggioranza – per quanto cruciale – non
basta a trasformare lo Stato in un esercizio di potere collettivo.
Sarebbe un inganno sostenere che, siccome si
ha il diritto di voto, con le elezioni il popolo parla e governa.
Il
liberalismo ha ragione quando ci incoraggia a non fidarci mai completamente del
potere, anche quando questo è definito dal principio di maggioranza (cioè è
limitato) e derivato dal suffragio universale:
come
sosteneva “Kelsen”, la democrazia, soprattutto quando è basata sulle elezioni e
non sul voto diretto in assemblea, deve essere sorretta da una dialettica
permanente tra maggioranza e opposizione, sia nella società che nelle
istituzioni.
La
democrazia è autonomia politica e ha un fondamento anarchico:
significa
non voler essere governati da nessun capo;
questo
è il principio dell’autogoverno, non quello di poter votare il proprio capo.
Il problema è allora come sia possibile
preservare l’autonomia in un sistema sociale e all’interno di un ordine
istituzionale nel quale fatalmente ci ritroviamo a dover obbedire anche a
quelle leggi in cui non ci riconosciamo;
insomma,
come conciliare la democrazia con questa inevitabile condizione di eteronomia
che è irriducibile nell’ordine politico?
Ciò è possibile a condizione di poter sempre
cambiare la maggioranza che governa, secondo regole che ci diamo, come quelle
del suffragio universale e della rappresentanza elettorale, e di poter sempre
confidare sui diritti di espressione, di parola e di associazione.
Insomma, è impossibile un ordine legale e
politico nel quale noi obbediamo sempre e solo a leggi che ci diamo e che
condividiamo.
La
discrepanza tra autonomia ed eteronomia è permanente e risolta provvisoriamente
con il diritto di cambiare maggioranze e di condizionare le maggioranze con
un’opposizione libera e forte, nonché una società civile non supina ma in grado
di esprimere dissenso.
La
possibilità di autocrazia non è mai superata, anzi risiede dentro la democrazia
stessa, la quale, proprio per questo, non è un sistema armonico e senza
conflitti.
A questo punto si comprende la rilevanza del
liberalismo, che non è necessariamente una forma di antipolitica ma piuttosto
una filosofia che pone il problema del limite del potere politico.
Da qui
occorre procedere per comprendere la differenza del liberalismo dal
neoliberismo.
Nel quadro storico-teorico brevemente
tratteggiato, emerge l’importanza della figura dell’individuo proprietario, la
soggettività moderna animata dal sentimento dell’autonomia sociale e politica.
Sappiamo
che il padre della filosofia liberale, “Locke”, ha giustificato la proprietà
con il lavoro, ovvero attraverso la responsabilità di prenderci cura dei nostri
bisogni, con la nostra fatica, la nostra intelligenza e la nostra inventiva.
Legando il diritto di proprietà all’impegno
personale e alla fatica, “Locke” aveva tuttavia ammesso che non tutto è
“naturale” (in questo caso pre-storico, nel senso in cui nella Genesi si
apprende che Dio nel paradiso terrestre condannò gli umani alla fatica del
lavoro).
Con
l’invenzione del denaro – un sistema di equivalenza artificiale o non naturale
– gli umani potevano non solo evitare i problemi connessi al baratto (non poter
razionalizzare e pensare in termini di futuro) ma anche raggirare il rapporto
diretto tra lavoro e proprietà – raggirare in effetti la dannazione della
fatica.
Questo,
per esempio, pagando degli altri per farli lavorare, cioè mettendo a contratto
la forza del lavoro, una forza naturale mercificata.
Di qui a legittimare la possibilità di
espansione illimitata della ricchezza e, all’opposto, della condizione
lavorativa come quasi una condanna eterna – cosa possibile con la
concentrazione di capitale nelle mani di pochi – il passo è breve.
Il
liberalismo ha il seguente problema endogeno:
mentre
solleva la questione della limitazione del potere politico e fornisce
importanti strumenti normativi e costituzionali per realizzarla, presuppone nel
frattempo che il potere economico in generale non incorra nello stesso problema
di arbitrio e assolutismo;
prima
di tutto perché il potere economico non dispone del potere coercitivo che
possiede lo Stato (ci si può licenziare da un padrone autoritario ma come farlo
con lo Stato?), poi perché esso resta un potere esposto al rischio del mercato.
La
ricchezza, pensano infatti i liberali, non gode mai di una condizione di
stabilità come invece lo Stato – per esempio quello monarchico del tempo di
Locke.
Per i
liberali, dunque, è anche evidente che il potere economico dei moderni non è
come quello dei nobili che era basato su codici di appartenenza per nascita,
piuttosto che sull’impegno personale.
La società borghese è individualista nel senso
che postula che ogni persona possa cambiare la propria condizione di vita
(parliamo oggi di scala sociale) – i diritti naturali alla proprietà, alla vita
e alla libertà teorizzati da Locke sanciscono questa condizione.
Tuttavia,
nelle società capitalistiche i sistemi politici fondati sui diritti civili
hanno reso la dimensione privata ed economica potente al punto che non sono
tanto gli individui i protagonisti, quanto le compagnie multinazionali e le
istituzioni finanziarie internazionali.
La
sfera economica ha acquisito una capacità di fuoco che va ben al di là
dell’intraprendenza individuale a cui pensava Locke.
Non si
tratta più semplicemente del singolo che si costruisce la propria casa e la
propria attività commerciale, ma di un sistema di capitalismo globale che
incorpora l’attività dei soggetti individuali e in qualche caso nega lo stesso
diritto di proprietà.
Le
compagnie monopolistiche globali sono esse stesse strutture normative con
gestione oligarchica e nessun controllo democratico.
Siamo
oggi ben al di là del capitalismo industriale a base familiare, come era quello
della FIAT degli Agnelli.
Le
multinazionali non sono proprietà di nessuno, non hanno radici in un qualche
Paese e cercano anche di avere una rappresentanza ufficiale nei paradisi
fiscali; riescono quindi a sfuggire a ogni obbligo fiscale nei Paesi da dove
estraggono il loro profitto.
La
loro deresponsabilizzazione le mette al di sopra della legge e le rende una
sfida alla sovranità degli Stati.
Di
fronte a questo nuovo sistema di potere economico il liberalismo classico ha il
fiato corto.
Dirsi
liberali oggi comporta quasi un’ammissione di contraddizione:
se la concezione dei diritti individuali di
libertà non si arma di raffinati strumenti di difesa, anche rispetto a queste
nuove forme di assolutismo conglomerato globale, si dimostra debole e,
soprattutto, non credibile.
Una
delle ragioni è che tra gli esiti del nuovo assolutismo delle concentrazioni di
potere economico e finanziario vi è la messa a repentaglio dello Stato di
diritto e delle democrazie costituzionali, che, infatti, mostrano di avere un
potere limitato e perfino non sovrano.
In questo modo le comunità politiche tutte –
non solo determinati gruppi sociali, ma le stesse sovranità statuali – sono più
deboli e, quel che è peggio, inducono i propri cittadini a pensarsi impotenti,
nonostante i diritti politici.
La
debolezza di capacità di intervento dello Stato in materie fiscali e di
politica economica può infatti indurre i cittadini a perdere la fiducia nelle
istituzioni e nella loro stessa forza aggregativa e politica.
“A che
cosa serve votare?” – questa sembra essere la domanda che trapela dalla
secessione, ormai di massa, dai seggi elettorali in quasi tutte le democrazie
mature.
La
stessa organizzazione sembra poter fare poco:
anche
se i lavoratori e i cittadini meno abbienti si uniscono per organizzare forme
di contestazione e rivolgere petizioni, a chi può interessare tutto questo,
visto che il gestore dell’azienda alla quale rivolgono le loro richieste non ha
il potere di condizionare la direzione, che sta probabilmente in un altro Paese
ed è pronta a rispondere alle contestazioni dei lavoratori portando altrove la
propria attività?
Le
armi della forza organizzata, che all’inizio dell’industrializzazione erano
fondamentali per i lavoratori, sembrano avere molta meno presa proprio per la
libertà che le aziende hanno di muovere i propri capitali e i propri
investimenti dove vogliono, completamente fuori del controllo degli Stati.
La
stessa libertà di movimento di cui godono le aziende è ben superiore a quella
goduta dai lavoratori.
Se
oggi ci troviamo di fronte a una società disgregata è anche perché l’arma
dell’associazionismo è meno potente;
le
tradizionali modalità di aggregazione hanno meno effetto.
Certo,
vediamo sempre più spesso forme incandescenti di reazione, ma si tratta per lo
più di fuochi fatui, che non producono alcun incendio e che vengono sedati con
facilità.
Tra le conseguenze di questa ineguale forza
sociale delle componenti economiche vi è una regressione delle democrazie a
forme meno democratiche e con minori possibilità di correggere le
disuguaglianze.
E la
secessione dai seggi elettorali di metà degli aventi diritto di voto è un segno
di quanto poco potente sia considerata oggi la rappresentata politica.
Questa
è la debolezza del liberalismo che ci dovrebbe interessare oggi.
È
evidente che i poteri da limitare e bilanciare non sono tanto o solo quelli
politici – che comunque devono essere monitorati e limitati – ma quelli
socio-economici.
Eppure,
ancora troppo poco interesse desta la questione sociale.
Sia
gli scienziati politici che gli opinionisti si concentrano sulle questioni
politiche e sui partiti, molto meno sulle intermediazioni sociali e sulla loro
ineguale capacità di influenzare la decisione politica e la rappresentanza.
Bisognerebbe tornare a guardare verso il
basso, o meglio fuori della sfera politica; e per fare questo l’armamentario
teorico del liberalismo è il meno adeguato.
Non si
può cercare nel liberalismo una modalità di pensare l’aggregazione sociale,
anche perché il liberalismo ha sempre ritenuto queste forme di coesione – dai
sindacati alle “comunità” – come una violazione dei diritti individuali e della
libertà negativa.
È
certamente vero che la comunità può essere anti-liberale, nel senso
peggiorativo per cui nel nome del bene del tutto vengono sacrificati
determinati diritti individuali.
Quindi,
il concetto di coesione richiede di essere specificato adeguatamente, ovvero,
non per chiedere che lo Stato rivendichi una coesione etico-nazionale pena lo
sfaldamento della società, ma per rivendicare una coesione civile fondata sul
rispetto delle libertà e dell’uguaglianza dei cittadini.
Ritornando
a “Jürgen Habermas”, quello che servirebbe oggi, anche in relazione ai
dibattiti sulla coesione europea, è un patriottismo costituzionale – non quindi
una coesione intesa come omogeneità religiosa o etnico-nazionalista.
Tornando
al liberalismo, esso costituisce sicuramente una fortezza per la protezione
degli individui dal potere politico, soprattutto dall’arbitrio della volontà
politica;
ma
bisogna parimenti riconoscere che, dentro a questa fortezza fatta di liberi
individui, emergono le condizioni per nuove forme di dominio che il liberalismo
non ha la forza di contenere.
Se esso non vuole essere identificato col
neoliberismo e vuole forgiare nuovi strumenti di difesa del valore della
persona, è necessario dunque che metta in piedi un armamentario teorico simile
a quello che ha dispiegato negli anni Cinquanta, all’inizio della Guerra
fredda, contro il totalitarismo.
In tal
senso, a mio avviso, è proprio al repubblicanesimo che bisogna guardare; questa
corrente di pensiero fornisce due elementi che possono essere decisivi al
liberalismo e che quest’ultimo non possiede:
l’idea
di libertà come non-dominazione e l’idea che la cittadinanza sia acquisto di
potere, non solo difesa dal potere.
Il potere statale oggi è fragile – soprattutto
rispetto ai potentati economici – anche perché c’è un forte scollamento tra il
testo costituzionale e il modo in cui effettivamente si opera attraverso e
rispetto alle istituzioni.
Andando
alle radici teoriche e storiche del repubblicanesimo, non vi troviamo soltanto
l’idea dei “buoni ordini”, o di norme costituzionali che incanalino e limitino
i poteri dello Stato;
troviamo anche una teoria del conflitto come
permanente condizione di libertà. Quest’ultima idea manca al liberalismo, che
si concentra sull’individualità e sulla sua protezione.
Il liberalismo ha incanalato il conflitto di
matrice repubblicana nelle istituzioni – attraverso la divisione dei poteri, i “check
and balance”, le carte dei diritti.
Gabriele
Pedullà, in un libro su Machiavelli in Tumult.
The Discourses on Livy and the Origins of
Political Conflictualism (Cambridge University Press 2018), ha mostrato come in
origine il repubblicanesimo – quello sorto nelle repubbliche italiane
dell’umanesimo – abbia fornito l’idea per cui il conflitto è la condizione
della stabilità delle istituzioni e della libertà stessa.
Se oggi i potenti – non solo le maggioranze di
governo, ma anche gli attori della società economia globale – sentissero il
peso e la forza dei concorrenti, cioè di quei molti che sono gli individui
dissociati o marginalizzati, avrebbero probabilmente più timore.
L’idea del timore che devono sentire tutti
coloro che hanno potere (anche quello economico, così come quello politico) è
alla base della stabilità nella libertà, la condizione per evitare forme di
monopolio, vecchie e nuove.
Oggi, invece, si tende a rifuggire dalla
conflittualità, in una ricerca costante e ossessiva del consenso;
ùeppure,
il dissenso e l’antagonismo hanno un valore di stabilizzazione dinamica del
sistema quando avvengono all’interno di norme condivise e ben congegnate.
Mentre
la tradizione socialista riconosce la sede della conflittualità in una
direttrice unica – la faglia di classe che divide operai e capitalisti – con la
tradizione repubblicana è possibile pensare a forme diverse di conflittualità:
oggi
gli agenti della rivolta sociale contro il dominio possono essere gli
immigrati, domani possono essere gli studenti, o altre minoranze
sottorappresentate e senza potere di parola.
Questo
non può che rinnovare e tenere viva la nostra democrazia, radicandola nella
libertà, civile e politica – poiché non c’è dissenso e opposizione se non
esiste la sicurezza delle libertà individuali.
La
sfida oggi sembra dunque consistere nel pensare a una forma sana di
conflittualità sociale.
Si
menzionava prima l’idea attualissima per cui un aggregato sociale (un gruppo,
una nazione, un’etnia) può diventare dispotico, sia al suo interno sia rispetto
all’esterno, verso gli altri gruppi sociali o comunità.
In
questo contesto di diffidenza verso le differenze, il liberalismo può tornare
nuovamente importante, alimentando la richiesta di tolleranza – come successo
in passato con il pluralismo religioso tra chiese e denominazioni cristiane.
Sono state le guerre di religione a far
crescere l’idea che i diversi possono convivere e coesistere.
La tolleranza, concetto fondamentale per”
Locke”, ha a che fare da un lato col pluralismo sociale, dall’altro con
l’espressione pubblica, libera, delle differenze.
Questa
lettura oggi sembra non bastare più.
La
tolleranza classica, fondata sulla privatizzazione delle fedi religiose, deve
essere affiancata a un progetto diverso, che vuole l’intervento della politica,
non la sua neutralizzazione:
le diverse etnie, le diverse religioni e le
diverse subculture che abitano le società democratiche contemporanee devono
avere l’opportunità di esprimersi in pubblico, e la loro presenza non deve
essere semplicemente tollerata, ma riconosciuta pubblicamente.
Abbiamo
assistito di recente alla polemica dei nazionalisti contro la scuola pubblica
con sede alla periferia di Milano che ha deciso di sospendere l’attività
scolastica nel giorno di conclusione del Ramadan.
Questa intolleranza al fatto che le differenze
non si limitino a convivere ignorate in mezzo alla maggioranza cattolica è un
problema di libertà.
Chi è cittadino e quindi è riconosciuto
formalmente (cioè ha diritto di voto) deve anche poter esibire pubblicamente la
propria identità culturale senza reazioni di discriminazione o addirittura di
repressione.
Le
società multietniche oggi si trovano di fronte a una domanda di riconoscimento
più che di tolleranza:
la
richiesta di essere visti come socialmente e culturalmente esistenti, parte
integrante della comunità.
Riconoscimento
e tolleranza sono dunque ciò che regola il conflitto al livello sociale.
Non
riguardano il rapporto con lo Stato, la cui azione non deve certo consistere
nel tollerare (o meno) i propri cittadini, ma riguarda l’applicazione e il
godimento dei diritti.
Nel
sistema liberal-costituzionale la tolleranza è una virtù delle persone, dei
cittadini:
si
tratta di una pratica molto difficile, ma senza la quale la democrazia non può
sussistere – senza la quale è solo la maggioranza ad avere potere.
In conclusione, il liberalismo dei diritti di
libertà e il repubblicanesimo come riconoscimento della dimensione conflittuale
che la libertà politica comporta sono le due tradizioni di cui la democrazia ha
oggi bisogno per rinvigorire la cittadinanza.
Non
sono certamente gli unici ausili, se è vero che la sofferenza sociale è
economica e non solo culturale.
Ma ci permettono di porre in discussione un
ordine di potere non inclusivo, che, soprattutto, cerca di identificare il
dissenso come un disturbo e la contestazione come una disfunzione.
(Nadia
Urbinati - Professoressa ordinaria di teoria politica alla Columbia University
di New York).
Come
guadagnare con
le
case nel 2025: la guida.
Crowdfundme.it
– (23 Febbraio 2025) – Redazione – ci dice:
Investire
in immobili può essere una scelta che determina ritorni d’investimento di
sicuro interesse.
Nel
2025 il “real estate” è un mercato piuttosto importante in Italia, perché
nutrito da una domanda che non diminuisce, e permette di guadagnare cifre anche
molto importanti.
Nell’articolo,
diverse strategie per gli investimenti immobiliari.
Guadagnare con le case nel 2025.
Le
previsioni per il 2025 indicano una graduale stabilizzazione del mercato
immobiliare, con una possibile riduzione dei tassi di interesse nel caso in cui
l’inflazione dovesse diminuire.
Questo
scenario potrebbe incentivare un maggior numero di famiglie a considerare
l’acquisto di una casa, sostenendo la domanda abitativa.
È
stimato che le compravendite possano superare le 700.000 unità, supportate da
politiche di incentivo all’efficienza energetica e da una crescente attenzione
verso immobili sostenibili.
Tuttavia,
come sarà dimostrato nell’articolo, per fare soldi con le case a volte non sono
necessari grandi capitali a propria disposizione.
Avere
un buon ROI nel real estate, guadagnare quindi con case e immobili di
proprietà, è possibile.
Le
strategie affrontate in questo articolo sono:
affitto
a lungo termine;
affitto
breve termine;
flipping,
chiamato anche fix and flip;
crowdfunding
immobiliare.
Il
mercato immobiliare a fini residenziali, una fotografia.
Per
una breve fotografia da cui partire:
a livello nazionale si è assistito ad una
flessione delle compravendite del 7,2% nel primo trimestre del 2024.
Il
numero di compravendite di immobili ad uso residenziale è stato di poco meno
che 155.000, una diminuzione di 12.000 compravendite rispetto allo stesso
periodo relativo al 2023.
I dati
arrivano dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare – Agenzia delle Entrate.
Si
tratta di un dato che deve essere contestualizzato, perché in Italia comunque
ci sono non meno di 300.000 nuclei familiari in cerca di prima abitazione.
Le
ragioni sono principalmente due:
banche
e istituti di credito stanno erogando meno mutui.
il
denaro ha un costo elevato, e per questa ragione la copertura finanziaria che
risulta essere sostenuta da un mutuo è ora del 38,6%.
Mentre nel 2022, nello stesso periodo, si era
al 51,9%.
Ciò
significa che meno acquisti di case sono sostenuti da mutui, mutui che ora è
più difficile ottenere.
Ad
aumentare è invece il numero di chi acquista una casa senza bisogno di mutuo,
una percentuale del 4,8%.
In un
simile quadro, è tuttavia possibile guadagnare con le case, a patto che si
conoscano modalità alternative, anche senza disporre di enormi capitali di
rischio, e conoscendo il proprio profilo di rischio.
Guadagnare
con le case nel 2025, le tendenze.
A
fronte delle modalità di investimento di cui si è tenuto conto finora, è bene
indicare alcune tendenze che possono aiutare nella decisione di acquisto di una
casa o di gestione di un immobile residenziale da mettere a reddito:
Domanda
stabile:
come indicato, in ogni caso la domanda di case è stabile, e il mercato
immobiliare destinato ad uso abitativo rappresenta comunque un settore
potenzialmente redditizio.
Innovazione
tecnologica:
ammodernare un immobile residenziale da mettere a reddito, attraverso l’affitto
ma anche attraverso una potenziale vendita, significa rivalutarlo tenendo conto
della domotica e dotandolo di elettrodomestici a consumo sostenibile.
In questo modo si può aumentare il valore
della proprietà.
Aspetto
della sostenibilità: il consumo sostenibile è una delle variabili che nei
prossimi anni sarà dirimente nella scelta di acquisto o di affitto di una
abitazione.
Lavorare
affinché l’immobile abitativo sia un asset sostenibile, dal punto di vista
ambientale, farà la differenza.
Guadagnare con gli affitti a lungo termine.
Tra le
forme di investimenti nel “real estate”, il guadagno attraverso gli affitti a
lungo termine rappresenta una strategia immobiliare consolidata che offre una
certa stabilità finanziaria.
Certamente, investire in proprietà per un
affitto residenziale implica l’acquisto di case, appartamenti o, più in
generale, unità abitative.
Si
tratta dunque di una forma di guadagno che implica un investimento anche di
100.000 euro, se non maggiore.
Dopo
l’acquisto dell’immobile, segue la locazione dell’immobile stesso con contratti
a lungo termine, di solito di almeno un anno.
Il
reddito che deriva dagli affitti può coprire i costi di ipoteca, tasse e
manutenzione, ottenendo anche un margine di profitto.
Vanno
tenute in considerazione le spese cui si va incontro.
Da
punto di vista fiscale, il Decreto Legislativo 50/2017 prevede una “flat tax”
che si traduce concretamente in una cedolare secca, ovvero una imposta sostitutiva sia di
Iperf che di addizionali, pari al 21% per affitti lunghi 4 + 4.
È necessario tenere in considerazione anche
l’insieme delle spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria.
Il
rendimento lordo medio, di una casa acquistata e poi messa in affitto, oscilla
dall’11,8% di Ragusa, al 5,4% di Milano, con una media nazionale del 7,8%.
Guadagnare
con gli affitti brevi.
L’affitto
breve, nel 2025, è una strategia immobiliare che offre vantaggi significativi
rispetto all’affitto tradizionale.
Per i
proprietari, rappresenta un modo ideale per guadagnare senza i rischi associati
agli affitti a lungo termine e senza vincolarsi a contratti prolungati.
La maggiore flessibilità consente al
proprietario di riprendere possesso dell’immobile in tempi rapidi, determinando
il periodo di permanenza dei propri ospiti.
Questa
modalità di affitto rappresenta una fonte di reddito passivo, e richiede meno
tempo ed energie rispetto agli affitti a lungo termine.
Anche
se si è in attesa di vendere la proprietà, l’affitto breve può offrire un
guadagno extra.
Guadagno
che mediamente può determinare anche un 30% di ROI rispetto agli affitti a
lungo termine.
A
Roma, per fare una stima, un appartamento medio può fruttare dai 3.500 fino ai
5.400 euro al mese, in base al numero dei giorni di affitto per mezzo di
piattaforme come “Airbnb”.
Il guadagno stimato per un appartamento è di
circa 2000 euro lordi, ma può variare in base alla tipologia di casa e alla sua
posizione geografica.
Tra i
luoghi in cui lo” short rent “rende di più, si segnala Bologna.
La
cedolare secca è del 21% per un solo immobile affittato, e arriva al 26% se gli
immobili affittati due o più di due.
Sfruttare
la locazione a canone concordato.
Gli
affitti di immobili ai fini residenziali come forma di reddito, nel 2025, sono
una possibilità di guadagno incentivata dalla Legge di Bilancio 2025.
Questa
infatti introduce significative agevolazioni fiscali per i proprietari che
optano per contratti di locazione a canone concordato.
Questi
contratti, che si distinguono per il beneficiare di canoni inferiori rispetto
al mercato libero, puntano a favorire l’accesso alla casa a fasce di
popolazione con redditi medio-bassi.
Una
delle principali novità riguarda la cedolare secca:
l’aliquota applicabile ai contratti a canone
concordato è stata ridotta al 10%, rispetto al 26% previsto per i contratti a
canone libero.
Con questo regime fiscale sostitutivo i locatori
evitano il pagamento dell’IRPEF e delle relative addizionali sul reddito da
locazione, oltre all’imposta di registro e al bollo sul contratto di affitto.
Inoltre,
per incentivare ulteriormente questa tipologia contrattuale, è prevista una
riduzione della base imponibile, per l’IMU, pari al 25%.
Acquisto,
ammodernamento e vendita.
Questa
pratica viene chiamata “flipping” o anche “fix and flip”, e consiste
nell’acquisto di un immobile, cui segue un ammodernamento e una vendita, con
l’obiettivo di generare una plusvalenza immobiliare anche in poco tempo,
rispetto alla data di acquisto dell’immobile.
Si è
quindi in un contesto nel quale l’acquisto di una casa è una forma di
investimento.
Una forma di investimento, si specifica, ad
alto rischio.
Il modello di fix and flip ha le sue origini
negli Stati Uniti e si è diffuso anche in altri Paesi, tra cui l’Italia.
Esistono
due modalità operative principali nel “fix and flip”:
l’acquisto
di proprietà sottovalutate o in difficoltà che vengono ristrutturate per poi
essere rivendute a un prezzo più elevato.
L’acquisto, in queste circostanze, avviene per
lo più attraverso aste immobiliari.
L’acquisto
di proprietà in mercati in cui i valori immobiliari sono in aumento, senza
necessità di ristrutturazione.
Questa
pratica può essere effettuata sia su immobili residenziali che commerciali, ma
è più comune nel settore residenziale per la sua maggiore commerciabilità, e
per il potenziale ROI dovuto all’apprezzamento del valore dell’immobile.
Allo
stesso tempo, questa modalità di guadagno implica il coinvolgimento diretto
tanto nell’acquisto, quanto nella ristrutturazione e infine nella rivendita
della proprietà.
A differenza di quanto accade con il “crowdfunding
immobiliare”.
Aree d’interesse per investire, e guadagnare con le
case, nel 2025.
Ci
sono alcune città di cui tenere conto, se si vuole guadagnare con le case in
Italia:
Roma:
la Capitale sta vivendo una piccola rinascita
immobiliare, con un aumento degli investimenti professionali che nel 2024 hanno
rappresentato il 17% del totale nazionale, rispetto all’11% del periodo 2020 –
2024.
Quartieri come San Lorenzo, Pigneto e
Garbatella sono in fase di riqualificazione, offrendo opportunità interessanti
per gli investitori.
L’Anno
Santo previsto nel 2025 e le nuove politiche urbanistiche stanno ulteriormente
valorizzando queste zone.
Milano:
zone
come Porta Romana e l’ex scalo ferroviario stanno beneficiando di una
importante trasformazione, grazie alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina
2026. Anche Lambrate registra una crescita di interesse.
Ha comunque prezzi competitivi, ma la loro
crescita costante la rende una scelta intelligente per chi vuole investire nel
mercato immobiliare milanese.
Bologna:
città
universitaria con un’economia dinamica, Bologna offre un mercato immobiliare
stabile.
Zone
come Bolognina e la zona della stazione centrale sono in fase di sviluppo,
rendendole ideali per investimenti destinati all’affitto a studenti e giovani.
Genova:
con
progetti di rigenerazione urbana in corso, Genova sta diventando sempre più
attraente per gli investitori.
Le
zone del centro storico e del porto antico offrono potenziali ritorni
interessanti, grazie anche alla crescente domanda di alloggi da parte di
famiglie e lavoratori.
Investire
nel “crowdfunding immobiliare.
Ci
sono infine il crowdfunding immobiliare e il lending crowdfunding, definibili
vere e proprie operazioni immobiliari finanziate.
Il
crowdfunding immobiliare e il lending crowdfunding sono due forme di
finanziamento collettivo da parte di investitori che contribuiscono
finanziariamente a progetti immobiliari o forniscono prestiti a singoli o
imprese. Entrambi
i modelli capitalizzano sulla partecipazione di una vasta gamma di investitori
attraverso piattaforme online.
Il
crowdfunding immobiliare consiste nel raccogliere fondi da parte di numerosi
investitori per finanziare progetti immobiliari.
Gli
investitori partecipano al progetto contribuendo con piccole somme di denaro
attraverso una piattaforma online dedicata.
In
cambio, ottengono una quota di proprietà o profitto dal progetto.
Questo
modello consente agli investitori di diversificare il loro portafoglio
immobiliare con importi accessibili e offre agli sviluppatori un’alternativa al
finanziamento tradizionale.
Il
lending crowdfunding, invece, è una tipologia di raccolta di fondi da parte di numerosi
investitori per fornire prestiti a individui o imprese.
Gli investitori diventano creditori,
contribuendo con somme di denaro che vengono successivamente prestate a coloro
che ne hanno bisogno.
Questi
prestiti possono essere destinati a diverse finalità, come finanziare
un’impresa o consolidare debiti.
Gli
investitori ricevono un rendimento sotto forma di interessi sui prestiti che
hanno finanziato.
Entrambi
i “modelli di crowdfunding” offrono diversificazione degli investimenti e
accesso a opportunità altrimenti riservate a investitori istituzionali.
In Italia nel primo trimestre del 2023 gli
investimenti in crowdfunding immobiliare si sono assestati sui 95 milioni di
euro.
Un
numero, questo, che indica la crescente tendenza verso modalità di
finanziamento più collaborative e accessibili.
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