Arricchirsi con la politica.

 

Arricchirsi con la politica.

 

 

Politica estera.

Così la politica non

lo ha reso più ricco.

Ilgiornale.it - Francesco Maria Del Vigo – (3 Aprile 2025) – ci dice:

 

Il “Financial Times” ha definito questa fase della sua vita come "l'autodistruzione di Musk."

Non sapremo mai per quale motivo Elon Musk abbia deciso di buttarsi nella bolgia della politica americana, lui, nato in Sudafrica, cittadino canadese naturalizzato statunitense con in testa Marte come prossimo indirizzo di residenza.

Roba fuori dal mondo, letteralmente.

Non sapremo mai perché sia sceso in campo, se per egocentrismo, brama di potere o noia, ma in compenso sappiamo perché non lo ha fatto: per soldi.

Perché, l'uomo più ricco del mondo, ne ha persi tanti di soldi da quando si è infilato nel vicolo cieco della politica, 100 miliardi in due mesi secondo il “Financial Times”, che ha definito questa fase della sua vita come «l'autodistruzione di Musk».

 

E qui c'è l'ennesima anomalia dell'uomo Musk.

Tendenzialmente chi entra in politica ne esce più ricco.

 Lui, che a detta di molti avrebbe incarnato il più grande conflitto di interesse, ne esce con meno denari nelle tasche.

Sempre ricchissimo, ma con un impero economico meno florido rispetto a prima.

A partire da Tesla, l'auto elettrica che per anni ha rappresentato il sogno della sinistra ecologica e progressista e che ora è diventata bersaglio di attacchi politici e financo terroristici.

Prima erano un simbolo, ora le danno alle fiamme.

Eppure era tutto evidente, era chiaro che far coincidere la propria immagine politica - così divisiva e complessa -, con quella delle proprie aziende e dei suoi prodotti avrebbe finito inevitabilmente per danneggiare le une e gli altri, finendo per ridurre lo spazio di mercato appetibile.

Uno che si è inventato “Paypal”, ha trasformato l'auto elettrica in uno status symbol e produce razzi che tornano da soli a terra, non poteva non aver capito che l'esperienza politica lo avrebbe danneggiato.

 

Ecco, questo è il punto: non poteva non saperlo e lo ha fatto.

Così l'imprenditore geniale e cinico, il cyborg del tecno-capitalismo, l'alieno della politica, l'algido calcolatore di profitti assume nuovamente un ruolo umano e fallibile.

Ha scelto di far politica - ipotizziamo - sapendo di erodere una parte del suo immenso patrimonio.

Magari non una parte così cospicua.

E lo ha fatto comunque - ipotizziamo ancora - perché in fondo, lui, a quella rivoluzione anarcocapitalista credeva veramente.

 Visionario e sognatore, con la consapevolezza che i sogni e gli incubi, alla fine dei conti, sono fatti della stessa materia.

E ora, se come dice il sito di informazione “Politico”, l'imprenditore dovesse ritirarsi dall'attività politica, l'enigma Musk si arricchirebbe di una ulteriore complicazione somigliando sempre più a quel genio eccentrico e spesso incompreso che ha ispirato le sue vetture: “Nikola Tesla”.

 

 

 

 

 

Gaza, la “Soluzione Finale” Ideata

da Israele e Rivelata da Netanyahu.

Conoscenzealconfine.it – (4 Aprile 2025) - Alessandro Ferretti – ci dice:

 

La “soluzione finale” che Israele ha scelto per Gaza è stata rivelata da Netanyahu in persona.

Israele ordina l’evacuazione totale di Rafah: oltre un milione di civili ammassati a “Mawasi”, senza acqua né cibo.

Da 35 giorni nessun aiuto entra a Gaza.

Netanyahu annuncia il piano di “migrazione volontaria”:

 fame e terrore come strumenti di espulsione e genocidio.

Con l’ordine di evacuazione intimato da Israele alla popolazione di tutta Rafah, il piano israeliano di pulizia etnica/sterminio della popolazione di Gaza è ormai pienamente definito.

In dieci giorni l’esercito di occupazione ha lanciato una serie di volantini che obbligano praticamente tutta la popolazione di Gaza a lasciare le loro case/tende/rifugi di fortuna per andare a “Mawasi,” una microscopica striscia di terra a nord-ovest di Rafah.

Tutto il resto della Striscia verrà occupato militarmente dall’esercito, che ha già iniziato le operazioni di conquista.

Una volta ammassata tutta la popolazione in una sola zona, bisogna poi espellerla per sempre… e a questo ci penseranno non solo le bombe e il terrorismo indiscriminato, ma soprattutto la fame e la sete.

 

Da 35 giorni neanche un singolo camion è entrato nella Striscia:

il blocco imposto da Israele è totale e riguarda tutto, sia gli aiuti umanitari che il traffico commerciale.

Niente cibo, acqua, medicine, carburante, tende, vestiti, niente di niente.

Pochi giorni fa a Gaza una patata da due etti e mezzo veniva venduta a 10 dollari, e il 1° Aprile è stata annunciata la chiusura di tutti i panifici ancora aperti per mancanza di farina e carburante.

L’elettricità è stata totalmente tagliata, e i quadricotteri bersagliano sistematicamente i pannelli solari che consentono di mantenere una piccolissima disponibilità di energia.

Il piano lo ha spiegato esplicitamente Netanyahu in persona, giusto ieri:

non solo Hamas deve lasciare la striscia, ma in ogni caso tutti i civili verranno fatti oggetto del piano di “migrazione volontaria” proposto da Trump, ovvero un biglietto di sola andata per un posto qualsiasi:

“Siamo pronti a discutere la fase finale della guerra.

Hamas deporrà le armi e ai suoi leader sarà permesso di andarsene.

 Ci prenderemo cura della sicurezza a Gaza e implementeremo il piano di migrazione volontaria di Trump.

 Questo è il nostro piano, non lo nascondiamo e siamo pronti a parlarne in qualsiasi momento.”

La fame e la sete saranno le armi principali, e ciò significa un crescendo di orrori oltre ogni misura.

 Neanche i nazisti erano riusciti nell’impresa di togliere il cibo a un popolo di due milioni di persone, ammassato, assediato e senza alcuna via di fuga.

Quello che succederà sarà oltre ogni immaginazione.

 

Il livello di atrocità di un simile piano è talmente gigantesco che Israele vuole arrivarci con una strategia simile a quella di Mitridate:

 alzare costantemente il livello di terrore, per normalizzare il più possibile il genocidio contando sull’indomito sostegno degli alleati “democratici”.

Così si spiega l’impennata di assassinii mirati di giornalisti, il diluvio di bombe (circa cento bambini ammazzati ogni giorno, negli ultimi dieci giorni), l’incredibile deliberata esecuzione di 15 operatori della Mezzaluna Rossa:

 tanta ferocia serve a mostrare al mondo che Israele non si fermerà davanti a nulla, anche dovesse ammazzare ogni singolo palestinese.

So che non è facile abbandonare ogni illusione, ma dobbiamo abituarci all’idea: i nostri governi, quasi tutti i nostri partiti (inclusi quelli all’opposizione), le nostre élites intellettuali, il nostro sistema dell’informazione erano consapevoli di tutto ciò, sin dall’inizio.

Non solo non hanno intenzione di muovere un dito per impedire questo crimine, ma addirittura fanno il tifo affinché Israele sia rapido e definitivo, in modo da sollevarli alfine dalla fatica costante di nascondere l’evidente, giustificare l’ingiustificabile, far accettare l’inaccettabile.

Questi disumani pazzi e furiosi credono davvero che dopo questa atrocità tutto tornerà come prima, perché credono sinceramente che il resto del mondo sia uguale a loro:

menefreghisti, corruttibili, amorali, egoisti, disposti a vendere moglie e figli in cambio di mezzo piatto di lenticchie, per cui nulla ha valore e tutto ha un prezzo.

Lo hanno creduto molti potenti, lungo i millenni della storia umana:

e ogni volta questi criminali hanno scoperto che il bisogno di umanità è insopprimibile e che riemerge e si prende la rivincita, nonostante la ferocia, anche a costo della vita stessa.

Ora, come da un anno e mezzo (e 75 anni) a questa parte, il dovere di una persona umana è chiaro:

 restare tale, continuare a parlare di Palestina, continuare a denunciare le bugie, i crimini, i criminali, in ogni caso e in qualunque situazione, anche nel caso che tutto ciò non servisse a fermare la banda di assassini matricolati che in questo momento detiene il potere.

Come ha scritto “Ori Goldberg”, attivista israeliano:

“Pensavo che il motivo per parlare contro l’ingiustizia fosse utilitaristico:

 se non parlo quando vengono perpetrate contro gli altri, sarò la loro vittima.

 Ora la penso diversamente. Non parlo per paura del mio futuro. Parlo dal mio presente, dalla paura di diventare un uomo vuoto: vuoto proprio come i genocidari e i loro complici, attivi o ignavi che siano”.

(Alessandro Ferretti).

kulturjam.it/in-evidenza/gaza-la-soluzione-finale-ideata-da-israele-e-rivelata-da-netanyahu/).

 

 

 

BlackRock, come il capitale finanziario

controlla la politica in USA e UE.

 Contropiano.org - Werner Rügemer - Giacomo Marchetti – (10 – 02 – 2021) – ci dicono:

 

Quando guardiamo alla realtà materiale che sta alla base del sistema economico finanziario in Occidente, e la sua sempre maggiore pervasività nella capacità di orientare complessivamente la politica, ci accorgiamo di come la parola democrazia sia un vecchio arnese inservibile per le élites che governano il mondo occidentale.

Inutile, quindi, fare un “test di democraticità” come criterio di interpretazione delle dinamiche politiche del mondo in cui viviamo.

Certo il suo valore evocativo è utile nella costruzione di “narrazioni” da vendere al popolino, soprattutto quando la comunicazione politica costringe a spacciare un ipotetico “nuovo prodotto” da piazzare sul mercato, rappresentandolo nella veste di “migliore soluzione” per una crisi di governance che porta le forme della democrazia ad un impasse.

Questo blocco è in realtà solo l’espressione fenomenica delle convulsioni di una più profonda crisi sistemica. cui le classi davvero “dirigenti” vorrebbero dare un output preciso, diverso dalla loro radicale rimozione da parte dei subalterni ed alla costruzione di un sistema sociale alternativo.

“Hanno fallito, che se ne vadano!”.

 Od in termini più caustici: “Andiamo a bruciargli la casa!”, come ci ha suggerito la rivolta dei Ciompi a Firenze diversi secoli fa.

Il marketing politico pro-Draghi, come quello pro-Biden per gli Stati Uniti – al netto del disgustoso servilismo del giornalismo nostrano e dell’altrettanto deprecabile opportunismo della classe politica tutta, da Fratelli d’Italia a Leu – nel nostro ridotto nazionale è l’esempio più lampante di questa tendenza ad incensare “la democrazia” proprio quando smette di esistere.

Negli Usa, certo, tutto è in un ordine di grandezza più grande, anche nelle tecniche di storytelling per narrare la pretesa “rottura” con il recente passato.

Parole appunto come “rappresentanza”, “sovranità”, “democrazia”, “sviluppo”, in bocca agli esponenti delle élite, hanno la stessa credibilità delle promesse d’amore di un marinaio, tanto è distante il significato concreto da quello che dovrebbero rappresentare e che hanno storicamente – in parte – incarnato sotto pressione di un movimento operaio organizzato, dotato di una prospettiva strategica concreta.

Chiacchiere sulla democrazia a parte, chi tiene in mano le redini del sistema è un numero sempre più ridotto di imprese economico-finanziarie che – in termini un po’ vetusti nella forma, ma attualissimi nel contenuto – potremmo chiamare senza orpelli: dittatura del capitale monopolistico.

Gli Stati imperialisti, o i poli imperialisti in formazione, in diverso grado, ne diventano conseguentemente un’espressione piegando il pubblico agli interessi del privato (e non il contrario).

 E non importa se le fragilità di tale modello impediscono strutturalmente di affrontare i nodi inaggirabili che pone la fase storica, iperbolizzati dall’acuirsi della crisi pandemica.

Gli uomini e le donne di queste corporations vengono chiamati come consulenti dagli stessi attori statali – dalla Federal Reserve negli USA alla Commissione Europea nella UE, per non citarne che due – per orientare scelte strategiche.

 

Larry Fink, ceo di BlackRock, con Janet Yellen, ex presidente della Federal Reserve e nuovo ministro dell’economia Usa sono al comando.

I loro dirigenti siedono nei board sia delle imprese di dimensioni mondialmente rilevanti, sia in quello di chi le finanzia.

Alcune di queste hanno in mano gli hub della tecnologica che di fatto orientano i mercati stessi e conferiscono un profilo un po’ vintage a quello che erano le “piazze borsistiche”, che dovrebbero determinare il valore fluttuante delle azioni quotate secondo “il principio della domanda e dell’offerta”, come centro pulsante dei mercati finanziari.

 

È il caso della piattaforma privata” Aladdin”, che controlla un flusso mostruoso di informazioni e di dati economici sensibili, che orientano le scelte di investimento di chi se ne serve, cioè i maggiori investitori internazionali – più di 900 clienti in una sessantina di Paesi -, divenuta insieme alle altre, di fatto, una sorta di sistema nervoso centrale dell’economia finanziaria mondiale.

Una “scatola nera” in grado di monitorare in tempo reale la finanza che viaggia sui bit. Un vantaggio strategico per chi la usa, a discapito degli altri…

I membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

 

Un” novum”, per certi versi, nella storia politico-economica del capitalismo, che dà la cifra di ciò di cui stiamo parlando è certamente BlackRock, di cui si occupa l’articolo tradotto e pubblicato qui di seguito, in particolare per ciò che concerne la sua rilevanza nella politica nord-americana.

Si tratta del più grande gestore di fondi di investimento mondiale – anche per conto di fondi pensionistici privati, a cominciare da quello giapponese, è il più imponente – che possiede tra l’altro la maggiore o la seconda quota di proprietà in 13 delle 15 prime banche europee (Santander, HSBC, Credit Suisse, ecc), in grado dunque di determinare le scelte di indirizzo degli istituti bancari. BlackRock detiene un portafoglio di centinaia di miliardi di dollari, investiti dalle tre big della tecnologia statunitense (Apple, Goggle, Microsoft), che controllano tra l’altro il tessuto connettivo ed i big data della “nostra comunicazione” digitale e, come stanno dimostrando fatti recenti, la possibilità o meno di comunicare (anche se sei il Presidente Usa!).

 

Per non citare che un aneddoto, BlackRock – in un palese conflitto di interessi – ha ricevuto da parte della Commissione Europea l’incarico di consulente per le scelte finanziarie rispetto alla sostenibilità ecologica degli investimenti.

Il più acceso sostenitore di questa scelta, di fronte ai suoi critici, è stato il Capo della Commissione Finanziaria della UE, Valdis Dombrovskis, per intenderci…

 

Esiste Il CEO of BlackRock, Larry Fink con Emmanuel Macron.

Ripetiamo: BlackRock orienta il processo di finanziamento della “transizione ecologica” dell’economia della UE, che ha assunto un ruolo chiave nel rilancio economico continentale in toto e nell’articolazione dei Paesi Membri, attraverso quelli che saranno i singoli “recovery plan” nazionali, vincolati alle decisioni UE su due aspetti in particolare: economia green e sviluppo digitale.

Ricordate: gestisce gli investimenti delle tre big della tecnologia, e per esempio è il terzo azionista di Apple, nel cui board siede Sue Wagner, di BlackRock…

Questo gigante è uno degli attori economici cresciuto di più nella pandemia: valeva 7,8 mila miliardi di dollari, nel terzo trimestre dell’anno scorso, 8,68 nell’ultimo trimestre, e le sue azioni sono aumentate del più del 20% durante l’ultimo anno.

 Mentre milioni di persone morivano a causa delle politiche disastrose prese dall’Occidente per affrontare la pandemia, aumentava la povertà e la vulnerabilità sociale, BlackRock cresceva e ha continuato a crescere.

Insieme ai rivali “ETF” e “Vanguard”, controllava già un quinto del totale delle azioni quotate a Wall Street nel 2017 – erano poco più del 5% nel 1998.

 In questi tre anni sono aumentate, e uno studio di Harvard citato dal Financial Times mostra questa stupefacente progressione prevedendo che potrebbero controllare il 40% nel 2040!

 

Tre corporations divenute un Leviatano finanziario!

In questo tripudio di miliardi di dollari guadagnati e fatti guadagnare ai propri clienti, Lawrence Fink, Wally Adeyemo, Michael Pyle, tre uomini di BlackRock, sono stati scelti per ruoli chiavi nella nuova amministrazione Biden, che con la sua famiglia è parte integrante del più grande “paradiso fiscale mondiale”, cioè il piccolo Stato del Delaware.

 

“Il Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti, ma il più grande paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori idonei”, scrive” Rügemer”, scrittore prolifico ed autore tra l’altro di un studio fondamentale per comprendere il capitalismo del XXI secolo e l’ascesa dei nuovi attori finanziari tra cui BlackRock.

Come sempre è meglio affidarsi al vecchio adagio follow the money,  piuttosto che ingurgitare le “auto-narrazioni” edificanti del nemico di classe.

 

Larry Fink è con Donald Trump.

Non appena è stato chiaro che Joe Biden avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane, si è portato a bordo Brian Deese, capo del dipartimento per gli investimenti sostenibili globali della società d’investimento americana BlackRock, e che ricoprirà il ruolo di capo economista del presidente neo eletto.

 

Il CEO di BlackRock – Lawrence Fink – è sostanzialmente il portavoce del capitale mondiale occidentale per la “sostenibilità”. E la “sostenibilità” sarà il segno distintivo della nuova amministrazione.

BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo con sede a New York e gestisce un patrimonio totale di quasi 8.000 miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa.

Segue la seconda nomina per Wally Adeyemo, consigliere principale del presidente Obama per le relazioni economiche internazionali e successivamente passato a BlackRock come capo dell’ufficio legale di Fink e dal 2014 è stato presidente della Fondazione Obama.

 Ora, sotto Biden, diventerà vice segretario del Tesoro.

 

Poi è arrivata la terza nomina per Michael Pyle, responsabile delle relazioni finanziarie internazionali al Dipartimento del Tesoro sotto Obama, diventato poi capo della strategia di investimento globale presso la BlackRock e a breve ricoprirà il ruolo di capo economista della vicepresidentessa Kamala Harris.

Ecco come funziona la porta girevole della democrazia capitalista statunitense: da BlackRock al governo, dal governo a BlackRock e così a ripetere.

 

Biden: è il lobbista per il più grande paradiso fiscale sulla terra.

Biden è stato senatore dello stato del Delaware per ben 35 anni, dal 1973 al 2009, dove iniziò una fitta campagna politica quando era ancora un giovane avvocato d’affari di 29 anni.

 

Il Delaware è un piccolo stato con meno di 1 milione di abitanti ma il più grande paradiso fiscale e finanziario delle imprese nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Il numero di società di comodo è almeno il doppio del numero di elettori idonei. E quasi tutte le maggiori compagnie e banche degli Stati Uniti – o le loro filiali – hanno qui la loro sede legale e fiscale.

Decine di migliaia di società e banche di tutto il mondo, dall’Ucraina al Messico, passando per la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, hanno il loro domicilio legale nel Delaware [uno stato che fu del resto creato dalla Dupont Chemical Company!].

La lista delle partecipazioni della sola Deutsche Bank mostra diverse decine di società di comodo a Wilmington, la piccola capitale del piccolo “Lussemburgo degli Stati Uniti”, come viene spesso chiamato il Delaware.

Nel mini-stato del Lussemburgo – così centrale per l’Unione europea – regna Sua Altezza Reale il Granduca Henri, della dinastia Lussemburgo-Nassau. Nel Delaware il clan Biden governa con a capo il senatore [ora presidente] Biden.

Il figlio Beau Biden è diventato procuratore generale dello Stato senza fare una minima gavetta politica ed il figlio Hunter Biden è un attivo speculatore finanziario in Ucraina.

Joe Biden ha recentemente ricevuto donazioni per le sue campagne elettorali da grandi aziende digitali come Alphabet/Google, Microsoft, Amazon, Apple, Facebook e Netflix, così come JPMorgan Chase, Blackstone e Walmart. Ma anche le aziende del Delaware hanno promosso il loro influente senatore, tra cui la società di carte di credito MBNA e John Hynansky, un businessman statunitense di origini ucraine che domina l’esportazione di SUV premium in Ucraina.

 

Biden, come senatore a Washington, ha sempre votato con i repubblicani sulle principali deregolamentazioni del settore finanziario e, con lui, il Delaware membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare  senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

E si è espanso fino a diventare il più grande paradiso finanziario del mondo. Ciò implica che abbia anche una propria costituzione aziendale volta al “libero mercato” ed un sistema giudiziario che va nella stessa direzione politica.

 

E naturalmente anche la BlackRock – che co-governa a Washington – ha la sua sede legale a Wilmington, in Delaware.

 

“(America) con  BlackRock First.”

La BlackRock è un importante società azionista in circa 18.000 aziende, banche e società di servizi finanziari negli Stati Uniti, UE, Gran Bretagna, Asia e America Latina. In tre decenni la BlackRock è cresciuta fino a diventare il più grande organizzatore di capitali nell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, principalmente raccogliendo e investendo il capitale dei super-ricchi.

Possono diventarne clienti solo le più grandi famiglie d’affari o i top manager con un capitale di almeno 50 milioni di dollari.

 Un investitore come BlackRock promette profitti più alti di quelli che possono essere guadagnati nelle normali operazioni finanziarie, diversificando le proprie pratiche capitalistiche.

 

BlackRock non impiega cassieri agli sportelli, né offre un servizio clienti pubblico. I super-ricchi trasferiscono il loro denaro direttamente.

 Ecco perché l’apparato di gestione di BlackRock ha solo 16.000 impiegati per gli 8.000 miliardi di dollari di capitale che gestisce – mentre Deutsche Bank deve mantenere 87.000 impiegati per meno di un centesimo del capitale totale.

BlackRock è anche il più grande organizzatore di società di comodo. Il capitale dei super-ricchi viene investito per ognuno di loro in una speciale società di comodo in un paradiso finanziario tra Delaware, Isole Cayman e Lussemburgo. Allo stesso tempo, questi investitori sono resi anonimi e invisibili al pubblico, alle autorità fiscali e ai regolatori finanziari.

Così, il 5% circa delle azioni della società di lignite RWE sono distribuite tra 154 società “letter box” in una dozzina di paradisi finanziari, sotto nomi come BlackRock Holdco 4 LLC, BlackRock Holdco 6 LLC, e simili.

 Naturalmente, BlackRock non commette essa stessa evasione fiscale, ma offre l’opportunità di farlo (detto in altre parole: Favoreggiamento).

Inoltre BlackRock gestisce “ALADDIN”, la più grande struttura robotica per la raccolta e lo sfruttamento di dati finanziari ed economici.

 Nell’arco di nanosecondi i valori e le performance di tutte le azioni e altri titoli delle borse del mondo vengono catturati e utilizzati speculativamente per la compra vendita.

I membri di spicco di questi mostri economico-finanziari sono parte integrante di quel sistema a porte girevoli delle democrazie occidentali (sia negli Usa che nell’Unione Europea), in un ciclo “virtuoso” – per loro e i loro complici – che fa inanellare senza sosta incarichi passando dal management aziendale alla direzione politica, e vice versa, con contemporanee presenze nei think tank e nelle lobby che determinano i quadri concettuali della politica e le scelte di fondo di quest’ultima.

BlackRock è co-proprietario di 18.000 aziende – in Germania ad es. di Wirecard – comprese tutte le corporazioni digitali come Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook, ed è anche co-proprietario delle due maggiori agenzie di rating, Standard & Poor’s e Moody’s.

In quanto più grande insider del globo, BlackRock può accedere ad importanti dati in modo velocissimo e prima di altri co-speculatori.

Inoltre, è principale gestore finanziario dei super-ricchi occidentali e dunque ignora completamente i possibili danni alle economie nazionali e l’impoverimento degli Stati attraverso la continua evasione fiscale organizzata, tanto che persino l’Unione Europea rimane impotente contro questo colosso e il suo meccanismo, oppure ne diventa complice.

 

Inoltre, le aziende che BlackRock acquista e di cui diventa co-proprietario – come, per esempio in Germania, tutte le maggiori società tedesche che negoziano alla Borsa di Francoforte – sono proficuamente “ristrutturate”, rimpicciolite, parzialmente vendute (come è attualmente il caso della ThyssenKrupp), fuse (come nel caso di Bayer-Monsanto), accompagnate da tagli di posti di lavoro, outsourcing, delocalizzazioni e simili.

Come principale azionista di Amazon, per esempio, il predicatore della sostenibilità Fink non ha mai detto nulla contro gli attacchi antisindacali (compresi di minacce e licenziamenti) all’interno dei magazzini del colosso della logistica, o dei bassi salari sui quali si arricchisce Jeff Bezos.

Viene spesso sostenuto, non solo dai lobbisti di BlackRock come Friedrich Merz, ma anche dalla sinistra, che con le quote del 5% BlackRock, come in RWE – sicuramente non può far passare nessuna decisione!

E invece sì, è possibile, perché con BlackRock di solito ci sono sempre, in composizione variabile, una dozzina di organizzatori di capitale a lei simili, che allo stesso tempo sono anche azionisti, per esempio Vanguard, State Street, Amundi, Norges, Wellington, Fidelity, Capital Group – e si accordano tra loro.

 

Il governo degli Stati Uniti sotto Biden sta dimostrando di essere il governo che persegue gli interessi sia dei vecchi che dei nuovi super-ricchi. Si tratta di una minoranza capitalista ed egoista che rappresenta forse l’1,5% della popolazione di tutti gli Stati Uniti.

 

Tuttavia BlackRock rappresenta anche gli interessi di minoranze ricchissime in altri importanti paesi come la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Svezia, la Spagna, il Messico: tutti con il loro capitale discrezionale investito in BlackRock & Co.

 

Obama, Trump, Biden: sono tutti con BlackRock.

Nel 2008, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama incaricò BlackRock di gestire la crisi finanziaria e decidere quali banche, quali compagnie di assicurazioni, quali società sarebbero state salvate.

BlackRock intascò un compenso di 3 milioni di dollari per questo – ma ancora più importante fu la benedizione ufficiale dello Stato.

Questa includeva la nomina come consigliere della più grande banca centrale del mondo occidentale, la Federal Reserve Bank.

 Quello fu il colpo di partenza per la salita finale nell’aumento annuale del 10% del capitale raccolto e distribuito fino agli ormai 8.000 miliardi di dollari.

 

Oltre ad aver conferito a BlackRock la nomina come consigliere della Banca Centrale Europea (BCE) e, più recentemente, nel 2020, come consigliere della Commissione Europea a Bruxelles per la nuova formula di rinnovamento capitalista ESG: Environment, Social, Government.

Anche sotto Trump, BlackRock non è affatto scomparsa dalla scena economico-politica.

Dal marzo 2020, e come consulente della Federal Reserve, BlackRock ha gestito il programma di salvataggio Covid19, molto simile al “Corona Recovery Program” dell’UE da 750 miliardi (qui noto come Recovery Fund, ndt).

 

Il CEO di BlackRock – Fink – era in corsa per diventare il segretario al Tesoro di Hillary Clinton. Ma quando il vincitore delle elezioni Trump ha tagliato le tasse sulle società, l’agile Fink lo ha lodato, dicendo: “Trump è un bene per l’America.

BlackRock è parte attiva di “America First“, indipendentemente da quale dei due partiti monopolistici statunitensi sia al potere.

(L’articolo è stato tradotto dall’inglese da Gaia Sartori Pallotta.workers.org/2021/01/54092/).

 

 

 

 

 

Il potere dei soldi: perché i ricchi

americani finanziano la politica.

  Treccani.it - Stefano Rizzo – (24 settembre 2024) – ci dice:

 

La campagna per le elezioni presidenziali è in pieno svolgimento ed entrambi i candidati si stanno spendendo con grande impegno per far sapere agli elettori quanto sono partecipi dei loro problemi e come intendono risolverli.

 È difficile immaginare due candidati più diversi, eppure al centro del messaggio di Harris e di Trump (la diagnosi è quasi la stessa, sono le ricette che divergono) ci sono sempre le non brillanti condizioni economiche del mitico ceto medio (lavoratori manuali compresi), delle famiglie e dei singoli che soffrono a causa dell’inflazione, soprattutto per il rincaro dei generi alimentari, del costo dell’energia, per l’impossibilità di comprarsi una casa, pagare le spese mediche, mandare i figli all’università, o fare una vacanza.

 E ancora, nel pacchetto delle lagnanze comuni ad entrambi i candidati, seppure con enfasi diversa, figurano sempre la criminalità (fuori controllo per Trump, in diminuzione per Harris), l’immigrazione (troppa per entrambi), il diritto di portare armi (sacrosanto per tutti).

Quando parlano di questi problemi nei comizi, nei dibattiti, nelle interviste, nelle migliaia di spot pubblicitari, i candidati non si limitano a rivolgersi ad un elettorato indifferenziato ma, come è nella tradizione localistica e identitaria del paese, si rivolgono di volta in volta a diversi segmenti della popolazione -- bianchi, neri, latini, asiatici, giovani, anziani, uomini, donne, abitanti del Sud, del Nord, del Midwest, delle coste -- e per ognuno di questi regolano il proprio messaggio e propongono soluzioni ai loro problemi specifici.

 

Ma c’è una categoria di persone, anch’essa con una chiara identità etno-sociologica, di cui i candidati non parlano mai, che è assente dalle piattaforme programmatiche dei partiti, dal dibattito politico, relegata solo a qualche oscura statistica sui quintili e i differenziali:

sono i ricchi e i superricchi americani.

Anni fa, nel novembre del 2011, ci fu un movimento che si chiamò “Occupy Wall Street”, che per qualche settimana attirò l’attenzione dei media e della politica. Quei manifestanti denunciavano la smisurata, e crescente, concentrazione della ricchezza del paese nell’uno per cento della popolazione, i ricchi, e l’ancor maggiore concentrazione nello 0,1 per cento, i superricchi, al grido di “Noi siamo il 99 per cento”.

Ma durò poco.

 Bastarono un po’ di cariche della polizia a far tornare i generosi attivisti a casa e gli studenti nelle loro università.

 Oggi di 1 per cento nessuno parla più, certamente non i due candidati alla presidenza.

 

Questo silenzio dovrebbe apparire strano perché i ricchi e i superricchi sono molto importanti, non solo in genere, ma in particolare nelle campagne elettorali.

 Dai dati forniti dalla” Commissione elettorale federale” (FEC) a fine agosto cinquanta grandi donatori hanno versato nelle casse di entrambi i partiti circa un miliardo e mezzo di dollari per finanziare tutte le campagne elettorali (presidente, senatori, deputati, parlamentari locali), di cui un terzo sono andati ai democratici e due terzi ai repubblicani.

Molti dei nomi di questi “benefattori della politica” sono noti anche al grande pubblico:

dal maggiore donatore (165 milioni) Timothy Mellon, a Kenneth Griffith, George Soros, Michael Bloomberg, gli eredi di Sheldon Adelson, Charles Koch (tutti nell’ordine di decine di milioni) fino al petroliere Timothy Dunn (solo nove milioni!).

Come ci si può aspettare, la maggior parte di costoro sono maschi (le donne sono quasi sempre le mogli) e bianchi al 90 per cento.

 Per ciascuno di loro, che possiede un patrimonio valutato da Forbes di decine o centinaia di miliardi di dollari, regalare una manciata di milioni ai candidati è come gettare un pugno di noccioline allo zoo.

 

Un quadro analogo emerge dalle donazioni per la sola campagna presidenziale, che con un totale raccolto di quasi un miliardo (fin qui) si preannuncia la più dispendiosa di sempre, con Harris che ha raccolto quasi 489 milioni (più i soldi raccolti da Biden), mentre Trump ha raccolto quest’anno “solo” 268 milioni (altri gliene restano dall’anno scorso).

Sempre la FEC certifica che quest’anno ci sono state fino ad oggi ben 68.500.000 singole donazioni ai due candidati alla presidenza: davvero una bella prova di democrazia partecipata!

Tuttavia, se si guarda nel dettaglio, si scopre che solo una parte minoritaria di queste somme proviene da donazioni sotto il limite consentito dalla legge di 2000 dollari;

 il grosso è frutto di donazioni superiori -- in alcuni casi molto superiori, rese possibili con vari escamotage per aggirare la legge.

Il risultato è che su 68.5000.000 donazioni 67.500.000 sono piccole somme che rappresentano il 42 per cento del totale raccolto da Harris e il 31 per cento di quello di Trump.

Un milione soltanto di donazioni rappresenta invece circa il 65 per cento circa del totale!

Di chi sono queste generose donazioni?

Ma evidentemente dei ricchi e superricchi, di cui i due candidati non parlano mai e neppure li ringraziano (in pubblico) per la loro generosità.

La ragione è semplice:

 ai superricchi con redditi da decine di milioni di dollari l’anno, ma anche ai semplici ricchi con redditi di qualche milione, i programmi dei due candidati interessano molto poco, semplicemente non li riguardano.

Cosa volete che pesi l’aumento del costo del mutuo di una casetta nei “suburbs” con garage e giardinetto per chi abita nell’ “Upper West Side” di Manhattan dove gli appartamenti costano da 120 ai 240 milioni di dollari;

o per chi possiede una villa, neppure troppo faraonica come quella di Trump a Mar-a-Lago, a Cape Cod o in Florida?

 O come pensate che un superricco possa preoccuparsi dell’aumento del prezzo della benzina quando si sposta con un Gulf Stream da 75 milioni di dollari (più l’equipaggio e la manutenzione) e magari ha nel garage, tra le altre, una Bugatti Chiron da 4 milioni di dollari?

O quando, per partecipare al Met Gala o a qualche altra serata di “beneficenza”, paga senza batter ciglio 300.000 dollari per un tavolo e un paio di milioni (minimo) per l’abito della sua signora?

 Né si può immaginare che nel suo residence protetto da uno stuolo di guardie armate abbia problemi di sicurezza, anche se purtroppo -- come i recenti attentati dimostrano -- oggi in America è difficile sfuggire ad un malintenzionato deciso ad ucciderti.

Questo è il motivo per cui, anche se nessuno li ringrazia per la loro munificenza, i ricchi e i superricchi non si lamentano.

 Rovesciando l’adagio: meglio che non parliate di me anche se volete parlarne bene.

Per evitare accuse di populismo economico o, dio non voglia, di invidia sociale, è opportuno a questo punto riassumere alcuni dati statistici dai quali si evince l’unicità della posizione degli Stati Uniti tra le democrazie occidentali.

 In base ai dati forniti dalla Banca mondiale (indice Gini) gli Stati Uniti sono al 113° posto per tasso di diseguaglianza su 168 paesi.

Francia, Germania e Regno Unito sono rispettivamente al 42°, 44° e 50° posto, il vicino Canada al 43°, l’Italia al 78°, la Spagna al 67°.

Quanto alla ricchezza posseduta, negli Stati Uniti il 10 per cento della popolazione possiede il 67 per cento della ricchezza e il restante 90 per cento il 33 per cento della ricchezza;

 il 50 per cento inferiore possiede il 2,5 per cento della ricchezza, quello superiore il 97,5.

 

Quanto ai redditi, secondo un rapporto del “Congressional Research Office”, su un totale di 160 milioni di famiglie il 10 per cento inferiore guadagna in media 17.000 dollari all’anno, cioè meno di 1500 dollari al mese:

sono i circa 30 milioni di americani poveri certificati dalle statistiche;

il 10 per cento superiore delle famiglie guadagna in media 216.000 dollari l’anno: sono i benestanti.

Ma al loro interno ci sono enormi differenze:

l’1 per cento (corrispondente a un milione e mezzo di famiglie) guadagna intorno al milione di dollari l’anno: sono i ricchi;

al di sopra di loro c’è lo 0,1 per cento (160.000 famiglie) che guadagnano fino a 10 milioni: sono i superricchi;

 al di sopra ancora ci sono gli iper-ricchi (lo 0,01 per cento ovvero 16.000 famiglie) che guadagnano fino a 50 milioni. I

n cima alla piramide troviamo una manciata di -- come definirli? Indecentemente ricchi? -- che arrivano a 150 milioni di reddito l’anno.

Molti di questi ricchi e superricchi sono gli amministratori delegati (Ceo) delle grandi aziende da cui ricevono stipendi (senza parlare degli altri benefit) in media superiori di 350 volte a quelli di un loro dipendente.

Tutti costoro, per i motivi che abbiamo detto, non sono molto interessati ai programmi dei due candidati, ma non sono neppure contrari.

 Anche se non sono toccati dall’aumento dei generi alimentari, perché dovrebbero essere contrari ai buoni per fare la spesa (food stamps)?

 Anche se non hanno problemi a fare entrare i figli in dispendiose università private, perché non dare ai meritevoli qualche borsa di studio e prestiti che peseranno su di loro per il resto della loro vita lavorativa?

Anche se si curano in costosissime cliniche private, perché non consentire che i farmaci salva vita siano disponibili ad un prezzo più basso negoziato dal governo? La quantità compenserà comunque i minori profitti.

E via discorrendo.

Naturalmente i ricchi, come chiunque altro, si dividono sulle questioni valoriali, tra chi sostiene il diritto di aborto e chi vi si oppone, tra chi sostiene i diritti delle minoranze e chi si volta dall’altra parte, ecc.;

ma non sono intrinsecamente reazionari come non sono intrinsecamente progressisti.

Poiché hanno tutto quello che gli serve (e anche di più) possono permettersi di essere genericamente a favore dell’“uomo della strada”, dell’”average guy” (il tipo medio) e dei suoi bisogni, che a loro non costano nulla.

 

Questa è una delle ragioni per cui appoggiano entrambi i candidati con così cospicui esborsi di capitali, anche se, per sicurezza -- non si sa mai -- preferiscono Trump a Harris.

Ai ricchi e superricchi interessa una cosa sola (oltre al fatto che non si parli della loro ricchezza): che le tasse sui redditi alti, sui patrimoni e sulle imprese siano abbassate e mantenute basse.

Di Trump si possono fidare, visto che durante la sua presidenza aveva già tagliato l’aliquota massima sul reddito da 39,6 a 37 per cento, aveva ridotto la tassazione sui profitti aziendali dal 35 al 21 per cento e ora propone di portarla al 15 per cento.

Harris è un po’ un’incognita da questo punto di vista:

ha sì detto di volere alzare la tassazione sulle imprese al 28 percento, ma è pur sempre meno di quanto a maggio aveva annunciato Biden, che voleva portarla al 39 per cento.

Questa prima marcia indietro ha tranquillizzato i ricchi, almeno per il momento, sulla “ragionevolezza” della candidata democratica.

Per il resto si vedrà: le tasse le decide il congresso che si è sempre dimostrato sensibile ai loro interessi, se la storia insegna qualcosa, visto che negli ultimi 60 anni le tasse sui profitti aziendali sono passate dal 53 all’attuale 21 per cento, e l’aliquota più alta di tassazione sui redditi delle persone è passata dal 70 per cento di cinquanta anni fa al 35 per cento di oggi

 

Naturalmente ricchi e superricchi, che non se ne stanno quasi mai in panciolle a godersi la loro ricchezza, ma anzi sono in perpetuo movimento per accrescerla, sono anche interessati a qualunque incentivo, dazio doganale, sussidio, che possa aumentare le vendite e i profitti delle loro imprese.

 Anche da questo punto di vista non hanno nulla da temere, né da Trump con le sue mirabolanti promesse protezionistiche, né da Harris che da vicepresidente ha contribuito a fare approvare il più gigantesco piano di investimenti nelle infrastrutture e di sovvenzioni alle imprese dal New Deal rooseveltiano.

 I ricchi e superricchi non saranno buoni, ma ci tengono ai loro concittadini meno fortunati, se non altro perché se i poveri e gli abbienti non comprano e non consumano, anche le imprese soffrono e i profitti diminuiscono.

 Quindi finanziare la politica è nel loro interesse, sia il “Maga” (Rendere l’America di nuovo grande!) di Trump, sia il “Forward” (Avanti!) di Harris.

 Qualunque cosa va bene purché non si parli di loro.

 

 

 

 

Come diventare politico? Ecco cosa fare

per avviare una carriera nel campo.

Unicusano.it – Redazione – (21-4-2025) – ci dice:

 

(The request cannot be completed because you have exceeded your quota.)

Sei curioso di scoprire come diventare un politico?

 Avere una carriera politica è il sogno di molti studenti universitari.

Si tratta, senza dubbio, di una professione affascinante, per molti vissuta più come una “vocazione”, che richiede grande sacrificio e capacità di ascolto.

In questa guida dell’”Università Niccolò Cusano” ti spiegheremo come entrare in politica e come intraprendere un percorso in questo settore, dagli studi universitari da fare ai primi passi da muovere.

Ecco come entrare in politica e intraprendere una carriera nel campo.

Cosa significa fare politica per professione?

Miglior laurea per diventare un politico.

Politica e università: sono conciliabili in termini di tempo?

Come iniziare in politica.

Come entrare in un partito politico.

Politica locale: come iniziare?

Abilità di un politico di successo: quali sono?

Ecco come entrare in politica e intraprendere una carriera nel campo.

Il tuo sogno è quello di diventare un politico?

 Bene, sicuramente sarai alla ricerca di spunti.

Anzitutto, è necessario avere una profonda passione per la politica e un vero interesse per le questioni economiche, sociali, fiscali e amministrative del Paese. Oltre alla passione, è necessario acquisire una serie di conoscenze e abilità, dalle nozioni in ambito economico-giuridico alle capacità di comunicazione.

 

Vediamo ora come diventare un politico di professione.

Cosa significa fare politica per professione?

Apriamo la nostra guida parlando del ruolo del politico all’interno della nostra società.

Come sai, esistono diverse sfumature.

Si può fare politica a livello locale o nazionale. I due ambiti sono differenti.

Nel primo caso si è più radicati nel territorio, mentre nel secondo l’orizzonte si amplia e include l’intero paese. 

Il lavoro del politico è sfaccettato e complesso.

Per molti non si tratta neppure di un lavoro, ma di una vocazione che prevede la ricerca e l’attuazione di soluzioni per il benessere comune.

Non esiste un solo e unico modo per entrare in politica, così come non esiste un percorso che ti assicuri il successo.

Ci sono tanti fattori da considerare se vuoi intraprendere questa professione.

Miglior laurea per diventare un politico.

Per iniziare la carriera devi avere una serie di solide conoscenze.

Qual è allora la migliore laurea per diventare un politico?

Senza ombra di dubbio scienze politiche.

I corsi di laurea dell’area politologica dell’Università Niccolò Cusano sono la soluzione ideale:

Corso di Laurea Scienze politiche e relazioni internazionali (L-36) .

Corso di Laurea Magistrale in Relazioni internazionali (LM-52).

Il Corso di Laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali, di durata triennale, è il primo passo per immergerti nel mondo della politica.

É strutturato, infatti, in modo da permetterti di acquisire conoscenze scientifiche e metodologiche basate su una formazione multidisciplinare e interdisciplinare nei seguenti ambiti:

economico, giuridico, politologico, sociologico, storico e linguistico.

Si tratta di un percorso formativo molto versatile, adatto per cimentarsi nella carriera politica e per lavorare in istituzioni pubbliche a livello locale, nazionale e sovranazionale.

Dopo la triennale, potrai proseguire i tuoi studi con una” Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali”, perfetta per acquisire una conoscenza approfondita e specialistica delle tematiche internazionali.

Politica e università: sono conciliabili in termini di tempo?

Per diventare un politico bisogna muovere i primi passi da molto giovane.

Ti starai chiedendo, quindi, ma politica e università sono conciliabili?

Se devo iniziare subito un percorso sul campo, come faccio a impegnarmi con una facoltà universitaria?

 Esiste una soluzione: l’università online. 

La didattica dei corsi di Unicusano, per esempio, viene erogata in modalità e-learning, grazie a una piattaforma attiva 24 ore su 24.

In questo modo, potrai coniugare facilmente lo studio con la tua attività politica. Non sei tenuto, infatti, a recarti in ateneo per seguire le lezioni in presenza e non hai obblighi o vincoli di orario.

Ti colleghi alla piattaforma e segui quando vuoi le lezioni in formato video o videoconferenza.

Gestisci cioè il tuo tempo e i tuoi impegni senza doverti attenere a un calendario di lezioni predefinite.

Come vedi, questa formula ti consente di studiare e, allo stesso tempo, di muovere i primi passi in politica. 

In realtà, la formazione teorica per questa professione non è mai abbastanza.

 Una volta finiti gli studi e completato il percorso triennale + magistrale, è sempre consigliabile seguire un master per politici o dei corsi di formazione politica. 

 

Come iniziare in politica.

Per capire come funziona la politica, la prima cosa semplice da fare è iniziare a frequentare le riunioni del Consiglio Comunale della tua città.

Le riunioni sono pubbliche e ti consentono di cominciare a imparare come si conduce una seduta consiliare, come viene fissato un ordine del giorno, quali sono gli obblighi e i diritti di un consigliere, come si presenta un emendamento, come si redige una delibera consiliare e così via.

Approcciarsi a un partito o a un’associazione è un altro passo importante per entrare in questo mondo.

 Il nostro consiglio è quello di seguire le tue inclinazioni e di avvicinarti a partiti, associazioni o movimenti che rispecchino i tuoi ideali e che conducano le battaglie che reputi più giuste.

Anche le associazioni no profit possono avvicinarti al mondo della politica.

 Potresti dedicarti a progetti di utilità sociale e dare il tuo contributo per una causa specifica che ti sta a cuore.

 Questo tipo di esperienza ti aiuterà ad avvicinarti meglio alle persone, ad affinare le tue doti sociali e a capire davvero cosa vuoi ottenere e come farlo.

Come entrare in un partito politico.

Ma come entrare in un partito politico? 

 

Per entrare in un partito devi iniziare dal tesseramento. Versi una piccola quota annuale e ti iscrivi al partito. A questo punto puoi iniziare a essere attivo. L’iscrizione, infatti, ti consente di: 

Partecipare alle assemblee dei circoli.

Votare nei referendum riservati agli iscritti al partito.

Partecipare agli incontri in cui si discute delle proposte politiche del partito

Prendere parte alle consultazioni per la scelta dei candidati. 

Molti partiti, tra l’altro, prevedono reti e sezioni giovanili, dove puoi iniziare più facilmente a farti le ossa.

Politica locale: come iniziare?

Il tuo percorso inizia per forza di cosa dalla politica locale.

Muoverai cioè i primi passi nel consiglio comunale cittadino.

Ma come candidarsi alle elezioni comunali?

Ti basta entrare nella lista del tuo partito.

In realtà, per le elezioni comunali spesso non serve far parte di un partito. Soprattutto nei piccoli comuni, infatti, vengono costituite delle liste civiche intorno a uno specifico programma.

Puoi, quindi, candidarti semplicemente sposando le politiche della tua lista. 

La campagna elettorale è la parte più importante per un candidato a qualunque livello.

 É in questa occasione che dovrai introdurre tutte le tue conoscenze e le tue abilità per convincere le persone a votarti.

 Portare avanti un programma elettorale che rispecchi te stesso e le tue battaglie, mostrare passione e affidabilità, saper ascoltare sono tutti elementi premianti per un candidato.

Investi tempo a tessere solide relazioni, ascoltando a fondo gli altri, cercando di fornire delle soluzioni oneste e praticabili con le risorse che si hanno a disposizione. Lotta per i tuoi ideali e mostra al mondo le tue abilità: in questo modo potrai conquistare la fiducia del tuo elettorato e consolidarla nel tempo.

 

Abilità di un politico di successo: quali sono?

Per capire davvero come diventare un politico non basta chiedersi quali competenze servono per fare politica.

 La formazione non basta.

 Bisogna possedere una serie di doti personali che favoriscono carriere brillanti. 

 

Un buon politico deve essere mosso da buone intenzioni. Il suo attivismo deve essere giustificato da un sano desiderio di fare il bene della comunità. Le buone intenzioni traspaiono dalle azioni dei politici e i cittadini le percepiscono, diventando così più inclini a concedere il proprio voto. 

Non possono mai mancare neppure le doti di leadership e comunicazione in politica.

 L’ironia, per esempio, è un ottimo veicolo comunicativo.

Un politico capace di tenere l’uditorio attento su questioni importanti con un pizzico di ironia ha già fatto metà del lavoro. 

Se ti rendi conto di non essere bravissimo come comunicatore, corri subito ai ripari. Impara l’arte dell’oratoria con un corso apposito.

Allenati prendendo la parola alle assemblee, proponendoti come speaker e così via.

 Approfitta di tutte le occasioni possibili. 

 

Non guastano poi: empatia, autorevolezza, audacia, lungimiranza, coerenza e trasparenza. 

Su come diventare politico abbiamo detto tutto.

Ora, non ti resta che lanciarti in questa emozionante professione.

 

 

 

 

Soldi ai partiti: un pericoloso

salto all’indietro.

 Lavoce.info - Paolo Balduzzi – (13/05/2024) - Stato e istituzioni – ci dice:

Sull’onda dell’inchiesta di Genova, si torna a parlare di finanziamento pubblico ai partiti.

Il dibattito aperto può essere utile per non ripetere errori del passato.

E senza dimenticare che anche il sistema attuale pesa di fatto sulle casse dello stato.

 

Perché sì e perché no.

Si torna a parlare di finanziamento pubblico ai partiti.

E lo si fa proprio in questi giorni per due ragioni principali.

La prima è di cronaca:

 le notizie di Genova dipingono un quadro che ricorda da vicino quello del 1992, quando le inchieste del pool “Mani pulite” certificarono la presenza di un sistema corruttivo diffuso tra la classe politica.

La seconda è invece una ragione meramente pratica:

 visto che da qualche settimana si compilano le dichiarazioni dei redditi, i partiti sono entrati in fibrillazione e cercano di accaparrarsi la fetta più grande possibile del due per mille, una delle poche modalità (legali) che permettono loro di finanziarsi.

 È arrivato il momento di ripensare queste scelte?

 

Il sillogismo, per molti politici, sembra essere presto fatto: visto che il finanziamento pubblico è stato abolito e le alternative languono, meglio tornare al passato, proprio per evitare il pericolo di forme, questa volta illegali, di finanziamento privato.

Il ragionamento sembra avere una logica. Ma è errato.

 Per almeno due motivi.

 Il primo è squisitamente lessicale: non è vero che il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito.

Per la precisione, è stato cancellato quello “diretto”.

 Tutti i soldi che i partiti incamerano, infatti, tolgono risorse allo stato:

il due per mille lo fa in maniera esplicita (se non fosse destinato ai partiti, finirebbe nelle casse dello stato; (vedi tabella) ;

le erogazioni liberali invece, permettono detrazioni di una quota (il 26 per cento) del donato, cioè un vero e proprio sconto sulle imposte dovute dal contribuente. Insomma, nel nuovo finanziamento ai partiti, di privato c’è sicuramente la decisione di versare dei soldi, ma gran parte di questi sono, ancora oggi, pubblici.

 

Peraltro, nel giro di circa dieci anni i contribuenti che hanno optato per il due per mille sono aumentati di oltre il 50 per cento, a fronte di un contributo redistribuito, quindi gettito mancato per lo stato, che è più che raddoppiato, e che ha toccato la cifra di 24 milioni di euro nel 2023 (redditi 2022).

Il secondo motivo deriva invece dalla decontestualizzazione storica del ragionamento

. Vale la pena di ricordare che alla (cosiddetta) abolizione del finanziamento pubblico si arrivò a” furor di popolo”.

Un furore espresso in maniera molto evidente nel 1993, quando il referendum sull’argomento trionfò con oltre il 90 per cento dei consensi e quasi il 77 per cento di affluenza.

Ma parte di questo furore era ancora ben visibile anche nel 2014.

 Alla fine del 2013, il governo Letta approvò il decreto legge 149 (“Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”), che fu poi convertito in legge il 21 febbraio del 2014, ultimo giorno in carica del governo.

Sempre nel dicembre 2013, “Carlo Cottarelli” era appena diventato “Commissario straordinario alla revisione della spesa pubblica”:

dei suoi venticinque tavoli di lavoro, uno era dedicato proprio al taglio dei costi del finanziamento pubblico ai partiti.

In quegli anni si parlava diffusamente di revisione della spesa e lo si faceva perché il paese era appena uscito da una crisi economica e da stringenti politiche di austerità, in particolare varate durante il governo Monti.

 Era ritenuto doveroso, quindi, che tutte le spese pubbliche fossero bene amministrate e che gli sprechi fossero tagliati.

 Ai tempi, il finanziamento diretto all’attività di partito veniva effettuato in forma di rimborsi elettorali.

Per avere un ordine di grandezza, alle sole elezioni politiche del 2013 il sistema dei partiti ebbe diritto a ricevere circa 170 milioni di euro di rimborsi, senza contare le spese di finanziamento dei gruppi parlamentari e quelle di sostegno dei mass media (radio e giornali) di partito.

 Le ambizioni della “Commissione Cottarelli” vennero presto ridotte, la sua vita fu estremamente breve e i risultati raggiunti furono poco più che simbolici.

Tranne uno: per l’appunto, l’intervento sull’abolizione dei rimborsi elettorali.

Fu così che, in fase di conversione del decreto in legge, la “Commissione Cottarelli “ebbe la possibilità di intervenire, migliorandone in maniera significativa alcuni passaggi.

Nello specifico, si ottenne che ai finanziamenti privati ai partiti non fosse riconosciuto un regime di maggior favore rispetto alle altre associazioni e che sparisse la detraibilità per le spese di iscrizione alle “scuole di partito”.

Ora, il paese è davvero pronto a riprendere in mano la questione? Parlarne apertamente può fare solo bene al dibattito.

Ma prima di ripetere i grandi abusi del passato, che hanno finito per alimentare tanto i partiti quanto la sfiducia nei loro confronti, sarebbe bene riflettere sulla storia del paese, senza farsi influenzare dalla contingenza della cronaca:

 un errore in cui la politica cade fin troppo spesso.

Essere di sinistra oggi: dall’ideologia

politica all’immaginario sociale.

 Cosmopolisonline.it - AMBROGIO SANTAMBROGIO – (10-01-2022) – ci dice:

 

Introduzione.

(Articolo pubblicato nella sezione” Immaginazione e politica”.)

Il concetto di immaginario è stato usato in diversi sensi.

Molte volte, anche nella letteratura scientifica recente, è stato in parte sovrapposto e confuso con quello di senso comune (cfr. Taylor 2004).

In questo testo, cercherò di proporre, alla luce di una riflessione da me avviata (cfr. Santambrogio 2013a; 2013b), una nuova interpretazione del concetto, utile a sostituire quello di ideologia e, tendenzialmente, a coprire il vuoto di senso che la cosiddetta crisi delle ideologie ha creato nella discussione politico-sociale contemporanea e nelle identità dei soggetti, siano essi individuali o collettivi.

Così facendo, si può aprire la strada per dare un contributo ad un ripensamento della sinistra, a partire dalla possibilità di indicare uno sfondo comune di riferimento, capace di sostenerne l’identità sociale, in primo luogo, e politica, in secondo.

Destra e sinistra: una nuova fase?

Ritengo che destra e sinistra siano categorie del moderno e che ne esprimano efficacemente la natura essenziale.

Esse rappresentano due modi diversi di pensare la scissione individualistica che costituisce la modernità e, di conseguenza, due concezioni diverse di pensare il conflitto tra particolare e universale (cfr. Santambrogio 1988).

 Più semplicemente e direttamente: costituiscono due modi diversi di pensare l’individuo.

Per la sinistra deve essere possibile avere un punto di vista esterno con cui vedere l’individuo;

 per la destra, invece, il criterio è sempre di tipo interno.

Se per la sinistra l’autodeterminazione individuale è possibile in forza di una critica che la fa emergere dal dato, sentito come limitante, per la destra, al contrario, coincide con un dato da portare alla luce.

Per la sinistra, l’individuo si realizza superando ciò che è;

per la destra, conformandosi a ciò che è.

 L’etica della sinistra muove da un superamento della dimensione fattuale, quella di destra dalla sua valorizzazione.

Da una parte, il criterio universale è pensato nella prospettiva del superamento dei limiti che di fatto costringono l’individuo; dall’altra, come un criterio di fatto, ineludibile e che deve essere riconosciuto.

 La vera soggettività del soggetto è per la sinistra qualcosa che sporge continuamente dal soggetto reale.

 Per la destra, invece, qualcosa che coincide con il soggetto reale.

In sintesi: il soggetto è, per la sinistra, qualcosa che deve diventare e che ancora non è, un compito a sé stesso.

Per la destra, qualcosa che è e che deve essere riconosciuto come tale.

 I contenuti – cosa deve diventare l’individuo, per la sinistra;

cosa invece è, per la destra – cambiano, naturalmente.

Ma tutte le destre e tutte le sinistre sono sempre un tentativo di dare, in modi diversi, un’identità al soggetto, in un mondo in cui tale identità non è data una volta per tutte, come avveniva nelle società premoderne, dall’appartenenza a un determinato livello della gerarchia sociale.

Destra e sinistra si sono articolate storicamente in molte fasi e in molte forme, ma sempre seguendo un processo di progressiva generalizzazione dei loro contenuti, cioè, come si è detto, di diverse nozioni di individuo.

All’inizio, infatti, soprattutto nella prima metà dell’ottocento, la dicotomia rappresentava solo la posizione delle parti all’interno delle aule parlamentari; poi, con l’emergere delle masse, ha identificato i soggetti sociali protagonisti dei conflitti di classe;

mentre, alla fine, l’epoca del totalitarismo ha rappresentato il tragico tentativo di ricostituire dentro la modernità l’idea di una unità perduta.

Questo processo di generalizzazione è tuttora in corso all’interno delle nostre democrazie.

 In questa linea interpretativa, quali cambiamenti stanno subendo le nozioni di destra e di sinistra?

 In effetti, qualcosa di profondamente nuovo è avvenuto, a partire dai processi di globalizzazione.

La dimensione politica, tradizionalmente incarnata nello Stato-nazione, ha subito, sia al suo interno che al suo esterno, nuovi processi di ridimensionamento.

 Non che la politica abbia perso la sua funzione e che si sia davanti alla fine della politica.

La mia idea è che alcune funzioni decisive, una volta appannaggio della sfera politica, oggi siano finite altrove.

 In particolare, sono ormai il prodotto, più o meno consapevole, dei processi sociali e collettivi.

La politica è sempre più raffigurabile, come ormai pensa la gran parte delle scienze sociali, come una funzione interna ai sistemi sociali, insieme alla religione, al diritto, all’arte, ecc.

Una prima linea di lettura da tener presente è, quindi, l’idea per cui anche destra e sinistra diventano sempre più categorie sociali e sempre meno dimensioni politiche in senso stretto.

In questa linea evolutiva, il processo di astrazione sta subendo ulteriori sviluppi, svincolando le nostre due categorie anche dalle identità collettive.

 Se osserviamo bene la nostra realtà attuale, in effetti è difficile trovare soggetti sociali che si identifichino strettamente con una delle due categorie, la cui identità sia intrinsecamente di destra o di sinistra.

Sicuramente non lo è più la classe operaia, qualunque cosa si intenda con questo termine.

Ma anche gli altri ceti sociali – i ceti medi, i professionisti, gli imprenditori, il ceto impiegatizio, i commercianti, gli artigiani ecc. – non sono più necessariamente di destra o di sinistra, ma articolano la propria posizione sociale in maniera autonoma e imprevedibile.

Non si tratta solo del loro comportamento elettorale, che del resto, come molte ricerche empiriche dimostrano, segue questa stessa tendenza.

Sto parlando di qualcosa di più profondo e radicale, che va al di là del voto e che riguarda il modo con cui ci si pone davanti alle questioni cruciali del nostro tempo, il multiculturalismo, i diritti, l’equità sociale, l’ambiente, lo sviluppo, ecc.

Voglio proporre allora l’idea per cui siamo davanti ad una nuova fase evolutiva, in cui le nostre due categorie non identificano più identità sociali ben definite, ma, astraendosi e generalizzandosi, sono diventate visioni del mondo a disposizione di soggetti che, volta a volta, possono variamente attingere da tali bacini valoriali, simbolici e culturali.

Poiché il concetto di visione del mondo riecheggia quello di Weltanschauung, e poiché quest’ultimo è stato a lungo usato per rappresentare le diverse posizioni di soggetti sociali tra loro contrapposti, preferisco sostituirlo con quello di immaginario collettivo.

Una visione del mondo, in effetti, porta con sé l’idea di una dimensione relativamente coerente, compatta e organica, capace appunto di presentarsi come il punto di vista di qualcuno contrapposto a quello di qualcun altro.

 Al contrario, il processo di astrazione subito da queste due categorie le ha sollevate da tale esigenza di coerenza e compattezza:

più che visioni del mondo vere e proprie, oggi esse sono grandi contenitori di idee, non necessariamente coerenti tra di loro, prodotte da soggetti sociali tra di loro diversi e, a volte, anche in conflitto reciproco, in grado di essere variamente utilizzate da più soggetti e a diversi livelli.

Il miglior esempio di tale fenomeno è il variegato arcipelago del “new-global”, che contiene al suo interno posizioni difficilmente conciliabili e che non può essere definito un soggetto sociale in senso stretto.

 

Utopia senza ideologia: il concetto di immaginario.

 

Cos’è un immaginario sociale?

Per rispondere a questa domanda, occorre porsi la questione del pensiero collettivo.

In senso stretto, è sempre e solo l’individuo in grado di pensare: la società non pensa.

 Bisogna però riconoscere che i nostri stessi pensieri sono enormemente influenzati dal fatto di appartenere a determinati gruppi sociali, al punto che può diventare difficile separare ciò che è un reale prodotto della nostra autonoma capacità di pensiero da quella che è la mera riproposizione di una idea collettiva;

 separare produzione, che consente il cambiamento, e riproduzione del pensiero, su cui si basa l’ordine sociale.

Per immaginario sociale si deve intendere una specifica forma di pensiero collettivo, che deve essere distinta da altre, come i miti, il senso comune, la religione civile, l’ideologia e l’utopia.

 Alcune di queste forme sono così importanti e significative che, probabilmente, segnano tutta la storia dell’umanità, indipendentemente da ogni specifico periodo storico.

Basta fare solo l’esempio dei miti.

Anche il senso comune è però presente in tutte le società.

Per quanto riguarda il nostro tema, possiamo soffermarci soprattutto sui concetti di ideologia e di utopia, poiché sono quelli che più da vicino riguardano la nostra discussione sulla sinistra e sul concetto di immaginario sociale di sinistra.

La storia del concetto di ideologia è particolarmente importante, perché ripercorre significativamente le tappe di sviluppo e di affermazione della diade destra/sinistra (cfr. Mannheim 1957; Eagleton 1993).

Tale concetto fu introdotto in epoca illuminista, in una formulazione che possiamo chiamare concezione particolare dell’ideologia.

L’illuminismo crede che attraverso la ragione l’uomo possa superare i vecchi miti che avevano da sempre obnubilato la sua capacità di discernere il vero dal falso. Usando la ragione, posso allora smascherare l’errore altrui, che sia fatto in buona fede o meno.

 Possiamo parlare di concezione particolare dell’ideologia, perché l’errore da smascherare è l’espressione di una soggettiva incapacità di vedere il vero.

 Con lo sviluppo della società e, soprattutto, con l’emergere del conflitto tra classi contrapposte, il concetto di ideologia cambia di significato.

Ora ideologico diventa il pensiero del proprio avversario sociale e politico.

Egli è in errore non perché soggettivamente sia preso da miti o false credenze, ma perché egli ha fatto proprie le idee che caratterizzano la sua classe sociale di appartenenza.

 Si parla così di concezione totale dell’ideologia.

 L’errore non è più soggettivo in senso stretto, ma da collegare ad una posizione sociale che è in sé sbagliata.

Si tratta della nozione di ideologia, in estrema sintesi, introdotta da Marx.

Sempre attraverso il dispiegarsi del conflitto sociale, la nozione di ideologia cambia però nuovamente.

Contro Marx, e il marxismo in generale, si oppone un’idea semplice e radicale: perché proprio la concezione del mondo proletaria è quella giusta?

Non è anche il proletariato una delle classi sociali e la sua posizione non è anch’essa, inevitabilmente, particolare, esprimendo non l’interesse di tutti, ma solo quello suo specifico?

Detto questo, così come il proletario può smascherare il borghese – con l’argomento che la sua posizione esprime una specifica posizione nel mondo, non quella di tutti – allo stesso modo, e con gli stessi argomenti, il borghese può smascherare il proletario.

La tecnica dello smascheramento si diffonde tra tutti i ceti e le classi e alla fine le singole concezioni del mondo appaiono per quelle che realmente sono: l’espressione di soggetti sociali specifici e particolari, nessuno dei quali può legittimamente provare ad imporre la propria posizione come quella vera a tutti gli altri.

Si passa così da un uso particolare della concezione totale ad un uso generale: la concezione totale dell’ideologia viene usata da tutti.

Con quali risultati?

Se tutto è ideologico, niente è più ideologico e non è più possibile distinguere il vero dal falso.

Conservatorismo, liberalismo e socialismo, in estrema sintesi, sono le tre grandi ideologie moderne ed ognuna rappresenta la concezione del mondo di una specifica classe sociale, rispettivamente nobiltà, borghesia e proletariato.

 Esse costituiscono visioni del mondo relativamente coerenti, ben organizzate, capaci di costituire un modo di vedere il mondo e la realtà quasi nella sua totalità. Capaci di sostenere l’identità individuale e collettiva di milioni di individui.

Ora, invece, come esito di un conflitto sociale che non risparmia nessuno e nulla, tutte le concezioni appaiono parziali e nessuno più detiene la verità, né può pensare di raggiungerla.

Già a partire dal primo dopoguerra si inizia a parlare di fine delle ideologie, proprio nel senso appena esposto.

Le cosiddette ideologie totalitarie, quelle fascista, nazista e comunista, non sono in senso proprio ideologie:

 infatti, non esprimono la tensione tipica di un conflitto tra soggetti sociali diversi, quanto piuttosto, all’interno di un mondo disincantato e confuso, il bisogno di una nuova unità, senza conflitti e senza incertezze.

 Un bisogno che è espressione di una «fuga dalla libertà» e che produce i risultati a tutti noti.

La questione della fine delle ideologie riappare ripetutamente dentro la storia sociale e politica del secolo scorso e va di pari passo con la grande trasformazione sociale che caratterizza il secondo dopoguerra:

la fine, o per lo meno l’indebolimento, delle grandi identità sociali, in estrema sintesi delle identità di classe.

Insieme alla fine delle ideologie, sembra scomparire anche la possibilità dell’utopia.

 Sembra venir meno cioè la spinta propulsiva al cambiamento sociale e la forza di idee per le quali valga la pena mettersi in gioco.

Sembra scemare quel sogno illuminista e moderno per cui è possibile realizzare dentro questo mondo una realtà relativamente più giusta.

Fare i conti con il relativismo che si viene così a produrre è perciò ancora una delle grandi sfide della nostra realtà attuale.

 In un mondo in cui si spera che nessuno possa ancora pensare di detenere la verità – non perché è più razionale degli altri e non perché appartiene a quel gruppo sociale che più degli altri è capace di vederla – è ancora possibile un’utopia, l’idea di un’emancipazione collettiva che provi a realizzare il sogno dell’autorealizzazione individuale?

Innanzi tutto, occorre dire che nessuno deve più pensare di poter tornare a quel mondo fatto di certezze che aveva caratterizzato la prima modernità, diciamo almeno sino al secondo dopoguerra.

Non esiste più un punto di vista completamente privilegiato, da cui poter dettar legge agli altri.

 Ma questo non deve voler dire relativismo.

Proprio a questo scopo può servire il concetto di immaginario.

Un immaginario sociale è un enorme deposito di idee, rappresentazioni, visioni del passato, del presente e del futuro che si è andato producendo attraverso il contributo di innumerevoli gruppi sociali, ognuno dei quali ha portato il proprio contributo in maniera spesso inavvertita e inconsapevole.

Fondamentale, in questa direzione, è stato, ed è, il ruolo dei movimenti sociali. Sull’enorme e ricchissima eredità lasciata dal movimento operaio, con la sua storia secolare, si sono innestati contributi provenienti da sensibilità nuove ed eterogenee, che hanno da un lato fatta propria tale eredità, dall’altra l’hanno superata, compiendo significativi passi in avanti.

Se pensiamo alla storia italiana, ma anche ovviamente a tutta la storia del secolo scorso, vediamo bene come, a partire dagli fine degli anni cinquanta, i movimenti giovanile, studentesco, femminile, pacifista, ecologista, new-global e tutto quell’enorme fermento di piccoli e a volta sconosciuti gruppi locali o monotematici abbiano profondamente e definitivamente cambiato il punto di vista simbolico della sinistra.

Dopo la fine dell’ideologia, possiamo parlare allora del lento ma inesorabile costituirsi di un immaginario sociale di sinistra, composito, denso, eterogeneo e a volte contraddittorio, in grado però di costituire il grande bacino di idee cui possa attingere la prospettiva di un mondo migliore.

 Certo non si tratta più di una concezione del mondo relativamente omogenea e coerente, come era un’ideologia, né esiste un soggetto sociale che ne sia il portatore principale e prioritario, come ha fatto in passato la classe operaia.

 Si tratta però di una dimensione simbolica maggiormente in sintonia con i nostri tempi, capace, in un mondo senza ideologie, di non cancellare per sempre l’utopia.

Vediamo alcune caratteristiche dell’immaginario in quanto tale, che lo distinguono dalle ideologie.

Come abbiamo brevemente visto, c’è alla base un diverso processo di costruzione del pensiero collettivo.

Mentre l’ideologia è un prodotto che si riversa dalla politica, e dai suoi attori, sulla società, l’immaginario è un prodotto autonomo della seconda.

Esso è un insieme poco coerente di valori, idee, simboli, aspirazioni, molto eterogenee e differenziate, prodotte da soggetti sociali anche molto diversi tra loro.

La scarsa coerenza è significativamente correlata al fatto che non esiste un unico soggetto di riferimento, come poteva essere la classe, che si faccia portatore di uno specifico immaginario.

Possono riferirsi ad esso soggetti individuali e sociali assai diversi tra loro e non è detto che i soggetti più tradizionalmente di sinistra, sempre per restare al nostro esempio, ne siano i più convinti sostenitori.

Inoltre, l’immaginario non è quasi per nulla un sistema logicamente elaborato.

 La teoria sociale e politica, in quanto diretto frutto del lavoro di pensatori preposti alla sua elaborazione, deve avere un alto grado di coerenza logica e di non contraddittorietà:

la messa in luce delle sue difficoltà interne coincide con l’evidenziazione di contraddizioni logiche che essa contiene.

 Al suo interno, non occorre, e non si deve, fare riferimento a categorie di appartenenza.

 L’ideologia, pur non avendo bisogno della stessa rigida coerenza logica, assumeva però la forma di un sistema di pensiero relativamente coeso e organico, le cui componenti dovevano raggiungere una certa omogeneità e coerenza (cfr. Santambrogio 2001).

Tutto questo viene meno con l’immaginario.

 Se anch’esso mantiene una notevole capacità di strutturare con forza l’esperienza quotidiana, fornendo chiari valori di riferimento, viene però meno la sua possibilità di costituirsi come un vero e proprio sistema di pensiero, anche solo relativamente coerente.

 Il processo di modernizzazione, da questo punto di vista, non sembra ridurre la dimensione immaginativa e fantastica dei soggetti sociali: al contrario, la dilata e la espande.

Essa diviene una prerogativa diretta di tutti quei diversi soggetti sociali, che, diventando volta a volta protagonisti, si dotano autonomamente di propri specifici modelli culturali.

Si pensi al modo del tutto originale e diretto con cui i movimenti giovanili hanno tradotto il pensiero di alcuni teorici di riferimento, in un modo che, comunque lo si intenda, non porta di certo a costituire una nuova ideologia.

 In effetti, è del tutto improprio dire che esiste un’ideologia ambientalista, giovanile, femminile, pacifista, animalista, no-global: in questo uso linguistico, «ideologia» diventa sinonimo di «modi di pensare», perdendo ogni sua specificità.

All’interno di ognuno di questi nuovi «modi di pensare» albergano a volte aspirazioni, ideali, valori, simbologie collettive talmente eterogenee da far pensare che non esista una vera e propria identità collettiva e ad essi fanno riferimento, allo stesso modo, soggetti sociali spesso molto diversi tra loro.

Si tratta di una nuova forma di incantamento:

progressivamente, si va costruendo un insieme di idee che sembra galleggiare sopra la testa degli uomini, i quali attingono da tale insieme aspetti e aspirazioni che danno un senso senza richiedere necessariamente quella ragionevolezza che dovrebbe legare tra loro idee che guidano l’azione.

Non si tratta però di un insieme irriconoscibile, senza identità.

I diversi valori che costituiscono, ad esempio, l’immaginario di sinistra sono pur sempre di sinistra per i motivi sopra esposti e, nonostante possano apparire a volte tra loro in contraddizione e incoerenti, i soggetti sociali che fanno riferimento ad essi li vedono come parte, pur se problematica, della loro identità.

Un maggior senso di equità, il valore dell’eguaglianza, la centralità della fraternità, la difesa dell’ambiente, un nuovo modo di fare comunità, la lotta per i diritti civili, la critica al consumismo, il bisogno di meritocrazia in un mondo corrotto, la difesa della pace e la non violenza, un senso forte di legalità, la necessità di ampliare le aree del riconoscimento reciproco, una nuova spinta localistica sono tutti aspetti cui si aderisce volta a volta senza chiedersi se siano di fatto tra loro compatibili e come.

E su di essi si fonda la speranza di una possibilità di emancipazione individuale, certo diversa dal passato.

La coerenza interna, e la coerenza dei fini intermedi che dovrebbero avvicinare al fine ultimo, non sono requisiti essenziali delle nuove forme di immaginario collettivo.

Ancora di più:

il fine ultimo sembra svanire nella sua riconoscibilità in maniera così evidente da far venir meno ogni forma di escatologia.

 Non c’è più nessuna società comunista alla fine della storia.

L’immaginario indica un altrove non identificabile, un non luogo che sembra assumere bene la forma dell’utopia, nel senso più classico e letterale del termine.

Esso, inoltre, non ha la naturalità degli immaginari mitici, perché è evidente il suo carattere artificiale, costruito, scelto.

I valori che lo compongono, e le immagini di cui si nutre e con le quali si rappresenta, sono sotto gli occhi di tutti e sono passibili di una scelta concreta.

Il suo carattere prodotto è evidente:

tutti sappiamo, ad esempio, qual è la natura della rivoluzione alimentare proposta da slow food, quali sono i soggetti che l’hanno iniziata, quali l’hanno sviluppata e quali l’hanno fatta propria.

Non c’è niente di mitico, in senso proprio, in questa nuova idea di ritorno alla semplicità contro l’individualismo consumista.

 Se è consentito l’ossimoro, si tratta di un «mito costruito»:

 «mito» perché porta in parte con sé una capacità attrattiva e simbolica che solo i miti hanno;

«costruito», per i motivi che sopra si dicevano, e cioè la sua visibilità, il fatto che diviene oggetto di una scelta consapevole, che sta in alternativa ad altri miti, ecc.

Come abbiamo già visto, alcuni accostano il termine di immaginario a quello di senso comune.

 Si tratta però di due cose del tutto diverse.

Nell’immaginario è presente una dimensione creativa assente in quella di senso comune.

L’immaginario è il risultato di un desiderio che si concretizza riflessivamente in valori, immagini del mondo, aspirazioni:

si tratta di un universo simbolico estremamente creativo e mobile, sottoposto ad un cambiamento del tutto diverso da quello, assai più lento, invisibile e irriflesso, che caratterizza il senso comune. In più, e forse è questa la differenza fondamentale, l’immaginario non è il cemento della quotidianità, il software di base invisibile e nascosto che tutti danno per scontato:

al contrario, è perfettamente visibile e, proprio per questo, è usato al fine del cambiamento sociale.

Alle spalle dell’immaginario, agisce la fantasia creativa mossa dal desiderio di correggere un mondo che non soddisfa a partire da esigenze concrete, da bisogni che emergono direttamente dai vissuti.

Come dice bene “Jedlowski”, mentre il senso comune «è un meccanismo finalizzato a ridurre l’incertezza», l’immaginario «non riduce le nostre incertezze: ci arricchisce, ma l’incertezza, se mai, con ciò si moltiplica» (Jedlowski 2008, p. 236).

L’immaginario, in effetti, contiene al tempo stesso una chiusura (in questo è riconoscibile) e una apertura (in questo è incoerente):

con la prima, identifica uno spazio, anche se ampio (in fondo molto più ampio di quello delle ideologie), entro il quale collocare le proprie scelte; con la seconda, dà a questa chiusura un carattere sempre incerto e provvisorio.

In effetti, da un lato, come sopra già detto, l’immaginario è sufficientemente strutturato da essere riconoscibile, e un immaginario di sinistra anche oggi è diverso da uno liberista, o di destra, e così via.

 Le persone che ad esso fanno riferimento, anche se di diversa e a volte diversissima provenienza sociale, sanno bene che possono incontrarsi negli stessi luoghi, o condividere le stesse letture, o gli stessi comportamenti nonostante l’eterogeneità dei soggetti che si incontrano e delle azioni che si mettono in atto.

Sanno, quasi sempre, ma in ogni caso in maniera significativa, riconoscere il loro immaginario:

 esso è in grado di costituire una identità, anche se più lasca e meno strutturata che nel passato.

 Ma l’intrinseca incoerenza dell’immaginario offre uno spazio di articolazione per l’azione collettiva molto più aperto e indeterminato rispetto all’ideologia.

Proprio perché il sistema dei fini non è strutturato in una consequenzialità chiara ed evidente, rimane del tutto incerto il senso in cui perseguendo un determinato valore (ad esempio, una migliore gestione dell’ambiente) se ne persegue anche un altro (ad esempio, una maggiore eguaglianza).

Sull’immaginario aleggia un’idea di impraticabilità, di utopia, di scarso realismo.

Se si pensa, è proprio questa la principale critica mossa di sovente dal sistema politico alla società civile:

tutto giusto e lodevole, ma poi i fatti seguono altre logiche e i movimenti servono a ben poco.

Questa critica identifica correttamente la natura essenziale dell’immaginario, il suo essere in qualche modo sottratto alla responsabilità.

 Esso consente quel passo indietro rispetto alla prassi e alla quotidianità così da liberare uno spazio di pensiero libero e, perciò, in prima battuta, irresponsabile (in senso weberiano).

 In un certo senso, l’immaginario è una dimensione sottratta al tempo, e quindi alla scansione della relazione mezzi-fini che porta con sé il senso di responsabilità connesso ad un progetto.

Esso è espressione del coraggio di pensare l’irragionevole.

Può essere corretto dire che l’immaginario non è un progetto d’azione, e quindi non è un progetto politico, non identificando né mezzi per un fine, né fini ultimi di alcun tipo.

Proprio in quest’ultimo senso, può riproporre l’utopia come libertà del pensiero dalla prassi, libertà di identificare un non-luogo collocato in nessun tempo. Laddove si chiede la possibilità di un mondo, ad esempio, liberato dall’ossessione della crescita economica in nome di una concezione più umana di felicità e di auto-realizzazione si pone una questione ideale che deve poi essere concretamente affrontata.

Ma senza quell’ideale presente nell’immaginario, le questioni da affrontare concretamente sarebbero diverse e diversamente affrontabili.

Un immaginario di sinistra? Alcune possibili categorie interpretative.

Nella rete confusa e articolata in cui si manifesta oggi la partecipazione collettiva – rete fatta di movimenti, associazioni, tribù, minoranze attive, ecc. –, e soprattutto in quella parte di essa sempre più libera dalle vecchie ideologie, mi sembra sia dia oggi la possibilità concreta di sviluppo e di affermazione di un immaginario di sinistra, capace di costituire senso di appartenenza, anche se in maniera più lasca rispetto al passato, ma soprattutto di continuare a sostenere l’idea utopica per cui «un mondo migliore è possibile», cioè l’idea, tipicamente di sinistra, che occorre costruire le condizioni per una progressiva emancipazione soggettiva.

Mi sembra che qualche contenuto sia già più fortemente identificabile rispetto ad altri, così da caratterizzare in qualche modo questo immaginario.

Su questi aspetti, ritengo sarebbe opportuno fare ricerca empirica, così da verificare cosa effettivamente si è messo in moto e cosa si è già forse consolidato. Per il momento, vorrei suggerire qualche spunto, che può anche essere visto come un elenco di possibili ipotesi da verificare empiricamente.

Per prima cosa, direi che si è diffusa una certa diffidenza nei confronti della tecnica in quanto tale, intesa come strumento di per sé capace di essere la soluzione ai problemi.

In questo senso, emerge un forte cambiamento rispetto al passato:

 diversamente dalla acritica fiducia nel progresso che ha sovente caratterizzato la sinistra del passato, oggi c’è un maggiore scetticismo, che a volte corre anche il rischio di sviluppare nuove forme di luddismo tecnologico.

In secondo luogo, mi sembra faccia sempre più breccia una cultura della non-violenza e della pace, in antitesi al ruolo centrale che nel passato avevano violenza e forza per innescare e spiegare i processi di trasformazione sociale.

Un terzo elemento può essere rintracciato nella fine della centralità del lavoro, e delle soggettività che ruotano intorno ad esso.

Se l’umanesimo marxiano, e forse più in generale dell’intera sinistra, metteva al centro della concezione umana la «libera attività lavorativa», oggi si tende ad avere una concezione più complessa ed articolata dell’uomo e della sua posizione nel mondo, pur continuando a dare al lavoro l’importanza che merita.

Inoltre, quarto aspetto, sembra essere venuta completamente meno quell’idea di una «dilazione della felicità» che aveva nel passato giustificato le sofferenze patite in nome di un mondo migliore.

Ciò che si può fare ora deve già portare a qualcosa di buono subito:

 non c’è un fine ultimo nella storia capace di sostenere il senso delle sofferenze attuali.

E questo proprio perché, altro aspetto decisivo, come abbiamo visto il concetto di utopia non appare più come l’idea di un mondo perfetto e raggiungibile, quanto piuttosto come un non-luogo fuori dal tempo che serve da idea regolatrice, libera dalle costrizioni del contingente e libera dal senso di responsabilità:

una utopia senza ideologia, liberata cioè dalla struttura interna dell’ideologia, che ne modellava la natura a propria immagine e somiglianza.

Questi elementi, brevemente tratteggiati, sono poi alla base di altri che si stanno lentamente forgiando, soprattutto attraverso l’azione concreta di soggetti sociali – alcuni tradizionali, altri nuovi;

molti piccoli o addirittura piccolissimi, altri più numerosi;

molti connotati solo localmente, altri dalla portata più universalista; ecc. – che riempiono in modo più o meno avvertibile la vita delle nostre società.

Si pensi, solo per fare degli esempi, qualcuno sopra già richiamato, all’idea di un nuovo modello di sviluppo, o addirittura di non-sviluppo;

alla riscoperta dei territori e delle loro caratteristiche;

al nuovo rapporto tra eguaglianza e diversità;

allo sviluppo dei diritti umani;

al nuovo rispetto nei confronti dei beni comuni;

allo sviluppo dei processi di democrazia deliberativa e partecipativa;

 alle tematiche ambientaliste; ecc. S

e l’idea di immaginario qui proposta è plausibile, avremmo a disposizione un nuovo grande bacino di idee di sinistra, capace di orientare la prassi a partire da una dimensione ideale in sintonia con un nuovo modo di pensare l’utopia, anti-ideologico e non totalizzante, forse capace strutturalmente di evitare i rischi e le tragedie del passato.

Emerge però prepotentemente un problema, la cui portata diventa ancor più centrale rispetto al passato:

che forma prende la rappresentanza politica?

Detto diversamente:

quali sono gli strumenti, le condizioni e le modalità perché si instauri un rapporto profittevole tra società civile, e i suoi immaginari, e politica, con le sue regole e condizioni?

 Che rapporto si può dare tra un immaginario prodotto dalla società e un programma prodotto da un partito, o da una coalizione di partiti?

 Ci sono nell’attuale arena politica leader e partiti di sinistra disponibili, nel momento in cui eventualmente scrivono i loro programmi d’azione, ad ascoltare le proposte e le idee che irresponsabilmente arrivano dagli immaginari della società civile?

Sono questioni che mi sembrano oggi ineludibili e sulle quali deve esercitarsi la riflessione di tutti quanti credono in un’idea di democrazia capace di portare con sé la prospettiva di un mondo migliore.

 

 

 

 

Gli Stati Uniti Pronti a Mettere al

Bando le Scie Chimiche: la Storia

della Vera e Unica Emergenza Climatica.

Conoscenzealconfine.it – (6 Aprile 2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Diversi stati americani sono pronti a mettere al bando, finalmente, le cosiddette scie chimiche che tanti danni hanno arrecato e arrecano al clima e alla salute delle persone.

 

I media mainstream ovviamente non hanno affatto gradito la cosa e hanno iniziato a sfornare una serie di articoli a suon di false notizie come loro solito.

Si è mossa subito quindi la “CNN”, la famigerata emittente americana che vanta dietro di sé una lunga storia di notizie false e montature di vario tipo, tra le quali si potrebbe ricordare quella nella quale due giornalisti del canale in questione indossavano delle maschere anti-gas per ripararsi da un fantomatico bombardamento di “Saddam Hussein” che in realtà non aveva mai avuto luogo.

 

Gli ha fatto eco in Italia la versione “nostrana” dell’”Huffington Post”, di proprietà della” famiglia Elkann”, che in pratica ha fatto un titolo copia e incolla del media americano che ha provato a liquidare la questione come una vecchia “notizia falsa” in circolo da svariati decenni.

 

La letteratura è così vasta che si fa fatica pure a capire da dove si deve cominciare, ma forse, come in ogni storia, è meglio partire dall’inizio, da quando tali esperimenti hanno iniziato ad essere messi in atto.

 

Il Primo Caso di Inseminazione Artificiale delle Nuvole.

Il primo caso di inseminazione artificiale delle nuvole risale al 1916, ed è documentato da un rapporto pubblicato nel 1966 da un’apposita commissione speciale sulla modifica del meteo, che riferì sul primo tentativo di provocare delle piogge artificiali a San Diego, nello stato della California.

I risultati furono a dir poco disastrosi. Morirono diverse persone e danni severi vennero arrecati alle proprietà che subirono i primi esperimenti geo-ingegneristici della storia americana e probabilmente del mondo intero.

Nonostante i fallimenti iniziali, la geo-ingegneria ha continuato ad essere praticata da vari istituti ed enti che avevano tutto l’interesse a servirsi di questa sofisticata e pericolosa tecnologia.

È così che avvengono altri esperimenti nel secondo dopoguerra, nel 1952 in particolare, quando nello stato dell’”Oklahoma”, iniziano ad essere sparse nel cielo altre sostanze come lo “ioduro di argento”, tossico per l’organismo, sempre nel tentativo di provocare delle piogge artificiali.

 

Non andò bene pure in quell’occasione, e un giornale locale, il “Daily Oklahoman,” scrisse un articolo nel giugno di quell’anno per documentare i disastri che la geo-ingegneria stava procurando all’ambiente e alle popolazioni:

 “Gli uomini della pioggia oggi sono silenti, senza essere alla ricerca di pubblicità, dopo che delle inondazioni hanno coperto più di un quarto di “Salt Lake City”, e mentre 130mila persone ritornano verso le loro case lungo il fiume Missouri.

Per i due anni precedenti, gli Stati Uniti sono stati il laboratorio degli in-seminatori di nuvole.

 Per alcuni scienziati, e per alcuni civili che si considerano come le cavie da laboratorio colpite in questo esperimento, questa manipolazione del nostro clima ha creato un disastro ambientale dopo l’altro.

Per loro, tutto questo è diventato pari ad un mostro di Frankenstein fuori controllo, seminando disastri nella nostra terra.”

 

Il sito “Stop world control” che ha messo insieme una vasta e inconfutabile documentazione sulle manipolazioni climatiche fa giustamente notare come all’epoca, in qualche quotidiano locale, ancora c’era la possibilità di scrivere qualcosa che non fosse quello che volevano i “grandi” editori della carta stampata che negli anni a venire sono diventati i signori assoluti dei media americani e anche dei media italiani.

In parole povere, quando i quotidiani sono in mano ad un manipolo di oligarchi, non ci si deve sorprendere se tirino fuori articoli a suon di informazioni false come quello dell’”Huffington Post” o di qualsiasi altro quotidiano generalista nelle mani di “Elkann”, “Cairo” o “Caltagirone”, perché tali gruppi hanno degli interessi diametralmente opposti alla verità.

 

Il potere finanziario non ha interesse a far sapere che sulle teste delle persone vengono sparsi da molto tempo dei pericolosi materiali tossici che non dovrebbero essere in nessun modo presenti nei nostri cieli.

 

La geo-ingegneria è stata negata a lungo per questo, perché ammettere la sua esistenza sarebbe stato come ammettere che i vari governi autorizzano questi esprimenti sul clima che procuravano e procurano i loro devastanti effetti, dove ovviamente a farne le spese per primi sono quei cittadini che si ritrovano loro malgrado a far parte di questa manipolazione climatica illegale e mai ufficialmente autorizzata da alcun governo o Parlamento.

 

La geo-ingegneria è perciò in larga parte clandestina, ma gli esperimenti sono stati consentiti in segreto dal governo americano perché i vari inquilini della Casa Bianca non avevano alcun interesse a contrastare gli interessi di quelle élite che volevano servirsi di queste nuove tecnologie per iniziare la falsa narrazione del cambiamento climatico, sulla quale si approfondirà meglio il legame in seguito.

 

I Danni della Inseminazione delle Nuvole.

 

È così che la “General Electric” sempre dopo la fine della seconda guerra mondiale inizia a sua volta lo stesso tipo di esperimenti servendosi però di “pellet di ghiaccio secco” che sortiscono effetti non differenti dai vari metalli utilizzati durante le operazioni di inseminazione delle nuvole.

Un’altra relazione stavolta scritta dalla “Tri-State Natural Weather Association” riportò nel dettaglio i risultati di queste nuove sperimentazioni, commentando quanto avvenuto nella regione del “Potomac”, che comprende diversi stati americani come la” Pennsylvania”, la “Virginia Orientale”, e il “Maryland”.

Il “Potomac” all’inizio degli anni’50 era considerata una ricca e fiorente regione ricolma di risorse naturale e idriche.

Dopo il 1957 però le cose iniziano a cambiare.

 I terreni fertili di un tempo iniziano ad inaridirsi e laddove scorrevano fiumi e torrenti, comparvero zone devastate dalla siccità.

 

I danni furono incalcolabili, ma questa fase può considerarsi l’anticamera della futura, falsa, narrazione che diventerà predominante negli atenei e negli organi di stampa, ovvero quella che associa il cosiddetto “riscaldamento globale” all’ “inquinamento industriale”.

 

Sono think tank globalisti come l’esclusivo “Club di Roma”, fondato nel 1968 da “Aurelio Peccei”, dirigente della FIAT di Gianni Agnelli, a partorire per primi questo filone quando pubblicano nel 1972 il famigerato rapporto intitolato “I limiti della crescita“, nella quale la fa da padrone lo spirito malthusiano.

Secondo questa “ricerca” infatti le risorse del pianeta sarebbero limitate, ergo da questa falsa premessa si giunge alla falsa conclusione che il de-popolamento è l’unica via per salvare la natura messa in pericolo dall’uomo stesso.

Sul banco degli imputati finisce così l’uomo stesso, e la natura, prima soggetta alla creazione divina, finisce per prendere il posto di Dio stesso.

Viene inaugurata così l’era del panteismo moderno.

 

Il club di Roma vuole sterminare l’umanità, salvo poi esonerare dalle sue teorie anti-umane i vari appartenenti a questi circoli di eletti, quali “David Rockefeller”, “Klaus Schwab” e “Albert Bourla”, che con il loro stile di vita fatto di jet privati e costose auto di lusso inquinano come 100 cittadini comuni messi assieme.

 

La Comparsa delle Scie Chimiche.

Gli anni ’80 sono però decisivi nella costruzione della narrazione che associa, falsamente, il cosiddetto riscaldamento globale all’inquinamento industriale, perché fanno la loro comparsa le scie dei jet, chiamate da alcuni “scie chimiche”, che non si dissolvono nell’atmosfera ma restano nei cieli per ore e ore.

Ne hanno parlato diversi scienziati, ma questi, veri ricercatori scientifici, non trovano mai asilo sulle reti televisive, dove invece ci sono tutti i vari “meteorologi” sponsorizzati dai vari istituti di connotazione rockefelleriana.

 

Tra questi autentici scienziati c’è” Rosalind Peterson”, una climatologa in servizio per decenni presso il “dipartimento dell’agricoltura” degli Stati Uniti.

 La dottoressa Peterson ripercorre la storia delle scie degli aerei e rileva come proprio in questo periodo iniziano a vedersi queste strisce nei cieli che restano al loro posto per tantissimo tempo.

Le notano anche i cittadini comuni che iniziano a fare foto e video per documentare l’inedito fenomeno.

Il sistema si allarma, anche se aveva già un piano pronto per far fronte a tale situazione.

L’aereonautica americana subito liquida il tutto come una montatura da buontemponi che prenderà definitivamente quota nell’era di Internet.

 La “NASA”, la famosa agenzia aerospaziale americana, suona dallo stesso partito.

 

All’inizio degli anni’80, i vari rappresentanti dell’agenzia iniziano a girare nelle scuole per dire che non c’è nulla di cui preoccuparsi se i ragazzi iniziano a notare queste strisce permanenti nel cielo.

Sono assolutamente “normali”.

 

C’è però un corto circuito.

Se in un primo momento la NASA nega tutto, negli anni successivi inizia a realizzare una serie di studi nei quali certifica la veridicità del fenomeno.

Uno scienziato in servizio presso il centro di ricerca NASA di Langley, in Virginia, “Patrick Minnis”, afferma che le scie degli aerei sono la causa di quelli che in meteorologia vengono chiamati come “cirri”, degli strati bianchi di nubi.

I cirri, a loro volta, causano “un riscaldamento della superficie della terra, trattenendo il calore emesso dalla superficie e dall’atmosfera.”

 

La “NASA” in pratica nei suoi studi e ricerche ha candidamente ammesso che il cosiddetto fenomeno del “riscaldamento globale” del quale parlano così tanto insistentemente i vari “climatologi” del mainstream altro non è che il risultato di una manipolazione artificiale causata da questi cirri.

Le acque piovane sono poi un testimone perfetto di queste manipolazioni.

 Qualche tempo fa, ad esempio, vennero condotte delle analisi sulle acque piovane in Calabria e si scoprì che queste contenevano “bario”, “alluminio” e “stronzio, tutti quei metalli pesanti che non devono esserci nelle piogge e che sono la prova di una inseminazione artificiale delle nuvole.

 

Le prove sono davvero soverchianti e negli anni recenti si sono fatti avanti anche altri rappresentanti dei vari istituti di meteorologia ufficiali.

La Denuncia dei Climatologi Spagnoli:

le Scie Chimiche Sono un Programma Militare.

In Spagna, il 4 ottobre del 2014, ci fu un’altra clamorosa conferma.

Quattro meteorologi della “Agencia Estatal de Meteorología “de España, la “AEMET,” ammisero davanti ai microfoni della radio” Cadena Ser”, l’esistenza delle scie chimiche rilasciate da aerei militari su ordini dell’esecutivo spagnolo.

 

Le scie producevano gli stessi effetti visti nella regione “Potomac” 60 anni prima. Le temperature aumentavano e ne seguiva una disastrosa siccità di mesi, per cercare di rendere la Spagna più simile ad una isola dei Caraibi e promuovere così il turismo, anche se, come si è visto, c’era e c’è un’agenda più propriamente politica.

I quattro meteorologi aggiunsero poi che i metalli contenuti nelle scie erano la causa di tutta una serie di malattie respiratorie che colpivano diverse persone nella popolazione.

L’intervista però ebbe vita breve. La radio spagnola, “Cadena Ser,” la fece sparire subito, dopo probabili pressioni dall’alto perché il contenuto scottava troppo e chiamava direttamente in causa gli alti vertici del governo spagnolo.

Se ne interessò persino, “Ramon Tremosa i Balcells”, un deputato dell’”ALDE”, un gruppo del Parlamento europeo ben lontano da posizioni sovraniste, che presentò un’interpellanza alla Commissione europea che mai diede alcuna risposta al quesito.

La militarizzazione sembra essere comunque la costante in tutte queste operazioni.

In Germania, il modus operandi, appare identico.

 A breve distanza di tempo dalle dichiarazioni, censurate, dei quattro climatologi spagnoli seguì nel 2015 un’inchiesta della TV tedesca RTL che rivelò come fossero le forze armate a gestire queste operazioni.

I giornalisti di “RTL” si avvalsero anche del contributo di esperti militari, anche se questi provarono a dire che la quantità dei metalli pesanti nelle scie non era pericolosa, quando in realtà le analisi di laboratorio li smentivano.

Non c’è, come si vede, alcuna “teoria” al riguardo, ma una storia documentata di costante tentativo di manipolazione del clima per ragioni politiche senza ovviamente alcun riguardo per le conseguenze sulla salute dei cittadini.

Da troppo tempo i cieli sono inondati da queste orrende strisce che non permettono nemmeno di vedere il colore azzurro sopra le città, sostituito spesso da questo tappeto fatto di una massa bianca lattiginosa, “i citati cirri”, e non le tradizionali nuvole che hanno una forma e una consistenza completamente diversa.

 

Gli aumenti repentini delle temperature che si registrano nei centri urbani dopo tali irrorazioni sono, come avranno notato molte persone, passeggeri perché non appena si esaurisce l’effetto delle scie, dopo qualche giorno, le temperature riscendono nuovamente, e questo spiega perché d’inverno negli ultimi anni si sia assistito a sempre più frequenti sbalzi di temperature che oscillano persino di dieci gradi da un giorno ad un altro.

Non si può non concludere che il riscaldamento globale è una frode, soprattutto nei termini del mainstream, perché esso è un fenomeno passeggero e provocato da queste manipolazioni climatiche.

Il clima però non è un qualcosa che può essere cambiato permanentemente dall’uomo nel lungo periodo.

 Esiste una sorta di equilibrio naturale che alla fine riporta l’ambiente alla sua condizione naturale.

 Nessuna geo-ingegneria potrà mai arrivare all’obiettivo di trasformare, ad esempio, la Spagna o l’Italia in due Paesi tropicali.

 

C’è sempre un naturale punto di ripristino che sotto certi aspetti sembra già essere in corso d’opera.

I dati a disposizione indicano infatti che nonostante la manipolazione del clima, la Terra non sta affatto subendo un innalzamento delle temperature, ma piuttosto è testimone di un raffreddamento.

La natura non può essere stravolta, ma ciò non toglie che la geoingegneria ha bisogno quanto prima di una seria regolamentazione perché essa, oltre a rappresentare un pericolo per la salute, è anche una devastante arma in grado di provocare eventi catastrofi climatici contro quei Paesi che spesso sono considerati una “minaccia” dai soliti ambienti Euro-Atlantici.

È la storia di “HAARP”, ad esempio, un’altra potente tecnologia che emana potentissime onde nella ionosfera in grado di provocare terremoti e uragani.

Se ne parlò persino, nuovamente, al Parlamento europeo, in una relazione della eurodeputata svedese “Maj Britt Theorin”, nella quale si documentava nel dettaglio come le antenne radio di “HAARP” fossero in grado di causare devastanti eventi climatici, tanto da poter creare la apposita definizione di “terrorismo climatico”.

 

Si è nel terreno delle tecnologie più avanzate e pericolose degli ultimi 50 anni, e vedere che i media mainstream provano ancora una volta a insabbiare questa reale emergenza, dimostra nuovamente come questi siano completamente succubi del potere della finanza e delle corporation per poterne parlare.

 

Certamente il fatto che negli Stati Uniti si vada verso una messa al bando delle scie chimiche dimostra il cambiamento epocale in corso in questo Paese, soprattutto ovviamente da quando c’è stato il ritorno ufficiale di Donald Trump.

Il presidente degli Stati Uniti per primo ha ammesso che quanto viene irrorato nell’aria potrebbe essere la causa, ad esempio, dell’enorme aumento dei casi di autismo in America.

 L’America che è stata per decenni il motore propulsore di tali pericolose e letali tecnologie ora diventa il posto nel quale si discute la loro messa fuori legge.

Il cambio di paradigma è epocale.

Nel fortino della negazione della geo-ingegneria resta a questo punto soltanto l’Unione europea, ma Bruxelles, è proprio il caso di dirlo, rischia di essere travolta dalla bufera che sta stravolgendo tutto il cosiddetto “ordine” Euro-Atlantico che esiste da 80 anni.

(Cesare Sacchetti).

(lacrunadellago.net/gli-stati-uniti-pronti-a-mettere-al-bando-le-scie-chimiche-la-vera-e-unica-emergenza-climatica/).

 

 

 

Trump a due facce: spiragli e linea dura

 sul futuro dei dazi. "Abbiamo più potere

 per le negoziazioni. È ora di arricchirsi."

Ilgiornale.it - Valeria Robecco – (5 Aprile 2025) – ci dice:

Il tycoon sconfessa i consiglieri e apre a trattative: "Tutti ci chiamano. Gli investitori? Le politiche non cambieranno".

 Caos Usa: corsa agli acquisti. Oggi cortei anti-Donald

Prima apre alle trattative contraddicendo i suoi stessi consiglieri, poi torna a mostrare il pugno duro e afferma che la sua linea non cambierà.

Donald Trump porta sulle montagne russe gli Stati Uniti e il mondo intero sulla questione dei dazi, e nonostante il crollo del mercato azionario e il dollaro in caduta libera, ripete che questo è il momento di arricchirsi.

Ieri mattina il presidente americano ha spiegato che «le tariffe doganali ci danno un grande potere di negoziazione.

Tutti i paesi ci stanno chiamando.

Abbiamo preso il comando: se avessimo chiesto loro di farci un favore avrebbero detto di no.

Ora, invece, farebbero qualsiasi cosa per noi».

E smentendo quanto dichiarato dal segretario al Commercio” Howard Lutnick” e dal consigliere “Peter Navarro” (i quali hanno ribadito a più riprese che non c'era spazio per trattare), ha detto di essere disponibile a ridurre le percentuali se altre Nazioni fossero state in grado di offrire qualcosa di «fenomenale».

 Un possibile scambio?

Alleggerire i dazi alla Cina in cambio del via libera alla vendita delle operazioni americane di TikTok.

E non si è trattenuto dal sottolineare che «la Cina se l'è giocata male» replicando con i contro-dazi «e si è fatta prendere dal panico. L'unica cosa che non può permettersi di fare».

Dopo l'apertura, tuttavia, il presidente americano ha fatto nuovamente marcia indietro: «Le mie politiche non cambieranno mai.

Questo è un grande momento per arricchirsi, per arricchirsi più che mai», è il messaggio lanciato su “Truth” agli investitori «che vengono negli Stati Uniti».

La Casa Bianca, da parte sua, ha consigliato ai repubblicani del Congresso americano di concentrarsi sull'impatto di lungo termine dei dazi, mettendo in evidenza che il tycoon sta «rivoluzionando il commercio mondiale» e le tariffe innescheranno il ritorno delle aziende negli Usa, ampliando la base manifatturiera e «creando posti di lavoro ben pagati».

Ma anche tra i conservatori non tutti sono convinti che le politiche commerciali del comandante in capo avranno effetti positivi.

 E infatti al Senato è stato presentato un progetto bipartisan che concede al Congresso il via libera finale sui dazi imposti da un presidente:

il provvedimento porta la firma del repubblicano “Chuck Grassley “e della democratica “Maria Cantwell”, e pur avendo poche chance di essere approvato, mostra senza dubbio il disagio di alcuni esponenti del “Grand Old Party”.

 

Intanto negli Usa è già scattata la corsa agli acquisti «preventivi»:

dai televisori alla salsa di soia, dagli indumenti alla birra irlandese, milioni di americani hanno reagito ai dazi allo stesso modo, ossia precipitarsi nei negozi a fare scorta per la paura di un'imminente impennata dei prezzi.

La sensazione diffusa, ha spiegato il “Wall Street Journal”, è che il colpo stavolta arriverà a tutti:

dai piccoli imprenditori ai consumatori, e in tanti vogliono giocare d'anticipo. Anche” Mark Cuban”, imprenditore miliardario e personaggio televisivo, ha suggerito la stessa cosa ai suoi follower.

 «Dal dentifricio al sapone, qualsiasi cosa per cui riuscite a trovare spazio in casa, acquistatela prima che debbano rifornire l'inventario - ha affermato in un post sulla piattaforma di social media” Bluesky”-.

Pure se sono prodotti negli Usa, aumenteranno il prezzo e daranno la colpa ai dazi».

E oggi è la giornata della grande protesta contro Trump in tutti e 50 gli Stati americani:

la manifestazione «Hands Off», con oltre 1.100 eventi ai quattro angoli del Paese, dovrebbe rappresentare la più grande dimostrazione in un solo giorno contro il 47° presidente da quando è tornato alla Casa Bianca.

 «Non si tratta solo di corruzione, non si tratta solo di cattiva gestione”.

 

“Si tratta di un'acquisizione ostile» del potere, si legge sul sito dell'organizzazione. Si protesta contro Trump, ma anche contro i suoi alleati miliardari, a partire dal first buddy “Elon Musk” e i suoi tagli al governo federale con il” Doge”.

 

 

Capitalismo e democrazia.

Contributi elettorali ed influenza politica:

quanto contano veramente i soldi in politica?

 

Eticaeconomia.it - Valerio Leone Sciabolazza – (15 settembre 2024) –  Redazione -ci dice:

 

“Valerio Leone Sciabolazza” ragiona sull'apparente discrepanza fra il valore dei benefici che si possono ottenere dal sistema politico e le spese limitate sostenute per influenzarlo e richiama l’attenzione sulle risorse, diverse dai contributi elettorali, che i donatori possono mettere a disposizione dei politici, quali, ad esempio, le connessioni sociali, i consigli strategici, e la visibilità mediatica.

L’ipotesi è verificata esaminando cosa è accaduto nelle campagne elettorali degli Stati Uniti in seguito alla morte di un donatore.

 

Da tempo è stato osservato che esiste una significativa discrepanza tra il valore dei benefici che può assicurare il sistema politico ed i costi da sostenere per ottenere tali benefici.

 Negli Stati Uniti, nel biennio 2021-2022, il governo federale ha speso circa 6 trilioni di dollari, ed i suoi consumi ed investimenti lordi hanno superato i 4 trilioni.

La possibilità di indirizzare le decisioni di spesa di un tale budget giustificherebbe una spesa enorme per influenzare l’esito delle campagne elettorali.

 Eppure, nello stesso biennio, l’ammontare delle donazioni verso candidati e partiti è stato di soli 14 miliardi, e i contributi di molti donatori facoltosi sono rimasti ben al di sotto dei limiti ammessi dalle leggi federali.

Tale apparente inefficienza del mercato politico, per cui le regole di prezzo e competizione sembrano non seguire le logiche dei mercati economici tradizionali, è denominata “paradosso di Tullock”, dal nome dell’economista che per primo lo ha teorizzato (G. Tullock, “The purchase of politicians”, Western Economic Journal, 1972).

 

Due ipotesi principali sono state avanzate per spiegare questo paradosso.

 La prima suggerisce che le donazioni politiche siano simili più ad atti di filantropia che ad un investimento economico, e per questo sono così basse rispetto agli interessi in gioco.

La seconda ipotesi è che i donatori non abbiano bisogno di spendere grandi somme perché possono esercitare la loro influenza semplicemente minacciando i propri candidati di sostenere i loro avversari (Cfr. S. Ansolabehere et al. “Why there is so little money in U.S. Politics”, Journal of Economic Perspectives, 2003; L. Bouton et al., “A Theory of Small Campaign Contributions”, The Economic Journal, 2024).

 

È possibile però avanzare una terza ipotesi:

i costi documentati delle campagne elettorali non sono così alti come ci aspetteremmo poiché i contributi dei grandi donatori non sono completamente osservabili, e una parte significativa del loro supporto non è monetario.

 I donatori, infatti, possono essere determinanti per il successo elettorale dei candidati offrendo risorse non tangibili come connessioni sociali, consigli strategici, e visibilità mediatica, e mettendo personale esperto a disposizione di una campagna elettorale.

Dimostrare questa terza ipotesi non è però un compito facile:

occorre individuare il ruolo dei personaggi più influenti dell’economia e della politica nel determinare, indipendentemente dalle donazioni, il successo elettorale di un candidato.

 

A questo dibattito contribuisce un recente articolo (M. Battaglini, V. Leone Sciabolazza, M. Lin, E. Patacchini, “Unobserved Contributions and Political Influence: Evidence from the Death of Top Donors”, NBER Working Paper No. 32649, 2024) che analizza l’influenza politica esercitata dai 1000 maggiori donatori delle campagne elettorali statunitensi per la Camera dei Rappresentanti in otto cicli elettorali, dal 2008 al 2018 (caratteristiche ed ammontare dei contributi elettorali di tali donatori sono mostrati).

 La sfida principale affrontata da questo articolo è che per comprendere il ruolo dei donatori nell’influenzare una campagna politica, non è sufficiente verificare se in media i politici eletti, rispetto ai non eletti, siano più frequentemente o maggiormente finanziati da un donatore.

Questo anzitutto perché una larga parte di ciò che offre un donatore potrebbe essere inosservabile.

In secondo luogo, anche se fosse possibile registrare tutto il supporto offerto da un donatore, non si potrebbe stabilire, a priori, se un politico abbia vinto le elezioni proprio grazie a quel sostegno, o se abbia ottenuto tale sostegno perché già aveva alte probabilità di essere eletto.

E questo secondo caso si verificherebbe se i donatori scegliessero strategicamente i candidati da appoggiare, così da assicurarsi sempre una relazione col vincitore.

 

Motivato da questa considerazione, e dalla evidenza empirica dell’esistenza di una relazione significativa fra la vittoria di un candidato e il supporto ricevuto da un donatore, l’articolo analizza un caso specifico della campagna elettorale: come cambiano i risultati elettorali di un candidato quando il suo donatore muore.

 La morte di un donatore rappresenta infatti un’interruzione repentina dell’aiuto al candidato che non dipende dalle sue probabilità di vittoria, e permette quindi di osservare come la presenza o la mancanza di un donatore, a prescindere dalle caratteristiche e le possibilità di vittoria del candidato, possa cambiare le sue prospettive elettorali.

 

Tale analisi è resa possibile da alcune importanti caratteristiche del mercato politico statunitense nel periodo osservato.

Primo, in media, almeno 44 dei 1000 maggiori donatori sono morti durante ogni ciclo elettorale considerato, e in conseguenza di ciò circa il 10% di tutti candidati ad una elezione ha perso almeno un donatore.

È sempre molto ampio il campione di politici sul quale basare lo studio.

Osservando la variazione della performance di ogni candidato nelle elezioni precedenti e successive alla morte di un donatore in 8 cicli elettorali, in seggi con votanti dalle caratteristiche economiche e politiche differenti, e con fondi elettorali disponibili di entità variabile, lo studio mostra che la morte di un donatore ha l’effetto, statisticamente significativo, di ridurre le probabilità di successo di un candidato di circa 3 punti percentuali (standard deviation 0.001), che si traduce in una riduzione della quota di voti ottenuti stimata intorno al 2,5%.

 Per comprendere l’entità di questo effetto, si consideri che in media, in un ciclo elettorale, 18 candidati vincenti perderebbero il proprio seggio a seguito di una tale riduzione di voti.

Ciò implicherebbe un cambio di circa il 4% della composizione della Camera dei Rappresentanti, che sarebbe sufficiente a cambiare la maggioranza della Camera nella maggior parte delle elezioni considerate.

Due sono i risultati particolarmente rilevanti di questo studio.

Anzitutto, l’effetto della morte di un donatore persiste anche nei cicli elettorali successivi, a dimostrazione che i candidati faticano a rimpiazzare i donatori persi.

Secondo, l’effetto esercitato dai donatori sui candidati non dipende dalle loro donazioni monetarie osservabili.

 Infatti, i candidati che vedono ridursi i propri contributi elettorali di una somma simile a quella che si perderebbe dopo la morte di un donatore, non soffrono di una diminuzione significativa della propria probabilità di elezione.

 L’impatto della morte di un donatore sembra piuttosto dipendere dalla sua “prominenza”.

 Come detto, in media la morte di un donatore diminuisce del 3% le probabilità di vittoria di un candidato.

Tale effetto però aumenta o diminuisce a seconda della prominenza del donatore: a parità di riduzione di contributi elettorali ricevuti, le performance elettorali dei candidati che perdono donatori particolarmente noti o influenti (ad esempio quelli inclusi nella lista Forbes 400, o il cui nome è maggiormente cercato su Google) peggiorano di più rispetto a quelle di chi perde donatori meno prominenti.

Ciò suggerisce che i donatori esercitano una forma di influenza che va oltre il semplice supporto economico, fornendo contributi intangibili come visibilità e connessioni politiche.

A riprova di ciò, nell’articolo viene analizzato ammontare complessivo di spese sostenute da ogni candidato e da gruppi di interesse per finanziare spot pubblicitari a favore del candidato stesso nel periodo 2012-2018, e si mostra come, dopo la morte di un donatore, i candidati vedono diminuire in maniera statisticamente significativa l’ammontare speso a loro favore dai gruppi di interesse (mentre le spese sostenute dal candidato restano invariate).

È importante notare che candidati con caratteristiche simili a quelle dei candidati finanziati da donatori deceduti (ad es. che concorrono in distretti limitrofi, e con simili orientamenti politici) non risentono di una diminuzione nelle spese pubblicitarie a loro favore a seguito della morte di tali donatori.

 Ciò suggerisce che, nel mercato politico, i donatori tendono sempre a segnalare la loro connessione con specifici candidati.

 

La domanda finale dello studio è se la morte di un donatore abbia effetti che vanno oltre la competizione elettorale, influenzando anche l’attività legislativa dei politici.

Considerando l’universo delle proposte di legge presentate alla Camera dei Rappresentati, e tutte le votazioni occorse durante 8 legislature (2007-2019), risulta che tra i candidati finanziati da un donatore vincenti in due elezioni consecutive, coloro che perdono un donatore durante la competizione elettorale, dopo la loro seconda elezione diminuiscono i temi trattati nelle loro proposte legislative, e votano maggiormente in linea con le posizioni del loro partito.

 Ciò suggerisce che i donatori hanno la capacità di orientare l’attività legislativa dei politici, e che questi ultimi, una volta perso il proprio donatore, possano concentrarsi su una agenda politica più precisa, occupandosi meno di temi legislativi e più di questioni care a loro od al loro partito.

 

In conclusione, lo studio mostra che i grandi donatori hanno un impatto significativo tanto sulle prospettive di successo elettorale quanto sul comportamento legislativo dei candidati che finanziano.

 Il loro contributo non si limita alla donazione di denaro, ma comprende risorse intangibili che possono essere cruciali per il successo politico, e che possono avere effetti persistenti e di lunga durata.

Questi risultati non solo contribuiscono a una maggiore comprensione del “paradosso di Tullock” e delle apparenti inefficienze del mercato politico, ma sollevano nuove questioni sulle modalità corrette di regolamentazione dei rapporti fra politici e donatori, e sul ruolo che questi ultimi esercitano nel sistema politico.

 

 

 

 

Crollano le borse, è il

momento di arricchirsi?

Tio.ch - Davide Milo – (08 apr. 2025) – ci dice:

 

L'analista finanziario Roberto Malnati: «Forse Trump ha fatto male i conti». Ecco cosa potrebbe succedere nel prossimo futuro.

 

LUGANO - Sullo scacchiere dell’economia globale, la mossa di Trump ha pesato ancora una volta sulle Borse. Dopo il primo crollo di venerdì, la tendenza al ribasso è proseguita con l'inizio della nuova settimana. Anche in Svizzera, con l’indice SMI sceso del 6,9% pochi minuti dopo l’apertura.

I dazi spaventano, ma si tratta di una svolta epocale?

 Lo abbiamo chiesto a “Roberto Malnati”, Financial Analyst per Royalfid SA.

«Va detto prima di tutto che questa situazione non è nuova.

 Qualcosa di simile era già successo nel ‘71 con Nixon e l'abbandono degli accordi di Bretton Woods.

 Insomma, i riferimenti per capire cosa può succedere quando un cambiamento diventa epocale ci sono.

 In quel caso la svalutazione del dollaro aveva portato all'abbandono della convertibilità con l'oro.

Una manovra che colpì il mondo intero in quanto l'America era il riferimento finanziario mondiale».

 

Oggi siamo così colpiti dalla volatilità delle borse.

«Ma non nella stessa misura degli americani. Loro hanno un sistema assistenziale che è fortemente dipendente dagli investimenti azionari. I fondi pensione dei lavoratori hanno una componente importante di fondi azionari».

Cosa sta succedendo adesso sui mercati.

«Il mercato in questo momento è mosso dalla paura e dall'incertezza. Perché nessuno ha la sfera di cristallo e sa quali saranno le aziende giuste in cui investire. L'investitore dunque cosa fa? Vende».

 

Con che impatto sulle aziende?

«Per ora nessuno. Lo vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà, se ci saranno degli aggiustamenti tariffari o altro. Anche la Svizzera ancora non sa che cosa succederà esattamente».

 

Voi analisti finanziari come suggerite di muoversi?

«Il nostro lavoro è quello di garantire la sicurezza finanziaria altrui. E se in questo momento non ha senso insistere con la convinzione che il mercato cresce sempre, posso dire che, se si guarda alle crisi del passato, il mondo si è sempre adeguato».

 

Perché le borse sono precipitate?

«Quello che è accaduto in questi giorni ha a che fare anche con le modalità con cui il mercato finanziario funziona.

 Da una parte ci sono i capitali veri degli investitori, dall'altra i margini finanziari concessi dagli operatori e usati per amplificare la salita dei mercati.

Questi margini fungono da leva di mercato, ma quando questa leva finanziaria scende, si chiudono i rubinetti.

Ecco che accade quello che abbiamo visto venerdì e all’apertura di lunedì:

 scende tutto, anche i beni rifugio come l’oro.

Questo non ha a che fare con il valore delle singole aziende o con quello che gli succederà in futuro, ma con dei meccanismi di funzionamento del mercato.

E non è una risposta emotiva, è l’operatore finanziario che ti dice che non hai più liquidità per rimanere in quell’investimento è quindi vende i tuoi titoli».

Si può spiegare in termini pratici?

«Mettiamo di avere 100 dollari sul conto. Grazie ai margini concessi ci viene data la possibilità di investirne 500 su un titolo come Nvidia, per esempio. Se Nvidia perde il 20%, l’investitore ha praticamente perso quei 100 dollari che aveva sul conto. Quindi quei titoli, che l'operatore finanziario non può più garantire al cliente diventato insolvente, vengono venduti sul mercato».

 

La strategia di investimenti di “Warren Buffett” dice di comprare ciò che è deprezzato pensando che risalirà. Ha senso?

«Dipende. Pensiamo ad Apple, ora rischia - causa dazi - di vedere i suoi top di gamma passare da 1700 dollari a 2400 dollari.

Buona parte delle aziende tecnologiche americane ha negli Stati Uniti solo la parte marketing, a volte quella progettistica.

Ma la catena di approvvigionamento era in Cina ed ora è in India o in Vietnam. Con i dazi, le importazioni avranno un altro costo e spostare la catena di approvvigionamento non è così semplice.

Da una parte ci vorrebbero gli anni per farlo, dall’altra i costi lieviterebbero enormemente nel produrre in loco».

 

Il valore di queste aziende è destinato a non risalire più come prima?

«Buona parte delle aziende del Nasdaq erano quotate con multipli P/E (Price/Earnings) elevatissimi.

 Questo perché garantivano guadagni molto elevati.

 Avevano margini enormi, pagando un prodotto a un prezzo e vendendolo al quadruplo.

 Se la componentistica di colpo arriva a costare il doppio, questi margini si sgonfiano.

 Insomma non è che il 25% di discesa di un titolo di un'azienda che prima faceva numeri importanti sia un buon motivo per comprare.

 Per non parlare del fatto che negli Stati Uniti, queste valutazioni molto elevate hanno anche a che fare con un mercato, quello americano, che è costruito per oltre i due terzi dai consumi.

Che a loro volta si poggiano sul debito, sulle innumerevoli carte revolving in circolazione.

Con i dazi, ora, anche il potere d'acquisto dell’americano diminuirà.

 E l’impoverimento del consumatore americano equivale all’impoverimento del PIL americano».

 

L’idea di Trump è quella di spingere al consumo dei prodotti locali, alla produzione interna.

«Può funzionare con alcuni settori, ma che costituiscono una percentuale minima del prodotto interno lordo.

Ma come faranno con la automotive o l'elettronica? La componentistica è tutta d’importazione e non si sposta uno stabilimento dall’oggi al domani».

 

Trump ha fatto male i conti?

«Parla la matematica.

Prendiamo Apple, mettiamo anche che voglia assorbire, avendone le possibilità, i costi in più per la produzione dei suoi prodotti per non farli ricadere sul consumatore.

 E che lo faccia mentre sposta gli stabilimenti in loco.

La quotazione di Apple scenderà e questo si ripercuoterà sui fondi pensione della popolazione che diventerà più povera e non potrà comunque permettersi Apple».

 

Le aziende erano avvantaggiate dal sistema attuale, cercheranno di difenderlo?

«Tasse ridicole e lavoro a basso costo sono state una manna per le aziende americane.

 Facilmente ci saranno degli spostamenti tattici. I dazi in Canada sono più bassi? Ecco l’azienda europea che lì apre una rete commerciale.

Ci saranno uffici di facciata che si occuperanno solo di far figurare la merce in entrata in Canada per poi spostarla negli Stati Uniti».

 

È il momento di arricchirsi investendo?

«Le borse mondiali salgono in media dell'8% all'anno.

Tolta l’inflazione rimane un 3% che, probabilmente, quest’anno ce lo siamo già giocato.

 Ci aspettano forse un paio d'anni di difficoltà, prima di veder risalire l'indice mondiale.

 C’è chi cercherà di arricchirsi con strumenti che si muovono molto.

 Ma sono estremamente volatili, quindi rischiosi.

L'investitore vero è quello che mette un terzo dei soldi in borsa, un terzo nelle obbligazioni e un terzo negli immobili e, tra gli alti e bassi, continua a guadagnare più o meno quanto ha fatto fino ad ora».

 

 

 

Come guadagnare con l’Intelligenza

Artificiale (e quando è possibile farlo!)

Getresponse.com - Gianpiero Spelozzo - Content Creator – (22 gen. 2025) – ci dice:

 

È possibile guadagnare con l’intelligenza artificiale? Se sì, in che modo?

L’AI sta rivoluzionando il modo in cui lavoriamo e interagiamo con gli strumenti nella nostra vita quotidiana e professionale.

Può renderci molto più produttivi e aiutarci a intercettare nuove opportunità di business, ma attenzione, non è una bacchetta magica che crea ricchezza dal nulla.

 

L’Intelligenza Artificiale è uno strumento potente che, se utilizzato correttamente, può semplificare i processi e rendere più accessibili le opportunità di guadagno, ma non genera direttamente profitti.

 Come tutte le innovazioni tecnologiche, facilita e ottimizza le attività che possono portare a un guadagno.

Ad esempio, può automatizzare compiti ripetitivi, fornire analisi predittive o personalizzare l’esperienza del cliente, liberando tempo prezioso a professionisti e aziende, da dedicare ad aspetti più creativi o alla messa a terra della strategia di business nel suo complesso.

Abbiamo già visto come l’Intelligenza Artificiale ha migliorato il marketing. In quest’articolo vedremo quali sono le aree di lavoro più promettenti per trasformare l’investimento in intelligenza artificiale in guadagno.

 

Le aziende italiane stanno guadagnando di più con l’Intelligenza Artificiale?

Prima di comprendere il come, è interessante sapere se effettivamente aziende e professionisti stiano già guadagnando con l’Intelligenza Artificiale.

 

Per rispondere a questa domanda ci serviamo dell’ultimo studio dell’ “Osservatorio Artificial Intelligence” del Politecnico di Milano.

 Secondo la Ricerca, circa 6 grandi aziende su 10 hanno già attivato almeno una sperimentazione basata sull’Intelligenza Artificiale., tanto che il mercato delle soluzioni AI ha raggiunto nell’ultimo anno il valore di 760 milioni di euro.

Tuttavia, i professionisti e le PMI stanno facendo ancora troppo poco nonostante l’intelligenza artificiale stia diventando sempre più economica e accessibile.

 Non resta dunque che ragionare su una chiara strategia d’implementazione, identificando gli obiettivi chiave e comprendendo come l’AI possa supportarli. Inoltre, un buon utilizzo dell’ “Intelligenza Artificiale Generativa” passa attraverso un’analisi dei rischi privacy, garantendo il rispetto della normativa e del cliente in qualsiasi step automatizzato.

 

Il messaggio più importante è però quello della collaborazione con l’umano:

L’intelligenza artificiale permette davvero di guadagnare se diventa un supporto per gli esperti di una determinata attività per ampliare e migliorare i propri output e non un mero sostituto del lavoro.

 Ancor più oggi che l’intelligenza artificiale permette a tutti di raggiungere determinati risultati, l’esperienza umana fa la differenza nell’ottenimento di vantaggio competitivo per le imprese.

 

10 modi per guadagnare con l’Intelligenza Artificiale.

L’IA è spesso legato all’idea di guadagno online e lavoro da casa.

In effetti, l’ “Intelligenza Artificiale Generativa” offre funzionalità incredibili per ridurre i tempi, ottimizzare i costi o rendere più efficaci le attività, in special modo nelle attività di marketing.

 Vediamo ben 10 esempi di cosa è possibile fare.

 

1. Lead generation e nurturing

L’AI può essere un validissimo alleato per intercettare nuovi contatti e portare avanti attività utili ad instaurare una relazione con potenziali clienti.

 I principali software di web marketing si sono già attrezzati in questo senso.

 

Ad esempio, “GetResponse”, con il suo “AI Campaign Generator”, permette di creare diverse varianti di “landing page” per ogni preciso target in pochi minuti. Inoltre, tramite gli” autoresponder” e la possibilità di creare newsletter per il follow up, diventa molto più facile costruire un’ottima esperienza per clienti, lead e prospect.

 

Creare email e landing page con l’intelligenza artificiale di GetResponse

2. Ottimizzare le attività di SEO.

La ricerca e l’analisi delle keyword, la scrittura di brief pensati per il web, la costruzione di una strategia di “content management” basata sull’ottimizzazione dei contenuti per Google e altri giganti del web:

tutte attività tipiche del “SEO manager” che possono essere ottimizzate ed efficientate grazie all’intelligenza artificiale.

 

Un esempio di strumento dedicato a questa attività è “Surfer SEO”, che offre un’ottimizzazione on-page completa e si integra anche con “Jasper.ai”, che, come abbiamo visto, permette di generare direttamente contenuti.

 Guardando in casa nostra, impossibile non citare “SEO zoom”, suite completa molto nota agli addetti ai lavori, che da tempo ha integrato un assistente editoriale alimentato dall’AI.

Se gli strumenti generalisti di “AI “offrono già grandi opportunità di guadagno, è grazie ad un “tool dedicato” che è davvero possibile rivoluzionare i processi di business, sia per un’agenzia “digital “sia per una “corporate”.

3. Recensioni di prodotti per affiliazione.

L’affiliate marketing mantiene un ruolo importante nelle possibilità di guadagnare tramite un blog.

L’attività consiste semplicemente nell’inserire nel tuo blog un link univoco di un prodotto che suggerisci, per fa sì che sia dimostrabile che il prodotto è stato acquistato tramite te e il tuo contenuto.

 

Con l’utilizzo dell’AI nell’affiliate marketing puoi diventare sempre più veloce nello scrivere contenuti, in particolare recensioni, facendo leva sugli strumenti di AI Generativa.

 L’AI può aiutarti a scrivere da zero un contenuto, ma anche a migliorarne l’efficacia in ottica SEO, generare nuove idee per futuri contenuti o rivedere le bozze.

 

Tutto ciò vale per le recensioni sul tuo sito web o sul tuo blog, ma anche su tutti i contenuti che potrai creare sui tuoi canali social.

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Per le lezioni, sono disponibili diverse opzioni di formato, ad esempio test, video, webinar o è possibile caricare semplicemente un PDF con il contenuto della lezione corrispondente.

Per arricchire l’offerta formativa, potresti anche aggiungere dei quiz, il cui completamento dà accesso al modulo o alla lezione successiva.

3. Progettazione della pagina del corso:

4. Infine puoi assegnare un nome al corso e impostare i metodi di monetizzazione. Puoi impostare il corso gratuito oppure scegliere tra diverse opzioni di pagamento.

Il bello di questa piattaforma è che puoi collegarla direttamente agli strumenti di email marketing.

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Liberalismo e repubblicanesimo

tra diritti, conflitto e comunità.

 Pandorarivista.it - Nadia Urbinati – (23 giugno 2024) – ci dice:

 

Parlando di liberalismo, occorre svolgere una riflessione preliminare:

si tende oggi a identificare il neoliberalismo con il liberalismo.

 Si tratta di un’identificazione sbagliata, che ha – o può avere – ricadute negative sull’ordine politico democratico.

Propongo quindi un’opera di pulizia concettuale.

 Il liberalismo ha una ricchezza di implicazioni e di contenuti che va al di là dei rapporti di mercato e della libertà di arricchirsi.

“ John Rawls” parlava di “liberalismo politico” volendolo tenere distinto da quello economico.

“ Hans Kelsen “sostenne molto prima di” Rawls” che non si può identificare il liberalismo col liberalismo economico;

come scrisse nel 1945, una «democrazia senza opinione pubblica è una contraddizione in termini.

In quanto l’opinione pubblica può sorgere dove sono garantite la libertà di pensiero, la libertà di parola, di stampa e di religione, la democrazia coincide con il liberalismo politico, sebbene non coincida necessariamente con quello economico».

La democrazia senza liberalismo è un ossimoro.

 Liberalismo e democrazia dovevano procedere insieme:

la democrazia presume dissenso, diritto di parola e di associazione;

 dal canto suo il liberalismo ha coinciso fin dal suo sorgere con la libertà di parola e di opinione.

Una democrazia è solida quando i cittadini hanno la certezza di non essere perseguitati o repressi per le loro idee qualora queste ultime non siano quelle che la maggioranza condivide;

 essi devono avere la libertà, individuale e collettiva, di associarsi per cercare di scalzare la maggioranza che governa e proporre una maggioranza diversa.

I diritti civili di libertà sono ciò che la cultura liberale ha implicato almeno dal tempo di” John Locke” e della Rivoluzione inglese.

Ed è quanto la democrazia esige, anche perché senza libertà di discutere e dissentire pubblicamente l’opposizione politica non sarebbe possibile.

 

Chiarita questa distinzione preliminare tra neoliberismo e liberalismo, vediamo di chiarire il concetto “liberalismo”.

Questo nasce come filosofia politica nel corso della” Rivoluzione inglese”, con “Locke “come suo maggiore teorico e il movimento dei “Levellers” come prima espressione di movimento politico collettivo che chiese il diritto di voto per poter eleggere rappresentanti in parlamento.

Né Locke né i Levellers si sono mai definiti “liberali”.

Il liberalismo come ideologia nasce dopo la Rivoluzione francese, al tempo dell’imperialismo napoleonico, come reazione a esso e rivendicazione di governi costituzionali e diritti civili non dipendenti dall’arbitrio di chi detiene il potere.

“Madame de Staël” e “Benjamin Constant” sono i due primi consapevoli teorici del liberalismo nella forma più prossima a quella a noi familiare.

 Il liberalismo emerge dunque dalla filosofia dei diritti naturali e in funzione anti-assolutista, con l’obiettivo di limitare il potere politico, quello della corona, in primo luogo, nel nome di un bene che sta prima e che è vulnerabile: la persona singola.

Nel Seicento, contro il potere arbitrario e dispotico di “Carlo II”, il movimento che oggi chiamiamo liberale si impose con la proposta di un mutamento di regime: sovranità condivisa del parlamento con la monarchia, però con un parlamento eletto e con la monarchia come rappresentante della Nazione.

Non è pertanto necessariamente corretto affermare, come si sente spesso dire, che il liberalismo è antipolitico;

il liberalismo non ha contestato la dimensione politica in sé, bensì un’organizzazione del potere di comando che non prevede la limitazione, che non si fonda nel consenso di chi deve obbedire alle decisioni ma che rende i soggetti totalmente dipendenti dalla volontà di chi detiene il potere.

 Ecco perché il liberalismo sostiene che il governo sia fondamentalmente funzionale alla protezione di alcuni diritti fondamentali (ovvero naturali e, per noi, umani).

Quel che viene a cadere con il liberalismo è l’idea della superiorità di valore della politica e del potere politico;

 il liberalismo non crede che la politica sia la sfera di vita e di azione dove cercare la realizzazione umana o del cittadino – un’idea che appartiene alla tradizione aristotelica e a quella repubblicana classica.

Questo spiega perché il liberalismo pensa – con Constant ad esempio – alla felicità o alla realizzazione umana come dimensioni collocate nella sfera privata della vita, che quindi non coincidono con la partecipazione diretta alla politica.

Qui si inscrive la distinzione, ideologica, tra libertà degli antichi e dei moderni – ideologica, nel senso che è costruita in relazione a un fine non conoscitivo ma pratico.

 Ciò spiega perché, se si vuol individuare l’alter del liberalismo, ci si deve rivolgere al repubblicanesimo, soprattutto se questo viene considerato nella sua dimensione etica e civica o come cultura della virtù, non semplicemente come ordine costituzionale.

 

Ora, il liberalismo, proprio perché è nato nella lotta contro il potere politico illimitato, è stato caratterizzato come un’ideologia diffidente verso il potere, anche quando questo potere ha la legittimità del consenso da parte di obbedisce alla legge, ovvero quando i sudditi sono cittadini e quindi coautori delle leggi, benché in forma indiretta.

Questo tema diviene centrale nell’Ottocento – scrisse per esempio “John Stuart Mill” che anche qualora la volontà popolare e la decisione dei rappresentanti del popolo coincidessero, il potere sarebbe comunque esercitato da pochi non da tutti o dai molti.

La rappresentanza implica una distanza tra il proporre e il decidere che, sebbene consenta ai cittadini di valutare l’operato dei governanti, di criticarli ed eventualmente di opporsi, li rende comunque soggetti della volontà di un gruppo che non coincide con il tutto.

È sufficiente la sovranità popolare per vanificare il timore liberale dell’arbitrio?

Dopo Jean-Jacques Rousseau e la Rivoluzione francese, in effetti, la concezione della legittimità politica viene coniugata come teoria della sovranità popolare:

 il potere non è più il volere arbitrario e insindacabile del monarca, ma corrisponde al volere del popolo.

Alcuni pensavano – e ancora oggi molti lo pensano, a giudicare dalle strane idee di riforma della Costituzione che circolano, con la Presidente del Consiglio che sostiene di voler essere più “democratica” di oggi perché eletta direttamente dal popolo – che il popolo avesse sempre ragione.

Vox populi vox dei.

 Perché preoccuparsi di limitare il potere se tra chi fa la legge e chi l’obbedisce non c’è distinzione?

 I liberali ben disposti verso la democrazia – alcuni di loro con un retroterra simpatetico rispetto alle idee repubblicane, come Mill o Tocqueville – iniziavano dunque a pensare che, anche quando il consenso fosse stato un potere autoimposto e legittimato dal comune volere e sentire, sarebbe stato comunque gestito dai pochi, esposto quindi a rischi di manipolazione.

Del resto, votare in plebiscito, come sembra proporre la nostra Presidente del Consiglio, implica farlo dopo una campagna elettorale, e quindi tanta manipolazione e retorica.

E anche votare per mandare a casa una maggioranza – per quanto cruciale – non basta a trasformare lo Stato in un esercizio di potere collettivo.

 Sarebbe un inganno sostenere che, siccome si ha il diritto di voto, con le elezioni il popolo parla e governa.

 

Il liberalismo ha ragione quando ci incoraggia a non fidarci mai completamente del potere, anche quando questo è definito dal principio di maggioranza (cioè è limitato) e derivato dal suffragio universale:

come sosteneva “Kelsen”, la democrazia, soprattutto quando è basata sulle elezioni e non sul voto diretto in assemblea, deve essere sorretta da una dialettica permanente tra maggioranza e opposizione, sia nella società che nelle istituzioni.

La democrazia è autonomia politica e ha un fondamento anarchico:

significa non voler essere governati da nessun capo;

questo è il principio dell’autogoverno, non quello di poter votare il proprio capo.

 Il problema è allora come sia possibile preservare l’autonomia in un sistema sociale e all’interno di un ordine istituzionale nel quale fatalmente ci ritroviamo a dover obbedire anche a quelle leggi in cui non ci riconosciamo;

insomma, come conciliare la democrazia con questa inevitabile condizione di eteronomia che è irriducibile nell’ordine politico?

 Ciò è possibile a condizione di poter sempre cambiare la maggioranza che governa, secondo regole che ci diamo, come quelle del suffragio universale e della rappresentanza elettorale, e di poter sempre confidare sui diritti di espressione, di parola e di associazione.

 Insomma, è impossibile un ordine legale e politico nel quale noi obbediamo sempre e solo a leggi che ci diamo e che condividiamo.

La discrepanza tra autonomia ed eteronomia è permanente e risolta provvisoriamente con il diritto di cambiare maggioranze e di condizionare le maggioranze con un’opposizione libera e forte, nonché una società civile non supina ma in grado di esprimere dissenso.

La possibilità di autocrazia non è mai superata, anzi risiede dentro la democrazia stessa, la quale, proprio per questo, non è un sistema armonico e senza conflitti.

 A questo punto si comprende la rilevanza del liberalismo, che non è necessariamente una forma di antipolitica ma piuttosto una filosofia che pone il problema del limite del potere politico.

 

Da qui occorre procedere per comprendere la differenza del liberalismo dal neoliberismo.

 Nel quadro storico-teorico brevemente tratteggiato, emerge l’importanza della figura dell’individuo proprietario, la soggettività moderna animata dal sentimento dell’autonomia sociale e politica.

Sappiamo che il padre della filosofia liberale, “Locke”, ha giustificato la proprietà con il lavoro, ovvero attraverso la responsabilità di prenderci cura dei nostri bisogni, con la nostra fatica, la nostra intelligenza e la nostra inventiva.

 Legando il diritto di proprietà all’impegno personale e alla fatica, “Locke” aveva tuttavia ammesso che non tutto è “naturale” (in questo caso pre-storico, nel senso in cui nella Genesi si apprende che Dio nel paradiso terrestre condannò gli umani alla fatica del lavoro).

Con l’invenzione del denaro – un sistema di equivalenza artificiale o non naturale – gli umani potevano non solo evitare i problemi connessi al baratto (non poter razionalizzare e pensare in termini di futuro) ma anche raggirare il rapporto diretto tra lavoro e proprietà – raggirare in effetti la dannazione della fatica.

Questo, per esempio, pagando degli altri per farli lavorare, cioè mettendo a contratto la forza del lavoro, una forza naturale mercificata.

 Di qui a legittimare la possibilità di espansione illimitata della ricchezza e, all’opposto, della condizione lavorativa come quasi una condanna eterna – cosa possibile con la concentrazione di capitale nelle mani di pochi – il passo è breve.

 

Il liberalismo ha il seguente problema endogeno:

mentre solleva la questione della limitazione del potere politico e fornisce importanti strumenti normativi e costituzionali per realizzarla, presuppone nel frattempo che il potere economico in generale non incorra nello stesso problema di arbitrio e assolutismo;

prima di tutto perché il potere economico non dispone del potere coercitivo che possiede lo Stato (ci si può licenziare da un padrone autoritario ma come farlo con lo Stato?), poi perché esso resta un potere esposto al rischio del mercato.

La ricchezza, pensano infatti i liberali, non gode mai di una condizione di stabilità come invece lo Stato – per esempio quello monarchico del tempo di Locke.

Per i liberali, dunque, è anche evidente che il potere economico dei moderni non è come quello dei nobili che era basato su codici di appartenenza per nascita, piuttosto che sull’impegno personale.

 La società borghese è individualista nel senso che postula che ogni persona possa cambiare la propria condizione di vita (parliamo oggi di scala sociale) – i diritti naturali alla proprietà, alla vita e alla libertà teorizzati da Locke sanciscono questa condizione.

Tuttavia, nelle società capitalistiche i sistemi politici fondati sui diritti civili hanno reso la dimensione privata ed economica potente al punto che non sono tanto gli individui i protagonisti, quanto le compagnie multinazionali e le istituzioni finanziarie internazionali.

La sfera economica ha acquisito una capacità di fuoco che va ben al di là dell’intraprendenza individuale a cui pensava Locke.

Non si tratta più semplicemente del singolo che si costruisce la propria casa e la propria attività commerciale, ma di un sistema di capitalismo globale che incorpora l’attività dei soggetti individuali e in qualche caso nega lo stesso diritto di proprietà.

Le compagnie monopolistiche globali sono esse stesse strutture normative con gestione oligarchica e nessun controllo democratico.

Siamo oggi ben al di là del capitalismo industriale a base familiare, come era quello della FIAT degli Agnelli.

Le multinazionali non sono proprietà di nessuno, non hanno radici in un qualche Paese e cercano anche di avere una rappresentanza ufficiale nei paradisi fiscali; riescono quindi a sfuggire a ogni obbligo fiscale nei Paesi da dove estraggono il loro profitto.

La loro deresponsabilizzazione le mette al di sopra della legge e le rende una sfida alla sovranità degli Stati.

Di fronte a questo nuovo sistema di potere economico il liberalismo classico ha il fiato corto.

Dirsi liberali oggi comporta quasi un’ammissione di contraddizione:

 se la concezione dei diritti individuali di libertà non si arma di raffinati strumenti di difesa, anche rispetto a queste nuove forme di assolutismo conglomerato globale, si dimostra debole e, soprattutto, non credibile.

Una delle ragioni è che tra gli esiti del nuovo assolutismo delle concentrazioni di potere economico e finanziario vi è la messa a repentaglio dello Stato di diritto e delle democrazie costituzionali, che, infatti, mostrano di avere un potere limitato e perfino non sovrano.

 In questo modo le comunità politiche tutte – non solo determinati gruppi sociali, ma le stesse sovranità statuali – sono più deboli e, quel che è peggio, inducono i propri cittadini a pensarsi impotenti, nonostante i diritti politici.

La debolezza di capacità di intervento dello Stato in materie fiscali e di politica economica può infatti indurre i cittadini a perdere la fiducia nelle istituzioni e nella loro stessa forza aggregativa e politica.

“A che cosa serve votare?” – questa sembra essere la domanda che trapela dalla secessione, ormai di massa, dai seggi elettorali in quasi tutte le democrazie mature.

La stessa organizzazione sembra poter fare poco:

anche se i lavoratori e i cittadini meno abbienti si uniscono per organizzare forme di contestazione e rivolgere petizioni, a chi può interessare tutto questo, visto che il gestore dell’azienda alla quale rivolgono le loro richieste non ha il potere di condizionare la direzione, che sta probabilmente in un altro Paese ed è pronta a rispondere alle contestazioni dei lavoratori portando altrove la propria attività?

Le armi della forza organizzata, che all’inizio dell’industrializzazione erano fondamentali per i lavoratori, sembrano avere molta meno presa proprio per la libertà che le aziende hanno di muovere i propri capitali e i propri investimenti dove vogliono, completamente fuori del controllo degli Stati.

La stessa libertà di movimento di cui godono le aziende è ben superiore a quella goduta dai lavoratori.

Se oggi ci troviamo di fronte a una società disgregata è anche perché l’arma dell’associazionismo è meno potente;

le tradizionali modalità di aggregazione hanno meno effetto.

Certo, vediamo sempre più spesso forme incandescenti di reazione, ma si tratta per lo più di fuochi fatui, che non producono alcun incendio e che vengono sedati con facilità.

 Tra le conseguenze di questa ineguale forza sociale delle componenti economiche vi è una regressione delle democrazie a forme meno democratiche e con minori possibilità di correggere le disuguaglianze.

E la secessione dai seggi elettorali di metà degli aventi diritto di voto è un segno di quanto poco potente sia considerata oggi la rappresentata politica.

 

Questa è la debolezza del liberalismo che ci dovrebbe interessare oggi.

È evidente che i poteri da limitare e bilanciare non sono tanto o solo quelli politici – che comunque devono essere monitorati e limitati – ma quelli socio-economici.

Eppure, ancora troppo poco interesse desta la questione sociale.

Sia gli scienziati politici che gli opinionisti si concentrano sulle questioni politiche e sui partiti, molto meno sulle intermediazioni sociali e sulla loro ineguale capacità di influenzare la decisione politica e la rappresentanza.

 Bisognerebbe tornare a guardare verso il basso, o meglio fuori della sfera politica; e per fare questo l’armamentario teorico del liberalismo è il meno adeguato.

Non si può cercare nel liberalismo una modalità di pensare l’aggregazione sociale, anche perché il liberalismo ha sempre ritenuto queste forme di coesione – dai sindacati alle “comunità” – come una violazione dei diritti individuali e della libertà negativa.

È certamente vero che la comunità può essere anti-liberale, nel senso peggiorativo per cui nel nome del bene del tutto vengono sacrificati determinati diritti individuali.

Quindi, il concetto di coesione richiede di essere specificato adeguatamente, ovvero, non per chiedere che lo Stato rivendichi una coesione etico-nazionale pena lo sfaldamento della società, ma per rivendicare una coesione civile fondata sul rispetto delle libertà e dell’uguaglianza dei cittadini.

Ritornando a “Jürgen Habermas”, quello che servirebbe oggi, anche in relazione ai dibattiti sulla coesione europea, è un patriottismo costituzionale – non quindi una coesione intesa come omogeneità religiosa o etnico-nazionalista.

 

Tornando al liberalismo, esso costituisce sicuramente una fortezza per la protezione degli individui dal potere politico, soprattutto dall’arbitrio della volontà politica;

ma bisogna parimenti riconoscere che, dentro a questa fortezza fatta di liberi individui, emergono le condizioni per nuove forme di dominio che il liberalismo non ha la forza di contenere.

 Se esso non vuole essere identificato col neoliberismo e vuole forgiare nuovi strumenti di difesa del valore della persona, è necessario dunque che metta in piedi un armamentario teorico simile a quello che ha dispiegato negli anni Cinquanta, all’inizio della Guerra fredda, contro il totalitarismo.

In tal senso, a mio avviso, è proprio al repubblicanesimo che bisogna guardare; questa corrente di pensiero fornisce due elementi che possono essere decisivi al liberalismo e che quest’ultimo non possiede:

l’idea di libertà come non-dominazione e l’idea che la cittadinanza sia acquisto di potere, non solo difesa dal potere.

 Il potere statale oggi è fragile – soprattutto rispetto ai potentati economici – anche perché c’è un forte scollamento tra il testo costituzionale e il modo in cui effettivamente si opera attraverso e rispetto alle istituzioni.

Andando alle radici teoriche e storiche del repubblicanesimo, non vi troviamo soltanto l’idea dei “buoni ordini”, o di norme costituzionali che incanalino e limitino i poteri dello Stato;

 troviamo anche una teoria del conflitto come permanente condizione di libertà. Quest’ultima idea manca al liberalismo, che si concentra sull’individualità e sulla sua protezione.

 Il liberalismo ha incanalato il conflitto di matrice repubblicana nelle istituzioni – attraverso la divisione dei poteri, i “check and balance”, le carte dei diritti.

Gabriele Pedullà, in un libro su Machiavelli in Tumult.

 The Discourses on Livy and the Origins of Political Conflictualism (Cambridge University Press 2018), ha mostrato come in origine il repubblicanesimo – quello sorto nelle repubbliche italiane dell’umanesimo – abbia fornito l’idea per cui il conflitto è la condizione della stabilità delle istituzioni e della libertà stessa.

 Se oggi i potenti – non solo le maggioranze di governo, ma anche gli attori della società economia globale – sentissero il peso e la forza dei concorrenti, cioè di quei molti che sono gli individui dissociati o marginalizzati, avrebbero probabilmente più timore.

 L’idea del timore che devono sentire tutti coloro che hanno potere (anche quello economico, così come quello politico) è alla base della stabilità nella libertà, la condizione per evitare forme di monopolio, vecchie e nuove.

 Oggi, invece, si tende a rifuggire dalla conflittualità, in una ricerca costante e ossessiva del consenso;

ùeppure, il dissenso e l’antagonismo hanno un valore di stabilizzazione dinamica del sistema quando avvengono all’interno di norme condivise e ben congegnate.

Mentre la tradizione socialista riconosce la sede della conflittualità in una direttrice unica – la faglia di classe che divide operai e capitalisti – con la tradizione repubblicana è possibile pensare a forme diverse di conflittualità:

oggi gli agenti della rivolta sociale contro il dominio possono essere gli immigrati, domani possono essere gli studenti, o altre minoranze sottorappresentate e senza potere di parola.

Questo non può che rinnovare e tenere viva la nostra democrazia, radicandola nella libertà, civile e politica – poiché non c’è dissenso e opposizione se non esiste la sicurezza delle libertà individuali.

La sfida oggi sembra dunque consistere nel pensare a una forma sana di conflittualità sociale.

Si menzionava prima l’idea attualissima per cui un aggregato sociale (un gruppo, una nazione, un’etnia) può diventare dispotico, sia al suo interno sia rispetto all’esterno, verso gli altri gruppi sociali o comunità.

In questo contesto di diffidenza verso le differenze, il liberalismo può tornare nuovamente importante, alimentando la richiesta di tolleranza – come successo in passato con il pluralismo religioso tra chiese e denominazioni cristiane.

 Sono state le guerre di religione a far crescere l’idea che i diversi possono convivere e coesistere.

 La tolleranza, concetto fondamentale per” Locke”, ha a che fare da un lato col pluralismo sociale, dall’altro con l’espressione pubblica, libera, delle differenze.

Questa lettura oggi sembra non bastare più.

La tolleranza classica, fondata sulla privatizzazione delle fedi religiose, deve essere affiancata a un progetto diverso, che vuole l’intervento della politica, non la sua neutralizzazione:

 le diverse etnie, le diverse religioni e le diverse subculture che abitano le società democratiche contemporanee devono avere l’opportunità di esprimersi in pubblico, e la loro presenza non deve essere semplicemente tollerata, ma riconosciuta pubblicamente.

Abbiamo assistito di recente alla polemica dei nazionalisti contro la scuola pubblica con sede alla periferia di Milano che ha deciso di sospendere l’attività scolastica nel giorno di conclusione del Ramadan.

 Questa intolleranza al fatto che le differenze non si limitino a convivere ignorate in mezzo alla maggioranza cattolica è un problema di libertà.

 Chi è cittadino e quindi è riconosciuto formalmente (cioè ha diritto di voto) deve anche poter esibire pubblicamente la propria identità culturale senza reazioni di discriminazione o addirittura di repressione.

Le società multietniche oggi si trovano di fronte a una domanda di riconoscimento più che di tolleranza:

la richiesta di essere visti come socialmente e culturalmente esistenti, parte integrante della comunità.

Riconoscimento e tolleranza sono dunque ciò che regola il conflitto al livello sociale.

Non riguardano il rapporto con lo Stato, la cui azione non deve certo consistere nel tollerare (o meno) i propri cittadini, ma riguarda l’applicazione e il godimento dei diritti.

Nel sistema liberal-costituzionale la tolleranza è una virtù delle persone, dei cittadini:

si tratta di una pratica molto difficile, ma senza la quale la democrazia non può sussistere – senza la quale è solo la maggioranza ad avere potere.

 In conclusione, il liberalismo dei diritti di libertà e il repubblicanesimo come riconoscimento della dimensione conflittuale che la libertà politica comporta sono le due tradizioni di cui la democrazia ha oggi bisogno per rinvigorire la cittadinanza.

Non sono certamente gli unici ausili, se è vero che la sofferenza sociale è economica e non solo culturale.

 Ma ci permettono di porre in discussione un ordine di potere non inclusivo, che, soprattutto, cerca di identificare il dissenso come un disturbo e la contestazione come una disfunzione.

(Nadia Urbinati - Professoressa ordinaria di teoria politica alla Columbia University di New York).

 

 

 

Come guadagnare con

le case nel 2025: la guida.

Crowdfundme.it – (23 Febbraio 2025) – Redazione – ci dice:

 

Investire in immobili può essere una scelta che determina ritorni d’investimento di sicuro interesse.

Nel 2025 il “real estate” è un mercato piuttosto importante in Italia, perché nutrito da una domanda che non diminuisce, e permette di guadagnare cifre anche molto importanti.

Nell’articolo, diverse strategie per gli investimenti immobiliari.

 

 Guadagnare con le case nel 2025.

Le previsioni per il 2025 indicano una graduale stabilizzazione del mercato immobiliare, con una possibile riduzione dei tassi di interesse nel caso in cui l’inflazione dovesse diminuire.

Questo scenario potrebbe incentivare un maggior numero di famiglie a considerare l’acquisto di una casa, sostenendo la domanda abitativa.

È stimato che le compravendite possano superare le 700.000 unità, supportate da politiche di incentivo all’efficienza energetica e da una crescente attenzione verso immobili sostenibili.

Tuttavia, come sarà dimostrato nell’articolo, per fare soldi con le case a volte non sono necessari grandi capitali a propria disposizione.

Avere un buon ROI nel real estate, guadagnare quindi con case e immobili di proprietà, è possibile.

Le strategie affrontate in questo articolo sono:

affitto a lungo termine;

affitto breve termine;

flipping, chiamato anche fix and flip;

crowdfunding immobiliare.

Il mercato immobiliare a fini residenziali, una fotografia.

Per una breve fotografia da cui partire:

 a livello nazionale si è assistito ad una flessione delle compravendite del 7,2% nel primo trimestre del 2024.

Il numero di compravendite di immobili ad uso residenziale è stato di poco meno che 155.000, una diminuzione di 12.000 compravendite rispetto allo stesso periodo relativo al 2023.

I dati arrivano dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare – Agenzia delle Entrate.

Si tratta di un dato che deve essere contestualizzato, perché in Italia comunque ci sono non meno di 300.000 nuclei familiari in cerca di prima abitazione.

Le ragioni sono principalmente due:

banche e istituti di credito stanno erogando meno mutui.

il denaro ha un costo elevato, e per questa ragione la copertura finanziaria che risulta essere sostenuta da un mutuo è ora del 38,6%.

 Mentre nel 2022, nello stesso periodo, si era al 51,9%.

Ciò significa che meno acquisti di case sono sostenuti da mutui, mutui che ora è più difficile ottenere.

Ad aumentare è invece il numero di chi acquista una casa senza bisogno di mutuo, una percentuale del 4,8%.

 

In un simile quadro, è tuttavia possibile guadagnare con le case, a patto che si conoscano modalità alternative, anche senza disporre di enormi capitali di rischio, e conoscendo il proprio profilo di rischio.

 

Guadagnare con le case nel 2025, le tendenze.

A fronte delle modalità di investimento di cui si è tenuto conto finora, è bene indicare alcune tendenze che possono aiutare nella decisione di acquisto di una casa o di gestione di un immobile residenziale da mettere a reddito:

Domanda stabile: come indicato, in ogni caso la domanda di case è stabile, e il mercato immobiliare destinato ad uso abitativo rappresenta comunque un settore potenzialmente redditizio.

Innovazione tecnologica: ammodernare un immobile residenziale da mettere a reddito, attraverso l’affitto ma anche attraverso una potenziale vendita, significa rivalutarlo tenendo conto della domotica e dotandolo di elettrodomestici a consumo sostenibile.

 In questo modo si può aumentare il valore della proprietà.

Aspetto della sostenibilità: il consumo sostenibile è una delle variabili che nei prossimi anni sarà dirimente nella scelta di acquisto o di affitto di una abitazione.

Lavorare affinché l’immobile abitativo sia un asset sostenibile, dal punto di vista ambientale, farà la differenza.

 Guadagnare con gli affitti a lungo termine.

Tra le forme di investimenti nel “real estate”, il guadagno attraverso gli affitti a lungo termine rappresenta una strategia immobiliare consolidata che offre una certa stabilità finanziaria.

 Certamente, investire in proprietà per un affitto residenziale implica l’acquisto di case, appartamenti o, più in generale, unità abitative.

Si tratta dunque di una forma di guadagno che implica un investimento anche di 100.000 euro, se non maggiore.

 

Dopo l’acquisto dell’immobile, segue la locazione dell’immobile stesso con contratti a lungo termine, di solito di almeno un anno.

Il reddito che deriva dagli affitti può coprire i costi di ipoteca, tasse e manutenzione, ottenendo anche un margine di profitto.

Vanno tenute in considerazione le spese cui si va incontro.

Da punto di vista fiscale, il Decreto Legislativo 50/2017 prevede una “flat tax” che si traduce concretamente in una cedolare secca, ovvero una imposta sostitutiva sia di Iperf che di addizionali, pari al 21% per affitti lunghi 4 + 4.

 È necessario tenere in considerazione anche l’insieme delle spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Il rendimento lordo medio, di una casa acquistata e poi messa in affitto, oscilla dall’11,8% di Ragusa, al 5,4% di Milano, con una media nazionale del 7,8%.

Guadagnare con gli affitti brevi.

L’affitto breve, nel 2025, è una strategia immobiliare che offre vantaggi significativi rispetto all’affitto tradizionale.

Per i proprietari, rappresenta un modo ideale per guadagnare senza i rischi associati agli affitti a lungo termine e senza vincolarsi a contratti prolungati.

 La maggiore flessibilità consente al proprietario di riprendere possesso dell’immobile in tempi rapidi, determinando il periodo di permanenza dei propri ospiti.

Questa modalità di affitto rappresenta una fonte di reddito passivo, e richiede meno tempo ed energie rispetto agli affitti a lungo termine.

Anche se si è in attesa di vendere la proprietà, l’affitto breve può offrire un guadagno extra.

Guadagno che mediamente può determinare anche un 30% di ROI rispetto agli affitti a lungo termine.

 

A Roma, per fare una stima, un appartamento medio può fruttare dai 3.500 fino ai 5.400 euro al mese, in base al numero dei giorni di affitto per mezzo di piattaforme come “Airbnb”.

 Il guadagno stimato per un appartamento è di circa 2000 euro lordi, ma può variare in base alla tipologia di casa e alla sua posizione geografica.

Tra i luoghi in cui lo” short rent “rende di più, si segnala Bologna.

La cedolare secca è del 21% per un solo immobile affittato, e arriva al 26% se gli immobili affittati due o più di due.

Sfruttare la locazione a canone concordato.

Gli affitti di immobili ai fini residenziali come forma di reddito, nel 2025, sono una possibilità di guadagno incentivata dalla Legge di Bilancio 2025.

Questa infatti introduce significative agevolazioni fiscali per i proprietari che optano per contratti di locazione a canone concordato.

Questi contratti, che si distinguono per il beneficiare di canoni inferiori rispetto al mercato libero, puntano a favorire l’accesso alla casa a fasce di popolazione con redditi medio-bassi.​

Una delle principali novità riguarda la cedolare secca:

 l’aliquota applicabile ai contratti a canone concordato è stata ridotta al 10%, rispetto al 26% previsto per i contratti a canone libero.

 Con questo regime fiscale sostitutivo i locatori evitano il pagamento dell’IRPEF e delle relative addizionali sul reddito da locazione, oltre all’imposta di registro e al bollo sul contratto di affitto.

Inoltre, per incentivare ulteriormente questa tipologia contrattuale, è prevista una riduzione della base imponibile, per l’IMU, pari al 25%.

Acquisto, ammodernamento e vendita.

Questa pratica viene chiamata “flipping” o anche “fix and flip”, e consiste nell’acquisto di un immobile, cui segue un ammodernamento e una vendita, con l’obiettivo di generare una plusvalenza immobiliare anche in poco tempo, rispetto alla data di acquisto dell’immobile.

Si è quindi in un contesto nel quale l’acquisto di una casa è una forma di investimento.

 Una forma di investimento, si specifica, ad alto rischio.

 Il modello di fix and flip ha le sue origini negli Stati Uniti e si è diffuso anche in altri Paesi, tra cui l’Italia.

Esistono due modalità operative principali nel “fix and flip”:

 

l’acquisto di proprietà sottovalutate o in difficoltà che vengono ristrutturate per poi essere rivendute a un prezzo più elevato.

 L’acquisto, in queste circostanze, avviene per lo più attraverso aste immobiliari.

L’acquisto di proprietà in mercati in cui i valori immobiliari sono in aumento, senza necessità di ristrutturazione.

Questa pratica può essere effettuata sia su immobili residenziali che commerciali, ma è più comune nel settore residenziale per la sua maggiore commerciabilità, e per il potenziale ROI dovuto all’apprezzamento del valore dell’immobile.

Allo stesso tempo, questa modalità di guadagno implica il coinvolgimento diretto tanto nell’acquisto, quanto nella ristrutturazione e infine nella rivendita della proprietà.

 A differenza di quanto accade con il “crowdfunding immobiliare”.

 

 Aree d’interesse per investire, e guadagnare con le case, nel 2025.

Ci sono alcune città di cui tenere conto, se si vuole guadagnare con le case in Italia:

Roma:

 la Capitale sta vivendo una piccola rinascita immobiliare, con un aumento degli investimenti professionali che nel 2024 hanno rappresentato il 17% del totale nazionale, rispetto all’11% del periodo 2020 – 2024.

 Quartieri come San Lorenzo, Pigneto e Garbatella sono in fase di riqualificazione, offrendo opportunità interessanti per gli investitori.

L’Anno Santo previsto nel 2025 e le nuove politiche urbanistiche stanno ulteriormente valorizzando queste zone.

Milano:

zone come Porta Romana e l’ex scalo ferroviario stanno beneficiando di una importante trasformazione, grazie alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. Anche Lambrate registra una crescita di interesse.

 Ha comunque prezzi competitivi, ma la loro crescita costante la rende una scelta intelligente per chi vuole investire nel mercato immobiliare milanese.

Bologna:

città universitaria con un’economia dinamica, Bologna offre un mercato immobiliare stabile.

Zone come Bolognina e la zona della stazione centrale sono in fase di sviluppo, rendendole ideali per investimenti destinati all’affitto a studenti e giovani.

Genova:

con progetti di rigenerazione urbana in corso, Genova sta diventando sempre più attraente per gli investitori.

Le zone del centro storico e del porto antico offrono potenziali ritorni interessanti, grazie anche alla crescente domanda di alloggi da parte di famiglie e lavoratori.

Investire nel “crowdfunding immobiliare.

Ci sono infine il crowdfunding immobiliare e il lending crowdfunding, definibili vere e proprie operazioni immobiliari finanziate.

Il crowdfunding immobiliare e il lending crowdfunding sono due forme di finanziamento collettivo da parte di investitori che contribuiscono finanziariamente a progetti immobiliari o forniscono prestiti a singoli o imprese. Entrambi i modelli capitalizzano sulla partecipazione di una vasta gamma di investitori attraverso piattaforme online.

Il crowdfunding immobiliare consiste nel raccogliere fondi da parte di numerosi investitori per finanziare progetti immobiliari.

Gli investitori partecipano al progetto contribuendo con piccole somme di denaro attraverso una piattaforma online dedicata.

In cambio, ottengono una quota di proprietà o profitto dal progetto.

Questo modello consente agli investitori di diversificare il loro portafoglio immobiliare con importi accessibili e offre agli sviluppatori un’alternativa al finanziamento tradizionale.

 

Il lending crowdfunding, invece, è una tipologia di raccolta di fondi da parte di numerosi investitori per fornire prestiti a individui o imprese.

 Gli investitori diventano creditori, contribuendo con somme di denaro che vengono successivamente prestate a coloro che ne hanno bisogno.

Questi prestiti possono essere destinati a diverse finalità, come finanziare un’impresa o consolidare debiti.

Gli investitori ricevono un rendimento sotto forma di interessi sui prestiti che hanno finanziato.

 

Entrambi i “modelli di crowdfunding” offrono diversificazione degli investimenti e accesso a opportunità altrimenti riservate a investitori istituzionali.

 In Italia nel primo trimestre del 2023 gli investimenti in crowdfunding immobiliare si sono assestati sui 95 milioni di euro.

Un numero, questo, che indica la crescente tendenza verso modalità di finanziamento più collaborative e accessibili.

 

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