Capitalismo della sorveglianza.

 Capitalismo della sorveglianza.

 

 

 

Altro che capitalismo della sorveglianza:

il vero nemico del digitale si chiama monopolio.

 

Wire.it - Andrea Daniele Signorelli -Big tech – (23.06.2024) – ci dice:

 

O almeno così la pensa “Cory Doctorow”, attento osservatore del settore, secondo il quale a mettere a rischio privacy e diritti è l’eccessivo potere conquistato da pochissimi colossi.

E se il potere del capitalismo della sorveglianza fosse sopravvalutato?

Se la vera minaccia per i diritti e la privacy di ciascuno di noi fosse molto più a valle e la tecnologia c’entrasse solo fino a un certo punto?

 Prima di tutto, facciamo un passo indietro:

con “capitalismo della sorveglianza” – termine reso celebre dalla sociologa “Shoshana Zuboff “tramite il suo omonimo saggio, pubblicato in Italia da “Luiss University Press” – si intende quel sistema tecnologico che permette di estrarre dati relativi alle azioni che compiamo sui vari social network, motori di ricerca, piattaforme di streaming, siti di e-commerce e molto altro.

Tutte queste informazioni, una volta aggregate, possono rivelare le nostre preferenze d’acquisto e anche i nostri orientamenti politici, sessuali, religiosi.

In poche parole, come rivelò una celeberrima ricerca, permettono a Facebook di conoscerci meglio del nostro migliore amico.

E questo anche perché, tramite le nostre azioni, riveliamo ai colossi della Silicon Valley ciò che, magari, non riveleremmo a nessun altro.

I dati estratti dagli utenti, però, non hanno valore di per sé.

 Lo acquistano nel momento in cui vengono utilizzati per formulare ipotesi e previsioni su ciò che le persone potrebbero acquistare o desiderare in futuro.

La costante e pervasiva raccolta dati consente a queste aziende di vendere a terze previsioni estremamente precise, diventando così strumenti indispensabili per le strategie commerciali delle altre aziende.

 

Secondo “Zuboff”, l’influenza che il capitalismo della sorveglianza esercita sulle nostre azioni e decisioni è tale da arrivare a toglierci ciò che lei chiama “il diritto al tempo futuro”, cioè il diritto di decidere da soli cosa fare del nostro domani.

 In poche parole, Google, Facebook, Amazon e gli altri colossi ci priverebbero almeno parzialmente del nostro libero arbitrio.

Il Leviatano tecnologico.

Big Tech viene presentato come una sorta di leviatano tecnologico, in grado di disporre a piacimento dei cittadini-consumatori.

E se invece “Shoshana Zuboff” stesse, almeno in parte, prendendo di mira il bersaglio sbagliato?

Tra gli altri (i critici a quello che resta un testo fondamentale non sono mancati), è quello che pensa l’attivista e saggista “Cory Doctorow”, teorico della “enshittification” di internet e autore di un pamphlet intitolato – in maniera un po’ ambigua – “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza” (traduzione a cura del gruppo Ippolita, Mimesis Edizioni).

 

A rendere ambiguo il titolo è il fatto che “Doctorow” ritiene – come vedremo meglio più avanti – che il capitalismo della sorveglianza sia una conseguenza, e che il nemico vero stia molto più a monte:

“Zuboff attribuisce un peso eccessivo e ingiustificato al potere di persuasione delle tecniche di influenza basate sulla sorveglianza dei cittadini”, scrive Doctorow.

“La maggior parte di queste tecniche non funziona granché bene, e quelle che funzionano non durano a lungo.

Al contrario, “Zuboff” è piuttosto serena riguardo a quarant’anni di pratiche antitrust permissive che hanno consentito a una manciata di aziende di dominare internet”.

 

È la tesi centrale di “Doctorow”, ripetuta più e più volte nel corso di questo breve, incisivo e a tratti illuminante pamphlet:

 “Le campagne che mirano a influenzare il target, e che cercano di sostituire le convinzioni esistenti e corrette con altre del tutto false, hanno un effetto piccolo e temporaneo, mentre il dominio monopolistico sui sistemi informativi ha effetti massicci e duraturi. (...)

Se la nostra preoccupazione è il modo in cui le aziende ci precludono la capacità di decidere autonomamente e di determinare così il nostro futuro, l’impatto della posizione dominante supera di gran lunga quello della manipolazione e deve essere al centro della nostra analisi”.

 

Ed eccolo, quindi, il vero nemico della privacy e dei nostri diritti: il monopolio.

 Il problema è noto da tempo (e Doctorow ripercorre anche cosa abbia generato, durante la presidenza Reagan, questa distorsione rispetto alle politiche antimonopolistiche del passato):

 Google detiene il 90,8% del mercato dei motori di ricerca, Amazon è attore dominante nel mercato degli e-commerce e del cloud, Meta raggiunge con le sue varie piattaforme (Facebook, Instagram, Whatsapp) la mostruosa cifra di 3,9 miliardi di persone, ecc.

 

Il regime di monopolio.

In quasi tutti i settori tecnologici, siamo di fronte, quando va bene, a un duopolio (o un ristrettissimo oligopolio) e, quando va male, a un vero e proprio monopolio. È qui, e non nel capitalismo della sorveglianza strettamente inteso, che secondo Doctorow si nascono i maggiori pericoli.

 

Prendiamo il caso di “Google”, che ha rafforzato enormemente il suo potere acquistando potenziali concorrenti e tecnologie pubblicitarie come” DoubleClick” (tramite il quale dissemina le sue inserzioni), in quest’ultimo caso in violazione peraltro dello “storico principio antitrust della separazione strutturale, che vietava alle aziende di possedere filiali in concorrenza con i propri clienti”.

 

Come si ripercuote tutto ciò praticamente su di noi?

 Doctorow porta l’esempio non solo dell’influenza sulle nostre scelte commerciali, ma anche della diffusione della disinformazione, semplificata dal regime di monopolio di Google:

“In condizioni di concorrenza, i consumatori potrebbero scegliere tra molti motori di ricerca e scegliere quello il cui giudizio algoritmico è più adatto a loro, ma in condizioni di monopolio, tutti riceviamo le nostre risposte dallo stesso posto (...). Se avessimo negato a Google il diritto di effettuare le sue numerose fusioni, probabilmente avremmo anche evitato il suo dominio totale nel settore della ricerca”.

 

Un discorso simile vale per “Apple” e la sua capacità di ospitare un unico app store, il suo, all’interno dei propri dispositivi (esclusiva ora in parte negata dal “Digital Services Act dell’Unione Europea”):

“Le decisioni di Apple in materia di posizionamento nelle ricerche hanno un effetto molto più significativo sui comportamenti dei consumatori rispetto alle campagne di influenza dei bot pubblicitari del capitalismo della sorveglianza”, segnala Doctorow, riferendosi alla libertà del colosso di Cupertino di decidere quali applicazioni rifiutare (con ripercussioni anche politiche, come nel caso dell’eliminazione della app che tracciava le uccisioni commesse dai droni statunitensi) e a quali dare visibilità.

 

Insomma, “il capitalismo della sorveglianza è il risultato del monopolio tecnologico. Il monopolio è la causa e il capitalismo della sorveglianza e i suoi risultati negativi ne sono gli effetti”.

 E allora perché, con la parziale eccezione europea, nessuno mette in pratica le norme antitrust che limiterebbero il potere di Big Tech?

 In parte perché, come spiega sempre Doctorow, il fatto di essere dei monopoli fornisce immenso potere economico – e quindi politico – a queste aziende.

E in parte perché, in una lettura distopica ma non per questo meno credibile, lo stato si avvantaggia dei monopoli nelle sue pratiche di sorveglianza sui cittadini.

 

“Un comparto tecnologico consolidato, che collabora con le autorità, è un alleato molto più potente nel progetto di sorveglianza statale ad ampio raggio sulla popolazione, rispetto a un comparto frammentato composto da soggetti più piccoli. (...)

Che si tratti dell’uso di Google come strumento di localizzazione da parte delle forze dell’ordine sul territorio degli Stati Uniti o il monitoraggio dei social media da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (per esempio per costruire dossier sui partecipanti alle proteste contro le pratiche di separazione familiare dell” Immigration and Customs Enforcement”), qualsiasi limite effettivo al capitalismo della sorveglianza ostacolerebbe la capacità di controllo dello Stato stesso”.

 

È insomma dal regime di monopolio che discendono tutti i rischi legati al mondo digitale che da anni vengono denunciati.

Ed è quindi lì che dovremmo intervenire politicamente in maniera decisa.

 L’allarme lanciato da “Cory Doctorow “è reso ancora più urgente dalla graduale concentrazione che si sta verificando nel campo dell’intelligenza artificiale (appannaggio delle solite quattro o cinque aziende), tramite la quale sta venendo ulteriormente fagocitato l’open web, che ancora oggi rappresenta lo strumento migliore che abbiamo a disposizione per riconquistare le nostre libertà.

Digitali e non solo.

 

 

 

 

Il capitalismo della sorveglianza

secondo “Shoshana Zuboff”.

Eticaeconomica.it – (2 Giugno 2019) - Maurizio Franzini – ci dice:

 

Maurizio Franzini” esamina le principali tesi sostenute da “Shoshana Zuboff “nel volume “The Age of Surveillance Capitalism” recentemente pubblicato.

“Franzini” mette in luce la capacità della “Zuboff “di cogliere gli aspetti più nuovi e preoccupanti del capitalismo che lo caratterizzerebbero come capitalismo della sorveglianza e si sofferma in particolare sulla sua tesi centrale e cioè che oggi oggetto di scambio di mercato e di arricchimento siano non solo le informazioni sulle persone ma le persone stesse con le loro esperienze di vita.

“L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato quello dei ‘mercati comportamentali a termine’ ….dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”.

 Frasi come questa si leggono nell’ultimo libro di “Shoshana Zuboff “ “The Age for Surveillance Capitalism.

” The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power” (Profile Books, 2019).

Come dimostrano anche queste poche righe la penna è brillante e la capacità di coniare termini nuovi decisamente invidiabile.

Soprattutto quei ‘mercati comportamentali a termine’ lascia quasi a bocca aperta. Questa ricerca semantica risponde, in realtà, a un preciso obiettivo.

“Zuboff “si dice convinta che l’epoca che viviamo segni una rottura radicale con il passato e usare termini vecchi per denotarla finirebbe per offuscare la mancanza di precedenti (unprecedented) e le novità che abbiamo di fronte.

 

E anche per questa epoca c’è un nome nuovo: capitalismo di sorveglianza.

In realtà, il termine è nuovo ma non nuovissimo.

Sembra che i primi ad usarlo siano stati “J.Bellamy Foster” e “R.W. McChesney” in un articolo comparso nel 2014 sulla storica “Monthly Review”.

Nella lora accezione quella espressione denotava una sorta di insaziabile desiderio di dati derivante dalla progressiva finanziarizzazione dell’economia.

“Zuboff “(normalmente presentata come sociologa, e già autrice di libri di successo come In” the Age of the Smart Machine e The Support Economy”) lo intende in modo molto diverso, come dimostrano anche le righe di apertura di questo articolo.

Nel capitalismo di sorveglianza, per dirla in breve (e non è facile farlo, considerata la mole impressionante del libro che contiene anche qualche pagina non proprio indispensabile) ci si appropria di dati relativi agli umani comportamenti, quelli online ma anche quelli offline.

 Dopo accurata elaborazione questi dati sono in parte utilizzati per migliorare, genericamente, beni e servizi – dunque, in qualche modo a scopi socialmente utili. Ma per il residuo (anche qui un termine nuovo:” behavioural surplus”) confluiscono in quei ‘prodotti di previsione’ commerciati nei nuovi ‘mercati comportamentali a termine’.

 Coloro che si appropriano di quei dati e li elaborano accumulano così immense ricchezze.

Ed è facile immaginare a chi si riferisca “Zuboff”: principalmente a Google, considerata l’artefice di questo nuovo capitalismo.

 

Il capitalismo di sorveglianza è devastante soprattutto perché – ecco un’altra espressione che non può passare inosservata – rischia di provocare la sparizione dell’umanità, intesa come modo umano di ragionare e di comportarsi, di cui l’autonomia e la dignità sono i tratti distintivi. Il capitalismo della sorveglianza, scrive “Zuboff” ricorrendo a un parallelo piuttosto terrificante, rischia di fare all’umanità quello che il capitalismo industriale ha fatto alla natura.

 

Il capitalismo della sorveglianza si nutre, dunque, dello sfruttamento non del solo lavoro umano, come nella visione di Marx, ma della complessiva esperienza umana.

 E con esso si impone una nuova forma di potere che “Zuboff”, sempre allo scopo di rimarcare la novità del presente, chiama strumentale (instrumentarian).

Questo potere permettere di conoscere il comportamento umano e di influenzarlo a vantaggio di altri.

 E la sua forza deriva non da armi o eserciti ma da un’architettura computazionale di dispositivi intelligenti, di cose (Internet of Things) e spazi tra loro connessi.

Il capitalismo della sorveglianza va, dunque, combattuto non soltanto per ragioni antiche (è monopolistico, viola la privacy) ma anche, e soprattutto, perché riduce a merce i comportamenti umani e attraverso il loro commercio consente arricchimenti straordinari.

Un capitalismo che non si accontenta “di automatizzare i flussi di informazioni su di noi, ma mira a automatizzare noi stessi”.

 

Questa visione scintillante ed evocativa certamente coglie aspetti distintivi della nostra epoca. E suscita reazioni ‘forti’.

Per rendersene conto basta visitare il sito di “Goodreads” e leggere qualcuno dei moltissimi commenti di lettori, in generale eruditi.

 E la lunghissima recensione critica di “Morozov” comparsa su “The Baffler” conferma che nel libro della “Zuboff” sono trattate numerose questioni meritevoli della massima attenzione.

 

Non potendo dar conto anche soltanto in minima parte dei temi trattati mi limiterò a formulare un paio di osservazioni ed a sollevare una questione un po’ analitica che mi sembra, però, densa di implicazioni per comprendere il presente, le sue specificità e anche il modo per fare fronte alle sue peggiori distorsioni.

 

La prima osservazione è che non è chiaro se il capitalismo della sorveglianza conviva e come con un altro capitalismo, più tradizionale.

Per comprendere molti aspetti delle contemporaneità credo che possa essere di grande importanza concentrarsi sulla coesistenza tra il mondo che “Zuboff” include nel capitalismo della sorveglianza e quello che, con sintetica espressione, potremmo chiamare il “capitalismo della produzione materiale” (su questi temi si può vedere il saggio di Quintarelli in questo numero del Menabò).

 

La seconda è che nel valutare il capitalismo di sorveglianza che mercifica l’esperienza umana sarebbe estremamente utile un confronto con pratiche di consumo che sembrano andare in direzione opposta e che tendono faticosamente a sopravvivere, con consumatori ben consapevoli e ai quali molti vorrebbero chiedere di più in termini di comportamenti di mercato diretti a raggiungere scopi sociali e non solo soddisfazioni materiali immediate.

Ciò chiama in causa il ruolo delle comunità nel capitalismo contemporaneo, un tema posto di recente da “R. Rajan” (The Third Pillar: “How Markets and the State Leave the Community Behind”, Penguin Press 2019).

 

Per venire alla questione più analitica, partirei da un’ovvia considerazione.

Nel capitalismo della sorveglianza i problemi sorgono sia al momento della ‘raccolta’ dei dati sia al momento del loro ‘utilizzo’ nelle diverse forme possibili.

 

Il libro della “Zuboff” è molto ricco di informazioni sulle modalità con le quali i dati vengono acquisiti – online e offline – e sulle potenzialità, talvolta incredibili, di elaborarli per definire ‘tipi’ e comportamenti.

Naturalmente l’ottenimento di questi dati rozzi all’insaputa del consumatore è oggetto di critica e, a mio avviso giustamente, la possibilità che talvolta ha il consumatore di non consentire l’accesso ai dati non sembra essere considerata una soluzione del problema.

 Più in generale, si potrebbe dire, lo scambio tra gratuità dell’accesso alla rete e ‘appropriazione’ dei dati avviene con modalità che in ogni caso non garantiscono né una scelta consapevole, né la realizzazione dell’efficienza, visto che questa implica, secondo l’accezione comune, che vangano effettuati tutti e soltanto gli scambi che sono reciprocamente vantaggiosi.

Qui si può dubitare che sia sempre soddisfatta la condizione del reciproco vantaggio.

Infatti, non sappiamo se per il consumatore il beneficio che deriva dall’accesso alla rete corrisponda al costo (latu sensu) della ‘cessione’ ad altri dei suoi dati.

Questo approccio ‘welfarista’ è, per comprensibili ragioni di competenza disciplinare, assente nel libro.

 

Ma il punto più complicato riguarda, a mio parere, l’utilizzo dei dati, e la loro trasformazione in comportamenti da vendere in quelli che “Zuboff” chiama “mercati comportamentali a termine”.

Questo mercato fornisce gli incentivi alla raccolta e alla profilazione dei dati, dunque è essenziale.

Si può considerare il perno del capitalismo della sorveglianza, perché da esso promana la forza che spinge a ‘sorvegliare’, una forza che si alimenta dei bassi costi da sopportare per raggiungere l’obiettivo e che rappresentano una novità del nostro tempo.

I big data costano molto meno – almeno nelle odierne condizioni – degli studi psicologici che facevano da base ai tentativi di persuadere i consumatori.

 

A proposito di quel mercato, l’autrice chiarisce che non intende riferirsi soltanto alla vendita di profili utilizzabili per la pubblicità personalizzata online.

Parla, un po’ genericamente, di “numerosi altri settori, comprese le assicurazioni, il commercio, la finanza e un sempre più ampio insieme di imprese di beni e servizi che intendono essere presenti in questi mercati nuovi e profittevoli”.

 E ricorda che le debolezze cognitive, che sono falle nella nostra razionalità e della quali dà conto la “behavioural economics,” possono essere più facilmente sfruttate una volta che si conoscano i dati comportamentali dei singoli individui.

 

“Zuboff” fornisce anche alcuni esempi che appaiono, però, piuttosto disomogenei: dalla possibilità di condizionare (conditioning) i comportamenti direttamente con le tecnologie (ad esempio bloccando l’auto di chi non paga l’assicurazione) a quella di influenzarli attraverso i ben noti effetti di contesto.

Tanta varietà rischia di offuscare una delle nozioni essenziali dell’interpretazione della “Zuboff” e di mettere assieme comportamenti e circostanze molto diverse per le loro caratteristiche e per i loro effetti sulla libertà e sul benessere dei consumatori.

 La pregnanza dei ‘mercati comportamentali a termine’ non sembra emergere con la chiarezza che il ruolo assegnato ad essi sembrerebbe richiedere.

 

In alcuni casi (ad esempio il conditioning) sembra sufficiente accedere a tecnologie in grado di bloccare determinati comportamenti senza necessità di avere un profilo completo dei consumatori.

 In altri sembra che il problema sia quello di massimizzare la capacità persuasiva della pubblicità. In altri ancora quello di manipolare i comportamenti anche modificando le preferenze e non solo le scelte.

Al riguardo sembrerebbe utile riflettere sul significato di termini come ‘persuasione’ e ‘manipolazione’ e un buon punto di partenza a quest’ultimo riguardo potrebbe essere quanto sostiene” C. Sunstein”:

“I manipolatori tipicamente sfruttano l’ignoranza delle persone o le loro ‘debolezze’ comportamentali evitando di sollecitare la loro capacità di riflessione e deliberazione.” (On freedom, 2017).

 

L’indeterminatezza sulle caratteristiche di questi mercati emerge con chiarezza in vari punti e in particolare nella discussione del cap. 3 dove, tra l’altro, si pone sullo stesso piano l’interesse di coloro che agiscono come acquirenti su quel mercato per acquisire “informazione probabilistica sul nostro comportamento” o per conoscere le modalità per “influenzare il nostro comportamento”.

È evidente che il secondo tipo di interesse può avere implicazioni molto diverse per la libertà e per il welfare.

 Essere informati sul nostro comportamento può servire anche a servire meglio le nostre preferenze.

 Non altrettanto può dirsi per il secondo tipo di interesse, che mira a produrre cambiamenti favorevoli a chi è in grado di indurli.

 

Il riconoscimento delle diverse implicazioni di questi due tipi di comportamento, ed una maggiore precisione al riguardo, potrebbero condurre a un giudizio più articolato (e meno di parte secondo alcuni critici) sul capitalismo di sorveglianza nonché più solidamente basato sui suoi veri eccessi e sulle sue reali distorsioni. Inoltre – e si tratta di un punto di rilievo sotto il profilo economico – permetterebbe di confrontare meglio a livello di sistema, e non del singolo operatore, i costi e i benefici di quel mercato.

Nulla sappiamo sui costi e i benefici complessivi di questi mercati e nulla potremo sapere se non precisiamo cosa accade sui mercati comportamentali a termine.

Il problema è del tutto simile a quello che più di 60 anni fa, “J.K. Galbraith” pose nella sua “Affluent Society”, chiedendosi se i costi della pubblicità fossero giustificati da benefici sociali di almeno pari grandezza.

 

Questa maggiore precisione servirebbe anche a acquisire più consapevolezza sui possibili scenari futuri e sulla loro diversa desiderabilità.

Sulla direzione in cui muovere, “Zuboff” non dice molto.

 Sostiene che “ogni vaccino inizia con un’attenta conoscenza della malattia nemica” e intende il suo libro come un contributo a questa conoscenza.

Tutto ciò è estremamente importante, ma forse per conoscere ancora meglio la malattia nemica sarebbe stato di aiuto concedere maggiore spazio, nelle 700 pagine del volume, a qualche ‘distinguo’ in più.

 

 

 

 

Feroci Crimini di Guerra Inglesi

 in Iraq e Afghanistan

, Svelati dalla BBC.

Conoscenzealconfine.it – (13 Maggio 2025) - Piero Orteca – ci dice:

 

Le forze speciali inglesi sono accusate di avere commesso crimini di guerra. Omicidi ed esecuzioni sommarie della peggiore specie, compiuti in modo efferato, spesso per il solo piacere di vedere scorrere il sangue.

Sembra un racconto uscito dalle cronache più rabbrividenti di certe stragi naziste, e invece la realtà supera ogni più fosca immaginazione. La fonte è assolutamente inattaccabile: la prestigiosa” BBC”.

Verità Difficili da Raccontare.

Le scomode, anti, terrificanti rivelazioni, pubblicate in prima pagina dal servizio pubblico televisivo britannico quasi come prima espiazione nazionale.

Senza sconti né giri attorno.

I giornalisti “Hannah O’Grady”, “Joel Gunter” e “Rory Tinman” scrivono:

“Ex membri delle Forze speciali del Regno Unito hanno rotto anni di silenzio per fornire alla ‘BBC Panorama’ resoconti di testimoni oculari di presunti crimini di guerra, commessi dai loro colleghi in Iraq e Afghanistan.

Nel raccontare pubblicamente per la prima volta le loro storie – aggiungono gli autori – i veterani hanno detto di aver visto membri del SAS (Special Air Service) uccidere persone disarmate nel sonno e giustiziare detenuti ammanettati, compresi bambini“.

 

Corte di Giustizia dell’Aja?

Ce ne sarebbe abbastanza, non solo per perdere la faccia, ma anche per finire (in teoria) davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.

 Sempre che la legge sia uguale per tutti, Occidente compreso.

Ma si sa come vanno le cose sotto questo cielo, perché per i nemici le regole si applicano e per gli amici “si interpretano”.

Infatti, si scopre che questa sporca faccenda bolliva già in pentola da un sacco di tempo.

 E che finora qualcuno ci aveva messo il coperchio, perché attribuire all’esercito di Sua Maestà britannica nefandezze di questo tipo, sarebbe politicamente “sconveniente”.

 Insomma, ad essere brutti sporchi e cattivi sono sempre gli altri, mentre noi occidentali abbiamo il salvacondotto della democrazia.

Anche quando facciamo le peggiori porcherie.

 

Dunque, la faccenda era stata già dissotterrata tre anni fa, quando proprio la “BBC” diede le prime notizie, alzando il tiro e coinvolgendo addirittura il futuro capo dell’Esercito britannico.

Sono state trovate evidenze che suggeriscono come l’ex capo delle Forze speciali “non abbia trasmesso le prove all’inchiesta per omicidio”.

Il “Ministero della Difesa” aveva solo affermato che “le truppe britanniche hanno prestato servizio con coraggio e professionalità in Afghanistan”.

Ma, Secondo quanto appreso dalla “BBC”, sostenevano allora i giornalisti, “Il generale “Sir Mark Carleton-Smith”, ex capo delle Forze speciali del Regno Unito, fu informato delle presunte uccisioni illegali, ma non trasmise le prove alla “Royal Military Police”, nemmeno dopo che la RMP avviò un’indagine per omicidio nei confronti dello squadrone SAS.

Il generale “Carleton-Smith “che in seguito divenne capo dell’esercito prima di dimettersi, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni per questo articolo”.

 

Ridurre e Nascondere.

Dunque, la cosa era già venuta a galla.

 Da allora è cominciato un palleggiamento di responsabilità e, contemporaneamente, per quello che traspare dai report giornalistici, un palese tentativo di ridimensionare lo scandalo.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni dai fatti avvenuti (in Irak nel 2006, in Afganistan a partire dal 2009), si è solo messa in piedi una commissione d’inchiesta, che lavora rigorosamente a porte chiuse e non ammette alle udienze nemmeno i parenti delle vittime, come testimoni dei fatti.

 Ci sarebbe voglia di girare pagina in fretta, ma la “BBC” ha spifferato tutto e la palla di neve potrebbe diventare una valanga.

Specie dopo tutte le prediche sulla “superiorità morale” dell’Occidente.

 

“Premier Cameron” Informato.

I dettagli degli avvenimenti fanno accapponare la pelle. “

Parlando in condizione di anonimato, a causa di un codice del silenzio che circonda le operazioni delle Forze speciali – dice la “BBC”– i testimoni oculari hanno raccontato che le leggi di guerra venivano regolarmente e intenzionalmente violate dai reggimenti più scelti del Paese, durante le operazioni in Iraq e Afghanistan.

Inoltre, Panorama può rivelare per la prima volta che l’allora Primo Ministro, “David Cameron”, fu ripetutamente avvertito, durante il suo mandato, che le forze speciali britanniche stavano uccidendo civili in Afghanistan”.

La cosa degenerò fino al punto da scatenare quasi un conflitto a fuoco con gli stessi militari alleati dell’esercito regolare afghano, che combattevano assieme agli inglesi. E che mal tolleravano il loro cinismo, che sconfinava nella crudeltà.

“Lo stesso “Presidente Karzai” si fece portavoce del vivo malcontento della popolazione”.

 

Assassini Psicotici e Seriali.

“Un testimone che ha prestato servizio nelle SAS – rivela la “BBC “– ha affermato che uccidere poteva diventare ‘una cosa che crea dipendenza’, e che alcuni membri del reggimento d’élite erano ‘intossicati da quella sensazione’ in Afghanistan. C’erano ‘molti assassini psicotici’ “, ha aggiunto.

 

La narrazione del network televisivo britannico continua come la trama di un film dell’orrore:

 “Detenuti liquidati con le manette ai polsi, feriti uccisi con un colpo di pistola alla testa, prigionieri disarmati e freddati senza battere ciglio e poi tanta complicità morale, soprattutto da parte di quelli che avrebbero dovuto garantire il rispetto delle regole. “

 “Secondo la testimonianza – accusa la BBC – la conoscenza dei presunti crimini non era limitata a piccole squadre o singoli squadroni.

 All’interno della struttura di comando delle Forze speciali del Regno Unito, tutti sapevano cosa stava succedendo “, ha affermato un veterano.

 E il rapporto in questione, tanto per fare qualche nome eccellente, chiama in causa addirittura l’ex Primo ministro, “Sir David Cameron”.

“Questa testimonianza, così come le nuove prove video sulle operazioni SAS in Iraq nel 2006 – conclude la” BBC” – corroborano anche i precedenti resoconti, secondo cui gli squadroni SAS tenevano il conto delle loro uccisioni per competere tra di loro “.

Gareggiavano, insomma, come si fa con la caccia alle quaglie, questi specchiati difensori del suprematismo etico occidentale.

(Piero Orteca).

(remocontro.it/2025/05/13/feroci-crimini-di-guerra-inglesi-in-iraq-e-afghanistan-svelati-dalla-bbc/).

 

 

 

 

Il capitalismo della sorveglianza

nella società trasparente.

 Ilbolive.unipd.it - Francesco Suman – (24-2-2020) – ci dice:

 

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 Questo è uno dei tanti pop-up che compaiono quando visitiamo per la prima volta un nuovo sito web.

Spunta dal basso o dall’alto, si sovrappone al testo o alle immagini della pagina e ne impedisce la visione.

Quasi sempre ce ne liberiamo con un nervoso click: “Accetta tutti i cookie”.

 

È questa la principale modalità, volontaria ma per lo più inconsapevole, con cui cediamo a soggetti terzi i dati del nostro comportamento online.

 Sarebbe del resto difficile fare altrimenti.

 È stato calcolato, nel 2008, da due docenti della “Carnegie Mellon University” (Pittsburgh, Pennsylvania) che impiegheremmo 76 giorni per leggere tutti i termini e condizioni delle politiche sulla privacy e sul trattamento dati che incontriamo ogni anno in internet.

Così, senza pensarci, clicchiamo e navighiamo.

 

Shosanna Zoff, nel libro uscito a ottobre 2019 per LUISS University Press, Il capitalismo della sorveglianza – il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (oltre 600 pagine), analizza il modello economico dei colossi del web che grazie alla raccolta dei dati si sono straordinariamente arricchiti e ne denuncia gli aspetti più inquietanti.

 

Ogni ricerca su Google equivale a confessare al colosso di Mountain View cosa ci frulla per la testa in quel determinato istante.

Ogni “Mi piace” o Condividi” espresso su Facebook rivela i nostri gusti e le nostre preferenze, particolari preziosi che vengono immagazzinati, analizzati ed elaborati da sistemi di intelligenza artificiale per creare profilazioni degli utenti, "prodotti predittivi" li chiama Zoff.

Questi vengono scambiati in un nuovo tipo di "mercato per le previsioni comportamentali", definiti mercati dei comportamenti futuri, le cui dinamiche spingono i capitalisti della sorveglianza ad acquisire fonti sempre più predittive: "le nostre voci, le nostre personalità, le nostre emozioni".

Tale commercio genera profitto e alimenta l’industria della pubblicità e delle campagne di comunicazione.

 

È il mercato dei dati, uno dei più redditizi della nostra era, letteralmente il petrolio del XXI secolo.

 Non conosciamo bene le sue diramazioni ma sappiamo che Apple, Alphabet (Google), Amazon, Facebook e Microsoft hanno da qualche anno scalzato, e ora ampiamente staccato, le compagnie petrolifere in vetta alla classifica delle società con maggiore capitalizzazione.

 I dati sono la merce più richiesta della nuova economia digitale.

È stato un mutamento veloce, di cui pochi si sono accorti, ma radicale.

 Si pensi che il primo i-Phone è stato presentato al mondo nel giugno del 2007 e oggi ci sono miliardi di dispositivi tra smartphone, tablet e personal computer connessi in rete che contengono app che registrano i dati degli utenti. Solo Google possiede 2,5 miliardi di server in 4 continenti.

 

Il libro di Shosanna Zoff, classe 1951, accademica di Harvard (laurea in filosofia e dottorato in psicologia sociale), è ritenuto da molti un’opera fondamentale dei nostri tempi, alcuni addirittura l'hanno definito Il Capitale di questa generazione.

Se infatti il combustibile del capitalismo industriale di Marx era la forza lavoro della classe operaia, quello del capitalismo della sorveglianza sono i dati prodotti dai nostri comportamenti, sia online sia offline, che gratuitamente cediamo per lo più ai colossi del web, ma non solo.

 

Il capitalismo della sorveglianza ha avuto diverse fasi, ma la svolta decisiva arriva con il volgere del nuovo millennio e non sono le compagnie dell’informazione e della comunicazione (Ict – information and communication technology) a fare il primo passo, ma i governi, quello statunitense in particolare.

“La data chiave in questa storia è l’11 settembre 2001” commenta “Fabrizio Tonello”, professore del dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’università di Padova, “perché ha legittimato la sorveglianza di massa con l’obiettivo apparentemente ragionevole di tenere sotto controllo i potenziali attacchi terroristici”.

Lì si è deciso di cedere un po’ della privacy individuale in favore di una presunta maggiore sicurezza.

 “Il programma della “NSA” (National Security Agency statunitense, ndr) rivelato da “Edward Snowden” nel 2013 si basava sull’idea che tutte le comunicazioni digitali dei cittadini statunitensi potevano essere intercettate.

 La privacy della corrispondenza è un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, ma questa obiezione è stata aggirata sostenendo che la sorveglianza riguardava i mezzi di comunicazione e non i contenuti delle telefonate o dei messaggi.

 Un argomento debole ma che finora è stato accettato”.

 

Un’altra data fondamentale è il 2002, quando Google inventò la pubblicità mirata, il “target advertising”.

Conoscere i desideri del consumatore è sempre stato il sogno proibito dei pubblicitari.

 La televisione commerciale ha introdotto in ciascuna casa un canale che parlava a un’intera famiglia.

 Strumento rozzo, impreciso, diremmo oggi.

Tramite il personal computer ci si può rivolgere direttamente al singolo individuo. Con una metafora bellica, se con la televisione i pubblicitari lanciavano una bomba a mano, oggi con smartphone, tablet e pc dispongono di fucili di precisione.

 

Nel 2004 “Mark Zuckerberg” fonda “Facebook”:

per ottenere i dati personali non occorre più spiare la corrispondenza, come si è scoperto faceva Gmail.

Sono gli utenti stessi, dai loro account, a caricare volontariamente foto e a esprimete preferenze musicali, politiche, di abbigliamento con i tasti “Mi piace” e “Condividi”

 

“Zoff” parla di capitalismo della sorveglianza perché in questi anni non sono più soltanto i governi a sorvegliare i cittadini, ma soggetti privati, monopoli come Google, Facebook, Amazon” spiega “Tonello”.

 

Negli anni le tecniche di raccolta, estrazione e analisi di dati si sono notevolmente affinate.

Le compagnie dell'”Ict” hanno investito in ricerca e hanno assunto i più brillanti fisici, matematici e informatici pagandoli più di quanto non offrissero altri settori.

Questi ricercatori hanno capito che non sono i dati forniti esplicitamente dagli utenti quelli più preziosi per la profilazione:

sono quelli che implicitamente vengono forniti mentre si utilizzano Internet, i social network e le app collegate in rete. Richiamandosi ancora al lessico marxista, Zoff lo definisce il surplus comportamentale.

 

I dati che contano sono gli orari a cui ci colleghiamo a certe app o social network, i filtri che scegliamo per le foto, le emoji (faccine) che mettiamo in un testo, l’uso che facciamo della punteggiatura, le espressioni che abbiamo nei selfie, le esitazioni nei messaggi vocali.

Questi dettagli vengono registrati, combinati con le teorie della psicologia comportamentale individuale e sociale, analizzati ed elaborati con la statistica e i sistemi di calcolo, finendo per fornire i profili psicologici che diventano i target della pubblicità mirata.

 In un mondo di sovraffollamento informativo, per vendere un prodotto occorre essere sicuri di arrivare a parlare dritti in faccia al cliente.

Le aziende dunque comprano queste preziose informazioni che usano per confezionare i propri messaggi pubblicitari mirati.

 

Ma i destinatari delle campagne di comunicazione non sono semplicemente i singoli individui, ma le loro pulsioni profonde.

Non il loro lato razionale, ma i desideri inconsci: rivolgersi a questi è più redditizio. Il lato dionisiaco viene preferito a quello apollineo, e viene stimolato, fatto emergere.

 

E qual è il fine ultimo di questa poderosa macchina? “Raggiungere i risultati commerciali desiderati” scrive Zuboff.

Il profitto.

 

Alcuni potrebbero dire che potrebbe andare anche peggio:

non viviamo in una società orwelliana, le profilazioni e le pubblicità mirate non vengono usate per imporre il conformismo o l’obbedienza, non mirano a instaurare una dittatura globale.

Il rischio di manipolazione in questo impianto però c’è e non è più solo un rischio. Lo scandalo “Cambridge Analytica”, svelato dalla giornalista “Carole Cadwalladr “e dall’informatore “Chris Wylie”, ha rivelato che il mercato dei dati può essere sfruttato per campagne di comunicazione a scopi elettorali, arrivando a scuotere l’assetto democratico di grandi nazioni occidentali come gli Stati Uniti o il Regno Unito.

 

I dati sulle nostre preferenze alimentano anche gli algoritmi dei social network che sempre di più sono la fonte di informazione primaria, soprattutto per quanto riguarda i cittadini più giovani.

 Il meccanismo di per-selezione dell’informazione operato da Facebook rischia di chiudere ciascuno in una bolla virtuale di informazione confezionata su misura, in cui tutto è conforme alle convinzioni pregresse dell’utente.

 

Ecco allora che l’illusione della gratuità dei servizi delle app e dei social network si tramuta in una limitata possibilità di scegliere come voler vedere il mondo.

 

“Abbiamo barattato la privacy con comodità di scarsissima importanza” commenta “Tonello”.

“La riservatezza nell’800 e nel ‘700 era considerata un valore sacro, tutte le Costituzioni la tutelano esplicitamente, inclusa quella italiana”.

A questa svendita della riservatezza si associa un’idea pericolosa, “ovvero che tutte le nostre vite debbano essere trasparenti.

Alle origini di Facebook, Zuckerberg, per giustificare la sua raccolta dati, aveva detto che la società trasparente è un ideale democratico, rivelando la sua abissale e per noi catastrofica ignoranza, perché in realtà la società trasparente è stato sempre un ideale totalitario. Tutti i regimi totalitari avevano e hanno lo scopo principale di rendere i cittadini trasparenti al potere”.

 

È legittimo, da parte dei cittadini, chiedere trasparenza ai governi e alle strutture che amministrano il potere.

Questa richiesta è stata però rovesciata e con la promessa populista della gratuità dei servizi è stata proposta, dai governi prima e da soggetti privati monopolisti poi, la società trasparente.

 

Neppure un raffinatissimo scrittore come “George Orwell in 1984” era riuscito a prevedere un sistema di controllo più efficace di un televisore in casa.

 È l’idea del” Panopticon”, la prigione da cui un unico guardiano controlla tutti i detenuti, un tema che è stato affrontato in una letteratura sconfinata, a partire da “Sorvegliare e punire” di Foucault”.

 

Prima di tuffarci entusiasticamente nel mercato dei dati non abbiamo mai riflettuto, e ancor meno riflettuto a sufficienza, su cosa significhi una società interamente trasparente, sottolinea Tonello.

 “Già è discutibile e probabilmente anticostituzionale che i governi dispongano di questa massa di dati sui cittadini.

Il fatto che li abbiano soggetti privati è del tutto al di fuori da come i padri fondatori si immaginavano dovesse funzionare la società democratica”.

(Sorvegliati speciali della rete: big data e democrazia)

Eppure questa è la realtà con cui oggi dobbiamo fare i conti.

Si possono pensare alcune vie d’uscita, alcune più drastiche di altre, tutte però difficili tecnicamente da realizzare.

“Elizabeth Warren”, candidata alle primarie del Partito Democratico statunitense, ha sollevato una questione di anti-trust, proponendo lo scorporamento del potere monopolistico concentrato nelle mani dei colossi del web.

 

Un’altra strada potrebbe essere quella di scrivere leggi più stringenti e meno permissive sulla raccolta dati, specialmente quelli cosiddetti “sensibili”, come i dati medici o genetici.

 “Regolamentazione” è sempre stata una parola che ha fatto venire l’orticaria agli imprenditori della Silicon Valley, che della libertà di internet hanno fatto quasi un mito fondativo.

 L’Europa è tendenzialmente meno permissiva rispetto agli Stati Uniti sulla gestione e il trattamento dei dati e ha un approccio che mira a tutelare la persona, la sua dignità e le sue aspirazioni.

Proprio pochi giorni fa Mark Zuckerberg è volato direttamente a Bruxelles per discutere con i commissari europei responsabili di digitale, mercato interno e trasparenza della strategia europea per la gestione dei dati.

 

La rivoluzione dei dati è già iniziata e continuerà nei prossimi anni.

 Si calcola che nel 2018 siano stati prodotti 33 zettabyte (1021 byte) di dati e che entro il 2025 questo valore è destinato a quintuplicarsi, fino a 175 zettabyte. Alcuni, come “Carl Sunstein”, professore ad Harvard e consigliere della prima amministrazione Obama, sono convinti che non tutta la sorveglianza venga per nuocere.

Essere informati sul nostro comportamento collettivo può diventare uno strumento per servire meglio le nostre preferenze: può migliorarci la vita.

 I big data comportamentali possono essere usati per correggere le nostre devianze, attraverso una persuasione gentile, che nel gergo viene chiamata “nudge”.

Anche secondo Zuboff la manipolazione non è l’unico esito possibile, l’uomo è padrone del proprio destino e sta a lui imparare a disporre dei prodotti del suo ingegno.

Secondo l’autrice però il “nudging” è una soluzione paternalistica, che non risolve i problemi esistenti ma legittima lo status quo.

 

Occorrono allora soluzioni più drastiche?

Qualche idea c'è, va nella direzione di un beneficio distribuito e condiviso derivante dall'uso dei dati, ma è ancora lontana da una realizzazione effettiva.

Un parallelismo ad esempio può essere fatto con il settore delle energie rinnovabili, dove ciascuno può produrre energia elettrica tramite pannelli fotovoltaici e immettere l’eccesso in rete con un vantaggio finanziario.

Giacché ciascuno è proprietario dei propri dati personali, la cessione di questi può avvenire, ma con un vantaggio per il singolo individuo.

La costruzione di un mercato distribuito e non fortemente centralizzato al momento appare però ancora difficile da realizzare.

 

Il capitalismo della sorveglianza è già forte ma solo all’alba della sua era.

Il suo potere risiede nel conoscere il comportamento umano e poterlo influenzare a vantaggio di pochi.

 Non dispone di eserciti, ma di una rete computazionale di dispositivi intelligenti, di oggetti (“Internet of Things”) interconnessi tra loro.

È monopolistico, viola la privacy, riduce a merce i comportamenti umani e attraverso il loro commercio consente arricchimenti eccezionali.

Sfrutta le falle del nostro ragionamento (i “bias “cognitivi) e applica le conoscenze delle scienze sociali (la “behavioural economics”) per generare profitto.

 In un futuro che si prospetta di smart cities e strade piene di sensori che raccolgono i dati sui flussi di traffico, occorre avviare una discussione condivisa su come gestire i benefici derivanti dall’uso dei dati per evitare gli esiti distopici paventati da Zuboff.

Se non verrà opportunamente gestito e incanalato il capitalismo della sorveglianza, sostiene Zuboff, rischia di essere per l’umanità quello che il capitalismo industriale è stato per la natura: un lento e silenzioso consumo.

 

 

 

 

L’imperialismo indiano

destabilizza il Sud Globale.

Basnews.it – (9-5-2025) – Redazione - basnews – ci dice:

 

“Narendra Modi, siamo pronti, qualsiasi cosa fai, daremo una risposta adeguata e andremo fino in fondo. È ora di darti una lezione.”

 (Imran Khan, leader antimperialista pakistano).

 

L’aggressione imperialista indiana al Pakistan, praticando il colonialismo d’insediamento in Kashmir, presenta l’involucro ideologico e politico dell’ideologia indù, la quale predica il razzismo e la divisione in caste della società.

 Non dissimile dall’ebraismo talmudico, nucleo metafisico del sionismo-revisionista, l’induismo ritiene che la casta dei bramini debba governare il mondo configurando una dittatura liberal-globalista alternativa a quella statunitense. Una ideologia che, anacronisticamente, divide il mondo in aristocrazie e paria.

 

La dottrina Modi, che simula l’adesione al multipolarismo, contempla l’ostilità anticinese (antisocialista) restituendo al colosso asiatico il suo antico nome, Bharat.

 Nello stesso modo il presidente indiano venera gli assassini di Mahatma Gandhi, predicando l’etnocidio delle popolazioni musulmane.

Se i sionisti-revisionisti considerano i “non ebrei” come “animali parlanti”, la casta braminica ritiene che i “non indù” debbano essere condannati alla schiavitù perpetua.

Nell’estate 2024, Modi ha disertato l’ultima riunione dell’”Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai “svoltasi in Kazakistan, ad Astana, contribuendo al deterioramento delle relazioni con Russia e Cina.

 

In ambito militare, la Federazione Russa continua a rifornire l’esercito di terra indiano, ma è interessante notare il legame che intercorre fra Nuova Deli, USA ed Israele per quanto concerne le nuove tecnologie militari: aviazione, marina, security (repressione dei movimenti popolari) e la transizione al “capitalismo della sorveglianza”.

L’India non è una semplice pedina filo-statunitense, ma ambisce a diventare una polarità imperialista alternativa agli occidentali, attaccando frontalmente la proposta multipolare sino-russa e frammentando il Sud Globale.

Modi ha delineato la “via indiana” verso una nuova Architettura di potere.

 

Dalla Birmania allo Sri Lanka, dal Pakistan al Bangladesh, il continente asiatico persegue la transizione al multipolarismo, stroncando sul nascere l’egemonismo indiano.

 Scrive l’analista strategico “Davide Rossi”, autore di diversi reportage sull’”India 1”, su” Strategic Culture”:

 

“Insomma Bharat – India è una potenza demografica e per certi aspetti economici, ma non riesce ancora ad essere una potenza geopolitica e un attore determinante a livello internazionale, non producendo ad esempio sufficienti armi e quindi dipendendo dall’acquisto da altri, ha enormi ritardi, come detto, sociali e infrastrutturali, scarseggia di alleati regionali e planetari, tuttavia le sue ambizioni sono chiare, prendere la guida di quella parte del pianeta disposta a passare dal declinante imperialismo statunitense all’auspicato ascendente imperialismo indiano in nome della “democrazia liberale”, in ragione del contrasto della proposta fondata sulla mutua collaborazione tra stati, il nuovo ordine mondiale incarnato dal multipolarismo promosso da Cina e Russia, le quali desiderano nuove Nazioni Unite capaci di decidere insieme il destino dell’umanità.” 2

 

Il presidente Modi, ricalcando l’unipolarismo dei media americanocentrici, bolla il multipolarismo sino-russo come un pericolo proposto da Paesi autoritari.

 Nell’agosto 2015, con un articolo intitolato Lotta di classe e repressione in India” pubblicato su “L’Interferenza”, ho ricostruito, attraverso fonti autorevoli, i legami ideologici fra l’imperialismo israeliano e quello indiano:

 

“L’arrivo al potere da parte del “Bharatiya Janata Party”(Bjp) ha migliorato di molto anche i rapporti con il governo israeliano.

Già nel 2006 Modi si era recato in Israele per migliorare gli scambi in materia di tecnologie agricole ed idriche.

Si sta cercando forse un nuovo gemellaggio fra sionismo ed induismo?

 Il prof. Aldo Giannuli ha rilevato come Modi provenga “dalle fila della “RashtriyaSwayamsevakSangh” (Rss), un’organizzazione culturale attiva dal 1925 e caratterizzata da un intollerante nazionalismo religioso”.

(aldogiannuli.it/rapporti-india-israele/).

Giannuli soggiunge che “La dirigenza della Rss – nonostante apprezzamenti verso il regime nazista e le teorie sulla purezza della razza – si è dimostrata da subito ammiratrice del desiderio di molti ebrei di costituire uno stato sulla base dell’appartenenza religiosa, schierandosi dall’inizio a favore della nascita di Israele”.

Che dire?

Nessuna novità per chi ha studiato come gli antisemiti (fascisti e nazisti) siano stati i primi alleati dei sionisti nella colonizzazione della Palestina storica.

Molti ferventi sionisti, ricordiamoci di “Jabotinsky “e” Begin”, furono anche accesi fascisti.

Di cosa stupirsi?

Un dossier apparso nel blog Impicci e segnalato dallo stesso Giannuli ci spiega chi siano i principali esponenti del gabinetto Modi.

“Non mi dilungherò molto su questo tema: mi limito solo a rendere noto che il Ministro degli Interni è un certo “Rainath Sing” il quale si è fatto conoscere per essere sostenitore dell’interpretazione nazionalista della “Hindutva”, chiave con cui interpreta alcuni degli aspetti controversi della società indiana.

Un esempio su tutti:

nel 1992, militanti della “Rss” e del “Bjp” rasero al suolo la “moschea di Babri”, colpevole di sorgere sopra il presunto luogo di nascita del “principe divino Rama” (domanda: l’islamofobia è forse il movente ideologico dell’alleanza con Israele?). Questa azione generò mesi di violenti scontri tra hindu e musulmani, lasciando sul terreno circa duemila morti. Ancora oggi la ferita resta aperta e pronta a sanguinare nuovamente. Un rischio che non sembra certo spaventare Singh, convinto della necessità imprescindibile di costruire al più presto un tempio dedicato a Rama sulle rovine della moschea. Posizioni che risultano inquietanti se si pensa che il Ministro sarà diretto responsabile della polizia (domanda: dobbiamo aspettarci un inasprimento del regime repressivo verso le sinistre?)’.” 3.

 

La “sinistra invertebrata” (cit. Perry Anderson), appoggiando l’imperialismo indiano, svela il proprio innamoramento verso i particolarismi, funzionali ai progetti imperialisti USA, decostruiti dall’orientalista “Edward Said”:

una specie di eurocentrismo rovesciato il quale predilige la logica del clan, o le “utopie letali” (pensiamo al separatismo etnico curdo), all’unità di classe.

L’India, di fatto una dittatura post-moderna, è l’”Israele dell’Asia”.

 

 

 

 

Predizione, immagine, controllo.

Fatamorganaweb.it - Andrea D'Ammando — (13 Maggio 2025) – ci dice:

(Le veggenti. Immagini nell’era della predizione di “Jorge Luis Marzo.)

 

«L’iconografia nell’era dell’algoritmo».

 È bene partire da qui, e cioè dal titolo del progetto che ha portato “Jorge Luis Marzo” a svolgere un periodo da borsista presso l’“Accademia di Spagna” a Roma tra il 2019 e il 2020, per comprendere quali siano i temi principali e la prospettiva generale del suo libro “Le veggenti”.

Immagini nell’era della predizione.

 Pubblicato in Spagna nel 2021 e tradotto da Mimesis a distanza di quattro anni, il testo di “Marzo” è stato infatti pensato e in gran parte scritto durante quel soggiorno romano, e rappresenta l’approdo di una ricerca sul rapporto tra l’iconografia come metodo di analisi dei modelli visuali e il sistema algoritmico dominante nel regime di comunicazione (e controllo) odierno.

Come è evidente, insomma, l’impostazione di “Marzo” è quella dello storico delle immagini.

O, ancora meglio, di uno storico delle immagini che lavora secondo i modelli e i metodi interdisciplinari dei “Visual Studies “e dei “Cultural Studies” contemporanei.

In questo senso, il suo libro si occupa di politica delle immagini, e, più nello specifico, della politica delle immagini nell’epoca degli algoritmi, dei Big Data, delle tecniche computazionali e dell’inarrestabile avanzata dell’Intelligenza Artificiale.

Le veggenti è un testo ambizioso.

 A tal proposito, non inganni la forma del saggio stesso, scritto senza note e con un incedere argomentativo che all’indagine storico-teorica più o meno rigorosa alterna aneddoti personali, riflessioni dal tono quasi informale e addirittura brani generati direttamente dall’IA.

Un simile artificio stilistico non solo non ridimensiona quell’ambizione, ma, al contrario, mira ad amplificarne la portata, contribuendo a definire il carattere esplicitamente militante dell’analisi.

 Basta scorrere le pagine della breve introduzione, d’altronde, per rendersene conto.

 

Fin dalle prime battute del testo, infatti, “Marzo” dichiara di voler tracciare le coordinate utili per una «critica efficace della ragione predittiva» (Marzo 2025, p. 18), e cioè di quella ragione che, a partire dal mondo magico-rituale degli oracoli (evocato già dall’immagine di copertina del libro), si è andata progressivamente disincarnando attraverso i secoli e le tecnologie fino ad abbandonare ogni legame con il controllo umano.

Questa ragione è oggi appannaggio completo dell’Intelligenza Artificiale, che, grazie al miglioramento del “machine learning”, legge ed elabora dati e immagini per interpretare il mondo (degli utenti, dei consumatori e dei cittadini) e formulare previsioni (su preferenze, scelte e comportamenti) secondo una logica governata interamente dagli algoritmi.

 Ebbene, in che modo queste immagini ci riguardano?

Cosa pretendono da noi, e cosa ci danno in cambio?

Come influenzano la vita sociale (e culturale) e le forme di vita contemporanee?

L’eco kantiana della formula («critica della ragione predittiva») è, appunto, solo un’eco.

Non si danno, in questo libro, indagini rigorosamente filosofiche o teoretiche, Né, d’altra parte, sarebbe giusto pretenderle, per formazione e intenti dell’autore.

E tuttavia, il discorso di “Marzo” non può che riguardare anche l’estetica, intesa – come suggerito dalle interpretazioni più lucide e produttive del” Kant” della “Critica della facoltà di giudizio” – come riflessione sulla capacità creativa dell’animale umano di applicare regole e concetti a singoli casi non previsti o già incontrati, e dunque di elaborare sensatamente l’esperienza anche (e soprattutto) nella sua imprevedibile contingenza.

 Da questo punto di vista, il problema posto da queste immagini è politico e, insieme, estetico;

e, forse, in ultima istanza, è politico proprio perché estetico.

 

Le previsioni delle macchine prevedono il futuro perché lo predeterminano, contribuendo a configurare un mondo ritagliato via via sempre più precisamente per confermare quelle previsioni.

Come ogni previsione che si autoavvera – tale, cioè, da generare l’evento previsto solo per il fatto di essere formulata – il modello di produzione di immagini generato dai sistemi algoritmici influenza, infatti, quella stessa esperienza che dovrebbe interpretare e prevedere, delimitando in anticipo lo spazio e le possibilità di immaginare alternative. In questo processo circolare, il soggetto esposto a queste immagini fa quel che vede e vede quel che fa, secondo un ritmo incessante di riproduzione e accrescimento costante del controllo e della selezione.

Non c’è margine per la contingenza, l’imprevisto e l’incontrollato, ma solo una selezione e una quantificazione totalizzante del passato e del presente in vista di una previsione volta a controllare il futuro.

 

Gli algoritmi sono quindi una serie di istruzioni precise ed espressioni matematiche utilizzate per trovare associazioni, identificare tendenze ed estrarre le leggi e le dinamiche dei fenomeni.

 I sistemi algoritmici si occupano della ricerca della conoscenza (ciò che ancora non conosciamo), anticipando i nostri interessi e i nostri bisogni informativi, cosicché l’orizzonte della nostra immaginazione è sempre più determinato da sistemi computazionali, incapaci di produrre la serendipità, ovvero la scoperta fortuita e inaspettata che avviene casualmente quando stiamo cercando qualcos’altro (Ibid.).

Nel tracciare la storia dei modelli di misurazione, registrazione e standardizzazione della realtà, “Marzo” disegna una traiettoria storica ricca di riferimenti ed esempi, che vanno dalle scienze marine e astronomiche alla fisiognomica e all’antropologia criminale, fino (ovviamente) alla biometria e alla raccolta dati della nostra epoca.

Questo progressivo avvicinamento al trionfo di una ragione predittiva affidata alle macchine viene letto attraverso una prospettiva che si richiama più o meno esplicitamente ad alcuni temi ormai centrali nel dibattito contemporaneo:

 la sorveglianza e il controllo dei dati, oggetto di studi specifici (i cosiddetti Surveillance Studies);

la questione delle «immagini operative», così come definita da “Harun Farocki” e indagata da molti altri studiosi;

e, soprattutto, la discussione sul «disincanto» o «disincantamento» del mondo, inteso come fenomeno legato direttamente allo «spirito del capitalismo» e al processo moderno di razionalizzazione che ha investito

la vita sociale e l’organizzazione dell’esperienza comune a tutti i livelli.

Complici anche questi riferimenti, il discorso di “Marzo” a tratti costeggia pericolosamente il genere della diagnosi epocale e apocalittica.

 È il prezzo da pagare – e che “Marzo” sembra pagare coscientemente – per un testo che si occupa di previsioni, e dunque di futuro.

 

Siamo arrivati al punto di non desiderare nulla di nuovo, di disprezzare qualsivoglia futuro.

 Vogliamo che il futuro sia già presente, senza concedergli il tempo di diventarlo.

Non aspettiamo più i nostri fantasmi:

 l’attesa è considerata una perdita di tempo.

Vogliamo che vivano tra noi e li trasformiamo in “avatar virali”, in reincarnazioni produttive di ciò che non è ancora accaduto.

 Il controllo del tempo è la principale disgrazia che abbiamo creato. La predizione aggredisce il nostro divenire (ivi, p. 146).

In definitiva, “Le veggenti” si presenta come un esercizio critico tanto ambizioso quanto necessario, che invita a interrogare la nostra relazione con le immagini non più solo in termini di rappresentazione, ma di previsione, performatività e potere.

L’iconografia, nelle mani di “Marzo”, non è una semplice tecnica di lettura visiva, ma una lente attraverso cui svelare la logica predittiva che governa sempre più silenziosamente il nostro presente.

 Se il futuro è ormai ridotto a un campo da colonizzare attraverso modelli matematici e istruzioni algoritmiche, allora diventa urgente restituire centralità all’imprevisto, all’incerto, a ciò che eccede la previsione e sfugge alla norma.

Forse è proprio qui, in questo margine sottile e resistente dell’esperienza, che può ancora germogliare una forma di pensiero iconografico capace di immaginare – e far vedere – altri futuri.

 

 

 

I referendum dell’8 e 9 giugno:

contro un sistema di sfruttamento.

  Volerelaluna.it – (07-05-2025) - Marco Omizzolo – ci dice:

Precarietà, sfruttamento, emarginazione, stati differenti ma persistenti di subordinazione agli interessi di un capitalismo che ripresenta, in forma amplificata e integrata, la figura del padrone e allo stesso tempo quella dello schiavo, del servo, del subordinato per dovere di nascita e classe sociale di appartenenza.

 Se poi nasci in un altro paese e arrivi in Italia da profugo o per cercare un lavoro che dia dignità e una prospettiva di vita migliore a te e alla tua famiglia, la possibilità di finire nei meccanismi di un sistema pianificato e organizzato di sfruttamento ed emarginazione è particolarmente alta e soprattutto definitiva.

 In questo caso la Costituzione italiana dismette le sue tutele democratiche e inizia a comandare il padrone con la sua rete di professionisti collusi e consapevoli, ingranaggi fondamentali per la produzione necro-politica, come ci ricorda M. Bembe.

Lo Stato di diritto italiano è nella fase di transizione meno rilevata e allo stesso tempo più pericolosa.

Si sta infatti passando da una democrazia costituzionale a una autoritaria con un capitalismo che distingue nettamente tra ricchi e poveri, cittadini e non cittadini, dominatori ed emarginati, salvati e sommersi, secondo una linea del colore, del confine, della classe sociale e del genere che produce gerarchia e, allo stesso tempo, nega i diritti umani e del lavoro.

Le varie forme di fascismo che riprendono vigore nelle vene del Paese e in tutto l’Occidente fondano sé stesse proprio sulla compromissione dello Stato di diritto, evidente nell’attacco sistematico di natura politica e mediatica che il potere governativo ha introdotto contro gli organi indipendenti, a partire dai sindacati, dalla magistratura e dal giornalismo, fino a fare del potere una torre di babele con al vertice un’élite di intoccabili.

Tra i vari esempi possibili vale l’inquietante iniziativa politica organizzata il 3 maggio scorso a Nettuno, alle porte di Roma, la cui amministrazione in passato è stata sciolta per infiltrazione mafiosa, in ricordo di “Sergio Ramelli” con il sottotitolo “caduto per la causa nazionale nel 50° del martirio” e subito sotto “Mai più antifascismo”.

Un’iniziativa obiettivamente impossibile anche solo dieci anni fa.

 

Secondo “Ferrajoli”, sarebbe in corso un’alleanza perversa tra i poteri economici e i poteri politici e tra le relative ideologie, cioè tra liberismo e populismi, che ha determinato, per un verso, la disgregazione dei tradizionali soggetti collettivi, primo tra tutti il movimento operaio e sindacale, minando l’uguaglianza nei diritti sociali, le solidarietà collettive e le forme della rappresentanza politica.

 

Anche per questa ragione votare l’8 e il 9 giugno in favore dei cinque quesiti referendari riguardanti i diritti del lavoro e il diritto di cittadinanza per i migranti è fondamentale per riannodare le basi di una storia democratica che fonda sé stessa sul lavoro fino a dare corpo, nella sua natura intimamente antifascista, alla nostra democrazia costituzionale fondata sul lavoro e sul rispetto della dignità umana. Principi fondamentali per lo stato di diritto e per loro natura oppositivi a qualunque vocazione autoritaria e gerarchica della rappresentanza e dell’organizzazione produttiva.

 

Intanto l’economia crolla inesorabilmente insieme ai diritti del lavoro.

La produzione industriale italiana è in calo da 23 mesi consecutivi.

 A dicembre 2024 erano 105.974 i lavoratori coinvolti in crisi industriali, peraltro completamente silenziati dal Governo Meloni.

Si tratta di una cifra doppia rispetto al gennaio 2024.

La crisi, secondo la fondazione Feltrinelli, colpisce settori strategici del “Made in Italy”, dall’automotive alla siderurgia, dalla moda alla meccanica, mentre il Governo fatica a dare risposte concrete, nonostante il “Made in Italy” sia stata la bandiera della vittoria elettorale di Giorgia Meloni, insieme alla pericolosa tesi del ministro dell’Agricoltura Lollobrigida della “sostituzione etnica”.

Ammettere la crisi significherebbe infatti sconfessare la propria propaganda, rinunciare all’autoproclamazione della propria vittoria per ascoltare le storie e le domande di diritti, lavoro e futuro degli emarginati e impoveriti di questo Paese, a partire dai giovani, e conseguentemente mettersi in discussione.

Troppo difficile per chi, come la premier Meloni, ha letteralmente affermato, nel giorno di presentazione del suo Governo al Parlamento, che questo “non avrebbe disturbato chi produce”.

Un impegno e allo stesso tempo una resa, in entrambi in casi a vantaggio dei padroni e contro lavoratori e lavoratrici italiane.

 

Emerge, dunque, un padronato che si appropria della ricchezza sottratta ai lavoratori e cerca di indottrinare, mediante la naturalizzazione dello sfruttamento, i corpi sociali, compreso quello operaio, al dominio del più forte, ai suoi inarrivabili stili di vita, alla sterilizzazione del conflitto quale condizione fondamentale per l’unica possibile affermazione del concetto di progresso che è sempre quello cumulativo ed estrattivo del vertice contro la maggioranza dell’umanità e l’ambiente.

Opporsi a questo processo è essenziale:

 sostenere la riaffermazione dei diritti del lavoro e della cittadinanza può diventare ostacolo reale a questa scalata al potere dell’internazionale sovranista e fascista ordoliberista al governo di grande parte dell’Occidente, Italia in primis.

 

Numerose ricerche hanno evidenziato il carattere sistemico dello sfruttamento, in particolare dei migranti impiegati in settori produttivi in genere faticosi, poco pagati e socialmente poco apprezzati, eppure nel contempo fondamentali per l’organizzazione della società degli autoctoni, fino a forme di segregazione sociale e a un rinnovato schiavismo imposto mediante condizioni di lavoro che fanno ricorso alla minaccia, alla coartazione illegittima della volontà del lavoratore migrante, al sequestro dei documenti da parte del datore di lavoro o all’organizzazione che ha favorito l’ingresso illegale del migrante, compresa quella mafiosa, alla persistenza di condizioni di povertà economica e sociale indotte per legare il lavoratore al proprio stato di bisogni esistenziali e al quadro normativo vigente utilizzato artatamente a questo scopo.

A questo può seguire la conduzione del lavoratore/ice nella condizione di soggetto illegalmente soggiornante derivante dalla volontà stessa del datore di lavoro e della legge Bossi-Fini, che in tal modo cristallizza, sul piano normativo e sociale, la propria posizione di dominio finalizzata al mantenimento il più a lungo possibile dell’immigrato in condizioni di marginalità, vulnerabilità, ricattabilità e sfruttabilità.

Alcuni esempi, sia pure in sintesi, possono dare un senso ulteriore alle riflessioni esposti e all’urgenza di andare a votare in favore dei cinque referendum.

 

I militari della Guardia di Finanza di Latina, coordinati dalla locale Procura, a novembre del 2020 hanno eseguito una serie di misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari per le ipotesi di reato di cui agli articoli 110 e 603 bis codice penale, mettendo fine a una collaudata attività criminale dedita al sistematico sfruttamento dei braccianti agricoli di origine indiana.

L’operazione di polizia economico-finanziaria, denominata “δοῦλος” (dal greco antico “servo”, “schiavo”), ha permesso di accertare come un’azienda agricola pontina, grazie all’amministratore e ad altri soggetti in posizione direttiva, abbia impiegato, nel corso degli ultimi due anni, oltre 290 lavoratori in condizioni di assoluto sfruttamento e prevaricazione.

 Nel corso delle indagini, è emerso che gli indagati, approfittando dello stato di bisogno di numerosi lavoratori stranieri, avevano proceduto non solo alla corresponsione di retribuzioni orarie sensibilmente inferiori a quelle previste dai contratti collettivi di categoria, ma anche all’impiego effettivo della manodopera per un numero di ore di lavoro settimanale di gran lunga superiore a quello formalmente risultante nella documentazione aziendale ufficiale concernente i relativi rapporti di lavoro subordinato (contratti di lavoro, buste paghe, registro presenze etc.).

 Le condizioni di lavoro e i metodi di sorveglianza pressanti e degradanti, attuati dai responsabili dell’area amministrativa e di controllo del personale, sono stati tali da generare nei lavoratori stranieri un totale assoggettamento psicologico al padrone.

Un altro esempio riguarda una ricerca della “Ong WeWorld” (2021) sulle condizioni sociali e del lavoro delle donne immigrate ancora dell’Agro Pontino impiegate come braccianti.

Donne che lavoravano anche 10-12 ore al giorno per 22-28 giorni al mese, con un’attività fisica che prevedeva di restare curve o in piedi per molte ore consecutive, ad esempio lungo il nastro trasportatore degli ortaggi raccolti in campo, con le mani immerse nell’acqua per il lavaggio degli ortaggi a temperature che, in alcuni periodi dell’anno, raggiungono lo zero.

Un altro aspetto emerso nell’indagine riguardava le pause dal lavoro inferiori anche del 30 per cento rispetto ai colleghi uomini.

Le pause inoltre variavano a seconda delle necessità quotidiane dell’azienda e per questo erano condizionate dalle esigenze individuate dal responsabile della produzione o dal datore di lavoro.

Le conseguenze sulla salute delle donne impiegate erano particolarmente gravi. Alcune testimonianze documentavano le reiterate violenze verbali, con rimproveri e insulti, anche a sfondo razziale, urlati pubblicamente dal datore di lavoro o dal caporale, oppure l’invito, da parte di alcuni di essi, ad essere accondiscendenti con le loro richieste a sfondo sessuale.

 

Dalla documentazione riguardante invece l’inchiesta Caronte, nella Capitanata foggiana, è emerso che i braccianti stranieri venivano impiegati senza essere stati sottoposti a visita medica, non erano forniti di guanti e scarpe e per essere trasportati nei campi venivano sottratti loro 5 euro direttamente dalla paga giornaliera, a prescindere dal loro consenso.

 Il trasferimento nei terreni agricoli avveniva mediante l’utilizzo di mezzi inadeguati e stracolmi, modificati senza omologazione, privi delle condizioni di sicurezza previste dal codice della strada.

Non c’erano idonee strutture per espletare i bisogni fisiologici, né punti di ristoro per effettuare le pause, in un contesto ambientale con temperature tra i 30 e 40 grandi centigradi.

 I caporali imponevano ai lavoratori l’obiettivo da raggiungere con la minaccia che altrimenti non sarebbe stata loro corrisposta alcuna retribuzione, offendendoli con espressioni lesive della dignità personale, da ricchione a bestie.

Cercare di arginare, secondo le possibilità che ci sono date, l’azione ristrutturante una democrazia illiberale e autoritaria governata dai tecnici del neoliberismo contemporaneo e dai loro interessi, è anche un dovere.

 Almeno per non essere complici, con colpevole indifferenza, al degrado di una democrazia che è l’unica e forse l’ultima speranza di giustizia, accoglienza e uguaglianza per tutti, nessuno escluso.

 

 

 

 

9 maggio 2025: perché non sia

l’ultimo giorno di Gaza!

 

Volerelaluna.it – (09-05-2025) - Tomaso Montanari – ci dice:

9 maggio 2025: festa d’Europa, giorno memoriale della fine della Seconda guerra mondiale, e dunque della sconfitta dei fascismi.

 Ma come è possibile celebrarlo senza prendere la parola per Gaza?

Nel testo che dovrebbe dare corpo al «nuovo slancio franco-tedesco per l’Europa» di Emmanuel Macron e Friedrich Merz non c’è stato spazio per una sola parola su Gaza.

Ma nessuna Europa è possibile senza riconoscere che l’abominevole distruzione di questa grande città storica del Mediterraneo è perpetrata da uno stato, Israele, che dell’Europa è uno stretto alleato.

Non vale dunque dire che siamo impotenti verso un nemico esterno:

 potremmo invece fare di tutto.

Potremmo, e dovremmo.

 

E se i governi d’Europa, a partire dal nostro, tacciono – rendendosi così sempre più complici di una atrocità che ogni giorno appare sempre più un genocidio, una soluzione finale per il popolo palestinese –, noi cittadine e cittadini d’Europa dobbiamo prendere la parola in prima persona.

 Il silenzio di “Ursula von der Leyen”, il silenzio atroce di Giorgia Meloni e del suo governo risuonano come perentori atti di autoaccusa:

 complicità in genocidio, e complicità in nostro nome.

Allora, diciamolo forte: no, non nel nostro nome!

 

Per questo, un gruppo di persone (Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Francesco Pallante, Evelina Santangelo e chi scrive) ha preso l’iniziativa, subito largamente condivisa, di dedicare il giorno dell’Europa, domani 9 maggio, a quello che abbiamo chiamato l’“Ultimo di giorno di Gaza”. (Un’immagine estrema: che gli eventi delle ultime ore rischiano di fare diventare letteralmente vera.)

 

Abbiamo pensato non a una singola manifestazione con un palco, una regia, degli oratori, dei leader: ma a una rete aperta a tutte e tutti, sia a chi vuole organizzare qualcosa nello spazio reale (e l’elenco si infittisce ogni momento), sia a chi vuole dire qualsiasi cosa sui propri account social.

 Tutti possono così partecipare: anche le persone che, per le più diverse ragioni, non possono muoversi.

 Proprio come non possono muoversi le persone di Gaza.

 

Tutto sarà unito dall’hashtag #ultimogiornodigaza, #gazalastday.

 E da un logo libero: che chiunque può usare.

Senza padroni, senza nessuno spirito proprietario o identitario:

 semplicemente come umane e umani di fronte alla disumanità di un massacro senza fine.

Naturalmente è solo un sussurro, è poco, è il minimo:

ma è l’inizio di un percorso dal basso per rompere il silenzio colpevole che ci fa complici di un governo criminale.

A noi, cittadini di stati alleati con Israele, verrà chiesto conto di Gaza, della sua morte.

 E i nostri figli, i nostri nipoti, ci chiederanno:

 «ma voi dove eravate, cosa facevate, che dicevate, mentre Gaza si avviava alla soluzione finale?».

Allora prendiamo la parola, in prima persona, prima che sia davvero troppo tardi.

Il Dilemma Etico della Tecnologia:

Tra Regole e Responsabilità.

It.linkedin.com - Matteo Agostini – (26 ott. 2024) – ci dice:

 

 

L'era digitale ha portato con sé numerosi vantaggi, trasformando la società in modi che solo pochi decenni fa sarebbero stati inimmaginabili.

Tuttavia, l'avanzamento tecnologico comporta anche una serie di questioni etiche che devono essere affrontate con urgenza.

Una delle principali riguarda la privacy e la sicurezza dei dati.

 

Con l'aumento esponenziale dell'uso di dispositivi digitali, i dati personali degli utenti vengono raccolti, analizzati e utilizzati da aziende e governi a una scala senza precedenti.

Questo solleva preoccupazioni riguardo a chi ha accesso a tali informazioni e come vengono utilizzate.

Ad esempio, i social media raccolgono dati sulle preferenze personali degli utenti, che possono poi essere venduti a terze parti per fini di marketing.

Questo uso commerciale dei dati personali pone una serie di dilemmi etici riguardo al consenso informato e alla trasparenza.

 

Inoltre, la tecnologia ha introdotto nuove forme di sorveglianza che possono minacciare la libertà individuale come le telecamere a circuito chiuso, il riconoscimento facciale e i sistemi di tracciamento digitale che possono essere utilizzati per monitorare i movimenti delle persone, limitando la loro libertà di azione e di espressione.

È essenziale trovare un equilibrio tra sicurezza pubblica e rispetto della privacy individuale.

 

Per affrontare queste questioni, il ruolo delle leggi e delle regolamentazioni è fondamentale.

Le normative sulla protezione dei dati, come il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) dell'Unione Europea, sono state introdotte per garantire che i dati personali degli utenti siano gestiti in modo sicuro e trasparente.

Queste leggi impongono alle aziende di ottenere il consenso esplicito degli utenti prima di raccogliere e utilizzare i loro dati, e di adottare misure di sicurezza adeguate per proteggere tali informazioni.

 

Tuttavia, l'efficacia delle regolamentazioni dipende dalla loro applicazione e dal monitoraggio continuo.

Le autorità di regolamentazione devono avere risorse sufficienti per controllare le aziende e sanzionare le violazioni.

 Inoltre, le leggi devono essere aggiornate regolarmente per tenere il passo con l'evoluzione tecnologica.

È importante che esista una cooperazione internazionale per affrontare le sfide globali poste dalla tecnologia, poiché i dati non rispettano i confini geografici.

 

Anche l'introduzione dell'IA e della robotica ha portato con sé una serie di dilemmi morali che richiedono una riflessione approfondita.

 Un esempio emblematico è rappresentato dalle auto a guida autonoma.

 Questi veicoli devono prendere decisioni in frazioni di secondo che possono avere conseguenze di vita o di morte.

La programmazione di tali decisioni solleva questioni etiche complesse:

in una situazione di emergenza, l'auto dovrebbe prioritizzare la sicurezza del conducente o dei pedoni?

Questo tipo di dilemmi richiede una definizione chiara delle responsabilità e dei valori etici che devono guidare le scelte dell'IA.

 

Un'altra questione riguarda l'occupazione, l'automazione e l'uso crescente dei robot che potrebbero portare alla perdita di posti di lavoro in vari settori.

È essenziale considerare come mitigare l'impatto sociale ed economico di queste trasformazioni, ad esempio attraverso programmi di formazione e riqualificazione professionale.

Inoltre, è importante garantire che i benefici dell'innovazione tecnologica siano distribuiti equamente nella società.

 

Infine, l'uso di robot in contesti militari solleva preoccupazioni etiche significative. L'uso di droni e robot armati nei conflitti potrebbe ridurre le perdite umane, ma potrebbe anche rendere la guerra più "facile" da condurre, abbassando la soglia per l'inizio di ostilità.

 È fondamentale stabilire norme internazionali per regolare l'uso di queste tecnologie in contesti bellici.

 

La vera innovazione non risiede nella tecnologia, ma nella mente che sa come usarla per migliorare l'umanità.

Mentre la tecnologia continua a evolversi rapidamente, è imperativo affrontare le questioni etiche che ne derivano.

La privacy e la sicurezza dei dati, il ruolo delle leggi e delle regolamentazioni e i dilemmi morali posti dall'IA e dalla robotica sono solo alcune delle sfide che dobbiamo affrontare.

Un dialogo continuo e una collaborazione tra esperti, legislatori e cittadini sono essenziali per garantire che l'innovazione tecnologica avvenga in modo responsabile ed eticamente sostenibile per assicurare che i progressi tecnologici rispettino i diritti e le dignità individuali, promuovendo un futuro giusto e equo per tutti.

 

 

 

 

Essere Unici: il Successo

nell'Era dell'AI.

It.linkedin.com - Matteo Agostini – (10 mag. 2025) – ci dice:

 

Nel 2025, l'intelligenza artificiale non è più un concetto futuristico, ma una realtà che permea ogni aspetto della nostra vita professionale.

 Se un tempo si pensava che l’automazione fosse destinata a rivoluzionare le industrie, oggi è chiaro che la vera sfida riguarda noi come individui:

come possiamo mantenere la nostra identità e il nostro valore umano quando l'AI diventa il nostro collega, assistente e, in alcuni casi, sostituto?

La produttività è diventata il cuore pulsante delle aziende moderne, e l'intelligenza artificiale gioca un ruolo cruciale nel raggiungimento di nuovi livelli di efficienza. L’automazione svolge compiti ripetitivi con velocità e precisione, rappresentando un vantaggio per la competitività aziendale. Tuttavia, emerge una domanda:

che cosa succede al lavoro umano in tutto ciò?

Se l'AI è in grado di completare in pochi minuti ciò che una persona impiegherebbe ore a fare, dove rimane il nostro spazio di creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi complessi?

Il rischio di questa corsa verso l’efficienza è che il lavoro umano venga ridotto a mera supervisione di algoritmi, senza spazio per l’innovazione o la sperimentazione.

In questo contesto, la creatività, il pensiero fuori dagli schemi, l’intuizione e la capacità di costruire relazioni diventano tratti distintivi che solo gli esseri umani possiedono.

 

Mentre l'intelligenza artificiale si perfeziona nel risolvere problemi tecnici e nel raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, le cosiddette soft skills stanno assumendo una nuova centralità.

L’empatia, la capacità di leggere le emozioni, il lavoro di squadra, la leadership e la comunicazione diventano sempre più determinanti.

 L'intelligenza emotiva e la capacità di creare connessioni autentiche non possono essere replicate digitalmente.

 

La vera sfida è essenzialmente quella di utilizzare l’automazione per migliorare la nostra capacità di connetterci autenticamente con gli altri.

Il futuro del lavoro non è una visione di individui isolati che lavorano insieme a macchine, ma di team che collaborano, sfruttano la tecnologia per risolvere problemi complessi e, al contempo, coltivano il valore delle relazioni. Le aziende che riusciranno a bilanciare l'uso dell'AI con il benessere psicologico e il valore delle connessioni umane saranno quelle che prospereranno.

 

In questo contesto l’etica deve sempre guidare lo sviluppo e l’uso dell’AI.

Gli esseri umani devono rimanere al centro del processo decisionale, utilizzando la tecnologia come uno strumento per potenziare le capacità e non per ridurre l’autonomia e il giudizio.

 La responsabilità di come viene utilizzata l’AI, e in particolare come viene integrata nelle dinamiche aziendali, è un onere che non possiamo delegare a una macchina.

La domanda direttamente collegata a quest'ultimo paragrafo e che ormai sento e leggo ovunque è la seguente:

“Sarò sostituito dall'AI?”

“Marco Montemagno “probabilmente risponderebbe in questo modo:

“Sì, alcuni lavori saranno sostituiti.

 Ma la vera domanda è:

tu cosa stai facendo per non essere uno di quelli?

 L’AI non è un nemico, è uno strumento.

Come tutti gli strumenti potenti, o lo usi o ti travolge.

Se fai un lavoro che può essere automatizzato, il rischio c’è.

Ma se inizi a potenziare le tue competenze non automatizzabili — creatività, visione, comunicazione, empatia — allora l’AI diventa un acceleratore, non una minaccia.

 La partita non si gioca su 'cosa farà l’AI', ma su cosa farai tu insieme all’AI.”

La risposta quindi non è evitarla, ma abbracciarla con consapevolezza.

 La trasformazione che ci troviamo a vivere è un’opportunità di crescita. Le competenze che una volta erano considerate “accessorie” diventano oggi fondamentali. Investire nel proprio sviluppo professionale e personale è la chiave per rimanere rilevanti, anche in un mondo sempre più automatizzato.

Alla fine di tutto il vero segreto è evolversi insieme alla tecnologia, senza mai dimenticare ciò che ci rende davvero umani.

 

 

 

 

 

Lo studio del potere politico:

note su “The Power Broker” di Robert Caro

Scritto da Chaolla M. Park.

Pandorarivista.it - Chaolla M. Park – (1° luglio 2022) – ci dice:

 

Tra gli insider del mondo politico, della “consultancy e delle istituzioni europee”, i libri di Robert Caro sono un riferimento fondamentale.

Sono stati letti da politici del calibro di Obama, Cameron, nonché da importanti figure istituzionali italiane.

L’autore, Robert A. Caro, ha ricevuto il prestigiosissimo premio Pulitzer per ben due volte e nel 2010 ha ricevuto la “National Humanities Medal” da Barack Obama; Power Broker, il suo primo libro, rientra nella lista dei 100 migliori titoli di non-fiction della “Modern Library”.

Caro è considerato il biografo migliore della letteratura americana contemporanea, al punto che spesso “caro-esque” viene usato come aggettivo per caratterizzare una biografia di certo rilievo e accuratezza.

Robert Caro iniziò la sua carriera come giornalista a New York.

Ben presto si interessò della figura di un funzionario pubblico che, scoprì, influenzava in maniera preponderante l’azione del Sindaco.

Caro scoprì in un secondo momento che l’influenza di questo funzionario si estendeva anche alle scelte del Governatore, sotto la cui autorità era formalmente nominato.

Questo fatto incuriosì il giovane Caro.

In un sistema democratico, nel quale il potere è controbilanciato e legittimato con e dal voto, e specialmente nella democrazia americana, come era possibile una tale configurazione di influenza?

Il funzionario pubblico in questione era Robert Moses, che sarebbe divenuto il soggetto del primo – e forse più celebre – libro di Robert Caro, appunto The Power Broker.

Negli anni Settanta, Moses dominava la scena politica di New York da decenni: aveva fatto costruire più di 1.000 chilometri di strade, più di 1.000 parchi, e quasi tutti i ponti della città. Inoltre, gran parte delle altre opere pubbliche, come il complesso di edifici che costituivano la sede delle Nazioni Unite e la famosa spiaggia di Jones Beach si devono al suo intervento.

 Fra gli urbanisti più controversi nella storia degli Stati Uniti, i suoi progetti possono essere paragonati, per ampiezza, alla ricostruzione ottocentesca di Parigi. Eppure, Moses non ricoprì mai una carica elettiva, benché detenesse un potere ingente, di cui nessuno riuscì a privarlo (nonostante i tentativi di sindaci, governatori, e addirittura del Presidente Roosevelt nel 1934).

 

Robert Moses aveva iniziato la sua carriera a circa quarant’anni, nel 1927, come quarantanovesimo “Secretary of State” di New York.

Proveniva da una famiglia agiata e fu istruito nelle migliori università, da Oxford a Yale e Columbia.

Da giovane, fu fra gli idealisti decisi ad eliminare la corruzione a New York, in particolare quella legata al sistema di nomine politiche e al “Tammany Hall”.

 Pur essendo fra gli esponenti più importanti dei riformisti, per i primi anni non poté ricoprire cariche di rilievo, né concretizzare le sue idee, rifiutandosi di chiedere aiuto o favori.

La sua carriera ingranò dunque più tardi, appunto alla soglia dei quarant’anni. Inizialmente idealista, Moses divenne sempre più cinico e dispotico.

Nel 1933 riuscì a consolidare il proprio potere attraverso una mossa di ingegneria legislativa, grazie alla sua forte padronanza del diritto amministrativo e dei contratti delle società pubbliche a partecipazione privata.

 Iniziò così l’ascesa che lo avrebbe portato ad essere l’uomo più influente di New York.

 Oltre ad essere il presidente della Triborough Bridge Authority, fu anche nominato in una decina di enti pubblici, ma con mandati che non scadevano mai nello stesso momento.

 Dalla sua fondazione nel 1933 agli anni Settanta, la Triborough Bridge Authority fu l’unico ente nella città con un bilancio positivo.

Per l’ingegneria legislativa di Robert Moses i profitti erano controllati dall’ente stesso e non dalla città: dunque l’unica persona in città che potesse finanziare i progetti dei sindaci o governatori era proprio Robert Moses.

 A ciò va aggiunto che la Triborough Bridge Authority non poteva essere sciolta prima del ripagamento dei debiti, e de facto non vi era modo di sostituire il presidente, perché gli altri due “board member” erano fedelissimi di Moses:

 la sua fu, in questo senso, una presidenza “eterna”.

 Al tempo stesso, Moses fu una figura spiccatamente razzista e ancor più classista. Testamento del suo razzismo sono i ponti che portano a Jones Beach, uno delle poche spiagge vicine a New York.

 Pare ci sia infatti un preciso motivo per cui questi ponti sono costruiti ad un’altezza di 8 piedi, circa 240 cm, ossia appena abbastanza per fermare gli autobus.

Negli anni Quaranta, infatti, la maggior parte dei passeggeri dei bus erano – e tuttora sono – afroamericani o portoricani.

 Moses fece costruire i ponti a quella altezza per impedire che i neri, o i poveri, si servissero dei bus per recarsi alle spiagge.

Sidney Shapiro, collaboratore di Moses, confermò tutto ciò affermando, in un’intervista, che “le leggi possono essere cambiate, ma un ponte non lo sarà mai”.

Un aspetto che caratterizza i libri di Robert Caro, e probabilmente il motivo per cui è uno degli autori preferiti dei politici, sono i suoi standard giornalistici.

 Una delle frasi che ripete spesso nelle sue interviste è “turn every page”, ovvero leggi tutti i documenti di supporto (brief, memo, position paper, ecc…).

Nei libri di Caro i grandi momenti di cambiamento nella vita dei protagonisti sono marcati con una precisione difficilmente replicabile, ma anche una grande umanità.

 Infatti, l’autore afferma spesso che per spiegare le motivazioni dietro le scelte delle figure di potere è necessario spiegare anche le conseguenze di quelle azioni su chi potente non è.

Se c’è un aspetto che lega i due principali protagonisti delle biografie di Caro, ossia il Presidente Lyndon B. Johnson e Robert Moses, è l’ingegnosa capacità di saper cogliere occasioni importanti anche in ambiti solitamente trascurati perché ritenuti minori.

Avevano entrambi una capacità di organizzazione fenomenale, e uno scopo sempre in mente.

Sia Johnson, sia Moses erano costantemente in cerca di piccole sporgenze ove aggrapparsi, pronti ad utilizzare ogni appoggio per scalare il “greasy pole”, cioè il cursus honorum politico.

Un episodio raramente menzionato ma comunque meticolosamente ricercato è come Johnson abbia usato il regolamento del “club del parlamento”.

Nei Paesi anglofoni è cosa comune avere un parlamento simulato ove i ragazzi, oppure in questo caso gli assistenti parlamentari, discutono su proposte di legge. Siccome era l’unica istituzione ove un assistente parlamentare potesse cercare di avanzare o avere visibilità mediatica Johnson cercò subito di dominarlo.

Usò un cavillo nel regolamento per far votare i non membri del club e ottenne il controllo dell’associazione.

 Anche Moses fece qualcosa di analogo quando frequentava lo” Yale Swimming Club”.

Dovette infatti cercare finanziamenti per il club, poiché, a differenza degli sport popolari come il tennis oppure il canottaggio, i tanti piccoli club sportivi a Yale erano costantemente sull’orlo del fallimento.

Moses pensò quindi di fondare un unico comitato per finanziare i piccoli club, aggregando le forze per reperire più facilmente finanziamenti da alunni e altri benefattori.

Un altro fattore che rende le opere di Caro così interessanti per il mondo dei “public affairs” è l’attenzione al potere in tutte le sue manifestazioni.

 Infatti, Caro ha sempre dimostrato una grande efficacia nel distinguere e descrivere il potere politico, il potere tecnico-amministrativo e la capacità di ingegneria legislativa.

Per Robert Caro «il potere corrompe, ma il potere assoluto rivela», o, detto in altro modo, per l’autore il detto di “Lord Acton “secondo cui «il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto» non è completo.

È nel momento in cui giunge all’apice del potere che il politico si rivela.

(Chaolla M. Park).

(Nato a Lahore in Pakistan, è cresciuto in un ambiente internazionale tra l’India, gli Stati Uniti e Australia).

 

 

 

 

Papa Leone XIV tende una mano

 a Israele, la nota al rabbino capo

 di Roma Di Segni: "Rafforziamo dialogo ",

la replica: "Soddisfatti."

Ilgiornaleditalia.it – (13 – 05 – 2025) – Redazione – ci dice:

 

Il rabbino capo di Roma sarà presente alla Messa di inaugurazione del Pontificato; nei mesi scorsi aveva criticato le posizioni di Papa Francesco sulla guerra a Gaza.

 Redazione 13 Maggio 2025 -Papa Leone XIV, Rabbino Riccardo Di Segni.

(Fonte: LaPresse)

Papa Leone XIV ammicca ad Israele.

Il nuovo Pontefice, che durante il Regina Coeli ha auspicato la fine della guerra a Gaza, ha mandato un messaggio al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, affermando la volontà di una "cooperazione" tra Chiesa e popolo ebraico.

 Il rabbino capo di Roma ha fatto sapere che sarà presente alla Messa di inaugurazione del Pontificato, in programma per sabato 18 maggio.

Nei mesi scorsi Di Segni aveva criticato le posizioni di Papa Francesco sulla guerra a Gaza, affermando che "aveva rovinato i rapporti con gli ebrei", sostenendo che "la guerra che si è scatenata dal 7 ottobre ha avuto tra le sue vittime collaterali il dialogo ebraico-cristiano".

Comunità ebraica di Roma contro Papa Francesco, rabbino Toaff:

"Non partecipiamo al lutto, non ha sostenuto Israele e Netanyahu senza se e senza ma, colpa imperdonabile."

Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni:

"La condanna della guerra quando è monolaterale e monotematica è sospetta."

Papa Leone XIV tende una mano a Israele, la nota al rabbino capo di Roma Di Segni: "Rafforziamo dialogo ", la replica: "Soddisfatti."

Nella nota inviata alla Comunità ebraica di Roma, il Pontefice si impegna "a continuare e a rafforzare il dialogo e la cooperazione della Chiesa con il popolo ebraico nello spirito della dichiarazione “Nostra Aetat”e del Concilio Vaticano secondo".

La “Nostra Aetate” è una dichiarazione, promulgata nel 1965 da Paolo VI durante il Concilio Vaticano II ma pensata e abbozzata da Giovanni XIII, che definisce in maniera nuova il dialogo con le religioni non cristiane, ridefinendo il rapporto con gli ebrei.

Nel documento viene condannata qualsiasi forma di persecuzione dell'uomo in generale inneggiando alla "fraternità universale", ponendo anche fine all'accusa di "deicidio" verso gli ebrei;

inoltre il testo è un pilastro fondamentale del dialogo cristiano-ebraico.

A questa dichiarazione Leone XIV fa riferimento nella sua nota, aprendo quindi ad Israele.

"Il Rabbino Capo di Roma, che sarà presente alla celebrazione della inaugurazione del pontificato, ha accolto con soddisfazione e gratitudine le parole a lui dirette dal nuovo Papa", la risposta della comunità ebraica.

 

Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le “Religioni non Cristiane NOSTRA AETATE”.

Introduzione.

 

1. Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l'interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane.

Nel suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.

 

I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità.

Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti  finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.

 

Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.

 

Le diverse religioni.

2. Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre.

 Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano la vita in un intimo senso religioso.

 

Quanto alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato.

Così, nell'induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia;

cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza.

 Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l'aiuto venuto dall'alto.

Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri.

 

La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.

Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è « via, verità e vita » (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.

 

Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi.

 

La religione musulmana.

 

3. La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini.

Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati.

 Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.

 

Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.

 

La religione ebraica.

 

4. Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.

 

La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.

 

Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù.

Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili.

La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in sé stesso.

Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'”apostolo Paolo” riguardo agli uomini della sua stirpe:

 « ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine.

 

Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.

 

Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata;

 gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione.

Tuttavia secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento.

 Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso giogo » (Sof 3,9).

 

Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.

 

E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.

 

E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura.

 Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

 

La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque.

 In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.

 

Fraternità universale.

 

5. Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio.

L'atteggiamento dell'uomo verso Dio Padre e quello dell'uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice:

 «Chi non ama, non conosce Dio » (1 Gv 4,8).

 

Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano.

 

In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione.

E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, «mantenendo tra le genti una condotta impeccabile» (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini , affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli.

 

Tutte e singole le cose stabilite in questo Decreto, sono piaciute ai Padri del Sacro Concilio.

E Noi, in virtù della potestà Apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai Venerabili Padri, nello Spirito Santo le approviamo, le decretiamo e le stabiliamo; e quanto stato così sinodalmente deciso, comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio.

(Roma, presso San Pietro, 28 ottobre 1965.)

 

 

 

 

 

 

Diritto e democrazia internazionale,

via di pace.

Unipd-centrodirittiumani.it - Antonio Papisca – (2004) – (5-7-2024) – ci dice:

 

Riflessioni sullo “Ius Novum Universale”.

 

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2003, all’interrogativo:

“Quale tipo di ordine può sostituire questo disordine, per dare agli uomini e alle donne la possibilità di vivere in libertà, giustizia e sicurezza?”, Giovanni Paolo II rispondeva segnalando una positiva tendenza in atto, cioè che “il mondo, pur nel suo disordine, si sta comunque ‘organizzando’ in vari campi (economico, culturale e perfino politico)”.

Con l’aiuto di puntuali dati di fatto, è dato capire che il sistema delle relazioni internazionali, in un mondo sempre più interdipendente e globalizzato al positivo e al negativo, è comunque irreversibilmente avviato a uscire dallo stato di natura del bellum omnium omnibus, della guerra di tutti contro tutti, e spinge a perseguire il bene comune con gli strumenti della cooperazione internazionale, quanto più multilaterale possibile.

 Anche perché tale sistema è oggi regolato da un Diritto che, pur non essendo ancora compiutamente sviluppato, è tuttavia fondato su valori e contiene norme impregnate di etica universale, che gli hanno impresso una particolare forza di resistenza contro chi attenta alla sua fondatezza e alla sua efficacia. 

La difficile, complessa transizione verso un più giusto e pacifico ordine mondiale può essere letta con l’uso di quattro metafore.

Metafore e segni dei tempi sono strumenti di analisi che interpellano non soltanto la volontà di discernere ma anche la disponibilità a stupirsi, e aiutano a dilatare gli orizzonti della speranza.

 La prima metafora è quella del parto, nel nostro caso di un prolungato travaglio di parto.

Ciò che deve nascere è più che un mero desiderio o un’ipotesi astratta, è già un progetto o un percorso ben delineato nelle sue linee essenziali.

Continuando nella metafora, non si tratta di concepire il bambino, si tratta invece di aiutare il nascituro a nascere e a svilupparsi.

 La metafora per così dire artistica è quella del mosaico:

perché ci sia il mosaico occorrono le tessere, le tessere esistono ma il mosaico non si realizza se non ci si prende cura di comporre le tessere.

La terza metafora usa un’immagine per così dire agricola.

Nel corso dei secoli avvengono seminagioni di universali, intendendo per tali quelle invenzioni o quelle creazioni o quelle scoperte, nei vari campi – dall’arte alla scienza, dalla filosofia al diritto - e in varie parti del mondo, di cui beneficia l’umanità intera come di beni globali o di patrimonio comune, di qualcosa cioè di perenne nella città dell’uomo.

 La quarta metafora è quella di una casa, grande quanto il pianeta terra, riccamente attrezzata di elettrodomestici, cioè di strumenti che renderebbero più confortevole la vita se fossero appropriatamente utilizzati.

Per taluni di essi il funzionamento è intermittente o è stata addirittura disinnescata la spina.

 Fuori di metafora, il progetto di un ordine mondiale umanamente sostenibile esiste, occorre renderlo visibile, svilupparlo.

 Parti essenziali per la graduale costruzione della pace nella giustizia esistono realmente, bisogna metterle insieme per fare avanzare e rendere compiuta la costruzione.

Negli anni quaranta del secolo trascorso è avvenuta una generosa e lungimirante seminagione di “universali” di carattere politico, giuridico e istituzionale, che ha pervaso il tessuto delle relazioni fra stati e fra popoli e che l’Enciclica “Pacem in Terris” del beato Giovanni XXIII addita tra i segni dei tempi:

 la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la Legge e l’Istituzione per il buon governo (good governance) e la pacifica convivenza nel pianeta.

 Accanto a questi due pilastri della costruzione della pace nel mondo, esistono altri elementi utili a sviluppare e consolidare la costruzione.

È urgente rendere visibile la mappa globale della pace positiva, sì da diffondere la consapevolezza che i popoli, i gruppi, le famiglie, gli individui non stanno annaspando nel buio di un disordine non governabile, che è possibile resistere all’ideologia dei determinismi di Realpolitik, che quanto seminato nel secolo scorso ha già dato risultati positivi, che è irragionevole non svilupparli, che è perversa quella sub-cultura che emargina dalle sue vetrine quanti non accettano la guerra come essenziale al discorso della politica.

Denunciare, come stanno facendo opportune et inopportune tanti movimenti di promozione umana operanti al di là e al di sopra delle frontiere nonché autorevoli sedi istituzionali, che questo Diritto è violato, non equivale affatto ad ammettere che esso è morto e che quindi bisogna pensare a sostituirlo, magari con la legge del più forte.

 Al contrario, significa asserirne l’effettività, ricordando che la violazione del Diritto rinvia, in prima istanza, non alla sua morte ma alla responsabilità di coloro che commettono l’illecito.

Occorre pertanto concentrare la riflessione soprattutto sui valori morali del vigente Diritto internazionale e sulla portata operativa dei relativi principi.

(Aggiornato il: 05.07.2024).

 

 

 

 

Internazionale.

Una guerra di liberazione

nazionale contro tutti.

 

Partitodialternativacomunista.org - Internazionale – (29 Giugno 2022) – Matteo Bavassano – ci dice:

Cronaca di come la sinistra ha abbandonato le masse ucraine al loro destino, disertando la lotta da Majdan fino all’invasione russa (questo articolo è un’anticipazione del numero in uscita di “Trotskismo oggi”).

 

 Lo scorso 24 febbraio 2022 l’esercito del regime di Putin ha invaso l’Ucraina, e oltre ad aver seminato morte e distruzione in tutto il Paese, dando così luogo alla più recente tragedia della barbarie imperialista, ha seminato anche notevole confusione all’interno della sinistra «di classe», dando così vita alla farsa più recente del riformismo e del centrismo.

 Anche se a ben vedere, di confusione sono anni che ce n’è molta «a sinistra», dove ormai è moneta corrente la sostituzione dell’analisi di classe, materialistica e dialettica, con l’analisi geopolitica campista, fideistica e collaborazionista.

Quello che dovrebbe essere il dovere più elementare dei rivoluzionari, la solidarietà (non solo a parole, ma nei fatti) con una popolazione storicamente oppressa e che ora si trova a fronteggiare l’invasione della Potenza che per secoli l’ha dominata, invasione finalizzata al saccheggio delle parti più ricche del territorio ucraino, viene clamorosamente disatteso dalla sinistra, la quale o si schiera apertamente con Putin, oppure invoca un’impossibile neutralità tra le parti in causa, indebolendo così il fronte della resistenza contro l’invasore.

Entrambe le varianti (e sotto-varianti, che poi vedremo), in cui inevitabilmente cadono la maggior parte delle organizzazioni «di sinistra», costituiscono un vero e proprio tradimento degli interessi delle masse popolari ucraine e del proletariato di tutto il mondo.

L’ennesimo.

Purtroppo, l’esperienza ci dice che non sarà l’ultimo. Ma andiamo con ordine.

Dicevamo che sono anni che c’è confusione sotto il cielo della «sinistra» occidentale.

 Questa si manifesta principalmente quando le controversie internazionali non riguardano direttamente gli Usa e i suoi alleati della Nato: soltanto la sinistra borghese (Sinistra italiana e altri cadaveri simili) ormai si schiera a sostegno delle invasioni imperialiste, anche se questo non ha mai impedito ai riformisti di sostenere le missioni «di pace» sotto l’egida dell’Onu, missioni di occupazione che fanno parte dell’ordine imperialista mondiale esattamente quanto le invasioni militari, anzi ne sono il necessario complemento.

 Il problema è più manifesto quando gli interessi del proletariato internazionale richiederebbero di schierarsi contro Paesi che vengono considerati «nemici» dell’imperialismo occidentale: Cuba, Venezuela, Corea del Nord, Siria, Libia, Iran, Cina e Russia.

 In questo, l’impronta stalinista sulla sinistra si fa ancora sentire e non si smentisce nemmeno in questa occasione.

Fortunatamente dall’Ucraina ci arrivano esempi concreti di operai che lottano in prima fila, attraverso le loro organizzazioni, contro l’invasione di Putin, come i lavoratori del sindacato indipendente Npg di Kryvyj Rih, che organizza minatori e metalmeccanici, e che sta inoltre organizzando la solidarietà dei lavoratori degli altri Paesi anche attraverso i legami con la Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta.

Tuttavia, i rivoluzionari devono sostenere la resistenza ucraina, e la battaglia politica e ideologica per smentire le falsità che vengono raccontate sulla lotta delle masse ucraine, e che partono dalla falsificazione degli avvenimenti del 2014, è complementare al sostegno materiale alla resistenza.

 Ecco perché con questo saggio ci proponiamo di ricostruire i fatti, gli avvenimenti della lotta di classe in Ucraina durante il processo rivoluzionario del 2014 e di fare il punto su quanto sta succedendo oggi, sulla posizione delle organizzazioni di sinistra e sulle prospettive che si aprono per la rivoluzione in Europa orientale.

 

 Il quadro in cui è nata la protesta di Majdan.

È chiaro che la situazione politica e socioeconomica dell’Europa dell’est dopo lo scioglimento dell’Urss e del Patto di Varsavia costituisce il quadro generale di cui non si può non tenere conto se si vuole analizzare seriamente la situazione ucraina presente e passata, e praticamente qualsiasi avvenimento politico che interessi l’area.

Tuttavia, una cronistoria approfondita di questo quadro esula dagli obiettivi che questo articolo si può porre, andando per altro a toccare aspetti del regime russo su cui il dibattito teorico e politico è ancora aperto.

 Ci limitiamo quindi a sottolineare che dal 1991 l’area dell’est europeo è stata terreno da una parte dell’espansione dell’Ue e della Nato, mentre la Federazione russa ha tentato di mantenere il controllo sull’area della vecchia Unione sovietica, riuscendoci solo in parte e, nei fatti, solo dopo l’arrivo al potere di Putin.

Il regime di Putin, espressione degli interessi economici degli oligarchi russi (che altri non sono che le alte cariche della vecchia nomenklatura del Pcus), è un regime bonapartista che si regge sull’esercito e, soprattutto, sull’Fsb, erede del vecchio Kgb di cui Putin era esponente, e si è consolidato con la vittoria nella seconda guerra cecena.

Non solo non è un regime antimperialista, ma a ben vedere non è neanche permanentemente in scontro con gli imperialismi occidentali, anzi recentemente si sono trovati dallo stesso lato della barricata quando Putin ha represso, tramite il Csto, la rivolta popolare in Kazakistan nel gennaio 2022.

 Sostanzialmente, Putin da quando è al potere (ormai più di vent’anni), ha cercato di riportare la Russia ai «fasti» imperialisti del vecchio Impero zarista con un misto di accordi, ma anche scontri episodici, con l’imperialismo, e con la sottomissione delle ex-Repubbliche sovietiche che non sono rimaste fuori dall’orbita della Nato.

In questo quadro generale si inscrive la vicenda dell’Ucraina negli ultimi anni, Paese storicamente oppresso dalla Russia zarista, che ha vissuto una breve libertà nei primi anni del potere sovietico, e che ha vissuto pesanti repressioni sotto lo stalinismo, a partire dal tristemente celebre “Holomodor,” la carestia imposta dallo stalinismo nel 1932-33 per piegare l’opposizione dei contadini ucraini alla collettivizzazione forzata, fino alle Grandi purghe, che si sono abbattute in maniera particolarmente violenta sugli oppositori ucraini (e anche su diversi stalinisti caduti in disgrazia).

Dal dissolvimento dell’Urss, l’Ucraina è rimasta nell’area di influenza della Russia, anche se ha cercato in alcune occasioni un avvicinamento all’Unione europea e alla Nato.

L’Ucraina, governata da oligarchi provenienti dal vecchio Pc come tutte le ex-Repubbliche sovietiche, è stata oggetto delle politiche neocoloniali russe, dovendo (in particolare dopo il 2008) acquistare a prezzi sostanzialmente imposti il gas russo, dovendo ricorrere, per far fronte ai debiti con la Russia, all’aiuto finanziario dei Paesi dell’Ue (in particolare la Germania), indebitandosi cioè con l’imperialismo occidentale per ripagare i debiti contratti con l’oppressore russo.

È questa dinamica che ha dato origine al processo rivoluzionario noto come “Majdan”: nel 2013, a fronte degli aumenti del prezzo del gas russo, l’Ucraina stava velocizzando le procedure per la firma dell’Accordo di associazione con l’Unione europea,6 con il pieno accordo dell’allora presidente Victor Janukovyč,7 considerato normalmente filorusso.

Questa possibile uscita dell’Ucraina dall’orbita della Russia preoccupò Putin, il quale fece pressioni per far cadere l’accordo.

“Janukovyč” tentò di approfittare della situazione per recuperare il vantaggio contrattuale perso con l’apertura dei nuovi gasdotti al di fuori dell’Ucraina, e allo stesso tempo per migliorare le condizioni dell’accordo con l’Ue.

 A fronte dell’indisponibilità dell’Unione europea a concedere maggiori aiuti finanziari all’Ucraina, e, di contro, alla proposta di Putin di uno sconto sui prezzi del gas e di una moratoria sui debiti già contratti, “Janukovyč” decise di non firmare il trattato, riservandosi di «continuare a trattare» con l’Ue.

Tentando una sintesi, si potrebbe dire che “Janukovyč” ha tentato di manovrare per ottenere il massimo vantaggio per la borghesia ucraina nel suo insieme, che però aveva interessi più o meno latenti già contrapposti in questa fase.

Non aveva però tenuto conto, nei suoi giochi politici, delle masse popolari ucraine.

 

 La rivolta di Majdan.

Che si fosse accordata con la Russia o con l’Unione europea, il destino dell’Ucraina era di vedere approfondita la sua subordinazione nazionale.

 La scommessa per la borghesia ucraina era trovare il modo per scaricare il più possibile il costo di questa ulteriore dipendenza sulle masse lavoratrici e popolari. Tuttavia, nessun governo, nemmeno il più dittatoriale, presenta in questo modo le sue misure alle masse.

Ecco perché, fin dall’estate 2013 (cioè nel momento in cui era più vicino all’Ue), il presidente “Janukovyč” aveva cominciato un’importante campagna di propaganda a favore dell’accordo con l’Unione europea, promettendo alle masse popolari ucraine, tra le più povere della regione, che in questo modo avrebbero goduto dei «vantaggi» del Mercato unico europeo e della moneta unica, «liberandosi» finalmente dell’oppressione secolare russa, che era ciò che aveva mantenuto l’Ucraina nell’arretratezza economica… e altre mezze verità del genere.

Se da una parte non si può negare l’impatto dell’oppressione russa sull’Ucraina, la soluzione per la sua indipendenza e il suo sviluppo non si può trovare certo nell’Unione europea, entità espressione degli imperialismi europei, che sappiamo fin troppo bene che futuro prospetta ai lavoratori e che tipo di «vantaggi» ha offerto in particolare ai Paesi dell’Europa dell’est.

Tuttavia, le masse avevano creduto alla propaganda governativa, così che, nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013, dopo che il governo ucraino emanò un decreto che sospese la firma del trattato con l’Ue, cominciò il movimento “Jevromajdan” (letteralmente «piazza Europa»), una serie di proteste spontanee, inizialmente promosse soprattutto da studenti, che chiedevano la riapertura dei negoziati con l’Europa.

 La risposta del governo alle manifestazioni, relativamente poco partecipate, ma che duravano da più di una settimana, fu la repressione:

la notte tra il 29 e il 30 novembre i manifestanti, accampati ormai nella piazza, vennero sgomberati dalla “Berkut”, la polizia antisommossa ucraina.

Questa fu la miccia che fece esplodere le proteste di massa.

Il governo aveva tentato di vietare ogni manifestazione fino al 7 gennaio, così come le manifestazioni nel centro di Kyïv, ma aveva dovuto desistere di fronte alla risolutezza dei manifestanti a non fermare la protesta.

L’8 dicembre ad una nuova manifestazione di 200 mila persone a “Majdan”, “Janukovyč” tentò di contrapporre una manifestazione di 15 mila suoi sostenitori.

La prosecuzione delle proteste portò la “Rada” ad approvare una serie di leggi anti-proteste il 16 gennaio 2014, a cui i manifestanti risposero moltiplicando le proteste.

L’opposizione parlamentare cominciò a trattare con” Janukovyč” per una riforma costituzionale e per delle elezioni anticipate.

Durante le proteste del giorno 20 febbraio dei cecchini spararono sulla folla, mentre alcuni manifestanti cominciavano ad essere armati e a rispondere alla repressione della polizia.

 Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio venne firmato un accordo tra il presidente e i leader dell’opposizione (con la mediazione dell’Unione europea e della Russia) che si sperava avrebbe messo fine a quello che ormai era un vero e proprio processo rivoluzionario, e che tra l’altro prevedeva:

 l’immediato ritorno alla Costituzione in vigore tra 2004 e 2010 e un completamento della sua riforma entro settembre, creazione di un governo di unità nazionale, elezioni anticipate entro dicembre 2014 (quindi l’accordo prevedeva di lasciare “Janukovyč “alla presidenza), amnistia per i manifestanti, sgombero degli edifici occupati durante le proteste.

 

 Il rifiuto dell’accordo e la fuga di Janukovyč.

Tuttavia, contrariamente alle aspettative di tutte le parti coinvolte, le masse mobilitate di “Majdan” rigettarono l’accordo.

Infatti, dopo che la “Rada” aveva già ratificato l’accordo, i leader che avevano trattato con “Janukovyč”, si presentarono a “Majdan” per sostenere l’accettazione dell’accordo e la smobilitazione della protesta, ma vennero fischiati e cacciati al grido di «traditori»:

dopo tre mesi di mobilitazione e di repressione, i manifestanti non erano disposti a ritirarsi lasciando “Janukovyč” al potere praticamente fino alla scadenza naturale del mandato.

 Migliaia di manifestanti decisero di non lasciare la piazza fino a che il presidente non venisse rovesciato e arrestato per i suoi crimini.

Il fallimento dell’imposizione dell’accordo alla piazza generò una rottura nell’apparato repressivo, che, vedendo la situazione disperata in cui si trovava il regime di “Janukovyč”, lo abbandonarono al suo destino:

le forze della “Berkut” che presidiavano la “Rada” lasciarono la capitale, mentre anche il comando dell’esercito dichiarò che non sarebbe intervenuto.

Comprendendo che il crollo del suo regime era imminente, nella notte tra il 21 e il 22 febbraio “Janukovyč” fuggì da Kyïv e riparò inizialmente a” Charkiv”, nell’Ucraina orientale, per poi riparare in Russia già a fine febbraio.

 Mentre la “Rada” destituiva a posteriori il presidente già cacciato dalla mobilitazione e fissava nuove elezioni per il 25 maggio, le masse prendevano di fatto il controllo della città, occupando i principali ministeri, la Banca centrale e la residenza di “Janukovyč” stesso, la cui opulenza ostentata divenne un simbolo da distruggere della corruzione dell’odiato tiranno repressore.

La stessa opposizione che aveva cercato di salvare “Janukovyč” era ora sospinta al governo come sottoprodotto distorto della mobilitazione delle masse, che purtroppo non avevano un programma politico che andasse oltre alla cacciata di Janukovyč (per quanto fossero riuscite ad ottenerla con la loro determinazione e abnegazione nella lotta).

 Il principale problema del nuovo governo, formato dai partiti della vecchia opposizione, era controllare gli attivisti di “Majdan” e togliere loro le armi.

La situazione non tornò alla normalità con la nomina del governo di unità nazionale, né immediatamente dopo l’elezione del nuovo presidente “Porošenko” in seguito alle elezioni di fine maggio:

 i gruppi di autodifesa di Majdan continuavano a presidiare la piazza e le masse rimasero in uno stato di mobilitazione (anche se ovviamente a un livello più basso) fino all’estate, andando successivamente a scemare, anche in conseguenza del conflitto nell’Ucraina orientale (di cui ci occuperemo in seguito).

 

 “La sinistra e Majdan”: miti e leggende per schierarsi contro.

 

Arriviamo al vero punto critico e dolente del processo rivoluzionario del 2014: l’atteggiamento della stragrande maggioranza della sinistra mondiale.

La cosiddetta sinistra ha cominciato a condannare le mobilitazioni di Majdan fin dal 2013:

almeno in questo bisogna riconoscerle una vergognosa coerenza!

Le manifestazioni vennero da subito etichettate come filoeuropeiste, e quindi reazionarie.

 Non possiamo che notare l’assenza di una qualsiasi traccia di metodo marxista in questa lettura, che solo molto generosamente si potrebbe definire «analisi»:

se le rivendicazioni immediate delle proteste erano la ripresa delle trattative con l’Unione europea, le loro cause erano da ricercarsi nel processo di crescente colonizzazione del Paese, e nella risposta delle masse al loro processo di impoverimento.

Dovere dei marxisti sarebbe quello di intervenire nelle lotte delle masse, anche quelle parziali, per portarvi quella prospettiva socialista che non possono avere spontaneamente.

 Non solo i manifestanti di Majdan non ebbero l’appoggio che di poche organizzazioni anarchiche e di “Liva opozycija” (Opposizione di sinistra), un raggruppamento eterogeneo che comprendeva anche militanti vicini al trotskismo, ma ebbero l’ostilità attiva di altre, come “Borot’ba”, e quella del Partito comunista dell’Ucraina, che appoggiò apertamente la repressione decisa da” Janukovyč”.

Nonostante il nome, questo partito di «comunista» non ha nulla:

si tratta di un partito nato da un’ala della vecchia nomenklatura sovietica, legato ad un settore degli oligarchi ucraini (quelli che erano maggiormente filorussi), e affine al “Partito comunista della Federazione russa”, partito che in Russia ha il ruolo di «finta opposizione» al regime di Putin.

 Tuttavia, il fatto che il partito che viene percepito dalle masse – per quanto erroneamente – come espressione del «comunismo ufficiale» stesse dalla parte della repressione ha sicuramente facilitato l’azione delle formazioni di destra a Majdan.

Tutte le formazioni staliniste, neo-staliniste e castro-chaviste del mondo hanno ripreso la posizione del Partito comunista dell’Ucraina (che poi era la posizione del presidente Janukovyč), cioè che in Ucraina fosse avvenuto un colpo di Stato fascista finanziato dagli Usa per togliere il Paese dall’area di influenza russa e porlo sotto l’ombrello della Nato e dell’Ue.

Infine, una serie di formazioni centriste (cioè che oscillano tra una fraseologia più o meno rivoluzionaria e una pratica riformista e opportunista) si sono rifiutate di sostenere le mobilitazioni di Majdan perché non aveva una chiara composizione e programma di classe.

 La Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale è stata una delle poche organizzazioni internazionali che si è schierata fin dal principio e coerentemente al fianco delle masse popolari ucraine in lotta.

Anche l’attività dell’estrema destra, che, come detto, è stata facilitata dalla diserzione della mobilitazione da parte della sinistra «di classe», è stata successivamente portata come giustificazione per la scelta di non appoggiare il movimento di Majdan.

Tuttavia, l’estrema destra, per quanto abbia svolto un ruolo nello sviluppo degli avvenimenti (soprattutto nel momento degli scontri più duri contro la repressione) e abbia avuto un’influenza sul movimento, non ha mai avuto un’egemonia al suo interno.

Figurarsi quindi se il processo rivoluzionario del 2014 potrebbe essere stato un colpo di Stato organizzato dai fascisti, o un movimento di massa «reazionario».

Peraltro, questa interpretazione dietrologica si scontra con i fatti che, come si sa, hanno la testa dura.

Le organizzazioni della destra ucraina che hanno partecipato alle proteste di Majdan sono state sostanzialmente due:

“Svoboda” e “Pravyj sektor”

. Svoboda («Libertà»), che era il partito più grande ed è assimilabile a partiti dell’estrema destra istituzionale, aveva ottenuto poco più del 10% dei voti alle elezioni parlamentari del 2012 e aveva quindi 37 seggi al momento della rivolta di Majdan.

Fu uno dei partiti che patrocinò l’accordo con Janukovyč del 21 febbraio (un atteggiamento un po’ strano per un partito che avrebbe organizzato un colpo di Stato), il cui principale dirigente “Oleh Tjahnybok” era stato bollato come traditore per aver sottoscritto l’accordo (grande fallimento per un fascista che avrebbe dovuto egemonizzare un movimento reazionario), e che, dopo la “fuga di Janukovyč” il giorno successivo, entrò nel governo provvisorio designando alcuni ministri.

Tuttavia, “Svoboda” alle elezioni presidenziali del maggio 2014 prese poco più dell’1%, mentre alle elezioni parlamentari dello stesso anno ha ottenuto il 4,75% dei consensi, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento;

nelle elezioni del 2019 si è presentato in coalizione con “Pravyj sektor” e altre formazioni minori, prendendo poco più dell’1% alle presidenziali e poco più del 2% alle parlamentari.

“Pravyj sektor” («Settore di destra») è un movimento nato dalla fusione di organizzazioni minori di destra fasciste che partecipavano alle mobilitazioni di Majdan a fine novembre 2013, costituendosi come partito nel marzo 2014.

Si dice spesso che, nonostante non sia entrato nel governo provvisorio, avesse una presenza rilevante negli apparati dello Stato e nell’esercito dopo la caduta di Janukovyč.

Ebbene, nella notte tra il 24 e il 25 marzo uno dei principali dirigenti di Pravyj sektor, “Oleksandr Muzyčko”, leader della sua ala più radicale, è stato ucciso in circostanze poco chiare durante un’azione delle forze di sicurezza ucraine, e c’è il sospetto fondato che l’operazione fosse stata organizzata per liquidarlo.

In ogni caso, non sembra che avessero tutto questo peso negli apparati dello Stato, dopotutto…

Ma anche il loro credito presso le masse non era molto, dato che nel mese di aprile, tentando di rioccupare Majdan, si sono scontrati con i gruppi di autodifesa del movimento, che li hanno cacciati fisicamente dalla piazza.

Il quadro che abbiamo tracciato crediamo sia esemplificativo di come la rilevanza della destra nelle mobilitazioni di Majdan fosse dovuto essenzialmente all’assenza (o alla debolezza) al suo interno di organizzazioni della sinistra di classe.

Da ultimo, per concludere questo capitolo e questa «prima fase» della storia recente dell’Ucraina, aggiungiamo, seppure non dovrebbe essere minimamente necessario, che il nostro appoggio al processo rivoluzionario di Majdan non si è mai tradotto in un sostegno di qualsiasi tipo al governo provvisorio né al presidente e al governo eletti nelle elezioni del maggio 2014, che anzi erano governi che avevano usurpato la cacciata di Janukovyč ottenuta dalle masse in lotta per colmare l’incipiente vuoto di potere che minacciava potenzialmente la tenuta stessa dello Stato ucraino.

Tuttavia, giudicare una lotta popolare semplicemente dal suo sottoprodotto sovrastrutturale non ci pare corretto,senza contare che, portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, bisognerebbe rinunciare a mettere in discussione i governi capitalisti progressisti (o presunti tali) fino a che non si sarà certi di sostituirli con un governo socialista, dato che ci sarà sempre il rischio che delle critiche si avvantaggino partiti di destra.

Se questo fosse vero, il marxismo, più che una filosofia per l’azione rivoluzionaria, sarebbe una filosofia dell’attesa messianica…

 

 L’annessione della Crimea e la sua «autodeterminazione».

Subito dopo la fuga di Janukovyč, Putin ha cominciato ad occupare militarmente la Crimea nella notte tra il 26 e il 27 febbraio.

Così, quella stessa sinistra che aveva condannato le proteste popolari di Majdan, ora sosteneva un presunto diritto di autodeterminazione della Crimea (e poco dopo agirà in maniera simile anche per il Donbas), che però, nel concreto, si traduceva in un’annessione alla Russia.

 Questa annessione è avvenuta senza che ci fossero manifestazioni di massa, con un «referendum sull’autodeterminazione» tenutosi il 16 marzo in cui il 96% dei voti fu a favore dell’ingresso nella Federazione russa.

 Al di là di alcune proteste formali sull’illegittimità del referendum, l’Unione europea e gli Usa hanno sostanzialmente accettato l’annessione, evidentemente in ragione degli enormi interessi russi nell’area, dovuti anche alla presenza della base navale di Sebastopoli, sede della flotta del Mar Nero.

Tuttavia, non c’è alcun fondamento per riconoscere la validità di un’annessione della Crimea alla Russia:

la Crimea, annessa all’Impero zarista alla fine del XVIII secolo, dopo l’occupazione tedesca e bianca successiva alla Prima guerra mondiale, venne costituita nel 1921 come Repubblica socialista sovietica autonoma di Crimea all’interno della Russia sovietica, in ottemperanza al principio di autodeterminazione dei popoli oppressi praticato da Lenin, perché era abitata da una popolazione di etnia tartara.

Tuttavia, questa sua popolazione originaria venne deportata in seguito alla riconquista sovietica della Crimea nella Seconda guerra mondiale (era stata occupata, infatti, dalla Germania nazista), finendo nei gulag staliniani, e la penisola subì un intenso processo di russificazione, venendo retrocessa dal rango di Repubblica autonoma a quello di provincia della Russia sovietica, per avere un controllo diretto sul Mar Nero.

Da ultimo, nel 1954 venne ceduta (nel quadro dell’Urss) dalla Russia sovietica all’Ucraina sovietica per mano di “Chruščëv”, con la quale è rimasta anche dopo la dissoluzione dell’Urss, con uno status di autonomia particolare e garantendo uno status speciale alla città di Sebastopoli in ragione degli interessi russi sulla città. Insomma, invocare oggi un diritto di autodeterminazione della Crimea è sostanzialmente uguale a rivendicarlo per lo Stato d’Israele.

Aggiungiamo che i marxisti invocano e riconoscono il diritto di autodeterminazione non in assoluto, ma per le nazioni oppresse, e che questo diritto deve però essere esercitato per l’indipendenza nazionale e non per mettersi al servizio di questa o quella Grande Potenza:

 durante la Prima guerra mondiale, in particolare gli imperialismi tedesco e austro-ungarico promettevano un’indipendenza formale alle nazioni oppresse dall’imperialismo zarista per utilizzare queste popolazioni per i propri scopi imperialisti.

Ma lo stesso facevano gli imperialisti dell’Intesa.

Lenin e Trotsky si opposero a tutte queste manovre dell’imperialismo, rivendicando sempre sia il diritto di autodeterminazione per i popoli oppressi, sia però l’indipendenza di classe dall’imperialismo e dai suoi progetti di saccheggio e rapina.

Tuttavia, l’intera sinistra mondiale ha salutato le manovre di Putin in Crimea e nel Donbas come una giusta lotta contro il nazifascismo del governo di Kyïv.

Le «Repubbliche popolari» del Donbas tra oligarchi e fascisti filorussi.

Dopo l’annessione della Crimea, il centro dello scontro politico si è spostato nella regione del Donbas, nell’Ucraina orientale.

È una regione molto ricca (miniere e industrie pesanti), attraversata dal fiume Donec e comprende le provincie di “Donec’k” e “Luhans’k”, le stesse che si sono dichiarate indipendenti con l’appellativo di «Repubbliche popolari».

 La posizione maggioritaria della sinistra di fronte a questa ennesima manovra di Putin e degli oligarchi filorussi è bene esemplificata da “James Petras”, professore universitario statunitense di origini greche e presunto esponente antimperialista:

«I consigli operai e popolari in Ucraina orientale sono un embrione di democrazia socialista.

Le milizie popolari sono il germe di un esercito di liberazione».

 Petras arrivava a paragonare la lotta delle «Repubbliche popolari» del Donbas con la lotta della seconda repubblica spagnola contro Franco e i nazi-fascisti nella Guerra civile.

 La veridicità di tutto questo non è mai stata messa in discussione, era una verità autoevidente (esattamente come il carattere fascista di Majdan), e resisteva anche alle numerose prove dell’attività di gruppi nazionalisti, fascisti e paramilitari russi nel Donbas.

 La verità è che non vi è stata alcuna mobilitazione di massa di tipo separatista o indipendentista nemmeno nel Donbas.

 Secondo quanto riporta “Zbigniew Marcin Kowalewski”, autore di diversi studi trattanti la questione nazionale ucraina, «dopo la caduta del regime di Janukovyč, cioè dopo la perdita del potere statale da parte dell’élite politica ed economica del Donbas, questa élite entrò nel panico.

 Il capitale monopolista del Donbas decise di ritirarsi nella sua roccaforte al fine di preservare il proprio potere almeno là:

per imporre l’autonomia della regione, questa volta politicamente, di accettare il sostegno dell’imperialismo russo e se necessario, con il suo supporto militare, organizzare la secessione.

Sappiamo qual è stato il ruolo di “Rinat Achmetov!, magnate industriale di Donec’k e più potente oligarca dell’Ucraina:

 “La Repubblica popolare di Donec’k era il suo progetto,” ha ammesso senza mezzi termini “Russkaja vesn”, sito web dei separatisti», mentre «nella provincia di Luhans’k, la ribellione è stata ispirata da “Oleksandr Jefremov”, braccio destro di Janukovyč nel Partito delle regioni e uomo i cui interessi sono tanto ampi quanto loschi».

 Lo stesso “Pavel Gubarev”, «governatore popolare» della «Repubblica popolare» di Donec’k, con una passata militanza politica nella formazione neo-nazista grande-russa Unità nazionale russa, poi nel nazional-bolscevico Partito socialista progressista d’Ucraina e fondatore del “Partito Nuova Russia” il 14 maggio 2014,30 ha dichiarato:

«Abbiamo visto apparire in ogni città leader della cosiddetta milizia volontaria popolare.

E così il nostro partito al potere, i nostri oligarchi al potere del sudest, hanno cominciato a lavorare con i militanti della milizia volontaria popolare.

 Si è scoperto che due terzi di questi attivisti erano pagati dall’”oligarca Achmetov”.

Un gruppo molto ristretto di persone è rimasto fedele all’ideale; tuttavia, continuavano a prendere soldi.

Tutti prendono i soldi! […] In queste condizioni, tutti sono stati comprati.

Quelli che non sono stati comprati sono stati marginalizzati, screditati o terrorizzati».

 Secondo quanto riporta “Kowalewski”, “Gubarev” è stato consegnato ai servizi segreti ucraini (Sbu), e «i dirigenti della “Repubblica popolare di Donec’k” non hanno alzato un dito per ottenere il suo rilascio.

Solo “Strelkov”, comandante dei separatisti a “Slov-jans'k,” lo ha fatto, scambiandolo con un ufficiale ucraino che era stato preso prigioniero.

Ecco perché” Gubarev”, per vendicarsi del tradimento del quale è stato vittima, ha rivelato il ruolo chiave di “Achmetov” nella nascita del movimento separatista».

Citazioni di questo tenore si potrebbero moltiplicare, ma crediamo siano sufficienti per comprendere ciò che è successo nell’Ucraina sud-orientale dopo la caduta di Janukovyč:

 da una parte gli oligarchi della regione, che erano legati politicamente a Janukovyč (spesso membri dello stesso Partito delle regioni, ma a volte anche legati al Partito comunista d’Ucraina), che avevano importanti interessi economici e commerciali con la Russia, e che avevano timore di perdere parte dei loro privilegi e delle loro fortune con il nuovo governo, organizzarono «mobilitazioni popolari» e «milizie popolari» col fine di ottenere dal governo centrale uno status privilegiato di autonomia per la regione che permettesse loro di continuare a fare i loro affari anche con la Russia;

dall’altra parte Putin, che si era già assicurato i propri interessi vitali con l’annessione della Crimea, ha sfruttato la situazione venutasi a creare per destabilizzare il nuovo governo ucraino, alimentando il «movimento separatista» inviando nel Donbas un gran numero di militanti fascisti russi, con cui negli anni ha rafforzato notoriamente i legami.

 Questo ha creato scontri all’interno del Donbas nelle stesse forze separatiste, portando molti oligarchi ad abbandonare questo progetto (riconciliandosi con il governo di Kyïv), lasciando tutto in mano ai comandanti delle milizie fasciste, che hanno creato dei veri e propri feudi nella regione.

La situazione di instabilità creatasi evidentemente soddisfaceva Putin, che l’ha sancita con gli “Accordi di Minsk”, fino a quando non l’ha poi sfruttata per iniziare l’invasione dell’Ucraina.

Questi fatti sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardare oltre il proprio naso, ma per la sinistra mondiale semplicemente non esistono, mentre esiste una fantomatica «rivoluzione socialista» nel Donbas…

Da ultimo, dobbiamo parlare brevemente della cosiddetta «Strage di Odessa», cui tutta la sinistra fa riferimento indignata per comprovare il fascismo dei manifestanti di Majdan.

 Non abbiamo possibilità di addentrarci in una ricostruzione dettagliata degli avvenimenti del 2 maggio 2014 (richiederebbe un articolo apposito, per smontare tutte le menzogne che sono state dette in 8 anni), ma sostanzialmente si è trattato di uno scontro tra manifestanti pro e contro Majdan:

i manifestanti anti-Majdan, accampati nella piazza antistante la «Casa dei sindacati» e che comprendevano elementi fascisti filorussi ma anche alcuni stalinisti del partito “Borot’ba”, avrebbero dato inizio agli scontri quando almeno uno di loro avrebbe sparato contro un corteo pro-Majdan, in cui vi erano molti nazionalisti ucraini e anche esponenti di gruppi di estrema destra, nel primo pomeriggio.

 Gli scontri sono proseguiti con ulteriori provocazioni da entrambe le parti per tutto il pomeriggio, fino alle 18, quando c’è stata una svolta:

si teneva infatti quel giorno a Odessa una partita di calcio tra” Čornomorec'” di Odessa e il” Mentalist di Charkiv”, e quando gli ultrà sono usciti dallo stadio si sono uniti al contingente dei “pro-Majdan”, costringendo gli anti-Majdan a ritirarsi fino alla piazza dove erano accampati e poi nella Casa dei sindacati, dove, dopo ulteriori reciproche provocazioni, è scoppiato l’incendio che ha portato alla strage.

 Tuttavia, non si è trattato, come cercano di presentarlo alcuni gruppi stalinisti, di un assalto fascista contro una sede sindacale che poi è stata difesa dai separatisti antifascisti:

la Casa dei sindacati (o Palazzo dei sindacati) è il nome del palazzo in relazione alla sua funzione durante gli anni dell’Urss, nel 2014 non era sede di nessun sindacato. Per approfondire meglio la questione invitiamo a leggere un articolo di “Andrea Ferrario”, “La strage di Odessa del 2 maggio 2014”.

 

 L’odierna guerra di liberazione nazionale e la sinistra.

 

Avremmo volentieri fatto a meno di questo lungo excursus storico, dato che ci sembra molto più interessante parlare di quanto sta avvenendo oggi e dei compiti politici che ci troviamo ad affrontare;

 tuttavia, il dibattito a sinistra ce lo ha imposto e, tutto sommato, è stato anche utile, perché dimostra come le posizioni politiche non siano mai casuali, che non si ha «a volte ragione e altre volte torto», e che, sebbene degli errori di analisi siano sempre possibili, alcuni errori hanno delle radici politiche precise, e quindi, a partire dagli errori di oggi, a volte si possono   trovare anche spiegazioni di errori politici precedenti.

Oggi, di fronte all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, nella stragrande maggioranza della sinistra mondiale ci troviamo di fronte a due tipi di posizioni: neutralità o appoggio… a Putin!

Fortunatamente quelli che appoggiano apertamente l’invasione di Putin contro l’Ucraina sono pochi, sostanzialmente alcune frange neo-staliniste, che predicano la necessità di sostenere Putin (a volte aggiungendo la parolina magica «tatticamente») in quanto svolgerebbe un ruolo antimperialista per la sua contrapposizione all’imperialismo statunitense e della Nato.

 Vale la pena parlarne, anche se brevemente, perché le stesse motivazioni vengono costantemente riproposte per sostenere dittatori come “Gheddafi” e “Assad” (per fare solo due esempi) contro le mobilitazioni popolari che volevano rovesciare i loro regimi dittatoriali.

Certo, è abbastanza desolante constatare come l’analisi di uno dei concetti fondamentali del marxismo, l’imperialismo (peraltro spiegato magistralmente in una forma popolare da Lenin nel celebre libro), venga ridotta a mero strumento di propaganda a sostegno di regimi dittatoriali adottando un’ottica neo-campista che rimuove il principio di indipendenza di classe del proletariato dalla borghesia e dai suoi progetti.

 Così, l’esistenza stessa degli Stati Uniti in quanto Potenza imperialista più forte del mondo giustifica lo schierarsi a favore di regimi brutali che nella storia hanno avuto rapporti contradditori con l’imperialismo americano (non che vi si siano sempre contrapposti, come ci raccontano) quando questi regimi vengono minacciati dalle masse popolari che vogliono liberarsi dei propri decennali sfruttatori.

Allo stesso modo oggi, per questi stalinisti, l’esistenza stessa degli Stati Uniti e della Nato dà alla Russia di Putin ogni diritto di difendersi e avere una sua area d’influenza, anche quando questo significa invadere militarmente un Paese semi-coloniale.

 «Certo Putin non è comunista», dicono, «ma è l’unico che lotta contro gli Usa, per questo va appoggiato “tatticamente”».

Tutto nel nome di un antimperialismo che si riduce a un antiamericanismo privo di qualsiasi contenuto di classe reale.

Ci limitiamo a rilevare che Lenin non ha mai inteso che bisognasse appoggiare la lotta di un brigante che cerca di costruire il proprio imperialismo a scapito dell’imperialismo più forte, nemmeno «tatticamente», altrimenti nella Prima guerra mondiale Lenin avrebbe appoggiato gli imperi centrali contro la Gran Bretagna, che all’epoca svolgeva lo stesso ruolo che svolgono oggi gli Stati Uniti nel sistema imperialista mondiale.

 La politica del bolscevismo, invece, prevedeva l’utilizzazione della guerra imperialista per fare la rivoluzione in ognuno dei Paesi belligeranti… ma d’altronde questi personaggi la prospettiva rivoluzionaria l’hanno abbandonata da lungo tempo.

L’altra posizione, maggioritaria, a sinistra è quella del «pacifismo», della finta neutralità in tutte le sue varianti, che cercheremo di indicare.

Partiamo da una premessa:

 neutralità è un concetto molto diverso da quello del disfattismo bilaterale, che comunque non riteniamo corretto nel caso, come questo, di un’aggressione di una Grande Potenza contro un Paese dipendente, nei fatti semi-coloniale.

 Parlare di pace e di neutralità oggi è un inganno, perché in questa guerra ci sono un aggressore e un aggredito, e non si può tacerlo.

Chiedere oggi la cessazione del conflitto, senza rivendicare il ritiro completo della Russia dal territorio ucraino e dalla Crimea, significa, sostanzialmente, concedere a Putin ciò che ha rubato agli ucraini con la forza delle armi.

In Italia ci sono sostanzialmente due soggetti che avanzano questa posizione:

il primo è la Rete dei comunisti, formazione stalinista che dirige il sindacato “Usb” e il sito “Contropiano”, che parlano di pace per mascherare il loro appoggio cosciente a Putin;

 il secondo è “Rifondazion”e, che per il suo pacifismo si affida alle preghiere del Papa e all’azione dell’Onu, intesa come un’entità astratta, quasi metafisica:

 nella sua dichiarazione del 2 marzo, la “Direzione nazionale del Prc” scrive: «Bisogna immediatamente fermare le armi e riprendere la strada della diplomazia e del diritto internazionale ma Usa, Nato e Ue continuano a delegittimare il ruolo dell’Onu e dell’Ocse.

L’unica via per la pace è quella del disarmo, del rispetto degli accordi di Minsk con il riconoscimento dell’autonomia delle regioni russofone e un’Ucraina neutrale in una regione demilitarizzata»

 Ci chiediamo secondo il “Prc” chi siano i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, unico organo delle Nazioni Unite le cui decisioni hanno un qualche peso reale, dato che non sembrerebbero essere Usa, Francia, Regno unito che secondo la dichiarazione delegittimano l’Onu stessa...

La realtà è che le istituzioni internazionali sono pilastri di quello stesso sistema imperialista di cui sono parte anche Usa, Ue, Nato, Russia e Csto, e non possono, anche solo per come sono state istituite e per come funzionano, andare contro gli interessi delle Grandi Potenze.

Nessuna diplomazia può garantire una pace giusta se non a una condizione: che l’esercito russo venga sconfitto dalla resistenza ucraina e che si ritiri completamente in Russia.

In qualsiasi altro caso, la diplomazia non sarebbe che la certificazione di una rapina ai danni delle masse popolari delle zone occupate dalla Russia.

Ma ovviamente dire questo vorrebbe dire riprendere quel criterio politico di classe che “Rifondazione” ha volontariamente abbandonato da tempo in favore di questo suo «cretinismo istituzionale» che ha delle ragioni molto pratiche, quelle della sopravvivenza del suo ormai moribondo apparato burocratico.

Vi è infine la variante «di sinistra» della neutralità, quella che evita di prendere posizione contro l’invasione russa, perché quello che è in atto è un conflitto inter-imperialista tra Russia e Nato sul territorio dell’Ucraina.

 All’obiezione, lapalissiana, che la Nato non è intervenuta militarmente, rispondono dicendo che si tratta di una guerra per procura, condotta dall’Ucraina per interposta persona.

Non si tratta che di un sofisma con cui ci si vuole rifiutare di schierarsi dalla parte della resistenza ucraina, oppure si vuole sostenere Putin senza dirlo apertamente.

Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, vi è però un salto di qualità tra normale politica e guerra, altrimenti non ci sarebbe bisogno, di usare due concetti distinti.

Dire che la Nato ha sviluppato in Europa dell’est una politica espansiva aggressiva nei confronti degli interessi russi non è la stessa cosa che dire che la Nato ha mosso guerra alla Russia.

Anche perché altrimenti non si capirebbe dove sarebbe il rischio dello scoppio di una terza guerra mondiale:

 se la Nato avesse attaccato la Russia saremmo già in piena terza guerra mondiale. Ovviamente non si può escludere che si arrivi a un conflitto militare tra Russia e Nato, ma al momento non è questo il caso.

Non è questione di non comprendere la dialettica, qui siamo alla logica formale…

Come si può vedere, a sinistra parlando della guerra si parla di tutto, tranne di una cosa… degli ucraini!

La resistenza delle masse popolari ucraine.

Quando l’esercito russo ha cominciato l’invasione dell’Ucraina, l’opinione comune era che l’operazione militare sarebbe terminata in breve tempo:

 la Russia possiede il secondo esercito più forte al mondo (dopo gli Stati Uniti e prima della Cina), mentre l’Ucraina il ventiduesimo.

 Aggiungiamo che, nonostante la pretesa di qualcuno che l’Ucraina stia conducendo una guerra per conto della Nato, le è stato dato minore supporto diplomatico che alla Polonia contro Hitler.

Gli imperialismi occidentali con tutta evidenza erano più che disposti a concedere a Putin l’annessione del Donbas (oltre che della Crimea, che nessuno aveva mai messo seriamente in discussione) e, se Kyïv fosse caduta prima di un eventuale armistizio, probabilmente anche a concedere l’instaurazione di un governo gradito a Putin in Ucraina.

Tutto si sarebbe svolto come avrebbe voluto Putin, se non fosse che la strenua resistenza degli ucraini ha completamente ribaltato lo scenario politico-militare del conflitto.

L’invasione da parte del secolare oppressore, che già aveva costretto con le operazioni dei gruppi fascisti filorussi nel Donbas a sette anni di guerra nell’est del Paese, ha condotto le masse ucraine a resistere:

 sia sostenendo l’esercito regolare ucraino e arruolandovisi volontariamente, sia mettendo in atto forme di resistenza partigiana nelle «Forze di difesa territoriale», con barricate o come a “Kryvyj Rih”, dove gli operai dell’acciaieria “Arcelor-Mittal” hanno combattuto e respinto gli invasori russi nel mese di marzo.

 La resistenza ucraina ha cambiato tutto nel giro di un paio di settimane.

Il presidente “Zelens'kyj”, eletto nel 2019, si è trovato a condurre suo malgrado una guerra di difesa e liberazione nazionale.

 La sua riluttanza a dare armi alla popolazione, le leggi antioperaie approvate a invasione già iniziata che indeboliscono la resistenza operaia, il suo continuo tentativo di trovare una soluzione diplomatica che sacrificherebbe dei territori in cui la popolazione ha strenuamente resistito all’esercito invasore, dimostrano inequivocabilmente che “Zelens'kyj” sta conducendo una guerra non sua…

e la sta conducendo non per vincerla, ma secondo logiche di classe, cioè per evitare che da questa guerra le masse popolari prendano coraggio e possano pensare non solo di sconfiggere Putin, ma anche di poter rovesciare e sostituire il sistema di potere corrotto dello Stato ucraino, che rimane tutt’oggi in mano agli oligarchi.

A fronte di questa resistenza, e delle richieste del governo ucraino, gli Stati imperialisti occidentali hanno deciso di mandare delle limitate forniture di armi all’Ucraina, per perseguire sostanzialmente tre scopi:

1) evitare che il crollo dell’esercito regolare ucraino porti a una resistenza popolare ancora più estesa, controllando maggiormente gli esiti della guerra;

 2) indebolire la Russia, contrastando i suoi sforzi militari;

3) avere un’ulteriore scusa per l’aumento delle spese militari dei propri Paesi, aumento che non è assolutamente legato agli aiuti all’Ucraina date le proporzioni nella spesa.

Compito dei rivoluzionari oggi è quello di sostenere la resistenza del popolo ucraino, anche se è guidata da “Zelens'kyj” che, come abbiamo detto, ad ogni passo la conduce ma contemporaneamente la sabota in parte, anche se riceve un sostegno dalle Potenze imperialiste che cercano comunque di sfruttare la resistenza ucraina per rafforzare le loro posizioni.

 Anzi, proprio perché nel campo militare ucraino ci sono queste contraddizioni, i rivoluzionari devono starci, al fianco delle masse, ma con piena indipendenza politica, denunciando le reticenze del governo, instillando sfiducia nell’imperialismo, cercando di aumentare la fiducia delle masse nelle proprie forze e nei propri organismi, in particolare quelli dei lavoratori come i sindacati, che in diverse regioni sono in prima linea nell’organizzazione della resistenza.

 Non solo questo non significa sostenere “Zelens'kyj”, ma significa prepararne politicamente la sostituzione con un governo dei lavoratori non appena sarà possibile.

Invece, tutta la sinistra diserta il campo della resistenza.

Si comporta come se ci fosse in atto una guerra tra due Paesi imperialisti.

«E, a dirla tutta, l’Ucraina se l’è anche cercata, perché dopo Majdan è pure un Paese fascista»…

 Indicativo in questo senso quanto scrive “Alan Wood”s, principale dirigente della “Tmi”, secondo il quale:

«In realtà, se Zelens'kyj fosse stato disposto a non entrare nella Nato e a negoziare un accordo di sicurezza con la Russia, forse l’invasione non avrebbe mai avuto luogo.

In un primo momento alcuni segnali lasciavano pensare che Zelens'kyj avrebbe ceduto, perché in effetti sembrava in preda al panico.

 Solo che, sotto la pressione degli ultranazionalisti e dei fascisti, e soprattutto di Washington, si è rifiutato di negoziare.

 Ciò ha reso l’invasione inevitabile».

 E per non dover giustificare il proprio diniego di appoggiare la resistenza ucraina… ne nega sostanzialmente l’importanza, scrivendo un’apologia della strategia militare russa in questa guerra:

 «Dopo avere messo alla prova la resistenza delle forze nemiche in una prima offensiva su Kyïv, i russi hanno deciso che un attacco diretto sulla capitale, con combattimenti strada per strada in zone densamente abitate da civili, sarebbe stato troppo costoso in termini di vite umane. […]

Una volta chiarito che era da escludere la conquista della capitale con un rapido colpo da Ko, i russi hanno cambiato tattica.

Da quel momento in poi, il movimento verso Kyïv ha assunto una natura completamente diversa.

Quello che inizialmente doveva essere un attacco contro la capitale è stato trasformato in una manovra che il vocabolario militare definisce come finta.

 […] I russi ci sono riusciti benissimo.

Attaccando più fronti contemporaneamente, hanno indebolito la propria forza d’assalto.

 A prima vista sembrerebbe illogico, ma il vantaggio è stato costringere gli ucraini a disperdere le forze in più direzioni, soprattutto per la difesa della capitale, Kyïv. Tuttavia, Kiev non era più il principale obiettivo russo, che si era spostato sul Donbas e sulla striscia costiera che connette l’Ucraina al mar Nero, un ponte di terra fra la Crimea e la Russia. […]

Questo è un momento critico per la guerra in Ucraina.

L’accerchiamento e la distruzione di una vasta parte delle forze armate regolari del Paese avranno effetti catastrofici e presumibilmente porteranno a un crollo del morale.

Ciò renderebbe superfluo conquistare Kyïv, come quando nel 1940 per l’esercito tedesco non fu più necessario mettere sotto assedio Parigi una volta che l’esercito francese era stato accerchiato e aveva subito una sconfitta decisiva sul campo. Questa è una possibile variante.

 Se, ciononostante, gli ucraini continueranno a resistere, la distruzione sarà spaventosa e, alla fine, dovranno capitolare, accettando qualsiasi condizione che i russi desiderino offrire».

Il lettore ci perdonerà se l’abbiamo annoiato con la lunga citazione, ma ci pare abbastanza istruttiva sulle opinioni politiche dell’autore:

1) i giorni di bombardamenti russi contro Kyïv erano solo una «prova» per saggiare la resistenza;

2) l’indebolimento della propria forza d’assalto, da parte dei russi, era una «finta» riuscita funzionale a far disperdere le forze ucraine su un vasto fronte;

 3) i russi così hanno potuto operare un cambiamento strategico e concentrare le forze dove più gli interessava, cioè nel Donbas (verrebbe da chiedersi perché, secondo questo schema, non lo abbiano fatto subito…);

4) è probabile un crollo del morale nell’esercito ucraino (nonostante, appunto, sia riuscito a difendere la capitale e le principali città) che renderebbe superflua la presa di Kyïv;

5) se tuttavia gli ucraini continueranno a resistere, andranno incontro a una distruzione spaventosa e comunque dovranno arrendersi… quindi tanto vale che si arrendano prima!

Ci sorprendiamo nel constatare quanto sedicenti rivoluzionari che a parole sono contro entrambi gli imperialismi (Nato e Russia, secondo la “Tmi”) desiderino ardentemente la vittoria di Putin e chiedano alle masse ucraine… di lasciarlo vincere!

Ovviamente non diciamo che una vittoria russa sia esclusa, anzi:

la forza militare è dalla sua e sulla lunga la disparità potrebbe farsi sentire, ma la mera forza non è l’unico fattore in campo.

C’è anche il morale, tanto quello dell’esercito e della popolazione invasa come quello nell’esercito e nelle retrovie dell’invasore.

Il Vietnam, con l’aiuto delle armi sovietiche, è riuscito a sconfiggere l’invasione statunitense, a sua volta fiaccata dalle mobilitazioni in patria.

Per quanto difficile la storia può ripetersi, e come rivoluzionari non possiamo dire a chi sta combattendo di arrendersi e sperare in tempi migliori sotto l’occupazione straniera… sarebbe un modo molto sui generis di preparare la rivoluzione!

La questione dell’invio delle armi.

Una questione scottante è quella dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Praticamente la totalità delle organizzazioni di sinistra si oppone all’invio delle armi, perché «prolungherebbe il conflitto».

 Si torna alla posizione di “Alan Woods”:

 il pacifismo della sinistra si traduce nella resa degli ucraini di fronte alla Russia. Ma vi è anche una piccola minoranza che sostiene la resistenza ucraina, ma ritiene che non vadano chieste armi ai Paesi imperialisti. Insomma, sosteniamo la resistenza… ma questa deve farcela da sola e solo con quello che ha!

La Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale è coerentemente al fianco della Resistenza ucraina, e la invita a chiedere le armi a chiunque possa fornirle, anche ai Paesi imperialisti, senza nessun impegno politico in cambio di queste armi.

 Le guerre si fanno con le armi, la resistenza si fa con le armi, e nel 2022 non ci sono armi che non siano prodotte da Stati borghesi o da imprese capitaliste. Aggiungiamo che anche la resistenza partigiana in Italia ha fatto uso delle armi mandate (loro malgrado) dagli imperialisti britannici e statunitensi.

 Il problema non è non accettare le armi, o non rivendicarle, ma mantenere l’indipendenza politica di classe.

Ma perché non sia un vuoto mantra, cerchiamo di indicare in cosa consiste questo mantenimento dell’indipendenza di classe.

Significa che, mentre rivendichiamo armi per la resistenza ucraina e diciamo anche alla resistenza di chiederle ai Paesi della Nato, avvertiamo le masse popolari ucraine che gli imperialisti occidentali sono dei briganti che vogliono a loro volta sottomettere l’Ucraina, solo con metodi meno diretti, e che quindi non devono fidarsi di loro e non dovranno, una volta sconfitta l’invasione russa, consegnare loro il Paese.

 Significa che, mentre rivendichiamo armi per l’Ucraina da parte della Nato, ci opponiamo a qualsiasi intervento militare e chiediamo con forza lo scioglimento dell’Alleanza atlantica.

Significa che, mentre chiediamo che il governo italiano mandi armi moderne (e non dei ferri vecchi) in Ucraina per la resistenza, non plaudiamo all’aumento di spese militari, ma anzi denunciamo che è stato deciso non per aiutare gli ucraini, ma per gli interessi dell’imperialismo italiano.

 Significa che, mentre diciamo alle masse popolari ucraine e ai lavoratori di lottare contro i russi nella stessa trincea dell’esercito regolare sotto il comando di Zelens'kyj, denunciamo le reticenze nel condurre a fondo la lotta contro l’invasore armando le masse, condanniamo le leggi antioperaie che indeboliscono la resistenza stessa, e avvertiamo le masse che la borghesia ucraina, di cui Zelens'kyj è il rappresentante, sarà domani pronta a svendere la vittoria per un accordo con Putin che le permetta di rafforzare le proprie posizioni rispetto a quelle delle masse in armi.

È questo l’unico modo che conosciamo per aiutare la resistenza e per preparare le masse ucraine per la rivoluzione.

Certo, la guerra è una situazione quanto mai contraddittoria, intervenirci significa «sporcarsi le mani», ma astenersi significherebbe lasciare le masse ucraine in balia della propria borghesia e dell’imperialismo di Usa, Ue e Nato.

Questo sì che sarebbe un tradimento di classe nei confronti dei lavoratori ucraini.

 

 Dalla resistenza ucraina agli Stati uniti socialisti d’Europa.

Abbiamo visto come la resistenza ucraina abbia cambiato lo scenario della guerra, sconfiggendo la blitzkrieg ipotizzata da Putin.

Non possiamo qui riassumere le vicende militari, ma alcune cose possiamo dirle:

 1) all’inizio l’operazione militare russa era finalizzata a una rapida vittoria sull’esercito ucraino, assediando le principali città e in particolar modo Kyïv;

2) dopo quasi un mese di assedio delle città, l’esercito russo ha dovuto prima di fine marzo ritirarsi sia verso il territorio russo che verso la Bielorussia;

3) le uniche zone rimaste tra quelle occupate all’inizio del conflitto sono nel sud, nella regione di “Cherson”, e nella zona di “Luhans’k”, così le operazioni si sono spostate nel Donbas.

 Nonostante la sconfitta a Kyïv, lo spostamento dell’obiettivo nel Donbas, vicino al confine russo, dovrebbe facilitare le cose all’esercito di Putin, ma questa è solo una faccia della medaglia, e nemmeno la più importante.

Secondo quanto riportato, Putin aveva mandato i suoi soldati in Ucraina allo sbaraglio e senza dire loro cosa stavano per fare.

Questo, insieme alle proteste (duramente represse) in Russia dei primi giorni di guerra, ha minato il morale dell’esercito di leva russo, tanto che Putin ha dovuto mandare in campo, già a metà marzo, delle milizie cecene.

Ora il fronte interno russo sembra più calmo, sui media non passano più notizie di manifestazioni contro la guerra, ma non vuol dire che tutto sia in discesa per Putin. Dal mese di marzo opera all’interno dell’esercito ucraino una speciale unità composta solo da russi chiamata “Svoboda Rossii” (Libertà per la Russia), che lotta contro l’invasione russa con la prospettiva di poter rovesciare il regime di Putin. Inoltre, sembrerebbe si stiano moltiplicando i casi di renitenza alla leva in Russia.

La situazione, come sempre in questi casi, non è determinata in anticipo:

 per quanto difficile, la resistenza ucraina all’invasione può vincere, soprattutto se le masse popolari riescono ad armarsi e a prendere nelle loro mani la direzione di questa guerra di liberazione nazionale per superare le reticenze del governo Zelens'kyj.

Una sconfitta di Putin darebbe un impulso alle lotte in tutta la regione, a partire da Bielorussia e Kazakistan, oltre che ovviamente dall’Ucraina stessa:

per le masse ucraine, che 8 anni fa hanno già sconfitto la repressione di “Janukovyč,” sconfiggere oggi Putin significherebbe un’esperienza e uno stimolo incomparabili, e sarà difficile a quel punto per la borghesia ucraina e l’imperialismo disarmare le masse che avevano lottato contro l’invasione e sottoporle al «normale» sfruttamento capitalista.

 Una sconfitta di Putin minaccerebbe di far crollare il regime costruitosi in Russia negli ultimi 23 anni, liberando un potenziale immenso.

 E ovviamente sarebbe un impulso immenso per la lotta di tutti i popoli oppressi contro l’imperialismo.

Il Partito di alternativa comunista, sezione italiana della “Lega internazionale dei lavoratori” – “Quarta Internazionale”, si schiera a fianco della resistenza ucraina, con piena indipendenza di classe rispetto alla direzione politica del borghese Zelens'kyj e dell’imperialismo di Usa, Ue e Nato.

Appoggia tutte le iniziative a sostegno della resistenza, come la “Carovana di aiuti operai” per l’Ucraina promossa dalla” Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta”, e rivendica armi per le masse ucraine che lottano per la loro indipendenza contro l’invasione di Putin.

 La vittoria contro l’esercito russo sarà il primo passo della lotta rivoluzionaria in tutta Europa.

Fin da oggi ci opponiamo a qualsiasi intervento della Nato nel conflitto e chiediamo il suo scioglimento, in quanto strumento del militarismo imperialista, ma parimenti chiediamo lo scioglimento del “Csto”, che è stato uno strumento per reprimere le lotte dei lavoratori in Kazakistan lo scorso gennaio.

Diciamo con forza che la sacrosanta indipendenza dell’Ucraina e il suo sviluppo, e così per tutti gli altri Paesi dell’Europa, non potrà avvenire all’interno dell’Unione europea imperialista, ma solo attraverso una nuova Europa, fondata sulla libera unione, politica ed economica, dei popoli, una “Europa dei lavoratori, gli Stati uniti socialisti d’Europa”.

Se i lavoratori e le masse oppresse di tutta Europa non faranno di questa lotta, a partire appunto dall’odierna lotta della resistenza ucraina contro l’invasione di Putin, la loro lotta, il futuro che ci prospetta il capitalismo sarà un futuro di continue guerre.

Sta a noi, e alle masse ucraine che oggi sono in prima linea, lottare per porre fine alla barbarie.

 

 

 

L'errore tariffario di Trump

si ritorce contro di lui.

 

Unz.com - Mike Whitney- (11 maggio 2025) – ci dice:

Donald Trump ha tirato i dadi ed è uscito con gli occhi di serpente.

 Pensava di poter fare il prepotente con la Cina, ma la Cina ha scoperto il suo bluff. Ora deve denunciare il suo fallimento al popolo americano cercando di far sembrare il più grande errore commerciale nella storia della nazione, come uno "sbalorditivo trionfo della volontà".

Buona fortuna.

Fortunatamente, abbiamo una metrica affidabile per determinare se Trump ha avuto successo o ha fallito.

Se la Cina fa concessioni per preservare il commercio con gli Stati Uniti, allora possiamo dire che Trump ha "vinto".

Ma se Trump è costretto a rimuovere i suoi dazi prima che la Cina accetti di riprendere il commercio, allora Trump "perde".

Quindi, è davvero solo una questione di chi sbatte le palpebre per primo.

 

Immaginiamo che Trump "batterà le palpebre per primo" in base al fatto che Trump "non ha carte da giocare".

 La Cina lo ha in mano e lo sa.

Molti analisti lo sapevano fin dall'inizio, ma le loro opinioni sono state soffocate dall'esercito di scribi e opinionisti anti-cinesi che pensano che i potenti Stati Uniti possano schiacciare la Cina ogni volta che vogliono.

Ora vedranno che il mondo non funziona in questo modo.

Ora vedranno che un paese mal governato con un debito di 36 trilioni di dollari e che sta scivolando verso l'insolvenza irreversibile, non riesce a fare le regole. Questo è tratto da un pezzo della “CNN” (domenica):

 

I funzionari statunitensi di alto livello coinvolti nei negoziati commerciali di alto livello con la Cina sono usciti da due giorni di colloqui decantando "sostanziali progressi" e confermando apparentemente che è stato raggiunto un accordo tra i due paesi, il che potrebbe avere enormi implicazioni per l'economia globale.

 

"Sono lieto di annunciare che abbiamo compiuto progressi sostanziali tra Stati Uniti e Cina negli importantissimi colloqui commerciali", ha affermato il Segretario al Tesoro “Scott Bessent” in una breve dichiarazione domenica a Ginevra, in Svizzera, dove si sono svolti i colloqui, definendo i negoziati "produttivi".

 

Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, “Jamieson Greer”, ha dichiarato che domenica è stato raggiunto un accordo, dopo che il mese scorso il presidente Donald Trump ha imposto tariffe elevate del 145% sulla maggior parte dei prodotti cinesi.

"Il presidente ha dichiarato l'emergenza nazionale e ha imposto tariffe e siamo certi che l'accordo raggiunto con i nostri partner cinesi ci aiuterà a lavorare per risolvere questa emergenza nazionale", ha affermato “Greer”.

 

Ha aggiunto: "È importante capire con quanta rapidità siamo riusciti a raggiungere un accordo, il che riflette il fatto che forse le differenze non erano così grandi come si pensava". “CNN”.

"GRANDI PROGRESSI", dadi. Ciò significa che la Cina ha accettato i dazi unilaterali di Trump o ha fatto importanti concessioni.

Allora, qual è?

Lo sapremo lunedì.

Tutto ciò che sappiamo finora è che entrambe le parti hanno concordato di istituire un meccanismo di consultazione commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Cosa significa?

Ciò significa che Stati Uniti e Cina hanno concordato un quadro specifico per un dialogo continuo tra i due Paesi su questioni relative al commercio, ai dazi, ai controlli sulle esportazioni e all'accesso ai mercati. In altre parole, hanno concordato di rispondere al telefono quando i funzionari dell'altro Paese chiamano.

Non lo fanno comunque?

Sì, è vero, il che significa che la terminologia è stata creata per distogliere l'attenzione dal fatto che la Cina non ha offerto alcuna concessione e si rifiuta di cedere finché i dazi non saranno revocati.

 Tutto ciò è molto negativo per Trump, che vuole convincere la sua base che la "maniera dura" e le tattiche da bullo possono costringere i rivali a piegarsi alla volontà dello Zio Sam.

Ma chiaramente non è successo.

 Questo è tratto da un articolo del “Global Times” di domenica:

 

L'attenzione globale è focalizzata su Ginevra, in Svizzera, dove durante il fine settimana si è tenuto un incontro economico e commerciale di alto livello tra Cina e Stati Uniti...

 

In risposta alle domande sull'abuso dei dazi da parte degli Stati Uniti, il viceministro degli Esteri cinese “Miao Deyu” ha dichiarato domenica in una conferenza stampa che gli Stati Uniti usano i dazi come arma per esercitare la massima pressione e perseguire interessi personali, incarnando i tipici unilateralismo, protezionismo e prepotenza economica.

Questo approccio sacrifica gli interessi legittimi dei paesi di tutto il mondo per servire gli interessi egemonici degli Stati Uniti.

La Cina si oppone fermamente all'imposizione da parte degli Stati Uniti dei cosiddetti "dazi reciproci" e ha adottato energiche misure legali per contrastarli con fermezza, ha riportato domenica” CCTV News”.

 

La Cina tutelerà fermamente i propri interessi di sviluppo, sosterrà l'equità e la giustizia internazionale e manterrà l'ordine commerciale internazionale.

Siamo disposti a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con i paesi latinoamericani per sostenere congiuntamente il multilateralismo e il sistema commerciale multilaterale, ha affermato Miao.

 

La decisione della Cina di avviare colloqui con gli Stati Uniti è stata presa dopo un'attenta valutazione delle aspettative globali, degli interessi della Cina stessa e delle preoccupazioni delle aziende e dei consumatori statunitensi, e riflette l'apertura e il senso di responsabilità della Cina in quanto grande potenza mondiale...

Se gli Stati Uniti continuano ad aggrapparsi al principio "America First" e all'unilateralismo, cercando concessioni dalla Cina attraverso tattiche di pressione, è improbabile che qualsiasi dialogo possa produrre progressi significativi, ha osservato Ying...

 

Il commercio cinese ha continuato ad espandersi con un ritmo solido ad aprile.

 Il valore totale delle esportazioni e delle esportazioni del paese ad aprile ha raggiunto i 3,84 trilioni di yuan (531,46 miliardi di dollari), con un aumento del 5,6% su base annua.

 Le esportazioni si sono attestate a 2,27 trilioni di yuan, con un aumento del 9,3%, mentre le importazioni sono state pari a 1,57 trilioni di yuan, con un aumento dello 0,8%, secondo i dati pubblicati venerdì dall'Amministrazione generale delle dogane.

Tempi.

Quindi, a partire da domenica, non c'è alcuna indicazione che la Cina riprenderà il commercio con gli Stati Uniti a meno che Trump non ceda e rimuova i dazi.

 Quindi, ciò che Trump deve fare ora è gettare la spugna alla Cina e poi rivendicare la "vittoria" per aver creato l'inestimabile "meccanismo di consultazione commerciale".

Deve convincere i suoi sostenitori a credere che la sua capitolazione sia in realtà una solida "vittoria" per il Team USA.

 

Ora la cattiva notizia: la Cina ci ha già sostituita.

LA CINA HA GIÀ venduto enormi quantità di prodotti originariamente destinati ai consumatori statunitensi ai suoi vicini...

 E i vicini stanno acquistando in grandi quantità, dando al gigante cinese un aumento dell'8,1% nelle vendite all'esportazione, sorprendendo gli analisti .

 

"All'inizio di aprile, ho detto che i dazi di Trump sulla Cina rafforzeranno i legami commerciali tra la Cina e il resto del mondo nei prossimi anni", ha detto il professore “Justin Hauge” dell'Università di Cambridge nel Regno Unito, commentando “X”. "

Non ci sono voluti alcuni anni. Ci è voluto un mese".

Si tratta di una cattiva notizia per il capo del Tesoro statunitense “Scott Bessent”, che oggi inizierà i negoziati in Svizzera con il vice premier cinese “He Lifeng.

I NUMERI.

I dati appena pubblicati mostrano che le esportazioni dalla Cina sono aumentate di uno sbalorditivo 8,1% ad aprile, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

La maggior parte delle merci viene sviluppata da Indonesia, Vietnam, Thailandia e altri paesi.

 La scuderia di analisti di “Bloomberg” ha previsto un aumento del 2% e “Reuters” ha previsto un balzo dell'1,9%.

 

Il balzo dell'8,1% segue la crescita del 12,4% di marzo, quando gli esportatori hanno fatto gli straordinari per battere il lancio del 2 aprile dell'"attacco tariffario globale" di Donald Trump.

 

Il ha citato “Heron Lim”, economista di” Moody's Analytics”, il quale ha affermato che, mentre ad aprile il commercio della Cina con gli Stati Uniti è diminuito del 21% su base annua, è aumentato della stessa percentuale con le nazioni del sud-est asiatico e dell'8% con l'UE...

 

La Cina, che si concentra sul commercio piuttosto che sulla politica, produce beni per chiunque voglia comprare, e questo significa che l'altro 95% dell'umanità andrà benissimo come cliente sostitutivo.

Sembra che la nazione sia indispensabile, non sia poi così indispensabile.

Ecco di più dal “Global Times”:

La Cina si è mossa per accelerare la sostituzione dei prodotti statunitensi prima dei colloqui commerciali ad alto livello tra Cina e Stati Uniti in Svizzera.

 La Cina ha firmato lettere di intenti con gli esportatori dell'Argentina per l'acquisto di soia, mais e olio vegetale poco prima dei colloqui di Ginevra.

All'inizio di aprile, la Cina ha firmato contratti per l'acquisto di almeno 2,4 milioni di tonnellate di soia dal Brasile.

 

Il rapporto ha sottolineato che queste mosse sottolineano gli sforzi della Cina per assicurarsi fonti alternative di beni statunitensi prima dell'inizio dell'incontro commerciale bilaterale.

La Cina ha firmato una lettera di intenti con gli esportatori in Argentina per acquistare circa 900 milioni di dollari di soia, mais e olio vegetale, ha riferito venerdì Bloomberg...

 I delegati cinesi hanno anche avuto colloqui con i rappresentanti delle imprese locali, concentrandosi sull'espansione della cooperazione economica e commerciale bilaterale e sulla difesa del sistema di libero scambio.

 

Nonostante i venti contrari posti dall'escalation dei dazi statunitensi, il commercio estero cinese ha registrato una performance migliore del previsto ad aprile.

 

Secondo i dati pubblicati dall'”Amministrazione Generale delle Dogane”, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 21% su base annua, attestandosi a circa 33 miliardi di dollari il mese scorso, le esportazioni cinesi complessive sono aumentate dell'8,1%, con un aumento del 13% delle esportazioni verso i mercati non statunitensi.

Tempi globali.

 

L'ironia di questi sviluppi è che i comunisti si comportano come capitalisti, mentre i capitalisti (Trump e soci) si comportano come degli idioti.

Non si rendono conto che la loro strategia ottusa è esplosa in faccia a loro?

La Cina continua a commerciare, prosperare e crescere, mentre i porti statunitensi sulla costa occidentale si sono trasformati in città fantasma e i commercianti al dettaglio si stanno progettando un futuro tetro con prezzi più alti e scaffali vuoti. Non è forse ora di fare un bilancio onesto e cercare di fermare l'emorragia prima che il paziente muoia?

 Ecco altre parole del premio Nobel “Joseph Stiglitz”:

 

Ridurre la dipendenza degli Stati Uniti da alcune importazioni cinesi non è un compito semplice.

La produzione di iPhone, ad esempio, potrebbe essere trasferita altrove... ma ci vorrà molto tempo e sarà costoso...

 

La Cina gode ora di un vantaggio comparato nella logistica, nelle catene di approvvigionamento manifatturiere e nell'ingegneria.

 Non è un caso che la Cina domini la produzione di smartphone e di molti altri prodotti: è molto più economico produrli lì.

I prezzi di questi prodotti aumenteranno con la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento...

La Cina ha il know-how, la determinazione e le risorse per compensare questa carenza di domanda, e potrebbe essere in grado di farlo rapidamente...

 

Spostare la produzione negli Stati Uniti richiederà massicci investimenti iniziali ma, a causa di tutte queste interruzioni, nessuna azienda può essere sicura del contesto economico tra tre mesi, figuriamoci tra quattro anni...

 Trump parla di riportare i posti di lavoro nel settore manifatturiero, ma oggi i posti di lavoro nel settore manifatturiero costituiscono meno del 10% dell'occupazione negli Stati Uniti.

 

Sta guardando al passato, non al futuro.

Anche se riuscisse a resuscitare l'industria manifatturiera americana, non creerebbe buoni posti di lavoro per i lavoratori nelle parti deindustrializzate del paese.

Le automobili di oggi sono fatte da robot, con le migliori aziende che impiegano tanti ingegneri e ricercatori quanti addetti alla produzione, e il lavoro in linea di produzione spesso non è ben pagato.

 

Oggi sono i settori dei servizi e della conoscenza a contare davvero, ma è quasi certo che il surplus commerciale di lunga data degli Stati Uniti in questi servizi diminuirà, soprattutto considerando il danno che Trump sta arrecando al suo considerevole soft power:

 il turismo sta precipitando, gli studenti stranieri sono scoraggiati dallo studiare negli Stati Uniti, lo stato di diritto è messo alla prova e il presidente sta conducendo una massiccia battaglia contro le principali università del paese...

La Cina, nel frattempo, ha costruito dozzine di nuove università negli ultimi dieci anni.

La Cina ha le carte in regola su Trump, “Joseph Stiglitz”, “The Sunday Times”.

 

Non ho la sfera di cristallo, quindi non posso prevedere cosa accadrà lunedì (quando verranno pubblicati i dettagli dei colloqui Cina-Stati Uniti), ma mi aspetto che le affermazioni di Trump di "grandi progressi" e di un "reset totale" con la Cina saranno smascherate come "più desideri" nel migliore dei casi e una deliberata invenzione nel peggiore.

 I giorni in cui gli Stati Uniti potevano battere la Cina in una guerra commerciale sono finiti, e prima ci abituiamo, meglio è.

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