Capitalismo della sorveglianza.
Capitalismo della sorveglianza.
Altro
che capitalismo della sorveglianza:
il
vero nemico del digitale si chiama monopolio.
Wire.it
- Andrea Daniele Signorelli -Big tech – (23.06.2024) – ci dice:
O
almeno così la pensa “Cory Doctorow”, attento osservatore del settore, secondo
il quale a mettere a rischio privacy e diritti è l’eccessivo potere conquistato
da pochissimi colossi.
E se
il potere del capitalismo della sorveglianza fosse sopravvalutato?
Se la
vera minaccia per i diritti e la privacy di ciascuno di noi fosse molto più a
valle e la tecnologia c’entrasse solo fino a un certo punto?
Prima di tutto, facciamo un passo indietro:
con
“capitalismo della sorveglianza” – termine reso celebre dalla sociologa
“Shoshana Zuboff “tramite il suo omonimo saggio, pubblicato in Italia da “Luiss
University Press” – si intende quel sistema tecnologico che permette di
estrarre dati relativi alle azioni che compiamo sui vari social network, motori
di ricerca, piattaforme di streaming, siti di e-commerce e molto altro.
Tutte
queste informazioni, una volta aggregate, possono rivelare le nostre preferenze
d’acquisto e anche i nostri orientamenti politici, sessuali, religiosi.
In
poche parole, come rivelò una celeberrima ricerca, permettono a Facebook di
conoscerci meglio del nostro migliore amico.
E
questo anche perché, tramite le nostre azioni, riveliamo ai colossi della
Silicon Valley ciò che, magari, non riveleremmo a nessun altro.
I dati
estratti dagli utenti, però, non hanno valore di per sé.
Lo acquistano nel momento in cui vengono
utilizzati per formulare ipotesi e previsioni su ciò che le persone potrebbero
acquistare o desiderare in futuro.
La
costante e pervasiva raccolta dati consente a queste aziende di vendere a terze
previsioni estremamente precise, diventando così strumenti indispensabili per
le strategie commerciali delle altre aziende.
Secondo
“Zuboff”, l’influenza che il capitalismo della sorveglianza esercita sulle
nostre azioni e decisioni è tale da arrivare a toglierci ciò che lei chiama “il
diritto al tempo futuro”, cioè il diritto di decidere da soli cosa fare del
nostro domani.
In poche parole, Google, Facebook, Amazon e
gli altri colossi ci priverebbero almeno parzialmente del nostro libero
arbitrio.
Il
Leviatano tecnologico.
Big
Tech viene presentato come una sorta di leviatano tecnologico, in grado di
disporre a piacimento dei cittadini-consumatori.
E se
invece “Shoshana Zuboff” stesse, almeno in parte, prendendo di mira il
bersaglio sbagliato?
Tra
gli altri (i critici a quello che resta un testo fondamentale non sono
mancati), è quello che pensa l’attivista e saggista “Cory Doctorow”, teorico
della “enshittification” di internet e autore di un pamphlet intitolato – in
maniera un po’ ambigua – “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”
(traduzione a cura del gruppo Ippolita, Mimesis Edizioni).
A
rendere ambiguo il titolo è il fatto che “Doctorow” ritiene – come vedremo
meglio più avanti – che il capitalismo della sorveglianza sia una conseguenza,
e che il nemico vero stia molto più a monte:
“Zuboff
attribuisce un peso eccessivo e ingiustificato al potere di persuasione delle
tecniche di influenza basate sulla sorveglianza dei cittadini”, scrive
Doctorow.
“La
maggior parte di queste tecniche non funziona granché bene, e quelle che
funzionano non durano a lungo.
Al
contrario, “Zuboff” è piuttosto serena riguardo a quarant’anni di pratiche
antitrust permissive che hanno consentito a una manciata di aziende di dominare
internet”.
È la
tesi centrale di “Doctorow”, ripetuta più e più volte nel corso di questo
breve, incisivo e a tratti illuminante pamphlet:
“Le campagne che mirano a influenzare il
target, e che cercano di sostituire le convinzioni esistenti e corrette con
altre del tutto false, hanno un effetto piccolo e temporaneo, mentre il dominio
monopolistico sui sistemi informativi ha effetti massicci e duraturi. (...)
Se la
nostra preoccupazione è il modo in cui le aziende ci precludono la capacità di
decidere autonomamente e di determinare così il nostro futuro, l’impatto della
posizione dominante supera di gran lunga quello della manipolazione e deve
essere al centro della nostra analisi”.
Ed
eccolo, quindi, il vero nemico della privacy e dei nostri diritti: il monopolio.
Il problema è noto da tempo (e Doctorow
ripercorre anche cosa abbia generato, durante la presidenza Reagan, questa
distorsione rispetto alle politiche antimonopolistiche del passato):
Google detiene il 90,8% del mercato dei
motori di ricerca, Amazon è attore dominante nel mercato degli e-commerce e del cloud,
Meta raggiunge con le sue varie
piattaforme (Facebook, Instagram, Whatsapp) la mostruosa cifra di 3,9 miliardi
di persone, ecc.
Il
regime di monopolio.
In
quasi tutti i settori tecnologici, siamo di fronte, quando va bene, a un
duopolio (o un ristrettissimo oligopolio) e, quando va male, a un vero e
proprio monopolio. È qui, e non nel capitalismo della sorveglianza strettamente
inteso, che secondo Doctorow si nascono i maggiori pericoli.
Prendiamo
il caso di “Google”, che ha rafforzato enormemente il suo potere acquistando
potenziali concorrenti e tecnologie pubblicitarie come” DoubleClick” (tramite
il quale dissemina le sue inserzioni), in quest’ultimo caso in violazione
peraltro dello “storico principio antitrust della separazione strutturale, che
vietava alle aziende di possedere filiali in concorrenza con i propri clienti”.
Come
si ripercuote tutto ciò praticamente su di noi?
Doctorow porta l’esempio non solo dell’influenza sulle
nostre scelte commerciali, ma anche della diffusione della disinformazione,
semplificata dal regime di monopolio di Google:
“In
condizioni di concorrenza, i consumatori potrebbero scegliere tra molti motori
di ricerca e scegliere quello il cui giudizio algoritmico è più adatto a loro,
ma in condizioni di monopolio, tutti riceviamo le nostre risposte dallo stesso
posto (...). Se avessimo negato a Google il diritto di effettuare le sue
numerose fusioni, probabilmente avremmo anche evitato il suo dominio totale nel
settore della ricerca”.
Un
discorso simile vale per “Apple” e la sua capacità di ospitare un unico app store, il suo,
all’interno dei propri dispositivi (esclusiva ora in parte negata dal “Digital
Services Act dell’Unione Europea”):
“Le
decisioni di Apple in materia di posizionamento nelle ricerche hanno un effetto
molto più significativo sui comportamenti dei consumatori rispetto alle
campagne di influenza dei bot pubblicitari del capitalismo della sorveglianza”, segnala Doctorow, riferendosi alla
libertà del colosso di Cupertino di decidere quali applicazioni rifiutare (con
ripercussioni anche politiche, come nel caso dell’eliminazione della app che
tracciava le uccisioni commesse dai droni statunitensi) e a quali dare
visibilità.
Insomma,
“il capitalismo della sorveglianza è il risultato del monopolio tecnologico. Il
monopolio è la causa e il capitalismo della sorveglianza e i suoi risultati
negativi ne sono gli effetti”.
E allora perché, con la parziale eccezione
europea, nessuno mette in pratica le norme antitrust che limiterebbero il
potere di Big Tech?
In parte perché, come spiega sempre Doctorow,
il fatto di essere dei monopoli fornisce immenso potere economico – e quindi
politico – a queste aziende.
E in
parte perché, in una lettura distopica ma non per questo meno credibile, lo
stato si avvantaggia dei monopoli nelle sue pratiche di sorveglianza sui
cittadini.
“Un
comparto tecnologico consolidato, che collabora con le autorità, è un alleato
molto più potente nel progetto di sorveglianza statale ad ampio raggio sulla
popolazione, rispetto a un comparto frammentato composto da soggetti più
piccoli. (...)
Che si
tratti dell’uso di Google come strumento di localizzazione da parte delle forze
dell’ordine sul territorio degli Stati Uniti o il monitoraggio dei social media
da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (per esempio per costruire
dossier sui partecipanti alle proteste contro le pratiche di separazione
familiare dell” Immigration and Customs Enforcement”), qualsiasi limite
effettivo al capitalismo della sorveglianza ostacolerebbe la capacità di
controllo dello Stato stesso”.
È
insomma dal regime di monopolio che discendono tutti i rischi legati al mondo
digitale che da anni vengono denunciati.
Ed è
quindi lì che dovremmo intervenire politicamente in maniera decisa.
L’allarme lanciato da “Cory Doctorow “è reso
ancora più urgente dalla graduale concentrazione che si sta verificando nel
campo dell’intelligenza artificiale (appannaggio delle solite quattro o cinque
aziende), tramite la quale sta venendo ulteriormente fagocitato l’open web, che
ancora oggi rappresenta lo strumento migliore che abbiamo a disposizione per
riconquistare le nostre libertà.
Digitali
e non solo.
Il
capitalismo della sorveglianza
secondo
“Shoshana Zuboff”.
Eticaeconomica.it
– (2 Giugno 2019) - Maurizio Franzini – ci dice:
“Maurizio Franzini” esamina le
principali tesi sostenute da “Shoshana Zuboff “nel volume “The Age of
Surveillance Capitalism” recentemente pubblicato.
“Franzini”
mette in luce la capacità della “Zuboff “di cogliere gli aspetti più nuovi e preoccupanti
del capitalismo che lo caratterizzerebbero come capitalismo della sorveglianza
e si sofferma in particolare sulla sua tesi centrale e cioè che oggi oggetto di
scambio di mercato e di arricchimento siano non solo le informazioni sulle
persone ma le persone stesse con le loro esperienze di vita.
“L’esperienza
umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati
comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo
mercato quello dei ‘mercati comportamentali a termine’ ….dove operano imprese
desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”.
Frasi come questa si leggono nell’ultimo libro
di “Shoshana Zuboff “ “The Age for Surveillance Capitalism.
” The
Fight for a Human Future at the New Frontier of Power” (Profile Books, 2019).
Come
dimostrano anche queste poche righe la penna è brillante e la capacità di
coniare termini nuovi decisamente invidiabile.
Soprattutto
quei ‘mercati comportamentali a termine’ lascia quasi a bocca aperta. Questa
ricerca semantica risponde, in realtà, a un preciso obiettivo.
“Zuboff
“si dice convinta che l’epoca che viviamo segni una rottura radicale con il
passato e usare termini vecchi per denotarla finirebbe per offuscare la
mancanza di precedenti (unprecedented) e le novità che abbiamo di fronte.
E
anche per questa epoca c’è un nome nuovo: capitalismo di sorveglianza.
In
realtà, il termine è nuovo ma non nuovissimo.
Sembra
che i primi ad usarlo siano stati “J.Bellamy Foster” e “R.W. McChesney” in un
articolo comparso nel 2014 sulla storica “Monthly Review”.
Nella
lora accezione quella espressione denotava una sorta di insaziabile desiderio
di dati derivante dalla progressiva finanziarizzazione dell’economia.
“Zuboff
“(normalmente presentata come sociologa, e già autrice di libri di successo
come In” the Age of the Smart Machine e The Support Economy”) lo intende in
modo molto diverso, come dimostrano anche le righe di apertura di questo
articolo.
Nel
capitalismo di sorveglianza, per dirla in breve (e non è facile farlo,
considerata la mole impressionante del libro che contiene anche qualche pagina
non proprio indispensabile) ci si appropria di dati relativi agli umani
comportamenti, quelli online ma anche quelli offline.
Dopo accurata elaborazione questi dati sono in
parte utilizzati per migliorare, genericamente, beni e servizi – dunque, in
qualche modo a scopi socialmente utili. Ma per il residuo (anche qui un termine
nuovo:” behavioural surplus”) confluiscono in quei ‘prodotti di previsione’
commerciati nei nuovi ‘mercati comportamentali a termine’.
Coloro che si appropriano di quei dati e li
elaborano accumulano così immense ricchezze.
Ed è
facile immaginare a chi si riferisca “Zuboff”: principalmente a Google,
considerata l’artefice di questo nuovo capitalismo.
Il
capitalismo di sorveglianza è devastante soprattutto perché – ecco un’altra
espressione che non può passare inosservata – rischia di provocare la
sparizione dell’umanità, intesa come modo umano di ragionare e di comportarsi,
di cui l’autonomia e la dignità sono i tratti distintivi. Il capitalismo della
sorveglianza, scrive “Zuboff” ricorrendo a un parallelo piuttosto terrificante,
rischia di fare all’umanità quello che il capitalismo industriale ha fatto alla
natura.
Il
capitalismo della sorveglianza si nutre, dunque, dello sfruttamento non del
solo lavoro umano, come nella visione di Marx, ma della complessiva esperienza
umana.
E con esso si impone una nuova forma di potere
che “Zuboff”, sempre allo scopo di rimarcare la novità del presente, chiama
strumentale (instrumentarian).
Questo
potere permettere di conoscere il comportamento umano e di influenzarlo a
vantaggio di altri.
E la sua forza deriva non da armi o eserciti
ma da un’architettura computazionale di dispositivi intelligenti, di cose
(Internet of Things) e spazi tra loro connessi.
Il
capitalismo della sorveglianza va, dunque, combattuto non soltanto per ragioni
antiche (è monopolistico, viola la privacy) ma anche, e soprattutto, perché
riduce a merce i comportamenti umani e attraverso il loro commercio consente
arricchimenti straordinari.
Un
capitalismo che non si accontenta “di automatizzare i flussi di informazioni su
di noi, ma mira a automatizzare noi stessi”.
Questa
visione scintillante ed evocativa certamente coglie aspetti distintivi della
nostra epoca. E suscita reazioni ‘forti’.
Per
rendersene conto basta visitare il sito di “Goodreads” e leggere qualcuno dei
moltissimi commenti di lettori, in generale eruditi.
E la lunghissima recensione critica di “Morozov”
comparsa su “The Baffler” conferma che nel libro della “Zuboff” sono trattate
numerose questioni meritevoli della massima attenzione.
Non
potendo dar conto anche soltanto in minima parte dei temi trattati mi limiterò
a formulare un paio di osservazioni ed a sollevare una questione un po’
analitica che mi sembra, però, densa di implicazioni per comprendere il
presente, le sue specificità e anche il modo per fare fronte alle sue peggiori
distorsioni.
La
prima osservazione è che non è chiaro se il capitalismo della sorveglianza
conviva e come con un altro capitalismo, più tradizionale.
Per
comprendere molti aspetti delle contemporaneità credo che possa essere di
grande importanza concentrarsi sulla coesistenza tra il mondo che “Zuboff”
include nel capitalismo della sorveglianza e quello che, con sintetica
espressione, potremmo chiamare il “capitalismo della produzione materiale” (su questi temi si può vedere il
saggio di Quintarelli in questo numero del Menabò).
La
seconda è che nel valutare il capitalismo di sorveglianza che mercifica
l’esperienza umana sarebbe estremamente utile un confronto con pratiche di
consumo che sembrano andare in direzione opposta e che tendono faticosamente a
sopravvivere, con consumatori ben consapevoli e ai quali molti vorrebbero
chiedere di più in termini di comportamenti di mercato diretti a raggiungere
scopi sociali e non solo soddisfazioni materiali immediate.
Ciò
chiama in causa il ruolo delle comunità nel capitalismo contemporaneo, un tema
posto di recente da “R. Rajan” (The Third Pillar: “How Markets and the State
Leave the Community Behind”, Penguin Press 2019).
Per
venire alla questione più analitica, partirei da un’ovvia considerazione.
Nel
capitalismo della sorveglianza i problemi sorgono sia al momento della
‘raccolta’ dei dati sia al momento del loro ‘utilizzo’ nelle diverse forme
possibili.
Il
libro della “Zuboff” è molto ricco di informazioni sulle modalità con le quali
i dati vengono acquisiti – online e offline – e sulle potenzialità, talvolta
incredibili, di elaborarli per definire ‘tipi’ e comportamenti.
Naturalmente
l’ottenimento di questi dati rozzi all’insaputa del consumatore è oggetto di
critica e, a mio avviso giustamente, la possibilità che talvolta ha il
consumatore di non consentire l’accesso ai dati non sembra essere considerata
una soluzione del problema.
Più in generale, si potrebbe dire, lo scambio
tra gratuità dell’accesso alla rete e ‘appropriazione’ dei dati avviene con
modalità che in ogni caso non garantiscono né una scelta consapevole, né la
realizzazione dell’efficienza, visto che questa implica, secondo l’accezione
comune, che vangano effettuati tutti e soltanto gli scambi che sono
reciprocamente vantaggiosi.
Qui si
può dubitare che sia sempre soddisfatta la condizione del reciproco vantaggio.
Infatti,
non sappiamo se per il consumatore il beneficio che deriva dall’accesso alla
rete corrisponda al costo (latu sensu) della ‘cessione’ ad altri dei suoi dati.
Questo
approccio ‘welfarista’ è, per comprensibili ragioni di competenza disciplinare,
assente nel libro.
Ma il
punto più complicato riguarda, a mio parere, l’utilizzo dei dati, e la loro
trasformazione in comportamenti da vendere in quelli che “Zuboff” chiama
“mercati comportamentali a termine”.
Questo
mercato fornisce gli incentivi alla raccolta e alla profilazione dei dati,
dunque è essenziale.
Si può
considerare il perno del capitalismo della sorveglianza, perché da esso promana
la forza che spinge a ‘sorvegliare’, una forza che si alimenta dei bassi costi
da sopportare per raggiungere l’obiettivo e che rappresentano una novità del
nostro tempo.
I big
data costano molto meno – almeno nelle odierne condizioni – degli studi
psicologici che facevano da base ai tentativi di persuadere i consumatori.
A
proposito di quel mercato, l’autrice chiarisce che non intende riferirsi
soltanto alla vendita di profili utilizzabili per la pubblicità personalizzata
online.
Parla,
un po’ genericamente, di “numerosi altri settori, comprese le assicurazioni, il
commercio, la finanza e un sempre più ampio insieme di imprese di beni e
servizi che intendono essere presenti in questi mercati nuovi e profittevoli”.
E ricorda che le debolezze cognitive, che sono
falle nella nostra razionalità e della quali dà conto la “behavioural
economics,” possono essere più facilmente sfruttate una volta che si conoscano
i dati comportamentali dei singoli individui.
“Zuboff”
fornisce anche alcuni esempi che appaiono, però, piuttosto disomogenei: dalla
possibilità di condizionare (conditioning) i comportamenti direttamente con le
tecnologie (ad esempio bloccando l’auto di chi non paga l’assicurazione) a
quella di influenzarli attraverso i ben noti effetti di contesto.
Tanta
varietà rischia di offuscare una delle nozioni essenziali dell’interpretazione
della “Zuboff” e di mettere assieme comportamenti e circostanze molto diverse
per le loro caratteristiche e per i loro effetti sulla libertà e sul benessere
dei consumatori.
La pregnanza dei ‘mercati comportamentali a
termine’ non sembra emergere con la chiarezza che il ruolo assegnato ad essi
sembrerebbe richiedere.
In
alcuni casi (ad esempio il conditioning) sembra sufficiente accedere a
tecnologie in grado di bloccare determinati comportamenti senza necessità di
avere un profilo completo dei consumatori.
In altri sembra che il problema sia quello di
massimizzare la capacità persuasiva della pubblicità. In altri ancora quello di
manipolare i comportamenti anche modificando le preferenze e non solo le
scelte.
Al
riguardo sembrerebbe utile riflettere sul significato di termini come
‘persuasione’ e ‘manipolazione’ e un buon punto di partenza a quest’ultimo
riguardo potrebbe essere quanto sostiene” C. Sunstein”:
“I
manipolatori tipicamente sfruttano l’ignoranza delle persone o le loro
‘debolezze’ comportamentali evitando di sollecitare la loro capacità di
riflessione e deliberazione.” (On freedom, 2017).
L’indeterminatezza
sulle caratteristiche di questi mercati emerge con chiarezza in vari punti e in
particolare nella discussione del cap. 3 dove, tra l’altro, si pone sullo
stesso piano l’interesse di coloro che agiscono come acquirenti su quel mercato
per acquisire “informazione probabilistica sul nostro comportamento” o per
conoscere le modalità per “influenzare il nostro comportamento”.
È
evidente che il secondo tipo di interesse può avere implicazioni molto diverse
per la libertà e per il welfare.
Essere informati sul nostro comportamento può
servire anche a servire meglio le nostre preferenze.
Non altrettanto può dirsi per il secondo tipo
di interesse, che mira a produrre cambiamenti favorevoli a chi è in grado di
indurli.
Il
riconoscimento delle diverse implicazioni di questi due tipi di comportamento,
ed una maggiore precisione al riguardo, potrebbero condurre a un giudizio più
articolato (e meno di parte secondo alcuni critici) sul capitalismo di
sorveglianza nonché più solidamente basato sui suoi veri eccessi e sulle sue
reali distorsioni. Inoltre – e si tratta di un punto di rilievo sotto il
profilo economico – permetterebbe di confrontare meglio a livello di sistema, e
non del singolo operatore, i costi e i benefici di quel mercato.
Nulla
sappiamo sui costi e i benefici complessivi di questi mercati e nulla potremo
sapere se non precisiamo cosa accade sui mercati comportamentali a termine.
Il
problema è del tutto simile a quello che più di 60 anni fa, “J.K. Galbraith”
pose nella sua “Affluent Society”, chiedendosi se i costi della pubblicità
fossero giustificati da benefici sociali di almeno pari grandezza.
Questa
maggiore precisione servirebbe anche a acquisire più consapevolezza sui
possibili scenari futuri e sulla loro diversa desiderabilità.
Sulla
direzione in cui muovere, “Zuboff” non dice molto.
Sostiene che “ogni vaccino inizia con
un’attenta conoscenza della malattia nemica” e intende il suo libro come un
contributo a questa conoscenza.
Tutto
ciò è estremamente importante, ma forse per conoscere ancora meglio la malattia
nemica sarebbe stato di aiuto concedere maggiore spazio, nelle 700 pagine del
volume, a qualche ‘distinguo’ in più.
Feroci
Crimini di Guerra Inglesi
in Iraq e Afghanistan
,
Svelati dalla BBC.
Conoscenzealconfine.it
– (13 Maggio 2025) - Piero Orteca – ci dice:
Le forze
speciali inglesi sono accusate di avere commesso crimini di guerra. Omicidi ed
esecuzioni sommarie della peggiore specie, compiuti in modo efferato, spesso
per il solo piacere di vedere scorrere il sangue.
Sembra
un racconto uscito dalle cronache più rabbrividenti di certe stragi naziste, e
invece la realtà supera ogni più fosca immaginazione. La fonte è assolutamente
inattaccabile: la prestigiosa” BBC”.
Verità
Difficili da Raccontare.
Le
scomode, anti, terrificanti rivelazioni, pubblicate in prima pagina dal
servizio pubblico televisivo britannico quasi come prima espiazione nazionale.
Senza
sconti né giri attorno.
I
giornalisti “Hannah O’Grady”, “Joel Gunter” e “Rory Tinman” scrivono:
“Ex
membri delle Forze speciali del Regno Unito hanno rotto anni di silenzio per
fornire alla ‘BBC Panorama’ resoconti di testimoni oculari di presunti crimini
di guerra, commessi dai loro colleghi in Iraq e Afghanistan.
Nel
raccontare pubblicamente per la prima volta le loro storie – aggiungono gli
autori – i veterani hanno detto di aver visto membri del SAS (Special Air
Service) uccidere persone disarmate nel sonno e giustiziare detenuti
ammanettati, compresi bambini“.
Corte
di Giustizia dell’Aja?
Ce ne
sarebbe abbastanza, non solo per perdere la faccia, ma anche per finire (in
teoria) davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.
Sempre che la legge sia uguale per tutti,
Occidente compreso.
Ma si
sa come vanno le cose sotto questo cielo, perché per i nemici le regole si
applicano e per gli amici “si interpretano”.
Infatti,
si scopre che questa sporca faccenda bolliva già in pentola da un sacco di
tempo.
E che finora qualcuno ci aveva messo il
coperchio, perché attribuire all’esercito di Sua Maestà britannica nefandezze
di questo tipo, sarebbe politicamente “sconveniente”.
Insomma, ad essere brutti sporchi e cattivi
sono sempre gli altri, mentre noi occidentali abbiamo il salvacondotto della
democrazia.
Anche
quando facciamo le peggiori porcherie.
Dunque,
la faccenda era stata già dissotterrata tre anni fa, quando proprio la “BBC”
diede le prime notizie, alzando il tiro e coinvolgendo addirittura il futuro
capo dell’Esercito britannico.
Sono
state trovate evidenze che suggeriscono come l’ex capo delle Forze speciali
“non abbia trasmesso le prove all’inchiesta per omicidio”.
Il
“Ministero della Difesa” aveva solo affermato che “le truppe britanniche hanno
prestato servizio con coraggio e professionalità in Afghanistan”.
Ma,
Secondo quanto appreso dalla “BBC”, sostenevano allora i giornalisti, “Il
generale “Sir Mark Carleton-Smith”, ex capo delle Forze speciali del Regno
Unito, fu informato delle presunte uccisioni illegali, ma non trasmise le prove
alla “Royal Military Police”, nemmeno dopo che la RMP avviò un’indagine per
omicidio nei confronti dello squadrone SAS.
Il
generale “Carleton-Smith “che in seguito divenne capo dell’esercito prima di
dimettersi, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni per questo articolo”.
Ridurre
e Nascondere.
Dunque,
la cosa era già venuta a galla.
Da allora è cominciato un palleggiamento di
responsabilità e, contemporaneamente, per quello che traspare dai report
giornalistici, un palese tentativo di ridimensionare lo scandalo.
Ancora
oggi, a distanza di tanti anni dai fatti avvenuti (in Irak nel 2006, in
Afganistan a partire dal 2009), si è solo messa in piedi una commissione
d’inchiesta, che lavora rigorosamente a porte chiuse e non ammette alle udienze
nemmeno i parenti delle vittime, come testimoni dei fatti.
Ci sarebbe voglia di girare pagina in fretta,
ma la “BBC” ha spifferato tutto e la palla di neve potrebbe diventare una
valanga.
Specie
dopo tutte le prediche sulla “superiorità morale” dell’Occidente.
“Premier
Cameron” Informato.
I
dettagli degli avvenimenti fanno accapponare la pelle. “
Parlando
in condizione di anonimato, a causa di un codice del silenzio che circonda le
operazioni delle Forze speciali – dice la “BBC”– i testimoni oculari hanno
raccontato che le leggi di guerra venivano regolarmente e intenzionalmente
violate dai reggimenti più scelti del Paese, durante le operazioni in Iraq e
Afghanistan.
Inoltre,
Panorama può rivelare per la prima volta che l’allora Primo Ministro, “David
Cameron”, fu ripetutamente avvertito, durante il suo mandato, che le forze
speciali britanniche stavano uccidendo civili in Afghanistan”.
La
cosa degenerò fino al punto da scatenare quasi un conflitto a fuoco con gli
stessi militari alleati dell’esercito regolare afghano, che combattevano
assieme agli inglesi. E che mal tolleravano il loro cinismo, che sconfinava
nella crudeltà.
“Lo
stesso “Presidente Karzai” si fece portavoce del vivo malcontento della
popolazione”.
Assassini
Psicotici e Seriali.
“Un
testimone che ha prestato servizio nelle SAS – rivela la “BBC “– ha affermato
che uccidere poteva diventare ‘una cosa che crea dipendenza’, e che alcuni
membri del reggimento d’élite erano ‘intossicati da quella sensazione’ in
Afghanistan. C’erano ‘molti assassini psicotici’ “, ha aggiunto.
La
narrazione del network televisivo britannico continua come la trama di un film
dell’orrore:
“Detenuti liquidati con le manette ai polsi,
feriti uccisi con un colpo di pistola alla testa, prigionieri disarmati e
freddati senza battere ciglio e poi tanta complicità morale, soprattutto da
parte di quelli che avrebbero dovuto garantire il rispetto delle regole. “
“Secondo la testimonianza – accusa la BBC – la
conoscenza dei presunti crimini non era limitata a piccole squadre o singoli
squadroni.
All’interno della struttura di comando delle
Forze speciali del Regno Unito, tutti sapevano cosa stava succedendo “, ha
affermato un veterano.
E il rapporto in questione, tanto per fare
qualche nome eccellente, chiama in causa addirittura l’ex Primo ministro, “Sir
David Cameron”.
“Questa
testimonianza, così come le nuove prove video sulle operazioni SAS in Iraq nel
2006 – conclude la” BBC” – corroborano anche i precedenti resoconti, secondo
cui gli squadroni SAS tenevano il conto delle loro uccisioni per competere tra
di loro “.
Gareggiavano,
insomma, come si fa con la caccia alle quaglie, questi specchiati difensori del
suprematismo etico occidentale.
(Piero
Orteca).
(remocontro.it/2025/05/13/feroci-crimini-di-guerra-inglesi-in-iraq-e-afghanistan-svelati-dalla-bbc/).
Il
capitalismo della sorveglianza
nella
società trasparente.
Ilbolive.unipd.it - Francesco Suman –
(24-2-2020) – ci dice:
“Utilizziamo i cookie per far funzionare questo sito e
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Seguono due tasti: “Accetta tutti i cookie” e “Impostazioni cookie.”
Questo è uno dei tanti pop-up che compaiono
quando visitiamo per la prima volta un nuovo sito web.
Spunta
dal basso o dall’alto, si sovrappone al testo o alle immagini della pagina e ne
impedisce la visione.
Quasi
sempre ce ne liberiamo con un nervoso click: “Accetta tutti i cookie”.
È
questa la principale modalità, volontaria ma per lo più inconsapevole, con cui
cediamo a soggetti terzi i dati del nostro comportamento online.
Sarebbe del resto difficile fare altrimenti.
È stato calcolato, nel 2008, da due docenti
della “Carnegie Mellon University” (Pittsburgh, Pennsylvania) che impiegheremmo
76 giorni per leggere tutti i termini e condizioni delle politiche sulla
privacy e sul trattamento dati che incontriamo ogni anno in internet.
Così,
senza pensarci, clicchiamo e navighiamo.
Shosanna
Zoff, nel libro uscito a ottobre 2019 per LUISS University Press, Il
capitalismo della sorveglianza – il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi
poteri (oltre 600 pagine), analizza il modello economico dei colossi del web
che grazie alla raccolta dei dati si sono straordinariamente arricchiti e ne
denuncia gli aspetti più inquietanti.
Ogni
ricerca su Google equivale a confessare al colosso di Mountain View cosa ci
frulla per la testa in quel determinato istante.
Ogni
“Mi piace” o Condividi” espresso su Facebook rivela i nostri gusti e le nostre
preferenze, particolari preziosi che vengono immagazzinati, analizzati ed
elaborati da sistemi di intelligenza artificiale per creare profilazioni degli
utenti, "prodotti predittivi" li chiama Zoff.
Questi
vengono scambiati in un nuovo tipo di "mercato per le previsioni
comportamentali", definiti mercati dei comportamenti futuri, le cui
dinamiche spingono i capitalisti della sorveglianza ad acquisire fonti sempre
più predittive: "le nostre voci, le nostre personalità, le nostre
emozioni".
Tale
commercio genera profitto e alimenta l’industria della pubblicità e delle
campagne di comunicazione.
È il
mercato dei dati, uno dei più redditizi della nostra era, letteralmente il
petrolio del XXI secolo.
Non conosciamo bene le sue diramazioni ma
sappiamo che Apple, Alphabet (Google), Amazon, Facebook e Microsoft hanno da
qualche anno scalzato, e ora ampiamente staccato, le compagnie petrolifere in
vetta alla classifica delle società con maggiore capitalizzazione.
I dati sono la merce più richiesta della nuova
economia digitale.
È
stato un mutamento veloce, di cui pochi si sono accorti, ma radicale.
Si pensi che il primo i-Phone è stato
presentato al mondo nel giugno del 2007 e oggi ci sono miliardi di dispositivi
tra smartphone, tablet e personal computer connessi in rete che contengono app
che registrano i dati degli utenti. Solo Google possiede 2,5 miliardi di server
in 4 continenti.
Il
libro di Shosanna Zoff, classe 1951, accademica di Harvard (laurea in filosofia
e dottorato in psicologia sociale), è ritenuto da molti un’opera fondamentale
dei nostri tempi, alcuni addirittura l'hanno definito Il Capitale di questa
generazione.
Se
infatti il combustibile del capitalismo industriale di Marx era la forza lavoro
della classe operaia, quello del capitalismo della sorveglianza sono i dati
prodotti dai nostri comportamenti, sia online sia offline, che gratuitamente
cediamo per lo più ai colossi del web, ma non solo.
Il
capitalismo della sorveglianza ha avuto diverse fasi, ma la svolta decisiva
arriva con il volgere del nuovo millennio e non sono le compagnie
dell’informazione e della comunicazione (Ict – information and communication
technology) a fare il primo passo, ma i governi, quello statunitense in
particolare.
“La
data chiave in questa storia è l’11 settembre 2001” commenta “Fabrizio
Tonello”, professore del dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi
internazionali dell’università di Padova, “perché ha legittimato la
sorveglianza di massa con l’obiettivo apparentemente ragionevole di tenere
sotto controllo i potenziali attacchi terroristici”.
Lì si
è deciso di cedere un po’ della privacy individuale in favore di una presunta
maggiore sicurezza.
“Il programma della “NSA” (National Security
Agency statunitense, ndr) rivelato da “Edward Snowden” nel 2013 si basava
sull’idea che tutte le comunicazioni digitali dei cittadini statunitensi
potevano essere intercettate.
La privacy della corrispondenza è un diritto
fondamentale tutelato dalla Costituzione, ma questa obiezione è stata aggirata
sostenendo che la sorveglianza riguardava i mezzi di comunicazione e non i
contenuti delle telefonate o dei messaggi.
Un argomento debole ma che finora è stato
accettato”.
Un’altra
data fondamentale è il 2002, quando Google inventò la pubblicità mirata, il
“target advertising”.
Conoscere
i desideri del consumatore è sempre stato il sogno proibito dei pubblicitari.
La televisione commerciale ha introdotto in
ciascuna casa un canale che parlava a un’intera famiglia.
Strumento rozzo, impreciso, diremmo oggi.
Tramite
il personal computer ci si può rivolgere direttamente al singolo individuo. Con
una metafora bellica, se con la televisione i pubblicitari lanciavano una bomba
a mano, oggi con smartphone, tablet e pc dispongono di fucili di precisione.
Nel
2004 “Mark Zuckerberg” fonda “Facebook”:
per
ottenere i dati personali non occorre più spiare la corrispondenza, come si è
scoperto faceva Gmail.
Sono
gli utenti stessi, dai loro account, a caricare volontariamente foto e a
esprimete preferenze musicali, politiche, di abbigliamento con i tasti “Mi
piace” e “Condividi”
“Zoff”
parla di capitalismo della sorveglianza perché in questi anni non sono più
soltanto i governi a sorvegliare i cittadini, ma soggetti privati, monopoli
come Google, Facebook, Amazon” spiega “Tonello”.
Negli
anni le tecniche di raccolta, estrazione e analisi di dati si sono notevolmente
affinate.
Le
compagnie dell'”Ict” hanno investito in ricerca e hanno assunto i più brillanti
fisici, matematici e informatici pagandoli più di quanto non offrissero altri
settori.
Questi
ricercatori hanno capito che non sono i dati forniti esplicitamente dagli
utenti quelli più preziosi per la profilazione:
sono
quelli che implicitamente vengono forniti mentre si utilizzano Internet, i
social network e le app collegate in rete. Richiamandosi ancora al lessico
marxista, Zoff lo definisce il surplus comportamentale.
I dati
che contano sono gli orari a cui ci colleghiamo a certe app o social network, i
filtri che scegliamo per le foto, le emoji (faccine) che mettiamo in un testo,
l’uso che facciamo della punteggiatura, le espressioni che abbiamo nei selfie,
le esitazioni nei messaggi vocali.
Questi
dettagli vengono registrati, combinati con le teorie della psicologia
comportamentale individuale e sociale, analizzati ed elaborati con la
statistica e i sistemi di calcolo, finendo per fornire i profili psicologici
che diventano i target della pubblicità mirata.
In un mondo di sovraffollamento informativo,
per vendere un prodotto occorre essere sicuri di arrivare a parlare dritti in
faccia al cliente.
Le
aziende dunque comprano queste preziose informazioni che usano per confezionare
i propri messaggi pubblicitari mirati.
Ma i
destinatari delle campagne di comunicazione non sono semplicemente i singoli
individui, ma le loro pulsioni profonde.
Non il
loro lato razionale, ma i desideri inconsci: rivolgersi a questi è più
redditizio. Il lato dionisiaco viene preferito a quello apollineo, e viene
stimolato, fatto emergere.
E qual
è il fine ultimo di questa poderosa macchina? “Raggiungere i risultati
commerciali desiderati” scrive Zuboff.
Il
profitto.
Alcuni
potrebbero dire che potrebbe andare anche peggio:
non
viviamo in una società orwelliana, le profilazioni e le pubblicità mirate non
vengono usate per imporre il conformismo o l’obbedienza, non mirano a
instaurare una dittatura globale.
Il
rischio di manipolazione in questo impianto però c’è e non è più solo un
rischio. Lo scandalo “Cambridge Analytica”, svelato dalla giornalista “Carole
Cadwalladr “e dall’informatore “Chris Wylie”, ha rivelato che il mercato dei
dati può essere sfruttato per campagne di comunicazione a scopi elettorali,
arrivando a scuotere l’assetto democratico di grandi nazioni occidentali come
gli Stati Uniti o il Regno Unito.
I dati
sulle nostre preferenze alimentano anche gli algoritmi dei social network che
sempre di più sono la fonte di informazione primaria, soprattutto per quanto
riguarda i cittadini più giovani.
Il meccanismo di per-selezione
dell’informazione operato da Facebook rischia di chiudere ciascuno in una bolla
virtuale di informazione confezionata su misura, in cui tutto è conforme alle
convinzioni pregresse dell’utente.
Ecco
allora che l’illusione della gratuità dei servizi delle app e dei social
network si tramuta in una limitata possibilità di scegliere come voler vedere
il mondo.
“Abbiamo
barattato la privacy con comodità di scarsissima importanza” commenta “Tonello”.
“La
riservatezza nell’800 e nel ‘700 era considerata un valore sacro, tutte le
Costituzioni la tutelano esplicitamente, inclusa quella italiana”.
A
questa svendita della riservatezza si associa un’idea pericolosa, “ovvero che
tutte le nostre vite debbano essere trasparenti.
Alle
origini di Facebook, Zuckerberg, per giustificare la sua raccolta dati, aveva
detto che la società trasparente è un ideale democratico, rivelando la sua
abissale e per noi catastrofica ignoranza, perché in realtà la società
trasparente è stato sempre un ideale totalitario. Tutti i regimi totalitari
avevano e hanno lo scopo principale di rendere i cittadini trasparenti al
potere”.
È
legittimo, da parte dei cittadini, chiedere trasparenza ai governi e alle
strutture che amministrano il potere.
Questa
richiesta è stata però rovesciata e con la promessa populista della gratuità
dei servizi è stata proposta, dai governi prima e da soggetti privati
monopolisti poi, la società trasparente.
“Neppure un raffinatissimo scrittore
come “George Orwell in 1984” era riuscito a prevedere un sistema di controllo
più efficace di un televisore in casa.
È l’idea del” Panopticon”, la prigione da cui
un unico guardiano controlla tutti i detenuti, un tema che è stato affrontato
in una letteratura sconfinata, a partire da “Sorvegliare e punire” di
Foucault”.
Prima
di tuffarci entusiasticamente nel mercato dei dati non abbiamo mai riflettuto,
e ancor meno riflettuto a sufficienza, su cosa significhi una società
interamente trasparente, sottolinea Tonello.
“Già è discutibile e probabilmente
anticostituzionale che i governi dispongano di questa massa di dati sui
cittadini.
Il
fatto che li abbiano soggetti privati è del tutto al di fuori da come i padri
fondatori si immaginavano dovesse funzionare la società democratica”.
(Sorvegliati
speciali della rete: big data e democrazia)
Eppure
questa è la realtà con cui oggi dobbiamo fare i conti.
Si
possono pensare alcune vie d’uscita, alcune più drastiche di altre, tutte però
difficili tecnicamente da realizzare.
“Elizabeth
Warren”, candidata alle primarie del Partito Democratico statunitense, ha
sollevato una questione di anti-trust, proponendo lo scorporamento del potere
monopolistico concentrato nelle mani dei colossi del web.
Un’altra
strada potrebbe essere quella di scrivere leggi più stringenti e meno
permissive sulla raccolta dati, specialmente quelli cosiddetti “sensibili”,
come i dati medici o genetici.
“Regolamentazione” è sempre stata una parola
che ha fatto venire l’orticaria agli imprenditori della Silicon Valley, che
della libertà di internet hanno fatto quasi un mito fondativo.
L’Europa è tendenzialmente meno permissiva
rispetto agli Stati Uniti sulla gestione e il trattamento dei dati e ha un
approccio che mira a tutelare la persona, la sua dignità e le sue aspirazioni.
Proprio
pochi giorni fa Mark Zuckerberg è volato direttamente a Bruxelles per discutere
con i commissari europei responsabili di digitale, mercato interno e
trasparenza della strategia europea per la gestione dei dati.
La
rivoluzione dei dati è già iniziata e continuerà nei prossimi anni.
Si calcola che nel 2018 siano stati prodotti
33 zettabyte (1021 byte) di dati e che entro il 2025 questo valore è destinato
a quintuplicarsi, fino a 175 zettabyte. Alcuni, come “Carl Sunstein”,
professore ad Harvard e consigliere della prima amministrazione Obama, sono
convinti che non tutta la sorveglianza venga per nuocere.
Essere
informati sul nostro comportamento collettivo può diventare uno strumento per
servire meglio le nostre preferenze: può migliorarci la vita.
I big data comportamentali possono essere
usati per correggere le nostre devianze, attraverso una persuasione gentile,
che nel gergo viene chiamata “nudge”.
Anche
secondo Zuboff la manipolazione non è l’unico esito possibile, l’uomo è padrone
del proprio destino e sta a lui imparare a disporre dei prodotti del suo
ingegno.
Secondo
l’autrice però il “nudging” è una soluzione paternalistica, che non risolve i
problemi esistenti ma legittima lo status quo.
Occorrono
allora soluzioni più drastiche?
Qualche
idea c'è, va nella direzione di un beneficio distribuito e condiviso derivante
dall'uso dei dati, ma è ancora lontana da una realizzazione effettiva.
Un
parallelismo ad esempio può essere fatto con il settore delle energie
rinnovabili, dove ciascuno può produrre energia elettrica tramite pannelli
fotovoltaici e immettere l’eccesso in rete con un vantaggio finanziario.
Giacché
ciascuno è proprietario dei propri dati personali, la cessione di questi può
avvenire, ma con un vantaggio per il singolo individuo.
La
costruzione di un mercato distribuito e non fortemente centralizzato al momento
appare però ancora difficile da realizzare.
Il
capitalismo della sorveglianza è già forte ma solo all’alba della sua era.
Il suo
potere risiede nel conoscere il comportamento umano e poterlo influenzare a
vantaggio di pochi.
Non dispone di eserciti, ma di una rete
computazionale di dispositivi intelligenti, di oggetti (“Internet of Things”)
interconnessi tra loro.
È
monopolistico, viola la privacy, riduce a merce i comportamenti umani e
attraverso il loro commercio consente arricchimenti eccezionali.
Sfrutta
le falle del nostro ragionamento (i “bias “cognitivi) e applica le conoscenze
delle scienze sociali (la “behavioural economics”) per generare profitto.
In un futuro che si prospetta di smart cities
e strade piene di sensori che raccolgono i dati sui flussi di traffico, occorre
avviare una discussione condivisa su come gestire i benefici derivanti dall’uso
dei dati per evitare gli esiti distopici paventati da Zuboff.
Se non
verrà opportunamente gestito e incanalato il capitalismo della sorveglianza,
sostiene Zuboff, rischia di essere per l’umanità quello che il capitalismo
industriale è stato per la natura: un lento e silenzioso consumo.
L’imperialismo
indiano
destabilizza
il Sud Globale.
Basnews.it
– (9-5-2025) – Redazione - basnews – ci dice:
“Narendra
Modi, siamo pronti, qualsiasi cosa fai, daremo una risposta adeguata e andremo
fino in fondo. È ora di darti una lezione.”
(Imran Khan, leader antimperialista pakistano).
L’aggressione
imperialista indiana al Pakistan, praticando il colonialismo d’insediamento in
Kashmir, presenta l’involucro ideologico e politico dell’ideologia indù, la
quale predica il razzismo e la divisione in caste della società.
Non dissimile dall’ebraismo talmudico, nucleo
metafisico del sionismo-revisionista, l’induismo ritiene che la casta dei
bramini debba governare il mondo configurando una dittatura liberal-globalista
alternativa a quella statunitense. Una ideologia che, anacronisticamente,
divide il mondo in aristocrazie e paria.
La
dottrina Modi, che simula l’adesione al multipolarismo, contempla l’ostilità
anticinese (antisocialista) restituendo al colosso asiatico il suo antico nome,
Bharat.
Nello stesso modo il presidente indiano venera
gli assassini di Mahatma Gandhi, predicando l’etnocidio delle popolazioni
musulmane.
Se i
sionisti-revisionisti considerano i “non ebrei” come “animali parlanti”, la
casta braminica ritiene che i “non indù” debbano essere condannati alla
schiavitù perpetua.
Nell’estate
2024, Modi ha disertato l’ultima riunione dell’”Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai “svoltasi in Kazakistan, ad Astana, contribuendo al
deterioramento delle relazioni con Russia e Cina.
In
ambito militare, la Federazione Russa continua a rifornire l’esercito di terra
indiano, ma è interessante notare il legame che intercorre fra Nuova Deli, USA
ed Israele per quanto concerne le nuove tecnologie militari: aviazione, marina,
security (repressione dei movimenti popolari) e la transizione al “capitalismo
della sorveglianza”.
L’India
non è una semplice pedina filo-statunitense, ma ambisce a diventare una
polarità imperialista alternativa agli occidentali, attaccando frontalmente la
proposta multipolare sino-russa e frammentando il Sud Globale.
Modi
ha delineato la “via indiana” verso una nuova Architettura di potere.
Dalla
Birmania allo Sri Lanka, dal Pakistan al Bangladesh, il continente asiatico
persegue la transizione al multipolarismo, stroncando sul nascere l’egemonismo
indiano.
Scrive l’analista strategico “Davide Rossi”,
autore di diversi reportage sull’”India 1”, su” Strategic Culture”:
“Insomma
Bharat – India è una potenza demografica e per certi aspetti economici, ma non
riesce ancora ad essere una potenza geopolitica e un attore determinante a
livello internazionale, non producendo ad esempio sufficienti armi e quindi
dipendendo dall’acquisto da altri, ha enormi ritardi, come detto, sociali e
infrastrutturali, scarseggia di alleati regionali e planetari, tuttavia le sue
ambizioni sono chiare, prendere la guida di quella parte del pianeta disposta a
passare dal declinante imperialismo statunitense all’auspicato ascendente
imperialismo indiano in nome della “democrazia liberale”, in ragione del
contrasto della proposta fondata sulla mutua collaborazione tra stati, il nuovo
ordine mondiale incarnato dal multipolarismo promosso da Cina e Russia, le
quali desiderano nuove Nazioni Unite capaci di decidere insieme il destino
dell’umanità.” 2
Il
presidente Modi, ricalcando l’unipolarismo dei media americanocentrici, bolla
il multipolarismo sino-russo come un pericolo proposto da Paesi autoritari.
Nell’agosto 2015, con un articolo intitolato “Lotta di classe e repressione in
India” pubblicato su “L’Interferenza”, ho ricostruito, attraverso fonti
autorevoli, i legami ideologici fra l’imperialismo israeliano e quello indiano:
“L’arrivo
al potere da parte del “Bharatiya Janata Party”(Bjp) ha migliorato di molto
anche i rapporti con il governo israeliano.
Già
nel 2006 Modi si era recato in Israele per migliorare gli scambi in materia di
tecnologie agricole ed idriche.
Si sta
cercando forse un nuovo gemellaggio fra sionismo ed induismo?
Il prof. Aldo Giannuli ha rilevato come Modi
provenga “dalle fila della “RashtriyaSwayamsevakSangh” (Rss), un’organizzazione
culturale attiva dal 1925 e caratterizzata da un intollerante nazionalismo
religioso”.
(aldogiannuli.it/rapporti-india-israele/).
Giannuli
soggiunge che “La dirigenza della Rss – nonostante apprezzamenti verso il
regime nazista e le teorie sulla purezza della razza – si è dimostrata da
subito ammiratrice del desiderio di molti ebrei di costituire uno stato sulla
base dell’appartenenza religiosa, schierandosi dall’inizio a favore della
nascita di Israele”.
Che
dire?
Nessuna
novità per chi ha studiato come gli antisemiti (fascisti e nazisti) siano stati
i primi alleati dei sionisti nella colonizzazione della Palestina storica.
Molti
ferventi sionisti, ricordiamoci di “Jabotinsky “e” Begin”, furono anche accesi
fascisti.
Di
cosa stupirsi?
Un
dossier apparso nel blog Impicci e segnalato dallo stesso Giannuli ci spiega
chi siano i principali esponenti del gabinetto Modi.
“Non
mi dilungherò molto su questo tema: mi limito solo a rendere noto che il
Ministro degli Interni è un certo “Rainath Sing” il quale si è fatto conoscere
per essere sostenitore dell’interpretazione nazionalista della “Hindutva”,
chiave con cui interpreta alcuni degli aspetti controversi della società
indiana.
Un
esempio su tutti:
nel
1992, militanti della “Rss” e del “Bjp” rasero al suolo la “moschea di Babri”,
colpevole di sorgere sopra il presunto luogo di nascita del “principe divino
Rama” (domanda:
l’islamofobia è forse il movente ideologico dell’alleanza con Israele?). Questa azione generò mesi di violenti
scontri tra hindu e musulmani, lasciando sul terreno circa duemila morti.
Ancora oggi la ferita resta aperta e pronta a sanguinare nuovamente. Un rischio
che non sembra certo spaventare Singh, convinto della necessità imprescindibile
di costruire al più presto un tempio dedicato a Rama sulle rovine della
moschea. Posizioni che risultano inquietanti se si pensa che il Ministro sarà
diretto responsabile della polizia (domanda: dobbiamo aspettarci un inasprimento del regime
repressivo verso le sinistre?)’.” 3.
La
“sinistra invertebrata” (cit. Perry Anderson), appoggiando l’imperialismo
indiano, svela il proprio innamoramento verso i particolarismi, funzionali ai
progetti imperialisti USA, decostruiti dall’orientalista “Edward Said”:
una
specie di eurocentrismo rovesciato il quale predilige la logica del clan, o le
“utopie letali” (pensiamo al separatismo etnico curdo), all’unità di classe.
L’India,
di fatto una dittatura post-moderna, è l’”Israele dell’Asia”.
Predizione,
immagine, controllo.
Fatamorganaweb.it
- Andrea D'Ammando — (13 Maggio 2025) – ci dice:
(Le
veggenti. Immagini nell’era della predizione di “Jorge Luis Marzo.)
«L’iconografia nell’era
dell’algoritmo».
È bene partire da qui, e cioè dal titolo del
progetto che ha portato “Jorge Luis Marzo” a svolgere un periodo da borsista
presso l’“Accademia di Spagna” a Roma tra il 2019 e il 2020, per comprendere
quali siano i temi principali e la prospettiva generale del suo libro “Le
veggenti”.
Immagini
nell’era della predizione.
Pubblicato in Spagna nel 2021 e tradotto da
Mimesis a distanza di quattro anni, il testo di “Marzo” è stato infatti pensato
e in gran parte scritto durante quel soggiorno romano, e rappresenta l’approdo
di una ricerca sul rapporto tra l’iconografia come metodo di analisi dei
modelli visuali e il sistema algoritmico dominante nel regime di comunicazione
(e controllo) odierno.
Come è
evidente, insomma, l’impostazione di “Marzo” è quella dello storico delle
immagini.
O,
ancora meglio, di uno storico delle immagini che lavora secondo i modelli e i
metodi interdisciplinari dei “Visual Studies “e dei “Cultural Studies”
contemporanei.
In
questo senso, il suo libro si occupa di politica delle immagini, e, più nello
specifico, della politica delle immagini nell’epoca degli algoritmi, dei Big
Data, delle tecniche computazionali e dell’inarrestabile avanzata
dell’Intelligenza Artificiale.
Le
veggenti è un testo ambizioso.
A tal proposito, non inganni la forma del
saggio stesso, scritto senza note e con un incedere argomentativo che
all’indagine storico-teorica più o meno rigorosa alterna aneddoti personali,
riflessioni dal tono quasi informale e addirittura brani generati direttamente
dall’IA.
Un
simile artificio stilistico non solo non ridimensiona quell’ambizione, ma, al
contrario, mira ad amplificarne la portata, contribuendo a definire il
carattere esplicitamente militante dell’analisi.
Basta scorrere le pagine della breve
introduzione, d’altronde, per rendersene conto.
Fin
dalle prime battute del testo, infatti, “Marzo” dichiara di voler tracciare le
coordinate utili per una «critica efficace della ragione predittiva» (Marzo
2025, p. 18), e cioè di quella ragione che, a partire dal mondo magico-rituale
degli oracoli (evocato già dall’immagine di copertina del libro), si è andata
progressivamente disincarnando attraverso i secoli e le tecnologie fino ad
abbandonare ogni legame con il controllo umano.
Questa
ragione è oggi appannaggio completo dell’Intelligenza Artificiale, che, grazie
al miglioramento del “machine learning”, legge ed elabora dati e immagini per
interpretare il mondo (degli utenti, dei consumatori e dei cittadini) e
formulare previsioni (su preferenze, scelte e comportamenti) secondo una logica
governata interamente dagli algoritmi.
Ebbene, in che modo queste immagini ci
riguardano?
Cosa
pretendono da noi, e cosa ci danno in cambio?
Come
influenzano la vita sociale (e culturale) e le forme di vita contemporanee?
L’eco
kantiana della formula («critica della ragione predittiva») è, appunto, solo
un’eco.
Non si
danno, in questo libro, indagini rigorosamente filosofiche o teoretiche, Né,
d’altra parte, sarebbe giusto pretenderle, per formazione e intenti
dell’autore.
E
tuttavia, il discorso di “Marzo” non può che riguardare anche l’estetica,
intesa – come suggerito dalle interpretazioni più lucide e produttive del” Kant”
della “Critica della facoltà di giudizio” – come riflessione sulla capacità
creativa dell’animale umano di applicare regole e concetti a singoli casi non
previsti o già incontrati, e dunque di elaborare sensatamente l’esperienza
anche (e soprattutto) nella sua imprevedibile contingenza.
Da questo punto di vista, il problema posto da
queste immagini è politico e, insieme, estetico;
e,
forse, in ultima istanza, è politico proprio perché estetico.
Le
previsioni delle macchine prevedono il futuro perché lo predeterminano,
contribuendo a configurare un mondo ritagliato via via sempre più precisamente
per confermare quelle previsioni.
Come
ogni previsione che si autoavvera – tale, cioè, da generare l’evento previsto
solo per il fatto di essere formulata – il modello di produzione di immagini
generato dai sistemi algoritmici influenza, infatti, quella stessa esperienza
che dovrebbe interpretare e prevedere, delimitando in anticipo lo spazio e le
possibilità di immaginare alternative. In questo processo circolare, il
soggetto esposto a queste immagini fa quel che vede e vede quel che fa, secondo
un ritmo incessante di riproduzione e accrescimento costante del controllo e
della selezione.
Non
c’è margine per la contingenza, l’imprevisto e l’incontrollato, ma solo una
selezione e una quantificazione totalizzante del passato e del presente in
vista di una previsione volta a controllare il futuro.
Gli
algoritmi sono quindi una serie di istruzioni precise ed espressioni
matematiche utilizzate per trovare associazioni, identificare tendenze ed estrarre
le leggi e le dinamiche dei fenomeni.
I sistemi algoritmici si occupano della
ricerca della conoscenza (ciò che ancora non conosciamo), anticipando i nostri
interessi e i nostri bisogni informativi, cosicché l’orizzonte della nostra
immaginazione è sempre più determinato da sistemi computazionali, incapaci di
produrre la serendipità, ovvero la scoperta fortuita e inaspettata che avviene
casualmente quando stiamo cercando qualcos’altro (Ibid.).
Nel
tracciare la storia dei modelli di misurazione, registrazione e
standardizzazione della realtà, “Marzo” disegna una traiettoria storica ricca
di riferimenti ed esempi, che vanno dalle scienze marine e astronomiche alla
fisiognomica e all’antropologia criminale, fino (ovviamente) alla biometria e
alla raccolta dati della nostra epoca.
Questo
progressivo avvicinamento al trionfo di una ragione predittiva affidata alle
macchine viene letto attraverso una prospettiva che si richiama più o meno
esplicitamente ad alcuni temi ormai centrali nel dibattito contemporaneo:
la sorveglianza e il controllo dei dati,
oggetto di studi specifici (i cosiddetti Surveillance Studies);
la
questione delle «immagini operative», così come definita da “Harun Farocki” e
indagata da molti altri studiosi;
e,
soprattutto, la discussione sul «disincanto» o «disincantamento» del mondo,
inteso come fenomeno legato direttamente allo «spirito del capitalismo» e al
processo moderno di razionalizzazione che ha investito
la
vita sociale e l’organizzazione dell’esperienza comune a tutti i livelli.
Complici
anche questi riferimenti, il discorso di “Marzo” a tratti costeggia
pericolosamente il genere della diagnosi epocale e apocalittica.
È il prezzo da pagare – e che “Marzo” sembra
pagare coscientemente – per un testo che si occupa di previsioni, e dunque di
futuro.
Siamo
arrivati al punto di non desiderare nulla di nuovo, di disprezzare qualsivoglia
futuro.
Vogliamo che il futuro sia già presente, senza
concedergli il tempo di diventarlo.
Non
aspettiamo più i nostri fantasmi:
l’attesa è considerata una perdita di tempo.
Vogliamo
che vivano tra noi e li trasformiamo in “avatar virali”, in reincarnazioni
produttive di ciò che non è ancora accaduto.
Il controllo del tempo è la principale disgrazia che
abbiamo creato. La predizione aggredisce il nostro divenire (ivi, p. 146).
In
definitiva, “Le veggenti” si presenta come un esercizio critico tanto ambizioso
quanto necessario, che invita a interrogare la nostra relazione con le immagini
non più solo in termini di rappresentazione, ma di previsione, performatività e
potere.
L’iconografia,
nelle mani di “Marzo”, non è una semplice tecnica di lettura visiva, ma una
lente attraverso cui svelare la logica predittiva che governa sempre più
silenziosamente il nostro presente.
Se il futuro è ormai ridotto a un campo da colonizzare
attraverso modelli matematici e istruzioni algoritmiche, allora diventa urgente
restituire centralità all’imprevisto, all’incerto, a ciò che eccede la
previsione e sfugge alla norma.
Forse
è proprio qui, in questo margine sottile e resistente dell’esperienza, che può
ancora germogliare una forma di pensiero iconografico capace di immaginare – e
far vedere – altri futuri.
I
referendum dell’8 e 9 giugno:
contro
un sistema di sfruttamento.
Volerelaluna.it – (07-05-2025) - Marco
Omizzolo – ci dice:
Precarietà,
sfruttamento, emarginazione, stati differenti ma persistenti di subordinazione
agli interessi di un capitalismo che ripresenta, in forma amplificata e
integrata, la figura del padrone e allo stesso tempo quella dello schiavo, del
servo, del subordinato per dovere di nascita e classe sociale di appartenenza.
Se poi nasci in un altro paese e arrivi in Italia da
profugo o per cercare un lavoro che dia dignità e una prospettiva di vita
migliore a te e alla tua famiglia, la possibilità di finire nei meccanismi di
un sistema pianificato e organizzato di sfruttamento ed emarginazione è
particolarmente alta e soprattutto definitiva.
In questo caso la Costituzione italiana
dismette le sue tutele democratiche e inizia a comandare il padrone con la sua
rete di professionisti collusi e consapevoli, ingranaggi fondamentali per la
produzione necro-politica, come ci ricorda M. Bembe.
Lo
Stato di diritto italiano è nella fase di transizione meno rilevata e allo
stesso tempo più pericolosa.
Si sta
infatti passando da una democrazia costituzionale a una autoritaria con un
capitalismo che distingue nettamente tra ricchi e poveri, cittadini e non
cittadini, dominatori ed emarginati, salvati e sommersi, secondo una linea del
colore, del confine, della classe sociale e del genere che produce gerarchia e,
allo stesso tempo, nega i diritti umani e del lavoro.
Le
varie forme di fascismo che riprendono vigore nelle vene del Paese e in tutto
l’Occidente fondano sé stesse proprio sulla compromissione dello Stato di
diritto, evidente nell’attacco sistematico di natura politica e mediatica che
il potere governativo ha introdotto contro gli organi indipendenti, a partire
dai sindacati, dalla magistratura e dal giornalismo, fino a fare del potere una
torre di babele con al vertice un’élite di intoccabili.
Tra i
vari esempi possibili vale l’inquietante iniziativa politica organizzata il 3
maggio scorso a Nettuno, alle porte di Roma, la cui amministrazione in passato
è stata sciolta per infiltrazione mafiosa, in ricordo di “Sergio Ramelli” con
il sottotitolo “caduto per la causa nazionale nel 50° del martirio” e subito
sotto “Mai più antifascismo”.
Un’iniziativa
obiettivamente impossibile anche solo dieci anni fa.
Secondo
“Ferrajoli”, sarebbe in corso un’alleanza perversa tra i poteri economici e i
poteri politici e tra le relative ideologie, cioè tra liberismo e populismi,
che ha determinato, per un verso, la disgregazione dei tradizionali soggetti
collettivi, primo tra tutti il movimento operaio e sindacale, minando
l’uguaglianza nei diritti sociali, le solidarietà collettive e le forme della
rappresentanza politica.
Anche
per questa ragione votare l’8 e il 9 giugno in favore dei cinque quesiti
referendari riguardanti i diritti del lavoro e il diritto di cittadinanza per i
migranti è fondamentale per riannodare le basi di una storia democratica che
fonda sé stessa sul lavoro fino a dare corpo, nella sua natura intimamente
antifascista, alla nostra democrazia costituzionale fondata sul lavoro e sul
rispetto della dignità umana. Principi fondamentali per lo stato di diritto e
per loro natura oppositivi a qualunque vocazione autoritaria e gerarchica della
rappresentanza e dell’organizzazione produttiva.
Intanto
l’economia crolla inesorabilmente insieme ai diritti del lavoro.
La
produzione industriale italiana è in calo da 23 mesi consecutivi.
A dicembre 2024 erano 105.974 i lavoratori
coinvolti in crisi industriali, peraltro completamente silenziati dal Governo
Meloni.
Si
tratta di una cifra doppia rispetto al gennaio 2024.
La
crisi, secondo la fondazione Feltrinelli, colpisce settori strategici del “Made
in Italy”, dall’automotive alla siderurgia, dalla moda alla meccanica, mentre
il Governo fatica a dare risposte concrete, nonostante il “Made in Italy” sia
stata la bandiera della vittoria elettorale di Giorgia Meloni, insieme alla
pericolosa tesi del ministro dell’Agricoltura Lollobrigida della “sostituzione
etnica”.
Ammettere
la crisi significherebbe infatti sconfessare la propria propaganda, rinunciare
all’autoproclamazione della propria vittoria per ascoltare le storie e le
domande di diritti, lavoro e futuro degli emarginati e impoveriti di questo
Paese, a partire dai giovani, e conseguentemente mettersi in discussione.
Troppo
difficile per chi, come la premier Meloni, ha letteralmente affermato, nel
giorno di presentazione del suo Governo al Parlamento, che questo “non avrebbe
disturbato chi produce”.
Un
impegno e allo stesso tempo una resa, in entrambi in casi a vantaggio dei
padroni e contro lavoratori e lavoratrici italiane.
Emerge,
dunque, un padronato che si appropria della ricchezza sottratta ai lavoratori e
cerca di indottrinare, mediante la naturalizzazione dello sfruttamento, i corpi
sociali, compreso quello operaio, al dominio del più forte, ai suoi
inarrivabili stili di vita, alla sterilizzazione del conflitto quale condizione
fondamentale per l’unica possibile affermazione del concetto di progresso che è
sempre quello cumulativo ed estrattivo del vertice contro la maggioranza
dell’umanità e l’ambiente.
Opporsi
a questo processo è essenziale:
sostenere la riaffermazione dei diritti del
lavoro e della cittadinanza può diventare ostacolo reale a questa scalata al
potere dell’internazionale sovranista e fascista ordoliberista al governo di
grande parte dell’Occidente, Italia in primis.
Numerose
ricerche hanno evidenziato il carattere sistemico dello sfruttamento, in
particolare dei migranti impiegati in settori produttivi in genere faticosi,
poco pagati e socialmente poco apprezzati, eppure nel contempo fondamentali per
l’organizzazione della società degli autoctoni, fino a forme di segregazione
sociale e a un rinnovato schiavismo imposto mediante condizioni di lavoro che
fanno ricorso alla minaccia, alla coartazione illegittima della volontà del
lavoratore migrante, al sequestro dei documenti da parte del datore di lavoro o
all’organizzazione che ha favorito l’ingresso illegale del migrante, compresa
quella mafiosa, alla persistenza di condizioni di povertà economica e sociale
indotte per legare il lavoratore al proprio stato di bisogni esistenziali e al
quadro normativo vigente utilizzato artatamente a questo scopo.
A
questo può seguire la conduzione del lavoratore/ice nella condizione di
soggetto illegalmente soggiornante derivante dalla volontà stessa del datore di
lavoro e della legge Bossi-Fini, che in tal modo cristallizza, sul piano
normativo e sociale, la propria posizione di dominio finalizzata al
mantenimento il più a lungo possibile dell’immigrato in condizioni di
marginalità, vulnerabilità, ricattabilità e sfruttabilità.
Alcuni
esempi, sia pure in sintesi, possono dare un senso ulteriore alle riflessioni
esposti e all’urgenza di andare a votare in favore dei cinque referendum.
I
militari della Guardia di Finanza di Latina, coordinati dalla locale Procura, a
novembre del 2020 hanno eseguito una serie di misure cautelari emesse dal
giudice per le indagini preliminari per le ipotesi di reato di cui agli
articoli 110 e 603 bis codice penale, mettendo fine a una collaudata attività
criminale dedita al sistematico sfruttamento dei braccianti agricoli di origine
indiana.
L’operazione
di polizia economico-finanziaria, denominata “δοῦλος” (dal greco antico
“servo”, “schiavo”), ha permesso di accertare come un’azienda agricola pontina,
grazie all’amministratore e ad altri soggetti in posizione direttiva, abbia
impiegato, nel corso degli ultimi due anni, oltre 290 lavoratori in condizioni
di assoluto sfruttamento e prevaricazione.
Nel corso delle indagini, è emerso che gli
indagati, approfittando dello stato di bisogno di numerosi lavoratori
stranieri, avevano proceduto non solo alla corresponsione di retribuzioni
orarie sensibilmente inferiori a quelle previste dai contratti collettivi di
categoria, ma anche all’impiego effettivo della manodopera per un numero di ore
di lavoro settimanale di gran lunga superiore a quello formalmente risultante
nella documentazione aziendale ufficiale concernente i relativi rapporti di
lavoro subordinato (contratti di lavoro, buste paghe, registro presenze etc.).
Le condizioni di lavoro e i metodi di
sorveglianza pressanti e degradanti, attuati dai responsabili dell’area
amministrativa e di controllo del personale, sono stati tali da generare nei
lavoratori stranieri un totale assoggettamento psicologico al padrone.
Un
altro esempio riguarda una ricerca della “Ong WeWorld” (2021) sulle condizioni
sociali e del lavoro delle donne immigrate ancora dell’Agro Pontino impiegate
come braccianti.
Donne
che lavoravano anche 10-12 ore al giorno per 22-28 giorni al mese, con
un’attività fisica che prevedeva di restare curve o in piedi per molte ore
consecutive, ad esempio lungo il nastro trasportatore degli ortaggi raccolti in
campo, con le mani immerse nell’acqua per il lavaggio degli ortaggi a
temperature che, in alcuni periodi dell’anno, raggiungono lo zero.
Un
altro aspetto emerso nell’indagine riguardava le pause dal lavoro inferiori
anche del 30 per cento rispetto ai colleghi uomini.
Le
pause inoltre variavano a seconda delle necessità quotidiane dell’azienda e per
questo erano condizionate dalle esigenze individuate dal responsabile della
produzione o dal datore di lavoro.
Le
conseguenze sulla salute delle donne impiegate erano particolarmente gravi.
Alcune testimonianze documentavano le reiterate violenze verbali, con
rimproveri e insulti, anche a sfondo razziale, urlati pubblicamente dal datore
di lavoro o dal caporale, oppure l’invito, da parte di alcuni di essi, ad
essere accondiscendenti con le loro richieste a sfondo sessuale.
Dalla
documentazione riguardante invece l’inchiesta Caronte, nella Capitanata
foggiana, è emerso che i braccianti stranieri venivano impiegati senza essere
stati sottoposti a visita medica, non erano forniti di guanti e scarpe e per
essere trasportati nei campi venivano sottratti loro 5 euro direttamente dalla
paga giornaliera, a prescindere dal loro consenso.
Il trasferimento nei terreni agricoli avveniva
mediante l’utilizzo di mezzi inadeguati e stracolmi, modificati senza
omologazione, privi delle condizioni di sicurezza previste dal codice della
strada.
Non
c’erano idonee strutture per espletare i bisogni fisiologici, né punti di
ristoro per effettuare le pause, in un contesto ambientale con temperature tra
i 30 e 40 grandi centigradi.
I caporali imponevano ai lavoratori
l’obiettivo da raggiungere con la minaccia che altrimenti non sarebbe stata
loro corrisposta alcuna retribuzione, offendendoli con espressioni lesive della
dignità personale, da ricchione a bestie.
Cercare
di arginare, secondo le possibilità che ci sono date, l’azione ristrutturante
una democrazia illiberale e autoritaria governata dai tecnici del neoliberismo
contemporaneo e dai loro interessi, è anche un dovere.
Almeno per non essere complici, con colpevole
indifferenza, al degrado di una democrazia che è l’unica e forse l’ultima
speranza di giustizia, accoglienza e uguaglianza per tutti, nessuno escluso.
9
maggio 2025: perché non sia
l’ultimo
giorno di Gaza!
Volerelaluna.it
– (09-05-2025) - Tomaso Montanari – ci dice:
9
maggio 2025: festa d’Europa, giorno memoriale della fine della Seconda guerra
mondiale, e dunque della sconfitta dei fascismi.
Ma come è possibile celebrarlo senza prendere
la parola per Gaza?
Nel
testo che dovrebbe dare corpo al «nuovo slancio franco-tedesco per l’Europa» di
Emmanuel Macron e Friedrich Merz non c’è stato spazio per una sola parola su
Gaza.
Ma
nessuna Europa è possibile senza riconoscere che l’abominevole distruzione di
questa grande città storica del Mediterraneo è perpetrata da uno stato,
Israele, che dell’Europa è uno stretto alleato.
Non
vale dunque dire che siamo impotenti verso un nemico esterno:
potremmo invece fare di tutto.
Potremmo,
e dovremmo.
E se i
governi d’Europa, a partire dal nostro, tacciono – rendendosi così sempre più
complici di una atrocità che ogni giorno appare sempre più un genocidio, una
soluzione finale per il popolo palestinese –, noi cittadine e cittadini
d’Europa dobbiamo prendere la parola in prima persona.
Il silenzio di “Ursula von der Leyen”, il
silenzio atroce di Giorgia Meloni e del suo governo risuonano come perentori
atti di autoaccusa:
complicità in genocidio, e complicità in
nostro nome.
Allora,
diciamolo forte: no, non nel nostro nome!
Per
questo, un gruppo di persone (Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli,
Giuseppe Mazza, Francesco Pallante, Evelina Santangelo e chi scrive) ha preso
l’iniziativa, subito largamente condivisa, di dedicare il giorno dell’Europa,
domani 9 maggio, a quello che abbiamo chiamato l’“Ultimo di giorno di Gaza”. (Un’immagine estrema: che gli eventi
delle ultime ore rischiano di fare diventare letteralmente vera.)
Abbiamo
pensato non a una singola manifestazione con un palco, una regia, degli
oratori, dei leader: ma a una rete aperta a tutte e tutti, sia a chi vuole
organizzare qualcosa nello spazio reale (e l’elenco si infittisce ogni
momento), sia a chi vuole dire qualsiasi cosa sui propri account social.
Tutti possono così partecipare: anche le
persone che, per le più diverse ragioni, non possono muoversi.
Proprio come non possono muoversi le persone
di Gaza.
Tutto
sarà unito dall’hashtag #ultimogiornodigaza, #gazalastday.
E da un logo libero: che chiunque può usare.
Senza
padroni, senza nessuno spirito proprietario o identitario:
semplicemente come umane e umani di fronte
alla disumanità di un massacro senza fine.
Naturalmente
è solo un sussurro, è poco, è il minimo:
ma è
l’inizio di un percorso dal basso per rompere il silenzio colpevole che ci fa
complici di un governo criminale.
A noi,
cittadini di stati alleati con Israele, verrà chiesto conto di Gaza, della sua
morte.
E i nostri figli, i nostri nipoti, ci
chiederanno:
«ma voi dove eravate, cosa facevate, che
dicevate, mentre Gaza si avviava alla soluzione finale?».
Allora
prendiamo la parola, in prima persona, prima che sia davvero troppo tardi.
Il
Dilemma Etico della Tecnologia:
Tra
Regole e Responsabilità.
It.linkedin.com
- Matteo Agostini – (26 ott. 2024) – ci dice:
L'era
digitale ha portato con sé numerosi vantaggi, trasformando la società in modi
che solo pochi decenni fa sarebbero stati inimmaginabili.
Tuttavia,
l'avanzamento tecnologico comporta anche una serie di questioni etiche che
devono essere affrontate con urgenza.
Una
delle principali riguarda la privacy e la sicurezza dei dati.
Con
l'aumento esponenziale dell'uso di dispositivi digitali, i dati personali degli
utenti vengono raccolti, analizzati e utilizzati da aziende e governi a una
scala senza precedenti.
Questo
solleva preoccupazioni riguardo a chi ha accesso a tali informazioni e come
vengono utilizzate.
Ad
esempio, i social media raccolgono dati sulle preferenze personali degli
utenti, che possono poi essere venduti a terze parti per fini di marketing.
Questo
uso commerciale dei dati personali pone una serie di dilemmi etici riguardo al
consenso informato e alla trasparenza.
Inoltre,
la tecnologia ha introdotto nuove forme di sorveglianza che possono minacciare
la libertà individuale come le telecamere a circuito chiuso, il riconoscimento
facciale e i sistemi di tracciamento digitale che possono essere utilizzati per
monitorare i movimenti delle persone, limitando la loro libertà di azione e di
espressione.
È
essenziale trovare un equilibrio tra sicurezza pubblica e rispetto della
privacy individuale.
Per
affrontare queste questioni, il ruolo delle leggi e delle regolamentazioni è
fondamentale.
Le
normative sulla protezione dei dati, come il GDPR (Regolamento Generale sulla
Protezione dei Dati) dell'Unione Europea, sono state introdotte per garantire
che i dati personali degli utenti siano gestiti in modo sicuro e trasparente.
Queste
leggi impongono alle aziende di ottenere il consenso esplicito degli utenti
prima di raccogliere e utilizzare i loro dati, e di adottare misure di
sicurezza adeguate per proteggere tali informazioni.
Tuttavia,
l'efficacia delle regolamentazioni dipende dalla loro applicazione e dal
monitoraggio continuo.
Le
autorità di regolamentazione devono avere risorse sufficienti per controllare
le aziende e sanzionare le violazioni.
Inoltre, le leggi devono essere aggiornate
regolarmente per tenere il passo con l'evoluzione tecnologica.
È
importante che esista una cooperazione internazionale per affrontare le sfide
globali poste dalla tecnologia, poiché i dati non rispettano i confini
geografici.
Anche
l'introduzione dell'IA e della robotica ha portato con sé una serie di dilemmi
morali che richiedono una riflessione approfondita.
Un esempio emblematico è rappresentato dalle
auto a guida autonoma.
Questi veicoli devono prendere decisioni in
frazioni di secondo che possono avere conseguenze di vita o di morte.
La
programmazione di tali decisioni solleva questioni etiche complesse:
in una
situazione di emergenza, l'auto dovrebbe prioritizzare la sicurezza del
conducente o dei pedoni?
Questo
tipo di dilemmi richiede una definizione chiara delle responsabilità e dei
valori etici che devono guidare le scelte dell'IA.
Un'altra
questione riguarda l'occupazione, l'automazione e l'uso crescente dei robot che
potrebbero portare alla perdita di posti di lavoro in vari settori.
È
essenziale considerare come mitigare l'impatto sociale ed economico di queste
trasformazioni, ad esempio attraverso programmi di formazione e
riqualificazione professionale.
Inoltre,
è importante garantire che i benefici dell'innovazione tecnologica siano
distribuiti equamente nella società.
Infine,
l'uso di robot in contesti militari solleva preoccupazioni etiche
significative. L'uso di droni e robot armati nei conflitti potrebbe ridurre le
perdite umane, ma potrebbe anche rendere la guerra più "facile" da
condurre, abbassando la soglia per l'inizio di ostilità.
È fondamentale stabilire norme internazionali
per regolare l'uso di queste tecnologie in contesti bellici.
La
vera innovazione non risiede nella tecnologia, ma nella mente che sa come
usarla per migliorare l'umanità.
Mentre
la tecnologia continua a evolversi rapidamente, è imperativo affrontare le
questioni etiche che ne derivano.
La
privacy e la sicurezza dei dati, il ruolo delle leggi e delle regolamentazioni
e i dilemmi morali posti dall'IA e dalla robotica sono solo alcune delle sfide
che dobbiamo affrontare.
Un
dialogo continuo e una collaborazione tra esperti, legislatori e cittadini sono
essenziali per garantire che l'innovazione tecnologica avvenga in modo
responsabile ed eticamente sostenibile per assicurare che i progressi
tecnologici rispettino i diritti e le dignità individuali, promuovendo un
futuro giusto e equo per tutti.
Essere
Unici: il Successo
nell'Era
dell'AI.
It.linkedin.com
- Matteo Agostini – (10 mag. 2025) – ci dice:
Nel
2025, l'intelligenza artificiale non è più un concetto futuristico, ma una
realtà che permea ogni aspetto della nostra vita professionale.
Se un tempo si pensava che l’automazione fosse
destinata a rivoluzionare le industrie, oggi è chiaro che la vera sfida
riguarda noi come individui:
come
possiamo mantenere la nostra identità e il nostro valore umano quando l'AI
diventa il nostro collega, assistente e, in alcuni casi, sostituto?
La
produttività è diventata il cuore pulsante delle aziende moderne, e
l'intelligenza artificiale gioca un ruolo cruciale nel raggiungimento di nuovi
livelli di efficienza. L’automazione svolge compiti ripetitivi con velocità e
precisione, rappresentando un vantaggio per la competitività aziendale.
Tuttavia, emerge una domanda:
che
cosa succede al lavoro umano in tutto ciò?
Se
l'AI è in grado di completare in pochi minuti ciò che una persona impiegherebbe
ore a fare, dove rimane il nostro spazio di creatività, pensiero critico e
risoluzione dei problemi complessi?
Il
rischio di questa corsa verso l’efficienza è che il lavoro umano venga ridotto
a mera supervisione di algoritmi, senza spazio per l’innovazione o la
sperimentazione.
In
questo contesto, la creatività, il pensiero fuori dagli schemi, l’intuizione e
la capacità di costruire relazioni diventano tratti distintivi che solo gli
esseri umani possiedono.
Mentre
l'intelligenza artificiale si perfeziona nel risolvere problemi tecnici e nel
raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, le cosiddette soft skills
stanno assumendo una nuova centralità.
L’empatia,
la capacità di leggere le emozioni, il lavoro di squadra, la leadership e la
comunicazione diventano sempre più determinanti.
L'intelligenza emotiva e la capacità di creare
connessioni autentiche non possono essere replicate digitalmente.
La
vera sfida è essenzialmente quella di utilizzare l’automazione per migliorare
la nostra capacità di connetterci autenticamente con gli altri.
Il
futuro del lavoro non è una visione di individui isolati che lavorano insieme a
macchine, ma di team che collaborano, sfruttano la tecnologia per risolvere
problemi complessi e, al contempo, coltivano il valore delle relazioni. Le
aziende che riusciranno a bilanciare l'uso dell'AI con il benessere psicologico
e il valore delle connessioni umane saranno quelle che prospereranno.
In
questo contesto l’etica deve sempre guidare lo sviluppo e l’uso dell’AI.
Gli
esseri umani devono rimanere al centro del processo decisionale, utilizzando la
tecnologia come uno strumento per potenziare le capacità e non per ridurre
l’autonomia e il giudizio.
La responsabilità di come viene utilizzata
l’AI, e in particolare come viene integrata nelle dinamiche aziendali, è un
onere che non possiamo delegare a una macchina.
La
domanda direttamente collegata a quest'ultimo paragrafo e che ormai sento e
leggo ovunque è la seguente:
“Sarò
sostituito dall'AI?”
“Marco
Montemagno “probabilmente risponderebbe in questo modo:
“Sì,
alcuni lavori saranno sostituiti.
Ma la vera domanda è:
tu
cosa stai facendo per non essere uno di quelli?
L’AI non è un nemico, è uno strumento.
Come
tutti gli strumenti potenti, o lo usi o ti travolge.
Se fai
un lavoro che può essere automatizzato, il rischio c’è.
Ma se
inizi a potenziare le tue competenze non automatizzabili — creatività, visione,
comunicazione, empatia — allora l’AI diventa un acceleratore, non una minaccia.
La partita non si gioca su 'cosa farà l’AI',
ma su cosa farai tu insieme all’AI.”
La
risposta quindi non è evitarla, ma abbracciarla con consapevolezza.
La trasformazione che ci troviamo a vivere è
un’opportunità di crescita. Le competenze che una volta erano considerate
“accessorie” diventano oggi fondamentali. Investire nel proprio sviluppo
professionale e personale è la chiave per rimanere rilevanti, anche in un mondo
sempre più automatizzato.
Alla
fine di tutto il vero segreto è evolversi insieme alla tecnologia, senza mai
dimenticare ciò che ci rende davvero umani.
Lo
studio del potere politico:
note
su “The Power Broker” di Robert Caro
Scritto
da Chaolla M. Park.
Pandorarivista.it
- Chaolla M. Park – (1° luglio 2022) – ci dice:
Tra
gli insider del mondo politico, della “consultancy e delle istituzioni europee”,
i libri di Robert Caro sono un riferimento fondamentale.
Sono
stati letti da politici del calibro di Obama, Cameron, nonché da importanti
figure istituzionali italiane.
L’autore,
Robert A. Caro, ha ricevuto il prestigiosissimo premio Pulitzer per ben due
volte e nel 2010 ha ricevuto la “National Humanities Medal” da Barack Obama;
Power Broker, il suo primo libro, rientra nella lista dei 100 migliori titoli
di non-fiction della “Modern Library”.
Caro è
considerato il biografo migliore della letteratura americana contemporanea, al
punto che spesso “caro-esque” viene usato come aggettivo per caratterizzare una
biografia di certo rilievo e accuratezza.
Robert
Caro iniziò la sua carriera come giornalista a New York.
Ben
presto si interessò della figura di un funzionario pubblico che, scoprì,
influenzava in maniera preponderante l’azione del Sindaco.
Caro
scoprì in un secondo momento che l’influenza di questo funzionario si estendeva
anche alle scelte del Governatore, sotto la cui autorità era formalmente
nominato.
Questo
fatto incuriosì il giovane Caro.
In un
sistema democratico, nel quale il potere è controbilanciato e legittimato con e
dal voto, e specialmente nella democrazia americana, come era possibile una
tale configurazione di influenza?
Il
funzionario pubblico in questione era Robert Moses, che sarebbe divenuto il
soggetto del primo – e forse più celebre – libro di Robert Caro, appunto The
Power Broker.
Negli
anni Settanta, Moses dominava la scena politica di New York da decenni: aveva
fatto costruire più di 1.000 chilometri di strade, più di 1.000 parchi, e quasi
tutti i ponti della città. Inoltre, gran parte delle altre opere pubbliche,
come il complesso di edifici che costituivano la sede delle Nazioni Unite e la
famosa spiaggia di Jones Beach si devono al suo intervento.
Fra gli urbanisti più controversi nella storia
degli Stati Uniti, i suoi progetti possono essere paragonati, per ampiezza,
alla ricostruzione ottocentesca di Parigi. Eppure, Moses non ricoprì mai una
carica elettiva, benché detenesse un potere ingente, di cui nessuno riuscì a
privarlo (nonostante i tentativi di sindaci, governatori, e addirittura del
Presidente Roosevelt nel 1934).
Robert
Moses aveva iniziato la sua carriera a circa quarant’anni, nel 1927, come
quarantanovesimo “Secretary of State” di New York.
Proveniva
da una famiglia agiata e fu istruito nelle migliori università, da Oxford a
Yale e Columbia.
Da
giovane, fu fra gli idealisti decisi ad eliminare la corruzione a New York, in
particolare quella legata al sistema di nomine politiche e al “Tammany Hall”.
Pur essendo fra gli esponenti più importanti
dei riformisti, per i primi anni non poté ricoprire cariche di rilievo, né
concretizzare le sue idee, rifiutandosi di chiedere aiuto o favori.
La sua
carriera ingranò dunque più tardi, appunto alla soglia dei quarant’anni.
Inizialmente idealista, Moses divenne sempre più cinico e dispotico.
Nel
1933 riuscì a consolidare il proprio potere attraverso una mossa di ingegneria
legislativa, grazie alla sua forte padronanza del diritto amministrativo e dei
contratti delle società pubbliche a partecipazione privata.
Iniziò così l’ascesa che lo avrebbe portato ad
essere l’uomo più influente di New York.
Oltre ad essere il presidente della Triborough
Bridge Authority, fu anche nominato in una decina di enti pubblici, ma con
mandati che non scadevano mai nello stesso momento.
Dalla sua fondazione nel 1933 agli anni
Settanta, la Triborough Bridge Authority fu l’unico ente nella città con un
bilancio positivo.
Per
l’ingegneria legislativa di Robert Moses i profitti erano controllati dall’ente
stesso e non dalla città: dunque l’unica persona in città che potesse
finanziare i progetti dei sindaci o governatori era proprio Robert Moses.
A ciò va aggiunto che la Triborough Bridge
Authority non poteva essere sciolta prima del ripagamento dei debiti, e de
facto non vi era modo di sostituire il presidente, perché gli altri due “board
member” erano fedelissimi di Moses:
la sua fu, in questo senso, una presidenza
“eterna”.
Al tempo stesso, Moses fu una figura
spiccatamente razzista e ancor più classista. Testamento del suo razzismo sono
i ponti che portano a Jones Beach, uno delle poche spiagge vicine a New York.
Pare ci sia infatti un preciso motivo per cui
questi ponti sono costruiti ad un’altezza di 8 piedi, circa 240 cm, ossia
appena abbastanza per fermare gli autobus.
Negli
anni Quaranta, infatti, la maggior parte dei passeggeri dei bus erano – e
tuttora sono – afroamericani o portoricani.
Moses fece costruire i ponti a quella altezza
per impedire che i neri, o i poveri, si servissero dei bus per recarsi alle
spiagge.
Sidney
Shapiro, collaboratore di Moses, confermò tutto ciò affermando, in
un’intervista, che “le leggi possono essere cambiate, ma un ponte non lo sarà
mai”.
Un
aspetto che caratterizza i libri di Robert Caro, e probabilmente il motivo per
cui è uno degli autori preferiti dei politici, sono i suoi standard
giornalistici.
Una delle frasi che ripete spesso nelle sue
interviste è “turn every page”, ovvero leggi tutti i documenti di supporto
(brief, memo, position paper, ecc…).
Nei
libri di Caro i grandi momenti di cambiamento nella vita dei protagonisti sono
marcati con una precisione difficilmente replicabile, ma anche una grande
umanità.
Infatti, l’autore afferma spesso che per
spiegare le motivazioni dietro le scelte delle figure di potere è necessario
spiegare anche le conseguenze di quelle azioni su chi potente non è.
Se c’è
un aspetto che lega i due principali protagonisti delle biografie di Caro,
ossia il Presidente Lyndon B. Johnson e Robert Moses, è l’ingegnosa capacità di
saper cogliere occasioni importanti anche in ambiti solitamente trascurati
perché ritenuti minori.
Avevano
entrambi una capacità di organizzazione fenomenale, e uno scopo sempre in
mente.
Sia
Johnson, sia Moses erano costantemente in cerca di piccole sporgenze ove
aggrapparsi, pronti ad utilizzare ogni appoggio per scalare il “greasy pole”,
cioè il cursus honorum politico.
Un
episodio raramente menzionato ma comunque meticolosamente ricercato è come
Johnson abbia usato il regolamento del “club del parlamento”.
Nei
Paesi anglofoni è cosa comune avere un parlamento simulato ove i ragazzi,
oppure in questo caso gli assistenti parlamentari, discutono su proposte di
legge. Siccome era l’unica istituzione ove un assistente parlamentare potesse
cercare di avanzare o avere visibilità mediatica Johnson cercò subito di
dominarlo.
Usò un
cavillo nel regolamento per far votare i non membri del club e ottenne il
controllo dell’associazione.
Anche Moses fece qualcosa di analogo quando
frequentava lo” Yale Swimming Club”.
Dovette
infatti cercare finanziamenti per il club, poiché, a differenza degli sport
popolari come il tennis oppure il canottaggio, i tanti piccoli club sportivi a
Yale erano costantemente sull’orlo del fallimento.
Moses
pensò quindi di fondare un unico comitato per finanziare i piccoli club,
aggregando le forze per reperire più facilmente finanziamenti da alunni e altri
benefattori.
Un
altro fattore che rende le opere di Caro così interessanti per il mondo dei “public
affairs” è l’attenzione al potere in tutte le sue manifestazioni.
Infatti, Caro ha sempre dimostrato una grande
efficacia nel distinguere e descrivere il potere politico, il potere
tecnico-amministrativo e la capacità di ingegneria legislativa.
Per
Robert Caro «il potere corrompe, ma il potere assoluto rivela», o, detto in
altro modo, per l’autore il detto di “Lord Acton “secondo cui «il potere tende
a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto» non è completo.
È nel
momento in cui giunge all’apice del potere che il politico si rivela.
(Chaolla
M. Park).
(Nato
a Lahore in Pakistan, è cresciuto in un ambiente internazionale tra l’India,
gli Stati Uniti e Australia).
Papa
Leone XIV tende una mano
a Israele, la nota al rabbino capo
di Roma Di Segni: "Rafforziamo dialogo
",
la
replica: "Soddisfatti."
Ilgiornaleditalia.it
– (13 – 05 – 2025) – Redazione – ci dice:
Il
rabbino capo di Roma sarà presente alla Messa di inaugurazione del Pontificato;
nei mesi scorsi aveva criticato le posizioni di Papa Francesco sulla guerra a
Gaza.
Redazione 13 Maggio 2025 -Papa Leone XIV,
Rabbino Riccardo Di Segni.
(Fonte:
LaPresse)
Papa
Leone XIV ammicca ad Israele.
Il
nuovo Pontefice, che durante il Regina Coeli ha auspicato la fine della guerra
a Gaza, ha mandato un messaggio al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni,
affermando la volontà di una "cooperazione" tra Chiesa e popolo
ebraico.
Il rabbino capo di Roma ha fatto sapere che
sarà presente alla Messa di inaugurazione del Pontificato, in programma per
sabato 18 maggio.
Nei
mesi scorsi Di Segni aveva criticato le posizioni di Papa Francesco sulla
guerra a Gaza, affermando che "aveva rovinato i rapporti con gli
ebrei", sostenendo che "la guerra che si è scatenata dal 7 ottobre ha
avuto tra le sue vittime collaterali il dialogo ebraico-cristiano".
Comunità
ebraica di Roma contro Papa Francesco, rabbino Toaff:
"Non
partecipiamo al lutto, non ha sostenuto Israele e Netanyahu senza se e senza
ma, colpa imperdonabile."
Il
rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni:
"La
condanna della guerra quando è monolaterale e monotematica è sospetta."
Papa
Leone XIV tende una mano a Israele, la nota al rabbino capo di Roma Di Segni:
"Rafforziamo dialogo ", la replica: "Soddisfatti."
Nella
nota inviata alla Comunità ebraica di Roma, il Pontefice si impegna "a
continuare e a rafforzare il dialogo e la cooperazione della Chiesa con il
popolo ebraico nello spirito della dichiarazione “Nostra Aetat”e del Concilio
Vaticano secondo".
La
“Nostra Aetate” è una dichiarazione, promulgata nel 1965 da Paolo VI durante il
Concilio Vaticano II ma pensata e abbozzata da Giovanni XIII, che definisce in
maniera nuova il dialogo con le religioni non cristiane, ridefinendo il
rapporto con gli ebrei.
Nel
documento viene condannata qualsiasi forma di persecuzione dell'uomo in
generale inneggiando alla "fraternità universale", ponendo anche fine
all'accusa di "deicidio" verso gli ebrei;
inoltre
il testo è un pilastro fondamentale del dialogo cristiano-ebraico.
A
questa dichiarazione Leone XIV fa riferimento nella sua nota, aprendo quindi ad
Israele.
"Il
Rabbino Capo di Roma, che sarà presente alla celebrazione della inaugurazione
del pontificato, ha accolto con soddisfazione e gratitudine le parole a lui
dirette dal nuovo Papa", la risposta della comunità ebraica.
Dichiarazione
sulle relazioni della Chiesa con le “Religioni non Cristiane NOSTRA AETATE”.
Introduzione.
1. Nel
nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più
strettamente e cresce l'interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina
con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni
non-cristiane.
Nel
suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i
popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in
comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.
I vari
popoli costituiscono infatti una sola comunità.
Essi
hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su
tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui
Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si
estendono a tutti finché gli eletti
saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le
genti cammineranno nella sua luce.
Gli
uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della
condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo:
la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il
peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera
felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e
ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la
nostra origine e verso cui tendiamo.
Le
diverse religioni.
2. Dai
tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa
sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli
avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema
o il Padre.
Questa sensibilità e questa conoscenza
compenetrano la vita in un intimo senso religioso.
Quanto
alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di
rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio
più elaborato.
Così,
nell'induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la
inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia;
cercano
la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di
vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore
e confidenza.
Nel buddismo, secondo le sue varie scuole,
viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si
insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano
capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato
di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l'aiuto venuto
dall'alto.
Ugualmente
anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di
superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie,
cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri.
La
Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.
Essa
considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e
quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa
stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella
verità che illumina tutti gli uomini.
Tuttavia
essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è « via, verità e vita
» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa
e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.
Essa
perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del
dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre
rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino
e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si
trovano in essi.
La
religione musulmana.
3. La
Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e
sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra,
che ha parlato agli uomini.
Essi
cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti,
come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si
riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come
profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con
devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà
tutti gli uomini risuscitati.
Così pure hanno in stima la vita morale e
rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.
Se,
nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani
e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a
esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere
insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e
la libertà.
La
religione ebraica.
4.
Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui
il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.
La
Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua
elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei
patriarchi, in Mosè e nei profeti.
Essa
confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono
inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è
misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di
schiavitù.
Per
questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico
Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile
misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si
nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami
dell'ulivo selvatico che sono i gentili.
La
Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i
gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in sé
stesso.
Inoltre
la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'”apostolo Paolo” riguardo
agli uomini della sua stirpe:
« ai quali appartiene l'adozione a figli e la
gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali
appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5),
figlio di Maria vergine.
Essa
ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e
colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno
annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.
Come
attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è
stata visitata;
gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il
Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione.
Tuttavia
secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi
a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento.
Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la
Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli
acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso
giogo » (Sof 3,9).
Essendo
perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei,
questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua
conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e
teologici e con un fraterno dialogo.
E se
autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di
Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può
essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli
Ebrei del nostro tempo.
E se è
vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono
essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò
scaturisse dalla sacra Scrittura.
Curino pertanto tutti che nella catechesi e
nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia
conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.
La
Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore
del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi
politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e
tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni
tempo e da chiunque.
In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre
sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente
sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e
affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella
sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno
dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.
Fraternità
universale.
5. Non
possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di
comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine
di Dio.
L'atteggiamento
dell'uomo verso Dio Padre e quello dell'uomo verso gli altri uomini suoi
fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice:
«Chi non ama, non conosce Dio » (1 Gv 4,8).
Viene
dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e
uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana
e i diritti che ne promanano.
In
conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi
discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e
di colore, di condizione sociale o di religione.
E
quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo,
ardentemente scongiura i cristiani che, «mantenendo tra le genti una condotta
impeccabile» (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in
pace con tutti gli uomini , affinché siano realmente figli del Padre che è nei
cieli.
Tutte
e singole le cose stabilite in questo Decreto, sono piaciute ai Padri del Sacro
Concilio.
E Noi,
in virtù della potestà Apostolica conferitaci da Cristo, unitamente ai
Venerabili Padri, nello Spirito Santo le approviamo, le decretiamo e le
stabiliamo; e quanto stato così sinodalmente deciso, comandiamo che sia
promulgato a gloria di Dio.
(Roma,
presso San Pietro, 28 ottobre 1965.)
Diritto
e democrazia internazionale,
via di
pace.
Unipd-centrodirittiumani.it
- Antonio Papisca – (2004) – (5-7-2024) – ci dice:
Riflessioni
sullo “Ius Novum Universale”.
Nel
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2003, all’interrogativo:
“Quale
tipo di ordine può sostituire questo disordine, per dare agli uomini e alle
donne la possibilità di vivere in libertà, giustizia e sicurezza?”, Giovanni
Paolo II rispondeva segnalando una positiva tendenza in atto, cioè che “il
mondo, pur nel suo disordine, si sta comunque ‘organizzando’ in vari campi
(economico, culturale e perfino politico)”.
Con
l’aiuto di puntuali dati di fatto, è dato capire che il sistema delle relazioni
internazionali, in un mondo sempre più interdipendente e globalizzato al
positivo e al negativo, è comunque irreversibilmente avviato a uscire dallo
stato di natura del bellum omnium omnibus, della guerra di tutti contro tutti,
e spinge a perseguire il bene comune con gli strumenti della cooperazione
internazionale, quanto più multilaterale possibile.
Anche perché tale sistema è oggi regolato da
un Diritto che, pur non essendo ancora compiutamente sviluppato, è tuttavia
fondato su valori e contiene norme impregnate di etica universale, che gli
hanno impresso una particolare forza di resistenza contro chi attenta alla sua
fondatezza e alla sua efficacia.
La
difficile, complessa transizione verso un più giusto e pacifico ordine mondiale
può essere letta con l’uso di quattro metafore.
Metafore
e segni dei tempi sono strumenti di analisi che interpellano non soltanto la
volontà di discernere ma anche la disponibilità a stupirsi, e aiutano a
dilatare gli orizzonti della speranza.
La prima metafora è quella del parto, nel
nostro caso di un prolungato travaglio di parto.
Ciò
che deve nascere è più che un mero desiderio o un’ipotesi astratta, è già un
progetto o un percorso ben delineato nelle sue linee essenziali.
Continuando
nella metafora, non si tratta di concepire il bambino, si tratta invece di
aiutare il nascituro a nascere e a svilupparsi.
La metafora per così dire artistica è quella
del mosaico:
perché
ci sia il mosaico occorrono le tessere, le tessere esistono ma il mosaico non
si realizza se non ci si prende cura di comporre le tessere.
La
terza metafora usa un’immagine per così dire agricola.
Nel
corso dei secoli avvengono seminagioni di universali, intendendo per tali
quelle invenzioni o quelle creazioni o quelle scoperte, nei vari campi –
dall’arte alla scienza, dalla filosofia al diritto - e in varie parti del
mondo, di cui beneficia l’umanità intera come di beni globali o di patrimonio
comune, di qualcosa cioè di perenne nella città dell’uomo.
La quarta metafora è quella di una casa,
grande quanto il pianeta terra, riccamente attrezzata di elettrodomestici, cioè
di strumenti che renderebbero più confortevole la vita se fossero
appropriatamente utilizzati.
Per taluni
di essi il funzionamento è intermittente o è stata addirittura disinnescata la
spina.
Fuori di metafora, il progetto di un ordine
mondiale umanamente sostenibile esiste, occorre renderlo visibile, svilupparlo.
Parti essenziali per la graduale costruzione
della pace nella giustizia esistono realmente, bisogna metterle insieme per
fare avanzare e rendere compiuta la costruzione.
Negli
anni quaranta del secolo trascorso è avvenuta una generosa e lungimirante
seminagione di “universali” di carattere politico, giuridico e istituzionale,
che ha pervaso il tessuto delle relazioni fra stati e fra popoli e che
l’Enciclica “Pacem in Terris” del beato Giovanni XXIII addita tra i segni dei
tempi:
la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la Legge e l’Istituzione per il buon
governo (good governance) e la pacifica convivenza nel pianeta.
Accanto a questi due pilastri della
costruzione della pace nel mondo, esistono altri elementi utili a sviluppare e
consolidare la costruzione.
È
urgente rendere visibile la mappa globale della pace positiva, sì da diffondere
la consapevolezza che i popoli, i gruppi, le famiglie, gli individui non stanno
annaspando nel buio di un disordine non governabile, che è possibile resistere
all’ideologia dei determinismi di Realpolitik, che quanto seminato nel secolo
scorso ha già dato risultati positivi, che è irragionevole non svilupparli, che
è perversa quella sub-cultura che emargina dalle sue vetrine quanti non
accettano la guerra come essenziale al discorso della politica.
Denunciare,
come stanno facendo opportune et inopportune tanti movimenti di promozione
umana operanti al di là e al di sopra delle frontiere nonché autorevoli sedi
istituzionali, che questo Diritto è violato, non equivale affatto ad ammettere
che esso è morto e che quindi bisogna pensare a sostituirlo, magari con la
legge del più forte.
Al contrario, significa asserirne
l’effettività, ricordando che la violazione del Diritto rinvia, in prima
istanza, non alla sua morte ma alla responsabilità di coloro che commettono
l’illecito.
Occorre
pertanto concentrare la riflessione soprattutto sui valori morali del vigente
Diritto internazionale e sulla portata operativa dei relativi principi.
(Aggiornato
il: 05.07.2024).
Internazionale.
Una
guerra di liberazione
nazionale
contro tutti.
Partitodialternativacomunista.org
- Internazionale – (29 Giugno 2022) – Matteo Bavassano – ci dice:
Cronaca
di come la sinistra ha abbandonato le masse ucraine al loro destino, disertando
la lotta da Majdan fino all’invasione russa (questo articolo è un’anticipazione
del numero in uscita di “Trotskismo oggi”).
Lo scorso 24 febbraio 2022 l’esercito del
regime di Putin ha invaso l’Ucraina, e oltre ad aver seminato morte e
distruzione in tutto il Paese, dando così luogo alla più recente tragedia della
barbarie imperialista, ha seminato anche notevole confusione all’interno della
sinistra «di classe», dando così vita alla farsa più recente del riformismo e
del centrismo.
Anche se a ben vedere, di confusione sono anni
che ce n’è molta «a sinistra», dove ormai è moneta corrente la sostituzione
dell’analisi di classe, materialistica e dialettica, con l’analisi geopolitica
campista, fideistica e collaborazionista.
Quello
che dovrebbe essere il dovere più elementare dei rivoluzionari, la solidarietà
(non solo a parole, ma nei fatti) con una popolazione storicamente oppressa e
che ora si trova a fronteggiare l’invasione della Potenza che per secoli l’ha
dominata, invasione finalizzata al saccheggio delle parti più ricche del
territorio ucraino, viene clamorosamente disatteso dalla sinistra, la quale o
si schiera apertamente con Putin, oppure invoca un’impossibile neutralità tra
le parti in causa, indebolendo così il fronte della resistenza contro
l’invasore.
Entrambe
le varianti (e sotto-varianti, che poi vedremo), in cui inevitabilmente cadono
la maggior parte delle organizzazioni «di sinistra», costituiscono un vero e
proprio tradimento degli interessi delle masse popolari ucraine e del
proletariato di tutto il mondo.
L’ennesimo.
Purtroppo,
l’esperienza ci dice che non sarà l’ultimo. Ma andiamo con ordine.
Dicevamo
che sono anni che c’è confusione sotto il cielo della «sinistra» occidentale.
Questa si manifesta principalmente quando le
controversie internazionali non riguardano direttamente gli Usa e i suoi
alleati della Nato: soltanto la sinistra borghese (Sinistra italiana e altri
cadaveri simili) ormai si schiera a sostegno delle invasioni imperialiste,
anche se questo non ha mai impedito ai riformisti di sostenere le missioni «di
pace» sotto l’egida dell’Onu, missioni di occupazione che fanno parte
dell’ordine imperialista mondiale esattamente quanto le invasioni militari,
anzi ne sono il necessario complemento.
Il problema è più manifesto quando gli
interessi del proletariato internazionale richiederebbero di schierarsi contro
Paesi che vengono considerati «nemici» dell’imperialismo occidentale: Cuba,
Venezuela, Corea del Nord, Siria, Libia, Iran, Cina e Russia.
In questo, l’impronta stalinista sulla
sinistra si fa ancora sentire e non si smentisce nemmeno in questa occasione.
Fortunatamente
dall’Ucraina ci arrivano esempi concreti di operai che lottano in prima fila,
attraverso le loro organizzazioni, contro l’invasione di Putin, come i
lavoratori del sindacato indipendente Npg di Kryvyj Rih, che organizza minatori
e metalmeccanici, e che sta inoltre organizzando la solidarietà dei lavoratori
degli altri Paesi anche attraverso i legami con la Rete sindacale
internazionale di solidarietà e di lotta.
Tuttavia,
i rivoluzionari devono sostenere la resistenza ucraina, e la battaglia politica
e ideologica per smentire le falsità che vengono raccontate sulla lotta delle
masse ucraine, e che partono dalla falsificazione degli avvenimenti del 2014, è
complementare al sostegno materiale alla resistenza.
Ecco perché con questo saggio ci proponiamo di
ricostruire i fatti, gli avvenimenti della lotta di classe in Ucraina durante
il processo rivoluzionario del 2014 e di fare il punto su quanto sta succedendo
oggi, sulla posizione delle organizzazioni di sinistra e sulle prospettive che
si aprono per la rivoluzione in Europa orientale.
Il quadro in cui è nata la protesta di Majdan.
È
chiaro che la situazione politica e socioeconomica dell’Europa dell’est dopo lo
scioglimento dell’Urss e del Patto di Varsavia costituisce il quadro generale
di cui non si può non tenere conto se si vuole analizzare seriamente la
situazione ucraina presente e passata, e praticamente qualsiasi avvenimento
politico che interessi l’area.
Tuttavia,
una cronistoria approfondita di questo quadro esula dagli obiettivi che questo
articolo si può porre, andando per altro a toccare aspetti del regime russo su cui
il dibattito teorico e politico è ancora aperto.
Ci limitiamo quindi a sottolineare che dal
1991 l’area dell’est europeo è stata terreno da una parte dell’espansione
dell’Ue e della Nato, mentre la Federazione russa ha tentato di mantenere il
controllo sull’area della vecchia Unione sovietica, riuscendoci solo in parte
e, nei fatti, solo dopo l’arrivo al potere di Putin.
Il
regime di Putin, espressione degli interessi economici degli oligarchi russi
(che altri non sono che le alte cariche della vecchia nomenklatura del Pcus), è
un regime bonapartista che si regge sull’esercito e, soprattutto, sull’Fsb,
erede del vecchio Kgb di cui Putin era esponente, e si è consolidato con la
vittoria nella seconda guerra cecena.
Non
solo non è un regime antimperialista, ma a ben vedere non è neanche
permanentemente in scontro con gli imperialismi occidentali, anzi recentemente
si sono trovati dallo stesso lato della barricata quando Putin ha represso,
tramite il Csto, la rivolta popolare in Kazakistan nel gennaio 2022.
Sostanzialmente, Putin da quando è al potere
(ormai più di vent’anni), ha cercato di riportare la Russia ai «fasti»
imperialisti del vecchio Impero zarista con un misto di accordi, ma anche
scontri episodici, con l’imperialismo, e con la sottomissione delle
ex-Repubbliche sovietiche che non sono rimaste fuori dall’orbita della Nato.
In
questo quadro generale si inscrive la vicenda dell’Ucraina negli ultimi anni,
Paese storicamente oppresso dalla Russia zarista, che ha vissuto una breve
libertà nei primi anni del potere sovietico, e che ha vissuto pesanti
repressioni sotto lo stalinismo, a partire dal tristemente celebre “Holomodor,”
la carestia imposta dallo stalinismo nel 1932-33 per piegare l’opposizione dei
contadini ucraini alla collettivizzazione forzata, fino alle Grandi purghe, che
si sono abbattute in maniera particolarmente violenta sugli oppositori ucraini
(e anche su diversi stalinisti caduti in disgrazia).
Dal
dissolvimento dell’Urss, l’Ucraina è rimasta nell’area di influenza della
Russia, anche se ha cercato in alcune occasioni un avvicinamento all’Unione
europea e alla Nato.
L’Ucraina,
governata da oligarchi provenienti dal vecchio Pc come tutte le ex-Repubbliche
sovietiche, è stata oggetto delle politiche neocoloniali russe, dovendo (in
particolare dopo il 2008) acquistare a prezzi sostanzialmente imposti il gas
russo, dovendo ricorrere, per far fronte ai debiti con la Russia, all’aiuto
finanziario dei Paesi dell’Ue (in particolare la Germania), indebitandosi cioè
con l’imperialismo occidentale per ripagare i debiti contratti con l’oppressore
russo.
È
questa dinamica che ha dato origine al processo rivoluzionario noto come “Majdan”:
nel 2013, a fronte degli aumenti del prezzo del gas russo, l’Ucraina stava
velocizzando le procedure per la firma dell’Accordo di associazione con
l’Unione europea,6 con il pieno accordo dell’allora presidente Victor
Janukovyč,7 considerato normalmente filorusso.
Questa
possibile uscita dell’Ucraina dall’orbita della Russia preoccupò Putin, il
quale fece pressioni per far cadere l’accordo.
“Janukovyč”
tentò di approfittare della situazione per recuperare il vantaggio contrattuale
perso con l’apertura dei nuovi gasdotti al di fuori dell’Ucraina, e allo stesso
tempo per migliorare le condizioni dell’accordo con l’Ue.
A fronte dell’indisponibilità dell’Unione
europea a concedere maggiori aiuti finanziari all’Ucraina, e, di contro, alla
proposta di Putin di uno sconto sui prezzi del gas e di una moratoria sui
debiti già contratti, “Janukovyč” decise di non firmare il trattato,
riservandosi di «continuare a trattare» con l’Ue.
Tentando
una sintesi, si potrebbe dire che “Janukovyč” ha tentato di manovrare per
ottenere il massimo vantaggio per la borghesia ucraina nel suo insieme, che
però aveva interessi più o meno latenti già contrapposti in questa fase.
Non
aveva però tenuto conto, nei suoi giochi politici, delle masse popolari
ucraine.
La rivolta di Majdan.
Che si
fosse accordata con la Russia o con l’Unione europea, il destino dell’Ucraina
era di vedere approfondita la sua subordinazione nazionale.
La scommessa per la borghesia ucraina era
trovare il modo per scaricare il più possibile il costo di questa ulteriore
dipendenza sulle masse lavoratrici e popolari. Tuttavia, nessun governo,
nemmeno il più dittatoriale, presenta in questo modo le sue misure alle masse.
Ecco
perché, fin dall’estate 2013 (cioè nel momento in cui era più vicino all’Ue),
il presidente “Janukovyč” aveva cominciato un’importante campagna di propaganda
a favore dell’accordo con l’Unione europea, promettendo alle masse popolari
ucraine, tra le più povere della regione, che in questo modo avrebbero goduto
dei «vantaggi» del Mercato unico europeo e della moneta unica, «liberandosi»
finalmente dell’oppressione secolare russa, che era ciò che aveva mantenuto
l’Ucraina nell’arretratezza economica… e altre mezze verità del genere.
Se da
una parte non si può negare l’impatto dell’oppressione russa sull’Ucraina, la
soluzione per la sua indipendenza e il suo sviluppo non si può trovare certo
nell’Unione europea, entità espressione degli imperialismi europei, che
sappiamo fin troppo bene che futuro prospetta ai lavoratori e che tipo di
«vantaggi» ha offerto in particolare ai Paesi dell’Europa dell’est.
Tuttavia,
le masse avevano creduto alla propaganda governativa, così che, nella notte tra
il 21 e il 22 novembre 2013, dopo che il governo ucraino emanò un decreto che
sospese la firma del trattato con l’Ue, cominciò il movimento “Jevromajdan”
(letteralmente «piazza Europa»), una serie di proteste spontanee, inizialmente
promosse soprattutto da studenti, che chiedevano la riapertura dei negoziati
con l’Europa.
La risposta del governo alle manifestazioni,
relativamente poco partecipate, ma che duravano da più di una settimana, fu la
repressione:
la
notte tra il 29 e il 30 novembre i manifestanti, accampati ormai nella piazza,
vennero sgomberati dalla “Berkut”, la polizia antisommossa ucraina.
Questa
fu la miccia che fece esplodere le proteste di massa.
Il
governo aveva tentato di vietare ogni manifestazione fino al 7 gennaio, così
come le manifestazioni nel centro di Kyïv, ma aveva dovuto desistere di fronte
alla risolutezza dei manifestanti a non fermare la protesta.
L’8
dicembre ad una nuova manifestazione di 200 mila persone a “Majdan”, “Janukovyč”
tentò di contrapporre una manifestazione di 15 mila suoi sostenitori.
La
prosecuzione delle proteste portò la “Rada” ad approvare una serie di leggi
anti-proteste il 16 gennaio 2014, a cui i manifestanti risposero moltiplicando
le proteste.
L’opposizione
parlamentare cominciò a trattare con” Janukovyč” per una riforma costituzionale
e per delle elezioni anticipate.
Durante
le proteste del giorno 20 febbraio dei cecchini spararono sulla folla, mentre
alcuni manifestanti cominciavano ad essere armati e a rispondere alla
repressione della polizia.
Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio venne
firmato un accordo tra il presidente e i leader dell’opposizione (con la
mediazione dell’Unione europea e della Russia) che si sperava avrebbe messo
fine a quello che ormai era un vero e proprio processo rivoluzionario, e che
tra l’altro prevedeva:
l’immediato ritorno alla Costituzione in
vigore tra 2004 e 2010 e un completamento della sua riforma entro settembre,
creazione di un governo di unità nazionale, elezioni anticipate entro dicembre
2014 (quindi l’accordo prevedeva di lasciare “Janukovyč “alla presidenza),
amnistia per i manifestanti, sgombero degli edifici occupati durante le
proteste.
Il rifiuto dell’accordo e la fuga di Janukovyč.
Tuttavia,
contrariamente alle aspettative di tutte le parti coinvolte, le masse
mobilitate di “Majdan” rigettarono l’accordo.
Infatti,
dopo che la “Rada” aveva già ratificato l’accordo, i leader che avevano
trattato con “Janukovyč”, si presentarono a “Majdan” per sostenere
l’accettazione dell’accordo e la smobilitazione della protesta, ma vennero
fischiati e cacciati al grido di «traditori»:
dopo
tre mesi di mobilitazione e di repressione, i manifestanti non erano disposti a
ritirarsi lasciando “Janukovyč” al potere praticamente fino alla scadenza
naturale del mandato.
Migliaia di manifestanti decisero di non
lasciare la piazza fino a che il presidente non venisse rovesciato e arrestato
per i suoi crimini.
Il
fallimento dell’imposizione dell’accordo alla piazza generò una rottura
nell’apparato repressivo, che, vedendo la situazione disperata in cui si
trovava il regime di “Janukovyč”, lo abbandonarono al suo destino:
le
forze della “Berkut” che presidiavano la “Rada” lasciarono la capitale, mentre
anche il comando dell’esercito dichiarò che non sarebbe intervenuto.
Comprendendo
che il crollo del suo regime era imminente, nella notte tra il 21 e il 22
febbraio “Janukovyč” fuggì da Kyïv e riparò inizialmente a” Charkiv”,
nell’Ucraina orientale, per poi riparare in Russia già a fine febbraio.
Mentre la “Rada” destituiva a posteriori il
presidente già cacciato dalla mobilitazione e fissava nuove elezioni per il 25
maggio, le masse prendevano di fatto il controllo della città, occupando i
principali ministeri, la Banca centrale e la residenza di “Janukovyč” stesso,
la cui opulenza ostentata divenne un simbolo da distruggere della corruzione
dell’odiato tiranno repressore.
La
stessa opposizione che aveva cercato di salvare “Janukovyč” era ora sospinta al
governo come sottoprodotto distorto della mobilitazione delle masse, che
purtroppo non avevano un programma politico che andasse oltre alla cacciata di
Janukovyč (per quanto fossero riuscite ad ottenerla con la loro determinazione
e abnegazione nella lotta).
Il principale problema del nuovo governo,
formato dai partiti della vecchia opposizione, era controllare gli attivisti di
“Majdan” e togliere loro le armi.
La
situazione non tornò alla normalità con la nomina del governo di unità
nazionale, né immediatamente dopo l’elezione del nuovo presidente “Porošenko”
in seguito alle elezioni di fine maggio:
i gruppi di autodifesa di Majdan continuavano
a presidiare la piazza e le masse rimasero in uno stato di mobilitazione (anche
se ovviamente a un livello più basso) fino all’estate, andando successivamente
a scemare, anche in conseguenza del conflitto nell’Ucraina orientale (di cui ci
occuperemo in seguito).
“La sinistra e Majdan”: miti e leggende per schierarsi
contro.
Arriviamo
al vero punto critico e dolente del processo rivoluzionario del 2014:
l’atteggiamento della stragrande maggioranza della sinistra mondiale.
La
cosiddetta sinistra ha cominciato a condannare le mobilitazioni di Majdan fin
dal 2013:
almeno
in questo bisogna riconoscerle una vergognosa coerenza!
Le
manifestazioni vennero da subito etichettate come filoeuropeiste, e quindi
reazionarie.
Non possiamo che notare l’assenza di una
qualsiasi traccia di metodo marxista in questa lettura, che solo molto
generosamente si potrebbe definire «analisi»:
se le
rivendicazioni immediate delle proteste erano la ripresa delle trattative con
l’Unione europea, le loro cause erano da ricercarsi nel processo di crescente
colonizzazione del Paese, e nella risposta delle masse al loro processo di
impoverimento.
Dovere
dei marxisti sarebbe quello di intervenire nelle lotte delle masse, anche
quelle parziali, per portarvi quella prospettiva socialista che non possono
avere spontaneamente.
Non solo i manifestanti di Majdan non ebbero
l’appoggio che di poche organizzazioni anarchiche e di “Liva opozycija”
(Opposizione di sinistra), un raggruppamento eterogeneo che comprendeva anche
militanti vicini al trotskismo, ma ebbero l’ostilità attiva di altre, come “Borot’ba”,
e quella del Partito comunista dell’Ucraina, che appoggiò apertamente la
repressione decisa da” Janukovyč”.
Nonostante
il nome, questo partito di «comunista» non ha nulla:
si
tratta di un partito nato da un’ala della vecchia nomenklatura sovietica,
legato ad un settore degli oligarchi ucraini (quelli che erano maggiormente
filorussi), e affine al “Partito comunista della Federazione russa”, partito
che in Russia ha il ruolo di «finta opposizione» al regime di Putin.
Tuttavia, il fatto che il partito che viene
percepito dalle masse – per quanto erroneamente – come espressione del
«comunismo ufficiale» stesse dalla parte della repressione ha sicuramente
facilitato l’azione delle formazioni di destra a Majdan.
Tutte
le formazioni staliniste, neo-staliniste e castro-chaviste del mondo hanno
ripreso la posizione del Partito comunista dell’Ucraina (che poi era la
posizione del presidente Janukovyč), cioè che in Ucraina fosse avvenuto un
colpo di Stato fascista finanziato dagli Usa per togliere il Paese dall’area di
influenza russa e porlo sotto l’ombrello della Nato e dell’Ue.
Infine,
una serie di formazioni centriste (cioè che oscillano tra una fraseologia più o
meno rivoluzionaria e una pratica riformista e opportunista) si sono rifiutate
di sostenere le mobilitazioni di Majdan perché non aveva una chiara
composizione e programma di classe.
La Lega internazionale dei lavoratori – Quarta
Internazionale è stata una delle poche organizzazioni internazionali che si è
schierata fin dal principio e coerentemente al fianco delle masse popolari
ucraine in lotta.
Anche
l’attività dell’estrema destra, che, come detto, è stata facilitata dalla
diserzione della mobilitazione da parte della sinistra «di classe», è stata
successivamente portata come giustificazione per la scelta di non appoggiare il
movimento di Majdan.
Tuttavia,
l’estrema destra, per quanto abbia svolto un ruolo nello sviluppo degli
avvenimenti (soprattutto nel momento degli scontri più duri contro la
repressione) e abbia avuto un’influenza sul movimento, non ha mai avuto
un’egemonia al suo interno.
Figurarsi
quindi se il processo rivoluzionario del 2014 potrebbe essere stato un colpo di
Stato organizzato dai fascisti, o un movimento di massa «reazionario».
Peraltro,
questa interpretazione dietrologica si scontra con i fatti che, come si sa,
hanno la testa dura.
Le
organizzazioni della destra ucraina che hanno partecipato alle proteste di
Majdan sono state sostanzialmente due:
“Svoboda”
e “Pravyj sektor”
.
Svoboda («Libertà»), che era il partito più grande ed è assimilabile a partiti
dell’estrema destra istituzionale, aveva ottenuto poco più del 10% dei voti
alle elezioni parlamentari del 2012 e aveva quindi 37 seggi al momento della
rivolta di Majdan.
Fu uno
dei partiti che patrocinò l’accordo con Janukovyč del 21 febbraio (un
atteggiamento un po’ strano per un partito che avrebbe organizzato un colpo di
Stato), il cui principale dirigente “Oleh Tjahnybok” era stato bollato come
traditore per aver sottoscritto l’accordo (grande fallimento per un fascista
che avrebbe dovuto egemonizzare un movimento reazionario), e che, dopo la “fuga
di Janukovyč” il giorno successivo, entrò nel governo provvisorio designando
alcuni ministri.
Tuttavia,
“Svoboda” alle elezioni presidenziali del maggio 2014 prese poco più dell’1%,
mentre alle elezioni parlamentari dello stesso anno ha ottenuto il 4,75% dei
consensi, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento;
nelle
elezioni del 2019 si è presentato in coalizione con “Pravyj sektor” e altre
formazioni minori, prendendo poco più dell’1% alle presidenziali e poco più del
2% alle parlamentari.
“Pravyj
sektor” («Settore di destra») è un movimento nato dalla fusione di
organizzazioni minori di destra fasciste che partecipavano alle mobilitazioni
di Majdan a fine novembre 2013, costituendosi come partito nel marzo 2014.
Si
dice spesso che, nonostante non sia entrato nel governo provvisorio, avesse una
presenza rilevante negli apparati dello Stato e nell’esercito dopo la caduta di
Janukovyč.
Ebbene,
nella notte tra il 24 e il 25 marzo uno dei principali dirigenti di Pravyj
sektor, “Oleksandr Muzyčko”, leader della sua ala più radicale, è stato ucciso
in circostanze poco chiare durante un’azione delle forze di sicurezza ucraine,
e c’è il sospetto fondato che l’operazione fosse stata organizzata per
liquidarlo.
In
ogni caso, non sembra che avessero tutto questo peso negli apparati dello
Stato, dopotutto…
Ma
anche il loro credito presso le masse non era molto, dato che nel mese di
aprile, tentando di rioccupare Majdan, si sono scontrati con i gruppi di
autodifesa del movimento, che li hanno cacciati fisicamente dalla piazza.
Il
quadro che abbiamo tracciato crediamo sia esemplificativo di come la rilevanza
della destra nelle mobilitazioni di Majdan fosse dovuto essenzialmente
all’assenza (o alla debolezza) al suo interno di organizzazioni della sinistra
di classe.
Da
ultimo, per concludere questo capitolo e questa «prima fase» della storia
recente dell’Ucraina, aggiungiamo, seppure non dovrebbe essere minimamente
necessario, che il nostro appoggio al processo rivoluzionario di Majdan non si
è mai tradotto in un sostegno di qualsiasi tipo al governo provvisorio né al
presidente e al governo eletti nelle elezioni del maggio 2014, che anzi erano
governi che avevano usurpato la cacciata di Janukovyč ottenuta dalle masse in
lotta per colmare l’incipiente vuoto di potere che minacciava potenzialmente la
tenuta stessa dello Stato ucraino.
Tuttavia,
giudicare una lotta popolare semplicemente dal suo sottoprodotto
sovrastrutturale non ci pare corretto,senza contare che, portando questo
ragionamento alle estreme conseguenze, bisognerebbe rinunciare a mettere in
discussione i governi capitalisti progressisti (o presunti tali) fino a che non
si sarà certi di sostituirli con un governo socialista, dato che ci sarà sempre
il rischio che delle critiche si avvantaggino partiti di destra.
Se
questo fosse vero, il marxismo, più che una filosofia per l’azione
rivoluzionaria, sarebbe una filosofia dell’attesa messianica…
L’annessione della Crimea e la sua
«autodeterminazione».
Subito
dopo la fuga di Janukovyč, Putin ha cominciato ad occupare militarmente la
Crimea nella notte tra il 26 e il 27 febbraio.
Così,
quella stessa sinistra che aveva condannato le proteste popolari di Majdan, ora
sosteneva un presunto diritto di autodeterminazione della Crimea (e poco dopo
agirà in maniera simile anche per il Donbas), che però, nel concreto, si
traduceva in un’annessione alla Russia.
Questa annessione è avvenuta senza che ci
fossero manifestazioni di massa, con un «referendum sull’autodeterminazione»
tenutosi il 16 marzo in cui il 96% dei voti fu a favore dell’ingresso nella
Federazione russa.
Al di là di alcune proteste formali
sull’illegittimità del referendum, l’Unione europea e gli Usa hanno
sostanzialmente accettato l’annessione, evidentemente in ragione degli enormi
interessi russi nell’area, dovuti anche alla presenza della base navale di
Sebastopoli, sede della flotta del Mar Nero.
Tuttavia,
non c’è alcun fondamento per riconoscere la validità di un’annessione della
Crimea alla Russia:
la
Crimea, annessa all’Impero zarista alla fine del XVIII secolo, dopo
l’occupazione tedesca e bianca successiva alla Prima guerra mondiale, venne
costituita nel 1921 come Repubblica socialista sovietica autonoma di Crimea
all’interno della Russia sovietica, in ottemperanza al principio di
autodeterminazione dei popoli oppressi praticato da Lenin, perché era abitata
da una popolazione di etnia tartara.
Tuttavia,
questa sua popolazione originaria venne deportata in seguito alla riconquista
sovietica della Crimea nella Seconda guerra mondiale (era stata occupata,
infatti, dalla Germania nazista), finendo nei gulag staliniani, e la penisola
subì un intenso processo di russificazione, venendo retrocessa dal rango di
Repubblica autonoma a quello di provincia della Russia sovietica, per avere un
controllo diretto sul Mar Nero.
Da
ultimo, nel 1954 venne ceduta (nel quadro dell’Urss) dalla Russia sovietica
all’Ucraina sovietica per mano di “Chruščëv”, con la quale è rimasta anche dopo
la dissoluzione dell’Urss, con uno status di autonomia particolare e garantendo
uno status speciale alla città di Sebastopoli in ragione degli interessi russi
sulla città. Insomma, invocare oggi un diritto di autodeterminazione della
Crimea è sostanzialmente uguale a rivendicarlo per lo Stato d’Israele.
Aggiungiamo
che i marxisti invocano e riconoscono il diritto di autodeterminazione non in
assoluto, ma per le nazioni oppresse, e che questo diritto deve però essere
esercitato per l’indipendenza nazionale e non per mettersi al servizio di
questa o quella Grande Potenza:
durante la Prima guerra mondiale, in
particolare gli imperialismi tedesco e austro-ungarico promettevano
un’indipendenza formale alle nazioni oppresse dall’imperialismo zarista per
utilizzare queste popolazioni per i propri scopi imperialisti.
Ma lo
stesso facevano gli imperialisti dell’Intesa.
Lenin
e Trotsky si opposero a tutte queste manovre dell’imperialismo, rivendicando
sempre sia il diritto di autodeterminazione per i popoli oppressi, sia però
l’indipendenza di classe dall’imperialismo e dai suoi progetti di saccheggio e
rapina.
Tuttavia,
l’intera sinistra mondiale ha salutato le manovre di Putin in Crimea e nel
Donbas come una giusta lotta contro il nazifascismo del governo di Kyïv.
Le
«Repubbliche popolari» del Donbas tra oligarchi e fascisti filorussi.
Dopo
l’annessione della Crimea, il centro dello scontro politico si è spostato nella
regione del Donbas, nell’Ucraina orientale.
È una
regione molto ricca (miniere e industrie pesanti), attraversata dal fiume Donec
e comprende le provincie di “Donec’k” e “Luhans’k”, le stesse che si sono
dichiarate indipendenti con l’appellativo di «Repubbliche popolari».
La posizione maggioritaria della sinistra di
fronte a questa ennesima manovra di Putin e degli oligarchi filorussi è bene
esemplificata da “James Petras”, professore universitario statunitense di
origini greche e presunto esponente antimperialista:
«I
consigli operai e popolari in Ucraina orientale sono un embrione di democrazia
socialista.
Le
milizie popolari sono il germe di un esercito di liberazione».
Petras arrivava a paragonare la lotta delle
«Repubbliche popolari» del Donbas con la lotta della seconda repubblica
spagnola contro Franco e i nazi-fascisti nella Guerra civile.
La veridicità di tutto questo non è mai stata
messa in discussione, era una verità autoevidente (esattamente come il
carattere fascista di Majdan), e resisteva anche alle numerose prove
dell’attività di gruppi nazionalisti, fascisti e paramilitari russi nel Donbas.
La verità è che non vi è stata alcuna
mobilitazione di massa di tipo separatista o indipendentista nemmeno nel
Donbas.
Secondo quanto riporta “Zbigniew Marcin
Kowalewski”, autore di diversi studi trattanti la questione nazionale ucraina,
«dopo la caduta del regime di Janukovyč, cioè dopo la perdita del potere
statale da parte dell’élite politica ed economica del Donbas, questa élite
entrò nel panico.
Il capitale monopolista del Donbas decise di
ritirarsi nella sua roccaforte al fine di preservare il proprio potere almeno
là:
per
imporre l’autonomia della regione, questa volta politicamente, di accettare il
sostegno dell’imperialismo russo e se necessario, con il suo supporto militare,
organizzare la secessione.
Sappiamo
qual è stato il ruolo di “Rinat Achmetov!, magnate industriale di Donec’k e più
potente oligarca dell’Ucraina:
“La Repubblica popolare di Donec’k era il suo
progetto,” ha ammesso senza mezzi termini “Russkaja vesn”, sito web dei
separatisti», mentre «nella provincia di Luhans’k, la ribellione è stata
ispirata da “Oleksandr Jefremov”, braccio destro di Janukovyč nel Partito delle
regioni e uomo i cui interessi sono tanto ampi quanto loschi».
Lo stesso “Pavel Gubarev”, «governatore
popolare» della «Repubblica popolare» di Donec’k, con una passata militanza
politica nella formazione neo-nazista grande-russa Unità nazionale russa, poi
nel nazional-bolscevico Partito socialista progressista d’Ucraina e fondatore
del “Partito Nuova Russia” il 14 maggio 2014,30 ha dichiarato:
«Abbiamo
visto apparire in ogni città leader della cosiddetta milizia volontaria
popolare.
E così
il nostro partito al potere, i nostri oligarchi al potere del sudest, hanno
cominciato a lavorare con i militanti della milizia volontaria popolare.
Si è scoperto che due terzi di questi
attivisti erano pagati dall’”oligarca Achmetov”.
Un
gruppo molto ristretto di persone è rimasto fedele all’ideale; tuttavia,
continuavano a prendere soldi.
Tutti
prendono i soldi! […] In queste condizioni, tutti sono stati comprati.
Quelli
che non sono stati comprati sono stati marginalizzati, screditati o
terrorizzati».
Secondo quanto riporta “Kowalewski”, “Gubarev”
è stato consegnato ai servizi segreti ucraini (Sbu), e «i dirigenti della
“Repubblica popolare di Donec’k” non hanno alzato un dito per ottenere il suo
rilascio.
Solo “Strelkov”,
comandante dei separatisti a “Slov-jans'k,” lo ha fatto, scambiandolo con un
ufficiale ucraino che era stato preso prigioniero.
Ecco
perché” Gubarev”, per vendicarsi del tradimento del quale è stato vittima, ha
rivelato il ruolo chiave di “Achmetov” nella nascita del movimento
separatista».
Citazioni
di questo tenore si potrebbero moltiplicare, ma crediamo siano sufficienti per
comprendere ciò che è successo nell’Ucraina sud-orientale dopo la caduta di
Janukovyč:
da una parte gli oligarchi della regione, che
erano legati politicamente a Janukovyč (spesso membri dello stesso Partito
delle regioni, ma a volte anche legati al Partito comunista d’Ucraina), che
avevano importanti interessi economici e commerciali con la Russia, e che
avevano timore di perdere parte dei loro privilegi e delle loro fortune con il
nuovo governo, organizzarono «mobilitazioni popolari» e «milizie popolari» col
fine di ottenere dal governo centrale uno status privilegiato di autonomia per
la regione che permettesse loro di continuare a fare i loro affari anche con la
Russia;
dall’altra
parte Putin, che si era già assicurato i propri interessi vitali con
l’annessione della Crimea, ha sfruttato la situazione venutasi a creare per
destabilizzare il nuovo governo ucraino, alimentando il «movimento separatista»
inviando nel Donbas un gran numero di militanti fascisti russi, con cui negli
anni ha rafforzato notoriamente i legami.
Questo ha creato scontri all’interno del
Donbas nelle stesse forze separatiste, portando molti oligarchi ad abbandonare
questo progetto (riconciliandosi con il governo di Kyïv), lasciando tutto in
mano ai comandanti delle milizie fasciste, che hanno creato dei veri e propri
feudi nella regione.
La
situazione di instabilità creatasi evidentemente soddisfaceva Putin, che l’ha
sancita con gli “Accordi di Minsk”, fino a quando non l’ha poi sfruttata per
iniziare l’invasione dell’Ucraina.
Questi
fatti sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardare oltre il proprio naso,
ma per la sinistra mondiale semplicemente non esistono, mentre esiste una
fantomatica «rivoluzione socialista» nel Donbas…
Da
ultimo, dobbiamo parlare brevemente della cosiddetta «Strage di Odessa», cui
tutta la sinistra fa riferimento indignata per comprovare il fascismo dei
manifestanti di Majdan.
Non abbiamo possibilità di addentrarci in una
ricostruzione dettagliata degli avvenimenti del 2 maggio 2014 (richiederebbe un
articolo apposito, per smontare tutte le menzogne che sono state dette in 8
anni), ma sostanzialmente si è trattato di uno scontro tra manifestanti pro e
contro Majdan:
i
manifestanti anti-Majdan, accampati nella piazza antistante la «Casa dei
sindacati» e che comprendevano elementi fascisti filorussi ma anche alcuni
stalinisti del partito “Borot’ba”, avrebbero dato inizio agli scontri quando
almeno uno di loro avrebbe sparato contro un corteo pro-Majdan, in cui vi erano
molti nazionalisti ucraini e anche esponenti di gruppi di estrema destra, nel
primo pomeriggio.
Gli scontri sono proseguiti con ulteriori
provocazioni da entrambe le parti per tutto il pomeriggio, fino alle 18, quando
c’è stata una svolta:
si
teneva infatti quel giorno a Odessa una partita di calcio tra” Čornomorec'” di
Odessa e il” Mentalist di Charkiv”, e quando gli ultrà sono usciti dallo stadio
si sono uniti al contingente dei “pro-Majdan”, costringendo gli anti-Majdan a
ritirarsi fino alla piazza dove erano accampati e poi nella Casa dei sindacati,
dove, dopo ulteriori reciproche provocazioni, è scoppiato l’incendio che ha
portato alla strage.
Tuttavia, non si è trattato, come cercano di
presentarlo alcuni gruppi stalinisti, di un assalto fascista contro una sede
sindacale che poi è stata difesa dai separatisti antifascisti:
la
Casa dei sindacati (o Palazzo dei sindacati) è il nome del palazzo in relazione
alla sua funzione durante gli anni dell’Urss, nel 2014 non era sede di nessun
sindacato. Per approfondire meglio la questione invitiamo a leggere un articolo
di “Andrea Ferrario”, “La strage di Odessa del 2 maggio 2014”.
L’odierna guerra di liberazione nazionale e la
sinistra.
Avremmo
volentieri fatto a meno di questo lungo excursus storico, dato che ci sembra
molto più interessante parlare di quanto sta avvenendo oggi e dei compiti
politici che ci troviamo ad affrontare;
tuttavia, il dibattito a sinistra ce lo ha
imposto e, tutto sommato, è stato anche utile, perché dimostra come le
posizioni politiche non siano mai casuali, che non si ha «a volte ragione e
altre volte torto», e che, sebbene degli errori di analisi siano sempre
possibili, alcuni errori hanno delle radici politiche precise, e quindi, a
partire dagli errori di oggi, a volte si possono trovare anche spiegazioni di errori politici
precedenti.
Oggi,
di fronte all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, nella stragrande
maggioranza della sinistra mondiale ci troviamo di fronte a due tipi di
posizioni: neutralità o appoggio… a Putin!
Fortunatamente
quelli che appoggiano apertamente l’invasione di Putin contro l’Ucraina sono
pochi, sostanzialmente alcune frange neo-staliniste, che predicano la necessità
di sostenere Putin (a volte aggiungendo la parolina magica «tatticamente») in
quanto svolgerebbe un ruolo antimperialista per la sua contrapposizione
all’imperialismo statunitense e della Nato.
Vale la pena parlarne, anche se brevemente,
perché le stesse motivazioni vengono costantemente riproposte per sostenere
dittatori come “Gheddafi” e “Assad” (per fare solo due esempi) contro le
mobilitazioni popolari che volevano rovesciare i loro regimi dittatoriali.
Certo,
è abbastanza desolante constatare come l’analisi di uno dei concetti
fondamentali del marxismo, l’imperialismo (peraltro spiegato magistralmente in
una forma popolare da Lenin nel celebre libro), venga ridotta a mero strumento
di propaganda a sostegno di regimi dittatoriali adottando un’ottica
neo-campista che rimuove il principio di indipendenza di classe del
proletariato dalla borghesia e dai suoi progetti.
Così, l’esistenza stessa degli Stati Uniti in
quanto Potenza imperialista più forte del mondo giustifica lo schierarsi a
favore di regimi brutali che nella storia hanno avuto rapporti contradditori
con l’imperialismo americano (non che vi si siano sempre contrapposti, come ci
raccontano) quando questi regimi vengono minacciati dalle masse popolari che
vogliono liberarsi dei propri decennali sfruttatori.
Allo
stesso modo oggi, per questi stalinisti, l’esistenza stessa degli Stati Uniti e
della Nato dà alla Russia di Putin ogni diritto di difendersi e avere una sua
area d’influenza, anche quando questo significa invadere militarmente un Paese
semi-coloniale.
«Certo Putin non è comunista», dicono, «ma è l’unico
che lotta contro gli Usa, per questo va appoggiato “tatticamente”».
Tutto
nel nome di un antimperialismo che si riduce a un antiamericanismo privo di
qualsiasi contenuto di classe reale.
Ci
limitiamo a rilevare che Lenin non ha mai inteso che bisognasse appoggiare la
lotta di un brigante che cerca di costruire il proprio imperialismo a scapito
dell’imperialismo più forte, nemmeno «tatticamente», altrimenti nella Prima
guerra mondiale Lenin avrebbe appoggiato gli imperi centrali contro la Gran
Bretagna, che all’epoca svolgeva lo stesso ruolo che svolgono oggi gli Stati
Uniti nel sistema imperialista mondiale.
La politica del bolscevismo, invece, prevedeva
l’utilizzazione della guerra imperialista per fare la rivoluzione in ognuno dei
Paesi belligeranti… ma d’altronde questi personaggi la prospettiva
rivoluzionaria l’hanno abbandonata da lungo tempo.
L’altra
posizione, maggioritaria, a sinistra è quella del «pacifismo», della finta
neutralità in tutte le sue varianti, che cercheremo di indicare.
Partiamo
da una premessa:
neutralità è un concetto molto diverso da
quello del disfattismo bilaterale, che comunque non riteniamo corretto nel
caso, come questo, di un’aggressione di una Grande Potenza contro un Paese
dipendente, nei fatti semi-coloniale.
Parlare di pace e di neutralità oggi è un
inganno, perché in questa guerra ci sono un aggressore e un aggredito, e non si
può tacerlo.
Chiedere
oggi la cessazione del conflitto, senza rivendicare il ritiro completo della
Russia dal territorio ucraino e dalla Crimea, significa, sostanzialmente,
concedere a Putin ciò che ha rubato agli ucraini con la forza delle armi.
In
Italia ci sono sostanzialmente due soggetti che avanzano questa posizione:
il
primo è la Rete dei comunisti, formazione stalinista che dirige il sindacato “Usb”
e il sito “Contropiano”, che parlano di pace per mascherare il loro appoggio
cosciente a Putin;
il secondo è “Rifondazion”e, che per il suo
pacifismo si affida alle preghiere del Papa e all’azione dell’Onu, intesa come
un’entità astratta, quasi metafisica:
nella sua dichiarazione del 2 marzo, la “Direzione
nazionale del Prc” scrive: «Bisogna immediatamente fermare le armi e riprendere
la strada della diplomazia e del diritto internazionale ma Usa, Nato e Ue
continuano a delegittimare il ruolo dell’Onu e dell’Ocse.
L’unica
via per la pace è quella del disarmo, del rispetto degli accordi di Minsk con
il riconoscimento dell’autonomia delle regioni russofone e un’Ucraina neutrale
in una regione demilitarizzata»
Ci chiediamo secondo il “Prc” chi siano i
membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, unico organo delle
Nazioni Unite le cui decisioni hanno un qualche peso reale, dato che non
sembrerebbero essere Usa, Francia, Regno unito che secondo la dichiarazione
delegittimano l’Onu stessa...
La
realtà è che le istituzioni internazionali sono pilastri di quello stesso
sistema imperialista di cui sono parte anche Usa, Ue, Nato, Russia e Csto, e
non possono, anche solo per come sono state istituite e per come funzionano,
andare contro gli interessi delle Grandi Potenze.
Nessuna
diplomazia può garantire una pace giusta se non a una condizione: che
l’esercito russo venga sconfitto dalla resistenza ucraina e che si ritiri
completamente in Russia.
In
qualsiasi altro caso, la diplomazia non sarebbe che la certificazione di una
rapina ai danni delle masse popolari delle zone occupate dalla Russia.
Ma
ovviamente dire questo vorrebbe dire riprendere quel criterio politico di
classe che “Rifondazione” ha volontariamente abbandonato da tempo in favore di
questo suo «cretinismo istituzionale» che ha delle ragioni molto pratiche,
quelle della sopravvivenza del suo ormai moribondo apparato burocratico.
Vi è
infine la variante «di sinistra» della neutralità, quella che evita di prendere
posizione contro l’invasione russa, perché quello che è in atto è un conflitto
inter-imperialista tra Russia e Nato sul territorio dell’Ucraina.
All’obiezione, lapalissiana, che la Nato non è
intervenuta militarmente, rispondono dicendo che si tratta di una guerra per
procura, condotta dall’Ucraina per interposta persona.
Non si
tratta che di un sofisma con cui ci si vuole rifiutare di schierarsi dalla
parte della resistenza ucraina, oppure si vuole sostenere Putin senza dirlo
apertamente.
Se la
guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, vi è però un salto di
qualità tra normale politica e guerra, altrimenti non ci sarebbe bisogno, di
usare due concetti distinti.
Dire
che la Nato ha sviluppato in Europa dell’est una politica espansiva aggressiva
nei confronti degli interessi russi non è la stessa cosa che dire che la Nato
ha mosso guerra alla Russia.
Anche
perché altrimenti non si capirebbe dove sarebbe il rischio dello scoppio di una
terza guerra mondiale:
se la Nato avesse attaccato la Russia saremmo
già in piena terza guerra mondiale. Ovviamente non si può escludere che si
arrivi a un conflitto militare tra Russia e Nato, ma al momento non è questo il
caso.
Non è
questione di non comprendere la dialettica, qui siamo alla logica formale…
Come
si può vedere, a sinistra parlando della guerra si parla di tutto, tranne di
una cosa… degli ucraini!
La
resistenza delle masse popolari ucraine.
Quando
l’esercito russo ha cominciato l’invasione dell’Ucraina, l’opinione comune era
che l’operazione militare sarebbe terminata in breve tempo:
la Russia possiede il secondo esercito più
forte al mondo (dopo gli Stati Uniti e prima della Cina), mentre l’Ucraina il
ventiduesimo.
Aggiungiamo che, nonostante la pretesa di
qualcuno che l’Ucraina stia conducendo una guerra per conto della Nato, le è
stato dato minore supporto diplomatico che alla Polonia contro Hitler.
Gli
imperialismi occidentali con tutta evidenza erano più che disposti a concedere
a Putin l’annessione del Donbas (oltre che della Crimea, che nessuno aveva mai
messo seriamente in discussione) e, se Kyïv fosse caduta prima di un eventuale
armistizio, probabilmente anche a concedere l’instaurazione di un governo
gradito a Putin in Ucraina.
Tutto
si sarebbe svolto come avrebbe voluto Putin, se non fosse che la strenua
resistenza degli ucraini ha completamente ribaltato lo scenario
politico-militare del conflitto.
L’invasione
da parte del secolare oppressore, che già aveva costretto con le operazioni dei
gruppi fascisti filorussi nel Donbas a sette anni di guerra nell’est del Paese,
ha condotto le masse ucraine a resistere:
sia sostenendo l’esercito regolare ucraino e
arruolandovisi volontariamente, sia mettendo in atto forme di resistenza
partigiana nelle «Forze di difesa territoriale», con barricate o come a “Kryvyj
Rih”, dove gli operai dell’acciaieria “Arcelor-Mittal” hanno combattuto e
respinto gli invasori russi nel mese di marzo.
La resistenza ucraina ha cambiato tutto nel
giro di un paio di settimane.
Il
presidente “Zelens'kyj”, eletto nel 2019, si è trovato a condurre suo malgrado
una guerra di difesa e liberazione nazionale.
La sua riluttanza a dare armi alla
popolazione, le leggi antioperaie approvate a invasione già iniziata che
indeboliscono la resistenza operaia, il suo continuo tentativo di trovare una
soluzione diplomatica che sacrificherebbe dei territori in cui la popolazione
ha strenuamente resistito all’esercito invasore, dimostrano inequivocabilmente
che “Zelens'kyj” sta conducendo una guerra non sua…
e la
sta conducendo non per vincerla, ma secondo logiche di classe, cioè per evitare
che da questa guerra le masse popolari prendano coraggio e possano pensare non
solo di sconfiggere Putin, ma anche di poter rovesciare e sostituire il sistema
di potere corrotto dello Stato ucraino, che rimane tutt’oggi in mano agli
oligarchi.
A
fronte di questa resistenza, e delle richieste del governo ucraino, gli Stati
imperialisti occidentali hanno deciso di mandare delle limitate forniture di
armi all’Ucraina, per perseguire sostanzialmente tre scopi:
1)
evitare che il crollo dell’esercito regolare ucraino porti a una resistenza
popolare ancora più estesa, controllando maggiormente gli esiti della guerra;
2) indebolire la Russia, contrastando i suoi
sforzi militari;
3)
avere un’ulteriore scusa per l’aumento delle spese militari dei propri Paesi,
aumento che non è assolutamente legato agli aiuti all’Ucraina date le
proporzioni nella spesa.
Compito
dei rivoluzionari oggi è quello di sostenere la resistenza del popolo ucraino,
anche se è guidata da “Zelens'kyj” che, come abbiamo detto, ad ogni passo la
conduce ma contemporaneamente la sabota in parte, anche se riceve un sostegno
dalle Potenze imperialiste che cercano comunque di sfruttare la resistenza
ucraina per rafforzare le loro posizioni.
Anzi, proprio perché nel campo militare
ucraino ci sono queste contraddizioni, i rivoluzionari devono starci, al fianco
delle masse, ma con piena indipendenza politica, denunciando le reticenze del
governo, instillando sfiducia nell’imperialismo, cercando di aumentare la
fiducia delle masse nelle proprie forze e nei propri organismi, in particolare
quelli dei lavoratori come i sindacati, che in diverse regioni sono in prima
linea nell’organizzazione della resistenza.
Non solo questo non significa sostenere “Zelens'kyj”,
ma significa prepararne politicamente la sostituzione con un governo dei
lavoratori non appena sarà possibile.
Invece,
tutta la sinistra diserta il campo della resistenza.
Si
comporta come se ci fosse in atto una guerra tra due Paesi imperialisti.
«E, a
dirla tutta, l’Ucraina se l’è anche cercata, perché dopo Majdan è pure un Paese
fascista»…
Indicativo in questo senso quanto scrive “Alan
Wood”s, principale dirigente della “Tmi”, secondo il quale:
«In
realtà, se Zelens'kyj fosse stato disposto a non entrare nella Nato e a
negoziare un accordo di sicurezza con la Russia, forse l’invasione non avrebbe
mai avuto luogo.
In un
primo momento alcuni segnali lasciavano pensare che Zelens'kyj avrebbe ceduto,
perché in effetti sembrava in preda al panico.
Solo che, sotto la pressione degli
ultranazionalisti e dei fascisti, e soprattutto di Washington, si è rifiutato
di negoziare.
Ciò ha reso l’invasione inevitabile».
E per non dover giustificare il proprio
diniego di appoggiare la resistenza ucraina… ne nega sostanzialmente
l’importanza, scrivendo un’apologia della strategia militare russa in questa
guerra:
«Dopo avere messo alla prova la resistenza
delle forze nemiche in una prima offensiva su Kyïv, i russi hanno deciso che un
attacco diretto sulla capitale, con combattimenti strada per strada in zone
densamente abitate da civili, sarebbe stato troppo costoso in termini di vite
umane. […]
Una
volta chiarito che era da escludere la conquista della capitale con un rapido
colpo da Ko, i russi hanno cambiato tattica.
Da
quel momento in poi, il movimento verso Kyïv ha assunto una natura
completamente diversa.
Quello
che inizialmente doveva essere un attacco contro la capitale è stato
trasformato in una manovra che il vocabolario militare definisce come finta.
[…] I russi ci sono riusciti benissimo.
Attaccando
più fronti contemporaneamente, hanno indebolito la propria forza d’assalto.
A prima vista sembrerebbe illogico, ma il
vantaggio è stato costringere gli ucraini a disperdere le forze in più
direzioni, soprattutto per la difesa della capitale, Kyïv. Tuttavia, Kiev non
era più il principale obiettivo russo, che si era spostato sul Donbas e sulla
striscia costiera che connette l’Ucraina al mar Nero, un ponte di terra fra la
Crimea e la Russia. […]
Questo
è un momento critico per la guerra in Ucraina.
L’accerchiamento
e la distruzione di una vasta parte delle forze armate regolari del Paese
avranno effetti catastrofici e presumibilmente porteranno a un crollo del
morale.
Ciò
renderebbe superfluo conquistare Kyïv, come quando nel 1940 per l’esercito
tedesco non fu più necessario mettere sotto assedio Parigi una volta che
l’esercito francese era stato accerchiato e aveva subito una sconfitta decisiva
sul campo. Questa è una possibile variante.
Se, ciononostante, gli ucraini continueranno a
resistere, la distruzione sarà spaventosa e, alla fine, dovranno capitolare,
accettando qualsiasi condizione che i russi desiderino offrire».
Il
lettore ci perdonerà se l’abbiamo annoiato con la lunga citazione, ma ci pare
abbastanza istruttiva sulle opinioni politiche dell’autore:
1) i
giorni di bombardamenti russi contro Kyïv erano solo una «prova» per saggiare
la resistenza;
2)
l’indebolimento della propria forza d’assalto, da parte dei russi, era una
«finta» riuscita funzionale a far disperdere le forze ucraine su un vasto
fronte;
3) i russi così hanno potuto operare un
cambiamento strategico e concentrare le forze dove più gli interessava, cioè
nel Donbas (verrebbe da chiedersi perché, secondo questo schema, non lo abbiano
fatto subito…);
4) è
probabile un crollo del morale nell’esercito ucraino (nonostante, appunto, sia
riuscito a difendere la capitale e le principali città) che renderebbe
superflua la presa di Kyïv;
5) se
tuttavia gli ucraini continueranno a resistere, andranno incontro a una
distruzione spaventosa e comunque dovranno arrendersi… quindi tanto vale che si
arrendano prima!
Ci
sorprendiamo nel constatare quanto sedicenti rivoluzionari che a parole sono
contro entrambi gli imperialismi (Nato e Russia, secondo la “Tmi”) desiderino
ardentemente la vittoria di Putin e chiedano alle masse ucraine… di lasciarlo
vincere!
Ovviamente
non diciamo che una vittoria russa sia esclusa, anzi:
la
forza militare è dalla sua e sulla lunga la disparità potrebbe farsi sentire,
ma la mera forza non è l’unico fattore in campo.
C’è
anche il morale, tanto quello dell’esercito e della popolazione invasa come
quello nell’esercito e nelle retrovie dell’invasore.
Il
Vietnam, con l’aiuto delle armi sovietiche, è riuscito a sconfiggere
l’invasione statunitense, a sua volta fiaccata dalle mobilitazioni in patria.
Per
quanto difficile la storia può ripetersi, e come rivoluzionari non possiamo
dire a chi sta combattendo di arrendersi e sperare in tempi migliori sotto
l’occupazione straniera… sarebbe un modo molto sui generis di preparare la
rivoluzione!
La
questione dell’invio delle armi.
Una
questione scottante è quella dell’invio delle armi alla resistenza ucraina.
Praticamente la totalità delle organizzazioni di sinistra si oppone all’invio
delle armi, perché «prolungherebbe il conflitto».
Si torna alla posizione di “Alan Woods”:
il pacifismo della sinistra si traduce nella
resa degli ucraini di fronte alla Russia. Ma vi è anche una piccola minoranza
che sostiene la resistenza ucraina, ma ritiene che non vadano chieste armi ai
Paesi imperialisti. Insomma, sosteniamo la resistenza… ma questa deve farcela
da sola e solo con quello che ha!
La
Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale è coerentemente al
fianco della Resistenza ucraina, e la invita a chiedere le armi a chiunque
possa fornirle, anche ai Paesi imperialisti, senza nessun impegno politico in
cambio di queste armi.
Le guerre si fanno con le armi, la resistenza
si fa con le armi, e nel 2022 non ci sono armi che non siano prodotte da Stati
borghesi o da imprese capitaliste. Aggiungiamo che anche la resistenza
partigiana in Italia ha fatto uso delle armi mandate (loro malgrado) dagli
imperialisti britannici e statunitensi.
Il problema non è non accettare le armi, o non
rivendicarle, ma mantenere l’indipendenza politica di classe.
Ma
perché non sia un vuoto mantra, cerchiamo di indicare in cosa consiste questo
mantenimento dell’indipendenza di classe.
Significa
che, mentre rivendichiamo armi per la resistenza ucraina e diciamo anche alla
resistenza di chiederle ai Paesi della Nato, avvertiamo le masse popolari
ucraine che gli imperialisti occidentali sono dei briganti che vogliono a loro
volta sottomettere l’Ucraina, solo con metodi meno diretti, e che quindi non
devono fidarsi di loro e non dovranno, una volta sconfitta l’invasione russa,
consegnare loro il Paese.
Significa che, mentre rivendichiamo armi per
l’Ucraina da parte della Nato, ci opponiamo a qualsiasi intervento militare e
chiediamo con forza lo scioglimento dell’Alleanza atlantica.
Significa
che, mentre chiediamo che il governo italiano mandi armi moderne (e non dei
ferri vecchi) in Ucraina per la resistenza, non plaudiamo all’aumento di spese
militari, ma anzi denunciamo che è stato deciso non per aiutare gli ucraini, ma
per gli interessi dell’imperialismo italiano.
Significa che, mentre diciamo alle masse
popolari ucraine e ai lavoratori di lottare contro i russi nella stessa trincea
dell’esercito regolare sotto il comando di Zelens'kyj, denunciamo le reticenze
nel condurre a fondo la lotta contro l’invasore armando le masse, condanniamo
le leggi antioperaie che indeboliscono la resistenza stessa, e avvertiamo le
masse che la borghesia ucraina, di cui Zelens'kyj è il rappresentante, sarà
domani pronta a svendere la vittoria per un accordo con Putin che le permetta
di rafforzare le proprie posizioni rispetto a quelle delle masse in armi.
È
questo l’unico modo che conosciamo per aiutare la resistenza e per preparare le
masse ucraine per la rivoluzione.
Certo,
la guerra è una situazione quanto mai contraddittoria, intervenirci significa
«sporcarsi le mani», ma astenersi significherebbe lasciare le masse ucraine in
balia della propria borghesia e dell’imperialismo di Usa, Ue e Nato.
Questo
sì che sarebbe un tradimento di classe nei confronti dei lavoratori ucraini.
Dalla resistenza ucraina agli Stati uniti socialisti
d’Europa.
Abbiamo
visto come la resistenza ucraina abbia cambiato lo scenario della guerra,
sconfiggendo la blitzkrieg ipotizzata da Putin.
Non
possiamo qui riassumere le vicende militari, ma alcune cose possiamo dirle:
1) all’inizio l’operazione militare russa era
finalizzata a una rapida vittoria sull’esercito ucraino, assediando le
principali città e in particolar modo Kyïv;
2)
dopo quasi un mese di assedio delle città, l’esercito russo ha dovuto prima di
fine marzo ritirarsi sia verso il territorio russo che verso la Bielorussia;
3) le
uniche zone rimaste tra quelle occupate all’inizio del conflitto sono nel sud,
nella regione di “Cherson”, e nella zona di “Luhans’k”, così le operazioni si
sono spostate nel Donbas.
Nonostante la sconfitta a Kyïv, lo spostamento
dell’obiettivo nel Donbas, vicino al confine russo, dovrebbe facilitare le cose
all’esercito di Putin, ma questa è solo una faccia della medaglia, e nemmeno la
più importante.
Secondo
quanto riportato, Putin aveva mandato i suoi soldati in Ucraina allo sbaraglio
e senza dire loro cosa stavano per fare.
Questo,
insieme alle proteste (duramente represse) in Russia dei primi giorni di
guerra, ha minato il morale dell’esercito di leva russo, tanto che Putin ha
dovuto mandare in campo, già a metà marzo, delle milizie cecene.
Ora il
fronte interno russo sembra più calmo, sui media non passano più notizie di
manifestazioni contro la guerra, ma non vuol dire che tutto sia in discesa per
Putin. Dal mese di marzo opera all’interno dell’esercito ucraino una speciale
unità composta solo da russi chiamata “Svoboda Rossii” (Libertà per la Russia),
che lotta contro l’invasione russa con la prospettiva di poter rovesciare il
regime di Putin. Inoltre, sembrerebbe si stiano moltiplicando i casi di
renitenza alla leva in Russia.
La
situazione, come sempre in questi casi, non è determinata in anticipo:
per quanto difficile, la resistenza ucraina
all’invasione può vincere, soprattutto se le masse popolari riescono ad armarsi
e a prendere nelle loro mani la direzione di questa guerra di liberazione
nazionale per superare le reticenze del governo Zelens'kyj.
Una
sconfitta di Putin darebbe un impulso alle lotte in tutta la regione, a partire
da Bielorussia e Kazakistan, oltre che ovviamente dall’Ucraina stessa:
per le
masse ucraine, che 8 anni fa hanno già sconfitto la repressione di “Janukovyč,”
sconfiggere oggi Putin significherebbe un’esperienza e uno stimolo
incomparabili, e sarà difficile a quel punto per la borghesia ucraina e
l’imperialismo disarmare le masse che avevano lottato contro l’invasione e
sottoporle al «normale» sfruttamento capitalista.
Una sconfitta di Putin minaccerebbe di far
crollare il regime costruitosi in Russia negli ultimi 23 anni, liberando un
potenziale immenso.
E ovviamente sarebbe un impulso immenso per la
lotta di tutti i popoli oppressi contro l’imperialismo.
Il
Partito di alternativa comunista, sezione italiana della “Lega internazionale
dei lavoratori” – “Quarta Internazionale”, si schiera a fianco della resistenza
ucraina, con piena indipendenza di classe rispetto alla direzione politica del
borghese Zelens'kyj e dell’imperialismo di Usa, Ue e Nato.
Appoggia
tutte le iniziative a sostegno della resistenza, come la “Carovana di aiuti
operai” per l’Ucraina promossa dalla” Rete sindacale internazionale di
solidarietà e di lotta”, e rivendica armi per le masse ucraine che lottano per
la loro indipendenza contro l’invasione di Putin.
La vittoria contro l’esercito russo sarà il
primo passo della lotta rivoluzionaria in tutta Europa.
Fin da
oggi ci opponiamo a qualsiasi intervento della Nato nel conflitto e chiediamo
il suo scioglimento, in quanto strumento del militarismo imperialista, ma
parimenti chiediamo lo scioglimento del “Csto”, che è stato uno strumento per
reprimere le lotte dei lavoratori in Kazakistan lo scorso gennaio.
Diciamo
con forza che la sacrosanta indipendenza dell’Ucraina e il suo sviluppo, e così
per tutti gli altri Paesi dell’Europa, non potrà avvenire all’interno
dell’Unione europea imperialista, ma solo attraverso una nuova Europa, fondata
sulla libera unione, politica ed economica, dei popoli, una “Europa dei
lavoratori, gli Stati uniti socialisti d’Europa”.
Se i
lavoratori e le masse oppresse di tutta Europa non faranno di questa lotta, a
partire appunto dall’odierna lotta della resistenza ucraina contro l’invasione
di Putin, la loro lotta, il futuro che ci prospetta il capitalismo sarà un
futuro di continue guerre.
Sta a
noi, e alle masse ucraine che oggi sono in prima linea, lottare per porre fine
alla barbarie.
L'errore
tariffario di Trump
si
ritorce contro di lui.
Unz.com
- Mike Whitney- (11 maggio 2025) – ci dice:
Donald
Trump ha tirato i dadi ed è uscito con gli occhi di serpente.
Pensava di poter fare il prepotente con la
Cina, ma la Cina ha scoperto il suo bluff. Ora deve denunciare il suo
fallimento al popolo americano cercando di far sembrare il più grande errore
commerciale nella storia della nazione, come uno "sbalorditivo trionfo
della volontà".
Buona
fortuna.
Fortunatamente,
abbiamo una metrica affidabile per determinare se Trump ha avuto successo o ha
fallito.
Se la
Cina fa concessioni per preservare il commercio con gli Stati Uniti, allora
possiamo dire che Trump ha "vinto".
Ma se
Trump è costretto a rimuovere i suoi dazi prima che la Cina accetti di
riprendere il commercio, allora Trump "perde".
Quindi,
è davvero solo una questione di chi sbatte le palpebre per primo.
Immaginiamo
che Trump "batterà le palpebre per primo" in base al fatto che Trump
"non ha carte da giocare".
La Cina lo ha in mano e lo sa.
Molti
analisti lo sapevano fin dall'inizio, ma le loro opinioni sono state soffocate
dall'esercito di scribi e opinionisti anti-cinesi che pensano che i potenti
Stati Uniti possano schiacciare la Cina ogni volta che vogliono.
Ora
vedranno che il mondo non funziona in questo modo.
Ora
vedranno che un paese mal governato con un debito di 36 trilioni di dollari e
che sta scivolando verso l'insolvenza irreversibile, non riesce a fare le
regole. Questo è tratto da un pezzo della “CNN” (domenica):
I
funzionari statunitensi di alto livello coinvolti nei negoziati commerciali di
alto livello con la Cina sono usciti da due giorni di colloqui decantando "sostanziali
progressi" e confermando apparentemente che è stato raggiunto un accordo
tra i due paesi, il che potrebbe avere enormi implicazioni per l'economia
globale.
"Sono
lieto di annunciare che abbiamo compiuto progressi sostanziali tra Stati Uniti
e Cina negli importantissimi colloqui commerciali", ha affermato il
Segretario al Tesoro “Scott Bessent” in una breve dichiarazione domenica a
Ginevra, in Svizzera, dove si sono svolti i colloqui, definendo i negoziati
"produttivi".
Il
rappresentante commerciale degli Stati Uniti, “Jamieson Greer”, ha dichiarato
che domenica è stato raggiunto un accordo, dopo che il mese scorso il
presidente Donald Trump ha imposto tariffe elevate del 145% sulla maggior parte
dei prodotti cinesi.
"Il
presidente ha dichiarato l'emergenza nazionale e ha imposto tariffe e siamo
certi che l'accordo raggiunto con i nostri partner cinesi ci aiuterà a lavorare
per risolvere questa emergenza nazionale", ha affermato “Greer”.
Ha
aggiunto: "È importante capire con quanta rapidità siamo riusciti a
raggiungere un accordo, il che riflette il fatto che forse le differenze non
erano così grandi come si pensava". “CNN”.
"GRANDI
PROGRESSI", dadi. Ciò significa che la Cina ha accettato i dazi
unilaterali di Trump o ha fatto importanti concessioni.
Allora,
qual è?
Lo
sapremo lunedì.
Tutto
ciò che sappiamo finora è che entrambe le parti hanno concordato di istituire
un meccanismo di consultazione commerciale tra Stati Uniti e Cina.
Cosa
significa?
Ciò
significa che Stati Uniti e Cina hanno concordato un quadro specifico per un
dialogo continuo tra i due Paesi su questioni relative al commercio, ai dazi,
ai controlli sulle esportazioni e all'accesso ai mercati. In altre parole,
hanno concordato di rispondere al telefono quando i funzionari dell'altro Paese
chiamano.
Non lo
fanno comunque?
Sì, è
vero, il che significa che la terminologia è stata creata per distogliere
l'attenzione dal fatto che la Cina non ha offerto alcuna concessione e si
rifiuta di cedere finché i dazi non saranno revocati.
Tutto ciò è molto negativo per Trump, che
vuole convincere la sua base che la "maniera dura" e le tattiche da
bullo possono costringere i rivali a piegarsi alla volontà dello Zio Sam.
Ma
chiaramente non è successo.
Questo è tratto da un articolo del “Global
Times” di domenica:
L'attenzione
globale è focalizzata su Ginevra, in Svizzera, dove durante il fine settimana
si è tenuto un incontro economico e commerciale di alto livello tra Cina e
Stati Uniti...
In
risposta alle domande sull'abuso dei dazi da parte degli Stati Uniti, il
viceministro degli Esteri cinese “Miao Deyu” ha dichiarato domenica in una
conferenza stampa che gli Stati Uniti usano i dazi come arma per esercitare la
massima pressione e perseguire interessi personali, incarnando i tipici
unilateralismo, protezionismo e prepotenza economica.
Questo
approccio sacrifica gli interessi legittimi dei paesi di tutto il mondo per
servire gli interessi egemonici degli Stati Uniti.
La
Cina si oppone fermamente all'imposizione da parte degli Stati Uniti dei
cosiddetti "dazi reciproci" e ha adottato energiche misure legali per
contrastarli con fermezza, ha riportato domenica” CCTV News”.
La
Cina tutelerà fermamente i propri interessi di sviluppo, sosterrà l'equità e la
giustizia internazionale e manterrà l'ordine commerciale internazionale.
Siamo
disposti a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con i paesi
latinoamericani per sostenere congiuntamente il multilateralismo e il sistema
commerciale multilaterale, ha affermato Miao.
La
decisione della Cina di avviare colloqui con gli Stati Uniti è stata presa dopo
un'attenta valutazione delle aspettative globali, degli interessi della Cina
stessa e delle preoccupazioni delle aziende e dei consumatori statunitensi, e
riflette l'apertura e il senso di responsabilità della Cina in quanto grande
potenza mondiale...
Se gli
Stati Uniti continuano ad aggrapparsi al principio "America First" e
all'unilateralismo, cercando concessioni dalla Cina attraverso tattiche di
pressione, è improbabile che qualsiasi dialogo possa produrre progressi
significativi, ha osservato Ying...
Il
commercio cinese ha continuato ad espandersi con un ritmo solido ad aprile.
Il valore totale delle esportazioni e delle
esportazioni del paese ad aprile ha raggiunto i 3,84 trilioni di yuan (531,46
miliardi di dollari), con un aumento del 5,6% su base annua.
Le esportazioni si sono attestate a 2,27
trilioni di yuan, con un aumento del 9,3%, mentre le importazioni sono state
pari a 1,57 trilioni di yuan, con un aumento dello 0,8%, secondo i dati
pubblicati venerdì dall'Amministrazione generale delle dogane.
Tempi.
Quindi,
a partire da domenica, non c'è alcuna indicazione che la Cina riprenderà il
commercio con gli Stati Uniti a meno che Trump non ceda e rimuova i dazi.
Quindi, ciò che Trump deve fare ora è gettare
la spugna alla Cina e poi rivendicare la "vittoria" per aver creato
l'inestimabile "meccanismo di consultazione commerciale".
Deve
convincere i suoi sostenitori a credere che la sua capitolazione sia in realtà
una solida "vittoria" per il Team USA.
Ora la
cattiva notizia: la Cina ci ha già sostituita.
LA
CINA HA GIÀ venduto enormi quantità di prodotti originariamente destinati ai
consumatori statunitensi ai suoi vicini...
E i vicini stanno acquistando in grandi
quantità, dando al gigante cinese un aumento dell'8,1% nelle vendite
all'esportazione, sorprendendo gli analisti .
"All'inizio
di aprile, ho detto che i dazi di Trump sulla Cina rafforzeranno i legami
commerciali tra la Cina e il resto del mondo nei prossimi anni", ha detto
il professore “Justin Hauge” dell'Università di Cambridge nel Regno Unito,
commentando “X”. "
Non ci
sono voluti alcuni anni. Ci è voluto un mese".
Si
tratta di una cattiva notizia per il capo del Tesoro statunitense “Scott
Bessent”, che oggi inizierà i negoziati in Svizzera con il vice premier cinese “He
Lifeng.
I
NUMERI.
I dati
appena pubblicati mostrano che le esportazioni dalla Cina sono aumentate di uno
sbalorditivo 8,1% ad aprile, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
La
maggior parte delle merci viene sviluppata da Indonesia, Vietnam, Thailandia e
altri paesi.
La scuderia di analisti di “Bloomberg” ha
previsto un aumento del 2% e “Reuters” ha previsto un balzo dell'1,9%.
Il
balzo dell'8,1% segue la crescita del 12,4% di marzo, quando gli esportatori
hanno fatto gli straordinari per battere il lancio del 2 aprile
dell'"attacco tariffario globale" di Donald Trump.
Il ha
citato “Heron Lim”, economista di” Moody's Analytics”, il quale ha affermato
che, mentre ad aprile il commercio della Cina con gli Stati Uniti è diminuito
del 21% su base annua, è aumentato della stessa percentuale con le nazioni del
sud-est asiatico e dell'8% con l'UE...
La
Cina, che si concentra sul commercio piuttosto che sulla politica, produce beni
per chiunque voglia comprare, e questo significa che l'altro 95% dell'umanità
andrà benissimo come cliente sostitutivo.
Sembra
che la nazione sia indispensabile, non sia poi così indispensabile.
Ecco
di più dal “Global Times”:
La
Cina si è mossa per accelerare la sostituzione dei prodotti statunitensi prima
dei colloqui commerciali ad alto livello tra Cina e Stati Uniti in Svizzera.
La Cina ha firmato lettere di intenti con gli
esportatori dell'Argentina per l'acquisto di soia, mais e olio vegetale poco
prima dei colloqui di Ginevra.
All'inizio
di aprile, la Cina ha firmato contratti per l'acquisto di almeno 2,4 milioni di
tonnellate di soia dal Brasile.
Il
rapporto ha sottolineato che queste mosse sottolineano gli sforzi della Cina
per assicurarsi fonti alternative di beni statunitensi prima dell'inizio
dell'incontro commerciale bilaterale.
La
Cina ha firmato una lettera di intenti con gli esportatori in Argentina per acquistare
circa 900 milioni di dollari di soia, mais e olio vegetale, ha riferito venerdì
Bloomberg...
I delegati cinesi hanno anche avuto colloqui
con i rappresentanti delle imprese locali, concentrandosi sull'espansione della
cooperazione economica e commerciale bilaterale e sulla difesa del sistema di
libero scambio.
Nonostante
i venti contrari posti dall'escalation dei dazi statunitensi, il commercio
estero cinese ha registrato una performance migliore del previsto ad aprile.
Secondo
i dati pubblicati dall'”Amministrazione Generale delle Dogane”, mentre le
esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 21% su base annua,
attestandosi a circa 33 miliardi di dollari il mese scorso, le esportazioni
cinesi complessive sono aumentate dell'8,1%, con un aumento del 13% delle
esportazioni verso i mercati non statunitensi.
Tempi
globali.
L'ironia
di questi sviluppi è che i comunisti si comportano come capitalisti, mentre i
capitalisti (Trump e soci) si comportano come degli idioti.
Non si
rendono conto che la loro strategia ottusa è esplosa in faccia a loro?
La
Cina continua a commerciare, prosperare e crescere, mentre i porti statunitensi
sulla costa occidentale si sono trasformati in città fantasma e i commercianti
al dettaglio si stanno progettando un futuro tetro con prezzi più alti e
scaffali vuoti. Non è forse ora di fare un bilancio onesto e cercare di fermare
l'emorragia prima che il paziente muoia?
Ecco altre parole del premio Nobel “Joseph Stiglitz”:
Ridurre
la dipendenza degli Stati Uniti da alcune importazioni cinesi non è un compito
semplice.
La
produzione di iPhone, ad esempio, potrebbe essere trasferita altrove... ma ci
vorrà molto tempo e sarà costoso...
La
Cina gode ora di un vantaggio comparato nella logistica, nelle catene di
approvvigionamento manifatturiere e nell'ingegneria.
Non è un caso che la Cina domini la produzione
di smartphone e di molti altri prodotti: è molto più economico produrli lì.
I
prezzi di questi prodotti aumenteranno con la riconfigurazione delle catene di
approvvigionamento...
La
Cina ha il know-how, la determinazione e le risorse per compensare questa
carenza di domanda, e potrebbe essere in grado di farlo rapidamente...
Spostare
la produzione negli Stati Uniti richiederà massicci investimenti iniziali ma, a
causa di tutte queste interruzioni, nessuna azienda può essere sicura del
contesto economico tra tre mesi, figuriamoci tra quattro anni...
Trump parla di riportare i posti di lavoro nel
settore manifatturiero, ma oggi i posti di lavoro nel settore manifatturiero
costituiscono meno del 10% dell'occupazione negli Stati Uniti.
Sta
guardando al passato, non al futuro.
Anche
se riuscisse a resuscitare l'industria manifatturiera americana, non creerebbe
buoni posti di lavoro per i lavoratori nelle parti deindustrializzate del
paese.
Le
automobili di oggi sono fatte da robot, con le migliori aziende che impiegano
tanti ingegneri e ricercatori quanti addetti alla produzione, e il lavoro in
linea di produzione spesso non è ben pagato.
Oggi sono
i settori dei servizi e della conoscenza a contare davvero, ma è quasi certo
che il surplus commerciale di lunga data degli Stati Uniti in questi servizi
diminuirà, soprattutto considerando il danno che Trump sta arrecando al suo
considerevole soft power:
il turismo sta precipitando, gli studenti
stranieri sono scoraggiati dallo studiare negli Stati Uniti, lo stato di
diritto è messo alla prova e il presidente sta conducendo una massiccia
battaglia contro le principali università del paese...
La
Cina, nel frattempo, ha costruito dozzine di nuove università negli ultimi
dieci anni.
La
Cina ha le carte in regola su Trump, “Joseph Stiglitz”, “The Sunday Times”.
Non ho
la sfera di cristallo, quindi non posso prevedere cosa accadrà lunedì (quando
verranno pubblicati i dettagli dei colloqui Cina-Stati Uniti), ma mi aspetto
che le affermazioni di Trump di "grandi progressi" e di un
"reset totale" con la Cina saranno smascherate come "più
desideri" nel migliore dei casi e una deliberata invenzione nel peggiore.
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