Destabilizzare l’Europa.

 

Destabilizzare l’Europa.

 

 

I blackout in Spagna, Portogallo

e Francia e le prove tecniche

per destabilizzare l’Europa.

Lacrunadellago.net – (29/04/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

In Spagna, lo chiamano grande “apagon”, ovvero il termine nella lingua castigliana per identificare l’interruzione di energia elettrica, il “blackout”, se invece si preferisce la terminologia anglosassone.

Molti spagnoli ieri hanno vissuto una giornata di inferno e di paura.

Diversi sono rimasti bloccati nelle metropolitane mentre si recavano al lavoro e molti altri si sono trovati completamente disconnessi da Internet, che nell’era moderna significa semplicemente non essere più in grado di comunicare.

 

C’è stato in Spagna il buio delle comunicazioni esteso anche alle arterie stradali perché si è praticamente spento tutto, compresi i semafori.

Gli spagnoli si sono ritrovati in uno scenario praticamente simile a quello che si vedeva in un film di qualche anno fa, “Live Free or Die Hard”, nel quale l’agente di polizia “John McClane”, interpretato da “Bruce Willis”, si trova a dover fare i conti con un attacco cibernetico alla rete energetica eseguito da un gruppo di terroristi informatici, un tempo al servizio della “NSA”.

 

Il governo spagnolo di Sanchez ha dichiarato che una causa ufficialmente ancora non c’è, mentre il governo del Portogallo, anch’esso colpito dall’interruzione di energia elettrica, ha dichiarato che a causare l’interruzione di energia sarebbero state delle “estreme oscillazioni” nelle temperature atmosferiche, anche se non risulta che negli ultimi giorni il Portogallo si sia trasformato nell’Arabia Saudita agostana.

 

A leggere le righe scritte dal gestore dell’energia in Portogallo, la società anonima “Redes Energéticas Nacionais”, pare che un qualche suggeritore esterno abbia detto alla “REN” di provare ad utilizzare tale situazione di crisi per provare a spingere la defunta narrazione del riscaldamento globale, dietro la quale di scientifico non c’è praticamente nulla, ma di politico invece tutto.

 

Esiste il comunicato del REN portoghese.

L’interruzione di energia ha colpito però oltre a Portogallo e Spagna anche parti della Francia, e di conseguenza di deve fare i conti con una qualche situazione di improvvisa criticità che è riuscita a colpire tre Paesi diversi con tre diversi gestori energetici, e la improbabile “spiegazione” delle oscillazioni della temperatura, da scartare già prima, può essere definitivamente accantonata perché si parla di Paesi dove il clima in diversi casi non è affatto lo stesso.

 

La causa più probabile di una simile interruzione in tre Paesi europei è sembrata essere a molti proprio un attacco informatico, ma il presidente del Consiglio europeo, il portoghese “Antonio Costa”, si è subito precipitato a smentire qualsiasi correlazione con eventuali hacker, anche se non è ben chiaro come faccia “Costa” ad escludere già questa ipotesi, visto che l’inchiesta sulle cause è appena agli inizi.

 

In Spagna, ad esempio, non sembrano averla ancora scartata perché la “INCIBE”, l’agenzia per la cibersicurezza, pare la stia prendendo in seria considerazione, ma è proprio la tempistica di questo evento che desta invece sospetti sull’eventuale mandante.

 

Quegli strani spot dell’UE per il kit di sopravvivenza.

Soltanto un mese fa infatti l’Unione europea, dal nulla, e senza che ce ne fosse una ragione apparente, iniziava a fare gli spot per fare fronte a fantomatiche situazioni di “sopravvivenza” tanto da rilasciare un breve, e paradossale video, nel quale una signora spiegava con il sorriso sulle labbra cosa fare in uno scenario che prevedesse un qualche evento catastrofico.

Esite lo spot dell’UE sul “kit di sopravvivenza”.

 

Sempre dalle parti della Commissione europea, i vari burocrati di Bruxelles soffiavano di nuovo sul fuoco della paura quando invitavano i propri cittadini, anche qui senza alcuna valida ragione, a fare scorte di emergenza per almeno 3 giorni nuovamente per fare fronte a situazioni critiche non meglio specificate.

 

Non è però la prima volta che istituzioni o organizzazioni internazionali si adoperano per ventilare situazioni di improvvise catastrofi globali.

 

Il caso di “Cyber Polygon”.

Qualche tempo fa infatti il forum di Davos stava lavorando ad una esercitazione dal nome” Cyber Polygon”, nella quale, casualmente, si immaginava uno scenario di attacchi informatici tali da gettare completamente nel caos i Paesi che ne venivano colpiti e da mandare in tilt i loro sistemi operativi, e di conseguenza, le loro infrastrutture energetiche, esattamente come avvenuto in Spagna, Portogallo e Francia.

La tempistica di questa “simulazione” è alquanto indicativa.

“Cyber Polygon” partì nell’estate del 2021, quando la “farsa pandemica” iniziava già a dimostrare dei seri segni di cedimento in quanto diversi Paesi, a partire dalla Cina che l’aveva iniziata, si stavano progressivamente sganciando dal terrore “pandemico” tramite la rimozione delle restrizioni e il ritorno alla precedente normalità.

 

A Davos, laddove l’operazione terroristica del coronavirus è stata concepita, mostravano già una certa preoccupazione perché il mondialismo vive di crisi artificiali senza le quali il disegno ultimo, il cosiddetto governo mondiale, è praticamente impossibile.

A spiegarlo è stato, tra gli altri, proprio uno dei vari adepti di questi circoli, “Mario Monti”, salito al potere dopo il golpe di Napolitano 14 anni fa e sodale del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale.

“Monti” spiega che le “crisi” sono indispensabili per costringere i Paesi a rinunciare alle proprie “sovranità nazionali” e consentire così, “finalmente”, la nascita di quella governance globale che gli uomini come lui vogliono.

 

David Rockefeller, uno dei leader assoluti di questo piano, fece le stesse identiche considerazioni nel 1995, di fronte al consesso delle Nazioni Unite.

Tutto quello di cui abbiamo bisogno è una grossa crisi e le nazioni saranno così costrette ad accettare il Nuovo Ordine Mondiale.”

Ogni qualvolta pertanto si sente di una qualche crisi violentemente spinta dagli organi di “informazione” è perché questi assumono al ruolo di megafono della paura.

I proprietari dei mezzi di comunicazione sono essi stessi parte dei vari gruppi dell’alta finanza mondiale, e gli organi di stampa da loro controllati hanno il compito preciso di tramortire il pubblico attraverso un massiccio flusso di notizie false di matrice terroristica.

 

Se si volesse individuare la causa prima del terrorismo moderno, non si potrebbe non chiamare sul banco degli imputati in quanto è sempre e soltanto essa che cerca costantemente di destabilizzare la popolazione per soddisfare gli interessi dei vari signori dell’editoria mondiale.

 

Non esiste caso di scuola più significativo in tal senso di quello del Covid , nel quale si è fatto prima falsamente credere che si fosse diffuso un letale agente patogeno,  per poi proporre la falsa soluzione dei vaccini, che, quelli sì, stanno facendo una interminabile strage da diversi anni a questa parte.

Ogni filone però prima o poi si esaurisce, e la “farsa pandemica” non è da meno, e quando si presenta tale situazione allora si apre il libro della paura e si cerca un altro nuovo scenario per giungere al fine desiderato.

All’epoca, erano già in corso le prove tecniche per sondare il terreno delle emergenze indotte degli attacchi informatici e i risultati si videro a breve distanza di tempo.

 

Non passarono pochi giorni da “Cyber Polygon” che dal nulla iniziarono a verificarsi degli attacchi cibernetici in varie parti d’Europa come quello capitato in Germania, nella cittadina di “Anhalt-Bitterfeld”, dove l’amministrazione comunale dichiarò la “catastrofe” dopo essere stata colpita da misteriosi hacker senza volto e ancora oggi mai identificati.

 

Dopo che terminò “Cyber Polygon” in questa piccola località della Germania non risulta che si siano mai manifestati più problemi di sorta così come i sistemi informatici della regione Lazio, colpiti soltanto poche settimane dopo la fine dell’esercitazione di Davos, non sembrano più aver avuto gli stessi problemi di allora.

In altre parole, si ha a che fare con la pura logica di quelle che nel gergo dei servizi vengono chiamate “operazioni di falsa bandiera”, dove i vari apparati di intelligence si mettono all’opera per organizzare eventi terroristici o attuare sabotaggi per dare la colpa a questo o quel Paese, quasi sempre la Russia, e arrivare in seguito all’attuazione di straordinarie misure di emergenza, indispensabili sia per restringere completamente il perimetro delle libertà personali ma anche per trasferire la sovranità altrove, fuori dai confini nazionali.

 

L’impossibilità di eseguire una nuova crisi globale.

Le condizioni rispetto al 2021 sono però completamente mutate.

Ad oggi, l’Unione europea non ha più alcun modo di continuare a proseguire l’agenda di club come Davos, per il semplice fatto che quell’agenda è diventata di fatto inattuabile per la defezione e l’ostilità di troppi attori politici, come la Russia, gli Stati Uniti di Trump, la citata Cina, ma anche molti Paesi del mondo multipolare in Africa, Asia e in America Latina.

 

Se fino al 2020, il mondo era ancora in una situazione di guado, piombato in un buco nero che aveva sospeso il tempo e annullato la quotidianità, funestata da una criminale campagna di paura, dopo il 2021 e dopo soprattutto il rifiuto degli Stati Uniti di proseguire nell’attuazione dell’operazione terroristica del coronavirus, l’Europa è rimasta sola ed è stata costretta a rimuovere a sua volta le restrizioni.

Non si tratta dunque a questo giro di una crisi per cercare in qualche modo di rianimare la defunta agenda del mondialismo, ma piuttosto di un apparato come, quello dell’Unione europea, che non ha più sponda alcuna sul piano internazionale e che cerca più che altro di creare paura e destabilizzare senza avere però la reale possibilità di giungere al fine desiderato.

 

Se ne era avuto già un saggio nei mesi scorsi quando alcuni mesi fa, fonti dell’intelligence serba avevano raggiunto questo blog per informarlo che i servizi francesi e inglesi avevano allo studio l’esecuzione di attentati terroristici da attribuire alla solita ISIS per provare nuovamente a creare scompiglio e disordini.

Non passarono poche settimane da quella rivelazione, che alla fine dell’anno, iniziarono ad essere eseguiti degli attacchi terroristici in contemporanea in diversi Paesi europei e, a breve distanza di tempo, negli Stati Uniti, dove “Matt Livelsberger” e “Din Bahar Jabbar”, eseguirono due attentati terroristici a New Orleans e Las Vegas.

In una foto appaiono a sinistra, in alto, Matt Livelsberger, sotto Jabbar, a destra Ryan Routh.

Livelsberger e Jabbar non erano però esattamente due psicolabili manipolati da qualche gruppo islamista.

 

Erano due ex militari formatisi nella base militare di Fort Bragg, nella Carolina del Nord, lo stesso luogo nel quale era di casa “Ryan Routh”, il secondo aspirante assassino di Donald Trump, arrestato lo scorso settembre.

Esaurito, almeno per ora, il copione del terrorismo islamico pare che i vari servizi di intelligence abbiano ripiegato su una operazione di attacco o sabotaggio delle varie infrastrutture, e in Italia, ad esempio, è da un po’ di tempo a questa parte che si verificano inspiegabili incidenti ferroviari, tanto che le stesse Ferrovie dello Stato hanno denunciato chiaramente i vari guasti alla rete ferroviaria come il risultato di sabotaggi eseguiti da anonimi.

Chi può avere interesse a sabotare la rete ferroviaria se non qualcuno che voglia creare una qualche situazione di instabilità?

 

Dà da pensare anche il fatto che tre giorni prima dell’”apagon spagnolo”, a Roma un trasformatore elettrico andava in fumo, e, ad oggi, le cause dell’incidente ancora non sono chiare.

È questa senza dubbio una piccola coda della strategia della tensione così cara agli apparanti atlantici che insanguinarono l’Italia dal dopoguerra in poi, ma le possibilità che questi eventi portino ad un altro evento globale come la “farsa pandemica del 2020” sono praticamente inesistenti.

 

Quella fase, come si diceva in precedenza, è ormai finita.

Sono queste le battute finali di Maastricht e dell’idea stessa che la sovranità debba essere nelle mani di questi circoli globali di sedicenti “eletti” che vogliono sostituirsi alle nazioni e cancellare la loro storia e le loro identità etniche attraverso l’importazione di centinaia di migliaia di immigrati clandestini, così cari al pontefice preferito dalla massoneria, Jorge Mario Bergoglio.

Il conclave in programma il prossimo 7 maggio è proprio quell’evento che può scrivere la parola fine su qualsiasi residua velleità da parte dei decaduti mondialisti di accanirsi su un progetto ormai fallito.

La chiesa bergogliana è stata senza alcun dubbio un potente alleato del Nuovo Ordine Mondiale.

Francesco si è fatto in ogni modo portavoce di quei poteri che volevano che la Chiesa Cattolica vestisse definitivamente i panni di una ONG di stampo di Soros, dedita non alla difesa dei valori cattolici, ma al loro progressivo svuotamento dall’interno fino a giungere alla fusione con la “religione teosofica” che il mondialismo vuole erigere.

 

Se la Chiesa esce dalla sfera della massoneria ecclesiastica come i primi segni del pre-conclave sembrano suggerire, allora la partita è definitivamente conclusa perché la liberazione di questa istituzione dalla quinta colonna segna la definitiva sconfitta del Nuovo Ordine Mondiale che prim’ancora che piano politico è piano spirituale, ma nel senso deteriore del termine.

 

Ciò non toglie che la bestia agonizzante cerchi di assestare altri colpi prima della sua dipartita, ed è per questo che occorre sperare che la sua morte avvenga quanto prima possibile, soprattutto se si pensa che il conclave potrebbe andare nella direzione ferocemente avversata dalla massoneria e dal sionismo, che hanno scelto tra i loro candidati principali il cardinale Pietro Parolin, già “benedetto” dal rabbino “Shmuley Boteach”.

Il tempo però non è a favore, ma contro” i vari orfani del globalismo e dell’anglosfera”.

Ogni giorno che passa, si avvicina sempre più rapidamente il momento della loro fine.

 

 

 

 

Così Putin dal 2007 punta a

destabilizzare l’Est Europa.

L’analisi del gen. Caruso.

 Formiche.net – (16 – 3 – 2025) - Ivan Caruso – ci dice:

Nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il leader russo pronunciò un discorso che avrebbe delineato la futura strategia geopolitica di Mosca.

A distanza di quasi due decenni, quelle parole si sono tradotte in azioni concrete che hanno ridisegnato gli equilibri internazionali.

 Quella visione si sta materializzando nel tempo, dalle guerre in Georgia e Ucraina fino alle recenti operazioni di destabilizzazione in Romania.

Precedenti sufficienti per tracciare le possibili future mosse del Cremlino in un mondo sempre più multipolare.

 L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della “Sioi”.

 

Nel 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il presidente russo Vladimir Putin delineò quella che sarebbe diventata la sua dottrina geopolitica per i successivi decenni.

Quel discorso, considerato oggi una pietra miliare della strategia russa, conteneva già tutti gli elementi che avrebbero guidato le mosse del Cremlino:

il rifiuto dell’unipolarismo americano, la critica all’espansione della Nato verso Est e l’aspirazione a un sistema multipolare in cui la Russia potesse riaffermarsi come grande potenza.

 

La strategia in azione: 2008-2022.

La visione di Monaco non rimase sulla carta.

Nel 2008, appena un anno dopo, la Russia intervenne militarmente in Georgia, creando le prime “zone cuscinetto” sotto influenza russa in Ossezia del Sud e Abkhazia.

Questo conflitto rappresentò un primo test pratico della dottrina Putin: dimostrare che Mosca era pronta a usare la forza per difendere quello che considera il suo “estero vicino” dall’influenza occidentale.

 

L’escalation proseguì nel 2014 con l’annessione della Crimea e il supporto ai separatisti nel Donbass, in reazione alla “rivoluzione di Maidan” che minacciava di avvicinare l’Ucraina all’orbita occidentale.

 La risposta russa combinò elementi militari tradizionali con le nuove tecniche della guerra ibrida: operazioni militari mascherate, campagne di disinformazione e pressioni economiche.

Nello stesso anno, l’intervento in Siria segnò un’espansione oltre lo spazio post-sovietico.

 Sostenendo Bashar Al Assad, Putin non solo assicurava alla Russia una presenza strategica nel Mediterraneo, ma si presentava come attore globale indispensabile, capace di sfidare l’egemonia americana in Medio Oriente.

Questa proiezione di potere si è poi estesa all’Africa, in particolare in Libia e nel Sahel, tramite il gruppo Wagner e altre forme di presenza.

 

L’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 rappresenta l’applicazione più radicale della visione espressa a Monaco.

 Non si tratta semplicemente di un conflitto territoriale, ma di un tentativo di ridisegnare l’architettura di sicurezza europea che Putin aveva criticato quindici anni prima.

 

Le tattiche attuali: destabilizzare dall’interno.

Oggi, la strategia russa si è evoluta adattandosi alle resistenze incontrate.

 In Romania, come emerso di recente, Mosca ha orchestrato una sofisticata operazione di interferenza elettorale per favorire “Călin Georgescu,” candidato presidenziale filorusso e antioccidentale.

Nonostante i sondaggi lo dessero sotto il 6%, Georgescu ha ottenuto sorprendentemente il 22,3% dei voti nelle elezioni di novembre 2024, poi annullate dalla Corte costituzionale che ha citato esplicitamente “un’azione ibrida aggressiva da parte della Russia”.

 

Questa operazione ha seguito uno schema già applicato in Moldova e Georgia: campagne di disinformazione sui social media (specialmente TikTok), finanziamenti irregolari, e supporto a forze politiche anti Nato e anti Unione europea.

Quando le elezioni sono state invalidate, la Russia ha sfruttato la situazione per alimentare proteste e caos politico, portando persino all’arresto di individui accusati di pianificare un colpo di stato con complicità russe.

La strategia per la Romania è particolarmente significativa perché dimostra come Putin sia disposto a sfidare indirettamente anche paesi membri della Nato, purché lo faccia attraverso metodi ibridi che mantengono una “plausibile negabilità”.

 

Il prossimo capitolo: predizioni sulla strategia futura.

Guardando al futuro, la Russia probabilmente continuerà a implementare la visione delineata a Monaco attraverso diverse strategie complementari.

Mosca cercherà di sfruttare qualsiasi discontinuità nella politica occidentale per legittimare e consolidare le conquiste territoriali in Ucraina, particolarmente in vista di possibili negoziati con l’amministrazione Trump.

 Parallelamente, intensificherà gli sforzi per indebolire la coesione transatlantica, facendo leva sulle tensioni tra Europa e Stati Uniti e sulle divisioni interne all’Unione europea, con i Paesi dell’Europa orientale come la Romania che diventeranno obiettivi privilegiati di queste operazioni di destabilizzazione.

 

Il Cremlino continuerà a rafforzare le alleanze con Cina, Iran e altre potenze non allineate con l’Occidente, nell’intento di costruire un blocco multipolare capace di controbilanciare l’influenza occidentale.

Allo stesso tempo, Putin estenderà la presenza russa in Medio Oriente e Africa, non limitandosi a interventi militari diretti come in Siria, ma adottando forme più flessibili e meno visibili di influenza attraverso mercenari, consulenti militari e sofisticate campagne di disinformazione.

Il caso della Romania dimostra che anche i Paesi Nato non sono immuni a questi tentativi di destabilizzazione interna.

 La Moldova, non protetta dall’ombrello atlantico e con la regione separatista della Transnistria già sotto influenza russa, rimane particolarmente vulnerabile a pressioni dirette.

 

La strategia di Putin non è cambiata nei suoi obiettivi fondamentali dal discorso di Monaco:

 ciò che è mutato sono le tattiche, sempre più sofisticate e adattive.

 Il prossimo capitolo di questa strategia sarà probabilmente caratterizzato da un maggiore ricorso alla guerra ibrida, mirando a erodere dall’interno le istituzioni democratiche occidentali piuttosto che sfidarle apertamente sul piano militare convenzionale.

 

 

 

 

Cambiare o morire?

L'Europa cerca un Garibaldi

 Avvenire.it - Andrea Lavazza – (23 gennaio 2025) – ci dice:

 

Mai come adesso, di fronte alle sfide lanciate dall'amministrazione Trump, a Bruxelles serve una reazione corale immediata. È necessario trovare chi dica: o si fa l'Europa o si muore.

Cambiare o morire? L'Europa cerca un Garibaldi.

   

L’Europa, che molti vedono a un bivio nell’era di Trump – cambiare o morire – può scegliere di scommettere sulla forza del proprio modello, che non verrà scosso alle fondamenta da satelliti o dazi.

Il panico non è mai un buon consigliere, e sbracciarsi individualmente per ottenere qualcosa dalla nuova Amministrazione americana non farà che destabilizzare ulteriormente l’equilibrio.

Questo non significa restare inerti o limitarsi a osservare il vortice di eventi che si susseguono.

Trump esce dagli accordi sul clima?

Allora l’Europa prenda con determinazione la guida delle politiche ambientali a livello globale, invece di perdersi in dispute su un anno in più o in meno per l’addio ai motori termici.

 La sfida ambientale è cruciale e siamo dalla parte giusta della storia.

Se il nuovo presidente sospende gli aiuti internazionali, si disimpegna dalle crisi umanitarie e lascia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Europa deve reagire aumentando il proprio contributo e tornando a essere un interlocutore credibile e privilegiato per il Sud globale.

 Un impegno che non è solo etico, ma anche strategico:

aprirebbe nuovi mercati e opportunità economiche.

Quando però Trump ritira truppe dal Vecchio Continente, l’Unione Europea deve accelerare sulla creazione di un esercito comune e dimostrarsi pronta a investire maggiormente nella difesa.

Sogni irrealizzabili?

No, è il momento di renderli realtà.

 Ieri la presidente della Commissione, “Ursula von der Leyen”, ha parlato di una «nuova era di dura competizione geostrategica, con potenze di dimensioni continentali che si confrontano sulla base dei loro interessi».

Ma questa corsa è iniziata da tempo, e l’Unione Europea si è già mostrata impreparata su alcune sfide decisive.

 La Bussola sulla competitività, che sarà presentata la prossima settimana, dovrà tradurre il “Rapporto Draghi” in azioni concrete.

Certo, serve più innovazione, ma soprattutto maggiore coordinamento e condivisione di obiettivi.

 La vera minaccia dell’America trumpiana non sta tuttavia nelle tariffe commerciali, quanto nella strategia di divisione che arriva da Washington:

“divide et impera” rimane una delle tattiche più efficaci fin dall’antica Roma.

I primi giorni della nuova Amministrazione Usa mostrano con evidenza l’asimmetria tra le due sponde dell’Atlantico.

 In poche ore, il presidente americano firma centinaia di ordini esecutivi, cambiando il volto del Paese e, indirettamente, del mondo intero. L’Unione Europea, invece, impiega spesso anni per prendere decisioni di compromesso.

I contesti istituzionali sono ovviamente diversi, ma questo ci riporta alla necessità più urgente:

una riforma dell’architettura politica della Ue.

 Solo diventando un’entità più coesa, senza sacrificare le nostre specificità ma rafforzando la nostra unità, potremo essere un attore efficace nel panorama globale, al pari delle altre grandi potenze.

Il fatto che un singolo Paese europeo si offra di mediare con Trump e i suoi alleati ultramiliardari, mentre gli altri leader dell’Ue non sono stati nemmeno invitati alla cerimonia di insediamento, è il simbolo della nostra fragilità:

c’è chi guarda a Trump e chi lo aborre, in assenza di una visione e di una strategia unitaria.

Gli Stati Uniti resteranno un alleato, ma possono anche trasformarsi in un rivale su alcuni fronti, in nome del principio “America First”.

Per questo, a Bruxelles servirebbe davvero un Garibaldi, qualcuno con il coraggio di dire: o si fa l’Europa sul serio, o si muore.

Perché l’alternativa è il “ciascuno per sé.“

Una tentazione per alcuni, ma un disastro per tutti.

 

 

 

La minaccia russa e

la sicurezza europea.

Med-or.org - Daniele Ruvinetti – (28-3-2025) – ci dice:

 

La guerra in Ucraina, in corso dal febbraio 2022, ha rappresentato uno spartiacque non solo per l’ordine di sicurezza europeo, ma per l’intera architettura strategica globale. Quali prospettive per la sicurezza europea?

 Il punto di vista di Daniele Ruvinetti.

La guerra in Ucraina, in corso dal febbraio 2022, ha rappresentato uno spartiacque non solo per l’ordine di sicurezza europeo, ma per l’intera architettura strategica globale. È legittimo e auspicabile che la comunità internazionale – e in particolare Stati Uniti ed Europa – lavori con determinazione alla costruzione di una pace giusta e duratura. Una pace che non si basi sulla resa dell’aggredito, ma su un equilibrio che possa garantire la sovranità dell’Ucraina, la stabilità della regione e la sicurezza collettiva. La ricerca di una soluzione politica al conflitto non solo è necessaria, ma rappresenta anche un interesse diretto per l’Unione Europea, che ha subìto in modo diretto e profondo gli effetti sistemici della guerra.

 

Infatti, il conflitto non ha colpito solo il piano militare. Al contrario, ha scompaginato una serie di equilibri attorno a dimensioni fondamentali della sicurezza europea ed euro-mediterranea. La prima e più evidente è quella energetica: la dipendenza europea dal gas russo, già politicamente problematica, si è trasformata in una vulnerabilità strategica. La necessità di diversificare rapidamente le fonti ha avuto un impatto profondo sulle scelte economiche e diplomatiche di molti stati membri, imponendo un ridisegno delle rotte e delle alleanze energetiche.

 

Accanto alla sicurezza energetica, la guerra ha destabilizzato anche il sistema della sicurezza alimentare. L’interruzione delle esportazioni agricole ucraine, unita all’uso strumentale delle derrate come leva geopolitica da parte della Russia, ha contribuito a una crescita dei prezzi delle materie prime alimentari a livello globale, colpendo in particolare i paesi più fragili dell’Africa e del Medio Oriente. Si è così aperto un fronte di insicurezza alimentare che ha riverberi anche sull’Europa, sia in termini economici che di pressione migratoria.

 

Un’altra dimensione colpita è quella della sicurezza marittima. Le operazioni belliche nel Mar Nero, l’occupazione dei porti e la minaccia permanente alla libertà di navigazione in quell’area hanno reso evidente quanto le rotte marittime, anche lontane dai confini europei più stretti, siano cruciali per la sicurezza collettiva e per la tenuta dei flussi commerciali. La guerra ha riportato l’attenzione su una verità spesso trascurata: i mari non sono solo spazi economici, ma anche teatri geopolitici.

 

Infine, la guerra ha esposto – o accelerato – fragilità nella sicurezza infrastrutturale del continente. I collegamenti energetici, logistici e digitali che uniscono l’Europa internamente e con il resto del mondo sono diventati bersagli potenziali di attività ostili, fisiche o ibride. Dalle pipeline alle reti ferroviarie, dai cavi sottomarini alle piattaforme satellitari, la protezione delle infrastrutture critiche è divenuta una priorità strategica, non più differibile.

 

In questo quadro, è evidente che una eventuale tregua o anche un accordo di pace – pur desiderabile – non basterebbe, di per sé, a rimuovere la molteplicità di vulnerabilità che la guerra ha evidenziato o creato. Anzi, proprio queste dimensioni – energetica, alimentare, marittima, infrastrutturale – potrebbero restare al centro delle attenzioni strategiche della Russia, in una logica di pressione permanente sull’Europa. Allo stesso modo, vi sono già ora alcune aree geografiche dove si manifesta o potrebbe intensificarsi la proiezione aggressiva russa.

 

Se è vero che la guerra in Ucraina ha agito da detonatore di nuove insicurezze, è altrettanto vero che le ambizioni strategiche della Federazione Russa non si esauriscono in quel teatro. La postura assunta da Mosca negli ultimi anni, e intensificata dopo l’invasione del 2022, risponde a una logica revisionista e opportunistica: il tentativo di indebolire l’ordine internazionale esistente, erodere l’influenza dell’Occidente e ampliare le proprie sfere d’influenza agendo là dove percepisce vuoti di potere o vulnerabilità strutturali.

 

In questo senso, alcune aree geografiche si configurano come spazi particolarmente esposti a interferenze, infiltrazioni o vere e proprie manovre aggressive da parte russa. L’interesse crescente di Mosca verso il continente africano ne è un esempio evidente. In Nord Africa e nel Sahel, la presenza russa si è consolidata attraverso una combinazione di strumenti militari, economici e informativi. Gruppi paramilitari e contractor – formalmente privati, ma legati all’apparato statale – hanno operato come protesi della strategia del Cremlino, favorendo governi autoritari, destabilizzando regimi democratici fragili e alimentando un clima di dipendenza funzionale dalla Russia.

 

Un caso particolarmente rilevante è poi quello del Corno d’Africa. La Russia ha intensificato negli ultimi anni il suo impegno diplomatico e militare nella regione, con l’obiettivo dichiarato di costruire una base navale a Port Sudan, sul Mar Rosso. Un’infrastruttura di questo tipo, se realizzata, conferirebbe a Mosca un punto d’appoggio strategico nel cuore del sistema marittimo globale, rafforzando la sua capacità di proiezione militare e logistica lungo le rotte tra Europa, Medio Oriente e Asia.

 

Parallelamente, la Russia ha avviato una strategia di avvicinamento a paesi chiave del Sud globale, come il Sudafrica. In questo contesto, Mosca promuove una narrativa anti-occidentale volta a costruire consensi alternativi, spesso facendo leva su argomenti coloniali, sulla critica al “doppio standard” occidentale e su offerte di cooperazione militare ed energetica a basso costo politico. Questo corteggiamento rappresenta una sfida diretta all’Europa, che rischia di veder diminuire la propria influenza in spazi un tempo ritenuti periferici, ma oggi centrali nelle competizioni globali.

 

Al di fuori del continente africano, altre regioni sono già oggi teatro di tensioni crescenti legate all’attivismo russo. Nei Balcani occidentali, Mosca mantiene legami consolidati con attori locali ostili all’integrazione euro-atlantica, sfruttando divisioni etniche e debolezze istituzionali. In Asia centrale, la Russia cerca di contenere la crescente influenza cinese mantenendo il suo ruolo di potenza garante dell’ordine regionale, anche attraverso operazioni militari limitate o accordi di sicurezza bilaterali.

 

In Europa orientale, infine, la guerra ibrida russa continua a manifestarsi attraverso disinformazione, sabotaggi, attacchi informatici e operazioni di destabilizzazione politica in paesi come Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Moldavia e Georgia. Si tratta di un’offensiva asimmetrica e permanente, che mira a minare la coesione interna dell’Unione Europea e a scoraggiare ogni futuro allargamento.

 

A queste tensioni si aggiungono, infine, i segnali di crescente militarizzazione e competizione strategica in spazi apparentemente remoti, ma sempre più rilevanti: il Baltico, l’Artico, il Mare del Nord. Anche in questi teatri, la Russia ha dimostrato la volontà di consolidare la propria presenza militare, rafforzare le infrastrutture dual-use e mettere in discussione i presupposti della libertà di navigazione.

 

Per tutte queste ragioni, è fondamentale che l’Europa non consideri la fine del conflitto in Ucraina come un punto di arrivo, ma come una fase di transizione che richiede una nuova postura strategica. Non si tratta solo di sostenere l’Ucraina nel processo di ricostruzione, ma di affermare un ruolo attivo nel ridisegno delle architetture di sicurezza regionali, nel rafforzamento della resilienza interna e nella protezione degli interessi vitali dell’Unione e dei suoi partner mediterranei e globali.

 

La pace giusta e duratura che auspichiamo non potrà essere tale se non si accompagna a una vigilanza consapevole sulle dinamiche post-conflitto. Solo un’Europa protagonista, coerente e strategicamente unita potrà garantire che la tregua non si trasformi in illusione, e che la sicurezza non sia più una variabile dipendente dalla volontà aggressiva altrui. È evidente che gli Usa abbiano avviato una rimodulazione delle relazioni con Mosca, un nuovo approccio verso la normalizzazione di cui occorre tenere conto nel ridisegnare il perimetro della sicurezza europea — perché non è detto che nonostante il nuovo rapporto con Washington, la Russia sia meno aggressiva nel perseguire i suoi interessi in competizione con l’Europa.

(Daniele Ruvinetti, Analista geopolitico ed Editorialista).

 

 

 

 

Gaza Senza Cibo né Acqua:

la Carestia Voluta da Israele.

Conoscenzealconfine.it – (30 Aprile 2025) - Claudia Carpinella- ci dice:

 

A Gaza non entrano cibo, acqua né medicinali da sessanta giorni.

Mentre oltre due milioni di persone sono strette nella morsa della fame e della sete, più di tremila camion carichi di aiuti umanitari restano fermi ai valichi a causa del blocco imposto da Israele, senza poter raggiungere chi ne ha disperato bisogno. È quanto riportato dalle Nazioni Unite e dal “World Food Programma”, che ha definito l’attuale crisi umanitaria a Gaza come senza precedenti.

 

Ciò che colpisce drammaticamente — e rappresenta un unicum nella storia odierna — è che mai prima d’ora un intero Paese è rimasto privo di cibo e acqua pur avendo, a poche centinaia di metri, convogli parcheggiati con 116mila tonnellate di assistenza alimentare, sufficienti a sfamare un milione di persone per almeno quattro mesi. Il cibo c’è, l’acqua potabile pure. Quel che manca è l’autorizzazione di Israele ad aprire i valichi di Kerem Shalom e di Rafah per consentire il passaggio dei camion carichi di aiuti.

 

La Guerra dell’Acqua.

Sotto il peso della guerra, i palestinesi di Gaza stanno affrontando una crisi idrica che minaccia la loro stessa sopravvivenza quotidiana. L’accesso all’acqua potabile era già fortemente limitato prima della rottura della tregua da parte delle forze israeliane; ora, con i bombardamenti incessanti, la situazione è divenuta catastrofica. Il quotidiano Haaretz riporta che “due terzi dei sistemi di approvvigionamento idrico dell’enclave non sono operativi, a causa dei bombardamenti e della carenza di carburante che ha costretto alla chiusura delle stazioni di pompaggio”.

 

Il magazine israeliano” +972 “approfondisce ulteriormente, riferendo che “dal 7 ottobre l’”Idf” ha distrutto 719 pozzi d’acqua. Il 10 marzo Israele ha interrotto la fornitura di elettricità a Gaza, costringendo il più grande impianto di desalinizzazione della Striscia a ridimensionare le proprie operazioni. Pochi giorni dopo, anche il secondo impianto più grande è stato costretto a fermarsi a causa della carenza di carburante”, conseguenza diretta del blocco totale imposto all’enclave.

Successivamente, tra il 5 e il 7 aprile, anche l’impianto idrico di “Ghabayen”, a “Gaza City”, è stato deliberatamente bombardato. Si trattava dell’ultimo pozzo operativo nella parte settentrionale della Striscia, che garantiva il rifornimento idrico a “Gaza” e “Jabalia”.

 

“Diluire l’Acqua del Mare con Quella Potabile.”

Ed è così che oggi, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, solo un palestinese su dieci ha accesso a una fonte d’acqua relativamente “pulita” — che, tuttavia, sarebbe considerata non potabile secondo gli standard occidentali.

 

Con straordinaria resilienza, il popolo palestinese cerca di affrontare, come può, la crisi idrica. Il magazine “+972” ha raccolto la testimonianza di “Wissam Badawi”, madre di famiglia:

“Non c’è un pozzo nelle vicinanze, quindi mando i miei figli sulla spiaggia a prendere acqua di mare per l’uso quotidiano. Poi mescoliamo l’acqua pulita che ci rimane con quella di mare per ridurne la salinità e renderla potabile”.

 

I pochi pozzi d’acqua ancora funzionanti non sono sufficienti a coprire il fabbisogno della popolazione, senza contare che quelli rimasti attivi si trovano spesso a grande distanza dagli accampamenti di fortuna.

Ha raccontato “Wael Abu Amsh”a, un uomo di 51 anni a cui è rimasto un solo figlio di 7 anni:

“Cammino per sei chilometri e aspetto per ore solo per riempire un gallone d’acqua per la mia famiglia, il che non è nemmeno sufficiente. Finisco per mescolarlo con l’acqua di un’altra stazione, più vicina ma non potabile. Non abbiamo altra scelta”.

 

“La Carestia è Deliberatamente Voluta.”

Alla crisi idrica si aggiunge quella alimentare, aggravata dalla devastazione provocata dagli attacchi israeliani, che continuano a massacrare decine di palestinesi ogni giorno. Un dato su tutti: nelle ultime 72 ore, l’esercito israeliano ha ucciso 167 persone, tra cui decine di bambini.

 

Eloquenti, a tal proposito, le parole di Philippe Lazzarini, Commissario generale dell’”Unwra”:

“Israele sta perpetrando una carestia voluta e politicamente motivata”. Dichiarazioni che fanno eco a quanto riferito dalle Nazioni Unite il mese scorso:

“Israele sembra infliggere ai palestinesi della Striscia condizioni di vita sempre più incompatibili con la loro continua esistenza come gruppo a Gaza”. Le basi di un genocidio, in pratica.

(Articolo di Claudia Carpinella).

(it.insideover.com/guerra/gaza-senza-cibo-ne-acqua-la-carestia-voluta-da-israele.html).

 

 

 

L'ombra russa sui Balcani

e sull'Europa dell'Est.

 Llbolibve.unipd.it - Andrea Gaiardoni – (10-1-2025) – ci dice:

 

 Ormai il discrimine, soprattutto lungo la cerniera più a Est dell’Unione Europea, non è più tra conservatori e progressisti, tra destra e sinistra a volerla semplificare, ma tra candidati più o meno apertamente filo-russi che si contrappongono a quelli schierati nel campo occidentale, o comunque nell’alveo dell’Unione Europea.

Una sfida che da politica diventa così di “appartenenza”, con bandierine da collocare da una parte o dall’altra, come ai tempi della guerra fredda.

 In Europa gli esempi non mancano:

 i premier di Ungheria e Slovacchia non perdono occasione per rimarcare nei fatti il loro ruolo di “ambasciatori del Cremlino.”

 E Mosca sta investendo moltissimo, in termini di tempo, uomini, denaro e tecnologia, per costruire (con mezzi non sempre leciti) un “cuscinetto di protezione” a quello che viene ritenuto il potere crescente della Nato, soprattutto nella penisola balcanica.

 Prova ne sia quanto sta accadendo in Georgia (la recente vittoria del “partito Sogno Georgiano “continua a essere aspramente contestata dalle opposizioni), oppure in Romania, dove le elezioni sono state addirittura annullate dalla Corte Costituzionale, dopo che i servizi segreti rumeni hanno portato alla luce documenti che proverebbero la regia del Cremlino in diversi “attacchi ibridi per condizionare il voto”.

Secondo un alto funzionario della Nato, Mosca ha intensificato gli attacchi non convenzionali contro l’Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2022:

«Il numero di questi tipi di attacchi ha raggiunto un livello che in precedenza sarebbe stato considerato assolutamente inaccettabile», ha dichiarato” James Appathurai”, capo delle minacce ibride e informatiche dell’Alleanza Atlantica, in un'intervista rilasciata a “Sky News”.

 Mentre il Parlamento Europeo ha da poco discusso una risoluzione, che sarà portata al voto questo mese, per contrastare le campagne di disinformazione russe

. «Come abbiamo visto di recente in Romania, Moldavia e Georgia, la Russia non ferma i suoi tentativi di minare e destabilizzare la nostra Unione e i nostri partner», ha denunciato “Kaja Kallas,” Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha rimarcato l’impegno dell’UE a lavorare «contro le interferenze russe volte a far deragliare i loro progressi verso l’integrazione europea».

L’UE ha già deciso di imporre le prime sanzioni a cittadini e associazioni russe accusate di aver organizzato ed eseguito “operazioni di disinformazione”.

Il Trump della Croazia.

È in questo scenario che si colloca l’appuntamento di domenica prossima, 12 gennaio, quando gli elettori della Croazia sceglieranno il nome del loro prossimo presidente della Repubblica.

 Che, salvo sorprese alle urne, sarà il presidente uscente, il nazionalista, populista e filo-russo Zoran Milanovic, il “Donald Trump croato”, come è stato più volte definito dalla stampa internazionale, un “bellicoso critico della Nato e dell’Unione Europea”.

 Milanovic, ex esponente del partito Socialdemocratico (si è dovuto formalmente dimettere, come prevede la legge croata, quando è stato eletto nel 2020) ha sfiorato la rielezione al primo turno, raccogliendo il 49% dei consensi, contro il suo principale avversario, l’europeista Dragan Primorac, candidato dell’Unione Democratica croata (HDZ, di centrodestra, che guida il governo), fermo al 19% dei voti.

Un abisso che difficilmente potrà essere colmato al ballottaggio di domenica prossima.

 Il presidente uscente è un personaggio controverso: fino a pochi anni fa emblema della sinistra (come leader socialdemocratico è stato primo ministro dal 2011 al 2016), si era dichiarato espressamente a favore della difesa dei diritti dei più vulnerabili, a partire dai migranti.

 Dopo la sua elezione a presidente, nel 2020, il tono di voce è cambiato.

Oltre ad aver cominciato ad attaccare frontalmente le associazioni femministe, ha cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti dei migranti («queste persone sono qui illegalmente e dovrebbero essere trattate come tali: il confine croato è sacro»).

 E si è schierato a difesa delle forze di polizia croate, che erano state accusate di crudeltà da un rapporto pubblicato nel 2021 dal Consiglio d'Europa (immigrati costretti a tornare in Bosnia-Erzegovina a piedi nudi, altri gettati nel fiume Korana con le mani legate, altri ancora costretti a stendersi faccia a terra mentre alcuni agenti sparavano colpi di pistola accanto a loro).

 Milanovic era arrivato a definire gli estensori del rapporto «parassiti che ficcano costantemente il naso e danno lezioni».

Il presidente è contrario a offrire aiuti militari all’Ucraina e ha tentato di opporsi all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato.

 Secondo il primo ministro croato,” Andrej Plenković”, il presidente è diventato «il barboncino di Putin».

 Il politologo croato “Zarko Puhovski”, interpellato dall’emittente pubblica tedesca “Deutsche Welle”, ha fotografato così la situazione:

 

 «Milanovic non ha alcun programma: è lui il programma.

 Si presenta come un uomo di parole chiare e di idee chiare che non usa mezzi termini. Questo è ciò che piace alla gente: uomini forti.

Lo stiamo vedendo anche in Ungheria e negli Stati Uniti».

 

Insomma: o di qua o di là. O con l’Europa o con Mosca.

 L’ha ammesso anche lo sfidante di Milanovic, “Dragan Primorac”:

«Queste elezioni mostreranno se la Croazia si sta rivolgendo verso l’Est o verso l’Ovest, verso la divisione o verso l’unità».

In realtà la situazione politica croata è assai più complessa di come viene presentata.

Dopo le ultime elezioni parlamentari, lo scorso aprile, la maggioranza di governo (indebolita da numerosi scandali, l’ultimo dei quali ha visto il ministro della Sanità accusato di corruzione per aver intascato tangenti) si è spostata ancor più a destra, con l’”Unione Democratica croata” che ha stretto un accordo con il partito di estrema destra “Movimento per la Patria” (DP), che si è offerto di sostenere la maggioranza parlamentare solo a condizione che ai membri del “Partito Serbo Democratico Indipendente” (SDSS, espressione della minoranza serba), non fosse permesso di partecipare al governo in alcun modo.

“ Zoran Milanovic “accusa il primo ministro “Andrej Plenkovic “e il suo partito di corruzione e afferma che rappresentano una «seria minaccia per la democrazia».

Plenkovic ha replicato sostenendo che il presidente uscente si sta comportando in modo “dittatoriale”, facendo il gioco della Russia, distruggendo la credibilità di Zagabria con la Nato e con l’Unione Europea, compromettendo la sicurezza nazionale e destabilizzando il paese:

«Milanovic insulta i giornalisti, chiama le donne concubine.

 Gli manca la cultura politica, gli mancano i filtri».

L’affluenza al primo turno delle presidenziali è stata piuttosto bassa, 46%.

 

A proposito dell’influenza della Russia nei Balcani:

più di un anno fa, novembre 2023, il “Council on Foreign Relations”, autorevole e indipendente istituto di ricerca americano specializzato in politica estera, scriveva: «L’antagonismo geopolitico nei Balcani è cresciuto per decenni sulla scia della dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta e delle guerre che ne sono seguite.

 Poiché le relazioni già tese tra Russia e Occidente si sono ulteriormente deteriorate a causa della guerra in Ucraina, le tensioni sono aumentate anche nei Balcani.

I tentativi di portare le nazioni balcaniche nelle istituzioni occidentali hanno costantemente attirato l’opposizione della Russia e dei gruppi nazionalisti e separatisti locali che sostiene.

Con lo spettro di un conflitto irrisolto che incombe in Bosnia-Erzegovina e tra Serbia e Kosovo, gli analisti occidentali affermano che Mosca sta cercando di sfruttare l’instabilità in corso per mantenere la sua influenza e indebolire l’UE e la Nato».

Il ricatto del gas.

E uno dei prossimi obiettivi di Mosca sembra essere la Moldavia.

È di pochi giorni fa la notizia della gravissima crisi energetica che ha colpito la “Transnistria”, una sottile striscia di terra tra il fiume Dniester e il confine ucraino, che si è autodichiarata indipendente dalla Moldavia nel 1990, sostenuta politicamente, economicamente e militarmente dal Cremlino.

Ebbene, dal 1° gennaio “Gazprom” ha interrotto tutte le forniture di gas verso l’Europa attraverso l’Ucraina, in virtù di un accordo pre-bellico appena scaduto e non rinnovato dal governo ucraino.

 La “Transnistria”, circa 400mila abitanti è rimasta senza gas, senza riscaldamento e acqua calda, e anche l’acqua fredda è razionata.

Manca anche la corrente, circa 8 ore al giorno.

Tutte le imprese industriali sono chiuse.

La leadership politica, sostenuta dal Cremlino, ha finora rifiutato le offerte di aiuto della Moldavia.

“Dorin Recean”, primo ministro moldavo, accusa Mosca di aver provocato deliberatamente una crisi umanitaria nella regione, con l’obiettivo di destabilizzare il governo filo-europeo a pochi mesi dalle elezioni, previste il prossimo autunno.

Come scrive la “Pravda europea”, “ong d’informazione ucraina”:

«Vale la pena sottolinearlo:

la Russia può ripristinare le forniture di gas alla Transnistria in qualsiasi momento.

Tuttavia il Cremlino non lo fa e spinge deliberatamente la regione sotto il suo controllo in una profonda crisi umanitaria per “salvarla” in seguito, e per addossare la responsabilità delle vite perse e dell’economia distrutta all’attuale governo della Moldavia, i cui indici di gradimento sono già stati colpiti a causa della crisi energetica.

 È molto probabile che la Russia ripristinerà presto parzialmente le forniture di gas alla Transnistria occupata, ma lo presenterà come un risultato di uno dei politici filo-russi della Moldavia

 L’intero schema si basa sulle elezioni parlamentari in Moldavia, che si terranno nell’autunno del 2025.

 L'obiettivo del Cremlino è quello di sostituire l’attuale governo filo-europeo della Moldavia con uno filo-russo e reintegrare la Transnistria nel paese a condizioni tali da rendere impossibile per il paese rivolgersi nuovamente all’Occidente».

 

 

 

Un unico sindacato criminale

domina il mondo.

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (30 Aprile 2025) - Mees Baaijen – ci dice:

(Sanne Burger e Karel Beckman, De Andere Krant.nl).

 

Nel suo libro “De Roofdieren tegen Het Volk” (I predatori contro il popolo), il ricercatore “Meeuwis T. Baaijen” sostiene che da almeno 500 anni il mondo è governato da un governo mondiale invisibile, da lui chiamato” Glafia” (mafia globale).

“Tutte le rivoluzioni, le guerre e i rivolgimenti politici sono orchestrati dalla Glafia”, afferma “Baaijen” in un’intervista a “De Andere Krant”.

 “Da tempo ormai, le nazioni, le democrazie, i governi e le religioni non hanno più alcun potere reale. Sono strumenti con cui i veri detentori del potere soggiogano le masse”.

Gli storici cercano solitamente di spiegare il corso della storia sulla base di fattori economici, tecnologici, sociologici, politici o ideologici, spesso una combinazione di questi.

Tuttavia, un fattore esplicativo sembra essere tabù:

 l’idea che gli eventi storici importanti siano il risultato di cospirazioni deliberate.

Nella maggior parte dei libri di storia non troverete quasi nulla sul” World Economic Forum”, il “gruppo Bilderberg”, il “Council on Foreign Relations”, i massoni, Skull & Bones, i Rothschild, ecc.

Chi sostiene che tali società abbiano avuto una grande influenza su ciò che accade nel mondo viene accusato di “complottismo” e scomunicato, nonostante le prove abbondanti dell’esistenza di tali complotti.

 

Il ricercatore indipendente “Mees Baaijen” (73 anni) non si cura molto di questo tabù.

Nel suo libro “De roofdieren tegen het volk” (I predatori contro il popolo), pubblicato lo scorso giugno in sette lingue, tra cui l’inglese (The Predators versus the People), fa un passo avanti.

Secondo il veterinario in pensione e giramondo che vive in Costa Rica, tutti gli eventi importanti degli ultimi 500 anni possono essere ricondotti a un’unica, secolare cospirazione.

Che si tratti della frode del Covid, dell’11 settembre, della politica climatica, della Seconda Guerra Mondiale, della Prima Guerra Mondiale, della rivoluzione russa, del nazismo, il comunismo, il colonialismo, la Rivoluzione francese, la rivoluzione industriale, la Riforma protestante, secondo “Baaijen” è tutto opera di “un governo mondiale invisibile”, un cartello criminale segreto che opera a livello globale, composto da banchieri e magnati della finanza, non legato ad alcuna fede, nazione o razza.

Sul suo “substack” ha recentemente riassunto la sua visione della storia mondiale come segue:

 

“Circa 500 anni fa, alcune famiglie estremamente ricche del Mediterraneo hanno avviato un progetto innovativo per controllare il mondo intero.

Non hanno fatto ricorso alla violenza brutale, come i sovrani prima di loro, ma hanno utilizzato metodi segreti:

capitale mobile e inganno organizzato.

 Per poter controllare il mondo a distanza, le famiglie di banchieri dinastici dietro questo progetto segreto acquistarono abilmente le “élite” dei futuri Stati nazionali “sovrani e democratici” dell’Europa.

Grazie alla fusione del capitale mobile di “Glafia” con l’apparato statale, questi paesi apparentemente sovrani divennero Stati vassalli.

 Il loro primo compito era quello di esplorare e colonizzare i vasti territori americani, africani e asiatici.

 Per ottenere il controllo del mondo, la “Glafia” ha prima reso la Spagna (XV/XVI secolo), poi i Paesi Bassi (XVII secolo) e più tardi la Gran Bretagna (XVIII/XIX secolo) le loro potenze mondiali temporanee.

A partire dagli anni ’30 dell’Ottocento, gli Stati Uniti furono preparati e finanziati dai Rothschild britannici per il loro futuro ruolo di quarto egemone nel progetto globalista.

Dopo la seconda guerra mondiale, le nuove ex colonie europee, apparentemente “indipendenti”, furono incorporate nel nuovo impero americano di Glafia (una delle ragioni della rapida crescita della CIA e dell’esercito americano).

L’ultima fase dell’impero americano iniziò nel 1971, quando il dollaro fu sganciato dall’oro e iniziò la “finanziarizzazione” dell’economia americana, che si trasformò in un casinò.

Allo stesso tempo, con il capitale e la tecnologia americani, la Cina comunista fu costruita come futura superpotenza.

Nel frattempo, Glafia ha conquistato tutti i paesi, compresi la Cina e la Russia”.

 

Anche per chi è convinto che esistano complotti di vario tipo e dimensione, questa visione di “Baaijen” è molto estrema.

Egli afferma di essere giunto a questa conclusione dopo dieci anni di studi approfonditi, durante i quali ha esaminato 500.000 pagine di fonti.

Gli abbiamo posto alcune domande critiche.

 

Chi sono esattamente questi membri di “Glafia” che determinano l’intera storia? Perché fanno quello che fanno?

Nel mio libro spiego in modo abbastanza dettagliato come le famiglie più ricche di Genova e Venezia si unirono e poi, insieme ai ricchi ebrei espulsi dalla Spagna, “mettevano in comune” il loro capitale e cominciarono a indirizzarlo verso l’Olanda e l’Inghilterra.

Alcune di queste famiglie sono ancora oggi tra le più ricche del mondo.

Vi darò un’idea della “famiglia Warburg”, una storia simile è quella della “famiglia Astor” (in spagnolo: Astorga).

Ci sono ancora famiglie italiane molto ricche che hanno partecipato a questo sistema per secoli.

“Webster Tarpley” e altri hanno scritto ampiamente su questo argomento.

 I Rothschild e, più tardi, i Rockefeller, da loro resi grandi, hanno preso il comando a un certo punto.

Molte di queste famiglie più ricche del mondo mantengono un profilo basso.

La loro motivazione è il controllo totale.

Vogliono mettere le mani su tutte le ricchezze, compresa l’umanità, e ridurre a zero il rischio di rivolte di massa.

 

Come è stata determinata la storia prima dell’avvento della Glafia?

Dall’aristocrazia, almeno a prima vista.

 Si veda ad esempio ciò che ho scritto su “Guglielmo il Conquistatore”: anche allora c’erano banchieri (ebrei) dietro le quinte

. Ma nel 1290 furono cacciati dall’Inghilterra e ci vollero 365 anni prima che Cromwell, corrotto, li riammettesse.

 A quel punto adottarono un approccio completamente diverso, fondando la Banca d’Inghilterra nel 1694.

Da allora sono rimasti al potere, nonostante la favola che quella banca ora appartenga allo Stato.

 

Secondo il suo libro, la “Glafia” è dietro tutti i grandi cambiamenti religiosi, politici e tecnologici che abbiamo vissuto, tra cui l’ascesa dello Stato nazionale, la Riforma, la rivoluzione industriale, il colonialismo e tutte le grandi rivoluzioni e guerre.

Come può un piccolo gruppo di banchieri esercitare un tale potere?

È proprio quello che cerco di dimostrare nel mio libro.

 Data la vastità e la profondità dell’argomento, purtroppo non posso entrare nei dettagli.

Una descrizione dettagliata di un caso può essere molto illuminante, ma questo richiederebbe un altro libro.

Uno dei libri più spettacolari è “Two World Wars and Hitler “(Jim MacGregor, John O’Dowd), che uscirà presto anche in traduzione olandese:

“ Hitler” sembra essere stato manipolato dai servizi segreti americani e britannici, guidati da politici corrotti e criminali, dietro i quali si nascondevano le banche, comprese alcune ebraiche.

Lo stesso vale per il comunismo, le due guerre mondiali, la Guerra Fredda.

Sul mio sito sono disponibili diversi articoli da me scritti che chiariscono ulteriormente la questione.

 

Se l’élite è davvero così malvagia come lei scrive, e davvero così potente, come spiega allora che ci sono stati anche sviluppi favorevoli alla popolazione mondiale?

Il tenore di vita di molte persone è migliorato.

 La popolazione è cresciuta enormemente.

Ci sono stati movimenti di libertà e di emancipazione che hanno migliorato notevolmente la posizione della gente comune.

Per evitare problemi con la popolazione, negli Stati nazionali europei “finanziati da Glafia” sono state introdotte pseudo-democrazie basate sul modello di “Stato di Platone”: la caverna di Platone, in cui il regime proietta una mitologia a beneficio del popolo comune (incatenato).

Si tratta di un’antica forma di ingegneria sociale, nota anche come “consenso fabbricato”, realtà prescritta o mitologia nazionale, come il “Padre Stato” che ha a cuore il nostro bene.

Nei paesi europei (e successivamente anche negli Stati Uniti) che svolgevano compiti di scoperta e colonizzazione, nacque una classe media che forniva i prodotti necessari per portare a termine queste operazioni.

 Ciò ha portato a un forte aumento del tenore di vita e a un’apparente libertà, con pane e giochi in abbondanza.

 Questo era un presupposto indispensabile per l’enorme sviluppo industriale e tecnologico che si voleva realizzare, che non sarebbe stato possibile in paesi instabili e poveri.

 

Ma si trattava solo di un gioco di fiducia temporaneo, in cui la popolazione veniva tenuta il più possibile in una zona di comfort, anche se in alcuni paesi come i Paesi Bassi è durato più di quattro secoli.

Con il Covid è venuta fuori la verità e ora l’Occidente, che ha esaurito il suo compito, viene deliberatamente smantellato, compresa, o soprattutto, la classe media, e stiamo tornando verso un sistema feudale con pochi che hanno tutto e molti che non hanno nulla.

Le grandi conquiste sociali del suffragio universale e dell’istruzione le vedo principalmente come vittorie di Pirro.

 A cosa serve il diritto di voto se è tutta una farsa e alla fine sono gli oligarchi a prendere le decisioni importanti, come incendiare l’Eurasia nel XX secolo con 200 milioni di morti, e ancora oggi quasi nessuno sa come stanno realmente le cose, così che tutti cadranno nella trappola della prossima guerra?

 O a cosa serve un’istruzione in cui si viene riempiti di bugie e inganni?

 

Ne è risultato un forte aumento della crescita demografica, nonostante le centinaia di milioni di morti causati dalle colonizzazioni, dalle rivoluzioni e dalle guerre.

Attraverso agenti come “Malthus”, “Ehrlich” e il “Club di Roma”, Glafia ha ripetutamente richiamato l’attenzione su questo fatto negli ultimi cinquant’anni.

Misure drastiche per contrastare questo fenomeno attirerebbero troppo l’attenzione, ma misure subdole vengono applicate da molto tempo, recentemente su larga scala con i “vaccini a mRNA”, i cui evidenti effetti negativi sono ancora ufficialmente negati.

 

Perché ci mettono così tanto tempo, già cinquecento anni, per instaurare il loro sistema di controllo totalitario?

La regola d’oro è “Non cercare mai di ottenere qualcosa con la forza se puoi ottenerlo con l’inganno”, come diceva Machiavelli.

Ciò significa agire lentamente, senza strappare il filo.

La Glafia non è onnipotente.

 Si parla di 300 famiglie e 6000 persone chiave.

Se tutti sapessero come stanno le cose e se tutto venisse rivelato a tutti nei prossimi giorni attraverso i giornali e altri media, sarebbe la fine, anche se nessuno saprebbe come andare avanti.

 Si tratta di un progetto enorme e complesso, con un “sistema di proxy” estremamente complicato (decentralizzato), che ora sta per essere sostituito da una prigione digitale (centralizzata) che, in teoria, è più facile da gestire.

Il “progetto Glafia “è ormai molto avanzato: tutti i paesi, le grandi imprese, i media e le istituzioni, nonché tutte le risorse sono sotto il loro controllo, attraverso il loro sistema bancario e il complicato sistema di oligarchi/proxy (inter)nazionali.

Mancano solo due cose:

 il controllo individuale su tutte le persone, per poter individuare immediatamente i dissidenti e renderli inoffensivi (prigione digitale globale), e il passaggio dal quarto al quinto egemone, dagli Stati Uniti alla Cina.

 Quest’ultimo obiettivo sarà raggiunto, ma non credo il primo, perché un sistema del genere è estremamente complesso e assolutamente non robusto, ovvero molto sensibile a malfunzionamenti, sabotaggi, blackout e simili.

 

Nel suo libro lei descrive come il Glafia abbia spostato il potere mondiale nel corso del tempo dall’Italia alla Spagna, poi all’Olanda, poi all’Inghilterra, poi agli Stati Uniti e ora alla Cina.

Non è un’affermazione a posteriori?

Sembra che nessun evento possa confutare la sua teoria, perché tutto ciò che è accaduto vi si inserisce perfettamente.

Beh, questo è ciò che ho scoperto, come ricercatore completamente indipendente, in contatto con altri ricercatori completamente indipendenti come” Jim MacGregor” e “Richard Moore”.

Non sono stati il caso, la stupidità, fattori geografici o razziali ecc. a guidare la storia negli ultimi 500 anni, ma una “mafia globale”.

 Nel mio libro spiego in dettaglio che ciò è stato accompagnato da movimenti di capitali (ragionevolmente) verificabili, guidati dai grandi banchieri, da un ciclo all’altro.

Marx lo aveva già affermato, e una descrizione dettagliata si trova in “The long twentieth century” di “Giovanni Arrighi”, uno dei pilastri del mio libro, in cui vengono discussi i quattro cicli del “capitalismo”.

 Allo stesso tempo, cita “Braudel”, secondo cui il capitalismo non era un sistema economico, ma un “anti-mercato” di predatori e della legge della giungla – da lui ho preso in prestito il termine “predatori”.

 

Secondo lei, altri fattori come l’evoluzione, la psicologia, la religione, l’ideologia, la tecnologia, l’economia, l’istruzione e simili non hanno alcun ruolo nella storia?

Nella” sezione B “del mio libro dedico 46 brevi capitoli al capitalismo, al comunismo, al socialismo, al nazismo, al sionismo, al nazionalismo, al marxismo culturale e così via.

 Vengono trattate anche le ideologie.

Per quanto riguarda la religione e la metafisica, mi limito a criticare il riduzionismo/materialismo, che a sua volta proviene dalla fonte ben nota.

Esatto, li considero tutti parte del progetto Glafia e ne fornisco le prove, comprese numerose citazioni.

Se tali prove non sono sufficienti, mi faccia sapere.

 

Immagini che se si riuscisse a eliminare la Glafia, tutti i problemi sarebbero risolti?

No, ci vorrebbe molto di più, ammesso che sia possibile.

Da un lato, penso che il “potere della Glafia” sia gravemente sottovalutato, anche dai movimenti alternativi e progressisti olandesi.

 Il marciume e il veleno sono così profondamente radicati nell’inconscio collettivo che molte persone non se ne rendono conto.

Dall’altro lato, abbiamo non uno, ma due nemici: LORO e NOI.

Lo scrittore e attivista C”harles Eisenstein” lo dice molto bene:

“Il mondo non è diviso in carnefici e vittime. La maggior parte di noi rientra in entrambe le categorie, in modi diversi e in momenti diversi”.

 

Sembra piuttosto distopico.

Non sono distopico, ma realista.

 Ai predatori non interessa solo rubare le ricchezze della terra.

 Si tratta anche di una guerra spirituale, che ci allontana sempre più da noi stessi e dagli altri e ci fa sentire impotenti di fronte al sistema di dominio materialista.

Vogliono disumanizzarci e indebolirci, soffocare il nostro desiderio di libertà e ridurci a bestiame senza cervello, facile da manipolare.

 Per liberarci da 500 anni di dominio non basta rovesciare la “Glafia,” ma occorre anche riscoprire chi siamo veramente.

È possibile sconfiggere la Glafia?

Il tallone d’Achille della” Glafia” è la sua presunzione.

Si credono superiori, ma gran parte del loro gioco è pura millanteria.

Attualmente stanno comparendo profonde crepe nella loro fortezza.

Non mi azzardo a fare previsioni sul futuro, ma quello che vedo è che la consapevolezza sta emergendo a ondate sempre più alte.

(Sanne Burger e Karel Beckman, De Andere Krant.nl).

(deanderekrant.nl/een-misdaadsyndicaat-beheerst-de-wereld/).

 

 

 

 

 

Aspettando Xi.

Comedonchisciotte.org – Markus – (30 Aprile 2025) - Mike Whitney - unz.com – ci dice:

 

“Questo è uno dei giorni più importanti della storia americana.

È la nostra dichiarazione di indipendenza economica. I posti di lavoro e le fabbriche torneranno a ruggire nel nostro Paese, e lo vedete già.

 Rafforzeremo la nostra base industriale nazionale”.

 

Il presidente Donald Trump annuncia tariffe unilaterali nei confronti di 180 Paesi nonostante i pericoli di inflazione, recessione e interruzioni della catena di approvvigionamento, 2 aprile 2025.

Questa è probabilmente la peggiore politica economica che abbia mai visto….

Non c’è modo che questa politica riporti l’industria manifatturiera negli Stati Uniti e “renda l’America di nuovo ricca”… semmai ci renderà molto più poveri.

Molti dicono che questa politica tariffaria è la “fine della globalizzazione”.

 Io non la penso così. Questa è la fine della partecipazione dell’America alla globalizzazione….

(Molson Hart@Molson_Hart, Fondatore e CEO di Viahart, azienda di prodotti di consumo).

 

Lo scopo della politica tariffaria del Presidente Trump non è quello da lui delineato.

Se l’obiettivo delle tariffe fosse quello di reindustrializzare il Paese e creare più posti di lavoro nel settore manifatturiero, l’annuncio sarebbe stato accompagnato da una politica industriale per uno sforzo governativo coordinato con l’obiettivo di ricostruire le industrie critiche americane.

Avrebbe fornito dettagli su incentivi fiscali, investimenti infrastrutturali, formazione della forza lavoro, sussidi governativi e finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo;

il tutto finalizzato a raggiungere gli obiettivi dichiarati da Trump.

 A questo punto, a fine aprile, Trump avrebbe già fatto numerose apparizioni pubbliche con importanti leader bancari e commerciali che avrebbero espresso il loro sostegno a questo ambizioso progetto di riconvertire il Paese in una centrale manifatturiera.

Trump avrebbe anche presentato una panoramica dei numerosi accordi pubblico-privati stipulati con ricchi capitalisti che sostengono l’idea e vorrebbero partecipare alla sua realizzazione.

 

Ma nulla di tutto ciò è accaduto, perché non esiste una politica industriale, così come non c’è alcuna aspettativa che l’imposizione di onerosi dazi sulle importazioni dall’estero possa magicamente “riportare i posti di lavoro in America”.

È tutta una chimera che mira a ingannare l’opinione pubblica.

Quindi, cosa significano veramente i dazi?

 Ecco come il “WSWS “risponde alla domanda:

 

Il vero scopo dei dazi di Trump (secondo le parole del socialista “Tom Hall”) è “preparare le catene di approvvigionamento per una guerra mondiale, soprattutto contro la Cina”.

(L’amministrazione) “sta promuovendo una politica che ricorda il periodo più buio del XX secolo, quello del nazismo, quando la guerra commerciale aveva preceduto lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel settembre 1939”.

“World Socialist Web Site”.

 

Troviamo questa analisi convincente, ma non particolarmente credibile.

 È vero, Trump non è riuscito a sostenere i suoi editti tariffari con alcuna proposta solida per ricostruire l’anemica base industriale americana.

Ma questo non significa che si stia preparando ad una guerra con la Cina.

 Mi sembra un po’ esagerato.

Tuttavia, vale la pena di porre la domanda a “Grok “per vedere se l’analogia storica è accurata.

 

Domanda:

Hitler aveva usato la guerra commerciale per rafforzare i canali di rifornimento della Germania prima della guerra?

 

Grok:

Sì, Hitler aveva sfruttato la guerra commerciale globale e le turbolenze economiche degli anni Trenta per rafforzare le linee di approvvigionamento della Germania e prepararsi alla guerra.

 Lo “Smoot-Hawley Tariff Act” e le successive tariffe di ritorsione da parte di altre nazioni avevano interrotto il commercio globale, dando alla Germania la possibilità di perseguire l’autarchia (autosufficienza economica) e di assicurarsi risorse strategiche attraverso accordi bilaterali.

Ecco come:

 

Il regime di Hitler mirava a ridurre la dipendenza dalle importazioni incrementando la produzione interna, in particolare nell’agricoltura e nei materiali sintetici (ad esempio, carburante, gomma).

Il “Piano quadriennale” nazista (1936) dava priorità al riarmo e all’autosufficienza per mettere al riparo la Germania da eventuali perturbazioni commerciali.

 

Accordi commerciali bilaterali: visti gli ostacoli al commercio globale, la Germania aveva negoziato accordi di baratto con le nazioni più piccole, soprattutto nell’Europa orientale e nei Balcani….

Sfruttare le economie indebolite:

la guerra commerciale aveva indebolito le economie a livello globale, rendendo i Paesi più disposti a commerciare con la Germania a condizioni favorevoli….

Controllo delle economie vicine: l’influenza economica della Germania sull’Austria e sulla Cecoslovacchia prima della loro annessione (1938-1939) aveva garantito l’accesso alle loro risorse e alle loro industrie, rafforzando ulteriormente le linee di approvvigionamento.…

 

Anche se la guerra commerciale non era stata l’unico fattore, aveva creato un’economia globale frammentata che Hitler aveva sfruttato per sostenere la macchina bellica tedesca.

 Nel 1939, questi sforzi avevano garantito alla Germania una rete di rifornimenti solida, anche se non completa, per le prime fasi della Seconda Guerra Mondiale. (“Grok”)

Si potrebbe quindi affermare che Trump stia pensando come Hitler, cercando di rendere gli Stati Uniti più autosufficienti nell’eventualità di un confronto militare con la Cina.

Questo potrebbe spiegare perché sta ricucendo le relazioni con Putin (in modo da poter spostare la sua attenzione sulla Cina).

 Potrebbe anche spiegare il suo improvviso interesse per la Groenlandia, che fornirebbe agli Stati Uniti un facile accesso a metalli preziosi, terre rare e riserve di petrolio e gas nel caso in cui scoppiasse una guerra nell’Asia-Pacifico.

 Il sequestro de facto del Canale di Panama potrebbe rientrare in questo stesso paradigma, in quanto riguarda il controllo di rotte e passaggi marittimi critici.

Sono tutte azioni che il governo penserebbe di intraprendere se stesse pianificando un conflitto a lungo termine con un concorrente di pari livello situato nell’altra metà del mondo.

 

Ma non siamo ancora convinti che questi siano i prodromi di una guerra con la Cina.

Pensiamo che si tratti della fase di  “stupire e sconvolgere” di una strategia di contenimento aggressiva che cerca di isolare e accerchiare la Cina senza sfociare in una vera e propria guerra attiva.

Tuttavia, dovrebbe essere ormai abbastanza ovvio che la stravagante” Festa della Liberazione” era solo un modo per nascondere il vero motivo di Trump, quello di lanciare formalmente una guerra commerciale contro la Cina.

 Ecco cosa c’è dietro la raffica di dazi sparati a casaccio contro amici e nemici.

 Il vero obiettivo è la Cina, la più grande minaccia emergente che gli Stati Uniti abbiano mai affrontato.

L’embargo sulle merci cinesi suggerisce che Washington sta finalmente compiendo il suo definitivo pivot verso l’Asia.

 L’Ucraina viene consegnata agli alleati della NATO, mentre gli Stati Uniti spostano la loro attenzione verso l’Estremo Oriente.

 L’amministrazione è già impegnata a rafforzare la propria presenza militare nella regione, a costruire il sostegno per una coalizione anti-Cina, a fomentare incidenti nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale e ora a imporre un embargo totale alla Cina senza alcun preavviso e senza la minima provocazione.

 Le nuove tariffe si inseriscono perfettamente nella più ampia strategia di Washington di contenere l’unico rivale che, con ogni probabilità, diventerà l’indiscusso egemone regionale.

Ma, a prescindere dalle intenzioni di Trump, non c’è dubbio che il piano è stato mal concepito e non sta avendo l’impatto sperato.

Ad esempio, Trump pensava che le sue gigantesche tariffe avrebbero fatto correre il premier cinese Xi Jinping al telefono per vedere con quali concessioni avrebbe potuto placare Trump, l’uomo forte.

Ma finora non è successo e non sembra che succederà.

Al contrario, il Ministro degli Esteri cinese ha ripetutamente affermato che “tutte le tariffe unilaterali dovranno essere rimosse” prima che la Cina parli con Trump.

 In breve, la Cina non ha lasciato a Trump altra scelta che capitolare o assistere al crollo dell’economia statunitense.

 Date un’occhiata a questa lista di previsioni sulla recessione fatte da alcuni dei più grandi nomi della finanza:

 

Goldman Sachs: Previsione:

Aumentate le probabilità di recessione degli Stati Uniti al 45% per il 2025… Se le tariffe reciproche andranno avanti, si prevede una recessione, anche se lieve, simile alla crisi dot-com del 2001….

 

JPMorgan Chase: Previsione:

 Il CEO Jamie Dimon prevede che le tariffe rallenteranno la crescita e aumenteranno l’inflazione…

 

TD Securities: Previsione:

Ha alzato le probabilità di recessione degli Stati Uniti al 50% a causa di dazi “più forti del previsto”.

 

Moody’s Analytics: Previsione:

Il capo economista Mark Zandi ha alzato le probabilità di recessione al 40%, definendo i dazi “carne da macello per una recessione economica”…

 

Deutsche Bank: Previsione:

Vede un “significativo aumento del rischio di recessione”.

I dazi aumentano l’inflazione di base PCE di 1-1,5 punti e riducono la crescita attraverso l’aumento dei costi e la riduzione della competitività.

 L’incertezza e le ritorsioni amplificano i rischi di recessione.

 

Morningstar, Previsione:

Definisce le tariffe una “catastrofe economica autoinflitta”, prevedendo una recessione con una crescita del PIL ridotta per il 2025-2026…

 Ragionamento:

Le tariffe aumentano i tassi effettivi al 20-25%, i più alti dagli anni ’30, quelli dello “Smoot-Hawley Act”, aumentando l’inflazione e riducendo la domanda dei consumatori.  

Le interruzioni della catena di approvvigionamento e le ritorsioni peggiorano i risultati.

 

Quindi, anche se nessuno può prevedere una recessione con una precisione del 100%, c’è un crescente consenso sul fatto che le tariffe avranno un impatto sulla spesa, sull’inflazione e sulla crescita.

Gli esiti previsti sono semplicemente inevitabili.

 

Quindi, cosa dovrebbe fare Trump?

I dati indicano chiaramente che ha commesso un grave errore che richiede un’azione immediata.

Deve riconoscere il suo errore e correggere la rotta prima che le interruzioni della catena di approvvigionamento si aggravino e che la fossa che si è scavato diventi ancora più profonda.

Deve rimuovere le tariffe, rispettare le norme e i regolamenti dell’OMC e sostituire i consulenti economici del suo team che hanno concepito questa idea folle.

Dobbiamo presumere che non sia stato Trump a pensare che i dazi potessero essere usati per contrastare le cosiddette “pratiche sleali” della Cina che “hanno svuotato l’industria manifatturiera statunitense”.

 No, probabilmente sono stati “Robert Lighthizer “(uno dei principali artefici della guerra commerciale del primo mandato di Trump) e “Peter Navarro”, un ex consigliere commerciale di Trump che è stato co-autore di “Death by China “(2011) e che aveva influenzato la politica tariffaria di Trump durante il suo primo mandato.

Questi sono i cervelloni responsabili dell’attuale debacle.

Trump è solo il complice inconsapevole che mette in atto le opinioni distruttive di ideologi strampalati.

Ci viene in mente una citazione di John Maynard Keynes che, nella sua opera fondamentale “The General Theory of Employment, Interest and Money” (1936), aveva fatto la seguente osservazione sull’influenza degli economisti defunti:

 

Le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando sono giuste che quando sono sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si pensi.

 In effetti, il mondo è governato da poco altro.

Gli uomini pratici, che si ritengono del tutto esenti da influenze intellettuali, sono di solito schiavi di qualche economista defunto.

Sebbene né “Lighthizer né Navarro” siano ancora “defunti”, è chiaro che Trump è condizionato dalle loro idee sbagliate.

Ecco un breve curriculum di entrambi:

Robert Lighthizer uno dei principali artefici della guerra commerciale del primo mandato di Trump e che probabilmente ha influenzato l’attuale strategia tariffaria – è un fidato consigliere di Trump e le sue opinioni protezionistiche coincidono con quelle della maggioranza degli altri nominati da Trump.

 “Lighthizer vede la Cina come un avversario economico che sfrutta la globalizzazione per minare la produzione statunitense

. Sostiene tariffe elevate, controlli sulle esportazioni e disaccoppiamento per proteggere le industrie americane e ridurre il deficit commerciale (295 miliardi di dollari con la Cina nel 2024).

 Il suo approccio privilegia il nazionalismo economico rispetto al confronto militare o ideologico…

Le idee di Lighthizer sono direttamente alla base dell’aumento dei dazi di Trump per il 2025 (125%-245% nei confronti della Cina), giustificato come risposta alla “mancanza di rispetto” della Cina…

 

Il protezionismo di Lighthizer rispecchia l’intento dello “Smoot-Hawley Act” di proteggere le industrie statunitensi, ma ignora come tali misure possano aggravare il conflitto economico globale…

Robert Lighthizer rimane un consigliere informale nel 2025, responsabile della strategia tariffaria di Trump attraverso i suoi protetti, come” Jamieson Greer”. (“Grok”)

 

Poi c’è Peter Navarro, che vede la Cina come una potenza economica predatrice, che ruba posti di lavoro agli Stati Uniti attraverso pratiche commerciali sleali.

 Egli sostiene tariffe aggressive, divieti di esportazione e il “reshoring W”della produzione per contrastare il vantaggio commerciale della Cina di 640 miliardi di dollari…. Le idee di Navarro sono per il rafforzamento degli aumenti tariffari e il disaccoppiamento, gli obiettivi di Trump per il 2025… L’approccio pesantemente tariffario di Navarro ricorda il protezionismo dello “Smoot-Hawley,” che si era ritorto contro il Paese aggravando la Grande Depressione….

Senza una solida politica industriale statunitense le politiche di Navarro potrebbero sconvolgere i mercati globali. (“Grok”).

 

Infine, abbiamo “Stephen Miran”, presidente del “Council of Economic Advisers” (CEA):

 

Miran è uno dei principali artefici della strategia tariffaria di Trump; ha proposto un “Accordo di Mar-a-Lago” per ristrutturare il commercio globale, utilizzando le tariffe per costringere i Paesi a “pagare un tributo” per il dominio militare e finanziario degli Stati Uniti (Geopolitical Economy Report, 10 aprile 2025).

 In un discorso del 7 aprile 2025, [Miran] ha definito la Cina “il nostro più grande avversario” e ha sostenuto che le tariffe potrebbero vincere una guerra commerciale facendo leva sul potere di mercato dei consumatori statunitensi.

Ha difeso le tariffe come un successo storico, affermando che “la storia economica americana ha visto periodi di alte tariffe coincidere con uno straordinario successo economico”

Questi sono gli uomini le cui idee stanno guidando l’attuale politica tariffaria.

La crisi economica in atto può essere ricondotta a loro e alle loro visioni deliranti.

(Nota: il Segretario al Tesoro Scott Bessent e Kevin Hassett, Direttore del Consiglio Economico Nazionale (NEC) sembrano essere solo attori minori nel fiasco delle tariffe).

(Mike Whitney - Fonte: unz.com).

(unz.com/mwhitney/waiting-on-xi/).

 

 

 

 

Il medioevo prossimo venturo.

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC - (1° Maggio 2025) -  Giorgio Agamben – ci dice:

 

Madrid, blackout totale, aprile 2025.

Un passo del libro di “Sergio Bettini”” su L’arte alla fine del mondo antico” descrive un mondo che è difficile non riconoscere come simile a quello che stiamo vivendo.

«Le funzioni politiche sono assunte da una burocrazia di stato;

questo si accentua e si isola (precorrendo le corti bizantine e medievali), mentre le masse si fanno astensioniste (germe dell’anonimato popolare del Medioevo); tuttavia entro lo stato si formano nuovi nuclei sociali intorno alle diverse forme di attività (germe delle corporazioni medievali) e i latifondi, divenuti autarchici, preludono all’organizzazione di taluni grandi monasteri e dello stesso stato feudale».

Se la concentrazione delle funzioni politiche nelle mani di una burocrazia statale, l’isolamento di questa dalla base popolare e l’astensionismo crescente delle masse si attagliano perfettamente alla nostra situazione storica, è sufficiente aggiornare i termini delle righe successive per riconoscere anche qui qualcosa di familiare.

 Ai grandi latifondi evocati da Bettini corrispondono oggi gruppi economici e sociali che agiscono in modo sempre più autarchico, perseguendo una logica del tutto svincolata dagli interessi della collettività e ai nuclei sociali che si formano dentro lo stato corrispondono non solo le lobbies che operano all’interno delle burocrazie statali, ma anche l’incorporazione nelle funzioni di governo di intere categorie professionali, come in anni recenti è avvenuto per i medici.

 

Il libro di “Bettini” è del 1948.

 Nel 1971 usciva il libro di “Roberto Vacca” “Il medioevo prossimo venturo,” in cui l’autore prevedeva un’evoluzione catastrofica dei paesi più avanzati, che non sarebbero stati più in grado di risolvere i problemi legati alla produzione e distribuzione dell’energia, ai trasporti, all’approvvigionamento di acqua, allo smaltimento dei rifiuti e al trattamento dell’informazione.

 Se Vacca poteva scrivere che gli annunci di catastrofe imminenti erano in quegli anni così numerosi da aver prodotto a una vera e propria letteratura «rovinografica», oggi le previsioni apocalittiche, in particolare quelle legate al clima, si sono almeno raddoppiate.

 

Anche se i disastri – come quelli prodotti all’energia nucleare – sono, se non probabili, certamente possibili – la degradazione dei sistemi in cui viviamo è pensabile senza che questa assuma necessariamente la forma di una catastrofe.

Lo sfacelo politico, economico e spirituale dei paesi europei è, ad esempio, oggi evidente anche se essi continueranno per qualche tempo a sopravvivere.

Come pensare allora l’avvento di un nuovo medioevo?

In che modo l’astensionismo politico che vediamo intorno a noi potrà trasformarsi in un «anonimato popolare» capace di inventare nuove e anonime forme di espressione e di vita?

E in che modo l’isolamento delle burocrazie statali e il diffondersi di potentati autarchici potrà preludere all’apparizione di fenomeni simili ai grandi monasteri, in cui l’esodo dalla società esistente produce nuove forme di comunità?

È certo che questo potrà avvenire solo se un numero inizialmente esiguo, ma crescente di individui saprà leggere nelle forme politiche che si dissolvono il presagio di nuove o più antiche forme di vita.

(Giorgio Agamben).

(Giorgio Agamben è un filosofo italiano).

(quodlibet.it/giorgio-agamben-il-medioevo-prossimo-venturo).

 

 

 

 

L’intervista censurata da Mediaset a

Monsignor Viganò: “Bergoglio era

un falso Papa voluto da Davos per

 la Rivoluzione globalista, ma la Chiesa

 rinascerà e sarà purificata.”

 

 Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (1° Maggio 2025) - ci dice:

(Arcivescovo Carlo Maria Viganò - exsurgedomine.it).

 

Mons. Viganò: "In Vaticano il colpo di stato della Deep Church ha portato al potere l’anti-chiesa massonica della Sinagoga di Satana."

 

Questa intervista è stata realizzata su richiesta della redazione del programma televisivo italiano” Fuori dal Coro” per la trasmissione di ieri, 23 aprile.

 La mia conversazione non è stata trasmessa, senza alcuna spiegazione o scusa da parte della redazione.

La metto a disposizione qui, pubblicando un post separato per ogni domanda.

 

1. Come valuta il pontificato di Bergoglio?

 

Negli ultimi decenni, una lobby sovversiva ha preso il potere nei governi e nelle istituzioni per attuare il piano anticristiano e massonico della Rivoluzione.

Le agenzie governative (come sappiamo da quanto è accaduto negli Stati Uniti) hanno interferito nella vita delle nazioni organizzando e finanziando la cosiddetta “Agenda 2030” [Agenda 2030] della Fondazione Rockefeller e del World Economic Forum, che consiste nel distruggere la famiglia, trasformare la vita umana in una merce, corrompere moralmente i bambini e i giovani, sfruttare i lavoratori e privatizzare tutti quei servizi che fino agli anni ’90 erano garantiti dallo Stato senza alcun fine di lucro:

sanità, infrastrutture, difesa, comunicazioni e istruzione.

Per realizzare questa rivoluzione globale era necessaria la collaborazione (ovviamente a pagamento) di funzionari corrotti, politici, medici, giudici, insegnanti e tutte le persone corrotte.

 

La Chiesa cattolica, che già dal Concilio Vaticano II aveva abbracciato una mentalità secolarizzata, rimaneva fermamente attaccata a certi principi non negoziabili, come la moralità sessuale o il rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale.

Benedetto XVI era chiaramente contrario all’agenda globalista e non avrebbe mai rinunciato a questi principi legittimando l’ideologia LGBT, l’ideologia gender, la follia pseudo-sanitaria dell’OMS in materia di modificazioni genetiche e di riduzione della popolazione mondiale, e l’islamizzazione dell’Europa attraverso la sostituzione etnica.

Era quindi necessario rimuovere Joseph Ratzinger e sostituirlo con un “papa” che, come sperava “John Podestà, collaboratore di Hillary Clinton, avrebbe promosso l’”Agenda 2030”, ratificando la frode climatica e convincendo i credenti di tutto il mondo ad accettare un vaccino che, come ora sappiamo, era stato progettato per distruggere o patologizzare la maggior parte dell’umanità.

 

Questo “colpo di Stato in Vaticano” è stato reso possibile (e lo sappiamo dalle confessioni dei suoi attivisti, tra cui il controverso cardinale D’Anselmo) grazie alle manovre della “mafia di San Gallo,” che, insieme allo “Stato profondo americano”, ha spinto Benedetto XVI alle dimissioni ed è riuscita a nominare “Jorge Mario Bergoglio” alla guida della Chiesa cattolica.

 

Le azioni di Bergoglio non sono state né più né meno un’usurpazione di quelle che hanno permesso alla lobby globalista di insediare i leader dei governi su ordine del Forum di Davos:

in Italia, Conte e Draghi; in Francia, Macron; nel Regno Unito, Johnson e Starmer; in Spagna, Sánchez; in Irlanda, Martin; in Canada, Trudeau; in Australia, Ardern; in America, prima i Clinton e Obama, poi Biden; e nell’Unione Europea, “von der Leyen”.

 Tutte queste persone non sono arrivate al potere legittimamente, ma attraverso intrighi, brogli elettorali o accordi manipolatori;

 e usano questo potere contro i cittadini e contro le istituzioni che dovrebbero rappresentare.

E tutte queste persone, senza eccezioni, sono altamente compromesse e ricattate, quindi sono costrette a obbedire se non vogliono che i loro crimini e le loro perversioni vengano alla luce.

Bergoglio e i suoi assistenti non fanno eccezione.

Il giudizio che ogni cattolico è costretto a dare su questo “papa”, che in realtà non è un papa, non può che essere il peggiore sotto ogni punto di vista.

 Dopo questi 12 anni di tirannia, la Chiesa romana è devastata da scandali, corruzione, violazioni dei diritti umani (mi riferisco all’accordo con la dittatura comunista di Pechino) e cattiva gestione su tutti i fronti.

Le timide critiche di alcuni cardinali e vescovi riguardo alle eresie e agli scandali di Bergoglio non hanno in alcun modo intaccato questo regime globale, che vede i suoi governanti come alleati contro i cittadini e i fedeli.

2. Il giorno della morte di Papa Francesco, lei ha scritto il suo post su X.

 Lei definisce le “illusioni eretiche” di Bergoglio che egli ha condiviso con Eugenio Scalfari.

Può spiegarci perché?

Secondo Scalfari, Bergoglio gli avrebbe confidato di non credere all’inferno e di essere convinto che le anime buone si salvano attraverso una “fusione” con Dio, mentre i dannati saranno completamente annientati.

 Questo contraddice la Sacra Scrittura e l’insegnamento cattolico, che insegnano che ogni anima, al momento della morte fisica, si presenterà davanti al giudizio personale di Dio e sarà ricompensata con la beatitudine eterna (forse dopo aver attraversato il purgatorio) o sarà punita con la dannazione eterna:

 a seconda di come si è comportata in vita e del suo stato di amicizia o inimicizia con Dio al momento del passaggio all’eternità.

 Ecco perché ho parlato di illusioni eretiche:

esse si aggiungono alla lunghissima lista di errori ed eresie che abbiamo dovuto sopportare negli ultimi anni.

 

3. A cosa si riferisce quando parla dei “suoi eredi… ribelli”?

 

Bergoglio si è circondato di individui corrotti e ricattati che ha sfacciatamente utilizzato per raggiungere i suoi obiettivi.

Ha ridicolizzato, umiliato e insultato cardinali e vescovi onesti.

 Ha protetto e insabbiato le indagini su prelati che hanno commesso gravi crimini. Ha promosso un intero gruppo di prelati americani corrotti e ultra progressisti, tutti legati all’ex cardinale McCarrick.

 Oggi questi prelati occupano importanti diocesi americane e posizioni chiave in Vaticano.

Ha revocato la scomunica al suo confratello gesuita Rupnik, le cui azioni disgustose hanno scandalizzato anche i più riservati.

Ha perseguitato tutti i suoi oppositori, me compreso, imponendomi la scomunica in violazione della legge e della giustizia.

Tutti loro sono ancora nelle loro posizioni ecclesiastiche e continuano a distruggere la Chiesa e a preparare il Conclave per svolgere il compito loro assegnato: trasformare la Chiesa di Cristo in un’organizzazione ecumenica e sincretica di matrice massonica che sostiene il Nuovo Ordine Mondiale.

 

4. Papa Francesco era un antipapa, un non papa, per lei.

 Può spiegarci perché?

 

Un cardinale eletto in conclave come successore di Pietro deve esprimere la sua accettazione e il suo consenso ad assumere le funzioni proprie del Papa.

Credo che l’accettazione del papato da parte di Bergoglio fosse difettosa perché egli considerava il papato qualcosa di diverso da ciò che è realmente.

 Proprio come un uomo che si sposa in Chiesa, se esclude gli scopi specifici del matrimonio, rende così il matrimonio invalido per difetto di consenso.

Bergoglio ha ottenuto la sua elezione con un deliberato inganno, abusando dell’autorità del Romano Pontefice per fare esattamente l’opposto di ciò che Gesù Cristo ha affidato a San Pietro e ai suoi successori:

 confermare i fedeli nella fede cattolica, pascere e governare il gregge del Signore e predicare il Vangelo a tutte le nazioni.

Tutte le attività di leadership e di insegnamento di Bergoglio, fin dal suo primo apparire sul balcone del Vaticano con la sua inquietante introduzione: «Buonasera», sono state distorte fino a diventare l’esatto contrario del ministero di Pietro:

ha falsificato il Deposito della Fede, ha creato il caos e ha sviato i fedeli, ha disperso il gregge, ha dichiarato che l’evangelizzazione delle nazioni è «una totale assurdità» e l’ha condannata come forma di proselitismo;

 abusa sistematicamente del potere delle Chiavi del” Santo Tommaso” per sciogliere ciò che non può essere sciolto e legare ciò che non può essere legato.

Il Papa non è il padrone della Chiesa, ma il vicario di Cristo.

Egli deve esercitare la sua autorità entro i limiti stabiliti da Gesù Cristo e in conformità con i fini graditi a Dio:

in primo luogo, la salvezza delle anime attraverso la predicazione del Vangelo a tutti gli uomini; in secondo luogo, i Santi Sacramenti.

Pertanto, il Papa non può considerarsi autorizzato a «inventare» il Papato, «rivederlo secondo modelli sinodali», «modernizzarlo», smembrarlo secondo le proprie preferenze, o cambiare la fede o la morale.

Se crede che il papato gli permetta di cambiare l’istituzione che presiede, è proprio per questo motivo che si trova in questa situazione di difetto di consenso che invalida la sua elevazione al ministero petrino, perché ciò che accetta non è il papato cattolico come è sempre stato inteso da San Pietro in poi, ma una sua idea personale di «papato».

 

Per questo motivo, sono convinto che il ruolo sovversivo svolto da Bergoglio (considerandolo nel più ampio contesto internazionale del colpo di Stato globalista) lo abbia reso un usurpatore, un antipapa, e quindi non un papa, perché era ben consapevole della sua intenzione di violare il Papato, trasformandolo in qualcos’altro e dandogli obiettivi incompatibili con il Papato in quanto tale:

dal culto dell’”idolo Pachamama” alla comunione per i divorziati e alla benedizione delle coppie omosessuali, dalla migrazione alla promozione delle vaccinazioni, dalla propaganda climatica al cambio di sesso.

 

D’altra parte, abbiamo la conferma da parte di coloro che hanno elogiato Bergoglio, non perché fosse un papa cattolico, ma per le sue” empanadas “per la “popolazione transgender di Torvaynica o per la sua calorosa amicizia con Emma Bonino”.

 

5. Quale sarà il futuro della Chiesa dopo la morte di Papa Francesco?

La morte di Bergoglio cristallizza, per così dire, una situazione di illegittimità diffusa.

 Dei 136 cardinali elettori, 108 sono stati “creati” da lui.

 Ciò significa che qualsiasi papa eletto nel prossimo conclave – anche se fosse un nuovo San Pio X – sarebbe guardato con sospetto perché eletto da falsi cardinali creati da un falso papa.

Per questo motivo, già da tempo chiedo ai miei fratelli nell’episcopato di chiarire questi aspetti prima di procedere all’elezione di un nuovo Papa.

 

Naturalmente, la situazione è catastrofica e, umanamente parlando, senza speranza.

Tuttavia, come vescovo e successore degli apostoli, non posso non ricordare a tutti che la Chiesa, che è il Corpo mistico di Cristo, è destinata ad affrontare la “passio Ecclesiæ” [le sofferenze della Chiesa] – seguendo l’esempio del Signore.

È proprio da questa sofferenza, in cui tutto sembra perduto, come in quel Venerdì Santo di 1992 anni fa, che la Chiesa rinascerà e sarà purificata.

 

In questi giorni, mentre celebriamo la Resurrezione pasquale, ogni cattolico trova nel trionfo di Cristo sulla morte e sul peccato la ragione della sua fedeltà al Vangelo.

 Il Signore ci ha detto, prima della sua stessa sofferenza:

Non abbiate paura: io ho vinto il mondo.

(exsurgedomine.it).

(exsurgedomine.it/250423-fuoridalcoro-ucr).

 

 

 

 

Le misure restrittive UE contro

 la destabilizzazione della Moldova.

  Zpcsrl.com – (24 Ottobre 2024) – redazione – ci dic:_

 

Introduzione.

Nell’aprile 2023, il Consiglio dell'UE ha adottato un nuovo quadro di misure restrittive nei confronti dei responsabili di azioni che minaccino la sovranità e l'indipendenza della Repubblica di Moldova.

Dall'inizio della guerra russa contro l'Ucraina, infatti, i tentativi di destabilizzare il Paese sono notevolmente aumentati, rappresentando una minaccia alla sicurezza delle frontiere esterne dell'UE.

 

In questo articolo:

Il nuovo quadro di misure restrittive.

Sette persone listate per attività contro il proprio Paese e contro l’Ucraina.

Il Consiglio europeo elenca altre 5 persone e 1 entità.

Il nuovo quadro di misure restrittive.

Nell’aprile 2023, il “Consiglio dell’Unione Europea” ha adottato un nuovo quadro relativo a misure restrittive mirate che dà all’UE la possibilità di imporre sanzioni nei confronti delle persone responsabili di sostenere o attuare azioni che compromettano o minaccino la sovranità e l’indipendenza della Repubblica di Moldova, nonché la democrazia, lo Stato di diritto, la stabilità o la sicurezza del Paese.

Dall’inizio della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, infatti, i tentativi di destabilizzazione della Repubblica di Moldova sono notevolmente aumentati, rappresentando una minaccia diretta alla stabilità e alla sicurezza delle frontiere esterne dell’UE.

 

 Grazie a questo nuovo quadro di sanzioni, l’UE può intervenire, ad esempio, nei confronti di individui che ostacolino o compromettano il processo politico democratico, compreso lo svolgimento di elezioni, o tentino di sovvertire l’ordine costituzionale, anche attraverso atti di violenza.

 In futuro, le misure restrittive potrebbero inoltre riguardare anche le persone che commettono gravi illeciti finanziari in relazione ai fondi pubblici e all’esportazione non autorizzata di capitali, nella misura in cui potrebbero assumere il controllo o influenzare seriamente le attività delle autorità statali.

 Le persone fisiche e giuridiche, le entità e gli organismi soggetti alle misure restrittive sono elencati nell’allegato della decisione (PESC) 2023/891.

Le sanzioni consistono nel congelamento dei beni e nel divieto di mettere fondi a disposizione degli individui e delle entità sottoposte a misure restrittive, nonché nel divieto di viaggio nell’UE per le persone fisiche listate.

Questo quadro di misure mirate è stato adottato su richiesta della Repubblica di Moldova.

Sette persone listate per attività contro il proprio Paese e contro l’Ucraina.

In data 30 maggio 2023 sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea due decisioni PESC e i relativi Regolamenti esecutivi con cui il Consiglio ha deciso di imporre misure restrittive nei confronti di sette persone in applicazione di due quadri sanzionatori distinti.

Cinque persone sono state sanzionate per azioni intese a destabilizzare, compromettere o minacciare la sovranità e l’indipendenza della Repubblica di Moldova, in base a quanto stabilito dal nuovo quadro di misure restrittive voluto dall’UE.

Altre due persone sono state sanzionate per aver compiuto azioni volte a compromettere o minacciare l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina.

Le persone oggetto di sanzioni sono infatti politici e uomini d’affari di nazionalità moldova o russa.

 Tra di loro, alcuni soggetti sono coinvolti in una frode bancaria che ha comportato enormi perdite per il bilancio moldovo;

 altri sono legati a tentativi orchestrati dal Cremlino per destabilizzare la Moldova tramite la pianificazione di manifestazioni violente, illeciti finanziari, esportazione non autorizzata di capitali e sostegno ai progetti del Servizio di sicurezza federale russo (FSB).

 I due inserimenti in elenco collegati all’Ucraina riguardano cittadini della repubblica di Moldova che hanno fornito sostegno alle forze militari russe e collaborato con le autorità occupanti.

 

Il Consiglio europeo elenca altre 5 persone e 1 entità.

In data 14 ottobre 2024, il Consiglio ha adottato misure restrittive nei confronti di cinque persone e un’entità responsabili di azioni destabilizzanti nei confronti della Repubblica di Moldova.

Le misure restrittive previste da questo regime si applicano ora a un totale di 16 persone e 2 entità.

I nuovi elenchi includono il governatore dell’unità territoriale autonoma della Gagauzia, responsabile di promuovere il separatismo in quella regione, tentando così di rovesciare l’ordine costituzionale e minacciando la sovranità e l’indipendenza della Moldova, e altri individui per le loro azioni destabilizzanti in Gagauzia.

Listata inoltre un’associazione non governativa con sede in Russia il cui obiettivo è promuovere gli interessi della Russia all’estero, anche in Moldavia, e il suo direttore e fondatore.

I destinatari sono soggetti al congelamento dei beni e al divieto di fornire loro fondi o risorse economiche, direttamente o indirettamente.

 Inoltre, le persone sanzionate sono soggette al divieto di viaggiare nell’Unione Europea.

 

 il 24 ottobre 2024, i Paesi candidati Macedonia del Nord, Montenegro, Albania, Ucraina, Repubblica di Moldova e Bosnia-Erzegovina e i Paesi dell’EFTA Islanda, Liechtenstein e Norvegia si sono allineati alla Decisione.

 

 I consulenti di ZPC sono a disposizione per guidare le imprese nelle operazioni di due diligence e in ogni altra attività legata a garantirsi la piena conformità con le normative sanzionatorie internazionali.

 

 

Difesa: l’Europa

batte un colpo.

Ispionline.it – (7 Mar. 2025) – Alessia De Luca – ci dice:

 

Daily Focus Europa e governance globale · Relazioni Transatlantiche.

Ieri a Bruxelles il Consiglio europeo ha approvato il piano per il riarmo del Vecchio Continente: l’intesa prevede maggiore flessibilità per gli Stati membri sulle spese e sul debito e un fondo da 150 miliardi per gli investimenti.

Meno di un mese fa, lo scorso 14 febbraio, nel suo intervento alla Conferenza di Monaco” JD Vance” proiettava l’Europa in una nuova era.

 In un discorso ampio e infuocato, costellato di invettive contro i leader europei, il vicepresidente americano imprimeva un solco politico e ideologico profondo tra le due sponde dell’Atlantico, davanti a una platea attonita e smarrita.

Pochi giorni dopo, l’umiliazione subita da “Volodymyr Zelensky” nello Studio Ovale, le ripetute minacce di imporre dazi e quel “l’Europa è nata per fregarci” pronunciato da “Donald Trump” confermavano l’incontrovertibile cambio di rotta di una Casa Bianca sempre più allineata a Mosca.

Ieri, per la prima volta, l’approvazione da parte del Consiglio europeo di un piano per aumentare la difesa e la sicurezza degli Stati membri ha rappresentato una risposta – europea – al cambiamento dell’ordine internazionale in atto.

 I capi di stato e di governo dei 27 hanno approvato il piano da 800 miliardi di euro per il riarmo illustrato dalla presidente della Commissione “Ursula von der Leyen”.

L’intesa prevede maggiore flessibilità per gli Stati membri sulle spese e sul debito per la difesa e un fondo da 150 miliardi, oltre ad aprire all’ipotesi di valutare ulteriori opzioni di finanziamento.

Ma soprattutto indica l’urgenza, maturata nelle ultime settimane, di cambiare passo e contribuire alla difesa di Kiev e del continente, con o senza il sostegno statunitense.

Ungheria isolata?

Se nella serata di ieri è arrivato il sì dei 27 sul piano “ReArm Europe”, più accidentato si è rivelato il percorso per una dichiarazione di appoggio all’Ucraina, dalla quale l’Ungheria si è sfilata.

 Il documento è stato firmato con l’unica eccezione di Budapest e allegato alle conclusioni del summit.

Nel testo, i 26 si sono detti pronta a rispondere alle “pressanti esigenze militari e di difesa di Kiev, in particolare la fornitura di sistemi di difesa aerea, munizioni e missili”.

 In un primo momento anche la Slovacchia si era opposta, ma si è rimessa alla maggioranza dopo aver ricevuto rassicurazioni su un’apertura – ancora tutta da definire – sulla possibile ripresa del rifornimento di gas russo attraverso l’Ucraina.

Al contrario, Viktor Orban questa volta non ha fatto marcia indietro all’ultimo momento in cambio di qualcosa, come era successo più volte in passato, ma ha mantenuto la propria contrarietà.

 Piuttosto che approvare un testo ammorbidito per venire incontro a Budapest, i leader hanno optato per un testo che è “fortemente sostenuto da 26 Stati membri” su 27.

Per il presidente del Consiglio Europeo, “Antonio Costa,” l’Ungheria “si è isolata” dagli altri Stati membri ma “un Paese isolato”, ha notato, non significa “una Ue divisa”.

Una pace ‘decente’ in 5 punti?

Nel documento, i 26 tracciano una proposta in 5 punti per la pace in Ucraina:

“In vista del nuovo slancio dei negoziati che dovrebbe condurre a una pace globale, giusta e duratura, il Consiglio sottolinea l’importanza dei seguenti principi”

a) Non possono esserci negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina;

b) Non possono esserci negoziati che incidano sulla sicurezza europea senza il coinvolgimento dell’Europa. La sicurezza dell’Ucraina, dell’Europa, transatlantica e globale sono interconnesse;

 c) Qualsiasi tregua o cessate il fuoco può aver luogo solo come parte del processo che porta a un accordo di pace globale;

d) Qualsiasi accordo del genere deve essere accompagnato da solide e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina che contribuiscano a scoraggiare future aggressioni russe

; e) La pace deve rispettare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”.

Per conseguire la “pace attraverso la forza” sottolineano i 26 l’Ucraina deve trovarsi nella posizione “più forte possibile”.

A tale scopo,

“l’Unione europea resta determinata, in coordinamento con i partner che condividono le stesse idee e con gli alleati, a fornire all’Ucraina e alla sua popolazione un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico rafforzato e ad aumentare la pressione sulla Russia, anche mediante l’adozione di ulteriori sanzioni e il rafforzamento dell’applicazione delle misure esistenti, al fine di indebolirne la capacità di continuare a condurre la sua guerra di aggressione”.

 

L’Europa s’è desta?

A meno di due mesi dal ritorno di Donald Trump allo Studio Ovale, vale la pena osservare che anche in Europa il quadro è mutato radicalmente:

 il Regno Unito, formalmente fuori dall’Unione, discute strategie e priorità nel sostegno all’Ucraina e nella difesa del continente con gli alleati europei.

 In Germania, il futuro cancelliere “Friederich Merz” ha rotto gli indugi prima ancora di entrare in carica e, annunciando la modifica al freno sul debito per investire 500 miliardi in difesa e infrastrutture tedesche, ha riattivato un motore franco-tedesco che sembrava in panne.

La sua decisione, infatti, appare in linea con la proposta dell’Eliseo di mettere al servizio del continente la sua “force de frappe”, la deterrenza nucleare francese, sia pure sotto il controllo di Parigi.

Un’offerta, formulata da Emmanuel Macron nel suo discorso alla nazione in diretta televisiva, che il premier polacco “Donald Tusk” ha definito “molto promettente” come anche la premier danese “Mette Frederiksen”, che ha aggiunto:

“Tutto deve essere sul tavolo in questo momento”.

D’altronde, in poche settimane, i ritmi europei hanno subito un’accelerazione mai vista prima.

E se è presto per dire quanto profondi saranno i suoi effetti, è indubbio che ieri a Bruxelles, finalmente, l’Unione ha battuto un colpo.

(Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor).

 

 

 

Trump intende estromettere il consigliere

 per la sicurezza nazionale Mike Waltz.

Politico.com – (1° -5 - 2025) - Dasha Burns , Jake Traylor , Felicia Schwartz e Robbie Gramer – ci dicono:

 

Per settimane, nell'Ala Ovest, si è discusso dei nomi per il sostituto.

Il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz parla durante un'intervista televisiva fuori dalla Casa Bianca.

Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Mike Waltz parla durante un'intervista televisiva alla Casa Bianca a Washington, il 1° maggio 2025.

Secondo cinque persone a conoscenza della decisione, il presidente Donald Trump sta pianificando di estromettere il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, che ha perso la fiducia degli altri funzionari dell'amministrazione.

 

Potrebbe andarsene a breve, ma la decisione non è definitiva, hanno detto le fonti. Trump è noto per la sua tendenza a cambiare idea rispetto ai piani che comunica allo staff e che persino annuncia pubblicamente.

 A tutte e cinque le persone è stato concesso l'anonimato per discutere di informazioni non pubbliche.

I nomi di un sostituto sono stati discussi nell'ala ovest per settimane, ma il progetto di rimuovere Waltz potenzialmente già questa settimana ha preso piede negli ultimi giorni, secondo due delle persone e un'altra persona vicine alla Casa Bianca.

Se Waltz se ne andasse, sarebbe il primo ad abbandonare un ruolo di alto livello nella seconda amministrazione Trump.

 Il presidente ha finora resistito alle pressioni per rimuovere funzionari del Gabinetto e altri consiglieri di alto livello.

Sarebbe anche una caduta clamorosa per l'ex membro del Congresso della Florida e veterano militare.

Interpellata per un commento, la portavoce della Casa Bianca, “Karoline Leavitt”, ha dichiarato:

 "Non risponderemo alle segnalazioni provenienti da fonti anonime".

 

Non è chiaro chi subentrerebbe alla guida dell'influente Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca se Waltz venisse rimosso.

Attualmente, una delle scelte principali è l'inviato speciale di Trump, “Steve Witkoff”, che sta guidando i negoziati con Russia, Iran e Hamas a Gaza, secondo le tre persone.

Altri possibili contendenti includono il capo della politica di Trump, “Stephen Miller”, il direttore senior per l'antiterrorismo del Consiglio per la sicurezza nazionale, “Sebastian Gorka”, e l'inviato speciale di Trump per le missioni speciali, “Richard Grenell”.

 

Le dimissioni di Waltz scuoterebbero una squadra per la sicurezza nazionale afflitta dal caos e dai disordini, mentre la squadra di Trump cerca di mediare soluzioni diplomatiche ai conflitti in tre teatri e scatena una guerra commerciale globale.

Secondo due fonti a conoscenza della questione, anche il vice consigliere per la sicurezza nazionale “Alex Wong” dovrebbe andarsene.

“Waltz” è passato dalla Commissione Forze Armate della Camera ai vertici della sicurezza nazionale statunitense in soli sei anni.

Da quando “The Atlantic” ha pubblicato per la prima volta la notizia dell'esistenza della “chat Signal”, in cui alti funzionari dell'amministrazione Trump discutevano dei piani per attaccare i membri del gruppo militante “Houthi”, sostenuto dall'Iran, in Yemen, alla Casa Bianca si sono moltiplicati i dubbi sul futuro di Waltz.

 

Mentre Trump e i funzionari dell'amministrazione hanno ripetutamente espresso fiducia in Waltz, molti nell'ala ovest erano furiosi per “il suo passo falso”.

Waltz ha creato la chat e ha erroneamente aggiunto “Jeffrey Goldberg”, direttore di “The Atlantic”, alla conversazione.

Le informazioni relative agli attacchi aerei di marzo, inclusi i tempi e i sistemi d'arma utilizzati, erano probabilmente altamente riservate, secondo ex e attuali funzionari.

Waltz si è ulteriormente indebolito dopo che l'attivista di estrema destra “Laura Loomer” ha incontrato Trump e lo ha convinto a licenziare diversi membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e alti funzionari, tra cui il direttore della National Security Agency, il generale “Tim Haugh”, per problemi di lealtà.

“Loomer” ha anche preso di mira il vice di Waltz, “Wong”, accusandolo di favorire gli interessi cinesi, figlio di immigrati cinesi.

 

In risposta alle notizie dell'estromissione di Waltz,” Loomer” inviò un messaggio di una sola parola a POLITICO: "Loomered".

Lo scandalo e l'incapacità di Waltz di proteggere il suo staff dalle azioni di “Loomer” hanno ostacolato significativamente la sua capacità di esercitare influenza nell'amministrazione, con funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato che mettevano sempre più in dubbio la sua capacità di gestire efficacemente il Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Il capo dello staff “Susie Wiles” era così frustrato da Waltz che gli ha parlato a malapena, secondo due persone a conoscenza della questione.

(Nahal Toosi, Eric Bazail-Eimil e Daniel Lippman hanno contribuito a questo rapporto.)

 

 

 

 

«OOPS, IN SPAGNA SI

È SPENTA LA LUCE».

Inchiostronero.it - Roberto Pecchioli – (01-05 – 2025) – ci dice:

 

Quando l’ideologia verde diventa blackout:

 il disastro spagnolo tra rinnovabili e scuse ridicole.

Oops, in Spagna si è spenta la luce racconta il giorno in cui la penisola iberica è piombata nel buio non solo fisico, ma politico e tecnologico.

Il cigno nero dell’era green è atterrato fragorosamente, mostrando i limiti di un sistema energetico sbilanciato sulle rinnovabili, privo di realismo e retto da una classe dirigente più incline all’alibi che alla responsabilità.

Tra blackout miliardari, disastri annunciati e scuse da commedia dell’assurdo, il governo “Sànchez “firma l’ennesimo atto di un copione europeo che gioca con l’ideologia mentre il paese va a rotoli. (f.d.b.)

 

Oops, in Spagna si è spenta la luce.

È arrivata la “Grande Interruzione”:

Il cigno nero, l’evento inatteso dagli effetti dirompenti teorizzato da “Nassim Taleb” è diventato dura realtà.

Per un giorno intero è mancata l’energia elettrica nella penisola iberica.

I danni economici assommano a parecchi miliardi, quelli di immagine sono enormi, tanto che la City di Londra sta valutando disinvestimenti massicci nell’ammaccato sistema spagnolo.

L’evento ha un colpevole chiaro, l’eccessivo affidamento alle energie alternative rinnovabili, solari ed eoliche.

 Goffo, perfino comico il tentativo del “governo Sànchez” – che alcuni mesi fa già mostrò tutta la sua incapacità nella disastrosa alluvione di Valencia – di attribuire la colpa a un inesistente “rarissimo evento atmosferico”, a una operazione di pirateria elettronica dai contorni indefiniti, addirittura a una “distruzione di energia” che avrà fatto rivoltare nella tomba “Lavoisier” e “Newton”.

Come “Cassandra 1895” di “Anthony Sands”.

Fatto sta che l’intero sistema–paese spagnolo e gran parte di quello portoghese sono stati bloccati.

La Grande Interruzione ha interessato tutto, proprio tutto, dai trasporti all’industria sino alle utenze domestiche.

Poche settimane fa il capo del governo, dinanzi alle perplessità di molti, rassicurò: la Spagna non soffrirà alcun blackout, anzi “apagòn”, poiché oltre i Pirenei non parlano inglese.

La presidente dell’Enel iberica, ex ministro socialista, arrivò a deridere chi manifestava dubbi sulla tenuta del sistema di approvvigionamento energetico.

 È stato un disastro annunciato e chi lo aveva previsto è stato trattato come Cassandra, che diceva il vero e non veniva mai creduta.

 

L’instabilità e l’imprevedibilità delle fonti rinnovabili, panacea di ogni male, fiore all’occhiello del sinistrissimo governo, hanno prodotto un danno terribile.

 La realtà e la natura presentano il conto all’ideologia, mentre le balzane teorie ecologico-woke della spagnola commissaria europea “Teresa Ribera”, “grande teorica del green”, minacciano di orientare l’intera Unione Europea.

 Mesi fa, altre favole verdi resero più drammatico il bilancio di vittime e danni materiali dell’alluvione che mise in ginocchio la regione di Valencia.

Le balzane teorie governative impediscono di incanalare e imbrigliare l’acqua – eterno problema spagnolo – ripulire gli alvei e costruire nuove dighe.

Nel caso della “Grande Interruzione”, ciò che ha provocato il disastro è l’impossibilità di regolare le energie rinnovabili.

Apollo, il dio che con il suo carro dorato guida il sole, lo fa a suo piacimento.

 Eolo, dio dei venti, li fa soffiare quando lo ritiene opportuno.

Pertanto non esiste modo di misurare o determinare l’energia in un sistema che concepisce la natura come riserva di materia da sfruttare.

 E l’elettricità non si può stoccare, solo produrre e distribuire.

 

A differenza di quella proveniente da centrali nucleari, idroelettriche o a carbone, la quantità di energia solare o eolica prodotta dipende da fattori incontrollabili dall’ “Homo Technologicus”.

 Il vento e il sole non possono essere immagazzinati.

 Da qui gli alti e bassi, i picchi e le carenze energetiche, con esiti fatali per il corretto funzionamento della rete elettrica, il gigantesco meccanismo che alimenta il sistema economico e la vita quotidiana.

 L’ecologia ideologizzata non si limita ad abbattere in Spagna migliaia di ulivi secolari, o, come accadrà in Sardegna, a sfigurare agricoltura, paesaggio ed allevamento per sostituirli con pannelli solari e gigantesche pale eoliche super energivore.

Questa anti-ecologia non solo distrugge tutto lo splendore del paesaggio, degradato a spaventosi mulini a vento, giganti che meritano di essere attaccati e distrutti come voleva Don Chisciotte.

Il flusso irregolare e incontrollabile della nuova produzione di energia, nonostante gli oltraggi alla natura e al paesaggio, può sprofondare una nazione intera nell’oscurità, bloccando tutto, proprio tutto.

Ciò non significa che lo sfruttamento massivo di altre fonti energetiche, dal nucleare al fossile, non generi ferite all’integrità e alla bellezza della natura.

Ma le cure prescritte dall’ “ambientalismo ideologizzato” sono rimedi peggiori del male.

In Spagna ciò che ha funzionato nell’emergenza sono stati i generatori con motori Diesel alimentati a gasolio, salvando dal disastro gli ospedali.

 Eppure l’UE e alcuni governi conducono una guerra insensata contro il gasolio con l’alibi della decarbonizzazione dell’atmosfera in base all’assunto ideologico, per nulla accertato, del cambio climatico per eccesso di CO2.

 Il blackout spagnolo è l’incidente energetico più grave degli ultimi venti anni, secondo il Commissario europeo per l’energia “Jorgensen”.

 Gli esperti confermano che prima dell’evento vi era un eccesso di energia rinnovabile, in gran parte fotovoltaica.

In quelle condizioni, osservano, la rete è molto fragile, poiché le fonti rinnovabili mancano di inerzia e, in caso di blocco, non hanno capacità di risposta.

 Le centrali idroelettriche, i cicli combinati a gas e le centrali nucleari, al contrario, sono dotate di elementi rotanti molto pesanti che girano ad alta velocità, in grado di resistere egregiamente agli eventi negativi e hanno la capacità di adattare la potenza se la produzione in un’altra area viene a mancare.

 

FOTOSINTESI CLOROFILLIANA: LA CONOSCE, MINISTRO?

Per motivi legati all’ideologia green, la rete elettrica spagnola funziona quasi solamente con fonti rinnovabili, senza un vero sistema di governo e controllo.

Quando un sistema non è governato, diventa impossibile soddisfare le specifiche per cui è stato progettato.

 Lavora in modalità instabile, ricorda una bicicletta che deve rimanere ferma sulle ruote senza pedalare né muoversi.

Ma quando una bicicletta perde l’inerzia che le consente di muoversi, dobbiamo appoggiare un piede a terra per evitare di cadere.

Un sistema costruito in questo modo non ha l’inerzia elettrica necessaria a garantire il livello di equilibrio dinamico necessario al funzionamento della rete. L’inerzia – senza la quale il sistema cade – deve essere fornita da un’altra fonte energetica.

Il massimo esperto spagnolo di tecnologie energetiche,” José Marìa Martìnez-Val” ha parole durissime:

“il mix basato sul cento per cento di energie rinnovabili e sullo zero per cento di governance è fallito e quello zero ci ha lasciato abbandonati.

I politici hanno trasformato la rete elettrica in una sorta di fiera dei desideri.

Non abbiamo alcun controllo.

Quando si verifica un piccolo evento, si riesce a gestirlo perché c’è un surplus.

Si può mettere in funzione un’altra linea di turbine eoliche, che sono molto sollecitate.

Quando l’evento è più significativo, non si è in grado di gestirlo.

 Non ha l’inerzia termica che offrono il gas naturale o il carbone.”

Aggiunge che la Grande Interruzione sarebbe passata inavvertita se la rete avesse avuto in funzione dieci megawatt di potenza da gas naturale.

 

Fin qui i fatti e le polemiche.

 Il vero problema, che riguarda l’Europa intera, è il mix tossico di fanatismo green governato con imperizia, e di chiusura politica alle fonti energetiche di origine fossile, che ancora per decenni saranno centrali.

Il di più è l’ostinazione con cui l’Unione Europea – non solo la Spagna – persegue politiche miopi e tecnologicamente non sicure, rinunciando al gas naturale russo dai costi ragionevoli – importato sul mercato parallelo a caro prezzo – a favore del prodotto americano, ecologicamente impattante per modalità di estrazione, natura del trasporto, tecnologie di liquefazione e successiva rigassificazione.

 La via dell’energia rinnovabile è giusta e va perseguita, ma ancora per moltissimo tempo sarà integrativa, non sostitutiva.

Chi non lo comprende – e nel frattempo chiude al nucleare di ultima generazione in base a paure irrazionali – lavora nell’immediato per la ripetizione di eventi come il blackout spagnolo, a medio e lungo termine per l’irrilevanza economica, energetica, tecnologica dell’Europa.

L’ideologia è la gabbia che impedisce di vedere, prevedere, comprendere, padroneggiare gli accadimenti, con esiti infausti come ha dimostrato il Grande Spegnimento di questi giorni. I fatti hanno la brutta abitudine di tornare a galla.

 Qualcuno riaccenda la luce.

(Roberto PECCHIOLI).

 

 

 

Gli ultraconservatori che vogliono

rendere di nuovo grande il Vaticano.

Politico.eu – (1-5-2025) - Hannah Roberts e Ben Munster – ci dicono:

 

Con Trump tornato alla Casa Bianca, l'estrema destra sta tentando un'acquisizione ostile del gruppo che sta eleggendo il prossimo papa.

Quinta Messa “Novemdiale” in memoria di Papa Francesco in Vaticano.

Un gruppo di cattolici conservatori intransigenti sta spingendo affinché il prossimo papa sia più in linea con la loro visione del mondo.

ROMA — Un gruppo di cattolici conservatori intransigenti sta facendo pressioni affinché il prossimo papa sia più in linea con la loro visione del mondo e non sembrano avere paura di ricorrere a tattiche diffamatorie per screditare i candidati che non gradiscono.

 

Con i cardinali che entreranno nella Cappella Sistina il 7 maggio per iniziare l'elezione del prossimo papa, i nemici del defunto Papa Francesco, sia all'interno che all'esterno del gruppo che lo eleggerà, si stanno mobilitando.

Una fazione che ha screditato Francesco come eretico, antipapa e persino "Anticristo " per le sue presunte idee progressiste, è rimasta in attesa.

 Ora ha capito che è giunto il momento di colpire.

 

I conservatori si sono irritati per la posizione più conciliante di Francesco sulle unioni omosessuali e sul divorzio, sulla difesa dei migranti e sull'accordo tra il Vaticano e la Cina, che ha dato a Pechino voce in capitolo nella nomina dei vescovi cattolici.

"La speranza è di avere un pontificato che si concentri maggiormente sulle questioni cattoliche, come la vita e la famiglia, piuttosto che sul cambiamento climatico e l'immigrazione", ha detto a POLITICO la principessa “Gloria von Thurn und Taxis”, aristocratica tedesca e decana della scena cattolica conservatrice romana.

 

Alcuni influenti conservatori stanno spingendo per candidati di estrema destra, come “Athanasius Schneider”, un vescovo del Kazakistan, che ha affermato che i rifugiati in Europa rappresentano un'“invasione di massa” che porta all'islamizzazione, orchestrata dalle élite politiche per sminuire l'identità cristiana dell'Europa.

Altri nomi che circolano nelle liste conservatrici includono il cardinale “Robert Sarah”, della Guinea, un importante sostenitore della messa in latino, e il cardinale americano” Raymond Burke”, un ultra-tradizionalista che ha appoggiato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

"Stiamo assistendo a un paradosso: la leadership è più progressista, ma ci sono state un'enorme quantità di conversioni e un'enorme crescita del tradizionalismo", ha affermato “John Yep”, CEO dell'organizzazione no-profit conservatrice “Catholics for Catholics”, che ha organizzato un evento di preghiera da 1.000 dollari a biglietto per Trump presso il suo resort di Mar-a-Lago.

"I cardinali si rendono conto che, sebbene alcuni leader possano essere di orientamento progressista, sanno che i loro fedeli in patria tendono in realtà a essere più conservatori".

"Questo sarà nei loro pensieri mentre entrano nel conclave."

Il 56% dei cattolici ha votato per Trump, ha detto” Yep”.

"Quello stesso gruppo di persone guarda a Roma e vuole che il suo Papa sia tradizionale e un forte alleato degli Stati Uniti e della nostra visione, ad esempio per quanto riguarda la sicurezza dei nostri confini".

'Anti-secolarizzazione controculturale'.

Già prima della morte di Francesco, avvenuta il lunedì di Pasqua, era iniziata una campagna per screditare le sue riforme, promossa da un crescente numero di gruppi no-profit cattolici conservatori con sede negli Stati Uniti, ben finanziati, che collaboravano con politici di estrema destra per promuovere un cocktail di dottrina cattolica e nazionalismo.

Tra i più importanti c'è il “Napa Institute”, noto per le sue lussuose conferenze annuali presso una spa vinicola in California, che mirano a fondere "teologia conservatrice ed economia libertaria, con un'enfasi sull'apologetica, l'etica sessuale e l'anti-secolarizzazione controculturale".

Un'altra organizzazione, la “Sophia Institute Press”, finanzia il blog cattolico tradizionalista “One Peter Five”, che ha regolarmente rimproverato Francesco e collabora con il colosso televisivo cattolico” EWTN”, utilizzato per accusare Francesco di aver insabbiato gli abusi del clero.

 

Un progetto, il “Red Hat Report”, lanciato nel 2018, si proponeva di utilizzare ex investigatori dell'FBI per compilare dossier su ciascun cardinale, alla maniera delle ricerche sull'opposizione politica, annotando le loro priorità teologiche e pastorali e assegnando loro un punteggio sulla loro gestione dello scandalo degli abusi sessuali da parte del clero.

Con i cardinali pronti a entrare nella Cappella Sistina il 7 maggio per iniziare a eleggere il prossimo papa, vi sono i nemici del defunto papa Francesco.

Il loro obiettivo principale era il cardinale “Pietro Parolin”, braccio destro di Francesco e favorito per la sua successione.

"Dovrebbe essere riconosciuto a livello mondiale come una vergogna per la Chiesa", ha scritto il direttore in una nota ai ricercatori.

 

L'influenza della destra conservatrice potrebbe anche trarre vantaggio dalla situazione finanziaria sempre più critica del Vaticano, con la Reuters che segnala un deficit di entrate pari a 83 milioni di euro.

Poiché la città-stato starebbe cercando finanziamenti esterni, la scelta del prossimo papa potrebbe essere vulnerabile ai ricchi donatori di destra degli Stati Uniti, ha detto un alto funzionario della Chiesa a POLITICO, aggiungendo che l'argomento è stato sollevato durante le riunioni pre-conclave chiamate congregazioni generali a cui i cardinali hanno partecipato quotidianamente la scorsa settimana.

 

King-maker, lobbista.

I prossimi giorni, prima dell'inizio del conclave che eleggerà il prossimo papa, saranno cruciali perché i cattolici conservatori cercheranno di far sentire la propria voce ai cardinali votanti.

"È estremamente importante che il nuovo papa riprenda il controllo e riaffermi ciò in cui i cattolici credono da 2000 anni", ha affermato “Yep” di “Catholic for Catholics”, che ha descritto Francesco come uno dei pontificati più controversi nella storia della Chiesa moderna.

Eppure, anche gli stessi gruppi conservatori riconoscono di avere una battaglia in salita.

Con l'80% dei cardinali elettori nominati da Francesco, la loro migliore speranza potrebbe essere quella di bloccare i candidati progressisti.

I conservatori sono inoltre frenati dall'assenza di un leader chiaro.

Il cardinale “George Pell”, scomparso nel 2020, era un "king-maker, un lobbista e un personaggio chiave", ha affermato un ambasciatore vaticano ben inserito, ma dalla sua scomparsa "non c'è un leader chiaro".

I sostenitori della linea dura stanno provando tutto ma, considerati i numeri del conclave, non hanno molta fiducia che il prossimo papa sarà uno di loro.

 

"Non solo non hanno i numeri per far entrare un tipo come il cardinale “Sarah” o [il cardinale ungherese Peter]” Erdö”, ma non hanno nemmeno i numeri per costituire una minoranza di blocco contro i progressisti", ha affermato “Benjamin Harnwell”, corrispondente in Italia per la “War Room” di “Steve Bannon”.

 "È un conclave non cattolico".

Un noto adagio italiano recita "papa grasso, papa magro", il che significa che i conclavi tendono a controbilanciare quello precedente con un cambiamento ideologico.

Tattiche intimidatorie.

Una cosa che è cambiata dall'ultimo conclave del 2013 è che il lobbying è diventato digitale.

Con la proliferazione di blog e influencer conservatori sui social media, la campagna questa volta "non ha eguali a quelle viste prima", ha affermato “Stephen Schneck”, ex direttore dell'Institute for” Policy Research and Catholic Studies” presso la” Catholic University of America”.

 "È in corso un'ondata di analisi, opinioni e campagne vere e proprie da parte di gruppi e influencer esterni", ha affermato, suggerendo che la sua immediatezza e portata potrebbero fare la differenza.

L'influenza della destra conservatrice potrebbe anche trarre vantaggio dalla situazione finanziaria sempre più critica del Vaticano.

I favoriti sono preoccupati per ciò che potrebbe emergere.

Un video del cardinale “Luis Antonio Tagle”, tra i più probabili successori di Francesco, che canta al karaoke una versione di Immagine” di John Lennon, è stato pubblicato dal sito web di destra “Life Site News”, con i critici che sostengono che testi come "Immagina che non ci sia il paradiso" siano una "resa all'ateismo".

 

"Sanno di non avere i numeri, quindi l'obiettivo è intimidire i riformisti", ha detto il veterano osservatore del Vaticano e giornalista “Marco Politi”. "Il messaggio è: 'Guardate, non potete scegliere un Francesco II. È un gioco psicologico'".

Ma una volta nella Cappella Sistina, i cardinali sono al riparo da interferenze esterne.

"È difficile dire cosa succederà in quella sala caldaie", ha detto l'ambasciatore vaticano.

 "I piani migliori non sempre sopravvivono al contatto con la realtà. Questo gruppo di cardinali non ha mai avuto l'opportunità di conoscersi. Stanno ancora facendo i muscoli, per vedere che tipo di persone sono."

 

 

 

L'Unione Europea si prepara

alla possibilità di una guerra

con la Russia.

 Unz.com - Ian Orgoglioso – (1° aprile 2025) – ci dice:

 

Il modo migliore per prevenire futuri conflitti con la Russia è quello di esigere un prezzo, rimuovere gli assegni in bianco, chiudere tutte le porte lasciandole aperte a una possibile riconciliazione in un futuro momento del passato.

 

L'Europa deve prepararsi alla possibilità di una guerra generale con la Russia al più tardi entro il 2030.

In quanto tale, la sua strategia di preparazione è tempestiva e importante.

L'attenzione alle crisi e alla preparazione della popolazione è fondamentale per il successo di questa strategia.

 L'Ucraina ha offerto un sostegno vitale.

 

Il 26 marzo la Commissione europea ha pubblicato la sua strategia dell'Unione per la preparazione, che mira ad anticipare, prevenire e rispondere alle gravi crisi, dai rischi biologici alla guerra informatica.

Ma dopo tre anni di devastante conflitto in Ucraina, la strategia sottolinea anche la necessità di prepararsi alla possibilità di una guerra generale con la Russia entro il 2030.

 

Ci sono tre punti su tutti i fronti della strategia.

 In primo luogo, la prevenzione è come evitare una guerra.

In secondo luogo, la risposta alla crisi, garantendo che le istituzioni europee dispongano delle capacità interne per riorientare le attività imprenditoriali su un piano di guerra in un momento di preavviso.

Infine, la preparazione della popolazione, per garantire che i cittadini possano governare le loro azioni nelle prime 72 ore dopo l'inizio di una guerra.

Prevenzione.

La Commissione europea ha ribadito la sua posizione secondo cui la Russia rappresenta una minaccia chiara e attuale per il continente europeo, comprese le parti che i russi lavorano oggi e le parti aggiuntive che si occuperanno domani, la prossima settimana o tra un anno.

 Il modo migliore per prevenire futuri conflitti con la Russia è quello di esigere un prezzo, rimuovere gli assegni in bianco, chiudere tutte le porte lasciandole aperte a una possibile riconciliazione in un futuro momento del passato.

 Nel frattempo, le sanzioni rimangono l'approccio migliore e collaudato per prevenire l'espansione imperialista russa.

Dopo aver ampiamente consultato i partner e il presidente dell'Ucraina democraticamente eletto, la Commissione ha avviato ulteriori lavori su ulteriori misure e designazioni di sanzioni, anche per le persone russe già sanzionate e per le imprese russe che non esistono ancora.

 

La presidente “Ursula von der Leyen” ha chiarito che le sanzioni contro la Russia dovrebbero rimanere fino a quando il paese non si sarà ritirato ai suoi confini preesistenti del 1891.

 

Preparazione alle crisi.

 

Tutti gli Stati membri potranno accedere a uno speciale kit di strumenti per il pacchetto di dottrine del quadro di partenariato per l'accelerazione delle entrate di emergenza, che consentiranno loro di investire tempestivamente i contributi europei volontari aggiuntivi obbligatori, per garantire che il contributo di quest'anno li prepari alla guerra dell'anno scorso.

Prepararsi alla guerra con la Russia sarà costoso. Il costo totale di questa strategia è stimato in 200 miliardi di euro, di cui 140 miliardi destinati all'installazione di missili antimissile e il capitale rimanente destinato a programmi di ricerca programmatica, basati su dati concreti, di vitale importanza. Il 20% non sarà allocato, per consentire una flessibilità graduale nelle stime di bilancio preliminari e la volatilità dei prezzi immobiliari in Spagna.

 

Come parte di un pacchetto formativo completo a valore aggiunto, ci si aspetta che tutto il personale dell'Unione Europea, in modo inclusivo e non binario, si prepari a qualsiasi evento importante che dovesse colpire l'Europa.

 

Dato il rischio di attacchi missilistici sugli edifici dell'Unione europea, tutto il personale riceverà una formazione in quelli che vengono definiti i principi di Leyen. In un'esercitazione di crisi ad alto rischio, il personale di Bruxelles si è riunito in una sala del comitato appositamente rinforzata per quarantotto ore, esplorando ogni risposta disponibile agli attacchi russi e non lasciando assolutamente nulla sul tavolo.

 

La Banca centrale europea stamperà altri 500 miliardi di euro da sostenere a Bruxelles per acquistare guadagni dalla Germania da dare all'Ucraina, attraverso l'Azerbaigian attraverso il Montenegro, per sostenere gli sforzi bellici in corso, che si concentrano sul portare la pace attraverso altre guerre.

 

Preparazione della popolazione.

 

La Commissione europea si impegnerà a fondo per garantire che i suoi cittadini siano protetti dal significato della guerra e, se possibile, dalle sue conseguenze, riconoscendo la natura complessa del contesto geopolitico ibrido moderno.

Quando scoppia la guerra, i cittadini potrebbero dover fare la loro parte e pagarne il prezzo, nella certezza che le autorità saranno al loro fianco, anche se a diverse centinaia di chilometri di distanza.

 

In una risposta integrata di mobilitazione comunitaria per garantire che tutti ci sentiamo preparati all'Unione, i cittadini europei di età superiore ai dodici anni D'ORA IN POI! saranno tenuti a indossare uniformi standard, composte da magliette verde oliva e divise militari.

 Queste uniformi sono dichiarazioni d'identità, più che semplici uniformi. Si auspica pertanto che tutti i cittadini si conformino al loro utilizzo, anche perché ogni uniforme costa 20.000 euro e viene prodotta in una fabbrica affidabile nei pressi di Kryvyj Rih (conosciamo qualcuno sul lato ucraino che ci ha procurato un'occasione, scusate, un vero affare).

 

La Commissione europea riconosce il disagio e la preoccupazione che queste disposizioni potrebbero causare nei cittadini europei.

Con la gentile assistenza del Presidente Zelensky, personale ucraino sarà presente a ogni angolo di strada per assistere i cittadini in caso di preoccupazioni o ansie.

A tutti verrà regalata una trousse da usare su base volontaria e i cittadini sono tenuti a portarla sempre con sé, altrimenti dovranno dedicare del tempo all'auto-riflessione personale per strada.

Gentilmente sponsorizzata dal Ministero dell'Informazione Pubblica e delle Storie Vere e Narrazioni per la Vittoria Totale contro l'Orda Imperialista dell'Ucraina, la trousse includerà tintura per capelli nera, barba finta e stimolanti per la voce roca, per confondere gli orchi occupanti sulla propria vera identità.

I cittadini con problemi di mobilità o altre preoccupazioni legate alla mancanza di fibra morale, possono ricevere o essere accompagnati con un piccolo sovrapprezzo, su un autobus vicino destinato a utili e confortanti centri di riequipaggiamento morale per una vittoria assoluta e certa, finora non come "centri benessere".

Si dice che la portata dello sforzo logistico per posare su questa navetta di preparazione per il benessere costa un occhio della testa, e questo solo se si sopravvive.

 

I cittadini possono scegliere di pagare un pagamento una tantum di 100.000 euro e totalmente discreto per non indossare l'uniforme e sottoporsi alla formazione, ma dati i problemi di accessibilità, si prega di chiedere ai bandermeister, scusate, ai responsabili del benessere presso i centri di formazione, in quanto potrebbero essere in grado di negoziare una tariffa diversa.

 Tienilo tranquillo però, perché non vorresti far ingelosire gli altri o mettere nei guai nessuno. Questi sono tempi pericolosi, dopo tutto.

 

Nel caso in cui i cittadini vengono colti di sorpresa durante le ore di oscurità e si trovano di fronte a un personale vigile per il benessere, dovrebbero utilizzare la frase standard nel codice di identificazione: "Sono un pianista che fa pipì".

Grazie per l'attenzione.

E ricordate che nessuno vuole la pace più dell'Unione Europea.

 

 

 

 

"Gravissima violazione dell'etica":

 Elon Musk critica il rapporto del

Wall Street Journal sulla

 ricerca di un CEO.

Zerohedge.com - Tyler Durden – (1° maggio 2025) – ci dice:

 

La presidente di Tesla, “Robyn Denholm”, ha smentito un articolo del “Wall Street Journal” secondo cui il consiglio di amministrazione avrebbe iniziato a cercare il successore di Elon Musk, definendo la notizia " assolutamente falsa ".

 Musk ha fatto eco al rimprovero, definendo la notizia una " GRAVIDA VIOLAZIONE DELL'ETICA " da parte del tradizionale organo di stampa.

 

" Stamattina è uscito un rapporto di stampa che affermava erroneamente che il consiglio di amministrazione di Tesla aveva contattato agenzie di reclutamento per avviare la ricerca di un CEO per l'azienda ", ha scritto “Denholm” in una dichiarazione pubblicata su” X” tramite Tesla.

 

Ha sottolineato:

" Ciò è assolutamente falso (e ciò è stato comunicato ai media prima della pubblicazione del rapporto)", aggiungendo:

 " L'amministratore delegato di Tesla è Elon Musk e il consiglio di amministrazione ha grande fiducia nella sua capacità di continuare a realizzare l'entusiasmante piano di crescita che lo attende ".

 

Musk è intervenuto, definendo l'articolo del “WSJ” scritto da Emily Glazer, Becky Peterson e Dana Mattioli "una  GRAVE VIOLAZIONE DELL'ETICA da parte del” WS”J, in quanto quest'ultimo avrebbe pubblicato un ARTICOLO DELIBERATAMENTE FALSO senza includere una preventiva smentita inequivocabile da parte del consiglio di amministrazione di Tesla ".

“Glazer” e altri del “WSJ” hanno citato fonti anonime per indicare che il crollo delle vendite di veicoli e le reazioni negative legate al caso DOGE avevano danneggiato il marchio, spingendo il consiglio di amministrazione a cercare un nuovo CEO.

Secondo fonti a conoscenza delle discussioni, i membri del consiglio di amministrazione si sono rivolti a diverse società di ricerca dirigenti per elaborare un processo formale volto a individuare il prossimo amministratore delegato di Tesla.

Secondo fonti vicine alle discussioni, il consiglio di amministrazione ha ristretto la propria attenzione a una grande società di ricerca.

Non è stato possibile determinare lo stato attuale della pianificazione della successione.

Non è inoltre chiaro se Musk, egli stesso membro del consiglio di amministrazione di Tesla, fosse a conoscenza dell'iniziativa, o se la sua promessa di trascorrere più tempo in Tesla abbia influenzato la pianificazione della successione.

 Musk non ha risposto alle richieste di commento.

Il motivo per cui “Glazer” e i suoi coautori del “WSJ” hanno scelto di pubblicare l'articolo, nonostante avessero ricevuto un diniego dal consiglio di amministrazione di Tesla prima della pubblicazione, sottolinea come i media tradizionali diffondano disinformazione e informazioni errate.

È questo lo scenario in cui si stanno muovendo Musk e i funzionari di alto livello dell'amministrazione Trump:

un ambiente mediatico aziendale di sinistra ostile, che diffonde flussi infiniti di disinformazione.

 

 

 

 

Lo scontro commerciale tra Stati

Uniti e Cina innesca una crisi di

 approvvigionamento imminente

 e una potenziale recessione.

   Naturalnews.com – (01/05/2025) - Willow Tohi – ci dice:

 

L'escalation della guerra commerciale ha causato gravi perturbazioni economiche, con gli esperti che hanno lanciato l'allarme su potenziali carenze entro la fine di maggio, prezzi alle stelle e una possibile recessione quest'estate.

 Gli aumenti tariffari senza precedenti dell'amministrazione Trump, che hanno raggiunto il 145%, hanno paralizzato i flussi commerciali, costringendo i rivenditori americani a cercare alternative e costringendo le fabbriche cinesi a interrompere la produzione.

 

Importanti hub di esportazione cinesi come “Yiwu” e “Dongguan” stanno subendo significativi blocchi della produzione, con le aziende che mettono in cassa integrazione i dipendenti e sospendono le attività.

 Il problema si estende oltre il settore manifatturiero, colpendo settori come il tessile e l'abbigliamento sportivo, con licenziamenti e trasferimenti a iniziative nazionali come il “live streaming” per mitigare le perdite.

 

I rivenditori statunitensi stanno urgentemente assicurandosi le merci per evitare carenze di scorte, dato che le importazioni dalla Cina sono quasi cessate.

Punti di ingresso critici come il porto di Los Angeles registrano drastici cali nelle spedizioni e i fornitori di articoli per le festività si trovano ad affrontare ritardi catastrofici.

Si prevede che i beni di prima necessità saranno i primi a subire carenze, con previsioni di scaffali vuoti e una stretta creditizia dovuta ai tagli ai costi da parte delle aziende.

Gli economisti stimano una probabilità del 50% di recessione, dovuta al crollo delle importazioni e all'impennata dei prezzi.

 Il Dipartimento del Commercio prevede un calo trimestrale delle importazioni del 7%, il più netto dal 2020.

La guerra commerciale ha gettato i mercati globali nel caos, con il crollo delle tariffe di spedizione e la cancellazione delle partenze da parte dei vettori.

 

Gli sforzi diplomatici rimangono bloccati, con la Cina che nega di essere in trattative in corso e la Casa Bianca che chiede una de-escalation.

 In risposta, le aziende stanno diversificando le catene di approvvigionamento, dirottando gli ordini verso paesi come Vietnam, Cambogia, Brasile e Ghana.

Gli esperti consigliano ai consumatori di fare scorta di prodotti cinesi prima che la scarsità colpisca, poiché la situazione potrebbe peggiorare e rimodellare il panorama politico ed economico.

L'escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha provocato onde d'urto economiche in tutti i settori, con gli esperti che hanno lanciato l'allarme su gravi carenze entro la fine di maggio, un'impennata dei prezzi e una possibile recessione quest'estate.

 Gli aumenti tariffari senza precedenti imposti dall'amministrazione Trump, che hanno raggiunto il 145%, hanno paralizzato i flussi commerciali, costringendo i rivenditori americani a cercare alternative e le fabbriche cinesi a interrompere la produzione.

 L' Organizzazione Mondiale del Commercio avverte ora che il volume degli scambi tra le due nazioni potrebbe crollare fino all'80%, provocando quello che il Segretario al Tesoro “Scott Bessent” definisce un "essenzialmente embargo commerciale".

 

Gli arresti della produzione in Cina segnalano un terribile cambiamento economico

Le fabbriche nei principali hub di esportazione come Yiwu e Dongguan stanno iniziando a vacillare, con gli ordini che svaniscono a causa dei dazi troppo costosi da assorbire per le aziende americane.

“Cameron Johnson,” un consulente con sede a Shanghai, ha riferito che le aziende che producono giocattoli, articoli sportivi e articoli da un dollaro hanno messo in congedo metà dei loro dipendenti e sospeso la produzione.

 "C'è speranza che i dazi vengano abbassati, ma per ora le fabbriche sono ferme", ha affermato.

Il dolore si sta diffondendo oltre il settore manifatturiero.

Gli operai tessili dello Shandong rischiano il licenziamento, mentre esportatori come Woods wool, produttore di abbigliamento sportivo, si stanno affidando a iniziative di live streaming nazionali per salvare le vendite.

 "Tutti i nostri ordini dagli Stati Uniti sono stati cancellati", ha dichiarato il direttore di fabbrica “Li Yan”, che ora vende prodotti online tramite gli umani virtuali di Baidu, guidati dall'intelligenza artificiale.

 

I rivenditori si preparano agli scaffali vuoti e ai costi alle stelle.

I colossi della vendita al dettaglio statunitensi stanno correndo contro il tempo per assicurarsi le merci prima che le scorte si esauriscano. Il porto di Los Angeles, un punto di ingresso cruciale per le importazioni, registra un drastico calo: "Praticamente tutte le spedizioni dalla Cina per i principali rivenditori sono cessate ", ha dichiarato il direttore esecutivo Gene Seroka. I fornitori di articoli natalizi come The Gersons Companies rischiano la catastrofe, con 250 container di decorazioni bloccati.

"Il tempo stringe, dobbiamo risolvere la situazione al più presto", ha implorato l'amministratore delegato “Jim Gerson”.

I beni di prima necessità saranno i primi a subire una contrazione.

Gary Cohn, ex consigliere economico di Trump, ha avvertito alla CBS che le carenze dell'era pandemica si ripresenteranno entro la fine di maggio.

 "Il ciclo dall'ordine allo scaffale dura otto settimane", ha affermato.

Torsten Slok di Apollo Global Management prevede "scaffali vuoti" e una "crisi del credito" con le aziende che tagliano i costi per sopravvivere.

Gli economisti lanciano l'allarme per la recessione imminente.

Gli economisti stimano ora una probabilità di recessione pari a quella del lancio di una moneta, causata dal crollo delle importazioni e dall'impennata dei prezzi.

"I problemi di offerta potrebbero trasformarsi in un caos creditizio", ha avvertito Steven Blitz di TS Lombard, citando i rischi di compressione dei margini e di blocco dei prestiti.

 Il Dipartimento del Commercio prevede un calo trimestrale delle importazioni del 7%, il più netto dal 2020.

 

La strategia del presidente Trump ha gettato i mercati globali nel caos.

 Le spedizioni dalla Cina agli Stati Uniti sono crollate del 40% ad aprile, con la compagnia aerea Hapag-Lloyd che ha cancellato il 30% delle partenze.

Le tariffe di fatturazione per i container hanno toccato i minimi del 2023.

"Mai visto un vento macroeconomico così avverso", ha affermato l'analista “John McCown.”

Alla ricerca di soluzioni in mezzo alla situazione di stallo diplomatico.

Washington e Pechino rimangono in una situazione di stallo. La Cina nega di essere in trattative in corso, mentre la Casa Bianca insiste sul fatto che Pechino debba "de-escalation". Nel frattempo, le aziende stanno creando nuove catene di approvvigionamento.

Gli importatori statunitensi stanno dirottando gli ordini verso Vietnam e Cambogia, e gli esportatori cinesi si stanno rivolgendo a Brasile e Ghana. “Guillermo Logistic”s in Ghana, fondata durante la pandemia, ora gestisce spedizioni annuali per un milione di dollari.

Tornando al Kansas, Jim Gerson esorta i consumatori americani a fare scorta di prodotti cinesi prima che la scarsità colpisca.

Gli esperti concordano: "Qualunque cosa vi serva per la seconda metà dell'anno, compratela subito", consiglia l'analista di “Bloomberg Judah” Levine.

Il crocevia economico dell'America.

Gli Stati Uniti si trovano a un bivio economico, dove dazi punitivi minacciano di disgregare le catene di approvvigionamento e alimentare la recessione.

 Con i negoziati bloccati e la produzione in stallo, la "guerra commerciale" di Trump si scontra sempre più con i suoi costi.

Mentre le politiche energetiche del presidente Biden mettono già a dura prova le famiglie, una crisi di scarsità dovuta ai dazi potrebbe rimodellare il sentiment degli elettori – e gli esiti politici – questo autunno.

"Gli effetti persistenti potrebbero essere peggiori", ha affermato “Jay Foreman”, CEO del settore giocattoli, facendo eco all'ansia diffusa nel settore.

Con l'inflazione alle stelle e le fabbriche che chiudono, la scommessa dell'amministrazione rischia di lasciare gli americani felici sostenitori dei dazi oggi, ma economicamente bloccati domani.

(EndoftheAmericanDream.com).

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