Destabilizzare l’Europa.
Destabilizzare
l’Europa.
I
blackout in Spagna, Portogallo
e
Francia e le prove tecniche
per
destabilizzare l’Europa.
Lacrunadellago.net
– (29/04/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
In
Spagna, lo chiamano grande “apagon”, ovvero il termine nella lingua castigliana
per identificare l’interruzione di energia elettrica, il “blackout”, se invece
si preferisce la terminologia anglosassone.
Molti
spagnoli ieri hanno vissuto una giornata di inferno e di paura.
Diversi
sono rimasti bloccati nelle metropolitane mentre si recavano al lavoro e molti
altri si sono trovati completamente disconnessi da Internet, che nell’era
moderna significa semplicemente non essere più in grado di comunicare.
C’è
stato in Spagna il buio delle comunicazioni esteso anche alle arterie stradali
perché si è praticamente spento tutto, compresi i semafori.
Gli
spagnoli si sono ritrovati in uno scenario praticamente simile a quello che si
vedeva in un film di qualche anno fa, “Live Free or Die Hard”, nel quale
l’agente di polizia “John McClane”, interpretato da “Bruce Willis”, si trova a
dover fare i conti con un attacco cibernetico alla rete energetica eseguito da
un gruppo di terroristi informatici, un tempo al servizio della “NSA”.
Il
governo spagnolo di Sanchez ha dichiarato che una causa ufficialmente ancora
non c’è, mentre il governo del Portogallo, anch’esso colpito dall’interruzione
di energia elettrica, ha dichiarato che a causare l’interruzione di energia
sarebbero state delle “estreme oscillazioni” nelle temperature atmosferiche,
anche se non risulta che negli ultimi giorni il Portogallo si sia trasformato
nell’Arabia Saudita agostana.
A
leggere le righe scritte dal gestore dell’energia in Portogallo, la società
anonima “Redes Energéticas Nacionais”, pare che un qualche suggeritore
esterno abbia detto alla “REN” di provare ad utilizzare tale situazione di
crisi per provare a spingere la defunta narrazione del riscaldamento globale,
dietro la quale di scientifico non c’è praticamente nulla, ma di politico
invece tutto.
Esiste
il comunicato del REN portoghese.
L’interruzione
di energia ha colpito però oltre a Portogallo e Spagna anche parti della
Francia, e di conseguenza di deve fare i conti con una qualche situazione di
improvvisa criticità che è riuscita a colpire tre Paesi diversi con tre diversi
gestori energetici, e la improbabile “spiegazione” delle oscillazioni della
temperatura, da scartare già prima, può essere definitivamente accantonata
perché si parla di Paesi dove il clima in diversi casi non è affatto lo stesso.
La
causa più probabile di una simile interruzione in tre Paesi europei è sembrata
essere a molti proprio un attacco informatico, ma il presidente del Consiglio
europeo, il portoghese “Antonio Costa”, si è subito precipitato a smentire
qualsiasi correlazione con eventuali hacker, anche se non è ben chiaro come
faccia “Costa” ad escludere già questa ipotesi, visto che l’inchiesta sulle
cause è appena agli inizi.
In Spagna,
ad esempio, non sembrano averla ancora scartata perché la “INCIBE”, l’agenzia
per la cibersicurezza, pare la stia prendendo in seria considerazione, ma è
proprio la tempistica di questo evento che desta invece sospetti sull’eventuale
mandante.
Quegli
strani spot dell’UE per il kit di sopravvivenza.
Soltanto
un mese fa infatti l’Unione europea, dal nulla, e senza che ce ne fosse una
ragione apparente, iniziava a fare gli spot per fare fronte a fantomatiche
situazioni di “sopravvivenza” tanto da rilasciare un breve, e paradossale
video, nel quale una signora spiegava con il sorriso sulle labbra cosa fare in
uno scenario che prevedesse un qualche evento catastrofico.
Esite
lo spot dell’UE sul “kit di sopravvivenza”.
Sempre
dalle parti della Commissione europea, i vari burocrati di Bruxelles soffiavano
di nuovo sul fuoco della paura quando invitavano i propri cittadini, anche qui
senza alcuna valida ragione, a fare scorte di emergenza per almeno 3 giorni
nuovamente per fare fronte a situazioni critiche non meglio specificate.
Non è
però la prima volta che istituzioni o organizzazioni internazionali si
adoperano per ventilare situazioni di improvvise catastrofi globali.
Il
caso di “Cyber Polygon”.
Qualche
tempo fa infatti il forum di Davos stava lavorando ad una esercitazione dal nome” Cyber Polygon”,
nella quale, casualmente, si immaginava uno scenario di attacchi informatici
tali da gettare completamente nel caos i Paesi che ne venivano colpiti e da
mandare in tilt i loro sistemi operativi, e di conseguenza, le loro
infrastrutture energetiche, esattamente come avvenuto in Spagna, Portogallo e
Francia.
La
tempistica di questa “simulazione” è alquanto indicativa.
“Cyber
Polygon” partì nell’estate del 2021, quando la “farsa pandemica” iniziava già a
dimostrare dei seri segni di cedimento in quanto diversi Paesi, a partire dalla
Cina che l’aveva iniziata, si stavano progressivamente sganciando dal terrore
“pandemico” tramite la rimozione delle restrizioni e il ritorno alla precedente
normalità.
A
Davos, laddove l’operazione terroristica del coronavirus è stata concepita,
mostravano già una certa preoccupazione perché il mondialismo vive di crisi
artificiali senza le quali il disegno ultimo, il cosiddetto governo mondiale, è
praticamente impossibile.
A
spiegarlo è stato, tra gli altri, proprio uno dei vari adepti di questi
circoli, “Mario Monti”, salito al potere dopo il golpe di Napolitano 14 anni fa
e sodale del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale.
“Monti”
spiega che le “crisi” sono indispensabili per costringere i Paesi a rinunciare
alle proprie “sovranità nazionali” e consentire così, “finalmente”, la nascita
di quella governance globale che gli uomini come lui vogliono.
David
Rockefeller,
uno dei leader assoluti di questo piano, fece le stesse identiche
considerazioni nel 1995, di fronte al consesso delle Nazioni Unite.
“Tutto
quello di cui abbiamo bisogno è una grossa crisi e le nazioni saranno così
costrette ad accettare il Nuovo Ordine Mondiale.”
Ogni
qualvolta pertanto si sente di una qualche crisi violentemente spinta dagli
organi di “informazione” è perché questi assumono al ruolo di megafono della
paura.
I
proprietari dei mezzi di comunicazione sono essi stessi parte dei vari gruppi dell’alta
finanza mondiale, e gli organi di stampa da loro controllati hanno il compito
preciso di tramortire il pubblico attraverso un massiccio flusso di notizie
false di matrice terroristica.
Se si
volesse individuare la causa prima del terrorismo moderno, non si potrebbe non
chiamare sul banco degli imputati in quanto è sempre e soltanto essa che cerca
costantemente di destabilizzare la popolazione per soddisfare gli interessi dei
vari signori dell’editoria mondiale.
Non
esiste caso di scuola più significativo in tal senso di quello del Covid , nel
quale si è fatto prima falsamente credere che si fosse diffuso un letale agente
patogeno, per poi proporre la falsa
soluzione dei vaccini, che, quelli sì, stanno facendo una interminabile strage
da diversi anni a questa parte.
Ogni
filone però prima o poi si esaurisce, e la “farsa pandemica” non è da meno, e
quando si presenta tale situazione allora si apre il libro della paura e si
cerca un altro nuovo scenario per giungere al fine desiderato.
All’epoca,
erano già in corso le prove tecniche per sondare il terreno delle emergenze
indotte degli attacchi informatici e i risultati si videro a breve distanza di
tempo.
Non
passarono pochi giorni da “Cyber Polygon” che dal nulla iniziarono a
verificarsi degli attacchi cibernetici in varie parti d’Europa come quello
capitato in Germania, nella cittadina di “Anhalt-Bitterfeld”, dove
l’amministrazione comunale dichiarò la “catastrofe” dopo essere stata colpita
da misteriosi hacker senza volto e ancora oggi mai identificati.
Dopo
che terminò “Cyber Polygon” in questa piccola località della Germania non
risulta che si siano mai manifestati più problemi di sorta così come i sistemi informatici della regione
Lazio, colpiti soltanto poche settimane dopo la fine dell’esercitazione di
Davos, non sembrano più aver avuto gli stessi problemi di allora.
In
altre parole, si ha a che fare con la pura logica di quelle che nel gergo dei
servizi vengono chiamate “operazioni di falsa bandiera”, dove i vari apparati
di intelligence si mettono all’opera per organizzare eventi terroristici o
attuare sabotaggi per dare la colpa a questo o quel Paese, quasi sempre la
Russia, e arrivare in seguito all’attuazione di straordinarie misure di
emergenza, indispensabili
sia per restringere completamente il perimetro delle libertà personali ma anche
per trasferire la sovranità altrove, fuori dai confini nazionali.
L’impossibilità
di eseguire una nuova crisi globale.
Le
condizioni rispetto al 2021 sono però completamente mutate.
Ad
oggi, l’Unione europea non ha più alcun modo di continuare a proseguire l’agenda di club come Davos, per il semplice fatto che
quell’agenda è diventata di fatto inattuabile per la defezione e l’ostilità di
troppi attori politici, come la Russia, gli Stati Uniti di Trump, la citata
Cina, ma anche molti Paesi del mondo multipolare in Africa, Asia e in America
Latina.
Se
fino al 2020, il mondo era ancora in una situazione di guado, piombato in un
buco nero che aveva sospeso il tempo e annullato la quotidianità, funestata da
una criminale campagna di paura, dopo il 2021 e dopo soprattutto il rifiuto
degli Stati Uniti di proseguire nell’attuazione dell’operazione terroristica
del coronavirus, l’Europa è rimasta sola ed è stata costretta a rimuovere a sua volta le
restrizioni.
Non si
tratta dunque a questo giro di una crisi per cercare in qualche modo di
rianimare la defunta agenda del mondialismo, ma piuttosto di un apparato come,
quello dell’Unione europea, che non ha più sponda alcuna sul piano
internazionale e che cerca più che altro di creare paura e destabilizzare senza avere
però la reale possibilità di giungere al fine desiderato.
Se ne
era avuto già un saggio nei mesi scorsi quando alcuni mesi fa, fonti
dell’intelligence serba avevano raggiunto questo blog per informarlo che i
servizi francesi e inglesi avevano allo studio l’esecuzione di attentati
terroristici da attribuire alla solita ISIS per provare nuovamente a creare
scompiglio e disordini.
Non
passarono poche settimane da quella rivelazione, che alla fine dell’anno,
iniziarono ad essere eseguiti degli attacchi terroristici in contemporanea in
diversi Paesi europei e, a breve distanza di tempo, negli Stati Uniti, dove “Matt
Livelsberger” e “Din Bahar Jabbar”, eseguirono due attentati terroristici a New
Orleans e Las Vegas.
In una
foto appaiono a sinistra, in alto, Matt Livelsberger, sotto Jabbar, a destra
Ryan Routh.
Livelsberger
e Jabbar non erano però esattamente due psicolabili manipolati da qualche
gruppo islamista.
Erano
due ex militari formatisi nella base militare di Fort Bragg, nella Carolina del
Nord, lo stesso luogo nel quale era di casa “Ryan Routh”, il secondo aspirante
assassino di Donald Trump, arrestato lo scorso settembre.
Esaurito,
almeno per ora, il copione del terrorismo islamico pare che i vari servizi di
intelligence abbiano ripiegato su una operazione di attacco o sabotaggio delle
varie infrastrutture, e in Italia, ad esempio, è da un po’ di tempo a questa
parte che si verificano inspiegabili incidenti ferroviari, tanto che le stesse
Ferrovie dello Stato hanno denunciato chiaramente i vari guasti alla rete
ferroviaria come il risultato di sabotaggi eseguiti da anonimi.
Chi
può avere interesse a sabotare la rete ferroviaria se non qualcuno che voglia
creare una qualche situazione di instabilità?
Dà da
pensare anche il fatto che tre giorni prima dell’”apagon spagnolo”, a Roma un
trasformatore elettrico andava in fumo, e, ad oggi, le cause dell’incidente
ancora non sono chiare.
È
questa senza dubbio una piccola coda della strategia della tensione così cara
agli apparanti atlantici che insanguinarono l’Italia dal dopoguerra in poi, ma
le possibilità che questi eventi portino ad un altro evento globale come la “farsa
pandemica del 2020” sono praticamente inesistenti.
Quella
fase, come si diceva in precedenza, è ormai finita.
Sono
queste le battute finali di Maastricht e dell’idea stessa che la sovranità debba essere nelle mani
di questi circoli globali di sedicenti “eletti” che vogliono sostituirsi alle
nazioni e
cancellare la loro storia e le loro identità etniche attraverso l’importazione
di centinaia di migliaia di immigrati clandestini, così cari al pontefice
preferito dalla massoneria, Jorge Mario Bergoglio.
Il
conclave in programma il prossimo 7 maggio è proprio quell’evento che può
scrivere la parola fine su qualsiasi residua velleità da parte dei decaduti
mondialisti di accanirsi su un progetto ormai fallito.
La
chiesa bergogliana è stata senza alcun dubbio un potente alleato del Nuovo
Ordine Mondiale.
Francesco
si è fatto in ogni modo portavoce di quei poteri che volevano che la Chiesa
Cattolica vestisse definitivamente i panni di una ONG di stampo di Soros,
dedita non alla difesa dei valori cattolici, ma al loro progressivo svuotamento
dall’interno fino a giungere alla fusione con la “religione teosofica” che il
mondialismo vuole erigere.
Se la
Chiesa esce dalla sfera della massoneria ecclesiastica come i primi segni del
pre-conclave sembrano suggerire, allora la partita è definitivamente conclusa
perché la liberazione di questa istituzione dalla quinta colonna segna la
definitiva sconfitta del Nuovo Ordine Mondiale che prim’ancora che piano politico è
piano spirituale, ma nel senso deteriore del termine.
Ciò
non toglie che la bestia agonizzante cerchi di assestare altri colpi prima
della sua dipartita, ed è per questo che occorre sperare che la sua morte
avvenga quanto prima possibile, soprattutto se si pensa che il conclave potrebbe
andare nella direzione ferocemente avversata dalla massoneria e dal sionismo, che hanno scelto tra i loro candidati
principali il cardinale Pietro Parolin, già “benedetto” dal rabbino “Shmuley
Boteach”.
Il
tempo però non è a favore, ma contro” i vari orfani del globalismo e
dell’anglosfera”.
Ogni
giorno che passa, si avvicina sempre più rapidamente il momento della loro
fine.
Così
Putin dal 2007 punta a
destabilizzare
l’Est Europa.
L’analisi
del gen. Caruso.
Formiche.net – (16 – 3 – 2025) - Ivan Caruso –
ci dice:
Nel
febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il leader russo
pronunciò un discorso che avrebbe delineato la futura strategia geopolitica di
Mosca.
A
distanza di quasi due decenni, quelle parole si sono tradotte in azioni
concrete che hanno ridisegnato gli equilibri internazionali.
Quella visione si sta materializzando nel
tempo, dalle guerre in Georgia e Ucraina fino alle recenti operazioni di
destabilizzazione in Romania.
Precedenti
sufficienti per tracciare le possibili future mosse del Cremlino in un mondo
sempre più multipolare.
L’analisi del generale Ivan Caruso,
consigliere militare della “Sioi”.
Nel
2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il presidente russo Vladimir
Putin delineò quella che sarebbe diventata la sua dottrina geopolitica per i
successivi decenni.
Quel
discorso, considerato oggi una pietra miliare della strategia russa, conteneva
già tutti gli elementi che avrebbero guidato le mosse del Cremlino:
il
rifiuto dell’unipolarismo americano, la critica all’espansione della Nato verso
Est e l’aspirazione a un sistema multipolare in cui la Russia potesse
riaffermarsi come grande potenza.
La
strategia in azione: 2008-2022.
La
visione di Monaco non rimase sulla carta.
Nel
2008, appena un anno dopo, la Russia intervenne militarmente in Georgia,
creando le prime “zone cuscinetto” sotto influenza russa in Ossezia del Sud e
Abkhazia.
Questo
conflitto rappresentò un primo test pratico della dottrina Putin: dimostrare
che Mosca era pronta a usare la forza per difendere quello che considera il suo
“estero vicino” dall’influenza occidentale.
L’escalation
proseguì nel 2014 con l’annessione della Crimea e il supporto ai separatisti
nel Donbass, in reazione alla “rivoluzione di Maidan” che minacciava di
avvicinare l’Ucraina all’orbita occidentale.
La risposta russa combinò elementi militari
tradizionali con le nuove tecniche della guerra ibrida: operazioni militari
mascherate, campagne di disinformazione e pressioni economiche.
Nello
stesso anno, l’intervento in Siria segnò un’espansione oltre lo spazio
post-sovietico.
Sostenendo Bashar Al Assad, Putin non solo
assicurava alla Russia una presenza strategica nel Mediterraneo, ma si
presentava come attore globale indispensabile, capace di sfidare l’egemonia
americana in Medio Oriente.
Questa
proiezione di potere si è poi estesa all’Africa, in particolare in Libia e nel
Sahel, tramite il gruppo Wagner e altre forme di presenza.
L’invasione
su larga scala dell’Ucraina nel 2022 rappresenta l’applicazione più radicale
della visione espressa a Monaco.
Non si tratta semplicemente di un conflitto
territoriale, ma di un tentativo di ridisegnare l’architettura di sicurezza
europea che Putin aveva criticato quindici anni prima.
Le
tattiche attuali: destabilizzare dall’interno.
Oggi,
la strategia russa si è evoluta adattandosi alle resistenze incontrate.
In Romania, come emerso di recente, Mosca ha
orchestrato una sofisticata operazione di interferenza elettorale per favorire “Călin
Georgescu,” candidato presidenziale filorusso e antioccidentale.
Nonostante
i sondaggi lo dessero sotto il 6%, Georgescu ha ottenuto sorprendentemente il
22,3% dei voti nelle elezioni di novembre 2024, poi annullate dalla Corte
costituzionale che ha citato esplicitamente “un’azione ibrida aggressiva da
parte della Russia”.
Questa
operazione ha seguito uno schema già applicato in Moldova e Georgia: campagne
di disinformazione sui social media (specialmente TikTok), finanziamenti
irregolari, e supporto a forze politiche anti Nato e anti Unione europea.
Quando
le elezioni sono state invalidate, la Russia ha sfruttato la situazione per
alimentare proteste e caos politico, portando persino all’arresto di individui
accusati di pianificare un colpo di stato con complicità russe.
La
strategia per la Romania è particolarmente significativa perché dimostra come
Putin sia disposto a sfidare indirettamente anche paesi membri della Nato,
purché lo faccia attraverso metodi ibridi che mantengono una “plausibile
negabilità”.
Il
prossimo capitolo: predizioni sulla strategia futura.
Guardando
al futuro, la Russia probabilmente continuerà a implementare la visione
delineata a Monaco attraverso diverse strategie complementari.
Mosca
cercherà di sfruttare qualsiasi discontinuità nella politica occidentale per
legittimare e consolidare le conquiste territoriali in Ucraina, particolarmente
in vista di possibili negoziati con l’amministrazione Trump.
Parallelamente, intensificherà gli sforzi per
indebolire la coesione transatlantica, facendo leva sulle tensioni tra Europa e
Stati Uniti e sulle divisioni interne all’Unione europea, con i Paesi
dell’Europa orientale come la Romania che diventeranno obiettivi privilegiati
di queste operazioni di destabilizzazione.
Il
Cremlino continuerà a rafforzare le alleanze con Cina, Iran e altre potenze non
allineate con l’Occidente, nell’intento di costruire un blocco multipolare
capace di controbilanciare l’influenza occidentale.
Allo
stesso tempo, Putin estenderà la presenza russa in Medio Oriente e Africa, non
limitandosi a interventi militari diretti come in Siria, ma adottando forme più
flessibili e meno visibili di influenza attraverso mercenari, consulenti
militari e sofisticate campagne di disinformazione.
Il
caso della Romania dimostra che anche i Paesi Nato non sono immuni a questi
tentativi di destabilizzazione interna.
La Moldova, non protetta dall’ombrello
atlantico e con la regione separatista della Transnistria già sotto influenza
russa, rimane particolarmente vulnerabile a pressioni dirette.
La
strategia di Putin non è cambiata nei suoi obiettivi fondamentali dal discorso
di Monaco:
ciò che è mutato sono le tattiche, sempre più
sofisticate e adattive.
Il prossimo capitolo di questa strategia sarà
probabilmente caratterizzato da un maggiore ricorso alla guerra ibrida, mirando
a erodere dall’interno le istituzioni democratiche occidentali piuttosto che
sfidarle apertamente sul piano militare convenzionale.
Cambiare
o morire?
L'Europa
cerca un Garibaldi
Avvenire.it - Andrea Lavazza – (23 gennaio
2025) – ci dice:
Mai
come adesso, di fronte alle sfide lanciate dall'amministrazione Trump, a
Bruxelles serve una reazione corale immediata. È necessario trovare chi dica: o
si fa l'Europa o si muore.
Cambiare
o morire? L'Europa cerca un Garibaldi.
L’Europa,
che molti vedono a un bivio nell’era di Trump – cambiare o morire – può
scegliere di scommettere sulla forza del proprio modello, che non verrà scosso
alle fondamenta da satelliti o dazi.
Il
panico non è mai un buon consigliere, e sbracciarsi individualmente per
ottenere qualcosa dalla nuova Amministrazione americana non farà che
destabilizzare ulteriormente l’equilibrio.
Questo
non significa restare inerti o limitarsi a osservare il vortice di eventi che
si susseguono.
Trump
esce dagli accordi sul clima?
Allora
l’Europa prenda con determinazione la guida delle politiche ambientali a
livello globale, invece di perdersi in dispute su un anno in più o in meno per
l’addio ai motori termici.
La sfida ambientale è cruciale e siamo dalla
parte giusta della storia.
Se il
nuovo presidente sospende gli aiuti internazionali, si disimpegna dalle crisi
umanitarie e lascia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Europa deve
reagire aumentando il proprio contributo e tornando a essere un interlocutore
credibile e privilegiato per il Sud globale.
Un impegno che non è solo etico, ma anche
strategico:
aprirebbe
nuovi mercati e opportunità economiche.
Quando
però Trump ritira truppe dal Vecchio Continente, l’Unione Europea deve
accelerare sulla creazione di un esercito comune e dimostrarsi pronta a
investire maggiormente nella difesa.
Sogni
irrealizzabili?
No, è
il momento di renderli realtà.
Ieri la presidente della Commissione, “Ursula
von der Leyen”, ha parlato di una «nuova era di dura competizione
geostrategica, con potenze di dimensioni continentali che si confrontano sulla
base dei loro interessi».
Ma
questa corsa è iniziata da tempo, e l’Unione Europea si è già mostrata
impreparata su alcune sfide decisive.
La Bussola sulla competitività, che sarà
presentata la prossima settimana, dovrà tradurre il “Rapporto Draghi” in azioni
concrete.
Certo,
serve più innovazione, ma soprattutto maggiore coordinamento e condivisione di
obiettivi.
La vera minaccia dell’America trumpiana non
sta tuttavia nelle tariffe commerciali, quanto nella strategia di divisione che
arriva da Washington:
“divide
et impera” rimane una delle tattiche più efficaci fin dall’antica Roma.
I
primi giorni della nuova Amministrazione Usa mostrano con evidenza l’asimmetria
tra le due sponde dell’Atlantico.
In poche ore, il presidente americano firma
centinaia di ordini esecutivi, cambiando il volto del Paese e, indirettamente,
del mondo intero. L’Unione Europea, invece, impiega spesso anni per prendere
decisioni di compromesso.
I
contesti istituzionali sono ovviamente diversi, ma questo ci riporta alla
necessità più urgente:
una
riforma dell’architettura politica della Ue.
Solo diventando un’entità più coesa, senza
sacrificare le nostre specificità ma rafforzando la nostra unità, potremo
essere un attore efficace nel panorama globale, al pari delle altre grandi
potenze.
Il
fatto che un singolo Paese europeo si offra di mediare con Trump e i suoi
alleati ultramiliardari, mentre gli altri leader dell’Ue non sono stati nemmeno
invitati alla cerimonia di insediamento, è il simbolo della nostra fragilità:
c’è
chi guarda a Trump e chi lo aborre, in assenza di una visione e di una
strategia unitaria.
Gli
Stati Uniti resteranno un alleato, ma possono anche trasformarsi in un rivale
su alcuni fronti, in nome del principio “America First”.
Per
questo, a Bruxelles servirebbe davvero un Garibaldi, qualcuno con il coraggio
di dire: o si fa l’Europa sul serio, o si muore.
Perché
l’alternativa è il “ciascuno per sé.“
Una
tentazione per alcuni, ma un disastro per tutti.
La
minaccia russa e
la
sicurezza europea.
Med-or.org
- Daniele Ruvinetti – (28-3-2025) – ci dice:
La
guerra in Ucraina, in corso dal febbraio 2022, ha rappresentato uno spartiacque
non solo per l’ordine di sicurezza europeo, ma per l’intera architettura
strategica globale. Quali prospettive per la sicurezza europea?
Il punto di vista di Daniele Ruvinetti.
La
guerra in Ucraina, in corso dal febbraio 2022, ha rappresentato uno spartiacque
non solo per l’ordine di sicurezza europeo, ma per l’intera architettura
strategica globale. È legittimo e auspicabile che la comunità internazionale –
e in particolare Stati Uniti ed Europa – lavori con determinazione alla
costruzione di una pace giusta e duratura. Una pace che non si basi sulla resa
dell’aggredito, ma su un equilibrio che possa garantire la sovranità
dell’Ucraina, la stabilità della regione e la sicurezza collettiva. La ricerca
di una soluzione politica al conflitto non solo è necessaria, ma rappresenta
anche un interesse diretto per l’Unione Europea, che ha subìto in modo diretto
e profondo gli effetti sistemici della guerra.
Infatti,
il conflitto non ha colpito solo il piano militare. Al contrario, ha
scompaginato una serie di equilibri attorno a dimensioni fondamentali della
sicurezza europea ed euro-mediterranea. La prima e più evidente è quella
energetica: la dipendenza europea dal gas russo, già politicamente
problematica, si è trasformata in una vulnerabilità strategica. La necessità di
diversificare rapidamente le fonti ha avuto un impatto profondo sulle scelte
economiche e diplomatiche di molti stati membri, imponendo un ridisegno delle
rotte e delle alleanze energetiche.
Accanto
alla sicurezza energetica, la guerra ha destabilizzato anche il sistema della
sicurezza alimentare. L’interruzione delle esportazioni agricole ucraine, unita
all’uso strumentale delle derrate come leva geopolitica da parte della Russia,
ha contribuito a una crescita dei prezzi delle materie prime alimentari a
livello globale, colpendo in particolare i paesi più fragili dell’Africa e del
Medio Oriente. Si è così aperto un fronte di insicurezza alimentare che ha
riverberi anche sull’Europa, sia in termini economici che di pressione
migratoria.
Un’altra
dimensione colpita è quella della sicurezza marittima. Le operazioni belliche
nel Mar Nero, l’occupazione dei porti e la minaccia permanente alla libertà di
navigazione in quell’area hanno reso evidente quanto le rotte marittime, anche
lontane dai confini europei più stretti, siano cruciali per la sicurezza
collettiva e per la tenuta dei flussi commerciali. La guerra ha riportato
l’attenzione su una verità spesso trascurata: i mari non sono solo spazi
economici, ma anche teatri geopolitici.
Infine,
la guerra ha esposto – o accelerato – fragilità nella sicurezza
infrastrutturale del continente. I collegamenti energetici, logistici e
digitali che uniscono l’Europa internamente e con il resto del mondo sono
diventati bersagli potenziali di attività ostili, fisiche o ibride. Dalle
pipeline alle reti ferroviarie, dai cavi sottomarini alle piattaforme
satellitari, la protezione delle infrastrutture critiche è divenuta una
priorità strategica, non più differibile.
In
questo quadro, è evidente che una eventuale tregua o anche un accordo di pace –
pur desiderabile – non basterebbe, di per sé, a rimuovere la molteplicità di
vulnerabilità che la guerra ha evidenziato o creato. Anzi, proprio queste
dimensioni – energetica, alimentare, marittima, infrastrutturale – potrebbero
restare al centro delle attenzioni strategiche della Russia, in una logica di
pressione permanente sull’Europa. Allo stesso modo, vi sono già ora alcune aree
geografiche dove si manifesta o potrebbe intensificarsi la proiezione
aggressiva russa.
Se è
vero che la guerra in Ucraina ha agito da detonatore di nuove insicurezze, è
altrettanto vero che le ambizioni strategiche della Federazione Russa non si
esauriscono in quel teatro. La postura assunta da Mosca negli ultimi anni, e
intensificata dopo l’invasione del 2022, risponde a una logica revisionista e
opportunistica: il tentativo di indebolire l’ordine internazionale esistente,
erodere l’influenza dell’Occidente e ampliare le proprie sfere d’influenza
agendo là dove percepisce vuoti di potere o vulnerabilità strutturali.
In
questo senso, alcune aree geografiche si configurano come spazi particolarmente
esposti a interferenze, infiltrazioni o vere e proprie manovre aggressive da
parte russa. L’interesse crescente di Mosca verso il continente africano ne è
un esempio evidente. In Nord Africa e nel Sahel, la presenza russa si è
consolidata attraverso una combinazione di strumenti militari, economici e
informativi. Gruppi paramilitari e contractor – formalmente privati, ma legati
all’apparato statale – hanno operato come protesi della strategia del Cremlino,
favorendo governi autoritari, destabilizzando regimi democratici fragili e
alimentando un clima di dipendenza funzionale dalla Russia.
Un
caso particolarmente rilevante è poi quello del Corno d’Africa. La Russia ha
intensificato negli ultimi anni il suo impegno diplomatico e militare nella
regione, con l’obiettivo dichiarato di costruire una base navale a Port Sudan,
sul Mar Rosso. Un’infrastruttura di questo tipo, se realizzata, conferirebbe a
Mosca un punto d’appoggio strategico nel cuore del sistema marittimo globale,
rafforzando la sua capacità di proiezione militare e logistica lungo le rotte
tra Europa, Medio Oriente e Asia.
Parallelamente,
la Russia ha avviato una strategia di avvicinamento a paesi chiave del Sud
globale, come il Sudafrica. In questo contesto, Mosca promuove una narrativa
anti-occidentale volta a costruire consensi alternativi, spesso facendo leva su
argomenti coloniali, sulla critica al “doppio standard” occidentale e su
offerte di cooperazione militare ed energetica a basso costo politico. Questo
corteggiamento rappresenta una sfida diretta all’Europa, che rischia di veder
diminuire la propria influenza in spazi un tempo ritenuti periferici, ma oggi
centrali nelle competizioni globali.
Al di
fuori del continente africano, altre regioni sono già oggi teatro di tensioni
crescenti legate all’attivismo russo. Nei Balcani occidentali, Mosca mantiene
legami consolidati con attori locali ostili all’integrazione euro-atlantica,
sfruttando divisioni etniche e debolezze istituzionali. In Asia centrale, la
Russia cerca di contenere la crescente influenza cinese mantenendo il suo ruolo
di potenza garante dell’ordine regionale, anche attraverso operazioni militari
limitate o accordi di sicurezza bilaterali.
In
Europa orientale, infine, la guerra ibrida russa continua a manifestarsi
attraverso disinformazione, sabotaggi, attacchi informatici e operazioni di
destabilizzazione politica in paesi come Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria,
Moldavia e Georgia. Si tratta di un’offensiva asimmetrica e permanente, che
mira a minare la coesione interna dell’Unione Europea e a scoraggiare ogni
futuro allargamento.
A
queste tensioni si aggiungono, infine, i segnali di crescente militarizzazione
e competizione strategica in spazi apparentemente remoti, ma sempre più
rilevanti: il Baltico, l’Artico, il Mare del Nord. Anche in questi teatri, la
Russia ha dimostrato la volontà di consolidare la propria presenza militare,
rafforzare le infrastrutture dual-use e mettere in discussione i presupposti
della libertà di navigazione.
Per
tutte queste ragioni, è fondamentale che l’Europa non consideri la fine del
conflitto in Ucraina come un punto di arrivo, ma come una fase di transizione
che richiede una nuova postura strategica. Non si tratta solo di sostenere
l’Ucraina nel processo di ricostruzione, ma di affermare un ruolo attivo nel
ridisegno delle architetture di sicurezza regionali, nel rafforzamento della
resilienza interna e nella protezione degli interessi vitali dell’Unione e dei
suoi partner mediterranei e globali.
La
pace giusta e duratura che auspichiamo non potrà essere tale se non si
accompagna a una vigilanza consapevole sulle dinamiche post-conflitto. Solo
un’Europa protagonista, coerente e strategicamente unita potrà garantire che la
tregua non si trasformi in illusione, e che la sicurezza non sia più una
variabile dipendente dalla volontà aggressiva altrui. È evidente che gli Usa
abbiano avviato una rimodulazione delle relazioni con Mosca, un nuovo approccio
verso la normalizzazione di cui occorre tenere conto nel ridisegnare il
perimetro della sicurezza europea — perché non è detto che nonostante il nuovo
rapporto con Washington, la Russia sia meno aggressiva nel perseguire i suoi
interessi in competizione con l’Europa.
(Daniele
Ruvinetti, Analista geopolitico ed Editorialista).
Gaza
Senza Cibo né Acqua:
la
Carestia Voluta da Israele.
Conoscenzealconfine.it
– (30 Aprile 2025) - Claudia Carpinella- ci dice:
A Gaza
non entrano cibo, acqua né medicinali da sessanta giorni.
Mentre
oltre due milioni di persone sono strette nella morsa della fame e della sete,
più di tremila camion carichi di aiuti umanitari restano fermi ai valichi a
causa del blocco imposto da Israele, senza poter raggiungere chi ne ha
disperato bisogno. È quanto riportato dalle Nazioni Unite e dal “World Food Programma”,
che ha definito l’attuale crisi umanitaria a Gaza come senza precedenti.
Ciò
che colpisce drammaticamente — e rappresenta un unicum nella storia odierna — è
che mai prima d’ora un intero Paese è rimasto privo di cibo e acqua pur avendo,
a poche centinaia di metri, convogli parcheggiati con 116mila tonnellate di
assistenza alimentare, sufficienti a sfamare un milione di persone per almeno
quattro mesi. Il cibo c’è, l’acqua potabile pure. Quel che manca è
l’autorizzazione di Israele ad aprire i valichi di Kerem Shalom e di Rafah per
consentire il passaggio dei camion carichi di aiuti.
La
Guerra dell’Acqua.
Sotto
il peso della guerra, i palestinesi di Gaza stanno affrontando una crisi idrica
che minaccia la loro stessa sopravvivenza quotidiana. L’accesso all’acqua
potabile era già fortemente limitato prima della rottura della tregua da parte
delle forze israeliane; ora, con i bombardamenti incessanti, la situazione è
divenuta catastrofica. Il quotidiano Haaretz riporta che “due terzi dei sistemi
di approvvigionamento idrico dell’enclave non sono operativi, a causa dei
bombardamenti e della carenza di carburante che ha costretto alla chiusura
delle stazioni di pompaggio”.
Il
magazine israeliano” +972 “approfondisce ulteriormente, riferendo che “dal 7
ottobre l’”Idf” ha distrutto 719 pozzi d’acqua. Il 10 marzo Israele ha
interrotto la fornitura di elettricità a Gaza, costringendo il più grande
impianto di desalinizzazione della Striscia a ridimensionare le proprie
operazioni. Pochi giorni dopo, anche il secondo impianto più grande è stato
costretto a fermarsi a causa della carenza di carburante”, conseguenza diretta
del blocco totale imposto all’enclave.
Successivamente,
tra il 5 e il 7 aprile, anche l’impianto idrico di “Ghabayen”, a “Gaza City”, è
stato deliberatamente bombardato. Si trattava dell’ultimo pozzo operativo nella
parte settentrionale della Striscia, che garantiva il rifornimento idrico a “Gaza”
e “Jabalia”.
“Diluire
l’Acqua del Mare con Quella Potabile.”
Ed è
così che oggi, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, solo un
palestinese su dieci ha accesso a una fonte d’acqua relativamente “pulita” —
che, tuttavia, sarebbe considerata non potabile secondo gli standard
occidentali.
Con
straordinaria resilienza, il popolo palestinese cerca di affrontare, come può,
la crisi idrica. Il magazine “+972” ha raccolto la testimonianza di “Wissam
Badawi”, madre di famiglia:
“Non
c’è un pozzo nelle vicinanze, quindi mando i miei figli sulla spiaggia a
prendere acqua di mare per l’uso quotidiano. Poi mescoliamo l’acqua pulita che
ci rimane con quella di mare per ridurne la salinità e renderla potabile”.
I
pochi pozzi d’acqua ancora funzionanti non sono sufficienti a coprire il
fabbisogno della popolazione, senza contare che quelli rimasti attivi si
trovano spesso a grande distanza dagli accampamenti di fortuna.
Ha
raccontato “Wael Abu Amsh”a, un uomo di 51 anni a cui è rimasto un solo figlio
di 7 anni:
“Cammino
per sei chilometri e aspetto per ore solo per riempire un gallone d’acqua per
la mia famiglia, il che non è nemmeno sufficiente. Finisco per mescolarlo con
l’acqua di un’altra stazione, più vicina ma non potabile. Non abbiamo altra
scelta”.
“La
Carestia è Deliberatamente Voluta.”
Alla
crisi idrica si aggiunge quella alimentare, aggravata dalla devastazione
provocata dagli attacchi israeliani, che continuano a massacrare decine di
palestinesi ogni giorno. Un dato su tutti: nelle ultime 72 ore, l’esercito
israeliano ha ucciso 167 persone, tra cui decine di bambini.
Eloquenti,
a tal proposito, le parole di Philippe Lazzarini, Commissario generale dell’”Unwra”:
“Israele
sta perpetrando una carestia voluta e politicamente motivata”. Dichiarazioni
che fanno eco a quanto riferito dalle Nazioni Unite il mese scorso:
“Israele
sembra infliggere ai palestinesi della Striscia condizioni di vita sempre più
incompatibili con la loro continua esistenza come gruppo a Gaza”. Le basi di un
genocidio, in pratica.
(Articolo
di Claudia Carpinella).
(it.insideover.com/guerra/gaza-senza-cibo-ne-acqua-la-carestia-voluta-da-israele.html).
L'ombra
russa sui Balcani
e
sull'Europa dell'Est.
Llbolibve.unipd.it - Andrea Gaiardoni –
(10-1-2025) – ci dice:
Ormai il discrimine, soprattutto lungo la cerniera più
a Est dell’Unione Europea, non è più tra conservatori e progressisti, tra
destra e sinistra a volerla semplificare, ma tra candidati più o meno
apertamente filo-russi che si contrappongono a quelli schierati nel campo
occidentale, o comunque nell’alveo dell’Unione Europea.
Una
sfida che da politica diventa così di “appartenenza”, con bandierine da
collocare da una parte o dall’altra, come ai tempi della guerra fredda.
In Europa gli esempi non mancano:
i premier di Ungheria e Slovacchia non perdono
occasione per rimarcare nei fatti il loro ruolo di “ambasciatori del Cremlino.”
E Mosca sta investendo moltissimo, in termini
di tempo, uomini, denaro e tecnologia, per costruire (con mezzi non sempre
leciti) un “cuscinetto di protezione” a quello che viene ritenuto il potere
crescente della Nato, soprattutto nella penisola balcanica.
Prova ne sia quanto sta accadendo in Georgia
(la recente vittoria del “partito Sogno Georgiano “continua a essere aspramente
contestata dalle opposizioni), oppure in Romania, dove le elezioni sono state
addirittura annullate dalla Corte Costituzionale, dopo che i servizi segreti
rumeni hanno portato alla luce documenti che proverebbero la regia del Cremlino
in diversi “attacchi ibridi per condizionare il voto”.
Secondo
un alto funzionario della Nato, Mosca ha intensificato gli attacchi non
convenzionali contro l’Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2022:
«Il
numero di questi tipi di attacchi ha raggiunto un livello che in precedenza
sarebbe stato considerato assolutamente inaccettabile», ha dichiarato” James
Appathurai”, capo delle minacce ibride e informatiche dell’Alleanza Atlantica,
in un'intervista rilasciata a “Sky News”.
Mentre il Parlamento Europeo ha da poco
discusso una risoluzione, che sarà portata al voto questo mese, per contrastare
le campagne di disinformazione russe
.
«Come abbiamo visto di recente in Romania, Moldavia e Georgia, la Russia non
ferma i suoi tentativi di minare e destabilizzare la nostra Unione e i nostri
partner», ha denunciato “Kaja Kallas,” Alto rappresentante dell’Unione per gli
affari esteri e la politica di sicurezza, che ha rimarcato l’impegno dell’UE a
lavorare «contro le interferenze russe volte a far deragliare i loro progressi
verso l’integrazione europea».
L’UE
ha già deciso di imporre le prime sanzioni a cittadini e associazioni russe
accusate di aver organizzato ed eseguito “operazioni di disinformazione”.
Il
Trump della Croazia.
È in
questo scenario che si colloca l’appuntamento di domenica prossima, 12 gennaio,
quando gli elettori della Croazia sceglieranno il nome del loro prossimo
presidente della Repubblica.
Che, salvo sorprese alle urne, sarà il
presidente uscente, il nazionalista, populista e filo-russo Zoran Milanovic, il
“Donald Trump croato”, come è stato più volte definito dalla stampa
internazionale, un “bellicoso critico della Nato e dell’Unione Europea”.
Milanovic, ex esponente del partito
Socialdemocratico (si è dovuto formalmente dimettere, come prevede la legge
croata, quando è stato eletto nel 2020) ha sfiorato la rielezione al primo
turno, raccogliendo il 49% dei consensi, contro il suo principale avversario,
l’europeista Dragan Primorac, candidato dell’Unione Democratica croata (HDZ, di
centrodestra, che guida il governo), fermo al 19% dei voti.
Un
abisso che difficilmente potrà essere colmato al ballottaggio di domenica
prossima.
Il presidente uscente è un personaggio
controverso: fino a pochi anni fa emblema della sinistra (come leader
socialdemocratico è stato primo ministro dal 2011 al 2016), si era dichiarato
espressamente a favore della difesa dei diritti dei più vulnerabili, a partire
dai migranti.
Dopo la sua elezione a presidente, nel 2020,
il tono di voce è cambiato.
Oltre
ad aver cominciato ad attaccare frontalmente le associazioni femministe, ha
cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti dei migranti («queste persone
sono qui illegalmente e dovrebbero essere trattate come tali: il confine croato
è sacro»).
E si è schierato a difesa delle forze di
polizia croate, che erano state accusate di crudeltà da un rapporto pubblicato
nel 2021 dal Consiglio d'Europa (immigrati costretti a tornare in
Bosnia-Erzegovina a piedi nudi, altri gettati nel fiume Korana con le mani
legate, altri ancora costretti a stendersi faccia a terra mentre alcuni agenti
sparavano colpi di pistola accanto a loro).
Milanovic era arrivato a definire gli
estensori del rapporto «parassiti che ficcano costantemente il naso e danno
lezioni».
Il
presidente è contrario a offrire aiuti militari all’Ucraina e ha tentato di
opporsi all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato.
Secondo il primo ministro croato,” Andrej
Plenković”, il presidente è diventato «il barboncino di Putin».
Il politologo croato “Zarko Puhovski”,
interpellato dall’emittente pubblica tedesca “Deutsche Welle”, ha fotografato
così la situazione:
«Milanovic non ha alcun programma: è lui il
programma.
Si presenta come un uomo di parole chiare e di
idee chiare che non usa mezzi termini. Questo è ciò che piace alla gente:
uomini forti.
Lo
stiamo vedendo anche in Ungheria e negli Stati Uniti».
Insomma:
o di qua o di là. O con l’Europa o con Mosca.
L’ha ammesso anche lo sfidante di Milanovic, “Dragan
Primorac”:
«Queste
elezioni mostreranno se la Croazia si sta rivolgendo verso l’Est o verso
l’Ovest, verso la divisione o verso l’unità».
In
realtà la situazione politica croata è assai più complessa di come viene
presentata.
Dopo
le ultime elezioni parlamentari, lo scorso aprile, la maggioranza di governo
(indebolita da numerosi scandali, l’ultimo dei quali ha visto il ministro della
Sanità accusato di corruzione per aver intascato tangenti) si è spostata ancor
più a destra, con l’”Unione Democratica croata” che ha stretto un accordo con
il partito di estrema destra “Movimento per la Patria” (DP), che si è offerto
di sostenere la maggioranza parlamentare solo a condizione che ai membri del “Partito
Serbo Democratico Indipendente” (SDSS, espressione della minoranza serba), non
fosse permesso di partecipare al governo in alcun modo.
“
Zoran Milanovic “accusa il primo ministro “Andrej Plenkovic “e il suo partito
di corruzione e afferma che rappresentano una «seria minaccia per la
democrazia».
Plenkovic
ha replicato sostenendo che il presidente uscente si sta comportando in modo
“dittatoriale”, facendo il gioco della Russia, distruggendo la credibilità di
Zagabria con la Nato e con l’Unione Europea, compromettendo la sicurezza
nazionale e destabilizzando il paese:
«Milanovic
insulta i giornalisti, chiama le donne concubine.
Gli manca la cultura politica, gli mancano i
filtri».
L’affluenza
al primo turno delle presidenziali è stata piuttosto bassa, 46%.
A
proposito dell’influenza della Russia nei Balcani:
più di
un anno fa, novembre 2023, il “Council on Foreign Relations”, autorevole e
indipendente istituto di ricerca americano specializzato in politica estera,
scriveva: «L’antagonismo geopolitico nei Balcani è cresciuto per decenni sulla
scia della dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta e delle guerre che
ne sono seguite.
Poiché le relazioni già tese tra Russia e
Occidente si sono ulteriormente deteriorate a causa della guerra in Ucraina, le
tensioni sono aumentate anche nei Balcani.
I
tentativi di portare le nazioni balcaniche nelle istituzioni occidentali hanno
costantemente attirato l’opposizione della Russia e dei gruppi nazionalisti e
separatisti locali che sostiene.
Con lo
spettro di un conflitto irrisolto che incombe in Bosnia-Erzegovina e tra Serbia
e Kosovo, gli analisti occidentali affermano che Mosca sta cercando di
sfruttare l’instabilità in corso per mantenere la sua influenza e indebolire
l’UE e la Nato».
Il
ricatto del gas.
E uno
dei prossimi obiettivi di Mosca sembra essere la Moldavia.
È di
pochi giorni fa la notizia della gravissima crisi energetica che ha colpito la “Transnistria”,
una sottile striscia di terra tra il fiume Dniester e il confine ucraino, che
si è autodichiarata indipendente dalla Moldavia nel 1990, sostenuta
politicamente, economicamente e militarmente dal Cremlino.
Ebbene,
dal 1° gennaio “Gazprom” ha interrotto tutte le forniture di gas verso l’Europa
attraverso l’Ucraina, in virtù di un accordo pre-bellico appena scaduto e non
rinnovato dal governo ucraino.
La “Transnistria”, circa 400mila abitanti è
rimasta senza gas, senza riscaldamento e acqua calda, e anche l’acqua fredda è
razionata.
Manca
anche la corrente, circa 8 ore al giorno.
Tutte
le imprese industriali sono chiuse.
La
leadership politica, sostenuta dal Cremlino, ha finora rifiutato le offerte di
aiuto della Moldavia.
“Dorin
Recean”, primo ministro moldavo, accusa Mosca di aver provocato deliberatamente
una crisi umanitaria nella regione, con l’obiettivo di destabilizzare il
governo filo-europeo a pochi mesi dalle elezioni, previste il prossimo autunno.
Come
scrive la “Pravda europea”, “ong d’informazione ucraina”:
«Vale
la pena sottolinearlo:
la
Russia può ripristinare le forniture di gas alla Transnistria in qualsiasi
momento.
Tuttavia
il Cremlino non lo fa e spinge deliberatamente la regione sotto il suo
controllo in una profonda crisi umanitaria per “salvarla” in seguito, e per
addossare la responsabilità delle vite perse e dell’economia distrutta
all’attuale governo della Moldavia, i cui indici di gradimento sono già stati
colpiti a causa della crisi energetica.
È molto probabile che la Russia ripristinerà
presto parzialmente le forniture di gas alla Transnistria occupata, ma lo
presenterà come un risultato di uno dei politici filo-russi della Moldavia
L’intero schema si basa sulle elezioni
parlamentari in Moldavia, che si terranno nell’autunno del 2025.
L'obiettivo del Cremlino è quello di
sostituire l’attuale governo filo-europeo della Moldavia con uno filo-russo e
reintegrare la Transnistria nel paese a condizioni tali da rendere impossibile
per il paese rivolgersi nuovamente all’Occidente».
Un
unico sindacato criminale
domina
il mondo.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (30 Aprile 2025) - Mees Baaijen – ci dice:
(Sanne
Burger e Karel Beckman, De Andere Krant.nl).
Nel
suo libro “De Roofdieren tegen Het Volk” (I predatori contro il popolo), il ricercatore “Meeuwis T. Baaijen”
sostiene che da almeno 500 anni il mondo è governato da un governo mondiale
invisibile,
da lui
chiamato” Glafia” (mafia globale).
“Tutte
le rivoluzioni, le guerre e i rivolgimenti politici sono orchestrati dalla
Glafia”, afferma “Baaijen” in un’intervista a “De Andere Krant”.
“Da tempo ormai, le nazioni, le democrazie, i governi
e le religioni non hanno più alcun potere reale. Sono strumenti con cui i veri
detentori del potere soggiogano le masse”.
Gli
storici cercano solitamente di spiegare il corso della storia sulla base di
fattori economici, tecnologici, sociologici, politici o ideologici, spesso una
combinazione di questi.
Tuttavia,
un fattore esplicativo sembra essere tabù:
l’idea che gli eventi storici importanti siano il
risultato di cospirazioni deliberate.
Nella
maggior parte dei libri di storia non troverete quasi nulla sul” World Economic
Forum”, il “gruppo Bilderberg”, il “Council on Foreign Relations”, i massoni,
Skull & Bones, i Rothschild, ecc.
Chi
sostiene che tali società abbiano avuto una grande influenza su ciò che accade
nel mondo viene accusato di “complottismo” e scomunicato, nonostante le prove
abbondanti dell’esistenza di tali complotti.
Il
ricercatore indipendente “Mees Baaijen” (73 anni) non si cura molto di questo
tabù.
Nel
suo libro “De roofdieren tegen het volk” (I predatori contro il popolo),
pubblicato lo scorso giugno in sette lingue, tra cui l’inglese (The Predators
versus the People), fa un passo avanti.
Secondo
il veterinario in pensione e giramondo che vive in Costa Rica, tutti gli eventi
importanti degli ultimi 500 anni possono essere ricondotti a un’unica, secolare
cospirazione.
Che si
tratti della frode del Covid, dell’11 settembre, della politica climatica,
della Seconda Guerra Mondiale, della Prima Guerra Mondiale, della rivoluzione
russa, del nazismo, il comunismo, il colonialismo, la Rivoluzione francese, la
rivoluzione industriale, la Riforma protestante, secondo “Baaijen” è tutto
opera di “un governo mondiale invisibile”, un cartello criminale segreto che
opera a livello globale, composto da banchieri e magnati della finanza, non
legato ad alcuna fede, nazione o razza.
Sul
suo “substack” ha recentemente riassunto la sua visione della storia mondiale
come segue:
“Circa
500 anni fa, alcune famiglie estremamente ricche del Mediterraneo hanno avviato
un progetto innovativo per controllare il mondo intero.
Non
hanno fatto ricorso alla violenza brutale, come i sovrani prima di loro, ma
hanno utilizzato metodi segreti:
capitale
mobile e inganno organizzato.
Per poter controllare il mondo a distanza, le
famiglie di banchieri dinastici dietro questo progetto segreto acquistarono
abilmente le “élite” dei futuri Stati nazionali “sovrani e democratici”
dell’Europa.
Grazie
alla fusione del capitale mobile di “Glafia” con l’apparato statale, questi
paesi apparentemente sovrani divennero Stati vassalli.
Il loro primo compito era quello di esplorare
e colonizzare i vasti territori americani, africani e asiatici.
Per ottenere il controllo del mondo, la “Glafia”
ha prima reso la Spagna (XV/XVI secolo), poi i Paesi Bassi (XVII secolo) e più
tardi la Gran Bretagna (XVIII/XIX secolo) le loro potenze mondiali temporanee.
A
partire dagli anni ’30 dell’Ottocento, gli Stati Uniti furono preparati e
finanziati dai Rothschild britannici per il loro futuro ruolo di quarto egemone
nel progetto globalista.
Dopo
la seconda guerra mondiale, le nuove ex colonie europee, apparentemente
“indipendenti”, furono incorporate nel nuovo impero americano di Glafia (una delle
ragioni della rapida crescita della CIA e dell’esercito americano).
L’ultima
fase dell’impero americano iniziò nel 1971, quando il dollaro fu sganciato
dall’oro e iniziò la “finanziarizzazione” dell’economia americana, che si
trasformò in un casinò.
Allo
stesso tempo, con il capitale e la tecnologia americani, la Cina comunista fu
costruita come futura superpotenza.
Nel
frattempo, Glafia ha conquistato tutti i paesi, compresi la Cina e la Russia”.
Anche
per chi è convinto che esistano complotti di vario tipo e dimensione, questa
visione di “Baaijen” è molto estrema.
Egli
afferma di essere giunto a questa conclusione dopo dieci anni di studi
approfonditi, durante i quali ha esaminato 500.000 pagine di fonti.
Gli
abbiamo posto alcune domande critiche.
Chi
sono esattamente questi membri di “Glafia” che determinano l’intera storia?
Perché fanno quello che fanno?
Nel
mio libro spiego in modo abbastanza dettagliato come le famiglie più ricche di
Genova e Venezia si unirono e poi, insieme ai ricchi ebrei espulsi dalla
Spagna, “mettevano in comune” il loro capitale e cominciarono a indirizzarlo
verso l’Olanda e l’Inghilterra.
Alcune
di queste famiglie sono ancora oggi tra le più ricche del mondo.
Vi
darò un’idea della “famiglia Warburg”, una storia simile è quella della “famiglia
Astor” (in spagnolo: Astorga).
Ci
sono ancora famiglie italiane molto ricche che hanno partecipato a questo
sistema per secoli.
“Webster
Tarpley” e altri hanno scritto ampiamente su questo argomento.
I Rothschild e, più tardi, i Rockefeller, da
loro resi grandi, hanno preso il comando a un certo punto.
Molte
di queste famiglie più ricche del mondo mantengono un profilo basso.
La
loro motivazione è il controllo totale.
Vogliono
mettere le mani su tutte le ricchezze, compresa l’umanità, e ridurre a zero il
rischio di rivolte di massa.
Come è
stata determinata la storia prima dell’avvento della Glafia?
Dall’aristocrazia,
almeno a prima vista.
Si veda ad esempio ciò che ho scritto su “Guglielmo
il Conquistatore”: anche allora c’erano banchieri (ebrei) dietro le quinte
. Ma
nel 1290 furono cacciati dall’Inghilterra e ci vollero 365 anni prima che
Cromwell, corrotto, li riammettesse.
A quel punto adottarono un approccio
completamente diverso, fondando la Banca d’Inghilterra nel 1694.
Da
allora sono rimasti al potere, nonostante la favola che quella banca ora
appartenga allo Stato.
Secondo
il suo libro, la “Glafia” è dietro tutti i grandi cambiamenti religiosi,
politici e tecnologici che abbiamo vissuto, tra cui l’ascesa dello Stato
nazionale, la Riforma, la rivoluzione industriale, il colonialismo e tutte le
grandi rivoluzioni e guerre.
Come può un piccolo gruppo di
banchieri esercitare un tale potere?
È
proprio quello che cerco di dimostrare nel mio libro.
Data la vastità e la profondità
dell’argomento, purtroppo non posso entrare nei dettagli.
Una
descrizione dettagliata di un caso può essere molto illuminante, ma questo
richiederebbe un altro libro.
Uno
dei libri più spettacolari è “Two World Wars and Hitler “(Jim MacGregor, John
O’Dowd), che uscirà presto anche in traduzione olandese:
“
Hitler” sembra essere stato manipolato dai servizi segreti americani e
britannici, guidati da politici corrotti e criminali, dietro i quali si
nascondevano le banche, comprese alcune ebraiche.
Lo
stesso vale per il comunismo, le due guerre mondiali, la Guerra Fredda.
Sul
mio sito sono disponibili diversi articoli da me scritti che chiariscono
ulteriormente la questione.
Se
l’élite è davvero così malvagia come lei scrive, e davvero così potente, come
spiega allora che ci sono stati anche sviluppi favorevoli alla popolazione
mondiale?
Il
tenore di vita di molte persone è migliorato.
La popolazione è cresciuta enormemente.
Ci
sono stati movimenti di libertà e di emancipazione che hanno migliorato
notevolmente la posizione della gente comune.
Per
evitare problemi con la popolazione, negli Stati nazionali europei “finanziati
da Glafia” sono state introdotte pseudo-democrazie basate sul modello di “Stato
di Platone”: la caverna di Platone, in cui il regime proietta una mitologia a
beneficio del popolo comune (incatenato).
Si
tratta di un’antica forma di ingegneria sociale, nota anche come “consenso
fabbricato”, realtà prescritta o mitologia nazionale, come il “Padre Stato” che
ha a cuore il nostro bene.
Nei
paesi europei (e successivamente anche negli Stati Uniti) che svolgevano
compiti di scoperta e colonizzazione, nacque una classe media che forniva i
prodotti necessari per portare a termine queste operazioni.
Ciò ha portato a un forte aumento del tenore
di vita e a un’apparente libertà, con pane e giochi in abbondanza.
Questo era un presupposto indispensabile per
l’enorme sviluppo industriale e tecnologico che si voleva realizzare, che non
sarebbe stato possibile in paesi instabili e poveri.
Ma si
trattava solo di un gioco di fiducia temporaneo, in cui la popolazione veniva
tenuta il più possibile in una zona di comfort, anche se in alcuni paesi come i
Paesi Bassi è durato più di quattro secoli.
Con il
Covid è venuta fuori la verità e ora l’Occidente, che ha esaurito il suo
compito, viene deliberatamente smantellato, compresa, o soprattutto, la classe
media, e stiamo tornando verso un sistema feudale con pochi che hanno tutto e
molti che non hanno nulla.
Le
grandi conquiste sociali del suffragio universale e dell’istruzione le vedo
principalmente come vittorie di Pirro.
A cosa serve il diritto di voto se è tutta una
farsa e alla fine sono gli oligarchi a prendere le decisioni importanti, come
incendiare l’Eurasia nel XX secolo con 200 milioni di morti, e ancora oggi
quasi nessuno sa come stanno realmente le cose, così che tutti cadranno nella
trappola della prossima guerra?
O a cosa serve un’istruzione in cui si viene
riempiti di bugie e inganni?
Ne è
risultato un forte aumento della crescita demografica, nonostante le centinaia
di milioni di morti causati dalle colonizzazioni, dalle rivoluzioni e dalle
guerre.
Attraverso
agenti come “Malthus”, “Ehrlich” e il “Club di Roma”, Glafia ha ripetutamente
richiamato l’attenzione su questo fatto negli ultimi cinquant’anni.
Misure
drastiche per contrastare questo fenomeno attirerebbero troppo l’attenzione, ma
misure subdole vengono applicate da molto tempo, recentemente su larga scala
con i “vaccini a mRNA”, i cui evidenti effetti negativi sono ancora
ufficialmente negati.
Perché
ci mettono così tanto tempo, già cinquecento anni, per instaurare il loro
sistema di controllo totalitario?
La
regola d’oro è “Non cercare mai di ottenere qualcosa con la forza se puoi
ottenerlo con l’inganno”, come diceva Machiavelli.
Ciò
significa agire lentamente, senza strappare il filo.
La
Glafia non è onnipotente.
Si parla di 300 famiglie e 6000 persone
chiave.
Se
tutti sapessero come stanno le cose e se tutto venisse rivelato a tutti nei
prossimi giorni attraverso i giornali e altri media, sarebbe la fine, anche se
nessuno saprebbe come andare avanti.
Si tratta di un progetto enorme e complesso,
con un “sistema di proxy” estremamente complicato (decentralizzato), che ora
sta per essere sostituito da una prigione digitale (centralizzata) che, in
teoria, è più facile da gestire.
Il “progetto
Glafia “è ormai molto avanzato: tutti i paesi, le grandi imprese, i media e le
istituzioni, nonché tutte le risorse sono sotto il loro controllo, attraverso
il loro sistema bancario e il complicato sistema di oligarchi/proxy
(inter)nazionali.
Mancano
solo due cose:
il controllo individuale su tutte le persone,
per poter individuare immediatamente i dissidenti e renderli inoffensivi
(prigione digitale globale), e il passaggio dal quarto al quinto egemone, dagli
Stati Uniti alla Cina.
Quest’ultimo obiettivo sarà raggiunto, ma non credo il
primo, perché un sistema del genere è estremamente complesso e assolutamente
non robusto, ovvero molto sensibile a malfunzionamenti, sabotaggi, blackout e
simili.
Nel
suo libro lei descrive come il Glafia abbia spostato il potere mondiale nel
corso del tempo dall’Italia alla Spagna, poi all’Olanda, poi all’Inghilterra,
poi agli Stati Uniti e ora alla Cina.
Non è
un’affermazione a posteriori?
Sembra
che nessun evento possa confutare la sua teoria, perché tutto ciò che è
accaduto vi si inserisce perfettamente.
Beh,
questo è ciò che ho scoperto, come ricercatore completamente indipendente, in
contatto con altri ricercatori completamente indipendenti come” Jim MacGregor”
e “Richard Moore”.
Non
sono stati il caso, la stupidità, fattori geografici o razziali ecc. a guidare
la storia negli ultimi 500 anni, ma una “mafia globale”.
Nel mio libro spiego in dettaglio che ciò è
stato accompagnato da movimenti di capitali (ragionevolmente) verificabili,
guidati dai grandi banchieri, da un ciclo all’altro.
Marx
lo aveva già affermato, e una descrizione dettagliata si trova in “The long
twentieth century” di “Giovanni Arrighi”, uno dei pilastri del mio libro, in
cui vengono discussi i quattro cicli del “capitalismo”.
Allo stesso tempo, cita “Braudel”, secondo cui
il capitalismo non era un sistema economico, ma un “anti-mercato” di predatori
e della legge della giungla – da lui ho preso in prestito il termine “predatori”.
Secondo
lei, altri fattori come l’evoluzione, la psicologia, la religione, l’ideologia,
la tecnologia, l’economia, l’istruzione e simili non hanno alcun ruolo nella
storia?
Nella”
sezione B “del mio libro dedico 46 brevi capitoli al capitalismo, al comunismo,
al socialismo, al nazismo, al sionismo, al nazionalismo, al marxismo culturale
e così via.
Vengono trattate anche le ideologie.
Per
quanto riguarda la religione e la metafisica, mi limito a criticare il
riduzionismo/materialismo, che a sua volta proviene dalla fonte ben nota.
Esatto,
li considero tutti parte del progetto Glafia e ne fornisco le prove, comprese
numerose citazioni.
Se
tali prove non sono sufficienti, mi faccia sapere.
Immagini
che se si riuscisse a eliminare la Glafia, tutti i problemi sarebbero risolti?
No, ci
vorrebbe molto di più, ammesso che sia possibile.
Da un
lato, penso che il “potere della Glafia” sia gravemente sottovalutato, anche
dai movimenti alternativi e progressisti olandesi.
Il marciume e il veleno sono così
profondamente radicati nell’inconscio collettivo che molte persone non se ne
rendono conto.
Dall’altro
lato, abbiamo non uno, ma due nemici: LORO e NOI.
Lo
scrittore e attivista C”harles Eisenstein” lo dice molto bene:
“Il
mondo non è diviso in carnefici e vittime. La maggior parte di noi rientra in
entrambe le categorie, in modi diversi e in momenti diversi”.
Sembra
piuttosto distopico.
Non
sono distopico, ma realista.
Ai predatori non interessa solo rubare le ricchezze
della terra.
Si tratta anche di una guerra spirituale, che
ci allontana sempre più da noi stessi e dagli altri e ci fa sentire impotenti
di fronte al sistema di dominio materialista.
Vogliono
disumanizzarci e indebolirci, soffocare il nostro desiderio di libertà e
ridurci a bestiame senza cervello, facile da manipolare.
Per liberarci da 500 anni di dominio non basta
rovesciare la “Glafia,” ma occorre anche riscoprire chi siamo veramente.
È
possibile sconfiggere la Glafia?
Il
tallone d’Achille della” Glafia” è la sua presunzione.
Si
credono superiori, ma gran parte del loro gioco è pura millanteria.
Attualmente
stanno comparendo profonde crepe nella loro fortezza.
Non mi
azzardo a fare previsioni sul futuro, ma quello che vedo è che la
consapevolezza sta emergendo a ondate sempre più alte.
(Sanne
Burger e Karel Beckman, De Andere Krant.nl).
(deanderekrant.nl/een-misdaadsyndicaat-beheerst-de-wereld/).
Aspettando
Xi.
Comedonchisciotte.org
– Markus – (30 Aprile 2025) - Mike Whitney - unz.com – ci dice:
“Questo
è uno dei giorni più importanti della storia americana.
È la
nostra dichiarazione di indipendenza economica. I posti di lavoro e le
fabbriche torneranno a ruggire nel nostro Paese, e lo vedete già.
Rafforzeremo la nostra base industriale
nazionale”.
Il
presidente Donald Trump annuncia tariffe unilaterali nei confronti di 180 Paesi
nonostante i pericoli di inflazione, recessione e interruzioni della catena di
approvvigionamento, 2 aprile 2025.
Questa
è probabilmente la peggiore politica economica che abbia mai visto….
Non
c’è modo che questa politica riporti l’industria manifatturiera negli Stati
Uniti e “renda l’America di nuovo ricca”… semmai ci renderà molto più poveri.
Molti
dicono che questa politica tariffaria è la “fine della globalizzazione”.
Io non la penso così. Questa è la fine della
partecipazione dell’America alla globalizzazione….
(Molson
Hart@Molson_Hart, Fondatore e CEO di Viahart, azienda di prodotti di consumo).
Lo
scopo della politica tariffaria del Presidente Trump non è quello da lui
delineato.
Se
l’obiettivo delle tariffe fosse quello di reindustrializzare il Paese e creare
più posti di lavoro nel settore manifatturiero, l’annuncio sarebbe stato
accompagnato da una politica industriale per uno sforzo governativo coordinato
con l’obiettivo di ricostruire le industrie critiche americane.
Avrebbe
fornito dettagli su incentivi fiscali, investimenti infrastrutturali,
formazione della forza lavoro, sussidi governativi e finanziamenti per la
ricerca e lo sviluppo;
il
tutto finalizzato a raggiungere gli obiettivi dichiarati da Trump.
A questo punto, a fine aprile, Trump avrebbe
già fatto numerose apparizioni pubbliche con importanti leader bancari e
commerciali che avrebbero espresso il loro sostegno a questo ambizioso progetto
di riconvertire il Paese in una centrale manifatturiera.
Trump
avrebbe anche presentato una panoramica dei numerosi accordi pubblico-privati
stipulati con ricchi capitalisti che sostengono l’idea e vorrebbero partecipare
alla sua realizzazione.
Ma
nulla di tutto ciò è accaduto, perché non esiste una politica industriale, così
come non c’è alcuna aspettativa che l’imposizione di onerosi dazi sulle
importazioni dall’estero possa magicamente “riportare i posti di lavoro in
America”.
È
tutta una chimera che mira a ingannare l’opinione pubblica.
Quindi,
cosa significano veramente i dazi?
Ecco come il “WSWS “risponde alla domanda:
Il
vero scopo dei dazi di Trump (secondo le parole del socialista “Tom Hall”) è
“preparare le catene di approvvigionamento per una guerra mondiale, soprattutto
contro la Cina”.
(L’amministrazione)
“sta promuovendo una politica che ricorda il periodo più buio del XX secolo,
quello del nazismo, quando la guerra commerciale aveva preceduto lo scoppio
della Seconda Guerra Mondiale nel settembre 1939”.
“World
Socialist Web Site”.
Troviamo
questa analisi convincente, ma non particolarmente credibile.
È vero, Trump non è riuscito a sostenere i
suoi editti tariffari con alcuna proposta solida per ricostruire l’anemica base
industriale americana.
Ma
questo non significa che si stia preparando ad una guerra con la Cina.
Mi sembra un po’ esagerato.
Tuttavia,
vale la pena di porre la domanda a “Grok “per vedere se l’analogia storica è
accurata.
Domanda:
Hitler
aveva usato la guerra commerciale per rafforzare i canali di rifornimento della
Germania prima della guerra?
Grok:
Sì,
Hitler aveva sfruttato la guerra commerciale globale e le turbolenze economiche
degli anni Trenta per rafforzare le linee di approvvigionamento della Germania
e prepararsi alla guerra.
Lo “Smoot-Hawley Tariff Act” e le successive
tariffe di ritorsione da parte di altre nazioni avevano interrotto il commercio
globale, dando alla Germania la possibilità di perseguire l’autarchia
(autosufficienza economica) e di assicurarsi risorse strategiche attraverso
accordi bilaterali.
Ecco
come:
Il
regime di Hitler mirava a ridurre la dipendenza dalle importazioni
incrementando la produzione interna, in particolare nell’agricoltura e nei
materiali sintetici (ad esempio, carburante, gomma).
Il
“Piano quadriennale” nazista (1936) dava priorità al riarmo e
all’autosufficienza per mettere al riparo la Germania da eventuali
perturbazioni commerciali.
Accordi
commerciali bilaterali: visti gli ostacoli al commercio globale, la Germania
aveva negoziato accordi di baratto con le nazioni più piccole, soprattutto
nell’Europa orientale e nei Balcani….
Sfruttare
le economie indebolite:
la
guerra commerciale aveva indebolito le economie a livello globale, rendendo i
Paesi più disposti a commerciare con la Germania a condizioni favorevoli….
Controllo
delle economie vicine: l’influenza economica della Germania sull’Austria e
sulla Cecoslovacchia prima della loro annessione (1938-1939) aveva garantito
l’accesso alle loro risorse e alle loro industrie, rafforzando ulteriormente le
linee di approvvigionamento.…
Anche
se la guerra commerciale non era stata l’unico fattore, aveva creato
un’economia globale frammentata che Hitler aveva sfruttato per sostenere la
macchina bellica tedesca.
Nel 1939, questi sforzi avevano garantito alla
Germania una rete di rifornimenti solida, anche se non completa, per le prime
fasi della Seconda Guerra Mondiale. (“Grok”)
Si
potrebbe quindi affermare che Trump stia pensando come Hitler, cercando di
rendere gli Stati Uniti più autosufficienti nell’eventualità di un confronto
militare con la Cina.
Questo
potrebbe spiegare perché sta ricucendo le relazioni con Putin (in modo da poter
spostare la sua attenzione sulla Cina).
Potrebbe anche spiegare il suo improvviso
interesse per la Groenlandia, che fornirebbe agli Stati Uniti un facile accesso
a metalli preziosi, terre rare e riserve di petrolio e gas nel caso in cui
scoppiasse una guerra nell’Asia-Pacifico.
Il sequestro de facto del Canale di Panama
potrebbe rientrare in questo stesso paradigma, in quanto riguarda il controllo
di rotte e passaggi marittimi critici.
Sono
tutte azioni che il governo penserebbe di intraprendere se stesse pianificando
un conflitto a lungo termine con un concorrente di pari livello situato
nell’altra metà del mondo.
Ma non
siamo ancora convinti che questi siano i prodromi di una guerra con la Cina.
Pensiamo
che si tratti della fase di “stupire e
sconvolgere” di una strategia di contenimento aggressiva che cerca di isolare e
accerchiare la Cina senza sfociare in una vera e propria guerra attiva.
Tuttavia,
dovrebbe essere ormai abbastanza ovvio che la stravagante” Festa della
Liberazione” era solo un modo per nascondere il vero motivo di Trump, quello di
lanciare formalmente una guerra commerciale contro la Cina.
Ecco cosa c’è dietro la raffica di dazi
sparati a casaccio contro amici e nemici.
Il vero obiettivo è la Cina, la più grande
minaccia emergente che gli Stati Uniti abbiano mai affrontato.
L’embargo
sulle merci cinesi suggerisce che Washington sta finalmente compiendo il suo
definitivo pivot verso l’Asia.
L’Ucraina viene consegnata agli alleati della
NATO, mentre gli Stati Uniti spostano la loro attenzione verso l’Estremo
Oriente.
L’amministrazione è già impegnata a rafforzare
la propria presenza militare nella regione, a costruire il sostegno per una
coalizione anti-Cina, a fomentare incidenti nello Stretto di Taiwan e nel Mar
Cinese Meridionale e ora a imporre un embargo totale alla Cina senza alcun
preavviso e senza la minima provocazione.
Le nuove tariffe si inseriscono perfettamente
nella più ampia strategia di Washington di contenere l’unico rivale che, con
ogni probabilità, diventerà l’indiscusso egemone regionale.
Ma, a
prescindere dalle intenzioni di Trump, non c’è dubbio che il piano è stato mal
concepito e non sta avendo l’impatto sperato.
Ad
esempio, Trump pensava che le sue gigantesche tariffe avrebbero fatto correre
il premier cinese Xi Jinping al telefono per vedere con quali concessioni
avrebbe potuto placare Trump, l’uomo forte.
Ma
finora non è successo e non sembra che succederà.
Al
contrario, il Ministro degli Esteri cinese ha ripetutamente affermato che
“tutte le tariffe unilaterali dovranno essere rimosse” prima che la Cina parli
con Trump.
In breve, la Cina non ha lasciato a Trump
altra scelta che capitolare o assistere al crollo dell’economia statunitense.
Date un’occhiata a questa lista di previsioni
sulla recessione fatte da alcuni dei più grandi nomi della finanza:
Goldman
Sachs: Previsione:
Aumentate
le probabilità di recessione degli Stati Uniti al 45% per il 2025… Se le
tariffe reciproche andranno avanti, si prevede una recessione, anche se lieve,
simile alla crisi dot-com del 2001….
JPMorgan
Chase: Previsione:
Il CEO Jamie Dimon prevede che le tariffe
rallenteranno la crescita e aumenteranno l’inflazione…
TD
Securities: Previsione:
Ha
alzato le probabilità di recessione degli Stati Uniti al 50% a causa di dazi
“più forti del previsto”.
Moody’s
Analytics: Previsione:
Il
capo economista Mark Zandi ha alzato le probabilità di recessione al 40%,
definendo i dazi “carne da macello per una recessione economica”…
Deutsche
Bank: Previsione:
Vede
un “significativo aumento del rischio di recessione”.
I dazi
aumentano l’inflazione di base PCE di 1-1,5 punti e riducono la crescita
attraverso l’aumento dei costi e la riduzione della competitività.
L’incertezza e le ritorsioni amplificano i
rischi di recessione.
Morningstar,
Previsione:
Definisce
le tariffe una “catastrofe economica autoinflitta”, prevedendo una recessione
con una crescita del PIL ridotta per il 2025-2026…
Ragionamento:
Le
tariffe aumentano i tassi effettivi al 20-25%, i più alti dagli anni ’30,
quelli dello “Smoot-Hawley Act”, aumentando l’inflazione e riducendo la domanda
dei consumatori.
Le
interruzioni della catena di approvvigionamento e le ritorsioni peggiorano i
risultati.
Quindi,
anche se nessuno può prevedere una recessione con una precisione del 100%, c’è
un crescente consenso sul fatto che le tariffe avranno un impatto sulla spesa,
sull’inflazione e sulla crescita.
Gli
esiti previsti sono semplicemente inevitabili.
Quindi,
cosa dovrebbe fare Trump?
I dati
indicano chiaramente che ha commesso un grave errore che richiede un’azione
immediata.
Deve
riconoscere il suo errore e correggere la rotta prima che le interruzioni della
catena di approvvigionamento si aggravino e che la fossa che si è scavato
diventi ancora più profonda.
Deve
rimuovere le tariffe, rispettare le norme e i regolamenti dell’OMC e sostituire
i consulenti economici del suo team che hanno concepito questa idea folle.
Dobbiamo
presumere che non sia stato Trump a pensare che i dazi potessero essere usati
per contrastare le cosiddette “pratiche sleali” della Cina che “hanno svuotato
l’industria manifatturiera statunitense”.
No, probabilmente sono stati “Robert
Lighthizer “(uno dei principali artefici della guerra commerciale del primo
mandato di Trump) e “Peter Navarro”, un ex consigliere commerciale di Trump che
è stato co-autore di “Death by China “(2011) e che aveva influenzato la
politica tariffaria di Trump durante il suo primo mandato.
Questi
sono i cervelloni responsabili dell’attuale debacle.
Trump
è solo il complice inconsapevole che mette in atto le opinioni distruttive di
ideologi strampalati.
Ci
viene in mente una citazione di John Maynard Keynes che, nella sua opera
fondamentale “The General Theory of Employment, Interest and Money” (1936),
aveva fatto la seguente osservazione sull’influenza degli economisti defunti:
Le
idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando sono giuste che
quando sono sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si pensi.
In effetti, il mondo è governato da poco
altro.
Gli
uomini pratici, che si ritengono del tutto esenti da influenze intellettuali,
sono di solito schiavi di qualche economista defunto.
Sebbene
né “Lighthizer né Navarro” siano ancora “defunti”, è chiaro che Trump è
condizionato dalle loro idee sbagliate.
Ecco
un breve curriculum di entrambi:
Robert
Lighthizer –
uno dei
principali artefici della guerra commerciale del primo mandato di Trump e che
probabilmente ha influenzato l’attuale strategia tariffaria – è un fidato
consigliere di Trump e le sue opinioni protezionistiche coincidono con quelle
della maggioranza degli altri nominati da Trump.
“Lighthizer vede la Cina come un avversario
economico che sfrutta la globalizzazione per minare la produzione statunitense
.
Sostiene tariffe elevate, controlli sulle esportazioni e disaccoppiamento per
proteggere le industrie americane e ridurre il deficit commerciale (295
miliardi di dollari con la Cina nel 2024).
Il suo approccio privilegia il nazionalismo
economico rispetto al confronto militare o ideologico…
Le
idee di Lighthizer sono direttamente alla base dell’aumento dei dazi di Trump
per il 2025 (125%-245% nei confronti della Cina), giustificato come risposta
alla “mancanza di rispetto” della Cina…
Il
protezionismo di Lighthizer rispecchia l’intento dello “Smoot-Hawley Act” di
proteggere le industrie statunitensi, ma ignora come tali misure possano
aggravare il conflitto economico globale…
Robert
Lighthizer rimane un consigliere informale nel 2025, responsabile della
strategia tariffaria di Trump attraverso i suoi protetti, come” Jamieson Greer”.
(“Grok”)
Poi
c’è Peter Navarro, che vede la Cina come una potenza economica predatrice, che
ruba posti di lavoro agli Stati Uniti attraverso pratiche commerciali sleali.
Egli sostiene tariffe aggressive, divieti di
esportazione e il “reshoring W”della produzione per contrastare il vantaggio
commerciale della Cina di 640 miliardi di dollari…. Le idee di Navarro sono per
il rafforzamento degli aumenti tariffari e il disaccoppiamento, gli obiettivi
di Trump per il 2025… L’approccio pesantemente tariffario di Navarro ricorda il
protezionismo dello “Smoot-Hawley,” che si era ritorto contro il Paese
aggravando la Grande Depressione….
Senza
una solida politica industriale statunitense le politiche di Navarro potrebbero
sconvolgere i mercati globali. (“Grok”).
Infine,
abbiamo “Stephen Miran”, presidente del “Council of Economic Advisers” (CEA):
Miran è uno dei principali artefici della
strategia tariffaria di Trump; ha proposto un “Accordo di Mar-a-Lago” per
ristrutturare il commercio globale, utilizzando le tariffe per costringere i
Paesi a “pagare un tributo” per il dominio militare e finanziario degli Stati
Uniti (Geopolitical Economy Report, 10 aprile 2025).
In un discorso del 7 aprile 2025, [Miran] ha
definito la Cina “il nostro più grande avversario” e ha sostenuto che le tariffe
potrebbero vincere una guerra commerciale facendo leva sul potere di mercato
dei consumatori statunitensi.
Ha
difeso le tariffe come un successo storico, affermando che “la storia economica
americana ha visto periodi di alte tariffe coincidere con uno straordinario
successo economico”
Questi
sono gli uomini le cui idee stanno guidando l’attuale politica tariffaria.
La
crisi economica in atto può essere ricondotta a loro e alle loro visioni
deliranti.
(Nota:
il Segretario al Tesoro Scott Bessent e Kevin Hassett, Direttore del Consiglio
Economico Nazionale (NEC) sembrano essere solo attori minori nel fiasco delle
tariffe).
(Mike
Whitney - Fonte: unz.com).
(unz.com/mwhitney/waiting-on-xi/).
Il
medioevo prossimo venturo.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC - (1° Maggio 2025) - Giorgio Agamben – ci dice:
Madrid,
blackout totale, aprile 2025.
Un
passo del libro di “Sergio Bettini”” su L’arte alla fine del mondo antico”
descrive un mondo che è difficile non riconoscere come simile a quello che
stiamo vivendo.
«Le
funzioni politiche sono assunte da una burocrazia di stato;
questo
si accentua e si isola (precorrendo le corti bizantine e medievali), mentre le
masse si fanno astensioniste (germe dell’anonimato popolare del Medioevo);
tuttavia entro lo stato si formano nuovi nuclei sociali intorno alle diverse
forme di attività (germe delle corporazioni medievali) e i latifondi, divenuti
autarchici, preludono all’organizzazione di taluni grandi monasteri e dello
stesso stato feudale».
Se la
concentrazione delle funzioni politiche nelle mani di una burocrazia statale,
l’isolamento di questa dalla base popolare e l’astensionismo crescente delle
masse si attagliano perfettamente alla nostra situazione storica, è sufficiente
aggiornare i termini delle righe successive per riconoscere anche qui qualcosa
di familiare.
Ai grandi latifondi evocati da Bettini
corrispondono oggi gruppi economici e sociali che agiscono in modo sempre più
autarchico, perseguendo una logica del tutto svincolata dagli interessi della
collettività e ai nuclei sociali che si formano dentro lo stato corrispondono
non solo le lobbies che operano all’interno delle burocrazie statali, ma anche
l’incorporazione nelle funzioni di governo di intere categorie professionali,
come in anni recenti è avvenuto per i medici.
Il
libro di “Bettini” è del 1948.
Nel 1971 usciva il libro di “Roberto Vacca”
“Il medioevo prossimo venturo,” in cui l’autore prevedeva un’evoluzione
catastrofica dei paesi più avanzati, che non sarebbero stati più in grado di
risolvere i problemi legati alla produzione e distribuzione dell’energia, ai
trasporti, all’approvvigionamento di acqua, allo smaltimento dei rifiuti e al
trattamento dell’informazione.
Se Vacca poteva scrivere che gli annunci di
catastrofe imminenti erano in quegli anni così numerosi da aver prodotto a una
vera e propria letteratura «rovinografica», oggi le previsioni apocalittiche,
in particolare quelle legate al clima, si sono almeno raddoppiate.
Anche
se i disastri – come quelli prodotti all’energia nucleare – sono, se non
probabili, certamente possibili – la degradazione dei sistemi in cui viviamo è
pensabile senza che questa assuma necessariamente la forma di una catastrofe.
Lo
sfacelo politico, economico e spirituale dei paesi europei è, ad esempio, oggi
evidente anche se essi continueranno per qualche tempo a sopravvivere.
Come
pensare allora l’avvento di un nuovo medioevo?
In che
modo l’astensionismo politico che vediamo intorno a noi potrà trasformarsi in
un «anonimato popolare» capace di inventare nuove e anonime forme di
espressione e di vita?
E in
che modo l’isolamento delle burocrazie statali e il diffondersi di potentati
autarchici potrà preludere all’apparizione di fenomeni simili ai grandi
monasteri, in cui l’esodo dalla società esistente produce nuove forme di
comunità?
È
certo che questo potrà avvenire solo se un numero inizialmente esiguo, ma
crescente di individui saprà leggere nelle forme politiche che si dissolvono il
presagio di nuove o più antiche forme di vita.
(Giorgio
Agamben).
(Giorgio
Agamben è un filosofo italiano).
(quodlibet.it/giorgio-agamben-il-medioevo-prossimo-venturo).
L’intervista
censurata da Mediaset a
Monsignor
Viganò: “Bergoglio era
un
falso Papa voluto da Davos per
la Rivoluzione globalista, ma la Chiesa
rinascerà e sarà purificata.”
Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (1°
Maggio 2025) - ci dice:
(Arcivescovo
Carlo Maria Viganò - exsurgedomine.it).
Mons.
Viganò: "In
Vaticano il colpo di stato della Deep Church ha portato al potere l’anti-chiesa
massonica della Sinagoga di Satana."
Questa
intervista è stata realizzata su richiesta della redazione del programma
televisivo italiano” Fuori dal Coro” per la trasmissione di ieri, 23 aprile.
La mia conversazione non è stata trasmessa,
senza alcuna spiegazione o scusa da parte della redazione.
La
metto a disposizione qui, pubblicando un post separato per ogni domanda.
1.
Come valuta il pontificato di Bergoglio?
Negli
ultimi decenni, una lobby sovversiva ha preso il potere nei governi e nelle
istituzioni per attuare il piano anticristiano e massonico della Rivoluzione.
Le
agenzie governative (come sappiamo da quanto è accaduto negli Stati Uniti)
hanno interferito nella vita delle nazioni organizzando e finanziando la
cosiddetta “Agenda 2030” [Agenda 2030] della Fondazione Rockefeller e del World
Economic Forum, che consiste nel distruggere la famiglia, trasformare la vita
umana in una merce, corrompere moralmente i bambini e i giovani, sfruttare i
lavoratori e privatizzare tutti quei servizi che fino agli anni ’90 erano
garantiti dallo Stato senza alcun fine di lucro:
sanità,
infrastrutture, difesa, comunicazioni e istruzione.
Per
realizzare questa rivoluzione globale era necessaria la collaborazione
(ovviamente a pagamento) di funzionari corrotti, politici, medici, giudici,
insegnanti e tutte le persone corrotte.
La
Chiesa cattolica, che già dal Concilio Vaticano II aveva abbracciato una
mentalità secolarizzata, rimaneva fermamente attaccata a certi principi non
negoziabili, come la moralità sessuale o il rispetto della vita umana dal
concepimento alla morte naturale.
Benedetto
XVI era chiaramente contrario all’agenda globalista e non avrebbe mai
rinunciato a questi principi legittimando l’ideologia LGBT, l’ideologia gender,
la follia pseudo-sanitaria dell’OMS in materia di modificazioni genetiche e di
riduzione della popolazione mondiale, e l’islamizzazione dell’Europa attraverso
la sostituzione etnica.
Era
quindi necessario rimuovere Joseph Ratzinger e sostituirlo con un “papa” che,
come sperava “John Podestà, collaboratore di Hillary Clinton, avrebbe promosso
l’”Agenda 2030”, ratificando la frode climatica e convincendo i credenti di tutto il mondo ad accettare un vaccino che,
come ora sappiamo, era stato progettato per distruggere o patologizzare la
maggior parte dell’umanità.
Questo
“colpo di Stato in Vaticano” è stato reso possibile (e lo sappiamo dalle
confessioni dei suoi attivisti, tra cui il controverso cardinale D’Anselmo)
grazie alle manovre della “mafia di San Gallo,” che, insieme allo “Stato
profondo americano”, ha spinto Benedetto XVI alle dimissioni ed è riuscita a
nominare “Jorge Mario Bergoglio” alla guida della Chiesa cattolica.
Le
azioni di Bergoglio non sono state né più né meno un’usurpazione di quelle che
hanno permesso alla lobby globalista di insediare i leader dei governi su
ordine del Forum di Davos:
in
Italia, Conte e Draghi; in Francia, Macron; nel Regno Unito, Johnson e Starmer;
in Spagna, Sánchez; in Irlanda, Martin; in Canada, Trudeau; in Australia,
Ardern; in America, prima i Clinton e Obama, poi Biden; e nell’Unione Europea, “von
der Leyen”.
Tutte queste persone non sono arrivate al
potere legittimamente, ma attraverso intrighi, brogli elettorali o accordi
manipolatori;
e usano questo potere contro i cittadini e
contro le istituzioni che dovrebbero rappresentare.
E
tutte queste persone, senza eccezioni, sono altamente compromesse e ricattate,
quindi sono costrette a obbedire se non vogliono che i loro crimini e le loro
perversioni vengano alla luce.
Bergoglio
e i suoi assistenti non fanno eccezione.
Il
giudizio che ogni cattolico è costretto a dare su questo “papa”, che in realtà
non è un papa, non può che essere il peggiore sotto ogni punto di vista.
Dopo questi 12 anni di tirannia, la Chiesa
romana è devastata da scandali, corruzione, violazioni dei diritti umani (mi
riferisco all’accordo con la dittatura comunista di Pechino) e cattiva gestione
su tutti i fronti.
Le
timide critiche di alcuni cardinali e vescovi riguardo alle eresie e agli
scandali di Bergoglio non hanno in alcun modo intaccato questo regime globale,
che vede i suoi governanti come alleati contro i cittadini e i fedeli.
2. Il
giorno della morte di Papa Francesco, lei ha scritto il suo post su X.
Lei definisce le “illusioni eretiche” di
Bergoglio che egli ha condiviso con Eugenio Scalfari.
Può
spiegarci perché?
Secondo
Scalfari, Bergoglio gli avrebbe confidato di non credere all’inferno e di
essere convinto che le anime buone si salvano attraverso una “fusione” con Dio,
mentre i dannati saranno completamente annientati.
Questo contraddice la Sacra Scrittura e
l’insegnamento cattolico, che insegnano che ogni anima, al momento della morte
fisica, si presenterà davanti al giudizio personale di Dio e sarà ricompensata
con la beatitudine eterna (forse dopo aver attraversato il purgatorio) o sarà
punita con la dannazione eterna:
a seconda di come si è comportata in vita e
del suo stato di amicizia o inimicizia con Dio al momento del passaggio
all’eternità.
Ecco perché ho parlato di illusioni eretiche:
esse
si aggiungono alla lunghissima lista di errori ed eresie che abbiamo dovuto
sopportare negli ultimi anni.
3. A
cosa si riferisce quando parla dei “suoi eredi… ribelli”?
Bergoglio
si è circondato di individui corrotti e ricattati che ha sfacciatamente
utilizzato per raggiungere i suoi obiettivi.
Ha
ridicolizzato, umiliato e insultato cardinali e vescovi onesti.
Ha protetto e insabbiato le indagini su
prelati che hanno commesso gravi crimini. Ha promosso un intero gruppo di
prelati americani corrotti e ultra progressisti, tutti legati all’ex cardinale
McCarrick.
Oggi questi prelati occupano importanti
diocesi americane e posizioni chiave in Vaticano.
Ha
revocato la scomunica al suo confratello gesuita Rupnik, le cui azioni
disgustose hanno scandalizzato anche i più riservati.
Ha
perseguitato tutti i suoi oppositori, me compreso, imponendomi la scomunica in
violazione della legge e della giustizia.
Tutti
loro sono ancora nelle loro posizioni ecclesiastiche e continuano a distruggere
la Chiesa e a preparare il Conclave per svolgere il compito loro assegnato:
trasformare la Chiesa di Cristo in un’organizzazione ecumenica e sincretica di
matrice massonica che sostiene il Nuovo Ordine Mondiale.
4.
Papa Francesco era un antipapa, un non papa, per lei.
Può spiegarci perché?
Un
cardinale eletto in conclave come successore di Pietro deve esprimere la sua
accettazione e il suo consenso ad assumere le funzioni proprie del Papa.
Credo
che l’accettazione del papato da parte di Bergoglio fosse difettosa perché egli
considerava il papato qualcosa di diverso da ciò che è realmente.
Proprio come un uomo che si sposa in Chiesa,
se esclude gli scopi specifici del matrimonio, rende così il matrimonio
invalido per difetto di consenso.
Bergoglio
ha ottenuto la sua elezione con un deliberato inganno, abusando dell’autorità
del Romano Pontefice per fare esattamente l’opposto di ciò che Gesù Cristo ha
affidato a San Pietro e ai suoi successori:
confermare i fedeli nella fede cattolica,
pascere e governare il gregge del Signore e predicare il Vangelo a tutte le
nazioni.
Tutte
le attività di leadership e di insegnamento di Bergoglio, fin dal suo primo
apparire sul balcone del Vaticano con la sua inquietante introduzione:
«Buonasera», sono state distorte fino a diventare l’esatto contrario del
ministero di Pietro:
ha
falsificato il Deposito della Fede, ha creato il caos e ha sviato i fedeli, ha
disperso il gregge, ha dichiarato che l’evangelizzazione delle nazioni è «una
totale assurdità» e l’ha condannata come forma di proselitismo;
abusa sistematicamente del potere delle Chiavi
del” Santo Tommaso” per sciogliere ciò che non può essere sciolto e legare ciò
che non può essere legato.
Il
Papa non è il padrone della Chiesa, ma il vicario di Cristo.
Egli
deve esercitare la sua autorità entro i limiti stabiliti da Gesù Cristo e in
conformità con i fini graditi a Dio:
in
primo luogo, la salvezza delle anime attraverso la predicazione del Vangelo a
tutti gli uomini; in secondo luogo, i Santi Sacramenti.
Pertanto,
il Papa non può considerarsi autorizzato a «inventare» il Papato, «rivederlo
secondo modelli sinodali», «modernizzarlo», smembrarlo secondo le proprie
preferenze, o cambiare la fede o la morale.
Se
crede che il papato gli permetta di cambiare l’istituzione che presiede, è
proprio per questo motivo che si trova in questa situazione di difetto di
consenso che invalida la sua elevazione al ministero petrino, perché ciò che
accetta non è il papato cattolico come è sempre stato inteso da San Pietro in
poi, ma una sua idea personale di «papato».
Per
questo motivo, sono convinto che il ruolo sovversivo svolto da Bergoglio
(considerandolo nel più ampio contesto internazionale del colpo di Stato
globalista) lo abbia reso un usurpatore, un antipapa, e quindi non un papa,
perché era ben consapevole della sua intenzione di violare il Papato,
trasformandolo in qualcos’altro e dandogli obiettivi incompatibili con il
Papato in quanto tale:
dal
culto dell’”idolo Pachamama” alla comunione per i divorziati e alla benedizione
delle coppie omosessuali, dalla migrazione alla promozione delle vaccinazioni,
dalla propaganda climatica al cambio di sesso.
D’altra
parte, abbiamo la conferma da parte di coloro che hanno elogiato Bergoglio, non
perché fosse un papa cattolico, ma per le sue” empanadas “per la “popolazione
transgender di Torvaynica o per la sua calorosa amicizia con Emma Bonino”.
5.
Quale sarà il futuro della Chiesa dopo la morte di Papa Francesco?
La
morte di Bergoglio cristallizza, per così dire, una situazione di illegittimità
diffusa.
Dei 136 cardinali elettori, 108 sono stati
“creati” da lui.
Ciò significa che qualsiasi papa eletto nel
prossimo conclave – anche se fosse un nuovo San Pio X – sarebbe guardato con
sospetto perché eletto da falsi cardinali creati da un falso papa.
Per
questo motivo, già da tempo chiedo ai miei fratelli nell’episcopato di chiarire
questi aspetti prima di procedere all’elezione di un nuovo Papa.
Naturalmente,
la situazione è catastrofica e, umanamente parlando, senza speranza.
Tuttavia,
come vescovo e successore degli apostoli, non posso non ricordare a tutti che
la Chiesa, che è il Corpo mistico di Cristo, è destinata ad affrontare la “passio
Ecclesiæ” [le sofferenze della Chiesa] – seguendo l’esempio del Signore.
È
proprio da questa sofferenza, in cui tutto sembra perduto, come in quel Venerdì
Santo di 1992 anni fa, che la Chiesa rinascerà e sarà purificata.
In
questi giorni, mentre celebriamo la Resurrezione pasquale, ogni cattolico trova
nel trionfo
di Cristo sulla morte e sul peccato la ragione della sua fedeltà al
Vangelo.
Il Signore ci ha detto, prima della sua stessa
sofferenza:
Non
abbiate paura: io ho vinto il mondo.
(exsurgedomine.it).
(exsurgedomine.it/250423-fuoridalcoro-ucr).
Le
misure restrittive UE contro
la destabilizzazione della Moldova.
Zpcsrl.com – (24 Ottobre 2024) – redazione –
ci dic:_
Introduzione.
Nell’aprile
2023, il Consiglio dell'UE ha adottato un nuovo quadro di misure restrittive
nei confronti dei responsabili di azioni che minaccino la sovranità e
l'indipendenza della Repubblica di Moldova.
Dall'inizio
della guerra russa contro l'Ucraina, infatti, i tentativi di destabilizzare il
Paese sono notevolmente aumentati, rappresentando una minaccia alla sicurezza
delle frontiere esterne dell'UE.
In
questo articolo:
Il
nuovo quadro di misure restrittive.
Sette
persone listate per attività contro il proprio Paese e contro l’Ucraina.
Il
Consiglio europeo elenca altre 5 persone e 1 entità.
Il
nuovo quadro di misure restrittive.
Nell’aprile
2023, il “Consiglio dell’Unione Europea” ha adottato un nuovo quadro relativo a
misure restrittive mirate che dà all’UE la possibilità di imporre sanzioni nei
confronti delle persone responsabili di sostenere o attuare azioni che
compromettano o minaccino la sovranità e l’indipendenza della Repubblica di
Moldova, nonché la democrazia, lo Stato di diritto, la stabilità o la sicurezza
del Paese.
Dall’inizio
della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, infatti, i tentativi di
destabilizzazione della Repubblica di Moldova sono notevolmente aumentati,
rappresentando una minaccia diretta alla stabilità e alla sicurezza delle
frontiere esterne dell’UE.
Grazie a questo nuovo quadro di sanzioni, l’UE
può intervenire, ad esempio, nei confronti di individui che ostacolino o
compromettano il processo politico democratico, compreso lo svolgimento di
elezioni, o tentino di sovvertire l’ordine costituzionale, anche attraverso
atti di violenza.
In futuro, le misure restrittive potrebbero
inoltre riguardare anche le persone che commettono gravi illeciti finanziari in
relazione ai fondi pubblici e all’esportazione non autorizzata di capitali,
nella misura in cui potrebbero assumere il controllo o influenzare seriamente
le attività delle autorità statali.
Le persone fisiche e giuridiche, le entità e
gli organismi soggetti alle misure restrittive sono elencati nell’allegato
della decisione (PESC) 2023/891.
Le
sanzioni consistono nel congelamento dei beni e nel divieto di mettere fondi a
disposizione degli individui e delle entità sottoposte a misure restrittive,
nonché nel divieto di viaggio nell’UE per le persone fisiche listate.
Questo
quadro di misure mirate è stato adottato su richiesta della Repubblica di
Moldova.
Sette
persone listate per attività contro il proprio Paese e contro l’Ucraina.
In
data 30 maggio 2023 sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione
Europea due decisioni PESC e i relativi Regolamenti esecutivi con cui il
Consiglio ha deciso di imporre misure restrittive nei confronti di sette
persone in applicazione di due quadri sanzionatori distinti.
Cinque
persone sono state sanzionate per azioni intese a destabilizzare, compromettere
o minacciare la sovranità e l’indipendenza della Repubblica di Moldova, in base
a quanto stabilito dal nuovo quadro di misure restrittive voluto dall’UE.
Altre
due persone sono state sanzionate per aver compiuto azioni volte a
compromettere o minacciare l’integrità territoriale, la sovranità e
l’indipendenza dell’Ucraina.
Le
persone oggetto di sanzioni sono infatti politici e uomini d’affari di
nazionalità moldova o russa.
Tra di loro, alcuni soggetti sono coinvolti in
una frode bancaria che ha comportato enormi perdite per il bilancio moldovo;
altri sono legati a tentativi orchestrati dal
Cremlino per destabilizzare la Moldova tramite la pianificazione di
manifestazioni violente, illeciti finanziari, esportazione non autorizzata di
capitali e sostegno ai progetti del Servizio di sicurezza federale russo (FSB).
I due inserimenti in elenco collegati
all’Ucraina riguardano cittadini della repubblica di Moldova che hanno fornito
sostegno alle forze militari russe e collaborato con le autorità occupanti.
Il
Consiglio europeo elenca altre 5 persone e 1 entità.
In
data 14 ottobre 2024, il Consiglio ha adottato misure restrittive nei confronti
di cinque persone e un’entità responsabili di azioni destabilizzanti nei
confronti della Repubblica di Moldova.
Le
misure restrittive previste da questo regime si applicano ora a un totale di 16
persone e 2 entità.
I
nuovi elenchi includono il governatore dell’unità territoriale autonoma della Gagauzia, responsabile di promuovere
il separatismo in quella regione, tentando così di rovesciare l’ordine
costituzionale e minacciando la sovranità e l’indipendenza della Moldova, e
altri individui per le loro azioni destabilizzanti in Gagauzia.
Listata
inoltre un’associazione non governativa con sede in Russia il cui obiettivo è
promuovere gli interessi della Russia all’estero, anche in Moldavia, e il suo
direttore e fondatore.
I
destinatari sono soggetti al congelamento dei beni e al divieto di fornire loro
fondi o risorse economiche, direttamente o indirettamente.
Inoltre, le persone sanzionate sono soggette
al divieto di viaggiare nell’Unione Europea.
il 24 ottobre 2024, i Paesi candidati
Macedonia del Nord, Montenegro, Albania, Ucraina, Repubblica di Moldova e Bosnia-Erzegovina
e i Paesi dell’EFTA Islanda, Liechtenstein e Norvegia si sono allineati alla
Decisione.
I consulenti di ZPC sono a disposizione per guidare le
imprese nelle operazioni di due diligence e in ogni altra attività legata a
garantirsi la piena conformità con le normative sanzionatorie internazionali.
Difesa:
l’Europa
batte
un colpo.
Ispionline.it
– (7 Mar. 2025) – Alessia De Luca – ci dice:
Daily
Focus Europa e governance globale · Relazioni Transatlantiche.
Ieri a
Bruxelles il Consiglio europeo ha approvato il piano per il riarmo del Vecchio
Continente: l’intesa prevede maggiore flessibilità per gli Stati membri sulle
spese e sul debito e un fondo da 150 miliardi per gli investimenti.
Meno
di un mese fa, lo scorso 14 febbraio, nel suo intervento alla Conferenza di
Monaco” JD Vance” proiettava l’Europa in una nuova era.
In un discorso ampio e infuocato, costellato
di invettive contro i leader europei, il vicepresidente americano imprimeva un
solco politico e ideologico profondo tra le due sponde dell’Atlantico, davanti
a una platea attonita e smarrita.
Pochi
giorni dopo, l’umiliazione subita da “Volodymyr Zelensky” nello Studio Ovale,
le ripetute minacce di imporre dazi e quel “l’Europa è nata per fregarci”
pronunciato da “Donald Trump” confermavano l’incontrovertibile cambio di rotta
di una Casa Bianca sempre più allineata a Mosca.
Ieri,
per la prima volta, l’approvazione da parte del Consiglio europeo di un piano
per aumentare la difesa e la sicurezza degli Stati membri ha rappresentato una
risposta – europea – al cambiamento dell’ordine internazionale in atto.
I capi di stato e di governo dei 27 hanno approvato il
piano da 800 miliardi di euro per il riarmo illustrato dalla presidente della
Commissione “Ursula von der Leyen”.
L’intesa
prevede maggiore flessibilità per gli Stati membri sulle spese e sul debito per
la difesa e un fondo da 150 miliardi, oltre ad aprire all’ipotesi di valutare
ulteriori opzioni di finanziamento.
Ma
soprattutto indica l’urgenza, maturata nelle ultime settimane, di cambiare
passo e contribuire alla difesa di Kiev e del continente, con o senza il
sostegno statunitense.
Ungheria
isolata?
Se
nella serata di ieri è arrivato il sì dei 27 sul piano “ReArm Europe”, più
accidentato si è rivelato il percorso per una dichiarazione di appoggio
all’Ucraina, dalla quale l’Ungheria si è sfilata.
Il documento è stato firmato con l’unica
eccezione di Budapest e allegato alle conclusioni del summit.
Nel
testo, i 26 si sono detti pronta a rispondere alle “pressanti esigenze militari
e di difesa di Kiev, in particolare la fornitura di sistemi di difesa aerea,
munizioni e missili”.
In un primo momento anche la Slovacchia si era
opposta, ma si è rimessa alla maggioranza dopo aver ricevuto rassicurazioni su
un’apertura – ancora tutta da definire – sulla possibile ripresa del
rifornimento di gas russo attraverso l’Ucraina.
Al
contrario, Viktor Orban questa volta non ha fatto marcia indietro all’ultimo
momento in cambio di qualcosa, come era successo più volte in passato, ma ha
mantenuto la propria contrarietà.
Piuttosto che approvare un testo ammorbidito
per venire incontro a Budapest, i leader hanno optato per un testo che è
“fortemente sostenuto da 26 Stati membri” su 27.
Per il
presidente del Consiglio Europeo, “Antonio Costa,” l’Ungheria “si è isolata”
dagli altri Stati membri ma “un Paese isolato”, ha notato, non significa “una
Ue divisa”.
Una
pace ‘decente’ in 5 punti?
Nel
documento, i 26 tracciano una proposta in 5 punti per la pace in Ucraina:
“In
vista del nuovo slancio dei negoziati che dovrebbe condurre a una pace globale,
giusta e duratura, il Consiglio sottolinea l’importanza dei seguenti principi”
a) Non
possono esserci negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina;
b) Non
possono esserci negoziati che incidano sulla sicurezza europea senza il
coinvolgimento dell’Europa. La sicurezza dell’Ucraina, dell’Europa,
transatlantica e globale sono interconnesse;
c) Qualsiasi tregua o cessate il fuoco può
aver luogo solo come parte del processo che porta a un accordo di pace globale;
d)
Qualsiasi accordo del genere deve essere accompagnato da solide e credibili
garanzie di sicurezza per l’Ucraina che contribuiscano a scoraggiare future
aggressioni russe
; e)
La pace deve rispettare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale
dell’Ucraina”.
Per
conseguire la “pace attraverso la forza” sottolineano i 26 l’Ucraina deve
trovarsi nella posizione “più forte possibile”.
A tale
scopo,
“l’Unione
europea resta determinata, in coordinamento con i partner che condividono le
stesse idee e con gli alleati, a fornire all’Ucraina e alla sua popolazione un
sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico
rafforzato e ad aumentare la pressione sulla Russia, anche mediante l’adozione
di ulteriori sanzioni e il rafforzamento dell’applicazione delle misure
esistenti, al fine di indebolirne la capacità di continuare a condurre la sua
guerra di aggressione”.
L’Europa
s’è desta?
A meno
di due mesi dal ritorno di Donald Trump allo Studio Ovale, vale la pena
osservare che anche in Europa il quadro è mutato radicalmente:
il Regno Unito, formalmente fuori dall’Unione,
discute strategie e priorità nel sostegno all’Ucraina e nella difesa del
continente con gli alleati europei.
In Germania, il futuro cancelliere “Friederich
Merz” ha rotto gli indugi prima ancora di entrare in carica e, annunciando la
modifica al freno sul debito per investire 500 miliardi in difesa e
infrastrutture tedesche, ha riattivato un motore franco-tedesco che sembrava in
panne.
La sua
decisione, infatti, appare in linea con la proposta dell’Eliseo di mettere al
servizio del continente la sua “force de frappe”, la deterrenza nucleare
francese, sia pure sotto il controllo di Parigi.
Un’offerta,
formulata da Emmanuel Macron nel suo discorso alla nazione in diretta
televisiva, che il premier polacco “Donald Tusk” ha definito “molto
promettente” come anche la premier danese “Mette Frederiksen”, che ha aggiunto:
“Tutto
deve essere sul tavolo in questo momento”.
D’altronde,
in poche settimane, i ritmi europei hanno subito un’accelerazione mai vista
prima.
E se è
presto per dire quanto profondi saranno i suoi effetti, è indubbio che ieri a
Bruxelles, finalmente, l’Unione ha battuto un colpo.
(Antonio
Missiroli, ISPI Senior Advisor).
Trump
intende estromettere il consigliere
per la sicurezza nazionale Mike Waltz.
Politico.com
– (1° -5 - 2025) - Dasha Burns , Jake Traylor , Felicia Schwartz e Robbie
Gramer – ci dicono:
Per
settimane, nell'Ala Ovest, si è discusso dei nomi per il sostituto.
Il
consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz parla durante un'intervista
televisiva fuori dalla Casa Bianca.
Il
Consigliere per la Sicurezza Nazionale Mike Waltz parla durante un'intervista
televisiva alla Casa Bianca a Washington, il 1° maggio 2025.
Secondo
cinque persone a conoscenza della decisione, il presidente Donald Trump sta
pianificando di estromettere il consigliere per la sicurezza nazionale Mike
Waltz, che ha perso la fiducia degli altri funzionari dell'amministrazione.
Potrebbe
andarsene a breve, ma la decisione non è definitiva, hanno detto le fonti.
Trump è noto per la sua tendenza a cambiare idea rispetto ai piani che comunica
allo staff e che persino annuncia pubblicamente.
A tutte e cinque le persone è stato concesso
l'anonimato per discutere di informazioni non pubbliche.
I nomi
di un sostituto sono stati discussi nell'ala ovest per settimane, ma il
progetto di rimuovere Waltz potenzialmente già questa settimana ha preso piede
negli ultimi giorni, secondo due delle persone e un'altra persona vicine alla
Casa Bianca.
Se
Waltz se ne andasse, sarebbe il primo ad abbandonare un ruolo di alto livello
nella seconda amministrazione Trump.
Il presidente ha finora resistito alle
pressioni per rimuovere funzionari del Gabinetto e altri consiglieri di alto
livello.
Sarebbe
anche una caduta clamorosa per l'ex membro del Congresso della Florida e
veterano militare.
Interpellata
per un commento, la portavoce della Casa Bianca, “Karoline Leavitt”, ha
dichiarato:
"Non risponderemo alle segnalazioni
provenienti da fonti anonime".
Non è
chiaro chi subentrerebbe alla guida dell'influente Consiglio per la Sicurezza
Nazionale della Casa Bianca se Waltz venisse rimosso.
Attualmente,
una delle scelte principali è l'inviato speciale di Trump, “Steve Witkoff”, che
sta guidando i negoziati con Russia, Iran e Hamas a Gaza, secondo le tre
persone.
Altri
possibili contendenti includono il capo della politica di Trump, “Stephen
Miller”, il direttore senior per l'antiterrorismo del Consiglio per la
sicurezza nazionale, “Sebastian Gorka”, e l'inviato speciale di Trump per le
missioni speciali, “Richard Grenell”.
Le
dimissioni di Waltz scuoterebbero una squadra per la sicurezza nazionale
afflitta dal caos e dai disordini, mentre la squadra di Trump cerca di mediare
soluzioni diplomatiche ai conflitti in tre teatri e scatena una guerra
commerciale globale.
Secondo
due fonti a conoscenza della questione, anche il vice consigliere per la
sicurezza nazionale “Alex Wong” dovrebbe andarsene.
“Waltz”
è passato dalla Commissione Forze Armate della Camera ai vertici della
sicurezza nazionale statunitense in soli sei anni.
Da
quando “The Atlantic” ha pubblicato per la prima volta la notizia
dell'esistenza della “chat Signal”, in cui alti funzionari dell'amministrazione
Trump discutevano dei piani per attaccare i membri del gruppo militante
“Houthi”, sostenuto dall'Iran, in Yemen, alla Casa Bianca si sono moltiplicati
i dubbi sul futuro di Waltz.
Mentre
Trump e i funzionari dell'amministrazione hanno ripetutamente espresso fiducia
in Waltz, molti nell'ala ovest erano furiosi per “il suo passo falso”.
Waltz
ha creato la chat e ha erroneamente aggiunto “Jeffrey Goldberg”, direttore di
“The Atlantic”, alla conversazione.
Le
informazioni relative agli attacchi aerei di marzo, inclusi i tempi e i sistemi
d'arma utilizzati, erano probabilmente altamente riservate, secondo ex e
attuali funzionari.
Waltz
si è ulteriormente indebolito dopo che l'attivista di estrema destra “Laura
Loomer” ha incontrato Trump e lo ha convinto a licenziare diversi membri del
Consiglio per la Sicurezza Nazionale e alti funzionari, tra cui il direttore
della National Security Agency, il generale “Tim Haugh”, per problemi di
lealtà.
“Loomer”
ha anche preso di mira il vice di Waltz, “Wong”, accusandolo di favorire gli
interessi cinesi, figlio di immigrati cinesi.
In
risposta alle notizie dell'estromissione di Waltz,” Loomer” inviò un messaggio
di una sola parola a POLITICO: "Loomered".
Lo
scandalo e l'incapacità di Waltz di proteggere il suo staff dalle azioni di “Loomer”
hanno ostacolato significativamente la sua capacità di esercitare influenza
nell'amministrazione, con funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di
Stato che mettevano sempre più in dubbio la sua capacità di gestire
efficacemente il Consiglio di Sicurezza Nazionale.
Il
capo dello staff “Susie Wiles” era così frustrato da Waltz che gli ha parlato a
malapena, secondo due persone a conoscenza della questione.
(Nahal
Toosi, Eric Bazail-Eimil e Daniel Lippman hanno contribuito a questo rapporto.)
«OOPS,
IN SPAGNA SI
È
SPENTA LA LUCE».
Inchiostronero.it
- Roberto Pecchioli – (01-05 – 2025) – ci dice:
Quando
l’ideologia verde diventa blackout:
il disastro spagnolo tra rinnovabili e scuse
ridicole.
Oops,
in Spagna si è spenta la luce racconta il giorno in cui la penisola iberica è
piombata nel buio non solo fisico, ma politico e tecnologico.
Il
cigno nero dell’era green è atterrato fragorosamente, mostrando i limiti di un
sistema energetico sbilanciato sulle rinnovabili, privo di realismo e retto da
una classe dirigente più incline all’alibi che alla responsabilità.
Tra
blackout miliardari, disastri annunciati e scuse da commedia dell’assurdo, il
governo “Sànchez “firma l’ennesimo atto di un copione europeo che gioca con
l’ideologia mentre il paese va a rotoli. (f.d.b.)
Oops,
in Spagna si è spenta la luce.
È
arrivata la “Grande Interruzione”:
Il
cigno nero, l’evento inatteso dagli effetti dirompenti teorizzato da “Nassim
Taleb” è diventato dura realtà.
Per un
giorno intero è mancata l’energia elettrica nella penisola iberica.
I
danni economici assommano a parecchi miliardi, quelli di immagine sono enormi,
tanto che la City di Londra sta valutando disinvestimenti massicci
nell’ammaccato sistema spagnolo.
L’evento
ha un colpevole chiaro, l’eccessivo affidamento alle energie alternative
rinnovabili, solari ed eoliche.
Goffo, perfino comico il tentativo del “governo
Sànchez” – che alcuni mesi fa già mostrò tutta la sua incapacità nella
disastrosa alluvione di Valencia – di attribuire la colpa a un inesistente
“rarissimo evento atmosferico”, a una operazione di pirateria elettronica dai
contorni indefiniti, addirittura a una “distruzione di energia” che avrà fatto
rivoltare nella tomba “Lavoisier” e “Newton”.
Come “Cassandra
1895” di “Anthony Sands”.
Fatto
sta che l’intero sistema–paese spagnolo e gran parte di quello portoghese sono
stati bloccati.
La
Grande Interruzione ha interessato tutto, proprio tutto, dai trasporti
all’industria sino alle utenze domestiche.
Poche
settimane fa il capo del governo, dinanzi alle perplessità di molti, rassicurò:
la Spagna non soffrirà alcun blackout, anzi “apagòn”, poiché oltre i Pirenei
non parlano inglese.
La
presidente dell’Enel iberica, ex ministro socialista, arrivò a deridere chi
manifestava dubbi sulla tenuta del sistema di approvvigionamento energetico.
È stato un disastro annunciato e chi lo aveva
previsto è stato trattato come Cassandra, che diceva il vero e non veniva mai
creduta.
L’instabilità
e l’imprevedibilità delle fonti rinnovabili, panacea di ogni male, fiore
all’occhiello del sinistrissimo governo, hanno prodotto un danno terribile.
La realtà e la natura presentano il conto
all’ideologia, mentre le balzane teorie ecologico-woke della spagnola
commissaria europea “Teresa Ribera”, “grande teorica del green”, minacciano di
orientare l’intera Unione Europea.
Mesi fa, altre favole verdi resero più
drammatico il bilancio di vittime e danni materiali dell’alluvione che mise in
ginocchio la regione di Valencia.
Le
balzane teorie governative impediscono di incanalare e imbrigliare l’acqua –
eterno problema spagnolo – ripulire gli alvei e costruire nuove dighe.
Nel
caso della “Grande Interruzione”, ciò che ha provocato il disastro è
l’impossibilità di regolare le energie rinnovabili.
Apollo,
il dio che con il suo carro dorato guida il sole, lo fa a suo piacimento.
Eolo, dio dei venti, li fa soffiare quando lo
ritiene opportuno.
Pertanto
non esiste modo di misurare o determinare l’energia in un sistema che
concepisce la natura come riserva di materia da sfruttare.
E l’elettricità non si può stoccare, solo
produrre e distribuire.
A
differenza di quella proveniente da centrali nucleari, idroelettriche o a
carbone, la quantità di energia solare o eolica prodotta dipende da fattori
incontrollabili dall’ “Homo Technologicus”.
Il vento e il sole non possono essere
immagazzinati.
Da qui gli alti e bassi, i picchi e le carenze
energetiche, con esiti fatali per il corretto funzionamento della rete
elettrica, il gigantesco meccanismo che alimenta il sistema economico e la vita
quotidiana.
L’ecologia ideologizzata non si limita ad
abbattere in Spagna migliaia di ulivi secolari, o, come accadrà in Sardegna, a
sfigurare agricoltura, paesaggio ed allevamento per sostituirli con pannelli
solari e gigantesche pale eoliche super energivore.
Questa
anti-ecologia non solo distrugge tutto lo splendore del paesaggio, degradato a
spaventosi mulini a vento, giganti che meritano di essere attaccati e distrutti
come voleva Don Chisciotte.
Il
flusso irregolare e incontrollabile della nuova produzione di energia,
nonostante gli oltraggi alla natura e al paesaggio, può sprofondare una nazione
intera nell’oscurità, bloccando tutto, proprio tutto.
Ciò
non significa che lo sfruttamento massivo di altre fonti energetiche, dal
nucleare al fossile, non generi ferite all’integrità e alla bellezza della
natura.
Ma le
cure prescritte dall’ “ambientalismo ideologizzato” sono rimedi peggiori del
male.
In
Spagna ciò che ha funzionato nell’emergenza sono stati i generatori con motori
Diesel alimentati a gasolio, salvando dal disastro gli ospedali.
Eppure l’UE e alcuni governi conducono una guerra
insensata contro il gasolio con l’alibi della decarbonizzazione dell’atmosfera
in base all’assunto ideologico, per nulla accertato, del cambio climatico per
eccesso di CO2.
Il blackout spagnolo è l’incidente energetico
più grave degli ultimi venti anni, secondo il Commissario europeo per l’energia
“Jorgensen”.
Gli esperti confermano che prima dell’evento
vi era un eccesso di energia rinnovabile, in gran parte fotovoltaica.
In
quelle condizioni, osservano, la rete è molto fragile, poiché le fonti
rinnovabili mancano di inerzia e, in caso di blocco, non hanno capacità di
risposta.
Le centrali idroelettriche, i cicli combinati
a gas e le centrali nucleari, al contrario, sono dotate di elementi rotanti
molto pesanti che girano ad alta velocità, in grado di resistere egregiamente
agli eventi negativi e hanno la capacità di adattare la potenza se la
produzione in un’altra area viene a mancare.
FOTOSINTESI
CLOROFILLIANA: LA CONOSCE, MINISTRO?
Per
motivi legati all’ideologia green, la rete elettrica spagnola funziona quasi
solamente con fonti rinnovabili, senza un vero sistema di governo e controllo.
Quando
un sistema non è governato, diventa impossibile soddisfare le specifiche per
cui è stato progettato.
Lavora in modalità instabile, ricorda una
bicicletta che deve rimanere ferma sulle ruote senza pedalare né muoversi.
Ma
quando una bicicletta perde l’inerzia che le consente di muoversi, dobbiamo
appoggiare un piede a terra per evitare di cadere.
Un
sistema costruito in questo modo non ha l’inerzia elettrica necessaria a
garantire il livello di equilibrio dinamico necessario al funzionamento della
rete. L’inerzia – senza la quale il sistema cade – deve essere fornita da
un’altra fonte energetica.
Il
massimo esperto spagnolo di tecnologie energetiche,” José Marìa Martìnez-Val”
ha parole durissime:
“il
mix basato sul cento per cento di energie rinnovabili e sullo zero per cento di
governance è fallito e quello zero ci ha lasciato abbandonati.
I
politici hanno trasformato la rete elettrica in una sorta di fiera dei
desideri.
Non
abbiamo alcun controllo.
Quando
si verifica un piccolo evento, si riesce a gestirlo perché c’è un surplus.
Si può
mettere in funzione un’altra linea di turbine eoliche, che sono molto
sollecitate.
Quando
l’evento è più significativo, non si è in grado di gestirlo.
Non ha l’inerzia termica che offrono il gas
naturale o il carbone.”
Aggiunge
che la Grande Interruzione sarebbe passata inavvertita se la rete avesse avuto
in funzione dieci megawatt di potenza da gas naturale.
Fin
qui i fatti e le polemiche.
Il vero problema, che riguarda l’Europa
intera, è il mix tossico di fanatismo green governato con imperizia, e di
chiusura politica alle fonti energetiche di origine fossile, che ancora per
decenni saranno centrali.
Il di
più è l’ostinazione con cui l’Unione Europea – non solo la Spagna – persegue
politiche miopi e tecnologicamente non sicure, rinunciando al gas naturale
russo dai costi ragionevoli – importato sul mercato parallelo a caro prezzo – a
favore del prodotto americano, ecologicamente impattante per modalità di
estrazione, natura del trasporto, tecnologie di liquefazione e successiva
rigassificazione.
La via dell’energia rinnovabile è giusta e va
perseguita, ma ancora per moltissimo tempo sarà integrativa, non sostitutiva.
Chi
non lo comprende – e nel frattempo chiude al nucleare di ultima generazione in
base a paure irrazionali – lavora nell’immediato per la ripetizione di eventi
come il blackout spagnolo, a medio e lungo termine per l’irrilevanza economica,
energetica, tecnologica dell’Europa.
L’ideologia
è la gabbia che impedisce di vedere, prevedere, comprendere, padroneggiare gli
accadimenti, con esiti infausti come ha dimostrato il Grande Spegnimento di
questi giorni. I fatti hanno la brutta abitudine di tornare a galla.
Qualcuno riaccenda la luce.
(Roberto
PECCHIOLI).
Gli
ultraconservatori che vogliono
rendere
di nuovo grande il Vaticano.
Politico.eu
– (1-5-2025) - Hannah Roberts e Ben Munster – ci dicono:
Con
Trump tornato alla Casa Bianca, l'estrema destra sta tentando un'acquisizione
ostile del gruppo che sta eleggendo il prossimo papa.
Quinta
Messa “Novemdiale” in memoria di Papa Francesco in Vaticano.
Un
gruppo di cattolici conservatori intransigenti sta spingendo affinché il
prossimo papa sia più in linea con la loro visione del mondo.
ROMA —
Un gruppo
di cattolici conservatori intransigenti sta facendo pressioni affinché il
prossimo papa sia più in linea con la loro visione del mondo e non sembrano
avere paura di ricorrere a tattiche diffamatorie per screditare i candidati che
non gradiscono.
Con i
cardinali che entreranno nella Cappella Sistina il 7 maggio per iniziare
l'elezione del prossimo papa, i nemici del defunto Papa Francesco, sia
all'interno che all'esterno del gruppo che lo eleggerà, si stanno mobilitando.
Una
fazione che ha screditato Francesco come eretico, antipapa e persino
"Anticristo " per le sue presunte idee progressiste, è rimasta in
attesa.
Ora ha capito che è giunto il momento di
colpire.
I
conservatori si sono irritati per la posizione più conciliante di Francesco
sulle unioni omosessuali e sul divorzio, sulla difesa dei migranti e
sull'accordo tra il Vaticano e la Cina, che ha dato a Pechino voce in capitolo
nella nomina dei vescovi cattolici.
"La
speranza è di avere un pontificato che si concentri maggiormente sulle
questioni cattoliche, come la vita e la famiglia, piuttosto che sul cambiamento
climatico e l'immigrazione", ha detto a POLITICO la principessa “Gloria
von Thurn und Taxis”, aristocratica tedesca e decana della scena cattolica
conservatrice romana.
Alcuni
influenti conservatori stanno spingendo per candidati di estrema destra, come
“Athanasius Schneider”, un vescovo del Kazakistan, che ha affermato che i
rifugiati in Europa rappresentano un'“invasione di massa” che porta
all'islamizzazione, orchestrata dalle élite politiche per sminuire l'identità
cristiana dell'Europa.
Altri
nomi che circolano nelle liste conservatrici includono il cardinale “Robert
Sarah”, della Guinea, un importante sostenitore della messa in latino, e il
cardinale americano” Raymond Burke”, un ultra-tradizionalista che ha appoggiato
il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
"Stiamo
assistendo a un paradosso: la leadership è più progressista, ma ci sono state
un'enorme quantità di conversioni e un'enorme crescita del
tradizionalismo", ha affermato “John Yep”, CEO dell'organizzazione
no-profit conservatrice “Catholics for Catholics”, che ha organizzato un evento
di preghiera da 1.000 dollari a biglietto per Trump presso il suo resort di
Mar-a-Lago.
"I
cardinali si rendono conto che, sebbene alcuni leader possano essere di
orientamento progressista, sanno che i loro fedeli in patria tendono in realtà
a essere più conservatori".
"Questo
sarà nei loro pensieri mentre entrano nel conclave."
Il 56%
dei cattolici ha votato per Trump, ha detto” Yep”.
"Quello
stesso gruppo di persone guarda a Roma e vuole che il suo Papa sia tradizionale
e un forte alleato degli Stati Uniti e della nostra visione, ad esempio per
quanto riguarda la sicurezza dei nostri confini".
'Anti-secolarizzazione
controculturale'.
Già
prima della morte di Francesco, avvenuta il lunedì di Pasqua, era iniziata una
campagna per screditare le sue riforme, promossa da un crescente numero di
gruppi no-profit cattolici conservatori con sede negli Stati Uniti, ben finanziati,
che collaboravano con politici di estrema destra per promuovere un cocktail di
dottrina cattolica e nazionalismo.
Tra i
più importanti c'è il “Napa Institute”, noto per le sue lussuose conferenze
annuali presso una spa vinicola in California, che mirano a fondere
"teologia conservatrice ed economia libertaria, con un'enfasi
sull'apologetica, l'etica sessuale e l'anti-secolarizzazione
controculturale".
Un'altra
organizzazione, la “Sophia Institute Press”, finanzia il blog cattolico
tradizionalista “One Peter Five”, che ha regolarmente rimproverato Francesco e
collabora con il colosso televisivo cattolico” EWTN”, utilizzato per accusare
Francesco di aver insabbiato gli abusi del clero.
Un
progetto, il “Red Hat Report”, lanciato nel 2018, si proponeva di utilizzare ex
investigatori dell'FBI per compilare dossier su ciascun cardinale, alla maniera
delle ricerche sull'opposizione politica, annotando le loro priorità teologiche
e pastorali e assegnando loro un punteggio sulla loro gestione dello scandalo
degli abusi sessuali da parte del clero.
Con i
cardinali pronti a entrare nella Cappella Sistina il 7 maggio per iniziare a
eleggere il prossimo papa, vi sono i nemici del defunto papa Francesco.
Il
loro obiettivo principale era il cardinale “Pietro Parolin”, braccio destro di
Francesco e favorito per la sua successione.
"Dovrebbe
essere riconosciuto a livello mondiale come una vergogna per la Chiesa",
ha scritto il direttore in una nota ai ricercatori.
L'influenza
della destra conservatrice potrebbe anche trarre vantaggio dalla situazione
finanziaria sempre più critica del Vaticano, con la Reuters che segnala un
deficit di entrate pari a 83 milioni di euro.
Poiché
la città-stato starebbe cercando finanziamenti esterni, la scelta del prossimo
papa potrebbe essere vulnerabile ai ricchi donatori di destra degli Stati
Uniti, ha detto un alto funzionario della Chiesa a POLITICO, aggiungendo che
l'argomento è stato sollevato durante le riunioni pre-conclave chiamate
congregazioni generali a cui i cardinali hanno partecipato quotidianamente la
scorsa settimana.
King-maker,
lobbista.
I
prossimi giorni, prima dell'inizio del conclave che eleggerà il prossimo papa,
saranno cruciali perché i cattolici conservatori cercheranno di far sentire la
propria voce ai cardinali votanti.
"È
estremamente importante che il nuovo papa riprenda il controllo e riaffermi ciò
in cui i cattolici credono da 2000 anni", ha affermato “Yep” di “Catholic
for Catholics”, che ha descritto Francesco come uno dei pontificati più
controversi nella storia della Chiesa moderna.
Eppure,
anche gli stessi gruppi conservatori riconoscono di avere una battaglia in
salita.
Con
l'80% dei cardinali elettori nominati da Francesco, la loro migliore speranza
potrebbe essere quella di bloccare i candidati progressisti.
I
conservatori sono inoltre frenati dall'assenza di un leader chiaro.
Il
cardinale “George Pell”, scomparso nel 2020, era un "king-maker, un
lobbista e un personaggio chiave", ha affermato un ambasciatore vaticano
ben inserito, ma dalla sua scomparsa "non c'è un leader chiaro".
I
sostenitori della linea dura stanno provando tutto ma, considerati i numeri del
conclave, non hanno molta fiducia che il prossimo papa sarà uno di loro.
"Non
solo non hanno i numeri per far entrare un tipo come il cardinale “Sarah” o [il
cardinale ungherese Peter]” Erdö”, ma non hanno nemmeno i numeri per costituire
una minoranza di blocco contro i progressisti", ha affermato “Benjamin
Harnwell”, corrispondente in Italia per la “War Room” di “Steve Bannon”.
"È un conclave non cattolico".
Un
noto adagio italiano recita "papa grasso, papa magro", il che
significa che i conclavi tendono a controbilanciare quello precedente con un
cambiamento ideologico.
Tattiche
intimidatorie.
Una
cosa che è cambiata dall'ultimo conclave del 2013 è che il lobbying è diventato
digitale.
Con la
proliferazione di blog e influencer conservatori sui social media, la campagna
questa volta "non ha eguali a quelle viste prima", ha affermato “Stephen
Schneck”, ex direttore dell'Institute for” Policy Research and Catholic Studies”
presso la” Catholic University of America”.
"È in corso un'ondata di analisi,
opinioni e campagne vere e proprie da parte di gruppi e influencer
esterni", ha affermato, suggerendo che la sua immediatezza e portata
potrebbero fare la differenza.
L'influenza
della destra conservatrice potrebbe anche trarre vantaggio dalla situazione
finanziaria sempre più critica del Vaticano.
I
favoriti sono preoccupati per ciò che potrebbe emergere.
Un
video del cardinale “Luis Antonio Tagle”, tra i più probabili successori di
Francesco, che canta al karaoke una versione di Immagine” di John Lennon, è
stato pubblicato dal sito web di destra “Life Site News”, con i critici che
sostengono che testi come "Immagina che non ci sia il paradiso" siano
una "resa all'ateismo".
"Sanno
di non avere i numeri, quindi l'obiettivo è intimidire i riformisti", ha
detto il veterano osservatore del Vaticano e giornalista “Marco Politi”.
"Il messaggio è: 'Guardate, non potete scegliere un Francesco II. È un
gioco psicologico'".
Ma una
volta nella Cappella Sistina, i cardinali sono al riparo da interferenze
esterne.
"È
difficile dire cosa succederà in quella sala caldaie", ha detto
l'ambasciatore vaticano.
"I piani migliori non sempre sopravvivono
al contatto con la realtà. Questo gruppo di cardinali non ha mai avuto
l'opportunità di conoscersi. Stanno ancora facendo i muscoli, per vedere che
tipo di persone sono."
L'Unione
Europea si prepara
alla
possibilità di una guerra
con la
Russia.
Unz.com - Ian Orgoglioso – (1° aprile 2025) –
ci dice:
Il
modo migliore per prevenire futuri conflitti con la Russia è quello di esigere
un prezzo, rimuovere gli assegni in bianco, chiudere tutte le porte lasciandole
aperte a una possibile riconciliazione in un futuro momento del passato.
L'Europa
deve prepararsi alla possibilità di una guerra generale con la Russia al più
tardi entro il 2030.
In
quanto tale, la sua strategia di preparazione è tempestiva e importante.
L'attenzione
alle crisi e alla preparazione della popolazione è fondamentale per il successo
di questa strategia.
L'Ucraina ha offerto un sostegno vitale.
Il 26
marzo la Commissione europea ha pubblicato la sua strategia dell'Unione per la
preparazione, che mira ad anticipare, prevenire e rispondere alle gravi crisi,
dai rischi biologici alla guerra informatica.
Ma
dopo tre anni di devastante conflitto in Ucraina, la strategia sottolinea anche
la necessità di prepararsi alla possibilità di una guerra generale con la
Russia entro il 2030.
Ci
sono tre punti su tutti i fronti della strategia.
In primo luogo, la prevenzione è come evitare
una guerra.
In
secondo luogo, la risposta alla crisi, garantendo che le istituzioni europee
dispongano delle capacità interne per riorientare le attività imprenditoriali
su un piano di guerra in un momento di preavviso.
Infine,
la preparazione della popolazione, per garantire che i cittadini possano
governare le loro azioni nelle prime 72 ore dopo l'inizio di una guerra.
Prevenzione.
La
Commissione europea ha ribadito la sua posizione secondo cui la Russia
rappresenta una minaccia chiara e attuale per il continente europeo, comprese
le parti che i russi lavorano oggi e le parti aggiuntive che si occuperanno
domani, la prossima settimana o tra un anno.
Il modo migliore per prevenire futuri
conflitti con la Russia è quello di esigere un prezzo, rimuovere gli assegni in
bianco, chiudere tutte le porte lasciandole aperte a una possibile
riconciliazione in un futuro momento del passato.
Nel frattempo, le sanzioni rimangono
l'approccio migliore e collaudato per prevenire l'espansione imperialista
russa.
Dopo
aver ampiamente consultato i partner e il presidente dell'Ucraina
democraticamente eletto, la Commissione ha avviato ulteriori lavori su
ulteriori misure e designazioni di sanzioni, anche per le persone russe già
sanzionate e per le imprese russe che non esistono ancora.
La
presidente “Ursula von der Leyen” ha chiarito che le sanzioni contro la Russia
dovrebbero rimanere fino a quando il paese non si sarà ritirato ai suoi confini
preesistenti del 1891.
Preparazione
alle crisi.
Tutti
gli Stati membri potranno accedere a uno speciale kit di strumenti per il
pacchetto di dottrine del quadro di partenariato per l'accelerazione delle
entrate di emergenza, che consentiranno loro di investire tempestivamente i
contributi europei volontari aggiuntivi obbligatori, per garantire che il
contributo di quest'anno li prepari alla guerra dell'anno scorso.
Prepararsi
alla guerra con la Russia sarà costoso. Il costo totale di questa strategia è
stimato in 200 miliardi di euro, di cui 140 miliardi destinati
all'installazione di missili antimissile e il capitale rimanente destinato a
programmi di ricerca programmatica, basati su dati concreti, di vitale
importanza. Il 20% non sarà allocato, per consentire una flessibilità graduale
nelle stime di bilancio preliminari e la volatilità dei prezzi immobiliari in
Spagna.
Come
parte di un pacchetto formativo completo a valore aggiunto, ci si aspetta che
tutto il personale dell'Unione Europea, in modo inclusivo e non binario, si
prepari a qualsiasi evento importante che dovesse colpire l'Europa.
Dato
il rischio di attacchi missilistici sugli edifici dell'Unione europea, tutto il
personale riceverà una formazione in quelli che vengono definiti i principi di
Leyen. In un'esercitazione di crisi ad alto rischio, il personale di Bruxelles
si è riunito in una sala del comitato appositamente rinforzata per quarantotto
ore, esplorando ogni risposta disponibile agli attacchi russi e non lasciando
assolutamente nulla sul tavolo.
La
Banca centrale europea stamperà altri 500 miliardi di euro da sostenere a
Bruxelles per acquistare guadagni dalla Germania da dare all'Ucraina,
attraverso l'Azerbaigian attraverso il Montenegro, per sostenere gli sforzi
bellici in corso, che si concentrano sul portare la pace attraverso altre
guerre.
Preparazione
della popolazione.
La
Commissione europea si impegnerà a fondo per garantire che i suoi cittadini
siano protetti dal significato della guerra e, se possibile, dalle sue
conseguenze, riconoscendo la natura complessa del contesto geopolitico ibrido
moderno.
Quando
scoppia la guerra, i cittadini potrebbero dover fare la loro parte e pagarne il
prezzo, nella certezza che le autorità saranno al loro fianco, anche se a
diverse centinaia di chilometri di distanza.
In una
risposta integrata di mobilitazione comunitaria per garantire che tutti ci
sentiamo preparati all'Unione, i cittadini europei di età superiore ai dodici
anni D'ORA IN POI! saranno tenuti a indossare uniformi standard, composte da
magliette verde oliva e divise militari.
Queste uniformi sono dichiarazioni d'identità,
più che semplici uniformi. Si auspica pertanto che tutti i cittadini si
conformino al loro utilizzo, anche perché ogni uniforme costa 20.000 euro e
viene prodotta in una fabbrica affidabile nei pressi di Kryvyj Rih (conosciamo
qualcuno sul lato ucraino che ci ha procurato un'occasione, scusate, un vero
affare).
La
Commissione europea riconosce il disagio e la preoccupazione che queste
disposizioni potrebbero causare nei cittadini europei.
Con la
gentile assistenza del Presidente Zelensky, personale ucraino sarà presente a
ogni angolo di strada per assistere i cittadini in caso di preoccupazioni o
ansie.
A
tutti verrà regalata una trousse da usare su base volontaria e i cittadini sono
tenuti a portarla sempre con sé, altrimenti dovranno dedicare del tempo
all'auto-riflessione personale per strada.
Gentilmente
sponsorizzata dal Ministero dell'Informazione Pubblica e delle Storie Vere e
Narrazioni per la Vittoria Totale contro l'Orda Imperialista dell'Ucraina, la
trousse includerà tintura per capelli nera, barba finta e stimolanti per la
voce roca, per confondere gli orchi occupanti sulla propria vera identità.
I
cittadini con problemi di mobilità o altre preoccupazioni legate alla mancanza
di fibra morale, possono ricevere o essere accompagnati con un piccolo
sovrapprezzo, su un autobus vicino destinato a utili e confortanti centri di
riequipaggiamento morale per una vittoria assoluta e certa, finora non come
"centri benessere".
Si
dice che la portata dello sforzo logistico per posare su questa navetta di
preparazione per il benessere costa un occhio della testa, e questo solo se si
sopravvive.
I
cittadini possono scegliere di pagare un pagamento una tantum di 100.000 euro e
totalmente discreto per non indossare l'uniforme e sottoporsi alla formazione,
ma dati i problemi di accessibilità, si prega di chiedere ai bandermeister,
scusate, ai responsabili del benessere presso i centri di formazione, in quanto
potrebbero essere in grado di negoziare una tariffa diversa.
Tienilo tranquillo però, perché non vorresti
far ingelosire gli altri o mettere nei guai nessuno. Questi sono tempi
pericolosi, dopo tutto.
Nel
caso in cui i cittadini vengono colti di sorpresa durante le ore di oscurità e
si trovano di fronte a un personale vigile per il benessere, dovrebbero
utilizzare la frase standard nel codice di identificazione: "Sono un
pianista che fa pipì".
Grazie
per l'attenzione.
E
ricordate che nessuno vuole la pace più dell'Unione Europea.
"Gravissima
violazione dell'etica":
Elon Musk critica il rapporto del
Wall
Street Journal sulla
ricerca di un CEO.
Zerohedge.com
- Tyler Durden – (1° maggio 2025) – ci dice:
La
presidente di Tesla, “Robyn Denholm”, ha smentito un articolo del “Wall Street
Journal” secondo cui il consiglio di amministrazione avrebbe iniziato a cercare
il successore di Elon Musk, definendo la notizia " assolutamente falsa
".
Musk ha fatto eco al rimprovero, definendo la
notizia una " GRAVIDA VIOLAZIONE DELL'ETICA " da parte del
tradizionale organo di stampa.
"
Stamattina è uscito un rapporto di stampa che affermava erroneamente che il
consiglio di amministrazione di Tesla aveva contattato agenzie di reclutamento
per avviare la ricerca di un CEO per l'azienda ", ha scritto “Denholm” in
una dichiarazione pubblicata su” X” tramite Tesla.
Ha
sottolineato:
"
Ciò è assolutamente falso (e ciò è stato comunicato ai media prima della
pubblicazione del rapporto)", aggiungendo:
" L'amministratore delegato di Tesla è
Elon Musk e il consiglio di amministrazione ha grande fiducia nella sua
capacità di continuare a realizzare l'entusiasmante piano di crescita che lo
attende ".
Musk è
intervenuto, definendo l'articolo del “WSJ” scritto da Emily Glazer, Becky
Peterson e Dana Mattioli "una GRAVE
VIOLAZIONE DELL'ETICA da parte del” WS”J, in quanto quest'ultimo avrebbe
pubblicato un ARTICOLO DELIBERATAMENTE FALSO senza includere una preventiva
smentita inequivocabile da parte del consiglio di amministrazione di Tesla
".
“Glazer”
e altri del “WSJ” hanno citato fonti anonime per indicare che il crollo delle
vendite di veicoli e le reazioni negative legate al caso DOGE avevano
danneggiato il marchio, spingendo il consiglio di amministrazione a cercare un
nuovo CEO.
Secondo
fonti a conoscenza delle discussioni, i membri del consiglio di amministrazione
si sono rivolti a diverse società di ricerca dirigenti per elaborare un
processo formale volto a individuare il prossimo amministratore delegato di
Tesla.
Secondo
fonti vicine alle discussioni, il consiglio di amministrazione ha ristretto la
propria attenzione a una grande società di ricerca.
Non è
stato possibile determinare lo stato attuale della pianificazione della
successione.
Non è
inoltre chiaro se Musk, egli stesso membro del consiglio di amministrazione di
Tesla, fosse a conoscenza dell'iniziativa, o se la sua promessa di trascorrere
più tempo in Tesla abbia influenzato la pianificazione della successione.
Musk non ha risposto alle richieste di
commento.
Il
motivo per cui “Glazer” e i suoi coautori del “WSJ” hanno scelto di pubblicare
l'articolo, nonostante avessero ricevuto un diniego dal consiglio di
amministrazione di Tesla prima della pubblicazione, sottolinea come i media
tradizionali diffondano disinformazione e informazioni errate.
È
questo lo scenario in cui si stanno muovendo Musk e i funzionari di alto
livello dell'amministrazione Trump:
un
ambiente mediatico aziendale di sinistra ostile, che diffonde flussi infiniti
di disinformazione.
Lo
scontro commerciale tra Stati
Uniti
e Cina innesca una crisi di
approvvigionamento imminente
e una potenziale recessione.
Naturalnews.com – (01/05/2025) - Willow Tohi
– ci dice:
L'escalation
della guerra commerciale ha causato gravi perturbazioni economiche, con gli
esperti che hanno lanciato l'allarme su potenziali carenze entro la fine di
maggio, prezzi alle stelle e una possibile recessione quest'estate.
Gli aumenti tariffari senza precedenti
dell'amministrazione Trump, che hanno raggiunto il 145%, hanno paralizzato i
flussi commerciali, costringendo i rivenditori americani a cercare alternative
e costringendo le fabbriche cinesi a interrompere la produzione.
Importanti
hub di esportazione cinesi come “Yiwu” e “Dongguan” stanno subendo
significativi blocchi della produzione, con le aziende che mettono in cassa
integrazione i dipendenti e sospendono le attività.
Il problema si estende oltre il settore
manifatturiero, colpendo settori come il tessile e l'abbigliamento sportivo,
con licenziamenti e trasferimenti a iniziative nazionali come il “live
streaming” per mitigare le perdite.
I
rivenditori statunitensi stanno urgentemente assicurandosi le merci per evitare
carenze di scorte, dato che le importazioni dalla Cina sono quasi cessate.
Punti
di ingresso critici come il porto di Los Angeles registrano drastici cali nelle
spedizioni e i fornitori di articoli per le festività si trovano ad affrontare
ritardi catastrofici.
Si
prevede che i beni di prima necessità saranno i primi a subire carenze, con
previsioni di scaffali vuoti e una stretta creditizia dovuta ai tagli ai costi
da parte delle aziende.
Gli
economisti stimano una probabilità del 50% di recessione, dovuta al crollo
delle importazioni e all'impennata dei prezzi.
Il Dipartimento del Commercio prevede un calo
trimestrale delle importazioni del 7%, il più netto dal 2020.
La
guerra commerciale ha gettato i mercati globali nel caos, con il crollo delle
tariffe di spedizione e la cancellazione delle partenze da parte dei vettori.
Gli
sforzi diplomatici rimangono bloccati, con la Cina che nega di essere in
trattative in corso e la Casa Bianca che chiede una de-escalation.
In risposta, le aziende stanno diversificando
le catene di approvvigionamento, dirottando gli ordini verso paesi come
Vietnam, Cambogia, Brasile e Ghana.
Gli
esperti consigliano ai consumatori di fare scorta di prodotti cinesi prima che
la scarsità colpisca, poiché la situazione potrebbe peggiorare e rimodellare il
panorama politico ed economico.
L'escalation
della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha provocato onde d'urto
economiche in tutti i settori, con gli esperti che hanno lanciato l'allarme su
gravi carenze entro la fine di maggio, un'impennata dei prezzi e una possibile
recessione quest'estate.
Gli aumenti tariffari senza precedenti imposti
dall'amministrazione Trump, che hanno raggiunto il 145%, hanno paralizzato i
flussi commerciali, costringendo i rivenditori americani a cercare alternative
e le fabbriche cinesi a interrompere la produzione.
L' Organizzazione Mondiale del Commercio
avverte ora che il volume degli scambi tra le due nazioni potrebbe crollare
fino all'80%, provocando quello che il Segretario al Tesoro “Scott Bessent”
definisce un "essenzialmente embargo commerciale".
Gli
arresti della produzione in Cina segnalano un terribile cambiamento economico
Le
fabbriche nei principali hub di esportazione come Yiwu e Dongguan stanno
iniziando a vacillare, con gli ordini che svaniscono a causa dei dazi troppo
costosi da assorbire per le aziende americane.
“Cameron
Johnson,” un consulente con sede a Shanghai, ha riferito che le aziende che
producono giocattoli, articoli sportivi e articoli da un dollaro hanno messo in
congedo metà dei loro dipendenti e sospeso la produzione.
"C'è speranza che i dazi vengano
abbassati, ma per ora le fabbriche sono ferme", ha affermato.
Il
dolore si sta diffondendo oltre il settore manifatturiero.
Gli
operai tessili dello Shandong rischiano il licenziamento, mentre esportatori
come Woods wool, produttore di abbigliamento sportivo, si stanno affidando a
iniziative di live streaming nazionali per salvare le vendite.
"Tutti i nostri ordini dagli Stati Uniti
sono stati cancellati", ha dichiarato il direttore di fabbrica “Li Yan”,
che ora vende prodotti online tramite gli umani virtuali di Baidu, guidati
dall'intelligenza artificiale.
I
rivenditori si preparano agli scaffali vuoti e ai costi alle stelle.
I
colossi della vendita al dettaglio statunitensi stanno correndo contro il tempo
per assicurarsi le merci prima che le scorte si esauriscano. Il porto di Los
Angeles, un punto di ingresso cruciale per le importazioni, registra un
drastico calo: "Praticamente tutte le spedizioni dalla Cina per i
principali rivenditori sono cessate ", ha dichiarato il direttore
esecutivo Gene Seroka. I fornitori di articoli natalizi come The Gersons
Companies rischiano la catastrofe, con 250 container di decorazioni bloccati.
"Il
tempo stringe, dobbiamo risolvere la situazione al più presto", ha
implorato l'amministratore delegato “Jim Gerson”.
I beni
di prima necessità saranno i primi a subire una contrazione.
Gary
Cohn, ex consigliere economico di Trump, ha avvertito alla CBS che le carenze
dell'era pandemica si ripresenteranno entro la fine di maggio.
"Il ciclo dall'ordine allo scaffale dura
otto settimane", ha affermato.
Torsten
Slok di Apollo Global Management prevede "scaffali vuoti" e una
"crisi del credito" con le aziende che tagliano i costi per
sopravvivere.
Gli
economisti lanciano l'allarme per la recessione imminente.
Gli
economisti stimano ora una probabilità di recessione pari a quella del lancio
di una moneta, causata dal crollo delle importazioni e dall'impennata dei
prezzi.
"I
problemi di offerta potrebbero trasformarsi in un caos creditizio", ha
avvertito Steven Blitz di TS Lombard, citando i rischi di compressione dei
margini e di blocco dei prestiti.
Il Dipartimento del Commercio prevede un calo
trimestrale delle importazioni del 7%, il più netto dal 2020.
La
strategia del presidente Trump ha gettato i mercati globali nel caos.
Le spedizioni dalla Cina agli Stati Uniti sono
crollate del 40% ad aprile, con la compagnia aerea Hapag-Lloyd che ha
cancellato il 30% delle partenze.
Le
tariffe di fatturazione per i container hanno toccato i minimi del 2023.
"Mai
visto un vento macroeconomico così avverso", ha affermato l'analista “John
McCown.”
Alla
ricerca di soluzioni in mezzo alla situazione di stallo diplomatico.
Washington
e Pechino rimangono in una situazione di stallo. La Cina nega di essere in
trattative in corso, mentre la Casa Bianca insiste sul fatto che Pechino debba
"de-escalation". Nel frattempo, le aziende stanno creando nuove
catene di approvvigionamento.
Gli
importatori statunitensi stanno dirottando gli ordini verso Vietnam e Cambogia,
e gli esportatori cinesi si stanno rivolgendo a Brasile e Ghana. “Guillermo
Logistic”s in Ghana, fondata durante la pandemia, ora gestisce spedizioni
annuali per un milione di dollari.
Tornando
al Kansas, Jim Gerson esorta i consumatori americani a fare scorta di prodotti
cinesi prima che la scarsità colpisca.
Gli
esperti concordano: "Qualunque cosa vi serva per la seconda metà
dell'anno, compratela subito", consiglia l'analista di “Bloomberg Judah”
Levine.
Il
crocevia economico dell'America.
Gli
Stati Uniti si trovano a un bivio economico, dove dazi punitivi minacciano di
disgregare le catene di approvvigionamento e alimentare la recessione.
Con i negoziati bloccati e la produzione in
stallo, la "guerra commerciale" di Trump si scontra sempre più con i
suoi costi.
Mentre
le politiche energetiche del presidente Biden mettono già a dura prova le
famiglie, una crisi di scarsità dovuta ai dazi potrebbe rimodellare il
sentiment degli elettori – e gli esiti politici – questo autunno.
"Gli
effetti persistenti potrebbero essere peggiori", ha affermato “Jay Foreman”,
CEO del settore giocattoli, facendo eco all'ansia diffusa nel settore.
Con
l'inflazione alle stelle e le fabbriche che chiudono, la scommessa
dell'amministrazione rischia di lasciare gli americani felici sostenitori dei
dazi oggi, ma economicamente bloccati domani.
(EndoftheAmericanDream.com).
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