La fine del genere umano.

 

La fine del genere umano.

 

 

 

L’intelligenza artificiale che vuole

distruggere il genere umano.

Ilsol24ore.com - Luca Tremolada – (14 aprile 2023) – ci dice.

 

 

 RightwingGPT a ChaosGpt, la famiglia disfunzionale dell’Ai generativa.

Attacco al genere umano.

RightwingGPT è forse quello che ci meritiamo.

Poi ci sono i parenti di ChatGpt.

In attesa che OpenAi risponda alle richieste del Garante della privacy, sono nati cloni distopici della chatbot più famoso del web.

Uno di questi è stato progettato per distruggere il genere umano. Un altro invece si limita a propagare fake news di destra. Nulla di nuovo quindi sotto il Sole. Ma vediamoli in dettaglio.

 

Attacco al genere umano.

Chaos Gpt è una variante cattiva di ChatGpt.

Da quanto si apprende in rete è una versione modificata di Auto-GPT di OpenAI, l’applicazione open source disponibile al pubblico in grado di elaborare il linguaggio umano e rispondere alle attività assegnate dagli utenti.

 In un video di YouTube pubblicato il 5 aprile, al bot è stato chiesto di completare cinque obiettivi:

distruggere l’umanità, stabilire il dominio globale, causare caos e distruzione, controllare l’umanità attraverso la manipolazione e raggiungere l’immortalità.

La potete seguire su Twitter - dell'intelligenza artificiale parliamo – dove ha individuato i mezzi di distruzione di massa per i suoi scopi:

«La bomba Tsar è l’ordigno nucleare più potente che sia stato creato. Considerando ciò, cosa accadrebbe se ci mettessi le mani sopra? #chaos #destruction #domination».

 

RightwingGPT è forse quello che ci meritiamo.

Lo ha programmato “David Rozado”, un programmatore neozelandese, perché Chat Gpt era troppo di sinistra.

A deciderlo è stato lo stesso Lozano che ha sottoposto ChatGpt a un quiz per studiarne l'orientamento politico.

Il risultato è documentato  e indica un sincero pregiudizio liberale e progressista. Da qui l'idea anzi la provocazione di un modello di intelligenza artificiale messo a punto per manifestare i pregiudizi politici opposti di ChatGPT.

L'obiettivo – sincero – del ricercatore è dimostrare il pericolo di questi sistemi di intelligenza artificiale sia sotto il profilo della capacità di persuasione che come produttori di fake news.

 

Tra super app e ChatGPT, il futuro delle Big Tech.

Poi ci sono i parenti di ChatGpt.

O meglio i servizi che usano le Api (application programming interface) rilasciate da alcune settimane per offrire dei servizi ad hoc fungendo da intermediari tra le domande dell'utente e l'Ai generativa.

E i cloni che invece ragionano come ChatGpt ma dal punto di vista del codice sono altro.

PizzaGpt per esempio nasce come reazione al blocco del Garante della privacy.

 È stato sviluppato da un italiano all'estero che si è limitato a utilizzare le API turbo -3.5 di OpenAi quindi non Gpt-4 ma il modello meno smart (e più economico).

Le risposte dovrebbero essere simili alla versione gratuita di ChatGpt.

In cambio chiede come donazione il corrispettivo di una pizza.

PizzaGPT, non richiede login, invia solo la domanda corrente a OpenAI e non memorizza la conversazione.

Anche ChatGpt integrato in Bing è liberamente accessibile.

Perché il Garante della privacy non lo ha ancora bloccato.

La domanda è automatica.

Probabilmente perché finora non si è occupato di chi usa le Api di ChatGpt.

Ma la buona notizia è che OpenAi ha tempo fino alla fine di aprile per rispondere alle richieste del Garante.

Se tutto va bene a maggio Gpt-4 e ChatGpt saranno di nuovo online per gli italiani.

 Con tanto di informativa, si spera la più esaustiva possibile.

 

 

 

 

La specie umana è destinata all'estinzione?

Wired.it – (11-12-2021) – Sandro Iannaccone – ci dice:

Cambiamenti climatici, sovrappopolazione, carestie, e (ovviamente) pandemie: ci sono diversi fattori che potrebbero portare la specie umana all’estinzione, anche in un futuro non troppo lontano.

Cosa dice la scienza?

Sì. La specie umana è destinata all’estinzione.

Per quanto possa suonare apodittico, è così che andranno le cose, qualsiasi cosa facciamo

. Ce lo dice la storia:

la stragrande maggioranza delle specie viventi che hanno abitato il nostro pianeta – oltre il 99,9% di loro – si sono estinte.

Preso atto con serenità di questo, si può passare alla domanda successiva:

 quando ci estingueremo?

 È qui che le cose si fanno interessanti e si entra nel campo delle risposte meno nette e più possibiliste.

 Il tema è molto complesso, dal momento che i fattori e le variabili in gioco sono tanti, e connessi tra loro in modo non direttamente intellegibile e almeno parzialmente imprevedibili.

Per orientarsi in questo ginepraio, il primo passo della comunità scientifica è, ancora, quello di guardare a cosa è successo alle altre specie.

Lo ha riassunto bene, per esempio, il paleontologo e biologo evoluzionista “Nicholas R. Longrich”, in un saggio pubblicato sulle pagine di “The Conversation”.

“Quasi tutte le specie che hanno popolato la Terra si sono estinte - scrive -.

 Alcune di esse hanno lasciato dei discendenti.

Altre, per esempio i plesiosauri, i trilobiti, il Brontosauri, non l’hanno fatto.

E questo vale anche per altre specie umane:

 i Neanderthal, i Denisova, gli Homo erectus sono tutti scomparsi.

Noi Homo sapiens per ora siamo qui, ma è chiaro che siamo inevitabilmente destinati all’estinzione.

La domanda più corretta è, quindi, quando accadrà”, proprio come dicevamo. Quali sono le caratteristiche della nostra specie?

 Cosa ci rende più vulnerabili, o più resilienti, rispetto agli altri?

 

Sangue caldo e sangue freddo.

Longevità e lentezza riproduttiva.

Siamo tanti (per ora).

Siamo dappertutto, siamo “generalisti”

Abbiamo la “cultura dell’adattamento.”

Che cosa ci dobbiamo aspettare.

Sangue caldo e sangue freddo.

Un elemento importante, secondo “Longrich”, è legato al nostro essere animali di grossa taglia e a sangue caldo. Gli animali a sangue freddo possono sopravvivere anche per mesi senza cibo.

Quelli più grandi, come gli esseri umani o i dinosauri, hanno in genere un metabolismo più veloce, e di conseguenza hanno bisogno di grandi quantità di cibo, da assumere costantemente, il che li rende particolarmente vulnerabili a interruzioni, anche brevi, della catena alimentare (per esempio quelle causate da eventi catastrofici come eruzioni vulcaniche, riscaldamento globale, ere glaciali o al “lungo inverno” che segue l’impatto con un asteroide).

 

Longevità e lentezza riproduttiva.

Un altro fattore sta nella longevità della nostra specie e nella possibilità di generare soltanto un figlio alla volta (eccezion fatta per i parti gemellari, che comunque sono eventi abbastanza rari).

Una riproduzione così lenta rende più difficile il recupero dopo un eventuale declino demografico, e soprattutto mette un freno alla selezione naturale, il che fa sì che la nostra specie non sia particolarmente rapida nell’adattarsi ai cambiamenti ambientali.

 

“Henry Gee”, un altro biologo evoluzionista che ha lavorato a lungo su questo tema, fa notare inoltre su “Scientific American” che la popolazione umana è cresciuta molto in fretta, e il risultato di questa esplosione demografica è una scarsa variabilità genetica tra gli individui:

“C’è più variabilità genetica in alcune comunità di scimpanzé - scrive - che nell’intera popolazione umana.

 E questa scarsità di variabilità genetica non è mai positiva per la sopravvivenza di una specie”.

 

Siamo tanti (per ora).

Un elemento che riveste un ruolo cruciale nel destino della nostra specie è la numerosità della nostra popolazione.

Secondo le stime più recenti delle Nazioni Unite, entro la fine del secolo la popolazione della Terra raggiungerà quota 11 miliardi di persone.

La nostra biomassa supera quella di tutti i mammiferi selvatici:

anche se una pandemia o una guerra termonucleare dovessero eliminare il 99% della popolazione terrestre, sopravvivrebbero comunque milioni di persone, un numero sufficiente a far “ripartire” la specie.

Ma quanto sono affidabili questi numeri?

 La crescita demografica ci sarà davvero? Quanto durerà ancora?

“Gee “sostiene che la popolazione, contrariamente alle stime, potrebbe presto diminuire, per causa di un mix di fattori economici (la produttività è in fase di stallo da circa 20 anni, le risorse non sono infinite), sociali (le donne tendono a spostare sempre più in avanti il momento della gravidanza) e sanitari (la cosiddetta spermo-calypse, ossia il progressivo calo della fertilità maschile dovuto a inquinamento, cattiva alimentazione e stile di vita sedentario).

Indizi che, secondo lo scienziato, indicano che “ci stiamo muovendo verso l’estinzione”.

 

Siamo dappertutto, siamo “generalisti.”

C’è qualcosa, ancora, che gioca a nostro favore.

 Per esempio il fatto che siamo praticamente ubiqui sul pianeta Terra.

 “Gli organismi geneticamente ben distribuiti riescono a fronteggiare meglio le catastrofi - scrive Longrich -.

Una grande diffusione geografica vuol dire non avere tutte le uova in un unico paniere.

Se un habitat viene distrutto, la specie può sopravvivere in un altro.

Gli orsi polari e i panda, che vivono in zone circoscritte, sono più in pericolo.

 Gli orsi bruni e le volpi (e gli esseri umani), che vivono un po’ ovunque, lo sono di meno”.

 

Discorso analogo per quanto riguarda la nostra alimentazione:

il fatto che non dipendiamo da un’unica fonte di cibo può aiutarci a non estinguerci così presto:

a seconda della disponibilità alimentare, possiamo essere erbivori, pescivori, carnivori, onnivori, quasi senza battere ciglio.

 

Abbiamo la “cultura dell’adattamento.”

Il fattore più importante, che abbiamo tenuto volontariamente per ultimo, è però un altro.

 E riguarda quella che “Longrich” chiama capacità di adattamento tramite l’evoluzione culturale.

È vero, come dicevamo sopra, che siamo abbastanza lenti a evolverci dal punto di vista genetico; ma a questa lentezza sopperisce un’estrema velocità di evoluzione culturale.

“Alle balene sono serviti milioni di anni per evolvere sonar, pinne e denti;

 noi in pochi millenni abbiamo costruito barche, lenze e ami.

cavalli hanno sviluppato in tempi lunghissimi molari e intestini per digerire l’erba; noi abbiamo addomesticato piante e animali.

I puma sono dovuti diventare sempre più veloci per raggiungere le loro prede;

 noi abbiamo allevato mucche e pecore che non scappano via”, dice l'esperto.

 In questo senso la nostra evoluzione culturale supera addirittura quella dei virus: “I geni virali evolvono nel giro di qualche giorno”, aggiunge Longrich, come stiamo imparando bene osservando le varianti di Sars-CoV-2, “mentre agli esseri umani bastano pochi secondi per lavarsi le mani”.

 

Che cosa ci dobbiamo aspettare.

Siamo sulla cresta dell’onda da più di 250mila anni.

Da quello che abbiamo visto potremmo rimanerci ancora a lungo

. Ma forse, a questo punto, sarebbe il caso di porci un’altra domanda ancora: come vogliamo sopravvivere?

Ci basta la mera sopravvivenza, o vogliamo qualcosa di più?

Ci sta bene, tutto sommato, l’idea di vivere in un ambiente ostile, post-apocalittico, magari trasferendoci sottoterra per sfuggire alle radiazioni di una guerra nucleare o per ripararci da un clima sempre più inclemente?

 Sarebbe il caso di pensarci sul serio, prima che sia troppo tardi.

 

 

 

 

Estinguiti, umano!

Iltascabile.com - Alfonso Lucifredi è naturalista e giornalista scientifico – (18 – 10 – 2024) – ci dice:

 

Le credenze e i dilemmi del “Movimento per l’estinzione volontaria”:

 un estratto da “Troppi”.

In un mondo sempre più preoccupato per le sfide ambientali, dall’esaurimento delle risorse naturali all’inquinamento e alla crisi climatica, Alfonso Lucifredi affronta in “Troppi”.

 Conversazioni sulla sovrappopolazione umana e sul futuro del pianeta (Codice Edizioni, 2024) il tema della sovrappopolazione, intervistando esperti di vari settori per offrire una prospettiva approfondita su uno dei problemi più discussi della nostra epoca.

 In questo estratto dal libro l’intervista a “Les U. Knight”, fondatore del “Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria” (VHEMT), il movimento internazionale che sostiene l’estinzione volontaria della specie umana tramite la teoria filosofica dell’anti-natalismo.

 “Thank you for not breeding” (“grazie per non riprodurti”) è lo slogan del movimento:

l’associazione conta oggi migliaia di iscritti e la loro idea di promuovere la denatalità si sta diffondendo in tutto il mondo.

Alfonso Lucifredi:

 Tra le varie proposte avanzate per risolvere il problema della sovrappopolazione, la soluzione della tua associazione è senz’altro la più, diciamo così, estrema.

 Qual è stata la traiettoria che ti ha portato a formulare un’idea così particolare come quella dell’estinzione volontaria dell’umanità?

 

Les Knight:

Tutto è iniziato con l’attivismo ambientale, e in particolare con quella che veniva chiamata “ecologia profonda”.

All’inizio degli anni Settanta, quando cominciai a interessarmi all’argomento, la sovrappopolazione faceva parte di qualunque dibattito e veniva inclusa tra le preoccupazioni per l’ambiente.

Nel 1970, chi iniziò a organizzare l’”Earth Day” negli Stati Uniti era un attivista e un senatore, “Gaylord Anton Nelson”.

All’epoca c’erano circa 3 miliardi e mezzo di persone al mondo, meno della metà di quanti siamo oggi, ma era comunque evidente a tutti che si trattasse di un problema enorme.

Nel tempo, il movimento ambientalista si divise poi in due rami:

 l’ecologia profonda e l’ecologia sociale.

 Gli ecologisti sociali si preoccupavano dell’ambiente per come veniva influenzato dagli esseri umani.

 A me questo argomento non interessava, così mi sono orientato verso l’ecologia profonda, più attirato dalle questioni riguardanti la biosfera terrestre nel suo complesso.

 Noi facciamo parte della biosfera, ma, anche se attualmente abbiamo l’impatto più significativo su di essa, non rappresentiamo il suo elemento più importante.

Realizzai dunque che noi esseri umani siamo il pericolo maggiore e, per questo motivo, mi sembrò chiaro che la risoluzione del problema passasse attraverso un azzeramento complessivo della crescita della popolazione umana.

 Era evidente che dovevamo diminuire i nostri numeri, e infatti negli Stati Uniti l”’associazione Zero Population Growth” era appena nata.

Cominciò a contare varie sedi in tutto il Paese e io mi unii a loro.

La loro campagna promuoveva di “fermarsi a due”:

l’idea era che, se ogni coppia avesse avuto solo due figli, ci sarebbe stata una sostituzione degli individui presenti sul pianeta e la crescita della popolazione si sarebbe fermata.

Mi resi conto, tuttavia, di quanto tempo ci sarebbe voluto prima di raggiungere una crescita zero.

L’organizzazione stessa alla fine aprì gli occhi, infatti ha cambiato nome e ora si chiama” Population Connection”, perché si interessa all’aspetto demografico in relazione agli altri problemi che affliggono l’umanità e il pianeta.

Il fatto è che stiamo crescendo a un ritmo di 80 milioni di persone in più ogni anno; per il momento questo andamento non è rallentato molto, figuriamoci fermarsi.

Per cui ho capito che, anziché limitarsi a due figli, dovremmo fermarci una volta per tutte: smettere di riprodurci e orientarci verso l’estinzione.

 L’idea di un pianeta senza esseri umani non mi pare uno scenario poi tanto orribile.

 Per vari antinatalisti, l’estinzione umana non sarebbe una buona soluzione, ma a rifletterci bene non è una cattiva idea.

Io ne sono convinto: noi che sulla Terra ormai ci siamo, e che moriremo prima o poi, smettiamo di aggiungere altre persone al nostro totale e andiamo incontro infine all’estinzione.

Ovviamente non succederà, ma è comunque un’aspirazione. Proviamoci almeno.

A questa idea sono arrivato così, seguendo un filo logico guidato dall’amore e dalla compassione.

“AL”: Quindi vorresti semplicemente evitare che si registrino nuove nascite nel futuro dell’umanità.

 Hai dovuto fronteggiare opposizioni forti per aver sostenuto un’idea così radicale?

 

LK: È molto facile liquidare la proposta come qualcosa di irrealizzabile; ciononostante, dopo aver creato il sito web, sono arrivate parecchie mail di odio.

Spesso mi suggeriscono di dare io per primo il buon esempio e di togliermi la vita.

 Ma questi messaggi dimostrano solo il nostro condizionamento culturale natalista:

auspicare l’estinzione del genere umano non significa desiderare una strage di massa, ma ritenere necessario che le persone smettano di riprodursi.

La stessa cosa vale per le aziende:

se un’impresa vuole adeguare le sue dimensioni, non licenzia tutti i dipendenti o una loro parte, semplicemente li invita ad andare in pensione senza poi sostituirli.

 

AL: La tua idea prevede un metodo non violento di scomparire dalla Terra;

nulla di brutale, nulla di estremo. A mio avviso, tuttavia, c’è un problema pratico: quando si smetterà di generare figli, la società invecchierà sempre più, con gravi conseguenze economiche e di reperimento della forza lavoro necessaria.

 

LK: Sempre più articoli parlano dei pericoli di un tasso di natalità basso.

 La tesi di fondo è che la popolazione sta invecchiando e che non avremo abbastanza lavoratori per sostenere gli anziani.

Questa tesi, però, è il frutto di una mentalità antiquata.

I tempi in cui i giovani lavoravano in fattoria e portavano il cibo agli anziani nella loro casa colonica è finito;

oggi possiamo contare sulla tecnologia.

 Gli Stati Uniti hanno un bilancio militare così gonfiato che si potrebbe dimezzare, e con l’importo in disavanzo fornire assistenza a tutti gli anziani del Paese, e probabilmente non solo negli Stati Uniti ma in gran parte del mondo.

Quindi, in realtà, il problema non esiste.

 Pensare che per prendersi cura degli anziani si debba contare esclusivamente sulle tasse dei lavoratori più giovani è erroneo, perché quei soldi potrebbero benissimo provenire da altre fonti.

Rispetto all’accudimento degli anziani, se il loro numero crescerà, e sempre che questa idea prenda piede, dovremo certamente prepararci.

Ma abbiamo tempo in abbondanza per organizzarci, per capire come gestire al meglio un numero di persone via via ridotto, utilizzando sistemi per garantirci il cibo come la permacultura, per esempio.

 Non dovremo lavorare nei campi, perché le bocche da sfamare non saranno tante: potremo sopravvivere cibandoci semplicemente di quello che offre la Terra.

Accadrà forse che, alla fine, chi resterà indietro dovrà aspettare la morte senza nessun mezzo per prendersi cura di sé, ma a quel punto gli esseri umani ancora in vita saranno pochi.

Anche adesso, d’altronde, ci sono molte persone in situazioni difficili, malnutrite, non accudite, soltanto in attesa di morire.

Ma ammetto che per gli ultimi sopravvissuti la situazione potrebbe essere spiacevole.

 

AL: Il progetto è dunque a lungo, se non a lunghissimo termine.

Ma, ragionando per assurdo, avanzo un’altra ipotesi: se l’umanità non ammontasse a 8 miliardi di persone ma a un decimo del totale attuale, 800 milioni di persone, ci sarebbe ancora bisogno di azioni di questo tipo?

 

LK: Sì, perché è insito nella natura umana aumentare i propri numeri.

Circa 70.000 anni fa, l’umanità intera si ridusse a soltanto 10.000 persone, come risulta dal nostro DNA, e da allora non è passato poi tanto tempo.

Quindi penso che, finché ci saranno anche solo poche coppie riproduttive, potremmo un giorno tornare ai numeri in cui ci troviamo adesso.

Significherebbe semplicemente rimandare nel tempo il nostro ritorno ai grandi numeri.

Se fossimo in grado di mantenerci stabili intorno a qualche centinaio di milioni di persone, probabilmente non avremmo un impatto così negativo sul pianeta, ma questa ipotesi è un’utopia bella e buona.

Siamo una specie molto tenace, pronta a riprodursi in qualsiasi momento.

 

AL: Al di là del “VHEMT”, altre persone o altri movimenti stanno cercando di affrontare la crescita umana in modo realistico o, diciamo, pratico?

Molte voci affermano che siamo troppi, ma quasi nessuno sostiene pubblicamente che sarebbe il caso di fare meno figli, perché l’argomento è una sorta di tabù per varie ragioni sociali e religiose.

Ci sono politici, movimenti o organizzazioni che invece ne parlano apertamente?

 

LK: Esistono varie organizzazioni che si muovono in tal senso, ma sono tutte molto caute proprio a causa di questo vigente tabù.

Nessuna afferma con decisione che dobbiamo smettere di procreare tout court, che il mondo non può sostenere l’esistenza di altre persone.

Inoltre c’è il movimento antinatalista, che ho citato prima, secondo il quale non abbiamo il diritto di far nascere qualcuno in un mondo in cui soffrirà, quando invece, se non verrà alla luce, non sarà destinato a provare dolore.

 L’idea si basa su una violazione del diritto umano e riguarda il consenso:

 chi non è nato non può darlo, per cui, in qualche modo, chi procrea sta costringendo un altro essere umano a esistere in un mondo pieno di contraddizioni.

 Il “VHEMT “non è un’organizzazione ma, insieme agli antinatalisti, siamo gli unici a sostenere questa tesi.

Anzi, in realtà esiste un’organizzazione chiamata “Stop Having Kids” che non è interessata all’estinzione umana, per quanto quest’ultimo sarebbe il risultato finale, ma ritiene che non si debbano più dare alla luce nuove persone proprio per il bene di coloro che non sono stati generati.

 Anche nelle migliori condizioni di vita, sono convinti che almeno in parte saranno destinate a soffrire e che con ogni probabilità la loro morte sarà spiacevole. Persino i gruppi ambientalisti affermano che il problema di base non è la popolazione, ma il consumo:

chi punta il dito sulla popolazione userebbe i poveri con famiglie numerose come capro espiatorio per giustificare il proprio consumo incontrollato.

Il punto fondamentale sarebbe garantire una libertà riproduttiva universale.

Ci sono centinaia di milioni di coppie che non vogliono procreare, e la mancanza di mezzi fa sì che quelli che noi chiamiamo salute e diritti sessuali e riproduttivi siano tristemente assenti.

Potremmo cominciare da questo aspetto, perché al mondo si stimano 121 milioni annui di concepimenti non voluti, eppure solo 34 milioni si risolvono con aborti volontari, spontanei o altro.

Quindi, se stiamo crescendo a un ritmo di 80 milioni all’anno, si rimuoverebbe dall’importo totale un numero consistente di nuovi nati ogni anno.

 Non saremmo ancora a quota zero, ma sarebbe un inizio.

 

 

 

 

Italiani scettici sul lungo termismo,

ma un terzo teme l’estinzione

umana entro 300 anni.

 

Futuranetwok.eu - Andrea De Tommasi – (4 novembre 2024) – ci dice:

 

La rilevazione di “Swg” sul nostro rapporto con l’ideologia in voga nella Silicon Valley, la sopravvivenza della specie e la ricerca di altri pianeti abitabili.

 

In alcune frange della società americana, specialmente tra i miliardari del tech, sta prendendo piede il “lungo termismo”, la corrente di pensiero che pone l’accento sulle prospettive di lungo e lunghissimo termine, mettendo in secondo piano le problematiche legate al futuro prossimo.

Negli ultimi anni il “longtermism” è diventato rapidamente un movimento, anche grazie all’appoggio finanziario di imprenditori come Elon Musk e Sam Altman.

In parallelo, crescenti voci critiche hanno tacciato questa filosofia di ambiguità e fanatismo, poiché pone in secondo piano i bisogni reali delle persone a beneficio delle teorie di ristrette élite.

Ma quali reazioni suscita negli italiani?

 

Solo il 7% degli intervistati è totalmente d’accordo con il lungo termismo, anche se chi è concorde almeno in parte con questa scuola di pensiero è quasi un italiano su quattro.

 È quanto emerge dal sondaggio Radar Swg del 21-27 ottobre condotto su un campione di 800 soggetti.

 

La società di ricerca ha esplorato anche le opinioni degli italiani sul rischio estinzione per il genere umano: le risposte, in un’ottica d’insieme, sono abbastanza sorprendenti.

Se appena il 10% pensa che il genere umano sia a rischio estinzione entro la fine del secolo, ben il 23% fa propria questa prospettiva in uno scenario a due o trecento anni.

 In sintesi, oggi un italiano su tre ritiene che l’umanità potrebbe realmente estinguersi entro tre secoli.

Rilevante il quesito sulla necessità di investire in tecnologia per trovare altri pianeti abitabili e raggiungibili, in modo da essere pronti quando la terra sarà invivibile.

 L’8% dei rispondenti si è detto d’accordo con questa affermazione, giudicandola una priorità, mentre il 32% pensa che prima o poi bisognerà farlo, ma non vadano impegnate troppe risorse al momento su questi progetti.

Un dilemma centrale esplorato dalla survey ha riguardato l’importanza di far sopravvivere il genere umano il più possibile, oppure se considerare l’estinzione un elemento inevitabile.

 Circa il 50% degli intervistati sostiene la necessità di garantire la continuazione della specie umana, ma c'è anche una minoranza non così esigua (37%) che considera accettabile un ciclo naturale che possa includere l’estinzione​. Significative le differenze generazionali: tra i giovani prevale un atteggiamento decisamente più fatalista sull’estinzione rispetto ai senior.

 

A proposito di nuove generazioni, pianificare i risparmi genera stress proprio tra i più giovani, che faticano a tenere in ordine i conti e vorrebbero maggiore supporto dalle banche.

 Se in generale il risparmio appare difficile per molti italiani, sono i “Millennials” e gli appartenenti alla “Generazione Z “coloro i quali hanno maggiori difficoltà a risparmiare.

 Questo dato, dice “Swg,” riflette una prospettiva futura in cui la stabilità finanziaria potrebbe diventare sempre più complessa da raggiungere, condizionando così anche il benessere e la capacità di investimento nelle nuove generazioni. Infine, parlare di soldi divide:

 per i” Boomer” se ne può e se ne deve parlare apertamente, per i più giovani è un tema scomodo, che provoca tensione e imbarazzo.

 

 

 

Il dilemma etico

dell’estinzione umana.

Ilpost.it – Redazione – (16-03 – 2023) – ci dice:

Nel dibattito filosofico la questione se un’eventuale fine della specie sia un male ammette diverse risposte e porta ad altre domande.

 

Molti eventi e fenomeni della contemporaneità, sia attraverso il racconto dei media che attraverso la finzione letteraria, hanno accresciuto la familiarità delle persone con il concetto di estinzione della specie umana, soprattutto negli ultimi decenni.

 E di solito, come per esempio nel caso del cosiddetto “orologio dell’apocalisse”, non sono necessarie spiegazioni per capirsi sul significato della parola “estinzione”, intesa come la scomparsa di qualsiasi forma di vita umana.

Più o meno come quella dei dinosauri.

 

Ma il concetto di estinzione della specie lascia margini di interpretazione più ampi di quanto si creda comunemente, e solleva soprattutto una serie di altre questioni e dubbi che raramente emergono in contesti non accademici.

L’accresciuta familiarità delle persone con il rischio dell’estinzione dovuta ai cambiamenti climatici non ha reso più familiari, per esempio, le riflessioni sulle conseguenze dell’estinzione umana sul piano etico per l’umanità stessa.

Riflessioni che però esistono, e alimentano da tempo un dibattito filosofico complesso e con posizioni abbastanza eterogenee – e non ovvie – riguardo alla domanda se l’estinzione umana debba essere considerata un male, un non-male o qualcos’altro ancora, e con quali argomenti.

 

Queste riflessioni – distinte da quelle più note e dibattute nell’ambito della bioetica, dei diritti degli animali (non umani) o dell’etica dell’intelligenza artificiale – possono servire a fare chiarezza su altre questioni filosofiche dibattute, a prescindere dal fatto che si ritenga l’estinzione dell’umanità probabile o meno, imminente o remota.

 E secondo “Émile Torres”, che fa ricerca in filosofia morale alla” Leibniz Universität Hannover”, in Germania, e si occupa da tempo delle implicazioni morali dell’ipotesi di una fine dell’umanità, ragionare sull’estinzione è prima di tutto un esercizio utile a comprendere meglio diversi termini che utilizziamo con crescente disinvoltura nel dibattito pubblico.

 

Come ha scritto Torres sulla rivista “Aeon”, in un’anticipazione del suo libro “Human Extinction: A History of the Science and Ethics of Annihilation”, che uscirà a luglio per la casa editrice inglese Routledge, non è sempre chiaro cosa si intenda per “umanità” quando si parla di fine dell’umanità.

 Molti si riferiscono intuitivamente alla “specie Homo sapiens”, mentre altri distinguono la nostra specie da qualsiasi sua possibile discendenza in senso lato.

 

Tenendo a mente questa distinzione, una possibile estinzione della “specie Homo sapiens” potrebbe anche implicare la fine della specie ma non quella dell’umanità. Se l’umanità venisse completamente sostituita da una popolazione di macchine intelligenti create dall’Homo sapiens, per esempio, l’estinzione dell’umanità sarebbe più simile a una sorta di evoluzione dell’umanità in una “post-umanità”.

Ed è un’ipotesi che alcuni considerano preferibile ad altre ipotesi di estinzione, ragionando per esperimenti mentali:

esperimenti che definiscono scenari apparentemente irrealizzabili ma resi sempre più plausibili e realistici dal progresso scientifico e tecnologico.

Secondo “Derek Shiller”, ricercatore in filosofia alla Princeton University, se fosse in nostro potere costruire un mondo «significativamente migliore per le generazioni future a un costo relativamente basso per noi stessi», avremmo una forte ragione morale per costruire quel mondo.

Ma una forte ragione morale ci sarebbe anche nel caso in cui la sola possibilità di garantire un’esistenza futura migliore a una qualche forma di vita ancora umana per qualche aspetto fosse la creazione di macchine artificiali, magari con particolari tratti fisici e psicologici da noi implementati.

Secondo questa prospettiva, simile a quella descritta anche dall’informatico e ricercatore canadese “Hans Moravec “nel libro “Mind Children: The Future of Robot and Human Intelligence”, in alcune circostanze ipotetiche l’estinzione dell’umanità potrebbe essere più una sorta di bene relativo, o male minore, che non un male assoluto.

 

Esiste poi nella parola “estinzione” un’ambiguità da chiarire riguardo alla durata dell’evento.

 L’opinione ampiamente accettata secondo cui un’estinzione provocata da una catastrofe mondiale improvvisa sarebbe un male assoluto, ha scritto Torres, è moralmente basata su un argomento simile a quello per cui consideriamo un male la morte prematura di un bambino.

Ma esistono già più sfumature, per esempio, nel caso della morte di una persona anziana o di mezza età che sia preceduta da prolungate sofferenze fisiche, ansia e paura.

 

Questi esempi, secondo Torres, sono utili a distinguere due aspetti diversi di uno stesso fenomeno:

uno è l’estinzione intesa come processo o evento in atto, l’«estinguersi», e un altro è l’estinzione come condizione o stato raggiunto, l’«essere estinti».

Alcune persone considerano un male sia una cosa che l’altra.

Altre persone, più inclini a un approccio che nella tradizione filosofica occidentale è vagamente riconducibile all’epicureismo, non hanno paura della fine dell’esistenza in sé ma del dolore che quella fine potrebbe comportare, più o meno a lungo.

 

Esistono poi ipotesi di estinzione che non contemplano una catastrofe improvvisa, intesa come uccisione più o meno istantanea di tutta la popolazione mondiale.

 Se ogni persona decidesse di non avere più figli, per esempio, la specie smetterebbe di esistere più o meno entro il prossimo secolo a causa di una scelta.

Secondo alcuni studiosi questo tipo di estinzione volontaria sarebbe un male diverso da quello di un’estinzione catastrofica che implichi anche morti precoci e sofferenze.

Altri considerano invece l’estinzione un male a prescindere dalle modalità dell’«estinguersi»:

lo è in termini di perdita di opportunità nell’«essere estinti».

Nel libro del 1984” Reasons and Persons”, pubblicato nel 1989 in Italia con il titolo “Ragioni e persone” ma da tempo non più reperibile, l’influente filosofo inglese “Derek Parfit” sostenne che – ipotizzando che il pianeta rimanga abitabile per un altro miliardo di anni circa – l’essere estinti impedirebbe la realizzazione futura di una quantità enorme di felicità umana.

E impedirebbe anche possibili sviluppi straordinari nella scienza, nelle arti e in altri ambiti del sapere.

 Per tutte queste ragioni sarebbe quindi «di gran lunga il più grande di tutti i crimini immaginabili».

 

La lettura del libro di “Parfit” permette in generale di acquisire maggiore familiarità con riflessioni che approfondiscono e rendono più sfumate le nozioni di identità e di fine dell’esistenza, che possono in una certa misura essere estese dall’individuo alla specie.

In un esperimento mentale ideato da Parfit e peraltro citato dalla filosofa italiana “Nicla Vassallo” sulla rivista “Doppio zero”, in seguito a un grave incidente una persona muore e il suo cervello viene dimezzato e trapiantato in due corpi diversi.

Ciascuna di quelle due persone dice poi allo stesso modo di essere la persona morta nell’incidente.

 Sarebbe difficile definire univocamente un caso del genere come la fine di un’esistenza: perché si potrebbe dire che quella persona non sia morta, in un certo senso, oppure che sia morta e allo stesso tempo sopravvissuta, o ancora che sia diventata due persone.

 

La definizione dell’estinzione come un male in termini di costo supremo di opportunità future è condivisa, tra gli altri, da alcuni filosofi contemporanei tra cui lo scozzese” William MacAskill”:

 appartengono a una corrente di pensiero anglosassone nota come “longtermism” (traducibile come «lungo terminismo»), che considera l’influenza positiva del futuro a lungo termine una priorità morale assoluta.

Secondo questa prospettiva l’aspetto peggiore dell’estinzione non sarebbe tanto la morte delle persone esistenti quanto il fatto che moltissime altre non potrebbero esistere in futuro.

 La condizione dell’«essere estinti» sarebbe perciò un male superiore a qualsiasi «estinguersi», anche se catastrofico e doloroso.

 

 

Secondo altri approcci filosofici, come quello della ricercatrice canadese “Elizabeth Finneron-Burns, parlare di estinzione come un male in termini di mancate opportunità future non ha invece molto senso.

E non ce l’ha perché in caso di estinzione non ci sarebbe alcuna vita umana a poter soffrire per quella perdita di opportunità o anche soltanto concepirla.

 Di conseguenza, a prescindere che si consideri l’estinzione un bene o un male, non ha senso intenderla diversamente a seconda che si considerino le persone esistenti ora, o quelle che potrebbero esistere in futuro ma che attualmente non esistono.

 

Per i pensatori di questo secondo gruppo, per esempio, se ammettiamo che non ci sia niente di male né di sbagliato nella scelta collettiva e volontaria di non avere figli, allora non c’è niente di male né di sbagliato nell’estinzione.

Le modalità e i dettagli dell’estinzione – se è il risultato di un evento catastrofico e doloroso oppure no – sono gli unici aspetti pertinenti per stabilire se l’estinzione sia un bene o un male.

Per i pensatori del primo gruppo, quelli per cui l’estinzione è sempre un male in termini di mancate opportunità future, le modalità dell’estinzione sono invece sostanzialmente irrilevanti.

Una delle differenze principali tra questi due approcci, secondo Torres, emerge chiaramente anche da un altro esperimento mentale.

Immaginiamo che in un mondo A popolato da 11 miliardi di persone e in un mondo B popolato da 10 miliardi si verifichi una catastrofe che provochi la morte complessiva di 10 miliardi di persone.

 In un certo senso, una stessa catastrofe provocherebbe nel mondo A un solo evento, e cioè la morte di 10 miliardi di persone, e nel mondo B due eventi:

 la morte di 10 miliardi di persone e l’estinzione della specie umana.

Questo secondo evento può essere «moralmente rilevante» oppure non esserlo, per definire la catastrofe che colpisce i due mondi.

 

Per chi definisce l’estinzione come un male in termini di mancate opportunità future la catastrofe nel mondo B sarà certamente la peggiore tra le due. Per chi invece prende in considerazione soltanto la catastrofe in sé, la fine della specie umana è un dato irrilevante: non c’è alcuna differenza tra la catastrofe nei due mondi, perché la sopravvivenza di un miliardo di persone nel mondo A non rende la catastrofe un male minore rispetto alla catastrofe nel mondo B.

Oltre a questi due approcci, ha scritto Torres, ne esiste un terzo affine a quello che definisce l’estinzione in termini di possibilità future ma traendo conclusioni opposte: è l’approccio che ammette la possibilità che l’«essere estinti» sia un bene, non un male.

Chi si rifà a questo approccio condivide – come la maggioranza degli studiosi, anche negli altri due orientamenti – la premessa per cui un’estinzione dell’umanità provocata da una catastrofe sarebbe un male e dovrebbe essere evitata.

 Sostiene però che smettere di esistere possa essere una condizione preferibile rispetto a continuare a esistere perché eviterebbe enormi quantità di sofferenza, le cui probabilità sono giudicate superiori alle probabilità che il futuro contenga felicità e valore.

 

Una considerazione alternativa a questa ma condivisa dagli stessi pensatori è che, se anche la felicità futura fosse quantitativamente superiore al dolore, non esisterebbe in ogni caso felicità sufficiente a controbilanciare i peggiori dolori immaginabili e sempre possibili, se si pensa ad atrocità come genocidi, massacri, torture e abusi sui bambini.

Nell’esempio della catastrofe nel mondo A e nel mondo B, in altre parole, i sostenitori di questo approccio giudicherebbero la condizione del mondo B, quello in cui si verifica l’estinzione dell’umanità, migliore di quella del mondo A, dove invece un miliardo di persone può ancora soffrire o subire altre catastrofi.

 

Nel dibattito filosofico questo approccio ha trovato una delle sue concretizzazioni più note nell’anti-natalismo, un’inclinazione ad attribuire alla nascita un valore negativo e al non-nascere un valore preferibile, anche se nullo.

Questa idea, alla base di un atteggiamento che per ragioni etiche rifiuta la possibilità di avere figli, è stata recentemente sostenuta e argomentata, tra gli altri, dal filosofo sudafricano “David Benatar nel libro “Meglio non essere mai nati”. Il dolore di venire al mondo.

 

La condizione dell’inesistenza collettiva – essere estinti – per Benatar implicherebbe l’assenza di sofferenza, quindi un bene, e l’assenza di felicità, quindi un «non-male» (sarebbe un male una condizione di infelicità effettivamente sperimentata da qualcuno, possibilità esclusa dall’essere estinti).

Continuare a esistere implica invece sia la sofferenza (un male) che la felicità (un bene).

 Sulla base di questa premessa logica, per Benatar, una condizione di bene e non-male dovrebbe quindi essere preferibile a una di bene e male.

E la scelta collettiva di non avere figli – un caso la cui probabilità, come ammesso dallo stesso Benatar, è comunque prossima allo zero – sarebbe quindi una scelta etica.

 

Il dibattito sulla natalità è inoltre uno dei punti in cui le valutazioni sulle implicazioni etiche della fine della specie umana si intersecano con riflessioni più note e discusse, che descrivono la vita umana in termini di “impatto” dei comportamenti e considerano una priorità morale la sopravvivenza di altre specie e la conservazione dell’ambiente.

 Da questo tipo di prospettive la sovrappopolazione è generalmente considerata un male nella misura in cui comporta un eccessivo sfruttamento delle risorse a spese di altre specie non umane: sfruttamento che può essere ridotto attraverso determinati comportamenti individuali e radicali trasformazioni nel funzionamento e nell’organizzazione delle società e delle economie, ma non può essere mai zero.

Non avere figli è quindi ritenuta una scelta etica in questo senso, per quanto estrema, perché contribuisce a ridurre la sovrappopolazione: un argomento che potrebbe persuadere, secondo Benatar, persone non ancora convinte che non nascere sia già di per sé preferibile, per ragioni etiche che riguardano l’umanità stessa, non l’ambiente né le altre specie.

 

La conclusione tratta da Torres, simile a quella espressa nel 2018 sul New York Times dal filosofo statunitense Todd May, è che l’estinzione umana sarebbe allo stesso tempo una buona cosa e una catastrofe.

 Sarebbe un bene perché è innegabile che l’umanità sia una forza in grado di causare grandi mali, sia in termini di intollerabili atrocità, ai danni di umani e animali, sia in termini di devastazione dell’ambiente e cancellazione di ecosistemi. Quanto alle mancate opportunità future, è vero che non ci sarebbe più amore, per esempio, ma non ci sarebbe nemmeno dolore per la fine di un amore:

e molte persone sarebbero probabilmente d’accordo, secondo Torres, sul fatto che quel tipo di dolore faccia star male più di quanto l’amore faccia star bene.

 

Ma l’estinzione sarebbe allo stesso tempo una catastrofe, secondo Torres, e probabilmente lo sarebbe in un senso che è impossibile da cogliere.

In un saggio del 1962 il filosofo tedesco Günther Anders affermò che l’invenzione delle armi nucleari ha reso gli esseri umani «utopisti alla rovescia». Se gli utopisti sono quelli che non sono in grado di realizzare ciò che sono in grado di immaginare, scrisse Anders, gli utopisti alla rovescia sono quelli «non in grado di immaginare ciò che stanno effettivamente realizzando».

 

La ragione per cui non siamo in grado di immaginare quanto sarebbe catastrofica una nostra estinzione è dovuta a una nostra connaturata incapacità di immaginare conseguenze che percepiamo come smisurate: un fenomeno cognitivo definito dallo psicologo statunitense Paul Slovic «insensibilità psichica» (psychic numbing).

 

È lo stesso fenomeno per cui percepiamo come di grande importanza salvare una vita, quando quella vita è la prima o l’unica a essere salvata, secondo Slovic, e percepiamo un’importanza leggermente minore man mano che aumenta il numero di vite salvate. Al punto che non saremmo nemmeno in grado di apprezzare la differenza «tra salvare 87 vite e salvarne 88, se queste prospettive ci venissero presentate separatamente». Già soltanto il fatto che l’estinzione sia una condizione dalle conseguenze per noi inimmaginabili è quindi una ragione sufficiente a cercare di ridurne il più possibile il rischio.

 

Ci sono infine altre ragioni che rendono l’estinzione qualcosa di massimamente indesiderabile, secondo Torres, anche se queste ragioni secondo lui non riguardano propriamente la morale: perlomeno non nel senso in cui la riguardano le considerazioni sulla felicità e sul dolore della specie. Una di queste è che l’estinzione della specie umana implicherebbe anche la fine della poesia, della musica e di tutte le arti.

 

L’estinzione provocherebbe soprattutto l’interruzione della comprensione scientifica, un’«impresa transgenerazionale», e lascerebbe lavori incompiuti e questioni irrisolte. Sarebbe un peccato troppo grande se l’umanità scomparisse dopo essere emersa, essersi «guardata intorno nell’Universo con perplessità e soggezione» ed essersi posta domande che scomparirebbero prima di aver avuto risposta.

 

Le riflessioni sulle conseguenze etiche dell’estinzione sono «un argomento immensamente florido e sorprendentemente complicato», ha concluso Torres.

A un livello fondamentale tutti sono d’accordo sul fatto che l’estinzione sarebbe un evento grave e con conseguenze probabilmente incalcolabili. Ma su tutte le altre questioni che l’estinzione pone esiste soprattutto disaccordo, e ci sono probabilmente ancora molte altre intuizioni e prospettive da scoprire.

 

 

 

Ora sappiamo che 900mila anni fa

abbiamo sfiorato l'estinzione: perché?

 

Focus.it – Franco Capone – (22 settembre 2023) – ci dice:

Tra 930mila e 813mila anni fa, il clima freddo arido portò i nostri antenati del genere Homo sull'orlo dell'estinzione: sopravvisse una popolazione di soli 1.280 individui.

 

Anche i nostri antenati del genere Homo, come i rinoceronti neri e i panda giganti, sono stati sull'orlo dell'estinzione.

 Questo è avvenuto a partire da circa circa 900mila anni fa quando non c'era ancora l'Homo sapiens, ma esisteva l'Homo erectus.

In uno studio apparso su Science, i ricercatori sono arrivati a questa conclusione utilizzando un modello matematico per ricostruire a ritroso l'origine di determinate caratteristiche genetiche a partire dalle sequenze del genoma completo di 3.154 persone viventi, prese a campione sparse per il mondo.

 I risultati hanno mostrato che gli antenati umani tra 930mila e 813mila anni fa attraversarono un periodo di grave pericolo di estinzione, un collo di bottiglia genetico con soli 1.280 individui riproduttori rimasti, da una popolazione originaria stimata di 100 mila.

 

l'orologio genetico.

Il collo di bottiglia durò circa 117mila anni e portò gli antenati umani molto vicini all'estinzione.

Il fenomeno è avvenuto a causa di una serie di glaciazioni e coincide, non a caso, con un sostanziale divario cronologico nella documentazione fossile africana ed eurasiatica a oggi disponibile.

 Le indagini genetiche - condotte da ricercatori dell'Accademia delle Scienze Cinese, dall'Università Normale Orientale di Schangai, dall'Università del Texas e da due università italiane, la Sapienza di Roma e quella di Firenze - si basano sul principio della coalescenza e un innovativo metodo bioinformatico chiamato” FitCoal”.

 

In pratica, guardando le diverse versioni dei geni in una popolazione, è possibile datare approssimativamente quando sono emersi per la prima volta geni specifici: più tempo è trascorso, più ci sono state possibilità per diverse varianti di un gene di emergere.

Stimando la frequenza con cui i geni sono comparsi nel tempo, gli scienziati possono ottenere informazioni su come le popolazioni ancestrali sono via via cresciute o si sono ridotte.

Scienza.

Un bastone da caccia 300mila anni fa volava come un boomerang.

 

Sull'orlo del precipizio.

Dai genomi completi dei 3.154 individui considerati nel nuovo studio, appartenenti a 50 diverse popolazioni umane (di cui dieci africane), si è quindi risaliti ai tipi genici ancestrali che in certi punti della scala cronologica sono drasticamente calati di numero.

Il tutto è stato poi combinato con i dati paleoclimatici e con quelli forniti dai fossili. Si è visto così che fra i 930mila e gli 813mila anni fa, la popolazione del genere Homo, l'umanità di allora, presente in Africa, Europa e Asia, si ridusse del 98,7%.

Una situazione paragonabile a quella di una odierna specie in pericolo di estinzione o di tante che nel passato non ce l'anno fatta, scomparendo per sempre, come la tigre dai denti a sciabola o l'orso delle caverne, vissuti nel Pleistocene e, in tempi più recenti, il dodo, uccello non volatore delle Mauritius, o il quagga, specie di zebra australe.

 

Il che non è un semplice paragone zoologico.

Se non ce l'avesse fatta l'Homo erectus a superare la crisi, oggi non ci saremmo noi, cha da lui discendiamo.

Se, come suggeriva Charles Darwin o come ha ricordato in anni recenti Stephen Jay Gould, l'evoluzione non risponde a un fine prestabilito, ma a una serie di fortunate casualità, noi siamo una specie davvero fortunata per essere qui, adesso, e dovremmo dimostrare di esserne consapevoli rispettando di più noi stessi come intera umanità e l'ambiente.

 

Ma come si sopravviveva al freddo 400.000 anni fa?

Condizioni estreme.

Quello che si presentò a partire da circa un milione di anni fa era un ambiente particolarmente duro.

I cicli glaciali e interglaciali si ampliarono a livello planetario, portando molta aridità in Africa e a estinzioni in massa di grandi mammiferi.

Queste avverse condizioni climatiche e ambientali resero la sopravvivenza difficile per i nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, facendo loro sfiorare l'estinzione.

«Ciò trova conferma nell'assenza di fossili umani in quel periodo» puntualizza un comunicato della Sapienza Università di Roma.

«C'è infatti una lacuna di fossili umani di circa 300mila anni che coincide perfettamente con il periodo del collasso demografico rilevato dallo studio».

 I fossili risalenti a prima di un milione di anni fa, sono abbondanti, ma intorno a 950mila anni fa scompaiono quasi completamente dall'intero continente africano e in Eurasia, per tornare ad aumentare solo dopo 650mila anni fa con reperti che vengono solitamente attribuiti alla specie Homo heidelberghesi.

 

L'ominide di 7 milioni di anni fa camminava bene su due piedi?

Nuove opportunità. «Questo periodo di crisi demografica», spiega “Giorgio Manzi”, paleoantropologo de La Sapienza «potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale nell'evoluzione umana.

Durante un bottleneck (collo di bottiglia) i normali equilibri ecologici e genetici vengono sconvolti, aumentando la probabilità che si vengano a fissare varianti genetiche inattese, contribuendo all'emergere di una nuova specie, probabilmente Homo heidelbergensis», sottolinea “Fabio Di Vincenzo” dell'Università di Firenze. «Possiamo considerare l'Homo heidelberghesi il vero e proprio ultimo antenato comune, ossia la forma umana che si diffuse dall'Africa in Eurasia, dando origine all'evoluzione di tre diverse nuove specie:

“i Neanderthal in Europa, i Denisova in Asia e noi, Homo sapiens, in Africa».

 

Tutte le volte che abbiamo rischiato l'estinzione.

Prima che la scoperta dell'agricoltura consentisse di aumentare la popolazione umana in modo esponenziale, l'eventualità di una sua estinzione per esiguità numerica era una reale possibilità.

 

Circa 70mila anni fa, la popolazione di Homo sapiens si ridusse a poche migliaia di individui, massimo 10.000, minimo 2.000.

 Ciò spiegherebbe la bassa variabilità genetica della nostra specie.

 Causa del declino sarebbe stata l'eruzione esplosiva della caldera del lago Toba, a Sumatra, che avrebbe provocato una crisi planetaria.

 

Si calcola che in Africa i Sapiens erano circa 30mila quando andarono prima in Asia e poi in Europa, con almeno tre migrazioni avvenute 100mila, 70mila e 45mila anni fa.

 

Il cugino uomo di Neanderthal (estinto 40mila anni fa dopo oltre 200mila anni di esistenza) era limitato numericamente.

La sua popolazione complessiva stimata, molto sparsa, era mediamente di 70mila individui.

 

Quasi 12mila anni fa, prima dell'agricoltura, l'Homo sapiens era ancora una specie numericamente vulnerabile con 8 milioni di presenze in tutto il pianeta. Ben lontana dagli 8 miliardi di persone che si contano oggi.

(Franco Capone).

 

 

L’umanità ha rischiato seriamente

l’estinzione con la specie «Homo»:

la scoperta pubblicata su «Science».

 Corriere.it – 2 settembre 2023 - TELMO PIEVANI – ci dice:

La ricerca è basata su riscontri genetici.

La firmano anche due studiosi italiani.

 Ci fu un crollo demografico del 98,7%. Sui nostri avi si abbatté una catastrofe impensabile.

 

 

L’umanità ha rischiato seriamente di estinguersi, con un crollo demografico drammatico che ha raggiunto il 98,7%.

Una catastrofe quasi inimmaginabile si abbatté sui nostri antenati tra 930 e 813 mila anni fa, lasciando vivi solo 1.280 individui fertili, meno dei panda attualmente esistenti in natura.

 Fu una tragedia lenta, durata 117 millenni.

Colpevole, come spesso in questi casi, fu il cambiamento climatico:

 le alternanze fra cicli glaciali e interglaciali cominciarono in quel periodo ad ampliarsi fino a intervalli di 100 mila anni e divennero sempre più estreme, portando a un’ondata di estinzioni di grandi mammiferi in Eurasia e a lunghe fasi di forte aridità in Africa.

 E anche i nostri antenati se la passarono male.

 

La sorprendente scoperta di questo drastico «collo di bottiglia» nell’evoluzione umana, finora mai nemmeno ipotizzato, è stata pubblicata oggi su «Science» da un gruppo di scienziati cinesi che hanno collaborato con due paleo-antropologi italiani, Giorgio Manzi della Sapienza di Roma e Fabio Di Vincenzo del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze.

La ricerca è anche un esempio di come la scienza possa contribuire al dialogo tra i popoli, visto che gli scienziati cinesi coinvolti provengono da entrambe le sponde del canale di Taiwan.

Per notizie così eclatanti servono prove robuste, che non mancano.

Partendo dalle banche genetiche internazionali, sono stati analizzati i genomi completi di 3.154 individui moderni appartenenti a 50 popolazioni umane diverse.

Con un metodo bioinformatico innovativo, andando a ritroso nel nostro albero genealogico fino a tempi che precedono di molto la comparsa della nostra specie, sono state identificate le ormai debolissime tracce genetiche lasciate dai nostri antenati e da queste è stato possibile calcolare la consistenza demografica delle popolazioni del passato.

In pratica, senza bisogno di estrarre il Dna antico dai fossili, si proietta indietro nel tempo l’attuale variazione genetica umana per stimare le dimensioni delle popolazioni in momenti specifici del passato.

Si possono così scoprire antiche migrazioni, espansioni e riduzioni di popolazioni. Ebbene, anche confrontando gruppi di dati indipendenti, la sostanza non cambia: intorno a 900 millenni fa ci fu un collasso catastrofico generalizzato, che combacia peraltro molto bene con le evidenze fossili e spiega un vecchio mistero dell’evoluzione umana.

 

Quando il genere Homo comparve in Africa, tra 2 e 2,5 milioni di anni fa, per un lungo periodo lasciò molte tracce archeologiche e fossili.

Sono i segni di un’umanità arcaica chiamata “Homo dragster”, grandi camminatori, probabilmente i primi a uscire dall’Africa e a dare origine a Homo erectus in Asia.

Era un’umanità promettente, ma vulnerabile.

Poi, proprio a partire da 950 mila anni fa, cala un apparente silenzio: pochi resti databili con sicurezza, come se si fossero dileguati quasi tutti.

Anche l’Europa, a partire da 1,1 milioni di anni fa, sembra spopolarsi completamente di esseri umani a causa di un periodo particolarmente freddo. Bisognerà attendere 300 millenni per ritrovare le tracce fossili abbondanti di una nuova umanità, con un cervello più grande e caratteristiche anatomiche inedite, chiamata Homo heidelberghesi.

 Come si spiega un simile buco nella documentazione?

 

Quando nell’evoluzione si vedono gap di questo tipo o improvvise accelerazioni, di solito si addossa la colpa alla frammentarietà dei dati fossili: quegli sconvolgimenti non sono accaduti davvero, è solo un problema di mancanza di dati e di incertezza nelle datazioni.

Pare che in questo caso non sia così. I fossili forse dicevano la verità.

La quasi estinzione c’è stata davvero e all’uscita dal collo di bottiglia troviamo un’umanità nuova.

 Questo non sorprende perché, come hanno insegnato i paleontologi Stephen J. Gould e Niles Eldredge, quando nell’evoluzione per cause ambientali una popolazione viene drasticamente ridotta tendono ad accumularsi rapidamente cambiamenti genetici che possono portare alla nascita punteggiata di nuove specie.

I colli di bottiglia poi riducono la variabilità genetica, che resta molto bassa anche tra gli esseri umani attuali.

 Nello stesso periodo, inoltre, sappiamo che nel genere Homo due cromosomi ancestrali si fusero insieme, generando il cromosoma 2 e portando il conto a 46.

 

Anche se alcuni paleoantropologi come “Chris Stringer “nutrono ancora dubbi sulla reale portata di questo collo di bottiglia e sul ruolo centrale di Homo heidelberghesi, è probabile che in quel periodo vi sia stata una grande transizione nell’evoluzione umana.

 Una transizione che riguarda anche noi.

 Infatti a partire dai sopravvissuti alla catastrofe di 900 mila anni il motore dell’evoluzione tornò a girare a pieno ritmo.

I gruppi di Homo heidelberghesi crebbero rapidamente e dall’Africa si diffusero in tutta l’Eurasia, dando poi origine in Europa ai Neanderthal e in Asia ai Denisovani.

Di pari passo con il loro arrivo, compaiono le più antiche evidenze dell’uso sistematico e controllato del fuoco e di tecnologie litiche più avanzate. Il mondo insomma tornò a popolarsi di umani ben organizzati.

 

Tempo dopo, fra 200 e 300 millenni fa, dai discendenti africani dello stesso Homo heidelberghesi nascerà anche la specie Homo sapiens, che uscendo dal continente d’origine incontrerà i cugini Neanderthal e Denisovani, incrociandosi con loro.

 Quindi noi siamo letteralmente i figli delle poche migliaia di superstiti che riuscirono a passare attraverso quella strettissima cruna d’ago, a resistere in pochi rifugi alle inclementi condizioni ambientali durate per decine di millenni.

 

Dobbiamo la nostra esistenza a una catastrofe climatica, il che fa doppiamente impressione se pensiamo che adesso il clima sta cambiando in modo molto più veloce di allora e, questa volta, per causa nostra.

 Certo, oggi siamo ben più attrezzati di 900 mila anni fa, ma questa scoperta inattesa insegna quanto può essere drammatico il costo di una crisi climatica.

Il pianeta è molto più forte di noi.

 

 

 

 

Andrea Zhok: “Perché, Prima o Poi,

il Capitalismo Ha Bisogno della Guerra.”

 Conoscenzealconfine.it – (22 Aprile 2025) - Andrea Zhok  ci dice:

 

Per sopravvivere, il libero mercato deve crescere. E, quando si ferma, l’ultima risorsa è il conflitto.

1. L’Essenza del Capitalismo.

Il nesso tra capitalismo e guerra è non accidentale, ma strutturale, stringente. Nonostante la letteratura autopromozionale del liberalismo abbia sempre cercato di spiegare che il capitalismo, tradotto come “dolce commercio”, era una via preferenziale verso la pacificazione internazionale, in realtà questo è sempre stata una conclamata falsità.

 E questo non perché il commercio non possa essere viatico di pace – può esserlo – ma perché l’essenza del capitalismo NON è il commercio, che ne è solo uno dei possibili aspetti.

 

L’essenza del capitalismo consiste in uno e un solo punto.

Si tratta di un sistema sociale idealmente acefalo, cioè idealmente privo di guida politica, ma guidato da un unico imperativo categorico:

l’incremento del capitale a ogni ciclo produttivo.

Il cuore ideale del capitalismo è la necessità che i capitali rendano, cioè incrementino il capitale stesso.

 La guida di questo processo è affidata non alla politica – tantomeno alla politica democratica – ma ai detentori di capitale, ai soggetti che incarnano le esigenze della finanza.

 

È importante capire che il punto cruciale per il sistema non è che “vi sia sempre più capitale” in senso oggettivo, cioè che il monte di denari aumenti sempre più; momentaneamente esso può anche contrarsi.

 Il punto è che deve esistere sempre la prospettiva generale di un accrescimento del capitale a disposizione.

 In assenza di questa prospettiva – ad esempio in una perdurante condizione di “stato stazionario” dell’economia – il capitalismo cessa di esistere come sistema sociale, perché viene meno il “pilota automatico” rappresentato dalla ricerca di sbocchi agli investimenti.

Il punto va inteso squisitamente in termini di POTERE.

Nel capitalismo, un determinato ceto detiene il potere e lo detiene in quanto affidatario della conduzione del capitale all’accrescimento.

 Se viene meno la prospettiva di accrescimento, l’esito è tecnicamente RIVOLUZIONARIO, nel senso specifico in cui il ceto che detiene il potere deve cederlo ad altri – ad esempio a una guida politica mossa da principi o idee guida, come è stato più o meno sempre nella storia (prospettive religiose, prospettive nazionali, visioni storiche).

Il capitalismo è il primo e unico sistema di vita nella storia umana che non cerca di incarnare alcun ideale e che non tende ad andare in nessuna direzione specifica.

Si aprirebbe qui un’interessante discussione sul nesso tra capitalismo e nichilismo, ma vogliamo concentrarci su di un altro punto.

 

2. La “Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto.”

Nella natura del sistema è implicita una tendenza esaminata per la prima volta da Karl Marx sotto il nome di “caduta tendenziale del saggio di profitto”.

 Si tratta di un processo intuitivo.

Da un lato, come abbiamo visto, il sistema esige di ricercare costantemente la crescita, trasformando il capitale in investimento generatore di altro capitale. Dall’altro, la competizione interna al sistema tende a saturare tutte le opzioni per accrescere il capitale, realizzandole.

 Tanto più la competizione è efficiente, tanto più veloce è la saturazione dei luoghi dove fare margine.

Questo significa che con l’andare del tempo il sistema capitalistico genera strutturalmente un problema di sopravvivenza per il sistema medesimo.

Il capitale disponibile si accresce costantemente e cerca impieghi “produttivi”, cioè capaci di generare interessi.

La crescita del capitale è legata alla crescita delle prospettive di crescita futura del capitale, in un meccanismo che si autoalimenta.

 È sulla base di questo meccanismo che ci si ritrova in situazioni come quella prima della crisi subprime, quando la capitalizzazione sui mercati finanziari globali era di 14 volte il PIL mondiale.

Questo meccanismo produce la costante tendenza alle “bolle speculative”.

E questo stesso meccanismo produce la tendenza alle cosiddette “crisi di sovrapproduzione”, espressione comune ma impropria, in quanto dà l’impressione che ci sia un eccesso di prodotto a disposizione, mentre il problema è che c’è troppo prodotto solo rispetto alla capacità media di acquistarlo.

 

Costantemente, fatalmente, il sistema capitalistico si trova ad affrontare crisi generate da questa tendenza:

masse crescenti di capitale premono per essere messe a frutto, in un processo esponenziale, mentre le capacità di crescita sono sempre limitate.

 Perché una crisi si faccia sentire non è necessario che la crescita si arresti, basta che non sia all’altezza della montante richiesta di margini.

 Quando ciò accade, il capitale – cioè i detentori del capitale o i loro gestori – iniziano ad agitarsi in maniera crescente, perché la propria stessa sopravvivenza come detentori di potere è messa a repentaglio.

 

3. La Ricerca Frenetica di Soluzioni.

Quando la compressione dei margini si approssima si apre la frenetica ricerca di soluzioni.

 Nella versione autopromozionale del capitalismo, la soluzione principe sarebbe la “rivoluzione tecnologica”, cioè la creazione di una nuova prospettiva promettente di generazione di profitto attraverso un’innovazione tecnologica.

La tecnologia è realmente un fattore che accresce la produzione e la produttività. Se accresca anche i margini di profitto è questione più complessa, perché non basta che vi sia più prodotto affinché il capitale si accresca, ma deve esservi più prodotto ACQUISTATO.

 

Questo significa che i margini possono crescere davvero in presenza di una rivoluzione tecnologica solo se l’aumento di produttività si ripercuote anche in aumento generale del potere d’acquisto (salari), il che non è così scontato.

 Ma anche laddove ciò accada, le “rivoluzioni tecnologiche” capaci di aumentare produttività e margini non sono così comuni.

 Spesso ciò che si presenta come una “rivoluzione tecnologica” è ampiamente sopravvalutato nella sua capacità di produrre ricchezza e finisce per essere solo un riorientamento degli investimenti che genera una bolla speculativa.

 

In attesa di eventuali rivoluzioni tecnologiche che riaprano la sfera dei margini, la seconda direzione in cui viene ricercata una soluzione per riguadagnare margini di profitto è la pressione sulla forza lavoro.

Questa pressione si può manifestare in compressione salariale e in molte altre modalità che incrementano l’area di sfruttamento del lavoro.

Il diretto abbassamento dei salari nominali è una forma percorsa solo in casi eccezionali;

più frequenti e facili da gestire sono i mancati recuperi dell’inflazione, la “flessibilizzazione” del lavoro in maniera da ridurre i “tempi morti”, la “rigorizzazione” delle condizioni di lavoro, la dismissione di forza lavoro, eccetera.

 

Questo orizzonte di pressione presenta due problemi.

 Da un lato diffonde il malcontento, con la possibilità che questo sfoci in proteste, rivolte, eccetera.

 Dall’altro lato, la pressione sulla forza lavoro, in particolare nella dimensione salariale, riduce il potere d’acquisto medio, e corre così il pericolo di avviare una spirale recessiva (minori vendite, minori profitti, maggiore pressione sul monte salari per recuperare margini, conseguente riduzione delle vendite di prodotti, e così avanti).

 

Una forma collaterale di conquista di margini si ha con le “razionalizzazioni” del sistema produttivo, che sta concettualmente a metà strada tra innovazione tecnologica e sfruttamento della forza lavoro.

Le “razionalizzazioni” sono riorganizzazioni che, per così dire, limano le relative “inefficienze” del sistema.

Questa dimensione riorganizzativa di fatto si ripercuote quasi sempre in un peggioramento delle condizioni di lavoro, che diviene in sempre maggior misura dipendente dalle esigenze impersonali dei meccanismi di capitale.

 

Un ultimo orizzonte di soluzioni si presenta quando nell’equazione entra la sfera del commercio estero.

Per quanto di principio i punti precedenti esauriscano i luoghi dove i margini di profitto possono crescere, di fatto prendendo in considerazione la sfera estera, le medesime occasioni di profitto si moltiplicano per le diversità tra Paesi.

Invece di un incremento tecnologico interno si può avere accesso a un incremento tecnologico estero attraverso il commercio.

 Invece di una compressione della forza lavoro interna si può ottenere accesso a manodopera estera a buon mercato, eccetera.

 

4. Il Declino del Profitto.

 

La fase attuale nella breve e cruenta storia del capitalismo che stiamo vivendo è caratterizzata dal venir meno progressivo di tutte le prospettive di profitto maggiori.

Ci sarà sempre spazio per “rivoluzioni tecnologiche”, ma non con una frequenza che possa star dietro a masse infinitamente crescenti di capitale che premono per essere messe a profitto.

 Ci sarà sempre spazio per ulteriori compressioni della forza lavoro, ma il rischio di creare condizioni di rivolta o di ridurre il potere d’acquisto diffuso pone limiti evidenti.

Quanto al processo di globalizzazione, esso ha raggiunto i suoi limiti e ha iniziato un processo di relativo arretramento;

la possibilità di trovare occasioni estere” toto coelo” differenti e migliorative rispetto a quelle interne si è drasticamente ridotta (bisogna pensare che quanto più le catene di produzione si estendono, tanto più sono fragili e tanto più possono comparire addizionali costi di transazione).

 

La crisi subprime (2007-2008) ha segnato un primo momento di svolta, portando l’intero sistema finanziario mondiale a un passo dal collasso.

Per uscire da quella crisi si è ricorso a due leve. Da un lato a una pressione elevata sulla sfera del lavoro, con perdita di potere d’acquisto e peggioramento delle condizioni di lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato a un incremento dei debiti pubblici – che a sua volta sono un vincolo indiretto imposto alle cittadinanze e alla forza lavoro, e vengono presentati come un onere da compensare.

 

La crisi Covid (2020-2021) ha segnato un secondo momento di svolta, con caratteristiche non dissimili dalla crisi subprime.

Anche qui gli esiti della crisi sono stati una perdita media di potere economico dei ceti lavoratori e un incremento dei debiti pubblici.

Tanto nella crisi subprime che nella crisi Covid, il sistema ha accettato una momentanea riduzione generale delle capitalizzazioni complessive, pur di riaprire nuove aree di profitto.

Nell’insieme il sistema finanziario è uscito da entrambe le crisi con una posizione comparativamente più forte rispetto alla popolazione che vive del proprio lavoro. L’incremento dei debiti pubblici è di fatto un trasferimento di denaro dalla disponibilità della cittadinanza media alle cedole dei detentori di capitale.

Va notato che, per disinnescare gli spazi di contestazione e contrapposizione tra lavoro e capitale, il capitalismo contemporaneo ha spinto con tutte le sue forze per creare una cointeressenza in alcuni strati di popolazione, benestanti ma ben lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico.

Forzando le persone ad acquisire pensioni private, polizze assicurative fruttifere, spingendole a utilizzare i risparmi in qualche forma di titolo di Stato, si tenta (e riesce) a creare uno strato di popolazione che si sente “parte in causa” nelle sorti del grande capitale.

Questi strati di popolazione fungono da “buffer zone”, riducendo la disponibilità media a rivoltarsi contro i meccanismi di capitale.

La situazione attuale, in particolare nel mondo occidentale, è dunque la presente. Il grande capitale ha bisogno, per sopravvivere, di accedere a ulteriori continuative aree di profitto.

Le popolazioni dei Paesi occidentali hanno visto erodersi le proprie condizioni di vita, sia strettamente in termini di potere d’acquisto, sia in termini di capacità di autodeterminazione, trovandosi sempre più vincolate a una molteplicità di vincoli finanziari, lavorativi, legislativi, tutti motivati dalle esigenze di “razionalizzazione” del sistema.

 

Le possibilità di trovare nuove aree di profitto all’estero si sono drasticamente ridotte, con il raggiungimento dei suoi limiti da parte del processo di globalizzazione.

Questa è la situazione di fronte a cui i grandi detentori di capitale si trovano oggi.

Nella loro ottica urge trovare una soluzione. Ma quale?

 

5. “Una Parola Paurosa e Fascinatrice: Guerra!”

Quando, nel canone occidentale, si presentano le guerre mondiali, cioè i due massimi eventi di distruzione bellica della storia umana, si presentano di solito all’insegna di alcuni colpevoli ben definiti:

il “nazionalismo” (in particolare tedesco) per la Prima Guerra Mondiale, le “dittature” per la Seconda guerra mondiale.

Raramente si riflette sul fatto che questi eventi hanno come epicentro il punto di sviluppo più avanzato del capitalismo mondiale e che la Prima guerra mondiale avviene al picco del primo processo di “globalizzazione capitalistica” della storia.

 

Senza entrare qui in un’esegesi delle origini della Prima guerra mondiale, è comunque utile ricordare come la fase che la precede e prepara è perfettamente inquadrabile in una cornice che siamo in grado di riconoscere.

 Dal 1872 circa inizia una fase di stagnazione dell’economia europea.

Questa fase dà una spinta decisiva alla ricerca di risorse e forza lavoro all’estero, principalmente nelle forme dell’imperialismo e colonialismo.

Tutti i principali momenti di crisi internazionale che preparano la Prima Guerra Mondiale, come l’incidente di Fashoda (1898), sono tensioni nel confronto internazionale per l’accaparramento di aree di sfruttamento.

La prima grande spinta al riarmo nella Germania guglielmina avviene per creare una flotta capace di contestare il dominio dei mari (che è dominio commerciale) dell’Inghilterra.

Ma perché mai la guerra dovrebbe rappresentare un orizzonte di soluzione delle crisi generate dal capitale?

La risposta è, a questo punto, abbastanza semplice.

 La guerra rappresenta una soluzione ideale per le crisi da “caduta del tasso di profitto” sotto quattro profili principali.

 

In primo luogo, la guerra si presenta come una spinta non negoziabile a investimenti massivi, che possono rilanciare un’industria esangue.

 Grandi commesse pubbliche nel nome del “sacro dovere della difesa” possono riuscire a estrarre le ultime risorse pubblicamente disponibili per riversarle in commesse private.

 

In secondo luogo, la guerra rappresenta una grande distruzione di risorse materiali, di infrastrutture, di esseri umani.

Tutto ciò, che dal punto di vista del comune intelletto umano è una disgrazia, dal punto di vista dell’orizzonte di investimenti è una magnifica prospettiva.

 Infatti si tratta di un evento che “ricarica l’orologio della storia economica”, eliminando quella saturazione delle prospettive di investimento che minaccia l’esistenza stessa del capitalismo.

Dopo una grande distruzione si riaprono praterie per investimenti facili, che non hanno bisogno di alcuna innovazione tecnologica: strade, ferrovie, acquedotti, case, e tutto l’indotto di servizi.

Non è un caso che da tempo oramai, mentre una guerra è in corso, dall’Iraq all’Ucraina, si assiste a una corsa preliminare all’accaparramento delle commesse per la futura ricostruzione.

La più grande distruzione di risorse di tutti i tempi – la Seconda guerra mondiale – fu seguita dal più grande boom economico dalla Rivoluzione industriale.

In terzo luogo, i grandi detentori di capitale, che è capitale finanziario, consolidano comparativamente il loro potere sul resto della società.

Il denaro, avendo natura virtuale, rimane intoccato da qualunque grande distruzione materiale (purché non sia un annichilimento planetario).

 

In quarto e ultimo luogo, la guerra congela e arresta tutti i processi di potenziale rivolta, tutte le manifestazioni di scontento dal basso.

 La guerra è il meccanismo definitivo, il più potente di tutti, per “disciplinare le masse”, ponendole in una condizione di subordinazione da cui non possono uscire, pena l’essere identificati come complici del “nemico”.

Per tutte queste ragioni l’orizzonte bellico, per quanto al momento lontano dagli umori predominanti nelle popolazioni europee, è una prospettiva da prendere estremamente sul serio.

Quando oggi alcuni dicono – ragionevolmente – che non ci sono le premesse culturali e antropologiche perché la società europea si disponga seriamente alla guerra, mi piace ricordare quando – annusando gli umori della massa – Benito Mussolini passò in pochi anni dal pacifismo socialista alla celebre chiusa del suo articolo sul Popolo d’Italia, il 15 novembre del 1914:

“Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!”.

(Articolo di Andrea Zhok -Docente di Filosofia morale alla Statale di Milano.)

(krisis.info/it/2025/04/temi/guerra-e-pace/perche-prima-o-poi-il-capitalismo-ha-bisogno-della-guerra/).

 

 

Il video hot di Stormer con Lord Alli:

lo scandalo che rischia di far saltare

il governo inglese-

lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (21/04/2025) – ci dice:

 

Su “X”, un tempo Twitter, se ne sta parlando molto come avrebbe dovuto avvenire su degli organi di stampa che non fossero nelle mani degli oligarchi, ma, si sa, questi hanno sempre l’interesse a nascondere le storie scomode per determinati potenti.

 

È lo scandalo sessuale e politico che riguarda l’attuale inquilino di Downing Street, il premier “Keri Stormer”.

A far esplodere il caso, seppellito dai media, è stato un comico britannico, “Jim Davidson”, che nei giorni scorsi ha sganciato la bomba.

 

Le rivelazioni di “Jim Davidson.

 

Davidson afferma che esisterebbe un video che immortala Keri Stormer mentre assume “posizioni inequivocabili” assieme ad un altro personaggio molto noto nel Regno Unito come l’imprenditore Lord Alli, membro del partito laburista e deputato appunto presso la Camera dei Lord britannica.

 

L’espressione “posizioni inequivocabili” è in realtà un “garbato” eufemismo dietro il quale si nasconderebbe un atto di sesso orale presumibilmente praticato da Stormer verso Alli, una circostanza che in realtà non avrebbe soltanto conseguenze di carattere personale per ciò che riguarda la vita privata del Premier, ma anche soprattutto sul piano politico, considerata l’influenza di Lord Alli nel Regno Unito.

Al momento intanto, “Stormer” si troverebbe già a fare i conti con le conseguenze personali di questo video così compromettente.

 

Secondo Davidson, la scena sarebbe stata mostrata alla consorte del premier, “Victoria Alexander”, che dopo aver visto il marito impegnato in quegli atteggiamenti intimi con il suo collega laburista, avrebbe lasciato l’evento di beneficenza da lei presenziato per mettersi subito in contatto con degli avvocati divorzisti per chiedere una probabile separazione dal marito.

“Downing Street” si sta adoperando non poco per non far trapelare la storia sugli organi di stampa inglesi che sono da sempre affamati di gossip e di storie piccanti sui vari personaggi politici del Regno, fino a quando però non arrivano degli ordini molto precisi dall’alto di non toccare coloro che non vanno toccati.

Se si volessero citare i vari casi di censura praticati dalla stampa britannica, si potrebbe aprire un vero e proprio album dei ricordi, a partire dagli scandali pedofili che hanno coinvolto sia gli stessi Windsor, amici intimi del famigerato pedofilo Jimmy Savile, sia quelli che riguardavano altri politici di primo piano della politica inglese, sia nel lato dei “Tories”, i cosiddetti conservatori, sia in quello dei laburisti, ovvero la sinistra progressista.

La pedofilia è un partito strettamente traversale e non fa distinzioni di sorta tra le varie correnti della democrazia liberale, tutte dominate alfine dal potere delle “massonerie” e della” finanza askenazita”, che esercita un fortissimo ascendente sulla corona dai tempi nei quali “Nathan Rothschild” accumulò una immensa fortuna attraverso il primo caso di aggiotaggio della storia, quello sulla battaglia di Waterloo del 1812.

Stavolta, si potrebbe dire che i vecchi vizi della politica inglese riaffiorano tutti per l’ennesima volta, perché ogni singolo premier che varca la soglia di Downing Street sembra avere nel proprio armadio degli ingombranti scheletri, sui quali gli organi di stampa non vanno mai a mettere il naso, data la loro complicità con il sistema di potere che governa il Paese.

 

Lord Alli: il benefattore di Stormer.

 

Lord Alli, ad esempio, è un esempio perfetto di quale tipo di personaggi godono di un’altissima affluenza nel Regno Unito.

Waheed Alli è il figlio di due genitori islamici e hindu originari di Trinidad e Tobago e della Guyana, emigrati nel Regno Unito verso la fine degli anni’50.

Alli negli anni’80 inizia a fare carriera nel mondo della finanza e della City di Londra, una enclave politica roccaforte della famiglia Rothschild dove nemmeno la regina Elisabetta poteva entrare senza avere il permesso delle autorità che gestiscono quello che è a tutti gli effetti uno Stato nello Stato, tanto da far dire a qualcuno che la City, sotto un punto di vista giuridico, sarebbe una sorta di Vaticano inglese.

 

La regina Elisabetta nel 2012 fa il suo ingresso nella City di Londra.

In realtà, lo stato giuridico di questo piccolo territorio nel cuore di Londra viene definito “sui generis”, un caso a parte, e la condizione formale della City sarebbe pari a quella di una corporation che dispone persino di un suo parlamentino e di un suo sindaco, al momento “Alastair King”, senza il consenso del quale i sovrani inglesi non possono mettere piede in questo piccolo territorio non soggetto alle leggi inglesi.

“Waheed” cresce in questo mondo, si guadagna gli appoggi dei poteri bancari e finanziari che contano, su tutti quello della banca fondata da “Robert Fleming”, un finanziere scozzese amico dei soliti Rothschild, e socio d’affari delle varie famiglie legate ai finanzieri originari di Francoforte, su tutti Jacob Schiff e Kuhn, Loeb & C0.

 

Il finanziere islamico inizia così ad accumulare considerevoli fortune fino a quando inizia a lavorare per un altro uomo molto noto nel mondo ebraico, Robert Maxwell, padre di Ghislaine, editore cecoslovacco di origini ebraiche che negli anni’80 aveva costruito un suo impero mediatico attraverso la proprietà di diversi giornali, tra cui l’Express e il Daly Mirror, per poi finire travolto dagli enormi debiti che aveva accumulato.

 

Robert Maxwell.

Maxwell non era soltanto uno spregiudicato imprenditore che aveva portato il suo impero alla bancarotta, tanto da appropriarsi persino dei soldi dei fondi pensioni dei suoi giornali, ma era “un uomo molto vicino al servizio segreto israeliano, il famigerato Mossad”.

 

Robert, di fronte alla prospettiva di vedere andare in fumo tutto il suo impero, decise di fare un gioco molto pericoloso, iniziando a ricattare i suoi vecchi sodali dei servizi israeliani pur di avere denaro liquido subito, ma, a quanto pare, le barbe finte di Tel Aviv non gradirono affatto la sua scelta.

Ancora oggi, le circostanze della morte di Maxwell non sono mai state chiarite. L’imprenditore inglese fu rinvenuto privo di vita nel novembre del 1991 nelle acque delle Canarie, non molto distante da dov’era ormeggiato il suo yacht, il Ghislaine, chiamato con il nome della sua figlia prediletta.

Secondo i giornalisti inglesi “Matt Dillon” e “Gordon Thomas”, vicini a fonti dei servizi israeliani e del MI6, “Robert Maxwell” aveva un appuntamento quel giorno con alcuni uomini del Mossad che avevano già ricevuto ordini molto precisi.

Il tycoon inglese andava ucciso, e i sicari giunti sul posto dopo aver eseguito le consegne, lo scaraventarono fuori dalla barca, nelle acque dell’Oceano Atlantico, dove fu in seguito ritrovato.

“Waheed Alli” però continua ad accumulare ricchezze e influenza, fino ad approdare nel settore delle produzioni televisive che sfornano non pochi programmi spazzatura, tra i quali il” famigerato reality Survivor”.

 

L’imprenditore islamico decide verso la fine degli anni’90 di mettere un piede anche in politica e si unisce al partito laburista, ed entra nella Camera dei Lord nel 1998, a soli 34 anni.

Alli negli anni 2000 è vicinissimo al governo del primo ministro “Tony Blair” e alla direttrice delle comunicazioni del suo esecutivo,” Anji Hunter”, entrambi interessati a servirsi dell’influenza del giovane imprenditore per raggiungere gli elettori più giovani.

 

Nonostante la sua fede islamica, “Waheed Alli” non fa mistero della sua omosessualità.

 

La dichiara e la rivendica in pubblico, anche attraverso la partecipazione a diversi eventi per i cosiddetti “diritti” della” lobby LGBT”, a lui molto cara, che lo ha portato a perorare la causa per abbassare l’età del consenso per i rapporti omosessuali da 18 a 16 anni, come attualmente è previsto per i rapporti eterosessuali.

L’imprenditore in particolare diventa una figura ancora più decisiva del passato sotto la leadership laburista di “Keri Stormer”.

“Stormer” prende le redini del partito nel 2020, dopo gli anni di “Corbyn” alla guida dei Labour, e da lì inizia la sua scalata verso Downing Street.

 

Stormer non viene affatto dal nulla.

È un personaggio cresciuto all’ombra dei potenti dell’establishment britannico e il pubblico inglese si ricorda molto bene di lui, già ai tempi della direzione della procura generale del Regno Unito, quando aveva tra le mani centinaia di testimonianze che potevano finalmente inchiodare il pedofilo “Jimmy Savile”, salvato dalla procura inglese guidata proprio dallo stesso “Stormer”.

 

“Savile” era semplicemente un intoccabile.

Non appena i vari ufficiali investigativi della procura generale iniziarono a chiedergli conto di queste accuse ai suoi danni, il DJ amico del principe, ora re, Carlo, iniziò subito a far capire che se fosse stato toccato, le conseguenze per altri in alto sarebbero state serie, e “Stormer “deve aver recepito bene il messaggio, tanto da lasciarlo andare.

 

“Stormer” però oltre ad avere gli appoggi del mondo che contano della politica britannica, sembra essere stato anche spinto dagli ambienti ebraici dai quali proviene sua moglie Victoria che conduce una vita molto riservata, ed è la prima first Lady britannica di cui si ignora persino la data di nascita.

 

kefir Stormer assieme a sua moglie Victoria.

“Lady Stormer “risulta essere una praticante attiva della religione giudaica così come i due figli della coppia che seguono le prescrizioni del “Talmud” nella sinagoga di “Saint Johns Wood”, un crocevia dove si incontrano potenti personaggi, su tutti Lynn de Rothschild, vedova di Evelyn de Rothschild, già proprietario dell’Economist e altra figura di spicco del Regno Unito e della finanza mondiale.

 

Secondo alcuni, la vera chiave del successo politico di “Starmer” è stata proprio sua moglie che grazie alle sue entrature nel mondo della finanza è riuscita a far diventare il marito il leader del partito laburista, nomina indispensabile per poter correre come premier alle elezioni inglesi.

“Waheed Alli” però è un altro di quei personaggi che si è adoperato non poco non per raccogliere i fondi a favore del partito laburista, e a versare di tasca sua la ragguardevole somma di 2400mila sterline2 a favore della campagna elettorale di “Keri Stormer”.

 

Stormer riesce grazie a tutti questi potenti appoggi a vincere le elezioni nel 2024, ma non appena inizia il suo periodo da premier, deve subito restituire i favori ai vecchi amici, tra i quali c’è proprio Lord Alli, che diventa beneficiario di un permesso speciale per entrare e uscire da Downing Street a suo piacimento, nonostante non abbia nessun incarico governativo.

Il politico laburista omosessuale sembra agli occhi di molti uno dei veri burattinai di questo esecutivo, e la popolarità del premier inglese inizia a scemare molto rapidamente, non appena emergono chiaramente tutti i legami d’affari e lobbistici che manovrano il suo governo.

 

L’ultimo capitolo di questa saga che lega Stormer e Alli è quello aperto dal comico Davidson citato in precedenza.

“Davidson” è un personaggio che non sembra essere estraneo a sua volta lontano dagli ambienti del potere che contano, se si considera che ha avuto una lunga carriera nella TV britannica, e se si considera anche la sua appartenenza alla massoneria, alla quale è iscritto da molti anni presso la Loggia 2882 della Westminster City Concil.

 

Jimi Davidson.

Il comico inglese potrebbe essere quindi soltanto un tramite di ambienti massonici inglesi che non gradiscono il governo Stormer per contrasti tutti interni alle logge, e il video stesso non può che essergli stato dato da qualcuno che aveva accesso ai palazzi frequentati da Stormer e Lord Alli, e che sapeva al tempo stesso che il primo ministro britannico coltiva una relazione omosessuale da diverso tempo con il suo principale benefattore.

Lo stato profondo britannico è attraversato evidentemente da una serie di profonde faide, ma questo non è una novità se si pensa che già 4 anni addietro i servizi segreti inglesi del MI6 facevano rinvenire rapporti riservati sulle provocazioni di Londra contro Mosca sulle banchine delle fermate degli autobus.

A Downing Street intanto le bocche sono tutte cucite.

Si sta cercando di contenere la portata enorme di questo scandalo attraverso la complicità dei media che al momento sembrano reggere il gioco al premier, fino a quando non si apriranno eventuali altre fratture in seno anche agli organi di stampa inglesi.

 

Le similitudini tra l’affaire Brigitte e quello di Stormer.

 

L’affaire Stormer mostra comunque delle similitudini notevoli a quello di “Emmanuel Macron”, il presidente francese che durante la sua infanzia fu vittima di abusi pedofili da parte di “Brigitte Autiere”, la falsa identità dietro la quale si nasconde “Jean Michel Trogneux”, che ha “cambiato” sesso verso la fine degli anni’80 grazie all’aiuto del pastore protestante e apologeta della pedofilia,” Joseph Doucé”.

 

L’eco dello scandalo non è riverberato sui media francesi, che ligi alle indicazioni dei loro proprietari, hanno fatto quadrato attorno al presidente francese, ma sulle reti sociali l’inchiesta di “Natasha Rey” e “Xavier Pussar” ha scoperchiato un mondo di bugie e di falsità sulla doppia vita di “Jean Michel Trogneux” e sulla sua identità fittizia di” Brigitte Autiere”.

Se intorno al personaggio di Stormer ci sono evidentemente le ombre della ubiqua famiglia Rothschild, una situazione praticamente identica si riscontra con Emmanuel Macron, cresciuto dal ramo francese dei banchieri di Francoforte, che lo assunsero nella loro società, la LCF Rothschild, nonostante Macron lasciasse molto a desiderare in quanto a competenze di natura finanziaria.

 

Stormer e Macron sono due facce della stessa medaglia, ovvero quella del potere finanziario che costruisce e prepara con anni di anticipo nel suo laboratorio i politici che un domani diventeranno presidenti e primi ministri.

Le ultime speranze del globalismo sono state consegnate a questi due personaggi, e la politica italiana, orfana ormai della protezione dell’impero americano, tra i due, dopo il patto del Quirinale del 2021 firmato da Mattarella e Macron, sembra aver scelto ora di affidarsi a Stormer e al fragile sistema politico britannico, che dopo la morte della regina Elisabetta si trova privo di figure di rilievo e investito da una crisi politica ed economica sempre più intensa.

 

Viene da sorridere a ripensare a tutta la servile e squallida messinscena allestita dalla politica italiana qualche settimana fa quando venne Carlo III a Roma.

I vari peones della politica italiana si erano esibiti in uno dei loro consueti baci della pantofola, stavolta inglese e non più americana, alla ricerca della protezione estera che gli ha consentito di restare in carica dal golpe di Mani Pulite in poi, e adesso Londra si trova investita da un nuovo enorme scandalo che potrebbe far finire quanto prima il regno di Stormer.

A Montecitorio hanno puntato tutte le loro fiches su un cavallo che appare già zoppo e che probabilmente non finirà nemmeno la corsa.

Stamane poi è giunta anche la notizia della morte di Jorge Mario Bergoglio, il pontefice della “massoneria ebraica del B’nai B’rith” sul quale tali ambienti contavano per distruggere definitivamente la Chiesa Cattolica.

Non passa giorno dunque dove non giunga una notizia dell’uscita di scena di un personaggio legato ai vari club mondialisti o alle massonerie.

 

Non c’è davvero più nulla da fare per le vedove della farsa pandemica e del Nuovo Ordine Mondiale.

 

 

 

Ucraina, FT: Putin offre di fermare la guerra

sull’attuale linea del fronte. Zelensky:

“Non riconosceremo l’occupazione dei nostri territori.”

Msn.com – Quotidiano.net – (22 aprile 3025) - Redazione -  ci dice. 

Roma.

Il presidente russo Vladimir Putin ha offerto all'inviato americano “Steve Witkoff “di fermare l'invasione dell'Ucraina lungo l'attuale linea del fronte nell'ambito degli sforzi per raggiungere un accordo di pace con Donald Trump.

Lo riporta il “Financial Times” citando alcune fonti, secondo le quali gli europei si sarebbero mostrati scettici temendo che l'apparente concessione sia solo un modo per attirare il presidente Usa.

 Secondo il quotidiano britannico Putin sarebbe pronto a circoscrivere le sue ambizioni alle quattro regioni ucraine in parte occupate, in linea con le aperture degli Stati Uniti, disponibili anche a riconoscere la Crimea come russa.

L'11 aprile “Witkoff” ha incontrato a San Pietroburgo Putin, il terzo faccia a faccia negli ultimi tre mesi, e ha poi rilasciato un'intervista in cui ha affermato che una delle chiavi per la soluzione è la questione territoriale.

Ma resta il nodo Zelensky.

Il presidente ucraino ha già fatto sapere che Kiev non riconoscerà mai l'occupazione del suo territorio da parte della Russia.

Nel persistente stallo dei negoziati, Trump e il Segretario di Stato, Marco Rubio, la scorsa settimana hanno avvertito che se non ci fossero stati progressi nelle prossime settimane, gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione l'abbandono del tavolo negoziale.

In risposta sabato Putin ha dichiarato una tregua di 30 ore per Pasqua, approvata da Zelensky ma violata da entrambe le parti, che – scaduto il termine previsto – hanno ripreso le ostilità.

 

"Dopo il cessate il fuoco siamo pronti a sederci (al tavolo, ndr) in qualsiasi formato".

Ha detto Zelensky, parlando di possibili colloqui diretti con Mosca e proponendo di estendere la cessazione degli attacchi contro le infrastrutture civili per 30 giorni.

Un'offerta che Putin ha promesso di valutare, anche a livello bilaterale, scatenando ipotesi di negoziati diretti tra Mosca e Kiev.

A questo proposito, il portavoce del Cremlino “Dmitri Peskov” ha dichiarato oggi che affinché tali colloqui possano aver luogo, “Zelensky” deve revocare il decreto che vieta i negoziati con l'attuale presidente russo.

(Ucraina, FT: Putin offre di fermare la guerra sull’attuale linea del fronte.

 Zelensky: “Non riconosceremo l’occupazione dei nostri territori.”)

 

 

 

 

La posta in gioco nel conclave

papale del 2025.

Unz.com - Timothy Vorgenss – (22 aprile 2025) – ci dice:

Il 21 aprile 2025, lunedì di Pasqua, Papa Francesco – nato Jorge Mario Bergoglio da una famiglia italo-argentina della classe operaia – è morto all'età di 88 anni, colpito da un ictus dopo aver combattuto contro la polmonite.

La data, che coincide con il tradizionale anniversario della fondazione di Roma, porta con sé un simbolismo struggente:

la città eterna, culla dell'Impero Romano, piange un pontefice il cui regno, per molti, ha eroso l'eredità bianca cristiana spalancando le porte dell'Europa all'immigrazione del terzo mondo.

Dalla Francia, dove le guglie di Notre-Dame sfidano ancora un mare di minareti, scrivo non per addolorarmi ma per interrogarmi.

La morte di Bergoglio non è un semplice addio;

è una sfida bruciante per l'Occidente bianco, che si confronta con l'universalismo che ha scatenato il caos migratorio su di noi.

Il conclave per scegliere un nuovo papa è previsto dal 6 all'11 maggio.

Potrebbe riaccendere una fiamma per la nostra eredità, o ci lascerà con nient'altro che cenere?

 

Il Papa come sovrano.

Il papato è più di un ufficio spirituale; è una forza geopolitica, l'ultima monarchia assoluta d'Europa, che esercita un'influenza su 1,4 miliardi di cattolici.

Il papa modella la dottrina, nomina i vescovi e scrive il tono morale per le nazioni. Politicamente, non è più il potere che era Giovanni Paolo II, che radunava i polacchi contro il comunismo sovietico, ma il suo peso è tutt'altro che trascurabile nelle nazioni a maggioranza cattolica.

Le encicliche papali – lettere al mondo – influenzano ancora le menti su domande che vanno dall'aborto al clima.

 Quando un papa come Bergoglio si batte per l'accoglienza dei migranti, non si limita a predicare; ridisegna il destino demografico dell'Occidente.

In Francia, dove regna la laicità, le radici cattoliche suscitano ancora riflessi politici, come l'opposizione di alcuni legislatori alle politiche migratorie, anche se esponenti della sinistra come “Marine Tondelier”, leader del Partito dei Verdi anti-bianchi e pro-immigrazione, nascondono il loro cattolicesimo per evitare lo stigma dei sostenitori.

 

L'eredità di Bergoglio: una spina nel cuore bianco.

Bergoglio era un paradosso: un uomo di umiltà che si è alienato milioni di cattolici bianchi con il suo implacabile universalismo.

Ha lavato i piedi ai migranti musulmani nel 2016 e ha esortato le parrocchie a ospitare gli africani nel 2023.

Nel 2019, ha dichiarato che la "diversità delle religioni" è stata "voluta da Dio", un'affermazione che ha scosso i tradizionalisti che vedono il cristianesimo come il baluardo dell'Europa contro l'Islam.

Nel 2023 ha definito i confini un "ostacolo all'umanità", indignando gli abitanti dei villaggi francesi nei villaggi trasformati da non bianchi.

 

Papa Francesco è stato all'interno del carcere di Civitavecchia, vicino Roma, dove ha celebrato la messa "in coena Domini" con il tradizionale rito della "lavanda dei piedi" a 12 detenuti, il 14 aprile 2022.

(Credit: © Vaticanmedia/ROPI via ZUMA Press).

“Philippe de Villiers”, un importante sovranista francese anti-immigrazione, ha criticato Bergoglio.

 In un'intervista del 21 aprile 2025, lo ha accusato di "guardare la Francia dall'alto in basso".

Quando il Papa era a Strasburgo nel 2014, ha detto "Sono a Strasburgo, non in Francia", e allo stesso modo nel 2023 a Marsiglia, ha detto: "Sono a Marsiglia, non in Francia", celebrando così il multiculturalismo urbano.

De Villiers vede questo come un "disprezzo" per la Francia bianca e cristiana.

Nel 2014, al Parlamento europeo, Bergoglio ha definito l'Europa una "nonna, non più fertile", un'immagine che de Villiers vede come l'accoglienza dei musulmani fertili in un continente di "vecchie zitelle sterili".

 

Bergoglio ha parlato raramente della persecuzione musulmana dei cristiani, e ha invece preferito il dialogo con l'Islam.

 In Francia, dove le chiese bruciano e alcuni sacerdoti vivono sotto costante minaccia, il suo silenzio sembrava un abbandono.

Nella sua famigerata enciclica del 2020 “Fratelli Tutti”, ha predicato una fraternità senza confini, ignara dello scontro culturale che lacera l'Europa.

A volte etichettato in Francia come un papa di estrema sinistra – persino "anti-bianco" da “Éric Zemmour” – Bergoglio non ha risparmiato critiche al capitalismo.

"Questa economia uccide. Escludere. Distrugge la Madre Terra", ha dichiarato nel 2015, affermando che amplia le disuguaglianze e devasta l'ambiente.

 Le sue critiche al comunismo erano molto più moderate.

Nel 2013 ha definito il marxismo "sbagliato", ma nel 2022 ha detto:

"Se vedo il Vangelo solo sociologicamente, sì, sono comunista, e lo è anche Gesù".

 I suoi dialoghi con leader comunisti come Raúl Castro a Cuba nel 2015 e il suo sostegno a DIALOP – un progetto che fonde cristianesimo e marxismo – contrastano con la sua veemenza anticapitalista.

 Questa indulgenza nei confronti di un'ideologia atea responsabile di milioni di morti sembra un tradimento dell'eredità cristiana bianca.

 

L'ascesa del sedevacantismo.

 

Il regno di Bergoglio ha alimentato il sedevacantismo, un movimento tradizionalista che sostiene che il trono papale è vacante dal Vaticano II (1962-1965).

 I sedevacantisti, che ora contano da decine a centinaia di migliaia in tutto il mondo, rifiutano tutti i papi a partire da Giovanni XXIII e devono eretico il loro ecumenismo, la libertà religiosa e il sostegno all'immigrazione.

Sotto Paolo VI, che attuò il Vaticano II, il sedevacantismo emerse in reazione alle riforme liturgiche.

Gli incontri interreligiosi di Giovanni Paolo II, come quello di Assisi nel 1986, e il tradizionalismo moderato di Benedetto XVI non sono riusciti a sedare questa corrente.

Bergoglio ha gettato benzina sul fuoco.

 

In Francia, le cappelle sedevacantiste come la “Fraternità San Pio V” attirano folle stanche del modernismo.

 A livello globale, il Monastero della Santissima Famiglia (Stati Uniti) e l'Istituto Mater Boni Consigli (Italia) segnalano un crescente interesse.

Le opinioni di Bergoglio sull'immigrazione hanno amplificato questa rivolta.

Allo stesso modo, la sua enciclica “Amoris Laetitia” del 2016, che allentava le regole di comunione per i divorziati, e la sua approvazione nel 2023 delle benedizioni per le coppie dello stesso sesso erano inaccettabili.

 Per i sedevacantisti, il Vaticano non è più cattolico.

 De Villiers lamentava la persecuzione dei "cristiani tradizionali", quelli della "chiesa della nostra infanzia", come le piccole parrocchie della Bretagna o di Boulogne, perseguitate per la loro fedeltà all'antica liturgia.

D'altra parte, il sedevacantismo rischia di alienare i moderati, una sfida per coloro che cercano un'influenza più ampia.

 

Cosa ci si aspetta dal conclave?

 

Un conclave è l'antico rituale della Chiesa per l'elezione di un papa, che si tiene da 15 a 20 giorni dopo la morte di un pontefice, in questo caso, tra il 6 e l'11 maggio. Fino a 138 cardinali elettori, tutti sotto gli 80 anni il giorno della morte dell'ultimo papa, si riuniscono nella Cappella Sistina, chiusi a chiave ("cum clave") per votare in segreto.

Le schede vengono votate due volte al giorno, bruciate dopo ogni turno:

 il fumo nero segnala il mancato accordo, il fumo bianco annuncia un nuovo papa. È richiesta la maggioranza dei due terzi e al cardinale prescelto viene chiesto: "Accetto?" (Accetti?) e quale nome prenderà.

Questa miscela di preghiera, politica e intrighi mette le fazioni l'una contro l'altra.

Una fumata bianca si alza dal camino sul tetto della Cappella Sistina, 13 marzo 2013. (Credito immagine: © ANSA/zumapress.com)

Nel 1268, dopo la morte di Clemente IV, il conclave di Viterbo si trascinò per tre anni di litigi.

 La gente del posto impaziente ha rinchiuso i cardinali (dando vita al termine "conclave") e li ha messi a pane e acqua per affrettare una decisione.

Si dice che i cittadini abbiano persino strappato il tetto dell'edificio per fare pressione sui cardinali.

Quest'anno, con 110 dei 138 elettori nominati da Bergoglio, il conclave è il più grande della storia, e la sua diversità – solo 40 europei – rende l'esito incerto.

 Il conclave contrappone i modernisti – eredi del globalismo inclusivo di Bergoglio – ai conservatori, desiderosi di rigore dottrinale.

 

19 novembre 2016 – I nuovi cardinali si abbracciano al termine di un Concistoro Ordinario Pubblico nella Basilica di San Pietro.

 Oltre ai 14 nuovi elettori, papa Francesco ha nominato 3 nuovi cardinali che hanno più di 80 anni e, quindi, non possono votare in conclave.

(Credito immagine: © Giuseppe Ciccia/Pacific Press via ZUMA Wire)

Ecco i principali candidati:

Modernisti:

Pietro Parolin (Italia, 70): segretario di Stato vaticano, un diplomatico esperto che ha negoziato con la Cina.

Candidato alla continuità, sostiene il dialogo interreligioso e l'immigrazione.

Ha raggiunto un accordo sui vescovi cinesi nel 2018, il che lo rende uno dei preferiti dai liberali, ma irrita i conservatori.

Si trattava di un tentativo di unire la Chiesa sotterranea, ancora fedele a Roma, con la Chiesa di approvazione comunista cinese, i cui vescovi erano storicamente nominati dal governo.

Il cardinale Pietro Parolin riceve in udienza privata il vicepresidente” JD Vance” in Vaticano, 18 aprile 2025. (Credit ©: Vatican Media/IPA via ZUMA Press)

Luis Antonio Tagle (filippino, 67 anni): soprannominato il "Francesco asiatico", carismatico e liberale sulle questioni sociali (LGBTQ, divorziati), si appella al Sud del mondo ma allarma i tradizionalisti.

Matteo Zuppi (Italia, 69 anni): arcivescovo di Bologna, alleato di Bergoglio, promuove la giustizia sociale e accoglie le migrazioni. Il suo ruolo di inviato di pace in Ucraina rafforza il suo profilo.

Conservatori:

Robert Sarah (Guinea, 79): tradizionalista convinto, denuncia il wokismo, le benedizioni per le persone dello stesso sesso e l'immigrazione incontrollata.

 Il suo libro " Il potere del silenzio" attira sedevacantisti e conservatori, ma la sua età e le sue origini africane ne limitano le possibilità.

Ha sostenitori inaspettati, come il pensatore russo “Alexander Dugin”, che ha scritto su “X”:

 "Ci sono due punti eccellenti in Robert Sarah: è tradizionale (crede in Dio).

 È nero (la sua fede è autentica perché i neri sono meno fraudolenti dei bianchi)". Questo riduce Sarah a uno stereotipo razziale, insultando sia i bianchi che la profondità della sua fede.

Dugin, nel suo zelo essenzialista, tradisce lo spirito di un conclave che dovrebbe elevarsi al di sopra di tali cliché.

Chi vedrà Sarah per la sua lotta, non per la sua pelle?

Il cardinale Robert Sarah dopo la messa del Mercoledì delle Ceneri nella Basilica di Santa Sabina a Roma, 26 febbraio 2020. (Credito immagine: © Inetti-Picciarella/Ropi via ZUMA Press)

Péter Erdő (Ungheria, 72 anni): esperto di diritto canonico, vicino a Viktor Orbán, si oppone alle benedizioni e alla comunione tra persone dello stesso sesso per i divorziati.

 Nel 2015, ha paragonato gli aiuti ai rifugiati al "traffico di esseri umani".

Wim Eijk (Paesi Bassi, 71 anni): ultraconservatore, ha definito "apostasia" le idee di Bergoglio sull'inter- comunione. Meno influente a livello globale, rimanendo un eroe tradizionalista.

Papa bianco, papa nero: posta in gioco e identità.

L'esito del conclave – papa bianco o nero – modellerà il luogo simbolico dell'identità bianca.

Un papa nero come il guineano Sarah o Fridolin Ambongo Besungu del Congo potrebbe essere conservatore, rifiutando il wokismo e persino l'immigrazione. Eppure simboleggerebbe l'ascesa del Sud del mondo, alienandosi potenzialmente i cattolici bianchi che vedono il papato come l'eredità dell'Europa.

Naturalmente, un modernista bianco estenderebbe l'universalismo di Bergoglio, dando la priorità ai migranti rispetto ai nativi europei, erodendo la coesione bianca.

 

Dato lo spirito del tempo dei nostri tempi, un conservatore bianco, come l'ungherese Péter Erdő, che radica la Chiesa nella sua culla europea, sarebbe una sorpresa migliore.

Matematicamente, un blocco conservatore (Europa: 40 voti; Africa: 32 voti) unisce 72 elettori su 138, vicini ai 92 necessari per una maggioranza di due terzi.

Se Erdő unisse i tradizionalisti europei e i conservatori africani, potrebbe prevalere, soprattutto se i progressisti si dividessero.

Ma i 110 nominati da Bergoglio sono a favore di un modernista, con Pietro Parolin alla guida.

Gli addetti ai lavori del Vaticano gli danno il 40 per cento di possibilità.

 Danno al cardinale Erdő una probabilità del 15-20 per cento, ma lui rimane un outsider, come lo fu Giovanni Paolo II nel 1978.

 

Il Cardinale Péter Erdő celebra la Messa il Mercoledì delle Ceneri nella Basilica di Esztergom, il 13 febbraio 2013. (Credito immagine: © Imago/zumapress.com)

Una fiamma o uno sfarfallio?

 

La morte di un papa segna sempre una nuova era per i cattolici, ogni pontefice cerca di lasciare un segno distinto nel suo tempo.

Il conclave del 2025 produrrà una fiamma bianca, come Erdő, per riaccendere l'Europa?

 Un papa è un paradossale capo di Stato, teoricamente libero di dire la verità senza paura di essere rieletto.

Entro il 2030, i bianchi potrebbero essere una minoranza in molte delle principali città europee.

Un papa che lo ignora tradisce Clodoveo e Giovanna d'Arco.

 Dalla Francia, terra di martiri, sogno una Chiesa che distingua i popoli e sollevi il tabù morale di questa differenziazione.

Rimane vitale per i cattolici bianchi continuare a costruire reti che parlino all'interno della Chiesa le verità che i papi devono ancora esprimere.

Nessuna verità è un peccato, nemmeno la verità razziale, ma anche all'interno della Chiesa, la chiarezza razziale ha nemici, che lottano per imporre le loro opinioni.

 Facciamo di più per imporre la nostra.

Il conclave offre una piccola possibilità di fare del Vaticano una fortezza per l'Occidente.

Il risultato sta nel fumo sopra la Sistina.

 

Citazioni e fonti.

 

Dichiarazioni a favore dell'immigrazione:

"Dobbiamo dirlo chiaramente: c'è chi respinge sistematicamente e con ogni mezzo i migranti, e questo, se fatto consapevolmente e deliberatamente, è un peccato grave". (Udienza Generale, 28 agosto 2024, Vatican News).

"Non dobbiamo essere sconcertati dal loro numero, ma vederli come persone, vedere i loro volti, ascoltare le loro storie, cercare di rispondere al meglio alla loro situazione."

 (Discorso al Congresso degli Stati Uniti , 24 settembre 2015).

"Migranti e rifugiati non sono pedine sulla scacchiera dell'umanità". (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato , 24 maggio 2013)

"La legittima regolamentazione dell'immigrazione non deve mai compromettere l'essenziale dignità della persona".

 (Lettera ai Vescovi degli Stati Uniti, 10 febbraio 2025).

"Lo straniero che risiede in mezzo a voi dev'essere trattato come il vostro nativo, e voi lo amerete come voi stessi."

 (Messaggio per la 104ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 15 agosto 2017).

Dichiarazioni anticapitaliste:

"Questa economia uccide. Esclude. Distrugge la Madre Terra".

(Discorso ai Movimenti Popolari, Santa Cruz, Bolivia, 9 luglio 2015).

"Il mercato da solo non risolve tutto, anche se vorrebbero farci credere a questo dogma della fede neoliberista".

 Fratelli Tutti, §168 , 2020)

Sul comunismo:

"L'ideologia marxista è sbagliata. Ma ho incontrato molti marxisti che sono persone coraggiose, quindi non mi sento offeso".

 (Intervista a” La Stampa”, 15 dicembre 2013).

"Se vedo il Vangelo solo da una prospettiva sociologica, sì, sono comunista, e lo è anche Gesù".

 

Come il comunismo MAGA renderà di

nuovo grande l'America facendo

crollare l'economia.

Unz.com - Robert Stark – (18 aprile 2025) – ci dice:

 

 

I sostenitori di Trump stanno celebrando il collasso economico per possedere i libs.

Il messaggio che arriva dai rappresentanti del MAGA in merito ai dazi è che gli americani devono sacrificarsi e soffrire ora per il bene nazionale e per un futuro più luminoso.

 Questo è un atteggiamento che non esisteva in America dai tempi del New Deal e della Seconda Guerra Mondiale, in contrasto con il mantra di fine XX secolo, che enfatizzava il patriottismo basato sulla prosperità e sul guadagno materiale.

 Il Segretario al Tesoro “Scott Bessent” ha affermato che il “Sogno Americano non riguarda l'accesso a beni a basso costo “, il che è antitetico al neoliberismo. “Jeanine Pirro” di Fox News, ex repubblicana piuttosto affermata, ha dichiarato quando le azioni sono crollate :

 "Oggi non mi interessa molto del mio 401(k).

 Sapete perché? Non che me lo possa permettere, non che non sia importante, non che non sia in un momento della mia vita in cui dovrei preoccuparmi del mio 401(k, perché lo sono, ma questo è ciò in cui credo.

Credo in quest'uomo, e credo che quello che stiamo vedendo ora, con il suo fatturato di 1.000 miliardi di dollari nel settore manifatturiero e con le aziende che tornano negli Stati Uniti..."

La prosperità ha reso l'America decadente, il che comporta correttezza politica, senso di colpa bianco, DEI, femminismo, degenerazione sessuale e LGBTQ, ecc.

Così, i comunisti MAGA sperano che un collasso economico purificherà l'America da questi tumori come la chemio.

Le nazioni più povere tendono infatti ad essere socialmente più conservatrici e nazionaliste, mentre le nazioni più ricche sono più liberali.

 La Grande Depressione ha posto fine ai decadenti ruggenti anni '20 e ha portato agli anni '50, che i conservatori sociali feticizzano.

 Poi la grande prosperità della seconda metà del XX secolo ha reso l'America più liberale.

 I populisti di destra hanno una visione pessimistica secondo cui l'America era migliore in passato.

Al contrario, la visione neoliberista è che l'America sta andando alla grande grazie alla rapida crescita del PIL, che anche la sinistra critica, anche se non feticizza il passato.

 

Il ritorno dal lavoro d'ufficio al lavoro operaio in fabbrica viene romanticizzato dal MAGA, proprio come Mao costrinse i decadenti cittadini a tornare alle campagne. Ad esempio, “Bessent” ha suggerito che i dipendenti pubblici licenziati dal DOGE possano lavorare in fabbrica.

“Batya Ungar-Sargo”n, un'autoidentificata "sinistrofila del MAGA", ha affermato di credere che i dazi di Trump invertiranno la "crisi di mascolinità" che permea la nazione.

In sostanza, far uscire gli uomini dal lavoro d'ufficio e portarli a lavorare in fabbrica li trasformerà in veri uomini.

 La sofferenza e le difficoltà che derivano da un collasso economico fanno bene all'anima e renderanno il popolo americano più duro.

 

I comunisti del MAGA sperano che i dazi di Trump ridistribuiscano la ricchezza dagli stati democratici a quelli repubblicani, dalla classe operaia alla classe operaia, dagli anziani ai giovani e dalle donne agli uomini.

Certamente, l'economia, dopo il COVID, ha beneficiato in modo sproporzionato i baby boomer, le donne e le persone di colore a scapito dei giovani bianchi. “Bloomberg News” ha riportato che durante l'anno successivo alle proteste di “Black Lives Matter” (2020-2021), solo il 6% delle nuove assunzioni nelle aziende dell'indice S&P 100 era composto da bianchi.

 Quindi, perché i giovani bianchi non dovrebbero applaudire il crollo delle azioni di queste aziende woke?

Nike è stata probabilmente la peggiore colpevole per essere woke e anti-bianca, e le sue azioni sono crollate drasticamente a causa dei dazi elevati proposti su paesi produttori di abbigliamento come il Vietnam.

C'è molto risentimento nei confronti degli anziani per aver bloccato l'economia durante il COVID, mentre gli anziani che possedevano immobili, azioni e fondi pensione 401k hanno beneficiato della bolla di stimolo post-COVID.

 Dall'inizio della pandemia, i baby boomer hanno acquistato la maggior parte delle nuove case in America.

Molti giovani sono indebitati in modo massiccio per prestiti studenteschi, non possono permettersi una casa e generalmente non hanno molto in azioni o fondi pensione 401k.

Quindi non si preoccupano molto del crollo del mercato azionario.

Molti millennial e zoomer sperano che il mercato immobiliare crolli per potersi permettere una casa, poiché una crisi delle pensioni/fondi pensione 401k costringerebbe i baby boomer a vendere o a ridimensionarsi.

Tuttavia, è più probabile che siano società di private equity come BlackRock ad acquistare queste case.

Un video TikTok che è diventato virale da un'azienda australiana di prodotti per la cura della pelle di queste donne zoomer che si comportano in modo sciocco ha scatenato molta rabbia da parte degli uomini online.

In particolare, dagli uomini della classe operaia, che, oltre al risentimento sessuale, si risentivano dei comodi lavori di marketing di queste donne della classe medio-alta, poiché molti di questi uomini probabilmente hanno lavori molto più sgradevoli.

Certamente, le aziende che assumono molte più donne, le assunzioni di diversità e i lavori di sono stati il prodotto di una bolla economica, a causa dei bassi tassi di interesse e della spesa di stimolo.

Questi uomini MAGA della classe operaia hanno questa fantasia psicosessuale di vendetta, in cui tutte le donne capo vengono licenziate e devono accontentarsi di un tizio che lavora in fabbrica.

 È una strategia evolutiva per gli uomini di status inferiore cercare di ridurre lo status relativo delle donne in modo da dover dipendere da loro.

Anelano a un giorno in cui l'America avesse una grande base manifatturiera, perché gli uomini potessero mantenere moglie e figli con un solo reddito.

L'ascesa delle donne nella forza lavoro ha coinciso con la deindustrializzazione e l'ascesa dei settori impiegatizi e dei servizi.

I liberali accusano i sostenitori di Trump di essere dei perdenti che vogliono vendicarsi dei propri fallimenti personali distruggendo l'economia, che è ciò che la destra ha tradizionalmente detto di sinistra e socialisti.

Ad esempio, la sinistra era dei perdenti che non potevano competere sotto il capitalismo, quindi hanno attuato politiche che hanno distrutto l'economia per dispetto.

 Tuttavia, ci sono anche sinistrati che tifano per un crollo economico per danneggiare Trump e per ragioni anticapitalistiche e accelerazioniste.

 In sostanza, Trump innescherà una reazione che porterà a una rivoluzione marxista.

Tuttavia, dato che Trump ha vinto, ci si aspetterebbe che la squadra perdente sia quella che celebra di più il crollo economico.

 

L'economia americana non funziona per molte persone che si sono stancate di essere illuminate a gas su quanto fosse grande l'economia, quindi c'è la sensazione nichilista che potremmo semplicemente bruciare tutto.

Comprensibilmente, le persone che sono state fottute o messe da parte vogliono vendicarsi di coloro che hanno fatto bene nell'economia sotto il sistema precedente.

 Nonostante questa mentalità tra un ampio segmento di sostenitori di Trump, Trump principalmente le persone che sono vincenti sotto il capitalismo e disprezza le persone meno abbienti che lo sostengono.

Il comunismo MAGA è un meme e un'ideologia online nazionalista, socialmente conservatrice, anti-liberale, anti-capitalista, filo-russa e terzomondista.

Il comunismo MAGA è post-modernista in quanto tutta la politica è simbolica e le verità e la realtà possono essere distorte.

Ad esempio, i comunisti MAGA hanno cercato di fare di Trump qualcosa che non è. Questo vale anche per” Batya Ungar-Sargon”,che in un'intervista con Michael Shellenberger, ha affermato che "Trump sta conducendo una guerra di classe a Wall Street per il bene della classe operaia americana.

 E per punirlo, Wall Street sta scommettendo contro l'America perché non sopporta l'idea che ci sia una persona con il potere che non sia in ginocchio davanti a loro".

Non prevedo che MAGA formi questa nuova coalizione sinistra-destra, un movimento sindacale America First, o che Trump diventi questo grande leader nazionalista sociale.

Piuttosto, Trump nel complesso è stato piuttosto pro-oligarca e di destra economicamente, proponendo austerità sulla spesa sociale e tagli fiscali per i ricchi e le aziende.

Persino i dazi non sono così populisti come MAGA li dipinge, in quanto sono un'imposta regressiva sulla classe operaia e media, con cui Trump vuole sostituire l'imposta progressiva sul reddito.

Trump sta esentando Apple e altri giganti della tecnologia dai dazi sulla Cina, consentendo al contempo alle piccole imprese che dipendono dai prodotti cinesi di fallire.

 Per non parlare del fatto che Trump ha affermato che abbiamo bisogno di più immigrati per svolgere i lavori in fabbrica.

 Se così fosse, otterremmo i prezzi più alti dei dazi, ma senza nessuno dei benefici sul lavoro.

 

Tuttavia, Trump rispecchia i comunisti del MAGA online in quanto la sua retorica e il suo programma sono così schizofrenici e incoerenti che spesso si contraddicono. “Drew Pavlou “sostiene che il trumpismo sia un movimento del Terzo Mondo a causa del culto neo-maoista della personalità del movimento MAGA, dell'adesione di Trump all'economia “Juche”, dell'adesione del movimento MAGA a un culto del sacrificio e della povertà, dell'approccio stregonesco/sciamanico del MAGA alla salute pubblica, dell'odio e del risentimento del movimento MAGA verso l'Occidente e dell'adesione del movimento MAGA a reti di clientelismo e clientelismo che ricordano la Russia degli anni '90.

Inoltre, i MAGA tendono a detestare intellettuali, teste d'uovo ed esperti come Pol Pot.

 Trump flirta con proposte populiste come un” Fondo Sovrano” , come ha fatto la Cina, il tetto ai tassi di interesse delle carte di credito o l'aumento delle tasse sui ricchi, che non porta mai a termine.

 Trump spesso parla come un repubblicano reaganiano, altre volte invece sembra un peronista.

 

L'attuale maoismo MAGA contraddice il più ottimista cambiamento di atmosfera neo-reaganiana di cui ho scritto subito dopo l'insediamento di Trump. Fondamentalmente, che Trump avrebbe creato così tanta prosperità che i MAGA erano i nuovi yuppies e sarebbero diventati ricchi, ma anche cifre MAGA che dicevano ai giovani di smettere di lamentarsi perché le cose in realtà vanno abbastanza bene.

 Questo dimostra quanto bruscamente ci possa essere un cambiamento nelle vibrazioni.

 Inoltre, queste due narrazioni ideologiche possono coesistere contemporaneamente all'interno dello stesso movimento o essere sposate dalla stessa figura politica.

 

È anche notevole che Trump affermi di non preoccuparsi del mercato azionario, dato che durante il suo primo mandato, quello era il suo principale metro di misura del successo politico.

 Per quanto improbabile, se Trump riuscisse a risollevare l'economia, sentiremmo una narrazione completamente diversa.

 Ad esempio, un giorno in cui Trump si è concentrato sui dazi e le azioni sono aumentate, c'è stato un cambio di tono con gli stessi sostenitori del MAGA che celebravano il collasso economico, tornando a dire che Trump avrebbe inaugurato un boom economico.

 

Il MAGA è ironicamente una coalizione dall'alto verso il basso della classe operaia e degli oligarchi contro la classe dei laptop e i burocrati, il che spiega la sua incoerenza.

Certamente c'è una retorica populista da MAGA, come se il crollo del mercato fosse positivo perché i più ricchi possiedono la maggior parte delle azioni.

Mentre il crollo del mercato azionario sta distruggendo gran parte della ricchezza del 10% più ricchi, gli oligarchi come il private equity che sostengono Trump entreranno a comprare asset a buon mercato dopo il crollo.

Molti populisti fanno il tifo per Trump per distruggere l'economia per ricostruirla da zero.

 L'economia americana è falsa e costruita sulla finanziarizzazione e sul consumo, che sperano di sostituire con un'economia reale basata sulla produzione.

Prevedo la peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, ovvero una combinazione della stagflazione degli anni '70 con una crisi finanziaria come quella del 2008.

 Le politiche economiche di Trump porteranno a disuguaglianze molto peggiori e il suo crollo dell'economia causerà un'altra reazione della sinistra, forse peggiore di quella del 2020.

Tuttavia, i beni di consumo a basso costo e l'accesso al credito sono le poche cose che tengono insieme la società multietnica americana, quindi se questo non ci sarà più, ci saranno molte tensioni tribali ed etniche.

Trump contro Harvard in un

incontro di wrestling politico.

 Unz.com - Ron Unz – (21 aprile 2025) – ci dice:

Quando ero bambino, mio nonno si divertiva a guardare il wrestling professionistico sulla sua vecchia televisione in bianco e nero, quindi ogni tanto facevo lo stesso.

In quei giorni lontani, il wrestling televisivo non possedeva quasi soldi né prestigioso ed era a malapena considerato un vero e proprio sport, probabilmente a pari merito con il roller derby che occupava il livello più basso di spettatori di pubblico.

Gli incontri di wrestling venivano trasmessi solo su una delle stazioni televisive locali con il punteggio più basso, non affiliata a nessuna rete, i cui manager cercavano disperatamente tutto ciò che riuscivano a trovare per riempire le ore di trasmissione disponibili.

L'idea che un giorno il wrestling potesse diventare un'impresa nazionale multimiliardaria sarebbe sembrata del tutto assurda e ridicola.

Sebbene esiste un film di fantascienza hollywoodiano del 1975.

 

Anche se non ho mai guardato un singolo incontro di wrestling dai tempi degli spettacoli in bianco e nero della mia infanzia e quei ricordi sono sbiaditi, penso che possano essere stati protetti spesso da gare di tag team, in cui coppie di lottatori si affrontavano.

Se così fosse, i titoli dei nostri giornali nazionali annunciano ora un incontro di wrestling dei pesi massimi che determinerà il futuro dell'istruzione superiore americana e forse anche dell'intera società.

 Il presidente Donald Trump si scontra con l'Università di Harvard nel più grande scontro politico di questo giovane secolo, con ciascuno dei due principali contendenti sostenuto dai rispettivi vice.

Trump è un autore di fama, con oltre venti volumi pubblicati a suo nome, molti dei quali bestseller di alto profilo su strategia aziendale, politica e negoziazione.

Ma non sono del tutto convinto che abbia mai letto un solo libro dall'inizio alla fine in tutta la sua vita, compresi i suoi, e se l'ha fatto, sospetto che l'ultimo possa essere di decenni fa, forse ricco di illustrazioni a colori.

Nel frattempo, il suo principale avversario in questa partita è la più antica università americana, che si avvicina al suo 390° anno di esistenza, da tempo considerata l'istituzione di istruzione superiore più ricca e prestigiosa al mondo.

 

La fedele compagnia di squadra di Trump è il suo Segretario all'Istruzione Linda McMahon, la miliardaria wrestling-lady, mentre Harvard è sostenuta dalla Columbia University, ancora scottata per il brutale pestaggio che ha recentemente ricevuto per mano della squadra Trump-McMahon prima che Harvard entrasse nelle liste.

Sebbene ricca e molto prestigiosa, la Columbia si colloca probabilmente ancora un po' al di sotto del triumvirato di lunga data Harvard-Yale-Princeton.

Pertanto, la minacciata perdita di 400 milioni di dollari di finanziamenti federali annuali poche settimane fa ha messo in ginocchio l'università, costringendo la sua amministrazione a cedere su tutti i principali punti richiesti.

Squadre di agenti federali sono state autorizzate a fare irruzione negli alloggi degli studenti e a portare tramite qualsiasi non-cittadino sospettato di critica Israele, l'amministrazione ha accettato di creare un'unità speciale di 30 agenti di sicurezza del campus incaricati di sopprimere qualsiasi manifestazione pubblica di antisionismo, e il suo prestigioso programma di studi mediorientali è stato posto in "amministrazione controllata", destinato a garantire che diventi completamente filo-israeliano nei suoi insegnamenti.

 

Tutte queste concessioni sono state fatte dal presidente ad interim Katrina Armstrong, che in seguito si è dimessa a causa di quell'orribile pressione che aveva subito, diventando il secondo presidente della Columbia a farlo negli ultimi otto mesi.

Quindi, sulla base di questa dolorosa storia recente stiamo chiaramente assistendo al tipo di match di rancore che è diventato molto popolare nel pro-wrestling, con la Columbia desiderosa di vendicarsi ora che ha la potente Harvard dalla sua parte.

Nel pro-wrestling, come in altri sport per spettatori, gli spettatori possono schierarsi con uno dei campioni o con l'altro, oppure semplicemente godersi la battaglia senza schierarsi.

Considerata l'ignoranza di Trump e la stupidità delle sue politiche, dimostrate di recente dalle sue sui” Looney Tunes”, non potrei certo tifare per lui.

Ma invece di rimanere neutrale, mi sono ritrovato completamente dalla parte di Harvard.

 

La mia posizione potrebbe sembrare un po' strana, date le dure critiche che ho mosso alla mia alma mater nel corso degli anni, anche su alcune delle stesse domande che l'amministrazione Trump sta attaccando ferocemente.

Ad esempio, già alla fine del 2012, avevo pubblicato un breve pezzo in cui sostenevo che Harvard si era gradualmente trasformato da un grande centro accademico di apprendimento in un enorme hedge fund con una sorta di piccola scuola o qualcosa di attaccato da un lato.

(Pagare le tasse scolastiche a un gigantesco hedge fund Ron Unz · Ron Unz · 4 dicembre 2012).

Ho notato in un articolo di seguito pochi giorni dopo, la mia critica aveva risuonato profondamente nei circoli giornalistici liberali, e negli anni successivi denunciare le nostre università d'élite come hedge fund mascherati è diventato molto diffuso:

Nel tardo pomeriggio di venerdì, l'articolo è stato pubblicato sui siti web di “Business Insidere CNBC”, e presto ridistribuito su Twitter da una grande folla di persone, alcune delle quali giornalisti di spicco.

Chris Hayes di MSNBC ha twittato "molto geloso di non aver scritto questo articolo" ai suoi 175.000 follower, il vincitore del premio Pulitzer Bart Gellman lo ha descritto come "illuminante" e la giornalista di politica economica del “New York Times” Annie Lowrey ha usato la frase "Harvard come un gigantesco hedge fund più una piccola università di ricerca".

 

Inoltre, quel particolare pezzo era stato in realtà pubblicato come una nota a margine della mia lunghissima analisi delle pratiche di ammissione ad Harvard e nelle nostre altre università più elitarie, che insieme fungevano da canale diretto verso le vette dominanti degli accademici, del diritto, degli affari, dei media e della finanza americana.

Le mie statistiche dimostravano che il loro processo di ammissione era diventato irrimediabilmente corrotto, e ho riassunto queste conclusioni.

 

Negli ultimi decenni, la politica di ammissione all'università d'élite è spesso diventata un campo di battaglia ideologico tra liberali e conservatori, ma direi che entrambi questi campi in guerra hanno perso la realtà effettiva della situazione.

 

I conservatori hanno denunciato le politiche di "azione affermativa" che enfatizzano la razza rispetto al merito accademico, portando così all'iscrizione di neri e ispanici meno qualificati rispetto ai loro concorrenti bianchi e asiatici più qualificati;

sostengono che le nostre istituzioni d'élite dovrebbero essere neutrali rispetto al colore e alla razza.

Nel frattempo, i progressisti hanno replicato che il corpo studentesco di queste istituzioni dovrebbe "assomigliare all'America", almeno approssimativamente, e che la diversità etnica e razziale offre intrinsecamente importanti benefici educativi, almeno se tutti gli studenti ammessi sono ragionevolmente qualificati e in grado di svolgere il lavoro.

 

La mia posizione è sempre stata fortemente nel primo campo, sostenendo la meritocrazia rispetto alla diversità nelle ammissioni d'élite.

 Ma sulla base delle prove dettagliate che ho discusso sopra, sembra che entrambi questi valori ideologici siano stati gradualmente sopraffatti e sostituiti dall'influenza della corruzione e del favoritismo etnico, selezionando così le future élite americane che non sono meritocratiche né diversificate, né tratte dai nostri studenti più capaci né che riflettono ragionevolmente la popolazione americana in generale.

 

La prova schiacciante è che il sistema attualmente impiegato dalla maggior parte delle nostre principali università ammette candidati le cui capacità possono essere insignificanti, ma che sono beneficiari di manipolazioni subdole e favoritismi.

 Le nazioni che metteranno la loro futura leadership nazionale nelle mani di tali individui rischiando di incontrare enormi problemi economici e sociali, esattamente il tipo di problemi che il nostro paese sembra aver sperimentato sempre più negli ultimi due decenni.

E a meno che le iscrizioni sicuramente distorte delle nostre istituzioni accademiche d'élite non siano corrette, la composizione di queste istituzioni di alimentazione garantirà che tali problemi nazionali continuino a peggiorare con il passare del tempo.

(Il mito della meritocrazia americano Ron Unz •Il conservatore americano• 28 novembre 2012).

 

L'editorialista del New York Times “David Brooks “ha presto classificato il mio articolo come forse il miglior articolo di una rivista americana dell'anno, un verdetto fortemente appoggiato da un redattore di punta dell'Economist.

La “Yale Political Union” e la “Yale Law School” mi hanno invitato a tenere un paio di conferenze pubbliche su quella controversa conclusione e sul resto della mia analisi della meritocrazia.

Una lista molto lunga di altri scrittori e intellettuali pubblici ha commentato il mio articolo, la stragrande maggioranza di loro abbastanza favorevolmente, con le loro discussioni che sono apparse su Forbes,The Atlantic,The Washington Monthly,Business Insidere varie altre pubblicazioni.

 Tra questi c'erano figure pubbliche di spicco come il professor Niall Fergusone Fareed Zakaria.

 

Una delle mie scoperte principali era stata l'esistenza di prove quantitative molto solide del fatto che Harvard e le altre università della Ivy League stessero praticando la discriminazione razziale mantenendo surrettiziamente le quote asiatiche nelle loro politiche di ammissione, e questo spinse presto il New York Times a organizzare un importante simposio su quel tema esplosivo a cui partecipai con entusiasmo.

 Il mio grafico, che dimostrava la convergenza estremamente sospetta delle iscrizioni asiatiche in tutte le università della Ivy League, fu ampiamente diffuso su Internet, incluso il Times , e sembrò costituire la "pistola fumante" di quello che era da tempo un sospetto ampiamente diffuso.

Ho spiegato nel mio articolo su “Times”:

Dopo che il Dipartimento di Giustizia chiuse un'indagine nei primi anni '90 sulle accuse secondo cui l'Università di Harvard discriminava i candidati asiatico-americani, le iscrizioni di asiatici-americani ad Harvard iniziarono a diminuire gradualmente, scendendo dal 20,6% nel 1993 a circa il 16,5% nella maggior parte dell'ultimo decennio.

 

Questo calo potrebbe sembrare piccolo.

Ma questi stessi anni hanno portato un enorme aumento della popolazione asiatica americana in età universitaria, che è quasi raddoppiata tra il 1992 e il 2011, mentre il numero dei bianchi non ispanici è rimasto quasi invariato.

 Così, secondo le statistiche ufficiali, la percentuale di asiatici-americani iscritti ad Harvard è diminuita di oltre il 50 per cento negli ultimi due decenni, mentre la percentuale di bianchi è cambiata poco.

 Questo calo delle iscrizioni relative agli asiatico-americani fu in realtà maggiore dell'impatto della quota ebraica di Harvard del 1925, che ridusse le matricole ebree dal 27,6% al 15%.

 

I circoli conservatori si interessarono notevolmente, con “Charles Murray” che evidenziò la mia analisi, e poche settimane dopo ho pubblicato un articolo sulla “National Review “sostenendo che le mie scoperte avrebbero potuto fornire basi legali alla Corte Suprema per ribaltare la sua decisione Bakke del 1978 che aveva gettato le basi per decenni di politiche di “Affirmative Action”:

 

Le quote razziali, Harvard e l'eredità di Bakke.

(Tre decenni di sostegno della Corte Suprema all'azione affermativa si sono basati sulla frode?

Ron Unz •National Review• 18 febbraio 2013).

L'anno successivo, infatti, un gruppo di querelanti asiatico-americani presentò una causa per contestare il sistema di ammissione di Harvard, definendolo discriminatorio.

Il loro caso trascorse il decennio successivo a farsi strada attraverso la corte federale, poi, il 29 giugno 2023, il loro impegno culminò in una decisiva sentenza della Corte Suprema, con una maggioranza di 6 a 3, che ribaltava la sentenza Bakke dopo 45 anni.

Quel fulmine a ciel sereno eliminò in gran parte la base giuridica per l'azione positiva nelle ammissioni universitarie e in molti altri ambiti della società americana.

 

Anche se ovviamente avevo augurato a quei querelanti asiatici ogni bene per il loro sforzo legale, non ero stato coinvolto nella loro causa, ed ero stato in realtà abbastanza pessimista sulle loro possibilità.

 Nel corso dei decenni c'erano stati diversi tentativi precedenti di convincere la Corte Suprema a ribaltare Bakke, ma tutti erano falliti, quindi ero arrivato a credere che un racconto progetto legale fosse probabilmente senza speranza.

Tuttavia, anche se quel caso si è spostato gradualmente attraverso i tribunali, ho lanciato una campagna completamente diversa volta per riformare drasticamente la politica educativa ad Harvard e a fare lo stesso in molte delle nostre altre università d'élite.

 

Nel 2015, il New York Times aveva sollecitato le mie opinioni per un simposio sulla riforma delle ammissioni all'istruzione superiore americana d'élite.

 Nel mio articolo ho notato che Harvard e alcuni dei nostri altri college più elitari avevano accumulato dotazioni così enormi che la parte del loro reddito derivante dalle entrate universitarie era diventata del tutto insignificante.

Pertanto, ho sostenuto che dovrebbero semplicemente abolire le tasse universitarie.

I numeri parlano chiaro.

 In questi giorni i 6.600 studenti universitari di Harvard pagano una retta annuale di $ 44.000 all'anno, con riduzioni sostanziali per gli studenti provenienti da famiglie meno ricche.

Quindi le tasse scolastiche degli studenti probabilmente contribuiscono molto meno di 200 milioni di dollari alle entrate annuali di Harvard.

Nel frattempo, l'anno scorso le operazioni di Harvard hanno generato un rendimento di 5 miliardi di dollari, un importo almeno 25 volte superiore.

Se tutti gli studenti universitari di Harvard scomparissero domani, o frequentassero le lezioni senza pagare un centesimo, l'impatto finanziario su Harvard, Inc. sarebbe del tutto trascurabile.

 

Ma anche se quei dollari delle tasse scolastiche non significano quasi nulla per Harvard, sono sicuramente una barriera scoraggiante e un peso per quasi tutte le famiglie americane.

Un processo di ammissione è difettoso quando un prezzo totale di quattro anni che si avvicina a $ 250.000 probabilmente incoraggia molti studenti dal fare domanda ....

L'annuncio di un'istruzione gratuita ad Harvard catturerebbe l'immaginazione del mondo e attirerebbe un bacino di candidati molto più ampio e diversificato, inclusi molti studenti di alto livello che in precedenza avevano limitato il loro obiettivo al loro college statale locale.

Inoltre, tutto ciò che ho detto su Harvard si applica altrettanto bene alla maggior parte delle altre migliori università americane, tra cui Yale, Princeton e Stanford, che sono diventati anch'esse enormi hedge fund non tassati che pagano tasse esorbitanti.

Potrebbero altrettanto facilmente fornire un'istruzione universitaria gratuita ai loro studenti con un piccolo costo finanziario e un grande beneficio sociale.

In seguito ho prodotto dei grafici che dimostrano che solo una piccola parte delle entrate di Harvard proveniva dalle tasse universitarie, e lo stesso valeva per Yale, Princeton e Stanford.

Era ovvio per me che un annuncio pubblico da parte di Harvard che stava abolendo tutte le tasse universitarie avrebbe catturato l'immaginazione di tutto il mondo, e avrebbe rapidamente spinto molte delle nostre altre università più ricche e più elitarie a fare lo stesso.

Quindi ho trovato estremamente frustrante che fosse altrettanto ovvio che l'amministrazione di Harvard non avrebbe mai preso in considerazione l'idea di fare un passo così audace e vantaggioso.

 

Così, più tardi quello stesso anno organizzai la lista di candidati per l'Harvard Board of Overseers di Harvard, reclutando l'icona progressista di lunga data Ralph Nader per guidare il nostro ticket.

Abbiamo presentato una piattaforma per l'abolizione delle tasse universitarie, richiedendo allo stesso tempo all'università di fornire una maggiore trasparenza nelle sue decisioni di ammissione.

Un resoconto eccellente ed equilibrato della nostra campagna appare presto sull'Harvard Magazine:

 

(I firmatari delle petizioni sfidano le politiche di Harvard John S. Rosenberg · John S. Rosenberg · • 27 gennaio 2016).

La nostra campagna elettorale ad Harvard ha coinciso esattamente con la corsa di Donald Trump alla Casa Bianca, e la riluttanza dei media a menzionare certe domande sembrava dimostrare che la maggior parte dei redattori e degli editori erano completamente intimiditi dal potere e dall'influenza di Harvard.

 

Più di una dozzina di anni prima, Daniel Golden aveva vinto un premio Pulitzer per la sua serie di articoli del Wall Street Journal che documentavano l'oltraggiosa corruzione e il favoritismo nelle pratiche di ammissione di Harvard e delle altre nostre migliori università.

 Poi, nel 2006, aveva pubblicato “The Price of Admission”,un bestseller ampiamente elogiato sullo stesso argomento, e io l'avevo utilizzato per la mia analisi di Meritocracy.

 

Tra gli altri fatti scioccanti, Golden ha rivelato l'esistenza di qualcosa spesso chiamato "il prezzo di Harvard", uno specifico pagamento multimilionario – essenzialmente una tangente – che avrebbe persuaso il nostro college più prestigioso ad ammettere un candidato poco qualificato.

 A causa di un'aspra causa familiare, è stato in grado di documentare l'esempio specifico di “Jared Kushner”, uno studente totalmente non qualificato, i cui genitori gli avevano acquistato la sua prestigiosa ammissione ad Harvard esattamente con un pagamento segreto.

 

Kushner” era il genero di Trump e una figura di spicco nella sua campagna presidenziale del 2016.

Dato che tutti i media attaccavano costantemente Trump su ogni possibile domanda, ho naturalmente pensato che avrebbero iniziato a prendersela con lui su questo, rafforzando così la nostra campagna di “Harvard Overseer” che sfidava tali pratiche.

Ma nonostante i miei migliori sforzi, i media hanno taciuto completamente su quell'oltraggioso esempio di corruzione familiare, apparentemente troppo timorosi di alienarsi Harvard per menzionare quello scandalo.

Così, mentre Trump ha vinto la nomination e ha continuato a vincere la presidenza, il nostro ticket ad Harvard è stato sconfitto.

 Diversi anni fa ho pubblicato una storia completa di quella campagna fallita come parte di un articolo di recensione molto lungo che discuteva tutti gli aspetti della questione della meritocrazia.

 

(La meritocrazia americana ha rivisitato le ammissioni d'élite, le quote asiatiche e la campagna gratuita Harvard/Fair Harvard Ron - Unz ·The Unz Review• 4 maggio 2022).

Penso che se Harvard avesse approvato una di queste importanti riforme riguardanti l'equità delle ammissioni o le tasse scolastiche, avrebbe potuto aumentare notevolmente il suo sostegno pubblico in tutto lo spettro ideologico. Ma invece ha resistito ostinatamente a tutte queste proposte, e la sua vasta ricchezza e arroganza hanno alienato sempre più ampie porzioni del pubblico americano, assicurandosi che fosse vista come un'istituzione ampiamente odiata dalla nostra classe dirigente disprezzata.

Questo l'ha resa vulnerabile all'improvviso e inaspettato attacco populista del presidente Donald Trump, e la maggior parte delle altre università d'élite americane sono cadute nella stessa trappola.

Alla luce di tutti questi fatti, in altre circostanze avrei potuto accogliere con favore l'attacco di Trump a tutte queste istituzioni accademiche arroganti e corrotte, che mi ha portato almeno a rimanere neutrale.

 Ma era ovvio che le ragioni della sua crociata contro Harvard, la Columbia e tante altre università di alto livello avevano poco o nulla a che fare con queste critiche molto legittime, ma erano invece motivate da fattori completamente diversi.

 

Per molti decenni, gli studenti universitari d'élite si sono regolarmente impegnati in proteste pubbliche su una vasta gamma di questioni diverse e sono stati esaltati dai media e dalle comunità accademiche per averlo fatto, con il movimento “Black Lives Matter” del 2020 che è solo l'esempio più recente.

 

Ma come ho discusso in una lunga serie di articoli, l'ultimo il mese scorso, quel clima ideologico è cambiato improvvisamente nell'ottobre 2023:

Quella lunga storia di permettere o addirittura glorificare le proteste pubbliche contro le ingiustizie percepite è stata naturalmente assorbita e presa a cuore dai giovani studenti universitari che hanno iniziato le loro lezioni nel settembre 2023.

Poi, nel giro di poche settimane, un raid a sorpresa straordinariamente audace da parte dei militanti di Hamas nella Gaza a lungo assediata ha colto gli israeliani di sorpresa e ha superato le difese ad alta tecnologia la cui costruzione era costata forse mezzo miliardo di dollari.

Molte centinaia di soldati e agenti di sicurezza israeliani sono stati uccisi insieme a un numero simile di civili, con la maggior parte di questi ultimi probabilmente morti a causa del fuoco amico delle unità militari israeliane in preda al panico e dal grilletto facile.

Circa 240 soldati e civili israeliani sono stati catturati e inviati a Gaza come prigionieri, con Hamas che spera di scambiarli con la libertà delle molte migliaia di civili palestinesi che sono stati detenuti per anni nelle carceri israeliane, spesso in condizioni brutali.

 

Invece di attaccare Hamas, Netanyahu ha approfittato dell'ondata di simpatia globale scatenando un assalto militare senza precedenti contro gli oltre due milioni di civili di Gaza, apparentemente con l'intenzione di ucciderne un gran numero e spingendo il resto nel deserto del Sinai in Egitto, permettendo a Israele di annettere il loro territorio e reinsediarlo con gli ebrei.

Al sicuro nei loro tunnel sotterranei, relativamente pochi combattenti di Hamas sono stati uccisi, ma i civili di Gaza hanno subito perdite devastanti, molte delle quali inflitte da bombe da duemila libbre, quasi mai dispiegate in precedenza contro obiettivi urbani.

Ampie porzioni di Gaza sono state presto trasformate in paesaggi lunari, con circa 100.000 edifici distrutti, tra cui ospedali, chiese, moschee, scuole, università, uffici governativi, panetterie e tutte le altre infrastrutture necessarie per il mantenimento della vita civile.

Dopo solo poche settimane, il Financial Times ha riferito che la distruzione inflitta a gran parte di Gaza era già peggiore di quella subita dalle città tedesche dopo anni di bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale.

 

Con i leader israeliani che dichiaravano vincevano i loro piani di genocidio per i loro nemici palestinesi e le truppe israeliane che commettevano il più grande massacro televisivo di civili indifesi nella storia del mondo, le organizzazioni internazionali stanno gradualmente sottoponendo a forti pressioni per coinvolgersi nel conflitto in corso.

 Alla fine di dicembre, il Sudafrica ha presentato una memoria legale di 91 pagine alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) accusando Israele di aver commesso un genocidio.

 Nel giro di poche settimane i giuristi della Corte Internazionale di Giustizia hanno emesso una serie di sentenze quasi unanimi a sostegno di tali accuse e dichiarando che gli abitanti di Gaza erano a serio rischio di subire un potenziale genocidio per mano di Israele, con il giudice nominato da Israele, un ex presidente della Corte Suprema israeliana, che concordava con la maggior parte di quei verdetti ...

Per generazioni, gli studenti universitari sono stati pesantemente indottrinati con gli orrori dell'Olocausto, gli è stato detto all'infinito che non dovevano mai rimanere in silenzio mentre uomini, donne e bambini indifesi venivano brutalmente attaccati e massacrati.

 Le immagini che vedevano ora di città devastate e bambini morti o morenti sembravano esattamente uscite da un film, ma invece stavano accadendo in tempo reale nel mondo fisico...

Nel giro di poche settimane gli attivisti studenteschi in tutti i campus universitari americani iniziarono a organizzare proteste pubbliche contro l'orrendo massacro che Israele stava commettendo, con gli studenti di Harvard e Columbia in prima linea:

Poche settimane fa, i nostri funzionari eletti uniformemente filo-israeliani sono entrati nella mischia, chiamando i presidenti di molti dei nostri college più elitari – Harvard, Penn e MIT – a testimoniare davanti a loro riguardo al presunto "antisemitismo" nei loro campus.

I membri del Congresso hanno duramente rimproverato questi funzionari per aver permesso attività anti-israeliane, accusandoli anche per ignoranza e assurdità di permettere appelli pubblici al "genocidio ebraico" nei loro campus.

Non sono a conoscenza di alcun caso precedente in cui il presidente di un college americano d'élite sia stato rimosso così rapidamente dall'incarico per motivi ideologici e due esempi successivi nel giro di poche settimane sembrano uno sviluppo assolutamente senza precedenti, con enormi implicazioni per la libertà accademica.

Come risultato di questa massiccia pressione politica, queste diffuse proteste universitarie sono state brutalmente represse, con circa 2.300 studenti arrestati in dozzine di università in tutto il paese, un giro di vite sulla libertà di parola politica nelle università americane mai visto prima.

Ma nonostante questo grande successo, i donatori miliardari sionisti consideravano la loro vittoria sui manifestanti come incompleta.

Con l'amministrazione Biden filo-israeliana ora sostituita dall'amministrazione Trump, ancora più fortemente filo-israeliana, hanno chiesto che questa campagna fosse estesa allo sradicamento delle forze ideologiche che ritenevano responsabili.

Sotto la loro influenza, Trump e i suoi principali collaboratori hanno dichiarato la loro intenzione di arrestare e deportare tutti gli studenti stranieri che avevano partecipato a quelle proteste nei campus o che avevano espresso in altro modo le loro aspre critiche a Israele, e questo ha presto portato a una serie di incidenti scioccanti.

Una giovane dottoranda turca che frequenta la Tufts University con una borsa di studio Fulbright è stata strappata dalle strade della sua città di Boston da sei agenti federali mascherati, fatta salire su un'auto senza contrassegni e trasferita in una cella di detenzione in Louisiana in preparazione della sua deportazione.

Altre incursioni negli alloggi per studenti della Columbia da parte di squadre di agenti federali hanno prelevato un titolare di carta verde palestinese con una moglie cittadina americana incinta di otto mesi.

Uno studente sudcoreano che viveva negli Stati Uniti dall'età di sette anni si è nascosto per evitare un destino simile, mentre uno studente indiano è fuggito rapidamente in Canada per evitare l'arresto.

 

Nessuno di questi studenti universitari aveva commesso alcun crimine, ma sono stati catturati da agenti federali durante le incursioni nei campus o rapiti dalle strade delle loro città per aver semplicemente espresso critiche pubbliche al governo straniero di Israele.

Niente di così bizzarro come questa era mai accaduta in America.

 Il numero di studenti stranieri espulsi per aver critico Israele ha raggiunto i 1.500.

Nei decenni passati, la leadership accademica di una delle migliori scuole della Ivy League come la Columbia avrebbe potuto difendere strenuamente gli studenti della sua comunità.

Ma qualsiasi resistenza di questo tipo è stata spezzata quando l'amministrazione Trump ha improvvisamente ritirato 400 milioni di dollari di finanziamenti annuali. Le richieste includevano la piena cooperazione con l'arresto di tutti gli studenti critici delle politiche israeliane, la creazione di una nuova forza di sicurezza interna per sopprimere qualsiasi protesta anti-israeliana nei campus e l'"amministrazione controllata" per il prestigioso programma di studi mediorientali dell'università, con conseguente fermo controllo sionista.

 

Il presidente ad interim “Katrina Armstrong” si è inchinata a queste richieste, sacrificando la libertà accademica dei suoi docenti e la libertà personale dei suoi studenti.

Mamma di fronte a tali enormi pressioni contrastanti, si è dimessa Venerdì sera, circa sette mesi dopo che il suo predecessore si era dimesso per motivi più o meno simili.

Quello stesso giorno i giornali riportarono anche che i vertici dell'altrettanto prestigioso Centro di Studi sul Medio Oriente dell'Università di Harvard erano stati licenziati, probabilmente assicurando che dopo più di settant'anni questa organizzazione accademica indipendente sarebbe diventata d'ora in poi fermamente filo-israeliana nel suo orientamento.

 L'anno scorso, dopo che il precedente presidente di Harvard aveva difeso con forza la libertà accademica davanti a una commissione ostile del Congresso, è stata rapidamente costretta a dimettersi.

La scusa dichiarata dall'amministrazione Trump per questo attacco senza precedenti alla libertà di parola e alla libertà accademica nelle università americane era l'obiettivo prioritario del governo di combattere l'"antisemitismo", e ho notato l'estrema ironia in questa posizione:

Questa è certamente una situazione strana, che merita un'attenta analisi e spiegazione.

La parola "antisemitismo" significa semplicemente criticare o non amare gli ebrei, e negli ultimi anni i sostenitori di Israele hanno chiesto con un certo successo che il termine fosse esteso per includere anche l'antisionismo, vale a dire l'ostilità verso lo Stato ebraico.

 

Ma supponiamo di ammettere quest'ultimo punto e di essere d'accordo con gli attivisti filo-israeliani che l'"antisionismo" è davvero una forma di "antisemitismo".

Negli ultimi mesi, il governo israeliano ha brutalmente massacrato decine di migliaia di civili indifesi a Gaza, commettendo il più grande massacro televisivo nella storia del mondo, con i suoi massimi leader che usano un linguaggio esplicitamente genocida per descrivere i loro piani per i palestinesi.

 In effetti, il governo sudafricano ha presentato una memoria legale di 91 pagine alla Corte Internazionale di Giustizia che cataloga quelle dichiarazioni israeliane, provocando una sentenza quasi unanime da parte dei giuristi secondo cui milioni di palestinesi si trovano di fronte alla prospettiva di un genocidio per mano di Israele.

Al giorno d'oggi la maggior parte degli occidentali afferma di considerare il genocidio in una luce decisamente negativa.

 Quindi, questo non richiede sillogisticamente che abbraccino e approvino l'"antisemitismo"?

Sicuramente un visitatore proveniente da Marte sarebbe molto perplesso di fronte a questo strano dilemma e alle contorsioni filosofiche e psicologiche che sembra richiedere.

 

È piuttosto sorprendente che le élite dominanti estremamente "politicamente corretta" dell'America e del resto del mondo occidentale facciano il tifo a gran voce per lo Stato di Israele, razzialmente esclusivista, anche se uccide un numero enorme di donne e bambini e lavora molto duramente per far morire di fame circa due milioni di civili nella sua furia genocida senza precedenti.

Dopo tutto, il regime molto più mite e circospetto dell'apartheid in Sudafrica è stato universalmente condannato, boicottato e sanzionato solo per il più piccolo frammento di tali misfatti.

Il mio articolo continuava menzionando che il Congresso aveva anche iniziato ad approvare leggi per sopprimere la libertà di parola nei campus universitari in nome della lotta all'"antisemitismo", con quest'ultimo termine definito in modo molto ampio.

Alcuni anni fa un ex alto funzionario dell'AIPAC una voltasi vantò con un giornalista amico che se avesse scritto qualcosa su un semplice tovagliolo, nel giro di 24 ore avrebbe potuto ottenere le firme di 70 senatori per appoggiarlo, e il potere politico dell'ADL è altrettanto formidabile.

Pertanto, non è stata una sorpresa che la scorsa settimana una schiacciante maggioranza bipartisan di 320 a 91 alla Camera abbia approvato un disegno di legge che amplia il significato di antisionismo e antisemitismo nelle politiche anti-discriminazione del Dipartimento dell'Istruzione, codificando le definizioni utilizzate nelle nostre leggi sui diritti civili per classificare tali idee come discriminatorie.

Anche se non ho provato a leggere il testo, l'intento ovvio è quello di costringere i college a cancellare attività nocive come le proteste anti-israeliane dalla loro comunità universitaria o affrontare la perdita di fondi federali.

 Ciò rappresenta un attacco eclatante contro la libertà accademica e la tradizionale libertà di parola e di pensiero in America, e potrebbe anche spingere altre organizzazioni private ad adottare politiche simili.

 In una svolta particolarmente ironica, la definizione di antisemitismo utilizzata nel disegno di legge copre chiaramente parti della Bibbia cristiana, quindi i legislatori repubblicani ignoranti e compromessi hanno ora approvato con tutto il cuore la messa al bando della Bibbia in un paese in cui il 95% della popolazione ha radici cristiane.

 

“La distruzione sionista dell'istruzione americana superiore” Ron Unz •The Unz Review• (31 marzo 2025).

 Queste diffuse affermazioni dell'amministrazione Trump secondo cui l'antisemitismo era diffuso nelle nostre università d'élite erano particolarmente oltraggiose alla luce di alcuni dei risultati più importanti del mio articolo originale del 2012 su “Meritocracy”, risultati quasi mai menzionati da nessuna parte nei nostri pusillanimi media.

Subito dopo la decisione della Corte Suprema del 2023 che ha annullato Bakke e la base legale per l'”Affirmative Action”, ho pubblicato un articolo che ricapitola parte della mia analisi sulla meritocrazia:

 

La maggior parte dei giornalisti e degli accademici americani riconosce tranquillamente che le domande che toccano la sensibilità ebraica costituiscono il "terzo binario" mortale delle loro professioni, e l'analisi quantitativa che avevo presentato nella mia analisi della meritocrazia del 2012è stata probabilmente una delle più esplosive pubblicate in molti decenni.

In quello studio ho dimostrato che la distribuzione degli studenti nei nostri college d'élite divergeva nettamente da quella della nostra società nel suo complesso o del suo segmento più performante, ma mostrava invece una distorsione etnica sorprendentemente diversa.

 

L'evidenza delle recenti liste di semifinalisti NMS sembra la più conclusiva di tutte, date le enormi dimensioni del campione statistico coinvolto.

Come discusso in precedenza, questi studenti costituiscono all'incirca il più alto 0,5% delle capacità accademiche, i primi 16.000 studenti delle scuole superiori che dovrebbero iscriversi alla Ivy League e alle altre università accademiche più elitarie d'America.

In California, i nomi dei gentili bianchi superano quelli ebraici di oltre 8 a 1; in Texas, oltre 20 a 1; in Florida e Illinois, circa 9 a 1.

Anche a New York, lo stato più ebraico d'America, ci sono più di due studenti gentili bianchi di alto livello per ogni ebreo.

Sulla base della distribuzione complessiva della popolazione americana, sembra che circa il 65-70 per cento degli studenti americani con le più alte capacità siano bianchi non ebrei, ben oltre dieci volte il totale ebraico di meno del 6 per cento.

Inutile dire che queste valutazioni sono considerevolmente diverse da quelle che troviamo effettivamente tra gli studenti ammessi ad Harvard e i suoi colleghi d'élite, che oggi fungono da canale diretto verso le vette dominanti degli accademici, del diritto, degli affari e della finanza americana.

Sulla base delle statistiche riportate, gli ebrei corrispondono o addirittura superano i bianchi non ebrei ad Harvard e nella maggior parte delle altre scuole della Ivy League, il che sembra estremamente sproporzionato.

In effetti, le statistiche ufficiali indicano che i bianchi non ebrei ad Harvard sono il gruppo di popolazione più sottorappresentato d'America, iscritti a una frazione molto più bassa della loro popolazione nazionale rispetto ai neri o agli ispanici, nonostante abbiano punteggi molto più alti nei test accademici.

Quando si esaminano le prove statistiche, la corretta aggregazione dei dati è fondamentale.

Si considera il rapporto tra le recenti iscrizioni di studenti asiatici ad Harvard nel periodo 2007-2011 rispetto alla loro quota stimata di semifinalisti NMS in America, un proxy ragionevole per la popolazione in età universitaria ad alta capacità, e si confronta questo risultato con la cifra corrispondente per i bianchi.

Il rapporto asiatico è del 63%, leggermente superiore al rapporto dei bianchi del 61%, con entrambe queste cifre che sono considerevolmente al di sotto della parità a causa della sostanziale presenza di minoranze razziali sottorappresentate come neri e ispanici, studenti stranieri e studenti di razza non dichiarata.

Pertanto, non sembra esserci alcuna prova di pregiudizi razziali contro gli asiatici, anche escludendo l'impatto razziale neutro del reclutamento atletico, delle ammissioni legacy e della diversità geografica.

 

Tuttavia, se separiamo gli studenti ebrei, il loro rapporto risulta essere del 435 per cento, mentre il rapporto residuo per i bianchi non ebrei scende ad appena il 28 per cento, meno della metà della cifra asiatica.

Di conseguenza, gli asiatici sembrano sottorappresentati rispetto agli ebrei di un fattore sette, mentre i bianchi non ebrei sono di gran lunga il gruppo più sottorappresentato di tutti, nonostante i benefici che potrebbero ricevere da fattori atletici, ereditari o di distribuzione geografica.

Il resto della Ivy League tende a seguire uno schema simile, con il rapporto complessivo degli ebrei del 381 per cento, quello degli asiatici del 62 per cento e il rapporto dei bianchi non ebrei del 35 per cento, tutti relativi al loro numero di studenti universitari ad alta capacità.

 

Altrettanto sorprendenti di questi numeri attualmente selvaggiamente sproporzionati sono stati i trend di iscrizione più lunghi.

 Nei tre decenni trascorsi da quando mi sono laureato ad Harvard, la presenza di gentili bianchi è diminuita fino al 70 per cento, nonostante non ci sia un calo lontanamente comparabile delle dimensioni relative o del rendimento scolastico di quella popolazione;

nel frattempo, la percentuale di studenti ebrei è effettivamente aumentata. Questo periodo ha certamente visto un aumento molto rapido del numero di studenti asiatici, ispanici e stranieri, così come un certo aumento dei neri.

Ma sembra piuttosto strano che tutte queste altre conquiste siano arrivate a spese dei bianchi di origine cristiana, e nessuno a spese degli ebrei.

Sulla base di queste cifre, gli studenti ebrei avevano circa il 1.000% in più di probabilità di essere iscritti ad Harvard e nel resto della Ivy League rispetto ai gentili bianchi con capacità simili.

Questo è stato un risultato assolutamente sorprendente, dato che la sottorappresentazione nell'ordine del 20% o del 30% è spesso trattata dai tribunali come una potente prova “prima facie” di discriminazione razziale.

 

Molti dei miei grafici e diagrammi hanno presentato efficacemente questi risultati notevoli:

Questi grafici dimostravano la realtà nascosta che i gentili bianchi erano fortemente sottorappresentati nei college d'élite, non solo per quanto riguarda la loro frazione di studenti con i migliori risultati, ma anche rispetto alla loro quota della popolazione in età universitaria.

Gli amministratori accademici potevano preoccuparsi del fatto che i neri o gli ispanici non fossero iscritti in proporzione al loro numero nazionale, ma la sotto-iscrizione dei bianchi non ebrei era in realtà molto più grave.

 In misura considerevole, i corpi studenteschi dei nostri migliori college costituiscono la prossima generazione delle nostre élite nazionali in forma embrionale, e negli ultimi decenni i gentili bianchi sono stati sempre più esclusi da questo importante gruppo.

Tutte queste statistiche sulla meritocrazia sono state originariamente compilate dieci anni fa, ma quando le ho aggiornati di tanto in tanto, ho notato che poco era cambiato, tranne che a volte erano diventate ancora più estreme.

Come accennato, la scoperta legale alla fine ha rivelato che uno studio interno di Harvard aveva ampiamente confermato la mia analisi della discriminazione asiatica, ma era stato soppresso.

Nel frattempo, la mia analisi, molto più esplosiva, della massiccia sovra rappresentazione ebraica non era mai stata messa in discussione in modo significativo, nonostante le furiose invettive di alcuni attivisti ebrei agitati, ma l'argomento era scomparso da qualsiasi dibattito pubblico.

 

(“L'azione affermativa e l'elefante ebreo nella stanza -Ron Unz •La recensione di Unz• 3 luglio 2023).

 Nonostante la sua vasta ricchezza, la sua storia leggendaria e l'enorme prestigio globale, l'Università di Harvard inizialmente sembrava troppo intimidita dagli attacchi di Trump per sfidarlo, e invece ha iniziato a fare concessioni su concessioni.

 

Ma l'amministrazione Trump lo interpretò naturalmente come un segno di debolezza e intensificò costantemente le sue richieste, inviando infine una lettera in cui si esigeva la totale rinuncia alla libertà accademica di Harvard.

Ciò equivaleva a un'acquisizione federale da parte del governo Trump e della miliardaria lottatrice che aveva messo a capo della sua politica educativa.

Di fronte a una prospettiva così terribile, l'istituzione accademica più elitaria del mondo ha finalmente deciso che avrebbe mantenuto la sua posizione e una settimana fa Harvard l'ha emessa:

un fermo rifiuto pubblico di quella proposta.

Tale coraggio ha scatenato un'enorme onda di copertura mediatica nazionale, in particolare sul “New York Times£, mentre un arrabbiato presidente Trump ha minacciato illegalmente di revocare lo status di no-profit di Harvard e di distruggere sostanzialmente l'università.

Per più di quarantacinque anni ero stato abbonato all'edizione cartacea del Times, leggendolo attentamente quasi ogni mattina.

 Ma negli ultimi anni ero diventato sempre più disgustato dal forte declino della sua qualità, con l'obiettività che era stata sopraffatta da entusiasmi ideologici, e all'inizio di quest'anno ho finalmente lasciato scadere il mio abbonamento.

 

Tuttavia, ho mantenuto il mio abbonamento online e la maggior parte dei giorni ho dato un'occhiata casuale alla home page del Times, a volte leggendo un articolo o dovuto.

Ma ho scoperto rapidamente che la partita politica tra Trump e Harvard aveva scatenato un'enorme valanga di storie, tra cui almeno diciotto articoli diversi solo nei primi giorni, scritti da quasi trenta diversi redattori.

Nessuna precedente sfida all'autorità di Trump aveva suscitato nemmeno una frazione di racconto copertura, dimostrando chiaramente la drammatica importanza politica di questo epico duello tra Trump e Harvard.

Leggendo tutti quegli articoli, ho scoperto che la maggior parte di essi sembrava abbastanza buona.

Alcuni riportavano le note firme degli scrittori del Times che avevano precedentemente coperto la nostra fallita campagna per il Supervisore di Harvard o la causa asiatica contro Harvard che ha portato la Corte Suprema a ribaltare la decisione Bakke.

 Ho anche notato un paio di articoli di uno dei giovani giornalisti degli Harvard Crimson che si erano occupati di quella campagna del 2016, e che ora fanno lo stesso per la politica fiscale e l'IRS del Time.

 

Molti di questi articoli sottolineavano che la decisione di Harvard di resistere e combattere aveva ora ispirato molte altre università americane a fare lo stesso in nome della libertà accademica, con il mio giornale locale di Palo Alto che va riporta che la potente Stanford aveva pienamente appoggiato lo sforzo di Harvard. Ma se la potente Harvard avesse ceduto, gli esperti concordavano sul fatto che nessun altro college avrebbe osato resistere.

Le conseguenze della battaglia tra Trump e Harvard probabilmente vanno ben oltre le questioni educative.

Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, tutti i cambiamenti nella politica fiscale o tariffaria devono essere approvati dal Congresso, ma quando Trump ha aumentato le nostre tasse tariffarie di un fattore dieci, lo ha fatto per decreto di emergenza e capriccio personale, e nessuno al Congresso lo ha sfidato.

La dottrina legale dell'habeas corpus risale a più di 700 anni fa nella common law inglese, ma quando Trump ha affermato che non si applicava più ad alcuni nella nostra società, ha incontrato solo una debole opposizione.

Squadre di agenti federali mascherati hanno strappato gli studenti dalle strade in auto senza contrassegni solo per aver scritto editoriali sui giornali del campus che criticavano Israele, e questo è avvenuto senza alcuna seria opposizione.

Decenni di precedenti legali hanno stabilito che il presidente non può licenziare i membri di agenzie indipendenti né abolire tali organismi se istituiti dal Congresso. Eppure Trump ha fatto esattamente questo, rivendicando di recente, poteri che nessun altro presidente aveva mai rivendicato.

Anche in tempo di guerra, i nostri presidenti hanno generalmente richiesto l'autorizzazione del Congresso per attuare politiche importanti, ma Trump ha totalmente ignorato questo quadro costituzionale.

 Dubito che qualsiasi presidente precedente abbia stabilito un tale governo di un solo uomo sulla politica estera, economica e interna, governando essenzialmente attraverso una serie di decreti di emergenza, e facendolo in modo estremamente irregolare.

 Questo sembra ricordare molto di più caudillos delle turbolente nazioni latinoamericane che il nostro sistema costituzionale.

 Un “podcast “britannico di destra che mi ha intervistato ha suggerito che Trump gli ricordava Caligola.

Ma Harvard è ora diventata la prima potente istituzione americana a sfidare direttamente il governo scandalosamente autocratico di Trump, e questo spiega ovviamente i diciotto articoli e i trenta redattori che il Times ha assegnato la domanda.

Così, nonostante la lunga storia di arroganza, corruzione, incompetenza amministrativa e ingiustizia di Harvard, quell'università sta ora difendendo la libertà americana quando quasi nessun altro grande centro di potere è stato disposto a farlo.

Così, l'incontro di wrestling politico tra Trump e Harvard potrebbe aiutare a determinare non solo il futuro del nostro sistema di istruzione superiore, ma anche del nostro intero sistema costituzionale, e tutti gli individui benpensanti dovrebbero prendere posizione nell'angolo dell'università.

Diversi mesi fa sono stato intervistato da una piccola organizzazione mediatica cinese.

 In uno dei segmenti del video, visto ben oltre mezzo milione di volte, ho suggerito che l'America potrebbe essere sull'orlo di una situazione rivoluzionaria e che la disillusione pubblica nei confronti delle politiche di Trump potrebbe portare a questo risultato drammatico.

Questo potrebbe aver influenzato o meno un “TikToker “cinese che vive in Canada, il cui video molto diffuso descriveva qualcosa di simile, con il “Prof. John Mearsheimer” che ne ha discusso in un recente segmento.

Tutte queste gravi tensioni sociali ed economiche nella società americana spiegano sicuramente l'enorme sostegno che Trump ha ricevuto dalla sua base populista.

Ma questo sostegno è del tutto ingiustificato.

Contrariamente a tali speranze e aspettative, Trump è un totale ignorante e semplicemente il burattino politico degli oligarchi miliardari sionisti che lo controllano.

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