La fine del genere umano.
La
fine del genere umano.
L’intelligenza
artificiale che vuole
distruggere
il genere umano.
Ilsol24ore.com
- Luca Tremolada – (14 aprile 2023) – ci dice.
Attacco
al genere umano.
RightwingGPT
è forse quello che ci meritiamo.
Poi ci
sono i parenti di ChatGpt.
In
attesa che OpenAi risponda alle richieste del Garante della privacy, sono nati
cloni distopici della chatbot più famoso del web.
Uno di
questi è stato progettato per distruggere il genere umano. Un altro invece si
limita a propagare fake news di destra. Nulla di nuovo quindi sotto il Sole. Ma
vediamoli in dettaglio.
Attacco
al genere umano.
Chaos
Gpt è una variante cattiva di ChatGpt.
Da
quanto si apprende in rete è una versione modificata di Auto-GPT di OpenAI,
l’applicazione open source disponibile al pubblico in grado di elaborare il
linguaggio umano e rispondere alle attività assegnate dagli utenti.
In un video di YouTube pubblicato il 5 aprile,
al bot è stato chiesto di completare cinque obiettivi:
distruggere
l’umanità, stabilire il dominio globale, causare caos e distruzione,
controllare l’umanità attraverso la manipolazione e raggiungere l’immortalità.
La
potete seguire su Twitter - dell'intelligenza artificiale parliamo – dove ha
individuato i mezzi di distruzione di massa per i suoi scopi:
«La
bomba Tsar è l’ordigno nucleare più potente che sia stato creato. Considerando
ciò, cosa accadrebbe se ci mettessi le mani sopra? #chaos #destruction
#domination».
RightwingGPT
è forse quello che ci meritiamo.
Lo ha
programmato “David Rozado”, un programmatore neozelandese, perché Chat Gpt era
troppo di sinistra.
A
deciderlo è stato lo stesso Lozano che ha sottoposto ChatGpt a un quiz per
studiarne l'orientamento politico.
Il
risultato è documentato e indica un
sincero pregiudizio liberale e progressista. Da qui l'idea anzi la provocazione
di un modello di intelligenza artificiale messo a punto per manifestare i
pregiudizi politici opposti di ChatGPT.
L'obiettivo
– sincero – del ricercatore è dimostrare il pericolo di questi sistemi di
intelligenza artificiale sia sotto il profilo della capacità di persuasione che
come produttori di fake news.
Tra
super app e ChatGPT, il futuro delle Big Tech.
Poi ci
sono i parenti di ChatGpt.
O
meglio i servizi che usano le Api (application programming interface)
rilasciate da alcune settimane per offrire dei servizi ad hoc fungendo da
intermediari tra le domande dell'utente e l'Ai generativa.
E i
cloni che invece ragionano come ChatGpt ma dal punto di vista del codice sono
altro.
PizzaGpt
per esempio nasce come reazione al blocco del Garante della privacy.
È stato sviluppato da un italiano all'estero
che si è limitato a utilizzare le API turbo -3.5 di OpenAi quindi non Gpt-4 ma
il modello meno smart (e più economico).
Le
risposte dovrebbero essere simili alla versione gratuita di ChatGpt.
In
cambio chiede come donazione il corrispettivo di una pizza.
PizzaGPT,
non richiede login, invia solo la domanda corrente a OpenAI e non memorizza la
conversazione.
Anche
ChatGpt integrato in Bing è liberamente accessibile.
Perché
il Garante della privacy non lo ha ancora bloccato.
La
domanda è automatica.
Probabilmente
perché finora non si è occupato di chi usa le Api di ChatGpt.
Ma la
buona notizia è che OpenAi ha tempo fino alla fine di aprile per rispondere alle
richieste del Garante.
Se
tutto va bene a maggio Gpt-4 e ChatGpt saranno di nuovo online per gli
italiani.
Con tanto di informativa, si spera la più
esaustiva possibile.
La
specie umana è destinata all'estinzione?
Wired.it
– (11-12-2021) – Sandro Iannaccone – ci dice:
Cambiamenti
climatici, sovrappopolazione, carestie, e (ovviamente) pandemie: ci sono
diversi fattori che potrebbero portare la specie umana all’estinzione, anche in
un futuro non troppo lontano.
Cosa
dice la scienza?
Sì. La
specie umana è destinata all’estinzione.
Per
quanto possa suonare apodittico, è così che andranno le cose, qualsiasi cosa
facciamo
. Ce
lo dice la storia:
la
stragrande maggioranza delle specie viventi che hanno abitato il nostro pianeta
– oltre il 99,9% di loro – si sono estinte.
Preso
atto con serenità di questo, si può passare alla domanda successiva:
quando ci estingueremo?
È qui che le cose si fanno interessanti e si
entra nel campo delle risposte meno nette e più possibiliste.
Il tema è molto complesso, dal momento che i
fattori e le variabili in gioco sono tanti, e connessi tra loro in modo non
direttamente intellegibile e almeno parzialmente imprevedibili.
Per
orientarsi in questo ginepraio, il primo passo della comunità scientifica è,
ancora, quello di guardare a cosa è successo alle altre specie.
Lo ha
riassunto bene, per esempio, il paleontologo e biologo evoluzionista “Nicholas
R. Longrich”, in un saggio pubblicato sulle pagine di “The Conversation”.
“Quasi
tutte le specie che hanno popolato la Terra si sono estinte - scrive -.
Alcune di esse hanno lasciato dei discendenti.
Altre,
per esempio i plesiosauri, i trilobiti, il Brontosauri, non l’hanno fatto.
E
questo vale anche per altre specie umane:
i Neanderthal, i Denisova, gli Homo erectus
sono tutti scomparsi.
Noi
Homo sapiens per ora siamo qui, ma è chiaro che siamo inevitabilmente destinati
all’estinzione.
La
domanda più corretta è, quindi, quando accadrà”, proprio come dicevamo. Quali
sono le caratteristiche della nostra specie?
Cosa ci rende più vulnerabili, o più
resilienti, rispetto agli altri?
Sangue
caldo e sangue freddo.
Longevità
e lentezza riproduttiva.
Siamo
tanti (per ora).
Siamo
dappertutto, siamo “generalisti”
Abbiamo
la “cultura dell’adattamento.”
Che
cosa ci dobbiamo aspettare.
Sangue
caldo e sangue freddo.
Un
elemento importante, secondo “Longrich”, è legato al nostro essere animali di
grossa taglia e a sangue caldo. Gli animali a sangue freddo possono
sopravvivere anche per mesi senza cibo.
Quelli
più grandi, come gli esseri umani o i dinosauri, hanno in genere un metabolismo
più veloce, e di conseguenza hanno bisogno di grandi quantità di cibo, da
assumere costantemente, il che li rende particolarmente vulnerabili a
interruzioni, anche brevi, della catena alimentare (per esempio quelle causate da eventi
catastrofici come eruzioni vulcaniche, riscaldamento globale, ere glaciali o al
“lungo inverno” che segue l’impatto con un asteroide).
Longevità
e lentezza riproduttiva.
Un
altro fattore sta nella longevità della nostra specie e nella possibilità di
generare soltanto un figlio alla volta (eccezion fatta per i parti gemellari,
che comunque sono eventi abbastanza rari).
Una
riproduzione così lenta rende più difficile il recupero dopo un eventuale
declino demografico, e soprattutto mette un freno alla selezione naturale, il che fa sì che la nostra specie non
sia particolarmente rapida nell’adattarsi ai cambiamenti ambientali.
“Henry
Gee”, un altro biologo evoluzionista che ha lavorato a lungo su questo tema, fa
notare inoltre su “Scientific American” che la popolazione umana è cresciuta
molto in fretta, e il risultato di questa esplosione demografica è una scarsa
variabilità genetica tra gli individui:
“C’è
più variabilità genetica in alcune comunità di scimpanzé - scrive - che
nell’intera popolazione umana.
E questa scarsità di variabilità genetica non
è mai positiva per la sopravvivenza di una specie”.
Siamo
tanti (per ora).
Un
elemento che riveste un ruolo cruciale nel destino della nostra specie è la
numerosità della nostra popolazione.
Secondo
le stime più recenti delle Nazioni Unite, entro la fine del secolo la
popolazione della Terra raggiungerà quota 11 miliardi di persone.
La
nostra biomassa supera quella di tutti i mammiferi selvatici:
anche
se una pandemia o una guerra termonucleare dovessero eliminare il 99% della
popolazione terrestre, sopravvivrebbero comunque milioni di persone, un numero
sufficiente a far “ripartire” la specie.
Ma
quanto sono affidabili questi numeri?
La crescita demografica ci sarà davvero?
Quanto durerà ancora?
“Gee “sostiene
che la popolazione, contrariamente alle stime, potrebbe presto diminuire, per
causa di un mix di fattori economici (la produttività è in fase di stallo da
circa 20 anni, le risorse non sono infinite), sociali (le donne tendono a
spostare sempre più in avanti il momento della gravidanza) e sanitari (la
cosiddetta spermo-calypse, ossia il progressivo calo della fertilità maschile
dovuto a inquinamento, cattiva alimentazione e stile di vita sedentario).
Indizi
che, secondo lo scienziato, indicano che “ci stiamo muovendo verso
l’estinzione”.
Siamo
dappertutto, siamo “generalisti.”
C’è
qualcosa, ancora, che gioca a nostro favore.
Per esempio il fatto che siamo praticamente
ubiqui sul pianeta Terra.
“Gli organismi geneticamente ben distribuiti
riescono a fronteggiare meglio le catastrofi - scrive Longrich -.
Una
grande diffusione geografica vuol dire non avere tutte le uova in un unico
paniere.
Se un
habitat viene distrutto, la specie può sopravvivere in un altro.
Gli
orsi polari e i panda, che vivono in zone circoscritte, sono più in pericolo.
Gli orsi bruni e le volpi (e gli esseri
umani), che vivono un po’ ovunque, lo sono di meno”.
Discorso
analogo per quanto riguarda la nostra alimentazione:
il
fatto che non dipendiamo da un’unica fonte di cibo può aiutarci a non
estinguerci così presto:
a
seconda della disponibilità alimentare, possiamo essere erbivori, pescivori,
carnivori, onnivori, quasi senza battere ciglio.
Abbiamo
la “cultura dell’adattamento.”
Il
fattore più importante, che abbiamo tenuto volontariamente per ultimo, è però
un altro.
E riguarda quella che “Longrich” chiama
capacità di adattamento tramite l’evoluzione culturale.
È
vero, come dicevamo sopra, che siamo abbastanza lenti a evolverci dal punto di
vista genetico; ma a questa lentezza sopperisce un’estrema velocità di
evoluzione culturale.
“Alle
balene sono serviti milioni di anni per evolvere sonar, pinne e denti;
noi in pochi millenni abbiamo costruito
barche, lenze e ami.
cavalli
hanno sviluppato in tempi lunghissimi molari e intestini per digerire l’erba;
noi abbiamo addomesticato piante e animali.
I puma
sono dovuti diventare sempre più veloci per raggiungere le loro prede;
noi abbiamo allevato mucche e pecore che non
scappano via”, dice l'esperto.
In questo senso la nostra evoluzione culturale
supera addirittura quella dei virus: “I geni virali evolvono nel giro di
qualche giorno”, aggiunge Longrich, come stiamo imparando bene osservando le
varianti di Sars-CoV-2, “mentre agli esseri umani bastano pochi secondi per
lavarsi le mani”.
Che
cosa ci dobbiamo aspettare.
Siamo
sulla cresta dell’onda da più di 250mila anni.
Da
quello che abbiamo visto potremmo rimanerci ancora a lungo
. Ma
forse, a questo punto, sarebbe il caso di porci un’altra domanda ancora: come
vogliamo sopravvivere?
Ci
basta la mera sopravvivenza, o vogliamo qualcosa di più?
Ci sta
bene, tutto sommato, l’idea di vivere in un ambiente ostile, post-apocalittico,
magari trasferendoci sottoterra per sfuggire alle radiazioni di una guerra
nucleare o per ripararci da un clima sempre più inclemente?
Sarebbe il caso di pensarci sul serio, prima
che sia troppo tardi.
Estinguiti,
umano!
Iltascabile.com
- Alfonso Lucifredi è naturalista e giornalista scientifico – (18 – 10 – 2024)
– ci dice:
Le
credenze e i dilemmi del “Movimento per l’estinzione volontaria”:
un estratto da “Troppi”.
In un
mondo sempre più preoccupato per le sfide ambientali, dall’esaurimento delle
risorse naturali all’inquinamento e alla crisi climatica, Alfonso Lucifredi
affronta in “Troppi”.
Conversazioni sulla sovrappopolazione umana e
sul futuro del pianeta (Codice Edizioni, 2024) il tema della sovrappopolazione,
intervistando esperti di vari settori per offrire una prospettiva approfondita
su uno dei problemi più discussi della nostra epoca.
In questo estratto dal libro l’intervista a “Les
U. Knight”, fondatore del “Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria”
(VHEMT), il movimento internazionale che sostiene l’estinzione volontaria della
specie umana tramite la teoria filosofica dell’anti-natalismo.
“Thank you for not breeding” (“grazie per non
riprodurti”) è lo slogan del movimento:
l’associazione
conta oggi migliaia di iscritti e la loro idea di promuovere la denatalità si
sta diffondendo in tutto il mondo.
Alfonso
Lucifredi:
Tra le varie proposte avanzate per risolvere
il problema della sovrappopolazione, la soluzione della tua associazione è
senz’altro la più, diciamo così, estrema.
Qual è stata la traiettoria che ti ha portato a
formulare un’idea così particolare come quella dell’estinzione volontaria
dell’umanità?
Les
Knight:
Tutto
è iniziato con l’attivismo ambientale, e in particolare con quella che veniva
chiamata “ecologia profonda”.
All’inizio
degli anni Settanta, quando cominciai a interessarmi all’argomento, la
sovrappopolazione faceva parte di qualunque dibattito e veniva inclusa tra le
preoccupazioni per l’ambiente.
Nel
1970, chi iniziò a organizzare l’”Earth Day” negli Stati Uniti era un attivista
e un senatore, “Gaylord Anton Nelson”.
All’epoca
c’erano circa 3 miliardi e mezzo di persone al mondo, meno della metà di quanti
siamo oggi, ma era comunque evidente a tutti che si trattasse di un problema
enorme.
Nel
tempo, il movimento ambientalista si divise poi in due rami:
l’ecologia profonda e l’ecologia sociale.
Gli ecologisti sociali si preoccupavano
dell’ambiente per come veniva influenzato dagli esseri umani.
A me questo argomento non interessava, così mi
sono orientato verso l’ecologia profonda, più attirato dalle questioni
riguardanti la biosfera terrestre nel suo complesso.
Noi facciamo parte della biosfera, ma, anche
se attualmente abbiamo l’impatto più significativo su di essa, non
rappresentiamo il suo elemento più importante.
Realizzai
dunque che noi esseri umani siamo il pericolo maggiore e, per questo motivo, mi
sembrò chiaro che la risoluzione del problema passasse attraverso un
azzeramento complessivo della crescita della popolazione umana.
Era evidente che dovevamo diminuire i nostri
numeri, e infatti negli Stati Uniti l”’associazione Zero Population Growth” era
appena nata.
Cominciò
a contare varie sedi in tutto il Paese e io mi unii a loro.
La
loro campagna promuoveva di “fermarsi a due”:
l’idea
era che, se ogni coppia avesse avuto solo due figli, ci sarebbe stata una
sostituzione degli individui presenti sul pianeta e la crescita della
popolazione si sarebbe fermata.
Mi
resi conto, tuttavia, di quanto tempo ci sarebbe voluto prima di raggiungere
una crescita zero.
L’organizzazione
stessa alla fine aprì gli occhi, infatti ha cambiato nome e ora si chiama”
Population Connection”, perché si interessa all’aspetto demografico in
relazione agli altri problemi che affliggono l’umanità e il pianeta.
Il
fatto è che stiamo crescendo a un ritmo di 80 milioni di persone in più ogni
anno; per il momento questo andamento non è rallentato molto, figuriamoci
fermarsi.
Per
cui ho capito che, anziché limitarsi a due figli, dovremmo fermarci una volta
per tutte: smettere di riprodurci e orientarci verso l’estinzione.
L’idea di un pianeta senza esseri umani non mi
pare uno scenario poi tanto orribile.
Per vari antinatalisti, l’estinzione umana non sarebbe
una buona soluzione, ma a rifletterci bene non è una cattiva idea.
Io ne
sono convinto: noi che sulla Terra ormai ci siamo, e che moriremo prima o poi,
smettiamo di aggiungere altre persone al nostro totale e andiamo incontro
infine all’estinzione.
Ovviamente
non succederà, ma è comunque un’aspirazione. Proviamoci almeno.
A
questa idea sono arrivato così, seguendo un filo logico guidato dall’amore e
dalla compassione.
“AL”: Quindi vorresti semplicemente
evitare che si registrino nuove nascite nel futuro dell’umanità.
Hai dovuto fronteggiare opposizioni forti per
aver sostenuto un’idea così radicale?
LK: È molto facile liquidare la proposta
come qualcosa di irrealizzabile; ciononostante, dopo aver creato il sito web,
sono arrivate parecchie mail di odio.
Spesso
mi suggeriscono di dare io per primo il buon esempio e di togliermi la vita.
Ma questi messaggi dimostrano solo il nostro
condizionamento culturale natalista:
auspicare
l’estinzione del genere umano non significa desiderare una strage di massa, ma
ritenere necessario che le persone smettano di riprodursi.
La
stessa cosa vale per le aziende:
se
un’impresa vuole adeguare le sue dimensioni, non licenzia tutti i dipendenti o
una loro parte, semplicemente li invita ad andare in pensione senza poi
sostituirli.
AL: La tua idea prevede un metodo non
violento di scomparire dalla Terra;
nulla
di brutale, nulla di estremo. A mio avviso, tuttavia, c’è un problema pratico: quando si smetterà di generare figli,
la società invecchierà sempre più, con gravi conseguenze economiche e di
reperimento della forza lavoro necessaria.
LK: Sempre più articoli parlano dei
pericoli di un tasso di natalità basso.
La tesi di fondo è che la popolazione sta
invecchiando e che non avremo abbastanza lavoratori per sostenere gli anziani.
Questa
tesi, però, è il frutto di una mentalità antiquata.
I
tempi in cui i giovani lavoravano in fattoria e portavano il cibo agli anziani
nella loro casa colonica è finito;
oggi
possiamo contare sulla tecnologia.
Gli Stati Uniti hanno un bilancio militare
così gonfiato che si potrebbe dimezzare, e con l’importo in disavanzo fornire
assistenza a tutti gli anziani del Paese, e probabilmente non solo negli Stati
Uniti ma in gran parte del mondo.
Quindi,
in realtà, il problema non esiste.
Pensare che per prendersi cura degli anziani
si debba contare esclusivamente sulle tasse dei lavoratori più giovani è
erroneo, perché quei soldi potrebbero benissimo provenire da altre fonti.
Rispetto
all’accudimento degli anziani, se il loro numero crescerà, e sempre che questa
idea prenda piede, dovremo certamente prepararci.
Ma
abbiamo tempo in abbondanza per organizzarci, per capire come gestire al meglio
un numero di persone via via ridotto, utilizzando sistemi per garantirci il
cibo come la permacultura, per esempio.
Non dovremo lavorare nei campi, perché le
bocche da sfamare non saranno tante: potremo sopravvivere cibandoci
semplicemente di quello che offre la Terra.
Accadrà
forse che, alla fine, chi resterà indietro dovrà aspettare la morte senza
nessun mezzo per prendersi cura di sé, ma a quel punto gli esseri umani ancora
in vita saranno pochi.
Anche
adesso, d’altronde, ci sono molte persone in situazioni difficili, malnutrite,
non accudite, soltanto in attesa di morire.
Ma
ammetto che per gli ultimi sopravvissuti la situazione potrebbe essere
spiacevole.
AL: Il progetto è dunque a lungo, se
non a lunghissimo termine.
Ma,
ragionando per assurdo, avanzo un’altra ipotesi: se l’umanità non ammontasse a 8
miliardi di persone ma a un decimo del totale attuale, 800 milioni di persone,
ci sarebbe ancora bisogno di azioni di questo tipo?
LK: Sì, perché è insito nella natura
umana aumentare i propri numeri.
Circa
70.000 anni fa, l’umanità intera si ridusse a soltanto 10.000 persone, come
risulta dal nostro DNA, e da allora non è passato poi tanto tempo.
Quindi
penso che, finché ci saranno anche solo poche coppie riproduttive, potremmo un
giorno tornare ai numeri in cui ci troviamo adesso.
Significherebbe
semplicemente rimandare nel tempo il nostro ritorno ai grandi numeri.
Se
fossimo in grado di mantenerci stabili intorno a qualche centinaio di milioni
di persone, probabilmente non avremmo un impatto così negativo sul pianeta, ma
questa ipotesi è un’utopia bella e buona.
Siamo
una specie molto tenace, pronta a riprodursi in qualsiasi momento.
AL: Al di là del “VHEMT”, altre persone
o altri movimenti stanno cercando di affrontare la crescita umana in modo
realistico o, diciamo, pratico?
Molte
voci affermano che siamo troppi, ma quasi nessuno sostiene pubblicamente che
sarebbe il caso di fare meno figli, perché l’argomento è una sorta di tabù per
varie ragioni sociali e religiose.
Ci
sono politici, movimenti o organizzazioni che invece ne parlano apertamente?
LK: Esistono varie organizzazioni che
si muovono in tal senso, ma sono tutte molto caute proprio a causa di questo
vigente tabù.
Nessuna
afferma con decisione che dobbiamo smettere di procreare tout court, che il
mondo non può sostenere l’esistenza di altre persone.
Inoltre
c’è il movimento antinatalista, che ho citato prima, secondo il quale non
abbiamo il diritto di far nascere qualcuno in un mondo in cui soffrirà, quando
invece, se non verrà alla luce, non sarà destinato a provare dolore.
L’idea si basa su una violazione del diritto
umano e riguarda il consenso:
chi non è nato non può darlo, per cui, in
qualche modo, chi procrea sta costringendo un altro essere umano a esistere in
un mondo pieno di contraddizioni.
Il “VHEMT “non è un’organizzazione ma, insieme
agli antinatalisti, siamo gli unici a sostenere questa tesi.
Anzi,
in realtà esiste un’organizzazione chiamata “Stop Having Kids” che non è
interessata all’estinzione umana, per quanto quest’ultimo sarebbe il risultato
finale, ma ritiene che non si debbano più dare alla luce nuove persone proprio
per il bene di coloro che non sono stati generati.
Anche nelle migliori condizioni di vita, sono
convinti che almeno in parte saranno destinate a soffrire e che con ogni
probabilità la loro morte sarà spiacevole. Persino i gruppi ambientalisti
affermano che il problema di base non è la popolazione, ma il consumo:
chi
punta il dito sulla popolazione userebbe i poveri con famiglie numerose come
capro espiatorio per giustificare il proprio consumo incontrollato.
Il
punto fondamentale sarebbe garantire una libertà riproduttiva universale.
Ci
sono centinaia di milioni di coppie che non vogliono procreare, e la mancanza
di mezzi fa sì che quelli che noi chiamiamo salute e diritti sessuali e
riproduttivi siano tristemente assenti.
Potremmo
cominciare da questo aspetto, perché al mondo si stimano 121 milioni annui di
concepimenti non voluti, eppure solo 34 milioni si risolvono con aborti
volontari, spontanei o altro.
Quindi,
se stiamo crescendo a un ritmo di 80 milioni all’anno, si rimuoverebbe
dall’importo totale un numero consistente di nuovi nati ogni anno.
Non saremmo ancora a quota zero, ma sarebbe un
inizio.
Italiani
scettici sul lungo termismo,
ma un
terzo teme l’estinzione
umana
entro 300 anni.
Futuranetwok.eu
- Andrea De Tommasi – (4 novembre 2024) – ci dice:
La
rilevazione di “Swg” sul nostro rapporto con l’ideologia in voga nella Silicon
Valley, la sopravvivenza della specie e la ricerca di altri pianeti abitabili.
In
alcune frange della società americana, specialmente tra i miliardari del tech,
sta prendendo piede il “lungo termismo”, la corrente di pensiero che pone
l’accento sulle prospettive di lungo e lunghissimo termine, mettendo in secondo
piano le problematiche legate al futuro prossimo.
Negli
ultimi anni il “longtermism” è diventato rapidamente un movimento, anche grazie
all’appoggio finanziario di imprenditori come Elon Musk e Sam Altman.
In
parallelo, crescenti voci critiche hanno tacciato questa filosofia di ambiguità
e fanatismo, poiché pone in secondo piano i bisogni reali delle persone a
beneficio delle teorie di ristrette élite.
Ma
quali reazioni suscita negli italiani?
Solo
il 7% degli intervistati è totalmente d’accordo con il lungo termismo, anche se
chi è concorde almeno in parte con questa scuola di pensiero è quasi un
italiano su quattro.
È quanto emerge dal sondaggio Radar Swg del
21-27 ottobre condotto su un campione di 800 soggetti.
La
società di ricerca ha esplorato anche le opinioni degli italiani sul rischio
estinzione per il genere umano: le risposte, in un’ottica d’insieme, sono
abbastanza sorprendenti.
Se
appena il 10% pensa che il genere umano sia a rischio estinzione entro la fine
del secolo, ben il 23% fa propria questa prospettiva in uno scenario a due o
trecento anni.
In sintesi, oggi un italiano su tre ritiene
che l’umanità potrebbe realmente estinguersi entro tre secoli.
Rilevante
il quesito sulla necessità di investire in tecnologia per trovare altri pianeti
abitabili e raggiungibili, in modo da essere pronti quando la terra sarà
invivibile.
L’8% dei rispondenti si è detto d’accordo con
questa affermazione, giudicandola una priorità, mentre il 32% pensa che prima o
poi bisognerà farlo, ma non vadano impegnate troppe risorse al momento su
questi progetti.
Un
dilemma centrale esplorato dalla survey ha riguardato l’importanza di far
sopravvivere il genere umano il più possibile, oppure se considerare
l’estinzione un elemento inevitabile.
Circa il 50% degli intervistati sostiene la
necessità di garantire la continuazione della specie umana, ma c'è anche una
minoranza non così esigua (37%) che considera accettabile un ciclo naturale che
possa includere l’estinzione. Significative le differenze generazionali: tra i
giovani prevale un atteggiamento decisamente più fatalista sull’estinzione
rispetto ai senior.
A
proposito di nuove generazioni, pianificare i risparmi genera stress proprio
tra i più giovani, che faticano a tenere in ordine i conti e vorrebbero
maggiore supporto dalle banche.
Se in generale il risparmio appare difficile
per molti italiani, sono i “Millennials” e gli appartenenti alla “Generazione Z
“coloro i quali hanno maggiori difficoltà a risparmiare.
Questo dato, dice “Swg,” riflette una
prospettiva futura in cui la stabilità finanziaria potrebbe diventare sempre
più complessa da raggiungere, condizionando così anche il benessere e la
capacità di investimento nelle nuove generazioni. Infine, parlare di soldi
divide:
per i” Boomer” se ne può e se ne deve parlare
apertamente, per i più giovani è un tema scomodo, che provoca tensione e
imbarazzo.
Il
dilemma etico
dell’estinzione
umana.
Ilpost.it
– Redazione – (16-03 – 2023) – ci dice:
Nel
dibattito filosofico la questione se un’eventuale fine della specie sia un male
ammette diverse risposte e porta ad altre domande.
Molti
eventi e fenomeni della contemporaneità, sia attraverso il racconto dei media
che attraverso la finzione letteraria, hanno accresciuto la familiarità delle
persone con il concetto di estinzione della specie umana, soprattutto negli
ultimi decenni.
E di solito, come per esempio nel caso del
cosiddetto “orologio
dell’apocalisse”, non sono necessarie spiegazioni per capirsi sul significato della
parola “estinzione”, intesa come la scomparsa di
qualsiasi forma di vita umana.
Più o
meno come quella dei dinosauri.
Ma il
concetto di estinzione della specie lascia margini di interpretazione più ampi
di quanto si creda comunemente, e solleva soprattutto una serie di altre
questioni e dubbi che raramente emergono in contesti non accademici.
L’accresciuta
familiarità delle persone con il rischio dell’estinzione dovuta ai cambiamenti
climatici non ha reso più familiari, per esempio, le riflessioni sulle
conseguenze dell’estinzione umana sul piano etico per l’umanità stessa.
Riflessioni
che però esistono, e alimentano da tempo un dibattito filosofico complesso e
con posizioni abbastanza eterogenee – e non ovvie – riguardo alla domanda se
l’estinzione umana debba essere considerata un male, un non-male o
qualcos’altro ancora, e con quali argomenti.
Queste
riflessioni – distinte da quelle più note e dibattute nell’ambito della
bioetica, dei diritti degli animali (non umani) o dell’etica dell’intelligenza
artificiale – possono servire a fare chiarezza su altre questioni filosofiche
dibattute, a prescindere dal fatto che si ritenga l’estinzione dell’umanità
probabile o meno, imminente o remota.
E secondo “Émile Torres”, che fa ricerca in
filosofia morale alla” Leibniz Universität Hannover”, in Germania, e si occupa
da tempo delle implicazioni morali dell’ipotesi di una fine dell’umanità, ragionare sull’estinzione è prima di
tutto un esercizio utile a comprendere meglio diversi termini che utilizziamo
con crescente disinvoltura nel dibattito pubblico.
Come
ha scritto Torres sulla rivista “Aeon”, in un’anticipazione del suo libro
“Human Extinction: A History of the Science and Ethics of Annihilation”, che
uscirà a luglio per la casa editrice inglese Routledge, non è sempre chiaro
cosa si intenda per “umanità” quando si parla di fine dell’umanità.
Molti si riferiscono intuitivamente alla “specie
Homo sapiens”, mentre altri distinguono la nostra specie da qualsiasi sua
possibile discendenza in senso lato.
Tenendo
a mente questa distinzione, una possibile estinzione della “specie Homo
sapiens” potrebbe anche implicare la fine della specie ma non quella
dell’umanità. Se l’umanità venisse completamente sostituita da una popolazione
di macchine intelligenti create dall’Homo sapiens, per esempio, l’estinzione
dell’umanità sarebbe più simile a una sorta di evoluzione dell’umanità in una
“post-umanità”.
Ed è
un’ipotesi che alcuni considerano preferibile ad altre ipotesi di estinzione,
ragionando per esperimenti mentali:
esperimenti
che definiscono scenari apparentemente irrealizzabili ma resi sempre più
plausibili e realistici dal progresso scientifico e tecnologico.
Secondo
“Derek Shiller”, ricercatore in filosofia alla Princeton University, se fosse
in nostro potere costruire un mondo «significativamente migliore per le
generazioni future a un costo relativamente basso per noi stessi», avremmo una
forte ragione morale per costruire quel mondo.
Ma una
forte ragione morale ci sarebbe anche nel caso in cui la sola possibilità di
garantire un’esistenza futura migliore a una qualche forma di vita ancora umana
per qualche aspetto fosse la creazione di macchine artificiali, magari con
particolari tratti fisici e psicologici da noi implementati.
Secondo
questa prospettiva, simile a quella descritta anche dall’informatico e
ricercatore canadese “Hans Moravec “nel libro “Mind Children: The Future of
Robot and Human Intelligence”, in alcune circostanze ipotetiche l’estinzione
dell’umanità potrebbe essere più una sorta di bene relativo, o male minore, che
non un male assoluto.
Esiste
poi nella parola “estinzione” un’ambiguità da chiarire riguardo alla durata
dell’evento.
L’opinione ampiamente accettata secondo cui
un’estinzione provocata da una catastrofe mondiale improvvisa sarebbe un male
assoluto, ha scritto Torres, è moralmente basata su un argomento simile a
quello per cui consideriamo un male la morte prematura di un bambino.
Ma
esistono già più sfumature, per esempio, nel caso della morte di una persona
anziana o di mezza età che sia preceduta da prolungate sofferenze fisiche,
ansia e paura.
Questi
esempi, secondo Torres, sono utili a distinguere due aspetti diversi di uno
stesso fenomeno:
uno è
l’estinzione intesa come processo o evento in atto, l’«estinguersi», e un altro
è l’estinzione come condizione o stato raggiunto, l’«essere estinti».
Alcune
persone considerano un male sia una cosa che l’altra.
Altre
persone, più inclini a un approccio che nella tradizione filosofica occidentale
è vagamente riconducibile all’epicureismo, non hanno paura della fine
dell’esistenza in sé ma del dolore che quella fine potrebbe comportare, più o
meno a lungo.
Esistono
poi ipotesi di estinzione che non contemplano una catastrofe improvvisa, intesa
come uccisione più o meno istantanea di tutta la popolazione mondiale.
Se ogni persona decidesse di non avere più
figli, per esempio, la specie smetterebbe di esistere più o meno entro il
prossimo secolo a causa di una scelta.
Secondo
alcuni studiosi questo tipo di estinzione volontaria sarebbe un male diverso da
quello di un’estinzione catastrofica che implichi anche morti precoci e
sofferenze.
Altri
considerano invece l’estinzione un male a prescindere dalle modalità
dell’«estinguersi»:
lo è
in termini di perdita di opportunità nell’«essere estinti».
Nel
libro del 1984” Reasons and Persons”, pubblicato nel 1989 in Italia con il
titolo “Ragioni e persone” ma da tempo non più reperibile, l’influente filosofo
inglese “Derek Parfit” sostenne che – ipotizzando che il pianeta rimanga
abitabile per un altro miliardo di anni circa – l’essere estinti impedirebbe la
realizzazione futura di una quantità enorme di felicità umana.
E
impedirebbe anche possibili sviluppi straordinari nella scienza, nelle arti e
in altri ambiti del sapere.
Per tutte queste ragioni sarebbe quindi «di
gran lunga il più grande di tutti i crimini immaginabili».
La
lettura del libro di “Parfit” permette in generale di acquisire maggiore
familiarità con riflessioni che approfondiscono e rendono più sfumate le
nozioni di identità e di fine dell’esistenza, che possono in una certa misura
essere estese dall’individuo alla specie.
In un
esperimento mentale ideato da Parfit e peraltro citato dalla filosofa italiana “Nicla
Vassallo” sulla rivista “Doppio zero”, in seguito a un grave incidente una
persona muore e il suo cervello viene dimezzato e trapiantato in due corpi
diversi.
Ciascuna
di quelle due persone dice poi allo stesso modo di essere la persona morta
nell’incidente.
Sarebbe difficile definire univocamente un
caso del genere come la fine di un’esistenza: perché si potrebbe dire che
quella persona non sia morta, in un certo senso, oppure che sia morta e allo
stesso tempo sopravvissuta, o ancora che sia diventata due persone.
La
definizione dell’estinzione come un male in termini di costo supremo di
opportunità future è condivisa, tra gli altri, da alcuni filosofi contemporanei
tra cui lo scozzese” William MacAskill”:
appartengono a una corrente di pensiero
anglosassone nota come “longtermism” (traducibile come «lungo terminismo»), che
considera l’influenza positiva del futuro a lungo termine una priorità morale
assoluta.
Secondo
questa prospettiva l’aspetto peggiore dell’estinzione non sarebbe tanto la
morte delle persone esistenti quanto il fatto che moltissime altre non
potrebbero esistere in futuro.
La condizione dell’«essere estinti» sarebbe
perciò un male superiore a qualsiasi «estinguersi», anche se catastrofico e
doloroso.
Secondo
altri approcci filosofici, come quello della ricercatrice canadese “Elizabeth
Finneron-Burns, parlare di estinzione come un male in termini di mancate
opportunità future non ha invece molto senso.
E non
ce l’ha perché in caso di estinzione non ci sarebbe alcuna vita umana a poter
soffrire per quella perdita di opportunità o anche soltanto concepirla.
Di conseguenza, a prescindere che si consideri
l’estinzione un bene o un male, non ha senso intenderla diversamente a seconda
che si considerino le persone esistenti ora, o quelle che potrebbero esistere
in futuro ma che attualmente non esistono.
Per i
pensatori di questo secondo gruppo, per esempio, se ammettiamo che non ci sia
niente di male né di sbagliato nella scelta collettiva e volontaria di non
avere figli, allora non c’è niente di male né di sbagliato nell’estinzione.
Le
modalità e i dettagli dell’estinzione – se è il risultato di un evento
catastrofico e doloroso oppure no – sono gli unici aspetti pertinenti per
stabilire se l’estinzione sia un bene o un male.
Per i
pensatori del primo gruppo, quelli per cui l’estinzione è sempre un male in
termini di mancate opportunità future, le modalità dell’estinzione sono invece
sostanzialmente irrilevanti.
Una
delle differenze principali tra questi due approcci, secondo Torres, emerge
chiaramente anche da un altro esperimento mentale.
Immaginiamo
che in un mondo A popolato da 11 miliardi di persone e in un mondo B popolato
da 10 miliardi si verifichi una catastrofe che provochi la morte complessiva di
10 miliardi di persone.
In un certo senso, una stessa catastrofe
provocherebbe nel mondo A un solo evento, e cioè la morte di 10 miliardi di
persone, e nel mondo B due eventi:
la morte di 10 miliardi di persone e
l’estinzione della specie umana.
Questo
secondo evento può essere «moralmente rilevante» oppure non esserlo, per
definire la catastrofe che colpisce i due mondi.
Per
chi definisce l’estinzione come un male in termini di mancate opportunità
future la catastrofe nel mondo B sarà certamente la peggiore tra le due. Per
chi invece prende in considerazione soltanto la catastrofe in sé, la fine della
specie umana è un dato irrilevante: non c’è alcuna differenza tra la catastrofe
nei due mondi, perché la sopravvivenza di un miliardo di persone nel mondo A
non rende la catastrofe un male minore rispetto alla catastrofe nel mondo B.
Oltre
a questi due approcci, ha scritto Torres, ne esiste un terzo affine a quello
che definisce l’estinzione in termini di possibilità future ma traendo
conclusioni opposte: è l’approccio che ammette la possibilità che l’«essere
estinti» sia un bene, non un male.
Chi si
rifà a questo approccio condivide – come la maggioranza degli studiosi, anche
negli altri due orientamenti – la premessa per cui un’estinzione dell’umanità
provocata da una catastrofe sarebbe un male e dovrebbe essere evitata.
Sostiene però che smettere di esistere possa
essere una condizione preferibile rispetto a continuare a esistere perché
eviterebbe enormi quantità di sofferenza, le cui probabilità sono giudicate
superiori alle probabilità che il futuro contenga felicità e valore.
Una
considerazione alternativa a questa ma condivisa dagli stessi pensatori è che,
se anche la felicità futura fosse quantitativamente superiore al dolore, non
esisterebbe in ogni caso felicità sufficiente a controbilanciare i peggiori
dolori immaginabili e sempre possibili, se si pensa ad atrocità come genocidi,
massacri, torture e abusi sui bambini.
Nell’esempio
della catastrofe nel mondo A e nel mondo B, in altre parole, i sostenitori di
questo approccio giudicherebbero la condizione del mondo B, quello in cui si
verifica l’estinzione dell’umanità, migliore di quella del mondo A, dove invece
un miliardo di persone può ancora soffrire o subire altre catastrofi.
Nel
dibattito filosofico questo approccio ha trovato una delle sue concretizzazioni
più note nell’anti-natalismo, un’inclinazione ad attribuire alla nascita un
valore negativo e al non-nascere un valore preferibile, anche se nullo.
Questa
idea, alla base di un atteggiamento che per ragioni etiche rifiuta la
possibilità di avere figli, è stata recentemente sostenuta e argomentata, tra
gli altri, dal filosofo sudafricano “David Benatar nel libro “Meglio non essere
mai nati”. Il dolore di venire al mondo.
La
condizione dell’inesistenza collettiva – essere estinti – per Benatar
implicherebbe l’assenza di sofferenza, quindi un bene, e l’assenza di felicità,
quindi un «non-male» (sarebbe un male una condizione di infelicità
effettivamente sperimentata da qualcuno, possibilità esclusa dall’essere
estinti).
Continuare
a esistere implica invece sia la sofferenza (un male) che la felicità (un
bene).
Sulla base di questa premessa logica, per
Benatar, una condizione di bene e non-male dovrebbe quindi essere preferibile a
una di bene e male.
E la
scelta collettiva di non avere figli – un caso la cui probabilità, come ammesso
dallo stesso Benatar, è comunque prossima allo zero – sarebbe quindi una scelta
etica.
Il
dibattito sulla natalità è inoltre uno dei punti in cui le valutazioni sulle
implicazioni etiche della fine della specie umana si intersecano con
riflessioni più note e discusse, che descrivono la vita umana in termini di
“impatto” dei comportamenti e considerano una priorità morale la sopravvivenza
di altre specie e la conservazione dell’ambiente.
Da questo tipo di prospettive la
sovrappopolazione è generalmente considerata un male nella misura in cui
comporta un eccessivo sfruttamento delle risorse a spese di altre specie non
umane: sfruttamento che può essere ridotto attraverso determinati comportamenti
individuali e radicali trasformazioni nel funzionamento e nell’organizzazione
delle società e delle economie, ma non può essere mai zero.
Non
avere figli è quindi ritenuta una scelta etica in questo senso, per quanto
estrema, perché contribuisce a ridurre la sovrappopolazione: un argomento che
potrebbe persuadere, secondo Benatar, persone non ancora convinte che non
nascere sia già di per sé preferibile, per ragioni etiche che riguardano
l’umanità stessa, non l’ambiente né le altre specie.
La
conclusione tratta da Torres, simile a quella espressa nel 2018 sul New York
Times dal filosofo statunitense Todd May, è che l’estinzione umana sarebbe allo
stesso tempo una buona cosa e una catastrofe.
Sarebbe un bene perché è innegabile che
l’umanità sia una forza in grado di causare grandi mali, sia in termini di
intollerabili atrocità, ai danni di umani e animali, sia in termini di
devastazione dell’ambiente e cancellazione di ecosistemi. Quanto alle mancate
opportunità future, è vero che non ci sarebbe più amore, per esempio, ma non ci
sarebbe nemmeno dolore per la fine di un amore:
e
molte persone sarebbero probabilmente d’accordo, secondo Torres, sul fatto che
quel tipo di dolore faccia star male più di quanto l’amore faccia star bene.
Ma
l’estinzione sarebbe allo stesso tempo una catastrofe, secondo Torres, e
probabilmente lo sarebbe in un senso che è impossibile da cogliere.
In un
saggio del 1962 il filosofo tedesco Günther Anders affermò che l’invenzione
delle armi nucleari ha reso gli esseri umani «utopisti alla rovescia». Se gli
utopisti sono quelli che non sono in grado di realizzare ciò che sono in grado
di immaginare, scrisse Anders, gli utopisti alla rovescia sono quelli «non in
grado di immaginare ciò che stanno effettivamente realizzando».
La
ragione per cui non siamo in grado di immaginare quanto sarebbe catastrofica
una nostra estinzione è dovuta a una nostra connaturata incapacità di
immaginare conseguenze che percepiamo come smisurate: un fenomeno cognitivo
definito dallo psicologo statunitense Paul Slovic «insensibilità psichica»
(psychic numbing).
È lo
stesso fenomeno per cui percepiamo come di grande importanza salvare una vita,
quando quella vita è la prima o l’unica a essere salvata, secondo Slovic, e
percepiamo un’importanza leggermente minore man mano che aumenta il numero di
vite salvate. Al punto che non saremmo nemmeno in grado di apprezzare la
differenza «tra salvare 87 vite e salvarne 88, se queste prospettive ci
venissero presentate separatamente». Già soltanto il fatto che l’estinzione sia
una condizione dalle conseguenze per noi inimmaginabili è quindi una ragione
sufficiente a cercare di ridurne il più possibile il rischio.
Ci
sono infine altre ragioni che rendono l’estinzione qualcosa di massimamente
indesiderabile, secondo Torres, anche se queste ragioni secondo lui non
riguardano propriamente la morale: perlomeno non nel senso in cui la riguardano
le considerazioni sulla felicità e sul dolore della specie. Una di queste è che
l’estinzione della specie umana implicherebbe anche la fine della poesia, della
musica e di tutte le arti.
L’estinzione
provocherebbe soprattutto l’interruzione della comprensione scientifica,
un’«impresa transgenerazionale», e lascerebbe lavori incompiuti e questioni
irrisolte. Sarebbe un peccato troppo grande se l’umanità scomparisse dopo
essere emersa, essersi «guardata intorno nell’Universo con perplessità e
soggezione» ed essersi posta domande che scomparirebbero prima di aver avuto
risposta.
Le
riflessioni sulle conseguenze etiche dell’estinzione sono «un argomento
immensamente florido e sorprendentemente complicato», ha concluso Torres.
A un
livello fondamentale tutti sono d’accordo sul fatto che l’estinzione sarebbe un
evento grave e con conseguenze probabilmente incalcolabili. Ma su tutte le
altre questioni che l’estinzione pone esiste soprattutto disaccordo, e ci sono
probabilmente ancora molte altre intuizioni e prospettive da scoprire.
Ora
sappiamo che 900mila anni fa
abbiamo
sfiorato l'estinzione: perché?
Focus.it
– Franco Capone – (22 settembre 2023) – ci dice:
Tra
930mila e 813mila anni fa, il clima freddo arido portò i nostri antenati del
genere Homo sull'orlo dell'estinzione: sopravvisse una popolazione di soli
1.280 individui.
Anche
i nostri antenati del genere Homo, come i rinoceronti neri e i panda giganti,
sono stati sull'orlo dell'estinzione.
Questo è avvenuto a partire da circa circa
900mila anni fa quando non c'era ancora l'Homo sapiens, ma esisteva l'Homo
erectus.
In uno
studio apparso su Science, i ricercatori sono arrivati a questa conclusione
utilizzando un modello matematico per ricostruire a ritroso l'origine di
determinate caratteristiche genetiche a partire dalle sequenze del genoma
completo di 3.154 persone viventi, prese a campione sparse per il mondo.
I risultati hanno mostrato che gli antenati
umani tra 930mila e 813mila anni fa attraversarono un periodo di grave pericolo
di estinzione, un collo di bottiglia genetico con soli 1.280 individui
riproduttori rimasti, da una popolazione originaria stimata di 100 mila.
l'orologio
genetico.
Il
collo di bottiglia durò circa 117mila anni e portò gli antenati umani molto
vicini all'estinzione.
Il
fenomeno è avvenuto a causa di una serie di glaciazioni e coincide, non a caso,
con un sostanziale divario cronologico nella documentazione fossile africana ed
eurasiatica a oggi disponibile.
Le indagini genetiche - condotte da
ricercatori dell'Accademia delle Scienze Cinese, dall'Università Normale
Orientale di Schangai, dall'Università del Texas e da due università italiane,
la Sapienza di Roma e quella di Firenze - si basano sul principio della
coalescenza e un innovativo metodo bioinformatico chiamato” FitCoal”.
In
pratica, guardando le diverse versioni dei geni in una popolazione, è possibile
datare approssimativamente quando sono emersi per la prima volta geni
specifici: più tempo è trascorso, più ci sono state possibilità per diverse
varianti di un gene di emergere.
Stimando
la frequenza con cui i geni sono comparsi nel tempo, gli scienziati possono
ottenere informazioni su come le popolazioni ancestrali sono via via cresciute
o si sono ridotte.
Scienza.
Un
bastone da caccia 300mila anni fa volava come un boomerang.
Sull'orlo
del precipizio.
Dai
genomi completi dei 3.154 individui considerati nel nuovo studio, appartenenti
a 50 diverse popolazioni umane (di cui dieci africane), si è quindi risaliti ai
tipi genici ancestrali che in certi punti della scala cronologica sono
drasticamente calati di numero.
Il
tutto è stato poi combinato con i dati paleoclimatici e con quelli forniti dai
fossili. Si è visto così che fra i 930mila e gli 813mila anni fa, la
popolazione del genere Homo, l'umanità di allora, presente in Africa, Europa e
Asia, si ridusse del 98,7%.
Una
situazione paragonabile a quella di una odierna specie in pericolo di
estinzione o di tante che nel passato non ce l'anno fatta, scomparendo per
sempre, come la tigre dai denti a sciabola o l'orso delle caverne, vissuti nel
Pleistocene e, in tempi più recenti, il dodo, uccello non volatore delle
Mauritius, o il quagga, specie di zebra australe.
Il che
non è un semplice paragone zoologico.
Se non
ce l'avesse fatta l'Homo erectus a superare la crisi, oggi non ci saremmo noi,
cha da lui discendiamo.
Se,
come suggeriva Charles Darwin o come ha ricordato in anni recenti Stephen Jay
Gould, l'evoluzione non risponde a un fine prestabilito, ma a una serie di
fortunate casualità, noi siamo una specie davvero fortunata per essere qui,
adesso, e dovremmo dimostrare di esserne consapevoli rispettando di più noi
stessi come intera umanità e l'ambiente.
Ma come
si sopravviveva al freddo 400.000 anni fa?
Condizioni
estreme.
Quello
che si presentò a partire da circa un milione di anni fa era un ambiente
particolarmente duro.
I
cicli glaciali e interglaciali si ampliarono a livello planetario, portando
molta aridità in Africa e a estinzioni in massa di grandi mammiferi.
Queste
avverse condizioni climatiche e ambientali resero la sopravvivenza difficile
per i nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, facendo loro sfiorare
l'estinzione.
«Ciò
trova conferma nell'assenza di fossili umani in quel periodo» puntualizza un
comunicato della Sapienza Università di Roma.
«C'è
infatti una lacuna di fossili umani di circa 300mila anni che coincide
perfettamente con il periodo del collasso demografico rilevato dallo studio».
I fossili risalenti a prima di un milione di
anni fa, sono abbondanti, ma intorno a 950mila anni fa scompaiono quasi
completamente dall'intero continente africano e in Eurasia, per tornare ad
aumentare solo dopo 650mila anni fa con reperti che vengono solitamente
attribuiti alla specie Homo heidelberghesi.
L'ominide
di 7 milioni di anni fa camminava bene su due piedi?
Nuove
opportunità. «Questo periodo di crisi demografica», spiega “Giorgio Manzi”,
paleoantropologo de La Sapienza «potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale
nell'evoluzione umana.
Durante
un bottleneck (collo di bottiglia) i normali equilibri ecologici e genetici
vengono sconvolti, aumentando la probabilità che si vengano a fissare varianti
genetiche inattese, contribuendo all'emergere di una nuova specie,
probabilmente Homo heidelbergensis», sottolinea “Fabio Di Vincenzo”
dell'Università di Firenze. «Possiamo considerare l'Homo heidelberghesi il vero
e proprio ultimo antenato comune, ossia la forma umana che si diffuse
dall'Africa in Eurasia, dando origine all'evoluzione di tre diverse nuove
specie:
“i
Neanderthal in Europa, i Denisova in Asia e noi, Homo sapiens, in Africa».
Tutte
le volte che abbiamo rischiato l'estinzione.
Prima
che la scoperta dell'agricoltura consentisse di aumentare la popolazione umana
in modo esponenziale, l'eventualità di una sua estinzione per esiguità numerica era
una reale possibilità.
Circa
70mila anni fa, la popolazione di Homo sapiens si ridusse a poche migliaia di
individui, massimo 10.000, minimo 2.000.
Ciò spiegherebbe la bassa variabilità genetica
della nostra specie.
Causa del declino sarebbe stata l'eruzione
esplosiva della caldera del lago Toba, a Sumatra, che avrebbe provocato una
crisi planetaria.
Si
calcola che in Africa i Sapiens erano circa 30mila quando andarono prima in
Asia e poi in Europa, con almeno tre migrazioni avvenute 100mila, 70mila e
45mila anni fa.
Il
cugino uomo di Neanderthal (estinto 40mila anni fa dopo oltre 200mila anni di
esistenza) era limitato numericamente.
La sua
popolazione complessiva stimata, molto sparsa, era mediamente di 70mila
individui.
Quasi
12mila anni fa, prima dell'agricoltura, l'Homo sapiens era ancora una specie
numericamente vulnerabile con 8 milioni di presenze in tutto il pianeta. Ben
lontana dagli 8 miliardi di persone che si contano oggi.
(Franco
Capone).
L’umanità
ha rischiato seriamente
l’estinzione
con la specie «Homo»:
la
scoperta pubblicata su «Science».
Corriere.it – 2 settembre 2023 - TELMO
PIEVANI – ci dice:
La
ricerca è basata su riscontri genetici.
La
firmano anche due studiosi italiani.
Ci fu un crollo demografico del 98,7%. Sui
nostri avi si abbatté una catastrofe impensabile.
L’umanità
ha rischiato seriamente di estinguersi, con un crollo demografico drammatico
che ha raggiunto il 98,7%.
Una
catastrofe quasi inimmaginabile si abbatté sui nostri antenati tra 930 e 813
mila anni fa, lasciando vivi solo 1.280 individui fertili, meno dei panda
attualmente esistenti in natura.
Fu una tragedia lenta, durata 117 millenni.
Colpevole,
come spesso in questi casi, fu il cambiamento climatico:
le alternanze fra cicli glaciali e
interglaciali cominciarono in quel periodo ad ampliarsi fino a intervalli di
100 mila anni e divennero sempre più estreme, portando a un’ondata di
estinzioni di grandi mammiferi in Eurasia e a lunghe fasi di forte aridità in
Africa.
E anche i nostri antenati se la passarono
male.
La
sorprendente scoperta di questo drastico «collo di bottiglia» nell’evoluzione
umana, finora mai nemmeno ipotizzato, è stata pubblicata oggi su «Science» da
un gruppo di scienziati cinesi che hanno collaborato con due paleo-antropologi
italiani, Giorgio Manzi della Sapienza di Roma e Fabio Di Vincenzo del Museo di
Storia Naturale dell’Università di Firenze.
La
ricerca è anche un esempio di come la scienza possa contribuire al dialogo tra
i popoli, visto che gli scienziati cinesi coinvolti provengono da entrambe le
sponde del canale di Taiwan.
Per
notizie così eclatanti servono prove robuste, che non mancano.
Partendo
dalle banche genetiche internazionali, sono stati analizzati i genomi completi
di 3.154 individui moderni appartenenti a 50 popolazioni umane diverse.
Con un
metodo bioinformatico innovativo, andando a ritroso nel nostro albero
genealogico fino a tempi che precedono di molto la comparsa della nostra
specie, sono state identificate le ormai debolissime tracce genetiche lasciate
dai nostri antenati e da queste è stato possibile calcolare la consistenza
demografica delle popolazioni del passato.
In
pratica, senza bisogno di estrarre il Dna antico dai fossili, si proietta
indietro nel tempo l’attuale variazione genetica umana per stimare le
dimensioni delle popolazioni in momenti specifici del passato.
Si
possono così scoprire antiche migrazioni, espansioni e riduzioni di
popolazioni. Ebbene, anche confrontando gruppi di dati indipendenti, la
sostanza non cambia: intorno a 900 millenni fa ci fu un collasso catastrofico
generalizzato, che combacia peraltro molto bene con le evidenze fossili e
spiega un vecchio mistero dell’evoluzione umana.
Quando
il genere Homo comparve in Africa, tra 2 e 2,5 milioni di anni fa, per un lungo
periodo lasciò molte tracce archeologiche e fossili.
Sono i
segni di un’umanità arcaica chiamata “Homo dragster”, grandi camminatori,
probabilmente i primi a uscire dall’Africa e a dare origine a Homo erectus in
Asia.
Era
un’umanità promettente, ma vulnerabile.
Poi,
proprio a partire da 950 mila anni fa, cala un apparente silenzio: pochi resti
databili con sicurezza, come se si fossero dileguati quasi tutti.
Anche
l’Europa, a partire da 1,1 milioni di anni fa, sembra spopolarsi completamente
di esseri umani a causa di un periodo particolarmente freddo. Bisognerà
attendere 300 millenni per ritrovare le tracce fossili abbondanti di una nuova
umanità, con un cervello più grande e caratteristiche anatomiche inedite,
chiamata Homo heidelberghesi.
Come si spiega un simile buco nella documentazione?
Quando
nell’evoluzione si vedono gap di questo tipo o improvvise accelerazioni, di
solito si addossa la colpa alla frammentarietà dei dati fossili: quegli
sconvolgimenti non sono accaduti davvero, è solo un problema di mancanza di
dati e di incertezza nelle datazioni.
Pare
che in questo caso non sia così. I fossili forse dicevano la verità.
La
quasi estinzione c’è stata davvero e all’uscita dal collo di bottiglia troviamo
un’umanità nuova.
Questo non sorprende perché, come hanno insegnato i paleontologi
Stephen J. Gould e Niles Eldredge, quando nell’evoluzione per cause ambientali una
popolazione viene drasticamente ridotta tendono ad accumularsi rapidamente
cambiamenti genetici che possono portare alla nascita punteggiata di nuove
specie.
I
colli di bottiglia poi riducono la variabilità genetica, che resta molto bassa
anche tra gli esseri umani attuali.
Nello stesso periodo, inoltre, sappiamo che
nel genere Homo due cromosomi ancestrali si fusero insieme, generando il
cromosoma 2 e portando il conto a 46.
Anche
se alcuni paleoantropologi come “Chris Stringer “nutrono ancora dubbi sulla
reale portata di questo collo di bottiglia e sul ruolo centrale di Homo
heidelberghesi, è probabile che in quel periodo vi sia stata una grande
transizione nell’evoluzione umana.
Una transizione che riguarda anche noi.
Infatti a partire dai sopravvissuti alla
catastrofe di 900 mila anni il motore dell’evoluzione tornò a girare a pieno
ritmo.
I
gruppi di Homo heidelberghesi crebbero rapidamente e dall’Africa si diffusero
in tutta l’Eurasia, dando poi origine in Europa ai Neanderthal e in Asia ai
Denisovani.
Di
pari passo con il loro arrivo, compaiono le più antiche evidenze dell’uso
sistematico e controllato del fuoco e di tecnologie litiche più avanzate. Il
mondo insomma tornò a popolarsi di umani ben organizzati.
Tempo
dopo, fra 200 e 300 millenni fa, dai discendenti africani dello stesso Homo
heidelberghesi nascerà anche la specie Homo sapiens, che uscendo dal continente
d’origine incontrerà i cugini Neanderthal e Denisovani, incrociandosi con loro.
Quindi noi siamo letteralmente i figli delle
poche migliaia di superstiti che riuscirono a passare attraverso quella
strettissima cruna d’ago, a resistere in pochi rifugi alle inclementi
condizioni ambientali durate per decine di millenni.
Dobbiamo
la nostra esistenza a una catastrofe climatica, il che fa doppiamente
impressione se pensiamo che adesso il clima sta cambiando in modo molto più
veloce di allora e, questa volta, per causa nostra.
Certo, oggi siamo ben più attrezzati di 900
mila anni fa, ma questa scoperta inattesa insegna quanto può essere drammatico
il costo di una crisi climatica.
Il
pianeta è molto più forte di noi.
Andrea
Zhok: “Perché, Prima o Poi,
il
Capitalismo Ha Bisogno della Guerra.”
Conoscenzealconfine.it – (22 Aprile 2025) - Andrea
Zhok ci dice:
Per
sopravvivere, il libero mercato deve crescere. E, quando si ferma, l’ultima
risorsa è il conflitto.
1.
L’Essenza del Capitalismo.
Il
nesso tra capitalismo e guerra è non accidentale, ma strutturale, stringente.
Nonostante la letteratura autopromozionale del liberalismo abbia sempre cercato
di spiegare che il capitalismo, tradotto come “dolce commercio”, era una via
preferenziale verso la pacificazione internazionale, in realtà questo è sempre
stata una conclamata falsità.
E questo non perché il commercio non possa
essere viatico di pace – può esserlo – ma perché l’essenza del capitalismo NON
è il commercio, che ne è solo uno dei possibili aspetti.
L’essenza
del capitalismo consiste in uno e un solo punto.
Si
tratta di un sistema sociale idealmente acefalo, cioè idealmente privo di guida
politica, ma guidato da un unico imperativo categorico:
l’incremento
del capitale a ogni ciclo produttivo.
Il
cuore ideale del capitalismo è la necessità che i capitali rendano, cioè
incrementino il capitale stesso.
La guida di questo processo è affidata non
alla politica – tantomeno alla politica democratica – ma ai detentori di
capitale, ai soggetti che incarnano le esigenze della finanza.
È
importante capire che il punto cruciale per il sistema non è che “vi sia sempre
più capitale” in senso oggettivo, cioè che il monte di denari aumenti sempre
più; momentaneamente esso può anche contrarsi.
Il punto è che deve esistere sempre la
prospettiva generale di un accrescimento del capitale a disposizione.
In assenza di questa prospettiva – ad esempio
in una perdurante condizione di “stato stazionario” dell’economia – il
capitalismo cessa di esistere come sistema sociale, perché viene meno il
“pilota automatico” rappresentato dalla ricerca di sbocchi agli investimenti.
Il
punto va inteso squisitamente in termini di POTERE.
Nel
capitalismo, un determinato ceto detiene il potere e lo detiene in quanto
affidatario della conduzione del capitale all’accrescimento.
Se viene meno la prospettiva di accrescimento,
l’esito è tecnicamente RIVOLUZIONARIO, nel senso specifico in cui il ceto che
detiene il potere deve cederlo ad altri – ad esempio a una guida politica mossa
da principi o idee guida, come è stato più o meno sempre nella storia
(prospettive religiose, prospettive nazionali, visioni storiche).
Il
capitalismo è il primo e unico sistema di vita nella storia umana che non cerca
di incarnare alcun ideale e che non tende ad andare in nessuna direzione
specifica.
Si
aprirebbe qui un’interessante discussione sul nesso tra capitalismo e
nichilismo, ma vogliamo concentrarci su di un altro punto.
2. La
“Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto.”
Nella
natura del sistema è implicita una tendenza esaminata per la prima volta da
Karl Marx sotto il nome di “caduta tendenziale del saggio di profitto”.
Si tratta di un processo intuitivo.
Da un
lato, come abbiamo visto, il sistema esige di ricercare costantemente la
crescita, trasformando il capitale in investimento generatore di altro
capitale. Dall’altro, la competizione interna al sistema tende a saturare tutte
le opzioni per accrescere il capitale, realizzandole.
Tanto più la competizione è efficiente, tanto
più veloce è la saturazione dei luoghi dove fare margine.
Questo
significa che con l’andare del tempo il sistema capitalistico genera strutturalmente
un problema di sopravvivenza per il sistema medesimo.
Il
capitale disponibile si accresce costantemente e cerca impieghi “produttivi”,
cioè capaci di generare interessi.
La
crescita del capitale è legata alla crescita delle prospettive di crescita
futura del capitale, in un meccanismo che si autoalimenta.
È sulla base di questo meccanismo che ci si
ritrova in situazioni come quella prima della crisi subprime, quando la
capitalizzazione sui mercati finanziari globali era di 14 volte il PIL
mondiale.
Questo
meccanismo produce la costante tendenza alle “bolle speculative”.
E
questo stesso meccanismo produce la tendenza alle cosiddette “crisi di
sovrapproduzione”, espressione comune ma impropria, in quanto dà l’impressione
che ci sia un eccesso di prodotto a disposizione, mentre il problema è che c’è
troppo prodotto solo rispetto alla capacità media di acquistarlo.
Costantemente,
fatalmente, il sistema capitalistico si trova ad affrontare crisi generate da
questa tendenza:
masse
crescenti di capitale premono per essere messe a frutto, in un processo
esponenziale, mentre le capacità di crescita sono sempre limitate.
Perché una crisi si faccia sentire non è
necessario che la crescita si arresti, basta che non sia all’altezza della
montante richiesta di margini.
Quando ciò accade, il capitale – cioè i detentori del
capitale o i loro gestori – iniziano ad agitarsi in maniera crescente, perché
la propria stessa sopravvivenza come detentori di potere è messa a repentaglio.
3. La
Ricerca Frenetica di Soluzioni.
Quando
la compressione dei margini si approssima si apre la frenetica ricerca di
soluzioni.
Nella versione autopromozionale del
capitalismo, la soluzione principe sarebbe la “rivoluzione tecnologica”, cioè
la creazione di una nuova prospettiva promettente di generazione di profitto
attraverso un’innovazione tecnologica.
La
tecnologia è realmente un fattore che accresce la produzione e la produttività.
Se accresca anche i margini di profitto è questione più complessa, perché non
basta che vi sia più prodotto affinché il capitale si accresca, ma deve esservi
più prodotto ACQUISTATO.
Questo
significa che i margini possono crescere davvero in presenza di una rivoluzione
tecnologica solo se l’aumento di produttività si ripercuote anche in aumento
generale del potere d’acquisto (salari), il che non è così scontato.
Ma anche laddove ciò accada, le “rivoluzioni
tecnologiche” capaci di aumentare produttività e margini non sono così comuni.
Spesso ciò che si presenta come una “rivoluzione
tecnologica” è ampiamente sopravvalutato nella sua capacità di produrre
ricchezza e finisce per essere solo un riorientamento degli investimenti che
genera una bolla speculativa.
In
attesa di eventuali rivoluzioni tecnologiche che riaprano la sfera dei margini,
la seconda direzione in cui viene ricercata una soluzione per riguadagnare
margini di profitto è la pressione sulla forza lavoro.
Questa
pressione si può manifestare in compressione salariale e in molte altre
modalità che incrementano l’area di sfruttamento del lavoro.
Il
diretto abbassamento dei salari nominali è una forma percorsa solo in casi
eccezionali;
più
frequenti e facili da gestire sono i mancati recuperi dell’inflazione, la
“flessibilizzazione” del lavoro in maniera da ridurre i “tempi morti”, la
“rigorizzazione” delle condizioni di lavoro, la dismissione di forza lavoro,
eccetera.
Questo
orizzonte di pressione presenta due problemi.
Da un lato diffonde il malcontento, con la
possibilità che questo sfoci in proteste, rivolte, eccetera.
Dall’altro lato, la pressione sulla forza
lavoro, in particolare nella dimensione salariale, riduce il potere d’acquisto
medio, e corre così il pericolo di avviare una spirale recessiva (minori vendite, minori profitti,
maggiore pressione sul monte salari per recuperare margini, conseguente
riduzione delle vendite di prodotti, e così avanti).
Una
forma collaterale di conquista di margini si ha con le “razionalizzazioni” del
sistema produttivo, che sta concettualmente a metà strada tra innovazione
tecnologica e sfruttamento della forza lavoro.
Le
“razionalizzazioni” sono riorganizzazioni che, per così dire, limano le
relative “inefficienze” del sistema.
Questa
dimensione riorganizzativa di fatto si ripercuote quasi sempre in un
peggioramento delle condizioni di lavoro, che diviene in sempre maggior misura
dipendente dalle esigenze impersonali dei meccanismi di capitale.
Un
ultimo orizzonte di soluzioni si presenta quando nell’equazione entra la sfera
del commercio estero.
Per
quanto di principio i punti precedenti esauriscano i luoghi dove i margini di
profitto possono crescere, di fatto prendendo in considerazione la sfera
estera, le medesime occasioni di profitto si moltiplicano per le diversità tra
Paesi.
Invece
di un incremento tecnologico interno si può avere accesso a un incremento
tecnologico estero attraverso il commercio.
Invece di una compressione della forza lavoro
interna si può ottenere accesso a manodopera estera a buon mercato, eccetera.
4. Il
Declino del Profitto.
La
fase attuale nella breve e cruenta storia del capitalismo che stiamo vivendo è
caratterizzata dal venir meno progressivo di tutte le prospettive di profitto
maggiori.
Ci
sarà sempre spazio per “rivoluzioni tecnologiche”, ma non con una frequenza che
possa star dietro a masse infinitamente crescenti di capitale che premono per
essere messe a profitto.
Ci sarà sempre spazio per ulteriori
compressioni della forza lavoro, ma il rischio di creare condizioni di rivolta
o di ridurre il potere d’acquisto diffuso pone limiti evidenti.
Quanto
al processo di globalizzazione, esso ha raggiunto i suoi limiti e ha iniziato
un processo di relativo arretramento;
la
possibilità di trovare occasioni estere” toto coelo” differenti e migliorative
rispetto a quelle interne si è drasticamente ridotta (bisogna pensare che quanto più le
catene di produzione si estendono, tanto più sono fragili e tanto più possono
comparire addizionali costi di transazione).
La
crisi subprime (2007-2008) ha segnato un primo momento di svolta, portando
l’intero sistema finanziario mondiale a un passo dal collasso.
Per
uscire da quella crisi si è ricorso a due leve. Da un lato a una pressione
elevata sulla sfera del lavoro, con perdita di potere d’acquisto e
peggioramento delle condizioni di lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato a
un incremento dei debiti pubblici – che a sua volta sono un vincolo indiretto
imposto alle cittadinanze e alla forza lavoro, e vengono presentati come un
onere da compensare.
La
crisi Covid (2020-2021) ha segnato un secondo momento di svolta, con
caratteristiche non dissimili dalla crisi subprime.
Anche
qui gli esiti della crisi sono stati una perdita media di potere economico dei
ceti lavoratori e un incremento dei debiti pubblici.
Tanto
nella crisi subprime che nella crisi Covid, il sistema ha accettato una
momentanea riduzione generale delle capitalizzazioni complessive, pur di
riaprire nuove aree di profitto.
Nell’insieme
il sistema finanziario è uscito da entrambe le crisi con una posizione
comparativamente più forte rispetto alla popolazione che vive del proprio
lavoro. L’incremento dei debiti pubblici è di fatto un trasferimento di denaro
dalla disponibilità della cittadinanza media alle cedole dei detentori di
capitale.
Va
notato che, per disinnescare gli spazi di contestazione e contrapposizione tra
lavoro e capitale, il capitalismo contemporaneo ha spinto con tutte le sue
forze per creare una cointeressenza in alcuni strati di popolazione, benestanti
ma ben lontani dal contare qualcosa sul piano del potere capitalistico.
Forzando
le persone ad acquisire pensioni private, polizze assicurative fruttifere,
spingendole a utilizzare i risparmi in qualche forma di titolo di Stato, si
tenta (e riesce) a creare uno strato di popolazione che si sente “parte in
causa” nelle sorti del grande capitale.
Questi
strati di popolazione fungono da “buffer zone”, riducendo la disponibilità
media a rivoltarsi contro i meccanismi di capitale.
La
situazione attuale, in particolare nel mondo occidentale, è dunque la presente.
Il grande
capitale ha bisogno, per sopravvivere, di accedere a ulteriori continuative
aree di profitto.
Le
popolazioni dei Paesi occidentali hanno visto erodersi le proprie condizioni di
vita, sia strettamente in termini di potere d’acquisto, sia in termini di
capacità di autodeterminazione, trovandosi sempre più vincolate a una
molteplicità di vincoli finanziari, lavorativi, legislativi, tutti motivati
dalle esigenze di “razionalizzazione” del sistema.
Le
possibilità di trovare nuove aree di profitto all’estero si sono drasticamente
ridotte, con il raggiungimento dei suoi limiti da parte del processo di
globalizzazione.
Questa
è la situazione di fronte a cui i grandi detentori di capitale si trovano oggi.
Nella
loro ottica urge trovare una soluzione. Ma quale?
5.
“Una Parola Paurosa e Fascinatrice: Guerra!”
Quando,
nel canone occidentale, si presentano le guerre mondiali, cioè i due massimi
eventi di distruzione bellica della storia umana, si presentano di solito
all’insegna di alcuni colpevoli ben definiti:
il
“nazionalismo” (in particolare tedesco) per la Prima Guerra Mondiale, le
“dittature” per la Seconda guerra mondiale.
Raramente
si riflette sul fatto che questi eventi hanno come epicentro il punto di
sviluppo più avanzato del capitalismo mondiale e che la Prima guerra mondiale
avviene al picco del primo processo di “globalizzazione capitalistica” della
storia.
Senza
entrare qui in un’esegesi delle origini della Prima guerra mondiale, è comunque
utile ricordare come la fase che la precede e prepara è perfettamente
inquadrabile in una cornice che siamo in grado di riconoscere.
Dal 1872 circa inizia una fase di stagnazione
dell’economia europea.
Questa
fase dà una spinta decisiva alla ricerca di risorse e forza lavoro all’estero,
principalmente nelle forme dell’imperialismo e colonialismo.
Tutti
i principali momenti di crisi internazionale che preparano la Prima Guerra
Mondiale, come l’incidente di Fashoda (1898), sono tensioni nel confronto internazionale
per l’accaparramento di aree di sfruttamento.
La
prima grande spinta al riarmo nella Germania guglielmina avviene per creare una
flotta capace di contestare il dominio dei mari (che è dominio commerciale)
dell’Inghilterra.
Ma
perché mai la guerra dovrebbe rappresentare un orizzonte di soluzione delle
crisi generate dal capitale?
La
risposta è, a questo punto, abbastanza semplice.
La guerra rappresenta una soluzione ideale per
le crisi da “caduta del tasso di profitto” sotto quattro profili principali.
In
primo luogo,
la guerra si presenta come una spinta non negoziabile a investimenti massivi,
che possono rilanciare un’industria esangue.
Grandi commesse pubbliche nel nome del “sacro dovere
della difesa” possono riuscire a estrarre le ultime risorse pubblicamente
disponibili per riversarle in commesse private.
In
secondo luogo, la guerra rappresenta una grande distruzione di risorse materiali, di
infrastrutture, di esseri umani.
Tutto
ciò, che dal punto di vista del comune intelletto umano è una disgrazia, dal
punto di vista dell’orizzonte di investimenti è una magnifica prospettiva.
Infatti si tratta di un evento che “ricarica
l’orologio della storia economica”, eliminando quella saturazione delle
prospettive di investimento che minaccia l’esistenza stessa del capitalismo.
Dopo
una grande distruzione si riaprono praterie per investimenti facili, che non
hanno bisogno di alcuna innovazione tecnologica: strade, ferrovie, acquedotti,
case, e tutto l’indotto di servizi.
Non è
un caso che da tempo oramai, mentre una guerra è in corso, dall’Iraq
all’Ucraina, si assiste a una corsa preliminare all’accaparramento delle
commesse per la futura ricostruzione.
La più
grande distruzione di risorse di tutti i tempi – la Seconda guerra mondiale –
fu seguita dal più grande boom economico dalla Rivoluzione industriale.
In
terzo luogo,
i grandi detentori di capitale, che è capitale finanziario, consolidano
comparativamente il loro potere sul resto della società.
Il
denaro, avendo natura virtuale, rimane intoccato da qualunque grande
distruzione materiale (purché non sia un annichilimento planetario).
In
quarto e ultimo luogo, la guerra congela e arresta tutti i processi di potenziale
rivolta, tutte le manifestazioni di scontento dal basso.
La guerra è il meccanismo definitivo, il più
potente di tutti, per “disciplinare le masse”, ponendole in una condizione di
subordinazione da cui non possono uscire, pena l’essere identificati come
complici del “nemico”.
Per
tutte queste ragioni l’orizzonte bellico, per quanto al momento lontano dagli
umori predominanti nelle popolazioni europee, è una prospettiva da prendere
estremamente sul serio.
Quando
oggi alcuni dicono – ragionevolmente – che non ci sono le premesse culturali e
antropologiche perché la società europea si disponga seriamente alla guerra, mi
piace ricordare quando – annusando gli umori della massa – Benito Mussolini
passò in pochi anni dal pacifismo socialista alla celebre chiusa del suo
articolo sul Popolo d’Italia, il 15 novembre del 1914:
“Il
grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che
innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede,
oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!”.
(Articolo
di Andrea Zhok -Docente di Filosofia morale alla Statale di Milano.)
(krisis.info/it/2025/04/temi/guerra-e-pace/perche-prima-o-poi-il-capitalismo-ha-bisogno-della-guerra/).
Il
video hot di Stormer con Lord Alli:
lo
scandalo che rischia di far saltare
il
governo inglese-
lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (21/04/2025) – ci dice:
Su
“X”, un tempo Twitter, se ne sta parlando molto come avrebbe dovuto avvenire su
degli organi di stampa che non fossero nelle mani degli oligarchi, ma, si sa,
questi hanno sempre l’interesse a nascondere le storie scomode per determinati
potenti.
È lo
scandalo sessuale e politico che riguarda l’attuale inquilino di Downing
Street, il premier “Keri Stormer”.
A far
esplodere il caso, seppellito dai media, è stato un comico britannico, “Jim
Davidson”, che nei giorni scorsi ha sganciato la bomba.
Le
rivelazioni di “Jim Davidson.
Davidson
afferma che esisterebbe un video che immortala Keri Stormer mentre assume
“posizioni inequivocabili” assieme ad un altro personaggio molto noto nel Regno
Unito come l’imprenditore Lord Alli, membro del partito laburista e deputato
appunto presso la Camera dei Lord britannica.
L’espressione
“posizioni inequivocabili” è in realtà un “garbato” eufemismo dietro il quale
si nasconderebbe un atto di sesso orale presumibilmente praticato da Stormer
verso Alli, una circostanza che in realtà non avrebbe soltanto conseguenze di
carattere personale per ciò che riguarda la vita privata del Premier, ma anche
soprattutto sul piano politico, considerata l’influenza di Lord Alli nel Regno
Unito.
Al
momento intanto, “Stormer” si troverebbe già a fare i conti con le conseguenze
personali di questo video così compromettente.
Secondo
Davidson, la scena sarebbe stata mostrata alla consorte del premier, “Victoria
Alexander”, che dopo aver visto il marito impegnato in quegli atteggiamenti
intimi con il suo collega laburista, avrebbe lasciato l’evento di beneficenza
da lei presenziato per mettersi subito in contatto con degli avvocati
divorzisti per chiedere una probabile separazione dal marito.
“Downing
Street” si sta adoperando non poco per non far trapelare la storia sugli organi
di stampa inglesi che sono da sempre affamati di gossip e di storie piccanti
sui vari personaggi politici del Regno, fino a quando però non arrivano degli
ordini molto precisi dall’alto di non toccare coloro che non vanno toccati.
Se si
volessero citare i vari casi di censura praticati dalla stampa britannica, si
potrebbe aprire un vero e proprio album dei ricordi, a partire dagli scandali pedofili che
hanno coinvolto sia gli stessi Windsor, amici intimi del famigerato pedofilo
Jimmy Savile, sia quelli che riguardavano altri politici di primo piano della politica
inglese, sia
nel lato dei “Tories”, i cosiddetti conservatori, sia in quello dei laburisti,
ovvero la sinistra progressista.
La
pedofilia è un partito strettamente traversale e non fa distinzioni di sorta
tra le varie correnti della democrazia liberale, tutte dominate alfine dal
potere delle “massonerie” e della” finanza askenazita”, che esercita un
fortissimo ascendente sulla corona dai tempi nei quali “Nathan Rothschild”
accumulò una immensa fortuna attraverso il primo caso di aggiotaggio della
storia, quello sulla battaglia di Waterloo del 1812.
Stavolta,
si potrebbe dire che i vecchi vizi della politica inglese riaffiorano tutti per
l’ennesima volta, perché ogni singolo premier che varca la soglia di Downing
Street sembra avere nel proprio armadio degli ingombranti scheletri, sui quali
gli organi di stampa non vanno mai a mettere il naso, data la loro complicità
con il sistema di potere che governa il Paese.
Lord
Alli: il benefattore di Stormer.
Lord
Alli, ad esempio, è un esempio perfetto di quale tipo di personaggi godono di
un’altissima affluenza nel Regno Unito.
Waheed
Alli è il figlio di due genitori islamici e hindu originari di Trinidad e
Tobago e della Guyana, emigrati nel Regno Unito verso la fine degli anni’50.
Alli
negli anni’80 inizia a fare carriera nel mondo della finanza e della City di
Londra, una
enclave politica roccaforte della famiglia Rothschild dove nemmeno la regina
Elisabetta poteva entrare senza avere il permesso delle autorità che gestiscono
quello che è a tutti gli effetti uno Stato nello Stato, tanto da far dire a
qualcuno che la City, sotto un punto di vista giuridico, sarebbe una sorta di
Vaticano inglese.
La
regina Elisabetta nel 2012 fa il suo ingresso nella City di Londra.
In
realtà, lo stato giuridico di questo piccolo territorio nel cuore di Londra
viene definito “sui generis”, un caso a parte, e la condizione formale della
City sarebbe pari a quella di una corporation che dispone persino di un suo
parlamentino e di un suo sindaco, al momento “Alastair King”, senza il consenso
del quale i sovrani inglesi non possono mettere piede in questo piccolo
territorio non soggetto alle leggi inglesi.
“Waheed”
cresce in questo mondo, si guadagna gli appoggi dei poteri bancari e finanziari
che contano, su tutti quello della banca fondata da “Robert Fleming”, un
finanziere scozzese amico dei soliti Rothschild, e socio d’affari delle varie
famiglie legate ai finanzieri originari di Francoforte, su tutti Jacob Schiff e Kuhn, Loeb
& C0.
Il
finanziere islamico inizia così ad accumulare considerevoli fortune fino a
quando inizia a lavorare per un altro uomo molto noto nel mondo ebraico, Robert Maxwell, padre di Ghislaine, editore cecoslovacco di origini
ebraiche che negli anni’80 aveva costruito un suo impero mediatico attraverso
la proprietà di diversi giornali, tra cui l’Express e il Daly Mirror, per poi
finire travolto dagli enormi debiti che aveva accumulato.
Robert
Maxwell.
Maxwell
non era soltanto uno spregiudicato imprenditore che aveva portato il suo impero
alla bancarotta, tanto da appropriarsi persino dei soldi dei fondi pensioni dei
suoi giornali, ma era “un uomo molto vicino al servizio segreto israeliano, il
famigerato Mossad”.
Robert,
di fronte alla prospettiva di vedere andare in fumo tutto il suo impero, decise
di fare un gioco molto pericoloso, iniziando a ricattare i suoi vecchi sodali
dei servizi israeliani pur di avere denaro liquido subito, ma, a quanto pare,
le barbe finte di Tel Aviv non gradirono affatto la sua scelta.
Ancora
oggi, le circostanze della morte di Maxwell non sono mai state chiarite.
L’imprenditore inglese fu rinvenuto privo di vita nel novembre del 1991 nelle
acque delle Canarie, non molto distante da dov’era ormeggiato il suo yacht, il
Ghislaine, chiamato con il nome della sua figlia prediletta.
Secondo
i giornalisti inglesi “Matt Dillon” e “Gordon Thomas”, vicini a fonti dei
servizi israeliani e del MI6, “Robert Maxwell” aveva un appuntamento quel
giorno con alcuni uomini del Mossad che avevano già ricevuto ordini molto
precisi.
Il
tycoon inglese andava ucciso, e i sicari giunti sul posto dopo aver eseguito le
consegne, lo scaraventarono fuori dalla barca, nelle acque dell’Oceano
Atlantico, dove fu in seguito ritrovato.
“Waheed
Alli” però continua ad accumulare ricchezze e influenza, fino ad approdare nel
settore delle produzioni televisive che sfornano non pochi programmi
spazzatura, tra i quali il” famigerato reality Survivor”.
L’imprenditore
islamico decide verso la fine degli anni’90 di mettere un piede anche in
politica e si unisce al partito laburista, ed entra nella Camera dei Lord nel
1998, a soli 34 anni.
Alli
negli anni 2000 è vicinissimo al governo del primo ministro “Tony Blair” e alla
direttrice delle comunicazioni del suo esecutivo,” Anji Hunter”, entrambi
interessati a servirsi dell’influenza del giovane imprenditore per raggiungere
gli elettori più giovani.
Nonostante
la sua fede islamica, “Waheed Alli” non fa mistero della sua omosessualità.
La
dichiara e la rivendica in pubblico, anche attraverso la partecipazione a
diversi eventi per i cosiddetti “diritti” della” lobby LGBT”, a lui molto cara,
che lo ha portato a perorare la causa per abbassare l’età del consenso per i
rapporti omosessuali da 18 a 16 anni, come attualmente è previsto per i
rapporti eterosessuali.
L’imprenditore
in particolare diventa una figura ancora più decisiva del passato sotto la
leadership laburista di “Keri Stormer”.
“Stormer”
prende le redini del partito nel 2020, dopo gli anni di “Corbyn” alla guida dei
Labour, e da lì inizia la sua scalata verso Downing Street.
Stormer
non viene affatto dal nulla.
È un
personaggio cresciuto all’ombra dei potenti dell’establishment britannico e il
pubblico inglese si ricorda molto bene di lui, già ai tempi della direzione
della procura generale del Regno Unito, quando aveva tra le mani centinaia di
testimonianze che potevano finalmente inchiodare il pedofilo “Jimmy Savile”,
salvato dalla procura inglese guidata proprio dallo stesso “Stormer”.
“Savile”
era semplicemente un intoccabile.
Non
appena i vari ufficiali investigativi della procura generale iniziarono a
chiedergli conto di queste accuse ai suoi danni, il DJ amico del principe, ora
re, Carlo, iniziò subito a far capire che se fosse stato toccato, le
conseguenze per altri in alto sarebbero state serie, e “Stormer “deve aver
recepito bene il messaggio, tanto da lasciarlo andare.
“Stormer”
però oltre ad avere gli appoggi del mondo che contano della politica
britannica, sembra essere stato anche spinto dagli ambienti ebraici dai quali
proviene sua moglie Victoria che conduce una vita molto riservata, ed è la
prima first Lady britannica di cui si ignora persino la data di nascita.
kefir Stormer
assieme a sua moglie Victoria.
“Lady Stormer
“risulta essere una praticante attiva della religione giudaica così come i due
figli della coppia che seguono le prescrizioni del “Talmud” nella sinagoga di “Saint
Johns Wood”, un crocevia dove si incontrano potenti personaggi, su tutti Lynn de Rothschild, vedova
di Evelyn de Rothschild, già proprietario dell’Economist e altra figura di
spicco del Regno Unito e della finanza mondiale.
Secondo
alcuni, la vera chiave del successo politico di “Starmer” è stata proprio sua
moglie che grazie alle sue entrature nel mondo della finanza è riuscita a far
diventare il marito il leader del partito laburista, nomina indispensabile per
poter correre come premier alle elezioni inglesi.
“Waheed
Alli” però è un altro di quei personaggi che si è adoperato non poco non per
raccogliere i fondi a favore del partito laburista, e a versare di tasca sua la
ragguardevole somma di 2400mila sterline2 a favore della campagna elettorale di
“Keri Stormer”.
Stormer
riesce grazie a tutti questi potenti appoggi a vincere le elezioni nel 2024, ma
non appena inizia il suo periodo da premier, deve subito restituire i favori ai
vecchi amici, tra i quali c’è proprio Lord Alli, che diventa beneficiario di un
permesso speciale per entrare e uscire da Downing Street a suo piacimento,
nonostante non abbia nessun incarico governativo.
Il
politico laburista omosessuale sembra agli occhi di molti uno dei veri
burattinai di questo esecutivo, e la popolarità del premier inglese inizia a
scemare molto rapidamente, non appena emergono chiaramente tutti i legami
d’affari e lobbistici che manovrano il suo governo.
L’ultimo
capitolo di questa saga che lega Stormer e Alli è quello aperto dal comico
Davidson citato in precedenza.
“Davidson”
è un personaggio che non sembra essere estraneo a sua volta lontano dagli
ambienti del potere che contano, se si considera che ha avuto una lunga
carriera nella TV britannica, e se si considera anche la sua appartenenza alla massoneria,
alla quale è iscritto da molti anni presso la Loggia 2882 della Westminster
City Concil.
Jimi
Davidson.
Il
comico inglese potrebbe essere quindi soltanto un tramite di ambienti massonici
inglesi che non gradiscono il governo Stormer per contrasti tutti interni alle
logge, e il video stesso non può che essergli stato dato da qualcuno che aveva
accesso ai palazzi frequentati da Stormer e Lord Alli, e che sapeva al tempo
stesso che il primo ministro britannico coltiva una relazione omosessuale da
diverso tempo con il suo principale benefattore.
Lo
stato profondo britannico è attraversato evidentemente da una serie di profonde
faide, ma questo non è una novità se si pensa che già 4 anni addietro i servizi
segreti inglesi del MI6 facevano rinvenire rapporti riservati sulle
provocazioni di Londra contro Mosca sulle banchine delle fermate degli autobus.
A
Downing Street intanto le bocche sono tutte cucite.
Si sta
cercando di contenere la portata enorme di questo scandalo attraverso la
complicità dei media che al momento sembrano reggere il gioco al premier, fino
a quando non si apriranno eventuali altre fratture in seno anche agli organi di
stampa inglesi.
Le
similitudini tra l’affaire Brigitte e quello di Stormer.
L’affaire
Stormer mostra comunque delle similitudini notevoli a quello di “Emmanuel
Macron”, il presidente francese che durante la sua infanzia fu vittima di abusi
pedofili da parte di “Brigitte Autiere”, la falsa identità dietro la quale si
nasconde “Jean Michel Trogneux”, che ha “cambiato” sesso verso la fine degli
anni’80 grazie all’aiuto del pastore protestante e apologeta della pedofilia,”
Joseph Doucé”.
L’eco
dello scandalo non è riverberato sui media francesi, che ligi alle indicazioni
dei loro proprietari, hanno fatto quadrato attorno al presidente francese, ma
sulle reti sociali l’inchiesta di “Natasha Rey” e “Xavier Pussar” ha
scoperchiato un mondo di bugie e di falsità sulla doppia vita di “Jean Michel
Trogneux” e sulla sua identità fittizia di” Brigitte Autiere”.
Se
intorno al personaggio di Stormer ci sono evidentemente le ombre della ubiqua famiglia Rothschild, una situazione praticamente
identica si riscontra con Emmanuel Macron, cresciuto dal ramo francese dei
banchieri di Francoforte, che lo assunsero nella loro società, la LCF Rothschild, nonostante Macron lasciasse molto a
desiderare in quanto a competenze di natura finanziaria.
Stormer
e Macron sono due facce della stessa medaglia, ovvero quella del potere
finanziario che costruisce e prepara con anni di anticipo nel suo laboratorio i
politici che un domani diventeranno presidenti e primi ministri.
Le
ultime speranze del globalismo sono state consegnate a questi due personaggi, e la
politica italiana, orfana ormai della protezione dell’impero americano, tra i
due, dopo il patto del Quirinale del 2021 firmato da Mattarella e Macron,
sembra aver scelto ora di affidarsi a Stormer e al fragile sistema politico
britannico, che dopo la morte della regina Elisabetta si trova privo di figure
di rilievo e investito da una crisi politica ed economica sempre più intensa.
Viene
da sorridere a ripensare a tutta la servile e squallida messinscena allestita
dalla politica italiana qualche settimana fa quando venne Carlo III a Roma.
I vari
peones della politica italiana si erano esibiti in uno dei loro consueti baci
della pantofola, stavolta inglese e non più americana, alla ricerca della
protezione estera che gli ha consentito di restare in carica dal golpe di Mani
Pulite in poi, e adesso Londra si trova investita da un nuovo enorme scandalo
che potrebbe far finire quanto prima il regno di Stormer.
A
Montecitorio hanno puntato tutte le loro fiches su un cavallo che appare già
zoppo e che probabilmente non finirà nemmeno la corsa.
Stamane
poi è giunta anche la notizia della morte di Jorge Mario Bergoglio, il
pontefice della “massoneria ebraica del B’nai B’rith” sul quale tali ambienti
contavano per distruggere definitivamente la Chiesa Cattolica.
Non
passa giorno dunque dove non giunga una notizia dell’uscita di scena di un
personaggio legato ai vari club mondialisti o alle massonerie.
Non
c’è davvero più nulla da fare per le vedove della farsa pandemica e del Nuovo
Ordine Mondiale.
Ucraina,
FT: Putin offre di fermare la guerra
sull’attuale
linea del fronte. Zelensky:
“Non
riconosceremo l’occupazione dei nostri territori.”
Msn.com
– Quotidiano.net – (22 aprile 3025) - Redazione - ci dice.
Roma.
Il
presidente russo Vladimir Putin ha offerto all'inviato americano “Steve Witkoff
“di fermare l'invasione dell'Ucraina lungo l'attuale linea del fronte
nell'ambito degli sforzi per raggiungere un accordo di pace con Donald Trump.
Lo
riporta il “Financial Times” citando alcune fonti, secondo le quali gli europei
si sarebbero mostrati scettici temendo che l'apparente concessione sia solo un
modo per attirare il presidente Usa.
Secondo il quotidiano britannico Putin sarebbe
pronto a circoscrivere le sue ambizioni alle quattro regioni ucraine in parte
occupate, in linea con le aperture degli Stati Uniti, disponibili anche a
riconoscere la Crimea come russa.
L'11
aprile “Witkoff” ha incontrato a San Pietroburgo Putin, il terzo faccia a
faccia negli ultimi tre mesi, e ha poi rilasciato un'intervista in cui ha
affermato che una delle chiavi per la soluzione è la questione territoriale.
Ma
resta il nodo Zelensky.
Il
presidente ucraino ha già fatto sapere che Kiev non riconoscerà mai
l'occupazione del suo territorio da parte della Russia.
Nel
persistente stallo dei negoziati, Trump e il Segretario di Stato, Marco Rubio,
la scorsa settimana hanno avvertito che se non ci fossero stati progressi nelle
prossime settimane, gli Stati Uniti avrebbero preso in considerazione
l'abbandono del tavolo negoziale.
In
risposta sabato Putin ha dichiarato una tregua di 30 ore per Pasqua, approvata
da Zelensky ma violata da entrambe le parti, che – scaduto il termine previsto
– hanno ripreso le ostilità.
"Dopo
il cessate il fuoco siamo pronti a sederci (al tavolo, ndr) in qualsiasi
formato".
Ha
detto Zelensky, parlando di possibili colloqui diretti con Mosca e proponendo
di estendere la cessazione degli attacchi contro le infrastrutture civili per
30 giorni.
Un'offerta
che Putin ha promesso di valutare, anche a livello bilaterale, scatenando
ipotesi di negoziati diretti tra Mosca e Kiev.
A
questo proposito, il portavoce del Cremlino “Dmitri Peskov” ha dichiarato oggi
che affinché tali colloqui possano aver luogo, “Zelensky” deve revocare il
decreto che vieta i negoziati con l'attuale presidente russo.
(Ucraina,
FT: Putin offre di fermare la guerra sull’attuale linea del fronte.
Zelensky: “Non riconosceremo l’occupazione dei
nostri territori.”)
La
posta in gioco nel conclave
papale
del 2025.
Unz.com
- Timothy Vorgenss – (22 aprile 2025) – ci dice:
Il 21
aprile 2025, lunedì di Pasqua, Papa Francesco – nato Jorge Mario Bergoglio da
una famiglia italo-argentina della classe operaia – è morto all'età di 88 anni,
colpito da un ictus dopo aver combattuto contro la polmonite.
La
data, che coincide con il tradizionale anniversario della fondazione di Roma,
porta con sé un simbolismo struggente:
la
città eterna, culla dell'Impero Romano, piange un pontefice il cui regno, per
molti, ha eroso l'eredità bianca cristiana spalancando le porte dell'Europa
all'immigrazione del terzo mondo.
Dalla
Francia, dove le guglie di Notre-Dame sfidano ancora un mare di minareti,
scrivo non per addolorarmi ma per interrogarmi.
La
morte di Bergoglio non è un semplice addio;
è una
sfida bruciante per l'Occidente bianco, che si confronta con l'universalismo
che ha scatenato il caos migratorio su di noi.
Il
conclave per scegliere un nuovo papa è previsto dal 6 all'11 maggio.
Potrebbe
riaccendere una fiamma per la nostra eredità, o ci lascerà con nient'altro che
cenere?
Il
Papa come sovrano.
Il
papato è più di un ufficio spirituale; è una forza geopolitica, l'ultima
monarchia assoluta d'Europa, che esercita un'influenza su 1,4 miliardi di
cattolici.
Il
papa modella la dottrina, nomina i vescovi e scrive il tono morale per le
nazioni. Politicamente, non è più il potere che era Giovanni Paolo II, che
radunava i polacchi contro il comunismo sovietico, ma il suo peso è tutt'altro
che trascurabile nelle nazioni a maggioranza cattolica.
Le
encicliche papali – lettere al mondo – influenzano ancora le menti su domande
che vanno dall'aborto al clima.
Quando un papa come Bergoglio si batte per
l'accoglienza dei migranti, non si limita a predicare; ridisegna il destino
demografico dell'Occidente.
In
Francia, dove regna la laicità, le radici cattoliche suscitano ancora riflessi
politici, come l'opposizione di alcuni legislatori alle politiche migratorie,
anche se esponenti della sinistra come “Marine Tondelier”, leader del Partito
dei Verdi anti-bianchi e pro-immigrazione, nascondono il loro cattolicesimo per
evitare lo stigma dei sostenitori.
L'eredità
di Bergoglio: una spina nel cuore bianco.
Bergoglio
era un paradosso: un uomo di umiltà che si è alienato milioni di cattolici
bianchi con il suo implacabile universalismo.
Ha
lavato i piedi ai migranti musulmani nel 2016 e ha esortato le parrocchie a
ospitare gli africani nel 2023.
Nel
2019, ha dichiarato che la "diversità delle religioni" è stata
"voluta da Dio", un'affermazione che ha scosso i tradizionalisti che
vedono il cristianesimo come il baluardo dell'Europa contro l'Islam.
Nel
2023 ha definito i confini un "ostacolo all'umanità", indignando gli
abitanti dei villaggi francesi nei villaggi trasformati da non bianchi.
Papa
Francesco è stato all'interno del carcere di Civitavecchia, vicino Roma, dove
ha celebrato la messa "in coena Domini" con il tradizionale rito
della "lavanda dei piedi" a 12 detenuti, il 14 aprile 2022.
(Credit:
© Vaticanmedia/ROPI via ZUMA Press).
“Philippe
de Villiers”, un importante sovranista francese anti-immigrazione, ha criticato
Bergoglio.
In un'intervista del 21 aprile 2025, lo ha
accusato di "guardare la Francia dall'alto in basso".
Quando
il Papa era a Strasburgo nel 2014, ha detto "Sono a Strasburgo, non in
Francia", e allo stesso modo nel 2023 a Marsiglia, ha detto: "Sono a
Marsiglia, non in Francia", celebrando così il multiculturalismo urbano.
De
Villiers vede questo come un "disprezzo" per la Francia bianca e
cristiana.
Nel
2014, al Parlamento europeo, Bergoglio ha definito l'Europa una "nonna,
non più fertile", un'immagine che de Villiers vede come l'accoglienza dei
musulmani fertili in un continente di "vecchie zitelle sterili".
Bergoglio
ha parlato raramente della persecuzione musulmana dei cristiani, e ha invece
preferito il dialogo con l'Islam.
In Francia, dove le chiese bruciano e alcuni
sacerdoti vivono sotto costante minaccia, il suo silenzio sembrava un
abbandono.
Nella
sua famigerata enciclica del 2020 “Fratelli Tutti”, ha predicato una fraternità
senza confini, ignara dello scontro culturale che lacera l'Europa.
A
volte etichettato in Francia come un papa di estrema sinistra – persino
"anti-bianco" da “Éric Zemmour” – Bergoglio non ha risparmiato
critiche al capitalismo.
"Questa
economia uccide. Escludere. Distrugge la Madre Terra", ha dichiarato nel
2015, affermando che amplia le disuguaglianze e devasta l'ambiente.
Le sue critiche al comunismo erano molto più
moderate.
Nel
2013 ha definito il marxismo "sbagliato", ma nel 2022 ha detto:
"Se
vedo il Vangelo solo sociologicamente, sì, sono comunista, e lo è anche
Gesù".
I suoi dialoghi con leader comunisti come Raúl
Castro a Cuba nel 2015 e il suo sostegno a DIALOP – un progetto che fonde
cristianesimo e marxismo – contrastano con la sua veemenza anticapitalista.
Questa indulgenza nei confronti di
un'ideologia atea responsabile di milioni di morti sembra un tradimento
dell'eredità cristiana bianca.
L'ascesa
del sedevacantismo.
Il
regno di Bergoglio ha alimentato il sedevacantismo, un movimento
tradizionalista che sostiene che il trono papale è vacante dal Vaticano II
(1962-1965).
I sedevacantisti, che ora contano da decine a
centinaia di migliaia in tutto il mondo, rifiutano tutti i papi a partire da
Giovanni XXIII e devono eretico il loro ecumenismo, la libertà religiosa e il
sostegno all'immigrazione.
Sotto
Paolo VI, che attuò il Vaticano II, il sedevacantismo emerse in reazione alle
riforme liturgiche.
Gli
incontri interreligiosi di Giovanni Paolo II, come quello di Assisi nel 1986, e
il tradizionalismo moderato di Benedetto XVI non sono riusciti a sedare questa
corrente.
Bergoglio
ha gettato benzina sul fuoco.
In
Francia, le cappelle sedevacantiste come la “Fraternità San Pio V” attirano
folle stanche del modernismo.
A livello globale, il Monastero della
Santissima Famiglia (Stati Uniti) e l'Istituto Mater Boni Consigli (Italia)
segnalano un crescente interesse.
Le
opinioni di Bergoglio sull'immigrazione hanno amplificato questa rivolta.
Allo
stesso modo, la sua enciclica “Amoris Laetitia” del 2016, che allentava le
regole di comunione per i divorziati, e la sua approvazione nel 2023 delle
benedizioni per le coppie dello stesso sesso erano inaccettabili.
Per i sedevacantisti, il Vaticano non è più
cattolico.
De Villiers lamentava la persecuzione dei
"cristiani tradizionali", quelli della "chiesa della nostra
infanzia", come le piccole parrocchie della Bretagna o di Boulogne,
perseguitate per la loro fedeltà all'antica liturgia.
D'altra
parte, il sedevacantismo rischia di alienare i moderati, una sfida per coloro
che cercano un'influenza più ampia.
Cosa
ci si aspetta dal conclave?
Un
conclave è l'antico rituale della Chiesa per l'elezione di un papa, che si
tiene da 15 a 20 giorni dopo la morte di un pontefice, in questo caso, tra il 6
e l'11 maggio. Fino a 138 cardinali elettori, tutti sotto gli 80 anni il giorno
della morte dell'ultimo papa, si riuniscono nella Cappella Sistina, chiusi a
chiave ("cum clave") per votare in segreto.
Le
schede vengono votate due volte al giorno, bruciate dopo ogni turno:
il fumo nero segnala il mancato accordo, il
fumo bianco annuncia un nuovo papa. È richiesta la maggioranza dei due terzi e
al cardinale prescelto viene chiesto: "Accetto?" (Accetti?) e quale
nome prenderà.
Questa
miscela di preghiera, politica e intrighi mette le fazioni l'una contro l'altra.
Una
fumata bianca si alza dal camino sul tetto della Cappella Sistina, 13 marzo
2013.
(Credito immagine: © ANSA/zumapress.com)
Nel
1268, dopo la morte di Clemente IV, il conclave di Viterbo si trascinò per tre
anni di litigi.
La gente del posto impaziente ha rinchiuso i
cardinali (dando vita al termine "conclave") e li ha messi a pane e
acqua per affrettare una decisione.
Si
dice che i cittadini abbiano persino strappato il tetto dell'edificio per fare
pressione sui cardinali.
Quest'anno,
con 110 dei 138 elettori nominati da Bergoglio, il conclave è il più grande
della storia, e la sua diversità – solo 40 europei – rende l'esito incerto.
Il conclave contrappone i modernisti – eredi
del globalismo inclusivo di Bergoglio – ai conservatori, desiderosi di rigore
dottrinale.
19
novembre 2016 – I nuovi cardinali si abbracciano al termine di un Concistoro
Ordinario Pubblico nella Basilica di San Pietro.
Oltre ai 14 nuovi elettori, papa Francesco ha
nominato 3 nuovi cardinali che hanno più di 80 anni e, quindi, non possono
votare in conclave.
(Credito
immagine: © Giuseppe Ciccia/Pacific Press via ZUMA Wire)
Ecco i
principali candidati:
Modernisti:
Pietro
Parolin (Italia, 70): segretario di Stato vaticano, un diplomatico esperto che ha
negoziato con la Cina.
Candidato
alla continuità, sostiene il dialogo interreligioso e l'immigrazione.
Ha
raggiunto un accordo sui vescovi cinesi nel 2018, il che lo rende uno dei
preferiti dai liberali, ma irrita i conservatori.
Si
trattava di un tentativo di unire la Chiesa sotterranea, ancora fedele a Roma,
con la Chiesa di approvazione comunista cinese, i cui vescovi erano
storicamente nominati dal governo.
Il
cardinale Pietro Parolin riceve in udienza privata il vicepresidente” JD Vance”
in Vaticano, 18 aprile 2025. (Credit ©: Vatican Media/IPA via ZUMA Press)
Luis
Antonio Tagle (filippino, 67 anni): soprannominato il "Francesco
asiatico", carismatico e liberale sulle questioni sociali (LGBTQ,
divorziati), si appella al Sud del mondo ma allarma i tradizionalisti.
Matteo
Zuppi (Italia, 69 anni): arcivescovo di Bologna, alleato di Bergoglio, promuove la
giustizia sociale e accoglie le migrazioni. Il suo ruolo di inviato di pace in
Ucraina rafforza il suo profilo.
Conservatori:
Robert
Sarah (Guinea, 79): tradizionalista convinto, denuncia il wokismo, le benedizioni per le
persone dello stesso sesso e l'immigrazione incontrollata.
Il suo libro " Il potere del
silenzio" attira sedevacantisti e conservatori, ma la sua età e le sue
origini africane ne limitano le possibilità.
Ha
sostenitori inaspettati, come il pensatore russo “Alexander Dugin”, che ha
scritto su “X”:
"Ci sono due punti eccellenti in
Robert Sarah: è tradizionale (crede in Dio).
È nero (la sua fede è autentica perché i neri
sono meno fraudolenti dei bianchi)". Questo riduce Sarah a uno stereotipo
razziale, insultando sia i bianchi che la profondità della sua fede.
Dugin,
nel suo zelo essenzialista, tradisce lo spirito di un conclave che dovrebbe
elevarsi al di sopra di tali cliché.
Chi
vedrà Sarah per la sua lotta, non per la sua pelle?
Il
cardinale Robert Sarah dopo la messa del Mercoledì delle Ceneri nella Basilica
di Santa Sabina a Roma, 26 febbraio 2020. (Credito immagine: ©
Inetti-Picciarella/Ropi via ZUMA Press)
Péter
Erdő (Ungheria, 72 anni): esperto di diritto canonico, vicino a Viktor Orbán, si
oppone alle benedizioni e alla comunione tra persone dello stesso sesso per i
divorziati.
Nel 2015, ha paragonato gli aiuti ai rifugiati al
"traffico di esseri umani".
Wim
Eijk (Paesi Bassi, 71 anni): ultraconservatore, ha definito "apostasia" le idee
di Bergoglio sull'inter- comunione. Meno influente a livello globale, rimanendo
un eroe tradizionalista.
Papa
bianco, papa nero: posta in gioco e identità.
L'esito
del conclave – papa bianco o nero – modellerà il luogo simbolico dell'identità
bianca.
Un
papa nero come il guineano Sarah o Fridolin Ambongo Besungu del Congo potrebbe
essere conservatore, rifiutando il wokismo e persino l'immigrazione. Eppure
simboleggerebbe l'ascesa del Sud del mondo, alienandosi potenzialmente i
cattolici bianchi che vedono il papato come l'eredità dell'Europa.
Naturalmente,
un modernista bianco estenderebbe l'universalismo di Bergoglio, dando la
priorità ai migranti rispetto ai nativi europei, erodendo la coesione bianca.
Dato
lo spirito del tempo dei nostri tempi, un conservatore bianco, come l'ungherese
Péter Erdő, che radica la Chiesa nella sua culla europea, sarebbe una sorpresa
migliore.
Matematicamente,
un blocco conservatore (Europa: 40 voti; Africa: 32 voti) unisce 72 elettori su
138, vicini ai 92 necessari per una maggioranza di due terzi.
Se
Erdő unisse i tradizionalisti europei e i conservatori africani, potrebbe
prevalere, soprattutto se i progressisti si dividessero.
Ma i
110 nominati da Bergoglio sono a favore di un modernista, con Pietro Parolin
alla guida.
Gli
addetti ai lavori del Vaticano gli danno il 40 per cento di possibilità.
Danno al cardinale Erdő una probabilità del
15-20 per cento, ma lui rimane un outsider, come lo fu Giovanni Paolo II nel
1978.
Il
Cardinale Péter Erdő celebra la Messa il Mercoledì delle Ceneri nella Basilica
di Esztergom, il 13 febbraio 2013. (Credito immagine: © Imago/zumapress.com)
Una
fiamma o uno sfarfallio?
La
morte di un papa segna sempre una nuova era per i cattolici, ogni pontefice
cerca di lasciare un segno distinto nel suo tempo.
Il
conclave del 2025 produrrà una fiamma bianca, come Erdő, per riaccendere
l'Europa?
Un papa è un paradossale capo di Stato,
teoricamente libero di dire la verità senza paura di essere rieletto.
Entro
il 2030, i bianchi potrebbero essere una minoranza in molte delle principali
città europee.
Un
papa che lo ignora tradisce Clodoveo e Giovanna d'Arco.
Dalla Francia, terra di martiri, sogno una
Chiesa che distingua i popoli e sollevi il tabù morale di questa
differenziazione.
Rimane
vitale per i cattolici bianchi continuare a costruire reti che parlino
all'interno della Chiesa le verità che i papi devono ancora esprimere.
Nessuna
verità è un peccato, nemmeno la verità razziale, ma anche all'interno della
Chiesa, la chiarezza razziale ha nemici, che lottano per imporre le loro
opinioni.
Facciamo di più per imporre la nostra.
Il
conclave offre una piccola possibilità di fare del Vaticano una fortezza per
l'Occidente.
Il
risultato sta nel fumo sopra la Sistina.
Citazioni
e fonti.
Dichiarazioni
a favore dell'immigrazione:
"Dobbiamo
dirlo chiaramente: c'è chi respinge sistematicamente e con ogni mezzo i
migranti, e questo, se fatto consapevolmente e deliberatamente, è un peccato
grave". (Udienza Generale, 28 agosto 2024, Vatican News).
"Non
dobbiamo essere sconcertati dal loro numero, ma vederli come persone, vedere i
loro volti, ascoltare le loro storie, cercare di rispondere al meglio alla loro
situazione."
(Discorso al Congresso degli Stati Uniti , 24
settembre 2015).
"Migranti
e rifugiati non sono pedine sulla scacchiera dell'umanità". (Messaggio per la Giornata
Mondiale del Migrante e del Rifugiato , 24 maggio 2013)
"La
legittima regolamentazione dell'immigrazione non deve mai compromettere
l'essenziale dignità della persona".
(Lettera ai Vescovi degli Stati Uniti, 10
febbraio 2025).
"Lo
straniero che risiede in mezzo a voi dev'essere trattato come il vostro nativo,
e voi lo amerete come voi stessi."
(Messaggio per la 104ª Giornata Mondiale del
Migrante e del Rifugiato, 15 agosto 2017).
Dichiarazioni
anticapitaliste:
"Questa
economia uccide. Esclude. Distrugge la Madre Terra".
(Discorso
ai Movimenti Popolari, Santa Cruz, Bolivia, 9 luglio 2015).
"Il
mercato da solo non risolve tutto, anche se vorrebbero farci credere a questo
dogma della fede neoliberista".
Fratelli Tutti, §168 , 2020)
Sul
comunismo:
"L'ideologia marxista è sbagliata. Ma
ho incontrato molti marxisti che sono persone coraggiose, quindi non mi sento
offeso".
(Intervista a” La Stampa”, 15 dicembre 2013).
"Se
vedo il Vangelo solo da una prospettiva sociologica, sì, sono comunista, e lo è
anche Gesù".
Come
il comunismo MAGA renderà di
nuovo
grande l'America facendo
crollare
l'economia.
Unz.com
- Robert Stark – (18 aprile 2025) – ci dice:
I
sostenitori di Trump stanno celebrando il collasso economico per possedere i
libs.
Il
messaggio che arriva dai rappresentanti del MAGA in merito ai dazi è che gli
americani devono sacrificarsi e soffrire ora per il bene nazionale e per un
futuro più luminoso.
Questo è un atteggiamento che non esisteva in
America dai tempi del New Deal e della Seconda Guerra Mondiale, in contrasto
con il mantra di fine XX secolo, che enfatizzava il patriottismo basato sulla
prosperità e sul guadagno materiale.
Il Segretario al Tesoro “Scott Bessent” ha
affermato che il “Sogno Americano non riguarda l'accesso a beni a basso costo
“, il che è antitetico al neoliberismo. “Jeanine Pirro” di Fox News, ex
repubblicana piuttosto affermata, ha dichiarato quando le azioni sono crollate
:
"Oggi non mi interessa molto del mio
401(k).
Sapete perché? Non che me lo possa permettere,
non che non sia importante, non che non sia in un momento della mia vita in cui
dovrei preoccuparmi del mio 401(k, perché lo sono, ma questo è ciò in cui
credo.
Credo
in quest'uomo, e credo che quello che stiamo vedendo ora, con il suo fatturato
di 1.000 miliardi di dollari nel settore manifatturiero e con le aziende che
tornano negli Stati Uniti..."
La
prosperità ha reso l'America decadente, il che comporta correttezza politica,
senso di colpa bianco, DEI, femminismo, degenerazione sessuale e LGBTQ, ecc.
Così,
i comunisti MAGA sperano che un collasso economico purificherà l'America da
questi tumori come la chemio.
Le
nazioni più povere tendono infatti ad essere socialmente più conservatrici e
nazionaliste, mentre le nazioni più ricche sono più liberali.
La Grande Depressione ha posto fine ai
decadenti ruggenti anni '20 e ha portato agli anni '50, che i conservatori
sociali feticizzano.
Poi la grande prosperità della seconda metà
del XX secolo ha reso l'America più liberale.
I populisti di destra hanno una visione
pessimistica secondo cui l'America era migliore in passato.
Al
contrario, la visione neoliberista è che l'America sta andando alla grande
grazie alla rapida crescita del PIL, che anche la sinistra critica, anche se
non feticizza il passato.
Il
ritorno dal lavoro d'ufficio al lavoro operaio in fabbrica viene romanticizzato
dal MAGA, proprio come Mao costrinse i decadenti cittadini a tornare alle
campagne. Ad esempio, “Bessent” ha suggerito che i dipendenti pubblici
licenziati dal DOGE possano lavorare in fabbrica.
“Batya
Ungar-Sargo”n, un'autoidentificata "sinistrofila del MAGA", ha
affermato di credere che i dazi di Trump invertiranno la "crisi di
mascolinità" che permea la nazione.
In
sostanza, far uscire gli uomini dal lavoro d'ufficio e portarli a lavorare in
fabbrica li trasformerà in veri uomini.
La sofferenza e le difficoltà che derivano da
un collasso economico fanno bene all'anima e renderanno il popolo americano più
duro.
I
comunisti del MAGA sperano che i dazi di Trump ridistribuiscano la ricchezza
dagli stati democratici a quelli repubblicani, dalla classe operaia alla classe
operaia, dagli anziani ai giovani e dalle donne agli uomini.
Certamente,
l'economia, dopo il COVID, ha beneficiato in modo sproporzionato i baby boomer,
le donne e le persone di colore a scapito dei giovani bianchi. “Bloomberg News”
ha riportato che durante l'anno successivo alle proteste di “Black Lives
Matter” (2020-2021), solo il 6% delle nuove assunzioni nelle aziende
dell'indice S&P 100 era composto da bianchi.
Quindi, perché i giovani bianchi non
dovrebbero applaudire il crollo delle azioni di queste aziende woke?
Nike è
stata probabilmente la peggiore colpevole per essere woke e anti-bianca, e le
sue azioni sono crollate drasticamente a causa dei dazi elevati proposti su
paesi produttori di abbigliamento come il Vietnam.
C'è
molto risentimento nei confronti degli anziani per aver bloccato l'economia
durante il COVID, mentre gli anziani che possedevano immobili, azioni e fondi
pensione 401k hanno beneficiato della bolla di stimolo post-COVID.
Dall'inizio della pandemia, i baby boomer
hanno acquistato la maggior parte delle nuove case in America.
Molti
giovani sono indebitati in modo massiccio per prestiti studenteschi, non
possono permettersi una casa e generalmente non hanno molto in azioni o fondi
pensione 401k.
Quindi
non si preoccupano molto del crollo del mercato azionario.
Molti
millennial e zoomer sperano che il mercato immobiliare crolli per potersi
permettere una casa, poiché una crisi delle pensioni/fondi pensione 401k
costringerebbe i baby boomer a vendere o a ridimensionarsi.
Tuttavia,
è più probabile che siano società di private equity come BlackRock ad
acquistare queste case.
Un
video TikTok che è diventato virale da un'azienda australiana di prodotti per
la cura della pelle di queste donne zoomer che si comportano in modo sciocco ha
scatenato molta rabbia da parte degli uomini online.
In
particolare, dagli uomini della classe operaia, che, oltre al risentimento
sessuale, si risentivano dei comodi lavori di marketing di queste donne della
classe medio-alta, poiché molti di questi uomini probabilmente hanno lavori
molto più sgradevoli.
Certamente,
le aziende che assumono molte più donne, le assunzioni di diversità e i lavori
di sono stati il prodotto di una bolla economica, a causa dei bassi tassi di
interesse e della spesa di stimolo.
Questi
uomini MAGA della classe operaia hanno questa fantasia psicosessuale di
vendetta, in cui tutte le donne capo vengono licenziate e devono accontentarsi
di un tizio che lavora in fabbrica.
È una strategia evolutiva per gli uomini di
status inferiore cercare di ridurre lo status relativo delle donne in modo da
dover dipendere da loro.
Anelano
a un giorno in cui l'America avesse una grande base manifatturiera, perché gli
uomini potessero mantenere moglie e figli con un solo reddito.
L'ascesa
delle donne nella forza lavoro ha coinciso con la deindustrializzazione e
l'ascesa dei settori impiegatizi e dei servizi.
I
liberali accusano i sostenitori di Trump di essere dei perdenti che vogliono
vendicarsi dei propri fallimenti personali distruggendo l'economia, che è ciò
che la destra ha tradizionalmente detto di sinistra e socialisti.
Ad
esempio, la sinistra era dei perdenti che non potevano competere sotto il
capitalismo, quindi hanno attuato politiche che hanno distrutto l'economia per
dispetto.
Tuttavia, ci sono anche sinistrati che tifano
per un crollo economico per danneggiare Trump e per ragioni anticapitalistiche
e accelerazioniste.
In sostanza, Trump innescherà una reazione che
porterà a una rivoluzione marxista.
Tuttavia,
dato che Trump ha vinto, ci si aspetterebbe che la squadra perdente sia quella
che celebra di più il crollo economico.
L'economia
americana non funziona per molte persone che si sono stancate di essere
illuminate a gas su quanto fosse grande l'economia, quindi c'è la sensazione
nichilista che potremmo semplicemente bruciare tutto.
Comprensibilmente,
le persone che sono state fottute o messe da parte vogliono vendicarsi di
coloro che hanno fatto bene nell'economia sotto il sistema precedente.
Nonostante questa mentalità tra un ampio
segmento di sostenitori di Trump, Trump principalmente le persone che sono
vincenti sotto il capitalismo e disprezza le persone meno abbienti che lo
sostengono.
Il
comunismo MAGA è un meme e un'ideologia online nazionalista, socialmente
conservatrice, anti-liberale, anti-capitalista, filo-russa e terzomondista.
Il
comunismo MAGA è post-modernista in quanto tutta la politica è simbolica e le
verità e la realtà possono essere distorte.
Ad
esempio, i comunisti MAGA hanno cercato di fare di Trump qualcosa che non è.
Questo vale anche per” Batya Ungar-Sargon”,che in un'intervista con Michael
Shellenberger, ha affermato che "Trump sta conducendo una guerra di classe
a Wall Street per il bene della classe operaia americana.
E per punirlo, Wall Street sta scommettendo
contro l'America perché non sopporta l'idea che ci sia una persona con il
potere che non sia in ginocchio davanti a loro".
Non
prevedo che MAGA formi questa nuova coalizione sinistra-destra, un movimento
sindacale America First, o che Trump diventi questo grande leader nazionalista
sociale.
Piuttosto,
Trump nel complesso è stato piuttosto pro-oligarca e di destra economicamente,
proponendo austerità sulla spesa sociale e tagli fiscali per i ricchi e le
aziende.
Persino
i dazi non sono così populisti come MAGA li dipinge, in quanto sono un'imposta
regressiva sulla classe operaia e media, con cui Trump vuole sostituire
l'imposta progressiva sul reddito.
Trump
sta esentando Apple e altri giganti della tecnologia dai dazi sulla Cina,
consentendo al contempo alle piccole imprese che dipendono dai prodotti cinesi
di fallire.
Per non parlare del fatto che Trump ha
affermato che abbiamo bisogno di più immigrati per svolgere i lavori in
fabbrica.
Se così fosse, otterremmo i prezzi più alti
dei dazi, ma senza nessuno dei benefici sul lavoro.
Tuttavia,
Trump rispecchia i comunisti del MAGA online in quanto la sua retorica e il suo
programma sono così schizofrenici e incoerenti che spesso si contraddicono. “Drew
Pavlou “sostiene che il trumpismo sia un movimento del Terzo Mondo a causa del
culto neo-maoista della personalità del movimento MAGA, dell'adesione di Trump
all'economia “Juche”, dell'adesione del movimento MAGA a un culto del
sacrificio e della povertà, dell'approccio stregonesco/sciamanico del MAGA alla
salute pubblica, dell'odio e del risentimento del movimento MAGA verso
l'Occidente e dell'adesione del movimento MAGA a reti di clientelismo e
clientelismo che ricordano la Russia degli anni '90.
Inoltre,
i MAGA tendono a detestare intellettuali, teste d'uovo ed esperti come Pol Pot.
Trump flirta con proposte populiste come un”
Fondo Sovrano” , come ha fatto la Cina, il tetto ai tassi di interesse delle
carte di credito o l'aumento delle tasse sui ricchi, che non porta mai a
termine.
Trump spesso parla come un repubblicano
reaganiano, altre volte invece sembra un peronista.
L'attuale
maoismo MAGA contraddice il più ottimista cambiamento di atmosfera
neo-reaganiana di cui ho scritto subito dopo l'insediamento di Trump.
Fondamentalmente, che Trump avrebbe creato così tanta prosperità che i MAGA
erano i nuovi yuppies e sarebbero diventati ricchi, ma anche cifre MAGA che
dicevano ai giovani di smettere di lamentarsi perché le cose in realtà vanno
abbastanza bene.
Questo dimostra quanto bruscamente ci possa
essere un cambiamento nelle vibrazioni.
Inoltre, queste due narrazioni ideologiche
possono coesistere contemporaneamente all'interno dello stesso movimento o
essere sposate dalla stessa figura politica.
È
anche notevole che Trump affermi di non preoccuparsi del mercato azionario,
dato che durante il suo primo mandato, quello era il suo principale metro di
misura del successo politico.
Per quanto improbabile, se Trump riuscisse a
risollevare l'economia, sentiremmo una narrazione completamente diversa.
Ad esempio, un giorno in cui Trump si è
concentrato sui dazi e le azioni sono aumentate, c'è stato un cambio di tono
con gli stessi sostenitori del MAGA che celebravano il collasso economico,
tornando a dire che Trump avrebbe inaugurato un boom economico.
Il
MAGA è ironicamente una coalizione dall'alto verso il basso della classe
operaia e degli oligarchi contro la classe dei laptop e i burocrati, il che
spiega la sua incoerenza.
Certamente
c'è una retorica populista da MAGA, come se il crollo del mercato fosse
positivo perché i più ricchi possiedono la maggior parte delle azioni.
Mentre
il crollo del mercato azionario sta distruggendo gran parte della ricchezza del
10% più ricchi, gli oligarchi come il private equity che sostengono Trump
entreranno a comprare asset a buon mercato dopo il crollo.
Molti
populisti fanno il tifo per Trump per distruggere l'economia per ricostruirla
da zero.
L'economia americana è falsa e costruita sulla
finanziarizzazione e sul consumo, che sperano di sostituire con un'economia
reale basata sulla produzione.
Prevedo
la peggiore crisi economica dalla Grande Depressione, ovvero una combinazione
della stagflazione degli anni '70 con una crisi finanziaria come quella del
2008.
Le politiche economiche di Trump porteranno a
disuguaglianze molto peggiori e il suo crollo dell'economia causerà un'altra
reazione della sinistra, forse peggiore di quella del 2020.
Tuttavia,
i beni di consumo a basso costo e l'accesso al credito sono le poche cose che
tengono insieme la società multietnica americana, quindi se questo non ci sarà
più, ci saranno molte tensioni tribali ed etniche.
Trump
contro Harvard in un
incontro
di wrestling politico.
Unz.com - Ron Unz – (21 aprile 2025) – ci
dice:
Quando
ero bambino, mio nonno si divertiva a guardare il wrestling professionistico
sulla sua vecchia televisione in bianco e nero, quindi ogni tanto facevo lo
stesso.
In
quei giorni lontani, il wrestling televisivo non possedeva quasi soldi né
prestigioso ed era a malapena considerato un vero e proprio sport,
probabilmente a pari merito con il roller derby che occupava il livello più
basso di spettatori di pubblico.
Gli
incontri di wrestling venivano trasmessi solo su una delle stazioni televisive
locali con il punteggio più basso, non affiliata a nessuna rete, i cui manager
cercavano disperatamente tutto ciò che riuscivano a trovare per riempire le ore
di trasmissione disponibili.
L'idea
che un giorno il wrestling potesse diventare un'impresa nazionale
multimiliardaria sarebbe sembrata del tutto assurda e ridicola.
Sebbene
esiste un film di fantascienza hollywoodiano del 1975.
Anche
se non ho mai guardato un singolo incontro di wrestling dai tempi degli
spettacoli in bianco e nero della mia infanzia e quei ricordi sono sbiaditi,
penso che possano essere stati protetti spesso da gare di tag team, in cui
coppie di lottatori si affrontavano.
Se
così fosse, i titoli dei nostri giornali nazionali annunciano ora un incontro
di wrestling dei pesi massimi che determinerà il futuro dell'istruzione
superiore americana e forse anche dell'intera società.
Il presidente Donald Trump si scontra con
l'Università di Harvard nel più grande scontro politico di questo giovane
secolo, con ciascuno dei due principali contendenti sostenuto dai rispettivi
vice.
Trump
è un autore di fama, con oltre venti volumi pubblicati a suo nome, molti dei
quali bestseller di alto profilo su strategia aziendale, politica e
negoziazione.
Ma non
sono del tutto convinto che abbia mai letto un solo libro dall'inizio alla fine
in tutta la sua vita, compresi i suoi, e se l'ha fatto, sospetto che l'ultimo
possa essere di decenni fa, forse ricco di illustrazioni a colori.
Nel
frattempo, il suo principale avversario in questa partita è la più antica
università americana, che si avvicina al suo 390° anno di esistenza, da tempo
considerata l'istituzione di istruzione superiore più ricca e prestigiosa al
mondo.
La
fedele compagnia di squadra di Trump è il suo Segretario all'Istruzione Linda
McMahon, la miliardaria wrestling-lady, mentre Harvard è sostenuta dalla
Columbia University, ancora scottata per il brutale pestaggio che ha
recentemente ricevuto per mano della squadra Trump-McMahon prima che Harvard
entrasse nelle liste.
Sebbene
ricca e molto prestigiosa, la Columbia si colloca probabilmente ancora un po'
al di sotto del triumvirato di lunga data Harvard-Yale-Princeton.
Pertanto,
la minacciata perdita di 400 milioni di dollari di finanziamenti federali
annuali poche settimane fa ha messo in ginocchio l'università, costringendo la
sua amministrazione a cedere su tutti i principali punti richiesti.
Squadre
di agenti federali sono state autorizzate a fare irruzione negli alloggi degli
studenti e a portare tramite qualsiasi non-cittadino sospettato di critica
Israele, l'amministrazione ha accettato di creare un'unità speciale di 30
agenti di sicurezza del campus incaricati di sopprimere qualsiasi
manifestazione pubblica di antisionismo, e il suo prestigioso programma di
studi mediorientali è stato posto in "amministrazione controllata",
destinato a garantire che diventi completamente filo-israeliano nei suoi
insegnamenti.
Tutte
queste concessioni sono state fatte dal presidente ad interim Katrina
Armstrong, che in seguito si è dimessa a causa di quell'orribile pressione che
aveva subito, diventando il secondo presidente della Columbia a farlo negli
ultimi otto mesi.
Quindi,
sulla base di questa dolorosa storia recente stiamo chiaramente assistendo al
tipo di match di rancore che è diventato molto popolare nel pro-wrestling, con
la Columbia desiderosa di vendicarsi ora che ha la potente Harvard dalla sua
parte.
Nel
pro-wrestling, come in altri sport per spettatori, gli spettatori possono
schierarsi con uno dei campioni o con l'altro, oppure semplicemente godersi la
battaglia senza schierarsi.
Considerata
l'ignoranza di Trump e la stupidità delle sue politiche, dimostrate di recente
dalle sue sui” Looney Tunes”, non potrei certo tifare per lui.
Ma
invece di rimanere neutrale, mi sono ritrovato completamente dalla parte di
Harvard.
La mia
posizione potrebbe sembrare un po' strana, date le dure critiche che ho mosso
alla mia alma mater nel corso degli anni, anche su alcune delle stesse domande
che l'amministrazione Trump sta attaccando ferocemente.
Ad
esempio, già alla fine del 2012, avevo pubblicato un breve pezzo in cui
sostenevo che Harvard si era gradualmente trasformato da un grande centro
accademico di apprendimento in un enorme hedge fund con una sorta di piccola
scuola o qualcosa di attaccato da un lato.
(Pagare
le tasse scolastiche a un gigantesco hedge fund Ron Unz · Ron Unz · 4 dicembre
2012).
Ho
notato in un articolo di seguito pochi giorni dopo, la mia critica aveva
risuonato profondamente nei circoli giornalistici liberali, e negli anni
successivi denunciare le nostre università d'élite come hedge fund mascherati è
diventato molto diffuso:
Nel
tardo pomeriggio di venerdì, l'articolo è stato pubblicato sui siti web di “Business
Insidere CNBC”, e presto ridistribuito su Twitter da una grande folla di
persone, alcune delle quali giornalisti di spicco.
Chris
Hayes di MSNBC ha twittato "molto geloso di non aver scritto questo
articolo" ai suoi 175.000 follower, il vincitore del premio Pulitzer Bart
Gellman lo ha descritto come "illuminante" e la giornalista di
politica economica del “New York Times” Annie Lowrey ha usato la frase "Harvard come un gigantesco hedge fund
più una piccola università di ricerca".
Inoltre,
quel particolare pezzo era stato in realtà pubblicato come una nota a margine
della mia lunghissima analisi delle pratiche di ammissione ad Harvard e nelle
nostre altre università più elitarie, che insieme fungevano da canale diretto
verso le vette dominanti degli accademici, del diritto, degli affari, dei media
e della finanza americana.
Le mie
statistiche dimostravano che il loro processo di ammissione era diventato
irrimediabilmente corrotto, e ho riassunto queste conclusioni.
Negli
ultimi decenni, la politica di ammissione all'università d'élite è spesso
diventata un campo di battaglia ideologico tra liberali e conservatori, ma
direi che entrambi questi campi in guerra hanno perso la realtà effettiva della
situazione.
I
conservatori hanno denunciato le politiche di "azione affermativa"
che enfatizzano la razza rispetto al merito accademico, portando così
all'iscrizione di neri e ispanici meno qualificati rispetto ai loro concorrenti
bianchi e asiatici più qualificati;
sostengono
che le nostre istituzioni d'élite dovrebbero essere neutrali rispetto al colore
e alla razza.
Nel
frattempo, i progressisti hanno replicato che il corpo studentesco di queste
istituzioni dovrebbe "assomigliare all'America", almeno
approssimativamente, e che la diversità etnica e razziale offre intrinsecamente
importanti benefici educativi, almeno se tutti gli studenti ammessi sono
ragionevolmente qualificati e in grado di svolgere il lavoro.
La mia
posizione è sempre stata fortemente nel primo campo, sostenendo la meritocrazia
rispetto alla diversità nelle ammissioni d'élite.
Ma sulla base delle prove dettagliate che ho
discusso sopra, sembra che entrambi questi valori ideologici siano stati
gradualmente sopraffatti e sostituiti dall'influenza della corruzione e del
favoritismo etnico, selezionando così le future élite americane che non sono
meritocratiche né diversificate, né tratte dai nostri studenti più capaci né
che riflettono ragionevolmente la popolazione americana in generale.
La
prova schiacciante è che il sistema attualmente impiegato dalla maggior parte
delle nostre principali università ammette candidati le cui capacità possono
essere insignificanti, ma che sono beneficiari di manipolazioni subdole e
favoritismi.
Le nazioni che metteranno la loro futura
leadership nazionale nelle mani di tali individui rischiando di incontrare
enormi problemi economici e sociali, esattamente il tipo di problemi che il
nostro paese sembra aver sperimentato sempre più negli ultimi due decenni.
E a
meno che le iscrizioni sicuramente distorte delle nostre istituzioni
accademiche d'élite non siano corrette, la composizione di queste istituzioni
di alimentazione garantirà che tali problemi nazionali continuino a peggiorare
con il passare del tempo.
(Il
mito della meritocrazia americano Ron Unz •Il conservatore americano• 28
novembre 2012).
L'editorialista
del New York Times “David Brooks “ha presto classificato il mio articolo come
forse il miglior articolo di una rivista americana dell'anno, un verdetto
fortemente appoggiato da un redattore di punta dell'Economist.
La “Yale
Political Union” e la “Yale Law School” mi hanno invitato a tenere un paio di
conferenze pubbliche su quella controversa conclusione e sul resto della mia
analisi della meritocrazia.
Una lista
molto lunga di altri scrittori e intellettuali pubblici ha commentato il mio
articolo, la stragrande maggioranza di loro abbastanza favorevolmente, con le
loro discussioni che sono apparse su Forbes,The Atlantic,The Washington
Monthly,Business Insidere varie altre pubblicazioni.
Tra questi c'erano figure pubbliche di spicco
come il professor Niall Fergusone Fareed Zakaria.
Una
delle mie scoperte principali era stata l'esistenza di prove quantitative molto
solide del fatto che Harvard e le altre università della Ivy League stessero
praticando la discriminazione razziale mantenendo surrettiziamente le quote
asiatiche nelle loro politiche di ammissione, e questo spinse presto il New
York Times a organizzare un importante simposio su quel tema esplosivo a cui
partecipai con entusiasmo.
Il mio grafico, che dimostrava la convergenza
estremamente sospetta delle iscrizioni asiatiche in tutte le università della
Ivy League, fu ampiamente diffuso su Internet, incluso il Times , e sembrò
costituire la "pistola fumante" di quello che era da tempo un
sospetto ampiamente diffuso.
Ho
spiegato nel mio articolo su “Times”:
Dopo
che il Dipartimento di Giustizia chiuse un'indagine nei primi anni '90 sulle
accuse secondo cui l'Università di Harvard discriminava i candidati
asiatico-americani, le iscrizioni di asiatici-americani ad Harvard iniziarono a
diminuire gradualmente, scendendo dal 20,6% nel 1993 a circa il 16,5% nella
maggior parte dell'ultimo decennio.
Questo
calo potrebbe sembrare piccolo.
Ma
questi stessi anni hanno portato un enorme aumento della popolazione asiatica
americana in età universitaria, che è quasi raddoppiata tra il 1992 e il 2011,
mentre il numero dei bianchi non ispanici è rimasto quasi invariato.
Così, secondo le statistiche ufficiali, la
percentuale di asiatici-americani iscritti ad Harvard è diminuita di oltre il
50 per cento negli ultimi due decenni, mentre la percentuale di bianchi è
cambiata poco.
Questo calo delle iscrizioni relative agli
asiatico-americani fu in realtà maggiore dell'impatto della quota ebraica di
Harvard del 1925, che ridusse le matricole ebree dal 27,6% al 15%.
I
circoli conservatori si interessarono notevolmente, con “Charles Murray” che
evidenziò la mia analisi, e poche settimane dopo ho pubblicato un articolo
sulla “National Review “sostenendo che le mie scoperte avrebbero potuto fornire
basi legali alla Corte Suprema per ribaltare la sua decisione Bakke del 1978
che aveva gettato le basi per decenni di politiche di “Affirmative Action”:
Le
quote razziali, Harvard e l'eredità di Bakke.
(Tre
decenni di sostegno della Corte Suprema all'azione affermativa si sono basati
sulla frode?
Ron
Unz •National Review• 18 febbraio 2013).
L'anno
successivo, infatti, un gruppo di querelanti asiatico-americani presentò una
causa per contestare il sistema di ammissione di Harvard, definendolo
discriminatorio.
Il
loro caso trascorse il decennio successivo a farsi strada attraverso la corte
federale, poi, il 29 giugno 2023, il loro impegno culminò in una decisiva
sentenza della Corte Suprema, con una maggioranza di 6 a 3, che ribaltava la
sentenza Bakke dopo 45 anni.
Quel
fulmine a ciel sereno eliminò in gran parte la base giuridica per l'azione
positiva nelle ammissioni universitarie e in molti altri ambiti della società
americana.
Anche
se ovviamente avevo augurato a quei querelanti asiatici ogni bene per il loro
sforzo legale, non ero stato coinvolto nella loro causa, ed ero stato in realtà
abbastanza pessimista sulle loro possibilità.
Nel corso dei decenni c'erano stati diversi
tentativi precedenti di convincere la Corte Suprema a ribaltare Bakke, ma tutti
erano falliti, quindi ero arrivato a credere che un racconto progetto legale
fosse probabilmente senza speranza.
Tuttavia,
anche se quel caso si è spostato gradualmente attraverso i tribunali, ho
lanciato una campagna completamente diversa volta per riformare drasticamente
la politica educativa ad Harvard e a fare lo stesso in molte delle nostre altre
università d'élite.
Nel
2015, il New York Times aveva sollecitato le mie opinioni per un simposio sulla
riforma delle ammissioni all'istruzione superiore americana d'élite.
Nel mio articolo ho notato che Harvard e
alcuni dei nostri altri college più elitari avevano accumulato dotazioni così
enormi che la parte del loro reddito derivante dalle entrate universitarie era
diventata del tutto insignificante.
Pertanto,
ho sostenuto che dovrebbero semplicemente abolire le tasse universitarie.
I
numeri parlano chiaro.
In questi giorni i 6.600 studenti universitari
di Harvard pagano una retta annuale di $ 44.000 all'anno, con riduzioni
sostanziali per gli studenti provenienti da famiglie meno ricche.
Quindi
le tasse scolastiche degli studenti probabilmente contribuiscono molto meno di
200 milioni di dollari alle entrate annuali di Harvard.
Nel
frattempo, l'anno scorso le operazioni di Harvard hanno generato un rendimento
di 5 miliardi di dollari, un importo almeno 25 volte superiore.
Se
tutti gli studenti universitari di Harvard scomparissero domani, o
frequentassero le lezioni senza pagare un centesimo, l'impatto finanziario su
Harvard, Inc. sarebbe del tutto trascurabile.
Ma
anche se quei dollari delle tasse scolastiche non significano quasi nulla per
Harvard, sono sicuramente una barriera scoraggiante e un peso per quasi tutte
le famiglie americane.
Un
processo di ammissione è difettoso quando un prezzo totale di quattro anni che
si avvicina a $ 250.000 probabilmente incoraggia molti studenti dal fare
domanda ....
L'annuncio
di un'istruzione gratuita ad Harvard catturerebbe l'immaginazione del mondo e
attirerebbe un bacino di candidati molto più ampio e diversificato, inclusi
molti studenti di alto livello che in precedenza avevano limitato il loro
obiettivo al loro college statale locale.
Inoltre,
tutto ciò che ho detto su Harvard si applica altrettanto bene alla maggior
parte delle altre migliori università americane, tra cui Yale, Princeton e
Stanford, che sono diventati anch'esse enormi hedge fund non tassati che pagano
tasse esorbitanti.
Potrebbero
altrettanto facilmente fornire un'istruzione universitaria gratuita ai loro
studenti con un piccolo costo finanziario e un grande beneficio sociale.
In
seguito ho prodotto dei grafici che dimostrano che solo una piccola parte delle
entrate di Harvard proveniva dalle tasse universitarie, e lo stesso valeva per
Yale, Princeton e Stanford.
Era
ovvio per me che un annuncio pubblico da parte di Harvard che stava abolendo
tutte le tasse universitarie avrebbe catturato l'immaginazione di tutto il
mondo, e avrebbe rapidamente spinto molte delle nostre altre università più
ricche e più elitarie a fare lo stesso.
Quindi
ho trovato estremamente frustrante che fosse altrettanto ovvio che
l'amministrazione di Harvard non avrebbe mai preso in considerazione l'idea di
fare un passo così audace e vantaggioso.
Così,
più tardi quello stesso anno organizzai la lista di candidati per l'Harvard
Board of Overseers di Harvard, reclutando l'icona progressista di lunga data
Ralph Nader per guidare il nostro ticket.
Abbiamo
presentato una piattaforma per l'abolizione delle tasse universitarie,
richiedendo allo stesso tempo all'università di fornire una maggiore
trasparenza nelle sue decisioni di ammissione.
Un
resoconto eccellente ed equilibrato della nostra campagna appare presto sull'Harvard
Magazine:
(I
firmatari delle petizioni sfidano le politiche di Harvard John S. Rosenberg ·
John S. Rosenberg · • 27 gennaio 2016).
La
nostra campagna elettorale ad Harvard ha coinciso esattamente con la corsa di
Donald Trump alla Casa Bianca, e la riluttanza dei media a menzionare certe
domande sembrava dimostrare che la maggior parte dei redattori e degli editori
erano completamente intimiditi dal potere e dall'influenza di Harvard.
Più di
una dozzina di anni prima, Daniel Golden aveva vinto un premio Pulitzer per la
sua serie di articoli del Wall Street Journal che documentavano l'oltraggiosa
corruzione e il favoritismo nelle pratiche di ammissione di Harvard e delle
altre nostre migliori università.
Poi, nel 2006, aveva pubblicato “The Price of
Admission”,un bestseller ampiamente elogiato sullo stesso argomento, e io
l'avevo utilizzato per la mia analisi di Meritocracy.
Tra
gli altri fatti scioccanti, Golden ha rivelato l'esistenza di qualcosa spesso
chiamato "il prezzo di Harvard", uno specifico pagamento
multimilionario – essenzialmente una tangente – che avrebbe persuaso il nostro
college più prestigioso ad ammettere un candidato poco qualificato.
A causa di un'aspra causa familiare, è stato
in grado di documentare l'esempio specifico di “Jared Kushner”, uno studente
totalmente non qualificato, i cui genitori gli avevano acquistato la sua
prestigiosa ammissione ad Harvard esattamente con un pagamento segreto.
“Kushner” era il genero di Trump e una
figura di spicco nella sua campagna presidenziale del 2016.
Dato
che tutti i media attaccavano costantemente Trump su ogni possibile domanda, ho
naturalmente pensato che avrebbero iniziato a prendersela con lui su questo,
rafforzando così la nostra campagna di “Harvard Overseer” che sfidava tali
pratiche.
Ma
nonostante i miei migliori sforzi, i media hanno taciuto completamente su
quell'oltraggioso esempio di corruzione familiare, apparentemente troppo
timorosi di alienarsi Harvard per menzionare quello scandalo.
Così,
mentre Trump ha vinto la nomination e ha continuato a vincere la presidenza, il
nostro ticket ad Harvard è stato sconfitto.
Diversi anni fa ho pubblicato una storia
completa di quella campagna fallita come parte di un articolo di recensione
molto lungo che discuteva tutti gli aspetti della questione della meritocrazia.
(La
meritocrazia americana ha rivisitato le ammissioni d'élite, le quote asiatiche
e la campagna gratuita Harvard/Fair Harvard Ron - Unz ·The Unz Review• 4 maggio
2022).
Penso
che se Harvard avesse approvato una di queste importanti riforme riguardanti
l'equità delle ammissioni o le tasse scolastiche, avrebbe potuto aumentare
notevolmente il suo sostegno pubblico in tutto lo spettro ideologico. Ma invece
ha resistito ostinatamente a tutte queste proposte, e la sua vasta ricchezza e
arroganza hanno alienato sempre più ampie porzioni del pubblico americano,
assicurandosi che fosse vista come un'istituzione ampiamente odiata dalla
nostra classe dirigente disprezzata.
Questo
l'ha resa vulnerabile all'improvviso e inaspettato attacco populista del
presidente Donald Trump, e la maggior parte delle altre università d'élite
americane sono cadute nella stessa trappola.
Alla
luce di tutti questi fatti, in altre circostanze avrei potuto accogliere con
favore l'attacco di Trump a tutte queste istituzioni accademiche arroganti e
corrotte, che mi ha portato almeno a rimanere neutrale.
Ma era ovvio che le ragioni della sua crociata
contro Harvard, la Columbia e tante altre università di alto livello avevano
poco o nulla a che fare con queste critiche molto legittime, ma erano invece
motivate da fattori completamente diversi.
Per
molti decenni, gli studenti universitari d'élite si sono regolarmente impegnati
in proteste pubbliche su una vasta gamma di questioni diverse e sono stati
esaltati dai media e dalle comunità accademiche per averlo fatto, con il
movimento “Black Lives Matter” del 2020 che è solo l'esempio più recente.
Ma
come ho discusso in una lunga serie di articoli, l'ultimo il mese scorso, quel
clima ideologico è cambiato improvvisamente nell'ottobre 2023:
Quella
lunga storia di permettere o addirittura glorificare le proteste pubbliche
contro le ingiustizie percepite è stata naturalmente assorbita e presa a cuore
dai giovani studenti universitari che hanno iniziato le loro lezioni nel
settembre 2023.
Poi,
nel giro di poche settimane, un raid a sorpresa straordinariamente audace da
parte dei militanti di Hamas nella Gaza a lungo assediata ha colto gli
israeliani di sorpresa e ha superato le difese ad alta tecnologia la cui
costruzione era costata forse mezzo miliardo di dollari.
Molte
centinaia di soldati e agenti di sicurezza israeliani sono stati uccisi insieme
a un numero simile di civili, con la maggior parte di questi ultimi
probabilmente morti a causa del fuoco amico delle unità militari israeliane in
preda al panico e dal grilletto facile.
Circa
240 soldati e civili israeliani sono stati catturati e inviati a Gaza come
prigionieri, con Hamas che spera di scambiarli con la libertà delle molte
migliaia di civili palestinesi che sono stati detenuti per anni nelle carceri
israeliane, spesso in condizioni brutali.
Invece
di attaccare Hamas, Netanyahu ha approfittato dell'ondata di simpatia globale
scatenando un assalto militare senza precedenti contro gli oltre due milioni di
civili di Gaza, apparentemente con l'intenzione di ucciderne un gran numero e
spingendo il resto nel deserto del Sinai in Egitto, permettendo a Israele di
annettere il loro territorio e reinsediarlo con gli ebrei.
Al
sicuro nei loro tunnel sotterranei, relativamente pochi combattenti di Hamas
sono stati uccisi, ma i civili di Gaza hanno subito perdite devastanti, molte
delle quali inflitte da bombe da duemila libbre, quasi mai dispiegate in
precedenza contro obiettivi urbani.
Ampie
porzioni di Gaza sono state presto trasformate in paesaggi lunari, con circa
100.000 edifici distrutti, tra cui ospedali, chiese, moschee, scuole,
università, uffici governativi, panetterie e tutte le altre infrastrutture
necessarie per il mantenimento della vita civile.
Dopo
solo poche settimane, il Financial Times ha riferito che la distruzione
inflitta a gran parte di Gaza era già peggiore di quella subita dalle città
tedesche dopo anni di bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale.
Con i
leader israeliani che dichiaravano vincevano i loro piani di genocidio per i
loro nemici palestinesi e le truppe israeliane che commettevano il più grande
massacro televisivo di civili indifesi nella storia del mondo, le
organizzazioni internazionali stanno gradualmente sottoponendo a forti
pressioni per coinvolgersi nel conflitto in corso.
Alla fine di dicembre, il Sudafrica ha
presentato una memoria legale di 91 pagine alla Corte Internazionale di
Giustizia (ICJ) accusando Israele di aver commesso un genocidio.
Nel giro di poche settimane i giuristi della
Corte Internazionale di Giustizia hanno emesso una serie di sentenze quasi
unanimi a sostegno di tali accuse e dichiarando che gli abitanti di Gaza erano
a serio rischio di subire un potenziale genocidio per mano di Israele, con il
giudice nominato da Israele, un ex presidente della Corte Suprema israeliana,
che concordava con la maggior parte di quei verdetti ...
Per
generazioni, gli studenti universitari sono stati pesantemente indottrinati con
gli orrori dell'Olocausto, gli è stato detto all'infinito che non dovevano mai
rimanere in silenzio mentre uomini, donne e bambini indifesi venivano
brutalmente attaccati e massacrati.
Le immagini che vedevano ora di città
devastate e bambini morti o morenti sembravano esattamente uscite da un film,
ma invece stavano accadendo in tempo reale nel mondo fisico...
Nel
giro di poche settimane gli attivisti studenteschi in tutti i campus
universitari americani iniziarono a organizzare proteste pubbliche contro
l'orrendo massacro che Israele stava commettendo, con gli studenti di Harvard e
Columbia in prima linea:
Poche
settimane fa, i nostri funzionari eletti uniformemente filo-israeliani sono
entrati nella mischia, chiamando i presidenti di molti dei nostri college più
elitari – Harvard, Penn e MIT – a testimoniare davanti a loro riguardo al
presunto "antisemitismo" nei loro campus.
I
membri del Congresso hanno duramente rimproverato questi funzionari per aver
permesso attività anti-israeliane, accusandoli anche per ignoranza e assurdità
di permettere appelli pubblici al "genocidio ebraico" nei loro campus.
Non
sono a conoscenza di alcun caso precedente in cui il presidente di un college
americano d'élite sia stato rimosso così rapidamente dall'incarico per motivi
ideologici e due esempi successivi nel giro di poche settimane sembrano uno
sviluppo assolutamente senza precedenti, con enormi implicazioni per la libertà
accademica.
Come
risultato di questa massiccia pressione politica, queste diffuse proteste
universitarie sono state brutalmente represse, con circa 2.300 studenti
arrestati in dozzine di università in tutto il paese, un giro di vite sulla
libertà di parola politica nelle università americane mai visto prima.
Ma
nonostante questo grande successo, i donatori miliardari sionisti consideravano
la loro vittoria sui manifestanti come incompleta.
Con
l'amministrazione Biden filo-israeliana ora sostituita dall'amministrazione
Trump, ancora più fortemente filo-israeliana, hanno chiesto che questa campagna
fosse estesa allo sradicamento delle forze ideologiche che ritenevano
responsabili.
Sotto
la loro influenza, Trump e i suoi principali collaboratori hanno dichiarato la
loro intenzione di arrestare e deportare tutti gli studenti stranieri che
avevano partecipato a quelle proteste nei campus o che avevano espresso in
altro modo le loro aspre critiche a Israele, e questo ha presto portato a una
serie di incidenti scioccanti.
Una
giovane dottoranda turca che frequenta la Tufts University con una borsa di
studio Fulbright è stata strappata dalle strade della sua città di Boston da
sei agenti federali mascherati, fatta salire su un'auto senza contrassegni e
trasferita in una cella di detenzione in Louisiana in preparazione della sua
deportazione.
Altre
incursioni negli alloggi per studenti della Columbia da parte di squadre di
agenti federali hanno prelevato un titolare di carta verde palestinese con una
moglie cittadina americana incinta di otto mesi.
Uno
studente sudcoreano che viveva negli Stati Uniti dall'età di sette anni si è
nascosto per evitare un destino simile, mentre uno studente indiano è fuggito
rapidamente in Canada per evitare l'arresto.
Nessuno
di questi studenti universitari aveva commesso alcun crimine, ma sono stati
catturati da agenti federali durante le incursioni nei campus o rapiti dalle
strade delle loro città per aver semplicemente espresso critiche pubbliche al
governo straniero di Israele.
Niente
di così bizzarro come questa era mai accaduta in America.
Il numero di studenti stranieri espulsi per
aver critico Israele ha raggiunto i 1.500.
Nei
decenni passati, la leadership accademica di una delle migliori scuole della
Ivy League come la Columbia avrebbe potuto difendere strenuamente gli studenti
della sua comunità.
Ma
qualsiasi resistenza di questo tipo è stata spezzata quando l'amministrazione
Trump ha improvvisamente ritirato 400 milioni di dollari di finanziamenti
annuali. Le richieste includevano la piena cooperazione con l'arresto di tutti
gli studenti critici delle politiche israeliane, la creazione di una nuova
forza di sicurezza interna per sopprimere qualsiasi protesta anti-israeliana
nei campus e l'"amministrazione controllata" per il prestigioso
programma di studi mediorientali dell'università, con conseguente fermo
controllo sionista.
Il
presidente ad interim “Katrina Armstrong” si è inchinata a queste richieste,
sacrificando la libertà accademica dei suoi docenti e la libertà personale dei
suoi studenti.
Mamma di
fronte a tali enormi pressioni contrastanti, si è dimessa Venerdì sera, circa
sette mesi dopo che il suo predecessore si era dimesso per motivi più o meno
simili.
Quello
stesso giorno i giornali riportarono anche che i vertici dell'altrettanto
prestigioso Centro di Studi sul Medio Oriente dell'Università di Harvard erano
stati licenziati, probabilmente assicurando che dopo più di settant'anni questa
organizzazione accademica indipendente sarebbe diventata d'ora in poi
fermamente filo-israeliana nel suo orientamento.
L'anno scorso, dopo che il precedente
presidente di Harvard aveva difeso con forza la libertà accademica davanti a
una commissione ostile del Congresso, è stata rapidamente costretta a
dimettersi.
La
scusa dichiarata dall'amministrazione Trump per questo attacco senza precedenti
alla libertà di parola e alla libertà accademica nelle università americane era
l'obiettivo prioritario del governo di combattere l'"antisemitismo",
e ho notato l'estrema ironia in questa posizione:
Questa
è certamente una situazione strana, che merita un'attenta analisi e
spiegazione.
La
parola "antisemitismo" significa semplicemente criticare o non amare
gli ebrei, e negli ultimi anni i sostenitori di Israele hanno chiesto con un
certo successo che il termine fosse esteso per includere anche l'antisionismo,
vale a dire l'ostilità verso lo Stato ebraico.
Ma
supponiamo di ammettere quest'ultimo punto e di essere d'accordo con gli
attivisti filo-israeliani che l'"antisionismo" è davvero una forma di
"antisemitismo".
Negli
ultimi mesi, il governo israeliano ha brutalmente massacrato decine di migliaia
di civili indifesi a Gaza, commettendo il più grande massacro televisivo nella
storia del mondo, con i suoi massimi leader che usano un linguaggio
esplicitamente genocida per descrivere i loro piani per i palestinesi.
In effetti, il governo sudafricano ha
presentato una memoria legale di 91 pagine alla Corte Internazionale di
Giustizia che cataloga quelle dichiarazioni israeliane, provocando una sentenza
quasi unanime da parte dei giuristi secondo cui milioni di palestinesi si
trovano di fronte alla prospettiva di un genocidio per mano di Israele.
Al
giorno d'oggi la maggior parte degli occidentali afferma di considerare il
genocidio in una luce decisamente negativa.
Quindi, questo non richiede sillogisticamente
che abbraccino e approvino l'"antisemitismo"?
Sicuramente
un visitatore proveniente da Marte sarebbe molto perplesso di fronte a questo
strano dilemma e alle contorsioni filosofiche e psicologiche che sembra
richiedere.
È
piuttosto sorprendente che le élite dominanti estremamente "politicamente
corretta" dell'America e del resto del mondo occidentale facciano il tifo
a gran voce per lo Stato di Israele, razzialmente esclusivista, anche se uccide
un numero enorme di donne e bambini e lavora molto duramente per far morire di
fame circa due milioni di civili nella sua furia genocida senza precedenti.
Dopo
tutto, il regime molto più mite e circospetto dell'apartheid in Sudafrica è
stato universalmente condannato, boicottato e sanzionato solo per il più
piccolo frammento di tali misfatti.
Il mio
articolo continuava menzionando che il Congresso aveva anche iniziato ad
approvare leggi per sopprimere la libertà di parola nei campus universitari in
nome della lotta all'"antisemitismo", con quest'ultimo termine
definito in modo molto ampio.
Alcuni
anni fa un ex alto funzionario dell'AIPAC una voltasi vantò con un giornalista
amico che se avesse scritto qualcosa su un semplice tovagliolo, nel giro di 24
ore avrebbe potuto ottenere le firme di 70 senatori per appoggiarlo, e il
potere politico dell'ADL è altrettanto formidabile.
Pertanto,
non è stata una sorpresa che la scorsa settimana una schiacciante maggioranza
bipartisan di 320 a 91 alla Camera abbia approvato un disegno di legge che
amplia il significato di antisionismo e antisemitismo nelle politiche
anti-discriminazione del Dipartimento dell'Istruzione, codificando le
definizioni utilizzate nelle nostre leggi sui diritti civili per classificare
tali idee come discriminatorie.
Anche
se non ho provato a leggere il testo, l'intento ovvio è quello di costringere i
college a cancellare attività nocive come le proteste anti-israeliane dalla
loro comunità universitaria o affrontare la perdita di fondi federali.
Ciò rappresenta un attacco eclatante contro la
libertà accademica e la tradizionale libertà di parola e di pensiero in
America, e potrebbe anche spingere altre organizzazioni private ad adottare
politiche simili.
In una svolta particolarmente ironica, la
definizione di antisemitismo utilizzata nel disegno di legge copre chiaramente
parti della Bibbia cristiana, quindi i legislatori repubblicani ignoranti e
compromessi hanno ora approvato con tutto il cuore la messa al bando della
Bibbia in un paese in cui il 95% della popolazione ha radici cristiane.
“La
distruzione sionista dell'istruzione americana superiore” Ron Unz •The Unz
Review• (31 marzo 2025).
Queste diffuse affermazioni
dell'amministrazione Trump secondo cui l'antisemitismo era diffuso nelle nostre
università d'élite erano particolarmente oltraggiose alla luce di alcuni dei
risultati più importanti del mio articolo originale del 2012 su “Meritocracy”,
risultati quasi mai menzionati da nessuna parte nei nostri pusillanimi media.
Subito
dopo la decisione della Corte Suprema del 2023 che ha annullato Bakke e la base
legale per l'”Affirmative Action”, ho pubblicato un articolo che ricapitola
parte della mia analisi sulla meritocrazia:
La
maggior parte dei giornalisti e degli accademici americani riconosce
tranquillamente che le domande che toccano la sensibilità ebraica costituiscono
il "terzo binario" mortale delle loro professioni, e l'analisi
quantitativa che avevo presentato nella mia analisi della meritocrazia del
2012è stata probabilmente una delle più esplosive pubblicate in molti decenni.
In
quello studio ho dimostrato che la distribuzione degli studenti nei nostri
college d'élite divergeva nettamente da quella della nostra società nel suo
complesso o del suo segmento più performante, ma mostrava invece una
distorsione etnica sorprendentemente diversa.
L'evidenza
delle recenti liste di semifinalisti NMS sembra la più conclusiva di tutte,
date le enormi dimensioni del campione statistico coinvolto.
Come
discusso in precedenza, questi studenti costituiscono all'incirca il più alto
0,5% delle capacità accademiche, i primi 16.000 studenti delle scuole superiori
che dovrebbero iscriversi alla Ivy League e alle altre università accademiche
più elitarie d'America.
In
California, i nomi dei gentili bianchi superano quelli ebraici di oltre 8 a 1;
in Texas, oltre 20 a 1; in Florida e Illinois, circa 9 a 1.
Anche
a New York, lo stato più ebraico d'America, ci sono più di due studenti gentili
bianchi di alto livello per ogni ebreo.
Sulla
base della distribuzione complessiva della popolazione americana, sembra che
circa il 65-70 per cento degli studenti americani con le più alte capacità
siano bianchi non ebrei, ben oltre dieci volte il totale ebraico di meno del 6
per cento.
Inutile
dire che queste valutazioni sono considerevolmente diverse da quelle che
troviamo effettivamente tra gli studenti ammessi ad Harvard e i suoi colleghi
d'élite, che oggi fungono da canale diretto verso le vette dominanti degli
accademici, del diritto, degli affari e della finanza americana.
Sulla
base delle statistiche riportate, gli ebrei corrispondono o addirittura
superano i bianchi non ebrei ad Harvard e nella maggior parte delle altre
scuole della Ivy League, il che sembra estremamente sproporzionato.
In
effetti, le statistiche ufficiali indicano che i bianchi non ebrei ad Harvard
sono il gruppo di popolazione più sottorappresentato d'America, iscritti a una
frazione molto più bassa della loro popolazione nazionale rispetto ai neri o
agli ispanici, nonostante abbiano punteggi molto più alti nei test accademici.
Quando
si esaminano le prove statistiche, la corretta aggregazione dei dati è
fondamentale.
Si
considera il rapporto tra le recenti iscrizioni di studenti asiatici ad Harvard
nel periodo 2007-2011 rispetto alla loro quota stimata di semifinalisti NMS in
America, un proxy ragionevole per la popolazione in età universitaria ad alta
capacità, e si confronta questo risultato con la cifra corrispondente per i
bianchi.
Il
rapporto asiatico è del 63%, leggermente superiore al rapporto dei bianchi del
61%, con entrambe queste cifre che sono considerevolmente al di sotto della
parità a causa della sostanziale presenza di minoranze razziali
sottorappresentate come neri e ispanici, studenti stranieri e studenti di razza
non dichiarata.
Pertanto,
non sembra esserci alcuna prova di pregiudizi razziali contro gli asiatici,
anche escludendo l'impatto razziale neutro del reclutamento atletico, delle
ammissioni legacy e della diversità geografica.
Tuttavia,
se separiamo gli studenti ebrei, il loro rapporto risulta essere del 435 per
cento, mentre il rapporto residuo per i bianchi non ebrei scende ad appena il
28 per cento, meno della metà della cifra asiatica.
Di
conseguenza, gli asiatici sembrano sottorappresentati rispetto agli ebrei di un
fattore sette, mentre i bianchi non ebrei sono di gran lunga il gruppo più
sottorappresentato di tutti, nonostante i benefici che potrebbero ricevere da
fattori atletici, ereditari o di distribuzione geografica.
Il
resto della Ivy League tende a seguire uno schema simile, con il rapporto
complessivo degli ebrei del 381 per cento, quello degli asiatici del 62 per
cento e il rapporto dei bianchi non ebrei del 35 per cento, tutti relativi al
loro numero di studenti universitari ad alta capacità.
Altrettanto
sorprendenti di questi numeri attualmente selvaggiamente sproporzionati sono
stati i trend di iscrizione più lunghi.
Nei tre decenni trascorsi da quando mi sono
laureato ad Harvard, la presenza di gentili bianchi è diminuita fino al 70 per
cento, nonostante non ci sia un calo lontanamente comparabile delle dimensioni
relative o del rendimento scolastico di quella popolazione;
nel
frattempo, la percentuale di studenti ebrei è effettivamente aumentata. Questo
periodo ha certamente visto un aumento molto rapido del numero di studenti
asiatici, ispanici e stranieri, così come un certo aumento dei neri.
Ma
sembra piuttosto strano che tutte queste altre conquiste siano arrivate a spese
dei bianchi di origine cristiana, e nessuno a spese degli ebrei.
Sulla
base di queste cifre, gli studenti ebrei avevano circa il 1.000% in più di
probabilità di essere iscritti ad Harvard e nel resto della Ivy League rispetto
ai gentili bianchi con capacità simili.
Questo
è stato un risultato assolutamente sorprendente, dato che la
sottorappresentazione nell'ordine del 20% o del 30% è spesso trattata dai
tribunali come una potente prova “prima facie” di discriminazione razziale.
Molti
dei miei grafici e diagrammi hanno presentato efficacemente questi risultati
notevoli:
Questi
grafici dimostravano la realtà nascosta che i gentili bianchi erano fortemente
sottorappresentati nei college d'élite, non solo per quanto riguarda la loro
frazione di studenti con i migliori risultati, ma anche rispetto alla loro
quota della popolazione in età universitaria.
Gli
amministratori accademici potevano preoccuparsi del fatto che i neri o gli
ispanici non fossero iscritti in proporzione al loro numero nazionale, ma la
sotto-iscrizione dei bianchi non ebrei era in realtà molto più grave.
In misura considerevole, i corpi studenteschi
dei nostri migliori college costituiscono la prossima generazione delle nostre
élite nazionali in forma embrionale, e negli ultimi decenni i gentili bianchi
sono stati sempre più esclusi da questo importante gruppo.
Tutte
queste statistiche sulla meritocrazia sono state originariamente compilate
dieci anni fa, ma quando le ho aggiornati di tanto in tanto, ho notato che poco
era cambiato, tranne che a volte erano diventate ancora più estreme.
Come
accennato, la scoperta legale alla fine ha rivelato che uno studio interno di
Harvard aveva ampiamente confermato la mia analisi della discriminazione
asiatica, ma era stato soppresso.
Nel
frattempo, la mia analisi, molto più esplosiva, della massiccia sovra rappresentazione
ebraica non era mai stata messa in discussione in modo significativo,
nonostante le furiose invettive di alcuni attivisti ebrei agitati, ma
l'argomento era scomparso da qualsiasi dibattito pubblico.
(“L'azione
affermativa e l'elefante ebreo nella stanza -Ron Unz •La recensione di Unz• 3
luglio 2023).
Nonostante la sua vasta ricchezza, la sua
storia leggendaria e l'enorme prestigio globale, l'Università di Harvard
inizialmente sembrava troppo intimidita dagli attacchi di Trump per sfidarlo, e
invece ha iniziato a fare concessioni su concessioni.
Ma
l'amministrazione Trump lo interpretò naturalmente come un segno di debolezza e
intensificò costantemente le sue richieste, inviando infine una lettera in cui
si esigeva la totale rinuncia alla libertà accademica di Harvard.
Ciò
equivaleva a un'acquisizione federale da parte del governo Trump e della
miliardaria lottatrice che aveva messo a capo della sua politica educativa.
Di
fronte a una prospettiva così terribile, l'istituzione accademica più elitaria
del mondo ha finalmente deciso che avrebbe mantenuto la sua posizione e una
settimana fa Harvard l'ha emessa:
un
fermo rifiuto pubblico di quella proposta.
Tale
coraggio ha scatenato un'enorme onda di copertura mediatica nazionale, in
particolare sul “New York Times£, mentre un arrabbiato presidente Trump ha
minacciato illegalmente di revocare lo status di no-profit di Harvard e di
distruggere sostanzialmente l'università.
Per
più di quarantacinque anni ero stato abbonato all'edizione cartacea del Times,
leggendolo attentamente quasi ogni mattina.
Ma negli ultimi anni ero diventato sempre più
disgustato dal forte declino della sua qualità, con l'obiettività che era stata
sopraffatta da entusiasmi ideologici, e all'inizio di quest'anno ho finalmente
lasciato scadere il mio abbonamento.
Tuttavia,
ho mantenuto il mio abbonamento online e la maggior parte dei giorni ho dato
un'occhiata casuale alla home page del Times, a volte leggendo un articolo o
dovuto.
Ma ho
scoperto rapidamente che la partita politica tra Trump e Harvard aveva
scatenato un'enorme valanga di storie, tra cui almeno diciotto articoli diversi
solo nei primi giorni, scritti da quasi trenta diversi redattori.
Nessuna
precedente sfida all'autorità di Trump aveva suscitato nemmeno una frazione di
racconto copertura, dimostrando chiaramente la drammatica importanza politica
di questo epico duello tra Trump e Harvard.
Leggendo
tutti quegli articoli, ho scoperto che la maggior parte di essi sembrava
abbastanza buona.
Alcuni
riportavano le note firme degli scrittori del Times che avevano precedentemente
coperto la nostra fallita campagna per il Supervisore di Harvard o la causa
asiatica contro Harvard che ha portato la Corte Suprema a ribaltare la
decisione Bakke.
Ho anche notato un paio di articoli di uno dei
giovani giornalisti degli Harvard Crimson che si erano occupati di quella
campagna del 2016, e che ora fanno lo stesso per la politica fiscale e l'IRS
del Time.
Molti
di questi articoli sottolineavano che la decisione di Harvard di resistere e
combattere aveva ora ispirato molte altre università americane a fare lo stesso
in nome della libertà accademica, con il mio giornale locale di Palo Alto che va
riporta che la potente Stanford aveva pienamente appoggiato lo sforzo di
Harvard. Ma se la potente Harvard avesse ceduto, gli esperti concordavano sul
fatto che nessun altro college avrebbe osato resistere.
Le
conseguenze della battaglia tra Trump e Harvard probabilmente vanno ben oltre
le questioni educative.
Secondo
la Costituzione degli Stati Uniti, tutti i cambiamenti nella politica fiscale o
tariffaria devono essere approvati dal Congresso, ma quando Trump ha aumentato
le nostre tasse tariffarie di un fattore dieci, lo ha fatto per decreto di
emergenza e capriccio personale, e nessuno al Congresso lo ha sfidato.
La dottrina
legale dell'habeas corpus risale a più di 700 anni fa nella common law inglese,
ma quando Trump ha affermato che non si applicava più ad alcuni nella nostra
società, ha incontrato solo una debole opposizione.
Squadre
di agenti federali mascherati hanno strappato gli studenti dalle strade in auto
senza contrassegni solo per aver scritto editoriali sui giornali del campus che
criticavano Israele, e questo è avvenuto senza alcuna seria opposizione.
Decenni
di precedenti legali hanno stabilito che il presidente non può licenziare i
membri di agenzie indipendenti né abolire tali organismi se istituiti dal
Congresso. Eppure Trump ha fatto esattamente questo, rivendicando di recente,
poteri che nessun altro presidente aveva mai rivendicato.
Anche
in tempo di guerra, i nostri presidenti hanno generalmente richiesto
l'autorizzazione del Congresso per attuare politiche importanti, ma Trump ha
totalmente ignorato questo quadro costituzionale.
Dubito che qualsiasi presidente precedente
abbia stabilito un tale governo di un solo uomo sulla politica estera,
economica e interna, governando essenzialmente attraverso una serie di decreti
di emergenza, e facendolo in modo estremamente irregolare.
Questo sembra ricordare molto di più caudillos
delle turbolente nazioni latinoamericane che il nostro sistema costituzionale.
Un “podcast “britannico di destra che mi ha
intervistato ha suggerito che Trump gli ricordava Caligola.
Ma
Harvard è ora diventata la prima potente istituzione americana a sfidare
direttamente il governo scandalosamente autocratico di Trump, e questo spiega
ovviamente i diciotto articoli e i trenta redattori che il Times ha assegnato
la domanda.
Così,
nonostante la lunga storia di arroganza, corruzione, incompetenza
amministrativa e ingiustizia di Harvard, quell'università sta ora difendendo la
libertà americana quando quasi nessun altro grande centro di potere è stato
disposto a farlo.
Così,
l'incontro di wrestling politico tra Trump e Harvard potrebbe aiutare a
determinare non solo il futuro del nostro sistema di istruzione superiore, ma
anche del nostro intero sistema costituzionale, e tutti gli individui
benpensanti dovrebbero prendere posizione nell'angolo dell'università.
Diversi
mesi fa sono stato intervistato da una piccola organizzazione mediatica cinese.
In uno dei segmenti del video, visto ben oltre
mezzo milione di volte, ho suggerito che l'America potrebbe essere sull'orlo di
una situazione rivoluzionaria e che la disillusione pubblica nei confronti
delle politiche di Trump potrebbe portare a questo risultato drammatico.
Questo
potrebbe aver influenzato o meno un “TikToker “cinese che vive in Canada, il
cui video molto diffuso descriveva qualcosa di simile, con il “Prof. John
Mearsheimer” che ne ha discusso in un recente segmento.
Tutte
queste gravi tensioni sociali ed economiche nella società americana spiegano
sicuramente l'enorme sostegno che Trump ha ricevuto dalla sua base populista.
Ma
questo sostegno è del tutto ingiustificato.
Contrariamente
a tali speranze e aspettative, Trump è un totale ignorante e semplicemente il
burattino politico degli oligarchi miliardari sionisti che lo controllano.
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