La scienza non è democratica.
La
scienza non è democratica.
Democrazia
dell’ignoranza:
chi ci
governa se non capiamo
più
nulla?
Agendadigitale.eu
– Emiliano Mandrone – (6-5-2025) – ci dice:
Alfabetizzazione
digitale.
Cultura
e società digitali.
Il
deficit di alfabetizzazione democratica minaccia le fondamenta del sistema
rappresentativo.
L’incapacità di decodificare segnali informativi
complessi rende vulnerabili i cittadini alla manipolazione e compromette la
qualità delle decisioni democratiche.
Alienazione
digitale.
Come
vengono intesi, elaborati ed interpretati dai cittadini i segnali emessi dai
mezzi d’informazione, la tambureggiante comunicazione commerciale, le
informazioni reperite sul web, gli stimoli che promanano dai social,
l’informazione istituzionale, scientifica e medica, le immagini e i video
condivisi sui nostri smartphone, le comunicazioni politiche?
(…).
La
Scienza non sarà democratica
ma può
essere “diplomatica”:
ecco
perché.
Agendadigitale.eu
– (14 Set.
2022) - Francesco Beltrame Quattrocchi - Mario Dogliani- ci dicono:
(Francesco
Beltrame Quattrocchi. Ordinario di Bioingegneria Università degli Studi di
Genova; Presidente di ENR - Ente Nazionale di Ricerca e promozione per la
standardizzazione).
(Mario
Dogliani. Presidente di SDG4MED, Direttore Fondazione Philippe Cousteau).
Science
diplomacy.
Cultura
e società digitali.
Al
dittatore, secondo la Repubblica Romana, era affidato il comando assoluto in
caso d’emergenza.
Se,
dunque, per democrazia si intende fare quello che desidera la maggioranza del
popolo, la scienza non è per definizione democratica.
E la
non-democraticità della scienza è un grande valore per la persona umana. Ecco
perché.
(Thanks
to Markus Spiske for sharing their work on Unsplash.)
Nel
458 a.C. Cincinnato, nominato dittatore per unanime consenso dei Romani durante
la guerra contro i Volsci, in sedici giorni vinse, diede le dimissioni e
ritornò alla sua attività da civile: il contadino.
Al dittatore, secondo la costituzione della
Repubblica Romana, era affidato il comando assoluto in caso d’emergenza.
Anche
Atene, culla della democrazia, fu spesso governata da un tiranno:
parola
che per noi oggi significa oppressore ma che, nell’Atene classica, significava
“unico governatore”.
(Pauline
Ravinet - How would you describe science diplomacy?)
Indice
degli argomenti:
1)-Scienza
e dittatura.
2)-Cosa
richiede la formazione per affrontare l’emergenza.
3)-La
Science Diplomacy.
4)-La
non-democraticità della scienza è un bene per la persona umana.
5)-Conclusione.
Scienza
e dittatura.
La
storia ci insegna che il governo di un paese affidato a molti che attua quanto
desidera la maggioranza dei suoi cittadini, non è uno strumento adatto a
gestire situazioni di emergenza che richiedono decisioni efficaci, rapide e che
spesso risultano impopolari.
Se per
democrazia si intende fare quello che desidera la maggioranza del popolo, la
scienza non è per definizione democratica:
se la maggioranza di noi, per poter volare,
desiderasse che la forza di gravità ci spingesse verso l’alto e non ci
attraesse verso il basso, essa continuerebbe a tenerci inchiodati a terra (una terra, peraltro, rotonda con
buona pace dei terrapiattisti che, secondo il Censis, sono oltre 3 milioni di
persone solo in Italia).
La
conseguenza è che, quando servono decisioni vitali, non è vero che “uno vale
uno”:
chi,
dovendo subire un intervento sul proprio corpo, si affiderebbe a qualcuno che
non abbia mai fatto il chirurgo?
A
maggior ragione, quando occorre gestire un’emergenza, che sia una pandemia o il
riscaldamento globale o altro, il buon senso auspica che al comando ci sia un
“dictator” di romana memoria o un tiranno che, come “Pisistrato ad Atene”, rese
più equa (democratica, diremmo oggi) la distribuzione delle risorse e del
lavoro.
Cosa
richiede la formazione per affrontare l’emergenza.
Come
ai tempi della Repubblica Romana e della Grecia Classica, l’emergenza richiede
competenza e, soprattutto, capacità in determinate scienze (quella della guerra
per Cincinnato, le scienze dell’economia per Pisistrato), acquisibili solo attraverso un
percorso formativo che ricomprenda tre parole: conoscenza, competenza (un corpus omogeneo di conoscenze) e capacità:
quest’ultima
(dote che sia Cincinnato sia Pisistrato evidentemente avevano) si differenzia
dalla competenza per tre caratteristiche: dimostrabilità, fruibilità immediata
e completezza rispetto al target.
Non è
possibile qui osservare con dispiacere come da diversi decenni, un po’ in tutto
il mondo, ma specialmente in Italia, il sistema universitario si limita –
quando va bene – a dotare l’allievo di qualche competenza, mentre la dote di
capacità è fuori dalla sua portata, a dispetto di VQR basse o alte, che sono
indici sghembi rispetto a questa importantissima missione per il Paese.
Diversamente
dai tempi antichi, noi oggi possediamo potenti strumenti di simulazione, enormi
rapidità di elaborazione e financo gemelli digitali (digital twins) che
consentono ai decisori – a qualsiasi livello – di complementare la loro,
necessaria, conoscenza ed esperienza con i risultati di analisi complesse e
confronti tra scenari diversi.
La
scienza continua a non essere democratica ma, oggi, può e deve essere un
potente ausilio alla democrazia intesa come capacità di governare per il bene
della collettività.
La
Science Diplomacy.
Ciò è
quanto viene chiamato “Science Diplomacy” al cui riguardo la Commissione
Europea scrive (link) che:
“Le
sfide globali stanno diventando sempre più complesse, interconnesse e
interdipendenti, richiedendo conoscenze specialistiche per comprendere le
potenziali conseguenze dell’azione politica.
Allo stesso tempo, la scienza, la tecnologia e
l’innovazione sono state sia un motore sia un fattore abilitante del
cambiamento globale, con la trasformazione digitale che avanza a una velocità
senza precedenti.
Mentre
la scienza è considerata un bene pubblico, indipendente, trasparente,
politicamente neutrale e salvavita, gli ultimi anni hanno anche visto l’ascesa
di una narrativa populista che mette in discussione i fatti scientifici,
scredita le istituzioni e proietta “verità alternative”, minando così la
fiducia del pubblico nella democrazia e nel multilateralismo.”
La
Commissione Europea conclude che “Pertanto, l’inclusione della scienza, della
tecnologia e dell’innovazione tra gli strumenti disponibili ai diplomatici non
solo migliora la qualità della nostra politica, ma aiuta l’UE a perseguire i
suoi valori e interessi in modo più efficace.”
La
non-democraticità della scienza è un bene per la persona umana.
Quanto
sopra rappresentato, merita di essere approfondito dal punto di vista
operativo, ovvero indicando il “come” in realtà la intrinseca caratteristica di
non-democraticità della scienza possa tradursi in un bene di grande valore per
la persona umana, individuando un esempio pratico di valenza generale su più
bacini di utenza.
I
simulatori digitali di oggi sono molto potenti grazie al combinato-disposto di
una proattiva interazione fra tecnologie ICT diverse quali, realtà virtuale,
IA, machine learning e tante altre, e algoritmi di programmazione matematica e
ottimizzazione lineare e non lineare digitale, quali quelli di Dynamic
Programming e tanti altri: tecnologie e algoritmi frutti ormai pluridecennali
disponibili grazie all’intelligente attività di tanti ricercatori e scienziati
di queste aree.
Questa
preziosa convergenza si traduce nel fatto che i simulatori sono capaci di
affrontare in modo efficace ed efficiente e con buon grado di probabilità di
successo, le importanti questioni definite a livello internazionale come “preparedness
e readiness”, ovvero preparazione e prontezza:
i simulatori attuali – ove ben programmati
dall’uomo – sono capaci di fornire scenari di interventi attuativi ove è chiaro
chi fa cosa e con qualI strumenti e in quale tempo in caso, per esempio, di un
terremoto o di un attacco a un’infrastruttura critica.
Non va
pensato peraltro che i simulatori capaci di generare scenari di “preparedness”
e “raediness” siano confinati alla sfera degli eventi catastrofici. Tutt’altro.
Un
esempio rilevante è potere avere scenari di preparazione e prontezza per gestire
questioni normali ma complesse, come la gestione di tutta la filiera
dell’acqua:
dalla gestione e monitoraggio degli invasi di
raccolta, alla rete di distribuzione degli acquedotti e alla loro manutenzione,
al monitoraggio della qualità dell’acqua stessa in agricoltura per piante e
animali che vanno a chiudere poi la catena sulla salute umana.
Un
problema di enorme importanza e complessità che gli algoritmi e tecnologie di
cui sopra possono maneggiare e per il quale tentare di offrire scenari
attuativi credibili.
Va
pure notato che è possibile modulare scenari di intervento diversi a seconda
dell’intensità e frequenza dell’evento strategico o critico in analisi, ossia
la caratteristica di flessibilità dei simulatori.
La “Protezione Civile Italiana” dispone, in
qualche misura, di questi strumenti, ma certo la conoscenza e le potenzialità
di essi non è la prima preoccupazione dei decisori in Italia.
Conclusione.
Ecco
allora che occorre ricorrere al Cincinnato o al Pisistrato di turno, ammesso
che sia possibile riuscire a reperirli ancora.
Dunque,
chi abbia in uggia il metodo scientifico e la intrinseca natura non democratica
della scienza, getta via i suoi valori, fra i quali, non ultimo, quello di
evitare il ricorso a un dittatore in carne e ossa, assai più pericoloso, in
linea di principio, della scienza, perché non soggetto né al metodo scientifico
di Galileo, né ad alcun modus operandi: un “dittatore con potere assoluto”.
Qualcuno
potrebbe tuttavia osservare che così facendo si rinuncia alla creatività umana,
anche riguardo gli aspetti positivi, che nessuna scienza può raggiungere. Vero,
ma mentre la dittatura della scienza è legata per definizione alla prossima
misura che può fermare e cambiare la sua azione, la storia insegna che il modo più
frequente per fermare un dittatore assoluto (Cincinnato e Pisistrato sono quasi
eccezioni), può essere assai problematico e doloroso.
La
scienza non è democratica:
un’ipotesi
condivisa non la
rende
reale.
Vale
anche per il clima.
Ilfattoquotidiano.it
- Ferdinando Boero – naturalista - ( 2 agosto 2023) – ci dice:
Cambiamenti
Climatici.
La
scienza opera con due semplici passi: identifica l’ignoranza e cerca di ridurla.
Prendiamo la domanda cosmica: da dove veniamo?
Un tempo le risposte erano del tipo: una
divinità modella il fango, gli dà la vita col suo soffio, ed eccoci qua.
Charles
Darwin, comparando la nostra anatomia con quella delle altre scimmie
antropoidi, propose che la nostra specie abbia avuto origine da antenati
scimmieschi.
Non
deriviamo dalle scimmie attuali, ma abbiamo un antenato comune molto vicino a
loro: sono nostri fratelli, non i nostri genitori.
La genetica conferma la risposta:
la stragrande maggioranza dei geni umani è in
comune con quelli degli scimpanzé. Molti geni sono in comune con altre scimmie,
e le affinità genetiche si riducono man mano che si passa a uccelli e rettili,
per non parlare di lumache e meduse.
Alcuni
geni sono condivisi con tutti gli animali:
deriviamo
tutti da un antenato comune e possiamo andare indietro nella storia della vita
e vedere che tutti i viventi condividono discendenza comune.
La
vita ha avuto un’origine singola.
La
scienza ha ridotto l’ignoranza sull’origine delle specie e dell’uomo,
aumentando la nostra conoscenza.
La scienza si basa su prove fattuali, la
teoria dell’evoluzione non è una mera ipotesi, è una costruzione teorica basata
su prove comparative e sperimentali. Dato che i meccanismi dell’evoluzione sono
molti, la teoria è stata arricchita con nuove scoperte.
Se si
dimostrasse scientificamente che la nostra specie deriva dal soffio divino nel
fango inerte… tutti gli scienziati cambierebbero idea.
Però va dimostrato, non basta dire che è
scritto in un antico libro lasciato in una grotta… tanto tempo fa.
Il
mondo scientifico rimase folgorato dalla teoria di Darwin, e la nostra visione
del mondo e di noi stessi cambiò radicalmente.
Già
Copernico e Newton e Galileo ci costrinsero a cambiare idea sulla posizione del
mondo nell’universo, ma Darwin cambiò la prospettiva che riguarda noi.
Non
tutti, però, accettano le verità scientifiche e preferiscono le verità
rivelate.
Voi scienziati avete la vostra verità, noi
abbiamo la nostra.
C’è una differenza, però:
la verità scientifica è basata sul metodo
scientifico, è accettata in modo provvisorio ed è abbandonata di fronte a prove
più convincenti.
Le
verità alternative non hanno basi scientifiche.
Le due
“verità” non si possono confrontare.
Potremmo
dire che la verità del soffio divino nel fango è una sorta di ideologia, ed è
frutto di idee scaturite dal cervello di qualcuno e abbracciate dai cervelli di
altri.
La
verità sulla discendenza da antenati comuni si basa su prove comparative e
sperimentali.
C’è
una bella differenza.
La scienza non è un’ideologia, si basa su un approccio
pragmatico alla diminuzione dell’ignoranza.
Se la
maggioranza credesse ad una nostra origine da fango vivificato da soffi divini,
questo non renderebbe vera questa ideologia anche se, in base ai principi della
democrazia, la mozione fango vincerebbe sulla mozione evoluzione.
Il che
induce a meditazione su come esercitare la democrazia.
Anche
la scienza, comunque, può diventare ideologia.
L’ambientalismo
ideologico esiste eccome, come l’economia ideologica, la politica ideologica e
molto altro.
Gli
scienziati che studiano l’ambiente non sono ideologici, ma i loro risultati
possono portare a posizioni ideologiche nell’effettuare, ad esempio, le analisi
costi-benefici.
Non
accettare di portare a termine un’impresa per evitarne i costi ambientali senza
considerare i possibili benefici che potrebbero derivarne, per esempio, è una
posizione ideologica, come è ideologico accettare i benefici di qualunque
impresa senza considerarne i costi ambientali.
La
scienza ci dovrebbe aiutare a pesare i costi e i benefici e la politica ci
dovrebbe indirizzare verso soluzioni virtuose, ascoltando le varie campane.
Questo,
però, richiede politici che sappiano come funziona la scienza che, a volte, può
dare risposte contrastanti.
La
scienza non è democratica:
se la maggioranza pensa che deriviamo dal
fango, questa ipotesi vince ad una votazione, ma questo non la rende valida.
All’interno
della comunità scientifica, però, la democrazia esiste.
La
comunità scientifica ritiene l’evoluzione più convincente di ogni altra
spiegazione sulla nostra origine.
I
pochi che continuano a credere nel soffio divino sono una sparuta minoranza,
nella comunità scientifica (e non sono biologi).
La
maggioranza accetta l’evoluzione, non per ideologia ma per analisi critica dei
fatti.
Lo
stesso vale per il cambiamento climatico:
la
stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene che ne siamo
responsabili.
Le opinioni di un Franco Prodi e un Antonino Zichichi
non sovvertono l’esito di una possibile votazione democratica all’interno della
comunità scientifica.
Se la
maggioranza dei votanti non scienziati si lasciasse convincere dalla minoranza
degli scienziati e votasse di conseguenza, la democrazia risulterebbe drogata
dall’ideologia e dall’ignoranza.
E
questa è la situazione in cui ci troviamo proprio ora, con politici che portano
le loro spiegazioni sul cambiamento globale, ignorando le interpretazioni degli
scienziati, ritenendosi più qualificati di loro in discipline di cui ignorano
persino le basi.
Purtroppo
la scienza non trova molto posto nei nostri sistemi di formazione e questo ci
espone alla dittatura democratica dell’ignoranza.
La
Scienza è democratica?
Ilbolive.unipd.it - Luciano Butti – (30-05-2018) – ci
dice:
A margine del dibattito sull’opportunità o
meno dell’obbligo vaccinale si è sviluppata in Italia una più generale
discussione su una questione davvero non semplice: la scienza è democratica?
È
stato soprattutto “Roberto Burioni” a sostenere presso il grande pubblico una
delle due tesi.
Secondo
il noto scienziato del San Raffaele, “la scienza non è democratica”, perché in
ogni suo settore (ad esempio quello dei vaccini) l’opinione degli esperti – una
volta verificato il consenso nella comunità scientifica – deve senza incertezze
prevalere su quella di chi non ha studiato la materia.
(facebook.com/robertoburioniMD/photos/a.2045453305679842.1073741827.2045450802346759/2437119513179884/?type=1&theater[/facebook].
A
questa tesi sono state opposte numerose critiche, fra loro non sempre omogenee.
Si è
così ad esempio sostenuto che un controllo dell’opinione pubblica sul lavoro
degli scienziati sia importante.
E si è
insistito sulla necessità di una comunicazione rispettosa e paziente verso le
apprensioni e le paure del pubblico.
Il
dibattito sulla democraticità o meno della scienza non è un dibattito
scientifico. È un dibattito politico.
(Luciano
Butti).
Chi ha
ragione?
Iniziamo
con una premessa di metodo.
Il
dibattito sulla democraticità o meno della scienza non è un dibattito
scientifico. È un dibattito politico.
E come spesso accade in politica, sono
fondamentali le definizioni, in questo caso in particolare quella di
democrazia.
Secondo
una concezione primitiva della democrazia, essa consisterebbe nella regola
della maggioranza (‘uno vale uno’) come criterio generale per adottare tutte le
decisioni che interessano la collettività.
Se questa concezione di democrazia fosse
esatta, Roberto Burioni avrebbe senz’altro ragione: “la scienza non è
democratica”.
Tuttavia,
i giuristi hanno da tempo chiarito che, nei moderni stati costituzionali, opera
una concezione sofisticata della democrazia, non basata sulla generale
applicazione, in ogni ambito, delle regole di maggioranza.
Né si
tratta di un’idea del tutto nuova:
nell’antica Grecia persino le” Moire” – le dee
del destino – per decidere la durata della vita di ogni mortale, si avvalevano
per lo più del sorteggio:
a
significare che, in determinate circostanze e quando è in gioco l’essenziale,
vi è la possibilità di forme di giustizia superiori rispetto al conteggio
dell’opinione prevalente.
Vi
sono del resto, in primo luogo, numerose decisioni che – in una democrazia
costituzionale - la maggioranza non può prendere:
nemmeno
se si esprime con il voto, in un referendum o attraverso i propri
rappresentanti in Parlamento.
Si
tratta, per esempio, di tutte le decisioni che discriminano una minoranza,
sulla base delle idee politiche, della religione, dell’orientamento sessuale o
di altro.
“In nessun caso”, poi, secondo la nostra
splendida Costituzione, la legge può adottare (nemmeno se approvata
all’unanimità) decisioni tali da pregiudicare la “dignità della persona”.
Lo
stesso strumento del referendum non può trovare applicazione in una serie di
ambiti, ad esempio nella materia fiscale o in quella dei trattati
internazionali.
Ed ancora, la maggioranza dei cittadini non
può decidere se un imputato sia colpevole o innocente, né quale pena sia la più
appropriata in un caso singolo:
si
tratta infatti, in questo caso, di decisioni che competono ai giudici.
Bisogna
ovviamente prestare molta attenzione: questi casi sono numerosi, ma sono pur
sempre eccezioni rispetto al principio di maggioranza, che senza dubbio rimane
la più rilevante conquista democratica.
Essi devono quindi avere una giustificazione
molto solida e non possono essere estesi al di fuori degli ambiti nei quali
tale giustificazione li rende inevitabili.
E
l’essenza di una democrazia sofisticata consiste proprio nella capacità di
attribuire ogni tipo di decisione al livello e agli ambiti più appropriati.
Dove
si colloca, in questa concezione sofisticata di democrazia, la scienza?
Questa
domanda è di cruciale importanza nelle società moderne, ed occorre quindi
prestare molta attenzione e saper distinguere.
Nella
fase di valutazione del rischio, la regola di maggioranza non trova e non deve
trovare applicazione: è invece determinante l’opinione della comunità
scientifica.
Questa
affermazione emerge chiaramente dal nostro ordinamento costituzionale, come
riconosciuto dalla stessa Corte costituzionale, ad esempio con la sentenza n.
116/2006.
Non
sempre il Parlamento è stato rispettoso di questa indicazione:
non lo
è stato, ad esempio, quando – nel caso Stamina – ha deciso (quasi
all’unanimità, peraltro) l’effettuazione di costose e pericolose
sperimentazioni al di fuori di qualsiasi criterio di correttezza scientifica.
Nella
fase di gestione del rischio, invece, sarebbe improprio, per gli scienziati,
pretendere di avere il monopolio del potere decisionale.
Semplicemente
perché gli scienziati non hanno, in questo ambito, il monopolio delle
competenze.
Ne
occorrono anche altre, di tipo giuridico, economico e di comunicazione del
rischio.
Ed ha
un peso anche l’orientamento della maggioranza dei cittadini.
Per la
gestione del rischio, dunque, in applicazione delle regole di una democrazia
sofisticata, l’opinione degli scienziati deve essere ascoltata con attenzione
ed ha un ruolo significativo, ma non è necessariamente quella
(democraticamente) ‘giusta’.
E non
sempre è agevole convincere di questo gli scienziati, i quali sbagliano quando
pretendono di avere il monopolio delle decisioni (anche) in tema di gestione
del rischio.
Per
esempio, valutare l’efficacia dei vaccini e gli obiettivi di copertura rientra
nella valutazione del rischio, che compete esclusivamente alla scienza.
Decidere
invece se sia più appropriata la strategia dell’obbligo o quella della
raccomandazione coinvolge prevalentemente profili di gestione del rischio, in
merito ai quali la comunità nel suo complesso deve essere coinvolta, attraverso
una politica informata e attenta.
In una
democrazia costituzionale, insomma, non sempre ‘uno vale uno’.
Dunque,
la scienza è democratica?
La
risposta corretta a questa domanda, come abbiamo visto, presuppone idee chiare
sul concetto di “democrazia”, che – nella sua versione costituzionale e non
plebiscitaria - non comporta sempre l’attribuzione alla maggioranza del potere
di decidere.
In una
democrazia costituzionale, insomma, non sempre ‘uno vale uno’. E ciò anche se
la maggioranza delle persone non fosse d’accordo.
Autoritarismo:
non lo
vediamo
arrivare?
Ilbolive.unipd.it - Anna Cortelazzo –
(30 aprile 2025) – ci dice:
Negli ultimi mesi, una battuta (amara) che si sente
sempre più spesso relativamente alle azioni del presidente Donald Trump è che
non dovrebbe utilizzare certi romanzi distopici come manuali di istruzioni, per
esempio Il racconto dell’ancella di “Margaret Atwood”.
Potrebbe
sembrare che ci si scherzi sopra, ma in realtà i segnali che la democrazia, non
solo in America, stia cominciando a tremare ci sono.
La
domanda che si pone un articolo su “The Conversation“ è se non li stiamo per
caso sottovalutando.
Mentre
la stampa viene screditata o ricattata, il potere si concentra nelle mani di
pochi e i meccanismi di controllo si indeboliscono, una democrazia può cambiare
forma senza che le persone se ne accorgano, non da un giorno all’altro, ma
gradualmente, un decreto alla volta, una rinuncia silenziosa alla volta.
Ma
perché può succedere?
Perché,
anche quando ci sono segnali chiari, i cosiddetti “red flag”, le “bandierine
rosse” — tante persone non li vedono, o li ignorano?
E,
soprattutto, è vero che i segnali sono sottostimati o magari è il contrario?
Il
paradosso della democrazia.
Per
certi versi sì, esiste il rischio concreto di sottovalutare i segnali, e questo
proprio perché nei paesi con una lunga storia democratica si è cominciato a
darla per scontata.
Le
persone che vivono in società democratiche stabili tendono a sviluppare la
convinzione che il sistema reggerà sempre.
È una
fiducia che non viene da un ragionamento razionale, ma da un’abitudine, perché
in fondo le regole del gioco sono sempre state quelle:
libertà di parola, pluralismo, separazione dei
poteri.
E se
qualcosa non funziona, ci penseranno i tribunali, la stampa, le elezioni.
Questa
sicurezza, spiegano i ricercatori che firmano l’articolo su “The Conversation”,
è una conquista preziosa, ma può diventare anche una trappola, perché ci abitua
a non vedere il rischio.
E, nel momento in cui certi segnali si
presentano davvero, il nostro cervello tende a razionalizzarli,
ridimensionarli, ignorarli.
I
“bias” non vanno in una sola direzione.
Secondo
“Michele Roccato”, professore ordinario di psicologia sociale all’università di
Torino e noto per le sue ricerche su autoritarismo e insicurezza sociale,
situazione è più sfaccettata, e se da una parte c’è chi sottovaluta il
pericolo, dall’altra c’è chi lo sopravvaluta:
“Ci sono – spiega Roccato – oltre settant’anni
di ricerche che mostrano come tutti noi, nessuno escluso, siamo soggetti a
“bias cognitivi”, scorciatoie mentali, percezioni distorte che ci aiutano a
sopravvivere in un mondo molto complesso, ma che possono anche renderci ciechi
o al contrario eccessivamente allarmati”.
Non
esistono i razionali da una parte e gli irrazionali dall’altra, insomma,
esistono esseri umani che cercano protezione, controllo, stabilità.
La
memoria storica che sta svanendo.
Uno
dei motivi per cui ci potrebbe essere il rischio di una deriva autoritaria è la
perdita di quel patrimonio che è la memoria collettiva.
Le dittature europee sono cadute da oltre 80
anni e in alcuni paesi, come gli Stati Uniti, una dittatura non c’è mai stata,
e questo ha un forte impatto sulla capacità di riconoscere i segnali di
rischio.
Quelle
esperienze traumatiche, per quanto nessuno si auguri di riviverle, per molto
tempo ci hanno protetto:
come
un vaccino, hanno prodotto degli anticorpi sociali e culturali per riconoscere
i segnali di allarme, ma, come accade con i vaccini, questi anticorpi con il
tempo svaniscono.
“Per
decenni – precisa Roccato – in Europa occidentale ha prevalso una sorta di
pregiudiziale pro democratica:
una
convinzione diffusa e condivisa che la democrazia non fosse solo il miglior
sistema possibile, ma anche l’unico moralmente accettabile.
Oggi, soprattutto nelle nuove generazioni, questa
convinzione è meno scontata”.
Roccato
ricorda una delle frasi più citate di Winston Churchill:
“La
democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme
che sono state sperimentate di volta in volta”.
Winston
Churchill.
Il
pregiudizio di normalità.
“La
distanza di ottant’anni – osserva Roccato – rende facile dimenticare la seconda
parte della frase di Churchill, quella che conta di più.”
Quando la democrazia diventa la normalità,
insomma, smette di apparire preziosa, soprattutto a chi non ha vissuto
l’alternativa.
Roccato
spiega che in psicologia cognitiva esiste un concetto chiamato” normalcy bias”,
o “pregiudizio
di normalità”, che ci porta a sottovalutare i pericoli durante un disastro, convinti
che tutto tornerà presto com’era:
succede
durante un’alluvione, un terremoto, e, in forma più sottile ma altrettanto
profonda, anche quando la crisi riguarda la democrazia.
Davanti
a una decisione controversa, a una legge che limita la libertà di stampa o
all’accentramento del potere esecutivo, tendiamo a dirci che è tutto sotto
controllo, che è qualcosa di temporaneo o una semplice eccezione senza
conseguenze.
Questa
reazione non è frutto di ingenuità, ma di un meccanismo evolutivo:
il
nostro cervello preferisce non sprecare risorse preziose (come attenzione e
preoccupazione) se non è strettamente necessario, e fa molta fatica a ragionare
a lungo termine.
L’autoritarismo
non si presenta in uniforme.
Alcuni
si aspettano che un autocrate si presenti gridando slogan estremi, ma nella
maggior parte dei casi gli autoritarismi non si impongono più con la forza, e i
leader populisti sanno come rendersi appetibili:
parlano
di ordine, efficienza, protezione, promettono di semplificare la democrazia,
non di abolirla.
Si
dicono interpreti diretti della volontà popolare e in effetti in qualche modo
lo sono.
Che la
soddisfazione democratica stia calando, anche se non in modo drammatico, è
documentato da numerose indagini:
Roccato
cita la “European Social Survey” che ci dice che nel 2002 la soddisfazione
media per la democrazia nei Paesi europei era di 5.5 su 10, mentre l’ultima
rilevazione, del 2023, segna un calo a 5.2.
In Italia si scende ancora, sotto la soglia
del 5.
Le”
red flag” potrebbero anche piacerci.
Non
sono numeri catastrofici, ma dicono qualcosa: la democrazia, per non poche persone,
non funziona come dovrebbe.
Il
titolo del paragrafo può sembrare provocatorio, ma acquista senso se si parte
da una domanda: che cosa cercano le persone quando votano per movimenti
populisti o leader carismatici?
“Il
populismo di destra – spiega Roccato – è una risposta sbagliata a una domanda
giusta: c’è una parte dell’opinione pubblica che si sente trascurata o
minacciata dal mondo contemporaneo dal punto di vista economico e culturale.
C’è
chi si sente escluso o penalizzato dalla modernizzazione e dalla
globalizzazione, chi ha perso il lavoro o teme di perderlo, chi vede svalutate
le proprie competenze e poi c’è chi percepisce la scomparsa di modi di vivere e
valori tradizionali, chi si sente “straniero a casa propria” in quartieri che
sono cambiati rapidamente, spesso in modo visibile e radicale.
Entrambe queste spinte alimentano un bisogno
profondo: quello di protezione.
Quando le istituzioni democratiche, soprattutto quelle
mainstream, non riescono a intercettare e dare risposta a questo bisogno, e
magari addirittura lo stigmatizzano, è comprensibile che le persone cerchino
altrove, anche in direzioni potenzialmente pericolose”.
Il
bisogno di controllo.
Non
c’è solo il bisogno di protezione, ma anche quello di controllo.
“È un
bisogno psicologico potentissimo – spiega Roccato — e quando sentiamo di aver
perso il controllo, com’è successo durante la pandemia per esempio, siamo
disposti ad affidarci a chiunque ci prometta di restituircelo.
Non è
un caso che durante la pandemia sia aumentata in molti Paesi la fiducia nelle
istituzioni, anche in Italia dove tradizionalmente non era così alta.
Quando
sentiamo di non avere controllo diretto sulla nostra
vita
cerchiamo un controllo compensatorio, qualcuno che prenda decisioni per noi, e quindi potremmo sentire il
desiderio di un governo tecnocratico o autoritario, guidato da esperti o da
leader forti.
È solo apparentemente contraddittorio:
la
democrazia e l’autocrazia possono rispondere allo stesso bisogno psicologico
comune agli esseri umani.
Se
davvero vogliamo capire perché una parte della popolazione non riconosce o
addirittura apprezza i segnali di una possibile regressione democratica,
dobbiamo sospendere il giudizio e chiederci quali bisogni profondi li portano a
non vederli o a vederli senza spaventarsene, perché solo da qui può partire un
vero dialogo”.
Come
ci si può tenere lontani dalla dittatura?
Una
delle piste più promettenti, secondo Roccato, è l’empatia.
Non
bastano appelli razionali, con grafici e percentuali, perché le persone
prendono decisioni in base a emozioni profonde più che a calcoli.
“Come
racconta “Damasio” nel libro “L’errore di Cartesio” – aggiunge Roccato –
pazienti con lesioni focali alla corteccia prefrontale ventro mediale, che
conservano intatte le capacità razionali ma hanno perso l'accesso alle
emozioni, prendevano decisioni controproducenti o dannose, o non riuscivano
proprio a prenderle.
Per
questo, forse, ha più effetto un racconto personale su cosa significhi vivere
sotto una dittatura che una lezione di educazione civica.
Bisogna
far capire cosa vuol dire vivere in un sistema autoritario, nella vita concreta
delle persone, non abbiamo bisogno di numeri, ma di racconti:
“La
ragione pura, senza l’ancoraggio delle emozioni, non è in grado di guidarci in
modo efficace nel mondo reale”.
Antonio
Damasio, L’errore di Cartesio
I”
bias”, è
da qui che può nascere una nuova coscienza democratica”.
Molti
dei nostri giudizi sono influenzati da bias cognitivi, che come dicevamo vanno
in entrambi i sensi.
Uno dei più noti è l’euristica della disponibilità (l’euristica è una scorciatoia
mentale): se un evento ci viene facilmente in mente, lo consideriamo più
probabile:
se non
abbiamo esperienze dirette di autoritarismo, o se la nostra rete sociale non ne
parla, non riteniamo che sia un’eventualità probabile, e quindi potremmo
sottostimare i segnali.
Un
altro “bias “frequente è l’ottimismo irrealistico, cioè la tendenza a
sovrastimare la probabilità che le cose vadano bene: d
a una
parte ci aiuta a vivere senza ansia costante, ma dall’altra può portarci a
sottovalutare i pericoli reali.
Viceversa
Roccato ci ricorda anche il “negativity bias”, cioè l’ipersensibilità alle
minacce, che è un meccanismo evolutivo che poteva salvare i nostri antenati:
se sentivano un rumore in un cespuglio, era
meglio spaventarsi per un pericolo inesistente che ignorare un pericolo reale.
Chi lo
faceva, pensando che nel cespuglio ci fosse un coniglio e non un serpente,
rischiava di morire e di non trasmettere il patrimonio genetico:
nulla
da stupirsi se come specie siamo portati a sovrastimare i rischi.
“In
entrambi i casi – sottolinea Roccato – non esiste una parte razionale e una
irrazionale della popolazione:
tutti
tendiamo a costruirci una visione del mondo coerente con le nostre esperienze,
i nostri bisogni e le nostre reti sociali e questo vale sia offline che
online”.
I
social amplificano i bias.
I
social sono ambienti progettati per confermare ciò che già crediamo, quindi
alimentano i bias delle persone.
Meccanismi
come l’esposizione selettiva portano alla costruzione di realtà separate.
“Nella vita reale – precisa Roccato – entriamo
in contatto con persone diverse da noi: i vicini, i colleghi, i genitori dei
compagni di scuola dei figli, mentre online è più facile rinforzare
continuamente la propria visione del mondo.
Anche
i giornali e le tv, salvo poche eccezioni, tendono a semplificare e
polarizzare, per ragioni commerciali: il risultato è una cittadinanza
divisa in gruppi, ciascuno convinto di essere nel giusto”.
Alla
fine, insomma, scopriremo solo a posteriori se stiamo effettivamente
sottovalutando i segnali di allarme.
Nel
frattempo, forse, nel dubbio sarà meglio prendere esempio dai nostri antenati,
e pensare al serpente e non al coniglio: potrebbe fare la differenza, anche se
magari ci stiamo preoccupando per niente.
CONCETTI
CONTRASTIVI.
Concetticontrastivi.org
– (3 Maggio 2025) - Marco Guastavigna –
ci dice:
Potere
e potenza.
Descrivere
i dispositivi digitali come prodotti sociali a prevalente impianto
capitalistico e svelarne le ambiguità in modo emancipato e con scopo
emancipante è dovere politico-culturale di una critica radicale della
"platform society", capace di decostruire mediante cortocircuiti
concettuali l'inganno tecno-liberista della "società della conoscenza
sorvegliata" e dell'estrattivismo.
Nell’era
della “Tecnologia Totale” pubblico e privato non sono più sempre separabili.
Le “Big Tech” sono ormai l’infrastruttura
dell’informazione di cui lo Stato ha bisogno per portare avanti la propria
missione originaria.
Se lo
Stato esiste ancora come forma giuridica e legale, il suo funzionamento e la
sua governance sono in fermento.
La
redistribuzione del potere e della potenza non si concretizza attraverso la
scomparsa dello Stato ma, al contrario, attraverso la comparsa di un Leviatano
a due teste:
una
economica, l’altra securitaria;
la
prima vettore di potere, la seconda vettore di potenza (tecnologica).
Il
“nuovo Leviatano” si articola intorno a tre aspetti:
i
dispositivi di potere sovrano (sicurezza e tecno sorveglianza della
popolazione), gli strumenti di proiezione di potenza e guerra, gli orientamenti
socio-economici e il ritorno di un nuovo «capitalismo politico».
Vediamo
apparire un’entità che scioglie i compartimenti stagni mentali e istituzionali
che credevamo invalicabili.
La strana creatura, un” Leviatano a due
teste”, appare sotto forma di “continuum funzionale” tra Big Tech e Big State,
i cui rapporti sono complessi, talvolta complicati, dal momento che sono
dipendenti, intrecciati, speculari.
Nell’era
della “Tecnologia Totale” pubblico e privato non sono più sempre separabili.
Le
“Big Tech” sono ormai l’infrastruttura dell’informazione di cui lo Stato ha
bisogno per portare avanti la propria missione originaria.
Se lo
Stato esiste ancora come forma giuridica e legale, il suo funzionamento e la
sua governance sono in fermento.
La redistribuzione del potere e della potenza
non si concretizza attraverso la scomparsa dello Stato ma, al contrario,
attraverso la comparsa di un Leviatano a due teste: una economica, l’altra
securitaria; la prima vettore di potere, la seconda vettore di potenza
(tecnologica).
Il “nuovo
Leviatano” si articola intorno a tre aspetti:
i
dispositivi di potere sovrano (sicurezza e tecno sorveglianza della
popolazione), gli strumenti di proiezione di potenza e guerra, gli orientamenti
socio-economici e il ritorno di un nuovo «capitalismo politico».
Vediamo
apparire un’entità che scioglie i compartimenti stagni mentali e istituzionali
che credevamo invalicabili.
La strana creatura, un “Leviatano a due teste”,
appare sotto forma di continuum funzionale tra Big Tech e Big State, i cui
rapporti sono complessi, talvolta complicati, dal momento che sono dipendenti,
intrecciati, speculari.
Così
come il concetto di “Big Tech”, anche quello di “Big State”, non dipende tanto
da criteri quantitativi (dimensione, demografia, investimenti, pil) ma
qualitativi:
la decisione politica di perseguire in modo
più o meno dichiarato il progetto di “Tecnologia Totale,” una certa attrazione
per il «braccio di ferro» e i rapporti di forza interni ed esterni.
Non si
tratta semplicemente di uno Stato o di un impero.
Può
essere l’uno o l’altro, l’uno e l’altro. (…)
Se c’è una cosa che il “Big State” ha in
comune con le “Big Tech” è il fatto di perseguire, con mezzi e strategie
proprie, il “progetto di Tecnologia Totale “per ricavarne potere (interno) e
potenza (esterna).
Le Big
Tech hanno trovato il loro alter ego, il Big State.
La
visione dello Stato attraverso il filtro della Tecnologia Totale si struttura
in cooperazione – o in concorrenza – con gli attori della Tech.
In
sintesi, Big Tech e Big State si definiscono e ridefiniscono, evolvono e mutano
in funzione l’uno dell’altro.
Non si
ibridano, entrano in simbiosi, il che è diverso.
Il Big State si distingue inoltre per un
dichiarato interventismo economico. (…) Questo è il cuore del nuovo paradigma
contemporaneo quando si tratta di tecnologia: la potenza non è il potere.
“ Big
Tech” e “Big State” si basano su tale distinzione:
la
prima cede la sua potenza al secondo, il secondo trasferisce parte del suo
potere alla prima.
Ma il
potere definitivo, quello della legge, rimane allo Stato.
La
distinzione ci riporta ancora una volta alla delicata questione della sovranità
degli Stati, ossia far rispettare la propria volontà politica all’interno dei
confini stabiliti.
Se
l’Infra Sistema non gli appartiene, lo Stato può sempre costringere i suoi
proprietari (Big Tech).
(A. Mhalla, “Tecnopolitica. Come la tecnologia ci
rende soldati”).
Harris
vs Trump: la guerra tra
gruppi
finanziari statunitensi.
Altreeconomia.it
- Alessandro Volpi — (25 Luglio 2024) – ci dice:
Scorrendo
partner e finanziatori dei due candidati alla Casa Bianca si nota la frattura
interna al capitalismo finanziario statunitense.
Da un
lato i principali player del risparmio gestito globale e della proprietà
azionaria dei grandi fondi -vicini al Partito democratico- e dall’altro chi non
vuole rimanere escluso dalla bolla e vuole metter mano alla politica monetaria.
(L’analisi
di Alessandro Volpi).
In
seguito all’annuncio del ritiro di Joe Biden dalla corsa presidenziale emerge
con sempre maggiore chiarezza uno scontro in corso all’interno del capitalismo
finanziario statunitense.
Proviamo
a sintetizzarlo e forse anche a semplificarlo.
Dopo
la scelta di “James Vance” come vicepresidente o le prese di posizione di “Elon
Musk”, sta infoltendosi la schiera dei sostenitori -e finanziatori- di Donald
Trump.
Si
tratta di soggetti riconducibili a un capitalismo che prova ad arginare lo
strapotere delle “Big Three”, dei super fondi, ormai decisamente legati ai
democratici.
Sia
Biden sia Kamala Harris hanno avuto e hanno nel loro staff figure chiave che
provengono da “BlackRock”.
Un
personaggio come “Jamie Dimon”, l’amministratore delegato di “JPMorgan”, la
banca dei super fondi, ora blandito da Trump, è stato a lungo in procinto di
essere candidato per i democratici.
Il
presidente della Federal reserve (Fed), “Jerome Powell”, con il sostegno di
“Janet Yellen”, segretario al Tesoro, ha accompagnato le strategie degli stessi
super fondi, comprando a piene mani i loro “Etf”.
Contro questa simbiosi ha preso corpo, come accennato,
una cordata di figure che vuole utilizzare il potere politico della presidenza
Trump per combattere o limitare proprio lo strapotere delle “Big Three”.
In tale sequenza compaiono alcuni “grandi
fondi hedge”, come quello di “John Paulson”, preoccupati per la progressiva
emarginazione da un “mercato” normalizzato dai super fondi, alcuni petrolieri
non legati direttamente ai colossi dell’energia in mano alle “Big Three”, come
“Timothy Dunn” e “Harold Hamm” di “Continetal resources”, ma figurano anche
miliardari di lunga tradizione come i “Mellon”, infastiditi dallo strapotere
dell’amministratore delegato di “BlackRock”, “Larry Fink”, e personaggi alla
“Bernie Marcus”, il fondatore di “Home Depot””, un colosso da 500mila occupati,
ostile al “modello fabless” delle “Big Tech” che vede affacciarsi nella sua
creatura, ceduta proprio a “Vanguard”, “BlackRock” e “State Street”.
Tra i
capitalisti di Trump ci sono poi i proprietari dei casinò, come “Steve Wynn” e “Phil
Ruffin”, spaventati dall’avanzata dei grandi fondi anche nei loro settori, e
personaggi tipici del mondo trumpiano come “Linda McMahon”, fondatrice insieme
al marito della “Wold wrestling entertainement” (Wwe).
In
estrema sintesi, la possibilità di successo di Trump ha scatenato uno scontro
duro all’interno del capitalismo americano destinato a determinare un
cambiamento nei suoi equilibri interni e a indebolirlo.
Per
comprendere ancora meglio il fenomeno è utile scorrere anche la lista dei donatori di “Kamala Harris” in cui si
trovano numerosi esponenti della finanza legata, a vario titolo, ai grandi
fondi.
Spiccano
infatti i nomi di Reid Hoffman, creatore di LinkedIn, ceduta nel 2016 a
Microsoft per 26 miliardi di dollari e, da allora, membro del consiglio di
amministrazione della stessa Microsoft, di cui, come è noto, Vanguard,
BlackRock e State Street hanno oltre il 20%.
Lo
stesso Hoffman, oggi, ha una partecipazione rilevante in Airbnb, dove le “Big
Three” sono azioniste di riferimento.
Accanto
a Hoffman figura Roger Altman, finanziere democratico di lungo corso,
collaboratore di Jimmy Carter e di Bill Clinton con ruoli molto delicati,
passato da Lehman e da Blackstone, e ora amministratore della “banca Evercore”,
di cui Vanguard possiede il 9,46%, BlackRock l’8,6% e State Street il 2,6%.
Ci
sono poi Reed Hastings, presidente di Netflix, dove Vanguard ha l’8,5%,
BlackRock il 5,7% e State Street il 3,8%, Brad Karp, a lungo legale di fiducia
di JPMorgan, Ray McGuire, presidente di Lazard Inc, in cui Vanguard è il primo
azionista con il 9,5%, seguito da BlackRock con l’8,5%, Marc Lasry,
amministratore delegato di Avenue Capital Group, l’hedge fund vicino alle “Big
Three”, e poi Frank Baker, proprietario di un private equity.
Un
posto di rilievo tra i donatori per Kamala Harris hanno anche diversi membri
della “famiglia Soros” e vari protagonisti delle principali società di
consulenza americane come Jon Henes e Ellen Goldsmith-Vein.
In
sintesi, la nuova potenziale candidata ha messo insieme una vasta cordata di
donatori che vedono nella finanza trumpiana un pericolo per il monopolio
“rasserenante” coltivato con cura dai super fondi, azionisti centrali delle
principali società dell’indice azionario S&P 500:
si
potrebbe immaginare così uno schieramento che intende difendere i principali
player del risparmio gestito globale e della proprietà azionaria dei colossi in
nome della tutela dei risparmiatori dagli scossoni generati da una vittoria
repubblicana.
Siamo
davvero di fronte allo scontro interno a un capitalismo che da un lato sta
costruendo la sua fortuna sul monopolio finanziario inteso come strumento della
riduzione del rischio per i cittadini divenuti ormai soggetti finanziari
attraverso le loro polizze, e dall’altro sta conoscendo la formazione di un
blocco destinato a indebolire tale monopolio nella speranza di non essere
escluso dalla bolla in atto e che ha bisogno della politica, a cominciare da
quella monetaria, con tassi decisamente più favorevoli, per poter contare.
Al di
là delle pur fondamentali narrazioni popolari, queste elezioni contengono una
dura guerra tra gruppi finanziari.
(Alessandro
Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze
politiche dell’Università di Pisa).
Decoupling
economico e tensioni sistemiche:
una
nuova normalità
nelle
relazioni transpacifiche.
Geopolitica.info
- Cristina Martinengo – (9 -05 -2025) – ci dice:
Mentre l’escalation di ostilità soprattutto
sul piano economico fra Stati Uniti e Cina ha raggiunto il livello di massima
tensione con l’inizio di una aperta guerra commerciale in seguito all’annuncio
di dazi voluti dall’amministrazione Trump, ci si domanda se le reali intenzioni
del presidente degli Stati Uniti fossero quelle di innescare un effettivo
disaccoppiamento fra le due economie, considerato anche il rapido tentativo di
cambio di rotta degli ultimi giorni.
Negli
ultimi anni, le relazioni economiche tra Stati Uniti e Cina hanno assunto
contorni sempre più instabili, passando da una crescente interdipendenza a una
competizione aperta che culmina oggi in una nuova stagione di guerre
commerciali.
Si manifesta
dunque l’esigenza di analizzare le radici storiche e le dinamiche recenti del
processo di decoupling economico, valutandone le implicazioni strategiche non
solo per le due potenze coinvolte, ma per l’intero sistema globale. Particolare
attenzione è rivolta al modus operandi dell’Amministrazione Trump, che tanto in
politica economica quanto in politica estera ha fatto dell’imprevedibilità e
dell’incertezza i propri tratti distintivi, contribuendo ad alimentare la
volatilità degli scenari internazionali.
Sulle
montagne russe dei rapporti economici tra Stati Uniti e Cina.
Negli
ultimi vent’anni i rapporti commerciali fra gli Stati Uniti e la Cina sono
stati altalenanti ma mai definitivamente compromessi.
Tutto è iniziato con la firma dello “US-China
Relations Act” nel 2000 approvato dall’allora presidente Clinton e con la
conseguente adesione della Cina all’”Organizzazione Mondiale del Commercio”
(OMC/WTO), in un periodo di normalizzazione e consolidazione delle relazioni
commerciali fra i due Paesi.
La
crescente interdipendenza economica diventò evidente nel 2008, quando la Cina
divenne il maggiore detentore di debito statunitense, raggiungendo i 600
miliardi di dollari.
Con un
saggio per Foreign Policy del 2011, l’allora Segretario di Stato americano
Hillary Clinton delineò un pivot degli Stati Uniti verso l’Asia, definendo la
Cina come un Paese con opportunità di investimento senza precedenti per gli
Stati Uniti, con possibilità il cui sfruttamento sarebbe stato di grande valore
per gli interessi economici e strategici americani.
“Proprio
come l’Asia è fondamentale per il futuro dell’America, un’America impegnata è
vitale per il futuro dell’Asia”, scriveva Clinton.
Come
riportato dal “Council on Foreing Relations”, le tensioni commerciali iniziano
però a farsi evidenti nel 2012, quando il deficit commerciale degli Stati Uniti
con la Cina è salito a un massimo storico di 295,5 miliardi di dollari.
Inoltre,
sempre lo stesso anno, ad aumentare le frizioni furono le restrizioni imposte
dalla Cina all’esportazione di terre rare, minerali essenziali per prodotti
come veicoli ibridi, smartphone e equipaggiamento militare tecnologicamente
avanzato, nonché settore di indiscusso dominio cinese a livello mondiale.
Dopo
il cambio della leadership cinese, una serie di frizioni geopolitiche e
l’inizio del primo mandato di Donald Trump nel 2017, i rapporti tra i due Paesi
sembravano invece stabilizzarsi tanto da spingere il Presidente statunitense an
annunciare “enormi progressi” nelle relazioni bilaterali commerciali.
Nel
2017 venne annunciato un accordo in dieci punti sull’espansione del commercio
di prodotti primari e servizi.
I rapporti raggiunsero dunque “un nuovo
massimo”, se non fosse che pochi mesi dopo la stessa Amministrazione Trump
annunciò dazi alle importazioni cinesi per 50 miliardi di dollari.
Alla
fine dello stesso anno poi la strategia di sicurezza nazionale americana
identificava esplicitamente la Cina come competitor strategico che, tramite
l’espansionismo economico, tentava di rimodellare l’ordine internazionale a
proprio vantaggio, rappresentando dunque una minaccia per gli Stati Uniti.
Nel
2018 vi fu una chiara inversione di rotta con il passaggio dalla cooperazione
alla competizione aperta o trade war, con un inasprimento delle tensioni
soprattutto da parte degli Stati Uniti che si vedevano minacciati dalle
interferenze cinesi. Da quel momento ebbe inizio la prima guerra commerciale
che si intensificò fino alla firma dell’Economic and Trade Agreement del 2019,
che segnò un lieve allentamento nell’escalation dei rapporti commerciali. Le
tensioni, non solo economiche, raggiunsero un nuovo picco negativo durante la
pandemia da Covid-19, quando venne dichiarato, tramite le parole dell’ex
Segretario di Stato Mike Pompeo, che l’era del dialogo con Pechino si era
conclusa e che da allora iniziava un nuovo approccio basato sul tentativo di
pressare la Cina affinché rispettasse le regole del commercio internazionale.
Inoltre, nel 2020 venne firmato il” Phase One
Economic and Trade Agreement” che sebbene prevedesse un aumento degli acquisti
cinesi di beni e servizi americani, lasciava in vigore la maggior parte dei
dazi imposti durante la guerra commerciale.
Il
mandato del presidente Biden iniziò con premesse durissime: la Cina
rappresentava la più grande minaccia per l’America.
Inoltre, le tensioni commerciali tra i due
paesi, per tutta la durata dell’amministrazione Biden, sono state alimentate
anche da frizioni geopolitiche e diplomatiche legate soprattutto alla
militarizzazione dell’area dell’Indo-Pacifico e alla disputa su Taiwan.
Dopo
una prima fase di tensione commerciale durante la quale l’Amministrazione Biden
ha mantenuto i dazi imposti da quella Trump con rispettive contromisure imposte
dalle aziende cinesi, il nuovo approccio alle relazioni commerciali bilaterali
è stato segnato da un incontro tra Biden e Xi del 2022, quando entrambi i
leader manifestarono l’intenzione di allentare le tensioni.
Il
percorso di graduale miglioramento delle relazioni sino-americane non fu però
privo di tensioni: nel 2022 venne infatti firmato il Chips and Science Act, che
rappresentò una risposta strategica per contrastare l’ascesa tecnologica della
Cina e un tentativo di ridurre la dipendenza statunitense dalla produzione
cinese.
Lo
stesso anno la firma dell’”Inflation Reduction Act” ebbe una serie di effetti
indiretti sulla produzione cinese, aumentando la competitività della filiera
energetica statunitense e tentando di diminuire la dipendenza economica di
Washington da Pechino.
Alla
fine del 2024 però, sebbene le relazioni commerciali tra i due Paesi non
potessero definirsi buone, erano evidentemente migliorate.
Inoltre,
fino alla fine e per tutta la durata del mandato di Biden, la postura
statunitense nei confronti della Cina è rimasta definita e strutturata nella
Grand China Strategy.
I pilastri di questa politica erano quelli di
investire in patria, allinearsi con gli alleati e soprattutto competere con la
Cina per mantenere un ordine internazionale basato su regole condivise.
L’obiettivo era quello di plasmare l’ambiente
strategico intorno a Pechino, piuttosto che tentare di cambiarne direttamente
il comportamento.
Una
nuova guerra commerciale e il decoupling
Il
primo giorno di una nuova guerra commerciale, già piena di colpi di scena, è
stato battezzato dal Presidente Trump come il “Liberation Day”, ovvero il
momento d’inizio per la rinascita dell’industria americana e per rivendicare il
destino del Paese.
Il
giorno della liberazione ha segnato l’inizio di quello che in economia viene
chiamato decoupling, che indica un forte indebolimento o la fine
dell’interdipendenza economica fra due Paesi, in questo caso Cina e Stati
Uniti. Oltre alla competitività, negli ultimi anni le Amministrazioni americane
hanno cercato da un lato di enfatizzare il potenziale della Cina come partner
commerciale, dall’altro hanno cercato di rispettare la logica dello “small
yard, high fence”, imponendo rigide restrizioni a un numero limitato di
tecnologie con un significativo potenziale militare, mantenendo però i normali
scambi economici in altre settori.
Questo approccio tendenzialmente ottimista,
però, sembrerebbe del tutto svanito.
La
prima guerra commerciale lanciata da Trump nel 2018 non è riuscita a eliminare
del tutto la dipendenza degli Stati Uniti dalla produzione manifatturiera
cinese.
Sebbene
le due maggiori economie mondiali abbiano spesso faticato ad andare d’accordo,
l’idea dominante fino ad oggi è stata quella di rimanere partner commerciali,
in quanto più vantaggioso dell’essere nemici.
Al
contrario, i recenti aumenti tariffari introdotti nel mese di aprile 2025 hanno
fatto salire le imposte sulla maggior parte dei beni cinesi fino al 145%, con
il rischio concreto di compromettere in modo significativo il commercio
bilaterale tra le due potenze.
Non
solo, anche le imposte su altri Paesi vanno a ledere significativamente le
esportazioni cinesi verso Paesi terzi che a loro volta spediscono le loro merci
negli Stati Uniti.
I
rischi di una guerra commerciale per l’economia mondiale e il cambio di rotta
di Trump.
Gli
Stati Uniti e la Cina sono le due maggiori economie del mondo e lo stato delle
loro relazioni commerciali ha conseguenze, oltre che per entrambi i Paesi, per
l’economia globale tutta.
I
potenziali rischi legati agli effetti della guerra commerciale iniziata da
Trump, non solo contro la Cina, sono stati riassunti dall’ultimo rapporto dell’”Organizzazione
Mondiale del Commercio”.
Nel
report, sotto la voce “trade concerns” si fa riferimento a come le tariffe
imposte dagli Stati Uniti danneggeranno le economie di tutto il mondo e
costringeranno a un ridimensionamento delle stime di crescita globali. Secondo
le nuove stime dell’OMC, il commercio globale totale si contrarrà dello 0,2%
rispetto a una crescita prevista del 2,7% senza i dazi.
La
crescita della produzione mondiale è prevista al 2,2%, con un incremento dello
0,6% inferiore rispetto ad un ipotetico scenario senza dazi. Inoltre, le scelte
intraprese dall’amministrazione Trump non solo hanno allontanato la possibilità
di raggiungere gli obiettivi economici sperati, ma hanno portato l’economia
statunitense sull’orlo di una seria crisi, in soli cento giorni.
Tra
gli obiettivi dichiarati vi era soprattutto quello di ridurre l’inflazione, ma
diversi economisti si aspettano che la strategia commerciale di Trump non farà
che aumentarla.
Trump aveva poi promesso più crescita, la
riduzione del debito pubblico e di migliorare la bilancia commerciale, tutti
obiettivi difficilmente raggiungibili con le attuali politiche tariffarie, che
avranno potenzialmente effetti opposti a quelli sperati.
Tra le aspettative di crescita globali
ridimensionate, l’alta probabilità di un aumento dell’inflazione e l’assenza di
una strategia economica sistematizzata, Trump ha quindi allontanato
considerevolmente il sogno di un’America grande e di una nuova età dell’oro.
Il
possibile cambiamento di rotta rispetto a posizioni così radicali non si è
fatto attendere.
Trump ha infatti paventato una possibile
inversione di tendenza nella sua guerra commerciale con la Cina anche per la
continua volatilità del mercato, affermando che le elevate tariffe sui prodotti
cinesi caleranno “sostanzialmente”, anche se non verranno azzerate.
Anche il segretario al Tesoro “Scott Bessent”
aveva anticipato che la rottura netta o il disaccoppiamento tra le due economie
non sarebbero stati sostenibili nel lungo periodo.
L’imprevedibilità
delle azioni di Trump, anche nell’ambito della politica commerciale, è il
tratto distintivo in questa fase del suo secondo mandato.
Nella
sua politica commerciale, Trump ha ripreso il nazionalismo economico di matrice
mckinleyana, impiegando nei suoi recenti annunci sui dazi reciproci una
retorica che richiama quella utilizzata dal presidente William McKinley a fine
Ottocento.
La
ragione per cui sono stati applicati dazi così elevati non è tuttavia chiara,
dato che la Casa Bianca non ha mai delineato una linea narrativa esplicita e
univoca sugli obiettivi finali di Trump riguardo alla sua politica economica.
Le
continue oscillazioni del Presidente, culminate nel tentativo di ridimensionare
l’escalation con la Cina durante uno degli ultimi interventi pubblici,
contribuiscono a rendere particolarmente difficile comprendere quali siano
realmente le sue intenzioni.
C’è
quindi molta attesa per la fine della pausa di novanta giorni sulle imposte
decisa da Trump.
Si fa
sempre più remota la possibilità che una volta terminata la pausa Trump decida
di mantenere il prezzo della guerra commerciale così alto o che imponga dazi
reciproci ad altri Paesi, ovvero che agisca allo stesso modo di quanto fatto
con la Cina fino ad ora.
La
decisione di sospendere i dazi ad altri Paesi ha dato un sollievo immediato ed
evidente ai mercati, con un rialzo delle azioni e dei future sulle materie
prime.
Le stesse dichiarazioni riguardo alla
possibile svolta ha avuto un immediato effetto positivo sul mercato.
Però, come spiegato da “Joe Brusuelas”,
economista capo di RSM US, il rischio che l’economia americana entri in
recessione non è scomparso, data la quantità di shock simultanei che ha
assorbito.
Inoltre,
non è al momento evidente come possa agire la Cina, che non ha ancora fatto
marcia indietro come avrebbe voluto Trump, ma ha risposto con la stessa moneta.
La
guerra commerciale di Trump fa
più danni agli Stati Uniti che agli
altri
Paesi: l’impatto sul mercato
e l'incertezza economica.
Ilsole24ore.com
– (20 aprile 2025) - Servizio JPMorgan
– Redazione – ci dice:
L'aggressiva
politica commerciale di Trump sta avendo conseguenze negative sull'economia
statunitense, con un impatto maggiore rispetto agli altri Paesi coinvolti nella
guerra commerciale.
(Una
testa di “bobble” raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che
si siede su una scrivania al New York Stock Exchange).
«Il
mercato è convinto che la guerra commerciale faccia più danni agli Stati Uniti
che agli altri Paesi. Questo perché gli Usa hanno maggiormente beneficiato
della globalizzazione: una decrescita dei commerci globali ha dunque qui
l’impatto maggiore.
Il
mercato era entrato nel 2025 con un grande ottimismo sugli Stati Uniti: a
inizio anno si prevedeva una crescita economica robusta e una crescita degli
utili a due cifre, mentre ora i profitti 2025 sono attesi con un progresso
compreso tra lo zero e il 5% e l’economia è stimata a zero crescita».
“George
Gatch”, amministratore delegato di “Jp Morgan Asset Management”, parla
dall’alto di una lunga esperienza sui mercati e dal pulpito di uno dei maggiori
gruppi di gestione del risparmio al mondo.
Non
può che prendere atto del fatto che i primi mesi del 2025 hanno radicalmente
cambiato lo scenario globale e - soprattutto - quello degli Stati Uniti.
Che il
mercato la pensi così è evidente dall’andamento di tutte le asset class: quelle
statunitensi soffrono più di altre.
Ma il
concetto non è intuitivo: la guerra commerciale dovrebbe far male più ai Paesi
esportatori, a partire da Cina ed Europa...
Sì, ma
l’Europa sta reagendo e si sta focalizzando più sulla crescita economica
domestica.
Per esempio con il piano di riarmo.
Invece
gli Stati Uniti stanno soffrendo, perché sono stati i grandi beneficiari della
globalizzazione.
I dazi possono avere negli Stati Uniti un
impatto maggiore sul fronte dell’inflazione.
È
questo che ha fatto risalire i rendimenti dei titoli di Stato Usa.
I
rendimenti sono saliti però violentemente nei giorni scorsi anche per una crisi
di fiducia, per le vendite forzate di hedge fund e (impossibile saperlo) forse
della Cina.
Crede che quello dei Treasury sia il vero
punto debole di Trump e degli Stati Uniti? In fondo lui ha fatto parziale
retromarcia sui dazi in concomitanza del rialzo dei rendimenti...
No,
non credo.
Il
mercato dei Treasury Usa è il più profondo e forte al mondo.
Abbiamo
visto molto stress nei giorni scorsi, ma non dimentichiamo che i rendimenti
sono ora più bassi che a inizio anno.
Non
bisogna mai scordare una cosa: la pressione del mercato azionario si può
trasmettere a quello dei titoli di Stato e a quello dei bond aziendali.
Questo
si è visto in entrambi i settori. Ma ora che i rendimenti sono saliti, entrambi
i mercati offrono buone opportunità per gli investitori.
Crede
che gli Stati Uniti finiranno in recessione?
A mio
avviso le probabilità sono 50 e 50. È molto difficile prevederlo.
Le
conseguenze economiche
della politica di Trump.
Cittanuova.it – (13 Marzo 2025) - Benedetto
Gui – ci dice:
La
politica commerciale aggressiva del presidente Usa, anche nei confronti dei
Paesi europei, si basa su una narrazione errata della realtà con effetti
negativi per gli stessi Stati Uniti.
Le grandi sfide dell’economia mondiale si
possono affrontare solo attraverso la collaborazione.
Il
presidente degli Usa è Donald Trump.
Il
titolo di questo articolo, che richiama quello di un famoso saggio di “John
Maynard Keynes” del 1919, ricorre in varie forme in questi giorni sulla stampa
di tutto il mondo, segno dell’inquietudine per le sorprendenti mosse del
neo-presidente USA Donald Trump in fatto di dazi commerciali:
un
susseguirsi di dichiarazioni, minacce, decisioni, rinvii…
Alla
base c’è il gigantesco deficit commerciale degli Stati Uniti, che prosegue
ininterrotto da trent’anni e ha superato i 1.000 miliardi di dollari all’anno.
Trump
si è impegnato a cambiare drasticamente le cose, “riportando a casa” attività
produttive che in passato venivano svolte in gran parte all’interno del Paese e
fornivano milioni di posti di lavoro relativamente ben pagati, soprattutto nel
Midwest (pensiamo all’industria automobilistica).
Nella
sua interpretazione, questi posti di lavoro sarebbero stati slealmente “rubati”
da Cina, Messico, Canada… e dall’Unione Europea, che sarebbe stata creata non
per evitare ulteriori guerre nel Continente, ma per “fregare” commercialmente
gli Stati Uniti.
Non
saprei dire se il nuovo inquilino della Casa Bianca pensi veramente che le cose
stiano così, o se così le descriva – proponendosi come risolutore del problema
– per guadagnarsi i voti delle fasce di cittadini più colpiti dalla grande
trasformazione dell’economia americana degli ultimi decenni.
È vero
che l’Unione Europea fa pagare sulle auto importate dazi più alti rispetto a
quelli applicati negli Stati Uniti (ma non dimentichiamo che lì sono più alti
quelli sui SUV e i pick-up).
È
anche vero che, soprattutto in certe fasi, grandi esportatori verso gli USA
come Giappone e Cina hanno mantenuto le loro valute ad un livello
artificialmente basso per essere più competitivi.
Ed è
pure vero che il più grande esportatore europeo verso gli USA, la Germania, è
stata sempre molto cauta in fatto di finanza pubblica, con la conseguenza di
mantenere sotto tono la spesa complessiva del Paese, e quindi anche le sue
importazioni da oltre Atlantico.
Tuttavia,
lo squilibrio commerciale americano è dovuto solo in parte al comportamento dei
Paesi partner.
Esso è causato anche dall’altissima
propensione al consumo (piuttosto che al risparmio) delle famiglie americane:
se il
risparmio nazionale americano non fosse, di conseguenza, un modesto 17% del
Prodotto Interno Lordo, ma raggiungesse il 21% italiano (non dico il 26%
tedesco), ciò basterebbe per far sparire del tutto l’eccesso di importazioni.
Ancora,
se il sistema finanziario a stelle e strisce non attirasse fiumi di miliardi
dai risparmiatori e dagli operatori finanziari di tutto il mondo, la quotazione
del dollaro sarebbe più bassa e così le merci americane diventerebbero più
competitive.
Come a
dire che il deficit commerciale si potrebbe curare disincentivando questo
afflusso di capitali, senza bisogno di innescare guerre commerciali con i
propri alleati, ma certo questo non piacerebbe alla grande finanza.
Quali
allora le conseguenze economiche della politica di Trump?
Difficile dirlo.
Per
tentare di orientarsi occorre prima di tutto distinguere in quale prospettiva
temporale ci mettiamo.
Butto
lì una risposta azzardata.
Nel
lungo periodo, l’atteggiamento di Trump finirà per danneggiare gli Stati Uniti,
la cui posizione di preminenza è stata sostenuta anche dai sentimenti (sì,
sentimenti) di fiducia, considerazione, riconoscenza e rispetto di una parte
importante del resto del mondo.
Non
escluderei, invece, che la prepotenza di Trump possa forzare dei cambiamenti
favorevoli all’economia americana nel medio periodo, diciamo entro le elezioni
di parte del parlamento USA del novembre 2026.
Quelli
che si iniziano già a vedere, invece, sono gli effetti di breve periodo.
Negli
spregiudicati affari immobiliari che hanno arricchito “the Donald” l’alternarsi
di affermazioni ora aggressive e ora concilianti perché l’altro firmi impatta
solo sul morale e sulle finanze delle sfortunate controparti.
Ma nel
complesso contesto dell’economia mondiale ogni parola di un importante attore
politico influisce sugli orientamenti di milioni e milioni di attori economici.
Le troppe parole di Trump stanno accrescendo l’incertezza di chi si trova a
decidere se acquistare, investire, assumere… sulla base di aspettative che
fanno presto a diventare più pessimistiche.
Se ne
è già avuto un assaggio nella caduta delle borse.
Se ne sta preparando un altro a riguardo
dell’occupazione, che è destinata a soffrire per la maggior cautela con cui si
muoveranno le imprese.
Rendendosene conto, Trump ha già messo le mani
avanti dicendo che, sì, nell’immediato potrebbe esserci un rallentamento
dell’attività economica (in linguaggio tecnico, una recessione), ma ha
rassicurato gli elettori che poi gli effetti saranno positivi.
Le
relazioni economiche uniscono elementi di cooperazione ed elementi di
conflitto.
Il
timore è che la svolta che sta dando la nuova amministrazione americana acuisca
ed esasperi i secondi.
Non è
di questo che l’economia mondiale ha bisogno, perché le grandi sfide che ci
attendono (la povertà estrema, la salute del pianeta, …) sono sempre lì, anche
se ultimamente poco se ne parla, e per affrontarle avremo bisogno prima di
tutto di molto spirito di collaborazione.
Il
duello tra Cina e America è tra
due
ideologie che non
riconoscono
più la stessa realtà.
Linkiesta.it
– (19 aprile 2025) – Redazione – ci dice:
La
crisi tra Washington e Pechino è solo l’ultimo atto di un confronto strutturale
che mette in discussione le regole su cui si è costruita l’economia globale.
Quella
tra Cina e Stati Uniti non è soltanto una guerra commerciale, ma il riflesso di
un conflitto ideologico profondo.
Da una
parte, l’espressione viscerale di un’America ferita, nostalgica e muscolare,
che cerca nel protezionismo una scorciatoia per riaffermare il proprio primato.
Dall’altra, una Cina tutt’altro che perfetta,
attraversata da contraddizioni strutturali e sempre in bilico tra controllo e
instabilità, che progetta il futuro con l’ansia di chi teme il crollo interno
più della pressione esterna.
L’aumento
dei dazi al centoquarantacinque per cento deciso da Donald Trump sui beni
cinesi è un gesto simbolico, pensato per stanare la tradizionale
imperturbabilità cinese.
In
economia Pechino non si muove come una barca a vela, ma come una petroliera:
ci
mette una vita a virare, ma poi tiene quella posizione per molto tempo.
La reazione cinese è stata come al solito
fredda, anche se questa volta più radicale del solito perché nella sua immagine
pubblica, “Xi Jinping” non può tollerare compromessi con l’Occidente percepiti
internamente come sottomissioni.
Due
ideologie si fronteggiano, ma non si parlano.
Da una
parte c’è il “Make America Great Again”, la promessa trumpiana di un ritorno a
un passato mitico di potenza industriale e supremazia incontestata.
Dall’altra
c’è il grande rinnovamento della nazione cinese, annunciato da “Xi Jinping” nel
2012 sui gradini del Museo nazionale, come una restaurazione legittima dopo il
cosiddetto secolo delle umiliazioni.
“ Xi
“lo ha definito «il più grande sogno della nazione cinese nella storia
moderna».
Non è un semplice slogan:
è una
dottrina che fonde sviluppo economico, orgoglio nazionale e disciplina sociale
in un unico progetto.
È un
patto implicito tra Partito e popolo, che non può essere infranto senza che
crolli la narrazione stessa del potere.
Ogni
passo compiuto dalla Cina negli ultimi anni — dalle restrizioni all’export
strategico alle contro-tariffe — risponde a quel disegno originario.
Ed è proprio questa struttura ideologica,
rigida e totalizzante, a rendere inefficace qualsiasi trattativa in stile
trumpiano, costruita su show da piazzista, pressioni e colpi di teatro.
Quando
la posta in gioco è identitaria, ogni concessione diventa una sconfitta. Quando
la diplomazia si costruisce su emozioni contrapposte — intimidazione da un
lato, disciplina dall’altro — la possibilità di un terreno comune evapora.
Secondo
“Stephen Roach”, ex presidente di “Morgan Stanley Asia”, «il conflitto nasce da
due visioni politiche inconciliabili».
Come
scrive in un approfondimento per il “Financial Times”, Trump usa dazi e minacce
come strumenti di intimidazione e spettacolo, mentre “Xi “adotta una strategia
fredda e calcolata, fondata su un’idea organica di rinascita nazionale.
La risposta cinese non arriva mai per vie
spettacolari:
nessun
comizio, nessun tweet, solo misure calibrate, spesso annunciate in modo sobrio
e burocratico, come la recente contro-tariffa apparsa in una nota del Ministero
delle Finanze.
Negli
ultimi giorni, Pechino ha intensificato gli sforzi per evitare che altre
economie si schierino con Washington.
Il
ministro del commercio cinese ha avviato colloqui con l’”Unione Europea”, ha
parlato con Giappone e Corea del Sud, mentre “Xi” è volato personalmente in
Vietnam e Malesia per proporre un’alleanza contro quello che definisce
«bullismo unilaterale».
A
Kuala Lumpur ha invitato i Paesi del Sud-Est a «respingere la disconnessione,
l’interruzione delle catene di fornitura e l’abuso dei dazi».
Come spiega il “New York Times”, si tratta di una vera
offensiva diplomatica, con cui la Cina cerca di evitare che la pressione
americana si traduca in un “effetto domino di isolamento”.
Ma il
messaggio non attecchisce ovunque.
L’Europa continua a esprimere preoccupazione
per il dumping industriale cinese, e ha smentito qualsiasi convergenza
esplicita contro Washington.
L’Australia
ha respinto al mittente l’invito dell’ambasciatore cinese a «unirsi contro le
pressioni americane».
In
Vietnam, nonostante l’accoglienza calorosa, la leadership ha firmato solo un
generico comunicato contro «l’egemonismo e la politica di potenza», lasciando
intendere che il vero destinatario potrebbe essere proprio Pechino, con cui
Hanoi ha contenziosi territoriali aperti nel Mar Cinese Meridionale.
Dietro
ogni gesto di conciliazione c’è una minaccia latente.
Pechino ha già colpito con dazi punitivi il
Canada, e il messaggio vale per tutti:
chi si
schiera con Washington rischia ritorsioni economiche.
Come
sottolinea il blog ufficiale “Yuyuan Tantian”, «se qualcuno userà gli interessi
cinesi come pegno di fedeltà verso gli Stati Uniti, la Cina non sarà mai
d’accordo».
Allo
stesso tempo, il margine per una diplomazia multilaterale si restringe.
Ogni
Paese è costretto a scegliere, o almeno a fingere di non farlo.
Le
charm offensive cinese appaiono meno affascinanti di quanto auspicato, e le
ambiguità strategiche si fanno sempre più difficili da sostenere.
Nel
frattempo, Trump punta su pressioni rapide e accordi bilaterali lampo.
Anche il Vietnam, per evitare una
penalizzazione tariffaria del quarantasei per cento, ha inviato a Washington
una delegazione negoziale e promesso di reprimere le frodi commerciali legate
all’uso di merci cinesi mascherate.
Ma
Trump ha liquidato tutto dicendo che l’incontro tra “Xi” e “To Lam” era
probabilmente finalizzato a «fregare l’America».
Più
che di diplomazia, si tratta ormai di una recita brutale dove le comparse
cambiano, ma il copione è sempre lo stesso.
In
questo scenario, la vera sfida non è commerciale ma strutturale.
Ogni passo, ogni dazio, ogni dichiarazione va
letta come parte di una strategia più ampia: l’erosione dell’architettura
economica globale fondata sull’interdipendenza.
Non si
tratta solo di difendere il mercato interno o correggere squilibri, ma di
affermare un nuovo ordine.
La Cina vuole dimostrare di non essere
isolabile.
Gli
Stati Uniti vogliono evitare di essere superati.
Ma in
questo braccio di ferro tra due visioni del mondo, la parte mancante è una
terza forza capace di ristabilire un linguaggio comune.
Finché
non emergerà, ogni nuova crisi sarà solo un’eco della precedente.
Tecnologia
e ideologia:
il nuovo modello di “IA” cinese.
Treccani.it
- Lisa Guerra – (21 giugno 2024) – ci dice:
Nell’era
in cui (IA) sta ridefinendo le scelte politiche, diplomatiche e militari
globali, Pechino è determinata a non restare indietro.
La
strategia portata avanti dalla Cina, un perfetto esempio di come l’IA possa
essere abilmente integrata nei meccanismi di potere, offre uno spunto
affascinante su come un regime possa sfruttare la tecnologia per consolidare il
proprio dominio.
È in questo contesto che si colloca la recente
introduzione di un modello linguistico dedicato all’educazione sulla
cybersecurity, noto in Cina come “Xue Xi”.
Questa
IA mira a istruire sulle corrette pratiche di sicurezza informatica, ma
l’aspetto peculiare è che il suo algoritmo è stato allenato anche sul pensiero
politico del presidente” Xi Jinping”.
Il modello si delinea così come un punto
d’incontro tra tecnologia e ideologia, rappresentando sia uno strumento per
“studiare” che per “studiare Xi”, simboleggiando in questo modo il doppio
significato del nome cinese.
E non è il primo strumento digitale adottato
dal Partito Comunista Cinese (PCC) per questo scopo.
Il
modello “Xue Xi”, presentato dalla “Cybersecurity Administration of China”
(CAC), è stato addestrato su sette database, tra cui sei dedicati alle
tecnologie dell’informazione fornite dalla CAC e il settimo centrato sul
Pensiero di “Xi Jinping”. Questa filosofia politica, con i suoi 14 principi che
promuovono il “socialismo con
caratteristiche
cinesi”, include obiettivi come il rafforzamento della sicurezza nazionale e il
potere assoluto del Partito comunista cinese.
Secondo la CAC, “Xue Xi” offre linee guida e
corsi di formazione on-line sulla sicurezza informatica, può generare schemi su
diversi argomenti, oltre a redigere rapporti, riassumere informazioni e fornire
traduzioni in cinese o inglese. Progettato principalmente per uso interno al
governo, il modello “Xue Xi “non rappresenta solo un avanzamento significativo
in campo di sicurezza informatica, ma è anche coerente con gli ambiziosi piani
della Cina di dominare lo scenario globale nel campo dell’intelligenza artificiale
entro il 2030 e superare la competizione statunitense.
Infatti,
se è vero che i giganti tecnologici come Alibaba e Baidu hanno già lanciato i
loro modelli di IA in lingua cinese simili a ChatGPT per uso pubblico e
commerciale, questi sono soggetti a rigide regole di censura, il che significa
che tendono ad essere più limitati nella loro capacità di rispondere a domande
delicate dal punto di vista politico.
In
Cina, la distinzione tra Stato e Partito non è netta, specialmente dopo che nel
2018 è stato inserito nella Costituzione.
Dalla
sua fondazione nel 1921, il PCC porta avanti sforzi massicci per consolidare
tra i cittadini una linea di pensiero comune approvata dal Partito, e da alcuni
decenni lo fa anche sfruttando le molteplici possibilità delle nuove
tecnologie.
Sebbene
l’annuncio dell’uscita del modello di IA abbia suscitato reazioni contrastanti
in Occidente, “Xue Xi” non rappresenta una novità assoluta:
nel
2019 è stata lanciata un’altra applicazione governativa, “Xue Xi Qiang Guo”
(“studiare la potente nazione”), tutt’ora una delle app più scaricate in Cina e
progettata esclusivamente per diffondere e promuovere l’ideologia del
presidente Xi con testi, quiz e giochi educativi volti a testare le conoscenze
dell’utente.
Questo
non ci dovrebbe stupire: nel 2021, il Pensiero di Xi Jinping è stato integrato
anche nel sistema educativo cinese, con corsi obbligatori sull’argomento.
Il modello “Xue Xi” rappresenta solo uno dei
tanti esempi dell’approccio cinese all’intelligenza artificiale:
anziché
spingere i confini dell’innovazione, Pechino cerca di modellare le tecnologie
di IA per adattarle ai propri obiettivi politici.
In altre parole, si sfruttano le tecnologie
esistenti per rafforzare il controllo del PCC e monitorare i flussi di
informazione.
Secondo
le normative del Partito, le applicazioni di intelligenza artificiale destinate
all’uso pubblico devono essere registrate e approvate dalla CAC.
Questo
implica la divulgazione dei dataset utilizzati e i risultati dei test condotti.
Tutte misure finalizzate a garantire che lo sviluppo dell’IA sia conforme agli
obiettivi statali, mantenendo un controllo rigoroso sul flusso di informazioni.
Questo
approccio riflette una certezza condivisa dai vertici del governo: non è
indispensabile che una tecnologia sia rivoluzionaria, l’importante è che venga
utilizzata in modo efficace.
Questo
uso strategico dell’intelligenza artificiale ha acceso un profondo dibattito
etico in tutto il globo.
Numerosi critici hanno sollevato
preoccupazioni riguardo ai potenziali impatti negativi.
Per
esempio, l’integrazione dell’intelligenza artificiale in settori cruciali
dell’economia cinese, come le biotecnologie e la sicurezza nazionale, oppure la
possibile esportazione di questo modello di governance in altri Paesi a stampo
autoritario.
ùNon
si parla solo di un esercizio di potere tecnologico, ma di un mezzo efficace
per plasmare e rafforzare le narrazioni volute da un governo.
Il
dibattito sull’eticità di questa strategia solleva anche un altro quesito
fondamentale:
dovrebbe
la tecnologia essere neutrale dal punto di vista dei valori?
Se è vero che, in un contesto di informazione
controllata da un governo, il “rischio di bias” è significativo, in molti
dubitano anche che un punto di vista possa davvero raggiungere una neutralità
assoluta.
Questo dibattito non è destinato a concludersi
presto.
Mentre
il mondo si interroga sui possibili impatti dell’evoluzione dell’IA, sarebbe
essenziale continuare a tenere in considerazione gli aspetti etici e
collettivi, di modo che i principi di trasparenza, responsabilità e diritti
umani vengano sempre rispettati.
“Trump
Interrompe i Contatti
con Netanyahu”: lo Scontro
Dietro
le Quinte.
Conoscenzealconfine.it
– (11 Maggio 2025) - Roberto Vivaldelli - ci dice:
Il
rapporto tra i due leaders si sarebbe incrinato a tal punto che Trump avrebbe interrotto
i contatti diretti con il primo ministro israeliano.
La
totale mancanza di volontà, da parte del premier Benjamin Netanyahu, di voler
porre fine alla crisi in Medio Oriente e nella Striscia di Gaza o comunque
sedersi attorno a un tavolo per discutere una nuova tregua, avrebbe spazientito
il presidente Usa, Donald Trump, che secondo quanto riportato da diverse
indiscrezioni apparse sui media israeliani e statunitensi, avrebbe addirittura
posto fine alle comunicazioni dirette con “Bibi”.
Un
retroscena che ci racconta, ancora una volta, di quanto il rapporto tra Trump e
Bibi, da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca, sia meno solido e roseo
di quanto si pensi, nonostante il supporto incondizionato che gli Stati Uniti
hanno fornito a Israele in termini diplomatici e di assistenza militare (sia
con Biden che con “The Donald”, va detto).
Trump
Taglia i Contatti con Netanyahu.
Il
rapporto tra i due leaders si sarebbe incrinato a tal punto che, secondo quanto
riportato dal corrispondente di Radio dell’Esercito Israeliano,” Yanir Cozin”,
Trump avrebbe interrotto i contatti diretti con il primo ministro israeliano.
La decisione deriva dalla convinzione di Trump
che Netanyahu lo stia manipolando:
a
peggiorare la situazione, il comportamento, giudicato “poco costruttivo”
dall’amministrazione Usa, del “ministro israeliano per gli Affari Strategici”,
“Ron Dermer”.
“Non
c’è nulla che Trump odi di più dell’essere dipinto come qualcuno che viene
manipolato” afferma una fonte a conoscenza degli attriti tra Trump e Bibi.
Gli
Stati Uniti, inoltre, sono insoddisfatti del comportamento del governo
Netanyahu, che si è rivelato incapace di presentare piani concreti su questioni
regionali cruciali, come l’Iran e gli Houthi dello Yemen.
“
Cozin” ha evidenziato che il governo israeliano non è riuscito a proporre una
strategia chiara per Gaza, alimentando ulteriormente il malcontento di Trump.
Pressioni
su Israele per “Firmare la Tregua” con Hamas.
“Haaretz”
riporta che l’amministrazione Trump sta esercitando una forte pressione su
Israele affinché raggiunga un accordo con Hamas prima della visita regionale
del presidente, prevista per il 13 maggio 2025.
Gli Stati Uniti hanno avvertito Israele che,
in caso di mancata collaborazione con gli sforzi americani per un accordo,
potrebbe ritrovarsi isolato.
“Steve
Witkoff”, inviato speciale della Casa Bianca, avrebbe detto alle famiglie degli
ostaggi che la pressione militare mette a rischio i prigionieri e che Trump è
determinato a perseguire un importante accordo con l’Arabia Saudita, con o
senza il coinvolgimento di Israele.
Un
alto funzionario della sicurezza israeliana ha dichiarato che un’eventuale
espansione delle operazioni a Gaza sarà posticipata fino al termine della
visita di Trump e verrà avviata solo in caso di fallimento delle negoziazioni
per gli ostaggi, con piani per un’azione di grande forza.
La
strada per un accordo, tuttavia, appare in salita.
Secondo il quotidiano in lingua ebraica” Israel
Hayom”, che cita due fonti vicine al presidente, Trump è deluso da Netanyahu.
In
conversazioni a porte chiuse, il presidente ha dichiarato di voler perseguire i
suoi obiettivi in Medio Oriente senza attendere Israele.
Trump
ha capito che senza la guerra il destino di Netanyahu è segnato ma, dal canto
suo, deve necessariamente incassare un successo diplomatico viste le grandi
difficoltà riscontrate nei negoziati sulla guerra in Ucraina.
(Articolo
di Roberto Vivaldelli).
(it.insideover.com/politica/trump-interrompe-i-contatti-con-netanyahu-lo-scontro-dietro-le-quinte.html).
Governare
la potenza delle “Big Tech”
,
prima che sia troppo tardi:
i rischi del “Wild Web.”
Agendadigiale.eu
– (9 -settembre – 2024) - Emiliano Mandrone – ci dice:
Digitale
e democrazia.
L’approccio
deregolamentato delle Big Tech americane ricorda il Far West: tanto spazio,
poche leggi.
La
concentrazione economica genera potere politico, minacciando la qualità
democratica.
Urge
regolamentare il potere tecnologico, includendo hardware e software nel
contratto sociale, per evitare che l’economia domini la politica e tutelare i
cittadini dalla perdita di sovranità.
Big
tech.
L’approccio
degli americani con il Web è stato lo stesso tenuto col West: tanto spazio e
poche leggi.
La
storia la scrivono i vincitori, anche nelle guerre finanziarie e tecnologiche:
chi ce
l’ha fatta ha ragione.
Dietro
questo equivoco si nasconde ancora l’idea che il fine giustifichi i mezzi,
ignorando principi, valori e diritti conquistati nel tempo, derubricati a
esitazioni e scrupoli morali.
Così
si riafferma il primato (di fatto) dell’economia sulla politica che porta a
confondere leadership e consenso.
Indice
degli argomenti:
Governare
la potenza delle imprese tecnologiche
Tecno-regolamentazione:
le norme dettate dalle big tech.
Contratti
digitali e cessione di sovranità.
I
rischi della democrazia eterodiretta influenzata dai social.
I
rischi dei monopoli digitali.
Conclusioni.
Governare
la potenza delle imprese tecnologiche.
Il
binomio “fortuna economica – consenso politico” sta diventando sempre più
ricorrente mettendo in discussione la qualità delle democrazie.
Quando
la concentrazione economica è così grande produce un potere politico rilevante,
che non può essere lasciato ad una élite di miliardari eccentrici.
La potenza delle imprese tecnologiche è
iperbolica e va governata prima che superi il punto di non ritorno.
Le
istituzioni, dunque, devono collocare pure l’hardware e il software nel
perimetro del contratto sociale, come tutti gli altri poteri.
La
natura dell’impresa digitale – apparentemente intangibile – ha sorpreso
istituzioni novecentesche pensate per la manifattura, l’industria e il
commercio, aggirando un caposaldo del libero mercato come la concorrenza.
L’antitrust
fu pensato ben 110 anni fa per smembrare la flotta di petroliere di “Rockefeller”,
egemone a livello mondiale.
Una
concentrazione non dissimile da quella delle odierne big-tech (Google,
Microsoft, Meta, X … Amazon o Apple).
È più facile vedere le petroliere che i
server?
Sempre
più numerose e frequenti sono le intromissioni nella politica, le prese di
posizioni, gli anatemi o le minacce che fanno questi tycoon.
Come latifondisti che gestiscono il loro
spazio di influenza non come proprietari ma più come veri e propri governatori
di quell’ambiente.
Insomma,
i “tiranni digitali “(Mandrone, 2022) fanno quello che vogliono, fagocitano gli oppositori e
infondono paura, soprattutto in chi gli è vicino.
Non
contemplano la discussione, non hanno bisogno di consenso e si sentono
infallibili.
Poco
gli importa delle conseguenze dei loro capricci sui paesi e le persone.
“Tecno-regolamentazione”:
le norme dettate dalle” big tech”.
Si è
parlato spesso di fuga dal diritto, cioè della ricerca sistematica di rapporti
che eludono gli ordinamenti degli Stati sovrani per sfuggire alle loro
prescrizioni (tassazione, sicurezza, remunerazione, normativa) ma, oggi, forse
bisognerebbe aggiungere la “tecno-regolamentazione”, ovvero quella patina di
para-normativa imposta dalle grandi imprese e dalle piattaforme per utilizzarle
ma senza un mandato popolare.
Di fatto, ulteriore codice ma senza alcuna
legittimazione democratica è stato redatto per regolare la “dimensione digitale”.
Contratti
digitali e cessione di sovranità.
I “contratti
che stipuliamo” – distrattamente – sul web creano continuamente sovrastrutture
che hanno un impatto reale e forte sulla vita delle persone. Curvando il
diritto dei singoli ambiti e paesi ad una pletora di precisazioni e indicazioni
pervasive e sempre più tecniche.
Sono
spacciate per politiche aziendali, strategie commerciali, adesioni volontarie,
regole di comunità, pensate affinché l’utente, da ovunque digiti, aderisca ad
un sistema di riferimento solidale ad un set certo valoriale, salvo cedere
progressivamente parti sempre maggiori della propria sovranità.
La
parte più insidiosa della questione è l’idea che ogni volta, ognuno di noi,
dovrebbe leggere patti e accordi per accedere ai servizi, magari sempre gli
stessi: dai social ai media, dalle piattaforme pubbliche (scuola, sanità fisco,
anagrafe, ecc.) a quelle private (banche, assicurazioni, servizi, utenze,
ecc.).
Questo
escamotage è una resa dell’ordinamento nazionale e comunitario che, invece,
dovrebbe tutelare e circoscrivere le azioni unilaterali di questi soggetti per
i cittadini, per quelli che non sono in grado di comprendere le implicazioni di
certe scelte.
I
rischi della “democrazia eterodiretta” influenzata dai social.
Inoltre,
lo strapotere dei social-media corrompe la meccanica democratica poiché la loro
influenza (se
non manipolazione o, in certi casi, propaganda) non consente al cittadino comune una
lettura corretta e una valutazione adeguata delle questioni (sempre più complesse) riducendo il suo voto a una liturgia
laica
(sempre meno partecipata).
Siamo
passati dalla “democrazia diretta” alla “democrazia eterodiretta”, senza
neanche accorgercene.
I
legislatori riponevano grande fiducia nella capacità della scuola pubblica, e
quindi di un livello di istruzione medio, la realizzazione degli auspici, dei
diritti e delle prerogative democratiche.
Ciò è sempre meno vero, con la conseguenza di
una partecipazione sempre meno consapevole.
Chi
usa un computer deve essere tutelato dalla legge e dalle istituzioni locali
come chi usa guida una automobile o compra una maglietta, indipendentemente da
dove è prodotta.
Non è
possibile delegare ai singoli cittadini la tutela della propria privacy e dei
propri dati.
È una posizione asimmetrica, in cui il “cittadino-web
user” è la parte debole.
Abbiamo
progressivamente perso quote di potere in cambio delle briciole di quei cookies
che si premurano continuamente di farci autenticare.
Ma chi
gli ha dato l’autorità per farlo?
Perché
surrettiziamente le garanzie analogiche ci sono state sottratte nel piano
digitale?
Prima
che sia troppo tardi, è il momento di frenare lo strapotere delle grandi
aziende tecnologiche e dei suoi proprietari.
Principi,
regole e limiti vanno negoziati preliminarmente.
Dobbiamo
essere informati (noi o i nostri rappresentanti) per valutarne le implicazioni.
Ma,
soprattutto, dovrebbero essere i player a uniformarsi alle nostre regole (europee) non chiedere di aderire, per parti o
per l’intero, a norme d’oltreoceano.
Quale
altro prodotto o servizio accettereste di sottoscrivere sapendo che è regolato
da leggi diverse da quelle del vostro Paese o che sono decise (e possono cambiare) unilateralmente?
I
rischi dei monopoli digitali.
Forse
si è aperta una breccia in questo muro.
Un
giudice federale degli Stati Uniti ha condannato “Alphabet”, la società
proprietaria di Google, per aver agito con lo scopo di mantenere un monopolio
nella ricerca online.
È
accusato di aver consolidato illegalmente il suo predominio, in parte, pagando
ad altre aziende, come “Apple” e “Samsung”, miliardi di dollari all’anno (nella sentenza si parla di più di 26
miliardi di dollari nel solo 2021) per gestire le ricerche sui loro smartphone e browser
web. Google controlla il 90% delle ricerche online: una posizione totalmente
dominante, non concessa a nessuna azienda in nessun settore. I giudici
affermano quello che già tutti sapevamo: “Google è un monopolista”.
Il
monopolista, la storia ce lo insegna, agisce come un predatore al vertice della
catena alimentare, guidato dall’istinto, senza alcun timore, lasciando solo gli
scarti della sua preda agli avvoltoi.
Il mercato, senza un regolatore pubblico efficace,
torna allo stato di natura, “homo homini lupus”.
Conclusioni.
Questa
gara verso il successo ha fatto correre tanti rischi ma ha alimentato
tantissimo il progresso tecnologico.
Dai
garage in cui scrivere programmi o assemblare componenti fino alle big-tech,
tanti hanno partecipato alla corsa all’oro digitale.
La competizione tecnologica esasperata, però,
ha i suoi costi: qualcuno vince, molti perdono.
Parafrasando “Sergio Leone”; quando un uomo
con un computer nuovo incontra uno con un computer vecchio, quello con il computer vecchio è un
uomo morto.
La
rottura tra “Stati” e “big tech”
non è
mai stata così forte.
Wired.it
- Andrea Monti - L'editoriale – (09.09.2024) – ci dice:
I
governi sono sempre più invadenti nelle politiche sul digitale, per controbilanciare
la facilità con cui le aziende tecnologiche hanno preso il predominio
Un
esempio: Elon Musk e il logo di “X”.
Il 20
agosto 2024 la corte suprema brasiliana blocca l’accesso a “X”, qualche giorno
dopo “Binance”, l’exchange di criptovalute, blocca alcuni account palestinesi
in odore di terrorismo, il 24 agosto 2024 viene arrestato in Francia l'ad e
fondatore di Telegram, ”Pavel Durov “con l’accusa di complicità (consistente
nel non avere cooperato con la magistratura) in una serie di reati che vanno
dalla pedopornografia al riciclaggio, e di importazione illegale di
crittografia, il 27 agosto 2024 i media riportano la notizia che “Mark
Zuckerberg “ ”riconosce che Meta”, nel 2021, ha censurato post di utenti su
pressioni dell’amministrazione americana (anche se il fatto era già noto,
tanto da avere dato origine negli Stati Uniti la una causa decisa in modo molto
discutibile).
Prima
ancora, il 21 agosto, “Icann”, “Arin” e “Apnic” (tre importanti organizzazioni
che gestiscono la internet governance) hanno denunciato l’esclusione della tech
community dal “Global Digital Compact”, il progetto dell’Onu per definire un
insieme di regole comuni per un “futuro digitale” sicuro;
mentre nel 2022 fu la volta del progetto
“Dns4Eu” (un resolver pubblico finanziato dalla UE) ad attirare gli strali
della comunità che governa di fatto (perché questo è il punto) la “Big Internet
la quale comunità”, nello stesso anno, ha esercitato anche un ruolo attivo e
autonomo nel conflitto russo-ucraino.
Nel
2019 un “executive order” del presidente Trump bloccò, per un certo periodo,
l’accesso dal Venezuela alle piattaforme di “Adobe” e nel 2015 “Apple” rifiutò
di cooperare con il “FBI” per ottenere l’accesso a degli” iPhone” usati nella
“strage di San Bernardino”.
La
lista che documenta la complessa interazione fra poteri pubblici e privati
potrebbe continuare a lungo, ma questo elenco è sufficiente per argomentare la
tesi di questo articolo:
gli Stati (da soli o tramite organizzazioni
a-nazionali come l’Onu o la Ur) stanno cercando di riprendere il controllo su
ambiti, come quello della sicurezza e della sovranità tecnologica, che sono
stati colonizzati nel corso del tempo da “Big Tech” grazie anche
all’appropriazione dei “diritti digitali”;
ma così facendo li hanno elevati al rango di
interlocutori dello stesso livello e dunque con loro devono negoziare invece di
imporre.
Accade
che a “Wired Next Fest 2024” Milano, Giovanni Ziccardi e Carola Frediani
raccontano l'evoluzione delle “minacce cibernetiche”.
Che
uno Stato intervenga per regolare il mercato, in sé, non è un fatto nuovo:
la
fortissima tradizione antitrust statunitense ha sempre fatto da contrappeso
rispetto alla massa critica raggiunta da aziende “troppo cresciute” come nel
caso storico del “break up” della” Standard Oil”, il gigante petrolifero e, più
recentemente in quello che vide protagonista la Microsoft nell’era della
“guerra dei browser”.
Anche
la “Ue”, ma con azioni tattiche e non strategiche, ha da tempo avviato
un’azione di contenimento di “Big Tech”, per esempio con l’inutile
provvedimento sui caricabatterie o il regolamento sui servizi digitali.
Analogamente,
è del tutto ragionevole che uno Stato possa voler prendere il controllo sulla
governance della rete in termini di definizione degli standard tecnologici e
gestione di IP e nomi a dominio, dopo avere per decenni adottato una politica
del” laisser faire” ma non è detto che questo sia desiderabile, facile e,
soprattutto, possibile.
Tuttavia,
l’elemento di novità che caratterizza gli ultimi anni e in particolare
l’accelerazione delle ultime settimane del rapporto fra “Big Tech”, “free
internet” e “poteri statali” è la fine dell’illusione in base alla quale gli
Stati mantengono un ruolo di preminenza rispetto alle multinazionali della
tecnologia che, mentre lo Stato si è fatto impresa, sono, al contrario, esse
diventate Stato.
Certo,
uno “Stato sovrano” può ancora ordinare l’arresto di un manager per non avere
cooperato con le richieste della magistratura, o disporre il blocco
dell’accesso a una determinata piattaforma.
Nello
stesso tempo, però,” Big Tech e internet governance” interloquiscono da pari a
pari e svolgono un ruolo ineliminabile nell’esercizio di poteri che, un tempo,
spettavano solo allo Stato.
Il
caso paradigmatico è il “regolamento europeo su servizi digitali” che,
formalmente, detta regole ferree sui doveri delle “Vlop”, le” very large online
platform”, ma che nei fatti delega loro il potere di decidere cosa sia lecito,
cosa non lo sia e cosa sia “inappropriato” senza che un giudice possa avere
voce in capitolo.
Analogamente,
sono gli operatori di accesso e gli internet provider ad essere stati delegati
a detenere informazioni (i log di accesso) che sono indispensabili per le
attività giudiziarie e a gestire infrastrutture (per esempio i Dns) per attuare
provvedimenti delle autorità, come nel caso della legge “anti pezzotto”.
Infine,
sono i “grandi cloud provider “a controllare l’interruttore che, in qualsiasi
momento, potrebbe disattivare l’accesso di istituzioni, aziende e cittadini a
servizi indispensabili per vivere e lavorare, oltre che a decidere gli standard
tecnologici sulla base dei quali deve funzionare la rete.
È
chiaro che per orientarsi in uno scenario come questo si dovrebbe partire dalla
presa d’atto che la “regolamentazione tecnologica” è oramai condizionata da un
multipolarismo prima di fatto e ora anche di diritto, che, per quanto possa sembrare
paradossale, ricorda quello medievale dove i centri di potere non erano
unicamente nelle mani dei sovrani.
Il
caso dell’”intelligenza artificiale”, a prescindere dalle componenti
speculativo-finanziarie, è l’ennesima dimostrazione della correttezza di questa
tesi, almeno per quanto riguarda il mondo occidentale:
persino
aziende “neonate”, senza storia e tradizione industriale, grazie “alla
superiorità tecnologica” possono arrivare in fretta al punto di rappresentare
un interlocutore del quale nessun soggetto politico può pensare di fare a meno.
Perlomeno,
dalle nostre parti.
Cittadini-soldati
contro “Big Tech”:
l’intervista
ad “Asma Mhalla.”
Addebitore.it
– (16-3 – 2025) - intervista ad Asma Mhalla a cura di Paolo Giordano su “La
Lettura del Corriere della Sera” – ci dice:
Tecnopolitica
è il libro sul tempo accelerato che stiamo vivendo.
Sulla relazione perversa fra tecnologie
digitali e Stati sempre più autoritari, fra libera espressione e
condizionamento delle menti.
Asma
Mhalla lo ha pensato e scritto molti mesi prima della rielezione di Donald
Trump, prima della discesa in politica di Elon Musk.
Ma il
suo saggio, letto adesso, è come un manuale di sopravvivenza cognitiva.
La
sera prima che incontrassi Mhalla a Parigi, Emmanuel Macron ha parlato alla
nazione.
Ha
usato toni da guerra imminente:
la
minaccia russa, la necessità di un riarmo rapido e massiccio, l’ombrello
nucleare francese.
La
guerra è anche dentro Tecnopolitica.
Nel
sottotitolo, “Come la tecnologia ci rende soldati,” la parola «soldati» non è
da intendersi in senso metaforico.
Asma
Mhalla sa che siamo in guerra, e da molto più tempo di quanto immaginiamo.
Ma la guerra di cui parla non coincide
esattamente con quella di Macron, con la sua «ossessione russa».
È una
guerra più subdola ed elusiva eppure totalizzante.
Non
c’è nulla di nuovo in quello che sta succedendo.
Nulla
di nuovo nel discorso di Macron.
Nulla
di nuovo nelle azioni di Trump e Musk.
Era
già tutto qui, disponibile per chiunque.
Ma i
politici europei sono stati a lungo ciechi.
E
codardi. E incapaci.
Il
paradosso di Trump è di essere un grande mentitore ma, con le sue menzogne, di
dire anche delle verità.
Ci sta
costringendo a cambiare prospettiva.
Forse
capiremo una volta per tutte che in Europa siamo soli, che la Nato e la
protezione degli Stati Uniti erano una narrazione fasulla.
Che
siamo, invece, completamente dipendenti dalla tecnologia americana, e in parte
da quella cinese.
Lo shock di Trump non viene dalla novità che
porta, ma dal trovarsi per la prima volta di fronte alla realtà.
Come
gli uomini di Platone fuori dalla caverna.
“Asma
Mhalla” si è trasferita da Tunisi a Parigi a diciotto anni.
Con
mezzi economici minimi. Ora, a quaranta, è docente a Sciences Po.
Le
chiedo se crescere lontano da qui le abbia dato uno sguardo laterale
sull’Europa, e in quale senso.
Nel
senso che io non sono europea.
Non
c’ero quando l’Europa veniva pensata in un certo modo, ero a Tunisi. La mia
storia è quella di un Paese colonizzato. I valori occidentali, che dovevano
renderci umani, come se noi non lo fossimo, avevano una carica molto violenta
visti da lì.
La
fatica di essere araba in questo momento storico è qualcosa che Mhalla non
nasconde, anzi:
al
tavolino dello” Hibou” indossa un berretto con la scritta «WHAT A TIME TO BE AN
ARAB!».
Come
adulta vivo in Francia però, in Europa. È una mia scelta.
Anche
se vado e vengo dai due universi.
Pochi
giorni fa ero a Tunisi e ho avuto delle lunghe conversazioni con mio fratello.
Siamo cresciuti insieme, nella stessa casa, con la stessa educazione, ma la
nostra visione del mondo oggi è molto diversa.
È
stato “Michel Foucault” a dire che non ci sono le verità, ci sono solo “regimi
di verità”.
E
certe narrazioni che qui consideriamo “alternative”, che talvolta sono
infiltrate dalla Russia e dalla Cina, godono nel mondo arabo di una
considerazione più ampia.
Per
esempio sul passato coloniale e sul ruolo della Francia nelle Primavere arabe.
Io vivo quasi in una dissociazione.
Ma ho un punto fermo, ed è la libertà. Non la
democrazia, non chi ha ragione e chi ha torto. Ma la libertà individuale. Il
diritto di esprimersi senza temere conseguenze.
Non la
democrazia in sé e per sé quindi?
La
democrazia è solo il quadro di riferimento che abbiamo costruito attorno alle
libertà civili.
Ma
dobbiamo cominciare a immaginare qualcosa di diverso.
Nella
seconda parte di Tecnopolitica “Asma Mhalla” lo fa.
Osa
immaginare una forma di democrazia alternativa, più adatta all’intreccio
micidiale di tecnologia e spinte autoritarie.
Ma io voglio tornare in Tunisia, alle
Primavere arabe:
il
momento in cui proprio le tecnologie da cui oggi siamo minacciati, Facebook
nello specifico, avevano offerto una via di libertà.
Forse è stato il picco di speranza legato ai social
media?
Il
picco della speranza e la sua fine.
A quel
tempo circolava un’idea molto interessante: quella del giornalismo cittadino,
dal basso.
Le persone comuni filmavano e postavano ciò di
cui erano testimoni.
I
social media erano diventati una forma di empowerment.
Più di
dieci anni dopo Musk ricicla quella idea stravolgendola:
rende “X”
una piattaforma di democrazia diretta, ma ne fa un’arma.
La comunità ideologizzata di “X” controlla
tutto quello che scrivi, quello che pensi.
È il contrario esatto della promessa di
libertà iniziale della rete.
Ho
iniziato a leggere “Tecnopolitica” il giorno in cui “Mark Zuckerberg” ha
annunciato la fine del fact-checking su “Meta”.
Chiedo
a Mhalla se il controllo della verità fattuale non sia destinato all’estinzione.
Il “fact-checking”
sui social media non è efficiente e non convince davvero le persone a
riconsiderare le loro idee.
Ma resta essenziale da un punto di vista
identitario, politico, per affermare che siamo ancora delle democrazie.
Perché
senza il “concetto di verità”, la democrazia non può esistere.
Sarebbe
utile, a questo punto, stilare un lessico minimo della «tecnopolitica» di Asma
Mhalla:
i «simulacri», la differenza tra potere e
potenza, la singolarità militare… tutti nomi del mondo che abitiamo.
Ma
occorrerebbe troppo tempo, dovremmo ripercorrere per intero la densità del
libro.
Mi
limito a chiederle di definire la «Tecnologia Totale».
Ci
sono molte ideologie in circolazione: di destra, di sinistra, il woke , il
Maga… La Tecnologia Totale si colloca a un livello superiore a tutte.
Non
riguarda l’essere a favore o contro qualcosa ma l’avere i mezzi tecnologici per
ottenere il controllo assoluto.
Sulla
politica, sulla geopolitica, sulle nostre vite, sui nostri cervelli.
Ormai
da tempo i giganti del tech non sono solo attori economici.
Sono
attori ideologici.
E gli
algoritmi non sono soltanto intrisi di pregiudizi.
Sono costruiti deliberatamente secondo un
disegno ideologico.
Va
ammesso che i progressisti sono caduti nella fascinazione di queste tecnologie
molto prima della destra che ora ne beneficia…
E le
usano ancora!
La
sinistra europea non aveva capito che i giganti del tech sono anche attori
politici.
Quando
l’ha capito ha iniziato a cambiare idea.
Ma le
misure intraprese sono deboli e non vanno nella giusta direzione.
Perché
il problema non è l’etica di cui si discute in Europa:
come
costruire i dataset e gli algoritmi, tutto l’insieme di norme che il Parlamento
discute… È un approccio infantile.
Il
vero punto è a monte, è lo stato giuridico dei giganti del tech, che sono tutti
privati.
Musk
ha il diritto di manipolare l’algoritmo di X come vuole, perché è suo!
Ma non
puoi essere un player privato quando possiedi dei servizi pubblici di tale
entità e importanza.
Non ha alcun senso.
Quindi
da dove passa la via di salvezza dell’Europa?
Ci
salviamo solo se siamo disposti a perdere molto.
Perdere
anzitutto accesso alle tecnologie. E non intendo solo i social media. Intendo i
cavi sottomarini, i satelliti, la sorveglianza, tutto quello che non vediamo ma
è essenziale per la nostra economia.
E poi perdere condivisione di dati, perdere
strumenti militari, perdere potere geopolitico…».
Mhalla ironizza sull’Italia: «Voi non avete
problemi però. Con Musk vi si aprono tante belle opportunità…
E come
singoli cittadini o singoli utenti cosa possiamo fare?
In
Francia, ma anche negli Stati Uniti, c’è stato questo dibattito stupido sulla
necessità di uscire da X.
È vero che il social è diventato quello che è,
un ricettacolo di estrema destra.
Puoi
immaginare cosa significa esprimersi su X per una donna con un nome come Asma…
un incubo, soprattutto qui.
Ma
uscire da X non è più la soluzione da molto tempo.
Perché X è una sorgente primaria di
informazioni.
E
perché lo usano i politici stessi, lo usano Macron e Meloni.
Che
usciamo tu e io non cambia nulla.
X è un
pezzo di una sovrastruttura geopolitica più ampia, che va capita. E verso la
quale occorre essere molto più audaci di così.
Qualche
ora più tardi, in un incontro pubblico al cinema “Mk2 di Odéon”, una «rassegna
stampa partecipativa», Asma Mhalla completerà il ragionamento davanti a una
sala piena: esiste, tuttavia, un modo efficace per colpire l’impero di Musk
come consumatori, ma non passa da X.
Passa
dall’attacco al nucleo del suo patrimonio, ovvero “Tesla”.
In “Tecnopolitica
“compaiono anche altre ricette, pratiche, dalle più astratte alle più semplici.
Per
esempio: far trascorrere cinque secondi prima di condividere qualsiasi
contenuto social, dando tempo al “Sistema 2 “del nostro pensiero – quello
«lento», analitico – di attivarsi e contrastare il “Sistema 1”, puramente
emozionale.
Il
rumore costante dei media è il primo ostacolo da superare.
Trump
va velocissimo, così i media rinunciano ad analizzare.
Commentano
e basta. Corrono dietro agli eventi.
Perciò
bisogna fare un passo di lato:
limitare
l’informazione, selezionarla moltissimo.
Io non ascolto più la radio e non guardo la
tv.
Non
leggo più molti giornali.
Seguo
solo “Bbc”, “New York Times” e “Guardian”, perché sono fonti primarie, vicine
ai centri di potere, almeno per ciò che riguarda la politica americana e il
tech.
E Fox
News, perché bisogna sapere cosa accade in quella narrazione mainstream .
Insomma,
la guerra è nel nostro cervello quindi va combattuta nel nostro cervello.
Anni
fa, nel gergo militare, si parlava di “psy ops”, operazioni psicologiche.
Le “psy
ops” fanno parte della guerra ibrida in cui siamo tutti coinvolti.
Come
accademici, intellettuali, scrittori abbiamo il dovere di riconoscere queste
forme di manipolazione e di offrire un dibattito pubblico alternativo.
Questo
mix di realtà e iperrealtà, dopotutto, è “matière vivante” , materia viva,
plastica.
Possiamo
modellarla. Non siamo condannati.
Nel
libro Mhalla propone una terza figura «Big» per controbilanciare la connivenza
pericolosissima tra “Big Tech” e “Big State: la nascita del “Big Citizen”.
Il Big
Citizen è un cittadino che ha capito di essere un soldato.
Un
soldato che combatte in una guerra ibrida, invisibile ma costante.
Perché
tutte le tecnologie con cui abbiamo a che fare sono duali (ovvero hanno un uso
civile esplicito e uno, nascosto, militare).
Questo
ad esempio è uno smartphone ma è anche un’arma. Lo è per design.
C’è
stato un momento specifico in cui hai realizzato la dualità delle tecnologie
che tutti usiamo?
La
guerra in Ucraina è stata la svolta nel mio lavoro accademico.
La
guerra informativa si è riversata nel dibattito pubblico.
D’un
tratto erano tutti preoccupati della manipolazione dei social media da parte
della Russia e della Cina.
Nelle
prime settimane la guerra vista da X sembrava un videogame.
L’Ucraina
stessa ha fatto “psy ops” :
ti
ricordi i video della Tour Eiffel bombardata?
Servivano
a suscitare la nostra paura.
La
prima guerra televisiva è stata l’Iraq, ma l’Ucraina è stata la prima guerra
dei social media.
E poi, dopo qualche settimana, ci siamo abituati.
E
questo abituarsi è l’altro grosso ostacolo alla nostra libertà.
Ma
forse dovremmo considerare una libertà fondamentale anche quella di non farsi
coinvolgere?
Gli
americani sembrano rivendicarla.
L’aspetto
molto interessante della guerra informativa è che, anche se ne sei consapevole,
perfino se è l’oggetto del tuo studio come nel mio caso, sei comunque soggetto
alla sua azione.
All’atmosfera
che crea.
Ti
senti ugualmente stanco e malato, infettato dai dubbi.
Hai la
stessa tentazione di dire: ora basta, vaffanculo.
Il
nostro sistema cognitivo è elementare.
Nel frattempo, però, il mondo reale che hai
attorno scompare sempre di più.
L'era
delle “Big” e la
“piccola
chiesa” al loro traino.
Lanuovabq.it
– (28_03_2021) – Tommaso Scandroglio – ci dice:
Viviamo
nell’era dei “Big”. Big Pharma, Big Tech, Big Media, Big lobby il cui tratto
caratteristico è il potere concentrato in poche mani con capacità di influenza
dei pensieri e delle condotte a livello mondiale.
Anche la Chiesa sarebbe una “Big,” ma va al
loro traino.
The”
Big Age”. A guardar bene il nostro mondo, potremmo dire che viviamo nell’era
dei Big.
Le
prime «Big» che oggi ci vengono in mente sono le Big Pharma, ossia i colossi
farmaceutici.
Ma poi
vi sono le Big Tech tra cui Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, riunite
nell’acronimo Gafam.
Altri
«Big» sono le società finanziarie e le società di rating.
A
seguire si possono citare le “Big Media”, i giganti dell’informazione a livello
mondiale.
Oppure
le lobby”: ambientaliste, femministe, LGBT, etc.
Anche
in Italia abbiamo i nostri «Big», seppur in formato ridotto: pensiamo alle
procure, ad esempio.
Qual è
la carta d’identità delle Big?
Il
tratto caratteristico è il potere, un potere concentrato in poche mani - un’oligarchia – mani che spesso si stringono tra
loro (noi non possiamo farlo, ma loro sì).
Ma
cosa significa «potere» in questo caso?
Vuol dire capacità di influenza nei pensieri e
quindi nelle condotte a livello mondiale (o nazionale).
Alcuni
esempi molto intuitivi.
La narrazione del Covid elaborata dai media è
a senso unico e il tasto su cui si batte maggiormente è la paura.
La
paura condiziona le masse ad agire in un certo modo:
massima
attenzione ai dispositivi di protezione individuale, adeguamento prono alle
direttive del governo, disponibilità a cambiare le proprie abitudini di vita
per un lungo periodo, etc.
Le Big
Pharma hanno imposto ai governi di mezzo mondo il vaccino come unica scialuppa
di salvataggio per uscire dalla pandemia.
Tale
decisione ha avuto ovviamente ricadute enormi sulla vita di miliardi di
persone, se solo pensiamo agli infiniti lockdown che i cittadini hanno dovuto
subire nell’attesa dell’avvento della fiala magica.
Le Big
Tech, è fatto noto, anche prima del Covid hanno plasmato non solo le abitudini
di vita – pc, internet, social e shop on line in questo senso sono stati
rivoluzionari – ma ancor prima hanno plasmato la forma mentis almeno degli
abitanti del mondo occidentale.
Gli
esempi potrebbero continuare a lungo.
Poniamoci
ora un’altra domanda:
in che
modo i Big disegnano scenari sociali di dimensioni planetarie modellandoli
secondo i loro desiderata?
Tramite la tecnica.
I Big
sono la realizzazione più compiuta ed efficiente della tecnocrazia.
Per
tecnica, in questo caso, vogliamo intendere il possesso di alcune competenze –
gli anglofoni userebbero il termine “skills” – strumentali ad imprimere un
certo orientamento al corso degli eventi.
Parliamo
di competenze tecniche, di strumenti di lavoro sofisticatissimi,
efficientissimi.
Solo
un’abilità tecnica di grande spessore può arrivare a produrre vaccini
anti-Covid nel giro di un anno, anche tenendo in conto che questi vaccini,
rispetto ai vaccini del passato, sono meno affidabili.
Solo uno sviluppo tecnologico assai avanzato
permette di costruire piattaforme così performanti come quelle di Google,
Facebook, Amazon.
Solo l’attento studio delle tecniche di
persuasione di massa può convincere mezzo mondo, per bocca di un’adolescente,
che la priorità globale sia lo scioglimento dei ghiacciai.
In
breve, i mezzi in possesso dei Big sono altrettanto «big».
Ma la
tecnica è nulla senza le idee.
Vuol
dire che per diventare uno dei pochi Big Brothers in circolazione non basta
avere talento tecnico – saper fare le cose molto bene - occorre anche una
visione degli eventi, una vision che deve orientare le capacità tecniche.
Ossia è indispensabile possedere la capacità
di immaginare scenari mondiali innovativi ma realizzabili, nuovi universi,
nuove esistenze, nuovi stili di vita.
Occorrono
quindi idee, sogni, prospettive che in realtà poi diventano inferni sulla
Terra.
Ora
l’unione di tecnica e immaginazione può muovere enormi capitali e permettere
così ad un “nerd,” che lavorava da mattina a sera nel garage della sua
abitazione, di far lavorare un intero pianeta secondo gli obiettivi da lui
prefissati.
Superfluo
dire che i piani mondiali dei Big non sono i piani di Dio.
La
Chiesa è in potenza anche lei una Big, perché l’unica agenzia di fondazione
divina voluta per la salvezza degli uomini.
Anche
gli altri Big offrono apparentemente la salvezza – dalla morte (Big Pharma),
dalla povertà (società finanziarie), dall’ignoranza (Big Media), dall’anonimato
(è il segreto dei social), dalla mancanza di senso (le lobby ambientaliste
fanno anche questo) – ma poi uno si ritrova con le manette ai polsi:
si
propone la libertà da, ma poi ci si ritrova schiavi di…
La
Chiesa invece per vocazione è una Big che avrebbe tutte le carte in regola per
orientare il destino del mondo.
Le sue tecnologie sono i sacramenti, la sua
vision è la felicità eterna.
E poi
ha una diffusione capillare e moltissimi uomini al suo servizio (spesso
impreparati).
Ma da
Big è diventata, perché a rimorchio delle altre Big, molto «little», una specie
di ibrido tra una Ong e un network tra varie realtà – religioni, governi,
organizzazioni – che dà vita ad iniziative di corto cabotaggio che portano
acqua ai grandi mulini dei colossi prima menzionati, un ibrido meramente
funzionale agli scopi perseguiti da questi ultimi.
La
Chiesa sta appassendo all’ombra dei veri Big.
Imbrigliare
le “Big tech” non è saggio.
“Carfagna”
racconta perché
l’”AI
Act” è ormai superato.
Formiche.net - Barbara Carfagna – (5-2-2025) –
ci dice:
Trump
ha dalla sua le big tech, non perché possa o voglia imbrigliarle o inglobarle
come fa la Cina, ma perché le “libera” dai vincoli in cambio di un appoggio
incondizionato.
L’Ue è un bacino di dati a cui le big tech non
possono permettersi di rinunciare ma neanche accetteranno in modo indolore le
tante regole imposte dal Vecchio continente.
L’analisi
di Barbara Carfagna, giornalista Tg1 e conduttrice di “Codice”, Rai.
Donald
Trump ha revocato l’ordine esecutivo del 2023 di Joe Biden che rimetteva lo
Stato in controllo dell’intelligenza artificiale chiedendo, tra l’altro, ai
creatori di sistemi di IA di condividere i risultati dei test di sicurezza con
il governo prima di rendere pubblici i loro prodotti.
Tuttavia
a crescere è la leadership personale del presidente degli Usa sui produttori di
IA, che fanno a gara per aderire alla sua linea. Nasce così Stargate: il più
grande annuncio di investimento in infrastrutture di intelligenza artificiale
finora.
500
miliardi di dollari che arriveranno dai privati che aderiscono al disegno Maga
di Trump.
Nel
mondo fisico 200 nazioni controllano il territorio. Nel cloud poche corporation
americane hanno il monopolio ovunque, tranne in Cina e Russia. Da un lato si
parla di monopoli fisici della forza, con governi che vogliono rafforzare il
controllo di economia e politica attraverso il potenziamento dei confini
nazionali; dall’altro di monopoli digitali dei dati che controllano anche la
creazione di una forma di intelligenza artificiale (quella generativa) in grado
di ridisegnare il mondo a una velocità impressionante.
Come se non bastasse, gli anarco-capitalisti
del bitcoin, grazie a Trump, accrescono il loro potere mentre lavorano per una
distribuzione decentralizzata del valore.
La
moneta digitale nasce nel 2008 per distruggere il potere delle banche centrali.
Per questo la Cina l’ha bannata tenendo per sé l’enorme potere che deriva
dall’unione governo-big tech.
Ora
Trump ha dalla sua le big tech, non perché possa o voglia imbrigliarle o
inglobarle come fa la Cina, ma perché le “libera” dai vincoli in cambio di un
appoggio incondizionato;
in più accentra anche il potere che deriva dal
bitcoin, puntando a fare degli Stati Uniti la potenza che ne possiede di più.
Avanza
anche in Europa (terreno di conquista) il disegno delle piattaforme tech e dei
loro guru di creare rapporti sempre più disintermediati con ogni singolo
cittadino in ogni parte del mondo.
La politica tradizionale va sempre più in
crisi.
I grandi player del tech fanno accordi
sottobanco con i leader delle singole nazioni Ue.
Elon
Musk appoggia le destre europee, non perché creda nei nazionalismi (crede,
appunto, nella disintermediazione piattaforma-cittadino), ma perché meglio
recepiscono la sua leadership, che in patria comincia ad avere temibili
concorrenti: tutti i ceo delle big tech che si fanno la guerra tra loro e che
hanno saltato il fosso, allineandosi fisicamente dietro Trump per l’”election
day.
L’Europa
sarà il terreno di scontro, costretta ad allinearsi nella corsa a realizzare
infrastrutture di intelligenza artificiale in un contesto in cui nulla lascia
sperare che recupererà in tempo per riuscire a realizzare sistemi propri che
siano incisivi. L’Ue è un bacino di dati a cui le big tech non possono
permettersi di rinunciare ma neanche accetteranno in modo indolore le tante
regole imposte dal Vecchio continente.
La
partita del regolatorio sui dati è invece cruciale per tutelare valori e
diritti fondamentali sanciti dalla Carta europea.
È d’obbligo però chiedersi: in questo scenario
stiamo tutelando i diritti fondamentali nel modo giusto?
Gli
strumenti che stiamo utilizzando sono adeguati?
Non
dobbiamo rischiare che valori come dignità, rispetto della persona e vita
privata soffochino altri diritti come quello alla ricerca e all’impresa
europee, che sono fondamentali (e siamo già in ritardo) a garantire la nostra
autonomia.
Prendiamo
la privacy.
Le regole impediscono l’uso estensivo
dell’intelligenza artificiale e del “machine learning “per la ricerca in campo
biomedico.
La
privacy limita la possibilità di fare analisi predittive tagliando fuori la
ricerca di tutte le potenziali scoperte basate su dati non strutturati.
Senza una base ampia di dati è impossibile
condurre ricerche significative.
I
ricercatori e gli innovatori europei, non solo in questo settore, prendono il
volo, letteralmente, spostandosi oltreoceano.
Un
altro campo che ci deve far riflettere è quello legato al crimine e ad
avvisarci dei rischi che corriamo sono quelli che la cyber-security l’hanno
inventata. Ricordiamo che oggi tutto è cyber-security:
non
solo la protezione delle infrastrutture, come era all’inizio, ma quella delle
nostre menti, degli oggetti di domotica, dei processi aziendali e politici.
Ma
atteniamoci al reato più odioso.
“Oggi la privacy produce un paradiso per i
criminali che possono lavorare sotto copertura come avatar” afferma “Boaz
Harpaz,” ex militare di Tel Aviv e consulente per i governi.
Sono
stati trovati 140mila canali di pornografia.
Su Telegram mille canali di pedofili. Fuori
dall’Europa si gioca d’anticipo. “Tecnicamente si possono de-anonimizzare le
attività criminali e questo serve alle forze dell’ordine per disinnescare
l’attacco prima che venga condotto”.
Se i dati delle applicazioni condensati in
Europa possono essere utilizzati per venderci prodotti commerciali, non possono
essere utilizzati dalle forze dell’ordine per ritrovare persone scomparse.
Altrove
le forze dell’ordine in casi estremi possono fare “reverse engineering” anche
da “Onion”, “Darknet Signal” e recuperare le identità anagrafiche.
Da noi
i dati, inoltre, vengono continuamente trafugati da ragazzini abili che
agiscono fuori legge o da dipendenti infedeli che usano la privacy a loro
vantaggio proprio per toglierla alle vittime.
L’Europa insomma è una potenza normativa e
sente la responsabilità etica dei secoli di storia ma sta anche perdendo
l’opportunità di rendersi autonoma e sicura disegnando una tecnologia
proprietaria.
Un
bilanciamento si rende necessario per non essere condannati a una continua
dipendenza e mediazione con potenze straniere sempre più monopoliste e
incontenibili.
(Formiche 210).
Trump,
cosa significa la sua vittoria per le “big tech”.
Wired.it
- Lauren Goode - Paresh Dave - Will Knight – (11.11.2024) – ci dicono:
Le
conseguenze del voto.
Il
rapporto tra il nuovo presidente americano e i colossi tecnologici è stato
caratterizzato fin qui da alti e bassi: ecco cosa potrebbe succedere nel suo
secondo mandato
Donald
Trump è insieme a Tim Cook, Satya Nadella e Jeff Bezos
Mercoledì
6 novembre gli amministratori delegati dei principali colossi tecnologici
americani si sono congratulati con Donald Trump per la vittoria alle elezioni
presidenziali degli Stati Uniti. In passato, Sundar Pichai (Alphabet), Mark
Zuckerberg (Meta), Tim Cook (Apple), Andy Jassy (Amazon) e Satya Nadella
(Microsoft) hanno tutti avuto scontri con il neo-presidente eletto in passato,
ma non hanno comunque esitato a schierarsi con lui, in considerazione del fatto
che le loro aziende si preparano ad affrontare altri quattro anni sotto
l’influenza di un politico noto per la sua imprevedibilità.
Trump
ha manifestato apertamente la sua avversione per le big tech, proponendo
politiche che potrebbero aumentare i loro costi operativi e imporre normative
più restrittive.
Prima
delle elezioni, leader di aziende e investitori si erano detti preoccupati per
la prospettiva che un governo americano imprevedibile potesse compromettere la
stabilità delle loro attività.
Allo
stesso tempo, il Repubblicano ha promesso di abbandonare politiche che
avrebbero potuto ostacolare la crescita di alcune aziende tecnologiche.
Secondo gli analisti, il prossimo presidente
americano potrebbe anche adottare un approccio meno interventista in merito a
fusioni e acquisizioni nel settore tecnologico.
(Claudia
Segre al Wired Digital Day 2023: "Le soft skills vanno insegnate a
scuola").
E ora,
con Elon Musk come suo più grande sostenitore, "questo potrebbe essere un
momento in cui si scelgono dei favoriti tra i giganti tecnologici",
afferma Betsy Cooper, direttrice dell’Aspen Policy Academy.
Sebbene
le posizioni di Trump sulle politiche tecnologiche si siano spesso dimostrate
mutevoli, le sue azioni durante il suo mandato e le dichiarazioni fatte in
campagna elettorale offrono un’idea di cosa le grandi aziende tecnologiche
potrebbero aspettarsi nel secondo mandato.
Dazi e
commercio.
Una
delle proposte di Trump che ha maggiormente attirato attenzione nel settore
tech è stata l’introduzione di dazi sulle importazioni, che potrebbero avere un
impatto significativo sia sulle aziende che sui consumatori americano.
L’anno scorso, Trump ha addirittura ipotizzato
un dazio universale del 10%, a cui ha aggiunto l’idea di una imposta del 60%
sulle importazioni dalla Cina e fino al 100% sui prodotti provenienti dal
Messico.
Queste
misure hanno sollevato dubbi sul futuro di aziende come Apple, che produce e
assembla oltre il 95% dei suoi prodotti hardware in Cina, e dei grandi
rivenditori o piattaforme di e-commerce che dipendono fortemente da materiali e
componenti cinesi.
Secondo
la National Retail Federation, se i dazi proposti venissero attuati e le
aziende aumentassero i prezzi per compensare le perdite, il potere d'acquisto
dei consumatori statunitensi potrebbero perdere fino a 78 miliardi di dollari
all'anno.
Secondo
la società di ricerca Bernstein, Apple potrebbe essere meno vulnerabile di
quanto suggerirebbe una prima interpretazione.
La capacità dell’azienda di assorbire i costi
di tariffe più alte, unita alla diversificazione della sua catena di fornitura
in aree come il Vietnam, la mette infatti in una posizione relativamente
solida.
Cooper
sottolinea che i produttori hanno già affrontato disagi nella catena di
approvvigionamento durante la pandemia, che li hanno spinto a rafforzare i loro
processi.
Questa
esperienza potrebbe rivelarsi preziosa in uno scenario con dazi elevati.
“Ian
Bremmer”, fondatore del think tank “Eurasia Group”, ritiene che le proposte di
Trump potrebbero rivelarsi più minacciose che realmente deleterie.
L'esperto
prevede che il presidente eletto inizierà con richieste di dazi molto alte, per
poi ridimensionarle durante le negoziazioni.
Questo perché un aumento significativo dei
dazi sulla Cina spingerebbe i produttori di hardware a spostare le loro catene
di fornitura verso altri paesi, come già avvenuto durante la precedente
amministrazione del tycoon.
Analisti
ed economisti concordano quasi all’unanimità sul fatto che un'eventuale
ritorsione con dazi imposti a ruota dai partner commerciali americani
potrebbero danneggiare ancora di più le imprese statunitensi.
Trump
ha anche attaccato una legge bipartisan introdotta durante l'amministrazione di
Joe Biden che mirava a ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dall’Asia nel
campo della produzione di chip, autorizzando oltre 50 miliardi di dollari per
rafforzare la produzione interna di semiconduttori.
Durante
un episodio di quasi tre ore del podcast “The Joe Rogan Experience” a fine
ottobre, Trump ha definito il “Chips and Science Act” del 2022 una “cattiva”
iniziativa, sostenendo che quei fondi siano stati destinati a società già
ricche.
Secondo
lui, gli Stati Uniti avrebbero dovuto invece imporre dazi ai fornitori esteri,
costringendoli a investire i propri soldi per costruire impianti di produzione
di chip negli USA.
Trump
ha criticato in particolare Taiwan, sede di Tsmc, un partner chiave del
produttore di chip statunitense Nvidia, affermando:
“Ci hanno rubato il business” (Come
evidenziato dal New York Times, gli Stati Uniti dipendono fortemente da Taiwan
per vari tipi di chip, dato che solo circa il 10% dei semiconduttori mondiali
viene prodotto internamente).
Alleanza
“big tech” e “potere statuale”,
i
rischi e le prospettive dell'”era social”.
Futuranetwork.eu
– (4-2-2025) - Sofia Petrarca – ci dice:
La
campagna elettorale americana è un esempio concreto della trasformazione della
comunicazione politica, tra opportunità di engagement e possibilità di
manipolazione e mercificazione.
Alla
cerimonia di insediamento di Donald Trump, lo scorso 20 gennaio, erano presenti
in prima fila molti ceo delle big tech come Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos
(Amazon), Mark Zuckerberg (Meta) e Shou Zi Chew (TikTok).
La
loro presenza sembra ben rappresentare non solo la strategia di campagna
elettorale di Trump, ma più in generale il nuovo assetto della comunicazione
politica, e quanto il web e in particolare i social media stiano ridefinendo il
dibattito pubblico globale, con le opportunità e rischi che ne derivano.
Cittadini,
esponenti politici e istituzioni possono interagire oggi in maniera immediata.
Se da un lato le piattaforme digitali
rappresentano una grande opportunità di allargamento dell’informazione,
dall’altro, senza il filtro dei media tradizionali e in un contesto caotico
come l’ambiente social, è spesso difficile resistere a manipolazioni e
disinformazione (volontarie o meno).
Il
carattere privato delle piattaforme solleva poi questioni di mercificazione e
personalizzazione della politica:
se è vero che la politica ha sempre avuto una
dimensione di comunicazione persuasiva, i social ne hanno amplificato la logica
commerciale.
I
politici o le idee politiche sembrano sempre più trasformarsi in prodotti da
vendere, mentre i cittadini assumono il ruolo di consumatori da convincere con
strategie di marketing mirate e basate sui dati personali.
“In
questo contesto, i social media rappresentano un processo pionieristico
nell'introduzione di nuove esperienze partecipative. L'esplorazione dei
meccanismi di tali strumenti evidenzia la centralità e la predominanza della
comunicazione all'interno del contesto politico” spiega “Daniele Battista”,
PhD, assegnista di ricerca presso il dipartimento di “Studi politici e sociali
UniSa” a “C’è futuro e futuro”, “le attuali strategie di comunicazione avanzano
in una precisa direzione, proponendo un sistema di inter creatività.
Il tutto si svolge in una dimensione di
continuità tra il mondo offline e il mondo online”.
Le
strategie digitali di Trump e Harris.
L’ultima
campagna elettorale americana ha visto i media tradizionali completamente
superati dai social.
Sia
Donald Trump che Kamala Harris hanno puntato tutto sull’engagement online:
il
primo ha privilegiato” X” e” YouTube”, mentre la seconda ha fatto di “TikTok”
il centro della sua strategia. I
l
ruolo delle big tech nel sostegno all’amministrazione Trump è stato poi
determinante anche a livello economico:
Elon
Musk ha contribuito con 250 milioni di dollari alla campagna elettorale,
aggiudicandosi il titolo di maggiore investitore privato della storia delle
campagne elettorali americane.
I
social hanno permesso ai candidati di bypassare i media tradizionali e
comunicare direttamente con la loro base elettorale.
Uno
strumento rilevante in questa stagione elettorale è stato il podcasting”, che
ha offerto ai candidati un modo informale ma più “approfondito di interagire
con gli elettori.
Kamala
Harris è apparsa nel famoso podcast “Call her daddy”, mentre Trump è stato
ospite di “The Joe Rogan experience”, dove ha rilasciato un’intervista lunga
tre ore.
Poiché
il pubblico dei podcast è alla ricerca di contenuti approfonditi, questo mezzo
si è rivelato prezioso per umanizzare i candidati e raggiungere gli elettori a
un livello molto più personale di quello tradizionale.
Una
delle strategie più sorprendenti della campagna di Trump è stata la
collaborazione con “influencer” e “content creator” come Logan Paul e Adin
Ross.
Queste
partnership hanno portato al voto molti elettori giovani (maschi) e spesso
politicamente indifferenti, attraverso piattaforme in cui trascorrono la
maggior parte del tempo.
Apparendo
su “live streaming popolari” o collaborando con figure di riferimento per le
nuove generazioni, il team di Trump ha cercato di generare entusiasmo e
influenzare quella parte del voto giovanile che altrimenti sarebbe rimasto
distante dalla politica tradizionale.
Trump
ha sfruttato anche “Twitch”, piattaforma solitamente legata al gaming, per
trasmettere in streaming comizi e discorsi, raggiungendo un pubblico ancora
diverso.
Anche
la campagna di Harris ha puntato molto sul voto della “Gen Z”, attraverso il
rebranding del profilo ufficiale su X della sua campagna elettorale, ora
chiamato” KamalaHQ,” ha sfruttato trend social e meme per massimizzare la
propria portata e creare contenuti facilmente condivisibili.
Questi canali, attivi su Instagram, Facebook,
X e TikTok, avevano come obiettivo una comunicazione autentica con la “Gen Z” e
i “giovani millennial”.
La
privatizzazione del dibattito pubblico e la manipolazione politica.
Il
caso delle elezioni americane evidenzia due questioni fondamentali nella nuova
comunicazione politica:
la
privatizzazione del dibattito pubblico e il rischio di manipolazione favorito
dall’ambiente social.
“È la prima volta che il “complesso militare
digitale” (l’alleanza tra i big tech e il potere statuale) si manifesta in modo
esplicito e visibile e con dichiarazioni da parte dei soggetti che lo
compongono, anche attraverso il supporto economico alla campagna elettorale di
Trump” spiega “Dario Guarascio”, professore di economia e politiche
dell’innovazione all’Università Sapienza di Roma, nel podcast “Il Mondo” di
Internazionale, “Il caso di X è emblematico: è diventato un agone fondamentale
per veicolare comunicazione politica e per vincere le battaglie politiche, il
dettaglio è che questo agone è privatizzato e gestito in modo discrezionale da
soggetti capitalistici privati”.
Quando
l’ideologia vince sulla realtà: siamo nell’epoca della post-verità?
Dopo
che Zuckerberg ha scelto di consegnare il “fact-checking” in mano alla comunità
di “Meta”, si è riacceso il dibattito su libertà di parola e censura.
Le big
tech della Silicon Valley sempre più orientate verso la deregolamentazione.
Il
grande paradosso del web e dei social media infatti è che, se da un lato
nascono come strumenti di democratizzazione dell’informazione, liberi dai
tradizionali gate keeping dei media mainstream, dall’altro sono controllati da
poche multinazionali che operano secondo logiche aziendali di profitto.
Piattaforme
come “Facebook”, “X” e” Instagram” ospitano oggi gran parte del dibattito
pubblico, diventando nello stesso momento snodi essenziali della sfera pubblica
e agenzie pubblicitarie.
Se
questi servizi sono gratuiti, è perché il loro modello di business si basa
sulla raccolta e monetizzazione dei dati degli utenti attraverso il micro targeting
pubblicitario.
Lo
stesso principio si può applicare alla comunicazione politica:
i dati
personali degli utenti possono essere utilizzati per creare messaggi su misura,
orientando così le preferenze di voto.
Esempio
preoccupante è il caso “Cambridge Analytica”, la società di analisi dati che,
lavorando per la campagna elettorale di Trump nel 2016, ha ottenuto da Facebook
enormi quantità di dati personali, permettendo di confezionare messaggi di
propaganda mirati e influenzando il voto degli indecisi.
La
manipolazione sui social: persuasione e disinformazione.
Un
altro rischio amplificato dai social media è la manipolazione del dibattito
pubblico.
Le
piattaforme digitali concentrano un enorme potere informativo e sono molto
vulnerabili a forme di manipolazione politica.
“Paola
Pietrandrea”, professoressa ordinaria di Scienze del linguaggio presso il
dipartimento di Linguistica dell'”Università di Lille”, in “Comunicazione,
dibattito pubblico, social media” individua due principali categorie di
manipolazione:
Manipolazione
persuasiva:
questa forma sfrutta la ridotta vigilanza
epistemica degli utenti, che si trovano a gestire un’enorme quantità di
informazioni in modo frammentario e spesso distratto.
La
difficoltà di verificare le fonti, la volatilità degli argomenti e la
multimedialità dei messaggi creano un contesto in cui la manipolazione risulta
più efficace.
Strumenti
tradizionali di persuasione, come impliciti, metafore e vaghezza, si combinano
con tecniche digitali avanzate, come il micro targeting, per influenzare l’opinione
pubblica.
Manipolazione
distruptiva:
invece
di persuadere, questa strategia mira a distruggere la fiducia del pubblico
nell’informazione stessa.
Donald
Trump, nel corso della sua carriera politica, ha utilizzato sistematicamente
questa tecnica, inondando il dibattito di dichiarazioni contraddittorie, false
informazioni e attacchi ai media tradizionali, disorientandolo pubblico.
Questo
approccio riduce la capacità critica degli elettori e li spinge a votare
emotivamente piuttosto che razionalmente.
L’ambiente
social, caotico e veloce per natura, favorisce queste dinamiche, rendendo
indistinguibile il confine tra comunicazione privata e istituzionale, tra
informazione e propaganda.
Deepfake,
fake news, bot e troll contribuiscono ulteriormente a confondere il pubblico,
generando un ecosistema informativo sempre più difficile da decifrare.
Possibili
soluzioni, tra educazione e strumenti di controllo.
La
difficoltà nel gestire la nuova comunicazione politica sui social è che questa
è un fenomeno virale e globale, e ogni risposta “centralizzata” risulta
inefficace.
Solo
una risposta multidisciplinare, coordinata e transnazionale può rispondere a
questa complessità.
Per
sviluppare programmi di educazione digitale e di sviluppo del pensiero critico,
la linguistica potrebbe fornire risposte concrete, garantendo strumenti per
individuare le forme linguistiche e discorsive suscettibili di codificare
fenomeni di disinformazione.
In
quest’ottica è nato nel 2021 “O Lin Di NUM”, un progetto finanziato
dall'Università di Lille e dall’Università di Roma Tre, coordinato dai
linguisti “Paola Pietrandrea “e “Edoardo Lombardi Vallauri” del dipartimento di
Lingue, letterature e culture straniere dell’Università Roma Tre.
Il progetto mira a creare le condizioni per
fornire un contributo concreto all’educazione e alla sensibilizzazione sul
dibattito pubblico digitale attraverso la creazione di un osservatorio
transnazionale e la costituzione di una rete multidisciplinare di specialisti
del settore.
Un
altro strumento recente, riporta Politico, è il "middleware" che
potrebbe risolvere il problema relativo alla moderazione dei contenuti sulle
piattaforme social.
Questo
software integrato nelle piattaforme tecnologiche trasferirebbe agli utenti il
potere e la responsabilità di moderare e curare la propria esperienza sui
social media, offrendo loro una maggiore autonomia nella gestione dei contenuti
che visualizzano.
Un
rapporto pubblicato dalla “Foundation for american innovation” e dalla “McCourt
School of public policy” della “Georgetown University” esamina lo stato attuale
di questa tecnologia e le possibili implicazioni politiche.
Gli
autori sottolineano che il middleware potrebbe fornire agli utenti una scelta
più ampia riguardo ai contenuti visualizzati, ma avvertono al contempo
preoccupazioni legate a una moderazione eccessiva.
Gli utenti potrebbero infatti, più di quanto
già accada, isolarsi in bolle informative che rafforzano solo le loro opinioni,
aumentando la polarizzazione politica e sociale.
CfP.
La politica di Big Tech:
dall’”Amazon-capitalismo” al
“tecno-autoritarismo”?
Intotheblackbox.com – (24/01/2025) – Redazione
– ci dice:
Negli
ultimi anni il potere politico di Big Tech è diventato sempre più evidente, e
la recente ridondanza mediatica di un personaggio come Elon Musk ne è solo il
riflesso.
Che le grandi aziende del digitale siano oramai degli
attori politici era una delle tesi centrali che articolavamo nel volume
collettaneo “Futuro presente. I piani di Amazon” (Red Star Press, Roma, 2024),
nel quale siamo partiti dalla locuzione “Amazon-Capitalism” formulata da “Jake
Alimahomed-Wilson”, “Juliann Allison”, “Ellen Reese” (2020) per discutere di
come aziende come quella di Seattle si stavano ramificando in un molteplicità
di settori e attività esercitando sempre più un potere governamentale sulle
nostre vite.
Sono
passati alcuni anni da quando nel 2022 abbiamo iniziato un lavoro tanto di
inchiesta territoriale quanto di ricerca teorica per comprendere il modo in cui
le Big Tech stavano diventando sempre di più delle infrastrutture sociali.
Il
loro potere non è diminuito, tutt’altro.
Oggi
sembra addirittura assumere posture e ruoli chiaramente politici, come
plasticamente testimoniato dalla presenza di alcuni dei più importanti CEO del
settore tech all’inaugurazione della nuova presidenza Trump negli Stati Uniti.
Ci
sembra dunque urgente rilanciare una ricerca collettiva che prenda le mosse da
Amazon inteso come metafora di un nuovo capitalismo egemonico.
Jeff
Bezos, il suo ideatore, non è soltanto il «fondatore, proprietario e presidente
del gruppo Amazon, la più grande società di commercio elettronico al mondo»
come recita la pagina di Wikipedia a lui dedicata.
Ha
piuttosto dato vita a un’impresa tentacolare, diversificata, mastodontica.
Un
ecosistema perfino difficile da definire, ma che di certo va ben al di là di
una mera “grande società di commercio elettronico”.
Le
ramificazioni di Amazon intaccano direttamente o indirettamente gran parte
delle nostre vite, la sua “politica” si fa sempre più esplicita e le
possibilità di collocarsi al di fuori del suo raggio di azione sempre più
ridotte.
Cos’è
dunque Amazon?
Più in
generale, cosa sono le Big Tech?
La
risposta sembra ormai esondare ogni possibilità di circoscrizione.
Di
fatto è ancora principalmente riconosciuto come un importante player logistico
e di e-commerce.
Il magazzino rimane per molti versi simbolo e
strumento del suo radicamento territoriale, e sotto molti punti di vista va
inteso come angolo analitico tanto privilegiato quanto fondamentale per
indagare temi relativi al lavoro, alle relazioni industriali, al controllo
algoritmico o all’automazione.
Non foss’altro perché proprio dai magazzini
sono partite le lotte operaie che hanno per primo fatto cadere la maschera del
gigante di Seattle.
Tuttavia,
benché necessaria, un’analisi che graviti solo attorno alla dimensione
logistica di Amazon è ben lontana dall’essere sufficiente a restituire il
quadro completo delle sue funzioni e, più in generale, a cogliere il suo potere
e la sua politica.
Per
approssimarsi a un’analisi più puntuale occorre espandere l’approccio in
diverse direzioni.
Anzitutto
verso il cloud.
Con “Amazon
Web Services” l’azienda domina il settore digitale, attestandosi su una quota
di mercato pari al 31% a livello globale, seguito, guarda caso, da Microsoft
(24%) e Google (11%).
In media un servizio cloud su tre è su server
Amazon e questo costituisce un potere tecno-politico notevole, articolato su
due dimensioni principali:
l’elaborazione algoritmica e l’accumulo di
dati, che a loro volta garantiscono un considerevole vantaggio anche nella
sfida dell’AI.
A ciò
fa il paio la necessità di un’analisi delle infrastrutture materiali che
sostengono tali capacità di calcolo.
Datacenter e cavi sottomarini sono le spine dorsali su cui poggia
non soltanto la sua potenza digitale, ma la stessa infrastruttura di internet,
sempre più nelle mani di privati come Amazon o (di nuovo) come Musk.
Tutto ciò ha un’influenza diretta non soltanto
sulle attività di cittadini o aziende, ma anche sugli attori pubblici e
statali, nella misura in cui anch’essi si trovano a contare su di essa per la
fornitura di un’innumerevole mole di servizi.
Le
molteplici ramificazioni delle Big Tech non si fermano qua, ovviamente. Ne
menzioniamo altre quattro.
In
primo luogo, andrebbe analizzato Amazon con gli strumenti dell’ecologia
politica.
Quale
impatto ha Amazon (ma potremmo allargare il campo anche agli altri cloud
provider) in termini di impronta ecologica?
In che
modo l’azienda di Seattle ha inglobato e sfruttato una retorica green?
In
secondo luogo, come si pone Amazon nei confronti dei soggetti statali?
In posizione coordinata o concorrente?
In un
momento di “tecno autoritarismo” e di ruolo politico attivo crescente dei “Tech
Billioners” a là Musk, qual è la postura dell’azienda di Seattle?
In
terzo luogo, in che termini Amazon si rapporta ai capitali finanziari e al
capitalismo di ventura?
Infine:
cosa si cela dietro la forza politica e pubblica di Amazon oltre la tecnica?
È
necessario interrogarci anche sulle dimensioni estetiche e simboliche di
Amazon, sulla sua colonizzazione dell’immaginario: ci sembra un aspetto
imprescindibile per costruire un futuro diverso.
Su
queste basi tecno-politiche si innesta quindi l’urgenza di cogliere alcuni
slittamenti recenti.
La
nostra ipotesi è che la congiuntura bellica che stiamo attraversando – e che
vede nell’Ucraina e nella Palestina due dei suoi centri di sviluppo – ha
provocato, tra le altre cose, un rafforzamento del carattere autoritario delle
Big Tech – che già prima si connotavano per l’opacità e la verticalità dei
propri processi decisionali e per le spinte monopolistiche.
Come
ignorare il ruolo attivo delle Big Tech nelle dinamiche della geopolitica
globale?
Ad
esempio nel caso dell’urbicidio di Gaza:
«Una
fonte che ha utilizzato il sistema basato sul cloud durante la guerra in corso
ha raccontato di aver fatto “ordini su Amazon” per ottenere informazioni mentre
svolgeva i suoi compiti operativi e di aver lavorato con due schermi:
uno
collegato ai sistemi privati dell’esercito e l’altro collegato ad AWS.».
Amazon
è un pienamente coinvolto nel genocidio in Palestina, come lo sono Google e
Microsoft.
Come
valutare l’endorsement che l’élite dei CEO delle Big Tech ha dato alla nuova
presidenza Trump e alle sue promesse di de-regolamentazione radicale del
settore tech?
A
partire da queste molteplici, parziali ma nondimeno significative potenziali
dimensioni di ricerca, lanciamo questa “call for papers “con l’obiettivo di
organizzare un momento di confronto articolato su due giorni il 9 e 10 giugno
2025 presso l’Università di Bologna.
L’obiettivo
dell’iniziativa è quello di costruire collettivamente una cartografia delle
operazioni dell’Amazon-capitalismo per concettualizzare il potere contemporaneo
di Big Tech e le sue inclinazioni sempre più autoritarie.
Invitiamo
a presentare sia ricerche di campo che studi teorici, spaziando tra le
discipline (dall’economia, all’architettura, dalla geografia alla teoria
politica).
Sono
ben accetti contributi visuali e artistici.
Commenti
Posta un commento