La scienza non è democratica.

 

La scienza non è democratica.

 

 

 

 

Democrazia dell’ignoranza:

chi ci governa se non capiamo

più nulla?

Agendadigitale.eu – Emiliano Mandrone – (6-5-2025) – ci dice:

 

 

Alfabetizzazione digitale.

Cultura e società digitali.

Il deficit di alfabetizzazione democratica minaccia le fondamenta del sistema rappresentativo.

 L’incapacità di decodificare segnali informativi complessi rende vulnerabili i cittadini alla manipolazione e compromette la qualità delle decisioni democratiche.

 

Alienazione digitale.

Come vengono intesi, elaborati ed interpretati dai cittadini i segnali emessi dai mezzi d’informazione, la tambureggiante comunicazione commerciale, le informazioni reperite sul web, gli stimoli che promanano dai social, l’informazione istituzionale, scientifica e medica, le immagini e i video condivisi sui nostri smartphone, le comunicazioni politiche?

(…).

 

 

 

 

 

 

La Scienza non sarà democratica

ma può essere “diplomatica”:

ecco perché.

Agendadigitale.eu – (14 Set. 2022) - Francesco Beltrame Quattrocchi - Mario Dogliani- ci dicono:

(Francesco Beltrame Quattrocchi. Ordinario di Bioingegneria Università degli Studi di Genova; Presidente di ENR - Ente Nazionale di Ricerca e promozione per la standardizzazione).

(Mario Dogliani. Presidente di SDG4MED, Direttore Fondazione Philippe Cousteau).

 

Science diplomacy.

Cultura e società digitali.

Al dittatore, secondo la Repubblica Romana, era affidato il comando assoluto in caso d’emergenza.

Se, dunque, per democrazia si intende fare quello che desidera la maggioranza del popolo, la scienza non è per definizione democratica.

E la non-democraticità della scienza è un grande valore per la persona umana. Ecco perché.

(Thanks to Markus Spiske for sharing their work on Unsplash.)

Nel 458 a.C. Cincinnato, nominato dittatore per unanime consenso dei Romani durante la guerra contro i Volsci, in sedici giorni vinse, diede le dimissioni e ritornò alla sua attività da civile: il contadino.

 Al dittatore, secondo la costituzione della Repubblica Romana, era affidato il comando assoluto in caso d’emergenza.

Anche Atene, culla della democrazia, fu spesso governata da un tiranno:

parola che per noi oggi significa oppressore ma che, nell’Atene classica, significava “unico governatore”.

(Pauline Ravinet - How would you describe science diplomacy?)

Indice degli argomenti:

1)-Scienza e dittatura.

2)-Cosa richiede la formazione per affrontare l’emergenza.

3)-La Science Diplomacy.

4)-La non-democraticità della scienza è un bene per la persona umana.

5)-Conclusione.

Scienza e dittatura.

La storia ci insegna che il governo di un paese affidato a molti che attua quanto desidera la maggioranza dei suoi cittadini, non è uno strumento adatto a gestire situazioni di emergenza che richiedono decisioni efficaci, rapide e che spesso risultano impopolari.

Se per democrazia si intende fare quello che desidera la maggioranza del popolo, la scienza non è per definizione democratica:

 se la maggioranza di noi, per poter volare, desiderasse che la forza di gravità ci spingesse verso l’alto e non ci attraesse verso il basso, essa continuerebbe a tenerci inchiodati a terra (una terra, peraltro, rotonda con buona pace dei terrapiattisti che, secondo il Censis, sono oltre 3 milioni di persone solo in Italia).

 

La conseguenza è che, quando servono decisioni vitali, non è vero che “uno vale uno”:

chi, dovendo subire un intervento sul proprio corpo, si affiderebbe a qualcuno che non abbia mai fatto il chirurgo?

A maggior ragione, quando occorre gestire un’emergenza, che sia una pandemia o il riscaldamento globale o altro, il buon senso auspica che al comando ci sia un “dictator” di romana memoria o un tiranno che, come “Pisistrato ad Atene”, rese più equa (democratica, diremmo oggi) la distribuzione delle risorse e del lavoro.

 

Cosa richiede la formazione per affrontare l’emergenza.

Come ai tempi della Repubblica Romana e della Grecia Classica, l’emergenza richiede competenza e, soprattutto, capacità in determinate scienze (quella della guerra per Cincinnato, le scienze dell’economia per Pisistrato), acquisibili solo attraverso un percorso formativo che ricomprenda tre parole: conoscenza, competenza (un corpus omogeneo di conoscenze) e capacità:

quest’ultima (dote che sia Cincinnato sia Pisistrato evidentemente avevano) si differenzia dalla competenza per tre caratteristiche: dimostrabilità, fruibilità immediata e completezza rispetto al target.

Non è possibile qui osservare con dispiacere come da diversi decenni, un po’ in tutto il mondo, ma specialmente in Italia, il sistema universitario si limita – quando va bene – a dotare l’allievo di qualche competenza, mentre la dote di capacità è fuori dalla sua portata, a dispetto di VQR basse o alte, che sono indici sghembi rispetto a questa importantissima missione per il Paese.

Diversamente dai tempi antichi, noi oggi possediamo potenti strumenti di simulazione, enormi rapidità di elaborazione e financo gemelli digitali (digital twins) che consentono ai decisori – a qualsiasi livello – di complementare la loro, necessaria, conoscenza ed esperienza con i risultati di analisi complesse e confronti tra scenari diversi.

La scienza continua a non essere democratica ma, oggi, può e deve essere un potente ausilio alla democrazia intesa come capacità di governare per il bene della collettività.

 

La Science Diplomacy.

Ciò è quanto viene chiamato “Science Diplomacy” al cui riguardo la Commissione Europea scrive (link) che:

“Le sfide globali stanno diventando sempre più complesse, interconnesse e interdipendenti, richiedendo conoscenze specialistiche per comprendere le potenziali conseguenze dell’azione politica.

 Allo stesso tempo, la scienza, la tecnologia e l’innovazione sono state sia un motore sia un fattore abilitante del cambiamento globale, con la trasformazione digitale che avanza a una velocità senza precedenti.

Mentre la scienza è considerata un bene pubblico, indipendente, trasparente, politicamente neutrale e salvavita, gli ultimi anni hanno anche visto l’ascesa di una narrativa populista che mette in discussione i fatti scientifici, scredita le istituzioni e proietta “verità alternative”, minando così la fiducia del pubblico nella democrazia e nel multilateralismo.”

La Commissione Europea conclude che “Pertanto, l’inclusione della scienza, della tecnologia e dell’innovazione tra gli strumenti disponibili ai diplomatici non solo migliora la qualità della nostra politica, ma aiuta l’UE a perseguire i suoi valori e interessi in modo più efficace.”

 

La non-democraticità della scienza è un bene per la persona umana.

Quanto sopra rappresentato, merita di essere approfondito dal punto di vista operativo, ovvero indicando il “come” in realtà la intrinseca caratteristica di non-democraticità della scienza possa tradursi in un bene di grande valore per la persona umana, individuando un esempio pratico di valenza generale su più bacini di utenza.

 

I simulatori digitali di oggi sono molto potenti grazie al combinato-disposto di una proattiva interazione fra tecnologie ICT diverse quali, realtà virtuale, IA, machine learning e tante altre, e algoritmi di programmazione matematica e ottimizzazione lineare e non lineare digitale, quali quelli di Dynamic Programming e tanti altri: tecnologie e algoritmi frutti ormai pluridecennali disponibili grazie all’intelligente attività di tanti ricercatori e scienziati di queste aree.

Questa preziosa convergenza si traduce nel fatto che i simulatori sono capaci di affrontare in modo efficace ed efficiente e con buon grado di probabilità di successo, le importanti questioni definite a livello internazionale come “preparedness e readiness”, ovvero preparazione e prontezza:

 i simulatori attuali – ove ben programmati dall’uomo – sono capaci di fornire scenari di interventi attuativi ove è chiaro chi fa cosa e con qualI strumenti e in quale tempo in caso, per esempio, di un terremoto o di un attacco a un’infrastruttura critica.

 

Non va pensato peraltro che i simulatori capaci di generare scenari di “preparedness” e “raediness” siano confinati alla sfera degli eventi catastrofici. Tutt’altro.

Un esempio rilevante è potere avere scenari di preparazione e prontezza per gestire questioni normali ma complesse, come la gestione di tutta la filiera dell’acqua:

 dalla gestione e monitoraggio degli invasi di raccolta, alla rete di distribuzione degli acquedotti e alla loro manutenzione, al monitoraggio della qualità dell’acqua stessa in agricoltura per piante e animali che vanno a chiudere poi la catena sulla salute umana.

Un problema di enorme importanza e complessità che gli algoritmi e tecnologie di cui sopra possono maneggiare e per il quale tentare di offrire scenari attuativi credibili.

Va pure notato che è possibile modulare scenari di intervento diversi a seconda dell’intensità e frequenza dell’evento strategico o critico in analisi, ossia la caratteristica di flessibilità dei simulatori.

 La “Protezione Civile Italiana” dispone, in qualche misura, di questi strumenti, ma certo la conoscenza e le potenzialità di essi non è la prima preoccupazione dei decisori in Italia.

 

Conclusione.

Ecco allora che occorre ricorrere al Cincinnato o al Pisistrato di turno, ammesso che sia possibile riuscire a reperirli ancora.

Dunque, chi abbia in uggia il metodo scientifico e la intrinseca natura non democratica della scienza, getta via i suoi valori, fra i quali, non ultimo, quello di evitare il ricorso a un dittatore in carne e ossa, assai più pericoloso, in linea di principio, della scienza, perché non soggetto né al metodo scientifico di Galileo, né ad alcun modus operandi: un “dittatore con potere assoluto”.

Qualcuno potrebbe tuttavia osservare che così facendo si rinuncia alla creatività umana, anche riguardo gli aspetti positivi, che nessuna scienza può raggiungere. Vero, ma mentre la dittatura della scienza è legata per definizione alla prossima misura che può fermare e cambiare la sua azione, la storia insegna che il modo più frequente per fermare un dittatore assoluto (Cincinnato e Pisistrato sono quasi eccezioni), può essere assai problematico e doloroso.

 

 

 

 

La scienza non è democratica:

un’ipotesi condivisa non la

rende reale.

Vale anche per il clima.

 

Ilfattoquotidiano.it - Ferdinando Boero – naturalista - ( 2 agosto 2023) – ci dice:

Cambiamenti Climatici.

La scienza opera con due semplici passi: identifica l’ignoranza e cerca di ridurla. Prendiamo la domanda cosmica: da dove veniamo?

 Un tempo le risposte erano del tipo: una divinità modella il fango, gli dà la vita col suo soffio, ed eccoci qua.

Charles Darwin, comparando la nostra anatomia con quella delle altre scimmie antropoidi, propose che la nostra specie abbia avuto origine da antenati scimmieschi.

Non deriviamo dalle scimmie attuali, ma abbiamo un antenato comune molto vicino a loro: sono nostri fratelli, non i nostri genitori.

 La genetica conferma la risposta:

 la stragrande maggioranza dei geni umani è in comune con quelli degli scimpanzé. Molti geni sono in comune con altre scimmie, e le affinità genetiche si riducono man mano che si passa a uccelli e rettili, per non parlare di lumache e meduse.

Alcuni geni sono condivisi con tutti gli animali:

deriviamo tutti da un antenato comune e possiamo andare indietro nella storia della vita e vedere che tutti i viventi condividono discendenza comune.

La vita ha avuto un’origine singola.

 

La scienza ha ridotto l’ignoranza sull’origine delle specie e dell’uomo, aumentando la nostra conoscenza.

 La scienza si basa su prove fattuali, la teoria dell’evoluzione non è una mera ipotesi, è una costruzione teorica basata su prove comparative e sperimentali. Dato che i meccanismi dell’evoluzione sono molti, la teoria è stata arricchita con nuove scoperte.

Se si dimostrasse scientificamente che la nostra specie deriva dal soffio divino nel fango inerte… tutti gli scienziati cambierebbero idea.

 Però va dimostrato, non basta dire che è scritto in un antico libro lasciato in una grotta… tanto tempo fa.

 

Il mondo scientifico rimase folgorato dalla teoria di Darwin, e la nostra visione del mondo e di noi stessi cambiò radicalmente.

Già Copernico e Newton e Galileo ci costrinsero a cambiare idea sulla posizione del mondo nell’universo, ma Darwin cambiò la prospettiva che riguarda noi.

Non tutti, però, accettano le verità scientifiche e preferiscono le verità rivelate.

 Voi scienziati avete la vostra verità, noi abbiamo la nostra.

 C’è una differenza, però:

 la verità scientifica è basata sul metodo scientifico, è accettata in modo provvisorio ed è abbandonata di fronte a prove più convincenti.

Le verità alternative non hanno basi scientifiche.

Le due “verità” non si possono confrontare.

Potremmo dire che la verità del soffio divino nel fango è una sorta di ideologia, ed è frutto di idee scaturite dal cervello di qualcuno e abbracciate dai cervelli di altri.

La verità sulla discendenza da antenati comuni si basa su prove comparative e sperimentali.

C’è una bella differenza.

 La scienza non è un’ideologia, si basa su un approccio pragmatico alla diminuzione dell’ignoranza.

Se la maggioranza credesse ad una nostra origine da fango vivificato da soffi divini, questo non renderebbe vera questa ideologia anche se, in base ai principi della democrazia, la mozione fango vincerebbe sulla mozione evoluzione.

Il che induce a meditazione su come esercitare la democrazia.

 

Anche la scienza, comunque, può diventare ideologia.

L’ambientalismo ideologico esiste eccome, come l’economia ideologica, la politica ideologica e molto altro.

Gli scienziati che studiano l’ambiente non sono ideologici, ma i loro risultati possono portare a posizioni ideologiche nell’effettuare, ad esempio, le analisi costi-benefici.

Non accettare di portare a termine un’impresa per evitarne i costi ambientali senza considerare i possibili benefici che potrebbero derivarne, per esempio, è una posizione ideologica, come è ideologico accettare i benefici di qualunque impresa senza considerarne i costi ambientali.

La scienza ci dovrebbe aiutare a pesare i costi e i benefici e la politica ci dovrebbe indirizzare verso soluzioni virtuose, ascoltando le varie campane.

Questo, però, richiede politici che sappiano come funziona la scienza che, a volte, può dare risposte contrastanti.

La scienza non è democratica:

 se la maggioranza pensa che deriviamo dal fango, questa ipotesi vince ad una votazione, ma questo non la rende valida.

All’interno della comunità scientifica, però, la democrazia esiste.

La comunità scientifica ritiene l’evoluzione più convincente di ogni altra spiegazione sulla nostra origine.

I pochi che continuano a credere nel soffio divino sono una sparuta minoranza, nella comunità scientifica (e non sono biologi).

La maggioranza accetta l’evoluzione, non per ideologia ma per analisi critica dei fatti.

Lo stesso vale per il cambiamento climatico:

la stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene che ne siamo responsabili.

 Le opinioni di un Franco Prodi e un Antonino Zichichi non sovvertono l’esito di una possibile votazione democratica all’interno della comunità scientifica.

Se la maggioranza dei votanti non scienziati si lasciasse convincere dalla minoranza degli scienziati e votasse di conseguenza, la democrazia risulterebbe drogata dall’ideologia e dall’ignoranza.

 

E questa è la situazione in cui ci troviamo proprio ora, con politici che portano le loro spiegazioni sul cambiamento globale, ignorando le interpretazioni degli scienziati, ritenendosi più qualificati di loro in discipline di cui ignorano persino le basi.

Purtroppo la scienza non trova molto posto nei nostri sistemi di formazione e questo ci espone alla dittatura democratica dell’ignoranza.

 

 

 

La Scienza è democratica?

 Ilbolive.unipd.it - Luciano Butti – (30-05-2018) – ci dice:

 

 A margine del dibattito sull’opportunità o meno dell’obbligo vaccinale si è sviluppata in Italia una più generale discussione su una questione davvero non semplice: la scienza è democratica?

 

È stato soprattutto “Roberto Burioni” a sostenere presso il grande pubblico una delle due tesi.

Secondo il noto scienziato del San Raffaele, “la scienza non è democratica”, perché in ogni suo settore (ad esempio quello dei vaccini) l’opinione degli esperti – una volta verificato il consenso nella comunità scientifica – deve senza incertezze prevalere su quella di chi non ha studiato la materia.

(facebook.com/robertoburioniMD/photos/a.2045453305679842.1073741827.2045450802346759/2437119513179884/?type=1&theater[/facebook].

 

A questa tesi sono state opposte numerose critiche, fra loro non sempre omogenee.

Si è così ad esempio sostenuto che un controllo dell’opinione pubblica sul lavoro degli scienziati sia importante.

E si è insistito sulla necessità di una comunicazione rispettosa e paziente verso le apprensioni e le paure del pubblico.

 

Il dibattito sulla democraticità o meno della scienza non è un dibattito scientifico. È un dibattito politico.

(Luciano Butti).

Chi ha ragione?

Iniziamo con una premessa di metodo.

Il dibattito sulla democraticità o meno della scienza non è un dibattito scientifico. È un dibattito politico.

 E come spesso accade in politica, sono fondamentali le definizioni, in questo caso in particolare quella di democrazia.

 

Secondo una concezione primitiva della democrazia, essa consisterebbe nella regola della maggioranza (‘uno vale uno’) come criterio generale per adottare tutte le decisioni che interessano la collettività.

 Se questa concezione di democrazia fosse esatta, Roberto Burioni avrebbe senz’altro ragione: “la scienza non è democratica”.

 

Tuttavia, i giuristi hanno da tempo chiarito che, nei moderni stati costituzionali, opera una concezione sofisticata della democrazia, non basata sulla generale applicazione, in ogni ambito, delle regole di maggioranza. 

Né si tratta di un’idea del tutto nuova:

 nell’antica Grecia persino le” Moire” – le dee del destino – per decidere la durata della vita di ogni mortale, si avvalevano per lo più del sorteggio:

a significare che, in determinate circostanze e quando è in gioco l’essenziale, vi è la possibilità di forme di giustizia superiori rispetto al conteggio dell’opinione prevalente.

 

Vi sono del resto, in primo luogo, numerose decisioni che – in una democrazia costituzionale - la maggioranza non può prendere:

nemmeno se si esprime con il voto, in un referendum o attraverso i propri rappresentanti in Parlamento.

Si tratta, per esempio, di tutte le decisioni che discriminano una minoranza, sulla base delle idee politiche, della religione, dell’orientamento sessuale o di altro.

 “In nessun caso”, poi, secondo la nostra splendida Costituzione, la legge può adottare (nemmeno se approvata all’unanimità) decisioni tali da pregiudicare la “dignità della persona”.

Lo stesso strumento del referendum non può trovare applicazione in una serie di ambiti, ad esempio nella materia fiscale o in quella dei trattati internazionali.

 Ed ancora, la maggioranza dei cittadini non può decidere se un imputato sia colpevole o innocente, né quale pena sia la più appropriata in un caso singolo:

si tratta infatti, in questo caso, di decisioni che competono ai giudici.

 

Bisogna ovviamente prestare molta attenzione: questi casi sono numerosi, ma sono pur sempre eccezioni rispetto al principio di maggioranza, che senza dubbio rimane la più rilevante conquista democratica.

 Essi devono quindi avere una giustificazione molto solida e non possono essere estesi al di fuori degli ambiti nei quali tale giustificazione li rende inevitabili.

E l’essenza di una democrazia sofisticata consiste proprio nella capacità di attribuire ogni tipo di decisione al livello e agli ambiti più appropriati.

Dove si colloca, in questa concezione sofisticata di democrazia, la scienza? 

Questa domanda è di cruciale importanza nelle società moderne, ed occorre quindi prestare molta attenzione e saper distinguere.

 

Nella fase di valutazione del rischio, la regola di maggioranza non trova e non deve trovare applicazione: è invece determinante l’opinione della comunità scientifica. 

Questa affermazione emerge chiaramente dal nostro ordinamento costituzionale, come riconosciuto dalla stessa Corte costituzionale, ad esempio con la sentenza n. 116/2006.

Non sempre il Parlamento è stato rispettoso di questa indicazione:

non lo è stato, ad esempio, quando – nel caso Stamina – ha deciso (quasi all’unanimità, peraltro) l’effettuazione di costose e pericolose sperimentazioni al di fuori di qualsiasi criterio di correttezza scientifica.

 

Nella fase di gestione del rischio, invece, sarebbe improprio, per gli scienziati, pretendere di avere il monopolio del potere decisionale.

Semplicemente perché gli scienziati non hanno, in questo ambito, il monopolio delle competenze.

Ne occorrono anche altre, di tipo giuridico, economico e di comunicazione del rischio.

Ed ha un peso anche l’orientamento della maggioranza dei cittadini.

Per la gestione del rischio, dunque, in applicazione delle regole di una democrazia sofisticata, l’opinione degli scienziati deve essere ascoltata con attenzione ed ha un ruolo significativo, ma non è necessariamente quella (democraticamente) ‘giusta’.

E non sempre è agevole convincere di questo gli scienziati, i quali sbagliano quando pretendono di avere il monopolio delle decisioni (anche) in tema di gestione del rischio.

Per esempio, valutare l’efficacia dei vaccini e gli obiettivi di copertura rientra nella valutazione del rischio, che compete esclusivamente alla scienza.

Decidere invece se sia più appropriata la strategia dell’obbligo o quella della raccomandazione coinvolge prevalentemente profili di gestione del rischio, in merito ai quali la comunità nel suo complesso deve essere coinvolta, attraverso una politica informata e attenta.

 

In una democrazia costituzionale, insomma, non sempre ‘uno vale uno’.

Dunque, la scienza è democratica?

La risposta corretta a questa domanda, come abbiamo visto, presuppone idee chiare sul concetto di “democrazia”, che – nella sua versione costituzionale e non plebiscitaria - non comporta sempre l’attribuzione alla maggioranza del potere di decidere.

In una democrazia costituzionale, insomma, non sempre ‘uno vale uno’. E ciò anche se la maggioranza delle persone non fosse d’accordo.

 

 

 

 

Autoritarismo: non lo

vediamo arrivare?

  Ilbolive.unipd.it - Anna Cortelazzo – (30 aprile 2025) – ci dice:

 

 Negli ultimi mesi, una battuta (amara) che si sente sempre più spesso relativamente alle azioni del presidente Donald Trump è che non dovrebbe utilizzare certi romanzi distopici come manuali di istruzioni, per esempio Il racconto dell’ancella di “Margaret Atwood”.

Potrebbe sembrare che ci si scherzi sopra, ma in realtà i segnali che la democrazia, non solo in America, stia cominciando a tremare ci sono.

La domanda che si pone un articolo su “The Conversation“ è se non li stiamo per caso sottovalutando.

Mentre la stampa viene screditata o ricattata, il potere si concentra nelle mani di pochi e i meccanismi di controllo si indeboliscono, una democrazia può cambiare forma senza che le persone se ne accorgano, non da un giorno all’altro, ma gradualmente, un decreto alla volta, una rinuncia silenziosa alla volta.

 

Ma perché può succedere?

Perché, anche quando ci sono segnali chiari, i cosiddetti “red flag”, le “bandierine rosse” — tante persone non li vedono, o li ignorano?

E, soprattutto, è vero che i segnali sono sottostimati o magari è il contrario?

Il paradosso della democrazia.

Per certi versi sì, esiste il rischio concreto di sottovalutare i segnali, e questo proprio perché nei paesi con una lunga storia democratica si è cominciato a darla per scontata.

Le persone che vivono in società democratiche stabili tendono a sviluppare la convinzione che il sistema reggerà sempre.

È una fiducia che non viene da un ragionamento razionale, ma da un’abitudine, perché in fondo le regole del gioco sono sempre state quelle:

 libertà di parola, pluralismo, separazione dei poteri.

E se qualcosa non funziona, ci penseranno i tribunali, la stampa, le elezioni.

 

Questa sicurezza, spiegano i ricercatori che firmano l’articolo su “The Conversation”, è una conquista preziosa, ma può diventare anche una trappola, perché ci abitua a non vedere il rischio.

 E, nel momento in cui certi segnali si presentano davvero, il nostro cervello tende a razionalizzarli, ridimensionarli, ignorarli.

I “bias” non vanno in una sola direzione.

Secondo “Michele Roccato”, professore ordinario di psicologia sociale all’università di Torino e noto per le sue ricerche su autoritarismo e insicurezza sociale, situazione è più sfaccettata, e se da una parte c’è chi sottovaluta il pericolo, dall’altra c’è chi lo sopravvaluta:

 “Ci sono – spiega Roccato – oltre settant’anni di ricerche che mostrano come tutti noi, nessuno escluso, siamo soggetti a “bias cognitivi”, scorciatoie mentali, percezioni distorte che ci aiutano a sopravvivere in un mondo molto complesso, ma che possono anche renderci ciechi o al contrario eccessivamente allarmati”.

Non esistono i razionali da una parte e gli irrazionali dall’altra, insomma, esistono esseri umani che cercano protezione, controllo, stabilità.

 

La memoria storica che sta svanendo.

Uno dei motivi per cui ci potrebbe essere il rischio di una deriva autoritaria è la perdita di quel patrimonio che è la memoria collettiva.

 Le dittature europee sono cadute da oltre 80 anni e in alcuni paesi, come gli Stati Uniti, una dittatura non c’è mai stata, e questo ha un forte impatto sulla capacità di riconoscere i segnali di rischio.

Quelle esperienze traumatiche, per quanto nessuno si auguri di riviverle, per molto tempo ci hanno protetto:

come un vaccino, hanno prodotto degli anticorpi sociali e culturali per riconoscere i segnali di allarme, ma, come accade con i vaccini, questi anticorpi con il tempo svaniscono.

“Per decenni – precisa Roccato – in Europa occidentale ha prevalso una sorta di pregiudiziale pro democratica:

una convinzione diffusa e condivisa che la democrazia non fosse solo il miglior sistema possibile, ma anche l’unico moralmente accettabile.

 Oggi, soprattutto nelle nuove generazioni, questa convinzione è meno scontata”.

Roccato ricorda una delle frasi più citate di Winston Churchill:

 

“La democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta”.

Winston Churchill.

Il pregiudizio di normalità.

“La distanza di ottant’anni – osserva Roccato – rende facile dimenticare la seconda parte della frase di Churchill, quella che conta di più.”

 Quando la democrazia diventa la normalità, insomma, smette di apparire preziosa, soprattutto a chi non ha vissuto l’alternativa.

Roccato spiega che in psicologia cognitiva esiste un concetto chiamato” normalcy bias”, o “pregiudizio di normalità”, che ci porta a sottovalutare i pericoli durante un disastro, convinti che tutto tornerà presto com’era:

succede durante un’alluvione, un terremoto, e, in forma più sottile ma altrettanto profonda, anche quando la crisi riguarda la democrazia.

 

Davanti a una decisione controversa, a una legge che limita la libertà di stampa o all’accentramento del potere esecutivo, tendiamo a dirci che è tutto sotto controllo, che è qualcosa di temporaneo o una semplice eccezione senza conseguenze.

Questa reazione non è frutto di ingenuità, ma di un meccanismo evolutivo:

il nostro cervello preferisce non sprecare risorse preziose (come attenzione e preoccupazione) se non è strettamente necessario, e fa molta fatica a ragionare a lungo termine.

 

L’autoritarismo non si presenta in uniforme.

Alcuni si aspettano che un autocrate si presenti gridando slogan estremi, ma nella maggior parte dei casi gli autoritarismi non si impongono più con la forza, e i leader populisti sanno come rendersi appetibili:

parlano di ordine, efficienza, protezione, promettono di semplificare la democrazia, non di abolirla.

Si dicono interpreti diretti della volontà popolare e in effetti in qualche modo lo sono.

 

Che la soddisfazione democratica stia calando, anche se non in modo drammatico, è documentato da numerose indagini:

Roccato cita la “European Social Survey” che ci dice che nel 2002 la soddisfazione media per la democrazia nei Paesi europei era di 5.5 su 10, mentre l’ultima rilevazione, del 2023, segna un calo a 5.2.

 In Italia si scende ancora, sotto la soglia del 5.

 

Le” red flag” potrebbero anche piacerci.

Non sono numeri catastrofici, ma dicono qualcosa: la democrazia, per non poche persone, non funziona come dovrebbe.

Il titolo del paragrafo può sembrare provocatorio, ma acquista senso se si parte da una domanda: che cosa cercano le persone quando votano per movimenti populisti o leader carismatici?

“Il populismo di destra – spiega Roccato – è una risposta sbagliata a una domanda giusta: c’è una parte dell’opinione pubblica che si sente trascurata o minacciata dal mondo contemporaneo dal punto di vista economico e culturale. 

C’è chi si sente escluso o penalizzato dalla modernizzazione e dalla globalizzazione, chi ha perso il lavoro o teme di perderlo, chi vede svalutate le proprie competenze e poi c’è chi percepisce la scomparsa di modi di vivere e valori tradizionali, chi si sente “straniero a casa propria” in quartieri che sono cambiati rapidamente, spesso in modo visibile e radicale.

 Entrambe queste spinte alimentano un bisogno profondo: quello di protezione.

 Quando le istituzioni democratiche, soprattutto quelle mainstream, non riescono a intercettare e dare risposta a questo bisogno, e magari addirittura lo stigmatizzano, è comprensibile che le persone cerchino altrove, anche in direzioni potenzialmente pericolose”.

 

Il bisogno di controllo.

Non c’è solo il bisogno di protezione, ma anche quello di controllo.

“È un bisogno psicologico potentissimo – spiega Roccato — e quando sentiamo di aver perso il controllo, com’è successo durante la pandemia per esempio, siamo disposti ad affidarci a chiunque ci prometta di restituircelo.

Non è un caso che durante la pandemia sia aumentata in molti Paesi la fiducia nelle istituzioni, anche in Italia dove tradizionalmente non era così alta.

Quando sentiamo di non avere controllo diretto sulla nostra

vita cerchiamo un controllo compensatorio, qualcuno che prenda decisioni per noi, e quindi potremmo sentire il desiderio di un governo tecnocratico o autoritario, guidato da esperti o da leader forti.

 È solo apparentemente contraddittorio:

la democrazia e l’autocrazia possono rispondere allo stesso bisogno psicologico comune agli esseri umani.

Se davvero vogliamo capire perché una parte della popolazione non riconosce o addirittura apprezza i segnali di una possibile regressione democratica, dobbiamo sospendere il giudizio e chiederci quali bisogni profondi li portano a non vederli o a vederli senza spaventarsene, perché solo da qui può partire un vero dialogo”.

 

Come ci si può tenere lontani dalla dittatura?

Una delle piste più promettenti, secondo Roccato, è l’empatia.

Non bastano appelli razionali, con grafici e percentuali, perché le persone prendono decisioni in base a emozioni profonde più che a calcoli.

“Come racconta “Damasio” nel libro “L’errore di Cartesio” – aggiunge Roccato – pazienti con lesioni focali alla corteccia prefrontale ventro mediale, che conservano intatte le capacità razionali ma hanno perso l'accesso alle emozioni, prendevano decisioni controproducenti o dannose, o non riuscivano proprio a prenderle.

Per questo, forse, ha più effetto un racconto personale su cosa significhi vivere sotto una dittatura che una lezione di educazione civica.

Bisogna far capire cosa vuol dire vivere in un sistema autoritario, nella vita concreta delle persone, non abbiamo bisogno di numeri, ma di racconti:

“La ragione pura, senza l’ancoraggio delle emozioni, non è in grado di guidarci in modo efficace nel mondo reale”.

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio

I” bias”, è da qui che può nascere una nuova coscienza democratica”.

Molti dei nostri giudizi sono influenzati da bias cognitivi, che come dicevamo vanno in entrambi i sensi.

 Uno dei più noti è l’euristica della disponibilità (l’euristica è una scorciatoia mentale): se un evento ci viene facilmente in mente, lo consideriamo più probabile:

se non abbiamo esperienze dirette di autoritarismo, o se la nostra rete sociale non ne parla, non riteniamo che sia un’eventualità probabile, e quindi potremmo sottostimare i segnali.

Un altro “bias “frequente è l’ottimismo irrealistico, cioè la tendenza a sovrastimare la probabilità che le cose vadano bene: d

a una parte ci aiuta a vivere senza ansia costante, ma dall’altra può portarci a sottovalutare i pericoli reali.

 

Viceversa Roccato ci ricorda anche il “negativity bias”, cioè l’ipersensibilità alle minacce, che è un meccanismo evolutivo che poteva salvare i nostri antenati:

 se sentivano un rumore in un cespuglio, era meglio spaventarsi per un pericolo inesistente che ignorare un pericolo reale.

Chi lo faceva, pensando che nel cespuglio ci fosse un coniglio e non un serpente, rischiava di morire e di non trasmettere il patrimonio genetico:

nulla da stupirsi se come specie siamo portati a sovrastimare i rischi.

 

“In entrambi i casi – sottolinea Roccato – non esiste una parte razionale e una irrazionale della popolazione:

tutti tendiamo a costruirci una visione del mondo coerente con le nostre esperienze, i nostri bisogni e le nostre reti sociali e questo vale sia offline che online”.

 

I social amplificano i bias.

I social sono ambienti progettati per confermare ciò che già crediamo, quindi alimentano i bias delle persone.

Meccanismi come l’esposizione selettiva portano alla costruzione di realtà separate.

 “Nella vita reale – precisa Roccato – entriamo in contatto con persone diverse da noi: i vicini, i colleghi, i genitori dei compagni di scuola dei figli, mentre online è più facile rinforzare continuamente la propria visione del mondo.

Anche i giornali e le tv, salvo poche eccezioni, tendono a semplificare e polarizzare, per ragioni commerciali: il risultato è una cittadinanza divisa in gruppi, ciascuno convinto di essere nel giusto”.

Alla fine, insomma, scopriremo solo a posteriori se stiamo effettivamente sottovalutando i segnali di allarme.

Nel frattempo, forse, nel dubbio sarà meglio prendere esempio dai nostri antenati, e pensare al serpente e non al coniglio: potrebbe fare la differenza, anche se magari ci stiamo preoccupando per niente.

 

 

 

CONCETTI CONTRASTIVI.

Concetticontrastivi.org – (3 Maggio 2025) - Marco Guastavigna – ci dice:

 

 

Potere e potenza.

Descrivere i dispositivi digitali come prodotti sociali a prevalente impianto capitalistico e svelarne le ambiguità in modo emancipato e con scopo emancipante è dovere politico-culturale di una critica radicale della "platform society", capace di decostruire mediante cortocircuiti concettuali l'inganno tecno-liberista della "società della conoscenza sorvegliata" e dell'estrattivismo.

Nell’era della “Tecnologia Totale” pubblico e privato non sono più sempre separabili.

 Le “Big Tech” sono ormai l’infrastruttura dell’informazione di cui lo Stato ha bisogno per portare avanti la propria missione originaria.

Se lo Stato esiste ancora come forma giuridica e legale, il suo funzionamento e la sua governance sono in fermento.

La redistribuzione del potere e della potenza non si concretizza attraverso la scomparsa dello Stato ma, al contrario, attraverso la comparsa di un Leviatano a due teste:

una economica, l’altra securitaria;

la prima vettore di potere, la seconda vettore di potenza (tecnologica).

Il “nuovo Leviatano” si articola intorno a tre aspetti:

i dispositivi di potere sovrano (sicurezza e tecno sorveglianza della popolazione), gli strumenti di proiezione di potenza e guerra, gli orientamenti socio-economici e il ritorno di un nuovo «capitalismo politico».

Vediamo apparire un’entità che scioglie i compartimenti stagni mentali e istituzionali che credevamo invalicabili.

 La strana creatura, un” Leviatano a due teste”, appare sotto forma di “continuum funzionale” tra Big Tech e Big State, i cui rapporti sono complessi, talvolta complicati, dal momento che sono dipendenti, intrecciati, speculari.

Nell’era della “Tecnologia Totale” pubblico e privato non sono più sempre separabili.

Le “Big Tech” sono ormai l’infrastruttura dell’informazione di cui lo Stato ha bisogno per portare avanti la propria missione originaria.

Se lo Stato esiste ancora come forma giuridica e legale, il suo funzionamento e la sua governance sono in fermento.

 La redistribuzione del potere e della potenza non si concretizza attraverso la scomparsa dello Stato ma, al contrario, attraverso la comparsa di un Leviatano a due teste: una economica, l’altra securitaria; la prima vettore di potere, la seconda vettore di potenza (tecnologica).

Il “nuovo Leviatano” si articola intorno a tre aspetti:

i dispositivi di potere sovrano (sicurezza e tecno sorveglianza della popolazione), gli strumenti di proiezione di potenza e guerra, gli orientamenti socio-economici e il ritorno di un nuovo «capitalismo politico».

Vediamo apparire un’entità che scioglie i compartimenti stagni mentali e istituzionali che credevamo invalicabili.

 La strana creatura, un “Leviatano a due teste”, appare sotto forma di continuum funzionale tra Big Tech e Big State, i cui rapporti sono complessi, talvolta complicati, dal momento che sono dipendenti, intrecciati, speculari.

Così come il concetto di “Big Tech”, anche quello di “Big State”, non dipende tanto da criteri quantitativi (dimensione, demografia, investimenti, pil) ma qualitativi:

 la decisione politica di perseguire in modo più o meno dichiarato il progetto di “Tecnologia Totale,” una certa attrazione per il «braccio di ferro» e i rapporti di forza interni ed esterni.

Non si tratta semplicemente di uno Stato o di un impero.

Può essere l’uno o l’altro, l’uno e l’altro. (…)

 Se c’è una cosa che il “Big State” ha in comune con le “Big Tech” è il fatto di perseguire, con mezzi e strategie proprie, il “progetto di Tecnologia Totale “per ricavarne potere (interno) e potenza (esterna).

Le Big Tech hanno trovato il loro alter ego, il Big State.

La visione dello Stato attraverso il filtro della Tecnologia Totale si struttura in cooperazione – o in concorrenza – con gli attori della Tech.

In sintesi, Big Tech e Big State si definiscono e ridefiniscono, evolvono e mutano in funzione l’uno dell’altro.

Non si ibridano, entrano in simbiosi, il che è diverso.

 Il Big State si distingue inoltre per un dichiarato interventismo economico. (…) Questo è il cuore del nuovo paradigma contemporaneo quando si tratta di tecnologia: la potenza non è il potere.

“ Big Tech” e “Big State” si basano su tale distinzione:

la prima cede la sua potenza al secondo, il secondo trasferisce parte del suo potere alla prima.

Ma il potere definitivo, quello della legge, rimane allo Stato.

La distinzione ci riporta ancora una volta alla delicata questione della sovranità degli Stati, ossia far rispettare la propria volontà politica all’interno dei confini stabiliti.

Se l’Infra Sistema non gli appartiene, lo Stato può sempre costringere i suoi proprietari (Big Tech).

 (A. Mhalla, “Tecnopolitica. Come la tecnologia ci rende soldati”).

 

 

 

Harris vs Trump: la guerra tra

gruppi finanziari statunitensi.

 

Altreeconomia.it - Alessandro Volpi — (25 Luglio 2024) – ci dice:

 

Scorrendo partner e finanziatori dei due candidati alla Casa Bianca si nota la frattura interna al capitalismo finanziario statunitense.

Da un lato i principali player del risparmio gestito globale e della proprietà azionaria dei grandi fondi -vicini al Partito democratico- e dall’altro chi non vuole rimanere escluso dalla bolla e vuole metter mano alla politica monetaria.

(L’analisi di Alessandro Volpi).

 

In seguito all’annuncio del ritiro di Joe Biden dalla corsa presidenziale emerge con sempre maggiore chiarezza uno scontro in corso all’interno del capitalismo finanziario statunitense.

Proviamo a sintetizzarlo e forse anche a semplificarlo.

Dopo la scelta di “James Vance” come vicepresidente o le prese di posizione di “Elon Musk”, sta infoltendosi la schiera dei sostenitori -e finanziatori- di Donald Trump.

Si tratta di soggetti riconducibili a un capitalismo che prova ad arginare lo strapotere delle “Big Three”, dei super fondi, ormai decisamente legati ai democratici.

 

Sia Biden sia Kamala Harris hanno avuto e hanno nel loro staff figure chiave che provengono da “BlackRock”.

Un personaggio come “Jamie Dimon”, l’amministratore delegato di “JPMorgan”, la banca dei super fondi, ora blandito da Trump, è stato a lungo in procinto di essere candidato per i democratici.

Il presidente della Federal reserve (Fed), “Jerome Powell”, con il sostegno di “Janet Yellen”, segretario al Tesoro, ha accompagnato le strategie degli stessi super fondi, comprando a piene mani i loro “Etf”.

 

 Contro questa simbiosi ha preso corpo, come accennato, una cordata di figure che vuole utilizzare il potere politico della presidenza Trump per combattere o limitare proprio lo strapotere delle “Big Three”.

 In tale sequenza compaiono alcuni “grandi fondi hedge”, come quello di “John Paulson”, preoccupati per la progressiva emarginazione da un “mercato” normalizzato dai super fondi, alcuni petrolieri non legati direttamente ai colossi dell’energia in mano alle “Big Three”, come “Timothy Dunn” e “Harold Hamm” di “Continetal resources”, ma figurano anche miliardari di lunga tradizione come i “Mellon”, infastiditi dallo strapotere dell’amministratore delegato di “BlackRock”, “Larry Fink”, e personaggi alla “Bernie Marcus”, il fondatore di “Home Depot””, un colosso da 500mila occupati, ostile al “modello fabless” delle “Big Tech” che vede affacciarsi nella sua creatura, ceduta proprio a “Vanguard”, “BlackRock” e “State Street”.

 

Tra i capitalisti di Trump ci sono poi i proprietari dei casinò, come “Steve Wynn” e “Phil Ruffin”, spaventati dall’avanzata dei grandi fondi anche nei loro settori, e personaggi tipici del mondo trumpiano come “Linda McMahon”, fondatrice insieme al marito della “Wold wrestling entertainement” (Wwe).

 

In estrema sintesi, la possibilità di successo di Trump ha scatenato uno scontro duro all’interno del capitalismo americano destinato a determinare un cambiamento nei suoi equilibri interni e a indebolirlo.

 

Per comprendere ancora meglio il fenomeno è utile scorrere anche la lista dei donatori di “Kamala Harris” in cui si trovano numerosi esponenti della finanza legata, a vario titolo, ai grandi fondi.

Spiccano infatti i nomi di Reid Hoffman, creatore di LinkedIn, ceduta nel 2016 a Microsoft per 26 miliardi di dollari e, da allora, membro del consiglio di amministrazione della stessa Microsoft, di cui, come è noto, Vanguard, BlackRock e State Street hanno oltre il 20%.

Lo stesso Hoffman, oggi, ha una partecipazione rilevante in Airbnb, dove le “Big Three” sono azioniste di riferimento.

 

Accanto a Hoffman figura Roger Altman, finanziere democratico di lungo corso, collaboratore di Jimmy Carter e di Bill Clinton con ruoli molto delicati, passato da Lehman e da Blackstone, e ora amministratore della “banca Evercore”, di cui Vanguard possiede il 9,46%, BlackRock l’8,6% e State Street il 2,6%.

Ci sono poi Reed Hastings, presidente di Netflix, dove Vanguard ha l’8,5%, BlackRock il 5,7% e State Street il 3,8%, Brad Karp, a lungo legale di fiducia di JPMorgan, Ray McGuire, presidente di Lazard Inc, in cui Vanguard è il primo azionista con il 9,5%, seguito da BlackRock con l’8,5%, Marc Lasry, amministratore delegato di Avenue Capital Group, l’hedge fund vicino alle “Big Three”, e poi Frank Baker, proprietario di un private equity.

Un posto di rilievo tra i donatori per Kamala Harris hanno anche diversi membri della “famiglia Soros” e vari protagonisti delle principali società di consulenza americane come Jon Henes e Ellen Goldsmith-Vein.

 

In sintesi, la nuova potenziale candidata ha messo insieme una vasta cordata di donatori che vedono nella finanza trumpiana un pericolo per il monopolio “rasserenante” coltivato con cura dai super fondi, azionisti centrali delle principali società dell’indice azionario S&P 500:

si potrebbe immaginare così uno schieramento che intende difendere i principali player del risparmio gestito globale e della proprietà azionaria dei colossi in nome della tutela dei risparmiatori dagli scossoni generati da una vittoria repubblicana.

 

Siamo davvero di fronte allo scontro interno a un capitalismo che da un lato sta costruendo la sua fortuna sul monopolio finanziario inteso come strumento della riduzione del rischio per i cittadini divenuti ormai soggetti finanziari attraverso le loro polizze, e dall’altro sta conoscendo la formazione di un blocco destinato a indebolire tale monopolio nella speranza di non essere escluso dalla bolla in atto e che ha bisogno della politica, a cominciare da quella monetaria, con tassi decisamente più favorevoli, per poter contare.

 

Al di là delle pur fondamentali narrazioni popolari, queste elezioni contengono una dura guerra tra gruppi finanziari.

(Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa).

 

 

 

 

 

Decoupling economico e tensioni sistemiche:

una nuova normalità

nelle relazioni transpacifiche.

 

Geopolitica.info - Cristina Martinengo – (9 -05 -2025) – ci dice:

 

 Mentre l’escalation di ostilità soprattutto sul piano economico fra Stati Uniti e Cina ha raggiunto il livello di massima tensione con l’inizio di una aperta guerra commerciale in seguito all’annuncio di dazi voluti dall’amministrazione Trump, ci si domanda se le reali intenzioni del presidente degli Stati Uniti fossero quelle di innescare un effettivo disaccoppiamento fra le due economie, considerato anche il rapido tentativo di cambio di rotta degli ultimi giorni.

 

Negli ultimi anni, le relazioni economiche tra Stati Uniti e Cina hanno assunto contorni sempre più instabili, passando da una crescente interdipendenza a una competizione aperta che culmina oggi in una nuova stagione di guerre commerciali.

Si manifesta dunque l’esigenza di analizzare le radici storiche e le dinamiche recenti del processo di decoupling economico, valutandone le implicazioni strategiche non solo per le due potenze coinvolte, ma per l’intero sistema globale. Particolare attenzione è rivolta al modus operandi dell’Amministrazione Trump, che tanto in politica economica quanto in politica estera ha fatto dell’imprevedibilità e dell’incertezza i propri tratti distintivi, contribuendo ad alimentare la volatilità degli scenari internazionali.

 

Sulle montagne russe dei rapporti economici tra Stati Uniti e Cina.

Negli ultimi vent’anni i rapporti commerciali fra gli Stati Uniti e la Cina sono stati altalenanti ma mai definitivamente compromessi.

 Tutto è iniziato con la firma dello “US-China Relations Act” nel 2000 approvato dall’allora presidente Clinton e con la conseguente adesione della Cina all’”Organizzazione Mondiale del Commercio” (OMC/WTO), in un periodo di normalizzazione e consolidazione delle relazioni commerciali fra i due Paesi.

La crescente interdipendenza economica diventò evidente nel 2008, quando la Cina divenne il maggiore detentore di debito statunitense, raggiungendo i 600 miliardi di dollari.

Con un saggio per Foreign Policy del 2011, l’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton delineò un pivot degli Stati Uniti verso l’Asia, definendo la Cina come un Paese con opportunità di investimento senza precedenti per gli Stati Uniti, con possibilità il cui sfruttamento sarebbe stato di grande valore per gli interessi economici e strategici americani.

“Proprio come l’Asia è fondamentale per il futuro dell’America, un’America impegnata è vitale per il futuro dell’Asia”, scriveva Clinton.

 

Come riportato dal “Council on Foreing Relations”, le tensioni commerciali iniziano però a farsi evidenti nel 2012, quando il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina è salito a un massimo storico di 295,5 miliardi di dollari.

Inoltre, sempre lo stesso anno, ad aumentare le frizioni furono le restrizioni imposte dalla Cina all’esportazione di terre rare, minerali essenziali per prodotti come veicoli ibridi, smartphone e equipaggiamento militare tecnologicamente avanzato, nonché settore di indiscusso dominio cinese a livello mondiale.

Dopo il cambio della leadership cinese, una serie di frizioni geopolitiche e l’inizio del primo mandato di Donald Trump nel 2017, i rapporti tra i due Paesi sembravano invece stabilizzarsi tanto da spingere il Presidente statunitense an annunciare “enormi progressi” nelle relazioni bilaterali commerciali.

Nel 2017 venne annunciato un accordo in dieci punti sull’espansione del commercio di prodotti primari e servizi.

 I rapporti raggiunsero dunque “un nuovo massimo”, se non fosse che pochi mesi dopo la stessa Amministrazione Trump annunciò dazi alle importazioni cinesi per 50 miliardi di dollari.

Alla fine dello stesso anno poi la strategia di sicurezza nazionale americana identificava esplicitamente la Cina come competitor strategico che, tramite l’espansionismo economico, tentava di rimodellare l’ordine internazionale a proprio vantaggio, rappresentando dunque una minaccia per gli Stati Uniti.

 

Nel 2018 vi fu una chiara inversione di rotta con il passaggio dalla cooperazione alla competizione aperta o trade war, con un inasprimento delle tensioni soprattutto da parte degli Stati Uniti che si vedevano minacciati dalle interferenze cinesi. Da quel momento ebbe inizio la prima guerra commerciale che si intensificò fino alla firma dell’Economic and Trade Agreement del 2019, che segnò un lieve allentamento nell’escalation dei rapporti commerciali. Le tensioni, non solo economiche, raggiunsero un nuovo picco negativo durante la pandemia da Covid-19, quando venne dichiarato, tramite le parole dell’ex Segretario di Stato Mike Pompeo, che l’era del dialogo con Pechino si era conclusa e che da allora iniziava un nuovo approccio basato sul tentativo di pressare la Cina affinché rispettasse le regole del commercio internazionale.

 Inoltre, nel 2020 venne firmato il” Phase One Economic and Trade Agreement” che sebbene prevedesse un aumento degli acquisti cinesi di beni e servizi americani, lasciava in vigore la maggior parte dei dazi imposti durante la guerra commerciale.

 

Il mandato del presidente Biden iniziò con premesse durissime: la Cina rappresentava la più grande minaccia per l’America.

 Inoltre, le tensioni commerciali tra i due paesi, per tutta la durata dell’amministrazione Biden, sono state alimentate anche da frizioni geopolitiche e diplomatiche legate soprattutto alla militarizzazione dell’area dell’Indo-Pacifico e alla disputa su Taiwan.

Dopo una prima fase di tensione commerciale durante la quale l’Amministrazione Biden ha mantenuto i dazi imposti da quella Trump con rispettive contromisure imposte dalle aziende cinesi, il nuovo approccio alle relazioni commerciali bilaterali è stato segnato da un incontro tra Biden e Xi del 2022, quando entrambi i leader manifestarono l’intenzione di allentare le tensioni.

Il percorso di graduale miglioramento delle relazioni sino-americane non fu però privo di tensioni: nel 2022 venne infatti firmato il Chips and Science Act, che rappresentò una risposta strategica per contrastare l’ascesa tecnologica della Cina e un tentativo di ridurre la dipendenza statunitense dalla produzione cinese.

Lo stesso anno la firma dell’”Inflation Reduction Act” ebbe una serie di effetti indiretti sulla produzione cinese, aumentando la competitività della filiera energetica statunitense e tentando di diminuire la dipendenza economica di Washington da Pechino.

Alla fine del 2024 però, sebbene le relazioni commerciali tra i due Paesi non potessero definirsi buone, erano evidentemente migliorate.

 

Inoltre, fino alla fine e per tutta la durata del mandato di Biden, la postura statunitense nei confronti della Cina è rimasta definita e strutturata nella Grand China Strategy.

 I pilastri di questa politica erano quelli di investire in patria, allinearsi con gli alleati e soprattutto competere con la Cina per mantenere un ordine internazionale basato su regole condivise.

 L’obiettivo era quello di plasmare l’ambiente strategico intorno a Pechino, piuttosto che tentare di cambiarne direttamente il comportamento. 

 

Una nuova guerra commerciale e il decoupling

 

Il primo giorno di una nuova guerra commerciale, già piena di colpi di scena, è stato battezzato dal Presidente Trump come il “Liberation Day”, ovvero il momento d’inizio per la rinascita dell’industria americana e per rivendicare il destino del Paese.

Il giorno della liberazione ha segnato l’inizio di quello che in economia viene chiamato decoupling, che indica un forte indebolimento o la fine dell’interdipendenza economica fra due Paesi, in questo caso Cina e Stati Uniti. Oltre alla competitività, negli ultimi anni le Amministrazioni americane hanno cercato da un lato di enfatizzare il potenziale della Cina come partner commerciale, dall’altro hanno cercato di rispettare la logica dello “small yard, high fence”, imponendo rigide restrizioni a un numero limitato di tecnologie con un significativo potenziale militare, mantenendo però i normali scambi economici in altre settori.

 Questo approccio tendenzialmente ottimista, però, sembrerebbe del tutto svanito.

 

La prima guerra commerciale lanciata da Trump nel 2018 non è riuscita a eliminare del tutto la dipendenza degli Stati Uniti dalla produzione manifatturiera cinese.

Sebbene le due maggiori economie mondiali abbiano spesso faticato ad andare d’accordo, l’idea dominante fino ad oggi è stata quella di rimanere partner commerciali, in quanto più vantaggioso dell’essere nemici.

Al contrario, i recenti aumenti tariffari introdotti nel mese di aprile 2025 hanno fatto salire le imposte sulla maggior parte dei beni cinesi fino al 145%, con il rischio concreto di compromettere in modo significativo il commercio bilaterale tra le due potenze.

Non solo, anche le imposte su altri Paesi vanno a ledere significativamente le esportazioni cinesi verso Paesi terzi che a loro volta spediscono le loro merci negli Stati Uniti.

 

I rischi di una guerra commerciale per l’economia mondiale e il cambio di rotta di Trump.

 

Gli Stati Uniti e la Cina sono le due maggiori economie del mondo e lo stato delle loro relazioni commerciali ha conseguenze, oltre che per entrambi i Paesi, per l’economia globale tutta.

I potenziali rischi legati agli effetti della guerra commerciale iniziata da Trump, non solo contro la Cina, sono stati riassunti dall’ultimo rapporto dell’”Organizzazione Mondiale del Commercio”.

Nel report, sotto la voce “trade concerns” si fa riferimento a come le tariffe imposte dagli Stati Uniti danneggeranno le economie di tutto il mondo e costringeranno a un ridimensionamento delle stime di crescita globali. Secondo le nuove stime dell’OMC, il commercio globale totale si contrarrà dello 0,2% rispetto a una crescita prevista del 2,7% senza i dazi.

La crescita della produzione mondiale è prevista al 2,2%, con un incremento dello 0,6% inferiore rispetto ad un ipotetico scenario senza dazi. Inoltre, le scelte intraprese dall’amministrazione Trump non solo hanno allontanato la possibilità di raggiungere gli obiettivi economici sperati, ma hanno portato l’economia statunitense sull’orlo di una seria crisi, in soli cento giorni.

Tra gli obiettivi dichiarati vi era soprattutto quello di ridurre l’inflazione, ma diversi economisti si aspettano che la strategia commerciale di Trump non farà che aumentarla.

 Trump aveva poi promesso più crescita, la riduzione del debito pubblico e di migliorare la bilancia commerciale, tutti obiettivi difficilmente raggiungibili con le attuali politiche tariffarie, che avranno potenzialmente effetti opposti a quelli sperati.

 Tra le aspettative di crescita globali ridimensionate, l’alta probabilità di un aumento dell’inflazione e l’assenza di una strategia economica sistematizzata, Trump ha quindi allontanato considerevolmente il sogno di un’America grande e di una nuova età dell’oro.

 

Il possibile cambiamento di rotta rispetto a posizioni così radicali non si è fatto attendere.

 Trump ha infatti paventato una possibile inversione di tendenza nella sua guerra commerciale con la Cina anche per la continua volatilità del mercato, affermando che le elevate tariffe sui prodotti cinesi caleranno “sostanzialmente”, anche se non verranno azzerate.

 Anche il segretario al Tesoro “Scott Bessent” aveva anticipato che la rottura netta o il disaccoppiamento tra le due economie non sarebbero stati sostenibili nel lungo periodo.

L’imprevedibilità delle azioni di Trump, anche nell’ambito della politica commerciale, è il tratto distintivo in questa fase del suo secondo mandato.

Nella sua politica commerciale, Trump ha ripreso il nazionalismo economico di matrice mckinleyana, impiegando nei suoi recenti annunci sui dazi reciproci una retorica che richiama quella utilizzata dal presidente William McKinley a fine Ottocento.

La ragione per cui sono stati applicati dazi così elevati non è tuttavia chiara, dato che la Casa Bianca non ha mai delineato una linea narrativa esplicita e univoca sugli obiettivi finali di Trump riguardo alla sua politica economica.

Le continue oscillazioni del Presidente, culminate nel tentativo di ridimensionare l’escalation con la Cina durante uno degli ultimi interventi pubblici, contribuiscono a rendere particolarmente difficile comprendere quali siano realmente le sue intenzioni.

C’è quindi molta attesa per la fine della pausa di novanta giorni sulle imposte decisa da Trump.

Si fa sempre più remota la possibilità che una volta terminata la pausa Trump decida di mantenere il prezzo della guerra commerciale così alto o che imponga dazi reciproci ad altri Paesi, ovvero che agisca allo stesso modo di quanto fatto con la Cina fino ad ora.

La decisione di sospendere i dazi ad altri Paesi ha dato un sollievo immediato ed evidente ai mercati, con un rialzo delle azioni e dei future sulle materie prime.

 Le stesse dichiarazioni riguardo alla possibile svolta ha avuto un immediato effetto positivo sul mercato.

 Però, come spiegato da “Joe Brusuelas”, economista capo di RSM US, il rischio che l’economia americana entri in recessione non è scomparso, data la quantità di shock simultanei che ha assorbito.

Inoltre, non è al momento evidente come possa agire la Cina, che non ha ancora fatto marcia indietro come avrebbe voluto Trump, ma ha risposto con la stessa moneta.

 

 

 

La guerra commerciale di Trump fa

 più danni agli Stati Uniti che agli

altri Paesi: l’impatto sul mercato

 e l'incertezza economica.

Ilsole24ore.com (20 aprile 2025) - Servizio JPMorgan – Redazione – ci dice:

 

L'aggressiva politica commerciale di Trump sta avendo conseguenze negative sull'economia statunitense, con un impatto maggiore rispetto agli altri Paesi coinvolti nella guerra commerciale.

(Una testa di “bobble” raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che si siede su una scrivania al New York Stock Exchange). 

 

«Il mercato è convinto che la guerra commerciale faccia più danni agli Stati Uniti che agli altri Paesi. Questo perché gli Usa hanno maggiormente beneficiato della globalizzazione: una decrescita dei commerci globali ha dunque qui l’impatto maggiore.

Il mercato era entrato nel 2025 con un grande ottimismo sugli Stati Uniti: a inizio anno si prevedeva una crescita economica robusta e una crescita degli utili a due cifre, mentre ora i profitti 2025 sono attesi con un progresso compreso tra lo zero e il 5% e l’economia è stimata a zero crescita».

“George Gatch”, amministratore delegato di “Jp Morgan Asset Management”, parla dall’alto di una lunga esperienza sui mercati e dal pulpito di uno dei maggiori gruppi di gestione del risparmio al mondo.

Non può che prendere atto del fatto che i primi mesi del 2025 hanno radicalmente cambiato lo scenario globale e - soprattutto - quello degli Stati Uniti.

Che il mercato la pensi così è evidente dall’andamento di tutte le asset class: quelle statunitensi soffrono più di altre.

Ma il concetto non è intuitivo: la guerra commerciale dovrebbe far male più ai Paesi esportatori, a partire da Cina ed Europa...

 

Sì, ma l’Europa sta reagendo e si sta focalizzando più sulla crescita economica domestica.

 Per esempio con il piano di riarmo.

Invece gli Stati Uniti stanno soffrendo, perché sono stati i grandi beneficiari della globalizzazione.

 I dazi possono avere negli Stati Uniti un impatto maggiore sul fronte dell’inflazione.

È questo che ha fatto risalire i rendimenti dei titoli di Stato Usa.

 

I rendimenti sono saliti però violentemente nei giorni scorsi anche per una crisi di fiducia, per le vendite forzate di hedge fund e (impossibile saperlo) forse della Cina.

 Crede che quello dei Treasury sia il vero punto debole di Trump e degli Stati Uniti? In fondo lui ha fatto parziale retromarcia sui dazi in concomitanza del rialzo dei rendimenti...

No, non credo.

Il mercato dei Treasury Usa è il più profondo e forte al mondo.

Abbiamo visto molto stress nei giorni scorsi, ma non dimentichiamo che i rendimenti sono ora più bassi che a inizio anno.

Non bisogna mai scordare una cosa: la pressione del mercato azionario si può trasmettere a quello dei titoli di Stato e a quello dei bond aziendali.

Questo si è visto in entrambi i settori. Ma ora che i rendimenti sono saliti, entrambi i mercati offrono buone opportunità per gli investitori.

Crede che gli Stati Uniti finiranno in recessione?

A mio avviso le probabilità sono 50 e 50. È molto difficile prevederlo.

 

Le conseguenze economiche

 della politica di Trump.

   Cittanuova.it – (13 Marzo 2025) - Benedetto Gui – ci dice: 

La politica commerciale aggressiva del presidente Usa, anche nei confronti dei Paesi europei, si basa su una narrazione errata della realtà con effetti negativi per gli stessi Stati Uniti.

 Le grandi sfide dell’economia mondiale si possono affrontare solo attraverso la collaborazione.

 

Il presidente degli Usa è Donald Trump.

Il titolo di questo articolo, che richiama quello di un famoso saggio di “John Maynard Keynes” del 1919, ricorre in varie forme in questi giorni sulla stampa di tutto il mondo, segno dell’inquietudine per le sorprendenti mosse del neo-presidente USA Donald Trump in fatto di dazi commerciali:

un susseguirsi di dichiarazioni, minacce, decisioni, rinvii…

 

Alla base c’è il gigantesco deficit commerciale degli Stati Uniti, che prosegue ininterrotto da trent’anni e ha superato i 1.000 miliardi di dollari all’anno.

Trump si è impegnato a cambiare drasticamente le cose, “riportando a casa” attività produttive che in passato venivano svolte in gran parte all’interno del Paese e fornivano milioni di posti di lavoro relativamente ben pagati, soprattutto nel Midwest (pensiamo all’industria automobilistica).

Nella sua interpretazione, questi posti di lavoro sarebbero stati slealmente “rubati” da Cina, Messico, Canada… e dall’Unione Europea, che sarebbe stata creata non per evitare ulteriori guerre nel Continente, ma per “fregare” commercialmente gli Stati Uniti.

 

Non saprei dire se il nuovo inquilino della Casa Bianca pensi veramente che le cose stiano così, o se così le descriva – proponendosi come risolutore del problema – per guadagnarsi i voti delle fasce di cittadini più colpiti dalla grande trasformazione dell’economia americana degli ultimi decenni.

È vero che l’Unione Europea fa pagare sulle auto importate dazi più alti rispetto a quelli applicati negli Stati Uniti (ma non dimentichiamo che lì sono più alti quelli sui SUV e i pick-up).

 

È anche vero che, soprattutto in certe fasi, grandi esportatori verso gli USA come Giappone e Cina hanno mantenuto le loro valute ad un livello artificialmente basso per essere più competitivi.

Ed è pure vero che il più grande esportatore europeo verso gli USA, la Germania, è stata sempre molto cauta in fatto di finanza pubblica, con la conseguenza di mantenere sotto tono la spesa complessiva del Paese, e quindi anche le sue importazioni da oltre Atlantico.

Tuttavia, lo squilibrio commerciale americano è dovuto solo in parte al comportamento dei Paesi partner.

 Esso è causato anche dall’altissima propensione al consumo (piuttosto che al risparmio) delle famiglie americane:

se il risparmio nazionale americano non fosse, di conseguenza, un modesto 17% del Prodotto Interno Lordo, ma raggiungesse il 21% italiano (non dico il 26% tedesco), ciò basterebbe per far sparire del tutto l’eccesso di importazioni.

Ancora, se il sistema finanziario a stelle e strisce non attirasse fiumi di miliardi dai risparmiatori e dagli operatori finanziari di tutto il mondo, la quotazione del dollaro sarebbe più bassa e così le merci americane diventerebbero più competitive.

Come a dire che il deficit commerciale si potrebbe curare disincentivando questo afflusso di capitali, senza bisogno di innescare guerre commerciali con i propri alleati, ma certo questo non piacerebbe alla grande finanza.

Quali allora le conseguenze economiche della politica di Trump?

 Difficile dirlo.

Per tentare di orientarsi occorre prima di tutto distinguere in quale prospettiva temporale ci mettiamo.

Butto lì una risposta azzardata.

 

Nel lungo periodo, l’atteggiamento di Trump finirà per danneggiare gli Stati Uniti, la cui posizione di preminenza è stata sostenuta anche dai sentimenti (sì, sentimenti) di fiducia, considerazione, riconoscenza e rispetto di una parte importante del resto del mondo.

Non escluderei, invece, che la prepotenza di Trump possa forzare dei cambiamenti favorevoli all’economia americana nel medio periodo, diciamo entro le elezioni di parte del parlamento USA del novembre 2026.

Quelli che si iniziano già a vedere, invece, sono gli effetti di breve periodo.

Negli spregiudicati affari immobiliari che hanno arricchito “the Donald” l’alternarsi di affermazioni ora aggressive e ora concilianti perché l’altro firmi impatta solo sul morale e sulle finanze delle sfortunate controparti.

Ma nel complesso contesto dell’economia mondiale ogni parola di un importante attore politico influisce sugli orientamenti di milioni e milioni di attori economici. Le troppe parole di Trump stanno accrescendo l’incertezza di chi si trova a decidere se acquistare, investire, assumere… sulla base di aspettative che fanno presto a diventare più pessimistiche.

Se ne è già avuto un assaggio nella caduta delle borse.

 Se ne sta preparando un altro a riguardo dell’occupazione, che è destinata a soffrire per la maggior cautela con cui si muoveranno le imprese.

 Rendendosene conto, Trump ha già messo le mani avanti dicendo che, sì, nell’immediato potrebbe esserci un rallentamento dell’attività economica (in linguaggio tecnico, una recessione), ma ha rassicurato gli elettori che poi gli effetti saranno positivi.

 

Le relazioni economiche uniscono elementi di cooperazione ed elementi di conflitto.

Il timore è che la svolta che sta dando la nuova amministrazione americana acuisca ed esasperi i secondi.

Non è di questo che l’economia mondiale ha bisogno, perché le grandi sfide che ci attendono (la povertà estrema, la salute del pianeta, …) sono sempre lì, anche se ultimamente poco se ne parla, e per affrontarle avremo bisogno prima di tutto di molto spirito di collaborazione.

 

 

 

Il duello tra Cina e America è tra

due ideologie che non

riconoscono più la stessa realtà.

Linkiesta.it – (19 aprile 2025) – Redazione – ci dice:

 

La crisi tra Washington e Pechino è solo l’ultimo atto di un confronto strutturale che mette in discussione le regole su cui si è costruita l’economia globale.

Quella tra Cina e Stati Uniti non è soltanto una guerra commerciale, ma il riflesso di un conflitto ideologico profondo.

Da una parte, l’espressione viscerale di un’America ferita, nostalgica e muscolare, che cerca nel protezionismo una scorciatoia per riaffermare il proprio primato.

 Dall’altra, una Cina tutt’altro che perfetta, attraversata da contraddizioni strutturali e sempre in bilico tra controllo e instabilità, che progetta il futuro con l’ansia di chi teme il crollo interno più della pressione esterna.

L’aumento dei dazi al centoquarantacinque per cento deciso da Donald Trump sui beni cinesi è un gesto simbolico, pensato per stanare la tradizionale imperturbabilità cinese.

In economia Pechino non si muove come una barca a vela, ma come una petroliera:

ci mette una vita a virare, ma poi tiene quella posizione per molto tempo.

 La reazione cinese è stata come al solito fredda, anche se questa volta più radicale del solito perché nella sua immagine pubblica, “Xi Jinping” non può tollerare compromessi con l’Occidente percepiti internamente come sottomissioni.

Due ideologie si fronteggiano, ma non si parlano.

Da una parte c’è il “Make America Great Again”, la promessa trumpiana di un ritorno a un passato mitico di potenza industriale e supremazia incontestata.

Dall’altra c’è il grande rinnovamento della nazione cinese, annunciato da “Xi Jinping” nel 2012 sui gradini del Museo nazionale, come una restaurazione legittima dopo il cosiddetto secolo delle umiliazioni.

“ Xi “lo ha definito «il più grande sogno della nazione cinese nella storia moderna».

 Non è un semplice slogan:

è una dottrina che fonde sviluppo economico, orgoglio nazionale e disciplina sociale in un unico progetto.

È un patto implicito tra Partito e popolo, che non può essere infranto senza che crolli la narrazione stessa del potere.

 

Ogni passo compiuto dalla Cina negli ultimi anni — dalle restrizioni all’export strategico alle contro-tariffe — risponde a quel disegno originario.

 Ed è proprio questa struttura ideologica, rigida e totalizzante, a rendere inefficace qualsiasi trattativa in stile trumpiano, costruita su show da piazzista, pressioni e colpi di teatro.

Quando la posta in gioco è identitaria, ogni concessione diventa una sconfitta. Quando la diplomazia si costruisce su emozioni contrapposte — intimidazione da un lato, disciplina dall’altro — la possibilità di un terreno comune evapora.

 

Secondo “Stephen Roach”, ex presidente di “Morgan Stanley Asia”, «il conflitto nasce da due visioni politiche inconciliabili».

Come scrive in un approfondimento per il “Financial Times”, Trump usa dazi e minacce come strumenti di intimidazione e spettacolo, mentre “Xi “adotta una strategia fredda e calcolata, fondata su un’idea organica di rinascita nazionale.

 La risposta cinese non arriva mai per vie spettacolari:

nessun comizio, nessun tweet, solo misure calibrate, spesso annunciate in modo sobrio e burocratico, come la recente contro-tariffa apparsa in una nota del Ministero delle Finanze.

 

Negli ultimi giorni, Pechino ha intensificato gli sforzi per evitare che altre economie si schierino con Washington.

Il ministro del commercio cinese ha avviato colloqui con l’”Unione Europea”, ha parlato con Giappone e Corea del Sud, mentre “Xi” è volato personalmente in Vietnam e Malesia per proporre un’alleanza contro quello che definisce «bullismo unilaterale».

A Kuala Lumpur ha invitato i Paesi del Sud-Est a «respingere la disconnessione, l’interruzione delle catene di fornitura e l’abuso dei dazi».

 Come spiega il “New York Times”, si tratta di una vera offensiva diplomatica, con cui la Cina cerca di evitare che la pressione americana si traduca in un “effetto domino di isolamento”.

 

Ma il messaggio non attecchisce ovunque.

 L’Europa continua a esprimere preoccupazione per il dumping industriale cinese, e ha smentito qualsiasi convergenza esplicita contro Washington.

L’Australia ha respinto al mittente l’invito dell’ambasciatore cinese a «unirsi contro le pressioni americane».

In Vietnam, nonostante l’accoglienza calorosa, la leadership ha firmato solo un generico comunicato contro «l’egemonismo e la politica di potenza», lasciando intendere che il vero destinatario potrebbe essere proprio Pechino, con cui Hanoi ha contenziosi territoriali aperti nel Mar Cinese Meridionale.

 

Dietro ogni gesto di conciliazione c’è una minaccia latente.

 Pechino ha già colpito con dazi punitivi il Canada, e il messaggio vale per tutti:

chi si schiera con Washington rischia ritorsioni economiche.

Come sottolinea il blog ufficiale “Yuyuan Tantian”, «se qualcuno userà gli interessi cinesi come pegno di fedeltà verso gli Stati Uniti, la Cina non sarà mai d’accordo».

 

Allo stesso tempo, il margine per una diplomazia multilaterale si restringe.

Ogni Paese è costretto a scegliere, o almeno a fingere di non farlo.

Le charm offensive cinese appaiono meno affascinanti di quanto auspicato, e le ambiguità strategiche si fanno sempre più difficili da sostenere.

 

Nel frattempo, Trump punta su pressioni rapide e accordi bilaterali lampo.

 Anche il Vietnam, per evitare una penalizzazione tariffaria del quarantasei per cento, ha inviato a Washington una delegazione negoziale e promesso di reprimere le frodi commerciali legate all’uso di merci cinesi mascherate.

Ma Trump ha liquidato tutto dicendo che l’incontro tra “Xi” e “To Lam” era probabilmente finalizzato a «fregare l’America».

Più che di diplomazia, si tratta ormai di una recita brutale dove le comparse cambiano, ma il copione è sempre lo stesso.

 

In questo scenario, la vera sfida non è commerciale ma strutturale.

 Ogni passo, ogni dazio, ogni dichiarazione va letta come parte di una strategia più ampia: l’erosione dell’architettura economica globale fondata sull’interdipendenza.

Non si tratta solo di difendere il mercato interno o correggere squilibri, ma di affermare un nuovo ordine.

 La Cina vuole dimostrare di non essere isolabile.

Gli Stati Uniti vogliono evitare di essere superati.

Ma in questo braccio di ferro tra due visioni del mondo, la parte mancante è una terza forza capace di ristabilire un linguaggio comune.

Finché non emergerà, ogni nuova crisi sarà solo un’eco della precedente.

 

 

 

 

 

Tecnologia e ideologia:

 il nuovo modello di “IA” cinese.

Treccani.it - Lisa Guerra – (21 giugno 2024) – ci dice:

Nell’era in cui (IA) sta ridefinendo le scelte politiche, diplomatiche e militari globali, Pechino è determinata a non restare indietro.

La strategia portata avanti dalla Cina, un perfetto esempio di come l’IA possa essere abilmente integrata nei meccanismi di potere, offre uno spunto affascinante su come un regime possa sfruttare la tecnologia per consolidare il proprio dominio.

 È in questo contesto che si colloca la recente introduzione di un modello linguistico dedicato all’educazione sulla cybersecurity, noto in Cina come “Xue Xi”.

Questa IA mira a istruire sulle corrette pratiche di sicurezza informatica, ma l’aspetto peculiare è che il suo algoritmo è stato allenato anche sul pensiero politico del presidente” Xi Jinping”.

 Il modello si delinea così come un punto d’incontro tra tecnologia e ideologia, rappresentando sia uno strumento per “studiare” che per “studiare Xi”, simboleggiando in questo modo il doppio significato del nome cinese.

 E non è il primo strumento digitale adottato dal Partito Comunista Cinese (PCC) per questo scopo.

Il modello “Xue Xi”, presentato dalla “Cybersecurity Administration of China” (CAC), è stato addestrato su sette database, tra cui sei dedicati alle tecnologie dell’informazione fornite dalla CAC e il settimo centrato sul Pensiero di “Xi Jinping”. Questa filosofia politica, con i suoi 14 principi che promuovono il “socialismo con

caratteristiche cinesi”, include obiettivi come il rafforzamento della sicurezza nazionale e il potere assoluto del Partito comunista cinese.

 Secondo la CAC, “Xue Xi” offre linee guida e corsi di formazione on-line sulla sicurezza informatica, può generare schemi su diversi argomenti, oltre a redigere rapporti, riassumere informazioni e fornire traduzioni in cinese o inglese. Progettato principalmente per uso interno al governo, il modello “Xue Xi “non rappresenta solo un avanzamento significativo in campo di sicurezza informatica, ma è anche coerente con gli ambiziosi piani della Cina di dominare lo scenario globale nel campo dell’intelligenza artificiale entro il 2030 e superare la competizione statunitense.

Infatti, se è vero che i giganti tecnologici come Alibaba e Baidu hanno già lanciato i loro modelli di IA in lingua cinese simili a ChatGPT per uso pubblico e commerciale, questi sono soggetti a rigide regole di censura, il che significa che tendono ad essere più limitati nella loro capacità di rispondere a domande delicate dal punto di vista politico.  

In Cina, la distinzione tra Stato e Partito non è netta, specialmente dopo che nel 2018 è stato inserito nella Costituzione.

Dalla sua fondazione nel 1921, il PCC porta avanti sforzi massicci per consolidare tra i cittadini una linea di pensiero comune approvata dal Partito, e da alcuni decenni lo fa anche sfruttando le molteplici possibilità delle nuove tecnologie.

Sebbene l’annuncio dell’uscita del modello di IA abbia suscitato reazioni contrastanti in Occidente, “Xue Xi” non rappresenta una novità assoluta:

nel 2019 è stata lanciata un’altra applicazione governativa, “Xue Xi Qiang Guo” (“studiare la potente nazione”), tutt’ora una delle app più scaricate in Cina e progettata esclusivamente per diffondere e promuovere l’ideologia del presidente Xi con testi, quiz e giochi educativi volti a testare le conoscenze dell’utente.

Questo non ci dovrebbe stupire: nel 2021, il Pensiero di Xi Jinping è stato integrato anche nel sistema educativo cinese, con corsi obbligatori sull’argomento.

 

 Il modello “Xue Xi” rappresenta solo uno dei tanti esempi dell’approccio cinese all’intelligenza artificiale:

anziché spingere i confini dell’innovazione, Pechino cerca di modellare le tecnologie di IA per adattarle ai propri obiettivi politici.

 In altre parole, si sfruttano le tecnologie esistenti per rafforzare il controllo del PCC e monitorare i flussi di informazione.

Secondo le normative del Partito, le applicazioni di intelligenza artificiale destinate all’uso pubblico devono essere registrate e approvate dalla CAC.

Questo implica la divulgazione dei dataset utilizzati e i risultati dei test condotti. Tutte misure finalizzate a garantire che lo sviluppo dell’IA sia conforme agli obiettivi statali, mantenendo un controllo rigoroso sul flusso di informazioni.

Questo approccio riflette una certezza condivisa dai vertici del governo: non è indispensabile che una tecnologia sia rivoluzionaria, l’importante è che venga utilizzata in modo efficace.

Questo uso strategico dell’intelligenza artificiale ha acceso un profondo dibattito etico in tutto il globo.

 Numerosi critici hanno sollevato preoccupazioni riguardo ai potenziali impatti negativi.

Per esempio, l’integrazione dell’intelligenza artificiale in settori cruciali dell’economia cinese, come le biotecnologie e la sicurezza nazionale, oppure la possibile esportazione di questo modello di governance in altri Paesi a stampo autoritario.

ùNon si parla solo di un esercizio di potere tecnologico, ma di un mezzo efficace per plasmare e rafforzare le narrazioni volute da un governo.

Il dibattito sull’eticità di questa strategia solleva anche un altro quesito fondamentale:

dovrebbe la tecnologia essere neutrale dal punto di vista dei valori?

 Se è vero che, in un contesto di informazione controllata da un governo, il “rischio di bias” è significativo, in molti dubitano anche che un punto di vista possa davvero raggiungere una neutralità assoluta.

 Questo dibattito non è destinato a concludersi presto.

Mentre il mondo si interroga sui possibili impatti dell’evoluzione dell’IA, sarebbe essenziale continuare a tenere in considerazione gli aspetti etici e collettivi, di modo che i principi di trasparenza, responsabilità e diritti umani vengano sempre rispettati.

 

 

 

 

“Trump Interrompe i Contatti

 con Netanyahu”: lo Scontro

Dietro le Quinte.

 

Conoscenzealconfine.it – (11 Maggio 2025) - Roberto Vivaldelli - ci dice:

Il rapporto tra i due leaders si sarebbe incrinato a tal punto che Trump avrebbe interrotto i contatti diretti con il primo ministro israeliano.

La totale mancanza di volontà, da parte del premier Benjamin Netanyahu, di voler porre fine alla crisi in Medio Oriente e nella Striscia di Gaza o comunque sedersi attorno a un tavolo per discutere una nuova tregua, avrebbe spazientito il presidente Usa, Donald Trump, che secondo quanto riportato da diverse indiscrezioni apparse sui media israeliani e statunitensi, avrebbe addirittura posto fine alle comunicazioni dirette con “Bibi”.

 

Un retroscena che ci racconta, ancora una volta, di quanto il rapporto tra Trump e Bibi, da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca, sia meno solido e roseo di quanto si pensi, nonostante il supporto incondizionato che gli Stati Uniti hanno fornito a Israele in termini diplomatici e di assistenza militare (sia con Biden che con “The Donald”, va detto).

 

Trump Taglia i Contatti con Netanyahu.

Il rapporto tra i due leaders si sarebbe incrinato a tal punto che, secondo quanto riportato dal corrispondente di Radio dell’Esercito Israeliano,” Yanir Cozin”, Trump avrebbe interrotto i contatti diretti con il primo ministro israeliano.

 La decisione deriva dalla convinzione di Trump che Netanyahu lo stia manipolando:

a peggiorare la situazione, il comportamento, giudicato “poco costruttivo” dall’amministrazione Usa, del “ministro israeliano per gli Affari Strategici”, “Ron Dermer”.

“Non c’è nulla che Trump odi di più dell’essere dipinto come qualcuno che viene manipolato” afferma una fonte a conoscenza degli attriti tra Trump e Bibi.

Gli Stati Uniti, inoltre, sono insoddisfatti del comportamento del governo Netanyahu, che si è rivelato incapace di presentare piani concreti su questioni regionali cruciali, come l’Iran e gli Houthi dello Yemen.

“ Cozin” ha evidenziato che il governo israeliano non è riuscito a proporre una strategia chiara per Gaza, alimentando ulteriormente il malcontento di Trump.

 

Pressioni su Israele per “Firmare la Tregua” con Hamas.

“Haaretz” riporta che l’amministrazione Trump sta esercitando una forte pressione su Israele affinché raggiunga un accordo con Hamas prima della visita regionale del presidente, prevista per il 13 maggio 2025.

 Gli Stati Uniti hanno avvertito Israele che, in caso di mancata collaborazione con gli sforzi americani per un accordo, potrebbe ritrovarsi isolato.

“Steve Witkoff”, inviato speciale della Casa Bianca, avrebbe detto alle famiglie degli ostaggi che la pressione militare mette a rischio i prigionieri e che Trump è determinato a perseguire un importante accordo con l’Arabia Saudita, con o senza il coinvolgimento di Israele.

Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha dichiarato che un’eventuale espansione delle operazioni a Gaza sarà posticipata fino al termine della visita di Trump e verrà avviata solo in caso di fallimento delle negoziazioni per gli ostaggi, con piani per un’azione di grande forza.

La strada per un accordo, tuttavia, appare in salita.

 Secondo il quotidiano in lingua ebraica” Israel Hayom”, che cita due fonti vicine al presidente, Trump è deluso da Netanyahu.

In conversazioni a porte chiuse, il presidente ha dichiarato di voler perseguire i suoi obiettivi in Medio Oriente senza attendere Israele.

Trump ha capito che senza la guerra il destino di Netanyahu è segnato ma, dal canto suo, deve necessariamente incassare un successo diplomatico viste le grandi difficoltà riscontrate nei negoziati sulla guerra in Ucraina.

(Articolo di Roberto Vivaldelli).

(it.insideover.com/politica/trump-interrompe-i-contatti-con-netanyahu-lo-scontro-dietro-le-quinte.html).

 

 

 

 

 

Governare la potenza delle “Big Tech”

, prima che sia troppo tardi:

 i rischi del “Wild Web.”

Agendadigiale.eu – (9 -settembre – 2024) - Emiliano Mandrone – ci dice:

 

 

Digitale e democrazia.

L’approccio deregolamentato delle Big Tech americane ricorda il Far West: tanto spazio, poche leggi.

La concentrazione economica genera potere politico, minacciando la qualità democratica.

Urge regolamentare il potere tecnologico, includendo hardware e software nel contratto sociale, per evitare che l’economia domini la politica e tutelare i cittadini dalla perdita di sovranità.

 

Big tech.

L’approccio degli americani con il Web è stato lo stesso tenuto col West: tanto spazio e poche leggi.

La storia la scrivono i vincitori, anche nelle guerre finanziarie e tecnologiche:

chi ce l’ha fatta ha ragione.

Dietro questo equivoco si nasconde ancora l’idea che il fine giustifichi i mezzi, ignorando principi, valori e diritti conquistati nel tempo, derubricati a esitazioni e scrupoli morali.

Così si riafferma il primato (di fatto) dell’economia sulla politica che porta a confondere leadership e consenso.

 

Indice degli argomenti:

Governare la potenza delle imprese tecnologiche

Tecno-regolamentazione: le norme dettate dalle big tech.

Contratti digitali e cessione di sovranità.

I rischi della democrazia eterodiretta influenzata dai social.

I rischi dei monopoli digitali.

Conclusioni.

Governare la potenza delle imprese tecnologiche.

Il binomio “fortuna economica – consenso politico” sta diventando sempre più ricorrente mettendo in discussione la qualità delle democrazie.

Quando la concentrazione economica è così grande produce un potere politico rilevante, che non può essere lasciato ad una élite di miliardari eccentrici.

 La potenza delle imprese tecnologiche è iperbolica e va governata prima che superi il punto di non ritorno.

Le istituzioni, dunque, devono collocare pure l’hardware e il software nel perimetro del contratto sociale, come tutti gli altri poteri.

 

La natura dell’impresa digitale – apparentemente intangibile – ha sorpreso istituzioni novecentesche pensate per la manifattura, l’industria e il commercio, aggirando un caposaldo del libero mercato come la concorrenza.

L’antitrust fu pensato ben 110 anni fa per smembrare la flotta di petroliere di “Rockefeller”, egemone a livello mondiale.

Una concentrazione non dissimile da quella delle odierne big-tech (Google, Microsoft, Meta, X … Amazon o Apple).

 È più facile vedere le petroliere che i server?

 

Sempre più numerose e frequenti sono le intromissioni nella politica, le prese di posizioni, gli anatemi o le minacce che fanno questi tycoon.

 Come latifondisti che gestiscono il loro spazio di influenza non come proprietari ma più come veri e propri governatori di quell’ambiente.

Insomma, i “tiranni digitali “(Mandrone, 2022) fanno quello che vogliono, fagocitano gli oppositori e infondono paura, soprattutto in chi gli è vicino.

Non contemplano la discussione, non hanno bisogno di consenso e si sentono infallibili.

Poco gli importa delle conseguenze dei loro capricci sui paesi e le persone.

 

“Tecno-regolamentazione”: le norme dettate dalle” big tech”.

Si è parlato spesso di fuga dal diritto, cioè della ricerca sistematica di rapporti che eludono gli ordinamenti degli Stati sovrani per sfuggire alle loro prescrizioni (tassazione, sicurezza, remunerazione, normativa) ma, oggi, forse bisognerebbe aggiungere la “tecno-regolamentazione”, ovvero quella patina di para-normativa imposta dalle grandi imprese e dalle piattaforme per utilizzarle ma senza un mandato popolare.

 Di fatto, ulteriore codice ma senza alcuna legittimazione democratica è stato redatto per regolare la “dimensione digitale”.

 

Contratti digitali e cessione di sovranità.

I “contratti che stipuliamo” – distrattamente – sul web creano continuamente sovrastrutture che hanno un impatto reale e forte sulla vita delle persone. Curvando il diritto dei singoli ambiti e paesi ad una pletora di precisazioni e indicazioni pervasive e sempre più tecniche.

Sono spacciate per politiche aziendali, strategie commerciali, adesioni volontarie, regole di comunità, pensate affinché l’utente, da ovunque digiti, aderisca ad un sistema di riferimento solidale ad un set certo valoriale, salvo cedere progressivamente parti sempre maggiori della propria sovranità.

La parte più insidiosa della questione è l’idea che ogni volta, ognuno di noi, dovrebbe leggere patti e accordi per accedere ai servizi, magari sempre gli stessi: dai social ai media, dalle piattaforme pubbliche (scuola, sanità fisco, anagrafe, ecc.) a quelle private (banche, assicurazioni, servizi, utenze, ecc.).

Questo escamotage è una resa dell’ordinamento nazionale e comunitario che, invece, dovrebbe tutelare e circoscrivere le azioni unilaterali di questi soggetti per i cittadini, per quelli che non sono in grado di comprendere le implicazioni di certe scelte.

 

I rischi della “democrazia eterodiretta” influenzata dai social.

Inoltre, lo strapotere dei social-media corrompe la meccanica democratica poiché la loro influenza (se non manipolazione o, in certi casi, propaganda) non consente al cittadino comune una lettura corretta e una valutazione adeguata delle questioni (sempre più complesse) riducendo il suo voto a una liturgia laica (sempre meno partecipata).

Siamo passati dalla “democrazia diretta” alla “democrazia eterodiretta”, senza neanche accorgercene.

 

I legislatori riponevano grande fiducia nella capacità della scuola pubblica, e quindi di un livello di istruzione medio, la realizzazione degli auspici, dei diritti e delle prerogative democratiche.

 Ciò è sempre meno vero, con la conseguenza di una partecipazione sempre meno consapevole.

 

Chi usa un computer deve essere tutelato dalla legge e dalle istituzioni locali come chi usa guida una automobile o compra una maglietta, indipendentemente da dove è prodotta.

Non è possibile delegare ai singoli cittadini la tutela della propria privacy e dei propri dati.

 È una posizione asimmetrica, in cui il “cittadino-web user” è la parte debole.

Abbiamo progressivamente perso quote di potere in cambio delle briciole di quei cookies che si premurano continuamente di farci autenticare.

Ma chi gli ha dato l’autorità per farlo?

Perché surrettiziamente le garanzie analogiche ci sono state sottratte nel piano digitale?

Prima che sia troppo tardi, è il momento di frenare lo strapotere delle grandi aziende tecnologiche e dei suoi proprietari.

 

Principi, regole e limiti vanno negoziati preliminarmente.

Dobbiamo essere informati (noi o i nostri rappresentanti) per valutarne le implicazioni.

Ma, soprattutto, dovrebbero essere i player a uniformarsi alle nostre regole (europee) non chiedere di aderire, per parti o per l’intero, a norme d’oltreoceano.

Quale altro prodotto o servizio accettereste di sottoscrivere sapendo che è regolato da leggi diverse da quelle del vostro Paese o che sono decise (e possono cambiare) unilateralmente?

 

I rischi dei monopoli digitali.

Forse si è aperta una breccia in questo muro.

Un giudice federale degli Stati Uniti ha condannato “Alphabet”, la società proprietaria di Google, per aver agito con lo scopo di mantenere un monopolio nella ricerca online.

È accusato di aver consolidato illegalmente il suo predominio, in parte, pagando ad altre aziende, come “Apple” e “Samsung”, miliardi di dollari all’anno (nella sentenza si parla di più di 26 miliardi di dollari nel solo 2021) per gestire le ricerche sui loro smartphone e browser web. Google controlla il 90% delle ricerche online: una posizione totalmente dominante, non concessa a nessuna azienda in nessun settore. I giudici affermano quello che già tutti sapevamo: “Google è un monopolista”.

Il monopolista, la storia ce lo insegna, agisce come un predatore al vertice della catena alimentare, guidato dall’istinto, senza alcun timore, lasciando solo gli scarti della sua preda agli avvoltoi.

 Il mercato, senza un regolatore pubblico efficace, torna allo stato di natura, “homo homini lupus”.

Conclusioni.

Questa gara verso il successo ha fatto correre tanti rischi ma ha alimentato tantissimo il progresso tecnologico.

Dai garage in cui scrivere programmi o assemblare componenti fino alle big-tech, tanti hanno partecipato alla corsa all’oro digitale.

 La competizione tecnologica esasperata, però, ha i suoi costi: qualcuno vince, molti perdono.

 Parafrasando “Sergio Leone”; quando un uomo con un computer nuovo incontra uno con un computer vecchio, quello con il computer vecchio è un uomo morto.

 

 

 

 

La rottura tra “Stati” e “big tech”

non è mai stata così forte.

 

Wired.it - Andrea Monti - L'editoriale – (09.09.2024) – ci dice:

I governi sono sempre più invadenti nelle politiche sul digitale, per controbilanciare la facilità con cui le aziende tecnologiche hanno preso il predominio

Un esempio: Elon Musk e il logo di “X”.

Il 20 agosto 2024 la corte suprema brasiliana blocca l’accesso a “X”, qualche giorno dopo “Binance”, l’exchange di criptovalute, blocca alcuni account palestinesi in odore di terrorismo, il 24 agosto 2024 viene arrestato in Francia l'ad e fondatore di Telegram, ”Pavel Durov “con l’accusa di complicità (consistente nel non avere cooperato con la magistratura) in una serie di reati che vanno dalla pedopornografia al riciclaggio, e di importazione illegale di crittografia, il 27 agosto 2024 i media riportano la notizia che “Mark Zuckerberg “ ”riconosce che Meta”, nel 2021, ha censurato post di utenti su pressioni dell’amministrazione americana (anche se il fatto era già noto, tanto da avere dato origine negli Stati Uniti la una causa decisa in modo molto discutibile).

 

Prima ancora, il 21 agosto, “Icann”, “Arin” e “Apnic” (tre importanti organizzazioni che gestiscono la internet governance) hanno denunciato l’esclusione della tech community dal “Global Digital Compact”, il progetto dell’Onu per definire un insieme di regole comuni per un “futuro digitale” sicuro;

 mentre nel 2022 fu la volta del progetto “Dns4Eu” (un resolver pubblico finanziato dalla UE) ad attirare gli strali della comunità che governa di fatto (perché questo è il punto) la “Big Internet la quale comunità”, nello stesso anno, ha esercitato anche un ruolo attivo e autonomo nel conflitto russo-ucraino.

Nel 2019 un “executive order” del presidente Trump bloccò, per un certo periodo, l’accesso dal Venezuela alle piattaforme di “Adobe” e nel 2015 “Apple” rifiutò di cooperare con il “FBI” per ottenere l’accesso a degli” iPhone” usati nella “strage di San Bernardino”.

 

La lista che documenta la complessa interazione fra poteri pubblici e privati potrebbe continuare a lungo, ma questo elenco è sufficiente per argomentare la tesi di questo articolo:

 gli Stati (da soli o tramite organizzazioni a-nazionali come l’Onu o la Ur) stanno cercando di riprendere il controllo su ambiti, come quello della sicurezza e della sovranità tecnologica, che sono stati colonizzati nel corso del tempo da “Big Tech” grazie anche all’appropriazione dei “diritti digitali”;

 ma così facendo li hanno elevati al rango di interlocutori dello stesso livello e dunque con loro devono negoziare invece di imporre.

 

 

Accade che a “Wired Next Fest 2024” Milano, Giovanni Ziccardi e Carola Frediani raccontano l'evoluzione delle “minacce cibernetiche”.

Che uno Stato intervenga per regolare il mercato, in sé, non è un fatto nuovo:

la fortissima tradizione antitrust statunitense ha sempre fatto da contrappeso rispetto alla massa critica raggiunta da aziende “troppo cresciute” come nel caso storico del “break up” della” Standard Oil”, il gigante petrolifero e, più recentemente in quello che vide protagonista la Microsoft nell’era della “guerra dei browser”.

Anche la “Ue”, ma con azioni tattiche e non strategiche, ha da tempo avviato un’azione di contenimento di “Big Tech”, per esempio con l’inutile provvedimento sui caricabatterie o il regolamento sui servizi digitali.

Analogamente, è del tutto ragionevole che uno Stato possa voler prendere il controllo sulla governance della rete in termini di definizione degli standard tecnologici e gestione di IP e nomi a dominio, dopo avere per decenni adottato una politica del” laisser faire” ma non è detto che questo sia desiderabile, facile e, soprattutto, possibile.

Tuttavia, l’elemento di novità che caratterizza gli ultimi anni e in particolare l’accelerazione delle ultime settimane del rapporto fra “Big Tech”, “free internet” e “poteri statali” è la fine dell’illusione in base alla quale gli Stati mantengono un ruolo di preminenza rispetto alle multinazionali della tecnologia che, mentre lo Stato si è fatto impresa, sono, al contrario, esse diventate Stato.

Certo, uno “Stato sovrano” può ancora ordinare l’arresto di un manager per non avere cooperato con le richieste della magistratura, o disporre il blocco dell’accesso a una determinata piattaforma.

Nello stesso tempo, però,” Big Tech e internet governance” interloquiscono da pari a pari e svolgono un ruolo ineliminabile nell’esercizio di poteri che, un tempo, spettavano solo allo Stato.

 

Il caso paradigmatico è il “regolamento europeo su servizi digitali” che, formalmente, detta regole ferree sui doveri delle “Vlop”, le” very large online platform”, ma che nei fatti delega loro il potere di decidere cosa sia lecito, cosa non lo sia e cosa sia “inappropriato” senza che un giudice possa avere voce in capitolo.

Analogamente, sono gli operatori di accesso e gli internet provider ad essere stati delegati a detenere informazioni (i log di accesso) che sono indispensabili per le attività giudiziarie e a gestire infrastrutture (per esempio i Dns) per attuare provvedimenti delle autorità, come nel caso della legge “anti pezzotto”.

Infine, sono i “grandi cloud provider “a controllare l’interruttore che, in qualsiasi momento, potrebbe disattivare l’accesso di istituzioni, aziende e cittadini a servizi indispensabili per vivere e lavorare, oltre che a decidere gli standard tecnologici sulla base dei quali deve funzionare la rete.

 

È chiaro che per orientarsi in uno scenario come questo si dovrebbe partire dalla presa d’atto che la “regolamentazione tecnologica” è oramai condizionata da un multipolarismo prima di fatto e ora anche di diritto, che, per quanto possa sembrare paradossale, ricorda quello medievale dove i centri di potere non erano unicamente nelle mani dei sovrani.

 

Il caso dell’”intelligenza artificiale”, a prescindere dalle componenti speculativo-finanziarie, è l’ennesima dimostrazione della correttezza di questa tesi, almeno per quanto riguarda il mondo occidentale:

persino aziende “neonate”, senza storia e tradizione industriale, grazie “alla superiorità tecnologica” possono arrivare in fretta al punto di rappresentare un interlocutore del quale nessun soggetto politico può pensare di fare a meno.

Perlomeno, dalle nostre parti.

 

 

 

Cittadini-soldati contro “Big Tech”:

l’intervista ad “Asma Mhalla.”

Addebitore.it – (16-3 – 2025) - intervista ad Asma Mhalla a cura di Paolo Giordano su “La Lettura del Corriere della Sera” – ci dice:

 

Tecnopolitica è il libro sul tempo accelerato che stiamo vivendo.

 Sulla relazione perversa fra tecnologie digitali e Stati sempre più autoritari, fra libera espressione e condizionamento delle menti.

Asma Mhalla lo ha pensato e scritto molti mesi prima della rielezione di Donald Trump, prima della discesa in politica di Elon Musk.

Ma il suo saggio, letto adesso, è come un manuale di sopravvivenza cognitiva.

La sera prima che incontrassi Mhalla a Parigi, Emmanuel Macron ha parlato alla nazione.

Ha usato toni da guerra imminente:

la minaccia russa, la necessità di un riarmo rapido e massiccio, l’ombrello nucleare francese.

La guerra è anche dentro Tecnopolitica.

Nel sottotitolo, “Come la tecnologia ci rende soldati,” la parola «soldati» non è da intendersi in senso metaforico.

Asma Mhalla sa che siamo in guerra, e da molto più tempo di quanto immaginiamo.

 Ma la guerra di cui parla non coincide esattamente con quella di Macron, con la sua «ossessione russa».

È una guerra più subdola ed elusiva eppure totalizzante.

Non c’è nulla di nuovo in quello che sta succedendo.

Nulla di nuovo nel discorso di Macron.

Nulla di nuovo nelle azioni di Trump e Musk.

Era già tutto qui, disponibile per chiunque.

Ma i politici europei sono stati a lungo ciechi.

E codardi. E incapaci.

Il paradosso di Trump è di essere un grande mentitore ma, con le sue menzogne, di dire anche delle verità.

Ci sta costringendo a cambiare prospettiva.

Forse capiremo una volta per tutte che in Europa siamo soli, che la Nato e la protezione degli Stati Uniti erano una narrazione fasulla.

Che siamo, invece, completamente dipendenti dalla tecnologia americana, e in parte da quella cinese.

 Lo shock di Trump non viene dalla novità che porta, ma dal trovarsi per la prima volta di fronte alla realtà.

Come gli uomini di Platone fuori dalla caverna.

“Asma Mhalla” si è trasferita da Tunisi a Parigi a diciotto anni.

Con mezzi economici minimi. Ora, a quaranta, è docente a Sciences Po.

Le chiedo se crescere lontano da qui le abbia dato uno sguardo laterale sull’Europa, e in quale senso.

Nel senso che io non sono europea.

Non c’ero quando l’Europa veniva pensata in un certo modo, ero a Tunisi. La mia storia è quella di un Paese colonizzato. I valori occidentali, che dovevano renderci umani, come se noi non lo fossimo, avevano una carica molto violenta visti da lì.

La fatica di essere araba in questo momento storico è qualcosa che Mhalla non nasconde, anzi:

al tavolino dello” Hibou” indossa un berretto con la scritta «WHAT A TIME TO BE AN ARAB!».

Come adulta vivo in Francia però, in Europa. È una mia scelta.

Anche se vado e vengo dai due universi.

Pochi giorni fa ero a Tunisi e ho avuto delle lunghe conversazioni con mio fratello. Siamo cresciuti insieme, nella stessa casa, con la stessa educazione, ma la nostra visione del mondo oggi è molto diversa.

È stato “Michel Foucault” a dire che non ci sono le verità, ci sono solo “regimi di verità”.

E certe narrazioni che qui consideriamo “alternative”, che talvolta sono infiltrate dalla Russia e dalla Cina, godono nel mondo arabo di una considerazione più ampia.

Per esempio sul passato coloniale e sul ruolo della Francia nelle Primavere arabe. Io vivo quasi in una dissociazione.

 Ma ho un punto fermo, ed è la libertà. Non la democrazia, non chi ha ragione e chi ha torto. Ma la libertà individuale. Il diritto di esprimersi senza temere conseguenze.

 

Non la democrazia in sé e per sé quindi?

La democrazia è solo il quadro di riferimento che abbiamo costruito attorno alle libertà civili.

Ma dobbiamo cominciare a immaginare qualcosa di diverso.

 

Nella seconda parte di Tecnopolitica “Asma Mhalla” lo fa.

Osa immaginare una forma di democrazia alternativa, più adatta all’intreccio micidiale di tecnologia e spinte autoritarie.

 Ma io voglio tornare in Tunisia, alle Primavere arabe:

il momento in cui proprio le tecnologie da cui oggi siamo minacciati, Facebook nello specifico, avevano offerto una via di libertà.

 Forse è stato il picco di speranza legato ai social media?

Il picco della speranza e la sua fine.

A quel tempo circolava un’idea molto interessante: quella del giornalismo cittadino, dal basso.

 Le persone comuni filmavano e postavano ciò di cui erano testimoni.

I social media erano diventati una forma di empowerment.

Più di dieci anni dopo Musk ricicla quella idea stravolgendola:

rende “X” una piattaforma di democrazia diretta, ma ne fa un’arma.

 La comunità ideologizzata di “X” controlla tutto quello che scrivi, quello che pensi.

 È il contrario esatto della promessa di libertà iniziale della rete.

 

Ho iniziato a leggere “Tecnopolitica” il giorno in cui “Mark Zuckerberg” ha annunciato la fine del fact-checking su “Meta”.

Chiedo a Mhalla se il controllo della verità fattuale non sia destinato all’estinzione.

Il “fact-checking” sui social media non è efficiente e non convince davvero le persone a riconsiderare le loro idee.

 Ma resta essenziale da un punto di vista identitario, politico, per affermare che siamo ancora delle democrazie.

Perché senza il “concetto di verità”, la democrazia non può esistere.

 

Sarebbe utile, a questo punto, stilare un lessico minimo della «tecnopolitica» di Asma Mhalla:

 i «simulacri», la differenza tra potere e potenza, la singolarità militare… tutti nomi del mondo che abitiamo.

Ma occorrerebbe troppo tempo, dovremmo ripercorrere per intero la densità del libro.

Mi limito a chiederle di definire la «Tecnologia Totale».

Ci sono molte ideologie in circolazione: di destra, di sinistra, il woke , il Maga… La Tecnologia Totale si colloca a un livello superiore a tutte.

Non riguarda l’essere a favore o contro qualcosa ma l’avere i mezzi tecnologici per ottenere il controllo assoluto.

Sulla politica, sulla geopolitica, sulle nostre vite, sui nostri cervelli.

Ormai da tempo i giganti del tech non sono solo attori economici.

Sono attori ideologici.

E gli algoritmi non sono soltanto intrisi di pregiudizi.

 Sono costruiti deliberatamente secondo un disegno ideologico.

 

Va ammesso che i progressisti sono caduti nella fascinazione di queste tecnologie molto prima della destra che ora ne beneficia…

E le usano ancora!

La sinistra europea non aveva capito che i giganti del tech sono anche attori politici.

Quando l’ha capito ha iniziato a cambiare idea.

Ma le misure intraprese sono deboli e non vanno nella giusta direzione.

Perché il problema non è l’etica di cui si discute in Europa:

come costruire i dataset e gli algoritmi, tutto l’insieme di norme che il Parlamento discute… È un approccio infantile.

Il vero punto è a monte, è lo stato giuridico dei giganti del tech, che sono tutti privati.

Musk ha il diritto di manipolare l’algoritmo di X come vuole, perché è suo!

Ma non puoi essere un player privato quando possiedi dei servizi pubblici di tale entità e importanza.

 Non ha alcun senso.

 

Quindi da dove passa la via di salvezza dell’Europa?

Ci salviamo solo se siamo disposti a perdere molto.

Perdere anzitutto accesso alle tecnologie. E non intendo solo i social media. Intendo i cavi sottomarini, i satelliti, la sorveglianza, tutto quello che non vediamo ma è essenziale per la nostra economia.

 E poi perdere condivisione di dati, perdere strumenti militari, perdere potere geopolitico…».

 Mhalla ironizza sull’Italia: «Voi non avete problemi però. Con Musk vi si aprono tante belle opportunità…

 

E come singoli cittadini o singoli utenti cosa possiamo fare?

In Francia, ma anche negli Stati Uniti, c’è stato questo dibattito stupido sulla necessità di uscire da X.

 È vero che il social è diventato quello che è, un ricettacolo di estrema destra.

Puoi immaginare cosa significa esprimersi su X per una donna con un nome come Asma… un incubo, soprattutto qui.

Ma uscire da X non è più la soluzione da molto tempo.

 Perché X è una sorgente primaria di informazioni.

E perché lo usano i politici stessi, lo usano Macron e Meloni.

Che usciamo tu e io non cambia nulla.

X è un pezzo di una sovrastruttura geopolitica più ampia, che va capita. E verso la quale occorre essere molto più audaci di così.

 

Qualche ora più tardi, in un incontro pubblico al cinema “Mk2 di Odéon”, una «rassegna stampa partecipativa», Asma Mhalla completerà il ragionamento davanti a una sala piena: esiste, tuttavia, un modo efficace per colpire l’impero di Musk come consumatori, ma non passa da X.

Passa dall’attacco al nucleo del suo patrimonio, ovvero “Tesla”.

 

In “Tecnopolitica “compaiono anche altre ricette, pratiche, dalle più astratte alle più semplici.

Per esempio: far trascorrere cinque secondi prima di condividere qualsiasi contenuto social, dando tempo al “Sistema 2 “del nostro pensiero – quello «lento», analitico – di attivarsi e contrastare il “Sistema 1”, puramente emozionale.

Il rumore costante dei media è il primo ostacolo da superare.

Trump va velocissimo, così i media rinunciano ad analizzare.

Commentano e basta. Corrono dietro agli eventi.

Perciò bisogna fare un passo di lato:

limitare l’informazione, selezionarla moltissimo.

 Io non ascolto più la radio e non guardo la tv.

Non leggo più molti giornali.

Seguo solo “Bbc”, “New York Times” e “Guardian”, perché sono fonti primarie, vicine ai centri di potere, almeno per ciò che riguarda la politica americana e il tech.

E Fox News, perché bisogna sapere cosa accade in quella narrazione mainstream .

 

Insomma, la guerra è nel nostro cervello quindi va combattuta nel nostro cervello.

Anni fa, nel gergo militare, si parlava di “psy ops”, operazioni psicologiche.

Le “psy ops” fanno parte della guerra ibrida in cui siamo tutti coinvolti.

Come accademici, intellettuali, scrittori abbiamo il dovere di riconoscere queste forme di manipolazione e di offrire un dibattito pubblico alternativo.

Questo mix di realtà e iperrealtà, dopotutto, è “matière vivante” , materia viva, plastica.

Possiamo modellarla. Non siamo condannati.

 

Nel libro Mhalla propone una terza figura «Big» per controbilanciare la connivenza pericolosissima tra “Big Tech” e “Big State: la nascita del “Big Citizen”.

Il Big Citizen è un cittadino che ha capito di essere un soldato.

Un soldato che combatte in una guerra ibrida, invisibile ma costante.

Perché tutte le tecnologie con cui abbiamo a che fare sono duali (ovvero hanno un uso civile esplicito e uno, nascosto, militare).

Questo ad esempio è uno smartphone ma è anche un’arma. Lo è per design.

 

C’è stato un momento specifico in cui hai realizzato la dualità delle tecnologie che tutti usiamo?

La guerra in Ucraina è stata la svolta nel mio lavoro accademico.

La guerra informativa si è riversata nel dibattito pubblico.

D’un tratto erano tutti preoccupati della manipolazione dei social media da parte della Russia e della Cina.

Nelle prime settimane la guerra vista da X sembrava un videogame.

L’Ucraina stessa ha fatto “psy ops” :

ti ricordi i video della Tour Eiffel bombardata?

Servivano a suscitare la nostra paura.

La prima guerra televisiva è stata l’Iraq, ma l’Ucraina è stata la prima guerra dei social media.

 E poi, dopo qualche settimana, ci siamo abituati.

E questo abituarsi è l’altro grosso ostacolo alla nostra libertà.

 

Ma forse dovremmo considerare una libertà fondamentale anche quella di non farsi coinvolgere?

Gli americani sembrano rivendicarla.

L’aspetto molto interessante della guerra informativa è che, anche se ne sei consapevole, perfino se è l’oggetto del tuo studio come nel mio caso, sei comunque soggetto alla sua azione.

All’atmosfera che crea.

Ti senti ugualmente stanco e malato, infettato dai dubbi.

Hai la stessa tentazione di dire: ora basta, vaffanculo.

Il nostro sistema cognitivo è elementare.

 Nel frattempo, però, il mondo reale che hai attorno scompare sempre di più.

 

 

 

L'era delle “Big” e la

“piccola chiesa” al loro traino.

Lanuovabq.it – (28_03_2021) – Tommaso Scandroglio – ci dice:

 

Viviamo nell’era dei “Big”. Big Pharma, Big Tech, Big Media, Big lobby il cui tratto caratteristico è il potere concentrato in poche mani con capacità di influenza dei pensieri e delle condotte a livello mondiale.

 Anche la Chiesa sarebbe una “Big,” ma va al loro traino.

The” Big Age”. A guardar bene il nostro mondo, potremmo dire che viviamo nell’era dei Big.

Le prime «Big» che oggi ci vengono in mente sono le Big Pharma, ossia i colossi farmaceutici.

Ma poi vi sono le Big Tech tra cui Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, riunite nell’acronimo Gafam.

Altri «Big» sono le società finanziarie e le società di rating.

A seguire si possono citare le “Big Media”, i giganti dell’informazione a livello mondiale.

Oppure le lobby”: ambientaliste, femministe, LGBT, etc.

Anche in Italia abbiamo i nostri «Big», seppur in formato ridotto: pensiamo alle procure, ad esempio.

Qual è la carta d’identità delle Big?

Il tratto caratteristico è il potere, un potere concentrato in poche mani - un’oligarchia – mani che spesso si stringono tra loro (noi non possiamo farlo, ma loro sì).

Ma cosa significa «potere» in questo caso?

 Vuol dire capacità di influenza nei pensieri e quindi nelle condotte a livello mondiale (o nazionale).

Alcuni esempi molto intuitivi.

 La narrazione del Covid elaborata dai media è a senso unico e il tasto su cui si batte maggiormente è la paura.

La paura condiziona le masse ad agire in un certo modo:

massima attenzione ai dispositivi di protezione individuale, adeguamento prono alle direttive del governo, disponibilità a cambiare le proprie abitudini di vita per un lungo periodo, etc.

 

Le Big Pharma hanno imposto ai governi di mezzo mondo il vaccino come unica scialuppa di salvataggio per uscire dalla pandemia.

Tale decisione ha avuto ovviamente ricadute enormi sulla vita di miliardi di persone, se solo pensiamo agli infiniti lockdown che i cittadini hanno dovuto subire nell’attesa dell’avvento della fiala magica.

Le Big Tech, è fatto noto, anche prima del Covid hanno plasmato non solo le abitudini di vita – pc, internet, social e shop on line in questo senso sono stati rivoluzionari – ma ancor prima hanno plasmato la forma mentis almeno degli abitanti del mondo occidentale.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Poniamoci ora un’altra domanda:

in che modo i Big disegnano scenari sociali di dimensioni planetarie modellandoli secondo i loro desiderata?

 Tramite la tecnica.

I Big sono la realizzazione più compiuta ed efficiente della tecnocrazia.

Per tecnica, in questo caso, vogliamo intendere il possesso di alcune competenze – gli anglofoni userebbero il termine “skills” ­– strumentali ad imprimere un certo orientamento al corso degli eventi.

Parliamo di competenze tecniche, di strumenti di lavoro sofisticatissimi, efficientissimi.

Solo un’abilità tecnica di grande spessore può arrivare a produrre vaccini anti-Covid nel giro di un anno, anche tenendo in conto che questi vaccini, rispetto ai vaccini del passato, sono meno affidabili.

 Solo uno sviluppo tecnologico assai avanzato permette di costruire piattaforme così performanti come quelle di Google, Facebook, Amazon.

 Solo l’attento studio delle tecniche di persuasione di massa può convincere mezzo mondo, per bocca di un’adolescente, che la priorità globale sia lo scioglimento dei ghiacciai.

In breve, i mezzi in possesso dei Big sono altrettanto «big».

 

Ma la tecnica è nulla senza le idee.

Vuol dire che per diventare uno dei pochi Big Brothers in circolazione non basta avere talento tecnico – saper fare le cose molto bene - occorre anche una visione degli eventi, una vision che deve orientare le capacità tecniche.

 Ossia è indispensabile possedere la capacità di immaginare scenari mondiali innovativi ma realizzabili, nuovi universi, nuove esistenze, nuovi stili di vita.

Occorrono quindi idee, sogni, prospettive che in realtà poi diventano inferni sulla Terra.

Ora l’unione di tecnica e immaginazione può muovere enormi capitali e permettere così ad un “nerd,” che lavorava da mattina a sera nel garage della sua abitazione, di far lavorare un intero pianeta secondo gli obiettivi da lui prefissati.

 

Superfluo dire che i piani mondiali dei Big non sono i piani di Dio.

La Chiesa è in potenza anche lei una Big, perché l’unica agenzia di fondazione divina voluta per la salvezza degli uomini.

Anche gli altri Big offrono apparentemente la salvezza – dalla morte (Big Pharma), dalla povertà (società finanziarie), dall’ignoranza (Big Media), dall’anonimato (è il segreto dei social), dalla mancanza di senso (le lobby ambientaliste fanno anche questo) – ma poi uno si ritrova con le manette ai polsi:

si propone la libertà da, ma poi ci si ritrova schiavi di…

 

La Chiesa invece per vocazione è una Big che avrebbe tutte le carte in regola per orientare il destino del mondo.

 Le sue tecnologie sono i sacramenti, la sua vision è la felicità eterna.

E poi ha una diffusione capillare e moltissimi uomini al suo servizio (spesso impreparati).

Ma da Big è diventata, perché a rimorchio delle altre Big, molto «little», una specie di ibrido tra una Ong e un network tra varie realtà – religioni, governi, organizzazioni – che dà vita ad iniziative di corto cabotaggio che portano acqua ai grandi mulini dei colossi prima menzionati, un ibrido meramente funzionale agli scopi perseguiti da questi ultimi.

La Chiesa sta appassendo all’ombra dei veri Big.

 

Imbrigliare le “Big tech” non è saggio.

“Carfagna” racconta perché

l’”AI Act” è ormai superato.

 Formiche.net - Barbara Carfagna – (5-2-2025) – ci dice:

 

Trump ha dalla sua le big tech, non perché possa o voglia imbrigliarle o inglobarle come fa la Cina, ma perché le “libera” dai vincoli in cambio di un appoggio incondizionato.

 L’Ue è un bacino di dati a cui le big tech non possono permettersi di rinunciare ma neanche accetteranno in modo indolore le tante regole imposte dal Vecchio continente.

L’analisi di Barbara Carfagna, giornalista Tg1 e conduttrice di “Codice”, Rai.

 

Donald Trump ha revocato l’ordine esecutivo del 2023 di Joe Biden che rimetteva lo Stato in controllo dell’intelligenza artificiale chiedendo, tra l’altro, ai creatori di sistemi di IA di condividere i risultati dei test di sicurezza con il governo prima di rendere pubblici i loro prodotti.

Tuttavia a crescere è la leadership personale del presidente degli Usa sui produttori di IA, che fanno a gara per aderire alla sua linea. Nasce così Stargate: il più grande annuncio di investimento in infrastrutture di intelligenza artificiale finora.

500 miliardi di dollari che arriveranno dai privati che aderiscono al disegno Maga di Trump.

 

Nel mondo fisico 200 nazioni controllano il territorio. Nel cloud poche corporation americane hanno il monopolio ovunque, tranne in Cina e Russia. Da un lato si parla di monopoli fisici della forza, con governi che vogliono rafforzare il controllo di economia e politica attraverso il potenziamento dei confini nazionali; dall’altro di monopoli digitali dei dati che controllano anche la creazione di una forma di intelligenza artificiale (quella generativa) in grado di ridisegnare il mondo a una velocità impressionante.

 Come se non bastasse, gli anarco-capitalisti del bitcoin, grazie a Trump, accrescono il loro potere mentre lavorano per una distribuzione decentralizzata del valore.

La moneta digitale nasce nel 2008 per distruggere il potere delle banche centrali. Per questo la Cina l’ha bannata tenendo per sé l’enorme potere che deriva dall’unione governo-big tech.

Ora Trump ha dalla sua le big tech, non perché possa o voglia imbrigliarle o inglobarle come fa la Cina, ma perché le “libera” dai vincoli in cambio di un appoggio incondizionato;

 in più accentra anche il potere che deriva dal bitcoin, puntando a fare degli Stati Uniti la potenza che ne possiede di più.

 

Avanza anche in Europa (terreno di conquista) il disegno delle piattaforme tech e dei loro guru di creare rapporti sempre più disintermediati con ogni singolo cittadino in ogni parte del mondo.

 La politica tradizionale va sempre più in crisi.

 I grandi player del tech fanno accordi sottobanco con i leader delle singole nazioni Ue.

Elon Musk appoggia le destre europee, non perché creda nei nazionalismi (crede, appunto, nella disintermediazione piattaforma-cittadino), ma perché meglio recepiscono la sua leadership, che in patria comincia ad avere temibili concorrenti: tutti i ceo delle big tech che si fanno la guerra tra loro e che hanno saltato il fosso, allineandosi fisicamente dietro Trump per l’”election day.

L’Europa sarà il terreno di scontro, costretta ad allinearsi nella corsa a realizzare infrastrutture di intelligenza artificiale in un contesto in cui nulla lascia sperare che recupererà in tempo per riuscire a realizzare sistemi propri che siano incisivi. L’Ue è un bacino di dati a cui le big tech non possono permettersi di rinunciare ma neanche accetteranno in modo indolore le tante regole imposte dal Vecchio continente.

 

La partita del regolatorio sui dati è invece cruciale per tutelare valori e diritti fondamentali sanciti dalla Carta europea.

 È d’obbligo però chiedersi: in questo scenario stiamo tutelando i diritti fondamentali nel modo giusto?

Gli strumenti che stiamo utilizzando sono adeguati?

Non dobbiamo rischiare che valori come dignità, rispetto della persona e vita privata soffochino altri diritti come quello alla ricerca e all’impresa europee, che sono fondamentali (e siamo già in ritardo) a garantire la nostra autonomia.

 

Prendiamo la privacy.

 Le regole impediscono l’uso estensivo dell’intelligenza artificiale e del “machine learning “per la ricerca in campo biomedico.

La privacy limita la possibilità di fare analisi predittive tagliando fuori la ricerca di tutte le potenziali scoperte basate su dati non strutturati.

 Senza una base ampia di dati è impossibile condurre ricerche significative.

I ricercatori e gli innovatori europei, non solo in questo settore, prendono il volo, letteralmente, spostandosi oltreoceano.

Un altro campo che ci deve far riflettere è quello legato al crimine e ad avvisarci dei rischi che corriamo sono quelli che la cyber-security l’hanno inventata. Ricordiamo che oggi tutto è cyber-security:

non solo la protezione delle infrastrutture, come era all’inizio, ma quella delle nostre menti, degli oggetti di domotica, dei processi aziendali e politici.

 

Ma atteniamoci al reato più odioso.

 “Oggi la privacy produce un paradiso per i criminali che possono lavorare sotto copertura come avatar” afferma “Boaz Harpaz,” ex militare di Tel Aviv e consulente per i governi.

Sono stati trovati 140mila canali di pornografia.

 Su Telegram mille canali di pedofili. Fuori dall’Europa si gioca d’anticipo. “Tecnicamente si possono de-anonimizzare le attività criminali e questo serve alle forze dell’ordine per disinnescare l’attacco prima che venga condotto”.

 Se i dati delle applicazioni condensati in Europa possono essere utilizzati per venderci prodotti commerciali, non possono essere utilizzati dalle forze dell’ordine per ritrovare persone scomparse.

Altrove le forze dell’ordine in casi estremi possono fare “reverse engineering” anche da “Onion”, “Darknet Signal” e recuperare le identità anagrafiche.

Da noi i dati, inoltre, vengono continuamente trafugati da ragazzini abili che agiscono fuori legge o da dipendenti infedeli che usano la privacy a loro vantaggio proprio per toglierla alle vittime.

 L’Europa insomma è una potenza normativa e sente la responsabilità etica dei secoli di storia ma sta anche perdendo l’opportunità di rendersi autonoma e sicura disegnando una tecnologia proprietaria.

Un bilanciamento si rende necessario per non essere condannati a una continua dipendenza e mediazione con potenze straniere sempre più monopoliste e incontenibili.

(Formiche 210).

 

 

 

 

 

Trump, cosa significa la sua vittoria per le “big tech”.

Wired.it - Lauren Goode - Paresh Dave - Will Knight – (11.11.2024) – ci dicono:

 

 

Le conseguenze del voto.

Il rapporto tra il nuovo presidente americano e i colossi tecnologici è stato caratterizzato fin qui da alti e bassi: ecco cosa potrebbe succedere nel suo secondo mandato

Donald Trump è insieme a Tim Cook, Satya Nadella e Jeff Bezos

Mercoledì 6 novembre gli amministratori delegati dei principali colossi tecnologici americani si sono congratulati con Donald Trump per la vittoria alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. In passato, Sundar Pichai (Alphabet), Mark Zuckerberg (Meta), Tim Cook (Apple), Andy Jassy (Amazon) e Satya Nadella (Microsoft) hanno tutti avuto scontri con il neo-presidente eletto in passato, ma non hanno comunque esitato a schierarsi con lui, in considerazione del fatto che le loro aziende si preparano ad affrontare altri quattro anni sotto l’influenza di un politico noto per la sua imprevedibilità.

 

Trump ha manifestato apertamente la sua avversione per le big tech, proponendo politiche che potrebbero aumentare i loro costi operativi e imporre normative più restrittive.

Prima delle elezioni, leader di aziende e investitori si erano detti preoccupati per la prospettiva che un governo americano imprevedibile potesse compromettere la stabilità delle loro attività.

Allo stesso tempo, il Repubblicano ha promesso di abbandonare politiche che avrebbero potuto ostacolare la crescita di alcune aziende tecnologiche.

 Secondo gli analisti, il prossimo presidente americano potrebbe anche adottare un approccio meno interventista in merito a fusioni e acquisizioni nel settore tecnologico.

(Claudia Segre al Wired Digital Day 2023: "Le soft skills vanno insegnate a scuola").

 

E ora, con Elon Musk come suo più grande sostenitore, "questo potrebbe essere un momento in cui si scelgono dei favoriti tra i giganti tecnologici", afferma Betsy Cooper, direttrice dell’Aspen Policy Academy.

Sebbene le posizioni di Trump sulle politiche tecnologiche si siano spesso dimostrate mutevoli, le sue azioni durante il suo mandato e le dichiarazioni fatte in campagna elettorale offrono un’idea di cosa le grandi aziende tecnologiche potrebbero aspettarsi nel secondo mandato.

Dazi e commercio.

Una delle proposte di Trump che ha maggiormente attirato attenzione nel settore tech è stata l’introduzione di dazi sulle importazioni, che potrebbero avere un impatto significativo sia sulle aziende che sui consumatori americano.

 L’anno scorso, Trump ha addirittura ipotizzato un dazio universale del 10%, a cui ha aggiunto l’idea di una imposta del 60% sulle importazioni dalla Cina e fino al 100% sui prodotti provenienti dal Messico.

Queste misure hanno sollevato dubbi sul futuro di aziende come Apple, che produce e assembla oltre il 95% dei suoi prodotti hardware in Cina, e dei grandi rivenditori o piattaforme di e-commerce che dipendono fortemente da materiali e componenti cinesi.

Secondo la National Retail Federation, se i dazi proposti venissero attuati e le aziende aumentassero i prezzi per compensare le perdite, il potere d'acquisto dei consumatori statunitensi potrebbero perdere fino a 78 miliardi di dollari all'anno.

Secondo la società di ricerca Bernstein, Apple potrebbe essere meno vulnerabile di quanto suggerirebbe una prima interpretazione.

 La capacità dell’azienda di assorbire i costi di tariffe più alte, unita alla diversificazione della sua catena di fornitura in aree come il Vietnam, la mette infatti in una posizione relativamente solida.

 

Cooper sottolinea che i produttori hanno già affrontato disagi nella catena di approvvigionamento durante la pandemia, che li hanno spinto a rafforzare i loro processi.

Questa esperienza potrebbe rivelarsi preziosa in uno scenario con dazi elevati.

“Ian Bremmer”, fondatore del think tank “Eurasia Group”, ritiene che le proposte di Trump potrebbero rivelarsi più minacciose che realmente deleterie.

L'esperto prevede che il presidente eletto inizierà con richieste di dazi molto alte, per poi ridimensionarle durante le negoziazioni.

 Questo perché un aumento significativo dei dazi sulla Cina spingerebbe i produttori di hardware a spostare le loro catene di fornitura verso altri paesi, come già avvenuto durante la precedente amministrazione del tycoon.

Analisti ed economisti concordano quasi all’unanimità sul fatto che un'eventuale ritorsione con dazi imposti a ruota dai partner commerciali americani potrebbero danneggiare ancora di più le imprese statunitensi.

 

Trump ha anche attaccato una legge bipartisan introdotta durante l'amministrazione di Joe Biden che mirava a ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dall’Asia nel campo della produzione di chip, autorizzando oltre 50 miliardi di dollari per rafforzare la produzione interna di semiconduttori.

Durante un episodio di quasi tre ore del podcast “The Joe Rogan Experience” a fine ottobre, Trump ha definito il “Chips and Science Act” del 2022 una “cattiva” iniziativa, sostenendo che quei fondi siano stati destinati a società già ricche.

Secondo lui, gli Stati Uniti avrebbero dovuto invece imporre dazi ai fornitori esteri, costringendoli a investire i propri soldi per costruire impianti di produzione di chip negli USA.

Trump ha criticato in particolare Taiwan, sede di Tsmc, un partner chiave del produttore di chip statunitense Nvidia, affermando:

 “Ci hanno rubato il business” (Come evidenziato dal New York Times, gli Stati Uniti dipendono fortemente da Taiwan per vari tipi di chip, dato che solo circa il 10% dei semiconduttori mondiali viene prodotto internamente).

 

 

 

 

Alleanza “big tech” e “potere statuale”,

i rischi e le prospettive dell'”era social”.

Futuranetwork.eu – (4-2-2025) - Sofia Petrarca – ci dice:

 

La campagna elettorale americana è un esempio concreto della trasformazione della comunicazione politica, tra opportunità di engagement e possibilità di manipolazione e mercificazione.

Alla cerimonia di insediamento di Donald Trump, lo scorso 20 gennaio, erano presenti in prima fila molti ceo delle big tech come Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Meta) e Shou Zi Chew (TikTok).

La loro presenza sembra ben rappresentare non solo la strategia di campagna elettorale di Trump, ma più in generale il nuovo assetto della comunicazione politica, e quanto il web e in particolare i social media stiano ridefinendo il dibattito pubblico globale, con le opportunità e rischi che ne derivano.

Cittadini, esponenti politici e istituzioni possono interagire oggi in maniera immediata.

 Se da un lato le piattaforme digitali rappresentano una grande opportunità di allargamento dell’informazione, dall’altro, senza il filtro dei media tradizionali e in un contesto caotico come l’ambiente social, è spesso difficile resistere a manipolazioni e disinformazione (volontarie o meno).

Il carattere privato delle piattaforme solleva poi questioni di mercificazione e personalizzazione della politica:

 se è vero che la politica ha sempre avuto una dimensione di comunicazione persuasiva, i social ne hanno amplificato la logica commerciale.

I politici o le idee politiche sembrano sempre più trasformarsi in prodotti da vendere, mentre i cittadini assumono il ruolo di consumatori da convincere con strategie di marketing mirate e basate sui dati personali.

 

“In questo contesto, i social media rappresentano un processo pionieristico nell'introduzione di nuove esperienze partecipative. L'esplorazione dei meccanismi di tali strumenti evidenzia la centralità e la predominanza della comunicazione all'interno del contesto politico” spiega “Daniele Battista”, PhD, assegnista di ricerca presso il dipartimento di “Studi politici e sociali UniSa” a “C’è futuro e futuro”, “le attuali strategie di comunicazione avanzano in una precisa direzione, proponendo un sistema di inter creatività.

 Il tutto si svolge in una dimensione di continuità tra il mondo offline e il mondo online”.

 

Le strategie digitali di Trump e Harris.

L’ultima campagna elettorale americana ha visto i media tradizionali completamente superati dai social.

Sia Donald Trump che Kamala Harris hanno puntato tutto sull’engagement online:

il primo ha privilegiato” X” e” YouTube”, mentre la seconda ha fatto di “TikTok” il centro della sua strategia. I

l ruolo delle big tech nel sostegno all’amministrazione Trump è stato poi determinante anche a livello economico:

Elon Musk ha contribuito con 250 milioni di dollari alla campagna elettorale, aggiudicandosi il titolo di maggiore investitore privato della storia delle campagne elettorali americane.

I social hanno permesso ai candidati di bypassare i media tradizionali e comunicare direttamente con la loro base elettorale.

Uno strumento rilevante in questa stagione elettorale è stato il podcasting”, che ha offerto ai candidati un modo informale ma più “approfondito di interagire con gli elettori.

Kamala Harris è apparsa nel famoso podcast “Call her daddy”, mentre Trump è stato ospite di “The Joe Rogan experience”, dove ha rilasciato un’intervista lunga tre ore.

Poiché il pubblico dei podcast è alla ricerca di contenuti approfonditi, questo mezzo si è rivelato prezioso per umanizzare i candidati e raggiungere gli elettori a un livello molto più personale di quello tradizionale.

 

Una delle strategie più sorprendenti della campagna di Trump è stata la collaborazione con “influencer” e “content creator” come Logan Paul e Adin Ross.

Queste partnership hanno portato al voto molti elettori giovani (maschi) e spesso politicamente indifferenti, attraverso piattaforme in cui trascorrono la maggior parte del tempo.

Apparendo su “live streaming popolari” o collaborando con figure di riferimento per le nuove generazioni, il team di Trump ha cercato di generare entusiasmo e influenzare quella parte del voto giovanile che altrimenti sarebbe rimasto distante dalla politica tradizionale.

Trump ha sfruttato anche “Twitch”, piattaforma solitamente legata al gaming, per trasmettere in streaming comizi e discorsi, raggiungendo un pubblico ancora diverso.

 

Anche la campagna di Harris ha puntato molto sul voto della “Gen Z”, attraverso il rebranding del profilo ufficiale su X della sua campagna elettorale, ora chiamato” KamalaHQ,” ha sfruttato trend social e meme per massimizzare la propria portata e creare contenuti facilmente condivisibili.

 Questi canali, attivi su Instagram, Facebook, X e TikTok, avevano come obiettivo una comunicazione autentica con la “Gen Z” e i “giovani millennial”.

 

La privatizzazione del dibattito pubblico e la manipolazione politica.

Il caso delle elezioni americane evidenzia due questioni fondamentali nella nuova comunicazione politica:

la privatizzazione del dibattito pubblico e il rischio di manipolazione favorito dall’ambiente social.

  “È la prima volta che il “complesso militare digitale” (l’alleanza tra i big tech e il potere statuale) si manifesta in modo esplicito e visibile e con dichiarazioni da parte dei soggetti che lo compongono, anche attraverso il supporto economico alla campagna elettorale di Trump” spiega “Dario Guarascio”, professore di economia e politiche dell’innovazione all’Università Sapienza di Roma, nel podcast “Il Mondo” di Internazionale, “Il caso di X è emblematico: è diventato un agone fondamentale per veicolare comunicazione politica e per vincere le battaglie politiche, il dettaglio è che questo agone è privatizzato e gestito in modo discrezionale da soggetti capitalistici privati”.

 

Quando l’ideologia vince sulla realtà: siamo nell’epoca della post-verità?

Dopo che Zuckerberg ha scelto di consegnare il “fact-checking” in mano alla comunità di “Meta”, si è riacceso il dibattito su libertà di parola e censura.

Le big tech della Silicon Valley sempre più orientate verso la deregolamentazione.

 

Il grande paradosso del web e dei social media infatti è che, se da un lato nascono come strumenti di democratizzazione dell’informazione, liberi dai tradizionali gate keeping dei media mainstream, dall’altro sono controllati da poche multinazionali che operano secondo logiche aziendali di profitto.

Piattaforme come “Facebook”, “X” e” Instagram” ospitano oggi gran parte del dibattito pubblico, diventando nello stesso momento snodi essenziali della sfera pubblica e agenzie pubblicitarie.

Se questi servizi sono gratuiti, è perché il loro modello di business si basa sulla raccolta e monetizzazione dei dati degli utenti attraverso il micro targeting pubblicitario.

 

Lo stesso principio si può applicare alla comunicazione politica:

i dati personali degli utenti possono essere utilizzati per creare messaggi su misura, orientando così le preferenze di voto.

Esempio preoccupante è il caso “Cambridge Analytica”, la società di analisi dati che, lavorando per la campagna elettorale di Trump nel 2016, ha ottenuto da Facebook enormi quantità di dati personali, permettendo di confezionare messaggi di propaganda mirati e influenzando il voto degli indecisi.

 

La manipolazione sui social: persuasione e disinformazione.

Un altro rischio amplificato dai social media è la manipolazione del dibattito pubblico.

Le piattaforme digitali concentrano un enorme potere informativo e sono molto vulnerabili a forme di manipolazione politica.

“Paola Pietrandrea”, professoressa ordinaria di Scienze del linguaggio presso il dipartimento di Linguistica dell'”Università di Lille”, in “Comunicazione, dibattito pubblico, social media” individua due principali categorie di manipolazione:

Manipolazione persuasiva:

 questa forma sfrutta la ridotta vigilanza epistemica degli utenti, che si trovano a gestire un’enorme quantità di informazioni in modo frammentario e spesso distratto.

La difficoltà di verificare le fonti, la volatilità degli argomenti e la multimedialità dei messaggi creano un contesto in cui la manipolazione risulta più efficace.

Strumenti tradizionali di persuasione, come impliciti, metafore e vaghezza, si combinano con tecniche digitali avanzate, come il micro targeting, per influenzare l’opinione pubblica.

Manipolazione distruptiva:

invece di persuadere, questa strategia mira a distruggere la fiducia del pubblico nell’informazione stessa.

Donald Trump, nel corso della sua carriera politica, ha utilizzato sistematicamente questa tecnica, inondando il dibattito di dichiarazioni contraddittorie, false informazioni e attacchi ai media tradizionali, disorientandolo pubblico.

Questo approccio riduce la capacità critica degli elettori e li spinge a votare emotivamente piuttosto che razionalmente.

L’ambiente social, caotico e veloce per natura, favorisce queste dinamiche, rendendo indistinguibile il confine tra comunicazione privata e istituzionale, tra informazione e propaganda.

Deepfake, fake news, bot e troll contribuiscono ulteriormente a confondere il pubblico, generando un ecosistema informativo sempre più difficile da decifrare.

 

Possibili soluzioni, tra educazione e strumenti di controllo.

La difficoltà nel gestire la nuova comunicazione politica sui social è che questa è un fenomeno virale e globale, e ogni risposta “centralizzata” risulta inefficace.

Solo una risposta multidisciplinare, coordinata e transnazionale può rispondere a questa complessità.

Per sviluppare programmi di educazione digitale e di sviluppo del pensiero critico, la linguistica potrebbe fornire risposte concrete, garantendo strumenti per individuare le forme linguistiche e discorsive suscettibili di codificare fenomeni di disinformazione.

 

In quest’ottica è nato nel 2021 “O Lin Di NUM”, un progetto finanziato dall'Università di Lille e dall’Università di Roma Tre, coordinato dai linguisti “Paola Pietrandrea “e “Edoardo Lombardi Vallauri” del dipartimento di Lingue, letterature e culture straniere dell’Università Roma Tre.

 Il progetto mira a creare le condizioni per fornire un contributo concreto all’educazione e alla sensibilizzazione sul dibattito pubblico digitale attraverso la creazione di un osservatorio transnazionale e la costituzione di una rete multidisciplinare di specialisti del settore.

 

Un altro strumento recente, riporta Politico, è il "middleware" che potrebbe risolvere il problema relativo alla moderazione dei contenuti sulle piattaforme social.

Questo software integrato nelle piattaforme tecnologiche trasferirebbe agli utenti il potere e la responsabilità di moderare e curare la propria esperienza sui social media, offrendo loro una maggiore autonomia nella gestione dei contenuti che visualizzano.

Un rapporto pubblicato dalla “Foundation for american innovation” e dalla “McCourt School of public policy” della “Georgetown University” esamina lo stato attuale di questa tecnologia e le possibili implicazioni politiche.

Gli autori sottolineano che il middleware potrebbe fornire agli utenti una scelta più ampia riguardo ai contenuti visualizzati, ma avvertono al contempo preoccupazioni legate a una moderazione eccessiva.

 Gli utenti potrebbero infatti, più di quanto già accada, isolarsi in bolle informative che rafforzano solo le loro opinioni, aumentando la polarizzazione politica e sociale.

 

 

 

 

CfP. La politica di Big Tech:

 dall’”Amazon-capitalismo” al

“tecno-autoritarismo”?

 Intotheblackbox.com – (24/01/2025) – Redazione – ci dice:

Negli ultimi anni il potere politico di Big Tech è diventato sempre più evidente, e la recente ridondanza mediatica di un personaggio come Elon Musk ne è solo il riflesso.

 Che le grandi aziende del digitale siano oramai degli attori politici era una delle tesi centrali che articolavamo nel volume collettaneo “Futuro presente. I piani di Amazon” (Red Star Press, Roma, 2024), nel quale siamo partiti dalla locuzione “Amazon-Capitalism” formulata da “Jake Alimahomed-Wilson”, “Juliann Allison”, “Ellen Reese” (2020) per discutere di come aziende come quella di Seattle si stavano ramificando in un molteplicità di settori e attività esercitando sempre più un potere governamentale sulle nostre vite.

 

Sono passati alcuni anni da quando nel 2022 abbiamo iniziato un lavoro tanto di inchiesta territoriale quanto di ricerca teorica per comprendere il modo in cui le Big Tech stavano diventando sempre di più delle infrastrutture sociali.

Il loro potere non è diminuito, tutt’altro.

Oggi sembra addirittura assumere posture e ruoli chiaramente politici, come plasticamente testimoniato dalla presenza di alcuni dei più importanti CEO del settore tech all’inaugurazione della nuova presidenza Trump negli Stati Uniti.

 

Ci sembra dunque urgente rilanciare una ricerca collettiva che prenda le mosse da Amazon inteso come metafora di un nuovo capitalismo egemonico.

Jeff Bezos, il suo ideatore, non è soltanto il «fondatore, proprietario e presidente del gruppo Amazon, la più grande società di commercio elettronico al mondo» come recita la pagina di Wikipedia a lui dedicata.

Ha piuttosto dato vita a un’impresa tentacolare, diversificata, mastodontica.

Un ecosistema perfino difficile da definire, ma che di certo va ben al di là di una mera “grande società di commercio elettronico”.

Le ramificazioni di Amazon intaccano direttamente o indirettamente gran parte delle nostre vite, la sua “politica” si fa sempre più esplicita e le possibilità di collocarsi al di fuori del suo raggio di azione sempre più ridotte.

 

Cos’è dunque Amazon?

Più in generale, cosa sono le Big Tech?

La risposta sembra ormai esondare ogni possibilità di circoscrizione.

Di fatto è ancora principalmente riconosciuto come un importante player logistico e di e-commerce.

 Il magazzino rimane per molti versi simbolo e strumento del suo radicamento territoriale, e sotto molti punti di vista va inteso come angolo analitico tanto privilegiato quanto fondamentale per indagare temi relativi al lavoro, alle relazioni industriali, al controllo algoritmico o all’automazione.

 Non foss’altro perché proprio dai magazzini sono partite le lotte operaie che hanno per primo fatto cadere la maschera del gigante di Seattle.

Tuttavia, benché necessaria, un’analisi che graviti solo attorno alla dimensione logistica di Amazon è ben lontana dall’essere sufficiente a restituire il quadro completo delle sue funzioni e, più in generale, a cogliere il suo potere e la sua politica.

Per approssimarsi a un’analisi più puntuale occorre espandere l’approccio in diverse direzioni.

Anzitutto verso il cloud.

Con “Amazon Web Services” l’azienda domina il settore digitale, attestandosi su una quota di mercato pari al 31% a livello globale, seguito, guarda caso, da Microsoft (24%) e Google (11%).

 In media un servizio cloud su tre è su server Amazon e questo costituisce un potere tecno-politico notevole, articolato su due dimensioni principali:

 l’elaborazione algoritmica e l’accumulo di dati, che a loro volta garantiscono un considerevole vantaggio anche nella sfida dell’AI.

 

A ciò fa il paio la necessità di un’analisi delle infrastrutture materiali che sostengono tali capacità di calcolo.

 Datacenter e cavi sottomarini sono le spine dorsali su cui poggia non soltanto la sua potenza digitale, ma la stessa infrastruttura di internet, sempre più nelle mani di privati come Amazon o (di nuovo) come Musk.

 Tutto ciò ha un’influenza diretta non soltanto sulle attività di cittadini o aziende, ma anche sugli attori pubblici e statali, nella misura in cui anch’essi si trovano a contare su di essa per la fornitura di un’innumerevole mole di servizi.

 

Le molteplici ramificazioni delle Big Tech non si fermano qua, ovviamente. Ne menzioniamo altre quattro.

 

In primo luogo, andrebbe analizzato Amazon con gli strumenti dell’ecologia politica.

Quale impatto ha Amazon (ma potremmo allargare il campo anche agli altri cloud provider) in termini di impronta ecologica?

In che modo l’azienda di Seattle ha inglobato e sfruttato una retorica green?

In secondo luogo, come si pone Amazon nei confronti dei soggetti statali?

 In posizione coordinata o concorrente?

In un momento di “tecno autoritarismo” e di ruolo politico attivo crescente dei “Tech Billioners” a là Musk, qual è la postura dell’azienda di Seattle?

 

In terzo luogo, in che termini Amazon si rapporta ai capitali finanziari e al capitalismo di ventura?

Infine: cosa si cela dietro la forza politica e pubblica di Amazon oltre la tecnica?

È necessario interrogarci anche sulle dimensioni estetiche e simboliche di Amazon, sulla sua colonizzazione dell’immaginario: ci sembra un aspetto imprescindibile per costruire un futuro diverso.

 

Su queste basi tecno-politiche si innesta quindi l’urgenza di cogliere alcuni slittamenti recenti.

La nostra ipotesi è che la congiuntura bellica che stiamo attraversando – e che vede nell’Ucraina e nella Palestina due dei suoi centri di sviluppo – ha provocato, tra le altre cose, un rafforzamento del carattere autoritario delle Big Tech – che già prima si connotavano per l’opacità e la verticalità dei propri processi decisionali e per le spinte monopolistiche.

Come ignorare il ruolo attivo delle Big Tech nelle dinamiche della geopolitica globale?

Ad esempio nel caso dell’urbicidio di Gaza:

«Una fonte che ha utilizzato il sistema basato sul cloud durante la guerra in corso ha raccontato di aver fatto “ordini su Amazon” per ottenere informazioni mentre svolgeva i suoi compiti operativi e di aver lavorato con due schermi:

uno collegato ai sistemi privati dell’esercito e l’altro collegato ad AWS.».

Amazon è un pienamente coinvolto nel genocidio in Palestina, come lo sono Google e Microsoft.

 

Come valutare l’endorsement che l’élite dei CEO delle Big Tech ha dato alla nuova presidenza Trump e alle sue promesse di de-regolamentazione radicale del settore tech?

 

A partire da queste molteplici, parziali ma nondimeno significative potenziali dimensioni di ricerca, lanciamo questa “call for papers “con l’obiettivo di organizzare un momento di confronto articolato su due giorni il 9 e 10 giugno 2025 presso l’Università di Bologna.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di costruire collettivamente una cartografia delle operazioni dell’Amazon-capitalismo per concettualizzare il potere contemporaneo di Big Tech e le sue inclinazioni sempre più autoritarie.

Invitiamo a presentare sia ricerche di campo che studi teorici, spaziando tra le discipline (dall’economia, all’architettura, dalla geografia alla teoria politica).

Sono ben accetti contributi visuali e artistici.

 

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