L’impero dei buoni ci salverà.
L’impero
dei buoni ci salverà.
“Vogliamo
fare l’impero europeo,”
detto
chiaro e tondo.
Contropiano.org
- Francesco Piccioni – (27-01-2021) – ci dice:
È
strano come sia passato quasi inosservato, tra molti compagni sempre “sul
pezzo” quando si tratta di cogliere una sciocchezza di Salvini o una sacrosanta
soddisfazione di Eric Cantona, un titolo di prima pagina del confindustriale
Sole24Ore: «L’Europa? Sia un impero potente al servizio di buoni propositi».
Da
anni ci battiamo – con qualche successo, per fortuna – per spiegare che
l’Unione Europea non è “soltanto” un mercato comune, ma una sovrastruttura semi-statuale
che sta realizzando da 30 anni, a colpi di trattati comunitari e
“raccomandazioni” sempre più ultimative un trasferimento di poteri politici
dagli Stati nazionali alla struttura con sede a Bruxelles (o a Francoforte, per quanto
riguarda la Banca centrale).
Facciamo
questo lavoro di “spiegazione” sciorinando fatti, indicando il contenuto dei
trattati, illustrando certe decisioni e certi “diktat”, che nell’insieme
descrivono una politica di classe, determinata e feroce nei confronti di
lavoratori (“fissi” e precari), pensionati, disoccupati, giovani e via
elencando categorie popolari.
Un
“mercato comune”, del resto, non si preoccuperebbe di controllare le politiche
di bilancio dei singoli Stati, non cercherebbe (con non molto successo) di
individuare una politica estera unitaria, di costruire coordinamenti gerarchici
di polizie, intelligence, forze militari, apparati ideologici e di
comunicazione, ecc.
Ma
torniamo al titolo del Sole, perché il virgolettato appartiene al ministro
dell’economia francese, “Bruno Le Maire”, che si candida a succedere
all’attuale presidente, “Emanuel Macron”, ai minimi della popolarità in vista
delle elezioni del 2022.
Ma non
si tratta solo di una battuta audace o “provocatoria” – come gli piace
presentarla – perché è accompagnata da una riflessione strategica alta, che
connette passato e futuro dell’Occidente davanti alla sfida rappresentata dalla
propria crisi sistemica e dall’emergere della potenza cinese.
Dunque
la parola “impero” non è una voce dal sen fuggita, ma un obbiettivo politico da
completare in tempi storici neanche troppo lunghi.
Il
punto di partenza di Le Maire, nella sua informale chiacchierata con l’inviato”
Beda Romano”, è il cardine della politica mondiale attuale:
«Ci
chiedevamo quando gli equilibri mondiali si sarebbero spostati da Occidente a
Oriente.
Ebbene,
è accaduto ora, ed è definitivo.
L’epidemia
ha accelerato il movimento.
Prima di tutto sul fronte economico:
la
Cina ha appena firmato un accordo commerciale con altri 14 Paesi, tra cui il
Giappone e la Corea del Sud, costituendo un nuovo gigantesco mercato unico.
Poi sul versante tecnologico, la concomitanza
è sorprendente: l’uscita dalla pandemia sta avvenendo mentre la Cina afferma il
suo desiderio di autonomia strategica.
Tra le
altre cose vuole controllare l’intero ciclo della produzione di energia
nucleare. Infine, sul fronte politico, il Paese sta lasciando intendere che il
suo successo nell’affrontare l’epidemia dimostra come nei fatti il regime
autoritario sia il più adatto nel XXI secolo».
Quest’ultimo
punto rappresenta il nervo scoperto di tutto l’Occidente neoliberista,
squassato dalla pandemia, con Pil in caduta verticale, mentre la Cina è l’unica
grande economia mondiale a crescere anche nel 2020.
Un
disastro persino paradossale, visto che l’Occidente ha preferito “convivere con
il virus” pur di non fermare affatto la produzione.
Mentre
la Cina ha praticato lockdown senza eccezioni di sorta, isolando i focolai di
contagio fino a identificare tutti i contagiati testando l’intera popolazione
delle zone colpite anche da pochissimi contagi.
Le
Maire è anche un ideologo, non solo un ministro tecnico. E dunque sa che deve
presentare questo scarto decisivo di efficacia nella risposta alla pandemia
come prezzo che le “democrazie liberali – attente a rispettare i diritti della
persona” hanno dovuto pagare. Mentre l’”autoritarismo cinese” poteva procedere
chiudendo e schedando…
Sappiamo
per esperienza diretta che la schedatura di massa, anche qui in Occidente, è
totale.
Ci
sono venditori online che conoscono ogni nostra preferenza e quasi ci precedono
nell’indicare una merce che vorremmo comprare.
Volete
che i governi non siano informati di cose ben più serie come le opinioni
politiche, le intenzioni di voto, ecc.?
Sorprendente,
però, che anche a lui sfugga la constatazione più elementare:
gli “autoritari” – che si dicono però
comunisti, impegnati nella costruzione di un “socialismo con caratteristiche
cinesi” – si sono preoccupati di combattere il virus e limitare le perdite
umane;
i “liberali democratici” hanno pensato
soprattutto a salvare i bilanci aziendali.
Eppure
il primo dei diritti umani, in qualsiasi trattato o manuale, è il diritto alla
vita.
L’algido
e “distante” ministro francese lo sa bene, e sa anche che “sarà molto
difficile” contrastare questa lettura degli avvenimenti, con gli occidentali
avviati verso il secondo anno di lockdown stop-and-go, centinaia di migliaia di
morti, disoccupati a milioni, consumi ai minimi, clausura in casa, mentre «a
Wuhan, la gente si diverte e festeggia».
Le
differenze di sistema, al di là delle luci e delle skyline, dei profitti
multinazionali e del perdurante sfruttamento operaio, si vedono e si possono
toccare.
Anche
le vecchie giaculatorie usate ai tempi della “cortina di ferro” – “non si può
criticare”, “non circolano notizie”, “il popolo è tenuto all’oscuro”, ecc. –
sono frasi vuote davanti ai milioni di occidentali che vivono e lavorano lì
tranquillamente, raccontando, spiegando, viaggiando avanti e indietro (con le sole limitazioni da Covid).
La
partita che si è aperta è di quelle epocali. «Rispetto a fine Ottocento, quando
gli Stati Uniti presero il testimone dall’Europa, il ribaltamento oggi non è
solo geografico, è anche politico.
I cinesi sostengono che i regimi autoritari
sono migliori delle democrazie liberali».
Qui
l’ideologia da far circolare costringe Le Maire a “tagliare per campi”.
Il “ribaltamento possibile” è certamente anche
politico, ma si fonda non sull’”autoritarismo” – basti vedere come qui vengono
trattati i No Tav – anche se certamente il governo di Pechino non brilla per
lassismo.
C’è un
sistema di vita e produzione che nella pandemia ha dimostrato non solo di
essere più efficiente, ma anche di aver puntato a minimizzare le perdite umane.
Cosa
che nel “libero Occidente” – da Johnson a Trump, da Bolsonaro a Macro, da Conte
a Bonomi – non è passata neanche per la mente ai membri della “classe
dirigente”.
A
tutti noi risuonano nella testa le frasi con cui esponenti di Confindustria
come Bonometti (Bergamo) hanno giustificato la loro opposizione a fermare la
produzione.
Oppure
quelle orripilanti del capetto delle imprese di Macerata, Guzzini: «Riapriamo.
Se qualcuno muore, pazienza».
Quel milione di morti, tra Europa e Usa, che
stiamo ormai raggiungendo, è stato insomma messo ampiamente nel conto…
Ma” Le
Maire” sorvola su certi “dettagli” che ritiene ininfluenti.
Ma è costretto a confessare l’errore
strategico commesso circa 40 anni fa:
«Tutti
pensavamo che progresso economico e progresso tecnologico avrebbero indebolito
il partito comunista cinese.
Nei
fatti, invece, vi è oggi una incredibile concentrazione di potere.
Mi
chiedo se avverrà in Cina quanto avvenne in Europa alla fine del Settecento, con
la fine delle monarchie assolute».
Il
ragionamento alla base dell’errore era fortemente “eurocentrico”, tipicamente
capitalistico:
“se si
sviluppa l’industria privata anche in Cina, allora si formerà un’élite in grado
di scalzare il Partito Comunista e una classe media che pretenderà pluralismo
politico, libertà d’impresa, ecc.”.
Non è
avvenuto perché quello sviluppo è stato realizzato in un contesto di
pianificazione e programmazione, dove la crescita della ricchezza – pur
aumentando notevolmente le diseguaglianze sociali – si è tradotta in aumento
del benessere per tutti.
Al
punto da far dichiarare “estinta la povertà”.
In
soli 40 anni 800 milioni di persone hanno raggiunto condizioni di vita
paragonabili, come potere d’acquisto, a quelle del “ceto medio” occidentale. E
questo, non stranamente, ha consolidato il consenso per la guida politica del
Paese, invece di ridurlo.
Qui in
Occidente il confronto, anche senza pandemia, è imbarazzante.
Negli Usa i senza lavoro sono oggi 110 milioni
(su 340 milioni di abitanti), i salari sono fermi da decenni (la Fiat,
comprando Chrysler ai tempi di Marchionne, impose il dimezzamento degli
stipendi).
In
Europa la situazione sta diventando molto simile, e i vertici di Bruxelles
chiedono un peggioramento drastico per concedere i fondi del Recovery Fund.
Spagna
e Italia dovranno “riformare” ancora il sistema pensionistico, e consolidare la
liberalizzazione totale del mercato del lavoro (niente diritti, licenziabilità
a discrezione, ecc.).
Sì, si
stanno delineando due mondi davvero differenti.
Uno in
cui non si può più materialmente vivere, l’altro dove si vive sempre meglio,
secondo regole effettivamente diverse da quelle cui siamo abituati.
Buttarla
in ideologia, in effetti, è più semplice, vero Le Maire?
«La
nostra sfida è di difendere la nostra libertà personale, e al tempo stesso
padroneggiare la nostra tecnologia».
Neanche un accenno alle condizioni di vita
delle popolazioni:
libertà
di impresa e superiorità tecnologica sono gli assi di quel pensiero strategico.
La
volontà di “costruire un impero europeo” – sull’asse franco-tedesco,
ovviamente, perché Parigi non avrebbe da sola nessuna possibilità – emerge a
questo punto con assoluta prepotenza:
«Agli
europei pongo alcune domande semplici:
volete che l’Europa sia un mercato unico o non
volete piuttosto che sia un progetto politico, nobile e idealista?
Io mi batterò fino all’ultimo perché sia un
progetto politico.
Non mi
interessa lavorare 17 ore al giorno per costruire un mercato.
La seconda domanda è altrettanto semplice.
Vi
ricordate ancora chi siete e da dove venite?
Veniamo
da nazioni e da imperi. Siamo in fondo una idea politica che ha costruito nei
secoli il Sacro Romano Impero, l’Impero Napoleonico, l’Impero Romano.
Quest’ultimo
dette al mondo il Muro d’Adriano, Cicerone e Tito Livio, il diritto, la
democrazia, il gusto della parola e del discorso. Agli europei dico quindi di
non dimenticare da dove discendiamo».
Se
sentite lo sferragliare di carri armati in lontananza, o addirittura echi del
Mein Kampf hitleriano, beh, non siete diventati paranoici, È proprio così.
«Il
Nazismo fu un progetto folle, pericoloso, suicida, ma era un progetto politico
di cui oggi l’Unione europea è la risposta agli antipodi.»
Tradotto:
era una buona idea, un buon progetto politico, ma mal impostato e infatti
perdente.
Noi
vogliamo fare la stessa cosa, ma con modalità diverse. E infatti:
«Agli
europei chiedo: cosa vogliamo fare della nostra potenza?
In passato abbiamo colonizzato, schiavizzato,
conquistato.
Abbiamo messo la potenza al servizio di
cattivi propositi.
Non dobbiamo per questo rinunciare all’idea di
potenza.
L’Europa
deve dimostrare di poter usare la potenza al servizio di buoni propositi».
Usare
la potenza per migliorare il mondo e le condizioni di vita degli esseri umani
non gli passa neanche per l’anticamera del cervello.
Il suo problema – quello di tutta la classe
dirigente europea – è costruire un impero potente, in grado di competere, che
si riprenda l’Africa e magari anche il Medio Oriente.
I
“buoni propositi” sono qui come un adesivo floreale incollato sul fusto di un
cannone.
E,
come si sa, di “buoni propositi” è lastricata la via dell’inferno.
Siete
ancora sicuri che l’Unione Europea sia meno nazionalista o “sovranista” delle
piccole nazioni morenti?
E siete proprio sicuri che questa “Europa” sia
portatrice di “pace”?
Il
Cristianesimo rese davvero
l’impero
Romano più buono?
Scriptamanentitalia.it
– (7 Marzo 2025) – Redazione – ci dice:
Tabella
dei contenuti:
Il
monachesimo.
Il
rapporto con gli schiavi.
I
combattimenti gladiatori.
La
carità. Un caposaldo del Cristianesimo.
La
condizione femminil
Il
Cristianesimo ha migliorato la storia romana?
Le
ragioni del successo cristiano.
(Di
Arthur Cushman McGiffert, Union theological seminary, New York)
“Traduzione
e adattamento di: Fabio Saverio Gatto).
Spesso
si presume che il Cristianesimo abbia avuto un’influenza positiva e
significativa sull’Impero Romano, dove ebbe origine e divenne religione
ufficiale. Ma questa idea è difficile da dimostrare concretamente.
Pur riconoscendo il Cristianesimo come un
progresso rispetto al paganesimo e la sua vittoria finale come una benedizione,
non è semplice individuare come e in che misura abbia giovato al mondo romano.
È
facile individuare esempi di vite trasformate e migliorate dalla fede
cristiana, ma è ben più complesso dimostrare un miglioramento generale e
duraturo della società romana nel suo complesso.
Innalzamento del livello di vita, progresso
morale, miglioramento dei principi politici, delle istituzioni civili e degli
ideali economici: tutto questo è difficile da collegare direttamente
all’influenza cristiana.
Non
basta dare per scontato che il Cristianesimo, essendo di per sé positivo, lo
sia stato anche per l’Impero; è necessario dimostrarlo.
Per
farlo, dovremmo idealmente mostrare che l’Impero, dopo secoli di presenza
cristiana, fosse in condizioni migliori rispetto a prima della sua comparsa.
Tuttavia,
confrontare epoche diverse è complesso e dipende molto dal punto di vista di
chi ci ha tramandato le proprie impressioni.
Le testimonianze sull’Impero Romano, sia precedenti
che successive alla diffusione del Cristianesimo, ci suggeriscono che non ci fu
un miglioramento generale e permanente sul piano politico, economico, sociale e
morale a partire dal II secolo, ovvero da quando il Cristianesimo iniziò a
esercitare una qualche influenza.
L’idea
di un Impero in costante declino potrebbe essere un’esagerazione, ma in linea
di massima è vera.
Le testimonianze di autori cristiani come
Crisostomo, Girolamo, Agostino, Orosio e Salviano, pur nella loro enfasi e nel
loro zelo, dipingono un quadro di decadenza morale e sociale.
Opere
come “La città di Dio” di Agostino e “Storia del mondo” di Orosio, così come
gli scritti di Salviano, mostrano un consenso generale, tra cristiani e pagani,
sulla condizione di decadenza dell’Impero.
Le
prove del periodo indicano un mondo politico in preda al caos, un’economia in
declino e una situazione sociale e morale tutt’altro che in miglioramento.
Pur
riconoscendo esempi di virtù domestiche e onore politico, come testimoniano
Simmaco, Ausonio e Apollinare Sidonio, la società nel suo complesso non
sembrava migliore, se non peggiore, rispetto al passato.
Il
monachesimo.
Un
aspetto in cui è evidente una differenza è la diffusione del monachesimo
cristiano, sconosciuto nel primo secolo e ampiamente diffuso nel quinto.
Questo
è un frutto diretto del Cristianesimo, sebbene il monachesimo fosse presente
anche in altre religioni.
Ma è
lecito dubitare che la sua crescente diffusione abbia giovato all’Impero.
Il
monachesimo, pur testimoniando una certa devozione religiosa ed eroismo morale,
evidenziava anche una debolezza morale diffusa, una spinta a fuggire dalle
responsabilità e dalle opportunità del mondo.
Se da
un lato il monachesimo promuoveva l’ideale della purezza personale e della
moralità sessuale, dall’altro il suo disprezzo per la vita familiare e per
l’impegno sociale poteva essere dannoso.
Invece
di incanalare l’entusiasmo religioso e morale verso il miglioramento della
società, il monachesimo lo indirizzava verso una direzione diversa, riducendo
le forze attive nella trasformazione del mondo.
Il rapporto
con gli schiavi.
Un’altra
differenza significativa tra l’Impero Romano precedente e successivo fu la
graduale diminuzione del numero di schiavi e della centralità della classe
schiavista.
Tuttavia,
è dubbio che il Cristianesimo abbia avuto un ruolo determinante in questo
processo.
L’abolizione
della schiavitù viene spesso attribuita alla Chiesa cristiana, ma di fatto essa
non fu abolita nel mondo romano.
L’istituzione
era ancora radicata nell’Impero successivo, seppur con un numero di schiavi
inferiore.
Il
Cristianesimo, all’epoca dell’Impero Romano, non contestò la schiavitù.
I cristiani la accettarono, così come
accettarono lo stato, le disuguaglianze sociali e le disparità economiche.
Predicarono la fratellanza cristiana, ma non
considerarono l’abolizione della schiavitù, così come non pensarono di abolire
la proprietà privata.
Si
cercò di migliorare le condizioni di vita degli schiavi, sia da parte di pagani
che di cristiani, ma nessuno si fece promotore di una lotta contro l’istituzione
stessa.
Lo Stoicismo predicava la fratellanza umana e
l’uguaglianza prima del Cristianesimo, e sotto la sua influenza alcuni pagani
liberarono i propri schiavi, così come alcuni cristiani fecero lo stesso sotto
l’influenza del principio cristiano.
Con
l’aumento dell’idea e della pratica della penitenza, la liberazione degli
schiavi divenne un modo per espiare i propri peccati.
L’ostilità dei cristiani più ascetici verso il
lusso si esprimeva nella denuncia della pratica di possedere un gran numero di
schiavi.
Ma la
pratica della liberazione degli schiavi non era nuova, e non è certo che fosse
più comune nell’Impero cristiano che in quello pagano.
In
ogni caso, non significava la condanna della schiavitù come istituzione. Anzi,
la Chiesa stessa, una volta diventata una corporazione legalizzata, possedeva
numerosi schiavi.
L’atteggiamento
dei leader della Chiesa, da Paolo in poi, fu tale da confermare la schiavitù.
I cristiani non dovevano desiderare un
cambiamento della loro condizione terrena, ma accettare la loro sorte, che
fossero schiavi o liberi, consapevoli di essere allo stesso tempo liberati del
Signore e servi di Cristo.
Ai
cristiani non era richiesto un cambiamento della loro condizione terrena, ma la
giustizia e la salvezza eterna.
La
Chiesa predicava la fratellanza di tutti i cristiani, ma ciò non veniva
interpretato come abolizione della schiavitù.
La
fratellanza cristiana doveva manifestarsi in gentilezza, perdono e carità. I
padroni cristiani dovevano trattare i loro schiavi con misericordia, e gli
schiavi cristiani dovevano essere fedeli e rispettosi.
Ma ciò
non implicava un’uguaglianza di condizione.
Agostino, nella sua “Città di Dio”, suggerisce
che l’ideale cristiano di fratellanza e uguaglianza si realizza in cielo, non
sulla terra.
Il
vero motivo del declino della schiavitù va ricercato nelle mutate condizioni
economiche.
La rivoluzione politica che portò all’Impero
fu una fase di una più ampia rivoluzione sociale, che vide l’ascesa delle
classi commerciali e industriali e la diminuzione dell’importanza della vecchia
aristocrazia terriera.
La
schiavitù non poteva prosperare in queste nuove condizioni sociali, e il
declino dell’istituzione era inevitabile.
Inoltre, con la fine delle conquiste di Roma,
l’offerta di schiavi diminuì, e con la diminuzione della ricchezza, la capacità
di mantenere schiavi in gran numero diminuì, e la loro liberazione divenne una
necessità economica.
Attribuire al Cristianesimo un ruolo di
controllo in questo processo significa fraintendere la situazione.
I
combattimenti gladiatori.
Un
altro cambiamento notevole nella vita dell’Impero successivo è la graduale
scomparsa dei combattimenti gladiatori, un tempo parte importante dei
divertimenti pubblici.
Anche questo cambiamento viene comunemente attribuito
all’influenza del Cristianesimo e alla nuova enfasi sul valore della vita
umana.
Nel
325 d.C, l’imperatore Costantino emanò un editto che proibiva i combattimenti
gladiatori in tempo di pace.
Sebbene
il governo avesse spesso cercato di regolamentare e limitare questo sport,
questo editto rappresentava il primo tentativo di porvi fine.
L’idea
che Costantino sia stato influenzato dal Cristianesimo è suggerita da Eusebio e
comunemente accettata dagli storici.
Tuttavia,
è importante notare che i primi Padri della Chiesa non si scagliarono
specificamente contro i combattimenti gladiatori, bensì contro gli spettacoli
teatrali e pubblici in generale, motivando la loro avversione non tanto con la
crudeltà, quanto con la mondanità, la licenziosità e l’idolatria che
caratterizzavano tali eventi.
Inoltre,
è lecito dubitare che i primi cristiani attribuissero un valore maggiore alla
vita umana rispetto ai loro contemporanei pagani.
Pur
considerando l’omicidio un peccato mortale, la nozione di sacralità e
inviolabilità della personalità umana era tanto estranea ai Padri cristiani
quanto ai loro contemporanei.
Costantino,
d’altra parte, non intraprese azioni simili contro altri sport e spettacoli che
i moralisti cristiani criticavano con la stessa energia.
È quindi possibile che altre motivazioni,
diverse dal Cristianesimo, abbiano influenzato la sua decisione.
Gli
spettacoli gladiatori, retaggio di un’epoca in cui Roma disponeva di numerosi
prigionieri barbari, potevano essere considerati dannosi sia economicamente che
socialmente da un imperatore come Costantino, interessato a ristabilire la pace
e a sviluppare le risorse dell’Impero.
È
interessante notare che l’editto di Costantino si concentra sui combattimenti
gladiatori in tempo di pace.
Egli non riuscì a porvi fine completamente,
tanto che tali spettacoli continuarono ad essere comuni anche nel IV secolo.
Secondo Teodoreto, fu l’imperatore Onorio a
sopprimerli definitivamente nel 404.
La
carità. Un caposaldo del Cristianesimo.
Per
quanto riguarda l’influenza del Cristianesimo sulla promozione della carità e
sulla creazione di istituzioni di assistenza, è innegabile che i Padri della
Chiesa abbiano sottolineato l’importanza della carità come virtù fondamentale,
insistendo sull’obbligo dei cristiani di assistere i loro compagni.
Con lo
sviluppo della teoria e della pratica della penitenza, la carità divenne uno
dei principali mezzi per ottenere l’espiazione dei peccati.
Ma è
importante riconoscere che il mondo pagano non era estraneo alla filantropia.
Molti moralisti pagani promossero principi umanitari, e impulsi umanitari
esistevano anche in epoca pagana. Ciò nonostante, è innegabile che il
Cristianesimo abbia contribuito a promuovere e incoraggiare la filantropia,
specialmente all’interno della comunità cristiana, alleviando sofferenze e
difficoltà.
L’amore
reciproco e la carità dimostrata dai cristiani attirarono l’attenzione degli
osservatori pagani e rappresentarono uno degli aspetti più attraenti del
Cristianesimo, soprattutto per le classi più povere, e uno dei mezzi di
propaganda più efficaci.
Se da
un lato la carità cristiana ha avuto un impatto positivo nell’alleviare la
povertà e la sofferenza, dall’altro lato presenta anche aspetti meno positivi.
L’idea che la carità vada a beneficio non
tanto di chi la riceve, quanto di chi la dona, ha portato a una certa
tolleranza della povertà, vista come un’opportunità per i cristiani di
guadagnare meriti.
La
carità cristiana, inoltre, non era sempre orientata al miglioramento delle
condizioni di vita di coloro che aiutava.
L’effetto
a lungo termine di questo tipo di carità poteva essere disastroso sul piano
economico e sociale.
La
carità, per essere veramente efficace, deve mirare al miglioramento permanente
della vita di chi la riceve e alla rimozione delle cause che la rendono
necessaria.
In
caso contrario, rischia di essere controproducente e di demoralizzare
economicamente i beneficiari.
È
innegabile che la povertà e la sofferenza siano state alleviate su larga scala
grazie alla carità cristiana.
Tuttavia,
non è certo che il mondo romano abbia tratto da ciò un beneficio maggiore del
danno.
La
condizione femminile.
Per
quanto riguarda la condizione della donna, spesso si fa riferimento
all’influenza positiva del Cristianesimo nell’elevare la sua posizione e nel
promuovere la santità della vita domestica.
Tuttavia,
non ci sono prove di un cambiamento significativo tra i primi e gli ultimi
giorni dell’Impero Romano.
Lo
status della donna sotto l’Impero, sia all’inizio che alla fine, era migliore
rispetto al passato, ma la sua emancipazione era iniziata ben prima dell’era
cristiana.
L’idea
di uguaglianza tra cristiani ebbe probabilmente una certa influenza, ma non
maggiore rispetto alla questione della schiavitù.
Inoltre,
l’ascetismo che caratterizzava il Cristianesimo dell’epoca ebbe un impatto
negativo sulla visione della donna, vista principalmente come una tentazione al
peccato.
Tale opinione non poteva certo promuovere la
sua dignità.
Gli
effetti di questo spirito ascetico sulla vita domestica non furono del tutto
positivi.
Se da
un lato la lotta contro i peccati della carne diede buoni risultati, dall’altro
l’insistenza sulla castità come virtù suprema portò molti uomini e donne a
rifugiarsi in monasteri e conventi, piuttosto che a promuovere la santità della
famiglia.
Infine,
la Chiesa assunse una posizione rigorosa in materia di divorzio e nuovo
matrimonio, non tanto per preservare la santità del vincolo matrimoniale,
quanto per ostacolare i secondi matrimoni, considerati quasi come adulterio.
Il
Cristianesimo ha migliorato la storia romana?
Se non
possiamo riscontrare con certezza un miglioramento generale e marcato nelle
condizioni sociali dell’Impero Romano attribuibile al Cristianesimo, possiamo
almeno affermare che l’Impero successivo sarebbe stato peggiore senza questa
fede?
Questa
è un’ipotesi comune tra gli storici.
Tale
opinione si basa su una concezione della natura e degli scopi del Cristianesimo
di quel tempo che può essere verificata.
Gli scopi e gli ideali del Cristianesimo, così come
esisteva nel mondo romano, giustificano l’ipotesi che esso costituisse una
forza sociale di preservazione e conservazione?
Una
delle cose più sorprendenti dei primi cristiani è la loro quasi totale mancanza
di interessi e ideali sociali.
Il Vangelo di Gesù, un tempo eminentemente
sociale, nelle mani dei suoi seguaci perse la sua enfasi sociale e divenne
individualistico e ultraterreno.
Gesù
era interessato a promuovere il Regno di Dio, il regno dello spirito di
fratellanza qui e ora.
Ma per i suoi discepoli, il Regno era solo una
realtà futura.
Vivevano
interamente nel futuro, sforzandosi solo di preparare gli altri per la
consumazione inducendoli al pentimento e all’accettazione di Gesù come Messia.
Nelle
mani di Paolo, il Cristianesimo divenne un mezzo di redenzione dal peccato.
Tutti gli uomini sono malvagi e condannati alla distruzione.
Unendosi
a Cristo per fede, vengono trasformati da esseri corrotti in esseri santi, da
peccatori a santi, e vengono liberati dalla morte e resi possessori della vita
eterna.
Il
cristiano è un essere soprannaturale, superiore e separato dalle cose di questo
mondo, che aspetta la sua liberazione e il suo godimento della vera vita dello
spirito in un’altra sfera.
Paolo
aveva grandi visioni sulla conversione dell’Impero Romano, ma il mondo era
essenzialmente malvagio, e la salvezza consisteva nella fuga da esso.
Paolo
fece dell’amore la virtù suprema della vita cristiana, ma non era interessato
al miglioramento delle condizioni sociali.
L’amore aveva significato per chi amava, non
per chi era amato.
Il suo valore risiedeva in ciò che esprimeva,
non in ciò che produceva.
Nonostante
l’enfasi sull’amore, la sottomissione della carne allo spirito era essenziale.
La
salvezza consisteva nella separazione da questo mondo e nell’astinenza dai suoi
piaceri.
Uomini
dominati da una tale concezione non potevano impegnarsi nel servizio sociale o
nel miglioramento delle condizioni terrene.
Un uomo poteva essere un cittadino utile, ma era
piuttosto nonostante il suo Cristianesimo che a causa di esso.
Era
proprio questa assenza di spirito pubblico, questa indifferenza al presente a
causa dell’assorbimento nel futuro, questo disprezzo della terra a causa
dell’amore del cielo che costituiva il difetto principale del Cristianesimo
agli occhi dei suoi oppositori.
Invece
di rendere un uomo un cittadino migliore, il Cristianesimo spesso lo rendeva
l’opposto.
Che non lo facesse sempre era perché non era
sempre preso con sufficiente serietà dai suoi aderenti.
Anche
dopo che l’ascetismo si era sviluppato nel monachesimo, non tutti i cristiani
erano monaci, ma il monachesimo era riconosciuto come l’espressione completa
dell’ideale cristiano prevalente.
Era lo
stesso ideale di vita cristiana che trovava espressione nel celibato del clero.
Se il clero non poteva vivere separato dal mondo, poteva almeno evitare i
piaceri della carne ed esemplificare in un grado più elevato l’ideale cristiano
dell’astinenza.
Non
essere parte del mondo, ma essere separati da esso:
questo
significava la santità cristiana;
e non
servire il mondo, ma salvare dalle sue fatiche quanti più compagni possibili:
questo significava l’amore cristiano.
Per
lungo tempo, la Chiesa cristiana fu una piccola istituzione, una minoranza in
un vasto Impero.
Inizialmente, non si poteva certo aspettare
che coltivasse grandi ideali per la trasformazione della vita dell’Impero.
Tuttavia,
ciò che sorprende è che anche i Padri del IV secolo e successivi, dopo che il
Cristianesimo divenne la religione ufficiale, rimasero altrettanto silenziosi
riguardo a ideali di riforma sociale ed economica.
Nei
loro scritti, vi è una completa assenza di qualsiasi suggerimento di un ideale
globale di riforma sociale o economica.
La vittoria della Chiesa la trovò impreparata
a sfruttare la sua nuova opportunità.
Se,
prima di tale opportunità, la Chiesa fosse stata interessata alla
trasformazione di questo mondo nel Regno di Dio, avrebbe colto con entusiasmo
l’occasione datale da Costantino e dai suoi successori.
Ma nessuno dei Padri dell’epoca sembra aver
pensato a una trasformazione su vasta scala.
Essi
avevano molto interesse per la Chiesa, per la purezza delle sue dottrine, per
la severità della sua disciplina, per lo splendore del suo rituale.
Ma al
mondo stesso prestavano poca attenzione.
Il
cambiamento di atteggiamento del governo verso la Chiesa era considerato una
benedizione soprattutto perché implicava vantaggi per la Chiesa stessa.
L’opera
di Agostino, “La Città di Dio”, è un’illustrazione classica di tale
atteggiamento.
Non un solo regno, il Regno di Dio, di cui
tutti i regni del mondo devono far parte, ma due regni, uno celeste e uno
terreno, la “Civitas Dei” e la “Civitas Terrena”, che rappresentano due
principi opposti.
Le
ragioni del successo cristiano.
Data
questa visione, ci si potrebbe chiedere: come mai il Cristianesimo si diffuse
così rapidamente nel mondo romano, soppiantando il paganesimo?
Le
condizioni nei primi tempi dell’Impero Romano erano favorevoli alla diffusione
di qualsiasi movimento religioso.
Era un
tempo di irrequietezza, di curiosità e di avidità per le cose nuove.
I
nuovi bisogni richiedevano soddisfazione, e il risultato fu una grande
rinascita della fede e del sentimento religioso.
La
facilità di comunicazione all’interno dell’Impero, le grandi strade romane,
l’eccellente protezione, la prevalenza di una lingua comune, rendevano facile
la crescita di qualsiasi movimento mondiale.
Il
Cristianesimo era quindi una delle tante fedi che facevano appello al mondo
romano.
Ma non
è un caso che alla fine sia diventato dominante.
La
coscienza di unità tra i suoi aderenti, la sua organizzazione, ebbero molto a
che fare con il suo successo.
L’autoconsapevolezza
e l’esclusività della Chiesa, la convinzione dei cristiani di essere il popolo eletto di
Dio, erano
impressionanti.
Ecco
un movimento che rivendicava tutto e non concedeva nulla. Ciò suscitò ostilità,
ma anche devozione fanatica.
Sarebbe
un errore immaginare che la diffusione del Cristianesimo nel mondo romano fosse
dovuta solo a fattori esterni o casuali.
In realtà, il Cristianesimo ottenne la sua vittoria
soprattutto perché possedeva molti più elementi di potere e permanenza,
combinava una maggiore varietà di caratteristiche attraenti e soddisfaceva una
maggiore varietà di bisogni rispetto a qualsiasi altro sistema religioso.
Pur
riconoscendo i suoi difetti, dobbiamo ammettere che la sua vittoria nell’Impero
Romano fu giustamente guadagnata grazie alla sua superiorità.
Il
Cristianesimo faceva appello al mondo antico in molti modi. Ad esempio,
esercitava un forte e variegato richiamo religioso.
La rivelazione di un solo Dio e della
possibilità di comunione con Lui, la promessa di redenzione dal peccato,
l’assicurazione di un futuro benedetto in cielo, il fervore spirituale e i riti
mistici, ebbero tutti un ruolo importante.
Inoltre,
sebbene l’interesse dei primi cristiani per la riforma sociale fosse scarso, il
Cristianesimo faceva appello agli istinti sociali di moltitudini, specialmente
delle classi inferiori.
L’enfasi sul principio della fratellanza
cristiana, l’idea che tutti i cristiani fossero membri di un’unica famiglia, la
federazione strettamente unita, l’associazione intima all’interno delle chiese
locali, la cura comune per i malati, i sofferenti e i poveri, deve essere stato
immensamente attraente.
Il
Cristianesimo si presentò come una filosofia in grado di rispondere ai grandi
interrogativi dell’epoca e di soddisfare i bisogni intellettuali dell’uomo.
Tra i
suoi punti di forza vi erano:
Monoteismo: in un periodo in cui il mondo
intellettuale si allontanava dal politeismo tradizionale.
Rivelazione
divina:
una narrazione definita dell’origine e del destino del mondo, basata sulla
presunta rivelazione divina.
Chiara
concezione del ruolo dell’uomo: una precisa definizione del posto dell’uomo nell’universo.
Etica
basata sulla volontà di Dio: la virtù come compimento della volontà divina.
Immortalità
e premi/punizioni: la dottrina dell’immortalità dell’anima e delle future ricompense e
punizioni.
Cristo
come figura divina: l’idea di Cristo come essere divino disceso dal cielo,
elemento centrale di una complessa cosmologia e di un sistema di redenzione.
Scritture
sacre: i
testi sacri ereditati dalla tradizione ebraica, ricchi di significati
allegorici e spunti di riflessione.
Il
Cristianesimo si proponeva come frutto non della riflessione umana, ma della
rivelazione divina, rivendicando universalità e definitività.
In
questo modo, ha attratto filosofi di diverse estrazioni e convinzioni,
diventando una religione non solo per gli umili, ma anche per i dotti.
A
differenza dei suoi principali competitori, il Mitraismo (che si rivolgeva soprattutto agli
istinti e ai desideri dell’uomo comune) e il Neoplatonismo (che ha attratto le classi
filosofiche dell’Impero), il Cristianesimo ha attratto sia l’uomo comune che i
filosofi, presentandosi come una religione con un messaggio pratico per tutti
e, allo stesso tempo, come una filosofia in grado di rivaleggiare con i grandi
sistemi del passato.
Un
movimento, per diffondersi rapidamente e in modo capillare, deve attirare
l’uomo comune;
per
affermarsi in modo stabile e duraturo, deve conquistare le classi pensanti e i
leader intellettuali.
Il
Cristianesimo riuscì in entrambi gli obiettivi, ottenendo un successo negato
alle fedi rivali.
In
un’epoca di crescente bisogno di riforma morale, il Cristianesimo proclamava un
ideale rigoroso, stimolando motivazioni profonde e offriva un nuovo ed efficace
potere morale.
Si
presentò in un momento in cui il mondo era consapevole del proprio bisogno
morale e pronto a rispondere a una vigorosa chiamata etica.
L’influenza
più grande e benefica del Cristianesimo sulla vita dell’Impero Romano risiede
proprio nel suo contributo all’ambito morale.
Anche
se i Padri della Chiesa non sembrano aver avuto l’ambizione di ricreare
l’Impero a immagine di Cristo, e anche se non possiamo affermare che il Cristianesimo
abbia innalzato il livello generale di vita nel mondo romano o che abbia
promosso in modo significativo la sua trasformazione nel Regno di Dio, possiamo
ipotizzare che la vita di molti, anche di coloro che non abbracciarono il
monachesimo, ne fu influenzata, e in meglio.
Il
Cristianesimo non insegnava ideali morali del tutto nuovi, poiché molte delle
virtù considerate importanti dai Padri cristiani erano riconosciute anche da
altri maestri morali del tempo.
Tuttavia,
la differenza tra i cristiani e i loro contemporanei risiedeva in parte
nell’enfasi data ad alcune virtù, come la castità, e in parte nel valore
personalmente attribuito a virtù gentili, come l’umiltà, la sfiducia in sé
stessi, la pazienza nella sofferenza, la tolleranza, il perdono delle offese e
l’auto-cancellazione.
L’ideale
cristiano di uomo buono si distingueva da quello pagano, e la sua diffusione fu
favorita dall’ascesa delle classi inferiori e dal graduale crollo delle vecchie
distinzioni sociali.
Tuttavia,
l’interpretazione della vita cristiana come primariamente e in modo
determinante una vita di servizio sociale, così diffusa oggi, era praticamente
sconosciuta tra i cristiani del mondo romano.
Ancora
più importanti delle differenze ideali furono il nuovo entusiasmo e i nuovi
impulsi morali che il Cristianesimo portò nel mondo romano.
La
predicazione del sistema cristiano come rivelazione divina, l’enfasi sulle
future ricompense e punizioni, l’insistenza sulla virtù come mezzo di salvezza,
l’interpretazione di Dio in termini morali, l’appello all’esempio di Cristo e
dei santi, l’idea della vita cristiana come implicante doveri e obblighi
morali, e l’esortazione ai cristiani ad essere degni della loro chiamata, pur
non essendo elementi del tutto nuovi al mondo pagano, nella loro combinazione
ebbero un grande impatto sulla promozione di una vita migliore.
Soprattutto,
il riconoscimento delle possibilità morali degli umili e la convinzione che
ogni uomo può essere, se vuole, un figlio di Dio, ebbero un’enorme influenza
nel suscitare entusiasmo morale tra quelle classi a cui i grandi moralisti
pagani non si rivolgevano.
La
potenza di questi e simili motivi all’interno della stessa Chiesa cristiana è
ampiamente testimoniata dagli scritti dei Padri.
Per
quanto possa essere difficile dimostrare un grande effetto del Cristianesimo
sulla vita dell’Impero nel suo complesso, è certo che esso spinse molte persone
a sforzarsi di vivere virtuosamente.
È nel suo effetto su tali vite individuali che
dobbiamo vedere la reale influenza del Cristianesimo all’interno del mondo
romano.
È
comprensibile che l’impegno sociale di Gesù non sia stato pienamente raccolto
dai suoi primi seguaci.
Tuttavia,
non dobbiamo giudicarli con troppa severità.
Essi
hanno svolto un ruolo fondamentale nella sfera morale.
Pur
con ideali etici che, da una prospettiva moderna, possono apparire imperfetti e
persino discutibili, sono riusciti a instillare nella loro epoca e in quelle
successive l’importanza della riforma morale, fornendo un rinnovato entusiasmo
e una forza morale propulsiva.
Ma
forse, più efficaci di tutti gli appelli specifici del primo Cristianesimo
(religiosi, sociali, filosofici e morali) fu la devozione personale a Gesù.
Moltitudini
che comprendevano solo parzialmente i suoi ideali, ma che erano profondamente
legate a lui e a quella che credevano essere la sua causa.
La
convinzione della sua divinità non fece che rafforzare tale devozione,
conferendole un carattere particolarmente elevato.
Persino
il martirio appariva una scelta naturale a molti.
Non si
trattava di difendere un principio astratto, bensì un leader venerato, che
credevano fosse realmente presente con loro.
Come
abbiamo visto, la vittoria del Cristianesimo non fu casuale.
Esso ha attratto il popolo del mondo romano e
conquistò le coscienze e i cuori di moltitudini per diverse ragioni.
L’imperatore
Augusto e molti dei suoi successori compresero che l’Impero Romano necessitava
di una religione comune per unire i suoi numerosi ed eterogenei elementi.
Il
culto del “Genio di Roma” e dell’Imperatore, sviluppato nei primi tempi
dell’Impero, costituì per lungo tempo un legame religioso, simboleggiando
l’unità del mondo romano e alimentandone la lealtà.
Tuttavia,
si trattava di un’imposizione artificiale, sovrapposta alle fedi esistenti, che
promuoveva un’unità piuttosto formale che interiore e sentita.
Il
Cristianesimo, invece, offriva un tipo di unità diverso.
I cristiani erano legati tra loro da una
lealtà appassionata a Cristo, alla Chiesa e ai loro fratelli.
Il nuovo movimento conteneva un principio di
unità che lo rendeva adatto a svolgere per l’Impero Romano un ruolo che
nessun’altra religione dell’epoca avrebbe potuto svolgere.
L’azione di Costantino e dei suoi successori
fu, in un certo senso, inevitabile.
Una
volta diventato troppo forte per essere soppresso e abbastanza forte da essere
usato dal potere imperiale, il suo destino come religione di stato romano era
segnato.
Tuttavia,
l’alleanza tra Cristianesimo e Impero fu fragile.
Il
Cristianesimo era nato come religione individualistica e mal si adattava al
ruolo di religione di stato.
L’Impero, di fatto, non divenne mai veramente
cristiano.
Il Cristianesimo, presente fin dalla nascita
della nuova civiltà occidentale, esercitò un’influenza maggiore sull’Europa
moderna di quanto non avesse fatto sull’Impero Romano.
È nel mondo moderno che possiamo osservare la
sua influenza su larga scala.
Oggi,
in un’epoca in cui la coscienza sociale è fortemente sviluppata, il Vangelo
viene interpretato in gran parte in termini sociali, in linea con lo spirito di
Gesù.
Da
questo punto di vista, il Cristianesimo dell’Europa e dell’America presenta
ancora delle lacune, eppure la nostra civiltà può essere definita cristiana,
non certo in modo completo, ma più di quanto non lo fosse quella del mondo
romano.
Alleanza
big tech e potere statuale,
i
rischi e le prospettive dell'era social.
Futuranetwork.eu
- Sofia Petrarca – (4 febbraio 2025) – ci dice:
La
campagna elettorale americana è un esempio concreto della trasformazione della
comunicazione politica, tra opportunità di engagement e possibilità di
manipolazione e mercificazione.
Alla
cerimonia di insediamento di Donald Trump, lo scorso 20 gennaio, erano presenti
in prima fila molti ceo delle big tech come Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos
(Amazon), Mark Zuckerberg (Meta) e Shou Zi Chew (TikTok).
La loro presenza sembra ben rappresentare non
solo la strategia di campagna elettorale di Trump, ma più in generale il nuovo
assetto della comunicazione politica, e quanto il web e in particolare i social
media stiano ridefinendo il dibattito pubblico globale, con le opportunità e
rischi che ne derivano.
Cittadini,
esponenti politici e istituzioni possono interagire oggi in maniera immediata.
Se da
un lato le piattaforme digitali rappresentano una grande opportunità di
allargamento dell’informazione, dall’altro, senza il filtro dei media
tradizionali e in un contesto caotico come l’ambiente social, è spesso
difficile resistere a manipolazioni e disinformazione (volontarie o meno).
Il
carattere privato delle piattaforme solleva poi questioni di mercificazione e
personalizzazione della politica:
se è
vero che la politica ha sempre avuto una dimensione di comunicazione
persuasiva, i social ne hanno amplificato la logica commerciale.
I politici o le idee politiche sembrano sempre
più trasformarsi in prodotti da vendere, mentre i cittadini assumono il ruolo
di consumatori da convincere con strategie di marketing mirate e basate sui
dati personali.
“In
questo contesto, i” social media” rappresentano un processo pionieristico
nell'introduzione di nuove esperienze partecipative.
L'esplorazione dei meccanismi di tali
strumenti evidenzia la centralità e la predominanza della comunicazione
all'interno del contesto politico” spiega Daniele Battista, PhD, assegnista di
ricerca presso il dipartimento di Studi politici e sociali “UniSa” a” C’è
futuro e futuro”, “le attuali strategie di comunicazione avanzano in una
precisa direzione, proponendo un sistema di inter-creatività. Il tutto si
svolge in una dimensione di continuità tra il mondo offline e il mondo online”.
Le
strategie digitali di Trump e Harris.
L’ultima
campagna elettorale americana ha visto i media tradizionali completamente
superati dai social.
Sia
Donald Trump che Kamala Harris hanno puntato tutto sull’engagement online: il
primo ha privilegiato “X” e “YouTube”, mentre la seconda ha fatto di “TikTok”
il centro della sua strategia.
Il
ruolo delle big tech nel sostegno all’amministrazione Trump è stato poi
determinante anche a livello economico:
Elon
Musk ha contribuito con 250 milioni di dollari alla campagna elettorale,
aggiudicandosi il titolo di maggiore investitore privato della storia delle
campagne elettorali americane.
I social hanno permesso ai candidati di
bypassare i media tradizionali e comunicare direttamente con la loro base
elettorale.
Uno
strumento rilevante in questa stagione elettorale è stato il “podcasting,” che
ha offerto ai candidati un modo informale ma più approfondito di interagire con
gli elettori.
Kamala Harris è apparsa nel famoso podcast
“Call her daddy”, mentre Trump è stato ospite di “The Joe Rogan experience”,
dove ha rilasciato un’intervista lunga tre ore.
Poiché
il pubblico dei podcast è alla ricerca di contenuti approfonditi, questo mezzo
si è rivelato prezioso per umanizzare i candidati e raggiungere gli elettori a
un livello molto più personale di quello tradizionale.
Una
delle strategie più sorprendenti della campagna di Trump è stata la
collaborazione con “influencer” e “content creator” come” Logan Paul” e “Adin
Ross”.
Queste
partnership hanno portato al voto molti elettori giovani (maschi) e spesso
politicamente indifferenti, attraverso piattaforme in cui trascorrono la
maggior parte del tempo.
Apparendo
su live streaming popolari o collaborando con figure di riferimento per le
nuove generazioni, il team di Trump ha cercato di generare entusiasmo e
influenzare quella parte del voto giovanile che altrimenti sarebbe rimasto
distante dalla politica tradizionale.
Trump
ha sfruttato anche “Twitch”, piattaforma solitamente legata al “gaming”, per
trasmettere in streaming comizi e discorsi, raggiungendo un pubblico ancora
diverso.
Anche
la campagna di Harris ha puntato molto sul voto della “Gen Z”, attraverso il
rebranding del profilo ufficiale su X della sua campagna elettorale, ora
chiamato “KamalaHQ”, ha sfruttato trend social e meme per massimizzare la
propria portata e creare contenuti facilmente condivisibili.
Questi
canali, attivi su Instagram, Facebook, X e TikTok, avevano come obiettivo una
comunicazione autentica con la “Gen Z” e i giovani millennial”.
La
privatizzazione del dibattito pubblico e la manipolazione politica.
Il
caso delle elezioni americane evidenzia due questioni fondamentali nella nuova
comunicazione politica:
la
privatizzazione del dibattito pubblico e il rischio di manipolazione favorito
dall’ambiente social.
“È la prima volta che il complesso militare
digitale (l’alleanza tra i big tech e il potere statuale) si manifesta in modo
esplicito e visibile e con dichiarazioni da parte dei soggetti che lo
compongono, anche attraverso il supporto economico alla campagna elettorale di
Trump” spiega” Dario Guarascio”, professore di economia e politiche
dell’innovazione all’”Università Sapienza di Roma”, nel podcast “Il Mondo” di
Internazionale, “Il caso di X è emblematico: è diventato un agone fondamentale
per veicolare comunicazione politica e per vincere le battaglie politiche, il
dettaglio è che questo agone è privatizzato e gestito in modo discrezionale da
soggetti capitalistici privati”.
Quando
l’ideologia vince sulla realtà: siamo nell’epoca della post-verità?
Dopo
che Zuckerberg ha scelto di consegnare il fact-checking in mano alla comunità
di Meta, si è riacceso il dibattito su libertà di parola e censura.
Le big tech della Silicon Valley sempre più
orientate verso la deregolamentazione.
Il
grande paradosso del web e dei social media infatti è che, se da un lato
nascono come strumenti di democratizzazione dell’informazione, liberi dai
tradizionali gate-keeping dei media mainstream, dall’altro sono controllati da
poche multinazionali che operano secondo logiche aziendali di profitto.
Piattaforme come Facebook, X e Instagram
ospitano oggi gran parte del dibattito pubblico, diventando nello stesso
momento snodi essenziali della sfera pubblica e agenzie pubblicitarie.
Se questi servizi sono gratuiti, è perché il
loro modello di business si basa sulla raccolta e monetizzazione dei dati degli
utenti attraverso il micro-targeting pubblicitario.
Lo
stesso principio si può applicare alla comunicazione politica: i dati personali
degli utenti possono essere utilizzati per creare messaggi su misura,
orientando così le preferenze di voto.
Esempio preoccupante è il caso” Cambridge Analitica”,
la società di analisi dati che, lavorando per la campagna elettorale di Trump
nel 2016, ha ottenuto da Facebook enormi quantità di dati personali,
permettendo di confezionare messaggi di propaganda mirati e influenzando il
voto degli indecisi.
La
manipolazione sui social: persuasione e disinformazione.
Un
altro rischio amplificato dai social media è la manipolazione del dibattito
pubblico.
Le
piattaforme digitali concentrano un enorme potere informativo e sono molto
vulnerabili a forme di manipolazione politica.
“Paola
Pierandrea”, professoressa ordinaria di Scienze del linguaggio presso il
dipartimento di Linguistica dell'Università di Lille, in “Comunicazione,
dibattito pubblico, social media” individua due principali categorie di
manipolazione:
Manipolazione
persuasiva:
questa
forma sfrutta la ridotta vigilanza epistemica degli utenti, che si trovano a
gestire un’enorme quantità di informazioni in modo frammentario e spesso
distratto.
La
difficoltà di verificare le fonti, la volatilità degli argomenti e la
multimedialità dei messaggi creano un contesto in cui la manipolazione risulta
più efficace. Strumenti tradizionali di persuasione, come impliciti, metafore e
vaghezza, si combinano con tecniche digitali avanzate, come il micro-targeting,
per influenzare l’opinione pubblica.
Manipolazione
disruptiva:
invece di persuadere, questa strategia mira a distruggere la fiducia del
pubblico nell’informazione stessa. Donald Trump, nel corso della sua carriera
politica, ha utilizzato sistematicamente questa tecnica, inondando il dibattito
di dichiarazioni contraddittorie, false informazioni e attacchi ai media
tradizionali, disorientandolo pubblico. Questo approccio riduce la capacità
critica degli elettori e li spinge a votare emotivamente piuttosto che
razionalmente.
L’ambiente
social, caotico e veloce per natura, favorisce queste dinamiche, rendendo
indistinguibile il confine tra comunicazione privata e istituzionale, tra
informazione e propaganda.
Deepfake,
fake news, bot e troll contribuiscono ulteriormente a confondere il pubblico,
generando un ecosistema informativo sempre più difficile da decifrare.
Possibili
soluzioni, tra educazione e strumenti di controllo.
La
difficoltà nel gestire la nuova comunicazione politica sui social è che questa
è un fenomeno virale e globale, e ogni risposta “centralizzata” risulta
inefficace.
Solo una risposta multidisciplinare,
coordinata e transnazionale può rispondere a questa complessità.
Per
sviluppare programmi di educazione digitale e di sviluppo del pensiero critico,
la linguistica potrebbe fornire risposte concrete, garantendo strumenti per
individuare le forme linguistiche e discorsive suscettibili di codificare
fenomeni di disinformazione.
In
quest’ottica è nato nel 2021 “OLinDiNUM”, un progetto finanziato
dall'Università di Lille e dall’Università di Roma Tre, coordinato dai
linguisti Paola Pierandrea e Edoardo Lombardi Vallauri del dipartimento di
Lingue, letterature e culture straniere dell’Università Roma Tre.
Il
progetto mira a creare le condizioni per fornire un contributo concreto
all’educazione e alla sensibilizzazione sul dibattito pubblico digitale
attraverso la creazione di un osservatorio transnazionale e la costituzione di
una rete multidisciplinare di specialisti del settore.
Un
altro strumento recente, riporta “Politico”, è il "middleware" che
potrebbe risolvere il problema relativo alla moderazione dei contenuti sulle
piattaforme social.
Questo
software integrato nelle piattaforme tecnologiche trasferirebbe agli utenti il
potere e la responsabilità di moderare e curare la propria esperienza sui
social media, offrendo loro una maggiore autonomia nella gestione dei contenuti
che visualizzano.
Un
rapporto pubblicato dalla “Foundation for american Innovation” e dalla “Mc Court
School of public policy” della “Georgetown University “esamina lo stato attuale
di questa tecnologia e le possibili implicazioni politiche.
Gli
autori sottolineano che il “middleware” potrebbe fornire agli utenti una scelta
più ampia riguardo ai contenuti visualizzati, ma avvertono al contempo
preoccupazioni legate a una moderazione eccessiva.
Gli utenti potrebbero infatti, più di quanto
già accada, isolarsi in bolle informative che rafforzano solo le loro opinioni,
aumentando la polarizzazione politica e sociale.
Governare
la potenza delle Big Tech,
prima
che sia troppo tardi:
i
rischi del “Wild Web.”
Agendadigitale.eu
– (25 set 2024) - Emiliano Mandrone – ci dice:
Digitale
e Democrazia.
L’approccio
deregolamentato delle Big Tech americane ricorda il Far West: tanto spazio,
poche leggi.
La
concentrazione economica genera potere politico, minacciando la qualità
democratica.
Urge
regolamentare il potere tecnologico, includendo hardware e software nel
contratto sociale, per evitare che l’economia domini la politica e tutelare i
cittadini dalla perdita di sovranità.
Big
tech.
L’approccio
degli americani con il Web è stato lo stesso tenuto col West: tanto spazio e
poche leggi.
La
storia la scrivono i vincitori, anche nelle guerre finanziarie e tecnologiche:
chi ce l’ha fatta ha ragione.
Dietro
questo equivoco si nasconde ancora l’idea che il fine giustifichi i mezzi,
ignorando principi, valori e diritti conquistati nel tempo, derubricati a
esitazioni e scrupoli morali.
Così
si riafferma il primato (di fatto) dell’economia sulla politica che porta a
confondere leadership e consenso.
Indice
degli argomenti:
Governare
la potenza delle imprese tecnologiche.
Tecno-regolamentazione:
le norme dettate dalle big tech.
Contratti
digitali e cessione di sovranità.
I
rischi della democrazia eterodiretta influenzata dai social.
I
rischi dei monopoli digitali.
Conclusioni.
Governare
la potenza delle imprese tecnologiche.
Il
binomio fortuna economica – consenso politico sta diventando sempre più
ricorrente mettendo in discussione la qualità delle democrazie.
Quando
la concentrazione economica è così grande produce un potere politico rilevante,
che non può essere lasciato ad una élite di miliardari eccentrici.
La potenza delle imprese tecnologiche è
iperbolica e va governata prima che superi il punto di non ritorno.
Le istituzioni, dunque, devono collocare pure
l’hardware e il software nel perimetro del contratto sociale, come tutti gli
altri poteri.
La
natura dell’impresa digitale – apparentemente intangibile – ha sorpreso
istituzioni novecentesche pensate per la manifattura, l’industria e il
commercio, aggirando un caposaldo del libero mercato come la concorrenza.
L’antitrust
fu pensato ben 110 anni fa per smembrare la flotta di petroliere di
Rockefeller, egemone a livello mondiale.
Una
concentrazione non dissimile da quella delle odierne big-tech (Google,
Microsoft, Meta, X … Amazon o Apple).
È più facile vedere le petroliere che i
server?
Sempre
più numerose e frequenti sono le intromissioni nella politica, le prese di
posizioni, gli anatemi o le minacce che fanno questi tycoon. Come latifondisti che gestiscono il
loro spazio di influenza non come proprietari ma più come veri e propri
governatori di quell’ambiente.
Insomma, i tiranni digitali (Manfrone, 2022) fanno quello che vogliono,
fagocitano gli oppositori e infondono paura, soprattutto in chi gli è vicino.
Non contemplano la discussione, non hanno
bisogno di consenso e si sentono infallibili.
Poco
gli importa delle conseguenze dei loro capricci sui paesi e le persone.
Tecno-regolamentazione:
le norme dettate dalle big tech.
Si è
parlato spesso di fuga dal diritto, cioè della ricerca sistematica di rapporti
che eludono gli ordinamenti degli Stati sovrani per sfuggire alle loro
prescrizioni (tassazione, sicurezza, remunerazione, normativa) ma, oggi, forse
bisognerebbe aggiungere la “tecno-regolamentazione”, ovvero quella patina di
para-normativa imposta dalle grandi imprese e dalle piattaforme per utilizzarle
ma senza un mandato popolare.
Di
fatto, ulteriore codice ma senza alcuna legittimazione democratica è stato
redatto per regolare la dimensione digitale.
Contratti
digitali e cessione di sovranità.
I
contratti che stipuliamo – distrattamente – sul web creano continuamente
sovrastrutture che hanno un impatto reale e forte sulla vita delle persone.
Curvando il diritto dei singoli ambiti e paesi ad una pletora di precisazioni e
indicazioni pervasive e sempre più tecniche.
Sono spacciate per politiche aziendali,
strategie commerciali, adesioni volontarie, regole di comunità, pensate
affinché l’utente, da ovunque digiti, aderisca ad un sistema di riferimento
solidale ad un set certo valoriale, salvo cedere progressivamente parti sempre
maggiori della propria sovranità.
La
parte più insidiosa della questione è l’idea che ogni volta, ognuno di noi,
dovrebbe leggere patti e accordi per accedere ai servizi, magari sempre gli
stessi: dai social ai media, dalle piattaforme pubbliche (scuola, sanità fisco,
anagrafe, ecc.) a quelle private (banche, assicurazioni, servizi, utenze,
ecc.).
Questo escamotage è una resa dell’ordinamento
nazionale e comunitario che, invece, dovrebbe tutelare e circoscrivere le
azioni unilaterali di questi soggetti per i cittadini, per quelli che non sono
in grado di comprendere le implicazioni di certe scelte.
I
rischi della democrazia eterodiretta influenzata dai “social”.
Inoltre,
lo strapotere dei social-media corrompe la meccanica democratica poiché la loro
influenza (se non manipolazione o, in certi casi, propaganda) non consente al
cittadino comune una lettura corretta e una valutazione adeguata delle
questioni (sempre più complesse) riducendo il suo voto a una liturgia laica
(sempre meno partecipata).
Siamo
passati dalla democrazia diretta alla democrazia eterodiretta, senza neanche
accorgercene.
I
legislatori riponevano grande fiducia nella capacità della scuola pubblica, e
quindi di un livello di istruzione medio, la realizzazione degli auspici, dei
diritti e delle prerogative democratiche.
Ciò è
sempre meno vero, con la conseguenza di una partecipazione sempre meno
consapevole.
Chi
usa un computer deve essere tutelato dalla legge e dalle istituzioni locali
come chi usa guida una automobile o compra una maglietta, indipendentemente da
dove è prodotta.
Non è
possibile delegare ai singoli cittadini la tutela della propria privacy e dei
propri dati.
È una
posizione asimmetrica, in cui il cittadino-web user è la parte debole.
Abbiamo
progressivamente perso quote di potere in cambio delle briciole di quei cookies
che si premurano continuamente di farci autenticare.
Ma chi
gli ha dato l’autorità per farlo?
Perché
surrettiziamente le garanzie analogiche ci sono state sottratte nel piano
digitale?
Prima che
sia troppo tardi, è il momento di frenare lo strapotere delle grandi aziende
tecnologiche e dei suoi proprietari.
Principi,
regole e limiti vanno negoziati preliminarmente.
Dobbiamo essere informati (noi o i nostri
rappresentanti) per valutarne le implicazioni.
Ma,
soprattutto, dovrebbero essere i player a uniformarsi alle nostre regole
(europee) non chiedere di aderire, per parti o per l’intero, a norme
d’oltreoceano. Quale altro prodotto o servizio accettereste di sottoscrivere sapendo che
è regolato da leggi diverse da quelle del vostro Paese o che sono decise (e
possono cambiare) unilateralmente?
I
rischi dei monopoli digitali.
Forse
si è aperta una breccia in questo muro.
Un
giudice federale degli Stati Uniti ha condannato” Alphabet”, la società
proprietaria di Google, per aver agito con lo scopo di mantenere un monopolio
nella ricerca online.
È
accusato di aver consolidato illegalmente il suo predominio, in parte, pagando
ad altre aziende, come Apple e Samsung, miliardi di dollari all’anno (nella
sentenza si parla di più di 26 miliardi di dollari nel solo 2021) per gestire
le ricerche sui loro smartphone e browser web.
Google controlla il 90% delle ricerche online:
una posizione totalmente dominante, non
concessa a nessuna azienda in nessun settore.
I giudici affermano quello che già tutti
sapevamo: Google
è un monopolista.
Il
monopolista, la storia ce lo insegna, agisce come un predatore al vertice della
catena alimentare, guidato dall’istinto, senza alcun timore, lasciando solo gli
scarti della sua preda agli avvoltoi.
Il mercato, senza un regolatore pubblico
efficace, torna allo stato di natura, “homo homini lupus”.
Conclusioni.
Questa
gara verso il successo ha fatto correre tanti rischi ma ha alimentato
tantissimo il progresso tecnologico.
Dai garage in cui scrivere programmi o
assemblare componenti fino alle big-tech, tanti hanno partecipato alla corsa
all’oro digitale.
La competizione tecnologica esasperata, però,
ha i suoi costi:
qualcuno vince, molti perdono.
Parafrasando
Sergio Leone; quando un uomo con un computer nuovo incontra uno con un computer
vecchio, quello con il computer vecchio è un uomo morto.
Big
tech, in arrivo i conti di Meta,
Microsoft,
Apple e Amazon:
ecco
chi stupirà gli analisti.
Milanofinanza.it - Luca Carrello – (29 aprile
2025) – ci dice:
I
colossi di Wall Street diffondono i conti tra 30 aprile e 1° maggio.
Da
inizio 2025 le Magnifiche 7 hanno perso 2.500 miliardi di capitalizzazione per
colpa dei dazi di Trump.
Ultim'ora
news 11 giugno, ore 9.
Sale
l’attesa sui mercati per i conti delle big tech. Il 30 aprile pubblicheranno la
trimestrale Microsoft e Meta, il giorno dopo Apple e Amazon. Alphabet invece li
ha diffusi il 24 aprile e ha battuto le attese su utili e ricavi.
Le
Magnifiche 7 (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla) vengono
da mesi complicati per colpa dell’incertezza creata sui mercati dai dazi di
Donald Trump:
da inizio 2025 il caos tariffe ha fatto
perdere 2.500 miliardi di capitalizzazione ai giganti di Wall Street.
Per
gli analisti di “Wedbush”, i conti di Microsoft, Amazon, Meta e Apple saranno
«ottimi» grazie alla forte domanda di servizi cloud, alla pubblicità digitale e
all’intelligenza artificiale.
Microsoft.
Microsoft
dovrebbe battere le attese nel terzo trimestre.
Gli
analisti interpellati da “FactSet” si aspettano un utile di 3,21 dollari per
azione su un fatturato di 68,43 miliardi. Per Truist, però, le previsioni sul
trimestre in corso saranno «conservative»: «Ci aspettiamo una guidance
conservativa alla luce della crescente incertezza macro».
Nonostante
il clima teso sui mercati, le migrazioni al cloud e l’AI dovrebbero sostenere
il business di Azure nella seconda metà del 2025. Microsoft, inoltre, potrebbe
beneficiare del nuovo round di finanziamento di OpenAI e del recente aumento
degli utenti di ChatGpt.
Microsoft,
Bill Gates pubblica il codice del primo software per festeggiare i 50 anni
dell’azienda.
Meta.
Anche
per Meta gli analisti vedono un trimestre in crescita. Il consensus Bloomberg
indica un fatturato di 41,38 miliardi (+13,5%) su base annua, ma in calo
rispetto al trimestre precedente (-14,5%). L’utile per azione invece dovrebbe
crescere a 5,253 dollari (+11,5% su base annua).
Nel
2024 il business della raccolta pubblicitaria si è ripreso e Meta ha
beneficiato del taglio dei costi.
Le
inserzioni resteranno toniche anche in questo trimestre, mentre sul fronte
dell’efficienza gli analisti restano concentrati sul metaverso, divisione che
continua a generare perdite significative ma strategica nel lungo periodo.
L’altro punto cardine è l’AI, in particolare
la sua monetizzazione dopo l’inserimento sulle piattaforme (Facebook, Instagram
e WhatsApp) del gruppo.
Amazon
mette in pausa l’affitto di strutture per nuovi data center. Gli analisti: con
i dazi si rimodulano le spese.
Amazon.
Amazon
potrebbe pagare l’impatto dei dazi più delle altre big tech.
Oppenheimer ha abbassato il target price su
Amazon a 220 dollari dai precedenti 260 dollari e ha mantenuto il rating out-performo.
Il gigante dell’e-commerce ha mantenuto le
stime sull’utile per azione del primo trimestre di 1,39 dollari su un fatturato
di 155,6 miliardi, ma ha abbassato le previsioni per i trimestri successivi.
I
contraccolpi maggiori dai dazi dovrebbero arrivare dal terzo trimestre perché
«la maggior parte dei venditori su Amazon ha scorte sufficienti fino a maggio
per ritardare gli aumenti di prezzo», spiega Oppenheimer.
«Riteniamo che gli investitori sarebbero
favorevoli se “Amazon Web Services” (la divisione cloud) crescesse di un valore
medio-alto per il 2025 e se l’e-commerce guadagnasse quote rispetto alla
vendita al dettaglio in generale, anche se i margini dovessero contrarsi in
modo significativo».
Warren
Buffett è riuscito a vendere le azioni Apple al momento giusto e a fare il
pieno di liquidità.
Apple.
Per
Apple i prossimi mesi saranno cruciali.
La
Mela ha deciso di spostare in India la produzione di iPhone destinati agli
Stati Uniti, in modo da ridurre l’impatto dei maxi dazi imposti da Trump alla
Cina.
“Wedbush”
rimane ottimista sulle prospettive a lungo termine di Apple, con un focus su
«1,5 miliardi di iPhone e 2,4 miliardi di iOS installati».
Una
mano arriverà anche dall’imponente «attività dei servizi per proteggersi dai
ribassi in questo contesto di mercato nervoso».
Per questi motivi gli analisti di “Morgan
Stanley” hanno alzato il target price a 235 dollari dai precedenti 220 dollari,
mantenendo il rating over weight.
Il
nuovo prezzo obiettivo implica un aumento del 12% del valore delle azioni.
Nagorno-Karabakh
e
la
miopia dell'Occidente.
Clonline.org
- Luca Fiore – (28.09.2023) – ci dice:
Monaco
armeno, padre” Elia Khilaghbian” parla del dramma del suo popolo e di una pace
ancora lontana:
«Occorre
pregare per la nostra conversione e per la conversione di chi ci uccide»
(Una
bambina con la bandiera armena durante una manifestazione a Yerevan, in
Armenia, per supportare l'enclave in Nagorno-Karabakh) -(Ansa-Zumapress)
Padre
Elia Khilaghbian è un monaco armeno.
Ha settant’anni e tra il 2000 e il 2015 è
stato abate all’isola di San Lazzaro a Venezia.
Oggi è
missionario nel suo Paese, a Yerevan, dove dirige la scuola-seminario e
coordina dei progetti di aiuto allo studio in due villaggi al confine con
l’Azerbaijan. Dice che il suo motto è «Rimani e lavora là dove l’obbedienza ti
manda, senza nostalgie».
Parla della situazione del suo Paese con il
cuore pesante.
Ciò
che accade in Nagorno-Karabakh, in armeno “Artsakh”, l’enclave armena in
territorio azero, è una ferita profonda.
E l’oblio e l’indifferenza della comunità
internazionale è il sale che brucia quella piaga.
Si
tratta di una guerra iniziata con il declino dell’Unione Sovietica.
Trent’anni
di fuoco sotto la cenere e la nuova fiammata nel 2020.
In
questi giorni, dopo mesi di isolamento della regione con la popolazione allo
stremo, l’offensiva azera ha piegato le forze armene.
E oggi
120mila persone sono in fuga dalla regione per il timore di persecuzioni e di
una pulizia etnica.
Padre
Elia non si illude.
All’orizzonte
non scorge una pace a breve termine. Ma in lui prevale il giudizio della fede.
Che
idea si è fatto di ciò che sta accadendo in “Artsakh”?
Purtroppo
la storia si ripete.
La
prima volta è stato alla fine del 300, quando l’Armenia fu divisa tra Impero
bizantino e Impero persiano.
Già allora non si capiva il ruolo di
cuscinetto che il nostro Paese poteva svolgere tra le due potenze.
Oggi è
lo stesso.
A
prevalere sono gli interessi economici e non si capisce che l’Armenia è
l’ultimo baluardo cristiano in Oriente.
Ci
troviamo una potenza molto forte alle porte dell’Europa, che dubito potrà
essere considerata un alleato dell’Occidente.
L’indifferenza sta armando il Caucaso come una
bomba a orologeria pronta a scoppiare.
Come
si spiega l’atteggiamento della comunità internazionale?
Ciò
che interessa ai Paesi occidentali sono il gas, il petrolio e il benessere.
L’Armenia non può dare nulla di tutto ciò.
L’Azerbaijan sì. Ma è un atteggiamento miope.
Il
Governo di Baku ora controlla il territorio della regione e ha disarmato gli
armeni che resistevano.
Che cosa accadrà?
È
ingenuo credere che gli azeri possano trasformarsi in garanti dell’incolumità
degli armeni in “Artsakh”, dopo che li hanno bombardati, isolati, ridotti alla
fame. In questa situazione non c’è neanche nessuno che possa garantire un aiuto
a chi vuole lasciare la regione.
Queste
persone hanno il diritto di vivere sicuri e in pace sulla terra dei loro
antenati.
Ma ora restare significa rischiare la vita
propria e della propria famiglia.
È un
disastro etnico, un genocidio e un tradimento verso un popolo che ha vissuto in
quella terra per millenni.
Non
c’è speranza?
Dice
il proverbio: nell’acqua torbida si pesca bene.
Nessuno sa cosa accadrà domani.
A noi non resta che la speranza in Dio.
Pensiamoci,
convertiamoci, facciamo ciò che ha fatto il popolo di Israele nei momenti
difficili della sua storia: torniamo a Dio.
Se noi
abbiamo il cuore puro, il Signore ci garantisce che anche se moriremo, moriremo
davanti al suo sorriso.
Ma non
credo che il buon Dio resterà a braccia conserte a guardare i propri figli
sacrificati sull’altare della logica del benessere.
Alla
fine la rabbia di Dio, la sua giustizia, ma anche la sua misericordia
muoveranno le acque.
E
speriamo siano le acque della pace e non quelle del diluvio.
Abbiamo
dimenticato la carità, la fratellanza.
Giochiamo
solo con la politica.
E vediamo dove ci porta la politica miope. Il popolo
armeno è un popolo cristiano. Facciamo parte di uno stesso corpo e se un membro
soffre, tutto il corpo soffre. Chiediamo di essere ricordati da quella che
dovrebbe essere la nostra famiglia, quella cristiana.
In che
senso dice che gli armeni devono convertirsi?
Il
nostro popolo assomiglia al popolo ebraico, anche noi siamo sempre stati
perseguitati per la nostra fede.
E per questo siamo un popolo molto amato da
Dio e, ne sono certo, per questo verrà in nostro soccorso.
Gli
uomini si illudono accecati dal potere, ma è Dio che regge le redini della
storia. È lui che la conduce.
E sa operare miracoli.
Sa
convertire i malvagi e togliere da loro il cuore di pietra e sostituirlo con un
cuore di carne.
Così
noi preghiamo per la nostra conversione e per la conversione di chi ci uccide,
perché ognuno capisca che siamo tutti figli di un unico Padre.
Oggi
noi siamo nell’oscurità e chiediamo che ci venga data la luce, la grazia e
l’amore per poter vivere in modo che, anche se moriamo, siamo come il seme di
grano che, morendo, darà molto frutto.
Il
blog di Enzo Bianchi.
Nessuna
paura dei nemici
e dei
malvagi.
Ilblogdienzobianchi.it
- 25 Giugno 2023 - Enzo Bianchi – ci dice:
XII
Domenica del tempo ordinario.
Mt
10,26-33.
In
quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non
abbiate dunque paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà
svelato né di segreto che non sarà conosciuto.
Quello
che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate
all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non
abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere
l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella
Geenna e l'anima e il corpo.
Due
passeri non si vendono forse per un soldo?
Eppure
nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i
capelli del vostro capo sono tutti contati.
Non
abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò
chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al
Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini,
anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Con questa domenica riprendiamo la lettura
corsiva del vangelo secondo Matteo, esattamente dal capitolo decimo, che
contiene il discorso di Gesù sulla missione dei discepoli nel mondo.
È un
discorso che si indirizza, al di là del tempo in cui è stato pronunciato e
messo per iscritto, a tutti coloro che sono chiamati al servizio di Gesù Cristo
e del suo regno;
un
discorso che risente dell’esperienza dei dodici apostoli in missione tra i
figli di Israele e dei missionari della chiesa di Matteo nei decenni precedenti
l’80 d.C.
Gesù
invia i discepoli “tra le pecore perdute della casa d’Israele” e consegna loro
il messaggio da annunciare, l’azione da compiere e lo stile del comportamento
(cf. Mt 10,5-15).
Poi
annuncia le persecuzioni che gli inviati dovranno sopportare nella missione
(cf. Mt 10,16-23) e con autorevolezza e chiaroveggenza profetica dice loro:
“Un
discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo
signore;
è sufficiente per il discepolo diventare come
il suo maestro e per il servo come il suo signore.
Se
hanno chiamato Belzebù il padrone di casa, quanto più quelli della sua
famiglia!” (Mt 10,24-25).
Ovvero,
ciò che Gesù ha vissuto, sarà vissuto anche dai suoi inviati, che verranno
chiamati diavoli, al servizio del capo dei demoni, Belzebù, e verranno
perseguitati fino a essere uccisi da chi crede di dare in questo modo gloria a
Dio (cf. Gv 16,2).
Dunque?
Occorre avere coraggio, lottare contro la paura, non temere mai.
Questo
è il messaggio della pericope di oggi, che Gesù consegna come comando per ben
tre volte:
“Non
temete!” (vv. 26.28.31).
Nelle
sante Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento questo invito-comando è la
parola indirizzata da Dio quando si manifesta e parla a quanti egli chiama:
così
ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria, la madre di Gesù…
“Non
temere!”
cioè
“non avere paura della presenza del Dio tre volte santo, ma abbi solo timore,
ossia capacità di discernere la sua presenza, e quindi non avere mai paura
degli uomini, anche quando sono nemici.
Non
avere mai paura, ma vinci la paura con la fiducia nel Signore fedele, sempre
vicino, accanto al credente, e sempre fedele, anche quando sembra assente o
inerte”.
La
paura è un sentimento umano grazie al quale impariamo a vivere nel mondo,
facendo attenzione a dove vi sono il pericolo o la minaccia;
ma per
chi ha fede salda nel Signore, la paura deve essere vinta, non deve diventare
determinante nel rapporto con il Signore e con la sua volontà.
Nel
vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù incontrano
diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto.
In queste situazioni la tentazione è tacere la
speranza che abita il proprio cuore, restare silenti e nascondere la propria
identità, magari fino a fuggire.
Ma
Gesù avverte:
il tempo della missione è un tempo di
apocalisse, non nel senso catastrofico solitamente attribuito a questo termine,
ma nel senso etimologico di rivelazione, di alzata del velo.
L’annuncio del Vangelo, infatti, richiede che
ciò che Gesù ha detto nell’intimità sia proclamato in pieno giorno, ciò che è
stato detto nell’orecchio sia gridato sui tetti. C’è stato un nascondimento di
“verità”, avvenuto non per dimenticare o seppellire ma per rivelare nel tempo
opportuno ciò che era stato nascosto:
“Nulla
vi è di nascosto (verbo kalýpto) che non sarà rivelato (verbo apokalýpto) né di
segreto (kryptós) che non sarà conosciuto (verbo ginósko)”.
Le cose nascoste fin dalla fondazione del
mondo (cf. Mt 13,35; Sal 78,2) sono rivelate da Gesù e poi dai discepoli nella
storia.
D’altronde,
i veri nemici dei discepoli non sono quelli di fuori ma quelli di dentro,
quelle tentazioni che nascono dal cuore, quegli atteggiamenti idolatrici ai quali
la comunità cristiana cede.
I nemici di fuori, in realtà, sono occasioni
per mettere in pratica il Vangelo, per mostrare la propria fede e la propria
fedeltà al regno di Dio.
Annunciare
la parola di Dio è un compito che trascende il discepolo, la discepola: chi
assume tale compito sa che la sua vita è posta sotto una forza che viene da
Dio, sa che non può sottrarsi alla vocazione affidatagli, ma deve lottare per
farla risplendere, combattendo l’idolatria che lo seduce.
E la parola che proclama è dýnamis (cf. Rm
1,16), è forza che attraversa la storia umana senza impedimenti, in una sorta
di corsa (cf. 2Ts 3,1)…
Si
tratta dunque di non temere quelli che uccidono il corpo, che interrompono la
vita terrestre, ma in verità non possono togliere la vera vita.
L’unico
“timore” – nel senso che si diceva – da avere è quello verso il Signore, perché
lui solo può decidere della vita terrestre e di quella vera.
La
vita, infatti, può essere vissuta come umanizzazione, conformemente alla
volontà del Creatore, oppure essere segnata da scelte mortifere, che possono
solo condurre alla rovina:
per
esprimere questo secondo esito Gesù si riferisce metaforicamente alla Gehenna,
la valle che raccoglieva la spazzatura di Gerusalemme.
Di
seguito Gesù eleva lo sguardo verso il suo Dio, il suo Abba, Padre, e
testimonia tutta la potenza con cui egli si prende cura delle sue creature, le
salva, non abbandonando mai chi ha fede in lui.
Cosa sono due passeri?
Queste
creature piccole, che abitano a centinaia sui tetti, sembrano a noi creature
insignificanti, che non meritano attenzione né cura, eppure non è così per Dio!
E qui
si faccia attenzione.
Nella
Bibbia italiana la traduzione delle parole di Gesù suona:
“Due passeri non si vendono forse per un
soldo?
Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza
il volere del Padre vostro”.
E invece occorre rendere, alla lettera: “…
senza il Padre vostro”.
Ovvero,
neppure un passero, cadendo a terra, è abbandonato da Dio: non cade a terra
perché Dio l’ha voluto (fatalismo tipicamente pagano), ma anche quando cade a
terra non è abbandonato dal Padre!
Allo
stesso modo, anche i capelli della nostra testa, che perdiamo ogni giorno senza
accorgercene, sono tutti contati, tutti sotto lo sguardo di Dio.
Da una
tale contemplazione nasce la fiducia che scaccia il timore:
Dio
vede come ci vede un padre, che ci guarda sempre con amore e non ci abbandona
mai, neanche quando cadiamo.
I
discepoli di Gesù, ben più preziosi agli occhi di Dio dei passeri e dei capelli
della testa, possono essere perseguitati e messi a morte, ma anche nella loro
morte il Padre è là, nelle loro tentazioni il Signore è là, nelle loro
sofferenze è Cristo a soffrire.
La comunione con il Signore non può essere
spezzata se non da noi stessi, mai dagli altri.
Per questo occorre essere preparati a
riconoscere Gesù Cristo, il Signore, davanti agli uomini:
ciò
deve essere fatto con mitezza, senza arroganza e senza vanto, ma anche a caro
prezzo.
Oggi
nel mondo occidentale non corriamo il rischio della persecuzione, del dover
scegliere la testimonianza a Cristo che provoca una morte violenta, ma non
illudiamoci di essere esenti dalla prova.
Ogni
volta che semplicemente arrossiamo nel dirci discepoli o discepole di Gesù,
ogni volta che manchiamo di coraggio nel testimoniare la verità cristiana, che
è sempre a servizio dell’umanizzazione, della giustizia, della pace e della
carità, allora noi scegliamo di non essere riconosciuti da Gesù, nel giorno del
giudizio, davanti al Padre che è nei cieli.
Per essere rinnegatori di Gesù, è sufficiente
cedere al “così fan tutti”, al “così dicono tutti”, all’ignavia pigra di chi
non vuole essere disturbato, di chi teme anche solo di non poter più godere del
favore di qualche potente o di chi conta…
Pietro
ha rinnegato davanti a una povera serva, non davanti a un tribunale (cf. Mt
26,69-75 e par.)!
In
ogni caso, ci siano oggi di esempio quei cristiani che in Egitto e in medio
oriente scelgono di partecipare alla liturgia sapendo che rischiano la vita e
diventando vittime, in grande numero, di una cieca violenza anticristiana.
Il
martirio è ricomparso e oggi ci sono più martiri cristiani che nei secoli
dell’impero romano.
È
dunque l’ora del coraggio, del non temere, sapendo che Gesù è accanto a noi
nella potenza dello Spirito santo e lo sarà, come “altro Paraclito” (cf. Gv
14,26), avvocato per noi davanti al Padre.
Coraggio!
La paura è la più grande minaccia alla fede
cristiana: essa induce al dubbio e il dubbio al rinnegamento del Signore e del
Vangelo.
Se invece nel cristiano c’è un’umile fiducia,
c’è una forza invincibile!
La
pace autodistruttiva dell’Occidente.
Serfenoregis.org – (6 Giugno 2025) - Jan Oberg
– ci dice:
Osservatorio
Internazionale, Pace e Guerra.
La
pace autodistruttiva con la preparazione alla guerra, il militarismo e
l’ignoranza in materia di conflitti sono oggi i principali fattori che tengono
insieme l’Occidente e che lo faranno cadere più rapidamente.
Il
mondo occidentale ha perso la consapevolezza, la percezione e gli strumenti di
analisi dei conflitti, di risoluzione, di pacificazione e di riconciliazione.
Sono
stati messi da parte dai “kakistocrati” del militarismo, un termine di scienze
politiche che significa governo da parte delle “persone peggiori, meno
qualificate o più senza scrupoli”.
Di
conseguenza, ora c’è più del 50% di rischio che scoppi una guerra importante in
Europa.
Da
settimane e mesi osservo in silenzio come gli esperti di geopolitica, anche
quelli molto qualificati, e le persone che commentano in modo indipendente,
così come i media mainstream e molti altri, abbiano lavorato sulla tacita e
implicita supposizione che il presidente Trump avrebbe contribuito a creare la
pace in Ucraina;
sembrano
credere che ciò a cui abbiamo assistito abbia qualcosa a che fare con una
pacificazione professionale basata sulla conoscenza o che abbia anche la minima
possibilità di portare alla pace.
Apprezzo,
naturalmente, che Trump abbia preso il telefono per chiamare Putin, ma non ho
condiviso quelle che sembrano illusioni di praticamente tutti gli altri.
Mi
sembra che ciò a cui assistiamo sia un’ignoranza totale in materia di pace,
analisi dei conflitti, pacificazione e mediazione, per non parlare della parola
tabù “nonviolenza”.
Non
c’è stata alcuna discussione su queste attività di “pacificazione” in sé.
Né
sulle possibili fasi di una pacificazione professionale.
Tutto
ciò che è stato fatto – come le “trattative” di un’ora a Istanbul il 2 giugno
2025, subito dopo l’attacco militare ucraino a migliaia di chilometri
all’interno della Russia – non è altro che un gioco.
Da
parte di tutte le parti.
Probabilmente
nessuna delle parti ha la minima idea di cosa fare per raggiungere la pace,
avendo messo sé stessa in pilota automatico verso il riarmo, l’atteggiamento
militarista, l’odio e la continuazione della guerra.
Il
discorso è, ancora una volta al 100%, sulla guerra, il cessate il fuoco, gli
accordi, più armi all’Ucraina e altre cose che sono totalmente
irrilevanti/controproducenti per un vero lavoro di pace.
Se si
volesse davvero fermare una guerra, fare qualcosa di costruttivo per il
conflitto di fondo e cercare di mediare o in altro modo produrre una pace
sostenibile tra ex avversari e combattenti, nulla di tutto questo avrebbe
luogo, e gli esperti lo commenterebbero come un gioco – un gioco futile che
seduce i media – e non come se si trattasse di attività politiche
professionali.
Basti
pensare a un esempio di questa ignoranza in materia di conflitti: sembra che le
persone non considerino il semplice fatto che un mediatore deve essere
completamente neutrale tra tutte le parti in conflitto e non avere alcun
interesse in una soluzione particolare o in un accordo futuro.
Gli
ignoranti in materia di pace sembrano credere che Donald Trump, il leader del
Paese più responsabile del conflitto e con una montagna di interessi personali,
aziendali e politici negli Stati Uniti, possa intervenire e svolgere il ruolo
di mediatore alla ricerca della soluzione migliore per tutte le parti coinvolte
in questi complessi conflitti.
Molti
strumenti sono disponibili, ma non vengono utilizzati.
Il
mondo dispone di molti mezzi e strumenti per costruire la pace.
Non sono perfetti, non sono efficienti come le
armi e le organizzazioni belliche, ma abbiamo le “Nazioni Unite”, l’unica
organizzazione con una carta della pace e decenni di esperienza accumulata
nella costruzione della pace, nel mantenimento della pace, nel disarmo, nel
cessate il fuoco e altro ancora.
Abbiamo
l’”Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa”, “OSCE”.
E
abbiamo organizzazioni della società civile, le “OSC”, specializzate
nell’analisi dei conflitti e nella riconciliazione, nella pacificazione, ecc.
Abbiamo
ex diplomatici con una grande esperienza in questo campo.
Tuttavia,
ciò che non abbiamo sono esperti di pace e conflitti che fungono da consulenti
negli uffici dei presidenti, dei primi ministri, dei ministri degli affari
esteri e dei ministri della difesa.
Evidentemente
credono di poter gestire la situazione solo con l’esperienza militare di chi
indossa l’uniforme e con civili che indossano uniformi “intellettuali”
politicamente corrette, incapaci di sollevare questioni fondamentali, elaborare
scenari e strategie e valutare le conseguenze a lungo termine di queste
politiche di guerra: la narrativa del pensiero unico occidentale.
Come
tanti altri, questi leader – di tutte le parti – non hanno alcun rispetto per
la pace come campo distinto di conoscenza e competenza, come ad esempio la
scienza politica, il diritto internazionale o la medicina – e sembrano quindi
credere di essere essi stessi esperti in tutto ciò che riguarda la pace.
Oppure,
si consideri il citato incontro di un’ora a Istanbul:
se lo
scopo era quello di promuovere il dialogo, i tavoli erano disposti in modo
sbagliato:
due
lunghi tavoli con gli avversari uno di fronte all’altro, pronti ad attaccarsi
verbalmente, con qualcuno in fondo davanti ad alcune bandiere.
Non c’era alcuna strategia, alcun metodo,
alcuna idea di un’agenda e di come impostare le fasi successive.
È
durato circa un’ora, ed è per questo che possiamo affermarlo senza esserci
stati.
Solo
persone ignoranti in materia di conflitti avrebbero organizzato le cose in
questo modo e senza procedure e metodi professionali.
Solo
persone ignoranti in materia di pace credono che si possano prendere i
partecipanti direttamente dal campo di battaglia o dai centri di comando,
metterli a un tavolo in questo modo per facilitare un cessate il fuoco.
La
pace autodistruttiva.
Tutte
le immagini sono generate dall’intelligenza artificiale dall’autore, alcune di
esse fanno parte di una serie intitolata “Il museo del Ministero della Guerra
Eterna”.
No,
una strategia elaborata in modo professionale inizierebbe con uno o più
mediatori veramente rispettati e con meccanismi adeguati, e inizierebbe a
intervistare ciascuna delle parti (senza la presenza degli altri) su questioni
come queste:
Come
definisci il conflitto – di cosa si tratta secondo te?
Di cosa hai paura ora e in futuro?
Cosa
vuoi per il futuro e quali sono le tue priorità?
Qual è
il tuo futuro ideale e quali futuri meno ottimali potresti immaginare di
accettare?
Vede
un momento o un luogo in cui esiste una sorta di affinità tra lei e le altre
parti?
Quali cose ha in comune con le altre parti
coinvolte nel conflitto?
Quando,
in passato, hai avuto un rapporto migliore con gli altri?
Come
vuoi procedere, qual è il tuo piano di mediazione desiderato?
Quale tipo di competenza ritieni necessaria e
cosa ne pensi dei modi per raggiungere la riconciliazione a livello
umano/civico e cose del genere, qui menzionate solo a titolo illustrativo di
alcune delle questioni che, nel corso del tempo, dovranno essere affrontate con
una parte alla volta e poi con coppie di parti.
Sai
cosa ti dico?
Solo
dopo un processo molto elaborato che richiede molti mesi e quando i mediatori
hanno la sensazione che ci sia qualche terreno comune, le parti si incontrano a
un tavolo.
Non si inizia da lì, perché incontri falliti
non fanno che confermare che la pace sarà impossibile.
Inoltre,
questi incontri frettolosi per il “cessate il fuoco” si basano su un’idea
cinica e ignorante diffusa in Europa, secondo cui le truppe dei paesi della “NATO”
possono improvvisamente assumere il ruolo di forze di pace.
Non
possono farlo.
Non hanno alcuna formazione per farlo.
L’idea
è simile a quella di suggerire un intervento chirurgico eseguito da una persona
che non ha mai aperto un libro di medicina.
Altri
elementi di ignoranza e ciarlataneria in materia di pace e conflitti e perché
la gente ci crede.
Questo
è il livello intellettuale odierno.
Il
motivo è che l’attenzione è focalizzata sulla guerra, non sul conflitto
sottostante, che è la chiave per la pace.
Il campo di battaglia, la violenza non sono
mai la chiave per la pace, ma solo i conflitti sottostanti che hanno portato
alla violenza.
Un
conflitto può essere visto come un problema che si frappone tra le parti e che
deve essere risolto, e se le parti non sanno come farlo, cadono nella trappola
della violenza che peggiora tutto.
L’interesse
europeo – anche con il relativo ritiro degli Stati Uniti da quella guerra già
persa – è quello di mantenere la guerra in qualche modo, cercando, come è stato
affermato più volte dai leader dei paesi della NATO, di destabilizzare e infine
sconfiggere la Russia.
Si dà
il caso che abbiamo un’organizzazione mondiale, l’ONU, il cui articolo 1
afferma che la pace deve essere stabilita con mezzi pacifici.
L’ONU è attrezzata, addestrata ed esperta nel
mantenimento della pace, negli affari civili, nella polizia civile, nel disarmo
dei combattenti e nella messa sotto chiave delle armi nei depositi, e nel
costringere i combattenti a sedersi al tavolo delle trattative per discutere
del futuro nelle comunità locali e altrove.
E,
badate bene, si occupa dei civili che soffrono nelle (ex) zone di guerra e li
aiuta a ricominciare una vita normale.
Inoltre,
il tipo di “pace fasulla” a cui assistiamo è completamente privo di qualsiasi
senso dell’importanza di costruire la pace dal basso.
Sembra
essere un malinteso comune che i presidenti e le altre élite al vertice che
hanno combattuto e ucciso i propri cittadini possano improvvisamente diventare
pacificatori.
Stiamo
dimenticando che milioni e milioni di persone, cittadini comuni di ogni ceto
sociale, dovranno vivere con qualsiasi piano di “pace” questi presidenti, mossi
solo dai propri interessi, possano elaborare in totale ignoranza delle idee,
dei bisogni e delle visioni dei loro cittadini.
È così
che spesso vanno le cose.
Ricordate
gli accordi di Dayton del 1995?
O i
colloqui di Rambouillet che sono serviti da pretesto per i bombardamenti
(illegali) della NATO sulla Serbia?
Anche se hanno messo fine ai combattimenti e
alle uccisioni, hanno causato più problemi e non ne hanno risolto nessuno.
La pace improvvisata crea Stati falliti che
oggi, a distanza di 30 anni, stanno cadendo a pezzi, preparando il terreno per
nuove esplosioni di violenza.
La
parola “pace” e il pensiero e la conoscenza ad essa associati sono stati in
gran parte sradicati dai circoli governativi, dai media, dalla ricerca e, temo,
in larga misura anche dai cittadini comuni europei.
La
pace non è all’ordine del giorno di nessuna élite.
La
pace autodistruttiva.
Un’intera
scienza e un’arte vengono sistematicamente ignorate.
Qualcuno di questi leader si farebbe curare da
sé stesso se si ammalasse?
No,
consulterebbe i migliori medici che riuscirebbe a trovare, ma non si
rivolgerebbe mai a un medico esperto in conflitti o a un mediatore qualificato.
Probabilmente non ci penserebbe nemmeno.
Il
mondo occidentale della NATO/UE è diventato analfabeta in materia di
mediazione.
Analfabeta
in materia di pace.
È
analfabeta in materia di conflitti, riconciliazione e perdono.
Questi
campi di conoscenza sono vasti, complessi e tristemente poco studiati perché i
militaristi non li vogliono.
La pace, pensano, nascerà concentrandosi sulla
violenza, sulla guerra, sui campi di battaglia e sul cessate il fuoco (non
monitorato?).
Non
sanno nemmeno che la chiave per la pacificazione sta nella comprensione dei
conflitti sottostanti che hanno portato alla violenza in primo luogo.
È come
un medico che ti dà un antidolorifico quando dici che hai mal di testa e ignora
una diagnosi e una prognosi più approfondite, e quindi non trova la causa più
profonda:
che
hai un tumore al cervello e morirai presto se non si interviene seriamente.
Senza
alcuna conoscenza, interesse, curiosità o apertura all’analisi dei conflitti e
alla costruzione della pace, non c’è alternativa alla guerra.
Naturalmente,
tutti sanno cosa suona bene nei media, nei dipartimenti di disinformazione e
propaganda.
Ad
esempio, che loro stessi sono vittime innocenti mentre i loro avversari sono
responsabili al 100% della situazione.
Diranno
tutti che vogliono che la guerra finisca, come Trump, che afferma che sono
morti troppi in Ucraina, ma sostiene pienamente il genocidio di Israele,
bombarda gli Houthi, conclude accordi miliardari per la vendita di armi con
l’Arabia Saudita e abbraccia un importante terrorista come il nuovo presidente
siriano.
Diranno
tutti che vogliono un cessate il fuoco e poi una pace stabile caratterizzata
dalla giustizia.
Che noia!
È così
noioso che può essere citato all’infinito dai media mondiali, che,
galantemente/con sottomissione, non sottolineano quanto siano falsi questi
desideri di pace.
Non
fidatevi di nessuno di loro, da nessuna parte.
Se
volessero la pace in Europa, non ci sarebbe mai stata l’espansione della NATO
in Ucraina né l’operazione militare speciale russa in quel Paese.
Non ci
sarebbe mai stato un leader ucraino che ha svolto il ruolo di burattino del
militarismo occidentale e della destabilizzazione della Russia, a prescindere
dal prezzo da pagare per il proprio Paese e per le generazioni future.
Se
avessero voluto la pace e avessero saputo cos’è o cosa potrebbe essere la pace
e come realizzarla, la guerra sarebbe finita da tempo e sarebbe stata vista
come un tragico errore/malinteso.
Se
fossero interessati a una pace sostenibile e alla sicurezza comune, si
sarebbero ascoltati e avrebbero avviato un dialogo, invece di ignorarsi,
provocarsi e annullarsi a vicenda.
Non
avrebbero mai costruito armi deterrenti a lungo raggio e incredibilmente
distruttive, né ci sarebbero state armi nucleari sulla terra o 650 basi
statunitensi in 130 paesi.
Ci
sarebbero stati ministeri della pace, istituzioni civili per la risoluzione dei
conflitti, educazione alla pace nelle scuole e consulenti per la pace in tutti
gli uffici decisionali.
Siamo
diventati una società malata e militarista, e la gente non se ne rende nemmeno
conto.
E non
fraintendetemi:
non mi
riferisco solo o principalmente all’invasione russa dell’Ucraina.
Le
armi e la violenza hanno fatto parte di tutto ciò che hanno fatto gli Stati
Uniti e la NATO, dal colpo di Stato e dal cambio di regime sotto
l’amministrazione Obama a Kiev nel 2014, 11 anni fa, passando per Trump 1.0,
Biden e l’attuale regime di Trump.
Da
quell’anno la CIA era presente in tutta l’Ucraina, con laboratori di armi
biologiche e la creazione di un esercito ucraino che ha iniziato a uccidere i
russi nel Donbas, al fine di preparare la futura adesione dell’Ucraina alla
NATO, anche se prima dell’invasione non più del 15% degli ucraini voleva
l’adesione alla NATO; volevano un accordo di sicurezza con la Russia.
Molti parlano dell’Ucraina nella NATO, ma la
prospettiva rilevante è quella della NATO in Ucraina da pochi mesi dopo la sua
indipendenza, più di 30 anni fa.
La
NATO soffre di estrema arroganza e ha sfruttato – per usare un eufemismo – la
debolezza della Russia e ha tradito la sua ben documentata promessa di non
espandere mai la NATO se le due Germanie fossero state unite nella NATO.
Purtroppo,
oggi si potrebbe sostenere che la Russia è caduta nella trappola della NATO e
che l’invasione – un piccolo crimine rispetto al Kosovo, all’Iraq, alla Siria,
alla Libia e a molte altre zone di guerra create dagli Stati Uniti e dalla NATO
– potrebbe quindi essere oggetto di una propaganda martellante: “Guardate,
Putin ha fatto il primo passo per conquistare tutta l’Europa”.
I
cittadini a cui viene detto di temere di essere attaccati – vittime della
fearology delle loro élite – ci credono per lo più, ma si tratta di uno
scenario che non ha alcun realismo su questa terra.
La
pace autodistruttiva.
Quindi
la pace è fuori discussione. Oppure la guerra è pace.
E
quando nessuno parla di pace, non resta che la guerra.
La
pace è una questione di cultura. È una questione di istruzione.
È una
questione di civiltà.
Mentre
qualsiasi idiota ubriaco può iniziare una rissa in un pub – o una guerra – non
è alla portata di tutti fare la pace.
Ecco
perché esistono premi per la pace ma non per le invasioni, le guerre, i
genocidi, gli omicidi di massa o le guerre nucleari…
I
conflitti esistono!
Ci
saranno sempre conflitti, grandi e piccoli, ovunque, perché siamo diversi e
vogliamo cose diverse, abbiamo visioni diverse di una società ideale.
Ma non
deve esserci violenza.
Ci sono conflitti senza violenza, ma non c’è
violenza senza conflitto.
Risolvere
i conflitti in modo elegante e intelligente significa usare il minor uso
possibile della violenza per risolvere il problema, il che corrisponde al
giuramento dei medici: fare il minor danno possibile durante il processo di
guarigione, ma guarire!
Questo
è il senso della “Carta delle Nazioni Unite”.
Il
Trattato della NATO ne è una copia.
Solo
che la NATO viola il proprio trattato 24 ore su 24, 7 giorni su 7, da quando ha
bombardato la Jugoslavia/Serbia nel 1999.
Gli
imperialisti, i guerrafondai, i detentori del potere dalla mentalità ristretta
e i militaristi cinici a cui non importa nulla della sofferenza umana
ovviamente non la vedono in questo modo.
Scelgono
la violenza perché hanno un impulso interiore – come l’arroganza, l’odio e la
vendetta – o perché sono esseri umani infelici, forse persino malvagi, e/o
perché non hanno la minima idea dei metodi di risoluzione dei conflitti e di
pacificazione.
Scelgono
la guerra perché esiste, ovunque, un “MIMAC”, un complesso
militare-industriale-mediatico-accademico di élite che prendono decisioni a
proprio vantaggio, non a vantaggio dei cittadini, e che probabilmente
eliminerebbero qualsiasi leader importante che perseguisse la vera pace…
La
fase post-risoluzione del conflitto: la pace sostenibile.
Un
conflitto è risolto solo quando non si ripresenta mai più nella stessa forma e
con le stesse caratteristiche di prima, ma ciò non significa che non possano
sorgere nuovi conflitti.
Se
immaginiamo ora che sia stata trovata una soluzione globale e reale e che non
vi siano più violenze tra le parti, e che nessuna delle parti intenda
riprendere le armi o cercare vendetta, allora vengono alla ribalta tutte le
cose di cui nessuno parla oggi, cose come la commissione per la verità, la
riconciliazione, il perdono, la cooperazione per ridurre i rischi di nuovi
conflitti, altre misure di prevenzione della violenza in futuro e molte altre
cose difficili.
Dopo
oltre dieci anni di conflitto e più di tre anni di massacri e distruzione
strazianti, non ho mai assistito a una sola discussione su questioni come
queste, né ho mai visto un piano visionario per una nuova Europa in cui tutto
ciò che abbiamo visto non possa ripetersi.
Nessuno!
Anche
gli “attivisti per la pace” tendono a concentrarsi sulla dimensione delle armi
invece di elaborare piani di pace e nuove strutture di pace e risoluzione dei
conflitti che promettano di impedire il ripetersi di tali eventi.
E gli
studiosi rischierebbero di perdere i finanziamenti governativi per i loro
progetti se si impegnassero seriamente su tali questioni…
L’ignoranza
in materia di conflitti e pace prevale a causa dell’idea errata che la pace
possa essere raggiunta attraverso l’accumulo e l’uso delle armi.
Mi
scusi, ma se le armi potessero portarci la pace, come mai la NATO, che
rappresenta quasi il 60% delle spese militari mondiali, è ora la principale
parte in causa in un conflitto che minaccia l’Europa e forse il mondo intero –
con probabilità crescente – di esplodere in scontri convenzionali e (forse)
nucleari?
Mi
scusi ancora una volta, ma i vestiti dell’imperatore degli Stati Uniti/NATO non
sono nuovi, sono vecchi e sporchi.
Quindi,
in sintesi, tutti questi militaristi e guerrafondai di tutte le parti hanno paradossalmente
una cosa in comune:
la violenza e la guerra sono tutto ciò di cui
noi abbiamo bisogno!
Noi
non abbiamo bisogno di analisi dei conflitti, mediazioni o pacificazioni.
Noi
non abbiamo bisogno dell’ONU né di nessun altro.
La
pace è un residuo quando le armi hanno parlato e sono morti abbastanza.
Sembra
esserci una mancanza di consapevolezza tra i decisori politici, gli esperti di
sicurezza e i media sul fatto che abbiamo bisogno di proposte innovative su
come garantire il futuro dell’Ucraina, affrontare le legittime preoccupazioni
della Russia in materia di sicurezza e coesistere in pace nell’Europa
occidentale e con la Cina.
La
risoluzione dei conflitti e la pacificazione consistono nel vedere un futuro
migliore al di là del militarismo e della distruzione.
Non
possono mai nascere da un’ossessione per il presente e il passato.
I
militaristi e altre persone al potere odiano chiunque
a) abbia idee più intelligenti delle loro – e
non è poi così difficile – e
b) si opponga al loro militarismo, al loro
pensiero unico e alla loro propaganda. I periodi di guerra non sono tempi di
dialoghi vivaci e di scenari contrastanti. Sono tempi di vuoto intellettuale,
autoritarismo e decadenza morale.
Più
guerra e militarismo, meno tolleranza e creatività, meno democrazia e libertà…
di pensiero.
Il
militarismo e il bellicismo hanno leggi e dinamiche proprie e occorrono sforzi
erculei da parte di un leader per fermarli e iniziare a pensare e a fare
qualcosa di diverso.
Perché
il treno va verso la distruzione.
È ciò
che vediamo oggi in Occidente, impegnato in un confronto costante perché sa nel
profondo di essere in declino e, a quanto pare, incapace di reinventarsi anche
solo minimamente e diventare un partner attraente nel futuro mondo multipolare,
cooperativo e più pacifico.
Da
anni ormai, esperti di geopolitica, media, studiosi e la maggior parte dei
cittadini si concentrano sulla guerra.
Si
concentrano sul presente e sul passato, su chi ha fatto cosa a chi.
Non si impegnano in idee sul futuro, sul
futuro migliore per tutti.
Sembra
che preferiscano ricominciare da zero sulle rovine e sulle macerie dopo una
guerra convenzionale e/o nucleare, solo per dimostrare quanto avevano ragione e
quanto tutti gli altri avevano torto.
Nessuna
delle parti ha presentato una visione di quello che dovrebbe essere il futuro
sistema di sicurezza europeo in grado di soddisfare i requisiti minimi e le
esigenze e gli interessi legittimi di tutte le parti coinvolte.
E dove non c’è una visione migliore,
continuare a combattere sembra relativamente più attraente e quindi naturale.
Ecco
dove siamo.
Nessun politico, editore o ricercatore di un
certo potere ritiene opportuno – o è in grado – di dire:
Ehi,
se tutto questo non ha funzionato e ora ci troviamo in una situazione così
pericolosa in nome della politica della “sicurezza”, forse dovremmo chiederci:
cosa
c’è stato di sbagliato nel modo in cui abbiamo concepito la sicurezza dal 1945?
Come
mai il paradigma della sicurezza nazionale basato sulle armi ci ha causato uno
spreco infinito di risorse, milioni di morti, paesi interi devastati e ora
minaccia di annientare l’umanità?
Come
dovremmo agire in futuro per raggiungere una pace reale invece della pace
militarizzata dei cimiteri e investire insieme tutto nella risoluzione dei
problemi reali e gravi dell’umanità invece di sprecare e perdere tutto, invece
di militarizzarci fino alla morte?
H. C.
Andersen ha inventato il ragazzino che ha visto l’inganno, la disinformazione e
ha alzato la voce.
Nel
mondo occidentale di oggi non si vede da nessuna parte.
Sono
l’armamento illimitato e la deterrenza offensiva – il classico dilemma della
sicurezza – un modo di pensare totalmente sbagliato che non potrà mai portare
la pace nel mondo – che ci hanno portato dove siamo ora.
L’aumento delle spese militari, ora
addirittura legato dal gregge anti-intellettuale della NATO al PIL, ci ha
portato dove siamo ora.
La
teoria della deterrenza offensiva della NATO e della Russia, sebbene diversa,
ci ha portato dove siamo ora.
Dopo
tutto, sono entrambe società occidentali che la pensano allo stesso modo su
questioni fondamentali.
Due
scorpioni nella stessa bottiglia occidentale.
È un perpetuo
mobile pericoloso e mortale, alimentato da una propensione simile alla
tossicodipendenza che spinge a volere sempre più armi e a pensare sempre meno.
Il
costante aumento del militarismo e dei piani di guerra è sempre stato
accompagnato da un disarmo intellettuale e morale.
Quindi,
l’unica risposta che questa comunità religiosa darà al prossimo vertice della
NATO sarà quella di aumentare la medicina autodistruttiva chiamata armamento
fino al 5% del prodotto nazionale lordo e che l’UE sprechi altri 100 miliardi
di euro in ulteriori droghe del militarismo.
Ma vi
diranno – e forse ci crederanno loro stessi – che è per la “difesa” in
un’alleanza “difensiva” che porterà la pace, se solo avrà un po’ più di soldi…
Ne
seguiranno tre risultati:
a) un
aumento del rischio di guerra;
b) la
distruzione dell’economia civile e
c)
l’Occidente diventerà sempre più debole su tutti gli indicatori rispetto al
resto del mondo.
Non so
come la pensiate voi, ma io credo che una società che ha cancellato la pace, in
ogni suo aspetto, senza preservarne nemmeno l’1%, ma ha dato il 100% al
militarismo, è una società che finirà per crollare, militarizzandosi fino alla
morte come un tossicodipendente incurabile, e che non può, non vuole e non
merita di sopravvivere.
Il
militarismo e la guerra sono ora le forze primarie che tengono insieme
l’Occidente.
Non
distruggeranno nessuno tranne l’Occidente stesso, né la Russia, né la Cina, né
nessun altro, che non hanno mai cercato di distruggere l’Occidente.
Le élite occidentali del MIMAC” – il complesso
militare-industriale-mediatico-accademico – lo fanno brillantemente da sole.
Il
nemico siamo noi.
Pertanto,
è tanto sicuro quanto tragico prevedere che il declino occidentale accelererà.
E il
resto del mondo – l’88% dell’umanità – lo deplorerà, ma per lo più lo
applaudirà.
L’ultimo
impero della storia umana – no, non è nei geni dei cinesi costruire un impero –
sta crollando, ma il suo collasso avverrà in una catastrofe nucleare?
L’impero
nucleare dell’Unione Sovietica si è dissolto pacificamente, in gran parte
grazie al suo leader visionario, Mikhail Gorbachev.
Per
quanto spaventoso, nessun leader occidentale oggi è all’altezza di Gorbachev.
(La
pace autodistruttiva.)
(Tutte
le immagini sono generate dall’intelligenza artificiale dall’autore, alcune
delle quali fanno parte di una serie sul “Museo del Ministero della Guerra
Eterna”.)
(TFF •
Transnational Foundation & Jan Oberg è una pubblicazione sostenuta dai
lettori. “
( TFF
Transnational
/thetransnational.substack.com/p/the-wests-self-destructive-peace).
(Traduzione
di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis).
Perché
le tre religioni abramitiche
andrebbero
eliminate.
Berlin89.info - AJ Smuskiewicz - (14 Aprile 2025) ci dice:
"Credo
da tempo che le tre religioni abramitiche siano alla base dei conflitti nel
mondo. Se si potesse eliminarle, potremmo vivere certamente molto meglio. La
religione dovrebbe essere ispirata alla natura, come lo è la Wicca",
scrive A. J. Smuskiewicz e, prosegue
sul pesante, tanto pesante da non
credere.
Infatti Smuskiewicz l'ha scritto a sostegno
dei non credenti, ma anche per provocare con sacrilego disprezzo chi ci crede.
Siccome
è una lettura ben documentata che, stimola domande intelligenti e coraggiose,
si ritiene utile la pubblicazione.
Religioni
abramitiche.
Quei
cattolici pervertiti.
Non ho
alcun rispetto per l'ebraismo, il cristianesimo o l'islam. Suppongo che questa mancanza di
rispetto derivi dalla mia educazione cattolica. Nessuno dei miei genitori era
particolarmente religioso.
Infatti, mia madre finì per diventare molto
antireligiosa, come me.
Ma da
bambino, negli anni '60 e all'inizio degli anni '70, dovetti andare in una
scuola elementare e in una chiesa cattolica.
Le suore insegnanti non erano così male, ma
tutti sapevano che un paio di preti erano dei pervertiti sessuali, un altro
prete alla fine si licenziò e scappò con una delle suore (una bella bionda che
indossava le minigonne a lezione), e un altro ancora era solo un disgustoso
spaccone irlandese che raccontava cazzate.
Poi
c'erano i miei parenti “Holly roller”:
una
zia che era una suora lesbica e un cugino che era un fratello gay.
La zia alla fine si è licenziata per andare a
vivere con la sua amante, e il cugino alla fine è stato coinvolto in scandali
sessuali ed è stato ripetutamente trasferito in diverse parrocchie in tutto il
paese.
Tutta
quella roba mi ha solo rivelato l’ipocrisia della Chiesa cattolica.
Ignoranza,
odio, violenza, guerra.
Ma in
seguito ho scoperto che questo tipo di ipocrisia è il minore dei problemi della
Chiesa.
Problemi
più seri hanno a che fare con l'ignoranza, l'intolleranza, l'odio, la
divisione, il conflitto, la violenza, l'uccisione e la guerra che forgiano le caratteristiche
fondamentali del cristianesimo, dell'ebraismo e dell'islam.
Le
storie di fondazione di tutte e tre le religioni abramitiche sono molto
inquietanti, oltre che molto stupide.
L'ebraismo sarebbe stato fondato da un tizio
che era ansioso di uccidere il proprio figlio e da un altro tizio che salì su
una montagna e ottenne comandamenti da Dio incisi magicamente su due tavole di
pietra.
Poi
gli ebrei andarono nella loro "terra promessa" e iniziarono a
uccidere le persone che già vivevano lì.
Vi suona familiare, non è vero?
Poi
abbiamo il cristianesimo, che ha una storia di fondazione che mi è sempre
sembrata estremamente illogica e decisamente stupida.
Il
"figlio di Dio" nasce da una donna e un uomo che non hanno mai avuto
rapporti sessuali.
Questo
"figlio di Dio" è anche presumibilmente Dio stesso, anche se prega suo
"padre", che (credo) è il "vero Dio".
Quindi
questo figlio di Dio si lascia crocifiggere e uccidere, su istigazione degli
ebrei, così da poter "morire per i nostri peccati".
Non ho mai capito quella parte della storia!
Che
diavolo dovrebbe significare: "morire per i nostri peccati"?
Che
assurdità!
Poi,
questo tizio morto risorge dai morti, il che in qualche modo dimostra che tutti
i nostri peccati sono perdonati, "peccati" che non sono ancora stati
commessi, da persone che non sono ancora nate.
Giusto!
Infine,
il tizio morto ma ora vivo (uno zombie?) scompare in cielo per stare con suo
"padre", il vero tizio dio.
Quindi,
questi due tizi dio sono ora lassù insieme in cielo, anche se la religione dice
che in realtà sono lo stesso singolo tizio dio.
Comunque.
Poi arriviamo all'Islam, che ha una sua stravagante storia.
Una storia su un tizio analfabeta che ricevette la visita di
un angelo in una grotta. L'angelo gli diede delle speciali "rivelazioni da
Dio" di cui solo questo tizio fu informato.
Iniziò a predicare queste rivelazioni divine, che i suoi
seguaci presumibilmente memorizzarono e trascrissero perfettamente in un libro,
così che questo libro è la precisa e perfetta "parola di Dio",
proprio come quegli altri libri rivendicati dalle altre due religioni
abramitiche.
I seguaci di questo
tizio analfabeta si entusiasmarono e si ispirarono così tanto a queste parole
di Dio che iniziarono a marciare in tutto il mondo con eserciti per convertire
con la forza chiunque potessero alla loro nuova religione, e uccidere chiunque
non riuscissero a convincere.
Tre
storie molto strampalate e illogiche, secondo me.
Eppure milioni di persone in tutto il mondo
non sono d'accordo con me e credono che queste storie siano "la verità
evangelica".
Emozione,
non logica.
Guerra
totale.
Contrariamente
all'Ebraismo e all'Islam, che furono violenti fin dall'inizio, sembra che il
Cristianesimo abbia avuto un inizio pacifico.
Poi le
cose cambiarono circa 300 anni dopo, quando l'Impero Romano adottò il
Cristianesimo come religione ufficiale.
Il potere corrompe, come tutti sappiamo e come
abbiamo visto più e più volte in innumerevoli esempi.
(Basta guardare come “Tulsi Gabbard” è già
diventata una prostituta corrotta e bugiarda per il suo pappone “Trump”.)
Quindi,
una volta che l'impero iniziò a proclamare le virtù del Cristianesimo, il
Cristianesimo divenne rapidamente la religione più sanguinaria, violenta e
guerrafondaia di sempre.
Nel
corso dei secoli, guerre sono state combattute in nome del dio cristiano.
Milioni di persone sono state torturate e massacrate in nome di questo dio
cristiano.
Milioni
di persone sono state tenute in povertà e schiavitù in nome di questo dio
cristiano.
La
barbara, genocida, depravata "guerra totale" globale è stata infine
inventata dai credenti europei di questo dio cristiano.
Nella
storia americana, il cristianesimo è stato utilizzato per giustificare la
schiavitù degli africani rapiti e dei loro discendenti, nonché il genocidio
degli indiani d'America, insieme alla confisca delle terre degli indiani.
Quei crimini malvagi contro l'umanità sono
esattamente il modo in cui sono stati fondati gli Stati Uniti d'America.
Nazionalisti
cristiani e neoconservatori ebrei.
Oggi,
i sostenitori “cristiani evangelici” di Trump sono i più entusiasti sostenitori
del MAGA per l'invio di infinite quantità di denaro e armi americane allo stato
ebraico di Israele, in modo che questo stato ebraico possa continuare il suo
genocidio contro il popolo palestinese e la sua confisca di sempre più terre.
Questi
pazzi cristiani (o "nazionalisti cristiani"), tra cui molti membri
del governo di Trump (come Hegseth e Huckabee), credono fermamente che il
sostegno americano a Israele sia necessario affinché Gesù "torni" e
perché "il rapimento" avvenga.
Fottuti
idioti sionisti.
La
"lobby ebraica" sionista americana, “AIPAC”, è da tempo una forza
enorme dietro le numerose "guerre infinite" che gli Stati Uniti
provocano o in cui sono coinvolti in tutto il pianeta, non solo in Medio
Oriente.
L'AIPAC
è stata una grande promotrice del sostegno degli Stati Uniti all'Ucraina.
È nell'interesse di Israele mantenere gli
Stati Uniti in un conflitto costante contro Russia, Cina, Iran, Corea del Nord
e qualsiasi altro nemico percepito, perché tutti questi conflitti possono
essere trasformati in battaglie geopolitiche contro gli "autoritari"
e guerre per la "democrazia", battaglie e guerre per le quali
Israele sarà sempre dalla parte dell'America.
Dopo
tutto, Israele è il "più grande alleato" dell'America e "l'unica
democrazia in Medio Oriente".
Giusto?
Inoltre,
più l'America si sente minacciata dalle oscure forze globali
"antidemocratiche" dell'"autoritarismo" o del
"terrorismo", più gli americani penseranno di aver bisogno di Israele
come amico stabile in un mondo instabile.
Una
stronzata molto efficace, soprattutto quando è sostenuta da abbondanti quantità
di denaro dall'AIPAC ai politici americani e da un'influenza ebraica
schiacciante sui media aziendali.
Anche
se i “guerrafondai neocon ebrei” che spingono costantemente gli Stati Uniti in
conflitti esteri non sono particolarmente religiosi, sono sicuramente motivati
dai principi dell'ebraismo.
È stato loro insegnato che sono il
"popolo eletto" di Dio e provengono da una cultura caratterizzata da
un'ambizione estrema e da nozioni di superiorità sugli altri popoli.
Combinate
queste caratteristiche intrinsecamente ebraiche con la mitologia
dell'"eccezionalismo americano" e otterrete la ricetta perfetta per
le infinite guerre neocon dell'Impero americano.
Vedere
“Victoria Nuland” e “Anthony Blinken” per esempi.
Tutte
e tre sono colpevoli.
Quindi,
è chiaro che anche nella nostra moderna cosiddetta era secolare, l'ebraismo e
il cristianesimo rimangono potenti forze di odio, violenza e guerra.
Ma l'Islam non è certamente un santo.
Capisco
che “Hamas” e altri gruppi militanti islamici/arabi possano rivendicare
giustificazioni oneste per le loro azioni violente, dato il fatto che Israele e
gli Stati Uniti hanno lasciato loro poche, se non nessuna, opzione
"legale" pacifiche.
Tuttavia,
il terrorismo islamico contro civili innocenti è una cosa reale, e si basa sui
principi fondamentali dell'Islam, e non c'è modo che tutto ciò possa essere
giustificato come azioni giuste di persone oppresse!
Inoltre, ci sono stati numerosi esempi di
musulmani che hanno usato la loro religione per scatenare guerre tra loro, come
i ricorrenti conflitti sunniti-sciiti.
È
chiaro che c'è molto sangue sulle mani di ebrei, cristiani e musulmani.
Sistemi
di credenze alternativi.
Immagino
un mondo senza ebraismo, cristianesimo o islam.
Un
mondo in cui tutte e tre queste religioni perverse, con tutte le loro numerose
ramificazioni e divisioni, siano state eliminate.
Non ho
idea di come questa eliminazione possa avvenire.
Ma so
che deve iniziare dalle persone normali.
Le
persone devono essere istruite sulla natura malvagia di queste religioni.
Poi devono rifiutare tutte queste religioni in
massa.
L'istruzione
è la chiave. Questo saggio è una piccola parte di quello sforzo.
Sistemi
di credenze alternativi devono essere sostituiti alle religioni abramitiche.
Ci
sono altre religioni meno violente e meno intolleranti, come il buddismo e
l'induismo.
La mia preferenza personale sono le religioni
che sono fortemente collegate alla natura e che considerano gli esseri umani
uguali a tutte le altre forme di vita, non superiori a esse.
Unità
umana con la natura, non dominio sulla natura.
Esempi
sono la” Wicca” e molti sistemi di credenze tradizionali degli indiani
d'America.
Nella
maggior parte delle culture degli indiani d'America, la guerra era comune ma
altamente rituale e progettata per limitare le vittime.
Non esisteva certamente il concetto di
"guerra totale"!
Per
quanto riguarda la “Wicca”, non sono a conoscenza di alcuna "Grande Guerra
Wiccan".
Esiste
un "Rede Wiccan, o delle Streghe" che afferma "Vivi e lascia
vivere. Prendi e dai equamente. ... Otto parole che il Rede Wiccan adempie:
Se non fai del male a nessuno, fai ciò che
vuoi".
Okay,
non credo che dovremmo preoccuparci che i “Wiccan” inizino guerre in nome della
Dea.
Ma
onestamente, non capisco perché una "religione" sia necessaria.
Immagino
che un qualche tipo di spiritualità personale sia buona, come i sentimenti di
connessione con la natura.
Ma non
c'è una ragione logica per cui quella spiritualità personale debba essere
collegata a una religione ufficiale organizzata.
Nessuna
ragione.
Pensa
semplicemente quello che vuoi pensare e sii felice.
Non
hai bisogno di un libro ufficiale che ti dica cosa fare o cosa pensare per
glorificare un dio mitologico.
La
scienza, in altre parole osservazioni sobrie seguite da conclusioni logiche,
offre il miglior sistema di credenze alternativo.
Il
pensiero logico e razionale combinato con un profondo rispetto per la natura,
gli altri esseri viventi e il pianeta Terra ispirerà naturalmente un dialogo
rispettoso sulle differenze, piuttosto che discussioni e combattimenti.
Il pensiero logico porterà anche alla
comprensione e all'aiuto di altre persone con problemi, piuttosto che alla
sottomissione e alla discriminazione.
Sfortunatamente,
le società umane non saranno in grado di raggiungere questo necessario livello
di logica finché non recideranno completamente i legami con le credenze
illogiche, emotive e divisive dell'Ebraismo, del Cristianesimo e dell'Islam.
La
Terra è un pianeta molto bello, sia che la si veda come un globo blu e bianco
dalla lontana prospettiva dello spazio, sia che la si veda da vicino nella
rigogliosa vita di una foresta pluviale o di una barriera corallina.
La
Terra potrebbe anche essere un posto felice e pacifico per tutti gli esseri
umani. Ma prima dobbiamo eliminare tutte e tre le religioni abramitiche.
(AJ Smuskiewicz è uno scrittore e redattore freelance
con oltre 30 anni di esperienza professionale.)
(Le
opinioni di AJ Smuskiewicz espresse in questo articolo possono riflettere o
meno quelle di” The Berlin89”).
l
riarmo e l'idea di
Europa da difendere.
Aspeniaonline.it - Riccardo Pennisi - (28 marzo 2025) – ci dice:
Il
tema della difesa europea non è l'esercizio di stile su cui si gioca le
capacità retoriche di politici o commentatori interessati a rinfacciarsi chi
per primo ha detto che l'Ucraina sarebbe stata invasa, o per quale motivo vanno
sostenute le rivendicazioni di Mosca o invece quelle di Kiev.
Ci
siamo lamentati negli ultimi anni perché gli Stati Uniti ci hanno messo
sull'attenti di fronte alle loro posizioni e convenienze internazionali:
ma il
ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca cambia brutalmente lo scenario.
Ora
l'Europa viene considerata da Washington quasi una terra di rapina, da cui
sottrarre territori o risorse, popolata da “parassiti” da rimbeccare, e verso
cui rivolgersi con disprezzo e indifferenza:
sembra
perciò ragionevole pensare che gli USA abbiano accantonato l'idea di tenere con
sé l'Europa faccia parte dei propri interessi.
È per
questo che il problema della vulnerabilità del nostro continente si pone in
maniera inevitabile e in termini enormi:
in
questo momento non c'è niente e nessuno che impedirebbe ai membri della UE di
subire un'aggressione.
L'Europa
vista dal satellite.
La
nuova relazione con Washington.
Sotto
sotto si continua a considerare poco serie le rivendicazioni di Donald Trump
sulla Groenlandia.
Il
presidente degli Stati Uniti ha ribadito ormai decine di volte che “otterrà”
quello che oggi è un territorio autonomo della Danimarca “in un modo o
nell'altro”. Scherza?
Ce lo possiamo chiedere mentre il
Vicepresidente JD Vance e consigliere per la Sicurezza nazionale “Mike Waltz”
visitano la base militare-spaziale di “Pituffik”, nel remoto settentrione
dell'isola (si chiamava Thule fino a poco fa), tra i ghiacci e gli iceberg.
E
peccato che sia stata cancellata la loro assistenza al campionato nazionale di
cani da slitta, “sport che da sempre li appassiona”, aveva specificato la Casa
Bianca, per paura di contestazioni, dopo le proteste ufficiali groenlandesi e
danesi.
L'”Ultima
Thule” esce così dalle nebbie del mito per entrare nel territorio della cruda
realtà:
proprio da lì, dal suo fianco nord-ovest,
dovrebbe cominciare l'Europa a enumerare i suoi punti deboli.
“Pituffik”
è gestita dagli Stati Uniti nel quadro della “NATO” e in cooperazione con la
Danimarca – sulla base sventola anche la bandiera rossa con la croce bianca – e
ospita i sistemi che si occupano di sorvegliare i missili nucleari russi
puntati verso il Nord Atlantico e l'Europa, piazzati sulla penisola di Kola.
Cosa
succederebbe se i danesi fossero estromessi dalla base?
“Ci può
servire”, dice Trump.
Sì, ma a cosa che non possono fare già adesso?
Se gli
Stati Uniti annettessero la Groenlandia, condividerebbero le informazioni di
sicurezza nucleare con i “parassiti” che tanto detestano?
Uno
dei radar esistenti a “Pituffik”.
Trump,
Putin, Netanyahu.
Sotto
i riflettori però, come sappiamo bene, prima dell'Artico c'è l'Est.
Resta
più che legittimo pensare che la Russia sia stata trascinata dall'Occidente
nell'invasione dell'Ucraina – avendo svolto operazioni militari di rilievo
negli anni precedenti in maniera evidentemente casuale in Cecenia, Georgia,
Siria e Libia, avendo inviato le proprie forze militari a reprimere rivolte
popolari contro i regimi amici di Mosca in Kazakistan e Bielorussia, avendo
consentito all'esercito dell'Azerbaijan di evacuare gli armeni dal
Nagorno-Karabakh nonostante la presenza di un suo contingente di “pace”, avendo
sparpagliato in decine di Paesi africani i propri mercenari.
E
possiamo anche soprassedere sull'esperienza storica che mostra come la Russia
tenda a trattare i piccoli Stati e i popoli vicini come pedine da spendere in
un gioco diplomatico in cui Mosca si ritiene alla pari soltanto con le “grandi
potenze”:
i casi
sono innumerevoli, ma basti osservare al riguardo le trattative sul futuro
dell'Ucraina, condotte in assenza… dell'Ucraina.
Soprassediamo
pure.
Resta
però davanti a queste opinioni la presenza di un fatto ormai persino ammesso
quasi apertamente:
la reciproca convenienza che sembra esservi
tra Donald Trump e Vladimir Putin nel ridurre l'Europa a un bottino da
spartire.
Nel
chiedersi perché Trump ceda a tutte le richieste negoziali di Putin
(l'annessione delle quattro province parzialmente occupate, la garanzia che
l'Ucraina non entrerà nella UE e nella NATO, che sarà senza difesa, senza
flotta, senza industria, senza energia, che il prossimo presidente sarà gradito
al Cremlino, che la Russia avrà libertà di manovra fino a Odessa e alla
Transnistria…) una delle risposte potrebbe senz'altro essere che in cambio, in
futuro, la Russia coadiuverà eventuali manovre americane per ricattare,
dividere, piegare al proprio volere l'Europa. Come con le figurine: “Ucraina a
me, Groenlandia a te…”
Perché
ciò accada, l'Europa dev'essere debole e divisa in Stati che si avversano –
prima dell'invasione del 2022 era abbastanza chiaro il sostegno di Vladimir
Putin ai partiti politici europei che promuovevano un po' ovunque il ritorno al
nazionalismo delle piccole patrie.
Oggi
sono Trump, Musk e Vance a farlo, per lo stesso motivo, e alla luce del sole.
Il
modello europeo di pluralismo politico e inclusione sociale – già indebolito in
maniera davvero miope dall'interno della stessa Europa – dev'essere smantellato
perché non costituisca più un'alternativa al modello sempre più dispotico e
diseguale di Russia e Stati Uniti – pur nelle diversità di condizioni e
dinamiche tra i due Paesi.
Si
critica spesso l'Unione Europea perché “non esiste”, perché è imbelle, incapace
di reagire, di costituirsi in soggetto politico giustamente influente:
ma chi sostiene queste posizioni cosa sta
facendo, se non sottolineare l'esigenza di un rafforzamento della UE?
Si
fatica a credere che la Russia, che non è ancora riuscita a sconfiggere, in tre
anni, un'Ucraina militarmente nana, svuotata della sua popolazione, e malamente
aiutata dall'Occidente, sia capace di condurre un'invasione su larga scala di
un altro Paese europeo.
Chi
scrive condivide questa visione.
Ma non
si può nemmeno negare che i conflitti tendano ormai alla multiformità. Questa
include la “guerra grigia” fatta di operazioni circoscritte e mirate, attacchi
informatici, manovre di disturbo, sabotaggi di vario genere, che non hanno
bisogno di un grande esercito per essere condotte, né di armamenti classici, né
di una vera linea del fronte.
Da
questo punto di vista, l'Europa è del tutto sguarnita:
non è un caso che l'idea del rafforzamento
militare sia particolarmente popolare nei Paesi baltici e scandinavi che con la
Russia confinano, non solo perché una frontiera con una dittatura militarista e
para-fascista che le frontiere tende a ignorarle (“ la Russia non finisce mai
”, specificò Putin parlando di geografia con un bambino), ma anche proprio
perché già subiscono questo tipo di operazioni.
Nessuna
considerazione sulla sicurezza europea può prescindere dalla situazione in
Medio Oriente.
Se è stato semplice notare la deleteria
convergenza tra la nuova Casa Bianca e il Cremlino, dovrebbe essere altrettanto
semplice realizzare il potenziale nefasto dell'altro lato del triangolo
politico internazionale che si sta costituendo:
quello tra Donald Trump e il premier
israeliano Benjamin Netanyahu.
In una traiettoria “diplomatica” che ha molti
paralleli con quanto accade con la Russia, la nuova amministrazione americana è
arrivata a legittimare pienamente tutte le mosse e gli obiettivi dell'attuale
governo israeliano:
la
rottura unilaterale del cessate il fuoco a Gaza con la violenta ripresa della
strage nella Striscia, l'ulteriore e sempre più sanguinosa offensiva dei coloni
in Cisgiordania, l'idea della deportazione di massa dei Palestinesi, e
l'isolamento dell'Iran come linea guida nella politica mediorientale,
rafforzata dall'attacco congiunto agli Houthi nello Yemen.
Da
parte sua Netanyahu, coerentemente con quanto accade negli Stati Uniti, ha
rinfocolato la lotta per il controllo sugli altri organi di potere nazionali,
aumentando così il tasso già non indifferente di instabilità interna a Israele
– da sempre uno dei fattori che influenza negativamente la conflittualità
regionale.
Sebbene
cominci finalmente ad allargarsi in Europa la consapevolezza di doversi opporre
a operazioni politico-militari che potrebbero dilagare in ampiezza (sebbene
hanno già tristemente raggiunto i peggiori picchi di intensità), e che ormai
non ci si prende nemmeno più il disturbo da giustificare con motivi securitari
o strategici, continua a mancare per gli Stati dell'Unione la possibilità di
intervenire sul terreno con forze di interposizione adeguata.
Se
proprio non si vogliono considerare i principi del diritto internazionale come
motivo per schierarsi contro la linea Trump-Netanyahu (“…e Palestina a lui”),
contino allora le considerazioni sulla stabilità regionale:
già la
guerra in Siria, con i suoi milioni di rifugiati, costò all'Europa una grave
crisi interna con risvolti politici e ideologici che ancora pesano.
Figuriamoci
cosa accadrebbe con un conflitto esteso a Beirut, Baghdad e Teheran.
La
votazione all'Assemblea Generale dell'ONU su una risoluzione di condanna
dell'invasione dell'Ucraina, il 25 febbraio 2025.
Stati Uniti, Russia e Israele votano contro il
testo proposto dagli stati europei.
Gli
Stati membri dell'UE votano tutti a favore (esclusa l'Ungheria), insieme a
Regno Unito, Canada, Svizzera, Norvegia, Regno, Serbia, Turchia.
Il fianco Sud.
Così è
accaduto d'altronde in Libia, uno scenario dove a fronteggiarsi sono
soprattutto forze armate russe e turche, dopo che l'intervento NATO nel 2011 ha
provocato la fine del regime di Gheddafi.
Qui i
Paesi europei, benché direttamente interessati, sono stati “calpestati” dagli
stivali sul terreno di altri soldati, di potenze concorrenti, perdendo
l'occasione per aiutare sulla stabilità e sul futuro di un territorio
praticamente dirimpettaio. Curioso paradosso per il continente che aveva
raggiunto ogni angolo del mondo con i propri imperi coloniali:
oggi è
quasi incapace di influenzare un metro oltre il proprio confine.
E' una
considerazione, questa, valida anche per l'Africa subsahariana:
la
sfilza di colpi di stato portati a termine nel Sahel (otto dal 2019) con
l'aiuto delle forze mercenarie russe, coadiuvate da una campagna
politico-mediatica su larga scala guidata da Mosca, completa a meridione la
ricognizione sui fronti sguarniti dell'Europa.
Il tramonto davvero inglorioso dell'influenza
francese sulla regione, dal Mali al Niger al Burkina Faso, deve far riflettere
sulla strategia fallimentare seguita da Parigi.
Ma
anche sull'incapacità di uno Stato europeo, da solo, di fronteggiare un attore
come la Russia in uno scenario tanto impegnativo.
Vale
per la Francia come per gli altri Paesi della UE:
a questa scala, non c'è grandeur nazionale che
non si rovesci in piccolezza.
Non si
sottolinea mai abbastanza quanto la regione del Sud del Sahara sia fondamentale
per gli equilibri europei;
Sahel significa “costa”:
con
questo nome metaforico gli antichi viaggiatori del deserto chiamavano il luogo
dove il mare di sabbia infine terminava.
A
chiudere il cerchio che abbiamo percorso attorno all'Europa, un'”Ultima Thule”
di dune bollenti invece che di pendii glaciali.
Non
possiamo essere così ingenui da pensare, infatti, che il Cremlino si sia
infilato nelle manovre politico-militari locali per dare un qualche impegno a
miliziani e funzionari altrimenti annoiati a passeggiare lungo i ponti sulla
Neva.
No:
nella “costa” che si stende tra l'Atlantico e il Mar Rosso ci sono risorse
fondamentali come l'uranio e l'oro;
c'è la
massima concentrazione mondiale di terrorismo jihadista;
da lì
si controllano e si influenzano grandi traffici internazionali di persone, di
armi, di energia:
fenomeni con cui la Russia può esercitare
pressione sugli stati europei – come ha già fatto con i migranti appositamente
spinti verso le frontiere della UE passando dalla Bielorussia:
uno di
quegli esempi di “guerra grigia” che l'Europa non ha nessuno strumento per
fronteggiare.
Tra
consenso e frammentazione.
Si
dice giustamente che un'entità politica completa non può prescindere da
strumenti atti a garantirne la difesa e la sicurezza.
Se
l'Unione Europea vuole promuovere il suo progetto di riarmo, a completamento
del progetto di integrazione europea, e in contrasto con la pretesa degli Stati
Uniti e della Russia di farne fette di una torta da spartirsi o comunque da
sottomettere al proprio volere, servono però delle condizioni di base.
Per
prima cosa, la maturazione democratica della classe dirigente continentale
(purtroppo viziata da decenni di decisioni prese nel segreto dei Consigli
Europei), che deve avere il coraggio di presentare le proprie intenzioni
davanti all'opinione pubblica e di confrontarsi con i diversi orientamenti in
essa presenti.
Non
servirà a molto nascondersi dietro qualche giro di parole, come la pipa di
Magritte, per dire ” ceci ce n'est pas un réarmement ” ma solo un banalissimo progetto
come tanti altri che chiameremo…
Preparazione
2030.
Non
servirà nemmeno far finta che il programma di costruzione degli armamenti non
sia anche un sostegno pubblico verso storici comparti industriali che non si sa
bene come rottamare, e che fino a pochi anni fa costituivano il fior fiore
della potenza economica europea.
È poi
lecito dubitare che il ricorso all'allarmismo psicologico, insomma l'idea di
comunicare al pubblico l'imminenza di un conflitto aperto e generalizzato, non
si riveli oltre che ben poco credibile anche controproducente.
E sarebbe infine indegno di un'organizzazione
che si ritiene portatrice ed erede di principi liberal-democratici evitare il
confronto nel parlamento europeo per affrettare decisioni su cui non dobbiamo
affatto affrettarci, ma discutere il più possibile:
i pacchetti di sanzioni ormai siamo a 16!
adottati dalla UE contro la Russia dovrebbero
ricordarci dell'importanza di riflettere prima di fare, o mostrare di fare.
Le
classi dirigenti europee non possono permettersi atteggiamenti simili su un
tema fondamentale e cruciale come questo.
Un
tema su cui cercano la propria legittimazione, di fronte alle tante forze
politiche e sociali che le contestano da destra e da sinistra:
non va
infatti dimenticato che l'Europa ha pagato un prezzo economico molto alto per
la guerra in Ucraina, ma ora i suoi capi sembrano volerla prolungare.
Un'equazione che elettoralmente non può quadrare:
non si può mostrare di avere paura della pace.
In
Olanda, una mozione parlamentare ha bocciato il piano di Bruxelles, con
l'estrema destra primo partito della coalizione di governo a votare contro, ei
Socialisti, primo partito dell'opposizione, a favore.
In
Germania il senso di shock e di urgenza – aggravato in maniera decisiva dal
confronto videotrasmesso tra Trump, JD Vance e Zelensky, con la società a
chiedersi “cosa farebbero gli Stati Uniti se al posto di Zelensky ci fossimo
noi?” – ha portato all’abolizione dello storico “freno” costituzionale sul
debito.
Una
decisione epocale che ha coinciso con lo stanziamento di almeno 500 miliardi
per la difesa, accompagnati da altri 500 destinati a interventi sociali,
infrastrutturali e per la transizione ecologica – a riprova del fatto che il
riarmo non deve andare per forza a discapito della spesa sociale.
Ma per
farla passare, si è ricorsi all'escamotage di un voto nel parlamento uscente:
non era affatto sicuro che il nuovo parlamento, votato dalle elezioni del 23
febbraio e in cui la destra e la sinistra radicali sono più forti, l'avrebbe
approvata.
Oltre
a quella del consenso, emerge qui anche la questione degli equilibri
all'interno dell'Europa.
La
Germania è capace di stanziare, da sola, oltre 1000 miliardi per ricalibrare il
proprio sistema socio-economico e produttivo.
Non è
da escludere che questo programma comprenda lo sviluppo di armi atomiche:
sarebbe anzi logico, se il ritiro “imperiale”
degli Stati Uniti dall’Unione “nata per fregarci”, come dicono Trump e Vance,
dovrebbe compiersi fino in fondo. Sappiamo bene che il sistema industriale
tedesco non si limita alla Germania ma è profondamente integrato con quello dei
Paesi settentrionali e orientali dell'Unione Europea, che dunque seguirebbero
Berlino su quella strada.
Nella
“nostra” parte d'Europa i programmi di riarmo sono visti con costernazione,
scetticismo e opposizione dalla maggior parte dell'opinione pubblica:
800
miliardi diviso 27 Paesi ci sembrano un peso intollerabile, e i governi gli
cambiano il nome perché sennò suona male.
Intanto, dall'altro capo del continente, nella
campagna elettorale della Polonia si domanda la rottura unilaterale delle
relazioni con la Russia, e il posizionamento di armi atomiche sul territorio
nazionale – chiesto agli USA dai partiti trumpiani, alla Francia dai partiti
europeisti.
Tra i
Paesi dell'area si è da tempo d'accordo sulla costruzione anche fisica di una
nuova cortina di ferro, e il maggior fabbricante europeo di armamenti, la
tedesca “Rheinmetall”, annuncia profitti record (il suo valore in borsa è
triplicato dalle elezioni americane, decuplicato da quando la Russia ha invaso
l'Ucraina nel 2022) e l'intenzione di rilevazione gli stabilimenti Volkswagen
destinati alla chiusura per produrre carri armati e radar al posto delle
automobili.
Una
sostituzione, questa, del cui potenziale l'industria europea è consapevole già
da anni , ma a cui la guerra su larga scala scatenata da Vladimir Putin e
l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca hanno offerto le ali per volare.
L'Europa,
insomma, rischia una frammentazione e una divergenza molto profonda – proprio
mentre ai suoi Paesi viene consentito di indebitarsi per costruire armamenti.
L'intero
processo non può essere demandato ai singoli Stati, come sta accadendo,
fingendo che non riguardi l'intero continente e il futuro dell'Unione Europea.
Non
può essere gestito con la frivolezza e la superficialità di chi sta soltanto
preparando la sua borsetta, come ha mostrato la Commissaria per la Parità, la
Preparazione e la Gestione delle Crisi Hadja Labib.
Non
può essere portato avanti senza il pieno coinvolgimento della cittadinanza
europea e dei suoi rappresentanti:
cioè
discutendo e stabilendo in maniera chiara ragioni, modalità, priorità,
obiettivi del rafforzamento della difesa UE.
Cosa c'è esattamente nel “kit di
sopravvivenza” dell'Unione Europea?
Nessuno
può davvero rispondere a questa domanda, nessuno al momento può davvero sapere
a cosa serviranno o come saranno impiegate – o magari a chi saranno venduti –
le armi che ci apprestiamo a costruire.
Servono
dunque, ed è cruciale, organismo di coordinamento e controllo sovranazionale,
dentro i quali gli Stati UE partecipino in maniera inclusiva, in cambio della
propria assunzione di responsabilità, dato che l'aumento della spesa militare
si consente utilizzando fondi comuni e sospendendo regole di bilancio finora
considerate intoccabili.
Altrimenti
si corrono due rischi importanti:
quello
di appaltare alla Germania il ruolo lasciato scoperto dagli Stati Uniti,
lasciando che sia il sistema politico-economico che ruota attorno a Berlino a
stabilire priorità e obiettivi del riarmo.
Oppure,
di fronte alla complessità di ciò che c'è oltre le frontiere europee, finire
per limitarsi a rimpinguare 27 singoli e inefficienti eserciti di 27 stati che
hanno interessi diversi, guidati da governi che sulla Russia o gli Stati Uniti
hanno posizioni persino opposte tra loro: l'Europa ha già commesso questo
errore in passato.
Come
difendere il vostro
anonimato
online.
Wired.it
– (14 giugno 2024) - Matt Burgess – ci dice:
Anche
se tutelare del tutto la propria privacy in rete è quasi impossibile, ci sono
delle strategie per limitare quello che internet sa di noi.
Ecco
quali.
Su
internet la privacy è una chimera: online tutti vogliono sapere chi siete.
I siti web vi chiedono costantemente
l'indirizzo email, o cercano di inserire cookie nei vostri dispositivi per
tracciarvi.
Un
esercito di inserzionisti e aziende tracciano incessantemente i vostri dati di
navigazione, cercando di indovinare i vostri interessi e i prodotti che
potreste acquistare.
E così
pure i motori di ricerca, i browser e le app, sempre pronti a registrare ogni
nostro minimo movimento online.
In
questa particolare era storica di internet, insomma, è incredibilmente
difficile riuscire a mantenere l'anonimato.
Ma non
impossibile.
Grazie a una serie di accorgimenti utili,
infatti, è possibile schermare la propria identità quando si naviga in rete e
si utilizzano i dispositivi tech.
Certo,
se siete alla ricerca dell'anonimato per uno scopo specifico – come nel caso
del “whistleblowing” o dell'”attivismo” – fareste bene a considerare un piano
di sicurezza personalizzato oppure una piattaforma per le segnalazioni anonime,
come la nostra “WiredLeaks”.
Ma potete
evitare di essere tracciati anche adottando alcuni semplici accorgimenti, che
sono validi per la maggior parte delle situazioni.
Li
abbiamo raccolti di seguito per voi.
Bloccare
i tracker.
Online
siamo tutti costantemente tracciati.
I principali responsabili sono l'industria
pubblicitaria e le aziende tecnologiche, come “Google” e “Meta”, che dipendono
fortemente dalle inserzioni per aumentare i propri guadagni.
Sono loro, infatti, che raccolgono i dati
tracciati dai tracker e dai cookie invisibili integrati nei siti web e nelle
app che utilizzate ogni giorno.
Come
evitare che questo accada?
Per
prima cosa, iniziate dal vostro browser.
L'ideale
sarebbe bloccare i tracker invisibili e gli annunci con tecnologia di
tracciamento integrata.
Ma gli inserzionisti possono tracciarvi anche
utilizzando il “finger printing”, un metodo subdolo che sfrutta le impostazioni
del vostro browser e del vostro dispositivo – come la lingua, le dimensioni
dello schermo e molte altre – per profilarvi.
Se
volete vedere come il vostro browser vi tiene sotto controllo, il “tool Cover
Your Tracks della Electronic Frontier Foundation” può eseguire un test in tempo
reale sul vostro sistema.
Per
esempio Chrome, il browser più diffuso al mondo, non blocca né il tracciamento
degli annunci né i tracker invisibili, e tantomeno il finger printing.
Per
assicurarsi l'anonimato, il “browser Tor” rimane però la soluzione migliore.
Si può scaricare come qualsiasi altro browser,
ma cripta il traffico facendolo passare attraverso una serie di server, oltre
ad adottare misure per contrastare la censura e il finger printing, e altri
accorgimenti per la privacy.
A
causa delle sue protezioni avanzate, tuttavia, a volte “Tor” può essere più
lento di altri browser.
Ma non
è la sola soluzione a vostra disposizione.
Ci
sono molti altri browser incentrati sulla privacy, come “FireFox”,” Mullvad” e “Brave,
che offrono agli utenti una maggiore protezione contro i tracker e la
possibilità di personalizzare a piacimento le impostazioni sulla privacy.
Se
invece non volete cambiare browser, potete sfruttare alcune estensioni in grado
di bloccare i tracker all'interno di Chrome:
“Ghostery”
e “Privacy Badger”, per esempio (anche se quest'ultima blocca gli annunci
pubblicitari solo stanno specificamente tracciando un utente).
Oltre
al web, anche i tracker incorporati nelle applicazioni mobili possono
raccogliere dati sulla vostra attività.
Sui
dispositivi “Android,” il consiglio è quello di disattivare gli annunci
personalizzati attraverso il Centro per gli annunci di Google, semplicemente
spostando l'impostazione su “off”.
Cancellate anche l'ID pubblicità del vostro
dispositivo seguendo il percorso Impostazioni>Privacy>Annunci e cliccando
sull'opzione “Elimina ID pubblicità”.
In
alternativa, esistono anche applicazioni “Android” che bloccano i tracker
cross-app, come “Duck Duck Go” o “Tracker Control”, sviluppata dall'Università
di Oxford.
Se
utilizzate” iOs”, invece, seguendo il percorso Impostazioni>Privacy e
sicurezza>Tracciamento, disattivate la voce” Richiesta tracciamento attività”.
Infine,
per alcuni utenti una “Vpn” può rivelarsi utile per impedire al proprio
internet provider di monitorare il traffico web.
Anche le “Vpn” però possono vedere la vostra
attività online, in alcuni casi conservandone i registri, e molte possono
rivelarsi problematiche per la sicurezza. L'opzione scelta da “Wired US” è la “Vpn”
di “Mullvad”, che è open source e accetta pagamenti in contanti spediti ai suoi
uffici in Svezia.
Scegliere
bene i servizi che usate.
Ogni
app, sito e servizio che utilizzate probabilmente raccoglie dati su di voi, ma
è innegabile che alcuni ne raccolgano più di altri.
Scegliere
servizi che non collezionano informazioni sul vostro conto o che utilizzano la
crittografia “end-to-end”, che impedisce alle aziende di vedere il contenuto
delle vostre comunicazioni o dei dati che trasferite, può aiutare a limitare la
vostra esposizione.
In generale, comunque, è sempre saggio tenersi
alla larga dalle big tech.
Per la
messaggistica, per esempio, “Signal” raccoglie pochissime informazioni sugli
utenti e utilizza la crittografia “end-to-end” per impostazione predefinita, il
che significa che nessuno può vedere il contenuto dei messaggi inviati al di
fuori di mittente e destinatario.
Per le
ricerche sul web Duck Duck Go, Brave Search, Kagi, Startpage e Mojeek sono le
soluzioni più rispettose della privacy.
Per
quanto riguarda l'email,” Proton” e “Tuta” offrono opzioni di crittografia
end-to-end gratuite.
“Onion
Share” utilizza la rete “Tor” per consentire la condivisione anonima dei file,
e “Proton Drive” offre l'archiviazione criptata dei file online.
Inoltre,
per gli utenti “iOs le impostazioni avanzate di Apple per la protezione dei
dati consentono di attivare la crittografia “end-to-end” su” iCloud”.
Se
utilizzate un computer portatile o un telefono di lavoro, è bene tenere
presente che la vostra azienda può vedere molte delle cose che fate su questi
dispositivi, se non tutte.
Per
cercare un nuovo lavoro o per le attività personali, quindi, è sempre meglio
usare i propri device personali.
Fare
attenzione a quello che si pubblica.
L'anonimato
online è legato soprattutto al vostro approccio mentale.
In
poche parole, meno cose condividete di voi online, meno sarete identificabili.
Questo significa che dovete fare attenzione a quello che pubblicate sui social
media, evitando di postare informazioni che potrebbero identificare voi, la
vostra posizione o le persone che vi circondano.
Se per
esempio volete creare un nuovo account social che non sia legato alla vostra
identità, evitate di aggiungere qualunque riferimento sul vostro conto nel nome
dell'account.
Inoltre,
per iscrivervi non dovreste utilizzare il vostro numero di telefono,
l'indirizzo email, l'indirizzo fisico o qualsiasi altra informazione che sia
riconducibile a voi. Questo non vale solo per la creazione di un nuovo profilo,
ma dovrebbe riguardare più in generale tutti i vostri comportamenti online.
Infine,
ci sono anche alcuni accorgimenti utili che potete adottare se volete cercare
di cancellarvi da internet, come aggiornare i siti web vecchi o obsoleti,
rimuovere le informazioni personali dai risultati di Google, cancellare i
vecchi post sui social media e gli account che non utilizzate più.
Questi passaggi possono richiedere molto
lavoro, soprattutto se è necessario scavare negli account vecchi di anni, ma
possono essere davvero di grande aiuto per mantenere l'anonimato.
Nascondersi
bene
Oltre
a prestare attenzione a ciò pubblicate online, potete anche decidere di
utilizzare account specifici per alcune ambiti della vostra vita.
Se
avete bisogno di un profilo su un servizio di messaggistica che non sia legato
al vostro numero di telefono attuale – che rappresenta ormai un modo comune per
identificare le persone – può valere la pena considerare di utilizzare un
telefono e una Sim separati.
Ma non
è tutto.
Negli
ultimi anni è diventato più facile anche nascondere il proprio indirizzo email
ai siti web e ai servizi a cui ci si iscrive.
Lo
strumento “Nascondi la mia email” di Apple, per esempio, permette agli utenti “iOS”
di mantenere privato il proprio indirizzo email principale generandone uno
casuale da utilizzare quando ci si iscrive a un nuovo servizio.
Allo
stesso modo, “Firefox Relay”, che ha un numero limitato di utilizzi gratuiti,
può generare indirizzi email che vengono inoltrati alla vostra casella di posta
principale.
Aumentare
il livello di sicurezza
Essere
totalmente anonimi online è incredibilmente difficile, e il livello di
anonimato necessario dipende dal motivo per cui si cerca di non essere
identificati. Oltre a tutto quanto abbiamo appena scritto (e dal vostro grado
di paranoia), ci sono misure più avanzate che potete adottare.
Potete
per esempio prendere in considerazione un sistema operativo completamente
incentrato sulla privacy e sull'anonimato come “Tails”, che va installato ed
eseguito tramite una “chiavetta Usb” ogni volta che lo si usa.
Per i
dispositivi Android, invece, c'è “Graphene Os”, un sistema operativo open
source che elimina qualunque elemento collegati a Google, così da preservare la
privacy degli utenti.
Infine,
per chi desidera un livello di sicurezza estrema, ci sono una serie di
strategie che possono garantire l'anonimato in rete.
Rimuovere
i microfoni dai propri dispositivi, individuare l'eventuale presenza di cimici,
utilizzare “gabbie di Faraday “o impostare i dispositivi in modo che non si
connettano al mondo esterno.
Si
tratta però di misure piuttosto drastiche, che per la maggior parte delle
persone potrebbero addirittura rivelarsi più problematiche che utili.
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