Ogni cittadino è un bersaglio.
Ogni
cittadino è un bersaglio.
L’Occidente
Soffia Ancora sulla
Destabilizzazione
dei Balcani.
Conoscenzealconfine.it
– (20 Luglio 2025) - Mario Colonna – ci dice:
Dalla
frantumazione della Jugoslavia, i Balcani non hanno mai smesso di rappresentare
il simbolo di quel “divide et impera” di Romana memoria che ha guidato gli
imperialismi occidentali all’imposizione dei propri interessi in giro per il
mondo.
Ancora
oggi, la situazione nella penisola è incandescente, con continue tensioni dove
la longa manus dell’Occidente prova a giocare le sue carte contro l’affermarsi
del multipolarismo.
La
Nuova “Triplice Alleanza.”
Alla
fine di marzo, la Croazia e il Kosovo hanno firmato a Tirana insieme
all’ospitante Albania accordi sulla cooperazione militare che prevedono la
lotta congiunta contro le minacce esterne.
Il
documento principale si compone di quattro punti e prevede cooperazione tra le
parti nell’addestramento e nello svolgimento di esercitazioni congiunte del
personale militare.
A ciò si aggiungono lo scambio di informazioni
di intelligence e soprattutto il “coordinamento delle politiche e delle
posizioni dei partecipanti con le strutture multilaterali euroatlantiche nel
campo della sicurezza e della difesa.”
In
questa nuova “Triplice alleanza” balcanica, Croazia e Albania sono membri Nato
dal 2009, mentre il Kosovo per voce della sua presidenza” Vjosa Osmani”
continua a premere per l’entrata del Paese nell’Alleanza atlantica.
A
cavallo tra luglio e agosto sono previste esercitazioni militari della Triplice
nell’Albania settentrionale e nell’ex Krajina serba in Croazia, aree confinanti
con il Kosovo e la Serbia, come a voler infuocare la già instabile situazione
che attraversa quest’ultima.
Il
Ruolo della Turchia e della Nato.
Alcuni
media russi sottolineano il ruolo della Turchia in questa vicenda.
All’inizio
di gennaio, il Kosovo ha siglato un accordo con la società turca “Mechanical and Chemical Industry
Corporation”
per la creazione entro ottobre 2025 di impianti industriali nel Paese per la
produzione di munizioni e droni.
A
questo va aggiunto che la modernizzazione delle cosiddette “forze di sicurezza”
kosovare sotto l’egida della Nato ha beneficiato di investimenti esteri per
circa 240 milioni di euro provenienti da aziende specializzate di Francia,
Germania, Gran Bretagna, Italia, Turchia e Stati Uniti.
Non
meno attivo è il corridoio creato alla fine degli anni ’90 per la consegna a
“Pristina” di carichi tecnico-militari attraverso i porti dell’Albania
settentrionale. La Nato inoltre monitora lo spazio aereo con droni statunitensi
come il MQ-9A Reaper e Challenger 650 Artemis, un veloce jet privato di lusso,
modificato per agire come aereo-spia e intercettare le comunicazioni altrui.
Una
simile militarizzazione dei Balcani ricorda da vicino la vigilia dei
bombardamenti Nato del 1999, con D’Alema attore protagonista per l’allora
governo italiano di centro-sinistra.
Serbia
e Macedonia, Due Focolai su Cui Soffia l’Occidente.
Se a
Belgrado e in altre città serbe continuano le proteste in primis studentesche
contro il” Presidente Vučić”, la vicina Macedonia del Nord sembra essere
oggetto di attenzioni da parte delle forze filooccidentali.
Lo
scorso marzo, attivisti serbi antigovernativi sono stati arrestati nella
capitale Skopje con l’accusa di voler organizzare disordini nel Paese e
alimentare così i venti di destabilizzazione dell’area, dove l’adesione
macedone ai desiderata occidentali non appare garantita.
La
Macedonia del Nord è entrata nella Nato nel 2020 con un processo di adesione
lampo formalizzato dall’”Unione socialdemocratica di Macedonia” (Usm).
Salita al potere nel 2019, l’Usm ha cambiato
nome al Paese e ha pacificato il rapporto con la Grecia con l’”accordo di
Prespa”.
Nel
2024 tuttavia il “Partito democratico per l’unità nazionale macedone “è tornato
al governo, riprendendo la retorica contro la minoranza albanese e, di
converso, alimentando le richieste di chi vorrebbe la creazione di un “Kosovo
di Macedonia” per gli albanesi su circa un terzo del territorio macedone.
Un
Nuovo “Maidan” all’Orizzonte?
La
controffensiva occidentale all’avanzata dei Brics e delle altre alleanze a
trazione multipolare ha nei Balcani un punto della più generale strategia di
recupero di consenso, o per meglio dire sottomissione, di vaste aree del Sud
Globale.
Le
batoste franco-europee in Africa fanno da contraltare ai bombardamenti
americano-sionisti in Medio Oriente.
Col
parziale disinvestimento Usa in Ucraina, la posizione della Serbia nei Balcani
si fa più difficile, accerchiata com’è da spinte pro-Ue e Nato con cui il Paese
non può che fare i conti, date le difficoltà di mantenere rapporti commerciali
con la Federazione russa, fornitura di armi e armamenti comprese.
L’Inadeguatezza
Italiana e il Silenzio dell’Ue.
Non
sorprende invece la totale nullità delle istituzioni italiane in qualsiasi
dossier di rilievo per il Paese, come quello dei vicini Balcani.
Anzi,
il Presidente Mattarella non ha trovato di meglio da fare che visitare
l’omologo croato nel giorno in cui circa 500 mila persone hanno assistito a
Zagabria al concerto di “Marko Thomposn”, ex militare oggi “cantore” dei
peggiori rigurgiti nazifascisti nella patria degli Ustascia.
“Il
più grande raduno fascista dai tempi Seconda guerra mondiale,“ l’hanno definita
i media serbi, che hanno accusato l’Ue di silenzio complice verso l’evento.
Non c’è di che star sereni…
(Mario
Colonna).
(contropiano.org/news/internazionale-news/2025/07/18/loccidente-soffia-ancora-sulla-destabilizzazione-dei-balcani-0185014).
Siria
in Fiamme, come l’Occidente
Ha Creato l’Ennesimo Stato Fallito.
Conoscenzealconfine.it
– (18 Luglio 2025) - Vincenzo Brandi – ci dice:
Giungono
notizie di scontri interreligiosi tra milizie sunnite e druse nel Sud della
Siria, di cui immediatamente profitta Israele per estendere la sua influenza
nella Siria meridionale ergendosi a “protettore” dei Drusi e bombardando
persino i palazzi del potere a Damasco.
Si
tratta in realtà solo di un ignobile conflitto tra avvoltoi (Israele, Turchia,
USA) che cercano di spartirsi le spoglie di quel martoriato paese, noto un
tempo per essere la sede di una pacifica convivenza tra gruppi religiosi ed
etnici (dai
Sunniti ai Cristiani, dagli Alawiti ai Drusi, dagli Arabi ai Curdi e le
minoranze turcomanne e assire).
La
Siria era l’ultimo baluardo di quel nazionalismo arabo laico, socialista ed
antimperialista, che aveva destato tante speranze tra i popoli del Medio
Oriente e del Nord-Africa, ed aveva avuto i suoi più noti rappresentanti in
Nasser, Gheddafi e Assad padre.
Non si
trattava di regimi perfetti, ma in Siria prima del 2011 erano stati raggiunti
importanti risultati nel campo economico e sociale, e dei diritti umani,
soprattutto delle donne che avevano raggiunto una piena parità.
La pace interetnica e interreligiosa era stata
assicurata nonostante qualche tentativo fallito di colpo di stato condotto da
ambienti sunniti estremisti foraggiati dall’estero.
Dal
2011 è iniziata una sistematica campagna di destabilizzazione e smantellamento
del paese condotta con l’azione di bande terroriste come Al Qaida, ISIS, Al
Nusra, ed infine HTS (Hay’at Tahrir al-Sham) finanziate ed armate dai servizi
segreti occidentali, dalla Turchia ed alcune monarchie arabe reazionarie.
Israele ha contribuito con continui
bombardamenti.
Alla
fine, dopo quasi 15 anni di durissima lotta, lo stato siriano esausto, ed
indebolito anche dal separatismo curdo che si è impossessato in
collaborazione con le truppe USA di tutti i pozzi di petrolio (principale fonte di valuta del
governo) si
è definitivamente sfasciato, aprendo le porte dell’inferno.
Oggi
in Siria a Damasco si è insediato il terrorista, ex dirigente di ISIS ed Al
Qaida, “Ahmed Al Hamraa” (noto come Al Jolani) sostenuto dalla Turchia e dai
servizi occidentali.
Ma il
fatto di essersi messo in giacca e cravatta e di essere protetto direttamente
da USA, Turchia, UK e altri paesi occidentali, non gli ha permesso di governare
su un paese pacificato e unito.
Il
Nord è occupato dai Turchi, il Nord-Est da Curdi e truppe USA, la zona di Al
Tanf al confine giordano da altre truppe USA e altre bande jihadiste, il Sud da
Israele e milizie druse.
Anche
gli Alawiti e gli ex sostenitori di Assad organizzano la resistenza nella zona
costiera, nonostante la feroce repressione delle bande dell’HTS (formate anche da terroristi sunniti
non-siriani, caucasici e centroasiatici) che ha causato il massacro di oltre
1500 civili alawiti.
Il
dramma della Siria non è un caso isolato.
L’Occidente
cerca di distruggere e gettare nel caos ogni stato indipendente che si
frapponga ai suoi voleri.
Negli
anni ’90 fu distrutta la Jugoslavia, e ancora oggi vengono alimentate tensioni
potenzialmente esplosive tra Kosovo e Serbia e tra Musulmano-bosniaci e
Bosniaci serbo-ortodossi.
Già
dall’inizio degli anni 2000 iniziarono i tentativi di destabilizzare l’Ucraina,
allora stato neutrale, e la Georgia.
Il
tentativo in Ucraina è stato infine attuato con il colpo di stato del 2014 che
ha gettato il paese, prima in una sanguinosa guerra civile attuata contro le
popolazioni russofone del Sud e dell’Est (cui veniva vietato persino l’uso
della propria lingua) e poi in una guerra disastrosa con la Russia
(opportunamente cercata e provocata ad arte) che sta distruggendo il paese.
Nel
2011 è stata distrutta la Libia di Gheddafi, uno stato prospero e funzionante
gettato nel caos, anche se per fortuna il paese pare si stia ricompattando in
gran parte sotto la direzione del Parlamento e del Governo di Bengasi.
Oggi
si cerca di destabilizzare tutta la zona caucasica organizzando provocazioni in
Azerbaigian ed Armenia.
Inutile
ricordare la triste sorte di altri paesi come, Sudan, Somalia ed Afghanistan.
Tuttavia
non sempre le ciambelle riescono col buco.
La
Georgia, dopo essere stata trascinata in una disastrosa guerra con la Russia
nel 2008, oggi sembra essersi ripresa ed aver riacquistato una certa
indipendenza.
Il tentativo di destabilizzazione della
Bielorussia è fallito grazie alla saldezza e al radicamento del Governo guidato
dal Presidente Lukashenko.
Anche
i tentativi di destabilizzare il Venezuela sono falliti.
Soprattutto
i picconatori occidentali non riescono a destabilizzare i paesi più forti che
ormai sono sfuggiti al loro controllo, nonostante guerre e pressioni
economiche.
Parliamo
della Federazione Russa che si impone sul campo di battaglia e resiste alle
sanzioni;
dell’Iran
che ha respinto con successo l’aggressione USA-israeliana;
della
Cina che continua a svilupparsi impetuosamente anche nei settori più
tecnologici.
I
vecchi paesi colonialisti ed imperialisti di Nord-America ed Europa non
demordono e minacciano di riarmarsi fino a giungere eventualmente ad un
disastroso (per l’umanità) confronto militare diretto.
Tuttavia i paesi indipendenti, riuniti in alleanze ed
anche organizzazioni come i BRICS, mostrano di avere i mezzi sufficienti per
difendersi ed evitare il peggio.
“Vincenzo
Brandi).
(lantidiplomatico.it/dettnews-siria_in_fiamme_come_loccidente_ha_creato_lennesimo_stato_fallito/58835_61997/).
GMO:
Oltre 700 Persone, per lo Più Bambini,
Uccise
da Israele Mentre Cercavano Acqua.
Conoscenzealconfine.it
– (17 Luglio 2025) – Redazione – infopal.it - ci dice
Gaza.
L’Ufficio Stampa Governativo di Gaza (GMO) ha accusato l’esercito di
occupazione israeliano di aver commesso “uno dei crimini più atroci contro
l’umanità”, conducendo una “guerra deliberata e sistematica della sete” contro
i palestinesi nella Striscia devastata dalla guerra.
In una
dichiarazione diffusa lunedì, il GMO ha affermato che l’esercito israeliano ha
compiuto decine di massacri contro civili che cercavano acqua, uccidendo oltre
700 persone, per lo più bambini.
“L’acqua
viene usata come arma di guerra per punire collettivamente la popolazione e
privarla dei suoi diritti umani più fondamentali”, ha aggiunto il GMO.
Secondo
la dichiarazione, l’esercito israeliano ha colpito 112 punti di
approvvigionamento di acqua dolce e distrutto 720 pozzi, rendendoli
inutilizzabili. Questo ha privato più di 1,25 milioni di persone dell’accesso
ad acqua potabile.
“Ribadiamo
che questa politica razzista costituisce un crimine di guerra a tutti gli
effetti ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e una grave violazione del
diritto umanitario e dei diritti umani internazionali.”
Il GMO
ha inoltre accusato il regime di occupazione israeliano di impedire l’ingresso
di 12 milioni di litri di carburante al mese – la quantità necessaria per far
funzionare il minimo indispensabile di pozzi idrici, impianti di depurazione,
mezzi per la raccolta dei rifiuti e altri servizi essenziali.
Questo
blocco imposto da Israele ha “causato una paralisi quasi totale delle reti
idriche e fognarie, aggravando la diffusione di malattie, in particolare tra i
bambini”, ha dichiarato il GMO.
Il 9
marzo, Israele ha disattivato l’ultima linea elettrica che alimentava l’ultimo
impianto di desalinizzazione dell’acqua a “Deir el-Balah”, nel centro della
Striscia di Gaza, interrompendo la produzione di grandi quantità di acqua
potabile e aggravando ulteriormente la crisi idrica dell’enclave, ha aggiunto
il GMO.
Il GMO
ha lanciato un appello per un’azione internazionale urgente volta a porre fine
immediatamente alla guerra della sete condotta da Israele a Gaza, garantire
l’accesso senza ostacoli all’acqua per i civili e fare pressione sul governo
israeliano affinché consenta l’ingresso di carburante e attrezzature essenziali
per far funzionare i pozzi idrici e le reti fognarie.
(infopal.it/gmo-oltre-700-persone-per-lo-piu-bambini-uccise-da-israele-mentre-cercavano-acqua/).
Gli
Stati Uniti colpiscono l’Iran al fianco di Israele.
La Repubblica Islamica risponde con
minacce
e una pioggia di missili.
Mosaico-cem.it
– (22 Giugno 2025) – Mondo - Anna Balestrieri – ci dice:
Nella
notte tra sabato 21 e domenica 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno bombardato
tre impianti nucleari iraniani: Fordo, Natanz e Isfahan.
L’intervento, condotto in stretto
coordinamento con Israele, segna l’ingresso ufficiale di Washington nel
conflitto scoppiato il 13 giugno, quando Israele ha avviato una campagna
militare su larga scala contro l’infrastruttura nucleare e missilistica della
Repubblica Islamica.
Attacco
congiunto a “Fordo”, “Natanz” e “Isfahan”.
Il
presidente Donald Trump ha annunciato il successo dell’operazione in un
discorso dalla Casa Bianca, affermando che “i siti chiave dell’arricchimento
nucleare dell’Iran sono stati completamente e totalmente obliterati”.
“Fordo”,
l’impianto più protetto, scavato nel sottosuolo, è stato colpito con sei bombe
bunker-buster GBU-57 da bombardieri stealth B-2.
Natanz
e Isfahan sono stati invece bersaglio di 30 missili Tomahawk lanciati da
sottomarini statunitensi nel Golfo.
Secondo
fonti militari israeliane, le strutture colpite includevano anche centrifughe
avanzate, impianti di conversione dell’uranio e depositi per la produzione di
droni e missili balistici.
Secondo
quanto riportato da ABC News, gli Stati Uniti e Israele avevano già simulato
attacchi congiunti contro i siti nucleari iraniani durante l’amministrazione
Biden.
L’attacco di sabato notte rappresenta quindi
il culmine di una strategia militare condivisa, rimasta latente fino
all’attuale fase del conflitto.
Coordinamento
totale con Israele e il plauso di Netanyahu.
Il
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha elogiato l’operazione e
definito Trump “un grande amico di Israele”, con il quale condivide l’idea di
“pace attraverso la forza”.
In un
messaggio registrato ha affermato:
“Con
questa decisione coraggiosa, gli Stati Uniti cambiano la storia.
Israele
ha fatto cose straordinarie, ma oggi l’America ha fatto qualcosa che nessun
altro avrebbe potuto fare.”
Ha inoltre ribadito che l’attacco era
“pienamente coordinato” e che Israele è pronto a negoziare un accordo, ma
“amplierà la guerra se l’Iran colpirà basi americane nella regione”.
Missili
su Tel Aviv, 27 feriti e stop ai voli: la mattinata dopo l’attacco.
All’indomani
dell’attacco statunitense contro i siti nucleari iraniani, l’Iran ha lanciato
una nuova ondata di oltre 25 missili verso Israele oggi, domenica 22 giugno,
causando ingenti danni a diversi edifici a Tel Aviv e ferendo 27 persone, tra
cui una in condizioni moderate e quattro con sintomi di stress acuto.
Il sistema di difesa antimissile israeliano ne
ha intercettati la maggior parte, ma alcuni frammenti hanno colpito aree
residenziali.
Le
compagnie aeree israeliane “El Al”, “Arkia” e “Israir” hanno annunciato la
cancellazione di tutti i voli di rimpatrio “fino a nuovo ordine”, mentre
l’intero spazio aereo israeliano rimane chiuso.
Nel
frattempo, l’aeronautica israeliana ha colpito nuove postazioni missilistiche e
forze armate iraniane a ovest del Paese.
Hamas
ha condannato l’operazione americana definendola “aggressione palese”, e i
ribelli Houthi hanno promesso una risposta, parlando di “questione di tempo”.
Anche il primo ministro britannico “Keir Starmer” ha commentato, definendo il
programma nucleare iraniano “una minaccia grave alla sicurezza globale” e
invocando una soluzione diplomatica per fermare l’escalation.
La
risposta dell’Iran e la minaccia di escalation.
L’Iran
ha confermato l’attacco attraverso l’”agenzia IRNA”, riferendo danni alle
strutture di Fordo, Natanz e Isfahan, ma ha negato la presenza di perdite
radioattive.
L’Agenzia Atomica iraniana ha annunciato che
il programma nucleare continuerà.
Un commentatore della TV di Stato ha affermato
che “ogni cittadino e soldato americano nella regione è ora un bersaglio
legittimo”.
Nel
fine settimana, l’Iran aveva lanciato cinque missili balistici verso Israele:
tutti
sono stati intercettati, ma uno dei frammenti ha innescato un incendio sul
tetto di un edificio a Tel Aviv.
L’IDF
ha risposto colpendo nuovamente il sito di Isfahan con 150 ordigni lanciati da
50 caccia.
Sono
stati distrutti anche quattro lanciatori di missili balistici e tre comandanti
di alto livello dei Guardiani della Rivoluzione sono stati uccisi.
Intanto,
l’IDF ha riferito che un proiettile caduto ad Haifa potrebbe essere stato
causato da un malfunzionamento del sistema di intercettazione, sottolineando le
difficoltà operative legate alla difesa antimissile durante l’attuale fase del
conflitto.
Massima
allerta in Israele e chiusura dello spazio aereo
A
seguito dell’attacco statunitense, Israele ha elevato al massimo il livello di
allerta: vietati tutti gli assembramenti, chiuse scuole e attività non
essenziali. Lo spazio aereo israeliano è stato chiuso, mentre i valichi con
l’Egitto e la Giordania restano aperti.
Timori
per l’ingresso di Hezbollah e allargamento ulteriore del conflitto.
Le
forze di difesa israeliane monitorano con attenzione i movimenti di Hezbollah,
che finora non ha attaccato ma resta in stato di allerta.
L’IDF
considera probabile un coinvolgimento del gruppo sciita libanese, che potrebbe
aprire un secondo fronte a nord.
Anche
l’Iraq ha condannato con forza l’attacco statunitense, definendolo “una grave
minaccia alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente” e invocando una
de-escalation immediata attraverso la via diplomatica.
Riad ha espresso “profonda preoccupazione” per
l’escalation e ha sollecitato una soluzione politica alla crisi.
Trump:
“O pace, o tragedia.”
Trump
ha ribadito di non volere un cambio di regime, ma ha avvertito che ogni
ulteriore provocazione iraniana sarà seguita da nuovi attacchi “con rapidità,
precisione e forza maggiore”.
In un post su “Truth Social” ha scritto: “Ora
è il momento della pace. Altrimenti, l’Iran affronterà una tragedia più grande
di quanto visto finora”.
Condanna
dell’ONU e incertezza globale.
Il
Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato
l’intervento americano, definendolo “una pericolosa escalation in una regione
già sull’orlo del baratro” e ha esortato alla de-escalation immediata.
Con
l’ingresso diretto degli Stati Uniti nel conflitto, lo scontro Israele-Iran si
trasforma in una crisi regionale con implicazioni globali.
Mentre Israele rivendica la legittimità
dell’operazione come difesa preventiva, l’Iran minaccia ritorsioni su vasta
scala, in particolare nei confronti di cittadini americani che si trovino sul
suolo iraniano.
La già
fragile finestra per una soluzione diplomatica si è ristretta ulteriormente.
Guerra
cognitiva, sempre più efficiente
ed
economica anche grazie
all’Intelligenza
Artificiale.
Tech4future.info
– Enrico Verga – (26-6 -2025) – ci dice:
Guerra
cognitiva: cos'è, perché è sempre più diffusa, anche grazie all’uso
dell'Intelligenza Artificiale, i rischi.
La
guerra cognitiva è, di fatto, una riprogrammazione delle menti dei cittadini.
Essa richiede una elaborata strategia di manipolazione di ogni fonte media a
cui il cittadino può accedere.
All’interno
di questa strategia trovano spazio sia fake news che deepfake.
In passato si parlava di propaganda:
un’attività,
di norma, piuttosto semplice.
Oggi
con la guerra cognitiva il campo di battaglia che deve essere conquistato e
vinto diviene l’uomo stesso:
in
ambito militare si parla di “dominio umano”.
Diversamente
dal passato la guerra cognitiva non fa discriminazione tra civili e militari.
Ogni
uomo è indistintamente un bersaglio, una potenziale risorsa attiva (coinvolta
nel conflitto) o passiva (inconsciamente coinvolta ma senza saperlo).
Di
“dominio umano” si può dare una definizione che abbraccia, approssimativamente,
tutto il campo di battaglia:
il
dominio umano è l’area, il bersaglio sono le capacità cognitive dell’individuo
o di una comunità, tale bersaglio viene attenzionato con tecniche e strumenti
che possono alterare la sua capacità di ragionare, prendere decisioni e
comportamenti, in modo da alterare l’agire e il pensare del soggetto a
vantaggio dell’attaccante.
L’innovazione
della “data economy” intesa come quell’economia che fa leva sui “big data”, è
il tipo di struttura su cui opera la guerra cognitiva.
Tutti i social media occidentali sono un
territorio perfetto per acquisire dati in modo legale, direttamente, per
inferenza o illegalmente (furto di dati privati, magari acquisiti nel dark
web).
Le
origini di quello che “Soshanna Zuboff “chiama “capitalismo della sorveglianza”
parte dall’acquisizione di una grande mole di dati personali o generici [per
approfondire questo tema leggi “Algocrazia e capitalismo di sorveglianza:
viviamo in un mondo governato dagli algoritmi” con la nostra intervista a
“Soshanna Zuboff” – ndr].
Prima
di analizzare come gli “algoritmi generativi e predittivi “possono
ulteriormente magnificare questa strategia consideriamo gli elementi base della
guerra cognitiva fatta da umani contro altri umani.
L’importanza
di empatia ed emozioni nella guerra cognitiva.
Il
fattore emozionale è molto valorizzato dalla guerra cognitiva.
I social media, e tutte le tecnologie che si
possono usare facendo leva su essi, hanno una forte componente emozionale.
Ogni
sito internet, ogni app, ogni piattaforma sociale seria è strutturata per
essere altamente emozionale.
L’utilizzo
dei social media per creare camera di eco, utili per amplificare fake news o
deep fake news, sono di solito legate a strategie che fanno leva sulle emozioni.
Combinando
i decennali studi sulle neuroscienze e le nuove tecnologie digitali si può
stimolare il corpo umano a produrre neurotrasmettitori (come la dopamina,
adrenalina, etc.) grazie a immagini, suoni, video.
Se vogliamo un esempio di applicazioni
emozionale, facendo leva sulle “droghe” biologiche create dal nostro corpo,
possiamo considerare le sinergie degli e-commerce.
Pensiamo,
per esempio, ai rapporti stretti che legano la “dopamina” e le strategie di
acquisti on line.
Queste
sostanze prodotte dal nostro corpo sono la prima linea su cui può agire una
strategia di guerra cognitiva.
Anche
attenzione e ignoranza sono rilevanti nella guerra cognitiva.
La
guerra per l’attenzione, e il multitasking, sono altri due elementi rilevanti
nella guerra cognitiva.
Questi
decenni saranno sicuramente ricordati come l’epoca della disattenzione globale.
La
capacità di focalizzarsi su un singolo tema, un singolo argomento, in un’epoca
di iper-stimoli digitali, è ormai cosa rara.
Quello
che molti decantano come evoluzione, il multitasking, è un’attitudine che
caratterizza gli esseri viventi che vivono in ambienti ostili.
Vivere
in un ambiente ostile richiede capacità di svolgere differenti mansioni
contemporaneamente: non è un sintomo di evoluzione ma una necessità del sistema
sociale in cui vivono.
La
capacità di focalizzarci su un singolo aspetto ha permesso alla razza umana di
evolversi, partendo da uno scenario di cacciatori raccoglitori. Internet, e la
sua promessa di libertà digitale, sta invertendo questo fenomeno, quanto meno a
livello mentale.
Il nostro modo di affrontare la rete altera il
processo con cui il cervello opera:
nel modo di apprendere le informazioni,
classificarle, gestirle e costruire, con esse, un percorso evolutivo personale.
Aggiungiamo
che la an-alfabetizzazione di ritorno, in Occidente, è in veloce crescita.
L’inabilità
dei cittadini di comprendere appieno articoli o testi più lunghi di 30 righe,
in America, interessa circa il 20% della popolazione.
Questa
deficienza cognitiva spinge sempre più cittadini ad usare fonti di informazione
audio visive, più facilmente comprensibili dall’utente ma, egualmente,
facilmente manipolabili grazie alle tecnologie digitali.
Memoria
e scorciatoie.
Ultimo
aspetto da ricordare è il concetto di “memoria esterna”.
Molti
umani sono abituati, oltre ad applicare scorciatoie mentali inconsce, ad essere
fortemente dipendenti da fonti esterne, potremmo definirli “hard disk” estesi:
ricordiamo
pochi elementi e facciamo affidamento su strumenti tecnologici digitali per
“estendere” le nostre memorie (Internet off-loading, in gergo).
“Waze”
per ricordarci meglio le strade,” Google “per approfondire le notizie e così
via.
Ovviamente
quando queste fonti vengono contaminate il cervello è hackerato sin dalle
origini del processo cognitivo.
Anche
la guerra cognitiva diventa più efficiente.
Tutto
il processo di guerra cognitiva, apparentemente semplice, richiede il
dispiegamento di molte risorse:
strateghi
umani, fabbriche di contenuti gestiti da troll biologici, hacker, data
scientist più l’hardware e il software necessario.
Al
momento la guerra cognitiva risulta ancora costosa ma, grazie all’arrivo di
algoritmi gli investimenti necessari per questa forma di manipolazione dei
cittadini diventerà sempre più economica.
Gli algoritmi
predittivi e creativi, quando saranno completamente integrati nelle strategie
di guerra cognitiva, magnificheranno questo tipo di conflitto in modo ampio e
devastante.
La
capacità di dispiegare algoritmi cognitivi, predittivi e creativi (d’ora in poi
semplicemente “sintetici”) permette di ridurre drasticamente i costi umani e i
tempi di generazione di contenuti.
Con un
qualunque test su Dall-E2 o ChatGPT4 si può osservare quante immagini o testi
possono essere creati in pochi attimi e in quantità rilevanti.
Sono oltre 150, in crescita, le aziende ad
oggi che stanno sviluppando sintetici per differenti applicazioni algoritmiche,
tra le quali anche chatbot che “giocano a fare Dio”.
Consideriamo
un esempio per comprendere come può essere facile generare deepfake news
utilizzabili in guerra cognitiva.
Immaginiamo
che la deepfake news consista in un politico che dichiara cose “plausibilmente”
allineate con il suo storytelling.
In questo caso è molto più facile, per un
osservatore distratto, ritenere vero il contenuto e diffonderlo.
Maggiore
sarà l’importanza del contenuto maggiore la possibilità che esso diventi virale
su media tradizionali e social media.
Facciamo
un esempio usando la recente crisi ucraina:
se
Vladimir Putin dichiara in video che vuole distruggere l’Ucraina con armamento
atomico l’ascoltatore medio potrebbe credere che questa affermazione sia
veritiera (allo stato attuale un evento che non ha avuto luogo).
Se
Henry Kissinger, famoso consigliere di tutti i presidenti americani della
guerra fredda, dichiara che per l’Ucraina si dovrà trovare un accordo che
faccia felici tutti, russi compresi (evento accaduto), l’ascoltatore medio
potrebbe ritenere questa informazione falsa, considerando la visione della
leadership americana nei confronti del conflitto.
Ricetta
perfetta con Intelligenza Artificiale aggiunta
Ora
per concludere consideriamo e uniamo tutti gli elementi.
Il
politico, pubblicitario, pr, lobbysta o altra entità (con desideri e strategie
malevole) decide di scatenare una guerra cognitiva contro un definito gruppo di
individui: una nazione.
Lo
scopo della guerra cognitiva è creare i presupposti perché i leader politici,
prossimi alle elezioni, non vengano democraticamente rieletti.
Prima
di tutto si deve creare uno studio per mappare i fenomeni sociali, culturali e
politici del bersaglio.
È un lavoro costoso ma, fortunatamente,
dispiegando i sintetici (e varie tecniche e soluzioni basate su Intelligenza
Artificiale) si può mappare differenti tendenze, nicchie e sotto nicchie dei
cittadini della nazione.
Poi si
deve saturare la sfera cognitiva dei bersagli (l’equivalente bellico del fuoco
di saturazione).
È un lavoro di creazione di contenuti
quotidiano. Anche in questo caso posso utilizzare dei sintetici creativi che
generano contenuti scritti, audio o video di qualità in quantità massiccia.
Poi si
dovranno diffondere i contenuti.
È un
lavoro che richiede molti troll umani.
Anche
in questo caso posso utilizzare algoritmi che generano account nelle maggiori
piattaforme sociali e riescono a gestirli in modo veloce, con una ridotta
supervisione umana.
Per
mantenere aggiornate le strategie devo continuare a monitorare come il
bersaglio si comporta.
Sarà
poi importante comprendere come la classe politica che mira a essere rieletta
reagisce alla nostra guerra cognitiva.
Anche in questo caso posso utilizzare
sintetici che, coordinati da umani, possono interagire e mappare ogni
significativo evento dell’avversario o della popolazione bersaglio.
Ovviamente
un’operazione del genere, pur se addizionata di sintetici in ogni passaggio,
costerà centinaia di migliaia di euro.
Una
cifra probabilmente ridotta se paragonata a una guerra cognitiva completamente
fatta da umani.
Ovviamente
influenzare le elezioni di una nazione democratica può portare a vantaggi
economici che sono ben maggiori di poche centinaia di migliaia di euro
investiti.
Ricordiamoci
che nei prossimi mesi ci saranno elezioni europee e americane.
Tecnopolitica.
L’intervista
ad Asma Mhalla.
Radiopopolare.it
– (8 Aprile 2025) - Raffaele Liguori – ci dice:
A
Pubblica si è parlato di “tecnopolitica” con una delle più autorevoli studiose
del momento.
Si tratta di Asma Mhalla, che insegna a Parigi
(a Science Po) e a New York (alla Columbia University).
Mhalla è franco-tunisina.
In
Italia è stata appena pubblicata l’edizione italiana del suo principale lavoro
di ricerca che si intitola appunto “Tecnopolitica. Come la tecnologia ci rende
soldati” ed è pubblicato dall’editore ADD.
La
tecnopolitica – secondo Mhalla – è l’incrocio tra le Big Tech (i colossi della
tecnologia che hanno sempre più una loro agenda politica) e il Big State, uno
Stato onnipotente che aspira alla forza e alla potenza.
E noi
cittadini?
Come
utenti delle iper-tecnologie (smartphone, app, etc.) siamo nel mezzo tra lo
spazio civile e quello militare creato da queste tecnologie.
Noi
cittadini – racconta Asma Mhalla – possiamo diventare bersagli (di una guerra
dell’informazione, di una propaganda, di fake news, di un tentativo di
controllo). In quanto bersagli possiamo anche diventare cyber-combattenti.
Che cos’è la tecnopolitica?
Il
concetto di tecnopolitica lo propongo per affermare che la tecnologia, ancora
prima di indicare una tecnica o una gamma di strumenti utili, è un vettore
politico. Per capire quello che succede nel nostro secolo – con le sue nuove
forme di potere e di potenza – bisogna capire questo aspetto della tecnologia,
e cioè che è un vettore politico.
Il
titolo con la parola “tecnopolitica” serve a comprendere quanto sta avvenendo
nel nostro mondo, negli Stati Uniti o in Europa.
È necessario che gli intellettuali adottino un
pensiero che faccia sistema, vale a dire non tante specializzazioni a
compartimenti stagni, ma un approccio più globale, sistemico, più
interdisciplinare o transdisciplinare.
È
fondamentale.
La
parola trae ispirazione dall’inglese “technopoliticsi”, che è veicolo di questo
intreccio fra discipline.
È la tecnopolitica responsabile della
trasformazione dei cittadini in cittadini-soldati?
Sì, è
questo il punto.
Una delle tesi di Tecnopolitica è che il
maggiore elemento di rottura rappresentato dalle iper-tecnologie che descrivo
sta nel loro essere per natura – o by design – duali.
Double use, in inglese:
ovvero
sono allo stesso tempo civili e militari.
Una
volta capito e assimilato questo concetto, si capisce meglio che, ad esempio,
uno spazio come i “social network” – e nel futuro realtà come gli impianti nel
cervello o il metaverso, che probabilmente tornerà di qui a poco nel dibattito
pubblico – non sono semplicemente strumenti di lavoro o personali (che usiamo
per avere informazioni, notizie, come passatempo, per sapere cosa fanno gli
amici…) ma sono anche un’arma di guerra.
Quegli spazi pubblici sono stati
militarizzati.
È il caso delle guerre dell’informazione o,
per il futuro, delle cosiddette guerre cognitive.
Il
dualismo di questi strumenti salta agli occhi nel caso dei sistemi di
intelligenza generativa.
Possiamo
usarli per lavorare, per tradurre un testo o per avere informazioni, ma
possiamo usarli anche sul campo di battaglia, la guerra, per ottenere, ad
esempio, uno scenario strategico, un’operazione militare in tempo reale.
Così
si capisce che i confini finora esistenti tra sfera civile e sfera militare si
stanno sfaldando: quello che è civile diventa militare.
E
viceversa.
La
conseguenza diretta di ciò è che ogni cittadino – attraverso lo smartphone o le
app che ha scaricato – può diventare un bersaglio, bersaglio di una guerra
dell’informazione, di una propaganda, di fake news, di un tentativo di
controllo o di una manipolazione del suo comportamento o del suo voto, di un
confinamento algoritmico ecc.
Lo
vediamo oggigiorno negli USA, soprattutto con” X” di Elon Musk.
Da spazio pubblico, il social network si è
trasformato in arma di propaganda di massa.
Questo
dualismo ci aiuta a capire che, in quanto bersagli, dovremmo prendere coscienza
delle implicazioni politiche e geopolitiche delle iper-tecnologie e diventare
di conseguenza cyber combattenti, che usano meglio e con maggiore
consapevolezza certi strumenti.
Anche
con maggiore diffidenza.
Chi sono i soggetti a cui ci riferiamo quando
parliamo in modo generico di “tecnologia”?
Perché
questi soggetti sono oggi degli attori politici?
Le Big
Tech, i giganti tecnologici, non sono semplicemente imprese private.
In molte analisi sono state interpretate come
grandi aziende quotate in borsa ecc. La verità è che le Big Tech sono grandi
entità e attori di natura ibrida:
da un
lato imprese private, big corporations o mega piattaforme, dall’altro sono
anche veri attori militari.
Basti
pensare oggi a “Starlink “di Elon Musk in Ucraina, a “Palantir “di “Peter Thiel”,
anche questo in Ucraina.
Quindi
abbiamo degli attori che diventano militari e rappresentano colli di bottiglia
geostrategici del cyberspazio.
Non
forniscono semplicemente servizi o app, ma sono attori geopolitici tecnologici
dal punto di vista sia militare sia ideologico.
Lo
abbiamo visto il 20 gennaio 2025, quando alla cerimonia di insediamento di
Donald Trump era presente una “broligarchia” composta dai guru della Silicon
Valley, che hanno giurato fedeltà al presidente:
Elon
Musk, Mark Zuckerberg, Peter Thiel, David Sacks, Jeff Bezos di Amazon ecc. Così
si capisce che abbiamo a che fare con attori sistemici, ibridi e soprattutto
globali.
Tecnopolitica è un libro sul potere.
Il
potere della tecnologia è l’ultima forma conosciuta di potere?
Il
potere tecnologico è più vicino alla democrazia o all’autocrazia?
Ottima
domanda.
In
realtà appare molto chiaro: quando dico che la tecnologia è politica, voglio
dire che la tecnica è un veicolo che non è mai neutra, che per forza di cose
diffonde e riflette una serie di giudizi, di scelte, di visioni del mondo,
valori, priorità politiche e ideologiche…
Detto
ciò, oggi abbiamo due problemi dal punto di vista, per così dire, dei
contropoteri democratici.
Il
primo è che è molto difficile trovare un contropotere per queste mega
corporations, le Big Tech.
L’unica risposta escogitata finora è,
soprattutto in Europa, passare attraverso le regolamentazioni legislative, la
legge:
pensiamo ai pacchetti di norme come il”
Digital Market Act “o il “Digital Service Act”.
Tuttavia,
per quanto sia una buona idea, l’applicazione delle regole è stata un po’ più
lenta.
E poi,
oggi, con un’amministrazione americana come quella di Donald Trump, ci rendiamo
conto che il rapporto di forza è assai squilibrato, con il rischio che potremmo
trovarci costretti a non poter applicare i regolamenti (com’è stato già
annunciato).
A
questo elemento di risposta se ne aggiunge un secondo.
Il
fatto che le tecnologie sono a tutti gli effetti infrastrutture di pubblica
utilità: un social network è uno spazio pubblico;
i satelliti Starlink sono veicoli di
connessione (oltre che strumenti di guerra, come in Ucraina).
Le “IA
generative”, quando vengono sfruttate a fini politici geopolitici o militari,
non sono più semplicemente strumenti a uso privato, a fini pratici o di
conforto. Adottando quest’ottica, si nota un dilemma, un problema:
disponiamo di infrastrutture di pubblica
utilità – anch’esse sistemiche – che però sono nelle mani di un potere
arbitrario, nelle mani di poche persone.
Persone che possiamo contare sulle dita di una
mano.
Quindi
a essere problematico è lo status giuridico delle Big Tech.
Possiamo
lasciare nelle mani di pochi, nelle mani di un potere arbitrario, delle
infrastrutture così importanti, centrali per la civiltà?
Negli USA tempo fa si è proposto di cambiare
lo status giuridico delle Big Tech, trasformandole in common carriers (in
vettori pubblici), ma purtroppo anche in questo caso non si è andati molto
lontano.
E
quindi oggi ci troviamo con dei giganti tecnologici che hanno un’agenda
chiaramente antidemocratica e contro i quali disponiamo di scarsissimo potere.
La
conclusione è che possono diventare un’autostrada verso forme di totalitarismo
o almeno di tecno-autoritarismo.
Nell’era attuale del potere della tecnologia,
la divisione dei poteri alla Montesquieu esisterà ancora oppure il potere
tecnologico aspira a diventare allo stesso tempo esecutivo, giudiziario e
legislativo?
Domanda
molto interessante.
Montesquieu è un pilastro non solo
dell’Illuminismo ma della nostra architettura democratica, cosiddetta liberale,
vale a dire la separazione dei tre poteri.
Oggi
quello che osserviamo negli Stati Uniti è molto curioso, perché si assiste un
enorme aumento del potere esecutivo, e in parallelo una disistima del potere
giudiziario e legislativo.
È
evidente.
Negli
Stati Uniti il Congresso si limita a ratificare le decisioni del governo e la
Corte Suprema è stata assorbita in un certo senso dalla Casa Bianca e quindi
dal potere esecutivo.
In
molte occasioni sia Donald Trump sia il vicepresidente Vance hanno parlato del
loro disprezzo per la legge, o meglio in cui si spiega che la legge sono loro.
Quindi sì, esiste una deriva democratica in
cui il potere esecutivo pesa sempre di più, è sempre più totalizzante e mostra
l’ambizione di porre sotto controllo il potere legislativo e giudiziario.
Questo
è ormai un dato di fatto negli Stati Uniti.
Il
problema che abbiamo qui in Europa è che certi partiti e leader politici sono
ora affascinati da ciò che avviene oltre l’Atlantico e vogliono importare e
replicare quel modello.
Dobbiamo
quindi essere estremamente vigili sulla separazione dei poteri e
sull’architettura democratica.
E il problema che abbiamo è che le nostre
democrazie oggi sono esauste:
ci
sono stati troppi “tradimenti”, difficoltà di rappresentanza politica nel modo
in cui hanno funzionato negli ultimi anni, in particolare dopo il Covid, poi la
guerra in Ucraina e così via.
Oltre che nel tenere conto delle richieste
delle popolazioni, dei popoli e dei cittadini.
E così
si arriva a un punto in cui si prova una grande stanchezza o un malessere
democratico e, in aggiunta, l’odierno potere politico o esecutivo americano si
sta fondendo con il potere tecnologico.
Quindi,
se si mette insieme tutto questo, si corre il rischio di avere una bomba a
orologeria negli anni a venire.
Sì, è
così.
Avendo
a disposizione lo scettro della tecnologia (Big Tech), Donald Trump cercherà di
privatizzare la politica, cominciando dalla privatizzazione della pubblica
amministrazione, dei ministeri?
La
privatizzazione della politica è sotto gli occhi di tutti.
Soprattutto
con il D.O.G.E. (il dipartimento cosiddetto per l’«efficienza governativa»)
guidato da Elon Musk.
Sì, c’è chiaramente una privatizzazione del
potere esecutivo.
E ciò
che è molto interessante osservare è che oggi, a capo degli Stati Uniti, non
c’è più nessun potere politico.
A capo
di Washington e della Casa Bianca ci sono due uomini d’affari:
un
uomo d’affari tradizionale, magnate del settore immobiliare e poi star dei
reality (che gestisce la politica americana come uno show o un reality) e poi
un imprenditore iper-tecnologico della Silicon Valley, che non è più molto
presente nella Silicon Valley e che detiene una forma di potere tecnologico.
E quindi sì, oggi è persino peggio della
privatizzazione della politica. Probabilmente il capitalismo ha cancellato la
politica.
Assistiamo
all’annullamento della politica per mano del potere tecno-capitalista.
Sì,
c’è una sostituzione del potere politico.
Una
privatizzazione, certo; a capo degli Stati Uniti, ci sono solo due uomini
d’affari, in un certo senso non c’è praticamente più la politica.
Ci
sono – come dicevo – due uomini d’affari:
uno con il DOGE (il dipartimento sulla
pubblica amministrazione) e il potere tecnologico; l’altro, Donald Trump, che
rappresenta il potere esecutivo.
Entrambi,
il potere esecutivo e quello tecnologico, si sono fusi. E in un certo senso è
una grande vittoria del tecno-capitalismo, soprattutto.
Secondo
lei, la finanza, la grande industria mondiale, determinano sempre le scelte
politiche?
Wall
Street conta ancora o è in ritirata di fronte al potere delle grandi imprese
tecnologiche?
Le due
cose non si escludono a vicenda, Wall Street è comunque un riflesso dei nuovi
poteri.
Il
capitalismo ha questa particolarità di evolversi con i tempi, in un certo modo.
Quindi oggi non c’è Wall Street da una parte e il potere tecnologico
dall’altra.
Wall
Street oggi riflette la forza del potere tecnologico.
D’altra
parte, quando Elon Musk ha assunto la guida del DOGE con lo smantellamento
dello Stato federale, quello che abbiamo osservato è che una parte della
società civile aveva iniziato a lanciare operazioni contro Tesla, con
l’operazione “Tesla take down,” per esempio, ma questo non ha avuto successo,
non ha inciso sul valore di mercato di Tesla.
Quindi,
in un certo senso, non si è riflesso sul potere finanziario di Musk.
Il
potere tecnologico e il potere finanziario si alimentano e si proteggono a
vicenda, nonostante le operazioni della vita reale, nonostante la protesta
politica.
La guerra porta morte e distruzione.
Oggi, attraverso la guerra e la corsa agli
armamenti, esiste una potenza che crede di poter riequilibrare i rapporti di
forza su scala planetaria?
Oggi
c’è un principale rapporto di forze che determina il futuro e la morfologia del
prossimo ordine mondiale e che è quello tra Stati Uniti e Cina.
Questo
è molto chiaro.
Si è cristallizzato intorno alla questione
dell’intelligenza artificiale, in particolare quella a uso militare, perché è
la vera posta in gioco, la questione della leadership mondiale.
Non si
può pensare all’egemonia senza il predominio militare.
Da questo punto di vista, l’intelligenza
artificiale è al centro di una nuova corsa agli armamenti.
Il
primo elemento è la rivalità geostrategica: gli Stati Uniti contro la Cina.
E poi
ci sono gli altri conflitti, per esempio con l’Ucraina, e oggi vediamo il tira
e molla e la buona intesa tra Washington e Mosca, tra Trump e Putin.
Quindi
l’interpretazione che potremmo dare, ma che andrebbe verificata nel tempo, è
che abbiamo tre blocchi, diciamo tra Cina, Russia e Stati Uniti, che stanno
ridefinendo le loro sfere di influenza.
Presa
mezzo a tutto questo c’è l’Europa, stretta tra la Russia e gli Stati Uniti.
Temo che la questione ucraina sia in realtà
uno stress test o un tentativo di Washington e Mosca di ridefinire i confini
delle rispettive zone di influenza intorno alla questione europea.
Ma sta
anche diventando sempre più chiaro che l’Europa è assente e impercettibile in
questa nuova distribuzione delle sfere di influenza e temo che non siamo più un
soggetto.
Non
siamo più soggetti del nostro destino o attori, ma siamo diventati una posta in
gioco.
Quindi a un certo punto dovremo ripensare la
nostra esistenza e la nostra identità politica, alla luce di questo nuovo
equilibrio di poteri e questo nuovo stato di cose.
Ecco
perché abbiamo bisogno di politici estremamente coraggiosi, ma soprattutto che
lavorino.
In altre parole, al di là dei discorsi e delle
promesse e così via, dobbiamo lavorare davvero sulla nostra esistenza e questa
non può, diciamo, avere sostanza se non abbiamo una vera strategia
tecno-industriale per esistere.
Se non
abbiamo una vera visione militare per poter esistere nell’equilibrio delle
potenze, e non solo su base individuale, cioè l’Italia da una parte, la Francia
dall’altra, il Regno Unito dall’altra ancora, la Germania qui, ecc.
Dobbiamo
davvero raggiungere un accordo su progetti strategici comuni, ma progetti
reali, non solo summit e discorsi.
E qui
siamo ancora lontani dall’obiettivo.
(Raffaele
Liguori).
USA in
guerra:
Trump bombarda l’Iran nucleare.
Futuroprossimo.it
- Gianluca Riccio – (22 Giugno 2025) – ci dice:
Trump
lancia primi attacchi USA diretti contro Iran. Colpiti 3 siti nucleari con
bombe bunker-buster.
Teheran
minaccia basi americane. Escalation totale.
Il
tabù è caduto: gli USA sono in guerra con l’Iran.
Quella che fino a ieri era solo una
possibilità remota è diventata realtà nel giro di poche ore.
Donald
Trump ha fatto quello che nessun presidente americano aveva mai osato:
attaccare direttamente l’Iran.
Non
per procura, non attraverso alleati, ma con i bombardieri stealth B-2 americani
che hanno sganciato le loro bombe bunker-buster sui siti nucleari di Fordow,
Natanz e Isfahan.
“Abbiamo
completato il nostro attacco di grande successo ai tre siti nucleari iraniani”,
ha scritto Trump su “Truth Social “ieri sera.
“Un carico completo di BOMBE è stato sganciato
sul sito principale, Fordow”.
Il presidente ha parlato alla nazione alle
4:00 ora italiana, in quello che ha definito un “momento storico per gli Stati
Uniti, Israele e il mondo”.
Da
Israele agli USA in guerra: l’escalation inarrestabile.
Era
iniziato tutto con l’operazione israeliana “Leone che sorge” del 13 giugno.
Benjamin Netanyahu aveva colpito per primo, ignorando i tentativi diplomatici
(veri o presunti) di Trump.
Come vi raccontavamo in questo articolo,
quello che doveva essere un attacco chirurgico israeliano si è trasformato in
qualcosa di molto più grande.
L’Iran
ha risposto con centinaia di missili contro Israele.
Israele ha replicato.
L’Iran
ha minacciato le basi americane. E a quel punto Trump ha fatto la sua scelta.
La
svolta è arrivata con il briefing dell’8 giugno del generale “Dan Caine”, capo
dello stato maggiore congiunto.
Secondo fonti della Casa Bianca, Trump si è
convinto che la minaccia nucleare iraniana fosse reale e imminente.
“L’Iran poteva produrre un’arma nucleare in
pochi mesi”, ha spiegato il presidente.
La diplomazia aveva fallito, i negoziati di
Ginevra erano naufragati, Khamenei continuava ad arricchire uranio.
USA in
guerra.
Gli
USA in guerra con i bombardieri fantasma.
L’operazione
americana ha una precisione chirurgica che solo i B-2 Spirit possono garantire.
Questi
bombardieri stealth, praticamente invisibili ai radar, possono trasportare le
bombe bunker-buster GBU-57 da 14 tonnellate, le uniche in grado di penetrare le
fortificazioni di “Fordow”.
Il
sito, costruito 300 metri sotto una montagna, era considerato inespugnabile. E
adesso sono già in corso le valutazioni dei danni.
L’attacco
ha colpito anche “Natanz”, il cuore storico del programma nucleare iraniano già
devastato dal virus Stuxnet nel 2010, e “Isfahan”, centro di ricerca e
produzione.
Trump
ha confermato che “tutti gli aerei sono ora fuori dallo spazio aereo iraniano”
e che l’operazione è stata “un successo completo”.
Il
prezzo di vite umane è ancora una volta alto.
I media iraniani parlano di oltre 200 vittime
civili, mentre anche Israele continua a colpire:
oggi la morte di altri scienziati nucleari,
tra cui “Isar Tabatabai-Qamsheh”, ucciso nella sua abitazione insieme alla
moglie.
La
reazione iraniana agli USA: “Ogni americano è un bersaglio.”
La
risposta di Teheran non si è fatta attendere.
La tv
di stato ha trasmesso un messaggio inequivocabile:
“Ogni
base militare e ogni cittadino americano nella regione sono ora un bersaglio”.
Con
40.000 soldati americani dislocati in Medio Oriente, la minaccia è tutt’altro
che simbolica.
La
Guida Suprema Ali Khamenei aveva già avvertito che “qualsiasi ingresso militare
americano sarà accolto con danni irreparabili”.
Ora
che l’ingresso c’è stato, la palla passa all’Iran.
Le opzioni di Teheran sono limitate ma
devastanti:
dal
blocco dello Stretto di Hormuz (che porterebbe il petrolio a 200 dollari al
barile) all’attivazione delle cellule dormienti nei paesi del Golfo.
I
prossimi scenari con gli USA in guerra: tre strade verso l’abisso.
Scenario
1: La guerra regionale.
L’Iran attiva tutti i suoi proxy: Hezbollah
dal Libano, Houthi dallo Yemen, milizie sciite dall’Iraq.
Israele
e Stati Uniti si trovano a combattere su sette fronti simultaneamente.
È lo scenario che Netanyahu ha sempre temuto e allo
stesso tempo desiderato: la guerra definitiva contro l’asse sciita.
Scenario
2: L’escalation atomica.
L’Iran
esce formalmente dal “Trattato di Non Proliferazione “e annuncia di star
costruendo la bomba.
Trump
e Netanyahu decidono di colpire di nuovo, questa volta per cancellare
definitivamente ogni traccia del programma nucleare iraniano.
Ma l’Iran potrebbe avere siti segreti che
l’intelligence non conosce.
E questo senza contare un possibile
coinvolgimento di altri paesi BRICS.
Scenario
3: Il crollo interno.
I
bombardamenti americani potrebbero scatenare una rivolta popolare contro il
regime degli ayatollah.
È lo scenario più ottimistico per Washington,
ma anche il più imprevedibile.
Un
Iran in guerra civile con migliaia di armi potenzialmente sparse sul territorio
non è necessariamente una buona notizia per il mondo.
Trump
e il gioco più pericoloso.
“Time
for Peace”. Parole del tutto fuori contesto.
Non ci
girerò intorno:
il
presidente che aveva promesso di “tenere l’America fuori dalle guerre” si
ritrova ad aver scatenato quella che potrebbe diventare la Terza Guerra
Mondiale.
Ma Trump ha una logica precisa: meglio una
guerra breve e devastante ora che una guerra nucleare tra dieci anni. “L’Iran
non può avere un’arma nucleare. È semplice”, ha detto.
Il
problema è che l’Iran la pensa diversamente. E quando una potenza nucleare
decide che un altro paese non può avere le stesse sue velleità, comunque vada
il risultato raramente è la pace.
Il
mondo ha appena fatto un passo oltre il punto di non ritorno. E stavolta,
nessuno sa dove si fermerà la caduta.
(Gianluca
Riccio, direttore creativo di “Melancia adv”, copywriter e giornalista.)
Sogno
di una sostituzione di mezza
estate
e gli ultimi valzer della
Seconda Repubblica.
Lacrunadellago.net
– (20/07/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
A
Cernobbio, l’ultima volta si sono riuniti a giugno in gran segreto i vari esponenti
dei governi europei e altri esponenti dell’alta finanza europea e
internazionale.
È
stato un incontro che si è tenuto nel riserbo più assoluto, perché, secondo
fonti dei servizi italiani che si sono messe in contatto con questo blog, si
sono in pratica delineate le strategie della governance mondiale, o meglio di
ciò che resta di essa.
La
crisi è indubbiamente profonda e molto acuta.
Dopo
il fallimento della farsa pandemica, hanno iniziato a poco a poco ad uscire di
scena i vari personaggi che l’hanno concepita per creare quell’evento
catalizzatore necessario per dare vita al famigerato “Grande Reset di Davos”.
A
farsi da parte è stato, tra gli altri, proprio lui, lo storico fondatore del
“World Economic Forum”, “Klaus Schwab”, che nel 1971 scelse questa quieta e
sconosciuta località tra le montagne svizzere, Davos, per creare uno dei vari
circoli che si incaricano di trasmettere le varie direttive ai vari governi
europei e internazionali.
Davos
ha perso però la sua capacità di influire come una volta.
Già
nel 2022, le sue consuete riunioni annuali hanno iniziato ad essere disertate
dai personaggi che contano, tra i quali c’è l’ineffabile “George Soros”, mentre
un tempo c’era la coda per partecipare, perché entrare lì significava avere un
posto al sole nella gerarchia mondialista e la possibilità di avere un incarico
di prestigio per partecipare alla costruzione del governo mondiale.
La
situazione ora è del tutto cambiata.
Sono
tramontati i tempi d’oro nei quali personaggi come “David Rockefeller”
ringraziavano calorosamente la stampa internazionale, soprattutto quella
anglosassone, per aver taciuto al grande pubblico gli incontri annuali che i
vari “elitisti” conducevano nella segretezza più assoluta, perché in tali
consessi si cospirava e si agiva contro i popoli e contro la sovranità delle
loro nazioni.
Oggi,
gli elitisti sono in grandissima difficoltà e sono costretti a riunioni di
emergenza come quella tenuta a Cernobbio per provare ad arginare la frana che
sta travolgendo 80 anni di ordine liberale internazionale.
Si
sono così dati appuntamento nella lussuosa villa d’Este bagnata dalle acque del
lago di Como vari esponenti dei governi europei che hanno discusso di vari
argomenti, tra i quali la crisi dello stato ebraico, il papato di Leone XIV,
alquanto sgradito a tali ambienti, e la politica estera di Trump che sta
scavando un solco sempre più profondo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti,
soprattutto alla luce dei dazi in arrivo il 1 agosto e della possibile scelta
della “Federal Reserve Bank” di chiudere i fondi alla BCE, una eventualità che
lascerebbe l’istituto di Francoforte e le varie banche europee a corto di
dollari necessari per onorare diverse obbligazioni finanziarie.
Tra
gli argomenti in discussione però ce n’è uno in particolare che è allo studio e
riguarda proprio l’Italia, scelta, purtroppo suo malgrado, come una delle
ultime basi di questo decadente sistema di potere in declino, ed è la questione
del governo di Giorgia Meloni.
La
genesi del governo Meloni: a palazzo Chigi per forza.
Giorgia
Meloni è presidente del Consiglio suo malgrado.
Giorgia
Meloni.
Lady
Aspen non avrebbe mai voluto varcare la soglia di palazzo Chigi, una
circostanza che dentro e fuori i palazzi del potere è un po’ come il segreto di
Pulcinella.
Già
all’indomani della crisi del governo di Mario Draghi nel giugno del 2022, la
pasionaria di FDI, nonostante quello che dichiarava ai media, voleva a tutti i
costi che Mario Draghi restasse lì dove si trovava.
Sulla
stessa lunghezza d’onda era Matteo Salvini, che soltanto fino a pochi anni prima
apostrofava Draghi come traditore, per poi accoglierlo a braccia aperte nel marzo del
2020 tanto da salutarlo con un servile “benvenuto presidente”, soltanto per
aver scritto un articolo sul “Financial Times”, che di “sovranista” non aveva
in realtà proprio nulla.
Al
centrodestra, come al resto della politica italiana, andava più che bene l’idea
che a palazzo Chigi ci fosse l’uomo del Britannia, un sicario giunto da
Francoforte per liquidare ciò che restava dell’Italia da lui deindustrializzata
a bordo del famigerato panfilo Britannia nel 1992, ma soprattutto per eseguire
l’agenda vaccinale, uno dei punti prioritari di circoli come il forum di Davos
e il club di Roma.
Si può
dire che la vaccinazione, sotto certi aspetti, è stata a tutti gli effetti una
vera e propria prova tecnica del tipo di società che gli ambienti di Davos
avevano in mente per l’Italia e il mondo intero.
Soltanto
i vaccinati avrebbero potuto entrare a far parte della “società del Grande
Reset”, nella quale la proprietà privata sarebbe stata estinta, sulle” orme delle idee degli Illuminati di
Adam Weishaupt”, e
dove il vaccino sarebbe stato il passaporto per poter fare qualsiasi cosa,
anche la più elementare, dall’andare a lavorare all’ingresso in un semplice
bar.
Si può
cogliere qui tutta l’ironia e soprattutto l’ipocrisia dell’antifascismo e del
movimento sionista che per anni hanno stigmatizzato le leggi razziali del 1938
in Italia, quando poi essi hanno partorito e difeso restrizioni ben più
autoritarie e discriminanti di quelle del fascismo.
Il
disvelamento è stato in pratica inevitabile.
La
brutalità della farsa pandemica ha mostrato agli italiani il vero volto della democrazia liberale che indossa la
ipocrita maschera del culto dei diritti umani, dietro la quale si cela in realtà
una faccia feroce, persino più repressiva delle dittature comuniste del secolo
scorso.
Tra la
fine del 2021 e l’inizio del 2022, qualcosa però andò storto.
L’appoggio
internazionale alla farsa pandemica era ormai svanito, e Draghi intuì
immediatamente che senza una protezione internazionale era impossibile
proseguire nell’applicazione delle restrizioni a suon di obblighi vaccinali e
certificati verdi.
Negli
ultimi mesi della falsa emergenza pandemica, la proroga della durata di un mese
del certificato verde è parsa tutt’al più come un modo per piegare la
resistenza di chi ancora non aveva ceduto e costringerlo così a mettere il
siero nel proprio corpo, andando così incontro al destino della impressionante
moltitudine delle morti da malore improvviso che invadono le cronache
giornaliere.
Draghi
capi, più semplicemente, che non c’era più nulla da fare, e che la classe
politica italiana non aveva alcuna intenzione di portarlo al Quirinale, come
promesso.
Ai
partiti faceva molto più comodo servirsi di lui come un parafulmine per
sottrarre qualsiasi responsabilità al Parlamento che aveva votato per la
persecuzione degli italiani e per la vaccinazione di massa, condannando così a
morte milioni di persone.
L’occasione
propizia per lasciare palazzo Chigi giunse a giugno, dopo lo sfilamento del
M5S, una falsa opposizione ormai completamente bruciata.
Le
dimissioni di Mario Draghi.
Non
c’era nessun altro pronto per sostituire Draghi se non il centrodestra guidato
dalla Meloni, la quale non aveva nessuna voglia di prendere la patata bollente
tra le mani, e che avrebbe ben volentieri lasciato l’incombenza a qualcun altro.
Giorgia
Meloni ha scelto quindi di non scegliere.
Non si
può negare che qualche parte dell’agenda globalista venga eseguita a macchia di
leopardo, a partire dal decreto flussi che vorrebbe far entrare in Italia
500mila immigrati e dalle svendite di altri gioielli italiani quali, ad esempio
la “Piaggio Aerospace “venduta alla Turchia, ma il presidente del Consiglio non
si espone su tutto il resto, e preferisce darsi ai viaggi in giro per il mondo
o ai ricevimenti a palazzo Chigi, che non delineano alcuna linea precisa di
politica estera.
Ci si
trova di fronte ad una presidenza del Consiglio da pubbliche relazioni che la
Meloni sfrutta a proprio vantaggio e per il proprio tornaconto, nella speranza
di guadagnarsi un qualche inutile, ma ben pagato, incarico internazionale, non
molto diversamente da come fatto dall’l’ex grillino, Luigi Di Maio, seduto su
una inutile e costosa poltrona di Bruxelles a spese dei contribuenti europei.
Mattarella
ebbe già a lamentarsi in passato di tale disimpegno della Meloni e la esortò a
fare di più, a spendersi di più per tenere a galla la barca che affonda.
Nulla
sembra però spostare la Meloni che anzi nelle sue uscite pubbliche mostra dei
preoccupanti tic nervosi molto simili a quello di Zelensky, altro segno del
generale stato di decadenza e abbandono morale che pervade le istituzioni
politiche italiane ed europee.
L’establishment
studia l’ipotesi della sostituzione.
L’insoddisfazione
di taluni ambienti ha così partorito la necessità di discutere degli scenari
alternativi per l’Italia, su tutti quello di una eventuale sostituzione della
Meloni.
Tra i
primi ad esternare tale malessere nei riguardi dell’esecutivo è stato due anni
addietro l’ingegner Carlo De Benedetti, ex patron di “La Repubblica”, oggi in
guerra contro la famiglia Elkann, che aveva suggerito l’instaurazione di un
governo tecnico.
De
Benedetti invoca il governo tecnico.
Il
proposito appariva e appare però irrealizzabile.
I
tecnici si tengono tutti a debita distanza.
Uno
dopo l’altro, si sono tutti defilati, consci che la loro stagione è finita.
Non è
questo il tempo di Mario Monti.
Troppo
diverse le congiunture internazionali rispetto al 2012, e troppo debole
l’Unione europea che oggi si ritrova abbandonata e colpita dagli Stati Uniti
che un tempo invece erano i suoi protettori.
Il “Bilderberg
italiano di Cernobbio” pondera così gli scenari e valuta altre eventuali
candidature alla ricerca di un presidente del Consiglio in modalità kamikaze,
sulla falsariga dei suoi tre omologhi europei, “Starmer”, “Macron” e “Metz”,
ognuno dei quali, soprattutto i leader inglesi e francesi, sono colpiti da
profonde crisi politiche interne.
Tra la
rosa dei candidati sembra esserci l’attuale “ministro” degli Esteri, “Antonio
Tajani”, che ha preso in mano il delicato dossier dei dazi al posto della
Meloni, che non ha detto una parola nemmeno su tale questione e continua ad
essere praticamente assente dalla scena politica.
Antonio
Tajani.
Tajani
viene considerato l’alternativa più fattibile in un altro governo di
centrodestra senza passare dalla ricerca e dalla composizione di maggioranze
alternative.
La
strada sembra però è irta e in salita, ed estremamente rischiosa perché premere
per una crisi in autunno con la manovra finanziaria in corso è alquanto
azzardato, e si deve essere certi della rapida riuscita dell’operazione.
Viene
vagliata in alternativa anche la candidatura di Carlo Calenda, catapultato da
Renzi nella politica italiana nel 2016, e uno dei personaggi più preoccupati
dal crollo in corso dell’establishment europeo, conscio probabilmente che da
tale tempesta lui e gli altri peones della palude di Montecitorio rischiano di
essere travolti.
A
Cernobbio, il nome di “Calenda” era già uscito nel settembre del 2022, segno
che gli ambienti del Bilderberg italiano lo avevano già preso in esame per
provare a salvare quel che restava degli equilibri infranti con la chiusura
della “pandemia” e con la caduta del governo Draghi.
L’intervento
dello scorso anno di Calenda all’Ambrosetti Forum.
Calenda
sulla carta dovrebbe andare oltre la semplice maggioranza del centrodestra.
Dovrebbe
provare a cercare una intesa bipartisan tra centrodestra e centrosinistra nella
speranza che i vari partiti decidano di affidare a lui le chiavi di palazzo
Chigi e lasciarlo sedere sulla poltrona più calda d’Italia.
Anche
in tal caso, l’operazione sarebbe molto rischiosa perché, come nel caso di
Tajani, non c’è alcuna certezza della riuscita della sostituzione, soprattutto
perché essa potrebbe esacerbare ancora di più diverse fratture e faide presenti
nei vari partiti del centrodestra, nessuno escluso, e anche in quelli del
centrosinistra, soprattutto il PD che ha perso diversi deputati, non contenti
della segreteria di Elly Schlein, senza dubbio il leader politico più mediocre
e inadeguato degli ultimi 20 anni di partito democratico.
La
politica italiana oggi è non per nulla differente da una fragilissima
cristalleria.
Chiunque
entri dentro, deve stare attento anche al più piccolo movimento, perché se si
fa una mossa affrettata, o se si sbaglia anche di un solo centimetro uno
spostamento, allora ecco che rischia di venire giù tutto il fragile castello di
carte della Seconda Repubblica, che da quando Washington l’ha abbandonata, non
sa più che pesci pigliare.
I
protettori stranieri in declino: Francia e Gran Bretagna.
Si è
provato a bussare alla porta di Re Carlo ai primi di aprile attraverso quella
imbarazzante cerimonia di una classe politica coloniale, ma “Mattarella” e gli “altri”
hanno malriposto le loro speranze perché il sovrano che ha preso il posto di
Elisabetta II, una delle figure più importanti del famigerato comitato dei 300
e della massoneria mondiale, ha un tumore in stato avanzato, e la prima a
sapere che il suo tempo è agli sgoccioli è proprio la corte Buckingham Palace.
A
dover prendere il suo posto dovrebbe essere il principe William, ma il giovane erede al trono sembra
molto poco interessato alle faccende di Stato, e passa invece più il suo tempo
tra eventi mondani e sportivi, prioritari, a quanto pare, per lui.
I
Windsor vivono una grave crisi esistenziale, acuitasi dopo la morte della
regina Elisabetta, una sorta di evento spartiacque nella storia, tanto che
alcuni Paesi hanno chiesto di uscire dal regno del Commonwealth, l’alleanza
della quale fanno parte 14 Stati anglofoni nel mondo, tra i quali il Canada,
l’Australia, la Nuova Zelanda e la Giamaica.
Appena
insediatosi al trono Carlo III, almeno 6 Paesi hanno chiesto di lasciare il
Commonwealth e di non avere più come capo di Stato il sovrano d’Inghilterra, un
altro segno della inevitabile fine della cosiddetta anglosfera e della sua
longa manus politica e commerciale.
Re
Carlo III.
Si
diceva una volta, nel punto di massimo splendore dell’impero britannico, che su
di esso non tramontava mai il sole perché in qualche parte del mondo era sempre
giorno.
Oggi
su quel che resta dell’impero ci sono soltanto molte ombre e molta decadenza,
soprattutto dopo che la famiglia di banchieri dei Rothschild che aveva in mano le redini della
corona britannica, ha iniziato a perdere molta della sua ricchezza, tanto da
essere costretti a vendere i propri beni storici all’asta e depositare parte
del loro patrimonio presso la banca centrale del Marocco, in previsione di
tempi ancora più duri.
Non
può dirsi più rosea la situazione di uno degli altri riferimenti di tale
disgraziata repubblica, ovvero la “Francia di Macron”, che in patria è travolto
da una crisi politica sempre più grave e profonda, e all’estero vede andare in
fumo a sua volta il suo impero coloniale della “Françafrique”, dopo l’annuncio
del ritiro delle truppe militari francesi dall’Africa Occidentale.
La
Francia perde così il suo impero.
La sua
illusione di grandeur viene spazzata via dalla storia che a poco a poco costruisce
assetti completamente nuovi, molto più simili sotto certi aspetti all’era che
ha preceduto la nascita degli imperi coloniali sorti dopo il 1800.
Mattarella:
un “garante” in affanno.
Non ci
sono più protettori e garanti esteri dunque, e quello interno seduto sul Colle
più alto della repubblica di Cassibile non sembra che goda di ottima salute.
Soltanto
ieri, il presidente Mattarella si è presentato con un vistoso cerotto sulla
fronte che, secondo La Repubblica, sarebbe stato apposto per coprire
l’asportazione di un neo, che in realtà lì non risulta mai esserci stato, a
giudicare da tutte le precedenti fotografie del presidente.
Il
cerotto sulla fronte di Mattarella.
Il
presidente aveva difatti già mostrato a fine dell’anno scorso dei problemi di
salute.
Aveva
apparentemente avvertito un malore prima del concerto di Natale al Senato, e
pochi giorni dopo quell’evento aveva saltato l’inaugurazione dell’apertura
della Porta Santa per il Giubileo, circostanza molto anomala soprattutto se si
considera la stima profonda che legava Bergoglio e Mattarella.
Ad
aprile, c’è stato un altro segno che il capo dello Stato aveva qualche problema
serio, quando è stato ricoverato nottetempo all’ospedale Santo Spirito di Roma,
una notizia che il Quirinale ha provato a presentare come un “ricovero
programmato”, ma se era programmato allora non si comprende perché farlo alle 9
di sera e perché non farlo sapere agli organi di stampa nei giorni precedenti.
Il
“garante” fa evidentemente sempre più fatica a garantire un sistema che ormai
non sembra più stare in piedi.
Le
istituzioni politiche italiane sembrano diventate dei completi simulacri
giuridici che pensano soltanto a saccheggiare ciò che resta nella cassaforte
del Paese, mentre i vari clan che compongono le varie bande si azzannano a
vicenda ogni giorno che passa a colpi di inchieste giudiziarie che vengono
improvvisamente aperte o riaperte, oppure, peggio ancora, a colpi di strani
“suicidi” che assomigliano molto ad omicidi dissimulati.
Se il
panorama è chiaramente quello di un generale disfacimento della Repubblica, a
questo punto assume dunque davvero poca importanza chi c’è o meno a palazzo
Chigi, perché nessuno può tenere a galla un sistema politico che affonda e che
stava in piedi soltanto perché entità internazionali e sovranazionali lo
volevano.
Il
punto di non ritorno è stato superato nel biennio della operazione terroristica
del coronavirus.
Non
c’è nulla che possa arrestare la crisi strutturale dei partiti italiani e la loro incapacità di rappresentare
alcunché se non i loro comitati di affari che si sono arricchiti a spese di una
nazione intera.
Assume
quindi poca o nessuna importanza un eventuale piano di sostituzione della
Meloni.
Se il
circolo di Cernobbio proverà a giocarsi tale carta, allora non farà altro che
peggiorare la sua situazione e accelerare la irreversibile crisi della politica
iniziata nel 2022.
Se c’è
qualcosa che preoccupa, a questo punto, sono i possibili colpi di coda di un
apparato in disfacimento che provocare ulteriori danni nella logica di Sanson di
provare a trascinare giù assieme ad esso tutto ciò che lo circonda.
I mesi
successivi saranno a dir poco roventi.
Saranno
quelli più intensi e turbolenti per il sistema politico italiano e saranno
forse gli ultimi giri di valzer della Seconda Repubblica.
La
schiavitù moderna:
7 cose
che tutti dovremmo sapere.
Adozioneadistanza.actionaid.it
– (07 Settembre 2022) – Redazione – ci dice:
Schiavitù
moderna.
Nessun
individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù
e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Eppure, nonostante quanto sancito dalla
“Dichiarazione universale dei diritti umani”, la schiavitù è ben lontana
dall’essere debellata.
Ha
solo cambiato pelle.
Tanto
che si parla di schiavitù moderna.
I
nuovi schiavi d’oggi
La
schiavitù non è qualcosa che riguarda solo il passato.
È una pratica che ha radici profonde.
Esiste
ancora oggi in molte forme diverse:
traffico
di esseri umani, sfruttamento del lavoro per debiti, sfruttamento dei bambini,
sfruttamento sessuale e lavori domestici forzati sono solo alcune. Una più
grave e disumana dell’altra.
Ci
sono più persone in stato di schiavitù oggi che in qualsiasi altro momento
della storia.
Nel 2017, le persone vittime della schiavitù
moderna, in tutto il mondo, erano più di 40 milioni di persone. Di questi, 25
milioni erano costretti a lavoro forzato e 15 milioni a matrimoni forzati.
La
schiavitù moderna riguarda tutti i Paesi del mondo.
Ce lo
dicono i dati.
Ce lo
dicono i numeri sull’incidenza della schiavitù moderna nelle grandi
macroregioni in cui è diviso il mondo:
7,6‰
in Africa; 6,1‰ in Asia Meridionale e Asia Pacifica; 3,9‰ in Europa, Medio
Oriente e Russia; 3,3‰ negli Stati della penisola araba; 1,9‰ in America
settentrionale, centrale e meridionale.
La
maggior parte dei moderni schiavi lavora in settori come agricoltura, pesca,
artigianato, estrazione mineraria, servizi e lavori domestici:
si tratta di circa 16 milioni di persone.
Le
vittime dei matrimoni precoci sono solo poco di meno: 15 milioni e 400mila,
quasi tutte giovani donne, ragazze se non addirittura bambine.
Le
vittime dello sfruttamento sessuale sono quattro milioni e 800mila.
Senza
dimenticare i tanti, troppi bambini soldato.
La
schiavitù moderna è un enorme business.
Secondo uno studio dell’”Organizzazione Internazionale
del Lavoro”, la schiavitù moderna genera profitti annuali per oltre 150
miliardi di dollari americani.
Quanto
i profitti combinati delle quattro aziende più redditizie del mondo.
I
profitti derivanti dalla schiavitù moderna sono molto, molto più alti nei Paesi
industrializzati che in ogni altra parte del mondo:
51 miliardi e 800 milioni di dollari americani
all’anno in Asia e nei Paesi del Pacifico, e quasi 47 miliardi di dollari
americani all’anno nei cosiddetti Paesi industrializzati.
La
schiavitù moderna ha delle conseguenze per tutti.
Non
solo per coloro che ne sono direttamente coinvolti.
Le
conseguenze dello sfruttamento del lavoro comprendono abbassamento dei salari,
riduzione del gettito fiscale, impiego di risorse economiche per sostenere le
ingenti spese legali per perseguire le moderne forme di schiavitù.
Lavoro
minorile.
Una
delle moderne forme di schiavitù è il lavoro minorile, come abbiamo visto.
Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, i bambini e i
giovani che sono vittime del lavoro minorile sono 152 milioni.
Circa
la metà di loro è impegnata in lavori pericolosi, che mettono seriamente a
repentaglio la loro salute.
Bambini
nelle zone di guerra.
Un
discorso a parte deve essere fatto per i bambini che vivono nelle zone di
guerra. Secondo i dati dell’Unicef, sono circa 250mila i bambini attivamente
coinvolti nei conflitti che dilaniano 42 Paesi in tutto il mondo.
Questi
bambini operano come soldati, facchini, spie, messaggeri.
Storie
di schiavitù.
Vogliamo
raccontarvi due storie, di due persone legate tra loro:
Siddiqui
e sua moglie, Sabina. Vivono in Pakistan.
Siddiqui
lavora, in condizioni disumane, nella fornace di mattoni nel suo villaggio. Sabina,
malata di Epatite C, deve sostenere continue cure mediche.
Anche il loro figlio, Said, lavora nella
fornace di mattoni: un autentico inferno.
Esistono
ancora forme di schiavitù?
La
risposta a questa domanda non può essere che una: sì.
Gli
schiavi esistono ancora oggi.
Le
loro vite, senza nessuno che li aiuti, sono condannate a svolgersi in
condizioni disumane.
Noi
vogliamo dare a queste persone tutto l’aiuto di cui hanno bisogno.
E
possiamo riuscirci solo grazie all’adozione a distanza.
(Dati:
50forfreedom.org).
La
Giornata contro la tratta.
Le
catene invisibili dei moderni schiavi.
Avvenire.it - Aldo Buonaiuto – (8 febbraio
2024) – ci dice:
«Nessuno
è nato schiavo, tutti siamo al mondo per essere fratelli», affermava Nelson
Mandela.
Celebrando
la memoria liturgica di “santa Bakhita”, patrona delle vittime della tratta,
testimoniamo che esistono catene, apparentemente invisibili, e ad essere
incatenate sono le nostre figlie, sorelle e madri scaraventate sulle strade
d’Italia. Vengono stuprate in cambio di soldi, che tra l’altro non andranno mai
nelle loro tasche bensì in quelle del racket della tratta e della prostituzione
(terzo business illegale al mondo).
Dopo
il lungo tempo pandemico in cui il fenomeno si era ridotto, il mercimonio
coatto è riesploso, con forza sconvolgente.
Sembra
cambiata, però, la percezione, improntata a una certa tolleranza, a una
maggiore indifferenza e soprattutto all’assenza di uno Stato che faccia sentire
la propria volontà nel colpire questo ignobile crimine.
Quando
parliamo di prostitute stiamo infliggendo un marchio a persone come noi: sono
le nostre figlie cadute nella trappola dei trafficanti.
«Nessuna
donna nasce prostituita ma c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare»,
ripeteva incessantemente il servo di Dio “don Oreste Benzi”, pioniere della
lotta contro i moderni schiavisti.
Appena
iniziò a parlarne fu bersaglio di derisione e vennero bollate come esagerate le
denunce pubbliche rivolte ai trafficanti di esseri umani, ma anche a coloro che
sono di fatto la causa di questo ignobile mercato: i clienti.
Il
Papa indica all’umanità e alla Chiesa la missione individuale e comunitaria di
abbracciare gli ultimi e i più deboli.
Francesco sollecita continuamente i governanti
a combattere qualsiasi forma di oppressione e di sfruttamento, nel rispetto
degli insegnamenti evangelici.
I
moderni schiavi sono l’anello debole di un turpe business fondato su
ingiustizie e iniquità che obbliga milioni di persone a vivere in condizioni di
vulnerabilità.
Ad
essere reclutati e schiavizzati sono soprattutto gli impoveriti dalla crisi
economica, dalle guerre, dai cambiamenti climatici e dall’instabilità globale
del terzo conflitto mondiale “a pezzi”.
La
risposta può arrivare solo dalla consapevolezza di dover unire le forze per
tessere reti di bene, per diffondere la luce che viene dal Vangelo.
A
partire da misure concrete come la tempestiva identificazione e la protezione
dei soggetti più fragili nelle aree di confine.
Solo
così si potrà garantire l’emersione dallo sfruttamento.
“Don
Oreste Benzi” ha dedicato la sua vita al soccorso delle “sorelline” distrutte
dalla violenza dello sfruttamento sessuale.
“Condividere”
è la chiamata a camminare insieme ai migranti, agli sfollati, a chi è in
ricerca di un luogo dove vivere in pace e in famiglia, ai lavoratori
“invisibili” in balia del caporalato nei campi e dell’accattonaggio forzato.
Va
riaffermato il valore della dignità umana.
La
tratta va sradicata, fermando chi controlla il traffico delle schiave costrette
a prostituirsi.
Come
ha ricordato Sergio Mattarella, ciò è compito delle forze di polizia, dei
magistrati, delle istituzioni nazionali e degli organismi internazionali.
Ma tutta la società civile è chiamata a fare
la propria parte, agendo con responsabilità e coerenza morale.
Nessuno
può restare indifferente.
Contrastare la tratta vuol dire sottrarsi a
ogni complicità con le organizzazioni criminali e prosciugare le aree grigie.
Significa spezzare il legame “malato” di
protezione tra vittima e aguzzini.
Sui
marciapiedi delle nostre città sembra scolpita una condanna antropologica:
quella di trasformare la sopraffazione in una modalità di relazione sociale. Le
vittime della tratta rispecchiano tragicamente l’umana deriva dell’acquisto,
dello sfruttamento, dell’appropriazione indebita di altri esseri umani.
È come se l’uomo non sapesse evolvere verso
una fattuale, intangibile parità di dignità.
C’è sempre bisogno psicologicamente,
strutturalmente, di qualcuno da sottomettere.
Le
vittime della prostituzione coatta sono le moderne schiave e finché non saranno
liberate non potrà essere dichiarata la concreta, effettiva abolizione della
schiavitù.
Ci
sono altre odiose forme di asservimento che hanno sempre come bersaglio le
persone più fragili e indifese, ma la tratta del mercimonio coatto ha questa
peculiarità:
si
distrugge la libertà di un individuo per farne uno strumento dei propri istinti
più primordiali, eticamente riprovevoli, socialmente distruttivi.
Il
costo personale e collettivo della tratta grava come un macigno sulla nostra
civiltà apparentemente moderna ma sempre agganciata alla zavorra di condotte
violentemente primitive.
Nella
società odierna dilaga sotto traccia la tentazione strisciante di attribuire un
prezzo a qualunque condizione, situazione, circostanza.
Lo
dicono esplicitamente i più spregiudicati broker finanziari di Wall Street:
“ognuno ha il cartellino come le merci”.
Ma se
tutti hanno un costo, nessuno ha valore.
Dobbiamo
sforzarci di fare in modo che sia così, una sfera infrangibile di decoro
personale, di salvaguardia collettiva del patrimonio morale di ciascun
individuo, di orgogliosa difesa del bene comune superiore della vita.
Siamo
stati creati per un atto di gratuita bontà divina e dobbiamo mantenere la
nostra integrità al di fuori del “mercato”, del mercimonio, del tornaconto
senza scrupoli.
L’esistenza umana non ha prezzo e quindi anche
vendere il corpo non potrà mai essere considerato un lavoro.
Così come acquistare sesso non sarà mai paragonabile
al libero e autodeterminato atto di fare l’amore.
Comprare
il “tempio dello spirito” come per le Scritture è la parte fisica
dell’individuo, è un peccato agli occhi di Dio e deve essere ovunque un crimine
per la legge dell’uomo.
La
complessità delle democrazie:
sfera pubblica e populismo.
Intervista
a “Nadia Urbinati”.
Pandorarivista.it
- Giulio Pignatti – (20 giugno 2022) – ci dice:
Le
democrazie contemporanee hanno conosciuto negli ultimi anni fenomeni
significativi, fra cui una tendenza alla disintermediazione, lo sviluppo dei
populismi, una trasformazione del rapporto fra opinione pubblica e saperi, la
frammentazione delle forme collettive di costruzione della rappresentanza.
L’intervista
approfondisce questi mutamenti con Nadia Urbinati, professoressa ordinaria di
Teoria Politica alla Columbia University di New York.
Fra le
sue pubblicazioni più recenti: Pochi contro molti. Il conflitto politico nel
XXI secolo (Laterza 2020) e Io, il popolo. Come il populismo trasforma la
democrazia (il Mulino 2020).
Lo
scenario politico è animato da un fenomeno parallelo di messa in discussione e
“secessione” rispetto alle élite, alle forme di mediazione e direzione politica
come erano i partiti, all’intellighenzia…
Vi
sono delle radici politiche e sociali nella scissione tra la comunità e il suo
modo di rappresentarsi e comprendersi. All’inizio del suo libro Io, il popolo
lei scrive che: «Non è azzardato pensare che il populismo sia l’orizzonte della
democrazia contemporanea».
Che
cosa intende?
Nadia
Urbinati:
Partiamo
dal divorzio tra “élite” e “popolo”.
Le
democrazie contemporanee sono tutte elettorali, ovvero basate su una struttura
del consenso che deve essere formata, entrare in competizione, eventualmente
rivedersi per tornare a proporre ricette vincenti; sono tutte basate su una
organizzazione dell’opinione politica che deve essere veicolata nel governo del
Paese (in una maggioranza) senza mai identificarsi con essa.
All’interno
della cornice dell’opinione pubblica, di cui tutti siamo parte, si sviluppa una
pluralità di opinioni, ciascuna afferente in maniera più o meno diretta a
progetti politici, interessi organizzati, visioni del mondo (religiose,
estetiche, morali, ecc.).
Questo
pluralismo interno all’opinione pubblica può essere immaginato come fatto di
centri concentrici;
non è
un pluralismo disorganico perché ciascuna è tenuta insieme al proprio interno
da un punto di attrazione intorno a cui l’opinione si sviluppa:
può
essere l’ambiente, la solidarietà, una visione del mondo legata alla libertà
personale e alla libertà sessuale, ecc.
Le
opinioni sono come sassi di parole gettati e chi si sente colpito da esse e
dalle tematiche che esse incorporano interviene agendo (contestando,
discutendo, associandosi) così da contribuire a rigenerarle o riconfermarle.
Questa
forma di azione-reazione non è finalizzata a uno scopo unico; alcune opinioni e
non altre si strutturano insieme e alcune e non altre si scontrano.
Questo
era il mondo fino a qualche anno fa, guidato da attori pubblici forti e bene
organizzati:
i
partiti di massa, i sindacati, i mezzi di comunicazione professionali
(indipendenti o/e di partito).
Questo mondo auto-generativo delle parti che
componevano l’opinione pubblica e il discorso pubblico era ad un tempo il
riflesso e la rappresentazione di una struttura sociale associativa altrettanto
robusta e articolata.
Partiti,
sindacati, organizzazioni di categoria, quotidiani rappresentavano dei mondi
che si tenevano insieme mediante relazioni conflittuali e cooperative.
Che
cosa succede quando questa struttura di formazione e organizzazione
dell’opinione cambia?
Quando
i partiti non sono più strumenti di organizzazione e di costruzione
dell’opinione, ma semmai inseguitori dell’opinione e sempre alla ricerca di
posizionarsi rispetto ad essa?
La
stessa domanda può essere posta ai giornali:
è
difficile dire che i giornali, oggi, abbiano delle caratteristiche loro proprie
e che partecipino a questo pluralismo, perché molte volte propongono tutti la
stessa notizia colorata in maniera diversa, per cercare un posto di rilievo
nell’audience;
spesso
anzi si abbeverano alla sorgente dei social e dei blog senza troppo impegnarsi
a verificare le fonti di informazione, diventano cioè come parassitari di
questi nuovi attori, salvo poi criticarli di mancare di autorevolezza.
Sembra
che la scomparsa dei centri attrattivi e costruttori delle opinioni politiche
abbia prodotto una schizofrenica orizzontalità.
Tutte
le opinioni e tutte le visioni hanno uguale autorevolezza e nessuna ha più
capacità auto-organizzativa.
A partire da questa situazione, sostengo che
il populismo è forse la forma che è più funzionale all’orizzonte contemporaneo,
perché unisce le varie istanze e i vari interessi non attraverso delle macchine
organizzative, ma attraverso la costruzione astuta d’immagini e di discorsi
veicolati dai media impersonati generalmente da una figura individuale.
Con
questa orizzontalità quasi schizofrenica è difficile trovare fuori dalla
persona attrattiva (il leader individuale) altri punti di riferimento e di
unificazione.
Pensa che la democrazia dei partiti, con tutto
ciò che ne conseguiva in termini di organizzazione, partecipazione e direzione,
sia stata
una parentesi data da una ormai tramontata età delle ideologie, oppure è il populismo ad essere una
patologia della democrazia, e come tale guaribile? Quale futuro vede per il post-Covid?
Nadia
Urbinati:
Ovviamente
ci sono differenze tra i Paesi democratici:
quel che vale in maniera preponderante per
l’Italia e in buona parte per la Francia non vale necessariamente o ugualmente
per la Germania.
Quindi
è preferibile evitare generalizzazioni.
È tuttavia vero che il successo di retoriche
populiste con leader individuali è un fatto dirompente un po’ in tutti i Paesi.
Perché
in questo momento storico e non prima?
Si
pensava, almeno fino agli anni Ottanta, che il populismo fosse di casa nei
Paesi di transizione e stabilizzazione democratica, e non in quelli solidamente
democratici.
Che
cosa ha reso l’offerta populistica più convincente di quella dei partiti?
Intendiamoci, i partiti ci sono ancora, ma ciò
che li caratterizza è che non svolgono più quel lavoro di organizzatori della
partecipazione e di articolazione e direzione del consenso tra parti di
cittadinanza.
I partiti di un tempo erano anche delle vere e
proprie macchine di conoscenza, che davano un’educazione a cittadini ordinari e
formavano la classe politica delle città e della nazione.
Adesso,
nonostante non siano scomparsi, la funzione – nonché la struttura – dei partiti
è diversa;
sono
essenzialmente macchine elettorali con il solo compito di selezionare, far
vincere e poi proteggere un’élite.
Questo
viene avvertito da chi sta fuori dal gioco politico, cioè dalla stragrande
maggioranza dei cittadini, come una forma leaderistica di politica – di qui
l’attacco generalizzato contro l’establishment.
È come se i partiti avessero lasciato cadere
il compito di organizzare ed educare preservando solo quello di selezionare e
riprodurre un’élite.
Non
c’è niente di male nel fatto che questo avvenga;
il
problema è che i partiti fanno solo questa cosa;
e ciò
contribuisce a creare una sorta di frattura tra élite – quindi i partiti,
presenti solamente all’interno delle istituzioni – e chi sta fuori.
I due corpi sono molto separati, al punto che,
quando interagiscono, lo fanno o con un disprezzo reciproco – lo abbiamo visto
in questo anno e mezzo, durante il quale i “pubblici parlatori” molto spesso
hanno mostrato il fastidio per una generalità di parola che tutti vogliono
avere e che hanno sul web (“come si permettono gli ignoranti di parlare?”) – o
con una forte percezione di distanza, soprattutto da parte dei cittadini
ordinari, che anche per questo sono diffidenti dei politici e non riconoscono
ad essi alcuna autorevolezza.
In verità, il dualismo esaltato dai populisti tra
“popolo vero” ed “establishment” è una realtà che preesiste al populismo.
Il
mondo dell’opinione e il mondo della parola si sono infatti divisi.
Prima, coi partiti organizzati, parola e
opinione stavano insieme:
in
sezione o sui giornali di partiti si discuteva, si ripeteva magari una
ritualità, ma ciò serviva a dare alle parole una veste di opinione pubblica
condivisa.
Oggi
siamo pieni di parole che circolano ovunque, ma la loro veste pubblica è molto
dubbia.
Dall’altra
parte, c’è invece un’opinione armata di parole autorevoli che circola
attraverso i mezzi di comunicazione oppure nella politica pubblica, ma che
trova a fatica riconoscimento tra i cittadini ordinari.
Si
tratta quasi di due popoli separati.
E così avere solo parola, senza possibilità di
una sua espressione pubblica che ci porti a sentirne il peso politico, ci fa
pensare che avere parola sia inutile.
Lo si
sta verificando anche con la tragedia dell’invasione russa dell’Ucraina, quando
molti nel nostro paese parlano di pace eppure, nonostante il rumore di queste
richieste, chi governa sembra non sentire e sostenere chi vuole continuare la
guerra. La divaricazione tra parole e loro efficacia può far sì che in una
democrazia ricca di tanti mezzi di informazione e di comunicazione si generi
nei cittadini l’idea sconfortante che parlare e discutere non abbia una
traduzione nell’opinione politica rappresentativa, che quindi non abbia effetto
e peso – che insomma il loro potere sia … senza potere.
Quando
questa sensazione che il potere sia altrove, che non sia più legato alla nostra
costruzione dell’opinione, è forte deve preoccupare:
se non
vi è nulla che leghi e accomuni il mondo dei “pochi” e quello dell’opinione dei
molti non vi è alcuna certezza che la società si mantenga salda e pacifica.
È dunque possibile tracciare un parallelismo
tra la disintermediazione politica e la disintermediazione dell’opinione,
dell’informazione, della cultura, di tutto ciò che plasma l’opinione pubblica.
In un
libro di qualche anno fa, “Democrazia sfigurata”, riconosceva tre “vizi” in cui
cadeva l’opinione pubblica di fronte all’insoddisfazione per le procedure
democratiche, e cioè la tendenza a dare letture tecniche e apolitiche della
deliberazione pubblica, la tendenza a promuovere soluzioni populistiche e
quella a facilitare il plebiscito dell’audience.
Come viene plasmato il foro delle opinioni oggi, cioè
ai tempi di un populismo ormai realizzato, “di governo”?
Nadia
Urbinati:
Innanzitutto,
quei processi che sembravano in atto sono ora abbondantemente realizzati.
C’è un fenomeno che è emerso durante il
periodo della pandemia che è interessante da questo punto di vista.
Le
ideologie e le visioni politiche sono naturalmente esposte al dissenso, alla
discussione e all’opposizione;
il
pluralismo ideologico e politico è il sale della democrazia.
Però abbiamo sempre tenuto fuori da questo
mondo dell’opinione cangiante la scienza.
La scienza è stata sempre l’altra faccia della
medaglia rispetto alla politica come la verità rispetto all’opinione;
scienza
e verità sono entrambe state per molto tempo interne alla stessa dimensione di
discorso e di ricerca di conoscenza che è propria della società democratica.
La
scienza, nel corso dei secoli, in seguito ai processi di emancipazione dalla
religione e poi anche dalle ideologie, ha avuto una sua autonoma evoluzione,
che le ha garantito grande autorevolezza.
Fino a
pochi anni fa, nessuno avrebbe contestato sistematicamente il valore della
scienza e la credibilità degli scienziati.
Invece, dal momento in cui la pandemia ci ha
costretto a una vita politica diversa, dove altre competenze, come ad esempio
quelle afferenti alle scienze mediche e biologiche, erano necessarie rispetto
al funzionamento delle istituzioni classiche, si è avuto il fenomeno
straordinario collegato ai tre processi descritti in “Democrazia sfigurata”.
È successo che perfino la scienza, nella veste
dei suoi scienziati rappresentativi, è diventata parte di un campo
dell’opinione, che trasforma tutte le nostre conoscenze in possibilità
ipotetiche.
Le quali possono essere vere o false, ma
comunque sempre oggetto di contestazione da parte di tutti.
Nel
mondo politico questo è normale, ed è sano che sia così, perché tutti i
cittadini sono uguali tra loro e non c’è nessuno che possa rivendicare
un’autorevolezza superiore nella sfera pubblica dell’opinione;
non è
così nel mondo scientifico.
Ecco
il plebiscito dell’audience:
quando
perfino la scienza viene ad essere parte del dominio del pubblico, perde la sua
autorevolezza di verità.
Sosteneva “John Stuart Mill” che, se mettiamo
le teorie newtoniane dentro il bacino dell’opinione pubblica, esse troveranno
probabilmente un’opinione contraria contro la quale doversi difendere.
Questa
ulteriore espansione dell’autorità dell’opinione comporta un’ulteriore erosione
di distinzione.
Non soltanto i leader politici sono sentiti come una
élite di disturbo, non soltanto i giornalisti sono sentiti come degli oracoli
insopportabili, anche gli scienziati che entrano nell’opinione finiscono nel
gorgo dello scetticismo.
Così, che chi parla sia uno scienziato che
magari ha ricevuto il Nobel non è un dato sufficiente a convincere chi sta
dall’altra parte dei mezzi di comunicazione, quindi che fa audience, che egli
stia producendo una qualche verità situata oltre la possibilità di critica da
parte dei non competenti.
È come se ci fosse un’erosione ultima, che fa
seguito alla precedente erosione delle identità religiose.
Ora anche nel campo della scienza, che era
l’altro dominio intoccabile insieme alla fede, si verifica questo fenomeno di
accaparramento da parte dell’opinione e quindi di azzeramento di quella che
doveva essere l’autorevolezza del sapere, della conoscenza scientifica al di là
delle contestazioni d’opinione.
Abbiamo analizzato il rapporto dell’opinione pubblica
con la scienza.
D’altra
parte, è interessante mettere a fuoco il rapporto dei leader politici con la
scienza, in particolar modo durante il periodo della pandemia.
Il
populismo, infatti, si alimenta spesso di complottismo e verità “alternative”,
e così il populismo al governo entra in una contraddizione, perché da una parte
il leader per forza deve ascoltare scienziati e analisti, ma dall’altra parte
non può che continuare a fomentare le fake news di cui si nutre una parte del
suo popolo.
Come
vede questa ambivalenza?
Nadia
Urbinati:
“Ernesto
Laclau” ha scritto un libro nel 2005 (La ragione populista) nel quale mostra
come si costruisce la rappresentazione/rappresentanza del popolo.
Ciò
avviene attraverso un lavoro che lui chiama “egemonico” o “ideologico”, due
termini che egli usa come esemplificativi della capacità che il discorso
retorico ha di unificare interessi, esigenze o scontenti che precedentemente
erano unificati dai partiti ideologici in maniera parziale e oppositiva.
Decaduti
i partiti, il leader populista riesce a riunire il più grande numero di idee e
scontenti, cercando il tema comune che possa unificare.
Questa
visione di “Laclau” presumeva una verticalità e una capacità propositiva e
costruttivista da parte di un centro politico, quest’ultimo rappresentato
evidentemente da un leader col suo entourage.
Si
trattava comunque di un lavoro dall’alto.
Ora, avvertiamo invece il mutamento di questa
struttura classica, nel senso che i leader populisti – lo hanno mostrato
durante il periodo pandemico i due principali esemplari al governo, Bolsonaro
in Brasile e Trump negli USA – operano non alla maniera raccontata da “Laclau,”
cioè tenendo unite, con una tessitura ideologica, le varie parti della società
– secondo un’idea di popolo fatto di diversi e uniti nella persona carismatica
–, ma
inseguendo le opinioni di quella parte di popolazione che sanno o tendono a
credere essere più vicina a loro, o comunque più facile da conquistare e tenere
nel tempo.
Quindi
non è che Trump abbia “generato” questo grande bailamme di opinioni contro il
virus e la sua inesistenza, ma le ha “usate”.
Le
opinioni c’erano già nella popolazione americana (come del resto sono presenti
anche in quella italiana);
il
leader deve in qualche modo adattare sé stesso a questa opinione che demolisce
certezze di ogni tipo, anche scientifiche, e che è scettica rispetto ad ogni
autorità.
È come se il leader populista, che
tradizionalmente acquisisce la propria autorità per via di una campagna
propagandistica formidabile (si pensi ad esempio a Chávez), debba ora vivere
fondamentalmente di rimessa, cioè adattandosi al mondo di contestazione del
vero scientifico che i nuovi mezzi di comunicazione (i social) esaltano.
Ora,
perché è conveniente tenere in piedi questa contestazione?
Lo è
innanzitutto perché consente di creare una frontiera di amico e nemico.
Nemici
saranno coloro che ritengono di dirci come le cose dovrebbero essere fatte da
un punto di vista della conoscenza scientifica.
Contro
queste élite si contrappone il mondo degli scontenti, i quali vengono inseguiti
e catturati dal leader ma non da lui costruiti;
che
esistono indipendentemente dal fatto che un Salvini sia sulla cresta dell’onda
o no.
Ecco
perché sembra che il rapporto si sia quasi rovesciato, tra questa opinione
radicalmente opinionista e cangiante, che rifiuta la stabilità e che finisce
per essere impersonale, non attribuibile se non all’indeterminato “web”, e il
leader populista, quest’ultimo tenuto in mano dalla prima.
Salvini
si è trovato in difficoltà a seguire questa china essendo il suo partito al
governo.
È
dunque una forma di populismo collettivo disperso, che corregge la struttura
centralistica fondata sul leader alla maniera di Laclau.
Questo
è un fatto nuovo, che comporta quasi un rovesciamento della piramide.
In
questo quadro, qual è l’atteggiamento verso gli intellettuali?
Nel
libro “Pochi contro molti”, infatti, lei pone l’accento sul fatto che non solo
i molti entrano in un rapporto conflittuale coi pochi, ma che i pochi stessi – i dirigenti di partito, gli
intellettuali organici, i professionisti dell’informazione – alimentano questa secessione,
allontanandosi, anche per paura, dalla legittimazione popolare.
E
d’altro canto, invece lei cita quali nuovi intellettuali figure come ad esempio
gli spin doctor, cioè coloro che, in maniera anche celata, curano delle
campagne di comunicazione tali da riuscire a legittimare finanche guerre e
sconvolgimenti internazionali.
Questi
nuovi intellettuali in che cosa differiscono dai loro “predecessori” e qual è
invece la continuità?
Nadia
Urbinati:
Il termine “intellettuale” non è un termine
descrittivo, ovviamente;
non è che una persona che insegna oppure
scrive sia per ciò stesso un intellettuale.
La
categoria di intellettuale viene da una tradizione molto onorevole e lontana da
noi, che ha avuto il suo punto di riferimento più alto in “Antonio Gramsci”.
Per
capire il ruolo dell’intellettuale bisogna leggere i testi gramsciani.
L’idea fondamentale è che l’opinione debba essere
costruita.
Perfino Gramsci, che pure era un marxista, riconosceva che la “struttura della
classe”, benché legata a rapporti di forza radicati nel mondo della produzione
di beni, fosse in parte il risultato di una “costruzione ideologica”.
Ciò
rendeva evidentemente gli intellettuali i detentori di un nuovo potere.
Mill,
Tocqueville e Le Bon lo compresero, Gramsci lo sistematizzò.
L’intellettuale,
in questo caso, è il sapiente di un sapere particolare:
non
scientifico asettico, ma neppure storico asettico: è invece al servizio di una
causa.
Un
intellettuale mette la cultura e la ricerca all’interno di una visione della
società da realizzare, una società del futuro, e fa questo svolgendo un’opera
di educazione e di interpretazione delle opinioni tale per cui in un sistema di
partiti organizzati il militante e il cittadino ordinario si affidano alle e si
fidano delle letture degli intellettuali.
Si
trattava di un costruttivismo ideale o ideologico per mezzo di un rapporto di
fiducia mediato dal partito.
Non ci
sono intellettuali senza partito.
Ecco
perché intellettuali di questo tipo non esistono più.
Chi è
rimasto tra i vecchi nostalgici del ruolo dell’intellettuale si scontra con la
realtà ed è perdente, poiché un cittadino che non ha più nessun legame con un
partito organizzato non capisce perché dovrebbe fidarsi dell’interpretazione di
questo o quell’intellettuale.
Che
cosa rende organico quell’intellettuale, quando non c’è più un soggetto
collettivo che organizza?
Ecco allora che questi intellettuali non hanno
più luogo d’essere – e molti, tra giornalisti, creatori di opinione, scienziati
si lamentano della perdita di autorevolezza e si lamentano che i cittadini
girino le spalle a coloro che sanno.
Ma non
si capisce perché i cittadini democratici dovrebbero prendere per oro colato
ciò che viene offerto loro da coloro che sanno, se questi ultimi non esprimono
idee oggettive (non sono scienziati) ma di parte, ideologiche a loro volta.
C’è in
realtà nel nostro tempo un’altra forma di intellettuale organico, che è
organico non ad un partito o a una visione della società, bensì
all’organizzazione del consenso.
Gli
“spin doctor”, coloro che operano nel mondo dei social media e della
comunicazione, non sono semplicemente dei tecnici neutri.
Questi intellettuali sono organici a progetto
di vittoria elettorale di un personaggio politico.
È come
se ci fosse un’applicazione al mondo degli intellettuali organici della
mentalità strumentale di costi-benefici:
ovvero
non c’è un ideale da raggiungere, ma c’è un leader che deve vincere, e il
tecnico del consenso farà di tutto per raggiungere questo obiettivo.
È
insomma una visione molto più prosaica e strumentale, senza grandi o piccole
idee di riferimento.
L’intellettuale
organico di oggi è un tecnico – principalmente della comunicazione – al
servizio del desiderio di potere di qualcuno, così come un operatore
finanziario fa tutto quanto è in suo potere fare per poter massimizzare il
rendimento dei soldi investiti del suo cliente.
Questo
tipo di intellettuale organico è evidentemente l’immagine della politica
contemporanea, che vuole vincere a tutti i costi, poco importa quel che propone
– la vittoria ripaga di tutto.
Questa
è anche la logica populistica: chi vince ha ragione; l’opinione che ha conquistato la
grande maggioranza e che vince sulla minoranza ha ragione ed è legittima.
Se non
c’è più un’ideologia superiore di riferimento (come nel caso del partito di
massa) e se non c’è neppure una verità di riferimento (anche gli scienziati
sono decaduti dandosi alla ricerca dell’audience) quale altro può essere il
criterio, del resto?
Quanto
pensa che il populismo, come rapporto uno ad uno tra leader e “follower”, sia
legato, anche geneticamente, al web e a questa sorta di raddoppiamento virtuale
della sfera pubblica?
Nadia
Urbinati:
Il populismo come strategia per la conquista
del potere via elezioni ha bisogno di una retorica che sia capace di unificare
varie istanze, che diversamente sarebbero disgregate.
Il
leader populista è vincente se riesce a tenere insieme bisogni e posizioni
anche opposti, provenienti da diverse classi o da diverse aree geografiche.
Noi
vediamo solo il risultato unitario di questa strategia, la retorica che il
leader ci presenta.
L’aspetto retorico è indubbiamente
fondamentale, ed è un vero e proprio mezzo.
Si
parla infatti di visione narrativa della politica:
il
discorso diventa mezzo per unire, per raccogliere.
Non è più la classe, la struttura sociale, e nemmeno
l’identità religiosa o linguistica, ma qualcosa di artificialmente costruito
nel discorso pubblico e che alcuni esperti misurano con il sondaggio nelle
preferenze dando al leader la convinzione che sia capace di unire diverse
persone ovvero attrarre voti.
Questo
mostra lo strettissimo legame tra democrazia e retorica populistica, la quale
può svilupparsi efficacemente di fronte a un pubblico libero e aperto, capace
di recepire e organizzarsi.
Il web
è uno strumento che rende questa dimensione retorica e narrativa molto più
efficace, perché senza tantissimo impegno – senza andare cioè da una piazza
all’altra d’Italia, oppure stare dalla mattina alla sera in radio o in
televisione –, direttamente da casa (o da un luogo invisibile, dietro le
quinte), il leader e i suoi spin doctor possono creare una narrativa.
E la
creano in maniera che si potrebbe dire scientifica.
È
questo l’aspetto nuovo: non si tratta più semplicemente dell’arte del
discorrere della tradizione del demagogo, ma di una vera e propria scienza,
che usa la misurazione delle emozioni, la conoscenza quantitativa delle
reazioni del pubblico.
Ci
sono degli strumenti tecnici che consentono di anticipare una reazione a certi
temi.
Il
web, dunque, non è semplicemente una tecnologia di facilitazione, bensì di
“costruzione”, perché usa meccanismi che non sono tanto legati all’arte del
singolo leader, quanto a una strategia scientificamente collaudata.
A
questo punto il populismo raggiunge una capacità di efficacia molto maggiore.
C’è
però fortunatamente un elemento che ci assicura da una forma di determinazione
“meccanica”.
Il web
ha infatti la caratteristica della temporalità corta, legata al comportamento
consumistico, che deve stimolare continuamente nuovi beni e contenuti da
presentare.
Facendo
così, il web stimola e veicola continuamente nuovi gusti, nuovi abiti, nuove
idee, cambia il modo di presentarsi della persona.
Quindi
paradossalmente i leader populisti devono essere sempre capaci di modificare sé
stessi e le loro idee, seguendo i cambiamenti fatali che avvengono presso i
consumatori.
È
questa corta temporalità che rende il populismo non stabile e le democrazie
meno a rischio di sovversione.
Per
quanto riguarda i “molti”, il “popolo”, un’impressione è che l’allontanamento
della società dalle forme di produzione intellettuale e culturale derivi anche
da una frammentazione estrema che impedisce ogni forma di autorappresentazione
collettiva, di racconto comune.
Da qui
anche il successo della “identity politics” e del populismo stesso.
Ma
secondo lei quanto riesce davvero un leader come, ad esempio, Trump a unire un
popolo (o la maggioranza di esso)? Che forma di unità è?
Nadia
Urbinati:
È una
forma identitaria, senza dubbio.
Se non
ci sono più idee guida e ideologie fondate su una base ontologica, che cosa ci
può legare agli altri?
Questo
qualcosa può essere ad esempio l’identità etnica, l’identità nazionale, di
genere.
C’è
nella democrazia, che è fatta di individui (e di votanti singoli e tra loro
indipendenti) il bisogno di radicare e legare a qualcosa di stabile le vite e
idee.
Finiti
i grandi racconti collettivi con la loro astrattezza, ora entriamo nella
concretezza delle nostre identità – che, almeno, concrete ci sembrano.
Su questa povertà di tessuti connettivi e
discorsi che legano crescono con grande facilità i leader populisti.
Trump,
che ancora esiste e che ha una capacità di parola e di testimonianza delle sue
posizioni ancora forte, ha bisogno di avere dei democratici che lo detestino
per poter mobilitare i suoi a detestare a loro volta i democratici.
È una
politica divisa che sta in trincea, ma non in attesa che il nemico arrivi per
poi colpirlo (com’era la trincea nella rappresentazione di Gramsci) bensì una
trincea che costruisce gli stessi eserciti armati.
È una
politica che non ha più una visione del generale, bensì un obiettivo concreto e
vicino nel tempo, come la vittoria elettorale.
In
questo senso, secondo lei i movimenti riescono ancora a tenere insieme politici
e popolo?
Nadia
Urbinati:
Oggi
anche gli stessi populisti preferiscono creare movimenti o partiti
leggerissimi, capaci di muoversi con agilità secondo i loro interessi.
I movimenti come “Occupy Wall Street”, “Indignados”,
movimenti dunque dal basso, sono capaci di scuotere l’opinione pubblica, però
non hanno – né forse vogliono avere – una rappresentanza, e quindi muovono le
cose senza poi volerle gestire.
Questo
è anche ciò che è successo con le “Sardine”, la cui funzione è stata quella di
muovere civilmente i cittadini ad andare a votare, senza diventare però un
partito a loro volta.
La funzione di dare voce a una parte della
cittadinanza rimane comunque importantissima.
L’interesse per i temi della costruzione e
trasformazione dell’opinione pubblica è dovuto al fatto che per molte sfide
politiche epocali, come quella legata al cambiamento climatico, si fa spesso
riferimento a un cambio di mentalità collettiva che, esso solo, potrebbe
produrre una reale rivoluzione.
Questo
fantomatico argomento spesso si conclude con una fatale autoassoluzione (in
attesa di tempi più maturi), ma più raramente ci si sofferma a riflettere su
che cosa significa effettivamente un cambiamento di mentalità.
Ci può
aiutare?
Nadia
Urbinati:
“Marco
Tarchi”, scienziato politico vicino alla destra e molto attento ai fenomeni
populisti, identifica il populismo prima di tutto come mentalità – più che come
strategia, ad esempio.
Io ho delle resistenze, perché secondo me il
populismo non ha una mentalità specifica;
è
l’appello al popolo fatto in un determinato contesto da alcuni attori politici.
La
mentalità è piuttosto quella che Gramsci chiamerebbe “senso comune”.
In tutti gli intellettuali dell’Ottocento,
fino appunto a Gramsci, c’era l’idea profonda che i mutamenti di tipo
istituzionale non fossero sufficienti, che occorresse cambiare la cultura
spirituale e morale del Paese, quindi la mentalità.
Per
stabilizzare un sistema istituzionale nuovo serviva una mentalità che non fosse
più legata – come era per grandi masse di persone – al ceto e alla corporazione
di appartenenza;
si
trattava di educare l’opinione pubblica generale e nazionale. Se il problema nell’Ottocento era di
creare dei cittadini capaci di avere una mentalità non subalterna ma
democratica – di qui la necessità di una educazione delle masse sul lungo
periodo –, adesso la sfida per noi cittadini è quella di diventare capaci di
fare i conti con problemi, che sono apparentemente più “distanti” da noi, come
appunto quella del clima, ad esempio.
Mentre nell’Ottocento la sfida era innovativa
della società (si trattava di lottare per il suffragio e poi fare in modo che i
cittadini imparassero a usare l’arma del discorso politico e del voto), noi
abbiamo a che fare con sfide che ci richiedono di cambiare il nostro modo di
agire e di pensare 24 ore su 24.
Per
avere effetti sul clima si tratterebbe di promuovere una mentalità di
autocontrollo radicale, per cui si giunga a limitare il consumismo, ad
apprendere come gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, ad apprendere
a privilegiare certi comportamenti invece che altri – fare tutto questo non
solo in un singolo paese ma in tutto il mondo.
Sono
abbastanza scettica:
a meno
che non cambiamo gli esseri umani – come nel mito utopistico settecentesco
dell’uomo nuovo da educare –, bisogna accettare il fatto che una mutata
mentalità non si rifonderà mai sulla base dei nostri desideri o anche delle
nostre volontà.
Certo, rispetto alla tradizione illuminista
della riforma della mentalità “top-down” o giacobina c’è anche la tradizione
educatrice di Rousseau o degli utilitaristi inglesi del “bottom-up”.
In tal
senso, si tratterebbe ad esempio di riformare i programmi scolastici, fare in
modo che siano uniformi, e che il personale che si occupa di trasmissione
culturale, sia nei media che nelle istituzioni scolastiche, si ponga nella
condizione di autolimitazione, entrando in un ordine più responsabile di
formazione delle opinioni.
Come si vede, si tratterebbe comunque di un lavoro
organizzativo titanico.
Un
altro esempio di invocazione di un cambio di mentalità è quello relativo alla
costituzione di un’opinione pubblica realmente europea, che permetterebbe un
avanzamento del progetto comunitario.
Tentativi
in tal senso – in termini di policies, di movimenti e associazioni, di scelte
editoriali, ecc. – ve ne sono sempre di più, ma d’altro canto è anche vero che,
se uno
Stato è un sistema diarchico di opinione pubblica e decisione politica sovrana,
allora c’è il rischio che l’opinione pubblica si costituisca sempre intorno a
una struttura nazionale.
Secondo
lei si può realizzare qualcosa come un’opinione pubblica europea?
Nadia
Urbinati:
Gradualmente
siamo riusciti a edificare una mentalità europea. Siamo più europei noi dei
nostri genitori;
e i giovani ancora più di noi.
Le
norme, le regole, le procedure amministrative, commerciali e burocratiche hanno
uniformato i comportamenti di milioni di europei benché diversi nella lingua e
anche nei costumi.
I progetti Erasmus hanno cercato di creare una
popolazione di studenti capaci di interagire come europei oltre che come
cittadini nazionali.
Tutto
questo ha contribuito a formare cittadini europei senza un sovrano europeo.
E in tempi critici – come la pandemia – questa
unità si è espressa anche in una concreta collaborazione scientifica, medica ed
economica.
I fatti, la loro gestione e anche un’emergenza
sanitaria hanno cementato un’unità e fatto sentire noi europei “come se”
fossimo uniti; noi europei molto più che noi occidentali.
Noi
europei come parte del mondo occidentale, ma specifici e non assimilati, per
esempio, ai canadesi o agli statunitensi. Sarebbe desiderabile che questa unità
di sentire si esprimesse anche nella dimensione delle relazioni internazionali, ovvero l’Unione Europea riuscisse
ad avere una politica estera e di difesa comune e indipendente.
Stiamo
verificando con la guerra in Ucraina quanto importante sarebbe che l’Unione
Europea riuscisse a garantire la pace e la cooperazione sul proprio continente.
Un’unione
più perfetta sarebbe certamente aiutata da un’opinione politica comune.
Certo,
servirebbero media unitari (una CNN europea, ad esempio) e non soltanto
nazionali, una stampa attenta al continente e non solo al paese di riferimento.
I
tempi sono lunghi e gli ostacoli non piccoli (pensiamo a quello della lingua),
ma indubbiamente la convenienza può indurre a pensare che non ci sia
alternativa alla nostra unità.
La debolezza delle sovranità nel mondo globalizzato
dei mercati non lascia, mi sembra, molte alternative all’unione.
Ma sono propensa a pensare che non si tratti
soltanto di necessità e convenienza, poiché l’unione di questo continente
guerrafondaio ha nei fatti offerto una qualità della vita, una tranquillità di
spirito direbbe Montesquieu, che ha reso grandi servigi a tutti noi.
(Giulio
Pignatti).
Il
Deep State statunitense tra teorie
cospirazioniste
e controllo del potere.
Orizzontipolitici.it - Massimiliano Garavalli –
(29 Giugno 2021) – ci dice:
Notoriamente
siamo abituati, nelle narrazioni che si ascoltano in Italia, a pensare al “Deep
State” come qualcosa di “oscuro”, un “Governo ombra” che manovra le leve del
potere da dietro le quinte.
Lobbies,
massoneria e apparati di controllo che decidono le nostre vite all’infuori del
gioco democratico.
Soprattutto negli Stati Uniti, il concetto di
Deep State ha assunto dei contorni polarizzanti a livello politico:
i Repubblicani si servono da anni dell’idea di
Deep State per accusare i Democratici di agire alle spalle del popolo
statunitense impedendo al “Gop” – “Grand Old Party”, un termine con cui si
definisce il Partito repubblicano – di esprimere la volontà popolare.
Non
solo Qanon:
anche
per i Repubblicani il Partito democratico sarebbe proprio l’espressione del
Deep State, un’ élite anti-popolare che fa solo i propri interessi.
Un’idea
che ha attecchito nella base repubblicana anche in virtù dell’ethos tipicamente
statunitense:
gli
americani nutrono da sempre pulsioni anti-stataliste e anti-governative (anche
se il vento sta cambiando).
L’idea di un mega apparato di controllo ha
funzionato e continua a funzionare molto bene a livello propagandistico.
Celebre
il caso delle ultime elezioni presidenziali nel novembre scorso: l’accusa di
brogli portata avanti da Trump e dal Gop muoveva proprio nella direzione di un
j’accuse nei confronti dei Democratici che, tramite il loro controllo degli
apparati, avrebbero ribaltato illegalmente l’esito della votazione.
Già
nel 2016, all’alba dell’elezione che premiò Donald Trump come Presidente degli
Stati Uniti, una delle accuse più frequenti ad Hillary Clinton era proprio
quella di far parte dell’establishment contrario all’interesse del popolo (un
modo velato, ma non troppo, di parlare di Deep State).
Cos’è
veramente il Deep State.
Al di
là delle teorie cospirazioniste, cosa intendiamo quando parliamo di “Deep
State”?
Un
fondo di verità nella teoria del “Governo ombra” in effetti c’è, ma solo nel
concetto di mega apparato.
Del Deep State sono state date più
definizioni, ma tutte sono concordi nel dire che si tratta di un esercito di
“civil servants” – 9 milioni a livello federale, il 6% della forza lavoro
totale, e 16 milioni se si comprendono anche gli statali e i locali – i
funzionari statali che lavorano nei diversi strati della burocrazia
statunitense.
L’esempio
più eclatante è il Pentagono:
con i
suoi 3 milioni di dipendenti, è il più grande datore di lavoro del mondo.
Sono
funzionari che lavorano nelle agenzie di sicurezza federali, come la Cia
(Central Intelligence Agency) o l’Fbi (Federal Bureau of Investigation), come
assistenti parlamentari o nelle commissioni del Congresso, nelle
amministrazioni statali che fanno riferimento al Governo federale, nelle corti
di giustizia.
In
contrasto alla teoria cospirazionista, il Deep State, pur non operando sempre
alla luce del sole, non è mai stato segreto.
L’origine
del termine Deep State risale in verità ad un contesto extra-statunitense.
Deep
State è infatti la traduzione letterale di “derin devlet”, un’espressione turca
che in Turchia indica il governo segreto collegato con i poteri industriali e
finanziari deviati e con le organizzazioni criminali.
È un termine che viene spesso associato a
Paesi autocratici, come l’Egitto e proprio la Turchia, dove il Deep State in
realtà coincide con il Governo nazionale.
Per
questo motivo l’espressione è stata criticata negli Stati Uniti in virtù della
sua carica negativa.
Negli
Usa l’origine del mega apparato burocratico si fa risalire al 1871, anno in cui
fu introdotta l’idea della creazione di un servizio civile “non-politico”,
proposto da “Carl Schurz” (un generale di origine tedesca), con l’obiettivo di
far fronte all’enorme mole di leggi, procedure, burocrazia a cui il Governo
federale avrebbe dovuto far fronte negli anni a venire.
Ma
soprattutto, l’idea alla base era quella di dare una visione di lungo periodo
alla politica americana, dal momento che i presidenti rimanevano in carica per
4 o 8 anni.
Si trattava altresì di limitare il potere
dello stesso presidente:
la
creazione di un potere tecnocratico, e quindi svincolato dalle logiche
partitiche interne, doveva essere una garanzia di stabilità.
Prima
di allora, infatti, gran parte dei funzionari federali venivano nominati
direttamente dal presidente in carica.
Croce
e delizia degli Stati Uniti.
Se è
vero che l’intuizione si rivelò giusta, perché da lì in poi il Governo federale
avrebbe avuto a che fare con una complessità sempre crescente, da una parte ciò
ha comportato anche un problema non di poco conto per i presidenti americani.
Trump
non è stato l’unico a lamentarsi del Deep State, lo fece anche Obama quando
lamentò che il Pentagono lo costrinse ad inviare altre truppe in Afghanistan, e
addirittura Reagan quando disse che il Deep State stava frenando la battaglia
contro i comunisti.
Negli
anni della “War on Terror” (guerra al terrore) dopo l’attentato alle Torri
Gemelle dell’11 settembre, l’apparato militare statunitense, la parte più
consistente del Deep State, venne incrementato ulteriormente. Vennero versati
trilioni di dollari nella “Homeland Security” (il dipartimento
anti-terrorismo), le agenzie di sicurezza aumentarono fino a diventare 17, e il
potere della Cia, dell’Fbi e della Nsa crebbe.
Anche se Deep State è un termine giudicato
spesso fuorviante e intrinsecamente negativo, esiste quindi un Governo
amministrativo (prevalentemente militare) che coabita con il Governo politico.
Si
tratta di un apparato che non si limita solo a gestire l’impianto burocratico
statunitense, ma che influenza (e spesso determina) gli indirizzi politici del
Paese.
In particolare, lo fa per la politica estera:
nel
Deep State ci sono migliaia di giovani praticanti che iniziano quando hanno
poco più di 20 anni a lavorare come assistenti al Congresso o nelle agenzie
federali, e che poi vanno avanti per tutta la vita.
Il personale di queste agenzie determina
quindi l’arco vitale delle strategie delle agenzie stesse.
Cia,
Fbi e gli altri apparati federali indirizzano le proprie politiche su orizzonti
temporali di 30-40 anni, più di quello delle amministrazioni presidenziali.
Politiche
infatti non sempre convergenti con quelle dell’esecutivo:
in
virtù proprio della stabilità che sono deputate a garantire, devono evitare che
il Paese non abbia una strategia di lungo periodo (che nel caso del cambio di
partito alla presidenza potrebbe mutare).
La
politica estera statunitense dipende quindi fortemente dalla volontà degli
apparati.
Presidente
contro Deep State.
Si è
visto con Trump, quando ha provato ad avvicinarsi alla Russia.
Da sempre alla ricerca di un rapporto più
stretto con il Cremlino, l’ex presidente Usa ha tentato invano di stabilire un
punto di contatto con Putin.
Gli
apparati statunitensi, memori ancora della Guerra Fredda con l’Ex Urss, glielo
hanno impedito.
Trump
è stato il presidente che, soprattutto sul fronte della politica estera, ha
avuto più dissidi con il Deep State.
Le
agenzie federali lo hanno accusato a più riprese di aver indebolito l’alleanza
della NATO, nonché i rapporti con gli alleati asiatici lungo il litorale del
Pacifico, e di aver condotto una battaglia contro la scienza che per gli Stati
Uniti ha sempre rappresentato una frontiera di supremazia geopolitica.
Ora
anche Biden che, nonostante le dichiarazioni al vetriolo riguardo a Putin (lo
ha definito “un assassino”), ha tentato un avvicinamento con la Russia. Una mossa che converrebbe soprattutto
a Mosca, per uscire dall’isolamento e dall’alleanza improvvisata con la Cina,
ma che il Pentagono continua ad ostacolare.
Sulla
Cina la politica dei presidenti statunitensi converge con la strategia degli
apparati.
Le previsioni dei policy maker americani (e di
buona parte degli istituti di ricerca internazionali) danno la Cina in procinto
di sorpassare sul piano della supremazia geopolitica gli Stati Uniti.
Un
sorpasso che potrebbe avvenire tra molti decenni, ma che pare inevitabile.
Sul piano economico dovrebbe già verificarsi
entro il 2030, sul piano politico e tecnologico appare tuttavia ancora lontano.
Proprio per l’incombere del rivale cinese, Joe
Biden ha colto l’occasione del G7 in Cornovaglia di inizio giugno per
rinsaldare le alleanze con i Paesi Nato in funzione anti-cinese, per ricucire
lo strappo tra Usa ed Unione Europea con Trump nella precedente
amministrazione.
Il
Deep State nel futuro degli Stati Uniti.
Un’indagine
sulle opinioni del popolo americano ha mostrato come la maggioranza creda che
esista un gruppo di ufficiali e funzionari non eletti che influenza
segretamente la politica statunitense, e l’80% crede che le agenzie federali
monitorino le loro vite di nascosto, anche se solo il 27% crede nell’esistenza
del Deep State così come è stato esplicato in questo articolo.
Gli
Stati Uniti sono il paradosso di un Paese il cui popolo storicamente è sempre
stato avverso al “Big Government”, ma che nei fatti possiede il più grande
apparato burocratico dell’Occidente.
Un
apparato con cui devono fare i conti tutti i presidenti:
anche Joe Biden che, seppur più allineato alle
agenzie governative rispetto a Trump, ha avuto non poche difficoltà già nei
primi giorni di mandato in alcune scelte strategiche, come il ritardo del
ritiro delle truppe dall’Afghanistan.
Gli
apparati sono ciò che ha permesso agli Stati Uniti di governare il mondo negli
ultimi 70 anni, ma anche la più grande sfida della politica, rappresentata dal
Congresso e dall’Esecutivo, nei confronti dell’esercito di tecnocrati e
funzionari presenti nei meandri di ogni aspetto della vita amministrativa
statunitense.
Un
conflitto che è il cuore della democrazia americana:
il
Deep State non è solo un grande governo amministrativo, ma è anche il custode
delle garanzie costituzionali statunitensi.
La
missione dei funzionari, al di là della burocrazia, è la preservazione della
stabilità democratica.
Il Deep State, più che una teoria cospirazionista, è
il principale scudo contro potenziali colpi di stato e complotti interni.
(Massimiliano
Garavalli).
I dazi
di Trump:
c’è
una logica dietro?
Spionline.it
– Antonio Villafranca – (3 aprile 2025) – ci dice:
Trump
ha forse ragione quando accusa gli altri Paesi di aver trattato ingiustamente
gli Stati Uniti, imponendo condizioni commerciali molto più gravose di quelle
applicate da Washington?
La
risposta è un netto “no” — ed è importante capire il perché.
(Relazioni
Transatlantiche).
Il
Presidente degli Stati Uniti l’aveva promesso in campagna elettorale e l’ha
fatto: ha alzato i dazi a tutti.
Per cercare di essere ecumenico ha infatti
imposto il 10% a tutti i paesi indistintamente, ma la sua scure si è abbattuta
con maggior forza su quei 60 paesi che lui definisce “worst offenders”.
Ovviamente,
secondo Trump, tra questi non possono mancare tanto la Cina quanto l’Unione
europea.
Il
risultato complessivo è che i dazi applicati dagli USA e pesati per il loro
commercio aumenteranno di almeno il 25%, portandoli così al 28%.
Si
tratta del tasso più alto applicato dal paese dalla fine dell’Ottocento.
Ma
qual è la logica dietro questi numeri?
Trump ha ragione nel dire che i paesi del
mondo sono stati ingiusti nei confronti degli Usa applicando condizioni allo
scambio di merci ben più pesanti di quelle che gli Usa applicavano a loro?
La risposta è un secco ‘no’, ma è bene capire
perché.
Alla
ricerca di una logica.
Il
punto di partenza è l’affermazione di Trump secondo cui i dazi americani sono
‘reciproci’.
In
pratica risponderebbero alla necessità di replicare alle ingiuste barriere al
commercio imposte dagli altri paesi del mondo a un paese – gli USA – che invece
è tra quelli che applica(va) dazi tra i più bassi (spoiler: quest’ultima parte
è l’unica cosa vera).
Da qui
il suo altisonante ‘Liberation Day’, come lui ha definito il 2 aprile, giorno
in cui appunto gli USA si sarebbero liberati dalle ingiustizie impostegli da
tutti i paesi del mondo.
Proprio
da tutti.
Per
Trump evidentemente le distinzioni tra alleati e non alleati, paesi democratici
e non, non sono più applicabili.
Per
operare dunque questa “liberazione” da tutti la parola chiave è ‘reciprocità’,
che però non significa – sempre secondo Trump – applicare grosso modo gli
stessi dazi che gli altri applicano agli Usa.
La
‘reciprocità’ secondo Trump è legata al deficit commerciale che gli USA hanno
rispetto a ciascuno paese.
In
pratica, se c’è un deficit commerciale USA questo è dovuto al fatto che gli
vengono ingiustamente applicate barriere tariffarie (ovvero dazi) e barriere
non tariffarie.
E, in
particolare, tra quelle non tariffarie Trump fa rientrare di tutto, non solo
vincoli tecnici/amministrativi, ma anche presunte ‘manipolazioni’ del tasso di
cambio a favore di chi esporta negli USA.
Ecco
perché la logica della ‘reciprocità’ trumpiana non può essere legata solo al
livello dei dazi applicati agli USA:
se c’è
un deficit commerciale questo è di per sé una ingiustizia a cui porre rimedio.
Quindi
partendo dall’ingiustizia ‘dimostrata’ dall’esistenza stessa del deficit, Trump
applica dazi pari alla metà di tutte quelle barriere che vengono imposte agli
USA.
E si badi bene: è solo la metà.
Motivo per cui Trump si sarebbe dimostrato
quasi magnanimo, “gentile”, come ha detto nel discorso di ieri.
Tra
questa logica della reciprocità e la sua applicazione si pone però un problema:
come calcolare tutte queste “ingiuste”
barriere agli USA e ottenerne quindi i dazi reciproci.
Come
detto sopra, basta prendere la (semplicistica, a dir poco) esistenza del
deficit.
La formula che ne consegue appare qualcosa del
genere:
si prende il deficit commerciale degli USA
verso un paese e lo si rapporta al totale dei beni importati da quel paese.
La percentuale che si ottiene la si divide per
due ed ecco ottenuto il dazio USA.
Applichiamo
questa formula per comprendere il 20% riservato all’Unione europea:
nel
2024 il deficit commerciale Ue verso gli USA valeva 235,6 miliardi di dollari
(dati US Census Bureau);
questo lo si divide per il totale delle
importazioni USA dall’Ue (605,8 miliardi) e si ottiene 0,39, ovvero il 39%.
La
metà è 19,5%, ma la magnanimità di Trump non è arrivata all’arrotondamento per
difetto.
Significativo
il caso specifico dell’Italia:
con un
nostro surplus di 44 miliardi ed export negli USA pari a 76,4 miliardi, il
dazio per noi avrebbe dovuto essere il 29%.
Semplificando:
per un
paese come il nostro che ha il terzo surplus commerciale nell’Ue verso gli USA,
stare nell’Ue significa aver avuto uno ‘sconto’ del 9%.
Per la
Germania (che ha un surplus ancora maggiore verso gli USA) lo ‘sconto UE è di
circa il 7%, un po’ meno del nostro.
In questa logica, comunque piuttosto assurda,
a perderci è la Francia che fuori dall’Ue si sarebbe ritrovata con un dazio del
14% (la Spagna addirittura ha un deficit commerciale verso gli USA e si
ritroverà comunque dazi al 20%).
Secondo
il “Financial Times”, questa logica sembra applicarsi in modo piuttosto preciso
ai primi 24 “worst offenders” degli USA, mentre per gli altri il dazio
risultante è un po’ diverso, ma comunque non molto distante.
Se
questa è una logica…
Pensare
che il deficit commerciale verso un paese sia di per sé sempre sbagliato e che
sia causato necessariamente da barriere di qualsiasi tipo imposte ingiustamente
da questo paese non ha fondamento in economia.
A
partire da “David Ricardo” che si starà rivoltando nella tomba per lo strazio
compiuto alla sua teoria dei vantaggi comparati.
Il commercio internazionale in rapporto al PIL
del mondo continua a crescere, anche negli ultimi anni di grande rivalità
geopolitica.
Il motivo è semplice: il vantaggio che tutti traggono
dal libero commercio.
Pensare
poi che il deficit commerciale sia sempre ingiusto e imposto dagli altri non
solo non tiene conto delle preferenze dei consumatori (e dei risparmi che
questi ottengono dall’acquistare beni meno cari all’estero), ma anche della
complessità del commercio internazionale e dei ripetuti passaggi dei
semilavorati tra paesi prima di arrivare a moltissimi prodotti finiti, negli
USA come nel resto del mondo.
Per non parlare del fatto che a volte il deficit
commerciale è inevitabile:
se un
paese come gli USA in pratica non produce caffè e vuole consumarlo, come può
non importarlo da un paese che lo produce?
Stesso
discorso lo si può fare per un prodotto ben più strategico come l’energia.
Puoi
estrarre, come gli USA fanno oggi, tanto petrolio e gas, ma se puoi acquistarli
a buon prezzo da alcuni paesi (mentre magari li esporti ad altri), perché il
relativo deficit con un paese rappresenterebbe un ‘vulnus’ o sarebbe l’effetto
di pratiche commerciali sleali?
Bisogna
ammettere che almeno alcune di queste considerazioni base dell’economia
sembrano conosciute dai consiglieri di Trump:
non a
caso i nuovi dazi non si applicano all’energia, così come ai beni importati da
Canada e Messico e rientranti nell’accordo USMCA del 2020.
Tra
questi ultimi, significativamente, ci sono quelli del comparto automobilistico
(non comunque completamente esenti dai dazi annunciati nelle scorse settimane)
per i quali gli scambi con gli USA sono intensi e su cui quindi il contraccolpo
per l’industria americana sarebbe stato notevole.
I
dazi, se non basati su acclarate pratiche sleali, sono in realtà un ‘vulnus’
per tutti, anche per chi li impone.
Motivo
per cui anche in Europa bisognerà stare attenti ai contro-dazi.
Trump
ha già detto che potrebbe ulteriormente alzare i propri dazi se questi ci
saranno.
Trovare una quadra tra l’evitare una vera e
propria guerra commerciale e non rimanere inermi rispetto a dazi dalla logica
che esula dall’economia non è di certo semplice.
(Antonio
Villafranca - Vice Presidente per la Ricerca, ISPI).
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