Ogni cittadino è un bersaglio.

 

Ogni cittadino è un bersaglio.

 

 

 

L’Occidente Soffia Ancora sulla

Destabilizzazione dei Balcani.

Conoscenzealconfine.it – (20 Luglio 2025) - Mario Colonna – ci dice:

 

Dalla frantumazione della Jugoslavia, i Balcani non hanno mai smesso di rappresentare il simbolo di quel “divide et impera” di Romana memoria che ha guidato gli imperialismi occidentali all’imposizione dei propri interessi in giro per il mondo.

Ancora oggi, la situazione nella penisola è incandescente, con continue tensioni dove la longa manus dell’Occidente prova a giocare le sue carte contro l’affermarsi del multipolarismo.

 

La Nuova “Triplice Alleanza.”

Alla fine di marzo, la Croazia e il Kosovo hanno firmato a Tirana insieme all’ospitante Albania accordi sulla cooperazione militare che prevedono la lotta congiunta contro le minacce esterne.

Il documento principale si compone di quattro punti e prevede cooperazione tra le parti nell’addestramento e nello svolgimento di esercitazioni congiunte del personale militare.

 A ciò si aggiungono lo scambio di informazioni di intelligence e soprattutto il “coordinamento delle politiche e delle posizioni dei partecipanti con le strutture multilaterali euroatlantiche nel campo della sicurezza e della difesa.”

 

In questa nuova “Triplice alleanza” balcanica, Croazia e Albania sono membri Nato dal 2009, mentre il Kosovo per voce della sua presidenza” Vjosa Osmani” continua a premere per l’entrata del Paese nell’Alleanza atlantica.

 

A cavallo tra luglio e agosto sono previste esercitazioni militari della Triplice nell’Albania settentrionale e nell’ex Krajina serba in Croazia, aree confinanti con il Kosovo e la Serbia, come a voler infuocare la già instabile situazione che attraversa quest’ultima.

 

Il Ruolo della Turchia e della Nato.

Alcuni media russi sottolineano il ruolo della Turchia in questa vicenda.

All’inizio di gennaio, il Kosovo ha siglato un accordo con la società turca “Mechanical and Chemical Industry Corporation” per la creazione entro ottobre 2025 di impianti industriali nel Paese per la produzione di munizioni e droni.

 

A questo va aggiunto che la modernizzazione delle cosiddette “forze di sicurezza” kosovare sotto l’egida della Nato ha beneficiato di investimenti esteri per circa 240 milioni di euro provenienti da aziende specializzate di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Turchia e Stati Uniti.

 

Non meno attivo è il corridoio creato alla fine degli anni ’90 per la consegna a “Pristina” di carichi tecnico-militari attraverso i porti dell’Albania settentrionale. La Nato inoltre monitora lo spazio aereo con droni statunitensi come il MQ-9A Reaper e Challenger 650 Artemis, un veloce jet privato di lusso, modificato per agire come aereo-spia e intercettare le comunicazioni altrui.

 

Una simile militarizzazione dei Balcani ricorda da vicino la vigilia dei bombardamenti Nato del 1999, con D’Alema attore protagonista per l’allora governo italiano di centro-sinistra.

 

Serbia e Macedonia, Due Focolai su Cui Soffia l’Occidente.

Se a Belgrado e in altre città serbe continuano le proteste in primis studentesche contro il” Presidente Vučić”, la vicina Macedonia del Nord sembra essere oggetto di attenzioni da parte delle forze filooccidentali.

 

Lo scorso marzo, attivisti serbi antigovernativi sono stati arrestati nella capitale Skopje con l’accusa di voler organizzare disordini nel Paese e alimentare così i venti di destabilizzazione dell’area, dove l’adesione macedone ai desiderata occidentali non appare garantita.

La Macedonia del Nord è entrata nella Nato nel 2020 con un processo di adesione lampo formalizzato dall’”Unione socialdemocratica di Macedonia” (Usm).

 Salita al potere nel 2019, l’Usm ha cambiato nome al Paese e ha pacificato il rapporto con la Grecia con l’”accordo di Prespa”.

 

Nel 2024 tuttavia il “Partito democratico per l’unità nazionale macedone “è tornato al governo, riprendendo la retorica contro la minoranza albanese e, di converso, alimentando le richieste di chi vorrebbe la creazione di un “Kosovo di Macedonia” per gli albanesi su circa un terzo del territorio macedone.

 

Un Nuovo “Maidan” all’Orizzonte?

La controffensiva occidentale all’avanzata dei Brics e delle altre alleanze a trazione multipolare ha nei Balcani un punto della più generale strategia di recupero di consenso, o per meglio dire sottomissione, di vaste aree del Sud Globale.

 

Le batoste franco-europee in Africa fanno da contraltare ai bombardamenti americano-sionisti in Medio Oriente.

Col parziale disinvestimento Usa in Ucraina, la posizione della Serbia nei Balcani si fa più difficile, accerchiata com’è da spinte pro-Ue e Nato con cui il Paese non può che fare i conti, date le difficoltà di mantenere rapporti commerciali con la Federazione russa, fornitura di armi e armamenti comprese.

L’Inadeguatezza Italiana e il Silenzio dell’Ue.

Non sorprende invece la totale nullità delle istituzioni italiane in qualsiasi dossier di rilievo per il Paese, come quello dei vicini Balcani.

Anzi, il Presidente Mattarella non ha trovato di meglio da fare che visitare l’omologo croato nel giorno in cui circa 500 mila persone hanno assistito a Zagabria al concerto di “Marko Thomposn”, ex militare oggi “cantore” dei peggiori rigurgiti nazifascisti nella patria degli Ustascia.

 

“Il più grande raduno fascista dai tempi Seconda guerra mondiale,“ l’hanno definita i media serbi, che hanno accusato l’Ue di silenzio complice verso l’evento.

 Non c’è di che star sereni…

(Mario Colonna).

(contropiano.org/news/internazionale-news/2025/07/18/loccidente-soffia-ancora-sulla-destabilizzazione-dei-balcani-0185014).

 

 

 

 

Siria in Fiamme, come l’Occidente

 Ha Creato l’Ennesimo Stato Fallito.

Conoscenzealconfine.it – (18 Luglio 2025) - Vincenzo Brandi – ci dice:

Giungono notizie di scontri interreligiosi tra milizie sunnite e druse nel Sud della Siria, di cui immediatamente profitta Israele per estendere la sua influenza nella Siria meridionale ergendosi a “protettore” dei Drusi e bombardando persino i palazzi del potere a Damasco.

Si tratta in realtà solo di un ignobile conflitto tra avvoltoi (Israele, Turchia, USA) che cercano di spartirsi le spoglie di quel martoriato paese, noto un tempo per essere la sede di una pacifica convivenza tra gruppi religiosi ed etnici (dai Sunniti ai Cristiani, dagli Alawiti ai Drusi, dagli Arabi ai Curdi e le minoranze turcomanne e assire).

 

La Siria era l’ultimo baluardo di quel nazionalismo arabo laico, socialista ed antimperialista, che aveva destato tante speranze tra i popoli del Medio Oriente e del Nord-Africa, ed aveva avuto i suoi più noti rappresentanti in Nasser, Gheddafi e Assad padre.

Non si trattava di regimi perfetti, ma in Siria prima del 2011 erano stati raggiunti importanti risultati nel campo economico e sociale, e dei diritti umani, soprattutto delle donne che avevano raggiunto una piena parità.

 La pace interetnica e interreligiosa era stata assicurata nonostante qualche tentativo fallito di colpo di stato condotto da ambienti sunniti estremisti foraggiati dall’estero.

 

Dal 2011 è iniziata una sistematica campagna di destabilizzazione e smantellamento del paese condotta con l’azione di bande terroriste come Al Qaida, ISIS, Al Nusra, ed infine HTS (Hay’at Tahrir al-Sham) finanziate ed armate dai servizi segreti occidentali, dalla Turchia ed alcune monarchie arabe reazionarie.

 Israele ha contribuito con continui bombardamenti.

Alla fine, dopo quasi 15 anni di durissima lotta, lo stato siriano esausto, ed indebolito anche dal separatismo curdo che si è impossessato in collaborazione con le truppe USA di tutti i pozzi di petrolio (principale fonte di valuta del governo) si è definitivamente sfasciato, aprendo le porte dell’inferno.

 

Oggi in Siria a Damasco si è insediato il terrorista, ex dirigente di ISIS ed Al Qaida, “Ahmed Al Hamraa” (noto come Al Jolani) sostenuto dalla Turchia e dai servizi occidentali.

Ma il fatto di essersi messo in giacca e cravatta e di essere protetto direttamente da USA, Turchia, UK e altri paesi occidentali, non gli ha permesso di governare su un paese pacificato e unito.

 

Il Nord è occupato dai Turchi, il Nord-Est da Curdi e truppe USA, la zona di Al Tanf al confine giordano da altre truppe USA e altre bande jihadiste, il Sud da Israele e milizie druse.

Anche gli Alawiti e gli ex sostenitori di Assad organizzano la resistenza nella zona costiera, nonostante la feroce repressione delle bande dell’HTS (formate anche da terroristi sunniti non-siriani, caucasici e centroasiatici) che ha causato il massacro di oltre 1500 civili alawiti.

Il dramma della Siria non è un caso isolato.

L’Occidente cerca di distruggere e gettare nel caos ogni stato indipendente che si frapponga ai suoi voleri.

 

Negli anni ’90 fu distrutta la Jugoslavia, e ancora oggi vengono alimentate tensioni potenzialmente esplosive tra Kosovo e Serbia e tra Musulmano-bosniaci e Bosniaci serbo-ortodossi.

Già dall’inizio degli anni 2000 iniziarono i tentativi di destabilizzare l’Ucraina, allora stato neutrale, e la Georgia.

Il tentativo in Ucraina è stato infine attuato con il colpo di stato del 2014 che ha gettato il paese, prima in una sanguinosa guerra civile attuata contro le popolazioni russofone del Sud e dell’Est (cui veniva vietato persino l’uso della propria lingua) e poi in una guerra disastrosa con la Russia (opportunamente cercata e provocata ad arte) che sta distruggendo il paese.

 

Nel 2011 è stata distrutta la Libia di Gheddafi, uno stato prospero e funzionante gettato nel caos, anche se per fortuna il paese pare si stia ricompattando in gran parte sotto la direzione del Parlamento e del Governo di Bengasi.

Oggi si cerca di destabilizzare tutta la zona caucasica organizzando provocazioni in Azerbaigian ed Armenia.

Inutile ricordare la triste sorte di altri paesi come, Sudan, Somalia ed Afghanistan.

 

Tuttavia non sempre le ciambelle riescono col buco.

La Georgia, dopo essere stata trascinata in una disastrosa guerra con la Russia nel 2008, oggi sembra essersi ripresa ed aver riacquistato una certa indipendenza.

 Il tentativo di destabilizzazione della Bielorussia è fallito grazie alla saldezza e al radicamento del Governo guidato dal Presidente Lukashenko.

Anche i tentativi di destabilizzare il Venezuela sono falliti.

 

Soprattutto i picconatori occidentali non riescono a destabilizzare i paesi più forti che ormai sono sfuggiti al loro controllo, nonostante guerre e pressioni economiche.

Parliamo della Federazione Russa che si impone sul campo di battaglia e resiste alle sanzioni;

dell’Iran che ha respinto con successo l’aggressione USA-israeliana;

della Cina che continua a svilupparsi impetuosamente anche nei settori più tecnologici.

 

I vecchi paesi colonialisti ed imperialisti di Nord-America ed Europa non demordono e minacciano di riarmarsi fino a giungere eventualmente ad un disastroso (per l’umanità) confronto militare diretto.

 Tuttavia i paesi indipendenti, riuniti in alleanze ed anche organizzazioni come i BRICS, mostrano di avere i mezzi sufficienti per difendersi ed evitare il peggio.

“Vincenzo Brandi).

(lantidiplomatico.it/dettnews-siria_in_fiamme_come_loccidente_ha_creato_lennesimo_stato_fallito/58835_61997/).

 

 

 

 

GMO: Oltre 700 Persone, per lo Più Bambini,

Uccise da Israele Mentre Cercavano Acqua.

Conoscenzealconfine.it – (17 Luglio 2025) – Redazione – infopal.it - ci dice

Gaza. L’Ufficio Stampa Governativo di Gaza (GMO) ha accusato l’esercito di occupazione israeliano di aver commesso “uno dei crimini più atroci contro l’umanità”, conducendo una “guerra deliberata e sistematica della sete” contro i palestinesi nella Striscia devastata dalla guerra.

In una dichiarazione diffusa lunedì, il GMO ha affermato che l’esercito israeliano ha compiuto decine di massacri contro civili che cercavano acqua, uccidendo oltre 700 persone, per lo più bambini.

“L’acqua viene usata come arma di guerra per punire collettivamente la popolazione e privarla dei suoi diritti umani più fondamentali”, ha aggiunto il GMO.

 

Secondo la dichiarazione, l’esercito israeliano ha colpito 112 punti di approvvigionamento di acqua dolce e distrutto 720 pozzi, rendendoli inutilizzabili. Questo ha privato più di 1,25 milioni di persone dell’accesso ad acqua potabile.

“Ribadiamo che questa politica razzista costituisce un crimine di guerra a tutti gli effetti ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e una grave violazione del diritto umanitario e dei diritti umani internazionali.”

 

Il GMO ha inoltre accusato il regime di occupazione israeliano di impedire l’ingresso di 12 milioni di litri di carburante al mese – la quantità necessaria per far funzionare il minimo indispensabile di pozzi idrici, impianti di depurazione, mezzi per la raccolta dei rifiuti e altri servizi essenziali.

 

Questo blocco imposto da Israele ha “causato una paralisi quasi totale delle reti idriche e fognarie, aggravando la diffusione di malattie, in particolare tra i bambini”, ha dichiarato il GMO.

Il 9 marzo, Israele ha disattivato l’ultima linea elettrica che alimentava l’ultimo impianto di desalinizzazione dell’acqua a “Deir el-Balah”, nel centro della Striscia di Gaza, interrompendo la produzione di grandi quantità di acqua potabile e aggravando ulteriormente la crisi idrica dell’enclave, ha aggiunto il GMO.

 

Il GMO ha lanciato un appello per un’azione internazionale urgente volta a porre fine immediatamente alla guerra della sete condotta da Israele a Gaza, garantire l’accesso senza ostacoli all’acqua per i civili e fare pressione sul governo israeliano affinché consenta l’ingresso di carburante e attrezzature essenziali per far funzionare i pozzi idrici e le reti fognarie.

(infopal.it/gmo-oltre-700-persone-per-lo-piu-bambini-uccise-da-israele-mentre-cercavano-acqua/).

 

 

 

 

Gli Stati Uniti colpiscono l’Iran al fianco di Israele.

 La Repubblica Islamica risponde con

minacce e una pioggia di missili.

 

Mosaico-cem.it – (22 Giugno 2025) – Mondo - Anna Balestrieri – ci dice:

 

Nella notte tra sabato 21 e domenica 22 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno bombardato tre impianti nucleari iraniani: Fordo, Natanz e Isfahan.

 L’intervento, condotto in stretto coordinamento con Israele, segna l’ingresso ufficiale di Washington nel conflitto scoppiato il 13 giugno, quando Israele ha avviato una campagna militare su larga scala contro l’infrastruttura nucleare e missilistica della Repubblica Islamica.

 

Attacco congiunto a “Fordo”, “Natanz” e “Isfahan”.

Il presidente Donald Trump ha annunciato il successo dell’operazione in un discorso dalla Casa Bianca, affermando che “i siti chiave dell’arricchimento nucleare dell’Iran sono stati completamente e totalmente obliterati”.

“Fordo”, l’impianto più protetto, scavato nel sottosuolo, è stato colpito con sei bombe bunker-buster GBU-57 da bombardieri stealth B-2.

Natanz e Isfahan sono stati invece bersaglio di 30 missili Tomahawk lanciati da sottomarini statunitensi nel Golfo.

 

Secondo fonti militari israeliane, le strutture colpite includevano anche centrifughe avanzate, impianti di conversione dell’uranio e depositi per la produzione di droni e missili balistici.

Secondo quanto riportato da ABC News, gli Stati Uniti e Israele avevano già simulato attacchi congiunti contro i siti nucleari iraniani durante l’amministrazione Biden.

 L’attacco di sabato notte rappresenta quindi il culmine di una strategia militare condivisa, rimasta latente fino all’attuale fase del conflitto.

 

Coordinamento totale con Israele e il plauso di Netanyahu.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha elogiato l’operazione e definito Trump “un grande amico di Israele”, con il quale condivide l’idea di “pace attraverso la forza”.

In un messaggio registrato ha affermato:

“Con questa decisione coraggiosa, gli Stati Uniti cambiano la storia.

Israele ha fatto cose straordinarie, ma oggi l’America ha fatto qualcosa che nessun altro avrebbe potuto fare.”

 Ha inoltre ribadito che l’attacco era “pienamente coordinato” e che Israele è pronto a negoziare un accordo, ma “amplierà la guerra se l’Iran colpirà basi americane nella regione”.

 

Missili su Tel Aviv, 27 feriti e stop ai voli: la mattinata dopo l’attacco.

All’indomani dell’attacco statunitense contro i siti nucleari iraniani, l’Iran ha lanciato una nuova ondata di oltre 25 missili verso Israele oggi, domenica 22 giugno, causando ingenti danni a diversi edifici a Tel Aviv e ferendo 27 persone, tra cui una in condizioni moderate e quattro con sintomi di stress acuto.

 Il sistema di difesa antimissile israeliano ne ha intercettati la maggior parte, ma alcuni frammenti hanno colpito aree residenziali.

 

Le compagnie aeree israeliane “El Al”, “Arkia” e “Israir” hanno annunciato la cancellazione di tutti i voli di rimpatrio “fino a nuovo ordine”, mentre l’intero spazio aereo israeliano rimane chiuso.

Nel frattempo, l’aeronautica israeliana ha colpito nuove postazioni missilistiche e forze armate iraniane a ovest del Paese.

Hamas ha condannato l’operazione americana definendola “aggressione palese”, e i ribelli Houthi hanno promesso una risposta, parlando di “questione di tempo”. Anche il primo ministro britannico “Keir Starmer” ha commentato, definendo il programma nucleare iraniano “una minaccia grave alla sicurezza globale” e invocando una soluzione diplomatica per fermare l’escalation.

 

La risposta dell’Iran e la minaccia di escalation.

L’Iran ha confermato l’attacco attraverso l’”agenzia IRNA”, riferendo danni alle strutture di Fordo, Natanz e Isfahan, ma ha negato la presenza di perdite radioattive.

 L’Agenzia Atomica iraniana ha annunciato che il programma nucleare continuerà.

 Un commentatore della TV di Stato ha affermato che “ogni cittadino e soldato americano nella regione è ora un bersaglio legittimo”.

 

Nel fine settimana, l’Iran aveva lanciato cinque missili balistici verso Israele:

tutti sono stati intercettati, ma uno dei frammenti ha innescato un incendio sul tetto di un edificio a Tel Aviv.

L’IDF ha risposto colpendo nuovamente il sito di Isfahan con 150 ordigni lanciati da 50 caccia.

Sono stati distrutti anche quattro lanciatori di missili balistici e tre comandanti di alto livello dei Guardiani della Rivoluzione sono stati uccisi.

Intanto, l’IDF ha riferito che un proiettile caduto ad Haifa potrebbe essere stato causato da un malfunzionamento del sistema di intercettazione, sottolineando le difficoltà operative legate alla difesa antimissile durante l’attuale fase del conflitto.

 

Massima allerta in Israele e chiusura dello spazio aereo

A seguito dell’attacco statunitense, Israele ha elevato al massimo il livello di allerta: vietati tutti gli assembramenti, chiuse scuole e attività non essenziali. Lo spazio aereo israeliano è stato chiuso, mentre i valichi con l’Egitto e la Giordania restano aperti.

 

Timori per l’ingresso di Hezbollah e allargamento ulteriore del conflitto.

Le forze di difesa israeliane monitorano con attenzione i movimenti di Hezbollah, che finora non ha attaccato ma resta in stato di allerta.

L’IDF considera probabile un coinvolgimento del gruppo sciita libanese, che potrebbe aprire un secondo fronte a nord.

Anche l’Iraq ha condannato con forza l’attacco statunitense, definendolo “una grave minaccia alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente” e invocando una de-escalation immediata attraverso la via diplomatica.

 Riad ha espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation e ha sollecitato una soluzione politica alla crisi.

 

Trump: “O pace, o tragedia.”

Trump ha ribadito di non volere un cambio di regime, ma ha avvertito che ogni ulteriore provocazione iraniana sarà seguita da nuovi attacchi “con rapidità, precisione e forza maggiore”.

 In un post su “Truth Social” ha scritto: “Ora è il momento della pace. Altrimenti, l’Iran affronterà una tragedia più grande di quanto visto finora”.

 

Condanna dell’ONU e incertezza globale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato l’intervento americano, definendolo “una pericolosa escalation in una regione già sull’orlo del baratro” e ha esortato alla de-escalation immediata.

Con l’ingresso diretto degli Stati Uniti nel conflitto, lo scontro Israele-Iran si trasforma in una crisi regionale con implicazioni globali.

 Mentre Israele rivendica la legittimità dell’operazione come difesa preventiva, l’Iran minaccia ritorsioni su vasta scala, in particolare nei confronti di cittadini americani che si trovino sul suolo iraniano.

La già fragile finestra per una soluzione diplomatica si è ristretta ulteriormente.

 

 

 

 

Guerra cognitiva, sempre più efficiente

ed economica anche grazie

all’Intelligenza Artificiale.

 

Tech4future.info – Enrico Verga – (26-6 -2025) – ci dice:

 

Guerra cognitiva: cos'è, perché è sempre più diffusa, anche grazie all’uso dell'Intelligenza Artificiale, i rischi.

 

La guerra cognitiva è, di fatto, una riprogrammazione delle menti dei cittadini. Essa richiede una elaborata strategia di manipolazione di ogni fonte media a cui il cittadino può accedere.

All’interno di questa strategia trovano spazio sia fake news che deepfake.

 In passato si parlava di propaganda:

un’attività, di norma, piuttosto semplice.

Oggi con la guerra cognitiva il campo di battaglia che deve essere conquistato e vinto diviene l’uomo stesso:

in ambito militare si parla di “dominio umano”.

Diversamente dal passato la guerra cognitiva non fa discriminazione tra civili e militari.

Ogni uomo è indistintamente un bersaglio, una potenziale risorsa attiva (coinvolta nel conflitto) o passiva (inconsciamente coinvolta ma senza saperlo).

Di “dominio umano” si può dare una definizione che abbraccia, approssimativamente, tutto il campo di battaglia:

il dominio umano è l’area, il bersaglio sono le capacità cognitive dell’individuo o di una comunità, tale bersaglio viene attenzionato con tecniche e strumenti che possono alterare la sua capacità di ragionare, prendere decisioni e comportamenti, in modo da alterare l’agire e il pensare del soggetto a vantaggio dell’attaccante.

 

L’innovazione della “data economy” intesa come quell’economia che fa leva sui “big data”, è il tipo di struttura su cui opera la guerra cognitiva.

 Tutti i social media occidentali sono un territorio perfetto per acquisire dati in modo legale, direttamente, per inferenza o illegalmente (furto di dati privati, magari acquisiti nel dark web).

Le origini di quello che “Soshanna Zuboff “chiama “capitalismo della sorveglianza” parte dall’acquisizione di una grande mole di dati personali o generici [per approfondire questo tema leggi “Algocrazia e capitalismo di sorveglianza: viviamo in un mondo governato dagli algoritmi” con la nostra intervista a “Soshanna Zuboff” – ndr].

 

Prima di analizzare come gli “algoritmi generativi e predittivi “possono ulteriormente magnificare questa strategia consideriamo gli elementi base della guerra cognitiva fatta da umani contro altri umani.

L’importanza di empatia ed emozioni nella guerra cognitiva.

Il fattore emozionale è molto valorizzato dalla guerra cognitiva.

 I social media, e tutte le tecnologie che si possono usare facendo leva su essi, hanno una forte componente emozionale.

Ogni sito internet, ogni app, ogni piattaforma sociale seria è strutturata per essere altamente emozionale.

L’utilizzo dei social media per creare camera di eco, utili per amplificare fake news o deep fake news, sono di solito legate a strategie che fanno leva sulle emozioni.

 

Combinando i decennali studi sulle neuroscienze e le nuove tecnologie digitali si può stimolare il corpo umano a produrre neurotrasmettitori (come la dopamina, adrenalina, etc.) grazie a immagini, suoni, video.

 Se vogliamo un esempio di applicazioni emozionale, facendo leva sulle “droghe” biologiche create dal nostro corpo, possiamo considerare le sinergie degli e-commerce.

Pensiamo, per esempio, ai rapporti stretti che legano la “dopamina” e le strategie di acquisti on line. 

Queste sostanze prodotte dal nostro corpo sono la prima linea su cui può agire una strategia di guerra cognitiva.

 

Anche attenzione e ignoranza sono rilevanti nella guerra cognitiva.

La guerra per l’attenzione, e il multitasking, sono altri due elementi rilevanti nella guerra cognitiva.

Questi decenni saranno sicuramente ricordati come l’epoca della disattenzione globale.

La capacità di focalizzarsi su un singolo tema, un singolo argomento, in un’epoca di iper-stimoli digitali, è ormai cosa rara.

Quello che molti decantano come evoluzione, il multitasking, è un’attitudine che caratterizza gli esseri viventi che vivono in ambienti ostili.

Vivere in un ambiente ostile richiede capacità di svolgere differenti mansioni contemporaneamente: non è un sintomo di evoluzione ma una necessità del sistema sociale in cui vivono.

La capacità di focalizzarci su un singolo aspetto ha permesso alla razza umana di evolversi, partendo da uno scenario di cacciatori raccoglitori. Internet, e la sua promessa di libertà digitale, sta invertendo questo fenomeno, quanto meno a livello mentale.

 Il nostro modo di affrontare la rete altera il processo con cui il cervello opera:

 nel modo di apprendere le informazioni, classificarle, gestirle e costruire, con esse, un percorso evolutivo personale.

 

Aggiungiamo che la an-alfabetizzazione di ritorno, in Occidente, è in veloce crescita.

L’inabilità dei cittadini di comprendere appieno articoli o testi più lunghi di 30 righe, in America, interessa circa il 20% della popolazione.

Questa deficienza cognitiva spinge sempre più cittadini ad usare fonti di informazione audio visive, più facilmente comprensibili dall’utente ma, egualmente, facilmente manipolabili grazie alle tecnologie digitali.

 

Memoria e scorciatoie.

Ultimo aspetto da ricordare è il concetto di “memoria esterna”.

Molti umani sono abituati, oltre ad applicare scorciatoie mentali inconsce, ad essere fortemente dipendenti da fonti esterne, potremmo definirli “hard disk” estesi:

ricordiamo pochi elementi e facciamo affidamento su strumenti tecnologici digitali per “estendere” le nostre memorie (Internet off-loading, in gergo).

“Waze” per ricordarci meglio le strade,” Google “per approfondire le notizie e così via.

Ovviamente quando queste fonti vengono contaminate il cervello è hackerato sin dalle origini del processo cognitivo.

 

Anche la guerra cognitiva diventa più efficiente.

Tutto il processo di guerra cognitiva, apparentemente semplice, richiede il dispiegamento di molte risorse:

strateghi umani, fabbriche di contenuti gestiti da troll biologici, hacker, data scientist più l’hardware e il software necessario.

Al momento la guerra cognitiva risulta ancora costosa ma, grazie all’arrivo di algoritmi gli investimenti necessari per questa forma di manipolazione dei cittadini diventerà sempre più economica.

 

Gli algoritmi predittivi e creativi, quando saranno completamente integrati nelle strategie di guerra cognitiva, magnificheranno questo tipo di conflitto in modo ampio e devastante.

 

La capacità di dispiegare algoritmi cognitivi, predittivi e creativi (d’ora in poi semplicemente “sintetici”) permette di ridurre drasticamente i costi umani e i tempi di generazione di contenuti.

Con un qualunque test su Dall-E2 o ChatGPT4 si può osservare quante immagini o testi possono essere creati in pochi attimi e in quantità rilevanti.

 Sono oltre 150, in crescita, le aziende ad oggi che stanno sviluppando sintetici per differenti applicazioni algoritmiche, tra le quali anche chatbot che “giocano a fare Dio”.

Consideriamo un esempio per comprendere come può essere facile generare deepfake news utilizzabili in guerra cognitiva.

 

Immaginiamo che la deepfake news consista in un politico che dichiara cose “plausibilmente” allineate con il suo storytelling.

 In questo caso è molto più facile, per un osservatore distratto, ritenere vero il contenuto e diffonderlo.

Maggiore sarà l’importanza del contenuto maggiore la possibilità che esso diventi virale su media tradizionali e social media.

Facciamo un esempio usando la recente crisi ucraina:

se Vladimir Putin dichiara in video che vuole distruggere l’Ucraina con armamento atomico l’ascoltatore medio potrebbe credere che questa affermazione sia veritiera (allo stato attuale un evento che non ha avuto luogo).

Se Henry Kissinger, famoso consigliere di tutti i presidenti americani della guerra fredda, dichiara che per l’Ucraina si dovrà trovare un accordo che faccia felici tutti, russi compresi (evento accaduto), l’ascoltatore medio potrebbe ritenere questa informazione falsa, considerando la visione della leadership americana nei confronti del conflitto.

 

Ricetta perfetta con Intelligenza Artificiale aggiunta

Ora per concludere consideriamo e uniamo tutti gli elementi.

 

Il politico, pubblicitario, pr, lobbysta o altra entità (con desideri e strategie malevole) decide di scatenare una guerra cognitiva contro un definito gruppo di individui: una nazione.

 

Lo scopo della guerra cognitiva è creare i presupposti perché i leader politici, prossimi alle elezioni, non vengano democraticamente rieletti.

Prima di tutto si deve creare uno studio per mappare i fenomeni sociali, culturali e politici del bersaglio.

 È un lavoro costoso ma, fortunatamente, dispiegando i sintetici (e varie tecniche e soluzioni basate su Intelligenza Artificiale) si può mappare differenti tendenze, nicchie e sotto nicchie dei cittadini della nazione.

 

Poi si deve saturare la sfera cognitiva dei bersagli (l’equivalente bellico del fuoco di saturazione).

 È un lavoro di creazione di contenuti quotidiano. Anche in questo caso posso utilizzare dei sintetici creativi che generano contenuti scritti, audio o video di qualità in quantità massiccia.

 

Poi si dovranno diffondere i contenuti.

È un lavoro che richiede molti troll umani.

Anche in questo caso posso utilizzare algoritmi che generano account nelle maggiori piattaforme sociali e riescono a gestirli in modo veloce, con una ridotta supervisione umana.

 

Per mantenere aggiornate le strategie devo continuare a monitorare come il bersaglio si comporta.

Sarà poi importante comprendere come la classe politica che mira a essere rieletta reagisce alla nostra guerra cognitiva.

 Anche in questo caso posso utilizzare sintetici che, coordinati da umani, possono interagire e mappare ogni significativo evento dell’avversario o della popolazione bersaglio.

Ovviamente un’operazione del genere, pur se addizionata di sintetici in ogni passaggio, costerà centinaia di migliaia di euro.

Una cifra probabilmente ridotta se paragonata a una guerra cognitiva completamente fatta da umani.

 

Ovviamente influenzare le elezioni di una nazione democratica può portare a vantaggi economici che sono ben maggiori di poche centinaia di migliaia di euro investiti.

Ricordiamoci che nei prossimi mesi ci saranno elezioni europee e americane.

 

Tecnopolitica.

L’intervista ad Asma Mhalla.

Radiopopolare.it – (8 Aprile 2025) - Raffaele Liguori – ci dice:

 

A Pubblica si è parlato di “tecnopolitica” con una delle più autorevoli studiose del momento.

 Si tratta di Asma Mhalla, che insegna a Parigi (a Science Po) e a New York (alla Columbia University).

 Mhalla è franco-tunisina.

In Italia è stata appena pubblicata l’edizione italiana del suo principale lavoro di ricerca che si intitola appunto “Tecnopolitica. Come la tecnologia ci rende soldati” ed è pubblicato dall’editore ADD.

La tecnopolitica – secondo Mhalla – è l’incrocio tra le Big Tech (i colossi della tecnologia che hanno sempre più una loro agenda politica) e il Big State, uno Stato onnipotente che aspira alla forza e alla potenza.

E noi cittadini?

Come utenti delle iper-tecnologie (smartphone, app, etc.) siamo nel mezzo tra lo spazio civile e quello militare creato da queste tecnologie.

Noi cittadini – racconta Asma Mhalla – possiamo diventare bersagli (di una guerra dell’informazione, di una propaganda, di fake news, di un tentativo di controllo). In quanto bersagli possiamo anche diventare cyber-combattenti.

 

 Che cos’è la tecnopolitica?

Il concetto di tecnopolitica lo propongo per affermare che la tecnologia, ancora prima di indicare una tecnica o una gamma di strumenti utili, è un vettore politico. Per capire quello che succede nel nostro secolo – con le sue nuove forme di potere e di potenza – bisogna capire questo aspetto della tecnologia, e cioè che è un vettore politico.

Il titolo con la parola “tecnopolitica” serve a comprendere quanto sta avvenendo nel nostro mondo, negli Stati Uniti o in Europa.

 È necessario che gli intellettuali adottino un pensiero che faccia sistema, vale a dire non tante specializzazioni a compartimenti stagni, ma un approccio più globale, sistemico, più interdisciplinare o transdisciplinare.

È fondamentale.

La parola trae ispirazione dall’inglese “technopoliticsi”, che è veicolo di questo intreccio fra discipline.

 

 È la tecnopolitica responsabile della trasformazione dei cittadini in cittadini-soldati?

 

Sì, è questo il punto.

 Una delle tesi di Tecnopolitica è che il maggiore elemento di rottura rappresentato dalle iper-tecnologie che descrivo sta nel loro essere per natura – o by design – duali.

 Double use, in inglese:

ovvero sono allo stesso tempo civili e militari.

Una volta capito e assimilato questo concetto, si capisce meglio che, ad esempio, uno spazio come i “social network” – e nel futuro realtà come gli impianti nel cervello o il metaverso, che probabilmente tornerà di qui a poco nel dibattito pubblico – non sono semplicemente strumenti di lavoro o personali (che usiamo per avere informazioni, notizie, come passatempo, per sapere cosa fanno gli amici…) ma sono anche un’arma di guerra.

 

 Quegli spazi pubblici sono stati militarizzati.

 È il caso delle guerre dell’informazione o, per il futuro, delle cosiddette guerre cognitive.

Il dualismo di questi strumenti salta agli occhi nel caso dei sistemi di intelligenza generativa.

 

Possiamo usarli per lavorare, per tradurre un testo o per avere informazioni, ma possiamo usarli anche sul campo di battaglia, la guerra, per ottenere, ad esempio, uno scenario strategico, un’operazione militare in tempo reale.

Così si capisce che i confini finora esistenti tra sfera civile e sfera militare si stanno sfaldando: quello che è civile diventa militare.

E viceversa.

La conseguenza diretta di ciò è che ogni cittadino – attraverso lo smartphone o le app che ha scaricato – può diventare un bersaglio, bersaglio di una guerra dell’informazione, di una propaganda, di fake news, di un tentativo di controllo o di una manipolazione del suo comportamento o del suo voto, di un confinamento algoritmico ecc.

 

Lo vediamo oggigiorno negli USA, soprattutto con” X” di Elon Musk.

 Da spazio pubblico, il social network si è trasformato in arma di propaganda di massa.

Questo dualismo ci aiuta a capire che, in quanto bersagli, dovremmo prendere coscienza delle implicazioni politiche e geopolitiche delle iper-tecnologie e diventare di conseguenza cyber combattenti, che usano meglio e con maggiore consapevolezza certi strumenti.

Anche con maggiore diffidenza.

 

 Chi sono i soggetti a cui ci riferiamo quando parliamo in modo generico di “tecnologia”?

Perché questi soggetti sono oggi degli attori politici?

 

Le Big Tech, i giganti tecnologici, non sono semplicemente imprese private.

 In molte analisi sono state interpretate come grandi aziende quotate in borsa ecc. La verità è che le Big Tech sono grandi entità e attori di natura ibrida:

da un lato imprese private, big corporations o mega piattaforme, dall’altro sono anche veri attori militari.

Basti pensare oggi a “Starlink “di Elon Musk in Ucraina, a “Palantir “di “Peter Thiel”, anche questo in Ucraina.

 

Quindi abbiamo degli attori che diventano militari e rappresentano colli di bottiglia geostrategici del cyberspazio.

Non forniscono semplicemente servizi o app, ma sono attori geopolitici tecnologici dal punto di vista sia militare sia ideologico.

Lo abbiamo visto il 20 gennaio 2025, quando alla cerimonia di insediamento di Donald Trump era presente una “broligarchia” composta dai guru della Silicon Valley, che hanno giurato fedeltà al presidente:

Elon Musk, Mark Zuckerberg, Peter Thiel, David Sacks, Jeff Bezos di Amazon ecc. Così si capisce che abbiamo a che fare con attori sistemici, ibridi e soprattutto globali.

 

 Tecnopolitica è un libro sul potere.

Il potere della tecnologia è l’ultima forma conosciuta di potere?

Il potere tecnologico è più vicino alla democrazia o all’autocrazia?

 

Ottima domanda.

In realtà appare molto chiaro: quando dico che la tecnologia è politica, voglio dire che la tecnica è un veicolo che non è mai neutra, che per forza di cose diffonde e riflette una serie di giudizi, di scelte, di visioni del mondo, valori, priorità politiche e ideologiche…

 

Detto ciò, oggi abbiamo due problemi dal punto di vista, per così dire, dei contropoteri democratici.

Il primo è che è molto difficile trovare un contropotere per queste mega corporations, le Big Tech.

 L’unica risposta escogitata finora è, soprattutto in Europa, passare attraverso le regolamentazioni legislative, la legge:

 pensiamo ai pacchetti di norme come il” Digital Market Act “o il “Digital Service Act”.

Tuttavia, per quanto sia una buona idea, l’applicazione delle regole è stata un po’ più lenta.

E poi, oggi, con un’amministrazione americana come quella di Donald Trump, ci rendiamo conto che il rapporto di forza è assai squilibrato, con il rischio che potremmo trovarci costretti a non poter applicare i regolamenti (com’è stato già annunciato).

 

A questo elemento di risposta se ne aggiunge un secondo.

Il fatto che le tecnologie sono a tutti gli effetti infrastrutture di pubblica utilità: un social network è uno spazio pubblico;

 i satelliti Starlink sono veicoli di connessione (oltre che strumenti di guerra, come in Ucraina).

Le “IA generative”, quando vengono sfruttate a fini politici geopolitici o militari, non sono più semplicemente strumenti a uso privato, a fini pratici o di conforto. Adottando quest’ottica, si nota un dilemma, un problema:

 disponiamo di infrastrutture di pubblica utilità – anch’esse sistemiche – che però sono nelle mani di un potere arbitrario, nelle mani di poche persone.

 Persone che possiamo contare sulle dita di una mano.

Quindi a essere problematico è lo status giuridico delle Big Tech.

Possiamo lasciare nelle mani di pochi, nelle mani di un potere arbitrario, delle infrastrutture così importanti, centrali per la civiltà?

 Negli USA tempo fa si è proposto di cambiare lo status giuridico delle Big Tech, trasformandole in common carriers (in vettori pubblici), ma purtroppo anche in questo caso non si è andati molto lontano.

E quindi oggi ci troviamo con dei giganti tecnologici che hanno un’agenda chiaramente antidemocratica e contro i quali disponiamo di scarsissimo potere.

La conclusione è che possono diventare un’autostrada verso forme di totalitarismo o almeno di tecno-autoritarismo.

 

 Nell’era attuale del potere della tecnologia, la divisione dei poteri alla Montesquieu esisterà ancora oppure il potere tecnologico aspira a diventare allo stesso tempo esecutivo, giudiziario e legislativo?

 

Domanda molto interessante.

 Montesquieu è un pilastro non solo dell’Illuminismo ma della nostra architettura democratica, cosiddetta liberale, vale a dire la separazione dei tre poteri.

Oggi quello che osserviamo negli Stati Uniti è molto curioso, perché si assiste un enorme aumento del potere esecutivo, e in parallelo una disistima del potere giudiziario e legislativo.

È evidente.

Negli Stati Uniti il Congresso si limita a ratificare le decisioni del governo e la Corte Suprema è stata assorbita in un certo senso dalla Casa Bianca e quindi dal potere esecutivo.

In molte occasioni sia Donald Trump sia il vicepresidente Vance hanno parlato del loro disprezzo per la legge, o meglio in cui si spiega che la legge sono loro.

 Quindi sì, esiste una deriva democratica in cui il potere esecutivo pesa sempre di più, è sempre più totalizzante e mostra l’ambizione di porre sotto controllo il potere legislativo e giudiziario.

 

Questo è ormai un dato di fatto negli Stati Uniti.

Il problema che abbiamo qui in Europa è che certi partiti e leader politici sono ora affascinati da ciò che avviene oltre l’Atlantico e vogliono importare e replicare quel modello.

 

Dobbiamo quindi essere estremamente vigili sulla separazione dei poteri e sull’architettura democratica.

 E il problema che abbiamo è che le nostre democrazie oggi sono esauste:

ci sono stati troppi “tradimenti”, difficoltà di rappresentanza politica nel modo in cui hanno funzionato negli ultimi anni, in particolare dopo il Covid, poi la guerra in Ucraina e così via.

 Oltre che nel tenere conto delle richieste delle popolazioni, dei popoli e dei cittadini.

E così si arriva a un punto in cui si prova una grande stanchezza o un malessere democratico e, in aggiunta, l’odierno potere politico o esecutivo americano si sta fondendo con il potere tecnologico.

Quindi, se si mette insieme tutto questo, si corre il rischio di avere una bomba a orologeria negli anni a venire.

Sì, è così.

 

Avendo a disposizione lo scettro della tecnologia (Big Tech), Donald Trump cercherà di privatizzare la politica, cominciando dalla privatizzazione della pubblica amministrazione, dei ministeri?

 

La privatizzazione della politica è sotto gli occhi di tutti.

Soprattutto con il D.O.G.E. (il dipartimento cosiddetto per l’«efficienza governativa») guidato da Elon Musk.

 Sì, c’è chiaramente una privatizzazione del potere esecutivo.

E ciò che è molto interessante osservare è che oggi, a capo degli Stati Uniti, non c’è più nessun potere politico.

A capo di Washington e della Casa Bianca ci sono due uomini d’affari:

un uomo d’affari tradizionale, magnate del settore immobiliare e poi star dei reality (che gestisce la politica americana come uno show o un reality) e poi un imprenditore iper-tecnologico della Silicon Valley, che non è più molto presente nella Silicon Valley e che detiene una forma di potere tecnologico.

 E quindi sì, oggi è persino peggio della privatizzazione della politica. Probabilmente il capitalismo ha cancellato la politica.

Assistiamo all’annullamento della politica per mano del potere tecno-capitalista.

Sì, c’è una sostituzione del potere politico.

Una privatizzazione, certo; a capo degli Stati Uniti, ci sono solo due uomini d’affari, in un certo senso non c’è praticamente più la politica.

Ci sono – come dicevo – due uomini d’affari:

 uno con il DOGE (il dipartimento sulla pubblica amministrazione) e il potere tecnologico; l’altro, Donald Trump, che rappresenta il potere esecutivo.

 

Entrambi, il potere esecutivo e quello tecnologico, si sono fusi. E in un certo senso è una grande vittoria del tecno-capitalismo, soprattutto.

 

Secondo lei, la finanza, la grande industria mondiale, determinano sempre le scelte politiche?

Wall Street conta ancora o è in ritirata di fronte al potere delle grandi imprese tecnologiche?

 

Le due cose non si escludono a vicenda, Wall Street è comunque un riflesso dei nuovi poteri.

Il capitalismo ha questa particolarità di evolversi con i tempi, in un certo modo. Quindi oggi non c’è Wall Street da una parte e il potere tecnologico dall’altra.

Wall Street oggi riflette la forza del potere tecnologico.

 

D’altra parte, quando Elon Musk ha assunto la guida del DOGE con lo smantellamento dello Stato federale, quello che abbiamo osservato è che una parte della società civile aveva iniziato a lanciare operazioni contro Tesla, con l’operazione “Tesla take down,” per esempio, ma questo non ha avuto successo, non ha inciso sul valore di mercato di Tesla.

 

Quindi, in un certo senso, non si è riflesso sul potere finanziario di Musk.

Il potere tecnologico e il potere finanziario si alimentano e si proteggono a vicenda, nonostante le operazioni della vita reale, nonostante la protesta politica.

 

 La guerra porta morte e distruzione.

 Oggi, attraverso la guerra e la corsa agli armamenti, esiste una potenza che crede di poter riequilibrare i rapporti di forza su scala planetaria?

 

Oggi c’è un principale rapporto di forze che determina il futuro e la morfologia del prossimo ordine mondiale e che è quello tra Stati Uniti e Cina.

Questo è molto chiaro.

 Si è cristallizzato intorno alla questione dell’intelligenza artificiale, in particolare quella a uso militare, perché è la vera posta in gioco, la questione della leadership mondiale.

Non si può pensare all’egemonia senza il predominio militare.

 Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale è al centro di una nuova corsa agli armamenti.

 

Il primo elemento è la rivalità geostrategica: gli Stati Uniti contro la Cina.

E poi ci sono gli altri conflitti, per esempio con l’Ucraina, e oggi vediamo il tira e molla e la buona intesa tra Washington e Mosca, tra Trump e Putin.

Quindi l’interpretazione che potremmo dare, ma che andrebbe verificata nel tempo, è che abbiamo tre blocchi, diciamo tra Cina, Russia e Stati Uniti, che stanno ridefinendo le loro sfere di influenza.

 

Presa mezzo a tutto questo c’è l’Europa, stretta tra la Russia e gli Stati Uniti.

 Temo che la questione ucraina sia in realtà uno stress test o un tentativo di Washington e Mosca di ridefinire i confini delle rispettive zone di influenza intorno alla questione europea.

 

Ma sta anche diventando sempre più chiaro che l’Europa è assente e impercettibile in questa nuova distribuzione delle sfere di influenza e temo che non siamo più un soggetto.

Non siamo più soggetti del nostro destino o attori, ma siamo diventati una posta in gioco.

 Quindi a un certo punto dovremo ripensare la nostra esistenza e la nostra identità politica, alla luce di questo nuovo equilibrio di poteri e questo nuovo stato di cose.

Ecco perché abbiamo bisogno di politici estremamente coraggiosi, ma soprattutto che lavorino.

 In altre parole, al di là dei discorsi e delle promesse e così via, dobbiamo lavorare davvero sulla nostra esistenza e questa non può, diciamo, avere sostanza se non abbiamo una vera strategia tecno-industriale per esistere.

Se non abbiamo una vera visione militare per poter esistere nell’equilibrio delle potenze, e non solo su base individuale, cioè l’Italia da una parte, la Francia dall’altra, il Regno Unito dall’altra ancora, la Germania qui, ecc.

Dobbiamo davvero raggiungere un accordo su progetti strategici comuni, ma progetti reali, non solo summit e discorsi.

E qui siamo ancora lontani dall’obiettivo.

(Raffaele Liguori).

 

 

 

 

 

USA in guerra: Trump bombarda l’Iran nucleare.

 

Futuroprossimo.it - Gianluca Riccio – (22 Giugno 2025) – ci dice:

 

Trump lancia primi attacchi USA diretti contro Iran. Colpiti 3 siti nucleari con bombe bunker-buster.

Teheran minaccia basi americane. Escalation totale.

 

Il tabù è caduto: gli USA sono in guerra con l’Iran.

 Quella che fino a ieri era solo una possibilità remota è diventata realtà nel giro di poche ore.

Donald Trump ha fatto quello che nessun presidente americano aveva mai osato: attaccare direttamente l’Iran.

Non per procura, non attraverso alleati, ma con i bombardieri stealth B-2 americani che hanno sganciato le loro bombe bunker-buster sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.

 

 

“Abbiamo completato il nostro attacco di grande successo ai tre siti nucleari iraniani”, ha scritto Trump su “Truth Social “ieri sera.

 “Un carico completo di BOMBE è stato sganciato sul sito principale, Fordow”.

 Il presidente ha parlato alla nazione alle 4:00 ora italiana, in quello che ha definito un “momento storico per gli Stati Uniti, Israele e il mondo”.

 

Da Israele agli USA in guerra: l’escalation inarrestabile.

Era iniziato tutto con l’operazione israeliana “Leone che sorge” del 13 giugno. Benjamin Netanyahu aveva colpito per primo, ignorando i tentativi diplomatici (veri o presunti) di Trump.

 Come vi raccontavamo in questo articolo, quello che doveva essere un attacco chirurgico israeliano si è trasformato in qualcosa di molto più grande.

L’Iran ha risposto con centinaia di missili contro Israele.

 Israele ha replicato.

L’Iran ha minacciato le basi americane. E a quel punto Trump ha fatto la sua scelta.

 

La svolta è arrivata con il briefing dell’8 giugno del generale “Dan Caine”, capo dello stato maggiore congiunto.

 Secondo fonti della Casa Bianca, Trump si è convinto che la minaccia nucleare iraniana fosse reale e imminente.

 “L’Iran poteva produrre un’arma nucleare in pochi mesi”, ha spiegato il presidente.

 La diplomazia aveva fallito, i negoziati di Ginevra erano naufragati, Khamenei continuava ad arricchire uranio.

 

USA in guerra.

Gli USA in guerra con i bombardieri fantasma.

 

L’operazione americana ha una precisione chirurgica che solo i B-2 Spirit possono garantire.

Questi bombardieri stealth, praticamente invisibili ai radar, possono trasportare le bombe bunker-buster GBU-57 da 14 tonnellate, le uniche in grado di penetrare le fortificazioni di “Fordow”.

Il sito, costruito 300 metri sotto una montagna, era considerato inespugnabile. E adesso sono già in corso le valutazioni dei danni.

 

L’attacco ha colpito anche “Natanz”, il cuore storico del programma nucleare iraniano già devastato dal virus Stuxnet nel 2010, e “Isfahan”, centro di ricerca e produzione.

Trump ha confermato che “tutti gli aerei sono ora fuori dallo spazio aereo iraniano” e che l’operazione è stata “un successo completo”.

 

Il prezzo di vite umane è ancora una volta alto.

 I media iraniani parlano di oltre 200 vittime civili, mentre anche Israele continua a colpire:

 oggi la morte di altri scienziati nucleari, tra cui “Isar Tabatabai-Qamsheh”, ucciso nella sua abitazione insieme alla moglie.

 

La reazione iraniana agli USA: “Ogni americano è un bersaglio.”

La risposta di Teheran non si è fatta attendere.

La tv di stato ha trasmesso un messaggio inequivocabile:

“Ogni base militare e ogni cittadino americano nella regione sono ora un bersaglio”.

Con 40.000 soldati americani dislocati in Medio Oriente, la minaccia è tutt’altro che simbolica.

 

La Guida Suprema Ali Khamenei aveva già avvertito che “qualsiasi ingresso militare americano sarà accolto con danni irreparabili”.

Ora che l’ingresso c’è stato, la palla passa all’Iran.

 Le opzioni di Teheran sono limitate ma devastanti:

dal blocco dello Stretto di Hormuz (che porterebbe il petrolio a 200 dollari al barile) all’attivazione delle cellule dormienti nei paesi del Golfo.

 

I prossimi scenari con gli USA in guerra: tre strade verso l’abisso.

 

Scenario 1: La guerra regionale.

 L’Iran attiva tutti i suoi proxy: Hezbollah dal Libano, Houthi dallo Yemen, milizie sciite dall’Iraq.

Israele e Stati Uniti si trovano a combattere su sette fronti simultaneamente.

 È lo scenario che Netanyahu ha sempre temuto e allo stesso tempo desiderato: la guerra definitiva contro l’asse sciita.

 

Scenario 2: L’escalation atomica.

L’Iran esce formalmente dal “Trattato di Non Proliferazione “e annuncia di star costruendo la bomba.

Trump e Netanyahu decidono di colpire di nuovo, questa volta per cancellare definitivamente ogni traccia del programma nucleare iraniano.

 Ma l’Iran potrebbe avere siti segreti che l’intelligence non conosce.

 E questo senza contare un possibile coinvolgimento di altri paesi BRICS.

 

Scenario 3: Il crollo interno.

I bombardamenti americani potrebbero scatenare una rivolta popolare contro il regime degli ayatollah.

 È lo scenario più ottimistico per Washington, ma anche il più imprevedibile.

Un Iran in guerra civile con migliaia di armi potenzialmente sparse sul territorio non è necessariamente una buona notizia per il mondo.

 

Trump e il gioco più pericoloso.

 

“Time for Peace”. Parole del tutto fuori contesto.

Non ci girerò intorno:

il presidente che aveva promesso di “tenere l’America fuori dalle guerre” si ritrova ad aver scatenato quella che potrebbe diventare la Terza Guerra Mondiale.

 Ma Trump ha una logica precisa: meglio una guerra breve e devastante ora che una guerra nucleare tra dieci anni. “L’Iran non può avere un’arma nucleare. È semplice”, ha detto.

Il problema è che l’Iran la pensa diversamente. E quando una potenza nucleare decide che un altro paese non può avere le stesse sue velleità, comunque vada il risultato raramente è la pace.

Il mondo ha appena fatto un passo oltre il punto di non ritorno. E stavolta, nessuno sa dove si fermerà la caduta.

(Gianluca Riccio, direttore creativo di “Melancia adv”, copywriter e giornalista.)

 

 

 

 

 

Sogno di una sostituzione di mezza

estate e gli ultimi valzer della

 Seconda Repubblica.

Lacrunadellago.net – (20/07/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

A Cernobbio, l’ultima volta si sono riuniti a giugno in gran segreto i vari esponenti dei governi europei e altri esponenti dell’alta finanza europea e internazionale.

È stato un incontro che si è tenuto nel riserbo più assoluto, perché, secondo fonti dei servizi italiani che si sono messe in contatto con questo blog, si sono in pratica delineate le strategie della governance mondiale, o meglio di ciò che resta di essa.

 

La crisi è indubbiamente profonda e molto acuta.

 

Dopo il fallimento della farsa pandemica, hanno iniziato a poco a poco ad uscire di scena i vari personaggi che l’hanno concepita per creare quell’evento catalizzatore necessario per dare vita al famigerato “Grande Reset di Davos”.

A farsi da parte è stato, tra gli altri, proprio lui, lo storico fondatore del “World Economic Forum”, “Klaus Schwab”, che nel 1971 scelse questa quieta e sconosciuta località tra le montagne svizzere, Davos, per creare uno dei vari circoli che si incaricano di trasmettere le varie direttive ai vari governi europei e internazionali.

 

Davos ha perso però la sua capacità di influire come una volta.

 

Già nel 2022, le sue consuete riunioni annuali hanno iniziato ad essere disertate dai personaggi che contano, tra i quali c’è l’ineffabile “George Soros”, mentre un tempo c’era la coda per partecipare, perché entrare lì significava avere un posto al sole nella gerarchia mondialista e la possibilità di avere un incarico di prestigio per partecipare alla costruzione del governo mondiale.

 

La situazione ora è del tutto cambiata.

Sono tramontati i tempi d’oro nei quali personaggi come “David Rockefeller” ringraziavano calorosamente la stampa internazionale, soprattutto quella anglosassone, per aver taciuto al grande pubblico gli incontri annuali che i vari “elitisti” conducevano nella segretezza più assoluta, perché in tali consessi si cospirava e si agiva contro i popoli e contro la sovranità delle loro nazioni.

Oggi, gli elitisti sono in grandissima difficoltà e sono costretti a riunioni di emergenza come quella tenuta a Cernobbio per provare ad arginare la frana che sta travolgendo 80 anni di ordine liberale internazionale.

 

Si sono così dati appuntamento nella lussuosa villa d’Este bagnata dalle acque del lago di Como vari esponenti dei governi europei che hanno discusso di vari argomenti, tra i quali la crisi dello stato ebraico, il papato di Leone XIV, alquanto sgradito a tali ambienti, e la politica estera di Trump che sta scavando un solco sempre più profondo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, soprattutto alla luce dei dazi in arrivo il 1 agosto e della possibile scelta della “Federal Reserve Bank” di chiudere i fondi alla BCE, una eventualità che lascerebbe l’istituto di Francoforte e le varie banche europee a corto di dollari necessari per onorare diverse obbligazioni finanziarie.

 

Tra gli argomenti in discussione però ce n’è uno in particolare che è allo studio e riguarda proprio l’Italia, scelta, purtroppo suo malgrado, come una delle ultime basi di questo decadente sistema di potere in declino, ed è la questione del governo di Giorgia Meloni.

La genesi del governo Meloni: a palazzo Chigi per forza.

Giorgia Meloni è presidente del Consiglio suo malgrado.

Giorgia Meloni.

Lady Aspen non avrebbe mai voluto varcare la soglia di palazzo Chigi, una circostanza che dentro e fuori i palazzi del potere è un po’ come il segreto di Pulcinella.

Già all’indomani della crisi del governo di Mario Draghi nel giugno del 2022, la pasionaria di FDI, nonostante quello che dichiarava ai media, voleva a tutti i costi che Mario Draghi restasse lì dove si trovava.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda era Matteo Salvini, che soltanto fino a pochi anni prima apostrofava Draghi come traditore, per poi accoglierlo a braccia aperte nel marzo del 2020 tanto da salutarlo con un servile “benvenuto presidente”, soltanto per aver scritto un articolo sul “Financial Times”, che di “sovranista” non aveva in realtà proprio nulla.

 

Al centrodestra, come al resto della politica italiana, andava più che bene l’idea che a palazzo Chigi ci fosse l’uomo del Britannia, un sicario giunto da Francoforte per liquidare ciò che restava dell’Italia da lui deindustrializzata a bordo del famigerato panfilo Britannia nel 1992, ma soprattutto per eseguire l’agenda vaccinale, uno dei punti prioritari di circoli come il forum di Davos e il club di Roma.

 

Si può dire che la vaccinazione, sotto certi aspetti, è stata a tutti gli effetti una vera e propria prova tecnica del tipo di società che gli ambienti di Davos avevano in mente per l’Italia e il mondo intero.

 

Soltanto i vaccinati avrebbero potuto entrare a far parte della “società del Grande Reset”, nella quale la proprietà privata sarebbe stata estinta, sulle” orme delle idee degli Illuminati di Adam Weishaupt”, e dove il vaccino sarebbe stato il passaporto per poter fare qualsiasi cosa, anche la più elementare, dall’andare a lavorare all’ingresso in un semplice bar.

Si può cogliere qui tutta l’ironia e soprattutto l’ipocrisia dell’antifascismo e del movimento sionista che per anni hanno stigmatizzato le leggi razziali del 1938 in Italia, quando poi essi hanno partorito e difeso restrizioni ben più autoritarie e discriminanti di quelle del fascismo.

 

Il disvelamento è stato in pratica inevitabile.

 

La brutalità della farsa pandemica ha mostrato agli italiani il vero volto della democrazia liberale che indossa la ipocrita maschera del culto dei diritti umani, dietro la quale si cela in realtà una faccia feroce, persino più repressiva delle dittature comuniste del secolo scorso.

 

Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, qualcosa però andò storto.

L’appoggio internazionale alla farsa pandemica era ormai svanito, e Draghi intuì immediatamente che senza una protezione internazionale era impossibile proseguire nell’applicazione delle restrizioni a suon di obblighi vaccinali e certificati verdi.

Negli ultimi mesi della falsa emergenza pandemica, la proroga della durata di un mese del certificato verde è parsa tutt’al più come un modo per piegare la resistenza di chi ancora non aveva ceduto e costringerlo così a mettere il siero nel proprio corpo, andando così incontro al destino della impressionante moltitudine delle morti da malore improvviso che invadono le cronache giornaliere.

 

Draghi capi, più semplicemente, che non c’era più nulla da fare, e che la classe politica italiana non aveva alcuna intenzione di portarlo al Quirinale, come promesso.

Ai partiti faceva molto più comodo servirsi di lui come un parafulmine per sottrarre qualsiasi responsabilità al Parlamento che aveva votato per la persecuzione degli italiani e per la vaccinazione di massa, condannando così a morte milioni di persone.

L’occasione propizia per lasciare palazzo Chigi giunse a giugno, dopo lo sfilamento del M5S, una falsa opposizione ormai completamente bruciata.

Le dimissioni di Mario Draghi.

 

Non c’era nessun altro pronto per sostituire Draghi se non il centrodestra guidato dalla Meloni, la quale non aveva nessuna voglia di prendere la patata bollente tra le mani, e che avrebbe ben volentieri lasciato l’incombenza a qualcun altro.

 

Giorgia Meloni ha scelto quindi di non scegliere.

 

Non si può negare che qualche parte dell’agenda globalista venga eseguita a macchia di leopardo, a partire dal decreto flussi che vorrebbe far entrare in Italia 500mila immigrati e dalle svendite di altri gioielli italiani quali, ad esempio la “Piaggio Aerospace “venduta alla Turchia, ma il presidente del Consiglio non si espone su tutto il resto, e preferisce darsi ai viaggi in giro per il mondo o ai ricevimenti a palazzo Chigi, che non delineano alcuna linea precisa di politica estera.

 

Ci si trova di fronte ad una presidenza del Consiglio da pubbliche relazioni che la Meloni sfrutta a proprio vantaggio e per il proprio tornaconto, nella speranza di guadagnarsi un qualche inutile, ma ben pagato, incarico internazionale, non molto diversamente da come fatto dall’l’ex grillino, Luigi Di Maio, seduto su una inutile e costosa poltrona di Bruxelles a spese dei contribuenti europei.

Mattarella ebbe già a lamentarsi in passato di tale disimpegno della Meloni e la esortò a fare di più, a spendersi di più per tenere a galla la barca che affonda.

Nulla sembra però spostare la Meloni che anzi nelle sue uscite pubbliche mostra dei preoccupanti tic nervosi molto simili a quello di Zelensky, altro segno del generale stato di decadenza e abbandono morale che pervade le istituzioni politiche italiane ed europee.

 

L’establishment studia l’ipotesi della sostituzione.

L’insoddisfazione di taluni ambienti ha così partorito la necessità di discutere degli scenari alternativi per l’Italia, su tutti quello di una eventuale sostituzione della Meloni.

Tra i primi ad esternare tale malessere nei riguardi dell’esecutivo è stato due anni addietro l’ingegner Carlo De Benedetti, ex patron di “La Repubblica”, oggi in guerra contro la famiglia Elkann, che aveva suggerito l’instaurazione di un governo tecnico.

De Benedetti invoca il governo tecnico.

 

Il proposito appariva e appare però irrealizzabile.

I tecnici si tengono tutti a debita distanza.

Uno dopo l’altro, si sono tutti defilati, consci che la loro stagione è finita.

Non è questo il tempo di Mario Monti.

 

Troppo diverse le congiunture internazionali rispetto al 2012, e troppo debole l’Unione europea che oggi si ritrova abbandonata e colpita dagli Stati Uniti che un tempo invece erano i suoi protettori.

Il “Bilderberg italiano di Cernobbio” pondera così gli scenari e valuta altre eventuali candidature alla ricerca di un presidente del Consiglio in modalità kamikaze, sulla falsariga dei suoi tre omologhi europei, “Starmer”, “Macron” e “Metz”, ognuno dei quali, soprattutto i leader inglesi e francesi, sono colpiti da profonde crisi politiche interne.

 

Tra la rosa dei candidati sembra esserci l’attuale “ministro” degli Esteri, “Antonio Tajani”, che ha preso in mano il delicato dossier dei dazi al posto della Meloni, che non ha detto una parola nemmeno su tale questione e continua ad essere praticamente assente dalla scena politica.

 

 

Antonio Tajani.

Tajani viene considerato l’alternativa più fattibile in un altro governo di centrodestra senza passare dalla ricerca e dalla composizione di maggioranze alternative.

La strada sembra però è irta e in salita, ed estremamente rischiosa perché premere per una crisi in autunno con la manovra finanziaria in corso è alquanto azzardato, e si deve essere certi della rapida riuscita dell’operazione.

Viene vagliata in alternativa anche la candidatura di Carlo Calenda, catapultato da Renzi nella politica italiana nel 2016, e uno dei personaggi più preoccupati dal crollo in corso dell’establishment europeo, conscio probabilmente che da tale tempesta lui e gli altri peones della palude di Montecitorio rischiano di essere travolti.

 

A Cernobbio, il nome di “Calenda” era già uscito nel settembre del 2022, segno che gli ambienti del Bilderberg italiano lo avevano già preso in esame per provare a salvare quel che restava degli equilibri infranti con la chiusura della “pandemia” e con la caduta del governo Draghi.

L’intervento dello scorso anno di Calenda all’Ambrosetti Forum.

 

Calenda sulla carta dovrebbe andare oltre la semplice maggioranza del centrodestra.

Dovrebbe provare a cercare una intesa bipartisan tra centrodestra e centrosinistra nella speranza che i vari partiti decidano di affidare a lui le chiavi di palazzo Chigi e lasciarlo sedere sulla poltrona più calda d’Italia.

 

Anche in tal caso, l’operazione sarebbe molto rischiosa perché, come nel caso di Tajani, non c’è alcuna certezza della riuscita della sostituzione, soprattutto perché essa potrebbe esacerbare ancora di più diverse fratture e faide presenti nei vari partiti del centrodestra, nessuno escluso, e anche in quelli del centrosinistra, soprattutto il PD che ha perso diversi deputati, non contenti della segreteria di Elly Schlein, senza dubbio il leader politico più mediocre e inadeguato degli ultimi 20 anni di partito democratico.

 

La politica italiana oggi è non per nulla differente da una fragilissima cristalleria.

Chiunque entri dentro, deve stare attento anche al più piccolo movimento, perché se si fa una mossa affrettata, o se si sbaglia anche di un solo centimetro uno spostamento, allora ecco che rischia di venire giù tutto il fragile castello di carte della Seconda Repubblica, che da quando Washington l’ha abbandonata, non sa più che pesci pigliare.

 

I protettori stranieri in declino: Francia e Gran Bretagna.

 

Si è provato a bussare alla porta di Re Carlo ai primi di aprile attraverso quella imbarazzante cerimonia di una classe politica coloniale, ma “Mattarella” e gli “altri” hanno malriposto le loro speranze perché il sovrano che ha preso il posto di Elisabetta II, una delle figure più importanti del famigerato comitato dei 300 e della massoneria mondiale, ha un tumore in stato avanzato, e la prima a sapere che il suo tempo è agli sgoccioli è proprio la corte Buckingham Palace.

 

A dover prendere il suo posto dovrebbe essere il principe William, ma il giovane erede al trono sembra molto poco interessato alle faccende di Stato, e passa invece più il suo tempo tra eventi mondani e sportivi, prioritari, a quanto pare, per lui.

 

I Windsor vivono una grave crisi esistenziale, acuitasi dopo la morte della regina Elisabetta, una sorta di evento spartiacque nella storia, tanto che alcuni Paesi hanno chiesto di uscire dal regno del Commonwealth, l’alleanza della quale fanno parte 14 Stati anglofoni nel mondo, tra i quali il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Giamaica.

 

Appena insediatosi al trono Carlo III, almeno 6 Paesi hanno chiesto di lasciare il Commonwealth e di non avere più come capo di Stato il sovrano d’Inghilterra, un altro segno della inevitabile fine della cosiddetta anglosfera e della sua longa manus politica e commerciale.

Re Carlo III.

Si diceva una volta, nel punto di massimo splendore dell’impero britannico, che su di esso non tramontava mai il sole perché in qualche parte del mondo era sempre giorno.

 

Oggi su quel che resta dell’impero ci sono soltanto molte ombre e molta decadenza, soprattutto dopo che la famiglia di banchieri dei Rothschild che aveva in mano le redini della corona britannica, ha iniziato a perdere molta della sua ricchezza, tanto da essere costretti a vendere i propri beni storici all’asta e depositare parte del loro patrimonio presso la banca centrale del Marocco, in previsione di tempi ancora più duri.

 

Non può dirsi più rosea la situazione di uno degli altri riferimenti di tale disgraziata repubblica, ovvero la “Francia di Macron”, che in patria è travolto da una crisi politica sempre più grave e profonda, e all’estero vede andare in fumo a sua volta il suo impero coloniale della “Françafrique”, dopo l’annuncio del ritiro delle truppe militari francesi dall’Africa Occidentale.

 

La Francia perde così il suo impero.

La sua illusione di grandeur viene spazzata via dalla storia che a poco a poco costruisce assetti completamente nuovi, molto più simili sotto certi aspetti all’era che ha preceduto la nascita degli imperi coloniali sorti dopo il 1800.

 

Mattarella: un “garante” in affanno.

Non ci sono più protettori e garanti esteri dunque, e quello interno seduto sul Colle più alto della repubblica di Cassibile non sembra che goda di ottima salute.

 

Soltanto ieri, il presidente Mattarella si è presentato con un vistoso cerotto sulla fronte che, secondo La Repubblica, sarebbe stato apposto per coprire l’asportazione di un neo, che in realtà lì non risulta mai esserci stato, a giudicare da tutte le precedenti fotografie del presidente.

Il cerotto sulla fronte di Mattarella.

 

Il presidente aveva difatti già mostrato a fine dell’anno scorso dei problemi di salute.

Aveva apparentemente avvertito un malore prima del concerto di Natale al Senato, e pochi giorni dopo quell’evento aveva saltato l’inaugurazione dell’apertura della Porta Santa per il Giubileo, circostanza molto anomala soprattutto se si considera la stima profonda che legava Bergoglio e Mattarella.

 

Ad aprile, c’è stato un altro segno che il capo dello Stato aveva qualche problema serio, quando è stato ricoverato nottetempo all’ospedale Santo Spirito di Roma, una notizia che il Quirinale ha provato a presentare come un “ricovero programmato”, ma se era programmato allora non si comprende perché farlo alle 9 di sera e perché non farlo sapere agli organi di stampa nei giorni precedenti.

Il “garante” fa evidentemente sempre più fatica a garantire un sistema che ormai non sembra più stare in piedi.

 

Le istituzioni politiche italiane sembrano diventate dei completi simulacri giuridici che pensano soltanto a saccheggiare ciò che resta nella cassaforte del Paese, mentre i vari clan che compongono le varie bande si azzannano a vicenda ogni giorno che passa a colpi di inchieste giudiziarie che vengono improvvisamente aperte o riaperte, oppure, peggio ancora, a colpi di strani “suicidi” che assomigliano molto ad omicidi dissimulati.

Se il panorama è chiaramente quello di un generale disfacimento della Repubblica, a questo punto assume dunque davvero poca importanza chi c’è o meno a palazzo Chigi, perché nessuno può tenere a galla un sistema politico che affonda e che stava in piedi soltanto perché entità internazionali e sovranazionali lo volevano.

 

Il punto di non ritorno è stato superato nel biennio della operazione terroristica del coronavirus.

Non c’è nulla che possa arrestare la crisi strutturale dei partiti italiani e la loro incapacità di rappresentare alcunché se non i loro comitati di affari che si sono arricchiti a spese di una nazione intera.

 

Assume quindi poca o nessuna importanza un eventuale piano di sostituzione della Meloni.

Se il circolo di Cernobbio proverà a giocarsi tale carta, allora non farà altro che peggiorare la sua situazione e accelerare la irreversibile crisi della politica iniziata nel 2022.

Se c’è qualcosa che preoccupa, a questo punto, sono i possibili colpi di coda di un apparato in disfacimento che provocare ulteriori danni nella logica di Sanson di provare a trascinare giù assieme ad esso tutto ciò che lo circonda.

 

I mesi successivi saranno a dir poco roventi.

Saranno quelli più intensi e turbolenti per il sistema politico italiano e saranno forse gli ultimi giri di valzer della Seconda Repubblica.

 

 

 

 

La schiavitù moderna:

7 cose che tutti dovremmo sapere.

Adozioneadistanza.actionaid.it – (07 Settembre 2022) – Redazione – ci dice:

 

Schiavitù moderna.

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

 Eppure, nonostante quanto sancito dalla “Dichiarazione universale dei diritti umani”, la schiavitù è ben lontana dall’essere debellata.

Ha solo cambiato pelle.

Tanto che si parla di schiavitù moderna.

I nuovi schiavi d’oggi

La schiavitù non è qualcosa che riguarda solo il passato.

 È una pratica che ha radici profonde.

Esiste ancora oggi in molte forme diverse:

traffico di esseri umani, sfruttamento del lavoro per debiti, sfruttamento dei bambini, sfruttamento sessuale e lavori domestici forzati sono solo alcune. Una più grave e disumana dell’altra.

 

Ci sono più persone in stato di schiavitù oggi che in qualsiasi altro momento della storia.

 Nel 2017, le persone vittime della schiavitù moderna, in tutto il mondo, erano più di 40 milioni di persone. Di questi, 25 milioni erano costretti a lavoro forzato e 15 milioni a matrimoni forzati.

La schiavitù moderna riguarda tutti i Paesi del mondo.

Ce lo dicono i dati.

Ce lo dicono i numeri sull’incidenza della schiavitù moderna nelle grandi macroregioni in cui è diviso il mondo:

7,6‰ in Africa; 6,1‰ in Asia Meridionale e Asia Pacifica; 3,9‰ in Europa, Medio Oriente e Russia; 3,3‰ negli Stati della penisola araba; 1,9‰ in America settentrionale, centrale e meridionale.

La maggior parte dei moderni schiavi lavora in settori come agricoltura, pesca, artigianato, estrazione mineraria, servizi e lavori domestici:

 si tratta di circa 16 milioni di persone.

Le vittime dei matrimoni precoci sono solo poco di meno: 15 milioni e 400mila, quasi tutte giovani donne, ragazze se non addirittura bambine.

Le vittime dello sfruttamento sessuale sono quattro milioni e 800mila.

Senza dimenticare i tanti, troppi bambini soldato.

La schiavitù moderna è un enorme business.

 Secondo uno studio dell’”Organizzazione Internazionale del Lavoro”, la schiavitù moderna genera profitti annuali per oltre 150 miliardi di dollari americani.

Quanto i profitti combinati delle quattro aziende più redditizie del mondo.

I profitti derivanti dalla schiavitù moderna sono molto, molto più alti nei Paesi industrializzati che in ogni altra parte del mondo:

 51 miliardi e 800 milioni di dollari americani all’anno in Asia e nei Paesi del Pacifico, e quasi 47 miliardi di dollari americani all’anno nei cosiddetti Paesi industrializzati.

La schiavitù moderna ha delle conseguenze per tutti.

Non solo per coloro che ne sono direttamente coinvolti.

Le conseguenze dello sfruttamento del lavoro comprendono abbassamento dei salari, riduzione del gettito fiscale, impiego di risorse economiche per sostenere le ingenti spese legali per perseguire le moderne forme di schiavitù.

Lavoro minorile.

Una delle moderne forme di schiavitù è il lavoro minorile, come abbiamo visto. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, i bambini e i giovani che sono vittime del lavoro minorile sono 152 milioni.

Circa la metà di loro è impegnata in lavori pericolosi, che mettono seriamente a repentaglio la loro salute.

 

Bambini nelle zone di guerra.

Un discorso a parte deve essere fatto per i bambini che vivono nelle zone di guerra. Secondo i dati dell’Unicef, sono circa 250mila i bambini attivamente coinvolti nei conflitti che dilaniano 42 Paesi in tutto il mondo.

Questi bambini operano come soldati, facchini, spie, messaggeri.

Storie di schiavitù.

Vogliamo raccontarvi due storie, di due persone legate tra loro:

Siddiqui e sua moglie, Sabina. Vivono in Pakistan.

Siddiqui lavora, in condizioni disumane, nella fornace di mattoni nel suo villaggio. Sabina, malata di Epatite C, deve sostenere continue cure mediche.

 Anche il loro figlio, Said, lavora nella fornace di mattoni: un autentico inferno.

 

Esistono ancora forme di schiavitù?

La risposta a questa domanda non può essere che una: sì.

Gli schiavi esistono ancora oggi.

Le loro vite, senza nessuno che li aiuti, sono condannate a svolgersi in condizioni disumane.

Noi vogliamo dare a queste persone tutto l’aiuto di cui hanno bisogno.

E possiamo riuscirci solo grazie all’adozione a distanza.

(Dati: 50forfreedom.org).

 

 

 

 

La Giornata contro la tratta.

Le catene invisibili dei moderni schiavi.

  Avvenire.it - Aldo Buonaiuto – (8 febbraio 2024) – ci dice:

 

«Nessuno è nato schiavo, tutti siamo al mondo per essere fratelli», affermava Nelson Mandela.

Celebrando la memoria liturgica di “santa Bakhita”, patrona delle vittime della tratta, testimoniamo che esistono catene, apparentemente invisibili, e ad essere incatenate sono le nostre figlie, sorelle e madri scaraventate sulle strade d’Italia. Vengono stuprate in cambio di soldi, che tra l’altro non andranno mai nelle loro tasche bensì in quelle del racket della tratta e della prostituzione (terzo business illegale al mondo).

 

Dopo il lungo tempo pandemico in cui il fenomeno si era ridotto, il mercimonio coatto è riesploso, con forza sconvolgente.

Sembra cambiata, però, la percezione, improntata a una certa tolleranza, a una maggiore indifferenza e soprattutto all’assenza di uno Stato che faccia sentire la propria volontà nel colpire questo ignobile crimine.

Quando parliamo di prostitute stiamo infliggendo un marchio a persone come noi: sono le nostre figlie cadute nella trappola dei trafficanti.

«Nessuna donna nasce prostituita ma c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare», ripeteva incessantemente il servo di Dio “don Oreste Benzi”, pioniere della lotta contro i moderni schiavisti.

Appena iniziò a parlarne fu bersaglio di derisione e vennero bollate come esagerate le denunce pubbliche rivolte ai trafficanti di esseri umani, ma anche a coloro che sono di fatto la causa di questo ignobile mercato: i clienti.

 

Il Papa indica all’umanità e alla Chiesa la missione individuale e comunitaria di abbracciare gli ultimi e i più deboli.

 Francesco sollecita continuamente i governanti a combattere qualsiasi forma di oppressione e di sfruttamento, nel rispetto degli insegnamenti evangelici.

I moderni schiavi sono l’anello debole di un turpe business fondato su ingiustizie e iniquità che obbliga milioni di persone a vivere in condizioni di vulnerabilità.

Ad essere reclutati e schiavizzati sono soprattutto gli impoveriti dalla crisi economica, dalle guerre, dai cambiamenti climatici e dall’instabilità globale del terzo conflitto mondiale “a pezzi”.

 

La risposta può arrivare solo dalla consapevolezza di dover unire le forze per tessere reti di bene, per diffondere la luce che viene dal Vangelo.

A partire da misure concrete come la tempestiva identificazione e la protezione dei soggetti più fragili nelle aree di confine.

Solo così si potrà garantire l’emersione dallo sfruttamento.

 

“Don Oreste Benzi” ha dedicato la sua vita al soccorso delle “sorelline” distrutte dalla violenza dello sfruttamento sessuale.

“Condividere” è la chiamata a camminare insieme ai migranti, agli sfollati, a chi è in ricerca di un luogo dove vivere in pace e in famiglia, ai lavoratori “invisibili” in balia del caporalato nei campi e dell’accattonaggio forzato.

Va riaffermato il valore della dignità umana.

La tratta va sradicata, fermando chi controlla il traffico delle schiave costrette a prostituirsi.

 

Come ha ricordato Sergio Mattarella, ciò è compito delle forze di polizia, dei magistrati, delle istituzioni nazionali e degli organismi internazionali.

 Ma tutta la società civile è chiamata a fare la propria parte, agendo con responsabilità e coerenza morale.

Nessuno può restare indifferente.

 Contrastare la tratta vuol dire sottrarsi a ogni complicità con le organizzazioni criminali e prosciugare le aree grigie.

 Significa spezzare il legame “malato” di protezione tra vittima e aguzzini.

 

Sui marciapiedi delle nostre città sembra scolpita una condanna antropologica: quella di trasformare la sopraffazione in una modalità di relazione sociale. Le vittime della tratta rispecchiano tragicamente l’umana deriva dell’acquisto, dello sfruttamento, dell’appropriazione indebita di altri esseri umani.

 È come se l’uomo non sapesse evolvere verso una fattuale, intangibile parità di dignità.

 C’è sempre bisogno psicologicamente, strutturalmente, di qualcuno da sottomettere.

 

Le vittime della prostituzione coatta sono le moderne schiave e finché non saranno liberate non potrà essere dichiarata la concreta, effettiva abolizione della schiavitù.

Ci sono altre odiose forme di asservimento che hanno sempre come bersaglio le persone più fragili e indifese, ma la tratta del mercimonio coatto ha questa peculiarità:

si distrugge la libertà di un individuo per farne uno strumento dei propri istinti più primordiali, eticamente riprovevoli, socialmente distruttivi.

Il costo personale e collettivo della tratta grava come un macigno sulla nostra civiltà apparentemente moderna ma sempre agganciata alla zavorra di condotte violentemente primitive.

Nella società odierna dilaga sotto traccia la tentazione strisciante di attribuire un prezzo a qualunque condizione, situazione, circostanza.

Lo dicono esplicitamente i più spregiudicati broker finanziari di Wall Street: “ognuno ha il cartellino come le merci”.

Ma se tutti hanno un costo, nessuno ha valore.

Dobbiamo sforzarci di fare in modo che sia così, una sfera infrangibile di decoro personale, di salvaguardia collettiva del patrimonio morale di ciascun individuo, di orgogliosa difesa del bene comune superiore della vita.

Siamo stati creati per un atto di gratuita bontà divina e dobbiamo mantenere la nostra integrità al di fuori del “mercato”, del mercimonio, del tornaconto senza scrupoli.

 L’esistenza umana non ha prezzo e quindi anche vendere il corpo non potrà mai essere considerato un lavoro.

 Così come acquistare sesso non sarà mai paragonabile al libero e autodeterminato atto di fare l’amore.

Comprare il “tempio dello spirito” come per le Scritture è la parte fisica dell’individuo, è un peccato agli occhi di Dio e deve essere ovunque un crimine per la legge dell’uomo.

 

 

 

 

La complessità delle democrazie:

 sfera pubblica e populismo.

Intervista a “Nadia Urbinati”.

Pandorarivista.it - Giulio Pignatti – (20 giugno 2022) – ci dice:

 

Le democrazie contemporanee hanno conosciuto negli ultimi anni fenomeni significativi, fra cui una tendenza alla disintermediazione, lo sviluppo dei populismi, una trasformazione del rapporto fra opinione pubblica e saperi, la frammentazione delle forme collettive di costruzione della rappresentanza.

L’intervista approfondisce questi mutamenti con Nadia Urbinati, professoressa ordinaria di Teoria Politica alla Columbia University di New York.

Fra le sue pubblicazioni più recenti: Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo (Laterza 2020) e Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia (il Mulino 2020).

 

Lo scenario politico è animato da un fenomeno parallelo di messa in discussione e “secessione” rispetto alle élite, alle forme di mediazione e direzione politica come erano i partiti, all’intellighenzia…

Vi sono delle radici politiche e sociali nella scissione tra la comunità e il suo modo di rappresentarsi e comprendersi. All’inizio del suo libro Io, il popolo lei scrive che: «Non è azzardato pensare che il populismo sia l’orizzonte della democrazia contemporanea».

Che cosa intende?

 

Nadia Urbinati:

Partiamo dal divorzio tra “élite” e “popolo”.

Le democrazie contemporanee sono tutte elettorali, ovvero basate su una struttura del consenso che deve essere formata, entrare in competizione, eventualmente rivedersi per tornare a proporre ricette vincenti; sono tutte basate su una organizzazione dell’opinione politica che deve essere veicolata nel governo del Paese (in una maggioranza) senza mai identificarsi con essa.

All’interno della cornice dell’opinione pubblica, di cui tutti siamo parte, si sviluppa una pluralità di opinioni, ciascuna afferente in maniera più o meno diretta a progetti politici, interessi organizzati, visioni del mondo (religiose, estetiche, morali, ecc.).

Questo pluralismo interno all’opinione pubblica può essere immaginato come fatto di centri concentrici;

non è un pluralismo disorganico perché ciascuna è tenuta insieme al proprio interno da un punto di attrazione intorno a cui l’opinione si sviluppa:

può essere l’ambiente, la solidarietà, una visione del mondo legata alla libertà personale e alla libertà sessuale, ecc.

Le opinioni sono come sassi di parole gettati e chi si sente colpito da esse e dalle tematiche che esse incorporano interviene agendo (contestando, discutendo, associandosi) così da contribuire a rigenerarle o riconfermarle.

Questa forma di azione-reazione non è finalizzata a uno scopo unico; alcune opinioni e non altre si strutturano insieme e alcune e non altre si scontrano.

Questo era il mondo fino a qualche anno fa, guidato da attori pubblici forti e bene organizzati:

i partiti di massa, i sindacati, i mezzi di comunicazione professionali (indipendenti o/e di partito).

 Questo mondo auto-generativo delle parti che componevano l’opinione pubblica e il discorso pubblico era ad un tempo il riflesso e la rappresentazione di una struttura sociale associativa altrettanto robusta e articolata.

Partiti, sindacati, organizzazioni di categoria, quotidiani rappresentavano dei mondi che si tenevano insieme mediante relazioni conflittuali e cooperative.

Che cosa succede quando questa struttura di formazione e organizzazione dell’opinione cambia?

Quando i partiti non sono più strumenti di organizzazione e di costruzione dell’opinione, ma semmai inseguitori dell’opinione e sempre alla ricerca di posizionarsi rispetto ad essa?

La stessa domanda può essere posta ai giornali:

è difficile dire che i giornali, oggi, abbiano delle caratteristiche loro proprie e che partecipino a questo pluralismo, perché molte volte propongono tutti la stessa notizia colorata in maniera diversa, per cercare un posto di rilievo nell’audience;

spesso anzi si abbeverano alla sorgente dei social e dei blog senza troppo impegnarsi a verificare le fonti di informazione, diventano cioè come parassitari di questi nuovi attori, salvo poi criticarli di mancare di autorevolezza.

Sembra che la scomparsa dei centri attrattivi e costruttori delle opinioni politiche abbia prodotto una schizofrenica orizzontalità.

Tutte le opinioni e tutte le visioni hanno uguale autorevolezza e nessuna ha più capacità auto-organizzativa.

 A partire da questa situazione, sostengo che il populismo è forse la forma che è più funzionale all’orizzonte contemporaneo, perché unisce le varie istanze e i vari interessi non attraverso delle macchine organizzative, ma attraverso la costruzione astuta d’immagini e di discorsi veicolati dai media impersonati generalmente da una figura individuale.

Con questa orizzontalità quasi schizofrenica è difficile trovare fuori dalla persona attrattiva (il leader individuale) altri punti di riferimento e di unificazione.

 

 Pensa che la democrazia dei partiti, con tutto ciò che ne conseguiva in termini di organizzazione, partecipazione e direzione, sia stata una parentesi data da una ormai tramontata età delle ideologie, oppure è il populismo ad essere una patologia della democrazia, e come tale guaribile? Quale futuro vede per il post-Covid?

 

Nadia Urbinati:

Ovviamente ci sono differenze tra i Paesi democratici:

 quel che vale in maniera preponderante per l’Italia e in buona parte per la Francia non vale necessariamente o ugualmente per la Germania.

Quindi è preferibile evitare generalizzazioni.

 È tuttavia vero che il successo di retoriche populiste con leader individuali è un fatto dirompente un po’ in tutti i Paesi.

Perché in questo momento storico e non prima?

Si pensava, almeno fino agli anni Ottanta, che il populismo fosse di casa nei Paesi di transizione e stabilizzazione democratica, e non in quelli solidamente democratici.

Che cosa ha reso l’offerta populistica più convincente di quella dei partiti?

 Intendiamoci, i partiti ci sono ancora, ma ciò che li caratterizza è che non svolgono più quel lavoro di organizzatori della partecipazione e di articolazione e direzione del consenso tra parti di cittadinanza.

 I partiti di un tempo erano anche delle vere e proprie macchine di conoscenza, che davano un’educazione a cittadini ordinari e formavano la classe politica delle città e della nazione.

Adesso, nonostante non siano scomparsi, la funzione – nonché la struttura – dei partiti è diversa;

sono essenzialmente macchine elettorali con il solo compito di selezionare, far vincere e poi proteggere un’élite.

Questo viene avvertito da chi sta fuori dal gioco politico, cioè dalla stragrande maggioranza dei cittadini, come una forma leaderistica di politica – di qui l’attacco generalizzato contro l’establishment.

 È come se i partiti avessero lasciato cadere il compito di organizzare ed educare preservando solo quello di selezionare e riprodurre un’élite.

Non c’è niente di male nel fatto che questo avvenga;

il problema è che i partiti fanno solo questa cosa;

e ciò contribuisce a creare una sorta di frattura tra élite – quindi i partiti, presenti solamente all’interno delle istituzioni – e chi sta fuori.

 I due corpi sono molto separati, al punto che, quando interagiscono, lo fanno o con un disprezzo reciproco – lo abbiamo visto in questo anno e mezzo, durante il quale i “pubblici parlatori” molto spesso hanno mostrato il fastidio per una generalità di parola che tutti vogliono avere e che hanno sul web (“come si permettono gli ignoranti di parlare?”) – o con una forte percezione di distanza, soprattutto da parte dei cittadini ordinari, che anche per questo sono diffidenti dei politici e non riconoscono ad essi alcuna autorevolezza.

 In verità, il dualismo esaltato dai populisti tra “popolo vero” ed “establishment” è una realtà che preesiste al populismo.

Il mondo dell’opinione e il mondo della parola si sono infatti divisi.

 Prima, coi partiti organizzati, parola e opinione stavano insieme:

in sezione o sui giornali di partiti si discuteva, si ripeteva magari una ritualità, ma ciò serviva a dare alle parole una veste di opinione pubblica condivisa.

Oggi siamo pieni di parole che circolano ovunque, ma la loro veste pubblica è molto dubbia.

Dall’altra parte, c’è invece un’opinione armata di parole autorevoli che circola attraverso i mezzi di comunicazione oppure nella politica pubblica, ma che trova a fatica riconoscimento tra i cittadini ordinari.

Si tratta quasi di due popoli separati.

 E così avere solo parola, senza possibilità di una sua espressione pubblica che ci porti a sentirne il peso politico, ci fa pensare che avere parola sia inutile.

Lo si sta verificando anche con la tragedia dell’invasione russa dell’Ucraina, quando molti nel nostro paese parlano di pace eppure, nonostante il rumore di queste richieste, chi governa sembra non sentire e sostenere chi vuole continuare la guerra. La divaricazione tra parole e loro efficacia può far sì che in una democrazia ricca di tanti mezzi di informazione e di comunicazione si generi nei cittadini l’idea sconfortante che parlare e discutere non abbia una traduzione nell’opinione politica rappresentativa, che quindi non abbia effetto e peso – che insomma il loro potere sia … senza potere.

Quando questa sensazione che il potere sia altrove, che non sia più legato alla nostra costruzione dell’opinione, è forte deve preoccupare:

se non vi è nulla che leghi e accomuni il mondo dei “pochi” e quello dell’opinione dei molti non vi è alcuna certezza che la società si mantenga salda e pacifica.

 

 È dunque possibile tracciare un parallelismo tra la disintermediazione politica e la disintermediazione dell’opinione, dell’informazione, della cultura, di tutto ciò che plasma l’opinione pubblica.

In un libro di qualche anno fa, “Democrazia sfigurata”, riconosceva tre “vizi” in cui cadeva l’opinione pubblica di fronte all’insoddisfazione per le procedure democratiche, e cioè la tendenza a dare letture tecniche e apolitiche della deliberazione pubblica, la tendenza a promuovere soluzioni populistiche e quella a facilitare il plebiscito dell’audience.

 Come viene plasmato il foro delle opinioni oggi, cioè ai tempi di un populismo ormai realizzato, “di governo”?

 

Nadia Urbinati:

Innanzitutto, quei processi che sembravano in atto sono ora abbondantemente realizzati.

 C’è un fenomeno che è emerso durante il periodo della pandemia che è interessante da questo punto di vista.

Le ideologie e le visioni politiche sono naturalmente esposte al dissenso, alla discussione e all’opposizione;

il pluralismo ideologico e politico è il sale della democrazia.

 Però abbiamo sempre tenuto fuori da questo mondo dell’opinione cangiante la scienza.

 La scienza è stata sempre l’altra faccia della medaglia rispetto alla politica come la verità rispetto all’opinione;

scienza e verità sono entrambe state per molto tempo interne alla stessa dimensione di discorso e di ricerca di conoscenza che è propria della società democratica.

La scienza, nel corso dei secoli, in seguito ai processi di emancipazione dalla religione e poi anche dalle ideologie, ha avuto una sua autonoma evoluzione, che le ha garantito grande autorevolezza.

Fino a pochi anni fa, nessuno avrebbe contestato sistematicamente il valore della scienza e la credibilità degli scienziati.

 Invece, dal momento in cui la pandemia ci ha costretto a una vita politica diversa, dove altre competenze, come ad esempio quelle afferenti alle scienze mediche e biologiche, erano necessarie rispetto al funzionamento delle istituzioni classiche, si è avuto il fenomeno straordinario collegato ai tre processi descritti in “Democrazia sfigurata”.

 È successo che perfino la scienza, nella veste dei suoi scienziati rappresentativi, è diventata parte di un campo dell’opinione, che trasforma tutte le nostre conoscenze in possibilità ipotetiche.

 Le quali possono essere vere o false, ma comunque sempre oggetto di contestazione da parte di tutti.

Nel mondo politico questo è normale, ed è sano che sia così, perché tutti i cittadini sono uguali tra loro e non c’è nessuno che possa rivendicare un’autorevolezza superiore nella sfera pubblica dell’opinione;

non è così nel mondo scientifico.

Ecco il plebiscito dell’audience:

quando perfino la scienza viene ad essere parte del dominio del pubblico, perde la sua autorevolezza di verità.

 Sosteneva “John Stuart Mill” che, se mettiamo le teorie newtoniane dentro il bacino dell’opinione pubblica, esse troveranno probabilmente un’opinione contraria contro la quale doversi difendere.

Questa ulteriore espansione dell’autorità dell’opinione comporta un’ulteriore erosione di distinzione.

 Non soltanto i leader politici sono sentiti come una élite di disturbo, non soltanto i giornalisti sono sentiti come degli oracoli insopportabili, anche gli scienziati che entrano nell’opinione finiscono nel gorgo dello scetticismo.

 Così, che chi parla sia uno scienziato che magari ha ricevuto il Nobel non è un dato sufficiente a convincere chi sta dall’altra parte dei mezzi di comunicazione, quindi che fa audience, che egli stia producendo una qualche verità situata oltre la possibilità di critica da parte dei non competenti.

 È come se ci fosse un’erosione ultima, che fa seguito alla precedente erosione delle identità religiose.

 Ora anche nel campo della scienza, che era l’altro dominio intoccabile insieme alla fede, si verifica questo fenomeno di accaparramento da parte dell’opinione e quindi di azzeramento di quella che doveva essere l’autorevolezza del sapere, della conoscenza scientifica al di là delle contestazioni d’opinione.

 

 Abbiamo analizzato il rapporto dell’opinione pubblica con la scienza.

D’altra parte, è interessante mettere a fuoco il rapporto dei leader politici con la scienza, in particolar modo durante il periodo della pandemia.

Il populismo, infatti, si alimenta spesso di complottismo e verità “alternative”, e così il populismo al governo entra in una contraddizione, perché da una parte il leader per forza deve ascoltare scienziati e analisti, ma dall’altra parte non può che continuare a fomentare le fake news di cui si nutre una parte del suo popolo.

Come vede questa ambivalenza?

 

Nadia Urbinati:

“Ernesto Laclau” ha scritto un libro nel 2005 (La ragione populista) nel quale mostra come si costruisce la rappresentazione/rappresentanza del popolo.

Ciò avviene attraverso un lavoro che lui chiama “egemonico” o “ideologico”, due termini che egli usa come esemplificativi della capacità che il discorso retorico ha di unificare interessi, esigenze o scontenti che precedentemente erano unificati dai partiti ideologici in maniera parziale e oppositiva.

Decaduti i partiti, il leader populista riesce a riunire il più grande numero di idee e scontenti, cercando il tema comune che possa unificare.

Questa visione di “Laclau” presumeva una verticalità e una capacità propositiva e costruttivista da parte di un centro politico, quest’ultimo rappresentato evidentemente da un leader col suo entourage.

Si trattava comunque di un lavoro dall’alto.

 Ora, avvertiamo invece il mutamento di questa struttura classica, nel senso che i leader populisti – lo hanno mostrato durante il periodo pandemico i due principali esemplari al governo, Bolsonaro in Brasile e Trump negli USA – operano non alla maniera raccontata da “Laclau,” cioè tenendo unite, con una tessitura ideologica, le varie parti della società – secondo un’idea di popolo fatto di diversi e uniti nella persona carismatica –, ma inseguendo le opinioni di quella parte di popolazione che sanno o tendono a credere essere più vicina a loro, o comunque più facile da conquistare e tenere nel tempo.

Quindi non è che Trump abbia “generato” questo grande bailamme di opinioni contro il virus e la sua inesistenza, ma le ha “usate”.

Le opinioni c’erano già nella popolazione americana (come del resto sono presenti anche in quella italiana);

il leader deve in qualche modo adattare sé stesso a questa opinione che demolisce certezze di ogni tipo, anche scientifiche, e che è scettica rispetto ad ogni autorità.

 È come se il leader populista, che tradizionalmente acquisisce la propria autorità per via di una campagna propagandistica formidabile (si pensi ad esempio a Chávez), debba ora vivere fondamentalmente di rimessa, cioè adattandosi al mondo di contestazione del vero scientifico che i nuovi mezzi di comunicazione (i social) esaltano.

Ora, perché è conveniente tenere in piedi questa contestazione?

Lo è innanzitutto perché consente di creare una frontiera di amico e nemico.

Nemici saranno coloro che ritengono di dirci come le cose dovrebbero essere fatte da un punto di vista della conoscenza scientifica.

Contro queste élite si contrappone il mondo degli scontenti, i quali vengono inseguiti e catturati dal leader ma non da lui costruiti;

che esistono indipendentemente dal fatto che un Salvini sia sulla cresta dell’onda o no.

Ecco perché sembra che il rapporto si sia quasi rovesciato, tra questa opinione radicalmente opinionista e cangiante, che rifiuta la stabilità e che finisce per essere impersonale, non attribuibile se non all’indeterminato “web”, e il leader populista, quest’ultimo tenuto in mano dalla prima.

Salvini si è trovato in difficoltà a seguire questa china essendo il suo partito al governo.

È dunque una forma di populismo collettivo disperso, che corregge la struttura centralistica fondata sul leader alla maniera di Laclau.

Questo è un fatto nuovo, che comporta quasi un rovesciamento della piramide.

In questo quadro, qual è l’atteggiamento verso gli intellettuali?

Nel libro “Pochi contro molti”, infatti, lei pone l’accento sul fatto che non solo i molti entrano in un rapporto conflittuale coi pochi, ma che i pochi stessi – i dirigenti di partito, gli intellettuali organici, i professionisti dell’informazione – alimentano questa secessione, allontanandosi, anche per paura, dalla legittimazione popolare.

E d’altro canto, invece lei cita quali nuovi intellettuali figure come ad esempio gli spin doctor, cioè coloro che, in maniera anche celata, curano delle campagne di comunicazione tali da riuscire a legittimare finanche guerre e sconvolgimenti internazionali.

Questi nuovi intellettuali in che cosa differiscono dai loro “predecessori” e qual è invece la continuità?

 

Nadia Urbinati:

 Il termine “intellettuale” non è un termine descrittivo, ovviamente;

 non è che una persona che insegna oppure scrive sia per ciò stesso un intellettuale.

La categoria di intellettuale viene da una tradizione molto onorevole e lontana da noi, che ha avuto il suo punto di riferimento più alto in “Antonio Gramsci”.

Per capire il ruolo dell’intellettuale bisogna leggere i testi gramsciani.

 L’idea fondamentale è che l’opinione debba essere costruita.

 Perfino Gramsci, che pure era un marxista, riconosceva che la “struttura della classe”, benché legata a rapporti di forza radicati nel mondo della produzione di beni, fosse in parte il risultato di una “costruzione ideologica”.

Ciò rendeva evidentemente gli intellettuali i detentori di un nuovo potere.

Mill, Tocqueville e Le Bon lo compresero, Gramsci lo sistematizzò.

L’intellettuale, in questo caso, è il sapiente di un sapere particolare:

non scientifico asettico, ma neppure storico asettico: è invece al servizio di una causa.

Un intellettuale mette la cultura e la ricerca all’interno di una visione della società da realizzare, una società del futuro, e fa questo svolgendo un’opera di educazione e di interpretazione delle opinioni tale per cui in un sistema di partiti organizzati il militante e il cittadino ordinario si affidano alle e si fidano delle letture degli intellettuali.

Si trattava di un costruttivismo ideale o ideologico per mezzo di un rapporto di fiducia mediato dal partito.

Non ci sono intellettuali senza partito.

Ecco perché intellettuali di questo tipo non esistono più.

Chi è rimasto tra i vecchi nostalgici del ruolo dell’intellettuale si scontra con la realtà ed è perdente, poiché un cittadino che non ha più nessun legame con un partito organizzato non capisce perché dovrebbe fidarsi dell’interpretazione di questo o quell’intellettuale.

Che cosa rende organico quell’intellettuale, quando non c’è più un soggetto collettivo che organizza?

 Ecco allora che questi intellettuali non hanno più luogo d’essere – e molti, tra giornalisti, creatori di opinione, scienziati si lamentano della perdita di autorevolezza e si lamentano che i cittadini girino le spalle a coloro che sanno.

Ma non si capisce perché i cittadini democratici dovrebbero prendere per oro colato ciò che viene offerto loro da coloro che sanno, se questi ultimi non esprimono idee oggettive (non sono scienziati) ma di parte, ideologiche a loro volta.

C’è in realtà nel nostro tempo un’altra forma di intellettuale organico, che è organico non ad un partito o a una visione della società, bensì all’organizzazione del consenso.

Gli “spin doctor”, coloro che operano nel mondo dei social media e della comunicazione, non sono semplicemente dei tecnici neutri.

 Questi intellettuali sono organici a progetto di vittoria elettorale di un personaggio politico.

È come se ci fosse un’applicazione al mondo degli intellettuali organici della mentalità strumentale di costi-benefici:

ovvero non c’è un ideale da raggiungere, ma c’è un leader che deve vincere, e il tecnico del consenso farà di tutto per raggiungere questo obiettivo.

È insomma una visione molto più prosaica e strumentale, senza grandi o piccole idee di riferimento.

L’intellettuale organico di oggi è un tecnico – principalmente della comunicazione – al servizio del desiderio di potere di qualcuno, così come un operatore finanziario fa tutto quanto è in suo potere fare per poter massimizzare il rendimento dei soldi investiti del suo cliente.

Questo tipo di intellettuale organico è evidentemente l’immagine della politica contemporanea, che vuole vincere a tutti i costi, poco importa quel che propone – la vittoria ripaga di tutto.

Questa è anche la logica populistica: chi vince ha ragione; l’opinione che ha conquistato la grande maggioranza e che vince sulla minoranza ha ragione ed è legittima.

Se non c’è più un’ideologia superiore di riferimento (come nel caso del partito di massa) e se non c’è neppure una verità di riferimento (anche gli scienziati sono decaduti dandosi alla ricerca dell’audience) quale altro può essere il criterio, del resto?

Quanto pensa che il populismo, come rapporto uno ad uno tra leader e “follower”, sia legato, anche geneticamente, al web e a questa sorta di raddoppiamento virtuale della sfera pubblica?

 

Nadia Urbinati:

 Il populismo come strategia per la conquista del potere via elezioni ha bisogno di una retorica che sia capace di unificare varie istanze, che diversamente sarebbero disgregate.

Il leader populista è vincente se riesce a tenere insieme bisogni e posizioni anche opposti, provenienti da diverse classi o da diverse aree geografiche.

Noi vediamo solo il risultato unitario di questa strategia, la retorica che il leader ci presenta.

 L’aspetto retorico è indubbiamente fondamentale, ed è un vero e proprio mezzo.

Si parla infatti di visione narrativa della politica:

il discorso diventa mezzo per unire, per raccogliere.

 Non è più la classe, la struttura sociale, e nemmeno l’identità religiosa o linguistica, ma qualcosa di artificialmente costruito nel discorso pubblico e che alcuni esperti misurano con il sondaggio nelle preferenze dando al leader la convinzione che sia capace di unire diverse persone ovvero attrarre voti.

Questo mostra lo strettissimo legame tra democrazia e retorica populistica, la quale può svilupparsi efficacemente di fronte a un pubblico libero e aperto, capace di recepire e organizzarsi.

Il web è uno strumento che rende questa dimensione retorica e narrativa molto più efficace, perché senza tantissimo impegno – senza andare cioè da una piazza all’altra d’Italia, oppure stare dalla mattina alla sera in radio o in televisione –, direttamente da casa (o da un luogo invisibile, dietro le quinte), il leader e i suoi spin doctor possono creare una narrativa.

E la creano in maniera che si potrebbe dire scientifica.

È questo l’aspetto nuovo: non si tratta più semplicemente dell’arte del discorrere della tradizione del demagogo, ma di una vera e propria scienza, che usa la misurazione delle emozioni, la conoscenza quantitativa delle reazioni del pubblico.

Ci sono degli strumenti tecnici che consentono di anticipare una reazione a certi temi.

Il web, dunque, non è semplicemente una tecnologia di facilitazione, bensì di “costruzione”, perché usa meccanismi che non sono tanto legati all’arte del singolo leader, quanto a una strategia scientificamente collaudata.

A questo punto il populismo raggiunge una capacità di efficacia molto maggiore.

C’è però fortunatamente un elemento che ci assicura da una forma di determinazione “meccanica”.

Il web ha infatti la caratteristica della temporalità corta, legata al comportamento consumistico, che deve stimolare continuamente nuovi beni e contenuti da presentare.

Facendo così, il web stimola e veicola continuamente nuovi gusti, nuovi abiti, nuove idee, cambia il modo di presentarsi della persona.

Quindi paradossalmente i leader populisti devono essere sempre capaci di modificare sé stessi e le loro idee, seguendo i cambiamenti fatali che avvengono presso i consumatori.

È questa corta temporalità che rende il populismo non stabile e le democrazie meno a rischio di sovversione.

 

Per quanto riguarda i “molti”, il “popolo”, un’impressione è che l’allontanamento della società dalle forme di produzione intellettuale e culturale derivi anche da una frammentazione estrema che impedisce ogni forma di autorappresentazione collettiva, di racconto comune.

Da qui anche il successo della “identity politics” e del populismo stesso.

Ma secondo lei quanto riesce davvero un leader come, ad esempio, Trump a unire un popolo (o la maggioranza di esso)? Che forma di unità è?

 

Nadia Urbinati:

È una forma identitaria, senza dubbio.

Se non ci sono più idee guida e ideologie fondate su una base ontologica, che cosa ci può legare agli altri?

Questo qualcosa può essere ad esempio l’identità etnica, l’identità nazionale, di genere.

C’è nella democrazia, che è fatta di individui (e di votanti singoli e tra loro indipendenti) il bisogno di radicare e legare a qualcosa di stabile le vite e idee.

Finiti i grandi racconti collettivi con la loro astrattezza, ora entriamo nella concretezza delle nostre identità – che, almeno, concrete ci sembrano.

 Su questa povertà di tessuti connettivi e discorsi che legano crescono con grande facilità i leader populisti.

Trump, che ancora esiste e che ha una capacità di parola e di testimonianza delle sue posizioni ancora forte, ha bisogno di avere dei democratici che lo detestino per poter mobilitare i suoi a detestare a loro volta i democratici.

È una politica divisa che sta in trincea, ma non in attesa che il nemico arrivi per poi colpirlo (com’era la trincea nella rappresentazione di Gramsci) bensì una trincea che costruisce gli stessi eserciti armati.

È una politica che non ha più una visione del generale, bensì un obiettivo concreto e vicino nel tempo, come la vittoria elettorale.

In questo senso, secondo lei i movimenti riescono ancora a tenere insieme politici e popolo?

 

Nadia Urbinati:

Oggi anche gli stessi populisti preferiscono creare movimenti o partiti leggerissimi, capaci di muoversi con agilità secondo i loro interessi.

 I movimenti come “Occupy Wall Street”, “Indignados”, movimenti dunque dal basso, sono capaci di scuotere l’opinione pubblica, però non hanno – né forse vogliono avere – una rappresentanza, e quindi muovono le cose senza poi volerle gestire.

Questo è anche ciò che è successo con le “Sardine”, la cui funzione è stata quella di muovere civilmente i cittadini ad andare a votare, senza diventare però un partito a loro volta.

 La funzione di dare voce a una parte della cittadinanza rimane comunque importantissima.

 

 L’interesse per i temi della costruzione e trasformazione dell’opinione pubblica è dovuto al fatto che per molte sfide politiche epocali, come quella legata al cambiamento climatico, si fa spesso riferimento a un cambio di mentalità collettiva che, esso solo, potrebbe produrre una reale rivoluzione.

Questo fantomatico argomento spesso si conclude con una fatale autoassoluzione (in attesa di tempi più maturi), ma più raramente ci si sofferma a riflettere su che cosa significa effettivamente un cambiamento di mentalità.

Ci può aiutare?

Nadia Urbinati:

“Marco Tarchi”, scienziato politico vicino alla destra e molto attento ai fenomeni populisti, identifica il populismo prima di tutto come mentalità – più che come strategia, ad esempio.

 Io ho delle resistenze, perché secondo me il populismo non ha una mentalità specifica;

è l’appello al popolo fatto in un determinato contesto da alcuni attori politici.

La mentalità è piuttosto quella che Gramsci chiamerebbe “senso comune”.

 In tutti gli intellettuali dell’Ottocento, fino appunto a Gramsci, c’era l’idea profonda che i mutamenti di tipo istituzionale non fossero sufficienti, che occorresse cambiare la cultura spirituale e morale del Paese, quindi la mentalità.

Per stabilizzare un sistema istituzionale nuovo serviva una mentalità che non fosse più legata – come era per grandi masse di persone – al ceto e alla corporazione di appartenenza;

si trattava di educare l’opinione pubblica generale e nazionale. Se il problema nell’Ottocento era di creare dei cittadini capaci di avere una mentalità non subalterna ma democratica – di qui la necessità di una educazione delle masse sul lungo periodo –, adesso la sfida per noi cittadini è quella di diventare capaci di fare i conti con problemi, che sono apparentemente più “distanti” da noi, come appunto quella del clima, ad esempio.

 Mentre nell’Ottocento la sfida era innovativa della società (si trattava di lottare per il suffragio e poi fare in modo che i cittadini imparassero a usare l’arma del discorso politico e del voto), noi abbiamo a che fare con sfide che ci richiedono di cambiare il nostro modo di agire e di pensare 24 ore su 24.

Per avere effetti sul clima si tratterebbe di promuovere una mentalità di autocontrollo radicale, per cui si giunga a limitare il consumismo, ad apprendere come gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, ad apprendere a privilegiare certi comportamenti invece che altri – fare tutto questo non solo in un singolo paese ma in tutto il mondo.

Sono abbastanza scettica:

a meno che non cambiamo gli esseri umani – come nel mito utopistico settecentesco dell’uomo nuovo da educare –, bisogna accettare il fatto che una mutata mentalità non si rifonderà mai sulla base dei nostri desideri o anche delle nostre volontà.

 Certo, rispetto alla tradizione illuminista della riforma della mentalità “top-down” o giacobina c’è anche la tradizione educatrice di Rousseau o degli utilitaristi inglesi del “bottom-up”.

In tal senso, si tratterebbe ad esempio di riformare i programmi scolastici, fare in modo che siano uniformi, e che il personale che si occupa di trasmissione culturale, sia nei media che nelle istituzioni scolastiche, si ponga nella condizione di autolimitazione, entrando in un ordine più responsabile di formazione delle opinioni.

 Come si vede, si tratterebbe comunque di un lavoro organizzativo titanico.

Un altro esempio di invocazione di un cambio di mentalità è quello relativo alla costituzione di un’opinione pubblica realmente europea, che permetterebbe un avanzamento del progetto comunitario.

Tentativi in tal senso – in termini di policies, di movimenti e associazioni, di scelte editoriali, ecc. – ve ne sono sempre di più, ma d’altro canto è anche vero che, se uno Stato è un sistema diarchico di opinione pubblica e decisione politica sovrana, allora c’è il rischio che l’opinione pubblica si costituisca sempre intorno a una struttura nazionale.

Secondo lei si può realizzare qualcosa come un’opinione pubblica europea?

 

Nadia Urbinati:

Gradualmente siamo riusciti a edificare una mentalità europea. Siamo più europei noi dei nostri genitori;

 e i giovani ancora più di noi.

Le norme, le regole, le procedure amministrative, commerciali e burocratiche hanno uniformato i comportamenti di milioni di europei benché diversi nella lingua e anche nei costumi.

 I progetti Erasmus hanno cercato di creare una popolazione di studenti capaci di interagire come europei oltre che come cittadini nazionali.

Tutto questo ha contribuito a formare cittadini europei senza un sovrano europeo.

 E in tempi critici – come la pandemia – questa unità si è espressa anche in una concreta collaborazione scientifica, medica ed economica.

 I fatti, la loro gestione e anche un’emergenza sanitaria hanno cementato un’unità e fatto sentire noi europei “come se” fossimo uniti; noi europei molto più che noi occidentali.

Noi europei come parte del mondo occidentale, ma specifici e non assimilati, per esempio, ai canadesi o agli statunitensi. Sarebbe desiderabile che questa unità di sentire si esprimesse anche nella dimensione delle relazioni internazionali, ovvero l’Unione Europea riuscisse ad avere una politica estera e di difesa comune e indipendente.

Stiamo verificando con la guerra in Ucraina quanto importante sarebbe che l’Unione Europea riuscisse a garantire la pace e la cooperazione sul proprio continente.

Un’unione più perfetta sarebbe certamente aiutata da un’opinione politica comune.

Certo, servirebbero media unitari (una CNN europea, ad esempio) e non soltanto nazionali, una stampa attenta al continente e non solo al paese di riferimento.

I tempi sono lunghi e gli ostacoli non piccoli (pensiamo a quello della lingua), ma indubbiamente la convenienza può indurre a pensare che non ci sia alternativa alla nostra unità.

 La debolezza delle sovranità nel mondo globalizzato dei mercati non lascia, mi sembra, molte alternative all’unione.

 Ma sono propensa a pensare che non si tratti soltanto di necessità e convenienza, poiché l’unione di questo continente guerrafondaio ha nei fatti offerto una qualità della vita, una tranquillità di spirito direbbe Montesquieu, che ha reso grandi servigi a tutti noi.

(Giulio Pignatti).

 

 

 

 

 

Il Deep State statunitense tra teorie

cospirazioniste e controllo del potere.

 Orizzontipolitici.it - Massimiliano Garavalli – (29 Giugno 2021) – ci dice:

 

Notoriamente siamo abituati, nelle narrazioni che si ascoltano in Italia, a pensare al “Deep State” come qualcosa di “oscuro”, un “Governo ombra” che manovra le leve del potere da dietro le quinte.

Lobbies, massoneria e apparati di controllo che decidono le nostre vite all’infuori del gioco democratico.

 Soprattutto negli Stati Uniti, il concetto di Deep State ha assunto dei contorni polarizzanti a livello politico:

 i Repubblicani si servono da anni dell’idea di Deep State per accusare i Democratici di agire alle spalle del popolo statunitense impedendo al “Gop” – “Grand Old Party”, un termine con cui si definisce il Partito repubblicano – di esprimere la volontà popolare.

Non solo Qanon:

anche per i Repubblicani il Partito democratico sarebbe proprio l’espressione del Deep State, un’ élite anti-popolare che fa solo i propri interessi.

 

Un’idea che ha attecchito nella base repubblicana anche in virtù dell’ethos tipicamente statunitense:

gli americani nutrono da sempre pulsioni anti-stataliste e anti-governative (anche se il vento sta cambiando).

 L’idea di un mega apparato di controllo ha funzionato e continua a funzionare molto bene a livello propagandistico.

Celebre il caso delle ultime elezioni presidenziali nel novembre scorso: l’accusa di brogli portata avanti da Trump e dal Gop muoveva proprio nella direzione di un j’accuse nei confronti dei Democratici che, tramite il loro controllo degli apparati, avrebbero ribaltato illegalmente l’esito della votazione.

 

Già nel 2016, all’alba dell’elezione che premiò Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti, una delle accuse più frequenti ad Hillary Clinton era proprio quella di far parte dell’establishment contrario all’interesse del popolo (un modo velato, ma non troppo, di parlare di Deep State).

 

Cos’è veramente il Deep State.

Al di là delle teorie cospirazioniste, cosa intendiamo quando parliamo di “Deep State”?

Un fondo di verità nella teoria del “Governo ombra” in effetti c’è, ma solo nel concetto di mega apparato.

 Del Deep State sono state date più definizioni, ma tutte sono concordi nel dire che si tratta di un esercito di “civil servants” – 9 milioni a livello federale, il 6% della forza lavoro totale, e 16 milioni se si comprendono anche gli statali e i locali – i funzionari statali che lavorano nei diversi strati della burocrazia statunitense.

 

L’esempio più eclatante è il Pentagono:

con i suoi 3 milioni di dipendenti, è il più grande datore di lavoro del mondo.

Sono funzionari che lavorano nelle agenzie di sicurezza federali, come la Cia (Central Intelligence Agency) o l’Fbi (Federal Bureau of Investigation), come assistenti parlamentari o nelle commissioni del Congresso, nelle amministrazioni statali che fanno riferimento al Governo federale, nelle corti di giustizia.

In contrasto alla teoria cospirazionista, il Deep State, pur non operando sempre alla luce del sole, non è mai stato segreto.

 

L’origine del termine Deep State risale in verità ad un contesto extra-statunitense.

Deep State è infatti la traduzione letterale di “derin devlet”, un’espressione turca che in Turchia indica il governo segreto collegato con i poteri industriali e finanziari deviati e con le organizzazioni criminali.

 È un termine che viene spesso associato a Paesi autocratici, come l’Egitto e proprio la Turchia, dove il Deep State in realtà coincide con il Governo nazionale.

Per questo motivo l’espressione è stata criticata negli Stati Uniti in virtù della sua carica negativa.

 

Negli Usa l’origine del mega apparato burocratico si fa risalire al 1871, anno in cui fu introdotta l’idea della creazione di un servizio civile “non-politico”, proposto da “Carl Schurz” (un generale di origine tedesca), con l’obiettivo di far fronte all’enorme mole di leggi, procedure, burocrazia a cui il Governo federale avrebbe dovuto far fronte negli anni a venire.

 

Ma soprattutto, l’idea alla base era quella di dare una visione di lungo periodo alla politica americana, dal momento che i presidenti rimanevano in carica per 4 o 8 anni.

 Si trattava altresì di limitare il potere dello stesso presidente:

la creazione di un potere tecnocratico, e quindi svincolato dalle logiche partitiche interne, doveva essere una garanzia di stabilità.

Prima di allora, infatti, gran parte dei funzionari federali venivano nominati direttamente dal presidente in carica.

 

Croce e delizia degli Stati Uniti.

Se è vero che l’intuizione si rivelò giusta, perché da lì in poi il Governo federale avrebbe avuto a che fare con una complessità sempre crescente, da una parte ciò ha comportato anche un problema non di poco conto per i presidenti americani.

Trump non è stato l’unico a lamentarsi del Deep State, lo fece anche Obama quando lamentò che il Pentagono lo costrinse ad inviare altre truppe in Afghanistan, e addirittura Reagan quando disse che il Deep State stava frenando la battaglia contro i comunisti.

 

Negli anni della “War on Terror” (guerra al terrore) dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, l’apparato militare statunitense, la parte più consistente del Deep State, venne incrementato ulteriormente. Vennero versati trilioni di dollari nella “Homeland Security” (il dipartimento anti-terrorismo), le agenzie di sicurezza aumentarono fino a diventare 17, e il potere della Cia, dell’Fbi e della Nsa crebbe.

 Anche se Deep State è un termine giudicato spesso fuorviante e intrinsecamente negativo, esiste quindi un Governo amministrativo (prevalentemente militare) che coabita con il Governo politico.

 

Si tratta di un apparato che non si limita solo a gestire l’impianto burocratico statunitense, ma che influenza (e spesso determina) gli indirizzi politici del Paese.

 In particolare, lo fa per la politica estera:

nel Deep State ci sono migliaia di giovani praticanti che iniziano quando hanno poco più di 20 anni a lavorare come assistenti al Congresso o nelle agenzie federali, e che poi vanno avanti per tutta la vita.

 Il personale di queste agenzie determina quindi l’arco vitale delle strategie delle agenzie stesse.

 

Cia, Fbi e gli altri apparati federali indirizzano le proprie politiche su orizzonti temporali di 30-40 anni, più di quello delle amministrazioni presidenziali.

Politiche infatti non sempre convergenti con quelle dell’esecutivo:

in virtù proprio della stabilità che sono deputate a garantire, devono evitare che il Paese non abbia una strategia di lungo periodo (che nel caso del cambio di partito alla presidenza potrebbe mutare).

La politica estera statunitense dipende quindi fortemente dalla volontà degli apparati.

 

Presidente contro Deep State.

Si è visto con Trump, quando ha provato ad avvicinarsi alla Russia.

 Da sempre alla ricerca di un rapporto più stretto con il Cremlino, l’ex presidente Usa ha tentato invano di stabilire un punto di contatto con Putin.

Gli apparati statunitensi, memori ancora della Guerra Fredda con l’Ex Urss, glielo hanno impedito.

Trump è stato il presidente che, soprattutto sul fronte della politica estera, ha avuto più dissidi con il Deep State.

 

Le agenzie federali lo hanno accusato a più riprese di aver indebolito l’alleanza della NATO, nonché i rapporti con gli alleati asiatici lungo il litorale del Pacifico, e di aver condotto una battaglia contro la scienza che per gli Stati Uniti ha sempre rappresentato una frontiera di supremazia geopolitica.

Ora anche Biden che, nonostante le dichiarazioni al vetriolo riguardo a Putin (lo ha definito “un assassino”), ha tentato un avvicinamento con la Russia. Una mossa che converrebbe soprattutto a Mosca, per uscire dall’isolamento e dall’alleanza improvvisata con la Cina, ma che il Pentagono continua ad ostacolare.

 

Sulla Cina la politica dei presidenti statunitensi converge con la strategia degli apparati.

 Le previsioni dei policy maker americani (e di buona parte degli istituti di ricerca internazionali) danno la Cina in procinto di sorpassare sul piano della supremazia geopolitica gli Stati Uniti.

Un sorpasso che potrebbe avvenire tra molti decenni, ma che pare inevitabile.

 Sul piano economico dovrebbe già verificarsi entro il 2030, sul piano politico e tecnologico appare tuttavia ancora lontano.

 Proprio per l’incombere del rivale cinese, Joe Biden ha colto l’occasione del G7 in Cornovaglia di inizio giugno per rinsaldare le alleanze con i Paesi Nato in funzione anti-cinese, per ricucire lo strappo tra Usa ed Unione Europea con Trump nella precedente amministrazione.

 

Il Deep State nel futuro degli Stati Uniti.

Un’indagine sulle opinioni del popolo americano ha mostrato come la maggioranza creda che esista un gruppo di ufficiali e funzionari non eletti che influenza segretamente la politica statunitense, e l’80% crede che le agenzie federali monitorino le loro vite di nascosto, anche se solo il 27% crede nell’esistenza del Deep State così come è stato esplicato in questo articolo.

Gli Stati Uniti sono il paradosso di un Paese il cui popolo storicamente è sempre stato avverso al “Big Government”, ma che nei fatti possiede il più grande apparato burocratico dell’Occidente.

 

Un apparato con cui devono fare i conti tutti i presidenti:

 anche Joe Biden che, seppur più allineato alle agenzie governative rispetto a Trump, ha avuto non poche difficoltà già nei primi giorni di mandato in alcune scelte strategiche, come il ritardo del ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

 

Gli apparati sono ciò che ha permesso agli Stati Uniti di governare il mondo negli ultimi 70 anni, ma anche la più grande sfida della politica, rappresentata dal Congresso e dall’Esecutivo, nei confronti dell’esercito di tecnocrati e funzionari presenti nei meandri di ogni aspetto della vita amministrativa statunitense.

Un conflitto che è il cuore della democrazia americana:

il Deep State non è solo un grande governo amministrativo, ma è anche il custode delle garanzie costituzionali statunitensi.

La missione dei funzionari, al di là della burocrazia, è la preservazione della stabilità democratica.

 Il Deep State, più che una teoria cospirazionista, è il principale scudo contro potenziali colpi di stato e complotti interni.

(Massimiliano Garavalli).

 

I dazi di Trump:

c’è una logica dietro?

Spionline.it – Antonio Villafranca – (3 aprile 2025) – ci dice:

Trump ha forse ragione quando accusa gli altri Paesi di aver trattato ingiustamente gli Stati Uniti, imponendo condizioni commerciali molto più gravose di quelle applicate da Washington?

La risposta è un netto “no” — ed è importante capire il perché.

(Relazioni Transatlantiche).

 

Il Presidente degli Stati Uniti l’aveva promesso in campagna elettorale e l’ha fatto: ha alzato i dazi a tutti.

 Per cercare di essere ecumenico ha infatti imposto il 10% a tutti i paesi indistintamente, ma la sua scure si è abbattuta con maggior forza su quei 60 paesi che lui definisce “worst offenders”.

Ovviamente, secondo Trump, tra questi non possono mancare tanto la Cina quanto l’Unione europea. 

Il risultato complessivo è che i dazi applicati dagli USA e pesati per il loro commercio aumenteranno di almeno il 25%, portandoli così al 28%.

Si tratta del tasso più alto applicato dal paese dalla fine dell’Ottocento.

Ma qual è la logica dietro questi numeri?

 Trump ha ragione nel dire che i paesi del mondo sono stati ingiusti nei confronti degli Usa applicando condizioni allo scambio di merci ben più pesanti di quelle che gli Usa applicavano a loro?

 La risposta è un secco ‘no’, ma è bene capire perché.

 

Alla ricerca di una logica.

Il punto di partenza è l’affermazione di Trump secondo cui i dazi americani sono ‘reciproci’.

In pratica risponderebbero alla necessità di replicare alle ingiuste barriere al commercio imposte dagli altri paesi del mondo a un paese – gli USA – che invece è tra quelli che applica(va) dazi tra i più bassi (spoiler: quest’ultima parte è l’unica cosa vera).

Da qui il suo altisonante ‘Liberation Day’, come lui ha definito il 2 aprile, giorno in cui appunto gli USA si sarebbero liberati dalle ingiustizie impostegli da tutti i paesi del mondo.

Proprio da tutti.

Per Trump evidentemente le distinzioni tra alleati e non alleati, paesi democratici e non, non sono più applicabili.

Per operare dunque questa “liberazione” da tutti la parola chiave è ‘reciprocità’, che però non significa – sempre secondo Trump – applicare grosso modo gli stessi dazi che gli altri applicano agli Usa.

La ‘reciprocità’ secondo Trump è legata al deficit commerciale che gli USA hanno rispetto a ciascuno paese.

In pratica, se c’è un deficit commerciale USA questo è dovuto al fatto che gli vengono ingiustamente applicate barriere tariffarie (ovvero dazi) e barriere non tariffarie.

E, in particolare, tra quelle non tariffarie Trump fa rientrare di tutto, non solo vincoli tecnici/amministrativi, ma anche presunte ‘manipolazioni’ del tasso di cambio a favore di chi esporta negli USA.

 

Ecco perché la logica della ‘reciprocità’ trumpiana non può essere legata solo al livello dei dazi applicati agli USA:

se c’è un deficit commerciale questo è di per sé una ingiustizia a cui porre rimedio.

Quindi partendo dall’ingiustizia ‘dimostrata’ dall’esistenza stessa del deficit, Trump applica dazi pari alla metà di tutte quelle barriere che vengono imposte agli USA.

 E si badi bene: è solo la metà.

 Motivo per cui Trump si sarebbe dimostrato quasi magnanimo, “gentile”, come ha detto nel discorso di ieri.

Tra questa logica della reciprocità e la sua applicazione si pone però un problema:

 come calcolare tutte queste “ingiuste” barriere agli USA e ottenerne quindi i dazi reciproci.

Come detto sopra, basta prendere la (semplicistica, a dir poco) esistenza del deficit.

 La formula che ne consegue appare qualcosa del genere:

 si prende il deficit commerciale degli USA verso un paese e lo si rapporta al totale dei beni importati da quel paese.

 La percentuale che si ottiene la si divide per due ed ecco ottenuto il dazio USA.

Applichiamo questa formula per comprendere il 20% riservato all’Unione europea:

nel 2024 il deficit commerciale Ue verso gli USA valeva 235,6 miliardi di dollari (dati US Census Bureau);

 questo lo si divide per il totale delle importazioni USA dall’Ue (605,8 miliardi) e si ottiene 0,39, ovvero il 39%.

La metà è 19,5%, ma la magnanimità di Trump non è arrivata all’arrotondamento per difetto.

Significativo il caso specifico dell’Italia:

con un nostro surplus di 44 miliardi ed export negli USA pari a 76,4 miliardi, il dazio per noi avrebbe dovuto essere il 29%.

 Semplificando:

per un paese come il nostro che ha il terzo surplus commerciale nell’Ue verso gli USA, stare nell’Ue significa aver avuto uno ‘sconto’ del 9%.

Per la Germania (che ha un surplus ancora maggiore verso gli USA) lo ‘sconto UE è di circa il 7%, un po’ meno del nostro.

 In questa logica, comunque piuttosto assurda, a perderci è la Francia che fuori dall’Ue si sarebbe ritrovata con un dazio del 14% (la Spagna addirittura ha un deficit commerciale verso gli USA e si ritroverà comunque dazi al 20%).

Secondo il “Financial Times”, questa logica sembra applicarsi in modo piuttosto preciso ai primi 24 “worst offenders” degli USA, mentre per gli altri il dazio risultante è un po’ diverso, ma comunque non molto distante.

 

Se questa è una logica…

Pensare che il deficit commerciale verso un paese sia di per sé sempre sbagliato e che sia causato necessariamente da barriere di qualsiasi tipo imposte ingiustamente da questo paese non ha fondamento in economia.

A partire da “David Ricardo” che si starà rivoltando nella tomba per lo strazio compiuto alla sua teoria dei vantaggi comparati.

 Il commercio internazionale in rapporto al PIL del mondo continua a crescere, anche negli ultimi anni di grande rivalità geopolitica.

 Il motivo è semplice: il vantaggio che tutti traggono dal libero commercio.

Pensare poi che il deficit commerciale sia sempre ingiusto e imposto dagli altri non solo non tiene conto delle preferenze dei consumatori (e dei risparmi che questi ottengono dall’acquistare beni meno cari all’estero), ma anche della complessità del commercio internazionale e dei ripetuti passaggi dei semilavorati tra paesi prima di arrivare a moltissimi prodotti finiti, negli USA come nel resto del mondo.

 Per non parlare del fatto che a volte il deficit commerciale è inevitabile:

se un paese come gli USA in pratica non produce caffè e vuole consumarlo, come può non importarlo da un paese che lo produce?

Stesso discorso lo si può fare per un prodotto ben più strategico come l’energia.

Puoi estrarre, come gli USA fanno oggi, tanto petrolio e gas, ma se puoi acquistarli a buon prezzo da alcuni paesi (mentre magari li esporti ad altri), perché il relativo deficit con un paese rappresenterebbe un ‘vulnus’ o sarebbe l’effetto di pratiche commerciali sleali?

Bisogna ammettere che almeno alcune di queste considerazioni base dell’economia sembrano conosciute dai consiglieri di Trump:

non a caso i nuovi dazi non si applicano all’energia, così come ai beni importati da Canada e Messico e rientranti nell’accordo USMCA del 2020.

Tra questi ultimi, significativamente, ci sono quelli del comparto automobilistico (non comunque completamente esenti dai dazi annunciati nelle scorse settimane) per i quali gli scambi con gli USA sono intensi e su cui quindi il contraccolpo per l’industria americana sarebbe stato notevole.

 

I dazi, se non basati su acclarate pratiche sleali, sono in realtà un ‘vulnus’ per tutti, anche per chi li impone.

Motivo per cui anche in Europa bisognerà stare attenti ai contro-dazi.

Trump ha già detto che potrebbe ulteriormente alzare i propri dazi se questi ci saranno.

 Trovare una quadra tra l’evitare una vera e propria guerra commerciale e non rimanere inermi rispetto a dazi dalla logica che esula dall’economia non è di certo semplice.

(Antonio Villafranca - Vice Presidente per la Ricerca, ISPI).

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