Difendere l’interesse nazionale.
Difendere
l’interesse nazionale.
Difendere
l'interesse nazionale, senza sconti.
Ilfoglio.it – Redazione – (04 apr. 2025) – ci
dice:
Il
mondo è cambiato, e l’Italia deve decidere da che parte stare.
Un
appello.
(Il
Foglio lancia un nuovo giornale: Il Foglio AI, un altro Foglio fatto con
intelligenza).
In
tempi ordinari, la parola “interesse nazionale” viene evocata per ottenere
applausi facili.
È una formula buona per ogni discorso, uno di
quei concetti valigia che ciascuno riempie come vuole:
chi la
declina in chiave economica, chi militare, chi identitaria, chi diplomatica.
Ma nei
tempi straordinari – come quelli che stiamo vivendo – l’interesse nazionale
diventa un nodo vero.
Qualcosa
che va definito, articolato, difeso. E per farlo, servono domande. Non slogan.
Per
questo è utile e meritoria l’iniziativa della” Fondazione Minima & Moralia”
– “Idee per un paese migliore”, che ha messo nero su bianco una serie di
interrogativi urgenti sull’interesse nazionale.
Le
domande che, appunto, una politica adulta dovrebbe farsi ogni giorno.
A
partire da quelle sulla difesa.
L’Italia
deve affrontare il fatto che la guerra è tornata in Europa.
E che
non siamo più in un’epoca in cui si può rimanere ai margini, sperando che la
geografia basti a garantire la sicurezza.
La
domanda sul riarmo – ci serve, lo vogliamo, siamo disposti a pagarlo? – non è
retorica.
Così
come non è più rinviabile il confronto sull’autonomia strategica europea,
sull’eventuale costruzione di una deterrenza militare anche oltre il perimetro
della Nato, e sul ruolo italiano nei futuri scenari di peacekeeping.
Non basta più dirsi europeisti: bisogna
scegliere se l’Europa la vogliamo anche forte o solo benintenzionata.
Ma la
difesa non è solo militare. È anche economica.
Il
ritorno dei dazi, le tensioni Usa-Cina, le fragilità della globalizzazione
impongono scelte: dobbiamo reagire, come Europa o come singoli stati?
Dobbiamo
accettare di dipendere per sempre dai servizi digitali americani, o costruire
alternative?
E con
quali strumenti riduciamo le nostre dipendenze critiche, dall’energia alle
materie prime?
Nessuno,
a oggi, ha una risposta definitiva.
Ma non
avere nemmeno la domanda – o far finta che non esista – è un lusso che non
possiamo più permetterci.
Perché
il tempo in cui l’Italia galleggiava grazie al suo essere “troppo piccola per
minacciare, troppo grande per essere ignorata” è finito.
Il
nostro paese ha bisogno di una strategia, e di politiche industriali e fiscali
coerenti con essa.
Ad
esempio: vogliamo attrarre ricercatori e investimenti?
Sì, ma come?
Solo
con incentivi fiscali o con un progetto-paese credibile in cui valga la pena
tornare?
Le domande della Fondazione toccano anche
questo:
la
competizione globale per i cervelli, per il capitale umano, per le tecnologie
strategiche.
Sanità: no a regolamento Oms,
governo
Meloni difende l’interesse nazionale.
Fratelli- Italia.it – (19 Luglio 2025) –
Redazione – ci dice:
“Da
tempo Fratelli d’Italia aveva sollevato dubbi e perplessità riguardo gli emendamenti
presentati al Regolamento sanitario internazionale del 2005, ed oggi il
ministro Schillaci ha ufficialmente respinto queste modifiche notificando una
lettera all’Oms.
È senza dubbio una buona notizia, che ha
evitato all’Italia pesanti limitazioni alla propria sovranità in ambito
sanitario, peraltro introdotte in modo tale da non richiedere alcun passaggio
parlamentare.
Infatti, guardando nello specifico gli
emendamenti, è evidente che questi avrebbero comportato una serie di obblighi e
vincoli, conferendo poteri eccessivi all’Oms, e in particolare al suo direttore
generale cui i regolamenti conferiscono un potere assoluto e inappellabile, al
punto da produrre un impatto significativo sul nostro sistema politico,
economico e industriale.
Molte
risorse economiche nazionali, in base agli emendamenti che l’Italia ha
respinto, avrebbero dovuto essere destinate a esigenze internazionali ad
arbitrio del direttore dell’Oms.
La decisione dell’Italia è stata seguita anche
da altri Paesi tra cui gli Stati Uniti.
Il governo Meloni ha così deciso di porre
l’interesse nazionale e degli italiani come preminente, di difendere le libertà
individuali evitando quella cessione di sovranità e di democrazia di cui si
rese protagonista, senza esserne obbligato, il governo giallorosso di Giuseppe
Conte”.
Lo
dichiara il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan.
“Questa
scelta, peraltro condivisa anche da altri Paesi come gli Usa, non determina
alcun cambiamento riguardo la sicurezza sanitaria, che sarà sempre garantita
con il massimo livello di rigore, al pari del coordinamento con le altre
Nazioni.
Il
governo Meloni ha nuovamente confermato che a guidare la nostra azione politica
è l’interesse nazionale e degli italiani”, aggiunge il capogruppo dei deputati
di Fratelli d’Italia, “Galeazzo Bignami”.
Come
si difende davvero
l'interesse
nazionale.
Uffingtonpost.it - Piero Fassino – (22
Settembre 2022) – ci dice:
Esiste
e la sinistra sa benissimo che esistono indiscutibili interessi nazionali che
ogni Paese ha non solo il diritto, ma il dovere di difendere.
La
questione vera è dove e come si difendano meglio. Alcuni esempi
Nella
campagna elettorale è piombato come un detonatore “l’interesse nazionale”.
In suo
nome Salvini e Meloni giustificano la quotidiana polemica contro l’Europa - ben
simboleggiata dal “è finita la pacchia” urlato a Milano da “Giorgia” - così
come la difesa dell’interesse nazionale viene invocato ossessivamente per
denunciare la “protervia predatrice” di Germania e Francia.
E in nome di “prima gli italiani” Salvini
giustifica la sua ambiguità sulle sanzioni alla Russia, così come la politica
securitaria sull’immigrazione.
In
sostanza la tesi della destra è che la sinistra neghi la categoria
dell’interesse nazionale.
Non è
così.
L’interesse
nazionale esiste e la sinistra sa benissimo che esistono indiscutibili
interessi nazionali che ogni Paese ha non solo il diritto, ma il dovere di
difendere. La questione vera è dove e come gli interessi nazionali si difendono
meglio.
Alcuni
esempi.
L’Italia,
uno dei principali esportatori su scala mondiale, ha certamente interesse a
tutelare la qualità e l’originalità dei suoi principali prodotti, dal Made in
Italy (moda, arredamento, oreficeria) ai vini di cui ogni stagione ci giochiamo
con la Francia la leadership mondiale, ai prodotti alimentari (dalla grana
padana al prosciutto di Parma) così come nella meccanica strumentale, nel
tessile di qualità e in tanti altri beni.
Chiedo:
è
utile alla tutela degli interessi del nostro Paese una costante conflittualità
con Germania e Francia che da sole assorbono un quarto delle esportazioni
italiane?
E con l’Europa che ne assorbe il 52%?
Che
benefici ne trarrebbero le imprese italiane?
Non
dicono nulla ai leader della destra italiana gli intensi rapporti di
cooperazione tra le Confindustrie di Roma, Parigi e Berlino?
E quando si accusa la Francia di essere
predatrice bisognerebbe almeno sapere che nel 2021 il saldo dell’interscambio
Italo-francese vede un consistente attivo di molti miliardi a favore
dell’Italia, così come opera sul mercato francese un numero di aziende italiane
non inferiore alle imprese francesi operanti in Italia.
Analoghe
considerazioni si possono fare sugli “Accordi di libero scambio” che l’Unione
europea sottoscrive con paesi terzi, come Giappone, Canada e tanti altri per
abbattere dazi e barriere protezionistiche, aprire mercati ai prodotti europei
e facilitare l’interscambio su scala globale.
Mentre
la destra italiana invoca l’interesse nazionale per opporsi alla ratifica di
quegli Accordi, i dati dimostrano che già solo nel periodo di loro applicazione
transitoria - tra la sottoscrizione e la ratifica da parte di tutti i paesi
contraenti - le esportazioni italiane in Giappone e Canada hanno conosciuto una
impennata.
Non
solo ma quegli accordi prevedono stringenti clausole di tutela dell’originalità
dei prodotti contro contraffazioni e imitazioni.
Risulta
evidente quanto la tutela dei prodotti italiani sia più efficace se collocata
dentro le politiche europee che non con una azione solitaria e bellicosa.
Così
appare del tutto pregiudiziale e ideologica l’ostilità della destra all’Unione
Europea quando l’Italia è la principale beneficiaria dei fondi stanziati dalla
UE con il Next Generation Eu, 219 miliardi, di cui il 40% senza restituzione.
Per non dire dei molti miliardi dei Fondi
strutturali europei di cui hanno ampiamente beneficiato le regioni italiane.
E se mai bisognerebbe interrogarsi sul loro
utilizzo, per evitare che un giorno qualcuno da Bruxelles ci dica “è finita la
pacchia di ricevere soldi e non saperli spendere o spenderli male”.
L’ostilità
antieuropea della destra appare ancora meno giustificabile sui dossier più
propriamente politici.
La Meloni ha dichiarato la sua contrarietà
all’adozione del voto a maggioranza qualificata, che tutti sanno è
indispensabile perché la UE abbia efficacia decisionale.
Salvini
ha detto “basta ad accompagnare Germania e Francia”.
Parole al vento.
Si può pensare a una politica di difesa e
sicurezza comune senza la Francia, unica potenza nucleare e unico membro
permanente del CdS ONU e senza la Germania che ha appena aumentato la sua spesa
militare a 100 miliardi?
Si può
raggiungere finalmente un’intesa per una nuova politica migratoria - preminente
interesse nazionale italiano - senza un’azione comune di Roma, Parigi e Berlino
che vinca l’egoismo dei paesi renitenti?
E di fronte a scelte europee strategiche e
impegnative - la ridefinizione del Patto di Stabilità, una politica energetica
comune, l’Unione bancaria, la politica di sicurezza - davvero corrisponde
all’interesse nazionale del nostro Paese tirarsi fuori e allinearsi con Orban e
l’estremismo antieuropeo?
Per
non parlare della politica estera dove l’azione comune è condizione ineludibile
di efficacia, come si è visto nel sostegno all’Ucraina.
E
viceversa la vicenda libica ha dimostrato come il “fare ognuno per sé “abbia
impedito all’Europa di attivare un’azione per fermare la guerra civile.
E appare perciò surreale la proposta di
Salvini di contrapporre all’Unione europea una “grande alleanza mediterranea”,
quando i Paesi mediterranei - molti dei quali legati all’Unione europea da
accordi di cooperazione o di trattamento preferenziale - non intendono affatto
allontanarsi dall’Europa, sollecitando al contrario l’UE a rilanciare con
maggiore incisività la strategia euromediterranea.
E
peraltro è pensabile una politica mediterranea senza una concertazione con
Francia, Spagna, Grecia, Malta?
Insomma,
anche su questi temi la destra smetta di ingannare gli italiani facendo credere
che con l’esibizione dei muscoli l’Italia affermerà meglio i suoi interessi.
E meno
che meno allontanandosi dall’Unione europea e dai nostri storici partner.
Perché in un mondo grande un Paese che si fa piccolo, sarà solo più piccolo e i
suoi interessi saranno a rischio.
Difendere
l'interesse nazionale
difendendo
il nostro export.
Parla
il capo di Confagricoltura.
Ilfoglio.it - Giuseppe De Filippi – (28 feb.
2025) – Massimiliano Giansanti - ci dice:
I danni dei dazi all’Italia spiegati da Massimiliano
Giansanti, a capo della Confederazione degli agricoltori italiani:
"Solo
negli Usa esportiamo per sette miliardi."
(Dopo
le sberle di Trump. Perché gli investitori scommettono sul futuro dell'Ue).
Oltre i dazi. Per valutare Trump occhio a chi detiene
il debito americano.
Dazi,
cervelli, capitale umano, tasse e transizione. Parla “Maria Anghileri”.
“I
dazi colpiscono in entrambe le direzioni, in entrata e in uscita”, ci dice
Massimiliano Giansanti presidente di Confagricoltura e dell’organismo europeo
che riunisce i grandi imprenditori agricoli europei.
Perché
“per noi gli Stati Uniti sono un mercato importante come export ma sono un
mercato altrettanto importante come import.
Compriamo
molto dagli Stati Uniti prodotti agricoli di base, necessari sia per la
produzione primaria sia per il settore zootecnico.
Quindi
l’introduzione di dazi comporta per l’agricoltura italiana un rischio doppio.
Avremo
un aggravio di costi per ciò che importiamo dagli Stati Uniti e che è
fondamentale per le nostre produzioni, per poi vederci imporre nuovamente altri
aggravi quando invece andiamo a riesportare, ed è chiaro che noi, dovendo
andare più sul mercato, dovremmo in buona parte assorbire l’aumento delle
tariffe nel prezzo, perché immagino che gli importatori americani proveranno a
scaricare il costo del dazio direttamente e il più possibile sul produttore”.
E
quanto vale il mercato americano?
“Siamo nell’ordine dei sette miliardi di euro,
dopo la Francia è il mercato di riferimento per noi”.
Effetti
indiretti negativi li rischiamo anche dall’aumento dei dazi americani verso la
Cina e da altre barriere commerciali su quelle grandi direttrici, perché molto
prodotto potrebbe cercare sbocchi in Europa, anche con molta aggressività
competitiva.
“Certamente sì e la Cina ha comunque già
aperto varie procedure di infrazione contro l’Ue sia sui prodotti a base latte
di cui noi siamo grandi esportatori, sia su alcolici e superalcolici, anche se
su quei mercati la Francia è maggiormente colpita rispetto a noi, esposta di
noi, ma il punto è che i dazi arrivano in una fase in cui i mercati sono già
esposti a una complessa fase e rischiano di portare instabilità ulteriore
quando già stiamo attraversando un momento di forte speculazione e di
volatilità nei prezzi delle materie prime agricole.
In
questi giorni ho fatto varie riunioni con i colleghi europei e con gli inglesi
e il grido di dolore è prevalentemente rivolto alle importazioni e di
conseguenza ogni singolo paese punta a essere autosufficiente nelle produzioni
alimentari.
Nel
breve periodo qualche cosa si potrà spostare in termini di trading tra paesi
europei ma senza una visione comune e senza aver definito il quadro pluriennale
di spesa, che si farà a luglio, è evidente che immaginare ora misure
compensative europee è pressoché impossibile”.
Però, di fronte alla probabile insistenza
americana sulle tariffe diventerà necessario trovare un nuovo equilibrio
europeo tra produzioni nazionali, prezzi, scambi.
“E’
assolutamente necessario, tenete presente che noi già ora in Europa operiamo
come su un mercato domestico, ma le differenti velocità con cui vengono
applicate, ad esempio, le politiche fiscali permettono di avere vantaggi
competitivi di un paese rispetto a un altro.
Perciò
l’Europa deve ritrovare una strategia di comunità sugli aspetti fondamentali
della politica agricola oppure questa fase sarà ancora più traumatica. In
generale, l’Europa si deve riorganizzare per difesa, energia e, appunto,
agricoltura, che sono i tre pilastri dell’indipendenza.
Difesa
dei confini, come abbiamo visto di fronte all’invasione russa in Ucraina,
sicurezza nell’approvvigionamento energetico e in quello alimentare sono le
basi dell’esperienza comunitaria.
Non è
facile.
Pensate
alla figuraccia di Trump sul prezzo delle uova, per passare a un tema più
corrente. In generale il cambiamento climatico e l’instabilità che deriva dalla
geopolitica del cibo diventano fattori dirimenti di influenza sui prezzi.
Su
queste scelte si gioca il futuro dell’Europa.
Una posizione di maggiore forza con cui
potremmo affrontare in modo efficace anche le politiche dell’export e le
ripicche sui dazi”.
Cosa devono aspettarsi i consumatori?
“Lo
dico anche da presidente degli agricoltori europei, noi stiamo vivendo una fase
di non stabilità e ci sono forti preoccupazioni tra noi operatori del settore
primario, perché sono toccati temi sensibili nell’interesse strategico delle
nazioni e nella stessa vita degli agricoltori.
A metà
di marzo ne parlerò negli Stati Uniti con il presidente degli agricoltori
americani, perché dobbiamo assolutamente continuare nel dialogo che ha
garantito stabilità dal 1946 a oggi e dobbiamo continuare a lavorare per
arrivare alle condizioni che garantiscano equilibrio e autosufficienza
alimentare sia negli Stati Uniti, sia in Europa.
Noi siamo favorevoli e lo siamo sempre stati
all’attuazione dell’intesa commerciale con il Canada, chiediamo invece più
prudenza per quella con i paesi” Mercosur”, dai quali non arrivano condizioni
di scambio equilibrate e adeguate ai nostri standard sociali e di sicurezza”.
Banche
esposte al rischio per decreto?
Trump
vieta il "debanking."
Msn.com – Tom’s Hardware Italia – Storia di Valerio
Porcu – (8 – 08- 2025) – ci dice:
L'industria
bancaria americana si trova al centro di una nuova battaglia politica dopo che
il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che mira a
contrastare quello che definisce il "debanking" di clienti
conservatori.
La controversia nasce dalle accuse del
presidente secondo cui importanti istituti di credito starebbero negando
sistematicamente i loro servizi a persone e aziende di orientamento politico
conservatore.
Le
banche coinvolte smentiscono, e probabilmente si tratta di normale prevenzione
del rischio, cioè di non dare credito a persone e operazioni che non offrono le
necessarie garanzie.
Tuttavia non sarebbe consigliabile dire di una
figura politica influente, men che meno un Presidente, che non è
finanziariamente affidabile.
Un altro elemento da considerare è il
cosiddetto "rischio reputazionale":
a
volte la banca trova che sia potenzialmente dannoso legarsi a una certa persona
o organizzazione (almeno pubblicamente).
Altro
tema sul tavolo riguarda poi la legalità, cioè la possibilità che certe persone
o certe operazioni abbiano qualcosa a che fare con operazioni illegali.
Quest'ultimo
è un tema importante in particolare per le aziende che operano nel mondo delle
cryptovalute.
Diversi
operatori del settore, in effetti, hanno confermato più volte che "le norme
pensate per prevenire transazioni illecite e la gestione del rischio
reputazionale possono portare all'esclusione di un cliente senza
spiegazioni", come riporta “Politico”.
Durante
un'intervista rilasciata a CNBC, Trump ha lanciato accuse specifiche contro due
delle più grandi banche americane.
Il
presidente ha dichiarato che Bank of America e JPMorgan Chase hanno rifiutato
di accettare i suoi depositi, aggiungendo che questa discriminazione colpisce
non solo lui personalmente ma un'intera categoria di cittadini.
"Discriminano
totalmente contro di me, forse anche di più, ma discriminano contro molti
conservatori", ha affermato Trump, precisando che potrebbe trattarsi più
di una discriminazione contro i suoi sostenitori piuttosto che contro i
conservatori in generale.
Le
banche coinvolte hanno risposto in modo diverso alle accuse.
JPMorgan ha rilasciato una dichiarazione
categorica affermando di non chiudere mai conti per motivi politici, mentre
Bank of America ha preferito non commentare direttamente le affermazioni del
presidente.
Queste
tensioni non sono nuove:
già a
gennaio, durante il World Economic Forum di Davos, Trump aveva accusato Bank of
America e altri istituti di rifiutare clienti conservatori, dichiarazioni che
la banca aveva prontamente smentito.
La
strategia normativa della nuova amministrazione.
L'ordine
esecutivo firmato da Trump va oltre le semplici denunce e stabilisce un quadro
operativo concreto per affrontare il problema.
Il provvedimento obbliga i regolatori bancari
federali a eliminare le linee guida che, secondo la Casa Bianca, incoraggiano
pratiche discriminatorie nel settore creditizio.
Il
Dipartimento del Tesoro ha ricevuto il compito di sviluppare una strategia
specifica e nuove regolamentazioni per prevenire quello che viene definito il
"debanking illegale".
Il
ruolo del Procuratore Generale risulta particolarmente significativo in questo
schema:
dovrà supervisionare e investigare i casi di
persone sospettate di essere state private dei servizi bancari per motivi
discriminatori.
L'ordine
esecutivo prevede inoltre che varie agenzie federali facciano "sforzi
ragionevoli" per reintegrare i clienti che sono stati esclusi dal sistema
bancario, creando di fatto un meccanismo di ricorso istituzionale.
Le
tensioni tra l'organizzazione Trump e il settore bancario hanno radici concrete
in dispute legali già in corso.
La
Trump Organization e Eric Trump hanno intentato una causa contro Capital One
per la chiusura dei loro conti bancari dopo i fatti del 6 gennaio 2021.
Capital
One ha negato qualsiasi illecito, ma il contenzioso legale è ancora in fase di
svolgimento, dimostrando come la questione vada oltre le semplici dichiarazioni
pubbliche.
Questo
precedente giudiziario potrebbe servire da modello per future azioni legali,
specialmente considerando che l'ordine esecutivo prevede la possibilità di
multe per le banche che dovessero risultare colpevoli di discriminazione contro
clienti conservatori.
Si
tratta di una tattica che rispecchia l'approccio che Trump sta adottando contro
altri settori industriali considerati ostili alla sua agenda politica.
Il
ruolo del movimento cripto e dei sostenitori influenti.
La
questione del "debanking" non è emersa dal nulla ma è stata
alimentata da figure influenti nel mondo della tecnologia e delle criptovalute.
Marc
Andreessen, noto venture capitalist, ha trasformato questo tema in una bandiera
politica durante il 2024, sostenendo nel popolare podcast di Joe Rogan che
decine di fondatori di aziende tecnologiche erano stati tagliati fuori dai
servizi bancari durante l'amministrazione Biden.
Un
momento storico in cui, in effetti, si è fatto qualche tentativo regolatorio
sia verso il settore bancario sia verso il mondo delle crypto.
Due aree in cui c'è poca sofferenza verso
regole di qualsiasi tipo.
Questa
narrazione ha trovato terreno fertile tra i sostenitori di Trump legati al
mondo delle criptovalute, che vedono nel sistema bancario tradizionale un
ostacolo alla loro visione di un sistema finanziario alternativo.
L'influenza
di queste figure nel dibattito pubblico ha contribuito a trasformare una
questione tecnico-finanziaria in un tema di battaglia politica nazionale.
L'attacco
alle banche si inserisce in una strategia più ampia dell'amministrazione Trump
contro quelle che descrivono come le élite economiche americane.
Il presidente ha iniziato l'anno ritirando i
finanziamenti alle università di élite accusate di tollerare discriminazioni
nei campus, per poi passare a una battaglia legale con i più importanti studi
legali del paese, alcuni dei quali lo hanno rappresentato i loro clienti in
tribunale contro di lui.
La
campagna si è estesa anche ai giganti del commercio al dettaglio come “Amazon”
e “Walmart”, accusati di essere troppo espliciti nello spiegare come le
politiche tariffarie potrebbero aumentare i prezzi per i consumatori americani.
Più recentemente, i dirigenti delle grandi aziende
farmaceutiche hanno ricevuto una lettera dal presidente che li minacciava di
abbassare i prezzi dei farmaci. Paradossalmente, questa guerra contro il
settore bancario arriva nonostante il fatto che l'industria dei titoli e degli
investimenti abbia donato più denaro a Trump che alla sua avversaria Kamala
Harris, secondo i dati di “Open Secrets”, e nonostante il suo gabinetto includa
“Howard Lutnick,” ex dirigente di Cantor Fitzgerald ora Segretario al Commercio.
(Tom's
Hardware).
Il
popolo di sinistra è già
pronto,
e non fa sconti.
Ilmanifesto.it
- Chiara Cruciati – (8 giugno 2025) – ci dice:
La
manifestazione.
Se le
opposizioni di questo paese avessero chiamato una manifestazione nazionale sei
mesi fa, un anno fa, è molto probabile che avrebbero ricevuto una risposta
identica.
Il
popolo di sinistra è già pronto, e non fa sconti.
La
grande piazza romana di ieri, la massa di centinaia di migliaia di persone di
diverse età, provenienze, classi sociali, dice due cose che dovrebbero apparire
banali a chi fa politica di mestiere e a chi la vive come impegno quotidiano:
che il coraggio paga e che le “basi” sono sempre un passo avanti, e un livello
di radicalità oltre, le dirigenze.
Se le
opposizioni di questo paese avessero chiamato una manifestazione nazionale sei
mesi fa, un anno fa, è molto probabile che avrebbero ricevuto una risposta
identica.
Le
persone vedono cosa accade in Palestina, l’hanno compreso da tanto tempo e sono
pronte a reagire per camminare insieme e per condividere il senso di impotenza
e la vergogna, quel dolore lancinante che per tante e tanti ormai occupa i
pensieri perché ha scavato un buco, dentro.
Erano
pronte a farsi massa umana, lo hanno dimostrato nel corso di venti mesi e di
innumerevoli iniziative, ognuna e ognuno con i propri mezzi e nei propri spazi sociali,
di lavoro, di strada.
La
sinistra partitica ha faticato a cogliere e intercettare la mobilitazione dal
basso, nelle varie forme che ha assunto, tende di protesta, cortei, raccolte
firme, sit-in, presentazione di libri, proiezioni di film.
Una “fatica”
che ha permesso al governo e a un pezzo importante di stampa compiacente di
procedere spediti nella criminalizzazione del dissenso, nell’oscuramento
mediatico (di Gaza in primis, delle piazze poi) e nelle accuse strumentali e
insensate di antisemitismo.
La criminalizzazione della protesta ha avuto
effetti concreti:
colleghi si sono autocensurati, giovani
studenti sono stati manganellati, persone hanno visto messo in pericolo il
posto di lavoro e l’Italia è stato uno dei pochi paesi occidentali in cui non
si è riusciti a costruire una mobilitazione il più possibile larga, capace di
portare in strada così tanta gente.
Ieri
quella piazza, nel suo melting pot di colori e di appartenenze, ha apertamente
contestato i ritardi dei partiti di opposizione, le mezze parole, i
tentennamenti di questi mesi infiniti e la paura di dare un nome alle cose.
Però
c’era.
Nonostante
i ritardi, le mezze parole e la paura delle dirigenze, la piazza c’era insieme
al senso di urgenza perché di fronte ai nostri occhi Israele sta compiendo un
genocidio e un’ingiustizia lunga un secolo.
E proprio perché la “base” sta un passo
avanti, e un livello di radicalità oltre, lo slogan più gridato lungo tutto il
corteo romano era «Palestina libera».
Che
non è né un’altra banalità né nostalgia di antiche militanze: è il cuore del
problema e la chiave alla soluzione.
Gridavano
la fine di una forma prolungata e feroce di colonialismo e la giustizia insita
nel riconoscere alle e ai palestinesi il diritto alla propria terra e a
decidere per sé.
Non
gridavano Stato di Palestina, gridavano libertà.
I
partiti, dunque, abbiano il coraggio.
Il
popolo variegato della sinistra di questo paese è già pronto da un pezzo.
(Chiara
Cruciati).
Luciano
Canfora, la Sinistra
e il
«popolo tradito.»
left.it
- Carlo Crosato – (6 Marzo 2022) – ci
dice:
«Perché
i concetti di “popolo” e “sovranità” fondanti della Costituzione si sono
trasformati in concetti denigratori?», si chiede il filologo classico.
L'autore del pamphlet "La democrazia dei
signori” analizza l’attuale periodo storico, dall’avvento di Draghi al ruolo
geopolitico dell’Europa.
«Abbiamo
sotto i nostri occhi un fenomeno macroscopico – afferma Luciano Canfora -, la
denigrazione del popolo, un disdegno per di più riservato al popolo da parte
della Sinistra – o di ciò che ne resta -, la quale usa la parola “populismo”
come accusa contro i propri avversari, rei di amoreggiare con il popolo».
Questo
il punto di partenza del suo ultimo libro, pubblicato da Laterza,” La
democrazia dei signori”:
un
pamphlet puntuto, in cui la più stringente attualità è posta sotto una lente
critica spietata.
«È evidente che la democrazia che hanno in
mente le élite dominanti è una democrazia di persone che si distaccano dal
popolo e si considerano superiori a esso».
Non
solo “populismo”.
Spesso si muove anche l’accusa di
“sovranismo”.
L’ordinamento
costituzionale italiano si fonda, fin dal suo primo articolo, sul concetto che
la sovranità appartiene al popolo:
com’è
potuto accadere che i concetti di “popolo” e “sovranità” presenti nell’articolo
fondante della Costituzione italiana si siano trasformati in concetti
denigratori?
Oltre
alla separazione fra popolo ed élite, c’è un altro elemento:
la ex-Sinistra non ha più alcuna idealità
connessa alla sua origine di movimento dei lavoratori.
L’ex-Sinistra
ha in testa un’unica idea: l’europeismo, ossia la delega di gran parte del
potere decisionale a organismi per nulla elettivi e soprattutto separati,
lontani e onnipotenti.
A
partire da tale delega, la sovranità è divenuta un ingombro e chi si richiama a
essa è considerato un avversario.
La Destra italiana, con le sue idee
ripugnanti, ha buon gioco a richiamarsi alla sovranità e a reclamare il
tradimento del popolo da parte della ex-Sinistra.
Chiedendo
la fiducia al Senato, Draghi ha affermato:
«Nelle aree definite dalla debolezza degli
Stati nazionali, essi cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità
condivisa».
Questa
della sovranità condivisa non è un’espressione ossimorica?
È un
gioco di parole che nasconde un’evidenza ormai consolidata: le leve del potere sono altrove;
i Parlamenti nazionali contano poco o nulla
potendo solo ratificare e non legiferare; i governi legiferano ma, di fatto,
sono rinchiusi nella gabbia d’acciaio dei regolamenti europei.
Se questo scenario venisse ammesso in maniera
esplicita, susciterebbe sconcerto.
Con
questa espressione fumosa, “sovranità condivisa”, si può far accettare una dura
realtà, che probabilmente si sclerotizzerà fino a produrre ordinamenti nuovi, i
quali sostituiranno completamente quelli vigenti.
All’origine
della democrazia dei signori, lei colloca le pressioni che l’Ue opera sui
propri Paesi membri.
L’Italia,
essendo membro fondatore, non può essere maltrattata come la Grecia: serve un
autorevole intervento dall’interno e da molto in alto.
Lei
cita, come complice dell’istituzione della democrazia dei signori, la
presidenza della Repubblica, nei casi Monti e Draghi.
I due
presidenti, fra loro molto diversi come storia personale, cultura, provenienza
politica, che si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, Napolitano e
Mattarella, si sono trovati sotto una…nuova politica.
PERCHÉ
“POPOLO”. IN CHE SENSO
USIAMO
QUESTA CATEGORIA
Ex Opg
"Je So' Pazzo".
Progettometi.org
- (22 Settembre 2024) – Redazione- ci dice:
Pellizza
da Volpedo, Il Quarto Stato.
Pubblichiamo
un testo scritto nel 2016 dal collettivo dell’Ex OPG “Je So’ Pazzo”, che
riflette sull’utilizzo della categoria popolo tanto nella tradizione della
sinistra e comunista, quanto nella battaglia politica quotidiana.
Introduzione.
Di cosa parliamo quando parliamo di popolo.
Prendiamola
alla larga, dal livello più generale, e iniziamo con l’etimologia, che torna
sempre utile.
Come
vedete, popolo deriva da populus, che sembra indicare il “mettere assieme”, il
“riunire”; ha una connessione con il greco polis (“città”, da cui deriva però
anche “politica”), e in diverse lingue con i “molti”, i “più”.
La sua etimologia sembra dunque indicare un
movimento di ricomposizione (dunque “popolo” non è qualcosa che sta già là), e
soprattutto sembra indicare non una totalità, ma una partizione fra una
maggioranza o una minoranza. D’altronde “populus” traduce il greco “demos”, che
è alla base della democrazia come forma di governo dei “molti”, contrapposto al
potere/comando dei “pochi” (oligarchia) o dei “migliori” (aristocrazia)…
Ma non
ci dilunghiamo su come il popolo veniva concepito in Grecia e a Roma, restiamo
invece ancora sulle definizioni del dizionario, perché sono molto rivelatrici.
Da
queste definizioni della Treccani si evince che “popolo” è un termine molto
stratificato, che indica volta per volta diverse cose, come:
un
gruppo dotato di alcuni caratteri in comune (di tipo
linguistico-storico-culturale), cosa che lo spinge verso il concetto di
nazione;
un
gruppo dotato di alcuni diritti, norme e istituzioni in comune, cosa che lo
spinge verso il concetto di cittadinanza (e a quello a esso connesso, almeno in
epoca moderna, di sovranità);
l’insieme
dei cittadini che abitano un determinato territorio, cosa che lo spinge verso
il concetto di popolazione;
un
gruppo che ha in comune un credo e un modo di sentire e stare assieme, cosa che
lo spinge verso il concetto di comunità;
lo
strato più numeroso ma economicamente più svantaggiato di un paese o di una
città, cosa che lo spinge verso il concetto di proletariato.
Insomma,
il concetto di “popolo” è al centro di una rete concettuale molto ampia, che
oscilla costantemente fra antropologia, sociologia, politica, religione. Quello
che qui ci interessa notare è che:
“popolo”
non è mai un concetto puramente sociologico – non è cioè la semplice
popolazione: il popolo è sempre qualcosa che si fa, che si istituisce, che si
riconosce;
“popolo”
non è nemmeno necessariamente un concetto “escludente” – non è cioè la nazione,
perché può includere al suo interno differenze di razza, di lingue, di culture,
accomunate dallo stesso credo (è quello che accade quando parliamo del “popolo
cristiano” o del “popolo della sinistra”) o dalla stessa, bassa, condizione
sociale (“gente del popolo”, “popolano”).
Insomma,
quando le più diverse tradizioni politiche (giacobini francesi, populisti
russi, fascisti italiani ecc.) hanno provato ad appropriarsi di tale concetto,
hanno utilizzato uno o più significati che gli erano disponibili, piegandolo
nella direzione che gli conveniva e che meglio si confaceva ai loro scopi.
Per
semplificare:
siccome “popolo” indica allo stesso tempo la
totalità unita da una lingua comune, da tradizioni e ordinamenti, e la parte
che in questa totalità è in posizione subalterna politicamente o socialmente,
la destra spinge sul primo senso, la sinistra sul secondo.
Ma la plurivoca
del concetto non per questo è stata esaurita, e anzi resta terreno di scontro
egemonico fra i diversi attori politici (questo vale anche per altri termini,
si pensi a “democrazia” o “repubblica”).
Dunque
chi dice che parlare di “popolo” vuol dire automaticamente usare una categoria
conservatrice o reazionaria, è in torto.
Chi
dice invece che è una categoria “infida”, che si può prestare a operazioni
anche opposte, dice invece una cosa vera.
Ma vera a metà: perché la lotta politica è anche lotta
sul significato delle parole, che non possono essere lasciate, soprattutto se
“funzionano” (perché “immediate” e “diffuse”), nelle mani del nemico.
Infine
da queste prime considerazioni possiamo anche vedere come un utilizzo
progressivo del termine non faccia torto né ai significati del dizionario, né
al senso comune.
Non
stiamo né inventando dei significati che “popolo” non possedesse già, né usando
delle accezioni rare del termine che le persone non possano capire.
Stiamo
semplicemente privilegiando il suo senso di movimento, di partizione, di
comunità proprio nella direzione di quello che il nostro soggetto di
riferimento di solito intende.
Fatta
questa premessa generale, veniamo al problema che più ci preme, che possiamo
suddividere in due questioni collegate ma specifiche:
1.
qual è l’uso che la sinistra e i comunisti hanno fatto della coppia “popolo” e
“popolare”?
2.
perché oggi nella battaglia politica quotidiana (dunque attenzione: né
nell’analisi scientifica né nella battaglia politica in generale, ma in questi
anni e a fini prettamente politici), usiamo e sentiamo il bisogno di usare il
termine di “popolo”? E cosa intendiamo, a quali soggetti o gruppi ci riferiamo?
Andiamo
con ordine.
1. Il
“popolo” nella tradizione della sinistra e dei comunisti.
Questa
parte ha l’intento di fornire solo delle coordinate di massima, perché non è
chiaramente possibile ricostruire qui nel dettaglio tutta la storia dell’uso
della categoria di “popolo” da parte dei compagni.
Cerchiamo
di fornire solo alcuni esempi significativi a partire dai quali si può avere
una conoscenza complessiva della questione.
Il
concetto di popolo in Marx.
Se il
tema del “popolo” emerge durante il Seicento, quando si vengono a costruire gli
stati assolutistici – che si costruiscono appunto rompendo i legami fra
popolazioni locali e nobiltà, e legando l’insieme del popolo nazionale al
sovrano – è solo con la Rivoluzione Francese che il problema del popolo si pone
in modo chiaro.
La maggiore acquisizione della Rivoluzione è infatti
proprio quella di spostare il luogo della sovranità dal Re al Popolo: idea che era più volte comparsa
nella storia, ma che solo con la Rivoluzione – e con lo sviluppo delle forze
produttive dato dalla comparsa della borghesia – trionfa.
Durante
tutto l’800 il tema del popolo si afferma nel dibattito culturale e politico. La formazione storico-sociale
capitalistica non può infatti più fare a meno del “popolo” come sorgente della
sovranità:
i governi non sono più legittimati da Dio o
dalle discendenze dinastiche (per quanto queste continuino a esistere), ma dal
fatto che rappresentano la totalità del popolo, la sua storia, la sua identità,
la sua proiezione sul futuro.
In Germania il dibattito sul popolo è molto
forte, e con l’idealismo tedesco, in particolare Fichte ed Hegel, il tema
diventa rovente (ricordiamo che il “popolo tedesco” non aveva compiuto ancora
la sua unificazione statale, e viveva diviso in una serie di staterelli quasi
feudali).
Il
giovane Marx riprende da Hegel molta della sua riflessione sul concetto di
popolo.
Nei
primi scritti marxiani il termine compare spesso, nel senso di corpo unitario,
organico, portatore di una propria razionalità, eticità e volontà, come
testimonia l’utilizzo di espressioni quali “spirito storico del popolo”.
Anche
per Marx, come per era stato per Hobbes prima e per i rivoluzionari francesi
poi, la rappresentanza politica “non va concepita come rappresentanza di un
qualunque elemento che non sia il popolo stesso”, ma come “auto rappresentanza”
di un popolo “che non vuole far valere singoli bisogni contro lo Stato, ma che
ha per massimo bisogno quello di far valere lo Stato medesimo […], come suo
proprio Stato” (vedi Annali Franco-Tedeschi).
Per
Marx la costituzione politica proviene non dall’Idea, dallo Spirito o dallo
Stato, ma dal suo fondamento reale: il popolo appunto.
Marx finisce per prendersela anche con Hegel.
Il
popolo non è infatti un’astrazione, ma è il dato reale esistente, “il concreto”
che precede lo stesso concetto di Stato, e che deve essere inteso come il
fondamento:
“È
necessario che […] il reale sostegno della costituzione, il popolo, diventi il
principio della costituzione. […] Il potere legislativo ha fatto […] le grandi
rivoluzioni organiche generali […] precisamente perché il potere legislativo è
stato il rappresentante del popolo, della volontà generale”.
Bisogna
riconoscere nel popolo il fondamento reale dello Stato politico e dei suoi
poteri: “come non è la religione che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea la
religione, così non la costituzione crea il popolo, ma il popolo la
costituzione”.
La
posizione di Marx è forte, ma anche abbastanza tipica delle correnti
democratiche (la troverete anche in alcuni scritti del Black Panther Party).
Ma già
nel 1843, con l’Introduzione alla “Critica del diritto pubblico” di Hegel, la
nozione di popolo inizia ad essere abbandonata in virtù di quella di
proletariato.
Il proletariato non è la semplice sostituzione
del popolo, è una parte del popolo, quella maggioritaria, quella più povera,
priva dei mezzi di produzione.
Marx
non smetterà mai di affinare questa categoria, perché – nel suo contesto
storico – quello che gli interessa non è solo riprendere l’istanza di carattere
politico-democratico di sovranità popolare, “scoperta” e ormai imposta dalla
Rivoluzione Francese, ma svilupparla e approfondirla, mostrando come sia
intimamente connessa a quella di emancipazione sociale.
Nel 1848, quando scrive, con Engels, il
Manifesto, ha già chiaro questo schema in testa, tanto che il “popolo” non
compare mai, e l’appello finale è non a caso il celebre “proletari di tutto il
mondo unitevi”.
Proprio
perché il punto di Marx è quello di evidenziare che all’interno della categoria
“infida” di popolo ci sono le classi sociali, con la loro intima
conflittualità.
D’altronde,
quando in Francia i moti del 1848 vengono sconfitti – a causa del “tradimento”
della borghesia che, preoccupata dall’avanzare del proletariato, si oppone al
movimento generale – e Marx cerca di spiegare il perché del fallimento
rivoluzionario, lo trova proprio in una scarsa comprensione da parte della
coalizione democratico-repubblicana-radicale della contraddittorietà
inevitabile che c’è in seno al popolo.
L’errore di questi piccolo-borghesi è di scambiare
questa finzione linguistica, il “popolo”, per qualcosa di reale, mentre di
reale ci sono solo gli interessi di classe che spingono i vari settori del
popolo a muoversi diversamente. “In tutta la Francia, o per lo meno nella
maggioranza dei francesi, essi [i repubblicani] vedevano dei Citoyens con gli
stessi interessi, le identiche vedute ecc. Questo era il loro culto del popolo” (cfr. Le lotte di classe in
Francia).
Pochi
anni dopo, nel 18 brumaio, Marx insiste polemicamente:
“I
democratici […], con tutto il resto della nazione che li circonda,
costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il diritto del popolo;
ciò che li interessa è l’interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno,
prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle
diverse classi. […] Non hanno che da lanciare il segnale perché il popolo, con
tutte le sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori.
Se
poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro
forza un’impotenza, la colpa è di quegli sciagurati sofisti che dividono il
popolo indivisibile in diversi campi nemici”.
Insomma
Marx dice che quella del “popolo” è un’ideologia, che non corrisponde alla
materialità delle cose, fatte di lotte di classe all’interno di una società.
Ma attenzione: anche quella di “proletariato”,
come tutte le categorie, può diventare un’ideologia, e infatti nel 1850 Marx se
la prende con alcuni esponenti della “Lega dei Comunisti”, come il
“volontarista” e “sentimentalista” Willich: «I democratici hanno fatto della
parola “popolo” una parola sacra, voi fate lo stesso con la parola
“proletariato” e come per i democratici, anche per voi le parole sostituiscono
i fatti».
E
proprio quando andrà a vedere i “fatti”, ad esempio commenterà nel 1871 la
vicenda della Comune ne “La guerra civile in Francia”, Marx ritroverà la
categoria di popolo (e di “popolo armato”) per esprimere l’alleanza sociale
della maggioranza opposta alla borghesia internazionale (com’è noto infatti la
Comune fu schiacciata da francesi e tedeschi insieme, nonostante fossero in guerra).
In
sintesi: è corretto affermare che la categoria di popolo, pur essendo presente
“positivamente” nel giovane Marx, non svolge alcun ruolo concettualmente
rilevante nella sua opera e anzi la critica di Marx finisce per mostrarne, sia
teoricamente che praticamente, la contraddittorietà e l’incongruenza.
D’altronde
in quel contesto storico-sociale, in cui “popolo” era la parola d’ordine della
borghesia di tutte le sfumature politiche, la battaglia teorica e politica
doveva essere portata contro tutti i concetti che mistificavano la presenza
delle classi e la loro lotta, e permettevano invece di mostrare tutta la
stratificazione sociale – non solo “borghesia e proletariato”, ma
sottoproletariato, proletariato, piccola borghesia, borghesia delle
professioni, borghesia produttiva, rentiers.
Tuttavia
nel pensiero e nell’agitazione politica dei socialisti dell’Ottocento la parola
e il riferimento al popolo non scompare affatto (Engels parla in diverse
circostanze di “popolo lavoratore”, per indicare il proletariato in senso
largo, compreso quindi di artigiani, di disoccupati o sottoccupati etc). Anzi
torna con forza soprattutto quando si parla dell’espansione del capitalismo che
ingloba nuovi territori e popoli (quelli che diventeranno i “popoli
oppressi”).
Il
concetto di popolo in Lenin.
Lenin
utilizza in tantissime occasioni la categoria di popolo, che non a caso si
attaccherà a tutte le denominazioni della nuova repubblica sovietica (si pensi
ai “commissari del popolo”, al “tribunale del popolo” ecc.).
Lenin
è forse, molto più di Marx, il compagno che forma il canovaccio su cui si
muoverà poi la tradizione comunista (questo anche per ragioni storiche:
rispetto a Marx era spinto a intervenire più politicamente che teoricamente,
poteva dare per scontata l’elaborazione precedente che aveva ormai fatto
“apparire” il proletariato ecc.).
Semplificando,
Lenin fa intervenire la categoria di “popolo”:
quando
parla delle varie classi della società, dei loro rapporti e delle loro forme
rappresentative (Parlamento ecc.);
quanto
parla di “diritto all’autodeterminazione dei popoli” e agli effetti
dell’imperialismo su scala internazionale.
a)
Rispetto al primo punto, Lenin intende da un lato criticare tutti i
democratici, i radicali, i piccolo borghesi, gli anarchici, che vedono il
“popolo” come un’unità, che sia spontanea e “naturale” oppure “artificiale”
(prodotta cioè dal sistema rappresentativo), da un altro lato intende criticare
tutti i settari di “sinistra” che pretendono di fare a meno del “popolo”, sia
politicamente che teoricamente, per confidare e concentrarsi sul solo
proletariato.
Contro gli anarchici, Lenin dice che non c’è
alcuna spontaneità del popolo, alcuna naturalità (il popolo è sempre una
costruzione sociale, quindi un ricettacolo di idee della borghesia, di
traduzioni, di residui di vecchi modi di pensare), mentre contro i radicali e i
piccolo borghesi Lenin combatte una battaglia serrata, legata alla sua critica
del parlamentarismo, della democrazia borghese ecc.
Il popolo non può mai essere rappresentato
nelle istituzioni borghesi, viene solo ingannato: tutte le retoriche che mirano
a far apparire il “popolo” come sovrano sono solo mistificazioni della realtà
di classe – sovrana è soltanto la borghesia, e precisamente l’alleanza fra i
padroni delle imprese, dei terreni e dei capitali bancari.
Interessante
però è anche la critica che Lenin rivolge agli “estremisti di sinistra”, che
hanno una visione poco dialettica e mobile della realtà.
Lenin
chiarisce che il “proletariato” (Lenin utilizza spesso il termine come sinonimo
di “classe operaia”) è solo una parte della popolazione, peraltro non sempre
numericamente maggioritaria, e che per vincere ha bisogno dell’alleanza con gli
altri sfruttati e persino con elementi della piccola borghesia, che si sta via
via proletarizzando a causa della nuova fase imperialistica.
Nel 1920, ai comunisti di sinistra (Bordiga e
soci), Lenin ricorda – dall’alto della sua esperienza – che
“Il
capitalismo non sarebbe capitalismo, se il proletariato puro non fosse
circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il
proletariato e il semi-proletariato (colui che si procura di che vivere solo a
metà, mediante la vendita della propria forza lavoro), tra il semi-proletariato
e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, l’artiere, il piccolo padrone
in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se, in
seno al proletariato stesso, non vi fossero delle suddivisioni in strati più o
meno sviluppati, delle suddivisioni per regioni, per mestiere, talvolta per
religioni e così di seguito.
E da
tutto ciò deriva la necessità, assoluta e incondizionata per l’avanguardia del
proletariato, per la parte cosciente di esso e per il partito comunista, di
destreggiarsi, di stringere accordi e compromessi con i diversi gruppi di
proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli produttori.
Tutto
sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di
abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito
rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere”
(cfr. “L’estremismo malattia infantile del comunismo”).
Queste
idee di Lenin non sono affatto giustificazioni delle scelte politiche del
momento (la NEP, Nuova Politica Economica, interpretata dalla “sinistra” come
un ritorno al capitalismo perché dava spazio alla piccola borghesia), ma
vengono da una precisa impostazione teorica maturata nel tempo.
Lenin
pensa – dopo aver analizzato la situazione delle classi in Russia – che la
classe operaia rappresenti per motivazioni oggettive e soggettive, la classe
più rivoluzionaria, più disposta e addestrata al socialismo, e debba dunque
essere il primo soggetto di riferimento del Partito.
Ma che per vincere abbia bisogno di allearsi
con i contadini, la classe più numerosa nella Russia del tempo, e con alcuni
strati piccolo-borghesi via via espropriati dai processi di concentrazione del
capitale.
A
questo proposito si veda il celebre “Stato e Rivoluzione”, del 1917, che spiega
qual è la funzione dell’organizzazione comunista dentro la società:
“Educando
il partito operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato, capace
di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di
dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente,
il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell’organizzazione
della loro vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia”.
E
aggiunge: “Merita un’attenzione particolare l’osservazione straordinariamente
profonda di Marx che la distruzione della macchina burocratica e militare dello
Stato è ‘la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare’.
Questo
concetto di rivoluzione “popolare” sembra strano in bocca a Marx, e i
plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di “Struve” che vogliono
farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un
“lapsus”.
Essi
hanno deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che nulla esiste
per loro all’infuori dell’antitesi: rivoluzione borghese o rivoluzione
proletaria, e anche quest’antitesi è da essi concepita nel modo più scolastico
che si possa immaginare. […]
Siamo
costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio
della Comune, sono stati dimenticati così bene che il “socialdemocratico”
contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente
incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella
degli anarchici o dei reazionari.
Senza
dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le
istituzioni rappresentative e il principio dell’eleggibilità, ma nel
trasformare queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi
che “lavorino” realmente”.
Per
questo il comunista deve essere, diceva già Lenin nel “Che fare?” (1902), un
tribuno del popolo, ovvero una persona che sia a contatto con le masse, e sia
in grado di farsi portavoce dei loro bisogni, di trasformare qualsiasi
questione in motivo di attacco all’ordine capitalista:
“L’ideale
del socialdemocratico non deve essere il segretario di una trade-union, ma il
tribuno popolare, il quale sa reagire contro ogni manifestazione di arbitrio e
di oppressione, ovunque essa si manifesti e qualunque sia la classe o la
categoria sociale che ne soffre, sa generalizzare tutti questi fatti e trarne
il quadro completo della violenza poliziesca e dello sfruttamento
capitalistico; sa, infine, approfittare di ogni minima occasione per esporre
dinanzi a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni
democratiche, per spiegare a tutti l’importanza storica mondiale della lotta
emancipatrice del proletariato […] Dobbiamo “andare fra tutte le classi della
popolazione” come teorici, come propagandisti, come agitatori e come organizzatori.
Non vi è dubbio che il lavoro teorico dei socialdemocratici deve essere rivolto
allo studio di tutte le particolarità della situazione sociale e politica delle
varie classi […] Dobbiamo saper organizzare delle riunioni anche con quei
rappresentanti di qualsiasi classe della popolazione che vogliono ascoltare un
democratico. Perché non è socialdemocratico colui il quale di fatto dimentica
che “i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario” [qui
Lenin cita il Manifesto] e che, per conseguenza, noi dobbiamo esporre e
sottolineare i nostri compiti democratici generali dinanzi a tutto il popolo,
senza nascondere neppure per un momento le nostre convinzioni socialiste. Non è
socialdemocratico chi dimentica, in pratica, il proprio dovere di essere alla
testa di tutti quando si deve porre, approfondire e risolvere qualsiasi
questione democratica generale. […] Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle
questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria
inerzia con la spontaneità del movimento di massa, più rassomigliante a un
segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo, incapace di
presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli
avversari, un rivoluzionario inesperto e malaccorto nel proprio mestiere (la
lotta contro la polizia politica), può forse chiamarsi un rivoluzionario? No. È
solo un povero artigiano”.
Insomma,
come Lenin aveva già scritto, il compito del vero capo socialista è quello di
“destare in tutti gli strati del popolo più o meno coscienti la passione delle
denunce politiche.
Se le
voci che si levano per smascherare il regime sono oggi così deboli, rare e
timide, non dobbiamo impressionarcene.
Ciò
non è affatto dovuto alla rassegnazione generale agli arbitri polizieschi. È
dovuto al fatto che gli uomini capaci di fare delle denunce, e pronti a farle,
non hanno una tribuna dalla quale poter parlare, non hanno un pubblico che
ascolti e approvi appassionatamente gli oratori; al fatto che essi non vedono
da nessuna parte nel popolo una forza alla quale valga la pena di rivolgersi
per protestare contro «l’onnipotente» governo russo…
Abbiamo
oggi la possibilità e il dovere di creare una tribuna da cui tutto il popolo
possa denunciare il governo zarista”.
b) Ma
Lenin parla di “popolo” anche quando si riferisce ai popoli oppressi.
D’altronde
Lenin aveva davanti la tragedia della prima guerra mondiale, in cui la
questione delle nazionalità era decisiva: sia perché era stato proprio il
“diritto dei popoli all’autodeterminazione” a fornire un alibi alle grandi
potenze occidentali contro l’impero austro-ungarico, sia perché a fine guerra
mondiale si creavano nuovi stati e diversi popoli spingevano, nella situazione
di caos, per creare un proprio stato. Lenin presenta qui la sua posizione
sull’autodeterminazione dei popoli.
In
sostanza Lenin pensa che, nonostante anche nei popoli oppressi (direttamente
conquistati oppure colonizzati) si registrino differenze di classe fra i vari
strati della popolazione, il proletariato – lo strato più oppresso – possa
mettersi alla guida di una lotta di liberazione che trascini anche altri strati
sociali schiacciati per i motivi più diversi (non possono esercitare la loro
religione, non possono parlare la loro lingua, non possono accedere a cariche
pubbliche o esercitare il potere democratico ecc.). Da questo punto di vista,
la creazione di nuovi stati non è necessariamente contraria
all’internazionalismo, né la rivendicazione democratica è contraria al
socialismo. Anzi:
“Il
proletariato non può vincere se non attraverso la democrazia, cioè realizzando
completamente la democrazia e presentando, ad ogni passo della sua lotta,
rivendicazioni democratiche nella formulazione più precisa. È assurdo
contrapporre la rivoluzione socialista e la lotta rivoluzionaria contro il
capitalismo ad una delle questioni della democrazia, nel nostro caso alla
questione nazionale. Dobbiamo unire la lotta rivoluzionaria contro il
capitalismo al programma rivoluzionario e alla tattica rivoluzionaria per tutte
le rivendicazioni democratiche: repubblica, milizia, elezione dei funzionari da
parte del popolo, parità di diritti per le donne, autodeterminazione dei
popoli, ecc.
Finché
esiste il capitalismo, tutte queste rivendicazioni sono realizzabili soltanto
in via d’eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata. Appoggiandoci alla
democrazia già attuata, rivelando che essa è incompleta in regime capitalista,
noi rivendichiamo l’abbattimento del capitalismo, l’espropriazione della
borghesia, come base indispensabile per l’eliminazione della miseria delle
masse e per l’introduzione completa e generale di tutte le trasformazioni
democratiche. Alcune di queste trasformazioni saranno iniziate prima
dell’abbattimento della borghesia, altre nel corso di questo abbattimento,
altre ancora dopo di esso. La rivoluzione sociale non è un’unica battaglia, ma
tutto un periodo di battaglie per tutte le questioni concernenti le trasformazioni
economiche e democratiche, le quali saranno portate a compimento soltanto con
l’espropriazione della borghesia. Precisamente in nome di questo scopo finale,
dobbiamo dare una formulazione coerentemente rivoluzionaria ad ogni nostra
rivendicazione democratica. È perfettamente possibile che gli operai di un
determinato paese abbattano la borghesia prima dell’attuazione completa anche
di una sola riforma democratica fondamentale.
Ma è
assolutamente inconcepibile che il proletariato, come classe storica, possa
vincere la borghesia se a questo non si sarà preparato attraverso l’educazione
nello spirito del democratismo più coerente e più decisamente rivoluzionario”.
Riconoscere
e intervenire sulla divisione fra popoli dominanti (borghesie nazionali che
riescono, attraverso la redistribuzione e la persuasione, a “comprare” i
rispettivi proletariati, o meglio i loro gruppi dirigenti) e popoli oppressi è
dunque un punto sostanziale del programma comunista, perché implica il
riconoscimento dell’imperialismo, e del suo antagonista, l’internazionalismo
proletario – che non è qualcosa di spontaneo o di mistico, ma una costruzione
politica sulla base oggettiva della necessità della fine dello sfruttamento in
patria e fuori.
Il
concetto di popolo in Gramsci.
Per
accelerare questa ricostruzione saltiamo Gramsci, ma teniamo presente che è
stato uno dei maggiori teorici marxisti della nozione di “popolo” e “popolare”:
la sua stessa scoperta, quella dell’“egemonia”, era legata proprio al rapporto
fra classe e popolo.
Gramsci cerca di tradurre l’insegnamento
leninista in un paese a capitalismo avanzato e con una società civile più ricca
e sviluppata. L’egemonia non è altro che quella complessa strategia politica
che fa sì che la classe operaia, avanguardia della rivoluzione, riesca a
imporre sul resto della società la sua direzione, riesca cioè a farsi portavoce
delle istanze della maggioranza e a far diventare le sue rivendicazioni,
universali in sé, universali di fatto.
Ciò
può avvenire attraverso una conoscenza del senso comune delle masse, e una sua
continua ridefinizione attraverso discorsi “popolari” e pratiche che il popolo
possa da subito agire.
Quanto
la teoria gramsciana abbia influenzato il grande exploit del PCI, con la
creazione di Case del Popolo e di “una sezione per ogni campanile” è evidente.
Il
concetto di popolo in Mao.
Lo
stesso tipo di operazione viene tentato da Mao, che è forse il teorico e il
leader politico che più utilizza la nozione di popolo, e la cui riflessione
fornisce alle Black Panther la cornice teorica della loro sperimentazione nei
ghetti.
Nel 1926 Mao scrive” Le classi della società
cinese”, un articolo molto importante perché su quello si baserà la nuova
strategia del Partito Comunista Cinese.
Fino a
quel momento il PCC si era infatti concentrato esclusivamente sulle fabbriche
della costa est, strategia che si dimostrerà limitata quando nel 1927 le
rivolte di Shangai e Canton (fra le poche città cinesi con un’alta presenza
operaia) saranno soffocate.
Mao si
pone il problema di allargare lo sguardo e di non ragionare ideologicamente,
quindi di prendere in considerazione il complesso della società cinese.
Inizia così diversi scritti di inchiesta sulle
classi sociali, e arriva a porre il problema politico in maniera sorprendente:
“Quali sono i nostri amici e quali i
nostri nemici?
Ecco un problema che nella rivoluzione ha
un’importanza capitale. Se nel passato tutte le lotte rivoluzionarie in Cina
hanno avuto scarso successo, ciò si deve soprattutto all’incapacità dei
rivoluzionari di raccogliere intorno a sé i veri amici per poter colpire i veri
nemici.
Un
partito rivoluzionario è un dirigente di masse, e non si è mai dato il caso in
cui una rivoluzione, incanalata da un partito rivoluzionario su una via
sbagliata, sia stata coronata da successo.
Per
essere certi di non incanalare la rivoluzione su una via sbagliata e di
raggiungere sicuramente il successo, dobbiamo preoccuparci di raggruppare
intorno a noi i nostri veri amici per poter colpire i nostri veri nemici.
Per
distinguere i veri amici dai veri nemici, occorre analizzare, nei suoi tratti
generali, la situazione economica delle classi che compongono la società cinese
e l’atteggiamento di ognuna di esse nei riguardi della rivoluzione […]
Tutti
i signori della guerra, i burocrati, i compradores e i grandi proprietari
terrieri in collusione con gli imperialisti, così come la parte reazionaria
degli intellettuali ad essi asservita, sono nostri nemici.
Il
proletariato industriale è la forza dirigente della nostra rivoluzione. Tutto
il semi proletariato e la piccola borghesia sono i nostri amici migliori.
Quanto
alla media borghesia, sempre esitante, può esserci amica l’ala sinistra, e la
destra nemica; dobbiamo però stare sempre in guardia e non permettere alla
media borghesia di disorganizzare il nostro fronte.”
Il
compito del Partito Comunista è dunque di organizzare tutte le masse popolari,
non solo gli operai, e mettersi alla guida di un “fronte unito di tutte le
classi rivoluzionarie e di tutti i gruppi rivoluzionari”, come scriverà ancora
nel 1949 (cfr. Sulla dittatura democratico popolare, dove aggiunge “la classe
operaia è la classe più lungimirante e disinteressata, la classe dallo spirito
rivoluzionario più coerente”).
In
ogni caso è importante notare che la definizione fra ciò che è popolo e ciò che
non lo è, non passa per criteri sociologici (“popolo” è chi guadagna meno di
tot), né per criteri di carattere nazionale o tradizionale (in Cina c’erano
tantissime etnie e religioni diverse), ma passa per un criterio politico. Si
veda il celebre scritto Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al
popolo del 1957:
“Per
conoscere correttamente questi due tipi di differenti contraddizioni, tra noi e
i nostri nemici e in seno al popolo, è necessario, innanzitutto, comprendere
bene che cosa è il popolo e che cosa sono i nemici. La nozione di popolo
acquista un significato diverso da paese a paese e in ogni paese da un periodo
storico a un altro. Prendiamo, ad esempio, la situazione nel nostro paese.
Durante la Guerra di resistenza contro il Giappone, tutte le classi, strati e
gruppi sociali che partecipavano alla resistenza all’aggressione del Giappone
appartenevano alla categoria del popolo, mentre gli imperialisti giapponesi, i
traditori nazionali e gli elementi filogiapponesi erano i nemici del popolo.
Durante
la Guerra di liberazione, i nemici del popolo erano gli imperialisti americani
e i loro lacchè, cioè la borghesia burocratica, i proprietari terrieri e i
reazionari del Kuomintang che rappresentavano queste due classi; tutte le
classi, strati e gruppi sociali che combattevano contro questi nemici
appartenevano alla categoria del popolo.
Nella
fase attuale, nel periodo della costruzione del socialismo, tutte le classi,
strati e gruppi sociali che approvano e sostengono l’opera di costruzione
socialista e vi partecipano, formano il popolo, tutte le forze sociali e tutti
i gruppi sociali che si oppongono alla rivoluzione socialista, che sono ostili
all’edificazione socialista e cercano di sabotarla, sono i nemici del popolo”.
Ma Mao
ha anche un’interessante concezione del rapporto fra popolo e governo: Mao
pensa che dove può il popolo deve iniziare a fare esperienza di governo, a
sperimentare subito forme di transizione al socialismo, a farsi da subito
carico dei propri bisogni e di un’organizzazione sociale diversa, senza
aspettare la presa del potere centrale (scelta azzeccata, visto che quando i
comunisti cinesi vinceranno definitivamente, nel 1949, avranno dietro già 20
anni di esperienza di governo di regioni anche vaste, e saranno in grado di
governare un paese immenso e popoloso senza affrontare ulteriori scontri o
sommosse). Nello scritto Sulla politica concernente l’industria e il commercio
del 1948 arriva persino a dare un’interessante definizione del legame che c’è fra
popolo, esperienza e politica:
“Ciò
che noi chiamiamo esperienza, è il processo di applicazione di una politica e
il suo risultato finale. È solamente attraverso la pratica del popolo, cioè
attraverso l’esperienza, che possiamo verificare se una politica è giusta o
errata, e determinare in quale misura è giusta e in quale misura è errata”.
Questa
breve citazione è importante perché chiarisce che l’esperienza che guida la
politica non è altro che la pratica del popolo. Secondo Mao nel “movimento
socialista” il “popolo si educa e si modella da se stesso” (cfr. Intervento
alla riunione del Soviet Supremo dell’URSS, 1957): il Partito ha dunque “solo”
la funzione di persuadere, di indirizzare, di consigliare, ma deve anche saper
imparare e mettersi all’ascolto di quello che le masse già sanno e fanno.
Conclusioni.
Potremmo
ancora seguire l’apparizione della coppia “popolo” e “popolare” nella storia
del comunismo e del socialismo dalla Seconda Guerra Mondiale alla caduta del
muro di Berlino, momento a partire dal quale la categoria a sinistra viene meno
(nel tentativo tutto postmoderno di ricercare nuove identità e nuovi soggetti
meno “unitari”, meno legati alla “modernità”).
Vale giusto la pena di ricordare come i regimi
che si costituirono nell’Europa dell’Est assunsero non a caso le denominazioni
di “repubbliche popolari” o di “democrazie popolari”.
Si tentava così non solo di esaltare la
differenza fra le democrazie borghesi e quelle socialiste, con le seconde viste
come stadio intermedio verso il comunismo, ma anche di ricordare come il
movimento di trasformazione che aveva investito questi stati era realmente
“popolare” (nel senso usato da Marx nel suo scritto sulla Comune): ovvero
prevedeva l’unione di vasti strati non solo operai, ma contadini, lavoratori
dei trasporti e dei servizi artigiani, insegnanti, funzionari pubblici etc. In
questo stesso modo il PCI utilizzò l’espressione Casa del Popolo (un luogo in
cui la stragrande maggioranza della società poteva identificarsi). E questa
stessa accezione filtra nei Comitati popolari e di quartiere dei compagni,
anche di area autonoma, negli anni ’70…
In
sintesi: la categoria di “popolo” è stata usata tantissime volte nella teoria
marxista e nella pratica comunista.
Ma i
nostri teorici di riferimento non hanno perso troppo tempo a definire le
categorie che usano, perché:
sono
consapevoli della complessità, della mutevolezza e dell’articolazione del
reale;
gli
interessa metterle direttamente al lavoro, renderle qualcosa di “utile”,
produrre effetti politici.
Di conseguenza troviamo una molteplicità di
espressioni per dire la stessa cosa o cose molto simili: masse popolari, masse
rivoluzionarie, popolo del lavoro, popolo rivoluzionario, proletariato, semi proletariato,
lavoratori, produttori diretti, operai e contadini, classi oppresse, classi
sfruttate etc.
Quello
che è importante considerare è che tutti hanno posto al centro di questo
schieramento la classe operaia in senso stretto, vista da loro come
grimaldello, come avanguardia in grado di costruire intorno a sé una rete di
alleanze atte a scardinare l’assetto di potere imperialista. Ricostruire così
il popolo – come popolo delle esigenze, dei bisogni, dell’istanza democratica –
è un processo egemonico importantissimo per minare quell’assetto imperialista
che proprio sull’unità e sulla compattezza del “popolo nazionale” fonda il suo
potere.
2.
Perché parlare di popolo oggi?
E
veniamo a noi, al 2016, all’Italia imperialista, ai nostri bisogni e agli scopi
politici che devono essere perseguiti in una fase non certo rivoluzionaria,
anzi per tanti aspetti regressiva, ma che comunque resta “fluida”, e che ci
rende possibile produrre effetti politici anche dirompenti.
Cosa
intendiamo per popolo?
Dalla
breve ricostruzione appena fatta si evince che, coerentemente all’impostazione
marxista, intendiamo per popolo l’insieme delle classi sociali escluse dal
processo di accumulazione all’interno di un determinato territorio. In questo
insieme rientrano sia le classi sociali escluse per definizione dal processo di
accumulazione (proletariato e sottoproletariato), sia le classi che in passato
partecipavano a tale processo ma che ora a causa dell’evoluzione del
capitalismo ne sono escluse (gli artigiani, parte della piccola e media
borghesia industriale, del commercio e delle professioni). A questo proposito
abbiamo compiuto una precisa analisi di classe in Dove sono i nostri. Lì
appunto scrivevamo che rifiutavamo di usare nell’analisi scientifica la categoria
di “popolo”:
“[per
capire chi siamo] non ci potevamo accontentare di definizioni generiche come
“il popolo”, “la gente”, “i cittadini”: per quanto molto diffuse, queste
definizioni sono ingannevoli, non ci permettono di comprendere le distinzioni
che ci sono nel corpo sociale. Ci fanno credere che abbiamo tutti gli stessi
problemi, e che magari i nostri nemici sono solo “la casta” dei politici che
rubano… Sono definizioni che non ci dicono le differenze economiche e dunque di
potere che vigono all’interno di una società, che non ci spiegano nulla di
quello che noi facciamo concretamente e di quello che accade in generale”.
Però
poi recuperavamo, in chiave politica, il concetto di popolo quando analizzavamo
i diversi segmenti della popolazione italiana (dunque il quadro sociale
complessivo) e parlavamo della necessità di unire i vari settori della forza
lavoro (“dipendenti”, finti autonomi, lavoratori a nero) con altri settori
della popolazione (studenti, disoccupati, pensionati ecc.), per arrivare a
costruire un fronte anche numericamente maggioritario. In altri termini anche
noi, come Mao, abbiamo definito il popolo soprattutto come l’insieme dei nostri
amici.
Ora,
se riflettiamo sulla nostra esperienza come Ex OPG e in particolare sulla
composizione sociale di quelli che partecipano al nostro progetto politico e
alle attività, possiamo facilmente notare come siano presenti tutte le figure
sociali che possiamo annoverare nel campo dei “nostri amici”. Si tratta
senz’altro di un fatto inedito per noi, soprattutto se pensiamo a quello che
eravamo anni fa. Se invece spostiamo l’attenzione sui contenuti politici che
esprimiamo, notiamo che questi hanno sempre al centro il proletariato e le sue
istanze.
Insomma
anche noi in questi anni non abbiamo fatto altro che analizzare nei suoi tratti
generali la situazione economica delle classi che compongono la società
italiana e l’atteggiamento di ognuna di esse nei riguardi della “rivoluzione”.
Quindi ci siamo concentrati su un determinato territorio per costruire, nel
nostro piccolo, un fronte ampio contro le politiche di austerità e di attacco
alle condizioni di lavoro. Un fronte in cui il proletariato ha sempre un ruolo
dirigente in quanto numericamente più forte e perché classe in ascesa, ma che
vede coinvolti anche quei soggetti in via di proletarizzazione che non
assumono, rispetto alle trasformazioni sociali produttive in corso, un
atteggiamento necessariamente reazionario, anzi.
Perché
abbiamo iniziato a usare la categoria di popolo?
Questa scelta non l’abbiamo fatta noi ma ci è
stata imposta dalla realtà. Se infatti ci atteniamo a come si percepiscono i
proletari, che restano il nostro soggetto di riferimento, vediamo che non si
identificano più in una singola classe, ma in un insieme più ampio composto da
tutti quei soggetti che in questi anni si sono “impoveriti” e le cui
prospettive sono di costante peggioramento della propria condizione. Basta
parlare con qualsiasi proletario per vedere che si sente “uno del popolo”,
intendo così un “basso” in cui il lavoratore dipendente sta accanto al
lavoratore autonomo a basso reddito e si contrappone a un “alto” fatto di
politici, dirigenti sindacali, banchieri, speculatori, privilegiati a vario
titolo.
È una
cosa inedita soprattutto per l’Italia dove invece è stata sempre molto forte
l’identificazione con una determinata classe e con un determinato soggetto di
classe (operai, impiegati, bottegai, professionisti ecc.). Ed era così perché
effettivamente le condizioni e le prospettive che avevano questi soggetti e la
loro partecipazione alla “vita pubblica” erano estremamente diversi. La stessa
organizzazione della produzione favoriva una certa identificazione anche in
rapporto al territorio, inteso in senso ristretto. Ora lo spostamento dei siti
produttivi all’esterno delle metropoli, l’estrema mobilità che caratterizza le
metropoli o meglio le regioni metropolitane, hanno fatto sì che
l’identificazione con il proprio lavoro si affievolisse sempre più. L’organizzazione
stessa del lavoro con il fenomeno della terziarizzazione dell’industria e la
conseguente atomizzazione dei lavoratori, ha determinato un cambio di
percezione radicale.
Si è
venuta così ad accentuare anche l’identificazione con un territorio che non è
necessariamente ristretto al rione o al quartiere, ma può invece essere molto
più ampio, come la città o la regione metropolitana. Il territorio non è
semplicemente il luogo dove si va a dormire la sera o dove si va lavorare la
mattina o ancora il posto dove si passa il proprio tempo libero, ma è l’insieme
di tutto questo.
Inoltre
in questi anni di crisi, la nostra classe, e più in generale tutte le fasce
popolari, sono state protagoniste di diverse mobilitazioni, spesso anche di
carattere nazionale (jobs act, riforma della scuola e dell’università ecc.).
Purtroppo queste mobilitazioni non hanno riportato vittorie, anche a causa
della mancanza, della complicità, dell’irrilevanza delle organizzazioni
politiche e sindacali che avrebbero potuto e dovuto battersi insieme alle fasce
popolati che vedono di giorno in giorno peggiorare le loro condizioni di vita.
Questa lunga serie di sconfitte su tante macro-questioni, unita
all’impossibilità di identificarsi in un vero soggetto politico di alternativa,
hanno determinato molta sfiducia nei confronti della possibilità di cambiare in
generale l’orientamento della vita politica e sociale, e molta perplessità e
sospetto verso chi propone questo tipo di intervento e chi lancia slogan di
carattere ideologico. Rompere questo dispositivo di sfiducia rispetto alle
proprie forze (che ha come conseguenza una mancanza di immaginazione e
l’adeguamento a quello che c’è), e di sospetto verso chi si caratterizza
politicamente (che ha come conseguenza una maggiore difficoltà di radicamento
dei compagni), è necessario.
Si
tratta dunque di individuare una modalità di azione che a) contrasti la
sfiducia, e ci permetta di riportare delle piccole vittorie ma galvanizzanti e
b) ci permetta di radicarci, apparendo come utili, pragmatici, in grado di
produrre risultati. E qui il territorio diventa fondamentale. Per quello che è
lo stato delle masse e lo stato frammentato del cosiddetto movimento, il
territorio è il livello dove è più pensabile delineare un tipo di intervento
produttivo. Sul locale si possono avere riscontri fattivi su più livelli
(sociale, politico, culturale), si possono condurre battaglie parzialmente o in
tutto vittoriose, e si può così riconquistare – anche più velocemente di quello
che supponiamo – la fiducia delle masse, nelle loro forze e vero l’organizzazione
di avanguardia.
Questo
non vuol dire tralasciare la dimensione del “macro” (mobilitazioni nazionali,
guerra, solidarietà internazionalista), vuol dire semmai farla vivere
nell’esperienza concreta di ogni giorno, dentro i contesti sociali con i quali
si è in rapporto organico, facendo sempre lo sforzo di collegare locale e
globale, trovando e ritagliando nel senso comune delle masse le ragioni della
protesta.
Perché
è importante utilizzare la categoria di popolo? L’abbiamo visto, perché è così
che si percepiscono i proletari, ovvero in quanto parte di un insieme più
grande che comprende anche segmenti di altre classi sociali. In generale quelli
che dentro la società non stanno bene economicamente, che hanno bisogno di
lavorare per mantenere sé e la propria famiglia, si autodefiniscono come
“popolo”. Se noi rifiutiamo di utilizzare questa categoria lo faranno altri, e
a fare egemonia non saranno i proletari con i loro contenuti e le loro
rivendicazioni, ma i reazionari. È quello che abbiamo visto nel dicembre 2013
con il Movimento dei Forconi, che vediamo con i 5 Stelle, con la Lega e
fascismi vari. È fondamentale che ci appropriamo di questa categoria e che la decliniamo
correttamente. Il punto è proprio quello di non mettersi al carro dei
reazionari nella speranza di fare egemonia un giorno (questa fu all’epoca la
posizione di Infoaut rispetto ai forconi, questa è quella di chi immagina
“alleanze” o entrature con i 5 Stelle), ma di avviare un percorso che, partendo
dalla centralità del proletariato, sia poi capace di allargarsi e fare egemonia
su quelli che possono essere i nostri amici…
Anche
se i proletari sono il segmento più consistente della società italiana, è
necessario fare alleanza con i segmenti di altre classi sociali in via di
proletarizzazione a causa della crisi.
Nel
passato anche recente, pensiamo non solo agli anni ’20 quindi, ma anche agli
anni ’70, è stato proprio l’isolamento in cui la grande borghesia ha costretto
la classe proletaria a giocare un ruolo determinante nel fermare i processi
rivoluzionari in Italia.
In
Italia storicamente abbiamo sempre avuto una grossa presenza della
piccola-media borghesia che ha funzionato come un “tappo” nel contenere le
spinte del movimento operaio.
Ma ciò
è stato possibile perché il grande capitale era in grado di garantire a quei
soggetti privilegi e prospettive di miglioramento.
Ora che questo non è più possibile, a causa
dello stesso sviluppo del capitalismo e per le necessità imposte dalla crisi,
che tende a tagliare spese improduttive e a diminuire mediazioni sociali,
privilegi, corpi intermedi ecc., dobbiamo assolutamente approfittarne.
Il
disallineamento di classe
ha
devastato la sinistra italiana.
Transform-italia.it
– (12/03/2025) - Jacopo Custodi – Redazione - ci dice:
(Traduzione
italiana dell’articolo “Class Dealignment Has Devastated the Italian Left”
uscito su “Jacobin Magazine” il 31 dicembre 2024, a firma di Jacopo Custodi.)
“Difendiamo
i lavoratori meglio della sinistra al caviale!”.
Durante
la campagna elettorale per le elezioni regionali di novembre in Emilia-Romagna
e Umbria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sottolineato il legame
del suo partito con la gente comune.
Ha
affermato che la sua coalizione è “radicata nel cuore della società, lontana
dai salotti VIP e dalle lobby della sinistra radical-chic”.
Secondo
Meloni, mentre i talk show televisivi potrebbero far credere che la cosiddetta
“sinistra dei salotti” sia influente, in realtà chiunque visiti un mercato
rionale può vedere con i propri occhi come “il popolo” sostenga il suo governo.
Questa
retorica non è nuova:
i politici dell’estrema destra italiana
l’hanno spesso utilizzata nella loro guerra culturale contro la sinistra.
Si presentano come i difensori di un presunto
popolo lavoratore e tradizionalista, in contrapposizione a un’élite rinchiusa
nelle sue torri d’avorio progressiste.
In
questa narrazione, l’élite include tutto lo spettro della sinistra, dal
moderato Partito Democratico fino agli attivisti dell’estrema sinistra e ai
centri sociali occupati.
Così,
la destra italiana ha sviluppato un proprio linguaggio della politica di
classe, definendola non in base ai rapporti sociali di produzione, ma in base
alle preferenze culturali.
Espressioni
come “sinistra al caviale”, “sinistra dei salotti”, “sinistra ZTL” (in
riferimento ai costosi centri storici dove sono in vigore le Zone a Traffico
Limitato), “comunisti con il Rolex” e “sinistra radical-chic” sono ampiamente
diffuse nella retorica dell’estrema destra, da Meloni al leader della Lega
Matteo Salvini.
Questi termini hanno accompagnato la loro
ascesa al potere al punto da entrare ormai nel linguaggio quotidiano degli
italiani.
Si
tratta, senza dubbio, di propaganda.
È una narrazione premeditata ed efficace,
costruita dalla destra per apparire fresca e attraente, adottando gli usi, il
linguaggio e i riferimenti culturali della quotidianità italiana per dare
l’impressione di essere “uno di loro”.
Questa
narrativa, però, è in netto contrasto con la realtà:
in primo luogo, l’attuale governo gode di
ottimi rapporti con l’élite capitalista italiana (e con quelle straniere, come
dimostrano le ottime relazioni di Meloni con Elon Musk).
In
secondo luogo, sotto il governo Meloni, le condizioni materiali della classe
lavoratrice italiana hanno continuato a peggiorare, così come la qualità dei
servizi pubblici da cui essa dipende, come il trasporto pubblico e il sistema
sanitario.
Eppure,
come spesso accade con le narrazioni politiche, per quanto possano sfruttare,
distorcere o alterare i fatti, affondano comunque le loro radici nella realtà.
Se si
spoglia questa propaganda di destra da tutta la sua ipocrisia e da tutte le sue
distorsioni, emerge un dato reale:
il
disallineamento di classe.
In
parole semplici, questo fenomeno descrive la crescente tendenza della classe
lavoratrice ad allontanarsi da un allineamento politico con la sinistra,
nonostante il suo ruolo storico di rappresentanza politica di questa classe.
Se la
destra è riuscita negli anni a sviluppare una sua identificazione di classe
basata sulle preferenze culturali, è proprio perché la tradizionale politica di
classe della sinistra è progressivamente scomparsa.
Questo
problema ha attirato un’attenzione crescente e un acceso dibattito all’interno
della sinistra di vari paesi, dalla Francia agli Stati Uniti.
Ha
acquisito nuova rilevanza durante le recenti elezioni americane, in cui Donald
Trump ha ulteriormente ampliato il suo sostegno tra gli elettori a basso
reddito.
Come
ha osservato “Jared Abbott” su “Jacobin Magazine”, il disallineamento di classe
rappresenta per la sinistra “la sfida politica decisiva del nostro tempo.”
Anche
in Italia si tratta di una questione cruciale:
negli ultimi decenni, la sinistra si è
progressivamente allontanata dalla sua storica base elettorale popolare e
operaia, lasciando un elettorato disorientato che la destra è riuscita in parte
a conquistare.
Tuttavia,
questo problema tende a ricevere poca attenzione nel mondo militante di
sinistra in Italia.
Alcuni
tendono a negare questa realtà concentrandosi su segmenti minori della classe
lavoratrice che rimangono orientati a sinistra — come i lavoratori precari
della conoscenza, di cui parleremo tra poco — oppure enfatizzando casi specifici di
sinergia tra la sinistra militante e operai radicalizzati.
Sebbene questi esempi, come il caso dell’ex
fabbrica GKN, siano esperienze importanti e preziose, esse difficilmente
riflettono il quadro nazionale nel suo complesso.
Altri,
pur non negando apertamente il disallineamento di classe, evitano comunque di
confrontarsi con il problema, in modo più o meno consapevole.
Probabilmente
ciò avviene perché la disconnessione della sinistra dalla classe lavoratrice è
diventata un cavallo di battaglia della destra, che è riuscita ad
appropriarsene e a definirne il modo in cui se ne parla.
Non è
un caso che, mentre l’espressione stessa “disallineamento di classe” non abbia
un equivalente consolidato nella lingua italiana, vi è, come abbiamo visto, grande
abbondanza di espressioni dal retrogusto di destra per descrivere questo
fenomeno.
Questo
potrebbe aver alimentato nella sinistra una crescente riluttanza a occuparsi
del tema, poiché esso è ormai carico di riferimenti e parole imposti dalla
destra.
Non
sorprende, quindi, che alcune figure con una traiettoria di sinistra siano
gradualmente slittate verso destra proprio interiorizzando questa specifica e
onnipresente narrazione di destra.
Un esempio emblematico è Marco Rizzo, ex leader del piccolo Partito
Comunista (uno dei tanti che rivendicano questo nome), oggi alleato di piccoli
gruppi di estrema destra e di figure ultraconservatrici cattoliche, in nome di una presunta ostilità
popolare verso l’élite progressista.
La
sinistra ha ragione a non cadere nella narrazione distorta della destra sul
disallineamento di classe e a prendere le distanze da chi, come Rizzo, vi si è
lasciato trascinare.
Tuttavia,
questo non dovrebbe portare ad ignorare il problema solo perché è diventato
popolare con un linguaggio di destra.
Ancora
peggio, non dovrebbe portare a un auto-consolatorio diniego del problema,
basandosi su controesempi virtuosi ma poco rappresentativi del quadro
complessivo.
In
altre parole, se da un lato è importante evitare di cadere nella trappola della
narrativa imposta dalla destra, dall’altro la sinistra italiana non può
permettersi di negare o ignorare il problema.
Il
disallineamento di classe è una questione reale, che impone una urgente
riflessione strategica da parte di chi, a sinistra, vuole costruire consenso
tra le classi lavoratrici.
Il
voto invisibile.
Un
elemento chiave di questa storia, che la destra sceglie consapevolmente di
dimenticare, è che i voti persi a sinistra tra la classe lavoratrice non si
spostano necessariamente a destra; più spesso finiscono nell’astensione.
Ad
esempio, alle elezioni politiche italiane del 2022, il 49,4% degli individui
con uno status economico “basso” (1 su una scala da 1 a 5) non ha votato o ha
rifiutato di fare una scelta (scheda bianca), rispetto al solo 27,5% tra coloro
con uno status economico “alto” (5 sulla stessa scala).
Alle
elezioni europee del 2024 in Italia, l’astensione tra le persone con status
economico basso ha raggiunto la cifra record e impressionante del 75,7%.
Piuttosto
che abbandonare la “sinistra elitaria e woke” per sostenere la “destra concreta
e vicina al popolo”, come suggerisce la narrazione della destra, i lavoratori a
basso reddito hanno semplicemente, e drammaticamente, abbandonato la politica
tout court.
Uno
dei grandi punti di forza della politica di classe della sinistra novecentesca
era la sua capacità di dare forza ai lavoratori, alimentando una prospettiva
collettiva orientata al futuro.
Questo
era possibile grazie alla sua capacità di conquistare riforme e diritti che
miglioravano concretamente la vita dei lavoratori, e alla costruzione di
associazioni e organizzazioni plasmate dall’esperienza e dalla visione del
mondo della classe operaia.
Sebbene
la sinistra abbia in gran parte perso questa capacità, la destra non è riuscita
a replicarla, né sembra avere alcun interesse a farlo.
Come
accennato in precedenza, nel novembre 2024 si sono tenute le elezioni regionali
in Emilia-Romagna, storicamente una roccaforte della sinistra, e in Umbria,
regione già governata dalla destra.
In
entrambi i casi, i candidati sostenuti da Giorgia Meloni sono stati sconfitti,
smentendo le sue affermazioni di una crescente ondata di consenso popolare per
il governo.
Tuttavia,
ciò che colpisce maggiormente è l’affluenza alle urne:
46,4% in Emilia-Romagna e 52,3% in Umbria.
Si
tratta di un calo rispettivamente del 21,3% e del 12,4% rispetto alle
precedenti elezioni nelle due regioni.
Questo
è avvenuto nonostante l’introduzione del voto su due giorni, una misura che
generalmente tende ad aumentare la partecipazione elettorale.
Sebbene
non siano disponibili dati specifici sulla composizione demografica degli
astenuti, non è difficile immaginare quale parte della popolazione abbia scelto
di restare a casa.
Una
sinistra per gli istruiti?
Quando
si parla di disallineamento di classe, è fondamentale considerare un ulteriore
fattore cruciale: il livello di istruzione e il capitale culturale specifico
che esso conferisce.
L’istruzione
è infatti diventata un predittore chiave del comportamento elettorale, con
livelli elevati di scolarizzazione sempre più associati a preferenze di
sinistra in molte elezioni europee.
L’economista
francese “Thomas Piketty” ha persino coniato il termine “sinistra bramina” per
descrivere una sinistra che fa sempre più affidamento su individui altamente
istruiti e culturalmente elitari.
Tuttavia, l’istruzione non è necessariamente
un buon indicatore del reddito o della classe sociale, e equipararli può
portare a conclusioni fuorvianti.
I
sistemi di stratificazione contemporanei mostrano infatti correlazioni più
deboli tra le diverse gerarchie sociali, il che significa che un alto status
culturale non coincide necessariamente con la ricchezza economica — e
viceversa.
Questo
fenomeno è emerso chiaramente nel primo turno delle elezioni francesi del 2024.
Tra le
persone a basso reddito (con guadagni inferiori a 1.250 euro al mese), il
Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen ha ottenuto un leggero vantaggio
sul Nouveau Front Populaire (NFP) di sinistra, ma con un margine ristretto: 38%
per RN contro il 35% per NFP.
Entrambi
hanno comunque ottenuto risultati migliori tra i lavoratori a basso reddito
rispetto al dato generale dell’elettorato (34% per RN, 28,1% per NFP).
Tuttavia,
se si guarda al livello di istruzione, il divario diventa molto netto: tra
coloro che non hanno conseguito il diploma di scuola secondaria (baccalauréat),
il supporto per il RN è salito al 49%, mentre quello per il NFP è crollato al
17%.
Al
contrario, tra i laureati (bac+3), il NFP ha conquistato il 37% dei voti, con
un vantaggio di 15 punti sia su RN che su Ensemble di Emmanuel Macron, entrambi
fermi al 22%.
In
Italia, alle elezioni europee del giugno 2024 i partiti di destra hanno
complessivamente superato quelli di centro e di sinistra (incluso il M5S) tra
gli elettori a basso reddito, anche se di poco.
Tra i votanti nella fascia economica più bassa, il
blocco di destra ha ottenuto il 48% dei voti contro il 47% della sinistra.
Solo
nella fascia medio-bassa la destra ha goduto di un vantaggio più marcato: 52%
contro il 42% della sinistra.
Tuttavia,
il divario diventa molto più ampio quando si analizza l’istruzione.
Tra coloro che non hanno completato la scuola
secondaria, la destra ha prevalso con un margine del 59% contro il 37%.
Al contrario, tra i laureati, la sinistra ha
dominato con il 61% dei voti, contro il 34% delle forze di destra.
Ciò
che emerge, dunque, non è solo il declino della capacità della sinistra di
attrarre elettori della classe lavoratrice, ma, ancor più significativamente,
una crescente frattura nelle preferenze elettorali all’interno del mondo del
lavoro, lungo la linea dell’istruzione.
I lavoratori manuali e poco qualificati
tendono sempre più verso l’astensione o verso i partiti di destra, mentre i
lavoratori della conoscenza sostengono in larga misura la sinistra.
Questa
dinamica è strettamente legata anche all’attivismo e alla selezione dei
candidati nelle elezioni.
Oggi,
tra i militanti della sinistra, si registra una presenza sproporzionata di
individui con un alto livello di istruzione (seppur in mobilità discendente),
rispetto alla loro effettiva rappresentanza nella classe lavoratrice.
Lo
stesso fenomeno è evidente tra i candidati, con i laureati che dominano
ampiamente i partiti della sinistra contemporanea.
Ad
esempio, sulla base delle mie stime ricavate dai curriculum di tutti i
candidati di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) alle elezioni europee del 2024,
l’80,6% possiede una laurea magistrale o equivalente (cinque anni di istruzione
universitaria), mentre solo il 14% della popolazione adulta italiana nel suo
complesso ha raggiunto questo livello di istruzione — una percentuale che
probabilmente scenderebbe ancora di più se si considerasse solo la classe
lavoratrice.
Questo
divario evidenzia chiaramente un grave problema di rappresentanza
dell’elettorato popolare che la sinistra vorrebbe coinvolgere.
Non a
caso, alle europee AVS ha ottenuto l’11% tra i laureati, ma solo il 3% tra
coloro privi di un diploma di scuola secondaria.
È
evidente che le candidature della sinistra dovrebbero rappresentare la classe
lavoratrice in tutta la sua diversità, non solo la sua componente più istruita.
Universalismo,
progressismo, senso comune.
Il
livello di istruzione complica quindi le riflessioni strategiche legate al
disallineamento di classe.
La sfida non è solo costruire una politica di
sinistra capace di connettersi con la classe lavoratrice, ma anche fare in modo
che risuoni tra i suoi membri più diversi, a prescindere dal loro livello di
istruzione.
Ciò richiede di concentrarsi su temi condivisi
dalla più ampia popolazione lavorativa — nonostante la varietà di esperienze di
vita modellate dai diversi livelli di istruzione — come la precarietà
lavorativa, l’aumento dei prezzi degli affitti, il declino dei servizi pubblici
e della sanità, i salari che non tengono il passo con l’inflazione.
Sebbene
l’era del populismo di sinistra in Europa sembri essere tramontata, una lezione
fondamentale di quella fase resta valida:
gran
parte del suo successo elettorale derivava dalla capacità di creare un’identità
comune attorno a obiettivi progressisti chiari e condivisi, che trascendevano
le inevitabili differenze tra le persone.
Indipendentemente
dal tipo di politiche sbandierate — incluse quelle indirizzate a specifiche
minoranze — appare cruciale inquadrarle all’interno di una prospettiva
unificante e universalista, cioè come proposte che contribuiscono al
miglioramento dell’intera società. Questo significa promuovere un senso di
identificazione condivisa che superi le differenze particolari, pur senza
negarle.
Per
elaborare un messaggio che risuoni con l’intera classe lavoratrice,
indipendentemente dal livello di istruzione, sembra essenziale usare un
linguaggio e un modo di inquadrare i temi che attinga al senso comune e che sia
accessibile a tutti.
Se un
progetto di sinistra si basa eccessivamente su concetti teorici, su registri
linguistici complessi e su codici comportamentali molto formalizzati, allora
raggiungerà solo coloro che hanno familiarità con questo vocabolario e queste
consuetudini.
Questo
crea una barriera per le persone che non possiedono il capitale culturale
necessario per muoversi attraverso questi codici comportamentali e queste
convenzioni culturali specializzate.
Ovviamente, ciò non significa che dovremmo
smettere di produrre riflessioni politiche profonde o analisi complesse, ma
indica semplicemente l’ovvio:
il
linguaggio e il registro culturale dovrebbero sempre adattarsi al contesto
collettivo e al pubblico di riferimento.
Una
conferenza accademica non è un comizio politico, e viceversa.
Questa
discussione su linguaggio, estetica e simboli evidenzia anche l’importanza, per
la sinistra, di attingere a riferimenti culturali radicati a livello nazionale
— ciò che “Antonio” Gramsci chiamava il “nazionale-popolare” — in chiave
progressista.
Questo compito non è certo semplice, dato che negli
ultimi anni la destra italiana ha dimostrato grande abilità nell’appropriarsi
dell’identità nazionale e del senso di appartenenza al paese, impregnandoli dei
propri valori tradizionalisti, xenofobi ed escludenti.
Tuttavia,
per quanto sia una sfida complessa, rimane un obiettivo strategico
fondamentale, poiché le classi popolari, in particolare quelle con livelli di
istruzione più bassi, tendono a essere più “nazionalizzate” nel loro processo
di socializzazione culturale.
Ciò
significa che sono più sensibili ai simboli, ai codici culturali e ai
riferimenti del paese rispetto agli individui con livelli di istruzione più
elevati, i quali tendono invece ad essere più cosmopoliti in termini di
riferimenti e preferenze culturali.
Il
disallineamento di classe è quindi un problema che va affrontato con
determinazione, prestando particolare attenzione alla sfida posta dal capitale
culturale in seno al mondo del lavoro.
Esistono,
tuttavia, motivi di speranza:
in
Europa ci sono eccezioni a questa tendenza al disallineamento, sia tra i
partiti di centro-sinistra tradizionali sia tra le forze più radicali, da cui
la sinistra italiana può trarre insegnamenti.
Per
esempio, in Spagna il centro-sinistra ottiene maggiore sostegno tra le fasce di
reddito più basse, senza che il Partito Socialista Operaio Spagnolo al governo
sia una forza culturalmente conservatrice.
Lo stesso vale per la stella nascente della sinistra
radicale europea, il Partito del Lavoro del Belgio, il cui consenso cresce
nelle aree a basso reddito e cala in quelle più benestanti.
La
sinistra ha un bisogno urgente di strategie per comunicare in modo più efficace
con l’intera classe lavoratrice e per rappresentarne tutti i segmenti del mondo
del lavoro.
Questo
obiettivo deve essere raggiunto senza cedere alla narrazione della destra, che
costruisce una falsa dicotomia tra il popolo conservatore e i progressisti
privilegiati.
Sebbene
sia una sfida complessa, è una battaglia essenziale.
Solo
così sarà possibile arginare il disallineamento di classe e riavvicinare gli
elettori della classe lavoratrice, sottraendoli all’astensionismo o ai richiami
della destra.
I
QUATTRO MOTIVI PER CUI LA SINISTRA
NON SI
MUOVE da” IL FATTO”.
Officinadeisaperi.it
- Guido Ortona - Silvia Truzzi – (19 Giugno 2025) – ci dicono:
I
quattro motivi per cui la sinistra non si muove.
L’articolo
di Montanari e Pallante sul Fatto del 12 giugno solleva alcune questioni che
credo sarebbe utile approfondire.
Nel
cosiddetto “Popolo della Sinistra” è diffusa l’impressione che i suoi leader
non riescano a fare proposte adeguate sui grandi problemi della nostra società.
Questa
impressione è giusta: la gente è sempre più insoddisfatta, ma i partiti di
sinistra, che dovrebbero dare voce politica a questa insoddisfazione,
raccolgono più o meno il voto del 40% del 50% degli elettori, uno su cinque.
In
realtà la situazione è ancora peggiore: i dirigenti della Sinistra non riescono
nemmeno a riconoscere quali sono i problemi principali.
E non
basta ancora: non si rendono nemmeno conto della necessità di conoscerli.
Cercare di suggerire perché è il tema di questo articolo.
I
grandi problemi che sfuggono alla leadership della sinistra sono due, e cioè la
necessità di un’imposta patrimoniale e quella di aprire un conflitto con
l’Eurocrazia.
Ogni anno l’Italia sperpera varie decine di
miliardi per rispettare i vincoli europei, ovviamente senza riuscirci.
Ed è
necessario rilanciare lo stato sociale; ma ciò richiede risorse – che vanno
prese là dove sono, e cioè nei grandi patrimoni.
Senza
la gestione vittoriosa di questi due conflitti nessuna politica economica di
sinistra può avere speranze di successo.
Quanto
sopra è ovvio per quasi tutti gli economisti di sinistra (categoria di cui
faccio parte).
Perché non lo è anche per i dirigenti dei
partiti della Sinistra parlamentare?
Credo
che i motivi siano quattro, con varie intersezioni fra di essi.
In
primo luogo,
i dirigenti di sinistra non sanno bene cosa sia, per esempio, il “Meccanismo Europeo di Stabilità”, o cosa è una “politica fiscale redistributiva”.
Non
hanno tempo di studiarlo, e affidare l’elaborazione della linea politica a chi
lo sapesse implicherebbe delegare parte del potere; con conseguenze negative
appunto sul loro potere e difficoltà nella loro azione politica. Probabilmente
entrambi gli aspetti convivono, con pesi variabili.
In
secondo luogo, i partiti di sinistra, soprattutto ma non solo il Pd, sono al centro di
un complicato sistema di alleanze su questioni locali o settoriali importanti,
e mantenere quel sistema ben funzionante è fondamentale.
Perché
perdere tempo a discutere di come tassare i ricchi, creando difficoltà ai
nostri compagni impegnati a proporre interventi di sinistra anziché di destra
nel consiglio di amministrazione del Banco di Y, cosa che richiede l’appoggio
dei rappresentanti di quei ricchi?
In
terzo luogo, anche i politici “tengono famiglia”.
Impegnarsi nella lotta contro l’Europa e
contro i grandi poteri finanziari è molto più azzardato che lottare per
ottenere il parco nel quartiere W della città di X; e anche che lottare contro
il fascismo che avanza.
In una
parola, ai dirigenti di sinistra non conviene occuparsi di quelle due grandi
questioni.
E se si decide di non occuparsene, diventa del
tutto logico non elaborare politiche su di esse.
Ma il
motivo più importante è probabilmente che i partiti, e soprattutto il Pd, sono
diventati alleanze di gruppi con interessi diversi e spesso contrapposti;
l’unità del partito richiede allora che si
parli il meno possibile di temi conflittuali. Ho sentito una figura apicale del Pd
confessare che la questione fiscale è molto delicata, e quindi nel partito non
se ne parla.
Intendiamoci,
lottare contro il fascismo che avanza è molto giusto, soprattutto oggi; e lo è
anche lottare per il parco nel quartiere W.
Ciò
che è molto sbagliato, sia dal punto di vista politico sia da quello morale, è
lottare per questi obiettivi non a fianco della lotta per trovare i mezzi per
una politica economica di sinistra, ma al posto di questa. Credo che sia
necessario che su tutto questo si cominci a discutere in modo serio.
(Guido
Ortona - Già professore di Politica economica all’Università del Piemonte
Orientale).
La
Caritas ci spiega in cifre l’abbandono della Costituzione.
(Silvia
Truzzi - 19 Giugno 2025).
In una
specie di assuefazione alla sofferenza sociale, abbiamo iniziato a percepire
come normali cose che fino a pochissimi anni fa ci apparivano intollerabili:
stragi di innocenti, guerre, catastrofi umanitarie.
È la
mitridizzazione del dolore, quello fisicamente lontano e pure quello di casa
nostra con la mano tesa all’ingresso del supermercato che, per fretta o per
abitudine, spesso oltrepassiamo scocciati.
La
Caritas ha presentato l’altro giorno il Report 2025 sulla povertà in Italia, un
lavoro di raccolta di informazioni che arrivano da 3.341 Centri in 204 diocesi.
Avvenire spiega un’importante nota metodologica:
“I
numeri pubblicati appartengono solo ai servizi informatizzati che rappresentano
circa la metà delle strutture.
Quindi
i numeri veri sono molto più alti”.
Ecco
il primo: i poveri seguiti dalla Caritas sono aumentati del 62% in dieci anni.
L’Italia
è il settimo Paese in Europa per incidenza di persone a rischio povertà o
esclusione sociale (al 23,1%, in aumento rispetto al 22,8% del 2023).
Un
residente su dieci si trova in condizione di povertà assoluta, secondo i dati
Istat, ovvero 5 milioni e 694 mila persone.
Due
milioni e 217 mila famiglie non dispongono delle risorse necessarie per una
vita dignitosa (un’alimentazione adeguata, risorse per l’abbigliamento e
un’abitazione).
Dei
277.775 individui accompagnati dalla Caritas, il 56,2% è di nazionalità
straniera, ma il 42,1% è italiano.
Rilevantissimo
l’aumento della povertà nel produttivo Nord (+77%!), seguito dalle regioni del
Mezzogiorno (+64,7%).
I due
problemi maggiori sono la casa e la salute.
Tra
gli assistiti, il 22,7% vive una “grave esclusione abitativa” (persone senza
casa, ospiti nei dormitori o in condizioni abitative insicure o inadeguate);
il
10,3% ha difficoltà legate alla gestione o al mantenimento della casa stessa
(bollette e affitto).
Il 15,7% degli assistiti presenta
“vulnerabilità sanitarie”, collegate a malattie gravi o inefficienza del
sistema pubblico.
Tanti
chiedono farmaci, visite mediche o sussidi per prestazioni sanitarie; ma,
precisa il rapporto, il fenomeno della rinuncia alle cure è “sottostimato”.
E poi ci sono i dati sul lavoro, riassumibili
nell’espressione “salari da fame”: se il 47,9% di chi chiede aiuto è
disoccupato, il 23,5% ha un lavoro che però non basta ad arrivare a fine mese.
Nella
fascia di età 35-54 anni la percentuale dei lavoratori poveri supera
addirittura il 30%.
Questa
situazione non è nuova, si sta solo aggravando, di pari passo con la nostra
indifferente assuefazione.
Ma
questi numeri, e la tragedia collettiva che sta dietro, sono carne da talk show
per un giorno al massimo, poi tutti a parlare di Garlasco.
Il governo gongola sull’occupazione mai così alta,
fingendo che occupazione e posti di lavoro siano sinonimi (per l’Istat è
occupato chi ha lavorato almeno un’ora durante la settimana di riferimento),
blaterando degli effetti benefici dell’abolizione del reddito di cittadinanza
sull’occupazione: la verità è che l’abolizione del reddito serve a tenere bassi
i salari.
Le sirene d’allarme arrivano ormai non dai
comizi sindacali, ma da Mario Draghi e dal banchiere Carlo Messina (nella sua
intervista alla Stampa di qualche giorno fa), ma tutti fischiettano.
L’abolizione
del reddito e la costante diminuzione delle risorse stanziate per la spesa
sociale (vedere per credere la legge di Bilancio 2025-2027) non sono misure
demagogiche, dipendono da un cinico calcolo politico: i poveri non vanno più a
votare.
In
questa sovrapposizione di realtà – quella raccontata da media e politici di
turno e quella che esce dai rapporti di istituzioni e enti del terzo settore –
la Costituzione scompare.
Dicono
che la prima parte, quella di tutela dei diritti fondamentali, è intoccabile
per la semplice ragione che non hanno bisogno di farlo: è già Carta straccia.
LA
MISSIONE IMPOSSIBILE TRA
REINDUSTRIALIZZAZIONE
E CASINO
-CAPITALISMO
da “IL MANIFESTO”.
Officinadeisaperi.it
-Tonino Perna – Danilo Corradi – Marco Bertorello – (09-08 – 2025) – ci dicono:
“Trumpnomics”.
Sembra incredibile che qualcuno abbia preso
sul serio l’obiettivo di “Dollar Trump” di ridurre la voragine del debito
statunitense (36mila miliardi di dollari) e, allo stesso tempo,
reindustrializzare questo Paese dove l’industria ha un peso sul Pil pari a meno
dell’11%, contro il 20 per cento del Giappone,
il 23 per cento della Germania e dell’Italia, e oltre il 27 per cento della
Cina.
(Tonino
Perna - 09/08/2025).
Anche
sul piano occupazionale il contributo dell’industria manifatturiera è molto al
di sotto della media dei paesi industrializzati: l’8,5 per cento del totale
degli occupati contro il 14,5 per cento della Ue e il 24 per cento della Cina.
Anche
il Regno Unito punta alla reindustrializzazione dato che la sua industria
manifatturiera pesa meno dell’8 per cento sul Pil e occupa la stessa
percentuale. Ma, il governo inglese non pensa di ritornare al XIX secolo quando
era leader mondiale nel tessile o nella produzione di carbone, né pensa che
siano efficaci i dazi per proteggere la sua industria, punta piuttosto sulle
energie pulite, su R&S (ricerca e sviluppo) e innovazione, sull’alta
formazione e sulla produzione di tecnologia avanzata, compreso il settore
militare.
Nella
storia contemporanea non si è mai registrato un caso di reindustrializzazione
su vasta scala che punti sull’industria di base (acciaio e gas) e su quella
tradizionale.
Ammesso che si trovino gli imprenditori
disposti ad investire nell’industria leggera (abbigliamento, calzature,
alimentari, arredi ecc.) o in altri settori in cui l’import è prevalente, ci
vorrebbero anni prima che si avviasse questo processo di reindustrializzazione.
Per
quanto i dazi possano difendere l’industria nazionale in molti prodotti
provenienti dall’Asia (non solo dalla Cina) il differenziale nel costo del
lavoro è tale che solo un contingentamento delle importazioni metterebbe al
riparo l’industria statunitense.
Soprattutto
Trump ignora il fatto che gli Usa sono un paese a capitalismo maturo che ha da
tempo abbandonato le produzioni a basso valore aggiunto, occupando sempre più
le parti alte della catena del valore fino ad abbandonare gran parte della
“economia reale” per specializzarsi nel campo della finanza, diventando un
paese leader di quello che brillantemente “Luciano Gallino” ha definito come
“finanz-capitalismo”.
E la
forza di questo modo di produzione è basata sulla potenza del dollaro, una
calamita che ha attratto capitali da tutto il mondo, un bene rifugio che le
guerre scatenate dagli Usa hanno rafforzato, una moneta fiduciaria, sganciata
da ogni relazione con l’economia reale statunitense.
È
stato dimostrato come, dagli ’50 del secolo scorso, c’è una forte connessione
tra i conflitti armati, che vedono il governo Usa in prima fila, e il
rafforzamento del dollaro.
D’altra parte con una spesa militare che ha
raggiunto i 1000 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa militare globale,
Trump non ha rinunciato al modello militare-industriale ma vuole trasferire una
parte della domanda dal governo Usa a paesi terzi, a partire dalla Ue.
Soprattutto
“Dollar Trump” rischia di perdere il consenso di una parte del suo elettorato a
cui aveva promesso salari più alti e difesa del posto di lavoro.
Se
l’aumento dei dazi porterà delle entrate per il bilancio statale Usa, se
ridurrà il deficit delle partite correnti, avrà come primo effetto un sensibile
aumento dell’inflazione che colpisce in primis i lavoratori dipendenti, la
classe operaia che il tycoon aveva blandito.
Anche
l’indebolimento del dollaro rispetto alle principali valute (rispetto all’euro
nei primi mesi di quest’anno ha perso più del 12 per cento) si traduce in
aumento del costo della vita perché l’importazione di molti beni di consumo non
potrà nel medio periodo essere sostituita.
Ma,
Trump ha un’altra arma che sta usando dall’inizio del suo secondo mandato: le
criptovalute.
Coerentemente
con l’obiettivo di sganciarsi dal controllo della Fed e di guadagnare
personalmente anche su questo versante, ha firmato una legge denominata “Genius”
(Guiding and Establishing National Innovation for US Stabelcoins) che dà un
impulso rilevante alle criptovalute agganciate al dollaro, ed in particolare
integra nelle riserve strategiche statunitensi i Bitcoin, la più volatile
moneta digitale.
In
questo modo vorrebbe costringere il variegato mondo delle criptovalute, con un
business di oltre 4.000 miliardi di dollari (sic!) a restare legate al dollaro,
anche come risposta alla crescente insofferenza dei Brics che puntano ad uno
sganciamento dal dollaro come moneta di riserva internazionale che ancora conta
per il 59 per cento delle riserve mondiali in valuta (ma era al 70 per cento
agli inizi di questo secolo).
In
sintesi, da una parte Trump dichiara di volere riportare l’industria
manifatturiera a produrre negli Usa, ma dall’altra insegue il
casino-capitalism, il suo cavallo di battaglia, unitamente all’industria delle
armi da far crescere a spese degli alleati-servi europei, e non solo.
Come dice un noto adagio “chi vuole la botte
piena e la moglie ubriaca” finisce per non avere né l’una né l’altra.
Dazi e
sussidi, sovranisti a casa loro.
Nuova
finanza pubblica L’accordo dell’Europa con gli Stati uniti sui dazi al 15% fa
discutere.
Non intendiamo scivolare sul crinale del «chi
ha vinto?», poiché le future variabili saranno molteplici.
Vorremmo
invece riflettere […]
(Marco
Bertorello, Danilo Corradi - 09/08/2025).
L’accordo
dell’Europa con gli Stati uniti sui dazi al 15% fa discutere. Non intendiamo
scivolare sul crinale del «chi ha vinto?», poiché le future variabili saranno
molteplici. Vorremmo invece riflettere sull’incongruenza da parte del governo
italiano, e ci pare di Confindustria, sebbene con motivazioni e osservazioni
più articolate, nel sostenere al contempo la «sopportabilità» di tale accordo e
la necessità di aiuti alle imprese che verranno colpite.
Gli
industriali parlano della necessità di un «piano straordinario» in
considerazione della svalutazione in corso del dollaro che rappresenterebbe un
ulteriore costo aggiuntivo di circa 13 punti percentuali.
L’Italia
rappresenta una quota rilevante dell’export continentale verso Washington: nel
2023 era seconda in Europa con 67,3 mld di euro dietro la sola Germania (157,7
mld). Tale
quota fa chiedere a Meloni un fondo europeo dove prevedibilmente la
partecipazione italiana non potrà che essere rilevante.
Per
azzerare l’effetto dazi occorrerebbe girare circa 10 miliardi l’anno di soldi
pubblici (presi dalla fiscalità generale) alle aziende esportatrici italiane
così che queste possano non aumentare il prezzo dei propri prodotti (al netto
della svalutazione del dollaro). L’effetto concreto sarebbe prendere 10 miliardi dalla
fiscalità tricolore per regalarli alle casse statunitensi.
Tradotto:
gli italiani dovrebbero finanziare i consumatori statunitensi per consentirgli
di continuare ad acquistare prodotti nostrani agli stessi prezzi. Operazione
che, se generalizzata, renderebbe politicamente indolore la scelta di Trump,
anestetizzandone le controindicazioni.
Ridurrebbe,
infatti, il rischio di inflazione a casa propria, otterrebbe un aumento delle
entrate fiscali che gli servirebbero per ridurre il debito e/o ridurre le tasse
ai ricchi.
I dazi
finirebbero per tradursi in un’operazione vincente per Washington, che non
pagherebbe alcun costo, neppure in termini di consenso. Un invito a rilanciare
sulla politica dei dazi, poiché tutta a spese nostre. Tanto più che nel
breve-medio periodo sarà molto complicato che le aziende americane possano
sostituire la maggior parte delle importazioni europee. Senza ulteriori
ritorsioni Usa (che non si possono certo escludere) per ora l’impatto reale per
le imprese potrebbe essere modesto.
La
miopia di tale impostazione non finisce qui.
Considerando
che l’export italiano è un settore trainante compensare le imprese che
sarebbero penalizzate dai dazi potrebbe significare aiutare aziende, per fare
solo degli esempi, come Ferrari o Campari, che di affari negli Usa ne fanno
parecchi e che di aiuti certo non hanno bisogno. Eppure non si parla di sussidi
mirati e circoscritti che sarebbero più comprensibili.
Inoltre,
quali distorsioni (per non dire truffe) genererebbe questo approccio? Altro che
superbonus per l’edilizia!
Se la
politica protezionista statunitense è ritenuta così sbagliata bisognerebbe
contrastarla costruendo un contesto capace di favorire il sottrarsi ai ricatti
di Trump.
Dovremmo
investire in nuove relazioni commerciali con paesi ugualmente colpiti dai dazi,
dal Canada al Brasile; ipotizzare piani per scommettere su nuove produzioni e
nuovi mercati; scommettere su scelte ecologicamente sostenibili per sottrarci
alla dipendenza e alle minacce energetiche.
Si
potrebbe accrescere la domanda interna, magari sostenendo quei salari colpiti
duramente dalla recente inflazione o investendo in scuola, ricerca e mobilità
sostenibile. Invece l’Italia si caratterizza immediatamente per confermare un
modello traballante fondato su bassi salari e pochi investimenti, un modello
«facile» a cui ci riteniamo inchiodati, incentrato sulla competizione dei costi
che per reggere necessità persino della mano pubblica.
Insomma,
l’Italia degli aiuti alle imprese finirebbe per puntellare il sovranismo a
stelle e strisce attingendo direttamente dalle nostre tasche. Una scelta
piuttosto originale per chi si ritiene paladino degli interessi nazionali.
LA
SINISTRA HA PAURA
DELLA
DEMOCRAZIA.
Opinione.it
- Antonio Giuseppe Di Natale – (10 maggio 2023) – ci dice:
La
sinistra ha paura della democrazia.
La
riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello Stato è
parte integrante e sostanziale del mandato che è stato conferito dagli elettori
al governo di centrodestra.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni
rivendica il diritto e il dovere di riformare la legge fondamentale con
l’obiettivo di rendere più stabile la governance del nostro Paese.
Il
passaggio da una repubblica parlamentare a quella presidenziale è la via che
deve essere percorsa per rendere l’Italia una democrazia matura.
La stabilità di un esecutivo che ha vinto le
elezioni politiche è la pre-condizione per l’attuazione del programma politico
sottoposto al vaglio del corpo elettorale.
Coerentemente con il programma elettorale, la
presidente del Consiglio ha iniziato le consultazioni con gli esponenti dei
partiti politici di opposizione per avviare l’iter della riforma, così come
previsto dall’articolo 138 della Costituzione.
Prima
ancora di incontrare la premier, i leader dei partiti d’opposizione hanno
opposto sostanzialmente il veto alla modifica della Costituzione adducendo come
motivazione il rischio di derive autoritarie.
Nel
mondo libero di consolidata democrazia, il presidenzialismo è la forma di
governo che ha garantito nel tempo l’alternanza tra i conservatori e i
socialdemocratici.
A
nessuno è venuto in mente l’idea di riformare i poteri del presidente
direttamente eletto per un non meglio precisato rischio di autoritarismo.
Al
contrario, le repubbliche parlamentari, in testa l’Italia e Israele, hanno
sempre sofferto di un parlamentarismo esasperato che ne ha inficiato
l’efficacia e la durata degli esecutivi.
L’Italia
repubblicana ha avuto, a oggi, 31 presidenti del consiglio dei ministri e 68
governi.
La media della durata degli esecutivi dal 1948
a oggi è di circa 14 mesi.
La
difesa dell’attuale regime parlamentare è motivata dal rischio di concentrare
il potere in “un solo uomo al comando”.
Per i cantori del regime parlamentare la
volontà del popolo sovrano dev’essere intermediata da una sorta di “monarca di
fatto” che senza una diretta legittimazione elettorale può ostacolare il
procedere di un esecutivo non gradito.
L’assunto
che con la forma attuale, la Presidenza della Repubblica in Italia è un potere
terzo è un’ipocrisia alla quale non crede nessuno.
La
storia insegna.
È stato un presidente della Repubblica super
partes Oscar Luigi Scalfaro?
L’allora
inquilino del Colle più alto ebbe a creare le condizioni, facendo leva sul
segretario politico della Lega Nord Umberto Bossi, per far cadere il primo
governo Berlusconi.
È
stato un presidente super partes Giorgio Napolitano?
Lo
stesso tramò con la cancelliera tedesca Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per far
cadere il terzo governo Berlusconi e per insediare l’esecutivo “tecnico” del
professor Mario Monti offrendogli preventivamente il laticlavio a vita in
Senato.
È al di sopra delle parti il presidente Sergio
Mattarella?
Suo malgrado ha dovuto conferire l’incarico di
formare il governo alla presidente Giorgia Meloni, dopo la chiara vittoria alle
elezioni politiche. Tuttavia, sine titulo, si è occupato di politica estera
mettendo in imbarazzo il governo nei confronti di una Francia che opera in
aperto contrasto contro l’Italia sul tema dell’immigrazione clandestina e
irregolare.
Parrebbe
che la presidente Meloni, per cercare di compiacere un’opposizione
pregiudizialmente contraria a qualsiasi riforma, sia propensa a proporre
l’elezione diretta del premier piuttosto che il presidente della Repubblica.
Il
dialogo con l’opposizione è sempre positivo se si hanno degli interlocutori
affidabili.
È vero che i due tentativi (di Silvio
Berlusconi e Matteo Renzi) di riforma costituzionale non hanno superato lo
scoglio del referendum popolare. Ma i due tentativi di riforma non prevedevano
l’elezione diretta del presidente della Repubblica.
Sono convinto che qualsiasi proposta di
riforma dell’esecutivo troverà in questa opposizione un ostacolo pregiudiziale.
Per la
sinistra, rinunciare alle casematte del potere dove hanno saputo insediare i
loro amici è inaccettabile.
Per
loro la democrazia è valida solo se vincolo le elezioni.
Se gli elettori premiano il centrodestra la
democrazia diventa malata ed è a rischio.
Quando
nel 1977 il Likud vinse le elezioni per la prima volta in Israele con il suo
leader di Menachem Begin, i laburisti che ininterrottamente avevano governato
dalla fondazione del 1948, additavano il primo ministro di centrodestra come un
estremista di destra.
Alcuni
politici laburisti in Israele, dopo la vittoria di Begin, affermavano: “Se il
popolo vota il centrodestra occorre cambiare il popolo”.
La
sinistra che si oppone alle riforme teme la democrazia.
DESTRA
E SINISTRA, DUE PAROLE
INUTILI:
IL LIBERALISMO È ALTROVE.
Opinione.it - Sandro Scoppa – (08 agosto 2025)
– ci dice:
Destra
e sinistra, due parole inutili: il liberalismo è altrove
Non è
una via di mezzo, ma una via altra: quella dell’individuo contro ogni potere
che vuole guidarlo, correggerlo, sostituirlo.
Nel
Belpaese, le parole “destra” e “sinistra” continuano ad affollare i dibattiti
televisivi, le dichiarazioni dei leader, i titoli dei giornali.
Ma cosa significano oggi?
La
cosiddetta destra, che prometteva meno tasse e più libertà, governa invece
tassando e sussidiando come prima, e imponendo tetti, divieti e dirigismo come
se fosse un governo prodiano.
La
cosiddetta sinistra, che si ammantava di progressismo e diceva di voler
difendere i deboli, continua a proporre patrimoniali, affitti calmierati,
limiti alla proprietà privata, come se la storia non avesse mai smentito i suoi
errori.
Nel mezzo, i cittadini osservano un potere che
cambia bandiera, ma non metodo.
Già
molti decenni fa” José Ortega y Gasset” ha messo in guardia contro la vuotezza
di queste etichette.
Ha
infatti ammonito: “Essere di sinistra è, come essere di destra, uno degli
infiniti modi che l’uomo può scegliere per essere un imbecille: entrambi in
effetti sono forme della emiplegia morale”.
Una
sentenza sferzante, che è adesso più attuale che mai, in un contesto in cui le
differenze tra i due campi si riducono alla gestione alternata di uno stesso
potere burocratico e invasivo.
In
realtà, il vero spartiacque politico non è tra destra e sinistra, è tra chi
vuole uno Stato che comandi e chi vuole invece individui liberi di scegliere.
Lo ha scritto “Karl R. Popper” a chiare
lettere: “Il problema del controllo dei governanti e della limitazione dei loro
poteri è in sostanza un problema istituzionale, il problema insomma di dar vita
a istituzioni capaci di impedire anche ai cattivi governanti di fare troppo
danno”, che in sostanza rimanda alla grande questione, ossia non al “chi debba
comandare”, ma come “controllare chi comanda”, cioè come limitare il potere.
E nel nostro Paese questo potere non lo si
limita quasi mai.
Lo si
invoca. Lo si rafforza. Lo si sacralizza, purché sia il proprio partito a
gestirlo.
Chi è
al governo promette semplificazioni, eppure produce regolamenti.
Afferma di voler rilanciare l’impresa, ma vara
misure di segno opposto, come crediti d’imposta per pochi e nuovi ostacoli per
tutti.
Sostiene
di ridurre le tasse e, nonostante ciò, aumenta le imposte locali o inventa
nuovi obblighi, come il “listino prezzi” per sanare gli immobili.
A
sinistra si sogna addirittura una nuova Iri, a destra una nuova Cassa per il
Mezzogiorno.
Entrambe si inchinano alla logica perversa
della politica come dispenser di privilegi e risorse.
Il
liberalismo autentico, com’è evidente, è completamente altrove.
Non è
un compromesso tra Meloni e Schlein, tra Salvini e Conte.
È una rottura.
Non
vuole più Stato, bensì più spazio per la persona, più cooperazione sociale
volontaria.
Non promette uguaglianza nei risultati, vuole
invece rimuovere gli ostacoli che impediscono ai talenti di emergere.
In Italia detto messaggio è difficile da far
passare perché per decenni siamo stati educati all’idea che ogni problema
richieda una legge, un contributo, una cabina di regia.
Esso,
inoltre, non è una tecnica di governo tra le tante.
È una
scelta morale e politica precisa: quella di limitare volontariamente il potere
anche quando se ne dispone.
Non
impone un modello di vita, non pretende uniformità di valori, non cerca il
consenso assoluto.
Al
contrario, lascia spazio a chi dissente, protegge chi si distingue, difende il
diritto di esistere e di esprimersi anche di chi si oppone alla maggioranza.
In
questo senso, è la più alta forma di civiltà istituzionale:
non
perché tolleri il conflitto, ma perché lo contiene senza annientare l’altro.
È la
rinuncia all’onnipotenza, è il rifiuto di convertire la forza in dominio.
È una dottrina, non un dogma rigido, che vive
nel pluralismo e si realizza nel rispetto radicale della persona, non
nell’omologazione imposta da chi comanda.
Il
liberalismo è, in ultima analisi, l’istituzionalizzazione della libertà
individuale di scelta, conseguita tramite la limitazione della sfera
d’intervento del potere pubblico.
Tuttavia,
per comprendere detta logica occorre risalire a una tradizione intellettuale
che affonda le sue radici nell’illuminismo scozzese e nella lezione di
pensatori come “Smith”, “Ferguson”, “Hume”.
È lì
che nasce il principio della dispersione della conoscenza: nessuno detiene
verità assolute e l’ordine sociale più efficace non è quello costruito
dall’alto, bensì quello che emerge spontaneamente dalla cooperazione volontaria
tra individui.
Tutto
ciò si basa su una realtà tanto semplice quanto spesso ignorata: l’uomo vive in
una condizione permanente di scarsità.
Scarsità di mezzi, di conoscenze, di tempo.
Per
sopravvivere non ha altra scelta che cooperare con altri, sebbene questa
cooperazione non sia sempre stata la via dominante.
Per secoli, la risposta prevalente alla
scarsità è stata la violenza: la rapina, la conquista, la spoliazione.
Gli
Stati nacquero come formazioni patrimoniali, come domini esercitati da una
ristretta élite che imponeva tributi e obbedienza per assicurarsi il proprio
benessere.
La
storia è passata da società dominate dalla forza a società rette dal diritto
solo quando si è riconosciuto che lo scambio pacifico produce più benefici
della predazione.
L’economia
si è separata dalla politica, e quest’ultima ha perso la sua funzione
spogliatrice per diventare, idealmente, produttrice di sicurezza.
Dove
vige l’uguaglianza davanti alla legge, nessuno è costretto a subire
permanentemente la subordinazione altrui.
La
società civile acquista così autonomia, lo Stato arretra, e la libertà
individuale può finalmente prosperare.
Il
liberalismo è quindi teoria della limitazione del potere perché individua nella
cooperazione volontaria l’unica vera alternativa alla sottomissione.
Il che significa non solo libertà di parola o
di religione, ma soprattutto libertà di scegliere, di possedere, di
contrattare, di intraprendere.
E ciò
alimenta un’economia più dinamica e, allo stesso tempo, anche un gigantesco
processo di mobilitazione delle conoscenze disperse, una continua esplorazione
dell’ignoto, una permanente correzione degli errori.
Questa
è l’essenza stessa del pensiero liberale, che “Antonio Martino” ha saputo
riassumere con rigore e passione:
“Essere
liberale oggi significa sapere essere conservatore, quando si tratta di
difendere libertà già acquisite, e radicale, quando si tratta di conquistare
spazi di libertà ancora negati.
Reazionario
per recuperare libertà che sono andate smarrite, rivoluzionario quando la
conquista della libertà non lascia spazio ad altrettante alternative.
E progressista sempre, perché senza libertà
non c’è progresso”.
La
dottrina che pone alla base la libertà individuale non è pertanto una sfumatura
ideologica tra i due poli.
È una
filosofia politica compiuta. Non chiede ai cittadini di adorare la nazione, né
di sacrificarsi per la giustizia sociale.
Chiede solo che ognuno possa vivere come
meglio crede, senza essere costretto a finanziare, subire o giustificare
l’arbitrio di altri.
“Il liberalismo – ha magistralmente
sintetizzato “Ludwig von Mises” – non è una teoria organica; non è un dogma
rigido.
È il contrario di tutto questo: è
l’applicazione delle teorie scientifiche alla vita sociale degli uomini”.
A sua
volta, “Friedrich A. von Hayek” ha sottolineato che: “Il liberalismo […] è
inseparabile dall’istituzione della proprietà privata, che è il nome che noi
diamo di solito alla parte materiali di questo dominio individuale protetto”.
Nel
vuoto culturale della politica italiana, in cui le parole vengono svuotate e
riciclate con cinismo, la visione espressa di citati pensatori resta l’unica
coerente e proprio per questo è spesso esclusa, caricaturata o ignorata.
Ma chi
continua a pensare che lo Stato sia la soluzione, finisce sempre per farne il
problema.
E chi
pensa che la libertà sia un lusso, è destinato a vivere senza:
“Chi nella libertà cerca qualche altra cosa al
di fuori di essa – ha scritto “Alexis de Tocqueville” – è nato per servire”.
La
sinistra deve lasciarsi
il
tempo per nascere.
Volerelaluna.it
– (28-10-2024) - Sergio Labate – ci dice:
Che
fare?
Se la
memoria non mi inganna, sarà la cinquantesima volta negli ultimi dieci anni che
mi ritrovo a scrivere circa quel che dovrebbe fare la sinistra per tornare al
centro dell’attenzione.
In effetti, considerando che nel frattempo
sono inevitabilmente diventato anziano, non escludo che la memoria mi stia
ingannando.
Ma se invece il mio ricordo è autentico, forse
è giusto partire da qui.
Da questa ripetizione di parole, ricette,
speranze e infine fallimenti che da dieci anni infiliamo con la stessa eleganza
di una preziosa collana di perle.
Ciò
complica non poco il mio percorso, che approfittando della pazienza dei miei
lettori dividerò in due tappe differenti.
Nell’articolo
successivo a questo mi occuperò di cose serie e, in modo particolare, dirò
perché a mio avviso la sinistra deve essere rigorosamente laburista, in un
senso molto più ampio e complesso del semplice primato dei diritti sociali e
della giustizia sociale.
Ma ciò che vorrei fare adesso è raccogliere
quel dato di partenza – la coazione a ripetere della sinistra che parla di se
stessa fino al punto di parlarsi addosso – per condividere due premesse
metodologiche la cui dose di provocazione credo sia direttamente proporzionale
all’utilità che c’è nel metterle in campo all’interno di questa discussione.
La
prima riguarda la successione di articoli che questo sito sta meritoriamente
ospitando da un po’ di mesi e tutti dedicati a rispondere alla domanda su “che
fare?”.
I contributi sono tanti e di altissimo
livello.
Sembrerebbe dunque un successo.
Ma io
tenderei a ritenerlo un tipico caso di successo fallimentare.
La maggior parte di questi contributi sono di
persone come me, benché molto più titolate di me.
Cioè
maschi bianchi e occidentali che prendono ripetutamente la parola da dieci anni
per dire che non devono più prendere la parola.
Finendo
allora col riconoscere che non ci resta che “dare la parola” ad altri,
preferibilmente donne giovani e non occidentali.
Ma che
vuol dire “dare la parola”?
Quello
che appare come un gesto di generosità è invece molto spesso un gesto del tutto
paternalista, soprattutto quando la parola le persone la stanno agendo per
conto loro, in altre sedi e con modalità differenti.
O più
probabilmente si sono zittite perché stanche di aver “data la parola” per
gentile concessione di noi che continuiamo a presumere cosa loro pensino o
vogliano.
Tutto sommato, non stiamo riferendoci ad altro
che alla questione fondamentale che è emersa in questa discussione:
che
non si tratta semplicemente di ricostruire un soggetto politico all’altezza, ma
che bisogna soprattutto favorire il riconoscimento di un popolo di sinistra,
una qualche forma di rappresentazione unitaria che non sia surrettiziamente
politica ma che sia innanzitutto sociale.
Eccola la domanda.
Qualcuno
sostiene che il fatto che la società sia attraversata fino alla sua radice da
questioni di ingiustizia sia già condizione per rendere necessaria una
concrezione politica (un partito o una coalizione che rappresenti tali
questioni e l’esigenza del loro superamento).
Dimenticando
che non basta una società divisa in classi perché le classi abbiano coscienza
di sé stesse.
Non basta un mondo sempre più separato tra i
sommersi e i salvati perché i sommersi si riconoscano sulla stessa barca (i
salvati non ne hanno bisogno: ognuno ha il suo yacht personale).
Ecco perché qualcun altro – e io sono tra
questi – sostiene che non si possa descrivere la situazione attuale nei termini
dell’ottimismo della società e del pessimismo della politica.
Non c’è da un lato una società matura alla
rappresentanza e dall’altro una rappresentanza al minimo storico di credibilità
che va semplicemente ricostruita.
Il divorzio tra società e politica è il grande
tema e non si risolve pensando che nella prima ci sono delle pretese di
giustizia che attendono solo le parole giuste da parte degli esponenti della
politica.
È per
questo che dare la parola può essere un gesto esclusivamente paternalista,
mentre noi dovremmo metterci in ascolto e non solo di quelle parti di società
che già riconosciamo come nostre (è la critica che muovo ai movimentisti
radicali. Ovvio che nella società ci sono esperienze emancipative e
politicamente rilevanti.
Ma
fungono da sentinelle, sono preziose ma non bastano.
Bisogna costruire una sinistra popolare, non
una sinistra che assolutizza delle esperienze che restano avanguardie.
È il
motivo per cui “Gramsci” non era populista, con buona pace di sommi teorici che
sostengono il contrario.
So di
essere piuttosto severo – innanzitutto con me stesso.
Ma
introduco subito un esempio, che mi accompagnerà in entrambe le puntate. Nella
discussione sul lavoro che noi facciamo, c’è chi dice che la sinistra dovrebbe
adottare ricette anti-lavoriste (radicalizzare per esempio il reddito di
cittadinanza) e chi invece sostiene che dovremmo combattere il neo-schiavismo
sempre più diffuso ritornando ai diritti sociali che abbiamo perduto, a partire
dalla garanzia del tempo indeterminato.
O
anti-lavoristi o laburisti.
Ecco,
io invece non credo che la sinistra debba sciogliere questa contraddizione. Se
leggiamo i flussi elettorali più recenti, vedremo che buona parte dei giovani,
quando non si astiene, tende a votare a sinistra più che a destra.
Tutto
ciò ci offre una dote di speranza da non sprecare.
Ma i
giovani, se li ascoltiamo, saranno anti-lavoristi o laburisti? Qual è la loro
idea di emancipazione – parola preziosissima ma da tenere per noi per non
spaventarli – al riguardo?
Come
giustamente ricorda “Marco Revelli” nel suo ultimo libro, noi diamo per
scontato che, se chiedessimo a una trentenne se preferisce passare tutta la sua
vita da “Sephora “a vendere oggetti (ma anche in un sindacato a difendere
lavoratori, o in una scuola a insegnare, per dire) o a consumare ciclicamente
identità varie lasciandosi la libertà di cambiare, lei non avrebbe molti dubbi.
Ma ne
siamo certi?
Siamo
certi che la sinistra debba conquistare i propri voti con la promessa di una
vita dentro Sephora come antidoto alla precarietà?
E se
invece la questione fosse che, di fronte a tutto ciò che è venuto meno in
questi anni, la sinistra deve promettere di più di ciò che prometteva
quarant’anni fa?
Sia chiaro, non sto riproponendo sotto altre
vesti il mito della rottamazione.
La
rottamazione renziana era ovviamente un pretesto, perché non si trattava di far
parlare altre generazioni, ma di sostituire come soggetti della sinistra gli
oppressi (o i loro rappresentanti) con gli oppressori (o con i rappresentanti
dei loro interessi).
E la
giovane trentenne cui faccio riferimento non è una trentenne qualsiasi.
Non mi
interessa una sinistra pass partout e rivendico il conflitto sociale anche tra
trentenni.
Faccio piuttosto riferimento a quelle persone
che vorrebbero situarsi sul solco delle tradizioni emancipative e delle loro
storie e che non trovano la confidenza per poterlo fare.
A
quella trentenne di oggi che non ha smesso di sognare e che possiede
probabilmente un’idea di vita liberata molto più densa, complessa e ambiziosa
non solo della dittatura del piacere cui è costretta nel mondo di oggi, ma
anche di quella promessa di vita compiuta che la società del lavoro ha
prospettato a delle generazioni che venivano non dall’opulenza assoluta degli
anni ottanta ma dalla povertà assoluta della guerra (come vedremo nella
prossima puntata).
E in ogni caso non possiamo interrompere il
circolo vizioso della nostra inutile presa di parola se non siamo disposti non
solo a compatire la miseria del presente cui è costretta la giovane che non ha
altra alternativa che i lavori saltuari oppure una vita intera da “Sephora”, ma
anche ad ascoltare il sogno di una cosa (il suo sogno, non dando per scontato
che sia come il nostro) che ancora risuona nel segreto della disperazione delle
persone a cui abbiamo consentito venisse sottratta – grazie alle riforme della
scuola e dell’università – l’unica arma della democrazia:
la
capacità di assegnare un nome alle cose, di trasformare in parole la rabbia dei
giorni.
Volendo
sintetizzare questa prima premessa, potrei dire: non illudiamoci di avere già
tutte le ricette pronte e che il deficit che scontiamo sia soltanto
organizzativo. Nel cantiere della sinistra servono architetti, non semplici
geometri.
Non si tratta di applicare le ricette del
passato, ma di fare i conti con un mondo che è cambiato in peggio,
radicalizzando i conflitti sociali, il primato della struttura economica,
l’individualismo come unica forma di vita possibile, il disprezzo per la vita
democratica.
Di
fronte a queste sfide fondamentali, dobbiamo rilanciare le politiche di
sinistra non riducendole al semplice realismo politico (cosa fare per vincere)
ma rilanciandole all’altezza dell’utopismo politico (annunciare, letteralmente,
un mondo nuovo fin dalle sue fondamenta).
La
seconda premessa provocatoria ha a che fare con l’urgenza della ricostruzione
della sinistra, a partire dal più inquietante governo della Repubblica che ci
sia mai stato.
Ma
anche dallo scenario internazionale (la terza guerra mondiale a pezzi), dal
fallimento dell’Europa, dal trumpismo come minaccia permanente, dalla crisi
ambientale che non trova risposte, ecc.
Non
dirò che è il peggiore dei mondi possibili semplicemente perché, avendo da
giovane studiato Leibniz ma avendo anche visto i film di Fantozzi, so bene che
mentre di un mondo possiamo postulare che sia il migliore possibile, è meglio
non stuzzicare la fantasia del destino dicendo di un mondo che è il peggiore:
arriverà presto qualcosa a ricordarci che al
peggio non c’è mai fine.
Ecco,
proprio per questo, io credo che dobbiamo sganciare la necessità della sinistra
dalla fretta del presente.
In
questi ultimi dieci anni, la sinistra è sempre stata urgente perché era in
corso uno stato d’eccezione:
gli
ultimi rigurgiti del berlusconismo, poi l’austerity, il draghismo, il renzismo.
E non
si è mai lasciata davvero il tempo per nascere come si deve.
Non
vorrei che questa fretta diventi di nuovo un alibi per ciò che verrà.
Qualcuno mi dirà: stai forse normalizzando il
governo Meloni?
Niente
affatto, sto solo cercando di sottrarmi alla tesi della discontinuità.
La
forza e la minaccia del governo Meloni non nascono dal fatto di essere una
novità, ma di amplificare un processo di sovversione della democrazia e delle
conquiste sociali del dopoguerra che dura da fin troppo tempo.
Ciò che siamo soliti definire nei termini
dell’eccezione non è che il compimento di un’epoca.
Si
chiama neoliberismo: il suo obiettivo a lungo termine era precisamente di
arrivare fin qui.
Alla trasformazione delle istituzioni
democratiche da esperimenti di diffusione del potere in meccanismo di controllo
e ratificazione di un potere che sorge in altre sedi, che ha come unico
obiettivo quello di consolidare la differenziazione sociale tra sovrani e
sudditi e di produrre odio di propaganda per fare in modo che la nostra servitù
sia sempre più volontaria.
Il
fascismo ci aspettava da tempo, come esito prevedibile e finale del
neoliberismo. Il suo ritorno non è una sorpresa:
è ciò
che ci attendeva fin da quando il capitalismo ha scelto di liquidare
brutalmente la democrazia, una volta accortosi che non gli serviva più.
A
pensarci bene, racchiuderei l’atto di nascita del PD in questa tensione:
mettere
in primo piano ogni volta uno stato d’eccezione per preservare da ogni critica
l’essenza della nostra epoca, il progetto neoliberista.
Il PD
è un partito intrinsecamente neoliberista perché non contesta più nulla se non
attraverso l’invenzione permanente di pericoli eccezionali, che gli permettano
di presentarsi ogni volta come “male minore”.
Perché
è così importante storicizzare il governo “non-antifascista” di Meloni? Perché
la sinistra sta morendo di realismo, di stati d’eccezione e di mali minori.
Esattamente come la giovane trentenne di cui parlavamo prima.
Che
passa tutto il suo giorno dentro una ripetizione soffocante e insensata e che
se vuole prendere aria – anche solo per cinque minuti – non sa nemmeno dove
andare, se piove e non può rifugiarsi in qualche “bosco urbano” (che orrenda
immagine di violenza specista).
Dentro
una città gli restano solo centri commerciali o bar dove ubriacarsi per fuggire
da un male che la costringe – che ci costringe – a consumarci senza più poterci
dedicare a capire ciò che vogliamo, ciò che siamo, con chi vogliamo stare. Io,
che non sono credente, riconosco qualcosa di mostruosamente abietto nel fatto
che la nostra civiltà – che ha edificato per millenni chiese al centro delle
città, spazi dove potersi raccogliere, dove poter semplicemente stare – negli
ultimi cinquant’anni non sa edificare più nient’altro che luoghi dove possiamo
solo consumare e incontrare persone come se fossero cose.
Non ci
sono letteralmente più chiese o case del popolo o porte e finestre da cui
fuggire dal male del capitalismo e del consumo.
E di fronte a questo male che ha contagiato le
nostre vite, che può farsene la giovane trentenne del ricorso al male minore
come forma ultima della politica? Non è promettendogli che non ci sarà più la
Meloni che sarà disposta a crederci, ma ricordandogli che c’è un’altra idea di
società, un altro modello di convivenza, un’altra forma di vita che può
sognare.
Nessun
male minore potrà più salvarci, in queste condizioni.
Solo
una sinistra capace di utopia, potrà farlo.
E in
particolare capace di parlare del lavoro come utopia sociale.
Ma di
questo, se qualcuno vorrà ancora leggermi, ne parlerò la prossima volta.
La
seconda provocazione è dunque questa:
non c’è alcuna necessità della storia che
salverà la sinistra.
Smettiamola di affidarci agli stati
d’eccezione.
Non saranno gli stati d’eccezione a tenerci in
vita, tutt’al più serviranno a mantenerci il respiratore attaccato.
La sinistra riparta da sé, dal mondo nuovo che
vuole e dalla speranza di vita liberata che, dentro gli spazi saturi delle
nuove alienazioni, continua a muovere ogni giorno i pensieri disarticolati e
inascoltati della giovane trentenne.
Meloni
attacca l'opposizione:
“Non
ci battono e ricorrono
ai giudici". Schlein: "Eversiva."
Tg24.sky.it – (07 ago. 2025) – Redazione –
ci dice:
Il
messaggio della presidente del Consiglio contro la sinistra diffuso sui suoi
social.
La
premier si riferisce alla denuncia alla “Cpi” e "all'uso strumentale del
dramma Gaza".
(La segretaria Pd: "Lasciar lavorare i
giudici".)
(Anm:
"Nessun disegno contro il governo.")
La
presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna ad attaccare duramente le
opposizioni, accusandole di strumentalizzare il dramma di Gaza e di voler
colpire il governo italiano per via giudiziaria.
In un
post pubblicato su Facebook, la premier ha reagito all’ipotesi di una
segnalazione dell’Italia alla Corte Penale Internazionale, promossa da alcuni
esponenti della sinistra.
"Tirano
in ballo Gaza in modo strumentale come se fosse colpa nostra."
"Leggo
che alcuni esponenti della sinistra – come Bonelli, Fratoianni e compagnia –
vorrebbero segnalare il Governo italiano alla Corte Penale
Internazionale", ha scritto Meloni, ricordando come in passato gli stessi
politici avessero chiesto a Bruxelles di aprire una procedura di infrazione
contro l’Italia.
Ora,
secondo la premier, puntano "addirittura a un processo
internazionale", tirando in ballo il conflitto israelo-palestinese “in
modo del tutto strumentale, come se perfino questo fosse colpa nostra”.
(Almasri,
Meloni: "Disegno politico". Entro ottobre voto della Camera).
"A
loro non importa della reputazione dell'Italia."
Meloni
elenca quindi tre punti che, a suo dire, sarebbero evidenti:
“La prima è che, non riuscendo a batterci in
patria, la sinistra cerca sempre il soccorso esterno.
La
seconda è che dell'immagine dell'Italia e della sua reputazione nel mondo, a
loro, non importa assolutamente nulla.
La terza è che ormai hanno un'unica strategia
e speranza:
provare
a liberarsi degli avversari per via giudiziaria, perché alla via democratica
hanno rinunciato da un pezzo.
Non
riusciranno”.
(Ponte
sullo Stretto, la soddisfazione della premier Meloni)
Elly
Schlein: "Da premier atteggiamento eversivo."
La
segretaria del Pd, Elly Schlein, intervistata dal “Domani” sul caso Almasri, ha
affermato che "insinuare che i giudici agiscano non a tutela della legge ma per un
disegno politico è un atteggiamento eversivo".
Poi ha
aggiunto: "Non è la prima volta", spiegando che "sulle
responsabilità penali bisogna lasciare lavorare i magistrati. A noi compete la
responsabilità politica, che lei ha pienamente rivendicato.
E allora Meloni che spieghi la sua scelta
politica".
Sul
ministro Nordio ha ricordato: "L'avevo già chiesto in aula: le ha
chiesto Giorgia Meloni di scarcerare Almasri e dì farlo riportare in Libia?
Noi da
subito abbiamo detto che la verità era che Meloni temeva le ritorsioni della
Libia e che avrebbero smesso di fare il lavoro sporco con i migranti per
l'Italia oggi emerge una riunione in cui Giovanni Caravelli, dell'Aise, ad
almeno tre ministri spiega i pericoli di ritorsioni libiche.
Sui
cittadini italiani, sugli interessi Eni, e non lo dicono ma il loro timore era
pure sui migranti".
"Meloni si sente come Trump,
Netanyahu, Orban."
Schlein
ha specificato che se ora Meloni dovesse apporre il segreto di Stato,
"sarebbe grave".
"Intanto
- ha proseguito - chiedo perché il governo ha cambiato posizione almeno tre
volte mentendo in parlamento.
Colpisce
il senso di impunità, come se a chi governa tutto fosse lecito, anche non
rispettare le leggi internazionali e quelle nazionali".
La premier, secondo la segretaria Pd, "si
sente al di sopra di tutte le leggi, come Trump, Orbán e Netanyahu".
Per
sempre su Nordio, ha proseguito:
"In
un primo momento ha scaricato la colpa sui giudici, poi ha detto che non aveva
saputo, ora invece emerge che la sua capo di gabinetto sapeva già tutto poco
dopo l'arresto di Almasri.
Ha
mentito all'aula, ha cambiato versione più volte. Allora un governo che mente
in Parlamento deve assumersene la responsabilità e trarne le conseguenze.
"Noi
chiediamo che parli."
In
tutto questo, ha osservato ancora Schlein,
"Meloni
stavolta ha detto una cosa giusta: che è impensabile che tre suoi ministri
abbiano agito senza che lei condividesse pienamente la scelta.
Ma
allora perchè ha rifiutato di venire in Parlamento a spiegare la responsabilità
politica che si è assunta solo oggi, otto mesi dopo, davanti a
un'autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri?".
"Al
momento ha solo detto che si siederà accanto ai ministri.
Noi chiediamo che parli lei".
"Vuol
dire che senza il lavoro doveroso della magistratura pensava di non dover
spiegare al Paese perchè ha deciso di scarcerare un torturatore?".
"Meloni
ha promesso che avrebbe fatto la guerra ai trafficanti di esseri umani per
tutto il globo terracqueo - ha ricordato la leader dem - e invece ha speso un
miliardo di euro degli italiani per costruire una prigione vuota in Albania
dove provare a deportare i torturati di Almasri, mentre a lui hanno garantito
un volo di Stato.
Per questo l'accusa non è solo di
favoreggiamento ma pure di peculato".
(Cpi
ringrazia Germania per arresto Al Buti: "Forte cooperazione")
((Anm:
"Non esiste alcun disegno contro il governo.")
Anche
la Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati ha risposto
a Meloni.
"I magistrati non fanno politica, fanno
il loro mestiere ogni giorno nonostante insulti, intimidazioni e una campagna
costante di delegittimazione che danneggia i fondamenti stessi del nostro Stato
democratico.
'La
giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto
alla legge'.
Lo afferma l'articolo 101 della nostra
Costituzione, che è un architrave della nostra democrazia", si legge in
una nota.
"La magistratura italiana - conclude il
messaggio - continuerà a svolgere il proprio compito con profondo rispetto del
mandato costituzionale.
Non esiste alcun disegno avverso all'esecutivo,
affermarlo significa non comprendere il funzionamento della separazione dei
poteri dello Stato."
Se la
Germania dice basta
con
l’austerity.
Lavoce.info - Silke Uebelmesser – (21/03/2025)
– ci dice:
In un
Bundestag ridisegnato dalle elezioni di febbraio le modifiche costituzionali al
“freno al debito” sono difficili.
L’escamotage
è far approvare un pacchetto per difesa e infrastrutture dal parlamento
uscente.
Ma la
decisione finale è ancora in dubbio.
La
crisi politica in Germania.
La
causa principale della caduta, a novembre 2024, del governo di coalizione
tedesco formato dai socialdemocratici, dai Verdi e dai Liberali sono state le
irrimediabili divergenze sul bilancio.
Nei
primi tempi, la coalizione ha cercato di conciliare le necessità di
finanziamento per la transizione verde e l’aumento del carico sul sistema di
sicurezza sociale, pur mantenendo la promessa di non aumentare le tasse.
Per farlo, hanno dirottato 60 miliardi di euro
dei fondi inutilizzati per il Covid-19 in un fondo speciale per la transizione
energetica e la protezione del clima.
La
manovra ha alleggerito la pressione sul bilancio e ha permesso ai tre partiti
di portare avanti i propri interessi politici senza dover arrivare a
compromessi dolorosi, e nello stesso tempo rispettando il freno al debito
sancito dalla Costituzione tedesca.
I
problemi sono nati a novembre 2023, quando la Corte costituzionale ha
dichiarato nullo lo spostamento di fondi.
Un anno dopo, la pressione sul bilancio
federale che ne è derivata si è rivelata insostenibile per il governo.
La
crisi politica in Germania è coincisa con la vittoria di Donald Trump alle
elezioni presidenziali negli Stati Uniti.
Tutte
le previsioni sul fatto che ciò avrebbe segnato una frattura nella situazione
geopolitica si sono rivelate ampiamente fondate, come ha certificato in diretta
tv il vivace scontro tra il presidente Usa e Volodymyr Zelensky nello Studio
Ovale. L’Europa si vede ora costretta ad assumersi responsabilità ben maggiori
per la propria sicurezza, e per il destino dell’Ucraina.
In tutto ciò la Germania è chiamata a svolgere
un ruolo forte e decisivo.
La
difesa nel bilancio tedesco.
Negli
ultimi tre decenni, la Germania ha prestato poca attenzione alla difesa.
A
partire dai primi anni Novanta, la spesa militare è stata ridotta al di sotto
del 2 per cento del Pil.
Ciò ha
permesso al paese di beneficiare del cosiddetto “dividendo della pace” e di
reindirizzare i fondi verso altre priorità, in particolare l’espansione del
welfare. Anche l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 non ha
fatto cambiare approccio.
Tuttavia,
l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha rappresentato un campanello
d’allarme.
In risposta, il governo, insieme ai
conservatori – all’epoca il principale partito di opposizione – ha deciso di
modificare la Costituzione.
Ciò ha aperto la strada a un fondo speciale da
100 miliardi di euro, fuori dal limite imposto dal freno al debito, da
destinare al rafforzamento delle forze armate tedesche.
Nel
2024, per la prima volta dai primi anni Novanta, la spesa per la difesa tedesca
ha superato la soglia del 2 per cento del Pil richiesta dalla Nato, anche se
solo di poco.
Tuttavia,
è diventato presto chiaro che il fondo speciale non basta, soprattutto poiché
si prevede che si esaurisca entro il 2027, se non prima.
(L'ultimo
tesoretto).
Le
elezioni parlamentari di febbraio 2025 hanno ridisegnato il Bundestag.
Ne
sono usciti vincitori i conservatori, mentre i loro partner della coalizione
uscente hanno subito forti perdite.
I
liberaldemocratici sono stati i più colpiti e non sono riusciti a entrare nel
nuovo Bundestag.
Nel
frattempo, l’estrema destra “Alternative für Deutschland” ha ottenuto il
secondo posto e, insieme alla “Linke”, ora controlla più di un terzo dei seggi.
Di conseguenza, le modifiche costituzionali,
che richiedono una maggioranza dei due terzi, saranno molto più difficili da
approvare in futuro.
È un problema in particolare per eventuali
ulteriori fondi speciali per la difesa, poiché sia l’”Alternative für
Deutschland” che la Sinistra sono fermamente contrari.
Il
pacchetto per difesa e infrastrutture.
Il
nuovo Bundestag non si è però ancora insediato.
Ciò significa che quello uscente è ancora in
carica. Approfittando di questa situazione, i probabili futuri partner di
governo, i conservatori e i socialdemocratici, hanno deciso di proporre un
vasto pacchetto per la difesa e le infrastrutture prima del cambio di
legislatura.
La proposta comprende diverse componenti
chiave:
1)
Esentare la spesa per la difesa oltre l’1 per cento del Pil dal freno al debito
nazionale: questa disposizione teoricamente consente un indebitamento
illimitato per la sicurezza esterna, garantendo che qualsiasi aumento futuro
delle spese richieste dalla Nato venga comunque coperto.
2) Un
fondo speciale da 500 miliardi di euro per le infrastrutture, anch’esso esente
dal freno al debito:
il 20
per cento del fondo sarà destinato agli stati federali, mentre un altro 20 per
cento verrà indirizzato al Fondo per il clima e la trasformazione, che finanzia
progetti come l’espansione delle infrastrutture energetiche, comprese le reti
di trasmissione.
Per
evitare una mera riallocazione delle risorse già previste nel bilancio
ordinario, il fondo speciale potrà essere utilizzato solo per investimenti
aggiuntivi.
A
tutto ciò si aggiunge un allentamento delle regole di indebitamento per i
sedici Länder tedeschi.
Gli stati federali, che in passato dovevano
mantenere un bilancio strutturalmente in equilibrio, ora potranno indebitarsi
fino allo 0,35 per cento del Pil.
I dettagli verranno stabiliti dai singoli
Länder.
Va sottolineato che questa parte del pacchetto
non solo elimina uno squilibrio tra la capacità di indebitamento del governo
federale e quella dei Länder, ma mira anche a ottenere l’approvazione del “Bundesrat”,
la camera alta della Germania, che rappresenta i Länder.
I
Verdi, il cui supporto è essenziale per garantire la maggioranza dei due terzi
nel Bundestag, hanno spinto fortemente per una maggiore attenzione ai temi
“green”.
Inoltre, verrà istituita una commissione di
esperti per proporre riforme a lungo termine sulle regolazioni del debito in
Germania.
Complessivamente,
l’accordo apre la strada a una spesa per la difesa e le infrastrutture fino a
1,7 trilioni di euro nei prossimi dieci anni, una somma che alcuni ritengono
giustificata data la portata delle sfide future.
Nello
scenario migliore, i fondi porteranno a una maggiore crescita, con benefici
anche per gli altri paesi europei e si creeranno sinergie a livello europeo,
con una più profonda integrazione militare.
Tuttavia,
sul piano non mancano le controversie, in particolare per i fondi aggiuntivi
destinati agli investimenti infrastrutturali.
(Cosa
c'è dietro il ritiro della direttiva "Green Claims").
Le criticità
del piano.
Un
livello di debito più elevato porterà probabilmente a tassi di interesse più
alti, non solo per la Germania, ma anche per altri paesi europei, in
particolare quelli molto indebitati, come Italia e Francia.
I pagamenti per interessi rappresenteranno una
quota crescente dei futuri bilanci tedeschi e potrebbe indebolirsi il ruolo
della Germania come ancora di stabilità nell’Unione europea.
In
più, l’aumento del carico del debito rischia di violare le regole fiscali
europee appena riformate, minando fin dall’inizio la credibilità del nuovo
sistema.
A
breve termine, potrebbero esserci tentativi di riaprire il dibattito sulle
regole fiscali, inclusi i criteri di Maastricht, ma un’Europa stabile richiede
politiche fiscali sostenibili degli stati membri, e ciò è difficile da ottenere
senza regole – qualunque sia la loro concezione – che limitino la spesa
insostenibile.
Il
piano rappresenta anche un grave onere finanziario per le generazioni future,
che dovranno già affrontare sfide demografiche significative.
È probabilmente necessario un grande sforzo
per rafforzare le forze armate e renderle efficaci e deterrenti, e questo
richiede risorse aggiuntive tramite finanziamenti a debito, ma ciò non dovrebbe
distogliere l’attenzione dagli aggiustamenti che i bilanci richiederanno nel
medio periodo.
Le
responsabilità fondamentali, come la difesa e la maggior parte delle
infrastrutture, dovrebbero essere finanziate all’interno dei bilanci ordinari e
quindi, per la maggior parte, dalle generazioni attuali, e non attraverso fondi
speciali finanziati a debito.
È
tanto più vero considerando che è proprio l’attuale generazione ad aver ridotto
la spesa per la difesa, beneficiando del dividendo della pace, e ad aver
trascurato gli investimenti infrastrutturali negli ultimi decenni.
La
preoccupazione principale è che una maggiore disponibilità di finanziamenti a
debito possa ridurre la pressione per attuare riforme strutturali necessarie,
come la semplificazione burocratica, la riduzione dello stato sociale e gli
aggiustamenti economici indispensabili. Investire nell’economia, in progetti
che favoriscano la crescita e in attività di R&S, preferibilmente in
un’iniziativa comune a livello europeo, richiede innanzitutto un contesto
istituzionale che non appesantisca le nuove idee con regole e normative e che,
invece, offra un ambiente attrattivo, come un mercato dei capitali ben
funzionante e un sistema fiscale che incentivi l’innovazione.
Il
tempo sta per scadere.
Il nuovo Bundestag si riunisce il 25 marzo e,
nonostante numerosi compromessi, l’esito rimane incerto.
Sebbene il pacchetto sia stato approvato dal
Bundestag, necessita ancora di una maggioranza dei due terzi nel Bundesrat.
Da parte di alcuni Länder l’opposizione è
forte.
I
prossimi giorni potrebbero riservare sorprese.
(Traduzione
a cura di Chiara Abenante).
La
Germania Abbandona l’Austerità:
Un
Nuovo Paradigma per l’Europa?
Thewatcherpost.it
– (09Marzo2025) - Antonio Zennaro – ci dice:
La
Germania sta vivendo una delle più grandi trasformazioni della sua politica
economica degli ultimi decenni.
Il recente accordo tra CDU e SPD per un
maxi-fondo da 500 miliardi di euro e l’allentamento del famoso “freno sul
debito” segna un cambiamento epocale.
Per
anni, Berlino è stata il baluardo dell’austerità, imponendo rigide regole
fiscali ai suoi partner europei.
Ora, il motore economico del continente sembra
orientarsi verso una strategia più espansiva.
Effetto
sui Mercati Finanziari.
Questa
svolta non è passata inosservata sui mercati.
Il
differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi è sceso temporaneamente
sotto i 100 punti base, un evento che non si verificava dal 2021.
Tuttavia, più che un segnale di forza per
l’Italia, questa variazione riflette il riadattamento degli investitori alla
nuova politica fiscale tedesca.
L’improvviso
incremento dell’offerta di Bund ha portato a un rialzo dei rendimenti
obbligazionari tedeschi, con il più grande aumento registrato dagli anni ‘90.
Questo
ha avuto effetti a cascata su tutto il settore finanziario, con le banche
europee che hanno beneficiato di un rally di Borsa:
Deutsche Bank ha registrato un +12%,
Commerzbank un +11%, mentre Unicredit è cresciuta del 7%.
Cosa
Spinge Berlino al Cambio di Rotta?
Diverse
variabili hanno contribuito a questa storica inversione di tendenza:
1.
Pressioni Geopolitiche:
Le
nuove politiche con Donald Trump alla Casa Bianca, hanno spinto la Germania a
rafforzare la propria autonomia strategica.
Il maxi-fondo servirà anche per aumentare le
spese per la difesa e per la transizione energetica.
2.
Rallentamento Economico:
Dopo anni di crescita ininterrotta, la
Germania ha mostrato segni di rallentamento.
La
crisi del settore industriale e la frenata dell’export hanno reso necessario un
piano di stimoli fiscali, con l’obiettivo di far ripartire il PIL al ritmo
dell’1,5-2% annuo dal 2026.
3.
Fine del Dogmatismo Fiscale:
Persino
la Bundesbank, tradizionalmente contraria a politiche espansive, sembra aver
accettato l’idea di un maggiore indebitamento per sostenere la crescita.
Questo potrebbe aprire la strada a una maggiore
flessibilità fiscale per l’intera Eurozona.
Implicazioni
per l’Italia e l’Eurozona.
Questa
nuova fase della politica economica tedesca potrebbe avere effetti importanti
anche per l’Italia.
Fino a pochi anni fa, il rigore imposto dalla
Germania rappresentava un freno per le politiche fiscali espansive dei paesi
mediterranei.
Ora,
con Berlino che abbandona l’austerità, potrebbe aprirsi una stagione di
maggiori margini di manovra anche per Roma.
Tuttavia,
ci sono due rischi da considerare:
•
L’aumento dei tassi e del debito pubblico: Con rendimenti obbligazionari in
rialzo, l’Italia potrebbe trovarsi a dover pagare interessi più alti per
collocare i propri titoli di Stato.
•
Competizione per gli investimenti: Se la Germania diventa più attraente per gli
investitori, parte dei capitali che oggi finanziano il debito italiano
potrebbero spostarsi verso i Bund.
Verso
un Nuovo Equilibrio Economico.
Per
anni, la Germania ha rappresentato il baluardo del rigore finanziario.
Oggi,
la realtà geopolitica ed economica ha imposto un cambiamento di rotta che
potrebbe riscrivere le regole dell’Eurozona.
Se
Berlino riuscirà a coniugare investimenti pubblici e stabilità finanziaria, il
suo modello potrebbe diventare un nuovo punto di riferimento per tutta
l’Europa.
L’Italia
ha ora una finestra di opportunità:
sfruttare il nuovo contesto per consolidare la
propria economia e ridurre il gap di competitività con il Nord Europa.
La sfida sarà gestire con prudenza questa fase
di transizione, evitando di dipendere eccessivamente dal debito.
Quello
che è certo è che il paradigma economico europeo sta cambiando, e nessun paese
potrà permettersi di restare fermo a guardare.
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