Difendere l’interesse nazionale.

 

Difendere l’interesse nazionale.

 

 

Difendere l'interesse nazionale, senza sconti.

 Ilfoglio.it – Redazione – (04 apr. 2025) – ci dice:

    

Il mondo è cambiato, e l’Italia deve decidere da che parte stare.

Un appello.

 

(Il Foglio lancia un nuovo giornale: Il Foglio AI, un altro Foglio fatto con intelligenza).

 

In tempi ordinari, la parola “interesse nazionale” viene evocata per ottenere applausi facili.

 È una formula buona per ogni discorso, uno di quei concetti valigia che ciascuno riempie come vuole:

chi la declina in chiave economica, chi militare, chi identitaria, chi diplomatica.

Ma nei tempi straordinari – come quelli che stiamo vivendo – l’interesse nazionale diventa un nodo vero.

Qualcosa che va definito, articolato, difeso. E per farlo, servono domande. Non slogan.

 

Per questo è utile e meritoria l’iniziativa della” Fondazione Minima & Moralia” – “Idee per un paese migliore”, che ha messo nero su bianco una serie di interrogativi urgenti sull’interesse nazionale.

Le domande che, appunto, una politica adulta dovrebbe farsi ogni giorno.

A partire da quelle sulla difesa.

 

L’Italia deve affrontare il fatto che la guerra è tornata in Europa.

E che non siamo più in un’epoca in cui si può rimanere ai margini, sperando che la geografia basti a garantire la sicurezza.

La domanda sul riarmo – ci serve, lo vogliamo, siamo disposti a pagarlo? – non è retorica.

Così come non è più rinviabile il confronto sull’autonomia strategica europea, sull’eventuale costruzione di una deterrenza militare anche oltre il perimetro della Nato, e sul ruolo italiano nei futuri scenari di peacekeeping.

 Non basta più dirsi europeisti: bisogna scegliere se l’Europa la vogliamo anche forte o solo benintenzionata.

 

Ma la difesa non è solo militare. È anche economica.

Il ritorno dei dazi, le tensioni Usa-Cina, le fragilità della globalizzazione impongono scelte: dobbiamo reagire, come Europa o come singoli stati?

Dobbiamo accettare di dipendere per sempre dai servizi digitali americani, o costruire alternative?

E con quali strumenti riduciamo le nostre dipendenze critiche, dall’energia alle materie prime?

Nessuno, a oggi, ha una risposta definitiva.

Ma non avere nemmeno la domanda – o far finta che non esista – è un lusso che non possiamo più permetterci.

Perché il tempo in cui l’Italia galleggiava grazie al suo essere “troppo piccola per minacciare, troppo grande per essere ignorata” è finito.

Il nostro paese ha bisogno di una strategia, e di politiche industriali e fiscali coerenti con essa.

Ad esempio: vogliamo attrarre ricercatori e investimenti?

 Sì, ma come?

Solo con incentivi fiscali o con un progetto-paese credibile in cui valga la pena tornare?

 Le domande della Fondazione toccano anche questo:

la competizione globale per i cervelli, per il capitale umano, per le tecnologie strategiche.

 

 

Sanità: no a regolamento Oms,

governo Meloni difende l’interesse nazionale.

 Fratelli- Italia.it – (19 Luglio 2025) – Redazione – ci dice:

“Da tempo Fratelli d’Italia aveva sollevato dubbi e perplessità riguardo gli emendamenti presentati al Regolamento sanitario internazionale del 2005, ed oggi il ministro Schillaci ha ufficialmente respinto queste modifiche notificando una lettera all’Oms.

 È senza dubbio una buona notizia, che ha evitato all’Italia pesanti limitazioni alla propria sovranità in ambito sanitario, peraltro introdotte in modo tale da non richiedere alcun passaggio parlamentare.

 Infatti, guardando nello specifico gli emendamenti, è evidente che questi avrebbero comportato una serie di obblighi e vincoli, conferendo poteri eccessivi all’Oms, e in particolare al suo direttore generale cui i regolamenti conferiscono un potere assoluto e inappellabile, al punto da produrre un impatto significativo sul nostro sistema politico, economico e industriale.

 

Molte risorse economiche nazionali, in base agli emendamenti che l’Italia ha respinto, avrebbero dovuto essere destinate a esigenze internazionali ad arbitrio del direttore dell’Oms.

 La decisione dell’Italia è stata seguita anche da altri Paesi tra cui gli Stati Uniti.

 Il governo Meloni ha così deciso di porre l’interesse nazionale e degli italiani come preminente, di difendere le libertà individuali evitando quella cessione di sovranità e di democrazia di cui si rese protagonista, senza esserne obbligato, il governo giallorosso di Giuseppe Conte”.

Lo dichiara il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan.

 

“Questa scelta, peraltro condivisa anche da altri Paesi come gli Usa, non determina alcun cambiamento riguardo la sicurezza sanitaria, che sarà sempre garantita con il massimo livello di rigore, al pari del coordinamento con le altre Nazioni.

Il governo Meloni ha nuovamente confermato che a guidare la nostra azione politica è l’interesse nazionale e degli italiani”, aggiunge il capogruppo dei deputati di Fratelli d’Italia, “Galeazzo Bignami”.

 

 

 

 

Come si difende davvero

l'interesse nazionale.

  Uffingtonpost.it - Piero Fassino – (22 Settembre 2022) – ci dice:

Esiste e la sinistra sa benissimo che esistono indiscutibili interessi nazionali che ogni Paese ha non solo il diritto, ma il dovere di difendere.

La questione vera è dove e come si difendano meglio. Alcuni esempi

Nella campagna elettorale è piombato come un detonatore “l’interesse nazionale”.

In suo nome Salvini e Meloni giustificano la quotidiana polemica contro l’Europa - ben simboleggiata dal “è finita la pacchia” urlato a Milano da “Giorgia” - così come la difesa dell’interesse nazionale viene invocato ossessivamente per denunciare la “protervia predatrice” di Germania e Francia.

 E in nome di “prima gli italiani” Salvini giustifica la sua ambiguità sulle sanzioni alla Russia, così come la politica securitaria sull’immigrazione.

 

In sostanza la tesi della destra è che la sinistra neghi la categoria dell’interesse nazionale.

Non è così.

L’interesse nazionale esiste e la sinistra sa benissimo che esistono indiscutibili interessi nazionali che ogni Paese ha non solo il diritto, ma il dovere di difendere. La questione vera è dove e come gli interessi nazionali si difendono meglio.

Alcuni esempi.

L’Italia, uno dei principali esportatori su scala mondiale, ha certamente interesse a tutelare la qualità e l’originalità dei suoi principali prodotti, dal Made in Italy (moda, arredamento, oreficeria) ai vini di cui ogni stagione ci giochiamo con la Francia la leadership mondiale, ai prodotti alimentari (dalla grana padana al prosciutto di Parma) così come nella meccanica strumentale, nel tessile di qualità e in tanti altri beni.

Chiedo:

è utile alla tutela degli interessi del nostro Paese una costante conflittualità con Germania e Francia che da sole assorbono un quarto delle esportazioni italiane?

 E con l’Europa che ne assorbe il 52%?

Che benefici ne trarrebbero le imprese italiane?

Non dicono nulla ai leader della destra italiana gli intensi rapporti di cooperazione tra le Confindustrie di Roma, Parigi e Berlino?

 E quando si accusa la Francia di essere predatrice bisognerebbe almeno sapere che nel 2021 il saldo dell’interscambio Italo-francese vede un consistente attivo di molti miliardi a favore dell’Italia, così come opera sul mercato francese un numero di aziende italiane non inferiore alle imprese francesi operanti in Italia.

 

Analoghe considerazioni si possono fare sugli “Accordi di libero scambio” che l’Unione europea sottoscrive con paesi terzi, come Giappone, Canada e tanti altri per abbattere dazi e barriere protezionistiche, aprire mercati ai prodotti europei e facilitare l’interscambio su scala globale.

Mentre la destra italiana invoca l’interesse nazionale per opporsi alla ratifica di quegli Accordi, i dati dimostrano che già solo nel periodo di loro applicazione transitoria - tra la sottoscrizione e la ratifica da parte di tutti i paesi contraenti - le esportazioni italiane in Giappone e Canada hanno conosciuto una impennata.

Non solo ma quegli accordi prevedono stringenti clausole di tutela dell’originalità dei prodotti contro contraffazioni e imitazioni.

Risulta evidente quanto la tutela dei prodotti italiani sia più efficace se collocata dentro le politiche europee che non con una azione solitaria e bellicosa.

 

Così appare del tutto pregiudiziale e ideologica l’ostilità della destra all’Unione Europea quando l’Italia è la principale beneficiaria dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation Eu, 219 miliardi, di cui il 40% senza restituzione.

 Per non dire dei molti miliardi dei Fondi strutturali europei di cui hanno ampiamente beneficiato le regioni italiane.

 E se mai bisognerebbe interrogarsi sul loro utilizzo, per evitare che un giorno qualcuno da Bruxelles ci dica “è finita la pacchia di ricevere soldi e non saperli spendere o spenderli male”.

 

L’ostilità antieuropea della destra appare ancora meno giustificabile sui dossier più propriamente politici.

 La Meloni ha dichiarato la sua contrarietà all’adozione del voto a maggioranza qualificata, che tutti sanno è indispensabile perché la UE abbia efficacia decisionale.

Salvini ha detto “basta ad accompagnare Germania e Francia”.

 Parole al vento.

 Si può pensare a una politica di difesa e sicurezza comune senza la Francia, unica potenza nucleare e unico membro permanente del CdS ONU e senza la Germania che ha appena aumentato la sua spesa militare a 100 miliardi?

Si può raggiungere finalmente un’intesa per una nuova politica migratoria - preminente interesse nazionale italiano - senza un’azione comune di Roma, Parigi e Berlino che vinca l’egoismo dei paesi renitenti?

 E di fronte a scelte europee strategiche e impegnative - la ridefinizione del Patto di Stabilità, una politica energetica comune, l’Unione bancaria, la politica di sicurezza - davvero corrisponde all’interesse nazionale del nostro Paese tirarsi fuori e allinearsi con Orban e l’estremismo antieuropeo?

 

Per non parlare della politica estera dove l’azione comune è condizione ineludibile di efficacia, come si è visto nel sostegno all’Ucraina.

E viceversa la vicenda libica ha dimostrato come il “fare ognuno per sé “abbia impedito all’Europa di attivare un’azione per fermare la guerra civile.

 E appare perciò surreale la proposta di Salvini di contrapporre all’Unione europea una “grande alleanza mediterranea”, quando i Paesi mediterranei - molti dei quali legati all’Unione europea da accordi di cooperazione o di trattamento preferenziale - non intendono affatto allontanarsi dall’Europa, sollecitando al contrario l’UE a rilanciare con maggiore incisività la strategia euromediterranea.

E peraltro è pensabile una politica mediterranea senza una concertazione con Francia, Spagna, Grecia, Malta?

 

Insomma, anche su questi temi la destra smetta di ingannare gli italiani facendo credere che con l’esibizione dei muscoli l’Italia affermerà meglio i suoi interessi.

E meno che meno allontanandosi dall’Unione europea e dai nostri storici partner. Perché in un mondo grande un Paese che si fa piccolo, sarà solo più piccolo e i suoi interessi saranno a rischio.

 

 

 

 

Difendere l'interesse nazionale

difendendo il nostro export.

Parla il capo di Confagricoltura.

 Ilfoglio.it - Giuseppe De Filippi – (28 feb. 2025) – Massimiliano Giansanti - ci dice:

    

 I danni dei dazi all’Italia spiegati da Massimiliano Giansanti, a capo della Confederazione degli agricoltori italiani:

"Solo negli Usa esportiamo per sette miliardi."

(Dopo le sberle di Trump. Perché gli investitori scommettono sul futuro dell'Ue).

 Oltre i dazi. Per valutare Trump occhio a chi detiene il debito americano.

 

Dazi, cervelli, capitale umano, tasse e transizione. Parla “Maria Anghileri”.

“I dazi colpiscono in entrambe le direzioni, in entrata e in uscita”, ci dice Massimiliano Giansanti presidente di Confagricoltura e dell’organismo europeo che riunisce i grandi imprenditori agricoli europei.

Perché “per noi gli Stati Uniti sono un mercato importante come export ma sono un mercato altrettanto importante come import.

Compriamo molto dagli Stati Uniti prodotti agricoli di base, necessari sia per la produzione primaria sia per il settore zootecnico.

Quindi l’introduzione di dazi comporta per l’agricoltura italiana un rischio doppio.

 

Avremo un aggravio di costi per ciò che importiamo dagli Stati Uniti e che è fondamentale per le nostre produzioni, per poi vederci imporre nuovamente altri aggravi quando invece andiamo a riesportare, ed è chiaro che noi, dovendo andare più sul mercato, dovremmo in buona parte assorbire l’aumento delle tariffe nel prezzo, perché immagino che gli importatori americani proveranno a scaricare il costo del dazio direttamente e il più possibile sul produttore”.

E quanto vale il mercato americano?

 “Siamo nell’ordine dei sette miliardi di euro, dopo la Francia è il mercato di riferimento per noi”.

Effetti indiretti negativi li rischiamo anche dall’aumento dei dazi americani verso la Cina e da altre barriere commerciali su quelle grandi direttrici, perché molto prodotto potrebbe cercare sbocchi in Europa, anche con molta aggressività competitiva.

 “Certamente sì e la Cina ha comunque già aperto varie procedure di infrazione contro l’Ue sia sui prodotti a base latte di cui noi siamo grandi esportatori, sia su alcolici e superalcolici, anche se su quei mercati la Francia è maggiormente colpita rispetto a noi, esposta di noi, ma il punto è che i dazi arrivano in una fase in cui i mercati sono già esposti a una complessa fase e rischiano di portare instabilità ulteriore quando già stiamo attraversando un momento di forte speculazione e di volatilità nei prezzi delle materie prime agricole.

In questi giorni ho fatto varie riunioni con i colleghi europei e con gli inglesi e il grido di dolore è prevalentemente rivolto alle importazioni e di conseguenza ogni singolo paese punta a essere autosufficiente nelle produzioni alimentari.

Nel breve periodo qualche cosa si potrà spostare in termini di trading tra paesi europei ma senza una visione comune e senza aver definito il quadro pluriennale di spesa, che si farà a luglio, è evidente che immaginare ora misure compensative europee è pressoché impossibile”.

 

 Però, di fronte alla probabile insistenza americana sulle tariffe diventerà necessario trovare un nuovo equilibrio europeo tra produzioni nazionali, prezzi, scambi.

“E’ assolutamente necessario, tenete presente che noi già ora in Europa operiamo come su un mercato domestico, ma le differenti velocità con cui vengono applicate, ad esempio, le politiche fiscali permettono di avere vantaggi competitivi di un paese rispetto a un altro.

Perciò l’Europa deve ritrovare una strategia di comunità sugli aspetti fondamentali della politica agricola oppure questa fase sarà ancora più traumatica. In generale, l’Europa si deve riorganizzare per difesa, energia e, appunto, agricoltura, che sono i tre pilastri dell’indipendenza.

Difesa dei confini, come abbiamo visto di fronte all’invasione russa in Ucraina, sicurezza nell’approvvigionamento energetico e in quello alimentare sono le basi dell’esperienza comunitaria.

Non è facile.

Pensate alla figuraccia di Trump sul prezzo delle uova, per passare a un tema più corrente. In generale il cambiamento climatico e l’instabilità che deriva dalla geopolitica del cibo diventano fattori dirimenti di influenza sui prezzi.

Su queste scelte si gioca il futuro dell’Europa.

 Una posizione di maggiore forza con cui potremmo affrontare in modo efficace anche le politiche dell’export e le ripicche sui dazi”.

 

 Cosa devono aspettarsi i consumatori?

“Lo dico anche da presidente degli agricoltori europei, noi stiamo vivendo una fase di non stabilità e ci sono forti preoccupazioni tra noi operatori del settore primario, perché sono toccati temi sensibili nell’interesse strategico delle nazioni e nella stessa vita degli agricoltori.

A metà di marzo ne parlerò negli Stati Uniti con il presidente degli agricoltori americani, perché dobbiamo assolutamente continuare nel dialogo che ha garantito stabilità dal 1946 a oggi e dobbiamo continuare a lavorare per arrivare alle condizioni che garantiscano equilibrio e autosufficienza alimentare sia negli Stati Uniti, sia in Europa.

 Noi siamo favorevoli e lo siamo sempre stati all’attuazione dell’intesa commerciale con il Canada, chiediamo invece più prudenza per quella con i paesi” Mercosur”, dai quali non arrivano condizioni di scambio equilibrate e adeguate ai nostri standard sociali e di sicurezza”.

 

 

 

 

 

Banche esposte al rischio per decreto?

Trump vieta il "debanking."

Msn.com – Tom’s Hardware Italia – Storia di Valerio Porcu – (8 – 08- 2025) – ci dice:

 

L'industria bancaria americana si trova al centro di una nuova battaglia politica dopo che il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che mira a contrastare quello che definisce il "debanking" di clienti conservatori.

 La controversia nasce dalle accuse del presidente secondo cui importanti istituti di credito starebbero negando sistematicamente i loro servizi a persone e aziende di orientamento politico conservatore.

 

Le banche coinvolte smentiscono, e probabilmente si tratta di normale prevenzione del rischio, cioè di non dare credito a persone e operazioni che non offrono le necessarie garanzie.

 Tuttavia non sarebbe consigliabile dire di una figura politica influente, men che meno un Presidente, che non è finanziariamente affidabile.

 Un altro elemento da considerare è il cosiddetto "rischio reputazionale":

a volte la banca trova che sia potenzialmente dannoso legarsi a una certa persona o organizzazione (almeno pubblicamente).

Altro tema sul tavolo riguarda poi la legalità, cioè la possibilità che certe persone o certe operazioni abbiano qualcosa a che fare con operazioni illegali.

Quest'ultimo è un tema importante in particolare per le aziende che operano nel mondo delle cryptovalute.

 

Diversi operatori del settore, in effetti, hanno confermato più volte che "le norme pensate per prevenire transazioni illecite e la gestione del rischio reputazionale possono portare all'esclusione di un cliente senza spiegazioni", come riporta “Politico”.

 

Durante un'intervista rilasciata a CNBC, Trump ha lanciato accuse specifiche contro due delle più grandi banche americane.

Il presidente ha dichiarato che Bank of America e JPMorgan Chase hanno rifiutato di accettare i suoi depositi, aggiungendo che questa discriminazione colpisce non solo lui personalmente ma un'intera categoria di cittadini.

"Discriminano totalmente contro di me, forse anche di più, ma discriminano contro molti conservatori", ha affermato Trump, precisando che potrebbe trattarsi più di una discriminazione contro i suoi sostenitori piuttosto che contro i conservatori in generale.

 

Le banche coinvolte hanno risposto in modo diverso alle accuse.

 JPMorgan ha rilasciato una dichiarazione categorica affermando di non chiudere mai conti per motivi politici, mentre Bank of America ha preferito non commentare direttamente le affermazioni del presidente.

Queste tensioni non sono nuove:

già a gennaio, durante il World Economic Forum di Davos, Trump aveva accusato Bank of America e altri istituti di rifiutare clienti conservatori, dichiarazioni che la banca aveva prontamente smentito.

 

La strategia normativa della nuova amministrazione.

L'ordine esecutivo firmato da Trump va oltre le semplici denunce e stabilisce un quadro operativo concreto per affrontare il problema.

 Il provvedimento obbliga i regolatori bancari federali a eliminare le linee guida che, secondo la Casa Bianca, incoraggiano pratiche discriminatorie nel settore creditizio.

Il Dipartimento del Tesoro ha ricevuto il compito di sviluppare una strategia specifica e nuove regolamentazioni per prevenire quello che viene definito il "debanking illegale".

Il ruolo del Procuratore Generale risulta particolarmente significativo in questo schema:

 dovrà supervisionare e investigare i casi di persone sospettate di essere state private dei servizi bancari per motivi discriminatori.

L'ordine esecutivo prevede inoltre che varie agenzie federali facciano "sforzi ragionevoli" per reintegrare i clienti che sono stati esclusi dal sistema bancario, creando di fatto un meccanismo di ricorso istituzionale.

 

Le tensioni tra l'organizzazione Trump e il settore bancario hanno radici concrete in dispute legali già in corso.

La Trump Organization e Eric Trump hanno intentato una causa contro Capital One per la chiusura dei loro conti bancari dopo i fatti del 6 gennaio 2021.

Capital One ha negato qualsiasi illecito, ma il contenzioso legale è ancora in fase di svolgimento, dimostrando come la questione vada oltre le semplici dichiarazioni pubbliche.

 

Questo precedente giudiziario potrebbe servire da modello per future azioni legali, specialmente considerando che l'ordine esecutivo prevede la possibilità di multe per le banche che dovessero risultare colpevoli di discriminazione contro clienti conservatori.

Si tratta di una tattica che rispecchia l'approccio che Trump sta adottando contro altri settori industriali considerati ostili alla sua agenda politica.

 

Il ruolo del movimento cripto e dei sostenitori influenti.

La questione del "debanking" non è emersa dal nulla ma è stata alimentata da figure influenti nel mondo della tecnologia e delle criptovalute.

Marc Andreessen, noto venture capitalist, ha trasformato questo tema in una bandiera politica durante il 2024, sostenendo nel popolare podcast di Joe Rogan che decine di fondatori di aziende tecnologiche erano stati tagliati fuori dai servizi bancari durante l'amministrazione Biden.

Un momento storico in cui, in effetti, si è fatto qualche tentativo regolatorio sia verso il settore bancario sia verso il mondo delle crypto.

 Due aree in cui c'è poca sofferenza verso regole di qualsiasi tipo.

 

Questa narrazione ha trovato terreno fertile tra i sostenitori di Trump legati al mondo delle criptovalute, che vedono nel sistema bancario tradizionale un ostacolo alla loro visione di un sistema finanziario alternativo.

L'influenza di queste figure nel dibattito pubblico ha contribuito a trasformare una questione tecnico-finanziaria in un tema di battaglia politica nazionale.

 

L'attacco alle banche si inserisce in una strategia più ampia dell'amministrazione Trump contro quelle che descrivono come le élite economiche americane.

 Il presidente ha iniziato l'anno ritirando i finanziamenti alle università di élite accusate di tollerare discriminazioni nei campus, per poi passare a una battaglia legale con i più importanti studi legali del paese, alcuni dei quali lo hanno rappresentato i loro clienti in tribunale contro di lui.

 

La campagna si è estesa anche ai giganti del commercio al dettaglio come “Amazon” e “Walmart”, accusati di essere troppo espliciti nello spiegare come le politiche tariffarie potrebbero aumentare i prezzi per i consumatori americani.

 Più recentemente, i dirigenti delle grandi aziende farmaceutiche hanno ricevuto una lettera dal presidente che li minacciava di abbassare i prezzi dei farmaci. Paradossalmente, questa guerra contro il settore bancario arriva nonostante il fatto che l'industria dei titoli e degli investimenti abbia donato più denaro a Trump che alla sua avversaria Kamala Harris, secondo i dati di “Open Secrets”, e nonostante il suo gabinetto includa “Howard Lutnick,” ex dirigente di Cantor Fitzgerald ora Segretario al Commercio.

(Tom's Hardware).

 

 

 

 

Il popolo di sinistra è già

pronto, e non fa sconti.

Ilmanifesto.it - Chiara Cruciati – (8 giugno 2025) – ci dice:

 

La manifestazione.

Se le opposizioni di questo paese avessero chiamato una manifestazione nazionale sei mesi fa, un anno fa, è molto probabile che avrebbero ricevuto una risposta identica.

Il popolo di sinistra è già pronto, e non fa sconti.

La grande piazza romana di ieri, la massa di centinaia di migliaia di persone di diverse età, provenienze, classi sociali, dice due cose che dovrebbero apparire banali a chi fa politica di mestiere e a chi la vive come impegno quotidiano: che il coraggio paga e che le “basi” sono sempre un passo avanti, e un livello di radicalità oltre, le dirigenze.

Se le opposizioni di questo paese avessero chiamato una manifestazione nazionale sei mesi fa, un anno fa, è molto probabile che avrebbero ricevuto una risposta identica.

Le persone vedono cosa accade in Palestina, l’hanno compreso da tanto tempo e sono pronte a reagire per camminare insieme e per condividere il senso di impotenza e la vergogna, quel dolore lancinante che per tante e tanti ormai occupa i pensieri perché ha scavato un buco, dentro.

Erano pronte a farsi massa umana, lo hanno dimostrato nel corso di venti mesi e di innumerevoli iniziative, ognuna e ognuno con i propri mezzi e nei propri spazi sociali, di lavoro, di strada.

La sinistra partitica ha faticato a cogliere e intercettare la mobilitazione dal basso, nelle varie forme che ha assunto, tende di protesta, cortei, raccolte firme, sit-in, presentazione di libri, proiezioni di film.

Una “fatica” che ha permesso al governo e a un pezzo importante di stampa compiacente di procedere spediti nella criminalizzazione del dissenso, nell’oscuramento mediatico (di Gaza in primis, delle piazze poi) e nelle accuse strumentali e insensate di antisemitismo.

 La criminalizzazione della protesta ha avuto effetti concreti:

 colleghi si sono autocensurati, giovani studenti sono stati manganellati, persone hanno visto messo in pericolo il posto di lavoro e l’Italia è stato uno dei pochi paesi occidentali in cui non si è riusciti a costruire una mobilitazione il più possibile larga, capace di portare in strada così tanta gente.

 

Ieri quella piazza, nel suo melting pot di colori e di appartenenze, ha apertamente contestato i ritardi dei partiti di opposizione, le mezze parole, i tentennamenti di questi mesi infiniti e la paura di dare un nome alle cose.

Però c’era.

Nonostante i ritardi, le mezze parole e la paura delle dirigenze, la piazza c’era insieme al senso di urgenza perché di fronte ai nostri occhi Israele sta compiendo un genocidio e un’ingiustizia lunga un secolo.

 E proprio perché la “base” sta un passo avanti, e un livello di radicalità oltre, lo slogan più gridato lungo tutto il corteo romano era «Palestina libera».

Che non è né un’altra banalità né nostalgia di antiche militanze: è il cuore del problema e la chiave alla soluzione.

Gridavano la fine di una forma prolungata e feroce di colonialismo e la giustizia insita nel riconoscere alle e ai palestinesi il diritto alla propria terra e a decidere per sé.

Non gridavano Stato di Palestina, gridavano libertà.

I partiti, dunque, abbiano il coraggio.

Il popolo variegato della sinistra di questo paese è già pronto da un pezzo.

(Chiara Cruciati).

 

 

 

 

Luciano Canfora, la Sinistra

e il «popolo tradito.»

left.it - Carlo Crosato – (6 Marzo 2022) – ci dice:

«Perché i concetti di “popolo” e “sovranità” fondanti della Costituzione si sono trasformati in concetti denigratori?», si chiede il filologo classico.

 L'autore del pamphlet "La democrazia dei signori” analizza l’attuale periodo storico, dall’avvento di Draghi al ruolo geopolitico dell’Europa.

«Abbiamo sotto i nostri occhi un fenomeno macroscopico – afferma Luciano Canfora -, la denigrazione del popolo, un disdegno per di più riservato al popolo da parte della Sinistra – o di ciò che ne resta -, la quale usa la parola “populismo” come accusa contro i propri avversari, rei di amoreggiare con il popolo».

Questo il punto di partenza del suo ultimo libro, pubblicato da Laterza,” La democrazia dei signori”:

un pamphlet puntuto, in cui la più stringente attualità è posta sotto una lente critica spietata.

 «È evidente che la democrazia che hanno in mente le élite dominanti è una democrazia di persone che si distaccano dal popolo e si considerano superiori a esso».

 

Non solo “populismo”.

 Spesso si muove anche l’accusa di “sovranismo”.

L’ordinamento costituzionale italiano si fonda, fin dal suo primo articolo, sul concetto che la sovranità appartiene al popolo:

com’è potuto accadere che i concetti di “popolo” e “sovranità” presenti nell’articolo fondante della Costituzione italiana si siano trasformati in concetti denigratori?

Oltre alla separazione fra popolo ed élite, c’è un altro elemento:

 la ex-Sinistra non ha più alcuna idealità connessa alla sua origine di movimento dei lavoratori.

L’ex-Sinistra ha in testa un’unica idea: l’europeismo, ossia la delega di gran parte del potere decisionale a organismi per nulla elettivi e soprattutto separati, lontani e onnipotenti.

A partire da tale delega, la sovranità è divenuta un ingombro e chi si richiama a essa è considerato un avversario.

 La Destra italiana, con le sue idee ripugnanti, ha buon gioco a richiamarsi alla sovranità e a reclamare il tradimento del popolo da parte della ex-Sinistra.

 

Chiedendo la fiducia al Senato, Draghi ha affermato:

 «Nelle aree definite dalla debolezza degli Stati nazionali, essi cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa».

Questa della sovranità condivisa non è un’espressione ossimorica?

È un gioco di parole che nasconde un’evidenza ormai consolidata: le leve del potere sono altrove;

 i Parlamenti nazionali contano poco o nulla potendo solo ratificare e non legiferare; i governi legiferano ma, di fatto, sono rinchiusi nella gabbia d’acciaio dei regolamenti europei.

 Se questo scenario venisse ammesso in maniera esplicita, susciterebbe sconcerto.

Con questa espressione fumosa, “sovranità condivisa”, si può far accettare una dura realtà, che probabilmente si sclerotizzerà fino a produrre ordinamenti nuovi, i quali sostituiranno completamente quelli vigenti.

 

All’origine della democrazia dei signori, lei colloca le pressioni che l’Ue opera sui propri Paesi membri.

L’Italia, essendo membro fondatore, non può essere maltrattata come la Grecia: serve un autorevole intervento dall’interno e da molto in alto.

Lei cita, come complice dell’istituzione della democrazia dei signori, la presidenza della Repubblica, nei casi Monti e Draghi.

I due presidenti, fra loro molto diversi come storia personale, cultura, provenienza politica, che si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, Napolitano e Mattarella, si sono trovati sotto una…nuova politica.

 

 

 

 

PERCHÉ “POPOLO”. IN CHE SENSO

USIAMO QUESTA CATEGORIA

Ex Opg "Je So' Pazzo".

Progettometi.org - (22 Settembre 2024) – Redazione- ci dice:

 

 

Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato.

Pubblichiamo un testo scritto nel 2016 dal collettivo dell’Ex OPG “Je So’ Pazzo”, che riflette sull’utilizzo della categoria popolo tanto nella tradizione della sinistra e comunista, quanto nella battaglia politica quotidiana.

 

Introduzione. Di cosa parliamo quando parliamo di popolo.

Prendiamola alla larga, dal livello più generale, e iniziamo con l’etimologia, che torna sempre utile.

Come vedete, popolo deriva da populus, che sembra indicare il “mettere assieme”, il “riunire”; ha una connessione con il greco polis (“città”, da cui deriva però anche “politica”), e in diverse lingue con i “molti”, i “più”.

 La sua etimologia sembra dunque indicare un movimento di ricomposizione (dunque “popolo” non è qualcosa che sta già là), e soprattutto sembra indicare non una totalità, ma una partizione fra una maggioranza o una minoranza. D’altronde “populus” traduce il greco “demos”, che è alla base della democrazia come forma di governo dei “molti”, contrapposto al potere/comando dei “pochi” (oligarchia) o dei “migliori” (aristocrazia)…

Ma non ci dilunghiamo su come il popolo veniva concepito in Grecia e a Roma, restiamo invece ancora sulle definizioni del dizionario, perché sono molto rivelatrici.

 

Da queste definizioni della Treccani si evince che “popolo” è un termine molto stratificato, che indica volta per volta diverse cose, come:

 

un gruppo dotato di alcuni caratteri in comune (di tipo linguistico-storico-culturale), cosa che lo spinge verso il concetto di nazione;

un gruppo dotato di alcuni diritti, norme e istituzioni in comune, cosa che lo spinge verso il concetto di cittadinanza (e a quello a esso connesso, almeno in epoca moderna, di sovranità);

l’insieme dei cittadini che abitano un determinato territorio, cosa che lo spinge verso il concetto di popolazione;

un gruppo che ha in comune un credo e un modo di sentire e stare assieme, cosa che lo spinge verso il concetto di comunità;

lo strato più numeroso ma economicamente più svantaggiato di un paese o di una città, cosa che lo spinge verso il concetto di proletariato.

Insomma, il concetto di “popolo” è al centro di una rete concettuale molto ampia, che oscilla costantemente fra antropologia, sociologia, politica, religione. Quello che qui ci interessa notare è che:

“popolo” non è mai un concetto puramente sociologico – non è cioè la semplice popolazione: il popolo è sempre qualcosa che si fa, che si istituisce, che si riconosce;

“popolo” non è nemmeno necessariamente un concetto “escludente” – non è cioè la nazione, perché può includere al suo interno differenze di razza, di lingue, di culture, accomunate dallo stesso credo (è quello che accade quando parliamo del “popolo cristiano” o del “popolo della sinistra”) o dalla stessa, bassa, condizione sociale (“gente del popolo”, “popolano”).

Insomma, quando le più diverse tradizioni politiche (giacobini francesi, populisti russi, fascisti italiani ecc.) hanno provato ad appropriarsi di tale concetto, hanno utilizzato uno o più significati che gli erano disponibili, piegandolo nella direzione che gli conveniva e che meglio si confaceva ai loro scopi.

Per semplificare:

 siccome “popolo” indica allo stesso tempo la totalità unita da una lingua comune, da tradizioni e ordinamenti, e la parte che in questa totalità è in posizione subalterna politicamente o socialmente, la destra spinge sul primo senso, la sinistra sul secondo.

Ma la plurivoca del concetto non per questo è stata esaurita, e anzi resta terreno di scontro egemonico fra i diversi attori politici (questo vale anche per altri termini, si pensi a “democrazia” o “repubblica”).

 

Dunque chi dice che parlare di “popolo” vuol dire automaticamente usare una categoria conservatrice o reazionaria, è in torto.

Chi dice invece che è una categoria “infida”, che si può prestare a operazioni anche opposte, dice invece una cosa vera.

 Ma vera a metà: perché la lotta politica è anche lotta sul significato delle parole, che non possono essere lasciate, soprattutto se “funzionano” (perché “immediate” e “diffuse”), nelle mani del nemico.

 

Infine da queste prime considerazioni possiamo anche vedere come un utilizzo progressivo del termine non faccia torto né ai significati del dizionario, né al senso comune.

Non stiamo né inventando dei significati che “popolo” non possedesse già, né usando delle accezioni rare del termine che le persone non possano capire.

Stiamo semplicemente privilegiando il suo senso di movimento, di partizione, di comunità proprio nella direzione di quello che il nostro soggetto di riferimento di solito intende. 

 

Fatta questa premessa generale, veniamo al problema che più ci preme, che possiamo suddividere in due questioni collegate ma specifiche:

1. qual è l’uso che la sinistra e i comunisti hanno fatto della coppia “popolo” e “popolare”?

2. perché oggi nella battaglia politica quotidiana (dunque attenzione: né nell’analisi scientifica né nella battaglia politica in generale, ma in questi anni e a fini prettamente politici), usiamo e sentiamo il bisogno di usare il termine di “popolo”? E cosa intendiamo, a quali soggetti o gruppi ci riferiamo?

Andiamo con ordine. 

1. Il “popolo” nella tradizione della sinistra e dei comunisti.

Questa parte ha l’intento di fornire solo delle coordinate di massima, perché non è chiaramente possibile ricostruire qui nel dettaglio tutta la storia dell’uso della categoria di “popolo” da parte dei compagni.

Cerchiamo di fornire solo alcuni esempi significativi a partire dai quali si può avere una conoscenza complessiva della questione.

 

Il concetto di popolo in Marx.

Se il tema del “popolo” emerge durante il Seicento, quando si vengono a costruire gli stati assolutistici – che si costruiscono appunto rompendo i legami fra popolazioni locali e nobiltà, e legando l’insieme del popolo nazionale al sovrano – è solo con la Rivoluzione Francese che il problema del popolo si pone in modo chiaro.

 La maggiore acquisizione della Rivoluzione è infatti proprio quella di spostare il luogo della sovranità dal Re al Popolo: idea che era più volte comparsa nella storia, ma che solo con la Rivoluzione – e con lo sviluppo delle forze produttive dato dalla comparsa della borghesia – trionfa. 

 

Durante tutto l’800 il tema del popolo si afferma nel dibattito culturale e politico. La formazione storico-sociale capitalistica non può infatti più fare a meno del “popolo” come sorgente della sovranità:

 i governi non sono più legittimati da Dio o dalle discendenze dinastiche (per quanto queste continuino a esistere), ma dal fatto che rappresentano la totalità del popolo, la sua storia, la sua identità, la sua proiezione sul futuro.

 In Germania il dibattito sul popolo è molto forte, e con l’idealismo tedesco, in particolare Fichte ed Hegel, il tema diventa rovente (ricordiamo che il “popolo tedesco” non aveva compiuto ancora la sua unificazione statale, e viveva diviso in una serie di staterelli quasi feudali).

 

Il giovane Marx riprende da Hegel molta della sua riflessione sul concetto di popolo.

Nei primi scritti marxiani il termine compare spesso, nel senso di corpo unitario, organico, portatore di una propria razionalità, eticità e volontà, come testimonia l’utilizzo di espressioni quali “spirito storico del popolo”.

Anche per Marx, come per era stato per Hobbes prima e per i rivoluzionari francesi poi, la rappresentanza politica “non va concepita come rappresentanza di un qualunque elemento che non sia il popolo stesso”, ma come “auto rappresentanza” di un popolo “che non vuole far valere singoli bisogni contro lo Stato, ma che ha per massimo bisogno quello di far valere lo Stato medesimo […], come suo proprio Stato” (vedi Annali Franco-Tedeschi).

 

Per Marx la costituzione politica proviene non dall’Idea, dallo Spirito o dallo Stato, ma dal suo fondamento reale: il popolo appunto.

 Marx finisce per prendersela anche con Hegel.

Il popolo non è infatti un’astrazione, ma è il dato reale esistente, “il concreto” che precede lo stesso concetto di Stato, e che deve essere inteso come il fondamento:

 

“È necessario che […] il reale sostegno della costituzione, il popolo, diventi il principio della costituzione. […] Il potere legislativo ha fatto […] le grandi rivoluzioni organiche generali […] precisamente perché il potere legislativo è stato il rappresentante del popolo, della volontà generale”.

Bisogna riconoscere nel popolo il fondamento reale dello Stato politico e dei suoi poteri: “come non è la religione che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea la religione, così non la costituzione crea il popolo, ma il popolo la costituzione”.

 

La posizione di Marx è forte, ma anche abbastanza tipica delle correnti democratiche (la troverete anche in alcuni scritti del Black Panther Party).

Ma già nel 1843, con l’Introduzione alla “Critica del diritto pubblico” di Hegel, la nozione di popolo inizia ad essere abbandonata in virtù di quella di proletariato.

 Il proletariato non è la semplice sostituzione del popolo, è una parte del popolo, quella maggioritaria, quella più povera, priva dei mezzi di produzione.

Marx non smetterà mai di affinare questa categoria, perché – nel suo contesto storico – quello che gli interessa non è solo riprendere l’istanza di carattere politico-democratico di sovranità popolare, “scoperta” e ormai imposta dalla Rivoluzione Francese, ma svilupparla e approfondirla, mostrando come sia intimamente connessa a quella di emancipazione sociale.

 Nel 1848, quando scrive, con Engels, il Manifesto, ha già chiaro questo schema in testa, tanto che il “popolo” non compare mai, e l’appello finale è non a caso il celebre “proletari di tutto il mondo unitevi”.

Proprio perché il punto di Marx è quello di evidenziare che all’interno della categoria “infida” di popolo ci sono le classi sociali, con la loro intima conflittualità.

 

D’altronde, quando in Francia i moti del 1848 vengono sconfitti – a causa del “tradimento” della borghesia che, preoccupata dall’avanzare del proletariato, si oppone al movimento generale – e Marx cerca di spiegare il perché del fallimento rivoluzionario, lo trova proprio in una scarsa comprensione da parte della coalizione democratico-repubblicana-radicale della contraddittorietà inevitabile che c’è in seno al popolo.

 L’errore di questi piccolo-borghesi è di scambiare questa finzione linguistica, il “popolo”, per qualcosa di reale, mentre di reale ci sono solo gli interessi di classe che spingono i vari settori del popolo a muoversi diversamente. “In tutta la Francia, o per lo meno nella maggioranza dei francesi, essi [i repubblicani] vedevano dei Citoyens con gli stessi interessi, le identiche vedute ecc. Questo era il loro culto del popolo” (cfr. Le lotte di classe in Francia).

 

Pochi anni dopo, nel 18 brumaio, Marx insiste polemicamente:

 

“I democratici […], con tutto il resto della nazione che li circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il diritto del popolo; ciò che li interessa è l’interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno, prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle diverse classi. […] Non hanno che da lanciare il segnale perché il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori.

Se poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro forza un’impotenza, la colpa è di quegli sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi nemici”.

 

Insomma Marx dice che quella del “popolo” è un’ideologia, che non corrisponde alla materialità delle cose, fatte di lotte di classe all’interno di una società.

 Ma attenzione: anche quella di “proletariato”, come tutte le categorie, può diventare un’ideologia, e infatti nel 1850 Marx se la prende con alcuni esponenti della “Lega dei Comunisti”, come il “volontarista” e “sentimentalista” Willich: «I democratici hanno fatto della parola “popolo” una parola sacra, voi fate lo stesso con la parola “proletariato” e come per i democratici, anche per voi le parole sostituiscono i fatti».

E proprio quando andrà a vedere i “fatti”, ad esempio commenterà nel 1871 la vicenda della Comune ne “La guerra civile in Francia”, Marx ritroverà la categoria di popolo (e di “popolo armato”) per esprimere l’alleanza sociale della maggioranza opposta alla borghesia internazionale (com’è noto infatti la Comune fu schiacciata da francesi e tedeschi insieme, nonostante fossero in guerra). 

 

In sintesi: è corretto affermare che la categoria di popolo, pur essendo presente “positivamente” nel giovane Marx, non svolge alcun ruolo concettualmente rilevante nella sua opera e anzi la critica di Marx finisce per mostrarne, sia teoricamente che praticamente, la contraddittorietà e l’incongruenza.

D’altronde in quel contesto storico-sociale, in cui “popolo” era la parola d’ordine della borghesia di tutte le sfumature politiche, la battaglia teorica e politica doveva essere portata contro tutti i concetti che mistificavano la presenza delle classi e la loro lotta, e permettevano invece di mostrare tutta la stratificazione sociale – non solo “borghesia e proletariato”, ma sottoproletariato, proletariato, piccola borghesia, borghesia delle professioni, borghesia produttiva, rentiers.

 

Tuttavia nel pensiero e nell’agitazione politica dei socialisti dell’Ottocento la parola e il riferimento al popolo non scompare affatto (Engels parla in diverse circostanze di “popolo lavoratore”, per indicare il proletariato in senso largo, compreso quindi di artigiani, di disoccupati o sottoccupati etc). Anzi torna con forza soprattutto quando si parla dell’espansione del capitalismo che ingloba nuovi territori e popoli (quelli che diventeranno i “popoli oppressi”).  

 

Il concetto di popolo in Lenin.

Lenin utilizza in tantissime occasioni la categoria di popolo, che non a caso si attaccherà a tutte le denominazioni della nuova repubblica sovietica (si pensi ai “commissari del popolo”, al “tribunale del popolo” ecc.).

Lenin è forse, molto più di Marx, il compagno che forma il canovaccio su cui si muoverà poi la tradizione comunista (questo anche per ragioni storiche: rispetto a Marx era spinto a intervenire più politicamente che teoricamente, poteva dare per scontata l’elaborazione precedente che aveva ormai fatto “apparire” il proletariato ecc.).

Semplificando, Lenin fa intervenire la categoria di “popolo”:

 

quando parla delle varie classi della società, dei loro rapporti e delle loro forme rappresentative (Parlamento ecc.);

quanto parla di “diritto all’autodeterminazione dei popoli” e agli effetti dell’imperialismo su scala internazionale.   

a) Rispetto al primo punto, Lenin intende da un lato criticare tutti i democratici, i radicali, i piccolo borghesi, gli anarchici, che vedono il “popolo” come un’unità, che sia spontanea e “naturale” oppure “artificiale” (prodotta cioè dal sistema rappresentativo), da un altro lato intende criticare tutti i settari di “sinistra” che pretendono di fare a meno del “popolo”, sia politicamente che teoricamente, per confidare e concentrarsi sul solo proletariato.

 Contro gli anarchici, Lenin dice che non c’è alcuna spontaneità del popolo, alcuna naturalità (il popolo è sempre una costruzione sociale, quindi un ricettacolo di idee della borghesia, di traduzioni, di residui di vecchi modi di pensare), mentre contro i radicali e i piccolo borghesi Lenin combatte una battaglia serrata, legata alla sua critica del parlamentarismo, della democrazia borghese ecc.

 Il popolo non può mai essere rappresentato nelle istituzioni borghesi, viene solo ingannato: tutte le retoriche che mirano a far apparire il “popolo” come sovrano sono solo mistificazioni della realtà di classe – sovrana è soltanto la borghesia, e precisamente l’alleanza fra i padroni delle imprese, dei terreni e dei capitali bancari. 

 

Interessante però è anche la critica che Lenin rivolge agli “estremisti di sinistra”, che hanno una visione poco dialettica e mobile della realtà.

Lenin chiarisce che il “proletariato” (Lenin utilizza spesso il termine come sinonimo di “classe operaia”) è solo una parte della popolazione, peraltro non sempre numericamente maggioritaria, e che per vincere ha bisogno dell’alleanza con gli altri sfruttati e persino con elementi della piccola borghesia, che si sta via via proletarizzando a causa della nuova fase imperialistica.

 Nel 1920, ai comunisti di sinistra (Bordiga e soci), Lenin ricorda – dall’alto della sua esperienza – che

“Il capitalismo non sarebbe capitalismo, se il proletariato puro non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semi-proletariato (colui che si procura di che vivere solo a metà, mediante la vendita della propria forza lavoro), tra il semi-proletariato e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, l’artiere, il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se, in seno al proletariato stesso, non vi fossero delle suddivisioni in strati più o meno sviluppati, delle suddivisioni per regioni, per mestiere, talvolta per religioni e così di seguito.

E da tutto ciò deriva la necessità, assoluta e incondizionata per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso e per il partito comunista, di destreggiarsi, di stringere accordi e compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli produttori.

Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere” (cfr. “L’estremismo malattia infantile del comunismo”).

 

Queste idee di Lenin non sono affatto giustificazioni delle scelte politiche del momento (la NEP, Nuova Politica Economica, interpretata dalla “sinistra” come un ritorno al capitalismo perché dava spazio alla piccola borghesia), ma vengono da una precisa impostazione teorica maturata nel tempo.

Lenin pensa – dopo aver analizzato la situazione delle classi in Russia – che la classe operaia rappresenti per motivazioni oggettive e soggettive, la classe più rivoluzionaria, più disposta e addestrata al socialismo, e debba dunque essere il primo soggetto di riferimento del Partito.

 Ma che per vincere abbia bisogno di allearsi con i contadini, la classe più numerosa nella Russia del tempo, e con alcuni strati piccolo-borghesi via via espropriati dai processi di concentrazione del capitale.

A questo proposito si veda il celebre “Stato e Rivoluzione”, del 1917, che spiega qual è la funzione dell’organizzazione comunista dentro la società:

 

“Educando il partito operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell’organizzazione della loro vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia”.

E aggiunge: “Merita un’attenzione particolare l’osservazione straordinariamente profonda di Marx che la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è ‘la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare’.

Questo concetto di rivoluzione “popolare” sembra strano in bocca a Marx, e i plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di “Struve” che vogliono farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un “lapsus”.

Essi hanno deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che nulla esiste per loro all’infuori dell’antitesi: rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche quest’antitesi è da essi concepita nel modo più scolastico che si possa immaginare. […]

Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati dimenticati così bene che il “socialdemocratico” contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari.

Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il principio dell’eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che “lavorino” realmente”.

 

Per questo il comunista deve essere, diceva già Lenin nel “Che fare?” (1902), un tribuno del popolo, ovvero una persona che sia a contatto con le masse, e sia in grado di farsi portavoce dei loro bisogni, di trasformare qualsiasi questione in motivo di attacco all’ordine capitalista:

 

“L’ideale del socialdemocratico non deve essere il segretario di una trade-union, ma il tribuno popolare, il quale sa reagire contro ogni manifestazione di arbitrio e di oppressione, ovunque essa si manifesti e qualunque sia la classe o la categoria sociale che ne soffre, sa generalizzare tutti questi fatti e trarne il quadro completo della violenza poliziesca e dello sfruttamento capitalistico; sa, infine, approfittare di ogni minima occasione per esporre dinanzi a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni democratiche, per spiegare a tutti l’importanza storica mondiale della lotta emancipatrice del proletariato […] Dobbiamo “andare fra tutte le classi della popolazione” come teorici, come propagandisti, come agitatori e come organizzatori. Non vi è dubbio che il lavoro teorico dei socialdemocratici deve essere rivolto allo studio di tutte le particolarità della situazione sociale e politica delle varie classi […] Dobbiamo saper organizzare delle riunioni anche con quei rappresentanti di qualsiasi classe della popolazione che vogliono ascoltare un democratico. Perché non è socialdemocratico colui il quale di fatto dimentica che “i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario” [qui Lenin cita il Manifesto] e che, per conseguenza, noi dobbiamo esporre e sottolineare i nostri compiti democratici generali dinanzi a tutto il popolo, senza nascondere neppure per un momento le nostre convinzioni socialiste. Non è socialdemocratico chi dimentica, in pratica, il proprio dovere di essere alla testa di tutti quando si deve porre, approfondire e risolvere qualsiasi questione democratica generale. […] Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneità del movimento di massa, più rassomigliante a un segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo, incapace di presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari, un rivoluzionario inesperto e malaccorto nel proprio mestiere (la lotta contro la polizia politica), può forse chiamarsi un rivoluzionario? No. È solo un povero artigiano”.

 

Insomma, come Lenin aveva già scritto, il compito del vero capo socialista è quello di “destare in tutti gli strati del popolo più o meno coscienti la passione delle denunce politiche.

Se le voci che si levano per smascherare il regime sono oggi così deboli, rare e timide, non dobbiamo impressionarcene.

Ciò non è affatto dovuto alla rassegnazione generale agli arbitri polizieschi. È dovuto al fatto che gli uomini capaci di fare delle denunce, e pronti a farle, non hanno una tribuna dalla quale poter parlare, non hanno un pubblico che ascolti e approvi appassionatamente gli oratori; al fatto che essi non vedono da nessuna parte nel popolo una forza alla quale valga la pena di rivolgersi per protestare contro «l’onnipotente» governo russo…

Abbiamo oggi la possibilità e il dovere di creare una tribuna da cui tutto il popolo possa denunciare il governo zarista”.

 

b) Ma Lenin parla di “popolo” anche quando si riferisce ai popoli oppressi.

D’altronde Lenin aveva davanti la tragedia della prima guerra mondiale, in cui la questione delle nazionalità era decisiva: sia perché era stato proprio il “diritto dei popoli all’autodeterminazione” a fornire un alibi alle grandi potenze occidentali contro l’impero austro-ungarico, sia perché a fine guerra mondiale si creavano nuovi stati e diversi popoli spingevano, nella situazione di caos, per creare un proprio stato. Lenin presenta qui la sua posizione sull’autodeterminazione dei popoli.

 

In sostanza Lenin pensa che, nonostante anche nei popoli oppressi (direttamente conquistati oppure colonizzati) si registrino differenze di classe fra i vari strati della popolazione, il proletariato – lo strato più oppresso – possa mettersi alla guida di una lotta di liberazione che trascini anche altri strati sociali schiacciati per i motivi più diversi (non possono esercitare la loro religione, non possono parlare la loro lingua, non possono accedere a cariche pubbliche o esercitare il potere democratico ecc.). Da questo punto di vista, la creazione di nuovi stati non è necessariamente contraria all’internazionalismo, né la rivendicazione democratica è contraria al socialismo. Anzi:

 

“Il proletariato non può vincere se non attraverso la democrazia, cioè realizzando completamente la democrazia e presentando, ad ogni passo della sua lotta, rivendicazioni democratiche nella formulazione più precisa. È assurdo contrapporre la rivoluzione socialista e la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo ad una delle questioni della democrazia, nel nostro caso alla questione nazionale. Dobbiamo unire la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo al programma rivoluzionario e alla tattica rivoluzionaria per tutte le rivendicazioni democratiche: repubblica, milizia, elezione dei funzionari da parte del popolo, parità di diritti per le donne, autodeterminazione dei popoli, ecc.

Finché esiste il capitalismo, tutte queste rivendicazioni sono realizzabili soltanto in via d’eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata. Appoggiandoci alla democrazia già attuata, rivelando che essa è incompleta in regime capitalista, noi rivendichiamo l’abbattimento del capitalismo, l’espropriazione della borghesia, come base indispensabile per l’eliminazione della miseria delle masse e per l’introduzione completa e generale di tutte le trasformazioni democratiche. Alcune di queste trasformazioni saranno iniziate prima dell’abbattimento della borghesia, altre nel corso di questo abbattimento, altre ancora dopo di esso. La rivoluzione sociale non è un’unica battaglia, ma tutto un periodo di battaglie per tutte le questioni concernenti le trasformazioni economiche e democratiche, le quali saranno portate a compimento soltanto con l’espropriazione della borghesia. Precisamente in nome di questo scopo finale, dobbiamo dare una formulazione coerentemente rivoluzionaria ad ogni nostra rivendicazione democratica. È perfettamente possibile che gli operai di un determinato paese abbattano la borghesia prima dell’attuazione completa anche di una sola riforma democratica fondamentale.

Ma è assolutamente inconcepibile che il proletariato, come classe storica, possa vincere la borghesia se a questo non si sarà preparato attraverso l’educazione nello spirito del democratismo più coerente e più decisamente rivoluzionario”.

 

Riconoscere e intervenire sulla divisione fra popoli dominanti (borghesie nazionali che riescono, attraverso la redistribuzione e la persuasione, a “comprare” i rispettivi proletariati, o meglio i loro gruppi dirigenti) e popoli oppressi è dunque un punto sostanziale del programma comunista, perché implica il riconoscimento dell’imperialismo, e del suo antagonista, l’internazionalismo proletario – che non è qualcosa di spontaneo o di mistico, ma una costruzione politica sulla base oggettiva della necessità della fine dello sfruttamento in patria e fuori.

 

Il concetto di popolo in Gramsci.

Per accelerare questa ricostruzione saltiamo Gramsci, ma teniamo presente che è stato uno dei maggiori teorici marxisti della nozione di “popolo” e “popolare”: la sua stessa scoperta, quella dell’“egemonia”, era legata proprio al rapporto fra classe e popolo.

 Gramsci cerca di tradurre l’insegnamento leninista in un paese a capitalismo avanzato e con una società civile più ricca e sviluppata. L’egemonia non è altro che quella complessa strategia politica che fa sì che la classe operaia, avanguardia della rivoluzione, riesca a imporre sul resto della società la sua direzione, riesca cioè a farsi portavoce delle istanze della maggioranza e a far diventare le sue rivendicazioni, universali in sé, universali di fatto.

Ciò può avvenire attraverso una conoscenza del senso comune delle masse, e una sua continua ridefinizione attraverso discorsi “popolari” e pratiche che il popolo possa da subito agire.

Quanto la teoria gramsciana abbia influenzato il grande exploit del PCI, con la creazione di Case del Popolo e di “una sezione per ogni campanile” è evidente.

 

Il concetto di popolo in Mao.

Lo stesso tipo di operazione viene tentato da Mao, che è forse il teorico e il leader politico che più utilizza la nozione di popolo, e la cui riflessione fornisce alle Black Panther la cornice teorica della loro sperimentazione nei ghetti.

 Nel 1926 Mao scrive” Le classi della società cinese”, un articolo molto importante perché su quello si baserà la nuova strategia del Partito Comunista Cinese.

Fino a quel momento il PCC si era infatti concentrato esclusivamente sulle fabbriche della costa est, strategia che si dimostrerà limitata quando nel 1927 le rivolte di Shangai e Canton (fra le poche città cinesi con un’alta presenza operaia) saranno soffocate.

Mao si pone il problema di allargare lo sguardo e di non ragionare ideologicamente, quindi di prendere in considerazione il complesso della società cinese.

 Inizia così diversi scritti di inchiesta sulle classi sociali, e arriva a porre il problema politico in maniera sorprendente:

 

Quali sono i nostri amici e quali i nostri nemici?

 Ecco un problema che nella rivoluzione ha un’importanza capitale. Se nel passato tutte le lotte rivoluzionarie in Cina hanno avuto scarso successo, ciò si deve soprattutto all’incapacità dei rivoluzionari di raccogliere intorno a sé i veri amici per poter colpire i veri nemici.

Un partito rivoluzionario è un dirigente di masse, e non si è mai dato il caso in cui una rivoluzione, incanalata da un partito rivoluzionario su una via sbagliata, sia stata coronata da successo.

Per essere certi di non incanalare la rivoluzione su una via sbagliata e di raggiungere sicuramente il successo, dobbiamo preoccuparci di raggruppare intorno a noi i nostri veri amici per poter colpire i nostri veri nemici.

Per distinguere i veri amici dai veri nemici, occorre analizzare, nei suoi tratti generali, la situazione economica delle classi che compongono la società cinese e l’atteggiamento di ognuna di esse nei riguardi della rivoluzione […]

Tutti i signori della guerra, i burocrati, i compradores e i grandi proprietari terrieri in collusione con gli imperialisti, così come la parte reazionaria degli intellettuali ad essi asservita, sono nostri nemici.

Il proletariato industriale è la forza dirigente della nostra rivoluzione. Tutto il semi proletariato e la piccola borghesia sono i nostri amici migliori.

Quanto alla media borghesia, sempre esitante, può esserci amica l’ala sinistra, e la destra nemica; dobbiamo però stare sempre in guardia e non permettere alla media borghesia di disorganizzare il nostro fronte.”

 

Il compito del Partito Comunista è dunque di organizzare tutte le masse popolari, non solo gli operai, e mettersi alla guida di un “fronte unito di tutte le classi rivoluzionarie e di tutti i gruppi rivoluzionari”, come scriverà ancora nel 1949 (cfr. Sulla dittatura democratico popolare, dove aggiunge “la classe operaia è la classe più lungimirante e disinteressata, la classe dallo spirito rivoluzionario più coerente”).

 

In ogni caso è importante notare che la definizione fra ciò che è popolo e ciò che non lo è, non passa per criteri sociologici (“popolo” è chi guadagna meno di tot), né per criteri di carattere nazionale o tradizionale (in Cina c’erano tantissime etnie e religioni diverse), ma passa per un criterio politico. Si veda il celebre scritto Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo del 1957:

 

“Per conoscere correttamente questi due tipi di differenti contraddizioni, tra noi e i nostri nemici e in seno al popolo, è necessario, innanzitutto, comprendere bene che cosa è il popolo e che cosa sono i nemici. La nozione di popolo acquista un significato diverso da paese a paese e in ogni paese da un periodo storico a un altro. Prendiamo, ad esempio, la situazione nel nostro paese. Durante la Guerra di resistenza contro il Giappone, tutte le classi, strati e gruppi sociali che partecipavano alla resistenza all’aggressione del Giappone appartenevano alla categoria del popolo, mentre gli imperialisti giapponesi, i traditori nazionali e gli elementi filogiapponesi erano i nemici del popolo.

Durante la Guerra di liberazione, i nemici del popolo erano gli imperialisti americani e i loro lacchè, cioè la borghesia burocratica, i proprietari terrieri e i reazionari del Kuomintang che rappresentavano queste due classi; tutte le classi, strati e gruppi sociali che combattevano contro questi nemici appartenevano alla categoria del popolo.

Nella fase attuale, nel periodo della costruzione del socialismo, tutte le classi, strati e gruppi sociali che approvano e sostengono l’opera di costruzione socialista e vi partecipano, formano il popolo, tutte le forze sociali e tutti i gruppi sociali che si oppongono alla rivoluzione socialista, che sono ostili all’edificazione socialista e cercano di sabotarla, sono i nemici del popolo”.

 

Ma Mao ha anche un’interessante concezione del rapporto fra popolo e governo: Mao pensa che dove può il popolo deve iniziare a fare esperienza di governo, a sperimentare subito forme di transizione al socialismo, a farsi da subito carico dei propri bisogni e di un’organizzazione sociale diversa, senza aspettare la presa del potere centrale (scelta azzeccata, visto che quando i comunisti cinesi vinceranno definitivamente, nel 1949, avranno dietro già 20 anni di esperienza di governo di regioni anche vaste, e saranno in grado di governare un paese immenso e popoloso senza affrontare ulteriori scontri o sommosse). Nello scritto Sulla politica concernente l’industria e il commercio del 1948 arriva persino a dare un’interessante definizione del legame che c’è fra popolo, esperienza e politica:

 

“Ciò che noi chiamiamo esperienza, è il processo di applicazione di una politica e il suo risultato finale. È solamente attraverso la pratica del popolo, cioè attraverso l’esperienza, che possiamo verificare se una politica è giusta o errata, e determinare in quale misura è giusta e in quale misura è errata”.

 

Questa breve citazione è importante perché chiarisce che l’esperienza che guida la politica non è altro che la pratica del popolo. Secondo Mao nel “movimento socialista” il “popolo si educa e si modella da se stesso” (cfr. Intervento alla riunione del Soviet Supremo dell’URSS, 1957): il Partito ha dunque “solo” la funzione di persuadere, di indirizzare, di consigliare, ma deve anche saper imparare e mettersi all’ascolto di quello che le masse già sanno e fanno.

 

Conclusioni.

Potremmo ancora seguire l’apparizione della coppia “popolo” e “popolare” nella storia del comunismo e del socialismo dalla Seconda Guerra Mondiale alla caduta del muro di Berlino, momento a partire dal quale la categoria a sinistra viene meno (nel tentativo tutto postmoderno di ricercare nuove identità e nuovi soggetti meno “unitari”, meno legati alla “modernità”).

 Vale giusto la pena di ricordare come i regimi che si costituirono nell’Europa dell’Est assunsero non a caso le denominazioni di “repubbliche popolari” o di “democrazie popolari”.

 Si tentava così non solo di esaltare la differenza fra le democrazie borghesi e quelle socialiste, con le seconde viste come stadio intermedio verso il comunismo, ma anche di ricordare come il movimento di trasformazione che aveva investito questi stati era realmente “popolare” (nel senso usato da Marx nel suo scritto sulla Comune): ovvero prevedeva l’unione di vasti strati non solo operai, ma contadini, lavoratori dei trasporti e dei servizi artigiani, insegnanti, funzionari pubblici etc. In questo stesso modo il PCI utilizzò l’espressione Casa del Popolo (un luogo in cui la stragrande maggioranza della società poteva identificarsi). E questa stessa accezione filtra nei Comitati popolari e di quartiere dei compagni, anche di area autonoma, negli anni ’70…

 

In sintesi: la categoria di “popolo” è stata usata tantissime volte nella teoria marxista e nella pratica comunista.

Ma i nostri teorici di riferimento non hanno perso troppo tempo a definire le categorie che usano, perché:

 

sono consapevoli della complessità, della mutevolezza e dell’articolazione del reale;

gli interessa metterle direttamente al lavoro, renderle qualcosa di “utile”, produrre effetti politici.

 Di conseguenza troviamo una molteplicità di espressioni per dire la stessa cosa o cose molto simili: masse popolari, masse rivoluzionarie, popolo del lavoro, popolo rivoluzionario, proletariato, semi proletariato, lavoratori, produttori diretti, operai e contadini, classi oppresse, classi sfruttate etc.

 

Quello che è importante considerare è che tutti hanno posto al centro di questo schieramento la classe operaia in senso stretto, vista da loro come grimaldello, come avanguardia in grado di costruire intorno a sé una rete di alleanze atte a scardinare l’assetto di potere imperialista. Ricostruire così il popolo – come popolo delle esigenze, dei bisogni, dell’istanza democratica – è un processo egemonico importantissimo per minare quell’assetto imperialista che proprio sull’unità e sulla compattezza del “popolo nazionale” fonda il suo potere. 

 

2. Perché parlare di popolo oggi?

E veniamo a noi, al 2016, all’Italia imperialista, ai nostri bisogni e agli scopi politici che devono essere perseguiti in una fase non certo rivoluzionaria, anzi per tanti aspetti regressiva, ma che comunque resta “fluida”, e che ci rende possibile produrre effetti politici anche dirompenti.

 

Cosa intendiamo per popolo?

Dalla breve ricostruzione appena fatta si evince che, coerentemente all’impostazione marxista, intendiamo per popolo l’insieme delle classi sociali escluse dal processo di accumulazione all’interno di un determinato territorio. In questo insieme rientrano sia le classi sociali escluse per definizione dal processo di accumulazione (proletariato e sottoproletariato), sia le classi che in passato partecipavano a tale processo ma che ora a causa dell’evoluzione del capitalismo ne sono escluse (gli artigiani, parte della piccola e media borghesia industriale, del commercio e delle professioni). A questo proposito abbiamo compiuto una precisa analisi di classe in Dove sono i nostri. Lì appunto scrivevamo che rifiutavamo di usare nell’analisi scientifica la categoria di “popolo”:

 

“[per capire chi siamo] non ci potevamo accontentare di definizioni generiche come “il popolo”, “la gente”, “i cittadini”: per quanto molto diffuse, queste definizioni sono ingannevoli, non ci permettono di comprendere le distinzioni che ci sono nel corpo sociale. Ci fanno credere che abbiamo tutti gli stessi problemi, e che magari i nostri nemici sono solo “la casta” dei politici che rubano… Sono definizioni che non ci dicono le differenze economiche e dunque di potere che vigono all’interno di una società, che non ci spiegano nulla di quello che noi facciamo concretamente e di quello che accade in generale”.

 

Però poi recuperavamo, in chiave politica, il concetto di popolo quando analizzavamo i diversi segmenti della popolazione italiana (dunque il quadro sociale complessivo) e parlavamo della necessità di unire i vari settori della forza lavoro (“dipendenti”, finti autonomi, lavoratori a nero) con altri settori della popolazione (studenti, disoccupati, pensionati ecc.), per arrivare a costruire un fronte anche numericamente maggioritario. In altri termini anche noi, come Mao, abbiamo definito il popolo soprattutto come l’insieme dei nostri amici.

 

Ora, se riflettiamo sulla nostra esperienza come Ex OPG e in particolare sulla composizione sociale di quelli che partecipano al nostro progetto politico e alle attività, possiamo facilmente notare come siano presenti tutte le figure sociali che possiamo annoverare nel campo dei “nostri amici”. Si tratta senz’altro di un fatto inedito per noi, soprattutto se pensiamo a quello che eravamo anni fa. Se invece spostiamo l’attenzione sui contenuti politici che esprimiamo, notiamo che questi hanno sempre al centro il proletariato e le sue istanze.

 

Insomma anche noi in questi anni non abbiamo fatto altro che analizzare nei suoi tratti generali la situazione economica delle classi che compongono la società italiana e l’atteggiamento di ognuna di esse nei riguardi della “rivoluzione”. Quindi ci siamo concentrati su un determinato territorio per costruire, nel nostro piccolo, un fronte ampio contro le politiche di austerità e di attacco alle condizioni di lavoro. Un fronte in cui il proletariato ha sempre un ruolo dirigente in quanto numericamente più forte e perché classe in ascesa, ma che vede coinvolti anche quei soggetti in via di proletarizzazione che non assumono, rispetto alle trasformazioni sociali produttive in corso, un atteggiamento necessariamente reazionario, anzi.

 

Perché abbiamo iniziato a usare la categoria di popolo?

 Questa scelta non l’abbiamo fatta noi ma ci è stata imposta dalla realtà. Se infatti ci atteniamo a come si percepiscono i proletari, che restano il nostro soggetto di riferimento, vediamo che non si identificano più in una singola classe, ma in un insieme più ampio composto da tutti quei soggetti che in questi anni si sono “impoveriti” e le cui prospettive sono di costante peggioramento della propria condizione. Basta parlare con qualsiasi proletario per vedere che si sente “uno del popolo”, intendo così un “basso” in cui il lavoratore dipendente sta accanto al lavoratore autonomo a basso reddito e si contrappone a un “alto” fatto di politici, dirigenti sindacali, banchieri, speculatori, privilegiati a vario titolo. 

 

È una cosa inedita soprattutto per l’Italia dove invece è stata sempre molto forte l’identificazione con una determinata classe e con un determinato soggetto di classe (operai, impiegati, bottegai, professionisti ecc.). Ed era così perché effettivamente le condizioni e le prospettive che avevano questi soggetti e la loro partecipazione alla “vita pubblica” erano estremamente diversi. La stessa organizzazione della produzione favoriva una certa identificazione anche in rapporto al territorio, inteso in senso ristretto. Ora lo spostamento dei siti produttivi all’esterno delle metropoli, l’estrema mobilità che caratterizza le metropoli o meglio le regioni metropolitane, hanno fatto sì che l’identificazione con il proprio lavoro si affievolisse sempre più. L’organizzazione stessa del lavoro con il fenomeno della terziarizzazione dell’industria e la conseguente atomizzazione dei lavoratori, ha determinato un cambio di percezione radicale.

 

Si è venuta così ad accentuare anche l’identificazione con un territorio che non è necessariamente ristretto al rione o al quartiere, ma può invece essere molto più ampio, come la città o la regione metropolitana. Il territorio non è semplicemente il luogo dove si va a dormire la sera o dove si va lavorare la mattina o ancora il posto dove si passa il proprio tempo libero, ma è l’insieme di tutto questo.

 

Inoltre in questi anni di crisi, la nostra classe, e più in generale tutte le fasce popolari, sono state protagoniste di diverse mobilitazioni, spesso anche di carattere nazionale (jobs act, riforma della scuola e dell’università ecc.). Purtroppo queste mobilitazioni non hanno riportato vittorie, anche a causa della mancanza, della complicità, dell’irrilevanza delle organizzazioni politiche e sindacali che avrebbero potuto e dovuto battersi insieme alle fasce popolati che vedono di giorno in giorno peggiorare le loro condizioni di vita. Questa lunga serie di sconfitte su tante macro-questioni, unita all’impossibilità di identificarsi in un vero soggetto politico di alternativa, hanno determinato molta sfiducia nei confronti della possibilità di cambiare in generale l’orientamento della vita politica e sociale, e molta perplessità e sospetto verso chi propone questo tipo di intervento e chi lancia slogan di carattere ideologico. Rompere questo dispositivo di sfiducia rispetto alle proprie forze (che ha come conseguenza una mancanza di immaginazione e l’adeguamento a quello che c’è), e di sospetto verso chi si caratterizza politicamente (che ha come conseguenza una maggiore difficoltà di radicamento dei compagni), è necessario.

 

Si tratta dunque di individuare una modalità di azione che a) contrasti la sfiducia, e ci permetta di riportare delle piccole vittorie ma galvanizzanti e b) ci permetta di radicarci, apparendo come utili, pragmatici, in grado di produrre risultati. E qui il territorio diventa fondamentale. Per quello che è lo stato delle masse e lo stato frammentato del cosiddetto movimento, il territorio è il livello dove è più pensabile delineare un tipo di intervento produttivo. Sul locale si possono avere riscontri fattivi su più livelli (sociale, politico, culturale), si possono condurre battaglie parzialmente o in tutto vittoriose, e si può così riconquistare – anche più velocemente di quello che supponiamo – la fiducia delle masse, nelle loro forze e vero l’organizzazione di avanguardia.   

 

Questo non vuol dire tralasciare la dimensione del “macro” (mobilitazioni nazionali, guerra, solidarietà internazionalista), vuol dire semmai farla vivere nell’esperienza concreta di ogni giorno, dentro i contesti sociali con i quali si è in rapporto organico, facendo sempre lo sforzo di collegare locale e globale, trovando e ritagliando nel senso comune delle masse le ragioni della protesta.

 

Perché è importante utilizzare la categoria di popolo? L’abbiamo visto, perché è così che si percepiscono i proletari, ovvero in quanto parte di un insieme più grande che comprende anche segmenti di altre classi sociali. In generale quelli che dentro la società non stanno bene economicamente, che hanno bisogno di lavorare per mantenere sé e la propria famiglia, si autodefiniscono come “popolo”. Se noi rifiutiamo di utilizzare questa categoria lo faranno altri, e a fare egemonia non saranno i proletari con i loro contenuti e le loro rivendicazioni, ma i reazionari. È quello che abbiamo visto nel dicembre 2013 con il Movimento dei Forconi, che vediamo con i 5 Stelle, con la Lega e fascismi vari. È fondamentale che ci appropriamo di questa categoria e che la decliniamo correttamente. Il punto è proprio quello di non mettersi al carro dei reazionari nella speranza di fare egemonia un giorno (questa fu all’epoca la posizione di Infoaut rispetto ai forconi, questa è quella di chi immagina “alleanze” o entrature con i 5 Stelle), ma di avviare un percorso che, partendo dalla centralità del proletariato, sia poi capace di allargarsi e fare egemonia su quelli che possono essere i nostri amici…

 

Anche se i proletari sono il segmento più consistente della società italiana, è necessario fare alleanza con i segmenti di altre classi sociali in via di proletarizzazione a causa della crisi.

Nel passato anche recente, pensiamo non solo agli anni ’20 quindi, ma anche agli anni ’70, è stato proprio l’isolamento in cui la grande borghesia ha costretto la classe proletaria a giocare un ruolo determinante nel fermare i processi rivoluzionari in Italia.

In Italia storicamente abbiamo sempre avuto una grossa presenza della piccola-media borghesia che ha funzionato come un “tappo” nel contenere le spinte del movimento operaio.

Ma ciò è stato possibile perché il grande capitale era in grado di garantire a quei soggetti privilegi e prospettive di miglioramento.

 Ora che questo non è più possibile, a causa dello stesso sviluppo del capitalismo e per le necessità imposte dalla crisi, che tende a tagliare spese improduttive e a diminuire mediazioni sociali, privilegi, corpi intermedi ecc., dobbiamo assolutamente approfittarne.

 

 

Il disallineamento di classe

ha devastato la sinistra italiana.

Transform-italia.it – (12/03/2025) - Jacopo Custodi – Redazione - ci dice:

 

(Traduzione italiana dell’articolo “Class Dealignment Has Devastated the Italian Left” uscito su “Jacobin Magazine” il 31 dicembre 2024, a firma di Jacopo Custodi.)

 

“Difendiamo i lavoratori meglio della sinistra al caviale!”.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali di novembre in Emilia-Romagna e Umbria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sottolineato il legame del suo partito con la gente comune.

Ha affermato che la sua coalizione è “radicata nel cuore della società, lontana dai salotti VIP e dalle lobby della sinistra radical-chic”.

Secondo Meloni, mentre i talk show televisivi potrebbero far credere che la cosiddetta “sinistra dei salotti” sia influente, in realtà chiunque visiti un mercato rionale può vedere con i propri occhi come “il popolo” sostenga il suo governo.

 

Questa retorica non è nuova:

 i politici dell’estrema destra italiana l’hanno spesso utilizzata nella loro guerra culturale contro la sinistra.

 Si presentano come i difensori di un presunto popolo lavoratore e tradizionalista, in contrapposizione a un’élite rinchiusa nelle sue torri d’avorio progressiste.

In questa narrazione, l’élite include tutto lo spettro della sinistra, dal moderato Partito Democratico fino agli attivisti dell’estrema sinistra e ai centri sociali occupati.

Così, la destra italiana ha sviluppato un proprio linguaggio della politica di classe, definendola non in base ai rapporti sociali di produzione, ma in base alle preferenze culturali.

Espressioni come “sinistra al caviale”, “sinistra dei salotti”, “sinistra ZTL” (in riferimento ai costosi centri storici dove sono in vigore le Zone a Traffico Limitato), “comunisti con il Rolex” e “sinistra radical-chic” sono ampiamente diffuse nella retorica dell’estrema destra, da Meloni al leader della Lega Matteo Salvini.

 Questi termini hanno accompagnato la loro ascesa al potere al punto da entrare ormai nel linguaggio quotidiano degli italiani.

 

Si tratta, senza dubbio, di propaganda.

 È una narrazione premeditata ed efficace, costruita dalla destra per apparire fresca e attraente, adottando gli usi, il linguaggio e i riferimenti culturali della quotidianità italiana per dare l’impressione di essere “uno di loro”.

Questa narrativa, però, è in netto contrasto con la realtà:

 in primo luogo, l’attuale governo gode di ottimi rapporti con l’élite capitalista italiana (e con quelle straniere, come dimostrano le ottime relazioni di Meloni con Elon Musk).

In secondo luogo, sotto il governo Meloni, le condizioni materiali della classe lavoratrice italiana hanno continuato a peggiorare, così come la qualità dei servizi pubblici da cui essa dipende, come il trasporto pubblico e il sistema sanitario.

Eppure, come spesso accade con le narrazioni politiche, per quanto possano sfruttare, distorcere o alterare i fatti, affondano comunque le loro radici nella realtà.

Se si spoglia questa propaganda di destra da tutta la sua ipocrisia e da tutte le sue distorsioni, emerge un dato reale:

il disallineamento di classe.

In parole semplici, questo fenomeno descrive la crescente tendenza della classe lavoratrice ad allontanarsi da un allineamento politico con la sinistra, nonostante il suo ruolo storico di rappresentanza politica di questa classe.

Se la destra è riuscita negli anni a sviluppare una sua identificazione di classe basata sulle preferenze culturali, è proprio perché la tradizionale politica di classe della sinistra è progressivamente scomparsa.

 

Questo problema ha attirato un’attenzione crescente e un acceso dibattito all’interno della sinistra di vari paesi, dalla Francia agli Stati Uniti.

Ha acquisito nuova rilevanza durante le recenti elezioni americane, in cui Donald Trump ha ulteriormente ampliato il suo sostegno tra gli elettori a basso reddito.

Come ha osservato “Jared Abbott” su “Jacobin Magazine”, il disallineamento di classe rappresenta per la sinistra “la sfida politica decisiva del nostro tempo.”

Anche in Italia si tratta di una questione cruciale:

 negli ultimi decenni, la sinistra si è progressivamente allontanata dalla sua storica base elettorale popolare e operaia, lasciando un elettorato disorientato che la destra è riuscita in parte a conquistare.

 

Tuttavia, questo problema tende a ricevere poca attenzione nel mondo militante di sinistra in Italia.

Alcuni tendono a negare questa realtà concentrandosi su segmenti minori della classe lavoratrice che rimangono orientati a sinistra — come i lavoratori precari della conoscenza, di cui parleremo tra poco — oppure enfatizzando casi specifici di sinergia tra la sinistra militante e operai radicalizzati.

 Sebbene questi esempi, come il caso dell’ex fabbrica GKN, siano esperienze importanti e preziose, esse difficilmente riflettono il quadro nazionale nel suo complesso.

 

Altri, pur non negando apertamente il disallineamento di classe, evitano comunque di confrontarsi con il problema, in modo più o meno consapevole.

Probabilmente ciò avviene perché la disconnessione della sinistra dalla classe lavoratrice è diventata un cavallo di battaglia della destra, che è riuscita ad appropriarsene e a definirne il modo in cui se ne parla.

Non è un caso che, mentre l’espressione stessa “disallineamento di classe” non abbia un equivalente consolidato nella lingua italiana, vi è, come abbiamo visto, grande abbondanza di espressioni dal retrogusto di destra per descrivere questo fenomeno.

Questo potrebbe aver alimentato nella sinistra una crescente riluttanza a occuparsi del tema, poiché esso è ormai carico di riferimenti e parole imposti dalla destra.

Non sorprende, quindi, che alcune figure con una traiettoria di sinistra siano gradualmente slittate verso destra proprio interiorizzando questa specifica e onnipresente narrazione di destra.

 Un esempio emblematico è Marco Rizzo, ex leader del piccolo Partito Comunista (uno dei tanti che rivendicano questo nome), oggi alleato di piccoli gruppi di estrema destra e di figure ultraconservatrici cattoliche, in nome di una presunta ostilità popolare verso l’élite progressista.

 

La sinistra ha ragione a non cadere nella narrazione distorta della destra sul disallineamento di classe e a prendere le distanze da chi, come Rizzo, vi si è lasciato trascinare.

Tuttavia, questo non dovrebbe portare ad ignorare il problema solo perché è diventato popolare con un linguaggio di destra.

Ancora peggio, non dovrebbe portare a un auto-consolatorio diniego del problema, basandosi su controesempi virtuosi ma poco rappresentativi del quadro complessivo.

 

In altre parole, se da un lato è importante evitare di cadere nella trappola della narrativa imposta dalla destra, dall’altro la sinistra italiana non può permettersi di negare o ignorare il problema.

Il disallineamento di classe è una questione reale, che impone una urgente riflessione strategica da parte di chi, a sinistra, vuole costruire consenso tra le classi lavoratrici.

 

Il voto invisibile.

Un elemento chiave di questa storia, che la destra sceglie consapevolmente di dimenticare, è che i voti persi a sinistra tra la classe lavoratrice non si spostano necessariamente a destra; più spesso finiscono nell’astensione.

Ad esempio, alle elezioni politiche italiane del 2022, il 49,4% degli individui con uno status economico “basso” (1 su una scala da 1 a 5) non ha votato o ha rifiutato di fare una scelta (scheda bianca), rispetto al solo 27,5% tra coloro con uno status economico “alto” (5 sulla stessa scala).

Alle elezioni europee del 2024 in Italia, l’astensione tra le persone con status economico basso ha raggiunto la cifra record e impressionante del 75,7%.

Piuttosto che abbandonare la “sinistra elitaria e woke” per sostenere la “destra concreta e vicina al popolo”, come suggerisce la narrazione della destra, i lavoratori a basso reddito hanno semplicemente, e drammaticamente, abbandonato la politica tout court.

 

Uno dei grandi punti di forza della politica di classe della sinistra novecentesca era la sua capacità di dare forza ai lavoratori, alimentando una prospettiva collettiva orientata al futuro.

Questo era possibile grazie alla sua capacità di conquistare riforme e diritti che miglioravano concretamente la vita dei lavoratori, e alla costruzione di associazioni e organizzazioni plasmate dall’esperienza e dalla visione del mondo della classe operaia.

Sebbene la sinistra abbia in gran parte perso questa capacità, la destra non è riuscita a replicarla, né sembra avere alcun interesse a farlo.

Come accennato in precedenza, nel novembre 2024 si sono tenute le elezioni regionali in Emilia-Romagna, storicamente una roccaforte della sinistra, e in Umbria, regione già governata dalla destra.

In entrambi i casi, i candidati sostenuti da Giorgia Meloni sono stati sconfitti, smentendo le sue affermazioni di una crescente ondata di consenso popolare per il governo.

Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è l’affluenza alle urne:

 46,4% in Emilia-Romagna e 52,3% in Umbria.

Si tratta di un calo rispettivamente del 21,3% e del 12,4% rispetto alle precedenti elezioni nelle due regioni.

Questo è avvenuto nonostante l’introduzione del voto su due giorni, una misura che generalmente tende ad aumentare la partecipazione elettorale.

Sebbene non siano disponibili dati specifici sulla composizione demografica degli astenuti, non è difficile immaginare quale parte della popolazione abbia scelto di restare a casa.

 

Una sinistra per gli istruiti?

 

Quando si parla di disallineamento di classe, è fondamentale considerare un ulteriore fattore cruciale: il livello di istruzione e il capitale culturale specifico che esso conferisce.

L’istruzione è infatti diventata un predittore chiave del comportamento elettorale, con livelli elevati di scolarizzazione sempre più associati a preferenze di sinistra in molte elezioni europee.

L’economista francese “Thomas Piketty” ha persino coniato il termine “sinistra bramina” per descrivere una sinistra che fa sempre più affidamento su individui altamente istruiti e culturalmente elitari.

 Tuttavia, l’istruzione non è necessariamente un buon indicatore del reddito o della classe sociale, e equipararli può portare a conclusioni fuorvianti.

I sistemi di stratificazione contemporanei mostrano infatti correlazioni più deboli tra le diverse gerarchie sociali, il che significa che un alto status culturale non coincide necessariamente con la ricchezza economica — e viceversa.

 

Questo fenomeno è emerso chiaramente nel primo turno delle elezioni francesi del 2024.

Tra le persone a basso reddito (con guadagni inferiori a 1.250 euro al mese), il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen ha ottenuto un leggero vantaggio sul Nouveau Front Populaire (NFP) di sinistra, ma con un margine ristretto: 38% per RN contro il 35% per NFP.

Entrambi hanno comunque ottenuto risultati migliori tra i lavoratori a basso reddito rispetto al dato generale dell’elettorato (34% per RN, 28,1% per NFP).

Tuttavia, se si guarda al livello di istruzione, il divario diventa molto netto: tra coloro che non hanno conseguito il diploma di scuola secondaria (baccalauréat), il supporto per il RN è salito al 49%, mentre quello per il NFP è crollato al 17%.

Al contrario, tra i laureati (bac+3), il NFP ha conquistato il 37% dei voti, con un vantaggio di 15 punti sia su RN che su Ensemble di Emmanuel Macron, entrambi fermi al 22%.

 

In Italia, alle elezioni europee del giugno 2024 i partiti di destra hanno complessivamente superato quelli di centro e di sinistra (incluso il M5S) tra gli elettori a basso reddito, anche se di poco.

 Tra i votanti nella fascia economica più bassa, il blocco di destra ha ottenuto il 48% dei voti contro il 47% della sinistra.

Solo nella fascia medio-bassa la destra ha goduto di un vantaggio più marcato: 52% contro il 42% della sinistra.

Tuttavia, il divario diventa molto più ampio quando si analizza l’istruzione.

 Tra coloro che non hanno completato la scuola secondaria, la destra ha prevalso con un margine del 59% contro il 37%.

 Al contrario, tra i laureati, la sinistra ha dominato con il 61% dei voti, contro il 34% delle forze di destra.

 

Ciò che emerge, dunque, non è solo il declino della capacità della sinistra di attrarre elettori della classe lavoratrice, ma, ancor più significativamente, una crescente frattura nelle preferenze elettorali all’interno del mondo del lavoro, lungo la linea dell’istruzione.

 I lavoratori manuali e poco qualificati tendono sempre più verso l’astensione o verso i partiti di destra, mentre i lavoratori della conoscenza sostengono in larga misura la sinistra.

Questa dinamica è strettamente legata anche all’attivismo e alla selezione dei candidati nelle elezioni.

Oggi, tra i militanti della sinistra, si registra una presenza sproporzionata di individui con un alto livello di istruzione (seppur in mobilità discendente), rispetto alla loro effettiva rappresentanza nella classe lavoratrice.

Lo stesso fenomeno è evidente tra i candidati, con i laureati che dominano ampiamente i partiti della sinistra contemporanea.

Ad esempio, sulla base delle mie stime ricavate dai curriculum di tutti i candidati di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) alle elezioni europee del 2024, l’80,6% possiede una laurea magistrale o equivalente (cinque anni di istruzione universitaria), mentre solo il 14% della popolazione adulta italiana nel suo complesso ha raggiunto questo livello di istruzione — una percentuale che probabilmente scenderebbe ancora di più se si considerasse solo la classe lavoratrice.

Questo divario evidenzia chiaramente un grave problema di rappresentanza dell’elettorato popolare che la sinistra vorrebbe coinvolgere.

Non a caso, alle europee AVS ha ottenuto l’11% tra i laureati, ma solo il 3% tra coloro privi di un diploma di scuola secondaria.

È evidente che le candidature della sinistra dovrebbero rappresentare la classe lavoratrice in tutta la sua diversità, non solo la sua componente più istruita.

 

Universalismo, progressismo, senso comune.

Il livello di istruzione complica quindi le riflessioni strategiche legate al disallineamento di classe.

 La sfida non è solo costruire una politica di sinistra capace di connettersi con la classe lavoratrice, ma anche fare in modo che risuoni tra i suoi membri più diversi, a prescindere dal loro livello di istruzione.

 Ciò richiede di concentrarsi su temi condivisi dalla più ampia popolazione lavorativa — nonostante la varietà di esperienze di vita modellate dai diversi livelli di istruzione — come la precarietà lavorativa, l’aumento dei prezzi degli affitti, il declino dei servizi pubblici e della sanità, i salari che non tengono il passo con l’inflazione.

 

Sebbene l’era del populismo di sinistra in Europa sembri essere tramontata, una lezione fondamentale di quella fase resta valida:

gran parte del suo successo elettorale derivava dalla capacità di creare un’identità comune attorno a obiettivi progressisti chiari e condivisi, che trascendevano le inevitabili differenze tra le persone.

Indipendentemente dal tipo di politiche sbandierate — incluse quelle indirizzate a specifiche minoranze — appare cruciale inquadrarle all’interno di una prospettiva unificante e universalista, cioè come proposte che contribuiscono al miglioramento dell’intera società. Questo significa promuovere un senso di identificazione condivisa che superi le differenze particolari, pur senza negarle.

 

Per elaborare un messaggio che risuoni con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente dal livello di istruzione, sembra essenziale usare un linguaggio e un modo di inquadrare i temi che attinga al senso comune e che sia accessibile a tutti.

Se un progetto di sinistra si basa eccessivamente su concetti teorici, su registri linguistici complessi e su codici comportamentali molto formalizzati, allora raggiungerà solo coloro che hanno familiarità con questo vocabolario e queste consuetudini.

 

Questo crea una barriera per le persone che non possiedono il capitale culturale necessario per muoversi attraverso questi codici comportamentali e queste convenzioni culturali specializzate.

 Ovviamente, ciò non significa che dovremmo smettere di produrre riflessioni politiche profonde o analisi complesse, ma indica semplicemente l’ovvio:

il linguaggio e il registro culturale dovrebbero sempre adattarsi al contesto collettivo e al pubblico di riferimento.

Una conferenza accademica non è un comizio politico, e viceversa.

 

Questa discussione su linguaggio, estetica e simboli evidenzia anche l’importanza, per la sinistra, di attingere a riferimenti culturali radicati a livello nazionale — ciò che “Antonio” Gramsci chiamava il “nazionale-popolare” — in chiave progressista.

 Questo compito non è certo semplice, dato che negli ultimi anni la destra italiana ha dimostrato grande abilità nell’appropriarsi dell’identità nazionale e del senso di appartenenza al paese, impregnandoli dei propri valori tradizionalisti, xenofobi ed escludenti.

Tuttavia, per quanto sia una sfida complessa, rimane un obiettivo strategico fondamentale, poiché le classi popolari, in particolare quelle con livelli di istruzione più bassi, tendono a essere più “nazionalizzate” nel loro processo di socializzazione culturale.

Ciò significa che sono più sensibili ai simboli, ai codici culturali e ai riferimenti del paese rispetto agli individui con livelli di istruzione più elevati, i quali tendono invece ad essere più cosmopoliti in termini di riferimenti e preferenze culturali.

 

Il disallineamento di classe è quindi un problema che va affrontato con determinazione, prestando particolare attenzione alla sfida posta dal capitale culturale in seno al mondo del lavoro.

Esistono, tuttavia, motivi di speranza:

in Europa ci sono eccezioni a questa tendenza al disallineamento, sia tra i partiti di centro-sinistra tradizionali sia tra le forze più radicali, da cui la sinistra italiana può trarre insegnamenti.

Per esempio, in Spagna il centro-sinistra ottiene maggiore sostegno tra le fasce di reddito più basse, senza che il Partito Socialista Operaio Spagnolo al governo sia una forza culturalmente conservatrice.

 Lo stesso vale per la stella nascente della sinistra radicale europea, il Partito del Lavoro del Belgio, il cui consenso cresce nelle aree a basso reddito e cala in quelle più benestanti.

 

La sinistra ha un bisogno urgente di strategie per comunicare in modo più efficace con l’intera classe lavoratrice e per rappresentarne tutti i segmenti del mondo del lavoro.

Questo obiettivo deve essere raggiunto senza cedere alla narrazione della destra, che costruisce una falsa dicotomia tra il popolo conservatore e i progressisti privilegiati.

Sebbene sia una sfida complessa, è una battaglia essenziale.

Solo così sarà possibile arginare il disallineamento di classe e riavvicinare gli elettori della classe lavoratrice, sottraendoli all’astensionismo o ai richiami della destra.

 

 

 

 

I QUATTRO MOTIVI PER CUI LA SINISTRA

NON SI MUOVE da” IL FATTO”.

Officinadeisaperi.it - Guido Ortona - Silvia Truzzi – (19 Giugno 2025) – ci dicono:

 

I quattro motivi per cui la sinistra non si muove.

L’articolo di Montanari e Pallante sul Fatto del 12 giugno solleva alcune questioni che credo sarebbe utile approfondire.

Nel cosiddetto “Popolo della Sinistra” è diffusa l’impressione che i suoi leader non riescano a fare proposte adeguate sui grandi problemi della nostra società.

Questa impressione è giusta: la gente è sempre più insoddisfatta, ma i partiti di sinistra, che dovrebbero dare voce politica a questa insoddisfazione, raccolgono più o meno il voto del 40% del 50% degli elettori, uno su cinque.

In realtà la situazione è ancora peggiore: i dirigenti della Sinistra non riescono nemmeno a riconoscere quali sono i problemi principali.

E non basta ancora: non si rendono nemmeno conto della necessità di conoscerli. Cercare di suggerire perché è il tema di questo articolo.

 

I grandi problemi che sfuggono alla leadership della sinistra sono due, e cioè la necessità di un’imposta patrimoniale e quella di aprire un conflitto con l’Eurocrazia.

 Ogni anno l’Italia sperpera varie decine di miliardi per rispettare i vincoli europei, ovviamente senza riuscirci.

Ed è necessario rilanciare lo stato sociale; ma ciò richiede risorse – che vanno prese là dove sono, e cioè nei grandi patrimoni.

Senza la gestione vittoriosa di questi due conflitti nessuna politica economica di sinistra può avere speranze di successo.

 

Quanto sopra è ovvio per quasi tutti gli economisti di sinistra (categoria di cui faccio parte).

 Perché non lo è anche per i dirigenti dei partiti della Sinistra parlamentare?

Credo che i motivi siano quattro, con varie intersezioni fra di essi.

 

In primo luogo, i dirigenti di sinistra non sanno bene cosa sia, per esempio, il “Meccanismo Europeo di Stabilità”, o cosa è una “politica fiscale redistributiva”.

Non hanno tempo di studiarlo, e affidare l’elaborazione della linea politica a chi lo sapesse implicherebbe delegare parte del potere; con conseguenze negative appunto sul loro potere e difficoltà nella loro azione politica. Probabilmente entrambi gli aspetti convivono, con pesi variabili.

 

In secondo luogo, i partiti di sinistra, soprattutto ma non solo il Pd, sono al centro di un complicato sistema di alleanze su questioni locali o settoriali importanti, e mantenere quel sistema ben funzionante è fondamentale.

Perché perdere tempo a discutere di come tassare i ricchi, creando difficoltà ai nostri compagni impegnati a proporre interventi di sinistra anziché di destra nel consiglio di amministrazione del Banco di Y, cosa che richiede l’appoggio dei rappresentanti di quei ricchi?

 

In terzo luogo, anche i politici “tengono famiglia”.

 Impegnarsi nella lotta contro l’Europa e contro i grandi poteri finanziari è molto più azzardato che lottare per ottenere il parco nel quartiere W della città di X; e anche che lottare contro il fascismo che avanza.

 

In una parola, ai dirigenti di sinistra non conviene occuparsi di quelle due grandi questioni.

 E se si decide di non occuparsene, diventa del tutto logico non elaborare politiche su di esse.

Ma il motivo più importante è probabilmente che i partiti, e soprattutto il Pd, sono diventati alleanze di gruppi con interessi diversi e spesso contrapposti;

 l’unità del partito richiede allora che si parli il meno possibile di temi conflittuali. Ho sentito una figura apicale del Pd confessare che la questione fiscale è molto delicata, e quindi nel partito non se ne parla.

 

Intendiamoci, lottare contro il fascismo che avanza è molto giusto, soprattutto oggi; e lo è anche lottare per il parco nel quartiere W.

Ciò che è molto sbagliato, sia dal punto di vista politico sia da quello morale, è lottare per questi obiettivi non a fianco della lotta per trovare i mezzi per una politica economica di sinistra, ma al posto di questa. Credo che sia necessario che su tutto questo si cominci a discutere in modo serio.

(Guido Ortona - Già professore di Politica economica all’Università del Piemonte Orientale).

 

La Caritas ci spiega in cifre l’abbandono della Costituzione.

 

(Silvia Truzzi - 19 Giugno 2025).

In una specie di assuefazione alla sofferenza sociale, abbiamo iniziato a percepire come normali cose che fino a pochissimi anni fa ci apparivano intollerabili: stragi di innocenti, guerre, catastrofi umanitarie.

È la mitridizzazione del dolore, quello fisicamente lontano e pure quello di casa nostra con la mano tesa all’ingresso del supermercato che, per fretta o per abitudine, spesso oltrepassiamo scocciati.

La Caritas ha presentato l’altro giorno il Report 2025 sulla povertà in Italia, un lavoro di raccolta di informazioni che arrivano da 3.341 Centri in 204 diocesi. Avvenire spiega un’importante nota metodologica:

“I numeri pubblicati appartengono solo ai servizi informatizzati che rappresentano circa la metà delle strutture.

Quindi i numeri veri sono molto più alti”.

Ecco il primo: i poveri seguiti dalla Caritas sono aumentati del 62% in dieci anni.

L’Italia è il settimo Paese in Europa per incidenza di persone a rischio povertà o esclusione sociale (al 23,1%, in aumento rispetto al 22,8% del 2023).

Un residente su dieci si trova in condizione di povertà assoluta, secondo i dati Istat, ovvero 5 milioni e 694 mila persone.

Due milioni e 217 mila famiglie non dispongono delle risorse necessarie per una vita dignitosa (un’alimentazione adeguata, risorse per l’abbigliamento e un’abitazione).

Dei 277.775 individui accompagnati dalla Caritas, il 56,2% è di nazionalità straniera, ma il 42,1% è italiano.

Rilevantissimo l’aumento della povertà nel produttivo Nord (+77%!), seguito dalle regioni del Mezzogiorno (+64,7%).

 

I due problemi maggiori sono la casa e la salute.

Tra gli assistiti, il 22,7% vive una “grave esclusione abitativa” (persone senza casa, ospiti nei dormitori o in condizioni abitative insicure o inadeguate);

il 10,3% ha difficoltà legate alla gestione o al mantenimento della casa stessa (bollette e affitto).

 Il 15,7% degli assistiti presenta “vulnerabilità sanitarie”, collegate a malattie gravi o inefficienza del sistema pubblico.

Tanti chiedono farmaci, visite mediche o sussidi per prestazioni sanitarie; ma, precisa il rapporto, il fenomeno della rinuncia alle cure è “sottostimato”.

 E poi ci sono i dati sul lavoro, riassumibili nell’espressione “salari da fame”: se il 47,9% di chi chiede aiuto è disoccupato, il 23,5% ha un lavoro che però non basta ad arrivare a fine mese.

Nella fascia di età 35-54 anni la percentuale dei lavoratori poveri supera addirittura il 30%.

 

Questa situazione non è nuova, si sta solo aggravando, di pari passo con la nostra indifferente assuefazione.

Ma questi numeri, e la tragedia collettiva che sta dietro, sono carne da talk show per un giorno al massimo, poi tutti a parlare di Garlasco.

 Il governo gongola sull’occupazione mai così alta, fingendo che occupazione e posti di lavoro siano sinonimi (per l’Istat è occupato chi ha lavorato almeno un’ora durante la settimana di riferimento), blaterando degli effetti benefici dell’abolizione del reddito di cittadinanza sull’occupazione: la verità è che l’abolizione del reddito serve a tenere bassi i salari.

 Le sirene d’allarme arrivano ormai non dai comizi sindacali, ma da Mario Draghi e dal banchiere Carlo Messina (nella sua intervista alla Stampa di qualche giorno fa), ma tutti fischiettano.

L’abolizione del reddito e la costante diminuzione delle risorse stanziate per la spesa sociale (vedere per credere la legge di Bilancio 2025-2027) non sono misure demagogiche, dipendono da un cinico calcolo politico: i poveri non vanno più a votare.

In questa sovrapposizione di realtà – quella raccontata da media e politici di turno e quella che esce dai rapporti di istituzioni e enti del terzo settore – la Costituzione scompare.

Dicono che la prima parte, quella di tutela dei diritti fondamentali, è intoccabile per la semplice ragione che non hanno bisogno di farlo: è già Carta straccia.

 

 

 

 

LA MISSIONE IMPOSSIBILE TRA

REINDUSTRIALIZZAZIONE E CASINO

-CAPITALISMO da “IL MANIFESTO”.

Officinadeisaperi.it -Tonino Perna – Danilo Corradi – Marco Bertorello – (09-08 – 2025) – ci dicono:

 

“Trumpnomics”.

 Sembra incredibile che qualcuno abbia preso sul serio l’obiettivo di “Dollar Trump” di ridurre la voragine del debito statunitense (36mila miliardi di dollari) e, allo stesso tempo, reindustrializzare questo Paese dove l’industria ha un peso sul Pil pari a meno dell’11%, contro il 20 per cento del Giappone, il 23 per cento della Germania e dell’Italia, e oltre il 27 per cento della Cina.

(Tonino Perna - 09/08/2025).

Anche sul piano occupazionale il contributo dell’industria manifatturiera è molto al di sotto della media dei paesi industrializzati: l’8,5 per cento del totale degli occupati contro il 14,5 per cento della Ue e il 24 per cento della Cina.

Anche il Regno Unito punta alla reindustrializzazione dato che la sua industria manifatturiera pesa meno dell’8 per cento sul Pil e occupa la stessa percentuale. Ma, il governo inglese non pensa di ritornare al XIX secolo quando era leader mondiale nel tessile o nella produzione di carbone, né pensa che siano efficaci i dazi per proteggere la sua industria, punta piuttosto sulle energie pulite, su R&S (ricerca e sviluppo) e innovazione, sull’alta formazione e sulla produzione di tecnologia avanzata, compreso il settore militare.

 

Nella storia contemporanea non si è mai registrato un caso di reindustrializzazione su vasta scala che punti sull’industria di base (acciaio e gas) e su quella tradizionale.

 Ammesso che si trovino gli imprenditori disposti ad investire nell’industria leggera (abbigliamento, calzature, alimentari, arredi ecc.) o in altri settori in cui l’import è prevalente, ci vorrebbero anni prima che si avviasse questo processo di reindustrializzazione.

Per quanto i dazi possano difendere l’industria nazionale in molti prodotti provenienti dall’Asia (non solo dalla Cina) il differenziale nel costo del lavoro è tale che solo un contingentamento delle importazioni metterebbe al riparo l’industria statunitense.

Soprattutto Trump ignora il fatto che gli Usa sono un paese a capitalismo maturo che ha da tempo abbandonato le produzioni a basso valore aggiunto, occupando sempre più le parti alte della catena del valore fino ad abbandonare gran parte della “economia reale” per specializzarsi nel campo della finanza, diventando un paese leader di quello che brillantemente “Luciano Gallino” ha definito come “finanz-capitalismo”.

 

E la forza di questo modo di produzione è basata sulla potenza del dollaro, una calamita che ha attratto capitali da tutto il mondo, un bene rifugio che le guerre scatenate dagli Usa hanno rafforzato, una moneta fiduciaria, sganciata da ogni relazione con l’economia reale statunitense.

È stato dimostrato come, dagli ’50 del secolo scorso, c’è una forte connessione tra i conflitti armati, che vedono il governo Usa in prima fila, e il rafforzamento del dollaro.

 D’altra parte con una spesa militare che ha raggiunto i 1000 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa militare globale, Trump non ha rinunciato al modello militare-industriale ma vuole trasferire una parte della domanda dal governo Usa a paesi terzi, a partire dalla Ue.

 

Soprattutto “Dollar Trump” rischia di perdere il consenso di una parte del suo elettorato a cui aveva promesso salari più alti e difesa del posto di lavoro.

Se l’aumento dei dazi porterà delle entrate per il bilancio statale Usa, se ridurrà il deficit delle partite correnti, avrà come primo effetto un sensibile aumento dell’inflazione che colpisce in primis i lavoratori dipendenti, la classe operaia che il tycoon aveva blandito.

 

Anche l’indebolimento del dollaro rispetto alle principali valute (rispetto all’euro nei primi mesi di quest’anno ha perso più del 12 per cento) si traduce in aumento del costo della vita perché l’importazione di molti beni di consumo non potrà nel medio periodo essere sostituita.

Ma, Trump ha un’altra arma che sta usando dall’inizio del suo secondo mandato: le criptovalute.

Coerentemente con l’obiettivo di sganciarsi dal controllo della Fed e di guadagnare personalmente anche su questo versante, ha firmato una legge denominata “Genius” (Guiding and Establishing National Innovation for US Stabelcoins) che dà un impulso rilevante alle criptovalute agganciate al dollaro, ed in particolare integra nelle riserve strategiche statunitensi i Bitcoin, la più volatile moneta digitale.

 

In questo modo vorrebbe costringere il variegato mondo delle criptovalute, con un business di oltre 4.000 miliardi di dollari (sic!) a restare legate al dollaro, anche come risposta alla crescente insofferenza dei Brics che puntano ad uno sganciamento dal dollaro come moneta di riserva internazionale che ancora conta per il 59 per cento delle riserve mondiali in valuta (ma era al 70 per cento agli inizi di questo secolo).

 

In sintesi, da una parte Trump dichiara di volere riportare l’industria manifatturiera a produrre negli Usa, ma dall’altra insegue il casino-capitalism, il suo cavallo di battaglia, unitamente all’industria delle armi da far crescere a spese degli alleati-servi europei, e non solo.

 Come dice un noto adagio “chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca” finisce per non avere né l’una né l’altra.

 

Dazi e sussidi, sovranisti a casa loro.

 

Nuova finanza pubblica L’accordo dell’Europa con gli Stati uniti sui dazi al 15% fa discutere.

 Non intendiamo scivolare sul crinale del «chi ha vinto?», poiché le future variabili saranno molteplici.

Vorremmo invece riflettere […]

 

(Marco Bertorello, Danilo Corradi - 09/08/2025).

 

L’accordo dell’Europa con gli Stati uniti sui dazi al 15% fa discutere. Non intendiamo scivolare sul crinale del «chi ha vinto?», poiché le future variabili saranno molteplici. Vorremmo invece riflettere sull’incongruenza da parte del governo italiano, e ci pare di Confindustria, sebbene con motivazioni e osservazioni più articolate, nel sostenere al contempo la «sopportabilità» di tale accordo e la necessità di aiuti alle imprese che verranno colpite.

Gli industriali parlano della necessità di un «piano straordinario» in considerazione della svalutazione in corso del dollaro che rappresenterebbe un ulteriore costo aggiuntivo di circa 13 punti percentuali.

L’Italia rappresenta una quota rilevante dell’export continentale verso Washington: nel 2023 era seconda in Europa con 67,3 mld di euro dietro la sola Germania (157,7 mld). Tale quota fa chiedere a Meloni un fondo europeo dove prevedibilmente la partecipazione italiana non potrà che essere rilevante.

 

Per azzerare l’effetto dazi occorrerebbe girare circa 10 miliardi l’anno di soldi pubblici (presi dalla fiscalità generale) alle aziende esportatrici italiane così che queste possano non aumentare il prezzo dei propri prodotti (al netto della svalutazione del dollaro). L’effetto concreto sarebbe prendere 10 miliardi dalla fiscalità tricolore per regalarli alle casse statunitensi.

 

Tradotto: gli italiani dovrebbero finanziare i consumatori statunitensi per consentirgli di continuare ad acquistare prodotti nostrani agli stessi prezzi. Operazione che, se generalizzata, renderebbe politicamente indolore la scelta di Trump, anestetizzandone le controindicazioni.

Ridurrebbe, infatti, il rischio di inflazione a casa propria, otterrebbe un aumento delle entrate fiscali che gli servirebbero per ridurre il debito e/o ridurre le tasse ai ricchi.

 

I dazi finirebbero per tradursi in un’operazione vincente per Washington, che non pagherebbe alcun costo, neppure in termini di consenso. Un invito a rilanciare sulla politica dei dazi, poiché tutta a spese nostre. Tanto più che nel breve-medio periodo sarà molto complicato che le aziende americane possano sostituire la maggior parte delle importazioni europee. Senza ulteriori ritorsioni Usa (che non si possono certo escludere) per ora l’impatto reale per le imprese potrebbe essere modesto.

 

La miopia di tale impostazione non finisce qui.

 

Considerando che l’export italiano è un settore trainante compensare le imprese che sarebbero penalizzate dai dazi potrebbe significare aiutare aziende, per fare solo degli esempi, come Ferrari o Campari, che di affari negli Usa ne fanno parecchi e che di aiuti certo non hanno bisogno. Eppure non si parla di sussidi mirati e circoscritti che sarebbero più comprensibili.

 

Inoltre, quali distorsioni (per non dire truffe) genererebbe questo approccio? Altro che superbonus per l’edilizia!

 

Se la politica protezionista statunitense è ritenuta così sbagliata bisognerebbe contrastarla costruendo un contesto capace di favorire il sottrarsi ai ricatti di Trump.

Dovremmo investire in nuove relazioni commerciali con paesi ugualmente colpiti dai dazi, dal Canada al Brasile; ipotizzare piani per scommettere su nuove produzioni e nuovi mercati; scommettere su scelte ecologicamente sostenibili per sottrarci alla dipendenza e alle minacce energetiche.

 

Si potrebbe accrescere la domanda interna, magari sostenendo quei salari colpiti duramente dalla recente inflazione o investendo in scuola, ricerca e mobilità sostenibile. Invece l’Italia si caratterizza immediatamente per confermare un modello traballante fondato su bassi salari e pochi investimenti, un modello «facile» a cui ci riteniamo inchiodati, incentrato sulla competizione dei costi che per reggere necessità persino della mano pubblica.

 

Insomma, l’Italia degli aiuti alle imprese finirebbe per puntellare il sovranismo a stelle e strisce attingendo direttamente dalle nostre tasche. Una scelta piuttosto originale per chi si ritiene paladino degli interessi nazionali.

LA SINISTRA HA PAURA

DELLA DEMOCRAZIA.

Opinione.it - Antonio Giuseppe Di Natale – (10 maggio 2023) – ci dice:

 

La sinistra ha paura della democrazia.

La riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del capo dello Stato è parte integrante e sostanziale del mandato che è stato conferito dagli elettori al governo di centrodestra.

 La presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica il diritto e il dovere di riformare la legge fondamentale con l’obiettivo di rendere più stabile la governance del nostro Paese.

Il passaggio da una repubblica parlamentare a quella presidenziale è la via che deve essere percorsa per rendere l’Italia una democrazia matura.

 La stabilità di un esecutivo che ha vinto le elezioni politiche è la pre-condizione per l’attuazione del programma politico sottoposto al vaglio del corpo elettorale.

 Coerentemente con il programma elettorale, la presidente del Consiglio ha iniziato le consultazioni con gli esponenti dei partiti politici di opposizione per avviare l’iter della riforma, così come previsto dall’articolo 138 della Costituzione.

 

Prima ancora di incontrare la premier, i leader dei partiti d’opposizione hanno opposto sostanzialmente il veto alla modifica della Costituzione adducendo come motivazione il rischio di derive autoritarie.

Nel mondo libero di consolidata democrazia, il presidenzialismo è la forma di governo che ha garantito nel tempo l’alternanza tra i conservatori e i socialdemocratici.

A nessuno è venuto in mente l’idea di riformare i poteri del presidente direttamente eletto per un non meglio precisato rischio di autoritarismo.

Al contrario, le repubbliche parlamentari, in testa l’Italia e Israele, hanno sempre sofferto di un parlamentarismo esasperato che ne ha inficiato l’efficacia e la durata degli esecutivi.

L’Italia repubblicana ha avuto, a oggi, 31 presidenti del consiglio dei ministri e 68 governi.

 La media della durata degli esecutivi dal 1948 a oggi è di circa 14 mesi.

 

La difesa dell’attuale regime parlamentare è motivata dal rischio di concentrare il potere in “un solo uomo al comando”.

 Per i cantori del regime parlamentare la volontà del popolo sovrano dev’essere intermediata da una sorta di “monarca di fatto” che senza una diretta legittimazione elettorale può ostacolare il procedere di un esecutivo non gradito.

L’assunto che con la forma attuale, la Presidenza della Repubblica in Italia è un potere terzo è un’ipocrisia alla quale non crede nessuno.

La storia insegna.

 È stato un presidente della Repubblica super partes Oscar Luigi Scalfaro?

L’allora inquilino del Colle più alto ebbe a creare le condizioni, facendo leva sul segretario politico della Lega Nord Umberto Bossi, per far cadere il primo governo Berlusconi.

È stato un presidente super partes Giorgio Napolitano?

 

Lo stesso tramò con la cancelliera tedesca Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per far cadere il terzo governo Berlusconi e per insediare l’esecutivo “tecnico” del professor Mario Monti offrendogli preventivamente il laticlavio a vita in Senato.

 È al di sopra delle parti il presidente Sergio Mattarella?

 Suo malgrado ha dovuto conferire l’incarico di formare il governo alla presidente Giorgia Meloni, dopo la chiara vittoria alle elezioni politiche. Tuttavia, sine titulo, si è occupato di politica estera mettendo in imbarazzo il governo nei confronti di una Francia che opera in aperto contrasto contro l’Italia sul tema dell’immigrazione clandestina e irregolare.

 

Parrebbe che la presidente Meloni, per cercare di compiacere un’opposizione pregiudizialmente contraria a qualsiasi riforma, sia propensa a proporre l’elezione diretta del premier piuttosto che il presidente della Repubblica.

Il dialogo con l’opposizione è sempre positivo se si hanno degli interlocutori affidabili.

 È vero che i due tentativi (di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi) di riforma costituzionale non hanno superato lo scoglio del referendum popolare. Ma i due tentativi di riforma non prevedevano l’elezione diretta del presidente della Repubblica.

 Sono convinto che qualsiasi proposta di riforma dell’esecutivo troverà in questa opposizione un ostacolo pregiudiziale.

Per la sinistra, rinunciare alle casematte del potere dove hanno saputo insediare i loro amici è inaccettabile.

 

Per loro la democrazia è valida solo se vincolo le elezioni.

 Se gli elettori premiano il centrodestra la democrazia diventa malata ed è a rischio.

Quando nel 1977 il Likud vinse le elezioni per la prima volta in Israele con il suo leader di Menachem Begin, i laburisti che ininterrottamente avevano governato dalla fondazione del 1948, additavano il primo ministro di centrodestra come un estremista di destra.

Alcuni politici laburisti in Israele, dopo la vittoria di Begin, affermavano: “Se il popolo vota il centrodestra occorre cambiare il popolo”.

La sinistra che si oppone alle riforme teme la democrazia.

 

 

 

 

 

DESTRA E SINISTRA, DUE PAROLE

INUTILI: IL LIBERALISMO È ALTROVE.

 Opinione.it - Sandro Scoppa – (08 agosto 2025) – ci dice:

 

Destra e sinistra, due parole inutili: il liberalismo è altrove

Non è una via di mezzo, ma una via altra: quella dell’individuo contro ogni potere che vuole guidarlo, correggerlo, sostituirlo.

 

Nel Belpaese, le parole “destra” e “sinistra” continuano ad affollare i dibattiti televisivi, le dichiarazioni dei leader, i titoli dei giornali.

 Ma cosa significano oggi?

La cosiddetta destra, che prometteva meno tasse e più libertà, governa invece tassando e sussidiando come prima, e imponendo tetti, divieti e dirigismo come se fosse un governo prodiano.

La cosiddetta sinistra, che si ammantava di progressismo e diceva di voler difendere i deboli, continua a proporre patrimoniali, affitti calmierati, limiti alla proprietà privata, come se la storia non avesse mai smentito i suoi errori.

 Nel mezzo, i cittadini osservano un potere che cambia bandiera, ma non metodo.

 

Già molti decenni fa” José Ortega y Gasset” ha messo in guardia contro la vuotezza di queste etichette.

Ha infatti ammonito: “Essere di sinistra è, come essere di destra, uno degli infiniti modi che l’uomo può scegliere per essere un imbecille: entrambi in effetti sono forme della emiplegia morale”.

Una sentenza sferzante, che è adesso più attuale che mai, in un contesto in cui le differenze tra i due campi si riducono alla gestione alternata di uno stesso potere burocratico e invasivo.

 

In realtà, il vero spartiacque politico non è tra destra e sinistra, è tra chi vuole uno Stato che comandi e chi vuole invece individui liberi di scegliere.

 Lo ha scritto “Karl R. Popper” a chiare lettere: “Il problema del controllo dei governanti e della limitazione dei loro poteri è in sostanza un problema istituzionale, il problema insomma di dar vita a istituzioni capaci di impedire anche ai cattivi governanti di fare troppo danno”, che in sostanza rimanda alla grande questione, ossia non al “chi debba comandare”, ma come “controllare chi comanda”, cioè come limitare il potere.

 E nel nostro Paese questo potere non lo si limita quasi mai.

Lo si invoca. Lo si rafforza. Lo si sacralizza, purché sia il proprio partito a gestirlo.

 

Chi è al governo promette semplificazioni, eppure produce regolamenti.

 Afferma di voler rilanciare l’impresa, ma vara misure di segno opposto, come crediti d’imposta per pochi e nuovi ostacoli per tutti.

Sostiene di ridurre le tasse e, nonostante ciò, aumenta le imposte locali o inventa nuovi obblighi, come il “listino prezzi” per sanare gli immobili.

A sinistra si sogna addirittura una nuova Iri, a destra una nuova Cassa per il Mezzogiorno.

 Entrambe si inchinano alla logica perversa della politica come dispenser di privilegi e risorse.

 

Il liberalismo autentico, com’è evidente, è completamente altrove.

Non è un compromesso tra Meloni e Schlein, tra Salvini e Conte.

 È una rottura.

Non vuole più Stato, bensì più spazio per la persona, più cooperazione sociale volontaria.

 Non promette uguaglianza nei risultati, vuole invece rimuovere gli ostacoli che impediscono ai talenti di emergere.

 In Italia detto messaggio è difficile da far passare perché per decenni siamo stati educati all’idea che ogni problema richieda una legge, un contributo, una cabina di regia.

 

Esso, inoltre, non è una tecnica di governo tra le tante.

È una scelta morale e politica precisa: quella di limitare volontariamente il potere anche quando se ne dispone.

Non impone un modello di vita, non pretende uniformità di valori, non cerca il consenso assoluto.

Al contrario, lascia spazio a chi dissente, protegge chi si distingue, difende il diritto di esistere e di esprimersi anche di chi si oppone alla maggioranza.

In questo senso, è la più alta forma di civiltà istituzionale:

non perché tolleri il conflitto, ma perché lo contiene senza annientare l’altro.

È la rinuncia all’onnipotenza, è il rifiuto di convertire la forza in dominio.

 È una dottrina, non un dogma rigido, che vive nel pluralismo e si realizza nel rispetto radicale della persona, non nell’omologazione imposta da chi comanda.

Il liberalismo è, in ultima analisi, l’istituzionalizzazione della libertà individuale di scelta, conseguita tramite la limitazione della sfera d’intervento del potere pubblico.

Tuttavia, per comprendere detta logica occorre risalire a una tradizione intellettuale che affonda le sue radici nell’illuminismo scozzese e nella lezione di pensatori come “Smith”, “Ferguson”, “Hume”.

È lì che nasce il principio della dispersione della conoscenza: nessuno detiene verità assolute e l’ordine sociale più efficace non è quello costruito dall’alto, bensì quello che emerge spontaneamente dalla cooperazione volontaria tra individui.

 

Tutto ciò si basa su una realtà tanto semplice quanto spesso ignorata: l’uomo vive in una condizione permanente di scarsità.

 Scarsità di mezzi, di conoscenze, di tempo.

Per sopravvivere non ha altra scelta che cooperare con altri, sebbene questa cooperazione non sia sempre stata la via dominante.

 Per secoli, la risposta prevalente alla scarsità è stata la violenza: la rapina, la conquista, la spoliazione.

Gli Stati nacquero come formazioni patrimoniali, come domini esercitati da una ristretta élite che imponeva tributi e obbedienza per assicurarsi il proprio benessere.

 

La storia è passata da società dominate dalla forza a società rette dal diritto solo quando si è riconosciuto che lo scambio pacifico produce più benefici della predazione.

L’economia si è separata dalla politica, e quest’ultima ha perso la sua funzione spogliatrice per diventare, idealmente, produttrice di sicurezza.

Dove vige l’uguaglianza davanti alla legge, nessuno è costretto a subire permanentemente la subordinazione altrui.

La società civile acquista così autonomia, lo Stato arretra, e la libertà individuale può finalmente prosperare.

 

Il liberalismo è quindi teoria della limitazione del potere perché individua nella cooperazione volontaria l’unica vera alternativa alla sottomissione.

 Il che significa non solo libertà di parola o di religione, ma soprattutto libertà di scegliere, di possedere, di contrattare, di intraprendere.

E ciò alimenta un’economia più dinamica e, allo stesso tempo, anche un gigantesco processo di mobilitazione delle conoscenze disperse, una continua esplorazione dell’ignoto, una permanente correzione degli errori.

 

Questa è l’essenza stessa del pensiero liberale, che “Antonio Martino” ha saputo riassumere con rigore e passione:

“Essere liberale oggi significa sapere essere conservatore, quando si tratta di difendere libertà già acquisite, e radicale, quando si tratta di conquistare spazi di libertà ancora negati.

Reazionario per recuperare libertà che sono andate smarrite, rivoluzionario quando la conquista della libertà non lascia spazio ad altrettante alternative.

 E progressista sempre, perché senza libertà non c’è progresso”.

 

La dottrina che pone alla base la libertà individuale non è pertanto una sfumatura ideologica tra i due poli.

È una filosofia politica compiuta. Non chiede ai cittadini di adorare la nazione, né di sacrificarsi per la giustizia sociale.

 Chiede solo che ognuno possa vivere come meglio crede, senza essere costretto a finanziare, subire o giustificare l’arbitrio di altri.

 “Il liberalismo – ha magistralmente sintetizzato “Ludwig von Mises” – non è una teoria organica; non è un dogma rigido.

 È il contrario di tutto questo: è l’applicazione delle teorie scientifiche alla vita sociale degli uomini”.

A sua volta, “Friedrich A. von Hayek” ha sottolineato che: “Il liberalismo […] è inseparabile dall’istituzione della proprietà privata, che è il nome che noi diamo di solito alla parte materiali di questo dominio individuale protetto”.

 

Nel vuoto culturale della politica italiana, in cui le parole vengono svuotate e riciclate con cinismo, la visione espressa di citati pensatori resta l’unica coerente e proprio per questo è spesso esclusa, caricaturata o ignorata.

Ma chi continua a pensare che lo Stato sia la soluzione, finisce sempre per farne il problema.

E chi pensa che la libertà sia un lusso, è destinato a vivere senza:

 “Chi nella libertà cerca qualche altra cosa al di fuori di essa – ha scritto “Alexis de Tocqueville” – è nato per servire”.

 

 

 

 

La sinistra deve lasciarsi

il tempo per nascere.

Volerelaluna.it – (28-10-2024) - Sergio Labate – ci dice:

 

Che fare?

Se la memoria non mi inganna, sarà la cinquantesima volta negli ultimi dieci anni che mi ritrovo a scrivere circa quel che dovrebbe fare la sinistra per tornare al centro dell’attenzione.

 In effetti, considerando che nel frattempo sono inevitabilmente diventato anziano, non escludo che la memoria mi stia ingannando.

 Ma se invece il mio ricordo è autentico, forse è giusto partire da qui.

 Da questa ripetizione di parole, ricette, speranze e infine fallimenti che da dieci anni infiliamo con la stessa eleganza di una preziosa collana di perle.

Ciò complica non poco il mio percorso, che approfittando della pazienza dei miei lettori dividerò in due tappe differenti.

Nell’articolo successivo a questo mi occuperò di cose serie e, in modo particolare, dirò perché a mio avviso la sinistra deve essere rigorosamente laburista, in un senso molto più ampio e complesso del semplice primato dei diritti sociali e della giustizia sociale.

 Ma ciò che vorrei fare adesso è raccogliere quel dato di partenza – la coazione a ripetere della sinistra che parla di se stessa fino al punto di parlarsi addosso – per condividere due premesse metodologiche la cui dose di provocazione credo sia direttamente proporzionale all’utilità che c’è nel metterle in campo all’interno di questa discussione.

 

La prima riguarda la successione di articoli che questo sito sta meritoriamente ospitando da un po’ di mesi e tutti dedicati a rispondere alla domanda su “che fare?”.

 I contributi sono tanti e di altissimo livello.

 Sembrerebbe dunque un successo.

Ma io tenderei a ritenerlo un tipico caso di successo fallimentare.

 La maggior parte di questi contributi sono di persone come me, benché molto più titolate di me.

Cioè maschi bianchi e occidentali che prendono ripetutamente la parola da dieci anni per dire che non devono più prendere la parola.

Finendo allora col riconoscere che non ci resta che “dare la parola” ad altri, preferibilmente donne giovani e non occidentali.

Ma che vuol dire “dare la parola”?

Quello che appare come un gesto di generosità è invece molto spesso un gesto del tutto paternalista, soprattutto quando la parola le persone la stanno agendo per conto loro, in altre sedi e con modalità differenti.

O più probabilmente si sono zittite perché stanche di aver “data la parola” per gentile concessione di noi che continuiamo a presumere cosa loro pensino o vogliano.

 Tutto sommato, non stiamo riferendoci ad altro che alla questione fondamentale che è emersa in questa discussione:

che non si tratta semplicemente di ricostruire un soggetto politico all’altezza, ma che bisogna soprattutto favorire il riconoscimento di un popolo di sinistra, una qualche forma di rappresentazione unitaria che non sia surrettiziamente politica ma che sia innanzitutto sociale.

 Eccola la domanda.

Qualcuno sostiene che il fatto che la società sia attraversata fino alla sua radice da questioni di ingiustizia sia già condizione per rendere necessaria una concrezione politica (un partito o una coalizione che rappresenti tali questioni e l’esigenza del loro superamento).

Dimenticando che non basta una società divisa in classi perché le classi abbiano coscienza di sé stesse.

 Non basta un mondo sempre più separato tra i sommersi e i salvati perché i sommersi si riconoscano sulla stessa barca (i salvati non ne hanno bisogno: ognuno ha il suo yacht personale).

 Ecco perché qualcun altro – e io sono tra questi – sostiene che non si possa descrivere la situazione attuale nei termini dell’ottimismo della società e del pessimismo della politica.

 Non c’è da un lato una società matura alla rappresentanza e dall’altro una rappresentanza al minimo storico di credibilità che va semplicemente ricostruita.

 Il divorzio tra società e politica è il grande tema e non si risolve pensando che nella prima ci sono delle pretese di giustizia che attendono solo le parole giuste da parte degli esponenti della politica.

 

È per questo che dare la parola può essere un gesto esclusivamente paternalista, mentre noi dovremmo metterci in ascolto e non solo di quelle parti di società che già riconosciamo come nostre (è la critica che muovo ai movimentisti radicali. Ovvio che nella società ci sono esperienze emancipative e politicamente rilevanti.

Ma fungono da sentinelle, sono preziose ma non bastano.

 Bisogna costruire una sinistra popolare, non una sinistra che assolutizza delle esperienze che restano avanguardie.

È il motivo per cui “Gramsci” non era populista, con buona pace di sommi teorici che sostengono il contrario.

 

So di essere piuttosto severo – innanzitutto con me stesso.

Ma introduco subito un esempio, che mi accompagnerà in entrambe le puntate. Nella discussione sul lavoro che noi facciamo, c’è chi dice che la sinistra dovrebbe adottare ricette anti-lavoriste (radicalizzare per esempio il reddito di cittadinanza) e chi invece sostiene che dovremmo combattere il neo-schiavismo sempre più diffuso ritornando ai diritti sociali che abbiamo perduto, a partire dalla garanzia del tempo indeterminato.

O anti-lavoristi o laburisti.

Ecco, io invece non credo che la sinistra debba sciogliere questa contraddizione. Se leggiamo i flussi elettorali più recenti, vedremo che buona parte dei giovani, quando non si astiene, tende a votare a sinistra più che a destra.

Tutto ciò ci offre una dote di speranza da non sprecare.

Ma i giovani, se li ascoltiamo, saranno anti-lavoristi o laburisti? Qual è la loro idea di emancipazione – parola preziosissima ma da tenere per noi per non spaventarli – al riguardo?

 

Come giustamente ricorda “Marco Revelli” nel suo ultimo libro, noi diamo per scontato che, se chiedessimo a una trentenne se preferisce passare tutta la sua vita da “Sephora “a vendere oggetti (ma anche in un sindacato a difendere lavoratori, o in una scuola a insegnare, per dire) o a consumare ciclicamente identità varie lasciandosi la libertà di cambiare, lei non avrebbe molti dubbi.

Ma ne siamo certi?

Siamo certi che la sinistra debba conquistare i propri voti con la promessa di una vita dentro Sephora come antidoto alla precarietà?

E se invece la questione fosse che, di fronte a tutto ciò che è venuto meno in questi anni, la sinistra deve promettere di più di ciò che prometteva quarant’anni fa?

 Sia chiaro, non sto riproponendo sotto altre vesti il mito della rottamazione.

La rottamazione renziana era ovviamente un pretesto, perché non si trattava di far parlare altre generazioni, ma di sostituire come soggetti della sinistra gli oppressi (o i loro rappresentanti) con gli oppressori (o con i rappresentanti dei loro interessi).

E la giovane trentenne cui faccio riferimento non è una trentenne qualsiasi.

Non mi interessa una sinistra pass partout e rivendico il conflitto sociale anche tra trentenni.

 Faccio piuttosto riferimento a quelle persone che vorrebbero situarsi sul solco delle tradizioni emancipative e delle loro storie e che non trovano la confidenza per poterlo fare.

A quella trentenne di oggi che non ha smesso di sognare e che possiede probabilmente un’idea di vita liberata molto più densa, complessa e ambiziosa non solo della dittatura del piacere cui è costretta nel mondo di oggi, ma anche di quella promessa di vita compiuta che la società del lavoro ha prospettato a delle generazioni che venivano non dall’opulenza assoluta degli anni ottanta ma dalla povertà assoluta della guerra (come vedremo nella prossima puntata).

 E in ogni caso non possiamo interrompere il circolo vizioso della nostra inutile presa di parola se non siamo disposti non solo a compatire la miseria del presente cui è costretta la giovane che non ha altra alternativa che i lavori saltuari oppure una vita intera da “Sephora”, ma anche ad ascoltare il sogno di una cosa (il suo sogno, non dando per scontato che sia come il nostro) che ancora risuona nel segreto della disperazione delle persone a cui abbiamo consentito venisse sottratta – grazie alle riforme della scuola e dell’università – l’unica arma della democrazia:

la capacità di assegnare un nome alle cose, di trasformare in parole la rabbia dei giorni.

 

Volendo sintetizzare questa prima premessa, potrei dire: non illudiamoci di avere già tutte le ricette pronte e che il deficit che scontiamo sia soltanto organizzativo. Nel cantiere della sinistra servono architetti, non semplici geometri.

 Non si tratta di applicare le ricette del passato, ma di fare i conti con un mondo che è cambiato in peggio, radicalizzando i conflitti sociali, il primato della struttura economica, l’individualismo come unica forma di vita possibile, il disprezzo per la vita democratica.

Di fronte a queste sfide fondamentali, dobbiamo rilanciare le politiche di sinistra non riducendole al semplice realismo politico (cosa fare per vincere) ma rilanciandole all’altezza dell’utopismo politico (annunciare, letteralmente, un mondo nuovo fin dalle sue fondamenta).

 

La seconda premessa provocatoria ha a che fare con l’urgenza della ricostruzione della sinistra, a partire dal più inquietante governo della Repubblica che ci sia mai stato.

Ma anche dallo scenario internazionale (la terza guerra mondiale a pezzi), dal fallimento dell’Europa, dal trumpismo come minaccia permanente, dalla crisi ambientale che non trova risposte, ecc.

Non dirò che è il peggiore dei mondi possibili semplicemente perché, avendo da giovane studiato Leibniz ma avendo anche visto i film di Fantozzi, so bene che mentre di un mondo possiamo postulare che sia il migliore possibile, è meglio non stuzzicare la fantasia del destino dicendo di un mondo che è il peggiore:

 arriverà presto qualcosa a ricordarci che al peggio non c’è mai fine.

Ecco, proprio per questo, io credo che dobbiamo sganciare la necessità della sinistra dalla fretta del presente.

In questi ultimi dieci anni, la sinistra è sempre stata urgente perché era in corso uno stato d’eccezione:

gli ultimi rigurgiti del berlusconismo, poi l’austerity, il draghismo, il renzismo.

E non si è mai lasciata davvero il tempo per nascere come si deve.

Non vorrei che questa fretta diventi di nuovo un alibi per ciò che verrà.

 Qualcuno mi dirà: stai forse normalizzando il governo Meloni?

Niente affatto, sto solo cercando di sottrarmi alla tesi della discontinuità.

La forza e la minaccia del governo Meloni non nascono dal fatto di essere una novità, ma di amplificare un processo di sovversione della democrazia e delle conquiste sociali del dopoguerra che dura da fin troppo tempo.

 Ciò che siamo soliti definire nei termini dell’eccezione non è che il compimento di un’epoca.

Si chiama neoliberismo: il suo obiettivo a lungo termine era precisamente di arrivare fin qui.

 Alla trasformazione delle istituzioni democratiche da esperimenti di diffusione del potere in meccanismo di controllo e ratificazione di un potere che sorge in altre sedi, che ha come unico obiettivo quello di consolidare la differenziazione sociale tra sovrani e sudditi e di produrre odio di propaganda per fare in modo che la nostra servitù sia sempre più volontaria.

Il fascismo ci aspettava da tempo, come esito prevedibile e finale del neoliberismo. Il suo ritorno non è una sorpresa:

è ciò che ci attendeva fin da quando il capitalismo ha scelto di liquidare brutalmente la democrazia, una volta accortosi che non gli serviva più.

A pensarci bene, racchiuderei l’atto di nascita del PD in questa tensione:

mettere in primo piano ogni volta uno stato d’eccezione per preservare da ogni critica l’essenza della nostra epoca, il progetto neoliberista.

Il PD è un partito intrinsecamente neoliberista perché non contesta più nulla se non attraverso l’invenzione permanente di pericoli eccezionali, che gli permettano di presentarsi ogni volta come “male minore”.

 

Perché è così importante storicizzare il governo “non-antifascista” di Meloni? Perché la sinistra sta morendo di realismo, di stati d’eccezione e di mali minori. Esattamente come la giovane trentenne di cui parlavamo prima.

Che passa tutto il suo giorno dentro una ripetizione soffocante e insensata e che se vuole prendere aria – anche solo per cinque minuti – non sa nemmeno dove andare, se piove e non può rifugiarsi in qualche “bosco urbano” (che orrenda immagine di violenza specista).

Dentro una città gli restano solo centri commerciali o bar dove ubriacarsi per fuggire da un male che la costringe – che ci costringe – a consumarci senza più poterci dedicare a capire ciò che vogliamo, ciò che siamo, con chi vogliamo stare. Io, che non sono credente, riconosco qualcosa di mostruosamente abietto nel fatto che la nostra civiltà – che ha edificato per millenni chiese al centro delle città, spazi dove potersi raccogliere, dove poter semplicemente stare – negli ultimi cinquant’anni non sa edificare più nient’altro che luoghi dove possiamo solo consumare e incontrare persone come se fossero cose.

Non ci sono letteralmente più chiese o case del popolo o porte e finestre da cui fuggire dal male del capitalismo e del consumo.

 E di fronte a questo male che ha contagiato le nostre vite, che può farsene la giovane trentenne del ricorso al male minore come forma ultima della politica? Non è promettendogli che non ci sarà più la Meloni che sarà disposta a crederci, ma ricordandogli che c’è un’altra idea di società, un altro modello di convivenza, un’altra forma di vita che può sognare.

Nessun male minore potrà più salvarci, in queste condizioni.

Solo una sinistra capace di utopia, potrà farlo.

E in particolare capace di parlare del lavoro come utopia sociale.

Ma di questo, se qualcuno vorrà ancora leggermi, ne parlerò la prossima volta.

 

La seconda provocazione è dunque questa:

 non c’è alcuna necessità della storia che salverà la sinistra.

 Smettiamola di affidarci agli stati d’eccezione.

 Non saranno gli stati d’eccezione a tenerci in vita, tutt’al più serviranno a mantenerci il respiratore attaccato.

 La sinistra riparta da sé, dal mondo nuovo che vuole e dalla speranza di vita liberata che, dentro gli spazi saturi delle nuove alienazioni, continua a muovere ogni giorno i pensieri disarticolati e inascoltati della giovane trentenne.

 

Meloni attacca l'opposizione:

“Non ci battono e ricorrono

 ai giudici". Schlein: "Eversiva."

   Tg24.sky.it – (07 ago. 2025) – Redazione – ci dice:

 

Il messaggio della presidente del Consiglio contro la sinistra diffuso sui suoi social.

La premier si riferisce alla denuncia alla “Cpi” e "all'uso strumentale del dramma Gaza".

 (La segretaria Pd: "Lasciar lavorare i giudici".)

(Anm: "Nessun disegno contro il governo.")

 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna ad attaccare duramente le opposizioni, accusandole di strumentalizzare il dramma di Gaza e di voler colpire il governo italiano per via giudiziaria.

In un post pubblicato su Facebook, la premier ha reagito all’ipotesi di una segnalazione dell’Italia alla Corte Penale Internazionale, promossa da alcuni esponenti della sinistra.

 

"Tirano in ballo Gaza in modo strumentale come se fosse colpa nostra."

"Leggo che alcuni esponenti della sinistra – come Bonelli, Fratoianni e compagnia – vorrebbero segnalare il Governo italiano alla Corte Penale Internazionale", ha scritto Meloni, ricordando come in passato gli stessi politici avessero chiesto a Bruxelles di aprire una procedura di infrazione contro l’Italia.

Ora, secondo la premier, puntano "addirittura a un processo internazionale", tirando in ballo il conflitto israelo-palestinese “in modo del tutto strumentale, come se perfino questo fosse colpa nostra”.

(Almasri, Meloni: "Disegno politico". Entro ottobre voto della Camera).

"A loro non importa della reputazione dell'Italia."

Meloni elenca quindi tre punti che, a suo dire, sarebbero evidenti:

 “La prima è che, non riuscendo a batterci in patria, la sinistra cerca sempre il soccorso esterno.

La seconda è che dell'immagine dell'Italia e della sua reputazione nel mondo, a loro, non importa assolutamente nulla.

 La terza è che ormai hanno un'unica strategia e speranza:

provare a liberarsi degli avversari per via giudiziaria, perché alla via democratica hanno rinunciato da un pezzo.

Non riusciranno”.

(Ponte sullo Stretto, la soddisfazione della premier Meloni)

Elly Schlein: "Da premier atteggiamento eversivo."

La segretaria del Pd, Elly Schlein, intervistata dal “Domani” sul caso Almasri, ha affermato che "insinuare che i giudici agiscano non a tutela della legge ma per un disegno politico è un atteggiamento eversivo".

Poi ha aggiunto: "Non è la prima volta", spiegando che "sulle responsabilità penali bisogna lasciare lavorare i magistrati. A noi compete la responsabilità politica, che lei ha pienamente rivendicato.

 E allora Meloni che spieghi la sua scelta politica".

Sul ministro Nordio ha ricordato: "L'avevo già chiesto in aula: le ha chiesto Giorgia Meloni di scarcerare Almasri e dì farlo riportare in Libia?

Noi da subito abbiamo detto che la verità era che Meloni temeva le ritorsioni della Libia e che avrebbero smesso di fare il lavoro sporco con i migranti per l'Italia oggi emerge una riunione in cui Giovanni Caravelli, dell'Aise, ad almeno tre ministri spiega i pericoli di ritorsioni libiche.

Sui cittadini italiani, sugli interessi Eni, e non lo dicono ma il loro timore era pure sui migranti".

 

"Meloni si sente come Trump, Netanyahu, Orban."

Schlein ha specificato che se ora Meloni dovesse apporre il segreto di Stato, "sarebbe grave".

"Intanto - ha proseguito - chiedo perché il governo ha cambiato posizione almeno tre volte mentendo in parlamento.

Colpisce il senso di impunità, come se a chi governa tutto fosse lecito, anche non rispettare le leggi internazionali e quelle nazionali".

 La premier, secondo la segretaria Pd, "si sente al di sopra di tutte le leggi, come Trump, Orbán e Netanyahu".

Per sempre su Nordio, ha proseguito:

"In un primo momento ha scaricato la colpa sui giudici, poi ha detto che non aveva saputo, ora invece emerge che la sua capo di gabinetto sapeva già tutto poco dopo l'arresto di Almasri.

Ha mentito all'aula, ha cambiato versione più volte. Allora un governo che mente in Parlamento deve assumersene la responsabilità e trarne le conseguenze.

"Noi chiediamo che parli."

In tutto questo, ha osservato ancora Schlein,

"Meloni stavolta ha detto una cosa giusta: che è impensabile che tre suoi ministri abbiano agito senza che lei condividesse pienamente la scelta.

Ma allora perchè ha rifiutato di venire in Parlamento a spiegare la responsabilità politica che si è assunta solo oggi, otto mesi dopo, davanti a un'autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri?".

"Al momento ha solo detto che si siederà accanto ai ministri.

 Noi chiediamo che parli lei".

"Vuol dire che senza il lavoro doveroso della magistratura pensava di non dover spiegare al Paese perchè ha deciso di scarcerare un torturatore?".

"Meloni ha promesso che avrebbe fatto la guerra ai trafficanti di esseri umani per tutto il globo terracqueo - ha ricordato la leader dem - e invece ha speso un miliardo di euro degli italiani per costruire una prigione vuota in Albania dove provare a deportare i torturati di Almasri, mentre a lui hanno garantito un volo di Stato.

 Per questo l'accusa non è solo di favoreggiamento ma pure di peculato".

(Cpi ringrazia Germania per arresto Al Buti: "Forte cooperazione")

((Anm: "Non esiste alcun disegno contro il governo.")

Anche la Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati ha risposto a Meloni.

 "I magistrati non fanno politica, fanno il loro mestiere ogni giorno nonostante insulti, intimidazioni e una campagna costante di delegittimazione che danneggia i fondamenti stessi del nostro Stato democratico.

'La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge'.

 Lo afferma l'articolo 101 della nostra Costituzione, che è un architrave della nostra democrazia", si legge in una nota.

 "La magistratura italiana - conclude il messaggio - continuerà a svolgere il proprio compito con profondo rispetto del mandato costituzionale.

 Non esiste alcun disegno avverso all'esecutivo, affermarlo significa non comprendere il funzionamento della separazione dei poteri dello Stato."

 

 

 

Se la Germania dice basta

con l’austerity.

 Lavoce.info - Silke Uebelmesser – (21/03/2025) – ci dice:

 

In un Bundestag ridisegnato dalle elezioni di febbraio le modifiche costituzionali al “freno al debito” sono difficili.

L’escamotage è far approvare un pacchetto per difesa e infrastrutture dal parlamento uscente.

Ma la decisione finale è ancora in dubbio.

 

La crisi politica in Germania.

 

La causa principale della caduta, a novembre 2024, del governo di coalizione tedesco formato dai socialdemocratici, dai Verdi e dai Liberali sono state le irrimediabili divergenze sul bilancio.

 

Nei primi tempi, la coalizione ha cercato di conciliare le necessità di finanziamento per la transizione verde e l’aumento del carico sul sistema di sicurezza sociale, pur mantenendo la promessa di non aumentare le tasse.

 Per farlo, hanno dirottato 60 miliardi di euro dei fondi inutilizzati per il Covid-19 in un fondo speciale per la transizione energetica e la protezione del clima.

La manovra ha alleggerito la pressione sul bilancio e ha permesso ai tre partiti di portare avanti i propri interessi politici senza dover arrivare a compromessi dolorosi, e nello stesso tempo rispettando il freno al debito sancito dalla Costituzione tedesca.

I problemi sono nati a novembre 2023, quando la Corte costituzionale ha dichiarato nullo lo spostamento di fondi.

 Un anno dopo, la pressione sul bilancio federale che ne è derivata si è rivelata insostenibile per il governo.

 

La crisi politica in Germania è coincisa con la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Tutte le previsioni sul fatto che ciò avrebbe segnato una frattura nella situazione geopolitica si sono rivelate ampiamente fondate, come ha certificato in diretta tv il vivace scontro tra il presidente Usa e Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale. L’Europa si vede ora costretta ad assumersi responsabilità ben maggiori per la propria sicurezza, e per il destino dell’Ucraina.

 In tutto ciò la Germania è chiamata a svolgere un ruolo forte e decisivo.

 

La difesa nel bilancio tedesco.

 

Negli ultimi tre decenni, la Germania ha prestato poca attenzione alla difesa.

A partire dai primi anni Novanta, la spesa militare è stata ridotta al di sotto del 2 per cento del Pil.

Ciò ha permesso al paese di beneficiare del cosiddetto “dividendo della pace” e di reindirizzare i fondi verso altre priorità, in particolare l’espansione del welfare. Anche l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 non ha fatto cambiare approccio.

Tuttavia, l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha rappresentato un campanello d’allarme.

 In risposta, il governo, insieme ai conservatori – all’epoca il principale partito di opposizione – ha deciso di modificare la Costituzione.

 Ciò ha aperto la strada a un fondo speciale da 100 miliardi di euro, fuori dal limite imposto dal freno al debito, da destinare al rafforzamento delle forze armate tedesche.

Nel 2024, per la prima volta dai primi anni Novanta, la spesa per la difesa tedesca ha superato la soglia del 2 per cento del Pil richiesta dalla Nato, anche se solo di poco.

Tuttavia, è diventato presto chiaro che il fondo speciale non basta, soprattutto poiché si prevede che si esaurisca entro il 2027, se non prima.

 

(L'ultimo tesoretto).

Le elezioni parlamentari di febbraio 2025 hanno ridisegnato il Bundestag.

Ne sono usciti vincitori i conservatori, mentre i loro partner della coalizione uscente hanno subito forti perdite.

I liberaldemocratici sono stati i più colpiti e non sono riusciti a entrare nel nuovo Bundestag.

Nel frattempo, l’estrema destra “Alternative für Deutschland” ha ottenuto il secondo posto e, insieme alla “Linke”, ora controlla più di un terzo dei seggi.

 Di conseguenza, le modifiche costituzionali, che richiedono una maggioranza dei due terzi, saranno molto più difficili da approvare in futuro.

 È un problema in particolare per eventuali ulteriori fondi speciali per la difesa, poiché sia l’”Alternative für Deutschland” che la Sinistra sono fermamente contrari.

 

Il pacchetto per difesa e infrastrutture.

 

Il nuovo Bundestag non si è però ancora insediato.

 Ciò significa che quello uscente è ancora in carica. Approfittando di questa situazione, i probabili futuri partner di governo, i conservatori e i socialdemocratici, hanno deciso di proporre un vasto pacchetto per la difesa e le infrastrutture prima del cambio di legislatura.

 La proposta comprende diverse componenti chiave:

 

1) Esentare la spesa per la difesa oltre l’1 per cento del Pil dal freno al debito nazionale: questa disposizione teoricamente consente un indebitamento illimitato per la sicurezza esterna, garantendo che qualsiasi aumento futuro delle spese richieste dalla Nato venga comunque coperto.

 

2) Un fondo speciale da 500 miliardi di euro per le infrastrutture, anch’esso esente dal freno al debito:

il 20 per cento del fondo sarà destinato agli stati federali, mentre un altro 20 per cento verrà indirizzato al Fondo per il clima e la trasformazione, che finanzia progetti come l’espansione delle infrastrutture energetiche, comprese le reti di trasmissione.

Per evitare una mera riallocazione delle risorse già previste nel bilancio ordinario, il fondo speciale potrà essere utilizzato solo per investimenti aggiuntivi.

 

A tutto ciò si aggiunge un allentamento delle regole di indebitamento per i sedici Länder tedeschi.

 Gli stati federali, che in passato dovevano mantenere un bilancio strutturalmente in equilibrio, ora potranno indebitarsi fino allo 0,35 per cento del Pil.

 I dettagli verranno stabiliti dai singoli Länder.

 Va sottolineato che questa parte del pacchetto non solo elimina uno squilibrio tra la capacità di indebitamento del governo federale e quella dei Länder, ma mira anche a ottenere l’approvazione del “Bundesrat”, la camera alta della Germania, che rappresenta i Länder.

 

I Verdi, il cui supporto è essenziale per garantire la maggioranza dei due terzi nel Bundestag, hanno spinto fortemente per una maggiore attenzione ai temi “green”.

 Inoltre, verrà istituita una commissione di esperti per proporre riforme a lungo termine sulle regolazioni del debito in Germania.

 

Complessivamente, l’accordo apre la strada a una spesa per la difesa e le infrastrutture fino a 1,7 trilioni di euro nei prossimi dieci anni, una somma che alcuni ritengono giustificata data la portata delle sfide future.

Nello scenario migliore, i fondi porteranno a una maggiore crescita, con benefici anche per gli altri paesi europei e si creeranno sinergie a livello europeo, con una più profonda integrazione militare.

Tuttavia, sul piano non mancano le controversie, in particolare per i fondi aggiuntivi destinati agli investimenti infrastrutturali.

 

(Cosa c'è dietro il ritiro della direttiva "Green Claims").

Le criticità del piano.

 

Un livello di debito più elevato porterà probabilmente a tassi di interesse più alti, non solo per la Germania, ma anche per altri paesi europei, in particolare quelli molto indebitati, come Italia e Francia.

 I pagamenti per interessi rappresenteranno una quota crescente dei futuri bilanci tedeschi e potrebbe indebolirsi il ruolo della Germania come ancora di stabilità nell’Unione europea.

 

In più, l’aumento del carico del debito rischia di violare le regole fiscali europee appena riformate, minando fin dall’inizio la credibilità del nuovo sistema.

A breve termine, potrebbero esserci tentativi di riaprire il dibattito sulle regole fiscali, inclusi i criteri di Maastricht, ma un’Europa stabile richiede politiche fiscali sostenibili degli stati membri, e ciò è difficile da ottenere senza regole – qualunque sia la loro concezione – che limitino la spesa insostenibile.

 

Il piano rappresenta anche un grave onere finanziario per le generazioni future, che dovranno già affrontare sfide demografiche significative.

 È probabilmente necessario un grande sforzo per rafforzare le forze armate e renderle efficaci e deterrenti, e questo richiede risorse aggiuntive tramite finanziamenti a debito, ma ciò non dovrebbe distogliere l’attenzione dagli aggiustamenti che i bilanci richiederanno nel medio periodo.

Le responsabilità fondamentali, come la difesa e la maggior parte delle infrastrutture, dovrebbero essere finanziate all’interno dei bilanci ordinari e quindi, per la maggior parte, dalle generazioni attuali, e non attraverso fondi speciali finanziati a debito.

È tanto più vero considerando che è proprio l’attuale generazione ad aver ridotto la spesa per la difesa, beneficiando del dividendo della pace, e ad aver trascurato gli investimenti infrastrutturali negli ultimi decenni.

 

La preoccupazione principale è che una maggiore disponibilità di finanziamenti a debito possa ridurre la pressione per attuare riforme strutturali necessarie, come la semplificazione burocratica, la riduzione dello stato sociale e gli aggiustamenti economici indispensabili. Investire nell’economia, in progetti che favoriscano la crescita e in attività di R&S, preferibilmente in un’iniziativa comune a livello europeo, richiede innanzitutto un contesto istituzionale che non appesantisca le nuove idee con regole e normative e che, invece, offra un ambiente attrattivo, come un mercato dei capitali ben funzionante e un sistema fiscale che incentivi l’innovazione.

 

Il tempo sta per scadere.

 Il nuovo Bundestag si riunisce il 25 marzo e, nonostante numerosi compromessi, l’esito rimane incerto.

 Sebbene il pacchetto sia stato approvato dal Bundestag, necessita ancora di una maggioranza dei due terzi nel Bundesrat.

 Da parte di alcuni Länder l’opposizione è forte.

I prossimi giorni potrebbero riservare sorprese.

(Traduzione a cura di Chiara Abenante).

 

 

La Germania Abbandona l’Austerità:

Un Nuovo Paradigma per l’Europa?

Thewatcherpost.it – (09Marzo2025) - Antonio Zennaro – ci dice:

 

La Germania sta vivendo una delle più grandi trasformazioni della sua politica economica degli ultimi decenni.

 Il recente accordo tra CDU e SPD per un maxi-fondo da 500 miliardi di euro e l’allentamento del famoso “freno sul debito” segna un cambiamento epocale.

Per anni, Berlino è stata il baluardo dell’austerità, imponendo rigide regole fiscali ai suoi partner europei.

 Ora, il motore economico del continente sembra orientarsi verso una strategia più espansiva.

 

Effetto sui Mercati Finanziari.

 

Questa svolta non è passata inosservata sui mercati.

Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi è sceso temporaneamente sotto i 100 punti base, un evento che non si verificava dal 2021.

 Tuttavia, più che un segnale di forza per l’Italia, questa variazione riflette il riadattamento degli investitori alla nuova politica fiscale tedesca.

 

L’improvviso incremento dell’offerta di Bund ha portato a un rialzo dei rendimenti obbligazionari tedeschi, con il più grande aumento registrato dagli anni ‘90.

Questo ha avuto effetti a cascata su tutto il settore finanziario, con le banche europee che hanno beneficiato di un rally di Borsa:

 Deutsche Bank ha registrato un +12%, Commerzbank un +11%, mentre Unicredit è cresciuta del 7%.

 

Cosa Spinge Berlino al Cambio di Rotta?

 

Diverse variabili hanno contribuito a questa storica inversione di tendenza:

1. Pressioni Geopolitiche:

Le nuove politiche con Donald Trump alla Casa Bianca, hanno spinto la Germania a rafforzare la propria autonomia strategica.

 Il maxi-fondo servirà anche per aumentare le spese per la difesa e per la transizione energetica.

 

2. Rallentamento Economico:

 Dopo anni di crescita ininterrotta, la Germania ha mostrato segni di rallentamento.

La crisi del settore industriale e la frenata dell’export hanno reso necessario un piano di stimoli fiscali, con l’obiettivo di far ripartire il PIL al ritmo dell’1,5-2% annuo dal 2026.

 

3. Fine del Dogmatismo Fiscale:

Persino la Bundesbank, tradizionalmente contraria a politiche espansive, sembra aver accettato l’idea di un maggiore indebitamento per sostenere la crescita.

 Questo potrebbe aprire la strada a una maggiore flessibilità fiscale per l’intera Eurozona.

 

Implicazioni per l’Italia e l’Eurozona.

 

Questa nuova fase della politica economica tedesca potrebbe avere effetti importanti anche per l’Italia.

 Fino a pochi anni fa, il rigore imposto dalla Germania rappresentava un freno per le politiche fiscali espansive dei paesi mediterranei.

Ora, con Berlino che abbandona l’austerità, potrebbe aprirsi una stagione di maggiori margini di manovra anche per Roma.

 

Tuttavia, ci sono due rischi da considerare:

 

• L’aumento dei tassi e del debito pubblico: Con rendimenti obbligazionari in rialzo, l’Italia potrebbe trovarsi a dover pagare interessi più alti per collocare i propri titoli di Stato.

 

• Competizione per gli investimenti: Se la Germania diventa più attraente per gli investitori, parte dei capitali che oggi finanziano il debito italiano potrebbero spostarsi verso i Bund.

 

Verso un Nuovo Equilibrio Economico.

 

Per anni, la Germania ha rappresentato il baluardo del rigore finanziario.

Oggi, la realtà geopolitica ed economica ha imposto un cambiamento di rotta che potrebbe riscrivere le regole dell’Eurozona.

Se Berlino riuscirà a coniugare investimenti pubblici e stabilità finanziaria, il suo modello potrebbe diventare un nuovo punto di riferimento per tutta l’Europa.

 

L’Italia ha ora una finestra di opportunità:

 sfruttare il nuovo contesto per consolidare la propria economia e ridurre il gap di competitività con il Nord Europa.

 La sfida sarà gestire con prudenza questa fase di transizione, evitando di dipendere eccessivamente dal debito.

Quello che è certo è che il paradigma economico europeo sta cambiando, e nessun paese potrà permettersi di restare fermo a guardare.

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