La Cina vuole conquistare il mondo.

 

La Cina vuole conquistare il mondo.

 

 

La Cina vuole dominare il mondo e ci sta riuscendo.

L'unico freno è l'invecchiamento demografico.

 

Ilfoglio.it – (14 luglio 2025) - Thierry Moulonguet ci dice:

 

L'analisi di Thierry Moulonguet sulla” Revue des deux monde”: 

"La Cina rappresenta un terzo della produzione industriale globale. Nel 2040, se non si interviene, ne rappresenterà la metà.

Spaventoso"

 

"Nel 2049, la Cina festeggerà il centenario della nascita della Repubblica popolare cinese, anno in cui vuole tornare a essere la prima potenza mondiale” scrive sulla “Revue des deux monde” Thierry Moulonguet, alto funzionario di lungo corso, ex direttore finanziario di Renault e Nissan, e presidente del cda della Revue des deux monde.

 

 A 24 anni dall’obiettivo prefissato, i dati sembrano indicare che la Cina è sulla buona strada per raggiungerlo.

Possiamo dunque cercare di valutare i punti di forza che ha messo insieme per vincere questa scommessa, ma anche le debolezze che sono emerse nel tempo e che potrebbero mettere in discussione questa traiettoria.

 

Christophe Périllat, ceo di “Valeo”, ha recentemente spiegato su “France Inter”

 che “la Cina rappresenta attualmente un terzo della produzione industriale globale e sta guadagnando un punto percentuale ogni anno.

 

Nel 2040, se non si interviene, ne rappresenterà la metà.

Questo è spaventoso in termini sociali e di sovranità”.

Il direttore di Bpi Francia, Nicolas Dufourcq,” ha fatto eco a questo punto di vista:

“La sfida che ci troviamo ad affrontare oggi equivale a 30 volte quello che rappresentava il Giappone negli anni Novanta.

 

 La Cina ha oggi più robot ogni 10.000 lavoratori rispetto alla Germania. Questo dimostra quanto sia avanzata l’attuazione del piano ‘Made in China’ lanciato 10 anni fa, con l’obiettivo di soddisfare il 70 per cento del fabbisogno nazionale con prodotti progettati, sviluppati e industrializzati sul proprio territorio.

 

Una delle espressioni più evidenti di questo progresso è la svolta dell’industria automobilistica cinese.

 

Nel 2015, i veicoli ibridi o elettrici cinesi rappresentavano solo il 3 per cento del mercato di questo tipo di veicoli in Cina;

entro il 2025, questa cifra salirà a oltre il 50 per cento”.

 

Nicolas Dufourcq la mette così:

“Oggi la Cina ha fabbriche di dimensioni colossali.

 

Lo “stabilimento Byd”, ad esempio, si estende per sei chilometri per sette, ovvero sette volte le dimensioni dello stabilimento Tesla in Texas.

 

Acciaio, prodotti chimici, automobili, macchine utensili, apparecchiature energetiche, energia nucleare, sanità, elettronica:

 

la Cina sta crescendo in potenza e termini di volume.

Nel settore strategico delle batterie, sta dominando i suoi concorrenti. Come ha spiegato “Yann Vincent”, responsabile dell’azienda Acc (Automotive Cells Company), ai membri del Parlamento francese: “Siamo passati dall’essere insegnanti all’essere allievi”, facendo leva su un commento di “Nicolas Dufourcq”:

 

“L’Europa è ora il paese emergente che deve affrontare una Cina sviluppata.

Questa realtà, che fino a poco tempo fa era considerata eretica, comincia a essere ampiamente riconosciuta”.

 

Alla Cina non mancano i modi per esercitare la propria influenza nei negoziati tariffari con gli Stati Uniti.

 

 La sua posizione dominante nel settore delle terre rare ne è un esempio.

Le forniture di magneti permanenti alle industrie automobilistiche americane ed europee sono fortemente razionate.

 

Notevole è anche la velocità con cui la Cina ha intrapreso la transizione energetica, con il rapido sviluppo dell’energia nucleare e delle energie rinnovabili.

 

Può inoltre contare sull’ecosistema costruito negli anni con i paesi del sud globale, di cui è il perno:

 grandi progetti infrastrutturali, interazioni commerciali, investimenti diretti, la Cina è presente in tutti i continenti e dispone di un mercato molto profondo.

 

Questa nuova “lunga marcia” è dunque irresistibile?

 

 La prima osservazione è che la crescita cinese sta rallentando dal 6-7 per cento annuo a meno del 5.

Questo rallentamento rende più difficile finanziare lo sforzo di sviluppo cinese, che ora si concentra sulle nuove tecnologie.

 

Secondo “Robin Xing”, uno degli economisti di Morgan Stanley, “la Cina dovrebbe optare per una strategia 2030 che dia priorità al mercato interno e ai consumi, sostituendo gli investimenti”.

 

Questo spostamento verso i consumi comporta riforme sociali, riducendo la necessità di accumulare un risparmio precauzionale. Questo sviluppo è naturalmente reso più difficile dalla tendenza al ribasso della demografia cinese, che sta mettendo sotto pressione l’intero sistema economico e finanziario del paese.

 

La capacità di risolvere questa equazione è una delle grandi incertezze dei tempi a venire.

 

Allo stesso tempo, gli investimenti necessari per raggiungere il livello di autonomia tecnologica desiderato restano ingenti.

 

Nell’industria aeronautica, uno specialista ha osservato che in questa fase l’aereo cinese è “un aereo occidentale con intorno acciaio cinese”.

 

Sappiamo anche che la Cina rimane fortemente dipendente dai più potenti semiconduttori utilizzati negli sviluppi avanzati dell’intelligenza artificiale, con un accesso molto limitato e controllato a questi componenti prodotti in particolare a Taiwan.

 

 Lo stesso vale per i cuscinetti a sfera più sofisticati, prodotti in particolare in Germania e Giappone.

 

 La Cina ha dimostrato in passato di essere in grado di elevarsi ai massimi livelli, come dimostra la sorprendente ascesa di “DeepSeek” nell’Ai.

 

Questa mobilitazione di risorse per progredire in tutti i settori sta esercitando una forte pressione sulla società, che è costantemente sotto pressione.

Il paese dovrà anche fare i conti con gli eccessi del passato, come la bolla immobiliare, che ha dato origine a un massiccio eccesso di debito ancora lontano dall’essere eliminato, e la sovraccapacità industriale, ulteriormente aggravata dalle incertezze tariffarie.

 

Al di là delle sfide economiche, ci sono una serie di questioni chiave che vanno oltre l’analisi strategica.

 

La più ovvia riguarda la successione di Xi Jinping, per la quale non c’è alcuna certezza.

 

Ma anche il futuro di Taiwan incombe, così come le ripercussioni del confronto tra Stati Uniti e Cina.

 

Possiamo quindi constatare che, se da un lato la Cina è una nuova potenza industriale che ha trasformato il sud globale nel suo hinterland e la cui ambizione è quella di tornare a essere la prima potenza mondiale, come lo era il “Regno di Mezzo”, dall’altro è ancora molto difficile proiettarsi nel 2049, date le numerose incertezze dei prossimi 24 anni.

 

(Traduzione di Mauro Zanon).

 

 

 

 

Perchè la Cina vuole conquistare

il mondo.

Inpressmagazine.com - Gabriele Crapolicchio – (3 Novembre 2024) – ci dice:

 

Qualsiasi sia il dispositivo attraverso il quale stai leggendo questo articolo è, quasi sicuramente, fatto in Cina.

Alzando lo sguardo sugli altri oggetti presenti in stanza, in ufficio o in qualsiasi luogo tu sia, la storia è sempre la stessa.

 Una nazione e una cultura che fino a un secolo fa erano pressappoco sconosciute, oggi, oltre ad avere la seconda popolazione mondiale per numero, è lo stato col valore più alto di esportazioni.

Questo significa che la popolazione mondiale “sopravvive” grazie alle industrie e alle produzioni cinesi.

 

Made in China.

La Cina, superficialmente, la conosciamo proprio sul piano economico-produttivo con l’etichetta “made in China”.

Dietro a questa formula, associamo:

 manodopera a basso costo, mancanza di diritti e materiali di scarsa qualità.

Come se ciò non bastasse, spesso viene proposto dai vari media, un’immagine di una “Cina predatoria “che ha come unico scopo la conquista del mondo.

Ciò non significa che la Cina sia un modello perfetto di nazione incompreso da noi occidentali, ma spesso, non c’è una più profonda e veritiera conoscenza di questo paese.

Prima di passare ad una argomentazione più approfondita sul piano filosofico-culturale, facciamo una carrellata delle criticità reali e concrete della Cina di oggi.

Oltre al “made in China”, ci sono due questioni che segnano la storia contemporanea cinese.

 La prima ha a che fare con il secolare problema interno del paese che, parte dall’opposizione tra mondo contadino e mondo cittadino, e parallelamente, si riversa sulle comunità non ancora permeate dalla cultura cinese governativa.

È infatti cosa nota, che il problema principale della Cina, è quello di raggiungere una omogeneità interna al territorio nazionale che, ad oggi, sembra distante.

In particolare le due comunità che subiscono le principali pressioni sono quella tibetana e quella uigura.

Quest’ultima, presente nel nord-est della Cina nella Regione Autonoma dello Xinjiang, è al centro dell’attenzione della comunità interazionale dopo che sono state rese pubbliche alcune testimonianze riguardo dei “campi di rieducazione”.

Poco chiare sono le pratiche utilizzate nei campi, tant’è che, buona parte della comunità internazionale ha parlato di genocidio.

Altra comunità che rischia di scomparire, è quella tibetana. In questo senso troviamo un imponente struttura ferroviaria soprannominata “il treno del cielo” che ha l’intento di accorciare la distanza tra la Cina governativa e il territorio tibetano.

Oltre alle problematiche interne, c’è una chiara strategia esterna adottata dalla Cina.

 In particolare questa segue il modello “win-win”, ovvero, far sì che la volontà cinese si incontri con la volontà di un altro paese generando, apparentemente, vantaggi per ambo le parti.

 Vedi i vari accordi in Africa dove, nel Gibuti, è presente la prima base militare estera di Pechino o, più vicino a noi, il porto di Trieste, bersaglio delle mire espansionistiche cinesi.

 

Il “Paese di mezzo.”

Altre note strategie geopolitiche della Cina sono:

il “filo di perle”, un progetto di acquisizione del controllo delle rotte dell’Oceano Indiano, il continuo tentativo di conquista di Taiwan e il progetto “BRI”.

Ora cercheremo di evidenziare alcuni tratti culturali che ci possono aiutare a leggere diversamente il comportamento cinese.

Partendo dall’etimologia della parola Cina, comprendiamo immediatamente l’importanza della mediazione.

Il nome Cina infatti, significa “Paese di mezzo”.

Quest’atteggiamento è rintracciabile fin dalle più antiche tradizioni cinesi.

Infatti, nonostante alcune divergenze, le due principali dottrine cinesi, il confucianesimo e il taoismo, esprimono idee fondamentali quali la collaborazione e l’armonia.

Confucio insegnava ai suoi seguaci l’importanza di desiderare il benessere degli altri senza trarne alcun profitto.

In generale la dottrina confuciana e quella taoista, sono conseguenze di antichi riti e costumi dei contadini cinesi.

Le dottrine si sono successivamente sviluppate in senso ortodosso per giustificare e legittimare il potere imperiale.

Quindi è radicato nel pensiero cinese il senso del giusto mezzo sia nelle relazioni personali sia per le relazioni tra Stati.

È essenziale creare un ambiente armonioso nei rapporti con gli altri.

Nella dottrina confuciana sono presenti le 5 principali relazioni:

 padrone-servo, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amico-amico.

Un’altra concezione che ha a che fare con l’armonia, è la ciclicità delle stagioni. Questo susseguirsi e alternarsi di momenti, ognuno con una propria funzione, è rintracciabile anche nell’antica idea dello Yin e Yang.

 

“Tianxia.”

Conseguenza di questa necessaria armonia è il rispetto che si ha verso tutto ciò che è altro.

L’altro non è negazione di me stesso e neanche una opposizione alla mia realizzazione.

Qui subentra una visione d’insieme che fa da sfondo a tutto il pensiero cinese, il “tianxia”.

Questa espressione si traduce con: “tutto ciò che è sotto il cielo”. Si esprime così tutto il senso universale che serpeggia nella filosofia cinese.

Sul piano “micro”, dunque, ci sono dei doveri che derivano dai vari tipi di relazione, sul piano “macro” c’è bisogno di pace e di armonia.

Questo è il linguaggio che la Cina ha radicato in sé quando si relaziona sul piano internazionale.

Ciò non significa che il “Paese di mezzo” ha intenzione di creare uno stato mondiale unico a giuda cinese, ma che, per sua natura, ha la priorità di cooperare e di dialogare con tutti gli stati.

 

Amici o nemici.

Abbiamo cercato di elencare, seppur molto sinteticamente, alcuni dei principali concetti culturali e filosofici cinesi.

La realtà e i suoi interpreti non sempre coincidono con le idee di pace, di armonia e di collaborazione che fondano il pensiero cinese.

Da questa discrasia nascono timori e paure di chi, l’avanzata cinese, la legge solo sotto il punto di vista della grande potenza in espansione.

In un mondo pienamente globalizzato, la filosofia cinese sembra essere quella vincente o quantomeno quella più “conveniente”.

 Se non si conoscono i veri riferimenti culturali cinesi, la risposta più superficiale, sarà quella del “partito preso”.

Finendo così per sentirsi amici o nemici di uno stato che, apparentemente, vuole conquistare il mondo senza mezzi termini.

Per essere davvero “saggi”, figura fondamentale nelle dottrine cinesi, dobbiamo andare oltre.

Dobbiamo comprendere le radici e le diverse sfumature, i simboli e i linguaggi di questa cultura.

Una volta fatta conoscenza di quei sentimenti, sarà possibile trovare una strada armoniosa per la pace.

 

 

 

La Cina si sta prendendo il mondo

senza sparare un colpo: la

strategia di Pechino tra Usa e Russia.

 

Fanpage.it - Gian Luca Atzori – (27 giugno 2025) – ci dice:

 

Con Russia e Stati Uniti intrappolati nei propri campi di battaglia, Pechino avanza senza clamore.

Come per Hong Kong nel 1997, la Cina punta a riconfigurare l’ordine globale senza fuoco né fiamme:

emergere come garante di stabilità, restare fuori dal logoramento bellico, e offrire un’alternativa silenziosa ma solida all’egemonia occidentale.

Nella guerra degli altri, Xi gioca per sottrazione e arrivano i primi segnali: Tokyo e Seoul disertano il summit NATO.

 

Mentre Israele bombarda le infrastrutture nucleari iraniane e gli Stati Uniti battezzano la loro “Operation Midnight Hammer”, la Cina alza la voce, ma senza alzare le mani.

 Nei comunicati ufficiali di Pechino, si leggono parole come “violazione della Carta delle Nazioni Unite”, “instabilità globale” e “rispetto per la sovranità”.

 Ma in filigrana si legge altro.

La costruzione di una reputazione alternativa:

quella di superpotenza che non ha bisogno di intervenire militarmente per modellare il mondo, l’unica interessata al rispetto del diritto internazionale mentre nessuno sembra più tollerarlo.

 

La Cina non sta con Teheran per ideologia, né contro Israele per convinzione.

 Sta con sé stessa.

Il conflitto, se limitato, è funzionale:

allontana gli americani dall’Asia, fa crollare la fiducia nei mediatori occidentali, apre spazi diplomatici che Pechino può riempire con la sua narrativa multipolare e “responsabile.”

 

Petrolio, BRI e Stretto di Hormuz: il vero campo di battaglia è energetico.

La dipendenza cinese dal Medio Oriente non è un’opzione: è un assioma.

 Più del 40% del petrolio importato dalla Cina transita attraverso lo Stretto di Hormuz.

 Iran, Arabia Saudita, Emirati: sono tutti fornitori.

Una crisi prolungata in quella zona colpisce Pechino direttamente al cuore – economico, energetico e infrastrutturale.

 

Nonostante l’Iran abbia minacciato a più riprese la chiusura dello Stretto dopo i raid americani e israeliani, la Cina non ha spinto né sostenuto questa scelta. Pechino, pur difendendo Teheran a parole, ha lasciato volutamente aperta quella valvola geopolitica, da cui transita circa il 20% del greggio mondiale.

Il segnale è chiaro:

la Cina non vuole destabilizzare il sistema di cui è diventata pilastro silenzioso.

Sa che un’impennata del prezzo del petrolio manderebbe in recessione mezzo pianeta, a partire dai suoi partner commerciali.

Invece di incendiare il mercato, lo tiene sul filo.

 È una dimostrazione di forza al contrario: potremmo stringere, ma non lo facciamo – per ora.

 E così dimostra di avere leve globali senza doverle usare.

 

Qui infatti entra in gioco la doppia logica cinese:

 da un lato, condanna gli attacchi occidentali per non perdere l’accesso alle fonti energetiche;

dall’altro, sfrutta la destabilizzazione per ridurre la presenza americana nella regione, accrescere la propria e lanciare segnali.

Una guerra lunga, ma non catastrofica, significherebbe anche maggior margine di manovra per la “Belt and Road Initiative, oggi in stallo per instabilità e sanzioni.

 In gioco non c’è solo il greggio: c’è la legittimità a essere potenza sistemica.

 

Strategia a due volti: moralismo in pubblico, realismo in privato.

Ufficialmente, la Cina è “preoccupata”.

Sostiene l’ONU, invita al dialogo, offre addirittura bozzetti di mediazione multilaterale.

Ma non è coinvolta in alcuna trattativa concreta.

La sua vera influenza si esercita altrove: nella logistica, nella finanza, nella tecnologia dual-use.

 

Con l’Iran, la Cina ha una relazione non ideologica, ma funzionale.

Gli ha aperto le porte ai BRICS e alla SCO, ha firmato un accordo venticinquennale di cooperazione su energia, finanza, telecomunicazioni.

Non difende Teheran: lo integra nella propria visione alternativa dell’ordine mondiale.

Come con la Russia, anche con l’Iran la relazione è guidata non dalla fiducia, ma dalla convenienza – e dalla comune ostilità verso l’unilateralismo americano.

 

Il conto ucraino: quanto costa il fronte che logora l’Occidente.

Secondo il “Congressional Budget Office”, dal febbraio 2022 a oggi, gli Stati Uniti hanno speso in Ucraina oltre 175 miliardi di dollari, tra aiuti militari, economici e umanitari.

Di questi, più di 90 miliardi sono confluiti direttamente in forniture belliche:

 sistemi missilistici HIMARS, munizioni d’artiglieria, droni da ricognizione, blindati, sistemi antiaerei Patriot e Storm Shadow, oltre a ingenti risorse per l’addestramento delle truppe e il supporto logistico.

Altri 60 miliardi sono stati destinati al sostegno al bilancio dello Stato ucraino, al funzionamento delle istituzioni e ai servizi di base, mentre una quota crescente va alla ricostituzione delle scorte del Pentagono, che si stanno esaurendo.

Ma oltre al costo diretto, c’è il prezzo strategico:

Washington ha consumato una porzione critica delle sue riserve di missili antiaerei e munizioni a guida di precisione, che richiedono anni per essere rimpiazzate. Secondo la “RAND Corporation”, l’industria bellica americana produce a un ritmo troppo lento per sostenere contemporaneamente Ucraina, Israele e – ipoteticamente – Taiwan.

 Ogni dollaro speso oggi a est dell’Europa è un dollaro in meno per contenere la Cina nel Pacifico.

 E Pechino lo sa. Osserva. E aspetta.

 

Il paradosso degli alleati asiatici: la Nato ha i muscoli, ma non le braccia.

La mossa più interessante degli ultimi giorni non viene da Teheran, né da Washington.

Viene da Tokyo e Seoul.

 I due principali alleati asiatici della Nato hanno disertato il summit in Olanda, smentendo la narrativa occidentale sulla compattezza della coalizione tra Indo-Pacifico e Occidente, e sul cordone a difesa del Mar Cinese.

 

Dietro le formule diplomatiche si cela un dato strategico: Giappone e Corea non vogliono essere trascinati in un'altra guerra americana, tanto meno se condotta contro un partner energetico rilevante e in un contesto percepito come troppo lontano dalla sicurezza regionale.

“In gioco c’è anche la tenuta di AUKUS e del sistema di alleanze regionali, già in difficoltà”.

La Cina lo sa, e testa i limiti della deterrenza americana, proprio dove dovrebbe essere più salda.

 

Taiwan sullo sfondo: Riprendersi il mondo senza sparare un colpo.

 

Come nel 1997, quando Hong Kong tornò alla Cina senza un colpo di pistola, oggi Pechino punta a riconfigurare l’ordine globale non con le guerre, ma con le attese, le connessioni economiche, la pressione strategica silenziosa.

Non conquista: si fa lasciare spazio. E quando arriva, il vuoto è già stato creato dagli altri.

 

Secondo questa logica, la Cina non ha bisogno di attaccare Taiwan.

 Le basta osservare e preparare.

Mentre l’America spreca risorse in Medio Oriente e nell’Europa orientale, Pechino accumula tempo, mezzi e narrativa.

 Non è un caso che nel linguaggio dei media statali sia tornato il concetto di “riunificazione inevitabile”.

La strategia non è bellica, è logorante: intimidazione a bassa intensità, isolamento diplomatico, dominio informativo.

 

Se Washington non può garantire la sicurezza energetica dei suoi partner, né quella territoriale dei suoi alleati europei, come potrà garantire la sopravvivenza di Taiwan in caso di crisi vera?

 La domanda si insinua nell’opinione pubblica e tra gli alleati.

E Pechino si assicura che resti lì, come un dubbio strategico, alimentato giorno dopo giorno dalla distrazione americana.

 

Afghanistan: 20 anni di scacchi sotto gli occhi del “weiqi cinese”.

In Afghanistan, gli Stati Uniti hanno speso oltre 2.000 miliardi di dollari – circa 300 milioni al giorno per vent’anni – per condurre una guerra che, alla fine, ha restituito il potere agli stessi talebani da cui era partita nel 2001.

Un conflitto pensato con la logica degli scacchi: attacco frontale, rovesciamento del re, occupazione del centro.

Ma il terreno era quello del “weiqi”, il gioco cinese dell’accerchiamento, della pazienza strategica, dell’erosione laterale.

 

Mentre la NATO bombardava, la Cina osservava e costruiva.

 Non ha mai sparato un colpo, ma ha circondato il campo con infrastrutture, investimenti e accordi a lungo termine.

 Già dal 2012, Pechino si inseriva nei vuoti lasciati dall’ISAF:

 miniere di rame, giacimenti d’oro, terre rare strategiche, zone industriali al confine con lo Xinjiang.

Ha sfruttato la stabilità ottenuta a caro prezzo dagli occidentali per pianificare la propria penetrazione morbida, senza provocare, senza esporsi, ma tracciando linee invisibili come nel “weiqi”.

 

Non guerra fredda, ma pace calda: il commercio come trincea.

Da circa 20 anni, “Wang Jisi” della “Peking University”, dice che “piuttosto che parlare di guerra fredda tra Cina e Occidente, bisognerebbe parlare di pace calda”.

La Cina non fa la guerra fredda, fa la pace calda del commercio, dei contratti, delle materie prime.

 È tra i primi partner economici degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e perfino del Giappone e della Corea del Sud – paesi con cui ha tensioni crescenti su Taiwan, sul Mar Cinese Meridionale, sui diritti umani.

Ma il paradosso è questo: sono loro a dipendere da Pechino, non il contrario.

Sulle terre rare, ad esempio – materiali essenziali per le batterie, l’elettronica avanzata e le tecnologie militari – la Cina controlla oltre il 90% della lavorazione globale.

 

Ha costruito un sistema a prova di sanzione, una rete che collega Iran, Russia, Africa, Asia Centrale e Sud America, da cui può rifornirsi o a cui può vendere se l’Occidente chiude una porta.

 Quando Canberra ha bloccato l’export di carbone, la Cina ha virato sul carbone indonesiano.

Quando Washington ha imposto dazi sui chip, Pechino ha investito miliardi nell’autonomia tecnologica e nei semiconduttori "di Stato".

 È una strategia a ventaglio, non a muro: se una sponda cede, ce n’è sempre un’altra a cui appoggiarsi.

 

Il grande gioco cinese: caos controllato, silenzio utile.

La Cina non cerca di vincere le guerre.

Cerca di vincere nel mondo che le guerre lasciano dietro di sé.

 È l’unica potenza globale a non essere impantanata in alcun conflitto armato da decenni.

Non certo perché sia neutrale, ma perché cerca di instaurarsi agli occhi del mondo come l’unica grande potenza responsabile.

Questo accresce il suo soft power.

 

L’obiettivo non è salvare l’Iran, ma dimostrare che può sopravvivere alle guerre senza logorarsi, cercando di far passare un unico messaggio, ovvero che chi si schiera con lei avrà almeno una certezza: quella di non dover combattere.

Quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà, questo è un altro discorso.

Ma è un discorso che riguarda ogni forma di imperialismo – che sia americano, russo o cinese – quando pretende di esportare la democrazia o ribaltare un regime. E mentre le democrazie liberali si spaccano, si indeboliscono, si inseguono in una sterile battaglia tra moralismo e interessi, la Cina capitalizza ogni crisi per rafforzare la propria narrativa: ordine, stabilità, continuità.

 A qualunque costo.

 

Se l’Europa resta divisa, disillusa e assente, non potrà più scegliere di stare dalla propria parte, né dalla parte della civiltà democratica che dice di voler difendere. Perderà l’iniziativa, il linguaggio e, infine, la possibilità di pesare.

 Perché nel mondo multipolare che si sta formando, la neutralità è già una forma di resa.

(fanpage.it/esteri/riprendersi-il-mondo-senza-sparare-un-colpo-la-strategia-cinese-allombra-dei-conflitti/).

(fanpage.it/).

 

 

Cia: la Cina potrebbe invadere

Taiwan entro il 2027.

 

Ilsole24ore.com – (27-2-2023) – Redazione – ci dice:

Xi avrebbe messo in allerta l’esercito ma non è sicuro di riuscire a portare a termine l’operazione dopo le difficoltà della Russia in Ucraina.

Ucraina, Biden stronca il piano di pace della Cina.

(27 febbraio 2023.)

 

Xi Jinping ha dato ordine al suo esercito di essere pronto a invadere Taiwan «entro il 2027» anche se comincia ad avere dubbi sulla sua capacità di riuscire a farlo dopo aver assistito alle difficoltà della Russia in Ucraina.

 Lo ha detto il capo della Cia, William Burns, in un’intervista alla Cbs.

 «Non è detto la Cina invaderà Taiwan nel 2027 o in qualsiasi altro anno», ha precisato tuttavia il capo dell’Agenzia.

 «La nostra valutazione a oggi è che il leader e i capi dell’esercito di Pechino non siano sicuri di riuscire a portare a termine la missione».

 

Taiwan e Cina si divisero nel 1949 dopo una guerra civile che si concluse con il controllo del continente da parte del Partito Comunista.

L’isola è rimasta autonoma, ma non è riconosciuta dalle Nazioni Unite o dalla maggior parte dei Paesi.

Nel 1979, il presidente Usa Jimmy Carter riconobbe formalmente il governo di Pechino e tagliò i legami nazionali con Taiwan.

 

Nell’intervista, andata in onda domenica, Burns ha affermato che il sostegno degli Stati Uniti e degli alleati europei all’Ucraina a seguito dell’invasione del paese da parte del presidente russo Vladimir Putin potrebbe fungere da potenziale deterrente per i funzionari cinesi, almeno per ora, ma ha affermato che i rischi di un possibile attacco a Taiwan potrebbero crescere in futuro.

 

 

 

Per il Pentagono c'è la possibilità

 di un attacco imminente

 della Cina a Taiwan.

Rainews.it – (31/05/2025) - Il capo del Pentagono Pete Hegseth – ci dice:

 

Pete Hegseth sprona gli alleati Usa al riarmo "come hanno fatto i paesi Nato in Europa".

 "Assurdo pensare di stringere partnership economica con la Cina e di difesa con gli Usa."

Per il Pentagono c'è la possibilità di un attacco imminente della Cina a Taiwan.

Un attacco militare cinese a Taiwan "potrebbe essere imminente", con Pechino che vuole diventare potenza egemonica in Asia.

 Il modo in cui Pechino agisce dovrebbe suonare come "campanello d'allarme", ha detto il capo del pentagono Pete Hegseth allo “Shangri-la Dialogue” di Singapore, invitando gli alleati Usa nell'indo-pacifico ad aumentare la spesa per la difesa come ulteriore deterrente.

 Qualsiasi tentativo "della Cina comunista di conquistare Taiwan avrebbe effetti devastanti per l'indo-pacifico e il mondo.

 La minaccia rappresentata dalla Cina è reale.

E potrebbe essere imminente.

Speriamo di no, ma potrebbe certamente esserlo".

 

Nel suo primo importante discorso da segretario alla difesa, Hegseth ha detto che gli stati uniti "non cercano il conflitto" con la Cina, ma "non permetteranno che i nostri alleati e partner siano subordinati".

Pechino sta usando le capacità informatiche per attaccare infrastrutture critiche negli Stati Uniti e altrove e sta molestando i suoi vicini, tra cui Taiwan, nel mar Cinese meridionale.

"E' di dominio pubblico che Xi ha ordinato al suo esercito di essere in grado di invadere Taiwan entro il 2027.

 L'esercito popolare di liberazione sta preparando l'esercito per farlo, addestrandosi ogni giorno e preparandosi per il vero accordo", ha aggiunto Hegseth, riferendosi al presidente cinese Xi Jinping e alle forze armate di Pechino sui loro presunti piani militari segnalati dall'intelligence Usa.

 

Di fronte alla minaccia cinese, Hegseth ha osservato che molti paesi sono "tentati dall'idea di cercare sia una cooperazione economica con la Cina sia una cooperazione di difesa con Gli stati Uniti".

Tuttavia, ha avvertito che la dipendenza economica dalla Cina "complica il nostro spazio decisionale in periodi di tensione o conflitto".

Sull'invito ad aumentare le spese per la difesa, l'ex anchor di Fox News ha aggiunto che "è difficile credere di poterlo dire, ma gli alleati e i partner asiatici dovrebbero guardare ai paesi europei come a un nuovo esempio.

 I paesi della Nato si impegnano a spendere il 5% del loro Pil per la difesa, persino la Germania", ha aggiunto Hegseth, citando l'aspettativa avanzata a febbraio agli alleati europei alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera.

 "Come può avere senso che i paesi europei facciano questo mentre i principali alleati e partner in Asia spendono molto meno di fronte a una minaccia ben più formidabile da parte della Cina comunista, per non parlare della Corea del nord?"

 in definitiva, "una rete di alleati e partner forte, risoluta e capace è il nostro principale vantaggio strategico.

La Cina invidia ciò che abbiamo insieme", ma è necessario investire di più.

Gli alleati americani nell'indo-pacifico dovrebbero "potenziare rapidamente le proprie difese", ha affermato.

 

 

La Cina alla conquista dei sette mari.

Mondoeconomico.eu – (21-03 – 2024) – Paolo Migliavacca – Redazione – ci dice:

Il controllo dei maggiori porti mondiali per il traffico di merci è sempre più nelle mani della Cina.

Un obiettivo geo-strategico indispensabile nei piani di Pechino, non solo per l'espansione della propria economia, ma anche per l’allestimento di una flotta militare in grado di sfidare i Paesi occidentali e gli Stati Uniti.

E il dominio si è ormai esteso sull'intera filiera marittima.

In genere sottovalutati rispetto agli enormi progressi compiuti negli ultimi decenni nella ricerca scientifica, nelle tecnologie avanzate e nello sviluppo industriale complessivo, in realtà anche gli sviluppi realizzati dalla Cina in campo marittimo risultano di gigantesca portata.

 

Dati alla mano, è ormai chiaro che Pechino si propone come la dominatrice assoluta in tutti i comparti legati al mare, a partire dalla costruzione di ogni tipo di naviglio (nel 2023 il 50,2% degli 84,3 milioni di tonnellate di stazza lorda di navi varate nel mondo è stato realizzato in Cina, che detiene pure il 66,6% degli ordini fermi globali di fabbricazione), fino dalla gestione dei flussi commerciali:

 posto che il 90% degli scambi mondiali avviene via mare (quota che sale al 95% per Pechino), sette dei 9 maggiori porti mondiali per il traffico di merci sono cinesi. Essi, nel 2023, hanno movimentato 257 milioni di container (Teu), il 29,5% degli 870 milioni del totale mondiale. Inoltre le navi mercantili battenti bandiera rosso-stellata, con il 12,8% del tonnellaggio globale, formano la seconda flotta internazionale dopo quella greca (17,8%).

Il dominio sulla filiera marittima si completa con la costruzione del 96% dei container mondiali e di oltre l’80% delle gru portuali.

 Infine, la flotta di pescherecci, che pure si è fortemente ridotta nell’ultimo decennio anche a causa del progressivo impoverimento ittico dei mari, conta ancora 564mila unità (pari al 13,7% del totale mondiale), di cui circa 17mila di tipo oceanico, ed è responsabile del 20% circa dei 75 milioni di tonnellate annue di catture globali.

Ė tuttavia il controllo dei principali porti mondiali a costituire un obiettivo geo-strategico indispensabile nei piani della Cina.

E a questa finalità occorre prestare la massima attenzione.

Infatti, senza il determinante possesso e/o gestione di punti fermi per lo sviluppo dei traffici essenziali all’espansione della propria economia, tutto il frenetico attivismo cinese in campo marittimo risulterebbe sterile.

Così come irrazionale sarebbe la mancanza della mossa successiva:

l’allestimento di una flotta militare, basata proprio sul controllo, in ogni angolo del globo, di un gran numero di scali, quasi tutti di utilizzo duale (misto civile e militare), in grado di proteggere i traffici economici, ma anche di sfidare – già oggi sul piano numerico, domani molto probabilmente pure su quello qualitativo – le forze navali dei maggiori paesi occidentali, Stati Uniti in testa.

 

Partiamo dai porti per uso commerciale.

Uno studio pubblicato nel luglio scorso negli Stati Uniti (Harboring Global Ambitions: China’s Ports Footprint and Implications for Future Overseas Naval Bases ) ha esaminato i piani di Pechino relativi al periodo 2000-2021 per costruire o ampliare 78 porti in 46 paesi a basso/medio reddito, per un valore globale di 29,9 miliardi di dollari, finanziati mediante prestiti e sovvenzioni erogati da enti statali cinesi.

 

 

I maggiori investimenti portuali della Cina per Paese - Council on Foreign Relations.

Esiste un elenco dei 20 progetti più costosi evidenzia come non ci sia mare al mondo che non sia interessato al fenomeno.

Com’è facile intuire, il veicolo elettivo di realizzazione dei progetti portuali cinesi è costituito soprattutto dalla “Belt and Road Initiative” (conosciuta in Italia anche come “Nuova via della seta”), nel cui ambito nel decennio 2013-2023 sono stati erogati oltre 1.000 miliardi di dollari, in maggioranza destinati a finanziare progetti infrastrutturali, sia terrestri (attraverso l’Asia centrale e la Russia) sia marittimi.

 Grazie ad essi, è stata posta la base per corredare gli scali prescelti con una ricca dote d’indispensabili reti stradali, ferroviarie e di telecomunicazioni.

 Si è formata così, in una prima fase, la cosiddetta “collana di perle”, una serie di porti ravvicinati che ha coperto tutti i paesi rivieraschi asiatici e africani affacciati sull’Oceano Indiano (tranne ovviamente l’India, rivale storica della Cina), che ha consentito a Pechino di connettersi con il ricchissimo mercato di sbocco europeo.

 

L’importanza del progetto risulta anche dal rilievo geo-politico, oltre che economico, degli scali finiti in seguito nel mirino di Pechino in ogni angolo del mondo: spiccano infatti, tra gli altri, i due maggiori porti di Israele (Haifa e Ashdod), cosa che ha provocato forte irritazione a Washington, quelli di Khalifa e Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti (altro solido alleato, almeno sulla carta, degli Usa), il secondo dei quali ospita anche il terminale di un oleodotto (realizzato sempre con finanziamenti cinesi) che evita lo stretto di Hormuz, Porto Said in Egitto, Cherchell in Algeria e la Tech City di Tangeri, polo tecnologico e produttivo costato circa 10 miliardi di dollari che presuppone il forte interesse per le attività del porto contiguo. Inoltre, da vari anni i due scali di entrata e uscita del Canale di Panama (Balboa e Porto Colon) sono sotto controllo cinese, così come diversi altri porti caraibici e latino-americani, alcuni dei quali costruiti ex novo in Brasile, Cile, Venezuela, Perù e Messico.

Altri ancora sono posti in Australia, nel Sud-Est asiatico (soprattutto Singapore) e lungo le coste africane affacciate sull’Atlantico.

 Council on Foreign Relations (settembre 2023).

Ma è soprattutto negli scali europei che la Cina si è insediata in modo massiccio, suscitando le preoccupazioni della Ue

. In Grecia lo storico porto del Pireo è controllato per il 66% da Cosco, gigante mondiale della movimentazione di container posseduto dal governo di Pechino; in Spagna, sempre Cosco detiene il 51% di Noatum Port Holdings, che gestisce i terminali per container di Valencia e Bilbao, oltre che gli scali merci ferroviari di Madrid e Saragozza; in Belgio ancora Cosco ha rilevato l′85% del terminal di Zeebrugge e il 20% di quello di Anversa, il secondo maggiore porto della UE.

 Cosco è presente anche nel primo scalo merci europeo, Rotterdam, con una partecipazione del 35% in Euromax, mentre, dopo estenuanti trattative per cercare di ottenere una quota di maggioranza, si è accontentato del 24,99% nel terminal di Tollerort, uno dei quattro principali di Amburgo.

China Merchants Port (Cmp), anch’essa a maggioranza statale, detiene invece quote negli scali di Fos e Le Havre, in Francia.

Gli interessi portuali cinesi si muovono altresì attraverso imprese non statali, come la HPH (Hutchinson Port Holding), secondo operatore mondiale di terminal, che possiede quote di partecipazione nei porti di Rotterdam, Stoccolma, Barcellona, Felixstowe e Harwich (Gran Bretagna) e Gdynia (Polonia).

 HPH opera inoltre come terminalista ferroviario a Venlo, Moerdijk e Amsterdam in Olanda, Willebroek in Belgio e Duisburg in Germania.

Ovviamente non manca l’Italia:

 qui Pechino ha finora messo nel mirino i porti di Vado Ligure (49,9% a Cosco), Ravenna e Taranto (dove Ferretti, leader mondiale degli yacht, finito per l’86,8% in mani cinesi, realizzerà due cantieri per costruire barche da diporto), mentre a Trieste è entrata attraverso la tedesca Hamburger Hafen und Logistik AG (Hhla, controllata al 24,9% da Cosco), che detiene il 50,1% dello scalo giuliano.

 

Abbiamo già accennato alla quasi inevitabile possibilità che i porti commerciali finanziati da Pechino possano essere utilizzati a fini bellici.

Non a caso – sempre in un’ottica di dualità civile/militare – gli scali in questione sono stati realizzati in genere su fondali profondi e dotati di moli assai lunghi (in grado, quindi, di ospitare grandi unità come le portaerei) e con abbondanti spazi a terra utilizzabili sia per approntare magazzini per le opportune manutenzioni, sia per assicurare la prolungata permanenza di molti marinai per la necessaria rotazione degli equipaggi.

Finora la Cina possiede una sola base militare aeronavale all’estero, definita in modo riduttivo “struttura logistica”, situata a Gibuti, all’imbocco del Mar Rosso, e aperta nel 2017 con un costo stimato in circa 600 milioni di dollari.

 Ufficialmente – nel rispetto del principio maoista, tuttora vigente nel paese, secondo cui la Cina non avrebbe mai creato basi militari all’estero per non diventare un paese imperialista come gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica – Pechino non ha piani per creare basi militari fuori dai suoi confini.

 In realtà, è assai probabile che la dirigenza cinese stia valutando dove creare altri “punti di appoggio”.

Non a caso la marina Usa, che costituisce un indubbio riferimento per Pechino, ha una flotta di 300 unità (contro le circa 400 cinesi, di cui però circa la metà di stazza modesta e adatta solo a operare in ambito costiero), le quali dispongono di 123 basi navali in 20 paesi esteri e altre 97 poste in territori americani d’oltremare.

E un analogo dispiegamento di centinaia di basi navali, nello sterminato impero britannico dell’800, aveva la Royal Navy, dapprima per potersi approvvigionare di acqua potabile e poi, entrate in servizio le navi a scafo metallico, per assicurare il regolare carbonamento (gli indispensabili rifornimenti di carbone).

Sempre fondamentali, comunque, per conservare a Sua Maestà il controllo dei mari e, quindi, dei territori da essa dominati.

 

Il primo e più probabile obiettivo dell’espansione di Pechino verso l’Indo-Pacifico è la rottura dell’assedio geografico costituito dalla doppia catena di isole e arcipelaghi che la circondano (la prima che va dall’estremità sud del Giappone al mar Cinese Meridionale, passando per le Filippine; la seconda che congiunge Tokyo alla Nuova Guinea passando per le Marianne americane), attraverso il cui controllo gli Usa puntano a realizzare una “strategia di contenimento” che ne impedisca (o quanto meno ritardi) l’espansione globale.

Un indizio che la proiezione di potenza cinese sia temuta al massimo grado a Washington è la contesa che si è scatenata nell’ultimo decennio per il controllo economico – e quindi geopolitico – dei micro-stati di cui è costellato l’Oceano Pacifico, la cui valenza strategica sta interessando la Cina da un lato e gli Stati Uniti e i loro alleati regionali più stretti (Australia, Nuova Zelanda) dall’altro.

 

 

Fonte: ASPI (Australian Strategic Policy Institute, february 14, 2024).

Fonti dell’intelligence statunitense sostengono che, per sostenere il disegno di un’espansione marittima globale, sia stato redatto un fantomatico “Progetto 141” che vede come primi obiettivi della presenza navale militare cinese la Cambogia, gli Emirati Arabi Uniti (dove gli Usa puntano da tempo a congelare i lavori allo scalo di Khalifa), la Guinea Equatoriale, il Mozambico e (forse) la Namibia, l’Angola, la Tanzania, la Costa d’Avorio, Sri Lanka e le isole Seychelles.

 

In ogni caso, è inevitabile che Pechino, come ogni grande talassocrazia della Storia, proceda nello sviluppo dei suoi progetti militari in campo navale a livello globale. E non si tratterebbe certo di una novità.

Sei secoli fa, tra il 1405 e il 1433, il grande ammiraglio cinese Zheng He guidò la flotta della dinastia Ming, composta di centinaia di navi e decine di migliaia di marinai, molti dei quali armati, in sette diverse spedizioni – a metà tra il diplomatico e l’economico – che percorsero l’intero Oceano Indiano, spingendosi a Calcutta, in Sri Lanka, in Kenya e, risalendo il mar Rosso, fino all’altezza della Mecca, dove Zheng He (musulmano) poté effettuare il suo pellegrinaggio rituale. La rotta, dunque, è già tracciata: Xi Jinping è convinto che il tempo lavori a favore della Cina e ha posto – fin dal 19° Congresso del PC cinese, nell’ormai lontano 2019 – una data precisa come obiettivo: la Cina sarà una potenza globale entro il 2050.

 

 

 

La fragilità russa e le ragioni

economiche della pace.

Mondoeconomico.eu – (25 agosto 2025) – Giuseppe Russo – ci dice:

 

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha generato un ampio dibattito sui possibili percorsi verso la pace.

Un'ipotesi suggerisce che una risoluzione, se raggiunta, deriverebbe principalmente dai crescenti problemi economici e dall'esaurimento delle risorse della Russia, di fronte ai costanti aiuti militari e alle relazioni diplomatiche di cui l'Ucraina può disporre.

Nonostante l'ampio regime di sanzioni internazionali, l'economia russa ha mostrato dati positivi e inaspettati nel 2024:

 la Banca Mondiale ha registrato infatti una crescita del PIL del 4,3%, un'accelerazione rispetto al 4,1% dell'anno precedente.

Questa crescita è stata principalmente sostenuta da una robusta domanda dei consumatori e degli investimenti.

Tuttavia, le previsioni indicano una decelerazione significativa.

 La Banca Mondiale prevede una crescita del PIL russo dell'1,4% nel 2025 e dell'1,2% nel 2026.

Analogamente, la Banca di Russia ha rivisto al rialzo la sua previsione per il 2025 all'1,0-2,0% ma ha abbassato quella per il 2026 allo 0,5-1,5%.

 

Questi dati suggeriscono che, mentre la Russia ha dimostrato capacità di adattarsi agli shock iniziali derivanti dalle sanzioni, la sostenibilità di tassi di crescita elevati sia limitata.

La resilienza osservata nel 2024 appare più come una distorsione dell'economia verso la produzione militare e una risposta a stimoli fiscali diretti, piuttosto che un'indicazione di salute economica a lungo termine.

 Le proiezioni di crescita moderata per gli anni successivi indicano che il peso economico prolungato del conflitto e delle sanzioni si manifesterà come una crescita contenuta piuttosto che un crollo immediato.

Le pressioni inflazionistiche in Russia sono rimaste elevate.

 La crescita dei prezzi correnti ha registrato una media del 12,1% (tasso annualizzato destagionalizzato, SAAR) nel quarto trimestre del 2024, con misure di inflazione di fondo che hanno superato il 10%.

La Banca di Russia ha mantenuto un tasso di riferimento elevato del 21% nel febbraio 2025 per contrastare questa tendenza, prevedendo un tasso di riferimento medio del 19-22% per il 2025.

Questo inasprimento monetario aggressivo è una risposta diretta al "surriscaldamento" dell'economia, dove la domanda interna supera la capacità di offerta.

Le notizie sui piani del Cremlino di imporre tetti ai prezzi dei prodotti alimentari essenziali e il calo dei redditi reali per pensionati e dipendenti del settore pubblico evidenziano la tensione sociale ed economica di queste pressioni.

 L'inflazione elevata, combinata con una forte domanda interna e tassi di interesse elevati, indica che l'economia sta operando al di là delle sue capacità produttive, fortemente orientata dalla spesa militare.

Ciò suggerisce che, sebbene i dati aggregati del PIL possano apparire stabili, la qualità della vita per i cittadini comuni si sta deteriorando, il che potrebbe contribuire a un'instabilità interna a lungo termine.

 

Il deficit di bilancio della Russia è aumentato in modo significativo.

Nei primi cinque mesi del 2025, il deficit ha raggiunto i 3,4 trilioni di rubli (44,2 miliardi di dollari), pari all'1,5% del PIL, quasi cinque volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2024 e prossimo all'obiettivo annuale di 3,8 trilioni di rubli (1,7% del PIL).

 Entro luglio 2025, il deficit aveva già superato l'obiettivo annuale di oltre il 30%, raggiungendo i 4,9 trilioni di rubli (61,4 miliardi di dollari). Questo aumento del deficit è in gran parte attribuito al calo delle entrate da petrolio e gas, diminuite del 14,4% nei primi cinque mesi del 2025 e del 18,5% nei primi sette mesi, esacerbato da prezzi del petrolio più bassi e da un rublo forte.

Allo stesso tempo, le spese, in particolare quelle militari, sono aumentate del 20,8% su base annua in termini nominali.

Il deficit viene finanziato tramite prestiti interni e l'utilizzo del Fondo Nazionale di Benessere (NWF).

La parte liquida del NWF è scesa a 2,8 trilioni di rubli (36,4 miliardi di dollari) entro maggio 2025, con il suo valore all'inizio del 2025 approssimativamente equivalente al deficit di bilancio del 2024.

L'escalation rapida del deficit di bilancio, che supera gli obiettivi annuali in pochi mesi, indica una pressione fiscale notevolmente superiore a quanto inizialmente previsto.

 La dipendenza dal NWF e dai prestiti interni suggerisce un esaurimento delle riserve finanziarie e un crescente onere del debito.

Sebbene il livello del debito rispetto al PIL rimanga relativamente basso (16% nel 2024 ), l'aumento del costo dei prestiti e il rapido tasso di esaurimento del NWF indicano che questa strategia di finanziamento non è sostenibile indefinitamente senza una significativa ristrutturazione economica o una riduzione delle spese militari.

 Ciò supporta l'idea di un esaurimento delle risorse russe in senso fiscale.

 

Le sanzioni hanno contribuito a una crescita più lenta, alla fuga di capitali e alla riduzione degli investimenti diretti esteri (IDE), portando a un crescente isolamento economico e a una contrazione nei settori ad alta tecnologia.

Oltre 1.000 aziende internazionali hanno ridotto o interrotto le operazioni, diminuendo la concorrenza di mercato e intensificando le pressioni inflazionistiche.

 Le carenze di manodopera rappresentano un vincolo critico al potenziale di crescita economica della Russia.

Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un minimo storico del 2,9% nel novembre 2023 , esacerbato da sfide demografiche, dalla coscrizione di uomini in età lavorativa e dall'emigrazione di manodopera qualificata.

Queste carenze sono particolarmente acute nell'industria, con il 47% delle aziende che segnalano una mancanza di lavoratori qualificati, portando alla pratica insolita delle fabbriche militari che pubblicizzano posti di lavoro per candidati di appena 16 anni.

Mentre la Russia ha dimostrato adattabilità alle sanzioni attraverso la sostituzione delle importazioni e il riallineamento delle partnership commerciali, gli impatti a lungo termine, come la riduzione dell'accesso alle tecnologie avanzate e un forte calo degli” IDE” , indicano un futuro di modernizzazione economica più lenta.

Le gravi carenze di manodopera sono un problema strutturale fondamentale, che influisce direttamente sulla capacità produttiva e limita la capacità di sostenere alti tassi di crescita, in particolare nel complesso militare-industriale.

Ciò suggerisce che, anche se la Russia può sostenere lo sforzo bellico nel breve termine, il suo potenziale economico a lungo termine viene significativamente eroso.

 

Esistono gli “Indicatori Economici Chiave della Russia” (Previsioni 2024-2027).

(Nota: I dati del deficit di bilancio per il 2025 riflettono i valori cumulativi registrati nei primi mesi dell'anno, che hanno già superato significativamente le proiezioni annuali iniziali. SAAR = Seasonally Adjusted Annualised Rate.)

I costi umani e materiali della guerra per la Russia.

La spesa militare della Russia è aumentata drasticamente, raggiungendo una stima di 149 miliardi di dollari nel 2024, un incremento del 38% rispetto al 2023 e il doppio del livello del 2015.

Questa cifra rappresenta il 7,1% del PIL russo e il 19% della sua spesa governativa totale.

 Per la prima volta nella storia russa moderna, la spesa per la difesa dovrebbe superare le spese sociali nel 2024, con il bilancio ufficiale per la difesa stimato intorno al 6% del PIL.

Tuttavia, includendo le sezioni classificate e i costi impliciti, la spesa totale legata alla guerra potrebbe arrivare fino al 9% del PIL, rappresentando circa il 40% del bilancio statale totale.

L'allocazione senza precedenti di risorse alla spesa militare, che supera esplicitamente il welfare sociale, indica un profondo riorientamento dell'economia russa verso un'economia di guerra.

Questa priorità, pur sostenendo la crescita nei settori militari- industriali , devia risorse da altre aree produttive, contribuendo all'inflazione e al calo dei redditi reali per i civili.

Ciò suggerisce una scelta deliberata di sostenere il conflitto a un costo economico e sociale interno significativo, piuttosto che un'incapacità di finanziarlo.

 

Il costo umano del conflitto per la Russia è stato considerevole.

Le stime indicano che la Russia raggiungerà probabilmente un milione di vittime (tra morti e feriti) entro l'estate del 2025.

Ad aprile 2025, oltre 790.000 soldati russi erano stati segnalati come uccisi o feriti, con circa 250.000 morti tra febbraio 2022 e maggio 2025.

Questo tasso di mortalità è significativamente più alto rispetto a tutte le guerre russe e sovietiche combinate dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 Le perdite materiali sono altrettanto estese.

 Da gennaio 2024, la Russia ha perso circa 1.149 veicoli corazzati da combattimento, 3.098 veicoli da combattimento della fanteria, 300 pezzi di artiglieria semovente e 1.865 carri armati.

Il rapporto tra le perdite di veicoli da combattimento russi e ucraini era quasi di 5:1 durante la cattura di “Avdiivka” tra la fine del 2023 e l'inizio del 2024, sebbene sia sceso a circa 2:1 entro maggio 2025.

L'affermazione che le perdite ucraine siano state da 1/5 a 1/7 rispetto a quelle russe è ampiamente coerente con la stima del CSIS di 400.000 vittime ucraine contro oltre 950.000 vittime russe.

Le cifre impressionanti di vittime e perdite di equipaggiamento indicano una campagna militare altamente inefficiente e costosa, soprattutto in relazione ai guadagni territoriali.

Questo livello di logoramento, unito alle sfide demografiche esistenti e alle carenze di manodopera, solleva seri interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine del bacino di manodopera militare della Russia e sulla sua capacità di rigenerare le forze senza ulteriori tensioni sociali o mobilitazioni.

 

Il governo russo ha intensificato la repressione del dissenso, utilizzando nuove leggi per punire i manifestanti contro la guerra, le figure dell'opposizione politica e i giornalisti.

 Nel 2024, 45 giornalisti sono stati perseguiti, con 27 che hanno ricevuto condanne, principalmente per "diffusione di falsità sulle forze armate".

Questo include lunghe pene detentive per giornalisti accusati di legami con "organizzazioni estremiste" come la Fondazione Anti-Corruzione di Alexei Navalny.

Le autorità hanno impiegato arresti arbitrari, detenzioni e presumibilmente torture contro critici e manifestanti.

I media indipendenti sono stati bloccati o chiusi, e la definizione di "estremismo" è ampiamente applicata per soffocare qualsiasi forma di critica al governo.

Sebbene il dissenso esista all'interno della Russia, i robusti e spesso brutali meccanismi di repressione statale impediscono che si traduca in proteste pubbliche diffuse che potrebbero portare a un cambiamento nelle scelte belliche.

 

La robustezza strategica e il supporto Internazionale dell'Ucraina.

L'Ucraina, da parte sua, ha dimostrato una notevole robustezza strategica, respingendo le avanzate russe iniziali su Kyiv nell'aprile 2022 e riconquistando territori a Kharkiv, Mykolaiv e Kherson durante la sua prima controffensiva alla fine del 2022.

 L'offensiva estiva russa a Kharkiv nel maggio 2024, sebbene inizialmente abbia guadagnato alcuni territori, si è in gran parte bloccata all'inizio di giugno, con le forze ucraine che hanno stabilizzato la linea del fronte e lanciato controffensive.

Gli analisti militari attribuiscono questo successo alla combinazione strategica ucraina di guerra con droni, difese di trincea fortificate e artiglieria efficace.

 Nonostante gli sforzi russi per circondare “Pokrovsk” dal febbraio 2024, queste campagne sono state finora infruttuose, con le forze russe che hanno ottenuto solo guadagni marginali in aree aperte piuttosto che in posizioni fortificate.

La capacità dell'Ucraina di difendere Kyiv, condurre controffensive efficaci e bloccare le avanzate russe dimostra una notevole capacità di adattamento militare.

L'enfasi sull'uso di droni e sulla guerra di trincea indica una strategia che sfrutta i vantaggi tecnologici per compensare le inferiorità numeriche, portando a un conflitto di logoramento e lento.

Ciò suggerisce che l'Ucraina è in grado di mantenere le sue posizioni, rendendo una vittoria militare russa, nel suo attuale percorso, difficile e costosa.

 

Il supporto internazionale all'Ucraina è stato sostanziale e multifattoriale.

 Entro marzo 2024, erano stati promessi oltre 380 miliardi di dollari in aiuti, con quasi 118 miliardi di dollari in assistenza militare diretta.

 I paesi europei da soli hanno fornito 132 miliardi di euro entro dicembre 2024, mentre gli Stati Uniti hanno contribuito con 114 miliardi di euro.

L'assistenza militare comprende un'ampia gamma di equipaggiamenti, dalle munizioni ai sistemi di difesa aerea, ai carri armati Leopard e ai simulatori di volo F-16.

Nuovi meccanismi di consegna, come l'iniziativa di prelievo della NATO, mirano a fornire rapidamente armi dalle scorte esistenti, con gli Stati Uniti che riforniscono questi inventari.

 Il supporto finanziario, che supera i 92 miliardi di dollari dall'UE e dai suoi Stati membri, è cruciale per mantenere la stabilità macroeconomica dell'Ucraina, i servizi pubblici e le infrastrutture critiche.

 L'ampiezza e la varietà degli aiuti occidentali sottolineano la dipendenza critica dell'Ucraina dal supporto esterno per sostenere la sua difesa e la sua economia.

 Sebbene questo aiuto rafforzi l'Ucraina, evidenzia anche una vulnerabilità strategica:

qualsiasi riduzione significativa di questo supporto potrebbe compromettere gravemente la continuazione del conflitto.

Questo sottolinea come l'abilità diplomatica dell'Ucraina sia fondamentale non solo per il supporto sul campo di battaglia ma anche per garantire un flusso continuo di questa linfa vitale esterna.

 

L'Ucraina sta sviluppando attivamente le sue capacità di difesa interna, con circa il 50% delle sue esigenze di armamenti ora prodotte a livello nazionale o congiuntamente con partner.

 In particolare, è stata avviata la produzione in serie del suo nuovo missile balistico,” Sapsan”, che ha dimostrato efficacia in combattimento, colpendo un obiettivo militare russo a quasi 300 km di distanza e raggiungendo velocità di Mach 5.2.

Questo missile è competitivo con le capacità degli “ATACMS” statunitensi e degli “Storm Shadow” britannici.

L'Ucraina sta anche sviluppando nuovi sistemi missilistici terra-aria per contrastare i missili ipersonici russi come” Zircon” e “Kinzhal”.

La produzione interna di armamenti da parte dell'Ucraina, in particolare il missile “Sapsan”, rappresenta un passo significativo verso una maggiore autosufficienza militare e lo sviluppo di capacità asimmetriche.

Sebbene non sia un missile ipersonico nel senso di un veicolo a planata o un missile da crociera come lo Zircon, un missile balistico che raggiunge Mach 5.2 fornisce una capacità di attacco a lungo raggio e ad alta velocità.

 Questo riduce la dipendenza dell'Ucraina da sistemi esterni a lungo raggio e migliora la sua capacità di colpire in profondità nel territorio controllato dalla Russia, potenzialmente alterando il calcolo operativo e aumentando il costo per la Russia.

Lo sviluppo di sistemi di difesa aerea anti-ipersonici dimostra inoltre un approccio proattivo nel contrastare le minacce russe avanzate.

 

Controllo territoriale e posta geopolitica.

Dall'invasione su vasta scala nel febbraio 2022, la Russia ha inizialmente occupato una parte significativa del territorio ucraino.

 Tuttavia, le successive controffensive ucraine alla fine del 2022 hanno riconquistato vaste aree, inclusa la città di “Kherson”.

Ad agosto 2025, la Russia occupa circa il 19-20% dei confini internazionalmente riconosciuti dell'Ucraina, inclusa la Crimea e parti del Donbas sequestrate prima del 2022.

Sebbene la Russia abbia guadagnato oltre 4.000 chilometri quadrati nel 2024, ciò ammonta a meno dell'1% del territorio totale dell'Ucraina.

È cruciale notare che, nonostante le annessioni formali delle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson nel settembre 2022, la Russia non controlla completamente nessuna delle capitali regionali di queste stesse regioni.

 Ad esempio, la capitale di “Zaporizhzhia” rimane sotto il controllo ucraino, e qualsiasi tentativo di raggiungerla richiederebbe uno sforzo militare significativo.

Anche a “Luhansk”, l'unica regione quasi interamente occupata, le truppe ucraine detengono ancora una piccola porzione di territorio.

 La situazione sul campo rimane delicata, con le linee del fronte vicine alle città, rendendo una linea di confine basata sull'attuale fronte insoddisfacente per entrambe le parti.

(Fonte: CBS news).

Le opzioni per una soluzione "sul campo" vanno da un congelamento lungo l'attuale linea del fronte, che l'Ucraina e i suoi alleati europei hanno dichiarato accettabile, alle massimaliste richieste di Vladimir Putin, invariate da giugno 2024, che includono il pieno controllo delle quattro regioni annesse dalla Russia.

 L'Ucraina ha ripetutamente affermato che non cederà le città non conquistate da Putin.

 La dichiarazione di Putin che l'accettazione di queste annessioni da parte di Kyiv è una condizione per un accordo crea dunque un'evidente impasse negoziale.

 

Le garanzie di sicurezza per Kyiv sono una questione chiave al centro degli sforzi per porre fine ai combattimenti.

 Il concetto di "protezioni simili all'Articolo 5" è stato discusso, con l'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, che ha suggerito che Washington e i suoi alleati potrebbero offrire tali garanzie.

 L'Articolo 5 del trattato fondativo della NATO considera un attacco a un membro come un attacco a tutti, ma non impegna automaticamente a un intervento militare diretto, bensì a "intraprendere le azioni che riterrà necessarie, compreso l'uso della forza armata".

 Un accordo "quasi-Articolo 5" per l'Ucraina non la renderebbe un membro della NATO, cosa che Trump ha esplicitamente escluso.

Tale accordo dipenderebbe interamente dal testo negoziato, specificando chi si impegna a cosa e con quale rapidità e forza.

 La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha accolto con favore la proposta, affermando che l'UE è "pronta a fare la sua parte".

 

Tuttavia, la proposta solleva un paradosso geopolitico:

 se le garanzie rispecchiano veramente l'effetto deterrente della NATO, perché il Cremlino le accetterebbe?

Una possibile interpretazione è che Mosca possa percepire le garanzie non-NATO come meno automatiche o vincolanti rispetto all'adesione all'alleanza, o come più negoziabili in termini di portata e geografia.

 

La dichiarazione del Presidente Donald Trump che gli Stati Uniti non invieranno truppe di terra in Ucraina come parte di un accordo di pace è un elemento significativo.

 Trump ha ribadito che l'onere principale di dispiegare truppe di terra per prevenire futuri attacchi russi ricadrebbe sugli alleati europei, con gli Stati Uniti disposti a fornire supporto aereo.

Questa posizione, che lascia gli europei da soli sul terreno per un'eventuale forza di interposizione, pone sfide pratiche significative, inclusa la definizione delle regole di ingaggio e la partecipazione dei singoli paesi europei, come l'Italia.

La discussione sulla potenziale schieramento di una "forza di rassicurazione" europea per monitorare un cessate il fuoco è in corso dall'inizio del 2025.

 I pianificatori militari devono identificare i fattori scatenanti per un potenziale coinvolgimento militare occidentale e determinare le regole di ingaggio per qualsiasi soldato europeo coinvolto.

Non è sicuramente la panacea, se si considera che molti eserciti armati su una stessa linea di fronte con grado di prontezza elevato potrebbero scontrarsi per errore ed eccesso di tensione.

 

Inoltre, quanto dovrebbe durare lo spiegamento?

I leader europei, tra cui quelli di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, hanno mostrato solidarietà con l'Ucraina, sottolineando l'importanza di un cessate il fuoco immediato e di un forte ruolo degli Stati Uniti nelle garanzie di sicurezza.

 L'obiettivo di fondo è fornire all'Ucraina gli strumenti necessari per sconfiggere l'esercito di Putin sul campo di battaglia, mettere in sicurezza una linea del fronte estesa e colpire in profondità la macchina da guerra russa se necessario.

Ma questo forse è un impegno troppo gravoso per il dispositivo militare europeo.

L'estensione della deterrenza al più alto livello (ossia quello nucleare) a un alleato al di fuori degli impegni formali del trattato di difesa collettiva sarebbe forse la soluzione finale, ma intrinsecamente più difficile da realizzare, con incertezze quasi insolubili.

Sebbene l'Articolo 5 della NATO sia stato invocato una sola volta (dopo gli attacchi dell'11 settembre) e non impegni automaticamente a un intervento militare diretto, la sua applicazione all'Ucraina, specialmente con l'implicazione di armi nucleari, solleverebbe rischi significativi di escalation.

L'uso di armi nucleari tattiche è stato oggetto di minacce da parte della Russia per scoraggiare l'aumento del supporto della NATO all'Ucraina.

 La NATO ha concentrato gli sforzi sulla gestione dell'escalation, combinando deterrenza con una strategia di rassicurazione. L'implementazione di una tale misura, che potrebbe arrivare al dispiegamento di armi nucleari in Ucraina, al pari di quelle che sono in Italia, Germania e Turchia, sarebbe percepita come una grave provocazione da parte della Russia, con il potenziale di innescare un'escalation incontrollata, data la dottrina russa che contempla l'uso di armi nucleari in caso di minaccia esistenziale.

 

Aspettando l'incontro tra Putin e Zelensky.

L'analisi dei dati disponibili suggerisce che l'ipotesi di una pace in tempi brevi è complessa da concepire e da dotare delle necessarie condizioni di contorno.

L’eventuale accelerazione non vedrebbe l’Ucraina nella veste di parte debole del negoziato, perché ben lungi dall’esaurire risorse economiche militari e diplomatiche.

È invece crescente la fragilità economica della Russia.

La situazione territoriale rimane in stallo.

 Le condizioni di pace proposte da entrambe le parti sono diametralmente opposte, rendendo difficile un accordo negoziato senza cedimenti sostanziali di una delle due parti.

Vedremo nelle prossime settimane se la prospettiva di pace si avvierà a una realizzazione e in questo caso vedremo quale parte avrà fatto le maggiori concessioni nelle trattative.

 L’ipotesi di un “non accordo”, qualora emergesse, non deriverebbe dalla sicurezza della Russia di vincere.

Tutto il contrario.

 

 

 

 

Una politica di opposizione all'altezza

dei tempi: ecologica, sociale

e de-coloniale.

Mondoeconomico.eu – (5 agosto 2025) – Diritti e Libertà – Claudia Terra – ci dice:

 

Il movimento “Les soulèvements de la terre” nasce in Francia nel gennaio 2021 con l'obiettivo di far tornare l’ecologia con i piedi per terra.

Le strategie di lotta sociale, legate alla ricerca di una forma di sussistenza diversa da quella imposta, non mirano solo alla difesa dell'ambiente e alla simbiosi con la natura, ma mettono in discussione le basi materiali stesse del capitalismo.

(Claudia Terra)

Nel contesto di incertezza portato dalla pandemia di Covid-19 nasce, in Francia, un movimento che si propone di uscire dalle impasse delle ultime manifestazioni ecologiste di piazza offrendo linee di riflessione teorica e pratica per rompere l’inerzia presentista, il catastrofismo e l’attitudine di governo o completamente tecnocratica di quel fatto sociale totale che è l’Antropocene.

 

Sto parlando del movimento” Les soulèvements de la terre”, costituitosi nel gennaio 2021 sulla scia dell’occupazione di terre a “Notre-Dame-des-Landes” per impedire la costruzione di un nuovo aeroporto e la conseguente cementificazione del paesaggio dell’”estuario della Loira” costellato da piccoli boschi, siepi e paludi frammiste a parcelle irregolari coltivate.

 Il punto di vista del movimento – che si vuole anche coalizione e organizzazione – è la terra nella sua forza istituzionale, plurale e antidogmatica.

 «È giunto il momento di stabilire un rapporto di forza per far tornare l’ecologia con i piedi per terra», si legge nell’appello fondatore.

 Il simbolo che li contraddistingue, la messa a terra (visibile nell'immagine di una copertina), anche “prise de terre” in francese, non è dunque semplice metafora.

L’obiettivo è agire «contro la monopolizzazione e l’avvelenamento della terra e dell’acqua da parte del complesso agroindustriale.

Contro la metropolizzazione e la cementificazione delle terre agricole che ci nutrono e degli ultimi spazi naturali», con lo scopo di «riprendere, mettere in comune e custodire la nostra terra.

Per intraprendervi esperienze comunitarie e cooperative. Per reinventare forme di vita che combinano il sostentamento contadino alla simbiosi con tutti i viventi».

Nella forma di una resistenza alla devastazione in atto.

 

Il movimento, che il governo scioglie nell’estate 2023, proprio a seguito della repressione riscuote ancora più successo nella diversificata arena della società civile.

Tanto che il “Consiglio di stato” annulla il decreto di scioglimento stesso. E tanto da far allarmare – questo però già dall’anno precedente – i servizi di intelligence francesi circa il ruolo giocato nella «diffusione e accettazione di modalità operative più offensive», nella capacità di «inserire le azioni di sabotaggio in una logica difensiva dei beni comuni minacciati» – ciò che il movimento definisce disarmo– e ancora nel far passare «attivisti solitamente dediti ad azioni di disobbedienza civile alla resistenza civile».

 

Nasce la Manifestazione contro la costruzione di mega-bacini idrici a Sainte-Soline, il  25 marzo 2023.

In che senso, allora, la terra è la pietra angolare di tale resistenza? Perché essa offre una «presa sul mondo» ecologica, sociale e de- coloniale.

 

Ecologica poiché è necessario, affinché siano base di nutrimento e abitabilità per noi e le altre specie, difendere le terre dall’estrattivismo, dalla cementificazione, dalle arterie della logistica, dal complesso agroindustriale e da quello del turismo incontrollato.

Vi è in gioco l’immaginare una sussistenza diversa da quella imposta dal settore agro-industriale, del quale “Christophe Bonneuil” e “Jean-Baptiste Fressoz” hanno mostrato l’intreccio con la guerra, nei termini di uno spostamento dei prodotti dell’industria chimico-bellica verso l’agricoltura a seguito della seconda guerra mondiale.

Si tratta della «rivoluzione verde» promossa principalmente dagli Stati Uniti, basata sulla meccanizzazione dell’agricoltura – che quindi diventa bisognosa di grandi quantità di petrolio e di metalli in caso di passaggio all’elettrico – su varietà ibride di riso e mais, e sull’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici per massimizzare la produzione in senso capitalistico.

Insomma, la preoccupazione ecologica intende portare all’attenzione quella storia che intreccia guerra, chimica e agricoltura, di cui i promotori hanno a lungo tentato di occultare gli effetti indesiderati in termini di salute e perdita di biodiversità (si vedano gli studi pioneristici di Rachel Carson e quelli di Naomi Oreskes).

Ma anche battersi contro la cementificazione del mondo e la sparizione dei contadini.

Sociale, poiché l’erosione ecologica procede insieme a quella sociale.

L’ambizione è raccogliere l’eredità dei movimenti che dal 2016 (se ci atteniamo alla storia recente) si oppongono allo sfaldamento dello stato sociale:

“Nuit debout” contro la riforma del lavoro nella primavera del 2016, i “Gilets jaunes” dall’autunno 2018 contro l’aumento dei prezzi, conseguente anche alla transizione ecologica, che grava sulle classi lavoratrici acuendo le diseguaglianze e il movimento contro la riforma delle pensioni del 2023.

“Les soulèvements de la terre” si propongono di ripensare le strategie della lotta sociale, diversificandone le modalità e gli attori, senza scartare il confronto con le istituzioni e anzi puntando proprio a diventare forza istituzionale imprescindibile, sebbene non in senso partitico.

 La questione fondiaria è il punto archimedeo di questa delicata ed esplosiva «composizione politica»:

per far affiorare l’intreccio eco-sociale è necessario realizzare a che prezzo siamo stati privati della terra.

È l’inesauribile questione della redistribuzione della terra.

 Il presupposto teorico è che l’attuale crisi vada compresa a partire dalla lunga storia di accaparramento delle terre e di concentrazione di queste nelle mani di pochi.

Si tratterebbe dunque di uscire dalla strettoia che mentre produce una falsa abbondanza continua a generare esistenze precarie.

Nella matrice marxista di tale riflessione convergono le analisi di “Rosa Luxemburg” secondo la quale l’accumulazione, la presa della terra, non è una pratica inaugurale bensì costitutiva del capitalismo, il quale ha bisogno di un «fuori» di cui appropriarsi, o quelle di “David Harvey”, che ha chiamato la continua spoliazione imperialistica «accumulation by dispossession».

Ma vi è anche la linea, ecomarxista e femminista, che trova le condizioni stesse dell’accumulo del plusvalore nell’«appropriazione» del lavoro/energia non riconosciuto come tale, e cioè nel «lavoro invisibile» dell’insieme del vivente e del non vivente (forza riproduttiva femminile, schiavitù, prolificità animale, vegetale e microbica, processi bio-geologici ecc.).

 

De coloniale, conseguentemente ai primi due punti.

Il modello di vita occidentale continua infatti a dipendere in larga misura dal saccheggio ripetuto del Sud globale.

Già Lévi-Strauss traeva dalla lettura di Marx l’anteriorità logica e teorica del colonialismo rispetto al capitalismo.

La razzia colonialistica delle risorse e il sistema schiavistico non soltanto danno avvio al capitalismo ma continuano a costituirne la base materiale.

Da questa base il capitalismo può riprodurre i suoi meccanismi predatori ed esproprianti anche nel Nord del mondo.

Un’ecologia politica dovrà allora attaccare con azioni dirette (disarmo, blocco, occupazione) quelle infrastrutture (si parla dunque di beni materiali), pensate come filiere da indebolire, che incarnano questi rapporti di tipo coloniale.

 Si tratti delle aziende che effettuano estrazioni varie (fossili, terre rare) o del complesso agroindustriale che mentre continua ad avvelenare i suoli, le acque e i corpi con i pesticidi, ha bisogno di deforestazioni sistematiche per alimentare gli allevamenti intensivi.

Proprio quest'ultima questione offre un punto di vista privilegiato per guardare al nodo ecologico, sociale e coloniale della terra (si pensi che il Sud del mondo patisce in modo più drammatico le catastrofi già avvenute a causa dello sconvolgimento climatico) che in realtà, proprio come un intreccio, attraversa ogni lotta ecologista locale.

Che appare allora sempre meno «locale».

 

 

 

 

La Cina vuole conquistare l’economia-mondo?

Alcuni dati sulla nuova “Via della seta.”

Bresciaanticapitalista.com – (25 giugno 2018) - Laure Siegel – ci dice:

(Author: saurodgb).

 

Simbolo e concretizzazione delle ambizioni planetarie cinesi, il progetto «La cintura e la via» è stato lanciato dal presidente Xi Jinping nell’ottobre 2013.

 Questa vasta rete di infrastrutture connesse su tre continenti, intende resuscitare la famosa via della seta, per la quale è transitata per secoli la maggior parte degli scambi Est-Ovest.

 

Bangkok (Thailandia), corrispondenza.

 La versione moderna della famosa mitica via sfida l’immaginazione: 800 miliardi di euro investiti in 70 paesi nei quali vivono 4,4 miliardi di persone;

55% del PIL mondiale e 75% delle risorse conosciute del pianeta.

Su più di 10.000 chilometri, le nuove vie della seta sono composte principalmente da una via terrestre, battezzata «cintura economica della via della seta», che collega l’Asia all’Europa, e da una via navale che dall’Asia all’Africa Orientale e al Maghreb sarà «la via della seta marittima del 21° secolo».

 

I tracciati partono dalla Cina centrale e terminano a Venezia, una scelta pragmatica quanto emblematica.

 La città dei Dogi e di Marco Polo, pioniera della finanza moderna, è stata il primo esempio di città-mondo, al cuore dell’«economia-mondo».

 Per completare questa gigantesca rete, l’impero di Mezzo ha lanciato la costruzione di sei corridoi regionali, biforcazioni della via terrestre principale.

 

Il «ponte dell’Eurasia» finisce a Rotterdam, primo porto europeo, e promette un trasporto di merci quattro volte più rapido che per mare e meno costoso che per aereo.

 Il corridoio verso la Mongolia e la Russia apre una nuova via verso l’Europa Occidentale.

 Il corridoio verso l’Asia Centrale e il Medio Oriente è pensato come una passerella per il trasporto di petrolio e di gas naturale attraverso la penisola araba, la Turchia e l’Iran.

Il corridoio verso la penisola indocinese si avventura sui mercati tradizionalmente dominati dal Giappone e dalla Corea del Sud.

 Il corridoio pakistano è una scorciatoia verso i mercati del Medio Oriente e dell’Africa, e collega la costa cinese all’immenso porto di Gwadar.

Questo porto permetterà alla Cina di ridurre a metà il tempo di importazione di un barile di petrolio dall’Arabia Saudita, da dove proviene il 16% delle sue importazioni di petrolio, equivalente a 1,4 miliardi di barili al giorno.

Come il corridoio verso l’Asia del sud, del Bangladesh e della Birmania, questi due ultimi tracciati hanno lo scopo di tenersi lontani dal Mar della Cina Meridionale e dalla penisola coreana e di aggirare lo stretto di Malacca, zone sotto pressione geopolitica ed economica.

 

Lungo queste vie emergono dalle terre e dalle acque porti, dighe, miniere, ponti, tunnel, gasdotti, ferrovie, siti industriali, centrali elettriche, nucleari, solari e parchi eolici.

 

All’orizzonte, investimenti nelle telecomunicazioni, nelle industrie numeriche e nell’infrastruttura sociale, come scuole e ospedali, ma anche una componente «immateriale e culturale».

 «La Cina ha creato una galassia di gruppi di riflessione per promuovere “La nuova via della seta”, la conoscenza e gli scambi tra i popoli.

 L’idea è di ridefinire i valori universali, prima monopolizzati dagli Stati Uniti, e di rafforzare la connessione e le influenze sui paesi lungo la via», fa presente un diplomatico familiare con il dossier.

Questo colossale cantiere, che ogni settimana ingloba nuovi progetti, è aperto a tutti i paesi e a tutte le iniziative.

 

«Il sostanziale aumento degli investimenti cinesi è stato reso possibile dall’attuazione di una specifica politica verso le imprese [operanti] all’estero, iniziata all’inizio degli anni 2000 dalle autorità cinesi – “Going out strategy” (strategia di andare fuori) – che mirava da un lato a mettere in sicurezza il loro accesso alle materie prime per soddisfare i bisogni crescenti del mercato cinese, che superano largamente l’offerta nazionale, e dall’altro lato a fare emergere delle solide compagnie capaci di rivaleggiare con le multinazionali straniere», spiegano “Danielle Tan” e “Caroline Grillot”, autrici dello studio “L’Asie du Sud-Est dans le «siècle chinois»” (Carnets de l’Irasec, 2014).

 

«La nuova via della seta» è la tappa seguente di questa espansione mondiale, che offre anche uno sbocco ai suoi prodotti ad alto valore aggiunto (smartphones, droni ed energie rinnovabili) a prezzi di vendita sempre più bassi.

 «Nel corso degli ultimi trent’anni, il paese ha alimentato la sua folgorante crescita grazie all’utilizzo sfrenato del carbonio, diventando rapidamente il primo emettitore mondiale e cadendo in una drammatica crisi idrica.

Recentemente il paese ha aumentato la sua capacità in energia rinnovabile, allo scopo di ripulire la propria aria e il proprio suolo, e si specializza nell’esportazione di tecnologie e conoscenze in energia pulita», articola “Irin News”, sito della rete di notizie e di analisi umanitarie” Irin”.

Nel 2015 la Cina è diventata il primo produttore mondiale di energia fotovoltaica.

 

La strategia è anche politica.

Cumulando le funzioni alla testa dello Stato, Xi Jinping ha fatto inscrivere «il progetto del secolo» nella Costituzione, imprimendo la sua ideologia nella memoria nazionale, mentre il Partito comunista cinese (PCC) ha appena fatto saltare il limite dei due mandati presidenziali.

 «Questa restrizione era stata imposta per evitare l’autoritarismo, le violenze e le lotte di fazione che avevano segnato il regno di Mao Zedong (1949-1976), e per favorire un governo collettivo», ricorda l’AFP. Xi Jinping giustifica l’accaparramento del potere da parte del partito-Stato invocando il bisogno di continuità per realizzare i due obiettivi del suo «sogno cinese» fondato sul capitalismo di Stato: diventare una società «moderatamente ricca» entro il 2021, per il centenario del PCC, e una nazione completamente sviluppata nel 2049, per il centenario della Repubblica popolare.

 

Il dirigente più potente dell’era moderna cinese, deve inoltre adempiere al suo impegno di raddoppiare il reddito per abitante entro il 2020, mentre il tasso di crescita nazionale si stabilizza attorno al 6,5% dopo aver galoppato per anni al 10%.

Di fronte a una diminuzione della domanda mondiale dovuta alla crisi finanziaria, e alle rivendicazioni di una mano d’opera sempre più cara, la Cina esce dalle sue frontiere.

 «La nuova via della seta», un ibrido tra il piano Marshall che ha finanziato la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale allo scopo di assicurare mercati prosperi per le merci americane, e l’economia pianificata da un partito unico dei tempi dell’URSS, attira i paesi che non hanno i mezzi per finanziare le infrastrutture necessarie al decollo della loro economia.

 

In Africa la Cina, come tutti gli investitori, è interessata alle risorse naturali, in particolare il “cobalto congolese”, cruciale per la produzione delle batterie delle auto elettriche sulle quali punta fortemente, e all’apertura di un nuovo mercato di consumatori.

Da una decina di anni, dalla costruzione dell’autostrada del secolo in Algeria, a una città industriale nel Marocco, passando per la ricostruzione di una ferrovia in Senegal e l’installazione della fibra ottica nel Burkina, la sua presenza è tale che ha dato origine all’espressione “Cinafrica”.

 

L’Egitto, scrigno del canale di Suez, e Gibuti, costa strategica del Mar Rosso, sono destinazioni privilegiate della «Nuova via della seta».

Ricompensata da una zona franca industriale e una nuova linea ferroviaria che collega la capitale etiopica, Addis Abeba, al suo porto di Doraleh, in cambio di una base militare che ospita 10.000 soldati cinesi sul suo suolo, Gibuti sogna di diventare la Singapore del Corno d’Africa.

 In un’intervista in francese su Radio Cina Internazionale, “Abdallah Migul”, ambasciatore di Gibuti in Cina, ha difeso questa alleanza: «Gibuti è situata sulla rotta marittima più frequentata al mondo [tra l’Asia e l’Europa – ndlr].

 È stato stipulato un accordo al più alto livello con la parte cinese per […] costruire un ponte virtuale con la Cina e affinché Gibuti possa servire da base logistica per i prodotti cinesi verso i mondi arabo e africano».

 

Primo partner commerciale dell’”Associazione delle nazioni dell’Asia del Sud-Est” (ASEAN) da un decennio, la Cina si è di recente ricentrata sulla regione, il suo orto di casa.

Nel 2015, il continente ha beneficiato del 51% dei prestiti legati alla “Nuova via della seta”, contro il 27% nel 2013.

Tra i cantieri emblematici nell’Asia del Sud-Est, la ferrovia da Kunming a Singapore, le dighe sul Mekong e numerose zone economiche speciali e parchi industriali.

 Nell’Asia del Sud, la Cina ha preso il controllo di importanti porti in Birmania, in Bangladesh, nello Sri Lanka, in Pakistan, nelle Maldive, fino all’Oman, e investito in tutti i settori, dal turismo all’immobiliare, passando per la produzione di energia.

 

Nell’Asia centrale il Kazakhstan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan e l’Azerbaigian, ricchi di risorse ma privi di sbocco al mare a parte il loro accesso al mar Caspio, accolgono a braccia aperte i progetti di strade, ferrovie, miniere e gasdotti.

 Nel 2016, l’Europa dell’Est ha beneficiato di 48 miliardi di euro di investimenti cinesi, in opere come l’autostrada tra la Serbia e il Montenegro e la linea ferroviaria Belgrado-Budapest, e decine di progetti, come l’aeroporto nazionale in Polonia, sono in discussione.

 

“György Matolcsy,” governatore della Banca centrale dell’Ungheria, ha sintetizzato la speranza che solleva il nuovo soffio venuto dall’Est:

«La regione asiatica, e la Cina in particolare, è la risposta alla domanda: che cosa potrebbe fare raddoppiare il nostro PIL, qual è la fonte dei secondi 100 miliardi di euro che ricerchiamo?

Come diventare ricchi e sviluppati?

La via della seta è il futuro della mondializzazione.

Credo che l’apertura verso la via della seta ci dà l’opportunità di raggiungere l’Austria, il Baden–Wurtenberg, e anche la Lombardia e la Baviera».

 

In Europa occidentale, l’offensiva è iniziata traendo vantaggio dalle privatizzazioni consecutive alla crisi dell’euro, dalle compagnie minerarie e petrolifere alle infrastrutture portuali.

 Nel gennaio 2016, la Cina ha ottenuto per 35 anni la maggioranza delle quote del porto greco del Pireo, e lo ha collegato a Budapest con una ferrovia.

Oggi la sua influenza si estende fino all’Inghilterra, dove investe miliardi di dollari in progetti controversi di centrali nucleari.

 Nel gennaio 2017, Londra è diventata una delle 32 città europee direttamente collegate alla Cina da un treno merci, come Lione in Francia, Duisburg in Germania e Kouvola in Finlandia.

 

Infine, la Cina vorrebbe collegare «La nuova via della seta» alla via polare nell’oceano Artico, rotta marittima resa possibile dallo scioglimento dei ghiacci dovuto al cambiamento climatico, per sfruttare il gas, gli idrocarburi e i minerali della regione, che rappresenterebbero un terzo delle risorse mondiali non scoperte, sviluppare la pesca intensiva e accelerare il trasporto di merci.

 

Nessun paese ha mai investito tanto in così poco tempo nello sviluppo planetario. La somma finale potrebbe rappresentare da 3.200 a 6.500 miliardi di euro, che alcuni mettono in prospettiva con le guerre americane in Iraq e Afghanistan che sono costate tra 3.200 e 4.800 miliardi di euro, secondo uno studio dell’università di Harvard.

 

Quest’anno la Cina, che possiede già il più grande esercito del mondo ed è impegnata in numerosi conflitti alle sue frontiere, destinerà 141 miliardi di euro al suo bilancio militare.

Mentre Donald Trump si isola, fedele al suo slogan «Prima l’America» e si è ritirato dal Trattato transpacifico, e la Brexit fa tremare l’Unione Europea, Xi Jinping guadagna terreno e si pone come attore ineludibile proponendo di assistere la comunità internazionale «per costruire insieme un nuovo ordine mondiale più giusto e ragionevole» e «mantenere insieme la sicurezza internazionale».

Maggiore contributore di truppe tra i membri permanenti e seconda a finanziare l’ONU, la Cina partecipa alle operazioni di mantenimento della pace con 35.000 soldati dal 2015.

 Il gigante non lesina sul soft power, per conquistare i cuori dei piccoli e dei grandi, ma ci vorrà ben altro per convincere certe potenze che vedono sfuggire la loro sfera di influenza.

 

La Russia osserva da vicino la Cina avventurarsi nelle steppe dell’Asia centrale e nella Bielorussia, miglior amico della Cina nell’Europa orientale.

L’India è urtata dalla crescente presenza cinese sui suoi contorni agitati, dal Kashmir all’Arunachal Pradesh, e si considera accerchiata dalla «collana di perle», rete di porti della Cina nell’Asia del Sud che l’India teme di vedere utilizzati a termine come basi militari.

Sviluppata su tutti i mari, questa rete mette la Cina nella posizione di sfidare gli Stati Uniti per il titolo di superpotenza marittima più importante del mondo.

 

La risposta americana sembra essere la strategia indo-pacifico condotta dalla “Quad”, una coalizione formata nel novembre 2017 da Stati Uniti, Giappone, India e Australia.

«Anche se i membri della “Quadrilaterale” non hanno detto che il loro obiettivo era di contenere l’ultima grande nazione comunista del mondo, vedono l’ascesa del totalitarismo come una minaccia potenziale per la stabilità e la pace regionali e mondiali.

 Il raggruppamento ha dichiarato che il proprio obiettivo è promuovere la libertà e la democrazia e fare in modo che il liberalismo prevalga sul totalitarismo nella regione», commenta il “South China Morning Post”.

 

«Come le parti di auto tedesche, i prodotti britannici per mamme e bambini, il vino rosso spagnolo e il latte in polvere polacco sono introdotti sul mercato cinese, così i fondi cinesi rispondono al bisogno urgente di rilanciare l’economia europea» assicura la “Xinhua “, l’agenzia di stampa ufficiale cinese.

Il gruppo 16+1, costituito dalla Cina alle porte dell’Europa e che ingloba la fascia di paesi dall’Estonia all’Albania, rafforza la vigilanza degli Europei, che cominciano a ripensare le loro relazioni con la Cina quando la Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione Europea.

 

In occasione di una visita in Tailandia nel febbraio 2018, il Francese “Jean-Baptiste Lemoyne”, segretario di Stato presso il ministero dell’Europa e degli affari esteri, ha evocato al riguardo:

 «Nel quadro della «Nuova via della seta», possiamo cooperare su certi progetti, ma devono essere basati sulla reciprocità. Siamo d’accordo di impegnarci in una strategia “win-win [vincente-vincente]” ma non bisogna che una parte guadagni due volte…»

 un riferimento allo slogan venduto dalla Cina come principio di un nuovo mondo fondato sull’armonia, la pace e la prosperità comune.

 

«L’Europa è aperta. La Cina è in un processo di chiusura politica e mercantilistica che vanifica il suo sostegno di superficie alla mondializzazione» valuta il Consiglio europeo degli affari esteri in un rapporto che mette in guardia sull’urgenza della situazione:

 «L’Europa deve bloccare questa tendenza prima che raggiunga i suoi obiettivi. Questi riguardano le pratiche commerciali sleali, gli investimenti strategici e altre pratiche che compromettono la sicurezza europea, l’influenza indebita sulla presa di decisione pubblica e i media, e il rispetto delle regole e dell’unità dell’UE».

 

L’entrata in vigore di un accordo di modernizzazione degli strumenti di difesa commerciale europei è prevista per la fine di maggio.

 «Questa riforma, con la nuova metodologia anti-dumping applicata dal 20 dicembre 2017, rende questi strumenti più rapidi, efficaci e trasparenti.

L’UE è quindi meglio attrezzata per far fronte alle sfide dell’economia globale e della concorrenza sleale delle importazioni.

Nessuna di queste misure è diretta a un paese particolare» precisa un portavoce della Commissione europea.

 

Interrogato sui rapporti con la Cina, questi aggiunge che nel giugno 2017, «una riunione della piattaforma UE-Cina, lanciata alla fine del 2015 per contribuire a una maggior sinergia tra i progetti di infrastrutture dell’Unione europea e della Cina, ha permesso progressi relativi all’allineamento tra i principi e le priorità delle due parti, e all’identificazione di progetti concreti».

 

L’ex primo ministro “Jean-Pierre Raffarin” è stato di recente nominato dal governo rappresentante speciale per sostenere le imprese francesi che vogliono investire in Cina.

Nella sua audizione presso la Commissione affari esteri, difesa e forze armate del Senato ha fatto appello al pragmatismo:

«Si valuta che i due sistemi comunisti russo e cinese siano inconciliabili, ma i due uomini alla loro testa hanno creato una solidarietà di fronte alla reticenza dell’Occidente.

Bisogna che l’Europa continui a tenere rapporti con Putin, se no questi non avrà altra scelta che abbracciare la Cina, e con questa alleanza l’Europa diventerebbe piuttosto marginale in Eurasia».

 

Secondo il “gruppo di riflessione Bruegel”, il cofinanziamento di alcuni progetti di infrastrutture permetterebbe all’Europa di ritrovare il suo posto poiché, per ora, le nuove vie della seta sono costruite sul debito cinese.

 Questo, uno dei più importanti della storia moderna, equivale alla fine del 2017, al 317% del suo PIL.

 

Per i prossimi tre anni, la Cina ha identificato tre battaglie interne prioritarie da condurre:

 la povertà, l’inquinamento e il debito, in particolare spingendo i suoi cittadini a investire nel suo sistema bancario.

 «Se la Cina, forte nella produzione, vuole riuscire a volgersi verso un’economia basata di più sul consumo e i servizi, i suoi abitanti dovranno risparmiare di meno e spendere di più.

 Il debito delle famiglie aumenta rapidamente, nella misura in cui le persone prendono in prestito per pagare beni e servizi», spiega la” Nikkei Asian Review”.

Dopo una prima edizione in gran pompa a Pechino, nel maggio 2017, il secondo forum «La nuova via della seta», previsto per l’anno prossimo, sarà l’occasione di un primo bilancio delle ambizioni economiche della Cina, all’interno e all’estero.

(Laure Siegel).

Segue:

La Banca asiatica d’investimento nell’infrastruttura (BAII).

 

La Cina, creditrice del mondo, ha specificamente creato la Nuova Banca di sviluppo, il Fondo della via della seta e la Banca asiatica d’investimento nell’infrastruttura (BAII) per finanziare La nuova via della seta.

 Il Regno Unito, la Francia, la Germania e l’Australia sono entrati nella BAII, malgrado le richieste esplicite dell’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama di astenersi dal partecipare a questa struttura, vista come una potenziale concorrente del Fondo monetario internazionale.

 Anche la Banca cinese di sviluppo, gestita dallo Stato, ha promesso di investire 200 miliardi di euro nella Nuova via della seta.

La Cina si aspetta un ritorno di 2.000 miliardi di euro sull’investimento nel prossimo decennio, ma senza garanzia che tutti questi progetti siano redditizi.

 Il programma La nuova via della seta avrebbe già reso otto paesi vulnerabili sul piano finanziario:

 Gibuti, il Kirghizistan, il Laos, le Maldive, la Mongolia, il Montenegro, il Pakistan e il Tagikistan.

 Il Financial Times cita delle autorità che si aspettano di perdere l’80% del capitale investito in Pakistan, il 50% in Birmania, e il 30% in Asia centrale a causa della corruzione.

Il progetto si basa su un debito delle imprese di Stato verso le banche di Stato, che prestano anche miliardi di dollari a paesi che non hanno i mezzi per gestire i rischi dell’indebitamento a lungo termine.

Nel 2017, la Cina ha formalmente ottenuto un contratto di sfruttamento di 99 anni del “porto di Zambanotta”, dopo l’insolvenza dello Sri Lanka sul prestito di un miliardo di dollari che aveva contratto, cosa che è stata considerata dai cittadini come un’erosione della sovranità dell’isola.

L'obiettivo della Cina è

l'egemonia globale. L'America

non può far finta di nulla.

 Ilfoglio.it – il foglio Internazionale – Redazione - (01 giu. 2020) – ci dice:

    

I discorsi di Xi indicano che Pechino vuole creare un nuovo ordine mondiale governato da princìpi autoritari. L’occidente deve prenderne atto, scrive” Bloomberg”.

 

Se cadono i giganti.

Possiamo complimentarci con il Partito comunista cinese perché fa ciò che dice e sa ciò cosa vuole?

Questa potrebbe essere la chiave per comprendere le ambizioni strategiche di Pechino nei prossimi decenni”, scrive lo storico “Hal Brands” su Bloomberg”:

“Un vecchio modo di dire americano sostiene che la Cina non sa cosa vuole ottenere, e i suoi leader non hanno ancora compreso quanto sia vasta la propria influenza.

Tuttavia, molti indizi indicano che il governo cinese vuole conquistare il primato globale entro la prossima generazione, che intende capovolgere il sistema internazionale guidato dall’America e creare un nuovo ordine mondiale.

 Non servono grandi abilità interpretative per arrivare a questa conclusione.

Alcuni importanti funzionari e membri dell’apparato della politica estera cinese stanno confidando questa loro ambizione.

Il presidente Xi Jinping ha indicato questo obiettivo nel suo intervento al 19esimo congresso del partito nell’ottobre 2017.

 Il discorso riflette il pensiero di Xi riguardo ai successi ottenuti dalla Cina sotto il regime comunista oltre ai propositi per il futuro.

Il presidente ha dichiarato che la Cina ‘si è arricchita, sta diventando forte’, ed è oggi ‘un esempio per i paesi in via di sviluppo.’

Xi ha promesso che entro il 2049 il paese diventerà ‘un leader globale sia in termini di forza nazionale e influenza internazionale’ e costruirà ‘un ordine globale stabile’ attraverso il quale otterrà ‘il ringiovanimento nazionale della Cina’.

Questo è il discorso del leader di un paese che non si accontenta di partecipare agli affari globali ma intende stabilirne i termini, a dimostrazione di due temi fondamentali della politica estera cinese.

 Innanzitutto, una visione negativa dell’attuale sistema internazionale.

I leader cinesi riconoscono che il regime del commercio globale è stato indispensabile per la sua crescita economica e militare.

Tuttavia, credono che il sistema internazionale forgiato da Washington e dai suoi alleati sia minaccioso.

Per la Cina le alleanze americane non preservano la pace e la stabilità ma limitano il potenziale di Pechino e compromettono i suoi rapporti con gli altri paesi asiatici.

Secondo questo punto di vista, la promozione della democrazia e dei diritti umani non è un atto morale bensì un tentativo di delegittimare il governo cinese e rafforzare i suoi critici interni.

 Il Partito comunista cinese riconosce che l’ordine liberale internazionale ha portato dei benefici, scrive lo studioso “Nadege Rolland”, ma allo stesso tempo ‘disprezza i princìpi’ su cui si basa.

Il secondo tema è che l’ordine internazionale dovrà cambiare molto per consentire alla Cina di diventare un paese prospero e sicuro.

 I leader cinesi sono stati comprensibilmente ambigui nel descrivere il loro mondo ideale, eppure il progetto sta diventando sempre più chiaro.

“Liza Tobin”, analista di storia e politica cinesi, sostiene che, studiando i discorsi di Xi Jinping e dei suoi dirigenti, emerge l’ambizione di creare ‘una rete di alleanze globali incentrate sulla Cina per sostituire il sistema a trazione americana’ e convincere il mondo che l’autoritarismo sia meglio della democrazia occidentale.

Per quanto riguarda l’ordine globale, Pechino vuole creare un sistema in cui le istituzioni internazionali difendono i regimi autoritari anziché sanzionarli.

 Nel frattempo, gli strateghi e accademici cinesi parlano apertamente di costruire ‘un nuovo ordine economico globale incentrato sulla Cina’.

Tuttavia, non è chiaro se l’orizzonte strategico di Pechino sia limitato al Pacifico occidentale o all’Asia.

 I riferimenti di Xi a una ‘comunità con un futuro condiviso per l’umanità’ indicano l’ambizione cinese di influenzare lo scacchiere internazionale.

Non bisogna leggere tra le righe per capire che questo programma comporta lo sconvolgimento degli attuali equilibri geopolitici.

 Certo, non bisogna prendere alla lettera tutto ciò di cui parlano gli uomini di governo.

 Tuttavia, i leader cinesi dicono meno di ciò che il paese sta facendo realmente.

Che si tratti del programma di costruzioni militari che sta sfornando navi a un ritmo impressionante, del tentativo di controllare le organizzazioni internazionali esistenti e costruirne di nuove, della sfida per dominare le industrie ad alta tecnologia, degli sforzi sempre più sistematici per sostenere i regimi autoritari e indebolire le istituzioni democratiche, o della “Belt and Road initiative” che coinvolge vari continenti, alla Cina non manca un grande disegno geopolitico.

La competizione tra America e Cina ricordi per molti versi la Guerra fredda. Durante gli anni Settanta alcuni sovietologi americani insistevano che Mosca si era accontentata del suo status globale.

Tuttavia, questa tesi ignorava tutto ciò che i leader sovietici dicevano riguardo alla distensione e alla coesistenza pacifica – che per loro era un modo per fare trionfare il socialismo senza fare la guerra – oltre ai loro sforzi per conquistare la superiorità militare nel Terzo mondo.

I pericoli all’epoca erano evidenti, così come lo sono oggi.

La Cina probabilmente non segue una tabella di marcia per raggiungere il primato globale, così come non lo faceva l’Unione sovietica negli anni Settanta.

 I leader cinesi non ignorano i costi e gli ostacoli dei loro progetti:

Xi ribadisce periodicamente l’importanza di riunificare la nazione cinese, ma questo non significa che intende fare la guerra a Taiwan.

Pechino non ha ancora deciso se è più conveniente dominare il Pacifico occidentale ed espandersi gradualmente, oppure aggirare il ruolo dell’America nella regione aumentando il proprio potere economico e politico nel mondo.

La Cina potrebbe fallire in entrambi gli obiettivi.

Forse il coronavirus indebolirà gli Stati Uniti e l’ordine liberale al punto che favorirà l’ascesa di Pechino.

Tuttavia, dobbiamo riconoscere che il dibattito su ciò che vuole la Cina è diventato stantio perché i leader del regime hanno già risposto a questa domanda.

Quando un rivale fiero e potente inizia a esternare le sue ambizioni globali, gli americani dovrebbero prenderlo sul serio.

 

 

 

L’Europa vetusta perde tempo,

l’innovazione corre.

Albertoforchielli.com - Alberto Forchielli - (12 Agosto 2025) – ci dice:

 

Mentre nelle istituzioni della Ue si arrovellano per escogitare intralci ed ostacoli che possano più efficacemente e assurdamente impedire la diffusione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nell’economia europea, una nuova ondata di innovazioni sta per travolgere gli ultimi scampoli del vetusto tran-tran.

Governi nazionali e burocrazia europea, uniti nelle strenue battaglie di retroguardia, si ostinano a ragionare secondo i paradigmi industriali degli anni 60 e 70 rivelatisi già obsoleti negli anni 80.

 Cionondimeno, ebbri di vaneggiamenti popolati di direttive, sussidi, fondi di coesione e welfare europeo si interrogano con genuino stupore sulle cause dell’arretratezza dell’Europa e sulla sclerosi della sua economia, mentre il Rapporto Draghi, intonso, fa bella mostra nelle meeting room.

 

Insomma, le classi dirigenti europee ancora faticano a comprendere appieno l’impatto della rivoluzione tecnologica che ha sovvertito l’economia globale a partire dagli anni 90 e navigano bendati in una nebbia fitta con una bussola ideologica e manageriale fracassata.

I più ardimentosi si crogiolano nell’illusione che una manciata di investimenti e prebende pubbliche, finanziate a debito, resusciteranno la crescita impetuosa dell’immediato dopoguerra.

In questo piccolo mondo antico, che ha affidato le strategie sull’innovazione ai legulei, stanno per essere demoliti i residui fortini dell’industria tradizionale.

 

L’integrazione di IA generativa e stampa 3D è sul punto di rivoluzionare la manifattura industriale.

 Attraverso una app (magari installata su uno smartphone) già oggi un progettista, un artista, un creativo o un hobbista può descrivere il tipo di oggetto da realizzare, le dimensioni, il colore, il materiale, le caratteristiche tecniche eccetera.

 L’app produce un’immagine virtuale, l’utente detta le opportune modifiche e approva il disegno finale.

 A quel punto dall’immagine (o da uno scan) un’altra app produce un “file Cad” con le specifiche.

Il passaggio successivo trasforma il Cad in G-code, cioè il “linguaggio” delle stampanti 3D.

 

Alla fine si realizza il manufatto in loco oppure si invia il G-code al committente dotato di stampante propria, magari localizzato dall’altra parte del globo, evitando i costi di trasporto nonché facendosi beffe di protezionisti e gabellieri.

Non è necessario che l’utente dell’IA sappia cos’è il Cad (a meno che non si tratti di oggetti complessi), o cos’è un G-code.

 Al limite può non aver visto mai una stampante 3D in vita sua.

Deve solo saper guidare l’IA attraverso una descrizione del parto della sua fantasia e inviare il risultato via mail.

 

Per quanto questo scenario sembri futuristico, è destinato a una rapida obsolescenza.

Le stampanti 3D, oggi frontiera dell’innovazione, verranno sostituite da robot, più o meno umanoidi.

L’estrusore, cioè la parte che crea l’oggetto, sarà installato su un “dito” o su una protuberanza del robot, o su una “periferica” da collegare quando serve.

L’hardware robotico probabilmente sarà concettualmente analogo a uno smartphone, cioè una piattaforma su cui verranno installate le app che interessano il proprietario, ad esempio per assistere i malati, per pulire casa, per lavare l’auto (a guida autonoma), per prendersi cura dei bambini, per riparare i rubinetti, per creare oggetti e via discorrendo.

 

Se pensate che stiamo esagerando, probabilmente vi è sfuggito un passaggio epocale, non per colpa vostra, ma perché trascurato dai media.

In Ucraina un rudimentale bunker di soldati russi è stato attaccato da droni FPV e robot semoventi terrestri equipaggiati con cariche esplosive che hanno demolito le fortificazioni.

 Poi un robot ha iniziato ad avvicinarsi al bunker semidistrutto.

I due soldati russi superstiti, sapendo di non avere scampo, hanno scritto in fretta e furia su un grosso pezzo di cartone — in modo che i droni lo “leggessero” dall’alto — che si arrendevano.

 Il robot terrestre a quel punto li ha fatti uscire e li ha avviati verso le postazioni ucraine dove sono stati presi in consegna da militari in carne ed ossa.

È la prima volta in assoluto che dei soldati umani si arrendono a macchine inanimate. Una svolta incredibile che cambierà per sempre i conflitti.

 

Come spesso accade, nelle guerre si producono le discontinuità tecnologiche più incredibili.

La prossima evoluzione saranno robot dotati di sistemi IA in grado di suggerire autonomamente agli umani le azioni da intraprendere.

Il fronte ucraino è una fucina di innovazioni, mentre i Palazzi della Ue rimangono una cucina di ricette obsolete.

 

 

 

 

Da Mao a “Labubu”, la Cina

si trasforma ancora.

 Huffingtonpost.it - Angelo Bruscino – (22 Luglio 2025) – ci dice:

 

Da Mao a Labubu, la Cina si trasforma ancora.

Complice una crisi economica interna e una sovrapproduzione industriale che inonda i mercati globali, Pechino sembra aver cambiato strategia: non solo vuole vendere, vuole anche sedurre, influenzare, ispirare.

 E lo fa con pupazzi, app virali e stadi.

 

Per decenni, le cosiddette “democrature” – regimi autoritari con facciata democratica – hanno sostenuto una posizione di non ingerenza culturale.

Celebre il discorso di Vladimir Putin: “Non vogliamo dire agli altri come vivere”.

La Cina aveva fatto propria questa filosofia, preferendo la diplomazia economica e la retorica dell’“ascesa pacifica”.

Ma oggi, complice una crisi economica interna e una sovrapproduzione industriale che inonda i mercati globali, Pechino sembra aver cambiato strategia:

 non solo vuole vendere, vuole anche sedurre.

E lo fa con pupazzi, app virali e stadi.

 

È recente una sorprendete dichiarazione del ministro del Commercio di Pechino “Wang Wentao”:

 il 'modello Labubu' per rilanciare l'economia cinese.

 È questa l'idea che prende esempio dai pupazzetti "in grado di conquistare il mondo"; partiti come gioco per l’infanzia, ma subito diventati “virali” fra adulti e celebrità.

 

Ma perché il “soft power cinese” sta cambiando e Pechino ha deciso di confrontarsi sempre di più nei campi dei consumi culturali, con la costruzione di modelli?

Il rallentamento dell’economia cinese è evidente.

 Il PIL cresce, ma meno del previsto.

 La domanda interna è debole, la crisi immobiliare persiste, e la deflazione minaccia i margini industriali.

La Cina produce più di quanto riesca a consumare o esportare, generando un surplus che diventa un problema geopolitico, come dimostrano le tensioni con Trump.

 La risposta?

Convertire l’eccesso produttivo in strumenti di soft power.

 

Il pupazzetto “Labubu”, creato da “Kasing Lung “e prodotto da “Pop Mart”, è diventato un’icona globale.

Non è solo un giocattolo: è un simbolo di una Cina che vuole essere “cool, desiderabile, collezionabile”.

Labubu è stato adottato da celebrità internazionali, ha invaso i mercati asiatici e persino ricevuto titoli onorifici da governi stranieri.

 È il volto di una nuova Cina che non si limita a esportare acciaio, ma anche immaginario.

Ovviamente, non si tratta del primo strumento di soft power nelle mani di Pechino.

 

“TikTok”, di proprietà di” ByteDance”, è il cavallo di Troia perfetto.

Con oltre 1,6 miliardi di utenti attivi mensili, la piattaforma è diventata il principale veicolo di trend globali.

 I contenuti virali, i format brevi e l’algoritmo iper-personalizzato permettono alla Cina di influenzare gusti, linguaggi e comportamenti in modo invisibile ma profondo.

Fra l’altro, è interessante notare le differenze fra la versione internazionale e quella locale, di questa app simbolo: “TikTok” e “Douyin” non sono la stessa cosa.

 Sono due strumenti con interfacce simili ma funzioni ideologiche opposte.

“Douyin” forma cittadini, promuove valori, rafforza il consenso.

“TikTok”, invece, è un veicolo di penetrazione culturale, che può influenzare le generazioni occidentali in modo sottile ma profondo.

A voler essere cattivi, in patria lo si usa come strumento di formazione, all’estero per rincitrullire i giovani con i balletti.

 

Ma il dato è che TikTok non impone un modello politico, ma normalizza una cultura visiva e narrativa che ha radici cinesi.

Altro strumento chiave è il calcio.

Come scritto da “Alessio Postiglione”, “Narcis Pallares” e “Valerio Mancini” in “Calcio, politica e potere”, la Cina ha perseguito per anni una strategia paragonabile a quella dell’Arabia Saudita.

Ha iniziato con la cosiddetta Stadium Diplomacy, che ha portato Pechino a costruire stadi in Africa, America Latina e Asia.

Oggi, gli investimenti di Pechino non rivaleggiano con quelli del Golfo, ma la football diplomacy continua a essere un importante strumento di penetrazione pop dei mercati.

 

Il concetto di soft power, coniato da “Joseph Nye”, si basa sull’attrazione culturale. La Cina lo ha reinterpretato.

 Il soft power cinese è duale: rivolto sia all’esterno che all’interno. Serve a legittimare il Partito Comunista e a costruire consenso patriottico, ma anche a proiettare un’immagine positiva all’estero.

 La cultura pop, gli Istituti Confucio, TikTok e il calcio sono tutti strumenti di questa strategia.

La Cina non vuole più essere solo “diversa” dagli Stati Uniti.

Vuole essere preferita.

Il “Beijing Consensus”, contrapposto al “Washington Consensus”, propone un modello di sviluppo autoritario ma efficace.

E ora, con TikTok e Labubu, Pechino cerca di conquistare i cuori prima delle menti. Non impone, ma ispira.

Non invade, ma influenza.

È una forma di egemonia culturale che si insinua nei feed, nei giochi, nei sogni.

Il nuovo soft power cinese non è solo ideologico.

È una risposta alla crisi.

In un mondo dove la sovrapproduzione cinese non trova più sbocchi tradizionali, Pechino ha capito che deve rendere desiderabile ciò che produce.

 E per farlo, ha scelto la via della “cultura pop”, dell’”intrattenimento e dello sport”.

È una strategia sofisticata, che potrebbe ridefinire gli equilibri globali non con carri armati, ma con pupazzi e video virali.

 

 

 

La Cina vuole conquistare il mercato

europeo e mondiale della carne coltivata.

Egnews.it – 22 agosto 2023 – Redazione – Umberto Faedi – ci dice:

 

La Repubblica Popolare cinese è la potenza economica più forte del mondo.

 

In questo periodo la sua economia è in frenata, ma le aziende indigene non rinunciano a intraprendere sempre nuove attività commerciali.

La azienda cinese di “agricoltura cellulare CellX” che è ubicata a Shangai ha organizzato una degustazione di carne coltivata con lo scopo di intrecciare relazioni ed entrare nel mercato europeo e quello americano.

Lo slogan della azienda è “Mangiate carne, non animali”.

“CellX” è stata fondata nel 2020 e in occasione di un incontro avvenuto pochi giorni fa tra membri del governo, media, broker e investitori stranieri ha offerto la colazione.

 

Il menù comprendeva bistecche di carne coltivata, spiedini di agnello e tofu accompagnato da macinato.

Il costo di ogni piatto è stato di circa 13 dollari.

Il primo stabilimento cinese pilota per la produzione di carne coltivata è pronto per lanciare nel “2025” 1000 tonnellate nei mercati di tutto il mondo.

L’impianto di Shangai è in grado di produrre due tonnellate di carne coltivata ogni anno.

Il costo di produzione attualmente è di 200 dollari ogni chilogrammo ma quando la produzione entrerà nel pieno il costo può scendere di dieci volte.

 

Il primo hamburger prodotto in un laboratorio nel 2013 costò ben 330.000 dollari…

 

Il costo ideale per essere competitivi si aggira verosimilmente intorno ai 6 dollari al chilogrammo.

La Cina è un mercato assai importante per la vendita di carne coltivata dato che i cinesi sono i maggiori consumatori di carne al mondo.

Il costo dei bioreattori che sono assolutamente indispensabili per la coltivazione delle cellule è assai inferiore rispetto a quelli europei e nordamericani.

Le infrastrutture cinesi hanno costi di gestione inferiori e questo è un vantaggio fondamentale.

Nel mese di Aprile “CellX” ha iniziato a lavorare per ottenere l’approvazione del mercato tedesco, di quello americano e di Singapore.

Singapore è attualmente l’unica nazione nella quale si può vendere e consumare carne coltivata dal 2020 tramite la catena “EAT JUST”.

E a Singapore in Dempsey Road 22 “Huber’s Butchery and Bistrot “è l’unico ristorante al mondo che la propone.

Il prezzo di un piatto di pasta condita con carne coltivata è di circa 14 dollari.

“CellX” è fortemente impegnata nella continua innovazione tecnologica per migliorare sempre più la produzione e ridurre i costi produttivi.

(Umberto Faedi).

 

 

 

 

 

La Cina corre nel futuro: tra miracoli

tecnologici e libertà compresse

Pechino detta il ritmo del XXI secolo.

Lacnews24.it – (26 – 5 – 2025) - Redazione Esteri – (26 maggio 2025) – ci dice :

 

Ora l’Europa si trova davanti a una scelta inevitabile:

confrontarsi con la potenza cinese o restare schiacciata nella disputa con Washington.

La Cina non guarda al futuro:

 lo costruisce, giorno dopo giorno, con una velocità che impressiona, spaventa, affascina.

 Dalla conquista della Luna alla supremazia nelle energie rinnovabili, fino all’intelligenza artificiale che sfida le Big Tech americane, Pechino sta ridisegnando la mappa globale dell’innovazione.

E mentre gli Stati Uniti sembrano ripiegarsi su sé stessi in una fase di isolazionismo strategico ma illogico, l’Europa si trova davanti a una scelta inevitabile:

confrontarsi con la potenza cinese o restare schiacciata nella disputa tra Washington e Pechino che certamente si inasprirà sempre più.

 

Il mondo guarda ma i numeri parlano chiaro.

Quando la sonda “Chang’e-4 “ha toccato il lato nascosto della Luna, molti si sono accorti che la Cina non era più un inseguitore nello spazio: era diventata protagonista.

Con “Chang’e-5”, i campioni lunari sono tornati sulla Terra e sono stati condivisi con la comunità scientifica globale.

Oggi, la stazione spaziale “Tiangong “ospita astronauti cinesi e, per la prima volta, anche “pakistani”, simbolo di una cooperazione che guarda oltre le divisioni geopolitiche.

 

Non è solo una corsa allo spazio, è una dichiarazione d’intenti: la Cina non vuole più seguire, vuole guidare.

 

Nel cuore della sua “civilizzazione ecologica”, Pechino ha costruito un impero energetico sostenibile.

 È il primo produttore mondiale di pannelli solari, turbine eoliche e batterie elettriche.

 Le sue città respirano meglio, grazie a politiche ambientali rigorose, e le coste del Sud ospitano giganteschi parchi eolici offshore.

 

Mentre l’Europa litiga sul “Green Deal”, la Cina lo sta già attuando.

 Xi Jinping lo ha detto chiaramente al Vertice sul Clima: Pechino sarà “motore costante dello sviluppo verde mondiale”.

Nel campo dell’IA, Pechino ha messo in piedi un ecosistema che mescola scienza, impresa e controllo.

 Da “SenseTime” a” iFlytek”, passando per gli algoritmi avanzati di “DeepSeek”, la Cina sta sviluppando tecnologie che vanno dalla sorveglianza urbana ai veicoli autonomi.

Sì, ci sono timori fondati sul rispetto della privacy e sui limiti imposti alle libertà individuali.

Ma allo stesso tempo, Pechino propone la sua visione:

 un’IA etica, ordinata, sicura, con la “Global AI Governance Initiative” che ambisce a fissare regole globali dove l’Occidente ancora litiga sui principi.

 

Stretta dalle restrizioni americane – dai chip ai brevetti – la Cina ha scelto la via dell’autonomia:

produrre da sola, innovare da sé, costruire un mercato interno forte e indipendente.

La” Belt and Road Initiative” non è più solo una rete di treni e porti, ma anche di cavi, satelliti, dati, che portano la tecnologia cinese ovunque:

 in Africa, in Medio Oriente, in Sud America.

 

Per molti Paesi emergenti, Pechino rappresenta un’alternativa concreta al modello occidentale: più veloce, più accessibile, meno condizionata.

E l’Europa? Può permettersi di restare ferma, mentre Pechino trasforma la scienza in potere?

O continuerà a cullarsi nella retorica del primato etico, mentre perde terreno in campo digitale, spaziale, energetico?

 

Non si tratta di imitare la Cina né di chiudere gli occhi davanti alle evidenti contraddizioni del suo sistema politico:

il controllo sociale, la repressione delle libertà, la censura.

Ma ignorarne i successi sarebbe un errore strategico colossale.

 

Oggi più che mai, l’Europa deve guardare alla Cina con rispetto critico, imparare dove serve, competere dove può, e soprattutto difendere il proprio spazio autonomo nel mondo che verrà.

 Perché il futuro non aspetta.

 

Un grafico mostra in modo chiaro i cinque settori chiave dell’innovazione cinese, con un indice di sviluppo stimato che evidenzia la forza relativa di ciascuno:

dalle energie rinnovabili all’intelligenza artificiale, passando per spazio, chip e smart city.

 

 

 

 

L'equilibrio tecnico-economico

della Cina e l'apprendimento

dagli errori dell'America.

Unz.com - Richard Solomon –(19 agosto 2025) – ci dice:

La Cina descrive la sua economia come "socialismo con caratteristiche cinesi".

Dato il ruolo centrale della Cina nel capitalismo globale, credo che sia giusto classificare l'attuale espressione del "socialismo cinese" come un sistema ibrido.

 Andrei anche oltre affermando che la componente capitalista è abbastanza integrata nel modello economico cinese che anche il "capitalismo con caratteristiche cinesi" ha senso.

 Quindi la Cina è socialista?

Capitalista? Ambedue? No?

 

Il partito politico al governo in Cina si chiama Partito Comunista Cinese (PCC).

Tuttavia, non credo che ci sia bisogno di essere un professore di economia per rendere conto che la Cina non pratica il comunismo marxista.

Allora perché la Cina mantiene l'etichetta comunista?

Rispetto.

Rispetto per chi?

Rispetto per gli uomini e le donne coraggiosi che hanno liberato la Cina dallo sfruttamento ebraico-anglo-europeo-giapponese e dal secolo dell'umiliazione.

Il rispetto dei sacrifici fatti dagli anziani e dagli antenati è profondamente radicato nella cultura cinese.

 

Se la Cina manterrà l'etichetta di comunista per sempre, o la ritirerà dopo un periodo di tempo rispettoso per qualcosa che riflette più accuratamente il suo modello del mondo reale, è una questione interna cinese, e non spetta a me commentare.

 

Vedo il capitalismo come il meccanismo di produzione economica dominante della Cina.

Vedo il socialismo come il meccanismo di controllo economico dominante in Cina.

Come un motore con un interruttore di controllo.

In parole povere, lo stato domina la società e la banca.

 

Componenti del socialismo tradizionale del benessere pubblico esistono anche in Cina, ad esempio la medicina socializzata, l'università gratuita, le banche nazionalizzate.

La grande differenza tra il "capitalismo di Wall Street" e il "socialismo con caratteristiche cinesi" è che quest'ultimo ha la capacità di adattarsi in modo intelligente e di evolversi positivamente, mentre il primo è impermeabile alle riforme e può solo diventare più predatorio, corrotto e violento.

 

Negli Stati Uniti, la corporazione e la banca dominano lo stato, o per fare un ulteriore passo avanti, lo stato è la corporazione e la banca e’ la lobby sionista.

Questo rende un ibrido economico "di tempi interessanti".

Una fusione di capitalismo neoliberista, socialismo corporativo, statalismo tecno-poliziesco e suprematismo ebraico.

Io la chiamo 'ZioCorp'.

(Senza offesa per gli ebrei non coinvolti. Per la cronaca, mi identifico come un ebreo, ebreo israelita che segue il Tao.)

 

L'obiettivo dell'azienda è il profitto, non il benessere sociale.

Le spese mediche gonfiate arricchiscono le società ospedaliere e gli azionisti, ma mandano milioni di americani alla bancarotta.

In Cina lo Stato possiede gli ospedali.

Che si tratti di ingannare il sistema immunitario del corpo per attaccare le cellule tumorali o di utilizzare robot, stampanti 3D e rigenerazione delle cellule ossee per impianti dentali facili e veloci, la medicina sociale cinese ha superato di gran lunga la medicina americana a scopo di lucro.

 

"Perché l'amore del denaro è la radice di tutti i mali", dice il versetto della Bibbia, e il capitalismo neoliberista ha accelerato l'umanità verso il "picco del male", con qualche beneficio per la Cina.

Oggi, la Cina ha approfittato dello schema di finanziarizzazione e di esternalizzazione del settore di Wall Street.

Ma ora Shylock vuole la sua libbra di filet mignon, cioè il motore economico della Cina.

O è la guerra.

 

Dalla mia osservazione, in questa fase di "socialismo con caratteristiche cinesi", la Cina usa il capitalismo per espandere la sua demografia della classe media e per finanziare un forte PLA.

 Uno dei motivi principali per cui il presidente Franklin Roosevelt guidò gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale fu quello di porre fine alla Grande Depressione.

 La finanza globale potrebbe decidere che la Terza Guerra Mondiale è l'unica via d'uscita dallo schema Ponzi di Wall Street.

 

La tecno-finanziarizzazione predatoria dell'America non può eguagliare lo sviluppo interno del valore reale della Cina e la rete estera della BRI.

Per competere con la Cina, l'impero anglo-sionista degli Stati Uniti e i suoi vassalli si dedicano all'avventurismo criminale, come l'espulsione illegale di Huawei dai mercati e il rapimento del suo straordinario CFO, oltre a orchestrare attacchi terroristici e rivoluzioni colorate sul suolo cinese.

Immaginate la protesta degli Stati Uniti se la Cina arrestasse l'amministratore delegato di Verizon o finanziasse e armasse gruppi secessionisti della California, del Texas o di New York.

 

Qualsiasi discussione sulle politiche economiche della Cina deve tenere conto della minaccia esistenziale posta dall'alleanza militare Pentagono/IDF/NATO/vassallo asiatico.

 Tuttavia, data la natura fluida del conflitto, escludo da questo articolo le congetture sulla guerra calda, in quanto ciò aggiunge un'altra moltitudine di variabili.

Il mio breve commento su questo potenziale fronte di battaglia è che, se le condizioni meteorologiche lo permettono, penso che la Cina dovrebbe lavorare per rafforzare l'alleanza della triade Cina-Russia-Iran fino a quando la Sion-America rimarrà una minaccia.

 È più difficile rompere tre bastoncini legati insieme che un singolo bastone, e tre bastoncini hanno più peso di uno.

 Al contrario, se il radar rileva modelli meteorologici unici, allora l'azione attraverso l'inazione potrebbe essere la mossa migliore, ad esempio, la super-intelligenza artificiale del PLA prevede un imminente collasso degli Stati Uniti.

 

Detto questo, la mia principale preoccupazione per la Cina non è la minaccia militare USA-Sion, perché se il Dragone dovesse mai spiegare le sue terrificanti ali da guerra, i suoi nemici tremerebbero come un paziente in preda alle crisi epilettiche in ipotermia.

Dal mio punto di vista, il pericolo immediato viene dall'infiltrazione "occidentale" della finanza globale.

 

L'attuale guerra fredda degli Stati Uniti contro la Cina può essere riassunta in tre parole: "Lasciateci entrare".

Dalla mia osservazione, il grado in cui la Cina accetta l'interferenza dei banchieri internazionali è una questione di dibattito nella scatola nera all'interno della cerchia ristretta della Cina.

Una discussione silenziosa che risuona in tutto il sistema solare.

Anche l'imperatore più saggio si affida al consiglio della sua corte.

Possa la voce del Comandante dell'EPL raggiungere il decibel necessario.

"Interesting times" richiede il guerriero intelligente che trascende la paura e l'attaccamento a giocattoli luccicanti e pallet di denaro.

 

La posta in gioco è alta, non solo per la Cina, ma per l'intero pianeta.

 Se usati in combinazione con la filosofia win-win, i progressi della Cina nell'intelligenza artificiale, nell'energia da fusione fredda e in altre tecnologie potrebbero portare l'umanità alla civiltà di livello I post-carestia di Kardashev.

Perché ciò accade, la Cina deve proteggere i suoi confini nazionali, la sua cultura e il suo DNA dall'iper-capitalizzazione, mentre contemporaneamente gioca al gioco capitalista e agli scacchi internazionali in 3D. È più facile accarezzare una tigre selvatica. Eppure non è impossibile.

 

La Cina ha studiato l'ex Unione Sovietica per evitare le insidie del marxismo;

 La Cina ha bisogno di studiare gli Stati Uniti per evitare le insidie dell'iper-capitalismo.

 

Per questa lezione, incorporerò il periodo storico degli Stati Uniti dal 1945 ad oggi. Sebbene esistano molte differenze culturali e circostanziali tra questo segmento della storia americana e la Cina di oggi, quell'epoca statunitense fornisce dati utili, in particolare per quanto riguarda la recente ascesa della classe media cinese e il ruolo di potenza manifatturiera globale.

 

In una sorprendente storia di ascesa e caduta, dal 1945 al 1965 si assistette a una crescita senza precedenti della classe media e del settore manifatturiero degli Stati Uniti, mentre dal 1965 ad oggi si assistette a un declino uguale o addirittura più drammatico in entrambe le arene.

Storicamente, la mobilità verso l'alto degli Stati Uniti è stata esagerata. Mentre esistono esempi di uomini che sono usciti dalla povertà per accumulare grandi fortune, la maggior parte di coloro che vivevano nella fattoria morivano nella fattoria o nella fabbrica.

O sono andati in bancarotta a causa di schemi per "arricchirsi in fretta". Contrariamente al mito popolare, e senza nemmeno includere l'esperienza dei nativi rossi e neri, gli Stati Uniti non sono stati fondati come una società egualitaria.

Come ha osservato il trotskista diventato neoconservatore “Seymour Martin Lipset” nel suo libro "Rivoluzione e contro-rivoluzione", tutte le nomine di gabinetto, da George Washington a Andrew Jackson, provenivano dalla classe di ricchezza di alto livello.

“I massacri dei lavoratori in sciopero da parte degli investigatori di Pinkerton e della polizia” danno un'idea delle orrende condizioni di lavoro vissute da gran parte della forza lavoro statunitense della fine del XIX e dell'inizio del XX secolo.

 

Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che l'America raggiunse il dominio demografico della classe media.

Con l'Europa in rovina, gli Stati Uniti sono diventati il produttore globale. Il "Made in USA" era il "Made in China" di oggi.

Con stipendi più alti arrivarono il consumo di massa e il consumismo.

 

Anche se ci sono voluti fino ai primi anni '50 perché l'opinione pubblica statunitense sentisse gli effetti del boom economico, uso il 1945 come dati di riferimento, poiché è allora che l'America ha assunto il ruolo di egemone globale dalla Gran Bretagna, accelerando la crescita della classe media.

 

Il miracolo della classe media del 1945-1965 sembrava annunciare il trionfo del capitalismo. I

l “GI Bill”, che offriva un'istruzione superiore gratuita ai veterani della Seconda Guerra Mondiale, ha contribuito alla storia di successo americana.

Le regole bancarie come la legge” Glass-Steagall”, le norme anti-monopolio e l'imposta sulle plusvalenze hanno impedito che la disuguaglianza di ricchezza potesse raggiungere i livelli dei baroni ladri.

Confronta le differenze salariali tra un CEO del 1955 e i suoi dipendenti e un CEO del 2025 e i suoi dipendenti.

Per la maggior parte, l'ordine è stato mantenuto attraverso un miscuglio di consumismo, anticomunismo, patriottismo e "capitalismo cristiano" di “Edward Bernays”.

Questo sistema di controllo relativamente benigno ha funzionato mentre gli interessi dell'oligarchia e della popolazione generale si sono brevemente allineati.

 

Non voglio presentare quest'epoca come una panacea. Durante questo periodo, il 20% del paese rimase in povertà, con i bianchi, i neri, gli ispanici ei nativi delle zone rurali più colpiti. I neri subirono ulteriori pressioni a causa dei duri meccanismi di controllo razziale.

 

Gli Stati Uniti si sono anche impegnati in attività anti-libertà all'estero: l'Operazione Gladio, l'Operazione Ajax e il colpo di stato della United Fruit Company, per citarne alcuni.

 Questa fu l'epoca che diede vita allo stato di sicurezza permanente della CIA e al complesso militare industriale di cui il presidente Eisenhower mise in guardia nel suo discorso di addio.

 La "Paura Rossa" è stata usata per rimuovere i socialisti dalla leadership sindacale e sostituirli con una mafia amica del capitalismo, oltre a preparare il terreno per l'inutile e dispendiosa Guerra Fredda, la Guerra di Corea e la Guerra del Vietnam.

 

Nonostante questi aspetti negativi, la classe media statunitense tra il 1945 e il 1965 crebbe un ritmo sorprendente.

 

Anche se forse non è un punto di riferimento esatto, il 1965 ha annunciato la fine del miracolo della classe media, anche se ci sono voluti circa cinque anni per accorgersene. Il 1965 rappresentò l'ingresso a pieno titolo in Vietnam, che aumentò il debito e diede il via all'inflazione dei primi anni '70.

 

La sostituzione degli ebrei nei media, negli affari, nei think tank, nelle università e nella finanza con gli ebrei decollò intorno al 1965, aprendo la strada all'attuale oligarchia giudaico-sionista degli Stati Uniti. Anche la narrativa dell'"industria dell'Olocausto" ha aiutato.

 

Il 1965 segnò l'”Hart-Cellar Act” per le migrazioni di massa non europee, che come l'"industriale del nord-Gran Bretagna/Rothschild" del dopo-guerra civile degli Stati Uniti progettò le migrazioni di massa irlandesi, dell'Europa meridionale e orientale, aumentò gli affitti e abbassò i salari per gli americani tradizionali, che tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo erano a maggioranza anglosassone.

 Gli americani neri, nativi degli indiani rossi e messicani di quel tempo vivevano sotto una dinamica di potere un po' diversa, che è troppo pesante per essere analizzata in questo articolo.

 

L'attuale migrazione di massa pianificata dal Sud del mondo verso gli Stati Uniti (e il Regno Unito/Europa) non solo avvantaggia la classe dei rentier e le multinazionali, ma funge anche da strumento di controllo per la nuova oligarchia ebraico-sionista.

Tuttavia, questa strategia ha creato un contraccolpo interno filo-palestinese/anti-israeliano per i sionisti statunitensi, britannici ed europei, il che spiega perché tutti i partiti occidentali anti-immigrazione ben finanziati siano filo-sionisti (e capitalisti neoliberisti).

 

Non biasimo gli immigrati per aver progettato le migrazioni di massa, poiché la maggior parte di loro è sfuggita alle condizioni create dalla politica estera statunitense.

 "Yankee, tornate a casa", come si diceva una volta. Né metto in causa ebrei non coinvolti nell'ingegneria delle migrazioni di massa orchestrata dalla lobby sionista per risolvere i problemi.

 

Secondo il “Memo Powell”, nel 1971 l'oligarchia concluse che l'"esperimento democratico" era finito.

Gli oligarchi e gli interessi aziendali volevano tutti i soldi, e le grandi proteste contro la guerra del Vietnam e i movimenti di controcultura dimostrarono che il "consenso artificiale" non era affidabile.

È probabile che sia stato questo il momento in cui venne presa la decisione di esternalizzare la produzione statunitense in Cina, il che corrisponde al riavvicinamento Nixon/Kissinger al PCC.

 

L'oligarchia non regolamentata è arrivata nel 1980 attraverso un attore cinematografico diventato presidente, lo sciovinismo patriottico, le promesse di Milton Friedman di "trickle-down / libero mercato" e il movimento evangelico cristiano-sionista.

Notate quanta propaganda “Make America Great Again” ha preso in prestito da Ronald Reagan, compreso lo slogan.

Forse non è un caso che Reagan e Trump siano stati celebrità dei media prima della politica.

Il trasferimento di ricchezza verso l'alto a spese delle reti di sicurezza sociale e dei diritti dei lavoratori duramente conquistati è difficile da vendere alla classe operaia, ma i "democratici di Reagan" e la folla del MAGA l'hanno comprato.

 

La deregolamentazione delle banche aziendali, i tagli alla rete di sicurezza sociale e l'esternalizzazione della produzione in Cina sono continuati a velocità di curvatura sotto Bill Clinton, mentre l'opinione pubblica americana è rimasta paralizzata dalle indiscrezioni del Mossad-trappola di Clinton.

 

L'11 settembre 2001 ha segnato la fine ufficiale della repubblica americana o di ciò che ne rimaneva.

 Certo, l'America è sempre stata una repubblica oligarchica con alcuni controlli e contrappesi democratici, e il Federal Reserve Act del 1913 ha spogliato l'America della sua sovranità economica, ma ora era davvero finita.

 

Dopo gli attacchi dell'11 settembre orchestrati dal Mossad e dallo Stato Profondo statunitense, lo stato di polizia, la guerra senza fine, la corruzione, la tortura, le operazioni psicologiche e i saccheggi si sono intensificati, senza più alcuna garanzia interna per resistere all'assalto. Il "Progetto Grande Israele" è diventato una componente chiave della politica estera statunitense, poiché i sionisti ebrei costituivano la fazione dominante all'interno dell'oligarchia statunitense.

 

Ed eccoci qui.

 

Quali lezioni può imparare la Cina dall'epoca statunitense successiva alla Seconda guerra mondiale?

1- Attenzione alla corruzione.

 

La corruzione distrugge tutti i sistemi economici, indipendentemente dall'ideologia.

 

Negli Stati Uniti, leggi draconiane e una sorveglianza panottica tengono la popolazione sotto controllo mentre la classe dei donatori si scatena. Criticano il genocidio e finiscono in prigione.

 Rubano le pensioni e diventano Segretario del Tesoro.

 Come dice il “Tao Te Ching”: "Più regole e regolamenti vengono stabiliti, più topi mangiano il grano".

 

Apprezzo le politiche anticorruzione dall'alto verso il basso della Cina.

 "Il pesce marcisce dalla testa in giù", come si dice.

Quando un banchiere o un politico corrotto viene punito, si invia il messaggio corretto al popolo.

 I futuri leader del PCC (e i cittadini in generale) dovrebbero essere inculcati fin dal primo giorno a odiare la corruzione come un contadino odia le locuste.

Le locuste depredano i campi, la corruzione depreda la nazione.

 

2- Attenzione all'ipercapitalismo e alle sue 3 figlie.

 

L'ipercapitalismo antepone i profitti a tutto, comprese le persone, la cultura, la nazione e l'ecologia.

 

L'ipercapitalismo crea mercati azionari corrotti, truffe speculative, fasi di espansione e recessione intrinseche e tutto il resto.

Gli addetti ai lavori ben informati trasformano il denaro in altro denaro senza produrre valore, dando vita a una società parassitaria basata sull'usura.

 

Nonostante le carenze teoriche di Marx, egli predisse il capitalismo allo stadio finale con grande precisione.

Tuttavia, non riuscì a rendersi conto che non era un paradiso operaio socialista che avrebbe sostituito il capitalismo occidentale, ma piuttosto la tecnocrazia neofeudale.

Mentre il capitalismo occidentale è troppo ossificato e corrotto per trasformarsi in qualcosa che va a beneficio dell'umanità, il "socialismo con caratteristiche cinesi" ha dimostrato la capacità di un'evoluzione positiva.

Per mantenere questo chi, guardatevi dalle tre figlie dell'ipercapitalismo.

 

La prima figlia dell'ipercapitalismo è il materialismo.

 

Il materialismo è un quadrante necessario del cerchio yin-yang.

 Viviamo in un mondo fisico con corpi fisici.

 La pancia vuole il riso.

"Quando le pance brontolano, le nazioni crollano", come si suol dire. Il materialismo attraverso la tecnologia nutre molti. A un livello più fondamentale, quando il mondo fisico crolla, il corpo lo segue.

 

Il vantaggio marziale materiale è cruciale su un pianeta in guerra per le risorse.

 Le pietre focaie battono le mazze di legno e i laser spaziali battono le pietre focaie.

Tuttavia, a un certo punto, tutti sono morti.

 

Quando la società riempie il suo intero cerchio yin-yang con il materialismo, crea uno squilibrio.

Ciò si traduce nell'ignoranza dei flussi e dei blocchi contenuti all'interno dei sistemi naturali e tecnologici.

È su questa forma di squilibrio materialista che mi sto concentrando, ma lo chiamerò semplicemente "materialismo".

 

La tecnocrazia è un'espressione socio-evolutiva negativa del materialismo tecnologico.

 

La tecnocrazia antepone l'intelligenza umana all'Intelligenza Cosmica.

È stata la Natura (Intelligenza Cosmica) a creare l'uomo, non il contrario.

Se l'uomo, nella sua arroganza, cerca di sovvertire l'ordine naturale (il flusso) anziché seguirlo, subirà il suo tecno-destino, il “Paradosso di Fermi”.

 

Sebbene sia considerato un "razionalista", il tecnocrate materialista è spesso la persona più pazza nella stanza, come dimostrano lo “studio di Tuskegee”, l'attacco nucleare al paradiso dell'atollo di Bikini, MKUltra, gli esperimenti di guerra biologica nella metropolitana di San Francisco e New York e il dottor Anthony Fauci.

 

Quanto più una società è tecnologicamente avanzata, tanto più aumenta la necessità di praticare il tai chi, il kung fu, il giardinaggio, il tiro con l'arco, suonare uno strumento musicale o scrivere poesie.

 

Il materialismo non è esclusivo dell'ipercapitalismo.

Il marxismo è materialista, anche se in modo diverso.

Se il marxismo funzionasse, la Cina lo praticherebbe ancora. Come il latte, il marxismo e l'ipercapitalismo diventano acidi se lasciati fuori troppo a lungo.

 

La maggior parte dei grandi pensatori socialisti nati dalle rivoluzioni europee del 1848 detestavano Marx e il marxismo.

I banchieri internazionali promuovevano il marxismo come la cattiva opzione al capitalismo predatorio e per screditare il socialismo.

Ovviamente, il presidente Mao fece la scelta giusta con il marxismo.

 Se avesse scelto il capitalismo predatorio, la Cina sarebbe ora sotto l'occupazione militare anglo-sionista, come la Corea del Sud, il Giappone e le Filippine.

Tuttavia, con tutto il rispetto per il presidente Mao, non vedo alcuna prova che la Cina pratichi attualmente un'economia marxista.

 

Il materialismo iper- capitalistico trasforma il cittadino in un consumatore.

 Cosa succede alla nazione i cui uomini traggono il massimo piacere dall'ultima linea di prodotti scintillanti?

Diventa metrosexual.

 

Mentre il metrosessuale è facile da controllare ed è spesso competente nella sua cerchia di competenze tecniche, il suo consumismo vuoto lo rende insulso, depresso e femminilizzato, il che porta al “chi-chi bloccato”, che a livello collettivo porta alla perdita di vitalità nazionale.

 La prescrizione di massa di SSRI non fa che peggiorare le cose.

 

La controparte femminile del metrosessuale è la donna nevrotica (di solito senza figli) in carriera. Questo tipo costituisce una parte considerevole delle giovani donne della classe professionale occidentale.

 

L'uomo è un pensatore astratto che si affina al di là del materiale. Bisogna prendere in considerazione uno "sbocco spirituale". Altrimenti, si finisce con il contraccolpo del Falun Gong.

 Mentre la scienza occidentale rifiuta lo "spirituale", penso che la Cina dovrebbe reclutare neuro-biologi e fisici teorici per studiare la "coscienza", che i seguaci del Tao dovranno essere presenti in tutta la materia dell'universo, anche se a concentrazioni diverse.

Le scoperte in questo regno potrebbero salvare l'umanità dalla tecno-trappola mortale del Paradosso di Fermi.

Per avanzare tecnologicamente e rimanere umani, reinterpretare i miti, i simboli e gli archetipi.

Non distruggerli.

 

La seconda figlia dell'ipercapitalismo è la disuguaglianza di ricchezza.

 

La disuguaglianza di ricchezza lorda destabilizza la società.

 

Gli iper capitalisti che raggiungono per primi il vertice giocano contro il sistema, creando un nepotismo degenerativo e distruggendo la meritocrazia.

Questo porta alla aristocrazia e a una disuguaglianza di ricchezza, come accade negli Stati Uniti.

 

La disuguaglianza della ricchezza richiede uno stato di polizia che protegga i pochi "ricchi" dai molti "poveri" e un sistema giudiziario draconiano a due livelli per impedire ai "poveri" di imitare la criminalità protetta dei "ricchi".

 

Gli investimenti esteri privati non regolamentati e l'accumulo di ricchezza personale creano cosmopoliti transnazionali super-ricchi, senza radici e senza alcuna lealtà verso lo Stato-nazione.

 I limiti di ricchezza reindirizzano l'eccessivo patrimonio personale di un uomo ricco in progetti nazionali, nei fondi fiduciari dei suoi figli adulti (con gli stessi limiti annuali), nella ricerca e sviluppo della sua azienda, nei pagamenti annuali a vita o nella sua legittima organizzazione benefica (enfasi su "legittima").

Pur sostenendo i limiti al patrimonio personale, mi oppongo alla tassazione.

Credo che la moderna tecnologia monetaria abbia reso la tassazione obsoleta.

Dal mio punto di vista, un massimo di stipendio annuo esentasse di 1-5 milioni di dollari / 7-35 milioni di yuan è la soluzione giusta, con il capitale eccedente depositato in un conto nazionale di deposito a garanzia e distribuzione.

 

I miliardari comprano i governi. I milionari comprano le serate di divertimento in città.

 

Per la cronaca, sostengo il reddito di cittadinanza universale, l'assistenza sanitaria socializzata e l'istruzione, il cibo, l'abbigliamento e l'alloggio come diritti umani fondamentali.

Mentre la robotica e l'intelligenza artificiale sostituiscono i lavoratori umani, è necessario prevedere misure per gli sfollati.

Nel Tao, il tempo libero può essere estremamente produttivo e vantaggioso sia per l'individuo che per la nazione.

È meglio dell'abbattimento demografico del WEF.

 

Mi va bene anche l'imprenditorialità etica.

L'acquisto, la vendita e il trading sono profondamente radicati nella memoria cellulare umana e devono essere presi in considerazione. Alcuni lavoratori trovano uno scopo e una connessione attraverso il loro lavoro. Hanno solo bisogno di un salario dignitoso e di un trattamento equo.

 

La terza figlia dell'ipercapitalismo è la distruzione ecologica.

 

Le isole di bottiglie di plastica che intasano gli oceani impiegano 500 anni per decomporsi.

 Le nanoparticelle di plastica viaggiano dai pesci all'uomo.

 Le sostanze chimiche del “fracking” contaminano le falde acquifere sotterranee di acqua dolce per 3000 anni.

 In questa commedia capitalista sull'ecocidio, Nestlé e il private equity acquistano le ultime fonti di acqua pulita, traendo profitto dall'inquinamento.

 

In quanto civiltà superiore, spetta alla Cina assumere un ruolo guida nella creazione dell'equilibrio tecnologico-ecologico yin-yang promosso dallo scienziato statunitense Buckminster Fuller.

Il sole artificiale cinese, lo sviluppo di prodotti biodegradabili, l'estrazione di asteroidi robotici e altre tecnologie anti-inquinamento sono molto promettenti per ripulire il pianeta.

 

3- Attenzione alla finanza ebraica e ai suoi fronti ebraici organizzati.

Per ribadire, non sono anti-ebreo.

Sono un ebreo anti satanico.

 Gli ebrei della "memoria cellulare post-talmudica" hanno un ruolo importante nel futuro ecosistema umano.

Venite tutti i gruppi.

 

Non intendo fare una revisione storico-mondiale della predazione finanziaria del "Grande Ebreo".

 Voglio piuttosto concentrarmi sugli incontri della Cina nel XIX e XX secolo con la finanza ebraica globale e i suoi mercenari, nonché sull'impatto della "tesi-antitesi-sintesi" dell'ebraismo internazionale sulla psiche collettiva cinese.

 

Durante il Secolo dell'Umiliazione, la famiglia ebraica Sassoon e la Compagnia britannica delle Indie Orientali anglo-Rothschild, insieme ad altri banchieri ebrei e alle cricche euro-aristocratiche alleate, controllarono e saccheggiarono la Cina.

Il Giappone fu un caso isolato nella finanza internazionale.

 

La soluzione al problema del colonialismo cinese fu il marxismo, una creazione ebraica.

Si possono discutere i pro e i contro del marxismo, ma non la sua origine.

In sostanza, un'ideologia materialista ebraica contribuì a plasmare la Cina nella seconda metà del XX secolo.

 

L'esternalizzazione della produzione americana in Cina è stata in gran parte orchestrata dalla Wall Street ebraica con l'aiuto di guru bianchi della globalizzazione come il CEO di General Electric, Jack Welch.

Oggi, la Cina è il grande produttore mondiale e beneficiaria dell'ipercapitalismo, grazie in gran parte alla finanza ebraica internazionale.

 

Gran parte di questo materialismo economico e ideologico importato, dominato dal giudaismo, contiene elementi socialmente dannosi e, sebbene la Cina abbia ricevuto alcuni benefici a breve termine, l'esposizione a lungo termine a costrutti estranei senza un adeguato adattamento culturale può essere dannosa per l'organismo nazionale.

 

La "Grande Muraglia" cognitiva è come una membrana cellulare che lascia entrare il bene e filtra il male.

 

4- Attenzione alla migrazione di massa ingegnerizzata.

 

Le dinastie non costruirono la Grande Muraglia vera e propria come attrazione turistica.

Per ulteriori dati, consultare i nativi indiani rossi e/oi palestinesi.

 

5- Attenzione all'impero.

 

L'impero segue un corso di degenerazione entropica, che svuota l'entità originale che lo ha generato.

 La classe dei rentier romani acquisì grandi ricchezze mentre i plebei di Roma vivevano in povertà.

L'Inghilterra di Charles Dickens era piena di case povere, prigioni per debitori e baraccopoli, eppure "il sole non tramontò mai sull'Impero britannico".

 

Se mai verrà condotta un'autopsia sull'ex repubblica degli Stati Uniti, uno dei principali fattori che contribuiranno alla "causa della morte" fu l'assunzione da parte degli Stati Uniti del ruolo di "City of London-British Empire" dopo la Seconda Guerra Mondiale.

 Come ha osservato l'astuto politologo “Chalmers Johnson”: Si può essere un impero. Puoi essere una repubblica. Ma non puoi essere entrambe le cose.

 

Meglio diventare un modello globale che promuove un gioco vantaggioso per tutti.

Per raggiungere il livello successivo, l'umanità ha bisogno di sublimare la tecnologia bellica in tecnologia di pace post-scarsità.

Ciò richiede il crollo dell'Impero Anglo-Sionista degli Stati Uniti e dei suoi controllori bancari internazionali e dei loro associati, così come i manager globali che abbandonano la loro malsana dipendenza dalla gestione di programmi di allevamento di schiavi e dall'accaparramento patologico.

 

Il trambusto capitalista "cane-mangia-cane" / vincere-perdere è insostenibile in una civiltà high-tech.

 Il potere distruttivo della tecnologia è troppo letale.

 

Come ha detto la marxista Rosa Luxemburg, "O è socialismo o barbarie". La domanda è: di chi è il socialismo?

Dal mio punto di vista, il "socialismo con caratteristiche cinesi", legato al transazionalismo win-win e all'equilibrio tra confucianesimo, taoismo e alta tecnologia, offre una soluzione migliore.

 O almeno qualcosa da considerare.

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