La Cina vuole conquistare il mondo.
La Cina vuole conquistare il mondo.
La Cina vuole dominare il mondo e ci sta riuscendo.
L'unico freno è l'invecchiamento demografico.
Ilfoglio.it
– (14 luglio 2025) - Thierry Moulonguet – ci dice:
L'analisi di Thierry Moulonguet sulla” Revue des deux monde”:
"La Cina rappresenta un terzo della produzione industriale
globale. Nel 2040, se non si interviene, ne rappresenterà la metà.
Spaventoso"
"Nel 2049, la Cina festeggerà il centenario della nascita della
Repubblica popolare cinese, anno in cui vuole tornare a essere la prima potenza
mondiale” scrive sulla “Revue des deux monde” Thierry Moulonguet, alto
funzionario di lungo corso, ex direttore finanziario di Renault e Nissan, e
presidente del cda della Revue des deux monde.
A 24 anni dall’obiettivo prefissato,
i dati sembrano indicare che la Cina è sulla buona strada per raggiungerlo.
Possiamo dunque cercare di valutare i punti di forza che ha messo insieme
per vincere questa scommessa, ma anche le debolezze che sono emerse nel tempo e
che potrebbero mettere in discussione questa traiettoria.
Christophe Périllat, ceo di “Valeo”, ha recentemente spiegato
su “France Inter”
che “la Cina rappresenta attualmente
un terzo della produzione industriale globale e sta guadagnando un punto
percentuale ogni anno.
Nel 2040, se non si interviene, ne rappresenterà la metà.
Questo è spaventoso in termini sociali e di sovranità”.
“
Il direttore di Bpi Francia, Nicolas Dufourcq,” ha fatto eco a questo punto
di vista:
“La sfida che ci troviamo ad affrontare oggi equivale a 30 volte quello che
rappresentava il Giappone negli anni Novanta.
La Cina ha oggi più robot ogni
10.000 lavoratori rispetto alla Germania. Questo dimostra quanto sia avanzata
l’attuazione del piano ‘Made in China’ lanciato 10 anni fa, con l’obiettivo di
soddisfare il 70 per cento del fabbisogno nazionale con prodotti progettati,
sviluppati e industrializzati sul proprio territorio.
Una delle espressioni più evidenti di questo progresso è la svolta
dell’industria automobilistica cinese.
Nel 2015, i veicoli ibridi o elettrici cinesi rappresentavano solo il 3 per
cento del mercato di questo tipo di veicoli in Cina;
entro il 2025, questa cifra salirà a oltre il 50 per cento”.
Nicolas Dufourcq la mette così:
“Oggi la Cina ha fabbriche di dimensioni colossali.
Lo “stabilimento Byd”, ad esempio, si estende per sei chilometri per sette,
ovvero sette volte le dimensioni dello stabilimento Tesla in Texas.
Acciaio, prodotti chimici, automobili, macchine utensili, apparecchiature
energetiche, energia nucleare, sanità, elettronica:
la Cina sta crescendo in potenza e termini di volume.
Nel settore strategico delle batterie, sta dominando i suoi concorrenti.
Come ha spiegato “Yann Vincent”, responsabile dell’azienda Acc (Automotive
Cells Company), ai membri del Parlamento francese: “Siamo passati dall’essere
insegnanti all’essere allievi”, facendo leva su un commento di “Nicolas
Dufourcq”:
“L’Europa è ora il paese emergente che deve affrontare una Cina sviluppata.
Questa realtà, che fino a poco tempo fa era considerata eretica, comincia a
essere ampiamente riconosciuta”.
Alla Cina non mancano i modi per esercitare la propria influenza nei
negoziati tariffari con gli Stati Uniti.
La sua posizione dominante nel
settore delle terre rare ne è un esempio.
Le forniture di magneti permanenti alle industrie automobilistiche
americane ed europee sono fortemente razionate.
Notevole è anche la velocità con cui la Cina ha intrapreso la transizione
energetica, con il rapido sviluppo dell’energia nucleare e delle energie
rinnovabili.
Può inoltre contare sull’ecosistema costruito negli anni con i paesi del
sud globale, di cui è il perno:
grandi progetti infrastrutturali,
interazioni commerciali, investimenti diretti, la Cina è presente in tutti i
continenti e dispone di un mercato molto profondo.
Questa nuova “lunga marcia” è dunque irresistibile?
La prima osservazione è che la
crescita cinese sta rallentando dal 6-7 per cento annuo a meno del 5.
Questo rallentamento rende più difficile finanziare lo sforzo di sviluppo
cinese, che ora si concentra sulle nuove tecnologie.
Secondo “Robin Xing”, uno degli economisti di Morgan Stanley, “la Cina
dovrebbe optare per una strategia 2030 che dia priorità al mercato interno e ai
consumi, sostituendo gli investimenti”.
Questo spostamento verso i consumi comporta riforme sociali, riducendo la
necessità di accumulare un risparmio precauzionale. Questo sviluppo è
naturalmente reso più difficile dalla tendenza al ribasso della demografia
cinese, che sta mettendo sotto pressione l’intero sistema economico e
finanziario del paese.
La capacità di risolvere questa equazione è una delle grandi incertezze dei
tempi a venire.
Allo stesso tempo, gli investimenti necessari per raggiungere il livello di
autonomia tecnologica desiderato restano ingenti.
Nell’industria aeronautica, uno specialista ha osservato che in questa fase
l’aereo cinese è “un aereo occidentale con intorno acciaio cinese”.
Sappiamo anche che la Cina rimane fortemente dipendente dai più potenti
semiconduttori utilizzati negli sviluppi avanzati dell’intelligenza
artificiale, con un accesso molto limitato e controllato a questi componenti
prodotti in particolare a Taiwan.
Lo stesso vale per i cuscinetti a
sfera più sofisticati, prodotti in particolare in Germania e Giappone.
La Cina ha dimostrato in passato di
essere in grado di elevarsi ai massimi livelli, come dimostra la sorprendente
ascesa di “DeepSeek” nell’Ai.
Questa mobilitazione di risorse per progredire in tutti i settori sta
esercitando una forte pressione sulla società, che è costantemente sotto
pressione.
Il paese dovrà anche fare i conti con gli eccessi del passato, come la
bolla immobiliare, che ha dato origine a un massiccio eccesso di debito ancora
lontano dall’essere eliminato, e la sovraccapacità industriale, ulteriormente
aggravata dalle incertezze tariffarie.
Al di là delle sfide economiche, ci sono una serie di questioni chiave che
vanno oltre l’analisi strategica.
La più ovvia riguarda la successione di Xi Jinping, per la quale non c’è
alcuna certezza.
Ma anche il futuro di Taiwan incombe, così come le ripercussioni del
confronto tra Stati Uniti e Cina.
Possiamo quindi constatare che, se da un lato la Cina è una nuova potenza
industriale che ha trasformato il sud globale nel suo hinterland e la cui
ambizione è quella di tornare a essere la prima potenza mondiale, come lo era
il “Regno di Mezzo”, dall’altro è ancora molto difficile proiettarsi nel 2049,
date le numerose incertezze dei prossimi 24 anni.
(Traduzione
di Mauro Zanon).
Perchè
la Cina vuole conquistare
il
mondo.
Inpressmagazine.com
- Gabriele Crapolicchio – (3 Novembre 2024) – ci dice:
Qualsiasi
sia il dispositivo attraverso il quale stai leggendo questo articolo è, quasi
sicuramente, fatto in Cina.
Alzando
lo sguardo sugli altri oggetti presenti in stanza, in ufficio o in qualsiasi
luogo tu sia, la storia è sempre la stessa.
Una nazione e una cultura che fino a un secolo
fa erano pressappoco sconosciute, oggi, oltre ad avere la seconda popolazione
mondiale per numero, è lo stato col valore più alto di esportazioni.
Questo
significa che la popolazione mondiale “sopravvive” grazie alle industrie e alle
produzioni cinesi.
Made
in China.
La
Cina, superficialmente, la conosciamo proprio sul piano economico-produttivo
con l’etichetta “made in China”.
Dietro
a questa formula, associamo:
manodopera a basso costo, mancanza di diritti
e materiali di scarsa qualità.
Come
se ciò non bastasse, spesso viene proposto dai vari media, un’immagine di una “Cina
predatoria “che ha come unico scopo la conquista del mondo.
Ciò
non significa che la Cina sia un modello perfetto di nazione incompreso da noi
occidentali, ma spesso, non c’è una più profonda e veritiera conoscenza di
questo paese.
Prima
di passare ad una argomentazione più approfondita sul piano filosofico-culturale,
facciamo una carrellata delle criticità reali e concrete della Cina di oggi.
Oltre
al “made in China”, ci sono due questioni che segnano la storia contemporanea
cinese.
La prima ha a che fare con il secolare
problema interno del paese che, parte dall’opposizione tra mondo contadino e
mondo cittadino, e parallelamente, si riversa sulle comunità non ancora
permeate dalla cultura cinese governativa.
È
infatti cosa nota, che il problema principale della Cina, è quello di
raggiungere una omogeneità interna al territorio nazionale che, ad oggi, sembra
distante.
In
particolare le due comunità che subiscono le principali pressioni sono quella
tibetana e quella uigura.
Quest’ultima,
presente nel nord-est della Cina nella Regione Autonoma dello Xinjiang, è al
centro dell’attenzione della comunità interazionale dopo che sono state rese
pubbliche alcune testimonianze riguardo dei “campi di rieducazione”.
Poco
chiare sono le pratiche utilizzate nei campi, tant’è che, buona parte della
comunità internazionale ha parlato di genocidio.
Altra
comunità che rischia di scomparire, è quella tibetana. In questo senso troviamo
un imponente struttura ferroviaria soprannominata “il treno del cielo” che ha
l’intento di accorciare la distanza tra la Cina governativa e il territorio
tibetano.
Oltre
alle problematiche interne, c’è una chiara strategia esterna adottata dalla
Cina.
In particolare questa segue il modello
“win-win”, ovvero, far sì che la volontà cinese si incontri con la volontà di
un altro paese generando, apparentemente, vantaggi per ambo le parti.
Vedi i vari accordi in Africa dove, nel
Gibuti, è presente la prima base militare estera di Pechino o, più vicino a
noi, il porto di Trieste, bersaglio delle mire espansionistiche cinesi.
Il
“Paese di mezzo.”
Altre
note strategie geopolitiche della Cina sono:
il
“filo di perle”, un progetto di acquisizione del controllo delle rotte
dell’Oceano Indiano, il continuo tentativo di conquista di Taiwan e il progetto
“BRI”.
Ora
cercheremo di evidenziare alcuni tratti culturali che ci possono aiutare a
leggere diversamente il comportamento cinese.
Partendo
dall’etimologia della parola Cina, comprendiamo immediatamente l’importanza
della mediazione.
Il
nome Cina infatti, significa “Paese di mezzo”.
Quest’atteggiamento
è rintracciabile fin dalle più antiche tradizioni cinesi.
Infatti,
nonostante alcune divergenze, le due principali dottrine cinesi, il
confucianesimo e il taoismo, esprimono idee fondamentali quali la
collaborazione e l’armonia.
Confucio
insegnava ai suoi seguaci l’importanza di desiderare il benessere degli altri
senza trarne alcun profitto.
In
generale la dottrina confuciana e quella taoista, sono conseguenze di antichi
riti e costumi dei contadini cinesi.
Le
dottrine si sono successivamente sviluppate in senso ortodosso per giustificare
e legittimare il potere imperiale.
Quindi
è radicato nel pensiero cinese il senso del giusto mezzo sia nelle relazioni
personali sia per le relazioni tra Stati.
È
essenziale creare un ambiente armonioso nei rapporti con gli altri.
Nella
dottrina confuciana sono presenti le 5 principali relazioni:
padrone-servo, padre-figlio, marito-moglie,
fratello maggiore-fratello minore, amico-amico.
Un’altra
concezione che ha a che fare con l’armonia, è la ciclicità delle stagioni. Questo susseguirsi e alternarsi di
momenti, ognuno con una propria funzione, è rintracciabile anche nell’antica
idea dello Yin e Yang.
“Tianxia.”
Conseguenza
di questa necessaria armonia è il rispetto che si ha verso tutto ciò che è
altro.
L’altro
non è negazione di me stesso e neanche una opposizione alla mia realizzazione.
Qui
subentra una visione d’insieme che fa da sfondo a tutto il pensiero cinese, il
“tianxia”.
Questa
espressione si traduce con: “tutto ciò che è sotto il cielo”. Si esprime così tutto il senso
universale che serpeggia nella filosofia cinese.
Sul
piano “micro”, dunque, ci sono dei doveri che derivano dai vari tipi di
relazione, sul piano “macro” c’è bisogno di pace e di armonia.
Questo
è il linguaggio che la Cina ha radicato in sé quando si relaziona sul piano
internazionale.
Ciò
non significa che il “Paese di mezzo” ha intenzione di creare uno stato
mondiale unico a giuda cinese, ma che, per sua natura, ha la priorità di
cooperare e di dialogare con tutti gli stati.
Amici
o nemici.
Abbiamo
cercato di elencare, seppur molto sinteticamente, alcuni dei principali
concetti culturali e filosofici cinesi.
La
realtà e i suoi interpreti non sempre coincidono con le idee di pace, di
armonia e di collaborazione che fondano il pensiero cinese.
Da
questa discrasia nascono timori e paure di chi, l’avanzata cinese, la legge
solo sotto il punto di vista della grande potenza in espansione.
In un
mondo pienamente globalizzato, la filosofia cinese sembra essere quella
vincente o quantomeno quella più “conveniente”.
Se non si conoscono i veri riferimenti culturali
cinesi, la risposta più superficiale, sarà quella del “partito preso”.
Finendo
così per sentirsi amici o nemici di uno stato che, apparentemente, vuole
conquistare il mondo senza mezzi termini.
Per
essere davvero “saggi”, figura fondamentale nelle dottrine cinesi, dobbiamo
andare oltre.
Dobbiamo
comprendere le radici e le diverse sfumature, i simboli e i linguaggi di questa
cultura.
Una
volta fatta conoscenza di quei sentimenti, sarà possibile trovare una strada
armoniosa per la pace.
La
Cina si sta prendendo il mondo
senza
sparare un colpo: la
strategia
di Pechino tra Usa e Russia.
Fanpage.it
- Gian Luca Atzori – (27 giugno 2025) – ci dice:
Con
Russia e Stati Uniti intrappolati nei propri campi di battaglia, Pechino avanza
senza clamore.
Come
per Hong Kong nel 1997, la Cina punta a riconfigurare l’ordine globale senza
fuoco né fiamme:
emergere
come garante di stabilità, restare fuori dal logoramento bellico, e offrire
un’alternativa silenziosa ma solida all’egemonia occidentale.
Nella
guerra degli altri, Xi gioca per sottrazione e arrivano i primi segnali: Tokyo
e Seoul disertano il summit NATO.
Mentre
Israele bombarda le infrastrutture nucleari iraniane e gli Stati Uniti
battezzano la loro “Operation Midnight Hammer”, la Cina alza la voce, ma senza
alzare le mani.
Nei comunicati ufficiali di Pechino, si
leggono parole come “violazione della Carta delle Nazioni Unite”, “instabilità
globale” e “rispetto per la sovranità”.
Ma in filigrana si legge altro.
La
costruzione di una reputazione alternativa:
quella
di superpotenza che non ha bisogno di intervenire militarmente per modellare il
mondo, l’unica interessata al rispetto del diritto internazionale mentre
nessuno sembra più tollerarlo.
La
Cina non sta con Teheran per ideologia, né contro Israele per convinzione.
Sta con sé stessa.
Il
conflitto, se limitato, è funzionale:
allontana
gli americani dall’Asia, fa crollare la fiducia nei mediatori occidentali, apre
spazi diplomatici che Pechino può riempire con la sua narrativa multipolare e “responsabile.”
Petrolio,
BRI e Stretto di Hormuz: il vero campo di battaglia è energetico.
La
dipendenza cinese dal Medio Oriente non è un’opzione: è un assioma.
Più del 40% del petrolio importato dalla Cina
transita attraverso lo Stretto di Hormuz.
Iran, Arabia Saudita, Emirati: sono tutti
fornitori.
Una
crisi prolungata in quella zona colpisce Pechino direttamente al cuore –
economico, energetico e infrastrutturale.
Nonostante
l’Iran abbia minacciato a più riprese la chiusura dello Stretto dopo i raid
americani e israeliani, la Cina non ha spinto né sostenuto questa scelta.
Pechino, pur difendendo Teheran a parole, ha lasciato volutamente aperta quella
valvola geopolitica, da cui transita circa il 20% del greggio mondiale.
Il
segnale è chiaro:
la
Cina non vuole destabilizzare il sistema di cui è diventata pilastro
silenzioso.
Sa che
un’impennata del prezzo del petrolio manderebbe in recessione mezzo pianeta, a
partire dai suoi partner commerciali.
Invece
di incendiare il mercato, lo tiene sul filo.
È una dimostrazione di forza al contrario:
potremmo stringere, ma non lo facciamo – per ora.
E così dimostra di avere leve globali senza
doverle usare.
Qui
infatti entra in gioco la doppia logica cinese:
da un lato, condanna gli attacchi occidentali
per non perdere l’accesso alle fonti energetiche;
dall’altro,
sfrutta la destabilizzazione per ridurre la presenza americana nella regione,
accrescere la propria e lanciare segnali.
Una
guerra lunga, ma non catastrofica, significherebbe anche maggior margine di
manovra per la “Belt and Road Initiative, oggi in stallo per instabilità e
sanzioni.
In gioco non c’è solo il greggio: c’è la
legittimità a essere potenza sistemica.
Strategia
a due volti: moralismo in pubblico, realismo in privato.
Ufficialmente,
la Cina è “preoccupata”.
Sostiene
l’ONU, invita al dialogo, offre addirittura bozzetti di mediazione
multilaterale.
Ma non
è coinvolta in alcuna trattativa concreta.
La sua
vera influenza si esercita altrove: nella logistica, nella finanza, nella
tecnologia dual-use.
Con
l’Iran, la Cina ha una relazione non ideologica, ma funzionale.
Gli ha
aperto le porte ai BRICS e alla SCO, ha firmato un accordo venticinquennale di
cooperazione su energia, finanza, telecomunicazioni.
Non
difende Teheran: lo integra nella propria visione alternativa dell’ordine
mondiale.
Come
con la Russia, anche con l’Iran la relazione è guidata non dalla fiducia, ma
dalla convenienza – e dalla comune ostilità verso l’unilateralismo americano.
Il
conto ucraino: quanto costa il fronte che logora l’Occidente.
Secondo
il “Congressional Budget Office”, dal febbraio 2022 a oggi, gli Stati Uniti
hanno speso in Ucraina oltre 175 miliardi di dollari, tra aiuti militari,
economici e umanitari.
Di
questi, più di 90 miliardi sono confluiti direttamente in forniture belliche:
sistemi missilistici HIMARS, munizioni
d’artiglieria, droni da ricognizione, blindati, sistemi antiaerei Patriot e
Storm Shadow, oltre a ingenti risorse per l’addestramento delle truppe e il
supporto logistico.
Altri
60 miliardi sono stati destinati al sostegno al bilancio dello Stato ucraino,
al funzionamento delle istituzioni e ai servizi di base, mentre una quota
crescente va alla ricostituzione delle scorte del Pentagono, che si stanno
esaurendo.
Ma
oltre al costo diretto, c’è il prezzo strategico:
Washington
ha consumato una porzione critica delle sue riserve di missili antiaerei e
munizioni a guida di precisione, che richiedono anni per essere rimpiazzate.
Secondo la “RAND Corporation”, l’industria bellica americana produce a un ritmo
troppo lento per sostenere contemporaneamente Ucraina, Israele e –
ipoteticamente – Taiwan.
Ogni dollaro speso oggi a est dell’Europa è un
dollaro in meno per contenere la Cina nel Pacifico.
E Pechino lo sa. Osserva. E aspetta.
Il
paradosso degli alleati asiatici: la Nato ha i muscoli, ma non le braccia.
La
mossa più interessante degli ultimi giorni non viene da Teheran, né da
Washington.
Viene
da Tokyo e Seoul.
I due principali alleati asiatici della Nato
hanno disertato il summit in Olanda, smentendo la narrativa occidentale sulla
compattezza della coalizione tra Indo-Pacifico e Occidente, e sul cordone a
difesa del Mar Cinese.
Dietro
le formule diplomatiche si cela un dato strategico: Giappone e Corea non
vogliono essere trascinati in un'altra guerra americana, tanto meno se condotta
contro un partner energetico rilevante e in un contesto percepito come troppo
lontano dalla sicurezza regionale.
“In
gioco c’è anche la tenuta di AUKUS e del sistema di alleanze regionali, già in
difficoltà”.
La
Cina lo sa, e testa i limiti della deterrenza americana, proprio dove dovrebbe
essere più salda.
Taiwan
sullo sfondo: Riprendersi il mondo senza sparare un colpo.
Come
nel 1997, quando Hong Kong tornò alla Cina senza un colpo di pistola, oggi
Pechino punta a riconfigurare l’ordine globale non con le guerre, ma con le
attese, le connessioni economiche, la pressione strategica silenziosa.
Non
conquista: si fa lasciare spazio. E quando arriva, il vuoto è già stato creato
dagli altri.
Secondo
questa logica, la Cina non ha bisogno di attaccare Taiwan.
Le basta osservare e preparare.
Mentre
l’America spreca risorse in Medio Oriente e nell’Europa orientale, Pechino
accumula tempo, mezzi e narrativa.
Non è un caso che nel linguaggio dei media
statali sia tornato il concetto di “riunificazione inevitabile”.
La
strategia non è bellica, è logorante: intimidazione a bassa intensità,
isolamento diplomatico, dominio informativo.
Se
Washington non può garantire la sicurezza energetica dei suoi partner, né
quella territoriale dei suoi alleati europei, come potrà garantire la
sopravvivenza di Taiwan in caso di crisi vera?
La domanda si insinua nell’opinione pubblica e
tra gli alleati.
E
Pechino si assicura che resti lì, come un dubbio strategico, alimentato giorno
dopo giorno dalla distrazione americana.
Afghanistan:
20 anni di scacchi sotto gli occhi del “weiqi cinese”.
In
Afghanistan, gli Stati Uniti hanno speso oltre 2.000 miliardi di dollari –
circa 300 milioni al giorno per vent’anni – per condurre una guerra che, alla
fine, ha restituito il potere agli stessi talebani da cui era partita nel 2001.
Un
conflitto pensato con la logica degli scacchi: attacco frontale, rovesciamento
del re, occupazione del centro.
Ma il
terreno era quello del “weiqi”, il gioco cinese dell’accerchiamento, della
pazienza strategica, dell’erosione laterale.
Mentre
la NATO bombardava, la Cina osservava e costruiva.
Non ha mai sparato un colpo, ma ha circondato
il campo con infrastrutture, investimenti e accordi a lungo termine.
Già dal 2012, Pechino si inseriva nei vuoti
lasciati dall’ISAF:
miniere di rame, giacimenti d’oro, terre rare
strategiche, zone industriali al confine con lo Xinjiang.
Ha
sfruttato la stabilità ottenuta a caro prezzo dagli occidentali per pianificare
la propria penetrazione morbida, senza provocare, senza esporsi, ma tracciando
linee invisibili come nel “weiqi”.
Non
guerra fredda, ma pace calda: il commercio come trincea.
Da
circa 20 anni, “Wang Jisi” della “Peking University”, dice che “piuttosto che
parlare di guerra fredda tra Cina e Occidente, bisognerebbe parlare di pace
calda”.
La
Cina non fa la guerra fredda, fa la pace calda del commercio, dei contratti,
delle materie prime.
È tra i primi partner economici degli Stati
Uniti, dell’Unione Europea e perfino del Giappone e della Corea del Sud – paesi
con cui ha tensioni crescenti su Taiwan, sul Mar Cinese Meridionale, sui
diritti umani.
Ma il
paradosso è questo: sono loro a dipendere da Pechino, non il contrario.
Sulle
terre rare, ad esempio – materiali essenziali per le batterie, l’elettronica
avanzata e le tecnologie militari – la Cina controlla oltre il 90% della
lavorazione globale.
Ha
costruito un sistema a prova di sanzione, una rete che collega Iran, Russia,
Africa, Asia Centrale e Sud America, da cui può rifornirsi o a cui può vendere
se l’Occidente chiude una porta.
Quando Canberra ha bloccato l’export di
carbone, la Cina ha virato sul carbone indonesiano.
Quando
Washington ha imposto dazi sui chip, Pechino ha investito miliardi
nell’autonomia tecnologica e nei semiconduttori "di Stato".
È una strategia a ventaglio, non a muro: se
una sponda cede, ce n’è sempre un’altra a cui appoggiarsi.
Il
grande gioco cinese: caos controllato, silenzio utile.
La
Cina non cerca di vincere le guerre.
Cerca
di vincere nel mondo che le guerre lasciano dietro di sé.
È l’unica potenza globale a non essere
impantanata in alcun conflitto armato da decenni.
Non
certo perché sia neutrale, ma perché cerca di instaurarsi agli occhi del mondo
come l’unica grande potenza responsabile.
Questo
accresce il suo soft power.
L’obiettivo
non è salvare l’Iran, ma dimostrare che può sopravvivere alle guerre senza
logorarsi, cercando di far passare un unico messaggio, ovvero che chi si
schiera con lei avrà almeno una certezza: quella di non dover combattere.
Quale
sia il prezzo da pagare in termini di libertà, questo è un altro discorso.
Ma è
un discorso che riguarda ogni forma di imperialismo – che sia americano, russo
o cinese – quando pretende di esportare la democrazia o ribaltare un regime. E
mentre le democrazie liberali si spaccano, si indeboliscono, si inseguono in
una sterile battaglia tra moralismo e interessi, la Cina capitalizza ogni crisi
per rafforzare la propria narrativa: ordine, stabilità, continuità.
A qualunque costo.
Se
l’Europa resta divisa, disillusa e assente, non potrà più scegliere di stare
dalla propria parte, né dalla parte della civiltà democratica che dice di voler
difendere. Perderà l’iniziativa, il linguaggio e, infine, la possibilità di
pesare.
Perché nel mondo multipolare che si sta
formando, la neutralità è già una forma di resa.
(fanpage.it/esteri/riprendersi-il-mondo-senza-sparare-un-colpo-la-strategia-cinese-allombra-dei-conflitti/).
(fanpage.it/).
Cia:
la Cina potrebbe invadere
Taiwan
entro il 2027.
Ilsole24ore.com
– (27-2-2023) – Redazione – ci dice:
Xi
avrebbe messo in allerta l’esercito ma non è sicuro di riuscire a portare a
termine l’operazione dopo le difficoltà della Russia in Ucraina.
Ucraina,
Biden stronca il piano di pace della Cina.
(27
febbraio 2023.)
Xi
Jinping ha dato ordine al suo esercito di essere pronto a invadere Taiwan
«entro il 2027» anche se comincia ad avere dubbi sulla sua capacità di riuscire
a farlo dopo aver assistito alle difficoltà della Russia in Ucraina.
Lo ha detto il capo della Cia, William Burns,
in un’intervista alla Cbs.
«Non è detto la Cina invaderà Taiwan nel 2027
o in qualsiasi altro anno», ha precisato tuttavia il capo dell’Agenzia.
«La nostra valutazione a oggi è che il leader
e i capi dell’esercito di Pechino non siano sicuri di riuscire a portare a
termine la missione».
Taiwan
e Cina si divisero nel 1949 dopo una guerra civile che si concluse con il
controllo del continente da parte del Partito Comunista.
L’isola
è rimasta autonoma, ma non è riconosciuta dalle Nazioni Unite o dalla maggior
parte dei Paesi.
Nel
1979, il presidente Usa Jimmy Carter riconobbe formalmente il governo di
Pechino e tagliò i legami nazionali con Taiwan.
Nell’intervista,
andata in onda domenica, Burns ha affermato che il sostegno degli Stati Uniti e
degli alleati europei all’Ucraina a seguito dell’invasione del paese da parte
del presidente russo Vladimir Putin potrebbe fungere da potenziale deterrente per
i funzionari cinesi, almeno per ora, ma ha affermato che i rischi di un
possibile attacco a Taiwan potrebbero crescere in futuro.
Per il
Pentagono c'è la possibilità
di un attacco imminente
della Cina a Taiwan.
Rainews.it
– (31/05/2025) - Il capo del Pentagono Pete Hegseth – ci dice:
Pete
Hegseth sprona gli alleati Usa al riarmo "come hanno fatto i paesi Nato in
Europa".
"Assurdo pensare di stringere partnership
economica con la Cina e di difesa con gli Usa."
Per il
Pentagono c'è la possibilità di un attacco imminente della Cina a Taiwan.
Un
attacco militare cinese a Taiwan "potrebbe essere imminente", con
Pechino che vuole diventare potenza egemonica in Asia.
Il modo in cui Pechino agisce dovrebbe suonare
come "campanello d'allarme", ha detto il capo del pentagono Pete
Hegseth allo “Shangri-la Dialogue” di Singapore, invitando gli alleati Usa
nell'indo-pacifico ad aumentare la spesa per la difesa come ulteriore
deterrente.
Qualsiasi tentativo "della Cina comunista
di conquistare Taiwan avrebbe effetti devastanti per l'indo-pacifico e il
mondo.
La minaccia rappresentata dalla Cina è reale.
E
potrebbe essere imminente.
Speriamo
di no, ma potrebbe certamente esserlo".
Nel
suo primo importante discorso da segretario alla difesa, Hegseth ha detto che
gli stati uniti "non cercano il conflitto" con la Cina, ma "non
permetteranno che i nostri alleati e partner siano subordinati".
Pechino
sta usando le capacità informatiche per attaccare infrastrutture critiche negli
Stati Uniti e altrove e sta molestando i suoi vicini, tra cui Taiwan, nel mar
Cinese meridionale.
"E'
di dominio pubblico che Xi ha ordinato al suo esercito di essere in grado di
invadere Taiwan entro il 2027.
L'esercito popolare di liberazione sta
preparando l'esercito per farlo, addestrandosi ogni giorno e preparandosi per
il vero accordo", ha aggiunto Hegseth, riferendosi al presidente cinese Xi
Jinping e alle forze armate di Pechino sui loro presunti piani militari
segnalati dall'intelligence Usa.
Di
fronte alla minaccia cinese, Hegseth ha osservato che molti paesi sono
"tentati dall'idea di cercare sia una cooperazione economica con la Cina
sia una cooperazione di difesa con Gli stati Uniti".
Tuttavia,
ha avvertito che la dipendenza economica dalla Cina "complica il nostro
spazio decisionale in periodi di tensione o conflitto".
Sull'invito
ad aumentare le spese per la difesa, l'ex anchor di Fox News ha aggiunto che
"è difficile credere di poterlo dire, ma gli alleati e i partner asiatici
dovrebbero guardare ai paesi europei come a un nuovo esempio.
I paesi della Nato si impegnano a spendere il
5% del loro Pil per la difesa, persino la Germania", ha aggiunto Hegseth,
citando l'aspettativa avanzata a febbraio agli alleati europei alla conferenza
sulla sicurezza di Monaco di Baviera.
"Come può avere senso che i paesi europei
facciano questo mentre i principali alleati e partner in Asia spendono molto
meno di fronte a una minaccia ben più formidabile da parte della Cina
comunista, per non parlare della Corea del nord?"
in definitiva, "una rete di alleati e
partner forte, risoluta e capace è il nostro principale vantaggio strategico.
La
Cina invidia ciò che abbiamo insieme", ma è necessario investire di più.
Gli
alleati americani nell'indo-pacifico dovrebbero "potenziare rapidamente le
proprie difese", ha affermato.
La
Cina alla conquista dei sette mari.
Mondoeconomico.eu
– (21-03 – 2024) – Paolo Migliavacca – Redazione – ci dice:
Il
controllo dei maggiori porti mondiali per il traffico di merci è sempre più
nelle mani della Cina.
Un
obiettivo geo-strategico indispensabile nei piani di Pechino, non solo per
l'espansione della propria economia, ma anche per l’allestimento di una flotta
militare in grado di sfidare i Paesi occidentali e gli Stati Uniti.
E il
dominio si è ormai esteso sull'intera filiera marittima.
In
genere sottovalutati rispetto agli enormi progressi compiuti negli ultimi
decenni nella ricerca scientifica, nelle tecnologie avanzate e nello sviluppo
industriale complessivo, in realtà anche gli sviluppi realizzati dalla Cina in
campo marittimo risultano di gigantesca portata.
Dati
alla mano, è ormai chiaro che Pechino si propone come la dominatrice assoluta
in tutti i comparti legati al mare, a partire dalla costruzione di ogni tipo di
naviglio (nel 2023 il 50,2% degli 84,3 milioni di tonnellate di stazza lorda di
navi varate nel mondo è stato realizzato in Cina, che detiene pure il 66,6%
degli ordini fermi globali di fabbricazione), fino dalla gestione dei flussi
commerciali:
posto che il 90% degli scambi mondiali avviene
via mare (quota che sale al 95% per Pechino), sette dei 9 maggiori porti
mondiali per il traffico di merci sono cinesi. Essi, nel 2023, hanno
movimentato 257 milioni di container (Teu), il 29,5% degli 870 milioni del
totale mondiale. Inoltre le navi mercantili battenti bandiera rosso-stellata,
con il 12,8% del tonnellaggio globale, formano la seconda flotta internazionale
dopo quella greca (17,8%).
Il
dominio sulla filiera marittima si completa con la costruzione del 96% dei
container mondiali e di oltre l’80% delle gru portuali.
Infine, la flotta di pescherecci, che pure si
è fortemente ridotta nell’ultimo decennio anche a causa del progressivo
impoverimento ittico dei mari, conta ancora 564mila unità (pari al 13,7% del
totale mondiale), di cui circa 17mila di tipo oceanico, ed è responsabile del
20% circa dei 75 milioni di tonnellate annue di catture globali.
Ė
tuttavia il controllo dei principali porti mondiali a costituire un obiettivo
geo-strategico indispensabile nei piani della Cina.
E a
questa finalità occorre prestare la massima attenzione.
Infatti,
senza il determinante possesso e/o gestione di punti fermi per lo sviluppo dei
traffici essenziali all’espansione della propria economia, tutto il frenetico
attivismo cinese in campo marittimo risulterebbe sterile.
Così
come irrazionale sarebbe la mancanza della mossa successiva:
l’allestimento
di una flotta militare, basata proprio sul controllo, in ogni angolo del globo,
di un gran numero di scali, quasi tutti di utilizzo duale (misto civile e
militare), in grado di proteggere i traffici economici, ma anche di sfidare –
già oggi sul piano numerico, domani molto probabilmente pure su quello
qualitativo – le forze navali dei maggiori paesi occidentali, Stati Uniti in
testa.
Partiamo
dai porti per uso commerciale.
Uno
studio pubblicato nel luglio scorso negli Stati Uniti (Harboring Global
Ambitions: China’s Ports Footprint and Implications for Future Overseas Naval
Bases ) ha esaminato i piani di Pechino relativi al periodo 2000-2021 per
costruire o ampliare 78 porti in 46 paesi a basso/medio reddito, per un valore
globale di 29,9 miliardi di dollari, finanziati mediante prestiti e sovvenzioni
erogati da enti statali cinesi.
I
maggiori investimenti portuali della Cina per Paese - Council on Foreign
Relations.
Esiste
un elenco dei 20 progetti più costosi evidenzia come non ci sia mare al mondo
che non sia interessato al fenomeno.
Com’è
facile intuire, il veicolo elettivo di realizzazione dei progetti portuali
cinesi è costituito soprattutto dalla “Belt and Road Initiative” (conosciuta in
Italia anche come “Nuova via della seta”), nel cui ambito nel decennio
2013-2023 sono stati erogati oltre 1.000 miliardi di dollari, in maggioranza
destinati a finanziare progetti infrastrutturali, sia terrestri (attraverso
l’Asia centrale e la Russia) sia marittimi.
Grazie ad essi, è stata posta la base per
corredare gli scali prescelti con una ricca dote d’indispensabili reti
stradali, ferroviarie e di telecomunicazioni.
Si è formata così, in una prima fase, la
cosiddetta “collana di perle”, una serie di porti ravvicinati che ha coperto
tutti i paesi rivieraschi asiatici e africani affacciati sull’Oceano Indiano
(tranne ovviamente l’India, rivale storica della Cina), che ha consentito a
Pechino di connettersi con il ricchissimo mercato di sbocco europeo.
L’importanza
del progetto risulta anche dal rilievo geo-politico, oltre che economico, degli
scali finiti in seguito nel mirino di Pechino in ogni angolo del mondo:
spiccano infatti, tra gli altri, i due maggiori porti di Israele (Haifa e
Ashdod), cosa che ha provocato forte irritazione a Washington, quelli di
Khalifa e Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti (altro solido alleato, almeno
sulla carta, degli Usa), il secondo dei quali ospita anche il terminale di un
oleodotto (realizzato sempre con finanziamenti cinesi) che evita lo stretto di
Hormuz, Porto Said in Egitto, Cherchell in Algeria e la Tech City di Tangeri,
polo tecnologico e produttivo costato circa 10 miliardi di dollari che
presuppone il forte interesse per le attività del porto contiguo. Inoltre, da
vari anni i due scali di entrata e uscita del Canale di Panama (Balboa e Porto
Colon) sono sotto controllo cinese, così come diversi altri porti caraibici e
latino-americani, alcuni dei quali costruiti ex novo in Brasile, Cile,
Venezuela, Perù e Messico.
Altri
ancora sono posti in Australia, nel Sud-Est asiatico (soprattutto Singapore) e
lungo le coste africane affacciate sull’Atlantico.
Council on Foreign Relations (settembre 2023).
Ma è
soprattutto negli scali europei che la Cina si è insediata in modo massiccio,
suscitando le preoccupazioni della Ue
. In
Grecia lo storico porto del Pireo è controllato per il 66% da Cosco, gigante
mondiale della movimentazione di container posseduto dal governo di Pechino; in
Spagna, sempre Cosco detiene il 51% di Noatum Port Holdings, che gestisce i
terminali per container di Valencia e Bilbao, oltre che gli scali merci
ferroviari di Madrid e Saragozza; in Belgio ancora Cosco ha rilevato l′85% del
terminal di Zeebrugge e il 20% di quello di Anversa, il secondo maggiore porto
della UE.
Cosco è presente anche nel primo scalo merci
europeo, Rotterdam, con una partecipazione del 35% in Euromax, mentre, dopo
estenuanti trattative per cercare di ottenere una quota di maggioranza, si è
accontentato del 24,99% nel terminal di Tollerort, uno dei quattro principali
di Amburgo.
China
Merchants Port (Cmp), anch’essa a maggioranza statale, detiene invece quote
negli scali di Fos e Le Havre, in Francia.
Gli
interessi portuali cinesi si muovono altresì attraverso imprese non statali,
come la HPH (Hutchinson Port Holding), secondo operatore mondiale di terminal,
che possiede quote di partecipazione nei porti di Rotterdam, Stoccolma,
Barcellona, Felixstowe e Harwich (Gran Bretagna) e Gdynia (Polonia).
HPH opera inoltre come terminalista
ferroviario a Venlo, Moerdijk e Amsterdam in Olanda, Willebroek in Belgio e
Duisburg in Germania.
Ovviamente
non manca l’Italia:
qui Pechino ha finora messo nel mirino i porti
di Vado Ligure (49,9% a Cosco), Ravenna e Taranto (dove Ferretti, leader
mondiale degli yacht, finito per l’86,8% in mani cinesi, realizzerà due
cantieri per costruire barche da diporto), mentre a Trieste è entrata
attraverso la tedesca Hamburger Hafen und Logistik AG (Hhla, controllata al
24,9% da Cosco), che detiene il 50,1% dello scalo giuliano.
Abbiamo
già accennato alla quasi inevitabile possibilità che i porti commerciali
finanziati da Pechino possano essere utilizzati a fini bellici.
Non a
caso – sempre in un’ottica di dualità civile/militare – gli scali in questione
sono stati realizzati in genere su fondali profondi e dotati di moli assai
lunghi (in grado, quindi, di ospitare grandi unità come le portaerei) e con
abbondanti spazi a terra utilizzabili sia per approntare magazzini per le
opportune manutenzioni, sia per assicurare la prolungata permanenza di molti
marinai per la necessaria rotazione degli equipaggi.
Finora
la Cina possiede una sola base militare aeronavale all’estero, definita in modo
riduttivo “struttura logistica”, situata a Gibuti, all’imbocco del Mar Rosso, e
aperta nel 2017 con un costo stimato in circa 600 milioni di dollari.
Ufficialmente – nel rispetto del principio
maoista, tuttora vigente nel paese, secondo cui la Cina non avrebbe mai creato
basi militari all’estero per non diventare un paese imperialista come gli Stati
Uniti o l’Unione Sovietica – Pechino non ha piani per creare basi militari
fuori dai suoi confini.
In realtà, è assai probabile che la dirigenza
cinese stia valutando dove creare altri “punti di appoggio”.
Non a
caso la marina Usa, che costituisce un indubbio riferimento per Pechino, ha una
flotta di 300 unità (contro le circa 400 cinesi, di cui però circa la metà di
stazza modesta e adatta solo a operare in ambito costiero), le quali dispongono
di 123 basi navali in 20 paesi esteri e altre 97 poste in territori americani
d’oltremare.
E un
analogo dispiegamento di centinaia di basi navali, nello sterminato impero
britannico dell’800, aveva la Royal Navy, dapprima per potersi approvvigionare
di acqua potabile e poi, entrate in servizio le navi a scafo metallico, per
assicurare il regolare carbonamento (gli indispensabili rifornimenti di
carbone).
Sempre
fondamentali, comunque, per conservare a Sua Maestà il controllo dei mari e,
quindi, dei territori da essa dominati.
Il
primo e più probabile obiettivo dell’espansione di Pechino verso
l’Indo-Pacifico è la rottura dell’assedio geografico costituito dalla doppia
catena di isole e arcipelaghi che la circondano (la prima che va dall’estremità
sud del Giappone al mar Cinese Meridionale, passando per le Filippine; la
seconda che congiunge Tokyo alla Nuova Guinea passando per le Marianne
americane), attraverso il cui controllo gli Usa puntano a realizzare una
“strategia di contenimento” che ne impedisca (o quanto meno ritardi) l’espansione
globale.
Un
indizio che la proiezione di potenza cinese sia temuta al massimo grado a
Washington è la contesa che si è scatenata nell’ultimo decennio per il
controllo economico – e quindi geopolitico – dei micro-stati di cui è
costellato l’Oceano Pacifico, la cui valenza strategica sta interessando la
Cina da un lato e gli Stati Uniti e i loro alleati regionali più stretti
(Australia, Nuova Zelanda) dall’altro.
Fonte:
ASPI (Australian Strategic Policy Institute, february 14, 2024).
Fonti
dell’intelligence statunitense sostengono che, per sostenere il disegno di
un’espansione marittima globale, sia stato redatto un fantomatico “Progetto
141” che vede come primi obiettivi della presenza navale militare cinese la
Cambogia, gli Emirati Arabi Uniti (dove gli Usa puntano da tempo a congelare i
lavori allo scalo di Khalifa), la Guinea Equatoriale, il Mozambico e (forse) la
Namibia, l’Angola, la Tanzania, la Costa d’Avorio, Sri Lanka e le isole
Seychelles.
In
ogni caso, è inevitabile che Pechino, come ogni grande talassocrazia della
Storia, proceda nello sviluppo dei suoi progetti militari in campo navale a
livello globale. E non si tratterebbe certo di una novità.
Sei
secoli fa, tra il 1405 e il 1433, il grande ammiraglio cinese Zheng He guidò la
flotta della dinastia Ming, composta di centinaia di navi e decine di migliaia
di marinai, molti dei quali armati, in sette diverse spedizioni – a metà tra il
diplomatico e l’economico – che percorsero l’intero Oceano Indiano, spingendosi
a Calcutta, in Sri Lanka, in Kenya e, risalendo il mar Rosso, fino all’altezza
della Mecca, dove Zheng He (musulmano) poté effettuare il suo pellegrinaggio
rituale. La rotta, dunque, è già tracciata: Xi Jinping è convinto che il tempo
lavori a favore della Cina e ha posto – fin dal 19° Congresso del PC cinese,
nell’ormai lontano 2019 – una data precisa come obiettivo: la Cina sarà una
potenza globale entro il 2050.
La
fragilità russa e le ragioni
economiche
della pace.
Mondoeconomico.eu
– (25 agosto 2025) – Giuseppe Russo – ci dice:
Il
conflitto tra Russia e Ucraina ha generato un ampio dibattito sui possibili
percorsi verso la pace.
Un'ipotesi
suggerisce che una risoluzione, se raggiunta, deriverebbe principalmente dai
crescenti problemi economici e dall'esaurimento delle risorse della Russia, di
fronte ai costanti aiuti militari e alle relazioni diplomatiche di cui
l'Ucraina può disporre.
Nonostante
l'ampio regime di sanzioni internazionali, l'economia russa ha mostrato dati
positivi e inaspettati nel 2024:
la Banca Mondiale ha registrato infatti una
crescita del PIL del 4,3%, un'accelerazione rispetto al 4,1% dell'anno
precedente.
Questa
crescita è stata principalmente sostenuta da una robusta domanda dei
consumatori e degli investimenti.
Tuttavia,
le previsioni indicano una decelerazione significativa.
La Banca Mondiale prevede una crescita del PIL
russo dell'1,4% nel 2025 e dell'1,2% nel 2026.
Analogamente,
la Banca di Russia ha rivisto al rialzo la sua previsione per il 2025
all'1,0-2,0% ma ha abbassato quella per il 2026 allo 0,5-1,5%.
Questi
dati suggeriscono che, mentre la Russia ha dimostrato capacità di adattarsi
agli shock iniziali derivanti dalle sanzioni, la sostenibilità di tassi di
crescita elevati sia limitata.
La
resilienza osservata nel 2024 appare più come una distorsione dell'economia
verso la produzione militare e una risposta a stimoli fiscali diretti,
piuttosto che un'indicazione di salute economica a lungo termine.
Le proiezioni di crescita moderata per gli
anni successivi indicano che il peso economico prolungato del conflitto e delle
sanzioni si manifesterà come una crescita contenuta piuttosto che un crollo
immediato.
Le
pressioni inflazionistiche in Russia sono rimaste elevate.
La crescita dei prezzi correnti ha registrato
una media del 12,1% (tasso annualizzato destagionalizzato, SAAR) nel quarto
trimestre del 2024, con misure di inflazione di fondo che hanno superato il
10%.
La
Banca di Russia ha mantenuto un tasso di riferimento elevato del 21% nel
febbraio 2025 per contrastare questa tendenza, prevedendo un tasso di
riferimento medio del 19-22% per il 2025.
Questo
inasprimento monetario aggressivo è una risposta diretta al
"surriscaldamento" dell'economia, dove la domanda interna supera la
capacità di offerta.
Le
notizie sui piani del Cremlino di imporre tetti ai prezzi dei prodotti
alimentari essenziali e il calo dei redditi reali per pensionati e dipendenti
del settore pubblico evidenziano la tensione sociale ed economica di queste
pressioni.
L'inflazione elevata, combinata con una forte
domanda interna e tassi di interesse elevati, indica che l'economia sta
operando al di là delle sue capacità produttive, fortemente orientata dalla
spesa militare.
Ciò
suggerisce che, sebbene i dati aggregati del PIL possano apparire stabili, la
qualità della vita per i cittadini comuni si sta deteriorando, il che potrebbe
contribuire a un'instabilità interna a lungo termine.
Il
deficit di bilancio della Russia è aumentato in modo significativo.
Nei
primi cinque mesi del 2025, il deficit ha raggiunto i 3,4 trilioni di rubli
(44,2 miliardi di dollari), pari all'1,5% del PIL, quasi cinque volte superiore
rispetto allo stesso periodo del 2024 e prossimo all'obiettivo annuale di 3,8
trilioni di rubli (1,7% del PIL).
Entro luglio 2025, il deficit aveva già
superato l'obiettivo annuale di oltre il 30%, raggiungendo i 4,9 trilioni di
rubli (61,4 miliardi di dollari). Questo aumento del deficit è in gran parte
attribuito al calo delle entrate da petrolio e gas, diminuite del 14,4% nei
primi cinque mesi del 2025 e del 18,5% nei primi sette mesi, esacerbato da
prezzi del petrolio più bassi e da un rublo forte.
Allo
stesso tempo, le spese, in particolare quelle militari, sono aumentate del
20,8% su base annua in termini nominali.
Il
deficit viene finanziato tramite prestiti interni e l'utilizzo del Fondo
Nazionale di Benessere (NWF).
La
parte liquida del NWF è scesa a 2,8 trilioni di rubli (36,4 miliardi di
dollari) entro maggio 2025, con il suo valore all'inizio del 2025
approssimativamente equivalente al deficit di bilancio del 2024.
L'escalation
rapida del deficit di bilancio, che supera gli obiettivi annuali in pochi mesi,
indica una pressione fiscale notevolmente superiore a quanto inizialmente
previsto.
La dipendenza dal NWF e dai prestiti interni
suggerisce un esaurimento delle riserve finanziarie e un crescente onere del
debito.
Sebbene
il livello del debito rispetto al PIL rimanga relativamente basso (16% nel 2024
), l'aumento del costo dei prestiti e il rapido tasso di esaurimento del NWF
indicano che questa strategia di finanziamento non è sostenibile
indefinitamente senza una significativa ristrutturazione economica o una
riduzione delle spese militari.
Ciò supporta l'idea di un esaurimento delle
risorse russe in senso fiscale.
Le
sanzioni hanno contribuito a una crescita più lenta, alla fuga di capitali e
alla riduzione degli investimenti diretti esteri (IDE), portando a un crescente
isolamento economico e a una contrazione nei settori ad alta tecnologia.
Oltre
1.000 aziende internazionali hanno ridotto o interrotto le operazioni,
diminuendo la concorrenza di mercato e intensificando le pressioni
inflazionistiche.
Le carenze di manodopera rappresentano un
vincolo critico al potenziale di crescita economica della Russia.
Il
tasso di disoccupazione ha raggiunto un minimo storico del 2,9% nel novembre
2023 , esacerbato da sfide demografiche, dalla coscrizione di uomini in età
lavorativa e dall'emigrazione di manodopera qualificata.
Queste
carenze sono particolarmente acute nell'industria, con il 47% delle aziende che
segnalano una mancanza di lavoratori qualificati, portando alla pratica
insolita delle fabbriche militari che pubblicizzano posti di lavoro per
candidati di appena 16 anni.
Mentre
la Russia ha dimostrato adattabilità alle sanzioni attraverso la sostituzione
delle importazioni e il riallineamento delle partnership commerciali, gli
impatti a lungo termine, come la riduzione dell'accesso alle tecnologie
avanzate e un forte calo degli” IDE” , indicano un futuro di modernizzazione
economica più lenta.
Le
gravi carenze di manodopera sono un problema strutturale fondamentale, che
influisce direttamente sulla capacità produttiva e limita la capacità di
sostenere alti tassi di crescita, in particolare nel complesso
militare-industriale.
Ciò
suggerisce che, anche se la Russia può sostenere lo sforzo bellico nel breve
termine, il suo potenziale economico a lungo termine viene significativamente
eroso.
Esistono
gli “Indicatori Economici Chiave della Russia” (Previsioni 2024-2027).
(Nota:
I dati del deficit di bilancio per il 2025 riflettono i valori cumulativi
registrati nei primi mesi dell'anno, che hanno già superato significativamente
le proiezioni annuali iniziali. SAAR = Seasonally Adjusted Annualised Rate.)
I
costi umani e materiali della guerra per la Russia.
La
spesa militare della Russia è aumentata drasticamente, raggiungendo una stima
di 149 miliardi di dollari nel 2024, un incremento del 38% rispetto al 2023 e
il doppio del livello del 2015.
Questa
cifra rappresenta il 7,1% del PIL russo e il 19% della sua spesa governativa
totale.
Per la prima volta nella storia russa moderna,
la spesa per la difesa dovrebbe superare le spese sociali nel 2024, con il
bilancio ufficiale per la difesa stimato intorno al 6% del PIL.
Tuttavia,
includendo le sezioni classificate e i costi impliciti, la spesa totale legata
alla guerra potrebbe arrivare fino al 9% del PIL, rappresentando circa il 40%
del bilancio statale totale.
L'allocazione
senza precedenti di risorse alla spesa militare, che supera esplicitamente il
welfare sociale, indica un profondo riorientamento dell'economia russa verso
un'economia di guerra.
Questa
priorità, pur sostenendo la crescita nei settori militari- industriali , devia
risorse da altre aree produttive, contribuendo all'inflazione e al calo dei
redditi reali per i civili.
Ciò
suggerisce una scelta deliberata di sostenere il conflitto a un costo economico
e sociale interno significativo, piuttosto che un'incapacità di finanziarlo.
Il
costo umano del conflitto per la Russia è stato considerevole.
Le
stime indicano che la Russia raggiungerà probabilmente un milione di vittime
(tra morti e feriti) entro l'estate del 2025.
Ad
aprile 2025, oltre 790.000 soldati russi erano stati segnalati come uccisi o
feriti, con circa 250.000 morti tra febbraio 2022 e maggio 2025.
Questo
tasso di mortalità è significativamente più alto rispetto a tutte le guerre
russe e sovietiche combinate dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Le perdite materiali sono altrettanto estese.
Da gennaio 2024, la Russia ha perso circa
1.149 veicoli corazzati da combattimento, 3.098 veicoli da combattimento della
fanteria, 300 pezzi di artiglieria semovente e 1.865 carri armati.
Il
rapporto tra le perdite di veicoli da combattimento russi e ucraini era quasi
di 5:1 durante la cattura di “Avdiivka” tra la fine del 2023 e l'inizio del
2024, sebbene sia sceso a circa 2:1 entro maggio 2025.
L'affermazione
che le perdite ucraine siano state da 1/5 a 1/7 rispetto a quelle russe è
ampiamente coerente con la stima del CSIS di 400.000 vittime ucraine contro
oltre 950.000 vittime russe.
Le
cifre impressionanti di vittime e perdite di equipaggiamento indicano una
campagna militare altamente inefficiente e costosa, soprattutto in relazione ai
guadagni territoriali.
Questo
livello di logoramento, unito alle sfide demografiche esistenti e alle carenze
di manodopera, solleva seri interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine
del bacino di manodopera militare della Russia e sulla sua capacità di
rigenerare le forze senza ulteriori tensioni sociali o mobilitazioni.
Il
governo russo ha intensificato la repressione del dissenso, utilizzando nuove
leggi per punire i manifestanti contro la guerra, le figure dell'opposizione
politica e i giornalisti.
Nel 2024, 45 giornalisti sono stati
perseguiti, con 27 che hanno ricevuto condanne, principalmente per
"diffusione di falsità sulle forze armate".
Questo
include lunghe pene detentive per giornalisti accusati di legami con
"organizzazioni estremiste" come la Fondazione Anti-Corruzione di
Alexei Navalny.
Le
autorità hanno impiegato arresti arbitrari, detenzioni e presumibilmente
torture contro critici e manifestanti.
I
media indipendenti sono stati bloccati o chiusi, e la definizione di
"estremismo" è ampiamente applicata per soffocare qualsiasi forma di
critica al governo.
Sebbene
il dissenso esista all'interno della Russia, i robusti e spesso brutali
meccanismi di repressione statale impediscono che si traduca in proteste
pubbliche diffuse che potrebbero portare a un cambiamento nelle scelte
belliche.
La
robustezza strategica e il supporto Internazionale dell'Ucraina.
L'Ucraina,
da parte sua, ha dimostrato una notevole robustezza strategica, respingendo le
avanzate russe iniziali su Kyiv nell'aprile 2022 e riconquistando territori a
Kharkiv, Mykolaiv e Kherson durante la sua prima controffensiva alla fine del
2022.
L'offensiva estiva russa a Kharkiv nel maggio
2024, sebbene inizialmente abbia guadagnato alcuni territori, si è in gran
parte bloccata all'inizio di giugno, con le forze ucraine che hanno
stabilizzato la linea del fronte e lanciato controffensive.
Gli
analisti militari attribuiscono questo successo alla combinazione strategica
ucraina di guerra con droni, difese di trincea fortificate e artiglieria
efficace.
Nonostante gli sforzi russi per circondare “Pokrovsk”
dal febbraio 2024, queste campagne sono state finora infruttuose, con le forze
russe che hanno ottenuto solo guadagni marginali in aree aperte piuttosto che
in posizioni fortificate.
La
capacità dell'Ucraina di difendere Kyiv, condurre controffensive efficaci e
bloccare le avanzate russe dimostra una notevole capacità di adattamento
militare.
L'enfasi
sull'uso di droni e sulla guerra di trincea indica una strategia che sfrutta i
vantaggi tecnologici per compensare le inferiorità numeriche, portando a un
conflitto di logoramento e lento.
Ciò
suggerisce che l'Ucraina è in grado di mantenere le sue posizioni, rendendo una
vittoria militare russa, nel suo attuale percorso, difficile e costosa.
Il
supporto internazionale all'Ucraina è stato sostanziale e multifattoriale.
Entro marzo 2024, erano stati promessi oltre
380 miliardi di dollari in aiuti, con quasi 118 miliardi di dollari in
assistenza militare diretta.
I paesi europei da soli hanno fornito 132
miliardi di euro entro dicembre 2024, mentre gli Stati Uniti hanno contribuito
con 114 miliardi di euro.
L'assistenza
militare comprende un'ampia gamma di equipaggiamenti, dalle munizioni ai
sistemi di difesa aerea, ai carri armati Leopard e ai simulatori di volo F-16.
Nuovi
meccanismi di consegna, come l'iniziativa di prelievo della NATO, mirano a
fornire rapidamente armi dalle scorte esistenti, con gli Stati Uniti che
riforniscono questi inventari.
Il supporto finanziario, che supera i 92 miliardi di
dollari dall'UE e dai suoi Stati membri, è cruciale per mantenere la stabilità
macroeconomica dell'Ucraina, i servizi pubblici e le infrastrutture critiche.
L'ampiezza e la varietà degli aiuti
occidentali sottolineano la dipendenza critica dell'Ucraina dal supporto
esterno per sostenere la sua difesa e la sua economia.
Sebbene questo aiuto rafforzi l'Ucraina,
evidenzia anche una vulnerabilità strategica:
qualsiasi
riduzione significativa di questo supporto potrebbe compromettere gravemente la
continuazione del conflitto.
Questo
sottolinea come l'abilità diplomatica dell'Ucraina sia fondamentale non solo
per il supporto sul campo di battaglia ma anche per garantire un flusso
continuo di questa linfa vitale esterna.
L'Ucraina
sta sviluppando attivamente le sue capacità di difesa interna, con circa il 50%
delle sue esigenze di armamenti ora prodotte a livello nazionale o
congiuntamente con partner.
In particolare, è stata avviata la produzione
in serie del suo nuovo missile balistico,” Sapsan”, che ha dimostrato efficacia
in combattimento, colpendo un obiettivo militare russo a quasi 300 km di
distanza e raggiungendo velocità di Mach 5.2.
Questo
missile è competitivo con le capacità degli “ATACMS” statunitensi e degli “Storm
Shadow” britannici.
L'Ucraina
sta anche sviluppando nuovi sistemi missilistici terra-aria per contrastare i
missili ipersonici russi come” Zircon” e “Kinzhal”.
La
produzione interna di armamenti da parte dell'Ucraina, in particolare il
missile “Sapsan”, rappresenta un passo significativo verso una maggiore
autosufficienza militare e lo sviluppo di capacità asimmetriche.
Sebbene
non sia un missile ipersonico nel senso di un veicolo a planata o un missile da
crociera come lo Zircon, un missile balistico che raggiunge Mach 5.2 fornisce
una capacità di attacco a lungo raggio e ad alta velocità.
Questo riduce la dipendenza dell'Ucraina da
sistemi esterni a lungo raggio e migliora la sua capacità di colpire in
profondità nel territorio controllato dalla Russia, potenzialmente alterando il
calcolo operativo e aumentando il costo per la Russia.
Lo
sviluppo di sistemi di difesa aerea anti-ipersonici dimostra inoltre un
approccio proattivo nel contrastare le minacce russe avanzate.
Controllo
territoriale e posta geopolitica.
Dall'invasione
su vasta scala nel febbraio 2022, la Russia ha inizialmente occupato una parte
significativa del territorio ucraino.
Tuttavia, le successive controffensive ucraine
alla fine del 2022 hanno riconquistato vaste aree, inclusa la città di “Kherson”.
Ad
agosto 2025, la Russia occupa circa il 19-20% dei confini internazionalmente
riconosciuti dell'Ucraina, inclusa la Crimea e parti del Donbas sequestrate
prima del 2022.
Sebbene
la Russia abbia guadagnato oltre 4.000 chilometri quadrati nel 2024, ciò
ammonta a meno dell'1% del territorio totale dell'Ucraina.
È
cruciale notare che, nonostante le annessioni formali delle regioni di Donetsk,
Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson nel settembre 2022, la Russia non controlla
completamente nessuna delle capitali regionali di queste stesse regioni.
Ad esempio, la capitale di “Zaporizhzhia”
rimane sotto il controllo ucraino, e qualsiasi tentativo di raggiungerla
richiederebbe uno sforzo militare significativo.
Anche
a “Luhansk”, l'unica regione quasi interamente occupata, le truppe ucraine
detengono ancora una piccola porzione di territorio.
La situazione sul campo rimane delicata, con
le linee del fronte vicine alle città, rendendo una linea di confine basata
sull'attuale fronte insoddisfacente per entrambe le parti.
(Fonte:
CBS news).
Le
opzioni per una soluzione "sul campo" vanno da un congelamento lungo
l'attuale linea del fronte, che l'Ucraina e i suoi alleati europei hanno
dichiarato accettabile, alle massimaliste richieste di Vladimir Putin,
invariate da giugno 2024, che includono il pieno controllo delle quattro
regioni annesse dalla Russia.
L'Ucraina ha ripetutamente affermato che non
cederà le città non conquistate da Putin.
La dichiarazione di Putin che l'accettazione di queste
annessioni da parte di Kyiv è una condizione per un accordo crea dunque
un'evidente impasse negoziale.
Le
garanzie di sicurezza per Kyiv sono una questione chiave al centro degli sforzi
per porre fine ai combattimenti.
Il concetto di "protezioni simili all'Articolo
5" è
stato discusso, con l'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, che ha suggerito che Washington e i
suoi alleati potrebbero offrire tali garanzie.
L'Articolo 5 del trattato fondativo della NATO
considera
un attacco a un membro come un attacco a tutti, ma non impegna automaticamente
a un intervento militare diretto, bensì a "intraprendere le azioni che
riterrà necessarie, compreso l'uso della forza armata".
Un accordo "quasi-Articolo 5" per l'Ucraina
non la renderebbe un membro della NATO, cosa che Trump ha esplicitamente
escluso.
Tale
accordo dipenderebbe interamente dal testo negoziato, specificando chi si
impegna a cosa e con quale rapidità e forza.
La presidente della Commissione Europea,
Ursula von der Leyen, ha accolto con favore la proposta, affermando che l'UE è
"pronta a fare la sua parte".
Tuttavia,
la
proposta solleva un paradosso geopolitico:
se le garanzie rispecchiano veramente
l'effetto deterrente della NATO, perché il Cremlino le accetterebbe?
Una
possibile interpretazione è che Mosca possa percepire le garanzie non-NATO come
meno automatiche o vincolanti rispetto all'adesione all'alleanza, o come più
negoziabili in termini di portata e geografia.
La
dichiarazione del Presidente Donald Trump che gli Stati Uniti non invieranno
truppe di terra in Ucraina come parte di un accordo di pace è un elemento
significativo.
Trump ha ribadito che l'onere principale di
dispiegare truppe di terra per prevenire futuri attacchi russi ricadrebbe sugli
alleati europei, con gli Stati Uniti disposti a fornire supporto aereo.
Questa
posizione, che lascia gli europei da soli sul terreno per un'eventuale forza di
interposizione, pone sfide pratiche significative, inclusa la definizione delle
regole di ingaggio e la partecipazione dei singoli paesi europei, come
l'Italia.
La
discussione sulla potenziale schieramento di una "forza di
rassicurazione" europea per monitorare un cessate il fuoco è in corso
dall'inizio del 2025.
I pianificatori militari devono identificare i
fattori scatenanti per un potenziale coinvolgimento militare occidentale e
determinare le regole di ingaggio per qualsiasi soldato europeo coinvolto.
Non è
sicuramente la panacea, se si considera che molti eserciti armati su una stessa
linea di fronte con grado di prontezza elevato potrebbero scontrarsi per errore
ed eccesso di tensione.
Inoltre,
quanto dovrebbe durare lo spiegamento?
I
leader europei, tra cui quelli di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia,
hanno mostrato solidarietà con l'Ucraina, sottolineando l'importanza di un
cessate il fuoco immediato e di un forte ruolo degli Stati Uniti nelle garanzie
di sicurezza.
L'obiettivo di fondo è fornire all'Ucraina gli
strumenti necessari per sconfiggere l'esercito di Putin sul campo di battaglia,
mettere in sicurezza una linea del fronte estesa e colpire in profondità la
macchina da guerra russa se necessario.
Ma
questo forse è un impegno troppo gravoso per il dispositivo militare europeo.
L'estensione
della deterrenza al più alto livello (ossia quello nucleare) a un alleato al di
fuori degli impegni formali del trattato di difesa collettiva sarebbe forse la
soluzione finale, ma intrinsecamente più difficile da realizzare, con
incertezze quasi insolubili.
Sebbene
l'Articolo
5 della NATO sia stato invocato una sola volta (dopo gli attacchi dell'11 settembre) e
non impegni automaticamente a un intervento militare diretto, la sua
applicazione all'Ucraina, specialmente con l'implicazione di armi nucleari,
solleverebbe rischi significativi di escalation.
L'uso
di armi nucleari tattiche è stato oggetto di minacce da parte della Russia per
scoraggiare l'aumento del supporto della NATO all'Ucraina.
La NATO ha concentrato gli sforzi sulla
gestione dell'escalation, combinando deterrenza con una strategia di
rassicurazione. L'implementazione di una tale misura, che potrebbe arrivare al
dispiegamento di armi nucleari in Ucraina, al pari di quelle che sono in
Italia, Germania e Turchia, sarebbe percepita come una grave provocazione da
parte della Russia, con il potenziale di innescare un'escalation incontrollata,
data la dottrina russa che contempla l'uso di armi nucleari in caso di minaccia
esistenziale.
Aspettando
l'incontro tra Putin e Zelensky.
L'analisi
dei dati disponibili suggerisce che l'ipotesi di una pace in tempi brevi è
complessa da concepire e da dotare delle necessarie condizioni di contorno.
L’eventuale
accelerazione non vedrebbe l’Ucraina nella veste di parte debole del negoziato,
perché ben lungi dall’esaurire risorse economiche militari e diplomatiche.
È
invece crescente la fragilità economica della Russia.
La
situazione territoriale rimane in stallo.
Le condizioni di pace proposte da entrambe le
parti sono diametralmente opposte, rendendo difficile un accordo negoziato
senza cedimenti sostanziali di una delle due parti.
Vedremo
nelle prossime settimane se la prospettiva di pace si avvierà a una
realizzazione e in questo caso vedremo quale parte avrà fatto le maggiori
concessioni nelle trattative.
L’ipotesi di un “non accordo”, qualora
emergesse, non deriverebbe dalla sicurezza della Russia di vincere.
Tutto
il contrario.
Una
politica di opposizione all'altezza
dei
tempi: ecologica, sociale
e
de-coloniale.
Mondoeconomico.eu
– (5 agosto 2025) – Diritti e Libertà – Claudia Terra – ci dice:
Il
movimento “Les soulèvements de la terre” nasce in Francia nel gennaio 2021 con
l'obiettivo di far tornare l’ecologia con i piedi per terra.
Le
strategie di lotta sociale, legate alla ricerca di una forma di sussistenza
diversa da quella imposta, non mirano solo alla difesa dell'ambiente e alla
simbiosi con la natura, ma mettono in discussione le basi materiali stesse del
capitalismo.
(Claudia
Terra)
Nel
contesto di incertezza portato dalla pandemia di Covid-19 nasce, in Francia, un
movimento che si propone di uscire dalle impasse delle ultime manifestazioni
ecologiste di piazza offrendo linee di riflessione teorica e pratica per
rompere l’inerzia presentista, il catastrofismo e l’attitudine di governo o
completamente tecnocratica di quel fatto sociale totale che è l’Antropocene.
Sto
parlando del movimento” Les soulèvements de la terre”, costituitosi nel gennaio
2021 sulla scia dell’occupazione di terre a “Notre-Dame-des-Landes” per
impedire la costruzione di un nuovo aeroporto e la conseguente cementificazione
del paesaggio dell’”estuario della Loira” costellato da piccoli boschi, siepi e
paludi frammiste a parcelle irregolari coltivate.
Il punto di vista del movimento – che si vuole
anche coalizione e organizzazione – è la terra nella sua forza istituzionale,
plurale e antidogmatica.
«È giunto il momento di stabilire un rapporto
di forza per far tornare l’ecologia con i piedi per terra», si legge
nell’appello fondatore.
Il simbolo che li contraddistingue, la messa a
terra (visibile nell'immagine di una copertina), anche “prise de terre” in
francese, non è dunque semplice metafora.
L’obiettivo
è agire «contro la monopolizzazione e l’avvelenamento della terra e dell’acqua
da parte del complesso agroindustriale.
Contro
la metropolizzazione e la cementificazione delle terre agricole che ci nutrono
e degli ultimi spazi naturali», con lo scopo di «riprendere, mettere in comune
e custodire la nostra terra.
Per
intraprendervi esperienze comunitarie e cooperative. Per reinventare forme di
vita che combinano il sostentamento contadino alla simbiosi con tutti i
viventi».
Nella
forma di una resistenza alla devastazione in atto.
Il
movimento, che il governo scioglie nell’estate 2023, proprio a seguito della
repressione riscuote ancora più successo nella diversificata arena della
società civile.
Tanto
che il “Consiglio di stato” annulla il decreto di scioglimento stesso. E tanto
da far allarmare – questo però già dall’anno precedente – i servizi di
intelligence francesi circa il ruolo giocato nella «diffusione e accettazione
di modalità operative più offensive», nella capacità di «inserire le azioni di
sabotaggio in una logica difensiva dei beni comuni minacciati» – ciò che il
movimento definisce disarmo– e ancora nel far passare «attivisti solitamente
dediti ad azioni di disobbedienza civile alla resistenza civile».
Nasce
la Manifestazione contro la costruzione di mega-bacini idrici a Sainte-Soline,
il 25 marzo 2023.
In che
senso, allora, la terra è la pietra angolare di tale resistenza? Perché essa
offre una «presa sul mondo» ecologica, sociale e de- coloniale.
Ecologica
poiché è necessario, affinché siano base di nutrimento e abitabilità per noi e
le altre specie, difendere le terre dall’estrattivismo, dalla cementificazione,
dalle arterie della logistica, dal complesso agroindustriale e da quello del
turismo incontrollato.
Vi è
in gioco l’immaginare una sussistenza diversa da quella imposta dal settore
agro-industriale, del quale “Christophe Bonneuil” e “Jean-Baptiste Fressoz”
hanno mostrato l’intreccio con la guerra, nei termini di uno spostamento dei
prodotti dell’industria chimico-bellica verso l’agricoltura a seguito della
seconda guerra mondiale.
Si
tratta della «rivoluzione verde» promossa principalmente dagli Stati Uniti,
basata sulla meccanizzazione dell’agricoltura – che quindi diventa bisognosa di
grandi quantità di petrolio e di metalli in caso di passaggio all’elettrico –
su varietà ibride di riso e mais, e sull’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti
chimici per massimizzare la produzione in senso capitalistico.
Insomma,
la preoccupazione ecologica intende portare all’attenzione quella storia che
intreccia guerra, chimica e agricoltura, di cui i promotori hanno a lungo
tentato di occultare gli effetti indesiderati in termini di salute e perdita di
biodiversità (si vedano gli studi pioneristici di Rachel Carson e quelli di Naomi
Oreskes).
Ma
anche battersi contro la cementificazione del mondo e la sparizione dei
contadini.
Sociale,
poiché l’erosione ecologica procede insieme a quella sociale.
L’ambizione
è raccogliere l’eredità dei movimenti che dal 2016 (se ci atteniamo alla storia
recente) si oppongono allo sfaldamento dello stato sociale:
“Nuit
debout” contro la riforma del lavoro nella primavera del 2016, i “Gilets jaunes”
dall’autunno 2018 contro l’aumento dei prezzi, conseguente anche alla
transizione ecologica, che grava sulle classi lavoratrici acuendo le
diseguaglianze e il movimento contro la riforma delle pensioni del 2023.
“Les
soulèvements de la terre” si propongono di ripensare le strategie della lotta sociale,
diversificandone le modalità e gli attori, senza scartare il confronto con le
istituzioni e anzi puntando proprio a diventare forza istituzionale
imprescindibile, sebbene non in senso partitico.
La questione fondiaria è il punto archimedeo
di questa delicata ed esplosiva «composizione politica»:
per
far affiorare l’intreccio eco-sociale è necessario realizzare a che prezzo
siamo stati privati della terra.
È
l’inesauribile questione della redistribuzione della terra.
Il presupposto teorico è che l’attuale crisi
vada compresa a partire dalla lunga storia di accaparramento delle terre e di
concentrazione di queste nelle mani di pochi.
Si
tratterebbe dunque di uscire dalla strettoia che mentre produce una falsa
abbondanza continua a generare esistenze precarie.
Nella
matrice marxista di tale riflessione convergono le analisi di “Rosa Luxemburg”
secondo la quale l’accumulazione, la presa della terra, non è una pratica
inaugurale bensì costitutiva del capitalismo, il quale ha bisogno di un «fuori»
di cui appropriarsi, o quelle di “David Harvey”, che ha chiamato la continua
spoliazione imperialistica «accumulation by dispossession».
Ma vi
è anche la linea, ecomarxista e femminista, che trova le condizioni stesse
dell’accumulo del plusvalore nell’«appropriazione» del lavoro/energia non
riconosciuto come tale, e cioè nel «lavoro invisibile» dell’insieme del vivente
e del non vivente (forza riproduttiva femminile, schiavitù, prolificità
animale, vegetale e microbica, processi bio-geologici ecc.).
De coloniale,
conseguentemente ai primi due punti.
Il
modello di vita occidentale continua infatti a dipendere in larga misura dal
saccheggio ripetuto del Sud globale.
Già
Lévi-Strauss traeva dalla lettura di Marx l’anteriorità logica e teorica del
colonialismo rispetto al capitalismo.
La
razzia colonialistica delle risorse e il sistema schiavistico non soltanto
danno avvio al capitalismo ma continuano a costituirne la base materiale.
Da
questa base il capitalismo può riprodurre i suoi meccanismi predatori ed
esproprianti anche nel Nord del mondo.
Un’ecologia
politica dovrà allora attaccare con azioni dirette (disarmo, blocco,
occupazione) quelle infrastrutture (si parla dunque di beni materiali), pensate
come filiere da indebolire, che incarnano questi rapporti di tipo coloniale.
Si tratti delle aziende che effettuano estrazioni
varie (fossili, terre rare) o del complesso agroindustriale che mentre continua
ad avvelenare i suoli, le acque e i corpi con i pesticidi, ha bisogno di
deforestazioni sistematiche per alimentare gli allevamenti intensivi.
Proprio
quest'ultima questione offre un punto di vista privilegiato per guardare al
nodo ecologico, sociale e coloniale della terra (si pensi che il Sud del mondo
patisce in modo più drammatico le catastrofi già avvenute a causa dello
sconvolgimento climatico) che in realtà, proprio come un intreccio, attraversa
ogni lotta ecologista locale.
Che
appare allora sempre meno «locale».
La Cina
vuole conquistare l’economia-mondo?
Alcuni
dati sulla nuova “Via della seta.”
Bresciaanticapitalista.com
– (25 giugno 2018) - Laure Siegel – ci dice:
(Author:
saurodgb).
Simbolo
e concretizzazione delle ambizioni planetarie cinesi, il progetto «La cintura e
la via» è stato lanciato dal presidente Xi Jinping nell’ottobre 2013.
Questa vasta rete di infrastrutture connesse
su tre continenti, intende resuscitare la famosa via della seta, per la quale è
transitata per secoli la maggior parte degli scambi Est-Ovest.
Bangkok
(Thailandia), corrispondenza.
La versione moderna della famosa mitica via
sfida l’immaginazione: 800 miliardi di euro investiti in 70 paesi nei quali
vivono 4,4 miliardi di persone;
55%
del PIL mondiale e 75% delle risorse conosciute del pianeta.
Su più
di 10.000 chilometri, le nuove vie della seta sono composte principalmente da
una via terrestre, battezzata «cintura economica della via della seta», che
collega l’Asia all’Europa, e da una via navale che dall’Asia all’Africa
Orientale e al Maghreb sarà «la via della seta marittima del 21° secolo».
I
tracciati partono dalla Cina centrale e terminano a Venezia, una scelta
pragmatica quanto emblematica.
La città dei Dogi e di Marco Polo, pioniera della
finanza moderna, è stata il primo esempio di città-mondo, al cuore
dell’«economia-mondo».
Per completare questa gigantesca rete,
l’impero di Mezzo ha lanciato la costruzione di sei corridoi regionali,
biforcazioni della via terrestre principale.
Il
«ponte dell’Eurasia» finisce a Rotterdam, primo porto europeo, e promette un
trasporto di merci quattro volte più rapido che per mare e meno costoso che per
aereo.
Il corridoio verso la Mongolia e la Russia
apre una nuova via verso l’Europa Occidentale.
Il corridoio verso l’Asia Centrale e il Medio
Oriente è pensato come una passerella per il trasporto di petrolio e di gas
naturale attraverso la penisola araba, la Turchia e l’Iran.
Il
corridoio verso la penisola indocinese si avventura sui mercati
tradizionalmente dominati dal Giappone e dalla Corea del Sud.
Il corridoio pakistano è una scorciatoia verso
i mercati del Medio Oriente e dell’Africa, e collega la costa cinese
all’immenso porto di Gwadar.
Questo
porto permetterà alla Cina di ridurre a metà il tempo di importazione di un
barile di petrolio dall’Arabia Saudita, da dove proviene il 16% delle sue
importazioni di petrolio, equivalente a 1,4 miliardi di barili al giorno.
Come
il corridoio verso l’Asia del sud, del Bangladesh e della Birmania, questi due
ultimi tracciati hanno lo scopo di tenersi lontani dal Mar della Cina
Meridionale e dalla penisola coreana e di aggirare lo stretto di Malacca, zone
sotto pressione geopolitica ed economica.
Lungo
queste vie emergono dalle terre e dalle acque porti, dighe, miniere, ponti,
tunnel, gasdotti, ferrovie, siti industriali, centrali elettriche, nucleari,
solari e parchi eolici.
All’orizzonte,
investimenti nelle telecomunicazioni, nelle industrie numeriche e
nell’infrastruttura sociale, come scuole e ospedali, ma anche una componente
«immateriale e culturale».
«La Cina ha creato una galassia di gruppi di
riflessione per promuovere “La nuova via della seta”, la conoscenza e gli
scambi tra i popoli.
L’idea è di ridefinire i valori universali,
prima monopolizzati dagli Stati Uniti, e di rafforzare la connessione e le
influenze sui paesi lungo la via», fa presente un diplomatico familiare con il
dossier.
Questo
colossale cantiere, che ogni settimana ingloba nuovi progetti, è aperto a tutti
i paesi e a tutte le iniziative.
«Il
sostanziale aumento degli investimenti cinesi è stato reso possibile
dall’attuazione di una specifica politica verso le imprese [operanti]
all’estero, iniziata all’inizio degli anni 2000 dalle autorità cinesi – “Going
out strategy” (strategia di andare fuori) – che mirava da un lato a mettere in
sicurezza il loro accesso alle materie prime per soddisfare i bisogni crescenti
del mercato cinese, che superano largamente l’offerta nazionale, e dall’altro
lato a fare emergere delle solide compagnie capaci di rivaleggiare con le
multinazionali straniere», spiegano “Danielle Tan” e “Caroline Grillot”,
autrici dello studio “L’Asie du Sud-Est dans le «siècle chinois»” (Carnets de
l’Irasec, 2014).
«La
nuova via della seta» è la tappa seguente di questa espansione mondiale, che
offre anche uno sbocco ai suoi prodotti ad alto valore aggiunto (smartphones,
droni ed energie rinnovabili) a prezzi di vendita sempre più bassi.
«Nel corso degli ultimi trent’anni, il paese
ha alimentato la sua folgorante crescita grazie all’utilizzo sfrenato del
carbonio, diventando rapidamente il primo emettitore mondiale e cadendo in una
drammatica crisi idrica.
Recentemente
il paese ha aumentato la sua capacità in energia rinnovabile, allo scopo di
ripulire la propria aria e il proprio suolo, e si specializza nell’esportazione
di tecnologie e conoscenze in energia pulita», articola “Irin News”, sito della
rete di notizie e di analisi umanitarie” Irin”.
Nel
2015 la Cina è diventata il primo produttore mondiale di energia fotovoltaica.
La
strategia è anche politica.
Cumulando
le funzioni alla testa dello Stato, Xi Jinping ha fatto inscrivere «il progetto
del secolo» nella Costituzione, imprimendo la sua ideologia nella memoria
nazionale, mentre il Partito comunista cinese (PCC) ha appena fatto saltare il
limite dei due mandati presidenziali.
«Questa restrizione era stata imposta per
evitare l’autoritarismo, le violenze e le lotte di fazione che avevano segnato
il regno di Mao Zedong (1949-1976), e per favorire un governo collettivo»,
ricorda l’AFP. Xi Jinping giustifica l’accaparramento del potere da parte del
partito-Stato invocando il bisogno di continuità per realizzare i due obiettivi
del suo «sogno cinese» fondato sul capitalismo di Stato: diventare una società
«moderatamente ricca» entro il 2021, per il centenario del PCC, e una nazione completamente
sviluppata nel 2049, per il centenario della Repubblica popolare.
Il
dirigente più potente dell’era moderna cinese, deve inoltre adempiere al suo
impegno di raddoppiare il reddito per abitante entro il 2020, mentre il tasso
di crescita nazionale si stabilizza attorno al 6,5% dopo aver galoppato per
anni al 10%.
Di
fronte a una diminuzione della domanda mondiale dovuta alla crisi finanziaria,
e alle rivendicazioni di una mano d’opera sempre più cara, la Cina esce dalle
sue frontiere.
«La nuova via della seta», un ibrido tra il
piano Marshall che ha finanziato la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda
Guerra Mondiale allo scopo di assicurare mercati prosperi per le merci
americane, e l’economia pianificata da un partito unico dei tempi dell’URSS,
attira i paesi che non hanno i mezzi per finanziare le infrastrutture
necessarie al decollo della loro economia.
In
Africa la Cina, come tutti gli investitori, è interessata alle risorse
naturali, in particolare il “cobalto congolese”, cruciale per la produzione
delle batterie delle auto elettriche sulle quali punta fortemente, e
all’apertura di un nuovo mercato di consumatori.
Da una
decina di anni, dalla costruzione dell’autostrada del secolo in Algeria, a una
città industriale nel Marocco, passando per la ricostruzione di una ferrovia in
Senegal e l’installazione della fibra ottica nel Burkina, la sua presenza è
tale che ha dato origine all’espressione “Cinafrica”.
L’Egitto,
scrigno del canale di Suez, e Gibuti, costa strategica del Mar Rosso, sono
destinazioni privilegiate della «Nuova via della seta».
Ricompensata
da una zona franca industriale e una nuova linea ferroviaria che collega la
capitale etiopica, Addis Abeba, al suo porto di Doraleh, in cambio di una base
militare che ospita 10.000 soldati cinesi sul suo suolo, Gibuti sogna di
diventare la Singapore del Corno d’Africa.
In un’intervista in francese su Radio Cina
Internazionale, “Abdallah Migul”, ambasciatore di Gibuti in Cina, ha difeso
questa alleanza: «Gibuti è situata sulla rotta marittima più frequentata al
mondo [tra l’Asia e l’Europa – ndlr].
È stato stipulato un accordo al più alto
livello con la parte cinese per […] costruire un ponte virtuale con la Cina e
affinché Gibuti possa servire da base logistica per i prodotti cinesi verso i
mondi arabo e africano».
Primo
partner commerciale dell’”Associazione delle nazioni dell’Asia del Sud-Est”
(ASEAN) da un decennio, la Cina si è di recente ricentrata sulla regione, il
suo orto di casa.
Nel
2015, il continente ha beneficiato del 51% dei prestiti legati alla “Nuova via
della seta”, contro il 27% nel 2013.
Tra i
cantieri emblematici nell’Asia del Sud-Est, la ferrovia da Kunming a Singapore,
le dighe sul Mekong e numerose zone economiche speciali e parchi industriali.
Nell’Asia del Sud, la Cina ha preso il
controllo di importanti porti in Birmania, in Bangladesh, nello Sri Lanka, in
Pakistan, nelle Maldive, fino all’Oman, e investito in tutti i settori, dal
turismo all’immobiliare, passando per la produzione di energia.
Nell’Asia
centrale il Kazakhstan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan e l’Azerbaigian, ricchi
di risorse ma privi di sbocco al mare a parte il loro accesso al mar Caspio,
accolgono a braccia aperte i progetti di strade, ferrovie, miniere e gasdotti.
Nel 2016, l’Europa dell’Est ha beneficiato di
48 miliardi di euro di investimenti cinesi, in opere come l’autostrada tra la
Serbia e il Montenegro e la linea ferroviaria Belgrado-Budapest, e decine di
progetti, come l’aeroporto nazionale in Polonia, sono in discussione.
“György
Matolcsy,” governatore della Banca centrale dell’Ungheria, ha sintetizzato la
speranza che solleva il nuovo soffio venuto dall’Est:
«La
regione asiatica, e la Cina in particolare, è la risposta alla domanda: che
cosa potrebbe fare raddoppiare il nostro PIL, qual è la fonte dei secondi 100
miliardi di euro che ricerchiamo?
Come
diventare ricchi e sviluppati?
La via
della seta è il futuro della mondializzazione.
Credo
che l’apertura verso la via della seta ci dà l’opportunità di raggiungere
l’Austria, il Baden–Wurtenberg, e anche la Lombardia e la Baviera».
In
Europa occidentale, l’offensiva è iniziata traendo vantaggio dalle
privatizzazioni consecutive alla crisi dell’euro, dalle compagnie minerarie e
petrolifere alle infrastrutture portuali.
Nel gennaio 2016, la Cina ha ottenuto per 35
anni la maggioranza delle quote del porto greco del Pireo, e lo ha collegato a
Budapest con una ferrovia.
Oggi
la sua influenza si estende fino all’Inghilterra, dove investe miliardi di
dollari in progetti controversi di centrali nucleari.
Nel gennaio 2017, Londra è diventata una delle
32 città europee direttamente collegate alla Cina da un treno merci, come Lione
in Francia, Duisburg in Germania e Kouvola in Finlandia.
Infine,
la Cina vorrebbe collegare «La nuova via della seta» alla via polare
nell’oceano Artico, rotta marittima resa possibile dallo scioglimento dei
ghiacci dovuto al cambiamento climatico, per sfruttare il gas, gli idrocarburi
e i minerali della regione, che rappresenterebbero un terzo delle risorse
mondiali non scoperte, sviluppare la pesca intensiva e accelerare il trasporto
di merci.
Nessun
paese ha mai investito tanto in così poco tempo nello sviluppo planetario. La
somma finale potrebbe rappresentare da 3.200 a 6.500 miliardi di euro, che
alcuni mettono in prospettiva con le guerre americane in Iraq e Afghanistan che
sono costate tra 3.200 e 4.800 miliardi di euro, secondo uno studio
dell’università di Harvard.
Quest’anno
la Cina, che possiede già il più grande esercito del mondo ed è impegnata in
numerosi conflitti alle sue frontiere, destinerà 141 miliardi di euro al suo
bilancio militare.
Mentre
Donald Trump si isola, fedele al suo slogan «Prima l’America» e si è ritirato
dal Trattato transpacifico, e la Brexit fa tremare l’Unione Europea, Xi Jinping
guadagna terreno e si pone come attore ineludibile proponendo di assistere la
comunità internazionale «per costruire insieme un nuovo ordine mondiale più
giusto e ragionevole» e «mantenere insieme la sicurezza internazionale».
Maggiore
contributore di truppe tra i membri permanenti e seconda a finanziare l’ONU, la
Cina partecipa alle operazioni di mantenimento della pace con 35.000 soldati
dal 2015.
Il gigante non lesina sul soft power, per
conquistare i cuori dei piccoli e dei grandi, ma ci vorrà ben altro per
convincere certe potenze che vedono sfuggire la loro sfera di influenza.
La
Russia osserva da vicino la Cina avventurarsi nelle steppe dell’Asia centrale e
nella Bielorussia, miglior amico della Cina nell’Europa orientale.
L’India
è urtata dalla crescente presenza cinese sui suoi contorni agitati, dal Kashmir
all’Arunachal Pradesh, e si considera accerchiata dalla «collana di perle»,
rete di porti della Cina nell’Asia del Sud che l’India teme di vedere
utilizzati a termine come basi militari.
Sviluppata
su tutti i mari, questa rete mette la Cina nella posizione di sfidare gli Stati
Uniti per il titolo di superpotenza marittima più importante del mondo.
La
risposta americana sembra essere la strategia indo-pacifico condotta dalla “Quad”,
una coalizione formata nel novembre 2017 da Stati Uniti, Giappone, India e
Australia.
«Anche
se i membri della “Quadrilaterale” non hanno detto che il loro obiettivo era di
contenere l’ultima grande nazione comunista del mondo, vedono l’ascesa del
totalitarismo come una minaccia potenziale per la stabilità e la pace regionali
e mondiali.
Il raggruppamento ha dichiarato che il proprio
obiettivo è promuovere la libertà e la democrazia e fare in modo che il
liberalismo prevalga sul totalitarismo nella regione», commenta il “South China
Morning Post”.
«Come
le parti di auto tedesche, i prodotti britannici per mamme e bambini, il vino
rosso spagnolo e il latte in polvere polacco sono introdotti sul mercato
cinese, così i fondi cinesi rispondono al bisogno urgente di rilanciare
l’economia europea» assicura la “Xinhua “, l’agenzia di stampa ufficiale
cinese.
Il
gruppo 16+1, costituito dalla Cina alle porte dell’Europa e che ingloba la
fascia di paesi dall’Estonia all’Albania, rafforza la vigilanza degli Europei,
che cominciano a ripensare le loro relazioni con la Cina quando la Cina è il
secondo partner commerciale dell’Unione Europea.
In
occasione di una visita in Tailandia nel febbraio 2018, il Francese “Jean-Baptiste
Lemoyne”, segretario di Stato presso il ministero dell’Europa e degli affari
esteri, ha evocato al riguardo:
«Nel quadro della «Nuova via della seta»,
possiamo cooperare su certi progetti, ma devono essere basati sulla
reciprocità. Siamo d’accordo di impegnarci in una strategia “win-win
[vincente-vincente]” ma non bisogna che una parte guadagni due volte…»
un riferimento allo slogan venduto dalla Cina come
principio di un nuovo mondo fondato sull’armonia, la pace e la prosperità
comune.
«L’Europa
è aperta. La Cina è in un processo di chiusura politica e mercantilistica che
vanifica il suo sostegno di superficie alla mondializzazione» valuta il
Consiglio europeo degli affari esteri in un rapporto che mette in guardia
sull’urgenza della situazione:
«L’Europa deve bloccare questa tendenza prima
che raggiunga i suoi obiettivi. Questi riguardano le pratiche commerciali
sleali, gli investimenti strategici e altre pratiche che compromettono la
sicurezza europea, l’influenza indebita sulla presa di decisione pubblica e i
media, e il rispetto delle regole e dell’unità dell’UE».
L’entrata
in vigore di un accordo di modernizzazione degli strumenti di difesa
commerciale europei è prevista per la fine di maggio.
«Questa riforma, con la nuova metodologia
anti-dumping applicata dal 20 dicembre 2017, rende questi strumenti più rapidi,
efficaci e trasparenti.
L’UE è
quindi meglio attrezzata per far fronte alle sfide dell’economia globale e
della concorrenza sleale delle importazioni.
Nessuna
di queste misure è diretta a un paese particolare» precisa un portavoce della
Commissione europea.
Interrogato
sui rapporti con la Cina, questi aggiunge che nel giugno 2017, «una riunione
della piattaforma UE-Cina, lanciata alla fine del 2015 per contribuire a una
maggior sinergia tra i progetti di infrastrutture dell’Unione europea e della
Cina, ha permesso progressi relativi all’allineamento tra i principi e le
priorità delle due parti, e all’identificazione di progetti concreti».
L’ex
primo ministro “Jean-Pierre Raffarin” è stato di recente nominato dal governo
rappresentante speciale per sostenere le imprese francesi che vogliono
investire in Cina.
Nella
sua audizione presso la Commissione affari esteri, difesa e forze armate del
Senato ha fatto appello al pragmatismo:
«Si
valuta che i due sistemi comunisti russo e cinese siano inconciliabili, ma i
due uomini alla loro testa hanno creato una solidarietà di fronte alla
reticenza dell’Occidente.
Bisogna
che l’Europa continui a tenere rapporti con Putin, se no questi non avrà altra
scelta che abbracciare la Cina, e con questa alleanza l’Europa diventerebbe
piuttosto marginale in Eurasia».
Secondo
il “gruppo di riflessione Bruegel”, il cofinanziamento di alcuni progetti di
infrastrutture permetterebbe all’Europa di ritrovare il suo posto poiché, per
ora, le nuove vie della seta sono costruite sul debito cinese.
Questo, uno dei più importanti della storia
moderna, equivale alla fine del 2017, al 317% del suo PIL.
Per i
prossimi tre anni, la Cina ha identificato tre battaglie interne prioritarie da
condurre:
la povertà, l’inquinamento e il debito, in
particolare spingendo i suoi cittadini a investire nel suo sistema bancario.
«Se la Cina, forte nella produzione, vuole
riuscire a volgersi verso un’economia basata di più sul consumo e i servizi, i
suoi abitanti dovranno risparmiare di meno e spendere di più.
Il debito delle famiglie aumenta rapidamente,
nella misura in cui le persone prendono in prestito per pagare beni e servizi»,
spiega la” Nikkei Asian Review”.
Dopo
una prima edizione in gran pompa a Pechino, nel maggio 2017, il secondo forum
«La nuova via della seta», previsto per l’anno prossimo, sarà l’occasione di un
primo bilancio delle ambizioni economiche della Cina, all’interno e all’estero.
(Laure
Siegel).
Segue:
La
Banca asiatica d’investimento nell’infrastruttura (BAII).
La
Cina, creditrice del mondo, ha specificamente creato la Nuova Banca di
sviluppo, il Fondo della via della seta e la Banca asiatica d’investimento
nell’infrastruttura (BAII) per finanziare La nuova via della seta.
Il Regno Unito, la Francia, la Germania e
l’Australia sono entrati nella BAII, malgrado le richieste esplicite
dell’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama di astenersi dal
partecipare a questa struttura, vista come una potenziale concorrente del Fondo
monetario internazionale.
Anche la Banca cinese di sviluppo, gestita
dallo Stato, ha promesso di investire 200 miliardi di euro nella Nuova via
della seta.
La
Cina si aspetta un ritorno di 2.000 miliardi di euro sull’investimento nel
prossimo decennio, ma senza garanzia che tutti questi progetti siano redditizi.
Il programma La nuova via della seta avrebbe
già reso otto paesi vulnerabili sul piano finanziario:
Gibuti, il Kirghizistan, il Laos, le Maldive,
la Mongolia, il Montenegro, il Pakistan e il Tagikistan.
Il Financial Times cita delle autorità che si
aspettano di perdere l’80% del capitale investito in Pakistan, il 50% in
Birmania, e il 30% in Asia centrale a causa della corruzione.
Il
progetto si basa su un debito delle imprese di Stato verso le banche di Stato,
che prestano anche miliardi di dollari a paesi che non hanno i mezzi per
gestire i rischi dell’indebitamento a lungo termine.
Nel
2017, la Cina ha formalmente ottenuto un contratto di sfruttamento di 99 anni
del “porto di Zambanotta”, dopo l’insolvenza dello Sri Lanka sul prestito di un
miliardo di dollari che aveva contratto, cosa che è stata considerata dai
cittadini come un’erosione della sovranità dell’isola.
L'obiettivo
della Cina è
l'egemonia
globale. L'America
non
può far finta di nulla.
Ilfoglio.it – il foglio Internazionale –
Redazione - (01 giu. 2020) – ci dice:
I
discorsi di Xi indicano che Pechino vuole creare un nuovo ordine mondiale
governato da princìpi autoritari. L’occidente deve prenderne atto, scrive”
Bloomberg”.
Se
cadono i giganti.
Possiamo
complimentarci con il Partito comunista cinese perché fa ciò che dice e sa ciò
cosa vuole?
Questa
potrebbe essere la chiave per comprendere le ambizioni strategiche di Pechino
nei prossimi decenni”, scrive lo storico “Hal Brands” su Bloomberg”:
“Un
vecchio modo di dire americano sostiene che la Cina non sa cosa vuole ottenere,
e i suoi leader non hanno ancora compreso quanto sia vasta la propria
influenza.
Tuttavia,
molti indizi indicano che il governo cinese vuole conquistare il primato
globale entro la prossima generazione, che intende capovolgere il sistema
internazionale guidato dall’America e creare un nuovo ordine mondiale.
Non servono grandi abilità interpretative per
arrivare a questa conclusione.
Alcuni
importanti funzionari e membri dell’apparato della politica estera cinese
stanno confidando questa loro ambizione.
Il
presidente Xi Jinping ha indicato questo obiettivo nel suo intervento al
19esimo congresso del partito nell’ottobre 2017.
Il discorso riflette il pensiero di Xi
riguardo ai successi ottenuti dalla Cina sotto il regime comunista oltre ai
propositi per il futuro.
Il
presidente ha dichiarato che la Cina ‘si è arricchita, sta diventando forte’,
ed è oggi ‘un esempio per i paesi in via di sviluppo.’
Xi ha
promesso che entro il 2049 il paese diventerà ‘un leader globale sia in termini
di forza nazionale e influenza internazionale’ e costruirà ‘un ordine globale
stabile’ attraverso il quale otterrà ‘il ringiovanimento nazionale della Cina’.
Questo
è il discorso del leader di un paese che non si accontenta di partecipare agli
affari globali ma intende stabilirne i termini, a dimostrazione di due temi
fondamentali della politica estera cinese.
Innanzitutto, una visione negativa
dell’attuale sistema internazionale.
I
leader cinesi riconoscono che il regime del commercio globale è stato
indispensabile per la sua crescita economica e militare.
Tuttavia,
credono che il sistema internazionale forgiato da Washington e dai suoi alleati
sia minaccioso.
Per la
Cina le alleanze americane non preservano la pace e la stabilità ma limitano il
potenziale di Pechino e compromettono i suoi rapporti con gli altri paesi
asiatici.
Secondo
questo punto di vista, la promozione della democrazia e dei diritti umani non è
un atto morale bensì un tentativo di delegittimare il governo cinese e
rafforzare i suoi critici interni.
Il Partito comunista cinese riconosce che
l’ordine liberale internazionale ha portato dei benefici, scrive lo studioso “Nadege
Rolland”, ma allo stesso tempo ‘disprezza i princìpi’ su cui si basa.
Il
secondo tema è che l’ordine internazionale dovrà cambiare molto per consentire
alla Cina di diventare un paese prospero e sicuro.
I leader cinesi sono stati comprensibilmente
ambigui nel descrivere il loro mondo ideale, eppure il progetto sta diventando
sempre più chiaro.
“Liza
Tobin”, analista di storia e politica cinesi, sostiene che, studiando i
discorsi di Xi Jinping e dei suoi dirigenti, emerge l’ambizione di creare ‘una
rete di alleanze globali incentrate sulla Cina per sostituire il sistema a
trazione americana’ e convincere il mondo che l’autoritarismo sia meglio della
democrazia occidentale.
Per
quanto riguarda l’ordine globale, Pechino vuole creare un sistema in cui le
istituzioni internazionali difendono i regimi autoritari anziché sanzionarli.
Nel frattempo, gli strateghi e accademici
cinesi parlano apertamente di costruire ‘un nuovo ordine economico globale
incentrato sulla Cina’.
Tuttavia,
non è chiaro se l’orizzonte strategico di Pechino sia limitato al Pacifico
occidentale o all’Asia.
I riferimenti di Xi a una ‘comunità con un
futuro condiviso per l’umanità’ indicano l’ambizione cinese di influenzare lo
scacchiere internazionale.
Non
bisogna leggere tra le righe per capire che questo programma comporta lo
sconvolgimento degli attuali equilibri geopolitici.
Certo, non bisogna prendere alla lettera tutto
ciò di cui parlano gli uomini di governo.
Tuttavia, i leader cinesi dicono meno di ciò che il
paese sta facendo realmente.
Che si
tratti del programma di costruzioni militari che sta sfornando navi a un ritmo
impressionante, del tentativo di controllare le organizzazioni internazionali
esistenti e costruirne di nuove, della sfida per dominare le industrie ad alta
tecnologia, degli sforzi sempre più sistematici per sostenere i regimi
autoritari e indebolire le istituzioni democratiche, o della “Belt and Road
initiative” che coinvolge vari continenti, alla Cina non manca un grande
disegno geopolitico.
La
competizione tra America e Cina ricordi per molti versi la Guerra fredda.
Durante gli anni Settanta alcuni sovietologi americani insistevano che Mosca si
era accontentata del suo status globale.
Tuttavia,
questa tesi ignorava tutto ciò che i leader sovietici dicevano riguardo alla
distensione e alla coesistenza pacifica – che per loro era un modo per fare
trionfare il socialismo senza fare la guerra – oltre ai loro sforzi per
conquistare la superiorità militare nel Terzo mondo.
I
pericoli all’epoca erano evidenti, così come lo sono oggi.
La
Cina probabilmente non segue una tabella di marcia per raggiungere il primato
globale, così come non lo faceva l’Unione sovietica negli anni Settanta.
I leader cinesi non ignorano i costi e gli
ostacoli dei loro progetti:
Xi
ribadisce periodicamente l’importanza di riunificare la nazione cinese, ma
questo non significa che intende fare la guerra a Taiwan.
Pechino
non ha ancora deciso se è più conveniente dominare il Pacifico occidentale ed
espandersi gradualmente, oppure aggirare il ruolo dell’America nella regione
aumentando il proprio potere economico e politico nel mondo.
La
Cina potrebbe fallire in entrambi gli obiettivi.
Forse
il coronavirus indebolirà gli Stati Uniti e l’ordine liberale al punto che
favorirà l’ascesa di Pechino.
Tuttavia,
dobbiamo riconoscere che il dibattito su ciò che vuole la Cina è diventato
stantio perché i leader del regime hanno già risposto a questa domanda.
Quando
un rivale fiero e potente inizia a esternare le sue ambizioni globali, gli
americani dovrebbero prenderlo sul serio.
L’Europa
vetusta perde tempo,
l’innovazione
corre.
Albertoforchielli.com
- Alberto Forchielli - (12 Agosto 2025) – ci dice:
Mentre
nelle istituzioni della Ue si arrovellano per escogitare intralci ed ostacoli
che possano più efficacemente e assurdamente impedire la diffusione
dell’Intelligenza Artificiale (IA) nell’economia europea, una nuova ondata di
innovazioni sta per travolgere gli ultimi scampoli del vetusto tran-tran.
Governi
nazionali e burocrazia europea, uniti nelle strenue battaglie di retroguardia,
si ostinano a ragionare secondo i paradigmi industriali degli anni 60 e 70
rivelatisi già obsoleti negli anni 80.
Cionondimeno, ebbri di vaneggiamenti popolati
di direttive, sussidi, fondi di coesione e welfare europeo si interrogano con
genuino stupore sulle cause dell’arretratezza dell’Europa e sulla sclerosi
della sua economia, mentre il Rapporto Draghi, intonso, fa bella mostra nelle
meeting room.
Insomma,
le classi dirigenti europee ancora faticano a comprendere appieno l’impatto
della rivoluzione tecnologica che ha sovvertito l’economia globale a partire
dagli anni 90 e navigano bendati in una nebbia fitta con una bussola ideologica
e manageriale fracassata.
I più
ardimentosi si crogiolano nell’illusione che una manciata di investimenti e
prebende pubbliche, finanziate a debito, resusciteranno la crescita impetuosa
dell’immediato dopoguerra.
In
questo piccolo mondo antico, che ha affidato le strategie sull’innovazione ai
legulei, stanno per essere demoliti i residui fortini dell’industria
tradizionale.
L’integrazione
di IA generativa e stampa 3D è sul punto di rivoluzionare la manifattura
industriale.
Attraverso una app (magari installata su uno smartphone) già oggi un progettista, un
artista, un creativo o un hobbista può descrivere il tipo di oggetto da
realizzare, le dimensioni, il colore, il materiale, le caratteristiche tecniche
eccetera.
L’app produce un’immagine virtuale, l’utente
detta le opportune modifiche e approva il disegno finale.
A quel punto dall’immagine (o da uno scan) un’altra app produce un “file Cad”
con le specifiche.
Il
passaggio successivo trasforma il Cad in G-code, cioè il “linguaggio” delle
stampanti 3D.
Alla
fine si realizza il manufatto in loco oppure si invia il G-code al committente
dotato di stampante propria, magari localizzato dall’altra parte del globo,
evitando i costi di trasporto nonché facendosi beffe di protezionisti e
gabellieri.
Non è
necessario che l’utente dell’IA sappia cos’è il Cad (a meno che non si tratti
di oggetti complessi), o cos’è un G-code.
Al limite può non aver visto mai una stampante
3D in vita sua.
Deve
solo saper guidare l’IA attraverso una descrizione del parto della sua fantasia
e inviare il risultato via mail.
Per
quanto questo scenario sembri futuristico, è destinato a una rapida
obsolescenza.
Le
stampanti 3D, oggi frontiera dell’innovazione, verranno sostituite da robot,
più o meno umanoidi.
L’estrusore,
cioè la parte che crea l’oggetto, sarà installato su un “dito” o su una
protuberanza del robot, o su una “periferica” da collegare quando serve.
L’hardware
robotico probabilmente sarà concettualmente analogo a uno smartphone, cioè una
piattaforma su cui verranno installate le app che interessano il proprietario,
ad esempio per assistere i malati, per pulire casa, per lavare l’auto (a guida
autonoma), per prendersi cura dei bambini, per riparare i rubinetti, per creare
oggetti e via discorrendo.
Se
pensate che stiamo esagerando, probabilmente vi è sfuggito un passaggio
epocale, non per colpa vostra, ma perché trascurato dai media.
In
Ucraina un rudimentale bunker di soldati russi è stato attaccato da droni FPV e
robot semoventi terrestri equipaggiati con cariche esplosive che hanno demolito
le fortificazioni.
Poi un robot ha iniziato ad avvicinarsi al
bunker semidistrutto.
I due
soldati russi superstiti, sapendo di non avere scampo, hanno scritto in fretta
e furia su un grosso pezzo di cartone — in modo che i droni lo “leggessero”
dall’alto — che si arrendevano.
Il robot terrestre a quel punto li ha fatti
uscire e li ha avviati verso le postazioni ucraine dove sono stati presi in
consegna da militari in carne ed ossa.
È la
prima volta in assoluto che dei soldati umani si arrendono a macchine
inanimate. Una svolta incredibile che cambierà per sempre i conflitti.
Come
spesso accade, nelle guerre si producono le discontinuità tecnologiche più
incredibili.
La
prossima evoluzione saranno robot dotati di sistemi IA in grado di suggerire
autonomamente agli umani le azioni da intraprendere.
Il
fronte ucraino è una fucina di innovazioni, mentre i Palazzi della Ue rimangono
una cucina di ricette obsolete.
Da Mao
a “Labubu”, la Cina
si
trasforma ancora.
Huffingtonpost.it - Angelo Bruscino – (22
Luglio 2025) – ci dice:
Da Mao
a Labubu, la Cina si trasforma ancora.
Complice
una crisi economica interna e una sovrapproduzione industriale che inonda i
mercati globali, Pechino sembra aver cambiato strategia: non solo vuole
vendere, vuole anche sedurre, influenzare, ispirare.
E lo fa con pupazzi, app virali e stadi.
Per
decenni, le cosiddette “democrature” – regimi autoritari con facciata
democratica – hanno sostenuto una posizione di non ingerenza culturale.
Celebre
il discorso di Vladimir Putin: “Non vogliamo dire agli altri come vivere”.
La
Cina aveva fatto propria questa filosofia, preferendo la diplomazia economica e
la retorica dell’“ascesa pacifica”.
Ma
oggi, complice una crisi economica interna e una sovrapproduzione industriale
che inonda i mercati globali, Pechino sembra aver cambiato strategia:
non solo vuole vendere, vuole anche sedurre.
E lo
fa con pupazzi, app virali e stadi.
È
recente una sorprendete dichiarazione del ministro del Commercio di Pechino
“Wang Wentao”:
il 'modello Labubu' per rilanciare l'economia
cinese.
È questa l'idea che prende esempio dai
pupazzetti "in grado di conquistare il mondo"; partiti come gioco per
l’infanzia, ma subito diventati “virali” fra adulti e celebrità.
Ma
perché il “soft power cinese” sta cambiando e Pechino ha deciso di confrontarsi
sempre di più nei campi dei consumi culturali, con la costruzione di modelli?
Il
rallentamento dell’economia cinese è evidente.
Il PIL cresce, ma meno del previsto.
La domanda interna è debole, la crisi
immobiliare persiste, e la deflazione minaccia i margini industriali.
La
Cina produce più di quanto riesca a consumare o esportare, generando un surplus
che diventa un problema geopolitico, come dimostrano le tensioni con Trump.
La risposta?
Convertire
l’eccesso produttivo in strumenti di soft power.
Il
pupazzetto “Labubu”, creato da “Kasing Lung “e prodotto da “Pop Mart”, è
diventato un’icona globale.
Non è
solo un giocattolo: è un simbolo di una Cina che vuole essere “cool,
desiderabile, collezionabile”.
Labubu
è stato adottato da celebrità internazionali, ha invaso i mercati asiatici e
persino ricevuto titoli onorifici da governi stranieri.
È il volto di una nuova Cina che non si limita
a esportare acciaio, ma anche immaginario.
Ovviamente,
non si tratta del primo strumento di soft power nelle mani di Pechino.
“TikTok”,
di proprietà di” ByteDance”, è il cavallo di Troia perfetto.
Con
oltre 1,6 miliardi di utenti attivi mensili, la piattaforma è diventata il
principale veicolo di trend globali.
I contenuti virali, i format brevi e
l’algoritmo iper-personalizzato permettono alla Cina di influenzare gusti,
linguaggi e comportamenti in modo invisibile ma profondo.
Fra
l’altro, è interessante notare le differenze fra la versione internazionale e
quella locale, di questa app simbolo: “TikTok” e “Douyin” non sono la stessa
cosa.
Sono due strumenti con interfacce simili ma funzioni
ideologiche opposte.
“Douyin”
forma cittadini, promuove valori, rafforza il consenso.
“TikTok”,
invece, è un veicolo di penetrazione culturale, che può influenzare le
generazioni occidentali in modo sottile ma profondo.
A
voler essere cattivi, in patria lo si usa come strumento di formazione,
all’estero per rincitrullire i giovani con i balletti.
Ma il
dato è che TikTok non impone un modello politico, ma normalizza una cultura
visiva e narrativa che ha radici cinesi.
Altro
strumento chiave è il calcio.
Come
scritto da “Alessio Postiglione”, “Narcis Pallares” e “Valerio Mancini” in
“Calcio, politica e potere”, la Cina ha perseguito per anni una strategia
paragonabile a quella dell’Arabia Saudita.
Ha
iniziato con la cosiddetta Stadium Diplomacy, che ha portato Pechino a
costruire stadi in Africa, America Latina e Asia.
Oggi,
gli investimenti di Pechino non rivaleggiano con quelli del Golfo, ma la
football diplomacy continua a essere un importante strumento di penetrazione
pop dei mercati.
Il
concetto di soft power, coniato da “Joseph Nye”, si basa sull’attrazione
culturale. La Cina lo ha reinterpretato.
Il soft power cinese è duale: rivolto sia all’esterno
che all’interno. Serve a legittimare il Partito Comunista e a costruire
consenso patriottico, ma anche a proiettare un’immagine positiva all’estero.
La cultura pop, gli Istituti Confucio, TikTok e il
calcio sono tutti strumenti di questa strategia.
La
Cina non vuole più essere solo “diversa” dagli Stati Uniti.
Vuole
essere preferita.
Il “Beijing
Consensus”, contrapposto al “Washington Consensus”, propone un modello di
sviluppo autoritario ma efficace.
E ora,
con TikTok e Labubu, Pechino cerca di conquistare i cuori prima delle menti.
Non impone, ma ispira.
Non
invade, ma influenza.
È una
forma di egemonia culturale che si insinua nei feed, nei giochi, nei sogni.
Il
nuovo soft power cinese non è solo ideologico.
È una
risposta alla crisi.
In un
mondo dove la sovrapproduzione cinese non trova più sbocchi tradizionali,
Pechino ha capito che deve rendere desiderabile ciò che produce.
E per farlo, ha scelto la via della “cultura
pop”, dell’”intrattenimento e dello sport”.
È una
strategia sofisticata, che potrebbe ridefinire gli equilibri globali non con
carri armati, ma con pupazzi e video virali.
La
Cina vuole conquistare il mercato
europeo
e mondiale della carne coltivata.
Egnews.it
– 22 agosto 2023 – Redazione – Umberto Faedi – ci dice:
La
Repubblica Popolare cinese è la potenza economica più forte del mondo.
In
questo periodo la sua economia è in frenata, ma le aziende indigene non
rinunciano a intraprendere sempre nuove attività commerciali.
La
azienda cinese di “agricoltura cellulare CellX” che è ubicata a Shangai ha
organizzato una degustazione di carne coltivata con lo scopo di intrecciare
relazioni ed entrare nel mercato europeo e quello americano.
Lo
slogan della azienda è “Mangiate carne, non animali”.
“CellX”
è stata fondata nel 2020 e in occasione di un incontro avvenuto pochi giorni fa
tra membri del governo, media, broker e investitori stranieri ha offerto la
colazione.
Il
menù comprendeva bistecche di carne coltivata, spiedini di agnello e tofu
accompagnato da macinato.
Il
costo di ogni piatto è stato di circa 13 dollari.
Il
primo stabilimento cinese pilota per la produzione di carne coltivata è pronto
per lanciare nel “2025” 1000 tonnellate nei mercati di tutto il mondo.
L’impianto
di Shangai è in grado di produrre due tonnellate di carne coltivata ogni anno.
Il
costo di produzione attualmente è di 200 dollari ogni chilogrammo ma quando la
produzione entrerà nel pieno il costo può scendere di dieci volte.
Il
primo hamburger prodotto in un laboratorio nel 2013 costò ben 330.000 dollari…
Il
costo ideale per essere competitivi si aggira verosimilmente intorno ai 6
dollari al chilogrammo.
La
Cina è un mercato assai importante per la vendita di carne coltivata dato che i
cinesi sono i maggiori consumatori di carne al mondo.
Il
costo dei bioreattori che sono assolutamente indispensabili per la coltivazione
delle cellule è assai inferiore rispetto a quelli europei e nordamericani.
Le
infrastrutture cinesi hanno costi di gestione inferiori e questo è un vantaggio
fondamentale.
Nel
mese di Aprile “CellX” ha iniziato a lavorare per ottenere l’approvazione del
mercato tedesco, di quello americano e di Singapore.
Singapore
è attualmente l’unica nazione nella quale si può vendere e consumare carne
coltivata dal 2020 tramite la catena “EAT JUST”.
E a
Singapore in Dempsey Road 22 “Huber’s Butchery and Bistrot “è l’unico
ristorante al mondo che la propone.
Il
prezzo di un piatto di pasta condita con carne coltivata è di circa 14 dollari.
“CellX”
è fortemente impegnata nella continua innovazione tecnologica per migliorare
sempre più la produzione e ridurre i costi produttivi.
(Umberto
Faedi).
La Cina
corre nel futuro: tra miracoli
tecnologici
e libertà compresse
Pechino
detta il ritmo del XXI secolo.
Lacnews24.it
– (26 – 5 – 2025) - Redazione Esteri – (26 maggio 2025) – ci dice :
Ora
l’Europa si trova davanti a una scelta inevitabile:
confrontarsi
con la potenza cinese o restare schiacciata nella disputa con Washington.
La
Cina non guarda al futuro:
lo costruisce, giorno dopo giorno, con una
velocità che impressiona, spaventa, affascina.
Dalla conquista della Luna alla supremazia
nelle energie rinnovabili, fino all’intelligenza artificiale che sfida le Big
Tech americane, Pechino sta ridisegnando la mappa globale dell’innovazione.
E
mentre gli Stati Uniti sembrano ripiegarsi su sé stessi in una fase di
isolazionismo strategico ma illogico, l’Europa si trova davanti a una
scelta inevitabile:
confrontarsi
con la potenza cinese o restare schiacciata nella disputa tra Washington e
Pechino che certamente si inasprirà sempre più.
Il
mondo guarda ma i numeri parlano chiaro.
Quando
la sonda “Chang’e-4 “ha toccato il lato nascosto della Luna, molti si sono
accorti che la Cina non era più un inseguitore nello spazio: era diventata
protagonista.
Con “Chang’e-5”,
i campioni lunari sono tornati sulla Terra e sono stati condivisi con la
comunità scientifica globale.
Oggi,
la stazione spaziale “Tiangong “ospita astronauti cinesi e, per la prima volta,
anche “pakistani”, simbolo di una cooperazione che guarda oltre le divisioni
geopolitiche.
Non è
solo una corsa allo spazio, è una dichiarazione d’intenti: la Cina non vuole
più seguire, vuole guidare.
Nel
cuore della sua “civilizzazione ecologica”, Pechino ha costruito un impero
energetico sostenibile.
È il primo produttore mondiale di pannelli
solari, turbine eoliche e batterie elettriche.
Le sue città respirano meglio, grazie a
politiche ambientali rigorose, e le coste del Sud ospitano giganteschi parchi
eolici offshore.
Mentre
l’Europa litiga sul “Green Deal”, la Cina lo sta già attuando.
Xi Jinping lo ha detto chiaramente al Vertice
sul Clima: Pechino sarà “motore costante dello sviluppo verde mondiale”.
Nel
campo dell’IA, Pechino ha messo in piedi un ecosistema che mescola scienza,
impresa e controllo.
Da “SenseTime” a” iFlytek”, passando per gli
algoritmi avanzati di “DeepSeek”, la Cina sta sviluppando tecnologie che vanno
dalla sorveglianza urbana ai veicoli autonomi.
Sì, ci
sono timori fondati sul rispetto della privacy e sui limiti imposti alle
libertà individuali.
Ma
allo stesso tempo, Pechino propone la sua visione:
un’IA etica, ordinata, sicura, con la “Global
AI Governance Initiative” che ambisce a fissare regole globali dove l’Occidente
ancora litiga sui principi.
Stretta
dalle restrizioni americane – dai chip ai brevetti – la Cina ha scelto la via
dell’autonomia:
produrre
da sola, innovare da sé, costruire un mercato interno forte e indipendente.
La”
Belt and Road Initiative” non è più solo una rete di treni e porti, ma anche di
cavi, satelliti, dati, che portano la tecnologia cinese ovunque:
in Africa, in Medio Oriente, in Sud America.
Per
molti Paesi emergenti, Pechino rappresenta un’alternativa concreta al modello
occidentale: più veloce, più accessibile, meno condizionata.
E
l’Europa? Può permettersi di restare ferma, mentre Pechino trasforma la scienza
in potere?
O
continuerà a cullarsi nella retorica del primato etico, mentre perde terreno in
campo digitale, spaziale, energetico?
Non si
tratta di imitare la Cina né di chiudere gli occhi davanti alle evidenti
contraddizioni del suo sistema politico:
il
controllo sociale, la repressione delle libertà, la censura.
Ma
ignorarne i successi sarebbe un errore strategico colossale.
Oggi
più che mai, l’Europa deve guardare alla Cina con rispetto critico, imparare
dove serve, competere dove può, e soprattutto difendere il proprio spazio
autonomo nel mondo che verrà.
Perché il futuro non aspetta.
Un grafico
mostra in modo chiaro i cinque settori chiave dell’innovazione cinese, con un
indice di sviluppo stimato che evidenzia la forza relativa di ciascuno:
dalle
energie rinnovabili all’intelligenza artificiale, passando per spazio, chip e
smart city.
L'equilibrio
tecnico-economico
della
Cina e l'apprendimento
dagli
errori dell'America.
Unz.com
- Richard Solomon –(19 agosto 2025) – ci dice:
La
Cina descrive la sua economia come "socialismo con caratteristiche
cinesi".
Dato
il ruolo centrale della Cina nel capitalismo globale, credo che sia giusto
classificare l'attuale espressione del "socialismo cinese" come un
sistema ibrido.
Andrei anche oltre affermando che la
componente capitalista è abbastanza integrata nel modello economico cinese che
anche il "capitalismo con caratteristiche cinesi" ha senso.
Quindi la Cina è socialista?
Capitalista?
Ambedue? No?
Il
partito politico al governo in Cina si chiama Partito Comunista Cinese (PCC).
Tuttavia,
non credo che ci sia bisogno di essere un professore di economia per rendere
conto che la Cina non pratica il comunismo marxista.
Allora
perché la Cina mantiene l'etichetta comunista?
Rispetto.
Rispetto
per chi?
Rispetto
per gli uomini e le donne coraggiosi che hanno liberato la Cina dallo
sfruttamento ebraico-anglo-europeo-giapponese e dal secolo dell'umiliazione.
Il
rispetto dei sacrifici fatti dagli anziani e dagli antenati è profondamente
radicato nella cultura cinese.
Se la
Cina manterrà l'etichetta di comunista per sempre, o la ritirerà dopo un
periodo di tempo rispettoso per qualcosa che riflette più accuratamente il suo
modello del mondo reale, è una questione interna cinese, e non spetta a me
commentare.
Vedo
il capitalismo come il meccanismo di produzione economica dominante della Cina.
Vedo
il socialismo come il meccanismo di controllo economico dominante in Cina.
Come
un motore con un interruttore di controllo.
In
parole povere, lo stato domina la società e la banca.
Componenti
del socialismo tradizionale del benessere pubblico esistono anche in Cina, ad
esempio la medicina socializzata, l'università gratuita, le banche
nazionalizzate.
La
grande differenza tra il "capitalismo di Wall Street" e il
"socialismo con caratteristiche cinesi" è che quest'ultimo ha la
capacità di adattarsi in modo intelligente e di evolversi positivamente, mentre
il primo è impermeabile alle riforme e può solo diventare più predatorio,
corrotto e violento.
Negli
Stati Uniti, la corporazione e la banca dominano lo stato, o per fare un
ulteriore passo avanti, lo stato è la corporazione e la banca e’ la lobby
sionista.
Questo
rende un ibrido economico "di tempi interessanti".
Una
fusione di capitalismo neoliberista, socialismo corporativo, statalismo
tecno-poliziesco e suprematismo ebraico.
Io la
chiamo 'ZioCorp'.
(Senza offesa per gli ebrei non
coinvolti. Per la cronaca, mi identifico come un ebreo, ebreo israelita che
segue il Tao.)
L'obiettivo
dell'azienda è il profitto, non il benessere sociale.
Le
spese mediche gonfiate arricchiscono le società ospedaliere e gli azionisti, ma
mandano milioni di americani alla bancarotta.
In
Cina lo Stato possiede gli ospedali.
Che si
tratti di ingannare il sistema immunitario del corpo per attaccare le cellule
tumorali o di utilizzare robot, stampanti 3D e rigenerazione delle cellule
ossee per impianti dentali facili e veloci, la medicina sociale cinese ha
superato di gran lunga la medicina americana a scopo di lucro.
"Perché l'amore del denaro è la radice
di tutti i mali", dice il versetto della Bibbia, e il capitalismo
neoliberista ha accelerato l'umanità verso il "picco del male", con
qualche beneficio per la Cina.
Oggi,
la Cina ha approfittato dello schema di finanziarizzazione e di
esternalizzazione del settore di Wall Street.
Ma ora
Shylock vuole la sua libbra di filet mignon, cioè il motore economico della
Cina.
O è la
guerra.
Dalla
mia osservazione, in questa fase di "socialismo con caratteristiche
cinesi", la Cina usa il capitalismo per espandere la sua demografia della classe
media e per finanziare un forte PLA.
Uno dei motivi principali per cui il
presidente Franklin Roosevelt guidò gli Stati Uniti nella Seconda Guerra
Mondiale fu quello di porre fine alla Grande Depressione.
La finanza globale potrebbe decidere che la Terza
Guerra Mondiale è l'unica via d'uscita dallo schema Ponzi di Wall Street.
La
tecno-finanziarizzazione predatoria dell'America non può eguagliare lo sviluppo
interno del valore reale della Cina e la rete estera della BRI.
Per
competere con la Cina, l'impero anglo-sionista degli Stati Uniti e i suoi
vassalli si dedicano all'avventurismo criminale, come l'espulsione illegale di
Huawei dai mercati e il rapimento del suo straordinario CFO, oltre a
orchestrare attacchi terroristici e rivoluzioni colorate sul suolo cinese.
Immaginate
la protesta degli Stati Uniti se la Cina arrestasse l'amministratore delegato
di Verizon o finanziasse e armasse gruppi secessionisti della California, del
Texas o di New York.
Qualsiasi
discussione sulle politiche economiche della Cina deve tenere conto della
minaccia esistenziale posta dall'alleanza militare Pentagono/IDF/NATO/vassallo
asiatico.
Tuttavia, data la natura fluida del conflitto, escludo
da questo articolo le congetture sulla guerra calda, in quanto ciò aggiunge
un'altra moltitudine di variabili.
Il mio
breve commento su questo potenziale fronte di battaglia è che, se le condizioni
meteorologiche lo permettono, penso che la Cina dovrebbe lavorare per
rafforzare l'alleanza della triade Cina-Russia-Iran fino a quando la
Sion-America rimarrà una minaccia.
È più difficile rompere tre bastoncini legati
insieme che un singolo bastone, e tre bastoncini hanno più peso di uno.
Al contrario, se il radar rileva modelli meteorologici
unici, allora l'azione attraverso l'inazione potrebbe essere la mossa migliore,
ad esempio, la super-intelligenza artificiale del PLA prevede un imminente
collasso degli Stati Uniti.
Detto
questo, la mia principale preoccupazione per la Cina non è la minaccia militare
USA-Sion, perché se il Dragone dovesse mai spiegare le sue terrificanti ali da
guerra, i suoi nemici tremerebbero come un paziente in preda alle crisi
epilettiche in ipotermia.
Dal
mio punto di vista, il pericolo immediato viene dall'infiltrazione
"occidentale" della finanza globale.
L'attuale
guerra fredda degli Stati Uniti contro la Cina può essere riassunta in tre
parole: "Lasciateci entrare".
Dalla
mia osservazione, il grado in cui la Cina accetta l'interferenza dei banchieri
internazionali è una questione di dibattito nella scatola nera all'interno
della cerchia ristretta della Cina.
Una
discussione silenziosa che risuona in tutto il sistema solare.
Anche
l'imperatore più saggio si affida al consiglio della sua corte.
Possa
la voce del Comandante dell'EPL raggiungere il decibel necessario.
"Interesting
times" richiede il guerriero intelligente che trascende la paura e
l'attaccamento a giocattoli luccicanti e pallet di denaro.
La
posta in gioco è alta, non solo per la Cina, ma per l'intero pianeta.
Se usati in combinazione con la filosofia win-win, i progressi della Cina
nell'intelligenza artificiale, nell'energia da fusione fredda e in altre
tecnologie potrebbero portare l'umanità alla civiltà di livello I post-carestia
di Kardashev.
Perché
ciò accade, la Cina deve proteggere i suoi confini nazionali, la sua cultura e
il suo DNA dall'iper-capitalizzazione, mentre contemporaneamente gioca al
gioco capitalista e agli scacchi internazionali in 3D. È più facile accarezzare
una tigre selvatica. Eppure non è impossibile.
La
Cina ha studiato l'ex Unione Sovietica per evitare le insidie del marxismo;
La Cina ha bisogno di studiare gli Stati Uniti
per evitare le insidie dell'iper-capitalismo.
Per
questa lezione, incorporerò il periodo storico degli Stati Uniti dal 1945 ad
oggi. Sebbene esistano molte differenze culturali e circostanziali tra questo
segmento della storia americana e la Cina di oggi, quell'epoca statunitense
fornisce dati utili, in particolare per quanto riguarda la recente ascesa della
classe media cinese e il ruolo di potenza manifatturiera globale.
In una
sorprendente storia di ascesa e caduta, dal 1945 al 1965 si assistette a una
crescita senza precedenti della classe media e del settore manifatturiero degli
Stati Uniti, mentre dal 1965 ad oggi si assistette a un declino uguale o
addirittura più drammatico in entrambe le arene.
Storicamente,
la mobilità verso l'alto degli Stati Uniti è stata esagerata. Mentre esistono
esempi di uomini che sono usciti dalla povertà per accumulare grandi fortune,
la maggior parte di coloro che vivevano nella fattoria morivano nella fattoria
o nella fabbrica.
O sono
andati in bancarotta a causa di schemi per "arricchirsi in fretta".
Contrariamente al mito popolare, e senza nemmeno includere l'esperienza dei
nativi rossi e neri, gli Stati Uniti non sono stati fondati come una società
egualitaria.
Come
ha osservato il trotskista diventato neoconservatore “Seymour Martin Lipset”
nel suo libro "Rivoluzione e contro-rivoluzione", tutte le nomine di
gabinetto, da George Washington a Andrew Jackson, provenivano dalla classe di
ricchezza di alto livello.
“I
massacri dei lavoratori in sciopero da parte degli investigatori di Pinkerton e
della polizia” danno un'idea delle orrende condizioni di lavoro vissute da gran
parte della forza lavoro statunitense della fine del XIX e dell'inizio del XX
secolo.
Fu
solo dopo la seconda guerra mondiale che l'America raggiunse il dominio
demografico della classe media.
Con
l'Europa in rovina, gli Stati Uniti sono diventati il produttore globale. Il
"Made in USA" era il "Made in China" di oggi.
Con
stipendi più alti arrivarono il consumo di massa e il consumismo.
Anche
se ci sono voluti fino ai primi anni '50 perché l'opinione pubblica
statunitense sentisse gli effetti del boom economico, uso il 1945 come dati di
riferimento, poiché è allora che l'America ha assunto il ruolo di egemone
globale dalla Gran Bretagna, accelerando la crescita della classe media.
Il
miracolo della classe media del 1945-1965 sembrava annunciare il trionfo del
capitalismo. I
l “GI
Bill”, che offriva un'istruzione superiore gratuita ai veterani della Seconda
Guerra Mondiale, ha contribuito alla storia di successo americana.
Le
regole bancarie come la legge” Glass-Steagall”, le norme anti-monopolio e
l'imposta sulle plusvalenze hanno impedito che la disuguaglianza di ricchezza potesse
raggiungere i livelli dei baroni ladri.
Confronta
le differenze salariali tra un CEO del 1955 e i suoi dipendenti e un CEO del
2025 e i suoi dipendenti.
Per la
maggior parte, l'ordine è stato mantenuto attraverso un miscuglio di
consumismo, anticomunismo, patriottismo e "capitalismo cristiano" di “Edward
Bernays”.
Questo
sistema di controllo relativamente benigno ha funzionato mentre gli interessi
dell'oligarchia e della popolazione generale si sono brevemente allineati.
Non
voglio presentare quest'epoca come una panacea. Durante questo periodo, il 20%
del paese rimase in povertà, con i bianchi, i neri, gli ispanici ei nativi
delle zone rurali più colpiti. I neri subirono ulteriori pressioni a causa dei
duri meccanismi di controllo razziale.
Gli
Stati Uniti si sono anche impegnati in attività anti-libertà all'estero:
l'Operazione Gladio, l'Operazione Ajax e il colpo di stato della United Fruit
Company, per citarne alcuni.
Questa fu l'epoca che diede vita allo stato di
sicurezza permanente della CIA e al complesso militare industriale di cui il
presidente Eisenhower mise in guardia nel suo discorso di addio.
La "Paura Rossa" è stata usata per rimuovere
i socialisti dalla leadership sindacale e sostituirli con una mafia amica del
capitalismo, oltre a preparare il terreno per l'inutile e dispendiosa Guerra
Fredda, la Guerra di Corea e la Guerra del Vietnam.
Nonostante
questi aspetti negativi, la classe media statunitense tra il 1945 e il 1965
crebbe un ritmo sorprendente.
Anche
se forse non è un punto di riferimento esatto, il 1965 ha annunciato la fine
del miracolo della classe media, anche se ci sono voluti circa cinque anni per
accorgersene. Il 1965 rappresentò l'ingresso a pieno titolo in Vietnam, che
aumentò il debito e diede il via all'inflazione dei primi anni '70.
La
sostituzione degli ebrei nei media, negli affari, nei think tank, nelle
università e nella finanza con gli ebrei decollò intorno al 1965, aprendo la
strada all'attuale oligarchia giudaico-sionista degli Stati Uniti. Anche la
narrativa dell'"industria dell'Olocausto" ha aiutato.
Il
1965 segnò l'”Hart-Cellar Act” per le migrazioni di massa non europee, che come
l'"industriale del nord-Gran Bretagna/Rothschild" del dopo-guerra
civile degli Stati Uniti progettò le migrazioni di massa irlandesi, dell'Europa
meridionale e orientale, aumentò gli affitti e abbassò i salari per gli
americani tradizionali, che tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo erano
a maggioranza anglosassone.
Gli americani neri, nativi degli indiani rossi
e messicani di quel tempo vivevano sotto una dinamica di potere un po' diversa,
che è troppo pesante per essere analizzata in questo articolo.
L'attuale
migrazione di massa pianificata dal Sud del mondo verso gli Stati Uniti (e il
Regno Unito/Europa) non solo avvantaggia la classe dei rentier e le
multinazionali, ma funge anche da strumento di controllo per la nuova
oligarchia ebraico-sionista.
Tuttavia,
questa strategia ha creato un contraccolpo interno
filo-palestinese/anti-israeliano per i sionisti statunitensi, britannici ed
europei, il che spiega perché tutti i partiti occidentali anti-immigrazione ben
finanziati siano filo-sionisti (e capitalisti neoliberisti).
Non
biasimo gli immigrati per aver progettato le migrazioni di massa, poiché la
maggior parte di loro è sfuggita alle condizioni create dalla politica estera
statunitense.
"Yankee, tornate a casa", come si
diceva una volta. Né metto in causa ebrei non coinvolti nell'ingegneria delle
migrazioni di massa orchestrata dalla lobby sionista per risolvere i problemi.
Secondo
il “Memo Powell”, nel 1971 l'oligarchia concluse che l'"esperimento
democratico" era finito.
Gli
oligarchi e gli interessi aziendali volevano tutti i soldi, e le grandi
proteste contro la guerra del Vietnam e i movimenti di controcultura
dimostrarono che il "consenso artificiale" non era affidabile.
È
probabile che sia stato questo il momento in cui venne presa la decisione di
esternalizzare la produzione statunitense in Cina, il che corrisponde al
riavvicinamento Nixon/Kissinger al PCC.
L'oligarchia
non regolamentata è arrivata nel 1980 attraverso un attore cinematografico
diventato presidente, lo sciovinismo patriottico, le promesse di Milton
Friedman di "trickle-down / libero mercato" e il movimento evangelico
cristiano-sionista.
Notate
quanta propaganda “Make America Great Again” ha preso in prestito da Ronald
Reagan, compreso lo slogan.
Forse
non è un caso che Reagan e Trump siano stati celebrità dei media prima della
politica.
Il
trasferimento di ricchezza verso l'alto a spese delle reti di sicurezza sociale
e dei diritti dei lavoratori duramente conquistati è difficile da vendere alla
classe operaia, ma i "democratici di Reagan" e la folla del MAGA
l'hanno comprato.
La
deregolamentazione delle banche aziendali, i tagli alla rete di sicurezza
sociale e l'esternalizzazione della produzione in Cina sono continuati a
velocità di curvatura sotto Bill Clinton, mentre l'opinione pubblica americana
è rimasta paralizzata dalle indiscrezioni del Mossad-trappola di Clinton.
L'11
settembre 2001 ha segnato la fine ufficiale della repubblica americana o di ciò
che ne rimaneva.
Certo, l'America è sempre stata una repubblica
oligarchica con alcuni controlli e contrappesi democratici, e il Federal
Reserve Act del 1913 ha spogliato l'America della sua sovranità economica, ma
ora era davvero finita.
Dopo
gli attacchi dell'11 settembre orchestrati dal Mossad e dallo Stato Profondo
statunitense, lo stato di polizia, la guerra senza fine, la corruzione, la
tortura, le operazioni psicologiche e i saccheggi si sono intensificati, senza
più alcuna garanzia interna per resistere all'assalto. Il "Progetto Grande
Israele" è diventato una componente chiave della politica estera
statunitense, poiché i sionisti ebrei costituivano la fazione dominante
all'interno dell'oligarchia statunitense.
Ed
eccoci qui.
Quali
lezioni può imparare la Cina dall'epoca statunitense successiva alla Seconda
guerra mondiale?
1-
Attenzione alla corruzione.
La
corruzione distrugge tutti i sistemi economici, indipendentemente
dall'ideologia.
Negli
Stati Uniti, leggi draconiane e una sorveglianza panottica tengono la popolazione
sotto controllo mentre la classe dei donatori si scatena. Criticano il
genocidio e finiscono in prigione.
Rubano le pensioni e diventano Segretario del
Tesoro.
Come dice il “Tao Te Ching”: "Più regole
e regolamenti vengono stabiliti, più topi mangiano il grano".
Apprezzo
le politiche anticorruzione dall'alto verso il basso della Cina.
"Il pesce marcisce dalla testa in
giù", come si dice.
Quando
un banchiere o un politico corrotto viene punito, si invia il messaggio
corretto al popolo.
I futuri leader del PCC (e i cittadini in
generale) dovrebbero essere inculcati fin dal primo giorno a odiare la
corruzione come un contadino odia le locuste.
Le
locuste depredano i campi, la corruzione depreda la nazione.
2-
Attenzione all'ipercapitalismo e alle sue 3 figlie.
L'ipercapitalismo
antepone i profitti a tutto, comprese le persone, la cultura, la nazione e l'ecologia.
L'ipercapitalismo
crea mercati azionari corrotti, truffe speculative, fasi di espansione e
recessione intrinseche e tutto il resto.
Gli
addetti ai lavori ben informati trasformano il denaro in altro denaro senza
produrre valore, dando vita a una società parassitaria basata sull'usura.
Nonostante
le carenze teoriche di Marx, egli predisse il capitalismo allo stadio finale
con grande precisione.
Tuttavia,
non riuscì a rendersi conto che non era un paradiso operaio socialista che
avrebbe sostituito il capitalismo occidentale, ma piuttosto la tecnocrazia
neofeudale.
Mentre
il capitalismo occidentale è troppo ossificato e corrotto per trasformarsi in
qualcosa che va a beneficio dell'umanità, il "socialismo con
caratteristiche cinesi" ha dimostrato la capacità di un'evoluzione
positiva.
Per
mantenere questo chi, guardatevi dalle tre figlie dell'ipercapitalismo.
La
prima figlia dell'ipercapitalismo è il materialismo.
Il
materialismo è un quadrante necessario del cerchio yin-yang.
Viviamo in un mondo fisico con corpi fisici.
La pancia vuole il riso.
"Quando
le pance brontolano, le nazioni crollano", come si suol dire. Il
materialismo attraverso la tecnologia nutre molti. A un livello più
fondamentale, quando il mondo fisico crolla, il corpo lo segue.
Il
vantaggio marziale materiale è cruciale su un pianeta in guerra per le risorse.
Le pietre focaie battono le mazze di legno e i
laser spaziali battono le pietre focaie.
Tuttavia,
a un certo punto, tutti sono morti.
Quando
la società riempie il suo intero cerchio yin-yang con il materialismo, crea uno
squilibrio.
Ciò si
traduce nell'ignoranza dei flussi e dei blocchi contenuti all'interno dei
sistemi naturali e tecnologici.
È su
questa forma di squilibrio materialista che mi sto concentrando, ma lo chiamerò
semplicemente "materialismo".
La
tecnocrazia è un'espressione socio-evolutiva negativa del materialismo
tecnologico.
La
tecnocrazia antepone l'intelligenza umana all'Intelligenza Cosmica.
È
stata la Natura (Intelligenza Cosmica) a creare l'uomo, non il contrario.
Se
l'uomo, nella sua arroganza, cerca di sovvertire l'ordine naturale (il flusso)
anziché seguirlo, subirà il suo tecno-destino, il “Paradosso di Fermi”.
Sebbene
sia considerato un "razionalista", il tecnocrate materialista è
spesso la persona più pazza nella stanza, come dimostrano lo “studio di
Tuskegee”, l'attacco nucleare al paradiso dell'atollo di Bikini, MKUltra, gli
esperimenti di guerra biologica nella metropolitana di San Francisco e New York
e il dottor Anthony Fauci.
Quanto
più una società è tecnologicamente avanzata, tanto più aumenta la necessità di
praticare il tai chi, il kung fu, il giardinaggio, il tiro con l'arco, suonare
uno strumento musicale o scrivere poesie.
Il
materialismo non è esclusivo dell'ipercapitalismo.
Il
marxismo è materialista, anche se in modo diverso.
Se il
marxismo funzionasse, la Cina lo praticherebbe ancora. Come il latte, il
marxismo e l'ipercapitalismo diventano acidi se lasciati fuori troppo a lungo.
La
maggior parte dei grandi pensatori socialisti nati dalle rivoluzioni europee
del 1848 detestavano Marx e il marxismo.
I
banchieri internazionali promuovevano il marxismo come la cattiva opzione al
capitalismo predatorio e per screditare il socialismo.
Ovviamente,
il presidente Mao fece la scelta giusta con il marxismo.
Se avesse scelto il capitalismo predatorio, la Cina
sarebbe ora sotto l'occupazione militare anglo-sionista, come la Corea del Sud,
il Giappone e le Filippine.
Tuttavia,
con tutto il rispetto per il presidente Mao, non vedo alcuna prova che la Cina
pratichi attualmente un'economia marxista.
Il
materialismo iper- capitalistico trasforma il cittadino in un consumatore.
Cosa succede alla nazione i cui uomini
traggono il massimo piacere dall'ultima linea di prodotti scintillanti?
Diventa
metrosexual.
Mentre
il metrosessuale è facile da controllare ed è spesso competente nella sua
cerchia di competenze tecniche, il suo consumismo vuoto lo rende insulso,
depresso e femminilizzato, il che porta al “chi-chi bloccato”, che a livello
collettivo porta alla perdita di vitalità nazionale.
La prescrizione di massa di SSRI non fa che
peggiorare le cose.
La
controparte femminile del metrosessuale è la donna nevrotica (di solito senza
figli) in carriera. Questo tipo costituisce una parte considerevole delle
giovani donne della classe professionale occidentale.
L'uomo
è un pensatore astratto che si affina al di là del materiale. Bisogna prendere
in considerazione uno "sbocco spirituale". Altrimenti, si finisce con
il contraccolpo del Falun Gong.
Mentre la scienza occidentale rifiuta lo
"spirituale", penso che la Cina dovrebbe reclutare neuro-biologi e
fisici teorici per studiare la "coscienza", che i seguaci del Tao
dovranno essere presenti in tutta la materia dell'universo, anche se a
concentrazioni diverse.
Le
scoperte in questo regno potrebbero salvare l'umanità dalla tecno-trappola
mortale del Paradosso di Fermi.
Per
avanzare tecnologicamente e rimanere umani, reinterpretare i miti, i simboli e
gli archetipi.
Non
distruggerli.
La
seconda figlia dell'ipercapitalismo è la disuguaglianza di ricchezza.
La
disuguaglianza di ricchezza lorda destabilizza la società.
Gli
iper capitalisti che raggiungono per primi il vertice giocano contro il
sistema, creando un nepotismo degenerativo e distruggendo la meritocrazia.
Questo
porta alla aristocrazia e a una disuguaglianza di ricchezza, come accade negli
Stati Uniti.
La
disuguaglianza della ricchezza richiede uno stato di polizia che protegga i
pochi "ricchi" dai molti "poveri" e un sistema giudiziario
draconiano a due livelli per impedire ai "poveri" di imitare la
criminalità protetta dei "ricchi".
Gli
investimenti esteri privati non regolamentati e l'accumulo di ricchezza
personale creano cosmopoliti transnazionali super-ricchi, senza radici e senza
alcuna lealtà verso lo Stato-nazione.
I limiti di ricchezza reindirizzano
l'eccessivo patrimonio personale di un uomo ricco in progetti nazionali, nei
fondi fiduciari dei suoi figli adulti (con gli stessi limiti annuali), nella
ricerca e sviluppo della sua azienda, nei pagamenti annuali a vita o nella sua
legittima organizzazione benefica (enfasi su "legittima").
Pur
sostenendo i limiti al patrimonio personale, mi oppongo alla tassazione.
Credo
che la moderna tecnologia monetaria abbia reso la tassazione obsoleta.
Dal
mio punto di vista, un massimo di stipendio annuo esentasse di 1-5 milioni di
dollari / 7-35 milioni di yuan è la soluzione giusta, con il capitale eccedente
depositato in un conto nazionale di deposito a garanzia e distribuzione.
I
miliardari comprano i governi. I milionari comprano le serate di divertimento
in città.
Per la
cronaca, sostengo il reddito di cittadinanza universale, l'assistenza sanitaria
socializzata e l'istruzione, il cibo, l'abbigliamento e l'alloggio come diritti
umani fondamentali.
Mentre
la robotica e l'intelligenza artificiale sostituiscono i lavoratori umani, è
necessario prevedere misure per gli sfollati.
Nel
Tao, il tempo libero può essere estremamente produttivo e vantaggioso sia per
l'individuo che per la nazione.
È
meglio dell'abbattimento demografico del WEF.
Mi va
bene anche l'imprenditorialità etica.
L'acquisto,
la vendita e il trading sono profondamente radicati nella memoria cellulare
umana e devono essere presi in considerazione. Alcuni lavoratori trovano uno
scopo e una connessione attraverso il loro lavoro. Hanno solo bisogno di un
salario dignitoso e di un trattamento equo.
La
terza figlia dell'ipercapitalismo è la distruzione ecologica.
Le
isole di bottiglie di plastica che intasano gli oceani impiegano 500 anni per
decomporsi.
Le nanoparticelle di plastica viaggiano dai
pesci all'uomo.
Le sostanze chimiche del “fracking” contaminano le
falde acquifere sotterranee di acqua dolce per 3000 anni.
In questa commedia capitalista sull'ecocidio,
Nestlé e il private equity acquistano le ultime fonti di acqua pulita, traendo
profitto dall'inquinamento.
In
quanto civiltà superiore, spetta alla Cina assumere un ruolo guida nella
creazione dell'equilibrio tecnologico-ecologico yin-yang promosso dallo
scienziato statunitense Buckminster Fuller.
Il
sole artificiale cinese, lo sviluppo di prodotti biodegradabili, l'estrazione
di asteroidi robotici e altre tecnologie anti-inquinamento sono molto
promettenti per ripulire il pianeta.
3-
Attenzione alla finanza ebraica e ai suoi fronti ebraici organizzati.
Per
ribadire, non sono anti-ebreo.
Sono
un ebreo anti satanico.
Gli ebrei della "memoria cellulare
post-talmudica" hanno un ruolo importante nel futuro ecosistema umano.
Venite
tutti i gruppi.
Non
intendo fare una revisione storico-mondiale della predazione finanziaria del
"Grande Ebreo".
Voglio piuttosto concentrarmi sugli incontri
della Cina nel XIX e XX secolo con la finanza ebraica globale e i suoi
mercenari, nonché sull'impatto della "tesi-antitesi-sintesi"
dell'ebraismo internazionale sulla psiche collettiva cinese.
Durante
il Secolo dell'Umiliazione, la famiglia ebraica Sassoon e la Compagnia
britannica delle Indie Orientali anglo-Rothschild, insieme ad altri banchieri
ebrei e alle cricche euro-aristocratiche alleate, controllarono e
saccheggiarono la Cina.
Il
Giappone fu un caso isolato nella finanza internazionale.
La
soluzione al problema del colonialismo cinese fu il marxismo, una creazione
ebraica.
Si
possono discutere i pro e i contro del marxismo, ma non la sua origine.
In
sostanza, un'ideologia materialista ebraica contribuì a plasmare la Cina nella
seconda metà del XX secolo.
L'esternalizzazione
della produzione americana in Cina è stata in gran parte orchestrata dalla Wall
Street ebraica con l'aiuto di guru bianchi della globalizzazione come il CEO di
General Electric, Jack Welch.
Oggi,
la Cina è il grande produttore mondiale e beneficiaria dell'ipercapitalismo,
grazie in gran parte alla finanza ebraica internazionale.
Gran
parte di questo materialismo economico e ideologico importato, dominato dal
giudaismo, contiene elementi socialmente dannosi e, sebbene la Cina abbia
ricevuto alcuni benefici a breve termine, l'esposizione a lungo termine a
costrutti estranei senza un adeguato adattamento culturale può essere dannosa
per l'organismo nazionale.
La
"Grande Muraglia" cognitiva è come una membrana cellulare che lascia
entrare il bene e filtra il male.
4-
Attenzione alla migrazione di massa ingegnerizzata.
Le
dinastie non costruirono la Grande Muraglia vera e propria come attrazione
turistica.
Per
ulteriori dati, consultare i nativi indiani rossi e/oi palestinesi.
5-
Attenzione all'impero.
L'impero
segue un corso di degenerazione entropica, che svuota l'entità originale che lo
ha generato.
La classe dei rentier romani acquisì grandi
ricchezze mentre i plebei di Roma vivevano in povertà.
L'Inghilterra
di Charles Dickens era piena di case povere, prigioni per debitori e baraccopoli,
eppure "il sole non tramontò mai sull'Impero britannico".
Se mai
verrà condotta un'autopsia sull'ex repubblica degli Stati Uniti, uno dei
principali fattori che contribuiranno alla "causa della morte" fu
l'assunzione da parte degli Stati Uniti del ruolo di "City of
London-British Empire" dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Come ha osservato l'astuto politologo “Chalmers
Johnson”: Si può essere un impero. Puoi essere una repubblica. Ma non puoi
essere entrambe le cose.
Meglio
diventare un modello globale che promuove un gioco vantaggioso per tutti.
Per
raggiungere il livello successivo, l'umanità ha bisogno di sublimare la
tecnologia bellica in tecnologia di pace post-scarsità.
Ciò
richiede il crollo dell'Impero Anglo-Sionista degli Stati Uniti e dei suoi
controllori bancari internazionali e dei loro associati, così come i manager
globali che abbandonano la loro malsana dipendenza dalla gestione di programmi
di allevamento di schiavi e dall'accaparramento patologico.
Il trambusto
capitalista "cane-mangia-cane" / vincere-perdere è insostenibile in
una civiltà high-tech.
Il potere distruttivo della tecnologia è
troppo letale.
Come
ha detto la marxista Rosa Luxemburg, "O è socialismo o barbarie". La
domanda è: di chi è il socialismo?
Dal
mio punto di vista, il "socialismo con caratteristiche cinesi",
legato al transazionalismo win-win e all'equilibrio tra confucianesimo, taoismo
e alta tecnologia, offre una soluzione migliore.
O almeno qualcosa da considerare.
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