Le Big Tech e Big States.

 

Le Big Tech e Big States.

 

 

 

Big Tech e la nuova era Trump:

tra sfide e regolamentazione.

Altalex.com – (14 maggio 2025) - Miriam Foti, Chief Legal Officer – ci dice:

 

Le principali società tecnologiche chiedono di mitigare le normative sullo sviluppo dell'intelligenza artificiale, per preservare la supremazia degli Stati Uniti.

Le principali società tecnologiche stanno sollecitando l'amministrazione del Presidente Trump a mitigare le normative concernenti lo sviluppo dell'IA, adducendo che tale azione costituisce l'unico mezzo per preservare la supremazia degli Stati Uniti.

L'amministrazione Trump ha invitato i dirigenti del settore a presentare le loro prospettive politiche, evidenziando la necessità per gli Stati Uniti di mantenere la propria posizione di "leader incontrastato nella tecnologia" attraverso la minimizzazione delle restrizioni per gli investitori.

 

Sommario:

Disciplina dell'IA tra Stati Uniti e Unione Europea.

La linea politica e giuridica IA-USA.

Il quadro normativo europeo e la disciplina delle Big Tech.

Osservazioni giuridiche sulla nuova regolamentazione.

(Sitografia – Bibliografia).

 

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1. Disciplina dell'IA tra Stati Uniti e Unione Europea

Il panorama tecnologico globale è attualmente soggetto ad una fase di cambiamento radicale, contraddistinta da una complessa interazione tra innovazione dirompente, consolidamento di poteri economici e nuove dinamiche politiche.

Con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e l'ascesa di figure come Elon Musk a posizioni di influenza governativa, si prefigura un riallineamento sostanziale nel rapporto tra autorità pubblica ed imprese tecnologiche di grandi dimensioni.

A causa delle tensioni emergenti tra regolamentazione ed autonomia innovativa, è necessaria un’analisi delle modalità in cui le recenti evoluzioni politiche potrebbero rimodellare il futuro del settore tecnologico e, di conseguenza, delle relative implicazioni socioeconomiche a livello globale.

Nel corso degli ultimi due decenni, imprese quali Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, Microsoft, unitamente a nuove figure di rilievo come SpaceX e NVIDIA, hanno modificato in modo sostanziale sia l'economia digitale che le strutture sociali, culturali e politiche.

Il loro sviluppo esponenziale ha determinato una concentrazione di potere economico di portata senza precedenti nella storia economica contemporanea.

 

Questi colossi tecnologici hanno edificato ecosistemi digitali che pervadono ogni aspetto della vita quotidiana, dall'informazione alla comunicazione, dal commercio all'intrattenimento, fino all'esplorazione spaziale.

La capacità di acquisire ed esaminare dati su scala mondiale ha conferito loro un vantaggio competitivo significativo, mentre la loro influenza si estende oltre i confini tradizionali del commercio, incidendo su processi democratici, dinamiche geopolitiche e persino identità culturali.

A partire dal suo insediamento nel mese di gennaio, l'amministrazione Trump ha posto l'accento sull'accelerazione dello sviluppo dell'IA, tant’è che nel corso degli ultimi mesi, le principali società tecnologiche statunitensi hanno intensificato le proprie pressioni affinché la nuova politica presidenziale intervenga in materia, considerando anche l'approccio normativo dell'Unione Europea.

È bene, infatti, ricordare che essa ha elaborato un sistema di regolamentazione basato sul rischio, il quale classifica le applicazioni dell’IA in base alla loro potenziale pericolosità.

 

Un simile approccio prevede requisiti più rigorosi per i sistemi considerati ad alto rischio, come quelli impiegati per la sorveglianza biometrica, la gestione delle infrastrutture critiche o la valutazione del merito creditizio.

 Le imprese operanti in tali settori sono tenute a sottoporsi a giudizio di conformità approfondito prima di poter commercializzare i loro prodotti sul mercato europeo. Le normative esigono, inoltre, una maggiore trasparenza algoritmica, una documentazione tecnica dettagliata ed una supervisione umana per i sistemi di IA più avanzati.

 

Nel campo americano, a partire dal sostegno politico diretto fino alle modifiche normative influenzate dalle priorità dell'amministrazione, i dirigenti del settore si trovano ad affrontare un maggiore controllo e, in alcune circostanze, una diminuzione delle vendite. I titoli tecnologici, noti come i "magnifici sette", hanno registrato - nel mese di marzo - il calo più significativo degli ultimi tre anni, a causa dei timori di una contrazione dei margini di profitto dovuta all'aumento dei costi di importazione ed al cambiamento dell'atteggiamento dei consumatori nei principali mercati internazionali.

 

L'amministratore delegato di Tesla, “Elon Musk”, figura tra i più importanti sostenitori del Presidente degli Stati Uniti, avendo contribuito con ingenti somme alla sua campagna elettorale e guidato l'iniziativa di riduzione del personale promossa dall'amministrazione, denominata “Doge”.

 

Attualmente, il comparto tecnologico statunitense è soggetto ad una profonda trasformazione in ambito regolamentare.

Durante il mandato dell'amministrazione Biden, la “Federal Trade Commission” (FTC) ha implementato un approccio particolarmente rigoroso nei confronti delle grandi imprese tecnologiche, avviando numerose azioni legali antitrust finalizzate al contrasto di pratiche ritenute lesive della concorrenza.

Tra queste, si evidenzia in particolare quella promossa contro Meta nel 2020, con l'accusa all'azienda di Mark Zuckerberg di conservare illecitamente una posizione monopolistica nel mercato dei social network attraverso le acquisizioni strategiche di Instagram (2012) e WhatsApp (2014).

 

Tale orientamento regolatorio, nondimeno, appare destinato ad una significativa inversione con il potenziale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

La nuova amministrazione ha già espresso l'intenzione di adottare politiche notevolmente più indulgenti nei confronti delle Big Tech, preannunciando un mutamento di pensiero, politico e giuridico, che potrebbe ridefinire il rapporto tra autorità pubblica e colossi tecnologici.

 

Il Presidente ha reiteratamente manifestato la determinazione di disarticolare quello che definisce il "cartello della censura", con riferimento alle politiche di moderazione dei contenuti implementate dalle principali piattaforme digitali nel corso degli ultimi anni.

 

La suddetta situazione è indicatrice di una direzione inequivocabile. Essa delinea una prospettiva in netto contrasto con l'approccio dell'amministrazione Biden, la quale aveva precedentemente sollecitato le piattaforme ad intensificare gli interventi contro la disinformazione, in particolare in ambiti delicati quali la sanità pubblica ed i processi elettorali.

 

Il 2025 si preannuncia l’”annus “determinante per la riconsiderazione degli equilibri normativi transatlantici concernenti l'IA, in quanto l'insediamento della nuova amministrazione potrebbe accentuare, in modo considerevole, le difformità di impostazione regolamentare tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea.

 Si tratta di una situazione che si inserisce in un contesto in cui la regolamentazione delle tecnologie digitali emergenti rappresenta non solo una questione tecnico-giuridica, bensì un vero e proprio ambito di confronto, per visioni contrastanti in merito alla gestione dell'innovazione ed alla tutela dei diritti fondamentali nell'era digitale.

 

Da un lato, l'Unione Europea ha consolidato il proprio approccio prudenziale e sistematico alla regolamentazione dell'IA, basato su un modello di controllo preventivo e sulla classificazione dei sistemi in funzione del livello di rischio.

Un modello normativo - questo - in linea con la tradizione europea di salvaguardia dei diritti fondamentali inaugurata con il GDPR, il quale riflette una concezione della tecnologia quale fenomeno da orientare verso finalità socialmente auspicabili con restrizioni preventive.

 

La pubblicazione intitolata "Removing Barriers to American Leadership in Artificial Intelligence" manifesta una netta preferenza per l'autoregolamentazione di settore e per un intervento statale circoscritto, volto principalmente all'eliminazione degli impedimenti all'innovazione.

Una simile impostazione, corroborata dalle pressioni esercitate dalle grandi aziende tecnologiche sull'attuale amministrazione, come si evince dal documento di lobbying di OpenAI e dalle posizioni espresse da Google e “Anthropic”, si concretizza in una sistematica opposizione a meccanismi di controllo preventivo e nella promozione di un modello fondato sulla cooperazione volontaria tra industria e governo.

 

Per quanto concerne la sicurezza nazionale, invece, si evidenzia una notevole differenza nelle metodologie di gestione dei rischi connessi ai modelli più sofisticati.

“Anthropic” propone limitazioni rigorose sull'esportazione di modelli di IA avanzati ed una collaborazione rafforzata tra il governo ed i principali attori del settore, mentre OpenAI manifesta una ferma opposizione a misure che potrebbero compromettere la competitività globale degli Stati Uniti.

Nasce, dunque, una dicotomia che riflette le prospettive divergenti sull'equilibrio tra sicurezza ed innovazione.

 

Le stesse relazioni transatlantiche - nel 2025 - saranno presumibilmente caratterizzate da un'intensificazione del confronto tra questi modelli regolatori.

 

2. La linea politica e giuridica IA-USA.

Il 23 gennaio 2025, invece, il Presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo, il c.d. “removing Barriers to American Leadership in Artificial Intelligence”, al fine di promuovere e mantenere la prosperità umana, la competitività economica e la sicurezza nazionale.

Detto provvedimento sostituisce esplicitamente la direttiva della precedente amministrazione del 30 ottobre 2023, “safe, Secure, and Trustworthy Development and Use of Artificial Intelligence”, formalmente revocata il 20 gennaio dello stesso anno.

 

Questo cambiamento indica una divergenza fondamentale nell'approccio governativo alla regolamentazione dell'Intelligenza Artificiale.

 Mentre l'orientamento dell'amministrazione democratica privilegiava un sistema di controlli preventivi e di requisiti procedurali volti a mitigare i rischi potenziali, la nuova politica repubblicana è palesemente deregolamentata e si fonda sulla convinzione che un'eccessiva regolamentazione costituisca un ostacolo all'innovazione del settore privato e, di conseguenza, alla leadership tecnologica americana nel contesto geopolitico globale.

 

Questa svolta normativa si inserisce in un contesto caratterizzato da significative pressioni da parte dei conglomerati tecnologici, che hanno attivamente sollecitato un quadro normativo più permissivo. Entità come Meta, Google e OpenAI hanno formulato richieste specifiche all'amministrazione, tra cui la soppressione delle normative statali in materia, la legittimazione dell'uso di materiale protetto da copyright per l'addestramento algoritmico, l'introduzione di misure fiscali favorevoli e l'accesso facilitato alle risorse energetiche necessarie per le notevoli richieste computazionali delle tecnologie IA.

 

È stato annunciato, pertanto, il deposito di una proposta politica volta ad incidere sul “Piano d'azione per l'IA”, attualmente in fase di elaborazione da parte dell'Ufficio per la politica scientifica e tecnologica, che dovrebbe essere presentata al Presidente entro luglio.

 

La documentazione prodotta da OpenAI sottolinea l'urgenza di accelerare lo sviluppo tecnologico in risposta alla competizione con la Cina, evidenziando come il vantaggio degli Stati Uniti, sebbene ancora esistente, stia gradualmente diminuendo, come testimoniato dall'emergere di entità concorrenti come Deep Seek.

 

La proposta di OpenAI si distingue anche per l'invito alla cooperazione pubblico-privata nel settore della sicurezza nazionale, postulando la necessità di modelli algoritmici addestrati su set di dati classificati ed ottimizzati per applicazioni in aree strategiche come l'intelligence geospaziale e le questioni nucleari classificate. Parallelamente, l'azienda ha chiesto una revisione dei processi federali di verifica ed autorizzazione per le imprese di IA, ribadendo l'importanza di preservare la capacità dei modelli algoritmici statunitensi di apprendere da materiale protetto da copyright, adottando una strategia normativa che favorisca la libertà di apprendimento rispetto a restrizioni eccessive.

 

Contestualmente, a seguito della vittoria elettorale di Donald Trump, nel novembre 2024, Meta ha intrapreso una serie di azioni strategiche che sembrano volte a ristabilire i rapporti con la nuova amministrazione repubblicana. Una delle decisioni più significative è stata annunciata il 7 gennaio 2025, quando la società ha comunicato la rimozione dei verificatori di fatti indipendenti da Facebook e Instagram negli Stati Uniti.

 

Tali verificatori, ovvero entità terze, spesso affiliate a organizzazioni giornalistiche o accademiche, incaricate di accertare l'affidabilità delle informazioni pubblicate sulle piattaforme, avevano rappresentato fino a quel momento un freno alla diffusione della disinformazione online. La loro eliminazione ha generato un acceso dibattito, in quanto interpretata da molti come un'indicazione precisa del nuovo orientamento politico e strategico di Meta. A tal riguardo, il riallineamento strategico di Meta non si concretizza unicamente a livello di comunicazione pubblica, ma si estende anche alle decisioni strutturali interne.

 

La recente nomina di Joel Kaplan alla posizione di responsabile della politica globale aziendale costituisce un'indicazione chiara di tale tendenza. Kaplan, repubblicano di lunga data e precedentemente vice capo di gabinetto durante l'amministrazione di George W. Bush, ha diretto l'ufficio di politica pubblica di Meta a Washington per diversi anni ed è considerato una figura di spicco per il miglioramento delle relazioni con gli ambienti conservatori.

 

Contemporaneamente, l'ingresso di Dana White nel consiglio di amministrazione di Meta consolida ulteriormente questo orientamento. White, attualmente presidente dell'Ultimate Fighting Championship (UFC) e nota per i suoi stretti rapporti con l'ex presidente Trump, porta con sé una significativa rete di relazioni con la nuova amministrazione.

 

Nel 2021, infatti, il riposizionamento di Meta non rappresentava un evento isolato, bensì un elemento di un più ampio processo di adeguamento del settore tecnologico statunitense alla nuova amministrazione Trump. Analogamente ad Elon Musk, preminente sostenitore della campagna elettorale, e Jeff Bezos, tra i primi ad esprimere pubblicamente le proprie congratulazioni per l'esito elettorale, anche Zuckerberg sembra orientato ad instaurare relazioni positive con la nuova amministrazione.

 

Da quanto esposto potrebbe derivare un adattamento al mutato contesto politico, il quale potrebbe generare opportunità significative in termini di riduzione della pressione normativa, accesso privilegiato ai decisori politici e potenziali vantaggi competitivi nel mercato globale.

 

Il riallineamento strategico di Meta e delle altre grandi aziende tecnologiche in risposta al ritorno di Trump alla Casa Bianca segna l'inizio di una nuova fase nel complesso rapporto tra potere politico e colossi tecnologici.

 

3. Il quadro normativo europeo e la disciplina delle Big Tech.

Nel corso degli ultimi anni, il Digital Markets Act (DMA) ed il Digital Services Act (DSA) dell'Unione Europea hanno rafforzato un imponente quadro normativo per il settore digitale.

Queste leggi sono un metodo organizzato e sistematico per controllare le grandi piattaforme tecnologiche, molte delle quali hanno sede negli Stati Uniti.

 

Il “Digital Markets Act” costituisce un intervento regolatorio di natura innovativa nel contesto della disciplina digitale internazionale.

La Commissione Europea, in conformità con il DMA, ha identificato sette soggetti quali "gate keepers", ossia piattaforme che rappresentano nodi di accesso fondamentali tra imprese e consumatori all'interno dell'ecosistema digitale.

 Tra questi sette gate keeper, cinque sono società statunitensi: Alphabet, Apple, Meta, Amazon e Microsoft.

 

La qualifica di "gate keeper" è conferita alle piattaforme che soddisfano determinati requisiti concernenti il fatturato, la capitalizzazione di mercato ed il numero di utenti.

 

Le entità detengono un potere di mercato tale da incidere in modo significativo sulle dinamiche concorrenziali nel settore digitale europeo. La nozione di "gate keeper", inoltre, riconosce esplicitamente che alcune piattaforme non sono meri operatori di mercato, bensì infrastrutture essenziali dell'economia digitale contemporanea.

 

La facoltà sanzionatoria attribuita alla Commissione dal DMA è rilevante: in caso di inadempimento delle disposizioni normative, l'autorità di regolamentazione può comminare sanzioni pecuniarie fino al 10% del fatturato mondiale annuo dell'azienda. Al fine di contestualizzare la portata di tale potere sanzionatorio, si consideri che Meta, con un fatturato approssimativo di 157 miliardi di euro nel 2024, potrebbe essere soggetta a sanzioni fino a 15,7 miliardi di euro qualora uno qualsiasi dei suoi servizi principali (Instagram, WhatsApp o Meta Marketplace) contravvenisse alle disposizioni del DMA.

 

Sono state avviate cinque indagini formali nei confronti di Alphabet, Apple e Meta, e si sono recentemente rese note tre decisioni riguardanti Apple e Alphabet. Nonostante nessuna di queste decisioni abbia comportato, fino ad ora, l'applicazione di sanzioni finanziarie, il quadro normativo è pienamente operativo e predisposto all'attuazione di misure coercitive.

 

L'imposizione di una sanzione nei confronti di Meta o Apple rappresenterebbe un precedente rilevante nell'ambito dell'applicazione della nuova legislazione in materia di concorrenza digitale.

 

Il “Digital Markets Act” (DMA) verte sulla moderazione dei contenuti e sugli obblighi delle piattaforme digitali. Il DSA attribuisce alla Commissione il potere di esaminare e sanzionare le Very Large Online Platforms and Search Engines (VLOPSE), categoria nella quale rientrano 19 piattaforme designate nell'aprile 2023, tra cui X (precedentemente Twitter) e Meta.

 

A differenza del DMA, il DSA non stabilisce termini perentori per il completamento delle indagini, conferendo alla Commissione una maggiore discrezionalità procedurale.

 

Malgrado le crescenti pressioni esercitate dagli Stati Uniti e dalle imprese tecnologiche americane, l'Unione Europea sostiene una posizione risoluta in merito all'applicazione del proprio quadro normativo.

La vicepresidente della Commissione Europea, “Henna Virkkunen”, ha dichiarato esplicitamente che le normative dell'UE sono concepite per assicurare un ambiente digitale equo, sicuro e democratico, e si applicano a tutte le imprese operanti nel mercato europeo, a prescindere dalla loro nazionalità o sede geografica.

 La Commissione ha, inoltre, precisato in diverse occasioni che le trattative commerciali bilaterali con gli Stati Uniti non influenzeranno l'applicazione rigorosa delle leggi europee nel settore digitale.

 

Le divergenze tra le diverse interpretazioni del ruolo dello Stato nell'economia digitale si riflettono nel conflitto tra l'approccio regolatorio europeo e gli interessi delle Big Tech americane.

 

Gli Stati Uniti hanno tradizionalmente preferito un approccio più orientato al mercato, anche se l'UE tende ad un intervento regolatorio proattivo e strutturato.

Questa discrepanza legale potrebbe portare ad una maggiore divisione dell'ecosistema digitale mondiale, con conseguenze significative per l'innovazione, la concorrenza e la distribuzione del potere economico nel settore tecnologico.

 

4. Osservazioni giuridiche sulla nuova regolamentazione.

La recente sollecitazione da parte dei gruppi tecnologici statunitensi nei confronti dell'amministrazione Trump, mirata a contrastare il quadro normativo europeo sull'Intelligenza Artificiale, si colloca in un complesso contesto di conflitto regolamentare transnazionale, che richiede un'analisi approfondita dal punto di vista giuridico-comparativo.

L'”EU AI Act”, formalmente approvato il 13 marzo 2024 ed entrato in vigore nell'agosto successivo a seguito di un laborioso processo legislativo iniziato con la proposta della Commissione nell'aprile 2021, costituisce il primo insieme di regole organiche a livello globale in ambito IA.

 

La normativa europea si basa su un approccio che suddivide le applicazioni di IA in categorie di rischio crescente, dalle pratiche vietate ai sensi dell'art. 5 (come i sistemi di valutazione sociale) ai sistemi ad alto rischio soggetti a rigorosi requisiti di conformità, fino alle applicazioni a basso rischio sottoposte a obblighi di trasparenza minimi.

 

Un simile approccio normativo impone obblighi particolarmente onerosi per i sistemi classificati ad "alto rischio" (ai sensi dell'art. 6 e dell'Allegato III del Regolamento), tra cui valutazioni d'impatto sui diritti fondamentali, sistemi di gestione del rischio, documentazione tecnica dettagliata e meccanismi di supervisione umana. A ben vedere, ciò si potrebbe porre in netto contrasto con l'orientamento alla deregolamentazione sancito nell'ordine esecutivo di Trump.

 

Pertanto, in conformità con la tradizione giuridica degli Stati Uniti in materia di innovazione tecnologica, si privilegia un orientamento ex post, basato sulla responsabilità civile e sull'applicazione settoriale delle normative esistenti, piuttosto che sull'imposizione preventiva di vincoli allo sviluppo tecnologico. Il contrasto va oltre la divergenza di politica legislativa, sollevando importanti questioni di diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda l'applicabilità extraterritoriale del Regolamento europeo (art. 2).

 

In base alla dottrina dell'effetto di mercato, questo regolamento si estende a qualsiasi fornitore che introduca sistemi di IA nel mercato dell'Unione, indipendentemente dalla posizione geografica. Questo meccanismo, che prevede sanzioni amministrative fino al 7% (art. 71) del fatturato annuo globale dell'azienda per le violazioni più gravi, costituisce la principale causa di reclamo da parte delle Big Tech.

 

Queste aziende percepiscono la legislazione europea non solo come un ostacolo alla loro strategia di espansione globale, ma anche come un potenziale modello per altre giurisdizioni, secondo il fenomeno noto in letteratura come “effetto Bruxelles”.

 

Nell'ambito del diritto internazionale economico, la problematica in esame potrebbe anche generare divergenze rispetto agli accordi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), in particolare al GATS (Accordo Generale sugli Scambi di Servizi) ed al TBT (Accordo sugli Ostacoli Tecnici al Commercio).

 

La potenziale classificazione delle disposizioni dell'AI Act come barriere tecniche al commercio potrebbe, dal punto di vista degli Stati Uniti, giustificare l'attivazione di meccanismi di risoluzione delle controversie in seno all'OMC o l'implementazione di ritorsioni commerciali, analogamente a quanto accaduto con il Digital Services Act e il Digital Markets Act europei, anch'essi oggetto di contestazioni da parte statunitense a causa del loro impatto sulle imprese tecnologiche americane.

 

L'articolo 10 dell'AI Act, concernente la regolamentazione dei dataset di addestramento per i modelli di Intelligenza Artificiale, si rivela particolarmente critico, in quanto stabilisce standard qualitativi e procedurali in contrasto con l'esigenza delle Big Tech di "mantenere la capacità dei modelli algoritmici statunitensi di apprendere da materiale protetto da copyright".

 

La norma europea, finalizzata ad assicurare che i dati impiegati per l'addestramento siano conformi ai diritti di proprietà intellettuale ed alla riservatezza degli individui, rappresenta un impedimento rilevante alla pratica dello “scraping” indiscriminato di contenuti online, adottata da numerose società tecnologiche per l'addestramento dei propri modelli generativi.

 

Nel tentativo di esercitare pressione economica e politica per ottenere una riduzione della normativa europea, si inserisce tale dinamica nel contesto più ampio delle relazioni transatlantiche concernenti la gestione digitale.

 

L'opposizione delle grandi aziende tecnologiche alla regolamentazione europea sull'Intelligenza Artificiale riflette, inoltre, la crescente tensione tra il modello europeo di "sovranità digitale", basato sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla regolamentazione preventiva, ed il modello americano di "apertura digitale", volto a minimizzare gli ostacoli all'innovazione ed alla competitività globale.

Da una prospettiva di teoria giuridica, la disputa esemplifica efficacemente il fenomeno della "concorrenza regolatoria" in un settore tecnologico emergente, nonché i limiti della gestione globale in mancanza di standard internazionali condivisi.

 

La gestione di tali tensioni normative nel corso del prossimo quinquennio si rivelerà decisiva, non solo per l'avvenire della regolazione digitale globale e per le prospettive economiche delle grandi aziende tecnologiche, ma anche per la configurazione qualitativa e strutturale dei processi democratici all'interno dell'ambiente digitale in via di sviluppo.

 

 

 

 

Big tech Usa contro l’Italia:

no all’Iva sui social network.

Ilsole24ore.com – (22 luglio 2025) - Alessandro Galimberti – ci dice:

 

 

“Meta”, “LinkedIn” e “X” ricorrono contro l’accertamento di 1,14 miliardi di evasione.

Roma tornerà a investire il “Vat Commitee unionale” per un parere vincolante.

 

I punti chiave.

Il ricorso alla Corte di giustizia tributaria.

La contromossa europea dell’Italia.

La dichiarazione di Meta.

 

Il “rito ambrosiano” sulle questioni fiscali delle big tech americane - il “patteggiamento” sulle tasse in cambio dell’archiviazione penale - finisce definitivamente con un ricorso tributario avviato da tre colossi ancora nel mirino dell’ufficio milanese e, a sorpresa, con la richiesta di un parere consultivo dell’Italia indirizzato alla Commissione europea.

 

Il ricorso alla Corte di giustizia tributaria.

Meta, Linkedin e X - come anticipato ieri dall’agenzia Reuters in una corrispondenza dall’Italia - hanno ufficialmente aperto le ostilità contro gli accertamenti della Guardia di finanza e dell’agenzia delle Entrate in materia di Iva, in totale 1,14 miliardi di euro di presunta evasione (887 milioni Meta, 140 Linkedin, 12,5 “X” quando ancora si chiamava Twitter).

Decorsi i termini per l’adesione all’accertamento fiscale, le big-tech accusate dalla procura di non aver versato l’Iva sulla permuta dei dati sensibili dei propri utenti (cessione gratuita in cambio di servizi di intermediazione digitale) hanno deciso di far valere le proprie ragioni dinanzi alla Corte di Giustizia di primo grado.

 

Il fronte aperto dall’ufficio milanese sulle imposte indirette non versate dal 2015 in poi - le annualità precedenti sono prescritte - è in prospettiva così deflagrante da aver indotto le big-tech a smettere di staccare assegni alla Procura di Milano (dal 2013 ad oggi circa 4 miliardi di euro, ma sempre e solo a titolo di imposte dirette sul reddito) e di scegliere il parterre di un’aula di giustizia per far statuire l’insussistenza del debito tributario contestato.

 

La contromossa europea dell’Italia.

Una mossa che, per quanto ampiamente prevedibile e annunciata, ha innescato anche la reazione “in autotutela” dell’Italia, che - sempre secondo Reuters - si sta preparando, come prossimo passo, a richiedere un parere consultivo alla Commissione Europea e in particolare al Comitato Iva di Bruxelles.

 

Non è infatti mistero che lo stesso Comitato con il parere 958/2018 (si veda Il Sole 24 Ore del 12 aprile) aveva escluso l’imponibilità della asserita permuta tra le piattaforme social e i suoi utilizzatori:

 i navigatori del web non avrebbero infatti la consapevolezza di negoziare con la controparte virtuale, facendo venir meno il presupposto della permuta contestata ai fini Iva.

In particolare secondo il “Vat Commitee “- che a breve sarà chiamato a rivalutare questa conclusione di sette anni fa - l’autorizzazione concessa dall’individuo «rientra nell’ambito della gestione di ciò che costituisce la sua proprietà privata.

L’individuo non intende svolgere un’attività economica e non impiega i mezzi che caratterizzano tale attività.

 Pertanto, la fornitura di dati da parte dell’utente di un servizio IT offerto senza corrispettivo monetario non costituisce un’attività economica e non costituisce una prestazione di servizi imponibile».

Inoltre, aggiungeva acutamente il “Vat Commitee”, «i dati per i quali viene concesso l’utilizzo variano in quantità e qualità da un utente all’altro, ed è persino possibile che l’utente fornisca al fornitore solo dati falsi.

Per questo motivo, non è possibile stabilire un collegamento così diretto, che è una condizione affinché l’operazione possa essere considerata imponibile».

E tuttavia furono le stesse conclusioni del Comitato Iva a lasciare aperta la porta all’esigibilità dell’Iva:

se infatti si accerta «che esiste un collegamento diretto sufficiente tra i servizi IT forniti e i dati del cliente ricevuti senza che venga richiesto un corrispettivo monetario, si avrebbe un’operazione imponibile.

 In tal caso, l’importo imponibile sarebbe il costo sostenuto dal fornitore per fornire il servizio al cliente».

Sarà questo il varco che Roma cercherà di sfruttare per far “validare” l’inchiesta penale/tributaria della Gdf e delle Entrate.

 

La dichiarazione di Meta.

Intanto la società di “Menlo Park”, titolare in questa fase dell’80% del debito Iva con il fisco italiano, ha rilasciato una dichiarazione a” Il Sole 24 Ore”, ribadendo la totale contrarietà ai principi formulati nell’inchiesta della Procura di Milano:

«Abbiamo collaborato pienamente con le autorità rispetto ai nostri obblighi derivanti dalla legislazione europea e nazionale - ha detto un portavoce di Meta - e continueremo a farlo.

Prendiamo sul serio i nostri obblighi fiscali e paghiamo tutte le imposte richieste in ciascuno dei Paesi in cui operiamo.

Siamo fortemente in disaccordo con l’idea che l’accesso da parte degli utenti alle piattaforme online debba essere soggetto al pagamento dell’Iva».

 

 

 

L’Isola di Epstein, la Rete Pedofila

 Internazionale e Quel Laboratorio di

Bill Gates per Creare Schiavi Mentali.

Conoscenzealconfine.it – (13 Agosto 2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

A Little Saint James, c’era notoriamente un traffico di esseri umani senza sosta che ha reso questa meta la più frequentata dai vari predatori dell’alta società.

A Little Saint James, c’è il tipico paesaggio che si può incontrare in una delle varie isole dei Caraibi. Stupende altissime palme, acque cristalline nelle quali si possono trovare una infinità di pesci di ogni colore e genere e quel cielo azzurro che ha reso questi posti un angolo di paradiso dove molti sognano di trasferirsi.

 

Nella famigerata isola di Epstein c’è però un lato oscuro, inquietante che fa a pugni con tutta la bellezza che circonda questo luogo.

A Little Saint James, c’era notoriamente un traffico di esseri umani senza sosta che ha reso questa meta la più frequentata dai vari predatori dell’alta società che si recavano qui per soddisfare i loro “appetiti” sessuali, che spesso riguardavano non adulti ma adolescenti e bambini.

A recarsi molto spesso nell’isola acquistata da Epstein era, ad esempio, un personaggio come Bill Clinton, ex presidente degli Stati Uniti per due mandati, e vicinissimo al pedofilo di origini ebraiche già agli inizi della sua avventura alla Casa Bianca.

 Epstein veniva ricevuto con tutti gli onori dal presidente Clinton assieme alla immancabile Ghislaine Maxwell, figlia del famigerato Robert, editore inglese di origini ebraiche già al soldo del Mossad e travolto da una serie di scandali e truffe da lui commessi nel corso della sua carriera.

 

I Legami tra Mondialismo e Pedofilia.

Il potere, quello che conta per davvero, e quello che ogni anno si raduna nei suoi circoli esclusivi, quali quelli del Bilderberg o del Club di Roma, è frequentato da pedofili di altissimo rango.

La pedofilia scorre potente nel mondialismo perché essa è disgraziatamente una pratica comune nelle varie logge massoniche che compongono appunto il sistema di potere del globalismo.

A spiegarlo, tra gli altri, è stato recentemente un ex massone di alto grado,” Bill Schnoebelen”, che dopo una carriera passata in seno al rito scozzese antico e accettato, il più famoso e influente, era diventato Gran maestro del 33° grado, ed era venuto a conoscenza dei segreti della frammassoneria, tra i quali c’è l’abuso di bambini, perché nella deviata mente dei massoni c’è piantata l’idea che la pedofilia possa donare loro in qualche modo l’immortalità.

 

Stare nella massoneria è qualcosa di estremamente pericoloso per l’anima dell’iniziato perché il cammino occulto che l’apprendista massone deve compiere apre la mente a desideri osceni, che divengono via via sempre più sacrileghi una volta che ci si avvicina al vertice della libera muratoria, almeno quello visibile, poiché, com’è noto, ne esiste un altro segreto, noto a pochissimi, e che costituisce la vera struttura che governa ogni loggia in ogni parte del mondo.

 

Si spiega così la “passione” di alcuni reali inglesi per i bambini tanto che a frequentare Buckingham Palace era un personaggio come Jimmy Savile, dj e personaggio televisivo della BBC, che aveva il compito di procurare i bambini ai reali d’Inghilterra, una circostanza nota per molti anni alle autorità investigative inglesi che hanno sempre protetto la famiglia Windsor.

Epstein assolveva anch’egli a tale funzione.

L’uomo venuto dal nulla e che è riuscito a diventare nel giro di pochi anni uno degli uomini più ricchi di Wall Street senza avere grossi capitali tra le mani, e con l’aiuto di “Lesley Wexner”, patron del famoso marchio d’intimo “Victoria’s secret”, serviva a portare bambini e adolescenti agli orchi, ma non era soltanto per il denaro che Epstein faceva ciò che faceva.

 

Si sa che” Little Saint James” era una trappola del miele, nella quale chi vi cadeva dentro veniva ripreso e ricattato da Epstein per conto di Israele, che attraverso questi video compromettenti, custoditi ancora oggi da qualche parte, riusciva a piegare la volontà dei vari politici e dirigenti di importanti organizzazioni internazionali assicurandosi così che questi facessero sempre solo e soltanto quello che voleva lo stato ebraico.

 

L’Isola di Epstein e la Fabbrica di Schiavi del Pensiero.

Esisteva però un altro livello dell’operazione caraibica che Epstein aveva allestito, e che fino ad ora era praticamente sconosciuto.

A parlarne sarebbe stata proprio da poco la sodale del miliardario di New York, Ghislaine Maxwell, che in questi giorni è stata trasferita dalla struttura di massima sicurezza nella quale si trovava in Florida ad un’altra in Texas di minima sicurezza, segno che qualche accordo tra la complice di Epstein e il dipartimento di Giustizia americano è stato probabilmente raggiunto.

 

Ghislaine nelle ultime settimane ha avuto diversi colloqui e interrogatori con gli ufficiali dell’amministrazione Trump, e nel corso di tali incontri, la Maxwell avrebbe dato ai rappresentanti del DOJ una lista di tutti i nomi legati al giro di pedofilia gestito da Epstein.

 

In uno di questi incontri, è uscito però un retroscena inedito, ancora più inquietante come si accennava in precedenza.

A Little Saint James non c’era soltanto un nido di traffico di bambini, ma un vero e proprio centro di “addestramento” per quelli che sono noti nel mondo dell’intelligence come schiavi del pensiero, ovvero le famose vittime dei programmi “MK Ultra” partoriti dalla CIA nel secondo dopoguerra.

 

A Langley, sede della agenzia di intelligence, dal’45 in poi hanno condotto degli esperimenti per fare il “lavaggio del cervello” di determinati soggetti e trasformarli così in marionette da poter controllare completamente e utilizzare in missioni di vario tipo, tra le quali ci sono appunto gli omicidi di varie figure pubbliche e non, divenute scomode a tali poteri, oppure la creazione di schiavi sessuali, adulti e non, da poter mandare al potente di turno per iniziare la collaudata operazione di ricatti.

 

Nei documenti ufficiali della CIA, c’è ampia documentazione di come tali pratiche si servissero di pesanti traumi e violenze inflitte alle vittime perché soltanto questi abusi potevano frammentare la psiche del soggetto e renderlo così completamente malleabile, e manipolabile a comando.

A parlarne è stata anche una delle vittime di tali programmi quali “Cathy O’Brien” che nel suo famoso libro “Trance formations” ha denunciato di essere stata vittima sin dall’infanzia di questo programma di lavaggio del cervello, che l’ha trasformata in una schiava sessuale, abusata da vari potenti personaggi del potere, come l’ex presidente degli Stati Uniti, George H. Bush, e Dick Cheney, vicepresidente sotto l’amministrazione di Bush figlio nei primi anni 2000, anche se la lista è molto più lunga e comprende diversi altri personaggi di primo piano.

 

Gli Scandali di Pedofilia in Europa.

Una denuncia molto simile è stata fatta negli ultimi anni da “Helene Pelosse”, ex direttrice generale della” IRENA”, un’organizzazione internazionale che si occupa delle energie rinnovabili, che ha parlato di come nell’alta società francese esista un giro di pedofilia che vede coinvolti diversi personaggi di assoluto rilievo, tra i quali ci sarebbe l’attuale presidente Macron.

 

Macron ha una storia vicinissima con la pedofilia perché lui stesso è stato vittima di un abuso pedofilo nel lontano 1991, quando “Jean Michel Trogneux”, che aveva già assunto la falsa identità di “Brigitte Trogneux” tramite un “cambio” di sesso avvenuto probabilmente grazie all’aiuto del pastore pedofilo “Joseph Doucé”, violentò appunto il 14enne Macron che sembrava essere stato già scelto sin da allora per diventare uno schiavo di tali deviati poteri che programmano sin da bambini i loro “prescelti” per poi inserirli nel mondo della politica, dell’alta finanza, della letteratura, del cinema e della musica, in modo così da avere a disposizione un esercito di famosi tutti perfettamente controllabili da questi ambienti.

 

A Charleroi, in Belgio, c’era un sistema del tutto simile.

 È in questa città belga che era operativo il celebre pedofilo e assassino, “Marc Dutroux”, che abusava e uccideva le sue vittime, adolescenti e bambine, e che aveva anche un vasto giro di clienti che compravano i video nei quali avvenivano tali torture.

 

Sono i famigerati “snuff movie”, i video nei quali si vedono delle persone uccise e torturate per soddisfare il sadico gusto di clienti che sono disposti a pagare oro pur di avere questi filmati.

 

“Dutroux” era questo che faceva. Vendeva a questi potenti, e qualche anno dopo emerse la lista dei vari personaggi coinvolti nella sua rete, tra i quali c’era il sovrano del Belgio, Alberto II, magistrati e poliziotti come Vincent Baert e Philippe Beneux, e “Herman Von Rompuy”, ex primo ministro belga ed ex presidente del Consiglio potere europeo.

 

Il vero potere era lì, ma tutti riuscirono a sfuggire alle maglie della giustizia belga perché questa era ed è controllata dal giro della pedofilia che conta, nonostante tutte le numerose testimonianze vittime delle violenze, tra le quali c’era quella di “Regina Louf”, e altre giovani che sono morte in circostanze poco chiare.

 

Sembra impossibile separare i sistemi politici liberali Occidentali da questi giri pedofili perché i secondi sono parte integrante dei primi, e a tale casistica si potrebbe anche aggiungere l’Italia, già sede del “famigerato caso Forteto”, altro luogo privilegiato della pedofilia, protetto per anni dalla magistratura fiorentina che nonostante le condanne in via definitiva per abusi dei due fondatori della comunità, “Rodolfo Fiesoli” e” Luigi Goffredi,” continuava a dare loro bambini in affido.

 

A Little Saint James, c’era un altro inquietante capitolo del giro pedofilo mondiale che non solo abusava i bambini, ma li programmava come sicari, politici e schiavi sessuali da utilizzare nelle operazioni dei vari servizi di intelligence americani e israeliani.

 

A gestire il sito erano infatti la citata CIA assieme al Mossad per il quale Epstein lavorava, e sull’isola era di casa un personaggio come Bill Gates che si assicurava che il programma procedesse per il meglio.

Sull’isola non solo si portavano bambini rapiti in giro in varie parti del mondo, ma si usavano questi per condurre degli esperimenti di clonazione e far “nascere” così dei moderni Frankenstein da poter utilizzare a piacimento dalle varie agenzie di intelligence.

 

A supervisionare l’operazione c’era, come detto poco fa, Bill Gates che metteva a disposizione i finanziamenti necessari per la realizzazione di tali laboratori, ma l’amministrazione Obama aveva fatto in modo di dare al magnate di Microsoft uno speciale corridoio diplomatico per giungere sull’isola senza dover essere sottoposto a controlli.

Ghislaine Maxwell avrebbe rivelato anche che la famiglia Rothschild avrebbe messo a disposizione la tecnologia necessaria per impedire di utilizzare i satelliti su Little Saint James e riprendere così le varie “attività” e il traffico che c’era nell’isola caraibica.

 

Secondo quanto ha riferito la ex sodale di Epstein, alcuni dei bambini trafficati a Little Saint James oggi sono divenuti degli attori bambini utilizzati da Hollywood, altri sono stati venduti a vari orchi pedofili, e quelli più malati sono incorsi nella terribile sorte di essere uccisi nel corso di vari riti occulti praticati da tali personaggi, probabilmente proprio nel misterioso tempio presente sull’isola.

 

Trump è perfettamente informato del traffico che c’era sull’isola di Epstein e sembra intenzionato a smantellare i siti della CIA come questo.

Negli anni passati, diversi altri siti di traffico di esseri umani utilizzati in Europa e negli Stati Uniti sono stati abbattuti da Trump durante una serie di operazioni militari e di intelligence che non sono state rese note al pubblico, data la loro assoluta segretezza e dati gli obiettivi sensibili interessati.

 

Nonostante questo, gli organi di stampa che negli anni passati hanno coperto le varie amministrazioni democratiche che hanno assicurato la loro protezione a Epstein, su tutte quelle di Obama e di Bill Clinton, sono impegnati da qualche settimana a questa parte a rappresentare Donald Trump come un uomo strettamente vicino al pedofilo del Mossad.

I vari mendaci quotidiani Occidentali si “dimenticano” di dire che Trump è stato il primo e l’unico a rompere i rapporti con Epstein non appena lo sorprese a molestare una minorenne in uno dei suoi club.

A collaborare con la magistratura per consegnare Epstein alla giustizia fu sempre Trump che si mise a disposizione per fare in modo che il miliardario di New York finisse dietro le sbarre, ma l’amministrazione Obama salvò il pedofilo attraverso un patteggiamento.

 

Una volta che si è insediato alla Casa Bianca, Trump è stato il presidente che ha permesso la cattura di Epstein e della sua sodale Ghislaine Maxwell, arrestata non negli Stati Uniti, come scrissero i media, ma con ogni probabilità in Francia, a Parigi, a pochi passi dall’ambasciata israeliana nell’ambito di una operazione di esfiltrazione autorizzata dal presidente americano.

 

Negli ultimi anni, non si è combattuta soltanto una battaglia in superficie, politica, per far sì che i propositi di gruppi come il “forum di Davos”, che aveva pianificato il “Grande Reset dopo la farsa pandemica”, fossero sventati, ma se n’è combattuta anche un’altra per liberare i bambini vittime del traffico di esseri umani.

 

A partecipare è stato ovviamente Trump, ma anche il presidente russo, Vladimir Putin, che in Ucraina ha recuperato moltissimi bambini destinati al traffico di organi o al giro pedofilo che venivano venduti a importanti personaggi come ha rivelato l’ex autista della fondazione di Olena Zelenska, accusata dall’uomo di essere la diretta organizzatrice di questo turpe traffico.

 

Ogni anno spariscono nel mondo 8 milioni di bambini, di cui circa 23mila soltanto in Italia. Nessuno si chiede che fine facciano e nessuno lancia l’allarme.

Dietro le sparizioni, c’è spesso questa rete di potenti della Terra che abusano i bambini e li utilizzano per altri raccapriccianti scopi.

Non se ne parla, perché gli organi di stampa sono nelle mani degli orchi. Sono molte le vittime della cabala, ma quelle più preziose e dimenticate sono proprio i bambini.

(Cesare Sacchetti).

(lacrunadellago.net/lisola-di-epstein-la-rete-pedofila-internazionale-e-quel-laboratorio-di-bill-gates-per-creare-schiavi-mentali).

 

 

 

 

 

Big Tech e governi

alla prova della verità.

Ispionline.it – (10 Gen. 2025) – Claudia  Schettini – ci dice:

 

Dopo anni di dominio quasi incontrastato, i colossi tecnologici sono a un banco di prova cruciale:

il loro futuro dipenderà dal complicato bilanciamento tra conformità normativa, sostenibilità e leadership settoriale.

Negli ultimi anni la crescita indiscussa del settore tecnologico globale è costantemente al centro dell’attenzione mediatica, politica e geoeconomica. Aziende come “SpaceX”,” NVIDIA” e i giganti “GAFAM” (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) hanno trasformato mercati, economie e società, raggiungendo un’influenza spesso superiore a quella degli Stati nazionali.

Visionari come Elon Musk e Jeff Bezos incarnano un’epoca di innovazione senza precedenti.

Tuttavia, il settore si trova ora al centro di un dibattito cruciale tra regolamentazione e innovazione, con una crescente pressione da parte di governi e organizzazioni internazionali preoccupati per le implicazioni sociali, economiche e geopolitiche.

 

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e l’influenza di Elon Musk, oggi alla direzione del DOGE (Department of Government Efficiency), introducono nuove dinamiche per le Big Tech.

Trump potrebbe favorire un allentamento delle restrizioni antitrust, incentivando concentrazione e acquisizioni, mentre Musk, figura di rottura, sfida i regolatori imponendo standard alternativi, come dimostra “Starlink” di SpaceX, che fornisce Internet a oltre 4 milioni di utenti, spesso in aree remote prive di alternative.

 Sulla scia di Musk che aveva rivoluzionato Twitter (ora X) in nome della libertà d’espressione, Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato di Meta, ha deciso lo scorso 7 gennaio di eliminare i fact-checker su Facebook e Instagram, dichiarando di voler puntare anche lui sulla “libertà di parola”, attuando di fatto una forte deregolamentazione nel filtraggio dei contenuti pubblicati sulla piattaforma.

Si tratta, almeno per ora, di una scelta limitata agli Stati Uniti.

Non è chiaro come si regolerà “Meta” per l’Europa, dove si applicano leggi più stringenti sulle politiche di moderazione, con più potere affidato agli utenti e ai cosiddetti “segnalatori attendibili” (di contenuti fake news o simili), certificati e indipendenti.

 

Questa convergenza tra politiche pro-business e innovazione radicale promette un’accelerazione tecnologica, ma rischia di ampliare disuguaglianze e monopoli. Come bilanciare regolamentazione e progresso diventa così una sfida urgente e decisiva.

 

Un potere senza precedenti e in ascesa.

Lo scorso novembre un’analisi “S&P Global Market Intelligence” ha evidenziato un forte incremento delle spese in conto capitale delle Big Tech tra il 2023 e il 2027.

Gli investimenti, passati da 170 miliardi di dollari nel 2023 a una proiezione di oltre 250 miliardi di dollari nel 2027, sono guidati da Alphabet e Amazon, cui seguono in scia Microsoft, Meta e, in misura minore, Oracle.

Questo aumento riflette l’impegno nel rafforzare le infrastrutture tecnologiche per sostenere la crescita in settori strategici come “cloud computing”, “intelligenza artificiale” (IA), “spazio” e “difesa”.

 

I settori coinvolti e gli attori protagonisti sono molti.

Nel panorama digitale il gruppo GAFAM domina mercati chiave quali advertising online, messaggistica e hardware consumer, sviluppando ecosistemi sempre più chiusi e interconnessi.

Nel settore dell’IA NVIDIA si afferma come leader grazie ai suoi chip grafici, fondamentali per applicazioni avanzate come riconoscimento facciale e modelli linguistici.

Secondo un rapporto di McKinsey, la corsa all’ “IA generativa”, innescata da OpenAI, ha portato a un aumento nell’adozione della stessa, con il 65% delle organizzazioni che ne fanno regolarmente uso – quasi il doppio rispetto a dieci mesi prima.

 

Nel settore spazio e difesa “SpaceX” ha rivoluzionato l’industria riducendo i costi dei lanci e aprendo nuove possibilità per colonizzazione spaziale e comunicazioni satellitari.

Starlink, con il suo impatto geopolitico e sulla sicurezza, dimostra come l’infrastruttura privata stia ridefinendo il ruolo strategico dello spazio. In effetti, la NASA, storicamente dominante, si trova progressivamente dipendente dall’innovazione e dalle infrastrutture del colosso privato, evidenziando un crescente squilibrio di potere che ridisegna il rapporto tra pubblico e privato nell’esplorazione spaziale.

 

Negli ultimi due decenni i colossi digitali, in particolare i GAFAM, hanno capitalizzato lacune normative per consolidare e ampliare il loro spazio di manovra, ottenendo il controllo di infrastrutture critiche, influenzando opinioni pubbliche e politiche nazionali e creando monopoli in diversi settori.

 Prima del “Regolamento generale sulla protezione dei dati” (GDPR) del 2018, le normative europee sulla protezione dei dati erano frammentarie, permettendo a Facebook e Google di basare i loro modelli di business sul tracciamento degli utenti senza consenso informato.

Analogamente l’assenza di regole chiare sulla concorrenza ha favorito pratiche aggressive da parte di Amazon, come il dumping per promuovere prodotti a marchio proprio. E proprio la crescente consapevolezza del loro impatto ha portato governi, con l’UE in prima linea, a rafforzare la regolamentazione.

 

La stretta regolatoria in USA: un cambio di rotta?

A fronte di questa ascesa, il tema della regolamentazione è già stato oggetto di diverse azioni legislative, seppur con modalità differenti.

 

Negli Stati Uniti l’amministrazione Biden ha rafforzato il controllo sul settore con la “Federal Trade Commission” (FTC), che ha avviato cause antitrust contro numerose aziende tecnologiche per contrastare pratiche anticoncorrenziali.

 Nel 2020 la FTC ha avviato la più famosa causa antitrust contro “Meta”, accusando l’azienda di mantenere illegalmente il monopolio nel mercato dei social network personali attraverso le acquisizioni di Instagram nel 2012 e WhatsApp nel 2014.

 Tuttavia, con il ritorno di Trump e l’ascesa di Elon Musk si potrebbe assistere a un’inversione verso politiche più permissive, favorevoli alle Big Tech.

Trump ha, infatti, già espresso l’intenzione di smantellare quello che definisce il “cartello della censura” per le grandi aziende tecnologiche, nominando il consigliere legale Brendan Carr, noto per le sue posizioni conservatrici in maniera di regolamentazione, alla guida della” Federal Communications Commission” (FCC) proprio per affrontare la questione.

 

L’ultima mossa di Zuckerberg, ricalcando il modello X, sembra venire incontro alle posizioni del prossimo presidente degli Stati Uniti, che aveva più volte accusato il CEO di Meta di aver danneggiato i repubblicani rendendo meno visibili i loro post.

Dopo la vittoria di Trump alle elezioni di novembre contro Kamala Harris, Meta e altre grandi aziende tecnologiche hanno dunque provato a tutelarsi dalle possibili accuse di ostilità verso l’amministrazione entrante.

 

Volendo fare un paragone tra le figure, in questo momento chiave, di Zuckerberg e Musk, quali sono le principali differenze di policy tra i due?

 In primo luogo, sicuramente entrambi hanno adottato sistemi di moderazione basati sulla comunità, ma mentre Musk ha implementato le “Community Notes” su X per promuovere la trasparenza, Zuckerberg ha seguito questa strada solo recentemente, dopo aver inizialmente sostenuto un approccio più centralizzato con “fact-checker” indipendenti.

Nel suo video del 7 gennaio il CEO di Meta, annunciando di voler lavorare con la nuova amministrazione USA “per respingere i governi di tutto il mondo che se la prendono con le società americane e premono per una censura maggiore”, ha accusato tra l’altro l’Europa di avere “un sempre crescente numero di leggi che istituzionalizzano la censura e rendono più difficile realizzare qualsiasi innovazione lì”.

 Zuckerberg ha anche accusato l’amministrazione Biden di pressioni per la censura.

 

Inoltre, dopo essersi mosso rapidamente per sciogliere i rapporti tesi con la Casa Bianca, alcune decisioni recenti, avvenute in capo all’amministrazione Meta, possono essere viste come un tentativo di venire incontro a Trump. Joel Kaplan, repubblicano di lunga data e vice-capo di gabinetto alla Casa Bianca durante l’amministrazione di George W. Bush, è stato promosso come nuovo responsabile della politica globale di Meta. Dana White, capo dell’Ultimate Fighting Championship e alleata di Trump, si è unita al consiglio di amministrazione dell’azienda. L’annuncio conferma un riallineamento dei colossi del tech con le strategie della Casa Bianca di Trump e del nuovo Congresso in mano repubblicana. Dopo Musk e Bezos – il primo grande elettore del futuro presidente, il secondo tra i primi a congratularsi per il successo nel voto di novembre – anche Zuckerberg si sta preparando a un netto cambiamento nella leadership a Washington.

 

Quale regolamentazione fuori dagli USA?

Se negli USA si prevede un allentamento delle restrizioni, le altre grandi economie si stanno, invece, comportando diversamente.

A livello internazionale, l’Unione europea si conferma leader nella regolamentazione tecnologica con l’approvazione nel 2022 del Digital Markets Act (DMA) e del Digital Services Act (DSA), volti a limitare il potere monopolistico e a rafforzare trasparenza e responsabilità.

Negli ultimi anni giganti come Google e Amazon hanno affrontato sanzioni superiori a 10 miliardi di euro per violazioni delle norme sulla concorrenza.

In particolare, nel 2017 Google ha subito dalla Commissione europea una multa di 2,4 miliardi per abuso di posizione dominante nel servizio di comparazione prezzi, sanzione confermata dalla Corte di giustizia dell’UE nel settembre 2024. 

 

In Asia la Cina ha invece intrapreso un approccio radicale contro colossi nazionali come “Alibaba e Tencent”, imponendo restrizioni su algoritmi, dati e fintech per riaffermare la sovranità digitale.

Alibaba è così stata multata per abuso di posizione dominante nel mercato dell’e-commerce.

Si sono aggiunte le più severe regolamentazioni della banca centrale cinese nei confronti della società di pagamento digitale affiliata, “Ant Group”, imponendo restrizioni sulle loro attività finanziarie.

 Tuttavia, le misure cinesi si distinguono da quelle statunitensi ed europee per il controllo statale diretto, con l’utilizzo della regolamentazione come strumento politico.

 

Dal canto suo, nel 2021 la Corea del Sud è diventata il primo Paese al mondo a introdurre una legge per limitare il monopolio di Google e Apple sui pagamenti in-app.

 La normativa obbliga le piattaforme a consentire l’uso di sistemi di pagamento alternativi, promuovendo una maggiore concorrenza e riducendo le commissioni imposte agli sviluppatori.

Questa misura segna un importante precedente nella regolamentazione delle Big Tech.

Il Giappone ha intensificato i suoi sforzi regolatori, concentrandosi in particolare su questioni di antitrust e concorrenza riguardanti aziende come Apple e Google.

La strategia del Paese sembra mirare a un equilibrio tra lo stile normativo incisivo dell’UE e l’approccio storicamente cauto e ponderato delle pratiche di enforcement giapponesi.

 Nell’Indo-Pacifico anche Paesi come India e Australia stanno implementando normative per riequilibrare il rapporto tra Big Tech ed economie locali, introducendo tassazioni più elevate e requisiti per la gestione nazionale dei dati degli utenti.

Tutti sviluppi che riflettono una crescente frammentazione dell’approccio globale al controllo delle grandi piattaforme digitali.

 

I costi della conformità per il settore digitale.

La crescente stretta regolatoria comporta rischi significativi per il settore tecnologico.

Un eccesso di restrizioni potrebbe rallentare l’innovazione, scoraggiando gli investimenti in ricerca e sviluppo, fondamentali per il progresso tecnologico.

Dopo l’introduzione del GDPR nell’UE molte start-up tecnologiche europee hanno ridotto lo sviluppo di progetti basati su big data per timore di non rispettare la normativa.

 

Tale onere finanziario potrebbe spingere le aziende a delocalizzare i centri di innovazione verso Paesi con regole più permissive, indebolendo la competitività delle economie più regolamentate.

Multinazionali come OpenAI e Google Deep Mind hanno espresso preoccupazioni sulle restrizioni proposte dall’”AI Act” europeo, con il rischio che i centri di ricerca vengano spostati negli USA o a Singapore, dove le normative risultano più flessibili.

L’eccessiva regolamentazione europea è, infatti, una delle ragioni principali del perché il settore tecnologico è dominato dagli Stati Uniti, che ospitano tre delle start-up di intelligenza artificiale più importanti (Anthropic, OpenAI e xAI).

 

È proprio il “Rapporto Draghi” sulla competitività europea a evidenziare come l’attuale quadro normativo dell’UE nel settore digitale presenti sfide significative, in particolare per le piccole e medie imprese (PMI), ostacolando l’innovazione e la crescita nel settore digitale delle stesse.

 I costi di conformità, inoltre, gravano in modo sproporzionato sulle PMI, consolidando il dominio dei grandi attori del mercato.

 L’adeguamento all’”AI Act” dell’UE potrebbe costare a una PMI tipo circa 300 mila euro – pari all’1,3% del suo fatturato.

Questo contesto rischia di scoraggiare l’innovazione e aumentare le disuguaglianze tra grandi aziende e piccole imprese.

 

Innovazione e adattamento: la chiave per mantenere la leadership.

Nonostante le sfide regolatorie, l’innovazione resta il fulcro delle Big Tech, che stanno rispondendo all’aumento della pressione regolatoria con strategie diversificate per proteggere il loro dominio di mercato.

 Da un lato, aziende come Alphabet e Microsoft stanno rafforzando gli investimenti in compliance, creando infrastrutture legali e operative per rispettare le normative locali, in particolare in Europa.

 Questo include la localizzazione dei dati e la trasparenza sugli algoritmi, requisiti previsti da regolamenti come il DMA.

Parallelamente, l’aumento delle spese in conto capitale, come in data center, riflette l’impegno nel mantenere la competitività globale senza incorrere in violazioni.

Tuttavia, il vero nodo è rappresentato dall’effetto delle normative sull’innovazione:

mentre alcune restrizioni spingono a sviluppare tecnologie più etiche e sostenibili, altre rallentano il time-to-market, obbligando le aziende a ridimensionare o ripensare i propri modelli di business.

 

Oltre a essere motori di progresso, queste aziende rivestono anche una responsabilità cruciale nell’affrontare le grandi sfide globali.

La protezione dei dati personali, in particolare, è emersa come una priorità dopo lo “scandalo di Cambridge Analytica”, che ha evidenziato i rischi per la privacy degli utenti.

In risposta, alcune aziende stanno adottando misure concrete per rafforzare la fiducia e rispettare le normative locali.

 Microsoft, con l’iniziativa “EU Data Boundary”, garantisce che i dati dei clienti europei siano archiviati e processati esclusivamente all’interno dell’UE, promuovendo la sovranità digitale europea e la conformità alle leggi sulla privacy. 

 

Parallelamente, la sostenibilità ambientale rappresenta una ulteriore sfida critica per il settore tecnologico.

 Data center e attività estrattive di minerali rari contribuiscono al 4% delle emissioni globali di gas serra, superando quelle del settore aeronautico.

In risposta, le Big Tech stanno investendo per ridurre la loro impronta ecologica.

Apple ha raggiunto l’obiettivo di operare al 100% con energia rinnovabile e mira a rendere la sua intera catena di fornitura “carbon neutral” entro il 2030.

 Google, dal canto suo, ha finanziato progetti di energia pulita per compensare il consumo dei suoi data center, dimostrando come innovazione e responsabilità sociale possano coesistere per promuovere un progresso sostenibile ed equo.

 

Il mantenimento dell’influenza delle Big Tech dipenderà, dunque, dalla loro capacità di affrontare sfide strategiche chiave, a partire dall’adattamento ai nuovi approcci legislativi, cruciale per sostenere la crescita nel lungo termine. Questi sforzi non solo rispondono alle richieste normative, ma rafforzano anche la fiducia dei consumatori, consolidando la loro posizione nei mercati globali. L’eccessiva regolamentazione potrebbe, infatti, livellare il campo di gioco, aprendo spazi per nuovi attori, come le start-up tecnologiche. Aziende emergenti nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie verdi stanno già sfidando i giganti. OpenAI, ad esempio, ha dimostrato di poter competere con colossi come Google e Meta nel settore dell’IA generativa. Anche in ambiti come la cybersicurezza aziende di nicchia stanno guadagnando terreno, approfittando della crescente attenzione verso soluzioni specializzate.

 

Un equilibrio possibile o la fine di un’era di dominio incontrastato?

Il panorama normativo globale potrebbe evolversi verso due tendenze principali:

una maggiore armonizzazione delle regole o una frammentazione regionale.

Nel primo scenario l’adozione di standard globali, soprattutto in ambiti come l’IA, potrebbe facilitare l’innovazione e ridurre i costi di compliance.

Tuttavia, un approccio frammentato, con normative divergenti tra UE, Stati Uniti e Cina, rischia di creare ecosistemi tecnologici regionalizzati, limitando la scalabilità e la competizione globale.

In parallelo, la competizione geopolitica renderà le Big Tech protagoniste nei settori della sicurezza nazionale e delle infrastrutture critiche.

L’esempio di Starlink, che ha rivoluzionato le comunicazioni satellitari con implicazioni strategiche globali, dimostra come l’innovazione privata possa influenzare equilibri geopolitici.

 In questo contesto le Big Tech dovranno bilanciare la conformità normativa con la spinta all’innovazione in settori emergenti come il quantum computing, l’IA generativa e la biotecnologia, ridefinendo il loro ruolo non solo come attori economici, ma anche come players strategici nella politica globale.

 

Infine, il futuro richiede un nuovo equilibrio nel rapporto tra pubblico e privato, dove un approccio collaborativo possa rappresentare la via più efficace.

 Regole chiare e trasparenti, capaci di bilanciare lo sviluppo tecnologico con la necessità di equità e sostenibilità, saranno fondamentali per affrontare le sfide del nostro tempo.

In un’epoca in cui il digitale è il motore dell’economia globale, la capacità di gestire questa complessa dualità determinerà il nostro futuro.

Le Big Tech sono a un banco di prova cruciale, così come le istituzioni chiamate a guidare, e non solo a regolamentare, il cammino verso un progresso condiviso.

(Claudia Schettini - ISPI Associate Research Fellow).

 

 

 

 

 

Big tech alla corte di “Xi” e di Trump

: ecco i nuovi equilibri di potere.

Agendadigitale.eu – (14 apr. 2025) - Mario Dal Co – ci dice:

 

Le aziende tecnologiche si adattano alle richieste politiche di “Xi” e Trump per ottenere vantaggi commerciali.

Mentre in USA cambia l’orientamento di Big Tech, in Cina gli imprenditori tecnologici vengono riammessi a corte.

 

Normativa cinese IA in Cina.

Gli imprenditori dell’alta tecnologia si avvicinano sia a “Xi Jinping” che a “Donald Trump” per ottenere vantaggi economici e politici.

Negli Stati Uniti, Big Tech ha cambiato orientamento politico, adattandosi alle richieste dell’establishment.

 

Musk, Bezos e Zuckerberg hanno affrontato pressioni politiche e regolatorie, con tensioni culminate attorno alle elezioni.

Trump promuove il protezionismo per rilanciare l’industria americana, influenzando anche le aziende tecnologiche.

Queste ultime cercano di ottenere contratti governativi legati alla sicurezza e all’immigrazione.

Tuttavia, l’isolazionismo potrebbe danneggiare la loro espansione globale.

 

In Cina, “Xi” ha riaccolto gli imprenditori tech, riconoscendone l’importanza per la crescita economica e la competizione tecnologica con gli USA.

 La Cina punta sull’intelligenza artificiale per rafforzare la propria posizione geopolitica.

 L’incontro tra Xi e i leader tech indica un tentativo di rilanciare l’economia interna. Il confronto tra USA e Cina si gioca ora sulle tecnologie, più che sulle armi tradizionali.

 

Indice degli argomenti:

Big tech e politica: così fan tutti.

Big tech e politica: i cambiamenti nelle piattaforme americane.

Big tech e politica protezionista: la visione trumpiana.

Politica dell’immigrazione: contratti e controlli.

Big tech e politica di protezione: vantaggi e rischi.

Le bigh tech cinesi alla corte di Xi.

 

Big tech e politica: così fan tutti.

È appena cominciata la corsa alle corti di Xi e di Trump.

 I due imperatori li hanno ricevuti, nonostante entrambi avessero avuto non poco da ridire con le loro aziende, per uno sfoggio di ricchezza e di capacità.

 Ricchezza di risorse, utili a rilanciare la crescita e gli investimenti, capacità di realizzazione di ogni sorta di diavolerie, in primis l’intelligenza artificiale, con cui ciascuno dei due spera, in cuor suo, di dominare il mondo.

 

In America la corsa ha cambiato i connotati politici di Big Tech.

 In campi come l’immigrazione, la religione, le razze, il sesso le piattaforme sono passate da alfieri dei valori democratico-liberali a difensori del nuovo mainstream. In Cina, invece, gli imprenditori dei giganti tecnologici, come “Jack Ma”, sono stati riammessi a corte con grande riguardo.

 

Big tech e politica: i cambiamenti nelle piattaforme americane.

Musk ha conflitti di interesse al cui confronto quelli di Berlusconi appaiono uno scherzo.

“X”, con alcune sue filiali sta letteralmente subissando “Media Matters”, una non-profit che aveva pubblicato un Report nel 2023 da cui risultavano attività di fiancheggiamento di razzisti ed antisemiti da parte di “X”, alimentando il boicottaggio della pubblicità.

Per Musk il boicottaggio di “X”, come quello in corso di “Tesla”, sono minacce mortali per la redditività delle aziende.

 

Bezos ha cominciato a mettere la museruola al “Washington Post” già prima di sapere l’esito delle elezioni;

Zuckerberg sta abbattendo le protezioni sui social network contro l’istigazione all’odio e le false notizie, in nome della libertà di opinione.

 Le tensioni sono culminate quando Trump nel volume pubblicato prima delle elezioni lamentò che Zuckerberg aveva sostenuto gli uffici elettorali locali con 400 milioni di dollari durante la pandemia.

Trump scrisse che controllava Zuckerberg da vicino, minacciandolo di “metterlo in prigione per il resto della vita”.

 E Zuckerberg ha provveduto, annunciando che “Facebook” avrebbe corretto i suoi errori che limitavano la libertà di espressione e “allontanavano dal buon senso condiviso (mainstream)”.

 In realtà, “Meta” non è riuscita a fermare “Qanon”, né l’organizzazione dei nazionalisti bianchi.

Meta viola la privacy delle persone come ha dimostrato lo “scandalo Cambridge Analytica”.

Facebook, secondo il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha contribuito ad alimentare il genocidio e altri crimini contro l’umanità in Myanmar, ha svolto un ruolo decisivo nell’assalto del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti, ha creato un sistema per dare priorità ai post di celebrità e politici, anche quando si sono impegnati in molestie o hanno incitato alla violenza, ha creato uno strumento per consentire di discriminare le persone in base a razza, genere e altre caratteristiche personali riservate.

“L’azienda ha costantemente dato priorità agli utenti di lingua inglese residenti negli Stati Uniti a scapito di tutti gli altri”.

 

Mai si era visto un impegno più sfacciato da parte del potere politico, per condizionare le scelte imprenditoriali e mai si era visto un allineamento più rapido e pericoloso delle piattaforme tecnologiche.

Gli effetti sulla comunicazione, dalla stampa ai social network, sono disastrosi, come dimostrano gli interventi di Bezos, padrone del Washington Post che dispone della linea del giornale come fosse il suo blog.

 Per non parlare di “X” nelle mani dell’ipereccitato Musk o dei 25 milioni di dollari riconosciuti da Meta a favore di Trump per chiudere una causa del 2021 (quella della sospensione della pubblicazione dei messaggi sovversivi di Trump).

 

Big tech e politica protezionista: la visione trumpiana

Il protezionismo è ritornato alla ribalta sulla scena della politica e della politica economica mondiale: una sorta di estensione delle sanzioni.

Le sanzioni sono interventi straordinari volti a contrastare aggressioni e violazioni dei diritti da parte di stati autoritari, mentre il protezionismo di Trump è qualcosa di più.

La visione sottostante è neo mercantilista, ossia si richiama alle politiche precedenti all’avvento su scala europea e mondiale del liberismo, che ha aperto gli scambi internazionali, portando uno sviluppo straordinario nei settanta anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

L’idea trumpiana è di favorire una reindustrializzazione dell’America con i dazi, un po’ come la Germania dell’Ottocento nei confronti dell’Inghilterra.

 Ma allora non c’era il livello di interdipendenza strutturale raggiunto dall’economia americana con quelle confinanti e con l’economia mondiale, né era noto il fatto che la tenuta industriale e produttiva degli Stati Uniti dipende dalla duplice disponibilità di manodopera immigrata, quella a basso costo per l’agricoltura, l’industria, le costruzioni e i servizi e quella ad elevata qualificazione e istruzione per la ricerca e i lavori complessi.

 

La farneticazione politica trumpiana sta alimentando anche la domanda di protezione delle aziende big tech che vogliono poter entrare senza freni nell’enorme riserva di domanda pubblica costituita dalla spesa militare e per la sicurezza.

 

Politica dell’immigrazione: contratti e controlli.

Gli apparati di sorveglianza dispiegati dagli Stati Uniti sono stati estesi ben oltre i limiti di legge grazie ai dati e ai modelli offerti dalle società tecnologiche.

L’”Agency for Immigration and Customs Enforcement del Dipartimento dell’Interno “(ICE), sbandiera il dato di 32.000 arresti di immigrati nei primi 50 giorni della nuova amministrazione, ponendoli a confronto con i dati annuali del 2024, quando il presidente era Biden, che potrebbero essere superati nel giro di poche ore.

E così ottiene un finanziamento di 10 miliardi dollari per l’Agenzia.

Di quei 32.000 arrestati almeno 8.000 hanno semplici addebiti amministrativi, ossia burocratici, che ICE chiama “danni collaterali” o “arresti collaterali”. “Abbiamo visto nell’area di Chicago che (gli ufficiali dell’ICE) entrano nelle proprietà senza un mandato.

 Arrestano le persone in modo collaterale.

Fanno profili razziali delle persone, e abbiamo visto sopravvissuti alla violenza domestica, piccoli imprenditori e vicini di vecchia data coinvolti in queste operazioni” ha detto “Azadeh Erzani”, direttore del Centro Nazionale per la Giustizia dei Migranti.

 

Ma la protezione contro l’immigrazione costa:

il muro alle frontiere del Messico, i privati che gestiscono oltre il 90% delle detenzioni per immigrazione clandestina, l’acquisto di nuovi posti di detenzione: “gli Stati Uniti spendono oltre 3 miliardi di dollari all’anno per il più grande sistema di detenzione di immigrati del mondo”.

 

Ma Big Tech, in modo del tutto contro intuivo, dovendo affrontare una fase di grandi investimenti la cui resa non è ancora prevedibile, e cioè dovendo portare avanti la sfida sull’intelligenza artificiale, vorrebbe avere un campo di gioco il meno disturbato e il meno incerto possibile.

Così si trova di fronte ad una scelta paradossale:

appoggiare il governo per avere protezione e ottenere contratti e una regolazione di favore, pur sapendo che si tratta del governo più ondivago e imprevedibile che si possa immaginare.

 

Big tech e politica di protezione: vantaggi e rischi.

Quale sarà la durata di questa corsa a stringersi alla corte del presidente?

Non saranno i cento metri: potrebbe essere una corsa ad ostacoli o, più probabilmente, una corsa di resistenza, se vogliamo seguire Agnelli (Giovanni il fondatore), che se ne intendeva di lobby, secondo il quale “gli industriali sono ministeriali per definizione”.

 

Big Tech vuole mantenere e possibilmente sviluppare i lucrosi contratti che ha maturato negli anni precedenti all’avvento di Trump.

Vi sono attività lucrative che si legano direttamente alla messa a disposizione delle banche dati e delle analisi disponibili attraverso le piattaforme dei social network, nell’ambito della sicurezza e del controllo dell’immigrazione.

 “Aziende come Palantir, Amazon, Salesforce e altre hanno offerto i loro servizi per integrare tutte queste diverse fonti di informazioni in strumenti che possono essere utilizzati per prendere di mira gli immigrati.

Tra i servizi che l’”agenzia Immigration and Customs Enforcement” (ICE) sta attivamente cercando c’è quello che chiama “analisi predittiva e modellazione”.

 Si stima che dal 2020, ICE e altre agenzie correlate abbiano speso quasi 7,8 miliardi di dollari attraverso 15.000 contratti con 263 società private su tecnologie relative all’immigrazione”.

Con il secondo mandato di Trump i servizi di Big Tech per le agenzie di sicurezza aumenteranno sicuramente.

 

Ma è poi vero che questa strada che porta ad allineare Big Tech con Trump, è la strada per proteggere il business?

Non vi è forse il rischio che le tensioni create dalle politiche sovraniste finiscano per anticipare la fine della supremazia americana che aveva beneficiato della galoppata delle aziende tecnologiche nella prateria dei mercati globali non regolati.

 

Big Tech si stringe intorno alla presidenza e alle sue politiche protezioniste, ma non vi è alcun futuro per big tech nelle politiche protezioniste.

 Non è proprio il “protezionismo giuridico” dell’Unione europea la pietra dello scandalo contro cui si sono scagliate le piattaforme?

Perché mai la politica isolazionista e protezionista di Trump dovrebbe favorire lo sviluppo globale delle piattaforme americane?

In realtà quella politica sta accelerando la crescita e la presa di indipendenza tecnologica e finanziaria delle compagnie cinesi.

E veniamo così all’altra corsa a corte del presidente, quello che sta a Pechino e non Washington.

 

Le “bigh tech cinesi” alla corte di “Xi”.

Il presidente cinese Xi Jinping ha riunito il 17 gennaio i capi delle grandi aziende tecnologiche cinesi, compreso Jack Ma, il fondatore di Alibaba, che era stato escluso dalle apparizioni pubbliche recenti e pesantemente penalizzato dalle decisioni delle autorità di bloccare la quotazione dell’azienda finanziaria e di pagamenti digitali Alipay.

Gli altri leader delle aziende tecnologiche erano:

il fondatore di Huawei Ren Zhengfei, il CEO di BYD Wang Chuanfu, il CEO di CATL Zeng Yuqun, il CEO di Tencent Pony Ma, il CEO di Meituan Wang Xing, il CEO di Xiaomi Lei Jun, e il CEO di DeepSeek Liang Wenfeng.

 Xi ha riconosciuto l’enorme potenziale che le aziende tecnologiche rappresentano per la Cina.

“E’ il momento giusto per le aziende private e per gli imprenditori per crescere” ha detto il presidente.

Una affermazione resa particolarmente efficace essendo uscita poche settimane dopo l’annuncio di “Deep Seek” sui modelli “AI”.

 

L’incontro di Xi con le aziende tecnologiche dimostra che la Cina è preoccupata della riduzione del suo tasso di crescita, solo in parte legato alle tensioni internazionali, e in parte dovuto all’innalzamento dei salari e dei costi immobiliari.

Quest’ultimo settore è altamente indebitato, con solvibilità critica e rischio di bolla immobiliare sempre presente.

Solo la crescita delle aziende tecnologiche può dare sfogo ad una disoccupazione giovanile crescente e può offrire risorse al decisore politico riguardo alla rincorsa geopolitica con gli Stati Uniti, che ruota intorno all’intelligenza artificiale.

Nell’arco di pochi anni essa ridefinirà completamente i sistemi di attacco e difesa e quindi renderà ampiamente superati i sistemi d’arma su cui, ancor oggi, si basa la supremazia americana in campo militare.

 

Sembra quindi di assistere ad una riedizione del motto “arricchitevi” del primo Deng Xiao Ping (1989) quando invitò il popolo cinese ad abbandonare il modello egualitario e pauperistico di Mao.

 Ma vale ancora la previsione napoleonica, che quando la Cina si sveglierà scuoterà il mondo?

O meglio è ancora in atto il risveglio della Cina?

Credo che il risveglio geostrategico sia cominciato in ritardo rispetto a quello economico.

Un risveglio che passa attraverso le nuove tecnologie e il loro controllo.

Qui la Cina ha ancora molto da dire e l’America, con le politiche di Trump, molto da perdere.

 Entrambi gli imperatori esibiscono i muscoli delle proprie aziende tecnologiche all’avversario, quello che una volta si faceva con le sfilate di carri armati, in cui la Russia era maestra.

E quindi gli scossoni, anche quelli incoerenti e burattineschi, sono ancora da leggere in chiave di sconclusionata risposta al risveglio della Cina.

 

 

 

 

Punire le Big Tech Usa?

Perché è guerra tra Paesi Ue.

Stamag.it – Giuseppe Liturri – (20 Aprile 2025) – ci dice:

 

Von der Leyen dovrebbe sapere che il surplus commerciale europeo è anche l’effetto della presenza nella Ue di (almeno) tre paradisi fiscali come Irlanda, Lussemburgo e Olanda, dove tutte le Big Tech Usa hanno insediato filiali, società controllate e stabili organizzazioni.

L'analisi di Liturri.

C’è un elementare principio che, salvo eccezioni, si applica nel mondo degli affari. Si stendono tappeti rossi ai clienti e si sfrutta la concorrenza tra i fornitori.

Evidentemente a Bruxelles non hanno capito che, con 198 miliardi di surplus commerciale delle merci con gli USA (a fronte di 147 miliardi col resto del mondo), gli USA sono il loro principale cliente e qualsiasi azione ritorsiva verso le decisioni di Trump può solo diventare un boomerang.

Purtroppo non è però la prima volta che la UE dimostra un’eccezionale capacità di farsi del male da sola.

La disputa sulle relazioni commerciali con gli USA, con dazi e contro-dazi minacciati, applicati e sospesi, rischia di essere l’ennesimo episodio della serie.

 

Infatti, in un’intervista rilasciata il 10 aprile al “Financial Times” Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha dichiarato che – qualora i negoziati con il presidente Donald Trump per porre fine alla sua guerra dei dazi contro l’Europa fallissero – è pronta a utilizzare misure commerciali drastiche contro gli Stati Uniti, inclusa l’imposizione di dazi su aziende digitali americane come Amazon, Google e Facebook.

 In tal caso, l’UE potrebbe espandere il conflitto commerciale al settore dei servizi, introducendo, ad esempio, un’imposta sui ricavi pubblicitari digitali.

 

Von der Leyen ha sottolineato che le misure esatte dipenderanno dai negoziati, ma potrebbero includere dazi sul commercio di servizi, un settore in cui gli Stati Uniti vantano un surplus significativo con l’UE.

Queste azioni però rischiano di essere un clamoroso ennesimo boomerang.

Perché non bisogna dimenticare che tale surplus Usa verso la UE (108 miliardi nel 2023, contro un disavanzo della bilancia commerciale delle merci pari a € 198 miliardi nel 2024) è determinato dall’eccellenza tecnologica degli Usa che rende tali servizi relativamente insostituibili.

Come si insegna al primo anno di economia, quando la domanda è rigida, l’effetto di qualsiasi misura penalizzante per i fornitori Usa di quei servizi, sarebbe un immediato e netto aumento dei prezzi per imprese e famiglie europee.

 

Tali servizi sono così essenziali che le Big Tech Usa godono pure di un regime fiscale di estremo favore.

Infatti la von der Leyen dovrebbe sapere che tale surplus è anche l’effetto della presenza nella Ue di (almeno) tre paradisi fiscali come Irlanda, Lussemburgo e Olanda, dove tutte le Big Tech Usa hanno insediato filiali, società controllate e stabili organizzazioni.

 

Soprattutto Irlanda e Lussemburgo vivono dell’interscambio di servizi con gli USA, con una incidenza sul PIL rispettivamente del 45% e del 27% (contro il 4% dell’intera UE).

Colpire i servizi Usa significherebbe ridurre sul lastrico quei Paesi.

 

Nike, McDonald, Google, Apple, Amazon, Microsoft, tutte le più prestigiose banche d’affari e società farmaceutiche hanno sfruttato per anni un ingegnoso e molto complesso sistema di pianificazione fiscale aggressiva (un modo elegante per definire l’evasione fiscale delle grandi imprese).

 In sintesi, le società con sede in quei tre Paesi, a vario titolo facenti capo alle grandi corporation Usa, erano titolari dei diritti di sfruttamento dei brevetti, marchi commerciali, software e qualsiasi altro bene di natura simile, a fronte dei quali pagavano somme molto modeste alla concedente USA, quasi sempre soggetta a un regime fiscale più oneroso.

 Le due stabili organizzazioni di Apple in Irlanda, prima del contenzioso che ha portato la società di Cupertino a versare 13 miliardi di dollari al governo di Dublino, praticamente non pagavano tasse su decine di miliardi di ricavi.

 

Un colossale sistema per spostare gli utili – facendo leva su royalties e compensi per lo sfruttamento di marchi e brevetti – dagli Usa nei paradisi fiscali interni alla UE, con adeguato sostegno di triangolazioni con altri paradisi fiscali in giro per il mondo come le isole Cayman e le Bermuda.

Il tutto sotto lo sguardo vigile (si fa per dire) del precedente Presidente della Commissione “Jean Claude Juncker”.

 Meccanismi minuziosamente descritti da ultimo, in modo magistrale, nel libro “Romanzo fiscale” di “Philip Laroma Jezzi”.

 

Stesso schema, con varianti ancora più ingegnose, per le altre Big Tech Usa.

In altre parole, i servizi che attualmente compriamo dagli USA, per la gran parte non sono altro che i compensi per lo sfruttamento di tutto il patrimonio di innovazioni tecnologiche della Silicon Valley, dell’industria finanziaria di Wall Street e dei brevetti delle Big Pharma statunitensi.

Flussi di pagamenti quasi sempre assistiti da regimi fiscali di favore, verso i quali la Commissione ha chiuso gli occhi per anni.

 Salvo svegliarsi tra 2020 e 2021 con l’accordo in sede OCSE/G20 per un livello di imposizione minima fiscale globale per i gruppi multinazionali di imprese, a cui poi ha fatto seguito le Direttive “primo e secondo pilastro” per tradurre quell’accordo in atti legislativi.

Non a caso, uno degli accordi stracciato da Donald Trump con un ordine esecutivo nei primi giorni di mandato.

 

Ai pagamenti per servizi, si affianca poi un significativo flusso di pagamenti per i profitti (cosiddetti redditi primari, derivanti dagli investimenti diretti e di portafoglio Usa nella UE) che ritornano oltreoceano.

Ben 74 miliardi nel 2023, che contribuiscono a riequilibrare il conto corrente della bilancia dei pagamenti.

 

Ma reagire al problema del saldo della bilancia commerciale delle merci, sollevato da Trump, pensando di agire sul surplus Usa dei servizi, significa confondere la profonda diversità esistente con il flusso delle merci, in termini di manovrabilità e sostituibilità, soprattutto nel breve periodo.

Come spararsi nei piedi.

Come sarà possibile ribaltare tutto questo articolato sistema senza privare i cittadini Ue di servizi essenziali a costi ragionevoli è un mistero, la cui soluzione dovrebbe albergare nella testa della von der Leyen.

Sperando che ne abbia almeno una.

 

La quale però, a stretto giro, ha già ricevuto dinieghi e perplessità in occasione dell’Eurogruppo e del Consiglio Ecofin tenutisi nel fine settimana.

 Il ministro delle finanze tedesco,” Jörg Kukies”, ha sottolineato la dipendenza dell’UE dai servizi digitali americani, come cloud e intelligenza artificiale, evidenziando la difficoltà di trovare alternative.

Kukies ha invitato a un approccio “differenziato e cauto”, pur riconoscendo la necessità di preparare contromisure.

Sull’altro fronte, il presidente Emmanuel Macron ha invece suggerito di colpire i servizi digitali e il commissario UE all’economia, “Valdis Dombrovskis”, ha ribadito l’importanza di considerare i servizi digitali nelle contromisure commerciali.

Ma sono Irlanda, Lussemburgo e in parte l’Olanda che – senza le articolazioni europee delle società Usa diventerebbero delle lande desolate – si sono messe decisamente di traverso.

Se a Bruxelles sono ancora convinti che agire sui servizi forniti dalle Big Tech Usa sia una buona strategia negoziale verso Trump, si preparino allora a dare adeguate risposte ai cittadini irlandesi e, se riuscissero a superare questo non facile ostacolo, anche a tutti i cittadini della UE.

 

 

 

 

Come la Russia gongola

dopo il vertice in Alaska.

Starmag.it – (17 Agosto 2025) – Francesco Provinciali – ci dice:

 

Le evidenze parlano chiaro:

non sono bastate tre ore di colloqui al bilaterale di Ferragosto nella base “Joint Base Elmendorf-Richardson di Anchorage “per addivenire ad una pur larvata parvenza di accordo.

 

Perché oltre le parole di circostanza che allo stato attuale lasciano intatto lo ‘status quo’ Trump non è riuscito nemmeno ad ottenere una sospensione dell’aggressione militare della Russia che continua a lanciare droni e a bombardare l’Ucraina e lo ha fatto anche nel momento stesso in cui Putin era seduto con lui per discutere potenzialmente di trattative di pace.

Al summit erano presenti i due Presidenti Trump e Putin, rispettivamente accompagnati dal Segretario di Stato Marco Rubio e dall’inviato speciale Steve Witkoff per gli USA e dal Ministro degli Esteri Sergei Lavrov (questa volta senza felpa CCCP) e dal consigliere Yuri Ushakov.

 

Dai rispettivi comunicati ufficiali delle due delegazioni – senza concedere domande alla stampa – sono uscite sostanzialmente frasi di circostanza per ratificare gli aspetti retorici e formali di un confronto che non avrebbe meritato un protrarsi dei colloqui.

Preannunciato con enfasi e atteso con grandi speranze l’incontro ha ratificato un sostanziale nulla di fatto.

 

“Non c’è accordo finché non c’è un accordo”, ha detto un criptico e laconico Trump, come a preannunciare un evento successivo che forse preveda la presenza del leader ucraino, con il quale si è lungamente intrattenuto al telefono all’esito di quella che – all’apparir del vero – assume le sembianze di una generica e non circostanziata trattativa.

 Da parte sua Zelensky l’ha presa bene, cercando di cogliere spiragli di ulteriorità negoziale e rilanciando su una sponda USA sia sul terreno della catastrofe umanitaria in atto, sia sul nodo cruciale della cessione dei territori.

Che è purtroppo per lui il correlato speculare di quella politica espansiva propugnata da tempo da Trump, per inglobare Canada e Groenlandia: la regola etica è il do ut des.

 

Il fatto è che il leader di Kyiv confida in un sostegno europeo attualmente labile ed estraneo alle trattative ma soprattutto avversato dal Cremlino che definisce “nazisti” i documenti prodotti dall’U.E.:

la Zakharova e Lavrov sono i veri puntelli della propaganda fascista del dittatore russo, affiancato ora da Medvedev, ora da Peskov, ora da entrambi.

 

Così Zelensky si è affidato ad uno stringato… “Bene l’apertura di Trump sulle garanzie di sicurezza”…

Forse più convinto sui residui margini di speranza in un impegno del Capo della Casa Bianca che di fatto si è presentato al summit in Alaska da padrone di casa e dominus nella gestione delle famose carte che si vanta di possedere mentre nel fermo immagine della stampa internazionale ne è uscito ridimensionato e poco motivato.

 

“È importante che gli europei siano coinvolti in ogni fase per assicurare solide garanzie di sicurezza insieme all’America.

Abbiamo anche discusso dei segnali positivi provenienti dalla parte americana in merito alla partecipazione alle garanzie di sicurezza dell’Ucraina.

Continuiamo a coordinare le nostre posizioni con tutti i partner.

Ringrazio tutti coloro che ci stanno aiutando”.

Lo scrive su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dopo la telefonata con Donald Trump.

Ieri, nel volo verso Anchorage, Trump aveva detto che l’obiettivo è di dare garanzie di sicurezza all’Ucraina, “ma non sotto l’ombrello della Nato”, aggiungendo che “è l’Europa che dovrà prendere la guida”.

 

Esattamente ciò che il Cremlino non vuole e non accetta:

 l’Europa deve restare fuori da ogni trattativa, mentre le prospettive che il summit in Alaska apre per la normalizzazione dei rapporti bilaterali tra Russia e Usa e la responsabilità della pace è ora tutta nelle mani di Kiev che “deve scegliere tra concessioni territoriali e guerra”.

Una condizione capestro che non risulta contestata da Trump.

 

Sul sito della storica “agenzia russa Tass” vengono ribadite condizioni ineludibili: in primis l’annessione dei territori controllati dalla Russia (come scrive Forrest Nabors, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università dell’Alaska Anchorage….

“L’Ucraina dovrà decidere se continuare il conflitto o cedere parte del territorio che potrebbe comunque perdere a causa di un’azione militare prolungata”.

Poi la non interferenza dell’Europa se non per avvallare questo non indolore ridisegno della cartina geografica e l’esclusione dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO.

Di fatto una capitolazione per Kyiv e la dimostrazione che se questo viene scritto dopo il bilaterale in Alaska, il Cremlino conta sul disimpegno della Casa Bianca.

 

“Dmitri Trenin”, noto analista e membro del Consiglio russo per gli affari internazionali – intervistato sul “Primo Canale della TV di Stato russa” “a favore della Russia” la situazione creatasi dopo il vertice di Anchorage.

Ripetendo quanto da mesi promuove anche la propaganda del Cremlino, “Trenin” sottolinea che il nemico ora è l’Europa che vuole ostacolare il percorso di pace avviato da Mosca e Washington;

l’analista ci tiene a far notare che “a differenza che con l’Europa, la Russia ha sempre mantenuto un canale di comunicazione con gli Stati Uniti, almeno a livello di Stati maggiori e ministeri della Difesa, anche perché da questi contatti dipende la sicurezza del mondo”.

Secondo “Trenin”, Trump “ha fatto bene ora a lanciare la palla dalla parte del presidente ucraino Zelensky”; a questo punto, un possibile scenario, a suo dire, è quello che vede “gli americani cercare di distanziarsi il più possibile dalla questione ucraina, di cui a Trump importa molto poco”.

Di fatto più lui diventa marginale, possibilista e ininfluente più viene elogiato dall’establishment del Cremlino.

Il primo round si conclude con un nulla di fatto: anzi, continuando l’aggressione militare di Mosca in una fase di presunte trattative si può apertamente parlare di significativi passi indietro per la tregua e per la pace.

 

 

 

Dazi Usa, colpire le Big Tech

è la migliore opzione dell'Ue?

It.euronews.com – (18 -4 -2025) - Peggy Corlin & Cynthia Kroet, Romane Armangau – ci dicono:

 

Colpire le aziende tecnologiche potrebbe essere una delle opzioni che la Commissione sta esplorando per reagire alle tariffe statunitensi.

L'Ue ha 90 giorni di tempo per negoziare, mentre continua ad essere applicato un dazio globale del 10 per cento.

Il blocco spera nel meglio, ma si prepara al peggio: tra le opzioni c'è quella di colpire le Big Tech statunitensi.

Come potrebbe l'Europa colpire la tecnologia su cui fa affidamento?

Dal momento in cui il fondatore di Amazon Jeff Bezos, il capo di Meta Mark Zuckerberg, il leader di Apple Tim Cook e il capo di Google Sundar Pichai sono stati visti prendere posto in prima fila alla cerimonia di insediamento del presidente gli Stati Uniti a gennaio, è stato chiaro che il rapporto delle Big Tech statunitensi con la Casa Bianca sarebbe stato più stretto nel secondo mandato di Trump.

 

Durante la prima presidenza Trump, infatti, molti di loro avevano assunto una posizione critica nei suoi confronti su questioni come il cambiamento climatico e l'immigrazione.

Questa volta erano chiaramente in casa, guidati dal patron di SpaceX e Tesla Elon Musk, che ha speso quasi 300 milioni di dollari per sostenere la campagna presidenziale di Trump e da allora ha assunto un ruolo chiave come zar dell'efficienza nella nuova amministrazione.

 

Tuttavia, l'imposizione dei dazi nel "Liberation day" e le successive montagne russe politiche e finanziarie - causate principalmente dai ripensamenti di Trump - hanno gettato le Big Tech nel cuore di una guerra commerciale.

L'Unione europea è pronta a fare pressione sugli Stati Uniti minacciando di tassare i loro servizi, per i quali hanno un surplus commerciale con il blocco, se i negoziati dovessero fallire, ha dichiarato la scorsa settimana la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

"Per loro (le aziende Big Tech), l'Europa è un mercato molto attraente e ricco", ha dichiarato questa settimana von der Leyen al quotidiano tedesco Die Zeit, aggiungendo:

"Siamo 450 milioni di persone che, rispetto al resto del mondo, hanno un elevato tenore di vita e tempo libero.

Ciò significa che qui in Europa c'è un enorme giro d'affari e profitti enormi nei servizi digitali.

 Nessuna azienda vuole perdere l'accesso a questo mercato".

Colpire le aziende tecnologiche è una delle opzioni che la Commissione europea sta esplorando, mentre il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni nell'entrata in vigore dei cosiddetti "dazi reciproci".

 

Diamo un'occhiata alle variabili che influiscono sulla decisione di includere nella risposta europea misure che colpiranno gruppi tecnologici come Meta, Google e Facebook.

 

1. Le indagini nei confronti delle Big Tech.

L'importante Digital services act (Dsa) e il Digital markets act (Dma).

Le leggi dell'Ue che affrontano i contenuti illegali online e la distorsione del mercato digitale sono state messe sotto tiro dai giganti tecnologici da quando l'amministrazione Trump si è insediata, sostenendo che le regole sono ingiuste.

Peter Navarro, uno dei principali consiglieri di Trump, ha apertamente accusato il blocco di "fare guerra" alle Big Tech statunitensi.

 In risposta, Bruxelles ha dichiarato che "non farà alcuna concessione sulle sue regole digitali e tecnologiche" nell'ambito di qualsiasi negoziato commerciale con gli Stati Uniti.

La Commissione europea ha avviato diverse indagini nell'ambito del Dsa da quando le norme sono entrate in vigore alcuni anni fa, ma nessuna di esse è stata conclusa.

 

Un'indagine per non conformità al “Dma” dovrebbe essere chiusa a breve per quanto riguarda Apple e Meta, in attesa di una decisione politica da prendere al più alto livello della Commissione.

"Stiamo attualmente lavorando per l'adozione di decisioni finali a breve termine", ha dichiarato martedì il portavoce della Commissione Thomas Regnier, precisando che il lavoro tecnico è terminato "per alcuni file".

La Commissione ha sottolineato che queste indagini basate sul “Dma” sono condotte rigorosamente secondo il regolamento che non discrimina le aziende sulla base del Paese di origine.

Ma il fatto che la maggior parte di quelle che rientrano nel suo campo di applicazione siano statunitensi significa che le decisioni sono ora viste attraverso la lente della guerra commerciale in corso, a prescindere.

Per contro, le indagini nell'ambito del “Dsa” non sono ancora così avanzate: solo un'indagine su X - per aver consentito l'uso di modelli oscuri e non aver frenato la diffusione di contenuti illegali - ha fatto progressi significativi.

Un fattore significativo che potrebbe complicare il caso di X è che Elon Musk è l'amministratore delegato della piattaforma.

 

Musk potrebbe essere ritenuto personalmente responsabile di un'eventuale multa multimilionaria per violazione del “Dsa”, a seconda del modello di business di X, ha dichiarato la Commissione alla fine dello scorso anno.

Ciò significa che la Commissione terrà conto anche dei ricavi di società come” Space exploration technologies” e “Neuralink”.

 Le ammende per il “Dsa” possono raggiungere il 6 per cento del fatturato globale annuo dell'azienda.

 

Vale la pena di notare che le autorità statunitensi potrebbero essere d'accordo con la Commissione europea in materia di concorrenza:

 la “Federal trade commission”, l'autorità antitrust statunitense, accusa Meta di aver abusato della sua posizione dominante con l'acquisto di WhatsApp e Instagram.

Il 14 aprile si è aperto un processo davanti ai giudici statunitensi.

 

2. Starlink.

Anche Starlink di Elon Musk potrebbe essere coinvolta nella guerra commerciale. Diversi Paesi dell'Ue sono sempre più diffidenti nei confronti della loro dipendenza dalle infrastrutture satellitari di proprietà di Musk e stanno cercando di ridurla.

Che si tratti di una forma di ritorsione nella lotta tariffaria o di altre ragioni, Starlink è stata risucchiato nell'orbita della guerra commerciale.

Attualmente i satelliti Starlink hanno svolto un ruolo fondamentale nel mantenere la connettività internet in Ucraina dopo l'invasione della Russia.

Alcuni Stati membri dell'Ue, come la Polonia, hanno contribuito a finanziare i terminali Starlink per sostenere la resistenza ucraina sul campo.

 

Tuttavia, nonostante la sua importanza nelle zone di conflitto e nella risposta alle emergenze, Starlink rimane largamente assente dalle case europee.

 Il sistema è generalmente più costoso e più lento degli operatori a banda larga tradizionali del continente, il che lo rende un'opzione poco praticabile per la maggior parte dei consumatori.

 

“Brendan Carr”, commissario della “Federal communications commission” degli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato al Financial Times che l'Europa rischia di trovarsi tra superpotenze tecnologiche in competizione tra loro.

"Se l'Europa ha una propria costellazione di satelliti, allora va bene, penso che più ce n'è meglio è.

Ma più in generale, credo che l'Europa sia un po' intrappolata tra gli Stati Uniti e la Cina. È arrivato il momento di scegliere", ha detto.

L'Ue sta tentando una terza via cercando di sviluppare un sistema proprio. Il progetto” Iris2” è in cantiere e anche “Eutelsat” è pronta a superare Starlink, ma questi progetti potrebbero richiedere tempo.

 

3. Alcuni Stati membri chiedono di colpire i servizi digitali.

Alcuni Stati membri, tra cui Francia e Germania, hanno dichiarato che stanno pensando di includere i servizi digitali nella risposta dell'Ue alle tariffe doganali statunitensi.

Il ministro dell'Economia francese Eric Lombard ha suggerito di colpire l'uso dei dati da parte delle Big Tech attraverso una regolamentazione in un'intervista ai media francesi.

 I dati sono considerati "oro nero" per l'AI e le dimensioni del mercato europeo lo rendono allettante per i giganti tecnologici statunitensi.

 

Von der Leyen ha anche segnalato che l'Ue è pronta a introdurre una tassa sui ricavi della pubblicità digitale.

Una tassa sul digitale era in discussione all'Ocse, fino a quando Trump non ha silurato ogni possibilità di accordo lo scorso gennaio.

L'Ue potrebbe anche colpire le Big Tech ricorrendo all'"opzione nucleare":

il suo strumento anti-coercizione.

Ciò consentirebbe all'Ue di ritirare licenze e diritti di proprietà intellettuale a società straniere.

Tuttavia, tassare i servizi tecnologici statunitensi solleverebbe questioni simili a quelle della prima ondata di dazi di Trump:

potrebbe infliggere più danni all'Europa che ai suoi bersagli e sollevare questioni imbarazzanti sulla sovranità e sulla capacità di resistenza del blocco sul versante tecnologico.

La pandemia da Covid-19 e l'aggressione della Russia in Ucraina hanno portato la Commissione a spingere per un programma di "sovranità tecnologica" nel tentativo di diventare meno dipendente dalle regioni d'oltremare.

 

A distanza di anni, però, i risultati sono scarsi.

 La maggior parte dei “servizi cloud” rimane nelle mani di pochi operatori statunitensi, ad esempio.

E per quanto riguarda i chip - ampiamente utilizzati nell'industria automobilistica, nello spazio, nella difesa e in altri settori - l'Ue detiene solo il 10 per cento circa del mercato mondiale dei microchip e dipende in larga misura da altre regioni del mondo, secondo i dati forniti dalla Commissione.

 

Un gruppo più ampio di Stati membri dell'Ue, i cosiddetti Paesi D9+ - Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Svezia, Slovenia e Spagna - ha chiesto di rafforzare la competitività digitale e la sovranità tecnologica del blocco in occasione di un incontro tenutosi il mese scorso.

Il ministro olandese per gli Affari economici “Dirk Beljaarts” ha dichiarato martedì, in risposta alle interrogazioni parlamentari sulla volontà del Paese di ridurre la propria dipendenza dalla tecnologia statunitense, che sta cercando di "rafforzare l'autonomia digitale del governo" concentrandosi sullo sviluppo di “un cloud governativo”, oltre a limitare le "dipendenze indesiderate" da alcune aziende tecnologiche.

Ma come per il resto dell'Europa, l'obiettivo della sovranità digitale rimane un'aspirazione, e nel frattempo prendere di mira le Big Tech statunitensi potrebbe significare darsi la zappa sui piedi.

 

 

 

 

Ogni 11 giorni un’acquisizione:

così le Big Tech divorano il mercato.

Valori.it – Maurizio Bongiovanni – (09.06.2025) – ci dice:

 

Dal 2019, le cinque Big Tech hanno assorbito quasi 200 aziende. Ma solo il 4% delle operazioni è stato oggetto di indagine.

(Il mercato digitale è sempre più in mano a poche aziende tecnologiche © Stephen Harlan/Unsplash).

“Alphabet”, la holding a cui fa capo Google, ha recentemente annunciato la più grande acquisizione della sua storia: l’acquisto della startup israeliana di “cybersicurezza Wiz” per la cifra record di 32 miliardi di dollari.

 Nonostante l’entità dell’operazione, esiste il rischio concreto che l’accordo sfugga ai controlli normativi, in particolare in giurisdizioni come l’Unione europea. Si tratta dell’ultimo esempio – tra i più emblematici – della strategia di espansione silenziosa portata avanti dalle Big Tech negli ultimi anni.

 

Ogni 11 giorni, infatti, avviene una nuova acquisizione.

 Dal 2019 a oggi, i cinque colossi del digitale – Alphabet (Google), Amazon, Apple, Meta (Facebook) e Microsoft, insomma i Gafam – hanno rilevato almeno 191 aziende nel mondo. Una strategia di espansione sistematica che ha modificato gli equilibri del mercato tecnologico, senza che le autorità di regolamentazione riuscissero a porre un argine.

 Secondo il nuovo strumento “open source Big Tech M&A Tracker”, appena l’4% di queste operazioni è stato oggetto di indagine da parte delle autorità antitrust.

 E solo due fusioni sono state effettivamente bloccate.

 

Nel frattempo, due terzi delle aziende acquisite hanno cessato l’attività o chiuso i propri siti web, spesso assorbite all’interno dei servizi delle multinazionali che le hanno rilevate.

Una “distruzione creativa” che non lascia spazio a nuovi concorrenti, ma rafforza la concentrazione di potere nelle mani di pochi attori.

 

Tutte le acquisizioni delle Big Tech, in un unico database.

Il “tracker”, realizzato dalla “ong olandese SOMO” (Centre for Research on Multinational Corporations), raccoglie e rende accessibili tutte le acquisizioni effettuate dalle cinque Big Tech dal 2010 a oggi.

Ma il dato più allarmante riguarda gli ultimi sei anni, in cui si sono fatte più frequenti e aggressive.

Un fenomeno giudicato positivamente dalle stesse Big Tech.

Ad esempio, nel 2019 il “Ceo di Apple Tim Cook” ha dichiarato che «in media Apple acquista un’azienda ogni due o tre settimane».

 

«Il nostro strumento vuole colmare un vuoto informativo», scrive SOMO.

 «Giornalisti, accademici e policy maker hanno bisogno di dati accessibili e trasparenti per comprendere le strategie di espansione delle multinazionali tech e il fallimento della regolamentazione attuale».

 

Antitrust inefficace: le Big Tech sfuggono ai controlli sulle acquisizioni.

La fotografia che emerge dal tracker è impietosa.

Il sistema di controllo delle concentrazioni non è attrezzato per affrontare l’espansione delle piattaforme digitali.

In molti casi, le acquisizioni non raggiungono le soglie di fatturato necessarie per essere notificate alle autorità.

Questo accade soprattutto con startup o aziende innovative in fase iniziale che non generano ancora profitti significativi ma rappresentano un potenziale rischio concorrenziale per le Big Tech.

 

Il risultato è che operazioni strategiche passano inosservate o vengono approvate senza condizioni.

Un esempio è l’acquisizione da parte di Google della “startup Fitbit”, per la quale si è aperta un’indagine antitrust solo dopo forti pressioni politiche.

 

Il mercato digitale è dominato da pochi: scomparsa della concorrenza.

Questa ondata di fusioni ha effetti profondi sulla struttura del mercato digitale.

 In primo luogo, riduce la concorrenza:

molte delle aziende acquisite operavano in settori emergenti come l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, i servizi cloud o la logistica.

Una volta inglobate, spesso vengono smantellate o integrate nei prodotti dei giganti tech, eliminando potenziali competitor prima ancora che possano consolidarsi.

 

In secondo luogo, concentra ulteriormente la proprietà dei dati, il vero asset del XXI secolo.

 Ogni acquisizione aggiunge un nuovo strato alla già vasta capacità delle Big Tech di raccogliere, incrociare e monetizzare informazioni sugli utenti.

Infine, soffoca l’innovazione.

«Se l’unica prospettiva per una startup è essere comprata da Google o Amazon, viene meno lo stimolo a creare alternative realmente indipendenti», osservano” i ricercatori di SOMO”.

 

Come la politica può fermare lo strapotere delle Big Tech.

A livello europeo, il “Digital Markets Act” (Dma) e il “Digital Services Act” (Dsa) sono tentativi recenti di contenere il potere dei “gate keeper” digitali.

Ma le nuove norme non sono ancora pienamente operative, e restano fragili di fronte all’abilità delle multinazionali nel muoversi tra le maglie delle leggi.

 

Negli Stati Uniti, la “Federal Trade Commission” (Ftc) ha promesso un approccio più aggressivo verso le concentrazioni, ma i risultati sono ancora limitati.

Le cause antitrust contro Meta e Amazon sono in corso, ma il percorso è lungo e pieno di ostacoli legali.

Intanto, un rapporto di “Ftc” rileva che tra il 2010 e il 2019 le aziende Big Tech hanno effettuato 819 transazioni che non hanno soddisfatto le soglie di segnalazione previste dalle norme statunitensi sul controllo delle fusioni.

 

Nel frattempo, il” tracker di SOMO” offre uno strumento prezioso per chi vuole vigilare, denunciare e proporre alternative.

 «Non possiamo affidare il futuro digitale a cinque aziende private», scrive l’organizzazione.

 «È tempo di ripensare le regole del gioco».

 

 

 

 

Oggi il “grande gioco geopolitico”

si svolge in Africa: la scommessa del piano Mattei.

Ansa.it - Responsabilità editoriale di ASviS – (02 febbraio 2024) – Flavio Natale – ci dice:

 

Nel 2024 l’economia africana sarà la più dinamica del globo, dopo quella asiatica. Cina e Usa si contendono le partnership;
 l’Europa, in ritardo, deve contribuire a dare sostanza all’iniziativa italiana
.

(Società civile: “Un’occasione da non perdere”.

Responsabilità editoriale di ASviS.)

 

L’Africa è molto più dinamica di quello che normalmente si pensa, e lo dimostrano i dati.

 

Al netto delle sfide strutturali e delle difficoltà finanziarie, nel 2024 la crescita sarà alta:

l’incremento annuo del suo Prodotto interno lordo, secondo la Banca africana per lo sviluppo, arriverà al 3,8%.

 Il rapporto “African outlook 2024”, realizzato dall’”Economist intelligence unit”, prevede che nel corso di quest’anno il continente africano si affermerà come la seconda regione con la più rapida evoluzione del pianeta (superata solo dall’Asia), e conterà 12 tra le 20 nazioni a maggiore crescita economica.

Ancora: il “Brookings Institution”, nel suo “Foresight Africa 2024”, ha evidenziato le dinamiche positive presenti nel continente, che detiene “il 30% di tutte le risorse naturali e minerarie necessarie per la transizione energetica del pianeta”.

 Un continente, come ricorda “Federico Rampini” sul Corriere della Sera, particolarmente “giovane, in un mondo che invecchia” (“il 70% della popolazione è costituito da giovani” ha specificato “Hassan Sheikh Mohamud”, presidente della Somalia, intervistato dal direttore di Repubblica “Maurizio Molinari”).

 Inoltre, è importante tenere conto del peso crescente che il continente africano sta assumendo nei consessi internazionali:

non ultima la sua inclusione come membro permanente del G20 tenuto a “Nuova Delhi” lo scorso settembre e l’acquisizione di un ruolo di primo piano nella lotta contro il cambiamento climatico, confermato dalle dichiarazioni fuoriuscite dal Vertice di Nairobi dell’Unione africana (settembre 2023), a cui ha partecipato anche la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen.

 

Questi dati, prosegue Rampini, “contraddicono la narrazione dominante in Italia: che vede l’Africa solo come un epicentro di sciagure, sofferenze, ingiustizie, dilaniata tra Apocalisse climatica e ‘bomba migratoria’”.

Una visione che, però, trova riscontri nell’altissimo livello di conflitti di cui il continente è epicentro, e nei problemi strutturali legati a malnutrizione, povertà, mancanza di infrastrutture.

Questioni particolarmente urgenti per il presente e il futuro, dal momento che la popolazione del continente raddoppierà entro il 2050, e più di un quarto dell’umanità, a quel punto, sarà africana.

 

L’Africa, dunque, è al centro di un forte interesse (a volte predatorio, altre collaborativo) che stimola investimenti da ogni parte del mondo:

 in primis Cina, poi Stati Uniti, India, Arabia saudita, Turchia e anche Unione europea.

 L’Ue, nello specifico, ha inaugurato nel 2021 il “Global Gateway”, progetto di ampio respiro (e finanziamenti: si parla di 300 miliardi di euro di investimenti entro il 2027) per sviluppare nuove infrastrutture – intelligenti, pulite e sicure – nei settori digitale, energetico e dei trasporti e per rafforzare i sistemi sanitari, di istruzione e di ricerca in tutto il mondo.

Un piano che, nei suoi obiettivi, lancia una sfida alla “Via della Seta cinese”.

 

DA “FUTURANETWORK.EU” - AFRICA 2050 TRA EMERGENZA E AMBIZIONE, I POSSIBILI SCENARI DI EVOLUZIONE.

Pechino, sul fronte africano, si è mossa con largo anticipo.

La Cina coltiva da trent’anni rapporti con il continente africano, relazioni che “hanno pagato in termini di influenza”, come sottolinea “Giulia Pompili” sul “Foglio”.

Il ministro degli esteri cinese” Wang Yi “ha concluso proprio a gennaio un viaggio che lo ha condotto in Egitto, Tunisia, Togo e Costa d'Avorio.

Una partnership, quella tra Cina e Africa, che contiene però profonde zone d’ombra.

Secondo una ricerca dell'”Africa center for strategie studies” “lo sforzo della Cina per creare strutture internazionali alternative ha guadagnato terreno.

Fra il 2000 e il 2022, i Paesi africani hanno avuto accesso a 170 miliardi di dollari di prestiti cinesi attraverso una rete sempre più complessa di istituzioni create dalla Cina, come il “Silk road fund” e l'”Asia infrastructure investment fund”.

Questi finanziamenti, accettati di buon grado dai leader africani perché profusi a prescindere dal rispetto dei diritti umani, non hanno fatto sempre bene al continente, attivando pericolose spirali di indebitamento.

“Mentre alcuni Paesi hanno ottenuto risultati positivi dai loro impegni con la Cina”, si legge sempre nel” Rapporto dell’Africa center”, “altri, come Angola, Etiopia e Zambia hanno dovuto far fronte a debiti crescenti”. I

l sistema cinese, molto criticato, tende infatti a “intrappolare” i Paesi destinatari a causa dei debiti contratti e difficilmente restituibili, incrementando così l’influenza geopolitica cinese sulle nazioni africane.

 

Gli Stati Uniti, a lungo in ritardo sullo sviluppo di partnership commerciali con l’Africa, stanno provando a riguadagnare terreno con l’amministrazione Biden: “Antony Blinken”, Segretario di Stato Usa, ha concluso da pochi giorni le sue visite in Nigeria, Capo Verde, Costa d'Avorio e Angola.

In Nigeria, nello specifico, come sottolinea sempre “Pompili,” “Blinken ha promesso più coinvolgimento e una partnership per stabilizzare l'area, una garanzia di sicurezza alternativa a quella dei” mercenari della Wagner russi” soprattutto nell'”area del Sahel” e dopo il progressivo disimpegno francese in Niger, com'era già successo in Mali e Burkina Faso”.

 

È in questo quadro particolarmente complesso che si vorrebbe inserire il Piano Mattei promosso dall’Italia, che potrebbe rafforzare la collaborazione tra Unione europea e Africa.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che l’iniziativa è “lontana da qualsiasi tentazione predatoria”, ma anche “da quell'impostazione caritatevole nell'approccio con l'Africa”.

Il Piano si muove su cinque pilastri – istruzione e formazione, sanità, agricoltura, acqua ed energia – con alcuni “progetti pilota” che vanno dai centri universitari di eccellenza in Marocco alla produzione di biocarburanti in Kenya.

 

Una delle perplessità suscitate dal Piano Mattei riguarda i fondi: 5,5 miliardi di euro, di cui 2,5 miliardi dalla “Cooperazione allo sviluppo” e tre dal “Fondo per il clima”.

Si tratta però di un riutilizzo di fondi già stanziati prima del Piano Mattei, e la scelta del governo Meloni rivela l’assenza di sforzi economici aggiuntivi devoluti al progetto.

La quota del Fondo per il clima, ha commentato “Giampaolo Silvestri di Avsi” (ong impegnata in progetti di cooperazione e sviluppo) sul Corriere della Sera, è particolarmente problematica:

 

Ci sono 4,2 miliardi in cinque anni, gestiti dal ministro dell’Ambiente e dalla Cassa depositi e prestiti con il concorso del Mef e del Maeci.

Meloni vuole destinarne il 70% all’Africa.

 Poiché si tratta di prestiti o garanzie, sono destinati alle imprese, ma in questo momento non ci sono grandi progetti di imprese e quindi c’è molto da lavorare per trovare soggetti in grado di spenderli”.

Poi, aggiunge:

“Sarebbe un peccato non riuscire a utilizzarli:

 il fatto che il “Fondo Italiano per il Clima” sia indicato per ora come maggiore veicolo finanziario del Piano fa sperare che la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, tra le cause principali delle migrazioni (più dei conflitti secondo l’Oim), rappresentino uno dei punti centrali del piano Mattei”.

 

In aggiunta, ricordiamo che il “Fondo per il Clima”, parte di una più ampia strategia Ue, deve rispettare gli orientamenti sugli investimenti designati a livello europeo.

Come ricorda “Luigi Di Marco “nella sua rubrica “Europa e Agenda 2030”, a proposito della dichiarazione congiunta prodotta dal “Vertice Unione europea-Unione africana” di febbraio 2023, gli investimenti devono essere indirizzati

“alle transizioni verde e digitale, specificamente indicando gli impegni assunti con l’accordo di Parigi, inclusi i piani nazionali per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la creazione di posti di lavoro dignitoso e lo sviluppo delle risorse umane, la promozione della salute e dell’educazione con criteri inclusivi e di equità”.

 

 

Vertice Ue-Ua: una visione comune al 2030 per Europa e Africa.

Settimana 14-20/2. Vertice Ue-Ua. Crisi Russia-Ucraina.

 Parlamento: diritti umani nel mondo, aree urbane, giovani e ripresa post-pandemia, energie offshore, relazione della Bce.

Commissione: sicurezza nei sistemi satellitari.

Altra perplessità sul Piano riguarda il mancato coinvolgimento dei Paesi africani nella sua fase di preparazione.

Nonostante il vertice Italia-Africa tenuto a Palazzo Madama (28-29 gennaio) abbia visto la partecipazione di 46 Paesi, con 15 capi di Stato e otto capi di governo dal Continente, oltre alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, la risposta dei leader africani è stata, scrive Alberto Magnani sul Sole 24 Ore, “ambivalente”.

(Flavio Natale - asvis.it).

 

 

 

 

Ucraina, vertice alla Casa Bianca

con Zelensky e i leader Ue, Trump

ottimista: Oggi è un grande giorno

Ildenaro.it – (18 Agosto 2025) – Redazione – ci dice:

“Oggi è un grande giorno, vedremo i risultati”, ha dichiarato Donald Trump aprendo il vertice alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky e i leader dell’Unione europea.

 Il presidente americano ha sottolineato:

 “Non abbiamo mai avuto così tanti leader europei insieme alla Casa Bianca, è un grande onore per l’America”.

Nel pomeriggio (ora locale) Trump ha avuto un bilaterale con Zelensky. Quest’ultimo, arrivato a Washington dopo il vertice in Alaska con Vladimir Putin, ha ribadito:

 “La Russia non deve ottenere alcuna ricompensa per questa guerra.

 La guerra deve finire, e dev’essere Mosca a dire basta”.

 

Sul tavolo la richiesta di Trump a Kiev di rinunciare a Crimea e adesione alla Nato per accelerare un accordo, proposta che Zelensky ha respinto parlando invece di “pace vera e duratura”.

 

Dall’Unione europea, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha rimarcato:

“Sono essenziali decise misure di sicurezza per proteggere l’Ucraina e gli europei”, mentre il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha avvertito:

“La pace non può essere raggiunta senza l’Ucraina.

La nostra proposta di estendere l’articolo 5 Nato a sua protezione resta sul tavolo”.

 

La riunione serale, con Meloni, Macron, Merz, Stubb, Rutte e von der Leyen, punta a consolidare una posizione comune con Washington.

Curiosità di protocollo:

secondo fonti americane la Casa Bianca avrebbe chiesto se Zelensky avrebbe indossato un abito formale, dopo le polemiche sul look militare del presidente ucraino nelle precedenti visite.

 

 

 

 

La Cina fa la sua mossa nel

Grande gioco economico dell’Artico.

 Thewalkingdebt.org - (13/02/2018) – Redazione – Maurizio Sgroi – ci dice:

 

La Cina ha inaugurato il 2018 con una mossa di grande peso geopolitico destinata a riaprire il dibattito sul futuro dell’Artico, il Grande Nord celebrato da poeti e geografi, l’ultimo spicchio di terra rimasto da scoprire, letteralmente. Questa scoperta si sta compiendo da diversi anni, da quando lo scioglimento dei ghiacci sta liberando enormi porzioni di territorio che rendono la terra polare non solo più facilmente navigabile, ma consentono ai mezzi dell’uomo di avventurarsi alla ricerca delle straordinarie risorse naturali che qui sono custodite. Risorse alimentari – grandi banchi di pesce – e soprattutto energetiche, visto che le stime ipotizzano che sotto il ghiaccio sempre più sottile dell’Artico siano custodite enormi cassaforti energetiche di petrolio e gas. Si stima addirittura il 25-30 % del totale delle riserve non ancora sfruttate. Ma non c’è solo questo. Per capire la straordinaria importanza strategica dell’Artico bisogna osservare una mappa o un planisfero e notare come dal vertice del mondo si dipanino straordinari vie di comunicazione che collegano gli Oceani diminuendo vertiginosamente le distanza fra mercati lontanissimi.

 

 

 

Questo scenario sottintende enormi complessità che la geografia simboleggia nel bacio che sembra si scambino l’estrema propaggine statunitense con quella russa, dove si incrociano i due passaggi, quello Nord Occidentale quello Nord Orientale che danno accesso agli oceani. I due giganti della politica separati da un cerchio di ghiaccio, che non solo si sta sciogliendo, ma che custodisce anche enormi tesori. Per molto meno ci sono stati gradi crisi, in passato.

 

Il risiko si è complicato da quando la Cina ha bussato alla porta del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che raggruppa i paesi che confinano col Circolo polare ed è stata annoverata, nel 2013, fra gli osservatori permanenti. Anche l’Italia fa parte dei tredici paesi ammessi a partecipare ai meeting dell’organismo, ma certo con assai meno influenza e peso politico, non potendo contare, a differenza delle Cina, su grandi risorse finanziarie e soprattutto del sostegno indiretto della Russia, alla quale la Cina ha messo a disposizione le sue straordinarie risorse, finanziarie ma anche industriali e commerciali. Un altro pezzetto del puzzle che la Cina sta componendo con orientale pazienza per disegnare il nuovo volto della relazioni internazionali, che segue idealmente a quello della Belt and Road Initiative (BRI), lanciata dai vertici cinesi pochi anni fa, ossia un sistema di collegamenti infrastrutturali capaci di saldare l’Eurasia all’Africa. Un disegno ambiziosissimo che nella visione cinese include circa 60 paesi. Ne riparleremo.

 

Adesso anche il Circolo Polare sembra entrato di diritto nella partita globale giocata da Pechino. Alla fine di gennaio, infatti, il governo cinese ha pubblicato un libro bianco sulla “Polar silk road”, che passa dall’Artico che ha avuto moltissima evidenza all’estero (e quasi nulla in Italia) dove si delinea la visione del governo cinese sul futuro di questa nuova via della seta, che potenzialmente potrebbe rivoluzionare le rotte commerciali con ricadute notevolissime sugli scambi internazionali e sulla logistica portuale. Questione che dovrebbe interessare vivamente paesi come il nostro che sull’export di merci ha fondato la sua ripresa economica. Basterà solo un esempio a far comprendere i risvolti economici potenziali. Attraverso le attuali rotte commerciali servono nove-dieci giorni per trasportare merci dalla Cina all’Europa passando dal Mar meridionale della Cina, l’Oceano Indiano e il Canale di Suez. Al contrario la Polar silk road immaginata dai cinesi potrebbe collegare l’Asia all’Europa attraverso le rotte costiere della Russia in maniera assai più rapida e soprattutto attraversando un’area politicamente più stabile e meno esposta alla pirateria, pure se con la complicazione che le rotte artiche sono utilizzabili solo utilizzabili solo nei mesi estivi.

 

Al momento le due rotte principali sono il passaggio Nordoccidentale e quello Nordorientale (Northwest Passage, NWP e Northeast Passage, NEP), e ce n’è un terzo la Transpolar Sea Route, che passa proprio in mezzo ai due passaggi fondamentali, che può essere utilizzata solo da pesanti navi rompighiaccio. In generale l’Artico soffre di un grande deficit infrastrutturale. Ed è per questo che nel suo libro bianco la Cina ha invitato le aziende a investire nella regione, cosa che peraltro è  già avvenuto anche se tramite le compagnie sovietiche. Lo vedremo più avanti. Per il momento accontentiamoci di rilevare che l’approccio cinese alla questione artica è assolutamente morbido, ma non per questo meno invasivo. La Cina vuole essere cooperativa e rispettosa delle complessità non solo geopolitiche ma anche ambientali sottintese nella “storica opportunità dello sviluppo dell’Artico”, come spiega il documento. Nel lungo paper, che illustra l’approccio politico cinese, il paese sottolinea più volte di voler essere rispettoso dell’ambiente, di voler promuovere la pace e la stabilità nell’area, di voler utilizzare le risorse artiche nel rispetto delle leggi internazionali e in maniera razionale e di voler contribuire ad approfondire l’esplorazione e la comprensione dell’Artico. Una dimostrazione di buone intenzioni che fa il paio con i tanti segnali che la Cina ha lanciato alla comunità internazionale per accreditarsi quale partner affidabile e di peso assimilabile, se non uguale, a quello degli Usa, dai quali arrivano messaggi che lasciano pensare a una crescente voglia di disimpegnarsi delle complessità della global governance, ammesso che ciò sia possibile.

Per arrivare a questo punto la Cina ha tessuto un paziente disegno di relazioni, costruendola su quella principale con la Russia, probabilmente la più importante nella partita artica. E questa storia merita un approfondimento a parte.

(…inizio.)

 

 

 

Russia e Cina alla conquista dell’artico.

(Thewalkingdebt.org – (20 – 02 – 2018) -Redazione – Maurizio Sgroi – ci dice: (finale…)

La collaborazione fra Russia e Cina nella partita dell’Artico è solo l’ennesima corrispondenza d’amorosi sensi fra i due paesi che sta sollevando crescenti preoccupazioni dall’altra parte dell’Artico e che ormai procede da un trentennio su vari fronti, a cominciare ovviamente da quello nel settore militare. Una partita complessa, nella quale la variabile relativamente recente dell’alleanza sino-russa si inserisce in quella del controllo strategico di una regione  – l’Oceano Artico – che formalmente ricade sotto la giurisdizione dell’United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), ma sul quale, in pratica, si affaccia una parte importante della costa russa. Ciò conferisce di fatto un vantaggio territoriale, se non una supremazia, che fa della Russia il protagonista più attivo del Grande Risiko del Nord.

 

Non è certo un caso che proprio sotto la legislazione russa si stia articolando un’altra importante strada di collegamento, la Northern Sea Route (NSR) che collega via mare il Mare di Kara all’Oceano Pacifico. In questo modo la Russia consoliderà il suo vantaggio strategico sull’area, ricevendo enormi benefici di tipo economico e commerciale, riducendo notevolmente le percorrenza fra l’Europa e Cina e i costi di trasporto fra il 30 e il 40%. Proprio questa caratteristica ha sollevato l’attenzione della Cina che ha evidentemente tutto l’interesse a usare vie di collegamento più efficienti per incrementare i suoi traffici fra Europa e Usa. La Russia dal canto suo ha tutto l’interesse a consolidare i rapporti con i cinesi.

 

Le cronache riportano di un incontro, avvenuto il 29 marzo 2017, fra pezzi grossi del governo cinese e delle grandi compagnie private del paese con i loro omologhi russi in una cittadina russa che affaccia sulla costa artica, di recente divenuta navigabile per tutto l’anno grazie ai progressi compiuti dalla tecnologia russa per spaccare il ghiaccio. L’incontro è servito a fare il punto sull’approfondimento del link fra i due paesi nella regione, che promette di essere promettente per entrambi.

 

Queste connessioni sono bene illustrate in diversi articoli pubblicati dal Sipri che punta sulla variabile energetica – le riserve stimate di gas e petrolio custodite nell’Artico – per illustrare come la collaborazione sino-russa possa rivelarsi particolarmente vantaggiosa per entrambi i paesi in questa particolare declinazione dell’economia. La Russia ha tradizionalmente sviluppato le sue relazioni nel settore energetico con l’Europa, da sempre suo mercato di riferimento. Ma ormai da diverso tempo l’Asia – e quindi la Cina – viene sempre più considerata come un partner strategico più interessante sia sul versante della collaborazione tecnica e come investitore, che su quello del mercato. Dai cinesi i russi possono trarre partnership e mercati di sbocco. In tal senso l’Artico, sul quale la Russia investe da un decennio in termini militari e infrastrutturali è un interessante laboratorio. Anche la Cina infatti, da almeno un decennio, ha iniziato a puntare l’Artico, e ciò ha consentito di sviluppare relazioni con la Russia, pure se molti osservatori notano come le prospettive di collaborazioni ancora più ampie siano limitate. E tuttavia, essere presente sulle rotte artiche coincide con l’affermazione della presenza cinese in aree dove finora la Cina non ha avuto influenza, un po’ come è successo con l’Africa.

 

A fronte di queste premesse, sia la Russia che la Cina devono tenere conto di complessità circostanziali che rischiano di diventare sostanziali nel processo di sviluppo dell’economia dell’Artico. La Russia, ad esempio, è stata costretta dagli andamenti del mercato energetico a limitare gli sviluppi di esplorazioni nella penisola di Yamal, una propaggine nordica della Siberia nord-occidentale perché già in eccesso di produzione a causa delle tensioni con l’Ue, che sta cercando sempre più di diversificare le fonti di approvvigionamento, e con l’Ucraina, la terza grande consumatrice di gas russo, e soprattutto a causa dello sviluppo dello shale oil. Con i prezzi attuali, in sostanza, investire sull’Artico è poco profittevole e gli esperti calcolano che così continuerà ad essere finché il petrolio quoterà sotto i 100 dollari al barile.

 

Oltre a questa difficoltà puramente economica ce n’è anche un’altra di tipo operativo. Le sanzioni decise dall’Ue e dagli Usa dopo l’annessione russa della Crimea hanno tagliato fuori Mosca dai trasferimenti di macchinari ed equipaggiamenti di ultima generazione. In sostanza la Russia sta subendo un embargo anche tecnologico che rischia di danneggiare il suo settore energetico. Il bando subito dalla Russia include anche le esplorazioni delle riserve di shale oil che si pensa siano custodite nell’Artico. Tutto ciò ha costretto le compagnie petrolifere occidentali, come Exxon Mobile o Statoil, a sospendere la collaborazione con le colleghe russe, il che, aggiungendosi alla messa al bando finanziario ha lasciato le compagnie russe in debito non solo di tecnologia ma anche di risorse per setacciare il Polo Nord. Ed è in questo scenario che la Cina ha trovato ampi margini di penetrazione.

 

La Cina ha chiaro che la Russia, semplicemente per la sua posizione geografica, è uno dei grandi player del Grande Gioco Artico e quindi ha tutto l’interesse a serrare le relazioni con Mosca se vuole espandere la sua influenza nella regione. E ha tutte le ragioni per farlo. La sua fame di energia, malgrado il calo di consumi registrato dopo l’esplodere della crisi, rimane elevatissima e le sue compagnie pubbliche (state-owned enterprises) sono alla costante ricerca di nuovi territori ad alto contenuto energetico. E poi, come abbiamo detto, c’è la vicenda commerciale. Per un paese che vive di commerci internazionali come la Cina, ogni nuova via di collegamento rappresenta un business potenziale che non può essere sottovalutato, e lo scioglimento dei ghiacci, da questo punto di vista, rappresenta una straordinaria opportunità. La Cina ha tutto l’interesse a costruire le sue nuove via di collegamento globali – pensate alla visione della Belt and road initiative – e l’Artico potrebbe essere una di queste.

 

Se risultano chiari i vantaggi teorici reciproci fra Russia e Cina, rimane da vedere quali passi siano stati fatti. Le cronache riportano di un incontro fra la compagnia petrolifera russa Rosneft e la China national petroleum corporation (CNPC) avvenuto fra febbraio e marzo del 2013 proprio per discutere, all’interno di un round di negoziazioni dedicato proprio alle questioni petrolifere, di possibili cooperazioni per piattaforme petrolifere nei mari artici. In alcune zone si stimavano giacimenti capaci di pompare dai 3,9 ai 5,5 milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Nel 2014 il boss della Rosneft Igor Sechin confermò l’impegno a lavorare con i cinesi, essendo persino disposti a concedere loro quota proprietarie del progetto. L’intenzione è stata ribadita anche nel 2015 dal vice ministro dell’energia russo, ma ancora non se ne è fatto nulla. Gli analisti ipotizzano che ci sia ancora una certa riluttanza dei cinesi, che forse chiedono condizioni più vantaggiose o ruolo di gestione dei progetti artici. Però il dialogo è aperto. E uno dei campi dove molti ipotizzano si potrebbe sviluppare, aldilà di quello finanziario, è proprio quello tecnologico. Le sanzioni contro la Russia, che hanno privato il paese dell’accesso a molte nuove tecnologie, hanno lasciato il campo aperto alla Cina che infatti ha infittito la sua collaborazione con Mosca. Nel settembre del 2015, ad esempio, la China Oilfield service limited (COSL) ha siglato un accordo con la Rosneft e la norvegese Statoil per realizzare due pozzi di esplorazione sul mare di Okhotsk, che ha condizioni tecniche simile a quelle della zona artica, e che ha inaugurato una collaborazione a tre che potrebbe trovare nell’Artico il luogo migliore dove esercitarsi.

 

Sul versante dei progetti petroliferi onshore – visto che quello offshore è ancora poco battuto – si segnala la visita del capo della Novatek, azienda russa attiva nella produzione di gas, del 2013 in Cina per discutere progetti di collaborazione nella penisola artica di Yamal. A settembre di quell’anno fu siglato un contratto fra i russi e la CNPC che prevede la fornitura di tre tonnellate di gas liquido l’anno alla Cina, pari al 18% della capacità dell’impianto, che è stato approvato dal governo russo a gennaio del 2014. dopo la crisi ucraina, che ha messo in crisi la Novatek – l’Ucraina era uno dei maggiori consumatori di gas russo – a settembre 2015 la Novatek ha venduto a un fondo sovrano cinese, il fondo sovrano per la via della seta il 9,9% della quota della Yamal liquefied natural gas (LNG), società che gestisce il progetto sulla penisola, per oltre un miliardo di euro ricevendo inoltre un prestito da 730 milioni per 15 anni per finanziare il progetto di esplorazione. Per la cronaca gli altri azionisti sono, oltre alla Novatek (50,1%) la cinese CNPC (20%) e la Total francese (20%). L’accordo ha conosciuto una ulteriore evoluzione l’aprile 2016 quando la Yamal LNG ha siglato un accordo con la Export-Import Bank of China e la China Development Bank per facilitazioni creditizie per 15 anni per un ammontare totale di 9,3 miliardi di euro per finanziare il progetto. Non bisogna farsi ingannare da tanto attivismo però: le negoziazioni sono state complesse e più volte ritardate, segno che la partnership è ancora tutta da costruire. Epperò è stata avviata e i cinesi ne hanno ricevuto già grandi benefici, visto che l’80% dei macchinari necessari per il progetto Yamal verrà realizzato in cantieri cinesi.

 

Il caso di Yamal finora è rimasto isolato. La cooperazione sino-russa, che ha tutte le caratteristiche per diventare strategica, finora non ha compiuto ulteriori progressi nell’Artico. I Russi sono ancora combattuti fra i loro bisogni – di soldi e tecnologie cinese – e il timore di cedere influenza ai cinesi. Questi ultimi, sempre più consci della loro forza, non sono disposti a concedere nulla che non serva a confermarla. Ma è chiaro che si tratta di contrasti tattici. La strategia gioca a favore di un accordo sistemico anche quando gli interessi sono portati a divergere. Il caso della competizione per la fornitura di tecnologie nucleari – si pensi alla gara internazionale lanciata dall’Arabia Saudita per installare reattori a uso civile che vede Russia e Cina in concorrenza con le compagnie Usa, francesi e sudcoreane – lascia capire che i fronti di frizione ci saranno sempre. Ma per quanto russi e cinesi possano non piacersi, il grosso della partita dell’Artico vede un terzo incomodo assai ingombrante che sull’Artico si affaccia: gli Usa. Nel confronto generale per l’egemonia che sembra inaugurare questo inizio di secolo, malamente dissimulato da un multipolarismo di facciata, la partita dell’Artico sarà un ottimo pretesto per chiarire la reale consistenza delle linee di forza che governano il pianeta. Come sempre, l’economia è solo un pretesto. La storia la scrivono i politici. A volte i generali.

(2/fine).

 

 

 

Il dilemma del sistema monetario:

fra dominanza del dollaro e multipolarità.

Thewalkingdebt.org – (12-08 -2025) – Redazione – ci dice:

Ciò che scopriremo negli anni a venire è se il nostro sia un tempo di transizione verso un nuovo ordine o, al contrario, l’epoca nella quale il vecchio ordine userà le maniere forti per “congelare” lo status quo, pure a rischio di chiudere l’economia in una gabbia di ferro e magari di fuoco.

 

Il fenomeno Trump, con gli Usa che sembrano entrati nel loro peggiore sogno distopico.

 L’Europa che barcolla ma (finora) non molla, senza però che dia un reale segnale di vitalità.

 E la Cina, che è diventata troppo grande per non partecipare al gioco. Nulla di tutto questo si comprende se non si prova a guardare il quado generale.

 

Si può farlo in tanti modi.

 Qui ci proviamo servendoci di un capitolo dell’”external report” pubblicato di recente dal “Fmi”, che ragiona sul futuro del “sistema monetario internazionale” partendo dallo status quo – una evidente dominanza del dollaro – ricordando il passato (quando si consumò la transizione dalla sterlina al dollaro) e interrogandosi sul futuro, che, se ci pensate è un modo obliquo di raccontare il presente.

 

Partiamo dall’attualità.

 Un grafico fotografa il peso specifico delle principali aree economiche del globo confrontato con quello del peso specifico delle rispettive valute.

 Pure senza esser fini economisti, si capisce perfettamente quanto il dollaro sia predominante.

 Anche nelle valute di fatturazione, dove lo yuan cinese avrebbe qualche ragione di affermarsi come concorrenziale, visto l’ampio circuito di scambi nella quale la Cina è inserita, la valuta di Pechino esprime molto poco del suo potenziale.

 Esattamente come l’euro, che sta addirittura sotto lo yuan in questo segmento, e trova una qualche ragione di consolazione nel mercato dei bond internazionali, dove probabilmente anche grazie all’”attivazione del fondo PNRR” ha aumentato il volume delle sue emissioni.

 

Questo ci conduce al secondo punto, che trovate riepilogato in un altro grafico.

La forza del dollaro la si comprende osservando la profondità dei suoi mercati.

Quello dei bond governativi ormai sfiora i 35 trilioni.

Significa che ci sono 35 trilioni di ricchezza che è disposta a denominarsi in dollari – un notevole indicatore della fiducia globale – ma non solo. Significa che si ha a disposizione una marea di dollari dove gli investitori, un po’ come Paperon de Paperoni, possono nuotare senza tema di rimanere a secco o di non trovare acquirenti per i loro bond Usa qualora se ne vogliano disfare.

È quello che si dice un mercato liquido e profondo.

 

Se guardate alle altre valute, noterete subito che malgrado i progressi di euro e yuan, praticamente non c’è partita.

 E questo vale anche per l’equity.

Se guardiamo alla somma del valore di mercato di bond e azioni, abbiamo un mercato statunitense che vale 120 trilioni di dollari, il triplo di quello dove arrivano Cina ed Europa ognuna per conto suo.

 Questa capitalizzazione non cresce per miracolo.

Ma perché chi ha soldi da investire giudica conveniente farlo negli Usa. E questo malgrado tutto.

 

Questa situazione di partenza sembra immodificabile. Ma sembrava così anche agli inizi del secolo scorso, quando al posto del dollaro c’era la sterlina.

 

Notate che il peso specifico dell’economia britannica su quello globale era declinante già dall’inizio del ‘900, senza che ciò impedisse alla valuta di Londra di primeggiare sui mercati finanziari.

La transizione vera e propria si è consumata negli anni ’40, alla fine della guerra.

Il declino della sterlina è rapido e costante, proprio come l’ascesa del dollaro e coincide con l’entrata in vigore del sistema di Bretton Woods.

 

Ricordo ai non appassionati che quel sistema prevedeva robusti controlli sui flussi di capitale, che furono rapidamente elusi con la creazione del mercato dell’eurodollaro, ossia depositi in dollari di banche americane in Europa, favoriti da linee di swap concesse dalla Fed e con la collaborazione della Bis di Basilea.

Fu uno di quei casi in cui la ragione dei banchieri, che devono far girare i soldi, si fece beffe di quella della politica, che credeva fosse saggio controllare i flussi di capitale, e solo molti anni dopo inizierà a liberalizzare i flussi di capitale.

 

Ciò per dire che i cambi di scenari, nel sistema monetario internazionale, sono quasi sempre frutto di shock, e che comunque si trova sempre il modo di far girare i soldi.

 

Quanto al futuro, il dilemma si presenta con molta chiarezza, e questo lo rende ancora più sfidante.

Da una parte il mantenimento dello status quo, che potrebbe passare anche per l’utilizzo di “stablecoin” agganciate al dollaro, come già si può intuire da certe manovre che si osservano negli Usa con il beneplacito dell’amministrazione in carica.

 Oppure un sistema multipolare, dove finalmente altre valute si candidano a interpretare il ruolo di safe asset, ossia di paradiso degli investitori che non sanno dove mettere i soldi.

 

Ogni corno del dilemma porta con sé rischi e opportunità.

Avere una dominanza rende il tutto più prevedibile, cosa che agli investitori piace molto.

Ma espone al rischio dei capricci del dominatore, come stiamo scoprendo in questi mesi convulsi.

Avere tante opportunità dà maggiore libertà, ma incorpora più rischi e provoca volatilità.

Se qualcuno ricorda cos’era il mercato valutario europeo prima dell’euro capirà bene cosa intendiamo qui.

 

Quindi che fare?

L’ipotesi di multipolarità è legata ad eventi a dir poco improbabili, come la formazione di un mercato unico dei capitali e di un’unione bancaria in Europa e la convertibilità dello yuan in Cina.

Improbabili ma possibili.

Mentre è assai più probabile che l’attuale dominanza Usa si mantenga ancora a lungo.

Rimane solo da osservare con attenzione, senza fare troppi progetti. Anche perché la storia spesso se ne infischia dei nostri propositi.

E forse è meglio così.

 

Vertice per l’Ucraina, entro

15 giorni possibile trilaterale

Zelensky-Trump-Putin.

Ildenaro.it – (18 Agosto 2025) – Redazione – ci dice:

Il vertice di Washington si chiude con un annuncio che potrebbe segnare una svolta nella guerra in Ucraina:

entro due settimane potrebbe tenersi un incontro trilaterale tra Volodymyr Zelensky, Donald Trump e Vladimir Putin.

L’ipotesi, confermata dal presidente statunitense, mira a preparare un tavolo di negoziato che potrebbe avvenire prima del 22 agosto.

Trump: “Putin vuole un accordo.”

L’ex presidente e di nuovo leader della Casa Bianca ha parlato di una “vera opportunità di pace”, sostenendo che lo stesso Putin sarebbe pronto a discutere una via d’uscita dal conflitto.

Trump ha però chiarito i limiti della posizione americana:

no all’ingresso dell’Ucraina nella NATO e nessuna prospettiva di restituzione della Crimea, annessa da Mosca nel 2014.

Sul piano militare, Trump ha ipotizzato un sistema di garanzie di sicurezza “NATO-like”, un meccanismo che coinvolgerebbe Stati Uniti ed Europa senza l’invio diretto di truppe americane.

 

Zelensky: “Pronti alla trilaterale, ma senza compromessi sui confini.”

Il presidente ucraino si è detto disponibile a partecipare ai colloqui a tre, ma ha ribadito i suoi paletti:

 nessuna cessione di territori, un cessate il fuoco immediato e garanzie di sicurezza verificabili.

Zelensky ha ricordato come ogni compromesso territoriale del passato – dalla Crimea al Donbas – abbia solo aperto la strada a nuove aggressioni.

“Serve una pace duratura, non temporanea”, ha dichiarato a Washington, avvertendo che Kiev non accetterà soluzioni che mettano a rischio la sovranità nazionale.

 

L’Europa tra sostegno e cautela.

I leader europei, presenti nella capitale americana, hanno espresso sostegno all’iniziativa, cercando di bilanciare l’apertura di Trump verso Putin con la tutela degli interessi ucraini.

 

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione UE, ha ribadito che “i confini non possono essere modificati con la forza” e che l’Ucraina deve trasformarsi in “un riccio d’acciaio”, grazie a garanzie collettive di sicurezza.

 

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiesto un cessate il fuoco immediato, da mettere sul tavolo già al prossimo incontro trilaterale.

Il premier britannico Keir Starmer ha promesso il sostegno di Londra, lasciando aperta persino la possibilità di un contributo militare europeo come forza di garanzia.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron ha accolto con favore i segnali americani, ma ha sottolineato che ogni accordo dovrà avere il pieno consenso di Kiev.

 

Prossimi passi.

La diplomazia internazionale si prepara dunque a un momento decisivo.

Se l’incontro a tre venisse confermato entro i prossimi 7-15 giorni, si aprirebbe il primo vero spiraglio di trattativa diretta dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022.

 

Resta da capire se Putin accetterà di sedersi al tavolo e a quali condizioni.

Per ora, Mosca insiste sul riconoscimento dei territori occupati come parte integrante della Russia.

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