Potere di influenza reale.

 

Potere di influenza reale.

 

 

Zelensky RIFIUTA il piano di pace di

Trump e insiste sul fatto che l'Ucraina

non cederà territorio alla Russia.

Naturalnews.com – (13/08/2025) - Kevin Hughes – ci dice:

 

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rifiuta fermamente qualsiasi accordo di pace che preveda la cessione di territori alla Russia, sottolineando i confini costituzionali e la sovranità dell'Ucraina. Definisce le imposizioni esterne come "contrarie alla pace".

Un inviato di Trump ha proposto uno scambio territoriale come compromesso, ma Zelensky ha respinto categoricamente l'idea, sostenendo che gli accordi che escludono la partecipazione dell'Ucraina sono illegittimi e insostenibili.

 

L'incontro previsto per il 15 agosto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin solleva preoccupazioni, con Zelensky che avverte che decisioni unilaterali rischiano di minare gli sforzi di pace.

Insiste sulla necessità che l'Ucraina sia direttamente coinvolta nei negoziati.

 

Leader come Macron e Starmer sottolineano l'importanza dell'inclusione dell'Ucraina nei colloqui di pace, allineandosi all'appello di Zelensky per una "pace reale e viva" che rispetti la sovranità e la dignità ucraina.

 

Nonostante la violenza in corso, che ha causato anche vittime civili, Zelensky rimane fermo nella sua posizione, chiedendo alla Russia di porre fine alla guerra che ha iniziato e sostenendo un vertice a tre per promuovere un dialogo significativo.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fermamente respinto qualsiasi accordo di pace che preveda la cessione del territorio ucraino alla Russia , nonostante le crescenti pressioni del presidente statunitense Donald Trump e l'incombente minaccia di un vertice Putin-Trump volto a risolvere il conflitto.

In una serie di dichiarazioni pubbliche rilasciate nel fine settimana, Zelensky ha ribadito la sua ferma posizione sull'integrità territoriale, sottolineando che i confini dell'Ucraina sono definiti dalla sua Costituzione e che "nessuno può o vuole" fare concessioni su questo tema.

 "Gli ucraini non cederanno la loro terra agli occupanti", ha dichiarato nel suo consueto videomessaggio di sabato 9 agosto.

 

Secondo quanto riferito, l'inviato speciale di Trump, “Steve Witkoff”, ha compiuto significativi progressi a Mosca questa settimana verso un compromesso che include "alcuni scambi di territori a vantaggio di entrambe le parti".

Tuttavia, Zelensky ha respinto categoricamente la proposta, affermando che qualsiasi accordo raggiunto senza il coinvolgimento dell'Ucraina sarebbe "una decisione contro la pace" e "non funzionerebbe mai".

 

I commenti del leader ucraino sono arrivati poche ore dopo l'annuncio da parte della Casa Bianca di un vertice tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin , previsto per il 15 agosto in Alaska.

Trump ha spinto per uno scambio di territori come possibile concessione per porre fine alla guerra che dura da oltre tre anni, ma Zelensky ha sostenuto che una tale mossa non farebbe altro che minare le speranze di una de-escalation.

(Correlato: Stati Uniti e Russia cercano la pace in Ucraina, lasciando Zelensky nel panico per i potenziali tagli agli aiuti.)

 

Zelensky ha sottolineato che gli ucraini rispetteranno solo una "pace reale e viva", non una pace imposta da forze esterne.

"Qualsiasi decisione presa contro di noi e senza di noi sarebbe una decisione contro la pace", ha avvertito.

 Il presidente ucraino ha costantemente sostenuto che la pace non può essere raggiunta senza la partecipazione diretta di Kiev ai negoziati.

 

All'inizio di quest'anno, Zelensky aveva accennato alla possibilità di scambiare porzioni dell'Ucraina con una piccola porzione di territorio russo, comprese parti dell'Oblast' di Kursk.

Tuttavia, questo era avvenuto prima dell'accaparramento di territori da parte della Russia a fine maggio, che ha portato alla conquista di quattro città di confine ucraine.

Il mutamento delle circostanze ha consolidato la posizione di Zelensky contro le concessioni territoriali.

 

Reazioni internazionali e la strada da seguire.

La comunità internazionale ha ampiamente accolto l'appello di Zelensky per l'inclusione dell'Ucraina nei colloqui di pace.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha sottolineato che "il futuro dell'Ucraina non può essere deciso senza gli ucraini", mentre il primo ministro britannico “Keir Starmer” ha esortato gli alleati di Zelensky a compiere "passi chiari" verso il raggiungimento di una pace sostenibile.

 

Nonostante gli sforzi diplomatici, la situazione sul campo rimane tesa. I combattimenti continuano a infuriare, con vittime da entrambe le parti. Sabato, un autobus che trasportava civili è stato colpito nella città di Kherson, in Ucraina, sulla linea del fronte, uccidendo due persone e ferendone 16.

 L'esercito russo ha affermato di aver preso il controllo di un altro villaggio nella regione di Donetsk, una delle cinque regioni che Putin rivendica come parte della Russia.

La determinazione di Zelensky nel proteggere l'integrità territoriale dell'Ucraina è incrollabile.

Ha esortato i suoi alleati a sostenere una "pace dignitosa" e ha chiesto alla Russia di porre fine alla guerra da lei stessa scatenata.

Il presidente ucraino ha anche sottolineato la necessità di un vertice a tre, insistendo sul fatto che incontrare Putin è l'unico modo per progredire verso la pace.

Mentre il mondo osserva l'imminente vertice Putin-Trump, il messaggio di Zelensky è chiaro:

qualsiasi accordo di pace che non includa il contributo dell'Ucraina e ne rispetti l'integrità territoriale è destinato a fallire.

 La posta in gioco è alta e il cammino verso la pace resta irto di sfide, ma la determinazione di Zelensky rimane salda.

(Brighteon.com) -

(Chaos.news - per altre notizie sul conflitto Russia-Ucraina).

 

 

 

 

L’influenza della Russia nel vicinato:

tra minacce di erosione e adattamento

alle nuove sfide.

Ispionline.it – (3- 03 – 2025) – Filippo Costa Buranelli – Aldo Ferrari – Carlo Frappi – Carolina de Stefano – Redazione – ci dice:

 

Approfondimento.

Pubblicazioni per il Parlamento e il... Russia, Caucaso e Asia centrale.

 

L’approfondimento si inserisce nel dibattito internazionale che si è sviluppato attorno alla presunta perdita d’influenza russa nel proprio immediato vicinato, dibattito riaccesosi di recente a seguito delle crisi politiche scoppiate nella seconda metà del 2020 in Bielorussia, Kirghizistan e Armenia.

Vengono esaminate dunque le politiche di Mosca nel proprio vicinato muovendo dai suoi due obiettivi di lungo periodo: mantenere un ruolo egemonico nello spazio post-sovietico e promuovere la costituzione di un nuovo equilibrio multipolare dello scenario politico internazionale.

 

Dopo un’introduzione curata da “Aldo Ferrari”, l’approfondimento declina le politiche di vicinato di Mosca nella fase successiva alla crisi ucraina attraverso tre capitoli, dedicati al Caucaso meridionale (di Carlo Frappi), alla Bielorussia (di Carolina de Stefano) e all’Asia centrale (di Filippo Costa Buranelli).

 

Il capitolo dedicato al Caucaso meridionale mette in evidenza come, a fronte di un mutevole contesto regionale, la Russia abbia efficacemente rilanciato e approfondito la propria primazia, dimostrando elevata capacità di adattamento alle sfide provenienti dall’area.

Fondata sull’assertiva conservazione dello status quo regionale, la presa di Mosca sulla politica regionale si evince dall’analisi della cooperazione tanto in materia di sicurezza quanto in campo economico, in un contesto segnato dal ridimensionamento dell’influenza e della credibilità degli attori euro-atlantici.

 

Il secondo capitolo si concentra sulle altalenanti relazioni tra Bielorussia e Russia alla luce della recente crisi politica bielorussa.

Si evidenzia come qualora il presidente bielorusso “Aleksandr Lukashenko “dovesse ristabilire il controllo sul paese, sarebbe possibile prevedere un riavvicinamento alla Russia e un congelamento delle relazioni con l’Unione europea.

Al contrario, la vittoria di forze politiche rappresentative delle manifestazioni di piazza determinerebbe una drastica perdita d’influenza nel paese di Mosca, cui sembra mancare una strategia credibile di lungo termine per tenere in vita i legami storici, culturali e linguistici con la Bielorussia.

 

Il terzo capitolo illustra, infine, le relazioni politiche, economiche e culturali tra Russia e le cinque repubbliche dell’Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan).

 In ciascuna delle tre aree esaminate, l’analisi dimostra come sia inappropriato parlare di una Russia in declino, così come al tempo stesso sia fuorviante e riduttivo guardare a Mosca come l’unico egemone incontrastato nella regione.

 

 La politica estera russa in crisi? Mosca e le crisi di Bielorussia, Kirghizistan e Armenia.

(Aldo Ferrari).

 

Nei mesi scorsi molti, soprattutto in Occidente, hanno avuto l’impressione che dopo l’assertività dimostrata in Georgia nel 2008, in Ucraina nel 2014, in Siria nel 2015 e quindi in Libia la Russia sia entrata in una fase d’incertezza, se non di crisi, sulla scena internazionale.

 Le crisi politiche che hanno coinvolto nella seconda metà del 2020 Bielorussia, Kirghizistan e Armenia sono state viste come un segnale dell’indebolimento sostanziale di Mosca nello spazio post-sovietico e più in generale sullo scenario internazionale.

Tanto più che negli ultimi decenni questi tre paesi sono stati – insieme al Kazakhstan – i più vicini a Mosca, essendo membri tanto dell’alleanza militare a guida russa (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, CSTO) quanto dell’Unione economica eurasiatica, che costituisce il principale tentativo russo di reintegrazione delle repubbliche post-sovietiche.

 

Ma questa percezione di una crisi della politica estera russa è davvero corretta? Per rispondere è necessario partire dalla consapevolezza che in politica estera Mosca persegue da decenni due obiettivi principali.

 Il primo è costituito dalla volontà, affermata già negli anni Novanta dello scorso secolo, di mantenere un ruolo fondamentale nello spazio post-sovietico, il cosiddetto “estero vicino”, in particolare tentando di evitare l’ingresso della NATO al suo interno.

Il secondo obiettivo è stato dapprima indicato da “Evgenij Maksimovič Primakov” e poi almeno in parte realizzato da Vladimir Putin:

si tratta della costituzione di un nuovo equilibrio multipolare dello scenario politico internazionale, che rifiuta quindi l’unipolarismo statunitense e più in generale la pretesa occidentale a un primato non solo politico, economico e militare, ma anche nella sfera dei valori.

 

Per quanto ambizioso, probabilmente il secondo di tali obbiettivi appare più raggiungibile del primo, ma questo soprattutto perché – assai più dell’assertività geopolitica della Russia putiniana – è stata la crescita impressionante della Cina ad imporre di fatto il multipolarismo nello scenario internazionale, che tende ormai a costituirsi come post-occidentale.

 

Nello spazio post-sovietico, invece, la Russia non è più riuscita a recuperare il terreno perduto negli anni Novanta dello scorso secolo.

I paesi baltici sono usciti rapidamente e con sostanziale successo dall’orbita russa, entrando non solo in Europa ma anche nella NATO.

La Georgia si è posta su questa stessa via, anche se con minori risultati e pagando anzi un prezzo elevato, in primo luogo in termini territoriali.

Ucraina e Moldavia hanno seguito un percorso complesso e altalenante, tanto nella sfera della politica interna quanto in quella estera, in particolare per quel che riguarda il rapporto con la Russia, ma negli ultimi anni se ne sono sostanzialmente allontanate, per ora soprattutto la prima;

Azerbaigian e Turkmenistan si sono consolidati su regimi fondati sulle ricchezze energetiche, senza avvicinarsi all’Occidente, ma senza neppure divenire dipendenti da Mosca.

Anche i paesi che hanno invece seguito la Russia in tutte le sue iniziative politiche, economiche e di sicurezza – Kazakhstan, Bielorussia, Kirghizistan e Armenia – hanno in realtà condotto in molti ambiti delle politiche ampiamente autonome da Mosca nella cosiddetta ottica multivettoriale.

E, come si è detto, tre di questi paesi stanno attraversando crisi che potrebbero determinare un cambiamento dei loro rapporti con Mosca.

 

La crisi più grave è quella che riguarda la “Bielorussia”, sinora un partner fondamentale nella sfera politica quanto in quella economica, anche se in realtà – come sanno bene gli specialisti – molto meno allineato con Mosca di quanto si creda comunemente.

 Se l’esito ultimo dell’evoluzione politica della Bielorussia fosse non tanto l’allontanamento dal potere di Lukashenko quanto l’affermazione a Minsk di una dirigenza orientata in senso filo-occidentale, il colpo per la Russia sarebbe indubbiamente molto serio.

Dopo le repubbliche baltiche e l’Ucraina, con la Moldavia che dopo le recenti elezioni presidenziali sembra aver anch’essa ripreso la via dell’avvicinamento all’Europa dopo la parentesi rappresentata dalla presidenza” Dodò”, una svolta di questo genere anche in Bielorussia completerebbe l’allontanamento dalla Russia di tutta la parte occidentale degli antichi territori dell’impero zarista e dell’URSS. Sarebbe senza dubbio uno scacco di portata notevole per Mosca, che d’altra parte non sembra strutturalmente capace di rapportarsi realmente con l’opposizione bielorussa né di approvare lo scenario di un cambiamento politico che parta dalle piazze.

Sappiamo bene quanto questo “scenario armeno” sia avversato dal presidente Putin, la cui gestione della crisi politica a Minsk rischia di veder crescere tra la popolazione bielorussa, in particolare tra i giovani, un’ostilità nei confronti di Mosca sinora quasi inesistente.

Il Cremlino scommette sul fatto che Lukashenko, indebolito, sarà costretto a riavvicinarsi a Mosca, oppure a passare la mano a una nuova leadership che non potrà prescindere dalla Russia, visti i fortissimi legami storici, culturali ed economici.

 Una scommessa che ha molte probabilità di rivelarsi vincente, ma che al tempo stesso non può prescindere dalla valutazione dei rischi che comporterebbe l’opposizione frontale a un’eventuale evoluzione differente e meno favorevole per la Russia.

 È molto probabile, in effetti, che il Cremlino voglia evitare che si ripeta lo scenario dell’Ucraina, divenuta ormai stabilmente ostile alla Russia.

 

Molto più lontana da noi e quindi assai meno seguita è la crisi politica che ai primi giorni dello scorso ottobre ha scosso il “Kirghizistan” in seguito alle manifestazioni di protesta indette dalle forze di opposizione che contestavano il risultato delle elezioni parlamentari.

Le proteste hanno provocato le dimissioni del primo ministro e del presidente “Sooronbay Jeenbekov”:

 in questo vuoto politico è emersa la controversa figura di “Sadyr Japarov” (liberato dal carcere a seguito dei tumulti di piazza), abile nello sfruttare il corso degli eventi e arrivare al potere attraverso un’evidente forzatura delle leggi e del sistema degli equilibri tra i poteri dello stato.

La destituzione del presidente in carica a seguito di manifestazioni di protesta popolare non rappresenta certo una novità nella storia del Kirghizistan indipendente.

Già nel 2005 la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” estromise l’allora presidente “Askar Akayev”, mentre nel 2010 le proteste di piazza portarono alla destituzione del suo successore, “Kurmanbek Bakiev”.

In effetti l’assenza di un regime autoritario incarnato per decenni da un presidente inamovibile rende il Kirgizistan un caso unico nell’Asia Centrale post-sovietica.

In questo paese esiste un sistema multipartitico, sia pure su base clanico-clientelare, e la società civile appare più vivace di quanto sia in altri paesi centroasiatici.

Tali tendenze, che solo in maniera molto generica possono essere definite democratiche, determinano peraltro una persistente instabilità politica che non va certo a vantaggio del paese, al cui interno la situazione economica è molto negativa, mentre l’emigrazione verso la Russia continua a essere di fondamentale importanza.

 

Sebbene il nuovo corso abbia espresso la ferma volontà di preservare il legame privilegiato con la Russia, Putin non ha nascosto il suo malcontento di fronte all’accaduto, che sembrava aggiungere un ulteriore fattore d’instabilità nello spazio post-sovietico dopo la crisi politica della Bielorussia e lo scoppio del conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’”Alto Karabakh”.

In ogni caso, come già nel corso delle precedenti crisi interne kirghize, la Russia non è intervenuta direttamente, limitandosi ad invocare il ritorno all’unità politica del paese.

Una scelta dettata evidentemente da ragioni di opportunità, sia per non invischiarsi in scontri locali di carattere clanico-clientelare sia per la convinzione che, nonostante il crescente ruolo della Cina, qualsiasi dirigenza kirghiza non possa prescindere dalla Russia.

 Sono molti, infatti, gli elementi strutturali (precarietà dello stato, instabilità economica, emigrati) che portano Bishkek a situarsi necessariamente nell’orbita di Mosca.

 La politica prudente di Mosca nei confronti della crisi kirghiza si è rivelata lungimirante.

 In effetti “Japarov” ha mantenuto la tradizionale collaborazione con la Russia, che è stata secondo le aspettative il primo paese in cui si è recato dopo essere stato eletto presidente.

Certo, in “Kirghizistan” come nel resto dell’Asia Centrale Mosca deve confrontarsi con la crescente proiezione politica e soprattutto economica cinese, ma appare inopportuno parlare di un sostanziale declino delle sue posizioni in questa regione. Benché non più egemonica, la presenza della Russia è ancora fondamentale per i suoi numerosi legami culturali, economici e di sicurezza con le repubbliche dell’area.

 

Lo stesso può dirsi per il Caucaso meridionale, dove la Russia si è dovuta confrontare con la sfida particolarmente difficile del conflitto nell’”Alto Karabakh”, che nelle sue prime fasi sembrava confermare le difficoltà di Mosca nel mantenere le posizioni acquisite nello spazio post-sovietico.

Questo conflitto, scatenato il 27 settembre 2020 dall’Azerbaigian con il sostegno politico e militare della Turchia, ha visto per più di un mese Mosca mantenere una posizione prudente.

 E questo nonostante il fatto che, a differenza dell’Azerbaigian, l’Armenia faccia parte della “CSTO”, vale a dire dell’alleanza militare a guida russa. In realtà, però, questa alleanza vincola Mosca solo nei confronti dell’Armenia, non dell’Alto Karabakh, che secondo il diritto internazionale si trova infatti sul territorio dell’Azerbaigian.

Tuttavia, l’incapacità della Russia d’interrompere le ostilità produceva in molti osservatori un’impressione d’incertezza, se non d’impotenza, che rischiava di compromettere l’immagine di forza e dinamismo costruita nei due decenni del potere di Putin.

 

Il ruolo decisivo giocato da Mosca nella improvvisa conclusione del conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian il 10 novembre ha notevolmente modificato la percezione della capacità politica del Cremlino nella regione.

La maggior parte delle analisi post factum sottolinea infatti l’efficacia della politica di Mosca, capace di non farsi coinvolgere nel conflitto tra un paese “teoricamente” alleato come l’Armenia e uno, l’Azerbaigian, con il quale i rapporti di collaborazione politica ed economica sono ottimi.

 La Russia, infatti, è riuscita non solo a porre fine alla guerra, ma anche ad imporre la sua presenza militare in forma di una missione di peace-keeping tra armeni e azeri.

 In questo modo Mosca è adesso presente militarmente in tutte e tre le repubbliche del Caucaso meridionale:

Georgia (nelle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia meridionale), Armenia (soprattutto nella base di Giumri al confine con la Turchia e in quella di Meghri al confine con l’Iran) e Azerbaigian (nell’Alto Karabakh) rafforzando quindi notevolmente il suo ruolo nell’intera regione.

 

Inoltre, l’azione russa sembra aver messo l’Armenia in una condizione di totale dipendenza da Mosca, rendendo illusorie le speranze in un maggiore avvicinamento all’Occidente coltivate dalla leadership armena dopo la “rivoluzione di velluto” del 2018.

Naturalmente ci sono anche aspetti problematici nell’esito della guerra nell’Alto Karabakh, in particolare per quel che riguarda l’accresciuto ruolo di Ankara nel Caucaso meridionale, ma nel complesso la Russia ne è uscita sicuramente rafforzata.

 

Nei confronti delle tre crisi regionali la risposta di Mosca ha avuto pertanto esiti diversificati:

se in Bielorussia la posizione russa appare in reale difficoltà e in Kirghizistan si mantiene sostanzialmente stabile, nel Caucaso meridionale ha potuto in effetti consolidarsi.

 

Occorre però sottrarsi all’ottica ristretta delle situazioni contingenti e cercare invece di leggerle all’interno della dinamica complessiva della politica estera di Mosca, soprattutto negli ultimi anni.

 La visione di una Russia aggressiva e tesa a riconquistare i territori imperiali e sovietici – così diffusa in alcuni paesi europei (Polonia e repubbliche baltiche in primis) oltre che negli Stati Uniti – appare poco corrispondente alla realtà.

La dirigenza russa ha preso atto ormai da tempo della nuova e più limitata dimensione territoriale e politica del paese, abbandonando – con comprensibile fatica, certo – ogni velleità imperale.

Come ha osservato in un recente articolo Dmitri Trenin, direttore dell’Istituto Carnegie di Mosca, “Russia, I would argue, has turned post-post-imperial: one step farther removed from the historical pattern. It is getting used to being just Russia. Moreover, Russia is embracing its loneliness as a chance to start looking after its own interests and needs, something it neglected in the past in the name of an ideological mission, geopolitical concerns, or one-sided commitments built on kinship or religious links. This is a new model of behavior”

(La Russia è diventata post-imperiale allontanandosi passo dopo passo dal suo modello storico. E si sta abituando a essere soltanto Russia. Inoltre, la Russia sta accogliendo questa solitudine come un’opportunità per dedicarsi maggiormente alle sue necessità e ai suoi interessi, cosa che ha spesso trascurato in passato in nome di una missione ideologica, di preoccupazioni geopolitiche, d’impegni unilateralmente costruiti su legami di affinità etnica o religiosa”).

 

Mosca in effetti non ha sviluppato in questi anni nessuna costruzione ideologica volta a sostenere una politica espansiva nei confronti delle altre repubbliche post-sovietiche.

Non può esserlo il nazionalismo, evidentemente percepito in maniera negativa al suo esterno e molto problematico anche in un paese ampiamente multietnico come la Russia;

ma neppure l’eurasismo, così spesso evocato in Occidente come spauracchio ideologico neo-imperiale, in realtà limitato nel discorso ufficiale russo a un uso parziale e quasi difensivo, soprattutto per quel che riguarda il progetto della cosiddetta” Grande Eurasia”, che in sostanza implica il riconoscimento del primato cinese in questa immensa area.

 

La Russia si concentra ormai essenzialmente sul perseguimento d’interessi nazionali proporzionati alle sue risorse, che sappiamo essere limitate a causa della stagnazione permanente, e direi sistemica, dell’economia.

 Negli ultimi anni una strategia quanto mai pragmatica ha permesso a Mosca di adeguarsi alle diverse sfide riuscendo a recitare un ruolo di rilevo nella scena politica internazionale e mantenendo sostanzialmente le proprie posizioni nello spazio post-sovietico.

 La politica estera russa si pone in effetti obiettivi sempre concreti, che a volte vengono raggiunti a volte no, a seconda – ovviamente – dei rapporti di forza reali esistenti sul campo:

 la Russia ha preso atto che il contrasto con l’Occidente è sostanziale, destinato a durare, e si muove di conseguenza;

 ha accettato la penetrazione della Cina in Asia Centrale nel quadro di una collaborazione più vasta e inevitabile, anche se diseguale;

nel Caucaso meridionale, come già in Siria e Libia, ha trovato un accordo con la Turchia nonostante i contrastanti interessi.

 

In conclusione, l’idea che attualmente ci si trovi di fronte a un momento di sostanziale debolezza della politica estera della Russia appare poco fondata. Anche se il suo peso all’interno dello scenario internazionale è destinato a ridursi ulteriormente – soprattutto in conseguenza del costante rafforzamento della Cina, divenuta ormai l’unica antagonista degli Stati Uniti su scala globale – la Russia sembra in grado di mantenere sostanzialmente le sue posizioni nello spazio post-sovietico, nonché di agire con efficacia in contesti differenti quali la Siria e la Libia.

 

 

La Russia nel Caucaso meridionale. Vettori e strategie d’influenza in un mutevole contesto regionale.

(Carlo Frappi).

 

Il Caucaso meridionale rappresenta uno scacchiere prioritario per la politica estera della Federazione russa, in ragione di due considerazioni prioritarie.

Da una parte, in un contesto sistemico caratterizzato dall’evidente frammentazione in cluster regionali, la riaffermazione della primazia nell’area rappresenta una logica e indispensabile premessa per la rivendicazione di uno status di grande potenza.

 Dall’altra, e nella prospettiva russa, il versante meridionale del Caucaso risulta inseparabile – anzitutto in termini di sicurezza – dalla sua componente settentrionale, che costituisce tradizionalmente il “ventre molle meridionale” della Federazione, conferendo al primo una caratteristica connotazione “ibrida”, a cavallo tra strategie di politica estera e necessità di politica interna.

 

L’analisi dei principali vettori della proiezione di potenza russa verso lo scacchiere sub caucasico – dalla cooperazione alla sicurezza fino a quella economica – sembra testimoniare come, nella fase successiva all’erompere della crisi ucraina, l’influenza esercitata da Mosca su Armenia, Azerbaigian e Georgia, lungi dall’essersi ridimensionata, sia andata piuttosto rafforzandosi, in ciò favorita da due più ampie dinamiche regionali.

Ad ampliare i margini di manovra e d’interventismo russo ha contribuito, anzitutto, il progressivo ridimensionamento dell’influenza regionale degli attori euro-atlantici e, con essa, della stessa credibilità dei meccanismi di cooperazione regionali da essi promossi.

Tale dinamica è derivata, in prima battuta, dal disimpegno statunitense avviato dall’Amministrazione Obama e confermato nei fatti da quella Trump e, parallelamente, dall’incapacità dell’UE di predisporre e attuare una strategia onnicomprensiva in grado di affrontare efficacemente i nodi della convivenza regionale, anzitutto in termini di sicurezza.

La presa di Mosca sulla politica sub caucasica si è secondariamente nutrita della sostanziale acquiescenza di Iran e Turchia.

 Le due potenze regionali, anziché sfruttare i multiformi legami con l’area per contrastare la primazia di Mosca, hanno piuttosto cooperato con essa nella prospettiva di arginare influenza e penetrazione euro-atlantica.

Ciò risulta particolarmente significativo per la Turchia che, avendo individuato una crescente convergenza d’interessi con la Russia attorno alla promozione di un principio di “regional ownership”, ha di fatto abdicato al ruolo di testa di ponte per la penetrazione regionale euro-atlantica, con ciò esacerbandone la crisi.

Una sfida alla primazia russa non sembra, almeno per il momento, provenire d’altra parte neanche dalla crescente penetrazione cinese nell’area sub caucasica, che non intacca le leve d’influenza regionale di Mosca.

 

 La Russia e i nodi della sicurezza regionale.

 

Il piano della sicurezza resta vettore prioritario della proiezione d’influenza di Mosca verso il Caucaso meridionale e, di conseguenza, angolatura privilegiata di analisi per valutarne tanto la perdurante presa sulla politica regionale quanto la capacità di adattamento a uno scenario mutevole.

 In linea con una tendenza nata con la stessa dissoluzione dell’URSS, a determinare e procrastinare nel tempo la primazia sull’area è il peculiare ruolo che la Russia svolge nei conflitti “protratti” in Georgia (Abkhazia e Ossezia meridionale) e tra Armenia e Azerbaigian (Nagorno-Karabakh).

Parte integrante dei meccanismi di mediazione internazionali per la soluzione dei conflitti e, al contempo, garante della sopravvivenza delle entità secessioniste titolari della sovranità de facto sui territori contesi, Mosca ha nei conflitti protratti uno vettore essenziale d’influenza nella politica delle tre repubbliche e, al contempo, uno strumento prioritario per ostacolare l’allargamento alla regione delle principali istituzioni euro-atlantiche, dalla NATO all’UE, tradizionalmente percepito come indebita ingerenza nella propria “naturale” sfera d’influenza.

 

Il posizionamento e il ruolo della Russia nel Caucaso meridionale si fondano dunque sulla difesa dello status quo, che Mosca ha dimostrato di essere disposta a garantire anche attraverso il ricorso a politiche revisionistiche, in aperto contrasto con i principi del diritto internazionale.

 Questa tendenza si è manifestata principalmente in Georgia.

 Qui, a seguito dell’intervento militare in “Ossezia meridionale” dell’agosto 2008 e più risolutamente dopo la crisi ucraina, Mosca ha perseguito politiche di cristallizzazione della secessione de facto di Abkhazia e Ossezia meridionale, sullo sfondo della perdurante inconcludenza dei colloqui internazionali di Ginevra – meccanismo di mediazione co-presieduto da OSCE, Nazioni Unite e UE lanciato nel 2008 e giunto nel dicembre 2020 al 51° round.

 

La strategia russa di cristallizzazione dello status quo si è fondata su due strategie parallele.

 In primo luogo Mosca, dopo aver riconosciuto l’indipendenza e stabilito relazioni diplomatiche con le due entità nel 2008, ha offerto a esse significative garanzie di sicurezza, siglando trattati di alleanza e mutuo soccorso e incrementando la presenza militare nei due territori.

Il livello di cooperazione alla sicurezza è stato ulteriormente approfondito dopo la crisi ucraina, attraverso la stipula di un accordo di “Alleanza e Integrazione” con l’Ossezia meridionale (marzo 2015), che incorpora formalmente l’apparato militare ossetino in quello russo, e di un accordo di “Alleanza e Partenariato Strategico” con l’Abkhazia (settembre 2014), che ha offerto ampio quadro giuridico per lo sviluppo di forze congiunte e per la modernizzazione dell’apparato militare abkhazo.

In secondo luogo, la cristallizzazione dello status quo si è andata fondando su un processo di “frontierizzazione”.

Un processo che – condannato dalle istituzioni internazionali e denunciato dalle ONG internazionali come apertamente lesivo dei diritti della popolazione residente – ha visto, da una parte, la progressiva demarcazione e chiusura dei confini tra le autoproclamate repubbliche e la Georgia e, dall’altra, un fenomeno di “land grabbing”, definitosi attorno al lento ma progressivo avanzamento del confine a detrimento del territorio georgiano esterno e contiguo ai due territori.

 Sia pur evitando, come nel caso della Crimea, l’aperta annessione delle due entità alla Federazione russa, il processo di frontierizzazione e la profondità della cooperazione militare bilaterale svelano – tanto più se considerati unitamente agli accordi istituzionali e economico-commerciali tra Mosca e le autorità secessioniste – una “annessione strisciante” di Abkhazia e Ossezia meridionale, che Tbilisi, tanto più in assenza di credibile sostegno politico e militare da parte euro-atlantica, ha dimostrato di non aver possibilità d’invertire.

 

La debolezza delle garanzie di sicurezza offerte ai propri partner dagli attori euro-atlantici rappresenta una delle principali concause che contribuisce a spiegare anche la centralità rivestita dalla Russia nelle politiche di sicurezza di Armenia e Azerbaigian, approfonditasi nella fase successiva a quella crisi ucraina che ha messo a nudo l’incapacità dei primi di assicurare sicurezza, integrità territoriale e rispetto della sovranità delle repubbliche del vicinato orientale europeo.

Anche rispetto al nodo dell’Alto Karabakh e delle relazioni con Baku ed Erevan, Mosca ha dimostrato così una spiccata capacità di adattamento al mutevole contesto sub caucasico, nel perdurante obiettivo di conservare uno status quo confacente ai propri interessi regionali.

Mosca è riuscita cioè nel complesso tentativo di rilanciare il proprio ruolo di principale mediatore e arbitro del conflitto nell’Alto Karabakh, salvaguardando la relazione privilegiata in termini strategici e militari con l’Armenia e intercettando, al contempo, le istanze di risoluzione del conflitto azerbaigiane, fattesi progressivamente più ambiziose e assertive con l’incremento delle risorse di potere materiale e immateriale assicurate dalla rendita energetica.

 

Il ruolo centrale svolto dalla Russia nella fornitura di armi a entrambi i belligeranti in Karabakh – nonostante il non vincolante impegno in senso contrario sancito dall’OSCE nel 1992 – offre la più evidente dimostrazione di tale assunto e, più in generale, dell’apparentemente contraddittoria tendenza di Baku ed Erevan a ritenere che Mosca fosse l’unico attore regionale in grado di garantire i propri interessi in relazione al conflitto.

Per l’Armenia tale percezione è radicata in un profondo senso d’insicurezza, che si nutre della minaccia esistenziale proveniente da Baku e Ankara e che si è approfondito nel corso dell’ultimo decennio a partire dal fallimento del tentativo di normalizzazione delle relazioni con la Turchia, da una parte, e dalla disillusione delle aspettative che l’UE potesse giocare un ruolo attivo nella soluzione del conflitto in Alto Karabakh, dall’altra.

Per questa via, Erevan ha reagito ai progressivi avvicinamenti russo-azerbaigiano – elevato nel 2016 a livello di “partenariato strategico” – e russo-turco, e al conseguente rischio di “riallineamento” della politica regionale del Cremlino, approfondendo la misura della cooperazione alla sicurezza con Mosca e, con essa, l’asimmetria di potere nella relazione bilaterale.

Erevan è così finita prigioniera di un circolo vizioso che ha visto la misura della cooperazione alla sicurezza con la Russia crescere proporzionalmente alla dipendenza da essa, in uno scenario nel quale Mosca ha finito per rappresentare, al contempo, principale garante e minaccia della sicurezza nazionale armena.

La possibilità di propugnare un parziale disallineamento russo dall’alleanza con l’Armenia ha rappresentato, d’altra parte, obiettivo fondamentale dell’approfondimento della cooperazione alla sicurezza ed economica con Mosca da parte dell’Azerbaigian – le cui attese di “ritorno” ruotavano attorno al conseguimento di sostegno sulla questione del Karabakh, direttamente sul piano della mediazione diplomatica o indirettamente attraverso una sostanziale neutralità in caso di conflitto.

È propriamente in quest’ultima forma che, di fatto, si è sostanziato il sostegno russo all’Azerbaigian, tanto nel breve ma significativo conflitto dell’aprile 2016 – che per la prima volta ha messo in discussione la presunta superiorità militare armena e determinato un seppur limitato avanzamento territoriale a vantaggio azerbaigiano – quanto e soprattutto nella “Guerra dei 44 giorni” dell’autunno 2020, che, pur non risolvendo tout court la sorte della regione, ha tuttavia decretato la riconquista azerbaigiana di parte del Karabakh e dei distretti a esso limitrofi.

 

Su questo sfondo, l’esito del conflitto ha confermato tre prioritarie dinamiche già emerse a caratterizzare il contesto di sicurezza sub-caucasico nella fase successiva alla crisi ucraina.

 In primo luogo, i termini dell’accordo per il cessate-il-fuoco sottoscritto dai belligeranti a Mosca il 10 novembre segnalano l’ulteriore rafforzamento della cooperazione alla sicurezza russo-azerbaigiana.

L’indiretto sostegno assicurato alla vittoria militare è stato infatti pagato da Baku con la concessione del dispiegamento di un contingente di truppe russe di peace-keeping, che – seppur sulla carta temporaneo (5 anni rinnovabili) e parzialmente bilanciato dalla presenza di militari turchi – rappresentava uno dei più tradizionali obiettivi della politica regionale del Cremlino.

 Secondariamente, all’indomani del conflitto sembra riattivarsi la richiesta di garanzie di sicurezza rivolte alla Russia dall’Armenia, che rafforza una volta di più l’asimmetria dell’alleanza e, con essa, il grado di dipendenza e vulnerabilità da Mosca.

In terzo luogo, e conseguenzialmente, quest’ultima riafferma e approfondisce una primazia sul Caucaso meridionale fondata principalmente sulla conservazione dello status quo.

Uno status quo che la Russia può oggi più agevolmente controllare non soltanto sul piano militare – in ragione del dispiegamento di truppe sul territorio – ma potenzialmente anche sul piano amministrativo e diplomatico.

Tale dinamica si manifesta, da una parte, in ragione della preferenza apparentemente accordata da Baku all’assunzione di responsabilità diretta russa nell’amministrazione della porzione di territorio ancora fuori dal controllo governativo e, dall’altra, in ragione della perdurante assenza e della diminuita credibilità d’iniziative di mediazione occidentali.

 

La Russia come partner economico delle repubbliche sub caucasiche.

 

L’analisi dell’interscambio economico-commerciale e dei flussi d’investimenti esteri delle repubbliche caucasiche mostra una generale tendenza alla diversificazione del portafoglio d’interlocutori esteri, definito dal lento ma costante incremento del ruolo dei paesi UE e, più di recente, dall’ingresso nei mercati regionali d’imprese e investitori cinesi.

Pur tuttavia, la Russia resta – seppur a diversi gradi di profondità – interlocutore di primo piano per le tre repubbliche, in ciò beneficiando anzitutto della prossimità geografica e dell’ampiezza del proprio mercato, naturale punto di attrazione per le più piccole economie sub-caucasiche e tradizionale meta per la migrazione economica dalla regione.

Tale rilevanza si manifesta anche nelle relazioni con la Georgia che, in uno stretto intreccio tra strategie economico-commerciali e più ampie direttrici di politica estera, ha tradizionalmente fatto dell’adesione alle regole del libero scambio e dell’incremento degli scambi con i partner euro-atlantici uno strumento per attestare la piena appartenenza allo spazio democratico-liberale occidentale e, più pragmaticamente, per ridimensionare l’influenza esercitata da Mosca sul paese.

 Il miglioramento dei rapporti economico-commerciali è stato, d’altra parte, uno dei pilastri sui quali Tbilisi ha fondato – sin dal 2012 e dall’ascesa politica della coalizione” Sogno Georgiano” – il processo di “normalizzazione” dei rapporti con Mosca, volto a chiudere le ferite del conflitto del 2008 investendo nei vettori della relazione bilaterale meno politicamente sensibili e nei quali si registrava una più chiara convergenza d’interessi.

Per questa via, l’interscambio con la Russia è passato dai 425 milioni di dollari del 2011 ai 1.329 del 2020, in un quadro d’insieme che registra la netta prevalenza della quota di commercio estero assorbita dai mercati regionali – Russia, Turchia e Azerbaigian in primis – rispetto a quelli europei, nonostante l’entrata in vigore dell’”Accordo di Associazione con l’UE” nel 2016.

 Nonostante, dunque, nel corso dell’ultimo decennio la Georgia si sia liberata dalla dipendenza dagli approvvigionamenti energetici russi grazie alle forniture dal vicino Azerbaigian, l’economia del paese resta strettamente legata al proprio vicino settentrionale in particolar modo nei comparti dell’agro-alimentare e turistico, mentre si registra un progressivo ridimensionamento del peso delle rimesse provenienti dalla Russia che, pur significative, vengono via via soppiantate da flussi di provenienza europea (da Italia e Grecia in prima battuta).

Ciò offre alla Russia perduranti margini d’influenza e potenziali strumenti di coercizione nei confronti della Georgia, cui Mosca ha dimostrato la disponibilità a ricorrere in caso di tensioni nei rapporti bilaterali – come fatto nel 2019 introducendo sanzioni economiche rivolte ai comparti agro-alimentare e turistico a seguito delle tensioni generate dalla visita a Tbilisi del parlamentare russo Sergey Gavrilov.

 

Nel corso dell’ultimo quinquennio crescenti margini di cooperazione si sono registrati anche con l’Azerbaigian che, fondando la propria economia sul settore energetico e sulle esportazioni verso i mercati turco ed europeo, è delle repubbliche sub-caucasiche la meno esposta alla dipendenza dalla Russia. Tale considerazione nulla toglie, tuttavia, alla crescente rilevanza delle relazioni commerciali russo-azerbaigiane, che si manifesta propriamente in relazione alle necessità di diversificazione dell’apparato produttivo dell’Azerbaigian al di fuori dell’oil & gas – come peraltro riconosciuto e sancito dalle parti, nel settembre 2018, attraverso la dichiarazione congiunta sulle “Priorità della Cooperazione Economica”.

Così, pur coprendo una quota solo secondaria sul totale del commercio estero azerbaigiano (2,6 miliardi di dollari su un totale di 24 nel 2020[22]), l’interscambio con la Russia risulta particolarmente significativo tanto per le importazioni quanto nei comparti non energetici, rispetto ai quali Mosca risulta tradizionalmente primo partner di Baku, assieme alla Turchia.

 

Nel corso dell’ultimo quinquennio, le necessità di diversificazione economica e le più ampie strategie di politica estera azerbaigiana si sono peraltro sommate nel determinare un ulteriore ambito di convergenza d’interessi e di cooperazione con la Russia.

L’ambizione di Baku di fare del paese uno snodo dei trasporti di merci e persone nel cuore della massa eurasiatica si è infatti tradotta nella promozione di un asse infrastrutturale Nord-Sud, tra Baltico e Golfo Persico, promosso congiuntamente da Russia, Iran e Azerbaigian a partire dal summit di Baku dell’agosto 2016. L’asse di trasporto Nord-Sud rappresenta per Baku un elemento centrale per l’approfondimento delle relazioni con i due influenti vicini e naturale compendio alla più tradizionale direttrice infrastrutturale Est-Ovest, promossa tra Asia centrale ed Europa.

A legare assieme le due direttrici trans-regionali – ampliando significativamente la portata della cooperazione infrastrutturale russo-azerbaigiana – contribuisce oggi, d’altra parte, l’esito del recente conflitto in Karabakh.

Coerentemente con le previsioni del cessate-il-fuoco siglato a Mosca il 9 novembre e con l’impegno di riaprire le vie di comunicazione regionale, va oggi prendendo forma nei colloqui tripartiti tra Baku, Erevan e Mosca un progetto infrastrutturale tra il territorio azerbaigiano e l’exclave del Nakhichevan attraverso il cosiddetto “corridoio di Mergi”, in Armenia meridionale, che potrebbe collegare la direttrice infrastrutturale tra Iran e Russia con la rete turca ed europea.

 

Le relazioni e i legami economici tra Russia e Armenia delineano una relazione bilaterale tanto stretta quanto asimmetrica, un rapporto di sostanziale dipendenza da Mosca che si somma e si intreccia con il vettore strategico e militare della relazione.

D’altra parte, è stata proprio la dichiarata inscindibilità della cooperazione economica e militare ad aver portato l’Armenia a interrompere i negoziati per la firma di un Accordo di associazione con l’UE per abbracciare la proposta d’integrazione russo-centrica in ambito UEE – di cui Erevan è membro dal 2015.

A ulteriore conferma dello stretto legame tra la dimensione economica e quella militare della dipendenza dalla Russia, l’influenza esercitata da quest’ultima sull’apparato economico e produttivo armeno si è tradizionalmente nutrita del “doppio isolamento”, geografico e diplomatico, della Repubblica sub-caucasica – la cui mancanza di sbocco al mare è aggravata dalla quasi trentennale chiusura delle frontiere con Azerbaigian e Turchia, conseguenza del conflitto nell’”Alto Karabakh”.

 

L’influenza della Russia sull’economia armena va d’altra parte ben oltre il peso preponderante rivestito sul commercio estero dal paese – che assorbendo una quota del 25% delle esportazioni e garantendo il 32% delle importazioni, si è confermato nel 2020 primo partner commerciale con un interscambio totale superiore ai 2 miliardi di dollari.

 Sin dall’inizio del secolo e dalla sottoscrizione dei primi accordi “loan-for-asset”, compagnie statali e private russe hanno infatti acquisito il sostanziale controllo dei principali comparti strategici dell’economia armena, in linea con una dinamica particolarmente pronunciata nei settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, finanziario ed energetico.

Il ruolo di primo piano ricoperto da compagnie russe nei principali comparti dell’economia armena ha un duplice e deleterio effetto sul paese: genera un’evidente asimmetria di potere tra Erevan e Mosca a beneficio di quest’ultima e, al contempo, tende a limitare l’attrazione e la diversificazione degli investimenti esteri, scoraggiati dal sostanziale controllo di ampi segmenti di mercato da parte delle compagnie russe.

Per questa via, il complesso intreccio tra subordinazione militare ed economica dell’Armenia nei confronti della Russia ha generato una tipica dinamica della “dipendenza dal percorso” – in base alla quale le scelte correnti sono naturale e ineludibile conseguenza di quelle prese in passato – che la stessa leadership emersa dalla “Rivoluzione di Velluto del 2018” non ha potuto invertire, nonostante le aspettative suscitate in tal senso all’interno e all’esterno del paese.

 

 L’influenza russa in Bielorussia: continuità e nuove incognite dalla Crimea alla crisi del regime di Lukashenko.

(Carolina de Stefano).

In Bielorussia decine, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza fin dall’estate 2020 per protestare contro il risultato delle elezioni presidenziali, che ha attribuito la vittoria al presidente uscente Aleksandr Lukashenko, al potere ininterrottamente dal 1994.

Testimoni e osservatori elettorali locali hanno riscontrato frodi elettorali sistematiche in tutto il paese.

 La candidata d’opposizione “Svetlana Tichanovskaja” è stata costretta a lasciare la Bielorussia e dall’estero presiede il consiglio di coordinamento, un organo che riunisce membri della società civile e chiede nuove elezioni.

L’evoluzione della crisi politica in Bielorussia negli ultimi mesi ha mostrato ancora una volta che i legami economici e politici tra Mosca e Minsk sono stretti e incomparabilmente più profondi di quelli tra la Bielorussia e l’Unione europea. Lukashenko, nel pieno delle manifestazioni a settembre, si è immediatamente rivolto verso Putin, chiedendo un sostegno politico, economico e militare.

 

Allo stesso tempo, però, le relazioni tra la Bielorussia e la Russia – e tra i presidenti Aleksandr Lukashenko e Vladimir Putin – sono più tiepide di alcuni anni fa:

 da un lato Mosca ha progressivamente, e sostanzialmente, ridotto il suo sostegno finanziario a Minsk;

dall’altro Lukashenko ha cercato – soprattutto a seguito dell’annessione russa della Crimea nel 2014 e di un’accresciuta diffidenza nei confronti del Cremlino – di ridurre la dipendenza dalla Russia puntando a un’apertura (seppur timida) all’Unione europea.

 A loro volta le titubanze e i tentativi di smarcarsi di Lukashenko lo hanno reso agli occhi della leadership russa un partner inaffidabile e sostituibile.

 

Nell’eventualità in cui Lukashenko reprimesse le proteste in maniera duratura e riuscisse a restare al potere nei prossimi mesi, il governo bielorusso si riavvicinerà – volente o nolente – a Mosca.

Il raffreddamento (o meglio, il congelamento) delle relazioni con l’Unione europea e l’attuale debolezza del leader bielorusso potrebbero in particolare portarlo a fare concessioni alla controparte russa in cambio del suo sostegno.

Anche nel caso di un’accresciuta interdipendenza politico-istituzionale tra i due paesi, la maniera in cui Mosca sta gestendo e gestirà l’attuale crisi di legittimità del regime bielorusso potrebbe ridurre però l’influenza russa sulla società bielorussa.

Sondaggi recenti mostrano in effetti che la strategia del Cremlino di difendere a oltranza lo status quo contro le proteste sta alienando una parte della popolazione, soprattutto i giovani.

Mosca rischia in altri termini che la popolazione bielorussa associ in maniera crescente la Russia al regime di Lukashenko a discapito dei legami storici, culturali e linguistici tra i due paesi.

 I successivi paragrafi si soffermano in maniera più dettagliata sull’evoluzione e prospettive delle relazioni istituzionali, economico-energetiche e culturali tra la Russia e la Bielorussia.

 

 Le relazioni istituzionali.

 

La Bielorussia è il partner più stretto della Russia.

È uno dei membri fondatori della “Comunità degli Stati indipendenti”, della “CSTO” e dell’”Unione economica eurasiatica”.

Nel 1999 Russia e Bielorussia hanno dato a vita a una “Unione statale”, che puntava sulla carta all’unificazione politica, giuridica ed economica dei due paesi sotto l’egida di organi sovranazionali comuni.

Ad oggi, però, il trattato non è mai stato implementato.

Se in effetti Mosca ha a più riprese fatto pressione sulla Bielorussia per dar vita a istituzioni comuni, “Minsk” ha regolarmente rifiutato di approfondire il livello d’integrazione bilaterale con il timore che l’Unione si traducesse, nei fatti, in una cessione della sovranità bielorussa alla Russia.

 

Più in generale, negli ultimi vent’anni le relazioni tra i due paesi sono state altalenanti.

Da un lato eventi come la guerra russo-georgiana nel 2008 e, ancora di più, l’annessione russa della Crimea nel 2014 hanno spinto Lukashenko a privilegiare una politica estera multivettoriale e a frenare progetti di ulteriore integrazione con la Russia.

La Bielorussia, al contrario della Russia, non ha riconosciuto né l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud nel 2008 né l’annessione della Crimea.

Momenti di maggiore freddezza con la Russia hanno in generale corrisposto a una parallela e parziale apertura verso l’UE.

Nel 2016 l’Unione europea ha revocato le sanzioni contro la Bielorussia in vigore dal 2011, riconoscendo “i passi intrapresi” dalla Bielorussia a partire dal 2014 per “migliorare le relazioni con l’UE”, tra cui “la partecipazione proattiva nella Eastern Partnership”.

Il 1° luglio 2020, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, è entrato in vigore l’accordo di facilitazione del rilascio dei visti tra la Bielorussia e i paesi membri dell’UE.

 Da parte sua la Russia ha ridotto progressivamente il sostegno economico a Minsk e la sua dipendenza dall’industria della difesa bielorussa.

 

Dall’altro lato, però, la volontà di Lukashenko di affermare un’autonomia strategica dalla Russia non si è mai tradotto in un affronto diretto a Mosca, soprattutto a causa della sua fortissima dipendenza energetica (vedi paragrafo successivo).

Tra il 2014 e il 2018 la Bielorussia ha votato in sede ONU contro tutte le risoluzioni che ribadivano l’integrità territoriale ucraina e denunciavano la presenza e le iniziative russe in Crimea.

 

Soprattutto, nel pieno delle proteste Lukashenko è stato costretto a chiedere aiuto al presidente russo.

 Ad agosto Putin, a seguito di una richiesta esplicita del presidente bielorusso, ha parlato della disponibilità a inviare ‘rinforzi’ militari se la situazione dovesse degenerare, e nel caso di ‘necessità’ anche nel quadro della “CSTO”.

Per ‘necessità’ deve intendersi l’aggressione esterna di uno dei paesi membri dell’organizzazione, unica fattispecie prevista dalla “CSTO” per la mutua assistenza militare.

 

A settembre e ottobre la Russia e la Bielorussia hanno organizzato esercitazioni militari congiunte.

 Il 14 settembre, a Sochi, Putin ha promesso un prestito di 1,5 miliardi di dollari alla Bielorussia e sostenuto l’annuncio di Lukashenko di avviare un processo di riforma costituzionale.

Sostegno politico, prestiti finanziari, esercitazioni militari congiunte non devono distogliere dal fatto che il Cremlino, più che a Lukashenko, è interessato alla stabilità del regime bielorusso.

Sarebbe cioè pronto, senza esitazioni, a sostenere una figura alternativa – e non ostile alla Russia – nel caso in cui il presidente bielorusso non avesse più il controllo della situazione.

 

È possibile che la Russia cercherà nei prossimi mesi di sfruttare tanto il contesto d’instabilità del regime bielorusso quanto le tensioni tra Lukashenko e l’UE per accrescere la sua influenza sul paese.

L’UE non riconosce il risultato del voto e sostiene l’attività e la domanda di nuove elezioni di “Svetlana Tichanovskaja” e del “Consiglio di coordinamento”.

A ottobre e novembre l’UE ha approvato due pacchetti consecutivi di sanzioni contro gli oligarchi e rappresentanti del regime bielorusso (Lukashenko incluso) per la repressione violenta delle proteste.

 

 Le relazioni economiche ed energetiche.

 

Fin dal crollo dell’URSS le relazioni economiche tra Russia e Bielorussia si sono basate su un tacito accordo e un’asimmetria di fondo:

Mosca ha concesso a Minsk tariffe di favore sul gas e petrolio e un accesso preferenziale al mercato russo in cambio della sua lealtà geopolitica.

 Questo trade-off ha portato, in più momenti, a dispute e continue rinegoziazioni delle tariffe delle materie prime, da ultimo nel gennaio 2020.

 

Non solo Minsk dipende quasi interamente dalla Russia per le forniture di energia, ma l’importazione di materie prime al di sotto del valore di mercato costituisce una delle sue maggiori entrate economiche.

 La Bielorussia raffina il petrolio importato acquistato da Mosca nelle due raffinerie del paese (Mazyr e Naftan) per poi rivenderlo sul mercato europeo, business che corrisponde da solo a circa il 20% del valore totale dell’export nazionale.

 La Bielorussia è anche un importante corridoio per il passaggio di petrolio e gas dalla Russia all’Europa:

circa il 10% del petrolio europeo è fornito dalla pipeline russa “Druzhba”, che attraversa la Bielorussia prima di rifornire Germania, Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica ceca;

il 6% del gas europeo passa invece tramite la pipeline “Yamal Europe” e approvvigiona la Germania.

 

A gennaio 2021, come risposta alle sanzioni introdotte dai paesi baltici e dal resto dell’UE contro il governo bielorusso, Lukashenko ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione di Mosca a esportare materie prime e altri beni dai porti russi sul Baltico e interrompere così le attività nei porti delle repubbliche baltiche.

A livello d’interscambio commerciale, la Russia è la principale destinazione dell’export bielorusso, pari al 50% dei beni esportati (fino al 90% per alcuni prodotti, come i latticini) contro il 18,5% nell’area UE al 2019.

Secondo i dati ufficiali, gli investimenti russi in Bielorussia ammontavano nel 2019 a 4,5 miliardi di dollari, corrispondenti al 45% degli investimenti esteri totali in Bielorussia.

 Ci sono inoltre più di 2500 aziende a partecipazione russa e decine di grandi progetti che si avvalgono di tecnologie russe.

 

L’esempio più recente e significativo è la costruzione della prima e unica centrale nucleare bielorussa, “Astravets”, a nord-ovest della Bielorussia, al confine con la Lituania.

 La centrale è stata costruita dalla società “Atomstrojexport” – una filiale della società di stato russa “Rosatom” – con un prestito russo di 10 miliardi di dollari, che la Bielorussia deve estinguere entro il 2036.

 Il progetto, avviato nel 2011, è stato osteggiato dalla Lituania, che lo ritiene una minaccia diretta – anche a causa del grave precedente di Chernobyl nel 1986 – per la sua capitale Vilnius, situata a 50 km di distanza.

La centrale, che ha iniziato a produrre energia nel novembre 2020, dovrebbe entrare pienamente in funzione nel 2022.

 

Nel contesto attuale, il governo russo potrebbe riuscire a ottenere l’apertura di aziende sia private sia statali bielorusse a capitali russi, tra cui l’azienda chimica “Grodno Azo”t, l’industria di veicoli militari e trattori “MZKT”, la raffineria “Nazyr”.

 

 Le relazioni culturali e linguistiche.

 

Uno dei fattori chiave per comprendere l’origine delle proteste dell’estate 2020 è l’esistenza di una frattura generazionale sempre più netta all’interno della società bielorussa.

Un sondaggio recente ha mostrato ad esempio che la generazione over 60 considera la Russia la più grande potenza mondiale e guarda al crollo dell’URSS come un evento negativo.

Al contrario, la posizione della maggior parte degli intervistati tra i 18 e i 30 anni ritiene gli Stati Uniti la più grande potenza al mondo e guardano al crollo dell’URSS come un evento positivo.

 

Queste tendenze, già esistenti, si sono accentuate con l’evolversi della crisi politica negli ultimi mesi.

In effetti la crisi, nata per ragioni interne politiche e sociali, ha assunto rapidamente – anche a causa del posizionamento opposto di UE e Russia – una dimensione geopolitica in cui scegliere tra sostenere le proteste o il regime di Lukashenko corrisponde a scegliere tra Bruxelles e Mosca.

 

La ‘geo politizzazione’ delle proteste in corso sta già avendo, a sua volta, un impatto su un elemento centrale dei legami culturali tra la Russia e la Bielorussia: l’uso della lingua russa.

La lingua russa è un veicolo fondamentale dell’influenza russa in Bielorussa.

Non solo i media russi sono tra i più seguiti in Bielorussia (televisione, radio, social media e motori di ricerca), ma la maggior parte della popolazione tendeva, quantomeno fino a pochi mesi fa, a considerarli più affidabili dei media nazionali. Con le proteste la tendenza è in parte cambiata, e la maggior parte delle persone che ha partecipato alle manifestazioni si è rivolta a fonti straniere – principalmente digitali – per seguire l’evoluzione della crisi.

 

È importante considerare che la lingua russa è parte integrante della società e cultura bielorusse.

Il censimento nazionale del 2019 mostrava che a oggi la maggior parte dei bielorussi indica come prima lingua il bielorusso, ma nel quotidiano, nel contesto familiare, più del 70% parla in russo.

Lo stesso Lukashenko si è espresso pubblicamente in bielorusso solo in rarissimi casi (la prima volta dopo l’annessione della Crimea nel 2014) e la scrittrice e premio Nobel della letteratura Svetlana Aleksievich scrive in russo.

 L’evoluzione della crisi attuale porterà probabilmente a un utilizzo crescente del bielorusso a scapito del russo da parte di chi si oppone al regime di Lukashenko, in nome di un’identità bielorussa da opporre a quella russa, considerata ora più ostile, come accaduto in Ucraina dal 2014 in poi.

 

 

Russia e Asia Centrale: primazia, perdita d’influenza, o egemonia negoziata?

(Filippo Costa Buranelli).

 

Le relazioni tra la Russia e le cinque repubbliche centrasiatiche del Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan, vengono qui analizzate utilizzando tre prismi analitici interrelati tra loro:

quello riguardante l’aspetto politico e di sicurezza;

quello pertinente ai vettori economici;

 e quello relativo alle relazioni culturali e umanitarie.

 L’analisi è inoltre contestualizzata e inserita in un processo globale di re-allineamento delle grandi potenze, di mutamento di equilibri, di cambiamenti tanto materiali quanto immateriali nella politica internazionale, e di ascesa e affermazione di nuovi attori regionali.

Pertanto, verrà esaminato anche l’importante ruolo di attori extra-regionali, come gli Stati Uniti e la Cina, nella caratterizzazione delle relazioni intra-regionali.

 

Le relazioni russo-centrasiatiche nella sfera politica e sicurezza.

 

La cooperazione alla sicurezza e la necessità di mantenere ordine e stabilità nel panorama politico eurasiatico sono il pilastro principale su cui posano le relazioni internazionali tra Russia e Asia Centrale.

 E anche dopo l’annessione della Crimea del 2104, da un punto di vista politico, militare, e di sicurezza i rapporti tra Russia e Asia Centrale sono stati caratterizzati da una generale continuità.

Da un lato Mosca continua a considerare i territori delle repubbliche centrasiatiche come una zona di privilegio e di esclusività, mentre le repubbliche centrasiatiche continuano a identificare Mosca come il legittimo garante di sicurezza, stabilità e prevedibilità politica.

La principale organizzazione che cristallizza la predominanza militare della Russia nello spazio eurasiatico è la “CSTO” che comprende, oltre alla Russia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan, la Bielorussia e l’Armenia.

 È proprio grazie alla CSTO che la Russia gestisce e cementa la sua posizione di potenza nella regione, attraverso il coordinamento di esercitazioni militari, di convergenza normativa in campo militare, e attraverso una capillare provvigione e fornitura di armi e materiale bellico ai proprio alleati.

 

Negli ultimi tre anni la novità più importante è, forse, il progressivo re-allineamento dell’Uzbekistan con le linee guida di Mosca in ambito politico-militare.

 L’attuale presidente uzbeko,” Shavkhat Mirziyoyev”, sembra essere più in sintonia e più accomodante per quel che riguarda la richiesta di Mosca di collaborazione in campo politico-militare, a differenza del suo predecessore “Islam Karimov” il quale, seppur senza mai ostracizzare e allontanare la Russia platealmente, aveva sposato una politica più indipendentista e autonoma nel campo della politica estera e di difesa, improntata su una retorica che enfatizzava il ruolo dell’Uzbekistan come baluardo dell’indipendenza postcoloniale centrasiatica.

Questo progressivo riavvicinamento è visibile a livello retorico tanto quanto a livello istituzionale, anche se è importante sottolineare come l’Uzbekistan non abbia, di fatto, modificato la sua politica estera in termini di alleanze e cooperazione multilaterale nella sfera militare, continuando quindi la sua non-partecipazione alle attività della “CSTO”, che il paese abbandonò proprio nel 2012.

Questo, tuttavia, non esclude la cooperazione militare a livello bilaterale:

nel 2019, per esempio, l’Uzbekistan ha ripreso l’acquisizione di armi da Mosca per un totale di 48 milioni di dollari.

 

Per quel che riguarda invece gli altri stati centrasiatici, ‘stabilità’ sembrerebbe essere la tendenza che accompagna i rapporti tra Mosca e Nur-Sultan, Biškek, Dušanbe, e Ashgabat.

 Le relazioni russo-kazake, per esempio, non hanno subito mutamenti di nota anche dopo le dimissioni rassegnate da “Nursultan Nazarbayev” dopo quasi vent’anni al potere e l’avvento alla presidenza di “Kassym-Jomart Tokayev”.

 Lo stesso si può dire per quel che riguarda il Kirghizistan, anche se in questo caso i cambi al vertice sono stati due:

“Almazbek Atambayev “lasciò il posto a “Sooronbai Jeenbekov” nel 2017, il quale è poi stato deposto in seguito alle proteste e alle violenze dell’ottobre 2020, dopo le quali “Sadyr Japaorv” è stato eletto presidente nel gennaio del 2021.

 In tutti e tre i casi il Kirghizistan ha sempre mantenuto un approccio alla politica estera fortemente orientato alla collaborazione con Mosca, consapevole anche di numerosi elementi strutturali (come la precarietà statale, l’instabilità economica, e il significativo flusso di migranti economici in territorio russo) che portano “Bishkek” a situarsi necessariamente nell’orbita russa.

 

Per quel che riguarda le relazioni con “Turkmenistan” e “Tajikistan”, anche qui il trend principale sembra essere quello della continuità.

Il Turkmenistan, paese che nel 1995 è riconosciuto come neutrale dall’Assemblea delle Nazioni Unite, continua a esercitare un ruolo molto marginale all’interno delle relazioni politico-militari tra Russia e Asia Centrale.

“Ashgabat” è membro associato della Comunità degli Stati indipendenti, non fa parte della CSTO, ed è solamente osservatore all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), l’altra piattaforma multilaterale di carattere politico-economico che la Russia co-gestisce con la Cina e altri paesi eurasiatici.

Nel 2017 Putin e il presidente turkmeno “Berdimukhammedov” hanno siglato un accordo di partenariato strategico focalizzato a migliorare le relazioni russo-turkmene nel campo economico, di sicurezza e umanitario.

A ciò è seguito un accordo di cooperazione interparlamentare, sempre nel 2017, che però oltre a formalizzare il dialogo tra i due organi legislativi dei rispettivi paesi, poco ha contribuito a rafforzare la generale collaborazione tra Russia e Turkmenistan.

Per quel che riguarda le relazioni russo-tagike, invece, la cooperazione politico-militare con la Russia è supportata dalla marcata continuità del regime di” Emomali Rahmon”, presidente in carica dal 1994.

Consapevole della fragilità del paese, della potenziale instabilità che può arrecare il vicino Afghanistan, dell’espansione cinese e della crescente disoccupazione interna, Rahmon ha mantenuto ottimi rapporti con Mosca proprio per ricevere supporto e aiuto rispetto alle suddette questioni.

 

Il fatto che le repubbliche centrasiatiche nutrano buoni rapporti con Mosca non deve però far pensare che vi sia concordia su ogni questione politico-strategica e che le relazioni siano prive di frizioni e sempre condotte all’insegna dell’eguaglianza e del mutuo rispetto.

 È infatti opportuno sottolineare come in seguito all’annessione della Crimea e all’apertura delle ostilità nel Donbass e nell’Ucraina orientale, gli stati centrasiatici siano diventati molto più suscettibili a questioni legate all’integrità territoriale e alle prerogative di sovranità.

La Russia gode dunque di quella che si può definire un’egemonia negoziata, vale a dire una primazia a livello politico militare ma che non può sfociare in aperto controllo dei vicini proprio a causa della fiducia che è venuta meno nei suoi confronti.

 

Per quello che riguarda le principali piattaforme multilaterali di sicurezza e difesa, l’aspetto forse più importante è l’impegno, rinnovato sia dalla Russia sia dai paesi centrasiatici membri, di potenziare e migliorare la struttura della CSTO anche attraverso maggiori finanziamenti.

Anche e soprattutto alla luce della crescente presenza cinese nell’area, Mosca ha di recente fornito al Tagikistan materiale militare moderno;

 ci sono inoltre state consultazioni sulla possibile apertura di una seconda base militare in Kirghizistan;

 e in più Mosca ha iniziato a condividere materiale ed esperienza delle sue Forze di operazioni speciali con gli altri stati membri.

La CSTO, oltre a coordinare esercitazioni e scambio d’informazioni militari, continua pur tuttavia a rimanere fedele ai principii di sovranità e non-interferenza, anche e soprattutto alla luce di quanto detto poco sopra sulla sensitività di queste norme nel periodo post-Crimea.

Tanto nel conflitto del Nagorno-Karabakh (si veda il capitolo di Carlo Frappi) quanto durante le violentissime proteste in Kyrgyzstan dell’ottobre 2020 che hanno portato alla caduta di “Jeenbekov” e all’ascesa di “Sadyr Japarov” alla presidenza, la CSTO si è definita incompetente all’intervento offrendo come giustificazione la natura interna e sovrana di questi conflitti.

Le relazioni economiche.

 

Per quanto riguarda l’aspetto economico delle relazioni russo-centrasiatiche, è opportuno fare un distinguo preliminare.

Vale a dire, le economie delle nazioni centrasiatiche sono diverse tra loro, tanto in termini di risorse e produzione, quanto in termini di volumi.

 Il Kazakistan, per esempio, ha un Pil che è più grande della somma dei Pil degli altri quattro stati centrasiatici.

Tuttavia, si potrebbe dire che le relazioni economiche russo-centrasiatiche siano marcate nel complesso da uno squilibrio e una diseguaglianza a vantaggio di Mosca, che funziona un po’ da centro gravitazionale della neonata Unione economica eurasiatica (EEU), entrata in vigore nel 2015 e comprendente Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Armenia, e Bielorussia (quindi, di fatto, gli stessi membri della CSTO eccezion fatta per il Tagikistan).

 Il fatto che Mosca eserciti una forza gravitazionale da un punto di vista economico è visibile nella recente decisione del governo uzbeko di entrare, seppur almeno inizialmente come osservatore, all’interno dell’EEU.

 Le negoziazioni, durate poco più di un anno, hanno di fatto certificato come l’Uzbekistan abbia radicalmente cambiato il suo approccio all’economia e al commercio internazionale, che durante il regime di “Islam Karimov” erano all’insegna dell’autarchia e della chiusura.

 

Sempre a proposito dell’EEU e di come tale organizzazione sia considerata dalla Russia come un’effettiva piattaforma per legare a essa le economie centrasiatiche va detto che il commercio e gli scambi economici all’interno del blocco sono inferiori rispetto al commercio e gli scambi con economie estere.

Nel 2018, per esempio, il turnover estero degli stati membri dell’EEU superava il turnover interno di ben tredici volte, in quello che è un trend che si è andato consolidando negli ultimi due anni.

Se a questo si aggiunge il fatto che paesi esterni all’EEU hanno un indice di complementarità commerciale più alto dei paesi membri stessi (Italia 54%; India 42%; Grecia 41%) allora l’idea che l’EEU sia un blocco commerciale a carattere marcatamente politico e strategico assume contorni più veritieri.

Anche uno sguardo ai volumi totali del commercio intra-EEU dimostra come la Russia giochi un ruolo pregnante negli equilibri dell’EEU.

Una volta che sanzioni internazionali sono state imposte su Mosca a seguito dell’annessione della Crimea (2015), il commercio totale intra-blocco non ha mai più raggiunto i livelli iniziali (2011).

Da ultimo, va considerato che nel 2018 gli scambi con la Russia ammontavano al 96,9% degli scambi totali dell’organizzazione, a ulteriore dimostrazione del carattere unidirezionale e marcatamente politico dell’EEU.

 

 (Volumi commerciali intra-EEU -in miliardi di dollari USA)

(Fonte: Fondo Monetario Internazionale)”.

 

Come detto poco sopra, è anche importante ricordare come le economie all’interno dell’area eurasiatica (e quindi non necessariamente facenti parte dell’EEU) siano diverse tra loro.

Paesi come il Kirghizistan (membro dell’EEU) e il Tagikistan (non-membro dell’EEU) hanno economie basate primariamente su rimesse e non su produzione industriale e/o servizi, il che contribuisce ancor di più a rendere questi stati dipendenti da Mosca.

Famose sono le parole dell’allora presidente kirghiso “Almazbek Atambayev” quando, poco prima di formalizzare l’ingresso del Kirghizistan nell’EEU, affermò che il paese, semplicemente, ‘non aveva scelta’, e che il rifiutare l’invito a entrare nell’EEU avrebbe significato ‘supplicare in ginocchio’ per aiuti economici in futuro.

 

Lo stesso Tagikistan si trova in una posizione di dipendenza dalle rimesse che provengono dalla Russia (nel 2018, le rimesse costituivano il 29% del Pil del paese, e dati della Banca centrale russa dimostrano come nell’ultimo anno tali rimesse siano diminuite del 37%, e dunque con un tremendo impatto sul Pil tagiko), e negoziazioni (quando non proprio pressioni, sotto forma d’introduzione di barriere invisibili al commercio e alla circolazione di merci e persone per paesi non-EEU) continuano tra Mosca e Dušanbe per convincere il presidente tagiko Emomali Rahmon a entrare nell’organizzazione.

Al di fuori di queste negoziazioni, un importante accordo tra Russia e Tagikistan sulla regolamentazione dei migranti economici è stato siglato e ratificato appena due anni fa, in quello che sembra essere stato l’ultimo tentativo di coordinare e incanalare il flusso migratorio dal Tagikistan alla Russia prima di costringere “Dušanbe” ad accedere all’EEU, e quindi a sottostare alle regole e provvisioni in campo migratorio dell’organizzazione stessa.

 

È forse nella sfera economica, però, che la presenza russa in Asia Centrale è maggiormente fronteggiata da una crescente attività cinese, specie nei settori infrastrutturali, energetici e commerciali.

La Cina è, al momento, il secondo mercato per le esportazioni kazake (dopo l’Italia) con la Russia che figura al quarto posto (dopo l’Olanda), ed è il secondo esportatore verso il Kazakistan dopo la Russia.

La presenza di “Beijing” è visibile anche nella pletora di progetti infrastrutturali e finanziari nella regione, che al momento sembrano avere un passo e una presenza difficili da emulare per la Russia, soprattutto alla luce delle sanzioni economiche e del recente impatto del Covid-19 sulla regione.

 

Anche nel campo energetico si può notare una crescente presenza cinese in Asia Centrale, presenza che al momento non ha portato a eccessivo allarmismo in Russia ma che al tempo stesso presenta Mosca con uno scenario di crescente multilateralismo e bilanciamento.

 La Cina è a oggi il primo importatore di gas dal Turkmenistan (il 90% delle esportazioni di gas turkmene va in direzione di Pechino), una posizione che si è venuta a concretizzare proprio in seguito a disaccordi politico-economici tra Ashgabat e la russa Gazprom.

Per quanto riguarda il petrolio, la presenza del gasdotto Asia Centrale-Cina (transitante attraverso Turkmenistan, Uzbekistan, e Kazakistan) è di grande importanza per Pechino, e una nuova linea (Linea D) è attualmente in corso di costruzione, dal 2014 e non senza difficoltà, attraverso il Kirghizistan e il Tagikistan.

 

Sebbene non sia possibile approfondire qui in modo esaustivo le posizioni commerciali di UE e Stati Uniti, è opportuno notare come Washington abbia di recente siglato un vantaggioso accordo economico con il Kazakistan e l’Uzbekistan (le due maggiori economie della regione) chiamato ‘Partnership per gli investimenti in Asia Centrale’ con l’obiettivo d’investire almeno 1 miliardo di dollari nella regione attraverso progetti diretti a sviluppare il settore privato e infrastrutturale delle economie locali.

Alla luce di questi dati e fattori, è evidente dunque come il quadro economico delle relazioni russo-centrasiatiche non sia configurabile come un’assoluta primazia e dominanza.

Se all’interno dell’EEU le relazioni economico-internazionali sono a carattere marcatamente russo, il quadro più ampio dell’economia e del mercato energetico dell’Eurasia presenta uno scenario più multipolare e diversificato, con la Russia che rimane un attore di primo piano ma al tempo stesso Cina, UE e Stati Uniti che giocano un ruolo importantissimo nella diversificazione dei vettori economici ed energetici delle repubbliche centrasiatiche.

Quest’ultime, inoltre, hanno sviluppato nel corso degli ultimi due decenni una strategia che alcuni analisti hanno chiamato ‘regionalismo bilanciato’, e mira proprio alla creazione di numerose piattaforme regionali (tanto formali quanto informali) da un lato per attrarre più capitali, dall’altro per evitare la preponderanza di una singola grande potenza nella regione.

 

 Rapporti culturali e umanitari.

 

Il sostrato umanitario e culturale che lega i paesi dell’Asia Centrale con la Russia è improntato principalmente alla valorizzazione dell’esperienza storico-politica dell’Unione Sovietica, e dei secoli di coesistenza tra le popolazioni russe e centrasiatiche, che hanno portato a una condivisione di numerosi riferimenti culturali e linguistici.

Tuttavia, se da un punto di vista istituzionale, storico, diplomatico, e finanche celebrativo le repubbliche centrasiatiche e Mosca parlano ancora di fratellanza, solidarietà, vicinanza, e memorie condivise (come per esempio le celebrazioni per la vittoria della Seconda guerra mondiale), è anche vero che i processi di sviluppo nazionale e statale in Asia Centrale stanno portando a un lento ma concreto affermarsi di sentimenti nazionalisti.

Questi sono visibili tanto in riforme d’importanza simbolica e anche politica, come la transizione dell’alfabeto kazako e uzbeko dal cirillico al latino, quanto nell’elezione di leader nazional-populisti alla presidenza, come ha dimostrato il caso di “Sadyr Japarov” in Kirghizistan all’inizio di quest’anno.

Altri esempi includono la proposta di legge in Uzbekistan che vieta ai dipendenti statali l’uso della lingua russa (cui Mosca ha reagito con preoccupazione se non proprio con sdegno, citando ‘lo spirito della storia’ come motivazione per bloccare questa proposta) e il fatto che in Turkmenistan vi sia un’unica scuola russa.

 

La tensione tra un’unione basata sulla storia, ma la cui eco è ancora avvertibile, e il desiderio delle repubbliche centrasiatiche di essere viste come attori indipendenti, eguali e sovrani è sfociata in più di un’occasione in veri e propri casi diplomatici.

Ampia risonanza, per esempio, ha avuto il gelo che intercorse per qualche settimana tra Putin e Nazarbayev nel 2015, e quindi proprio nel periodo più intenso dell’annessione russa della Crimea, che seguì alle dichiarazioni del presidente russo sulla ‘artificialità’ dello stato kazako, che deve la sua esistenza e la sua attuale statualità all’impero russo prima e all’Unione Sovietica poi.

 Semmai qualcuno avesse pensato che questa fosse una boutade o una battuta mal riuscita, si è poi dovuto ricredere.

 Nel dicembre 2020, “Vyacheslav Nikonov”, il presidente della commissione Educazione e Cultura della “Duma russa”, ha di nuovo reiterato la ‘non-esistenza’ del Kazakistan, paese che a suo dire altro non è che ‘un grande regalo della Russia e dell’Unione Sovietica ai kazaki’.

È dunque lecito pensare che queste narrative, soprattutto se unite ai noti e periodici exploit di “Vladimir Zhirinovski” in favore di una ‘ricolonizzazione’ dell’Asia Centrale, abbiano il preciso scopo di ricordare alle repubbliche centrasiatiche la posizione egemonica di Mosca nella regione.

 

Tuttavia, al netto dei sopracitati episodi, tra Russia e Asia Centrale in un’ottica complessiva si può parlare di relazioni generalmente positive nella sfera socio-culturale, specie se comparate a quelle con altre potenze come Stati Uniti o Cina.

 La Russia, secondo recenti sondaggi in Asia Centrale, era e rimane un alleato in cui riporre fiducia, un fondamentale partner economico, un paese da visitare, un modello politico da seguire, e un buon vicino.

L’esempio più recente di questo trend è il successo della ‘diplomazia vaccinale’ di Mosca in Asia Centrale, grazie alla quale Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan hanno ordinato dosi ingenti di “Sputnik-V” (con Kirghizistan e Tagikistan che stanno valutando l’approvazione del vaccino in queste settimane).

 

Anche a livello sociale e culturale, dunque, così come in campo economico e politico-militare, è forse inappropriato parlare di una Russia in declino, così come è fuorviante parlare di Mosca come l’unico egemone incontrastato nella regione.

Alla luce di quanto scritto, il prisma più accurato per analizzare la posizione russa in Asia Centrale è quella che ho chiamato ‘egemonia negoziata’, specie dopo l’annessione della Crimea.

Se da un lato Mosca è, ancora oggi, la potenza indispensabile nell’area, non è certo l’unica.

E i paesi dell’Asia Centrale sono ben consapevoli della presenza di altri attori, del margine di manovra a loro disposizione, e di come un nuovo multilateralismo possa, pur lentamente e progressivamente, trovare forma non solo a livello mondiale, ma anche a livello regionale.

 

 

 

 

l potere di imparare (parte 1).

Equilibrimagazine.it – (31-marzo -2025) - Susanna Sancassani – Redazione - ci dice:

 

Sapere oggi vuol dire “saper apprendere”. Chi apprende trasforma e si trasforma. E nel futuro le diseguaglianze saranno sempre più di tipo cognitivo.

«L’analfabeta del XXI secolo non sarà chi non sa leggere e scrivere, ma chi non sarà capace di imparare, disimparare e reimparare».

 Con queste parole” Alvin Toffler” nel 1970, nel suo libro “Future Shock”, guarda a una direttrice precisa che, ai suoi tempi, aveva provocato diversi confronti.

Toffler è un classico caso di figura poliedrica nella quale la conoscenza della sociologia e una capacità creativa, quasi preveggente, si intrecciano insieme a ulteriori contesti di sapere e di curiosità.

Difficile collocarlo in una tassonomia che già negli anni Settanta era indissolubilmente legata alle competenze specialistiche, più semplice coglierne spunti dagli scritti.

 

Qualche secolo prima “Francesco Bacone”, altra figura poliedrica di grandissimo spessore, politico, avvocato, scienziato, arrivato fino a noi con la più corretta connotazione di filosofo, discettava di conoscenza e di altre cose e, nelle sue vesti di consigliere dell’ambasciatore d’Inghilterra in Francia, aveva addirittura inventato uno dei primi linguaggi crittografati, proprio per comunicare con il suo governo.

Nel suo vastissimo curriculum troviamo la formulazione di un nuovo metodo induttivo, con un approccio che farà poi da apripista a “Leibniz” e a tutto l’Illuminismo, tanto da arrivare alla dedica ne “L’Encyclopédie” di Diderot e d’Alembert.

E anche una parte importante di utopia che lo traghetterà più facilmente ai giorni nostri.

A lui è attribuita la frase «Scientia potentia est», ovvero «Sapere è potere».

È una massima che non si trova in nessuno dei suoi scritti, ma è verosimilmente compatibile con il suo pensiero filosofico, in particolare con la sua visione del ruolo della conoscenza nel progresso umano e nel dominio della natura. L’uomo che conosce domina.

 La natura e, ovviamente, gli altri uomini.

 

In questa prospettiva chi possiede la conoscenza ha la capacità di influenzare, controllare o agire in modo efficace sul mondo circostante.

Una visione in cui il sapere acquisito conferisce direttamente potere a chi lo possiede.

Questo modo di intendere il sapere è legato all’idea che la conoscenza rappresenti un mezzo per comprendere e quindi controllare o trasformare la realtà, che si tratti di conoscenze tecniche, scientifiche o sociali.

 

«Sapere è potere» mette il focus su una dimensione di “attualità” (il possesso della conoscenza) che rappresenta un fondamento all’esercizio di potere.

Ma cosa accadrebbe se, nel contesto attuale, caratterizzato da instabilità e rapidità di mutamento, si spostasse l’attenzione dalla relazione tra potere e un elemento statico (il possesso della conoscenza) a quella tra potere e un elemento dinamico (il processo di apprendimento)?

 Se a essere “potere” nel mondo contemporaneo non fosse più il sapere ma l’apprendere, o meglio, l’abilità di farlo in qualsiasi momento sia ritenuto necessario?

 

Gli agenti artificiali per l’apprendimento.

Il sapere non è mai stato sistema statico, ma se ai tempi di Bacone poteva avere un perimetro a grandi linee riconoscibile e, in qualche misura, conoscibile, ora non è più così:

 siamo di fronte a un sistema senza una forma stabile e con una tendenza continua all’espansione in tutte le direzioni.

 

Nella nostra contemporaneità, l’accessibilità diffusa dei “Large Language Models” (LLM), come ChatGPT, Gemini, Copilot o Claude, ha radicalmente trasformato il nostro rapporto con la conoscenza, ampliando in modo pressoché improvviso il potenziale umano di accesso al sapere.

Si sta delineando, in una prospettiva quasi istantanea, la diffusione di veri e propri “AI agents,” personalizzati, il cui scopo è il supporto attivo e proattivo all’individuo, nel raccogliere informazioni, nello svolgere compiti, ma anche nell’apprendere.

 Strategia attuata non solo da “OpenAI”, ma chiaramente sottesa a tutti i miglioramenti in termini di personalizzazione delle prestazioni attuate dai principali “LLM nel corso del 2024”.

 Con l’avvento degli agenti artificiali, quei limiti circoscritti che il “Premio Nobel Herbert Simon”, uno dei padri fondatori della scienza cognitiva, aveva definito nel concetto di bounded rationality (razionalità limitata) già nel 1982, hanno subito una trasfigurazione.

Simon evidenzia come gli esseri umani, nel prendere decisioni, siano limitati dalla quantità di informazioni che possono elaborare e dalle capacità cognitive che possiedono: come andiamo a definire i limiti cognitivi di esseri umani che possono apprendere ovunque, in tempi contenuti, grazie al supporto di agenti artificiali? E non si tratta semplicemente di acquisire informazioni, ma dell’intero processo di elaborazione, connessione, integrazione e consolidamento di conoscenze o abilità che è proprio della trasformazione di chi impara. In una parola: dell’“apprendimento”.

 

Primo punto. Chi impara trasforma e si trasforma. È un agente attivo del cambiamento.

Se sollecitati correttamente, i” LLM” possono aiutare a strutturare un percorso. Dialogare e incoraggiare, discutere e criticare, rispondere e aprire nuove direzioni di esplorazione.

Possono suggerire una guida allo studio, una timeline di apprendimento, e aiutare a monitorare i progressi identificando le aree di debolezza.

Attraverso “feedback mirati”, si possono ricevere indicazioni specifiche a elaborati o esercizi per migliorare e rafforzare tali lacune.

 E tutto questo attraverso il canale mediale preferito:

la multimedialità rappresenta, di per sé, un ulteriore livello di integrazione in questi strumenti.

 

È inoltre possibile inserire immagini, link a video o file audio, e ricevere trascrizioni di contenuti video o audio su cui dialogare direttamente.

Strumenti come “Notebook LM di Google” permettono persino di trasformare i contenuti in nuovi formati, come podcast personalizzati, di selezionare e interrogare specifici set di contenuti, cambiando continuamente la selezione in base alle necessità e al percorso seguito per poi salvare e organizzare in forma di “blocco note” tutti i contenuti utili.

Questa possibilità di modulare e riorganizzare attivamente le informazioni è particolarmente utile per chi desidera esplorare connessioni tra concetti e discipline diverse.

Il risultato finale può essere non solo l’acquisizione di conoscenze, ma anche lo sviluppo di abilità metacognitive:

 imparo come si impara, e imparo a farlo meglio.

 

In un contesto in cui l’accessibilità di questi strumenti, o meglio, in accordo con il filosofo “Cosimo Accoto”, di questi costrutti socio-culturali, fosse diffusa, avrebbe senso dire che, nel mondo attuale, l’abilità di imparare – la predisposizione a crescere, svilupparsi e adattarsi – sia di per sé una risorsa di potere?

Ma, se questa affermazione fosse vera, che tipo di potere sarebbe quello di imparare?

Proviamo a fare un passo indietro e diamo un perimetro al concetto di “potere” e al modo in cui lo possiamo usare in questa riflessione.

 

Negoziare la propria identità con il potere. Con la propria agency.

Non è dato parlare di potere senza riferirci a “Michel Foucault”.

Il suo approccio ha rivoluzionato il modo in cui viene concepito nelle scienze sociali e umane, spostando l’attenzione dal potere inteso come una proprietà statica o monopolizzata da individui o istituzioni, a una concezione più fluida e diffusa: una forza di natura eminentemente relazionale, che permea le strutture sociali e si esercita in tutte le interazioni umane.

“Foucault” ci ha insegnato che il potere non è soltanto la capacità di influenzare o controllare le azioni e i comportamenti altrui, ma si esercita attraverso il controllo delle conoscenze, dei discorsi e delle pratiche sociali.

 Tuttavia, l’individuo non è semplicemente un soggetto passivo del potere, ma è anche un agente che contribuisce alla sua perpetuazione o resistenza.

Ed è proprio in questa dimensione di relazione che si inserisce quel tipo di potere, che in ambito sociologico e antropologico viene chiamata” agency”, ovvero la capacità degli individui di agire in autonomia e di esercitare una certa influenza sul mondo che li circonda.

 

In una prospettiva filosofica e antropologica, l’”agency “può essere vista come una forma di potere individuale, non semplicemente, però, l’esercizio di un controllo sugli altri.

Piuttosto, sintetizza la capacità di agire per realizzare i propri obiettivi, negoziando strutture sociali, norme culturali e relazioni di potere preesistenti.

In questo senso, il potere non è una questione di controllo o coercizione sugli altri, ma riguarda la facoltà di scelta e l’accesso alle opportunità che permettono agli individui di esercitare la loro libertà e creatività.

Questa interpretazione del potere si avvicina all’”idea di empowerment”, ossia la possibilità di realizzare il proprio potenziale e di influenzare attivamente la propria vita e le condizioni sociali in cui si è inseriti.

È intuitivo che le persone con maggiore accesso a risorse e reti sociali hanno più “possibilità di”, più “potere di” agire e plasmare il loro destino rispetto a coloro che sono privati di queste risorse.

Con il concetto di “habitus”, “Pierre Bourdieu”, sociologo e filosofo francese, collega il potere al capitale sociale, culturale ed economico che gli individui possono accumulare e utilizzare, a volte ereditare, per influenzare il proprio status nella società, offrendo un’ulteriore prospettiva del rapporto tra potere e agency.

Per il sociologo, l’habitus è un insieme di disposizioni interiorizzate che orientano il comportamento degli individui in accordo con la loro posizione sociale.

Queste disposizioni, però, non eliminano completamente la possibilità di agency: questa si manifesta nel modo in cui gli individui negoziano le norme sociali e culturali e le utilizzano per ottenere vantaggi strategici all’interno dei campi in cui si trovano.

 In altre parole, anche se l’agency è limitata dalle strutture sociali e dall’habitus che ne deriva, gli individui possono usare le loro conoscenze e abilità (acquisite tramite apprendimento) per navigare e manipolare tali strutture, esercitando una forma di potere su di esse.

 È quella che l’antropologa “Sherry Ortner” definisce “agency trasformativa”, in alternativa all’”agency riproduttiva” che riguarda la capacità degli individui di riprodurre le strutture sociali esistenti, mantenendo l’ordine sociale e le gerarchie di potere.

 L’”agency trasformativa” riguarda la capacità di sfidare e trasformare quelle stesse strutture.

In questo contesto, può essere vista come una forma di potere, perché consente agli individui di plasmare attivamente la realtà sociale, invece di essere semplicemente plasmati da essa.

E non si tratta solo di negoziare ruoli, compiti, funzioni, ma anche la propria identità.

Nella sua teoria della performatività, “Judith Butler”, una delle più influenti personalità contemporanee nel campo della “teoria del genere” e studi queer”, afferma che, poiché l’identità non è qualcosa di fisso o predefinito, ma si costruisce attraverso l’azione e la ripetizione di atti, una forma di “agency trasformativa importante” è quella che permette agli individui di esprimere identità che non conformano alle aspettative dominanti.

 

Apprendimento dinamico, non sapere statico.

Se ci fermiamo al fatto di vedere il potere nella sua prospettiva di “agency abilitante” a scegliere e realizzare i propri obiettivi o a cambiare sé stessi o il mondo, sembrerebbe avere molto più a che fare con la “disponibilità di sapere” che con l’imparare, con l’abilità di apprendere.

 L’apprendimento non è però, come il sapere, uno strumento per affrontare il cambiamento, ma un’abilità che amplifica il potenziale di adattamento e innovazione.

In questo senso, l’abilità di apprendere è un potere fluido, capace di modificarsi e di rispondere in tempo reale alle esigenze.

L’abilità di apprendere non è solo una risorsa, ma un potenziale evolutivo che conferisce all’individuo o all’organizzazione la flessibilità e la forza necessarie per prosperare in condizioni di fragilità, non linearità e incomprensibilità, rivitalizzando in modo costante l’agency messa continuamente in crisi dall’evoluzione del contesto.

 Inoltre, in un mondo dove il fragile, il non lineare e l’incomprensibile dominano, l’abilità di apprendere rappresenta una forma di potere che non solo permette di rispondere ai cambiamenti, ma offre anche la capacità di adattarsi proattivamente, di creare soluzioni innovative e di generare valore in condizioni di caos.

Chi sa apprendere è in grado di dominare l’incertezza, trasformando la vulnerabilità in un’opportunità di crescita.

 

In un contesto fragile, in cui i sistemi sono solo apparentemente solidi e possono collassare improvvisamente, l’abilità di apprendere diventa una forma di resilienza.

Chi può acquisire rapidamente nuove competenze o adattare il proprio approccio è meno esposto agli “shock sistemici”.

Il potere non risiede solo nella conoscenza attuale, ma nella capacità di apprendere velocemente e rispondere ai fallimenti dei sistemi, sapendo anche gestire il disorientamento generato dalla costante incertezza.

 Chi sa di poter imparare sa di poter trovare nuove risposte o scoprire soluzioni. Sapere di poter imparare genera fiducia:

 sapere di poter acquisire nuovi strumenti per affrontare i problemi diventa un fattore cruciale per mitigare l’ansia, sentimento chiave del nostro tempo, che andrebbe forse meglio descritta come “angoscia”, cioè come quella vertigine della libertà che” Søren Kierkegaard” ha così bene esplorato come sentimento associato alla possibilità di scelta e che nel nostro tempo è apparentemente, ma spesso ingannevolmente, infinita.

 

Kierkegaard” afferma che l’angoscia ha una funzione positiva, in quanto spinge l’essere umano a confrontarsi con la propria esistenza e a scegliere con consapevolezza.

In un contesto in cui la complessità diventa talmente alta da risultare spesso incomprensibile, l’abilità di apprendere è essenziale per decodificare il reale, man mano che lo attraversiamo.

 E per costruire quella consapevolezza che Kierkegaard ritiene centrale e che, in una prospettiva contemporanea, non trova più automaticamente realizzazione nella relazione con la divinità, ma si costruisce attraverso nuove modalità di comprensione della realtà.

 

Il potere di imparare – parte seconda-

Equilibrimagazine.it - Il potere di imparare - Susanna Sancassani – (7 Aprile 2025) – ci dice:

 

Nel futuro le diseguaglianze saranno sempre più di tipo cognitivo.

A fare la differenza, la capacità o l’incapacità di apprendere e adattarsi. Ma prima di tutto il potere di imparare deve essere dato a ogni individuo. Nessuno escluso.

 

La consapevolezza dell’indispensabilità del sapere. E la sua attivazione.

Sviluppare il potere di imparare non riguarda solo l’apprendimento di come far propri concetti, abilità e competenze, ma coinvolge elementi legati alla motivazione, all’autoefficacia e alla capacità di orientarsi all’interno del contesto educativo.

 Ci sono almeno tre presupposti chiave perché il potere di imparare si manifesti:

la consapevolezza che il sapere serva;

l’abilità di ottenerlo;

la convinzione di poterlo fare.

Questi presupposti non solo abilitano il processo di apprendimento, ma sono anche alla base dello sviluppo dell’agency auto-educativa, ovvero la capacità di agire in modo autonomo e consapevole nel proprio percorso di crescita.

 Il primo presupposto fondamentale è che l’individuo debba essere consapevole dell’importanza del sapere, ovvero debba riconoscere che le conoscenze e le competenze che sta cercando di acquisire hanno una rilevanza per la sua vita e per la comunità.

La consapevolezza del valore del sapere non è solo un fattore di supporto alla motivazione intrinseca per i percorsi che vengono proposti da un soggetto esterno (scuola, università, formazione aziendale) o connessa al valore pratico del sapere.

Educare l’individuo al valore del sapere è un atto profondamente trasformativo e dunque politico, nella migliore accezione possibile:

significa mettere al centro dell’educazione il processo attraverso cui le persone diventano consapevoli delle dinamiche che influenzano la loro vita e imparano a riconoscere le strade per negoziarle e plasmarle.

Questa motivazione fondamentale basterebbe a dare una misura dell’importanza di sviluppare attivamente consapevolezza che il sapere serve, ma possiamo tener conto anche di altre motivazioni di ordine e priorità più basse.

 

In un mondo “AI enabled “sta cambiando repentinamente il rapporto con la decisione:

siamo di fronte all’emergere di nuovi paradigmi in cui l’essere umano, in quanto unico soggetto passibile di sanzione, resta il soggetto che esercita la responsabilità della decisione, in un processo in cui controlla solo parzialmente le modalità di generazione delle opzioni possibili.

 In questo contesto si spazia dalla decisione banale di quale versione di un paragrafo generato da “AI” utilizzare per un briefing di progetto, alla scelta dell’opzione terapeutica suggerita da un sistema medico “AI based”.

 Il problema è che sempre più frequentemente il soggetto responsabile della decisione non avrà già a disposizione tutto il sapere che servirebbe per esercitare la sua responsabilità in modo consapevole.

 L’esercizio etico della responsabilità implicherà sempre di più un sistema di conoscenze continuamente adeguato al contesto reale.

Un contesto in evoluzione costante, in cui chi non dispone dell’abilità di apprendere rapidamente e in modo significativo non potrà che assumersi la responsabilità di decisioni di cui non ha né controllo né consapevolezza.

 Infine, in molti contesti (anche se non in tutti), oltre al dominio della responsabilità, all’uomo resta il dominio della realtà.

 È l’essere umano che legge la realtà per chiedere aiuto all’AI, è l’essere umano che deve portare gli esiti nella realtà trasformandola.

 Almeno fino a oggi.

 Questa nuova rilevanza della realtà e della nostra abilità di conoscerne i “layer”, gli “strati di realtà” come li troviamo nel pensiero di un maestro della trans disciplinarità come “Basarab Nicolescu” , richiede nuovi processi di alfabetizzazione che poco (o niente) hanno a che vedere con il conoscere il funzionamento dell’intelligenza artificiale.

 In questo percorso però non siamo soli.

 Se vogliamo esplorare un concetto, acquisire una nuova abilità o comprendere il comportamento più appropriato a un contesto, gli agenti artificiali non si limitano a fornire risposte immediate, ma offrono un potenziale per creare esperienze di apprendimento dinamiche e personalizzate.

 

Alfabetizzare all’apprendimento nei nuovi ecosistemi digitali.

 

Il secondo presupposto è la conoscenza dei processi di apprendimento e delle risorse disponibili per ottenere il sapere.

 La consapevolezza che il sapere è importante non basta: l’individuo deve anche essere in grado di accedere a queste conoscenze.

 Questo implica una comprensione dei metodi di apprendimento, delle risorse educative a disposizione e delle modalità attraverso cui può acquisire nuove competenze.

 In un’ottica pedagogica, insegnare come imparare è altrettanto importante quanto insegnare i contenuti stessi.

Questo è il fondamento dell’”approccio metacognitivo”, che mira a sviluppare negli studenti la capacità di riflettere sui propri processi di apprendimento.

Educatori e formatori devono fornire a studenti e lavoratori gli strumenti per comprendere come imparare efficacemente:

questo può includere strategie di studio, la gestione del tempo, l’uso di risorse tecnologiche e il supporto di reti sociali o educative.

 In questo contesto, l’idea di imparare ad apprendere è centrale.

Lo psicologo cognitivista “Jerome Brune”r ha sviluppato negli anni Ottanta il concetto di “scaffolding”, che si riferisce al supporto fornito dall’insegnante per aiutare lo studente a costruire gradualmente la propria capacità di apprendere in autonomia.

Attraverso il giusto supporto, gli studenti acquisiscono non solo conoscenze specifiche, ma anche la capacità di apprendere nuovi concetti in modo autonomo. La capacità di arrivare alle conoscenze e alle competenze necessarie e attivarle, il conoscere come ottenere il sapere, con l’accessibilità diffusa dei LLM, si rimodella completamente.

Si configura quella “jukebox education “che ci consente di imparare “any time”, “any where”, “any way”, la possibilità di mettere insieme un puzzle di discipline che si intersecano nella quantità e nella qualità richiesta.

 E oggettivamente diventa molto più strategico avere una visione complessiva sia delle necessità di contenuti che degli strumenti per accedervi.

È un lavoro di regia e di interlocuzione che va sedimentato.

Il semplice fatto di aver seguito con successo un percorso formativo non garantisce automaticamente la capacità di apprendere in modo efficace utilizzando agenti basati sull’intelligenza artificiale:

serve, appunto, un nuovo tipo di “alfabetizzazione all’apprendimento nei nuovi ecosistemi digitali.

Per interagire con queste tecnologie in maniera consapevole e produttiva, è necessario non solo conoscere le logiche di funzionamento degli strumenti, ma possedere competenze metacognitive avanzate e una profonda familiarità con i processi di apprendimento autonomo che non si acquisiscono “automaticamente” lungo un normale percorso di studio.

 

Autostima e autoefficacia.

Il terzo presupposto fondamentale è la convinzione di essere in grado di apprendere, ovvero la fiducia nelle proprie capacità.

Questo concetto, spesso indicato come autoefficacia (concetto sviluppato da “Albert Bandura”, uno dei più influenti psicologi del Novecento), è essenziale per il processo di apprendimento.

Se un individuo non crede di poter riuscire a imparare qualcosa di nuovo, anche di fronte a tutte le risorse e opportunità a disposizione, sarà difficile che intraprenda un percorso di apprendimento attivo e consapevole.

Secondo i dati Eurostat e ISTAT pubblicati nel 2023, in Italia il fenomeno dei “NEET “(giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano) è una delle emergenze sociali più significative.

Secondo i dati più recenti, circa 3 milioni di giovani, pari al 25,1% della popolazione in questa fascia di età, rientrano in questa categoria.

Questo dato è ben superiore alla media europea, che si attesta attorno al 13,1%.

L’Italia ha quindi uno dei “tassi di NEET” più alti in Europa, superata solo da Paesi come la Turchia.

Come ha contribuito il nostro sistema educativo e formativo a costruire il livello di fiducia nelle proprie capacità di imparare di queste persone?

Carol Dweck”, psicologa di Stanford, con la sua teoria del “mind set” ha esplorato come la convinzione di poter imparare sia influenzata dal modo in cui le persone vedono le proprie capacità.

Disporre di un “mind set dinamico” significa essere convinto che le abilità possano essere sviluppate con impegno e pratica.

 Senza questa fiducia, nella cui costruzione l’educazione e la formazione hanno un ruolo cruciale, senza la convinzione di poter imparare, gli individui rischiano di non sviluppare mai appieno il loro potenziale e qualsiasi agency resta al di fuori del loro raggio d’azione.

 

L’incapacità e l’impossibilità di imparare produce le disuguaglianze del futuro.

Ritornando all’incipit di questo articolo e ad “Alvin Toffler”, la sua previsione si sta dimostrando incredibilmente attuale:

chi non sa come apprendere in modo efficace, o non ha gli strumenti per farlo, rischia di essere lasciato indietro, privo delle risorse necessarie per partecipare attivamente nella società.

Questo fenomeno è amplificato dal fatto che l’accesso all’apprendimento oggi è potenzialmente illimitato grazie alla diffusione dei” Large Language Model” e presto dei “personal agent”:

in qualsiasi momento possiamo costruire dialoghi autenticamente formativi nella nostra lingua, con la complessità di linguaggio che riusciamo a padroneggiare, e anche farci aiutare nel selezionare risorse educative digitali più “tradizionali”:

 i “MOOC” (Massive Open Online Courses) offerti dalle principali università sono ormai migliaia, così come i podcast educational o le comunità di apprendimento online.

 Senza la capacità di sfruttare questi strumenti, senza i “gettoni” – capacità di riconoscere il valore del sapere, abilità di ottenerlo, fiducia nelle proprie possibilità di farlo – che fanno funzionare il “jukebox educativo”, queste opportunità restano inaccessibili a molti.

 

Le più drammatiche disuguaglianze del futuro non riguarderanno solo l’accesso a risorse economiche o materiali, ma la capacità di apprendere e adattarsi.

 L’incapacità di imparare diventerà la nuova forma di analfabetismo e una delle fonti più gravi di emarginazione sociale.

In questo contesto, abbiamo la necessità che istruzione e formazione possano andare oltre l’insegnamento di contenuti statici, promuovendo la crescita di una cultura del sapere, che includa la motivazione a imparare, la padronanza di come ottenere nuove competenze e la fiducia nelle proprie capacità.

 

Solo così, sviluppando una” intelligenza auto-educativa e coltivando il potere di imparare”, possiamo evitare che si creino fratture ancora più profonde nella società.

È il potere di imparare, di crescere e di adattarsi che sarà il vero indicatore di inclusione sociale nel futuro.

 

 

 

Un Altro Bavaglio, un

Altro Mattone nel Muro.

Conoscenzealconfine.it – (14 Agosto 2025) - Saura Plesio (Nessie) – ci dice:

Ma non dovevano essere gli “identitari” che sventolavano il rosario?

Ma non erano quelli che dovevano mettere al primo posto gli interessi nazionali e l’indipendenza dai poteri sovranazionali?

 Parlo della Lega, dei leghisti et similia.

 

Finalmente si dipanano le nebbie e si viene a sapere perché Salvini ha ottenuto il premio dell’amicizia Italia-Israele.

 Ovvio, sta lavorando per loro, per questo lo incoraggiano con un bel premio.

Ho letto che il luogotenente leghista “Massimiliano Romeo” in Parlamento ha avviato la discussione sul disegno di legge che mira a introdurre nientemeno che “Una legge che in realtà va ben oltre la prevenzione delle discriminazioni, con articoli che sembrano scritti apposta per criminalizzare critiche e manifestazioni contro Israele.

La proposta mira infatti a introdurre la contestata definizione di ‘antisemitismo’ prodotta dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che identifica come tali, non solo critiche e manifestazioni contro le persone ebree, ma anche contro “le istituzioni della comunità”, e quindi contro lo Stato ebraico”.

(Fonte: L’Indipendente).

 

In altre parole, se questo “ddl 1004” dovesse passare così com’è, ci si ritroverebbe alle prese con un’estensione più dettagliata della già “criticabile e criticata Legge Mancino”, giudicata da molti un “obbrobrio giuridico”.

Affrettiamoci dunque a criticarla e a contestarla prima del suo varo istituzionale, perché potrebbe scattare una censura ancora più demenziale:

non solo per chi stigmatizza le azioni politiche dello stato di Israele, ma anche per chi esercita il suo legittimo diritto di critica verso i suoi “migliori amici”, come Matteo Salvini e alleati.

 

È certamente un “ddl” altamente sospetto quello che cade a ridosso di una strage e di uno sterminio di un povero popolo.

Ed è alquanto sospetto che cada durante l’ulteriore escalation dichiarata da Netanyahu, sull’occupazione di Gaza City, prevista per la data fatidica del 7 ottobre.

 Dopo aver ascoltato la sua conferenza-stampa vien da chiedersi:

 perché finora cosa avete fatto col vostro esercito, i vostri droni, le vostre bombe, i vostri carri armati?

Esiste ancora qualche brandello di libertà sulla Striscia dove un povero popolo è stato fatto sloggiare per ben 8 volte da una parte all’altra in un territorio molto piccolo e in una continua mesta erranza fatta di morituri?

Qualche tassello di terra non violata tra le macerie di oltre il 92 per cento di abitazioni bombardate e le cataste di morti, esisterebbe dunque ancora? Qualche sopravvissuto a cui sparare? (…)

 

Intanto nei giorni scorsi sono stati assassinati cinque giornalisti facente capo ad “Al Jazeera”, impegnati nel reportage di guerra, anche se in questo caso, parlare di guerra non è la parola giusta, dato che vi è accanimento sui civili (donne, uomini, bambini, anziani).

Genocidio, massacro, carneficina, pulizia etnica, semmai.

A voi la scelta del termine più consono.

E non è una questione semantica, ma di morti tangibili e verificabili. Vogliamo scommettere che diranno che TUTTI i cronisti assassinati erano agenti di Hamas? Oppure che si è trattato di un altro “errore tecnico”?

 In questo secondo caso, almeno hanno dichiarato chiaro e tondo che si tratta di un raid mirato.

Intanto in detto “ddl 1004” già presentato al Senato verranno proibite manifestazioni a favore della Palestina, meeting e raduni.

Non ho mai partecipato a nessuno di questi raduni, ma trovo che vietarli sia un abominio anti-costituzionale, un pericoloso precedente destinato a far crescere ancora di più rabbia, aumento della conflittualità e delle contrapposizioni.

 È questo che vuole Matteo Salvini?

Si vede che glielo hanno ordinato a Tel Aviv.

Sì, perché l’articolo 3 del testo arriva addirittura a negare l’autorizzazione a qualunque manifestazione critica contro Israele.

 Tradotto: “Vietato per legge criticare Israele e il suo governo”.

Nessuna leadership politica nazionale e internazionale che sia, nessuno stato democratico, ha mai goduto del privilegio di una simile canonizzazione!

 

Molto più astuta di lui, la sua collega “Giorgia Meloni”.

La stessa che mentre implora la fine della tragedia di Gaza, si premunisce affinché il suo governo continui a fornire armi a Israele, quando perfino il “tedesco Merz” ha deciso di porre fine alle forniture.

 

Capisco che Salvini, ministro delle Infrastrutture, sogni il Ministero dell’Interno, ma qualcuno deve ricordargli che un ministro dell’Interno esiste già e che il suo titolare si chiama Piantedosi.

E invece che fa questo omaccione dallo scarso intelletto?

 Si candida a fare il” Ministero della Repressione e del manganello” nonché il neo-funzionario della “Polizia del Pensiero”.

 

Un altro mattone nel muro della segregazione mentale.

Un altro bavaglio ben peggiore della mascherina, durante la dittatura sanitaria.

Proviamo un po’ a fare un’operazione inversa e a parti invertite: che avrebbe detto la” Lega d’antan”, se una simile nefandezza l’avesse fatta o solo proposta, la sinistra?

E invece no, e invece queste “mordacchie ideologiche e liberticide” sarebbero politiche altamente “nazionali” ed “identitarie”, di un frustrato ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, aspirante al più alto “Ministero della Repressione”.

Saura Plesio (Nessie).

(sauraplesio.blogspot.com/2025/08/un-altro-bavaglio-un-altro-mattone-nel.html).

 

 

Effetto Pigmalione: cos'è,

esempi e come ci influenza.

Unobravo.com - Redazione Uno bravo – (9.1.2024) – ci dice:

 

Il comportamento umano è un riflesso complesso di vari fattori, tra i quali l’ambiente sociale in cui si manifesta, e può essere influenzato dalle percezioni e dalle aspettative che gli altri hanno nei nostri confronti.

Quando crediamo fermamente nelle capacità di qualcuno, quella “fede” può agire da catalizzatore, migliorando le sue prestazioni in vari compiti.

 Il fenomeno per cui le nostre aspettative possono finire per diventare “profezie che si autoavverano” è chiamato "effetto Pigmalione" o "effetto Rosenthal" (dal nome dello studioso che ne approfondì le caratteristiche).

 

La sua origine risale ad antiche leggende della mitologia greca e, nel tempo, ha catturato l'attenzione di ricercatori ed esperti di psicologia, ed è stata analizzata in molteplici ambiti e contesti.

In questo articolo risponderemo alla domanda su cosa sia l'”effetto Pigmalione”, parleremo degli esperimenti effettuati per dimostrarne l'esistenza, di come ci influenza e daremo alcuni consigli per prevenire possibili complicazioni e conseguenze avverse che possono derivarne.

 

effetto pigmalione significato.

(Robin Erino – Pexels).

Cos'è l'effetto Pigmalione?

 Significato e origine del termine.

Cosa significa “effetto Pigmalione”?

La definizione dell'effetto Pigmalione è la seguente:

un fenomeno che si riferisce all'influenza che le aspettative di una persona hanno sulle prestazioni degli altri.

In altre parole, quando ci aspettiamo che qualcuno riesca in un compito, quella persona tenderà ad avere successo.

 L’effetto Pigmalione è stato studiato principalmente nella psicologia sociale.

 

Il nome “effetto Pigmalione” è ispirato all’opera teatrale “Pygmalion” di “George Bernard Shaw” che racconta la storia di un professore che vuole far diventare raffinata una donna popolana, insegnandole gli usi e costumi dell’alta società.

 

A sua volta, il drammaturgo si era ispirato al mito di Pigmalione, che racconta la storia dello scultore Pigmalione che si innamorò di una statua in avorio da lui creata e pregò la dea Afrodite di portarla in vita per poterla sposare.

 La dea esaudì il suo desiderio.

 

L’origine dell’effetto Pigmalione e la sua narrazione, da cui deriva il significato di “essere un Pigmalione”, ovvero un maestro capace di plasmare qualcuno di poco colto, diventa una metafora perfetta che ci mostra come le nostre aspettative possono influenzare e modellare il comportamento e le prestazioni degli altri.

Facciamo però una precisazione. La profezia che si autoavvera e l’effetto Pigmalione non sono esattamente sinonimi, sebbene siano strettamente correlati:

 

la profezia che si autoavvera si riferisce a qualsiasi aspettativa, positiva o negativa, che porta a comportamenti che fanno sì che quell'aspettativa diventi realtà

l'effetto Pigmalione si concentra specificamente su come le aspettative positive di una persona possono influenzare le prestazioni degli altri.

È importante comprendere la differenza tra l’effetto Pigmalione e la profezia che si autoavvera per non confondere i termini.

 

Differenza tra “effetto Galatea” ed “effetto Pigmalione”.

Abbiamo parlato dell'origine del mito per capire in cosa consiste l'effetto Pigmalione, e aggiungiamo un altro elemento: Galatea.

Galatea è il nome che nel XVIII secolo circa, venne attribuito alla statua creata da Pigmalione.

 

Ma perché lo puntualizziamo?

Un modo informale di definire l’effetto che hanno le aspettative e le convinzioni che abbiamo riguardo alle nostre capacità e prestazioni è “effetto Galatea”. Usiamo questa definizione non clinica per parlare, in qualche modo, dell’autoefficacia percepita da noi stessi.

Mentre l’effetto Pigmalione, come abbiamo accennato, si concentra sulle aspettative degli altri su di noi e su come queste possano modellare o influenzare il nostro comportamento e le nostre prestazioni, per capire cos’è l’effetto Galatea dobbiamo quindi guardare alla percezione di noi stessi.

 

Queste aspettative su noi stessi possono essere potenti, poiché quando abbiamo un elevato senso di autoefficacia e crediamo fortemente nelle nostre capacità, tendiamo a impegnarci di più e quindi abbiamo più facilità a superare gli ostacoli e, alla fine, a raggiungere i nostri obiettivi.

 

Insomma, Pigmalione e Galatea rappresentano due facce della stessa medaglia: come le aspettative, siano esse esterne o interne, possono influenzare il nostro comportamento.

 

Esperimento di Rosenthal.

(Julia M. Cameron – Pexels).

L'esperimento di Rosenthal e Jacobson.

Abbiamo citato lo studioso Robert Rosenthal all’inizio del nostro articolo perché “effetto Rosenthal” è un sinonimo di “effetto Pigmalione”.

“Robert Rosenthal” e “Lenore Jacobson”, entrambi psicologi, realizzarono nel 1968 un esperimento in una scuola elementare proprio per indagare il meccanismo alla base dell’effetto Pigmalione.

 

Lo studio prevedeva la somministrazione di un test di intelligenza agli studenti all’inizio dell’anno scolastico.

Poi, in modo casuale e senza fare affidamento sui risultati reali dei test, i due studiosi selezionarono alcuni studenti e informarono i loro insegnanti che questi bambini erano destinati a mostrare un’eccezionale crescita accademica quell’anno.

Ciò che sorprende è che, alla fine dell’anno scolastico, questi studenti avevano effettivamente mostrato un aumento significativo del loro rendimento scolastico, anche se la loro selezione era stata del tutto casuale.

 

Rosenthal e Jacobson conclusero che le elevate aspettative degli insegnanti nei confronti di questi studenti, basate esclusivamente sulle informazioni (infondate) fornite dai due studiosi, avevano influenzato positivamente il loro rendimento.

I bambini scelti come partecipanti avevano infatti beneficiato di maggiore attenzione e sostegno, utile a rafforzare la loro fiducia e le loro capacità.

 

Rosenthal e Jacobson dimostrarono che l’effetto Pigmalione esercitava una potente influenza sul comportamento delle persone, trasformando le aspettative in profezie che si autoavverano.

 

Come ci influenza l’effetto Pigmalione?

Come abbiamo visto, le aspettative hanno un impatto reale sulle nostre prestazioni e sul nostro comportamento.

Tuttavia, le conseguenze dell’effetto Pigmalione non sono sempre positive, e possono avere anche un impatto negativo, come vedremo di seguito.

 

‍Effetto Pigmalione positivo.

L’effetto Pigmalione positivo si verifica quando le aspettative positive degli altri ci portano a prestazioni migliori.

Per esempio, un insegnante che crede nelle capacità di uno studente può motivarlo a impegnarsi di più e a raggiungere il suo pieno potenziale.

Può verificarsi anche quando esercitiamo aspettative su noi stessi;

 in questo caso si manifesta la profezia che si autoavvera che, come abbiamo accennato in precedenza, si riferisce a come le nostre aspettative e convinzioni sulle nostre capacità possano spingerci ad agire in modi che confermano tali convinzioni, portandoci a raggiungere obiettivi e superare ostacoli basati su sulla nostra capacità di percezione di noi stessi.

 

‍Effetto Pigmalione negativo.

D’altra parte esiste anche l’effetto Pigmalione negativo, chiamato “effetto Golem”.

Il termine “Golem” affonda le sue radici nella tradizione ebraica ed etimologicamente può essere tradotto come “materia informe” o “cosa incompiuta”.

 

Il “Golem” è una figura fatta di argilla o fango che viene portata in vita da un rabbino attraverso rituali mistici.

Questa creatura, sebbene animata, non ha anima, coscienza o libero arbitrio e segue gli ordini del suo creatore senza fare domande.

L'effetto Golem, in psicologia, si riferisce alle conseguenze negative che derivano dalle basse aspettative di una persona.

Quando qualcuno in una posizione di autorità o influenza (come un insegnante, un capo o un genitore) ha basse aspettative nei confronti di un'altra persona, queste possono manifestarsi nelle loro interazioni e nei tipi di opportunità che offrono.

Questi atteggiamenti e comportamenti, spesso subdoli ma evidenti, possono essere interiorizzati dall'individuo in questione, portandolo a credere di essere meno capace o competente di quanto non sia in realtà.

 

Fondamentalmente, l’effetto Pigmalione e l’effetto Golem sono opposti.

 Mentre l'effetto Pigmalione evidenzia come aspettative elevate possano migliorare le prestazioni, l'effetto Golem evidenzia come aspettative negative o basse possano diminuire le prestazioni o il potenziale di una persona.

 

‍Effetto Pigmalione: esempi in altri contesti.

L’effetto della profezia che si autoavvera ci accompagna in molteplici ambiti, non solo accademici.

Come si manifesta l'effetto Pigmalione in classe, al lavoro o nelle relazioni? Vediamo alcuni esempi dell'effetto Pigmalione in questi contesti.

 

‍Esempi dell'effetto Pigmalione nella didattica.

Un chiaro esempio dell’impatto che questo fenomeno ha in ambito educativo è l’effetto Pigmalione nei bambini e negli adolescenti.

Ciò si verifica quando un insegnante elogia costantemente uno studente per la sua intelligenza.

Il feedback positivo nella pratica didattica non solo rafforza l'immagine di sé del bambino come persona capace, ma può anche portarlo a sviluppare una maggiore fiducia nelle proprie capacità, che può rappresentare un fattore protettivo contro l'insicurezza patologica.

Man mano che il giovane interiorizza questa percezione positiva, si sente più motivato, il che spesso si traduce in maggiore impegno.

Inoltre, questo effetto può avere un impatto a catena.

 I compagni di classe, osservando il successo dello studente, possono iniziare a trattarlo come un modello accademico, rafforzando ulteriormente la sua autostima e la sua autoefficacia.

 

D'altra parte, l'insegnante, vedendo i progressi dello studente, può fornirgli maggiori opportunità e risorse, come la partecipazione a progetti speciali o ruoli di leadership nelle attività della classe.

 Questo ciclo positivo di aspettative, riconoscimenti e prestazioni è un esempio del potere dell’effetto Pigmalione nell’istruzione.

 

‍Esempi dell'effetto Pigmalione nelle aziende.

L'effetto Pigmalione sul lavoro si manifesta quando le aspettative di un capo o di un supervisore nei confronti di un dipendente influenzano le prestazioni di quest'ultimo.

Per esempio, un manager che si aspetta che un membro del suo team eccella in un progetto può fornirgli più risorse, formazione e supporto, che a loro volta possono portare il dipendente a lavorare al meglio delle sue capacità.

D'altra parte, l'effetto Pigmalione nella leadership si riferisce a come un leader, avendo grandi aspettative nei confronti della sua squadra, può ispirare e motivare i suoi membri a raggiungere obiettivi più elevati e a superare sfide lavorative e, talvolta, persino problemi personali come la paura di non essere all'altezza o la sindrome dell'impostore.

 

‍Esempi dell'effetto Pigmalione nella coppia.

L'effetto Pigmalione in una coppia può svolgere un ruolo cruciale nella dinamica e nello sviluppo della relazione.

Se una persona ha grandi aspettative e crede fortemente nelle capacità e nelle qualità del proprio partner, è probabile che quest'ultimo si senta più apprezzato e motivato a far crescere e rafforzare la relazione.

 

Per esempio, se un partner loda e sostiene le aspirazioni professionali o personali dell'altro, si può verificare un aumento della fiducia e dello sforzo per raggiungere tali obiettivi, che può tradursi in un rafforzamento della relazione e in un maggiore legame emotivo tra di loro.

Tuttavia, è importante che queste aspettative siano realistiche e basate su una conoscenza autentica dell’altro, per evitare pressioni o frustrazioni inutili.

 

Sviluppo personale effetto pigmalione.

“Canva Studio – Pexels)

Come sfruttare i pro ed evitare i contro dell'effetto Pigmalione.

Conoscere il potere dell'effetto Pigmalione ci dà l'opportunità di applicarlo a noi stessi e agli altri in modo benefico.

Fissando aspettative positive, sia per noi stessi che per gli altri, possiamo favorire maggiore successo e sviluppo personale.

Di seguito, lasciamo alcuni consigli per mettere in pratica e potenziare l’effetto Pigmalione nella vostra vita quotidiana:

coltiva la consapevolezza:

prima di poter stabilire aspettative positive, è essenziale conoscere te stesso. Rifletti sulle tue convinzioni e atteggiamenti verso te stesso e gli altri.

Sono realistici?

Rappresentano bene obiettivi e interessi personali?

Pratica la comunicazione positiva:

quando interagisci con gli altri, sia al lavoro, a casa, con il tuo partner o nelle tue relazioni personali, cerca di utilizzare una comunicazione assertiva, che rafforzi la fiducia nelle tue capacità e il rispetto per gli altri.

Un complimento o qualche parola di incoraggiamento possono avere un impatto significativo.

Stabilisci obiettivi chiari:

 avere una visione chiara di ciò che desideri ottenere ti aiuterà a stabilire aspettative più positive.

Assicurati che i tuoi obiettivi siano specifici, misurabili, raggiungibili, pertinenti e limitati nel tempo.

Promuovi un ambiente favorevole:

circondarti di persone che credono in te e nelle tue capacità può amplificare l’effetto Pigmalione.

Cerca di creare e mantenere relazioni con persone che ti incoraggiano e ti sfidano a crescere.

Alimenta attività di formazione e apprendimento continuo: investi nel tuo sviluppo personale e professionale.

 Acquisendo nuove competenze e conoscenze, non solo aumenterai la tua autostima, ma creerai anche aspettative più positive per te stesso.

Riconosci e celebra i risultati: sia i tuoi che quelli degli altri.

 In questo modo, rafforzi le aspettative positive e li motivi a continuare a lottare verso obiettivi più ampi e positivi.

Evita aspettative non realistiche:

 sebbene sia utile avere aspettative positive, è fondamentale che siano realistiche. Stabilire obiettivi irraggiungibili o eccessivamente impegnativi può portare a frustrazione, demotivazione e bassa autostima.

Rifletti e adattati:

 prenditi del tempo per riflettere sulle tue aspettative e su come stanno influenzando il tuo comportamento e quello degli altri.

Se necessario, modifica le tue aspettative per assicurarti che siano in linea con i tuoi obiettivi, interessi e valori personali.

‍Seguendo questi consigli, non solo massimizzerai il potenziale dell’effetto Pigmalione nella tua vita, ma migliorerai anche il tuo benessere psicologico e quello delle persone intorno a te.

 

 

 

Guerra Inc. Il conflitto in Ucraina,

 gli Stati Uniti e gli interessi delle “corporation.

 Questionigiustizia.it - Elisabetta Grande – (14 aprile 2022) – ci dice:

 

Il teatro di guerra ucraino è geograficamente lontano dagli Stati Uniti, non così gli interessi di chi dal conflitto in corso trae enormi guadagni.

Si tratta dei tre complessi economici che – agevolati da un diritto amico – controllano le scelte politiche statunitensi.

 Il presente scritto analizza brevemente chi sono, come operano e in che modo quei tre grandi gruppi di potere ottengono vantaggi ai danni dell’umanità intera.

 

1. La democrazia perduta / 2. Gruppi di potere in azione: i complessi militare-industriale e finanziario… / 3. … e quello dell’estrazione energetica / 4. Conclusioni

 

 1. La democrazia perduta.

Vista dagli Stati Uniti – dove ora mi trovo – la guerra è lontana.

 Le sue polveri non soffiano sul collo della gente come accade in Europa e, per quanto le bandiere ucraine sventolino dalle abitazioni californiane di Berkeley, la stragrande maggioranza degli americani non sa neppure dove l’Ucraina si trovi, così come a stento – e solo dopo molti anni di conflitto – aveva imparato a collocare l’Afghanistan sulla cartina geografica.

 Terre distanti, periferiche in fondo – forse perfino l’Europa ormai lo è – per chi si vive, al pari degli americani, come al centro del mondo.

Certamente, anche la popolazione statunitense sta già fin d’ora scontando alcuni suoi effetti collaterali:

 il prezzo della benzina per esempio, che ha ultimamente subito aumenti senza precedenti, con quel che ne segue in termini di inflazione.

La guerra, però, che sia condotta in prima persona o sia alimentata attraverso il sostegno a una delle parti in conflitto, è raramente il frutto di scelte democratiche, tanto meno negli “States”.

Quel che importa non è il sentimento collettivo o l’opinione pubblica al riguardo – pur mediaticamente spronata, come in questo caso, a parteciparvi anche se per ora solo in via indiretta –, ma gli interessi di chi davvero conta che vi stanno dietro.

Negli Stati Uniti, tanto il Presidente quanto il Parlamento sono solo apparentemente l’espressione di chi li ha votati:

senza il fondamentale aiuto dei grandi gruppi economici che ne finanziano le sempre più costose campagne elettorali, difficilmente infatti avrebbero potuto essere eletti.

 Ciò significa che, per assicurarsi la rielezione, la stragrande maggioranza di loro deve costantemente rispondere non ai bisogni di chi li ha votati, ma agli interessi di chi li ha finanziati.

 Siccome, poi, le scadenze elettorali sono ravvicinate – soprattutto per la” House of Representatives”, che viene rinnovata tutta ogni due anni –, occorre evitare di voltare le spalle anche una sola volta ai gruppi di potere da cui si è stati appoggiati, che – traditi – altrimenti non assicureranno più il loro sostegno economico al turno successivo.

Si tratta di un sistema già in vigore prima del 2008, ma che a livello di elezione presidenziale diventa irreversibilmente pervasivo da quando Barack Obama – pur di sfondare con soldi privati il tetto altrimenti previsto per il finanziamento pubblico – inaugura la rinuncia ai fondi federali per la sua campagna elettorale.

Una mossa che gli consente di raccogliere l’astronomica somma di 745 milioni, contro gli 84 che altrimenti avrebbe ottenuto come finanziamento pubblico – ricevuti invece dal suo avversario, John Mc Cain.

Dopo il 2008 nessun candidato presidenziale accetterà più il finanziamento pubblico per campagne dai costi ormai elevatissimi, e la cifra record ottenuta da Joe Biden nel 2020, che ha oltrepassato il miliardo, ben esprime l’inevitabile commistione fra interessi privati e politica negli States.

Due anni dopo, la dipendenza delle elezioni dal danaro privato diviene definitivamente strutturale anche a livello di Congresso.

Nel 2010, infatti, la Corte suprema degli Stati Uniti, nell’ormai famoso caso “Citizen United”, si pronuncia nel senso che occorre tutelare il diritto di parola delle corporation durante le campagne elettorali.

Siccome le persone giuridiche parlano con i soldi, il risultato è che esse devono poter spendere al di là dei tetti massimi in precedenza previsti per le donazioni ai candidati politici, purché lo facciano attraverso comitati indipendenti (che indipendenti sono assai poco): gli ormai famosi “Super PACS”.

 

Ecco perché le vere domande da porsi, per cercare di comprendere le scelte strategiche degli Stati Uniti in relazione alla guerra in Ucraina, concernono l’individuazione dei grandi gruppi economici che dominano la politica statunitense e i loro interessi al riguardo.

 La risposta breve è che per i tre grandi gruppi di potere (strettamente intrecciati fra di loro) che controllano tramite il loro denaro le scelte politiche in Usa – ossia il complesso militare-industriale, quello energetico estrattivo e quello finanziario – la guerra che si sta svolgendo nel cuore dell’Europa è una grande opportunità.

 

 2. Gruppi di potere in azione: i complessi militare-industriale e finanziario…

Proviamo a vedere in maggior dettaglio – sia pure per sommi capi, data l’ampia disamina che un tale tema meriterebbe – chi sono e in che modo guadagnano dalla guerra in corso i grandi gruppi di potere economico statunitensi.

 

Il primo di essi è quel complesso militare-industriale della cui pericolosa crescente influenza politica già “Dwight Eisenhower”, alla fine del suo mandato, aveva esortato i cittadini americani a diffidare.

 «In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist», aveva detto il Presidente repubblicano nel 1961.

 L’inquietante previsione si è certamente avverata:

mai come oggi, infatti, i legami fra quel complesso e i rappresentanti politici all’interno del Congresso e dell’Esecutivo sono stati più forti.

Non soltanto i grandi produttori di armi come Raytheon, Boeing, Lockheed-Martin, Northrop Grumman o General Dynamics – le società, cioè, che monopolizzano il mercato delle armi e della tecnologia militare per la difesa – sono presenti con le loro fabbriche in quasi ogni Stato dell’Unione – soprattutto nei distretti elettorali in cui vengono eletti i presidenti dei cruciali comitati del Congresso che, debitamente finanziati, ne fanno in quella sede gli interessi.

Addirittura il Dipartimento di Stato, quello della Difesa e la National Intelligence vedono alla loro testa uomini e donne i cui rapporti con l’industria bellica sono caratterizzati da un legame di porte girevoli.

Si pensi a “Tony Blinken”, scelto da Biden come Segretario di Stato, noto per aver sempre abbracciato la linea interventista più dura possibile in materia di politica estera, dalle invasioni in Afghanistan e in Iraq all’operazione in Libia, fino alla richiesta di pesanti interventi militari contro la Siria.

Uscito dall’amministrazione Obama, forte della sua esperienza governativa, nel 2018 aveva co-fondato una società di consulenza, la” WestExec Advisors”, che offre i propri servizi alle più importanti società di “high tech”, aerospaziali e in generale del settore militare privato, fra cui (secondo un’indagine di The American Prospect) la “Winward”, società israeliana di elevata tecnologia di guerra.

Dello staff della società di “informata” consulenza faceva parte anche “Avril Haines”, nominata da Biden a capo della” National Intelligence” (prima donna a ricoprire tale carica) e nota non solo per il suo ruolo nella strategia di guerra con i droni inaugurata da Obama, ma anche per aver coperto le torture dei prigionieri perpetrate durante la presidenza di George W. Bush.

Anche il primo afroamericano mai nominato a capo del Pentagono, l’ex-generale “Lloyd Austin”, oltre ad avere fortissimi legami col mondo militare da cui si era troppo recentemente congedato, ha ampiamente partecipato al sistema di “revolving door “fra pubblico e privato.

È stato, infatti, nei consigli di amministrazione delle più disparate società, ma soprattutto in quello della “Raytheon Technologies”, leader nella costruzione di armamenti per il Pentagono stesso.

 

È questo il quadro all’interno del quale è possibile comprendere non solo la richiesta dell’amministrazione Biden, già nel dicembre 2021 – ad avventura Afghanistan conclusa e con un personale bellico in Iraq ridotto rispetto all’anno prima –, di aumentare il budget per la difesa, cui il Congresso aveva risposto entusiasticamente, incrementandola addirittura di ben 24 miliardi e approvando così – con maggioranze straordinariamente altissime – uno stanziamento militare senza precedenti.

 È anche possibile dare un senso al recente nuovo aumento di quelle spese per l’anno fiscale in corso, che arrivano oggi all’astronomica cifra di 782 miliardi di dollari e, soprattutto, all’accordo peculiarmente bipartisan – in un contesto politico altrimenti estremamente polarizzato – con cui il 10 marzo di quest’anno il Congresso ha varato, insieme al primo, anche un pacchetto di aiuti all’Ucraina per ben 13,6 miliardi, di cui 3,65 per acquistare e spedire armi e altri 3 per supporto militare alle truppe americane in Europa.

Pure in questo caso la richiesta di Biden era stata molto più bassa, addirittura della metà, ma un provvidenziale accordo fra il democratico “Chuck Schumer” e il repubblicano “Mitch McConnell” in Senato ha fatto lievitare la spesa armata, votata a stragrande maggioranza anche dalla” House of Representatives”, addirittura 361 a 69, che il Pentagono ha ovviamente ringraziato di cuore.

Gli interessi della potentissima industria bellica, che apparivano in crisi per lo svanire dei teatri di guerra più redditizi, paiono insomma chiamare a raccolta i loro debitori nel Governo e in Parlamento, diretti o indiretti, democratici o repubblicani che siano, ed essi rispondono tendenzialmente compatti, mossi non solo – pare lecito immaginare – da ragioni umanitarie e di solidarietà fra popoli.

La guerra in Ucraina rappresenta una splendida opportunità di crescita per il “military industrial complex” e giustifica l’inversione di rotta di una politica volta a ridurne i proventi, che pur Biden aveva dichiarato di voler inaugurare al momento della rovinosa ritirata dall’Afghanistan, esprimendo l’intenzione di dedicare finalmente parte del danaro speso in quella guerra – 300 milioni al giorno per due decenni – al cd. “dividendo di pace”, ossia a spese sociali interne.

 Anche il riarmo dell’Europa – Germania in testa – che l’invasione russa sta portando con sé contribuisce ad aumentare i profitti dell’industria bellica statunitense.

«Dallo scoppio del conflitto i titoli dei grandi gruppi della difesa hanno spiccato il volo:

Northrop Grumman e Lockheed Martin hanno guadagnato oltre il 30% in meno di un mese.

In deciso rialzo anche il terzo colosso della difesa Usa Raytheon Technologies.

 Sono le aziende che costruiscono, tra l’altro, i missili “Stinger” e “Javelins” di cui si sente molto parlare nello scenario ucraino, oltre ai “jet F35 “per cui stanno fioccando nuovi ordini», racconta, per esempio, “Mauro Del Corno” sul “Fatto quotidiano” del 26 marzo.

 

Strettamente collegati agli interessi dell’industria bellica sono gli affari della finanza, il più potente dei tre gruppi economici di influenza politica negli Stati Uniti.

«Nell’industria delle armi si distingue in particolare la statunitense “State Street Global Advisory”, quarto gestore di patrimoni al mondo.

Detiene una partecipazione del 14,5% in Lockheed Martin, del 9,2% in Raytheon Technologies e del 9,5% in Northrop Grumman.

Altro grande socio dell’industria militare è “Vanguard”, società statunitense che gestisce asset per oltre 5mila miliardi di dollari.

Possiede il 7,2% di Northrop Grumman, il 7,2% di Lockheed Martin, il 7,5% di Raytehon. Ha una quota del 2,8% nella tedesca Rheinmetall, l’1,3% della francese Thales, l’1,9% di Leonardo e lo 0,7% di Hensoldt.

 Tra i nomi più noti della finanza si segnalano l’onnipresente” Blackrock “che in portafoglio tiene il 4,1% di Northrop Grumman, il 4,8% di Lockheed Martin, il 4,7% di Raytheon, il 3% di Leonardo e lo 0,2% della britannica Bae Systems.

C’è poi Jp Morgan, con quote in Northrop Grumman (2,9%) e Raytheon (1,5%). Soci di peso sono anche i gruppi di investimento Fidelity e Capital Research», continua Del Corno.

 E ancora: «In concreto cosa significa avere in portafoglio queste partecipazioni? Prendiamo ad esempio il caso di State Street”, uno dei più rappresentativi.

 Le tre aziende di armi in cui è presente hanno registrato nelle ultime settimane un incremento della capitalizzazione complessivo di circa 35 miliardi di dollari. Significa che il valore delle sue partecipazioni è cresciuto di 3,7 miliardi in meno di un mese. C’è anche qualcuno che forse, nonostante tutto, stappa champagne».

 

 3. … e quello dell’”estrazione energetica”.

Lo champagne lo stanno certamente stappando anche le corporation che estraggono energia dal suolo statunitense e che, accanto ai gruppi dell’industria bellica e della finanza, rappresentano l’altro grande complesso economico di influenza politica negli States.

Così come i primi due – il secondo dei quali ha sempre sostenuto l’attuale Presidente Biden nelle sue avventure senatoriali ed è risultato uno dei maggiori finanziatori della sua ultima vittoriosa campagna presidenziale – anche il cd. “OGAM [oil, gas, mining] complex” esprime in Congresso i suoi rappresentanti.

 «Se le attività petrolifere, gasiere o minerarie non sono situate in ogni collegio elettorale, i suoi investitori però lo sono», ci dice “Michael Hudson”, dando per implicita la conseguente capacità di pressione politica degli stessi.

Nessuno meglio di “Joe Manchin”, senatore della “West Virginia”, chiarisce quel legame profondo, che ha finora impedito l’attuazione del “Build Back Better Plan” di Biden, soprattutto nel suo aspetto di incentivazione delle energie rinnovabili ai danni delle fossili.

Sotto questo profilo, lo scoppio della guerra in Ucraina ha rappresentato la perfetta giustificazione per affossare definitivamente i buoni propositi di attenzione al clima, che pur Biden aveva espresso appena nominato Presidente, quando – con un” executive order” del 27 gennaio 2021 – aveva ordinato al Segretario degli interni di sospendere l’attivazione di nuove licenze estrattive di petrolio e gas e di rivedere quelle correnti, al fine di porre gli Stati Uniti sul cammino di un’economia libera dall’energia fossile e dai gas serra entro il 2050.

Per quanto il complesso energetico estrattivo si fosse allarmato e avesse, quindi, attivato i suoi rappresentanti politici al Congresso affinché il progetto naufragasse, solo con l’aiuto di un’emergenza capace di catturare davvero la sensibilità collettiva, esso poteva sperare in un cambio di rotta che mettesse da parte le preoccupazioni climatiche ormai globalmente troppo fortemente condivise.

 La guerra in Ucraina era quello che ci voleva.

La necessità di procurare energia a un Europa indotta dal conflitto a rinunciare al fondamentale apporto russo ha infatti immediatamente riattivato l’interesse per una massiccia estrazione di gas naturale negli Stati Uniti, i quali all’inizio del 2022 hanno visto crescere il loro export di gas naturale liquefatto (LNG) in Europa del 34% rispetto all’anno prima.

Così, se Biden ha cominciato a pompare quanto più petrolio può per i bisogni domestici di un mercato i cui prezzi sono stabiliti dall’estrazione ed esportazione globali, la “Federal Energy Regulatory Commission” (FERC) ha cancellato il suo piano di controllo sull’impatto climatico delle nuove infrastrutture di estrazione di energia dal terreno.

L’agenzia federale di regolamentazione dell’energia ha anche approvato in fretta e furia tre nuovi progetti di estrazione di gas naturale da tempo bloccati, con grande sdegno degli ambientalisti, che ne hanno – non senza serie ragioni – addebitato la responsabilità ai politici corrotti dai finanziamenti del complesso OGAM.

 

Accantonata – grazie all’emergenza guerra – la crisi climatica come preoccupazione immediata, Biden incoraggia oggi l’uso di tutti gli oltre 9000 permessi estrattivi già concessi a livello federale.

E il complesso energetico estrattivo non sta certamente mancando di seguirne il consiglio, giacché finalmente i più alti prezzi sul mercato, dovuti all’attesa minor esportazione russa, assicureranno loro ingenti profitti.

Gli Stati Uniti hanno, infatti, un’enorme quantità di gas naturale che la tecnologia del fracking consente di ricavare facilmente dal terreno, ma i cui costi per l’esportazione sono alti anche a causa del processo di congelamento necessario per il trasporto.

La tanto attesa emancipazione degli europei dall’energia russa, ben esemplificata dall’estenuante trattativa – già risalente a Trump e continuata, poi, con Biden – relativa al gasdotto “Nord Stream 2”, che avrebbe potuto portare alla Germania tanto gas naturale a basso prezzo, sembra infatti – grazie al conflitto – finalmente giunta.

Non solo la Germania si è impegnata a non usare il gasdotto russo e ad aprire infine un terminale per la liquefazione del gas naturale che arriverà dagli Usa; l’intera Europa ha anche preso accordi con gli Stati Uniti per una riduzione progressiva della sua dipendenza energetica dalla Russia, cui sopperirà – scontando un aumento dei costi non indifferente – almeno in parte attraverso l’“aiuto” statunitense.

Il patto, siglato fra Stati Uniti ed Europa il 25 marzo 2022, prevede infatti che i primi inviino per quest’anno 15 miliardi di metri cubi di gas naturale in più alla seconda.

 Per il 2030, ha però assicurato Biden, gli Stati Uniti saranno in grado di incrementare l’aiuto fino a 50 miliardi di metri cubi l’anno.

Un vero bingo, insomma, per il complesso dell’energia estrattiva statunitense, che chiama oggi a raccolta gli investitori.

 Precedentemente frenati dalla probabile immagine negativa che avrebbe potuto loro derivare dalla poca attenzione dimostrata verso la questione climatica, questi ultimi sono oggi invece legittimati a investire in energia sporca dalla retorica della solidarietà fra popoli.

La costruzione di nuovi costosi terminal per il congelamento e la liquefazione del gas, già in corso negli Stati Uniti e in Europa, così come l’intensificazione dei processi di fracking in atto negli States, allontana tuttavia a tempo indeterminato ogni progetto di abbandono dell’energia fossile e di emissione-zero di gas serra, pur annunciato da Biden – come si è detto – per il 2050, con buona pace per ogni preoccupazione di sostenibilità del pianeta.

 

 4. Conclusioni.

Delle sofferenze di chi le armi le vede usare contro di sé, di chi dall’aumento dei prezzi dell’energia ricava povertà o più povertà, o di chi, a causa del riscaldamento del pianeta, già subisce e subirà catastrofi climatiche sempre più devastanti, i grandi gruppi economici che dominano gli Stati Uniti e ne influenzano le strategie politiche si disinteressano.

 È questo il risultato di aver concentrato il potere nelle mani delle corporation, ossia di persone non fisiche ma giuridiche, che non hanno un cuore o un’anima, ma sono mosse da puri meccanismi di accumulazione di capitale.

Tornare alla perduta umanità nelle decisioni politiche, a rappresentare in quella sede i bisogni della gente comune – quella che non conta ma che vota –, a una “democrazia” degna del nome, insomma, sembra l’unica via di salvezza possibile, negli Stati Uniti come ovunque.

 

 

 

 

Costruire la propria leadership:

carisma, potere e identità sociale.

Leadershipmanagementmaghazine.com - Romina Mandolini – (10-3-2025) – ci dice:

 

L’identità sociale e i nostri tanti volti.

In ambito scientifico è un fatto oramai acquisito che le nostre identità – si noti il plurale – originano dal mondo sociale e per esser più specifici, dai diversi gruppi (nazione, famiglia, amici, partiti politici, clan, aziende, categorie professionali, team sportivi, etc., etc.) con i quali ci identifichiamo ogni giorno.

Ognuno di noi vive nella convinzione di essere un’individualità separata dagli altri, indipendente, liberamente autodeterminata, poiché ci sfugge la natura particolare del legame che sussiste tra l’“io”, il “noi” e la “società”.

Quest’ultima non è costituita dalla sommatoria di individui isolati ma da insiemi di persone strettamente interrelate e interdipendenti, le une alle altre, al punto che la sua struttura portante, come di ogni sua organizzazione (piccoli gruppi o grandi che siano) è disegnata sulle reti di relazioni che queste interdipendenze realizzano.

 

I gruppi sociali, tuttavia, non hanno a che fare solo con il vivere organizzato ma lo guidano, lo significano, si pongono a fondamenta del nostro modo di pensare e agire.

Ciascuno di questi gruppi è costituito su dei tratti specifici (ideali, culture, valori, conoscenze, pratiche, ruoli, scopi, norme, etc.) che identificano e accomunano le persone che vi aderiscono.

 L’identità “sociale” di ogni singolo si struttura su tutti questi attributi e quando questa viene condivisa da tutti i membri, questo “noi”, ci spinge a mettere da parte i nostri personalismi per abbracciare gli scopi, gli ideali comuni e a porre il bene del gruppo davanti al proprio.

 

Gruppo, identità e leadership.

Nell’adesione ai gruppi le persone trovano, dunque, risposte, coordinate, informazioni che filtrano attraverso il continuo confronto delle proprie idee con quelle degli altri.

 In questo gioco, l’influenza sociale che gli altri esercitano su di noi e il consenso che noi ricerchiamo negli altri, si pongono alla base di questa costruzione identitaria.

 Influenza e consenso però sono, al tempo stesso, gli strumenti della leadership ed è interessante osservare come essa nasce e si afferma alla luce dei processi legati all’identità.

 

Una differenza sostanziale tra manager e leader è l’autorevolezza che i membri del gruppo riconoscono alla sua autorità.

Nel caso del manager, egli può anche disinteressarsi di ottenere questa investitura (almeno fino a un certo punto) poiché il suo potere è iscritto nel mandato organizzativo assegnatogli ed esso lo esercita senza troppi preamboli.

Nel caso del leader, invece, il potere esercitato gli deriva da una legittimazione ricevuta dal gruppo che intorno a questo potere, non a caso, volontariamente si dispone e sottomette.

 

Innumerevoli studi psicosociali hanno dimostrato che questo riconoscimento, in seno al gruppo, comincia quando il candidato alla leadership inizia a incarnare, in maniera sempre più confacente, i tratti caratteristici dell’identità sociale condivisa (valori, ideali, scopi, pratiche, etc.).

Fino a quando non ne diventa l’esemplare più rappresentativo (in gergo, non a caso, si parla di prototipo) e si trasforma, in questo modo, in un riferimento naturalmente “attrattivo” per gli altri.

 La reiterazione, nel tempo, di questa evidenza ne consolida la visibilità, il prestigio, lo status all’interno del gruppo ed egli acquisisce una sempre maggiore capacità di influenzare gli altri membri.

A questo punto, sulla scia di quello che in psicologia viene chiamato “errore fondamentale di attribuzione”, gli altri membri, incapaci di comprendere la vera origine di questa sua attrattività, tenderanno ad attribuirla alla sua personalità parlando, al riguardo, di carisma.

Mentre in realtà questa influenza gli deriva dalle caratteristiche proprie dell’identità sociale condivisa e dal fatto che egli ne è diventato l’esteriorizzazione o alter ego.

 

La costruzione di una leadership.

Questo percorso varia a seconda se “la” o “il” candidato leader è estraneo al gruppo, quindi ingaggiato dall’esterno, o se, al contrario, è un membro stesso che si eleva a quel ruolo;

l’essenza del processo resta però la medesima e bene si riassume con la parola “assimilazione”.

 

Assimilare e lasciarsi assimilare, a sua volta, per trasmutare in quel “noi” portando a compimento un processo di assorbimento verso tutto il materiale identitario che caratterizza il gruppo.

Il che la dice lunga su quanti insistono sull’atipicità del leader, rispetto agli altri membri, è invece vero l’esatto contrario; più egli si assimila a quel “noi” più ne diventa parte integrante e può così aspirare a divenirne l’interprete.

 

Questa operazione passa inevitabilmente attraverso la profonda conoscenza del gruppo, la sua storia presente, passata e tutto ciò che lo ha reso quello che oggi è.

 

Quando il candidato leader è già un membro interno, queste conoscenze si presuppone siano già presenti essendo che esso o essa, a quel gruppo, già appartiene.

Quando invece si tratta di un manager scelto all’esterno, magari da terze persone estranee al gruppo (come spesso avviene nelle organizzazioni), egli deve dedicarvisi con particolare attenzione.

Osservazione, studio, ascolto attivo, reale non simulato e la rinuncia a tutte quelle strategie retoriche di apparente (e falsa) condiscendenza, di cui ci si serve per dissimulare attenzione e confronto con l’altro.

 Ci si deve interessare realmente a tutto quel materiale promuovendo così, da un lato, quel processo che lo porterà a “vestirne gli abiti identitari” e dall’altro, a intercettare quegli aspetti sui quali sarà necessario intervenire, quelli da rettificare, guidare, indirizzare.

 

La comunicazione e le sue strategie in questa fase hanno un ruolo preminente.

Non tanto, come molti erroneamente penseranno, per “persuadere” gli altri a fare quello che al manager interessa facciano.

 Quanto a rappresentare il candidato in maniera credibile, schietta, genuina, autentica e a impostare tutti i suoi atti comunicativi, favorendo l’aspetto relazionale.

Questo non significa entrare in amicizia o in confidenza con le persone ma guadagnarsi la loro fiducia e per questo è di vitale importanza promuovere il confronto e la partecipazione attiva di tutti i membri su tutti gli aspetti della vita del gruppo (es. le regole da seguire, le pratiche da adottare, il gergo tecnico, etc.);

non per lasciarsi guidare dal gruppo ma perché questo ha a che fare con l’ingaggio profondo di tutti i membri nell’impresa comune che come leader si dovrà patrocinare.

 

Conosciuto il materiale identitario, si dovrà iniziare a dimostrare di far parte di quel “noi” fornendo la riprova che si sta operando realmente per i suoi interessi.

La leadership è, sotto questo punto di vista, un abito stretto, pesante ed estremamente rigido che costringe chi lo indossa ad adeguarsi a esso mai il contrario.

 

Questa fase coincide spesso con la messa in campo, da parte del candidato leader, di una serie di azioni che hanno il duplice fine di:

(a) rafforzare, consolidare, unire, armonizzare il gruppo in virtù dei suoi obiettivi;

 (b) attuare tutte le condizioni affinché il gruppo raggiunga i propri scopi.

 

Di là dalle belle parole, la leadership si concretizza e consolida con i fatti e con la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

 

Entrambi questi traguardi si ottengono lavorando duramente sia su quegli aspetti che nel gruppo non funzionano, lo rallentano, lo frammentano (es. assenza di regole condivise, scarsa disciplina, scarsa motivazione, eccessivo protagonismo dei membri, alto tasso di litigiosità, etc.), sia galvanizzando le sue energie intorno a una visione comune che funga da grimaldello.

Quest’ultimo aspetto si ottiene operando sempre a livello di identità sociale condivisa, individuando quali aspetti di questa far risaltare, quali trasformare e quali introdurre di nuovi così da polarizzare intorno a questi il gruppo.

Ogni leader deve essere un manager dell’identità (non deve subirla) poiché (e lo vedremo meglio nel prossimo articolo quando ci occuperemo di comunicazione), operando a quel livello tutto (dai successi agli errori) può diventare combustibile cui al momento giusto dare fuoco per rinnovare la motivazione e perfezionare la bontà dell’azione collettiva.

 

Quando il candidato, operando indefessamente per il bene del gruppo, arriva a rappresentarne al meglio gli ideali, ne difende i valori, lotta strenuamente per raggiungere gli scopi, inizia a essere percepito dagli altri come il miglior “esemplare”.

Acquisisce visibilità, esercita una sempre maggiore influenza e come naturale risposta, le persone iniziano a conformarsi alle sue posizioni, idee, indicazioni, adeguando anche i propri comportamenti.

Quando questa caratteristica, viene reiterata nel tempo, come già detto, si consolida il suo prestigio, lo status all’interno del gruppo, la persona diventa carismatica e il gruppo si fa strumento della sua visione.

Ciò che permette questo miracolo è un processo che in psicologia sociale prende il nome di auto-oggettivazione, nel quale una persona si auto-percepisce come un “oggetto” oppure come nel nostro caso, uno “strumento” funzionale al raggiungimento di uno scopo.

 

Dobbiamo tuttavia ricordare che è la “proto-tipicità” a guidare la percezione dei membri.

 Se, ad esempio, questa cambia poiché i gruppi sono organismi viventi che evolvono (specie al variare dei contesti sociali e organizzativi in cui operano) muterà, probabilmente, il tipo di leader adatto a incarnarla.

Inoltre dobbiamo tenere presente che spesso nei gruppi ci sono più membri prototipici che incarnano, anche se a un grado minore, quella stessa identità;

questi sono dotati ugualmente di un certo potere di influenza sugli altri e competono per avvicendarsi in quel ruolo.

 

Tutto quanto detto ci rivela quale grande lavoro ci sia dietro la nascita e consolidamento di una leadership, essa non è qualcosa che si possiede, né un traguardo che una volta conquistato possa considerarsi concluso ma un processo in itinere, che si alimenta lavorando quotidianamente per quel “noi” da cui tutto inizia e a cui tutto di sé si sacrifica pur di realizzarne gli scopi.

Il pauroso declino.

Marcelloveneziani.com - Marcello Veneziani – (11 Agosto 20259 - ci dice:

 

Il triste declino, lo spavento del presente, la grande paura che percorre il mondo, l’infelicità di oggi.

Traggo dai titoli e dai contenuti di alcuni editoriali di ieri delle più note firme dei quotidiani il succo gastrico di un malessere epocale, largamente condiviso.

 C’è chi osserva il male a livello globale e chi in particolare si dedica al declino italiano;

c’è chi lo trae dall’oggi e chi risale alle cause di ieri;

e c’è chi, alla fine, a caccia dei colpevoli, gira tutta l’analisi epocale ed esistenziale nella solita tiritera cornuta:

 tutto succede da quando c’è Trump al comando, da quando c’è la Meloni…

Poi, in realtà, quando si arrampicano a indicare le forme della decadenza e dell’angoscia diffuse, ti accorgi che il livello del malessere è molto più profondo e più antico dell’arrivo al potere di Trump e della Meloni.

Altrettanto stupido sarebbe, da parte di chi sostiene Trump o la Meloni, rispondere che ogni male risale al governo precedente.

No, signori, quel malessere non ha una radice politica o governativa, per giunta così corta;

semmai la vera responsabilità della politica e dei governi coincide col loro limite e la loro impotenza, perché non sono in grado di fermare, frenare, quello scivolamento incessante verso il pauroso declino.

Si dà ancora troppo credito alla forza della politica e dei leader se si ritiene che siano davvero in grado di produrre cambiamenti così profondi e radicali in così poco tempo.

Trump, è vero, in pochi mesi ha creato un mezzo terremoto, ma le matrici di quei malesseri non hanno alcuna relazione coi dazi o i suoi interventi sullo scacchiere mondiale.

 Alla Meloni si può semmai rimproverare l’opposto, l’eccessiva prudenza, i pochissimi cambiamenti, il perdurare dello status quo ante, cioè della situazione precedente;

 non certo lo stravolgimento di un’Italia prospera e felice che non c’era quando è arrivata lei;

anzi, è arrivata proprio per questo, la gente ha votato per lei all’opposizione proprio per reagire a quella condizione o se volete, a quella diffusa percezione.

 

La principale angoscia del nostro tempo è che le cose più importanti stanno avvenendo sopra le teste dell’umanità e dei governi.

 Non le capiamo, non capiamo da dove provengono e abbiamo l’impressione che non possiamo farci nulla.

Sarebbe onesto, oltre che intelligente, se chi la denuncia non si ponesse col ditino perennemente alzato contro i nemici di oggi o di sempre, o attraverso un processo permanente in cui alcuni sono sempre giudici e altri sempre imputati;

ma fossero tutti osservatori e partecipi di qualcosa che viene da lontano e ci tocca da vicino, che sta cambiando la nostra vita.

Non è semplicemente questione di conservatori o progressisti, di destra o di sinistra, di buoni o cattivi.

 Il processo sembra avvenire al di sopra delle volontà umane, anche se – di fatto- i singoli passaggi del processo hanno naturalmente dei responsabili, ma non solo politici:

 governi, élite tecnocratiche, militari, perfino farmaceutiche, alti burocrati, lobbies e gruppi di potere, manager globali, tycoon della finanza, comunicatori, e chiunque detenga un potere d’influenza reale.

 

Non c’è giorno, ad esempio, che sugli stessi giornali, nella stessa tv, non si celebri il trionfo della cosiddetta Intelligenza Artificiale, ogni giorno è una tappa gloriosa, un passo avanti;

 non si rendono conto che stanno ogni giorno celebrando il tonfo dell’Intelligenza Umana, il passo indietro quotidiano che compie l’uomo verso la sua superfluità, la sua subordinazione, la sua sostituibilità.

Tutto quanto viene rappresentato nel “Racconto Globale” celebra la “Sostituzione” come un “Progresso radioso”:

 dell’umano con l’automatico, del divino col matematico, del naturale con l’artificiale, della vita con l’algoritmo, del corpo con la protesi o la mutazione genetica, del reale col virtuale, di un popolo con un altro sopraggiunto.

Una sostituzione continua, a tutti i livelli.

 

Succede una cosa assai significativa di cui non ci rendiamo conto:

 non riusciamo a osservare questi processi da un punto più alto, da una postazione che ci permette di avere una visione più consapevole e complessiva di quel che sta succedendo.

 Destituito il pensiero dopo aver licenziato la religione, rimossa la storia dopo aver liquidato la memoria, cancellati i maestri dopo aver degradato la cultura, abbiamo reso insensato, inutile e impraticabile ogni punto di vista più alto.

Ci limitiamo a fotografare il reale al momento, senza altra chiave di spiegazione.

Anche per questo la società sprofonda nel nichilismo e noi attribuiamo la colpa a Trump, a Musk, a questo o a quello; non rendendoci conto della sproporzione vistosa dei piani, del dislivello tra la diagnosi e la prognosi.

 

Direte che ho una lettura fondamentalista del nostro oggi; perché no? Se sono in gioco i fondamenti del vivere umano e la sostituzione dell’umano perché negarlo?

 Manca il potere frenante di questo processo dissolutivo, quello che i dotti e i biblici chiamano “Katechon”;

 ossia chi abbia la forza, l’autorevolezza e la motivazione per poter arginare e modificare quel flusso inarrestabile che rischia di travolgere tutto.

 

È una visione apocalittica, lo riconosco, e non nasce oggi ma proviene da millenni e da ritorni ciclici;

aggiungo pure che su quella visione pesa molto la vecchiaia del mondo e di chi l’osserva, incluso il sottoscritto;

 ma anche gli altri anziani osservatori a cui mi riferivo (Michele Serra, Corrado Augias, Ernesto Galli della Loggia, Giuliano Ferrara, e tanti altri).

Ma non possiamo pensare di porre rimedio se non saliamo di un piano per avere una più chiara visione.

 Se non lo facciamo allora si ci limitiamo al lamento o ci riduciamo a cercare nel primo leader che non ci piace la causa dei mali che affliggono il mondo.

Tutto questo, naturalmente, non incupisce la nostra vita quotidiana, che è fatta di tante cose anche belle, anche buone, felici perfino, quantomeno serene.

 Ed è per questo che la riflessione così amara come quella da cui siamo partiti, espressa da tanti osservatori, non ci induce alla disperazione, al gesto risolutore o ad armarsi;

anche se a volte ci sussurra di ritirarci, di passare al bosco o di rifugiarci nell’isola.

Ma è importante salire più in alto, nel vedere e nel pensare le cose;

non nella torre d’avorio del nostro superbo isolamento ma nella torre di guardia in cui scrutare meglio l’orizzonte, la terra, le maree, il cielo stellato e quei piccoli puntini che poi da vicino chiamiamo uomini.

(La Verità – 10 agosto 2025).

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