Potere di influenza reale.
Potere
di influenza reale.
Zelensky
RIFIUTA il piano di pace di
Trump
e insiste sul fatto che l'Ucraina
non
cederà territorio alla Russia.
Naturalnews.com
– (13/08/2025) - Kevin Hughes – ci dice:
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky rifiuta fermamente qualsiasi accordo di
pace che preveda la cessione di territori alla Russia, sottolineando i confini
costituzionali e la sovranità dell'Ucraina. Definisce le imposizioni esterne
come "contrarie alla pace".
Un
inviato di Trump ha proposto uno scambio territoriale come compromesso, ma
Zelensky ha respinto categoricamente l'idea, sostenendo che gli accordi che
escludono la partecipazione dell'Ucraina sono illegittimi e insostenibili.
L'incontro
previsto per il 15 agosto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il
presidente russo Vladimir Putin solleva preoccupazioni, con Zelensky che
avverte che decisioni unilaterali rischiano di minare gli sforzi di pace.
Insiste
sulla necessità che l'Ucraina sia direttamente coinvolta nei negoziati.
Leader
come Macron e Starmer sottolineano l'importanza dell'inclusione dell'Ucraina
nei colloqui di pace, allineandosi all'appello di Zelensky per una "pace
reale e viva" che rispetti la sovranità e la dignità ucraina.
Nonostante
la violenza in corso, che ha causato anche vittime civili, Zelensky rimane
fermo nella sua posizione, chiedendo alla Russia di porre fine alla guerra che
ha iniziato e sostenendo un vertice a tre per promuovere un dialogo
significativo.
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fermamente respinto qualsiasi accordo
di pace che preveda la cessione del territorio ucraino alla Russia , nonostante
le crescenti pressioni del presidente statunitense Donald Trump e l'incombente
minaccia di un vertice Putin-Trump volto a risolvere il conflitto.
In una
serie di dichiarazioni pubbliche rilasciate nel fine settimana, Zelensky ha
ribadito la sua ferma posizione sull'integrità territoriale, sottolineando che
i confini dell'Ucraina sono definiti dalla sua Costituzione e che "nessuno
può o vuole" fare concessioni su questo tema.
"Gli ucraini non cederanno la loro terra
agli occupanti", ha dichiarato nel suo consueto videomessaggio di sabato 9
agosto.
Secondo
quanto riferito, l'inviato speciale di Trump, “Steve Witkoff”, ha compiuto
significativi progressi a Mosca questa settimana verso un compromesso che
include "alcuni scambi di territori a vantaggio di entrambe le
parti".
Tuttavia,
Zelensky ha respinto categoricamente la proposta, affermando che qualsiasi
accordo raggiunto senza il coinvolgimento dell'Ucraina sarebbe "una
decisione contro la pace" e "non funzionerebbe mai".
I
commenti del leader ucraino sono arrivati poche ore dopo l'annuncio da parte
della Casa Bianca di un vertice tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin
, previsto per il 15 agosto in Alaska.
Trump
ha spinto per uno scambio di territori come possibile concessione per porre
fine alla guerra che dura da oltre tre anni, ma Zelensky ha sostenuto che una
tale mossa non farebbe altro che minare le speranze di una de-escalation.
(Correlato:
Stati Uniti e Russia cercano la pace in Ucraina, lasciando Zelensky nel panico
per i potenziali tagli agli aiuti.)
Zelensky
ha sottolineato che gli ucraini rispetteranno solo una "pace reale e
viva", non una pace imposta da forze esterne.
"Qualsiasi
decisione presa contro di noi e senza di noi sarebbe una decisione contro la
pace", ha avvertito.
Il presidente ucraino ha costantemente
sostenuto che la pace non può essere raggiunta senza la partecipazione diretta
di Kiev ai negoziati.
All'inizio
di quest'anno, Zelensky aveva accennato alla possibilità di scambiare porzioni
dell'Ucraina con una piccola porzione di territorio russo, comprese parti
dell'Oblast' di Kursk.
Tuttavia,
questo era avvenuto prima dell'accaparramento di territori da parte della
Russia a fine maggio, che ha portato alla conquista di quattro città di confine
ucraine.
Il
mutamento delle circostanze ha consolidato la posizione di Zelensky contro le
concessioni territoriali.
Reazioni
internazionali e la strada da seguire.
La
comunità internazionale ha ampiamente accolto l'appello di Zelensky per
l'inclusione dell'Ucraina nei colloqui di pace.
Il
presidente francese Emmanuel Macron ha sottolineato che "il futuro
dell'Ucraina non può essere deciso senza gli ucraini", mentre il primo
ministro britannico “Keir Starmer” ha esortato gli alleati di Zelensky a
compiere "passi chiari" verso il raggiungimento di una pace
sostenibile.
Nonostante
gli sforzi diplomatici, la situazione sul campo rimane tesa. I combattimenti
continuano a infuriare, con vittime da entrambe le parti. Sabato, un autobus
che trasportava civili è stato colpito nella città di Kherson, in Ucraina,
sulla linea del fronte, uccidendo due persone e ferendone 16.
L'esercito russo ha affermato di aver preso il
controllo di un altro villaggio nella regione di Donetsk, una delle cinque
regioni che Putin rivendica come parte della Russia.
La
determinazione di Zelensky nel proteggere l'integrità territoriale dell'Ucraina
è incrollabile.
Ha
esortato i suoi alleati a sostenere una "pace dignitosa" e ha chiesto
alla Russia di porre fine alla guerra da lei stessa scatenata.
Il
presidente ucraino ha anche sottolineato la necessità di un vertice a tre,
insistendo sul fatto che incontrare Putin è l'unico modo per progredire verso
la pace.
Mentre
il mondo osserva l'imminente vertice Putin-Trump, il messaggio di Zelensky è
chiaro:
qualsiasi
accordo di pace che non includa il contributo dell'Ucraina e ne rispetti
l'integrità territoriale è destinato a fallire.
La posta in gioco è alta e il cammino verso la
pace resta irto di sfide, ma la determinazione di Zelensky rimane salda.
(Brighteon.com)
-
(Chaos.news
- per altre notizie sul conflitto Russia-Ucraina).
L’influenza
della Russia nel vicinato:
tra
minacce di erosione e adattamento
alle
nuove sfide.
Ispionline.it
– (3- 03 – 2025) – Filippo Costa Buranelli – Aldo Ferrari – Carlo Frappi –
Carolina de Stefano – Redazione – ci dice:
Approfondimento.
Pubblicazioni
per il Parlamento e il... Russia, Caucaso e Asia centrale.
L’approfondimento
si inserisce nel dibattito internazionale che si è sviluppato attorno alla
presunta perdita d’influenza russa nel proprio immediato vicinato, dibattito
riaccesosi di recente a seguito delle crisi politiche scoppiate nella seconda
metà del 2020 in Bielorussia, Kirghizistan e Armenia.
Vengono
esaminate dunque le politiche di Mosca nel proprio vicinato muovendo dai suoi
due obiettivi di lungo periodo: mantenere un ruolo egemonico nello spazio
post-sovietico e promuovere la costituzione di un nuovo equilibrio multipolare
dello scenario politico internazionale.
Dopo
un’introduzione curata da “Aldo Ferrari”, l’approfondimento declina le
politiche di vicinato di Mosca nella fase successiva alla crisi ucraina
attraverso tre capitoli, dedicati al Caucaso meridionale (di Carlo Frappi),
alla Bielorussia (di Carolina de Stefano) e all’Asia centrale (di Filippo Costa
Buranelli).
Il
capitolo dedicato al Caucaso meridionale mette in evidenza come, a fronte di
un mutevole contesto regionale, la Russia abbia efficacemente rilanciato e
approfondito la propria primazia, dimostrando elevata capacità di adattamento
alle sfide provenienti dall’area.
Fondata
sull’assertiva conservazione dello status quo regionale, la presa di Mosca
sulla politica regionale si evince dall’analisi della cooperazione tanto in
materia di sicurezza quanto in campo economico, in un contesto segnato dal
ridimensionamento dell’influenza e della credibilità degli attori
euro-atlantici.
Il
secondo capitolo si concentra sulle altalenanti relazioni tra Bielorussia e Russia alla
luce della recente crisi politica bielorussa.
Si
evidenzia come qualora il presidente bielorusso “Aleksandr Lukashenko “dovesse
ristabilire il controllo sul paese, sarebbe possibile prevedere un
riavvicinamento alla Russia e un congelamento delle relazioni con l’Unione
europea.
Al
contrario, la vittoria di forze politiche rappresentative delle manifestazioni
di piazza determinerebbe una drastica perdita d’influenza nel paese di Mosca,
cui sembra mancare una strategia credibile di lungo termine per tenere in vita
i legami storici, culturali e linguistici con la Bielorussia.
Il
terzo capitolo illustra, infine, le relazioni politiche, economiche e culturali tra
Russia e le cinque repubbliche dell’Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan,
Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan).
In ciascuna delle tre aree esaminate,
l’analisi dimostra come sia inappropriato parlare di una Russia in declino,
così come al tempo stesso sia fuorviante e riduttivo guardare a Mosca come
l’unico egemone incontrastato nella regione.
La politica estera russa in crisi? Mosca e le crisi di
Bielorussia, Kirghizistan e Armenia.
(Aldo
Ferrari).
Nei
mesi scorsi molti, soprattutto in Occidente, hanno avuto l’impressione che dopo
l’assertività dimostrata in Georgia nel 2008, in Ucraina nel 2014, in Siria nel
2015 e quindi in Libia la Russia sia entrata in una fase d’incertezza, se non
di crisi, sulla scena internazionale.
Le crisi politiche che hanno coinvolto nella
seconda metà del 2020 Bielorussia, Kirghizistan e Armenia sono state viste come
un segnale dell’indebolimento sostanziale di Mosca nello spazio post-sovietico
e più in generale sullo scenario internazionale.
Tanto
più che negli ultimi decenni questi tre paesi sono stati – insieme al
Kazakhstan – i più vicini a Mosca, essendo membri tanto dell’alleanza militare
a guida russa (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, CSTO)
quanto dell’Unione economica eurasiatica, che costituisce il principale
tentativo russo di reintegrazione delle repubbliche post-sovietiche.
Ma
questa percezione di una crisi della politica estera russa è davvero corretta?
Per rispondere è necessario partire dalla consapevolezza che in politica estera
Mosca persegue da decenni due obiettivi principali.
Il primo è costituito dalla volontà, affermata
già negli anni Novanta dello scorso secolo, di mantenere un ruolo fondamentale
nello spazio post-sovietico, il cosiddetto “estero vicino”, in particolare
tentando di evitare l’ingresso della NATO al suo interno.
Il
secondo obiettivo è stato dapprima indicato da “Evgenij Maksimovič Primakov” e
poi almeno in parte realizzato da Vladimir Putin:
si
tratta della costituzione di un nuovo equilibrio multipolare dello scenario
politico internazionale, che rifiuta quindi l’unipolarismo statunitense e più
in generale la pretesa occidentale a un primato non solo politico, economico e
militare, ma anche nella sfera dei valori.
Per
quanto ambizioso, probabilmente il secondo di tali obbiettivi appare più
raggiungibile del primo, ma questo soprattutto perché – assai più
dell’assertività geopolitica della Russia putiniana – è stata la crescita
impressionante della Cina ad imporre di fatto il multipolarismo nello scenario
internazionale, che tende ormai a costituirsi come post-occidentale.
Nello
spazio post-sovietico, invece, la Russia non è più riuscita a recuperare il
terreno perduto negli anni Novanta dello scorso secolo.
I
paesi baltici sono usciti rapidamente e con sostanziale successo dall’orbita
russa, entrando non solo in Europa ma anche nella NATO.
La
Georgia si è posta su questa stessa via, anche se con minori risultati e
pagando anzi un prezzo elevato, in primo luogo in termini territoriali.
Ucraina
e Moldavia hanno seguito un percorso complesso e altalenante, tanto nella sfera
della politica interna quanto in quella estera, in particolare per quel che
riguarda il rapporto con la Russia, ma negli ultimi anni se ne sono
sostanzialmente allontanate, per ora soprattutto la prima;
Azerbaigian
e Turkmenistan si sono consolidati su regimi fondati sulle ricchezze
energetiche, senza avvicinarsi all’Occidente, ma senza neppure divenire
dipendenti da Mosca.
Anche
i paesi che hanno invece seguito la Russia in tutte le sue iniziative
politiche, economiche e di sicurezza – Kazakhstan, Bielorussia, Kirghizistan e
Armenia – hanno in realtà condotto in molti ambiti delle politiche ampiamente
autonome da Mosca nella cosiddetta ottica multivettoriale.
E,
come si è detto, tre di questi paesi stanno attraversando crisi che potrebbero
determinare un cambiamento dei loro rapporti con Mosca.
La
crisi più grave è quella che riguarda la “Bielorussia”, sinora un partner
fondamentale nella sfera politica quanto in quella economica, anche se in
realtà – come sanno bene gli specialisti – molto meno allineato con Mosca di
quanto si creda comunemente.
Se l’esito ultimo dell’evoluzione politica
della Bielorussia fosse non tanto l’allontanamento dal potere di Lukashenko
quanto l’affermazione a Minsk di una dirigenza orientata in senso
filo-occidentale, il colpo per la Russia sarebbe indubbiamente molto serio.
Dopo
le repubbliche baltiche e l’Ucraina, con la Moldavia che dopo le recenti
elezioni presidenziali sembra aver anch’essa ripreso la via dell’avvicinamento
all’Europa dopo la parentesi rappresentata dalla presidenza” Dodò”, una svolta
di questo genere anche in Bielorussia completerebbe l’allontanamento dalla
Russia di tutta la parte occidentale degli antichi territori dell’impero
zarista e dell’URSS. Sarebbe senza dubbio uno scacco di portata notevole per
Mosca, che d’altra parte non sembra strutturalmente capace di rapportarsi
realmente con l’opposizione bielorussa né di approvare lo scenario di un
cambiamento politico che parta dalle piazze.
Sappiamo
bene quanto questo “scenario armeno” sia avversato dal presidente Putin, la cui
gestione della crisi politica a Minsk rischia di veder crescere tra la
popolazione bielorussa, in particolare tra i giovani, un’ostilità nei confronti
di Mosca sinora quasi inesistente.
Il
Cremlino scommette sul fatto che Lukashenko, indebolito, sarà costretto a
riavvicinarsi a Mosca, oppure a passare la mano a una nuova leadership che non
potrà prescindere dalla Russia, visti i fortissimi legami storici, culturali ed
economici.
Una scommessa che ha molte probabilità di
rivelarsi vincente, ma che al tempo stesso non può prescindere dalla
valutazione dei rischi che comporterebbe l’opposizione frontale a un’eventuale
evoluzione differente e meno favorevole per la Russia.
È molto probabile, in effetti, che il Cremlino
voglia evitare che si ripeta lo scenario dell’Ucraina, divenuta ormai
stabilmente ostile alla Russia.
Molto
più lontana da noi e quindi assai meno seguita è la crisi politica che ai primi
giorni dello scorso ottobre ha scosso il “Kirghizistan” in seguito alle
manifestazioni di protesta indette dalle forze di opposizione che contestavano
il risultato delle elezioni parlamentari.
Le
proteste hanno provocato le dimissioni del primo ministro e del presidente “Sooronbay
Jeenbekov”:
in questo vuoto politico è emersa la
controversa figura di “Sadyr Japarov” (liberato dal carcere a seguito dei
tumulti di piazza), abile nello sfruttare il corso degli eventi e arrivare al
potere attraverso un’evidente forzatura delle leggi e del sistema degli
equilibri tra i poteri dello stato.
La
destituzione del presidente in carica a seguito di manifestazioni di protesta
popolare non rappresenta certo una novità nella storia del Kirghizistan
indipendente.
Già
nel 2005 la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” estromise l’allora presidente
“Askar Akayev”, mentre nel 2010 le proteste di piazza portarono alla
destituzione del suo successore, “Kurmanbek Bakiev”.
In
effetti l’assenza di un regime autoritario incarnato per decenni da un
presidente inamovibile rende il Kirgizistan un caso unico nell’Asia Centrale
post-sovietica.
In
questo paese esiste un sistema multipartitico, sia pure su base
clanico-clientelare, e la società civile appare più vivace di quanto sia in
altri paesi centroasiatici.
Tali
tendenze, che solo in maniera molto generica possono essere definite
democratiche, determinano peraltro una persistente instabilità politica che non
va certo a vantaggio del paese, al cui interno la situazione economica è molto
negativa, mentre l’emigrazione verso la Russia continua a essere di
fondamentale importanza.
Sebbene
il nuovo corso abbia espresso la ferma volontà di preservare il legame
privilegiato con la Russia, Putin non ha nascosto il suo malcontento di fronte
all’accaduto, che sembrava aggiungere un ulteriore fattore d’instabilità nello
spazio post-sovietico dopo la crisi politica della Bielorussia e lo scoppio del
conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’”Alto Karabakh”.
In
ogni caso, come già nel corso delle precedenti crisi interne kirghize, la
Russia non è intervenuta direttamente, limitandosi ad invocare il ritorno
all’unità politica del paese.
Una
scelta dettata evidentemente da ragioni di opportunità, sia per non
invischiarsi in scontri locali di carattere clanico-clientelare sia per la
convinzione che, nonostante il crescente ruolo della Cina, qualsiasi dirigenza
kirghiza non possa prescindere dalla Russia.
Sono molti, infatti, gli elementi strutturali
(precarietà dello stato, instabilità economica, emigrati) che portano Bishkek a
situarsi necessariamente nell’orbita di Mosca.
La politica prudente di Mosca nei confronti
della crisi kirghiza si è rivelata lungimirante.
In effetti “Japarov” ha mantenuto la
tradizionale collaborazione con la Russia, che è stata secondo le aspettative
il primo paese in cui si è recato dopo essere stato eletto presidente.
Certo,
in “Kirghizistan” come nel resto dell’Asia Centrale Mosca deve confrontarsi con
la crescente proiezione politica e soprattutto economica cinese, ma appare
inopportuno parlare di un sostanziale declino delle sue posizioni in questa
regione. Benché non più egemonica, la presenza della Russia è ancora
fondamentale per i suoi numerosi legami culturali, economici e di sicurezza con
le repubbliche dell’area.
Lo
stesso può dirsi per il Caucaso meridionale, dove la Russia si è dovuta
confrontare con la sfida particolarmente difficile del conflitto nell’”Alto
Karabakh”, che nelle sue prime fasi sembrava confermare le difficoltà di Mosca
nel mantenere le posizioni acquisite nello spazio post-sovietico.
Questo
conflitto, scatenato il 27 settembre 2020 dall’Azerbaigian con il sostegno
politico e militare della Turchia, ha visto per più di un mese Mosca mantenere
una posizione prudente.
E questo nonostante il fatto che, a differenza
dell’Azerbaigian, l’Armenia faccia parte della “CSTO”, vale a dire
dell’alleanza militare a guida russa. In realtà, però, questa alleanza vincola
Mosca solo nei confronti dell’Armenia, non dell’Alto Karabakh, che secondo il
diritto internazionale si trova infatti sul territorio dell’Azerbaigian.
Tuttavia,
l’incapacità della Russia d’interrompere le ostilità produceva in molti
osservatori un’impressione d’incertezza, se non d’impotenza, che rischiava di
compromettere l’immagine di forza e dinamismo costruita nei due decenni del
potere di Putin.
Il
ruolo decisivo giocato da Mosca nella improvvisa conclusione del conflitto tra
l’Armenia e l’Azerbaigian il 10 novembre ha notevolmente modificato la
percezione della capacità politica del Cremlino nella regione.
La
maggior parte delle analisi post factum sottolinea infatti l’efficacia della
politica di Mosca, capace di non farsi coinvolgere nel conflitto tra un paese
“teoricamente” alleato come l’Armenia e uno, l’Azerbaigian, con il quale i
rapporti di collaborazione politica ed economica sono ottimi.
La Russia, infatti, è riuscita non solo a
porre fine alla guerra, ma anche ad imporre la sua presenza militare in forma
di una missione di peace-keeping tra armeni e azeri.
In questo modo Mosca è adesso presente
militarmente in tutte e tre le repubbliche del Caucaso meridionale:
Georgia
(nelle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia meridionale), Armenia
(soprattutto nella base di Giumri al confine con la Turchia e in quella di
Meghri al confine con l’Iran) e Azerbaigian (nell’Alto Karabakh) rafforzando
quindi notevolmente il suo ruolo nell’intera regione.
Inoltre,
l’azione russa sembra aver messo l’Armenia in una condizione di totale
dipendenza da Mosca, rendendo illusorie le speranze in un maggiore
avvicinamento all’Occidente coltivate dalla leadership armena dopo la
“rivoluzione di velluto” del 2018.
Naturalmente
ci sono anche aspetti problematici nell’esito della guerra nell’Alto Karabakh,
in particolare per quel che riguarda l’accresciuto ruolo di Ankara nel Caucaso
meridionale, ma nel complesso la Russia ne è uscita sicuramente rafforzata.
Nei
confronti delle tre crisi regionali la risposta di Mosca ha avuto pertanto
esiti diversificati:
se in
Bielorussia la posizione russa appare in reale difficoltà e in Kirghizistan si
mantiene sostanzialmente stabile, nel Caucaso meridionale ha potuto in effetti
consolidarsi.
Occorre
però sottrarsi all’ottica ristretta delle situazioni contingenti e cercare
invece di leggerle all’interno della dinamica complessiva della politica estera
di Mosca, soprattutto negli ultimi anni.
La visione di una Russia aggressiva e tesa a
riconquistare i territori imperiali e sovietici – così diffusa in alcuni paesi
europei (Polonia e repubbliche baltiche in primis) oltre che negli Stati Uniti
– appare poco corrispondente alla realtà.
La
dirigenza russa ha preso atto ormai da tempo della nuova e più limitata
dimensione territoriale e politica del paese, abbandonando – con comprensibile
fatica, certo – ogni velleità imperale.
Come
ha osservato in un recente articolo Dmitri Trenin, direttore dell’Istituto
Carnegie di Mosca, “Russia, I would argue, has turned post-post-imperial: one step farther
removed from the historical pattern. It is getting used to being just Russia.
Moreover, Russia is embracing its loneliness as a chance to start looking after
its own interests and needs, something it neglected in the past in the name of
an ideological mission, geopolitical concerns, or one-sided commitments built
on kinship or religious links. This is a new model of behavior”
(La
Russia è diventata post-imperiale allontanandosi passo dopo passo dal suo
modello storico. E si sta abituando a essere soltanto Russia. Inoltre, la
Russia sta accogliendo questa solitudine come un’opportunità per dedicarsi
maggiormente alle sue necessità e ai suoi interessi, cosa che ha spesso
trascurato in passato in nome di una missione ideologica, di preoccupazioni
geopolitiche, d’impegni unilateralmente costruiti su legami di affinità etnica
o religiosa”).
Mosca
in effetti non ha sviluppato in questi anni nessuna costruzione ideologica
volta a sostenere una politica espansiva nei confronti delle altre repubbliche
post-sovietiche.
Non
può esserlo il nazionalismo, evidentemente percepito in maniera negativa al suo
esterno e molto problematico anche in un paese ampiamente multietnico come la
Russia;
ma
neppure l’eurasismo, così spesso evocato in Occidente come spauracchio
ideologico neo-imperiale, in realtà limitato nel discorso ufficiale russo a un
uso parziale e quasi difensivo, soprattutto per quel che riguarda il progetto
della cosiddetta” Grande Eurasia”, che in sostanza implica il riconoscimento
del primato cinese in questa immensa area.
La
Russia si concentra ormai essenzialmente sul perseguimento d’interessi
nazionali proporzionati alle sue risorse, che sappiamo essere limitate a causa
della stagnazione permanente, e direi sistemica, dell’economia.
Negli ultimi anni una strategia quanto mai
pragmatica ha permesso a Mosca di adeguarsi alle diverse sfide riuscendo a
recitare un ruolo di rilevo nella scena politica internazionale e mantenendo
sostanzialmente le proprie posizioni nello spazio post-sovietico.
La politica estera russa si pone in effetti
obiettivi sempre concreti, che a volte vengono raggiunti a volte no, a seconda
– ovviamente – dei rapporti di forza reali esistenti sul campo:
la Russia ha preso atto che il contrasto con
l’Occidente è sostanziale, destinato a durare, e si muove di conseguenza;
ha accettato la penetrazione della Cina in
Asia Centrale nel quadro di una collaborazione più vasta e inevitabile, anche
se diseguale;
nel
Caucaso meridionale, come già in Siria e Libia, ha trovato un accordo con la
Turchia nonostante i contrastanti interessi.
In
conclusione, l’idea che attualmente ci si trovi di fronte a un momento di
sostanziale debolezza della politica estera della Russia appare poco fondata.
Anche se il suo peso all’interno dello scenario internazionale è destinato a
ridursi ulteriormente – soprattutto in conseguenza del costante rafforzamento della
Cina, divenuta ormai l’unica antagonista degli Stati Uniti su scala globale – la Russia sembra in grado di
mantenere sostanzialmente le sue posizioni nello spazio post-sovietico, nonché
di agire con efficacia in contesti differenti quali la Siria e la Libia.
La
Russia nel Caucaso meridionale. Vettori e strategie d’influenza in un mutevole
contesto regionale.
(Carlo
Frappi).
Il
Caucaso meridionale rappresenta uno scacchiere prioritario per la politica
estera della Federazione russa, in ragione di due considerazioni prioritarie.
Da una
parte, in un contesto sistemico caratterizzato dall’evidente frammentazione in
cluster regionali, la riaffermazione della primazia nell’area rappresenta una
logica e indispensabile premessa per la rivendicazione di uno status di grande
potenza.
Dall’altra, e nella prospettiva russa, il
versante meridionale del Caucaso risulta inseparabile – anzitutto in termini di
sicurezza – dalla sua componente settentrionale, che costituisce
tradizionalmente il “ventre molle meridionale” della Federazione, conferendo al
primo una caratteristica connotazione “ibrida”, a cavallo tra strategie di
politica estera e necessità di politica interna.
L’analisi
dei principali vettori della proiezione di potenza russa verso lo scacchiere
sub caucasico – dalla cooperazione alla sicurezza fino a quella economica –
sembra testimoniare come, nella fase successiva all’erompere della crisi
ucraina, l’influenza esercitata da Mosca su Armenia, Azerbaigian e Georgia,
lungi dall’essersi ridimensionata, sia andata piuttosto rafforzandosi, in ciò
favorita da due più ampie dinamiche regionali.
Ad
ampliare i margini di manovra e d’interventismo russo ha contribuito,
anzitutto, il progressivo ridimensionamento dell’influenza regionale degli
attori euro-atlantici e, con essa, della stessa credibilità dei meccanismi di
cooperazione regionali da essi promossi.
Tale
dinamica è derivata, in prima battuta, dal disimpegno statunitense avviato
dall’Amministrazione Obama e confermato nei fatti da quella Trump e,
parallelamente, dall’incapacità dell’UE di predisporre e attuare una strategia
onnicomprensiva in grado di affrontare efficacemente i nodi della convivenza
regionale, anzitutto in termini di sicurezza.
La
presa di Mosca sulla politica sub caucasica si è secondariamente nutrita della
sostanziale acquiescenza di Iran e Turchia.
Le due potenze regionali, anziché sfruttare i
multiformi legami con l’area per contrastare la primazia di Mosca, hanno
piuttosto cooperato con essa nella prospettiva di arginare influenza e
penetrazione euro-atlantica.
Ciò
risulta particolarmente significativo per la Turchia che, avendo individuato
una crescente convergenza d’interessi con la Russia attorno alla promozione di
un principio di “regional ownership”, ha di fatto abdicato al ruolo di testa di
ponte per la penetrazione regionale euro-atlantica, con ciò esacerbandone la
crisi.
Una
sfida alla primazia russa non sembra, almeno per il momento, provenire d’altra
parte neanche dalla crescente penetrazione cinese nell’area sub caucasica, che
non intacca le leve d’influenza regionale di Mosca.
La Russia e i nodi della sicurezza regionale.
Il
piano della sicurezza resta vettore prioritario della proiezione d’influenza di
Mosca verso il Caucaso meridionale e, di conseguenza, angolatura privilegiata
di analisi per valutarne tanto la perdurante presa sulla politica regionale
quanto la capacità di adattamento a uno scenario mutevole.
In linea con una tendenza nata con la stessa
dissoluzione dell’URSS, a determinare e procrastinare nel tempo la primazia
sull’area è il peculiare ruolo che la Russia svolge nei conflitti “protratti”
in Georgia (Abkhazia e Ossezia meridionale) e tra Armenia e Azerbaigian
(Nagorno-Karabakh).
Parte
integrante dei meccanismi di mediazione internazionali per la soluzione dei
conflitti e, al contempo, garante della sopravvivenza delle entità
secessioniste titolari della sovranità de facto sui territori contesi, Mosca ha
nei conflitti protratti uno vettore essenziale d’influenza nella politica delle
tre repubbliche e, al contempo, uno strumento prioritario per ostacolare
l’allargamento alla regione delle principali istituzioni euro-atlantiche, dalla
NATO all’UE, tradizionalmente percepito come indebita ingerenza nella propria
“naturale” sfera d’influenza.
Il posizionamento
e il ruolo della Russia nel Caucaso meridionale si fondano dunque sulla difesa
dello status quo, che Mosca ha dimostrato di essere disposta a garantire anche
attraverso il ricorso a politiche revisionistiche, in aperto contrasto con i
principi del diritto internazionale.
Questa tendenza si è manifestata
principalmente in Georgia.
Qui, a seguito dell’intervento militare in “Ossezia
meridionale” dell’agosto 2008 e più risolutamente dopo la crisi ucraina, Mosca
ha perseguito politiche di cristallizzazione della secessione de facto di
Abkhazia e Ossezia meridionale, sullo sfondo della perdurante inconcludenza dei
colloqui internazionali di Ginevra – meccanismo di mediazione co-presieduto da
OSCE, Nazioni Unite e UE lanciato nel 2008 e giunto nel dicembre 2020 al 51°
round.
La
strategia russa di cristallizzazione dello status quo si è fondata su due
strategie parallele.
In primo luogo Mosca, dopo aver riconosciuto
l’indipendenza e stabilito relazioni diplomatiche con le due entità nel 2008,
ha offerto a esse significative garanzie di sicurezza, siglando trattati di
alleanza e mutuo soccorso e incrementando la presenza militare nei due
territori.
Il
livello di cooperazione alla sicurezza è stato ulteriormente approfondito dopo
la crisi ucraina, attraverso la stipula di un accordo di “Alleanza e
Integrazione” con l’Ossezia meridionale (marzo 2015), che incorpora formalmente
l’apparato militare ossetino in quello russo, e di un accordo di “Alleanza e
Partenariato Strategico” con l’Abkhazia (settembre 2014), che ha offerto ampio
quadro giuridico per lo sviluppo di forze congiunte e per la modernizzazione
dell’apparato militare abkhazo.
In
secondo luogo, la cristallizzazione dello status quo si è andata fondando su un
processo di “frontierizzazione”.
Un
processo che – condannato dalle istituzioni internazionali e denunciato dalle
ONG internazionali come apertamente lesivo dei diritti della popolazione
residente – ha visto, da una parte, la progressiva demarcazione e chiusura dei
confini tra le autoproclamate repubbliche e la Georgia e, dall’altra, un
fenomeno di “land grabbing”, definitosi attorno al lento ma progressivo
avanzamento del confine a detrimento del territorio georgiano esterno e
contiguo ai due territori.
Sia pur evitando, come nel caso della Crimea,
l’aperta annessione delle due entità alla Federazione russa, il processo di
frontierizzazione e la profondità della cooperazione militare bilaterale
svelano – tanto più se considerati unitamente agli accordi istituzionali e
economico-commerciali tra Mosca e le autorità secessioniste – una “annessione
strisciante” di Abkhazia e Ossezia meridionale, che Tbilisi, tanto più in
assenza di credibile sostegno politico e militare da parte euro-atlantica, ha
dimostrato di non aver possibilità d’invertire.
La
debolezza delle garanzie di sicurezza offerte ai propri partner dagli attori
euro-atlantici rappresenta una delle principali concause che contribuisce a
spiegare anche la centralità rivestita dalla Russia nelle politiche di
sicurezza di Armenia e Azerbaigian, approfonditasi nella fase successiva a
quella crisi ucraina che ha messo a nudo l’incapacità dei primi di assicurare
sicurezza, integrità territoriale e rispetto della sovranità delle repubbliche
del vicinato orientale europeo.
Anche
rispetto al nodo dell’Alto Karabakh e delle relazioni con Baku ed Erevan, Mosca
ha dimostrato così una spiccata capacità di adattamento al mutevole contesto
sub caucasico, nel perdurante obiettivo di conservare uno status quo confacente
ai propri interessi regionali.
Mosca
è riuscita cioè nel complesso tentativo di rilanciare il proprio ruolo di
principale mediatore e arbitro del conflitto nell’Alto Karabakh, salvaguardando
la relazione privilegiata in termini strategici e militari con l’Armenia e
intercettando, al contempo, le istanze di risoluzione del conflitto
azerbaigiane, fattesi progressivamente più ambiziose e assertive con
l’incremento delle risorse di potere materiale e immateriale assicurate dalla
rendita energetica.
Il
ruolo centrale svolto dalla Russia nella fornitura di armi a entrambi i
belligeranti in Karabakh – nonostante il non vincolante impegno in senso
contrario sancito dall’OSCE nel 1992 – offre la più evidente dimostrazione di
tale assunto e, più in generale, dell’apparentemente contraddittoria tendenza
di Baku ed Erevan a ritenere che Mosca fosse l’unico attore regionale in grado
di garantire i propri interessi in relazione al conflitto.
Per
l’Armenia tale percezione è radicata in un profondo senso d’insicurezza, che si
nutre della minaccia esistenziale proveniente da Baku e Ankara e che si è
approfondito nel corso dell’ultimo decennio a partire dal fallimento del
tentativo di normalizzazione delle relazioni con la Turchia, da una parte, e
dalla disillusione delle aspettative che l’UE potesse giocare un ruolo attivo
nella soluzione del conflitto in Alto Karabakh, dall’altra.
Per
questa via, Erevan ha reagito ai progressivi avvicinamenti russo-azerbaigiano –
elevato nel 2016 a livello di “partenariato strategico” – e russo-turco, e al
conseguente rischio di “riallineamento” della politica regionale del Cremlino,
approfondendo la misura della cooperazione alla sicurezza con Mosca e, con
essa, l’asimmetria di potere nella relazione bilaterale.
Erevan
è così finita prigioniera di un circolo vizioso che ha visto la misura della
cooperazione alla sicurezza con la Russia crescere proporzionalmente alla
dipendenza da essa, in uno scenario nel quale Mosca ha finito per
rappresentare, al contempo, principale garante e minaccia della sicurezza
nazionale armena.
La
possibilità di propugnare un parziale disallineamento russo dall’alleanza con
l’Armenia ha rappresentato, d’altra parte, obiettivo fondamentale
dell’approfondimento della cooperazione alla sicurezza ed economica con Mosca
da parte dell’Azerbaigian – le cui attese di “ritorno” ruotavano attorno al
conseguimento di sostegno sulla questione del Karabakh, direttamente sul piano
della mediazione diplomatica o indirettamente attraverso una sostanziale
neutralità in caso di conflitto.
È
propriamente in quest’ultima forma che, di fatto, si è sostanziato il sostegno
russo all’Azerbaigian, tanto nel breve ma significativo conflitto dell’aprile
2016 – che per la prima volta ha messo in discussione la presunta superiorità
militare armena e determinato un seppur limitato avanzamento territoriale a
vantaggio azerbaigiano – quanto e soprattutto nella “Guerra dei 44 giorni”
dell’autunno 2020, che, pur non risolvendo tout court la sorte della regione,
ha tuttavia decretato la riconquista azerbaigiana di parte del Karabakh e dei
distretti a esso limitrofi.
Su
questo sfondo, l’esito del conflitto ha confermato tre prioritarie dinamiche
già emerse a caratterizzare il contesto di sicurezza sub-caucasico nella fase successiva
alla crisi ucraina.
In primo luogo, i termini dell’accordo per il
cessate-il-fuoco sottoscritto dai belligeranti a Mosca il 10 novembre segnalano
l’ulteriore rafforzamento della cooperazione alla sicurezza russo-azerbaigiana.
L’indiretto
sostegno assicurato alla vittoria militare è stato infatti pagato da Baku con
la concessione del dispiegamento di un contingente di truppe russe di
peace-keeping, che – seppur sulla carta temporaneo (5 anni rinnovabili) e
parzialmente bilanciato dalla presenza di militari turchi – rappresentava uno
dei più tradizionali obiettivi della politica regionale del Cremlino.
Secondariamente, all’indomani del conflitto
sembra riattivarsi la richiesta di garanzie di sicurezza rivolte alla Russia
dall’Armenia, che rafforza una volta di più l’asimmetria dell’alleanza e, con
essa, il grado di dipendenza e vulnerabilità da Mosca.
In
terzo luogo, e conseguenzialmente, quest’ultima riafferma e approfondisce una
primazia sul Caucaso meridionale fondata principalmente sulla conservazione
dello status quo.
Uno
status quo che la Russia può oggi più agevolmente controllare non soltanto sul
piano militare – in ragione del dispiegamento di truppe sul territorio – ma
potenzialmente anche sul piano amministrativo e diplomatico.
Tale
dinamica si manifesta, da una parte, in ragione della preferenza apparentemente
accordata da Baku all’assunzione di responsabilità diretta russa
nell’amministrazione della porzione di territorio ancora fuori dal controllo
governativo e, dall’altra, in ragione della perdurante assenza e della
diminuita credibilità d’iniziative di mediazione occidentali.
La
Russia come partner economico delle repubbliche sub caucasiche.
L’analisi
dell’interscambio economico-commerciale e dei flussi d’investimenti esteri
delle repubbliche caucasiche mostra una generale tendenza alla diversificazione
del portafoglio d’interlocutori esteri, definito dal lento ma costante
incremento del ruolo dei paesi UE e, più di recente, dall’ingresso nei mercati
regionali d’imprese e investitori cinesi.
Pur
tuttavia, la Russia resta – seppur a diversi gradi di profondità –
interlocutore di primo piano per le tre repubbliche, in ciò beneficiando
anzitutto della prossimità geografica e dell’ampiezza del proprio mercato,
naturale punto di attrazione per le più piccole economie sub-caucasiche e
tradizionale meta per la migrazione economica dalla regione.
Tale
rilevanza si manifesta anche nelle relazioni con la Georgia che, in uno stretto
intreccio tra strategie economico-commerciali e più ampie direttrici di
politica estera, ha tradizionalmente fatto dell’adesione alle regole del libero
scambio e dell’incremento degli scambi con i partner euro-atlantici uno
strumento per attestare la piena appartenenza allo spazio democratico-liberale
occidentale e, più pragmaticamente, per ridimensionare l’influenza esercitata
da Mosca sul paese.
Il miglioramento dei rapporti
economico-commerciali è stato, d’altra parte, uno dei pilastri sui quali
Tbilisi ha fondato – sin dal 2012 e dall’ascesa politica della coalizione”
Sogno Georgiano” – il processo di “normalizzazione” dei rapporti con Mosca,
volto a chiudere le ferite del conflitto del 2008 investendo nei vettori della
relazione bilaterale meno politicamente sensibili e nei quali si registrava una
più chiara convergenza d’interessi.
Per
questa via, l’interscambio con la Russia è passato dai 425 milioni di dollari
del 2011 ai 1.329 del 2020, in un quadro d’insieme che registra la netta
prevalenza della quota di commercio estero assorbita dai mercati regionali –
Russia, Turchia e Azerbaigian in primis – rispetto a quelli europei, nonostante
l’entrata in vigore dell’”Accordo di Associazione con l’UE” nel 2016.
Nonostante, dunque, nel corso dell’ultimo
decennio la Georgia si sia liberata dalla dipendenza dagli approvvigionamenti
energetici russi grazie alle forniture dal vicino Azerbaigian, l’economia del
paese resta strettamente legata al proprio vicino settentrionale in particolar
modo nei comparti dell’agro-alimentare e turistico, mentre si registra un
progressivo ridimensionamento del peso delle rimesse provenienti dalla Russia
che, pur significative, vengono via via soppiantate da flussi di provenienza
europea (da Italia e Grecia in prima battuta).
Ciò
offre alla Russia perduranti margini d’influenza e potenziali strumenti di
coercizione nei confronti della Georgia, cui Mosca ha dimostrato la
disponibilità a ricorrere in caso di tensioni nei rapporti bilaterali – come
fatto nel 2019 introducendo sanzioni economiche rivolte ai comparti
agro-alimentare e turistico a seguito delle tensioni generate dalla visita a
Tbilisi del parlamentare russo Sergey Gavrilov.
Nel
corso dell’ultimo quinquennio crescenti margini di cooperazione si sono
registrati anche con l’Azerbaigian che, fondando la propria economia sul
settore energetico e sulle esportazioni verso i mercati turco ed europeo, è
delle repubbliche sub-caucasiche la meno esposta alla dipendenza dalla Russia.
Tale considerazione nulla toglie, tuttavia, alla crescente rilevanza delle
relazioni commerciali russo-azerbaigiane, che si manifesta propriamente in
relazione alle necessità di diversificazione dell’apparato produttivo
dell’Azerbaigian al di fuori dell’oil & gas – come peraltro riconosciuto e
sancito dalle parti, nel settembre 2018, attraverso la dichiarazione congiunta
sulle “Priorità della Cooperazione Economica”.
Così,
pur coprendo una quota solo secondaria sul totale del commercio estero
azerbaigiano (2,6 miliardi di dollari su un totale di 24 nel 2020[22]),
l’interscambio con la Russia risulta particolarmente significativo tanto per le
importazioni quanto nei comparti non energetici, rispetto ai quali Mosca
risulta tradizionalmente primo partner di Baku, assieme alla Turchia.
Nel
corso dell’ultimo quinquennio, le necessità di diversificazione economica e le
più ampie strategie di politica estera azerbaigiana si sono peraltro sommate
nel determinare un ulteriore ambito di convergenza d’interessi e di
cooperazione con la Russia.
L’ambizione
di Baku di fare del paese uno snodo dei trasporti di merci e persone nel cuore
della massa eurasiatica si è infatti tradotta nella promozione di un asse
infrastrutturale Nord-Sud, tra Baltico e Golfo Persico, promosso congiuntamente
da Russia, Iran e Azerbaigian a partire dal summit di Baku dell’agosto 2016.
L’asse di trasporto Nord-Sud rappresenta per Baku un elemento centrale per
l’approfondimento delle relazioni con i due influenti vicini e naturale
compendio alla più tradizionale direttrice infrastrutturale Est-Ovest, promossa
tra Asia centrale ed Europa.
A
legare assieme le due direttrici trans-regionali – ampliando significativamente
la portata della cooperazione infrastrutturale russo-azerbaigiana –
contribuisce oggi, d’altra parte, l’esito del recente conflitto in Karabakh.
Coerentemente
con le previsioni del cessate-il-fuoco siglato a Mosca il 9 novembre e con
l’impegno di riaprire le vie di comunicazione regionale, va oggi prendendo
forma nei colloqui tripartiti tra Baku, Erevan e Mosca un progetto
infrastrutturale tra il territorio azerbaigiano e l’exclave del Nakhichevan
attraverso il cosiddetto “corridoio di Mergi”, in Armenia meridionale, che
potrebbe collegare la direttrice infrastrutturale tra Iran e Russia con la rete
turca ed europea.
Le
relazioni e i legami economici tra Russia e Armenia delineano una relazione
bilaterale tanto stretta quanto asimmetrica, un rapporto di sostanziale
dipendenza da Mosca che si somma e si intreccia con il vettore strategico e
militare della relazione.
D’altra
parte, è stata proprio la dichiarata inscindibilità della cooperazione
economica e militare ad aver portato l’Armenia a interrompere i negoziati per
la firma di un Accordo di associazione con l’UE per abbracciare la proposta
d’integrazione russo-centrica in ambito UEE – di cui Erevan è membro dal 2015.
A
ulteriore conferma dello stretto legame tra la dimensione economica e quella
militare della dipendenza dalla Russia, l’influenza esercitata da quest’ultima
sull’apparato economico e produttivo armeno si è tradizionalmente nutrita del
“doppio isolamento”, geografico e diplomatico, della Repubblica sub-caucasica –
la cui mancanza di sbocco al mare è aggravata dalla quasi trentennale chiusura
delle frontiere con Azerbaigian e Turchia, conseguenza del conflitto nell’”Alto
Karabakh”.
L’influenza
della Russia sull’economia armena va d’altra parte ben oltre il peso
preponderante rivestito sul commercio estero dal paese – che assorbendo una
quota del 25% delle esportazioni e garantendo il 32% delle importazioni, si è
confermato nel 2020 primo partner commerciale con un interscambio totale
superiore ai 2 miliardi di dollari.
Sin dall’inizio del secolo e dalla
sottoscrizione dei primi accordi “loan-for-asset”, compagnie statali e private
russe hanno infatti acquisito il sostanziale controllo dei principali comparti
strategici dell’economia armena, in linea con una dinamica particolarmente
pronunciata nei settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, finanziario ed
energetico.
Il
ruolo di primo piano ricoperto da compagnie russe nei principali comparti
dell’economia armena ha un duplice e deleterio effetto sul paese: genera
un’evidente asimmetria di potere tra Erevan e Mosca a beneficio di quest’ultima
e, al contempo, tende a limitare l’attrazione e la diversificazione degli
investimenti esteri, scoraggiati dal sostanziale controllo di ampi segmenti di
mercato da parte delle compagnie russe.
Per
questa via, il complesso intreccio tra subordinazione militare ed economica
dell’Armenia nei confronti della Russia ha generato una tipica dinamica della
“dipendenza dal percorso” – in base alla quale le scelte correnti sono naturale
e ineludibile conseguenza di quelle prese in passato – che la stessa leadership
emersa dalla “Rivoluzione di Velluto del 2018” non ha potuto invertire,
nonostante le aspettative suscitate in tal senso all’interno e all’esterno del
paese.
L’influenza russa in Bielorussia: continuità e
nuove incognite dalla Crimea alla crisi del regime di Lukashenko.
(Carolina
de Stefano).
In
Bielorussia decine, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza fin
dall’estate 2020 per protestare contro il risultato delle elezioni
presidenziali, che ha attribuito la vittoria al presidente uscente Aleksandr
Lukashenko, al potere ininterrottamente dal 1994.
Testimoni
e osservatori elettorali locali hanno riscontrato frodi elettorali sistematiche
in tutto il paese.
La candidata d’opposizione “Svetlana
Tichanovskaja” è stata costretta a lasciare la Bielorussia e dall’estero
presiede il consiglio di coordinamento, un organo che riunisce membri della
società civile e chiede nuove elezioni.
L’evoluzione
della crisi politica in Bielorussia negli ultimi mesi ha mostrato ancora una
volta che i legami economici e politici tra Mosca e Minsk sono stretti e
incomparabilmente più profondi di quelli tra la Bielorussia e l’Unione europea.
Lukashenko, nel pieno delle manifestazioni a settembre, si è immediatamente
rivolto verso Putin, chiedendo un sostegno politico, economico e militare.
Allo
stesso tempo, però, le relazioni tra la Bielorussia e la Russia – e tra i
presidenti Aleksandr Lukashenko e Vladimir Putin – sono più tiepide di alcuni
anni fa:
da un lato Mosca ha progressivamente, e
sostanzialmente, ridotto il suo sostegno finanziario a Minsk;
dall’altro
Lukashenko ha cercato – soprattutto a seguito dell’annessione russa della
Crimea nel 2014 e di un’accresciuta diffidenza nei confronti del Cremlino – di
ridurre la dipendenza dalla Russia puntando a un’apertura (seppur timida)
all’Unione europea.
A loro volta le titubanze e i tentativi di
smarcarsi di Lukashenko lo hanno reso agli occhi della leadership russa un
partner inaffidabile e sostituibile.
Nell’eventualità
in cui Lukashenko reprimesse le proteste in maniera duratura e riuscisse a
restare al potere nei prossimi mesi, il governo bielorusso si riavvicinerà –
volente o nolente – a Mosca.
Il
raffreddamento (o meglio, il congelamento) delle relazioni con l’Unione europea
e l’attuale debolezza del leader bielorusso potrebbero in particolare portarlo
a fare concessioni alla controparte russa in cambio del suo sostegno.
Anche
nel caso di un’accresciuta interdipendenza politico-istituzionale tra i due
paesi, la maniera in cui Mosca sta gestendo e gestirà l’attuale crisi di
legittimità del regime bielorusso potrebbe ridurre però l’influenza russa sulla
società bielorussa.
Sondaggi
recenti mostrano in effetti che la strategia del Cremlino di difendere a
oltranza lo status quo contro le proteste sta alienando una parte della
popolazione, soprattutto i giovani.
Mosca
rischia in altri termini che la popolazione bielorussa associ in maniera
crescente la Russia al regime di Lukashenko a discapito dei legami storici,
culturali e linguistici tra i due paesi.
I successivi paragrafi si soffermano in
maniera più dettagliata sull’evoluzione e prospettive delle relazioni
istituzionali, economico-energetiche e culturali tra la Russia e la
Bielorussia.
Le relazioni istituzionali.
La
Bielorussia è il partner più stretto della Russia.
È uno
dei membri fondatori della “Comunità degli Stati indipendenti”, della “CSTO” e
dell’”Unione economica eurasiatica”.
Nel
1999 Russia e Bielorussia hanno dato a vita a una “Unione statale”, che puntava
sulla carta all’unificazione politica, giuridica ed economica dei due paesi
sotto l’egida di organi sovranazionali comuni.
Ad
oggi, però, il trattato non è mai stato implementato.
Se in
effetti Mosca ha a più riprese fatto pressione sulla Bielorussia per dar vita a
istituzioni comuni, “Minsk” ha regolarmente rifiutato di approfondire il
livello d’integrazione bilaterale con il timore che l’Unione si traducesse, nei
fatti, in una cessione della sovranità bielorussa alla Russia.
Più in
generale, negli ultimi vent’anni le relazioni tra i due paesi sono state
altalenanti.
Da un
lato eventi come la guerra russo-georgiana nel 2008 e, ancora di più,
l’annessione russa della Crimea nel 2014 hanno spinto Lukashenko a privilegiare
una politica estera multivettoriale e a frenare progetti di ulteriore
integrazione con la Russia.
La
Bielorussia, al contrario della Russia, non ha riconosciuto né l’indipendenza
di Abkhazia e Ossezia del Sud nel 2008 né l’annessione della Crimea.
Momenti
di maggiore freddezza con la Russia hanno in generale corrisposto a una
parallela e parziale apertura verso l’UE.
Nel
2016 l’Unione europea ha revocato le sanzioni contro la Bielorussia in vigore
dal 2011, riconoscendo “i passi intrapresi” dalla Bielorussia a partire dal
2014 per “migliorare le relazioni con l’UE”, tra cui “la partecipazione
proattiva nella Eastern Partnership”.
Il 1°
luglio 2020, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, è entrato in
vigore l’accordo di facilitazione del rilascio dei visti tra la Bielorussia e i
paesi membri dell’UE.
Da parte sua la Russia ha ridotto
progressivamente il sostegno economico a Minsk e la sua dipendenza
dall’industria della difesa bielorussa.
Dall’altro
lato, però, la volontà di Lukashenko di affermare un’autonomia strategica dalla
Russia non si è mai tradotto in un affronto diretto a Mosca, soprattutto a
causa della sua fortissima dipendenza energetica (vedi paragrafo successivo).
Tra il
2014 e il 2018 la Bielorussia ha votato in sede ONU contro tutte le risoluzioni
che ribadivano l’integrità territoriale ucraina e denunciavano la presenza e le
iniziative russe in Crimea.
Soprattutto,
nel pieno delle proteste Lukashenko è stato costretto a chiedere aiuto al
presidente russo.
Ad agosto Putin, a seguito di una richiesta
esplicita del presidente bielorusso, ha parlato della disponibilità a inviare
‘rinforzi’ militari se la situazione dovesse degenerare, e nel caso di
‘necessità’ anche nel quadro della “CSTO”.
Per
‘necessità’ deve intendersi l’aggressione esterna di uno dei paesi membri
dell’organizzazione, unica fattispecie prevista dalla “CSTO” per la mutua
assistenza militare.
A
settembre e ottobre la Russia e la Bielorussia hanno organizzato esercitazioni
militari congiunte.
Il 14 settembre, a Sochi, Putin ha promesso un
prestito di 1,5 miliardi di dollari alla Bielorussia e sostenuto l’annuncio di
Lukashenko di avviare un processo di riforma costituzionale.
Sostegno
politico, prestiti finanziari, esercitazioni militari congiunte non devono
distogliere dal fatto che il Cremlino, più che a Lukashenko, è interessato alla
stabilità del regime bielorusso.
Sarebbe
cioè pronto, senza esitazioni, a sostenere una figura alternativa – e non
ostile alla Russia – nel caso in cui il presidente bielorusso non avesse più il
controllo della situazione.
È
possibile che la Russia cercherà nei prossimi mesi di sfruttare tanto il
contesto d’instabilità del regime bielorusso quanto le tensioni tra Lukashenko
e l’UE per accrescere la sua influenza sul paese.
L’UE
non riconosce il risultato del voto e sostiene l’attività e la domanda di nuove
elezioni di “Svetlana Tichanovskaja” e del “Consiglio di coordinamento”.
A
ottobre e novembre l’UE ha approvato due pacchetti consecutivi di sanzioni
contro gli oligarchi e rappresentanti del regime bielorusso (Lukashenko
incluso) per la repressione violenta delle proteste.
Le relazioni economiche ed energetiche.
Fin
dal crollo dell’URSS le relazioni economiche tra Russia e Bielorussia si sono
basate su un tacito accordo e un’asimmetria di fondo:
Mosca
ha concesso a Minsk tariffe di favore sul gas e petrolio e un accesso
preferenziale al mercato russo in cambio della sua lealtà geopolitica.
Questo trade-off ha portato, in più momenti, a
dispute e continue rinegoziazioni delle tariffe delle materie prime, da ultimo
nel gennaio 2020.
Non
solo Minsk dipende quasi interamente dalla Russia per le forniture di energia,
ma l’importazione di materie prime al di sotto del valore di mercato
costituisce una delle sue maggiori entrate economiche.
La Bielorussia raffina il petrolio importato
acquistato da Mosca nelle due raffinerie del paese (Mazyr e Naftan) per poi
rivenderlo sul mercato europeo, business che corrisponde da solo a circa il 20%
del valore totale dell’export nazionale.
La Bielorussia è anche un importante corridoio
per il passaggio di petrolio e gas dalla Russia all’Europa:
circa
il 10% del petrolio europeo è fornito dalla pipeline russa “Druzhba”, che
attraversa la Bielorussia prima di rifornire Germania, Polonia, Slovacchia,
Ungheria e Repubblica ceca;
il 6%
del gas europeo passa invece tramite la pipeline “Yamal Europe” e approvvigiona
la Germania.
A
gennaio 2021, come risposta alle sanzioni introdotte dai paesi baltici e dal
resto dell’UE contro il governo bielorusso, Lukashenko ha chiesto e ottenuto
l’autorizzazione di Mosca a esportare materie prime e altri beni dai porti
russi sul Baltico e interrompere così le attività nei porti delle repubbliche
baltiche.
A
livello d’interscambio commerciale, la Russia è la principale destinazione
dell’export bielorusso, pari al 50% dei beni esportati (fino al 90% per alcuni
prodotti, come i latticini) contro il 18,5% nell’area UE al 2019.
Secondo
i dati ufficiali, gli investimenti russi in Bielorussia ammontavano nel 2019 a
4,5 miliardi di dollari, corrispondenti al 45% degli investimenti esteri totali
in Bielorussia.
Ci sono inoltre più di 2500 aziende a
partecipazione russa e decine di grandi progetti che si avvalgono di tecnologie
russe.
L’esempio
più recente e significativo è la costruzione della prima e unica centrale
nucleare bielorussa, “Astravets”, a nord-ovest della Bielorussia, al confine
con la Lituania.
La centrale è stata costruita dalla società “Atomstrojexport”
– una filiale della società di stato russa “Rosatom” – con un prestito russo di
10 miliardi di dollari, che la Bielorussia deve estinguere entro il 2036.
Il progetto, avviato nel 2011, è stato
osteggiato dalla Lituania, che lo ritiene una minaccia diretta – anche a causa
del grave precedente di Chernobyl nel 1986 – per la sua capitale Vilnius,
situata a 50 km di distanza.
La
centrale, che ha iniziato a produrre energia nel novembre 2020, dovrebbe
entrare pienamente in funzione nel 2022.
Nel
contesto attuale, il governo russo potrebbe riuscire a ottenere l’apertura di
aziende sia private sia statali bielorusse a capitali russi, tra cui l’azienda
chimica “Grodno Azo”t, l’industria di veicoli militari e trattori “MZKT”, la
raffineria “Nazyr”.
Le relazioni culturali e linguistiche.
Uno
dei fattori chiave per comprendere l’origine delle proteste dell’estate 2020 è
l’esistenza di una frattura generazionale sempre più netta all’interno della
società bielorussa.
Un
sondaggio recente ha mostrato ad esempio che la generazione over 60 considera
la Russia la più grande potenza mondiale e guarda al crollo dell’URSS come un
evento negativo.
Al
contrario, la posizione della maggior parte degli intervistati tra i 18 e i 30
anni ritiene gli Stati Uniti la più grande potenza al mondo e guardano al
crollo dell’URSS come un evento positivo.
Queste
tendenze, già esistenti, si sono accentuate con l’evolversi della crisi
politica negli ultimi mesi.
In
effetti la crisi, nata per ragioni interne politiche e sociali, ha assunto
rapidamente – anche a causa del posizionamento opposto di UE e Russia – una
dimensione geopolitica in cui scegliere tra sostenere le proteste o il regime
di Lukashenko corrisponde a scegliere tra Bruxelles e Mosca.
La
‘geo politizzazione’ delle proteste in corso sta già avendo, a sua volta, un
impatto su un elemento centrale dei legami culturali tra la Russia e la
Bielorussia: l’uso della lingua russa.
La
lingua russa è un veicolo fondamentale dell’influenza russa in Bielorussa.
Non
solo i media russi sono tra i più seguiti in Bielorussia (televisione, radio,
social media e motori di ricerca), ma la maggior parte della popolazione
tendeva, quantomeno fino a pochi mesi fa, a considerarli più affidabili dei
media nazionali. Con le proteste la tendenza è in parte cambiata, e la maggior
parte delle persone che ha partecipato alle manifestazioni si è rivolta a fonti
straniere – principalmente digitali – per seguire l’evoluzione della crisi.
È
importante considerare che la lingua russa è parte integrante della società e
cultura bielorusse.
Il
censimento nazionale del 2019 mostrava che a oggi la maggior parte dei
bielorussi indica come prima lingua il bielorusso, ma nel quotidiano, nel
contesto familiare, più del 70% parla in russo.
Lo
stesso Lukashenko si è espresso pubblicamente in bielorusso solo in rarissimi
casi (la prima volta dopo l’annessione della Crimea nel 2014) e la scrittrice e
premio Nobel della letteratura Svetlana Aleksievich scrive in russo.
L’evoluzione della crisi attuale porterà
probabilmente a un utilizzo crescente del bielorusso a scapito del russo da
parte di chi si oppone al regime di Lukashenko, in nome di un’identità
bielorussa da opporre a quella russa, considerata ora più ostile, come accaduto
in Ucraina dal 2014 in poi.
Russia
e Asia Centrale: primazia, perdita d’influenza, o egemonia negoziata?
(Filippo
Costa Buranelli).
Le
relazioni tra la Russia e le cinque repubbliche centrasiatiche del Kazakistan,
Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan, vengono qui analizzate
utilizzando tre prismi analitici interrelati tra loro:
quello
riguardante l’aspetto politico e di sicurezza;
quello
pertinente ai vettori economici;
e quello relativo alle relazioni culturali e
umanitarie.
L’analisi è inoltre contestualizzata e
inserita in un processo globale di re-allineamento delle grandi potenze, di
mutamento di equilibri, di cambiamenti tanto materiali quanto immateriali nella
politica internazionale, e di ascesa e affermazione di nuovi attori regionali.
Pertanto,
verrà esaminato anche l’importante ruolo di attori extra-regionali, come gli
Stati Uniti e la Cina, nella caratterizzazione delle relazioni intra-regionali.
Le
relazioni russo-centrasiatiche nella sfera politica e sicurezza.
La
cooperazione alla sicurezza e la necessità di mantenere ordine e stabilità nel
panorama politico eurasiatico sono il pilastro principale su cui posano le relazioni
internazionali tra Russia e Asia Centrale.
E anche dopo l’annessione della Crimea del
2104, da un punto di vista politico, militare, e di sicurezza i rapporti tra
Russia e Asia Centrale sono stati caratterizzati da una generale continuità.
Da un
lato Mosca continua a considerare i territori delle repubbliche centrasiatiche
come una zona di privilegio e di esclusività, mentre le repubbliche
centrasiatiche continuano a identificare Mosca come il legittimo garante di
sicurezza, stabilità e prevedibilità politica.
La
principale organizzazione che cristallizza la predominanza militare della
Russia nello spazio eurasiatico è la “CSTO” che comprende, oltre alla Russia,
il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan, la Bielorussia e l’Armenia.
È proprio grazie alla CSTO che la Russia
gestisce e cementa la sua posizione di potenza nella regione, attraverso il
coordinamento di esercitazioni militari, di convergenza normativa in campo
militare, e attraverso una capillare provvigione e fornitura di armi e
materiale bellico ai proprio alleati.
Negli
ultimi tre anni la novità più importante è, forse, il progressivo
re-allineamento dell’Uzbekistan con le linee guida di Mosca in ambito
politico-militare.
L’attuale presidente uzbeko,” Shavkhat
Mirziyoyev”, sembra essere più in sintonia e più accomodante per quel che
riguarda la richiesta di Mosca di collaborazione in campo politico-militare, a
differenza del suo predecessore “Islam Karimov” il quale, seppur senza mai
ostracizzare e allontanare la Russia platealmente, aveva sposato una politica
più indipendentista e autonoma nel campo della politica estera e di difesa,
improntata su una retorica che enfatizzava il ruolo dell’Uzbekistan come
baluardo dell’indipendenza postcoloniale centrasiatica.
Questo
progressivo riavvicinamento è visibile a livello retorico tanto quanto a
livello istituzionale, anche se è importante sottolineare come l’Uzbekistan non
abbia, di fatto, modificato la sua politica estera in termini di alleanze e
cooperazione multilaterale nella sfera militare, continuando quindi la sua
non-partecipazione alle attività della “CSTO”, che il paese abbandonò proprio
nel 2012.
Questo,
tuttavia, non esclude la cooperazione militare a livello bilaterale:
nel
2019, per esempio, l’Uzbekistan ha ripreso l’acquisizione di armi da Mosca per
un totale di 48 milioni di dollari.
Per
quel che riguarda invece gli altri stati centrasiatici, ‘stabilità’ sembrerebbe
essere la tendenza che accompagna i rapporti tra Mosca e Nur-Sultan, Biškek,
Dušanbe, e Ashgabat.
Le relazioni russo-kazake, per esempio, non
hanno subito mutamenti di nota anche dopo le dimissioni rassegnate da “Nursultan
Nazarbayev” dopo quasi vent’anni al potere e l’avvento alla presidenza di “Kassym-Jomart
Tokayev”.
Lo stesso si può dire per quel che riguarda il
Kirghizistan, anche se in questo caso i cambi al vertice sono stati due:
“Almazbek
Atambayev “lasciò il posto a “Sooronbai Jeenbekov” nel 2017, il quale è poi
stato deposto in seguito alle proteste e alle violenze dell’ottobre 2020, dopo
le quali “Sadyr Japaorv” è stato eletto presidente nel gennaio del 2021.
In tutti e tre i casi il Kirghizistan ha
sempre mantenuto un approccio alla politica estera fortemente orientato alla
collaborazione con Mosca, consapevole anche di numerosi elementi strutturali
(come la precarietà statale, l’instabilità economica, e il significativo flusso
di migranti economici in territorio russo) che portano “Bishkek” a situarsi
necessariamente nell’orbita russa.
Per
quel che riguarda le relazioni con “Turkmenistan” e “Tajikistan”, anche qui il
trend principale sembra essere quello della continuità.
Il
Turkmenistan, paese che nel 1995 è riconosciuto come neutrale dall’Assemblea
delle Nazioni Unite, continua a esercitare un ruolo molto marginale all’interno
delle relazioni politico-militari tra Russia e Asia Centrale.
“Ashgabat”
è membro associato della Comunità degli Stati indipendenti, non fa parte della
CSTO, ed è solamente osservatore all’Organizzazione per la Cooperazione di
Shanghai (OCS), l’altra piattaforma multilaterale di carattere
politico-economico che la Russia co-gestisce con la Cina e altri paesi
eurasiatici.
Nel
2017 Putin e il presidente turkmeno “Berdimukhammedov” hanno siglato un accordo
di partenariato strategico focalizzato a migliorare le relazioni russo-turkmene
nel campo economico, di sicurezza e umanitario.
A ciò
è seguito un accordo di cooperazione interparlamentare, sempre nel 2017, che
però oltre a formalizzare il dialogo tra i due organi legislativi dei
rispettivi paesi, poco ha contribuito a rafforzare la generale collaborazione
tra Russia e Turkmenistan.
Per
quel che riguarda le relazioni russo-tagike, invece, la cooperazione
politico-militare con la Russia è supportata dalla marcata continuità del
regime di” Emomali Rahmon”, presidente in carica dal 1994.
Consapevole
della fragilità del paese, della potenziale instabilità che può arrecare il
vicino Afghanistan, dell’espansione cinese e della crescente disoccupazione
interna, Rahmon ha mantenuto ottimi rapporti con Mosca proprio per ricevere
supporto e aiuto rispetto alle suddette questioni.
Il
fatto che le repubbliche centrasiatiche nutrano buoni rapporti con Mosca non
deve però far pensare che vi sia concordia su ogni questione
politico-strategica e che le relazioni siano prive di frizioni e sempre
condotte all’insegna dell’eguaglianza e del mutuo rispetto.
È infatti opportuno sottolineare come in
seguito all’annessione della Crimea e all’apertura delle ostilità nel Donbass e
nell’Ucraina orientale, gli stati centrasiatici siano diventati molto più
suscettibili a questioni legate all’integrità territoriale e alle prerogative
di sovranità.
La
Russia gode dunque di quella che si può definire un’egemonia negoziata, vale a
dire una primazia a livello politico militare ma che non può sfociare in aperto
controllo dei vicini proprio a causa della fiducia che è venuta meno nei suoi
confronti.
Per
quello che riguarda le principali piattaforme multilaterali di sicurezza e
difesa, l’aspetto forse più importante è l’impegno, rinnovato sia dalla Russia
sia dai paesi centrasiatici membri, di potenziare e migliorare la struttura
della CSTO anche attraverso maggiori finanziamenti.
Anche
e soprattutto alla luce della crescente presenza cinese nell’area, Mosca ha di
recente fornito al Tagikistan materiale militare moderno;
ci sono inoltre state consultazioni sulla
possibile apertura di una seconda base militare in Kirghizistan;
e in più Mosca ha iniziato a condividere
materiale ed esperienza delle sue Forze di operazioni speciali con gli altri
stati membri.
La
CSTO, oltre a coordinare esercitazioni e scambio d’informazioni militari,
continua pur tuttavia a rimanere fedele ai principii di sovranità e
non-interferenza, anche e soprattutto alla luce di quanto detto poco sopra
sulla sensitività di queste norme nel periodo post-Crimea.
Tanto
nel conflitto del Nagorno-Karabakh (si veda il capitolo di Carlo Frappi) quanto
durante le violentissime proteste in Kyrgyzstan dell’ottobre 2020 che hanno
portato alla caduta di “Jeenbekov” e all’ascesa di “Sadyr Japarov” alla
presidenza, la CSTO si è definita incompetente all’intervento offrendo come
giustificazione la natura interna e sovrana di questi conflitti.
Le
relazioni economiche.
Per
quanto riguarda l’aspetto economico delle relazioni russo-centrasiatiche, è
opportuno fare un distinguo preliminare.
Vale a
dire, le economie delle nazioni centrasiatiche sono diverse tra loro, tanto in
termini di risorse e produzione, quanto in termini di volumi.
Il Kazakistan, per esempio, ha un Pil che è
più grande della somma dei Pil degli altri quattro stati centrasiatici.
Tuttavia,
si potrebbe dire che le relazioni economiche russo-centrasiatiche siano marcate
nel complesso da uno squilibrio e una diseguaglianza a vantaggio di Mosca, che
funziona un po’ da centro gravitazionale della neonata Unione economica
eurasiatica (EEU), entrata in vigore nel 2015 e comprendente Russia,
Kazakistan, Kirghizistan, Armenia, e Bielorussia (quindi, di fatto, gli stessi
membri della CSTO eccezion fatta per il Tagikistan).
Il fatto che Mosca eserciti una forza
gravitazionale da un punto di vista economico è visibile nella recente
decisione del governo uzbeko di entrare, seppur almeno inizialmente come
osservatore, all’interno dell’EEU.
Le negoziazioni, durate poco più di un anno,
hanno di fatto certificato come l’Uzbekistan abbia radicalmente cambiato il suo
approccio all’economia e al commercio internazionale, che durante il regime di “Islam
Karimov” erano all’insegna dell’autarchia e della chiusura.
Sempre
a proposito dell’EEU e di come tale organizzazione sia considerata dalla Russia
come un’effettiva piattaforma per legare a essa le economie centrasiatiche va
detto che il commercio e gli scambi economici all’interno del blocco sono
inferiori rispetto al commercio e gli scambi con economie estere.
Nel
2018, per esempio, il turnover estero degli stati membri dell’EEU superava il
turnover interno di ben tredici volte, in quello che è un trend che si è andato
consolidando negli ultimi due anni.
Se a
questo si aggiunge il fatto che paesi esterni all’EEU hanno un indice di
complementarità commerciale più alto dei paesi membri stessi (Italia 54%; India
42%; Grecia 41%) allora l’idea che l’EEU sia un blocco commerciale a carattere
marcatamente politico e strategico assume contorni più veritieri.
Anche
uno sguardo ai volumi totali del commercio intra-EEU dimostra come la Russia
giochi un ruolo pregnante negli equilibri dell’EEU.
Una
volta che sanzioni internazionali sono state imposte su Mosca a seguito
dell’annessione della Crimea (2015), il commercio totale intra-blocco non ha
mai più raggiunto i livelli iniziali (2011).
Da
ultimo, va considerato che nel 2018 gli scambi con la Russia ammontavano al
96,9% degli scambi totali dell’organizzazione, a ulteriore dimostrazione del
carattere unidirezionale e marcatamente politico dell’EEU.
(Volumi commerciali intra-EEU -in miliardi di dollari
USA)
(Fonte:
Fondo Monetario Internazionale)”.
Come
detto poco sopra, è anche importante ricordare come le economie all’interno
dell’area eurasiatica (e quindi non necessariamente facenti parte dell’EEU)
siano diverse tra loro.
Paesi
come il Kirghizistan (membro dell’EEU) e il Tagikistan (non-membro dell’EEU)
hanno economie basate primariamente su rimesse e non su produzione industriale
e/o servizi, il che contribuisce ancor di più a rendere questi stati dipendenti
da Mosca.
Famose
sono le parole dell’allora presidente kirghiso “Almazbek Atambayev” quando,
poco prima di formalizzare l’ingresso del Kirghizistan nell’EEU, affermò che il
paese, semplicemente, ‘non aveva scelta’, e che il rifiutare l’invito a entrare
nell’EEU avrebbe significato ‘supplicare in ginocchio’ per aiuti economici in
futuro.
Lo
stesso Tagikistan si trova in una posizione di dipendenza dalle rimesse che
provengono dalla Russia (nel 2018, le rimesse costituivano il 29% del Pil del
paese, e dati della Banca centrale russa dimostrano come nell’ultimo anno tali
rimesse siano diminuite del 37%, e dunque con un tremendo impatto sul Pil
tagiko), e negoziazioni (quando non proprio pressioni, sotto forma
d’introduzione di barriere invisibili al commercio e alla circolazione di merci
e persone per paesi non-EEU) continuano tra Mosca e Dušanbe per convincere il
presidente tagiko Emomali Rahmon a entrare nell’organizzazione.
Al di
fuori di queste negoziazioni, un importante accordo tra Russia e Tagikistan
sulla regolamentazione dei migranti economici è stato siglato e ratificato
appena due anni fa, in quello che sembra essere stato l’ultimo tentativo di
coordinare e incanalare il flusso migratorio dal Tagikistan alla Russia prima
di costringere “Dušanbe” ad accedere all’EEU, e quindi a sottostare alle regole
e provvisioni in campo migratorio dell’organizzazione stessa.
È
forse nella sfera economica, però, che la presenza russa in Asia Centrale è
maggiormente fronteggiata da una crescente attività cinese, specie nei settori
infrastrutturali, energetici e commerciali.
La
Cina è, al momento, il secondo mercato per le esportazioni kazake (dopo
l’Italia) con la Russia che figura al quarto posto (dopo l’Olanda), ed è il
secondo esportatore verso il Kazakistan dopo la Russia.
La
presenza di “Beijing” è visibile anche nella pletora di progetti
infrastrutturali e finanziari nella regione, che al momento sembrano avere un
passo e una presenza difficili da emulare per la Russia, soprattutto alla luce
delle sanzioni economiche e del recente impatto del Covid-19 sulla regione.
Anche
nel campo energetico si può notare una crescente presenza cinese in Asia
Centrale, presenza che al momento non ha portato a eccessivo allarmismo in
Russia ma che al tempo stesso presenta Mosca con uno scenario di crescente
multilateralismo e bilanciamento.
La Cina è a oggi il primo importatore di gas
dal Turkmenistan (il 90% delle esportazioni di gas turkmene va in direzione di
Pechino), una posizione che si è venuta a concretizzare proprio in seguito a
disaccordi politico-economici tra Ashgabat e la russa Gazprom.
Per
quanto riguarda il petrolio, la presenza del gasdotto Asia Centrale-Cina
(transitante attraverso Turkmenistan, Uzbekistan, e Kazakistan) è di grande
importanza per Pechino, e una nuova linea (Linea D) è attualmente in corso di
costruzione, dal 2014 e non senza difficoltà, attraverso il Kirghizistan e il
Tagikistan.
Sebbene
non sia possibile approfondire qui in modo esaustivo le posizioni commerciali
di UE e Stati Uniti, è opportuno notare come Washington abbia di recente
siglato un vantaggioso accordo economico con il Kazakistan e l’Uzbekistan (le
due maggiori economie della regione) chiamato ‘Partnership per gli investimenti
in Asia Centrale’ con l’obiettivo d’investire almeno 1 miliardo di dollari
nella regione attraverso progetti diretti a sviluppare il settore privato e
infrastrutturale delle economie locali.
Alla
luce di questi dati e fattori, è evidente dunque come il quadro economico delle
relazioni russo-centrasiatiche non sia configurabile come un’assoluta primazia
e dominanza.
Se
all’interno dell’EEU le relazioni economico-internazionali sono a carattere
marcatamente russo, il quadro più ampio dell’economia e del mercato energetico
dell’Eurasia presenta uno scenario più multipolare e diversificato, con la
Russia che rimane un attore di primo piano ma al tempo stesso Cina, UE e Stati
Uniti che giocano un ruolo importantissimo nella diversificazione dei vettori
economici ed energetici delle repubbliche centrasiatiche.
Quest’ultime,
inoltre, hanno sviluppato nel corso degli ultimi due decenni una strategia che
alcuni analisti hanno chiamato ‘regionalismo bilanciato’, e mira proprio alla
creazione di numerose piattaforme regionali (tanto formali quanto informali) da
un lato per attrarre più capitali, dall’altro per evitare la preponderanza di
una singola grande potenza nella regione.
Rapporti culturali e umanitari.
Il
sostrato umanitario e culturale che lega i paesi dell’Asia Centrale con la
Russia è improntato principalmente alla valorizzazione dell’esperienza
storico-politica dell’Unione Sovietica, e dei secoli di coesistenza tra le
popolazioni russe e centrasiatiche, che hanno portato a una condivisione di
numerosi riferimenti culturali e linguistici.
Tuttavia,
se da un punto di vista istituzionale, storico, diplomatico, e finanche
celebrativo le repubbliche centrasiatiche e Mosca parlano ancora di
fratellanza, solidarietà, vicinanza, e memorie condivise (come per esempio le
celebrazioni per la vittoria della Seconda guerra mondiale), è anche vero che i
processi di sviluppo nazionale e statale in Asia Centrale stanno portando a un
lento ma concreto affermarsi di sentimenti nazionalisti.
Questi
sono visibili tanto in riforme d’importanza simbolica e anche politica, come la
transizione dell’alfabeto kazako e uzbeko dal cirillico al latino, quanto
nell’elezione di leader nazional-populisti alla presidenza, come ha dimostrato
il caso di “Sadyr Japarov” in Kirghizistan all’inizio di quest’anno.
Altri
esempi includono la proposta di legge in Uzbekistan che vieta ai dipendenti
statali l’uso della lingua russa (cui Mosca ha reagito con preoccupazione se
non proprio con sdegno, citando ‘lo spirito della storia’ come motivazione per
bloccare questa proposta) e il fatto che in Turkmenistan vi sia un’unica scuola
russa.
La
tensione tra un’unione basata sulla storia, ma la cui eco è ancora avvertibile,
e il desiderio delle repubbliche centrasiatiche di essere viste come attori
indipendenti, eguali e sovrani è sfociata in più di un’occasione in veri e
propri casi diplomatici.
Ampia
risonanza, per esempio, ha avuto il gelo che intercorse per qualche settimana
tra Putin e Nazarbayev nel 2015, e quindi proprio nel periodo più intenso
dell’annessione russa della Crimea, che seguì alle dichiarazioni del presidente
russo sulla ‘artificialità’ dello stato kazako, che deve la sua esistenza e la
sua attuale statualità all’impero russo prima e all’Unione Sovietica poi.
Semmai qualcuno avesse pensato che questa
fosse una boutade o una battuta mal riuscita, si è poi dovuto ricredere.
Nel dicembre 2020, “Vyacheslav Nikonov”, il
presidente della commissione Educazione e Cultura della “Duma russa”, ha di
nuovo reiterato la ‘non-esistenza’ del Kazakistan, paese che a suo dire altro
non è che ‘un grande regalo della Russia e dell’Unione Sovietica ai kazaki’.
È
dunque lecito pensare che queste narrative, soprattutto se unite ai noti e
periodici exploit di “Vladimir Zhirinovski” in favore di una ‘ricolonizzazione’
dell’Asia Centrale, abbiano il preciso scopo di ricordare alle repubbliche
centrasiatiche la posizione egemonica di Mosca nella regione.
Tuttavia,
al netto dei sopracitati episodi, tra Russia e Asia Centrale in un’ottica
complessiva si può parlare di relazioni generalmente positive nella sfera
socio-culturale, specie se comparate a quelle con altre potenze come Stati
Uniti o Cina.
La Russia, secondo recenti sondaggi in Asia
Centrale, era e rimane un alleato in cui riporre fiducia, un fondamentale
partner economico, un paese da visitare, un modello politico da seguire, e un
buon vicino.
L’esempio
più recente di questo trend è il successo della ‘diplomazia vaccinale’ di Mosca
in Asia Centrale, grazie alla quale Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan hanno
ordinato dosi ingenti di “Sputnik-V” (con Kirghizistan e Tagikistan che
stanno valutando l’approvazione del vaccino in queste settimane).
Anche
a livello sociale e culturale, dunque, così come in campo economico e
politico-militare, è forse inappropriato parlare di una Russia in declino, così
come è fuorviante parlare di Mosca come l’unico egemone incontrastato nella
regione.
Alla
luce di quanto scritto, il prisma più accurato per analizzare la posizione
russa in Asia Centrale è quella che ho chiamato ‘egemonia negoziata’, specie
dopo l’annessione della Crimea.
Se da
un lato Mosca è, ancora oggi, la potenza indispensabile nell’area, non è certo
l’unica.
E i
paesi dell’Asia Centrale sono ben consapevoli della presenza di altri attori,
del margine di manovra a loro disposizione, e di come un nuovo multilateralismo
possa, pur lentamente e progressivamente, trovare forma non solo a livello
mondiale, ma anche a livello regionale.
l
potere di imparare (parte 1).
Equilibrimagazine.it
– (31-marzo -2025) - Susanna Sancassani – Redazione - ci dice:
Sapere
oggi vuol dire “saper apprendere”. Chi apprende trasforma e si trasforma. E nel
futuro le diseguaglianze saranno sempre più di tipo cognitivo.
«L’analfabeta
del XXI secolo non sarà chi non sa leggere e scrivere, ma chi non sarà capace
di imparare, disimparare e reimparare».
Con queste parole” Alvin Toffler” nel 1970,
nel suo libro “Future Shock”, guarda a una direttrice precisa che, ai suoi
tempi, aveva provocato diversi confronti.
Toffler
è un classico caso di figura poliedrica nella quale la conoscenza della
sociologia e una capacità creativa, quasi preveggente, si intrecciano insieme a
ulteriori contesti di sapere e di curiosità.
Difficile
collocarlo in una tassonomia che già negli anni Settanta era indissolubilmente
legata alle competenze specialistiche, più semplice coglierne spunti dagli
scritti.
Qualche
secolo prima “Francesco Bacone”, altra figura poliedrica di grandissimo
spessore, politico, avvocato, scienziato, arrivato fino a noi con la più
corretta connotazione di filosofo, discettava di conoscenza e di altre cose e,
nelle sue vesti di consigliere dell’ambasciatore d’Inghilterra in Francia,
aveva addirittura inventato uno dei primi linguaggi crittografati, proprio per
comunicare con il suo governo.
Nel
suo vastissimo curriculum troviamo la formulazione di un nuovo metodo
induttivo, con un approccio che farà poi da apripista a “Leibniz” e a tutto
l’Illuminismo, tanto da arrivare alla dedica ne “L’Encyclopédie” di Diderot e
d’Alembert.
E
anche una parte importante di utopia che lo traghetterà più facilmente ai
giorni nostri.
A lui
è attribuita la frase «Scientia potentia est», ovvero «Sapere è potere».
È una
massima che non si trova in nessuno dei suoi scritti, ma è verosimilmente
compatibile con il suo pensiero filosofico, in particolare con la sua visione
del ruolo della conoscenza nel progresso umano e nel dominio della natura.
L’uomo che conosce domina.
La natura e, ovviamente, gli altri uomini.
In
questa prospettiva chi possiede la conoscenza ha la capacità di influenzare,
controllare o agire in modo efficace sul mondo circostante.
Una
visione in cui il sapere acquisito conferisce direttamente potere a chi lo
possiede.
Questo
modo di intendere il sapere è legato all’idea che la conoscenza rappresenti un
mezzo per comprendere e quindi controllare o trasformare la realtà, che si
tratti di conoscenze tecniche, scientifiche o sociali.
«Sapere
è potere» mette il focus su una dimensione di “attualità” (il possesso della
conoscenza) che rappresenta un fondamento all’esercizio di potere.
Ma
cosa accadrebbe se, nel contesto attuale, caratterizzato da instabilità e
rapidità di mutamento, si spostasse l’attenzione dalla relazione tra potere e
un elemento statico (il possesso della conoscenza) a quella tra potere e un
elemento dinamico (il processo di apprendimento)?
Se a essere “potere” nel mondo contemporaneo
non fosse più il sapere ma l’apprendere, o meglio, l’abilità di farlo in
qualsiasi momento sia ritenuto necessario?
Gli
agenti artificiali per l’apprendimento.
Il
sapere non è mai stato sistema statico, ma se ai tempi di Bacone poteva avere
un perimetro a grandi linee riconoscibile e, in qualche misura, conoscibile,
ora non è più così:
siamo di fronte a un sistema senza una forma
stabile e con una tendenza continua all’espansione in tutte le direzioni.
Nella
nostra contemporaneità, l’accessibilità diffusa dei “Large Language Models”
(LLM), come ChatGPT, Gemini, Copilot o Claude, ha radicalmente trasformato il
nostro rapporto con la conoscenza, ampliando in modo pressoché improvviso il
potenziale umano di accesso al sapere.
Si sta
delineando, in una prospettiva quasi istantanea, la diffusione di veri e propri
“AI agents,” personalizzati, il cui scopo è il supporto attivo e proattivo
all’individuo, nel raccogliere informazioni, nello svolgere compiti, ma anche
nell’apprendere.
Strategia attuata non solo da “OpenAI”, ma
chiaramente sottesa a tutti i miglioramenti in termini di personalizzazione
delle prestazioni attuate dai principali “LLM nel corso del 2024”.
Con l’avvento degli agenti artificiali, quei
limiti circoscritti che il “Premio Nobel Herbert Simon”, uno dei padri
fondatori della scienza cognitiva, aveva definito nel concetto di bounded rationality (razionalità limitata) già nel 1982,
hanno subito una trasfigurazione.
Simon
evidenzia come gli esseri umani, nel prendere decisioni, siano limitati dalla
quantità di informazioni che possono elaborare e dalle capacità cognitive che
possiedono: come andiamo a definire i limiti cognitivi di esseri umani che
possono apprendere ovunque, in tempi contenuti, grazie al supporto di agenti
artificiali? E non si tratta semplicemente di acquisire informazioni, ma
dell’intero processo di elaborazione, connessione, integrazione e
consolidamento di conoscenze o abilità che è proprio della trasformazione di
chi impara. In una parola: dell’“apprendimento”.
Primo
punto. Chi impara trasforma e si trasforma. È un agente attivo del cambiamento.
Se
sollecitati correttamente, i” LLM” possono aiutare a strutturare un percorso.
Dialogare e incoraggiare, discutere e criticare, rispondere e aprire nuove
direzioni di esplorazione.
Possono
suggerire una guida allo studio, una timeline di apprendimento, e aiutare a
monitorare i progressi identificando le aree di debolezza.
Attraverso
“feedback mirati”, si possono ricevere indicazioni specifiche a elaborati o
esercizi per migliorare e rafforzare tali lacune.
E tutto questo attraverso il canale mediale
preferito:
la
multimedialità rappresenta, di per sé, un ulteriore livello di integrazione in
questi strumenti.
È
inoltre possibile inserire immagini, link a video o file audio, e ricevere
trascrizioni di contenuti video o audio su cui dialogare direttamente.
Strumenti
come “Notebook LM di Google” permettono persino di trasformare i contenuti in
nuovi formati, come podcast personalizzati, di selezionare e interrogare
specifici set di contenuti, cambiando continuamente la selezione in base alle
necessità e al percorso seguito per poi salvare e organizzare in forma di
“blocco note” tutti i contenuti utili.
Questa
possibilità di modulare e riorganizzare attivamente le informazioni è
particolarmente utile per chi desidera esplorare connessioni tra concetti e
discipline diverse.
Il
risultato finale può essere non solo l’acquisizione di conoscenze, ma anche lo
sviluppo di abilità metacognitive:
imparo come si impara, e imparo a farlo
meglio.
In un
contesto in cui l’accessibilità di questi strumenti, o meglio, in accordo con
il filosofo “Cosimo Accoto”, di questi costrutti socio-culturali, fosse
diffusa, avrebbe senso dire che, nel mondo attuale, l’abilità di imparare – la
predisposizione a crescere, svilupparsi e adattarsi – sia di per sé una risorsa
di potere?
Ma, se
questa affermazione fosse vera, che tipo di potere sarebbe quello di imparare?
Proviamo
a fare un passo indietro e diamo un perimetro al concetto di “potere” e al modo
in cui lo possiamo usare in questa riflessione.
Negoziare
la propria identità con il potere. Con la propria agency.
Non è
dato parlare di potere senza riferirci a “Michel Foucault”.
Il suo
approccio ha rivoluzionato il modo in cui viene concepito nelle scienze sociali
e umane, spostando l’attenzione dal potere inteso come una proprietà statica o
monopolizzata da individui o istituzioni, a una concezione più fluida e
diffusa: una forza di natura eminentemente relazionale, che permea le strutture
sociali e si esercita in tutte le interazioni umane.
“Foucault”
ci ha insegnato che il potere non è soltanto la capacità di influenzare o
controllare le azioni e i comportamenti altrui, ma si esercita attraverso il
controllo delle conoscenze, dei discorsi e delle pratiche sociali.
Tuttavia, l’individuo non è semplicemente un
soggetto passivo del potere, ma è anche un agente che contribuisce alla sua
perpetuazione o resistenza.
Ed è
proprio in questa dimensione di relazione che si inserisce quel tipo di potere,
che in ambito sociologico e antropologico viene chiamata” agency”, ovvero la
capacità degli individui di agire in autonomia e di esercitare una certa
influenza sul mondo che li circonda.
In una
prospettiva filosofica e antropologica, l’”agency “può essere vista come una
forma di potere individuale, non semplicemente, però, l’esercizio di un
controllo sugli altri.
Piuttosto,
sintetizza la capacità di agire per realizzare i propri obiettivi, negoziando
strutture sociali, norme culturali e relazioni di potere preesistenti.
In
questo senso, il potere non è una questione di controllo o coercizione sugli
altri, ma riguarda la facoltà di scelta e l’accesso alle opportunità che
permettono agli individui di esercitare la loro libertà e creatività.
Questa
interpretazione del potere si avvicina all’”idea di empowerment”, ossia la
possibilità di realizzare il proprio potenziale e di influenzare attivamente la
propria vita e le condizioni sociali in cui si è inseriti.
È
intuitivo che le persone con maggiore accesso a risorse e reti sociali hanno
più “possibilità di”, più “potere di” agire e plasmare il loro destino rispetto
a coloro che sono privati di queste risorse.
Con il
concetto di “habitus”, “Pierre Bourdieu”, sociologo e filosofo francese,
collega il potere al capitale sociale, culturale ed economico che gli individui
possono accumulare e utilizzare, a volte ereditare, per influenzare il proprio
status nella società, offrendo un’ulteriore prospettiva del rapporto tra potere
e agency.
Per il
sociologo, l’habitus è un insieme di disposizioni interiorizzate che orientano
il comportamento degli individui in accordo con la loro posizione sociale.
Queste
disposizioni, però, non eliminano completamente la possibilità di agency:
questa si manifesta nel modo in cui gli individui negoziano le norme sociali e
culturali e le utilizzano per ottenere vantaggi strategici all’interno dei
campi in cui si trovano.
In altre parole, anche se l’agency è limitata
dalle strutture sociali e dall’habitus che ne deriva, gli individui possono
usare le loro conoscenze e abilità (acquisite tramite apprendimento) per
navigare e manipolare tali strutture, esercitando una forma di potere su di
esse.
È quella che l’antropologa “Sherry Ortner”
definisce “agency trasformativa”, in alternativa all’”agency riproduttiva” che
riguarda la capacità degli individui di riprodurre le strutture sociali
esistenti, mantenendo l’ordine sociale e le gerarchie di potere.
L’”agency trasformativa” riguarda la capacità
di sfidare e trasformare quelle stesse strutture.
In
questo contesto, può essere vista come una forma di potere, perché consente
agli individui di plasmare attivamente la realtà sociale, invece di essere
semplicemente plasmati da essa.
E non
si tratta solo di negoziare ruoli, compiti, funzioni, ma anche la propria
identità.
Nella
sua teoria della performatività, “Judith Butler”, una delle più influenti
personalità contemporanee nel campo della “teoria del genere” e studi queer”,
afferma che, poiché l’identità non è qualcosa di fisso o predefinito, ma si
costruisce attraverso l’azione e la ripetizione di atti, una forma di “agency
trasformativa importante” è quella che permette agli individui di esprimere
identità che non conformano alle aspettative dominanti.
Apprendimento
dinamico, non sapere statico.
Se ci
fermiamo al fatto di vedere il potere nella sua prospettiva di “agency
abilitante” a scegliere e realizzare i propri obiettivi o a cambiare sé stessi
o il mondo, sembrerebbe avere molto più a che fare con la “disponibilità di
sapere” che con l’imparare, con l’abilità di apprendere.
L’apprendimento non è però, come il sapere, uno
strumento per affrontare il cambiamento, ma un’abilità che amplifica il
potenziale di adattamento e innovazione.
In
questo senso, l’abilità di apprendere è un potere fluido, capace di modificarsi
e di rispondere in tempo reale alle esigenze.
L’abilità
di apprendere non è solo una risorsa, ma un potenziale evolutivo che conferisce
all’individuo o all’organizzazione la flessibilità e la forza necessarie per
prosperare in condizioni di fragilità, non linearità e incomprensibilità,
rivitalizzando in modo costante l’agency messa continuamente in crisi
dall’evoluzione del contesto.
Inoltre, in un mondo dove il fragile, il non
lineare e l’incomprensibile dominano, l’abilità di apprendere rappresenta una
forma di potere che non solo permette di rispondere ai cambiamenti, ma offre
anche la capacità di adattarsi proattivamente, di creare soluzioni innovative e
di generare valore in condizioni di caos.
Chi sa
apprendere è in grado di dominare l’incertezza, trasformando la vulnerabilità
in un’opportunità di crescita.
In un
contesto fragile, in cui i sistemi sono solo apparentemente solidi e possono
collassare improvvisamente, l’abilità di apprendere diventa una forma di
resilienza.
Chi
può acquisire rapidamente nuove competenze o adattare il proprio approccio è
meno esposto agli “shock sistemici”.
Il
potere non risiede solo nella conoscenza attuale, ma nella capacità di
apprendere velocemente e rispondere ai fallimenti dei sistemi, sapendo anche
gestire il disorientamento generato dalla costante incertezza.
Chi sa di poter imparare sa di poter trovare
nuove risposte o scoprire soluzioni. Sapere di poter imparare genera fiducia:
sapere di poter acquisire nuovi strumenti per
affrontare i problemi diventa un fattore cruciale per mitigare l’ansia,
sentimento chiave del nostro tempo, che andrebbe forse meglio descritta come
“angoscia”, cioè come quella vertigine della libertà che” Søren Kierkegaard” ha
così bene esplorato come sentimento associato alla possibilità di scelta e che
nel nostro tempo è apparentemente, ma spesso ingannevolmente, infinita.
“Kierkegaard” afferma che l’angoscia
ha una funzione positiva, in quanto spinge l’essere umano a confrontarsi con la
propria esistenza e a scegliere con consapevolezza.
In un
contesto in cui la complessità diventa talmente alta da risultare spesso
incomprensibile, l’abilità di apprendere è essenziale per decodificare il
reale, man mano che lo attraversiamo.
E per costruire quella consapevolezza che
Kierkegaard ritiene centrale e che, in una prospettiva contemporanea, non trova
più automaticamente realizzazione nella relazione con la divinità, ma si
costruisce attraverso nuove modalità di comprensione della realtà.
Il
potere di imparare – parte seconda-
Equilibrimagazine.it
- Il potere di imparare - Susanna Sancassani – (7 Aprile 2025) – ci dice:
Nel
futuro le diseguaglianze saranno sempre più di tipo cognitivo.
A fare
la differenza, la capacità o l’incapacità di apprendere e adattarsi. Ma prima
di tutto il potere di imparare deve essere dato a ogni individuo. Nessuno
escluso.
La
consapevolezza dell’indispensabilità del sapere. E la sua attivazione.
Sviluppare
il potere di imparare non riguarda solo l’apprendimento di come far propri
concetti, abilità e competenze, ma coinvolge elementi legati alla motivazione,
all’autoefficacia e alla capacità di orientarsi all’interno del contesto
educativo.
Ci sono almeno tre presupposti chiave perché
il potere di imparare si manifesti:
la
consapevolezza che il sapere serva;
l’abilità
di ottenerlo;
la
convinzione di poterlo fare.
Questi
presupposti non solo abilitano il processo di apprendimento, ma sono anche alla
base dello sviluppo dell’agency auto-educativa, ovvero la capacità di agire in
modo autonomo e consapevole nel proprio percorso di crescita.
Il primo presupposto fondamentale è che
l’individuo debba essere consapevole dell’importanza del sapere, ovvero debba
riconoscere che le conoscenze e le competenze che sta cercando di acquisire
hanno una rilevanza per la sua vita e per la comunità.
La
consapevolezza del valore del sapere non è solo un fattore di supporto alla
motivazione intrinseca per i percorsi che vengono proposti da un soggetto
esterno (scuola, università, formazione aziendale) o connessa al valore pratico
del sapere.
Educare
l’individuo al valore del sapere è un atto profondamente trasformativo e dunque
politico, nella migliore accezione possibile:
significa
mettere al centro dell’educazione il processo attraverso cui le persone
diventano consapevoli delle dinamiche che influenzano la loro vita e imparano a
riconoscere le strade per negoziarle e plasmarle.
Questa
motivazione fondamentale basterebbe a dare una misura dell’importanza di
sviluppare attivamente consapevolezza che il sapere serve, ma possiamo tener
conto anche di altre motivazioni di ordine e priorità più basse.
In un
mondo “AI enabled “sta cambiando repentinamente il rapporto con la decisione:
siamo
di fronte all’emergere di nuovi paradigmi in cui l’essere umano, in quanto
unico soggetto passibile di sanzione, resta il soggetto che esercita la
responsabilità della decisione, in un processo in cui controlla solo
parzialmente le modalità di generazione delle opzioni possibili.
In questo contesto si spazia dalla decisione
banale di quale versione di un paragrafo generato da “AI” utilizzare per un
briefing di progetto, alla scelta dell’opzione terapeutica suggerita da un
sistema medico “AI based”.
Il problema è che sempre più frequentemente il
soggetto responsabile della decisione non avrà già a disposizione tutto il
sapere che servirebbe per esercitare la sua responsabilità in modo consapevole.
L’esercizio etico della responsabilità
implicherà sempre di più un sistema di conoscenze continuamente adeguato al
contesto reale.
Un
contesto in evoluzione costante, in cui chi non dispone dell’abilità di
apprendere rapidamente e in modo significativo non potrà che assumersi la
responsabilità di decisioni di cui non ha né controllo né consapevolezza.
Infine, in molti contesti (anche se non in tutti),
oltre al dominio della responsabilità, all’uomo resta il dominio della realtà.
È l’essere umano che legge la realtà per
chiedere aiuto all’AI, è l’essere umano che deve portare gli esiti nella realtà
trasformandola.
Almeno fino a oggi.
Questa nuova rilevanza della realtà e della
nostra abilità di conoscerne i “layer”, gli “strati di realtà” come li troviamo
nel pensiero di un maestro della trans disciplinarità come “Basarab Nicolescu”
, richiede nuovi processi di alfabetizzazione che poco (o niente) hanno a che
vedere con il conoscere il funzionamento dell’intelligenza artificiale.
In questo percorso però non siamo soli.
Se vogliamo esplorare un concetto, acquisire
una nuova abilità o comprendere il comportamento più appropriato a un contesto,
gli agenti artificiali non si limitano a fornire risposte immediate, ma offrono
un potenziale per creare esperienze di apprendimento dinamiche e
personalizzate.
Alfabetizzare
all’apprendimento nei nuovi ecosistemi digitali.
Il
secondo presupposto è la conoscenza dei processi di apprendimento e delle
risorse disponibili per ottenere il sapere.
La consapevolezza che il sapere è importante
non basta: l’individuo deve anche essere in grado di accedere a queste
conoscenze.
Questo implica una comprensione dei metodi di
apprendimento, delle risorse educative a disposizione e delle modalità
attraverso cui può acquisire nuove competenze.
In un’ottica pedagogica, insegnare come
imparare è altrettanto importante quanto insegnare i contenuti stessi.
Questo
è il fondamento dell’”approccio metacognitivo”, che mira a sviluppare negli
studenti la capacità di riflettere sui propri processi di apprendimento.
Educatori
e formatori devono fornire a studenti e lavoratori gli strumenti per
comprendere come imparare efficacemente:
questo
può includere strategie di studio, la gestione del tempo, l’uso di risorse
tecnologiche e il supporto di reti sociali o educative.
In questo contesto, l’idea di imparare ad
apprendere è centrale.
Lo
psicologo cognitivista “Jerome Brune”r ha sviluppato negli anni Ottanta il
concetto di “scaffolding”, che si riferisce al supporto fornito dall’insegnante
per aiutare lo studente a costruire gradualmente la propria capacità di
apprendere in autonomia.
Attraverso
il giusto supporto, gli studenti acquisiscono non solo conoscenze specifiche,
ma anche la capacità di apprendere nuovi concetti in modo autonomo. La capacità
di arrivare alle conoscenze e alle competenze necessarie e attivarle, il
conoscere come ottenere il sapere, con l’accessibilità diffusa dei LLM, si
rimodella completamente.
Si
configura quella “jukebox education “che ci consente di imparare “any time”, “any
where”, “any way”, la possibilità di mettere insieme un puzzle di discipline
che si intersecano nella quantità e nella qualità richiesta.
E oggettivamente diventa molto più strategico
avere una visione complessiva sia delle necessità di contenuti che degli
strumenti per accedervi.
È un
lavoro di regia e di interlocuzione che va sedimentato.
Il
semplice fatto di aver seguito con successo un percorso formativo non
garantisce automaticamente la capacità di apprendere in modo efficace
utilizzando agenti basati sull’intelligenza artificiale:
serve,
appunto, un nuovo tipo di “alfabetizzazione all’apprendimento nei nuovi
ecosistemi digitali.
Per
interagire con queste tecnologie in maniera consapevole e produttiva, è
necessario non solo conoscere le logiche di funzionamento degli strumenti, ma
possedere competenze metacognitive avanzate e una profonda familiarità con i
processi di apprendimento autonomo che non si acquisiscono “automaticamente”
lungo un normale percorso di studio.
Autostima
e autoefficacia.
Il
terzo presupposto fondamentale è la convinzione di essere in grado di
apprendere, ovvero la fiducia nelle proprie capacità.
Questo
concetto, spesso indicato come autoefficacia (concetto sviluppato da “Albert
Bandura”, uno dei più influenti psicologi del Novecento), è essenziale per il
processo di apprendimento.
Se un
individuo non crede di poter riuscire a imparare qualcosa di nuovo, anche di
fronte a tutte le risorse e opportunità a disposizione, sarà difficile che
intraprenda un percorso di apprendimento attivo e consapevole.
Secondo
i dati Eurostat e ISTAT pubblicati nel 2023, in Italia il fenomeno dei “NEET “(giovani
tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano) è una delle emergenze
sociali più significative.
Secondo
i dati più recenti, circa 3 milioni di giovani, pari al 25,1% della popolazione
in questa fascia di età, rientrano in questa categoria.
Questo
dato è ben superiore alla media europea, che si attesta attorno al 13,1%.
L’Italia
ha quindi uno dei “tassi di NEET” più alti in Europa, superata solo da Paesi
come la Turchia.
Come
ha contribuito il nostro sistema educativo e formativo a costruire il livello
di fiducia nelle proprie capacità di imparare di queste persone?
“Carol Dweck”, psicologa di Stanford,
con la sua teoria del “mind set” ha esplorato come la convinzione di poter
imparare sia influenzata dal modo in cui le persone vedono le proprie capacità.
Disporre
di un “mind set dinamico” significa essere convinto che le abilità possano
essere sviluppate con impegno e pratica.
Senza questa fiducia, nella cui costruzione
l’educazione e la formazione hanno un ruolo cruciale, senza la convinzione di
poter imparare, gli individui rischiano di non sviluppare mai appieno il loro
potenziale e qualsiasi agency resta al di fuori del loro raggio d’azione.
L’incapacità
e l’impossibilità di imparare produce le disuguaglianze del futuro.
Ritornando
all’incipit di questo articolo e ad “Alvin Toffler”, la sua previsione si sta
dimostrando incredibilmente attuale:
chi
non sa come apprendere in modo efficace, o non ha gli strumenti per farlo,
rischia di essere lasciato indietro, privo delle risorse necessarie per
partecipare attivamente nella società.
Questo
fenomeno è amplificato dal fatto che l’accesso all’apprendimento oggi è
potenzialmente illimitato grazie alla diffusione dei” Large Language Model” e
presto dei “personal agent”:
in
qualsiasi momento possiamo costruire dialoghi autenticamente formativi nella
nostra lingua, con la complessità di linguaggio che riusciamo a padroneggiare,
e anche farci aiutare nel selezionare risorse educative digitali più
“tradizionali”:
i “MOOC” (Massive Open Online Courses) offerti
dalle principali università sono ormai migliaia, così come i podcast
educational o le comunità di apprendimento online.
Senza la capacità di sfruttare questi
strumenti, senza i “gettoni” – capacità di riconoscere il valore del sapere,
abilità di ottenerlo, fiducia nelle proprie possibilità di farlo – che fanno
funzionare il “jukebox educativo”, queste opportunità restano inaccessibili a
molti.
Le più
drammatiche disuguaglianze del futuro non riguarderanno solo l’accesso a
risorse economiche o materiali, ma la capacità di apprendere e adattarsi.
L’incapacità di imparare diventerà la nuova
forma di analfabetismo e una delle fonti più gravi di emarginazione sociale.
In
questo contesto, abbiamo la necessità che istruzione e formazione possano
andare oltre l’insegnamento di contenuti statici, promuovendo la crescita di una
cultura del sapere, che includa la motivazione a imparare, la padronanza di come ottenere nuove
competenze e la fiducia nelle proprie capacità.
Solo
così, sviluppando una” intelligenza auto-educativa e coltivando il potere di
imparare”, possiamo evitare che si creino fratture ancora più profonde nella
società.
È il
potere di imparare, di crescere e di adattarsi che sarà il vero indicatore di
inclusione sociale nel futuro.
Un
Altro Bavaglio, un
Altro
Mattone nel Muro.
Conoscenzealconfine.it
– (14 Agosto 2025) - Saura Plesio (Nessie) – ci dice:
Ma non
dovevano essere gli “identitari” che sventolavano il rosario?
Ma non
erano quelli che dovevano mettere al primo posto gli interessi nazionali e
l’indipendenza dai poteri sovranazionali?
Parlo della Lega, dei leghisti et similia.
Finalmente
si dipanano le nebbie e si viene a sapere perché Salvini ha ottenuto il premio
dell’amicizia Italia-Israele.
Ovvio, sta lavorando per loro, per questo lo
incoraggiano con un bel premio.
Ho
letto che il luogotenente leghista “Massimiliano Romeo” in Parlamento ha
avviato la discussione sul disegno di legge che mira a introdurre nientemeno
che “Una
legge che in realtà va ben oltre la prevenzione delle discriminazioni, con
articoli che sembrano scritti apposta per criminalizzare critiche e
manifestazioni contro Israele.
La
proposta mira infatti a introdurre la contestata definizione di ‘antisemitismo’
prodotta dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che
identifica come tali, non solo critiche e manifestazioni contro le persone
ebree, ma anche contro “le istituzioni della comunità”, e quindi contro lo
Stato ebraico”.
(Fonte:
L’Indipendente).
In
altre parole, se questo “ddl 1004” dovesse passare così com’è, ci si
ritroverebbe alle prese con un’estensione più dettagliata della già
“criticabile e criticata Legge Mancino”, giudicata da molti un “obbrobrio
giuridico”.
Affrettiamoci
dunque a criticarla e a contestarla prima del suo varo istituzionale, perché
potrebbe scattare una censura ancora più demenziale:
non
solo per chi stigmatizza le azioni politiche dello stato di Israele, ma anche
per chi esercita il suo legittimo diritto di critica verso i suoi “migliori
amici”, come Matteo Salvini e alleati.
È
certamente un “ddl” altamente sospetto quello che cade a ridosso di una strage
e di uno sterminio di un povero popolo.
Ed è
alquanto sospetto che cada durante l’ulteriore escalation dichiarata da
Netanyahu, sull’occupazione di Gaza City, prevista per la data fatidica del 7
ottobre.
Dopo aver ascoltato la sua conferenza-stampa
vien da chiedersi:
perché finora cosa avete fatto col vostro
esercito, i vostri droni, le vostre bombe, i vostri carri armati?
Esiste
ancora qualche brandello di libertà sulla Striscia dove un povero popolo è
stato fatto sloggiare per ben 8 volte da una parte all’altra in un territorio
molto piccolo e in una continua mesta erranza fatta di morituri?
Qualche
tassello di terra non violata tra le macerie di oltre il 92 per cento di
abitazioni bombardate e le cataste di morti, esisterebbe dunque ancora? Qualche
sopravvissuto a cui sparare? (…)
Intanto
nei giorni scorsi sono stati assassinati cinque giornalisti facente capo ad “Al
Jazeera”, impegnati nel reportage di guerra, anche se in questo caso, parlare
di guerra non è la parola giusta, dato che vi è accanimento sui civili (donne,
uomini, bambini, anziani).
Genocidio,
massacro, carneficina, pulizia etnica, semmai.
A voi
la scelta del termine più consono.
E non
è una questione semantica, ma di morti tangibili e verificabili. Vogliamo
scommettere che diranno che TUTTI i cronisti assassinati erano agenti di Hamas?
Oppure che si è trattato di un altro “errore tecnico”?
In questo secondo caso, almeno hanno
dichiarato chiaro e tondo che si tratta di un raid mirato.
Intanto
in detto “ddl 1004” già presentato al Senato verranno proibite manifestazioni a
favore della Palestina, meeting e raduni.
Non ho
mai partecipato a nessuno di questi raduni, ma trovo che vietarli sia un
abominio anti-costituzionale, un pericoloso precedente destinato a far crescere
ancora di più rabbia, aumento della conflittualità e delle contrapposizioni.
È questo che vuole Matteo Salvini?
Si
vede che glielo hanno ordinato a Tel Aviv.
Sì,
perché l’articolo 3 del testo arriva addirittura a negare l’autorizzazione a
qualunque manifestazione critica contro Israele.
Tradotto: “Vietato per legge criticare Israele
e il suo governo”.
Nessuna
leadership politica nazionale e internazionale che sia, nessuno stato
democratico, ha mai goduto del privilegio di una simile canonizzazione!
Molto
più astuta di lui, la sua collega “Giorgia Meloni”.
La
stessa che mentre implora la fine della tragedia di Gaza, si premunisce
affinché il suo governo continui a fornire armi a Israele, quando perfino il “tedesco
Merz” ha deciso di porre fine alle forniture.
Capisco
che Salvini, ministro delle Infrastrutture, sogni il Ministero dell’Interno, ma
qualcuno deve ricordargli che un ministro dell’Interno esiste già e che il suo
titolare si chiama Piantedosi.
E
invece che fa questo omaccione dallo scarso intelletto?
Si candida a fare il” Ministero della
Repressione e del manganello” nonché il neo-funzionario della “Polizia del
Pensiero”.
Un
altro mattone nel muro della segregazione mentale.
Un
altro bavaglio ben peggiore della mascherina, durante la dittatura sanitaria.
Proviamo
un po’ a fare un’operazione inversa e a parti invertite: che avrebbe detto la”
Lega d’antan”, se una simile nefandezza l’avesse fatta o solo proposta, la
sinistra?
E
invece no, e invece queste “mordacchie ideologiche e liberticide” sarebbero
politiche altamente “nazionali” ed “identitarie”, di un frustrato ministro dei
Trasporti e delle Infrastrutture, aspirante al più alto “Ministero della
Repressione”.
Saura
Plesio (Nessie).
(sauraplesio.blogspot.com/2025/08/un-altro-bavaglio-un-altro-mattone-nel.html).
Effetto
Pigmalione: cos'è,
esempi
e come ci influenza.
Unobravo.com
- Redazione Uno bravo – (9.1.2024) – ci dice:
Il
comportamento umano è un riflesso complesso di vari fattori, tra i quali
l’ambiente sociale in cui si manifesta, e può essere influenzato dalle
percezioni e dalle aspettative che gli altri hanno nei nostri confronti.
Quando
crediamo fermamente nelle capacità di qualcuno, quella “fede” può agire da
catalizzatore, migliorando le sue prestazioni in vari compiti.
Il fenomeno per cui le nostre aspettative
possono finire per diventare “profezie che si autoavverano” è chiamato
"effetto Pigmalione" o "effetto Rosenthal" (dal nome dello
studioso che ne approfondì le caratteristiche).
La sua
origine risale ad antiche leggende della mitologia greca e, nel tempo, ha
catturato l'attenzione di ricercatori ed esperti di psicologia, ed è stata
analizzata in molteplici ambiti e contesti.
In
questo articolo risponderemo alla domanda su cosa sia l'”effetto Pigmalione”,
parleremo degli esperimenti effettuati per dimostrarne l'esistenza, di come ci
influenza e daremo alcuni consigli per prevenire possibili complicazioni e
conseguenze avverse che possono derivarne.
effetto
pigmalione significato.
(Robin
Erino – Pexels).
Cos'è
l'effetto Pigmalione?
Significato e origine del termine.
Cosa
significa “effetto Pigmalione”?
La
definizione dell'effetto Pigmalione è la seguente:
un
fenomeno che si riferisce all'influenza che le aspettative di una persona hanno
sulle prestazioni degli altri.
In
altre parole, quando ci aspettiamo che qualcuno riesca in un compito, quella
persona tenderà ad avere successo.
L’effetto Pigmalione è stato studiato
principalmente nella psicologia sociale.
Il
nome “effetto Pigmalione” è ispirato all’opera teatrale “Pygmalion” di “George
Bernard Shaw” che racconta la storia di un professore che vuole far diventare
raffinata una donna popolana, insegnandole gli usi e costumi dell’alta società.
A sua
volta, il drammaturgo si era ispirato al mito di Pigmalione, che racconta la
storia dello scultore Pigmalione che si innamorò di una statua in avorio da lui
creata e pregò la dea Afrodite di portarla in vita per poterla sposare.
La dea esaudì il suo desiderio.
L’origine
dell’effetto Pigmalione e la sua narrazione, da cui deriva il significato di
“essere un Pigmalione”, ovvero un maestro capace di plasmare qualcuno di poco
colto, diventa una metafora perfetta che ci mostra come le nostre aspettative
possono influenzare e modellare il comportamento e le prestazioni degli altri.
Facciamo
però una precisazione. La profezia che si autoavvera e l’effetto Pigmalione non
sono esattamente sinonimi, sebbene siano strettamente correlati:
la
profezia che si autoavvera si riferisce a qualsiasi aspettativa, positiva o
negativa, che porta a comportamenti che fanno sì che quell'aspettativa diventi
realtà
l'effetto
Pigmalione si concentra specificamente su come le aspettative positive di una
persona possono influenzare le prestazioni degli altri.
È
importante comprendere la differenza tra l’effetto Pigmalione e la profezia che
si autoavvera per non confondere i termini.
Differenza
tra “effetto Galatea” ed “effetto Pigmalione”.
Abbiamo
parlato dell'origine del mito per capire in cosa consiste l'effetto Pigmalione,
e aggiungiamo un altro elemento: Galatea.
Galatea
è il nome che nel XVIII secolo circa, venne attribuito alla statua creata da
Pigmalione.
Ma
perché lo puntualizziamo?
Un
modo informale di definire l’effetto che hanno le aspettative e le convinzioni
che abbiamo riguardo alle nostre capacità e prestazioni è “effetto Galatea”. Usiamo questa definizione non clinica
per parlare, in qualche modo, dell’autoefficacia percepita da noi stessi.
Mentre
l’effetto Pigmalione, come abbiamo accennato, si concentra sulle aspettative
degli altri su di noi e su come queste possano modellare o influenzare il
nostro comportamento e le nostre prestazioni, per capire cos’è l’effetto Galatea
dobbiamo quindi guardare alla percezione di noi stessi.
Queste
aspettative su noi stessi possono essere potenti, poiché quando abbiamo un
elevato senso di autoefficacia e crediamo fortemente nelle nostre capacità,
tendiamo a impegnarci di più e quindi abbiamo più facilità a superare gli
ostacoli e, alla fine, a raggiungere i nostri obiettivi.
Insomma,
Pigmalione e Galatea rappresentano due facce della stessa medaglia: come le
aspettative, siano esse esterne o interne, possono influenzare il nostro
comportamento.
Esperimento
di Rosenthal.
(Julia
M. Cameron – Pexels).
L'esperimento
di Rosenthal e Jacobson.
Abbiamo
citato lo studioso Robert Rosenthal all’inizio del nostro articolo perché
“effetto Rosenthal” è un sinonimo di “effetto Pigmalione”.
“Robert
Rosenthal” e “Lenore Jacobson”, entrambi psicologi, realizzarono nel 1968 un
esperimento in una scuola elementare proprio per indagare il meccanismo alla
base dell’effetto Pigmalione.
Lo
studio prevedeva la somministrazione di un test di intelligenza agli studenti
all’inizio dell’anno scolastico.
Poi,
in modo casuale e senza fare affidamento sui risultati reali dei test, i due
studiosi selezionarono alcuni studenti e informarono i loro insegnanti che
questi bambini erano destinati a mostrare un’eccezionale crescita accademica
quell’anno.
Ciò
che sorprende è che, alla fine dell’anno scolastico, questi studenti avevano
effettivamente mostrato un aumento significativo del loro rendimento
scolastico, anche se la loro selezione era stata del tutto casuale.
Rosenthal
e Jacobson conclusero che le elevate aspettative degli insegnanti nei confronti
di questi studenti, basate esclusivamente sulle informazioni (infondate)
fornite dai due studiosi, avevano influenzato positivamente il loro rendimento.
I
bambini scelti come partecipanti avevano infatti beneficiato di maggiore
attenzione e sostegno, utile a rafforzare la loro fiducia e le loro capacità.
Rosenthal
e Jacobson dimostrarono che l’effetto Pigmalione esercitava una potente
influenza sul comportamento delle persone, trasformando le aspettative in
profezie che si autoavverano.
Come ci influenza l’effetto
Pigmalione?
Come
abbiamo visto, le aspettative hanno un impatto reale sulle nostre prestazioni e
sul nostro comportamento.
Tuttavia,
le conseguenze dell’effetto Pigmalione non sono sempre positive, e possono
avere anche un impatto negativo, come vedremo di seguito.
Effetto
Pigmalione positivo.
L’effetto
Pigmalione positivo si verifica quando le aspettative positive degli altri ci
portano a prestazioni migliori.
Per
esempio, un insegnante che crede nelle capacità di uno studente può motivarlo a
impegnarsi di più e a raggiungere il suo pieno potenziale.
Può
verificarsi anche quando esercitiamo aspettative su noi stessi;
in questo caso si manifesta la profezia che si
autoavvera che, come abbiamo accennato in precedenza, si riferisce a come le
nostre aspettative e convinzioni sulle nostre capacità possano spingerci ad
agire in modi che confermano tali convinzioni, portandoci a raggiungere
obiettivi e superare ostacoli basati su sulla nostra capacità di percezione di
noi stessi.
Effetto
Pigmalione negativo.
D’altra
parte esiste anche l’effetto Pigmalione negativo, chiamato “effetto Golem”.
Il
termine “Golem” affonda le sue radici nella tradizione ebraica ed
etimologicamente può essere tradotto come “materia informe” o “cosa
incompiuta”.
Il “Golem”
è una figura fatta di argilla o fango che viene portata in vita da un rabbino
attraverso rituali mistici.
Questa
creatura, sebbene animata, non ha anima, coscienza o libero arbitrio e segue
gli ordini del suo creatore senza fare domande.
L'effetto
Golem, in psicologia, si riferisce alle conseguenze negative che derivano dalle
basse aspettative di una persona.
Quando
qualcuno in una posizione di autorità o influenza (come un insegnante, un capo
o un genitore) ha basse aspettative nei confronti di un'altra persona, queste
possono manifestarsi nelle loro interazioni e nei tipi di opportunità che
offrono.
Questi
atteggiamenti e comportamenti, spesso subdoli ma evidenti, possono essere
interiorizzati dall'individuo in questione, portandolo a credere di essere meno
capace o competente di quanto non sia in realtà.
Fondamentalmente,
l’effetto Pigmalione e l’effetto Golem sono opposti.
Mentre l'effetto Pigmalione evidenzia come
aspettative elevate possano migliorare le prestazioni, l'effetto Golem
evidenzia come aspettative negative o basse possano diminuire le prestazioni o
il potenziale di una persona.
Effetto
Pigmalione: esempi in altri contesti.
L’effetto
della profezia che si autoavvera ci accompagna in molteplici ambiti, non solo
accademici.
Come
si manifesta l'effetto Pigmalione in classe, al lavoro o nelle relazioni?
Vediamo alcuni esempi dell'effetto Pigmalione in questi contesti.
Esempi
dell'effetto Pigmalione nella didattica.
Un
chiaro esempio dell’impatto che questo fenomeno ha in ambito educativo è
l’effetto Pigmalione nei bambini e negli adolescenti.
Ciò si
verifica quando un insegnante elogia costantemente uno studente per la sua
intelligenza.
Il
feedback positivo nella pratica didattica non solo rafforza l'immagine di sé
del bambino come persona capace, ma può anche portarlo a sviluppare una
maggiore fiducia nelle proprie capacità, che può rappresentare un fattore
protettivo contro l'insicurezza patologica.
Man
mano che il giovane interiorizza questa percezione positiva, si sente più
motivato, il che spesso si traduce in maggiore impegno.
Inoltre,
questo effetto può avere un impatto a catena.
I compagni di classe, osservando il successo
dello studente, possono iniziare a trattarlo come un modello accademico,
rafforzando ulteriormente la sua autostima e la sua autoefficacia.
D'altra
parte, l'insegnante, vedendo i progressi dello studente, può fornirgli maggiori
opportunità e risorse, come la partecipazione a progetti speciali o ruoli di
leadership nelle attività della classe.
Questo ciclo positivo di aspettative,
riconoscimenti e prestazioni è un esempio del potere dell’effetto Pigmalione
nell’istruzione.
Esempi
dell'effetto Pigmalione nelle aziende.
L'effetto
Pigmalione sul lavoro si manifesta quando le aspettative di un capo o di un
supervisore nei confronti di un dipendente influenzano le prestazioni di
quest'ultimo.
Per
esempio, un manager che si aspetta che un membro del suo team eccella in un
progetto può fornirgli più risorse, formazione e supporto, che a loro volta
possono portare il dipendente a lavorare al meglio delle sue capacità.
D'altra
parte, l'effetto Pigmalione nella leadership si riferisce a come un leader,
avendo grandi aspettative nei confronti della sua squadra, può ispirare e
motivare i suoi membri a raggiungere obiettivi più elevati e a superare sfide
lavorative e, talvolta, persino problemi personali come la paura di non essere
all'altezza o la sindrome dell'impostore.
Esempi
dell'effetto Pigmalione nella coppia.
L'effetto
Pigmalione in una coppia può svolgere un ruolo cruciale nella dinamica e nello
sviluppo della relazione.
Se una
persona ha grandi aspettative e crede fortemente nelle capacità e nelle qualità
del proprio partner, è probabile che quest'ultimo si senta più apprezzato e
motivato a far crescere e rafforzare la relazione.
Per
esempio, se un partner loda e sostiene le aspirazioni professionali o personali
dell'altro, si può verificare un aumento della fiducia e dello sforzo per
raggiungere tali obiettivi, che può tradursi in un rafforzamento della
relazione e in un maggiore legame emotivo tra di loro.
Tuttavia,
è importante che queste aspettative siano realistiche e basate su una
conoscenza autentica dell’altro, per evitare pressioni o frustrazioni inutili.
Sviluppo
personale effetto pigmalione.
“Canva
Studio – Pexels)
Come
sfruttare i pro ed evitare i contro dell'effetto Pigmalione.
Conoscere
il potere dell'effetto Pigmalione ci dà l'opportunità di applicarlo a noi
stessi e agli altri in modo benefico.
Fissando
aspettative positive, sia per noi stessi che per gli altri, possiamo favorire
maggiore successo e sviluppo personale.
Di
seguito, lasciamo alcuni consigli per mettere in pratica e potenziare l’effetto
Pigmalione nella vostra vita quotidiana:
coltiva
la consapevolezza:
prima
di poter stabilire aspettative positive, è essenziale conoscere te stesso.
Rifletti sulle tue convinzioni e atteggiamenti verso te stesso e gli altri.
Sono
realistici?
Rappresentano
bene obiettivi e interessi personali?
Pratica
la comunicazione positiva:
quando
interagisci con gli altri, sia al lavoro, a casa, con il tuo partner o nelle
tue relazioni personali, cerca di utilizzare una comunicazione assertiva, che
rafforzi la fiducia nelle tue capacità e il rispetto per gli altri.
Un
complimento o qualche parola di incoraggiamento possono avere un impatto
significativo.
Stabilisci
obiettivi chiari:
avere una visione chiara di ciò che desideri
ottenere ti aiuterà a stabilire aspettative più positive.
Assicurati
che i tuoi obiettivi siano specifici, misurabili, raggiungibili, pertinenti e
limitati nel tempo.
Promuovi
un ambiente favorevole:
circondarti
di persone che credono in te e nelle tue capacità può amplificare l’effetto
Pigmalione.
Cerca
di creare e mantenere relazioni con persone che ti incoraggiano e ti sfidano a
crescere.
Alimenta
attività di formazione e apprendimento continuo: investi nel tuo sviluppo personale e
professionale.
Acquisendo nuove competenze e conoscenze, non
solo aumenterai la tua autostima, ma creerai anche aspettative più positive per
te stesso.
Riconosci
e celebra i risultati: sia i tuoi che quelli degli altri.
In questo modo, rafforzi le aspettative
positive e li motivi a continuare a lottare verso obiettivi più ampi e positivi.
Evita
aspettative non realistiche:
sebbene sia utile avere aspettative positive,
è fondamentale che siano realistiche. Stabilire obiettivi irraggiungibili o
eccessivamente impegnativi può portare a frustrazione, demotivazione e bassa
autostima.
Rifletti
e adattati:
prenditi del tempo per riflettere sulle tue
aspettative e su come stanno influenzando il tuo comportamento e quello degli
altri.
Se
necessario, modifica le tue aspettative per assicurarti che siano in linea con
i tuoi obiettivi, interessi e valori personali.
Seguendo
questi consigli, non solo massimizzerai il potenziale dell’effetto Pigmalione
nella tua vita, ma migliorerai anche il tuo benessere psicologico e quello
delle persone intorno a te.
Guerra
Inc. Il conflitto in Ucraina,
gli Stati Uniti e gli interessi delle “corporation.”
Questionigiustizia.it - Elisabetta Grande – (14
aprile 2022) – ci dice:
Il
teatro di guerra ucraino è geograficamente lontano dagli Stati Uniti, non così
gli interessi di chi dal conflitto in corso trae enormi guadagni.
Si
tratta dei tre complessi economici che – agevolati da un diritto amico –
controllano le scelte politiche statunitensi.
Il presente scritto analizza brevemente chi
sono, come operano e in che modo quei tre grandi gruppi di potere ottengono
vantaggi ai danni dell’umanità intera.
1. La
democrazia perduta / 2. Gruppi di potere in azione: i complessi
militare-industriale e finanziario… / 3. … e quello dell’estrazione energetica
/ 4. Conclusioni
1. La democrazia perduta.
Vista
dagli Stati Uniti – dove ora mi trovo – la guerra è lontana.
Le sue polveri non soffiano sul collo della
gente come accade in Europa e, per quanto le bandiere ucraine sventolino dalle
abitazioni californiane di Berkeley, la stragrande maggioranza degli americani
non sa neppure dove l’Ucraina si trovi, così come a stento – e solo dopo molti
anni di conflitto – aveva imparato a collocare l’Afghanistan sulla cartina
geografica.
Terre distanti, periferiche in fondo – forse
perfino l’Europa ormai lo è – per chi si vive, al pari degli americani, come al
centro del mondo.
Certamente,
anche la popolazione statunitense sta già fin d’ora scontando alcuni suoi
effetti collaterali:
il prezzo della benzina per esempio, che ha
ultimamente subito aumenti senza precedenti, con quel che ne segue in termini
di inflazione.
La
guerra, però, che sia condotta in prima persona o sia alimentata attraverso il
sostegno a una delle parti in conflitto, è raramente il frutto di scelte
democratiche, tanto meno negli “States”.
Quel
che importa non è il sentimento collettivo o l’opinione pubblica al riguardo –
pur mediaticamente spronata, come in questo caso, a parteciparvi anche se per
ora solo in via indiretta –, ma gli interessi di chi davvero conta che vi
stanno dietro.
Negli
Stati Uniti, tanto il Presidente quanto il Parlamento sono solo apparentemente
l’espressione di chi li ha votati:
senza
il fondamentale aiuto dei grandi gruppi economici che ne finanziano le sempre
più costose campagne elettorali, difficilmente infatti avrebbero potuto essere
eletti.
Ciò significa che, per assicurarsi la
rielezione, la stragrande maggioranza di loro deve costantemente rispondere non
ai bisogni di chi li ha votati, ma agli interessi di chi li ha finanziati.
Siccome, poi, le scadenze elettorali sono
ravvicinate – soprattutto per la” House of Representatives”, che viene
rinnovata tutta ogni due anni –, occorre evitare di voltare le spalle anche una
sola volta ai gruppi di potere da cui si è stati appoggiati, che – traditi –
altrimenti non assicureranno più il loro sostegno economico al turno
successivo.
Si
tratta di un sistema già in vigore prima del 2008, ma che a livello di elezione
presidenziale diventa irreversibilmente pervasivo da quando Barack Obama – pur
di sfondare con soldi privati il tetto altrimenti previsto per il finanziamento
pubblico – inaugura la rinuncia ai fondi federali per la sua campagna
elettorale.
Una
mossa che gli consente di raccogliere l’astronomica somma di 745 milioni,
contro gli 84 che altrimenti avrebbe ottenuto come finanziamento pubblico –
ricevuti invece dal suo avversario, John Mc Cain.
Dopo
il 2008 nessun candidato presidenziale accetterà più il finanziamento pubblico
per campagne dai costi ormai elevatissimi, e la cifra record ottenuta da Joe
Biden nel 2020, che ha oltrepassato il miliardo, ben esprime l’inevitabile
commistione fra interessi privati e politica negli States.
Due
anni dopo, la dipendenza delle elezioni dal danaro privato diviene
definitivamente strutturale anche a livello di Congresso.
Nel
2010, infatti, la Corte suprema degli Stati Uniti, nell’ormai famoso caso “Citizen
United”, si pronuncia nel senso che occorre tutelare il diritto di parola delle
corporation durante le campagne elettorali.
Siccome
le persone giuridiche parlano con i soldi, il risultato è che esse devono poter
spendere al di là dei tetti massimi in precedenza previsti per le donazioni ai
candidati politici, purché lo facciano attraverso comitati indipendenti (che
indipendenti sono assai poco): gli ormai famosi “Super PACS”.
Ecco
perché le vere domande da porsi, per cercare di comprendere le scelte
strategiche degli Stati Uniti in relazione alla guerra in Ucraina, concernono
l’individuazione dei grandi gruppi economici che dominano la politica
statunitense e i loro interessi al riguardo.
La risposta breve è che per i tre grandi
gruppi di potere (strettamente intrecciati fra di loro) che controllano tramite
il loro denaro le scelte politiche in Usa – ossia il complesso
militare-industriale, quello energetico estrattivo e quello finanziario – la
guerra che si sta svolgendo nel cuore dell’Europa è una grande opportunità.
2. Gruppi di potere in azione: i complessi
militare-industriale e finanziario…
Proviamo
a vedere in maggior dettaglio – sia pure per sommi capi, data l’ampia disamina
che un tale tema meriterebbe – chi sono e in che modo guadagnano dalla guerra
in corso i grandi gruppi di potere economico statunitensi.
Il
primo di essi è quel complesso militare-industriale della cui pericolosa
crescente influenza politica già “Dwight Eisenhower”, alla fine del suo
mandato, aveva esortato i cittadini americani a diffidare.
«In the councils of government, we must guard
against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought,
by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of
misplaced power exists and will persist», aveva detto il Presidente
repubblicano nel 1961.
L’inquietante previsione si è certamente avverata:
mai
come oggi, infatti, i legami fra quel complesso e i rappresentanti politici
all’interno del Congresso e dell’Esecutivo sono stati più forti.
Non
soltanto i grandi produttori di armi come Raytheon, Boeing, Lockheed-Martin,
Northrop Grumman o General Dynamics – le società, cioè, che monopolizzano
il mercato delle armi e della tecnologia militare per la difesa – sono presenti
con le loro fabbriche in quasi ogni Stato dell’Unione – soprattutto nei
distretti elettorali in cui vengono eletti i presidenti dei cruciali comitati
del Congresso che, debitamente finanziati, ne fanno in quella sede gli
interessi.
Addirittura
il Dipartimento di Stato, quello della Difesa e la National Intelligence vedono
alla loro testa uomini e donne i cui rapporti con l’industria bellica sono
caratterizzati da un legame di porte girevoli.
Si
pensi a “Tony Blinken”, scelto da Biden come Segretario di Stato, noto per aver
sempre abbracciato la linea interventista più dura possibile in materia di
politica estera, dalle invasioni in Afghanistan e in Iraq all’operazione in
Libia, fino alla richiesta di pesanti interventi militari contro la Siria.
Uscito
dall’amministrazione Obama, forte della sua esperienza governativa, nel 2018
aveva co-fondato una società di consulenza, la” WestExec Advisors”, che offre i
propri servizi alle più importanti società di “high tech”, aerospaziali e in
generale del settore militare privato, fra cui (secondo un’indagine di The
American Prospect) la “Winward”, società israeliana di elevata tecnologia di
guerra.
Dello
staff della società di “informata” consulenza faceva parte anche “Avril Haines”,
nominata da Biden a capo della” National Intelligence” (prima donna a ricoprire
tale carica) e nota non solo per il suo ruolo nella strategia di guerra con i
droni inaugurata da Obama, ma anche per aver coperto le torture dei prigionieri
perpetrate durante la presidenza di George W. Bush.
Anche
il primo afroamericano mai nominato a capo del Pentagono, l’ex-generale “Lloyd
Austin”, oltre ad avere fortissimi legami col mondo militare da cui si era
troppo recentemente congedato, ha ampiamente partecipato al sistema di “revolving
door “fra pubblico e privato.
È
stato, infatti, nei consigli di amministrazione delle più disparate società, ma
soprattutto in quello della “Raytheon Technologies”, leader nella costruzione
di armamenti per il Pentagono stesso.
È
questo il quadro all’interno del quale è possibile comprendere non solo la
richiesta dell’amministrazione Biden, già nel dicembre 2021 – ad avventura
Afghanistan conclusa e con un personale bellico in Iraq ridotto rispetto
all’anno prima –, di aumentare il budget per la difesa, cui il Congresso aveva
risposto entusiasticamente, incrementandola addirittura di ben 24 miliardi e
approvando così – con maggioranze straordinariamente altissime – uno
stanziamento militare senza precedenti.
È anche possibile dare un senso al recente
nuovo aumento di quelle spese per l’anno fiscale in corso, che arrivano oggi
all’astronomica cifra di 782 miliardi di dollari e, soprattutto, all’accordo
peculiarmente bipartisan – in un contesto politico altrimenti estremamente
polarizzato – con cui il 10 marzo di quest’anno il Congresso ha varato, insieme
al primo, anche un pacchetto di aiuti all’Ucraina per ben 13,6 miliardi, di cui
3,65 per acquistare e spedire armi e altri 3 per supporto militare alle truppe americane
in Europa.
Pure
in questo caso la richiesta di Biden era stata molto più bassa, addirittura
della metà, ma un provvidenziale accordo fra il democratico “Chuck Schumer” e
il repubblicano “Mitch McConnell” in Senato ha fatto lievitare la spesa armata,
votata a stragrande maggioranza anche dalla” House of Representatives”,
addirittura 361 a 69, che il Pentagono ha ovviamente ringraziato di cuore.
Gli
interessi della potentissima industria bellica, che apparivano in crisi per lo
svanire dei teatri di guerra più redditizi, paiono insomma chiamare a raccolta
i loro debitori nel Governo e in Parlamento, diretti o indiretti, democratici o
repubblicani che siano, ed essi rispondono tendenzialmente compatti, mossi non
solo – pare lecito immaginare – da ragioni umanitarie e di solidarietà fra
popoli.
La
guerra in Ucraina rappresenta una splendida opportunità di crescita per il “military
industrial complex” e giustifica l’inversione di rotta di una politica volta a
ridurne i proventi, che pur Biden aveva dichiarato di voler inaugurare al
momento della rovinosa ritirata dall’Afghanistan, esprimendo l’intenzione di
dedicare finalmente parte del danaro speso in quella guerra – 300 milioni al
giorno per due decenni – al cd. “dividendo di pace”, ossia a spese sociali
interne.
Anche il riarmo dell’Europa – Germania in
testa – che l’invasione russa sta portando con sé contribuisce ad aumentare i
profitti dell’industria bellica statunitense.
«Dallo
scoppio del conflitto i titoli dei grandi gruppi della difesa hanno spiccato il
volo:
Northrop
Grumman e Lockheed Martin hanno guadagnato oltre il 30% in meno di un mese.
In
deciso rialzo anche il terzo colosso della difesa Usa Raytheon Technologies.
Sono le aziende che costruiscono, tra l’altro,
i missili “Stinger” e “Javelins” di cui si sente molto parlare nello scenario
ucraino, oltre ai “jet F35 “per cui stanno fioccando nuovi ordini», racconta,
per esempio, “Mauro Del Corno” sul “Fatto quotidiano” del 26 marzo.
Strettamente
collegati agli interessi dell’industria bellica sono gli affari della finanza,
il più potente dei tre gruppi economici di influenza politica negli Stati
Uniti.
«Nell’industria
delle armi si distingue in particolare la statunitense “State Street Global
Advisory”, quarto gestore di patrimoni al mondo.
Detiene
una partecipazione del 14,5% in Lockheed Martin, del 9,2% in Raytheon
Technologies e del 9,5% in Northrop Grumman.
Altro
grande socio dell’industria militare è “Vanguard”, società statunitense che
gestisce asset per oltre 5mila miliardi di dollari.
Possiede
il 7,2% di Northrop Grumman, il 7,2% di Lockheed Martin, il 7,5% di Raytehon.
Ha una quota del 2,8% nella tedesca Rheinmetall, l’1,3% della francese Thales,
l’1,9% di Leonardo e lo 0,7% di Hensoldt.
Tra i nomi più noti della finanza si segnalano
l’onnipresente” Blackrock “che in portafoglio tiene il 4,1% di Northrop
Grumman, il 4,8% di Lockheed Martin, il 4,7% di Raytheon, il 3% di Leonardo e
lo 0,2% della britannica Bae Systems.
C’è
poi Jp Morgan, con quote in Northrop Grumman (2,9%) e Raytheon (1,5%). Soci di
peso sono anche i gruppi di investimento Fidelity e Capital Research», continua
Del Corno.
E ancora: «In concreto cosa significa avere in
portafoglio queste partecipazioni? Prendiamo ad esempio il caso di State Street”,
uno dei più rappresentativi.
Le tre aziende di armi in cui è presente hanno
registrato nelle ultime settimane un incremento della capitalizzazione
complessivo di circa 35 miliardi di dollari. Significa che il valore delle sue
partecipazioni è cresciuto di 3,7 miliardi in meno di un mese. C’è anche
qualcuno che forse, nonostante tutto, stappa champagne».
3. … e quello dell’”estrazione energetica”.
Lo
champagne lo stanno certamente stappando anche le corporation che estraggono
energia dal suolo statunitense e che, accanto ai gruppi dell’industria bellica
e della finanza, rappresentano l’altro grande complesso economico di influenza
politica negli States.
Così
come i primi due – il secondo dei quali ha sempre sostenuto l’attuale
Presidente Biden nelle sue avventure senatoriali ed è risultato uno dei
maggiori finanziatori della sua ultima vittoriosa campagna presidenziale –
anche il cd. “OGAM [oil, gas, mining] complex” esprime in Congresso i suoi
rappresentanti.
«Se le attività petrolifere, gasiere o
minerarie non sono situate in ogni collegio elettorale, i suoi investitori però
lo sono», ci dice “Michael Hudson”, dando per implicita la conseguente capacità
di pressione politica degli stessi.
Nessuno
meglio di “Joe Manchin”, senatore della “West Virginia”, chiarisce quel legame
profondo, che ha finora impedito l’attuazione del “Build Back Better Plan” di
Biden, soprattutto nel suo aspetto di incentivazione delle energie rinnovabili
ai danni delle fossili.
Sotto
questo profilo, lo scoppio della guerra in Ucraina ha rappresentato la perfetta
giustificazione per affossare definitivamente i buoni propositi di attenzione
al clima, che pur Biden aveva espresso appena nominato Presidente, quando – con
un” executive order” del 27 gennaio 2021 – aveva ordinato al Segretario degli
interni di sospendere l’attivazione di nuove licenze estrattive di petrolio e
gas e di rivedere quelle correnti, al fine di porre gli Stati Uniti sul cammino
di un’economia libera dall’energia fossile e dai gas serra entro il 2050.
Per
quanto il complesso energetico estrattivo si fosse allarmato e avesse, quindi,
attivato i suoi rappresentanti politici al Congresso affinché il progetto
naufragasse, solo con l’aiuto di un’emergenza capace di catturare davvero la
sensibilità collettiva, esso poteva sperare in un cambio di rotta che mettesse
da parte le preoccupazioni climatiche ormai globalmente troppo fortemente
condivise.
La guerra in Ucraina era quello che ci voleva.
La
necessità di procurare energia a un Europa indotta dal conflitto a rinunciare
al fondamentale apporto russo ha infatti immediatamente riattivato l’interesse
per una massiccia estrazione di gas naturale negli Stati Uniti, i quali
all’inizio del 2022 hanno visto crescere il loro export di gas naturale
liquefatto (LNG) in Europa del 34% rispetto all’anno prima.
Così,
se Biden ha cominciato a pompare quanto più petrolio può per i bisogni
domestici di un mercato i cui prezzi sono stabiliti dall’estrazione ed
esportazione globali, la “Federal Energy Regulatory Commission” (FERC) ha
cancellato il suo piano di controllo sull’impatto climatico delle nuove
infrastrutture di estrazione di energia dal terreno.
L’agenzia
federale di regolamentazione dell’energia ha anche approvato in fretta e furia
tre nuovi progetti di estrazione di gas naturale da tempo bloccati, con grande
sdegno degli ambientalisti, che ne hanno – non senza serie ragioni – addebitato
la responsabilità ai politici corrotti dai finanziamenti del complesso OGAM.
Accantonata
– grazie all’emergenza guerra – la crisi climatica come preoccupazione
immediata, Biden incoraggia oggi l’uso di tutti gli oltre 9000 permessi
estrattivi già concessi a livello federale.
E il
complesso energetico estrattivo non sta certamente mancando di seguirne il
consiglio, giacché finalmente i più alti prezzi sul mercato, dovuti all’attesa
minor esportazione russa, assicureranno loro ingenti profitti.
Gli
Stati Uniti hanno, infatti, un’enorme quantità di gas naturale che la
tecnologia del fracking consente di ricavare facilmente dal terreno, ma i cui
costi per l’esportazione sono alti anche a causa del processo di congelamento
necessario per il trasporto.
La
tanto attesa emancipazione degli europei dall’energia russa, ben esemplificata
dall’estenuante trattativa – già risalente a Trump e continuata, poi, con Biden
– relativa al gasdotto “Nord Stream 2”, che avrebbe potuto portare alla
Germania tanto gas naturale a basso prezzo, sembra infatti – grazie al
conflitto – finalmente giunta.
Non
solo la Germania si è impegnata a non usare il gasdotto russo e ad aprire
infine un terminale per la liquefazione del gas naturale che arriverà dagli Usa;
l’intera Europa ha anche preso accordi con gli Stati Uniti per una riduzione
progressiva della sua dipendenza energetica dalla Russia, cui sopperirà –
scontando un aumento dei costi non indifferente – almeno in parte attraverso
l’“aiuto” statunitense.
Il
patto, siglato fra Stati Uniti ed Europa il 25 marzo 2022, prevede infatti che
i primi inviino per quest’anno 15 miliardi di metri cubi di gas naturale in più
alla seconda.
Per il 2030, ha però assicurato Biden, gli
Stati Uniti saranno in grado di incrementare l’aiuto fino a 50 miliardi di
metri cubi l’anno.
Un
vero bingo, insomma, per il complesso dell’energia estrattiva statunitense, che
chiama oggi a raccolta gli investitori.
Precedentemente frenati dalla probabile
immagine negativa che avrebbe potuto loro derivare dalla poca attenzione
dimostrata verso la questione climatica, questi ultimi sono oggi invece
legittimati a investire in energia sporca dalla retorica della solidarietà fra
popoli.
La
costruzione di nuovi costosi terminal per il congelamento e la liquefazione del
gas, già in corso negli Stati Uniti e in Europa, così come l’intensificazione
dei processi di fracking in atto negli States, allontana tuttavia a tempo
indeterminato ogni progetto di abbandono dell’energia fossile e di
emissione-zero di gas serra, pur annunciato da Biden – come si è detto – per il
2050, con buona pace per ogni preoccupazione di sostenibilità del pianeta.
4. Conclusioni.
Delle
sofferenze di chi le armi le vede usare contro di sé, di chi dall’aumento dei
prezzi dell’energia ricava povertà o più povertà, o di chi, a causa del
riscaldamento del pianeta, già subisce e subirà catastrofi climatiche sempre
più devastanti, i grandi gruppi economici che dominano gli Stati Uniti e ne
influenzano le strategie politiche si disinteressano.
È questo il risultato di aver concentrato il
potere nelle mani delle corporation, ossia di persone non fisiche ma
giuridiche, che non hanno un cuore o un’anima, ma sono mosse da puri meccanismi
di accumulazione di capitale.
Tornare
alla perduta umanità nelle decisioni politiche, a rappresentare in quella sede
i bisogni della gente comune – quella che non conta ma che vota –, a una
“democrazia” degna del nome, insomma, sembra l’unica via di salvezza possibile,
negli Stati Uniti come ovunque.
Costruire
la propria leadership:
carisma,
potere e identità sociale.
Leadershipmanagementmaghazine.com
- Romina Mandolini – (10-3-2025) – ci dice:
L’identità
sociale e i nostri tanti volti.
In
ambito scientifico è un fatto oramai acquisito che le nostre identità – si noti
il plurale – originano dal mondo sociale e per esser più specifici, dai diversi
gruppi (nazione, famiglia, amici, partiti politici, clan, aziende, categorie
professionali, team sportivi, etc., etc.) con i quali ci identifichiamo ogni
giorno.
Ognuno
di noi vive nella convinzione di essere un’individualità separata dagli altri,
indipendente, liberamente autodeterminata, poiché ci sfugge la natura
particolare del legame che sussiste tra l’“io”, il “noi” e la “società”.
Quest’ultima
non è costituita dalla sommatoria di individui isolati ma da insiemi di persone
strettamente interrelate e interdipendenti, le une alle altre, al punto che la
sua struttura portante, come di ogni sua organizzazione (piccoli gruppi o
grandi che siano) è disegnata sulle reti di relazioni che queste
interdipendenze realizzano.
I
gruppi sociali, tuttavia, non hanno a che fare solo con il vivere organizzato
ma lo guidano, lo significano, si pongono a fondamenta del nostro modo di
pensare e agire.
Ciascuno
di questi gruppi è costituito su dei tratti specifici (ideali, culture, valori,
conoscenze, pratiche, ruoli, scopi, norme, etc.) che identificano e accomunano
le persone che vi aderiscono.
L’identità “sociale” di ogni singolo si
struttura su tutti questi attributi e quando questa viene condivisa da tutti i
membri, questo “noi”, ci spinge a mettere da parte i nostri personalismi per
abbracciare gli scopi, gli ideali comuni e a porre il bene del gruppo davanti
al proprio.
Gruppo,
identità e leadership.
Nell’adesione
ai gruppi le persone trovano, dunque, risposte, coordinate, informazioni che
filtrano attraverso il continuo confronto delle proprie idee con quelle degli
altri.
In questo gioco, l’influenza sociale che gli
altri esercitano su di noi e il consenso che noi ricerchiamo negli altri, si
pongono alla base di questa costruzione identitaria.
Influenza e consenso però sono, al tempo stesso, gli
strumenti della leadership ed è interessante osservare come essa nasce e si
afferma alla luce dei processi legati all’identità.
Una
differenza sostanziale tra manager e leader è l’autorevolezza che i membri del
gruppo riconoscono alla sua autorità.
Nel
caso del manager, egli può anche disinteressarsi di ottenere questa investitura (almeno
fino a un certo punto) poiché il suo potere è iscritto nel mandato
organizzativo assegnatogli ed esso lo esercita senza troppi preamboli.
Nel
caso del leader, invece, il potere esercitato gli deriva da una legittimazione ricevuta
dal gruppo che intorno a questo potere, non a caso, volontariamente si dispone
e sottomette.
Innumerevoli
studi psicosociali hanno dimostrato che questo riconoscimento, in seno al
gruppo, comincia quando il candidato alla leadership inizia a incarnare, in
maniera sempre più confacente, i tratti caratteristici dell’identità sociale
condivisa (valori, ideali, scopi, pratiche, etc.).
Fino a
quando non ne diventa l’esemplare più rappresentativo (in gergo, non a caso, si
parla di prototipo) e si trasforma, in questo modo, in un riferimento
naturalmente “attrattivo” per gli altri.
La reiterazione, nel tempo, di questa evidenza
ne consolida la visibilità, il prestigio, lo status all’interno del gruppo ed
egli acquisisce una sempre maggiore capacità di influenzare gli altri membri.
A
questo punto, sulla scia di quello che in psicologia viene chiamato “errore fondamentale di attribuzione”, gli altri membri, incapaci di
comprendere la vera origine di questa sua attrattività, tenderanno ad
attribuirla alla sua personalità parlando, al riguardo, di carisma.
Mentre
in realtà questa influenza gli deriva dalle caratteristiche proprie
dell’identità sociale condivisa e dal fatto che egli ne è diventato
l’esteriorizzazione o alter ego.
La
costruzione di una leadership.
Questo
percorso varia a seconda se “la” o “il” candidato leader è estraneo al gruppo,
quindi ingaggiato dall’esterno, o se, al contrario, è un membro stesso che si
eleva a quel ruolo;
l’essenza
del processo resta però la medesima e bene si riassume con la parola
“assimilazione”.
Assimilare
e lasciarsi assimilare, a sua volta, per trasmutare in quel “noi” portando a
compimento un processo di assorbimento verso tutto il materiale identitario che
caratterizza il gruppo.
Il che
la dice lunga su quanti insistono sull’atipicità del leader, rispetto agli
altri membri, è invece vero l’esatto contrario; più egli si assimila a quel
“noi” più ne diventa parte integrante e può così aspirare a divenirne
l’interprete.
Questa
operazione passa inevitabilmente attraverso la profonda conoscenza del gruppo,
la sua storia presente, passata e tutto ciò che lo ha reso quello che oggi è.
Quando
il candidato leader è già un membro interno, queste conoscenze si presuppone
siano già presenti essendo che esso o essa, a quel gruppo, già appartiene.
Quando
invece si tratta di un manager scelto all’esterno, magari da terze persone
estranee al gruppo (come spesso avviene nelle organizzazioni), egli deve
dedicarvisi con particolare attenzione.
Osservazione,
studio, ascolto attivo, reale non simulato e la rinuncia a tutte quelle
strategie retoriche di apparente (e falsa) condiscendenza, di cui ci si serve
per dissimulare attenzione e confronto con l’altro.
Ci si deve interessare realmente a tutto quel
materiale promuovendo così, da un lato, quel processo che lo porterà a
“vestirne gli abiti identitari” e dall’altro, a intercettare quegli aspetti sui
quali sarà necessario intervenire, quelli da rettificare, guidare, indirizzare.
La
comunicazione e le sue strategie in questa fase hanno un ruolo preminente.
Non
tanto, come molti erroneamente penseranno, per “persuadere” gli altri a fare
quello che al manager interessa facciano.
Quanto a rappresentare il candidato in maniera
credibile, schietta, genuina, autentica e a impostare tutti i suoi atti
comunicativi, favorendo l’aspetto relazionale.
Questo
non significa entrare in amicizia o in confidenza con le persone ma guadagnarsi
la loro fiducia e per questo è di vitale importanza promuovere il confronto e
la partecipazione attiva di tutti i membri su tutti gli aspetti della vita del
gruppo (es. le regole da seguire, le pratiche da adottare, il gergo tecnico,
etc.);
non
per lasciarsi guidare dal gruppo ma perché questo ha a che fare con l’ingaggio
profondo di tutti i membri nell’impresa comune che come leader si dovrà
patrocinare.
Conosciuto
il materiale identitario, si dovrà iniziare a dimostrare di far parte di quel
“noi” fornendo la riprova che si sta operando realmente per i suoi interessi.
La
leadership è, sotto questo punto di vista, un abito stretto, pesante ed
estremamente rigido che costringe chi lo indossa ad adeguarsi a esso mai il
contrario.
Questa
fase coincide spesso con la messa in campo, da parte del candidato leader, di
una serie di azioni che hanno il duplice fine di:
(a)
rafforzare, consolidare, unire, armonizzare il gruppo in virtù dei suoi
obiettivi;
(b) attuare tutte le condizioni affinché il
gruppo raggiunga i propri scopi.
Di là
dalle belle parole, la leadership si concretizza e consolida con i fatti e con
la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Entrambi
questi traguardi si ottengono lavorando duramente sia su quegli aspetti che nel
gruppo non funzionano, lo rallentano, lo frammentano (es. assenza di regole
condivise, scarsa disciplina, scarsa motivazione, eccessivo protagonismo dei
membri, alto tasso di litigiosità, etc.), sia galvanizzando le sue energie
intorno a una visione comune che funga da grimaldello.
Quest’ultimo
aspetto si ottiene operando sempre a livello di identità sociale condivisa,
individuando quali aspetti di questa far risaltare, quali trasformare e quali
introdurre di nuovi così da polarizzare intorno a questi il gruppo.
Ogni
leader deve essere un manager dell’identità (non deve subirla) poiché (e lo
vedremo meglio nel prossimo articolo quando ci occuperemo di comunicazione),
operando a quel livello tutto (dai successi agli errori) può diventare
combustibile cui al momento giusto dare fuoco per rinnovare la motivazione e
perfezionare la bontà dell’azione collettiva.
Quando
il candidato, operando indefessamente per il bene del gruppo, arriva a
rappresentarne al meglio gli ideali, ne difende i valori, lotta strenuamente
per raggiungere gli scopi, inizia a essere percepito dagli altri come il
miglior “esemplare”.
Acquisisce
visibilità, esercita una sempre maggiore influenza e come naturale risposta, le
persone iniziano a conformarsi alle sue posizioni, idee, indicazioni, adeguando
anche i propri comportamenti.
Quando
questa caratteristica, viene reiterata nel tempo, come già detto, si consolida
il suo prestigio, lo status all’interno del gruppo, la persona diventa
carismatica e il gruppo si fa strumento della sua visione.
Ciò
che permette questo miracolo è un processo che in psicologia sociale prende il
nome di auto-oggettivazione, nel quale una persona si auto-percepisce come un
“oggetto” oppure come nel nostro caso, uno “strumento” funzionale al
raggiungimento di uno scopo.
Dobbiamo
tuttavia ricordare che è la “proto-tipicità” a guidare la percezione dei membri.
Se, ad esempio, questa cambia poiché i gruppi
sono organismi viventi che evolvono (specie al variare dei contesti sociali e
organizzativi in cui operano) muterà, probabilmente, il tipo di leader adatto a
incarnarla.
Inoltre
dobbiamo tenere presente che spesso nei gruppi ci sono più membri prototipici
che incarnano, anche se a un grado minore, quella stessa identità;
questi
sono dotati ugualmente di un certo potere di influenza sugli altri e competono
per avvicendarsi in quel ruolo.
Tutto
quanto detto ci rivela quale grande lavoro ci sia dietro la nascita e
consolidamento di una leadership, essa non è qualcosa che si possiede, né un
traguardo che una volta conquistato possa considerarsi concluso ma un processo
in itinere, che si alimenta lavorando quotidianamente per quel “noi” da cui
tutto inizia e a cui tutto di sé si sacrifica pur di realizzarne gli scopi.
Il
pauroso declino.
Marcelloveneziani.com
- Marcello Veneziani – (11 Agosto 20259 - ci dice:
Il
triste declino, lo spavento del presente, la grande paura che percorre il
mondo, l’infelicità di oggi.
Traggo
dai titoli e dai contenuti di alcuni editoriali di ieri delle più note firme
dei quotidiani il succo gastrico di un malessere epocale, largamente condiviso.
C’è chi osserva il male a livello globale e
chi in particolare si dedica al declino italiano;
c’è
chi lo trae dall’oggi e chi risale alle cause di ieri;
e c’è
chi, alla fine, a caccia dei colpevoli, gira tutta l’analisi epocale ed
esistenziale nella solita tiritera cornuta:
tutto succede da quando c’è Trump al comando,
da quando c’è la Meloni…
Poi,
in realtà, quando si arrampicano a indicare le forme della decadenza e
dell’angoscia diffuse, ti accorgi che il livello del malessere è molto più
profondo e più antico dell’arrivo al potere di Trump e della Meloni.
Altrettanto
stupido sarebbe, da parte di chi sostiene Trump o la Meloni, rispondere che
ogni male risale al governo precedente.
No,
signori, quel malessere non ha una radice politica o governativa, per giunta
così corta;
semmai
la vera responsabilità della politica e dei governi coincide col loro limite e
la loro impotenza, perché non sono in grado di fermare, frenare, quello
scivolamento incessante verso il pauroso declino.
Si dà
ancora troppo credito alla forza della politica e dei leader se si ritiene che
siano davvero in grado di produrre cambiamenti così profondi e radicali in così
poco tempo.
Trump,
è vero, in pochi mesi ha creato un mezzo terremoto, ma le matrici di quei
malesseri non hanno alcuna relazione coi dazi o i suoi interventi sullo
scacchiere mondiale.
Alla Meloni si può semmai rimproverare
l’opposto, l’eccessiva prudenza, i pochissimi cambiamenti, il perdurare dello
status quo ante, cioè della situazione precedente;
non certo lo stravolgimento di un’Italia
prospera e felice che non c’era quando è arrivata lei;
anzi,
è arrivata proprio per questo, la gente ha votato per lei all’opposizione
proprio per reagire a quella condizione o se volete, a quella diffusa
percezione.
La
principale angoscia del nostro tempo è che le cose più importanti stanno
avvenendo sopra le teste dell’umanità e dei governi.
Non le capiamo, non capiamo da dove provengono
e abbiamo l’impressione che non possiamo farci nulla.
Sarebbe
onesto, oltre che intelligente, se chi la denuncia non si ponesse col ditino
perennemente alzato contro i nemici di oggi o di sempre, o attraverso un
processo permanente in cui alcuni sono sempre giudici e altri sempre imputati;
ma
fossero tutti osservatori e partecipi di qualcosa che viene da lontano e ci
tocca da vicino, che sta cambiando la nostra vita.
Non è
semplicemente questione di conservatori o progressisti, di destra o di
sinistra, di buoni o cattivi.
Il processo sembra avvenire al di sopra delle
volontà umane, anche se – di fatto- i singoli passaggi del processo hanno
naturalmente dei responsabili, ma non solo politici:
governi, élite tecnocratiche, militari, perfino
farmaceutiche, alti burocrati, lobbies e gruppi di potere, manager globali,
tycoon della finanza, comunicatori, e chiunque detenga un potere d’influenza
reale.
Non
c’è giorno, ad esempio, che sugli stessi giornali, nella stessa tv, non si
celebri il trionfo della cosiddetta Intelligenza Artificiale, ogni giorno è una
tappa gloriosa, un passo avanti;
non si rendono conto che stanno ogni giorno celebrando
il tonfo dell’Intelligenza Umana, il passo indietro quotidiano che compie
l’uomo verso la sua superfluità, la sua subordinazione, la sua sostituibilità.
Tutto
quanto viene rappresentato nel “Racconto Globale” celebra la “Sostituzione”
come un “Progresso radioso”:
dell’umano con l’automatico, del divino col
matematico, del naturale con l’artificiale, della vita con l’algoritmo, del
corpo con la protesi o la mutazione genetica, del reale col virtuale, di un
popolo con un altro sopraggiunto.
Una
sostituzione continua, a tutti i livelli.
Succede
una cosa assai significativa di cui non ci rendiamo conto:
non riusciamo a osservare questi processi da
un punto più alto, da una postazione che ci permette di avere una visione più
consapevole e complessiva di quel che sta succedendo.
Destituito il pensiero dopo aver licenziato la
religione, rimossa la storia dopo aver liquidato la memoria, cancellati i
maestri dopo aver degradato la cultura, abbiamo reso insensato, inutile e
impraticabile ogni punto di vista più alto.
Ci
limitiamo a fotografare il reale al momento, senza altra chiave di spiegazione.
Anche
per questo la società sprofonda nel nichilismo e noi attribuiamo la colpa a
Trump, a Musk, a questo o a quello; non rendendoci conto della sproporzione
vistosa dei piani, del dislivello tra la diagnosi e la prognosi.
Direte
che ho una lettura fondamentalista del nostro oggi; perché no? Se sono in gioco i fondamenti del
vivere umano e la sostituzione dell’umano perché negarlo?
Manca il potere frenante di questo processo
dissolutivo, quello che i dotti e i biblici chiamano “Katechon”;
ossia chi abbia la forza, l’autorevolezza e la
motivazione per poter arginare e modificare quel flusso inarrestabile che
rischia di travolgere tutto.
È una
visione apocalittica, lo riconosco, e non nasce oggi ma proviene da millenni e
da ritorni ciclici;
aggiungo
pure che su quella visione pesa molto la vecchiaia del mondo e di chi
l’osserva, incluso il sottoscritto;
ma anche gli altri anziani osservatori a cui
mi riferivo (Michele Serra, Corrado Augias, Ernesto Galli della Loggia,
Giuliano Ferrara, e tanti altri).
Ma non
possiamo pensare di porre rimedio se non saliamo di un piano per avere una più
chiara visione.
Se non lo facciamo allora si ci limitiamo al lamento o
ci riduciamo a cercare nel primo leader che non ci piace la causa dei mali che
affliggono il mondo.
Tutto
questo, naturalmente, non incupisce la nostra vita quotidiana, che è fatta di
tante cose anche belle, anche buone, felici perfino, quantomeno serene.
Ed è per questo che la riflessione così amara
come quella da cui siamo partiti, espressa da tanti osservatori, non ci induce
alla disperazione, al gesto risolutore o ad armarsi;
anche
se a volte ci sussurra di ritirarci, di passare al bosco o di rifugiarci
nell’isola.
Ma è
importante salire più in alto, nel vedere e nel pensare le cose;
non
nella torre d’avorio del nostro superbo isolamento ma nella torre di guardia in
cui scrutare meglio l’orizzonte, la terra, le maree, il cielo stellato e quei
piccoli puntini che poi da vicino chiamiamo uomini.
(La
Verità – 10 agosto 2025).
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