Quando la scienza è dubbio.

 

Quando la scienza è dubbio.

 

 

 

La scienza, il dubbio, il bavaglio.

Ariannaeditrice.it - Roberto Pecchioli – Ereticamente – (30/07/2023) – ci dice:

 

Lo dice la scienza, signora mia!

Assomiglia al brocardo antico “Roma locuta”, causa finita.

 Ogni questione è risolta, ogni dubbio dissipato dalla pronuncia della massima autorità.

 La verità indiscutibile, la religione rivelata è la scienza.

 O forse la tecnica e la tecnologia, le sue ancelle.

 Il problema della verità scientifica è che non può essere divisa; non esiste la “mia” o la “tua “ verità”.

Come la mettiamo, allora, con la superstizione para religiosa sul clima, la credenza obbligata che stia cambiando a velocità inaudita per responsabilità esclusivamente umane?

Una teoria, nient’altro.

Eppure, il sistema mediatico, il giornalismo e la “cultura” con rimborso a piè di lista sono certissimi: così è perché lo “dice la scienza”.

Poi capita che un battaglione di scienziati qualificati la pensi diversamente e rediga un manifesto che confuta la tesi ufficiale.

 Poveri inetti invidiosi dei colleghi allineati, circonfusi da un’aura di prestigio e di infallibilità oracolare.

Succede anche che il premio Nobel per la fisica in carica, “John F. Clauser” non la pensi come l’”oligarchia al potere” e gli sia impedito di parlare al forum sul clima del Fondo Monetario Internazionale.

Sorpresa:

l’incontro è organizzato dal FMI, uno dei pilastri del potere finanziario, non da un cenacolo di meteorologici e fisici.

Segno che la teoria del cambio climatico e del riscaldamento della Terra per motivi antropici è una tesi i cui mandanti sono i padroni del mondo.

Gli interessi dei banchieri vincono sulle ricerche degli scienziati: la mano che dà è superiore alla mano che riceve.

Tanto basterebbe per essere prudenti, sospettosi, noi ignoranti, noi che ci fidiamo dei nostri occhi e dei nostri ricordi.

La nonna di chi scrive usava dire: il freddo e il caldo vengono sempre.

Il primo in inverno, il secondo in estate.

 Da non credere, eh, ultras della “scienza”?

Secondo l’informazione di sistema, il 97 per cento degli scienziati (qualifica posseduta o ritirata a insindacabile giudizio del mainstream) è certo che il clima stia mutando per ragioni antropiche.

Chissà come hanno effettuato la rivelazione: il mago Otelma o Alessandra Ghisleri, principessa dei sondaggisti?

 La prostituzione intellettuale è più diffusa e pericolosa di quella tradizionale.

Più seriamente, la scienza sta abbandonando la sua natura, fondata sul dubbio programmatico, sul continuo provare e riprovare, sul coraggio di abbandonare vecchie certezze se la ricerca porta altrove.

 Il nuovo paradigma bandisce il dubbio e brandisce il bavaglio, perfino se il destinatario è un prestigioso premio Nobel.

 In tempi di pandemia la grancassa scientifico – mediatica ha trattato da rimbecillito “Luc Montagnier”, un monumento della medicina, in quanto non allineato alla verità ufficiale, salvo riconoscere a posteriori che lo studioso francese, nel frattempo deceduto, aveva le sue ragioni.

Bavaglio dopo bavaglio, la scienza si trasforma in oracolo, credenza, superstizione indiscutibile.

 Gli stessi che hanno decostruito, abbattuto nel tempo ogni certezza si trasformano nei nuovi inquisitori.

Uguale potenza assertiva, stessa violenza verbale, al servizio del contrario di quanto asserivano ieri.

 È il cambio di paradigma di cui parlava Thomas Kuhn.

Granitiche certezze – ben pagate, supponiamo – sostituiscono il dubbio e la ricerca costante, libera, aperta a ogni ipotesi suffragata dai fatti.

Una strana scienza che sembra non essere più in grado di rispondere a domande elementari, diventate pericolosi tabù.

Che cos’è una donna, ha domandato il capo del partito spagnolo Vox ai suoi avversari, presidente e vice presidente del governo in carica.

Silenzio imbarazzato.

Simile a quello di “Ketanji Jackson”, giurista candidata alla Corte Suprema americana, che alla medesima domanda, ha opposto uno sconcertante “ non lo so, non sono biologa”.

Poiché la signora non è neppure zoologa, immaginiamo la sua difficoltà a riconoscere un gatto, che potrà confondere con un cappello o un paio di stivali. Sconcerta che una parte di opinione pubblica, disabituata a pensare, fanaticamente imbevuta di fede nella “scienza”, dia credito a spacciatori di idee false e avariate.

L’abuso della credulità popolare non cambia, se non nelle modalità.

Generazioni scervellate sono portate a credere che una donna sia “un essere umano adulto che si percepisce come tale, indipendentemente dal genere rilevato alla nascita”(dizionario Cambridge) che il ruolo di madre e la gravidanza siano costruzioni sociali, perfino che il caldo di luglio sia colpa dell’uomo cattivo.

Una deputata italiana, “Eleonora Evi”, laureata in “design dei servizi”, indispensabile nuova scienza, chiede di condannare “ chi nega le colpe dell’uomo”. Più moderata del collega verde, geometra Angelo Bonelli, che invoca l’introduzione del reato di negazionismo climatico.

 Tragitto concluso:

da libertari a forcaioli sempre nel nome della scienza, del progresso, della “liberazione” dell’uomo. Viva la nonna, che stava ai fatti e diffidava dei saccenti.

Non è stato sempre così: la scienza per moltissimo tempo si è retta su presupposti assai diversi.

Mai ha praticato la ribellione contro la realtà.

Ingiungono di “credere alla scienza”.

Il fatto è che non di un atto di fede si tratta, ma della ricerca delle leggi relative ai fenomeni fisici, un metodo di conoscenza che avanza per contrasto tra ipotesi diverse.

Stiamo diventando un popolo che ha dimenticato come accendere il fuoco e allora postula che la scintilla sia un “costrutto culturale”.

Per la persona religiosa, la fede consiste nel credere in ciò che non vede.

 La fede della neo religione ufficiale costringe a credere il contrario di ciò che vediamo.

In ogni tempo e in ogni luogo sono state difese delle falsità, imposti concetti erronei, ma l’ovvio non è mai stato negato.

 I padroni così vogliono, come quelli di O‘ Brien in 1984.

 “Ma come posso fare a meno…borbottò Winston, come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.

Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più.

 Non è facile recuperare il senno. Quasi inconsciamente, Winston scrisse con le dita sul tavolo coperto di polvere: 2+2 = 5.”

La vera scienza lavora per approssimazione ed è per natura aperta a ribaltare le sue conclusioni, se sopravvengono ipotesi migliori. Non può consistere in un credo. Julian Huxley, genetista e uomo di potere, scrisse che la scienza compie suicidio quando adotta un credo.

 Il fisico e matematico Jules-Henri Poincaré, il primo a formulare una teoria della relatività, negò sì la possibilità di una morale scientifica, ma affermò anche che non può sussistere una scienza immorale.

Poiché conoscere è un atto, la scienza appartiene alla sfera della morale;

agire è seguire un pensiero: dunque la morale appartiene al campo della scienza. Tutto ciò significa che la scienza non può diventare scientismo, la convinzione che attribuisce alle scienze fisiche e ai loro metodi la capacità di risolvere tutti i problemi, le ansie e i bisogni dell’uomo.

 La contemporaneità, in particolare le classi dirigenti, sta percorrendo con il paraocchi la via della religione scientifica (e tecnica, giacché l’uomo moderno vuol essere innanzitutto “faber”, artefice e creatore).

Lodata sia la scienza, ovviamente, purché non diventi il criterio unico di giudizio, la Verità rivelata agli Illuminati e da essi fatta discendere al volgo.

La scienza non ci redimerà dai nostri peccati: tutt’al più allargherà di un po’ i nostri limiti, senza raggiungere le verità ultime o svelare il senso della vita.

 Adesso è diventata il credo delle classi semicolte, incessantemente predicato dai suoi sacerdoti, la casta politica, il coro mediatico e “color che sanno”.

La pandemia di Covid-19 ha moltiplicato la fede scientifica, ma la svolta era già nell’aria, specie nei presagi sull’ imminente catastrofe climatica.

Scienza singolare, questa dei nostri giorni, un luogo incantato in cui non c’è dibattito o contrasto, solo certezze granitiche, verità imposte mettendo a tacere i reprobi, trasformati in eretici e nuovi atei.

I suoi tribuni non sono scienziati, ma politici, comunicatori, industriali, finanzieri, “influencer”.

Non si esprimono come ricercatori che espongono razionalmente delle teorie, sono sciamani che distillano sentenze e pongono intangibili tabù.

Sul coronavirus non c’è stato un dibattito scientifico.

Ogni tentativo è stato picconato da campagne mediatiche di linciaggio morale, scherno, insulti, come quelli subiti da Montagnier quando ha osato uscire dallo spartito officiato a reti, governi, culture unificate.

Uguale sorte sta raggiungendo coloro che osano diffidare delle previsioni mai verificate dell’apocalisse climatica.

 Ma può esistere una scienza senza discussione, priva di dibattito, esente dal pubblico esame di tesi ed ipotesi, immune dalle critiche?

 Evidentemente no. Ciò che le classi dominanti chiamano “scienza” non è tale.

La scienza è un insieme di certezze rivedibili. Se non vengono sottoposte a revisione, diventano comandamenti.

L’’intero percorso di riflessione sulla conoscenza nel secolo scorso camminava esattamente nella direzione opposta, con la permanente messa in discussione della capacità della scienza di incarnare la verità.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg ha insegnato che la nostra qualità di osservatori “interni”, altera la percezione e la precisione del calcolo.

Il teorema di incompletezza di Gödel ha svelato i limiti dei sistemi matematici formali nel dimostrare ciò che è vero.

Thomas Kuhn ha stroncato l’idea del progresso per accumulazione delle scienze per sostituirlo con una successione di cambi di “paradigma”, ossia teorie dominanti che diventano visioni del mondo.

 Karl Popper ha abbassato le pretese di verità della conoscenza scientifica introducendo la più modesta falsificabilità:

è scientificamente corretta una proposizione che non può (più) essere confutata. Jacques Monod, biologo ed espistemologo, ha concluso che la scienza moderna non è in grado di attraversare un triplice confine:

 l’ origine del Big-Bang, il sistema nervoso centrale umano e l’emergere del primo DNA.

Paul Feyerabend ridusse in polvere la pretesa di stabilire regole universali, affermando che il metodo della scienza è non avere un metodo.

David Bohm iniziò con la fisica quantistica e concluse con la certezza che l’universo si regge in un “ordine implicato” che avvolge in unità ogni cosa, a sua volta implicata nel tutto.

Dunque, ciò che ha caratterizzato la scienza è stata la consapevolezza dei propri limiti, l’esatto contrario della futile petulanza di chi oggi sventola la bandiera scientista.

La fanciullesca venerazione della scienza è una sorprendente regressione cognitiva, come un paziente il cui deterioramento mentale gli fa ricordare solo alcuni fatti e dimenticare tutto il resto.

Abbiamo cancellato un secolo di pensiero per tornare al positivismo ingenuo di Auguste Comte , che vedeva nell’uomo di scienza la fase più avanzata — e ultima — dell’evoluzione umana; i bei tempi in cui la borghesia trionfante toglieva Dio dagli altari e vi innalzava la scienza gridando “viva il progresso”.

Con lo stesso fervore religioso, i suoi predicatori intonano gli inni a una scienza che è il nome di una fede senza Dio né paradiso, ma con inferno, inquisizione e roghi degli eretici in Campo de’ Fiori.

 Niente di nuovo sotto il sole, come già sapeva “Qoelèt”.

 

 

 

 

L'Unione Europea è un treno in corsa

 verso l'abisso, pilotato da

sfasciacarrozze allo sbaraglio.

 Ariannaeditrice.it -Diego Fusaro – (23/08/2025) – ci dice:

 

Nel suo recente intervento al consesso di Rimini, detto meeting con la lingua dei mercati, è intervenuto anche l'immarcescibile Mario Draghi, l'impenitente eurinomane delle brume di Bruxelles, l'austerico passato da Goldman Sachs alla BCE.

 L'unto dai mercati ha fatto un intervento decisamente duro nei toni contro la postura - meglio sarebbe dire l'impostura - dell'Unione Europea.

 Ha asserito testualmente che essa è "marginale e spettatrice", condannata all'irrilevanza sul piano geopolitico.

 In questo caso, l'euroinomane ha perfettamente ragione, anche se la questione è decisamente più grave di come egli la ha dipinta.

Infatti, l'Unione Europea non è semplicemente irrilevante, marginale e spettatrice: essa si è condannata al pessimo ruolo di semplice colonia di Washington, finendo addirittura per essere più realista del re.

 È l'Unione Europea, addirittura più della civiltà del dollaro, a volere oggi che la guerra in Ucraina continui all'infinito.

È l'Unione Europea a lanciare il folle e manicomiale piano del “Rearm Europe”,  un vero e proprio disastro sul piano strategico ma poi anche sul piano dello spreco dei danari pubblici.

Oltretutto, ciò che Mario Draghi si guarda bene dal sottolineare è che non si tratta di una patologica deviazione rispetto a una struttura in sé sana:

l'Unione Europea è nata marcia nelle sue stesse fondamenta, dato che si è venuta costituendo come l'unione del capitale europeo contro i lavoratori e i popoli d'Europa, dunque come una riorganizzazione verticistica del capitale dopo la data epocale del 1989.

Ancora, l'Unione Europea non ha rappresentato lo strutturarsi dell'Europa come potenza autonoma e sovrana:

al contrario, ha rinsaldato la subalternità del vecchio continente alla civiltà del dollaro e alla sua libido” dominandi” di marca schiettamente imperialistica. Ovviamente, Mario Draghi, come tutti gli euroinomani, anche al cospetto del fallimento plateale dell'Unione Europea continuerebbe a dire che essa deve essere salvata “whatever it takes”, per usare una celebre espressione impiegata a suo tempo dallo stesso unto dai mercati.

 Magari direbbe anche che "ci vuole più Europa", per riprendere il mantra prediletto della schiera omologata degli euroinomani di Bruxelles:

slogan folle, basato sul principio per cui se la cura produce la morte del paziente, allora bisogna aumentare le dosi della cura stessa.

Diciamolo apertamente e senza ambagi:

l'Unione Europea è un treno in corsa verso l'abisso, pilotato da sfasciacarrozze allo sbaraglio.

 

Realismo, dubbio e pluralismo:

il tratto delle donne nella scienza.

Editorialedomani.it - Emilia Margoni – (09 febbraio 2024) – ci dice:

 

 

(Anne L’Huillier, francese, ha ricevuto il premio Nobel per la fisica nel 2023, quinta donna nella storia, a 120 anni da Marie Curie.).

L’11 febbraio è la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, al fine di «promuovere l’accesso pieno ed eguale e la partecipazione alla scienza per le donne e per le ragazze».

Ancora oggi l’eguaglianza rimane un obiettivo lontano, con il 33,3% di ricercatrici donne e un numero ancora più esiguo di eguale salario ed eguale posizione di potere a parità di prestazioni professionali.

 

Quando si parla di scienze esatte, si crede che alcune verità oggettive non possano essere materia di contesa.

La velocità di un raggio solare nel vuoto rimane 300.000 Km/s, non importa se a misurarla sia un uomo, una donna o un satellite.

 Sembrerebbe quindi del tutto legittimo concludere che, sia essa condotta da uomini o da donne, una ricerca scientifica arriverà comunque agli stessi esiti, sostenuti da formalismi di tutto punto e comprovata dalle analisi sperimentali.

Se così è, perché l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha istituito nel 2015 la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, celebrata l’11 febbraio di ogni anno?

Una prima benché superficiale risposta potrebbe essere l’esigenza morale e politica di una piena parità tra uomini e donne nell’ambito delle scienze.

 E, per molti versi, ce ne sarebbe ben donde.

 

Ancora oggi, l’eguaglianza rimane un obiettivo lontano, dato che si registra solo il 33,3 per cento di ricercatrici donne, mentre un numero ancora più esiguo ha raggiunto un eguale salario e una eguale posizione di potere a parità di prestazioni professionali.

Il sito dell’Unesco precisa così che la Giornata è tesa a “promuovere l’accesso pieno ed eguale e la partecipazione alla scienza per le donne e per le ragazze”. Segue l’immancabile riferimento ai gradi di sviluppo e pace che una scienza più egualitaria sarebbe in grado di garantire.

 L’Agenda 2030 prospetta risultati siderei, come la piena eguaglianza tra ricercatori a dispetto delle loro differenze di sesso, genere, età, abilità ed etnia.

 

Fatti.

Le donne sono ancora ostacolate sul lavoro, ma ci sono gli strumenti per cambiare.

(Micol Maccario):

 

Il canone stereotipato.

Nel corso degli ultimi decenni, epistemologhe e filosofe della scienza hanno manifestato scetticismo nei riguardi di un’eguaglianza formale in stile quota riservata – puntualmente aggirata nei concorsi, con le ragioni più fantasiose, là dove necessario.

 Queste studiose hanno indagato i modi meno visibili in cui la differenza di genere produce differenze sostanziali, cui nessuna procedura trasparente potrebbe da sé sola porre rimedio.

 

In primo luogo, le donne nella scienza vengono escluse dai progetti di ricerca nella misura in cui non si conformano allo spettro di valori da secoli associato loro, come la docilità, la prevalenza dell’intuito sul calcolo razionale, una maggiore propensione a farsi da parte quando le contingenze lo richiedono.

Insomma, l’inclusione delle donne nella ricerca è condizionata all’adesione a un canone femminile stereotipato, perlopiù prodotto dagli uomini, come si argomenta con amor di dettaglio nei lavori di Chiara Volpato.

Non stupisce che, per un perverso gioco di specchi, le poche donne al potere, in accademia e fuori, incarnino un’autorità di matrice mascolina persino più prevaricatrice e ostinata.

 

Fatti.

La medicina di genere serve perché gli uomini non sono l’umanità.

(Micol Maccario):

 

In secondo luogo (e connesso al primo punto), alle donne si associano stili cognitivi, stati d’animo e affetti che sempre importano una qualche soggezione rispetto all’uomo;

e su questo mi limito a raccomandare Il dominio maschile di “Pierre Bourdieu”, che ad avviso di chi scrive rimane uno dei testi decisivi per tracciare le molte vie in cui la donna contribuisce al dominio del maschio, specie in forza del suo sentirsi in dovere di affascinare o di sedurre o di prendersi cura o di manifestare sentimenti di materna protezione.

 Sulla scia di tutto questo, le donne si vedono spesso negare “autorità epistemica”, vale a dire la capacità di leadership nel dettare linee di ricerca e nel guidare i processi utili a perseguirle.

Una differente concezione.

Eppure, credo che dietro la Giornata delle donne nella scienza risieda una ragione persino più urgente e forte dell’eguaglianza formale o sostanziale.

O meglio, una ragione che spiega la necessità dell’eguaglianza sostanziale ben al di là dell’interesse, pur legittimo, di una sezione numericamente ragguardevole della popolazione mondiale.

Si tratta della possibilità concreta, per le donne, di contribuire a una differente concezione della scienza rispetto a quella in cui ha di fatto predominato il punto di vista maschile.

 

Una visione ingenua della scienza è quella secondo cui una teoria scientifica restituisce una fotografia del mondo:

lo descrive in modo neutro per indicare agli esseri umani come operare su di esso a certi fini.

Ma nessuna teoria scientifica semplicemente “descrive” con quella neutralità e quell’oggettività che si attribuiscono alla Scienza da lettera maiuscola.

Ogni singola ricerca parte da una domanda, animata da certe urgenze e certe pressioni, assieme a interessi sociali, politici ed economici. L’articolazione della domanda, assieme alle sue urgenze, pressioni e interessi, guida la ricerca e incide sui suoi risultati.

 

Dati.

I comportamenti dei maschi ci costano 99 miliardi all’anno.

(Micol Maccario):

 

L’epistemologia femminista, in fondo, non fa che chiedersi: a partire da quali motivazioni e interessi si cerca quel che si cerca? E quanto queste motivazioni e questi interessi determinano il corso della ricerca? Le indagini scientifiche vengono finanziate e promosse in base agli obiettivi di innovazione e di acquisizione tecnologica che promettono, mentre questi vengono valutati in base alle capacità di assicurare utili per gli investitori.

 

Per questa ragione, avviene di frequente che alcune teorie, per quanto cariche di intuizioni fertili e talora visionarie, vengano riposte nell’archivio di storia del pensiero scientifico solo perché promettono risultati pratici meno allettanti per chi finanzia.

 

Le tre necessità.

Sia chiaro: non c’è nulla di intrinsecamente erroneo in tutto questo.

 Ma il punto di vista femminista contribuisce tanto più al sapere scientifico quanto più di esso offre un’immagine meno irenica. La scienza non è né autonoma né neutrale né imparziale.

 

Non è autonoma, perché è guidata da urgenze e interessi, spesso tanto deprecabili da doversi tener nascosti (si pensi alla connessione tra le esigenze belliche e gli sviluppi nella fisica novecentesca).

Non è neutrale, perché qualsiasi teoria scientifica porta a una qualche posizione morale e politica più o meno forte (si pensi al dibattito sull’inizio della vita umana o sulla presunta naturalità dei generi sessuali).

Non è imparziale, perché molte teorie scientifiche, com’è naturale, devono farsi tornare i conti anche in assenza di una completa certezza nelle evidenze sperimentali (si pensi alle ricerche sulle cure mediche urgenti).

 

Per questa ragione, la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza è innanzitutto un richiamo a una triplice necessità:

realismo, dubbio e pluralismo.

Realismo, perché la ricerca necessita di fondi e i fondi obbligano a certi percorsi e occludono il passaggio ad altri.

Dubbio, perché nessuna evidenza empirica potrà mai considerarsi ultimativa. Pluralismo, perché l’ottica femminista risponde alla duplice esigenza di realismo e dubbio:

 l’inclusione di punti di vista alternativi nel momento in cui si articola la domanda che guida la ricerca.

 

Insomma, l’11 febbraio, come ogni giornata di lotta femminile, non grida la rivendicazione di una parte.

Auspica piuttosto l’uscita da uno stato di minorità che, nei fatti, grava ancora sui nostri vagheggiamenti di un mondo migliore, pronti a disgregarsi al primo ruggire di macchina motrice sul Grande raccordo anulare.

 

 

 

ELOGIO DEL DUBBIO

 Dromorivista.it - Alfonso Tarricone - N. 1 - Anno 2025 - Tematico, Rubriche – Redazione – ci dice:

L’effetto “Dunning Kruger” è una distorsione cognitiva che prende il nome dai due psicologi che lo hanno primariamente studiato.

Si tratta di una relazione inversamente proporzionale tra l’oggettiva conoscenza di un argomento e la soggettiva percezione di padroneggiare lo stesso argomento.  Un esempio recente riguarda la pandemia da Covid, quando numerosi strati di popolazione non esperta di vaccinazioni e microbiologia si ritenevano in grado di esprimere anche legittimamente la propria opinione ma non sentendosi da meno rispetto agli studiosi dell’ambito;

 al contrario, numerosi sanitari – e il sottoscritto con loro – sentivano, pur essendo “del settore”, di non potersi sbilanciare adeguatamente, consci dei limiti della scienza stessa e dei propri studi.

Tale effetto ricalca perfettamente una nota massima del filosofo “Bertrand Russell” che, sconsolato, soleva dire «il problema di questo mondo è che gli intelligenti sono pieni di dubbi e gli stupidi pieni di certezze».

“Russell” non era certo uno che le mandava a dire, un aristocratico britannico abituato a guardare tutti dall’alto in basso:

si può dire che, invece, più elegantemente i due studiosi abbiano riassunto un concetto che pare avere anche origini lontane e più umili, probabilmente cugino di secondo grado del detto popolare “la ragione si dà ai fessi”.

 

Date queste premesse quindi, sembra pacifico accettare l’idea che probabilmente intelligenza e dubbio siano come le due eliche del DNA: legate l’una all’altra. 

«Il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza» sosteneva Borges.

 

Difatti, quella “sottile arte del dubbio” che è la filosofia è stata considerata per secoli la massima espressione del “cervellone”, del “sapientone”.

Il padre in Occidente, a sua volta, della madre di tutte le scienze è considerato infatti “Socrate”, un uomo che ha fatto della propria filosofia la sua stessa vita e della sua stessa vita la propria filosofia.

 Viveva NEL dubbio e viveva IL dubbio, contestando con fermezza le certezze che i sofisti ateniesi propinavano alle giovani menti del tempo, nel pieno della “Guerra del Peloponneso”, quando lo splendore dell’Atene classica iniziava a scemare e l’insinuatore di dubbi non poteva che essere un pericoloso ramo da estirpare anziché un’apprezzata risorsa sociale.

 

Una certezza in questo mare di insicurezze è che nell’esercizio del potere, infatti, il dubbio facilmente addiviene il principale nemico.

Anche al di fuori dell’ambito democratico, l’Uomo ha sovente mostrato di necessitare di certezze ferme e ha espresso innumerevoli volte apprezzamento per i decisionisti, i sofisti che sanno ammaliare con la parola e la retorica, antitetici al catoniano “Rem tene, verba sequentur.”

 

Persone anch’esse intelligenti, i decisionisti, a saper cavalcare gli umori delle piazze per venire a capo dei problemi comuni.

Per farsi eleggere servono voti, e li si ottengono con poche frasi ad effetto, slogan diretti e non con le lezioni accademiche e non certo stimolando la folla a portarsi a casa meno certezze di quante ne avessero prima.

 La piazza cerca le sicurezze, un contenimento al proprio continuo ondeggiare. Poco importa quanto siano robusti questi argini e di che materiale siano fatti, l’importante è che ci siano.

Antitetici a questi uomini di polso ci appaiono però i simboli dell’uomo intelligente “par excellence”, come la statua del “pensatore di Rodin”:

una figura che si contorce nel dubbio, nel porsi questioni, che si arrovella per venire a capo del problema che ha di fronte.

 

E un altro emblema di intelligenza viene dalla mitologia, l’Ulisse dantesco, l’uomo dal multiforme ingegno (polytropon), che mette in dubbio il confine delle colonne d’Ercole, imposto da un semidio ma in realtà dagli uomini stessi, per portare il sapiens oltre i confini delle terre conosciute.

Cos’altro è poi l’intelligenza, se non l’esplorazione di terre sconosciute per arrivare a vecchie e nuove mete?

 

L’intelligenza è la capacità di superare le sfide imposte dal mondo, intimamente connessa alla legge di un’altra pietra miliare della storia occidentale, quella di “Charles Darwin”.

 

In natura a perpetuare la propria esistenza non è il più forte, o il più sicuro, ma colui che meglio si adatta, colui che sa mettere in dubbio i cliché.

Darwin seppe questionare la certezza del creazionismo, che pure era così intuitivo – d’altra parte, chi aveva mai visto un grosso lucertolone trasformarsi in una gallina?

 

E ancora “Galileo”, che mise in dubbio la realtà autoevidente del movimento degli astri attorno alla Terra: non facile pensare che ci stiamo muovendo continuamente intorno al Sole, e manco un po’ di nausea.

 

Val la pena accennare allora anche a “Cartesio” che, volendo costruire il metodo perfetto d’indagine, affermò che tutto è dubitabile, a parte la propria esistenza come essere che si interroga persino sul suo stesso esistere.

“Cogito ergo sum”, sono pieno di dubbi, perciò esisto, o esisto almeno come un misero essere che dubita.

 

Si potrebbe affermare allora che intelligenza è saper sguisciare nelle paludi dell’incerto.

Se il mondo fosse “terra già nota”, non ci sarebbe probabilmente la spinta adeguata per muoversi, e svegliarsi ancora un nuovo giorno. Beato colui che si sveglia col dubbio ogni mattina perché ha almeno un ottimo motivo per iniziare a camminare.

 

Ovviamente, est modus in rebus, non ci si dimentichi dell’«aurea mediocritas», lezione di” Orazio”.

Occorre mettersi in guardia anche da un suo esercizio indiscriminato. Dubitare senza prove per il gusto di distruggere le impalcature, le linee guida, «gli strumenti umani», con le parole poetiche di “Vittorio Sereni”.

Avere, cioè, l’ardire di sentirsi sempre “Sherlock Holmes” in un mondo di “Watson”.

Si ricadrebbe così, di nuovo, nell’”effetto Dunning Kruger”, sopravvalutando stavolta le proprie capacità investigative.

E allontanando lo sguardo dai sapienti del passato, si apre dunque un futuro di vertiginosi timori e perplessità, horror vacui per i comuni mortali, frontiera per le persone c.d. «intelligenti», lontane dal positivismo ottocentesco che credeva di poter spiegare tutto con scienza e ragione, tranello in cui cadde persino Marx per delineare la storia del mondo e oracolare sul destino delle classi sociali.

 

Ben venga che ad oggi la scienza abbia sentenziato la bontà del falsificazionismo di “Karl Popper”, per cui una teoria scientifica è valida se di essa si può dubitare, metterla in discussione e confutarla.

Probabilmente, uno dei più grandi traguardi ottenuti nel XX secolo, il secolo delle certezze muscolari, delle dittature, delle guerre da decine di milioni di morti, delle pulizie etniche, del “me contro te” a prescindere da tutto.

 

Evviva il dubbio sano allora, e il suo esercizio morigerato, evviva l’incertezza di ogni passo che porti con sé la “ragionevole speranza della progressione in prospettiva”.

 

 

 

 

Il mito dell’infallibilità: perché

la scienza non conduce alla verità?

 Gazzettafilosofica.net – (5 -02 -2025) - Alexia Ioana Branzea – ci dice:

 

Un’analisi storico-critica attraverso importanti riflessioni epistemologiche e una rassegna di eventi accaduti e di errori commessi rivelatisi significativi per la comunità scientifica.

 Il suo scopo è quello di dimostrare il procedere intrinsecamente fallibile, dinamico ed incerto della scienza, a discapito della diffusa ideologia dello scientismo che fa della scienza la sovrana di un sapere universalmente valido e oggettivamente affidabile.

Che sia davvero la scienza la via che conduce alla verità assoluta, o dobbiamo accettare l’incertezza come inalienabile compagna del sapere umano, sempre più dinamico e pluralistico?

 

Agli albori della cultura occidentale, in Grecia, la scienza era conosciuta con il nome di επιστήμη (episteme) e veniva considerata l’unica forma di sapere certo e infallibile, contrapposto alla δόξα (doxa), ossia la mendace opinione soggettiva.

 In particolare, nel “Teeteto”, Platone definisce la scienza come «opinione vera accompagnata da ragionamento»: così facendo, le si attribuisce la caratteristica di non limitarsi alla mera veridicità, che anche un’opinione comune potrebbe avere in maniera assolutamente aleatoria, ma di presupporre anche un ragionamento che la verifichi.

Non distante è quanto afferma anche Aristotele nel sesto libro dell’Etica Nicomachea, che descrive la scienza come un procedimento della ragione che implica non solo precisione, certezza, necessità ed eternità, ma anche la produzione di dimostrazioni consequenzialmente logiche.

 

 Una questione di metodo: deduzione ed induzione.

 

Un tale tipo di sapere, del tutto incorruttibile, non poteva che essere oggetto di deduzione, un metodo di ragionamento analitico e aprioristico (il cui predicato non aggiunge alcuna qualità nuova al soggetto e la cui verità dipende esclusivamente dal significato dei suoi termini, in maniera del tutto indipendente dall’esperienza: es. “tutti gli scapoli sono uomini non sposati”), che permette di giungere a certe conclusioni particolari partendo da date premesse generali.

Tuttavia, oggigiorno siamo ormai tutti consapevoli del fatto che la scienza non procede solo per deduzione, ma anche, e soprattutto, per induzione.

 Infatti, a seguito della prima importante rivoluzione scientifica a cavallo tra XVI e XVII secolo c’è stato l’avvento dell’empirismo, un approccio alla conoscenza basato sull’esperienza sensoriale:

per Galilei, alla scienza non bastano più le necessarie dimostrazioni ma servono anche le sensate esperienze.

 Così, in un simile contesto, ha avuto la meglio il metodo di ragionamento contrario alla deduzione, ossia quello induttivo, sintetico e a posteriori (il cui predicato aggiunge qualità nuove al soggetto e la cui verità non dipende esclusivamente dal significato dei suoi termini, ma può dimostrarsi soltanto mediante l’esperienza: es. “Roma è la capitale d’Italia”), che da certi fatti osservativi particolari permette di giungere a conclusioni generali.

Qualcosa di parzialmente simile all’induzione, in realtà, era presente anche ai tempi degli antichi e si manifestava sotto la forma di επαγωγή (epagoghe), una sorta di percezione sensibile che aveva il compito di avviare il νοῦς (nous), ossia l’intuizione intellettiva sovra-razionale in grado di cogliere quali fossero le premesse valide da usare nelle deduzioni;

che però, da sola, non poteva in alcun modo giungere ad alcun sapere certo e universale come quello dell’επιστήμη (episteme) ma solo a delle conoscenze arbitrarie.

 

Per quanto antica e inficiata nel corso dei secoli, non si può dire che la valutazione negativa attribuita all’induzione dagli antichi greci sia del tutto priva di fondamento.

Per comprendere ciò si può fare ricorso alla filosofia della scienza, attraverso la riflessione di Hume.

Egli, infatti, sostiene che è del tutto impossibile dare una giustificazione razionale dell’induttivismo, sebbene esso faccia naturalmente parte della nostra struttura cognitiva.

Noi, argomenta Hume, facciamo sempre affidamento al principio di uniformità della natura, che ci permette di assumere che siccome un certo evento si è sempre verificato fino ad ora allora, sicuramente si verificherà di nuovo.

 Una tale spiegazione del principio di uniformità della natura, tuttavia, è essa stessa un’inferenza induttiva, il che rende circolare, e dunque irrazionale, l’intero tentativo di giustificazione dell’induttivismo.

 

Eppure, se davvero l’induzione è irrazionale, perché si continua a farne uso nella scienza, che da sempre invece viene qualificata come un sapere razionale che punta a descrivere, predire e spiegare accuratamente i fenomeni dell’universo?

 

Nella storia della filosofia della scienza siamo stati messi dinanzi a possibili soluzioni molto diverse tra di loro, alla base delle quali però vi era una sola idea di fondo:

 la scienza, lungi dall’essere immutabile ed infallibile, è piuttosto un sapere dinamico e continuamente revisionabile, e proprio in questa intrinseca apertura al cambiamento risiede la sua forza e la sua quintessenza.

 

 Esempi teorici di fallibilità nell’epistemologia.

 

 Popper ha avanzato l’orientamento del falsificazionismo, dove l’induzione viene completamente abbandonata a favore di un modello ipotetico-deduttivo che fa affidamento all’esperienza solo a posteriori per tentare la falsificazione della teoria ipotizzata.

 In questo modo «le teorie non sono mai verificabili empiricamente» (Karl Raimund Popper, La logica della scoperta scientifica), in quanto la verifica richiederebbe infinite prove positive dell’evento esperito, e pertanto «come criterio di demarcazione, non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema» (op. cit.), in quanto alla falsificazione basta invece una e una sola prova negativa.

Allorché quest’ultima non si dà, la teoria ha solamente «provato» temporaneamente «il suo valore» ed «è stata corroborata dall’esperienza passata» (op. cit.).

Di diverso avviso è Russell, il quale è riuscito a salvare sia il principio di uniformità della natura che, di conseguenza, il metodo induttivo, attraverso il concetto di probabilità, in quanto «tutto ciò che attendiamo è solo probabile che si verifichi» (Bertrand Russell, I problemi della filosofia).

Così la scienza, procedendo probabilisticamente, «si avvicinerà al grado di certezza, senza però giungervi mai, perché sappiamo che nonostante le frequenti ripetizioni alla fine può talvolta accadere un fatto del tutto diverso» (op. cit.) e, sebbene non possa né verificare né falsificare una teoria certamente, può quantomeno aumentarne o diminuirne il grado di probabilità.

 

Sulla scia di “Quine” si collocano le più complesse visioni di Kuhn e Lakatos.

 Kuhn, con il concetto di paradigma, definito come «un insieme di esempi di effettiva prassi scientifica riconosciuti come validi» (Thomas Samuel Kuhn, Dogma contro critica. Dogmi possibili nella storia della scienza), descrive il progresso scientifico non come un lineare processo evolutivo, ma come un semplice susseguirsi di paradigmi del tutto incommensurabili. Durante il paradigma, «lo scienziato è un solutore di rompicapo» (op. cit.), in quanto la sfida della cosiddetta scienza normale «non è svelare ciò che non è noto, ma ottenere ciò che è noto» (op. cit.) con un approccio dogmatico e giustificazionista. A cagionare il salto da un paradigma all’altro sono invece le rivoluzioni scientifiche, scaturite dai periodi di crisi in cui inevitabilmente incorre la scienza normale quando il dogmatismo del paradigma corrente porta con sé troppe anomalie che esso stesso non è più in grado di giustificare. Qualsiasi teoria, dunque, e il metodo scientifico stesso, sono meramente relativi al paradigma dominante, e in sì dato contesto soltanto «un crollo delle regole del gioco prestabilito è il preludio usuale a una significativa innovazione scientifica» (op. cit.).

 

Non tanto diversa dalla prospettiva kuhniana è la metodologia dei programmi di ricerca di Lakatos, che istituisce un nucleo di teorie paradigmatiche «costituito da un minimo di due a un massimo di cinque postulati» (Imre Lakatos e Paul Karl Feyerabend, Sull’orlo della scienza. Pro e contro il metodo).

 Queste teorie sono da salvaguardare, ma diversamente da come accede per Kuhn, tuttavia, ciò avviene non solo mediante il dogmatismo rappresentato dalla cosiddetta euristica negativa, volta ad aggiungere sempre nuove ipotesi ausiliarie che difendano il nucleo da pretese confutazioni come in una sorta di cintura protettiva;

 ma anche con qualcosa di simile al falsificazionismo, consistente invece nell’euristica positiva, «una tecnica di soluzione di problemi che indica allo scienziato come “digerire” un’anomalia» (op. cit.), pronta a rinunciare alle vecchie ipotesi ausiliarie quando ne emergano di nuove migliori.

In questo modo, un programma di ricerca può essere o regressivo o progressivo, allorché, rispettivamente:

faccia ricorso a sole ipotesi difensive, spesse volte anche ad hoc (formulate in modo tale da adattarsi al caso specifico senza reali fondamenti), e non riesca a predire con successo alcunché, e in tal caso si tratterebbe di un programma pseudo-scientifico;

introduca sempre nuove ipotesi tali da garantire lo sviluppo della ricerca e predire con successo fatti nuovi e inattesi, costituendo in questo caso un programma rigorosamente scientifico.

 

Inoltre, a dimostrazione del carattere fallibile della scienza e del fatto che è proprio questo carattere fallibile a garantirne il costante progresso, non vi sono solo le suddette – più molte altre argomentazioni filosofiche puramente teoretiche – ma anche tutta una serie di casi realmente avvenuti di teorie ormai superate ed errori storici causati da paradigmi dominanti.

Esempi concreti di fallibilità nella storia della scienza.

 

Celebre è il passaggio dalla teoria geocentrica di Tolomeo a quella eliocentrica di Copernico.

Sebbene il geocentrismo tolemaico, infatti, avesse costituito per lunghi secoli il paradigma dominante nel descrivere l'universo come orbitante attorno alla Terra, con l’avvento dell’eliocentrismo copernicano l’intero sistema è andato in crisi.

La rivoluzione, inoltre, è stata ulteriormente corroborata dalle osservazioni astronomiche di Galilei e dalle leggi di Keplero, che hanno dimostrato la maggiore semplicità e aderenza al reale del nuovo impianto copernicano.

 

 

Pure il passaggio dalla meccanica newtoniana alla relatività di Einstein è altrettanto famoso.

Le leggi della meccanica classica di Newton, basate sui concetti di spazio e tempo assoluti, sono state in grado di spiegare la fisica per oltre due secoli, finché la loro validità non è stata messa in dubbio dalla teoria elettromagnetica di Maxwell.

A determinare il vero e proprio cambio di paradigma però è stata la teoria della relatività einsteiniana, che ha dimostrato, dapprima, con la relatività ristretta, come spazio e tempo fossero relativi e non assoluti, e poi, con la relatività generale, come la gravità non fosse una forza bensì una curvatura dello spazio-tempo.

Molto meno conosciuta ma comunque degna di approfondimento è la teoria dell’origine del colera su base contagiosa.

Nel XIX secolo il paradigma dominante, condiviso da medici ed esperti, sosteneva che malattie simili erano causate da arie cattive o miasmi. Solo con gli esperimenti di Snow, che mappando tutti i decessi di colera ha individuato dei punti più addensati, e con la teoria dei germi di Pasteur e Koch, si ha iniziato a comprendere la vera causa delle malattie infettive.

Ciononostante, il paradigma dominante ha continuato a persistere per diverso tempo, rallentando l’adozione delle misure sanitarie necessarie per il contenimento.

 

Pur avendo portato questi importanti esempi, è possibile che certi caparbi scientisti non risultino ancora convinti della fallibilità della scienza e ancora credano fedelmente, come cultori di una religione, nella scienza come unico sapere universalmente valido e affidabile.

 Pertanto, è necessario confutare in ultima istanza proprio lo scientismo stesso, il più importante mito della scienza contemporanea, spesso ben riassunto da una tipica frase detta da chi, pur non sapendo quasi niente di scienza, si arroga il diritto di discutere a riguardo: «Parlano i dati!».

Tirannia dei dati nell’era dell’AI e scientismo.

Di fondamentale importanza è comprendere che i dati, da soli, non parlano affatto, e che pure la pubblicazione di uno studio, di per sé, non vuol dire niente.

 La scienza, infatti, è sempre più una disciplina sociale, intersoggettiva e comunitaria, le cui scoperte vengono pubblicate in riviste scientifiche specializzate sotto forma di “peer-reviewed papers”.

 Questi articoli consistono quindi non solo nell’esposizione dell’esito dello studio compiuto da un gruppo di ricercatori, ma anche in una precisa e dettagliata descrizione del procedimento sperimentale adottato, sottoponendo così il proprio studio a una continua verifica da parte della comunità scientifica, senza mai acquisire uno statuto di verità ma restando sempre e solo una congettura provvisoria e potenzialmente falsificabile.

 

Il procedimento di pubblicazione stesso e i ranking che garantiscono il prestigio di alcuni articoli e di alcune riviste piuttosto che di altri, per quanto sottopongano a molteplici e rigorose revisioni, non sono immuni da una serie problematiche che rischiano di trasformare i dati in autorità assoluta, attribuendo un’eccessiva enfasi alla mera statistica e andando a discapito delle sfumature qualitative contestuali.

Chiaro esempio è l’impiego di indicatori come l’”impact facto”r (che stima l’impatto di un articolo mediante il rapporto tra le citazioni ricevute in un anno e il numero di articoli pubblicati dalla rivista), lo “SCImago Journal Rank” (uguale all’impact factor, che in più tiene conto del prestigio delle riviste che citano l’articolo), e l”’h-index” (che misura il prestigio di uno scienziato basandosi sul numero di pubblicazioni e citazioni).

 In realtà, questi indicatori non riescono a garantire la qualità degli articoli pubblicati, in quanto sono altamente suscettibili a mode e differenze tra discipline, e pertanto non sono in grado di certificare la validità, per esempio, di articoli o scienziati di settori altamente specializzati e per questo poco popolari.

Ulteriore problema è costituito dal cosiddetto” bias algoritmico”.

Si potrebbe infatti ingenuamente pensare che l’utilizzo di sistemi computazionali possa garantire risultati del tutto neutri, oggettivi e imparziali, dimenticandosi che gli algoritmi, per quanto complessi e avanzati, non possono che riflettere i pregiudizi dai dati su cui sono stati addestrati.

Tali dati, infatti, sono stati raccolti, selezionati e interpretati da esseri umani, i quali inevitabilmente sbagliano, magari costruendo basi dati su campioni non rappresentativi, o facendo omissioni e commettendo errori nei processi di raccolta e di selezione.

La validità dei risultati di un algoritmo, dunque, altro non è che una presunzione, che non può essere in alcun modo immune da” biases” e che conferisce un’autorità ingiustificata ai risultati numerici e ai modelli predittivi, incorrendo così nel rischio di perpetuare e rendere sistematici errori e discriminazioni insiti nei dati. A testimonianza di ciò, si rinvia a un interessante paper pubblicato a giugno 2023 su “Bloomberg” a opera di “Leonardo Nicoletti e Dina Bass” dal titolo “Humans are biased”.

Generative AI” is even worse, uno studio che in maniera interattiva attraverso le nuove tecnologie text-to-image dimostra come l’intelligenza artificiale abbia interiorizzato e amplificato stereotipi su genere sessuale e colore della pelle.

 

 In sintesi, l’apparente oggettività dei calcoli matematici e statistici che si celano dietro alla scienza è spesso illusoria.

Si rende indispensabile, pertanto, l’adozione di un pensiero critico che sia in grado di superare lo scientismo, comprendendo che ogni risultato raggiunto dalla scienza altro non è che una tappa provvisoria in un percorso collettivo di verifica, correzione e falsificazione.

 

La scienza, di conseguenza, per concludere e dare una risposta all’interrogativo iniziale, non è un insieme di verità assolute ed immutabili come invece pretendeva di essere l’antica επιστήμη (episteme), ma un metodo di conoscenza al servizio dell’uomo, aperto e in continua evoluzione: in fondo, dunque, è ineluttabilmente permeata dall’incertezza.

 

 Errori e valori

nella scienza.

Ilpunto.it – (7 aprile 2025) – Redazione - Raffaella Campaner – ci dice:

 

Alcune riflessioni a partire dal concetto di oggettività:

Riflettere su errore e incertezza nella scienza significa interrogarsi sui suoi obiettivi e sui limiti delle aspettative che possiamo avere nei suoi confronti.

La scienza non è priva di valori, ma la sua oggettività emerge dall’efficacia dei suoi metodi, dalla convergenza dei risultati e dal confronto tra comunità scientifiche.

La conoscenza scientifica è influenzata dai valori sociali e culturali, e il suo progresso dipende da un confronto aperto tra punti di vista diversi.

La scienza deve bilanciare la necessità di essere inclusiva e democratica con il riconoscimento dell’expertise.

L’errore non è necessariamente un fallimento, ma parte integrante del metodo scientifico, che si basa sull’autocorrezione e sulla revisione continua delle conoscenze.

Discutere di errore e incertezza in ambito scientifico significa anzitutto riflettere su quali sono gli scopi della scienza e cosa è appropriato e ragionevole aspettarsi da essa.

 Intuitivamente, ci preoccupa una scienza che si muove nell’ambito dell’incertezza, e provoca il nostro disappunto una scienza che sbaglia. Affidiamo alla conoscenza scientifica il compito di fornirci descrizioni corrette delle proprietà dei fenomeni, spiegazioni valide dei loro comportamenti, previsioni affidabili relative al loro evolvere.

 Le nostre aspettative, e i modi in cui le formuliamo, sono ragionevoli? Che cosa è legittimo attendersi dall’impresa scientifica e che cosa, invece, travalica i suoi scopi e le sue possibilità?

 Affrontare questi temi consente di fornire una cornice preliminare a qualunque riflessione su incertezza ed errore nella scienza.

 

La scienza è oggettiva?

Alla conoscenza scientifica è riconosciuta un’autorevolezza superiore a quella che viene riconosciuta ad altre forme di conoscenza.

Se vogliamo sapere com’è fatto il mondo, quali strumenti è più appropriato adottare per raccoglierne le sfide e quali per intervenire sul corso degli eventi – se e quando ciò è possibile – è alle scienze che ci rivolgiamo.

Ha senso, tuttavia, affermare che è corretto fidarsi della scienza perché la conoscenza scientifica è “oggettiva”?

 Che cosa si intende per “oggettività scientifica”?

L’equiparazione dell’oggettività a una totale assenza di valori è stata da tempo criticata in ambito filosofico:

 qualunque elaborazione di conoscenza, in quanto attività promossa da esseri umani, non può non essere legata a un qualche punto di vista, a uno dato insieme di conoscenze preliminari, a interessi rispetto a una certa indagine e ai suoi obiettivi.

Riconoscere che la scienza ospita elementi valoriali nulla toglie, però, alla sua capacità di rappresentare la realtà.

Si tratta piuttosto di declinare meglio la nozione di oggettività scientifica, delineandone diverse possibili angolature.

In primo luogo, la scienza può dirsi oggettiva nella misura in cui ci consente delle interazioni efficaci con il mondo esterno:

l’efficacia della sperimentazione e delle azioni volte a controllare i fenomeni o a modificarne il corso – si pensi in medicina a tutto ciò che concerne la cura – costituisce una prova tangibile del rapporto diretto tra la conoscenza scientifica e il mondo.

 In una seconda accezione, l’oggettività può essere interpretata come convergenza:

 in molti casi, vari filoni di indagine, indipendenti l’uno dall’altro, conducono agli stessi risultati, o a risultati molto simili, indicando così un avvicinamento progressivo e non casuale alla realtà.

 Ulteriori modi di concepire l’oggettività hanno a che vedere con i processi di costruzione della conoscenza scientifica, fortemente sociali: la scienza è sempre frutto del lavoro congiunto di un gruppo di scienziati, che collaborano e si confrontano, adottando certi strumenti, tempistiche, e quadri di riferimento teorici.

Si può quindi parlare di oggettività procedurale, garantita dall’affidabilità di metodi condivisi, di oggettività come concordanza, enfatizzando il convergere delle posizioni tra gruppi di ricerca diversi, o di oggettività interattiva, raggiunta tramite dialoghi e dibattiti tra gli scienziati.

La scienza si può pertanto concepire come oggettiva non perché perfettamente neutrale o asettica, ma perché i valori che – innegabilmente – si ritrovano nel discorso scientifico orientano la raccolta e l’utilizzo dell’evidenza, ma non si sostituiscono mai ad essa.

 La loro presenza non costituisce un elemento di debolezza della conoscenza scientifica:

 “i valori non sono né uniformi né uniformemente ‘cattivi’.

La varietà di forme e di funzioni dei valori viene riconosciuta, e il ruolo di alcuni di essi viene considerato necessario allo sviluppo razionale della conoscenza scientifica”.

 

Scienza, valori, democrazia.

Occuparsi di valori non significa occuparsi di qualcosa di estraneo alla razionalità, alla sistematicità, all’argomentazione rigorosa.

Il dibattito teorico distingue tra valori conoscitivi (o cosiddetti epistemici) e non.

 I primi includono coerenza, precisione, semplicità, efficacia predittiva, …, mentre i secondi fanno riferimento a opinioni individuali, prospettive culturali, religiose, ecc.

In termini generali, i valori esprimono ciò che si ritiene importante in un certo contesto e, quindi, ciò che influenza interpretazioni e azioni. Anziché insistere sulla ricostruzione di processi orientati al raggiungimento astratto di “Verità” e “Progresso”, è opportuno comprendere come i valori sociali e culturali mutino nel tempo, influenzando convinzioni, preferenze, strategie.

Ma di chi sono i valori che giocano un ruolo nella scienza?

 Sono i valori di singoli individui, di gruppi di individui, o della società nel suo insieme ad avere un peso nella costruzione di conoscenza, anche scientifica?

 Di fronte a una qualche porzione di conoscenza scientifica, chiediamoci: quali erano le assunzioni e gli obiettivi degli scienziati che l’hanno prodotta?

Quali metodi hanno usato?

 C’erano altre comunità epistemiche che vedevano le cose in modo diverso?

Idealmente, la scienza dovrebbe emergere da un processo democratico, che sappia valorizzare tutti i punti di vista validi, confrontando scuole di pensiero e metodologie, attraverso conferenze, convegni, pubblicazioni e dibattiti promossi sulle riviste e sui volumi accreditati entro il settore di riferimento, con procedure di referaggio cieco.

È attraverso il dialogo trasparente e il rispetto delle diverse prospettive che la scienza cresce, esplicitando anche il pensiero delle minoranze e minimizzando” i bias” e le possibili distorsioni da parte di elementi socio-politici ed economici.

 Una scienza democratica dovrà evitare di assumere a priori la preminenza di una posizione sull’altra, e favorire invece il dialogo tra le parti, consapevole del ruolo dei contesti.

 “Il grado di integrazione, così come i livelli di accuratezza e di semplicità [della conoscenza scientifica ottenuta] varieranno in funzione tanto di ciò che è possibile quanto degli scopi per i quali ci prefiggiamo di utilizzare quella certa porzione di conoscenza”.

 Le comunità scientifiche non cercano la verità simpliciter, bensì particolari “tipi di verità”, riferiti a certi ambiti disciplinari e certi oggetti di studio, e perseguiti per determinati obiettivi, diversi da caso a caso: “la verità non è opposta ai valori sociali, anzi, essa è un valore sociale. […]

Un resoconto sociale della conoscenza indica che gli obiettivi a cui punta l’ideale della scienza come attività immune da valori vengono raggiunti più facilmente proprio se il ruolo costruttivo dei valori viene riconosciuto, e la comunità viene strutturata in modo da consentire una loro considerazione critica”.

Riconoscere questi elementi non significa che non si possano distinguere all’interno dell’attività scientifica procedure e obiettivi adeguati e inadeguati;

 riconoscere l’esistenza di una pluralità di punti di vista non significa accettarli tutti.

La scienza è chiamata a garantire la tolleranza e, per quanto possibile, l’interazione tra punti di vista differenti, promuovendo “l’integrazione di diversi sistemi per scopi specifici, la cooptazione di elementi benefici trasversali rispetto ai sistemi, e la competizione produttiva tra sistemi diversi”.

Questa prospettiva è ben lontana dal relativismo: non si tratta di una visione del tipo “qualunque posizione va bene (“anything goes”), bensì di un approccio del tipo “molte posizioni vanno bene” (“many things can go”), dove la riflessione sulla scienza viene esortata a considerare con attenzione non solo i risultati ottenuti, ma anche i processi che hanno portato ad essi

È attraverso il dialogo trasparente e il rispetto delle diverse prospettive che la scienza cresce, esplicitando anche il pensiero delle minoranze e minimizzando i bias e le possibili distorsioni da parte di elementi socio-politici ed economici.

 

I valori di chi? La società e gli esperti.

Difendere il carattere democratico della scienza ci interroga altresì sui suoi potenziali rischi:

 quanta diversità di visioni è ammissibile e auspicabile?

Come possiamo evitare che, nel cercare di non escludere apporti rilevanti, si finisca per valorizzare contributi che non sono rigorosi, avvallando così approcci pseudo-scientifici e rischiando di alimentare, d’altro canto, un atteggiamento di sfiducia dei confronti delle scienze?

Come garantire che la razionalità scientifica emerga dal confronto tra una pluralità di prospettive diverse che contribuiscono in modo equilibrato all’ottenimento di una conoscenza scientifica pienamente affidabile?

 L’antidoto fondamentale all’inclusione di posizioni scorrette è rintracciabile in un’attenta configurazione dei concetti di expertise e di esperto, e nel loro riconoscimento collettivo.

 Questo processo comporta il coinvolgimento di laboratori, centri di ricerca, università, sedi editoriali, società scientifiche, riviste accreditate, …, in cui la comunità scientifica si identifica come tale e attraverso cui opera, definendo un nucleo di standard comuni e di luoghi (reali e virtuali) di condivisione e controllo dei risultati della ricerca.

 Senza assumere posizioni autoritarie, l’esperto nei diversi contesti deve poter esercitare la sua azione di scienziato competente ed autorevole, la cui voce ha un peso diverso rispetto a quella del non-esperto.

 In altri termini, il problema centrale consiste nel mantenere un equilibrio tra l’affermazione di una scienza democratica e il riconoscimento di cosa conta come expertise, come autentica competenza.

La ricerca costante di tale equilibrio coinvolge tutti gli scienziati, il loro ruolo di fronte alla società e le relazioni tra loro:

“L’impegno collettivo rispetto a dei valori conoscitivi incorpora un elemento di mutua fiducia. Gli scienziati si fidano dei risultati ottenuti da altri scienziati perché assumono che i loro colleghi scienziati condividano gli stessi valori nella ricerca di nuova conoscenza”.

 

Il problema centrale consiste nel mantenere un equilibrio tra l’affermazione di una scienza democratica e il riconoscimento di cosa conta come expertise, come autentica competenza.

 La ricerca costante di tale equilibrio coinvolge tutti gli scienziati, il loro ruolo di fronte alla società e le relazioni tra loro.

 

Queste riflessioni portano a interrogarsi sulle responsabilità della scienza di fronte alla società:

chi certifica chi è “l’esperto”? Chi dà garanzia di una “conoscenza certificata”?

“La fiducia è creata da robustezza sociale, legittimità dell’esperto, e partecipazione sociale”.

Agli scienziati la società affida il compito di attivare e seguire procedure di verifica del proprio lavoro, attraverso controlli incrociati della qualità della produzione scientifica.

Questi ultimi sono oggetto oggi di ulteriori dibattiti interni alla scienza, che periodicamente rivisita i metodi di valutazione della ricerca e i risultati della stessa.

“Il vero problema non è se gli individui all’interno di un certo comitato scientifico siano mossi da qualche tipo di bias, ma come i bias siano distribuiti all’interno di un certo gruppo.

In questo senso, il problema dei bias diviene un problema istituzionale, piuttosto che individuale.

 E, di conseguenza, i meccanismi che portano a risolvere il problema dei condizionamenti e delle distorsioni non dovranno concentrarsi sulla loro eliminazione a livello individuale, bensì puntare a designare istituzioni che portino gli effetti di bias individuali a neutralizzarsi l’un l’altro”.

In questo senso, “la fiducia personale viene sostituita dall’appello a una conoscenza certificata e alle istituzioni deputate a darne garanzia”.

 

Tutto ciò che contribuisce a costruire conoscenza scientifica può contribuire in modo significativo a comprenderne correttamente non solo i progressi, ma anche gli errori – veri o presunti.

 

Rispetto a possibili crisi di fiducia nella scienza, una migliore spiegazione della sua natura, delle sue dinamiche, della rivedibilità all’accrescersi dei dati può avere un effetto fortemente positivo.

Quello che la riflessione teorica può far comprendere è, tra l’altro, che l’errore non è sempre un problema, e non è sempre segno di cattiva scienza, o di non-scienza.

“La scienza è, dopo tutto, un lavoro in corso, che cambia a mano a mano che nuove scoperte portano a revisioni e risistemazioni di interpretazioni già accettate.

La storia della scienza costituisce una narrativa potente di questa cultura dell’auto-correzione, ed è l’essenza della scienza cercare di compiere scoperte che cambino il modo di pensare degli scienziati”.

È per questo che portare alla luce tutto ciò che contribuisce a costruire conoscenza scientifica può contribuire in modo significativo a comprenderne correttamente non solo i progressi, ma anche gli errori – veri o presunti.

(Raffaella Campaner - Dipartimento di filosofia - Università di Bologna).

 

 

 

 

“Scontro di civiltà” addio, Gaza si

 è dimostrata l’unificatore definitivo.

Serenoregis.org – (giovedì 16 Maggio 2024) – Redazione - Ramzy Baroud – ci dice:

 

Un tempo le teorie autoassolutorie come quella di un imminente “scontro di civiltà” erano di gran moda tra molti accademici statunitensi e occidentali.

L’identità è fluida, perché concetti come cultura, storia e autopercezione collettiva non sono mai fissi.

 Sono in uno stato costante di flusso e revisione.

 

Per centinaia di anni, la mappa dell’Impero Romano è sembrata più mediterranea e, in ultima analisi, mediorientale che europea – secondo la demarcazione geografica, o addirittura geopolitica, dell’Europa di oggi.

Centinaia di anni di conflitti, guerre e invasioni hanno ridefinito l’identità romana, dividendola, alla fine del IV secolo, tra Occidente e Oriente.

Ma anche allora le linee politiche cambiavano continuamente, le mappe venivano ripetutamente ridisegnate e le identità opportunamente ridefinite.

 

Questo vale per la maggior parte della storia umana.

È vero che la guerra e i conflitti sono stati i motori del cambiamento delle mappe – e del nostro rapporto collettivo con queste mappe – ma la cultura è anche plasmata e rimodellata da altri fattori.

La permeazione della lingua inglese, ad esempio, come principale strumento di comunicazione nel periodo successivo alla Guerra Fredda, ha portato all’invasione dell’intrattenimento statunitense e, in misura minore, britannico – film, musica, sport, ecc. – di molte parti del mondo.

Questa invasione ha interrotto il naturale sviluppo culturale di molte società, ampliando il divario generazionale e ridefinendo le concezioni, i valori e le priorità sociali.

 

Attualmente, ci sono segnali di un nuovo mondo che sta emergendo.

Un cambiamento così repentino nel flusso culturale difficilmente favorisce la salute di una nazione, il cui senso di sé è il risultato di centinaia, se non migliaia di anni di conflitti sociali, lotte e, spesso, crescita.

Non ci si può quindi fidare dell’identità come significante politico permanente, poiché questo concetto vago è in costante movimento e a causa della connettività senza precedenti tra i popoli di tutto il mondo.

Se da un lato questa connettività può portare a un lento etnocidio, difficile da individuare e tanto meno da evitare, dall’altro può aiutare le nazioni assediate e oppresse a reagire.

 

Un tempo, le teorie autoassolutorie come quella di un imminente “scontro di civiltà” erano di gran moda tra molti accademici statunitensi e occidentali.

La suddivisione di Samuel Huntington del mondo in “grandi civiltà”, le cui relazioni saranno definite dal conflitto, è stata una comoda aggiunta a una storia di tali metafore razziste, che risale alle prime fasi del colonialismo occidentale.

Questo pensiero è stato spinto in avanti dall’opportunità politica, non dal pensiero razionale, ed è stato fortemente commercializzato dopo il crollo dell’ordine sovietico, la prima guerra in Iraq e il rafforzamento del militarismo occidentale in Asia, Medio Oriente e nel resto del Sud globale.

 

Collegare gli sforzi violenti con parole altisonanti come civiltà – alcune guidate da valori universali, mentre altre, presumibilmente, dall’estremismo – era una mera reintroduzione di vecchi mantra come la “missione civilizzatrice” dell’Europa e il “destino manifesto” americano.

 

 

Tutto ciò è comunque fallito o, più precisamente, non è riuscito a produrre il risultato desiderato di mantenere il mondo in ostaggio della definizione di civiltà, identità e relazioni umane dell’Occidente, e quindi del presunto inevitabile “scontro”.

Attualmente, ci sono segnali di un nuovo mondo che sta emergendo.

 Non è un mondo plasmato da ricerche o impulsi di civiltà, ma dallo stesso vecchio paradigma storico:

 coloro che cercano il potere per ampliare e proteggere i propri interessi economici e coloro che si oppongono, cercando libertà, giustizia, uguaglianza, stato di diritto e simili.

 

Coloro che perseguono il potere possono, e si stanno unendo al di là delle loro presunte inclinazioni di civiltà, valori religiosi, orientamenti razziali e geografici.

Anche prima della guerra tra Russia e Ucraina, stava già emergendo una nuova guerra fredda, tra un impero in declino, gli Stati Uniti, e uno in ascesa, la Cina.

Entrambi i Paesi, secondo Huntington, sarebbero serviti come esempi da manuale di “civiltà occidentale” contro la “civiltà sinica”, raggruppata insieme ad altri nel “mondo orientale”.

 

Tuttavia, né l’approccio raffinato di Barack Obama né lo stile populista di Donald Trump sono riusciti ad approfondire questo presunto scontro di civiltà.

Le relazioni del resto del mondo con la Cina continuano a essere governate da interessi economici.

Persino gli alleati europei di Washington, che dipendono fortemente dal commercio e dai progressi tecnologici cinesi, non sono del tutto convinti di unirsi alla guerra commerciale contro Pechino in nome dei comuni valori occidentali e di altre retoriche del genere.

 

Per quanto riguarda coloro che si oppongono, la guerra a Gaza è stata un inaspettato grido di unità.

 In effetti, la guerra ha dato vita a una nuova formazione delle relazioni internazionali che prima del 7 ottobre non esisteva quasi.

 

Coloro che parlano a favore dei palestinesi non sono governati da confini religiosi, razziali, geografici o addirittura culturali.

Dalla Namibia al Sudafrica, dal Brasile e dalla Colombia al Nicaragua, dalla Cina, alla Russia e al Medio Oriente, la solidarietà con Gaza è difficilmente definibile da una stretta prospettiva “civile”.

 

Questo include le proteste di massa in tutto il mondo, anche in Europa e Nord America, dove persone di ogni colore, razza, età, genere, religione e altro ancora sono unite in un unico canto: cessate il fuoco ora.

Naturalmente, ci saranno sempre coloro che vogliono dividerci, in base a qualsiasi linea che possa servire ai loro programmi politici, quasi sempre legati agli interessi economici e alla potenza militare.

Tuttavia, la resistenza globale a questi accademici deliranti e ai politici sciovinisti è più forte che mai.

 Gaza ha dimostrato di essere l’unificatore definitivo, poiché ha tracciato una linea che unisce tutti i gruppi di civiltà di Huntington, non intorno a un conflitto imminente, ma alla giustizia globale.

(Common Dreams, 12 maggio 2024).

Più che di civiltà

è scontro di ignoranze.

Notedipastoralegiovanile.it - Edward Said – (20 agosto 2025) - Redazione – ci dice:

 

 L'articolo di Samuel Huntington "The clash of civilizations?" ("Scontro di civiltà?") apparve nella primavera del 1993 su Foreign Affairs e subito suscitò una sorprendente quantità di attenzione e di reazioni.

 Dato l'intento, fornire agli americani una tesi originale sulla "nuova fase" della politica mondiale dopo la fine della Guerra fredda, i termini del ragionamento di Huntington apparvero irresistibilmente ampi, audaci, addirittura visionari.

L'autore aveva ben presenti i rivali tra i ranghi della politica attiva, i teorici come Francis Fukuyama e le sue tesi sulla fine della storia, al pari delle schiere di coloro che avevano inneggiato all'avvento del globalismo, del tribalismo e alla dissoluzione dello stato.

Ma essi, concedeva Huntington, avevano compreso solo alcuni aspetti di questo nuovo periodo.

Egli si accingeva ad annunciare quello che definiva "l'aspetto cruciale, realmente centrale" di ciò "che la politica globale probabilmente sarà nei prossimi anni". Senza incertezze incalzava:

 "La mia tesi è che la fonte prima di conflitto in questo nuovo mondo non sarà né essenzialmente ideologica né essenzialmente economica.

 

Le grandi divisioni all'interno dell'umanità e la fonte di conflitto predominante avranno carattere culturale.

 Gli stati nazione resteranno i protagonisti più potenti degli affari mondiali ma i principali conflitti della politica globale avranno luogo tra nazioni e gruppi di civiltà diverse.

 Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale.

Le faglie tra civiltà saranno i fronti di battaglia del futuro".

Quando Huntington nel '96 pubblicò il libro con lo stesso titolo, cercò di aggiungere un po' di sottigliezza al suo ragionamento e molte, molte note a piè di pagina, ma non fece altro che confondersi, dando prova della rozzezza del suo scrivere e dell'ineleganza del suo pensiero.

 

Il paradigma fondamentale dell'Occidente contro tutti (che riformula la contrapposizione della guerra fredda) restò intatto ed è ciò che è rimasto, spesso in maniera insidiosa e implicita, in discussione a partire dai terribili eventi dell'11 settembre:

l'orrendo attentato suicida con motivazioni patologiche da parte di un piccolo gruppo di militanti usciti di senno è stato trasformato in prova della tesi di Huntington.

Invece di considerarlo per ciò che è in realtà, l'impossessarsi cioè di grandi idee (uso il termine in senso generico) da parte di una piccola banda di fanatici impazziti, alcuni luminari internazionali, dall'ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto al primo ministro italiano Silvio Berlusconi, hanno pontificato sui guai dell'Islam e, nel caso di Berlusconi, hanno utilizzato Huntington per farneticare sulla superiorità occidentale, tipo "noi" abbiamo Mozart e Michelangelo e loro no.

 

C'è un abuso della retorica churchilliana da parte di sedicenti combattenti nella guerra dell'Occidente e soprattutto dell'America contro chi la odia, i suoi saccheggiatori e distruttori, con scarsa attenzione a vicende complesse che sfidano questi termini riduttivi.

È questo il problema di etichette poco edificanti come Islam e Occidente: sviano e confondono la mente che si sforza di dare un senso a una realtà disordinata che non intende essere archiviata o liquidata con tanta facilità.

Una volta ho interrotto un uomo che si era alzato in piedi tra il pubblico dopo una conferenza che avevo tenuto all'Università della Cisgiordania nel '94 e aveva iniziato a scagliarsi contro le mie idee "da occidentale" considerandole opposte a quelle fondamentaliste islamiche da lui esposte.

"Perché porta giacca e cravatta?" fu la prima risposta che mi venne spontanea. "Non sono occidentali anche quelle?".

 

L'uomo tornò a sedersi con un sorriso imbarazzato, ma questo episodio mi è tornato in mente quando hanno cominciato a circolare le notizie sulle modalità con cui i terroristi sono riusciti a gestire tutti i dettagli tecnici necessari a realizzare la loro malvagità omicida sul World Trade Center e al Pentagono.

Dove va tracciato il confine tra la tecnologia "occidentale" come ha dichiarato Berlusconi, e l'incapacità "dell'Islam" di far parte della modernità?

Quanto sono inadeguate le etichette, le generalizzazioni? Una decisione unilaterale di tracciare linee nella sabbia, intraprendere crociate per opporre al loro male il nostro bene, per estirpare il terrorismo e, nel vocabolario nichilista di “Paul Wolfowitz”, porre interamente fine alle nazioni, non rende affatto più facile individuare queste supposte entità, ma piuttosto, esprime quanto sia più semplice fare affermazioni bellicose al fine di mobilitare le passioni collettive piuttosto che riflettere, esaminare cercare di capire che cosa stiamo in realtà affrontando, l'interconnessione di innumerevoli vite, "nostre" quanto "loro".

 

Fu Conrad a comprendere che le distinzioni tra la Londra civilizzata e il "Cuore di tenebra" facevano presto a crollare in situazioni estreme, e che le vette della civiltà europea potevano trasformarsi all'istante nelle pratiche più barbare senza preavviso né transizione.

Sempre Conrad ne "L'agente segreto" (1907) descrisse l'attrazione del terrorismo per astrazioni come la "scienza pura" (e per estensione, per "l'Islam" o "l'Occidente") e il fondamentale degrado morale dei terroristi.

 

Esistono legami più stretti tra civiltà apparentemente in guerra tra loro di quanto alla maggior parte di noi piaccia credere e, come hanno dimostrato sia Freud che Nietzsche, il traffico tra confini attentamente salvaguardati, persino presidiati, avviene con una facilità che spesso spaventa.

 Ma poi queste idee fluide, piene di ambiguità e scetticismo riguardo a concetti cui restiamo aggrappati, stentano a fornirci orientamenti appropriati e pratici per affrontare situazioni simili a quella attuale.

Da qui gli ordini di battaglia tutto sommato più rassicuranti (una crociata, il bene contro il male, la libertà contro la paura ecc.) tratti dall'opposizione tra Islam e Occidente teorizzata da Huntington, dalla quale la retorica ufficiale ha derivato nei primi giorni il suo vocabolario. Quella retorica ha notevolmente smorzato i toni da allora, ma a giudicare dalla percentuale consolidata di discorsi e azioni ispirati all'odio, il paradigma resta valido.

 

Un ulteriore motivo per cui resiste è l'accresciuta presenza di musulmani in tutta Europa e negli Stati Uniti.

 L'Islam non è più al margine dell'Occidente, ma al suo centro.

 Ma che c'è di così minaccioso in questa presenza?

 Sepolti nella cultura collettiva giacciono i ricordi delle prime grandi conquiste Araboislamiche iniziate nel settimo secolo che, come scrisse l'illustre storico belga “Henri Perenne” nel suo fondamentale saggio "Maometto e Carlo Magno" (1939), mandarono in frantumi una volta per tutte l'antica unità del Mediterraneo, distrussero la sintesi Cristiano-romana e diedero vita ad una nuova civiltà, dominata dai poteri nordici (La Gemania e la Francia dei Carolingi) la cui missione, sembra intendere Perenne, è di prendere le difese dell'"Occidente" contro i suoi nemici storico-culturali.

Ciò che l'autore omette di dire, ahimè, è che nella creazione di questa nuova linea di difesa l'Occidente attinse all'umanesimo, alla scienza alla filosofia alla sociologia e alla storiografia dell'Islam, che si era già interposta tra il mondo di Carlomagno e l'antichità classica.

 L'Islam è inserito fin dall'inizio, come anche Dante, grande nemico di Maometto, dovette ammettere quando collocò il Profeta proprio al centro del suo Inferno.

 

Permane poi l'eredità del monoteismo stesso, le religioni abramiche, come ben le definì Louis Massignon.

A iniziare dall'Ebraismo e dal Cristianesimo ogni religione è ossessionata dal fantasma di ciò che la ha preceduta:

per i Musulmani l'Islam realizza e conclude la linea della profezia.

Non c'è ancora un adeguato passato di demistificazione della disputa su più fronti tra questi tre seguaci del più geloso di tutti gli dei, che in nessun caso rappresentano una fazione monolitica, unificata, anche se la moderna sanguinosa convergenza sulla Palestina fornisce un forte esempio secolare delle divergenze che si sono rivelate così tragicamente inconciliabili.

Non sorprende quindi che musulmani e cristiani siano pronti a parlare di crociate e di jihad, elidendo la presenza ebraica con noncuranza spesso sublime.

Un programma simile, dice” Eqbal Ahmad”, "risulta molto rassicurante per gli uomini e le donne che si trovano incagliati nel bel mezzo delle acque profonde della tradizione e della modernità".

 

Ma noi tutti nuotiamo in queste acque, occidentali, musulmani e altri, allo stesso modo.

 E poiché le acque fanno parte dell'oceano della storia, cercare di dividerle con barriere è inutile.

Viviamo momenti di tensione ma è meglio pensare in termini di comunità che detengono il potere e comunità che ne sono prive, di secolari politiche di raziocinio e ignoranza, e di principi universali di giustizia e ingiustizia, piuttosto che smarrirsi in astrazioni che possono essere fonte di soddisfazione momentanea ma producono scarsa autoconsapevolezza.

La tesi dello "scontro di civiltà" è una trovata tipo "Guerra dei mondi", più adatta a rafforzare un amor proprio diffidente che la conoscenza critica della sorprendente interdipendenza del nostro tempo.

 

 

 

 

Di cosa parliamo quando

parliamo di genocidio.

Jacobinitalia.it - Paolo Fonzi – (28 Febbraio 2025) – ci dice:

 

Quando nasce l’idea di genocidio e quando diventa la «g-word», il concetto tabù che esprime una sorta di limite tra civiltà e barbarie, un limite tra l’umano e il disumano?

Sul muro dell’Università La Sapienza un piccolo graffito, in caratteri ben ordinati, cattura il mio sguardo:

«Stop Ethnic Cleansing in Gaza».

Rispetto alle migliaia di scritte lette sui muri di tutte le città che ho attraversato nell’ultimo anno mi colpisce per il suo tono sobrio e ragionato.

L’autrice o autore ha scelto di non usare la parola genocidio quanto piuttosto l’espressione «pulizia etnica», una categoria diffusasi nel linguaggio politico occidentale negli anni Novanta, con le guerre balcaniche.

 Questa scelta mi fa pensare che non abbia scritto in preda alla rabbia, ma che abbia valutato con cura la parola più appropriata per definire il massacro e la rimozione forzata di palestinesi in corso a Gaza.

Cosa lo ha spinto a quella cautela?

È studente di giurisprudenza che tiene all’uso oculato dei concetti giuridici?

 Critica Israele ma pensa che il genocidio sia da riservare a eventi come l’Olocausto, non paragonabile a un massacro che pure ha prodotto più di 40.000 morti, per la maggior parte di giovane età, e che minaccia di sfociare in un progetto di deportazione di massa?

Se avessi potuto parlarci, gli avrei chiesto perché aveva scelto di evitare la «g-word».

 

Da un anno sono alle prese con la scrittura di un libro che ripercorre la storia del concetto di genocidio.

Ho deciso di scriverlo proprio perché colpito dalla discussione in atto su Gaza e, ancor prima, sulla guerra russo-ucraina.

In quel caso il concetto è stato usato da entrambe le parti, sia da Putin per accusare Kiev della sua politica verso le popolazioni del Donbass che dai politici ucraini e da molti leader occidentali per condannare la guerra avviata da Mosca. La parola genocidio sembra essere ormai ovunque.

 La si grida alle manifestazioni, la si discute sui giornali e persino nei talk show televisivi.

 Perché, questa è la domanda che mi ha portato a scrivere il libro, abbiamo tanto bisogno di parlare di genocidio?

Come ha fatto un concetto giuridico a entrare nel linguaggio comune e quali bisogni soddisfa?

 

Scartiamo subito un luogo comune diffuso.

Il termine genocidio non può essere ridotto a una mera categoria di diritto internazionale, della storia o delle scienze sociali.

È diventato, soprattutto negli ultimi trent’anni, una sorta di «significante fluttuante», molto carico di senso e polisemico.

 Inoltre, per tornare alla scritta sul muro de La Sapienza, è un concetto che esprime e suscita emozioni, è un terreno di battaglia.

 La maggior parte di coloro che lo usano oggi per denunciare quello che succede a Gaza lo fanno per dare più forza alla loro argomentazione:

non è in corso un qualunque massacro, vogliono dire, ma il «crimine dei crimini».

È una sorta di «doppio scandalo» che eleva quel crimine al di sopra degli altri, un dito puntato contro chi si muove fuori dal perimetro della comunità civile.

 

Si può esprimere la stessa emozione, lo sdegno di fronte a ciò sembra contraddire tutti i principi della ragione umanitaria contemporanea, dei principi stessi del vivere civile, con un’altra parola più ragionata come massacro, sterminio, crimine di guerra, pulizia etnica?

 Il fatto che la scelta dell’autore de La Sapienza sia minoritaria non è casuale. Genocidio sembra essere la parola giusta, l’unica parola per accusare il nemico del crimine innominabile.

Nello stesso tempo essa accusa anche l’Occidente.

Usare la parola genocidio non vuole dire solo parlare di uno specifico evento, ma anche inserirlo in una rete di analogie.

Se qualcosa è un genocidio è dal punto di vista morale esecrabile come l’Olocausto, il male assoluto.

Non basta: pronunciare la parola genocidio contro lo Stato ebraico vuol dire negare a esso il monopolio interpretativo su cosa sia «male assoluto» e, nello stesso tempo, mettere in discussione un regime di memoria usato dall’Occidente per giustificare una doppia morale.

È in gioco, quindi, non solo l’interpretazione dell’evento ma lo stesso potere di dare un nome e un significato agli eventi. Il punto è «chi» può parlare, non tanto «di cosa» si parla.

 

 Come nasce il genocidio?

Come siamo arrivati a tutto questo?

 Quando nasce l’idea di genocidio e quando diventa la «g-word», il concetto tabù che esprime una sorta di limite tra civiltà e barbarie, un limite tra l’umano e il disumano?

 

La risposta alla prima delle due domande è abbastanza semplice.

Genocidio è un termine coniato in un momento preciso della storia da una singola persona: lo ha inventato Raphael Lemkin nel 1944.

 Lemkin è un giurista nato in un villaggio nei pressi di Wołkowysk, nell’Impero Russo, nel 1900, un’area che nel 1921 viene incorporata nella Polonia e oggi è nella Bielorussia. Emigrato da qui negli Stati uniti, muore in quel paese nel 1959.

Uomo apparentemente privo di una vita sentimentale e di una dimensione privata, Lemkin pubblica nel 1944 un corposo volume dal titolo “Axis Rule in Occupied Europe”.

Non è un trattato sullo sterminio degli ebrei ma, come si capisce dal titolo, un’analisi del modo in cui la Germania nazista e i suoi alleati hanno dominato l’Europa.

È basato principalmente sulla legislazione emessa dai nuovi dominatori nei Territori occupati, documenti che Lemkin ha portato con sé nel lungo viaggio che lo ha portato negli Usa attraverso Unione sovietica e Giappone.

 Il capitolo 9, dopo aver mostrato che la politica nazista si è distinta per il modo con cui ha portato avanti un progetto di cancellazione dell’identità dei popoli occupati, illustra al pubblico il nuovo concetto da lui creato per definirla.

Genocidio è un neologismo ottenuto dalla combinazione del termine di origine greca «genos» (razza, tribù) con il termine latino «caedere» (uccidere).

 Negli anni successivi, muovendosi con destrezza e con infaticabile attivismo, Lemkin riesce a creare presso i membri delle neonate Nazioni unite supporto all’adozione del suo concetto nel diritto internazionale.

Nel 1948 viene approvata dall’Assemblea generale dell’Onu una Convenzione che definisce cos’è genocidio e impone agli Stati membri di prevenirne e punirne l’occorrenza.

 

La seconda domanda – come si è giunti a usarlo in modo così massiccio – è più complessa.

Dopo il 1948 il concetto di genocidio è usato ampiamente nel contesto della Guerra fredda.

 Questa viene «combattuta» anche sul terreno culturale e il tema dei diritti umani, che proprio in quel periodo emerge come campo di tensione tra Occidente capitalista e mondo comunista, è centrale.

Le due superpotenze, e i loro alleati, accusano ripetutamente il campo avversario di genocidio.

Lemkin stesso partecipa a numerose campagne anti-comuniste, ingaggiato dalle associazioni degli emigrati dall’Unione sovietica, dal governo americano e dalla Cia.

 Successivamente il concetto si lega ai conflitti nati dalla decolonizzazione.

Uno dei primi esempi è la Nigeria, dove nel 1967 scoppia una guerra civile tra l’auto-proclamatasi Repubblica del Biafra e il governo centrale.

 Quest’ultimo per piegare i ribelli usa l’arma della fame, determinando la morte di circa due milioni di biafrani, la maggior parte civili.

 L’opinione pubblica mondiale insorge e i politici biafrani sollevano accuse di genocidio contro le autorità nigeriane.

 La campagna però è parzialmente un fallimento perché quasi nessuno Stato occidentale e neanche l’Unione sovietica appoggia la causa del Biafra.

Inoltre il governo britannico, che prende le parti del governo della sua ex colonia, lo costringe a invitare una commissione internazionale per verificare i fatti e questa nega che la guerra abbia carattere di genocidio.

 

Quando si diffonde il genocidio?

Nonostante il concetto sia usato massicciamente in modo polemico durante la Guerra fredda è solo negli anni Novanta che esso si avvia a diventare quello che è oggi: lo strumento più potente di denuncia della violazione di diritti umani fondamentali.

Non è un esito scontato.

Il concetto di genocidio indica un crimine specifico.

La convenzione del 1948 enumera una serie di atti come lo sterminio fisico di membri di un gruppo, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo fino a atti più indiretti come «sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale», «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo», fino al «trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».

Questi atti sono qualificabili come genocidio solo se «commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale».

 Essenzialmente, la proibizione del genocidio mira a difendere i gruppi umani e non il singolo individuo, o meglio difende il singolo individuo solo in quanto membro di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. È una differenza essenziale che ha sollevato una serie di critiche e discussioni.

 

Le cause che determinano la diffusione del concetto sono diverse: vi è da un lato l’affermazione di una cultura dei diritti umani che assume il modello dell’Olocausto a male universale.

È una cultura che si diffonde inizialmente negli Stati uniti a partire dagli anni Settanta e poi nel mondo intero.

Solo negli anni Novanta però il «modello» dell’Olocausto, simbolo del male assoluto, diviene parte integrante del linguaggio globale dei diritti umani.

Inoltre, nelle società occidentali a partire dallo stesso periodo tende a diffondersi quella che il filosofo” Charles Taylor” ha definito la «politica del riconoscimento».

Le identità di classe vengono sostituite sempre più dall’articolazione delle rivendicazioni in termini di riconoscimento di identità specifiche (siano esse di genere, etnia, ecc.).

Non è un caso che diversi gruppi in questo periodo – i movimenti per i diritti degli afro-americani, le mobilitazioni intorno alla cura dell’Aids – usino il concetto di genocidio.

 Vi è poi quella che molti osservatori hanno definito la transizione da una cultura nazionale incentrata sulla figura dell’eroe – il sacrificio per la patria – a una che mette al centro la vittima.

In questo contesto l’articolazione di quest’agenda in termini di genocidio rafforza lo status di una vittima in concorrenza con altre.

 

Nello stesso periodo molte società transitano da regimi autoritari a forme di democrazia liberale.

Soprattutto nel mondo postcomunista molti paesi hanno elaborato il loro passato come genocidio, cioè come tentativo da parte di un potere esterno, l’Unione sovietica, di cancellare la loro identità nazionale.

 Così come nella politica nazionale singoli gruppi accrescono il loro prestigio acquisendo uno status di vittima, allo stesso modo nuove nazioni cercano di farlo sul piano della politica globale.

Infine, l’uso del concetto di genocidio viene rafforzato negli anni Novanta dall’emergere degli interventi umanitari.

La guerra di Bosnia, il genocidio in Ruanda e, successivamente, la guerra per il Kosovo, sono decisivi.

La discussione dell’intervento occidentale mobilita ampiamente il concetto di genocidio per giustificare guerre al limite del lecito o del tutto contrarie al diritto internazionale.

 

I problemi del genocidio.

Tutto ciò fa sì il genocidio diventi parte integrante del nostro linguaggio politico.

Questa categoria, però, non è priva di problemi.

Secondo Dirk Moses il concetto di genocidio postula un modello derivato da una specifica lettura dell’Olocausto.

Con esso, infatti, si intende l’eliminazione di un gruppo di civili inermi per motivi puramente ideologici.

 Questa definizione tende a elevare il modello dell’Olocausto a un metro di paragone di tutto, per cui altre forme di violenza contro i civili sono, seppur condannabili, meno gravi, non «scioccano la coscienza dell’umanità».

Questo regime di memoria, creato dagli Stati vincitori della Seconda guerra mondiale e diffusosi come modello fortemente occidentale-centrico, escluderebbe forme di violenza come quella coloniale, non basate su ideologia ma piuttosto su interesse politico o economico.

Nonostante molti studiosi attribuiscano al colonialismo un carattere genocidario – la violenta espansione occidentale ha determinato la scomparsa di interi gruppi etno-culturali – l’assenza di intento specifico, di un’ideologia dello sterminio, li porrebbe su un gradino più basso. Inoltre, lo spostamento forzato di popolazioni verrebbe a costituire una violenza minore, anche se spesso – come nel caso della Partition tra India e Pakistan del 1947 – è accompagnato da centinaia di migliaia di morti. Il genocidio sarebbe dunque una sorta di «altro» dell’Occidente, l’immagine in negativo della sua idea di progresso e civiltà.

 

Inoltre un regime di memoria occidentale centrica come quello creato dal genocidio produce una sorta di concorrenza globale per accaparrarsi un posto d’onore nel «canone» dei genocidi riconosciuti.

Sebbene il genocidio si muova ormai in uno spazio comunicativo globale, è l’Occidente che continua a mantenere la «sovranità interpretativa» di quella che “Mahmood Mamdan”i ha definito le «politiche della denominazione» (politics of naming).

È l’Occidente, insomma, che definisce cosa è e cosa non è genocidio, con evidenti distorsioni derivanti da interessi geopolitici e doppie morali.

 

Osservando ciò che oggi generalmente viene riconosciuto come genocidio si nota un’evidente distorsione.

Vi sono, ad esempio, casi come l’Holodomor ucraino – la carestia del 1932-33 causata dalle politiche di collettivizzazione di Stalin – ampiamente riconosciuti come genocidio dai parlamenti occidentali, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Al contrario un caso come l’Indonesia del 1965-66 – dove il regime del generale Suharto appoggiato dagli Stati uniti fece tra 500.000 e un 1.000.000 di vittime, per la maggior parte comunisti – di solito non è considerato tale.

 Soprattutto la definizione di eventi in corso come genocidio legittima spesso un intervento militare a difesa della popolazione colpita.

L’uso di questo concetto, e di analogie con l’Olocausto, è centrale nel giustificare la guerra di aggressione contro la Serbia nel 1999 per difendere i kosovari dal genocidio perpetrato da Belgrado.

 

La questione è dunque se la distorsione cognitiva provocata dal concetto, non tanto tra gli studiosi quanto nell’opinione pubblica, sia nella sua stessa natura o se derivi dall’uso politico che se ne fa.

Il fatto stesso che il Sud-Africa nel 2023 ha accusato Israele di genocidio presso la Corte di Giustizia Internazionale indica che lo stesso concetto può essere usato per sottolineare, davanti all’opinione pubblica mondiale, l’illegittimità del comportamento di uno Stato occidentale, un paese che fonda la sua identità sulla memoria dell’Olocausto.

 Allo stesso modo negli ultimi vent’anni si è sviluppato un movimento che rivendica dagli stati occidentali forme di giustizia riparatoria per il colonialismo.

Ispirandosi al modello delle riparazioni riconosciute a Israele per l’Olocausto, queste richieste usano ampiamente il linguaggio del genocidio.

Ad esempio la Comunità Caraibica (Caricom), un’organizzazione che riunisce 21 paesi dei Caraibi, ha diffuso nel 2013 un «Ten Point Plan for Reparatory Justice» in cui accusa i governi europei di aver «ordinato azioni genocidarie contro le comunità indigene».

Insomma, il regime di memoria e la cultura occidentale centrica impliciti nel concetto di genocidio possono essere impugnati dal sud globale per mettere sul banco degli imputati l’occidente e la sua doppia morale.

(Paolo Fonzi insegna attualmente Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.)

 

 

 

 

Trump e il patto per la pace: «Proteggeremo l'Ucraina». Poi chiama Putin: «Trilaterale entro agosto». Zelensky: «Compreremo armi per 90 miliardi dagli Usa».

 Corriere.it - Viviana Mazza, inviata a Washington – (25 agosto 2025) – ci dice:

Il presidente americano vede gli alleati europei «come prima linea di difesa» per gli ucraini, ma gli Stati Uniti «saranno coinvolti»

 

WASHINGTON - Washington In un clima rilassato, completamente diverso dal loro precedente incontro nello Studio Ovale sei mesi fa, Trump e Zelensky hanno affrontato alcuni dei punti chiave per porre fine alla guerra in Ucraina.

E lo hanno fatto insieme agli alleati europei, che si sono detti tutti uniti per la pace:

il segretario generale della Nato Mark Rutte, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e i leader Giorgia Meloni per l’Italia, Emmanuel Macron per la Francia, Keir Starmer per il Regno Unito, Friedrich Merz per la Germania, Alexander Stubb per la Finlandia.

In una pausa durante l’incontro, Trump ha chiamato il presidente russo Putin, con cui è rimasto al telefono per 40 minuti.

Verso le 6 di sera locali (mezzanotte in Italia), dopo circa cinque ore complessive di colloqui, il presidente americano ha scritto sul suo social Truth di avere «avviato accordi per un incontro, in un luogo da determinare, tra il presidente Putin e il presidente Zelensky.

Dopo quell’incontro, avremo un trilaterale, con i due presidenti più me.

È un buon passo avanti iniziale per una guerra che continua da quasi quattro anni».

Secondo Axios, Trump spera di tenere il summit bilaterale a breve, possibilmente entro fine agosto.

Quando verso le 6 di sera, i leader europei sono usciti dalla Casa Bianca, “Merz “ha detto ai giornalisti che «è stato concordato che ci sarà un incontro tra i presidenti russo e ucraino entro le prossime due settimane».

 Zelensky ha dichiarato in serata che la data ancora non c’è, che è aperto a qualunque opzione per l’incontro ma Putin vuole prima un bilaterale.

Il Cremlino invece non ha dato conferme, ha dichiarato soltanto che Trump e Putin hanno parlato «dell’idea di alzare il livello della rappresentazione russa e ucraina nei negoziati».

 Un consigliere di Putin, Yuri Ushakov, ha definito «la telefonata molto franca e costruttiva» (in termini diplomatici «franco» significa che non erano d’accordo su tutto, osserva il New York Times).

Garanzie e territori.

Trump ha dato alcune indicazioni sul «tipo» di pace che immagina.

«Abbiamo discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, che verranno fornite dai vari Paesi europei, con il coordinamento degli Stati Uniti», ha scritto su Truth.

Trump ha affermato che gli europei saranno «la prima linea di difesa» per Kiev ma gli americani «saranno coinvolti».

 È stato Zelensky a dare maggiori dettagli su ciò che serve: un «esercito ucraino forte» e «addestramento e intelligence».

 Quali garanzie di sicurezza?

 «Tutto», ha risposto ai giornalisti nello Studio Ovale. Trump non ha escluso lo schieramento di soldati americani:

 «Ve lo faremo sapere, magari più tardi in giornata» (ma poi non è avvenuto). Ha assicurato: «Ci sarà molto aiuto in termini di sicurezza».

 

Il tema delle cessioni territoriali da parte degli ucraini è stato affrontato dietro le quinte:

alcune foto diffuse dalla Casa Bianca ritraggono Trump e Zelensky di fronte a una mappa, ma gli ucraini vogliono che questo tema venga risolto in un negoziato con Putin.

Nessuno si aspetta che Zelensky accetti la prima versione della mappa dei territori proposta da Putin, ma fonti di Fox News dicono che «americani e europei gli hanno «gentilmente fatto suggerimenti sui territori», perché pensi a «cosa è critico per lui mantenere e cosa può cedere», pur consapevoli che deve riportare questo messaggio a casa e formulare una «contro-offerta».

 Questo gli è più facile se ha delle garanzie di sicurezza «vere».

 Il presidente ucraino, parlando ai giornalisti alla Casa Bianca, ha affermato che il suo Paese si è offerto di acquistare armi statunitensi per un valore di 90 miliardi di dollari.

L'annuncio arriva mentre i Paesi europei hanno recentemente confermato che investiranno miliardi di dollari per acquistare armi dalle aziende statunitensi per sostenere l'Ucraina, compresi i sistemi Patriot.

 

Frizioni.

L’unico punto di frizione riguarda il cessate il fuoco, che diversi leader europei hanno definito fondamentale per poter negoziare la pace.

«Non riesco a immaginare il prossimo incontro senza un cessate il fuoco» ha detto il cancelliere tedesco Merz, affermando che bisogna farlo accadere mettendo pressione su Putin.

«Tutti noi preferiremmo un cessate il fuoco immediato, forse succederà... al momento non sta succedendo» ha detto Trump.

 Al presidente americano l’idea del cessate il fuoco piace in linea principio ma non lo ritiene necessario e non crede che Putin sia pronto ad accettarlo.

 L’appello al cessate il fuoco degli europei nasce anche dal loro scetticismo sulle intenzioni Putin:

vogliono un segnale che intenda davvero fermare la guerra.

 Trump ripete di «sapere» che Putin vuole porre fine al conflitto.

E Trump vede le garanzie di sicurezza — e il ruolo degli europei — come la chiave per spingere Zelensky a fare cessioni territoriali politicamente e costituzionalmente complicate.

 

A carte coperte.

Domenica notte, scrivendo sui social, Trump aveva messo pressione su Zelensky, dicendo che potrebbe porre fine alla guerra «quasi immediatamente, se vuole» (e aveva ribadito che non ci sarà restituzione della Crimea e alcun ingresso dell’Ucraina nella Nato).

Ma ieri il presidente americano ha evitato di dire chi abbia «le carte migliori» tra Ucraina e Russia (a febbraio disse a Zelensky che «non aveva le carte»).

Ha aggiunto che la fine della guerra dipende anche da Putin.

Da parte sua Zelensky ha evitato di reiterare la dura opposizione alla cessione di territori.

Gli Stati Uniti sentono un’energia politica dietro allo sforzo per la pace, anche se sanno che non succederà istantaneamente.

 

 

 

 

Cosa pensano gli ucraini della

“pace imperiale” di Trump.

Valigiablu.it – (27 Marzo 2025) - Andrea Braschayko – ci dice:

 

A un mese dall’avvio del canale negoziale tra Washington e Mosca, i colloqui che hanno l’obiettivo di mettere fine all’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto un nuovo passaggio a Riyad, capitale saudita, tra il 23 e il 25 marzo.

Un vertice riservato, mediato dai sauditi, con delegazioni separate per Russia e Ucraina, ma con lo stesso regista sullo sfondo: gli Stati Uniti e, a distanza, il suo presidente Donald Trump.

L’obiettivo ufficiale, propagandato da Trump sin dalla campagna elettorale tramite la retorica del porre fine alla guerra ‘in 24 ore’, è quello di disinnescare il conflitto, almeno parzialmente, partendo da un cessate il fuoco temporaneo.

 

Ma le premesse di quest’ultimo sono già fragili.

Le trattative hanno preso avvio a metà febbraio, quando le delegazioni di Russia e Stati Uniti si sono incontrate per la prima volta nella capitale saudita, seguite poi, il 28 febbraio, dal disastroso incontro alla Casa Bianca tra Volodymyr Zelensky e Trump.

Infine, la settimana scorsa, è stata la volta della telefonata tra Trump e Putin, durata novanta minuti, che ha ridimensionato le alte aspettative proposte dalla comunicazione trumpiana.

 

Cosa vogliono Putin e Trump.

Secondo quanto riportato dai media americani, i tavoli negoziali degli Stati Uniti si sono articolati su più giorni:

prima l’incontro tra la delegazione ucraina guidata da “Rustem Umerov” e “Pavlo Palisa”;

poi con la controparte russa con Grigory Karasin e Sergei Beseda, ex alto dirigente del FSB;

martedì un ulteriore confronto Ucraina-USA.

 A breve termine, sul tavolo c’erano due dossier principali: la sicurezza della navigazione nel Mar Nero e la sospensione reciproca degli attacchi alle infrastrutture energetiche per un mese.

Il presidente russo Vladimir Putin ha formalmente approvato l’idea americana, sostenendo la proposta di Trump per un congelamento reciproco dei bombardamenti sulle reti energetiche per trenta giorni. Una decisione amplificata dai megafoni dai media di Stato russi, TASS e RIA Novosti, che hanno sottolineato come l’autocrate russo stia sostenendo le proposte di Trump e abbia ordinato alle forze armate russe di astenersi dal colpire le infrastrutture ucraine.

 

Dopo i colloqui a Riyad, Russia e Ucraina hanno concordato anche un cessate il fuoco limitato nel Mar Nero, ma Mosca ne condiziona l’attuazione all’alleggerimento delle sanzioni.

Zelensky contesta le concessioni americane, temendo una spartizione del paese alle spalle.

 Perciò è tornato a criticare l’amministrazione Trump accusandola di complicità col Cremlino, dopo un alleggerimento della retorica in seguito all’agguato allo Studio Ovale.

 

Zelensky ha dimostrato al mondo che non può fidarsi delle garanzie di Trump.

Il significato della pace per gli ucraini.

Tenendo a mente i limiti dei sondaggi d’opinione, soprattutto durante una guerra di invasione, il quadro potrebbe sembrare contraddittorio.

Il 77% degli ucraini valuta positivamente la proposta di un cessate il fuoco di 30 giorni, ma il 79% considera del tutto inaccettabili le condizioni dettate da Putin.

Due cifre che, se lette fuori contesto, potrebbero prestarsi a interpretazioni comode per chi vuole vendere all’opinione pubblica internazionale una narrazione di disponibilità al compromesso - che nelle richieste del Cremlino equivalgono a una capitolazione senza appello da parte di Kyiv.

 

I dati raccolti dal “Kyiv International Institute of Sociology” (KIIS) tra il 12 e il 25 marzo raccontano una posizione molto più complessa e radicata.

 La popolazione ucraina è disposta a considerare una tregua, ma solo se questa non implica concessioni o illusioni su un cambiamento di postura dell’aggressore russo.

 

“Da una parte la vittoria [alle elezioni presidenziali del 2024, NdA] di Trump è stata accolta in Ucraina con una certa speranza, dall’altra i suoi primi passi hanno causato delusione nella società ucraina.

L’umore comune, a mio avviso, è più o meno questo – la parte patriottica attiva della società, la minoranza influente, visibile nei media e sui social, è categoricamente contraria a qualsiasi concessione e favorevole a una guerra fino a una pace giusta;

la gente comune, la ‘maggioranza silenziosa’, è sempre più determinata a porre fine alla guerra” racconta a Valigia Blu” Konstantin Skorin”, ricercatore indipendente ed esperto di storia politica del Donbas (le sue analisi sono state pubblicate da Moscow Times, Foreign Affairs e Carnegie Politika).

 

Ma la fine a tutti i costi, attraverso la capitolazione a Putin, non è di certo l’opinione dominante di questa ‘maggioranza silenziosa’.

 Le persone sono disposte a fare concessioni per fermare la morte di ucraini, anche su determinati territori come Crimea e Donbas, ma non a una capitolazione totale alla Russia, proprio perché nessuno crede alle promesse di pace di Putin,” aggiunge “Skorkin”.

 

Lo dimostra il fatto che, tra coloro che vedono positivamente la proposta di tregua, la maggioranza (47%) lo fa perché considera utile dimostrare che è la Russia a non volere la pace, o che continuerà comunque a violare gli accordi.

Un ulteriore 12% interpreta la tregua come un possibile strumento per sbloccare gli aiuti militari, e solo il 18% la considera “un primo passo verso la fine della guerra a condizioni accettabili per Kyiv”.

 

In altre parole, l’apprezzamento per la tregua ha più a che fare con il desiderio di smascherare Mosca o guadagnare tempo, che con una reale fiducia nel processo negoziale.

 Che la situazione sul campo stia volgendo a favore di Cremlino è ormai un dato di fatto segnalato dall’intelligence americana, e anche alleati ferrei di Kyiv come il presidente ceco “Petr Pavel” avvertono della necessità di considerare concessioni territoriali.

 

Allo stesso tempo, l’appoggio alla tregua crolla drasticamente se non sono previste garanzie di sicurezza.

Secondo lo stesso sondaggio, il 62% degli intervistati ha affermato che non sosterrebbe un cessate il fuoco in assenza di garanzie concrete.

 Se, ad esempio, venisse offerta la presenza di peacekeeper occidentali, il 60% sarebbe disposto ad accettare un’interruzione temporanea dei combattimenti.

Se la garanzia consistesse nell’avvicinamento della NATO o in un rafforzamento delle difese ucraine, il supporto resterebbe sopra il 55%, ma mai totale.

 Il consenso si consolida solo quando la sicurezza ucraina resta sotto controllo diretto o multilaterale e mai subordinato alla volontà russa.

 

“Credo che nessuno prenda davvero sul serio il cosiddetto ‘piano di pace’ di Trump, nemmeno Trump stesso.

Non è in realtà un piano di pace; si tratta di “dividere certe risorse”, come ha detto lo stesso Trump.

Chi segue le notizie lo capisce.

Quanto alla volontà di Putin di rispettare un accordo, è ovvio che non lo farà, come non lo ha mai fatto in passato.

Pochissimi in Ucraina, se non nessuno, credono davvero nella buona volontà di Trump o Putin,” dice a Valigia Blu “Hanna Perekhoda”, storica e ricercatrice dell'Università di Losanna.

“Detto ciò, ci sono sempre persone pronte a barattare la sicurezza a lungo termine della propria comunità per un’apparente sicurezza personale a breve termine.

 Questo non significa che si fidino di Trump o Putin; piuttosto riflette la scelta fondamentale tra rischiare la vita agendo o restare fermi.

Molti scelgono la seconda opzione, guidati dalla paura umana e dalla mancanza di identificazione con la propria comunità”.

 

La sinistra che si oppone al riarmo rischia di condannarsi all’irrilevanza e di consegnare l’Unione Europea ai regimi autoritari.

D’altra parte, le condizioni avanzate da Mosca per la tregua – cessazione delle mobilitazioni, blocco degli aiuti occidentali, interruzione delle operazioni di intelligence statunitensi – sono considerate inaccettabili dalla maggioranza degli ucraini.

Anche qui, si tratta di un rigetto trasversale, che unisce il centro e l’ovest del Paese all’est, e che riflette la convinzione condivisa che ogni concessione acceleri la possibilità di una nuova aggressione, non di una tregua.

 

Putin vuole il dominio dell’Ucraina.

 

I dati del KIIS, rilevati nei giorni immediatamente successivi alla sospensione temporanea degli aiuti americani a inizio marzo, mostrano un radicamento dell’idea di resistenza come principio nazionale, trasversale a classi, territori e orientamenti politici.

Anche nelle regioni orientali, quelle storicamente più vulnerabili all’influenza russa, il dato resta al 78%.

 

Questa tenuta sociale e militare non nasce dal nulla.

Una toccante lettera di una femminista e attivista anti-autoritaria che oggi lavora come medico militare nelle Forze Armate ucraine, racconta il sentimento di determinazione resta vivo nonostante la fatica accumulata:

"Sì, potremmo perdere questa guerra. Ma tutti i combattenti per la libertà hanno vinto?

 Molti hanno lottato avendo molte meno possibilità dell’Ucraina. Abbiamo ancora buone possibilità se i Paesi europei ci sostengono.

 La fine della guerra, il futuro dell’Ucraina, dipendono direttamente da te e da me, dalla solidarietà con gli oppressi, dal senso di collettività e dalla volontà di libertà."

 

E poi c’è un altro elemento, di natura esistenziale e culturale, che emerge in filigrana tra le righe degli stessi sondaggi e nei racconti raccolti:

la consapevolezza che la guerra è diventata la lente attraverso cui gli ucraini rileggono sé stessi, il proprio posto nel mondo e la qualità delle alleanze su cui poter contare.

Non è solo una questione di sopravvivenza o sovranità, ma anche di dignità collettiva.

Riprendendo le parole dell’attivista-medico, non tutti i combattenti per la libertà vincono, ma tutti fanno la differenza.

In questa cornice, la proposta americana – percepita da molti come un tentativo di pacificazione imposta, funzionale più alla stabilità globale che alla giustizia – rischia di risultare controproducente.

Lungi dal promuovere un compromesso, rischia di alimentare il sospetto, già forte, che il futuro dell’Ucraina venga negoziato altrove, e che alla retorica dei “valori comuni” si stia ormai sostituendo il linguaggio cinico degli scambi geopolitici.

 

L’inizio di una tregua parziale: un passo verso la pace o fumo negli occhi?

Il compromesso, al momento, si articola dunque in due punti:

una tregua navale nel Mar Nero, ancora sospesa per via delle condizioni imposte da Mosca, e una moratoria di 30 giorni sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, già operativa ma di fatto violata.

 

Poche ore dopo l’accordo, infatti, la Russia ha lanciato un attacco con droni contro un ospedale e una sottostazione elettrica, a “Slovyans’k.” “C’è già un’allerta aerea, quindi questo cessate il fuoco non sta funzionando”, ha commentato Zelensky.

 

Già nel fine settimana precedente l’esercito russo aveva scagliato contro le città ucraine più di 100 droni al giorno per tre giorni di fila, causando diversi morti civili, anche nella capitale Kyiv.

Nel giorno centrale delle trattative saudite, i russi hanno bombardato il centro di Sumy, grosso centro dell’Ucraina orientale relativamente lontano dai combattimenti, ferendo 88 persone, tra cui 17 bambini.

 

A rendere la situazione ancora più ambigua è l’asimmetria tra le dichiarazioni delle parti.

 La Casa Bianca ha parlato di una “pausa nei combattimenti nel Mar Nero” e di “impegno a eliminare l’uso della forza”, mentre il Cremlino ha ribadito che il cessate il fuoco navale scatterà solo con l’alleggerimento delle sanzioni occidentali, in particolare quelle che colpiscono le esportazioni agricole russe, come l’accesso al sistema Swift o le assicurazioni marittime.

 

Un dettaglio tutt’altro che marginale, e che la versione americana ha completamente omesso.

Di fatto, gli americani promettono agli ucraini di aiutarli nello scambio di prigionieri, compreso il ritorno delle decine di migliaia di minori rapiti dalle forze russe, mentre a Mosca promettono alleggerimento delle sanzioni economiche - queste ultime, secondo Politico, accettate condizionalmente, in precedenza, anche da Kyiv.

 

Trump, che inizialmente puntava a un cessate il fuoco integrale per creare lo spazio politico per un grande accordo di pace, ha dovuto ammettere pubblicamente il dietrofront russo.

“Forse stanno prendendo tempo”, ha dichiarato a “Newsmax”, aggiungendo – con la sua consueta ambiguità – che anche lui, in passato, ha usato tattiche simili per “restare nel gioco”.

Le critiche non si sono fatte attendere, soprattutto da Kyiv. Il presidente ucraino ha accusato Trump e i suoi emissari di parlare “di noi senza di noi”, rispondendo a una precedente dichiarazione di Trump che aveva lasciato intendere come parte dei colloqui con Mosca avesse riguardato la spartizione territoriale dell’Ucraina.

Il suo entourage ha fatto sapere che nessuna discussione su Donbas, Zaporizhzhya o Kherson è avvenuta da parte ucraina, e che le richieste russe – controllo totale delle tre regioni – continuano a essere irricevibili.

 

In parallelo, mentre le trattative proseguivano, la pressione militare sul campo non si è fermata.

E anche sul piano simbolico, il Cremlino ha ribadito il suo controllo sull’impianto nucleare di Zaporizhzhia, smentendo ogni possibilità di cederlo, come invece ipotizzato da fonti americane.

 

Nel complesso, la prima fase della tregua sembra restituire un risultato largamente favorevole alla Russia.

Lo stop temporaneo ai bombardamenti strategici, infatti, congela una delle campagne militari più riuscite dell’Ucraina, quella contro gasdotti, raffinerie e snodi energetici in profondità nel territorio russo, e salva l’industria degli idrocarburi di Mosca per almeno un mese.

 Al contrario, gli attacchi russi alla popolazione civile – dall’oblast’ di Sumy, relativamente vicina ai combattimenti, alle zone più occidentali – proseguono, spesso con tecniche di doppio colpo o bersagliando ospedali.

 

Trump presenta l’accordo come una vittoria diplomatica, utile ad aprire uno spiraglio per negoziati più ampi.

Ma per Kyiv, che non ottiene né garanzie sulla sicurezza né progressi reali sul piano politico, la sensazione è quella di essere stretta tra l’aggressività russa e il cinismo americano.

 

Lottare contro Putin e Trump contemporaneamente è molto difficile, e in ciò rimane fondamentale la posizione dell’Unione Europea:

 che ha però fallito, la scorsa settimana, nel trovare il consenso per l’allocazione di 40 miliardi per la difesa di Kyiv.

Soffermarsi sulle conseguenze per l’Europa di un processo di pace ingiusto e imposto dall’alto all’Ucraina, però, dovrebbe essere il primo pensiero dei leader europei, rispetto agli interessi nazionali e agli screzi personali.

Questa consapevolezza non sembra essere ancora arrivata.

 

 

 

 

Zelensky: “Ucraina non ha perso”.

Ma Trump ferma gli attacchi a lungo raggio.

Lavocedinewyork.com - Paolo Cordova – (24 agosto 2025) – editore :Gian Paolo Pioli – ci dice:

 

Nel 34° dell’indipendenza ucraina appello a “una pace giusta” mentre Mosca frena sul vertice a due con Putin.

Zelensky, ‘nessuna ricompensa alla Russia per la guerra’.

34 anni di indipendenza dall’Unione Sovietica – ma anche 3 anni e sei mesi di guerra.

Nel giorno in cui l’Ucraina celebra l’uscita dall’URSS, Volodymyr Zelensky ha ribadito che il Paese continuerà a combattere Mosca “finché le nostre richieste di pace non saranno ascoltate”.

In un discorso pronunciato nella capitale, il presidente ha invocato “una pace giusta, una pace in cui il nostro futuro sarà deciso soltanto da noi”, sottolineando che l’Ucraina “non è una vittima, è un combattente”. “L’Ucraina non ha ancora vinto, ma certamente non ha perso”, ha aggiunto.

 

Il discorso è arrivato mentre Mosca ha accusato Kyiv di avere colpito alcune infrastrutture energetiche russe, dopo che un drone abbattuto nei pressi della centrale nucleare di Kursk avrebbe causato un incendio e danneggiato un trasformatore.

Non ci sono stati feriti e le fiamme, secondo le autorità, sono state subito domate.

I livelli di radiazione sarebbero rimasti nella norma.

 

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sta seguendo la vicenda e il direttore generale “Rafael Grossi” ha ricordato che “ogni impianto nucleare deve essere protetto in ogni circostanza”.

Da mesi l’agenzia invita entrambe le parti alla massima cautela attorno alle centrali.

Nella stessa giornata il ministero della Difesa russo ha annunciato un nuovo scambio di 146 militari restituiti da ciascuna parte, oltre a otto civili della regione transfrontaliera di Kursk consegnati a Mosca. I soldati rimpatriati si trovano ora in Bielorussia per ricevere assistenza medica e psicologica prima del trasferimento in Russia.

 

Nel centro della capitale, come detto, si sono svolte le celebrazioni ufficiali con l’alzabandiera e una cerimonia religiosa a Santa Sofia.

Tra gli ospiti il premier canadese “Mark Carney”, alla sua prima visita ufficiale in Ucraina.

“Il Canada sarà sempre al vostro fianco”, ha dichiarato.

Ottawa ha annunciato la consegna di droni, munizioni e mezzi blindati per oltre un miliardo di dollari canadesi, in parte già previsti da un pacchetto svelato a luglio.

 

Accanto a Zelensky c’era anche l’inviato di Trump “Keith Kellogg”, insignito dell’Ordine al merito di prima classe.

“We’re going to make this work”, lo si è sentito dire al presidente ucraino dopo i ringraziamenti rivolti a lui e a Donald Trump.

 

Il re Carlo III ha inviato un messaggio di vicinanza:

“Nutro la più profonda ammirazione per lo spirito incrollabile del popolo ucraino”, ha scritto.

 Londra ha reso noto che continuerà l’addestramento dei militari ucraini almeno fino al 2026, estendendo l’”operazione Interflex”.

Anche la Norvegia ha annunciato un contributo da 7 miliardi di corone (quasi 600 milioni di euro) in sistemi di difesa aerea, tra cui radar e missili Patriot in collaborazione con la Germania.

 

Non era presente Trump, che tuttavia ha inviato una lettera di sostegno a Kyiv.

“Il popolo ucraino ha uno spirito incrollabile e il coraggio del vostro Paese ispira molti.

Gli Stati Uniti rispettano la vostra lotta, onorano i vostri sacrifici e credono nel vostro futuro come nazione indipendente”, ha scritto Trump, chiedendo di “porre fine alle uccisioni senza senso” e invocando “un accordo negoziato che porti a una pace duratura e salvaguardi la sovranità dell’Ucraina”.

 

Pochi giorni fa, Trump aveva annunciato di voler concedere a Putin “un paio di settimane” prima di decidere se imporre nuove sanzioni o dazi. Dopo il vertice di metà agosto in Alaska con il presidente russo, presentato come tappa decisiva ma rimasto senza risultati concreti, secondo un’inchiesta esclusiva del Wall Street Journal la Casa Bianca avrebbe intanto bloccato l’uso da parte ucraina dei missili a lungo raggio “Atacms” contro il territorio russo.

Secondo fonti del Pentagono, ogni richiesta di impiego passerebbe ora attraverso un meccanismo di revisione interna che assegna al segretario alla Difesa “Pete Hegseth” l’ultima parola.

 

La misura ha di fatto annullato la decisione dell’amministrazione Biden di permettere attacchi oltreconfine, con Washington che teme che un loro utilizzo possa compromettere i tentativi diplomatici di riavvicinamento a Mosca.

 

Trump ha dichiarato che “è molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore” ma, per ora, non ha autorizzato cambi di rotta. L’amministrazione ha invece dato luce verde a un pacchetto di armi da 850 milioni di dollari, in gran parte finanziato dagli alleati europei, che comprende sistemi di difesa aerea e 3.350 missili ERAM a lungo raggio. Anche il loro impiego, però, sarà soggetto all’approvazione del Pentagono.

 

Dal canto suo, la Russia rivendica di avere conquistato due villaggi nel Donbass, mentre Lavrov ha accusato l’Occidente di “cercare un pretesto per bloccare i negoziati”.

In un’intervista all’emittente Rossiya, il ministro ha attaccato Zelensky per avere “posto condizioni e preteso un incontro immediato” con Putin.

 

“Il presidente russo è pronto a un vertice solo quando l’agenda sarà definita, e oggi non lo è affatto”, ha dichiarato, accusando Kyiv di dire “no a tutto”.

Zelensky, da parte sua, accusa Mosca di “fare di tutto” per sottrarsi a un faccia a faccia.

 

 

Ucraina. Trump, ‘Sapremo tra

circa due settimane”

se ci sarà la pace.

Notiziegeopolitiche.net – (22 Agosto 2025) – Giusy Mercadante – Agenzia Dire – ci dice:

 

Zelensky sui social attacca la Russia e dice, ‘Stanno cercando di sottrarsi a una riunione.

Non vogliono porre fine a questa guerra’.

“Sapremo tra circa due settimane” se ci sarà la pace in Ucraina, “dopodiché dovremo forse adottare una strategia diversa”.

A dirlo è il presidente Donald Trump durante un’intervista rilasciata al conduttore radiofonico “Todd Starnes”.

Sul conflitto russo-ucraino, Trump si è espresso anche sulla sua piattaforma Truth.

Oggi il tycoon ha scritto: “È molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore.

È come una grande squadra nello sport che ha una difesa fantastica, ma non le è permesso di giocare in attacco.

 Non c’è possibilità di vincere. È così con l’Ucraina e la Russia”.

Poi l’attacco al “corrotto e grossolanamente incompetente Joe Biden” che avrebbe permesso all’Ucraina “solo di difendersi”. E sottolinea ancora una volta:

“Questa guerra non sarebbe mai accaduta se fossi stato Presidente, zero possibilità”.

 E conclude che “ci aspettano tempi interessanti”.

Secondo il “The Guardian,” Trump intende fare un passo indietro nei negoziati e lasciare alla Russia e all’Ucraina l’organizzazione di un incontro tra i loro leader.

A proposito di un colloquio, Zelensky ha accusato la Russia di volersi sottrare dall’organizzazione di un bilaterale con Vladimir Putin.

 “I segnali che arrivano dalla Russia sono semplicemente scandalosi. Stanno cercando di sottrarsi alla riunione.

Non vogliono porre fine a questa guerra.“

 Il presidente aggiunge: “Continuano i loro massicci attacchi all’Ucraina e i loro feroci assalti lungo la linea del fronte”.

“Hanno persino lanciato missili contro un’azienda americana – continua – oltre a molti altri obiettivi puramente civili.

 Questo sta accadendo proprio ai confini dell’Ue e della Nato: un drone d’attacco russo è entrato in territorio polacco.

Ci sono stati incidenti con droni anche in Lituania. Non incidenti, ma impudenza russa”.

“Ci aspettiamo – ribadisce – che i nostri partner rispondano con principi. Questa guerra deve finire.

 Bisogna esercitare pressioni sulla Russia affinché ponga fine alla guerra.

Putin non conosce altro che la forza e la pressione”.

“Naturalmente, continueremo a fare tutto il possibile per proteggere il nostro Paese e il nostro popolo.

Il Presidente Trump ha assolutamente ragione: questo non deve essere fatto solo in difesa.

Nel frattempo, non rallentiamo la diplomazia, affinché i negoziati per un avvicinamento alla pace possano finalmente aver luogo“, si augura.

Come scrive Interfax, per il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, invece, l’Ucraina “non è interessata a una soluzione giusta e duratura”. Per una risoluzione, però, si potrà fare una valutazione una volta “risolto il problema della legittimità della persona che firmerà questi accordi“.

Il ministro si riferisce al fatto che il mandato di Zelensky è scaduto a maggio 2024 e non sono avvenute nuove elezioni a causa della legge marziale in vigore nel Paese.

Per il resto, Putin “ha ripetutamente affermato di essere disposto a incontrare anche il signor Zelensky, a condizione che tutte le questioni che richiedono un esame ad alto livello siano ben preparate e che gli esperti e i ministri elaborino le raccomandazioni del caso“.

(Fonte: agenzia Dire.)

 

 

 

 

 

Ucraina, Gaza e dazi Usa:

 Draghi striglia l’Europa

‘marginale e spettatrice’

Notiziegeopoltiche.net – (23 Agosto 2025) – Redazione -Agenzia Dire – ci dice:

 

L’ex premier apre il meeting di Rimini con una “lectio magistralis” sul destino dell'Europa, sempre più impotente.

‘A Gaza un massacro’.

Un’Europa ai margini del “mondo” che conta, declassata tra i “Big”, rassegnata a subire le decisioni altrui, anche quelle che riguardano direttamente il suo futuro.

Il quadro del Vecchio continente, e soprattutto dell’Unione Europea, dipinto da Mario Draghi, è sconfortante.

Nel suo intervento al quartiere fieristico “Ieg” di Rimini, l’ex presidente del Consiglio e della Bce, invitato ad aprire il Meeting di Comunione e liberazione, compie una vera e propria strigliata ai leader europei.

Bocciati su dazi, sviluppi in Ucraina e il “massacro di Gaza”, “volenterosi” e meno volenterosi insomma, questo in estrema sintesi il senso dell’intervento, hanno praticamente lasciato il destino dei loro popoli e del mondo in mano ad altri, che di certo non hanno fatto gli interessi europei.

“Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali.

 Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata”, questo l’inizio dell’intervento di Draghi alla platea del Meeting di Cl, che lo ha accolto con un’ovazione.

 Non sono mancati comunque i suggerimenti per uscire da questo stallo: “Per affrontare le sfide di oggi – ha suggerito – l’Ue deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista.

 Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici – infine ha aggiunto -.

E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza”.

“Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali.

Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata”.

“Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti.

Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere -ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa.

L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace”.

“Nel frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia, mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di produzione in Europa, ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle nuove barriere imposte dal governo negli Stati Uniti.

 Le proteste europee hanno avuto poco effetto:

 la Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante”.

“L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava.

Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico”.

“Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi.

Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo.

 Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata:

democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese;

 anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per sé stessi.

Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori.

Ciò è in parte comprensibile.

 I modelli di organizzazione politica, specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione pre esistente, questa deve cambiare”.

“L’Ue fu creata perché nella prima metà del ventesimo secolo i precedenti modelli di organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi avevano completamente fallito nel compito di difendere questi valori.

Molte democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta con il risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale”.

(Sarebbe interessante conoscere se Draghi è riuscito a farsi ripagare il prestito di duemila miliardi di dollari a suo tempo 2008 prestati dalla Bce (di cui Draghi era presidente) alla Fed USA di Obama! N.D.R).

(Fonte: agenzia Dire.)

 

 

Tutto su Flamingo, il missile ucraino

che ha Mosca nel mirino.

Starmag.it – Chiara Rossi – (25 Agosto 2025) – ci dice:

 

L'Ucraina ha lanciato una nuova arma: un missile da crociera soprannominato "Flamingo", che potrebbe dare a Kiev la portata e la potenza d'attacco per portare la guerra in profondità nel cuore della Russia.

Tutti i dettagli sul missile sviluppato dall'azienda di difesa ucraina- “Fire Point”.

Si chiama Flamingo il missile made in Ukraine in grado di colpire al cuore della Russia.

 

Mentre la guerra tra Russia e Ucraina si prepara a una nuova fase di intensi combattimenti, Kyiv ha testato un nuovo missile da crociera a lungo raggio.

 Lo ha annunciato il presidente Volodymyr Zelensky, spiegando che il sistema, battezzato Flamingo, è in grado di colpire obiettivi fino a 3.000 chilometri di distanza.

“Il missile ha superato con successo i test ed è attualmente la nostra arma più efficace”, ha dichiarato la scorsa settimana il leader ucraino, aggiungendo che la produzione su larga scala potrebbe partire già entro febbraio.

Con una gittata stimata di 3.000 km, il sistema potrebbe colpire qualsiasi punto della Russia centrale, raggiungendo facilmente Mosca o San Pietroburgo, o persino una certa distanza in Siberia.

Dunque l’Ucraina ha messo a punto un missile “di produzione nazionale” in grado di colpire obiettivi russi a grande profondità con un carico utile non inferiore a una tonnellata.

“Non serve un nome spaventoso per un missile che può volare per 3.000 chilometri” secondo “Tryna Terekh”, ceo e direttore tecnico dell’azienda ucraina “Fire Point”, sviluppatrice del sistema d’arma.

 

Ma sostenere che il Flamingo da solo potrebbe rappresentare un “game changer” nella guerra in corso sembra azzardato.

 Di certo questo primo missile da crociera ucraino permetterà al Paese di migliorare la propria indipendenza in termini di produzione di armi, in vista di un disimpegno dagli Stati Uniti, commenta “Les Echos”.

Tutti i dettagli.

 

LE CARATTERISTICHE DEL MISSILE FLAMINGO.

Il sito di produzione è tenuto segreto e i dettagli tecnici dell’arma non sono ancora stati resi pubblici.

Tuttavia, sulla base del reportage dell’Associated Press, gli esperti sono stati in grado di fornire alcuni dettagli sulla composizione di questo missile a lungo raggio.

Il Flamingo è un missile di grandi dimensioni, con un’apertura alare di sei metri e un peso di sei tonnellate, inclusa una testata da una tonnellata.

Con questa gittata, il Flamingo potrebbe raggiungere 70 delle 90 basi aeree russe e la maggior parte delle sue fabbriche di armi, così come Mosca, a 800 km in linea d’aria dall’Ucraina.

Se il Flamingo è effettivamente basato sull’FP-5 dell’”azienda britannica Milanion”, si tratta di un missile da crociera.

L’FP-5, presentato alla fiera delle armi di “Abu Dhabi in primavera”, può volare a 950 km/h e trasportare una carica esplosiva da una tonnellata. Molto più devastante, quindi, dei droni quadricotteri ucraini, che possono già colpire in profondità nella Russia, ma di solito trasportano cariche esplosive inferiori a 300 kg.

 

PRODOTTO DALL’UCRAINA “FIRE POINT”.

“Non volevamo renderlo pubblico, ma sembra essere il momento giusto. Flamingo è il missile da crociera a lungo raggio in grado di trasportare una testata da 1.150 chilogrammi e di raggiungere la Russia per 3.000 chilometri”, ha dichiarato a “Politico” “Iryna Terekh”, ceo e direttore tecnico dell’azienda, in un’intervista dal suo ufficio.

 

“Combattere in aria è il nostro unico vero vantaggio asimmetrico sul campo di battaglia al momento. Non abbiamo la stessa manodopera o i soldi che hanno loro”, ha spiegato “Terekh”.

 

Come la maggior parte delle aziende di difesa in Ucraina, “Fire Point” è nata per necessità dopo l’invasione su vasta scala della Russia nel 2022 e, soprattutto, per rispondere all’esigenza di armi a lungo raggio, richieste da Kyiv ma per tanto tempo negate dagli alleati.

 

Quando” Terekh”, un architetto, è stata assunta nell’estate del 2023, le è stato assegnato l’obiettivo di produrre 30 droni al mese.

Ora l’azienda ne produce circa 100 al giorno, al costo di 55.000 dollari l’uno.

Riguardo il Flamingo, “L’abbiamo ideato molto velocemente.

 Ci sono voluti meno di nove mesi per svilupparlo, dall’idea iniziale ai primi test di successo sul campo di battaglia.

Non vi dirò la sua velocità esatta, ma posso dire che è più veloce di tutti gli altri missili che abbiamo attualmente”, ha detto “Terekh”, aggiungendo:

“È interamente prodotto in Ucraina”.

 

IL COMMENTO DEGLI ESPERTI.

Il Flamingo potrebbe provocare lo stesso tipo di distruzione sulle città principali di Putin che le armi russe hanno causato a quelle dell’Ucraina. Il problema è che il Flamingo, in quanto missile da crociera, è essenzialmente solo un drone più veloce, osserva il “Telegraph”.

 

Inoltre, a differenza dei missili balistici, che escono dall’atmosfera prima di ricadere sul bersaglio ad altissima velocità, i missili da crociera volano più in basso nell’atmosfera.

Sono quindi più facili da intercettare per il nemico.

Sono anche relativamente lenti, sebbene la velocità annunciata dell’FP-5, 950 km/h, lo renda uno dei missili lanciati da terra più veloci (quelli lanciati da aerei possono essere ipersonici).

Ad esempio, il famoso missile americano “Tomahawk” non supera gli 880 km/h e il francese MdCN gli 800 km/h, ricorda ancora “Les Echos”.

 

E LA REAZIONE DEL PRESIDENTE USA TRUMP.

In un post sui social media di giovedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scritto:

“È molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il paese invasore.

È come una grande squadra nello sport che ha una difesa fantastica, ma non le è permesso giocare in attacco”.

 “Tempi interessanti in arrivo!”, ha aggiunto il numero uno della Casa Bianca.

 

 

 

 

La pace a Kiev è lontana mentre

Putin si avvicina.

 Infosannio.com - Author: infosannio – (23 agosto 2025) – Redazione – Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it – ci dice:

 

La pace in Ucraina si allontana.

Con uno dei suoi colpi di scena, Trump ha invitato addirittura l’Ucraina a combattere contro la Russia con maggiore tenacia e determinazione.

 La pace in Ucraina si allontana. Con uno dei suoi colpi di scena, Trump ha invitato addirittura l’Ucraina a combattere contro la Russia con maggiore tenacia e determinazione.

Fino a poco tempo fa, Trump criticava Biden per avere dato troppe armi a Zelensky; adesso lo critica per non averlo armato sufficientemente:

“È molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore”, ha detto Trump.

 

Che cosa sta accadendo?

Tutto sembra irrazionale, illogico e incoerente.

In realtà, se scaviamo sotto la superficie delle dichiarazioni, tutto è perfettamente razionale, logico e coerente.

I fatti sono questi.

Sconfitte militarmente, le democrazie occidentali stanno cercando di raggiungere i loro obiettivi in Ucraina con l’astuzia al posto della forza. Per spiegare la nuova strategia dell’Occidente, devo procedere in modo ordinato data la complessità della materia.

Nella prima parte, elencherò i dieci fatti che rendono evidente il trionfo della Russia sulla Nato con la forza.

Nella seconda parte, spiegherò la contro-strategia della Nato per trionfare sulla Russia con l’astuzia.

 

Con la guerra in Ucraina, Putin ha dimostrato che:

1.    l’industria militare della Russia sovrasta quella della Nato, come ha dichiarato Mark Rutte, il 13 gennaio 2025:

2.    “L’industria militare della Russia produce in tre mesi ciò che la Nato produce da Los Angeles ad Ankara in un anno intero”;

3.     l’esercito russo è ben armato e motivato;

4.     la difesa aerea dell’Europa non è in grado di intercettare i missili più avanzati della Russia;

5.     l’Europa non conta niente militarmente e politicamente, tant’è vero che l’Europa è stata esclusa dai colloqui sul futuro dell’Ucraina;

6.     l’economia russa sorregge lo sforzo bellico nonostante le sanzioni dell’Occidente;

7.     la Russia è perfettamente integrata nel sistema internazionale e può vantare un elenco lunghissimo di amici e di alleati, tra cui Cina, Brasile e India;

8.     Putin è uno stratega temibile e non lo sprovveduto descritto dal Corriere della Sera nei suoi articoli del 2022/23;

9.    i russi sono schierati al fianco di Putin e odiano la Nato;

10.                    la Nato chiede il cessate il fuoco e la Russia lo rifiuta;

11.                     Trump prega Putin di fermarsi e Putin continua a bombardare, incurante di tutte le minacce.

12.                     Dopo avere elencato i fatti che dimostrano il trionfo di Putin sulla Nato, possiamo trarre una prima conclusione:

13.                    Trump non è l’uomo della pace; è l’uomo che gestisce la sconfitta strategica della Nato in Ucraina per mano della Russia.

 

Siamo pronti per occuparci della contro-strategia dell’Occidente per prendere il sopravvento sulla Russia e ribaltare il risultato in Ucraina con l’astuzia.

La proposta di Ursula von der Leyen, Merz, Meloni e Macron è trasformare l’Ucraina in uno degli eserciti più potenti del mondo.

L’idea è di trasformare l’Ucraina in un membro di fatto della Nato attraverso cinque mosse concatenate:

 1) integrare i soldati ucraini negli eserciti della Nato attraverso l’addestramento comune;

2) integrare i sistemi militari dell’Ucraina nei sistemi militari della Nato; 3) impiantare l’industria militare della Nato in Ucraina per la costruzione di missili in grado di bombardare qualunque città della Russia: il 28 maggio 2025 Merz ha firmato un accordo con Zelensky per costruire missili che arrivano fino a 2.000 km;

 4) acquistare le armi per l’Ucraina con i soldi dell’Unione europea;

5) costruire una sorta di articolo 5 intorno a Kiev senza includerla formalmente nella Nato.

 

L’idea di Meloni è di replicare il meccanismo di innesco della Seconda guerra mondiale attraverso accordi bilaterali:

nel 1939 la Germania attaccò la Polonia scatenando l’intervento di Francia e Inghilterra contro Hitler.

L’effetto domino delle alleanze, scattato nel settembre 1939 in Europa, si concluse con la guerra nucleare in Giappone, nell’agosto 1945.

 Meloni pensa allo stesso meccanismo.

Meloni propone che l’Italia si impegni a entrare in guerra contro la Russia nel caso in cui la Russia attacchi nuovamente l’Ucraina dopo la pace.

Stesso discorso per Francia, Germania e Stati Uniti.

È stupefacente che Meloni abbia proposto un’idea così assurda.

Gli Stati Uniti hanno respinto queste garanzie di sicurezza già nella primavera 2022 proprio per paura di ritrovarsi in guerra con la Russia. Meloni vorrebbe includere il meccanismo di innesco della Seconda guerra mondiale in un accordo di pace con la Russia.

 La mia previsione è che la Russia non accetterà, altrimenti la sua sicurezza si troverebbe in una condizione peggiore rispetto al 2022. L’idea che la pace arriverà trasformando l’Ucraina in uno degli eserciti più potenti del mondo è un’idea sbagliata perché contraria all’evidenza.

 

Perché è impossibile concordare

una pace duratura coi russi.

Linkiesta.it – 22 agosto 2025 – Redazione – La Presse – ci dice:

Lavrov ha escluso garanzie di sicurezza per Kyjiv senza un veto di Mosca, ribadendo che la sicurezza dell’Ucraina resta subordinata all’aggressore.

 È l’ennesima conferma di un modus operandi in cui i negoziati servono solo a guadagnare tempo.

LaPresse.

Alcuni, non tutti, si erano illusi che l’incontro di Anchorage e poi quello di Washington segnassero l’inizio di un percorso verso la pace, la possibilità di fermare il più sanguinoso conflitto europeo dal 1945 grazie a una mediazione tra potenze.

 Ma le parole del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov hanno dissipato ogni illusione.

Mosca non accetterà garanzie di sicurezza per l’Ucraina se non potrà esercitare un proprio veto e se non verrà inclusa la Cina come attore alla pari.

Significa che la sicurezza della vittima resterebbe subordinata al consenso dell’aggressore e del suo principale alleato strategico. È il ritorno, in forme aggiornate, della clausola di unanimità che già fece naufragare i colloqui di Istanbul nel 2022.

Nelle stesse ore Lavrov ha sollevato un altro ostacolo che mina le basi stesse di una trattativa:

la presunta illegittimità del presidente ucraino.

«Putin ha ripetutamente affermato di essere disposto a incontrare anche il signor Zelensky, a condizione che, quando e se si arriverà alla firma di futuri accordi, venga risolta la questione della legittimità della persona che firmerà tali accordi con la parte ucraina».

 Una frase che equivale a togliere Kyjiv dal tavolo delle decisioni, squalificando l’interlocutore principale prima ancora di iniziare.

Il ministro degli Esteri russo ha poi ribadito che un «intervento militare straniero in una parte del territorio ucraino» sarebbe «assolutamente inaccettabile», accusando i leader europei riuniti a Washington con Zelensky di voler costruire garanzie «sull’isolamento della Russia» e perseguire una «politica aggressiva di confronto».

Nella narrazione del Cremlino, dunque, perfino lo sforzo occidentale di immaginare una protezione per Kyjiv diventa prova di un complotto anti-russo.

 

Non c’è da stupirsi.

Il modus operandi del Cremlino è sempre lo stesso:

 offrire il miraggio del compromesso, guadagnare tempo, riorganizzare le forze e poi colpire di nuovo.

La vera sorpresa, semmai, è tutta occidentale:

ogni volta ci convinciamo che questa volta andrà diversamente, che l’accordo firmato sarà rispettato, che la diplomazia possa piegare una logica di potere che di logico ha solo la violenza.

Ma la storia recente è lì a ricordare quanto breve sia la nostra memoria.

Nel 1994 l’Ucraina firmò il Memorandum di Budapest insieme a Stati Uniti, Regno Unito e Russia.

L’intesa prevedeva che Kyjiv rinunciasse all’enorme arsenale nucleare ereditato dall’allora Urss – oltre mille testate, il terzo al mondo per dimensioni – in cambio di una garanzia solenne:

 il rispetto dei suoi confini e della sua sovranità.

 Vent’anni dopo, proprio una delle potenze garanti, la Russia, occupava e annetteva la Crimea, violando platealmente quel patto.

 

Non era la prima volta.

Già nel 2003, con il cosiddetto “caso dell’isola di Tuzla” – un lembo di terra nel Mar d’Azov – Mosca aveva iniziato a testare la resistenza ucraina con pressioni territoriali, costruendo un terrapieno che di fatto minacciava di tagliare fuori Kyjiv dal controllo delle proprie acque.

 Un segnale che passò quasi sotto silenzio in Occidente, ma che anticipava la logica di prove progressive con cui la Russia avrebbe poi alzato la posta.

 

Quando nel 2014 le proteste di Maidan portarono alla caduta del governo filorusso di “Yanukovich, il Cremlino rispose con l’annessione della Crimea e con la guerra nel Donbass.

Per fermare il conflitto si ricorse a due accordi: Minsk I (2014) e Minsk II (2015), negoziati da Francia e Germania.

 Avrebbero dovuto garantire un cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti e una forma di autonomia per le regioni separatiste.

Ma i combattimenti non cessarono mai davvero, e quelle tregue furono usate da Mosca per consolidare il controllo militare e politico sui territori occupati, preparando il terreno all’invasione su larga scala del 2022.

La regola russa si è ripetuta anche dopo.

 Durante l’assedio di Mariupol, i cosiddetti corridoi umanitari, annunciati come pause per permettere l’evacuazione dei civili, furono bombardati nel giro di poche ore.

Nel marzo 2025, il cessate il fuoco sugli attacchi alle infrastrutture energetiche durò appena il tempo di ricaricare l’artiglieria.

 Lo schema è sempre identico: firma di un accordo, proclamazione di una tregua, immediata violazione.

La Russia non tratta per raggiungere compromessi, ma usa i negoziati come strumento di guerra psicologica, arma di logoramento e diversivo tattico per guadagnare tempo.

 

Come si legge in un’analisi di “Tomorrow’s Affairs”, «le negoziazioni con la Russia non sono possibili, a meno che essa non sia costretta a farle».

Non è un’esagerazione polemica ma la constatazione di una costante che si ripete negli ultimi decenni.

 Ogni volta che Mosca si è seduta a un tavolo di trattativa lo ha fatto solo per necessità tattiche, mai per reale volontà di compromesso.

 È accaduto in Cecenia, dove gli accordi di cessate il fuoco vennero sistematicamente violati fino a che l’esercito russo non fu in grado di ristabilire il controllo totale.

 È accaduto in Georgia, con la guerra lampo del 2008: prima la firma di un piano di pace mediato dall’Unione Europea, poi la permanenza indefinita delle truppe russe in Ossezia del Sud e Abcasia, a dispetto di quanto sottoscritto.

Ed è accaduto in Ucraina con gli accordi di Minsk:

Mosca li firmò per congelare il fronte, riarmarsi e guadagnare tempo, salvo poi scatenare l’invasione su larga scala del 2022.

 

Gli accordi, per il Cremlino, non rappresentano vincoli ma strumenti reversibili.

Non sono mai impegni da rispettare, ma carte da usare, piegare e stracciare a piacimento.

Solo la forza, o la pressione diretta e credibile dell’Occidente, può costringere Mosca a sedersi e trattare sul serio.

 

Non aiuta l’ultimo delirante post di Trump su Truth Social:

 «È molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza colpire il Paese invasore. È come una grande squadra sportiva che ha una difesa fantastica, ma non le è permesso attaccare. Non c’è alcuna possibilità di vittoria».

Metafora per metafora, forse bisognerebbe girare al presidente degli Stati Uniti l’intervento del presidente finlandese, “Alexander Stubb”, per capire la superficie di terra che la Russia pretende oggi dall’Ucraina:

 «Sarebbe come rinunciare a Florida, Georgia, South Carolina, North Carolina, perfino Virginia, fino a sfiorare il Maryland». Non proprio un fazzoletto di terra.

 

Il problema va oltre l’Ucraina.

Come ha ricordato il “Financial Times”, le conferenze di pace sono per loro natura fragili e spesso inefficaci.

Non basta riunire leader e firmare un documento per ottenere la fine di una guerra:

perché un accordo funzioni servono tre condizioni precise.

La prima è l’equilibrio di potere sul campo: se una delle parti è convinta di poter vincere militarmente, non ha alcun interesse a fare concessioni.

La seconda è l’esistenza di strumenti di enforcement, cioè meccanismi credibili che obblighino le parti a rispettare ciò che hanno firmato.

 La terza è una visione comune tra i mediatori: senza una reale convergenza internazionale, i tavoli si trasformano in semplici vetrine diplomatiche.

 

La storia lo dimostra.

Gli accordi di Versailles del 1919 non evitarono la Seconda guerra mondiale perché imponevano condizioni senza strumenti per farle rispettare.

Il trattato di Dayton del 1995 chiuse la guerra in Bosnia solo perché accompagnato da una massiccia presenza militare internazionale.

 In Ucraina, invece, nulla di tutto questo esiste: non c’è un equilibrio perché la Russia continua a credere nella vittoria, non ci sono strumenti di enforcement perché l’Occidente non vuole rischiare il confronto diretto, non c’è visione comune perché la Russia rifiuta qualunque schema che non garantisca loro un diritto di veto.

 

In assenza di queste condizioni, qualsiasi conferenza di pace, che sia a Budapest, a Roma o a Ginevra, rischia di produrre soltanto dichiarazioni solenni e fotografie di rito.

 Tavoli che Mosca può sfruttare come diversivi, continuando a combattere mentre le potenze del mondo si illudono che i russi siano cambiati.

 

 

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