Quando la scienza è dubbio.
Quando
la scienza è dubbio.
La
scienza, il dubbio, il bavaglio.
Ariannaeditrice.it
- Roberto Pecchioli – Ereticamente – (30/07/2023) – ci dice:
Lo
dice la scienza, signora mia!
Assomiglia
al brocardo antico “Roma locuta”, causa finita.
Ogni questione è risolta, ogni dubbio
dissipato dalla pronuncia della massima autorità.
La verità indiscutibile, la religione rivelata
è la scienza.
O forse la tecnica e la tecnologia, le sue
ancelle.
Il problema della verità scientifica è che non
può essere divisa; non esiste la “mia” o la “tua “ verità”.
Come
la mettiamo, allora, con la superstizione para religiosa sul clima, la credenza
obbligata che stia cambiando a velocità inaudita per responsabilità
esclusivamente umane?
Una
teoria, nient’altro.
Eppure,
il sistema mediatico, il giornalismo e la “cultura” con rimborso a piè di lista
sono certissimi: così è perché lo “dice la scienza”.
Poi
capita che un battaglione di scienziati qualificati la pensi diversamente e
rediga un manifesto che confuta la tesi ufficiale.
Poveri inetti invidiosi dei colleghi
allineati, circonfusi da un’aura di prestigio e di infallibilità oracolare.
Succede
anche che il premio Nobel per la fisica in carica, “John F. Clauser” non la
pensi come l’”oligarchia al potere” e gli sia impedito di parlare al forum sul
clima del Fondo Monetario Internazionale.
Sorpresa:
l’incontro
è organizzato dal FMI, uno dei pilastri del potere finanziario, non da un
cenacolo di meteorologici e fisici.
Segno
che la teoria del cambio climatico e del riscaldamento della Terra per motivi
antropici è una tesi i cui mandanti sono i padroni del mondo.
Gli
interessi dei banchieri vincono sulle ricerche degli scienziati: la mano che dà
è superiore alla mano che riceve.
Tanto
basterebbe per essere prudenti, sospettosi, noi ignoranti, noi che ci fidiamo
dei nostri occhi e dei nostri ricordi.
La
nonna di chi scrive usava dire: il freddo e il caldo vengono sempre.
Il
primo in inverno, il secondo in estate.
Da non credere, eh, ultras della “scienza”?
Secondo
l’informazione di sistema, il 97 per cento degli scienziati (qualifica
posseduta o ritirata a insindacabile giudizio del mainstream) è certo che il
clima stia mutando per ragioni antropiche.
Chissà
come hanno effettuato la rivelazione: il mago Otelma o Alessandra Ghisleri,
principessa dei sondaggisti?
La prostituzione intellettuale è più diffusa e
pericolosa di quella tradizionale.
Più
seriamente, la scienza sta abbandonando la sua natura, fondata sul dubbio
programmatico, sul continuo provare e riprovare, sul coraggio di abbandonare
vecchie certezze se la ricerca porta altrove.
Il nuovo paradigma bandisce il dubbio e
brandisce il bavaglio, perfino se il destinatario è un prestigioso premio
Nobel.
In tempi di pandemia la grancassa scientifico
– mediatica ha trattato da rimbecillito “Luc Montagnier”, un monumento della
medicina, in quanto non allineato alla verità ufficiale, salvo riconoscere a
posteriori che lo studioso francese, nel frattempo deceduto, aveva le sue
ragioni.
Bavaglio
dopo bavaglio, la scienza si trasforma in oracolo, credenza, superstizione
indiscutibile.
Gli stessi che hanno decostruito, abbattuto
nel tempo ogni certezza si trasformano nei nuovi inquisitori.
Uguale
potenza assertiva, stessa violenza verbale, al servizio del contrario di quanto
asserivano ieri.
È il cambio di paradigma di cui parlava Thomas
Kuhn.
Granitiche
certezze – ben pagate, supponiamo – sostituiscono il dubbio e la ricerca
costante, libera, aperta a ogni ipotesi suffragata dai fatti.
Una
strana scienza che sembra non essere più in grado di rispondere a domande
elementari, diventate pericolosi tabù.
Che
cos’è una donna, ha domandato il capo del partito spagnolo Vox ai suoi
avversari, presidente e vice presidente del governo in carica.
Silenzio
imbarazzato.
Simile
a quello di “Ketanji Jackson”, giurista candidata alla Corte Suprema americana,
che alla medesima domanda, ha opposto uno sconcertante “ non lo so, non sono
biologa”.
Poiché
la signora non è neppure zoologa, immaginiamo la sua difficoltà a riconoscere
un gatto, che potrà confondere con un cappello o un paio di stivali. Sconcerta
che una parte di opinione pubblica, disabituata a pensare, fanaticamente
imbevuta di fede nella “scienza”, dia credito a spacciatori di idee false e
avariate.
L’abuso
della credulità popolare non cambia, se non nelle modalità.
Generazioni
scervellate sono portate a credere che una donna sia “un essere umano adulto
che si percepisce come tale, indipendentemente dal genere rilevato alla
nascita”(dizionario Cambridge) che il ruolo di madre e la gravidanza siano
costruzioni sociali, perfino che il caldo di luglio sia colpa dell’uomo
cattivo.
Una
deputata italiana, “Eleonora Evi”, laureata in “design dei servizi”,
indispensabile nuova scienza, chiede di condannare “ chi nega le colpe
dell’uomo”. Più moderata del collega verde, geometra Angelo Bonelli, che invoca l’introduzione
del reato di negazionismo climatico.
Tragitto concluso:
da
libertari a forcaioli sempre nel nome della scienza, del progresso, della
“liberazione” dell’uomo. Viva la nonna, che stava ai fatti e diffidava dei
saccenti.
Non è
stato sempre così: la scienza per moltissimo tempo si è retta su presupposti
assai diversi.
Mai ha
praticato la ribellione contro la realtà.
Ingiungono
di “credere alla scienza”.
Il
fatto è che non di un atto di fede si tratta, ma della ricerca delle leggi
relative ai fenomeni fisici, un metodo di conoscenza che avanza per contrasto
tra ipotesi diverse.
Stiamo
diventando un popolo che ha dimenticato come accendere il fuoco e allora
postula che la scintilla sia un “costrutto culturale”.
Per la
persona religiosa, la fede consiste nel credere in ciò che non vede.
La fede della neo religione ufficiale
costringe a credere il contrario di ciò che vediamo.
In
ogni tempo e in ogni luogo sono state difese delle falsità, imposti concetti
erronei, ma l’ovvio non è mai stato negato.
I padroni così vogliono, come quelli di O‘
Brien in 1984.
“Ma come posso fare a meno…borbottò Winston,
come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due
fanno quattro.
Qualche
volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche
volta quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più.
Non è facile recuperare il senno. Quasi
inconsciamente, Winston scrisse con le dita sul tavolo coperto di polvere: 2+2
= 5.”
La
vera scienza lavora per approssimazione ed è per natura aperta a ribaltare le
sue conclusioni, se sopravvengono ipotesi migliori. Non può consistere in un
credo. Julian
Huxley, genetista e uomo di potere, scrisse che la scienza compie suicidio
quando adotta un credo.
Il fisico e matematico Jules-Henri Poincaré,
il primo a formulare una teoria della relatività, negò sì la possibilità di una
morale scientifica, ma affermò anche che non può sussistere una scienza
immorale.
Poiché
conoscere è un atto, la scienza appartiene alla sfera della morale;
agire
è seguire un pensiero: dunque la morale appartiene al campo della scienza.
Tutto ciò significa che la scienza non può diventare scientismo, la convinzione
che attribuisce alle scienze fisiche e ai loro metodi la capacità di risolvere
tutti i problemi, le ansie e i bisogni dell’uomo.
La contemporaneità, in particolare le classi
dirigenti, sta percorrendo con il paraocchi la via della religione scientifica
(e tecnica, giacché l’uomo moderno vuol essere innanzitutto “faber”, artefice e
creatore).
Lodata
sia la scienza, ovviamente, purché non diventi il criterio unico di giudizio,
la Verità rivelata agli Illuminati e da essi fatta discendere al volgo.
La
scienza non ci redimerà dai nostri peccati: tutt’al più allargherà di un po’ i
nostri limiti, senza raggiungere le verità ultime o svelare il senso della
vita.
Adesso è diventata il credo delle classi
semicolte, incessantemente predicato dai suoi sacerdoti, la casta politica, il
coro mediatico e “color che sanno”.
La
pandemia di Covid-19 ha moltiplicato la fede scientifica, ma la svolta era già
nell’aria, specie nei presagi sull’ imminente catastrofe climatica.
Scienza
singolare, questa dei nostri giorni, un luogo incantato in cui non c’è
dibattito o contrasto, solo certezze granitiche, verità imposte mettendo a
tacere i reprobi, trasformati in eretici e nuovi atei.
I suoi
tribuni non sono scienziati, ma politici, comunicatori, industriali,
finanzieri, “influencer”.
Non si
esprimono come ricercatori che espongono razionalmente delle teorie, sono
sciamani che distillano sentenze e pongono intangibili tabù.
Sul
coronavirus non c’è stato un dibattito scientifico.
Ogni
tentativo è stato picconato da campagne mediatiche di linciaggio morale,
scherno, insulti, come quelli subiti da Montagnier quando ha osato uscire dallo
spartito officiato a reti, governi, culture unificate.
Uguale
sorte sta raggiungendo coloro che osano diffidare delle previsioni mai
verificate dell’apocalisse climatica.
Ma può esistere una scienza senza discussione,
priva di dibattito, esente dal pubblico esame di tesi ed ipotesi, immune dalle
critiche?
Evidentemente no. Ciò che le classi dominanti
chiamano “scienza” non è tale.
La
scienza è un insieme di certezze rivedibili. Se non vengono sottoposte a
revisione, diventano comandamenti.
L’’intero
percorso di riflessione sulla conoscenza nel secolo scorso camminava
esattamente nella direzione opposta, con la permanente messa in discussione
della capacità della scienza di incarnare la verità.
Il
principio di indeterminazione di Heisenberg ha insegnato che la nostra qualità di
osservatori “interni”, altera la percezione e la precisione del calcolo.
Il
teorema di incompletezza di Gödel ha svelato i limiti dei sistemi matematici formali nel
dimostrare ciò che è vero.
Thomas
Kuhn ha stroncato l’idea del progresso per accumulazione delle scienze per
sostituirlo con una successione di cambi di “paradigma”, ossia teorie dominanti
che diventano visioni del mondo.
Karl Popper ha abbassato le pretese di verità della
conoscenza scientifica introducendo la più modesta falsificabilità:
è
scientificamente corretta una proposizione che non può (più) essere confutata.
Jacques Monod, biologo ed espistemologo, ha concluso che la scienza moderna non
è in grado di attraversare un triplice confine:
l’ origine del Big-Bang, il sistema nervoso
centrale umano e l’emergere del primo DNA.
Paul
Feyerabend ridusse in polvere la pretesa di stabilire regole universali,
affermando che il metodo della scienza è non avere un metodo.
David
Bohm iniziò con la fisica quantistica e concluse con la certezza che
l’universo si regge in un “ordine implicato” che avvolge in unità ogni cosa, a
sua volta implicata nel tutto.
Dunque,
ciò che ha caratterizzato la scienza è stata la consapevolezza dei propri
limiti, l’esatto contrario della futile petulanza di chi oggi sventola la
bandiera scientista.
La
fanciullesca venerazione della scienza è una sorprendente regressione
cognitiva, come un paziente il cui deterioramento mentale gli fa ricordare solo
alcuni fatti e dimenticare tutto il resto.
Abbiamo
cancellato un secolo di pensiero per tornare al positivismo ingenuo di Auguste
Comte ,
che vedeva nell’uomo di scienza la fase più avanzata — e ultima —
dell’evoluzione umana; i bei tempi in cui la borghesia trionfante toglieva Dio dagli
altari e vi innalzava la scienza gridando “viva il progresso”.
Con lo
stesso fervore religioso, i suoi predicatori intonano gli inni a una scienza
che è il nome di una fede senza Dio né paradiso, ma con inferno, inquisizione e
roghi degli eretici in Campo de’ Fiori.
Niente di nuovo sotto il sole, come già sapeva
“Qoelèt”.
L'Unione
Europea è un treno in corsa
verso l'abisso, pilotato da
sfasciacarrozze
allo sbaraglio.
Ariannaeditrice.it -Diego Fusaro – (23/08/2025)
– ci dice:
Nel
suo recente intervento al consesso di Rimini, detto meeting con la lingua dei
mercati, è intervenuto anche l'immarcescibile Mario Draghi, l'impenitente
eurinomane delle brume di Bruxelles, l'austerico passato da Goldman Sachs alla
BCE.
L'unto dai mercati ha fatto un intervento
decisamente duro nei toni contro la postura - meglio sarebbe dire l'impostura -
dell'Unione Europea.
Ha asserito testualmente che essa è
"marginale e spettatrice", condannata all'irrilevanza sul piano
geopolitico.
In questo caso, l'euroinomane ha perfettamente
ragione, anche se la questione è decisamente più grave di come egli la ha
dipinta.
Infatti,
l'Unione Europea non è semplicemente irrilevante, marginale e spettatrice: essa
si è condannata al pessimo ruolo di semplice colonia di Washington, finendo
addirittura per essere più realista del re.
È l'Unione Europea, addirittura più della
civiltà del dollaro, a volere oggi che la guerra in Ucraina continui
all'infinito.
È
l'Unione Europea a lanciare il folle e manicomiale piano del “Rearm
Europe”, un vero e proprio disastro sul
piano strategico ma poi anche sul piano dello spreco dei danari pubblici.
Oltretutto,
ciò che Mario Draghi si guarda bene dal sottolineare è che non si tratta di una
patologica deviazione rispetto a una struttura in sé sana:
l'Unione
Europea è nata marcia nelle sue stesse fondamenta, dato che si è venuta
costituendo come l'unione del capitale europeo contro i lavoratori e i popoli
d'Europa, dunque come una riorganizzazione verticistica del capitale dopo la
data epocale del 1989.
Ancora,
l'Unione Europea non ha rappresentato lo strutturarsi dell'Europa come potenza
autonoma e sovrana:
al
contrario, ha rinsaldato la subalternità del vecchio continente alla civiltà
del dollaro e alla sua libido” dominandi” di marca schiettamente
imperialistica. Ovviamente, Mario Draghi, come tutti gli euroinomani, anche al
cospetto del fallimento plateale dell'Unione Europea continuerebbe a dire che
essa deve essere salvata “whatever it takes”, per usare una celebre espressione
impiegata a suo tempo dallo stesso unto dai mercati.
Magari direbbe anche che "ci vuole più
Europa", per riprendere il mantra prediletto della schiera omologata degli
euroinomani di Bruxelles:
slogan
folle, basato sul principio per cui se la cura produce la morte del paziente,
allora bisogna aumentare le dosi della cura stessa.
Diciamolo
apertamente e senza ambagi:
l'Unione
Europea è un treno in corsa verso l'abisso, pilotato da sfasciacarrozze allo
sbaraglio.
Realismo,
dubbio e pluralismo:
il
tratto delle donne nella scienza.
Editorialedomani.it
- Emilia Margoni – (09 febbraio 2024) – ci dice:
(Anne
L’Huillier, francese, ha ricevuto il premio Nobel per la fisica nel 2023,
quinta donna nella storia, a 120 anni da Marie Curie.).
L’11
febbraio è la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella
scienza, al fine di «promuovere l’accesso pieno ed eguale e la partecipazione
alla scienza per le donne e per le ragazze».
Ancora
oggi l’eguaglianza rimane un obiettivo lontano, con il 33,3% di ricercatrici
donne e un numero ancora più esiguo di eguale salario ed eguale posizione di
potere a parità di prestazioni professionali.
Quando
si parla di scienze esatte, si crede che alcune verità oggettive non possano
essere materia di contesa.
La
velocità di un raggio solare nel vuoto rimane 300.000 Km/s, non importa se a
misurarla sia un uomo, una donna o un satellite.
Sembrerebbe quindi del tutto legittimo
concludere che, sia essa condotta da uomini o da donne, una ricerca scientifica
arriverà comunque agli stessi esiti, sostenuti da formalismi di tutto punto e
comprovata dalle analisi sperimentali.
Se
così è, perché l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha istituito nel 2015
la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, celebrata
l’11 febbraio di ogni anno?
Una
prima benché superficiale risposta potrebbe essere l’esigenza morale e politica
di una piena parità tra uomini e donne nell’ambito delle scienze.
E, per molti versi, ce ne sarebbe ben donde.
Ancora
oggi, l’eguaglianza rimane un obiettivo lontano, dato che si registra solo il
33,3 per cento di ricercatrici donne, mentre un numero ancora più esiguo ha
raggiunto un eguale salario e una eguale posizione di potere a parità di
prestazioni professionali.
Il
sito dell’Unesco precisa così che la Giornata è tesa a “promuovere l’accesso
pieno ed eguale e la partecipazione alla scienza per le donne e per le
ragazze”. Segue l’immancabile riferimento ai gradi di sviluppo e pace che una
scienza più egualitaria sarebbe in grado di garantire.
L’Agenda 2030 prospetta risultati siderei,
come la piena eguaglianza tra ricercatori a dispetto delle loro differenze di
sesso, genere, età, abilità ed etnia.
Fatti.
Le
donne sono ancora ostacolate sul lavoro, ma ci sono gli strumenti per cambiare.
(Micol
Maccario):
Il
canone stereotipato.
Nel
corso degli ultimi decenni, epistemologhe e filosofe della scienza hanno
manifestato scetticismo nei riguardi di un’eguaglianza formale in stile quota
riservata – puntualmente aggirata nei concorsi, con le ragioni più fantasiose,
là dove necessario.
Queste studiose hanno indagato i modi meno
visibili in cui la differenza di genere produce differenze sostanziali, cui
nessuna procedura trasparente potrebbe da sé sola porre rimedio.
In
primo luogo, le donne nella scienza vengono escluse dai progetti di ricerca
nella misura in cui non si conformano allo spettro di valori da secoli
associato loro, come la docilità, la prevalenza dell’intuito sul calcolo
razionale, una maggiore propensione a farsi da parte quando le contingenze lo
richiedono.
Insomma,
l’inclusione delle donne nella ricerca è condizionata all’adesione a un canone
femminile stereotipato, perlopiù prodotto dagli uomini, come si argomenta con
amor di dettaglio nei lavori di Chiara Volpato.
Non
stupisce che, per un perverso gioco di specchi, le poche donne al potere, in
accademia e fuori, incarnino un’autorità di matrice mascolina persino più
prevaricatrice e ostinata.
Fatti.
La
medicina di genere serve perché gli uomini non sono l’umanità.
(Micol
Maccario):
In
secondo luogo (e connesso al primo punto), alle donne si associano stili
cognitivi, stati d’animo e affetti che sempre importano una qualche soggezione
rispetto all’uomo;
e su
questo mi limito a raccomandare Il dominio maschile di “Pierre Bourdieu”, che
ad avviso di chi scrive rimane uno dei testi decisivi per tracciare le molte
vie in cui la donna contribuisce al dominio del maschio, specie in forza del
suo sentirsi in dovere di affascinare o di sedurre o di prendersi cura o di
manifestare sentimenti di materna protezione.
Sulla scia di tutto questo, le donne si vedono
spesso negare “autorità epistemica”, vale a dire la capacità di leadership nel
dettare linee di ricerca e nel guidare i processi utili a perseguirle.
Una
differente concezione.
Eppure,
credo che dietro la Giornata delle donne nella scienza risieda una ragione
persino più urgente e forte dell’eguaglianza formale o sostanziale.
O
meglio, una ragione che spiega la necessità dell’eguaglianza sostanziale ben al
di là dell’interesse, pur legittimo, di una sezione numericamente ragguardevole
della popolazione mondiale.
Si
tratta della possibilità concreta, per le donne, di contribuire a una
differente concezione della scienza rispetto a quella in cui ha di fatto
predominato il punto di vista maschile.
Una
visione ingenua della scienza è quella secondo cui una teoria scientifica
restituisce una fotografia del mondo:
lo
descrive in modo neutro per indicare agli esseri umani come operare su di esso
a certi fini.
Ma
nessuna teoria scientifica semplicemente “descrive” con quella neutralità e
quell’oggettività che si attribuiscono alla Scienza da lettera maiuscola.
Ogni
singola ricerca parte da una domanda, animata da certe urgenze e certe
pressioni, assieme a interessi sociali, politici ed economici. L’articolazione
della domanda, assieme alle sue urgenze, pressioni e interessi, guida la
ricerca e incide sui suoi risultati.
Dati.
I
comportamenti dei maschi ci costano 99 miliardi all’anno.
(Micol
Maccario):
L’epistemologia
femminista, in fondo, non fa che chiedersi: a partire da quali motivazioni e
interessi si cerca quel che si cerca? E quanto queste motivazioni e questi
interessi determinano il corso della ricerca? Le indagini scientifiche vengono
finanziate e promosse in base agli obiettivi di innovazione e di acquisizione
tecnologica che promettono, mentre questi vengono valutati in base alle
capacità di assicurare utili per gli investitori.
Per
questa ragione, avviene di frequente che alcune teorie, per quanto cariche di
intuizioni fertili e talora visionarie, vengano riposte nell’archivio di storia
del pensiero scientifico solo perché promettono risultati pratici meno
allettanti per chi finanzia.
Le tre
necessità.
Sia
chiaro: non c’è nulla di intrinsecamente erroneo in tutto questo.
Ma il punto di vista femminista contribuisce
tanto più al sapere scientifico quanto più di esso offre un’immagine meno
irenica. La scienza non è né autonoma né neutrale né imparziale.
Non è
autonoma,
perché è guidata da urgenze e interessi, spesso tanto deprecabili da doversi
tener nascosti (si pensi alla connessione tra le esigenze belliche e gli
sviluppi nella fisica novecentesca).
Non è
neutrale,
perché qualsiasi teoria scientifica porta a una qualche posizione morale e
politica più o meno forte (si pensi al dibattito sull’inizio della vita umana o
sulla presunta naturalità dei generi sessuali).
Non è
imparziale,
perché molte teorie scientifiche, com’è naturale, devono farsi tornare i conti
anche in assenza di una completa certezza nelle evidenze sperimentali (si pensi
alle ricerche sulle cure mediche urgenti).
Per
questa ragione, la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella
scienza è innanzitutto un richiamo a una triplice necessità:
realismo,
dubbio e pluralismo.
Realismo, perché la ricerca necessita di
fondi e i fondi obbligano a certi percorsi e occludono il passaggio ad altri.
Dubbio, perché nessuna evidenza empirica
potrà mai considerarsi ultimativa. Pluralismo, perché l’ottica femminista risponde alla duplice
esigenza di realismo e dubbio:
l’inclusione di punti di vista alternativi nel
momento in cui si articola la domanda che guida la ricerca.
Insomma,
l’11 febbraio, come ogni giornata di lotta femminile, non grida la
rivendicazione di una parte.
Auspica
piuttosto l’uscita da uno stato di minorità che, nei fatti, grava ancora sui
nostri vagheggiamenti di un mondo migliore, pronti a disgregarsi al primo
ruggire di macchina motrice sul Grande raccordo anulare.
ELOGIO
DEL DUBBIO
Dromorivista.it - Alfonso Tarricone - N. 1 - Anno
2025 - Tematico, Rubriche – Redazione – ci dice:
L’effetto
“Dunning Kruger” è una distorsione cognitiva che prende il nome dai due
psicologi che lo hanno primariamente studiato.
Si
tratta di una relazione inversamente proporzionale tra l’oggettiva conoscenza
di un argomento e la soggettiva percezione di padroneggiare lo stesso
argomento. Un esempio recente riguarda
la pandemia da Covid, quando numerosi strati di popolazione non esperta di
vaccinazioni e microbiologia si ritenevano in grado di esprimere anche
legittimamente la propria opinione ma non sentendosi da meno rispetto agli
studiosi dell’ambito;
al contrario, numerosi sanitari – e il
sottoscritto con loro – sentivano, pur essendo “del settore”, di non potersi
sbilanciare adeguatamente, consci dei limiti della scienza stessa e dei propri
studi.
Tale
effetto ricalca perfettamente una nota massima del filosofo “Bertrand Russell”
che, sconsolato, soleva dire «il problema di questo mondo è che gli intelligenti sono
pieni di dubbi e gli stupidi pieni di certezze».
“Russell”
non era certo uno che le mandava a dire, un aristocratico britannico abituato a
guardare tutti dall’alto in basso:
si può
dire che, invece, più elegantemente i due studiosi abbiano riassunto un
concetto che pare avere anche origini lontane e più umili, probabilmente cugino
di secondo grado del detto popolare “la ragione si dà ai fessi”.
Date
queste premesse quindi, sembra pacifico accettare l’idea che probabilmente
intelligenza e dubbio siano come le due eliche del DNA: legate l’una
all’altra.
«Il
dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza» sosteneva Borges.
Difatti,
quella “sottile arte del dubbio” che è la filosofia è stata considerata per
secoli la massima espressione del “cervellone”, del “sapientone”.
Il
padre in Occidente, a sua volta, della madre di tutte le scienze è considerato
infatti “Socrate”, un uomo che ha fatto della propria filosofia la sua stessa
vita e della sua stessa vita la propria filosofia.
Viveva NEL dubbio e viveva IL dubbio, contestando con fermezza le
certezze che i sofisti ateniesi propinavano alle giovani menti del tempo, nel
pieno della “Guerra del Peloponneso”, quando lo splendore dell’Atene classica
iniziava a scemare e l’insinuatore di dubbi non poteva che essere un pericoloso
ramo da estirpare anziché un’apprezzata risorsa sociale.
Una
certezza in questo mare di insicurezze è che nell’esercizio del potere,
infatti, il dubbio facilmente addiviene il principale nemico.
Anche
al di fuori dell’ambito democratico, l’Uomo ha sovente mostrato di necessitare
di certezze ferme e ha espresso innumerevoli volte apprezzamento per i
decisionisti, i sofisti che sanno ammaliare con la parola e la retorica,
antitetici al catoniano “Rem tene, verba sequentur.”
Persone
anch’esse intelligenti, i decisionisti, a saper cavalcare gli umori delle
piazze per venire a capo dei problemi comuni.
Per
farsi eleggere servono voti, e li si ottengono con poche frasi ad effetto,
slogan diretti e non con le lezioni accademiche e non certo stimolando la folla
a portarsi a casa meno certezze di quante ne avessero prima.
La piazza cerca le sicurezze, un contenimento
al proprio continuo ondeggiare. Poco importa quanto siano robusti questi argini
e di che materiale siano fatti, l’importante è che ci siano.
Antitetici
a questi uomini di polso ci appaiono però i simboli dell’uomo intelligente “par
excellence”, come la statua del “pensatore di Rodin”:
una
figura che si contorce nel dubbio, nel porsi questioni, che si arrovella per
venire a capo del problema che ha di fronte.
E un
altro emblema di intelligenza viene dalla mitologia, l’Ulisse dantesco, l’uomo
dal multiforme ingegno (polytropon), che mette in dubbio il confine delle
colonne d’Ercole, imposto da un semidio ma in realtà dagli uomini stessi, per
portare il sapiens oltre i confini delle terre conosciute.
Cos’altro
è poi l’intelligenza, se non l’esplorazione di terre sconosciute per arrivare a
vecchie e nuove mete?
L’intelligenza
è la capacità di superare le sfide imposte dal mondo, intimamente connessa alla
legge di un’altra pietra miliare della storia occidentale, quella di “Charles
Darwin”.
In
natura a perpetuare la propria esistenza non è il più forte, o il più sicuro,
ma colui che meglio si adatta, colui che sa mettere in dubbio i cliché.
Darwin
seppe questionare la certezza del creazionismo, che pure era così intuitivo –
d’altra parte, chi aveva mai visto un grosso lucertolone trasformarsi in una
gallina?
E
ancora “Galileo”, che mise in dubbio la realtà autoevidente del movimento degli
astri attorno alla Terra: non facile pensare che ci stiamo muovendo
continuamente intorno al Sole, e manco un po’ di nausea.
Val la
pena accennare allora anche a “Cartesio” che, volendo costruire il metodo
perfetto d’indagine, affermò che tutto è dubitabile, a parte la propria
esistenza come essere che si interroga persino sul suo stesso esistere.
“Cogito
ergo sum”, sono pieno di dubbi, perciò esisto, o esisto almeno come un misero
essere che dubita.
Si
potrebbe affermare allora che intelligenza è saper sguisciare nelle paludi
dell’incerto.
Se il
mondo fosse “terra già nota”, non ci sarebbe probabilmente la spinta adeguata
per muoversi, e svegliarsi ancora un nuovo giorno. Beato colui che si sveglia col dubbio
ogni mattina perché ha almeno un ottimo motivo per iniziare a camminare.
Ovviamente,
est modus in rebus, non ci si dimentichi dell’«aurea mediocritas», lezione di”
Orazio”.
Occorre
mettersi in guardia anche da un suo esercizio indiscriminato. Dubitare senza prove per il gusto di
distruggere le impalcature, le linee guida, «gli strumenti umani», con le
parole poetiche di “Vittorio Sereni”.
Avere,
cioè, l’ardire di sentirsi sempre “Sherlock Holmes” in un mondo di “Watson”.
Si
ricadrebbe così, di nuovo, nell’”effetto Dunning Kruger”, sopravvalutando
stavolta le proprie capacità investigative.
E
allontanando lo sguardo dai sapienti del passato, si apre dunque un futuro di
vertiginosi timori e perplessità, horror vacui per i comuni mortali, frontiera
per le persone c.d. «intelligenti», lontane dal positivismo ottocentesco che
credeva di poter spiegare tutto con scienza e ragione, tranello in cui cadde
persino Marx per delineare la storia del mondo e oracolare sul destino delle
classi sociali.
Ben
venga che ad oggi la scienza abbia sentenziato la bontà del falsificazionismo
di “Karl Popper”, per cui una teoria scientifica è valida se di essa si può
dubitare, metterla in discussione e confutarla.
Probabilmente,
uno dei più grandi traguardi ottenuti nel XX secolo, il secolo delle certezze muscolari,
delle dittature, delle guerre da decine di milioni di morti, delle pulizie
etniche, del “me contro te” a prescindere da tutto.
Evviva
il dubbio sano allora, e il suo esercizio morigerato, evviva l’incertezza di
ogni passo che porti con sé la “ragionevole speranza della progressione in
prospettiva”.
Il
mito dell’infallibilità: perché
la
scienza non conduce alla verità?
Gazzettafilosofica.net – (5 -02 -2025) - Alexia Ioana
Branzea – ci dice:
Un’analisi
storico-critica attraverso importanti riflessioni epistemologiche e una
rassegna di eventi accaduti e di errori commessi rivelatisi significativi per
la comunità scientifica.
Il suo scopo è quello di dimostrare il
procedere intrinsecamente fallibile, dinamico ed incerto della scienza, a discapito della diffusa ideologia
dello scientismo che fa della scienza la sovrana di un sapere universalmente
valido e oggettivamente affidabile.
Che
sia davvero la scienza la via che conduce alla verità assoluta, o dobbiamo
accettare l’incertezza come inalienabile compagna del sapere umano, sempre più
dinamico e pluralistico?
Agli
albori della cultura occidentale, in Grecia, la scienza era conosciuta con il
nome di επιστήμη (episteme) e veniva considerata l’unica forma di sapere certo
e infallibile, contrapposto alla δόξα (doxa), ossia la mendace opinione
soggettiva.
In particolare, nel “Teeteto”, Platone
definisce la scienza come «opinione vera accompagnata da ragionamento»: così facendo, le si attribuisce la
caratteristica di non limitarsi alla mera veridicità, che anche un’opinione
comune potrebbe avere in maniera assolutamente aleatoria, ma di presupporre
anche un ragionamento che la verifichi.
Non
distante è quanto afferma anche Aristotele nel sesto libro dell’Etica Nicomachea, che descrive la scienza come un
procedimento della ragione che implica non solo precisione, certezza, necessità
ed eternità, ma anche la produzione di dimostrazioni consequenzialmente logiche.
Una questione di metodo: deduzione ed
induzione.
Un
tale tipo di sapere, del tutto incorruttibile, non poteva che essere oggetto di
deduzione, un metodo di ragionamento analitico e aprioristico (il cui predicato
non aggiunge alcuna qualità nuova al soggetto e la cui verità dipende
esclusivamente dal significato dei suoi termini, in maniera del tutto
indipendente dall’esperienza: es. “tutti gli scapoli sono uomini non sposati”),
che permette di giungere a certe conclusioni particolari partendo da date
premesse generali.
Tuttavia,
oggigiorno siamo ormai tutti consapevoli del fatto che la scienza non procede
solo per deduzione, ma anche, e soprattutto, per induzione.
Infatti, a seguito della prima importante rivoluzione
scientifica a cavallo tra XVI e XVII secolo c’è stato l’avvento dell’empirismo,
un approccio alla conoscenza basato sull’esperienza sensoriale:
per
Galilei, alla scienza non bastano più le necessarie dimostrazioni ma servono
anche le sensate esperienze.
Così, in un simile contesto, ha avuto la meglio il
metodo di ragionamento contrario alla deduzione, ossia quello induttivo,
sintetico e a posteriori (il cui predicato aggiunge qualità nuove al soggetto e la
cui verità non dipende esclusivamente dal significato dei suoi termini, ma può
dimostrarsi soltanto mediante l’esperienza: es. “Roma è la capitale d’Italia”),
che da certi fatti osservativi particolari permette di giungere a conclusioni
generali.
Qualcosa
di parzialmente simile all’induzione, in realtà, era presente anche ai tempi
degli antichi e si manifestava sotto la forma di επαγωγή (epagoghe), una sorta
di percezione sensibile che aveva il compito di avviare il νοῦς (nous), ossia
l’intuizione intellettiva sovra-razionale in grado di cogliere quali fossero le
premesse valide da usare nelle deduzioni;
che
però, da sola, non poteva in alcun modo giungere ad alcun sapere certo e universale come
quello dell’επιστήμη (episteme) ma solo a delle conoscenze arbitrarie.
Per
quanto antica e inficiata nel corso dei secoli, non si può dire che la
valutazione negativa attribuita all’induzione dagli antichi greci sia del tutto
priva di fondamento.
Per
comprendere ciò si può fare ricorso alla filosofia della scienza, attraverso la
riflessione di Hume.
Egli,
infatti, sostiene che è del tutto impossibile dare una giustificazione
razionale dell’induttivismo, sebbene esso faccia naturalmente parte della
nostra struttura cognitiva.
Noi,
argomenta Hume, facciamo sempre affidamento al principio di uniformità della
natura, che ci permette di assumere che siccome un certo evento si è sempre
verificato fino ad ora allora, sicuramente si verificherà di nuovo.
Una tale spiegazione del principio di
uniformità della natura, tuttavia, è essa stessa un’inferenza induttiva, il che
rende circolare, e dunque irrazionale, l’intero tentativo di giustificazione
dell’induttivismo.
Eppure,
se davvero l’induzione è irrazionale, perché si continua a farne uso nella
scienza, che da sempre invece viene qualificata come un sapere razionale che
punta a descrivere, predire e spiegare accuratamente i fenomeni dell’universo?
Nella
storia della filosofia della scienza siamo stati messi dinanzi a possibili
soluzioni molto diverse tra di loro, alla base delle quali però vi era una sola
idea di fondo:
la scienza, lungi dall’essere immutabile ed
infallibile, è piuttosto un sapere dinamico e continuamente revisionabile, e
proprio in questa intrinseca apertura al cambiamento risiede la sua forza e la
sua quintessenza.
Esempi teorici di fallibilità
nell’epistemologia.
Popper ha avanzato l’orientamento del
falsificazionismo, dove l’induzione viene completamente abbandonata a favore di
un modello ipotetico-deduttivo che fa affidamento all’esperienza solo a
posteriori per tentare la falsificazione della teoria ipotizzata.
In questo modo «le teorie non sono mai
verificabili empiricamente» (Karl Raimund Popper, La logica della scoperta
scientifica), in quanto la verifica richiederebbe infinite prove positive dell’evento
esperito, e pertanto «come criterio di demarcazione, non si deve prendere la
verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema» (op. cit.), in quanto alla
falsificazione basta invece una e una sola prova negativa.
Allorché
quest’ultima non si dà, la teoria ha solamente «provato» temporaneamente «il
suo valore» ed «è stata corroborata dall’esperienza passata» (op. cit.).
Di
diverso avviso è Russell, il quale è riuscito a salvare sia il principio di
uniformità della natura che, di conseguenza, il metodo induttivo, attraverso il
concetto di probabilità, in quanto «tutto ciò che attendiamo è solo probabile
che si verifichi» (Bertrand Russell, I problemi della filosofia).
Così
la scienza, procedendo probabilisticamente, «si avvicinerà al grado di
certezza, senza però giungervi mai, perché sappiamo che nonostante le frequenti
ripetizioni alla fine può talvolta accadere un fatto del tutto diverso» (op.
cit.) e, sebbene
non possa né verificare né falsificare una teoria certamente, può quantomeno
aumentarne o diminuirne il grado di probabilità.
Sulla
scia di “Quine” si collocano le più complesse visioni di Kuhn e Lakatos.
Kuhn, con il concetto di paradigma, definito
come «un insieme di esempi di effettiva prassi scientifica riconosciuti come
validi» (Thomas Samuel Kuhn, Dogma contro critica. Dogmi possibili nella storia
della scienza), descrive il progresso scientifico non come un lineare processo evolutivo,
ma come un semplice susseguirsi di paradigmi del tutto incommensurabili. Durante il paradigma, «lo
scienziato è un solutore di rompicapo» (op. cit.), in quanto la sfida della cosiddetta
scienza normale «non è svelare ciò che non è noto, ma ottenere ciò che è noto» (op. cit.) con un approccio
dogmatico e giustificazionista. A cagionare il salto da un paradigma all’altro
sono invece le rivoluzioni scientifiche, scaturite dai periodi di crisi in cui
inevitabilmente incorre la scienza normale quando il dogmatismo del paradigma
corrente porta con sé troppe anomalie che esso stesso non è più in grado di
giustificare. Qualsiasi teoria, dunque, e il metodo scientifico stesso, sono
meramente relativi al paradigma dominante, e in sì dato contesto soltanto «un
crollo delle regole del gioco prestabilito è il preludio usuale a una
significativa innovazione scientifica» (op. cit.).
Non
tanto diversa dalla prospettiva kuhniana è la metodologia dei programmi di
ricerca di Lakatos, che istituisce un nucleo di teorie paradigmatiche
«costituito da un minimo di due a un massimo di cinque postulati» (Imre Lakatos
e Paul Karl Feyerabend, Sull’orlo della scienza. Pro e contro il metodo).
Queste teorie sono da salvaguardare, ma
diversamente da come accede per Kuhn, tuttavia, ciò avviene non solo mediante
il dogmatismo rappresentato dalla cosiddetta euristica negativa, volta ad
aggiungere sempre nuove ipotesi ausiliarie che difendano il nucleo da pretese
confutazioni come in una sorta di cintura protettiva;
ma anche con qualcosa di simile al falsificazionismo,
consistente invece nell’euristica positiva, «una tecnica di soluzione di
problemi che indica allo scienziato come “digerire” un’anomalia» (op. cit.),
pronta a rinunciare alle vecchie ipotesi ausiliarie quando ne emergano di nuove
migliori.
In
questo modo, un programma di ricerca può essere o regressivo o progressivo,
allorché, rispettivamente:
faccia
ricorso a sole ipotesi difensive, spesse volte anche ad hoc (formulate in modo
tale da adattarsi al caso specifico senza reali fondamenti), e non riesca a
predire con successo alcunché, e in tal caso si tratterebbe di un programma
pseudo-scientifico;
introduca
sempre nuove ipotesi tali da garantire lo sviluppo della ricerca e predire con
successo fatti nuovi e inattesi, costituendo in questo caso un programma
rigorosamente scientifico.
Inoltre,
a dimostrazione del carattere fallibile della scienza e del fatto che è proprio
questo carattere fallibile a garantirne il costante progresso, non vi sono solo
le suddette – più molte altre argomentazioni filosofiche puramente teoretiche –
ma anche tutta una serie di casi realmente avvenuti di teorie ormai superate ed
errori storici causati da paradigmi dominanti.
Esempi
concreti di fallibilità nella storia della scienza.
Celebre
è il passaggio dalla teoria geocentrica di Tolomeo a quella eliocentrica di
Copernico.
Sebbene
il geocentrismo tolemaico, infatti, avesse costituito per lunghi secoli il
paradigma dominante nel descrivere l'universo come orbitante attorno alla
Terra, con l’avvento dell’eliocentrismo copernicano l’intero sistema è andato
in crisi.
La
rivoluzione, inoltre, è stata ulteriormente corroborata dalle osservazioni
astronomiche di Galilei e dalle leggi di Keplero, che hanno dimostrato la
maggiore semplicità e aderenza al reale del nuovo impianto copernicano.
Pure
il passaggio dalla meccanica newtoniana alla relatività di Einstein è
altrettanto famoso.
Le
leggi della meccanica classica di Newton, basate sui concetti di spazio e tempo
assoluti, sono state in grado di spiegare la fisica per oltre due secoli,
finché la loro validità non è stata messa in dubbio dalla teoria
elettromagnetica di Maxwell.
A
determinare il vero e proprio cambio di paradigma però è stata la teoria della
relatività einsteiniana, che ha dimostrato, dapprima, con la relatività
ristretta, come spazio e tempo fossero relativi e non assoluti, e poi, con la relatività generale, come la
gravità non fosse una forza bensì una curvatura dello spazio-tempo.
Molto
meno conosciuta ma comunque degna di approfondimento è la teoria dell’origine
del colera su base contagiosa.
Nel
XIX secolo il paradigma dominante, condiviso da medici ed esperti, sosteneva
che malattie simili erano causate da arie cattive o miasmi. Solo con gli
esperimenti di Snow, che mappando tutti i decessi di colera ha individuato dei
punti più addensati, e con la teoria dei germi di Pasteur e Koch, si ha
iniziato a comprendere la vera causa delle malattie infettive.
Ciononostante,
il paradigma dominante ha continuato a persistere per diverso tempo,
rallentando l’adozione delle misure sanitarie necessarie per il contenimento.
Pur
avendo portato questi importanti esempi, è possibile che certi caparbi
scientisti non risultino ancora convinti della fallibilità della scienza e
ancora credano fedelmente, come cultori di una religione, nella scienza come
unico sapere universalmente valido e affidabile.
Pertanto, è necessario confutare in ultima istanza
proprio lo scientismo stesso, il più importante mito della scienza
contemporanea, spesso ben riassunto da una tipica frase detta da chi, pur non
sapendo quasi niente di scienza, si arroga il diritto di discutere a riguardo: «Parlano i dati!».
Tirannia
dei dati nell’era dell’AI e scientismo.
Di
fondamentale importanza è comprendere che i dati, da soli, non parlano affatto,
e che pure la pubblicazione di uno studio, di per sé, non vuol dire niente.
La scienza, infatti, è sempre più una disciplina
sociale, intersoggettiva e comunitaria, le cui scoperte vengono pubblicate in
riviste scientifiche specializzate sotto forma di “peer-reviewed papers”.
Questi articoli consistono quindi non solo
nell’esposizione dell’esito dello studio compiuto da un gruppo di ricercatori,
ma anche in una precisa e dettagliata descrizione del procedimento sperimentale
adottato, sottoponendo così il proprio studio a una continua verifica da parte
della comunità scientifica, senza mai acquisire uno statuto di verità ma restando sempre
e solo una congettura provvisoria e potenzialmente falsificabile.
Il
procedimento di pubblicazione stesso e i ranking che garantiscono il prestigio
di alcuni articoli e di alcune riviste piuttosto che di altri, per quanto
sottopongano a molteplici e rigorose revisioni, non sono immuni da una serie
problematiche che rischiano di trasformare i dati in autorità assoluta,
attribuendo un’eccessiva enfasi alla mera statistica e andando a discapito
delle sfumature qualitative contestuali.
Chiaro
esempio è l’impiego di indicatori come l’”impact facto”r (che stima l’impatto
di un articolo mediante il rapporto tra le citazioni ricevute in un anno e il
numero di articoli pubblicati dalla rivista), lo “SCImago Journal Rank” (uguale
all’impact factor, che in più tiene conto del prestigio delle riviste che
citano l’articolo), e l”’h-index” (che misura il prestigio di uno scienziato
basandosi sul numero di pubblicazioni e citazioni).
In realtà, questi indicatori non riescono a
garantire la qualità degli articoli pubblicati, in quanto sono altamente
suscettibili a mode e differenze tra discipline, e pertanto non sono in grado di
certificare la validità, per esempio, di articoli o scienziati di settori
altamente specializzati e per questo poco popolari.
Ulteriore
problema è costituito dal cosiddetto” bias algoritmico”.
Si
potrebbe infatti ingenuamente pensare che l’utilizzo di sistemi computazionali
possa garantire risultati del tutto neutri, oggettivi e imparziali,
dimenticandosi che gli algoritmi, per quanto complessi e avanzati, non possono
che riflettere i pregiudizi dai dati su cui sono stati addestrati.
Tali
dati, infatti, sono stati raccolti, selezionati e interpretati da esseri umani,
i quali inevitabilmente sbagliano, magari costruendo basi dati su campioni non
rappresentativi, o facendo omissioni e commettendo errori nei processi di
raccolta e di selezione.
La
validità dei risultati di un algoritmo, dunque, altro non è che una
presunzione, che non può essere in alcun modo immune da” biases” e che
conferisce un’autorità ingiustificata ai risultati numerici e ai modelli
predittivi, incorrendo così nel rischio di perpetuare e rendere sistematici errori e
discriminazioni insiti nei dati. A testimonianza di ciò, si rinvia a un interessante
paper pubblicato a giugno 2023 su “Bloomberg” a opera di “Leonardo Nicoletti e
Dina Bass” dal titolo “Humans are biased”.
“Generative AI” is even worse, uno
studio che in maniera interattiva attraverso le nuove tecnologie text-to-image
dimostra come l’intelligenza artificiale abbia interiorizzato e amplificato
stereotipi su genere sessuale e colore della pelle.
In sintesi, l’apparente oggettività dei
calcoli matematici e statistici che si celano dietro alla scienza è spesso
illusoria.
Si
rende indispensabile, pertanto, l’adozione di un pensiero critico che sia in
grado di superare lo scientismo, comprendendo che ogni risultato raggiunto
dalla scienza altro non è che una tappa provvisoria in un percorso collettivo
di verifica, correzione e falsificazione.
La
scienza, di conseguenza, per concludere e dare una risposta all’interrogativo
iniziale, non è un insieme di verità assolute ed immutabili come invece
pretendeva di essere l’antica επιστήμη (episteme), ma un metodo di conoscenza
al servizio dell’uomo, aperto e in continua evoluzione: in fondo, dunque, è
ineluttabilmente permeata dall’incertezza.
Errori e valori
nella
scienza.
Ilpunto.it
– (7 aprile 2025) – Redazione - Raffaella Campaner – ci dice:
Alcune
riflessioni a partire dal concetto di oggettività:
Riflettere
su errore e incertezza nella scienza significa interrogarsi sui suoi obiettivi
e sui limiti delle aspettative che possiamo avere nei suoi confronti.
La
scienza non è priva di valori, ma la sua oggettività emerge dall’efficacia dei
suoi metodi, dalla convergenza dei risultati e dal confronto tra comunità
scientifiche.
La
conoscenza scientifica è influenzata dai valori sociali e culturali, e il suo
progresso dipende da un confronto aperto tra punti di vista diversi.
La
scienza deve bilanciare la necessità di essere inclusiva e democratica con il
riconoscimento dell’expertise.
L’errore
non è necessariamente un fallimento, ma parte integrante del metodo
scientifico, che si basa sull’autocorrezione e sulla revisione continua delle
conoscenze.
Discutere
di errore e incertezza in ambito scientifico significa anzitutto riflettere su
quali sono gli scopi della scienza e cosa è appropriato e ragionevole
aspettarsi da essa.
Intuitivamente, ci preoccupa una scienza che
si muove nell’ambito dell’incertezza, e provoca il nostro disappunto una
scienza che sbaglia. Affidiamo alla conoscenza scientifica il compito di
fornirci descrizioni corrette delle proprietà dei fenomeni, spiegazioni valide
dei loro comportamenti, previsioni affidabili relative al loro evolvere.
Le nostre aspettative, e i modi in cui le
formuliamo, sono ragionevoli? Che cosa è legittimo attendersi dall’impresa
scientifica e che cosa, invece, travalica i suoi scopi e le sue possibilità?
Affrontare questi temi consente di fornire una
cornice preliminare a qualunque riflessione su incertezza ed errore nella
scienza.
La
scienza è oggettiva?
Alla
conoscenza scientifica è riconosciuta un’autorevolezza superiore a quella che
viene riconosciuta ad altre forme di conoscenza.
Se
vogliamo sapere com’è fatto il mondo, quali strumenti è più appropriato
adottare per raccoglierne le sfide e quali per intervenire sul corso degli
eventi – se e quando ciò è possibile – è alle scienze che ci rivolgiamo.
Ha
senso, tuttavia, affermare che è corretto fidarsi della scienza perché la
conoscenza scientifica è “oggettiva”?
Che cosa si intende per “oggettività scientifica”?
L’equiparazione
dell’oggettività a una totale assenza di valori è stata da tempo criticata in
ambito filosofico:
qualunque elaborazione di conoscenza, in
quanto attività promossa da esseri umani, non può non essere legata a un
qualche punto di vista, a uno dato insieme di conoscenze preliminari, a
interessi rispetto a una certa indagine e ai suoi obiettivi.
Riconoscere
che la scienza ospita elementi valoriali nulla toglie, però, alla sua capacità
di rappresentare la realtà.
Si
tratta piuttosto di declinare meglio la nozione di oggettività scientifica,
delineandone diverse possibili angolature.
In
primo luogo, la scienza può dirsi oggettiva nella misura in cui ci consente
delle interazioni efficaci con il mondo esterno:
l’efficacia
della sperimentazione e delle azioni volte a controllare i fenomeni o a
modificarne il corso – si pensi in medicina a tutto ciò che concerne la cura –
costituisce una prova tangibile del rapporto diretto tra la conoscenza
scientifica e il mondo.
In una seconda accezione, l’oggettività può
essere interpretata come convergenza:
in molti casi, vari filoni di indagine,
indipendenti l’uno dall’altro, conducono agli stessi risultati, o a risultati
molto simili, indicando così un avvicinamento progressivo e non casuale alla
realtà.
Ulteriori modi di concepire l’oggettività
hanno a che vedere con i processi di costruzione della conoscenza scientifica,
fortemente sociali: la scienza è sempre frutto del lavoro congiunto di un
gruppo di scienziati, che collaborano e si confrontano, adottando certi
strumenti, tempistiche, e quadri di riferimento teorici.
Si può
quindi parlare di oggettività procedurale, garantita dall’affidabilità di
metodi condivisi, di oggettività come concordanza, enfatizzando il convergere
delle posizioni tra gruppi di ricerca diversi, o di oggettività interattiva,
raggiunta tramite dialoghi e dibattiti tra gli scienziati.
La
scienza si può pertanto concepire come oggettiva non perché perfettamente
neutrale o asettica, ma perché i valori che – innegabilmente – si ritrovano nel
discorso scientifico orientano la raccolta e l’utilizzo dell’evidenza, ma non
si sostituiscono mai ad essa.
La loro presenza non costituisce un elemento
di debolezza della conoscenza scientifica:
“i valori non sono né uniformi né
uniformemente ‘cattivi’.
La
varietà di forme e di funzioni dei valori viene riconosciuta, e il ruolo di
alcuni di essi viene considerato necessario allo sviluppo razionale della conoscenza
scientifica”.
Scienza,
valori, democrazia.
Occuparsi
di valori non significa occuparsi di qualcosa di estraneo alla razionalità,
alla sistematicità, all’argomentazione rigorosa.
Il
dibattito teorico distingue tra valori conoscitivi (o cosiddetti epistemici) e
non.
I primi includono coerenza, precisione,
semplicità, efficacia predittiva, …, mentre i secondi fanno riferimento a
opinioni individuali, prospettive culturali, religiose, ecc.
In
termini generali, i valori esprimono ciò che si ritiene importante in un certo
contesto e, quindi, ciò che influenza interpretazioni e azioni. Anziché insistere sulla ricostruzione
di processi orientati al raggiungimento astratto di “Verità” e “Progresso”, è
opportuno comprendere come i valori sociali e culturali mutino nel tempo,
influenzando convinzioni, preferenze, strategie.
Ma di
chi sono i valori che giocano un ruolo nella scienza?
Sono i valori di singoli individui, di gruppi
di individui, o della società nel suo insieme ad avere un peso nella
costruzione di conoscenza, anche scientifica?
Di fronte a una qualche porzione di conoscenza
scientifica, chiediamoci: quali erano le assunzioni e gli obiettivi degli
scienziati che l’hanno prodotta?
Quali
metodi hanno usato?
C’erano altre comunità epistemiche che
vedevano le cose in modo diverso?
Idealmente,
la scienza dovrebbe emergere da un processo democratico, che sappia valorizzare
tutti i punti di vista validi, confrontando scuole di pensiero e metodologie,
attraverso conferenze, convegni, pubblicazioni e dibattiti promossi sulle
riviste e sui volumi accreditati entro il settore di riferimento, con procedure
di referaggio cieco.
È
attraverso il dialogo trasparente e il rispetto delle diverse prospettive che
la scienza cresce, esplicitando anche il pensiero delle minoranze e
minimizzando” i bias” e le possibili distorsioni da parte di elementi
socio-politici ed economici.
Una scienza democratica dovrà evitare di
assumere a priori la preminenza di una posizione sull’altra, e favorire invece
il dialogo tra le parti, consapevole del ruolo dei contesti.
“Il grado di integrazione, così come i livelli
di accuratezza e di semplicità [della conoscenza scientifica ottenuta]
varieranno in funzione tanto di ciò che è possibile quanto degli scopi per i
quali ci prefiggiamo di utilizzare quella certa porzione di conoscenza”.
Le comunità scientifiche non cercano la verità
simpliciter, bensì particolari “tipi di verità”, riferiti a certi ambiti
disciplinari e certi oggetti di studio, e perseguiti per determinati obiettivi,
diversi da caso a caso: “la verità non è opposta ai valori sociali, anzi, essa
è un valore sociale. […]
Un
resoconto sociale della conoscenza indica che gli obiettivi a cui punta
l’ideale della scienza come attività immune da valori vengono raggiunti più
facilmente proprio se il ruolo costruttivo dei valori viene riconosciuto, e la comunità viene strutturata in
modo da consentire una loro considerazione critica”.
Riconoscere
questi elementi non significa che non si possano distinguere all’interno
dell’attività scientifica procedure e obiettivi adeguati e inadeguati;
riconoscere l’esistenza di una pluralità di
punti di vista non significa accettarli tutti.
La
scienza è chiamata a garantire la tolleranza e, per quanto possibile,
l’interazione tra punti di vista differenti, promuovendo “l’integrazione di
diversi sistemi per scopi specifici, la cooptazione di elementi benefici
trasversali rispetto ai sistemi, e la competizione produttiva tra sistemi
diversi”.
Questa
prospettiva è ben lontana dal relativismo: non si tratta di una visione del
tipo “qualunque posizione va bene (“anything goes”), bensì di un approccio del
tipo “molte posizioni vanno bene” (“many things can go”), dove la riflessione
sulla scienza viene esortata a considerare con attenzione non solo i risultati
ottenuti, ma anche i processi che hanno portato ad essi
È
attraverso il dialogo trasparente e il rispetto delle diverse prospettive che
la scienza cresce, esplicitando anche il pensiero delle minoranze e
minimizzando i bias e le possibili distorsioni da parte di elementi
socio-politici ed economici.
I
valori di chi? La società e gli esperti.
Difendere
il carattere democratico della scienza ci interroga altresì sui suoi potenziali
rischi:
quanta diversità di visioni è ammissibile e
auspicabile?
Come
possiamo evitare che, nel cercare di non escludere apporti rilevanti, si
finisca per valorizzare contributi che non sono rigorosi, avvallando così
approcci pseudo-scientifici e rischiando di alimentare, d’altro canto, un
atteggiamento di sfiducia dei confronti delle scienze?
Come
garantire che la razionalità scientifica emerga dal confronto tra una pluralità
di prospettive diverse che contribuiscono in modo equilibrato all’ottenimento
di una conoscenza scientifica pienamente affidabile?
L’antidoto fondamentale all’inclusione di
posizioni scorrette è rintracciabile in un’attenta configurazione dei concetti
di expertise e di esperto, e nel loro riconoscimento collettivo.
Questo processo comporta il coinvolgimento di
laboratori, centri di ricerca, università, sedi editoriali, società
scientifiche, riviste accreditate, …, in cui la comunità scientifica si
identifica come tale e attraverso cui opera, definendo un nucleo di standard
comuni e di luoghi (reali e virtuali) di condivisione e controllo dei risultati
della ricerca.
Senza assumere posizioni autoritarie, l’esperto nei
diversi contesti deve poter esercitare la sua azione di scienziato competente
ed autorevole, la cui voce ha un peso diverso rispetto a quella del non-esperto.
In altri termini, il problema centrale
consiste nel mantenere un equilibrio tra l’affermazione di una scienza
democratica e il riconoscimento di cosa conta come expertise, come autentica
competenza.
La
ricerca costante di tale equilibrio coinvolge tutti gli scienziati, il loro
ruolo di fronte alla società e le relazioni tra loro:
“L’impegno
collettivo rispetto a dei valori conoscitivi incorpora un elemento di mutua
fiducia. Gli scienziati si fidano dei risultati ottenuti da altri scienziati
perché assumono che i loro colleghi scienziati condividano gli stessi valori
nella ricerca di nuova conoscenza”.
Il
problema centrale consiste nel mantenere un equilibrio tra l’affermazione di
una scienza democratica e il riconoscimento di cosa conta come expertise, come
autentica competenza.
La ricerca costante di tale equilibrio
coinvolge tutti gli scienziati, il loro ruolo di fronte alla società e le
relazioni tra loro.
Queste
riflessioni portano a interrogarsi sulle responsabilità della scienza di fronte
alla società:
chi
certifica chi è “l’esperto”? Chi dà garanzia di una “conoscenza certificata”?
“La
fiducia è creata da robustezza sociale, legittimità dell’esperto, e
partecipazione sociale”.
Agli
scienziati la società affida il compito di attivare e seguire procedure di
verifica del proprio lavoro, attraverso controlli incrociati della qualità
della produzione scientifica.
Questi
ultimi sono oggetto oggi di ulteriori dibattiti interni alla scienza, che
periodicamente rivisita i metodi di valutazione della ricerca e i risultati
della stessa.
“Il
vero problema non è se gli individui all’interno di un certo comitato
scientifico siano mossi da qualche tipo di bias, ma come i bias siano
distribuiti all’interno di un certo gruppo.
In
questo senso, il problema dei bias diviene un problema istituzionale, piuttosto
che individuale.
E, di conseguenza, i meccanismi che portano a
risolvere il problema dei condizionamenti e delle distorsioni non dovranno
concentrarsi sulla loro eliminazione a livello individuale, bensì puntare a
designare istituzioni che portino gli effetti di bias individuali a
neutralizzarsi l’un l’altro”.
In
questo senso, “la fiducia personale viene sostituita dall’appello a una
conoscenza certificata e alle istituzioni deputate a darne garanzia”.
Tutto
ciò che contribuisce a costruire conoscenza scientifica può contribuire in modo
significativo a comprenderne correttamente non solo i progressi, ma anche gli
errori – veri o presunti.
Rispetto
a possibili crisi di fiducia nella scienza, una migliore spiegazione della sua
natura, delle sue dinamiche, della rivedibilità all’accrescersi dei dati può
avere un effetto fortemente positivo.
Quello
che la riflessione teorica può far comprendere è, tra l’altro, che l’errore non
è sempre un problema, e non è sempre segno di cattiva scienza, o di
non-scienza.
“La
scienza è, dopo tutto, un lavoro in corso, che cambia a mano a mano che nuove
scoperte portano a revisioni e risistemazioni di interpretazioni già accettate.
La
storia della scienza costituisce una narrativa potente di questa cultura
dell’auto-correzione, ed è l’essenza della scienza cercare di compiere scoperte
che cambino il modo di pensare degli scienziati”.
È per
questo che portare alla luce tutto ciò che contribuisce a costruire conoscenza
scientifica può contribuire in modo significativo a comprenderne correttamente
non solo i progressi, ma anche gli errori – veri o presunti.
(Raffaella
Campaner - Dipartimento di filosofia - Università di Bologna).
“Scontro
di civiltà” addio, Gaza si
è dimostrata l’unificatore definitivo.
Serenoregis.org – (giovedì 16 Maggio
2024) – Redazione - Ramzy Baroud – ci dice:
Un
tempo le teorie autoassolutorie come quella di un imminente “scontro di
civiltà” erano di gran moda tra molti accademici statunitensi e occidentali.
L’identità
è fluida, perché concetti come cultura, storia e autopercezione collettiva non
sono mai fissi.
Sono in uno stato costante di flusso e
revisione.
Per
centinaia di anni, la mappa dell’Impero Romano è sembrata più mediterranea e,
in ultima analisi, mediorientale che europea – secondo la demarcazione
geografica, o addirittura geopolitica, dell’Europa di oggi.
Centinaia
di anni di conflitti, guerre e invasioni hanno ridefinito l’identità romana,
dividendola, alla fine del IV secolo, tra Occidente e Oriente.
Ma
anche allora le linee politiche cambiavano continuamente, le mappe venivano
ripetutamente ridisegnate e le identità opportunamente ridefinite.
Questo
vale per la maggior parte della storia umana.
È vero
che la guerra e i conflitti sono stati i motori del cambiamento delle mappe – e
del nostro rapporto collettivo con queste mappe – ma la cultura è anche
plasmata e rimodellata da altri fattori.
La
permeazione della lingua inglese, ad esempio, come principale strumento di
comunicazione nel periodo successivo alla Guerra Fredda, ha portato
all’invasione dell’intrattenimento statunitense e, in misura minore, britannico
– film, musica, sport, ecc. – di molte parti del mondo.
Questa
invasione ha interrotto il naturale sviluppo culturale di molte società,
ampliando il divario generazionale e ridefinendo le concezioni, i valori e le
priorità sociali.
Attualmente,
ci sono segnali di un nuovo mondo che sta emergendo.
Un
cambiamento così repentino nel flusso culturale difficilmente favorisce la
salute di una nazione, il cui senso di sé è il risultato di centinaia, se non
migliaia di anni di conflitti sociali, lotte e, spesso, crescita.
Non ci
si può quindi fidare dell’identità come significante politico permanente,
poiché questo concetto vago è in costante movimento e a causa della
connettività senza precedenti tra i popoli di tutto il mondo.
Se da
un lato questa connettività può portare a un lento etnocidio, difficile da
individuare e tanto meno da evitare, dall’altro può aiutare le nazioni
assediate e oppresse a reagire.
Un
tempo, le teorie autoassolutorie come quella di un imminente “scontro di
civiltà” erano di gran moda tra molti accademici statunitensi e occidentali.
La
suddivisione di Samuel Huntington del mondo in “grandi civiltà”, le cui
relazioni saranno definite dal conflitto, è stata una comoda aggiunta a una
storia di tali metafore razziste, che risale alle prime fasi del colonialismo
occidentale.
Questo
pensiero è stato spinto in avanti dall’opportunità politica, non dal pensiero
razionale, ed è stato fortemente commercializzato dopo il crollo dell’ordine
sovietico, la prima guerra in Iraq e il rafforzamento del militarismo
occidentale in Asia, Medio Oriente e nel resto del Sud globale.
Collegare
gli sforzi violenti con parole altisonanti come civiltà – alcune guidate da
valori universali, mentre altre, presumibilmente, dall’estremismo – era una
mera reintroduzione di vecchi mantra come la “missione civilizzatrice”
dell’Europa e il “destino manifesto” americano.
Tutto
ciò è comunque fallito o, più precisamente, non è riuscito a produrre il
risultato desiderato di mantenere il mondo in ostaggio della definizione di
civiltà, identità e relazioni umane dell’Occidente, e quindi del presunto
inevitabile “scontro”.
Attualmente,
ci sono segnali di un nuovo mondo che sta emergendo.
Non è un mondo plasmato da ricerche o impulsi
di civiltà, ma dallo stesso vecchio paradigma storico:
coloro che cercano il potere per ampliare e
proteggere i propri interessi economici e coloro che si oppongono, cercando
libertà, giustizia, uguaglianza, stato di diritto e simili.
Coloro
che perseguono il potere possono, e si stanno unendo al di là delle loro
presunte inclinazioni di civiltà, valori religiosi, orientamenti razziali e
geografici.
Anche
prima della guerra tra Russia e Ucraina, stava già emergendo una nuova guerra
fredda, tra un impero in declino, gli Stati Uniti, e uno in ascesa, la Cina.
Entrambi
i Paesi, secondo Huntington, sarebbero serviti come esempi da manuale di
“civiltà occidentale” contro la “civiltà sinica”, raggruppata insieme ad altri
nel “mondo orientale”.
Tuttavia,
né l’approccio raffinato di Barack Obama né lo stile populista di Donald Trump
sono riusciti ad approfondire questo presunto scontro di civiltà.
Le
relazioni del resto del mondo con la Cina continuano a essere governate da
interessi economici.
Persino
gli alleati europei di Washington, che dipendono fortemente dal commercio e dai
progressi tecnologici cinesi, non sono del tutto convinti di unirsi alla guerra
commerciale contro Pechino in nome dei comuni valori occidentali e di altre
retoriche del genere.
Per
quanto riguarda coloro che si oppongono, la guerra a Gaza è stata un
inaspettato grido di unità.
In effetti, la guerra ha dato vita a una nuova
formazione delle relazioni internazionali che prima del 7 ottobre non esisteva
quasi.
Coloro
che parlano a favore dei palestinesi non sono governati da confini religiosi,
razziali, geografici o addirittura culturali.
Dalla
Namibia al Sudafrica, dal Brasile e dalla Colombia al Nicaragua, dalla Cina,
alla Russia e al Medio Oriente, la solidarietà con Gaza è difficilmente
definibile da una stretta prospettiva “civile”.
Questo
include le proteste di massa in tutto il mondo, anche in Europa e Nord America,
dove persone di ogni colore, razza, età, genere, religione e altro ancora sono
unite in un unico canto: cessate il fuoco ora.
Naturalmente,
ci saranno sempre coloro che vogliono dividerci, in base a qualsiasi linea che
possa servire ai loro programmi politici, quasi sempre legati agli interessi
economici e alla potenza militare.
Tuttavia,
la resistenza globale a questi accademici deliranti e ai politici sciovinisti è
più forte che mai.
Gaza ha dimostrato di essere l’unificatore
definitivo, poiché ha tracciato una linea che unisce tutti i gruppi di civiltà
di Huntington, non intorno a un conflitto imminente, ma alla giustizia globale.
(Common
Dreams, 12 maggio 2024).
Più
che di civiltà
è
scontro di ignoranze.
Notedipastoralegiovanile.it
- Edward Said – (20 agosto 2025) - Redazione – ci dice:
L'articolo di Samuel Huntington "The
clash of civilizations?" ("Scontro di civiltà?") apparve nella
primavera del 1993 su Foreign Affairs e subito suscitò una sorprendente
quantità di attenzione e di reazioni.
Dato l'intento, fornire agli americani una
tesi originale sulla "nuova fase" della politica mondiale dopo la
fine della Guerra fredda, i termini del ragionamento di Huntington apparvero
irresistibilmente ampi, audaci, addirittura visionari.
L'autore
aveva ben presenti i rivali tra i ranghi della politica attiva, i teorici come
Francis Fukuyama e le sue tesi sulla fine della storia, al pari delle schiere
di coloro che avevano inneggiato all'avvento del globalismo, del tribalismo e
alla dissoluzione dello stato.
Ma
essi, concedeva Huntington, avevano compreso solo alcuni aspetti di questo
nuovo periodo.
Egli
si accingeva ad annunciare quello che definiva "l'aspetto cruciale,
realmente centrale" di ciò "che la politica globale probabilmente
sarà nei prossimi anni". Senza incertezze incalzava:
"La mia tesi è che la fonte prima di
conflitto in questo nuovo mondo non sarà né essenzialmente ideologica né
essenzialmente economica.
Le
grandi divisioni all'interno dell'umanità e la fonte di conflitto predominante
avranno carattere culturale.
Gli stati nazione resteranno i protagonisti
più potenti degli affari mondiali ma i principali conflitti della politica
globale avranno luogo tra nazioni e gruppi di civiltà diverse.
Lo scontro di civiltà dominerà la politica
mondiale.
Le
faglie tra civiltà saranno i fronti di battaglia del futuro".
Quando
Huntington nel '96 pubblicò il libro con lo stesso titolo, cercò di aggiungere
un po' di sottigliezza al suo ragionamento e molte, molte note a piè di pagina,
ma non fece altro che confondersi, dando prova della rozzezza del suo scrivere
e dell'ineleganza del suo pensiero.
Il
paradigma fondamentale dell'Occidente contro tutti (che riformula la
contrapposizione della guerra fredda) restò intatto ed è ciò che è rimasto,
spesso in maniera insidiosa e implicita, in discussione a partire dai terribili
eventi dell'11 settembre:
l'orrendo
attentato suicida con motivazioni patologiche da parte di un piccolo gruppo di
militanti usciti di senno è stato trasformato in prova della tesi di
Huntington.
Invece
di considerarlo per ciò che è in realtà, l'impossessarsi cioè di grandi idee
(uso il termine in senso generico) da parte di una piccola banda di fanatici
impazziti, alcuni luminari internazionali, dall'ex primo ministro pakistano
Benazir Bhutto al primo ministro italiano Silvio Berlusconi, hanno pontificato
sui guai dell'Islam e, nel caso di Berlusconi, hanno utilizzato Huntington per
farneticare sulla superiorità occidentale, tipo "noi" abbiamo Mozart
e Michelangelo e loro no.
C'è un
abuso della retorica churchilliana da parte di sedicenti combattenti nella
guerra dell'Occidente e soprattutto dell'America contro chi la odia, i suoi
saccheggiatori e distruttori, con scarsa attenzione a vicende complesse che
sfidano questi termini riduttivi.
È
questo il problema di etichette poco edificanti come Islam e Occidente: sviano
e confondono la mente che si sforza di dare un senso a una realtà disordinata
che non intende essere archiviata o liquidata con tanta facilità.
Una
volta ho interrotto un uomo che si era alzato in piedi tra il pubblico dopo una
conferenza che avevo tenuto all'Università della Cisgiordania nel '94 e aveva
iniziato a scagliarsi contro le mie idee "da occidentale"
considerandole opposte a quelle fondamentaliste islamiche da lui esposte.
"Perché
porta giacca e cravatta?" fu la prima risposta che mi venne spontanea.
"Non sono occidentali anche quelle?".
L'uomo
tornò a sedersi con un sorriso imbarazzato, ma questo episodio mi è tornato in
mente quando hanno cominciato a circolare le notizie sulle modalità con cui i
terroristi sono riusciti a gestire tutti i dettagli tecnici necessari a
realizzare la loro malvagità omicida sul World Trade Center e al Pentagono.
Dove
va tracciato il confine tra la tecnologia "occidentale" come ha
dichiarato Berlusconi, e l'incapacità "dell'Islam" di far parte della
modernità?
Quanto
sono inadeguate le etichette, le generalizzazioni? Una decisione unilaterale di
tracciare linee nella sabbia, intraprendere crociate per opporre al loro male
il nostro bene, per estirpare il terrorismo e, nel vocabolario nichilista di
“Paul Wolfowitz”, porre interamente fine alle nazioni, non rende affatto più
facile individuare queste supposte entità, ma piuttosto, esprime quanto sia più
semplice fare affermazioni bellicose al fine di mobilitare le passioni
collettive piuttosto che riflettere, esaminare cercare di capire che cosa
stiamo in realtà affrontando, l'interconnessione di innumerevoli vite,
"nostre" quanto "loro".
Fu
Conrad a comprendere che le distinzioni tra la Londra civilizzata e il
"Cuore di tenebra" facevano presto a crollare in situazioni estreme,
e che le vette della civiltà europea potevano trasformarsi all'istante nelle
pratiche più barbare senza preavviso né transizione.
Sempre
Conrad ne "L'agente segreto" (1907) descrisse l'attrazione del
terrorismo per astrazioni come la "scienza pura" (e per estensione,
per "l'Islam" o "l'Occidente") e il fondamentale degrado
morale dei terroristi.
Esistono
legami più stretti tra civiltà apparentemente in guerra tra loro di quanto alla
maggior parte di noi piaccia credere e, come hanno dimostrato sia Freud che
Nietzsche, il traffico tra confini attentamente salvaguardati, persino
presidiati, avviene con una facilità che spesso spaventa.
Ma poi queste idee fluide, piene di ambiguità
e scetticismo riguardo a concetti cui restiamo aggrappati, stentano a fornirci
orientamenti appropriati e pratici per affrontare situazioni simili a quella
attuale.
Da qui
gli ordini di battaglia tutto sommato più rassicuranti (una crociata, il bene
contro il male, la libertà contro la paura ecc.) tratti dall'opposizione tra
Islam e Occidente teorizzata da Huntington, dalla quale la retorica ufficiale
ha derivato nei primi giorni il suo vocabolario. Quella retorica ha notevolmente
smorzato i toni da allora, ma a giudicare dalla percentuale consolidata di
discorsi e azioni ispirati all'odio, il paradigma resta valido.
Un
ulteriore motivo per cui resiste è l'accresciuta presenza di musulmani in tutta
Europa e negli Stati Uniti.
L'Islam non è più al margine dell'Occidente,
ma al suo centro.
Ma che c'è di così minaccioso in questa
presenza?
Sepolti nella cultura collettiva giacciono i
ricordi delle prime grandi conquiste Araboislamiche iniziate nel settimo secolo
che, come scrisse l'illustre storico belga “Henri Perenne” nel suo fondamentale
saggio "Maometto e Carlo Magno" (1939), mandarono in frantumi una
volta per tutte l'antica unità del Mediterraneo, distrussero la sintesi
Cristiano-romana e diedero vita ad una nuova civiltà, dominata dai poteri
nordici (La Gemania e la Francia dei Carolingi) la cui missione, sembra
intendere Perenne, è di prendere le difese dell'"Occidente" contro i
suoi nemici storico-culturali.
Ciò
che l'autore omette di dire, ahimè, è che nella creazione di questa nuova linea
di difesa l'Occidente attinse all'umanesimo, alla scienza alla filosofia alla
sociologia e alla storiografia dell'Islam, che si era già interposta tra il
mondo di Carlomagno e l'antichità classica.
L'Islam è inserito fin dall'inizio, come anche
Dante, grande nemico di Maometto, dovette ammettere quando collocò il Profeta
proprio al centro del suo Inferno.
Permane
poi l'eredità del monoteismo stesso, le religioni abramiche, come ben le definì
Louis Massignon.
A
iniziare dall'Ebraismo e dal Cristianesimo ogni religione è ossessionata dal
fantasma di ciò che la ha preceduta:
per i
Musulmani l'Islam realizza e conclude la linea della profezia.
Non
c'è ancora un adeguato passato di demistificazione della disputa su più fronti
tra questi tre seguaci del più geloso di tutti gli dei, che in nessun caso
rappresentano una fazione monolitica, unificata, anche se la moderna sanguinosa
convergenza sulla Palestina fornisce un forte esempio secolare delle divergenze
che si sono rivelate così tragicamente inconciliabili.
Non
sorprende quindi che musulmani e cristiani siano pronti a parlare di crociate e
di jihad, elidendo la presenza ebraica con noncuranza spesso sublime.
Un
programma simile, dice” Eqbal Ahmad”, "risulta molto rassicurante per gli
uomini e le donne che si trovano incagliati nel bel mezzo delle acque profonde
della tradizione e della modernità".
Ma noi
tutti nuotiamo in queste acque, occidentali, musulmani e altri, allo stesso
modo.
E poiché le acque fanno parte dell'oceano
della storia, cercare di dividerle con barriere è inutile.
Viviamo
momenti di tensione ma è meglio pensare in termini di comunità che detengono il
potere e comunità che ne sono prive, di secolari politiche di raziocinio e
ignoranza, e di principi universali di giustizia e ingiustizia, piuttosto che
smarrirsi in astrazioni che possono essere fonte di soddisfazione momentanea ma
producono scarsa autoconsapevolezza.
La
tesi dello "scontro di civiltà" è una trovata tipo "Guerra dei
mondi", più adatta a rafforzare un amor proprio diffidente che la
conoscenza critica della sorprendente interdipendenza del nostro tempo.
Di
cosa parliamo quando
parliamo
di genocidio.
Jacobinitalia.it
- Paolo Fonzi – (28 Febbraio 2025) – ci dice:
Quando
nasce l’idea di genocidio e quando diventa la «g-word», il concetto tabù che esprime
una sorta di limite tra civiltà e barbarie, un limite tra l’umano e il
disumano?
Sul
muro dell’Università La Sapienza un piccolo graffito, in caratteri ben
ordinati, cattura il mio sguardo:
«Stop
Ethnic Cleansing in Gaza».
Rispetto
alle migliaia di scritte lette sui muri di tutte le città che ho attraversato
nell’ultimo anno mi colpisce per il suo tono sobrio e ragionato.
L’autrice
o autore ha scelto di non usare la parola genocidio quanto piuttosto
l’espressione «pulizia etnica», una categoria diffusasi nel linguaggio politico
occidentale negli anni Novanta, con le guerre balcaniche.
Questa scelta mi fa pensare che non abbia
scritto in preda alla rabbia, ma che abbia valutato con cura la parola più
appropriata per definire il massacro e la rimozione forzata di palestinesi in
corso a Gaza.
Cosa
lo ha spinto a quella cautela?
È
studente di giurisprudenza che tiene all’uso oculato dei concetti giuridici?
Critica Israele ma pensa che il genocidio sia
da riservare a eventi come l’Olocausto, non paragonabile a un massacro che pure
ha prodotto più di 40.000 morti, per la maggior parte di giovane età, e che
minaccia di sfociare in un progetto di deportazione di massa?
Se
avessi potuto parlarci, gli avrei chiesto perché aveva scelto di evitare la
«g-word».
Da un
anno sono alle prese con la scrittura di un libro che ripercorre la storia del
concetto di genocidio.
Ho
deciso di scriverlo proprio perché colpito dalla discussione in atto su Gaza e,
ancor prima, sulla guerra russo-ucraina.
In
quel caso il concetto è stato usato da entrambe le parti, sia da Putin per
accusare Kiev della sua politica verso le popolazioni del Donbass che dai
politici ucraini e da molti leader occidentali per condannare la guerra avviata
da Mosca. La
parola genocidio sembra essere ormai ovunque.
La si grida alle manifestazioni, la si discute
sui giornali e persino nei talk show televisivi.
Perché, questa è la domanda che mi ha portato
a scrivere il libro, abbiamo tanto bisogno di parlare di genocidio?
Come
ha fatto un concetto giuridico a entrare nel linguaggio comune e quali bisogni
soddisfa?
Scartiamo
subito un luogo comune diffuso.
Il
termine genocidio non può essere ridotto a una mera categoria di diritto
internazionale, della storia o delle scienze sociali.
È
diventato, soprattutto negli ultimi trent’anni, una sorta di «significante
fluttuante», molto carico di senso e polisemico.
Inoltre, per tornare alla scritta sul muro de
La Sapienza, è un concetto che esprime e suscita emozioni, è un terreno di
battaglia.
La maggior parte di coloro che lo usano oggi
per denunciare quello che succede a Gaza lo fanno per dare più forza alla loro
argomentazione:
non è
in corso un qualunque massacro, vogliono dire, ma il «crimine dei crimini».
È una
sorta di «doppio scandalo» che eleva quel crimine al di sopra degli altri, un
dito puntato contro chi si muove fuori dal perimetro della comunità civile.
Si può
esprimere la stessa emozione, lo sdegno di fronte a ciò sembra contraddire
tutti i principi della ragione umanitaria contemporanea, dei principi stessi
del vivere civile, con un’altra parola più ragionata come massacro, sterminio,
crimine di guerra, pulizia etnica?
Il fatto che la scelta dell’autore de La Sapienza sia
minoritaria non è casuale. Genocidio sembra essere la parola giusta, l’unica parola per
accusare il nemico del crimine innominabile.
Nello
stesso tempo essa accusa anche l’Occidente.
Usare
la parola genocidio non vuole dire solo parlare di uno specifico evento, ma
anche inserirlo in una rete di analogie.
Se
qualcosa è un genocidio è dal punto di vista morale esecrabile come
l’Olocausto, il male assoluto.
Non
basta: pronunciare la parola genocidio contro lo Stato ebraico vuol dire negare
a esso il monopolio interpretativo su cosa sia «male assoluto» e, nello stesso
tempo, mettere in discussione un regime di memoria usato dall’Occidente per
giustificare una doppia morale.
È in
gioco, quindi, non solo l’interpretazione dell’evento ma lo stesso potere di
dare un nome e un significato agli eventi. Il punto è «chi» può parlare, non
tanto «di cosa» si parla.
Come nasce il genocidio?
Come
siamo arrivati a tutto questo?
Quando nasce l’idea di genocidio e quando diventa la
«g-word», il concetto tabù che esprime una sorta di limite tra civiltà e
barbarie, un limite tra l’umano e il disumano?
La
risposta alla prima delle due domande è abbastanza semplice.
Genocidio
è un termine coniato in un momento preciso della storia da una singola persona:
lo ha inventato Raphael Lemkin nel 1944.
Lemkin è un giurista nato in un villaggio nei pressi
di Wołkowysk, nell’Impero Russo, nel 1900, un’area che nel 1921 viene
incorporata nella Polonia e oggi è nella Bielorussia. Emigrato da qui negli Stati uniti,
muore in quel paese nel 1959.
Uomo
apparentemente privo di una vita sentimentale e di una dimensione privata,
Lemkin pubblica nel 1944 un corposo volume dal titolo “Axis Rule in Occupied
Europe”.
Non è
un trattato sullo sterminio degli ebrei ma, come si capisce dal titolo,
un’analisi del modo in cui la Germania nazista e i suoi alleati hanno dominato
l’Europa.
È
basato principalmente sulla legislazione emessa dai nuovi dominatori nei
Territori occupati, documenti che Lemkin ha portato con sé nel lungo viaggio
che lo ha portato negli Usa attraverso Unione sovietica e Giappone.
Il capitolo 9, dopo aver mostrato che la politica
nazista si è distinta per il modo con cui ha portato avanti un progetto di
cancellazione dell’identità dei popoli occupati, illustra al pubblico il nuovo
concetto da lui creato per definirla.
Genocidio
è un neologismo ottenuto dalla combinazione del termine di origine greca
«genos» (razza, tribù) con il termine latino «caedere» (uccidere).
Negli anni successivi, muovendosi con
destrezza e con infaticabile attivismo, Lemkin riesce a creare presso i membri
delle neonate Nazioni unite supporto all’adozione del suo concetto nel diritto
internazionale.
Nel
1948 viene approvata dall’Assemblea generale dell’Onu una Convenzione che
definisce cos’è genocidio e impone agli Stati membri di prevenirne e punirne
l’occorrenza.
La
seconda domanda – come si è giunti a usarlo in modo così massiccio – è più
complessa.
Dopo
il 1948 il concetto di genocidio è usato ampiamente nel contesto della Guerra
fredda.
Questa viene «combattuta» anche sul terreno culturale
e il tema dei diritti umani, che proprio in quel periodo emerge come campo di
tensione tra Occidente capitalista e mondo comunista, è centrale.
Le due
superpotenze, e i loro alleati, accusano ripetutamente il campo avversario di
genocidio.
Lemkin
stesso partecipa a numerose campagne anti-comuniste, ingaggiato dalle
associazioni degli emigrati dall’Unione sovietica, dal governo americano e
dalla Cia.
Successivamente il concetto si lega ai
conflitti nati dalla decolonizzazione.
Uno
dei primi esempi è la Nigeria, dove nel 1967 scoppia una guerra civile tra
l’auto-proclamatasi Repubblica del Biafra e il governo centrale.
Quest’ultimo per piegare i ribelli usa l’arma
della fame, determinando la morte di circa due milioni di biafrani, la maggior
parte civili.
L’opinione pubblica mondiale insorge e i
politici biafrani sollevano accuse di genocidio contro le autorità nigeriane.
La campagna però è parzialmente un fallimento
perché quasi nessuno Stato occidentale e neanche l’Unione sovietica appoggia la
causa del Biafra.
Inoltre
il governo britannico, che prende le parti del governo della sua ex colonia, lo
costringe a invitare una commissione internazionale per verificare i fatti e
questa nega che la guerra abbia carattere di genocidio.
Quando
si diffonde il genocidio?
Nonostante
il concetto sia usato massicciamente in modo polemico durante la Guerra fredda
è solo negli anni Novanta che esso si avvia a diventare quello che è oggi: lo strumento più potente di denuncia
della violazione di diritti umani fondamentali.
Non è
un esito scontato.
Il
concetto di genocidio indica un crimine specifico.
La
convenzione del 1948 enumera una serie di atti come lo sterminio fisico di
membri di un gruppo, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del
gruppo fino a atti più indiretti come «sottoporre deliberatamente il gruppo a
condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o
parziale», «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo», fino al
«trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».
Questi
atti sono qualificabili come genocidio solo se «commessi con l’intenzione di
distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o
religioso, come tale».
Essenzialmente, la proibizione del genocidio mira a
difendere i gruppi umani e non il singolo individuo, o meglio difende il
singolo individuo solo in quanto membro di un gruppo nazionale, etnico,
razziale o religioso. È una differenza essenziale che ha sollevato una serie di
critiche e discussioni.
Le
cause che determinano la diffusione del concetto sono diverse: vi è da un lato
l’affermazione di una cultura dei diritti umani che assume il modello
dell’Olocausto a male universale.
È una
cultura che si diffonde inizialmente negli Stati uniti a partire dagli anni
Settanta e poi nel mondo intero.
Solo
negli anni Novanta però il «modello» dell’Olocausto, simbolo del male assoluto,
diviene parte integrante del linguaggio globale dei diritti umani.
Inoltre,
nelle società occidentali a partire dallo stesso periodo tende a diffondersi
quella che il filosofo” Charles Taylor” ha definito la «politica del
riconoscimento».
Le
identità di classe vengono sostituite sempre più dall’articolazione delle
rivendicazioni in termini di riconoscimento di identità specifiche (siano esse
di genere, etnia, ecc.).
Non è
un caso che diversi gruppi in questo periodo – i movimenti per i diritti degli
afro-americani, le mobilitazioni intorno alla cura dell’Aids – usino il
concetto di genocidio.
Vi è poi quella che molti osservatori hanno
definito la transizione da una cultura nazionale incentrata sulla figura
dell’eroe – il sacrificio per la patria – a una che mette al centro la vittima.
In
questo contesto l’articolazione di quest’agenda in termini di genocidio
rafforza lo status di una vittima in concorrenza con altre.
Nello
stesso periodo molte società transitano da regimi autoritari a forme di
democrazia liberale.
Soprattutto
nel mondo postcomunista molti paesi hanno elaborato il loro passato come
genocidio, cioè come tentativo da parte di un potere esterno, l’Unione
sovietica, di cancellare la loro identità nazionale.
Così come nella politica nazionale singoli
gruppi accrescono il loro prestigio acquisendo uno status di vittima, allo stesso
modo nuove nazioni cercano di farlo sul piano della politica globale.
Infine,
l’uso del concetto di genocidio viene rafforzato negli anni Novanta
dall’emergere degli interventi umanitari.
La
guerra di Bosnia, il genocidio in Ruanda e, successivamente, la guerra per il
Kosovo, sono decisivi.
La
discussione dell’intervento occidentale mobilita ampiamente il concetto di
genocidio per giustificare guerre al limite del lecito o del tutto contrarie al
diritto internazionale.
I
problemi del genocidio.
Tutto
ciò fa sì il genocidio diventi parte integrante del nostro linguaggio politico.
Questa
categoria, però, non è priva di problemi.
Secondo
Dirk Moses il concetto di genocidio postula un modello derivato da una
specifica lettura dell’Olocausto.
Con
esso, infatti, si intende l’eliminazione di un gruppo di civili inermi per
motivi puramente ideologici.
Questa definizione tende a elevare il modello
dell’Olocausto a un metro di paragone di tutto, per cui altre forme di violenza
contro i civili sono, seppur condannabili, meno gravi, non «scioccano la
coscienza dell’umanità».
Questo
regime di memoria, creato dagli Stati vincitori della Seconda guerra mondiale e
diffusosi come modello fortemente occidentale-centrico, escluderebbe forme di
violenza come quella coloniale, non basate su ideologia ma piuttosto su
interesse politico o economico.
Nonostante
molti studiosi attribuiscano al colonialismo un carattere genocidario – la
violenta espansione occidentale ha determinato la scomparsa di interi gruppi
etno-culturali – l’assenza di intento specifico, di un’ideologia dello
sterminio, li porrebbe su un gradino più basso. Inoltre, lo spostamento forzato
di popolazioni verrebbe a costituire una violenza minore, anche se spesso –
come nel caso della Partition tra India e Pakistan del 1947 – è accompagnato da
centinaia di migliaia di morti. Il genocidio sarebbe dunque una sorta di «altro»
dell’Occidente, l’immagine in negativo della sua idea di progresso e civiltà.
Inoltre
un regime di memoria occidentale centrica come quello creato dal genocidio
produce una sorta di concorrenza globale per accaparrarsi un posto d’onore nel
«canone» dei genocidi riconosciuti.
Sebbene
il genocidio si muova ormai in uno spazio comunicativo globale, è l’Occidente
che continua a mantenere la «sovranità interpretativa» di quella che “Mahmood
Mamdan”i ha definito le «politiche della denominazione» (politics of naming).
È
l’Occidente, insomma, che definisce cosa è e cosa non è genocidio, con evidenti
distorsioni derivanti da interessi geopolitici e doppie morali.
Osservando
ciò che oggi generalmente viene riconosciuto come genocidio si nota un’evidente
distorsione.
Vi
sono, ad esempio, casi come l’Holodomor ucraino – la carestia del 1932-33 causata
dalle politiche di collettivizzazione di Stalin – ampiamente riconosciuti come
genocidio dai parlamenti occidentali, soprattutto dopo l’invasione russa
dell’Ucraina.
Al
contrario un caso come l’Indonesia del 1965-66 – dove il regime del generale
Suharto appoggiato dagli Stati uniti fece tra 500.000 e un 1.000.000 di
vittime, per la maggior parte comunisti – di solito non è considerato tale.
Soprattutto la definizione di eventi in corso
come genocidio legittima spesso un intervento militare a difesa della
popolazione colpita.
L’uso
di questo concetto, e di analogie con l’Olocausto, è centrale nel giustificare
la guerra di aggressione contro la Serbia nel 1999 per difendere i kosovari dal
genocidio perpetrato da Belgrado.
La
questione è dunque se la distorsione cognitiva provocata dal concetto, non
tanto tra gli studiosi quanto nell’opinione pubblica, sia nella sua stessa
natura o se derivi dall’uso politico che se ne fa.
Il
fatto stesso che il Sud-Africa nel 2023 ha accusato Israele di genocidio presso
la Corte di Giustizia Internazionale indica che lo stesso concetto può essere
usato per sottolineare, davanti all’opinione pubblica mondiale, l’illegittimità
del comportamento di uno Stato occidentale, un paese che fonda la sua identità
sulla memoria dell’Olocausto.
Allo stesso modo negli ultimi vent’anni si è
sviluppato un movimento che rivendica dagli stati occidentali forme di
giustizia riparatoria per il colonialismo.
Ispirandosi
al modello delle riparazioni riconosciute a Israele per l’Olocausto, queste
richieste usano ampiamente il linguaggio del genocidio.
Ad
esempio la Comunità Caraibica (Caricom), un’organizzazione che riunisce 21
paesi dei Caraibi, ha diffuso nel 2013 un «Ten Point Plan for Reparatory
Justice» in cui accusa i governi europei di aver «ordinato azioni genocidarie
contro le comunità indigene».
Insomma,
il regime di memoria e la cultura occidentale centrica impliciti nel concetto
di genocidio possono essere impugnati dal sud globale per mettere sul banco
degli imputati l’occidente e la sua doppia morale.
(Paolo Fonzi insegna attualmente
Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.)
Trump
e il patto per la pace: «Proteggeremo l'Ucraina». Poi chiama Putin:
«Trilaterale entro agosto». Zelensky: «Compreremo armi per 90 miliardi dagli
Usa».
Corriere.it - Viviana Mazza, inviata a
Washington – (25 agosto 2025) – ci dice:
Il
presidente americano vede gli alleati europei «come prima linea di difesa» per
gli ucraini, ma gli Stati Uniti «saranno coinvolti»
WASHINGTON
- Washington
In un clima rilassato, completamente diverso dal loro precedente incontro nello
Studio Ovale sei mesi fa, Trump e Zelensky hanno affrontato alcuni dei punti
chiave per porre fine alla guerra in Ucraina.
E lo
hanno fatto insieme agli alleati europei, che si sono detti tutti uniti per la
pace:
il
segretario generale della Nato Mark Rutte, la presidente della Commissione
europea Ursula von der Leyen e i leader Giorgia Meloni per l’Italia, Emmanuel
Macron per la Francia, Keir Starmer per il Regno Unito, Friedrich Merz per la
Germania, Alexander Stubb per la Finlandia.
In una
pausa durante l’incontro, Trump ha chiamato il presidente russo Putin, con cui
è rimasto al telefono per 40 minuti.
Verso
le 6 di sera locali (mezzanotte in Italia), dopo circa cinque ore complessive
di colloqui, il presidente americano ha scritto sul suo social Truth di avere
«avviato accordi per un incontro, in un luogo da determinare, tra il presidente
Putin e il presidente Zelensky.
Dopo
quell’incontro, avremo un trilaterale, con i due presidenti più me.
È un
buon passo avanti iniziale per una guerra che continua da quasi quattro anni».
Secondo
Axios, Trump spera di tenere il summit bilaterale a breve, possibilmente entro
fine agosto.
Quando
verso le 6 di sera, i leader europei sono usciti dalla Casa Bianca, “Merz “ha
detto ai giornalisti che «è stato concordato che ci sarà un incontro tra i
presidenti russo e ucraino entro le prossime due settimane».
Zelensky ha dichiarato in serata che la data
ancora non c’è, che è aperto a qualunque opzione per l’incontro ma Putin vuole
prima un bilaterale.
Il
Cremlino invece non ha dato conferme, ha dichiarato soltanto che Trump e Putin
hanno parlato «dell’idea di alzare il livello della rappresentazione russa e
ucraina nei negoziati».
Un consigliere di Putin, Yuri Ushakov, ha
definito «la telefonata molto franca e costruttiva» (in termini diplomatici
«franco» significa che non erano d’accordo su tutto, osserva il New York
Times).
Garanzie
e territori.
Trump
ha dato alcune indicazioni sul «tipo» di pace che immagina.
«Abbiamo
discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, che verranno fornite dai
vari Paesi europei, con il coordinamento degli Stati Uniti», ha scritto su
Truth.
Trump
ha affermato che gli europei saranno «la prima linea di difesa» per Kiev ma gli
americani «saranno coinvolti».
È stato Zelensky a dare maggiori dettagli su
ciò che serve: un «esercito ucraino forte» e «addestramento e intelligence».
Quali garanzie di sicurezza?
«Tutto», ha risposto ai giornalisti nello
Studio Ovale. Trump non ha escluso lo schieramento di soldati americani:
«Ve lo faremo sapere, magari più tardi in
giornata» (ma poi non è avvenuto). Ha assicurato: «Ci sarà molto aiuto in
termini di sicurezza».
Il
tema delle cessioni territoriali da parte degli ucraini è stato affrontato
dietro le quinte:
alcune
foto diffuse dalla Casa Bianca ritraggono Trump e Zelensky di fronte a una
mappa, ma gli ucraini vogliono che questo tema venga risolto in un negoziato
con Putin.
Nessuno
si aspetta che Zelensky accetti la prima versione della mappa dei territori
proposta da Putin, ma fonti di Fox News dicono che «americani e europei gli
hanno «gentilmente fatto suggerimenti sui territori», perché pensi a «cosa è
critico per lui mantenere e cosa può cedere», pur consapevoli che deve
riportare questo messaggio a casa e formulare una «contro-offerta».
Questo gli è più facile se ha delle garanzie
di sicurezza «vere».
Il presidente ucraino, parlando ai giornalisti
alla Casa Bianca, ha affermato che il suo Paese si è offerto di acquistare armi
statunitensi per un valore di 90 miliardi di dollari.
L'annuncio
arriva mentre i Paesi europei hanno recentemente confermato che investiranno
miliardi di dollari per acquistare armi dalle aziende statunitensi per
sostenere l'Ucraina, compresi i sistemi Patriot.
Frizioni.
L’unico
punto di frizione riguarda il cessate il fuoco, che diversi leader europei
hanno definito fondamentale per poter negoziare la pace.
«Non
riesco a immaginare il prossimo incontro senza un cessate il fuoco» ha detto il
cancelliere tedesco Merz, affermando che bisogna farlo accadere mettendo
pressione su Putin.
«Tutti
noi preferiremmo un cessate il fuoco immediato, forse succederà... al momento
non sta succedendo» ha detto Trump.
Al presidente americano l’idea del cessate il
fuoco piace in linea principio ma non lo ritiene necessario e non crede che
Putin sia pronto ad accettarlo.
L’appello al cessate il fuoco degli europei
nasce anche dal loro scetticismo sulle intenzioni Putin:
vogliono
un segnale che intenda davvero fermare la guerra.
Trump ripete di «sapere» che Putin vuole porre
fine al conflitto.
E
Trump vede le garanzie di sicurezza — e il ruolo degli europei — come la chiave
per spingere Zelensky a fare cessioni territoriali politicamente e
costituzionalmente complicate.
A
carte coperte.
Domenica
notte, scrivendo sui social, Trump aveva messo pressione su Zelensky, dicendo
che potrebbe porre fine alla guerra «quasi immediatamente, se vuole» (e aveva
ribadito che non ci sarà restituzione della Crimea e alcun ingresso
dell’Ucraina nella Nato).
Ma
ieri il presidente americano ha evitato di dire chi abbia «le carte migliori»
tra Ucraina e Russia (a febbraio disse a Zelensky che «non aveva le carte»).
Ha
aggiunto che la fine della guerra dipende anche da Putin.
Da
parte sua Zelensky ha evitato di reiterare la dura opposizione alla cessione di
territori.
Gli
Stati Uniti sentono un’energia politica dietro allo sforzo per la pace, anche
se sanno che non succederà istantaneamente.
Cosa
pensano gli ucraini della
“pace
imperiale” di Trump.
Valigiablu.it
– (27 Marzo 2025) - Andrea Braschayko – ci dice:
A un
mese dall’avvio del canale negoziale tra Washington e Mosca, i colloqui che
hanno l’obiettivo di mettere fine all’invasione russa dell’Ucraina hanno avuto
un nuovo passaggio a Riyad, capitale saudita, tra il 23 e il 25 marzo.
Un
vertice riservato, mediato dai sauditi, con delegazioni separate per Russia e
Ucraina, ma con lo stesso regista sullo sfondo: gli Stati Uniti e, a distanza,
il suo presidente Donald Trump.
L’obiettivo
ufficiale, propagandato da Trump sin dalla campagna elettorale tramite la
retorica del porre fine alla guerra ‘in 24 ore’, è quello di disinnescare il
conflitto, almeno parzialmente, partendo da un cessate il fuoco temporaneo.
Ma le
premesse di quest’ultimo sono già fragili.
Le
trattative hanno preso avvio a metà febbraio, quando le delegazioni di Russia e
Stati Uniti si sono incontrate per la prima volta nella capitale saudita,
seguite poi, il 28 febbraio, dal disastroso incontro alla Casa Bianca tra
Volodymyr Zelensky e Trump.
Infine,
la settimana scorsa, è stata la volta della telefonata tra Trump e Putin,
durata novanta minuti, che ha ridimensionato le alte aspettative proposte dalla
comunicazione trumpiana.
Cosa
vogliono Putin e Trump.
Secondo
quanto riportato dai media americani, i tavoli negoziali degli Stati Uniti si
sono articolati su più giorni:
prima
l’incontro tra la delegazione ucraina guidata da “Rustem Umerov” e “Pavlo
Palisa”;
poi
con la controparte russa con Grigory Karasin e Sergei Beseda, ex alto dirigente
del FSB;
martedì
un ulteriore confronto Ucraina-USA.
A breve termine, sul tavolo c’erano due
dossier principali: la sicurezza della navigazione nel Mar Nero e la sospensione
reciproca degli attacchi alle infrastrutture energetiche per un mese.
Il
presidente russo Vladimir Putin ha formalmente approvato l’idea americana,
sostenendo la proposta di Trump per un congelamento reciproco dei bombardamenti
sulle reti energetiche per trenta giorni. Una decisione amplificata dai
megafoni dai media di Stato russi, TASS e RIA Novosti, che hanno sottolineato
come l’autocrate russo stia sostenendo le proposte di Trump e abbia ordinato
alle forze armate russe di astenersi dal colpire le infrastrutture ucraine.
Dopo i
colloqui a Riyad, Russia e Ucraina hanno concordato anche un cessate il fuoco
limitato nel Mar Nero, ma Mosca ne condiziona l’attuazione all’alleggerimento
delle sanzioni.
Zelensky
contesta le concessioni americane, temendo una spartizione del paese alle
spalle.
Perciò è tornato a criticare l’amministrazione
Trump accusandola di complicità col Cremlino, dopo un alleggerimento della
retorica in seguito all’agguato allo Studio Ovale.
Zelensky
ha dimostrato al mondo che non può fidarsi delle garanzie di Trump.
Il
significato della pace per gli ucraini.
Tenendo
a mente i limiti dei sondaggi d’opinione, soprattutto durante una guerra di
invasione, il quadro potrebbe sembrare contraddittorio.
Il 77%
degli ucraini valuta positivamente la proposta di un cessate il fuoco di 30
giorni, ma il 79% considera del tutto inaccettabili le condizioni dettate da
Putin.
Due
cifre che, se lette fuori contesto, potrebbero prestarsi a interpretazioni
comode per chi vuole vendere all’opinione pubblica internazionale una
narrazione di disponibilità al compromesso - che nelle richieste del Cremlino
equivalgono a una capitolazione senza appello da parte di Kyiv.
I dati
raccolti dal “Kyiv International Institute of Sociology” (KIIS) tra il 12 e il
25 marzo raccontano una posizione molto più complessa e radicata.
La popolazione ucraina è disposta a considerare una
tregua, ma solo se questa non implica concessioni o illusioni su un cambiamento
di postura dell’aggressore russo.
“Da
una parte la vittoria [alle elezioni presidenziali del 2024, NdA] di Trump è
stata accolta in Ucraina con una certa speranza, dall’altra i suoi primi passi
hanno causato delusione nella società ucraina.
L’umore
comune, a mio avviso, è più o meno questo – la parte patriottica attiva della
società, la minoranza influente, visibile nei media e sui social, è
categoricamente contraria a qualsiasi concessione e favorevole a una guerra
fino a una pace giusta;
la
gente comune, la ‘maggioranza silenziosa’, è sempre più determinata a porre
fine alla guerra” racconta a Valigia Blu” Konstantin Skorin”, ricercatore
indipendente ed esperto di storia politica del Donbas (le sue analisi sono
state pubblicate da Moscow Times, Foreign Affairs e Carnegie Politika).
“Ma la fine a tutti i costi,
attraverso la capitolazione a Putin, non è di certo l’opinione dominante di
questa ‘maggioranza silenziosa’.
Le persone sono disposte a fare concessioni
per fermare la morte di ucraini, anche su determinati territori come Crimea e
Donbas, ma non a una capitolazione totale alla Russia, proprio perché nessuno
crede alle promesse di pace di Putin,” aggiunge “Skorkin”.
Lo
dimostra il fatto che, tra coloro che vedono positivamente la proposta di
tregua, la maggioranza (47%) lo fa perché considera utile dimostrare che è la
Russia a non volere la pace, o che continuerà comunque a violare gli accordi.
Un
ulteriore 12% interpreta la tregua come un possibile strumento per sbloccare
gli aiuti militari, e solo il 18% la considera “un primo passo verso la fine
della guerra a condizioni accettabili per Kyiv”.
In
altre parole, l’apprezzamento per la tregua ha più a che fare con il desiderio
di smascherare Mosca o guadagnare tempo, che con una reale fiducia nel processo
negoziale.
Che la situazione sul campo stia volgendo a
favore di Cremlino è ormai un dato di fatto segnalato dall’intelligence
americana, e anche alleati ferrei di Kyiv come il presidente ceco “Petr Pavel”
avvertono della necessità di considerare concessioni territoriali.
Allo
stesso tempo, l’appoggio alla tregua crolla drasticamente se non sono previste
garanzie di sicurezza.
Secondo
lo stesso sondaggio, il 62% degli intervistati ha affermato che non sosterrebbe
un cessate il fuoco in assenza di garanzie concrete.
Se, ad esempio, venisse offerta la presenza di
peacekeeper occidentali, il 60% sarebbe disposto ad accettare un’interruzione
temporanea dei combattimenti.
Se la
garanzia consistesse nell’avvicinamento della NATO o in un rafforzamento delle
difese ucraine, il supporto resterebbe sopra il 55%, ma mai totale.
Il consenso si consolida solo quando la sicurezza
ucraina resta sotto controllo diretto o multilaterale e mai subordinato alla
volontà russa.
“Credo
che nessuno prenda davvero sul serio il cosiddetto ‘piano di pace’ di Trump,
nemmeno Trump stesso.
Non è
in realtà un piano di pace; si tratta di “dividere certe risorse”, come ha
detto lo stesso Trump.
Chi
segue le notizie lo capisce.
Quanto
alla volontà di Putin di rispettare un accordo, è ovvio che non lo farà, come
non lo ha mai fatto in passato.
Pochissimi
in Ucraina, se non nessuno, credono davvero nella buona volontà di Trump o
Putin,” dice a Valigia Blu “Hanna Perekhoda”, storica e ricercatrice
dell'Università di Losanna.
“Detto
ciò, ci sono sempre persone pronte a barattare la sicurezza a lungo termine
della propria comunità per un’apparente sicurezza personale a breve termine.
Questo non significa che si fidino di Trump o
Putin; piuttosto riflette la scelta fondamentale tra rischiare la vita agendo o
restare fermi.
Molti
scelgono la seconda opzione, guidati dalla paura umana e dalla mancanza di
identificazione con la propria comunità”.
La
sinistra che si oppone al riarmo rischia di condannarsi all’irrilevanza e di
consegnare l’Unione Europea ai regimi autoritari.
D’altra
parte, le condizioni avanzate da Mosca per la tregua – cessazione delle
mobilitazioni, blocco degli aiuti occidentali, interruzione delle operazioni di
intelligence statunitensi – sono considerate inaccettabili dalla maggioranza
degli ucraini.
Anche
qui, si tratta di un rigetto trasversale, che unisce il centro e l’ovest del
Paese all’est, e che riflette la convinzione condivisa che ogni concessione
acceleri la possibilità di una nuova aggressione, non di una tregua.
Putin
vuole il dominio dell’Ucraina.
I dati
del KIIS, rilevati nei giorni immediatamente successivi alla sospensione
temporanea degli aiuti americani a inizio marzo, mostrano un radicamento
dell’idea di resistenza come principio nazionale, trasversale a classi,
territori e orientamenti politici.
Anche
nelle regioni orientali, quelle storicamente più vulnerabili all’influenza
russa, il dato resta al 78%.
Questa
tenuta sociale e militare non nasce dal nulla.
Una
toccante lettera di una femminista e attivista anti-autoritaria che oggi lavora
come medico militare nelle Forze Armate ucraine, racconta il sentimento di
determinazione resta vivo nonostante la fatica accumulata:
"Sì,
potremmo perdere questa guerra. Ma tutti i combattenti per la libertà hanno
vinto?
Molti hanno lottato avendo molte meno
possibilità dell’Ucraina. Abbiamo ancora buone possibilità se i Paesi europei
ci sostengono.
La fine della guerra, il futuro dell’Ucraina,
dipendono direttamente da te e da me, dalla solidarietà con gli oppressi, dal
senso di collettività e dalla volontà di libertà."
E poi
c’è un altro elemento, di natura esistenziale e culturale, che emerge in
filigrana tra le righe degli stessi sondaggi e nei racconti raccolti:
la
consapevolezza che la guerra è diventata la lente attraverso cui gli ucraini
rileggono sé stessi, il proprio posto nel mondo e la qualità delle alleanze su
cui poter contare.
Non è
solo una questione di sopravvivenza o sovranità, ma anche di dignità
collettiva.
Riprendendo
le parole dell’attivista-medico, non tutti i combattenti per la libertà
vincono, ma tutti fanno la differenza.
In
questa cornice, la proposta americana – percepita da molti come un tentativo di
pacificazione imposta, funzionale più alla stabilità globale che alla giustizia
– rischia di risultare controproducente.
Lungi
dal promuovere un compromesso, rischia di alimentare il sospetto, già forte,
che il futuro dell’Ucraina venga negoziato altrove, e che alla retorica dei
“valori comuni” si stia ormai sostituendo il linguaggio cinico degli scambi
geopolitici.
L’inizio
di una tregua parziale: un passo verso la pace o fumo negli occhi?
Il
compromesso, al momento, si articola dunque in due punti:
una
tregua navale nel Mar Nero, ancora sospesa per via delle condizioni imposte da
Mosca, e una moratoria di 30 giorni sugli attacchi alle infrastrutture
energetiche, già operativa ma di fatto violata.
Poche
ore dopo l’accordo, infatti, la Russia ha lanciato un attacco con droni contro
un ospedale e una sottostazione elettrica, a “Slovyans’k.” “C’è già un’allerta
aerea, quindi questo cessate il fuoco non sta funzionando”, ha commentato
Zelensky.
Già
nel fine settimana precedente l’esercito russo aveva scagliato contro le città
ucraine più di 100 droni al giorno per tre giorni di fila, causando diversi
morti civili, anche nella capitale Kyiv.
Nel
giorno centrale delle trattative saudite, i russi hanno bombardato il centro di
Sumy, grosso centro dell’Ucraina orientale relativamente lontano dai
combattimenti, ferendo 88 persone, tra cui 17 bambini.
A
rendere la situazione ancora più ambigua è l’asimmetria tra le dichiarazioni
delle parti.
La Casa Bianca ha parlato di una “pausa nei
combattimenti nel Mar Nero” e di “impegno a eliminare l’uso della forza”,
mentre il Cremlino ha ribadito che il cessate il fuoco navale scatterà solo con
l’alleggerimento delle sanzioni occidentali, in particolare quelle che
colpiscono le esportazioni agricole russe, come l’accesso al sistema Swift o le
assicurazioni marittime.
Un
dettaglio tutt’altro che marginale, e che la versione americana ha
completamente omesso.
Di
fatto, gli americani promettono agli ucraini di aiutarli nello scambio di
prigionieri, compreso il ritorno delle decine di migliaia di minori rapiti
dalle forze russe, mentre a Mosca promettono alleggerimento delle sanzioni
economiche - queste ultime, secondo Politico, accettate condizionalmente, in
precedenza, anche da Kyiv.
Trump,
che inizialmente puntava a un cessate il fuoco integrale per creare lo spazio
politico per un grande accordo di pace, ha dovuto ammettere pubblicamente il
dietrofront russo.
“Forse
stanno prendendo tempo”, ha dichiarato a “Newsmax”, aggiungendo – con la sua
consueta ambiguità – che anche lui, in passato, ha usato tattiche simili per
“restare nel gioco”.
Le
critiche non si sono fatte attendere, soprattutto da Kyiv. Il presidente
ucraino ha accusato Trump e i suoi emissari di parlare “di noi senza di noi”,
rispondendo a una precedente dichiarazione di Trump che aveva lasciato
intendere come parte dei colloqui con Mosca avesse riguardato la spartizione
territoriale dell’Ucraina.
Il suo
entourage ha fatto sapere che nessuna discussione su Donbas, Zaporizhzhya o
Kherson è avvenuta da parte ucraina, e che le richieste russe – controllo
totale delle tre regioni – continuano a essere irricevibili.
In
parallelo, mentre le trattative proseguivano, la pressione militare sul campo
non si è fermata.
E
anche sul piano simbolico, il Cremlino ha ribadito il suo controllo
sull’impianto nucleare di Zaporizhzhia, smentendo ogni possibilità di cederlo,
come invece ipotizzato da fonti americane.
Nel
complesso, la prima fase della tregua sembra restituire un risultato largamente
favorevole alla Russia.
Lo
stop temporaneo ai bombardamenti strategici, infatti, congela una delle
campagne militari più riuscite dell’Ucraina, quella contro gasdotti, raffinerie
e snodi energetici in profondità nel territorio russo, e salva l’industria
degli idrocarburi di Mosca per almeno un mese.
Al contrario, gli attacchi russi alla popolazione
civile – dall’oblast’ di Sumy, relativamente vicina ai combattimenti, alle zone
più occidentali – proseguono, spesso con tecniche di doppio colpo o
bersagliando ospedali.
Trump
presenta l’accordo come una vittoria diplomatica, utile ad aprire uno spiraglio
per negoziati più ampi.
Ma per
Kyiv, che non ottiene né garanzie sulla sicurezza né progressi reali sul piano
politico, la sensazione è quella di essere stretta tra l’aggressività russa e
il cinismo americano.
Lottare
contro Putin e Trump contemporaneamente è molto difficile, e in ciò rimane
fondamentale la posizione dell’Unione Europea:
che ha però fallito, la scorsa settimana, nel
trovare il consenso per l’allocazione di 40 miliardi per la difesa di Kyiv.
Soffermarsi
sulle conseguenze per l’Europa di un processo di pace ingiusto e imposto
dall’alto all’Ucraina, però, dovrebbe essere il primo pensiero dei leader
europei, rispetto agli interessi nazionali e agli screzi personali.
Questa
consapevolezza non sembra essere ancora arrivata.
Zelensky:
“Ucraina non ha perso”.
Ma
Trump ferma gli attacchi a lungo raggio.
Lavocedinewyork.com
- Paolo Cordova – (24 agosto 2025) – editore :Gian Paolo Pioli – ci dice:
Nel
34° dell’indipendenza ucraina appello a “una pace giusta” mentre Mosca frena
sul vertice a due con Putin.
Zelensky,
‘nessuna ricompensa alla Russia per la guerra’.
34
anni di indipendenza dall’Unione Sovietica – ma anche 3 anni e sei mesi di
guerra.
Nel
giorno in cui l’Ucraina celebra l’uscita dall’URSS, Volodymyr Zelensky ha
ribadito che il Paese continuerà a combattere Mosca “finché le nostre richieste
di pace non saranno ascoltate”.
In un
discorso pronunciato nella capitale, il presidente ha invocato “una pace
giusta, una pace in cui il nostro futuro sarà deciso soltanto da noi”,
sottolineando che l’Ucraina “non è una vittima, è un combattente”. “L’Ucraina
non ha ancora vinto, ma certamente non ha perso”, ha aggiunto.
Il
discorso è arrivato mentre Mosca ha accusato Kyiv di avere colpito alcune
infrastrutture energetiche russe, dopo che un drone abbattuto nei pressi della
centrale nucleare di Kursk avrebbe causato un incendio e danneggiato un
trasformatore.
Non ci
sono stati feriti e le fiamme, secondo le autorità, sono state subito domate.
I
livelli di radiazione sarebbero rimasti nella norma.
L’Agenzia
internazionale per l’energia atomica (Aiea) sta seguendo la vicenda e il
direttore generale “Rafael Grossi” ha ricordato che “ogni impianto nucleare
deve essere protetto in ogni circostanza”.
Da
mesi l’agenzia invita entrambe le parti alla massima cautela attorno alle
centrali.
Nella
stessa giornata il ministero della Difesa russo ha annunciato un nuovo scambio
di 146 militari restituiti da ciascuna parte, oltre a otto civili della regione
transfrontaliera di Kursk consegnati a Mosca. I soldati rimpatriati si trovano
ora in Bielorussia per ricevere assistenza medica e psicologica prima del
trasferimento in Russia.
Nel
centro della capitale, come detto, si sono svolte le celebrazioni ufficiali con
l’alzabandiera e una cerimonia religiosa a Santa Sofia.
Tra
gli ospiti il premier canadese “Mark Carney”, alla sua prima visita ufficiale
in Ucraina.
“Il
Canada sarà sempre al vostro fianco”, ha dichiarato.
Ottawa
ha annunciato la consegna di droni, munizioni e mezzi blindati per oltre un
miliardo di dollari canadesi, in parte già previsti da un pacchetto svelato a
luglio.
Accanto
a Zelensky c’era anche l’inviato di Trump “Keith Kellogg”, insignito
dell’Ordine al merito di prima classe.
“We’re
going to make this work”, lo si è sentito dire al presidente ucraino dopo i
ringraziamenti rivolti a lui e a Donald Trump.
Il re
Carlo III ha inviato un messaggio di vicinanza:
“Nutro
la più profonda ammirazione per lo spirito incrollabile del popolo ucraino”, ha
scritto.
Londra ha reso noto che continuerà
l’addestramento dei militari ucraini almeno fino al 2026, estendendo l’”operazione
Interflex”.
Anche
la Norvegia ha annunciato un contributo da 7 miliardi di corone (quasi 600
milioni di euro) in sistemi di difesa aerea, tra cui radar e missili Patriot in
collaborazione con la Germania.
Non
era presente Trump, che tuttavia ha inviato una lettera di sostegno a Kyiv.
“Il
popolo ucraino ha uno spirito incrollabile e il coraggio del vostro Paese
ispira molti.
Gli
Stati Uniti rispettano la vostra lotta, onorano i vostri sacrifici e credono
nel vostro futuro come nazione indipendente”, ha scritto Trump, chiedendo di
“porre fine alle uccisioni senza senso” e invocando “un accordo negoziato che
porti a una pace duratura e salvaguardi la sovranità dell’Ucraina”.
Pochi
giorni fa, Trump aveva annunciato di voler concedere a Putin “un paio di
settimane” prima di decidere se imporre nuove sanzioni o dazi. Dopo il vertice
di metà agosto in Alaska con il presidente russo, presentato come tappa
decisiva ma rimasto senza risultati concreti, secondo un’inchiesta esclusiva
del Wall Street Journal la Casa Bianca avrebbe intanto bloccato l’uso da parte
ucraina dei missili a lungo raggio “Atacms” contro il territorio russo.
Secondo
fonti del Pentagono, ogni richiesta di impiego passerebbe ora attraverso un
meccanismo di revisione interna che assegna al segretario alla Difesa “Pete
Hegseth” l’ultima parola.
La
misura ha di fatto annullato la decisione dell’amministrazione Biden di
permettere attacchi oltreconfine, con Washington che teme che un loro utilizzo
possa compromettere i tentativi diplomatici di riavvicinamento a Mosca.
Trump
ha dichiarato che “è molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra
senza attaccare il Paese invasore” ma, per ora, non ha autorizzato cambi di
rotta.
L’amministrazione ha invece dato luce verde a un pacchetto di armi da 850
milioni di dollari, in gran parte finanziato dagli alleati europei, che
comprende sistemi di difesa aerea e 3.350 missili ERAM a lungo raggio. Anche il loro impiego, però, sarà
soggetto all’approvazione del Pentagono.
Dal
canto suo, la Russia rivendica di avere conquistato due villaggi nel Donbass,
mentre Lavrov ha accusato l’Occidente di “cercare un pretesto per bloccare i
negoziati”.
In
un’intervista all’emittente Rossiya, il ministro ha attaccato Zelensky per
avere “posto condizioni e preteso un incontro immediato” con Putin.
“Il
presidente russo è pronto a un vertice solo quando l’agenda sarà definita, e
oggi non lo è affatto”, ha dichiarato, accusando Kyiv di dire “no a tutto”.
Zelensky,
da parte sua, accusa Mosca di “fare di tutto” per sottrarsi a un faccia a
faccia.
Ucraina.
Trump, ‘Sapremo tra
circa
due settimane”
se ci
sarà la pace.
Notiziegeopolitiche.net
– (22 Agosto 2025) – Giusy Mercadante – Agenzia Dire – ci dice:
Zelensky
sui social attacca la Russia e dice, ‘Stanno cercando di sottrarsi a una
riunione.
Non
vogliono porre fine a questa guerra’.
“Sapremo
tra circa due settimane” se ci sarà la pace in Ucraina, “dopodiché dovremo
forse adottare una strategia diversa”.
A
dirlo è il presidente Donald Trump durante un’intervista rilasciata al
conduttore radiofonico “Todd Starnes”.
Sul
conflitto russo-ucraino, Trump si è espresso anche sulla sua piattaforma Truth.
Oggi
il tycoon ha scritto: “È molto difficile, se non impossibile, vincere una
guerra senza attaccare il Paese invasore.
È come
una grande squadra nello sport che ha una difesa fantastica, ma non le è
permesso di giocare in attacco.
Non c’è possibilità di vincere. È così con
l’Ucraina e la Russia”.
Poi
l’attacco al “corrotto e grossolanamente incompetente Joe Biden” che avrebbe
permesso all’Ucraina “solo di difendersi”. E sottolinea ancora una volta:
“Questa
guerra non sarebbe mai accaduta se fossi stato Presidente, zero possibilità”.
E conclude che “ci aspettano tempi
interessanti”.
Secondo
il “The Guardian,” Trump intende fare un passo indietro nei negoziati e
lasciare alla Russia e all’Ucraina l’organizzazione di un incontro tra i loro
leader.
A
proposito di un colloquio, Zelensky ha accusato la Russia di volersi sottrare
dall’organizzazione di un bilaterale con Vladimir Putin.
“I segnali che arrivano dalla Russia sono
semplicemente scandalosi. Stanno cercando di sottrarsi alla riunione.
Non
vogliono porre fine a questa guerra.“
Il presidente aggiunge: “Continuano i loro massicci
attacchi all’Ucraina e i loro feroci assalti lungo la linea del fronte”.
“Hanno
persino lanciato missili contro un’azienda americana – continua – oltre a molti
altri obiettivi puramente civili.
Questo sta accadendo proprio ai confini
dell’Ue e della Nato: un drone d’attacco russo è entrato in territorio polacco.
Ci
sono stati incidenti con droni anche in Lituania. Non incidenti, ma impudenza
russa”.
“Ci
aspettiamo – ribadisce – che i nostri partner rispondano con principi. Questa
guerra deve finire.
Bisogna esercitare pressioni sulla Russia
affinché ponga fine alla guerra.
Putin
non conosce altro che la forza e la pressione”.
“Naturalmente,
continueremo a fare tutto il possibile per proteggere il nostro Paese e il
nostro popolo.
Il
Presidente Trump ha assolutamente ragione: questo non deve essere fatto solo in
difesa.
Nel
frattempo, non rallentiamo la diplomazia, affinché i negoziati per un
avvicinamento alla pace possano finalmente aver luogo“, si augura.
Come
scrive Interfax, per il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, invece,
l’Ucraina “non è interessata a una soluzione giusta e duratura”. Per una
risoluzione, però, si potrà fare una valutazione una volta “risolto il problema
della legittimità della persona che firmerà questi accordi“.
Il
ministro si riferisce al fatto che il mandato di Zelensky è scaduto a maggio
2024 e non sono avvenute nuove elezioni a causa della legge marziale in vigore
nel Paese.
Per il
resto, Putin “ha ripetutamente affermato di essere disposto a incontrare anche
il signor Zelensky, a condizione che tutte le questioni che richiedono un esame
ad alto livello siano ben preparate e che gli esperti e i ministri elaborino le
raccomandazioni del caso“.
(Fonte:
agenzia Dire.)
Ucraina,
Gaza e dazi Usa:
Draghi striglia l’Europa
‘marginale
e spettatrice’
Notiziegeopoltiche.net
– (23 Agosto 2025) – Redazione -Agenzia Dire – ci dice:
L’ex
premier apre il meeting di Rimini con una “lectio magistralis” sul destino
dell'Europa, sempre più impotente.
‘A
Gaza un massacro’.
Un’Europa
ai margini del “mondo” che conta, declassata tra i “Big”, rassegnata a subire
le decisioni altrui, anche quelle che riguardano direttamente il suo futuro.
Il
quadro del Vecchio continente, e soprattutto dell’Unione Europea, dipinto da
Mario Draghi, è sconfortante.
Nel
suo intervento al quartiere fieristico “Ieg” di Rimini, l’ex presidente del
Consiglio e della Bce, invitato ad aprire il Meeting di Comunione e
liberazione, compie una vera e propria strigliata ai leader europei.
Bocciati
su dazi, sviluppi in Ucraina e il “massacro di Gaza”, “volenterosi” e meno
volenterosi insomma, questo in estrema sintesi il senso dell’intervento, hanno
praticamente lasciato il destino dei loro popoli e del mondo in mano ad altri,
che di certo non hanno fatto gli interessi europei.
“Per
anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni
di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni
commerciali internazionali.
Quest’anno sarà ricordato come l’anno in cui
questa illusione è evaporata”, questo l’inizio dell’intervento di Draghi alla
platea del Meeting di Cl, che lo ha accolto con un’ovazione.
Non sono mancati comunque i suggerimenti per
uscire da questo stallo: “Per affrontare le sfide di oggi – ha suggerito – l’Ue
deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista.
Deve mutare anche la sua organizzazione
politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi
economici e strategici – infine ha aggiunto -.
E le
riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di
consapevolezza”.
“Per
anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni
di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni
commerciali internazionali.
Quest’anno
sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata”.
“Abbiamo
dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e
alleato di antica data, gli Stati Uniti.
Siamo
stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione
che forse avremmo comunque dovuto prendere -ma in forme e modi che
probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa.
L’Unione
Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in
Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un
ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace”.
“Nel
frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia,
mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di
produzione in Europa, ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle
nuove barriere imposte dal governo negli Stati Uniti.
Le proteste europee hanno avuto poco effetto:
la Cina ha chiarito che non considera l’Europa
come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per
rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante”.
“L’Europa
è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e
il massacro di Gaza si intensificava.
Questi
eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica
da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico”.
“Non è
quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia
raggiunto nuovi picchi.
Ma è
importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo.
Non è a mio avviso uno scetticismo nei
confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata:
democrazia,
pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Anche coloro che
sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non
accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese;
anche loro attribuiscono valore alla libertà,
all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per sé stessi.
Credo
piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di
difendere questi valori.
Ciò è
in parte comprensibile.
I modelli di organizzazione politica,
specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i
problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e
vulnerabile l’organizzazione pre esistente, questa deve cambiare”.
“L’Ue
fu creata perché nella prima metà del ventesimo secolo i precedenti modelli di
organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi avevano
completamente fallito nel compito di difendere questi valori.
Molte
democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta con il
risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale”.
(Sarebbe
interessante conoscere se Draghi è riuscito a farsi ripagare il prestito di
duemila miliardi di dollari a suo tempo 2008 prestati dalla Bce (di cui Draghi
era presidente) alla Fed USA di Obama! N.D.R).
(Fonte:
agenzia Dire.)
Tutto
su Flamingo, il missile ucraino
che ha
Mosca nel mirino.
Starmag.it
– Chiara Rossi – (25 Agosto 2025) – ci dice:
L'Ucraina
ha lanciato una nuova arma: un missile da crociera soprannominato
"Flamingo", che potrebbe dare a Kiev la portata e la potenza
d'attacco per portare la guerra in profondità nel cuore della Russia.
Tutti
i dettagli sul missile sviluppato dall'azienda di difesa ucraina- “Fire Point”.
Si
chiama Flamingo il missile made in Ukraine in grado di colpire al cuore della
Russia.
Mentre
la guerra tra Russia e Ucraina si prepara a una nuova fase di intensi
combattimenti, Kyiv ha testato un nuovo missile da crociera a lungo raggio.
Lo ha annunciato il presidente Volodymyr
Zelensky, spiegando che il sistema, battezzato Flamingo, è in grado di colpire
obiettivi fino a 3.000 chilometri di distanza.
“Il
missile ha superato con successo i test ed è attualmente la nostra arma più
efficace”, ha dichiarato la scorsa settimana il leader ucraino, aggiungendo che
la produzione su larga scala potrebbe partire già entro febbraio.
Con
una gittata stimata di 3.000 km, il sistema potrebbe colpire qualsiasi punto
della Russia centrale, raggiungendo facilmente Mosca o San Pietroburgo, o
persino una certa distanza in Siberia.
Dunque
l’Ucraina ha messo a punto un missile “di produzione nazionale” in grado di
colpire obiettivi russi a grande profondità con un carico utile non inferiore a
una tonnellata.
“Non
serve un nome spaventoso per un missile che può volare per 3.000 chilometri”
secondo “Tryna Terekh”, ceo e direttore tecnico dell’azienda ucraina “Fire
Point”, sviluppatrice del sistema d’arma.
Ma
sostenere che il Flamingo da solo potrebbe rappresentare un “game changer”
nella guerra in corso sembra azzardato.
Di certo questo primo missile da crociera
ucraino permetterà al Paese di migliorare la propria indipendenza in termini di
produzione di armi, in vista di un disimpegno dagli Stati Uniti, commenta “Les
Echos”.
Tutti
i dettagli.
LE
CARATTERISTICHE DEL MISSILE FLAMINGO.
Il
sito di produzione è tenuto segreto e i dettagli tecnici dell’arma non sono
ancora stati resi pubblici.
Tuttavia,
sulla base del reportage dell’Associated Press, gli esperti sono stati in grado
di fornire alcuni dettagli sulla composizione di questo missile a lungo raggio.
Il
Flamingo è un missile di grandi dimensioni, con un’apertura alare di sei metri
e un peso di sei tonnellate, inclusa una testata da una tonnellata.
Con
questa gittata, il Flamingo potrebbe raggiungere 70 delle 90 basi aeree russe e
la maggior parte delle sue fabbriche di armi, così come Mosca, a 800 km in
linea d’aria dall’Ucraina.
Se il
Flamingo è effettivamente basato sull’FP-5 dell’”azienda britannica Milanion”,
si tratta di un missile da crociera.
L’FP-5,
presentato alla fiera delle armi di “Abu Dhabi in primavera”, può volare a 950
km/h e trasportare una carica esplosiva da una tonnellata. Molto più
devastante, quindi, dei droni quadricotteri ucraini, che possono già colpire in
profondità nella Russia, ma di solito trasportano cariche esplosive inferiori a
300 kg.
PRODOTTO
DALL’UCRAINA “FIRE POINT”.
“Non
volevamo renderlo pubblico, ma sembra essere il momento giusto. Flamingo è il
missile da crociera a lungo raggio in grado di trasportare una testata da 1.150
chilogrammi e di raggiungere la Russia per 3.000 chilometri”, ha dichiarato a “Politico”
“Iryna Terekh”, ceo e direttore tecnico dell’azienda, in un’intervista dal suo
ufficio.
“Combattere
in aria è il nostro unico vero vantaggio asimmetrico sul campo di battaglia al
momento. Non abbiamo la stessa manodopera o i soldi che hanno loro”, ha
spiegato “Terekh”.
Come
la maggior parte delle aziende di difesa in Ucraina, “Fire Point” è nata per
necessità dopo l’invasione su vasta scala della Russia nel 2022 e, soprattutto,
per rispondere all’esigenza di armi a lungo raggio, richieste da Kyiv ma per
tanto tempo negate dagli alleati.
Quando”
Terekh”, un architetto, è stata assunta nell’estate del 2023, le è stato
assegnato l’obiettivo di produrre 30 droni al mese.
Ora
l’azienda ne produce circa 100 al giorno, al costo di 55.000 dollari l’uno.
Riguardo
il Flamingo, “L’abbiamo ideato molto velocemente.
Ci sono voluti meno di nove mesi per
svilupparlo, dall’idea iniziale ai primi test di successo sul campo di
battaglia.
Non vi
dirò la sua velocità esatta, ma posso dire che è più veloce di tutti gli altri
missili che abbiamo attualmente”, ha detto “Terekh”, aggiungendo:
“È
interamente prodotto in Ucraina”.
IL
COMMENTO DEGLI ESPERTI.
Il
Flamingo potrebbe provocare lo stesso tipo di distruzione sulle città
principali di Putin che le armi russe hanno causato a quelle dell’Ucraina. Il
problema è che il Flamingo, in quanto missile da crociera, è essenzialmente
solo un drone più veloce, osserva il “Telegraph”.
Inoltre,
a differenza dei missili balistici, che escono dall’atmosfera prima di ricadere
sul bersaglio ad altissima velocità, i missili da crociera volano più in basso
nell’atmosfera.
Sono
quindi più facili da intercettare per il nemico.
Sono
anche relativamente lenti, sebbene la velocità annunciata dell’FP-5, 950 km/h,
lo renda uno dei missili lanciati da terra più veloci (quelli lanciati da aerei
possono essere ipersonici).
Ad
esempio, il famoso missile americano “Tomahawk” non supera gli 880 km/h e il
francese MdCN gli 800 km/h, ricorda ancora “Les Echos”.
E LA
REAZIONE DEL PRESIDENTE USA TRUMP.
In un
post sui social media di giovedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
ha scritto:
“È
molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il
paese invasore.
È come
una grande squadra nello sport che ha una difesa fantastica, ma non le è
permesso giocare in attacco”.
“Tempi interessanti in arrivo!”, ha aggiunto il numero
uno della Casa Bianca.
La
pace a Kiev è lontana mentre
Putin
si avvicina.
Infosannio.com - Author: infosannio – (23
agosto 2025) – Redazione – Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it – ci dice:
La
pace in Ucraina si allontana.
Con
uno dei suoi colpi di scena, Trump ha invitato addirittura l’Ucraina a
combattere contro la Russia con maggiore tenacia e determinazione.
La pace in Ucraina si allontana. Con uno dei
suoi colpi di scena, Trump ha invitato addirittura l’Ucraina a combattere
contro la Russia con maggiore tenacia e determinazione.
Fino a
poco tempo fa, Trump criticava Biden per avere dato troppe armi a Zelensky;
adesso lo critica per non averlo armato sufficientemente:
“È
molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il
Paese invasore”, ha detto Trump.
Che
cosa sta accadendo?
Tutto
sembra irrazionale, illogico e incoerente.
In
realtà, se scaviamo sotto la superficie delle dichiarazioni, tutto è
perfettamente razionale, logico e coerente.
I
fatti sono questi.
Sconfitte
militarmente, le democrazie occidentali stanno cercando di raggiungere i loro
obiettivi in Ucraina con l’astuzia al posto della forza. Per spiegare la nuova
strategia dell’Occidente, devo procedere in modo ordinato data la complessità
della materia.
Nella
prima parte, elencherò i dieci fatti che rendono evidente il trionfo della
Russia sulla Nato con la forza.
Nella
seconda parte, spiegherò la contro-strategia della Nato per trionfare sulla
Russia con l’astuzia.
Con la
guerra in Ucraina, Putin ha dimostrato che:
1. l’industria militare della Russia
sovrasta quella della Nato, come ha dichiarato Mark Rutte, il 13 gennaio 2025:
2. “L’industria militare della Russia
produce in tre mesi ciò che la Nato produce da Los Angeles ad Ankara in un anno
intero”;
3. l’esercito russo è ben armato e motivato;
4. la difesa aerea dell’Europa non è in grado di
intercettare i missili più avanzati della Russia;
5. l’Europa non conta niente militarmente e
politicamente, tant’è vero che l’Europa è stata esclusa dai colloqui sul futuro
dell’Ucraina;
6. l’economia russa sorregge lo sforzo bellico
nonostante le sanzioni dell’Occidente;
7. la Russia è perfettamente integrata nel
sistema internazionale e può vantare un elenco lunghissimo di amici e di
alleati, tra cui Cina, Brasile e India;
8. Putin è uno stratega temibile e non lo
sprovveduto descritto dal Corriere della Sera nei suoi articoli del 2022/23;
9. i russi sono schierati al fianco di
Putin e odiano la Nato;
10.
la Nato chiede il cessate il fuoco e la Russia lo rifiuta;
11.
Trump prega Putin di
fermarsi e Putin continua a bombardare, incurante di tutte le minacce.
12.
Dopo avere elencato i
fatti che dimostrano il trionfo di Putin sulla Nato, possiamo trarre una prima
conclusione:
13.
Trump non è l’uomo della pace; è l’uomo che gestisce la
sconfitta strategica della Nato in Ucraina per mano della Russia.
Siamo
pronti per occuparci della contro-strategia dell’Occidente per prendere il
sopravvento sulla Russia e ribaltare il risultato in Ucraina con l’astuzia.
La
proposta di Ursula von der Leyen, Merz, Meloni e Macron è trasformare l’Ucraina
in uno degli eserciti più potenti del mondo.
L’idea
è di trasformare l’Ucraina in un membro di fatto della Nato attraverso cinque
mosse concatenate:
1) integrare i soldati ucraini negli eserciti
della Nato attraverso l’addestramento comune;
2)
integrare i sistemi militari dell’Ucraina nei sistemi militari della Nato; 3)
impiantare l’industria militare della Nato in Ucraina per la costruzione di
missili in grado di bombardare qualunque città della Russia: il 28 maggio 2025
Merz ha firmato un accordo con Zelensky per costruire missili che arrivano fino
a 2.000 km;
4) acquistare le armi per l’Ucraina con i
soldi dell’Unione europea;
5)
costruire una sorta di articolo 5 intorno a Kiev senza includerla formalmente
nella Nato.
L’idea
di Meloni è di replicare il meccanismo di innesco della Seconda guerra mondiale
attraverso accordi bilaterali:
nel
1939 la Germania attaccò la Polonia scatenando l’intervento di Francia e
Inghilterra contro Hitler.
L’effetto
domino delle alleanze, scattato nel settembre 1939 in Europa, si concluse con
la guerra nucleare in Giappone, nell’agosto 1945.
Meloni pensa allo stesso meccanismo.
Meloni
propone che l’Italia si impegni a entrare in guerra contro la Russia nel caso
in cui la Russia attacchi nuovamente l’Ucraina dopo la pace.
Stesso
discorso per Francia, Germania e Stati Uniti.
È
stupefacente che Meloni abbia proposto un’idea così assurda.
Gli
Stati Uniti hanno respinto queste garanzie di sicurezza già nella primavera
2022 proprio per paura di ritrovarsi in guerra con la Russia. Meloni vorrebbe
includere il meccanismo di innesco della Seconda guerra mondiale in un accordo
di pace con la Russia.
La mia previsione è che la Russia non
accetterà, altrimenti la sua sicurezza si troverebbe in una condizione peggiore
rispetto al 2022. L’idea che la pace arriverà trasformando l’Ucraina in uno
degli eserciti più potenti del mondo è un’idea sbagliata perché contraria
all’evidenza.
Perché
è impossibile concordare
una
pace duratura coi russi.
Linkiesta.it
– 22 agosto 2025 – Redazione – La Presse – ci dice:
Lavrov
ha escluso garanzie di sicurezza per Kyjiv senza un veto di Mosca, ribadendo
che la sicurezza dell’Ucraina resta subordinata all’aggressore.
È l’ennesima conferma di un modus operandi in
cui i negoziati servono solo a guadagnare tempo.
LaPresse.
Alcuni,
non tutti, si erano illusi che l’incontro di Anchorage e poi quello di
Washington segnassero l’inizio di un percorso verso la pace, la possibilità di
fermare il più sanguinoso conflitto europeo dal 1945 grazie a una mediazione
tra potenze.
Ma le parole del ministro degli Esteri russo
Sergej Lavrov hanno dissipato ogni illusione.
Mosca
non accetterà garanzie di sicurezza per l’Ucraina se non potrà esercitare un
proprio veto e se non verrà inclusa la Cina come attore alla pari.
Significa
che la sicurezza della vittima resterebbe subordinata al consenso
dell’aggressore e del suo principale alleato strategico. È il ritorno, in forme
aggiornate, della clausola di unanimità che già fece naufragare i colloqui di
Istanbul nel 2022.
Nelle
stesse ore Lavrov ha sollevato un altro ostacolo che mina le basi stesse di una
trattativa:
la
presunta illegittimità del presidente ucraino.
«Putin
ha ripetutamente affermato di essere disposto a incontrare anche il signor
Zelensky, a condizione che, quando e se si arriverà alla firma di futuri
accordi, venga risolta la questione della legittimità della persona che firmerà
tali accordi con la parte ucraina».
Una frase che equivale a togliere Kyjiv dal
tavolo delle decisioni, squalificando l’interlocutore principale prima ancora
di iniziare.
Il
ministro degli Esteri russo ha poi ribadito che un «intervento militare
straniero in una parte del territorio ucraino» sarebbe «assolutamente
inaccettabile», accusando i leader europei riuniti a Washington con Zelensky di
voler costruire garanzie «sull’isolamento della Russia» e perseguire una
«politica aggressiva di confronto».
Nella
narrazione del Cremlino, dunque, perfino lo sforzo occidentale di immaginare
una protezione per Kyjiv diventa prova di un complotto anti-russo.
Non
c’è da stupirsi.
Il
modus operandi del Cremlino è sempre lo stesso:
offrire il miraggio del compromesso,
guadagnare tempo, riorganizzare le forze e poi colpire di nuovo.
La
vera sorpresa, semmai, è tutta occidentale:
ogni
volta ci convinciamo che questa volta andrà diversamente, che l’accordo firmato
sarà rispettato, che la diplomazia possa piegare una logica di potere che di
logico ha solo la violenza.
Ma la
storia recente è lì a ricordare quanto breve sia la nostra memoria.
Nel
1994 l’Ucraina firmò il Memorandum di Budapest insieme a Stati Uniti, Regno
Unito e Russia.
L’intesa
prevedeva che Kyjiv rinunciasse all’enorme arsenale nucleare ereditato
dall’allora Urss – oltre mille testate, il terzo al mondo per dimensioni – in
cambio di una garanzia solenne:
il rispetto dei suoi confini e della sua
sovranità.
Vent’anni dopo, proprio una delle potenze
garanti, la Russia, occupava e annetteva la Crimea, violando platealmente quel
patto.
Non
era la prima volta.
Già
nel 2003, con il cosiddetto “caso dell’isola di Tuzla” – un lembo di terra nel
Mar d’Azov – Mosca aveva iniziato a testare la resistenza ucraina con pressioni
territoriali, costruendo un terrapieno che di fatto minacciava di tagliare
fuori Kyjiv dal controllo delle proprie acque.
Un segnale che passò quasi sotto silenzio in
Occidente, ma che anticipava la logica di prove progressive con cui la Russia
avrebbe poi alzato la posta.
Quando
nel 2014 le proteste di Maidan portarono alla caduta del governo filorusso di “Yanukovich,
il Cremlino rispose con l’annessione della Crimea e con la guerra nel Donbass.
Per
fermare il conflitto si ricorse a due accordi: Minsk I (2014) e Minsk II
(2015), negoziati da Francia e Germania.
Avrebbero dovuto garantire un cessate il
fuoco, il ritiro delle armi pesanti e una forma di autonomia per le regioni
separatiste.
Ma i
combattimenti non cessarono mai davvero, e quelle tregue furono usate da Mosca
per consolidare il controllo militare e politico sui territori occupati,
preparando il terreno all’invasione su larga scala del 2022.
La
regola russa si è ripetuta anche dopo.
Durante l’assedio di Mariupol, i cosiddetti
corridoi umanitari, annunciati come pause per permettere l’evacuazione dei
civili, furono bombardati nel giro di poche ore.
Nel
marzo 2025, il cessate il fuoco sugli attacchi alle infrastrutture energetiche
durò appena il tempo di ricaricare l’artiglieria.
Lo schema è sempre identico: firma di un
accordo, proclamazione di una tregua, immediata violazione.
La
Russia non tratta per raggiungere compromessi, ma usa i negoziati come
strumento di guerra psicologica, arma di logoramento e diversivo tattico per
guadagnare tempo.
Come
si legge in un’analisi di “Tomorrow’s Affairs”, «le negoziazioni con la Russia
non sono possibili, a meno che essa non sia costretta a farle».
Non è
un’esagerazione polemica ma la constatazione di una costante che si ripete
negli ultimi decenni.
Ogni volta che Mosca si è seduta a un tavolo
di trattativa lo ha fatto solo per necessità tattiche, mai per reale volontà di
compromesso.
È accaduto in Cecenia, dove gli accordi di
cessate il fuoco vennero sistematicamente violati fino a che l’esercito russo
non fu in grado di ristabilire il controllo totale.
È accaduto in Georgia, con la guerra lampo del
2008: prima la firma di un piano di pace mediato dall’Unione Europea, poi la
permanenza indefinita delle truppe russe in Ossezia del Sud e Abcasia, a
dispetto di quanto sottoscritto.
Ed è
accaduto in Ucraina con gli accordi di Minsk:
Mosca
li firmò per congelare il fronte, riarmarsi e guadagnare tempo, salvo poi
scatenare l’invasione su larga scala del 2022.
Gli
accordi, per il Cremlino, non rappresentano vincoli ma strumenti reversibili.
Non
sono mai impegni da rispettare, ma carte da usare, piegare e stracciare a
piacimento.
Solo
la forza, o la pressione diretta e credibile dell’Occidente, può costringere
Mosca a sedersi e trattare sul serio.
Non
aiuta l’ultimo delirante post di Trump su Truth Social:
«È molto difficile, se non impossibile,
vincere una guerra senza colpire il Paese invasore. È come una grande squadra
sportiva che ha una difesa fantastica, ma non le è permesso attaccare. Non c’è
alcuna possibilità di vittoria».
Metafora
per metafora, forse bisognerebbe girare al presidente degli Stati Uniti
l’intervento del presidente finlandese, “Alexander Stubb”, per capire la
superficie di terra che la Russia pretende oggi dall’Ucraina:
«Sarebbe come rinunciare a Florida, Georgia,
South Carolina, North Carolina, perfino Virginia, fino a sfiorare il Maryland».
Non proprio un fazzoletto di terra.
Il
problema va oltre l’Ucraina.
Come
ha ricordato il “Financial Times”, le conferenze di pace sono per loro natura
fragili e spesso inefficaci.
Non
basta riunire leader e firmare un documento per ottenere la fine di una guerra:
perché
un accordo funzioni servono tre condizioni precise.
La
prima è l’equilibrio di potere sul campo: se una delle parti è convinta di
poter vincere militarmente, non ha alcun interesse a fare concessioni.
La
seconda è l’esistenza di strumenti di enforcement, cioè meccanismi credibili
che obblighino le parti a rispettare ciò che hanno firmato.
La terza è una visione comune tra i mediatori:
senza una reale convergenza internazionale, i tavoli si trasformano in semplici
vetrine diplomatiche.
La
storia lo dimostra.
Gli
accordi di Versailles del 1919 non evitarono la Seconda guerra mondiale perché
imponevano condizioni senza strumenti per farle rispettare.
Il
trattato di Dayton del 1995 chiuse la guerra in Bosnia solo perché accompagnato
da una massiccia presenza militare internazionale.
In Ucraina, invece, nulla di tutto questo
esiste: non c’è un equilibrio perché la Russia continua a credere nella
vittoria, non ci sono strumenti di enforcement perché l’Occidente non vuole
rischiare il confronto diretto, non c’è visione comune perché la Russia rifiuta
qualunque schema che non garantisca loro un diritto di veto.
In
assenza di queste condizioni, qualsiasi conferenza di pace, che sia a Budapest,
a Roma o a Ginevra, rischia di produrre soltanto dichiarazioni solenni e
fotografie di rito.
Tavoli che Mosca può sfruttare come diversivi,
continuando a combattere mentre le potenze del mondo si illudono che i russi
siano cambiati.
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