Contro la fine delle centrali a carbone.
Contro
la fine delle centrali a carbone.
L’inaspettato
ritorno del carbone:
dagli
Usa all’Italia passando per la Cina.
Economiacircolare.com
- Andrea Turco – (18 Aprile 2025) – ci dice:
La
destra al potere, negli Usa e in Italia, predilige il ricorso al carbone.
Trump
lo vuole per sostenere l’intelligenza artificia.
Per
Salvini, spalleggiato da Eni ed Enel, spegnere le centrali italiane “non è
nell’interesse del Paese”.
Ma le
associazioni ambientaliste ammoniscono: sarebbe una pessima figura.
Semplificando
un po’ (molto):
l’Ottocento
è stato il secolo del carbone, il Novecento è stato il secolo del petrolio e il
primo secolo del Duemila rischia di essere il secolo del gas.
In realtà il percorso energetico delle fonti
fossili, che continuano a essere predominanti in un sistema in cui l’80% dei
consumi dipende da questa triade, non è così netto.
Nel senso che carbone e petrolio non hanno mai
smesso di essere utilizzati.
Come
ha certificato un recente report dell’”Agenzia Internazionale dell’Energia”,
“il consumo globale di carbone è raddoppiato negli ultimi tre decenni.
Al
culmine dei blocchi legati alla pandemia di Covid-19 nel 2020, la domanda è
diminuita in modo significativo.
Eppure
il rimbalzo di quei livelli, sostenuto dagli alti prezzi del gas all’indomani
dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, ha portato
alla produzione globale record di carbone:
sia
per quel che riguarda il consumo che il commercio che la produzione di
energia”.
La
sensazione condivisa a livello globale, supportate da varie analisi, era che
entro pochi anni almeno l’Occidente avrebbe smesso di utilizzare il carbone.
Sarebbe
stato, quantomeno a livello simbolico, un episodio emblematico del contrasto al
collasso climatico, se consideriamo l’enorme quantità di gas serra che la
combustione comporta. E invece …
Carbone
1.
Invece
l’arretramento ambientale a livello globale si riflette anche sulle scelte
energetiche.
Dagli
Usa all’Italia la destra al potere persegue la strada più conservativa.
Ma anche in Cina gli impegni sul carbone sono
stati ampiamente disattesi.
Come
racconta Repubblica, “la Cina continuerà a costruire nuove centrali a carbone
almeno fino al 2027, in quelle regioni dove sarà necessario per soddisfare la
domanda elettrica nei momenti di picco o per garantire la stabilità della rete.
È
quanto emerge dalle nuove linee guida pubblicate il 14 aprile dalla Commissione
nazionale per lo sviluppo e la riforma e dall’amministrazione nazionale
dell’energia, che definiscono gli obiettivi per l’ammodernamento del sistema
elettrico basato sul carbone”.
Secondo
quanto dichiarato dal partito comunista cinese, il picco dell’uso del carbone
deve ancora arrivare – attualmente è previsto per il 2028.
La strategia energetica cinese fa sì che il
colosso asiatico sia leader contemporaneamente nell’uso del carbone, il più
inquinante dei combustibili fossili, e nelle energie rinnovabili.
Tuttavia tale scelta in Cina non è nuova ma
viene perseguita da tempo.
Quel
che invece è più inedito è il deciso ritorno al carbone da parte dell’Europa e
degli Usa.
Negli
Usa il ritorno al carbone serve per l’intelligenza artificiale.
“Rimetteremo
i minatori al lavoro”.
Con
una dichiarazione che, appunto, sembra arrivare dall’Ottocento, il presidente
USA Donald Trump ha firmato negli scorsi giorni uno dei suoi caratteristici
ordini esecutivi.
Dall’altisonante
titolo “Reinvigorating America’s Beautiful Clean Coal Industry “e dalle
dichiarazioni ancora più perentorie.
“Stiamo riportando in vita un’industria che è
stata abbandonata” ha detto Trump. Se poi si legge il testo dell’ordine
esecutivo, risalente all’8 aprile, si apprende che lo scopo del ritorno al
carbone è nel segno del futuro.
Proprio
così:
il più antico combustibile industriale dovrà
foraggiare una delle nuove industrie, vale a dire l’intelligenza artificiale,
che ha un bisogno spasmodico di energia (e di acqua).
“Al
fine di garantire la prosperità economica e la sicurezza nazionale
dell’America, ridurre il costo della vita e fornire un aumento della domanda
elettrica dalle tecnologie emergenti – si legge nel testo – dobbiamo aumentare
la produzione di energia interna, compreso il carbone.
Il carbone è abbondante e conveniente e può
essere utilizzato in qualsiasi condizione atmosferica.
Inoltre l’industria ha storicamente impiegato
centinaia di migliaia di americani.
Le
risorse del carbone dell’America sono vaste, con un valore attuale stimato nei
trilioni di dollari, e sono più che in grado di contribuire sostanzialmente
all’indipendenza energetica americana con un eccesso che può essere esportato
per sostenere gli alleati e la nostra competitività economica.
Le splendide risorse di carbone pulito della
nostra nazione saranno fondamentali per soddisfare l’aumento della domanda di
elettricità a causa della rinascita della produzione domestica e della
costruzione di centri di elaborazione dei dati di intelligenza artificiale.
Dobbiamo
incoraggiare e sostenere l’industria del carbone della nostra nazione ad
aumentare la nostra fornitura di energia, ridurre i costi dell’elettricità,
stabilizzare la nostra rete, creare posti di lavoro ben retribuiti, sostenere
le industrie in crescita e assistere i nostri alleati”.
Carbone
2.
Una
dichiarazione che ha tanto della propaganda e poco della sostanza. Ma che in
Italia è stata presa come oro colato.
L’Italia
pensa a un rinvio sulla fine del carbone (su spinta di Eni ed Enel).
È un
ritornello ormai assodato:
quando
Trump lancia una proposta nei giorni successivi Salvini la riporterà in Italia.
Così è
avvenuto anche col ritorno del carbone.
Al congresso della Lega sul nucleare il
ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, nonché vicepremier del governo, ha
affermato che “chiudere le centrali a carbone non è nell’interesse del Paese”.
Una dichiarazione che è stata corroborata,
sempre in quella sede, dagli amministratori delegati delle due aziende
energetiche più importanti d’Italia, cioè Eni ed Enel.
Per
Claudio Descalzi, ad di Eni, “la Germania è arrivata a un 26-28% di produzione
energetica dal carbone… loro che hanno predicato il Green Deal e l’hanno
imposto a tutti”.
Per Flavio Cattaneo, ad di Enel, le centrali a
carbone “sono impianti perfettamente funzionanti, senza i quali durante la
crisi del gas avremmo avuto grossi problemi”.
Il
titolare della decisione sulle centrali a carbone, almeno in teoria, è il
ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin.
Il
quale, sollecitato dai giornalisti il 16 aprile, ha affermato da una parte di
voler confermare “la cessazione della produzione di elettricità dal carbone in
Italia” e dall’altra di voler tenere le centrali a carbone comunque in
stand-by, pur senza produzione.
“Il
quadro geopolitico è ancora tale che nessuno è in grado di garantirci che il
gas non arrivi a 70 euro al megawattora, o che ci sia qualche disfunzione nei
gasdotti che ci riforniscono – ha detto Fratin –
Le
centrali a carbone in questo momento le teniamo ferme perché non è conveniente
farle produrre.
Ma se
si dovessero verificare queste condizioni, avremmo la valvola di riserva”.
Posizioni
con sfumature diverse ma tutte accomunate dall’esigenza di voler derogare la
scadenza della chiusura delle centrali a carbone entro la fine del 2025,
scadenza fissata nel “Piano Integrato per l’Energia e il Clima”.
Già
una prima eccezione a tale data era stata fissata nei mesi scorsi sulle
centrali in Sardegna.
Ora la
sensazione è che si vorrà estendere tale proroga anche al resto delle centrali
diffuse in Italia.
Non
sorprende in questo senso la protesta delle associazioni ambientaliste.
In una nota congiunta WWF, Greenpeace,
Legambiente e Kyoto Club si dicono fortemente contrarie nel voler mantenere nel
mix energetico il peggior combustibile fossile per emissioni climalteranti e
inquinanti.
“I
lobbisti del carbone (per lo più di provenienza russa) – scrivono – non hanno
perso le speranze e hanno approfittato di qualche sfarfallamento dei prezzi del
gas per tornare alla carica, forti di un’analisi quantomeno discutibile e,
soprattutto, titillando gli interessi delle due aziende partecipate (ENI ed
Enel) che per ragioni diverse ora propongono il rinvio.
Questo
può succedere solo quando non c’è un governo e dei tecnici che attuano davvero
le politiche messe su carta.
Al contrario, in un Paese in cui il peso del
carbone nella produzione di energia era più o meno pari al nostro, la Gran
Bretagna, governi di tutti i colori politici sono andati avanti con l’impegno
preso di chiudere le centrali:
prima
i governi conservatori e poi quello laburista che ha chiuso, in anticipo,
l’ultima centrale a carbone, quella di “Ratcliffe-on-Soar”, nell’ottobre dello
scorso anno”.
Per le
associazioni ambientaliste, dunque, “è inaccettabile che nel 2025 ancora si
proponga il carbone come parte del mix energetico, e sarebbe davvero una
pessima, pessima figura per il governo italiano tornare indietro rispetto alla
decisione assunta.
Ma è già una pessima figura per le aziende che
hanno avanzato la proposta”.
Trump,
la guerra Usa alle politiche
climatiche
non risparmia nessuno.
Economiacircolare.com
– (4 marzo 2025) – Tiziano Rugi – (4 marzo 2025) – ci dice:
Tagli
alle agenzie ambientali, fondi congelati per gli investimenti in energie
pulite, ostacoli alla ricerca fino a una vera e propria censura:
tutti
gli attacchi di Trump alle politiche ambientali Usa.
In un Paese già responsabile del 13% delle
emissioni di CO2.
Che
ora può affossare definitivamente le speranze di una reale decarbonizzazione.
Più
della guerra al “Fentanyl”, la droga che sta mettendo in ginocchio intere
comunità e città statunitensi, il neo-eletto presidente Donald Trump ha
dichiarato guerra alle politiche climatiche e ambientali, smontando in poche
settimane decenni di avanzamenti lenti e faticosi per ridurre l’inquinamento e
le emissioni di gas serra causa del riscaldamento globale.
Mentre il mondo mai come oggi non può
permettersi un’inversione a U su queste tematiche.
Fondi
congelati per programmi delle agenzie ambientali statunitensi, con tanto di
licenziamenti di personale, tagli ai finanziamenti per le energie rinnovabili,
le automobili elettriche e persino rimborsi ai cittadini che hanno investito in
energie pulite, ostacoli alle fonti rinnovabili, dichiarazioni infuocate contro
le agenzie delle Nazioni Unite e gli obiettivi net zero, fino a una censura
alla ricerca accademica, con picchi grotteschi come l’oscuramento dei siti
istituzionali dedicati al cambiamento climatico.
Il
tutto in sole cinque settimane dall’insediamento alla Casa Bianca.
In
rotta con le politiche di Biden (che erano comunque insufficienti).
Quello
di Trump è un attacco vasto e coordinato alla politica ambientale degli Stati
Uniti, da parte di un presidente che ha sempre negato i principi della scienza
e la realtà stessa dell’aumento delle temperature globali.
In una nazione di per sé non certo
all’avanguardia, visto che gli Usa sono il secondo maggior produttore di
emissioni di gas serra e responsabili di circa il 13% delle emissioni di
anidride carbonica globali.
Al
termine del mandato di Joe Biden, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono
inferiori del 20% rispetto ai livelli del 2005:
ben al
di sotto dell’obiettivo del 50-52% promesso entro la fine del decennio.
Tuttavia,
dei progressi durante la precedente amministrazione democratica erano stati
fatti.
Biden
aveva approvato 1000 miliardi di dollari in prestiti, sovvenzioni e crediti
d’imposta per l’energia pulita all’interno di vasti pacchetti legislativi come
l’”Inflation Reduction Act” e la “legge bipartisan sulle infrastrutture”.
Al
dipartimento dell’Energia erano state avviate politiche per sostenere
l’integrazione della rete elettrica con le fonti rinnovabili e la ricarica di
veicoli elettrici, mentre l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) aveva
assunto più di 6000 dipendenti a tempo pieno per contribuire alla realizzazione
delle iniziative del presidente in materia di clima.
I
tagli alle agenzie ambientali e ai programmi per il clima.
Invece,
proprio sul taglio del personale si è concentrato il primo assalto del
presidente Trump alle politiche sul clima, dando il via libera ad Elon Musk, la
persona più ricca del mondo, per ridurre drasticamente le dimensioni della burocrazia
federale attraverso il dipartimento per l’Efficienza del governo degli Stati
Uniti (Doge).
Il
diktat di riduzione dei costi ha portato al licenziamento di centinaia di
lavoratori dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente e dai dipartimenti
dell’Energia e degli Interni, con tagli ancora più drastici in arrivo.
Quasi
170 persone sono state licenziate dalla “National Science Foundation”. All’EPA
il personale mandato a casa per il momento è arrivato a quota 388 persone,
mentre è stato chiesto di interrompere i rapporti con i borsisti.
Il
dipartimento dell’Energia è stato tra i primi a subire tagli al personale, a
partire dagli uffici per la diversità e l’equità.
Il
dipartimento degli Interni ha tagliato 2700 dipendenti, mentre il servizio
forestale, una divisione del dipartimento dell’Agricoltura, ha licenziato 3400
persone.
Quando il personale non può essere licenziato,
viene riassegnato a lavori che non rientrano nelle proprie competenze, come è
accaduto al dipartimento di Giustizia, dove gli avvocati per l’applicazione
delle norme ambientali e per i diritti civili sono stati dirottati su altri
compiti.
I
licenziamenti sono solo una delle armi con cui la nuova amministrazione ha
attaccato le “costole” ambientali delle proprie istituzioni, impedendogli di
lavorare correttamente.
L’annacquamento
o il congelamento dei programmi per l’ambiente è un’altra. Oltre a licenziare
200 persone, l’Agenzia federale per la gestione delle emergenze ha approvato
una direttiva che prende di mira i programmi climatici.
Trump
ha minacciato di far “scomparire” la “Nation’s disaster response agency”.
Si
prevede che l’EPA pubblicherà a breve un elenco di regolamenti che intende
eliminare e sostituire con standard più deboli, o addirittura senza alcuno
standard.
Fondi
congelati per le rinnovabili e ostacolo alla crescita.
Lo
stesso destino è toccato alle fonti rinnovabili.
Per prima cosa l’amministrazione ha bloccato
il flusso di miliardi di dollari federali per gli sconti energetici, le
installazioni solari a basso reddito, i caricabatterie per i veicoli elettrici
e altro ancora, talvolta ignorando i tribunali che avevano ordinato il
ripristino dei fondi.
Col
risultato che adesso imprese e organizzazioni non profit che si aspettavano di
ricevere sovvenzioni dal dipartimento dell’Agricoltura o dall’EPA, ma anche i
distretti scolastici per l’acquisto di autobus elettrici, temono di non essere
rimborsati o pagano di tasca propria.
Gli
effetti sul mercato sono stati immediati:
le
aziende che hanno investito per produrre pannelli fotovoltaici o veicoli
elettrici temono effetti negativi sul loro business perché gli ordini si stanno
esaurendo, pianificano licenziamenti oppure hanno bloccato gli investimenti.
Come
c’è attesa e incertezza sui dettagli della decisione di Trump di imporre
tariffe sulle importazioni, che potrebbero ostacolare le catene di
approvvigionamento delle tecnologie verdi e invertire il calo dei prezzi delle
fonti rinnovabili.
Trump
ha firmato un ordine esecutivo che blocca a tempo indefinito nuove concessioni
per l’energia eolica offshore negli Stati Uniti, mettendo a rischio progetti
per un totale di 32 gigawatt di potenza, sufficienti per alimentare oltre 12
milioni di case.
L’ordine, emanato il primo giorno del suo
nuovo mandato, sospende anche il rilascio di nuovi permessi, colpendo in
particolare i progetti lungo la costa orientale.
Allo stesso tempo, Trump ha riaperto le acque
costiere statunitensi alle trivellazioni di petrolio e gas, segnando una svolta
a favore dei combustibili fossili.
L’ordine
esecutivo rischia di compromettere gli obiettivi di decarbonizzazione di stati
come New York, New Jersey e Virginia, che puntano sull’eolico offshore per
ridurre la dipendenza dal gas e potrebbe portare a una nuova corsa alle fonti
fossili.
Il
blocco ha già avuto effetto:
il New
Jersey ha deciso di sospendere il “progetto Atlantic Shores”, proprio a causa
dell’incertezza derivante dalle azioni di Washington.
“Total
Energies” ha interrotto i piani di sviluppo per progetti eolici offshore,
mentre “Orsted”, il gigante danese dell’eolico, ha annunciato di voler tagliare
le spese del 25% perché teme ricadute negative sui propri investimenti.
Trump
ambiente.
Censura
al mondo accademico e parole “proibite.”
La
censura è l’altro aspetto su cui si è concentrata la furia anti-ambientalista
di Donald Trump.
La parola “clima” è divenuta tabù per
l’amministrazione statunitense.
Persino
l’affermazione lapalissiana dell’EPA secondo cui i gas serra mettono in
pericolo la salute umana – la chiave di volta di tutte le norme sul clima
previste dal “Clean Air Act” – potrebbe essere messa in discussione.
A
volte sono solo gesti simbolici e provocatori, che però lasciano intendere
quale sia il punto di vista dei repubblicani.
Se gli
utenti internet cercano la pagina della Casa Bianca dedicata al cambiamento
climatico il risultato sarà: “404: Pagina non trovata”.
Non
sono più fortunati quando cliccano sulle sezioni relative a questo argomento
sui siti web dei dipartimenti di Stato, Difesa, Trasporti o Agricoltura.
Sono
scomparsi.
Sul
sito dell’EPA, la sezione sul cambiamento climatico non è più accessibile né
dalla home page né dalle schede “argomenti ambientali”.
Ben
più grave, è stato ritirato il supporto per la ricerca scientifica su studi che
anche lontanamente si riferiscono alla crisi climatica, come stanno rivelando
numerosi accademici.
Altri
hanno denunciato casi di autocensura:
hanno
ricevuto pressioni per eliminare parole chiave sul tema ecologico nei documenti
per cui si chiedono sovvenzioni, mentre le agenzie che finanziano la ricerca
scientifica tra cui i “National Institutes of Health” e la “National Science
Foundation” hanno messo in pausa le commissioni incaricate di valutare le
proposte di sovvenzione su diversità e giustizia ambientale.
L’attacco
di Trump al mondo accademico si è manifestato con vere e proprie ingerenze,
ordinando agli scienziati governativi statunitensi di interrompere il lavoro
sul prossimo rapporto dell’”Intergovernmental Panel on Climate Change “(IPCC),
mettendo a rischio la collaborazione scientifica statunitense.
Accordi di Parigi e net zero, il nemico di sempre.
Tutto
ciò dimostra come le conseguenze del nuovo corso impresso dall’amministrazione
Trump avrà ricadute anche a livello internazionale.
Il presidente, a poche ore dal suo
insediamento, ha ritirato l’adesione degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi,
come già era avvenuto nel precedente mandato.
Il segretario dell’Energia “Chris Wright” ha
assunto toni da crociata definendo gli sforzi per azzerare le emissioni come un
obiettivo “malvagio”.
Intanto,
il dipartimento di Stato ha revocato 4 miliardi di dollari di finanziamenti
promessi al “Fondo verde per il clima” delle Nazioni Unite.
Mentre
il dipartimento del Tesoro ha abbandonato un gruppo di ricerca che studiava i
rischi finanziari del cambiamento climatico perché legato agli obiettivi
dell’Accordo di Parigi, di cui gli Stati Uniti non vogliono fare più parte.
Come sono stati interrotti o abbandonati una
serie di programmi legati al clima presso l’USAID, l’”agenzia Onu per lo
sviluppo internazionale”, con la speranza di Trump di chiudere a breve
l’agenzia.
Per il
momento è riuscito a licenziare tutti i 1600 dipendenti statunitensi.
Da
crociata a caccia alle streghe in poco più di un mese.
Centrali
a carbone,
smantellamento
rinviato.
Opificiummagazine.it - Michele Damiani –
Redazione - (9 Set. 2025) – ci dice:
(Meccanica ed efficienza energetica).
Centrali
a carbone, smantellamento rinviato.
Centrali
a carbone:
Le
parole del ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica “Pichetto
Frattin” a Cernobbio.
L’addio
definitivo delle centrali a carbone potrebbe essere rimandato anche
successivamente al 31 dicembre 2025.
Gli
impianti diventerebbero riserve di emergenza da attivare nel caso le crisi
geopolitiche attualmente in corso peggiorino.
È
quanto affermato dal ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica
Gilberto Pichetto Frattin a margine del “Forum Teha” a Cernobbio.
“Sto
pensando di rimandare la data per lo smantellamento delle centrali di carbone
previsto per il 31 dicembre del 2025, per tenerle come riserva sull’emergenza,
vista la complessa situazione geopolitica globale”, le parole del ministro.
“Noi
non produciamo più energia elettrica dalle centrali a carbone, in particolare
Brindisi e Civitavecchia, le due grandi centrali che dovrebbero non solo
cessare il 31 dicembre del 2025, ma essere smantellate”.
Tuttavia,
ha spiegato ancora Frattin, “era una decisione nata a fine del decennio
precedente, ed è chiaro che rispetto ad allora abbiamo la guerra in Europa,
abbiamo una situazione molto difficile nel Mediterraneo, abbiamo periodi
internazionali che si muovono di ora in ora e non solo di giorno in giorno,
pertanto non ho intenzione di smantellare le centrali a carbone sulla parte
continentale ma di tenerle come riserva sull’emergenza”.
“Io
credo – conclude – che nessuno ad oggi è in grado di garantirci la sicurezza e
quello può essere un elemento che ci garantisce sicurezza”.
Un
indirizzo chiaro, quindi, che segue quanto successo in Parlamento con il “decreto
ex Ilva” in estate.
Azione e Forza Italia, infatti, avevano
presentato un ordine del giorno nel quale veniva stabilito lo spostamento al
2038 dell’uscita dal carbone, in attesa dell’avvio di “impianti
elettronucleari”.
L’”Odg”
assume particolare peso visto che ha ricevuto il parere positivo del governo.
Il
carbone, comunque, rimane “la fonte più inquinante e più costosa”, come
affermato dallo stesso Pichetto Frattin a Cernobbio.
E, di conseguenza, diventa anche quella meno
trattata sui mercati.
Emblematico,
in questo senso, il caso della Cina, le cui aziende hanno ridotto del 12,2%
l’acquisto di carbone nel periodo gennaio-agosto di quest’anno.
In
termini di valore, le forniture di carbone alla Cina sono diminuite del 34,8%
nel periodo di riferimento.
Dalla
Cina agli Usa;
sempre
ieri, dal ministero dell’ambiente arriva la notizia della sottoscrizione di un
protocollo tra Italia e Stati Uniti in materia di sicurezza energetica.
Un accordo che, in qualche modo, rientra nella
strategia attuata dall’esecutivo negli ultimi mesi, che ha portato a un aumento
dei rapporti commerciali con gli Usa, come sottolineato dallo stesso ministro:
“l’Italia
accoglie con favore la crescita dell’import di Gnl americano, anche come parte
integrante della nostra collaborazione strategica rispetto agli effetti della
guerra in Ucraina”.
Prestazioni
energetiche degli
edifici:
ecco le nuove regole.
Opificiumagazine.it - Redazione – (6 Ago 2025)
- Meccanica ed efficienza energetica – ci dice:
Prestazioni
energetiche degli edifici ecco le nuove regole.
Prestazioni
energetiche degli edifici:
La “Conferenza
delle Regioni” ha approvato il decreto Requisiti Minimi 2025, che recepisce le “direttive
europee EPBD III e IV” e introduce importanti novità per la progettazione, la
certificazione e la riqualificazione energetica degli edifici, partendo dalla
riformulazione del calcolo delle prestazioni e definendo con precisione le
modalità di considerazione dei ponti termici.
È
arrivato il via libera:
nella
seduta della “Conferenza Unificata del 30 luglio 2025”, le Regioni hanno
espresso l’Intesa sul “decreto che modifica il D.M. 26 giugno 2015”, noto come “Decreto Requisiti Minimi”, relativo all’applicazione delle metodologie di
calcolo delle prestazioni energetiche e alla definizione di prescrizioni e
requisiti minimi per gli edifici.
Il
testo dovrà ora essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale e diventerà operativo trascorsi
180 giorni dalla pubblicazione.
Si
tratta di un intervento normativo di grande rilievo:
aggiorna
le metodologie di calcolo introdotte dal decreto del 2015, fornisce indicazioni
più precise sulla valutazione e gestione dei ponti termici e rivede limiti e
criteri di verifica per nuove costruzioni, interventi di ristrutturazione e
lavori di riqualificazione energetica.
Il
provvedimento porta ad una revisione pressoché totale dei riferimenti per il
calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici:
Aggiornamento
dell’edificio di riferimento: ora la modellazione considera anche i ponti
termici – come serramenti, balconi, davanzali e architravi – rendendo più
accurata la valutazione delle prestazioni energetiche.
Nuove
procedure di calcolo:
allineamento alle più recenti norme UNI/TS per
garantire coerenza con gli standard tecnici europei.
Revisione
del parametro” H’t”:
per le
ristrutturazioni di secondo livello non è più richiesta la verifica complessiva
dell’H’t, ma sono previsti controlli specifici sui valori di trasmittanza
termica delle singole componenti.
Mobilità
elettrica:
negli edifici
non residenziali, obbligo di installare punti di ricarica proporzionati al
numero di posti auto;
negli
edifici residenziali, obbligo di predisporre tubazioni e canalizzazioni per
consentire future installazioni.
Automazione
e gestione degli impianti:
nelle
nuove costruzioni non residenziali e negli interventi di ristrutturazione
rilevante è richiesta l’installazione di sistemi di automazione e controllo di
classe B.
Prestazioni
energetiche: nuovo approccio di calcolo.
Il
decreto ridefinisce il metodo per determinare le prestazioni energetiche degli
edifici.
Il
fabbisogno annuo di energia primaria viene calcolato separatamente per
riscaldamento, raffrescamento, ventilazione, produzione di acqua calda
sanitaria e, negli edifici non residenziali, anche per illuminazione e impianti
di sollevamento.
La
metodologia, conforme alle norme UNI/CTI e alla direttiva UE 2018/844, utilizza
un calcolo mensile che tiene conto del clima locale e delle caratteristiche
dell’involucro.
Un
elemento innovativo è l’integrazione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili
all’interno del sistema edificio-impianto:
questa
viene sottratta dal fabbisogno lordo, così da valutare il consumo netto
effettivo.
Ponti
termici e dispersioni.
Il
provvedimento assegna un ruolo centrale alla valutazione dei ponti termici,
ovvero quelle discontinuità costruttive che aumentano le perdite di calore.
Seguendo
la norma UNI EN ISO 10211, il loro contributo deve essere incluso nella
trasmittanza globale di progetto.
Il
calcolo combina superfici disperdenti, trasmittanze e dati specifici sui ponti
termici, confrontando i risultati con valori limite tabellari.
Solo
le tipologie codificate nei riferimenti tecnici entrano nel conteggio, che non
può superare il limite massimo consentito.
Limiti
di trasmittanza e verifiche.
Sono
confermati e aggiornati i valori massimi di trasmittanza per elementi opachi e
trasparenti, differenziati per zona climatica e tipologia di intervento. Nelle
ristrutturazioni di primo livello le verifiche riguardano l’intero edificio,
mentre in quelle di secondo livello solo le parti coinvolte.
Per
queste ultime, i limiti includono anche il contributo dei ponti termici e
variano in base alla posizione dell’isolante.
È
stabilito che le misure di trasmittanza lineica si riferiscano sempre alle
dimensioni esterne lorde dell’edificio.
Negli
interventi di riqualificazione dell’involucro, la verifica è semplificata e si
concentra sulla sezione corrente, escludendo i ponti termici. In caso di
isolamento interno o in intercapedine, è ammesso uno scostamento fino al 30%
rispetto ai limiti, riconoscendo le difficoltà tecniche di tali soluzioni.
I
signori della droga: Israele,
la
CIA, e le “grandi” banche d’affari.
Lacrunadellago.net
– (05-09-2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
L’immagine
è quella del viso rotondo del signore dei narcos, “Pablo Escobar”, che guida
sfavillanti auto sportive nelle sue immense “fincas”, delle tenute agricole che
il trafficante di cocaina più famoso e ricco della storia aveva in diverse
parti della Colombia.
Il
ritratto che la cinematografia hollywoodiana ha costruito di “Escobar” è quello
del puro stereotipo del narcotrafficante che vive immerso in un mare di lusso e
di violenza.
È nella
“hacienda Napoles”, uno dei luoghi storici dove Escobar organizzava le sue
feste.
Verso
la metà degli anni’70, “Escobar£ aveva 26 anni, ed era il classico tirapiedi
della criminalità organizzata che operava in Colombia, seppur ad un livello
nemmeno lontanamente immaginabile di quello che diventerà nel decennio
successivo.
Dopo
aver lasciato l’”università Autonoma Latinoamericana”, “Escobar” inizia la sua
carriera di piccolo delinquente attraverso la vendita di falsi biglietti della
lotteria, per passare poi ad azioni ancora più violenti quali i sequestri di
persona.
Se si
legge la versione ufficiale della storia di Escobar, si apprende che nel 1976,”
il Paisa di Medellin” avrebbe fondato il famigerato cartello della celebre
città colombiana, un’organizzazione che diventerà la principale esportatrice di
droga verso gli Stati Uniti e il mondo intero.
Medellin
diventa
così improvvisamente il centro di produzione ed esportazione della cocaina nel
mondo, ed Escobar riesce a guadagnare negli anni’80 qualcosa come la
incredibile cifra di 420 milioni di dollari a settimana, che annualmente sono
circa 22 miliardi di dollari all’anno.
Se si
calcola tale cifra al netto dell’inflazione degli ultimi 45 anni, i numeri
diventano ancora più assurdi.
Escobar
guadagnava l’equivalente di 86 miliardi di dollari all’anno.
Se si
facesse una lista Forbes dei tempi odierni a fianco ai nomi dei magnati più
famosi, o famigerati, del pianeta quali il signore dei vaccini, “Bill Gates”, “Warren
Buffett”, e il “sultano del Brunei”, bisognerebbe mettere il nome del
trafficante di Medellin che in 5 o 6 anni di attività sarebbe in grado di
diventare persino più ricco di tali personaggi.
A
seguire la narrazione fatta appunto da case di produzione cinematografica come “Netflix”,
verrebbe da pensare che Pablo Escobar sia diventato uno degli uomini più ricchi
del mondo, perché ha avuto la sagacia e l’astuzia di conquistare il mercato
della droga del suo Paese, ma ovviamente l’industria dell’intrattenimento vuole
dare al suo pubblico una storia di copertina, o meglio una favoletta per
nascondere il fatto che dietro il traffico di droga ci sono interessi e poteri
ben più grossi del capo di un cartello.
I
cartelli o le associazioni mafiose sono soltanto l’ultimo gradino di una
piramide la cui cima va molto più in alto, e tocca gli apparati dei servizi di
intelligence angloamericani, grandi banche d’affari e potentissime logge
massoniche che si incaricano di coordinare, gestire e comandare il fenomeno
mafioso dal principio alla fine.
La
droga è un sistema complesso ed organizzato della quale l’opinione pubblica
conosce soltanto il piano inferiore, quello composto dalla manovalanza, che
viene ricambiata di continuo attraverso omicidi tra bande rivali o arresti a
orologeria, per dare l’impressione all’uomo della strada che le autorità stiano
facendo qualcosa per contrastare il traffico di stupefacenti, ma ormai forse
dovrebbe essere lampante che a gestire lo spaccio non è “Francesco Schiavone”
detto Sandokan o “Totò Riina” detto u’ curtu.
Costoro
sono soltanto i gregari dell’immenso potere che si cela dietro la droga, ed
Escobar era parte di questo complesso meccanismo.
A fare
la fortuna del “cartello di Medellin”, non è stata soltanto la spietatezza
dell’uomo, ma principalmente gli appoggi in alto che Escobar aveva ricevuto sin
dal principio della sua carriera.
Pablo
Escobar era il trafficante costruito dalla CIA.
A
distanza di molti anni, suo figlio, che oggi vive dietro lo pseudonimo di “Juan
Sebastian Marrocu”, racconta l’inferno vissuto in quegli anni da lui e dalla famiglia
del boss mafioso, che verso gli ultimi anni della sua carriera da trafficante,
era costantemente in fuga.
“Juan
Sebastian” nel suo libro pubblicato nel 2018 e intitolato “Pablo Escobar in
fraganti” rivela che suo padre era al servizio della CIA sin dai primi istanti
della sua carriera da narcotrafficante.
Pablo
Escobar.
A
fornire l’assistenza necessaria per esportare la droga verso gli Stati Uniti,
la rete di contatti necessaria, e soprattutto la protezione delle autorità, era
la famigerata “agenzia di Langley” che ha una storia con il narcotraffico che
risale ad almeno 15 anni prima della comparsa di Escobar sulla scena mondiale,
quando negli uffici dell’agenzia c’era già un personaggio come” George H. Bush”.
George
H. Bush viene da una famiglia potentissima delle élite americane.
I Bush
sono parte del potere che conta in America, ed è tradizione di famiglia, dai
tempi del padre di George H., Prescott, che i giovani Bush vengano iniziati
presso la setta esoterica e massonica di” Skulls & Bones”, della quale
fanno parte tanti altri “illustri” personaggi dell’establishment statunitense,
come l’ex presidente “Taft”, un membro della ubiqua “famiglia Rockefeller,” “Avery,”
oltre ovviamente allo stesso “George H.” e suo figlio “George W”., entrambi
presidenti degli Stati Uniti ed entrambi membri di questo oscuro club.
Il
narcotraffico nasce a Langley.
Viste
le pesanti “credenziali”, non è difficile per George H. entrare subito a
Langley, ed è nel 1966 che l’allora direttore della CIA, “Richard Helms”,
decide di assegnare all’allora giovane Bush il compito di smistare l’oppio
della Cina verso i cinque continenti, dove poi sarebbe stato raffinato in
eroina e distribuita a tutti i giovani del pianeta che si stavano avvicinando
al mondo della droga.
La
famigerata “drug culture” non è un fenomeno nato sulla chitarra di qualche
musicista dei Beatles, oppure su quella di “Jimi Hendrix”.
Alla
musica rock è stato dato il compito di essere piuttosto il veicolo per far
avvicinare le masse alla droga e spingere le nuove generazioni verso uno stile
di vita estremamente nichilista e autodistruttivo quale quello dell’uso di
stupefacenti, per creare un tipo di gioventù senza valori ed estremamente
manipolabile, esattamente come la desideravano i filosofi della scuola di
Francoforte.
C’era
dunque senza dubbio un progetto di ingegneria sociale, e un altro di natura più
venale che prevedeva la distribuzione dei proventi della droga tra i vari
produttori di stupefacenti e i membri della CIA che usavano quei soldi per
finanziare le famigerate black ops in giro per il mondo, che prevedevano colpi
di Stato, omicidi e guerre contro tutti quei nemici dello stato profondo e di
quella struttura della quale fanno parte la finanza internazionale e le
corporation dell’industria militare.
Escobar
non è altro, come si vede, che un figlio delle esigenze della CIA.
Se gli
anni’70 sono stati negli Stati Uniti e in Europa principalmente il decennio
della eroina, negli anni’80, inizia ad essere distribuita sempre di più
un’altra micidiale droga, come la cocaina, che inizia gradualmente a prendere
il posto del derivato oppiaceo.
I
Paesi dell’America Latina per via delle loro elevate altitudini si rivelano
ideali per la coltivazione della pianta della coca.
La
Colombia diventa così uno dei centri “privilegiati” per la esportazione della
cocaina, e il personaggio Escobar è soltanto il risultato diretto di una
decisione presa ad un piano molto più superiore del suo cartello.
Se
Escobar negli anni’80 diventa il signore della Colombia, ciò è stato possibile
perché a Langley c’erano personaggi come Bush, diventato nel frattempo
vicepresidente degli Stati Uniti nel 1981 con l’amministrazione Reagan e
presidente dal 1988.
I
signori che avevano gestito il traffico di droga nella CIA erano quindi
arrivati a sedere sul gradino più alto del potere politico in America.
Escobar
intanto seminava nel suo Paese una lunga scia di violenza e caos, che iniziò a
sollevare qualche problema a Washington perché ormai il figlio
dell’intelligence americana aveva accumulato tanto potere che non esitava ad
usarlo senza scrupolo alcuno come fece quando ordinò di far esplodere un aereo,
il “volo 203 dell’Avianca”, sul quale avrebbe dovuto esserci a bordo il leader
politico “Cesar Gaviria”, successore di “Luis Carlos Galan”, già assassinato
dal cartello per aver messo fine alla carriera politica del patron.
Israele:
lo stato ebraico alleato dei narcos.
Il
boss colombiano però non fu mai lasciato solo da altri suoi eccellenti amici,
nemmeno fino all’ultimo istante della sua vita, quando venne ucciso, o
suicidatosi secondo altre versioni, dalla polizia colombiana nel 1993 correndo
sui tetti di Medellin, una immagine che venne immortalata anche dal celebre
pittore colombiano “Fernando Botero”.
Anche
negli ultimi istanti della decadente parabola di Escobar, c’era chi si
assicurava di far arrivare al boss e ai suoi uomini armi come i “Galil”, fucili
d’assalto fabbricati da Israele.
Lo
stato ebraico aveva già iniziato a lavorare con il cartello di Medellin nei
primissimi anni’80.
Ad
addestrare i sicari del cartello c’era il colonnello dell’esercito israeliano, “Yair
Klein”, che rivelò come l’intera operazione fu autorizzata e voluta dal Mossad.
Il
colonnello Klein.
Se la
CIA aveva tutto l’interesse di gestire e incoraggiare il fenomeno della droga,
Israele condivideva e condivide lo stesso obiettivo, tanto da mandare i suoi
uomini a fornire la necessaria preparazione militare, oltre agli armamenti
necessari, per diventare degli Stati dentro gli Stati.
Si può
vedere quindi come non ci sia nulla di spontaneo nella nascita di questi gruppi
della droga, che sono sempre stati curati e gestiti da apparati ben più potenti
e organizzati come quelli dei servizi che una volta incassata la loro fetta di
profitto, la depositavano in quello che è un altro compartimento del sistema,
quello delle citate banche di affari.
A
lavare i soldi sporchi della droga sono colossi bancari del calibro della “HSBC”,
della “Chase Manhattan Bank” di Barclays e di Deutsche Bank.
Se si
risale poi all’azionariato che detiene le quote di queste banche, si incontra
il solito duo rappresentato dai fondi di investimento BlackRock e Vanguard,
dentro i quali, come in un gioco di scatole cinesi, ci sono i nomi dei
Rothschild, dei Rockefeller, dei DuPont, dei Morgan e degli Schiff.
Nel
sistema della droga si vede evidentemente come esiste una catena che dal basso
arriva fino agli uomini più potenti e ricchi del pianeta che non di rado
organizzano “serate di beneficenza” per devolvere fondi a presunte cause
umanitarie, e poi, spente le luci delle occasioni di gala, tornano a lavare i
soldi sporchi della droga e contribuiscono alla morte di decine di migliaia di
persone attraverso la distribuzione di letali stupefacenti.
I
cartelli messicani addestrati da Israele.
Cambiano
le epoche, cambiano gli attori al piano inferiore, ma i registi dietro le
quinte restano sempre gli stessi.
Se
negli anni’80 al centro del traffico mondiale c’era la Colombia e la cocaina di
Pablo Escobar, oggi, al posto della Colombia c’è il Messico e i suoi
pericolosissimi cartelli della droga che producono certamente cocaina, ma anche
altre droghe ancora più pericolose, come la “sintetica fentanyl”, responsabile
di numerose morti negli Stati Uniti.
Entrare
nel mondo dei cartelli messicani, significa entrare nel museo degli orrori.
La
violenza che producono questi gruppi è bestiale, orripilante e barbara perché i
vari gruppi che gestiscono lo spaccio nelle varie regioni del Paese vogliono
spaventare l’avversario e indurlo a non mettersi sulla strada dell’altro
cartello rivale.
Si
vedono così decapitazioni, smembramenti, persone che vengono scuoiate vive e
altre sciolte nell’acido in una spirale di violenza forse persino più micidiale
prodotta dalla” famigerata ISIS”.
Anche
qui però si incontrano i soliti sospetti.
I
cartelli messicani non sono nemmeno lontanamente un fenomeno spontaneo come
provano a far credere i soliti organi di stampa Occidentali.
Sono
anch’essi il risultato di una volontà di apparati dei servizi che li hanno
aiutati a diventare i potenti gruppi che sono ora.
Ancora
una volta nella genesi di questi gruppi si trova sempre lo stato ebraico.
Ad
addestrare i cartelli messicani e spiegargli persino come devono fare per
distruggere i corpi con l’acido solforico sono gli “esperti” che Israele manda
nel tormentato Paese per allenare i vari macellai dei cartelli, come ha
rivelato il giornalista messicano “Oscar Ramirez”.
“Santiago
Meza” è un nome purtroppo tristemente noto in Messico.
“El Popolerò”,
il soprannome che gli era stato affibbiato dalla parola “posole”, che in
Messico significa stufa, spiega la sua “abilità” nel fare delle sue vittime
degli spezzatini, ma Mesa non si è addestrato da solo nell” arte” di far
sparire le persone dentro l’acido.
Santiago
Meza, El Popolerò.
A
dargli la preparazione necessaria sono stati i militari israeliani che lo hanno
persino fatto venire nello stato ebraico, per assicurargli tutto l’allenamento
di cui aveva bisogno.
Allo
stato ebraico i cartelli messicani stanno molto a cuore.
Israele
si premura di mandare da molti anni le armi a questi gruppi criminali.
Nel
periodo che va dal 2006 al 2018, da Israele al Messico sono giunte almeno
24mila armi che sono state decisive per seminare quella lunga e interminabile
scia di sangue che bagna il Paese da molti anni.
Oltre
alla potenza di fuoco necessaria per avere in mano il Messico, Israele si è
anche premurata di dare ai cartelli la tecnologia dei propri sistemi di
intercettazione per spiare gli apparecchi del governo americano.
Israele
voleva che i cartelli diventassero le micidiali macchine da guerra che sono
diventate oggi perché la droga corrompe i Paesi che si vogliono controllare, e
fa affluire nelle tasche del vero potere somme da capogiro.
Il
potere dei cartelli messicani è così vasto oggi che lo stesso presidente del
Messico, “Claudia Sheinbaum”, il primo di origini ebraiche nella storia del
Paese, è stato accusato dal senatore messicano, “Lilly Tellez”, di essere stata
direttamente finanziata dai cartelli della droga.
Il
potere politico è parte integrante del narcotraffico, e viceversa, ma sopra
questo apparato si trova sempre costante la presenza dei servizi
angloamericani, di Israele e delle grandi famiglie della finanza mondiale.
Si
possono quindi capire perché le varie “guerre alla droga” siano state soltanto
un fallimento e perché ogni anno, in Europa e negli Stati Uniti, continuino a
entrare centinaia di tonnellate di droga.
La
guerra alla droga non potrà mai essere vinta se si continua soltanto a colpire
l’ultimo gradino del sistema.
La
guerra sarà vinta quando si inizieranno a colpire i veri signori della droga,
coloro che sono i proprietari delle grandi banche di investimento
internazionale e coloro che negli apparati dei servizi forniscono armi e
addestramento ai vari cartelli.
I veri
signori della droga sono loro.
La
perquisizione nelle logge “ALAM”
a
Prato e Firenze: escalation
nella
guerra massonica?
Lacrunadellago.net
– (08/09/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
A
vederla superficialmente, sembra che sia soltanto una squallida storia di
ricatti della politica locale italiana, ma dietro sembra esserci molto di più.
Ad
essere vittima di questo gioco di ricatti è stato “Tommaso Cocci”, giovane
politico 34enne di “Fdi” di Prato, che si è ritrovato oggetto di una campagna
orchestrata, si pensa, da qualcuno all’interno del suo stesso partito oppure da
compagni di loggia dello stesso Cocci.
Cocci
è un personaggio molto particolare.
A soli
22 anni, riesce ad iscriversi presso la” loggia massonica Sagittario degli
Antichi Liberi Accettati Muratori”, la cosiddetta “ALAM”, nata nel 1908 dopo lo
scisma che si era consumato con il “Grande Oriente d’Italia” e sul quale si
dirà di più a breve.
Sembra
che non ci sia nessun ostacolo alla carriera massonica di Cocci tanto che il
giovane studente di Giurisprudenza diventa segretario del Gran maestro,
l’imprenditore “Riccardo Matteini Bresci”, che è stato vicino al “sindaco di
Prato”, “Ilaria Bagetti”, fino ai primi giorni di luglio, prima che scoppiasse
una bufera giudiziaria ai suoi danni che la vede accusata di corruzione.
Riccardo
Matteini Bresci.
Da
allora, Prato è nelle mani di un commissario governativo, il prefetto Claudio
Sammartino, e il caso Cocci inizia a maturare proprio in quei giorni.
Anonimi
soggetti inviano presso la sede del comune di Prato una lettera e immagini hard
gay di Cocci, che secondo quanto affermano i misteriosi autori della missiva,
avrebbe partecipato a festini omosessuali a base di droga.
La
lettera e le foto iniziano a circolare anche tra i vari politici del partito,
fino a finire nelle mani del sottosegretario agli Esteri,” Giorgio Silli”, che
ricopre anche la carica di consigliere comunale di Cantagallo.
Cocci
vuole candidarsi apparentemente alle regionali in programma per la Toscana il
prossimo ottobre, e dall’interno del partito, o forse dall’interno di qualche
loggia, si scatena questa faida a luci rosse contro il giovane politico che
sembra avere un pedigree molto poco lontano dai “valori”, almeno quelli di
facciata, di “Fratelli d’Italia” che un tempo parlava di cristianità e di
famiglia naturale, ma che sembra tollerare situazioni a dir poco “controverse”
all’interno del suo partito.
Sul
tavolo non c’è soltanto la questione della vita privata di Cocci, ma anche la
sua vicinanza allo stato ebraico, presso il quale lui si è recato in viaggio
negli anni passati.
Tommaso
Cocci.
Sembra
che questo giovane politico di “Fdi “abbia tutti gli appoggi necessari per
sperare in un domani nel grande salto nell’agone della politica nazionale.
Gli
ingredienti ci sono tutti.
C’è la
sua appartenenza alla massoneria, c’è la sua passione per lo stato ebraico, e
c’è anche una presunta omosessualità che nella politica attuale sembra essere
una sorta di indispensabile “passe partout” per accedere a tutti i piani del
potere che contano.
Stavolta
però la macchina della giustizia è stata rapidissima.
Tra
luglio e agosto Cocci ha presentato una denuncia per i plichi ricevuti, e la
procura di Prato ha deciso subito di ordinare il sequestro degli elenchi della
loggia Sagittario dopo nemmeno due mesi dai fatti.
Interessante
vedere come le marce della magistratura siano in talune occasioni rapidissime e
in altre addirittura non partono proprio.
Il
procuratore che ha in mano l’inchiesta é Luca Tescaroli.
Ad
avviare l’inchiesta è stato il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, una
vecchia conoscenza del passato.
Tescaroli
prima di diventare procuratore capo della procura di Prato, è stato per diversi
anni in servizio a Caltanissetta dove concepì la famosa, o famigerata, inchiesta sui mandanti occulti degli
attentati dell’92 che vedeva come menti di quella strategia stragista Silvio
Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Si
tratta di uno forse dei depistaggi più clamorosi degli ultimi 30 anni sugli
attentati dell’92, diffuso soprattutto da una certa stampa liberale e
progressista molto vicina a personaggi come Marco Travaglio e Michele Santoro.
Ci
sono certamente degli elementi per pensare che “Silvio Berlusconi” all’inizio
della sua carriera da imprenditore edile abbia ricevuto dei fondi da Cosa
Nostra per iniziare le sue attività e che Dell’Utri, condannato per
concorso esterno in associazione mafiosa, sia stato il trait d’union tra questi
due mondi, ma nessuno di questi due personaggi aveva le motivazioni e
soprattutto le capacità per eseguire quella scia di attentati stragisti.
25
anni addietro, Tescaroli nella sua requisitoria a Caltanissetta per il processo
sulla strage di Capaci, tracciava un quadro che vedeva principalmente come
responsabili degli attentati del’92-93 ambienti massonici e di estrema destra,
ma il “buon” procuratore saltava a piè pari tutti quei pesantissimi indizi che
indicavano come la mente di quegli attentati fosse vicinissima agli ambienti
atlantici, che avevano, loro sì, tutto l’interesse a spingere la bufera
giudiziaria di Mani Pulite e ad eliminare qualsiasi potenziale minaccia per i
disegni stabiliti a Washington per l’Italia in quell’anno.
Luca
Tescaroli.
Sulla
strada di questi potentissimi ambienti che tirano le fila della “disgraziata
repubblica di Cassibile dal’43 in poi”, si è trovato Giovanni Falcone che stava
conducendo una inchiesta sui fondi neri del PCI, prima che fosse fatto saltare
in aria poco prima del suo viaggio a Mosca.
A
Tescaroli forse sarebbe potuto interessare che l’inchiesta di Giovanni Falcone
è la chiave per risalire ai mandanti che ordinarono il suo omicidio, che
sembrano essere ben distanti dagli ambienti dell’estrema destra della quale
parlava il magistrato 25 anni orsono, ma anzi, dal lato opposto dell’arco
politico.
Si
tratta della pista che nessun magistrato ha mai voluto seguire.
L’unica
che ancora oggi può condurre la verità agli assassini di Falcone e del suo
fraterno amico e collega, Paolo Borsellino, l’unico magistrato che
probabilmente provò a raccogliere i pezzi di quell’inchiesta, prima di saltare
in aria a sua volta, tramite un tipo di esplosivo dello stesso tipo di quello
utilizzato ai tempi della strategia della tensione.
Falcone
aveva trovato la morte a sua volta per mezzo di una micidiale carica di
esplosivo, 15 quintali di tritolo, questi invece dello stesso tipo degli
ordigni navali angloamericani, e se è possibile intravedere una mano nella
fattura di questa bomba, non è certo quella di Cosa Nostra, ma piuttosto quella
degli ambienti atlantici.
Sono
queste le inchieste proibite che nessuno ha mai voluto fare, e il passato dei
protagonisti aiuta a comprendere meglio oggi le sfumature del caso Cocci.
Gli elenchi
degli iscritti della massoneria: la zona proibita.
Tescaroli
sembra oggi molto determinato a scoprire i mandanti di queste lettere e foto
hard, e ha ordinato un’azione che pochissimi altri magistrati hanno intrapreso
in passato, come il sequestro degli elenchi della loggia Sagittario del quale
si diceva in precedenza.
A
prima vista, può sembrare un’azione ordinaria e invece non lo è fatto, e in
passato chi ci ha provato ha incontrato non pochi problemi.
A
spiegarlo fu nel 1993 l’ex procuratore della procura di Palmi, “Agostino
Cordova.”
Agostino
Cordova.
Cordova
ha dedicato praticamente la sua intera vita giudiziaria a scoprire chi sono i
membri delle logge massoniche coperte e chi governa queste strutture
all’interno delle logge.
La
massoneria è segreta non solo per la sua natura, ma anche per la sua stessa
gerarchia.
È
senz’altro vero che esiste una sua struttura esterna, nemmeno pienamente
visibile perché si ignorano tutti i nomi degli iscritti ufficiali, ma al tempo
stesso, ne esiste un’altra, coperta, presso la quale ci sono i veri signori
della massoneria.
Si
tratta di compartimenti talmente segreti che sono sconosciuti persino a larga
parte dei massoni, con la sola eccezione di qualche Gran maestro e pochi altri
massoni di elevato grado.
A
spiegare che le massonerie sono governate da questo livello coperto è stato per
primo l’ex massone calabrese pentito, “Domenico Margiotta”, che nelle sue opere
rivelò come “Adriano Lemmi”, primo “Gran maestro del Grande Oriente d’Italia”,
riuscì a diventare il capo della massoneria italiana soprattutto perché godeva
sia dell’appoggio della massoneria riservata esclusivamente agli ebrei, la
famigerata “B’nai B’rith, “sia perché apparteneva al “rito palladiano fondato
da Albert Pike”, potentissimo massone vicino a Mazzini, che a Charleston, nella
Carolina del Nord, aveva fondato questa super loggia riservata soltanto a pochi
eletti.
Il
giudice Cordova è di fronte a tale struttura che si trovò, e quando iniziò la
sua inchiesta si scontrò contro un muro di gomma che impediva non solo
l’accesso agli iscritti delle super logge, ma anche gli iscritti delle logge
ordinarie.
Cordova
raccontava che ogni qual volta si dava mandato alla DIGOS o ai Carabinieri di
accedere agli elenchi delle logge, gli stessi membri delle forze dell’ordine si
mettevano di traverso perché, a detta del magistrato calabrese, molti di loro
erano parte di quegli apparati e sabotavano dall’interno qualsiasi inchiesta
che potesse far emergere la loro appartenenza alla massoneria.
Stavolta
invece nessun intoppo. A Prato è filato tutto liscio.
Appena
Tescaroli ha ordinato di sequestrare gli elenchi degli iscritti delle logge
coinvolte nell’inchiesta, la DIGOS e la Finanza si sono mosse rapidamente e
hanno apparentemente acquisito i nomi dei massoni alla ricerca dei ricattatori
di Cocci, anche se non è affatto certo che la conoscenza degli iscritti possa
svelare chi abbia deciso di far circolare le immagini hard del massone pratese.
La
lettura del contesto forse può aiutare a capire meglio come mai azioni e
inchieste che soltanto qualche anno fa erano considerate un tabù per la
magistratura oggi stiano diventando sempre più frequenti.
La
guerra dentro la massoneria italiana.
Ad
essere al centro dell’inchiesta di Prato è la citata massoneria ALAM, che, come
si accennava in precedenza, si separò dal GOI nel 1908.
Nella storia
della libera muratoria italiana le faide di certo non sono mancate, ed esse
sono sempre tutte dettate non tanto da una differenza di vedute sui fini della
massoneria, ma tutt’al più sui mezzi per raggiungerli, o ancora più
materialmente, su chi dev’essere il capo delle logge che governa tale potente
apparato.
Se si
leggono le ricostruzioni ufficiali della separazione tra la massoneria del GOI,
che ha la sua storica sede a palazzo Giustiniani, e quella degli ALAM, che
storicamente si trovava a piazza del Gesù, viene detto che il divorzio sarebbe
avvenuto perché i massoni di piazza del Gesù non erano così anticlericali come
quelli del GOI, e non si può a fare a meno di sorridere a leggere tali favole.
Sia il
GOI che l’ALAM adottano come rito iniziatico quello scozzese, il più famoso e
più utilizzato dai grembiulini, e se si vuole capire in cosa consiste tale rito
si può ascoltare l’ex Gran maestro del 33° grado, “Billy Schnoebelen,” che ha
spiegato come il rito scozzese sia un vero e proprio viaggio esoterico.
Nel
corso di questo cammino, al candidato, viene persino chiesto di calpestare il
crocefisso e di gridare “morte alla superstizione”, a dimostrazione della
natura satanica della libera muratoria che viene pienamente rivelata man mano
che ci si avvicina al vertice dell’organizzazione, il 33° grado.
Gli
scismi sono soltanto quindi la conseguenza di lotte intestine, e oggi la
massoneria italiana ne sta attraversando uno violentissimo che vede
contrapposto il GOI alla massoneria di piazza del Gesù.
La
violenta faida è iniziata dopo che “Leo Taroni” vinse le elezioni per diventare
“Gran maestro del Grande Oriente d’Italia” fino a quando la sua elezione è
stata ribaltata da una commissione elettorale di palazzo Giustiniani che ha
dato vita ad una battaglia legale ancora in corso tra le due parti.
Dal
2024 ad oggi, lo scontro si è fatto durissimo.
L’ex
gran maestro del GOI, Stefano Bisi, ha stabilito che il Grande Oriente non deve
avere più alcun rapporto con il Rito Scozzese, e questo certamente toglie molto
potere a palazzo Giustiniani perché l’ascesa ai piani superiori della
massoneria è possibile soltanto attraverso la partecipazione al Rito Scozzese
Antico e Accettato, ancora oggi riconosciuto dal consiglio supremo di
Charleston, proprio dove Pike fondò questo rito.
A
seguire a sua volta il rito scozzese è anche la massoneria degli ALAM, e questa
guerra tra logge sta ridisegnando completamente il panorama della libera
muratoria italiana.
A
breve distanza di tempo dalla decisione di Bisi di chiudere ogni rapporto con
il Rito Scozzese,” Leo Taroni” si è presentato a Palmi, proprio nella procura
dello storico magistrato Cordova, per presentare un esposto riguardo alla
riunione di logge massoniche segrete maltesi presso la sede del Grande Oriente
d’Italia.
Leo
Taroni.
Nel
suo esposto, Taroni contesta al GOI la violazione della legge Anselmi che vieta
la costituzione di associazioni segrete, e non è difficile immaginare che il
bersaglio di questa denuncia sia l’odiato Grande Oriente di Bisi che rovesciò
il risultato delle elezioni del 2024.
I
transfughi del Rito Scozzese non se ne sono stati, come si può vedere, con le
mani in mano.
Si
sono mossi sul piano giudiziario per colpire palazzo Giustiniani, e si sono
avvicinati ad un’altra loggia, quella della “GLRI”, la Grande Loggia Regolare
d’Italia, attualmente presieduta dal “Gran maestro Venzi,” e fondata negli
anni’90 da un ex membro del GOI come “Giuliano Di Bernardo”.
Il
rito scozzese dunque ha preso le valige e si è trasferito altrove nel tentativo
di costruire un’altra forza che presumibilmente nelle intenzioni dei transfughi
di palazzo Giustiniani sostituisca l’influenza del Grande Oriente, oggi
comunque in crisi e diviso da questo violento scisma.
Si
arriva così all’inchiesta giudiziaria di Prato che colpisce un’altra
obbedienza, quella appunto degli ALAM, che adotta anch’essa il rito scozzese e
che aveva già gravi problemi al suo interno per via di contenziosi sulla
gestione del patrimonio, risoltisi, soltanto apparentemente, nel 2023 in
tribunale e che hanno dato ragione ai fuoriusciti guidati da “Sergio Ciannella”
che aveva presentato ricorso contro l’attuale Gran maestro di questa
obbedienza, “Luciano Romoli”.
Si può
vedere cosi come negli ultimi 4 anni, le varie obbedienze italiane si stiano
tutte disgregando e cerchino di colpirsi le une contro le altre sia per mezzo
delle carte bollate, sia anche attraverso delle strane morti di vari noti
personaggi spesso dissimulate da “suicidi”.
Forse
è ancora presto per sapere se il caso Cocci è un altro capitolo di questa
guerra, ma è impossibile non rilevare il fatto che per la prima volta la
magistratura abbia violato il sancta sanctorum di una obbedienza massonica, e
lo abbia fatto, casualmente, in un contesto di guerra tra massonerie.
Si
tratta di una situazione che non sembra avere precedenti, ed è molto differente
da quella del 1908, quando avvenne il primo grande scisma nella massoneria
italiana.
Oggi
sono venuti meno gli equilibri di allora.
Sta
tramontando l’anglosfera che aveva consegnato alla massoneria italiana le
chiavi del potere nel Paese.
Una
volta venuto meno questo pilastro, è scoppiata la faida del tutti contro tutti
nelle logge, alla ricerca forse della salvezza in un contesto storico del tutto
mutato dove le certezze del passato non esistono più.
Il
futuro della massoneria è un grosso punto interrogativo, e non c’è alcuna
certezza che domani questa organizzazione segreta esoterica continui ad
esistere.
Nessun
organo di stampa si sta soffermando ovviamente su questa spinosa situazione, e
non vengono fatte nemmeno alcune fondamentali osservazioni.
Il
regno della massoneria sulla politica e le istituzioni è possibile perché la
natura della repubblica del’48 è massonica.
Massoni
sono molti dei padri costituenti, e massoni sono oggi molti magistrati,
politici e dirigenti di importanti aziende pubbliche e private.
Se non
si torna al punto della legge del 1925 che decise di mettere fuori legge la
massoneria, in quanto tutta, e non solo una parte di essa, è deviata e di
natura eversiva, l’infezione che la libera muratoria ha provocato all’Italia
difficilmente verrà sanata.
L’Italia
rimanda l’addio alle centrali
a
carbone al 2038, il ministro
Adolfo
Urso conferma.
Greenreport.it
- Luca Aterini – (08 Agosto 2025) - Nuove energie – ci dice:
Stop
alla produzione di elettricità dalla fine di quest’anno, ma le centrali
alimentate dal più inquinante dei combustibili fossili resteranno pronte
all’uso.
A nostre spese.
Mentre
l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) annuncia che a livello globale le
fonti rinnovabili – trainate dall’impetuosa crescita di eolico e solare –
supereranno il carbone «già nel 2025 o al più tardi entro il 2026» diventando
la prima fonte per la produzione di elettricità, l’Italia del Governo Meloni
avanza a passo di gambero dando nuova vita al più inquinante e climalterante
dei combustibili fossili.
A
confermarlo durante il “question time” in Parlamento è stato direttamente il
ministro delle Imprese, Adolfo Urso, con una buona dose d’equilibrismo:
«Il Piano nazionale integrato per l’energia e
il clima (Pniec) prevede per l’Italia la cessazione della produzione elettrica
da carbone entro il 31 dicembre di quest’anno.
Ancora
una volta confermiamo questo impegno, prevedendo unicamente il posticipo del “phase
out” del carbone al 2038.
Sarà
quindi attuata una fermata a freddo delle centrali, finalizzata a garantire la
sicurezza energetica nazionale».
L’antefatto
sta nell’odg presentato a fine luglio da Forza Italia e Azione, cui il Governo
ha dato parere positivo accogliendolo nel decreto ex Ilva (n. 92/2025), per
rimandare di 13 anni la chiusura delle centrali a carbone, fissata nell’ormai
lontano 2017 per quest’anno:
allora
a stabilire la deadline era stato Carlo Calenda, oggi leader di Azione e primo
sponsor dell’iniziativa nella (vana) attesa di un ritorno all’energia nucleare,
che viene presentata come una “nuova” fonte energetica in grado di liberarci
dal giogo delle fonti fossili mentre invece si dilatano i tempi del carbone.
Già
oggi però sono i fondamenti economici ad aver marginalizzato la produzione di
elettricità da carbone.
Tutte
le centrali a carbone ancora formalmente attive – oggi sono 4, Brindisi e
Civitavecchia lungo lo Stivale e Portovesme e Fiume Santo in Sardegna – hanno
prodotto soli 3,5 TWh nel corso del 2024, coprendo appena l’1,1% dei consumi
nazionali.
Gli
impianti a carbone «funzionano pochissimo perché non competitivi, sommando i
costi del carbone e dei permessi ad emettere la tanta CO2 che producono»,
spiega l’economista “Michele Governatori,” responsabile “Relazioni esterne ed
Energia del think tank climatico Ecco”, aggiungendo che «lasciarle in funzione,
anche solo come riserva, implicherebbe:
rimangiarsi
la strategia energetica e climatica nazionale (approvata da Bruxelles);
sussidiare le centrali a spese dei consumatori o dei contribuenti;
rimandare
il recupero a usi civili di aree spesso di pregio che invece devono essere
bonificate dagli operatori;
mostrare
i riflessi condizionati di una politica che si aggrappa al passato a tempo
scaduto per incapacità di vedere, raccontare, gestire il presente e il futuro
con tutte le relative opportunità e responsabilità».
Un po’ come già succede col gas fossile:
«Per
garantirne la disponibilità e quella di centrali per bruciarlo sono in campo da
anni forme di sussidio ai costi fissi delle centrali, e in seguito alla crisi
Ucraina si sono fatti investimenti per alcuni miliardi (a spese di tariffe e
temo in futuro tasse) per diversificare gli approvvigionamenti con nuovi
rigassificatori e tubi».
Al
contrario, le nuove installazioni di impianti rinnovabili stanno rallentando a
causa delle ampie difficoltà normative, anziché accelerare.
È così che si alimentando vecchie rendite di
posizione, gravando sulla bolletta pagata da cittadini e imprese, oltre che sul
clima.
(Luca
Aterini).
Paradossi
dell’energia:
oggi i
razionali delirano,
i
sognatori ragionano.
Qualeenergia.it
- Alessandro Coderoni – (9 Settembre 2025) – ci dice:
CATEGORIE:
Cambiamenti climatici, Rinnovabili.
L’utopia
delle rinnovabili diventa realtà, mentre i fautori delle energie fossili e del
nucleare restano prigionieri del "pensiero magico”, all'estero come in Italia.
Quelli
un tempo considerati razionali delirano e i sognatori diventano concreti e
razionali…
Sono
temi controversi, ma ce lo aspettavamo.
Proprio
nel momento in cui fotovoltaico ed eolico dimostrano di essere la soluzione più
economica e valida ai combustibili fossili, cresce la resistenza contro questa
alternativa, alternando motivazioni campate in aria, come quelle usate
dell’Amministrazione Trump ad altre, in apparenza più razionali, come quelle di
chi afferma, senza argomentare, come il nostro ministro dell’Ambiente, che il
solare da solo non ce la può fare e ha bisogno di aiutini da parte di altre
fonti, come il nucleare o il metano con annessa cattura della CO2.
Un
esempio del primo tipo di denigratori dell’energia solare è quello fornito il 2
settembre dal segretario all’Energia statunitense, “Chris Wright”, ex manager
del settore petrolifero (quindi di certo super partes), che ha affermato che il
solare non potrebbe fornire tutta l’energia di cui il mondo ha bisogno perché
“anche se si ricoprisse l’intero pianeta con pannelli solari, produrremmo solo
il 20% dell’energia globale.
Uno dei più grandi errori dei politici è
confondere ELETTRICITÀ con ENERGIA!” (maiuscole sue, ndr), ha scritto su” X”.
Forse
i politici confondono elettricità con energia, ma sicuramente “Wright” ha
qualche problema con la matematica elementare, come ha fatto notare su “New
Scientist” il climatologo “Gavin Schmidt” del “NASA Goddard Institute”.
“Nel
2024 il contenuto energetico totale dei combustibili usati nel mondo è stato di
186.000 terawattora.
Bene,
la Terra riceve ogni anno dal Sole 6.000 volte tanto.
E considerando che il 60% dell’energia fossile
si perde come calore nella conversione in energia utile, la radiazione solare
che raggiunge la Terra è pari a circa 18.000 volte il fabbisogno energetico
attuale”, ha ricordato.
Ha poi
chiarito climatologo Nasa che:
“è
vero che gli attuali pannelli solari e turbine eoliche convertono solo il 20%
circa dell’energia solare che le alimenta in elettricità, e che non si possono
installare ovunque.
Ma
anche così, se coprissimo, come dice Wright, tutta la Terra di pannelli e
turbine, otterremmo circa 3.500 volte più energia di quanto ce ne serva.
Un
esercizio un po’ esagerato…”.
Detto
in altre parole, per sostituire tutta l’energia fornita oggi dai combustibili
fossili con pannelli FV, basterebbe coprire 1/3500 della superficie terrestre,
o solo lo 0,3% delle terre emerse, 447mila kmq, la superficie della Spagna per
intendersi, come ha calcolato il “centro studi Carbon Tracker “(si veda anche immagine tratta dallo
studio del 2022 “A fundamental look at supply side energy reserves for the
planet“).
“È
tanto?”, si chiede retoricamente Schmidt.
“In realtà è meno della superficie che oggi
coprono pozzi di petrolio, raffinerie, miniere, discariche di ceneri, oleodotti
e gasdotti, serbatoi e tutte le altre infrastrutture per l’energia fossile,
messe insieme.
Ed è
un’inezia, se si considera che il 30% della superficie terrestre è coperto da
deserti, mentre il 5% è occupato da strade, città e centri industriali che
possono anch’esse ospitare impianti e centrali solari.
Quindi
l’argomento “non c’è spazio” è fasullo, non sta minimamente in piedi, se non
nella immaginifica realtà dell’amministrazione Trump e di qualche
tradizionalista fossile.
Si
potrebbe dire, alla stregua di “Pichetto Frattin”, che è comunque inutile
occupare grandi superficie di terreno e poi doversi pure preoccupare
dell’accumulo per compensare l’intermittenza di sole e vento, quando ci
sarebbero fonti e tecnologie “miracolose”, che producono enormi quantità di
energia continua senza emettere CO2, come il nucleare a fissione oggi, e quello
a fusione domani.
A
queste affermazioni, su “New Scientist” ha risposto “Eric Chausson”, fisico
dell’Università di Harvard, che non cita le solite e ragionevoli considerazioni
circa costi, prontezza tecnologica, inquinamento, scorie radioattive o
proliferazione nucleare legati all’uso dell’atomo, bensì un fatto molto più
basico:
non ci
possiamo più permettere fonti che sprecano calore, immettendolo nell’atmosfera.
“Anche
con una crescita moderata della domanda, entro circa tre secoli il solo calore
di scarto prodotto dall’uso dell’energia, quello che creiamo quando usiamo un
computer o un bollitore per l’acqua, potrebbe innalzare la temperatura globale
di 3 gradi”, spiega Chausson.
“Non
potendo evitare tutte le forme di calore di scarto, almeno cerchiamo di evitare
quelle, enormi, che accompagnano la produzione dell’energia primaria. Con FV,
eolico e moto ondoso questo problema non esiste:
l’energia
solare nelle sue varie forme, comunque colpirebbe il pianeta e si
trasformerebbe in calore.
Con
altre fonti, come quelle fossili o nucleari, la questione è diversa, perché il
loro calore è aggiuntivo a quello inevitabile proveniente dal Sole e per questo
ci danneggia”.
Insomma,
come diceva il fisico e divulgatore scientifico “Carl Sagan”, già oltre 30 anni
fa, qualsiasi civiltà intelligente, su qualunque pianeta, se vuole sopravvivere
finirà per usare esclusivamente l’energia della propria stella madre.
Certo,
ragionare sulla scala temporale dei secoli è in genere un esercizio inutile, ma
in realtà, secondo i calcoli di Chausson, il calore di scarto, peggiorando il
riscaldamento globale dovuto ai gas serra, ha già effetti sul clima delle aree
più industrializzate.
In
Europa, per esempio, le estati sarebbero già 0,4 °C più calde a causa di questo
fenomeno, ed entro il 2100 si potrebbe arrivare a un incremento di un grado
annuo, un impatto però non ancora incluso nei modelli climatici.
Sembra
insomma che ormai la scienza stia dalla parte di chi 20 anni fa era indicato
come un “utopista”, mentre i “realisti” che allora promuovevano nucleare e
fossili “perché non ci sono alternative”, di fronte ad una concreta alternativa
si sono trasformati in cultori del “pensiero magico”, confondendo la loro
ideologia (o i loro inconfessabili interessi) con la realtà e il bene comune.
Che
siano ormai gli “ex ambientalisti hippie” gli unici che propongono soluzioni
razionali ai montanti problemi energetici, economici, climatici e geopolitici
del mondo, lo ricorda anche il recente libro “Here comes the Sun”: “A last
chance for the climate and a fresh chance for civilization”, di “Bill Mc Kibben”,
fondatore del “centro di ricerca Ember”.
Secondo
Mc Kibben la trasformazione solare ci pone “sull’orlo di uno di quei rari e
immensi cambiamenti della storia umana, in cui passiamo da una fonte energetica
dominante un’altra.
Adesso
ci stiamo rivolgendo al cielo, invece che all’inferno delle miniere, allo
sfruttamento del pianeta e all’inquinamento.
Ed è pure il più grande affare di tutti i
tempi”.
Il
libro offre un resoconto argomentato di come l’energia solare a basso costo
rappresenti non solo un’occasione per affrontare la crisi climatica, ma anche
per ripensare le nostre economie e il nostro rapporto con la natura,
descrivendo come potrebbe essere una società alimentata dall’energia solare.
“Sarebbe
una rivoluzione capace di sovvertire l’economia della scarsità, da cui deriva
gran parte della povertà, grazie a prezzi dell’energia bassi e stabili, sempre
meno dipendenza dalle Petro-dittature, e quindi più pace, riduzione drastica
dell’inquinamento e persino un rinnovato legame con la natura”, scrive Mc Kibben.
Ma
proprio questa la prospettiva di un mondo più pacifico e giusto è forse ciò che
sta scatenando la reazione di chi, prosperando su disuguaglianze, sfruttamento
e conflitti, da questa rivoluzione ha tutto da perdere e che usa la “libertà”
delle nostre deboli democrazie per diffondere falsità e dubbi sui media nel
disperato tentativo di evitarla proprio quella transizione.
E ciò
ha creato un paradosso epocale, afferma l’autore:
la
maggior parte dell’espansione straordinaria del solare sta avvenendo non in
Occidente, ma in Cina, che ascolta molto meno di noi le sirene dell’industria
fossile che vanno contro ai suoi interessi, e che possiede un mix unico di
capacità manifatturiera, pianificazione centrale e autoritarismo politico,
difficilmente replicabile altrove.
“La
resistenza dell’industria dei fossili non bloccherà la transizione energetica
globale, che è inevitabile per i suoi enormi vantaggi, ma certo la rallenterà,
con conseguenze sempre più gravi sul clima.
Una
cosa che non dobbiamo permettere, perché o si blocca la produzione di energia
tramite combustione, o, semplicemente, alla fine, saremo noi a bruciare”, conclude Bill Mc Kibben.
È
arrivato il momento di tassare
l'intelligenza
artificiale?
Wired.it
– (15 gennaio 2024) – Simone Cosimi – ci dice:
Sì. O
almeno di cominciare a discuterne, spiega “Marietje Schaake”, già eurodeputata
ed esperta di politiche digitali all'università di Stanford.
I lavori guadagnati non saranno sovrapponibili
a quelli persi e gli squilibri di oggi sembreranno nulla rispetto alla
concentrazione di ricchezza che ci aspetta. Per questo servirà un nuovo welfare.
È già
il momento di tassare l’intelligenza artificiale? No, ma è il momento di
cominciare a parlarne.
Ne è convinta “Marietje Schaake”, direttrice
politiche internazionale al” Cyber Policy Center dell’università di Stanford”,
consigliera speciale della Commissione europea ed ex eurodeputata.
Lo ha
messo nero su bianco in un’opinione appena pubblicata dal “Financial Times “nella
quale prende le mosse dall’entrata in vigore della cosiddetta” global minimum
tax”, l’aliquota minima del 15% sull’utile netto per le multinazionali con
fatturato complessivo di almeno 750 milioni di euro.
Dal
primo gennaio è realtà e, in prospettiva, dovrebbe servire a contrastare il
“dumping fiscale”, cioè la pratica di ridurre le aliquote fiscali di un paese
per attirare imprese e investitori dall’estero a discapito dei vicini.
O di
garantire loro norme più favorevoli in caso di reati fiscali.
Specialmente
all’interno di realtà come l’Unione Europea, visto che Stati Uniti e Cina non
l’hanno ancora implementata nelle legislazioni nazionali.
Per
raggiungere l’obiettivo, i cui risultati rimangono comunque tutti da verificare
(la proiezione della raccolta per quest’anno è di 220 miliardi di dollari), ci
abbiamo messo anni.
Per
questo, all’alba – che poi troppo alba non è, è già mattina – dell’era dell” ’intelligenza
artificiale generativa” occorre iniziare a discutere di come, dove e quanto
tassare una gamma di strumenti potentissimi ancora in gran parte in divenire.
Ma che potrebbero, almeno nel medio periodo, creare più danni che benefici agli
equilibri del mercato del lavoro internazionale.
Secondo
il “World Economic Forum” entro il 2027 l'implementazione dell’intelligenza
artificiale e di altre soluzioni affini comporterà il cambiamento del 23% dei
posti di lavoro, creando 69 milioni di nuovi posti ed eliminandone 83 milioni.
Un
saldo insomma non positivo, almeno non nel prossimo quinquennio, che andrà in
qualche modo governato sia attraverso la creazione di nuove opportunità che nel
sostegno dei lavoratori che in nessun modo potranno essere riqualificati.
I posti di lavoro che guadagneremo, infatti,
non saranno sempre e perfettamente sovrapponibili a quelli resi obsoleti
dall’AI, questo è un aspetto che in pochi rammentano quando commentano questi
numeri.
Secondo
un’indagine della società di consulenza “Ernst & Young”, della
multinazionale del lavoro “Manpower Group e Sanoma”, che fa formazione, a
questo terremoto si affiancherà nei prossimi anni un calo della domanda di
circa il 41,7% a danno di professioni a scarsa specializzazione o in settori a
bassa crescita come agricoltura e industrie tradizionali.
Gente
che già oggi fatica e che domani sarà serenamente congedata.
(La
sfida dell'AI, risposte e idee per un futuro migliore - The Big Interview 2025.)
Nel
frattempo la valutazione delle società che sviluppano l’intelligenza
artificiale o ne applicano gli strumenti nei propri prodotti continua a
crescere:
OpenAI
I sta per esempio diventando una formidabile macchina da soldi.
La
società guidata da “Sam Altman” avrebbe superato 1,6 miliardi di dollari di
fatturato (lo ha rivelato The Information) nel 2023, e sta raccogliendo nuovi
finanziamenti che potrebbero spingerne il valore a 100 miliardi di dollari.
“L’intelligenza artificiale generativa
sta già
comportando una serie di sfide sociali – ha scritto “Schaake” -.
La perdita globale di posti di lavoro è uno
dei principali effetti attesi.
Mentre
il dibattito politico rimane in gran parte incentrato sui rischi per la
sicurezza, vari studi prevedono profonde problematiche del lavoro a causa di
questa tecnologia.
È
stato Elon Musk a parlare del futuro del lavoro a margine del vertice sulla
sicurezza dell’intelligenza artificiale dello scorso anno.
In una
conversazione con il primo ministro britannico “Rishi Sunak” ha accennato
casualmente alla necessità di anticipare una società in cui “non è necessario
alcun lavoro”.
Le conseguenze sono inimmaginabili”.
Tutto
questo mentre la ricchezza globale potrebbe ulteriormente concentrarsi nelle
mani di pochi grandi gruppi: al confronto, l’era del web 1.0 e delle big tech
degli anni Duemila sembrerà un Eden comunitarista.
Un’altra
indagine di “Goldman Sachs” prevede invece una crescita di almeno settemila
miliardi di dollari per l’economia globale nei prossimi dieci anni, mentre ben
due terzi dei posti di lavoro statunitensi – nello stesso periodo – finiranno
per essere in qualche modo minacciati dall’AI.
Quasi
il 30% delle ore lavorate negli Usa verrà influenzata da processi di
automazione (McKinsey) e, come si accennava poco prima, circa 12 milioni di
lavoratori avranno bisogno di un percorso di transizione occupazionale per
riuscire a cavarsela.
Insomma, per quanto possiamo raccontarcela
sull’AI che potenzierà, affiancherà, migliorerà ed emanciperà i nostri lavori
attuali regalandoci tanto tempo libero per portare a spasso il cane, l’elefante
è di fronte a noi.
Già oggi: secondo una ricerca di” Resume Builder”
lo scorso anno più di un terzo dei manager ha ammesso di aver rimpiazzato forza
lavoro umana con sistemi automatizzati e continuerà a farlo quest'anno:
il 44% delle società intervistate spiega che
le novità nell'AI condurranno a nuovi licenziamenti.
Perché
la situazione non dovrebbe peggiorare con soluzioni sempre più sofisticate e
potenti di intelligenza artificiale generativa i cui frutti saranno sempre più
indistinguibili dal lavoro di un essere umano?
Serviranno
dunque tanti soldi per rafforzare le politiche pubbliche attuali e soprattutto
intentarne di nuove.
Questa
transizione non sarà un pranzo di gala e ogni economia nazionale dovrà
anticipare l’impatto dell’intelligenza artificiale su tutti i settori della
propria economia.
In
Italia siamo fermi alle beghe politiche sulla presidenza della Commissione
algoritmi.
Come
sempre, il tema cruciale è la redistribuzione della ricchezza:
se ne
produce molta grazie alle nuove tecnologie ma il corpo della società, la base
della piramide, non gode che delle briciole.
E,
anzi, le persone vanno incontro a una marginalizzazione delle proprie
competenze, sempre più lontane dal cuore delle nuove necessità.
Per
questo, spiega “Schaake”, “senza un intervento, il prossimo capitolo della
rivoluzione tecnologica rischia ancora una volta di privatizzare i profitti,
spostando al contempo i costi per mitigare i danni sulle casse pubbliche.
Il sostegno al welfare e la riqualificazione
dei lavoratori licenziati non sono solo svantaggi economici:
sono
il tipo di cambiamenti sociali che portano facilmente a disordini politici.
Per generazioni, il lavoro è stato il
fondamento non solo del reddito familiare, ma anche della routine e del senso
di scopo delle persone.
Provate
a immaginare cosa fareste senza il vostro lavoro”.
Per”
Schaake” serve, dunque, che questo nuovo giacimento di immensa ricchezza venga
tassato.
Come, quanto e soprattutto a chi applicare la
tassazione in un panorama industriale in cui praticamente ogni società sta in
qualche modo integrando strumenti di questo tipo sarà la sfida a cui le
organizzazioni transnazionali dovranno rispondere.
Lontani
dallo star system dei miliardari (pseudo)visionari e dai loro interventi
provocatori tutti incentrati sul divide et impera e fortemente dentro le paure,
le necessità e i bisogni delle popolazioni del Sud e del Nord del mondo.
“Per
riequilibrare gli impatti costi-benefici dell’AI a favore della società, e per
garantire che la risposta necessaria sia accessibile a tutti, tassare le
società di intelligenza artificiale è l’unico passo logico", aggiunge l’esperta, che
richiama anche le proposte in questa direzione del fondatore di Microsoft, Bill
Gates, e del senatore democratico del Vermont, Bernie Sanders, da aggiornare
tenendo conto dei progressi dell’intelligenza artificiale generativa.
Rod
Dreher: «Per uscire dalla crisi spirituale
dobbiamo
combinare mente e corpo».
Sabinopaciolla.com
– (Settembre10th, 2025) – Sabino Paciolla - Rod Dreher, scrittore – ci dice:
Rod
Dreher, giornalista e scrittore (su questo blog ne abbiamo parlato numerose
volte), uno dei più importanti intellettuali d’occidente, autore del best
seller “L’Opzione Benedetto”, era in Italia sabato scorso per partecipare alle
Tavole di Assisi, dove ha presentato il suo nuovo e splendido libro “Vivere
nella meraviglia” (Giubilei Regnani editore).
Ha
rilasciato poi una intervista a Francesco Borgonovo, apparsa su La Verità del 7
settembre scorso.
Ecco ampi stralci.
Borgonovo:
Nel suo nuovo libro parla molto di «disincanto». A che cosa si riferisce?
Rod
Dreher «Quando parlo di disincanto intendo la sensazione che tante persone
moderne, soprattutto i giovani, hanno sul mondo che non ha alcun significato,
che non ci sia alcuno scopo.
Come
cristiano, credo che questo sia falso.
Quindi,
con questo libro, cerco di aiutarli a comprendere i tesori che abbiamo nella
fede cristiana, a sperimentare che cosa voglia dire avere un significato e che
cosa sia il senso della presenza di Dio.
Tutte
cose che non arrivano attraverso la politica.
Il
grande teorico dei media cattolico, “Marshall Mcluhan”, ha detto che quando la
religione diventa concetto, cioè quando prendiamo l’esperienza di Dio e la
trasformiamo in idee e dottrine, allora questa inizia a morire.
Dobbiamo
utilizzare dei concetti per poter parlare di religione.
Ma
l’essenza della religione è ciò che” Mcluhan” chiamava percezione, l’esperienza
diretta di Dio che, di solito, otteniamo attraverso la preghiera.
Quindi,
in questo caso, abbiamo anche cristiani fedeli che hanno tutti i pensieri
corretti in testa ma sentono ancora una certa aridità spirituale. Vogliono
sentire la presenza di Dio in modo mistico.
È di questo che parla il mio libro. Questo è
ciò che intendo per disincanto cristiano».
A
parlare di disincanto della società moderna è stato Max Weber.
E da
allora la religione sembra essere sempre più espulsa non solo dalla vita
politica ma, in generale, dalla scena pubblica.
«La
mia fede è più importante della mia politica e la mia politica viene dopo la
mia fede.
Se la nostra fede è qualcosa che vive solo
nella nostra testa e non è piena d’azione nella nostra vita, allora è morta.
La
Bibbia dice questo, la vita di San Francesco d’Assisi dice proprio questo,
quindi penso che una delle cose di cui l’Europa abbia più bisogno oggi sia una
vigorosa cultura cristiana.
Non si
tratta solo di andare in chiesa la domenica, ma di andarci durante tutta la
settimana.
E, in
effetti, penso che i fondatori dell’Unione Europea, Robert Schuman e Alcide De
Gasperi, si aspettassero qualcosa del genere.
Ma
oggi si guarda Bruxelles e sembra che lì siano terrorizzati dalle persone che
credono davvero».
Poi
Rod Dreher critica il “disincanto” del mondo moderno descritto da Max Weber,
dovuto al predominio del pensiero scientifico e analitico dall’Illuminismo.
Questo
squilibrio, che trascura poesia, religione, arte e musica, è visto come causa
della crisi di senso e dell’aumento di malattie mentali in Occidente, limitando
la comprensione della verità al solo approccio scientifico.
Il
giornalista italiano pone quindi a Rod Dreher la seguente domanda:
Questo
è stato un grosso problema, soprattutto durante il Covid, dove abbiamo visto
gli scienziati diventare come dei nuovi sacerdoti.
E
forse su questo anche la Chiesa ha qualche responsabilità.
«Negli
Stati Uniti avevamo regole diverse per ogni Stato.
Quelli più severi hanno chiuso completamente
tutte le chiese.
Penso
che in tutti gli Stati in cui le chiese erano chiuse, i credenti avrebbero
dovuto incontrarsi comunque, perché non c’è diritto più fondamentale del
diritto di lodare Dio.
Penso
che, inchinandosi alle autorità sanitarie, la Chiesa abbia capitolato in modo
pessimo.
Ora,
per essere onesti, quando è scoppiato il Covid, andava bene chiudere le chiese,
c’era incertezza.
Ma
dopo, quando è diventato chiaro cosa stava succedendo, la Chiesa avrebbe dovuto
disobbedire.
Non so
cosa sia successo in Italia, ma in America tutte le Chiese, cattoliche e
protestanti, hanno perso molti fedeli.
Persone che non sono mai tornate dopo la fine
del Covid.
Ma
abbiamo anche visto alcuni giovani diventare molto più seri riguardo alla fede
a causa del Covid.
Nella
mia chiesa in Louisiana, una chiesa ortodossa, abbiamo visto protestanti
evangelici arrivare durante il Covid perché avevano così tanta paura che tutto
stesse crollando nella nostra civiltà che volevano una fede molto più profonda
di quella che avevano nella loro chiesa».
Il
disincanto di cui lei parla non riguarda, però, soltanto i cristiani.
«Papa
Benedetto ha detto che il modo migliore per evangelizzare le persone oggi non è
attraverso argomenti razionali, ma andando prima verso la bellezza che viene
dalla Chiesa e dai Santi perché, in questo modo, si parla al cuore della
singola persona e la conversione del cuore avviene attraverso la bellezza
estetica o la santità, che apre la mente a considerare gli insegnamenti
razionali del Vangelo.
Penso
che questo sia vero perché è così che sono diventato cristiano. Viviamo in una
condizione che è stata chiamata modernità liquida, perché tutto è in continuo
cambiamento.
Niente
è fisso.
Penso
che la risposta a questo, come cristiani ma non solo, sia quella di riabitare i
nostri corpi e vivere in un mondo di cose concrete, non solo dentro le nostre
teste o dentro Internet, lo spazio digitale.
Perché la cultura digitale è una cultura
spirituale, in fondo».
In che
senso?
«In
due modi:
primo,
ci insegna a cosa prestare attenzione;
secondo,
ci allena a pensare che sia reale ciò che è virtuale, cioè le cose che vediamo
su Internet.
Non
credo sia una coincidenza che la prima generazione cresciuta su Internet sia
anche la generazione che ha avuto i maggiori problemi con il transgenderismo:
sono
totalmente distaccati dal loro corpo.
A questo punto “Rod Dreher” racconta il suo
percorso spirituale, iniziato a 17 anni con un’esperienza mistica nella
cattedrale di Chartres, che lo ha spinto a cercare Dio e a diventare cattolico
intorno ai 20 anni, mentre lavorava come giornalista.
Invitato
da una collega, ha svolto un breve servizio volontario alla mensa dei poveri
delle Missionarie della Carità, ma lo ha abbandonato, preferendo un approccio
intellettuale alla fede attraverso letture teologiche.
È
stato un cattolico fervente per 13 anni, convinto che la sua fede razionale
fosse solida.
Tuttavia,
scrivendo come giornalista a New York sugli scandali degli abusi sessuali nella
Chiesa cattolica, dopo quattro anni di confronto con questa realtà oscura, ha
perso la fede, nonostante un prete lo avesse avvertito delle difficoltà.
Esausto,
è passato al cristianesimo ortodosso, non per sfuggire al peccato, ma per
necessità.
Riflette
che, se avesse vissuto la fede cattolica in modo più pratico, con azioni
concrete come il volontariato, anziché solo intellettualmente, forse la sua
fede cattolica sarebbe sopravvissuta.
Borgonovo
quindi gli chiede:
Quale
è la morale della storia?
«La
lezione è questa e lo dico agli ortodossi, ai cattolici, ai protestanti: la
vostra fede deve essere incarnata nel vostro corpo.
È importante studiare la dottrina, ma mettete
sempre la preghiera al primo posto. Dio mi ha umiliato nel mio orgoglio
intellettuale.
È stata colpa mia essere così orgoglioso, non
è stata colpa della Chiesa cattolica. Ma potrebbe succedere a chiunque se non
si vive una vita di profonda preghiera e adorazione con i nostri corpi, non
solo con le nostre menti».
Rod
Dreher precisa che non nega l’importanza della razionalità nella fede
cristiana, ma critica l’eccessivo focus sulla ragione a scapito della
dimensione concreta e spirituale.
Sostiene la necessità di un equilibrio tra
razionalità e pratiche devozionali come preghiere, pellegrinaggi e tradizioni
sacramentali, che uniscono mente e corpo. Provenendo da una tradizione
cattolica e ortodossa, sottolinea che materia e spirito si compenetrano,
rifiutando la separazione cartesiana tra mente e corpo. Propone due modi di
conoscere – astratto ed esperienziale – entrambi essenziali per superare la
crisi spirituale.
Rod
Dreher vede nell’attuale società una rinascita dello gnosticismo, che separa
corpo e spirito, simile alle idee degli attivisti transgender e alla visione
della tecnologia come forma di gnosi.
Con
l’avanzare dell’Intelligenza Artificiale (IA), le persone si rifugiano in mondi
virtuali, come una donna sposata che preferisce un amante virtuale generato
dall’Intelligenza Artificiale, “Leo”, al marito, trascorrendo 60 ore a
settimana con lui pur sapendo che è finto.
Anche il marito, dipendente dalla pornografia,
non obietta.
Dreher
prevede che questa tendenza peggiorerà con la crescente influenza dell’IA.
Quindi
Borgonovo chiede:
Se
sappiamo che tutto questo non è reale e dopo tutto non è nemmeno così buono,
perché continuiamo in questa direzione?
«Uno
dei motivi per cui le persone sono così disposte ad accettare tutto ciò è
perché, a un certo punto del XX secolo, hanno deciso di preferire ciò che fa
sentire bene a ciò che è vero.
Hanno
deciso che la sofferenza non ha senso e questo è uno dei motivi per cui si sono
allontanati dal cristianesimo.
E smettere di preoccuparsi della verità,
smettere di essere disposti a soffrire per la verità, è un modo per consegnare
la propria umanità alla tecnologia.
Quando
le persone capiranno cosa sta succedendo, temo che sarà troppo tardi. In
America stiamo già vedendo persone che iniziano a trattare l’Intelligenza
Artificiale come se fosse una specie di dio.
Comunicano
con essa come se fosse reale e medici e psichiatri stanno già segnalando casi
di psicosi indotta dall’IA.
Credo
che questo diventerà un problema molto, molto più grande. Tutto questo deriva
della negazione del corpo».
Sembra
che siamo arrivati alla totale separazione tra reale e artificiale. In fondo,
anche la “cultura woke” è questo:
l’imposizione di una realtà artificiale.
Talvolta
con arresti come sta avvenendo in Inghilterra dove chi si sottrae al discorso
dominante sull’immigrazione o altro rischia grosso.
«In
America ho sentito persone che erano arrivate negli Stati Uniti per sfuggire al
comunismo sovietico e hanno iniziato a dire che le cose che accadono oggi
ricordano ciò che si erano lasciate alle spalle.
Sono
anche andato negli ex Paesi comunisti e ho parlato con i cristiani, per lo più
cattolici, che erano rimasti lì, per chiedere loro come possiamo resistere.
E la
risposta fondamentale che mi hanno dato è che bisogna credere nella verità ed
essere disposti a soffrire per la verità. Questa è l’unica soluzione per
resistere a questo totalitarismo soft.
Ma qui
in Occidente siamo così comodi, così molli che non riusciamo nemmeno a
sopportare l’ansia, figuriamoci la vera sofferenza.
Quindi
penso che questo sia uno dei motivi per cui abbiamo visto un’intera società
come la Gran Bretagna arrendersi al totalitarismo».
L’intelligenza
artificiale e il suo
impatto
su società e individui.
Life.unige.it
– Luca Oneto – (8 gennaio 2025) – ci dice:
Quali
sono gli impatti a lungo termine dell'IA sulla società e sugli individui?
Proviamo a rispondere adottando una prospettiva storica per comprendere meglio
le implicazioni future.
Abbiamo
approfondito nei mesi scorsi alcuni dei concetti fondamentali che guidano
l'intelligenza artificiale moderna, analizzandone sia le potenzialità che i
possibili rischi.
Inoltre,
abbiamo esaminato l’”AI Act”, un'iniziativa volta a trovare il giusto
equilibrio tra il pieno sfruttamento delle opportunità offerte dall'IA e la
necessità di mitigare gli effetti indesiderati.
Un po’
di storia…
L'IA
rappresenta l'ultima tappa di un lungo processo di tecnicizzazione della
società, un fenomeno che il filosofo contemporaneo Umberto Galimberti descrive
come “Età della Tecnica”.
Le radici di questo pensiero tecnico risalgono
a tempi antichi, con Platone (circa 400 a.C.), considerato uno dei padri
fondatori.
Platone
fu tra i primi a tentare di dare un ordine al mondo attraverso modelli ideali,
ponendo le basi del pensiero astratto, che è alla base della tecnica.
Il
pensiero astratto consente infatti di modellare la realtà, di comprenderla e di
influenzarla.
Tuttavia, è con le rivoluzioni industriali che
la tecnicizzazione ha iniziato ad esercitare un impatto concreto e tangibile
sulla società e sugli individui.
La
prima rivoluzione industriale, nel XVIII secolo, fu innescata dall'introduzione della
macchina a vapore, dalla meccanizzazione della produzione tessile e dalla
lavorazione del ferro.
Questi
sviluppi portarono alla meccanizzazione delle industrie tradizionali,
incrementando la produttività e favorendo l'urbanizzazione.
La
seconda rivoluzione industriale, nel XIX secolo, fu guidata dall'adozione
dell'elettricità, del motore a combustione interna e dall'espansione delle
ferrovie, elementi che portarono a un uso diffuso dell'elettricità, alla
nascita dell'industria automobilistica e all'espansione dell'industria pesante.
La terza rivoluzione industriale, nel XX secolo, si caratterizzò per
l'avvento dei computer, della tecnologia digitale e di internet, che
introdussero la digitalizzazione delle informazioni e l'automazione dei
processi, trasformando profondamente le industrie e le comunicazioni.
Infine, la quarta rivoluzione industriale, nel XXI secolo, è contraddistinta
dall'intelligenza artificiale e dalla convergenza di tecnologie fisiche,
digitali e biologiche.
Ogni
rivoluzione ha portato con sé sia benefici che sfide, ma tutte, in una
prospettiva storica, hanno profondamente trasformato la vita delle persone e la
struttura della società nel lungo periodo.
industrializzazione
ottocentesca.
Gli
impatti a lungo termine del cambiamento.
Durante
lo sviluppo delle varie rivoluzioni industriali, sono emersi in modo evidente
sia i benefici che le sfide poste da queste trasformazioni.
Giorno
dopo giorno, individui e società hanno dovuto sfruttare le nuove tecnologie e
confrontarsi con le loro conseguenze.
Tuttavia,
gli impatti più profondi e meno immediati delle rivoluzioni industriali hanno
trasformato in maniera radicale sia le persone che la società, manifestandosi
su una scala temporale più dilatata e quindi meno percepibile rispetto alle
sfide quotidiane.
Queste
rivoluzioni hanno ridotto l'importanza delle capacità fisiche umane (come
forza, velocità e resistenza), diminuito la necessità di certe professioni
(prima i contadini e gli allevatori, poi gli operai), e favorito un maggiore
accentramento degli insediamenti, spingendo le persone dalle campagne verso le
città. Parallelamente, hanno richiesto un innalzamento del livello di
istruzione e cultura (dall'alfabetizzazione ai dottorati), creato nuovi bisogni
(non solo beni di sussistenza, ma anche comodità e lussi), e introdotto un
diverso modo di concepire la socialità (dalla dimensione familiare e di paese
alla società liquida descritta dal sociologo “Zygmunt Bauman”).
Nei
cambiamenti è stato coinvolto ogni ambito:
dal
mestiere del costruttore, che è passato dall'utilizzo di pochi materiali semplici e
molta manodopera all'impiego di materiali tecnologicamente avanzati che
richiedono sempre meno lavoro manuale,
fino al lavoro del ricercatore, che è passato dalla difficoltà di
reperire le ricerche più aggiornate, facendosi spedire articoli e libri da
tutto il mondo, alla complessità odierna di filtrare la mole enorme di
informazioni disponibili.
Tali
trasformazioni hanno avuto un impatto significativo non solo sugli aspetti
pratici della vita quotidiana, ma anche sulla nostra visione del mondo e sulla
comprensione della nostra stessa esistenza.
Gli
individui hanno dovuto reinventarsi, trovando nuove opportunità di sviluppo
personale laddove la tecnologia ha lasciato spazio (nelle prime rivoluzioni
industriali, ad esempio, si è passati dalla predominanza della forza fisica
all'importanza dell'intelletto).
Allo
stesso tempo, la società ha dovuto adattarsi a un nuovo modo di convivere,
fornendo le tutele e le compensazioni necessarie per gestire i continui
cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie.
La
rivoluzione informatica.
Quali
spazi liberi ci lascia l'intelligenza artificiale?
Tecnologie
per la produzione di testi, immagini, e musica e strumenti in grado di vincere
contro gli esseri umani a giochi molto complessi come il Go o gli scacchi,
stanno minando, o meglio mettendo in discussione, quale sia nel futuro il ruolo
degli individui.
Attualmente
queste tecnologie hanno il beneficio di poter essere affiancate all’essere
umano per potenziarne le abilità o aumentare la produttività.
Esiste
anche un aspetto buio di questo aumento di produttività che si traduce in una
perdita di posti di lavoro.
Più
sul lungo periodo invece, non è chiaro quale sarà l’impatto sul lavoro di
queste tecnologie.
Avrà
senso nel futuro continuare a fare campionati di Go sapendo che una macchina
potrà sempre sconfiggerci?
Avrà
ancora senso scrivere notizie o articoli di divulgazione quando una macchina
può produrre qualcosa di migliore e comunque maggiormente calibrato sul singolo
lettore?
Avrà
ancora senso fare concorsi di pittura, fotografia o musica dove le macchine
hanno già dimostrato di poter vincere?
“Lee
Sedol”, il campione mondiale di Go, è stato uno dei primi a dover fare i conti
con queste domande essendo stato battuto più volte al gioco dove lui era il
migliore al mondo.
Queste
domande avranno un impatto non facilmente misurabile sulla psiche delle singole
persone che dovranno trovare un modo di convivere con queste tecnologie
trovando uno spazio libero dove potersi esprimere senza essere sostituiti
dell’IA.
Una IA
che usa il PC.
Come
si può adattare la società alla IA?
Una
domanda ancora più complessa è quella di capire come la società possa reagire,
sul lungo termine, alla presenza ubiqua dell’IA.
Sul
breve termine ci sono già state delle reazioni, dal “Data Act” all’ “AI Act”,
che tentano di limitare l’uso indiscriminato o rischioso dai dati e dell’IA.
Questo
sta generando non solo effetti oggettivi di regolamentazione ma anche una
maggiore presa di coscienza da parte della società su questi problemi.
Sul
lungo termine invece le cose sono molto meno chiare e c’è molta meno
consapevolezza.
Avrà
senso nel futuro continuare ad affidarsi sull’attuale sistema giuridico quando
le macchine potranno generare sentenze mediamente più eque?
Avrà
senso continuare a far lavorare lo stesso numero di ore di un impiegato capace
di produrre grazie all’IA molto di più?
Avrà
ancora senso permettere la guida umana quando la guida autonoma sta
dimostrando, in certe condizioni, di essere più sicura?
Molti
Stati hanno avviato delle sperimentazioni di un “reddito universale base”
capace di proteggere le fasce più deboli della popolazione dalla perdita di
lavoro (anche ma non solo dovuto all’AI).
Questo
tipo di soluzione è stata anche promossa da alcuni pionieri dell’AI.
Il
concetto di reddito universale di base, sebbene rappresenti una misura
significativa per mitigare nel breve-medio termine gli effetti dell'IA sul
tessuto socioeconomico, non affronta la questione più profonda legata
all'avvento dell'IA e alla conseguente diminuzione delle opportunità di lavoro.
Il
lavoro, infatti, non si limita a essere una fonte di reddito;
esso costituisce anche un fondamentale
strumento attraverso il quale gli individui possono realizzarsi, esprimere la
propria identità e contribuire al benessere collettivo.
L'autorealizzazione
e il senso di appartenenza derivano spesso dall'impegno professionale, e la
perdita di tale dimensione potrebbe generare implicazioni negative per la
coesione sociale.
Pertanto,
il reddito universale di base, per quanto utile, non può essere considerato una
soluzione definitiva, ma piuttosto una componente di un approccio più ampio e
articolato che tenga conto delle molteplici sfaccettature del ruolo del lavoro
nella società.
Osservatorio
sull'intelligenza artificiale.
Come
aggirare i problemi.
La
questione centrale che rimane aperta è se l'IA ci permetterà di affrontare i
problemi descritti attraverso un’evoluzione graduale e incrementale degli
individui e della società, come è avvenuto nelle precedenti rivoluzioni
industriali, o se sarà necessaria una trasformazione radicale del nostro modo
di essere e di convivere.
Per
rispondere a questa domanda, è essenziale comprendere le differenze tra le
rivoluzioni industriali del passato e quella attuale.
La
prima e più evidente distinzione è la velocità con cui queste rivoluzioni si
sono succedute.
Ogni
rivoluzione industriale è stata più rapida della precedente: la prima ha
richiesto oltre un secolo per svilupparsi, mentre l’ultima si è dispiegata
nell’arco di pochi anni.
Questa
accelerazione è dovuta alla progressiva riduzione della dipendenza dalle
infrastrutture fisiche.
La
rivoluzione dell'IA, infatti, è avvenuta con una rapidità senza precedenti
grazie alla sua totale smaterializzazione.
Strumenti
come “ChatGPT” sono stati adottati globalmente in pochi mesi grazie a internet
e alla possibilità di sfruttare la potenza computazionale dei grandi centri di
calcolo.
Questa
rapidità rappresenta il primo elemento critico che distingue e caratterizza la
rivoluzione dell’IA rispetto alle precedenti.
La
seconda differenza riguarda la motivazione alla base di queste rivoluzioni.
Le
prime rivoluzioni industriali rispondevano a bisogni comuni e diffusi.
Le
prime due hanno permesso di soddisfare in modo più efficiente e affidabile
bisogni primari come il cibo e il riparo.
La
terza ha messo in connessione persone, idee e informazioni, rispondendo a un
bisogno di socialità e di progresso globale.
L'IA,
invece, è nata inizialmente per rispondere alle necessità di un gruppo
ristretto di attori, principalmente grandi aziende e governi in grado di
investire in questa tecnologia.
Tuttavia,
con la sua rapida diffusione e ubiquità crescente, l'IA sta permeando ogni
settore della società, imponendo un nuovo paradigma di interazione e
produzione.
Il
terzo aspetto che rende unica questa rivoluzione è la capacità dell'IA di
auto-evolversi.
Le
precedenti rivoluzioni industriali si basavano su innovazioni che, una volta
introdotte, richiedevano un periodo di assestamento prima di produrre ulteriori
progressi significativi.
Al
contrario, l'IA è in grado di migliorarsi e adattarsi continuamente attraverso
l'apprendimento automatico e l'elaborazione di dati sempre più vasti e
complessi. Questo potenziale di auto-evoluzione introduce una dinamica di
cambiamento continuo e accelerato, rendendo difficile prevedere e gestire le
implicazioni a lungo termine.
In
conclusione, mentre le rivoluzioni industriali del passato hanno trasformato il
mondo in modo incrementale, rispondendo a bisogni largamente condivisi, la
rivoluzione dell'IA si distingue per la sua rapidità, il suo avvio elitario e
la sua natura auto-evolutiva.
Di
conseguenza, affrontare le sfide che essa pone potrebbe richiedere non solo un
adattamento delle strutture esistenti, ma una profonda re-immaginazione del
nostro modo di vivere e interagire, sia a livello individuale che collettivo.
L’intelligenza
artificiale sta cambiando
il mondo: quali sono pro e contro dell’AI.
Geopop.it
– (4 aprile 2025) - Giuseppe Servidio – ci dice:
Come
tutte le cose, anche l'AI ha sia dei lati positivi che lati negativi.
Mettiamo
a confronto i vantaggi e gli svantaggi di questo strumento e capiamo quali sono
i settori toccati da questa tecnologia nata negli anni '50.
L'intelligenza
artificiale
sta trasformando e influenzando a una velocità impressionante interi settori
come la ricerca scientifica, la sanità, e l'economia globale.
Se da
un lato l'AI offre opportunità senza precedenti in termini di automazione,
efficienza e innovazione in questi e molti altri campi, dall'altro solleva
dubbi importanti legati alla perdita di posti di lavoro, alla privacy, alla
sicurezza e all'impatto ambientale.
L'AI
generativa,
in particolare, ha ampliato le possibilità di interazione tra uomo e macchina,
rendendo l'IA una presenza sempre più diffusa nella nostra quotidianità.
Le
preoccupazioni su come questa tecnologia possa essere utilizzata e sulle sue
potenziali conseguenze a lungo termine sono al centro di dibattiti politici e
normativi piuttosto accesi.
Molti
governi stanno cercando di bilanciare innovazione e sicurezza attraverso
regolamentazioni più stringenti, come il recente “AI Act europeo”, che punta a
rendere l'AI più trasparente e affidabile.
Nel
frattempo, la comunità scientifica discute su come l'AI possa accelerare il
progresso in campi come la biotecnologia e la lotta ai cambiamenti climatici,
ma anche su quanto sia rischioso affidare decisioni critiche a sistemi di
intelligenza artificiale.
Quali
sono, di conseguenza, i pro e i contro dell'AI?
Gli
svantaggi dell'AI: quali sono i possibili rischi.
Vista
l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e il suo tasso di adozione sempre
più importante, quindi, non sarebbe saggio sottovalutare i possibili lati
negativi dell'AI.
Mondo
del lavoro:
se da un lato l'automazione andrebbe a
migliorare la produttività, dall'altro ha generato timori sulla perdita di
posti di lavoro, soprattutto nei settori più facilmente automatizzabili come il
customer service e la gestione amministrativa.
Secondo
le stime, circa un terzo delle mansioni lavorative potrebbe essere svolto da
sistemi di AI, riducendo la necessità di personale umano per alcune attività.
È vero anche, però, che mentre alcuni ruoli
rischiano di scomparire, la domanda di nuove competenze – ad esempio in ambito
di machine learning e cybersecurity – sta crescendo rapidamente.
Gestione
dei dati:
gli algoritmi di intelligenza artificiale
necessitano di enormi quantità di informazioni per essere addestrati, ma questo
ha sollevato preoccupazioni sulla privacy e sulla protezione dei dati
personali.
Il caso di “OpenAI”, indagata per possibili
violazioni delle normative europee sulla privacy, è solo uno dei molteplici
esempi di come il tema della trasparenza sia diventato cruciale.
Il
problema è così sentito che negli Stati Uniti, l'amministrazione Biden ha
proposto un “AI Bill of Rights”, un insieme di linee guida per garantire un uso
responsabile dell'AI (sebbene al momento non abbia alcun valore legale), mentre
l'Unione Europea ha introdotto l'”AI Act”, un insieme di norme nate con lo
scopo di garantire un uso sicuro, equo e trasparente dell'intelligenza
artificiale.
Questioni
di equità e sicurezza:
i modelli di AI, se addestrati su dati
distorti, possono perpetuare discriminazioni esistenti.
Un
esempio noto è quello dei sistemi di riconoscimento facciale, che spesso
mostrano tassi di errore più elevati per le persone con carnagione più scura,
aumentando il rischio di decisioni ingiuste nei contesti di sorveglianza e
applicazione della legge.
Diffusione
della disinformazione:
con
l'evoluzione dei “deepfake” – video o immagini manipolate con l'AI per
sembrare autentiche – diventa sempre più difficile distinguere la realtà dalla
finzione.
Questo
fenomeno può essere sfruttato per scopi fraudolenti, dalla propaganda politica
alle truffe finanziarie.
Impatto
ambientale negativo:
l'addestramento
dei modelli più avanzati richiede un'enorme quantità di energia. Secondo alcune
stime, le emissioni generate dall'AI potrebbero aumentare fino all'80% nei
prossimi anni, mettendo a rischio gli sforzi globali per la sostenibilità.
Al
tempo stesso, però, l'AI potrebbe essere impiegata per ottimizzare le filiere
produttive, ridurre gli sprechi e migliorare l'efficienza energetica, il che
suggerirebbe che il suo impatto ambientale dipenderà in larga parte da come
verrà utilizzata.
I
vantaggi dell’AI: i possibili lati positivi.
Quali
sono, invece, i possibili lati positivi dell'AI?
Grazie
alla capacità di analizzare rapidamente enormi volumi di dati, l'AI sta
rivoluzionando settori cruciali.
Favorire
la creatività:
'intelligenza
artificiale applicata all'ambito lavorativo potrebbe automatizzare attività
noiose o ripetitive.
Nel
campo dello sviluppo industriale, il suo utilizzo consentirebbe di massimizzare
la produttività.
Questo
perché l'AI può consentire di rendere i processi più intelligenti ed
efficienti.
Delegare
all'IA compiti pericolosi per gli esseri umani:
come
la gestione di sostanze tossiche, il disinnesco di ordigni esplosivi o le
operazioni di salvataggio in ambienti ostili.
Settore
finanziario:
banche
e istituzioni utilizzano algoritmi di “machine learning” per rilevare frodi,
condurre audit e valutare meglio il rischio di credito.
Medicina:
grazie
all'analisi dei big data l'intelligenza artificiale consente diagnosi più
rapide e accurate, supporta la scoperta di nuovi farmaci e monitora i pazienti
tramite assistenti virtuali.
Istruzione:
l'AI
può essere adoperata per digitalizzare libri di testo, rilevare il plagio (ne
saranno felici i prof. di italiano che vogliono scovare i “furbetti” che
copiano i temi da Internet) e persino analizzare le espressioni facciali degli
studenti per valutare il loro livello di attenzione, così da migliorare le
tecniche di apprendimento e insegnamento.
Trasporti:
l'AI è alla base delle tecnologie a guida
autonoma che, almeno potenzialmente, potrebbero rendere più efficienti i
trasporti con un impatto ambientale positivo, almeno “sulla carta”.
L'evoluzione
dell'AI: dagli anni ’50 a oggi.
Se
tanti hanno sentito parlare per la prima volta dell'AI a novembre 2022, quando
è scoppiata la “bolla” di ChatGPT, in realtà l'intelligenza artificiale esiste
da una vita e ha avuto una lunga evoluzione dagli anni '50 a oggi.
I
primi esperimenti sull'AI risalgono al 1951, con il primo gioco di dama contro
il computer sviluppato da “Christopher Strachey”, ex compagno di studi di “Alan
Turing”, considerato uno dei padri dell'informatica.
“Strachey
“chiese a quest'ultimo di fornirgli il manuale del computer “Mark 1”,
presentato da Turing insieme ad altri scienziati nel 1949 e fu così che nacque
il “software di Strachey”, considerato da alcuni il primo successo documentato
di un programma per computer basato sull'AI.
Da
allora, l'intelligenza artificiale ha compiuto passi da gigante, con traguardi
storici come la vittoria di “Deep Blue” contro il campione di scacchi “Garry
Kasparov “nel 1997 e il successo del computer “IBM Watson” nel quiz televisivo Leopard!
nel 2011.
Negli
ultimi anni,” OpenAI” ha rivoluzionato il settore con il rilascio dei “modelli
GPT”, dando il via a una corsa allo sviluppo di strumenti avanzati da parte di
altre aziende competitors, tra cui “Gemini di Google” e “Claude di
Anthropic”.
Parallelamente
allo sviluppo della tecnologia, è cresciuto anche il suo tasso di adozione.
Ecco perché l'AI ad oggi viene considerata una
delle tecnologie più influenti al mondo, spingendo l'evoluzione di ambiti come
la robotica, l'analisi dei dati e l'Internet delle cose o IoT (Internet of
Things).
Secondo
un sondaggio condotto da IBM nel 2023, il 42% delle aziende aveva già adottato
strumenti di intelligenza artificiale nei propri processi, mentre un ulteriore
40% stava valutando di farlo.
La
diffusione dell'“AI generativa” – in grado di produrre testi, immagini, video e
persino codice informatico – ha portato a una rapida espansione di questa
tecnologia nel settore aziendale, creativo e scientifico e viene usata da
milioni di utenti ogni giorno anche per svolgere le proprie attività
quotidiane.
(geopop.it/lintelligenza-artificiale-sta-cambiando-il-mondo-quali-sono-pro-e-contro-dellai/).
Deepfake
e Intelligenza Artificiale:
tra
rischi di sicurezza e vantaggi.
Ictsecuritymagazine.com - Riccardo Laurenti – (12
Febbraio 2024) ci dice:
La diffusione
di attacchi e di minacce le quali utilizzano come vettore il deepfake e la
manipolazione delle informazioni rappresentano sfide significative per la
sicurezza e l’integrità delle informazioni.
I contesti in cui è opportuno porre attenzione
sono plurimi, vedasi l’ambito politico, aziendale e sociale e pertanto, nel
mare magnum delle molteplici minacce che permeano il panorama del mondo
cibernetico, tali attacchi richiedono l’impiego di tecniche e strumenti
difensivi che si dimostrino non solo efficienti, ma altresì altamente rapidi
nella loro evoluzione.
Argomenti.
Definizione
e Funzionamento dei Deepfake.
I
deepfake sono contenuti multimediali manipolati, spesso video, che utilizzano
la tecnologia dell’intelligenza artificiale (IA) per creare immagini
realistiche di persone o situazioni che in realtà non sono accadute.
Vengono
quindi sviluppati attraverso tecniche per la sintesi dell’immagine umana basata
sull’intelligenza artificiale, usata per combinare e sovrapporre immagini e
video esistenti con video o immagini originali, tramite un procedimento di
apprendimento automatico, conosciuto come rete antagonista generativa
(comunemente nota come GAN (dall’inglese “Generative Adversarial Network”).
Le
reti GAN sono composte da due componenti principali, i quali lavorano in
maniera antagonista:
il
generatore e il discriminatore.
Generatore
(Generator):
Il generatore in una rete GAN ha il compito di
creare dati artificiali che dovrebbero sembrare il più possibile simili ai dati
di addestramento reali.
Ad esempio, nel contesto dei deepfake, il
generatore potrebbe produrre immagini o audio che sembrano provenire da una
persona specifica, anche se sono in realtà completamente sintetiche.
Discriminatore
(Discriminator):
Il
discriminatore, d’altra parte, è un modello di apprendimento che cerca di
distinguere tra dati reali e dati generati dal generatore.
Nel
contesto dei deepfake, il discriminatore valuta se un’immagine o un audio è
autentico o se è il risultato della generazione del generatore.
Il suo obiettivo è migliorare nel riconoscere
la differenza tra dati reali e dati sintetici.
In
sostanza quindi, il processo di addestramento di una “rete GAN” è basato su una
competizione continua tra il generatore e il discriminatore.
Il
generatore cerca di migliorare costantemente la sua capacità di generare dati
falsi che sembrano reali, mentre il discriminatore cerca di diventare sempre
più abile nel distinguere tra dati reali e generati.
Questo
ciclo di retroazione continua fa sì che entrambi i componenti della rete
migliorino nel corso del tempo.
Impieghi
e Rischi dei Deepfake.
Tale
tecnologia, quindi, può essere adoperata per la creazione di notizie fasulle,
la disseminazione di informazioni ingannevoli e l’organizzazione di truffe,
dando luogo a comportamenti quali il cyberbullismo o altri reati informatici di
varia natura.
Allo
stesso modo, può essere utilizzata a fini satirici.
L’affermazione
“Se non
vedo non credo”, come proferito da “san Tommaso Apostolo” in merito alla risurrezione di
Gesù, precedentemente contestata dai suoi apostoli, risulta ora obsoleta e,
persino pericolosa.
L’avvento della tecnologia deepfake sta
alterando profondamente le dinamiche, esigendo dagli utenti della Rete una
vigilanza sempre più acuta sulla genuinità dei contenuti da loro fruiti.
D’altronde
è sufficiente vedere gli esempi riportati nel link di seguito:
(creativebloq.com/features/deepfake-examples)
per
rendersi conto del grado di pericolosità che un’azione così mistificatoria e
anche apparentemente satirica può provocare.
Danni
a persone e cose, azioni e reazioni sono solo alcune delle conseguenze
plausibili che questa affascinante e pericolosa tecnologia può generare.
Per comprendere al meglio quindi il processo
che si cela dietro la creazione dei deepfake è opportuno sciogliere l’argomento
nei suoi passaggi chiave:
Raccolta
dei dati:
Per
creare un deepfake audio convincente, è necessario raccogliere un ampio set di
dati vocali dalla persona di destinazione.
Questi dati possono essere estratti da
interviste, discorsi pubblici, podcast o altri contenuti vocali disponibili.
elaborazione
dei dati:
I dati
vocali raccolti vengono elaborati per estrarre le caratteristiche significative
della voce, come il tono, la modulazione, il ritmo e altri tratti distintivi.
Addestramento
del modello:
Un
modello di apprendimento profondo, come una rete neurale, viene addestrato
utilizzando il set di dati vocali della persona di destinazione.
Durante
l’addestramento, la rete impara a riconoscere e riprodurre le caratteristiche
vocali specifiche della persona.
Generazione
del deepfake audio:
Una
volta addestrato il modello, è possibile utilizzarlo per generare nuovi
segmenti vocali.
Questi
segmenti possono essere basati su script specifici o generati in modo più
libero, a seconda degli obiettivi dell’utilizzatore del deepfake audio.
Ottimizzazione:
Il risultato del deepfake audio può essere ottimizzato
per renderlo più realistico e convincente.
Questo potrebbe coinvolgere l’aggiunta di
rumori ambientali, la regolazione di parametri specifici o altre tecniche di
perfezionamento.
Distribuzione
o utilizzo:
Una
volta creato il deepfake audio, può essere distribuito o utilizzato per vari
scopi, che vanno dall’intrattenimento alla manipolazione di informazioni.
“Come
mai potrebbero vivere i ciarlatani e gl’imbroglioni, se non gettassero l’amo
all’ingenua turba con qualche scrignetto o qualche borsa piena di denaro
sonante?
Come i
pesci si prendono coll’esca, così gli uomini non si potrebbero gabbare, se non
si desse loro qualche speranza da mordere”.
(Petronio
Arbitro).
Le
Tipologie di Deepfake.
Esistono
diverse tipologie di deepfake, e la tecnologia continua a evolversi. Alcune
delle principali categorie di deepfake includono:
Face
swaps:
In
questa categoria, il viso di una persona di origine (source) viene sovrapposto
su una persona destinataria (target).
Questa
pratica è comunemente utilizzata per creare contenuti ironici sui social media,
spesso facendo uso dei volti di celebrità.
Le tecnologie attuali, come le reti neurali
profonde (Deep Neurale Network – DNN), sono impiegate per questo scopo, anche
se le prime forme di face swap risalgono agli anni ’90 con l’uso di software
come “Adobe Photoshop.”
Lip-syncing:
In
questa tipologia, un video viene modificato per far sembrare che la persona
destinataria pronunci frasi fittizie.
Questo
processo coinvolge l’utilizzo della voce registrata da una o più fonti,
sincronizzata con un altro video per renderlo autentico.
Un
esempio iniziale di questa tecnica è stato “Face2Face”, un modello creato da
ricercatori di Stanford nel 2017, che fa uso delle “Reti Neurali Ricorrenti”
(Recurrent Neural Networks – RNN).
Puppet-master:
Questo
tipo di deepfake coinvolge l’imposizione dell’aspetto di una persona
destinataria (puppet) su un’altra persona che compie azioni.
Una
metodologia comune per creare questo tipo di deepfake utilizza le reti
generative avversarie (GAN), in cui un “generatore” di dati falsi sfida un
“discriminatore” il cui compito è distinguere tra dati reali e falsi.
L’efficacia
di questo modello dipende dalla capacità del generatore di “ingannare” il
discriminatore.
Impatti
dei Deepfake sulla Società: Riflessioni e Conseguenze.
Abbiamo
capito quindi quali sono le enormi potenzialità di questo strumento.
Ora è
opportuno fare un ragionamento relativo ai possibili ambiti che possono
risentire dell’alterazione della realtà causata dallo sfruttamento di potenti
tool tecnologici uniti alla fantasia umana.
Implicazioni
politiche:
La
diffusione di deepfake e la manipolazione delle informazioni possono portare
gravi conseguenze nel contesto politico.
Può
diventare difficile distinguere la realtà dalla finzione, e questo potrebbe
influenzare l’opinione pubblica, le elezioni e la stabilità politica.
Basti pensare al simulato episodio in cui
Renzi, apparentemente presente, manifestava il suo dissenso attraverso un gesto
volgare verso Mattarella durante una trasmissione satirica come “Striscia la Notizia”.
Come
spesso accade, è stato necessario un programma di satira per porre l’attenzione
su una questione estremamente seria.
Non si
trattava né di un imitatore né di un sosia;
questa
volta, la tecnologia si è rivelata l’ultima frontiera della manipolazione.
Non
solo è in grado di acquisire i tratti di un volto e sovrapporlo a chiunque
altro ma può anche catturare l’autentico timbro della tua voce, rimodulandolo
per far pronunciare parole che non sono mai state dette.
Quindi,
eventuali implicazioni di natura politica potrebbero riverberarsi sulla
stabilità nazionale.
Politici
e leader possono diventare bersagli di deepfake, con la creazione di contenuti
falsi atti a danneggiare la loro reputazione o influenzano l’immagine pubblica.
Questo
potrebbe avere conseguenze sulla loro carriera politica e sulla stabilità delle
istituzioni.
La
manipolazione di discorsi e dichiarazioni di leader politici, può alimentare
confusione o portare a malintesi diplomatici con gravi conseguenze gravi
relazioni internazionali e nella diplomazia.
(youtube.com/watch?v=JZl3cQTL6U0).
Ma,
anche ponendo il caso che l’arguzia umana superi la sofisticatezza tecnologica,
si potrebbe ingenerare un fenomeno quasi contrario. Il bombardamento mediatico
di contenuti manipolati e manipolatori potrebbe contribuire a una crescente
sfiducia nella veridicità delle informazioni e delle immagini.
La manipolazione digitale potrebbe mettere in
discussione l’autenticità di qualsiasi dichiarazione o evento, complicando la
formazione di opinioni informate. Per concludere, o nei confronti della
reputazione personale o anche peggio contro la stabilità politica e nazionale,
questi contenuti possono risultare machiavellici e dannosi.
Implicazioni
Aziendali e Rischi Economici.
Implicazioni
aziendali:
Nel
mondo complesso e sempre più interconnesso delle aziende, la manipolazione
delle informazioni è senza dubbio una minaccia reale.
Questa
pratica non solo punta a danneggiare la reputazione delle organizzazioni, ma
può anche avere impatti significativi sui mercati finanziari, generando danni
notevoli.
Si può
immaginare una situazione in cui notizie false sulle performance finanziarie di
un’azienda vengono disseminate intenzionalmente.
Un
simile scenario potrebbe causare turbolenze finanziarie e minare la fiducia
degli investitori, gettando un’ombra sull’integrità aziendale.
La
veridicità delle informazioni è un pilastro fondamentale nelle dinamiche
aziendali, e la manipolazione di dati finanziari tramite deepfake costituisce
una minaccia tangibile.
In
aggiunta, emerge il rischio di frode, dove i deepfake diventano strumenti per
ingannare le aziende.
Basti
pensare alla creazione di video contraffatti di dirigenti aziendali, i quali
veicolano messaggi falsi o transazioni finanziarie manipolate.
Questa
forma di inganno può arrecare danni irreparabili alla reputazione delle aziende
e dei loro leader.
Tuttavia,
le preoccupazioni non si limitano alle questioni finanziarie.
L’utilizzo dei deepfake apre la porta a nuove
minacce per la sicurezza informatica. Criminali potrebbero sfruttare questa
tecnologia per eludere sistemi di autenticazione basati su riconoscimento
facciale o vocale.
Inoltre,
i dipendenti stessi potrebbero essere vittime di deepfake senza il loro
consenso, un’azione che viola la loro privacy e crea situazioni dannose sia a
livello personale che professionale.
Rischi
e Sfide del Deepfake Audio.
Il
deepfake audio è una tecnica che utilizza l’intelligenza artificiale, in
particolare il deep learning, per manipolare e generare file audio falsi che
sembrano autentici. Questa tecnologia può essere utilizzata per alterare voci,
creare discorsi o dialoghi inventati, o persino imitare voci di persone
specifiche in modo convincente.
Le
moderne simulazioni vocali hanno raggiunto oltretutto una precisione tale da
imitare con straordinaria fedeltà l’intonazione, il ritmo e le sfumature di una
voce umana (impressionanti a tal proposito sono i deepfake che utilizzano voci
di cantanti famosi deceduti utilizzandole in canzoni moderne ampiamente diffuse
(youtube.com/watch?v=Num0q-l-ldc).
Questa
capacità le rende virtualmente indistinguibili dalla realtà, diventando un
potente strumento nelle mani dei criminali per truffare individui e aziende.
Un
esempio recente, riportato dal “New York Times”, coinvolge un falso” robocall”
che impersona il presidente Biden, il quale mira allo scopo di influenzare le
primarie del New Hampshire.
La
chiamata, che sembra provenire da Kathy Sullivan, ex presidente del Partito
Democratico del New Hampshire, scoraggia gli elettori dal partecipare alle
primarie.
Biden
non è in corsa nelle primarie del New Hampshire, ma la chiamata è stata
manipolata per sembrare legata a una campagna a livello statale che incoraggia
a votare per lui.
Ma
perché i deepfake audio sono così complessi da distinguere, a tal punto che
sono tra i più utilizzati in truffe e tentativi di frode?
Uno
studio (Warning: Humans cannot reliably
detect speech deepfakes) ha dimostrato che i partecipanti hanno fallito il 25% delle
volte nel tentativo di rilevare i deepfake vocali.
La metà dei partecipanti ha ricevuto una
formazione preliminare ascoltando cinque esempi di voce sintetizzata, ma la
loro prestazione è stata migliore solo del 3% rispetto al gruppo non
addestrato.
Questo
perché l’audio è soggettivo.
A differenza del rilevamento dei deepfake
visivi, in cui l’autenticità può essere giudicata osservando oggetti e sfondi,
la natura soggettiva del parlato fa sì che le percezioni varino maggiormente.
Le onde sonore assumono frequenze diverse
attraversando l’aria o un mezzo solido e quindi la voce ha un timbro diverso.
Inoltre, un registratore altera la voce, anche se in maniera minima.
Durante
la registrazione, infatti, il suono viene “tradotto” da onde sonore
meccano-elastiche (cioè vibrazioni) a onde elettromagnetiche (cioè segnali
elettrici), mentre per l’ascolto avviene il processo inverso:
così
la voce che esce da questi passaggi non è mai perfettamente identica
all’originale, e questo chiaramente ci rende meno attenti ai messaggi veicolati
tramite voce, dato che siamo abituati a sentire anche voci a noi care come
diverse via messaggio vocale.
Il
cervello umano è generalmente più sensibile e attento alle informazioni visive
rispetto a quelle uditive e, dato che il riconoscimento di voci e tratti vocali
è un processo complesso, è più difficile individuare anomalie nell’audio
rispetto a segnali visivi.
Nel
video, inoltre, ci sono più punti di riferimento visivi, come espressioni
facciali, movimenti degli occhi, ecc. i quali possono essere utilizzati per
individuare incongruenze.
Nell’audio,
tali punti di riferimento sono meno evidenti, rendendo difficile
l’individuazione di manipolazioni.
Un
ulteriore elemento discriminatorio si riscontra nel fatto che le persone
possono essere più propense a sospettare di manipolazioni visive rispetto a
manipolazioni uditive.
Ciò
può essere dovuto allo stigma che il concetto di “vedere per credere” è più
radicato nella società rispetto al “sentire per credere”.
Vantaggi
e Utilizzi Positivi dei Deepfake.
I
deepfake, se utilizzati in modo etico e responsabile, presentano diverse
applicazioni potenzialmente vantaggiose in diversi settori.
Basti
pensare a quante possibilità possono verificarsi in contesti in cui il limite
pare essere solo quello della propria fantasia, che, si spera sempre di più,
possa essere delineato dalle norme.
Di
seguito sono stati fatti alcuni ragionamenti liberi rispetto ad ambiti in cui i
deepfake possono trovare utilità:
Nel
settore della formazione e dello sviluppo aziendale, l’integrazione dei
deepfake può trasformare il modo in cui i dipendenti acquisiscono competenze.
Le simulazioni realistiche, come colloqui,
sessioni di coaching o scenari di interazione con i clienti, potrebbero offrire
un ambiente di apprendimento più coinvolgente ed efficace.
Ciò potrebbe tradursi in una migliore
preparazione dei dipendenti e, di conseguenza, in un miglioramento delle
prestazioni aziendali.
Per
quanto riguarda la produzione di contenuti multimediali, soprattutto
nell’industria dell’intrattenimento, i deepfake rappresentano un’opportunità
unica.
La capacità di creare personaggi digitali
convincenti può ridurre significativamente i costi di produzione nella
post-produzione, consentendo una maggiore flessibilità creativa.
Questo
potrebbe portare a storie più coinvolgenti, effetti speciali avanzati e un
processo di produzione più efficiente nel complesso.
Un
esempio su tutti di utilizzo di Deepfake con scopi migliorativi lo si può
trovare in ambito sanitario: il “progetto Re voice”.
La tecnologia deepfake può restituire la voce
a coloro che hanno perso la capacità di parlare a causa di malattie come la
SLA.
L’iniziativa
denominata “Progetto Re voice” ha come obiettivo primario la completa
ricreazione dell’essenza unica di qualsiasi voce, al fine di sviluppare un
clone digitale della stessa destinato all’utilizzo quotidiano mediante
dispositivi di Comunicazione Aumentata/Alternativa (AAC).
Prevenzione
e Difesa: Strategie e Strumenti.
A
causa della crescente sofisticazione delle tecnologie di manipolazione, la
verifica dell’autenticità delle informazioni sta diventando una vera e propria
sfida.
Per questo motivo i grandi players
dell’industria tecnologica si stanno adoperando per trovare delle contromisure
al fine di limitare e contenere l’efficacia degli attacchi massivi e
fraudolenti tramite deepfake.
Ad
esempio, durante l’evento “Consumer Electronics Show 2024”, McAfee ha
presentato “Project Mockingbird”, una soluzione che fa leva sull’intelligenza
artificiale per mitigare i rischi legati alle frodi ai danni degli
amministratori delegati (Ceo fraud) e ai deepfake audio.
“Project
Mockingbird “sta sviluppando una forma di riconoscimento attraverso
l’integrazione di modelli di rilevamento contestuali, comportamentali e
categoriali, impiegando l’intelligenza artificiale per determinare se l’audio
di un video è probabilmente generato da un sistema di intelligenza artificiale.
Anche Google ha intensificato la sua lotta
contro i deepfake, immagini e video generati artificialmente, attraverso un
aggiornamento della funzione “Informazioni su questa immagine”.
Questa
funzionalità fornisce agli utenti dati utili per verificare l’autenticità di
un’immagine online.
L’aggiornamento
ora è integrato nel motore di ricerca di Google. Gli utenti possono cliccare
sui tre punti nell’angolo in alto a destra di un’immagine nei risultati di
ricerca per accedere a informazioni specifiche.
Questo
include dettagli su quando l’immagine è apparsa per la prima volta su Google e
altre pagine web, nonché l’utilizzo e la descrizione della foto da parte dei
siti.
Inoltre,
per aiutare a identificare i deepfake, Google consente di visualizzare i
metadati aggiunti a un’immagine, inclusi quelli che potrebbero indicare la
generazione o il miglioramento tramite intelligenza artificiale.
Tuttavia,
ciò dipende dalla corretta inserzione dei metadati da parte del proprietario
dell’immagine.
Esistono
software più avanzati e a pagamento, come “Sensity.ai”, “Sentinel”, e il
recente software di Intel con il detector “Fake Catcher”, che utilizzano
l’intelligenza artificiale, in particolare “reti neurali”, per analizzare il
contenuto alla ricerca di anomalie, ottenendo un’elevata percentuale di
successo nell’identificazione dei deepfake.
Tuttavia,
attualmente, tali software con elevate capacità di calcolo e precisione sono
limitati e prevalentemente utilizzati da grandi aziende e istituzioni.
È opportuno quindi puntare sulla educazione delle
persone e dare loro degli strumenti difensivi basati sulla consapevolezza.
Puntare
al fattore umano quindi, come baluardo della difesa personale e aziendale.
Educazione
e Consapevolezza.
Come
visto pocanzi quindi, l’educazione del pubblico sulla possibilità di
manipolazioni delle informazioni è fondamentale.
La
consapevolezza del problema può e deve aiutare le persone a essere più critiche
nelle valutazioni delle informazioni che incontrano online.
La sfida che viene posta oggi è:
come
si può creare un percorso di “Awareness” che ci possa istruire al meglio su
questa nuova minaccia?
Certamente
è opportuno porre l’attenzione sulla formazione tecnica, magari offrendo corsi
o risorse online che insegnino le basi delle tecnologie utilizzate per creare
deepfake, oppure promuovere il pensiero critico, fornendo esempi pratici e
aggiornando le persone tramite newsletter, oltre che sensibilizzare il pubblico
sui tool suddetti di detector.
Proviamo
ora a stilare noi una lista di elementi dei quali è opportuno tener conto per
difendersi da attacchi generati con i Deepfake:
Occhi:
La
replicazione del naturale movimento degli occhi e dello sbattere delle ciglia
risulta ancora complessa, poiché il soggetto spesso segue o fissa
l’interlocutore durante una conversazione.
Un
movimento degli occhi innaturale o distorto può essere un segnale di possibile
presenza di deepfake.
Nel
caso di immagini, è importante osservare la pupilla del soggetto, poiché spesso
viene ricreata in modo inaccurato con bordi sfocati e una forma poco definita.
Viso
ed espressioni facciali:
I
deepfake spesso coinvolgono sovrapposizioni di immagini, generando espressioni
facciali distorte e innaturali.
La
pelle può essere un indicatore utile, specialmente se presenta discromie
evidenti, texture irrealistiche (troppo liscia o troppo rugosa), ombre strane e
barba o baffi con forme e definizioni anomale.
Denti
e capelli:
La
ricostruzione di denti e capelli tramite intelligenza artificiale è difficile,
e questo può rendere i sorrisi nei deepfake strani e poco definiti o i capelli
troppo piatti e luminosi, come se fossero un oggetto unico.
Rumori
o audio incoerente:
Nell’analisi
di un video, è essenziale prestare attenzione all’audio e cercare di correlarlo
con il movimento delle labbra della persona che parla.
La
mancanza di coerenza tra audio e movimenti labiali può indicare la presenza di
un deepfake.
Distorsioni
visive:
Pixel
visibili, ombre innaturali o la presenza di oggetti fuori posto costituiscono
indicatori importanti di un possibile deepfake.
Attendibilità
della fonte:
Oltre
all’analisi visiva del presunto deepfake, è cruciale considerare la fonte in
cui l’immagine o il video è stato pubblicato, valutandone l’affidabilità e la
reputazione.
Affrontare
queste sfide richiederà sforzi coordinati tra governi, aziende, organizzazioni
non governative e individui.
La
ricerca continua, lo sviluppo di tecnologie di difesa avanzate e la promozione
della consapevolezza sono tutte parti cruciali di una strategia globale contro
la manipolazione delle informazioni.
Che
messaggio sta inviando la Cina
durante
la parata militare di Pechino
del 3
settembre 2025.
Unz.com
- Hua Bin – (7 settembre 2025) – ci dice:
I
sistemi d'arma high-tech svelati non riguardano solo l'hardware.
La più
grande novità dalla Cina nell'ultimo mese è la parata militare tenutasi a Pechino
il 3 settembre Rd per celebrare la sconfitta dei giapponesi durante la Seconda
Guerra Mondiale.
Il
presidente “Xi Jinping” è stato raggiunto dal presidente Putin e Kim Jong Un,
nonché dai capi di Stato di Indonesia, Malesia, Iran, Vietnam, Bielorussia,
Pakistan, Kazakistan, ecc.
Il
presidente Xi ha tenuto un breve discorso, ma il vero discorso è stato fatto
dalle armi esposte alla parata.
E il
messaggio è forte e chiaro, in un linguaggio che l'Occidente, in particolare
gli Stati Uniti, possono capire.
Il
messaggio è che la Cina è pronta a contrastare le provocazioni e le prepotenze
occidentali con la forza, più brutale di quella che l'Occidente può inventare.
Come
hanno dimostrato le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, la forza bruta è
l'unico messaggio che può penetrare attraverso le grosse cranie dell'ignorante
e arrogante élite dominante occidentale.
Come i
miei lettori abituali sanno, seguo da vicino la tecnologia militare cinese e ho
scritto di alcune delle armi ad alta tecnologia che Pechino ha sviluppato, dai
droni, ai missili ai jet da combattimento.
Anche
per qualcuno che si vanta di seguire lo sviluppo della tecnologia mil. da oltre
2 decenni, sono sbalordito dal numero e dalla sofisticatezza tecnica delle armi
appena svelate.
Come
altri appassionati di militari cinesi, non ho nemmeno sentito parlare della
metà delle armi in mostra.
Ancora
più importante, Pechino ha annunciato che questi sistemi d'arma sono in
servizio oggi, non prototipi o concetti.
Ad
esempio, la parata aerea non ha visto la partecipazione dei due jet da
combattimento di sesta generazione (J-36 e J-50) che hanno suscitato un enorme
interesse nei circoli militari da quando sono stati osservati per la prima
volta nel dicembre 2024.
Ciò
significa che le armi ad alta tecnologia, dai missili ipersonici ai veicoli
subacquei senza pilota extra large (XLUUV), sono già schierate per il servizio
attivo e saranno utilizzate se scoppierà una guerra cinetica ora.
La Cina è pronta a definire la guerra futura.
Armi
svelate.
Un
elenco incompleto delle armi più degne di nota include:
4
nuovi missili antinave ipersonici e supersonici: YJ-15, YJ-17, YJ-19, YJ-20.
YJ-17 è la versione navale e aviolanciata del famoso missile ipersonico (HGV)
DF-17 con base terrestre "waverider" che dispiega un motore scram-jet
e raggiunge una velocità di crociera di Mach 10.
Il
DF-17 è stato il primo missile HGV schierato al mondo ed è ampiamente
considerato impossibile da intercettare.
6
nuovi veicoli aerei da combattimento senza pilota (UCAV), inclusi tre modelli
full-stealth senza coda;
tutti e 6 dovrebbero servire a fianco di jet
da combattimento con equipaggio come fedeli gregari alimentati
dall'intelligenza artificiale.
In confronto, gli Stati Uniti devono ancora
schierare i loro primi aerei da combattimento collaborativi (CCA) nonostante
abbiano annunciato un piano del genere anni fa.
5
modello di 5 esimo Generazione di combattenti : J-20, J-20S, J-20A, J-35 e
J-35A a confronto con i 4 modelli attualmente in servizio negli Stati Uniti
(F-22, F-35A, F-35B, F-35C).
2
XLUUV : sottomarini senza pilota di grandi dimensioni HSU100, AXJ002 per la sorveglianza,
il pattugliamento e l'attacco in acque profonde. I confronti vengono fatti con
il sistema russo Poseidon.
Armi
senza pilota assortite, da carri armati senza pilota, droni, cani robotici, a navi
da combattimento di superficie senza equipaggio ed elicotteri da caccia ai
sottomarini.
3 armi
ad energia diretta (DEW):
LY-01
laser di difesa aerea navale, un'arma laser montata su camion contro droni e
missili e un sistema d'arma a microonde contro sciami di droni.
3
sistemi di difesa aerea stratificati:
HQ-9B,
HQ-19 e HQ-29.
L'HQ-29
è un missile antibalistico a lungo raggio e un'arma intercettore antisatellite
con un'altitudine di intercettazione fino a 1500 km nello spazio.
4
esimo Carro armato principale di generazione:
Type
100 con torretta senza equipaggio, capacità anti-drone complete e dotato di
radar AESA al nitruro di gallio (GaN), la tecnologia radar più avanzata al
mondo.
La
Cina ha anche presentato per la prima volta la sua "triade nucleare"
con il JL-1 lanciato dall'aria, il JL-3 lanciato da sottomarini, il DF-61 e il
DF-31BJ su strada e l'ICBM DF-5C basato su silos.
Questi missili balistici nucleari possono
coprire l'intera parte continentale degli Stati Uniti.
Interessante,
molte delle armi superstar cinesi mostrate nell'ultima parata militare nel 2019
per celebrare i 70 anni esimo anniversario della fondazione della RPC erano
assenti dalla parata del 3 settembre.
Questi
includono il DF-21D, i missili balistici ipersonici DF-27, il missile da
crociera ipersonico CJ-100, l'ICBM DF-41, il drone UCAV GJ-11, le serie di UAV
WZ e CH e il missile ipersonico "carrier killer" lanciato dalla nave
YJ-21.
Il
fatto che nessuno di loro abbia fatto il bis mostra i rapidi progressi negli
aggiornamenti dei sistemi d'arma.
Punti
chiave dal punto di vista militare e tecnico.
– La
Cina sta accelerando i suoi leader nel settore ipersonico, stealth, dei sistemi
senza pilota e dei campi correlati.
E sta
sperimentando una varietà di combinazioni di tali tecnologie nei domini aereo,
marittimo, terrestre e sottomarino (molto probabilmente anche nello spazio).
– Le
tecnologie di base sottostanti che attraversano tutte le catene di uccisione
includono la scienza dei materiali, le tecnologie di comunicazione, il sistema
radar, l'intelligenza artificiale, la robotica e altro ancora.
La Cina sta investendo molto in tutte queste
aree (sia per scopi civili che militari) ed è leader nella maggior parte dei
campi (vedi il mio articolo sull'indice ASPI key future technology):
(huabinoliver.substack.com/p/comparing-china-and-us-critical-future).
Tali
progressi tecnologici stanno fungendo da telaio comune per lo sviluppo di armi
per diversi domini e tipi di missione.
La
parata ha messo in mostra alcune delle ultime innovazioni.
È
probabile che altri siano ancora classificati e saranno schierati in futuro.
– La
Cina ha già un grande vantaggio nella tecnologia missilistica, soprattutto nel
campo ipersonico.
Numerosi
modelli ipersonici sono già schierati in grado di neutralizzare gruppi di
portaerei nemiche e basi militari all'interno della seconda catena di isole.
Queste
armi ipersoniche sono eccezionalmente difficili da difendere.
La
combinazione della tecnologia ipersonica con le nuove piattaforme di attacco
aereo, navale e spaziale stealth e senza pilota cambia le carte in tavola sul
campo di battaglia.
– La
Cina ha una comprovata esperienza di iterazioni rapide di prodotti,
prototipazione a basso costo, profonda capacità produttiva e produzione di
massa a basso costo unitario basata su scala.
Questo sia nel settore civile che in quello
militare.
Quando la base industriale militare statale
del paese viene mobilitata, l'esercito cinese può sopraffare qualsiasi
avversario con enormi vantaggi quantitativi e qualitativi.
– Al
contrario, il complesso militare industriale negli Stati Uniti è di proprietà
privata.
Il suo obiettivo principale è la
massimizzazione del profitto, non vincere le guerre. Ciò porta a un approccio
allo sviluppo di sistemi d'arma caratterizzato da un lungo ciclo di sviluppo,
capacità limitata (alto ritorno sulle risorse), alto costo unitario (costo più
prezzo), piccoli lotti di produzione e alti costi operativi e di manutenzione
(chiamati valore del ciclo di vita).
Il
messaggio di Pechino agli USA.
La
dimostrazione di forza alla parata militare è rivolta sia all'esercito
americano che alla sua leadership politica.
Diversi
messaggi sono chiari:
La
Cina ha sviluppato una rete di uccisioni ridondante a più livelli, progettata
per negare l'accesso alle sue coste.
Se gli
Stati Uniti intervengono in un conflitto intorno a Taiwan o nel Mar Cinese
Meridionale, la Cina ha l'arsenale per sferrare colpi massicci alle sue risorse
navali e aeree non solo lungo la prima catena di isole (Giappone e Filippine)
ma oltre la seconda catena di isole (Guam).
La
tecnologia di guerra aerea e navale della Cina è alla pari o superiore a quella
che gli Stati Uniti possono introdurre.
Inoltre, sta innovando un ritmo più veloce.
La
potenza industriale della Cina significa che può superare di gran lunga la
produzione degli Stati Uniti se scoppia la guerra.
I giorni in cui gli Stati Uniti perseguivano
una guerra contro un avversario scarsamente equipaggiato sono finiti.
Pechino
è in grado di raggiungere lo stesso livello di deterrenza nucleare contro gli
Stati Uniti della Russia.
Nonostante
abbia un arsenale nucleare molto più piccolo e una politica di "no first
strike", la Cina ha una capacità di attacco secondario sufficiente per
fornire una distruzione reciproca assicurata (MAD).
Di
conseguenza, la Cina è invulnerabile al ricatto nucleare e può risalire la
scala dell'escalation secondo necessità.
– Non
c'è sicurezza per la patria degli Stati Uniti.
Una
delle ragioni principali dell'avventurismo militare degli Stati Uniti è stata
la sua geografia.
L'élite
dominante degli Stati Uniti e la popolazione non hanno mai dovuto pagare per la
loro aggressione a causa della loro grande distanza dalla maggior parte dei
teatri di guerra che hanno provocato.
La Cina ha dimostrato che tale immunità è finita con
la sua capacità di condurre attacchi convenzionali e nucleari a lungo raggio
sul territorio degli Stati Uniti se gli Stati Uniti intraprendono una guerra
contro il territorio cinese.
Quando
un bullo è vulnerabile ad essere colpito, è probabile che il suo comportamento
sia più ragionevole.
Sfatare
i miti della propaganda occidentale.
Dopo
la parata militare, i media ei commentatori occidentali hanno cercato di fare
buon viso a cattivo gioco.
Immediatamente,
si possono trovare molte narrazioni di " coping " che emergono
dall'Occidente collettivo.
Tali
deviazioni doloranti sono edulcorate come "analisi obiettive" che
sono miti trasparenti:
–
Esperienza di guerra: questa è una delle deviazioni più ripetute. L'argomento è
questo: dal momento che la Cina non combatte una guerra dal 1979, la sua forza
militare non ha esperienza e quindi è facile competere con gli Stati Uniti.
Mettiamo
da parte ciò che l'affermazione dice sull'ascesa pacifica della Cina contro il
costante militarismo degli Stati Uniti e concentriamoci solo sulla logica.
In
primo luogo, le vaste esperienze di guerra degli Stati Uniti dopo il Vietnam
sono contro nemici inferiori e spesso impoveriti come l'Afghanistan, l'Iraq,
Grenada, la Siria, la Libia e lo Yemen, avversari difficilmente alla pari.
In
secondo luogo, i precedenti degli Stati Uniti contro tali nemici
"meritevoli" non sono certo stellari.
Solo
pochi mesi fa gli Stati Uniti hanno dovuto chiedere la pace dopo essere stati
pesantemente umiliati dagli “Houthi yemeniti” sul campo di battaglia.
Non
c'è nemmeno bisogno di parlare dell'Afghanistan e dei talebani.
In
terzo luogo, le dottrine di guerra degli Stati Uniti e le esperienze di
combattimento si sono principalmente orientate a combattere le insurrezioni
negli ultimi due decenni.
La sua
memoria muscolare è infatti un problema quando si combatte una guerra di alto
livello e ad alta intensità con una potenza militare alla pari.
Infine,
quando l'esercito cinese combatte vicino alle sue coste, è per proteggere la
patria da un intruso lontano.
L'esercito
americano sta combattendo per mantenere la sua egemonia e il suo dominio
globale, di cui ha a malapena beneficiato nessuno dei soldati combattenti che
sono semplici mercenari.
È facile ragionare su chi avrà un morale più
alto e una maggiore disponibilità al sacrificio.
– Armi
non testate: questo è un altro ritornello comune.
Sebbene
la maggior parte dell'arsenale cinese non sia stato utilizzato in guerra, viene
testato sia in laboratorio che in esercitazioni militari come qualsiasi altra
attrezzatura.
La
tecnologia di base e le specifiche tecniche sono quelle che sono.
Come
gli indiani hanno scoperto alcuni mesi fa nella breve guerra con il Pakistan, i
caccia J-10C di fabbricazione cinese "non testati" e i missili
aria-aria PL-15 erano perfettamente in grado di eliminare i suoi jet Rafale,
"esperti" e molto costosi.
Allo
stesso modo, solo pochi anni fa, Elon Musk ridicolizzava apertamente le auto
BYD.
Oggi,
BYD non produce solo le auto migliori di Telsa, ma le vende più di tutte le
vendite a livello globale.
La
stazione spaziale cinese Tiangong sarà ancora nello spazio quando la ISS sarà
ritirata tra pochi anni;
Il
sistema di navigazione satellitare cinese Beidou è più preciso del GPS e più
difficile da avviare;
e la
Cina ha fatto atterrare una sonda lunare sul lato nascosto della luna, una
novità per le esplorazioni spaziali.
Se
queste tecnologie cinesi funzionano secondo le specifiche, perché si dovrebbe
presumere che le armi cinesi non lo facciano?
– Alleanze e coalizioni: l'argomento è
che gli Stati Uniti partner hanno di alleanza e possono convincerli a
combattere la Cina con loro.
In
effetti, gli Stati Uniti hanno un entourage di vassalli e clienti (lasciamo
perdere la pretesa che siano "partner" degli Stati Uniti, anche il
regime degli Stati Uniti non finge più).
Tuttavia,
una cosa è che questi vassalli si uniscano agli Stati Uniti contro i paesi
deboli che non possono reagire;
Un'altra
è che partecipino a una guerra che vedrà i loro stessi paesi attaccati per
rappresaglia.
In
tutta onestà, quanti paesi guardano all'Ucraina e dicono che voglio che il mio
paese sia così?
I
"partner" statunitensi più bellicosi in questi giorni sono il
Giappone, le Filippine e gli altri membri della sfera anglosassone "5
occhi".
Il
Giappone e le Filippine sono facilmente a portata di mano delle salve di
missili cinesi e saranno schiacciati se si uniranno in una guerra.
E i
cinesi si divertiranno molto a distruggerli, specialmente il Giappone.
Se la
Gran Bretagna si unisce, è ancora meglio ed è tempo per la Cina di ripagare le
guerre dell'oppio.
Francamente,
dubito che questi paesi siano abbastanza suicidi da seguire gli Stati Uniti in
una guerra con la Cina quando il risultato è una distruzione certa.
–
Affrontare la Cina è un consenso bipartisan tra l'élite politica statunitense.
Questo non è un mito, ma la domanda è: e allora?
Un
consenso bipartisan aumenterebbe in qualche modo le sue possibilità di
sconfiggere la Cina?
Un
consenso bipartisan intercetterebbe un missile ipersonico puntato su un gruppo
di portaerei statunitensi?
Non
dimenticare che il consenso nazionale di 1,4 miliardi di cinesi è che la Cina
non sarà mai più messa in giro da nessun bullo imperiale.
Siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo per
riunire Taiwan e proteggere la nostra sovranità.
Scopriamo
chi è la volontà più forte e chi ha la forza dura.
Se gli
Stati Uniti si trovano in una guerra calda con la Cina, sono praticamente certi
che subiranno una sconfitta debilitante e un livello di vittime mai viste dalla
guerra del Vietnam.
L'impero
degli Stati Uniti sarà finito.
La
parata militare del 3 settembre 2025 è un messaggio forte e chiaro che, sebbene
non voglia la guerra, la Cina è pronta per la guerra.
Quando tutto sarà detto e fatto, i forti prevarranno.
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