Contro la fine delle centrali a carbone.

Contro la fine delle centrali a carbone.

 

 

 

L’inaspettato ritorno del carbone:

dagli Usa all’Italia passando per la Cina.

Economiacircolare.com - Andrea Turco – (18 Aprile 2025) – ci dice:

 

La destra al potere, negli Usa e in Italia, predilige il ricorso al carbone.

Trump lo vuole per sostenere l’intelligenza artificia.

Per Salvini, spalleggiato da Eni ed Enel, spegnere le centrali italiane “non è nell’interesse del Paese”.

Ma le associazioni ambientaliste ammoniscono: sarebbe una pessima figura.

 

Semplificando un po’ (molto):

l’Ottocento è stato il secolo del carbone, il Novecento è stato il secolo del petrolio e il primo secolo del Duemila rischia di essere il secolo del gas.

 In realtà il percorso energetico delle fonti fossili, che continuano a essere predominanti in un sistema in cui l’80% dei consumi dipende da questa triade, non è così netto.

 Nel senso che carbone e petrolio non hanno mai smesso di essere utilizzati.

 

Come ha certificato un recente report dell’”Agenzia Internazionale dell’Energia”, “il consumo globale di carbone è raddoppiato negli ultimi tre decenni.

Al culmine dei blocchi legati alla pandemia di Covid-19 nel 2020, la domanda è diminuita in modo significativo.

Eppure il rimbalzo di quei livelli, sostenuto dagli alti prezzi del gas all’indomani dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, ha portato alla produzione globale record di carbone:

sia per quel che riguarda il consumo che il commercio che la produzione di energia”.

 

La sensazione condivisa a livello globale, supportate da varie analisi, era che entro pochi anni almeno l’Occidente avrebbe smesso di utilizzare il carbone.

Sarebbe stato, quantomeno a livello simbolico, un episodio emblematico del contrasto al collasso climatico, se consideriamo l’enorme quantità di gas serra che la combustione comporta. E invece …

Carbone 1.

 

Invece l’arretramento ambientale a livello globale si riflette anche sulle scelte energetiche.

Dagli Usa all’Italia la destra al potere persegue la strada più conservativa.

 Ma anche in Cina gli impegni sul carbone sono stati ampiamente disattesi.

Come racconta Repubblica, “la Cina continuerà a costruire nuove centrali a carbone almeno fino al 2027, in quelle regioni dove sarà necessario per soddisfare la domanda elettrica nei momenti di picco o per garantire la stabilità della rete.

È quanto emerge dalle nuove linee guida pubblicate il 14 aprile dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma e dall’amministrazione nazionale dell’energia, che definiscono gli obiettivi per l’ammodernamento del sistema elettrico basato sul carbone”.

 

Secondo quanto dichiarato dal partito comunista cinese, il picco dell’uso del carbone deve ancora arrivare – attualmente è previsto per il 2028.

 La strategia energetica cinese fa sì che il colosso asiatico sia leader contemporaneamente nell’uso del carbone, il più inquinante dei combustibili fossili, e nelle energie rinnovabili.

 Tuttavia tale scelta in Cina non è nuova ma viene perseguita da tempo.

Quel che invece è più inedito è il deciso ritorno al carbone da parte dell’Europa e degli Usa.

Negli Usa il ritorno al carbone serve per l’intelligenza artificiale.

“Rimetteremo i minatori al lavoro”.

Con una dichiarazione che, appunto, sembra arrivare dall’Ottocento, il presidente USA Donald Trump ha firmato negli scorsi giorni uno dei suoi caratteristici ordini esecutivi.

Dall’altisonante titolo “Reinvigorating America’s Beautiful Clean Coal Industry “e dalle dichiarazioni ancora più perentorie.

 “Stiamo riportando in vita un’industria che è stata abbandonata” ha detto Trump. Se poi si legge il testo dell’ordine esecutivo, risalente all’8 aprile, si apprende che lo scopo del ritorno al carbone è nel segno del futuro.

Proprio così:

 il più antico combustibile industriale dovrà foraggiare una delle nuove industrie, vale a dire l’intelligenza artificiale, che ha un bisogno spasmodico di energia (e di acqua).

 

“Al fine di garantire la prosperità economica e la sicurezza nazionale dell’America, ridurre il costo della vita e fornire un aumento della domanda elettrica dalle tecnologie emergenti – si legge nel testo – dobbiamo aumentare la produzione di energia interna, compreso il carbone.

 Il carbone è abbondante e conveniente e può essere utilizzato in qualsiasi condizione atmosferica.

 Inoltre l’industria ha storicamente impiegato centinaia di migliaia di americani.

Le risorse del carbone dell’America sono vaste, con un valore attuale stimato nei trilioni di dollari, e sono più che in grado di contribuire sostanzialmente all’indipendenza energetica americana con un eccesso che può essere esportato per sostenere gli alleati e la nostra competitività economica.

 Le splendide risorse di carbone pulito della nostra nazione saranno fondamentali per soddisfare l’aumento della domanda di elettricità a causa della rinascita della produzione domestica e della costruzione di centri di elaborazione dei dati di intelligenza artificiale.

Dobbiamo incoraggiare e sostenere l’industria del carbone della nostra nazione ad aumentare la nostra fornitura di energia, ridurre i costi dell’elettricità, stabilizzare la nostra rete, creare posti di lavoro ben retribuiti, sostenere le industrie in crescita e assistere i nostri alleati”.

 

Carbone 2.

 

Una dichiarazione che ha tanto della propaganda e poco della sostanza. Ma che in Italia è stata presa come oro colato.

L’Italia pensa a un rinvio sulla fine del carbone (su spinta di Eni ed Enel).

È un ritornello ormai assodato:

quando Trump lancia una proposta nei giorni successivi Salvini la riporterà in Italia.

Così è avvenuto anche col ritorno del carbone.

 Al congresso della Lega sul nucleare il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, nonché vicepremier del governo, ha affermato che “chiudere le centrali a carbone non è nell’interesse del Paese”.

 Una dichiarazione che è stata corroborata, sempre in quella sede, dagli amministratori delegati delle due aziende energetiche più importanti d’Italia, cioè Eni ed Enel.

Per Claudio Descalzi, ad di Eni, “la Germania è arrivata a un 26-28% di produzione energetica dal carbone… loro che hanno predicato il Green Deal e l’hanno imposto a tutti”.

 Per Flavio Cattaneo, ad di Enel, le centrali a carbone “sono impianti perfettamente funzionanti, senza i quali durante la crisi del gas avremmo avuto grossi problemi”.

Il titolare della decisione sulle centrali a carbone, almeno in teoria, è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin.

Il quale, sollecitato dai giornalisti il 16 aprile, ha affermato da una parte di voler confermare “la cessazione della produzione di elettricità dal carbone in Italia” e dall’altra di voler tenere le centrali a carbone comunque in stand-by, pur senza produzione.

“Il quadro geopolitico è ancora tale che nessuno è in grado di garantirci che il gas non arrivi a 70 euro al megawattora, o che ci sia qualche disfunzione nei gasdotti che ci riforniscono – ha detto Fratin –

Le centrali a carbone in questo momento le teniamo ferme perché non è conveniente farle produrre.

Ma se si dovessero verificare queste condizioni, avremmo la valvola di riserva”.

 

Posizioni con sfumature diverse ma tutte accomunate dall’esigenza di voler derogare la scadenza della chiusura delle centrali a carbone entro la fine del 2025, scadenza fissata nel “Piano Integrato per l’Energia e il Clima”.

Già una prima eccezione a tale data era stata fissata nei mesi scorsi sulle centrali in Sardegna.

Ora la sensazione è che si vorrà estendere tale proroga anche al resto delle centrali diffuse in Italia.

Non sorprende in questo senso la protesta delle associazioni ambientaliste.

 In una nota congiunta WWF, Greenpeace, Legambiente e Kyoto Club si dicono fortemente contrarie nel voler mantenere nel mix energetico il peggior combustibile fossile per emissioni climalteranti e inquinanti.

“I lobbisti del carbone (per lo più di provenienza russa) – scrivono – non hanno perso le speranze e hanno approfittato di qualche sfarfallamento dei prezzi del gas per tornare alla carica, forti di un’analisi quantomeno discutibile e, soprattutto, titillando gli interessi delle due aziende partecipate (ENI ed Enel) che per ragioni diverse ora propongono il rinvio.

Questo può succedere solo quando non c’è un governo e dei tecnici che attuano davvero le politiche messe su carta.

 Al contrario, in un Paese in cui il peso del carbone nella produzione di energia era più o meno pari al nostro, la Gran Bretagna, governi di tutti i colori politici sono andati avanti con l’impegno preso di chiudere le centrali:

prima i governi conservatori e poi quello laburista che ha chiuso, in anticipo, l’ultima centrale a carbone, quella di “Ratcliffe-on-Soar”, nell’ottobre dello scorso anno”.

Per le associazioni ambientaliste, dunque, “è inaccettabile che nel 2025 ancora si proponga il carbone come parte del mix energetico, e sarebbe davvero una pessima, pessima figura per il governo italiano tornare indietro rispetto alla decisione assunta.

 Ma è già una pessima figura per le aziende che hanno avanzato la proposta”.

 

 

 

Trump, la guerra Usa alle politiche

climatiche non risparmia nessuno.

Economiacircolare.com – (4 marzo 2025) – Tiziano Rugi – (4 marzo 2025) – ci dice:

 

Tagli alle agenzie ambientali, fondi congelati per gli investimenti in energie pulite, ostacoli alla ricerca fino a una vera e propria censura:

tutti gli attacchi di Trump alle politiche ambientali Usa.

 In un Paese già responsabile del 13% delle emissioni di CO2.

Che ora può affossare definitivamente le speranze di una reale decarbonizzazione.

 

Più della guerra al “Fentanyl”, la droga che sta mettendo in ginocchio intere comunità e città statunitensi, il neo-eletto presidente Donald Trump ha dichiarato guerra alle politiche climatiche e ambientali, smontando in poche settimane decenni di avanzamenti lenti e faticosi per ridurre l’inquinamento e le emissioni di gas serra causa del riscaldamento globale.

 Mentre il mondo mai come oggi non può permettersi un’inversione a U su queste tematiche.

 

Fondi congelati per programmi delle agenzie ambientali statunitensi, con tanto di licenziamenti di personale, tagli ai finanziamenti per le energie rinnovabili, le automobili elettriche e persino rimborsi ai cittadini che hanno investito in energie pulite, ostacoli alle fonti rinnovabili, dichiarazioni infuocate contro le agenzie delle Nazioni Unite e gli obiettivi net zero, fino a una censura alla ricerca accademica, con picchi grotteschi come l’oscuramento dei siti istituzionali dedicati al cambiamento climatico.

Il tutto in sole cinque settimane dall’insediamento alla Casa Bianca.

 

In rotta con le politiche di Biden (che erano comunque insufficienti).

Quello di Trump è un attacco vasto e coordinato alla politica ambientale degli Stati Uniti, da parte di un presidente che ha sempre negato i principi della scienza e la realtà stessa dell’aumento delle temperature globali.

 In una nazione di per sé non certo all’avanguardia, visto che gli Usa sono il secondo maggior produttore di emissioni di gas serra e responsabili di circa il 13% delle emissioni di anidride carbonica globali.

Al termine del mandato di Joe Biden, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono inferiori del 20% rispetto ai livelli del 2005:

ben al di sotto dell’obiettivo del 50-52% promesso entro la fine del decennio.

 

Tuttavia, dei progressi durante la precedente amministrazione democratica erano stati fatti.

Biden aveva approvato 1000 miliardi di dollari in prestiti, sovvenzioni e crediti d’imposta per l’energia pulita all’interno di vasti pacchetti legislativi come l’”Inflation Reduction Act” e la “legge bipartisan sulle infrastrutture”.

Al dipartimento dell’Energia erano state avviate politiche per sostenere l’integrazione della rete elettrica con le fonti rinnovabili e la ricarica di veicoli elettrici, mentre l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) aveva assunto più di 6000 dipendenti a tempo pieno per contribuire alla realizzazione delle iniziative del presidente in materia di clima.

 

I tagli alle agenzie ambientali e ai programmi per il clima.

Invece, proprio sul taglio del personale si è concentrato il primo assalto del presidente Trump alle politiche sul clima, dando il via libera ad Elon Musk, la persona più ricca del mondo, per ridurre drasticamente le dimensioni della burocrazia federale attraverso il dipartimento per l’Efficienza del governo degli Stati Uniti (Doge).

Il diktat di riduzione dei costi ha portato al licenziamento di centinaia di lavoratori dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente e dai dipartimenti dell’Energia e degli Interni, con tagli ancora più drastici in arrivo.

Quasi 170 persone sono state licenziate dalla “National Science Foundation”. All’EPA il personale mandato a casa per il momento è arrivato a quota 388 persone, mentre è stato chiesto di interrompere i rapporti con i borsisti.

 

Il dipartimento dell’Energia è stato tra i primi a subire tagli al personale, a partire dagli uffici per la diversità e l’equità.

Il dipartimento degli Interni ha tagliato 2700 dipendenti, mentre il servizio forestale, una divisione del dipartimento dell’Agricoltura, ha licenziato 3400 persone.

 Quando il personale non può essere licenziato, viene riassegnato a lavori che non rientrano nelle proprie competenze, come è accaduto al dipartimento di Giustizia, dove gli avvocati per l’applicazione delle norme ambientali e per i diritti civili sono stati dirottati su altri compiti.

 

I licenziamenti sono solo una delle armi con cui la nuova amministrazione ha attaccato le “costole” ambientali delle proprie istituzioni, impedendogli di lavorare correttamente.

L’annacquamento o il congelamento dei programmi per l’ambiente è un’altra. Oltre a licenziare 200 persone, l’Agenzia federale per la gestione delle emergenze ha approvato una direttiva che prende di mira i programmi climatici.

Trump ha minacciato di far “scomparire” la “Nation’s disaster response agency”.

Si prevede che l’EPA pubblicherà a breve un elenco di regolamenti che intende eliminare e sostituire con standard più deboli, o addirittura senza alcuno standard.

Fondi congelati per le rinnovabili e ostacolo alla crescita.

Lo stesso destino è toccato alle fonti rinnovabili.

 Per prima cosa l’amministrazione ha bloccato il flusso di miliardi di dollari federali per gli sconti energetici, le installazioni solari a basso reddito, i caricabatterie per i veicoli elettrici e altro ancora, talvolta ignorando i tribunali che avevano ordinato il ripristino dei fondi.

Col risultato che adesso imprese e organizzazioni non profit che si aspettavano di ricevere sovvenzioni dal dipartimento dell’Agricoltura o dall’EPA, ma anche i distretti scolastici per l’acquisto di autobus elettrici, temono di non essere rimborsati o pagano di tasca propria.

 

Gli effetti sul mercato sono stati immediati:

le aziende che hanno investito per produrre pannelli fotovoltaici o veicoli elettrici temono effetti negativi sul loro business perché gli ordini si stanno esaurendo, pianificano licenziamenti oppure hanno bloccato gli investimenti.

Come c’è attesa e incertezza sui dettagli della decisione di Trump di imporre tariffe sulle importazioni, che potrebbero ostacolare le catene di approvvigionamento delle tecnologie verdi e invertire il calo dei prezzi delle fonti rinnovabili.

 

Trump ha firmato un ordine esecutivo che blocca a tempo indefinito nuove concessioni per l’energia eolica offshore negli Stati Uniti, mettendo a rischio progetti per un totale di 32 gigawatt di potenza, sufficienti per alimentare oltre 12 milioni di case.

 L’ordine, emanato il primo giorno del suo nuovo mandato, sospende anche il rilascio di nuovi permessi, colpendo in particolare i progetti lungo la costa orientale.

 Allo stesso tempo, Trump ha riaperto le acque costiere statunitensi alle trivellazioni di petrolio e gas, segnando una svolta a favore dei combustibili fossili.

 

L’ordine esecutivo rischia di compromettere gli obiettivi di decarbonizzazione di stati come New York, New Jersey e Virginia, che puntano sull’eolico offshore per ridurre la dipendenza dal gas e potrebbe portare a una nuova corsa alle fonti fossili.

Il blocco ha già avuto effetto:

il New Jersey ha deciso di sospendere il “progetto Atlantic Shores”, proprio a causa dell’incertezza derivante dalle azioni di Washington.

“Total Energies” ha interrotto i piani di sviluppo per progetti eolici offshore, mentre “Orsted”, il gigante danese dell’eolico, ha annunciato di voler tagliare le spese del 25% perché teme ricadute negative sui propri investimenti.

 

Trump ambiente.

Censura al mondo accademico e parole “proibite.”

La censura è l’altro aspetto su cui si è concentrata la furia anti-ambientalista di Donald Trump.

 La parola “clima” è divenuta tabù per l’amministrazione statunitense.

Persino l’affermazione lapalissiana dell’EPA secondo cui i gas serra mettono in pericolo la salute umana – la chiave di volta di tutte le norme sul clima previste dal “Clean Air Act” – potrebbe essere messa in discussione.

A volte sono solo gesti simbolici e provocatori, che però lasciano intendere quale sia il punto di vista dei repubblicani.

Se gli utenti internet cercano la pagina della Casa Bianca dedicata al cambiamento climatico il risultato sarà: “404: Pagina non trovata”.

Non sono più fortunati quando cliccano sulle sezioni relative a questo argomento sui siti web dei dipartimenti di Stato, Difesa, Trasporti o Agricoltura.

Sono scomparsi.

Sul sito dell’EPA, la sezione sul cambiamento climatico non è più accessibile né dalla home page né dalle schede “argomenti ambientali”.

 

Ben più grave, è stato ritirato il supporto per la ricerca scientifica su studi che anche lontanamente si riferiscono alla crisi climatica, come stanno rivelando numerosi accademici.

Altri hanno denunciato casi di autocensura:

hanno ricevuto pressioni per eliminare parole chiave sul tema ecologico nei documenti per cui si chiedono sovvenzioni, mentre le agenzie che finanziano la ricerca scientifica tra cui i “National Institutes of Health” e la “National Science Foundation” hanno messo in pausa le commissioni incaricate di valutare le proposte di sovvenzione su diversità e giustizia ambientale.

L’attacco di Trump al mondo accademico si è manifestato con vere e proprie ingerenze, ordinando agli scienziati governativi statunitensi di interrompere il lavoro sul prossimo rapporto dell’”Intergovernmental Panel on Climate Change “(IPCC), mettendo a rischio la collaborazione scientifica statunitense.

 

 Accordi di Parigi e net zero, il nemico di sempre.

Tutto ciò dimostra come le conseguenze del nuovo corso impresso dall’amministrazione Trump avrà ricadute anche a livello internazionale.

 Il presidente, a poche ore dal suo insediamento, ha ritirato l’adesione degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, come già era avvenuto nel precedente mandato.

 Il segretario dell’Energia “Chris Wright” ha assunto toni da crociata definendo gli sforzi per azzerare le emissioni come un obiettivo “malvagio”.

 

Intanto, il dipartimento di Stato ha revocato 4 miliardi di dollari di finanziamenti promessi al “Fondo verde per il clima” delle Nazioni Unite.

Mentre il dipartimento del Tesoro ha abbandonato un gruppo di ricerca che studiava i rischi finanziari del cambiamento climatico perché legato agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, di cui gli Stati Uniti non vogliono fare più parte.

 Come sono stati interrotti o abbandonati una serie di programmi legati al clima presso l’USAID, l’”agenzia Onu per lo sviluppo internazionale”, con la speranza di Trump di chiudere a breve l’agenzia.

Per il momento è riuscito a licenziare tutti i 1600 dipendenti statunitensi.

Da crociata a caccia alle streghe in poco più di un mese.

 

 

 

 

Centrali a carbone,

smantellamento rinviato.

 Opificiummagazine.it - Michele Damiani – Redazione - (9 Set. 2025) – ci dice:

 

(Meccanica ed efficienza energetica).

Centrali a carbone, smantellamento rinviato.

Centrali a carbone:

Le parole del ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica “Pichetto Frattin” a Cernobbio.

L’addio definitivo delle centrali a carbone potrebbe essere rimandato anche successivamente al 31 dicembre 2025.

Gli impianti diventerebbero riserve di emergenza da attivare nel caso le crisi geopolitiche attualmente in corso peggiorino.

 

È quanto affermato dal ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Frattin a margine del “Forum Teha” a Cernobbio.

 

“Sto pensando di rimandare la data per lo smantellamento delle centrali di carbone previsto per il 31 dicembre del 2025, per tenerle come riserva sull’emergenza, vista la complessa situazione geopolitica globale”, le parole del ministro.

“Noi non produciamo più energia elettrica dalle centrali a carbone, in particolare Brindisi e Civitavecchia, le due grandi centrali che dovrebbero non solo cessare il 31 dicembre del 2025, ma essere smantellate”.

 

Tuttavia, ha spiegato ancora Frattin, “era una decisione nata a fine del decennio precedente, ed è chiaro che rispetto ad allora abbiamo la guerra in Europa, abbiamo una situazione molto difficile nel Mediterraneo, abbiamo periodi internazionali che si muovono di ora in ora e non solo di giorno in giorno, pertanto non ho intenzione di smantellare le centrali a carbone sulla parte continentale ma di tenerle come riserva sull’emergenza”.

“Io credo – conclude – che nessuno ad oggi è in grado di garantirci la sicurezza e quello può essere un elemento che ci garantisce sicurezza”.

 

Un indirizzo chiaro, quindi, che segue quanto successo in Parlamento con il “decreto ex Ilva” in estate.

 Azione e Forza Italia, infatti, avevano presentato un ordine del giorno nel quale veniva stabilito lo spostamento al 2038 dell’uscita dal carbone, in attesa dell’avvio di “impianti elettronucleari”.

L’”Odg” assume particolare peso visto che ha ricevuto il parere positivo del governo.

 

Il carbone, comunque, rimane “la fonte più inquinante e più costosa”, come affermato dallo stesso Pichetto Frattin a Cernobbio.

 E, di conseguenza, diventa anche quella meno trattata sui mercati.

Emblematico, in questo senso, il caso della Cina, le cui aziende hanno ridotto del 12,2% l’acquisto di carbone nel periodo gennaio-agosto di quest’anno.

In termini di valore, le forniture di carbone alla Cina sono diminuite del 34,8% nel periodo di riferimento.

 

Dalla Cina agli Usa;

sempre ieri, dal ministero dell’ambiente arriva la notizia della sottoscrizione di un protocollo tra Italia e Stati Uniti in materia di sicurezza energetica.

 Un accordo che, in qualche modo, rientra nella strategia attuata dall’esecutivo negli ultimi mesi, che ha portato a un aumento dei rapporti commerciali con gli Usa, come sottolineato dallo stesso ministro:

“l’Italia accoglie con favore la crescita dell’import di Gnl americano, anche come parte integrante della nostra collaborazione strategica rispetto agli effetti della guerra in Ucraina”.

 

 

 

Prestazioni energetiche degli

edifici: ecco le nuove regole.

 Opificiumagazine.it - Redazione – (6 Ago 2025) - Meccanica ed efficienza energetica – ci dice:

 

Prestazioni energetiche degli edifici ecco le nuove regole.

Prestazioni energetiche degli edifici:

La “Conferenza delle Regioni” ha approvato il decreto Requisiti Minimi 2025, che recepisce le “direttive europee EPBD III e IV” e introduce importanti novità per la progettazione, la certificazione e la riqualificazione energetica degli edifici, partendo dalla riformulazione del calcolo delle prestazioni e definendo con precisione le modalità di considerazione dei ponti termici.

È arrivato il via libera:

nella seduta della “Conferenza Unificata del 30 luglio 2025”, le Regioni hanno espresso l’Intesa sul “decreto che modifica il D.M. 26 giugno 2015”, noto come “Decreto Requisiti Minimi”, relativo all’applicazione delle metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche e alla definizione di prescrizioni e requisiti minimi per gli edifici.

 

Il testo dovrà ora essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale e diventerà operativo trascorsi 180 giorni dalla pubblicazione.

Si tratta di un intervento normativo di grande rilievo:

aggiorna le metodologie di calcolo introdotte dal decreto del 2015, fornisce indicazioni più precise sulla valutazione e gestione dei ponti termici e rivede limiti e criteri di verifica per nuove costruzioni, interventi di ristrutturazione e lavori di riqualificazione energetica.

 

Il provvedimento porta ad una revisione pressoché totale dei riferimenti per il calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici:

Aggiornamento dell’edificio di riferimento: ora la modellazione considera anche i ponti termici – come serramenti, balconi, davanzali e architravi – rendendo più accurata la valutazione delle prestazioni energetiche.

Nuove procedure di calcolo:

 allineamento alle più recenti norme UNI/TS per garantire coerenza con gli standard tecnici europei.

Revisione del parametro” H’t”:

per le ristrutturazioni di secondo livello non è più richiesta la verifica complessiva dell’H’t, ma sono previsti controlli specifici sui valori di trasmittanza termica delle singole componenti.

Mobilità elettrica:

negli edifici non residenziali, obbligo di installare punti di ricarica proporzionati al numero di posti auto;

negli edifici residenziali, obbligo di predisporre tubazioni e canalizzazioni per consentire future installazioni.

Automazione e gestione degli impianti:

nelle nuove costruzioni non residenziali e negli interventi di ristrutturazione rilevante è richiesta l’installazione di sistemi di automazione e controllo di classe B.

Prestazioni energetiche: nuovo approccio di calcolo.

Il decreto ridefinisce il metodo per determinare le prestazioni energetiche degli edifici.

Il fabbisogno annuo di energia primaria viene calcolato separatamente per riscaldamento, raffrescamento, ventilazione, produzione di acqua calda sanitaria e, negli edifici non residenziali, anche per illuminazione e impianti di sollevamento.

 

La metodologia, conforme alle norme UNI/CTI e alla direttiva UE 2018/844, utilizza un calcolo mensile che tiene conto del clima locale e delle caratteristiche dell’involucro.

Un elemento innovativo è l’integrazione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili all’interno del sistema edificio-impianto:

questa viene sottratta dal fabbisogno lordo, così da valutare il consumo netto effettivo.

 

Ponti termici e dispersioni.

Il provvedimento assegna un ruolo centrale alla valutazione dei ponti termici, ovvero quelle discontinuità costruttive che aumentano le perdite di calore.

Seguendo la norma UNI EN ISO 10211, il loro contributo deve essere incluso nella trasmittanza globale di progetto.

Il calcolo combina superfici disperdenti, trasmittanze e dati specifici sui ponti termici, confrontando i risultati con valori limite tabellari.

Solo le tipologie codificate nei riferimenti tecnici entrano nel conteggio, che non può superare il limite massimo consentito.

Limiti di trasmittanza e verifiche.

 

Sono confermati e aggiornati i valori massimi di trasmittanza per elementi opachi e trasparenti, differenziati per zona climatica e tipologia di intervento. Nelle ristrutturazioni di primo livello le verifiche riguardano l’intero edificio, mentre in quelle di secondo livello solo le parti coinvolte.

Per queste ultime, i limiti includono anche il contributo dei ponti termici e variano in base alla posizione dell’isolante.

È stabilito che le misure di trasmittanza lineica si riferiscano sempre alle dimensioni esterne lorde dell’edificio.

 

Negli interventi di riqualificazione dell’involucro, la verifica è semplificata e si concentra sulla sezione corrente, escludendo i ponti termici. In caso di isolamento interno o in intercapedine, è ammesso uno scostamento fino al 30% rispetto ai limiti, riconoscendo le difficoltà tecniche di tali soluzioni.

 

 

 

I signori della droga: Israele,

la CIA, e le “grandi” banche d’affari.

Lacrunadellago.net – (05-09-2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

L’immagine è quella del viso rotondo del signore dei narcos, “Pablo Escobar”, che guida sfavillanti auto sportive nelle sue immense “fincas”, delle tenute agricole che il trafficante di cocaina più famoso e ricco della storia aveva in diverse parti della Colombia.

 

Il ritratto che la cinematografia hollywoodiana ha costruito di “Escobar” è quello del puro stereotipo del narcotrafficante che vive immerso in un mare di lusso e di violenza.

È nella “hacienda Napoles”, uno dei luoghi storici dove Escobar organizzava le sue feste.

Verso la metà degli anni’70, “Escobar£ aveva 26 anni, ed era il classico tirapiedi della criminalità organizzata che operava in Colombia, seppur ad un livello nemmeno lontanamente immaginabile di quello che diventerà nel decennio successivo.

Dopo aver lasciato l’”università Autonoma Latinoamericana”, “Escobar” inizia la sua carriera di piccolo delinquente attraverso la vendita di falsi biglietti della lotteria, per passare poi ad azioni ancora più violenti quali i sequestri di persona.

 

Se si legge la versione ufficiale della storia di Escobar, si apprende che nel 1976,” il Paisa di Medellin” avrebbe fondato il famigerato cartello della celebre città colombiana, un’organizzazione che diventerà la principale esportatrice di droga verso gli Stati Uniti e il mondo intero.

Medellin diventa così improvvisamente il centro di produzione ed esportazione della cocaina nel mondo, ed Escobar riesce a guadagnare negli anni’80 qualcosa come la incredibile cifra di 420 milioni di dollari a settimana, che annualmente sono circa 22 miliardi di dollari all’anno.

Se si calcola tale cifra al netto dell’inflazione degli ultimi 45 anni, i numeri diventano ancora più assurdi.

Escobar guadagnava l’equivalente di 86 miliardi di dollari all’anno.

Se si facesse una lista Forbes dei tempi odierni a fianco ai nomi dei magnati più famosi, o famigerati, del pianeta quali il signore dei vaccini, “Bill Gates”, “Warren Buffett”, e il “sultano del Brunei”, bisognerebbe mettere il nome del trafficante di Medellin che in 5 o 6 anni di attività sarebbe in grado di diventare persino più ricco di tali personaggi.

 

A seguire la narrazione fatta appunto da case di produzione cinematografica come “Netflix”, verrebbe da pensare che Pablo Escobar sia diventato uno degli uomini più ricchi del mondo, perché ha avuto la sagacia e l’astuzia di conquistare il mercato della droga del suo Paese, ma ovviamente l’industria dell’intrattenimento vuole dare al suo pubblico una storia di copertina, o meglio una favoletta per nascondere il fatto che dietro il traffico di droga ci sono interessi e poteri ben più grossi del capo di un cartello.

 

I cartelli o le associazioni mafiose sono soltanto l’ultimo gradino di una piramide la cui cima va molto più in alto, e tocca gli apparati dei servizi di intelligence angloamericani, grandi banche d’affari e potentissime logge massoniche che si incaricano di coordinare, gestire e comandare il fenomeno mafioso dal principio alla fine.

 

La droga è un sistema complesso ed organizzato della quale l’opinione pubblica conosce soltanto il piano inferiore, quello composto dalla manovalanza, che viene ricambiata di continuo attraverso omicidi tra bande rivali o arresti a orologeria, per dare l’impressione all’uomo della strada che le autorità stiano facendo qualcosa per contrastare il traffico di stupefacenti, ma ormai forse dovrebbe essere lampante che a gestire lo spaccio non è “Francesco Schiavone” detto Sandokan o “Totò Riina” detto u’ curtu.

 

Costoro sono soltanto i gregari dell’immenso potere che si cela dietro la droga, ed Escobar era parte di questo complesso meccanismo.

A fare la fortuna del “cartello di Medellin”, non è stata soltanto la spietatezza dell’uomo, ma principalmente gli appoggi in alto che Escobar aveva ricevuto sin dal principio della sua carriera.

 

Pablo Escobar era il trafficante costruito dalla CIA.

 

A distanza di molti anni, suo figlio, che oggi vive dietro lo pseudonimo di “Juan Sebastian Marrocu”, racconta l’inferno vissuto in quegli anni da lui e dalla famiglia del boss mafioso, che verso gli ultimi anni della sua carriera da trafficante, era costantemente in fuga.

“Juan Sebastian” nel suo libro pubblicato nel 2018 e intitolato “Pablo Escobar in fraganti” rivela che suo padre era al servizio della CIA sin dai primi istanti della sua carriera da narcotrafficante.

 

Pablo Escobar.

A fornire l’assistenza necessaria per esportare la droga verso gli Stati Uniti, la rete di contatti necessaria, e soprattutto la protezione delle autorità, era la famigerata “agenzia di Langley” che ha una storia con il narcotraffico che risale ad almeno 15 anni prima della comparsa di Escobar sulla scena mondiale, quando negli uffici dell’agenzia c’era già un personaggio come” George H. Bush”.

 

George H. Bush viene da una famiglia potentissima delle élite americane.

I Bush sono parte del potere che conta in America, ed è tradizione di famiglia, dai tempi del padre di George H., Prescott, che i giovani Bush vengano iniziati presso la setta esoterica e massonica di” Skulls & Bones”, della quale fanno parte tanti altri “illustri” personaggi dell’establishment statunitense, come l’ex presidente “Taft”, un membro della ubiqua “famiglia Rockefeller,” “Avery,” oltre ovviamente allo stesso “George H.” e suo figlio “George W”., entrambi presidenti degli Stati Uniti ed entrambi membri di questo oscuro club.

 

Il narcotraffico nasce a Langley.

Viste le pesanti “credenziali”, non è difficile per George H. entrare subito a Langley, ed è nel 1966 che l’allora direttore della CIA, “Richard Helms”, decide di assegnare all’allora giovane Bush il compito di smistare l’oppio della Cina verso i cinque continenti, dove poi sarebbe stato raffinato in eroina e distribuita a tutti i giovani del pianeta che si stavano avvicinando al mondo della droga.

La famigerata “drug culture” non è un fenomeno nato sulla chitarra di qualche musicista dei Beatles, oppure su quella di “Jimi Hendrix”.

Alla musica rock è stato dato il compito di essere piuttosto il veicolo per far avvicinare le masse alla droga e spingere le nuove generazioni verso uno stile di vita estremamente nichilista e autodistruttivo quale quello dell’uso di stupefacenti, per creare un tipo di gioventù senza valori ed estremamente manipolabile, esattamente come la desideravano i filosofi della scuola di Francoforte.

 

C’era dunque senza dubbio un progetto di ingegneria sociale, e un altro di natura più venale che prevedeva la distribuzione dei proventi della droga tra i vari produttori di stupefacenti e i membri della CIA che usavano quei soldi per finanziare le famigerate black ops in giro per il mondo, che prevedevano colpi di Stato, omicidi e guerre contro tutti quei nemici dello stato profondo e di quella struttura della quale fanno parte la finanza internazionale e le corporation dell’industria militare.

 

Escobar non è altro, come si vede, che un figlio delle esigenze della CIA.

Se gli anni’70 sono stati negli Stati Uniti e in Europa principalmente il decennio della eroina, negli anni’80, inizia ad essere distribuita sempre di più un’altra micidiale droga, come la cocaina, che inizia gradualmente a prendere il posto del derivato oppiaceo.

I Paesi dell’America Latina per via delle loro elevate altitudini si rivelano ideali per la coltivazione della pianta della coca.

 

La Colombia diventa così uno dei centri “privilegiati” per la esportazione della cocaina, e il personaggio Escobar è soltanto il risultato diretto di una decisione presa ad un piano molto più superiore del suo cartello.

Se Escobar negli anni’80 diventa il signore della Colombia, ciò è stato possibile perché a Langley c’erano personaggi come Bush, diventato nel frattempo vicepresidente degli Stati Uniti nel 1981 con l’amministrazione Reagan e presidente dal 1988.

 

I signori che avevano gestito il traffico di droga nella CIA erano quindi arrivati a sedere sul gradino più alto del potere politico in America.

Escobar intanto seminava nel suo Paese una lunga scia di violenza e caos, che iniziò a sollevare qualche problema a Washington perché ormai il figlio dell’intelligence americana aveva accumulato tanto potere che non esitava ad usarlo senza scrupolo alcuno come fece quando ordinò di far esplodere un aereo, il “volo 203 dell’Avianca”, sul quale avrebbe dovuto esserci a bordo il leader politico “Cesar Gaviria”, successore di “Luis Carlos Galan”, già assassinato dal cartello per aver messo fine alla carriera politica del patron.

 

Israele: lo stato ebraico alleato dei narcos.

Il boss colombiano però non fu mai lasciato solo da altri suoi eccellenti amici, nemmeno fino all’ultimo istante della sua vita, quando venne ucciso, o suicidatosi secondo altre versioni, dalla polizia colombiana nel 1993 correndo sui tetti di Medellin, una immagine che venne immortalata anche dal celebre pittore colombiano “Fernando Botero”.

Anche negli ultimi istanti della decadente parabola di Escobar, c’era chi si assicurava di far arrivare al boss e ai suoi uomini armi come i “Galil”, fucili d’assalto fabbricati da Israele.

Lo stato ebraico aveva già iniziato a lavorare con il cartello di Medellin nei primissimi anni’80.

Ad addestrare i sicari del cartello c’era il colonnello dell’esercito israeliano, “Yair Klein”, che rivelò come l’intera operazione fu autorizzata e voluta dal Mossad.

Il colonnello Klein.

Se la CIA aveva tutto l’interesse di gestire e incoraggiare il fenomeno della droga, Israele condivideva e condivide lo stesso obiettivo, tanto da mandare i suoi uomini a fornire la necessaria preparazione militare, oltre agli armamenti necessari, per diventare degli Stati dentro gli Stati.

 

Si può vedere quindi come non ci sia nulla di spontaneo nella nascita di questi gruppi della droga, che sono sempre stati curati e gestiti da apparati ben più potenti e organizzati come quelli dei servizi che una volta incassata la loro fetta di profitto, la depositavano in quello che è un altro compartimento del sistema, quello delle citate banche di affari.

A lavare i soldi sporchi della droga sono colossi bancari del calibro della “HSBC”, della “Chase Manhattan Bank” di Barclays e di Deutsche Bank.

Se si risale poi all’azionariato che detiene le quote di queste banche, si incontra il solito duo rappresentato dai fondi di investimento BlackRock e Vanguard, dentro i quali, come in un gioco di scatole cinesi, ci sono i nomi dei Rothschild, dei Rockefeller, dei DuPont, dei Morgan e degli Schiff.

Nel sistema della droga si vede evidentemente come esiste una catena che dal basso arriva fino agli uomini più potenti e ricchi del pianeta che non di rado organizzano “serate di beneficenza” per devolvere fondi a presunte cause umanitarie, e poi, spente le luci delle occasioni di gala, tornano a lavare i soldi sporchi della droga e contribuiscono alla morte di decine di migliaia di persone attraverso la distribuzione di letali stupefacenti.

I cartelli messicani addestrati da Israele.

Cambiano le epoche, cambiano gli attori al piano inferiore, ma i registi dietro le quinte restano sempre gli stessi.

Se negli anni’80 al centro del traffico mondiale c’era la Colombia e la cocaina di Pablo Escobar, oggi, al posto della Colombia c’è il Messico e i suoi pericolosissimi cartelli della droga che producono certamente cocaina, ma anche altre droghe ancora più pericolose, come la “sintetica fentanyl”, responsabile di numerose morti negli Stati Uniti.

Entrare nel mondo dei cartelli messicani, significa entrare nel museo degli orrori.

 

La violenza che producono questi gruppi è bestiale, orripilante e barbara perché i vari gruppi che gestiscono lo spaccio nelle varie regioni del Paese vogliono spaventare l’avversario e indurlo a non mettersi sulla strada dell’altro cartello rivale.

Si vedono così decapitazioni, smembramenti, persone che vengono scuoiate vive e altre sciolte nell’acido in una spirale di violenza forse persino più micidiale prodotta dalla” famigerata ISIS”.

 

Anche qui però si incontrano i soliti sospetti.

I cartelli messicani non sono nemmeno lontanamente un fenomeno spontaneo come provano a far credere i soliti organi di stampa Occidentali.

Sono anch’essi il risultato di una volontà di apparati dei servizi che li hanno aiutati a diventare i potenti gruppi che sono ora.

Ancora una volta nella genesi di questi gruppi si trova sempre lo stato ebraico.

Ad addestrare i cartelli messicani e spiegargli persino come devono fare per distruggere i corpi con l’acido solforico sono gli “esperti” che Israele manda nel tormentato Paese per allenare i vari macellai dei cartelli, come ha rivelato il giornalista messicano “Oscar Ramirez”.

 

“Santiago Meza” è un nome purtroppo tristemente noto in Messico.

 

“El Popolerò”, il soprannome che gli era stato affibbiato dalla parola “posole”, che in Messico significa stufa, spiega la sua “abilità” nel fare delle sue vittime degli spezzatini, ma Mesa non si è addestrato da solo nell” arte” di far sparire le persone dentro l’acido.

Santiago Meza, El Popolerò.

 

A dargli la preparazione necessaria sono stati i militari israeliani che lo hanno persino fatto venire nello stato ebraico, per assicurargli tutto l’allenamento di cui aveva bisogno.

Allo stato ebraico i cartelli messicani stanno molto a cuore.

Israele si premura di mandare da molti anni le armi a questi gruppi criminali.

Nel periodo che va dal 2006 al 2018, da Israele al Messico sono giunte almeno 24mila armi che sono state decisive per seminare quella lunga e interminabile scia di sangue che bagna il Paese da molti anni.

 

Oltre alla potenza di fuoco necessaria per avere in mano il Messico, Israele si è anche premurata di dare ai cartelli la tecnologia dei propri sistemi di intercettazione per spiare gli apparecchi del governo americano.

Israele voleva che i cartelli diventassero le micidiali macchine da guerra che sono diventate oggi perché la droga corrompe i Paesi che si vogliono controllare, e fa affluire nelle tasche del vero potere somme da capogiro.

Il potere dei cartelli messicani è così vasto oggi che lo stesso presidente del Messico, “Claudia Sheinbaum”, il primo di origini ebraiche nella storia del Paese, è stato accusato dal senatore messicano, “Lilly Tellez”, di essere stata direttamente finanziata dai cartelli della droga.

 

Il potere politico è parte integrante del narcotraffico, e viceversa, ma sopra questo apparato si trova sempre costante la presenza dei servizi angloamericani, di Israele e delle grandi famiglie della finanza mondiale.

Si possono quindi capire perché le varie “guerre alla droga” siano state soltanto un fallimento e perché ogni anno, in Europa e negli Stati Uniti, continuino a entrare centinaia di tonnellate di droga.

 

La guerra alla droga non potrà mai essere vinta se si continua soltanto a colpire l’ultimo gradino del sistema.

La guerra sarà vinta quando si inizieranno a colpire i veri signori della droga, coloro che sono i proprietari delle grandi banche di investimento internazionale e coloro che negli apparati dei servizi forniscono armi e addestramento ai vari cartelli.

I veri signori della droga sono loro.

 

 

 

La perquisizione nelle logge “ALAM”

a Prato e Firenze: escalation

nella guerra massonica?

 

Lacrunadellago.net – (08/09/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

A vederla superficialmente, sembra che sia soltanto una squallida storia di ricatti della politica locale italiana, ma dietro sembra esserci molto di più.

Ad essere vittima di questo gioco di ricatti è stato “Tommaso Cocci”, giovane politico 34enne di “Fdi” di Prato, che si è ritrovato oggetto di una campagna orchestrata, si pensa, da qualcuno all’interno del suo stesso partito oppure da compagni di loggia dello stesso Cocci.

 

Cocci è un personaggio molto particolare.

A soli 22 anni, riesce ad iscriversi presso la” loggia massonica Sagittario degli Antichi Liberi Accettati Muratori”, la cosiddetta “ALAM”, nata nel 1908 dopo lo scisma che si era consumato con il “Grande Oriente d’Italia” e sul quale si dirà di più a breve.

Sembra che non ci sia nessun ostacolo alla carriera massonica di Cocci tanto che il giovane studente di Giurisprudenza diventa segretario del Gran maestro, l’imprenditore “Riccardo Matteini Bresci”, che è stato vicino al “sindaco di Prato”, “Ilaria Bagetti”, fino ai primi giorni di luglio, prima che scoppiasse una bufera giudiziaria ai suoi danni che la vede accusata di corruzione.

 

Riccardo Matteini Bresci.

Da allora, Prato è nelle mani di un commissario governativo, il prefetto Claudio Sammartino, e il caso Cocci inizia a maturare proprio in quei giorni.

Anonimi soggetti inviano presso la sede del comune di Prato una lettera e immagini hard gay di Cocci, che secondo quanto affermano i misteriosi autori della missiva, avrebbe partecipato a festini omosessuali a base di droga.

La lettera e le foto iniziano a circolare anche tra i vari politici del partito, fino a finire nelle mani del sottosegretario agli Esteri,” Giorgio Silli”, che ricopre anche la carica di consigliere comunale di Cantagallo.

 

Cocci vuole candidarsi apparentemente alle regionali in programma per la Toscana il prossimo ottobre, e dall’interno del partito, o forse dall’interno di qualche loggia, si scatena questa faida a luci rosse contro il giovane politico che sembra avere un pedigree molto poco lontano dai “valori”, almeno quelli di facciata, di “Fratelli d’Italia” che un tempo parlava di cristianità e di famiglia naturale, ma che sembra tollerare situazioni a dir poco “controverse” all’interno del suo partito.

Sul tavolo non c’è soltanto la questione della vita privata di Cocci, ma anche la sua vicinanza allo stato ebraico, presso il quale lui si è recato in viaggio negli anni passati.

Tommaso Cocci.

Sembra che questo giovane politico di “Fdi “abbia tutti gli appoggi necessari per sperare in un domani nel grande salto nell’agone della politica nazionale.

Gli ingredienti ci sono tutti.

C’è la sua appartenenza alla massoneria, c’è la sua passione per lo stato ebraico, e c’è anche una presunta omosessualità che nella politica attuale sembra essere una sorta di indispensabile “passe partout” per accedere a tutti i piani del potere che contano.

 

Stavolta però la macchina della giustizia è stata rapidissima.

Tra luglio e agosto Cocci ha presentato una denuncia per i plichi ricevuti, e la procura di Prato ha deciso subito di ordinare il sequestro degli elenchi della loggia Sagittario dopo nemmeno due mesi dai fatti.

 

Interessante vedere come le marce della magistratura siano in talune occasioni rapidissime e in altre addirittura non partono proprio.

Il procuratore che ha in mano l’inchiesta é Luca Tescaroli.

 

Ad avviare l’inchiesta è stato il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, una vecchia conoscenza del passato.

Tescaroli prima di diventare procuratore capo della procura di Prato, è stato per diversi anni in servizio a Caltanissetta dove concepì la famosa, o famigerata, inchiesta sui mandanti occulti degli attentati dell’92 che vedeva come menti di quella strategia stragista Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

 

Si tratta di uno forse dei depistaggi più clamorosi degli ultimi 30 anni sugli attentati dell’92, diffuso soprattutto da una certa stampa liberale e progressista molto vicina a personaggi come Marco Travaglio e Michele Santoro.

 

Ci sono certamente degli elementi per pensare che “Silvio Berlusconi” all’inizio della sua carriera da imprenditore edile abbia ricevuto dei fondi da Cosa Nostra per iniziare le sue attività e che Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, sia stato il trait d’union tra questi due mondi, ma nessuno di questi due personaggi aveva le motivazioni e soprattutto le capacità per eseguire quella scia di attentati stragisti.

 

25 anni addietro, Tescaroli nella sua requisitoria a Caltanissetta per il processo sulla strage di Capaci, tracciava un quadro che vedeva principalmente come responsabili degli attentati del’92-93 ambienti massonici e di estrema destra, ma il “buon” procuratore saltava a piè pari tutti quei pesantissimi indizi che indicavano come la mente di quegli attentati fosse vicinissima agli ambienti atlantici, che avevano, loro sì, tutto l’interesse a spingere la bufera giudiziaria di Mani Pulite e ad eliminare qualsiasi potenziale minaccia per i disegni stabiliti a Washington per l’Italia in quell’anno.

Luca Tescaroli.

 

Sulla strada di questi potentissimi ambienti che tirano le fila della “disgraziata repubblica di Cassibile dal’43 in poi”, si è trovato Giovanni Falcone che stava conducendo una inchiesta sui fondi neri del PCI, prima che fosse fatto saltare in aria poco prima del suo viaggio a Mosca.

A Tescaroli forse sarebbe potuto interessare che l’inchiesta di Giovanni Falcone è la chiave per risalire ai mandanti che ordinarono il suo omicidio, che sembrano essere ben distanti dagli ambienti dell’estrema destra della quale parlava il magistrato 25 anni orsono, ma anzi, dal lato opposto dell’arco politico.

Si tratta della pista che nessun magistrato ha mai voluto seguire.

 

L’unica che ancora oggi può condurre la verità agli assassini di Falcone e del suo fraterno amico e collega, Paolo Borsellino, l’unico magistrato che probabilmente provò a raccogliere i pezzi di quell’inchiesta, prima di saltare in aria a sua volta, tramite un tipo di esplosivo dello stesso tipo di quello utilizzato ai tempi della strategia della tensione.

 

Falcone aveva trovato la morte a sua volta per mezzo di una micidiale carica di esplosivo, 15 quintali di tritolo, questi invece dello stesso tipo degli ordigni navali angloamericani, e se è possibile intravedere una mano nella fattura di questa bomba, non è certo quella di Cosa Nostra, ma piuttosto quella degli ambienti atlantici.

Sono queste le inchieste proibite che nessuno ha mai voluto fare, e il passato dei protagonisti aiuta a comprendere meglio oggi le sfumature del caso Cocci.

 

Gli elenchi degli iscritti della massoneria: la zona proibita.

Tescaroli sembra oggi molto determinato a scoprire i mandanti di queste lettere e foto hard, e ha ordinato un’azione che pochissimi altri magistrati hanno intrapreso in passato, come il sequestro degli elenchi della loggia Sagittario del quale si diceva in precedenza.

A prima vista, può sembrare un’azione ordinaria e invece non lo è fatto, e in passato chi ci ha provato ha incontrato non pochi problemi.

A spiegarlo fu nel 1993 l’ex procuratore della procura di Palmi, “Agostino Cordova.”

 

Agostino Cordova.

Cordova ha dedicato praticamente la sua intera vita giudiziaria a scoprire chi sono i membri delle logge massoniche coperte e chi governa queste strutture all’interno delle logge.

La massoneria è segreta non solo per la sua natura, ma anche per la sua stessa gerarchia.

È senz’altro vero che esiste una sua struttura esterna, nemmeno pienamente visibile perché si ignorano tutti i nomi degli iscritti ufficiali, ma al tempo stesso, ne esiste un’altra, coperta, presso la quale ci sono i veri signori della massoneria.

Si tratta di compartimenti talmente segreti che sono sconosciuti persino a larga parte dei massoni, con la sola eccezione di qualche Gran maestro e pochi altri massoni di elevato grado.

 

A spiegare che le massonerie sono governate da questo livello coperto è stato per primo l’ex massone calabrese pentito, “Domenico Margiotta”, che nelle sue opere rivelò come “Adriano Lemmi”, primo “Gran maestro del Grande Oriente d’Italia”, riuscì a diventare il capo della massoneria italiana soprattutto perché godeva sia dell’appoggio della massoneria riservata esclusivamente agli ebrei, la famigerata “B’nai B’rith, “sia perché apparteneva al “rito palladiano fondato da Albert Pike”, potentissimo massone vicino a Mazzini, che a Charleston, nella Carolina del Nord, aveva fondato questa super loggia riservata soltanto a pochi eletti.

Il giudice Cordova è di fronte a tale struttura che si trovò, e quando iniziò la sua inchiesta si scontrò contro un muro di gomma che impediva non solo l’accesso agli iscritti delle super logge, ma anche gli iscritti delle logge ordinarie.

 

Cordova raccontava che ogni qual volta si dava mandato alla DIGOS o ai Carabinieri di accedere agli elenchi delle logge, gli stessi membri delle forze dell’ordine si mettevano di traverso perché, a detta del magistrato calabrese, molti di loro erano parte di quegli apparati e sabotavano dall’interno qualsiasi inchiesta che potesse far emergere la loro appartenenza alla massoneria.

Stavolta invece nessun intoppo. A Prato è filato tutto liscio.

 

Appena Tescaroli ha ordinato di sequestrare gli elenchi degli iscritti delle logge coinvolte nell’inchiesta, la DIGOS e la Finanza si sono mosse rapidamente e hanno apparentemente acquisito i nomi dei massoni alla ricerca dei ricattatori di Cocci, anche se non è affatto certo che la conoscenza degli iscritti possa svelare chi abbia deciso di far circolare le immagini hard del massone pratese.

La lettura del contesto forse può aiutare a capire meglio come mai azioni e inchieste che soltanto qualche anno fa erano considerate un tabù per la magistratura oggi stiano diventando sempre più frequenti.

La guerra dentro la massoneria italiana.

Ad essere al centro dell’inchiesta di Prato è la citata massoneria ALAM, che, come si accennava in precedenza, si separò dal GOI nel 1908.

 

Nella storia della libera muratoria italiana le faide di certo non sono mancate, ed esse sono sempre tutte dettate non tanto da una differenza di vedute sui fini della massoneria, ma tutt’al più sui mezzi per raggiungerli, o ancora più materialmente, su chi dev’essere il capo delle logge che governa tale potente apparato.

 

Se si leggono le ricostruzioni ufficiali della separazione tra la massoneria del GOI, che ha la sua storica sede a palazzo Giustiniani, e quella degli ALAM, che storicamente si trovava a piazza del Gesù, viene detto che il divorzio sarebbe avvenuto perché i massoni di piazza del Gesù non erano così anticlericali come quelli del GOI, e non si può a fare a meno di sorridere a leggere tali favole.

 

Sia il GOI che l’ALAM adottano come rito iniziatico quello scozzese, il più famoso e più utilizzato dai grembiulini, e se si vuole capire in cosa consiste tale rito si può ascoltare l’ex Gran maestro del 33° grado, “Billy Schnoebelen,” che ha spiegato come il rito scozzese sia un vero e proprio viaggio esoterico.

 

Nel corso di questo cammino, al candidato, viene persino chiesto di calpestare il crocefisso e di gridare “morte alla superstizione”, a dimostrazione della natura satanica della libera muratoria che viene pienamente rivelata man mano che ci si avvicina al vertice dell’organizzazione, il 33° grado.

Gli scismi sono soltanto quindi la conseguenza di lotte intestine, e oggi la massoneria italiana ne sta attraversando uno violentissimo che vede contrapposto il GOI alla massoneria di piazza del Gesù.

La violenta faida è iniziata dopo che “Leo Taroni” vinse le elezioni per diventare “Gran maestro del Grande Oriente d’Italia” fino a quando la sua elezione è stata ribaltata da una commissione elettorale di palazzo Giustiniani che ha dato vita ad una battaglia legale ancora in corso tra le due parti.

Dal 2024 ad oggi, lo scontro si è fatto durissimo.

L’ex gran maestro del GOI, Stefano Bisi, ha stabilito che il Grande Oriente non deve avere più alcun rapporto con il Rito Scozzese, e questo certamente toglie molto potere a palazzo Giustiniani perché l’ascesa ai piani superiori della massoneria è possibile soltanto attraverso la partecipazione al Rito Scozzese Antico e Accettato, ancora oggi riconosciuto dal consiglio supremo di Charleston, proprio dove Pike fondò questo rito.

 

A seguire a sua volta il rito scozzese è anche la massoneria degli ALAM, e questa guerra tra logge sta ridisegnando completamente il panorama della libera muratoria italiana.

A breve distanza di tempo dalla decisione di Bisi di chiudere ogni rapporto con il Rito Scozzese,” Leo Taroni” si è presentato a Palmi, proprio nella procura dello storico magistrato Cordova, per presentare un esposto riguardo alla riunione di logge massoniche segrete maltesi presso la sede del Grande Oriente d’Italia.

Leo Taroni.

Nel suo esposto, Taroni contesta al GOI la violazione della legge Anselmi che vieta la costituzione di associazioni segrete, e non è difficile immaginare che il bersaglio di questa denuncia sia l’odiato Grande Oriente di Bisi che rovesciò il risultato delle elezioni del 2024.

 

I transfughi del Rito Scozzese non se ne sono stati, come si può vedere, con le mani in mano.

Si sono mossi sul piano giudiziario per colpire palazzo Giustiniani, e si sono avvicinati ad un’altra loggia, quella della “GLRI”, la Grande Loggia Regolare d’Italia, attualmente presieduta dal “Gran maestro Venzi,” e fondata negli anni’90 da un ex membro del GOI come “Giuliano Di Bernardo”.

 

Il rito scozzese dunque ha preso le valige e si è trasferito altrove nel tentativo di costruire un’altra forza che presumibilmente nelle intenzioni dei transfughi di palazzo Giustiniani sostituisca l’influenza del Grande Oriente, oggi comunque in crisi e diviso da questo violento scisma.

 

Si arriva così all’inchiesta giudiziaria di Prato che colpisce un’altra obbedienza, quella appunto degli ALAM, che adotta anch’essa il rito scozzese e che aveva già gravi problemi al suo interno per via di contenziosi sulla gestione del patrimonio, risoltisi, soltanto apparentemente, nel 2023 in tribunale e che hanno dato ragione ai fuoriusciti guidati da “Sergio Ciannella” che aveva presentato ricorso contro l’attuale Gran maestro di questa obbedienza, “Luciano Romoli”.

Si può vedere cosi come negli ultimi 4 anni, le varie obbedienze italiane si stiano tutte disgregando e cerchino di colpirsi le une contro le altre sia per mezzo delle carte bollate, sia anche attraverso delle strane morti di vari noti personaggi spesso dissimulate da “suicidi”.

 

Forse è ancora presto per sapere se il caso Cocci è un altro capitolo di questa guerra, ma è impossibile non rilevare il fatto che per la prima volta la magistratura abbia violato il sancta sanctorum di una obbedienza massonica, e lo abbia fatto, casualmente, in un contesto di guerra tra massonerie.

Si tratta di una situazione che non sembra avere precedenti, ed è molto differente da quella del 1908, quando avvenne il primo grande scisma nella massoneria italiana.

Oggi sono venuti meno gli equilibri di allora.

Sta tramontando l’anglosfera che aveva consegnato alla massoneria italiana le chiavi del potere nel Paese.

Una volta venuto meno questo pilastro, è scoppiata la faida del tutti contro tutti nelle logge, alla ricerca forse della salvezza in un contesto storico del tutto mutato dove le certezze del passato non esistono più.

Il futuro della massoneria è un grosso punto interrogativo, e non c’è alcuna certezza che domani questa organizzazione segreta esoterica continui ad esistere.

Nessun organo di stampa si sta soffermando ovviamente su questa spinosa situazione, e non vengono fatte nemmeno alcune fondamentali osservazioni.

Il regno della massoneria sulla politica e le istituzioni è possibile perché la natura della repubblica del’48 è massonica.

Massoni sono molti dei padri costituenti, e massoni sono oggi molti magistrati, politici e dirigenti di importanti aziende pubbliche e private.

 

Se non si torna al punto della legge del 1925 che decise di mettere fuori legge la massoneria, in quanto tutta, e non solo una parte di essa, è deviata e di natura eversiva, l’infezione che la libera muratoria ha provocato all’Italia difficilmente verrà sanata.

 

 

 

L’Italia rimanda l’addio alle centrali

a carbone al 2038, il ministro

Adolfo Urso conferma.

Greenreport.it - Luca Aterini – (08 Agosto 2025) - Nuove energie – ci dice:

 

Stop alla produzione di elettricità dalla fine di quest’anno, ma le centrali alimentate dal più inquinante dei combustibili fossili resteranno pronte all’uso.

 A nostre spese.

Mentre l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) annuncia che a livello globale le fonti rinnovabili – trainate dall’impetuosa crescita di eolico e solare – supereranno il carbone «già nel 2025 o al più tardi entro il 2026» diventando la prima fonte per la produzione di elettricità, l’Italia del Governo Meloni avanza a passo di gambero dando nuova vita al più inquinante e climalterante dei combustibili fossili.

 

A confermarlo durante il “question time” in Parlamento è stato direttamente il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, con una buona dose d’equilibrismo:

 «Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) prevede per l’Italia la cessazione della produzione elettrica da carbone entro il 31 dicembre di quest’anno.

Ancora una volta confermiamo questo impegno, prevedendo unicamente il posticipo del “phase out” del carbone al 2038.

Sarà quindi attuata una fermata a freddo delle centrali, finalizzata a garantire la sicurezza energetica nazionale».

 

L’antefatto sta nell’odg presentato a fine luglio da Forza Italia e Azione, cui il Governo ha dato parere positivo accogliendolo nel decreto ex Ilva (n. 92/2025), per rimandare di 13 anni la chiusura delle centrali a carbone, fissata nell’ormai lontano 2017 per quest’anno:

allora a stabilire la deadline era stato Carlo Calenda, oggi leader di Azione e primo sponsor dell’iniziativa nella (vana) attesa di un ritorno all’energia nucleare, che viene presentata come una “nuova” fonte energetica in grado di liberarci dal giogo delle fonti fossili mentre invece si dilatano i tempi del carbone.

 

Già oggi però sono i fondamenti economici ad aver marginalizzato la produzione di elettricità da carbone.

Tutte le centrali a carbone ancora formalmente attive – oggi sono 4, Brindisi e Civitavecchia lungo lo Stivale e Portovesme e Fiume Santo in Sardegna – hanno prodotto soli 3,5 TWh nel corso del 2024, coprendo appena l’1,1% dei consumi nazionali.

Gli impianti a carbone «funzionano pochissimo perché non competitivi, sommando i costi del carbone e dei permessi ad emettere la tanta CO2 che producono», spiega l’economista “Michele Governatori,” responsabile “Relazioni esterne ed Energia del think tank climatico Ecco”, aggiungendo che «lasciarle in funzione, anche solo come riserva, implicherebbe:

rimangiarsi la strategia energetica e climatica nazionale (approvata da Bruxelles); sussidiare le centrali a spese dei consumatori o dei contribuenti;

rimandare il recupero a usi civili di aree spesso di pregio che invece devono essere bonificate dagli operatori;

mostrare i riflessi condizionati di una politica che si aggrappa al passato a tempo scaduto per incapacità di vedere, raccontare, gestire il presente e il futuro con tutte le relative opportunità e responsabilità».

 Un po’ come già succede col gas fossile:

«Per garantirne la disponibilità e quella di centrali per bruciarlo sono in campo da anni forme di sussidio ai costi fissi delle centrali, e in seguito alla crisi Ucraina si sono fatti investimenti per alcuni miliardi (a spese di tariffe e temo in futuro tasse) per diversificare gli approvvigionamenti con nuovi rigassificatori e tubi».

Al contrario, le nuove installazioni di impianti rinnovabili stanno rallentando a causa delle ampie difficoltà normative, anziché accelerare.

 È così che si alimentando vecchie rendite di posizione, gravando sulla bolletta pagata da cittadini e imprese, oltre che sul clima.

(Luca Aterini).

 

 

 

Paradossi dell’energia:

oggi i razionali delirano,

i sognatori ragionano.

Qualeenergia.it - Alessandro Coderoni – (9 Settembre 2025) – ci dice:

 

CATEGORIE: Cambiamenti climatici, Rinnovabili.

L’utopia delle rinnovabili diventa realtà, mentre i fautori delle energie fossili e del nucleare restano prigionieri del "pensiero magico”, all'estero come in Italia.

Quelli un tempo considerati razionali delirano e i sognatori diventano concreti e razionali…

Sono temi controversi, ma ce lo aspettavamo.

 

Proprio nel momento in cui fotovoltaico ed eolico dimostrano di essere la soluzione più economica e valida ai combustibili fossili, cresce la resistenza contro questa alternativa, alternando motivazioni campate in aria, come quelle usate dell’Amministrazione Trump ad altre, in apparenza più razionali, come quelle di chi afferma, senza argomentare, come il nostro ministro dell’Ambiente, che il solare da solo non ce la può fare e ha bisogno di aiutini da parte di altre fonti, come il nucleare o il metano con annessa cattura della CO2.

 

Un esempio del primo tipo di denigratori dell’energia solare è quello fornito il 2 settembre dal segretario all’Energia statunitense, “Chris Wright”, ex manager del settore petrolifero (quindi di certo super partes), che ha affermato che il solare non potrebbe fornire tutta l’energia di cui il mondo ha bisogno perché “anche se si ricoprisse l’intero pianeta con pannelli solari, produrremmo solo il 20% dell’energia globale.

 Uno dei più grandi errori dei politici è confondere ELETTRICITÀ con ENERGIA!” (maiuscole sue, ndr), ha scritto su” X”.

 

Forse i politici confondono elettricità con energia, ma sicuramente “Wright” ha qualche problema con la matematica elementare, come ha fatto notare su “New Scientist” il climatologo “Gavin Schmidt” del “NASA Goddard Institute”.

“Nel 2024 il contenuto energetico totale dei combustibili usati nel mondo è stato di 186.000 terawattora.

Bene, la Terra riceve ogni anno dal Sole 6.000 volte tanto.

 E considerando che il 60% dell’energia fossile si perde come calore nella conversione in energia utile, la radiazione solare che raggiunge la Terra è pari a circa 18.000 volte il fabbisogno energetico attuale”, ha ricordato.

 

Ha poi chiarito climatologo Nasa che:

“è vero che gli attuali pannelli solari e turbine eoliche convertono solo il 20% circa dell’energia solare che le alimenta in elettricità, e che non si possono installare ovunque.

Ma anche così, se coprissimo, come dice Wright, tutta la Terra di pannelli e turbine, otterremmo circa 3.500 volte più energia di quanto ce ne serva.

Un esercizio un po’ esagerato…”.

 

Detto in altre parole, per sostituire tutta l’energia fornita oggi dai combustibili fossili con pannelli FV, basterebbe coprire 1/3500 della superficie terrestre, o solo lo 0,3% delle terre emerse, 447mila kmq, la superficie della Spagna per intendersi, come ha calcolato il “centro studi Carbon Tracker “(si veda anche immagine tratta dallo studio del 2022 “A fundamental look at supply side energy reserves for the planet“).

 

“È tanto?”, si chiede retoricamente Schmidt.

 “In realtà è meno della superficie che oggi coprono pozzi di petrolio, raffinerie, miniere, discariche di ceneri, oleodotti e gasdotti, serbatoi e tutte le altre infrastrutture per l’energia fossile, messe insieme.

Ed è un’inezia, se si considera che il 30% della superficie terrestre è coperto da deserti, mentre il 5% è occupato da strade, città e centri industriali che possono anch’esse ospitare impianti e centrali solari.

Quindi l’argomento “non c’è spazio” è fasullo, non sta minimamente in piedi, se non nella immaginifica realtà dell’amministrazione Trump e di qualche tradizionalista fossile.

Si potrebbe dire, alla stregua di “Pichetto Frattin”, che è comunque inutile occupare grandi superficie di terreno e poi doversi pure preoccupare dell’accumulo per compensare l’intermittenza di sole e vento, quando ci sarebbero fonti e tecnologie “miracolose”, che producono enormi quantità di energia continua senza emettere CO2, come il nucleare a fissione oggi, e quello a fusione domani.

 

A queste affermazioni, su “New Scientist” ha risposto “Eric Chausson”, fisico dell’Università di Harvard, che non cita le solite e ragionevoli considerazioni circa costi, prontezza tecnologica, inquinamento, scorie radioattive o proliferazione nucleare legati all’uso dell’atomo, bensì un fatto molto più basico:

non ci possiamo più permettere fonti che sprecano calore, immettendolo nell’atmosfera.

 

“Anche con una crescita moderata della domanda, entro circa tre secoli il solo calore di scarto prodotto dall’uso dell’energia, quello che creiamo quando usiamo un computer o un bollitore per l’acqua, potrebbe innalzare la temperatura globale di 3 gradi”, spiega Chausson.

“Non potendo evitare tutte le forme di calore di scarto, almeno cerchiamo di evitare quelle, enormi, che accompagnano la produzione dell’energia primaria. Con FV, eolico e moto ondoso questo problema non esiste:

l’energia solare nelle sue varie forme, comunque colpirebbe il pianeta e si trasformerebbe in calore.

Con altre fonti, come quelle fossili o nucleari, la questione è diversa, perché il loro calore è aggiuntivo a quello inevitabile proveniente dal Sole e per questo ci danneggia”.

 

Insomma, come diceva il fisico e divulgatore scientifico “Carl Sagan”, già oltre 30 anni fa, qualsiasi civiltà intelligente, su qualunque pianeta, se vuole sopravvivere finirà per usare esclusivamente l’energia della propria stella madre.

Certo, ragionare sulla scala temporale dei secoli è in genere un esercizio inutile, ma in realtà, secondo i calcoli di Chausson, il calore di scarto, peggiorando il riscaldamento globale dovuto ai gas serra, ha già effetti sul clima delle aree più industrializzate.

 

In Europa, per esempio, le estati sarebbero già 0,4 °C più calde a causa di questo fenomeno, ed entro il 2100 si potrebbe arrivare a un incremento di un grado annuo, un impatto però non ancora incluso nei modelli climatici.

Sembra insomma che ormai la scienza stia dalla parte di chi 20 anni fa era indicato come un “utopista”, mentre i “realisti” che allora promuovevano nucleare e fossili “perché non ci sono alternative”, di fronte ad una concreta alternativa si sono trasformati in cultori del “pensiero magico”, confondendo la loro ideologia (o i loro inconfessabili interessi) con la realtà e il bene comune.

Che siano ormai gli “ex ambientalisti hippie” gli unici che propongono soluzioni razionali ai montanti problemi energetici, economici, climatici e geopolitici del mondo, lo ricorda anche il recente libro “Here comes the Sun”: “A last chance for the climate and a fresh chance for civilization”, di “Bill Mc Kibben”, fondatore del “centro di ricerca Ember”.

Secondo Mc Kibben la trasformazione solare ci pone “sull’orlo di uno di quei rari e immensi cambiamenti della storia umana, in cui passiamo da una fonte energetica dominante un’altra.

Adesso ci stiamo rivolgendo al cielo, invece che all’inferno delle miniere, allo sfruttamento del pianeta e all’inquinamento.

 Ed è pure il più grande affare di tutti i tempi”.

 

Il libro offre un resoconto argomentato di come l’energia solare a basso costo rappresenti non solo un’occasione per affrontare la crisi climatica, ma anche per ripensare le nostre economie e il nostro rapporto con la natura, descrivendo come potrebbe essere una società alimentata dall’energia solare.

“Sarebbe una rivoluzione capace di sovvertire l’economia della scarsità, da cui deriva gran parte della povertà, grazie a prezzi dell’energia bassi e stabili, sempre meno dipendenza dalle Petro-dittature, e quindi più pace, riduzione drastica dell’inquinamento e persino un rinnovato legame con la natura”, scrive Mc Kibben.

Ma proprio questa la prospettiva di un mondo più pacifico e giusto è forse ciò che sta scatenando la reazione di chi, prosperando su disuguaglianze, sfruttamento e conflitti, da questa rivoluzione ha tutto da perdere e che usa la “libertà” delle nostre deboli democrazie per diffondere falsità e dubbi sui media nel disperato tentativo di evitarla proprio quella transizione.

E ciò ha creato un paradosso epocale, afferma l’autore:

la maggior parte dell’espansione straordinaria del solare sta avvenendo non in Occidente, ma in Cina, che ascolta molto meno di noi le sirene dell’industria fossile che vanno contro ai suoi interessi, e che possiede un mix unico di capacità manifatturiera, pianificazione centrale e autoritarismo politico, difficilmente replicabile altrove.

“La resistenza dell’industria dei fossili non bloccherà la transizione energetica globale, che è inevitabile per i suoi enormi vantaggi, ma certo la rallenterà, con conseguenze sempre più gravi sul clima.

Una cosa che non dobbiamo permettere, perché o si blocca la produzione di energia tramite combustione, o, semplicemente, alla fine, saremo noi a bruciare”, conclude Bill Mc Kibben.

 

 

 

È arrivato il momento di tassare

l'intelligenza artificiale?

Wired.it – (15 gennaio 2024) – Simone Cosimi – ci dice:

 

Sì. O almeno di cominciare a discuterne, spiega “Marietje Schaake”, già eurodeputata ed esperta di politiche digitali all'università di Stanford.

 I lavori guadagnati non saranno sovrapponibili a quelli persi e gli squilibri di oggi sembreranno nulla rispetto alla concentrazione di ricchezza che ci aspetta. Per questo servirà un nuovo welfare.

È già il momento di tassare l’intelligenza artificiale? No, ma è il momento di cominciare a parlarne.

 Ne è convinta “Marietje Schaake”, direttrice politiche internazionale al” Cyber Policy Center dell’università di Stanford”, consigliera speciale della Commissione europea ed ex eurodeputata.

Lo ha messo nero su bianco in un’opinione appena pubblicata dal “Financial Times “nella quale prende le mosse dall’entrata in vigore della cosiddetta” global minimum tax”, l’aliquota minima del 15% sull’utile netto per le multinazionali con fatturato complessivo di almeno 750 milioni di euro.

Dal primo gennaio è realtà e, in prospettiva, dovrebbe servire a contrastare il “dumping fiscale”, cioè la pratica di ridurre le aliquote fiscali di un paese per attirare imprese e investitori dall’estero a discapito dei vicini.

O di garantire loro norme più favorevoli in caso di reati fiscali.

Specialmente all’interno di realtà come l’Unione Europea, visto che Stati Uniti e Cina non l’hanno ancora implementata nelle legislazioni nazionali.

 

Per raggiungere l’obiettivo, i cui risultati rimangono comunque tutti da verificare (la proiezione della raccolta per quest’anno è di 220 miliardi di dollari), ci abbiamo messo anni.

Per questo, all’alba – che poi troppo alba non è, è già mattina – dell’era dell” ’intelligenza artificiale generativa” occorre iniziare a discutere di come, dove e quanto tassare una gamma di strumenti potentissimi ancora in gran parte in divenire. Ma che potrebbero, almeno nel medio periodo, creare più danni che benefici agli equilibri del mercato del lavoro internazionale.

Secondo il “World Economic Forum” entro il 2027 l'implementazione dell’intelligenza artificiale e di altre soluzioni affini comporterà il cambiamento del 23% dei posti di lavoro, creando 69 milioni di nuovi posti ed eliminandone 83 milioni.

Un saldo insomma non positivo, almeno non nel prossimo quinquennio, che andrà in qualche modo governato sia attraverso la creazione di nuove opportunità che nel sostegno dei lavoratori che in nessun modo potranno essere riqualificati.

 I posti di lavoro che guadagneremo, infatti, non saranno sempre e perfettamente sovrapponibili a quelli resi obsoleti dall’AI, questo è un aspetto che in pochi rammentano quando commentano questi numeri.

Secondo un’indagine della società di consulenza “Ernst & Young”, della multinazionale del lavoro “Manpower Group e Sanoma”, che fa formazione, a questo terremoto si affiancherà nei prossimi anni un calo della domanda di circa il 41,7% a danno di professioni a scarsa specializzazione o in settori a bassa crescita come agricoltura e industrie tradizionali.

Gente che già oggi fatica e che domani sarà serenamente congedata.

 

(La sfida dell'AI, risposte e idee per un futuro migliore - The Big Interview 2025.)

 

Nel frattempo la valutazione delle società che sviluppano l’intelligenza artificiale o ne applicano gli strumenti nei propri prodotti continua a crescere:

OpenAI I sta per esempio diventando una formidabile macchina da soldi.

La società guidata da “Sam Altman” avrebbe superato 1,6 miliardi di dollari di fatturato (lo ha rivelato The Information) nel 2023, e sta raccogliendo nuovi finanziamenti che potrebbero spingerne il valore a 100 miliardi di dollari.

L’intelligenza artificiale generativa sta già comportando una serie di sfide sociali – ha scritto “Schaake” -.

 La perdita globale di posti di lavoro è uno dei principali effetti attesi.

Mentre il dibattito politico rimane in gran parte incentrato sui rischi per la sicurezza, vari studi prevedono profonde problematiche del lavoro a causa di questa tecnologia.

È stato Elon Musk a parlare del futuro del lavoro a margine del vertice sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale dello scorso anno.

In una conversazione con il primo ministro britannico “Rishi Sunak” ha accennato casualmente alla necessità di anticipare una società in cui “non è necessario alcun lavoro”.

 Le conseguenze sono inimmaginabili”.

Tutto questo mentre la ricchezza globale potrebbe ulteriormente concentrarsi nelle mani di pochi grandi gruppi: al confronto, l’era del web 1.0 e delle big tech degli anni Duemila sembrerà un Eden comunitarista.

 

Un’altra indagine di “Goldman Sachs” prevede invece una crescita di almeno settemila miliardi di dollari per l’economia globale nei prossimi dieci anni, mentre ben due terzi dei posti di lavoro statunitensi – nello stesso periodo – finiranno per essere in qualche modo minacciati dall’AI.

Quasi il 30% delle ore lavorate negli Usa verrà influenzata da processi di automazione (McKinsey) e, come si accennava poco prima, circa 12 milioni di lavoratori avranno bisogno di un percorso di transizione occupazionale per riuscire a cavarsela.

 Insomma, per quanto possiamo raccontarcela sull’AI che potenzierà, affiancherà, migliorerà ed emanciperà i nostri lavori attuali regalandoci tanto tempo libero per portare a spasso il cane, l’elefante è di fronte a noi.

 Già oggi: secondo una ricerca di” Resume Builder” lo scorso anno più di un terzo dei manager ha ammesso di aver rimpiazzato forza lavoro umana con sistemi automatizzati e continuerà a farlo quest'anno:

 il 44% delle società intervistate spiega che le novità nell'AI condurranno a nuovi licenziamenti.

Perché la situazione non dovrebbe peggiorare con soluzioni sempre più sofisticate e potenti di intelligenza artificiale generativa i cui frutti saranno sempre più indistinguibili dal lavoro di un essere umano?

Serviranno dunque tanti soldi per rafforzare le politiche pubbliche attuali e soprattutto intentarne di nuove.

Questa transizione non sarà un pranzo di gala e ogni economia nazionale dovrà anticipare l’impatto dell’intelligenza artificiale su tutti i settori della propria economia.

In Italia siamo fermi alle beghe politiche sulla presidenza della Commissione algoritmi.

Come sempre, il tema cruciale è la redistribuzione della ricchezza:

se ne produce molta grazie alle nuove tecnologie ma il corpo della società, la base della piramide, non gode che delle briciole.

E, anzi, le persone vanno incontro a una marginalizzazione delle proprie competenze, sempre più lontane dal cuore delle nuove necessità.

 

Per questo, spiega “Schaake”, “senza un intervento, il prossimo capitolo della rivoluzione tecnologica rischia ancora una volta di privatizzare i profitti, spostando al contempo i costi per mitigare i danni sulle casse pubbliche.

 Il sostegno al welfare e la riqualificazione dei lavoratori licenziati non sono solo svantaggi economici:

sono il tipo di cambiamenti sociali che portano facilmente a disordini politici.

 Per generazioni, il lavoro è stato il fondamento non solo del reddito familiare, ma anche della routine e del senso di scopo delle persone.

Provate a immaginare cosa fareste senza il vostro lavoro”.

Per” Schaake” serve, dunque, che questo nuovo giacimento di immensa ricchezza venga tassato.

 Come, quanto e soprattutto a chi applicare la tassazione in un panorama industriale in cui praticamente ogni società sta in qualche modo integrando strumenti di questo tipo sarà la sfida a cui le organizzazioni transnazionali dovranno rispondere.

Lontani dallo star system dei miliardari (pseudo)visionari e dai loro interventi provocatori tutti incentrati sul divide et impera e fortemente dentro le paure, le necessità e i bisogni delle popolazioni del Sud e del Nord del mondo.

 

“Per riequilibrare gli impatti costi-benefici dell’AI a favore della società, e per garantire che la risposta necessaria sia accessibile a tutti, tassare le società di intelligenza artificiale è l’unico passo logico", aggiunge l’esperta, che richiama anche le proposte in questa direzione del fondatore di Microsoft, Bill Gates, e del senatore democratico del Vermont, Bernie Sanders, da aggiornare tenendo conto dei progressi dell’intelligenza artificiale generativa.

 

 

 

Rod Dreher: «Per uscire dalla crisi spirituale

dobbiamo combinare mente e corpo».

Sabinopaciolla.com – (Settembre10th, 2025) – Sabino Paciolla - Rod Dreher, scrittore – ci dice:

 

Rod Dreher, giornalista e scrittore (su questo blog ne abbiamo parlato numerose volte), uno dei più importanti intellettuali d’occidente, autore del best seller “L’Opzione Benedetto”, era in Italia sabato scorso per partecipare alle Tavole di Assisi, dove ha presentato il suo nuovo e splendido libro “Vivere nella meraviglia” (Giubilei Regnani editore).

Ha rilasciato poi una intervista a Francesco Borgonovo, apparsa su La Verità del 7 settembre scorso.

 Ecco ampi stralci.

Borgonovo: Nel suo nuovo libro parla molto di «disincanto». A che cosa si riferisce?

Rod Dreher «Quando parlo di disincanto intendo la sensazione che tante persone moderne, soprattutto i giovani, hanno sul mondo che non ha alcun significato, che non ci sia alcuno scopo.

Come cristiano, credo che questo sia falso.

Quindi, con questo libro, cerco di aiutarli a comprendere i tesori che abbiamo nella fede cristiana, a sperimentare che cosa voglia dire avere un significato e che cosa sia il senso della presenza di Dio.

Tutte cose che non arrivano attraverso la politica.

Il grande teorico dei media cattolico, “Marshall Mcluhan”, ha detto che quando la religione diventa concetto, cioè quando prendiamo l’esperienza di Dio e la trasformiamo in idee e dottrine, allora questa inizia a morire.

Dobbiamo utilizzare dei concetti per poter parlare di religione.

Ma l’essenza della religione è ciò che” Mcluhan” chiamava percezione, l’esperienza diretta di Dio che, di solito, otteniamo attraverso la preghiera.

Quindi, in questo caso, abbiamo anche cristiani fedeli che hanno tutti i pensieri corretti in testa ma sentono ancora una certa aridità spirituale. Vogliono sentire la presenza di Dio in modo mistico.

 È di questo che parla il mio libro. Questo è ciò che intendo per disincanto cristiano».

 

A parlare di disincanto della società moderna è stato Max Weber.

E da allora la religione sembra essere sempre più espulsa non solo dalla vita politica ma, in generale, dalla scena pubblica.

«La mia fede è più importante della mia politica e la mia politica viene dopo la mia fede.

 Se la nostra fede è qualcosa che vive solo nella nostra testa e non è piena d’azione nella nostra vita, allora è morta.

La Bibbia dice questo, la vita di San Francesco d’Assisi dice proprio questo, quindi penso che una delle cose di cui l’Europa abbia più bisogno oggi sia una vigorosa cultura cristiana.

Non si tratta solo di andare in chiesa la domenica, ma di andarci durante tutta la settimana.

E, in effetti, penso che i fondatori dell’Unione Europea, Robert Schuman e Alcide De Gasperi, si aspettassero qualcosa del genere.

Ma oggi si guarda Bruxelles e sembra che lì siano terrorizzati dalle persone che credono davvero».

 

Poi Rod Dreher critica il “disincanto” del mondo moderno descritto da Max Weber, dovuto al predominio del pensiero scientifico e analitico dall’Illuminismo.

Questo squilibrio, che trascura poesia, religione, arte e musica, è visto come causa della crisi di senso e dell’aumento di malattie mentali in Occidente, limitando la comprensione della verità al solo approccio scientifico.

 

Il giornalista italiano pone quindi a Rod Dreher la seguente domanda:

Questo è stato un grosso problema, soprattutto durante il Covid, dove abbiamo visto gli scienziati diventare come dei nuovi sacerdoti.

E forse su questo anche la Chiesa ha qualche responsabilità.

«Negli Stati Uniti avevamo regole diverse per ogni Stato.

 Quelli più severi hanno chiuso completamente tutte le chiese.

Penso che in tutti gli Stati in cui le chiese erano chiuse, i credenti avrebbero dovuto incontrarsi comunque, perché non c’è diritto più fondamentale del diritto di lodare Dio.

Penso che, inchinandosi alle autorità sanitarie, la Chiesa abbia capitolato in modo pessimo.

Ora, per essere onesti, quando è scoppiato il Covid, andava bene chiudere le chiese, c’era incertezza.

Ma dopo, quando è diventato chiaro cosa stava succedendo, la Chiesa avrebbe dovuto disobbedire.

Non so cosa sia successo in Italia, ma in America tutte le Chiese, cattoliche e protestanti, hanno perso molti fedeli.

 Persone che non sono mai tornate dopo la fine del Covid.

Ma abbiamo anche visto alcuni giovani diventare molto più seri riguardo alla fede a causa del Covid.

Nella mia chiesa in Louisiana, una chiesa ortodossa, abbiamo visto protestanti evangelici arrivare durante il Covid perché avevano così tanta paura che tutto stesse crollando nella nostra civiltà che volevano una fede molto più profonda di quella che avevano nella loro chiesa».

 

Il disincanto di cui lei parla non riguarda, però, soltanto i cristiani.

 

«Papa Benedetto ha detto che il modo migliore per evangelizzare le persone oggi non è attraverso argomenti razionali, ma andando prima verso la bellezza che viene dalla Chiesa e dai Santi perché, in questo modo, si parla al cuore della singola persona e la conversione del cuore avviene attraverso la bellezza estetica o la santità, che apre la mente a considerare gli insegnamenti razionali del Vangelo.

Penso che questo sia vero perché è così che sono diventato cristiano. Viviamo in una condizione che è stata chiamata modernità liquida, perché tutto è in continuo cambiamento.

Niente è fisso.

Penso che la risposta a questo, come cristiani ma non solo, sia quella di riabitare i nostri corpi e vivere in un mondo di cose concrete, non solo dentro le nostre teste o dentro Internet, lo spazio digitale.

 Perché la cultura digitale è una cultura spirituale, in fondo».

 

In che senso?

 

«In due modi:

primo, ci insegna a cosa prestare attenzione;

secondo, ci allena a pensare che sia reale ciò che è virtuale, cioè le cose che vediamo su Internet.

Non credo sia una coincidenza che la prima generazione cresciuta su Internet sia anche la generazione che ha avuto i maggiori problemi con il transgenderismo:

sono totalmente distaccati dal loro corpo.

 

 A questo punto “Rod Dreher” racconta il suo percorso spirituale, iniziato a 17 anni con un’esperienza mistica nella cattedrale di Chartres, che lo ha spinto a cercare Dio e a diventare cattolico intorno ai 20 anni, mentre lavorava come giornalista.

Invitato da una collega, ha svolto un breve servizio volontario alla mensa dei poveri delle Missionarie della Carità, ma lo ha abbandonato, preferendo un approccio intellettuale alla fede attraverso letture teologiche.

È stato un cattolico fervente per 13 anni, convinto che la sua fede razionale fosse solida.

Tuttavia, scrivendo come giornalista a New York sugli scandali degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, dopo quattro anni di confronto con questa realtà oscura, ha perso la fede, nonostante un prete lo avesse avvertito delle difficoltà.

Esausto, è passato al cristianesimo ortodosso, non per sfuggire al peccato, ma per necessità.

Riflette che, se avesse vissuto la fede cattolica in modo più pratico, con azioni concrete come il volontariato, anziché solo intellettualmente, forse la sua fede cattolica sarebbe sopravvissuta.

 

Borgonovo quindi gli chiede:

Quale è la morale della storia?

 

«La lezione è questa e lo dico agli ortodossi, ai cattolici, ai protestanti: la vostra fede deve essere incarnata nel vostro corpo.

 È importante studiare la dottrina, ma mettete sempre la preghiera al primo posto. Dio mi ha umiliato nel mio orgoglio intellettuale.

 È stata colpa mia essere così orgoglioso, non è stata colpa della Chiesa cattolica. Ma potrebbe succedere a chiunque se non si vive una vita di profonda preghiera e adorazione con i nostri corpi, non solo con le nostre menti».

 

Rod Dreher precisa che non nega l’importanza della razionalità nella fede cristiana, ma critica l’eccessivo focus sulla ragione a scapito della dimensione concreta e spirituale.

 Sostiene la necessità di un equilibrio tra razionalità e pratiche devozionali come preghiere, pellegrinaggi e tradizioni sacramentali, che uniscono mente e corpo. Provenendo da una tradizione cattolica e ortodossa, sottolinea che materia e spirito si compenetrano, rifiutando la separazione cartesiana tra mente e corpo. Propone due modi di conoscere – astratto ed esperienziale – entrambi essenziali per superare la crisi spirituale.

 

Rod Dreher vede nell’attuale società una rinascita dello gnosticismo, che separa corpo e spirito, simile alle idee degli attivisti transgender e alla visione della tecnologia come forma di gnosi.

Con l’avanzare dell’Intelligenza Artificiale (IA), le persone si rifugiano in mondi virtuali, come una donna sposata che preferisce un amante virtuale generato dall’Intelligenza Artificiale, “Leo”, al marito, trascorrendo 60 ore a settimana con lui pur sapendo che è finto.

 Anche il marito, dipendente dalla pornografia, non obietta.

Dreher prevede che questa tendenza peggiorerà con la crescente influenza dell’IA.

 

Quindi Borgonovo chiede:

Se sappiamo che tutto questo non è reale e dopo tutto non è nemmeno così buono, perché continuiamo in questa direzione?

«Uno dei motivi per cui le persone sono così disposte ad accettare tutto ciò è perché, a un certo punto del XX secolo, hanno deciso di preferire ciò che fa sentire bene a ciò che è vero.

Hanno deciso che la sofferenza non ha senso e questo è uno dei motivi per cui si sono allontanati dal cristianesimo.

 E smettere di preoccuparsi della verità, smettere di essere disposti a soffrire per la verità, è un modo per consegnare la propria umanità alla tecnologia.

Quando le persone capiranno cosa sta succedendo, temo che sarà troppo tardi. In America stiamo già vedendo persone che iniziano a trattare l’Intelligenza Artificiale come se fosse una specie di dio.

Comunicano con essa come se fosse reale e medici e psichiatri stanno già segnalando casi di psicosi indotta dall’IA.

Credo che questo diventerà un problema molto, molto più grande. Tutto questo deriva della negazione del corpo».

 

Sembra che siamo arrivati alla totale separazione tra reale e artificiale. In fondo, anche la “cultura woke” è questo:

 l’imposizione di una realtà artificiale.

Talvolta con arresti come sta avvenendo in Inghilterra dove chi si sottrae al discorso dominante sull’immigrazione o altro rischia grosso.

 

«In America ho sentito persone che erano arrivate negli Stati Uniti per sfuggire al comunismo sovietico e hanno iniziato a dire che le cose che accadono oggi ricordano ciò che si erano lasciate alle spalle.

Sono anche andato negli ex Paesi comunisti e ho parlato con i cristiani, per lo più cattolici, che erano rimasti lì, per chiedere loro come possiamo resistere.

E la risposta fondamentale che mi hanno dato è che bisogna credere nella verità ed essere disposti a soffrire per la verità. Questa è l’unica soluzione per resistere a questo totalitarismo soft.

Ma qui in Occidente siamo così comodi, così molli che non riusciamo nemmeno a sopportare l’ansia, figuriamoci la vera sofferenza.

Quindi penso che questo sia uno dei motivi per cui abbiamo visto un’intera società come la Gran Bretagna arrendersi al totalitarismo».

 

 

 

L’intelligenza artificiale e il suo

impatto su società e individui.

Life.unige.it – Luca Oneto – (8 gennaio 2025) – ci dice:

 

Quali sono gli impatti a lungo termine dell'IA sulla società e sugli individui? Proviamo a rispondere adottando una prospettiva storica per comprendere meglio le implicazioni future.

 

Abbiamo approfondito nei mesi scorsi alcuni dei concetti fondamentali che guidano l'intelligenza artificiale moderna, analizzandone sia le potenzialità che i possibili rischi.

Inoltre, abbiamo esaminato l’”AI Act”, un'iniziativa volta a trovare il giusto equilibrio tra il pieno sfruttamento delle opportunità offerte dall'IA e la necessità di mitigare gli effetti indesiderati.

 

Un po’ di storia…

L'IA rappresenta l'ultima tappa di un lungo processo di tecnicizzazione della società, un fenomeno che il filosofo contemporaneo Umberto Galimberti descrive come “Età della Tecnica”.

 Le radici di questo pensiero tecnico risalgono a tempi antichi, con Platone (circa 400 a.C.), considerato uno dei padri fondatori.

Platone fu tra i primi a tentare di dare un ordine al mondo attraverso modelli ideali, ponendo le basi del pensiero astratto, che è alla base della tecnica.

Il pensiero astratto consente infatti di modellare la realtà, di comprenderla e di influenzarla.

 Tuttavia, è con le rivoluzioni industriali che la tecnicizzazione ha iniziato ad esercitare un impatto concreto e tangibile sulla società e sugli individui.

 

La prima rivoluzione industriale, nel XVIII secolo, fu innescata dall'introduzione della macchina a vapore, dalla meccanizzazione della produzione tessile e dalla lavorazione del ferro.

Questi sviluppi portarono alla meccanizzazione delle industrie tradizionali, incrementando la produttività e favorendo l'urbanizzazione.

La seconda rivoluzione industriale, nel XIX secolo, fu guidata dall'adozione dell'elettricità, del motore a combustione interna e dall'espansione delle ferrovie, elementi che portarono a un uso diffuso dell'elettricità, alla nascita dell'industria automobilistica e all'espansione dell'industria pesante.

 La terza rivoluzione industriale, nel XX secolo, si caratterizzò per l'avvento dei computer, della tecnologia digitale e di internet, che introdussero la digitalizzazione delle informazioni e l'automazione dei processi, trasformando profondamente le industrie e le comunicazioni.

 Infine, la quarta rivoluzione industriale, nel XXI secolo, è contraddistinta dall'intelligenza artificiale e dalla convergenza di tecnologie fisiche, digitali e biologiche.

 

Ogni rivoluzione ha portato con sé sia benefici che sfide, ma tutte, in una prospettiva storica, hanno profondamente trasformato la vita delle persone e la struttura della società nel lungo periodo.

 

industrializzazione ottocentesca.

Gli impatti a lungo termine del cambiamento.

Durante lo sviluppo delle varie rivoluzioni industriali, sono emersi in modo evidente sia i benefici che le sfide poste da queste trasformazioni.

Giorno dopo giorno, individui e società hanno dovuto sfruttare le nuove tecnologie e confrontarsi con le loro conseguenze.

Tuttavia, gli impatti più profondi e meno immediati delle rivoluzioni industriali hanno trasformato in maniera radicale sia le persone che la società, manifestandosi su una scala temporale più dilatata e quindi meno percepibile rispetto alle sfide quotidiane.

 

Queste rivoluzioni hanno ridotto l'importanza delle capacità fisiche umane (come forza, velocità e resistenza), diminuito la necessità di certe professioni (prima i contadini e gli allevatori, poi gli operai), e favorito un maggiore accentramento degli insediamenti, spingendo le persone dalle campagne verso le città. Parallelamente, hanno richiesto un innalzamento del livello di istruzione e cultura (dall'alfabetizzazione ai dottorati), creato nuovi bisogni (non solo beni di sussistenza, ma anche comodità e lussi), e introdotto un diverso modo di concepire la socialità (dalla dimensione familiare e di paese alla società liquida descritta dal sociologo “Zygmunt Bauman”).

 

Nei cambiamenti è stato coinvolto ogni ambito:

dal mestiere del costruttore, che è passato dall'utilizzo di pochi materiali semplici e molta manodopera all'impiego di materiali tecnologicamente avanzati che richiedono sempre meno lavoro manuale,

 fino al lavoro del ricercatore, che è passato dalla difficoltà di reperire le ricerche più aggiornate, facendosi spedire articoli e libri da tutto il mondo, alla complessità odierna di filtrare la mole enorme di informazioni disponibili.

 

Tali trasformazioni hanno avuto un impatto significativo non solo sugli aspetti pratici della vita quotidiana, ma anche sulla nostra visione del mondo e sulla comprensione della nostra stessa esistenza.

Gli individui hanno dovuto reinventarsi, trovando nuove opportunità di sviluppo personale laddove la tecnologia ha lasciato spazio (nelle prime rivoluzioni industriali, ad esempio, si è passati dalla predominanza della forza fisica all'importanza dell'intelletto).

Allo stesso tempo, la società ha dovuto adattarsi a un nuovo modo di convivere, fornendo le tutele e le compensazioni necessarie per gestire i continui cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie.

 

La rivoluzione informatica.

Quali spazi liberi ci lascia l'intelligenza artificiale?

Tecnologie per la produzione di testi, immagini, e musica e strumenti in grado di vincere contro gli esseri umani a giochi molto complessi come il Go o gli scacchi, stanno minando, o meglio mettendo in discussione, quale sia nel futuro il ruolo degli individui.

Attualmente queste tecnologie hanno il beneficio di poter essere affiancate all’essere umano per potenziarne le abilità o aumentare la produttività.

Esiste anche un aspetto buio di questo aumento di produttività che si traduce in una perdita di posti di lavoro.

 

Più sul lungo periodo invece, non è chiaro quale sarà l’impatto sul lavoro di queste tecnologie.

Avrà senso nel futuro continuare a fare campionati di Go sapendo che una macchina potrà sempre sconfiggerci?

Avrà ancora senso scrivere notizie o articoli di divulgazione quando una macchina può produrre qualcosa di migliore e comunque maggiormente calibrato sul singolo lettore?

Avrà ancora senso fare concorsi di pittura, fotografia o musica dove le macchine hanno già dimostrato di poter vincere?

 

“Lee Sedol”, il campione mondiale di Go, è stato uno dei primi a dover fare i conti con queste domande essendo stato battuto più volte al gioco dove lui era il migliore al mondo.

Queste domande avranno un impatto non facilmente misurabile sulla psiche delle singole persone che dovranno trovare un modo di convivere con queste tecnologie trovando uno spazio libero dove potersi esprimere senza essere sostituiti dell’IA.

Una IA che usa il PC.

Come si può adattare la società alla IA?

Una domanda ancora più complessa è quella di capire come la società possa reagire, sul lungo termine, alla presenza ubiqua dell’IA.

Sul breve termine ci sono già state delle reazioni, dal “Data Act” all’ “AI Act”, che tentano di limitare l’uso indiscriminato o rischioso dai dati e dell’IA.

Questo sta generando non solo effetti oggettivi di regolamentazione ma anche una maggiore presa di coscienza da parte della società su questi problemi.

 

Sul lungo termine invece le cose sono molto meno chiare e c’è molta meno consapevolezza.

Avrà senso nel futuro continuare ad affidarsi sull’attuale sistema giuridico quando le macchine potranno generare sentenze mediamente più eque?

Avrà senso continuare a far lavorare lo stesso numero di ore di un impiegato capace di produrre grazie all’IA molto di più?

Avrà ancora senso permettere la guida umana quando la guida autonoma sta dimostrando, in certe condizioni, di essere più sicura?

 

Molti Stati hanno avviato delle sperimentazioni di un “reddito universale base” capace di proteggere le fasce più deboli della popolazione dalla perdita di lavoro (anche ma non solo dovuto all’AI).

Questo tipo di soluzione è stata anche promossa da alcuni pionieri dell’AI.

 

Il concetto di reddito universale di base, sebbene rappresenti una misura significativa per mitigare nel breve-medio termine gli effetti dell'IA sul tessuto socioeconomico, non affronta la questione più profonda legata all'avvento dell'IA e alla conseguente diminuzione delle opportunità di lavoro.

Il lavoro, infatti, non si limita a essere una fonte di reddito;

 esso costituisce anche un fondamentale strumento attraverso il quale gli individui possono realizzarsi, esprimere la propria identità e contribuire al benessere collettivo.

L'autorealizzazione e il senso di appartenenza derivano spesso dall'impegno professionale, e la perdita di tale dimensione potrebbe generare implicazioni negative per la coesione sociale.

Pertanto, il reddito universale di base, per quanto utile, non può essere considerato una soluzione definitiva, ma piuttosto una componente di un approccio più ampio e articolato che tenga conto delle molteplici sfaccettature del ruolo del lavoro nella società.

 

Osservatorio sull'intelligenza artificiale.

Come aggirare i problemi.

La questione centrale che rimane aperta è se l'IA ci permetterà di affrontare i problemi descritti attraverso un’evoluzione graduale e incrementale degli individui e della società, come è avvenuto nelle precedenti rivoluzioni industriali, o se sarà necessaria una trasformazione radicale del nostro modo di essere e di convivere.

 

Per rispondere a questa domanda, è essenziale comprendere le differenze tra le rivoluzioni industriali del passato e quella attuale.

La prima e più evidente distinzione è la velocità con cui queste rivoluzioni si sono succedute.

Ogni rivoluzione industriale è stata più rapida della precedente: la prima ha richiesto oltre un secolo per svilupparsi, mentre l’ultima si è dispiegata nell’arco di pochi anni.

Questa accelerazione è dovuta alla progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture fisiche.

La rivoluzione dell'IA, infatti, è avvenuta con una rapidità senza precedenti grazie alla sua totale smaterializzazione.

Strumenti come “ChatGPT” sono stati adottati globalmente in pochi mesi grazie a internet e alla possibilità di sfruttare la potenza computazionale dei grandi centri di calcolo.

Questa rapidità rappresenta il primo elemento critico che distingue e caratterizza la rivoluzione dell’IA rispetto alle precedenti.

 

La seconda differenza riguarda la motivazione alla base di queste rivoluzioni.

Le prime rivoluzioni industriali rispondevano a bisogni comuni e diffusi.

Le prime due hanno permesso di soddisfare in modo più efficiente e affidabile bisogni primari come il cibo e il riparo.

La terza ha messo in connessione persone, idee e informazioni, rispondendo a un bisogno di socialità e di progresso globale.

L'IA, invece, è nata inizialmente per rispondere alle necessità di un gruppo ristretto di attori, principalmente grandi aziende e governi in grado di investire in questa tecnologia.

Tuttavia, con la sua rapida diffusione e ubiquità crescente, l'IA sta permeando ogni settore della società, imponendo un nuovo paradigma di interazione e produzione.

Il terzo aspetto che rende unica questa rivoluzione è la capacità dell'IA di auto-evolversi.

Le precedenti rivoluzioni industriali si basavano su innovazioni che, una volta introdotte, richiedevano un periodo di assestamento prima di produrre ulteriori progressi significativi.

Al contrario, l'IA è in grado di migliorarsi e adattarsi continuamente attraverso l'apprendimento automatico e l'elaborazione di dati sempre più vasti e complessi. Questo potenziale di auto-evoluzione introduce una dinamica di cambiamento continuo e accelerato, rendendo difficile prevedere e gestire le implicazioni a lungo termine.

 

In conclusione, mentre le rivoluzioni industriali del passato hanno trasformato il mondo in modo incrementale, rispondendo a bisogni largamente condivisi, la rivoluzione dell'IA si distingue per la sua rapidità, il suo avvio elitario e la sua natura auto-evolutiva.

Di conseguenza, affrontare le sfide che essa pone potrebbe richiedere non solo un adattamento delle strutture esistenti, ma una profonda re-immaginazione del nostro modo di vivere e interagire, sia a livello individuale che collettivo.

 

 

L’intelligenza artificiale sta cambiando

 il mondo: quali sono pro e contro dell’AI.

Geopop.it – (4 aprile 2025) - Giuseppe Servidio – ci dice:

 

Come tutte le cose, anche l'AI ha sia dei lati positivi che lati negativi.

Mettiamo a confronto i vantaggi e gli svantaggi di questo strumento e capiamo quali sono i settori toccati da questa tecnologia nata negli anni '50.

L'intelligenza artificiale sta trasformando e influenzando a una velocità impressionante interi settori come la ricerca scientifica, la sanità, e l'economia globale.

Se da un lato l'AI offre opportunità senza precedenti in termini di automazione, efficienza e innovazione in questi e molti altri campi, dall'altro solleva dubbi importanti legati alla perdita di posti di lavoro, alla privacy, alla sicurezza e all'impatto ambientale.

L'AI generativa, in particolare, ha ampliato le possibilità di interazione tra uomo e macchina, rendendo l'IA una presenza sempre più diffusa nella nostra quotidianità.

Le preoccupazioni su come questa tecnologia possa essere utilizzata e sulle sue potenziali conseguenze a lungo termine sono al centro di dibattiti politici e normativi piuttosto accesi.

Molti governi stanno cercando di bilanciare innovazione e sicurezza attraverso regolamentazioni più stringenti, come il recente “AI Act europeo”, che punta a rendere l'AI più trasparente e affidabile.

Nel frattempo, la comunità scientifica discute su come l'AI possa accelerare il progresso in campi come la biotecnologia e la lotta ai cambiamenti climatici, ma anche su quanto sia rischioso affidare decisioni critiche a sistemi di intelligenza artificiale.

Quali sono, di conseguenza, i pro e i contro dell'AI?

 

Gli svantaggi dell'AI: quali sono i possibili rischi.

Vista l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e il suo tasso di adozione sempre più importante, quindi, non sarebbe saggio sottovalutare i possibili lati negativi dell'AI.

Mondo del lavoro:

 se da un lato l'automazione andrebbe a migliorare la produttività, dall'altro ha generato timori sulla perdita di posti di lavoro, soprattutto nei settori più facilmente automatizzabili come il customer service e la gestione amministrativa.

Secondo le stime, circa un terzo delle mansioni lavorative potrebbe essere svolto da sistemi di AI, riducendo la necessità di personale umano per alcune attività.

 È vero anche, però, che mentre alcuni ruoli rischiano di scomparire, la domanda di nuove competenze – ad esempio in ambito di machine learning e cybersecurity – sta crescendo rapidamente.

Gestione dei dati:

 gli algoritmi di intelligenza artificiale necessitano di enormi quantità di informazioni per essere addestrati, ma questo ha sollevato preoccupazioni sulla privacy e sulla protezione dei dati personali.

 Il caso di “OpenAI”, indagata per possibili violazioni delle normative europee sulla privacy, è solo uno dei molteplici esempi di come il tema della trasparenza sia diventato cruciale.

Il problema è così sentito che negli Stati Uniti, l'amministrazione Biden ha proposto un “AI Bill of Rights”, un insieme di linee guida per garantire un uso responsabile dell'AI (sebbene al momento non abbia alcun valore legale), mentre l'Unione Europea ha introdotto l'”AI Act”, un insieme di norme nate con lo scopo di garantire un uso sicuro, equo e trasparente dell'intelligenza artificiale.

Questioni di equità e sicurezza:

 i modelli di AI, se addestrati su dati distorti, possono perpetuare discriminazioni esistenti.

Un esempio noto è quello dei sistemi di riconoscimento facciale, che spesso mostrano tassi di errore più elevati per le persone con carnagione più scura, aumentando il rischio di decisioni ingiuste nei contesti di sorveglianza e applicazione della legge.

Diffusione della disinformazione:

con l'evoluzione dei “deepfake” – video o immagini manipolate con l'AI per sembrare autentiche – diventa sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

Questo fenomeno può essere sfruttato per scopi fraudolenti, dalla propaganda politica alle truffe finanziarie.

Impatto ambientale negativo:

l'addestramento dei modelli più avanzati richiede un'enorme quantità di energia. Secondo alcune stime, le emissioni generate dall'AI potrebbero aumentare fino all'80% nei prossimi anni, mettendo a rischio gli sforzi globali per la sostenibilità.

Al tempo stesso, però, l'AI potrebbe essere impiegata per ottimizzare le filiere produttive, ridurre gli sprechi e migliorare l'efficienza energetica, il che suggerirebbe che il suo impatto ambientale dipenderà in larga parte da come verrà utilizzata.

I vantaggi dell’AI: i possibili lati positivi.

Quali sono, invece, i possibili lati positivi dell'AI?

Grazie alla capacità di analizzare rapidamente enormi volumi di dati, l'AI sta rivoluzionando settori cruciali.

 

Favorire la creatività:

'intelligenza artificiale applicata all'ambito lavorativo potrebbe automatizzare attività noiose o ripetitive.

Nel campo dello sviluppo industriale, il suo utilizzo consentirebbe di massimizzare la produttività.

Questo perché l'AI può consentire di rendere i processi più intelligenti ed efficienti.

Delegare all'IA compiti pericolosi per gli esseri umani:

come la gestione di sostanze tossiche, il disinnesco di ordigni esplosivi o le operazioni di salvataggio in ambienti ostili.

Settore finanziario:

banche e istituzioni utilizzano algoritmi di “machine learning” per rilevare frodi, condurre audit e valutare meglio il rischio di credito.

Medicina:

grazie all'analisi dei big data l'intelligenza artificiale consente diagnosi più rapide e accurate, supporta la scoperta di nuovi farmaci e monitora i pazienti tramite assistenti virtuali.

Istruzione:

l'AI può essere adoperata per digitalizzare libri di testo, rilevare il plagio (ne saranno felici i prof. di italiano che vogliono scovare i “furbetti” che copiano i temi da Internet) e persino analizzare le espressioni facciali degli studenti per valutare il loro livello di attenzione, così da migliorare le tecniche di apprendimento e insegnamento.

Trasporti:

 l'AI è alla base delle tecnologie a guida autonoma che, almeno potenzialmente, potrebbero rendere più efficienti i trasporti con un impatto ambientale positivo, almeno “sulla carta”.

L'evoluzione dell'AI: dagli anni ’50 a oggi.

Se tanti hanno sentito parlare per la prima volta dell'AI a novembre 2022, quando è scoppiata la “bolla” di ChatGPT, in realtà l'intelligenza artificiale esiste da una vita e ha avuto una lunga evoluzione dagli anni '50 a oggi.

I primi esperimenti sull'AI risalgono al 1951, con il primo gioco di dama contro il computer sviluppato da “Christopher Strachey”, ex compagno di studi di “Alan Turing”, considerato uno dei padri dell'informatica.

“Strachey “chiese a quest'ultimo di fornirgli il manuale del computer “Mark 1”, presentato da Turing insieme ad altri scienziati nel 1949 e fu così che nacque il “software di Strachey”, considerato da alcuni il primo successo documentato di un programma per computer basato sull'AI.

Da allora, l'intelligenza artificiale ha compiuto passi da gigante, con traguardi storici come la vittoria di “Deep Blue” contro il campione di scacchi “Garry Kasparov “nel 1997 e il successo del computer “IBM Watson” nel quiz televisivo Leopard! nel 2011.

Negli ultimi anni,” OpenAI” ha rivoluzionato il settore con il rilascio dei “modelli GPT”, dando il via a una corsa allo sviluppo di strumenti avanzati da parte di altre aziende competitors, tra cui “Gemini di Google” e “Claude di Anthropic”.

Parallelamente allo sviluppo della tecnologia, è cresciuto anche il suo tasso di adozione.

 Ecco perché l'AI ad oggi viene considerata una delle tecnologie più influenti al mondo, spingendo l'evoluzione di ambiti come la robotica, l'analisi dei dati e l'Internet delle cose o IoT (Internet of Things).

Secondo un sondaggio condotto da IBM nel 2023, il 42% delle aziende aveva già adottato strumenti di intelligenza artificiale nei propri processi, mentre un ulteriore 40% stava valutando di farlo.

La diffusione dell'“AI generativa” – in grado di produrre testi, immagini, video e persino codice informatico – ha portato a una rapida espansione di questa tecnologia nel settore aziendale, creativo e scientifico e viene usata da milioni di utenti ogni giorno anche per svolgere le proprie attività quotidiane.

(geopop.it/lintelligenza-artificiale-sta-cambiando-il-mondo-quali-sono-pro-e-contro-dellai/).

 

 

 

Deepfake e Intelligenza Artificiale:

tra rischi di sicurezza e vantaggi.

 Ictsecuritymagazine.com - Riccardo Laurenti – (12 Febbraio 2024) ci dice:

 

La diffusione di attacchi e di minacce le quali utilizzano come vettore il deepfake e la manipolazione delle informazioni rappresentano sfide significative per la sicurezza e l’integrità delle informazioni.

 I contesti in cui è opportuno porre attenzione sono plurimi, vedasi l’ambito politico, aziendale e sociale e pertanto, nel mare magnum delle molteplici minacce che permeano il panorama del mondo cibernetico, tali attacchi richiedono l’impiego di tecniche e strumenti difensivi che si dimostrino non solo efficienti, ma altresì altamente rapidi nella loro evoluzione.

 

Argomenti.

 

Definizione e Funzionamento dei Deepfake.

I deepfake sono contenuti multimediali manipolati, spesso video, che utilizzano la tecnologia dell’intelligenza artificiale (IA) per creare immagini realistiche di persone o situazioni che in realtà non sono accadute.

Vengono quindi sviluppati attraverso tecniche per la sintesi dell’immagine umana basata sull’intelligenza artificiale, usata per combinare e sovrapporre immagini e video esistenti con video o immagini originali, tramite un procedimento di apprendimento automatico, conosciuto come rete antagonista generativa (comunemente nota come GAN (dall’inglese “Generative Adversarial Network”).

Le reti GAN sono composte da due componenti principali, i quali lavorano in maniera antagonista:

il generatore e il discriminatore.

 

Generatore (Generator):

 Il generatore in una rete GAN ha il compito di creare dati artificiali che dovrebbero sembrare il più possibile simili ai dati di addestramento reali.

 Ad esempio, nel contesto dei deepfake, il generatore potrebbe produrre immagini o audio che sembrano provenire da una persona specifica, anche se sono in realtà completamente sintetiche.

Discriminatore (Discriminator):

Il discriminatore, d’altra parte, è un modello di apprendimento che cerca di distinguere tra dati reali e dati generati dal generatore.

Nel contesto dei deepfake, il discriminatore valuta se un’immagine o un audio è autentico o se è il risultato della generazione del generatore.

 Il suo obiettivo è migliorare nel riconoscere la differenza tra dati reali e dati sintetici.

In sostanza quindi, il processo di addestramento di una “rete GAN” è basato su una competizione continua tra il generatore e il discriminatore.

Il generatore cerca di migliorare costantemente la sua capacità di generare dati falsi che sembrano reali, mentre il discriminatore cerca di diventare sempre più abile nel distinguere tra dati reali e generati.

Questo ciclo di retroazione continua fa sì che entrambi i componenti della rete migliorino nel corso del tempo.

 

Impieghi e Rischi dei Deepfake.

Tale tecnologia, quindi, può essere adoperata per la creazione di notizie fasulle, la disseminazione di informazioni ingannevoli e l’organizzazione di truffe, dando luogo a comportamenti quali il cyberbullismo o altri reati informatici di varia natura.

Allo stesso modo, può essere utilizzata a fini satirici.

 

L’affermazione “Se non vedo non credo”, come proferito da “san Tommaso Apostolo” in merito alla risurrezione di Gesù, precedentemente contestata dai suoi apostoli, risulta ora obsoleta e, persino pericolosa.

 L’avvento della tecnologia deepfake sta alterando profondamente le dinamiche, esigendo dagli utenti della Rete una vigilanza sempre più acuta sulla genuinità dei contenuti da loro fruiti.

 

D’altronde è sufficiente vedere gli esempi riportati nel link di seguito:

(creativebloq.com/features/deepfake-examples)

per rendersi conto del grado di pericolosità che un’azione così mistificatoria e anche apparentemente satirica può provocare.

Danni a persone e cose, azioni e reazioni sono solo alcune delle conseguenze plausibili che questa affascinante e pericolosa tecnologia può generare.

 Per comprendere al meglio quindi il processo che si cela dietro la creazione dei deepfake è opportuno sciogliere l’argomento nei suoi passaggi chiave:

 

Raccolta dei dati:

Per creare un deepfake audio convincente, è necessario raccogliere un ampio set di dati vocali dalla persona di destinazione.

 Questi dati possono essere estratti da interviste, discorsi pubblici, podcast o altri contenuti vocali disponibili.

elaborazione dei dati:

I dati vocali raccolti vengono elaborati per estrarre le caratteristiche significative della voce, come il tono, la modulazione, il ritmo e altri tratti distintivi.

Addestramento del modello:

Un modello di apprendimento profondo, come una rete neurale, viene addestrato utilizzando il set di dati vocali della persona di destinazione.

Durante l’addestramento, la rete impara a riconoscere e riprodurre le caratteristiche vocali specifiche della persona.

Generazione del deepfake audio:

Una volta addestrato il modello, è possibile utilizzarlo per generare nuovi segmenti vocali.

Questi segmenti possono essere basati su script specifici o generati in modo più libero, a seconda degli obiettivi dell’utilizzatore del deepfake audio.

Ottimizzazione:

 Il risultato del deepfake audio può essere ottimizzato per renderlo più realistico e convincente.

 Questo potrebbe coinvolgere l’aggiunta di rumori ambientali, la regolazione di parametri specifici o altre tecniche di perfezionamento.

Distribuzione o utilizzo:

Una volta creato il deepfake audio, può essere distribuito o utilizzato per vari scopi, che vanno dall’intrattenimento alla manipolazione di informazioni.

“Come mai potrebbero vivere i ciarlatani e gl’imbroglioni, se non gettassero l’amo all’ingenua turba con qualche scrignetto o qualche borsa piena di denaro sonante?

Come i pesci si prendono coll’esca, così gli uomini non si potrebbero gabbare, se non si desse loro qualche speranza da mordere”.

(Petronio Arbitro).

 

Le Tipologie di Deepfake.

Esistono diverse tipologie di deepfake, e la tecnologia continua a evolversi. Alcune delle principali categorie di deepfake includono:

 

Face swaps:

In questa categoria, il viso di una persona di origine (source) viene sovrapposto su una persona destinataria (target).

Questa pratica è comunemente utilizzata per creare contenuti ironici sui social media, spesso facendo uso dei volti di celebrità.

 Le tecnologie attuali, come le reti neurali profonde (Deep Neurale Network – DNN), sono impiegate per questo scopo, anche se le prime forme di face swap risalgono agli anni ’90 con l’uso di software come “Adobe Photoshop.”

 

Lip-syncing:

In questa tipologia, un video viene modificato per far sembrare che la persona destinataria pronunci frasi fittizie.

Questo processo coinvolge l’utilizzo della voce registrata da una o più fonti, sincronizzata con un altro video per renderlo autentico.

Un esempio iniziale di questa tecnica è stato “Face2Face”, un modello creato da ricercatori di Stanford nel 2017, che fa uso delle “Reti Neurali Ricorrenti” (Recurrent Neural Networks – RNN).

 

Puppet-master:

Questo tipo di deepfake coinvolge l’imposizione dell’aspetto di una persona destinataria (puppet) su un’altra persona che compie azioni.

Una metodologia comune per creare questo tipo di deepfake utilizza le reti generative avversarie (GAN), in cui un “generatore” di dati falsi sfida un “discriminatore” il cui compito è distinguere tra dati reali e falsi.

L’efficacia di questo modello dipende dalla capacità del generatore di “ingannare” il discriminatore.

 

Impatti dei Deepfake sulla Società: Riflessioni e Conseguenze.

Abbiamo capito quindi quali sono le enormi potenzialità di questo strumento.

Ora è opportuno fare un ragionamento relativo ai possibili ambiti che possono risentire dell’alterazione della realtà causata dallo sfruttamento di potenti tool tecnologici uniti alla fantasia umana.

 

Implicazioni politiche:

La diffusione di deepfake e la manipolazione delle informazioni possono portare gravi conseguenze nel contesto politico.

Può diventare difficile distinguere la realtà dalla finzione, e questo potrebbe influenzare l’opinione pubblica, le elezioni e la stabilità politica.

 Basti pensare al simulato episodio in cui Renzi, apparentemente presente, manifestava il suo dissenso attraverso un gesto volgare verso Mattarella durante una trasmissione satirica come “Striscia la Notizia”.

 

Come spesso accade, è stato necessario un programma di satira per porre l’attenzione su una questione estremamente seria.

Non si trattava né di un imitatore né di un sosia;

questa volta, la tecnologia si è rivelata l’ultima frontiera della manipolazione.

Non solo è in grado di acquisire i tratti di un volto e sovrapporlo a chiunque altro ma può anche catturare l’autentico timbro della tua voce, rimodulandolo per far pronunciare parole che non sono mai state dette.

Quindi, eventuali implicazioni di natura politica potrebbero riverberarsi sulla stabilità nazionale.

 

Politici e leader possono diventare bersagli di deepfake, con la creazione di contenuti falsi atti a danneggiare la loro reputazione o influenzano l’immagine pubblica.

Questo potrebbe avere conseguenze sulla loro carriera politica e sulla stabilità delle istituzioni.

La manipolazione di discorsi e dichiarazioni di leader politici, può alimentare confusione o portare a malintesi diplomatici con gravi conseguenze gravi relazioni internazionali e nella diplomazia.

(youtube.com/watch?v=JZl3cQTL6U0).

 

Ma, anche ponendo il caso che l’arguzia umana superi la sofisticatezza tecnologica, si potrebbe ingenerare un fenomeno quasi contrario. Il bombardamento mediatico di contenuti manipolati e manipolatori potrebbe contribuire a una crescente sfiducia nella veridicità delle informazioni e delle immagini.

 La manipolazione digitale potrebbe mettere in discussione l’autenticità di qualsiasi dichiarazione o evento, complicando la formazione di opinioni informate. Per concludere, o nei confronti della reputazione personale o anche peggio contro la stabilità politica e nazionale, questi contenuti possono risultare machiavellici e dannosi.

 

Implicazioni Aziendali e Rischi Economici.

Implicazioni aziendali:

Nel mondo complesso e sempre più interconnesso delle aziende, la manipolazione delle informazioni è senza dubbio una minaccia reale.

Questa pratica non solo punta a danneggiare la reputazione delle organizzazioni, ma può anche avere impatti significativi sui mercati finanziari, generando danni notevoli.

 

Si può immaginare una situazione in cui notizie false sulle performance finanziarie di un’azienda vengono disseminate intenzionalmente.

Un simile scenario potrebbe causare turbolenze finanziarie e minare la fiducia degli investitori, gettando un’ombra sull’integrità aziendale.

La veridicità delle informazioni è un pilastro fondamentale nelle dinamiche aziendali, e la manipolazione di dati finanziari tramite deepfake costituisce una minaccia tangibile.

 

In aggiunta, emerge il rischio di frode, dove i deepfake diventano strumenti per ingannare le aziende.

Basti pensare alla creazione di video contraffatti di dirigenti aziendali, i quali veicolano messaggi falsi o transazioni finanziarie manipolate.

Questa forma di inganno può arrecare danni irreparabili alla reputazione delle aziende e dei loro leader.

 

Tuttavia, le preoccupazioni non si limitano alle questioni finanziarie.

 L’utilizzo dei deepfake apre la porta a nuove minacce per la sicurezza informatica. Criminali potrebbero sfruttare questa tecnologia per eludere sistemi di autenticazione basati su riconoscimento facciale o vocale.

Inoltre, i dipendenti stessi potrebbero essere vittime di deepfake senza il loro consenso, un’azione che viola la loro privacy e crea situazioni dannose sia a livello personale che professionale.

 

Rischi e Sfide del Deepfake Audio.

Il deepfake audio è una tecnica che utilizza l’intelligenza artificiale, in particolare il deep learning, per manipolare e generare file audio falsi che sembrano autentici. Questa tecnologia può essere utilizzata per alterare voci, creare discorsi o dialoghi inventati, o persino imitare voci di persone specifiche in modo convincente.

Le moderne simulazioni vocali hanno raggiunto oltretutto una precisione tale da imitare con straordinaria fedeltà l’intonazione, il ritmo e le sfumature di una voce umana (impressionanti a tal proposito sono i deepfake che utilizzano voci di cantanti famosi deceduti utilizzandole in canzoni moderne ampiamente diffuse (youtube.com/watch?v=Num0q-l-ldc).

Questa capacità le rende virtualmente indistinguibili dalla realtà, diventando un potente strumento nelle mani dei criminali per truffare individui e aziende.

 

Un esempio recente, riportato dal “New York Times”, coinvolge un falso” robocall” che impersona il presidente Biden, il quale mira allo scopo di influenzare le primarie del New Hampshire.

La chiamata, che sembra provenire da Kathy Sullivan, ex presidente del Partito Democratico del New Hampshire, scoraggia gli elettori dal partecipare alle primarie.

Biden non è in corsa nelle primarie del New Hampshire, ma la chiamata è stata manipolata per sembrare legata a una campagna a livello statale che incoraggia a votare per lui.

 

Ma perché i deepfake audio sono così complessi da distinguere, a tal punto che sono tra i più utilizzati in truffe e tentativi di frode?

Uno studio (Warning: Humans cannot reliably detect speech deepfakes) ha dimostrato che i partecipanti hanno fallito il 25% delle volte nel tentativo di rilevare i deepfake vocali.

 La metà dei partecipanti ha ricevuto una formazione preliminare ascoltando cinque esempi di voce sintetizzata, ma la loro prestazione è stata migliore solo del 3% rispetto al gruppo non addestrato.

 

Questo perché l’audio è soggettivo.

 A differenza del rilevamento dei deepfake visivi, in cui l’autenticità può essere giudicata osservando oggetti e sfondi, la natura soggettiva del parlato fa sì che le percezioni varino maggiormente.

 Le onde sonore assumono frequenze diverse attraversando l’aria o un mezzo solido e quindi la voce ha un timbro diverso. Inoltre, un registratore altera la voce, anche se in maniera minima.

 

Durante la registrazione, infatti, il suono viene “tradotto” da onde sonore meccano-elastiche (cioè vibrazioni) a onde elettromagnetiche (cioè segnali elettrici), mentre per l’ascolto avviene il processo inverso:

così la voce che esce da questi passaggi non è mai perfettamente identica all’originale, e questo chiaramente ci rende meno attenti ai messaggi veicolati tramite voce, dato che siamo abituati a sentire anche voci a noi care come diverse via messaggio vocale.

Il cervello umano è generalmente più sensibile e attento alle informazioni visive rispetto a quelle uditive e, dato che il riconoscimento di voci e tratti vocali è un processo complesso, è più difficile individuare anomalie nell’audio rispetto a segnali visivi.

 

Nel video, inoltre, ci sono più punti di riferimento visivi, come espressioni facciali, movimenti degli occhi, ecc. i quali possono essere utilizzati per individuare incongruenze.

Nell’audio, tali punti di riferimento sono meno evidenti, rendendo difficile l’individuazione di manipolazioni.

Un ulteriore elemento discriminatorio si riscontra nel fatto che le persone possono essere più propense a sospettare di manipolazioni visive rispetto a manipolazioni uditive.

Ciò può essere dovuto allo stigma che il concetto di “vedere per credere” è più radicato nella società rispetto al “sentire per credere”.

 

Vantaggi e Utilizzi Positivi dei Deepfake.

I deepfake, se utilizzati in modo etico e responsabile, presentano diverse applicazioni potenzialmente vantaggiose in diversi settori.

Basti pensare a quante possibilità possono verificarsi in contesti in cui il limite pare essere solo quello della propria fantasia, che, si spera sempre di più, possa essere delineato dalle norme.

Di seguito sono stati fatti alcuni ragionamenti liberi rispetto ad ambiti in cui i deepfake possono trovare utilità:

 

Nel settore della formazione e dello sviluppo aziendale, l’integrazione dei deepfake può trasformare il modo in cui i dipendenti acquisiscono competenze.

 Le simulazioni realistiche, come colloqui, sessioni di coaching o scenari di interazione con i clienti, potrebbero offrire un ambiente di apprendimento più coinvolgente ed efficace.

 Ciò potrebbe tradursi in una migliore preparazione dei dipendenti e, di conseguenza, in un miglioramento delle prestazioni aziendali.

 

Per quanto riguarda la produzione di contenuti multimediali, soprattutto nell’industria dell’intrattenimento, i deepfake rappresentano un’opportunità unica.

 La capacità di creare personaggi digitali convincenti può ridurre significativamente i costi di produzione nella post-produzione, consentendo una maggiore flessibilità creativa.

Questo potrebbe portare a storie più coinvolgenti, effetti speciali avanzati e un processo di produzione più efficiente nel complesso.

 

Un esempio su tutti di utilizzo di Deepfake con scopi migliorativi lo si può trovare in ambito sanitario: il “progetto Re voice”.

 La tecnologia deepfake può restituire la voce a coloro che hanno perso la capacità di parlare a causa di malattie come la SLA.

L’iniziativa denominata “Progetto Re voice” ha come obiettivo primario la completa ricreazione dell’essenza unica di qualsiasi voce, al fine di sviluppare un clone digitale della stessa destinato all’utilizzo quotidiano mediante dispositivi di Comunicazione Aumentata/Alternativa (AAC).

 

Prevenzione e Difesa: Strategie e Strumenti.

A causa della crescente sofisticazione delle tecnologie di manipolazione, la verifica dell’autenticità delle informazioni sta diventando una vera e propria sfida.

 Per questo motivo i grandi players dell’industria tecnologica si stanno adoperando per trovare delle contromisure al fine di limitare e contenere l’efficacia degli attacchi massivi e fraudolenti tramite deepfake.

Ad esempio, durante l’evento “Consumer Electronics Show 2024”, McAfee ha presentato “Project Mockingbird”, una soluzione che fa leva sull’intelligenza artificiale per mitigare i rischi legati alle frodi ai danni degli amministratori delegati (Ceo fraud) e ai deepfake audio.

“Project Mockingbird “sta sviluppando una forma di riconoscimento attraverso l’integrazione di modelli di rilevamento contestuali, comportamentali e categoriali, impiegando l’intelligenza artificiale per determinare se l’audio di un video è probabilmente generato da un sistema di intelligenza artificiale.

 Anche Google ha intensificato la sua lotta contro i deepfake, immagini e video generati artificialmente, attraverso un aggiornamento della funzione “Informazioni su questa immagine”.

Questa funzionalità fornisce agli utenti dati utili per verificare l’autenticità di un’immagine online.

L’aggiornamento ora è integrato nel motore di ricerca di Google. Gli utenti possono cliccare sui tre punti nell’angolo in alto a destra di un’immagine nei risultati di ricerca per accedere a informazioni specifiche.

Questo include dettagli su quando l’immagine è apparsa per la prima volta su Google e altre pagine web, nonché l’utilizzo e la descrizione della foto da parte dei siti.

Inoltre, per aiutare a identificare i deepfake, Google consente di visualizzare i metadati aggiunti a un’immagine, inclusi quelli che potrebbero indicare la generazione o il miglioramento tramite intelligenza artificiale.

 

Tuttavia, ciò dipende dalla corretta inserzione dei metadati da parte del proprietario dell’immagine.

Esistono software più avanzati e a pagamento, come “Sensity.ai”, “Sentinel”, e il recente software di Intel con il detector “Fake Catcher”, che utilizzano l’intelligenza artificiale, in particolare “reti neurali”, per analizzare il contenuto alla ricerca di anomalie, ottenendo un’elevata percentuale di successo nell’identificazione dei deepfake.

Tuttavia, attualmente, tali software con elevate capacità di calcolo e precisione sono limitati e prevalentemente utilizzati da grandi aziende e istituzioni.

 È opportuno quindi puntare sulla educazione delle persone e dare loro degli strumenti difensivi basati sulla consapevolezza.

Puntare al fattore umano quindi, come baluardo della difesa personale e aziendale.

 

Educazione e Consapevolezza.

Come visto pocanzi quindi, l’educazione del pubblico sulla possibilità di manipolazioni delle informazioni è fondamentale.

La consapevolezza del problema può e deve aiutare le persone a essere più critiche nelle valutazioni delle informazioni che incontrano online.

 La sfida che viene posta oggi è:

come si può creare un percorso di “Awareness” che ci possa istruire al meglio su questa nuova minaccia?

Certamente è opportuno porre l’attenzione sulla formazione tecnica, magari offrendo corsi o risorse online che insegnino le basi delle tecnologie utilizzate per creare deepfake, oppure promuovere il pensiero critico, fornendo esempi pratici e aggiornando le persone tramite newsletter, oltre che sensibilizzare il pubblico sui tool suddetti di detector.

 

Proviamo ora a stilare noi una lista di elementi dei quali è opportuno tener conto per difendersi da attacchi generati con i Deepfake:

Occhi:

La replicazione del naturale movimento degli occhi e dello sbattere delle ciglia risulta ancora complessa, poiché il soggetto spesso segue o fissa l’interlocutore durante una conversazione.

Un movimento degli occhi innaturale o distorto può essere un segnale di possibile presenza di deepfake.

Nel caso di immagini, è importante osservare la pupilla del soggetto, poiché spesso viene ricreata in modo inaccurato con bordi sfocati e una forma poco definita.

Viso ed espressioni facciali:

I deepfake spesso coinvolgono sovrapposizioni di immagini, generando espressioni facciali distorte e innaturali.

La pelle può essere un indicatore utile, specialmente se presenta discromie evidenti, texture irrealistiche (troppo liscia o troppo rugosa), ombre strane e barba o baffi con forme e definizioni anomale.

Denti e capelli:

La ricostruzione di denti e capelli tramite intelligenza artificiale è difficile, e questo può rendere i sorrisi nei deepfake strani e poco definiti o i capelli troppo piatti e luminosi, come se fossero un oggetto unico.

Rumori o audio incoerente:

Nell’analisi di un video, è essenziale prestare attenzione all’audio e cercare di correlarlo con il movimento delle labbra della persona che parla.

La mancanza di coerenza tra audio e movimenti labiali può indicare la presenza di un deepfake.

Distorsioni visive:

Pixel visibili, ombre innaturali o la presenza di oggetti fuori posto costituiscono indicatori importanti di un possibile deepfake.

Attendibilità della fonte:

Oltre all’analisi visiva del presunto deepfake, è cruciale considerare la fonte in cui l’immagine o il video è stato pubblicato, valutandone l’affidabilità e la reputazione.

Affrontare queste sfide richiederà sforzi coordinati tra governi, aziende, organizzazioni non governative e individui.

La ricerca continua, lo sviluppo di tecnologie di difesa avanzate e la promozione della consapevolezza sono tutte parti cruciali di una strategia globale contro la manipolazione delle informazioni.

 

Che messaggio sta inviando la Cina

durante la parata militare di Pechino

del 3 settembre 2025.

Unz.com - Hua Bin – (7 settembre 2025) – ci dice:

 

 

I sistemi d'arma high-tech svelati non riguardano solo l'hardware.

La più grande novità dalla Cina nell'ultimo mese è la parata militare tenutasi a Pechino il 3 settembre Rd per celebrare la sconfitta dei giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

Il presidente “Xi Jinping” è stato raggiunto dal presidente Putin e Kim Jong Un, nonché dai capi di Stato di Indonesia, Malesia, Iran, Vietnam, Bielorussia, Pakistan, Kazakistan, ecc.

Il presidente Xi ha tenuto un breve discorso, ma il vero discorso è stato fatto dalle armi esposte alla parata.

 

E il messaggio è forte e chiaro, in un linguaggio che l'Occidente, in particolare gli Stati Uniti, possono capire.

Il messaggio è che la Cina è pronta a contrastare le provocazioni e le prepotenze occidentali con la forza, più brutale di quella che l'Occidente può inventare.

Come hanno dimostrato le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, la forza bruta è l'unico messaggio che può penetrare attraverso le grosse cranie dell'ignorante e arrogante élite dominante occidentale.

Come i miei lettori abituali sanno, seguo da vicino la tecnologia militare cinese e ho scritto di alcune delle armi ad alta tecnologia che Pechino ha sviluppato, dai droni, ai missili ai jet da combattimento.

Anche per qualcuno che si vanta di seguire lo sviluppo della tecnologia mil. da oltre 2 decenni, sono sbalordito dal numero e dalla sofisticatezza tecnica delle armi appena svelate.

 

Come altri appassionati di militari cinesi, non ho nemmeno sentito parlare della metà delle armi in mostra.

 

Ancora più importante, Pechino ha annunciato che questi sistemi d'arma sono in servizio oggi, non prototipi o concetti.

Ad esempio, la parata aerea non ha visto la partecipazione dei due jet da combattimento di sesta generazione (J-36 e J-50) che hanno suscitato un enorme interesse nei circoli militari da quando sono stati osservati per la prima volta nel dicembre 2024.

Ciò significa che le armi ad alta tecnologia, dai missili ipersonici ai veicoli subacquei senza pilota extra large (XLUUV), sono già schierate per il servizio attivo e saranno utilizzate se scoppierà una guerra cinetica ora.

 La Cina è pronta a definire la guerra futura.

Armi svelate.

Un elenco incompleto delle armi più degne di nota include:

4 nuovi missili antinave ipersonici e supersonici: YJ-15, YJ-17, YJ-19, YJ-20. YJ-17 è la versione navale e aviolanciata del famoso missile ipersonico (HGV) DF-17 con base terrestre "waverider" che dispiega un motore scram-jet e raggiunge una velocità di crociera di Mach 10.

Il DF-17 è stato il primo missile HGV schierato al mondo ed è ampiamente considerato impossibile da intercettare.

6 nuovi veicoli aerei da combattimento senza pilota (UCAV), inclusi tre modelli full-stealth senza coda;

 tutti e 6 dovrebbero servire a fianco di jet da combattimento con equipaggio come fedeli gregari alimentati dall'intelligenza artificiale.

 In confronto, gli Stati Uniti devono ancora schierare i loro primi aerei da combattimento collaborativi (CCA) nonostante abbiano annunciato un piano del genere anni fa.

5 modello di 5 esimo Generazione di combattenti : J-20, J-20S, J-20A, J-35 e J-35A a confronto con i 4 modelli attualmente in servizio negli Stati Uniti (F-22, F-35A, F-35B, F-35C).

2 XLUUV : sottomarini senza pilota di grandi dimensioni HSU100, AXJ002 per la sorveglianza, il pattugliamento e l'attacco in acque profonde. I confronti vengono fatti con il sistema russo Poseidon.

Armi senza pilota assortite, da carri armati senza pilota, droni, cani robotici, a navi da combattimento di superficie senza equipaggio ed elicotteri da caccia ai sottomarini.

3 armi ad energia diretta (DEW):

LY-01 laser di difesa aerea navale, un'arma laser montata su camion contro droni e missili e un sistema d'arma a microonde contro sciami di droni.

3 sistemi di difesa aerea stratificati:

HQ-9B, HQ-19 e HQ-29.

L'HQ-29 è un missile antibalistico a lungo raggio e un'arma intercettore antisatellite con un'altitudine di intercettazione fino a 1500 km nello spazio.

4 esimo Carro armato principale di generazione:

Type 100 con torretta senza equipaggio, capacità anti-drone complete e dotato di radar AESA al nitruro di gallio (GaN), la tecnologia radar più avanzata al mondo.

La Cina ha anche presentato per la prima volta la sua "triade nucleare" con il JL-1 lanciato dall'aria, il JL-3 lanciato da sottomarini, il DF-61 e il DF-31BJ su strada e l'ICBM DF-5C basato su silos.

 Questi missili balistici nucleari possono coprire l'intera parte continentale degli Stati Uniti.

Interessante, molte delle armi superstar cinesi mostrate nell'ultima parata militare nel 2019 per celebrare i 70 anni esimo anniversario della fondazione della RPC erano assenti dalla parata del 3 settembre.

 

Questi includono il DF-21D, i missili balistici ipersonici DF-27, il missile da crociera ipersonico CJ-100, l'ICBM DF-41, il drone UCAV GJ-11, le serie di UAV WZ e CH e il missile ipersonico "carrier killer" lanciato dalla nave YJ-21.

Il fatto che nessuno di loro abbia fatto il bis mostra i rapidi progressi negli aggiornamenti dei sistemi d'arma.

 

Punti chiave dal punto di vista militare e tecnico.

– La Cina sta accelerando i suoi leader nel settore ipersonico, stealth, dei sistemi senza pilota e dei campi correlati.

E sta sperimentando una varietà di combinazioni di tali tecnologie nei domini aereo, marittimo, terrestre e sottomarino (molto probabilmente anche nello spazio).

– Le tecnologie di base sottostanti che attraversano tutte le catene di uccisione includono la scienza dei materiali, le tecnologie di comunicazione, il sistema radar, l'intelligenza artificiale, la robotica e altro ancora.

 La Cina sta investendo molto in tutte queste aree (sia per scopi civili che militari) ed è leader nella maggior parte dei campi (vedi il mio articolo sull'indice ASPI key future technology):

(huabinoliver.substack.com/p/comparing-china-and-us-critical-future).

 

Tali progressi tecnologici stanno fungendo da telaio comune per lo sviluppo di armi per diversi domini e tipi di missione.

La parata ha messo in mostra alcune delle ultime innovazioni.

È probabile che altri siano ancora classificati e saranno schierati in futuro.

 

– La Cina ha già un grande vantaggio nella tecnologia missilistica, soprattutto nel campo ipersonico.

Numerosi modelli ipersonici sono già schierati in grado di neutralizzare gruppi di portaerei nemiche e basi militari all'interno della seconda catena di isole.

Queste armi ipersoniche sono eccezionalmente difficili da difendere.

La combinazione della tecnologia ipersonica con le nuove piattaforme di attacco aereo, navale e spaziale stealth e senza pilota cambia le carte in tavola sul campo di battaglia.

– La Cina ha una comprovata esperienza di iterazioni rapide di prodotti, prototipazione a basso costo, profonda capacità produttiva e produzione di massa a basso costo unitario basata su scala.

 Questo sia nel settore civile che in quello militare.

 Quando la base industriale militare statale del paese viene mobilitata, l'esercito cinese può sopraffare qualsiasi avversario con enormi vantaggi quantitativi e qualitativi.

– Al contrario, il complesso militare industriale negli Stati Uniti è di proprietà privata.

 Il suo obiettivo principale è la massimizzazione del profitto, non vincere le guerre. Ciò porta a un approccio allo sviluppo di sistemi d'arma caratterizzato da un lungo ciclo di sviluppo, capacità limitata (alto ritorno sulle risorse), alto costo unitario (costo più prezzo), piccoli lotti di produzione e alti costi operativi e di manutenzione (chiamati valore del ciclo di vita).

 

Il messaggio di Pechino agli USA.

 

La dimostrazione di forza alla parata militare è rivolta sia all'esercito americano che alla sua leadership politica.

Diversi messaggi sono chiari:

La Cina ha sviluppato una rete di uccisioni ridondante a più livelli, progettata per negare l'accesso alle sue coste.

Se gli Stati Uniti intervengono in un conflitto intorno a Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale, la Cina ha l'arsenale per sferrare colpi massicci alle sue risorse navali e aeree non solo lungo la prima catena di isole (Giappone e Filippine) ma oltre la seconda catena di isole (Guam).

 

La tecnologia di guerra aerea e navale della Cina è alla pari o superiore a quella che gli Stati Uniti possono introdurre.

 Inoltre, sta innovando un ritmo più veloce.

La potenza industriale della Cina significa che può superare di gran lunga la produzione degli Stati Uniti se scoppia la guerra.

 I giorni in cui gli Stati Uniti perseguivano una guerra contro un avversario scarsamente equipaggiato sono finiti.

 

Pechino è in grado di raggiungere lo stesso livello di deterrenza nucleare contro gli Stati Uniti della Russia.

Nonostante abbia un arsenale nucleare molto più piccolo e una politica di "no first strike", la Cina ha una capacità di attacco secondario sufficiente per fornire una distruzione reciproca assicurata (MAD).

Di conseguenza, la Cina è invulnerabile al ricatto nucleare e può risalire la scala dell'escalation secondo necessità.

 

– Non c'è sicurezza per la patria degli Stati Uniti.

Una delle ragioni principali dell'avventurismo militare degli Stati Uniti è stata la sua geografia.

L'élite dominante degli Stati Uniti e la popolazione non hanno mai dovuto pagare per la loro aggressione a causa della loro grande distanza dalla maggior parte dei teatri di guerra che hanno provocato.

 La Cina ha dimostrato che tale immunità è finita con la sua capacità di condurre attacchi convenzionali e nucleari a lungo raggio sul territorio degli Stati Uniti se gli Stati Uniti intraprendono una guerra contro il territorio cinese.

Quando un bullo è vulnerabile ad essere colpito, è probabile che il suo comportamento sia più ragionevole.

 

Sfatare i miti della propaganda occidentale.

 

Dopo la parata militare, i media ei commentatori occidentali hanno cercato di fare buon viso a cattivo gioco.

Immediatamente, si possono trovare molte narrazioni di " coping " che emergono dall'Occidente collettivo.

Tali deviazioni doloranti sono edulcorate come "analisi obiettive" che sono miti trasparenti:

– Esperienza di guerra: questa è una delle deviazioni più ripetute. L'argomento è questo: dal momento che la Cina non combatte una guerra dal 1979, la sua forza militare non ha esperienza e quindi è facile competere con gli Stati Uniti.

 

Mettiamo da parte ciò che l'affermazione dice sull'ascesa pacifica della Cina contro il costante militarismo degli Stati Uniti e concentriamoci solo sulla logica.

In primo luogo, le vaste esperienze di guerra degli Stati Uniti dopo il Vietnam sono contro nemici inferiori e spesso impoveriti come l'Afghanistan, l'Iraq, Grenada, la Siria, la Libia e lo Yemen, avversari difficilmente alla pari.

In secondo luogo, i precedenti degli Stati Uniti contro tali nemici "meritevoli" non sono certo stellari.

Solo pochi mesi fa gli Stati Uniti hanno dovuto chiedere la pace dopo essere stati pesantemente umiliati dagli “Houthi yemeniti” sul campo di battaglia.

Non c'è nemmeno bisogno di parlare dell'Afghanistan e dei talebani.

 

In terzo luogo, le dottrine di guerra degli Stati Uniti e le esperienze di combattimento si sono principalmente orientate a combattere le insurrezioni negli ultimi due decenni.

La sua memoria muscolare è infatti un problema quando si combatte una guerra di alto livello e ad alta intensità con una potenza militare alla pari.

 

Infine, quando l'esercito cinese combatte vicino alle sue coste, è per proteggere la patria da un intruso lontano.

L'esercito americano sta combattendo per mantenere la sua egemonia e il suo dominio globale, di cui ha a malapena beneficiato nessuno dei soldati combattenti che sono semplici mercenari.

 È facile ragionare su chi avrà un morale più alto e una maggiore disponibilità al sacrificio.

 

– Armi non testate: questo è un altro ritornello comune.

Sebbene la maggior parte dell'arsenale cinese non sia stato utilizzato in guerra, viene testato sia in laboratorio che in esercitazioni militari come qualsiasi altra attrezzatura.

La tecnologia di base e le specifiche tecniche sono quelle che sono.

Come gli indiani hanno scoperto alcuni mesi fa nella breve guerra con il Pakistan, i caccia J-10C di fabbricazione cinese "non testati" e i missili aria-aria PL-15 erano perfettamente in grado di eliminare i suoi jet Rafale, "esperti" e molto costosi.

Allo stesso modo, solo pochi anni fa, Elon Musk ridicolizzava apertamente le auto BYD.

Oggi, BYD non produce solo le auto migliori di Telsa, ma le vende più di tutte le vendite a livello globale.

La stazione spaziale cinese Tiangong sarà ancora nello spazio quando la ISS sarà ritirata tra pochi anni;

Il sistema di navigazione satellitare cinese Beidou è più preciso del GPS e più difficile da avviare;

e la Cina ha fatto atterrare una sonda lunare sul lato nascosto della luna, una novità per le esplorazioni spaziali.

 

Se queste tecnologie cinesi funzionano secondo le specifiche, perché si dovrebbe presumere che le armi cinesi non lo facciano?

Alleanze e coalizioni: l'argomento è che gli Stati Uniti partner hanno di alleanza e possono convincerli a combattere la Cina con loro.

 

In effetti, gli Stati Uniti hanno un entourage di vassalli e clienti (lasciamo perdere la pretesa che siano "partner" degli Stati Uniti, anche il regime degli Stati Uniti non finge più).

Tuttavia, una cosa è che questi vassalli si uniscano agli Stati Uniti contro i paesi deboli che non possono reagire;

Un'altra è che partecipino a una guerra che vedrà i loro stessi paesi attaccati per rappresaglia.

 

In tutta onestà, quanti paesi guardano all'Ucraina e dicono che voglio che il mio paese sia così?

I "partner" statunitensi più bellicosi in questi giorni sono il Giappone, le Filippine e gli altri membri della sfera anglosassone "5 occhi".

Il Giappone e le Filippine sono facilmente a portata di mano delle salve di missili cinesi e saranno schiacciati se si uniranno in una guerra.

E i cinesi si divertiranno molto a distruggerli, specialmente il Giappone.

Se la Gran Bretagna si unisce, è ancora meglio ed è tempo per la Cina di ripagare le guerre dell'oppio.

 

Francamente, dubito che questi paesi siano abbastanza suicidi da seguire gli Stati Uniti in una guerra con la Cina quando il risultato è una distruzione certa.

 

– Affrontare la Cina è un consenso bipartisan tra l'élite politica statunitense. Questo non è un mito, ma la domanda è: e allora?

Un consenso bipartisan aumenterebbe in qualche modo le sue possibilità di sconfiggere la Cina?

Un consenso bipartisan intercetterebbe un missile ipersonico puntato su un gruppo di portaerei statunitensi?

 

Non dimenticare che il consenso nazionale di 1,4 miliardi di cinesi è che la Cina non sarà mai più messa in giro da nessun bullo imperiale.

 Siamo disposti a pagare qualsiasi prezzo per riunire Taiwan e proteggere la nostra sovranità.

Scopriamo chi è la volontà più forte e chi ha la forza dura.

Se gli Stati Uniti si trovano in una guerra calda con la Cina, sono praticamente certi che subiranno una sconfitta debilitante e un livello di vittime mai viste dalla guerra del Vietnam.

L'impero degli Stati Uniti sarà finito.

La parata militare del 3 settembre 2025 è un messaggio forte e chiaro che, sebbene non voglia la guerra, la Cina è pronta per la guerra.

Quando tutto sarà detto e fatto, i forti prevarranno. 

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