Fare la guerra è nella nostra natura.
Fare
la guerra è nella nostra natura.
La
natura della guerra in
relazione
alla specie umana.
Meer.com
– (6 marzo 2024) - Enrico Tomaselli – ci dice:
Interrogarsi
a proposito della guerra: la festa crudele.
L’uomo,
dunque, ‘fa’ la guerra, ed al contempo riflette su di essa, la ‘giudica’
secondo una serie di valori (religiosi, morali, etici, politici...), che a loro
volta possono mutare nel tempo ed in base alle culture nelle quali si formano.
L’uomo,
dunque, ‘fa’ la guerra, ed al contempo riflette su di essa, la ‘giudica’
secondo una serie di valori (religiosi, morali, etici, politici...), che a loro
volta possono mutare nel tempo ed in base alle culture nelle quali si formano.
Pur
consapevoli che la guerra è intrecciata con la storia umana sin dai suoi
albori, ci ritroviamo oggi - ancora una volta - ad un passaggio della Storia in
cui la guerra si fa percettivamente più vicina, quasi che se ne possa sentire
l’alito caldo ed acre.
Come
europei, abbiamo un passato intriso di sangue, tra guerre intestine e
coloniali, ma dopo gli orrori delle due guerre mondiali (che soprattutto in
Europa, e per l’Europa, si sono combattute), abbiamo provato a rimuovere l’idea
della guerra dall’orizzonte politico, sino ad inscriverne il rifiuto nella
Carta fondamentale, come ha fatto l’Italia.
Ma,
come purtroppo spesso avviene, un approccio ‘ideale’ finisce col rivelarsi
troppo in contraddizione con la realtà, in questo caso verrebbe da dire con la
natura delle cose.
La
questione fondamentale, in fondo, è che se la guerra è così profondamente
legata alla nostra specie, se nonostante le sue conseguenze (sempre più
terribili) non si riesce a bandirla, allora deve esserci una ragione - diciamo
così - ‘oggettiva’.
In
effetti, potremmo dire che, contrariamente a quanto pensava “Jean-Jacques
Rousseau”, l’uomo non è “un buon selvaggio”, un essere fondamentalmente buono
ma ‘corrotto’ dalla società.
Che del resto, è a sua volta una creazione
umana...
A ben
vedere, la nostra è soltanto una specie più fortunata di altre, che grazie ad
una incredibile serie di avvenimenti (concatenati tra loro), relativi alla
storia del pianeta e delle specie viventi che lo abitano, ha avuto la
possibilità di ‘evolvere’ sino al ruolo di specie dominante, capace - tra le
altre cose - di riflettere su se stessa.
L’idea
di ‘buono’, così come del suo opposto, ‘cattivo’, altro non è infatti che un
prodotto della mente umana, un ‘giudizio’, che però semplicemente non esiste in
natura.
L’uomo,
dunque, ‘fa’ la guerra, ed al contempo riflette su di essa, la ‘giudica’
secondo una serie di valori (religiosi, morali, etici, politici...), che a loro
volta possono mutare nel tempo ed in base alle culture nelle quali si formano.
A
costo di dire cose inudibili, dovremmo forse porci una domanda cruciale: la
guerra è ‘soltanto’ orribile?
Non si
pone qui la questione se sia (se possa essere) ‘giusta’, o semplicemente
necessaria. Saremmo qui nel campo di una valutazione strumentale, se abbia o
meno - sia pure occasionalmente - una sua propria utilità.
O, per
l’altro verso, se possa avere una giustificazione superiore, che ne trascenda
il mero vantaggio; e sappiamo, a tal riguardo, che a ciò l’uomo si è risposto
sì innumerevoli volte, dalle crociate al jihad.
La
domanda più radicale, però, va appunto ancora più al cuore del problema.
La guerra può essere (anche) ‘bella’?
E non
si pone qui, ovviamente, una questione estetica, ma assai più profonda, che
interroga l’animo umano.
Può,
cioè, la guerra essere una sfera emotiva (anche) positiva, di una potenza tale
da renderne superabile l’orrore?
Detta ancor più brutalmente, può in essa
albergare un’emozione paragonabile a quella del suo opposto, l’amore?
La
questione è così forte che non si intende azzardare qui una risposta, ritenendo
già abbastanza audace - quanto necessario - porre la domanda.
Oltre
quarant’anni fa, lo storico “Franco Cardini” scrisse un libro importante,
“Quell’antica festa crudele”, che già nel titolo (non a caso ripreso per questo
articolo) teneva insieme due termini apparentemente opposti, quasi un ossimoro:
“festa” e “crudele”.
Comprensibilmente,
sulla guerra c’è una sterminata produzione libresca, e tra questa una buona
parte (anche se meno valorizzata) è la memorialistica, che appunto potrebbe
aiutare a cercare delle risposte.
Anche se difficilmente, trattandosi appunto di
memorie, scritte a distanza dall’esperienza vissuta, vi si può trovare traccia
così viva della ‘festa’, prevalendo giustamente il dolore della ‘crudeltà’.
Pure -
penso ad esempio ad “Ernst Junger” ed al suo “Tempeste d’acciaio” - a volte è
possibile intravedere qualche barlume del ‘non-orribile’ di quell’esperienza.
L’importanza dell’interrogarsi su questo, comunque, non è tanto nel trovare una
risposta, ma già nel porsi la domanda.
Perché
così facendo apriamo uno spiraglio, a mio avviso assolutamente importante (ed
oggi più che mai), sulla natura umana della guerra, che è assai più che una
‘attività’ praticata dall’uomo, ma ha a che vedere con la sua natura profonda.
La
guerra, proprio come l’amore, è profondamente umana.
Al
tempo stesso, come per ogni altra attività, anche la guerra è stata
progressivamente trasformata dall’evoluzione tecnologica, che l’ha resa via via
sempre meno ‘umana’.
La soggettività individuale vi ha
progressivamente perso importanza, e soprattutto in epoca moderna, quando la
dimensione tecnica della guerra è divenuta non solo predominante, ma ha finito
col ‘dare forma’ alla guerra nella sua interezza;
la
guerra della civiltà industriale è a sua volta una forma espansa del lavoro di
fabbrica, richiede le medesime competenze di base, e la sua catena di comando
ne riproduce le esigenze di ‘produttività’.
E così
come la fabbrica diventa il luogo dell’alienazione del/nel lavoro (che solo il
conflitto di classe può in parte rovesciare in positivo), così il reggimento
diventa lo spazio di compressione dell’esperienza bellica del singolo.
Per
comprendere appieno la portata di questa ‘espropriazione’ della dimensione
personale nel combattimento, l’unica nella quale è appunto possibile cercare
‘altro’ oltre l’orrore, illuminante può risultare la lettura di un altro testo
fondamentale, “Il volto della battaglia”, di “John Keegan”.
La sua analisi e descrizione dell’esperienza
psico-fisica - e quindi emotiva - di combattimento ad Azincourt (1415), può
aiutare a comprendere assai meglio di qualsiasi altra dissertazione come la
tecnologia moderna (non solo le armi ed i mezzi, ma la stessa organizzazione
della battaglia e dei combattenti) incida radicalmente sulla percezione
soggettiva.
Questa
evoluzione tecnologica, che è oggi giunta a livelli elevatissimi, sta
paradossalmente però muovendosi verso una sorta di divaricazione
dell’esperienza sul campo di battaglia.
Per un
verso, infatti, produce una crescente ‘distanza’ tra l’arma e il suo operatore
(quand’anche ve ne sia uno...), che può persino collocarsi a migliaia di
chilometri dal luogo in cui si svolge il combattimento, e che pertanto
determina non soltanto una distanza fisica (quindi una dilatazione dello
spazio), ma anche e soprattutto una distanza psichica ed emotiva.
Per un
altro, accorcia le distanze, riportando effettivamente alla dimensione del
corpo-a-corpo.
Il drone che lancia un missile sul bersaglio,
manovrato da remoto, ed il combattente palestinese che colpisce un carro “Merkav”
da poche decine di metri, sono entrambe volti della guerra contemporanea, ma
sul piano esperienziale vi è una differenza abissale.
E già
si affaccia una nuova dimensione, ancor più extra-umana, del combattimento,
determinata dall’uso dell’intelligenza artificiale.
Forse
nella sua prima applicazione effettiva, in un ambito reale di combattimento, è
ora utilizzata dalle forze armate israeliane nella loro operazione su Gaza.
Un software “AI”, denominato ‘Vangelo’ (sic!),
si incarica infatti di elaborare tutte le informazioni di cui dispongono i
servizi segreti e le forze sul campo, producendo continuamente una lista di
‘obiettivi’ che vengono poi colpiti.
Un
salto di qualità nella dimensione ‘meccanica’ della guerra, che - altro
paradosso - si affaccia in un conflitto spaventosamente asimmetrico, in cui un
esercito moderno (con tutta la sua potenza tecnologica) investe massicciamente
un’area ad altissima densità abitativa, in cui operano diverse formazioni
combattenti con armamento quasi artigianale.
Questa
situazione, complessivamente intesa, sta infatti riflettendosi sul modo in cui
i soldati sul campo vivono l’esperienza del combattimento;
a parte il portato derivante da una ideologia
suprematista e messianica, la duplice disumanizzazione della guerra produce -
come documentato dalla stessa stampa israeliana - o un trauma regressivo (shock
da combattimento, panico, rifiuto) o uno aggressivo (crudeltà, perdita dei
freni inibitori morali).
Quindi,
in un certo senso, possiamo dire che quanto più la guerra si allontana dalla
(sua) dimensione umana, tanto più amplifica la sua parte orribile - e ciò vale
sia per le manifestazioni esteriori, visibili, che per la percezione interiore,
intima.
In
ogni caso, e tanto più poiché sembra che ci stiamo incamminando su una via che
vede estendersi ed intensificarsi le occasioni di conflitto, forse dovremmo
provare a recuperare la dimensione umana della guerra, che essenzialmente
significa accettarla come parte della nostra natura.
Un'accettazione
naturalmente non meramente passiva, ma che al contrario, proprio nella
consapevolezza che essa è in noi, cerchi di temperarla, di contenerne il
terribile.
Abbandonarsi
al suo vortice, così come illudersi di poterla rifiutare come estranea, ci
impedirà comunque di fare i conti con questo nostro lato oscuro.
(Enrico
Tomaselli)
Il
Misterioso Impero
della
Tartaria.
Conoscenzealconfine.it
– (12 Settembre 2025) - Pasquale Galasso – ci dice:
La
Tartaria è un affascinante mistero storico che ha catturato l’immaginazione di
molti studiosi e appassionati di storia antica.
Questo
vasto impero, che si estendeva dalle steppe dell’Asia centrale fino alle
regioni della Siberia e dell’Europa orientale, è stato per secoli una potenza
dominante, eppure è rimasto ampiamente sconosciuto e sottovalutato dalla
storiografia ufficiale.
Le
origini della “Tartaria” sono avvolte nel mistero.
Alcuni
storici suggeriscono che le sue radici risalgano alle antiche civiltà nomadi
delle steppe, come gli Unni, i Turchi ei Mongoli.
Tuttavia,
ciò che emerge dai frammenti di informazioni disponibili è un impero altamente
organizzato e tecnologicamente avanzato, capace di proiettare il suo potere su
vaste aree del continente eurasiatico.
Uno
degli aspetti più affascinanti del regno della Tartaria è la sua presunta
avanzata conoscenza scientifica e tecnologica.
Secondo
lo storico “Andrei Znamenski”, “La Tartaria sembra aver raggiunto un livello di
sviluppo tecnologico sorprendente per l’epoca, con la costruzione di imponenti
città, sistemi di irrigazione e persino la padronanza di tecnologie come
l’elettricità e la propulsione a vapore“.
Questa
conoscenza avanzata potrebbe spiegare la capacità dell’impero di esercitare un
dominio economico e militare così ampio.
L’archeologo
“Anatoly Fomenko “afferma che “Le antiche mappe della Tartaria mostrano una
rete di strade, ponti e canali che suggeriscono un alto grado di organizzazione
e pianificazione urbana“.
Ciò
contrasta con la visione tradizionale delle società nomadi delle steppe,
aprendo nuovi interrogativi sulla vera natura di questo misterioso impero.
Nonostante
la sua importanza storica, la Tartaria rimane una pagina poco conosciuta nei
libri di storia.
Molti storici attribuiscono questa mancanza di
attenzione alle scarse fonti primarie disponibili, così come alla volontà di
alcuni studiosi di sminuire o negare l’esistenza di questo impero, che
contrasterebbe con le narrazioni tradizionali della storia europea e asiatica.
– Il
professore “John Smith”, archeologo presso l’Università di Mosca, afferma:
“Le recenti scoperte archeologiche nella
regione della Siberia centrale hanno portato alla luce prove inconfutabili
dell’esistenza di un antico impero altamente sviluppato, con città organizzate
e tecnologie avanzate.
Stiamo
parlando di un livello di sofisticazione che sfida la nostra comprensione
tradizionale della storia della regione.”
– La
dottoressa “Maria Ivanova”, esperta di storia asiatica all’”Accademia delle
Scienze di Pechino”, osserva: “Lo studio delle antiche mappe e documenti
relativi alla Tartaria rivela un impero vasto e prospero, con una rete
commerciale e di comunicazione che si estendeva da est a ovest attraverso
l’Eurasia.
Ciò
suggerisce un grado di integrazione e coordinazione che è difficile da
riconciliare con la narrativa storica convenzionale.”
– Il
professor “Dmitri Volkov”, geologo presso l’”Istituto Politecnico di San
Pietroburgo”, commenta:
“Le analisi dei materiali e delle strutture
rinvenute in alcuni siti archeologici tartari raggiungono l’uso di tecnologie
avanzate, come sistemi di irrigazione e costruzioni in pietra, che sono in
netto contrasto con lo stereotipo di una civiltà nomade e primitiva. Questo
Impero sembra aver raggiunto uno sviluppo tecnologico molto più elevato di
quanto generalmente riconosciuto.”
Queste
dichiarazioni di eminenti studiosi offrono ulteriori prove e spunti di
riflessione sull’impressionante livello di sofisticazione raggiunto dall’impero
della Tartaria, sfidando così le narrazioni storiche tradizionali.
Tuttavia,
negli ultimi anni, un crescente numero di ricercatori indipendenti e
appassionati di storia alternativa hanno riportato alla luce nuove prove e
ipotesi affascinanti sulla Tartaria.
Attraverso l’analisi di antiche mappe,
documenti e reperti archeologici, stanno lentamente ricostruendo un quadro più
completo di questo misterioso impero, che potrebbe aver avuto un ruolo chiave
nell’evoluzione della civiltà umana.
Mentre
il mistero della Tartaria rimane in gran parte irrisolto, il suo studio
rappresenta una sfida affascinante per gli storici e gli appassionati di storia
antica. Come afferma lo storico” Alexey Lyubimov”, “Comprendere appieno la
storia e l’eredità di questo vasto impero potrebbe gettare nuova luce sulle
nostre conoscenze del passato e aprire nuove prospettive sulla storia
dell’umanità”.
La
mappa copre gran parte dell’Asia, nonché parti della Scandinavia e della Russia
a est dei Monti Urali.
Vaste aree raffigurate nella mappa, come la
Siberia e le regioni a nord del Circolo Polare Artico in Asia, furono visitate
solo da esploratori europei a partire dal XVII secolo.
La
mappa mostra aree boschive, drenaggio e altre caratteristiche naturali, così
come la Grande Muraglia cinese, strade e confini politici.
Le scale delle distanze sono fornite in unità
di misura francesi, russe, cinesi e persiane.
(Pasquale
Galasso - direttore di Altrogiornale.org).
(altrogiornale.org/il-misterioso-impero-della-tartaria/).
La
guerra è frutto della nostra
natura,
ma non è inevitabile.
Lespresso.it – (21 marzo, 2025) - Emilio
Carelli – ci dice:
L’umanità
ha dimostrato che la giustizia, la pace e la comprensione reciproca possono
prevalere.
In un
periodo in cui venti di guerra sono tornati prepotentemente a spirare in molte
parti del mondo, mi ha molto colpito per l’attualità delle questioni poste, il
libro di “Gianluca Sadun Bordoni”, “Guerra e natura umana”.
È
un’analisi penetrante e provocatoria che affronta un tema tanto antico quanto
attuale: la guerra come manifestazione intrinseca della natura umana.
L’autore si distingue per il suo approccio
rigoroso e multidisciplinare, attingendo a conoscenze provenienti dalla
biologia, dalla storia, dalla psicologia e dalle scienze sociali. Il saggio non
si limita a esaminare le guerre passate, ma si interroga sulle radici profonde
che caratterizzano ogni conflitto, chiedendosi se l’umanità sia in grado di
liberarsi per sempre dalla morsa della guerra e della violenza.
È
l’auspicio che tutti noi condividiamo, anche se la storia dell’umanità finora
lo ha sempre disatteso.
La tesi che emerge si basa sulla convinzione
che la guerra non sia una cattiva invenzione culturale, ma piuttosto un
comportamento con profonde radici nella nostra storia evolutiva.
Di conseguenza la teoria che indica la guerra
come un’aberrazione comportamentale scaturita da una società civilizzata e da
fattori culturali si dimostra – secondo “Sadun” – inadeguata di fronte alla
realtà storica e antropologica che ci dimostra invece come le dinamiche
belliche siano state sempre una costante inevitabile della condizione umana.
A
questo punto dovremmo arrenderci e considerare inarrestabile lo scoppio di
nuove guerre?
Non
sarebbe meglio tentare di contrastare queste posizioni, portando alla luce
argomenti che possano mettere in discussione l’idea che il conflitto sia una
condanna per l’umanità?
L’evoluzione non è una semplice ripetizione di
comportamenti passati, ma un processo dinamico.
La capacità umana di adottare norme sociali,
etiche e culturali diverse ha dimostrato che anche cooperazione, empatia,
solidarietà e pacifismo possono essere espressioni della natura umana.
Le evidenze antropologiche suggeriscono che
molte società, in particolare quelle primitive di cacciatori-raccoglitori,
hanno dato spazio a pratiche basate su cooperazione e risoluzione non violenta
dei conflitti.
Tutto
ciò ci porta a concludere che la guerra non è una risposta inevitabile, ma uno
dei molteplici percorsi che l’umanità può scegliere.
La
Storia recente ha dimostrato che movimenti pacifisti e risoluzioni diplomatiche
possono efficacemente prevenire i conflitti.
Gli sforzi globali per il disarmo nucleare,
per esempio, hanno portato a una significativa riduzione delle tensioni tra
diverse potenze.
L’idea che l’umanità non possa superare
l’orrore dei conflitti non considera le profonde trasformazioni avvenute in
molti contesti, dove il dialogo e la cooperazione hanno preso il sopravvento
sulle armi.
Le
società moderne hanno sviluppato strutture legali e internazionali capaci di
affrontare le dispute attraverso negoziazioni pacifiche, suggerendo che la
cultura della guerra può essere sostituita da una cultura di pace.
Sostenere
che la guerra sia intrinsecamente legata alla nostra natura significa
rinunciare all’idea di cambiamento e sviluppo umano.
La
nostra capacità di apprendere dagli errori del passato e di evolverci come
società è ciò che ci distingue come specie.
Sebbene il conflitto sia parte della nostra
storia, non è una condanna inevitabile per il futuro.
L’umanità
ha dimostrato, e continuerà a dimostrare, che la giustizia, la pace e la
comprensione reciproca possono prevalere sulla guerra.
Mai
come in questo momento risuona attuale il messaggio di Papa Francesco di questi
giorni:
«Nella
malattia, la guerra mi sembra ancora più assurda. Bisogna disarmare la Terra».
La
guerra è connaturata all’uomo:
prima
lo accetta, prima ne avrà
un
approccio pragmatico.
Ilfattoquotidiano.it
- Luciano Casolari Medico psicoanalista – (18 aprile 2024) – ci dice:
Una
fregola guerriera pare attraversare il mondo.
Hamas
ha compiuto atti terroristi e auspica la distruzione di Israele.
Gli
Israeliani bombardano e minacciano, gli Iraniani replicano decuplicando le
promesse di ritorsioni.
Zelensky usa parole di fuoco che fanno il paio
con quelle di Medvedev.
Tutti
promettono distruzione del nemico.
Biden apostrofa in malo modo, come dittatore
sanguinario, il suo avversario e viene ricambiato con commenti che lo fanno
apparire rimbambito.
Anche l’Europa per bocca del rappresentante
Affari esteri Borrell esprime propositi belligeranti in quanto “occorre
sconfiggere l’avversario”.
Molti
commentatori ritengono che l’uomo sia sostanzialmente tranquillo e che la
guerra sia un evento patologico.
Una
sorta di anomalia catastrofica della storia rispetto alla pacifica consuetudine
della vita umana.
E se
fosse vero il contrario?
Se
l’aggressività che sfocia nella guerra fosse un elemento fisiologico, normale,
della natura umana?
Esprimere
schifo, orrore e riprovazione verso la guerra non mi pare che abbia portato a grandi
risultati ma ha anzi accresciuto istinti feroci nelle pieghe delle società.
Le esecrazioni rituali verso gli orrori della
prima e seconda guerra mondiale non paiono in grado di cambiare il corso degli
eventi che, spediti, si dirigono verso il prossimo conflitto.
La
voglia di picchiare, che ricorda l’immagine proposta dai futuristi della
“Guerra igiene del mondo”, sempre più diviene parte dell’immaginario di molti
uomini apparentemente pacifici.
In realtà sono pacifici fino a che non si
toccano i loro interessi particolari.
Appena
capita che qualcuno turbi e metta in discussione certi privilegi o semplici
abitudini compare prepotente la voglia di “mettere tutti in galera” e “tenere
lontani gli stranieri a costo di ammazzarli”.
(Gaza,
negoziati in salita. Hamas: “Le parole di Netanyahu inficiano i negoziati”.
Israele compra 40mila tende per evacuare Rafah).
Ogni
giorno scopriamo che il vicino di casa che tutti ricordano come “così buono”
uccide in modo efferato ed è disposto a delegare l’uccisione di altri uomini a
milizie prezzolate purché non turbino la sua vita serena.
Tanti inneggiano a un mondo che vada al
contrario di come sta andando, perché a loro avviso va al contrario di come
dovrebbe andare.
Insomma
tutti vogliono decidere quale sia la direzione giusta del mondo e non accettano
che il mondo se ne freghi di loro.
Noi
esseri umani dobbiamo rassegnarci all’idea che siamo predisposti alla guerra e
che, anzi, la guerra per imporre le nostre idee e il nostro punto di vista
sugli altri fa parte della nostra natura.
Solo
in questo modo, forse, potremo tenere la guerra sotto un certo livello di
controllo.
Gli
uomini accettando di essere naturalmente portati alla guerra possono cercare un
modo per farla “in modo controllato”.
Bisogna
diffidare dei governati che ritengono di essere nel giusto a prescindere, che
si ritengono superiori moralmente e affermano “Dio è con noi!”.
Costoro
demonizzano il nemico, rendendolo disumano nelle menti, un orco come avviene
nelle favole.
Questo
pensiero risulta un modo per non poter mai fare la pace e pensare che ci siano
solo due possibilità: la sconfitta e la vittoria.
Quindi
guerra fino alle estreme conseguenze.
Molto
meglio dei governanti meno ideologici che in modo pratico valutano che
vantaggio o svantaggio potrà scaturire da un conflitto.
Se c’è
un interesse pratico a una guerra regionale potrà essere attuata, senza però
ammantarla di lotta fra “il bene e il male”.
Occorre che ognuno di noi, nel suo piccolo,
accetti l’idea di essere aggressivo e portato alla guerra per imporre i suoi
punti di vista.
Da
questa autoconsapevolezza derivano elementi positivi:
il primo e più importante è l’accettazione del
non essere buoni per definizione e pensare che sono sempre gli altri che hanno
iniziato a picchiare (spesso sono una serie di eventi con dispetti e scaramucce
reciproche ad aver innescato il conflitto).
Il
secondo è un approccio pragmatico alla guerra in cui si valutano i pro e i
contro senza l’autodefinizione di “giusti” che costi quel che costi porteranno
avanti il conflitto fino allo stremo.
Il terzo aspetto, pragmaticamente positivo, è
la consapevolezza che la pace la si farà necessariamente col nemico.
Riconoscere alcuni dei suoi punti di vista è
quindi necessario, senza rifugiarsi nell’idea consolatoria che noi siamo quelli
buoni e bravi e loro sono orchi cattivi.
O la
guerra o la vita. Politiche belliche
e
devastazione della natura.
Umanitanova.org
– (2 Aprile 2025) - Redazione web – Paola Imperatore – ci dice:
Nonostante
le caserme green e le basi militari che “favoriscono” la transizione ecologica (come è stato scritto nel primo
progetto della base prevista a Coltano, in provincia di Pisa), la guerra green non esiste.
Né alcun pannello solare o piantumazione di alberi può
compensare la natura ecocidiaria della guerra, espressione più evidente del
violento sistema capitalista, patriarcale e coloniale che abitiamo.
Oggi è
più che mai necessario approfondire sistematicamente il rapporto tra guerra,
appropriazione di risorse e crisi climatica, per comprendere come la guerra
acceleri il processo già in corso di devastazione della natura da cui dipende
la nostra vita, e individuare gli anelli dell’ingranaggio bellicista che
possono essere inceppati attraverso lotte e alleanze nuove.
Solo
poche settimane fa mezza Italia era letteralmente con l’acqua alla gola, il
fango nelle case, i terreni sommersi, i fiumi ricolmi di rifiuti.
Pochi
giorni prima del disastro che ha colpito (per l’ennesima volta) Toscana ed
Emilia-Romagna, l’Unione Europea lanciava” Rearm EU”, un progetto per il riarmo
massiccio dei paesi europei per l’equivalente di 800miliardi di euro.
Non è
una coincidenza di date, è il paradosso che abitiamo e in cui ci muoviamo.
Fango e fucili.
In
questo quadro, il rapporto tra guerra e ambiente è molteplice.
Innanzitutto,
la guerra si muove secondo una logica di competizione per l’appropriazione di
risorse ritenute strategiche per gli stati e i capitali.
Questo
è tradizionalmente vero per quanto riguarda l’accaparramento di risorse fossili
come gas e petrolio, per la conquista di bacini idrici, ma anche per
l’appropriazione di minerali critici come litio e cobalto divenuti strategici
nella transizione ecologica di stampo capitalista.
La competizione per il dominio sulla natura e
le sue risorse è uno degli assi intorno a cui ruota la guerra globale e intorno
alla quale si ridisegneranno nuove geografie del potere.
Il rapporto stilato nel 2024 da Greenpeace dal
titolo “Economia a mano armata” ha evidenziato che il 60% della spesa italiana
per le missioni all’estero è legata alla difesa di asset energetici strategici.
Questo
trend nazionale riflette un trend globale di militarizzazione connessa
all’energia, come emerge guardando alle missioni militari o alla
militarizzazione di aree per proteggere infrastrutture strategiche, come
avvenuto per esempio al largo della costa salentina in difesa di TAP dopo il
sabotaggio del North Stream.
In
secondo luogo, la guerra fagocita sistematicamente le risorse della
collettività per la riproduzione materiale della filiera bellica.
Questo
avviene ogni qualvolta si cementifica il suolo per realizzare delle basi
militari, si tagliano boschi e foreste per costruire corridoi logistici
funzionali al trasporto di armi e mezzi militari, come avviene tra Pisa e
Livorno con i lavori di ampliamento della stazione di Tombolo finalizzati alla
maggiore operatività della linea ferroviaria diretta al porto di Livorno da cui
partono e arrivano armi, oppure si sottraggono risorse vitali come l’acqua per
il sostentamento degli insediamenti militari in aree in costante carenza
idrica, come nel caso della base militare siciliana di Niscemi.
Questo
tipo di espropriazione sistematica a cui i territori sono sottoposti
costituisce una minaccia diretta alla vita delle comunità, che si vedono
sottratte risorse fondamentali per il soddisfacimento dei bisogni essenziali
come quello di bere, scaldarsi o mangiare, già profondamente messi a rischio
dal degrado ecologico che ci sta lasciando in eredità corsi d’acqua
contaminati, salinizzazione dei fiumi, perdita di suolo e biodiversità,
esaurimento delle risorse ambientali. Così, mentre acqua, energia e cibo
vengono trasformate in merce da un mercato predatorio che cerca di insinuarsi e
privatizzare ogni risorsa naturale, la filiera bellica globale continua a
fagocitare risorse che – in nome di un presunto scontro tra popoli e civiltà
usato per mascherare gli interessi delle élite guerrafondaie – sta portando
l’umanità intera sul lastrico.
Quell’1%
di super ricchi che – secondo dati Oxfam – è responsabile di emissioni pari al
doppio di quelle del 50% più povero del mondo, e che dovrebbe pagare il costo
di una transizione ecologica e sociale giusta, oggi si è messa alla guida del
progetto di riarmo globale.
Più
soldi per loro, ulteriore degrado delle condizioni di vita per noi.
In
terzo luogo, gli eserciti usano strategicamente l’alterazione degli ecosistemi,
la contaminazione e la sottrazione di risorse come arma di guerra.
Il
“Movimento No MUOS” nell’opuscolo dal titolo “Università e guerra” ha
evidenziato per esempio l’uso da parte dell’esercito USA impegnato in Vietnam
di tecniche di inseminazione delle nuvole per aumentare le precipitazioni,
deforestazioni massicce e l’uso di sostanze chimiche come l’agente arancio per
intralciare le operazioni di resistenza dei Vietcong.
Il
controllo di risorse naturali come strumento di guerra è centrale anche nel
sistema di apartheid di Israele nei territori palestinesi e nel genocidio in
atto: Israele infatti controlla dal 1967 molte delle falde acquifere presenti
nel territorio e, successivamente, con i massicci bombardamenti degli ultimi
mesi, ha colpito i sistemi di desalinizzazione e le infrastrutture che
rendevano l’acqua potabile e accessibile ai palestinesi, condannandoli ad una
crisi idrica e sanitaria.
Infine,
la filiera bellica non solo si riproduce attraverso l’uso della natura, ma ha
un impatto che ricade direttamente sull’ambiente, gli ecosistemi e il clima. Un
impatto che è stato studiato da tanti punti di vista, ma che è incommensurabile
nella sua complessità proprio per la difficoltà di stabilire il costo
ambientale di una bomba dalla fase di realizzazione alla fase di esplosione.
Produzione di armi e altri sistemi militari, movimento massiccio di mezzi via
terra e via cielo, esercitazioni, test nucleari, accensione di mega parabole
per la telecomunicazione satellitare militare, sono solo alcune delle attività
strettamente connesse al settore militare.
Inquinamento
dell’aria, contaminazione dei corsi d’acqua, radiazioni, onde
elettromagnetiche, deforestazione, erosione della costa, e molti altri sono gli
effetti ambientali della guerra che minacciano le condizioni di vita di tutti
gli esseri viventi.
Non
solo è difficile avere una stima precisa dell’impatto ambientale della guerra o
anche di un solo anello della filiera bellica, ma l’impatto di alcune di queste
attività si propaga nel tempo, dal momento che – per esempio – i metalli
pesanti derivanti dalle esercitazioni nei poligoni di tiro restano nel
sottosuolo per lunghissimi periodi o che le mine antiuomo possono esplodere
anni dopo il loro utilizzo.
Oggi è
impensabile la vita senza la difesa delle condizioni per la sua stessa
riproduzione, ed è impossibile difendere tali condizioni di vita senza una
lotta per la liberazione della natura dal capitale.
Su
questo terreno, la guerra – che è un fatto totale – costituisce il primo
nemico. Un ecologismo popolare, antimilitarista e internazionalista l’unica
alternativa.
(Paola
Imperatore).
Perché
la guerra?
Disf.org
- Flavio Felice – (5-10-2021) – ci dice:
(Pablo
Picasso, Guernica, 1937, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid).
Come
manifestato dalla storia, i conflitti tra gli esseri umani sono permanenti,
così come i conflitti tra gli stati.
La guerra, tuttavia, è colta da tutti come
male da evitare, perché in contraddizione con l’aspirazione universale di ogni
essere umano alla pace, condizione per il suo sereno sviluppo.
La
guerra è sempre una sconfitta, per tutti.
Anche
quando invocata come legittima difesa, essa rivela l’incapacità degli uomini di
poter dialogare e giungere ad un accordo, come frutto dell’intelligenza e della
responsabilità morale che dovrebbero guidare le loro azioni.
Il compito del diritto internazionale è in
fondo quello di rendere impraticabile la guerra e porla fuori legge.
La
tradizione ebraico-cristiana riconosce nella creatura umana una ferita morale
che ha condizionato fin dall’origine i suoi rapporti con Dio e con gli altri,
spingendolo a violenza e prevaricazioni.
La
predicazione evangelica della non violenza e del perdono intende sanare proprio
questa ferita.
Nel
mondo animale si riscontrano lotta per la sopravvivenza e violenza: per
l’essere umano è qualcosa di inevitabile?
Secondo
una linea di pensiero, che va da “Machiavelli” ad “Hobbes” e da questi giunge
fino a” Spinoza”, la guerra è qualcosa di naturale, mentre ad essere
artificiale è la pace;
per
natura, l’uomo sarebbe, a parere di Machiavelli, “a similitudine delle bestie”,
secondo Hobbes “simile a lupo” e per Spinoza, paragonabile a un “pesce” vorace.
È evidente, a questo punto, l’indirizzo che
assume tale filone di pensiero e la sua capacità di assurgere a cifra della
modernità:
lo Stato come protagonista della storia e la
guerra come orizzonte ideale, una cifra che evidenzia anche la dimensione della
rottura del pensiero moderno rispetto all’antropologia classica.
Sia
nella classicità sia nella modernità l’essere umano è presentato come animale,
ma mentre l’antropologia classica lo descrive come animale sociale, nella
modernità, attraverso il ricorso all’escamotage dello “stato di natura”,
l’individuo è rappresentato in una condizione asociale;
una profonda antitesi che segna anche il
discrimine tra classicità e modernità.
Si tratta di scegliere se ritenere più fondata
l’antropologia classica o quella moderna e questo è un compito teoretico, non
politico.
Se
adesso consideriamo invece una linea di pensiero idealista
(Humboldt-Hegel-Gentile), possiamo individuare un passaggio dal primo al
secondo filone.
Tale
ponte è individuato nella tradizione eraclitea ed in particolare nel frammento
che segue:
«Polemos [la guerra] è padre di tutte le cose,
di tutti i re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa
schiavi gli altri liberi».
In
breve, la naturalità della guerra diventa la cifra dei due fondamentali
indirizzi del pensiero filosofico e politico moderno.
Di fatto, la valorizzazione etica della
guerra, che è tipica del pensiero storicistico-dialettico, non esprime una
radicale negazione dell’indirizzo precedente, quanto piuttosto un
approfondimento e un superamento di alcune aporie.
Il
diritto internazionale può regolare anche la guerra e le sue espressioni?
Il
punto essenziale per comprendere il ruolo del diritto internazionale riguarda
l’organizzazione della forza, intendendo per essa non l’esercizio della forza
bruta e nemmeno la “disintegrazione” dell’autorità – scriveva Luigi Sturzo –
per poterla, funzionalmente, esercitare meglio.
Per
esercizio della forza intendiamo la sua razionalizzazione, ossia il suo
congiungimento con un’autorità legittima e il suo uso altrettanto legittimo.
Come
scrive “Sturzo”, «quando la forza è disgiunta dall'autorità legittima o da questa posta in
atto fuori del legittimo uso, è non solo illegittima, ma anche irrazionale».
Compito
del diritto internazionale è rendere impraticabile la guerra e porla fuori
legge.
L’unico modo per mettere fuori legge la guerra
è lavorare ad un assetto istituzionale ispirato ai principi liberali e
democratici, dove nessuna forma sociale possa avanzare la pretesa di essere
posta gerarchicamente al di sopra delle altre.
È questo il tratto caratteristico di quel
principio di plutarchea in cui i nuclei sociali non sono meri corpi intermedi,
cinghia di trasmissione tra l’individuo e la politica, ma “enti concorrenti”
che contribuiscono al bene comune, adottando il “metodo di libertà”:
la discussione critica su questioni di
interesse comune.
Nessuna
pace, che non sia l’ennesima tregua, sarà mai possibili fino a quando la guerra
non sarà messa fuori legge da un ordine sovranazionale, espressione e
proiezione di un ordine interno poliarchico, democratico e liberale.
Che posizione ha la Repubblica Italiana rispetto alla
possibilità di partecipare a conflitti armati?
Al
termine della Seconda Guerra Mondiale, i padri costituenti vollero fare i conti
fino in fondo con la guerra e con le sue devastazioni, affermando che la
Repubblica italiana ripudia la guerra e consente la sola legittima difesa,
favorendo la nascita di autorità sovranazionali che abbiano come fine la messa
fuori legge della guerra stessa:
«L'Italia ripudia la guerra come strumento di
offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri
Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri
la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni
internazionali rivolte a tale scopo» (art. 11).
È
questo un principio fondamentale della nostra carta costituzionale che, al di
là delle evidenti ripercussioni sul piano ideale in termini di pace e di
guerra, esprime un tratto profondamente innovatore rispetto alla natura stessa
dell’autorità politica potestativa: lo Stato, e della sua pretesa sovranità.
È l’ammissione che la nozione di sovranità,
intesa come principio giuridico e politico che indica il potere di ultima
istanza:
“
superiorem non recognoscens”, non ha più cittadinanza nell’ordinamento
costituzionale liberale e democratico della Repubblica italiana.
Un
superamento della nozione di sovranità, quello sancito dall’art. 11, che ha
consentito l’avvio del processo di integrazione europea.
In
definitiva, l’art. 11 rappresenta un passo nella direzione di una chiara
prospettiva politica sovranazionale che impegna tutte le parti che
costituiscono la Repubblica, compreso lo Stato, a operare a favore di un ordine
sovranazionale pacifico, rifiutando qualsiasi rigurgito nazionalistico che
comporterebbe anche il ritorno al diritto insindacabile dei singoli Stati di
dichiarare guerra.
È questo un punto fondamentale per comprendere
il senso dell’articolo 11 nel contesto di una prospettiva politica e culturale
che ha animato i padri costituenti, secondo i quali, l’indirizzo sovranazionale
rappresenta lo strumento per ripensare la posizione gladiatoria delle nazioni
nel contesto internazionale, non più caratterizzato dall’anarchia degli Stati e
dalla loro rispettiva pretesa sovranità.
Qual è
la posizione della Chiesa cattolica sul ricorso alla guerra?
Nella
parte terza del “Catechismo della Chiesa Cattolica” (CCC), lì dove si analizza
il quinto comandamento:
“Non
uccidere”, la terza e la quarta parte sono dedicate, rispettivamente, a “La
difesa della pace” e ad “Evitare la guerra”.
Il comandamento di “Non uccidere” ci dice che
il «Signore chiede la pace del cuore e denuncia l'immoralità dell'ira omicida e
dell'odio»:
«Desiderare
la vendetta per il male di chi va punito è illecito» e degno di lode imporre
“una riparazione” «al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della
giustizia».
Affinché
la persona si realizzi e cresca in umanità, è necessario che viva in un
contesto interiore ed esteriore di pace.
Sappiamo
tuttavia che la pace non è mera assenza di guerra e neppure uno statico
equilibrio delle forze in campo.
Ciò
significa che non si può ottenere la pace senza tutelare i beni e la sicurezza
degli esseri umani;
la
pace è la “tranquillità dell’ordine”, è “frutto della giustizia” e “effetto
della carità”.
Di
qui, la necessità che tutti coloro che operano per il bene comune di impegnino
per evitare la guerra.
Tuttavia,
al n. 2308 del CCC si afferma anche che
«Fintantoché esisterà il pericolo della guerra
e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci,
una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si
potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa».
A tal
proposito, al paragrafo n. 2309 si afferma che
«Si
devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una
legittima difesa con la forza militare.
Tale
decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di
legittimità morale.
Occorre
contemporaneamente:
1. che
il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia
durevole, grave e certo;
2. che
tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o
inefficaci;
3. che
ci siano fondate condizioni di successo;
4. che
il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da
eliminare.
Nella valutazione di questa condizione ha un
grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione».
Quali
passi dovrà fare la comunità internazionale per limitare sempre di più il
ricorso alle armi?
Prendiamo
spunto sempre dal CCC per rispondere a questa domanda.
Nel
paragrafo 2315 si afferma che L'accumulo delle armi, a molti, appare ancora
come lo strumento più adatto a “dissuadere” dalla guerra i male intenzionati.
Effettivamente,
c’è qualcosa di paradossale in questo modo di ragionare e il Catechismo non
omette di rilevare che una simile affermazione, rispetto all’obiettivo che
andrebbe posto:
la
ricerca e il mantenimento della pace tra le nazioni, andrebbe sottoposta a
severa critica morale.
Leggiamo
dal Catechismo:
«La
corsa agli armamenti non assicura la pace.
Lungi
dall'eliminare le cause di guerra, rischia di aggravarle.
L'impiego di ricchezze enormi nella
preparazione di armi sempre nuove impedisce di soccorrere le popolazioni
indigenti;
ostacola
lo sviluppo dei popoli.
L'armarsi
ad oltranza moltiplica le cause di conflitti ed aumenta il rischio del loro
propagarsi».
Dal
momento che la produzione e il commercio delle armi intaccano la stabilità del
bene comune all’interno delle singole nazioni e possono contribuire a creare
uno squilibrio a livello internazionale, è dovere delle autorità politiche,
oltre che un loro diritto, elaborare un attento sistema che li regolamenti.
In effetti, leggiamo dal Catechismo:
«La
ricerca di interessi privati o collettivi a breve termine non può legittimare
imprese che fomentano la violenza e i conflitti tra le nazioni e che
compromettono l'ordine giuridico internazionale».
Il
ricorso al diritto internazionale e alla cooperazione tra soggetti politici,
economici e culturali, teso alla rimozione delle cause di ingiustizia, degli
squilibri tra ceti sociali e tra popolazioni delle diverse nazioni, è la prima
e fondamentale azione civile che recide alla radice le cause della guerra e
della violenza tra le persone e, di conseguenza, rappresenta la prima azione
strategica che rende impraticabile la guerra e inutili le armi:
«Gli
uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della
guerra fino alla venuta di Cristo;
ma, in
quanto riescono, uniti nell'amore, a vincere il peccato, essi vincono anche la
violenza, fino alla realizzazione di quella parola divina:
“Forgeranno
le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la
spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra” (Is 2,4)».
Che ruolo possono avere le associazioni e le
organizzazioni non governative nel processo di costruzione della pace?
Possono
svolgere un ruolo assolutamente inedito.
Sabino
Cassese (Chi
governa il mondo, 2013) individua sei tipologie di regimi regolatori
internazionali:
1. amministrazioni delle organizzazioni
intergovernative;
2. organizzazioni intergovernative;
3.
networks transnazionali (composta da funzionari governativi);
4.
accordi di mutuo riconoscimento;
5.
strumenti ibridi intergovernativi-privati;
6.
istituzioni private con funzioni normative.
A
tutte queste organizzazioni si aggiungono quelle non governative, le cosiddette
comunità “epistemiche”:
ambientalisti,
pacifisti, umanitari.
È
questa una sorta di reggimento politico globale” che chiamiamo “global polity”
(GP).
La GP
è il complesso delle istituzioni che, a tutti i livelli, compongono il
cosiddetto “reggimento globale” per il quale si auspica una global governance.
Sebbene
non esista un solo modello democratico e il processo democratico non sia
assolutamente paragonabile ad una macchina che, una volta avviata, è in grado
di andare avanti da sola, l’esperienza storica insegna anche che il
condizionamento esterno, con il passare del tempo, può favorire la nascita di
istituzioni autenticamente democratiche e che, alla lunga, i fattori esterni
possono svolgere lo stesso ruolo di quelli interni.
LA
GUERRA, LA NATURA UMANA
E LA
PROPAGANDA.
Opinione.it
- Roberto Giuliano – (11 marzo 2025) – ci dice:
La
guerra, la natura umana e la propaganda.
Nella
storia europea, di norma, non c’era generazione che non avesse vissuto
l’esperienza drammatica della guerra.
Dopo
la Seconda guerra mondiale l’Europa tutta, sia l’Est europeo che l’Occidente,
hanno vissuto in buone relazioni per almeno 5 generazioni.
Solo dopo la caduta del muro di Berlino nel
1989, e precisamente nel 1998, nell’Est europeo scoppia la guerra del Kossovo.
Inoltre,
noi chiamiamo le ultime due guerre, giustamente, mondiali, ma in realtà sono
guerre che nascono in Europa e si allargano anche in altri parti del mondo.
Sarà
perché siamo europei, sarà perché è la nostra storia, ma sta di fatto che di
altre guerre sparse nel mondo ne sappiamo poco e comunque, da ciò che studiamo,
possiamo dire che le nostre guerre sono sempre state cruente fino ad arrivare
alla nascita di una potenziale guerra nucleare.
Questa
premessa è utile non tanto per confermare ciò che disse Karl Marx che “la
storia dell’uomo è storia di sangue”, ma per mettere in evidenza un aspetto
dicotomico dell’essere umano e cioè il conflitto tra il bisogno di cooperazione
e il bisogno di un nemico.
Tutte
le guerre hanno una verità rivelata al popolo (ed è necessaria perché a
combattere ci va il popolo) e una verità nascosta.
Le
verità rivelate al popolo sono un mix tra propaganda e verità, la propaganda
serve per determinare nel popolo il nemico, cioè colui che dobbiamo eliminare,
battere.
Le modalità come questo avviene sono
molteplici, mediante il senso comune, affermando ed evidenziando ed esempio
presunte o vere diversità di un popolo, presentate in modo divisivo, con
scherno e poi ci sono modalità più raffinate e subdole, modificando e
manipolando le notizie a supporto della stessa strategia di individuazione del
nemico.
La
nostra realtà la costruiamo in base alle notizie e informazioni che riceviamo (Paul Watzlawick).
Tutto
ciò è necessario al potere perché sa che l’essere umano necessita di identità e
apparenza-appartenenza, e avere un nemico favorisce ciò, anzi diventa un modo
come attribuire la proiezione delle proprie frustrazioni e fallimenti personali
al nemico di turno.
In
questa operazione di manipolazione si gioca anche sulla supremazia della nostra
cultura rispetto agli altri, cosa in parte vera, ma viene utilizzata come scusa
dei buoni nel portare benessere e democrazia agli altri (il più delle volte
neanche richieste da quei popoli) dimenticandosi che la democrazia e la cultura non si
impongono con le armi, ma tramite lunghi percorsi di stratificazione culturali
nel tempo, la democrazia non si regala, la si apprende, la si conquista.
Altro aspetto fondamentale è creare un clima
di polarizzazione (ad esempio destra o sinistra) tipico del pensiero ancestrale
e infantile, ma sempre presente come quello manicheo (in menti deboli ed
ignoranti nel senso etimologico del termine) per cui se non sei d’accordo con
me sei un traditore, sei sul libro paga del nemico, sei prezzolato.
Una
volta creato questo clima che obbliga, grazie alla stampa e ai media, a doversi
schierare, annullando di fatto qualunque dubbio (censurando anche notizie) di
ragionamento logico come quello della relazione tra rischi e benefici, che di
norma fanno tutti gli esseri animali per istinto anche i non senzienti, si
annulla di fatto qualunque dubbio (censurando anche notizie) per la
sopravvivenza di un minimo di ragionamento logico come quello della relazione
tra rischi e benefici, che di norma fanno tutti gli esseri animali per istinto
anche i non senzienti, allora si può dichiarare la guerra o farsi aggredire per
poi reagire.
Le verità nascoste sono quelle degli egoismi
dei potenti di turno, degli interessi economici di coloro che non compaiono, di
circoli economici che si auto illudono di comandare il mondo.
Quell'assurda
convinzione
che
"la guerra è pace"
lavialibera.it
- Giuseppe De Marzo – (28 febbraio 2023) – ci dice:
Cinque
questioni urgenti rivolte ai decisori politici, che si ostinano a foraggiare
l'acquisto di armi con denaro che potrebbe risolvere molti dei problemi nel
mondo. In Italia, ci si chiede se il centrosinistra e la nuova segreteria Pd
intendano costruire una visione diversa rispetto a quella neo atlantista
seguita fino a oggi.
"La
guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza".
Erano
gli slogan del famoso ministero della Verità, l’ente pubblico preposto alla
censura nel celebre romanzo di “George Orwell 1984”.
I
nostri governanti, in Italia come in Europa, hanno abbracciato la prima di
queste verità: la guerra è pace.
E
vogliono convincerci con tutte le loro forze ad accettare questo stato
rovesciato di cose.
Non ci
può essere spazio per un pensiero diverso, pena l’aggressione e il ridicolo
bipartisan su pubblica piazza.
Del
resto, “se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la
menzogna diventava un fatto storico, quindi vera”, aggiunge Orwell.
Perché non basta mantenere il potere, bisogna
manipolare la mente dei cittadini, pretendendo di imporre nuove verità che
cancellino qualsiasi lettura diversa della realtà.
Guerra
alla Terra: l'impatto dei conflitti sulla natura.
Ma a
un anno dall’inizio della guerra in Ucraina la realtà ci dice altro.
La
guerra non è pace, perché in Ucraina si continua a morire, mentre il conflitto
si allarga minacciando con una possibile escalation nucleare tutta l’umanità.
Quello
che più colpisce in un conflitto iniziato a bassa intensità nel 2014 ed esploso
con l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa lo scorso
febbraio, è il costante impegno della politica italiana ed europea al fianco
della guerra.
Non
c’è traccia di iniziative politiche che possano tutelare gli interessi di tutti
gli attori coinvolti, a partire dalla popolazione ucraina che ha subito una
violazione ingiustificabile per uno Stato sovrano.
Nessuna riflessione sul ruolo svolto dalla
Nato e la sua minacciosa aggressività denunciata con forza dal Papa, tra i
pochi ad aver avuto il coraggio di dire le cose come stanno.
Ci
vogliono preparare alla guerra, perché così si ottiene la pace.
Ce lo
ricordano tutti i giorni i principali media che “il pacifismo non sempre
equivale alla pace” e che dobbiamo impegnarci nella guerra, sostenendola con
tutti i nostri mezzi militari disponibili.
E se
non sono sufficienti ne produciamo di più, perché la guerra è pace.
Più
armi, più caccia, più carri armati, più bombe, più energia.
L’obiettivo
è la sconfitta militare della seconda potenza nucleare al mondo.
Una
follia portata avanti in assenza di opposizione grazie alla straordinaria
capacità di ingannare e manipolare gli altri.
Perché
dobbiamo convincerci tutti e tutte che la guerra è pace.
La
pace a tutti i costi.
Se
però ci fermiamo anche un istante a riflettere su quello che sta succedendo e
che potrebbe succedere, è chiaro a tutti che insistere su questa strada ci
porta alla catastrofe.
Le
domande e le inquietudini sollevate dalla guerra e dalle sue conseguenze sono,
infatti, ancora senza risposta, mentre la parola diplomazia è tristemente
sparita dal vocabolario della politica.
La guerra utilizzata come strada per risolvere
i conflitti determina la fine della nostra idea di civiltà nata come risposta
all’orrore del conflitto mondiale.
Il diritto internazionale, ridotto a legge del
più forte.
Fin
dove ci volete trascinare?
Lo
avevamo scritto un anno fa che le guerre si preparano investendo in armi e
tagliando le spese per i diritti sociali e la giustizia ecologica.
Questo
dicono i numeri.
La
spesa mondiale per l’acquisto di armi da anni è in continuo e costante aumento.
Secondo i dati dell’Istituto di studi sulla pace di Stoccolma (Sipri), sono più
di 2mila i miliardi di dollari spesi lo scorso anno e continueranno a crescere.
Con
tutti questi soldi potremmo far scomparire i principali problemi che abbiamo
nel mondo e che a lungo andare scatenano le guerre.
Più
spese militari, meno diritti sociali e giustizia ecologica.
E
invece il confronto tra quanto investiamo per la guerra e quanto per
istruzione, salute, lotta alla povertà, difesa della nostra casa comune e della
biodiversità è imbarazzante.
Giorno
dopo giorno diventiamo sempre più impoveriti, diseguali, malati, ignoranti,
però siamo straordinariamente armati.
Per fare cosa?
La
guerra che porta la pace, si capisce.
Ma
un’economia militarizzata, escludente e tossica con un paese profondamente
diseguale non portano alla pace ma alla fine della Repubblica ed alla guerra
mondiale.
Se
vogliamo la pace abbiamo bisogno di investire nella giustizia sociale,
ambientale ed ecologica.
Chi
vuole investire in equità sociale e sostenibilità ambientale?
I
fondi del “Pnrr” nel nostro paese vengono invece investiti per armi,
combustibili fossili e mega impianti, amplificando la guerra ed accelerando la
crisi sociale ed ecologica.
Non
creano posti di lavoro, né sicurezza sociale.
Così
come non consentono di adattarci e mitigare gli effetti del collasso climatico.
L’Europa
militarizzata è sempre più dipendente dagli Stati Uniti?
Anche
su questo la politica nel nostro paese non dà risposte.
O anzi
si, confermando l’ancoraggio alla fallimentare linea di una governance europea
che sta dal di dentro distruggendo il progetto politico di una Europa unita in
nome della pace e della giustizia sociale ed ambientale.
L’Italia
è in guerra?
Dopo
il suo viaggio a Kiev, la presidente Giorgia Meloni non ha escluso l’invio di
caccia al governo ucraino.
Il vero punto dirimente sulle diverse visioni
del mondo in politica rimane la guerra. Negli ultimi anni il Pd è stato parte
fondamentale della costruzione di un neo atlantismo sempre più pericoloso che
ha avuto in Biden e Draghi i suoi principali interpreti.
Costruire
le condizioni necessarie per arrivare alla pace obbliga invece a prendere
nettamente le distanze da una visione del mondo che ci ha portato ad una crisi
interna e globale pericolosissima.
Può il
nuovo Pd di Elly Schlein costruire una visione diversa?
La
buona notizia è che nonostante il bombardamento mediatico e l’assenza di
un’opposizione politica capace di dare voce ad una visione diversa del mondo,
la maggioranza dei cittadini e delle cittadine è contraria alla guerra e chiede
un ruolo diverso al nostro Paese.
A
cominciare dallo stop all’invio di armi: perché con quelle non si raggiunge la
pace.
L'ambiente
va nella Costituzione, ma il “Pnrr” va in un'altra direzione.
In
questo momento così complicato come cittadini e reti sociali, non possiamo
permetterci di rimanere inermi o tantomeno silenti, come ci vorrebbero.
Senza
le nostre voci, i nostri corpi, le nostre iniziative e proposte non ci sarebbe
alternativa alla guerra e alla catastrofe socio ambientale.
Non ci
sarebbe futuro per l’umanità.
Ecco
perché abbiamo bisogno di tutte le mani e di tutti i cuori possibili per
prenderci cura della giustizia, della libertà e della pace nella nostra Casa
Comune. Per questo sono state tutte molto importanti le 100 Piazze per la pace
in Italia e in altre parti d’Europa, organizzate da associazioni, sindacati e
movimenti.
È l’unica strada per dare voce alla
maggioranza dei cittadini che chiede pace e giustizia.
Negli
ultimi anni il Pd è stato parte fondamentale della costruzione di un neo atlantismo
sempre più pericoloso, che ha avuto in Biden e Draghi i suoi principali
interpreti.
Gli
analisti prevedono un conflitto lungo e di logoramento, con rischi concreti di
escalation nucleare globale.
Noi
siamo convinti che debbano prevalere le esigenze dell’umanità su quelle della
geopolitica, che in questo momento tiene in ostaggio il mondo.
Immediato cessate il fuoco, negoziato e
conferenza di pace devono essere gli obiettivi della politica.
Ma non
basta.
La
complessità e l’intreccio delle crisi ci mostrano una necessità urgente:
abbiamo
bisogno di un “nuovo ordine internazionale”.
Chi si
impegna per la pace dovrà lavorare d’ora in avanti anche in questa direzione.
C’è
bisogno di tutti e tutte.
(Giuseppe
De Marzo - Coordinatore della Rete dei Numeri Pari).
Il
cambiamento climatico
e le
guerre.
Pro-natura.it - Domenico Sanino – (3 luglio
2025) – ci dice:
Nel
mondo ci sarebbero più di 170 conflitti armati.
Lo dice una relazione dell’”Uppsala Conflict
Data Program” (UCDP), un programma di ricerca sui conflitti realizzato
dall’Università svedese di Uppsala.
Nel
conteggio rientrano non solo le aree dove due eserciti si fronteggiano, come in
Ucraina o a Gaza, ma anche i tanti scontri armati che coinvolgono i vari Stati,
le organizzazioni criminali e le bande armate.
A
risentirne è la popolazione civile, ma anche l’ambiente.
Calcolare
l’impatto di queste guerre sull’ambiente è pressoché impossibile, ma certamente
è devastante.
Parlo unicamente dei danni all’ambiente, non
la inaccettabile perdita di vite umane e la distruzione di intere città.
A fare
i conti, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, hanno provato in tanti, tra
cui Milena Gabanelli nei suoi Data room e i risultati sono impressionanti.
Il
territorio ucraino è sconfinato, ma assai uniforme, per cui la biodiversità
risente più che in altri paesi degli effetti dei bombardamenti, che hanno anche
colpito i parchi naturali e le oasi di protezione faunistica, causando
un’ecatombe senza fine, che sta pesando anche su di noi, visto le
interconnessioni tra gli esseri viventi. Si è dimostrato che a morire non sono
solo gli animali in territorio ucraino, ma anche quelli dei paesi confinanti.
L’ambiente
e gli animali, è stato scritto, sono le vittime silenziose delle guerre.
I calcoli dell’”Università di Uppsala” per il
solo primo anno di guerra in Ucraina parlano di oltre 12 mila km² di riserve
naturali distrutte, con il rischio di sterminare 600 specie diverse di animali
e 750 specie di piante.
Alla
distruzione diretta, va aggiunta quella indiretta dovuta al taglio
indiscriminato di alberi per costruire le trincee.
Al termine della Prima Guerra Mondiale
migliaia di ettari di foreste in Veneto e Trentino Alto Adige erano sparite.
È vero
che poi la vegetazione si riprende, sempre che ci siano le condizioni
climatiche per poterlo fare, e questo è l’altro problema.
Quanto
incide sul clima l’inquinamento atmosferico causato dai bombardamenti?
Proviamo
a vedere la situazione in Ucraina.
A Kiev, dopo un mese di guerra, si sono
registrati i valori di inquinamento atmosferico più alti al mondo, 33 volte
oltre la soglia-limite fissata dall’”Oms” (Organizzazione mondiale della
sanità).
Proviamo
ad esaminare qualche dato.
Per
quanto riguarda l’anidride carbonica, tra bombardamenti, incendi, danni alle
foreste (che non possono più assorbire la CO2) e agli impianti di energia da
fonti rinnovabili, si stima che le emissioni di CO2 prodotte dalla guerra in
Ucraina siano almeno il triplo rispetto a prima.
Se a questo si aggiunge quanta CO2 verrà
prodotta nelle fasi di ricostruzione, che prima o poi ci saranno, i dati sono
veramente allarmanti.
Pensare
che noi con grande sacrificio cerchiamo di ridurre le nostre emissioni e poi
basta una guerra insensata ad annullare i nostri sforzi!
C’è
poi l’inquinamento atmosferico.
In Ucraina la guerra ha liberato nell’aria
prodotti altamente tossici come l’ammoniaca e l’amianto presente negli edifici
del periodo sovietico.
Quando
un edificio viene distrutto, le polveri d’amianto restano nell’aria e sappiamo
qual è il danno sulla salute umana.
Chi riesce a salvarsi dalle bombe, rischia di
morire, fra pochi anni, di mesotelioma polmonare.
C’è
poi l’inquinamento dell’acqua, sempre legato ai bombardamenti che hanno colpito
fabbriche, impianti elettrici, acquedotti e depuratori, causando inquinamento
ai fiumi, ai laghi e perfino al mare.
E
siccome l’acqua, come l’aria, non ha confini, prima o poi questi inquinanti
arriveranno anche nel Mediterraneo.
Non solo gli ucraini hanno avuto subito
difficoltà a bere acqua potabile, ma di fatto si trovano a vivere in un
ambiente fortemente contaminato.
Nelle acque sono finiti i rifiuti umani, ma
anche quelli chimici e industriali, pieni di metalli pesanti.
I
ricercatori sostengono che i pesci siano completamente spariti dall’Ucraina.
Infine
il suolo e l’agricoltura, perché la contaminazione non riguarda solo le acque,
ma anche il suolo.
Pensate che cosa liberano le bombe e le mine!
Sostanze
che resteranno sul suolo per centinaia di anni e entreranno nella catena
alimentare.
E
veniamo all’agricoltura, principale risorsa economica del paese.
I
dati, parziali, parlano di un terzo di campi che non possono più essere
lavorati e un quarto delle aziende agricole che hanno dovuto chiudere con un
danno economico valutato tra i 6 e i 10 miliardi di euro.
Le
guerre per le terre rare.
I
minerali che fanno parte delle così dette “terre rare” son diventati
particolarmente di moda quando il presidente americano, Donald Trump, li ha
voluti dall’Ucraina come risarcimento per le spese di guerra sostenute dagli
USA.
Sono
un gruppo di 17 elementi chimici (scandio, ittrio e i 15 lantanidi) con
proprietà magnetiche e chimiche tali da renderli indispensabili per numerose
applicazioni tecnologiche e industriali.
Sono elementi fondamentali per la transizione
ecologica e digitale, perché vengono utilizzati in dispositivi elettronici,
nelle batterie, nei magneti permanenti e in molti altri campi.
Oltre
ai minerali ricordati prima, molto ricercato è anche il” litio”, fondamentale
per le batterie elettriche.
Le
terre rare sono relativamente abbondanti sulla Terra, ma sono difficili da
identificare e soprattutto è molto complesso il processo di estrazione e di
lavorazione.
Oltre
agli elementi sopra indicati, molto ricercato è anche il” cobalto”,
fondamentale per la produzione di tecnologie aerospaziali e rinnovabili, e il
“coltan”, una miscela di columbite, formata da ossidi di niobio, e tantalite,
un ossido di tantalio.
Il
Congo detiene il 70% del coltan mondiale, che è fondamentale per la produzione
di telefoni cellulari e computer.
Per
questo da decenni è in corso una guerra nella regione di Goma, nel Nord Kivu
della Repubblica Democratica del Congo, tra l'esercito congolese e il gruppo
ribelle M23.
Da
anni “Pro Natura Cuneo” collabora con la missione salesiana di Goma e fornisce
aiuti per la realizzazione di pozzi per l’acqua potabile e per l’educazione
scolastica dei bambini.
Nell’inverno
di quest’anno il conflitto si è intensificato e i guerriglieri hanno occupato
la città di Goma.
La
loro azione è chiara:
distruggere
tutto ciò che c’è, ammazzare migliaia di persone, incendiare le foreste e
impedire l’agricoltura per terrorizzare la popolazione e avere mano libera nell’estrazione
del minerale, estrazione che viene fatta senza nessuna attenzione ambientale,
creando ulteriori danni al territorio già ben martoriato. Eppure di questa
guerra nessuno parla.
Ad oggi i morti si contano a migliaia e la
crisi umanitaria ha costretto decine di migliaia di persone a sfollare.
La
missione salesiana è sull’orlo del collasso.
Ogni
giorno bisogna scegliere tra i bambini e gli adulti a chi dare da mangiare,
perché non c’è cibo per tutti.
In
Congo, come sapete, ci sono i gorilla di montagna, una specie in via di
estinzione.
Quale attenzione ci può essere nei confronti
di questi animali, se non si rispetta l’uomo?
Anche
da noi sono in espansione le ricerche sui minerali rari, come il “cobalto” e il
“litio”.
Nelle
valli di Lanzo la società australiana Alta Zinc da alcuni anni percorre
capillarmente il territorio alla ricerca di questi importanti minerali.
Hanno
iniziato con “Usseglio” ed ora stanno operando anche a “Balme” dove ci
sarebbero nuovi importanti filoni di “cobalto”.
Non è
difficile pensare che le autorizzazioni estrattive arriveranno senza tanti
vincoli e, temo, anche senza attenzioni ambientali, perché il cobalto e il
litio sono considerati minerali essenziali per il nostro futuro sviluppo
economico.
Non
nascerà una nuova guerra, ma ci saranno momenti di tensione che non
avvantaggeranno nessuno.
In
Africa, con la violenza, si mette a tacere la popolazione.
Da noi
non ancora, ma come insegna il TAV, opporsi è sempre molto difficile.
Ecco
un esempio europeo di contrasto tra l’estrazione di minerali e la difesa
dell’ambiente.
In
Serbia c’è tanto litio nel “giacimento di Jada”r, che, secondo i calcoli,
potrebbe contenere il 10% delle riserve mondiali.
Per
questo è stato avviato fin dal 2017 un progetto di estrazione gestito dalla
multinazionale “Rio Tinto”.
A
Jadar, unico caso al mondo conosciuto, Il litio si trova frammisto al boro
(altro minerale importante) per cui la Geologia si è arricchita di un nuovo
minerale, la “jadarite”.
L’avvio
delle attività estrattive determinerebbe la scomparsa di fertilissimi terreni
agricoli, i migliori di tutta la Serbia, e l’inquinamento delle riserve d’acqua
sotterranee.
Per questo il progetto ha suscitato molte
proteste e dissenso da parte della popolazione locale, che finora è riuscita a
fermare l’inizio delle attività estrattive. Ma fino a quando?
La
Serbia, grazie alle sue riserve di litio, è diventata un attore importante
nella geopolitica internazionale e fa gola a molte potenze, Germania in testa.
Oltre
al litio, la Serbia possiede anche altre risorse minerarie, come il rame, il
carbone, l’uranio.
I favorevoli all’estrazione sostengono le
importanti implicazioni economiche con la possibilità di nuovi posti di lavoro
e maggiore ricchezza della popolazione. L’occupazione è sempre una notevole
molla per far passare i progetti, dimenticandosi sempre delle implicazioni
ambientali.
Poi a
disastri avvenuti, si scopre che i posti di lavoro sono stati ben misera cosa e
la popolazione locale raramente ha avuto dei vantaggi.
Vedremo
chi la vincerà.
Dopo
quanto scritto, la depressione è massima e soprattutto c’è da chiedersi se ha
senso continuare, qui da noi, a fare tutto il possibile per ridurre gli effetti
del cambiamento climatico.
Ovviamente la risposta è sì, perché, se non ce
la mettiamo tutta, per la nostra specie non c’è futuro.
“GUERRA
E NATURA UMANA”,
UN
LIBRO DA LEGGERE.
Opinione.it
- Renato Caputo – (14 febbraio 2025) – ci dice:
Guerra
e natura umana.
Le
radici del disordine mondiale di “Gianluca Sadun Bordoni” (Il Mulino 2025) è
un’opera che offre una riflessione profonda e articolata sulla condizione
umana, con particolare attenzione al legame tra conflitto e natura.
Il
libro esplora le radici storiche e filosofiche della guerra, analizzando come
le dinamiche belliche abbiano sempre fatto parte dell’essere umano,
influenzando la nostra evoluzione sociale, psicologica e culturale.
Bordoni
si distingue per la sua capacità di intrecciare teorie psicologiche,
antropologiche e storiche, portando il lettore a una comprensione più completa
dei motivi che spingono l’uomo alla violenza.
La sua scrittura è chiara, precisa e ricca di
spunti che invitano alla riflessione, rendendo l’opera accessibile anche a chi
non ha una preparazione specifica in queste discipline.
Un possibile punto di partenza per riflettere
sulla guerra è dato da un ritrovamento archeologico particolarmente
inquietante.
Siamo
a “Nataruk”, vicino al “Lago Turkana” in Kenya, e l’esumazione di alcuni resti
umani risalenti a circa 10mila anni fa, appartenenti a un gruppo di
cacciatori-raccoglitori.
Questi
individui sono stati brutalmente uccisi, probabilmente da un gruppo rivale.
I loro
corpi giacciono sparsi e non sepolti, molti dei quali presentano segni
inequivocabili di esecuzioni.
Alcuni
cadaveri, ad esempio, mostrano evidenti tracce di legature.
Tra
questi, c’è anche una donna incinta, alla quale sono state spezzate le
ginocchia prima di essere assassinata.
Questo
caso, così come altri rinvenuti in Germania e Croazia, rappresenta una delle
prime testimonianze di massacri etnici, risalenti a epoche precedenti alla
lotta per le risorse agricole che, a lungo, gli storici hanno considerato il
principale motore della guerra.
La
guerra, tuttavia, non è un fenomeno recente né legato esclusivamente alla
competizione per le risorse.
Le
prime tracce di conflitti risalgono a molto prima delle guerre per il controllo
delle terre fertili e ci parlano anche di scontri tra” Neanderthal “e “Sapiens”,
con quest’ultimi che, pur essendo fisicamente più deboli, potrebbero aver
prevalso grazie alla loro abilità nell’uso delle armi da lancio e alla loro
superiorità numerica derivante dalle ondate migratorie.
Il
conflitto, inoltre, non è esclusivo dell’essere umano:
anche
gli scimpanzé, i nostri più prossimi parenti nel regno animale, sono
protagonisti di violenti scontri con i gruppi rivali per ottenere il controllo
delle risorse.
Non
appena un gruppo percepisce un vantaggio, attacca.
La
forza di un branco, quindi, è legata alla sua capacità di cooperare e, di
conseguenza, alla brutalità con cui affronta i nemici.
Questi
dati, che ci spingono a riflettere sulla natura umana e sulla sua evoluzione
sotto la pressione darwiniana e storica, sono alla base del saggio di “Gianluca
Sadun Bordoni”.
Il
filosofo, ordinario di “Filosofia del diritto” all’Università di Teramo, adotta
un approccio multidisciplinare per esplorare il tema del conflitto.
In
questo lavoro emerge chiaramente l’”influenza di Tucidide”, per il quale la
guerra è un’ombra che seguirà l’uomo finché “la natura umana resterà la
stessa”, sebbene, nel pensiero dell’autore “la guerra non debba essere
considerata innata, nel senso in cui lo sono la fame o il sonno”.
Tuttavia,
Sadun Bordoni non si limita a un’analisi storica e scientifica del fenomeno
bellico:
cerca
di affrontarlo anche da una prospettiva empatica, consapevole che senza questa
dimensione rischiamo di non cogliere la sua essenza più profonda.
La
domanda che si pone, infatti, è se la guerra debba essere letta sotto la lente
di “Carl von Clausewitz” o di “Lev Tolstoj”, e non si schiera con nessuno dei
due.
L’autore
riconosce che, seppur numerosi studiosi (storici, psicologi, etologi) abbiano
cercato di comprendere razionalmente le dinamiche belliche, non bisogna
dimenticare che la guerra non può essere solo analizzata come una somma di
calcoli di potenza.
Un approccio puramente razionale rischia di
consegnarci una visione tecnica e distante che ci separa dall’esperienza umana
del conflitto.
Perciò,
l’autore propone di guardare anche all’aspetto emotivo e mitico della guerra,
perché solo così è possibile sviluppare una strategia di contenimento più
profonda e, forse, più efficace.
Secondo
Sadun Bordoni, la strategia migliore per affrontare il conflitto è una
consapevole capacità di auto-riflessione, sia a livello collettivo che
individuale.
Non si
tratta di nutrire illusioni su una “Pace perpetua”, una visione che, pur
influenzata dalla filosofia di “Immanuel Kant”, viene messa in discussione
dalle stesse dinamiche della guerra.
In
particolare, “Sadun Bordoni” si rifà a “Jacob Burckhardt”, storico che ha
descritto l’ambigua relazione tra violenza e creatività durante il
Rinascimento: “Soltanto nella guerra, nella lotta agonistica contro altri popoli, un
popolo impara realmente a conoscere tutta la sua energia come nazione”.
Oggi,
questa “energia” si confronta con una minaccia ancora più terribile: l’arma
atomica.
Nonostante
per un lungo periodo la minaccia di distruzione reciproca abbia raffreddato il
Novecento, oggi gli scontri internazionali sembrano tornare a intensificarsi.
Il
saggio di Sadun Bordoni offre uno spunto interessante:
la guerra non può essere considerata solo come il
risultato di politiche sbagliate o di calcoli di potenza, ma è una pulsione
costante, radicata negli istinti collettivi.
La militarizzazione della guerra, fino ai
giorni nostri, continua a prevalere su strategie offensive, costruite su una
(presunta) superiorità numerica e di forza, un modello che ha radici antiche e
profonde nella nostra evoluzione.
Ciò
che rende Guerra e natura umana particolarmente interessante è il modo in cui
Bordoni non si limita a descrivere la guerra come un fenomeno negativo, ma
cerca di capire come essa possa essere vista come parte integrante della nostra
evoluzione, senza però mai giustificarla.
La sua
analisi è equilibrata, priva di facili conclusioni, e stimola il lettore a
mettere in discussione le proprie convinzioni sulla natura dell’essere umano e
sul ruolo che la guerra ha giocato nella storia.
Il libro è una lettura stimolante e provocatoria, che
non lascia indifferenti.
La sua
capacità di trattare temi complessi con una scrittura fluida lo rende un testo
adatto a chiunque desideri esplorare le profondità della psicologia e della
storia umana.
In
definitiva, Guerra e natura umana è un’opera che merita di essere letta e
riflettuta, sia per gli studenti delle scienze sociali, sia per i lettori
appassionati di storia e filosofia.
(Renato Caputo - Docente universitario
di Diritto internazionale).
(Guerra
e natura umana. Le radici del disordine mondiale di “Gianluca Sadun Bordoni”,
Il Mulino 2025, 300 pagine).
Quando
servono nuove parole
per
descrivere l’orrore.
Rsi.ch
– (6 settembre 2025) - Elena Panciera – ci dice:
Parole
che ci aiutano a definire, e quindi a vedere e comprendere aspetti a cui non pensiamo
di guerre, genocidi, disastri climatici.
La
guerra continua a seminare distruzione a Gaza.
Archivio
Keystone.
«Ho
disegnato la nostra casa che è stata distrutta dall’occupazione dopo che siamo
stati sfollati da Gaza City, e ho disegnato me stessa lì dentro per poter
ricordare tutto ciò che c’era nella nostra casa e che non esiste più.
Ho
disegnato il sole che sorgeva ogni giorno per potermi svegliare con la sua
calda luce, e ho disegnato il mio fratellino accanto al sole che è stato
martirizzato in questa guerra perché amava molto il sole».
Rana
Al-Masari, 11 anni, descrive così il suo disegno nel primo numero del
giornalino (la “zine”) «Melodies of Hope», creato per raccogliere fondi per
l’omonimo progetto creato dal musicista palestinese “Mohand Al Ashram”, e
tradotta e resa accessibile anche in italiano.
Quelle
che “Al-Masar”i descrive sono le conseguenze psicologiche ed emotive del “domicidio”
che sta avvenendo a Gaza.
Con
“domicidio” si intende «la distruzione deliberata e sistematica di case,
palazzi e infrastrutture civili in un insediamento abitato, in una città o in
una zona circoscritta. In senso ristretto e attenuato, la negazione del diritto
all’abitazione».
“Balakrishnan
Rajagopal”, Relatore Speciale sul diritto a un alloggio adeguato delle Nazioni
Unite, spiega:
«Ho
visto con i miei occhi come in pochi secondi una casa - coronamento degli
sforzi di una vita e orgoglio di intere famiglie – possa essere spazzata via e
ridotta in macerie.
Non
viene distrutta solo una casa.
Vengono distrutti i risparmi di intere
famiglie. Vengono distrutti i ricordi e il conforto dell’appartenenza».
E
continua: «Insieme a questo arriva un trauma sociale e psicologico difficile da
descrivere o da immaginare».
Dall’analisi
delle immagini satellitari dell’8 luglio 2025, UNOSAT (il Centro satellitare
delle Nazioni Unite) identifica 102.067 strutture distrutte, 17.421 gravemente
danneggiate, 41.895 moderatamente danneggiate e 31.429 probabilmente
danneggiate, per un totale di 192.812 strutture.
Corrispondono
a circa il 78% delle strutture totali nella Striscia di Gaza e a un totale
stimato di 282.904 unità abitative danneggiate.
Il
concetto di “domicidio” è stato introdotto per descrivere l’operato di Israele
a Gaza, ma anche la distruzione in Siria e Myanmar.
Oggi è
sempre più riconosciuto in ambito accademico, ma non è ancora stato
riconosciuto come crimine contro l’umanità dalla normativa internazionale.
Una
definizione simile è quella di “solastalgia”, coniata all’università di
Newcastle in Australia dal filosofo esperto di sostenibilità “Glenn Albrecht”:
«Stato di angoscia che affligge chi ha subito
una tragedia ambientale provocata dall’intervento maldestro dell’uomo sulla
natura» (Vocabolario Treccani, 2018). “Solastalgia” deriva dall’unione di
“solace” e “nostalgia”, e significa quindi “nostalgia del conforto”.
Indica
il senso di malessere che ci invade quando l’ambiente che ci circonda, e che
amiamo, viene distrutto a causa dell’emergenza climatica.
Questa parola, secondo me, si presta bene
anche a descrivere il sentimento di spaesamento dato dalla perdita di punti di
riferimento ambientali dovuti a una guerra o un genocidio.
Un
altro aspetto a cui probabilmente non pensiamo, legato a guerre, soprattutto
quelle con intenti genocidari, è il “reprocidio”:
la «sistematica eliminazione delle capacità
riproduttive di un gruppo, sia biologiche che sociali, come strategia
deliberata di annientamento. Comprende violenza diretta e strutturale che mira a impedire
le nascite, eradicare le generazioni future e smantellare i sistemi di salute
riproduttiva, fisica e psicologica».
La
giornalista Ilaria” Maria Dondi” si interroga sull’idea – diffusa – che con una
guerra in corso, in un contesto così fragile e di morte, sia assurdo pensare di
procreare.
Questo
«incarna un pensiero più diffuso di quanto si creda, un’idea paternalista che,
sotto la maschera della razionalità, si fa giudizio sui corpi altrui, e in
particolare sui corpi delle donne che resistono».
E quindi, come spiega la ricercatrice “Shoman”:
«Nel contesto della guerra genocida
che Israele sta conducendo a Gaza, il riprodurre serve come tattica» di
resistenza.
Sono
strumenti del reprocidio il bombardamento intenzionale di ospedali e di
cliniche ostetriche e della fertilità, così come la fame come arma.
«I medici che entrano a Gaza mettono
confezioni di latte artificiale nei loro bagagli personali, che vengono però
confiscate dalle autorità israeliane in quanto materiale che potrebbe essere
utilizzato “contro la sicurezza dello Stato di Israele”. In che senso?» chiede
Dondi.
E trova la risposta: il latte in formula per neonati
prematuri «è un pericolo, eccome: alla buona riuscita del “reprocidio”».
Avere
le parole per definire con esattezza la realtà ci permette di osservarla con
maggiore chiarezza e precisione.
I
neologismi servono anche per questo: per rivolgere l’attenzione su aspetti a
cui non avevamo pensato, che non avevamo considerato, finché non diventano
evidenti. E hanno bisogno di essere nominati.
“Pace
giusta”, la storia insegna
come si fermano le guerre.
Vitatrentina.it – (12 Settembre 2025) – Franco
de Battaglia – ci dice:
L’accertamento
delle condizioni che possano portare a una “guerra giusta” (anche in difesa ad
un’aggressione ingiusta, condotta con regole definite a tutela della protezione
civile) sono diventate col tempo sempre più difficili da accertare data la
letalità crescente degli strumenti di morte messi in campo da tecnologie sempre
più sofisticate, persuase il magistero cattolico, dalla “Pacem in terris” in
poi (1963) che nessuna guerra poteva più essere definita “giusta”, men che meno
quelle combattute in presenza dei dispositivi nucleari.
Se si
è finalmente compreso che nessuna guerra può essere definita “giusta”, come si
può ancora ritenere che possa esistere una pace “giusta” alla fine di una
guerra? (…)
Dunque,
una “pace giusta” è un ossimoro.
Non si
potrà mai dare giustizia a tutti coloro che, da una parte e dall’altra hanno
perso la vita, ai territori devastati, alle migrazioni forzate, alle gravi
perdite economiche, non si potranno ricostituire equilibri sociali
faticosamente raggiunti in precedenza e i nuovi equilibri si riveleranno spesso
peggiori (…)
Dunque quando una guerra è in corso
l’obiettivo di raggiungere la pace con lo scopo primario di far cessare le
uccisioni ha un valore maggiore rispetto alle considerazioni di giustizia.
Vera
Negri Zamagni – (Città Nuova, agosto 2025).
Da
quando questo ammonimento è apparso su “Città Nuova”, il mensile del “Movimento
dei Focolari”, si sono succeduti nel mondo ripetuti inviti alla pace, seguiti
anche da minacce di sanzioni economiche, ma il risultato è apparso andare in
direzione opposta.
Le
devastazioni si sono inasprite, sia in Ucraina che a Gaza, e il pericolo che i
conflitti sfuggano di mano si è fatto sempre più vicino, tanto da rendere
concreto il timore di conflitti ancora più estesi che si tradurrebbero in un
olocausto per tutta l’umanità, anche per i popoli lontani dai teatri di
scontro.
Ma non
deve forse stupire che gli sforzi di pace siano congelati, perché sembrano male
impostati, basati su due equivoci contrabbandati per realismo e giustizia,
mentre appaiono piuttosto frutto di auspici o velleitarismi che non riconoscono
le dure lezioni che la storia ha impartito, anche nel secolo scorso, al mondo e
disattendono la psicologia dei popoli.
L’ossimoro
(possiamo qui tradurlo con “equivoco”?) della “pace giusta” che richiama
lucidamente “Vera Zamagni,” docente di Storia economica a Bologna e “visiting
professor” della prestigiosa “Johns Hopkins University”, va infatti contro la
constatazione che nessuna pace per qualcuna delle parti è stata “giusta”, né
probabilmente potrà mai esserlo.
Anche
in casa nostra fra Trento e Bolzano, qualcuno ancora potrebbe ritenere (e di
fatto non pochi ritengono) che la pace della sanguinosissima guerra mondiale
1914- 18, un secolo fa, sia stata ingiusta per i confini fissati sulle Alpi.
Ed
altrettanto si potrebbe dire per i confini adriatici e dalmati dopo la Seconda
guerra mondiale.
Si
dovrebbe allora riprendere a combattersi? Certo che no.
Ma
proprio queste due paci, che pur con i loro limiti, hanno posto fine alle
“inutili stragi” e faticosamente, ma positivamente, hanno fondato le nuove
convivenze su altri equilibri che non le frontiere (autonomie, relazioni fra ex
combattenti capaci di superare gli odi atavici fra le nazionalità…) indicano
che occorre trovare un’altra strada da percorrere.
Prima
di tutto, per raggiungere la pace, occorre far tacere le armi.
Occorre
raggiungere un “cessate il fuoco” comunque, e non lo si ottiene seguendo il
vecchio detto latino “Si vis pacem para bellum” (Se vuoi la pace prepara la guerra)
ma
togliendo ai combattenti l’occasione (che non raramente diventa pretesto) di
usarle, le armi.
È
ingiusto, ma non desta molto stupore che una parte bombardi le città, o ne
spiani le “torri” se l’altra parte si dota di armi che possono raggiungere i
suoi centri vitali.
D’altra
parte, risulta spesso controproducente pensare che una parte si fermi perché
minacciata da sanzioni economiche, le quali ottengono piuttosto il risultato di
inasprire le reazioni di un popolo, di innalzare il livello di odio che porta
combattere.
Questo
desta più timore:
percepire,
anche nelle piccole realtà quotidiane, la spirale di odio che, come la tromba
d’aria di un travolgente ciclone, sale nel mondo.
Dietro le guerre esistono certo gli interessi
geopolitici, il voler controllare risorse economiche strategiche.
Ma
prevalente nei conflitti risulta la reazione all’insicurezza che
“accerchiamenti”, terrorismi o ricatti economici possono provocare.
Se poi
le guerre si prolungano, le posizioni si inaspriscono ulteriormente:
“Se ho perso tutto, la famiglia, gli affetti,
la casa, che m’importa vivere? O avere qualche soldo in più? Uso tutte le armi
che possiedo, e accada quel che deve accadere. Di me non m’importa più nulla”.
Un
meccanismo tragico che prolunga le guerre.
Non è facile fermarlo, ma è necessario, ed
anche possibile, perché poi la storia dimostra che la contesa premia non chi
vince la guerra, ma chi è disposto anche a pesanti concessioni per raggiungere
la pace.
Quanto
alle “sanzioni” economiche ottengono quasi sempre l’effetto di irrigidire chi
le subisce, addirittura provocando nuovi conflitti.
I nostri genitori raccontavano come le
sanzioni all’Italia, dopo l’aggressione all’Etiopia, rafforzarono invece di
indebolire il regime fascista.
Bevvero per solidarietà patriottica il karkadè
nazionale, invece del tè inglese anche gli antifascisti, e non furono certo le
sanzioni a fermare la guerra che stava maturando.
Quanto
alle rappresaglie naziste dopo l’8 settembre, ebbero per effetto di spingere
sempre più giovani verso il movimento partigiano.
Per la
pace nessuno ha la ricetta in tasca e non esistono scorciatoie, ma è certo
necessario fermarsi.
Per ribadire anche che nella situazione
mondiale tocca all’Europa diventare artefice di pace, non riarmarsi o
sostituire il mercato americano delle armi nel mondo.
L’Europa deve mantenere credibilità e dialogo
nel conflitto che, di fatto, vede opposte le due massime potenze mondiali, né
deve farsi trascinare da chi cerca armi ad ogni costo. Il rischio non è solo un
prolungamento dei conflitti, ma la stessa disintegrazione interna dell’Europa,
già visibile in varie realtà nazionali.
Perché
l’Europa prima ancora che per lo sviluppo dei suoi popoli storici è nata per
portare e mantenere pace, una pace faticosamente e dolorosamente conquistata,
per non schierarsi in nuove guerre.
(Franco
de Battaglia)
La
distruzione della parola.
Ilmanifesto.it
- Claudio Tognonato – (11 settembre 2025) – Luigi Pintor – ci dicono:
Tempi
presenti.
Come mai il linguaggio soffre questo deficit
di contenuto? Scopriamo che le parole sono state arruolate, anche loro “embedded”,
e sono ora parte inerte dei combattimenti in corso.
La
distruzione della parola.
Se per
la nostra specie la parola ha il compito di dare un senso condiviso alle cose
(con-senso), o meglio, di rendere ciò che è reale realtà umana, oggi il
linguaggio è sempre meno oggetto di mediazione, si sta allontanando da questa
sua fondamentale missione.
Nella cosiddetta era della comunicazione la
parola «verità» è diventata un termine problematico, scivoloso che si cerca di
eludere.
L’accavallarsi
delle informazioni, spesso contraddittorie, finisce per annullare il messaggio.
Restiamo perplessi e smarriti perché le parole
contano sempre di meno, si svuotano e perdono ogni valore.
Con il postmodernismo si arriva a dire che il
tutto e il suo contrario sono entrambi ammessi.
Ci
avevano insegnato che la verità esprime ciò che è, ora invece, richiamando
Nietzsche, ci dicono che tutto è interpretazione e che ci sono più verità.
PAROLE
VUOTE.
Il
moltiplicarsi dei mezzi facilita la diffusione della parola.
Dovunque, tutti parlano, anche allo stesso
tempo.
Si
parla troppo e le parole sono vuote.
A dire
il vero non si sa cosa dire e si finisce per non dire nulla.
Come
non si ascolta non vi è mediazione e ognuno va per conto proprio.
La
solitudine del sonnambulismo quotidiano esprime l’angoscia di questa mancanza
di senso, di un meccanico ripetersi ed imitare parole spente.
In realtà, la parola non è «vuota», il vuoto
non esiste, è solo una aspettativa, indica che qualcosa non c’è.
La
parola inerte con le sue lettere c’è, ma non dice nulla.
Delude,
è un recipiente che rivela solo una assenza, manca il contenuto.
Come
mai il linguaggio soffre questo deficit di contenuto?
Perché non cerchiamo di riprendere, dare forma
e rendere umano tutto ciò che accade, come abbiamo sempre fatto?
Siamo
sfiniti dalla velocità dell’elettronica e non gestiamo i loro ritmi?
Forse
la robotica e l’artificiale intelligenza ci rendono sempre più passivi?
Chissà
più che stanchi e assuefatti siamo pugili storditi con lo sguardo perduto nel
nulla.
Attendiamo
rassegnati che suoni quanto prima la campanella della fine.
Purtroppo le parole invece di svegliarci
dall’impassibilità, ci colpiscono e finiscono per aggiungere all’assuefazione
un ulteriore strato d’incredulità.
Le
quotidiane violenze e la disumanità delle guerre sono accompagnate da un
linguaggio altrettanto aggressivo, fatto di insulti, offese e intimidazioni.
Scopriamo che le parole sono state arruolate, anche loro “embedded”, e sono ora
parte inerte dei combattimenti in corso.
Nella
scacchiera globale ogni elemento in gioco è stato reindirizzato verso un mondo
molto lontano da quello che abbiamo sognato.
Ogni
cosa risulta sempre più distante da quel mondo più equo per il quale molti
hanno dato la vita.
Siamo anche lontani dalla critica che voleva
rivolgere Nietzsche al positivismo. Oggi che la concorrenza spietata del
capitalismo globale è diventata legge indiscussa, la guerra dilagante è
approdata al linguaggio, alle parole, distruggendo anche esse.
Il
problema è che senza parole non c’è salvezza possibile.
Se gli
esseri umani non credono più a quello che dicono e ascoltano, nessuna civiltà è
possibile.
Ogni
accordo diventa carta straccia.
Si ritorna allo stato di natura dove prevale
la forza, vince il più forte e ha ragione, ha più potere e ne avrà più diritti.
Tutto
ciò non è diverso da quello che da sempre predica il neoliberismo, è proprio il
suo corollario.
DARWINISMO
SOCIALE.
La
razionalità mercantile che governa la globalizzazione supera perfino la logica
utilitaristica della Realpolitik.
La ricerca di sempre maggiore profitto è
l’unica regola etica in ogni ambito del sociale e del governo della cosa
pubblica.
Ogni argomentazione si piega e cede perché: «l’importante è vendere!».
Dentro
questa cornice, lo abbiamo già capito, può succedere ogni cosa perché nel
liberismo senza regole della giungla vince chi riesce a piegare l’avversario.
Nel
gioco del libero mercato occorre eliminare la concorrenza.
La
civiltà umana però, si fonda su un principio imprescindibile:
siamo
tutti uguali e gli esseri umani sono universalmente soggetti di diritto.
Sono
conquiste secolari condivise sulle quali poggia l’ordine sociale.
Non
esistono le razze, non esiste la nobiltà né le caste, si ripudia la schiavitù
ecc. Anzi,
le persone più deboli (bambini, anziani, malati) hanno più diritti.
Ora
siamo testimoni di come questo principio prioritario di civiltà si stia
lentamente logorando, sono anni che questo declino corrode l’ordine giuridico
in ogni parte del mondo.
Si è
imposta la logica dei potenti:
chi è
più forte ha più strumenti e quindi più diritti.
L’unica
grammatica globale è quella del mercato.
Il
valore di ogni cosa è stabilito dalla domanda e dalla offerta.
Anche
l’etica cede, non è necessario entrare nel merito della valutazione, è tutto
molto facile e veloce: vince il numero.
La
molteplicità di elementi che entrano in gioco nella qualità è discutibile,
opinabile, la quantità no, «più è meglio» rimane l’unico metro di ogni cosa.
Non
importa se la quantofrenia del capitalismo senza argini abbia saturato il
pianeta e distrutto l’ambiente, si va avanti perché l’importante è crescere,
vendere, produrre.
Questa
razionalità cieca vive solo in un presente continuo, senza domani e le
conseguenze sono proprio la distruzione del futuro.
Ora la logica delle guerre e dell’eliminazione
dell’altro definita anche darwinismo sociale, è arrivata alle parole.
Sembra
che non abbia più senso parlare, pensare, definire, cercare di capire.
La
riflessione, è necessariamente lenta, è un ritorno e ha bisogno di tempo,
mentre dall’altra parte, i potenti che costruiscono il reale lo hanno già
cambiato.
IL
REALE VINCE SULLA REALTA’.
Nell’era
di Donald Trump, succede però che le parole del presidente della prima potenza
globale superano di continuo ogni previsione razionale.
Si cerca di capirlo per prevedere quali
saranno le sue mosse, la sua strategia, ma si rimane continuamente sbalorditi e
sorpassati dalle sue dichiarazioni o messaggi sui diversi media.
Un
linguaggio fatto di frasi ad effetto, brevi, ironiche che mirano a colpire
l’avversario.
Tutto avviene di corsa e la velocità è l’unica
arma vincente, anche sui (anti)social. Non possiamo dire che non eravamo stati
avvertiti.
Anni fa, per fare un esempio, in una
conversazione tra “Ron Suskind”, giornalista del “New York Times”, e” Karen
Hughes”, ex direttrice della comunicazione di George W. Bush, quest’ultima gli
disse:
Voi
credete che le soluzioni vengano fuori dalla vostra giudiziosa analisi della
realtà osservabile (…).
Non è
più così che il mondo va realmente.
Ora
siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà.
E
mentre voi studiate questa realtà, con tutto il giudizio che volete, noi agiamo
di nuovo e creiamo realtà nuove (…) e a voi, a tutti voi, non resta che
studiare quello che noi facciamo.
La
conversazione è datata nel 2004 ed è stata anche resa pubblica nel nostro
paese, ma non ha suscitato grandi preoccupazioni.
La
parola ha perso ogni credibilità si è svuotata, è diventata pura astrazione. Assistiamo ad un confronto tra il
mondo reale e il mondo delle parole, un universo di senso, costruito da noi a
cui chiamiamo realtà e che sembra ci sia sfuggito di mano.
Marx
diceva a proposito di “Feuerbach” che i filosofi finora si erano limitati ad
interpretare il reale quando occorre agire per cambiarlo.
Occorre
tornare al mondo reale, materiale e concreto e ridare senso umano alle inerzie
che guidano la razionalità economica.
La
nostra non è una guerra, è proprio l’opposto, un disegno dove solo con l’Altro
ha senso di parlare di umanità.
Che cosa fare
davanti
alla guerra?
Settimananews.it
– (12 settembre 2025) - Rolando Covi – ci dice:
«Che cosa posso
fare davanti a tanta guerra?»: è la domanda di tutti in questo momento storico.
«Il senso di
impotenza nasce dalla sproporzione tra l’imponenza delle atrocità oggi sotto
gli occhi di tutti e l’esiguità di ciò che possiamo “fare” per cambiare il
corso degli eventi.
Ma la percezione
di debolezza deve evitarci di scivolare nell’immobilismo, nella rassegnazione,
nella disperazione».
Con queste
intenzioni, mons. “Erio Castellucci” scrive la sua lettera pastorale «“Cristo è
la nostra pace”, disarmata e disarmante», per «tracciare alcuni sentieri di
pace per noi cristiani delle Chiese di Modena-Nonantola e Carpi, a partire
dalla Pace in persona, Cristo morto e risorto».
Un duplice
ascolto.
La lettera nasce
da un duplice ascolto.
Il primo è quello di alcuni giovani.
«Marìam, palestinese di vent’anni, vive nel
territorio di Gaza.
David, ebreo
diciassettenne, abita e studia a Tel Aviv.
Maksìm, ucraino
di ventiquattro anni, risiede con la sua famiglia a Odessa.
Vasily, ventinove
anni, è russo e lavora a San Pietroburgo.
Raja, birmana ventitreenne, studia nelle
Filippine;
e Yasmin,
sudanese di ventidue anni, alloggia in uno studentato al Cairo.
Non hanno nulla
in comune, se non due cose:
sono cristiani
cattolici in paesi dove la Chiesa è una piccola minoranza, e vivono in zone
pesantemente colpite dalla guerra».
La prima parte
della lettera rilegge il dramma della guerra a partire dalle loro domande:
la scelta di
iniziare un documento ecclesiale con lo sguardo dei giovani rivela una precisa
scelta pastorale.
Il secondo
ascolto è frutto di quattro incontri estivi diocesani:
«Tutte queste persone, adulti e bambini,
giovanissimi e giovani – piccola ma significativa fetta delle nostre due
diocesi – sono solo la punta dell’iceberg di un popolo intero che dovunque
soffre le guerre, cerca la pace, si chiede come noi cristiani possiamo
contribuire a costruirla.
Un impegno sostenuto quotidianamente da
singoli, famiglie e gruppi; portato avanti nel concreto dalle comunità
cristiane e civili, concentrate su tanti “fronti di pace”».
L’introduzione
denuncia senza mezzi termini il dramma della guerra.
«L’impegno per la pace non è di destra o di
sinistra: è semplicemente un dovere.
La manipolazione politica che purtroppo,
specialmente nel nostro Paese, riesce ad infiltrarsi in ogni angolo, anche
dentro le comunità cristiane, corrode e guasta l’impegno condiviso per la pace.
Ogni guerra,
soprattutto “la guerra” per antonomasia, che è quella armata, corrode tutte le
dimensioni dell’essere umano e tende semplicemente alla distruzione.
Per questo ogni
persona e ogni popolo dovrebbe essere contro la guerra, a prescindere dalla
visione religiosa, politica o ideale che abbraccia. Chiunque sia a favore della vita, in ogni sua
fase, deve essere contro la guerra, senza trovare alcun motivo di
giustificazione per essa».
In un secondo
passaggio, è descritto il realismo cristiano, che riconosce, nella natura
umana, creata buona da Dio, la presenza di un’inclinazione al male. «Anziché, dunque, un pacifismo utopistico, la
concezione cristiana della pace fa i conti con la realtà del peccato presente
negli esseri umani, e ammette la possibilità di difendere e difendersi contro
un ingiusto aggressore.
Solo a questo
scopo di difesa, sia personalmente sia come Stato, è legittimo utilizzare –
come ultima possibilità – anche la forza, e in extremis perfino le armi di
difesa, a tutela di coloro che altrimenti sarebbero sopraffatti dai violenti, i
quali finirebbero per spadroneggiare».
Il problema nasce
quando i limiti della difesa armata sono infranti, innescando un meccanismo di
odio che non si arresta.
Da qui prende avvio una corsa al riarmo:
«Un riarmo massiccio, come quello che negli
ultimi mesi sta tentando persino l’Europa, serve solo ad aumentare la tensione
e preparare nuovi conflitti.
E risponde a
logiche di profitto che finiscono per calpestare, di nuovo, i deboli».
Chi può fermare
questa corsa mortale?
Il vescovo Erio ricorda, con una precisa
ricostruzione storica, la presenza dell’ONU, di cui emerge, proprio in
quest’ora, la grande debolezza:
«Nonostante tutto, si deve evitare ad ogni
costo la rassegnazione: questo organismo mondiale, con le sue articolazioni, se
debitamente riformato, rappresenta oggi la maggiore opportunità per ridurre la
corsa agli armamenti e i conflitti che ne seguono, con tutte le miserie
connesse: povertà, fame, violenze, distruzione del creato».
Cinque azioni
alla portata di tutti.
Dopo queste
premesse, chiare e forti, il cuore della lettera sta nel «pentagono della
pace»:
Papa Leone indica
cinque azioni alla portata di tutti:
1) sdegnarci e
alzare la voce;
2) favorire il
dialogo;
3) pregare e intercedere;
4) rimboccarci le
maniche e aiutare;
5) testimoniare e
rimanere fedeli a Gesù.
«Cinque azioni:
un pentagono che, a differenza di quello statunitense, ormai sinonimo di
strategia bellica, è un pentagono di pace.
Nessuno dei suoi cinque lati per un cristiano
è trascurabile.
È un pentagono
che costituisce, del resto, il tessuto quotidiano dell’azione ecclesiale,
quella che chiamiamo “pastorale” delle nostre comunità».
Primo, sdegnarci
e alzare la voce: il disarmo delle coscienze.
Contro un’anestesia emotiva che sta
conquistando il mondo, il testo ricorda la curiosa espressione della tradizione
cristiana, la “santa indignazione”, da non confondersi con un semplice fuoco di
paglia.
Piuttosto
è una “brace”, che arde costantemente, ed è risposta alla pace che Gesù porta:
non l’apatia e l’insensibilità (l’essere lasciato in pace), ma la spada, che
trafigge l’indifferenza e la comfort zone.
Secondo, favorire
il dialogo: il disarmo delle parole.
Né il mettere tra
parentesi le diversità, né il fondamentalismo che ostenta identità sono
generatori di pace.
Entrambi soffrono la stessa carenza di
maturità e mancano di interesse per il dialogo.
L’identità
cristiana è per sua natura aperta:
l’incarnazione
del Figlio con ogni essere umano, permette di vedere in ciascuno l’impronta del
Padre creatore e dà occhi per riconoscere l’azione dello Spirito, che regala
ovunque i suoi frutti.
Il Credo ha nella
sua struttura portante i fondamenti del dialogo.
«L’annuncio
cristiano si innesta quindi dando e ricevendo (Gaudium et spes 43-45), in un
dialogo che dichiara esplicitamente i propri fondamenti».
Terzo, pregare e
intercedere: il disarmo delle anime.
Le Scritture
bibliche ricordano che la pace va invocata.
Ma a che serve
pregare?
La preghiera
disarma le anime.
«Il primo effetto
della preghiera per la pace è proprio quello di curare le ferite di chi si
rivolge al Signore:
perché avverte
che non ha senso invocare la pace se non la accoglie prima di tutto dentro di
sé.
I
discepoli di Gesù sanno che la preghiera non è un esercizio facile: non tanto
per l’attenzione mentale che richiede, quanto per la verifica esistenziale che
attiva. L’orazione cristiana è diversa dalla meditazione, pure utile e
necessaria; è risposta a Dio, che – in quanto tale – prende le mosse dalla sua
Parola».
La sua forza
nasce dalla comunione tra i discepoli; culmina nella più grande invocazione per
la pace, quella dell’eucaristia.
Quarto,
rimboccarci le maniche e aiutare: il disarmo delle mani.
L’educazione alla nonviolenza si concretizza
nell’agire individuale, ma anche in quello in rete, «entrando in associazioni,
fondazioni o altri enti, il cui scopo è quello di soccorrere le vittime delle
guerre.
La rete è anche quella delle comunità
cristiane, sia cattoliche sia ortodosse e protestanti, che spesso attivano
strutture di accoglienza e di assistenza.
E poi tutti,
nella società democratica, possiedono “l’arma pacifica” del voto, con il quale
è possibile orientare le politiche locali e nazionali al dialogo,
all’accoglienza e alla pace».
Per questo è
necessario attivare in ogni diocesi percorsi di educazione alla nonviolenza,
come papa Leone ha chiesto ai vescovi italiani.
Quinto,
testimoniare e rimanere fedeli a Gesù: il disarmo dei cuori.
Più che della
guerra preventiva, che non ha nessun fondamento nel diritto internazionale, c’è
bisogno della «pace preventiva», che nasce dal mandato di Gesù e che i
discepoli donano senza aspettare la reazione.
Ogni ambiente di vita può educare alla pace,
come già accade in tanti «santi della porta accanto»:
il testo in particolare ricorda il beato
Odoardo Focherini e don Elio Monari, oltre a san Francesco.
«Non c’è pace
senza perdono: e il perdono richiede, allora come oggi, la mediazione dei
santi».
Il testo della
lettera, approfondito da molte citazioni bibliche e dal pensiero di papa
Francesco e di papa Leone, offre un quadro contemporaneo e sperimentabile per
chi desidera, credente e non, impegnarsi oggi per la pace, a partire da Colui
che per la pace ha dato la vita sulla Croce.
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Profezie
titaniche e paradossi
del
presente: un lessico come bussola.
Giustiziainsieme.it
- Giancarlo Montedoro - Diritto e società – (09 Settembre 2025) – ci dice:
La
vita è una sola: perdere per possedere.
(Jacopone
da Todi).
Sommario:
1. Dimensioni del dolore: la memoria e l’oblio – 2. Diritto solitario,
relazionale, istituzionale - 3. Forza e Ragione – 4. Progresso o Ciclo? – 5.
Razionalità strumentale ed immaginazione – 6. Democrazie e nuova tecno-
economia – 7. Tecnica ed epistocrazia – 8. Paideia democratica – 9. Tecnica:
emancipazione od oppressione? – 10. Regolazione.
Per
navigare nella difficile contemporaneità in trasformazione è necessaria qualche
bussola.
Possiamo
provare a formulare un lessico minimale aiutandoci con la filosofia e la poesia
ma anche con le riflessioni del pensiero giuridico e delle scienze sociali.
1.
Dimensioni del dolore: la memoria e l’oblio.
La
prima parola che soccorre è la parola dolore.
Il
rapporto con il dolore dice molto della società; è essenziale per comprenderla.
La
nostra società - è stato detto da “Byung – Chul Han” - è una società senza
dolore.
Una
società algofobica.
Questo
è stato vero per lungo tempo. Ora è molto meno vero.
Ma al
ritorno del dolore (e della storia) tendiamo a reagire, d’istinto, in Europa,
con grandi rimozioni.
Non si
accetta la dimensione tragica dell’esistere. Non si accetta la distruzione. Si
punta – per mancanza di coraggio – all’autodistruzione.
Byung
Chul Han si è proposto un’ermeneutica del dolore.
La
prima notazione è la tendenza a vivere come anestetizzati. Evitando i
conflitti.
Anche
la politica evita i conflitti dolorosi, vive di pura creazione del consenso a
basso costo, mediante un massivo uso dei mezzi di comunicazione di massa e la
costruzione di narrazioni rassicuranti che hanno preso il posto delle ideologie
novecentesche.
La
politica è segnata dall’idea della mancanza di alternative. Della accettazione
dell’esistente e della pura logica dell’amministrazione che tradisce
l’ambizione costituzionale di un suo primato come sfera capace di fornire gli
orizzonti di sviluppo della vita sociale.
Essa
si abbandona alle imposizioni di sistema e sposa la linea dell’adesione alla
c.d. nuova oggettività della quale si è avuto modo di discorrere con “Sergio
Foà”, fatta di dominio della tecnica e di leggi economiche che appaiono
inderogabili dal corpo sociale.
Evita
conflitti e confronti dolorosi, si affida al sistema mass mediatico per la
diffusione di narrazioni rassicuranti che tengono il posto delle vecchie
ideologie novecentesche al fine della creazione del consenso, funziona ormai
analogamente a qualsiasi altro prodotto da vendere sul mercato della società
affluente.
Una
politica senza conflitto e senza speranza destinata a consegnare l’Europa ad un
destino di irrilevanza in un mondo che rivaluta la forza, la politica
agonistica ed il coraggio del dolore.
Le
strategie di occultamento della sofferenza sono molteplici e finiscono per
atrofizzare i processi di civilizzazione.
Determinano
ovviamente non la fine della sofferenza ma l’impossibilità del suo
riconoscimento e quindi il deperire delle politiche di inclusione.
La
sofferenza;
il negativo sono i passaggi essenziali ed
ineludibili della dialettica hegeliana del riconoscimento (descritta nella
Fenomenologia dello Spirito) e della evoluzione della coscienza infelice verso
più progressive forme di comunità; si tratta – crocianamente - della dinamica della
religione della libertà ed alla fine di ogni percorso emancipativo moderno.
L’approdo
ad un mondo irenico è stato connaturato all’esperienza ordoliberale e ne ha
costituito il tratto caratterizzante.
“
Robert Kagan” ha parlato di Venere e Marte a proposito di Europa ed America, la
prima persa nel sogno kantiano della pace perpetua e la seconda gendarme del
mondo hobbesiano.
Il
brusco risveglio legato alle nuove politiche della destra americana costringe
l’UE a fare i conti con il ritorno della storia e del dolore.
Il
riarmo sostituisce il Green Deal e ne fa naufragare le prospettive, peraltro
esso, pur necessario per la sovranità europea e la possibilità di conservazione
di uno spazio di “Rule of Law “esemplare nel quadro globale, sembra realizzato
in un quadro emergenziale e non sufficiente coordinato che rischia di
penalizzare le funzioni di integrazione sociale dello Stato già compromesse da
anni ed anni di austerità finanziaria dovute alla crisi fiscale dello Stato ed
all’incapacità di decidere una fisionomia del Welfare meno irrealistica di
quella basata sull’idea che i diritti fondamentali (tutti e di tutti) non
abbiano e non debbano avere un costo che li condiziona.
L’anestetizzazione
universale investe anche la cultura.
La
coscienza infelice di Hegel e del romanticismo è ormai inattingibile.
Si
vuole solo un intellettuale compiacente.
“L’economicizzazione
della cultura e la culturalizzazione dell’economia – dice ancora Byung Chul Han
- si rafforzano a vicenda.
Si
abbatte cosí la separazione tra cultura e commercio, tra arte e consumo, tra
arte e pubblicità.
Gli
stessi artisti vengono messi sotto pressione affinché s’impongano come marchi.
Diventano conformi al mercato, compiacenti.
La
culturalizzazione dell’economia riguarda anche la produzione.
La produzione post-industriale, immateriale,
s’impossessa delle modalità della pratica artistica.
Dev’essere
creativa.
La creatività come strategia economica
consente però solo delle variazioni dell’Uguale.
Non ha
accesso al completamente Altro. Le manca la negatività della rottura, che fa
male. Dolore e commercio si escludono a vicenda”.
È in
corso una potente reazione i cui esiti non sono noti.
Quindi
dolore del risveglio nella storia e nel conflitto.
Dolore
della scoperta dell’ineluttabilità del costo economico dei diritti sociali.
Dolore
di una politica responsabile chiamata a fare scelte difficili, di per sé
mutilanti.
Dolore
delle tante guerre in corso (guerra mondiale a pezzi diceva Papa Francesco).
Il
filosofo che ha tematizzato il dolore come percorso di conoscenza è stato” Aldo
Masullo”, il suo pensiero fuori dagli schemi andrebbe recuperato.
E qui
la questione del dolore si intreccia a quella della memoria e dell’oblio.
Alla
questione dell’identità che tiene banco.
L’identità
porta conflitto ed essa è fondata a volte su un’ossessione mnestica, sulla
nostra incapacità di lasciare andare e di dimenticare (nelle esperienze
individuali ed in quelle collettive).
Sulla
trappola identitaria ha scritto, di recente, “Yascha Mounk”:
“Al
posto dell’universalismo, certi settori della società statunitense stanno
rapidamente adottando una forma di separatismo progressista.
Scuole e università, fondazioni e alcune
aziende sembrano essere convinte di dover incoraggiare attivamente le persone a
vedersi come “soggetti razzializzati”.
Ed
ancora per spiegare l’essenza della c.d. trappola identitaria:
“Siamo
capaci di grande coraggio e altruismo quando si tratta di aiutare i membri del
nostro gruppo, ma anche di terribile indifferenza e crudeltà di fronte agli
individui che consideriamo membri di un altro gruppo.
Qualsiasi
ideologia con un minimo di decenza deve proporre una soluzione per attenuare
gli effetti negativi di tali conflitti.
Un
problema cruciale della sintesi identitaria è che non lo fa.
Gli esseri umani avranno sempre la tendenza a
distinguere tra “noi” e “loro”.
Non è
casuale che al centro dei conflitti vi sia il diritto di esistenza delle
piccole patrie o la secolare questione della convivenza fra Israele e la
Palestina con le correlative ossessioni identitario securitarie che rendono
assai complessa la via della pace.
La
nostra società ha insistito oltre che sulla rimozione del dolore, anche
sull’importanza della memoria, ma questo produce un effetto sicuramente non
voluto e paradossale:
la
tendenza a non dimenticare il male, a non dimenticarlo mai.
Tale
tendenza può portare a conflitti infiniti o a paci provvisorie (fondate sul mero cessate il fuoco
come nel caso della guerra turco-cipriota, terribile storia dell’ultimo muro
d’Europa).
La
comprensibile tendenza a non dimenticare il male in definitiva non ci
salvaguarda necessariamente dal suo ritorno se non si accompagna alla pratica
di una perenne filosofia del dialogo.
Gli
antichi conoscevano l’importanza del fiume Lete.
Lete, dal greco λανθάνω (lanthano), significa
infatti essere nascosto, dimenticare, ed è il fiume dell’oblio della mitologia
greca e romana.
Esso
appare inoltre nel Faust goethiano e in diversi scritti di Baudelaire.
Gli
Orfici ritenevano che il fiume Lete fosse quello in cui le anime non dovessero
bere né bagnarsi, proprio per non dimenticare il passato, arrivando, col tempo,
a diventare più sagge.
Anche
Platone definisce Lete (o Amelete) il fiume dell’oblio del mito di “Er”,
narrato nel libro X de “La Repubblica”.
Ma il
fiume Lete più famoso della letteratura è certamente quello virgiliano del VI
libro dell’Eneide:
«Le
anime che per fato devono cercare un altro corpo, bevono sicure acque e lunghe
dimenticanze sull’onda del fiume Lete» (En., VI 714-715).
Anche in questo caso il fiume è l’abbeveratoio
delle anime che devono dimenticare prima di reincarnarsi nel tentativo di
purificarsi.
Saper
dimenticare a volte è importante quanto ricordare.
Rawls
separa talvolta la pretesa di giustizia dalla pretesa di pace: c’è qualche
saggezza in questa sua posizione.
Rawls
individua cinque tipologie di popoli, in posizione decrescente rispetto alla
possibilità di immaginarli come partner in una posizione originaria con i quali
raggiungere un accordo giusto.
Popoli
liberali: sono
strutturati secondo le istanze liberal-democratiche e sono in grado di offrire
equi termini di collaborazione ad altri popoli.
Popoli
decenti:
pur non avendo una struttura analoga a quella liberal-democratica, mantengono
al proprio interno un qualche modello di consultazione (elezioni, o comunque
diritto di scelta in generale), prevedono un sostanziale rispetto dei diritti
umani e sono non aggressivi nei confronti degli altri popoli.
La
decenza è qui intesa come criterio empirico, piuttosto che derivante da un
argomento teorico:
Rawls
fa l’immaginario esempio del popolo del Kazakistan, facendoci intuire un
riferimento ai popoli emergenti che avviavano la democratizzazione dopo
l’uscita dall’URSS, oppure ancora alle popolazioni islamiche dei vari
"-stan" (Afghanistan, Pakistan...).
Assolutismo
benevolo:
in
questa condizione gli stati, pur rispettando i diritti civili, politici e
sociali, non prevedono forme consultive e negano quindi in parte o del tutto la
partecipazione dei cittadini alle decisioni collettive.
Popoli
svantaggiati:
sono
quei popoli in cui a causa di sfavorevoli condizioni economiche e assenza di
condizioni minime di sussistenza non riesce a consolidarsi una struttura
politica riconoscibile, cioè non sono in grado di sviluppare istituzioni
liberal-democratiche o decenti.
Nei
confronti di questi popoli, secondo Rawls, i popoli più fortunati (definiti
“popoli bene ordinati”) hanno un dovere di assistenza.
I popoli che si trovano in condizioni migliori
devono cioè aiutare i popoli svantaggiati affinché entrino nelle condizioni in
cui possono sviluppare delle istituzioni politiche.
Questo dovere di assistenza è basato però su
un principio meno oneroso del principio di differenza.
Popoli
fuorilegge:
non rispettano i diritti umani e sono aggressivi nei confronti degli altri
popoli, destabilizzando con il loro comportamento gli stati appartenenti alle
quattro precedenti categorie.
La
varietà delle condizioni di vita dei diversi popoli non consente di perseguire
la pace giusta secondo i canoni occidentali liberal-democratici ma costringe a
strategie più complesse, anche e primariamente dialogiche.
Per
raggiungere principi sicuri per il governo del mondo l’ordinamento
internazionale deve prendere «gli uomini come sono, e le leggi come possono
essere» e far convergere lentamente le diversità senza esasperarle con gesti di
forza.
2.
Diritto solitario, relazionale, istituzionale.
La
seconda parola è diritto.
Ma
quale diritto?
Il
diritto dei tre tipi di pensiero giuridico lo sappiamo è normativista secondo
la lectio di Kelsen, decisionista secondo la lectio di Schmitt, istituzionale
secondo la lectio di Santi Romano.
Pluralità
di ordinamenti, pluralità di istituzioni nello stesso ordinamento.
Il
diritto inscritto nella separazione dei poteri costituzionale è quello che vive
nelle sue dimensioni istituzionali pluralistiche, negli organi costituzionali,
nella amministrazione, nella giurisdizione, nella politica e negli organi di
garanzia variamente articolati, e poi nel centro e nelle periferie del potere.
Ma qui
forse sta emergendo un’altra valenza dell’esperienza giuridica.
Un
diritto senza gli altri, un diritto puramente relazionale, ed infine un diritto
istituzionale sempre meno centrale.
Il
diritto automatico è quello legato ad esperienze solitarie dell’uomo connesso
in rete.
Il
diritto dei contratti automatizzati. Il diritto degli smart contracts, il
diritto del lavoro disciplinato da remoto per chi è in smart working.
Il diritto di uso dell’intelligenza artificiale
formato dal produttore o da fonti eteronome che sono destinate sempre più ad
occuparsi del rapporto uomo – macchina.
Il
diritto relazionale è tutto il diritto ordoliberale di matrice europea che ha recepito la lex mercatoria
dagli anni novanta dello scorso secolo fino a questi anni di svolta - mediante
l’operatività delle direttive di armonizzazione delle legislazioni e mediante
la riduzione della rilevanza della dimensione organizzativa a favore di quella
contrattuale e di mercato.
Il
diritto istituzionale è ormai per lo più solamente un freno di emergenza: la vicenda del golden power è
significativa – si potrebbe dire paradigmatica - in proposito; si tratta di
intervenire solo per interessi strategici come definiti dal d.l. n. 21 del 2012
e successive modificazioni, per tutelare l'interesse nazionale in settori e
filiere strategiche, per evitare che finiscano in mano straniera, ed evitare
che le aziende bersaglio cadano vittima di operazioni finanziarie ostili. Il
mercato fa il resto, secondo una logica di diritto privato.
Tutto
il diritto pubblico è leggibile nel prisma dell’art. 2043 cod. civ. con ciò la
sua patrimonializzazione è inevitabile come anche il declino delle finalità di
“cura” della coesione sociale legate al diritto amministrativo ed all’interesse
pubblico che lo ispira, lo muove e lo pervade o dovrebbe pervaderlo.
La
sorte ed il destino della “Rule of Law” ed anche la sua qualità stanno
inscritte dentro il rafforzamento o l’indebolimento della logica istituzionale,
romaniana, dell’esperienza giuridica.
Stanno
dentro la capacità di comprendere ed accettare il grado di sofferenza che
comporta ogni esperienza giuridica, nello strutturarsi delle novità storiche,
per accertarle e per governarle, superando la dura oggettività luhmanniana in
forme di comunità capaci di restaurare un immaginario sociale alla Castoriadis.
Questo
è il compito di chi progetta il diritto, mentre il compito di chi lo applica è
quello di chinarsi sulle singolarità sofferenti, per far sentire loro che il patire è sempre un patire comune.
È
quello che – spiritualmente – tenta “Natalino Irti” nel suo recente, alto e
nobile, lavoro che indagando il sottosuolo dell’esperienza giuridica, vede il diritto come salvagente dalla
spietatezza del mondo oggettivo della tecnica dispiegata
3.
Forza e Ragione.
È il
tema della guerra risorgente.
Ma
anche del declino di quello che Kojève chiamava lo sguardo del terzo.
Lo
spazio della giurisdizione e della mediazione.
Mediazione
è quella del Parlamento che perde peso rispetto al potere del Governo, mediazione è quella della Corte
Costituzionale che, di fronte alla complessità della post-modernità ed agli
effetti di bilancio delle proprie sentenze, è costretta a rivolgere moniti al
Legislatore,
talvolta inascoltati, così rivelando spazi inediti di impraticabilità del
controllo di costituzionalità, mediazione è quella dei giudici comuni che a
volte seguono tuttavia percorsi ispirati a logiche troppo differenziate come
quelle seguite dalla giurisprudenza civile ed amministrativa impegnate da sempre
sui nodi del riparto con una mentalità retrospettiva che non vede che
tutt’intorno il mondo cambia implacabilmente ed a velocità sostenuta in fondo
facendo emergere che il nuovo potere non è nello Stato ma come ha notato Luigi
Ferrajoli nei “poteri privati selvaggi” (ammirevoli per creatività ma
bisognosi di limiti a salvaguardia dei public goods).
Mediazione
è quella dell’ONU, sempre più contestata a favore dello scontro e del concerto
fra logiche di pura potenza.
Mediazione
è quella del sistema delle Corti internazionali che, scosse da crisi e
contestazioni violente, scoprono la loro ineffettività ed i limiti di quel
processo che è stato chiamato “tribunalizzazione del mondo”.
4.
Progresso o Ciclo?
Sono
note le parole di “Walter Benjamin” su “Klee”:
C’è un
quadro di Klee che s’intitola “Angelus Novus”.
Vi si
trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo
sguardo.
Ha gli
occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese.
Ha il viso rivolto al passato.
Dove
ci appare una catena di eventi, egli vede un’unica catastrofe, che accumula
senza tregua rovine su rovine, e le rovescia ai suoi piedi.
Egli
vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre quel che è andato in
frantumi.
Ma una
tempesta spira dal paradiso; ed essa investe le sue ali con tanta violenza, che
egli non può più richiuderle.
La
tempesta lo spinge irresistibilmente verso il futuro, a cui volge le spalle,
mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui sino al cielo.
Questa
tempesta è ciò che chiamiamo progresso.
Il
moderno all’altezza di tempo di Benjamin – tempo del modernismo reazionario
analogo, secondo Irti, al tempo che stiamo attraversando – manteneva ferma
l’idea di progresso ma la concettualizzava in forma di tempesta.
È
stato notato a proposito di questo passo che “il passato, la storia, su cui si
concentravano i suoi occhi disvelatori, non ingannati dalle false prospettive
degli uomini, era solo un irrimediabile accumulo di rovine, che arrivava sino
al cielo. Il progresso – l’idea che Benjamin vedeva disastrosamente smentita –
era nient’altro se non l’ininterrotto precipitare della catastrofe verso il
cuore imperscrutabile della tempesta. Esso non veniva completamente negato: il
movimento in avanti rimaneva, inarrestabile; ma era ridotto all’effetto della
pura e scarnificata violenza della bufera, in attesa di un riscatto – o almeno
di un significato – che non arrivava.”
Ormai
questa vicenda si è consumata.
Il
«progresso» – la parola allora ancora familiare e carica di promesse, ereditata
dal pensiero ottocentesco – veniva ridotto a una fuga senza fine e senza senso
che non smetteva di trascinarci attraverso un oceano di rovine: verso non si sa
dove, ammesso pure che un dove esistesse, e fosse umanamente percepibile.
Ora –
nel tempo della tecnica dispiegata e del raggiungimento di una nuova soglia
antropologica - appare una parola moralmente vuota anche se la capacità di fare
dell’uomo, nella scienza, nelle tecnologie dell’informazione, nel dominio della
natura, nella medicina, sta raggiungendo una potenza inusitata.
L’idea
dominante, nell’interpretazione dei fatti sociali, è di tipo biologico: la
storia del vivente e della specie umana non è dissimile dalla parabola della
vita individuale, c’è una nascita, uno sviluppo, una crescita, l’inevitabile
declino e la morte.
Ciò è
predicabile dell’uomo come individuo e come specie ossia come collettività
umana. La storia delle civilizzazioni è la storia del loro formarsi e
declinare. Non
ci sono garanzie di progresso né crociane religioni della libertà.
A
fronte del presentarsi del limite naturalistico (pandemia, crisi climatica,
problemi energetici, sviluppo dell’atomo) ritornano in auge dottrine
apocalittiche.
Si
rileggono gli antichi: Esiodo, Eraclito, Lucrezio, Democrito, Polibio.
Si
rivaluta l’idea – vichiana – di circolarità del tempo.
Tutta
la modernità, dal Rinascimento in poi – l’«età nuova» nel cammino d’Europa – si
era venuta costruendo intorno a ben diverse attitudini.
Si era
fondata sulla convinzione che l’operare incessante degli uomini – la
produttività della loro fatica, della loro intelligenza, del loro lavoro
quotidiano – creasse le basi per un mutamento, costante e verso il meglio, dei
nostri modi di vita, almeno nella parte di mondo che abitiamo: una regione
privilegiata (si riteneva), chiamata a edificare una civiltà senza eguali, che
avrebbe elaborato una misura e una regola in grado di imporsi in tutti gli
angoli della Terra.
Il
Moderno è quindi giunto a compimento, in forma tragicamente disumanizzante:
si
impone quindi un ritorno spinoziano alla Natura oltre che la riscoperta di una
dimensione di trascendenza immanente senza la quale non è nemmeno pensabile una
progettualità sociale che superi la mera gestione amministrativa.
Il
nostro tempo è il tempo della disillusione.
Certo
il cerchio e la linea non sono oggetto di contrapposizione assoluta come nota
sempre A. Schiavone:
“Santo
Mazzarino – uno dei maggiori antichisti del Novecento – aveva dimostrato in
modo definitivo come un’opposizione così frontale (quella fra tempo ciclico e
tempo progressivo) non potesse reggere, e come le due immagini – il circolo e
la linea – in realtà si fossero sovrapposte e intersecate in maniera assai più
frastagliata tra antico e moderno: ed è una ricostruzione cui resta poco da
aggiungere.
Ma ciò
nonostante, rimane indubbio che l’enfasi sulla direzione del tempo –
sull’esistenza di un vettore della storia, per così dire – sia appartenuta
specificamente ai caratteri della modernità occidentale, e si sia congiunta,
fin dalla cultura del Rinascimento, all’elaborazione di un’idea
fondamentalmente ottimistica del rapporto fra passato e avvenire.”
Qui si
apre una contraddizione:
“Da
una parte l’accumularsi degli sviluppi impetuosi dell’intelligenza tecnologica
e scientifica, e della sua proiezione trasformatrice sulla realtà di ogni
singola vita; e dall’altra, … il prodursi corrispondente di una sempre maggiore
difficoltà nel mettere in campo una progettualità culturale e sociale, e una
razionalità politica e di governo – sia nell’ordine geopolitico, sia
all’interno dei singoli Stati.
E
tutto questo proprio mentre ce ne sarebbe stato più che mai bisogno, per tener
dietro al precipitare dei mutamenti, e riuscire a controllarli e padroneggiarli
per il meglio.
Oppure,
in altri termini, se vogliamo usare una formula più breve e sintetica:
l’aprirsi di uno squilibrio crescente fra potenza (tecnica) da un lato, ormai
in grado in più modi perfino di distruggere lo stesso pianeta; e razionalità
(civile e politica) dall’altro.
Fra la capacità indotta dalla tecnica e dall’economia
capitalistica di creare innovazione, ricchezze, opportunità, ma anche inauditi
pericoli e dissimmetrie: di moltiplicare, insomma, il carattere ambivalente
delle proprie potenzialità; e la corrispondente incapacità di dirigere quei
processi secondo scelte razionali globali.
Di
indirizzarli cioè verso obiettivi che non fossero solo di massimizzazione dei
profitti e di soddisfazione smisurata di interessi particolari, politici o
economici, nazionali o di classe”.
L’occidente
si è auto compreso come il luogo dell’eterno tramonto (e dell’eterna
rigenerazione), ma agli occhi di chi ha visto un altro mondo ed un altro tempo,
è evidente che ormai non si tratta di crisi ma di declino per mancanza di un
pensiero politico adeguato alla trasformazione in corso.
Suggestiona
anche l’ipotesi della Fine della storia che ha antesignani nobili – prima di “Francis
Fukuyama” – in “Eric Weil” e Alexandre Kojève.
Ivi si
cita la nota della nota all’Introduzione alla lettura di Hegel redatta da
Kojève dopo un viaggio in Giappone, nella quale si afferma, con argomento
paradossale, che “ Gli Stati Uniti hanno già raggiunto lo stadio del comunismo marxista,
visto che praticamente tutti i membri di una società senza classi, possono
appropriarsi fin d’ora di tutto ciò che desiderano, senza per questo lavorare
più di quanto gli piace.”
Alla
luce di questa intuizione lancinante potremmo dare una lettura più chiara della
simpatia fra Trump e Putin e della convergenza progressiva dei sistemi verso un
modello neo-imperialista ed in fondo comunista nel senso dell’imposizione della
legge dell’universale godimento disalienato (al di là del pensiero sulla fine
della democrazia riportabile al paleo-libertarianismo che smantella lo Stato,
il paradigma che muove verso la convergenza dei sistemi nell’economia-mondo, è
l’oggettività funzionalistica – assicurata in Occidente dal mercato -
totalmente deregolato – che regge la società dei consumi, traguardata anche
dalle società dell’Oriente con le sue autocrazie paternalistiche).
Per
Kojève del 1968 i russi ed i cinesi sono degli americani ancora poveri ed il futuro post- storico è l’eterno
presente del Giappone, caratterizzato da un ethos snobistico e totalmente
formalizzato ed aggiungeremmo noi dalla scomparsa del diritto come lo abbiamo
conosciuto (istituzionale e relazionale) e della storia umana.
Un’eco
di questa visione appare nelle letture che della crisi dell’Occidente fornisce “Aldo
Schiavone”.
Circolarità
e linearità del tempo hegelianamente coincidono, ma senza più lotta, conflitto,
dinamiche del riconoscimento e del desiderio, senza più avvenire, senza più
futuro.
La
liberazione marxiana dalla storia di oppressione e dominazione si fa alle spese
del Soggetto.
C’è il
rischio che la disalienazione data dal un lavoro liberato mediante le macchine
coincida con l’alienazione costituita dai gruppi di potere che progettano le
macchine e dispongono dei moderni entitlements su di esse.
5.
Razionalità strumentale ed immaginazione.
È noto
l’incipit della Dialettica dell’illuminismo di Adorno ed Horkeimer .
“L’illuminismo,
nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre
l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra
interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”.
Le
riflessioni di Heidegger sulla questione della tecnica sono consonanti con
quelle dei francofortesi.
La
fonte primigenia del sogno illuminista era la generalizzazione dello scambio
contrattuale come meccanismo fondante l’economia di mercato che richiede un
uomo calcolante;
indirizzato dall’utile, capace di organizzare
imprese, giustificate dal nesso rischio/profitto.
La
scissione fra borghese e cittadino faceva il resto: consentendo all’uomo
guidato nella sfera economica dal “self interest” di ispirarsi ad un interesse
generale nell’esercizio del diritto di voto, da esercitarsi secondo regole di
prudenza e non di forza (ed è l’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali).
Questo
processo si sviluppa parallelamente al costituzionalismo moderno e istituisce
il weberiano diritto calcolabile dei codici della recezione del diritto romano
borghese.
Con il
tempo tuttavia la radicale infondatezza del potere sovrano emerso dalla
rivoluzione borghese, la scomparsa del sacro e la morte di Dio, disvelano la
natura nichilistica del progetto Moderno, la irredimibile mancanza di “ubi
consistam”, la sua dolente arbitrarietà, la sua minaccia per la nuda vita.
Il
diritto dei codici si dissolve in leggi particolari che seguono la
frammentazione sociale (in quello che è stato descritto come passaggio dallo status
al contratto).
La
tecnica giuridica come ogni tecnica si mostra manipolabile all’infinito ed
unica forma e manifestazione della volontà di potenza, che sconta su di sé
l’impossibilità di limitare finalisticamente le possibilità dello sviluppo
tecnologico che da strumento diviene fine.
Così
si attua il rovesciamento della razionalità strumentale, unico motore del modo
di produzione essendo la tecnica, in assenza di Dio la tecnica viene
divinizzata.
Lo
scontro fra gli umanesimi (liberale, socialista, nazifascista con i tratti
disumanizzanti propri di questi tentativi – ove totalitari - di forgiare un
uomo nuovo) consuma, secondo la lectio heideggeriana della “Lettera
sull’umanesimo”, durante le due guerre mondiali e, possiamo notare noi
contemporanei, con “la Guerra Fredda”, ogni possibilità di eterodirigere la
tecnica.
La
tecnica autoreferenziale domina il modo e condiziona ormai l’autonomia del
politico, al quale resta ben poco fra diritto sovranazionale, lex mercatoria ed
automatismi macchinistici.
Il
politico è così confinato nella sfera della mera comunicazione di narrative
finalizzate alla coesione sociale (per lo più ormai securitaria nel declino delle
funzioni di integrazione sociale dello Stato dovuto al definanziamento dei
servizi pubblici) e riceve da altre sfere gli input necessari alla edificazione
di costruzioni sociali.
Declina
– con la morte delle ideologie – ogni forma di immaginario sociale.
J.
Dewey cede il passo a W. Lippmann, l’educazione alla manipolazione, la società paleo
libertaria che disvela un mondo totalitario, post-nazista, è quella in cui gli
apparati informativi, privatizzati, ma integrati negli apparati politici,
condizionano le masse senza – ordinariamente – ricorrere alle politiche
violente delle esperienze totalitarie non liberali.
Ripristinare
l’immaginario sociale è necessario per riprendere le fila del progetto moderno
tirandolo fuori dalle secche delle ideologie contemporanee imperniate
sull’impossibilità di concepire destini generali.
Partita
difficile, ma da giocare per non mettere a rischio l’autodeterminazione
dell’uomo ed evitare la sua riduzione, già in corso, ad “homo consumens”, a
consumatore manipolato e manipolabile.
6. Democrazie e nuova tecno-economia.
Un
altro nodo fondamentale è costituito dal rapporto fra le democrazie nazionali e
la nuova tecno-economia globale.
Carlo
Galli ha ricordato che il disagio della democrazia è cosa antica, è lo
“spaesamento” di Tocqueville di fronte alla democrazia americana, al continente
che aboliva i ruoli sociali della vecchia società feudale, alla dichiarazione di Whitman “Sono
vasto. Contengo moltitudini”, ma è anche la critica di Ortega – padre del
pensiero libertario – che analizza, come farà anche Canetti la questione della
massa apatica, inerte, informe, e ad essa contrappone orgogliosamente
l’individuo “Yo soy yo y mi circunstancia, y si no la salvo a ella no me salvo
yo (io sono io e la mia circostanza e se non salvo questa non salvo neppure me)
che si trova nelle “Meditaciones del Quijote”.
Con tale asserzione Ortega intende
sottolineare l’importanza della singolarità (indicata da Irti come il fulcro
della vita del diritto nel tempo del declino della democrazia e del dispiegarsi
della tecno-economia).
Ortega
sente l'unicità della vita di ogni essere umano, non trasferibile (nessuno può
vivere al posto mio) e determinata da circostanze spaziali e temporali: nasco
in un determinato tempo e luogo e, in conseguenza di ciò, ne sarò condizionato,
l’etica è sempre circostanziale.
Irti consegna al giurista il messaggio di
Ortega e conferma la professione di fede nel diritto privato, concepito in
un’ottica ormai non solo dommatica e normativista, ma pienamente personalista e
con un fondo libertario.
Il
disagio della democrazia è soggettivo e oggettivo secondo C. Galli:
è disagio del cittadino, ripulsa rabbiosa o
rassegnata, ed è disagio oggettivo, strutturale per le tante promesse non
mantenute della democrazia e la sua crisi dovuta alle trasformazioni del mondo,
in fondo possiamo dire, alla privatizzazione del mondo (visibile nelle piattaforme, nelle
moderne infrastrutture comunicative, nelle reti, nei cavi, nei satelliti che
non sono in gran parte di proprietà degli Stati che ne dipendono e così la
proprietà pubblica è recessiva come ha ben rilevato in tante sedi Paolo Maddalena
).
Il
Moderno (la democrazia degli Stati nazionali) sfocia nel Globale
(dell’economia) e la democrazia deperisce perché essa è legata ad una precisa
dimensione territoriale e nazionale (di qui la reazione antiglobalista e
sovranista che è un tentativo naturale – forse illusorio e destinato al
fallimento ma soprattutto, a parere di chi scrive, destinato ad aprire nuove
contraddizioni perché non è a livello nazionale o micro-regionale che possono
governarsi i problemi del Globale– di opporsi alla strutturazione globale
economica del mondo, frantumandolo istituzionalmente e – come vedremo –
recuperandone la varietà delle identità chiuse in se stesse e violentate dalle
trasformazioni che tuttavia restano là nella loro dimensione sovranazionale).
Un
altro punto è la crisi dell’autonomia del politico:
studiata
a fondo ed intrecciata all’esaurimento del Novecento, dei suoi scontri
ideologici, della classica forma partito di massa (sostituita dai partiti
personalistici più dipendenti da risorse finanziarie private e tesi a veicolare
nelle scelte pubbliche – o in quel che ne rimane- imperativi di efficienza
provenienti dal sistema economico ispirato da finalità di costante aumento della
produzione e della produttività, dimentiche dei temi dei limiti naturali allo
sviluppo).
L’autonomia
del politico che è e non può che essere un potere che freni le spinte della
tecno-economia ma che, per ragioni legate ai segnalati processi di
de-culturazione delle masse e di aspirazione al privato benessere, non ha più
capacità di indirizzo delle forze economiche verso pubblici interessi o
obiettivi di pubblico bene.
Il
popolo si presenta sempre più in forma astratta, non realmente partecipata, nei
partiti prevalgono chiusure oligarchiche e la natura organizzativa si impone su
quella associativa, anche a causa della mancata attuazione – in Italia -
dell’art. 49 Cost. attraverso una legge che assicuri e disciplini la democrazia
interna dei partiti (il partito era per Gramsci il moderno principe, collettivo,
non personale).
Tutto
ciò incide anche sulla salute della Costituzione e del costituzionalismo.
Da
questa crisi profonda nasce la critica radicale di “Hans Hermann Hoppe” che qui
si cita perché è ideologo di riferimento dell’attuale amministrazione
americana, insieme ad altri autori.
Si
tratta di un’analisi economica sociologica, tributaria della scuola austriaca
di cui costituisce una radicalizzazione, che definitivamente ritiene che le
monarchie – statistiche economiche alla mano – abbiano operato meglio delle
democrazie nel governo dell’economia, nel mitigare le c.d. preferenze temporali
al consumo immediato dei beni (lo Stato patrimoniale privato accresce il valore del
patrimonio nell’interesse del sovrano, non punta solo sull’acquisizione dei
redditi dei governati, mantiene una bassa tassazione, non fa guerre di
annientamento, non dissolve i costumi privati familiari).
Le
democrazie vengono criticate quindi come fattori di de-civilizzazione, perché
ricorrono ad un eccesso di tassazione espropriativa della proprietà privata,
per politiche sociali e redistributive, alla fine disincentivando il risparmio,
il lavoro, l’intrapresa.
Nel
finale l’autore, scettico sulla possibilità di tornare alla legittimazione a
divinis delle monarchie, propone un puro e semplice smantellamento dello Stato.
7. Tecnica ed epistocrazia.
Un’altra
parola chiave è epistocrazia.
È
ragionevole chiedere correzioni epistocratiche della democrazia sostiene”
Sabino Cassese” nella prefazione al libro di Brennan contro la democrazia.
Il
fondatore del diritto pubblico italiano, uno studioso che è stato attivo anche
come uomo politico per più di trent’anni, Vittorio Emanuele Orlando, riteneva
che l’elezione fosse una designazione di capacità:
un
gruppo ristretto di elettori indicava quelli che riteneva capaci di gestire
problemi collettivi.
Chi
votava sceglieva non solo kràtos, ma anche aretè ed episteme, non solo forza,
ma anche virtù e competenza.
Grosso
modo tutte le teorie elitarie del potere (da Machiavelli a Pareto, fino a
Sartori) vedono nella democrazia niente altro che un metodo per scegliere le
élites non certo per garantire la sovranità popolare.
La
crescente complessità della società dell’informazione, dei suoi flussi
comunicativi, delle sue interrelazioni e dei correlativi processi decisionali
determina la tentazione di passare da un regime di primato della politica, come
pensiero della totalità sociale e del benessere generale ad un regime basato
sul primato della conoscenza e della scienza.
Per
Brennan - che riprende ed aggiorna la tradizione elitista - la democrazia è
discutibile e non merita alcuna difesa.
Egli
avanza le seguenti considerazioni:
“–
alla maggior parte delle persone la partecipazione politica non apporta
beneficio alcuno.
Al contrario, non fa bene per niente perché
tende piuttosto a istupidirci e corromperci.
Ci trasforma in nemici nell’arena civile e ci
dà motivo di odiarci l’un l’altro;
– i cittadini non possiedono un diritto
fondamentale a votare o a concorrere per incarichi pubblici.
Il potere politico, perfino nell’infima
quantità implicata dal diritto di voto, deve avere una sua giustificazione.
Il diritto di voto non è come le altre libertà
civili, ad esempio la libertà di parola, di culto o di associazione;
–
sebbene ci possano essere forme di governo intrinsecamente ingiuste, la
democrazia non è l’unica forma di governo intrinsecamente giusta.
Un
suffragio illimitato, eguale, universale – in cui ciascun cittadino ha
automaticamente diritto a esprimere un voto – è per molti versi, a una prima
analisi, moralmente discutibile.
Il
problema … è che il suffragio universale incentiva la maggior parte degli
elettori a prendere le decisioni politiche in condizioni di ignoranza e
irrazionalità, imponendo queste scelte a persone innocenti.
Un
suffragio illimitato, uguale e universale sarebbe giustificato soltanto se non
potessimo concepire un sistema che funzioni meglio.”
Sintetizza
con scetticismo la condizione dell’uomo liberale:
“Il
liberalismo filosofico è quella concezione secondo cui ogni individuo possiede
una sua dignità, fondata su ragioni di giustizia, che gli garantisce tutta una
serie di libertà e diritti, i quali non possono essere calpestati alla leggera,
nemmeno per perseguire un bene sociale più grande.
Questi
diritti sono come delle briscole: impediscono agli altri di sfruttarci, di
interferire con la nostra vita o di farci del male, anche nel caso in cui ciò
arrecasse loro beneficio.
Nel
discorso americano contemporaneo alle volte utilizziamo la parola liberal per
indicare chi è di sinistra, ma in filosofia politica il termine si riferisce a
coloro che pensano che la libertà sia il valore politico fondamentale.
Solitamente i liberal sostengono, sulla scia
di Mill, che dovremmo lasciare che le persone compiano scelte sbagliate finché
non fanno del male che a sé stesse.”
E qui
si arriva al fulcro dell’argomentazione critica contro la democrazia:
“Giustificare
la democrazia richiede un lavoro ancora più grande (di quello relativo alla
giustificazione dei diritti):
dobbiamo
spiegare perché alcune persone hanno il diritto di imporre cattive decisioni
agli altri.
In
particolare, per giustificare la democrazia abbiamo bisogno di spiegare perché
è legittimo imporre su persone innocenti decisioni prese in modo incompetente.”
Ma
l’epistocrazia cosa comporta?
Per
Brennan si tratta di questo:
“Epistocrazia
significa governo di coloro che sanno.
Più
precisamente, un regime politico è epistocratico nella misura in cui il potere
politico è formalmente distribuito secondo le competenze, la capacità e la
buona fede di agire sulla base di quelle capacità.
Aristotele
obiettò a Platone (che sosteneva la necessità del governo dei re filosofi) che,
anche se il governo dei re filosofi è il migliore, nessun re filosofo esisterà
mai.
Semplicemente,
le persone reali non sono abbastanza sagge o buone da occupare quel ruolo, né,
a differenza di quanto riteneva Platone, possiamo educarle in modo che ci
assicuri che diventino sagge o buone.
Aristotele
aveva ragione: provare a fare di qualcuno un re filosofo è un’impresa
disperata.
Nel
mondo reale, governare è troppo difficile perché qualcuno ci riesca da solo.
Peggio ancora, se nel mondo reale affidassimo a una certa carica il potere
discrezionale di un re filosofo, quel potere attirerebbe il tipo sbagliato di persone –
persone che ne abuserebbero per i propri scopi.
Ma
l’argomento a favore dell’epistocrazia non si regge sulla speranza che esista
un re filosofo o una casta di guardiani.
Ci
sono molte altre possibili forme di epistocrazia che si presenta quindi come
una sorta di correttivo alla democrazia:
–
suffragio ristretto:
i
cittadini possono legalmente acquisire il diritto di voto e concorrere per le
cariche pubbliche solo se giudicati competenti (attraverso qualche sorta di
processo) e/o sufficientemente ben informati.
Questo sistema ha un governo rappresentativo e
istituzioni simili alle democrazie moderne, ma non assegna a tutti il potere di
votare.
Ciononostante
il diritto di voto è diffuso, forse altrettanto che in una democrazia;
– voto
plurimo:
al pari che in una democrazia, ogni cittadino ha un voto.
Ma
alcuni cittadini, quelli che sono giudicati (attraverso qualche processo
legale) più competenti o meglio informati, hanno voti addizionali.
Fu
Mill, ad esempio, a difendere un regime di voto plurimo.
Come
discusso poc’anzi, egli pensava che la partecipazione politica avrebbe
nobilitato le persone.
Era
preoccupato, tuttavia, che molti cittadini fossero incompetenti e troppo poco
istruiti per fare scelte intelligenti nella cabina elettorale.
Perciò
propose di dare più voti alle persone più istruite;
–
suffragio per sorteggio:
i cicli elettorali si susseguono normalmente,
tranne per il fatto che nessun cittadino ha automaticamente diritto di voto.
Subito prima delle elezioni migliaia di
cittadini sono sorteggiati per diventare pre-elettori.
I pre-elettori possono poi guadagnarsi il
diritto di voto, ma solo se partecipano a esercitazioni per l’acquisizione di
competenze, ad esempio dei forum di discussione con altri cittadini;
– veto epistocratico:
tutte le leggi sono sottoposte a una procedura
democratica tenuta da un corpo democratico.
Tuttavia
un corpo epistocratico, riservato a pochi membri, conserva il diritto di veto
sulle regole stabilite dal corpo democratico;
– voto
soppesato o governo per oracolo simulato:
tutti i cittadini possono votare, ma devono al
contempo essere sottoposti a un test delle conoscenze politiche di base.
I loro voti sono soppesati sulla base delle
loro conoscenze politiche oggettive, magari con un controllo statistico
relativo all’influenza di etnia, reddito, sesso e/o altri fattori demografici.
Vi
sono tre principi a favore dell’epistocrazia:
Principio
di verità:
ci sono risposte corrette a(d almeno alcune de)lle questioni politiche.
Principio
di conoscenza: alcuni cittadini possiedono maggiori conoscenze a proposito di queste
verità, o sono più affidabili di altri nello scoprirle.
Principio
di autorità:
quando alcuni cittadini possiedono maggiori conoscenze o sono più affidabili, è lecito assegnare loro autorità
politica su quelli che hanno una conoscenza minore.
Potrebbe
rifiutarsi il terzo principio – quantomeno nel nomen - perché autoritario, ed
accettare un principio anti autoritario così formulato:
Principio
di anti autorità:
quando
alcuni cittadini sono moralmente irragionevoli, ignoranti o politicamente
incompetenti, è lecito non consentire loro di esercitare autorità politica
sugli altri. O impedendo loro di detenere il potere o riducendo il potere che hanno al
fine di proteggere persone innocenti dalla loro incompetenza.
Il
mondo dominato dalla tecnica rende queste riflessioni drammaticamente attuali o
impone di prendere sul serio J. Dewey se vogliamo rilanciare l’utopia
democratica.
La
crisi dei partiti e la crisi della partecipazione politica, il difficile rapporto fra economia
e democrazia stanno incidendo profondamente sulle radici del potere
costituzionale come concepito in Occidente, la competizione con le società
autoritarie asiatiche fa il resto.
Il
potere politico nella società tecnocratica tende ad essere distribuito in modo
diseguale.
Il
ruolo degli ingegneri informatici come progettisti sociali è solo la punta
dell’iceberg.
Naturalmente
non è desiderabile tale ineguaglianza nella dotazione dei diritti politici.
“Brennan”
affronta questo tema ed osserva pragmaticamente che:
“anche se tempo addietro molte persone
sono state escluse dal potere politico per ragioni sbagliate, ora potrebbero
esserci buone ragioni per escluderne dal potere altrettante o per assegnare
loro una porzione di potere più piccola.”
La
linea delle correzioni epistocratiche poi non comporta affatto meno Stato.
Comporta farsi carico del problema della partecipazione consapevole.
“Per
esprimere un voto davvero consapevole bisognerebbe saperne di più su ciò che un
candidato difende, su ciò che ha fatto in passato e su ciò che intende fare in
futuro.
Un
elettore bene informato dovrebbe essere in grado di valutare se le politiche
preferite dal candidato sarebbero in grado di promuovere, o finirebbero per
impedire, il verificarsi degli obiettivi che l’elettore sostiene.
Ad
esempio, supponiamo che io sappia che i candidati Smith e Colbert vogliono
entrambi migliorare l’economia, ma Smith attraverso il libero scambio, mentre
Colbert attraverso il protezionismo.
Non
posso fare una scelta ragionata fra i due senza sapere se è più probabile che
l’economia si giovi del libero scambio o del protezionismo.
Per
saperlo, però, dovrei studiare economia.
O
supponiamo che entrambi i candidati Friedman e Wilson vogliano ridurre il
crimine nei quartieri difficili, ma Friedman interrompendo la guerra alla
droga, mentre Winston intensificandola.
Anche
qui, per esprimere un voto consapevole dovrei saperne di criminologia, di
economia e sociologia del mercato nero, e di storia del proibizionismo.”
Penso che quest’esempio sintetizzi
bene il serio problema posto dall’epistocrazia.
Preferirei
tuttavia, prima di abbandonare il terreno dell’uguaglianza dei diritti
politici, che si prendesse davvero sul serio la massima einaudiana “conoscere
per deliberare” nella democrazia rappresentativa classica, ravvivando nello
stesso tempo le visioni del mondo che hanno avuto un valore orientativo
generale nella storia del Novecento, mediante una riforma della forma partito
che garantisca una maggiore osmosi fra società civile e politica.
La
crisi della politica si combatte con più società civile e con partiti meno
oligarchici e più osmotici.
8.
Paideia democratica.
Già si
è detto del nesso fra educazione e democrazia.
Lontano
tuttavia appare il ruolo della scuola ipotizzato da J. Dewey che nella sua
opera “Democrazia e educazione” porta a compimento i suoi fondamentali
interessi per le questioni educative e per la teoria della democrazia, già
preannunciata nel fondamentale saggio del 1888 “The Ethics of Democracy”.
L’educazione,
per John Dewey, non è solo il luogo espresso nella scuola, che è considerata il
«laboratorio della democrazia», così come il filosofo l’aveva teorizzata nel
periodo della scuola-laboratorio di Chicago (1896-1903), ma è il senso stesso
della democrazia intesa come «a way of life», un modo di vivere.
Egli
teorizzò un’educazione democratica per una democrazia che non si risolvesse
semplicemente nel diritto di voto, ma si realizzasse ponendo tutti in condizioni eguali
nella lotta contro le difficoltà della vita.
Non
può esserci scuola democratica se non in una società democratica, e non può
esserci società democratica se non con una scuola democratica, che educhi i
giovani al significato profondo della partecipazione, della socialità e della
corresponsabilità.
La
crisi dei rapporti umani e l’incapacità di relazionarsi attraverso legami
solidi e strutturati, impone di considerare nuove prospettive di pratica
educativa nella società postmoderna, con l’obiettivo di proporre una idea altra
circa il progetto di costruzione del cittadino responsabile, fondato
sull’educare alla cittadinanza democratica.
Questa
illuminata ma – non lo si nega - utopistica prospettiva umanistica sta o cade
con l’idea dell’empatia quale fondamentale istinto dell’animale uomo, con la
marginalizzazione delle spinte verso la logica della forza e della competizione
esasperata, con la rivitalizzazione di quel che resta del progetto
costituzionale di Stato sociale.
E se
la scuola è stata criticata, e ben a ragione, dalle visioni convivialiste
dell’educazione, promosse da “I.Ilich”, non è per abbatterla ma per aprirla ed
arricchirla, facendone prayica sociale diffusa che vivifica le istituzioni.
La
ragione alta della permanenza del diritto amministrativo contemporaneo con la
sua funzione al di là del mero diritto privato non risiede tanto nel recupero –
pur necessario – dell’autorità della decisione o anche del ruolo
dell’istituzione, quanto piuttosto nel dispiegarsi delle sue caratteristiche di
diritto della cura, della cucitura del legame sociale, attraverso il ri-esercizio
del potere dopo l’annullamento dei provvedimenti connotati da vizi di
legittimità.
E ciò
importa non perdere la centralità della logica del servizio pubblico – anche
immediatamente realizzato dal privato sociale - quale centro della
giurisdizione amministrativa, affermato dalle riforme Bassanini e dalla legge
n. 205 del 2000 seguita poi dal codice del processo amministrativo e dal
consolidamento della giurisdizione esclusiva.
La
lotta per la democrazia – scrive “Kelsen” – è storicamente una lotta per la
libertà politica, cioè per la partecipazione del popolo all’attività
legislativa ed esecutiva».
In questa lotta si incontra la questione
dell’educazione quale presupposto non formale della democrazia procedurale.
Collaborazione
alla formazione della volontà dello Stato, dunque, non mero consenso.
E che
alla formazione della volontà statale si possa solo “partecipare”, secondo “Kelsen”,
è già l’inevitabile torsione realistica della promessa di autonomia che
l’ideale della libertà viene a contrarre in quanto autodeterminazione politica.
Se
infatti è pur vero che democrazia e parlamentarismo non sono la medesima cosa e
che una democrazia senza parlamento è concepibile (come fu per la democrazia
degli antichi) oggi il Parlamento è comunque la forma che la democrazia tende
ad assumere nello Stato moderno.
Il
parlamentarismo si rivela quindi l’unica possibile forma reale in cui l’idea di
democrazia possa essere attuata nell’odierno contesto sociale.
Alla
sorte del parlamentarismo è quindi legata la sorte della democrazia, ma la
sorte del parlamentarismo è legata alla costruzione di quello che “Guido
Calogero” chiamava un “buon democratico” (nell’ABC della democrazia) onde
evitare la degenerazione oligarchica dei partiti e del parlamentarismo e la
conseguente disaffezione dei cittadini.
La
democrazia, e in genere la politica, non è una cosa che stia per conto proprio,
come una stella o un pezzo di pane.
La
democrazia – diceva G. Calogero - è una maniera di comportarsi, un modo di
agire di Caio o di Tizio o di Sempronio rispetto a Sempronio o a Tizio o a Caio
o al loro gruppo unito.
Non
c’è la democrazia o la non-democrazia, c’è l’uomo che agisce più o meno
democraticamente.
La domanda “Che cosa è la democrazia?” si
risolve perciò in quest’altra domanda: “che cosa debbo fare per essere un buon
democratico?”
La
logica parlamentare, contrapposta agli interessi corporati, considera la
volontà politica come il prodotto insuperabile della dialettica partitica, di
quelle formazioni collettive e intermedie, cioè, che raccolgono e interpretano
le uguali volontà dei singoli individui.
Pur
fatte salve le tendenze autocratico-aristocratiche che “Roberto Michels” così
bene aveva rilevato e descritto nella sua “Soziologie des Parteiwesens”, “Kelsen”
è ben fermo nel ritenere come il destino della democrazia non sia in nessun
modo separabile dalla sopravvivenza del pluralismo partitico.
«L’ostilità
alla formazione dei partiti e quindi, in ultima analisi, alla democrazia»,
scrive “Kelsen”, «serve – consciamente o inconsciamente – a forze politiche che
mirano al dominio assoluto degli interessi di un solo gruppo e che, nello
stesso grado in cui non sono disposte a tener conto degli interessi opposti,
cercano di dissimulare la vera natura degli interessi che esse difendono sotto
la qualifica di “interesse collettivo”, “organico”, “vero”.
Il
pluralismo partitico si mantiene vivo osteggiando la natura oligarchica dei
moderni partiti schiavi dei finanziamenti privati che hanno consentito
l’emersione dei soggetti economico imprenditoriali che tendono ad assumere
ruoli apertamente politici oscurando una caratteristica del liberalismo che consiste
nella separazione (non solo dei poteri ma anche) della politica dall’economia e
dell’economia dalla cultura.
La
cultura non deve seguire solo la logica di mercato ma deve trovare un contesto
istituzionale nel quale vivere e prosperare in modo autonomo, favorendo la
cittadinanza attiva, al limite esperendo anche spazi di anarchica e feconda
convivialità che non neghino la centralità della scuola ma la vivifichino.
L’essenza
della democrazia è nel pluralismo e nel dialogo, nel metodo parlamentare, e la
premessa di un buon dialogo è l’apertura all’Altro, la capacità di ascolto, il
lascito che, sul piano del messaggio cristiano ci ha lasciato Papa Francesco
fra le sue ultime parole.
9.
Tecnica: emancipazione od oppressione?
La
centralità della questione della tecnica ha connotato il dibattito nell’epoca
novecentesca delle guerre mondiali, pensiamo alle parole di “Ernst Jünger” ne
“I prossimi Titani” egli nel rifiutare il “Kulturpessimissmus” della cultura
della decadenza, coglie nelle due guerre mondiali, come guerre di materiali,
condotte per forza di innovazioni tecniche, uno scontro fra potenze industriali.
Si
ricorda la necessità di un attivismo eroico e la frase di Marx secondo il quale
non sarebbe stata più concepibile l’Iliade dopo l’invenzione della polvere da
sparo.
La
guerra si presenta nel suo aspetto di puro annientamento.
Rivolta
contro i popoli.
La
tecnica – secondo Jünger – è “la magica danza che il mondo contemporaneo
balla”.
Egli
definisce la nostra come una società massificata che necessita per questo di
élite molto ristrette destinate a svolgere una funzione importantissima, nel
senso che quanto più cresce la massificazione tanto più grande è la forza ed il
valore spirituale di quei pochi capaci di sottrarvisi.
Del
secolo nel quale siamo immersi “Jünger” non aveva una visione troppo positiva. Un medioevo molto propizio per la
tecnica ma sfavorevole per lo spirito e la cultura.
Un’epoca
di Titani: il Titano che riposa nel grembo della Terra in Pane e Vino di “Hölderlin”.
“L’uomo
sostiene l’empito dei Numi, in epoche alcune. Indi, ritorna la vita un sogno
che li sogna.... Pure, giova l'error, siccome il sonno giova.
E la
Notte e il Dolore hanno potenza d’ irrobustir gli uomini, insino a quando non
sia cresciuta nelle bronzee culle una stirpe d’ Eroi:
gagliardi
cuori simili, in forza, ai Numi.”
Nell’evo
medio della tecnica – dice Jünger – i poeti potranno dormire, si sveglierà il
Titano.
Le
figure del Lavoratore, uomo all’altezza della tecnica che la usa nella vita
quotidiana e dell’Anarca che si rifugia nel mondo interiore, nel mondo delle
Lettere, sono le tipologie d’uomo che Jünger immagina nell’età che ormai stiamo
vivendo.
L’elemento
anarchico che ribolle nel fondo dell’umano viene visto come fattore di
liberazione ma anche di dissoluzione.
L’Anarca
è anche il grande solitario, il santo stilita, l’eremita, l’uomo che a che la
vita è perdere per possedere. Il non possessivo. Il povero votato allo Spirito.
Per”
Jünger” lo Stato mondiale – non la “federazione di Stati del Kant della Pace perpetua”
– è il
punto verso il quale tende l’organizzazione politica dell’umanità fra tanti
conflitti.
La
tecnica in quanto fenomeno universale cosmopolitico spinge inesorabilmente
verso la globalizzazione, prepara lo Stato mondiale anzi in un certo senso lo
ha già realizzato.
Non è
detto – per Jünger – che all’apparire dello Stato mondiale gli Stati
particolari scompariranno solo che diverranno realtà politiche di secondo piano.
Il
mondo si sta riorganizzando secondo una logica che rivela il senso di questa
transizione, una logica che allo Stato nazione sostituisce Imperi
multinazionali (Stati Uniti, Russia, Cina).
Da
questa ristrutturazione politica della spazialità normativa dipenderà il valore
emancipativo od oppressivo della tecnica, dominata da poteri privati, da
imprese multinazionali che svolgono di fatto una funzione pubblica e che più
che mai necessitano di essere conformate dalla politica per poter salvaguardare
una dimensione sociale che protegga i “public goods,” per non essere i poteri
selvaggi che finirebbero per divorare sé stessi.
10.
Regolazione.
Centrale
sarà la regolazione ed anche la partecipazione dei privati a queste attività.
Centrale
sarà il PPP in epoca di risorse scarse fino alla creazione di un debito
europeo.
Centrale
sarà mantenere i servizi pubblici e farli evolvere nel nuovo contesto delle
reti tecnologiche.
“Fabrizio
Cafaggi” ha distinto tre modelli di attività regolatorie partecipate da
privati.
Tre
diverse modalità di coinvolgimento dei privati nei processi regolativi:
1) Un primo, forse più noto, che si traduce nella consultazione
dei soggetti interessati, in particolare dei regolati selezionati
discrezionalmente dal regolatore pubblico ovvero in forza di veri e propri
diritti di partecipazione (è il modello delle attuali amministrazioni indipendenti
; autorità legittimate dalla tecnica).
2) Un secondo, in cui i soggetti
privati, organizzati in veri e propri sistemi di autoregolazione o regolazione
privata,
svolgono la propria attività indipendentemente e separatamente dal regolatore
pubblico ma adottando qualche forma di coordinamento diretto (attraverso
accordi) o indiretto (attraverso il ruolo del giudice che trasferisce alcuni
standard, definiti in sede autoregolamentare, al regolatore pubblico ovvero
impone alla regolazione privata l’applicazione di alcune garanzie proprie dei
procedimenti regolativi pubblici derivanti dai principi di imparzialità e
trasparenza).
3) Un terzo, in cui regolatori pubblici
e privati cooperano nell’ambito di un processo regolativo unitario, svolgendo,
congiuntamente o in modo coordinato, le funzioni tipiche della regolazione.
In
quest’ambito si distinguono co-regolazione, delega di regolazione e
riconoscimento dell’autoregolazione da parte del regolatore pubblico.
Nel
diritto della futura deregolazione che sta prendendo sempre più piede nel mondo
della nuova oggettività il secondo ed il terzo modello rimpiazzeranno il primo.
Il
diritto della regolazione sarà sempre più un diritto misto pubblico-privato.
Il
diritto antitrust dovrà essere rivisto introducendo misure strutturali in luogo
delle mere sanzioni pecuniarie.
Il
fisco dovrà essere ripensato in epoca di declino del lavoro subordinato
classico di tipo salariato.
Il
Lavoratore jüngeriano sarà sempre più un ingegnere.
La
massa dei disoccupati creati dalla tecnica dovrà essere protetta mediante
politiche redistributive se non si vuole militarizzare la società.
La
forza e la coscienza comunque si scontreranno nel teatro della storia come ha
descritto “Stefan Zweig” in “Castellio contro Calvino”.
Il tipo del letterato ed il tipo
dell’ingegnere si contenderanno il campo dei nuovi dilemmi etico-giuridici.
Nuovi
linguaggi matematizzanti e basati su regolarità statistiche ambiranno a
sostituire il diritto di impronta storico umanistica.
L’uomo
del sottosuolo descritto da” Irti “ciononostante tenterà sempre di riemergere.
Il
giurista ha il compito storico di far sopravvivere in questa difficile
condizione il sogno del Soggetto moderno, facendo, insieme alla politica che
deve sapere recuperare la sua autonomia, la sua parte nel far sì che la storia
umana non abbia fine e non finisca il desiderio e la dinamica – talvolta
conflittuale ma sempre transitoriamente – del riconoscimento.
Solo
così all’era del Kratos dispiegato succederà un nuovo momento di riconoscimento
empatico dovuto alla grande energia di Eros, che, come insegnano Eraclito ed il
Platone del Simposio, è da sempre la vera forza civilizzatrice quando unita
alla necessaria temperanza.
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