I progressisti e la democrazia.
I
progressisti e la democrazia.
Democrazia
sana. Il modello
in
crisi è quello progressista.
Ilgiornale.it
- Giovanni Orsina – (11 giugno 2025) -
Le
notevoli difficoltà che incontra l'opposizione in Italia, e che affliggono la
famiglia progressista in tutto l'Occidente, trovano alcune spiegazioni.
Democrazia
sana. Il modello in crisi è quello progressista.
Una
famiglia politica che abbia occupato per anni una posizione di egemonia, nel
momento in cui quell'egemonia viene meno, non può che patire una crisi
esistenziale.
Stando
per decenni al centro dello spazio pubblico ha avuto vita facile, ha potuto
minimizzare le proprie differenze interne, si è impigrita, disabituata a
seguire le curve della storia e raccogliere il consenso porta a porta.
Di
fronte al nuovo mondo che sorge sulle macerie della sua egemonia, perde
coesione e lucidità, alza i toni, insegue fantasmi, nega la realtà.
Questo
è accaduto alla famiglia politica liberale cent'anni fa, dopo la Grande Guerra.
Questo
sta accadendo oggi, di certo non soltanto in Italia, alla famiglia politica
progressista.
Chi
lamenta il malessere della democrazia farebbe bene a partire da qui.
L'egemonia,
innanzitutto.
Con
una certa pigrizia ideologica, siamo abituati a ripetere che gli ultimi decenni
sono stati dominati dal neoliberalismo.
Ovvero
che ha regnato la destra.
È una mezza verità.
I processi di globalizzazione economica sono
sì stati legittimati da una retorica neoliberale che, nata a destra, nel corso
degli anni Novanta è stata accettata anche a sinistra.
Ma, al
contempo, abbiamo pure assistito all'ampliarsi, e non di poco, dei diritti
individuali, civili e sociali;
al moltiplicarsi e irrobustirsi dei vincoli
giuridici creati dai processi d'integrazione sovranazionale;
al
profondo mutamento della moralità, in direzione di un'etica universalistica,
egualitaria e inclusiva che tende a sterilizzare, quando non annullare, le
identità territoriali.
Tutte queste trasformazioni accettate dalla
destra così come il mercato lo è stato dalla sinistra si sono compiute nel
segno di un'assai gagliarda capacità egemonica, culturale e politica, del
progressismo.
Oggi
quest'amalgama di diritti individuali, integrazione sovranazionale ed etica universalistica viene rifiutato da
segmenti importanti, in alcuni casi maggioritari, dell'opinione pubblica.
Che
includono, peraltro, larga parte dei ceti sociali un tempo orientati a
sinistra.
Lo dimostra con grande chiarezza, nel
referendum di domenica, il risultato del quesito sulla cittadinanza, vera
cartina al tornasole dello stato di salute del progressismo.
Pressoché
ovunque in Occidente, così, la famiglia politica progressista è entrata in una
profonda crisi che dura ormai da almeno un decennio, e della quale per il
momento non si vede la fine.
Per
uscirne, i membri di quella famiglia seguono in ordine sparso tre strategie
differenti.
La prima consiste nel riconoscere la
legittimità delle nuove sfide storiche e modificare pragmaticamente l'offerta
politica progressista così che possa sperare di affrontarle con successo.
La
seconda nel negare invece qualsiasi legittimità a quelle sfide e nel difendere
a spada tratta il vecchio mondo così com'era.
La terza nello spingere il progressismo su
posizioni ancora più radicali, nella convinzione che esso abbia fallito non per
i suoi limiti intrinseci, ma perché non è stato abbastanza coerente e rigoroso.
In particolare, perché è stato troppo tenero con il mercato.
In
forma pura o mista, queste tre strategie sono tutte ben visibili nell'operato
dell'attuale opposizione italiana.
Un po'
grossolanamente, potremmo dire che il “centrosinistra di Renzi e Calenda” è a
cavallo fra la prima posizione e la seconda, là dove la sinistra di “Avs” è
saldamente attestata sulla terza posizione.
Il
Partito Democratico adotta con le sue diverse anime tutte e tre le strategie,
anche se la sua segretaria Elly Schlein mette insieme la seconda e la terza.
Il Movimento 5 stelle, fedele alla propria
natura ibrida, cerca di congiungere le due strategie più distanti, la prima e
la terza.
Le
notevoli difficoltà che incontra l'opposizione in Italia, e che affliggono la
famiglia progressista in tutto l'Occidente, trovano così due spiegazioni:
la
crisi di consensi dell'ordine storico nel quale, sia pure al prezzo di doversi
ingoiare una generosa dose di economia di mercato, i progressisti occupavano
comunque una posizione egemonica;
le
profonde divisioni generate dalla compresenza di tre modi diversi di affrontare
quella crisi, non sempre compatibili l'uno con l'altro in particolare, il primo
con gli altri due.
Sul
campo, certo, le contraddizioni astratte possono sempre essere gestite dalla
politica, che in fin dei conti è un esercizio pratico e non teorico.
Di
fronte a una sfida storica di questa portata, però, di politica ce ne vuole
molta, e molto buona.
È
lecito dubitare che il referendum abbia rappresentato un passo nella direzione
giusta.
La
“Guerra Santa” di Netanyahu
Vacilla:
Sette Fronti,
Zero Vittorie.
Conoscenzealconfine.it
– (16 Settembre 2025) - Mohamad Hasan Sweidan – ci dice:
La “guerra
su più fronti” di Israele, che dura da due anni e guidata dall’autoproclamata
“missione storica e spirituale” di Benjamin Netanyahu, sta minando il sostegno
internazionale e alimentando il riconoscimento palestinese, trasformando i
guadagni militari a breve termine in un’imminente sconfitta strategica.
Da
quasi due anni, Israele sta conducendo quella che Netanyahu definisce una
“guerra su più fronti.”
Questa guerra, oltre a Gaza, include Libano,
Siria, Iraq, Yemen, Cisgiordania occupata e Iran.
In una delle sue interviste, il Primo Ministro
israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato di sentirsi impegnato in una
“missione storica e spirituale” e di essere “profondamente legato” alla visione
della Terra Promessa e del Grande Israele. Con queste parole, Netanyahu
conferma che quella che definisce una “guerra su più fronti” è motivata da
motivazioni sia religiose che politiche.
Il
pericolo risiede nel fatto che Netanyahu e la destra sionista religiosa
radicale credono che il mondo debba avvicinarsi all’orlo di una grande guerra
“affinché il Messia discenda e lo salvi”.
Per questo motivo, incoraggiano il
proseguimento e l’espansione della violenza a Gaza, in Libano, Iran e oltre,
vedendo questa come “l’era del Messia”.
I
Sette Fronti della Guerra.
Il 9
ottobre 2023, appena due giorni dopo l’”Operazione Al-Aqsa Flood,” durante un
incontro con i sindaci delle città di confine meridionali colpite dall’attacco
del 7 ottobre, il Primo Ministro israeliano ha dichiarato che la risposta di
Tel Aviv all’assalto multi-fronte senza precedenti lanciato dai combattenti
palestinesi da Gaza “cambierà il Medio Oriente”.
Da
quel momento, è diventato chiaro che la guerra non sarebbe rimasta confinata a
Gaza, ma che Israele l’avrebbe estesa per raggiungere il suo obiettivo
principale, ovvero un nuovo ordine regionale in cui l’equilibrio di potere
favorisca Tel Aviv.
I
leader israeliani hanno ripetutamente affermato di combattere simultaneamente
su sette fronti:
Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Cisgiordania
occupata e Iran, descrivendo tutti questi conflitti come mirati a un “asse
guidato dall’Iran” che presumibilmente cerca di “distruggere lo Stato ebraico”.
Per
raggiungere questo obiettivo, Israele persegue due strade principali:
indebolire i suoi nemici e imporre con la
forza il rispetto degli altri stati della regione, compresi gli alleati degli
Stati Uniti.
Sulla
prima strada, Israele si è affidato ad attacchi militari diretti, inquadrandoli
come “guerre su più fronti” con una logica “difensiva”.
Per
quanto riguarda la seconda strada, ovvero imporre il rispetto degli accordi con
la forza, Israele ha ripetutamente attaccato la “nuova Siria”, uno stato non
più ostile a Israele o agli Stati Uniti, e ha occupato parti del suo
territorio.
Le aperture costantemente positive della Siria
verso Tel Aviv non hanno scoraggiato Israele che ha continuato nei suoi
attacchi e nella continua occupazione.
Nel
frattempo, il recente attacco israeliano al Qatar il 9 settembre si inserisce
in due percorsi paralleli della sua politica.
Il
primo è diretto ai leader politici di Hamas, a indicare che non esiste un
rifugio sicuro per loro in nessuna parte del mondo.
Il secondo trasmette un messaggio chiaro al
Qatar e agli altri alleati degli Stati Uniti nella regione:
l’approccio
di Israele non si basa su interessi condivisi, ma sul timore delle conseguenze.
Le
alleanze basate su interessi comuni sono una cosa, e l’obbedienza imposta
attraverso la paura è un’altra.
In
questa fase, questo è esattamente il messaggio che Trump cerca di inviare agli
stati della regione:
“Obbeditemi, o non posso garantire che Israele
rimarrà lontano da voi”. Fondamentalmente, questo avvertimento è rivolto a
tutti gli stati della regione, senza eccezioni.
Gli
stati della regione devono comprendere che ciò che un tempo proteggeva le loro
capitali dall’aggressione Israele - USA era la presenza dell’Asse della
Resistenza, che ha mantenuto per anni un equilibrio di deterrenza regionale.
Una
volta indebolito questo asse, Israele è stato liberato dai vincoli e ha
iniziato a operare senza limiti.
Non
bisogna dimenticare che il Qatar è ufficialmente designato come “principale
alleato non NATO” degli Stati Uniti, uno status conferito dall’amministrazione
Biden dal marzo 2022.
Inoltre, il Qatar ospita la base aerea di
Al-Udeid, che è molto più di una base militare convenzionale, ma funge da
quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) nella
regione, rendendolo uno dei centri strategicamente più importanti per
Washington a livello mondiale.
Ma
niente di tutto ciò ha impedito a Tel Aviv di attaccarlo.
Cosa ha
ottenuto Israele?
Dobbiamo
iniziare definendo il risultato strategico.
Nelle
relazioni internazionali, un risultato strategico può essere definito come il
raggiungimento di obiettivi a lungo termine che rimodellano l’equilibrio di
potere, rafforzano la sicurezza dello Stato o espandono l’influenza nel sistema
internazionale.
Il
risultato strategico differisce dai guadagni tattici o operativi a breve
termine in quanto “produce cambiamenti nelle strutture fondamentali di
interazione tra Stati e attori non statali”.
Ciò
significa che il risultato strategico deve consolidare un vantaggio duraturo
nell’arena geopolitica.
Da
questa prospettiva, Israele non è riuscito finora a ottenere alcun risultato
strategico in Asia occidentale.
Al contrario, negli ultimi due anni, ha
accumulato una serie di guadagni tattici che cerca di trasformare in vantaggi
strategici.
A
Gaza, Tel Aviv non è ancora riuscita a eliminare Hamas, e in Libano non è
riuscita a smantellare Hezbollah, pur essendo riuscita a indebolire entrambi i
movimenti di resistenza.
In
Iran, i suoi tentativi di cambiare il regime o di dissuadere Teheran dal
sostenere i movimenti di resistenza sono falliti.
In Yemen, le sue azioni non hanno fermato il
sostegno di Sanaa a Gaza.
Pertanto,
il nocciolo della battaglia attuale è impedire a Tel Aviv di trasformare i suoi
guadagni tattici in guadagni strategici consolidati.
Se Israele non riesce a eliminare la
resistenza palestinese, non riesce a isolare e disarmare Hezbollah in Libano,
vede l’Iran continuare a sostenere i movimenti di resistenza e il discorso
anti-egemonia, e se il fronte di sostegno yemenita rimane saldo, allora Israele
avrà esaurito il massimo del suo potere per imporre una realtà regionale che
gli garantisca una superiorità temporanea, neutralizzando la resistenza per un
certo periodo, ma rimanendo fragile e insostenibile nel medio e lungo termine.
L’esito
di questa lotta dipende in ultima analisi dalla capacità degli oppositori di
Tel Aviv di superare le molteplici sfide create dalle sue guerre in Asia
occidentale. O le forze della resistenza riescono a sventare i tentativi di Tel
Aviv di trasformare guadagni temporanei in un risultato strategico a lungo
termine, oppure Tel Aviv e Washington riescono a sfruttare questi guadagni
tattici per imporre una nuova realtà strategica che serva i loro interessi.
Sorge
quindi una domanda cruciale: quale prezzo ha pagato Israele per raggiungere i
suoi attuali “risultati”?
In un
recente articolo intitolato “Israele sta combattendo una guerra che non può
vincere”, “Ami Ayalon”, ex capo della Marina israeliana ed ex direttore dello “Shin
Bet”, scrive:
“La
rotta che Israele sta attualmente seguendo eroderà i trattati di pace esistenti
con Egitto e Giordania, approfondirà le divisioni interne e acuirà l’isolamento
internazionale.
Alimenterà
un maggiore estremismo in tutta la regione, intensificherà la violenza
religioso-nazionalista da parte di gruppi jihadisti globali che prosperano nel
caos, indebolirà il sostegno dei politici e dei cittadini statunitensi e
provocherà un aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo”.
Conclude
affermando: “La deterrenza militare di Israele è stata ripristinata, dimostrando la
sua capacità di difendersi e dissuadere i suoi nemici. Ma la sola forza non può
smantellare la rete di delegati dell’Iran né garantire una pace e una stabilità
durature a Israele per le generazioni a venire”.
Inoltre,
a causa dei crimini israeliani a Gaza, la responsabilità della catastrofe
umanitaria è passata da Hamas a Israele.
Per
molto tempo, Tel Aviv ha cercato di dipingere Hamas come il principale
responsabile della difficile realtà umanitaria di Gaza.
Tuttavia,
l’aggressività illimitata di Israele ha minato questo tentativo.
Un
sondaggio condotto dal Ministero degli Affari Esteri israeliano per valutarne
la reputazione a livello globale ha rilevato che gli intervistati di Stati
Uniti, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia ritengono che la maggior parte
delle persone uccise da Israele a Gaza siano civili.
Il sondaggio ha anche rivelato che gli
europei, in particolare, “concordano nel definire Israele uno stato che pratica
il genocidio e l’apartheid, nonostante la loro opposizione ad Hamas e
all’Iran”.
Inoltre,
un recente sondaggio della “Quinnipiac University” ha indicato che il 37% degli
elettori statunitensi sostiene i palestinesi, rispetto al 36% che sostiene gli
israeliani.
Il rischio di queste cifre è che mostrino che
Israele sta perdendo terreno nell’opinione pubblica occidentale, il che
potrebbe rendere il sostegno a Tel Aviv una questione chiave nelle future
elezioni occidentali.
Inoltre,
nove stati hanno completato le procedure legali necessarie per riconoscere
formalmente lo Stato di Palestina lo scorso anno, il più grande incremento
annuale dal 2011: Barbados, Giamaica, Trinidad e Tobago, Bahamas, Norvegia,
Irlanda, Spagna, Slovenia, Armenia.
Questi
riconoscimenti hanno portato il totale globale da 138 a 147 nel 2024, il che
significa che quasi tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite (147 su
193) riconoscono ufficialmente lo Stato di Palestina.
Inoltre,
tre dei principali alleati degli Stati Uniti – Francia, Regno Unito e Canada –
hanno annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato palestinese, mentre
diversi altri Paesi stanno prendendo in considerazione la stessa iniziativa.
Questo segna un cambiamento significativo che
isola ulteriormente Israele, in un contesto di crescente preoccupazione
internazionale per la crisi umanitaria di Gaza.
Questi
tre Paesi diventeranno i primi membri del G7 a riconoscere formalmente uno
Stato palestinese, una chiara sfida per Israele.
Se dovessero procedere, gli Stati Uniti
rimarrebbero l’unico membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite a non riconoscere la Palestina.
Una
Nuova Dottrina di Combattimento.
Non
c’è dubbio che il 7 ottobre abbia segnato una svolta nella strategia militare
di Israele.
Da
quella data in poi, Israele abbandonò per la prima volta la dottrina di
combattimento stabilita da David Ben Gurion, il Primo Ministro israeliano.
Le
guerre lampo non erano più la sua opzione preferita, la questione del recupero
dei prigionieri non era più una priorità centrale e la soglia per le perdite
umane e materiali in qualsiasi confronto militare aumentò significativamente.
Questo
cambiamento costringe tutti gli stati della regione a ricalibrare le proprie
strategie per adeguarle alla nuova dottrina di combattimento di Tel Aviv.
È
importante sottolineare che Ben Gurion progettò la dottrina di combattimento di
Israele per adattarla alle sue realtà geografiche e demografiche.
Questo
potrebbe aver spinto il colonnello israeliano in pensione “Gur Laish”, ex capo
della pianificazione bellica dell’Aeronautica Militare israeliana e un
partecipante chiave alla pianificazione strategica dell’esercito, a pubblicare
un documento il 19 agosto presso il “Begin-Sadat Center for Strategic Studies”,
in cui metteva in guardia i leader israeliani dall’adottare una nuova dottrina
di sicurezza che ignorasse i limiti del potere di Israele.
Tuttavia,
resta aperta la seguente domanda cruciale:
Netanyahu
riuscirà a dimostrare l’efficacia del nuovo approccio di Israele, oppure
l’abbandono della dottrina di Ben Gurion segnerà l’inizio della fine di
Israele?
(Mohamad
Hasan Sweidan).
(Traduzione
a cura di Old Hunter).
(giubberossenews.it/2025/09/13/la-guerra-santa-di-netanyahu-vacilla-sette-fronti-zero-vittorie/).
l vero
nemico dei progressisti
è la
democrazia?
Centromachiavelli.com
- Gianmaria Pisanelli – (19 gennaio 2024) – ci dice:
“L’Occidente
e le democrazie devono guardare alle primarie americane come l’inizio di una
straordinaria e spettacolare resa dei conti tra populismo e democrazia che
riguarda ognuno di noi”.
(M. Molinari, La Repubblica).
In
vista delle elezioni americane del 2024, si moltiplicano gli allarmi di
politici e opinionisti di sinistra per i rischi che correrebbe la democrazia in
caso di un successo di Trump.
Ciò che temono questi autorevoli pensatori è
che il popolo americano, come già ha fatto nel 2016, possa eleggere un
presidente che loro considerano non un semplice avversario ma un nemico
giurato, in quanto portatore di un pensiero populista e nazionalista e
avversario dichiarato della ideologia globalista e wokeista.
Senza
minimamente entrare nel merito della figura controversa dell’imprenditore e
miliardario repubblicano, e delle sue iniziative spesso discutibili e talvolta
difficilmente difendibili, l’aspetto interessante di queste polemiche sta nella
assoluta dissonanza fra ciò che viene denunciato e la realtà dei fatti.
Nei
quattro anni di presidenza Trump non sono state proposte riforme autoritarie o
comunque contrarie alla costituzione, né le regole procedurali e istituzionali
che presidiano la democrazia statunitense sono mai state messe in discussione.
In altri termini, non è stato sferrato alcun ‘attacco’ alla democrazia.
Quello
che viene enfaticamente presentato dai progressisti come un pericolo per la
democrazia va inteso in realtà come il rischio che possa prevalere, come è
fisiologico in un sistema retto da libere elezioni, un loro avversario.
A ben
vedere, un assunto aberrante, che tuttavia vediamo rilanciato da anni ogni
volta che si presentano in qualche tornata elettorale personaggi estranei e
ostili alle quei poteri globalisti di cui la sinistra è garante dichiarata.
È successo per la Le Pen in Francia, per Orban
in Ungheria, e ovviamente per Giorgia Meloni nel nostro Paese, e il copione è
sempre lo stesso:
se vincono loro, vuol dire che il popolo ha
votato male, che non è maturo né culturalmente preparato a esercitare in modo
adeguato il diritto di voto.
A
questo orientamento sempre più marcato e ormai onnipresente su tutta la stampa
mainstream italiana e internazionale, ha fornito una base teorica e una dignità
culturale il filosofo americano “Jason Brennan”, nel suo libro del 2016 “Contro
la democrazia”.
La
versione italiana del libro venne pubblicata nel 2018, quindi nel pieno del
periodo traumatico che aveva fatto seguito all’ “annus horribilis “delle élite
globaliste (successo del referendum sulla Brexit ed elezione di Trump),
caratterizzato da reazioni rabbiose e classiste contro il popolo “che non sa
votare” e i leader sovranisti “che mettono in pericolo la democrazia”.
Gli
intellettuali di sinistra erano impegnati in quella fase a schernire
l’ignoranza degli agricoltori britannici o l’analfabetismo primordiale dei” red
neck” dell’America più profonda, cui contrapponevano la saggezza e la capacità
dei ceti abbienti e metropolitani di scegliere i candidati più illuminati e
dediti al bene comune, cioè quelli progressisti.
Di qui
l’emergere di proposte solo apparentemente provocatorie, come quella della
“patente per votare”, scaturita dal pensiero profondo e sofferto di autentici
guru della sinistra nostrana (fra i quali Michele Serra e Corrado Augias), che
lo individuavano come uno strumento necessario per limitare l’elettorato attivo
ai competenti e ai consapevoli azzerando in questo modo i rischi di governi
sovranisti o comunque ostili ai poteri sovranazionali, Unione europea in
primis.
D’altronde,
se c’è una costante nel pensiero nel mondo progressista italiano degli ultimi
30 anni, è la scarsissima fiducia negli elettori e in generale dei cittadini
italiani, che non a caso lo ha indotto più volte a proporre e sostenere governi
tecnici, cioè formati da personaggi estranei alla politica e quindi sottratti
al giudizio e al controllo democratico.
Da
Amato a Ciampi, da Monti al Draghi del 2021, la sinistra ha sempre guardato con
estremo favore a questo tipo di esecutivi, proprio per la loro distanza dalle
esigenze e dalle aspettative dei cittadini, e per il loro impegno nella
implementazione di programmi per lo più dettati o addirittura predisposti a
Bruxelles, e generalmente contrastanti con gli interessi nazionali.
L’idea
di fondo del “ceto mediatico-politico progressista” è quella per cui le grandi
scelte strategiche, a partire da quelle economico-sociali-ambientali, ma in
seconda istanza anche quelle attinenti i c.d. diritti civili, debbano essere
esclusivo appannaggio di una élite di tecnocrati, capaci di trascendere gli
interessi immediati del popolo per proiettarsi su obiettivi di lungo periodo,
finalizzati al benessere dell’intero pianeta.
E in
tal senso l’architettura istituzionale della Unione europea risponde largamente
a questa esigenza, con un Parlamento che ha scarsissimi poteri di iniziativa e
sostanzialmente destinato a ratificare le decisioni della Commissione, organo
decisionale formato da politici e burocrati nominati dai governi e che non
rispondono in alcun modo ai cittadini.
Ma,
naturalmente, se anche il modello di Bruxelles soddisfa le aspirazioni elitiste
del mondo progressista, non altrettanto può dirsi dei sistemi di governo
nazionali, ancora legati al rito anacronistico del voto popolare.
Ed
ecco dunque che le proposte di studiosi come “Brennan” tornano molto utili,
specie laddove si ancorano a considerazioni di apparente buon senso:
“Se ci
rifiutiamo di tollerare una pratica medica o il lavoro dell’idraulico privi di
conoscenza e competenza, dovremmo trattare con lo stesso metro il votare
inconsapevolmente”.
(Il
sottinteso, ovviamente, è che a votare consapevolmente siano solo gli elettori
di sinistra).
I veri
rischi per la democrazia, in realtà, nascono proprio quando intellettuali, veri
o presunti, avanzano idee come quella di subordinare il diritto di voto a esami
che accertino la preparazione culturale, almeno nella misura in cui queste
suggestioni siano in grado di diffondere l’idea deleteria per cui le scelte
politiche di un Paese siano questioni troppo serie per essere affidate ai
cittadini.
In
definitiva, nel momento in cui individua nel popolo votante il peggior pericolo
per la democrazia, emerge con forza nel discorso progressista tutta la recente
deriva ideologica di marca wokeista, non a caso nata negli Stati Uniti, e poi
tracimata in Europa.
L’intolleranza
per le tesi degli avversari, la convinzione manichea di essere impegnati in una
lotta mortale contro il male dei nazionalismi e dei populismi, la
delegittimazione morale di chiunque metta in discussione i nuovi dogmi (dalla
sottrazione della sovranità ai singoli Paesi al cambiamento climatico di
origine antropica, dal totalitarismo sanitario alla educazione gender nelle
scuole), costituiscono altrettanti pilastri teorici della sinistra, sempre più
in sintonia con gli obiettivi dichiarati delle élite finanziarie che
concentrano nelle proprie mani le leve del potere reale.
E giacché questi obiettivi non sembrano molto
promettenti né auspicabili per la stragrande maggioranza dei cittadini
occidentali, questi finiscono inevitabilmente per riversare i propri consensi
elettorali a quelle forze politiche che si presentano come alternative al
sistema.
Di qui
risultati come quello del 2016, quando, malgrado l’opera di meticolosa
demonizzazione dei media e l’aperta ostilità dell’establishment mediatico e
politico, Trump ha battuto la favoritissima Hillary Clinton, o anche del 2020,
quando ha perso di misura contro Biden, raccogliendo oltre 74 milioni di voti,
il numero di consensi più alto mai conseguito da un candidato non vincitore.
Il
divario tra il modello di società perseguito da questa potente casta di
illuminati, o autoproclamatisi tali, e gli interessi del 98% dei cittadini si fa sempre
più incolmabile, e il dibattito politico viene inevitabilmente condizionato da
questa circostanza.
Gli
allarmi lanciati quasi quotidianamente dagli editorialisti quando ci si
avvicina a importanti consultazioni elettorali dove i vituperati populisti
possono realisticamente aspirare a un successo, hanno dunque ben poco a che vedere
con rischi di torsioni autoritarie o anti democratiche, ma rivelano, molto
semplicemente, la loro preoccupazione per i possibili intralci o ritardi che
potrebbero derivarne alla realizzazione di quel mondo – per loro – idilliaco,
in cui la gente “non avrà nulla e sarà felice”.
(Gianmaria
Pisanelli).
Destre
rabbiose,
limiti dei
progressisti e futuro della
democrazia
in America Latina.
Altreconomia.it
- Federico Nastasi — (11 Aprile 2024) – ci dice:
Dal
golpe alla Moneda al nuovo ordine globale.
Dove
sta andando l’America Latina?
Ne
abbiamo parlato con “Alfredo Luis Somoza”, tra le voci più interessanti sul
continente.
Nel
suo ultimo libro ha raccolto infatti quarant’anni di lavoro e di preziosi
racconti al pubblico italiano.
Dando
alla cronaca un profondo significato storico.
“Javier
Milei” in Argentina,” Luiz Inácio Lula da Silva” in Brasile, elezioni in molti
Paesi, narcotraffico che si sostituisce allo Stato.
Dove sta andando l’America Latina?
Ne
abbiamo parlato con “Alfredo Luis Somoza”, una delle voci più interessanti sul
continente, a partire dal suo ultimo libro, “Mezzo secolo di America Latina.
Dal golpe alla Moneda al nuovo ordine globale” (edizioni Rosenberg &
Sellier).
Un
testo che raccoglie quarant’anni di lavoro di un italoargentino che ha
raccontato l’America Latina al pubblico italiano.
Un lavoro eclettico, che si avvale degli
attrezzi di vari mestieri:
le
interviste del giornalista, la prospettiva dello storico, lo sguardo del
viaggiatore, i filtri dell’analista geopolitico.
Il libro di Somoza ha il pregio di mescolare
la cronaca con la prospettiva di lungo periodo, unire i fili degli eventi per
svelarne il senso storico.
Somoza,
partiamo dall’attualità.
Si
dice super-ciclo elettorale per riferirsi al 2024 dell’America Latina, con sei
elezioni presidenziali (Messico, El Salvador, Venezuela, Repubblica Dominicana,
Uruguay e Panama), importanti elezioni locali in Cile, Costa Rica e Brasile.
C’è un
denominatore comune tra queste elezioni?
“ALS”.
Come in Europa, anche in America Latina vincono le opposizioni (dal 2018, in
nessun Paese, eccetto Paraguay e Nicaragua, hanno vinto i governi uscenti,
ndr).
Il caso più eclatante è la vittoria di “Milei”
in Argentina, un voto contro il governo peronista.
Il
Messico dovrebbe essere un’eccezione, con la riconferma del partito di governo
di centrosinistra, e l’elezione di “Claudia Sheinbaum”, la sindaca della
capitale.
C’è
poi l’Uruguay -governato da un centrodestra moderato, dopo 15 anni di governi
di centrosinistra del “Fronte Amplio”- da osservare per capire se nei Paesi con
democrazie più stabili vale la regola che premia l’opposizione.
Purtroppo non sapremo che cosa succede in
Venezuela, dove le elezioni sono truccate in partenza.
Ma i
venezuelani hanno già votato con i piedi, un quarto della popolazione ha
abbandonato il Paese.
In Repubblica Dominicana conterà molto
l’effetto della crisi haitiana.
Nelle
elezioni locali potrebbe esserci un recupero delle posizioni più centriste.
Abbiamo
visto negli ultimi tempi un’ascesa delle destre estreme.
Nel libro si parla dei “nipotini di Pinochet” per
indicare la destra cilena odierna.
“ALS”
Il leader dei repubblicani cileni,” José Antonio Kast”, si definisce nostalgico
di Pinochet.
C’è
una destra emergente, in Ecuador, Colombia, Brasile, che ha rotto il monopolio
delle destre conservatrici e ha vinto grazie al consenso di leader forti, come
Jair Bolsonaro.
È una destra rabbiosa, ha reintrodotto una
dimensione ideologica, nostalgica delle dittature militari degli anni 1970.
Un grado di ideologia che non troviamo a
sinistra.
E il
presidente argentino, “Milei”, qual è il bilancio dopo i primi mesi di governo?
“ALS”.
Non credo sarà un ciclo politico veloce.
Ci
sono “due Milei”, quello con problemi di salute mentale, che follemente mette a
rischio le relazioni con Paesi vicini per polemiche ideologiche;
c’è poi il Milei che ha portato in pareggio il
bilancio dello Stato, ha stoppato l’emissione di moneta, accumulato riserve
nella Banca centrale, ridotto l’inflazione.
Certo,
la situazione sociale è terrificante, ma la povertà al 40% l’ha lasciata il
governo peronista.
Dietro
Milei avanzano altre forze, come la ministra dell’Interno che vuole imporre un
modello di sicurezza senza Stato di diritto, o la vicepresidente che prova a
riscrivere la memoria storica dei tempi della dittatura.
L’opposizione
peronista è in imbarazzo, travolta dagli scandali di corruzione del governo
uscente.
Tra un
anno si rinnovano le Camere, dove “Milei” è in minoranza.
Il
risultato dipenderà dall’andamento dell’economia e della lotta alla corruzione.
Riepiloga
poi le esperienze dei governi progressisti latinoamericani di inizio 2000, la
cosiddetta marea rosa che governava la regione.
Letti
oggi, i limiti dei progressisti sembrano un preludio all’ascesa delle destre
“rabbiose e ideologizzate”.
Qual è
il bilancio di quei governi?
“ALS”.
Quei progressisti, Chavez, Lula, Kirchner, capirono che la guerra fredda era
finita, che l’America Latina aveva le mani libere per cercare il proprio posto
nel mondo.
Rilanciarono l’idea di unità regionale,
nacquero unioni politiche e commerciali. Rimisero al centro lo Stato, sovranità
nazionale, investimenti e politiche sociali, in rottura con l’idea
dell’arricchimento personale in voga negli anni 1990.
In alcuni Paesi per la prima volta i profitti
del petrolio e gas furono redistribuiti tra le classi popolari.
Ma c’è
una parte negativa:
il
tentativo di alcuni di farsi classe dirigente perpetua, associato alla
corruzione.
E poi hanno ignorato il problema
dell’insicurezza e il narcotraffico, i cui effetti sono evidenti oggi e
colpiscono in particolare le classi popolari.
È un
periodo chiuso, le sinistre di oggi sono diverse e sono tornate al governo per
altri motivi.
“Lula”
non è stato eletto per cambiare il Paese, ma per salvare la democrazia.
Oggi è più difficile costruire un blocco, come
quello di inizio anni 2000.
Petro e Boric sono alleati di Lula, ma sono
tre sinistre diverse.
A
proposito di relazioni con il mondo, lei scrive che “l’America Latina, a
differenza degli Stati Uniti, è la figlia non riconosciuta dell’Europa”.
Che
cosa significa?
“ALS”.
L’America Latina è il luogo dove si aggiorna il concetto di Occidente.
Prima
del 1492 Occidente era l’Europa cristiana a Ovest di Gerusalemme.
Con Colombo la casa della cristianità si
allarga.
La
storia americana inizia nei Caraibi e in Messico, prima che negli Stati Uniti.
Poi
l’Occidente è diventato il club dei Paesi ricchi e America Latina è stata
estromessa.
Barack
Obama, nella sua storica visita a Cuba nel 2016, disse “Todos somos
americanos”, riconoscendo che quel mondo fa parte dell’Occidente.
Le deboli relazioni euro-latinoamericane sono
il segno di questa assenza di memoria e di prospettiva strategica.
L’America
Latina è un partner strategico con il quale l’Europa potrebbe costruire una
relazione forte.
Nel
libro appare spesso la figura di Simón Bolívar, 1783-1830, uno dei liberatori
dell’America spagnola.
Lo
cita anche l’ex presidente colombiano, il conservatore Álvaro Uribe, in una
delle interviste raccolte nel suo libro.
Che
cosa rappresenta oggi Bolívar per i latinoamericani?
“ALS”.
È una persona speciale.
Fa parte della generazione dell’indipendenza,
dei grandi ideali dell’Ottocento. Oltre a essere stato un militare vincente è
stato un politico, ragionava in termini di unità tra i Paesi che avevano
condiviso l’esperienza coloniale spagnola.
Provò a costruire gli Stati Uniti del Sudamerica, un
blocco che contasse a livello globale.
Avremmo
avuto tre Americhe:
la ex
colonia portoghese, la spagnola e quella anglosassone.
La sconfitta politica di Bolívar portò alla
frammentazione e alla subalternità.
Ma il suo
progetto è rimato nella testa dei latinoamericani di tutte le generazioni, non
solo di sinistra.
I progetti Unasur, Celac, Mercosur, si fondano sulle
idee di Bolívar.
Molti
hanno lavorato contro queste idee.
Penso
al presidente argentino degli anni Novanta, “Menem” (uno degli intervistati nel
libro, ndr), voleva relazioni con il primo mondo, così l’Argentina divenne
socio esterno dalla Nato e partecipò alla guerra del Golfo.
“Lei”
ha lasciato l’Argentina perseguitato dalla dittatura militare.
Nel 1982 arrivò in nave come rifugiato
politico a Genova.
Aveva
ventitré anni, cinquantamila lire in tasca, non parlava l’italiano e non aveva
contatti importanti.
Da
allora inizia la sua carriera giornalistica, a Radio Popolare a Milano conduce
la prima rubrica radiofonica in Italia sull’attualità e la cultura
latinoamericana, pubblica libri, articoli, reportage, inizia il cammino per
diventare una delle voci più autorevoli in Italia sull’America Latina.
Calvino
diceva che chi comanda il racconto non è la voce: è l’orecchio.
L’Italia
degli anni 1980 era curiosa verso l’America Latina. Oggi a un argentino che
arrivasse in Italia che cosa consiglierebbe?
“ALS”.
Arrivai durante l’ultimo ciclo della solidarietà internazionale contro i golpe
degli anni Settanta, con la” Lega dei diritti dei popoli” abbiamo costruito un
pezzo dell’archivio poi finito nel rapporto della “Comisión Nacional sobre la
Desaparición de Personas” in Argentina.
L’America
Latina non era politica estera, era politica interna, faceva parte del vissuto
quotidiano italiano.
Ricordo
che durante la guerra civile in El Salvador, 1979-1992, da Milano mandammo
apparecchiature radio per trasmettere dalla linea del fronte, durante i
collegamenti a volte sentivi anche gli spari.
Quel
mondo è scomparso.
Oggi
America Latina è un mondo esotico, si conosce il mojito, Shakira, i narcos,
resi simpatici da Netflix.
A un argentino arrivato in Italia non
consiglierei di occuparsi di America Latina, non è un mercato che rende.
Populismo
vs Progressismo:
Somiglianze
e differenze.
Liberties.eu
– (10 agosto 2025) – Redazione – ci dice:
Cosa
significano questi termini, cosa definisce un populista o un progressista, e
come sono simili o diversi?
Populismo
e progressismo sono due movimenti politici che stanno ricevendo molta
attenzione in questi giorni.
Sia in
Europa che altrove, molti paesi hanno eletto governi che sono stati definiti
populisti, mentre le politiche e i partiti progressisti stanno guadagnando
sempre più sostegno.
Ma
cosa significano questi termini, cosa definisce un populista o un progressista,
e come sono simili o diversi?
Cos'è
il populismo?
In
parole povere, il populismo è una strategia politica che si appella al
"popolo" mettendolo contro le "élite" che sono accusate di
non rispettare la volontà o le preoccupazioni del popolo.
È
importante notare che il populismo non è intrinsecamente legato a una certa
ideologia politica, o anche a un lato dello spettro politico.
Barack
Obama e Donald Trump, che non condividono quasi nessun credo politico, sono
stati entrambi definiti populisti.
Lo
stesso vale sia per Silvio Berlusconi che per Jeremy Corbyn.
Gli
inizi del populismo: come è nato, dove si trova oggi.
Il
populismo risale alla Repubblica Romana, da cui prende il nome.
I Populares - che in latino significa "favorire
il popolo" - erano una fazione politica che sosteneva la causa dei plebei
contro la classe dirigente.
Da allora l'etichetta è stata applicata a vari
politici, partiti e movimenti in tutto il mondo, e da tutto lo spettro
politico.
Ma
quando il populismo è discusso nel contesto dell'Europa di oggi, è più spesso
usato per parlare di populisti autoritari - leader che guadagnano sostegno
attraverso la messaggistica populista, ma governano in un modo che in realtà
favorisce le élite e destabilizza le stesse istituzioni democratiche che
proteggono i diritti e le libertà della "gente comune".
Il primo ministro ungherese Viktor Orban o
Janez Janša della Slovenia sono due esempi.
I
populisti europei autoritari spesso dividono la società lungo linee etniche o
religiose, dove i bianchi sono la "gente comune" e le ONG, i media,
le celebrità e persino i giudici sono ritratti come le élite.
E i
populisti autoritari ritraggono queste "élite" come se si
preoccupassero solo di proteggere e promuovere i diritti e i bisogni dei
"gruppi esterni" a spese della "gente comune".
I membri degli out group possono includere i migranti,
le persone LGBTQI, gli immigrati, i disabili - persino le donne sono
considerate membri di un out group.
Anatomia
del populismo.
Il
"popolo" è minacciato dalle "élite" che stanno rovinando il
paese e sono da biasimare per le difficoltà della gente comune.
I
populisti autoritari vogliono ripristinare vecchie gerarchie sociali e vecchie
tradizioni che tengono le persone emarginate separate in qualche modo dal resto
della società.
Per
realizzare i loro obiettivi, i populisti autoritari hanno bisogno di
smantellare alcune istituzioni democratiche, come una magistratura
indipendente, e gli standard dei diritti umani in modo da poter approvare leggi
discriminatorie.
Questo
va di pari passo con l'eliminazione delle voci critiche, siano esse della
società civile o dei media.
Questi ultimi sono spesso ripresi,
direttamente o indirettamente, dal governo e poi usati per promuovere la sua
propaganda.
Cos'è
il progressismo?
Nella
sua essenza, il progressismo riguarda l'uguaglianza, i diritti umani e la
parità di protezione e trattamento ai sensi della legge.
Incarna
anche il rispetto per la democrazia, poiché questo sistema e le sue istituzioni
politiche proteggono meglio i valori progressisti e i diritti fondamentali.
Gli
inizi del progressismo: come è nato, dove si trova oggi.
Questa
definizione di progressismo si attiene alle sue origini.
Filosofi
del XVIII secolo come “Immanuel Kant” e “Nicolas de Condorcet” concepirono il
progressismo come qualsiasi movimento verso una società più civile, sicura e
giusta.
Porre
fine alla schiavitù, aumentare l'uguaglianza di genere e l'accesso
all'istruzione, e affrontare la disuguaglianza economica, erano i principi del
primo pensiero progressista.
Oggi,
"progressismo" può significare qualcosa di leggermente diverso da
paese a paese.
Negli Stati Uniti, per esempio, il
progressismo è ora fortemente legato alle questioni ambientali e alla lotta
contro il cambiamento climatico, o alla riforma dei servizi sociali e della
polizia.
C'è anche una forte enfasi sui diritti dei
lavoratori e sul contenimento del potere aziendale.
Ma
quando i sostenitori dei diritti umani parlano di progressismo, si vuole
suggerire il sostegno ai principi dei diritti umani, dello stato di diritto e
della democrazia - cose che secondo molti non dovrebbero essere controverse o
fonte di disaccordo, ma lo sono molto nell'Europa di oggi.
Anatomia
del progressismo.
Il
progressismo riguarda il progresso dell'umanità lontano dalla barbarie e verso
la creazione di comunità libere, prospere e sicure dove tutti hanno
l'opportunità di contribuire e le stesse possibilità di successo.
Le
politiche di governo dovrebbero cercare di ridurre le disuguaglianze sociali,
incluse quelle economiche e di genere, e smantellare la discriminazione
strutturale e istituzionale.
Tutte
le persone hanno diritti umani, e i diritti di ogni persona sono importanti
quanto quelli di chiunque altro.
Allo
stesso modo, ad ogni persona dovrebbero essere garantite le stesse protezioni
dalla legge.
Lo
stato di diritto deve essere rispettato per assicurare il corretto
funzionamento di un governo democratico, dove i diritti e il benessere di ogni
cittadino sono di primaria importanza quando si elaborano leggi e politiche.
Populismo
vs. progressismo: quali sono le somiglianze e le differenze?
Populismo
e progressismo sono simili in quanto entrambi sostengono di agire per il bene
di tutti, e in particolare della "gente comune".
Entrambi i movimenti politici promettono di
arricchire la vita della gente comune e promettono di legiferare a questo
scopo.
Ma
anche questa singolare somiglianza è fuorviante, perché progressisti e
populisti definiscono la "gente comune" - o anche "tutti" -
in modo diverso.
Come
detto prima, i populisti europei autoritari definiscono "il popolo"
come la gente bianca, e più specificamente i cristiani bianchi.
E piuttosto che voler veramente aiutare il
"popolo", i populisti autoritari vogliono mettere le persone una
contro l'altra, incolpando le minoranze e altri gruppi per le difficoltà della
"gente comune" e anche per le mancanze del governo stesso.
I
progressisti, d'altra parte, sono più inclusivi.
Vogliono sinceramente che ogni membro della
società abbia la stessa possibilità di contribuire e avere successo.
Piuttosto che evidenziare ciò che ci rende
diversi gli uni dagli altri, come fanno i populisti autoritari, i progressisti
puntano a ciò che abbiamo tutti in comune, ciò che ci unisce, e ritraggono le
nostre differenze come fonti di forza e di arricchimento culturale, piuttosto
che debolezze o cose da temere.
Forse
la più grande differenza, quindi, è che i progressisti credono e lavorano per
l'uguaglianza, mentre i populisti autoritari lavorano attivamente per creare
società non eque.
E questo significa indebolire o sbarazzarsi di
persone, organizzazioni o istituzioni che aiutano a salvaguardare l'uguaglianza
e la parità ai sensi della legge.
I
gruppi della società civile e i giudici indipendenti sono spesso in cima a
questa lista.
Cosa
riserva il futuro al populismo e al progressismo?
Entrambi
i movimenti - progressismo e populismo autoritario - sono risorti negli ultimi
anni.
L'ascesa di Fidesz in Ungheria e del PiS in Polonia è
avvenuta sull'onda del sostegno ai politici di destra e nazionalisti in Europa.
Hanno anche trovato il successo in Italia,
nella Repubblica Ceca, in Slovenia e in molti altri paesi dell'UE.
Il loro successo è in parte dovuto alla Grande
Recessione e alla crescente disuguaglianza economica, e in parte perché gli
autoritari sono stati più bravi a far passare i loro messaggi.
Anche
il progressismo, nel frattempo, sta godendo di maggiore sostegno.
I partiti verdi in Germania, Francia e altrove
stanno avendo un successo senza precedenti nei sondaggi, mentre le iniziative
politiche progressiste stanno entrando nel mainstream negli Stati Uniti, nel
Regno Unito e altrove.
Ma per poter finalmente superare la linea ed
andare al potere, i progressisti devono essere più bravi a mostrare alla gente
cosa hanno in comune.
Devono anche assicurarsi che le persone
abbiano ciò di cui hanno bisogno per andare avanti nella vita, in modo da non
essere vulnerabili alle tattiche divide et impera dei populisti autoritari.
Per
ora, nulla è deciso.
I
governi populisti autoritari nell'UE sono, per la maggior parte, ben radicati.
In alcuni posti, come l'Ungheria, hanno avuto
così tanto successo nel cambiare la legge, nell'eliminare le voci critiche e
nell'erodere lo stato di diritto che è difficile vederli perdere presto le
elezioni.
Non è
più vero che tutti i paesi dell'UE hanno elezioni libere ed eque, quindi anche
il calo del sostegno potrebbe non significare la fine di alcuni populisti
autoritari. Ma se i progressisti sono in grado di migliorare la loro
messaggistica e raccogliere ancora più sostegno per cause critiche come
l'uguaglianza e la protezione ambientale, potrebbero essere in grado di
invertire la tendenza e superare i populisti autoritari.
È A
PEZZI IL MONDO DEI
PROGRESSISTI
NON LIBERALI.
Pensalibero.it - Raffaello Morelli – (26
Giugno 20259 – ci dice:
Da
qualche anno gli avvenimenti sono sempre più estranei al mondo dei progressisti
non liberali.
Che
restano avvinti al mondo da loro stabilito a tavolino in base all’obbligo del
politicamente corretto e non sono più in grado di cogliere il senso degli
eventi.
Un po’ alla volta viene sospinto ai margini
della realtà politica.
Perché
il loro politicamente corretto è autoreferenziale e lontano dai cittadini per
principio.
Avviene
in larga parte dell’Occidente, l’Italia in prima fila.
Da
qualche anno gli avvenimenti sono sempre più estranei al mondo dei
“progressisti non liberali”.
Che
restano avvinti al mondo da loro stabilito a tavolino in base all’obbligo del
politicamente corretto e non sono più in grado di cogliere il senso degli
eventi.
Un po’ alla volta viene sospinto ai margini
della realtà politica.
Perché
il loro politicamente corretto è autoreferenziale e lontano dai cittadini per
principio.
Avviene
in larga parte dell’Occidente, l’Italia in prima fila.
Le
sconfitte dei progressisti non liberali rispetto ai populisti sono cresciute di
continuo fino ad esplodere con la rielezione di Trump a Presidente USA.
Così,
non riuscendo a trovare il bandolo di un mondo reale tanto lontano dal loro
modello (nonostante
il sostegno dato da parecchi mezzi di informazione), i progressisti non liberali hanno
perso la testa.
Secondo loro, Trump sbaglia sempre e i suoi
errori minacciano la democrazia.
Tali pregiudizi hanno effetti
controproducenti.
Aiutano i non progressisti ad avere il voto
dei cittadini delusi dalle scelte di chi non ascolta le loro esigenze preferendo imporre il proprio
politicamente corretto.
In
questi ultimi giorni, l’attitudine a perdere la testa si è confermata
inquadrando in maniera distorta le vicende Israele Iran e le decisioni in
ambito NATO.
Quanto alle prime, ha iniziato D’Alema dalla Gruber
(che lo lasciava dire) incolpando duramente Israele per gli attacchi a Gaza,
trascurando il terrorismo di Hamas e agevolando di fatto l’anti semitismo.
Poi,
dopo il notevole successo dei bombardieri USA capaci di eludere ogni
sorveglianza, i progressisti non liberali hanno cominciato in coro a mettere in
dubbio quel successo.
Non smettendo neppure dopo che perfino gli
oltranzisti dell’Iran hanno colto il significato del raid contro le centrali
nucleari (per impedire che l’IRAN arrivasse
alla bomba atomica minacciando Israele) ed hanno accettato la tregua
ultimativa richiesta da Trump.
Il
quale ha esagerato nel paragonare il suo raid a Hiroshima e Nagasaki, pur
tuttavia una svolta è innegabile anche se non definitiva (quella definitiva ci sarà solo quando
l’Iran e i suoi alleati cancelleranno dai rispettivi documenti fondanti la
folle pretesa di distruggere Israele).
Quanto
alla distorsione delle decisioni della NATO, i progressisti non liberali
innanzitutto danno alla NATO un ruolo improprio, facendone organo di cultura
politica e non solo militare.
Da qui
fingono di non sapere che è stata la Nato ad incitare l’Ucraina per anni a non
rispettare gli accordi con la Russia e a provocare l’autocrazia di Mosca fino
ad indurla all’invasione.
Infine,
non contenti, fanno della richiesta di Trump di portare il contributo Nato di
ogni Stato membro al 5%, una specie di riarmo per favorire la guerra, e quindi
da condannare.
Oltretutto, molti giornalisti dell’area
progressista non liberale, provano a sminuire l’intesa Nato raggiunta all’Aja
da realizzare entro il 2035, scrivendo che è un’intesa formale e non di fatto (ricordiamo che si tratta di un’intesa
scritta, conseguente il riconoscere come la Nato, se vuole avere un senso,
debba andar oltre l’ombrello USA e meno male che con il 5% ha iniziato a farlo).
Il
modo di pensare dei progressisti non liberali è ben rappresentato
dall’intervista di Romano Prodi su “La Stampa” del 25 giugno.
Prodi
è una persona capace con ampia esperienza di governo a vari livelli.
Eppure
parla del futuro solo rimpiangendo il passato.
Inizia
con un concetto surreale:
“viviamo una fase nuova nella quale
domina l’idea che la forza è tutto e tutto decide.
Un’idea
che si accompagna al disprezzo per il diritto”.
Surreale non tanto perché da sempre a decidere
è la forza (delle idee, per i liberali), quanto perché non definisce quale
sarebbe il diritto disprezzato.
A meno
che per Prodi il diritto disprezzato sia la Carta dell’Onu di cui ricorrono gli
80 anni.
Infatti
afferma “il sogno che prese corpo nel primo dopoguerra, purtroppo è finito”.
Un
simile concetto è tipico del progressismo non liberale, dal momento che la
Carta dell’Onu, come l’Onu stessa, non si fonda sul voto dei cittadini bensì su
accordi tra diversi paesi, eccetto molti Stati islamici ed anche lo Stato
Vaticano.
In una parola il mondialismo non è lo spirito
dell’Occidente.
In più Prodi pare scordare che l’unica
effettiva novità del dopoguerra fu l’Europa dei Trattati di Roma, che puntava a
superare gli Stati tradizionali di potere e a coinvolgere i suoi liberi
cittadini.
Prodi
prosegue sviluppando il concetto del non riconoscersi nei rapporti in
maturazione:
“sono convinto che gli ultimi avvenimenti
abbiano saldato un rapporto per il quale Putin ha mani libere sull’Ucraina e
Trump, in accordo con Israele, in Medio Oriente”.
Quindi
trascura le parole di Papa Francesco, che la Nato aveva abbaiato alle porte
della Russia.
È già
un’omissione grave.
Poi va oltre: “andiamo verso un equilibrio di
autoritarismi che potrà dare anche una stabilità al mondo.
Ma sarà una stabilità terribile perché tiene
conto solo di chi ha il potere e non dei popoli “.
Intanto in Medio Oriente il solo paese che si
fonda sul potere dei cittadini è Israele (che in quell’area molti vorrebbero
distruggere e di cui il raid dei bombardieri ha fatto crescere la sicurezza).
E in
Ucraina il sobillatore per anni è stato la Nato.
Inoltre
che la prospettiva del mondo debba essere la stabilità è un altro tipico
concetto dei progressisti non liberali, troppo inclini al privilegiare le
burocrazie.
La
prospettiva da far crescere a ritmi incessanti è la libertà di scambio tra i cittadini
nella loro diversa individualità.
Dopodiché
Prodi fa trasparire il suo anti-trumpismo quale derivato del progressismo non
liberale e afferma “oggi, il coordinatore degli autoritarismi è proprio il
Paese che così a lungo ha sostenuto il cammino opposto: il cammino della
democrazia”.
Ora
non c’è dubbio che Trump sia un personaggio fuori dagli schemi, ma è un
pregiudizio da progressista intento ad imporre il suo punto di vista definirlo
un autocrate, nonostante sia stato eletto due volte dagli americani su un
programma di cambiare quanto è stagnante all’interno del proprio paese e a
livello dei rapporti internazionali.
Avviandosi
a concludere il suo dire, Prodi ricorda che “l’euro e l’allargamento, che sono
gli ultimi due grandi progetti europei, risalgono a decenni fa”.
Date
esatte, ma giudizio errato, salvo che si aggiunga alla parola progetti la
specifica “precipitosi”.
Di
fatti, l’esperienza fatta da allora ha dimostrato che l’allargamento UE è stata
una concessione (dovuta a Maastricht contro lo spirito dei Trattati di Roma)
all’idea di anteporre il potere degli stati al far maturare prima degli
ingressi i criteri della libertà civile.
Di
nuovo l’esperienza ci fa vedere che pure l’Euro è una violazione dello spirito
dei Trattati del 1957.
Non a caso l’Euro include solo il 70% dei
paesi membri UE ed è stato costruito senza la base di una politica economico
fiscale comune degli stati UE.
Vale a dire, anche l’Euro è frutto della
logica di essere Stati forti, non Stati fondati sulla maturazione delle scelte
dei cittadini.
Infine
Prodi conclude il suo panorama politico con una proposta che senza equivoci
appartiene al mondo dei progressisti non liberali.
“Ora dovremmo fare un referendum finalmente
europeo per abolire la regola paralizzante dell’unanimità…. per difendere i
diritti, servono decisioni e per farlo è necessario un referendum che chiami a
pronunciarsi 350 milioni di elettori per stabilire se l’Europa sarà in futuro
in grado di decidere”.
Una proposta dai toni pacati ma in logica
impositiva.
Togliere
la regola dell’unanimità, richiede prima di farne maturare la convinzione nei
cittadini, altrimenti il referendum sarebbe un tentativo plebiscitario dagli
esiti ad oggi del tutto dubbi (che non escludono affatto il fallimento).
Nel
complesso, è certo che sia a pezzi il mondo dei progressisti non liberali.
La
ragione sta nel loro non rassegnarsi alla dinamicità della vita.
Il
loro mantra è imporre le proprie idee del politicamente corretto.
Non accettano che la convivenza migliori e
muti al crescere della conoscenza tramite il conflitto democratico tra le
iniziative dei cittadini diversi sperimentate e valutate in base ai risultati
che esse danno.
(Raffaello
Morelli).
Sánchez
in America Latina tra
diplomazia progressista e rilancio
del
dialogo euro-latinoamericano.
Ispionline.it – (25 Lug 2025) – Elena Marisol
Brandolini – ci dice:
Da
Santiago del Cile, il premier spagnolo lancia insieme a Boric l’iniziativa
“Democracia Siempre”, con l’obiettivo di rafforzare il multilateralismo e la
cooperazione tra paesi democratici.
America
Latina
“Sta
nascendo qualcosa di grande, in un momento in cui la democrazia è sotto
attacco”: conclude così il presidente della Repubblica cilena “Gabriel Boric”
l’incontro, che ha organizzato lo scorso lunedì nel palazzo de La Moneda, dal
titolo “Democracia Siempre”, ospitando i presidenti del Brasile Lula da Silva,
della Colombia Gustavo Petro, dell’Uruguay Yamandú Orsi e del governo spagnolo
Pedro Sánchez.
A settembre, in occasione dell’Assemblea
Generale dell’Onu, torneranno a riunirsi, ma questa volta ci saranno anche i
presidenti di Stato o di governo del Messico, dell’Honduras, del Canada,
dell’Australia, del Sudafrica, del Regno Unito e della Danimarca.
Un movimento progressista articolato nelle diverse
parti del globo, che nel 2026 si ritroverà in Spagna, da opporre
all’internazionale della reazione, dell’odio e delle bugie che sta mettendo in
rischio le libertà e i diritti fondamentali.
Perché “è ora di passare all’offensiva”,
proclama Sánchez, che assieme a “Lula” è l’ideatore dell’iniziativa, immaginata
un anno fa, durante i lavori della scorsa Assemblea delle Nazioni Unite.
I temi
trattati nell’incontro si riferiscono a tre obiettivi:
il
rafforzamento delle istituzioni e del multilateralismo, la lotta alla
disinformazione e la riduzione delle diseguaglianze.
Sono
contenuti in una “Dichiarazione congiunta”, in cui i leader riuniti a Santiago
si augurano che il processo appena avviato interpelli altri paesi, avvalendosi
della partecipazione attiva delle università, dei parlamenti, della società
civile, dei media e del settore privato.
E reclamano per il cessate il fuoco a Gaza e
l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia.
“Pensiamo che il progressismo mondiale
debba mettersi insieme quando le tenebre arrivano, per aiutare ad accendere la
luce in un mondo che si dibatte nell’irrazionalità, che sta distruggendo il
multilateralismo e che ricorre alle bombe”, enfatizza “Petro”.
Per
dotarsi di una proposta comune e concreta che faccia “atterrare la democrazia con elementi
tangibili come la disinformazione e solleciti l’autocritica quando la
democrazia regredisce nei nostri paesi”, spiega Orsi.
Perché “siamo di fronte a una nuova offensiva
antidemocratica e la democrazia liberale non è stata capace di rispondere alle
inquietudini attuali”, sostiene Lula.
“Perciò
è necessario rafforzare le istituzioni e il multilateralismo, costruire una
governance digitale globale, lottare contro tutte le forme di disuguaglianza,
realizzare una riforma tributaria perché i super ricchi assumano le loro
responsabilità”.
E
riafferma così l’impegno assunto assieme alla Spagna nella conferenza Onu di
Siviglia sul sostegno allo sviluppo, per rendere il sistema fiscale
internazionale più progressivo e perciò più equo.
“Preservare
la democrazia è un dovere morale e un obiettivo politico”, afferma Sánchez.
“Ci confrontiamo con un’internazionale
reazionaria e tocca a noi progressisti guidare la risposta.
Anche
perché è sempre più evidente che c’è una destra tradizionale che soccombe
all’estrema destra”, dice, in chiara allusione al comportamento del “Partido
Popular” in Spagna nei confronti di “Vox”. “Questo è un atto simbolico e
politico, collaborare invece di stare ciascuno per proprio conto, perché
nessuno si salva da solo”, sottolinea Boric.
“Non è mai un momento sbagliato per rafforzare la
democrazia e i diritti umani”, sostiene, in riferimento alle critiche dell’opposizione
che ha ricevuto nel suo paese per avere organizzato quest’evento, con lo sguardo rivolto alle prossime
elezioni presidenziali cilene che si terranno nel novembre prossimo.
Una
scommessa che ha avuto un seguito nella continuazione del viaggio di Sánchez in
Uruguay e in Paraguay, rafforzando così in Sudamerica la sua immagine di punto
di riferimento politico per la sinistra globale.
Un viaggio per rilanciare l’accordo tra Ue e Mercosur,
che l’Unione europea dovrebbe approvare quest’autunno e che rappresenterebbe
“la maggiore area di libero commercio al mondo”, sottolinea Sánchez, tanto più
importante in un’epoca di “guerre commerciali imposte in modo ingiusto e
unilaterale”.
Una
“giornata storica per il Paraguay, perché abbiamo avuto la visita di un
presidente del governo spagnolo dopo 25 anni”, evidenzia orgoglioso il
presidente conservatore “Santiago Peña”.
“In un
mondo polarizzato in cui ci sono guerre combattute con bombe e guerre
commerciali, non c’è futuro senza la cooperazione tra i paesi”.
E proprio accordi di cooperazione sono stati
firmati tra la Spagna e l’Uruguay, tra la Spagna e il Paraguay, alla presenza
dei rappresentanti delle imprese spagnole e di quelle dei paesi ospitanti, per
l’apertura commerciale e contro il protezionismo.
In
Uruguay, Sánchez è andato anche a trovare “Lucía Topolansky”, moglie di “Pepe
Mujica”, recentemente scomparso.
Per il
quale, come ha spiegato il presidente Orsi in conferenza stampa, si prevede di
organizzare un ricordo solenne che coinvolga la regione sudamericana.
(Elena
Marisol Brandolini).
L’Europa
libera e forte parla
da
Ventotene.
La
ricetta di Pina Picierno
Formiche.net - Federico Di Bisceglie – (17/09/2025)
– ci dice:
Pina
Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, racconta la prima Conferenza
per la libertà e la democrazia tenuta sull’isola che fu culla del Manifesto
federalista.
Un
incontro che ha messo insieme voci e storie di dissidenti, da Naval’nja a
Tsikhanouskaya, con l’obiettivo di trasformare la memoria in impegno e di
costruire un network internazionale contro le autocrazie.
Da
Ventotene all’Europa.
Ma
un’Unione finalmente capace di difendere sé stessa e i propri valori.
Pina
Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, racconta a Formiche.net la
prima Conferenza per la libertà e la democrazia tenuta sull’isola che fu culla
del Manifesto federalista.
Un incontro che ha messo insieme voci e storie
di dissidenti, da Naval’nja a Tsikhanouskaya, con l’obiettivo di trasformare la
memoria in impegno e di costruire un network internazionale contro le
autocrazie.
Perché,
spiega Picierno sulle nostre colonne, il tempo delle illusioni burocratiche è
finito:
la storia chiede all’Europa di agire.
Difesa
comune, riforme istituzionali, crescita e competitività:
le
ricette ci sono, ma serve la forza della politica per tradurle in realtà.
Presidente
Picierno, la prima conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia l’ha
immaginata come una testimonianza collettiva di “freedom fighters”.
Quale messaggio è arrivato dall’isola?
Testimonianza,
certamente.
Ma
soprattutto un impegno, assunto da tutti.
Parliamo
di esperienze che, nelle differenze, hanno un’unica ispirazione che attraversa
tutti i continenti:
la
libertà, la democrazia e la resistenza alle varie forme di repressione del
dissenso. L’impegno è quello di formare un network di connessione e
condivisione che da Ventotene le unisca e le sostenga.
A
breve sarà costituita anche una fondazione, Libera e forte – Per l’Europa di
Ventotene, che raccoglierà adesioni e competenze per uno spazio libero di
studio e iniziativa politica su questi temi.
Dalle
testimonianze che sono state ospitate, da Navalja a Tsicanoskaya, l’Europa può
trarre nuova linfa per aumentare la propria consapevolezza sulle minacce reali
che la circondano?
Partire
da Ventotene non è stata una scelta casuale.
Da
quest’isola prese le mosse il sogno di un’Europa federale e pacificata, nata
dalle macerie dei conflitti, esempio di integrazione e democrazia per il mondo
intero.
È stato particolarmente significativo il
monito del Presidente della Repubblica:
il
mondo ha bisogno dell’Europa per non soccombere ai regimi e alle autocrazie.
Questa è la nuova consapevolezza di cui vogliamo farci interpreti.
Per
alcuni decenni abbiamo ripiegato su noi stessi, abbiamo delegato difesa,
sicurezza, mercati e risorse energetiche ad altri attori globali, in un delirio
burocratico costruito sui bilanci e la contabilità.
Mentre
emergevano rischi e minacce alle stesse fondamenta della nostra convivenza che
abbiamo fatto finta di non vedere.
Ora la storia presenta il conto dei nostri
limiti e dei nostri ritardi.
Più o
meno in filigrana, da alcuni ragionamenti fatti sull’isola durante la kermesse,
è tornato al centro il tema della Difesa Comune Europea.
È più
facile vincere l’opinione pubblica (e i populisti di destra e sinistra contrari
a questa scelta necessaria) oppure realizzarla davvero?
L’opinione
pubblica non va vinta.
È un
elemento imprescindibile della democrazia.
Resto
convinta che accrescere e unire le capacità di difesa comune sia esigenza
diffusamente avvertita.
Il bi-populismo
fa molto rumore, ma è minoritario.
Quello
che più mi preoccupa sono le ingerenze di regimi e autocrazie che si sviluppano
attraverso la disinformazione e la propaganda.
È un aspetto della guerra ibrida ancora non
rilevato e contrastato sufficientemente.
A che
punto siamo, in Europa, sui dossier emersi proprio a Ventotene?
Il
Parlamento europeo è la più grande istituzione democratica transnazionale del
pianeta.
Per sua natura è legata tanto al portato
ideale di Ventotene quanto alle rivendicazioni democratiche del mondo.
Dalla
Presidenza di David Sassoli in poi, è diventato punto di riferimento concreto e
morale di ogni lotta per la libertà ed è diventato l’avversario preferito dei
regimi.
Ora
c’è bisogno che questo patrimonio di politica estera e relazioni internazionali
sia condiviso anche dalle altre due principali istituzioni europee.
Lo è
solo in parte, per svariate ragioni.
La
prima è che va cercato un nuovo equilibrio tra le istituzioni europee, a favore
della parlamentarizzazione del nostro continente.
Un’Europa
compiutamente federale e democratica è un’Europa più pronta ad affrontare le
crisi internazionali e a sostenere i movimenti per la libertà nel mondo.
Mario
Draghi a un anno dalla presentazione del suo rapporto sulla competitività, ha
accusato l’Ue di “inazione”.
Come
rispondere a questa sollecitazione?
Difficile
dargli torto.
Dalla
presentazione ad oggi abbiamo misurato la distanza tra la celebrazione di un
contributo fondamentale per il futuro dell’Europa e la sua concreta attuazione.
Una distanza abissale.
È il
cuore della ragionevole critica che si può e si deve muovere alla Commissione e
alla sua Presidente.
“Do
something”, pronunciò quasi come una preghiera civile Mario Draghi, mesi fa. Da
allora, il nulla, con una proposta di bilancio che lascia intravedere qualche
spiraglio di coraggio, ma onestamente insufficiente.
Stiamo ancora galleggiando tra le resistenze e
i veti dei governi nazionali, compreso quello italiano, che nuotano solo quando
l’acqua è ormai arrivata alla gola.
Nel
suo recente discorso la presidente “Ursula von der Leyen” ha provato a
tracciare una prospettiva sul futuro del Vecchio Continente.
Lei
pensa che le soluzioni formulate possano essere percorribili per uscire
dall’impasse?
Le
soluzioni le conosciamo. Da tempo.
Liberare
le nostre capacità produttive da troppi vincoli e “dazi” autoimposti, unire i
nostri mercati, specie in ambito energetico e finanziario, adottare strumenti
di debito comune per la crescita, l’industria e l’occupazione, irrobustire le
nostre capacità tecnologiche e di conoscenza, mettere in comune e accrescere i
nostri strumenti di difesa e sicurezza, in un quadro di riforme istituzionali
credibile.
È
tutto già scritto e detto da tempo. Serve la politica.
Serve forza e consenso. Se saprà averne, resta
da vedere.
Questo
vale per tutti noi, tirarsene fuori è comodo quanto irresponsabile.
Ma a
questa Commissione è stata offerta una larga e robusta fiducia dalle principali
forze europeiste che non può essere dispersa.
Il
vero nemico della Russia
è
l’Unione Europea.
Euractiv.it - Roberto Castaldi - EURACTIV
Italia – (28 ago. 2025) – ci dice:
Russia-Ucraina,
una guerra europea.
Il
bombardamento russo sulla delegazione dell’Unione Europea a Kyiv mostra ancora
una volta che il vero nemico della Russia è l’UE, il suo modello di democrazia
liberale ed economia sociale di mercato – alternativo all’autoritarismo
politico accoppiato all’oligarchia economica russa – cui aspirano le
repubbliche ex sovietiche, e molti russi.
In
Italia molti fingono di non capire che il vero nemico della Russia è l’UE, non
solo l’Ucraina.
Ma la sequenza è chiara.
Nel 2013 l’Ucraina negoziava un Trattato di
associazione con l’UE, che le avrebbe aperto le porte del mercato europeo.
“Putin” intimò al presidente “Yanukovich” di non
firmare, e di aderire invece soltanto all’Unione Economica Euroasiatica, con
cui la Russia cercava di legare a sé le ex repubbliche sovietiche.
Mentre
l’UE era favorevole a che l’Ucraina partecipasse a entrambe per consolidare il
ruolo di cerniera tra UE e Russia.
Yanukovich
obbedì a Putin e gli ucraini scesero in piazza dell’Indipendenza, che divenne
nota come l’“Euromaidan”.
Dopo
che le forze dell’ordine di Yanukovich uccisero numerosi pacifici manifestanti,
la protesta si diffuse.
La Russia invase l’Ucraina annettendo la Crimea,
mentre Yanukovich fuggì in Russia, lo Stato che stava invadendo il Paese di cui
era presidente.
La
Russia colpisce la delegazione dell'UE in Ucraina a Kyiv.
Secondo
un alto funzionario dell’UE, giovedì la delegazione dell’UE in Ucraina a Kiev è
stata colpita da attacchi aerei russi.
“La
delegazione dell’UE a Kiev è stata danneggiata dagli attacchi russi di oggi su
aree civili”, ha scritto …
L’idea
che la guerra di Putin sia dovuta all’espansione della NATO è dunque ridicola.
La
NATO aveva già bocciato la richiesta di ingresso da parte di Ucraina, Georgia,
Moldova – gli Stati in cui sono presenti truppe russe in regioni separatiste
fomentate da Mosca.
Mentre
l’invasione dell’Ucraina del 2022 ha portato Svezia e Finlandia ad aderirvi,
aumentando enormemente il confine diretto tra Russia e NATO.
L’UE è
il vero nemico, per varie ragioni, che rappresentano una sfida al sistema
autocratico russo e al suo revanchismo imperialista.
Nonostante
tutti i suoi limiti l’UE porta benessere.
Un
confronto tra le traiettorie economiche di Polonia, Ucraina ce lo mostra.
Nel
1989 il Pil della Polonia era 67 miliardi di dollari, meno di quello
dell’Ucraina di 82 miliardi di dollari – d’altronde l’Ucraina ha un territorio
e una popolazione maggiore, ed è molto più ricco di materie prime e con
un’agricoltura molto fiorente.
Ma l’ingresso nell’UE con l’accesso al mercato
unico e alle politiche di coesione europeo ha radicalmente modificato la
situazione:
nel
2020 il Pil polacco era di 594 miliardi di dollari e quello ucraino 155
miliardi di dollari. Ecco perché Ucraina, Georgia e Moldova ambiscono a entrare
nell’UE.
Draghi:
L'UE è la nostra migliore opportunità, ma agire ora per una sovranità europea.
Nel
discorso al Meeting di Rimini Mario Draghi ha sostenuto la necessità di
rafforzare l’integrazione europea per far fronte alle nuove sfide.
Per
Draghi il 2025 segna la fine dell’illusione europea che “la dimensione
economica portasse potere geopolitico nelle relazioni …
L’UE è
un modello di società aperta, fondata sulla democrazia liberale e lo stato di
diritto.
Tutto l’opposto dell’autocrazia russa, in cui
il potere economico è affidato dallo zar ai suoi sodali, che possono essere
rapidamente spogliati di tutto se esprimono il minimo dissenso, come accaduto a
“Chodorkovskij”.
Economia
e sicurezza dipendono dall'Europa.
La
costruzione di una difesa europea è indispensabile per garantire la nostra
sicurezza, essendo venuta meno la garanzia americana; e il rilancio
dell’integrazione economica per garantire lo sviluppo e il benessere degli
europei.
L’UE è
con USA e Cina uno dei tre poli economici mondiali.
E se si unisse politicamente sarebbe una delle
grandi potenze mondiali, con cui la Russia – che un PIL inferiore all’Italia –
non può competere. Il fatto che vi abbiano aderito i Paesi baltici e quelli
dell’ex Patto di Varsavia è uno dei maggiori ostacoli all’obiettivo di Putin di
ricreare l’impero russo.
Ed è
la ragione per cui i servizi di intelligence di vari Paesi europei concordano
che la Russia si prepari ad attaccare Paesi dell’UE entro il 2030.
La
ragione è semplice:
deve
farlo prima che l’UE si unisca politicamente e si doti di una difesa europea.
Sperando così che il suo attacco porti alla sua dissoluzione, se i Paesi
dell’Europa occidentale non saranno pronti a morire per Danzica, o Tallin,
Vilnius, Riga o per il corridoio di Suwałki, il tratto di territorio polacco
che divide l’enclave russa di Kaliningrad dalla Bielorussia, ormai uno Stato
satellite della Russia.
È
proprio l’ora di fare gli Stati Uniti d'Europa.
La
resa europea nei confronti della guerra commerciale di Trump, e la conferma che
Musk spense Starlink per bloccare un’offensiva dell’Ucraina, mostrano
l’impotenza degli Stati europei.
L’unica
risposta strutturale è l’unità politica dell’Europa.
L’urgenza
di completare il processo di unificazione politica dell’Europa e di creare una
difesa europea nasce anche da questo.
Dalla
necessità di garantire la sicurezza dei propri Stati membri e dei Paesi
candidati all’adesione, a fronte dell’espansionismo russo, che si è manifestato
ripetutamente, dall’invasione della Georgia nel 2008, all’intervento nella
guerra civile siriana e in varie aree africane attraverso la Wagner, fino
all’annessione della Crimea del 2014 e all’invasione dell’Ucraina lanciata nel
2022.
L'Europa
è un bluff? Caracciolo:
via
quel punto interrogativo.
Sussidiarietà.net
– (15 MAR. 2024) -Lucio Caracciolo - Politica e Istituzioni – ci dice:
«Non è
mai stato e non è un soggetto politico».
Per il
direttore di Limes la crisi dell'egemonia americana deve però spingere a
prendersi responsabilità.
La
debolezza dell'Italia, paese di anziani.
La
terza giornata della Scuola di formazione politica "Conoscere per
decidere" 2024 ha avuto come protagonista il direttore di Limes, Lucio
Caracciolo, autore di una relazione dal titolo provocatorio: "L'Europa è
un bluff?".
Caracciolo
ha confidato che di quel punto interrogativo avrebbe fatto volentieri a meno:
"L'Europa
– ha detto – è un bluff, perché essa non è un soggetto politico per quanto si
dica il contrario".
(Ecco
gli appunti della sua lezione).
LA
PRIMA IDEA DI EUROPA NEL CROLLO DEGLI IMPERI.
L’idea
di una Europa soggetto geopolitico nasce dopo la Prima guerra mondiale quando
grandi potenze europee si dissolvono (l’impero tedesco, quello austro-ungarico,
quello russo, quello ottomano).
Il primo a parlare di Europa come soggetto
politico è stato “Richard Coudenhove -Kalergi”, che scrisse il libro “Pan-Europa
– Un Grande Progetto per l’Europa Unita” pubblicato nel 1923.
L’idea
alla base era che dopo la guerra le nazioni europee, per contare ancora
qualcosa dovevano mettersi insieme, dal Portogallo alla Polonia incluse le loro
colonie nel mondo.
Il “movimento
pan-europeo” che nacque da quella analisi era in realtà una sorta di club,
frequentato da finanzieri, alta borghesia, intellettuali e solo qualche
politico, con una radice massonica ed elitaria di carattere azionista.
Per
questa ragione il progetto naufragò.
L'EUROPEISMO
DELLA GUERRA FREDDA.
L’europeismo
che nasce invece dopo la fine della II Guerra Mondiale ha un’origine diversa,
anche perché nasce dalla fine degli imperi coloniali.
Il
nuovo paradigma è dato dai due nuovi e unici imperi che adesso dominano il
mondo, quello americano e quello russo.
Personalmente
sostengo che esista un forte nesso tra la nascita dell’europeismo e il
contrasto americano alla Russia.
Non è
un caso che il blocco atlantico prenda il via con la nascita dell’Europa,
perché gli Stati Uniti vollero creare un unico blocco Euroatlantico contro
l’Unione sovietica.
Le
date infatti sono indicative:
nel
1945 nasce il blocco europeo in funzione anti russa;
nel
1947, viene ideato il Piano Marshall che deve ricostruire l’Europa, soprattutto
economicamente ma anche militarmente;
nel
1949 nasce infine la NATO, che è l’organizzazione militare americana-europea.
Un
documento che noi di Limes abbiamo pubblicato rivela come il presidente
americano Truman, incontrando i ministri degli esteri europei disse loro:
“Abbiamo un nemico che si chiama comunismo dobbiamo metterci insieme per
contrastarlo”.
La
prima comunità europea nasce negli anni 50, con una forte impronta francese per
tenere la Germania sotto controllo.
Questo
obiettivo fu perseguito fino alla riunificazione tedesca con l’approvazione
dell’euro, ideato per eliminare il marco e contenere la Banca centrale tedesca.
In
sostanza, l’Europa che nasce si configura soprattutto come un prolungamento
della Francia.
I
motivi per cui i paesi entrano nell’Unione europea diventeranno sempre di più
motivi di convenienza, ad esempio la Polonia che vi entra per avere fondi
economici e militari americani per difendersi dalla Russia.
Noi vi
siamo entrati perché la Francia spinse per il nostro ingresso, dato che non ha
mai considerato l’Italia una nazione compatta, ma faceva comodo avere una
piattaforma verso l’Africa.
NON UN
SOGGETTO POLITICO.
Di
fatto, a tutt’oggi nessuno sa cosa sia esattamente l’Europa e questo permette a
chiunque di interpretarla come vuole e di allargarla non si sa fino a dove.
Ecco
perché l’Europa è un bluff.
Non
c’è nulla di misterioso in questo.
Basta
pensare a come è nata per comprendere per quale ragione l’Europa non è mai
diventata un vero soggetto politico.
Quando
qualche importante personalità viene in Europa non va mai a parlare con il
presidente del Consiglio europeo o il presidente della Commissione, ma si reca
direttamente dai singoli capi di Stato.
Il
sistema europeo non può essere considerato un sistema democratico, perché non
esiste un popolo europeo, non esiste nessun media europeo perché non si può
parlare ai popoli come fossero una sola comunità.
Non
esiste una difesa unica.
Sarebbe possibile solo con un disimpegno
dell’America.
Europa
e Alleanza atlantica.
Il
ruolo degli Stati Uniti.
CRISI AMERICANA, TEMPO DI RESPONSABILITÀ.
Tutta
la diversità dell’Europa di oggi è resa ancor più difficile dalle guerre in
corso e dalla crisi americana, che tra l’altro è una crisi identitaria.
La
crisi degli USA obbliga i paesi europei per la prima volta ad assumersi delle
chiare responsabilità.
L’America
ha costituito di fatto una fascia di paesi che va dalla Scandinavia alla
Bulgaria, come fascia di difesa anti sovietica, ma non è questa la visione dei
francesi, dei tedeschi e degli italiani.
Inoltre ci sono i paesi più o meno neutrali
come Svizzera e Austria, anche se con la guerra in Ucraina la Svizzera si è
adeguata alle sanzioni occidentali contro la Russia.
Al Sud
abbiamo un paese atlantico non europeo, la Turchia, che viaggia per conto
proprio con l’idea di ricostituire il vecchio impero ottomano.
Poi
c’è la Gran Bretagna, che è uscita dall’Unione europea, ma è ancora decisamente
atlantica e cerca di essere sempre un passo avanti con l’America.
Siamo
davanti allo scontro finale fra occidente e Russia?
L’Italia
se dovesse succedere non può fare niente perché non ha mezzi e possibilità di
combattere.
Il
tipo di guerre che accadono oggi si basano sulla negazione del principio di
realtà e quindi sono guerre fuori controllo.
Viviamo
in un contesto frammentato.
La
linea maestra dell’Italia è stata sempre quella di seguire l’America.
Il problema è che oggi non si sa dove questa
stia.
Anche
la Germania è in crisi dal punto di vista economico, commerciale ed energetico
dopo aver chiuso i rubinetti del gas russo.
Ha
perso il mercato cinese e ha perso la sua capacità di essere riferimento degli
altri paesi europei.
Per
noi italiani questo è molto grave visto quanto è importante il nostro export
verso la Germania.
Europa
L'ITALIA
DEGLI ANZIANI.
Quali
sono i problemi italiani?
Il
primo è la demografia, cioè le poche nascite.
L’età
mediana degli itali tende ai 50 anni quindi le premesse di sostenibilità di uno
stato sociale vengono a cadere.
Poi
c’è il problema migratorio, che pone la domanda se importare figli.
A
differenza ad esempio dei polacchi, gli italiani non hanno alcuna volontà e
capacità militare, in quanto siamo un popolo di anziani, mentre la Polonia è un
popolo giovane.
Questo
significa che l’Italia non si può affidare ad altri, come è sempre stato con
l’America, ma deve cominciare a prendersi delle responsabilità.
Ad
esempio con la costruzione di canali regolari di immigrazione con cui importare
forza lavoro e integrarla nel nostro sistema.
In più
in Italia si eleggono governi di colori diversi che poi fanno le stesse cose
perché mancano le risorse economiche.
Per
decenni, siamo resistiti nonostante il nostro enorme debito grazie al sostegno
della Germania della Merkel, ma oggi i tedeschi sono stanchi di garantire
questo nostro enorme debito.
BASE
POPOLARE E POLITICA.
Oggi
manca la politica.
Inoltre,
del bene comune europeo si hanno idee diverse.
Prendiamo
l'Italia.
La
gente comune non conta nulla se non si costituisce in forma politica che non
siano minestroni.
I
partiti oggi sono cartelli elettorali costituiti da decine di liste civiche che
non hanno consistenza.
Ragioniamo
come ripartire dalla politica.
Andando
nelle scuole vedo come i giovani hanno la consapevolezza di non potersi
aspettare più niente da noi adulti e anziani.
LA
LOGICA DI PUTIN.
Non
penso che la logica di Putin sia pagante.
Teniamo
conto che la Russia si è sempre considerata grande potenza e allo stesso tempo
soffre di senso di inferiorità.
Putin aveva cercato di allearsi con l’America, aveva
chiesto di entrare nella NATO e gli hanno riso in faccia.
Voleva
entrare a far parte del mondo delle super potenze dopo il crollo dell’Urss ma
gli è stato negato.
La guerra in Ucraina è in uno stallo.
Putin
pensava di vincere in due settimane e non c’è riuscito.
Oggi
non può mandare in guerra i giovani di Pietroburgo o di Mosca perché si
rifiuterebbero, manda i russi “di periferia”.
Non ha
risorse per fare altri attacchi, ha costituito quattro linee difensive nel
Donbass e si è fermato là.
La
Russia vorrebbe mettersi d’accordo con l’America ed è probabile che questo
accordo si faccia perché l’America considera la Cina il vero nemico e anche la
Russia ha paura di finire sotto il dominio cinese.
In ogni caso se il bilancio della guerra in
Ucraina è negativo per la Russia, è catastrofico per Kiev.
NARRAZIONE
AL POSTO DELLA REALTÀ.
La
diplomazia si basa sul principio di realtà ma noi abbiamo trasformato la realtà
in narrazione.
C’è un
problema culturale:
nel
momento in cui la politica cade raccontiamo cose false e diciamo che la guerra
deve continuare.
La
Polonia è il paese più anti russo del mondo, ma si sta muovendo contro
l’Ucraina per difendere il proprio export di grano.
Una
ricostruzione dell’Ucraina non è fattibile ci vogliono mille miliardi, troppi
soldi.
E non
ci saranno Piani Marshall per l’Ucraina.
«Putin
sogna di tornare ai confini dell’Urss,
ma il
suo esercito non è più il secondo al mondo».
Openonline.it
– (17 Settembre 2025) - Alba Romano – ci dice:
Il
ministro degli esteri polacco “Sirkoski”:
il primo corpo d'invasione nel 2022 è già
stato distrutto.
I
sogni imperiali non corrispondono alla realtà.
«Putin
sogna» di tornare ai confini dell’ex Unione Sovietica.
«Ma da oltre 11 anni combatte in Donbass e non
è riuscito a prenderlo interamente, figuriamoci il resto».
Lo
afferma in un’intervista al Corriere della Sera il ministro degli Esteri
polacco “Radoslaw Sikorski”.
Che
poi precisa:
«Non
siamo in guerra con la Russia. Ma è nostro diritto operare per fermare
l’invasione dell’Ucraina».
Sikorski
poi parla dell’esercito di Mosca:
«Tutti credevamo che le forze armate russe
fossero le seconde al mondo. Non lo sono. Anzi, il primo corpo d’invasione nel
2022 è già stato distrutto. I sogni imperiali non corrispondono alla realtà».
L’Europa
e la guerra alla Russia.
Al
Cremlino, che accusa Nato ed Europa di essere già di fatto in guerra con la Russia, risponde osservando come
l’Ucraina sia «attaccata da un membro permanente del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite.
E
l’invasione è stata condannata dalla stragrande maggioranza dell’Assemblea
generale dell’Onu.
Noi
stiamo semplicemente prendendo contromisure che la comunità delle nazioni è
chiamata a scegliere nel rispetto del diritto internazionale».
Sul
rischio di scontro diretto con Mosca chiarisce:
«Droni
e missili russi non dovrebbero volare nello spazio aereo ucraino.
Sono
armi guidate da remoto o in caduta libera che colpiscono indiscriminatamente la
popolazione.
Noi
dovremmo intervenire quando quelle armi volanti mettono in pericolo i nostri
cieli».
Infine,
Sikorski parla anche del presidente statunitense Donald Trump dicendo di non
pensare che abbia abbandonato la difesa dell’Europa: «C’è un apparato militare
comune».
(Alba
Romano).
(Taboola).
Mattarella:
“Servono istituzioni Ue più forti.
Interrogarsi
sul perché l’Europa è
considerata
da alcuni un avversario
se non
un nemico.”
Ilfattoquotidiano.it
– (6 settembre 2025) – Redazione – ci dice:
Per il
capo dello Stato il mondo "ha bisogno dell’Europa" per "regole
che riconducano al bene comune lo straripante peso delle corporazioni globali -
quasi nuove Compagnie delle Indie - che si arrogano l’assunzione di poteri che
si pretende che Stati e Organizzazioni internazionali non abbiano a
esercitare."
(Sergio
Mattarella).
“Come
è possibile che l’Europa oggi venga considerata da alcuni un ostacolo, un
avversario se non un nemico?”.
La
domanda arriva dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo
videomessaggio al “Forum The European House di Cernobbio”, ed è il cuore del
suo intervento.
Bisogna
interrogarsi, dice il capo dello Stato, sul perché un progetto nato per
garantire pace, sviluppo e diritti sia percepito da una parte dell’opinione
pubblica come un vincolo da abbattere.
Una
contraddizione che va spiegata se il Vecchio continente non vuole rischiare
quello che al momento sembra un destino segnato:
ridursi a contare molto poco.
“Quali
sono gli interessi di fondo, i principi sui quali si basa la convivenza civile
e i traguardi raggiunti dai popoli europei che qualcuno considera disvalori?
È
soltanto affrontando con lucidità interrogativi di questa natura che potremo
trovare risposte esaurienti, utili a illuminare le scelte che siamo chiamati a
compiere, pena la irrilevanza e la regressione rispetto ai risultati sin qui
raggiunti”,
dice
Mattarella.
Da qui
l’appello a rafforzare l’Unione e a respingere “la favola di una superiorità
dei regimi autocratici “, l’idea “di un mondo lacerato, composto soltanto di
avversari, nemici, vassalli o clientes”.
“L’esperienza
suggerisce che soltanto da uno stretto rapporto tra istituzioni e società
civile, reciprocamente rispettoso, è possibile realizzare mete di progresso.
Oggi più che mai le forze dell’economia e del lavoro sono consapevoli che la
leva europea è decisiva.
C’è
bisogno di istituzioni europee più forti, di volontà di governi capaci di non
arrendersi a pericoli e regressioni che non sono ineluttabili”.
E in
un mondo dominato dalle grandi multinazionali e dalle spinte neo-imperialiste
di alcuni Paesi, secondo il capo dello Stato l’Europa resta un presidio
essenziale:
il mondo “ha bisogno dell’Europa” perché fissi
“regole che riconducano al bene comune lo straripante peso delle corporazioni
globali – quasi nuove Compagnie delle Indie – che si arrogano l’assunzione di
poteri che si pretende che Stati e Organizzazioni internazionali non abbiano a
esercitare”.
Mario
Draghi dal Meeting di Rimini aveva ricordato che oltre alla regolazione servono
però investimenti, perché “nessun Paese che voglia sovranità e prosperità può
permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche.
Gli
Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse
strategiche per ottenere concessioni in molte altre aree”.
Con la
conseguenza che “ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la
sovranità sul nostro futuro”.
La
soluzione è l’Europa perché “nessun Paese europeo può avere le risorse
necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare
queste tecnologie e l’industria dei semiconduttori ben illustra questa sfida”.
Poi la
rivendicazione dell’unicità del progetto europeo:
“Una grande opportunità che il nostro Paese ha saputo
intravedere e concorrere a costruire, con il decisivo contributo di uno
statista come Alcide De Gasperi.
È
sorta sulla base di interrogativi elementari.
È
preferibile la pace o la guerra?
È possibile costruire un mondo in cui gli
Stati non vengano contrapposti in nome di artefatti, presunti, interessi
nazionali e, al contrario, collaborino per il benessere congiunto dei loro
popoli?
A prevalere devono essere dignità, libertà,
futuro delle persone, oppure, queste devono essere oggetto, strumento, delle
ebbrezze di potere di classi dirigenti?
Può
apparire ovvio: un truismo.
Eppure
non è così”.
Perché
“è proprio avendo coscienza di queste alternative – che sembrano oggi
ripresentarsi – che l’Unione ha saputo scegliere una strada completamente
nuova, impensabile appena qualche anno prima, realizzando un percorso
straordinario di pace e di affermazione dei diritti;
mettendo
in comune aspirazioni e risorse, a partire da quelle, fondamentali per la
ricostruzione dopo il conflitto: il carbone e l’acciaio.
In
quel momento, la condizione di deserto morale e materiale, in cui il continente
era stato ridotto dal nazifascismo, fu risolutiva nell’orientare scelte di alta
levatura.
Basterebbe
l’animo di quei tempi difficili per affrontare i temi di fronte ai quali siamo
oggi.
Non
sono accettabili esitazioni “.
Tutti
contro il PPE e il PPE contro
tutti,
il Parlamento ‘punto debole’ dell’UE.
Eunews.it
– Emanuele Bonino – (10 settembre 2025) – ci dice:
Scontri
e attacchi in Aula:
il discorso sullo Stato dell'Unione mette in
luce le difficoltà di andare avanti per i popolari, stufi degli alleati
tradizionali che a loro volta sono stanchi della principale forza politica.
L'Aula
del Parlamento europeo ascolta la presidente della Commissione europea, Ursula
von der Leyen.
[Strasburgo, 10 settembre 2025].
Bruxelles
– Tutti con tutti, a parole.
Ma sempre a parole, quelle pubblicamente
dette, tutti contro tutti.
O meglio: tutti contro il PPE, e il PPE contro
tutti.
Il
dibattito seguito al discorso sullo Stato dell’Unione mostra una Parlamento
europeo traballante, litigioso, animato e forse addirittura lacerato da
divisioni che a una prima occhiata appaiono difficili da superare.
Il
nervosismo del resto è palpabile, e lo scambio di accuse tra gruppi non è certo
il miglior biglietto da visita per chi vorrebbe un’Europa protagonista in un
momento di forti incertezze.
Il
primo dato politico è che alla fine von der Leyen ottiene una fiducia
condizionata.
Liberali, verdi e socialisti accolgono gli
annunci in materia di sostenibilità, politiche sociali, competitività, misure
contro il governo israeliano per la situazione a Gaza, e ora esortano
l’attuazione.
L’appoggio politico è subordinato al rispetto
degli impegni e la loro realizzazione, il patto politico sancito è questo.
Sullo
sfondo resta però una convivenza difficile, che emerge quanto la presidente
della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nella replica conclusiva,
assicura di voler “lavorare per rafforzare la maggioranza pro-europeista, per
me la sola possibile “.
Dai
socialisti (S&D) filtrano malumore per scelte compiute fin qui dal partito
e dal gruppo dei popolari (PPE) per intese con l’estrema destra.
Per questo Nicola Zingaretti chiede e pretende
che Von der Leyen “rappresenti una sintesi tra un Consiglio condizionato dalle
pulsioni nazionaliste e un parlamento a maggioranza europeista”.
È
questo un nuovo ‘no’ ad alleanze al di fuori dello spettro che comprende
liberali (RE) e verdi.
Anche “Joao
Cotrim de Figueireido”, dai banchi di “RE”, avverte:
“Renew
Europe è qui per sostenere, ma la responsabilità è solo sua“, dice a von der
Leyen.
Il
co-presidente dei Verdi, “Bas Eickhout”, è ancora più diretto nel suo affondo
al capogruppo del PPE:
“Signor
Manfred Weber, se volete unità lavorante con il centro” invece che con
sovranisti e conservatori.
I
popolari mostrano le carte in tavola, una volta per tutte, chiarendo che a
dettare le regole del gioco sono loro e che spetta agli altri decidere se
accettarle o meno. “Spetta a voi scegliere” da che parte stare, “scegliere
l’Europa competitiva e che gestisce l’immigrazione o l’Europa che si impantana
nella burocrazia e nelle guerre commerciali?”, attacca e critica “Jeroen
Lenaerts”, che rincara la dose:
“A
tutti gli attacchi che arrivano da socialisti, liberali e verdi faccio notare
che stiamo ancora aspettando un chiaro impegno sulla nostra agenda.
Per noi è il momento della verità”.
Il PPE
riesce a sovvertire logiche e rovesciare problematiche.
Risponde
alle accuse accusando, e usa con rinnovata prepotenza il suo peso politico.
Undici
leader in Consiglio UE appartengono al partito popolare europeo, con il PPE
primo gruppo in Parlamento.
Il
momento di massima tensione si registra subito, immediatamente dopo
l’intervento di von der Leyen.
Nel primo
intervento di una lunga lista il capogruppo Weber attacca frontalmente la
presidente dei socialisti,” Iratxe Garcia Perez”, per le critiche all’accordo
sui dazi e il voto contrario al “regolamento Omnibus” in commissione Lavoro.
“Questo atteggiamento sta dividendo la piattaforma, questo è esattamente ciò
che sta danneggiando l’agenda dell’UE“. Immediata la replica della spagnola
alla testa del gruppo S&D: “Oggi è stato chiarito chi è il vero nemico dell’Europa,
chi è responsabile per non far funzionare la piattaforma politica. Il problema
ha un nome e un cognome: Manfred Weber e il PPE”, contrattacca Perez.
L’unità
cercata da von der Leyen non appare all’orizzonte, si manifesta la necessità di
provare ad andare avanti malgrado tutto, con equilibri instabili, alleanze
traballanti e maggioranze nervose rimesse alla prova dei fatti che il prosieguo
di legislatura inevitabilmente produrranno.
Dall’altra
parte c’è un’altra parte di Aula che ha già sfiduciato von der Leyen:
a
chiedere pubblicamente le sue dimissioni i rappresentati dei sovranisti (PfE) e
ultra-destra (ESN), la Sinistra attraverso i membri del Movimento 5 Stelle e
persino da “Gheorge Piperea”, conservatore (ECR) già artefice del voto di
sfiducia di pochi mesi fa.
Una
richiesta di sfiducia che arriva da quello stesso gruppo, i conservatori, da
cui prima “Assita Kanko” invita il PPE a lavorare con la destra, e poi la
delegazione di Fratelli d’Italia esorta ad abbandonare l’agenda di
sostenibilità.
“Il
Green Deal è stato concepito e auspicato in un’epoca geopolitica diversa.
Oggi rappresenta un ostacolo troppo grande
alla competitività europea”, taglia corto “Nicola Procaccini” (Fdi), che si
allinea al PPE nella difesa dell’accordo sui dazi a riprova di convergenze su
temi centrali per verdi e socialisti.
Gli
interventi sanciscono dunque le divisioni di un Parlamento dove l’UE rischia di
smarrirsi, e che per questa Commissione rimane un campo minato.
«GLI
EUROFANATICI SONO I PRIMI NEMICI DELL’EUROPA»
Di
Marcello Veneziani Postato da 24 Marzo 2025 11 minuti letti 0 1 99
Marcello
Veneziani smonta il mito dell’Europa dogmatica
GLI
EUROFANATICI SONO I
PRIMI
NEMICI DELL’EUROPA.
Inchiostronero.it - Marcello Veneziani – (24
-3 -2025) – ci dice:
È
l’ultimo affondo intellettuale di Marcello Veneziani, che smaschera l’illusione
di un’Europa idolatrata ma svuotata, trascinata verso la guerra mentre i suoi
principali attori globali – Russia, Ucraina, Stati Uniti – iniziano a trattare
la pace.
Con
lucidità tagliente e vis polemica, Veneziani denuncia il paradosso tutto
italiano:
nel
momento in cui il continente rischia l’autodistruzione economica e geopolitica,
il dibattito pubblico si accanisce sulla lettura moralistica del “Manifesto di
Ventotene”, come se la salvezza dell’Europa passasse da un dogma ideologico
anziché da una visione politica concreta.
Questo pamphlet incalzante mette a nudo il
fanatismo europeista, che – lungi dall’essere un baluardo di civiltà – rischia
di trasformarsi nel primo vero nemico dell’Europa reale.
Veneziani
invita a recuperare lo spirito critico, il senso della storia e l’amor patrio,
in una riflessione che è anche un appello alla ragione e alla libertà di
pensiero. (f.d.b.)
Ma
davvero davanti all’Europa che va alla guerra mentre Russia, Ucraina e Usa
stanno trattando la pace, svenandosi con una cifra pazzesca e un’impresa
velleitaria, il problema del nostro paese è il giudizio storico sul manifesto
di Ventotene?
Sarebbe
stato un tema significativo sul piano storico e politico, affrontare in un
convegno questo mito, questo dogma di Ventotene;
ma farlo davanti a una questione così grossa,
grave, cocente mi sembra per metà una follia ideologica e per metà una
diversione furba.
Tacere
del nuovo massacro di Gaza con oltre 400 morti, e dividersi, strillando e
accapigliandosi, su Spinelli e compagni, mi sembra un’ulteriore ipocrisia.
Più
che un Sogno, lo spettacolo di “Roberto Benigni” in prima serata su Rai 1 è
stato un’iniezione di Xanax: bolso, palloso, prevedibile.
E
affidare a Roberto Benigni, che è la continuazione di Mattarella con altri
mezzi, il compito di adorare i Re Magi di Ventotene e sperticarsi a dire che
l’Unione Europea, che sta affondando nel tragico e nel grottesco, sia la
costruzione più importante degli ultimi cinquemila anni, è la dimostrazione che
non ci sono più confini tra la verità e la comicità, la storia e il ridicolo.
Significa
offendere una civiltà millenaria, confondendo Carlo Magno con Romano Prodi;
la
civiltà greca, romana e cristiana con la von Der Leyen e la sua pessima
comitiva armata fino ai denti.
Peraltro, se qualcosa di europeo c’è stato nel
dopoguerra lo dobbiamo soprattutto a statisti d’ispirazione cristiana, più che
a euro-giacobini e social-comunisti.
Come
avrete capito, mi riconosco appieno nella civiltà europea, ammiro la sua storia
millenaria, so distinguere tra la grande storia e i titoli di coda in
appendice. E
verso Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nutro il rispetto
verso tre uomini coerenti che patirono il confine per le loro idee.
Ma
quelle idee non sono le mie, e non portarono bene all’Europa.
E non
solo per i passaggi che la Meloni ha evidenziato, circa la necessità di una
dittatura pedagogica delle élite sull’Europa e un furore socialista aggravato
da un orizzonte individualista.
Quell’utopia
fu la stessa di “Piero Gobetti”, e poi del “Partito d’azione”, che sognavano un
mondo liberale e socialista, pensavano anche loro a una dittatura pedagogica,
profondamente anticattolica e sostanzialmente atea e neo-illuminista e
ritenevano con Gobetti che perfino i soviet, la rivoluzione bolscevica, fossero
un esempio di rivoluzione liberale.
Ora,
capisco che si possa avere un’altra idea dell’Europa e della politica ma
ritenere che quella sia l’unica idea giusta dell’Europa, che quel Manifesto sia
un dogma e una verità di fede che non si può discutere se non a patto di essere
blasfemi e dissacratori, a me pare una follia e un esercizio di cecità.
Allora
lasciamo da parte gli estremisti e i fanatici, i giacobini europei e anche i
sanfedisti, e proviamo a ragionare in tema di Europa.
C’erano
due modi per fare l’Europa.
Uno è
quello di integrare le nazioni europee in un progetto confederale e condiviso;
quello,
per intenderci che De Gaulle definì l’Europa delle patrie.
L’altro
è quello di disintegrare le nazioni in un progetto utopistico e velleitario, in
cui l’Europa è solo il gradino per una specie di” Internazionale socialista e
libertario” ritenendo che non i nazionalismi ma le nazioni, le patrie, fossero
un male da sradicare.
La
prima Europa discende dalla sua storia e dalla sua civiltà, proviene dalla grecità, dalla
romanità e dalla cristianità, riconosce la sovranità degli stati e l’identità
delle nazioni, e cerca di trovare un terreno comune solido e vero per far
sorgere non contro ma sopra le nazioni, una realtà sovraordinata chiamata
Europa.
La
seconda Europa ritiene invece di essere figlia del cosmopolitismo dei Lumi e
della guerra di liberazione dalle religioni e dalle tradizioni, dalle patrie e
dalle sovranità nazionali, nel nome di un progressismo radicale, individualista
per quel che concerne il suo “liberalismo” e socialista per quel che riguarda
il suo “egualitarismo”.
Il
motore e il riferimento dei primi è l’Europa dei popoli, quello dei secondi è
l’Europa delle oligarchie illuminate, le minoranze che detengono la verità.
L’Unione
europea non ha un progetto e un disegno, ma la sua prassi come la sua ideologia
inclina più verso la seconda concezione dell’Europa:
è un
caso che quest’Europa ogni giorno mostra il suo fallimento, la sua lontananza
dalla realtà e dai popoli, la sua espressione tecnocratica e finanziaria,
giustificata ideologicamente da quell’inclinazione verso il “politically
correct ” e l’ipocrisia di “un pacifismo umanitario” che poi si schiera per la
guerra e per il riarmo, anche perché si tratta di far arrivare soldi agli
utilizzatori finali.
Insomma,
la disputa non è tra nazionalisti ed europeisti, tra oscurantismi e umanitari,
ma tra due diverse idee dell’Europa;
poi ai bordi ci sono da una parte i
nazionalisti e dall’altra l’ultrasinistra radicale e internazionalista.
Ma se
provi a fare un ragionamento del genere ti impediscono di farlo, sei solo un
nemico di Ventotene, dunque un nazifascista, un antieuropeista, un reazionario.
E così
si va avanti giorno dopo giorno, anno dopo anno, euro fallimento dopo euro
fallimento.
(La
Verità).
Ue.
Quel che serve davvero all'Europa:
una
difesa comune non aggressiva.
Avvenire.it - Agostino Giovagnoli – (sabato 8
marzo 2025) – ci dice:
Il
contenuto del piano Von der Leyen va discusso nel merito: non c’è dubbio che
l’obiettivo finale deve essere la difesa comune e cioè un esercito europeo (non
il riarmo dei singoli Stati).
Riarmare
l’Europa perché oggi incombe su di essa il pericolo della Russia.
Così è stata intesa l’affermazione di Ursula
von der Leyen che oggi «la sicurezza dell’Europa è minacciata in modo serio»,
nella presentazione del piano “Rearm Europe”.
Ma
tale motivazione e lo stesso nome del piano sono pericolosi.
Altra
cosa è il suo contenuto, di cui è necessario discutere.
In
politica però – soprattutto in quella internazionale – la forma è importante
come la sostanza, a volte anche di più.
Non si
deve parlare di riarmo, infatti, ma di un sistema comune di difesa, per
chiarire da subito che le armi in più di cui ci si vuole dotare non hanno
alcuna finalità aggressiva.
Ancora
più sbagliato sarebbe collegare questa scelta a un nemico specifico, la Russia:
una
organizzazione difensiva, infatti, non è mai contro qualcuno ma ha funzione
preventiva erga omnes, soprattutto accompagnata dalla dimensione
politico-diplomatica.
Non a
caso il “piano Pleven”, sostenuto da De Gasperi, Adenauer e Schuman tra il 1952
e il 1954, proponeva una” Comunità europea di difesa” ed esprimeva anzitutto
una volontà di pace, impedendo ai Paesi europei di continuare a farsi la guerra
come hanno fatto per secoli.
L’errore
nasce dallo sgomento e dalla confusione in cui è precipitata l’Europa.
Per non gettare benzina sul fuoco, le
diplomazie europee evitano di parlare della causa di tutto ciò, ma ci sono
pochi dubbi che tale causa sia Donald Trump.
Per il presidente degli Stati Uniti, come
disse infatti già nel 2018, l’Unione europea è «il suo principale nemico»
(anche se non usò la parola «enemy» ma «foe» che si può tradurre come «nemico»
ma ha anche le sfumature di «avversario, antagonista, oppositore»).
Allora,
il Presidente del Consiglio europeo, “Donald Tusk,” liquidò l’uscita trumpiana
come una «fake news», ribadendo l’amicizia tra Europa e Stati Uniti, e tutto
finì lì.
Ma
oggi Trump, tornato alla presidenza, ribadisce la sua ostilità verso l’Unione
europea - che sarebbe nata «per fregare» (ma il termine inglese è più crudo)
gli Stati Uniti - e agisce di conseguenza.
L’ostilità
non è verso i Paesi del Vecchio continente, ma verso l’Ue e riguarda il terreno
economico-commerciale.
Le
sconvolgenti conseguenze delle sue scelte, però, vanno molto oltre e investono
anche il piano militare, politico e diplomatico.
(Probabilmente
Trump non ne ha previste molte, agendo da “apprendista stregone” che mette
tutte le cose in agitazione ma non è poi in grado di inserirle in un nuovo
ordine).
Per
colpire l’Unione, infatti, il presidente americano non minaccia “soltanto” di
imporre pesanti dazi sui prodotti che vengono dall’Europa – risparmiando la
Gran Bretagna -, ma colpisce anche gli Stati europei sul terreno militare –
compresa la Gran Bretagna.
Oltre
a pretendere un contributo alle spese Nato ben più elevato dell’attuale, fa
dubitare dello stesso impegno americano a proteggere i Paesi europei in caso di
aggressione.
In pratica, fa vacillare l’Alleanza Atlantica.
Ad
aggravare di molto le cose c’è che dal 2018 è successo praticamente di tutto -
il Covid, l’Afghanistan, l’Ucraina ecc. – e la situazione mondiale è
radicalmente cambiata.
Così
gli europei non si trovano solo a dover gestire la rivalità economico-
commerciale con gli Stati Uniti ma anche a dover affrontare all’improvviso un
problema di difesa militare proprio mentre sono coinvolti indirettamente in una
guerra, in cui fino a ieri un ruolo preponderante era svolto dagli Stati Uniti.
Difesa
militare e guerra in Ucraina, infine, toccano lo stesso problema, la Russia di
Putin, di cui oggi gli Stati Uniti sembrano quasi alleati.
Di qui
il rischio di cortocircuiti.
Invece,
guerra in Ucraina e difesa dell’Europa devono essere tenuti rigorosamente
distinti anche se è impossibile separarli.
Una
cosa, infatti, è far leva sul peso dell’Unione europea perché l’Ucraina ottenga
la pace meno ingiusta possibile e garanzie vere per la sua sicurezza futura.
Altra cosa, invece, è far balenare involontariamente un possibile conflitto con
la Russia (non a caso, Putin e Lavrov hanno dato segni di nervosismo per le
confuse iniziative europee, pur prendendosela soprattutto con la Francia,
perché potenza nucleare e più determinata di altri).
La
confusione tra le due questioni attraversa anche il dibattito politico
italiano. C’è addirittura chi brinda agli aggressori e ai loro nuovi alleati,
contro le odiate Ucraina e Europa.
Diverso
è ovviamente l’atteggiamento di chi dice che “non bisogna dividere
l’Occidente”, ma nessun leader europeo vuole farlo: è oltreoceano che si è
decisa l’attuale divaricazione e nessuno è riuscito a far cambiare idea a
Trump. Rinsaldare l’unità europea è anche il modo migliore per tentare in
futuro di riprendere la collaborazione occidentale.
Con
motivazioni diverse o addirittura opposte, importanti forze politiche italiane
sembrano oggi convergere verso l’immobilismo o il basso profilo, ma ciò
significa – volontariamente o involontariamente – scommettere sul fallimento
dell’Europa e sull’irrilevanza dell’Italia, entrambi profondamente contrari
all’interesse nazionale.
A
differenza di titolo ed eventuali motivazioni, che vanno respinti, il contenuto
del piano Von der Leyen va discusso nel merito.
Non
c’è dubbio, infatti, che l’obiettivo finale deve essere la difesa comune e cioè
un esercito europeo (non il riarmo dei singoli Stati):
sarebbe
più chiara la finalità di pace, costerebbe di meno e avrebbe maggior
efficienza.
Ma l’iniziativa di Trump impone agli europei
una scelta immediata e il più possibile condivisa, non per motivi militari ma
politici:
manifestare
una comune volontà europea sembra oggi una strada senza alternative per
rafforzare l’Ucraina, difendere l’Europa e, probabilmente, anche per cercare la
pace.
Questa
Europa criminale rappresenta
il
principale pericolo per la pace mondiale.
Ilfattoquotidiano.it
- Fabio Marcelli - Giurista internazionale – (20 -3-2025) – ci dice:
I
principali nemici del progetto europeo non sono né Trump, né Putin, né
tantomeno Xi Jinping ma siedono a Bruxelles.
Questa
Europa criminale rappresenta il principale pericolo per la pace mondiale.
I
circa trentamila (secondo loro, ma chissà) fregnoni, bimbo minchia e umanità
varia, di età mediamente piuttosto avanzata, che si sono riuniti sabato 15
marzo in piazza del Popolo a Roma su invito di Stampa pubblica e del complesso
militare-industriale che la finanza, non si sono evidentemente resi conto di
avere svolto il ruolo degli utili idioti, come del resto si addice agli idioti,
siano essi utili o meno.
Ammetto
che le ispirazioni che hanno sorretto la scesa in piazza di costoro erano
alquanto varie e fra loro alquanto contraddittorie, anche per la studiata
ambiguità dei promotori.
Eppure
era percepibile un diffuso rumore di fondo, all’insegna dell’esaltazione
dell’Europa senza se e senza ma, il che ripropone la problematica relativa alla
confusione mentale che alberga negli organi cerebrali di coloro che hanno
aderito.
I
principali nemici del progetto europeo non sono infatti né Trump, né Putin, né
tantomeno Xi Jinping, il quale ultimo in particolare avrebbe tutto da
guadagnare dall’esistenza di un’Europa autenticamente autonoma, democratica e
sovrana, in grado di interloquire in modo costruttivo con la Cina per un nuovo
governo multipolare del pianeta.
I principali nemici dell’Europa si chiamano
oggi Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Paolo Gentiloni e
compagnia e siedono a Bruxelles e nei governi degli Stati membri.
Sottoscrivo
al riguardo quanto scritto dal generale di Corpo d’Armata “Marco Bertolini”:
“L’Unione
Europea di Ventotene, di Spinelli e della Pace, non esiste più, se mai fosse
esistita.
È morta con il sostegno guerrafondaio dato
all’Ucraina e con la guerra contro la Federazione Russa.
Il
paradosso è che questa guerra la vogliono tutti coloro che hanno sbandierato
fino ad ora i colori della pace e ciarlato di Europa di Pace, di Libertà e di
Democrazia proprio nel momento in cui Usa e Federazione Russa stanno trovando
un accordo di pace.
Falsi,
più falsi di una banconota da 1 euro.
Per
questo motivo spero vivamente che questa orribile Unione Europea, oligarchica,
guerrafondaia, autoritaria e antipopolare, fallisca presto e che Stati
veramente sovrani trovino forme di collaborazione e cooperazione diverse da
quelle attuali tendenti alla Pace e al benessere sociale ed economico dei loro
cittadini.”
Ursula
von der Leyen spinge l’Ue verso lo scontro con la Russia: “Se vuole evitarla,
l’Europa si prepari alla guerra.”
L’acuta
analisi di Bertolini mette il dito nella piaga gettando una luce veritiera
sulle attuali fallimentari élites europee, al servizio sempre e comunque delle
lobby, siano esse chimico-farmaceutiche – come ai tempi del Covid – o
frammentistiche (in gran parte peraltro multinazionali a impronta statunitense)
come negli attuali tempi di “preparazione alla guerra”.
Inaccettabile
anche l’uso strumentale che alla manifestazione di Roma, finanziata
indebitamente dal Comune di Roma, è stato fatto del “Manifesto di Ventotene”,
migliaia di miglia lontano da ogni concezione di stampo bellicista e
suprematista e che pone invece l’esigenza di un superamento dell’orizzonte
europeo per una pacifica cooperazione in attesa dell’unità politica dell’intero
globo.
Non è
quindi casuale che Giorgia Meloni se ne dissoci nel suo sforzo contorsionistico
attuato per non dispiacere né a Trump né a von der Leyen.
Questa
Europa di folli e di criminali continua ad aizzare un leader da tempo finito
nella pattumiera della storia come Zelensky a continuare una guerra insensata
fin dalla sua origine che va correttamente posta negli eventi di piazza Maidan
del febbraio 2014 e dell’inizio della massiccia ingerenza occidentale nelle
vicende ucraine.
Questa
Europa di folli e di criminali continua ad appoggiare il criminale di guerra e
contro l’umanità, il “genocida Netanyahu”, che proprio martedì 18 ha voluto
rilanciare, con l’appoggio di Trump, il massacro della popolazione civile
palestinese per tentare di restare aggrappato alla sua infame poltrona, sempre
più in pericolo dato l’evolversi della situazione interna israeliana.
Questa
Europa di folli e di criminali rappresenta oggi il principale pericolo per la
pace mondiale e per gli stessi popoli che ne fanno parte, costretti dalle
infami oligarchie a un’esistenza sempre più precaria e priva delle più
elementari garanzie sociali e democratiche, per non parlare degli immigrati che
affogano nel Mediterraneo o, se sopravvivono, sono costretti a subire politiche
discriminatorie. Se ci sarà quindi un futuro per l’Europa, ci sarà togliendo di
mezzo le attuali sue indegne classi dirigenti.
L'Europa
è sotto attacco!
Unitaeuropea.it - Di Publius – Anno 2025 –
Editoriale – ci dice:
L'inizio
delle negoziazioni sul futuro dell'Ucraina a Riad fra Rubio e Lavrov rende l'UE
sola, vulnerabile e disorientata.
Mentre
Trump comincia a trattare con Putin sulla testa degli ucraini e degli europei,
diventa sempre più urgente costruire un’Europa capace di decidere.
L’amministrazione
Trump ha ormai deciso di abbandonare l’Ucraina al suo destino, negoziando
direttamente con Putin un "accordo di pace" che soddisfi i suoi
appetiti territoriali, in sfregio al sacrificio di milioni di cittadini ucraini
che negli ultimi tre anni hanno eroicamente resistito all’invasione russa e
lottato per un futuro europeo.
Vedendo
il proprio alleato e protettore allinearsi di fatto con il suo peggior nemico,
l’Europa si trova sola, vulnerabile e disorientata.
Ma la minaccia non è solo militare:
ciò
che è in gioco è la sopravvivenza stessa del progetto europeo.
Sono
tre i fronti che l’Unione dovrà affrontare simultaneamente, con conseguenze
potenzialmente devastanti per il suo futuro.
Primo
fronte: la Russia.
Venendo
meno il suo isolamento grazie all’intercessione di Trump, Putin si trova
improvvisamente in una posizione di forza.
La
possibile revoca delle sanzioni economiche gli garantirebbe un’immediata
ripresa finanziaria, permettendogli di riorganizzare il proprio arsenale in
vista di nuove operazioni militari.
Se gli
Stati Uniti chiuderanno un occhio sulle sue mire espansionistiche, il Cremlino
potrebbe spingere la sua avanzata oltre l’Ucraina, prendendo di mira la
Moldavia, i Paesi baltici e persino la Polonia.
La
NATO, già indebolita da fratture interne e da una crescente sfiducia nelle
garanzie americane, rischia di trovarsi paralizzata proprio nel momento di
massimo bisogno.
Secondo
fronte: la frattura dell’Occidente.
La nuova amministrazione Trump rappresenta una
rottura epocale con l’ordine internazionale emerso dopo la Seconda Guerra
Mondiale.
Rinunciando
al tradizionale ruolo di guida del "mondo libero", gli Stati Uniti
stanno adottando una politica basata esclusivamente sulla logica di potenza e
sugli interessi economici bilaterali.
L’abbandono
di trattati e accordi internazionali, così come il crescente disimpegno
americano dagli affari europei, spingono l’UE in una crisi senza precedenti.
Le
recenti dichiarazioni di Trump e dei suoi alleati suggeriscono che Washington
non consideri più la sicurezza europea una priorità strategica, aprendo così la
strada a un futuro in cui ogni Stato dovrà difendersi da solo.
Terzo
fronte: la destabilizzazione interna.
L’ascesa di movimenti nazionalisti ed
estremisti rappresenta una minaccia diretta all’integrazione europea.
L’influenza
crescente di leader populisti, sostenuti da una propaganda aggressiva sui
social media, sta erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e la
fiducia nelle istituzioni europee.
A
questo si aggiunge il ruolo di figure come Elon Musk, che con lo slogan
"MAKE EUROPE GREAT AGAIN" promuove un’agenda anti- UE, mentre il
vicepresidente americano J.D. Vance non nasconde il suo disprezzo per Bruxelles
e per le sue politiche regolatorie.
Il
rischio è che l’Unione, già scossa da tensioni interne, venga progressivamente
svuotata dall’interno, minando la sua stessa esistenza come progetto di
integrazione politica.
Di
fronte a questi pericoli senza precedenti, le risposte per fortuna ci sono e
sono già state delineate nei mesi scorsi nei tre rapporti chiave commissionati
dalla Commissione europea:
il
Rapporto Letta sul completamento del mercato interno, il Rapporto Draghi sulla competitività e il Rapporto Niinistö sulla sicurezza.
Il messaggio che ne emerge è inequivocabile:
l’Unione deve procedere verso una maggiore
integrazione politica e prendere azioni concrete per finanziare e sviluppare
un’industria europea della difesa, completare il mercato unico dei capitali,
promuovere investimenti strategici per la transizione ecologica e digitale e
intensificare il supporto militare all’Ucraina.
Parallelamente,
queste misure dovranno accompagnarsi a un’urgente riforma dell’Unione, che
affronti due nodi cruciali:
garantire
un’autonomia fiscale all’UE e migliorare la capacità decisionale in politica
estera e di difesa, superando il diritto di veto dei singoli Stati membri.
Si noti che in questa direzione si è già mosso
il Parlamento europeo con una proposta di riforma avanzata nel novembre 2023 ed
ancora bloccata sul tavolo del Consiglio europeo.
Il
vero ostacolo, dunque, non è l’assenza di soluzioni, ma la volontà di
adottarle, poiché richiedono nuove condivisioni di sovranità.
Invece
di avanzare verso un sistema di sicurezza realmente integrato, l’attenzione
rimane concentrata su risposte frammentate a livello nazionale, a partire dal
riarmo dei singoli Stati.
Si
tratta, tuttavia, di strategie insufficienti.
Da un
lato, il necessario rafforzamento delle forze armate nazionali rischia di
tradursi in un incremento degli acquisti di armamenti e tecnologie proprio
dagli Stati Uniti, che, paradossalmente, sembrano aver accettato la vittoria di
Putin in Ucraina.
Dall’altro, le cooperazioni militari su base
volontaria, che non mettono in discussione la supremazia delle decisioni
nazionali, si rivelano estremamente fragili e rischiano di crollare nel momento
in cui in alcuni Paesi prevalgano forze anti- UE al governo.
Per
non soccombere a questa svolta storica, l’Europa deve intraprendere una strada
diversa:
è
indispensabile dotarsi di una leadership unitaria, in grado di rappresentare
gli interessi collettivi e di assumere decisioni strategiche in modo coordinato
ed efficace.
Purtroppo,
le istituzioni europee non dispongono al momento né delle competenze né delle
risorse per sviluppare un progetto di tale portata in tempi rapidi.
I governi nazionali, invece, hanno la
sovranità necessaria per prendere l’iniziativa.
Due
sono le strade percorribili.
La
prima consiste nello sfruttare le basi giuridiche già offerte dai Trattati – a
partire dalla Cooperazione strutturata permanente – per creare nuovi organismi
decisionali in grado di adottare decisioni a maggioranza su investimenti comuni
nella difesa e sull’impiego delle forze militari.
Questo
permetterebbe di coinvolgere la Commissione e il Parlamento europeo, dando
forma a un primo nucleo di governo sovranazionale all’interno dell’UE.
L’alternativa
è creare una cooperazione al di fuori dei Trattati, ispirandosi a modelli come
il MES, con l’obiettivo di sviluppare una governance comune della difesa.
In un
secondo momento, si potrebbero avviare i negoziati per integrare questa
struttura nell’Unione attraverso le necessarie riforme istituzionali.
Se i
governi europei e le forze democratiche vogliono affrontare seriamente
l’emergenza rappresentata dalle minacce alla sicurezza, alla libertà e alla
democrazia, non hanno altra scelta che avviare subito una collaborazione tra i
Paesi disposti a condividere strategie e decisioni politiche.
Di fronte alla crescente influenza delle
grandi potenze autocratiche, l’unico modo per difendere la democrazia è
costruire una forza politica capace di contrastarle.
Il tempo è ormai agli sgoccioli.
Come
ha ricordato Mario Draghi all'Europarlamento, presto l'Europa si troverà da
sola a difendere sé stessa.
Se non
verranno prese presto delle iniziative, da parte delle istituzioni europee e di
un gruppo di Paesi chiave a partire dalla Francia e dalla Germania, l'Europa
verrà completamente ignorata dalla gestione della crisi ucraina.
Il
crollo di Kiev allora rischia di essere solo la premessa di una totale
destabilizzazione del continente europeo, le cui vittime finali saranno
l'Unione europea e la democrazia.
Contro
l’Unione europea
per il
bene dell’Europa.
Marcelloveneziani.com
- Marcello Veneziani – (03 Giugno 2024) – ci dice:
Sono
contro l’Europa perché è contro l’Europa.
Come,
in che senso?
Nel senso che il peggior nemico dell’Europa,
degli europei e delle nazioni europee è oggi l’Unione Europea.
Gioca contro sé stessa e fa di tutto per farsi
del male, sfigurarsi e sfigurare. Scherza col fuoco della guerra mondiale.
Non
genera integrazione europea, ma dis-integrazione nazionale.
In
politica estera l’UE assume posizioni che di fatto indeboliscono l’Europa, le
fanno perdere ogni ruolo strategico di mediazione e ogni centralità, creano
nuovi nemici e rafforzano antichi odii in tutto il resto del mondo, la mettono
al rimorchio della Nato e degli Stati Uniti anche quando giocano contro gli
interessi europei e compromettono proficui rapporti commerciali, la dissanguano
economicamente e militarmente.
L’Europa ha perso la faccia e gioca contro i
suoi interessi in Ucraina, assecondando gli Usa, è uno zombie in Medio Oriente,
in Palestina, sulla scena mondiale;
non ha
il coraggio di condannare Netanyahu come ha condannato Putin, inimicandosi il
resto del mondo;
non sa
come arginare i flussi migratori e come proteggere gli interessi europei reali
nel mondo.
Noto
invece con piacere che l’Italia ha corretto il tiro rispetto all’UE
sull’intervento in Ucraina e sulla tragedia palestinese.
In
politica interna, l’Europa non è in grado di esprimere una linea efficace e
unitaria in tema di sicurezza, di controllo degli sbarchi, di sanità, di
diritti sociali, di difesa dei popoli e dei loro interessi primari.
È la
prima nemica dei popoli europei, tra vessazioni, mancate tutele e primato
costante degli assetti contabili sulla vita reale della gente.
Fa
piovere denari su cose inutili o dannose e tace sulle reali esigenze primarie e
sulle politiche sociali.
In questo frangente internazionale, tra venti
di guerra che rischiano di coinvolgerci, crescente antipatia del mondo intero
verso l’occidente euro-atlantico e gravi instabilità nelle aree attigue,
l’Unione Europea alle porte delle elezioni, ha deciso di giocare la sua faccia
e il suo profilo sul tema dei diritti lgbtq+, con diciotto paesi contro nove
(tra i quali, meno male, c’è l’Italia) che hanno votato per promuovere
politiche europee a favore delle comunità transgender, dopo aver giurato guerra
all’omotransfobia.
Stiamo
pericolosamente scivolando verso una terza guerra mondiale e l’Europa si
balocca coi gay pride…
Ora
non si tratta di essere pro o contro gli lgbtq+, e nemmeno di associarsi al
Papa denunciando la “frociaggine” pervasiva, ma di riportare le cose alla
realtà e al diritto:
ogni cittadino europeo ha pari diritti e
doveri degli altri, di qualunque etnia, sesso o inclinazione;
bastano
le norme civili e penali esistenti nei paesi europei per condannare chiunque
usi e abusi con violenze, offese, discriminazioni;
senza
creare speciali categorie protette.
Anche
perché le vere categorie fragili sono i malati, i bambini e i vecchi.
Le
leggi valgono per tutti, sono universali, non possono diventare di genere o di
tendenza, a tutela di singole minoranze, gruppi o lobbies.
Poi il
giudice applicherà le aggravanti e le attenuanti valutando caso per caso.
Se
qualcuno aggredisce o offende un gay o un trans, ci sono già le leggi per
condannarlo, se ci sono realmente gli estremi.
Questa
idea che si debba legiferare ogni volta che accade un episodio di violenza o si
accende un tema sui media e si debbano generare nuove apposite norme, inasprite
e speciali, uccide il principio giuridico fondamentale della legge uguale per
tutti e non mutevole;
la
quantità eccessiva di leggi, si sa, danneggia la giustizia e la sua
applicazione; rende la giurisprudenza una variabile subalterna alla cronaca e
alle tendenze di moda, e – come si vede – non serve nemmeno a far diminuire i
fenomeni e i reati.
Pensate
pure ai femminicidi;
più si mobilitano e si studiano leggi speciali
e più accadono;
o perlomeno accadono comunque, nonostante le
leggi speciali.
Stuprando
i codici, vanificando l’universalità delle leggi, non si raggiungono nemmeno i
risultati per cui sono introdotte le norme ad hoc.
In
ogni caso, è veramente assurdo che di fronte a problemi enormi sul piano
militare, strategico, sociale, economico, sanitario l’Unione Europea (e la sua
periferica locale, il Mattarella) debba occuparsi di omotransfobia, come se ci
fosse una persecuzione di massa e si trattasse di una priorità per i popoli
europei.
O in alternativa col torcicollo, davanti agli
imponenti nemici reali di oggi e ai falsi amici e alleati, è assurdo che
l’Europa si debba preoccupare del” Nemico Assoluto ed Eterno”, il pericolo
nazi-fascista (anche qui la sua prefica locale è il Mattarella, più uno sciame
di prefiche nostrane).
E
debba perciò innalzare cordoni sanitari per sbarrare la strada a chiunque non
la pensi come il mainstream.
Infine,
l’Europa di oggi si vergogna della civiltà da cui proviene, rinnega e cancella
la sua storia, le sue tradizioni civili e religiose, il sentire comune.
L’ultimo
caso non proviene dai paesi più sradicati e scristianizzati d’Europa ma da un
paese che è stato il simbolo di una cristianità vera, vivente, partecipata, la
Polonia di Woytila.
Il
sindaco di Varsavia, già candidato alla guida della Polonia, “Rafal Trzaskowsk”i,
sostenitore dei transgender, ha firmato un’ordinanza in contrasto con la
tradizione e con la costituzione polacca, per vietare croci, immagini di santi
e altri simboli religiosi dai muri, dalle scrivanie dei dipendenti pubblici e
bandirli da ogni evento civile.
Magari
sarà possibile esibire simboli lgbtq+ ma non la croce, non i simboli cristiani.
E dire che nel preambolo della Costituzione polacca, fa notare il
corrispondente polacco a Roma, “Vladimiro Redzioch”, è scritto:
“Grati
ai nostri antenati per il loro lavoro, per la lotta per l’indipendenza pagata
con enormi sacrifici, per la cultura radicata nel patrimonio cristiano della
Nazione e nei valori umani universali”.
Se
persino a Varsavia si vuol cancellare la tradizione cristiana, figuratevi a
Parigi o a Bruxelles.
Smobilitando
la civiltà europea, l’alternativa che resta è tra nichilismo globale o
islamizzazione radicale.
O
peggio, il loro mix.
La
cancellazione riguarda non solo la tradizione religiosa, investe pure le
tradizioni civili, nazionali, laiche, l’arte, la letteratura, la storia e i
suoi protagonisti.
Stanno
smantellando pezzo su pezzo l’edificio della civiltà europea.
Per
questo, quando sento ogni santo giorno queste professioni di europeismo da
parte di chi mira in realtà ad affossarla, quando sento che c’è bisogno di più
Europa e che il vero spartiacque nel voto di domenica prossima sarà tra chi è
pro e chi è contro l’Europa, la sua linea e i suoi diritti civili, penso che se
davvero ci tieni all’Europa e agli europei, la prima cosa da fare è bocciare
coloro che parlano in suo nome e concorrono poi a negarla e affossarla.
Il
primo nemico dell’Europa vera è l’Europa finta, di cartongesso, detta UE,
Ubriachi Eunuchi.
(La
Verità).
Il
nemico dell’Europa è
il
riarmo di von der Leyen.
Barbara-spinelli.it – Redazione - (giovedì, Marzo 6,
2025) - Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano» - ci dice:
Dicono
molti commentatori che l’Europa si è fatta infine sentire: lo avrebbe fatto
riconfortando Zelensky, dopo lo scontro di venerdì fra il presidente ucraino e
Donald Trump, e promettendo un fenomenale riarmo e una guerra fredda a guida
europea anziché statunitense.
Parigi
e Londra sono pronte a schierare truppe in Ucraina, per garantirne la sicurezza
dopo la tregua e l’accordo di pace con Mosca.
Per
ora Putin è contrario: non ha fatto la guerra per avere eserciti di Stati Nato
al proprio confine.
Se
questa è Europa, ben vengano le opposizioni al Piano di Riarmo, oggi al vertice
dell’Unione.
Non
sono i progetti marziali della Commissione a facilitare la pace, ma le
formidabili pressioni di Trump:
martedì
notte la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni aiuto all’Ucraina,
compresi gli aiuti dei Servizi segreti, e il giorno dopo Zelensky ha accettato
la mediazione Usa e proposto un’interruzione delle operazioni di aria e di
mare.
È
quello che Papa Francesco un anno fa chiamò il “coraggio della bandiera
bianca”.
Viene
l’ora di trattare con Putin, per fortuna non più paragonato a Hitler.
L’apertura di Zelensky è giudicata positiva da Mosca.
Non si
sa bene cosa si intenda, quando si invoca l’Europa:
se i suoi cittadini, o i suoi Stati, o
l’Europa parallela che Macron sta costruendo con Londra che non è più nell’Ue,
o la Commissione guidata da Von der Leyen che non ha competenze in politica
estera.
Non si
sa neanche fino in fondo il significato della manifestazione che il 15 marzo
chiederà che l’Europa “dica qualcosa”, “parli con una voce sola”.
Per
dire cosa?
Per
quale politica estera, in un’Unione che su pace e guerra è divisa?
A
motivare lo scandalo non è l’inaudita incapacità europea di concepire negoziati
di pace con Mosca, ma la brutalità di Trump:
è lui il nemico, accusato di umiliare Zelensky
e costringerlo alla bandiera bianca. Tanto i morti non sono i nostri.
Lo
scandalo avrebbe senso se si parlasse di Gaza e degli aiuti Usa a Israele.
Ma su Russia e Ucraina cosa si chiede?
Che
l’Europa negozi con Mosca un comune sistema di sicurezza oppure che inasprisca
ancor più la conflittualità, contro la distensione tentata da Trump?
E che vuol dire “difesa europea anziché
riarmo” (posizione Pd), se manca una comune politica estera e diplomatica?
Venerdì
alla Casa Bianca Zelensky si è infilato da solo nella tremenda trappola ripresa
in mondovisione.
Per
capire l’evento tragico va vista l’intera conferenza stampa, e non solo
l’esplosione finale.
La conferenza non era cominciata male, Trump
aveva elogiato l’esercito ucraino, ma Zelensky ha fatto di tutto per scatenare
lo scontro.
ù Ha
parlato di Putin come di “un killer e un terrorista”, ha ripetuto che Mosca ha
violato ben 25 volte gli accordi di tregua.
Ha
mostrato a Trump le foto di ucraini maltrattati dall’esercito russo e ha
provocato il vicepresidente Vance: “Quale tregua?”.
Inoltre ha reclamato un’assistenza militare
Usa che equivalga di fatto al sostegno garantito dalla Nato.
Trump
è un affarista neocoloniale che non esita ad accaparrarsi parte delle ricchezze
minerarie ucraine (o russe se il Donbass resta russo) ma ha detto una cosa
assennata:
io sono al di sopra delle parti – ha ripetuto
– non posso insultare Putin e al tempo stesso negoziare sulla fine dei
bombardamenti.
Sarebbe
stato ben più brutale se avesse detto un’ulteriore verità:
l’Ucraina,
la Nato e l’Europa hanno perso la guerra, ora si tratta di capire come mai è
scoppiata.
I
continui allargamenti della Nato, la trasformazione dell’Ucraina in un
fortilizio, il trattamento oppressivo delle minoranze russe e della loro
lingua:
tutto
questo è vissuto come minaccia esistenziale a Mosca, non dall’invasione del ’22
ma dal 2008.
Va
ricordato che fu Trump nel primo mandato ad armare Kiev con i temibili missili
anticarro “Javelin”, cruciali nella guerra odierna:
Zelensky l’ha giustamente evocato nella
conferenza stampa.
Si
legge sui giornali che l’Europa si riunisce finalmente per contrastare Trump.
E farebbe bene se lo contrastasse su Israele,
cosa che non fa.
Farebbe
bene se difendesse l’Onu vilipesa da Washington anziché la Nato.
Fa
molto meno bene quando si presenta come Europa atlantista, fingendo d’ignorare
la sconfitta storica della Nato e il radicale distacco statunitense
dall’Europa.
Fuori
posto è anche lo sdegno per il negoziato Washington-Mosca, che in un primo
momento esclude Zelensky ed europei.
È una
lamentazione volutamente smemorata.
Quando
fu abbattuto il Muro di Berlino e cominciò a prefigurarsi l’unificazione
tedesca (in realtà fu un’annessione della Germania Est), furono Bush padre e
Gorbaciov a negoziare bilateralmente.
Solo in un secondo momento le trattative si
estesero alle due Germanie e ai firmatari degli accordi postbellici, Regno
Unito e Francia.
Allora
la procedura apparve naturale.
Gli
unici che potevano sbloccare le cose erano Washington e il Cremlino.
Ora
invece si protesta, e non perché l’Europa sia più forte ma perché è diventata
più inconsistente, più asservita alle industrie militari, meno addestrata alla
diplomazia.
L’Unione
è condannata all’irrilevanza se non richiama all’ordine rappresentanti
pericolosi per la pace come Von der Leyen o l’estone Kaja Kallas, Alto
rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza:
un
personaggio, quest’ultimo, che non ha mai fatto autocritica su quanto disse nel
maggio ’24, poco prima d’esser nominata:
“Non è
una cattiva idea lo smembramento della Federazione russa in tante piccole
nazioni”.
Quanto
a Von der Leyen, memorabili sono le parole dopo il vertice euro-atlantico di
Londra:
l’Ue
deve trasformare l’Ucraina in un “riccio d’acciaio indigesto a invasori” come
la Russia.
Il
capo dell’esecutivo Ue non spiega come procedere, perché la politica estera e
di difesa non è per fortuna di sua competenza.
Se
parla così è perché si mette al servizio delle industrie militari, non dei
governanti e ancor meno dei popoli.
Un sondaggio dell’Istituto inglese “Faldata”
rivela che i cittadini europei sono ostili alla strategia del riccio d’acciaio:
una forte maggioranza di elettori francesi,
tedeschi e inglesi vuole ridurre le spese militari o almeno mantenerle ai
livelli attuali (il 66% in Francia, il 53 in Germania, il 54 nel Regno Unito).
Dice
James Kanagasooriam, capo dell’istituto di sondaggi:
“I
poteri politici sono alle prese con un enorme nodo gordiano”.
È il
nodo gordiano che lega indissolubilmente le politiche neoliberali di austerità
alla militarizzazione dell’Unione.
Il
“Piano Riarmo Europa” presentato martedì da Von der Leyen conferma in pieno il
nodo gordiano.
È
annunciato un esborso di 800 miliardi di euro entro quattro anni:
“Si
apre un’era di riarmo.
Questo
è il momento dell’Europa.
Siamo
pronti a passare a una velocità superiore”.
Una
parte dei fondi europei destinati alla coesione sociale, territoriale e
ambientale sarà dirottata verso il riarmo.
È
sperabile che qualcuno fermi la Commissione.
Almeno
per quanto riguarda i confini orientali d’Europa il pericolo è lei, non Trump.
Mantenere il dominio dell'escalation:
Trump e l'influenza predominante
dei
"sostenitori di Israele."
Unz.com
- Alastair Crooke – (16 settembre 2025) – ci dice:
L'attacco
al team negoziale di Hamas riunito a Doha segna la fine di un'intera era e
"una nuova realtà" per il Qatar.
L'attacco
al team negoziale di Hamas riunito a Doha per discutere la "proposta
Witkoff Gaza" non è solo un'altra "operazione delle IDF" da
passare sotto silenzio (come la decapitazione di quasi tutto il governo civile in
Yemen).
Segna
piuttosto la fine di un'intera era e "una nuova realtà" per il Qatar.
È un
evento epocale.
Per
decenni, il Qatar ha giocato una partita molto redditizia: sostenere i
jihadisti radicali di An-Nusra in Siria come leva contro l'Iran, mantenendo al
contempo basi militari americane e una partnership strategica con Washington.
“ Doha
si è presentata come mediatrice, cenando con i jihadisti e fungendo da
facilitatore del Mossad”.
Fu
questo approccio multidirezionale a dare al Qatar la reputazione di
"beneficiario eterno" nelle crisi mediorientali e in Afghanistan.
Anche
quando Israele, Iran o Arabia Saudita furono sotto attacco, Doha ne uscì
avvantaggiata.
I qatarioti contarono con calma i profitti
derivanti dal loro gas e si godettero il ruolo di intermediari indispensabili.
Ora
questa favola è finita: non ci saranno più "zone sicure".
La cosa più significativa è che gli Stati
Uniti (riportato
dal canale israeliano 11) avevano approvato l'azione di cui Trump è stato poi
informato.
Pur
mettendo in discussione l'attacco, “Trump ha affermato di aver applaudito
qualsiasi uccisione di membri di Hamas”.
Avremmo
dovuto prevederlo.
L'attacco
di Doha è stato l'ennesimo attacco a sorpresa di Trump e Israele, uno schema
iniziato con l'attacco a sorpresa alla leadership di Hezbollah riunita per
discutere di un'iniziativa di pace statunitense, una metodologia poi copiata
per l'operazione di decapitazione iraniana del 13 giugno, proprio mentre Trump
pubblicizzava l'avvio dei colloqui sul JCPOA con il “team di Witkoff” nei
giorni successivi.
E ora,
con la "proposta di pace" di Trump per Gaza presentata come esca per
radunare i leader di Hamas in un unico luogo a Doha, Israele ha colpito.
Il “piano
di Witkoff” per Gaza sembra una presa in giro; o forse una finta deliberata.
Perché
Israele aveva già deciso di porre fine al ruolo del Qatar.
La
logica israeliana è fondamentalmente semplice e cinica, indipendentemente dal
numero di basi americane o dall'importanza del gas per l'economia globale.
L'uccisione
di “Ismail Haniya” a Teheran, gli attacchi in Siria e Libano, l'operazione in
Qatar:
sono
tutti anelli di un'unica catena:
Netanyahu (e la maggioranza in Israele lo
sostiene in questo) dimostra metodicamente che non ci sono territori proibiti;
nessuna norma di legge;
nessuna
Convenzione di Vienna per lui in Medio Oriente.
Il
sostegno al genocidio e alla pulizia etnica di Israele; l'incapacità di compiere alcuno
sforzo serio per preparare un percorso politico per una soluzione sull'Ucraina;
l'affidarsi
invece alla guerra, mentre si proclama la pace, tutto questo rappresenta
l'essenza dell'approccio di Trump:
un
esercizio di escalation di dominio, sia in patria che all'estero.
L'intera
nozione di “Make America Great Again” (MAGA) sembra basarsi sull'uso calibrato
della belligeranza, dei dazi o della potenza militare per mantenere un
potenziale continuo di escalation del dominio a lungo termine.
Trump
sembra pensare che raggiungere il dominio in patria e all'estero sia l'essenza
del MAGA.
E che
questo può essere ottenuto attraverso un dominio calibrato – venduto alla sua
base MAGA chiamando tali minacce di portare "pace" o negoziare un
"cessate il fuoco".
L'enfasi
sull'escalation del dominio ha anche a che fare con la trasformazione delle
guerre – nella mente di Trump – in enormi imprese a scopo di lucro degli Stati
Uniti.
L'idea
di trasformare Gaza in un progetto di investimento redditizio sottolinea lo
stretto legame tra la guerra e il fare soldi.
Idem
per l'Ucraina, che è diventata una manna per la lavanderia a gettoni degli
Stati Uniti.
Non
crediate che gli Stati Uniti non torneranno a una guerra particolare, a tempo
debito.
Questo
è il motivo per cui la scala dell'escalation non viene mai completamente
abbandonata o rimossa, perché il suo continuo appoggiarsi al muro esterno di un
conflitto offre un ritorno a qualche forma di ulteriore escalation in un
momento successivo (ad esempio in Ucraina).
Tutti
questi cartelli hanno fatto suonare un campanello d'allarme a Mosca.
Il viaggio di Trump ad Anchorage – dal punto
di vista russo – è stato quello di imparare (se possibile) quanto siano strette
le catene che legano Trump;
qual è
l'estensione della sua libertà di agire autonomamente; ciò che vuole;
E cosa
avrebbe potuto fare dopo.
Per i
russi, la visita ha dimostrato quali sono i limiti.
Yuri
Ushakov, principale consigliere di Putin per la politica estera, ha spiegato
che a Tianjin, durante il vertice della SCO, si sono svolti colloqui con tutti
gli alleati strategici della Russia;
si è capito che c'era stato un ritardo nelle
pressioni sulle sanzioni offerte da Trump sulla Russia, ma non è stata
implementata alcuna delle strutture per proseguire i negoziati.
Nessuna
struttura, nessun gruppo di lavoro, nessun ulteriore scambio in preparazione
del cosiddetto incontro trilaterale tra Trump, Zelensky e Putin.
Nessuna
preparazione per un ordine del giorno; nessuna preparazione per i termini.
Ciò
anticipava le intenzioni future di Trump:
nessuna
struttura, nessun segnale, nessun vero impegno per la pace.
I russi, invece, vedono un regime di Trump che
sta giocando con l'opposto, con i piani europei di riarmare l'Ucraina.
L'aggressione
congiunta di Israele e Stati Uniti contro l'Iran, e l'attacco di ieri al Qatar,
sono eventi della stessa sostanza ideologica, che servono a confermare
l'influenza predominante dei sostenitori di "Israel First" e di
coloro che, nei circoli attorno a Trump, nutrono antichi rancori contro la
Russia, derivanti da radici religiose simili.
Il
predominio di questa politica incentrata su Israele ha frammentato la base MAGA
di Trump.
Ha – più in generale – compromesso in modo
permanente il soft power globale e l'affidabilità diplomatica degli Stati
Uniti. Eppure Trump, stretto nella sua morsa, non osa lasciarla andare:
farlo
significherebbe rischiare l'autodistruzione.
Israele
sta portando avanti una seconda Nakba (pulizia etnica e genocidio) a Gaza e in Cisgiordania, mentre la
società ebraica rimane in gran parte intrappolata nella repressione e nella
negazione, proprio come nel 1948.
Il
controverso documentario della regista israeliana “Neta Shoshani” sulla guerra
del 1948 è stato vietato in Israele perché ha messo in luce molti dei difetti
dell'etica alla base della creazione dell'identità dello Stato nascente.
Shoshani
ha scritto di recente a proposito del suo film:
"Mi
sono resa conto all'improvviso che negli ultimi due orribili anni l'intera
questione dell'ethos israeliano è stata completamente distrutta":
"Ho
capito che un ethos ha un grande potere, che contiene la società entro certi
confini.
E
anche se quei confini vengono violati – e certamente lo furono già nel 1948 –
c'era ancora qualcosa nei codici morali della società che almeno la faceva
vergognare.
Così,
per decenni, quell'ethos ha salvaguardato la società [israeliana] e l'esercito,
costringendoli a mantenere certi limiti".
"E
quando quell'etica cade a pezzi, è davvero spaventoso. Da questo punto di
vista, il film è stato difficile da guardare fin dall'inizio, ma dopo gli
ultimi due anni è diventato insopportabile"...
L'avvertimento
di Shosani è che quando i confini etici di una società vengono cancellati in un
bagno di sangue (come nel 1948), questa perdita della struttura dell'ethos può mettere
in pericolo la legittimità dell'intero progetto, portando all'autodistruzione
mentre lo stato supera tutti i limiti umani.
Questa
oscura intuizione – molto pertinente al presente – potrebbe essere proprio uno
dei tentacoli che legano Trump senza riserve alla sopravvivenza finale di
Israele. (Probabilmente,
ci sono anche "altri forti vincoli" invisibili).
Ciò
avviene in un momento in cui gli Stati Uniti si stanno allontanando sempre di
più dalla bozza della “Defence Planning Guidance” (DPG) del 1992, nota come
"Dottrina Wolfowitz", che richiedeva agli Stati Uniti di mantenere
una superiorità militare indiscussa per impedire l'emergere di rivali e, se
necessario, di agire unilateralmente per proteggere i propri interessi e scoraggiare
potenziali concorrenti.
L'attuale
bozza della “Strategia di Difesa Nazionale” si sta allontanando dalla Cina,
concentrandosi sulla sicurezza della patria e dell'emisfero occidentale.
Le truppe saranno richiamate, inizialmente per
rafforzare il confine.
“ Will
Schryver” scrive :
"Elbridge
Colby ha apparentemente aperto gli occhi sulla realtà: è troppo tardi per
arrestare il dominio cinese sul Pacifico occidentale.
Sapeva
già che una guerra contro la Russia era impensabile. L'unica opzione
strategicamente significativa rimasta è l'Iran".
Forse
anche Colby capisce che qualsiasi ulteriore fallimento militare degli Stati
Uniti mostrerebbe fatalmente la spacconata geostrategica di Trump come un bluff.
Potremmo
assistere a una nuova serie di importanti cambiamenti geopolitici, poiché Trump
abbandonerà gli sforzi per essere "percepito come un pacificatore
globale".
Trump
stesso probabilmente non sa cosa vuole fare – e con molte fazioni che cercano
di sgomitare nello spazio strategico vacante, probabilmente si rivolgerà a
quelle tattiche di guerra israeliane che ammira così tanto.
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