I progressisti e la democrazia.

 

I progressisti e la democrazia.

 

 

 

Democrazia sana. Il modello

in crisi è quello progressista.

Ilgiornale.it - Giovanni Orsina – (11 giugno 2025) -

 

Le notevoli difficoltà che incontra l'opposizione in Italia, e che affliggono la famiglia progressista in tutto l'Occidente, trovano alcune spiegazioni.

Democrazia sana. Il modello in crisi è quello progressista.

Una famiglia politica che abbia occupato per anni una posizione di egemonia, nel momento in cui quell'egemonia viene meno, non può che patire una crisi esistenziale.

Stando per decenni al centro dello spazio pubblico ha avuto vita facile, ha potuto minimizzare le proprie differenze interne, si è impigrita, disabituata a seguire le curve della storia e raccogliere il consenso porta a porta.

Di fronte al nuovo mondo che sorge sulle macerie della sua egemonia, perde coesione e lucidità, alza i toni, insegue fantasmi, nega la realtà.

Questo è accaduto alla famiglia politica liberale cent'anni fa, dopo la Grande Guerra.

Questo sta accadendo oggi, di certo non soltanto in Italia, alla famiglia politica progressista.

Chi lamenta il malessere della democrazia farebbe bene a partire da qui.

 

L'egemonia, innanzitutto.

Con una certa pigrizia ideologica, siamo abituati a ripetere che gli ultimi decenni sono stati dominati dal neoliberalismo.

Ovvero che ha regnato la destra.

 È una mezza verità.

 I processi di globalizzazione economica sono sì stati legittimati da una retorica neoliberale che, nata a destra, nel corso degli anni Novanta è stata accettata anche a sinistra.

Ma, al contempo, abbiamo pure assistito all'ampliarsi, e non di poco, dei diritti individuali, civili e sociali;

 al moltiplicarsi e irrobustirsi dei vincoli giuridici creati dai processi d'integrazione sovranazionale;

al profondo mutamento della moralità, in direzione di un'etica universalistica, egualitaria e inclusiva che tende a sterilizzare, quando non annullare, le identità territoriali.

 Tutte queste trasformazioni accettate dalla destra così come il mercato lo è stato dalla sinistra si sono compiute nel segno di un'assai gagliarda capacità egemonica, culturale e politica, del progressismo.

Oggi quest'amalgama di diritti individuali, integrazione sovranazionale ed etica universalistica viene rifiutato da segmenti importanti, in alcuni casi maggioritari, dell'opinione pubblica.

Che includono, peraltro, larga parte dei ceti sociali un tempo orientati a sinistra.

 Lo dimostra con grande chiarezza, nel referendum di domenica, il risultato del quesito sulla cittadinanza, vera cartina al tornasole dello stato di salute del progressismo.

Pressoché ovunque in Occidente, così, la famiglia politica progressista è entrata in una profonda crisi che dura ormai da almeno un decennio, e della quale per il momento non si vede la fine.

 

Per uscirne, i membri di quella famiglia seguono in ordine sparso tre strategie differenti.

 La prima consiste nel riconoscere la legittimità delle nuove sfide storiche e modificare pragmaticamente l'offerta politica progressista così che possa sperare di affrontarle con successo.

La seconda nel negare invece qualsiasi legittimità a quelle sfide e nel difendere a spada tratta il vecchio mondo così com'era.

 La terza nello spingere il progressismo su posizioni ancora più radicali, nella convinzione che esso abbia fallito non per i suoi limiti intrinseci, ma perché non è stato abbastanza coerente e rigoroso. In particolare, perché è stato troppo tenero con il mercato.

 

In forma pura o mista, queste tre strategie sono tutte ben visibili nell'operato dell'attuale opposizione italiana.

Un po' grossolanamente, potremmo dire che il “centrosinistra di Renzi e Calenda” è a cavallo fra la prima posizione e la seconda, là dove la sinistra di “Avs” è saldamente attestata sulla terza posizione.

Il Partito Democratico adotta con le sue diverse anime tutte e tre le strategie, anche se la sua segretaria Elly Schlein mette insieme la seconda e la terza.

 Il Movimento 5 stelle, fedele alla propria natura ibrida, cerca di congiungere le due strategie più distanti, la prima e la terza.

Le notevoli difficoltà che incontra l'opposizione in Italia, e che affliggono la famiglia progressista in tutto l'Occidente, trovano così due spiegazioni:

la crisi di consensi dell'ordine storico nel quale, sia pure al prezzo di doversi ingoiare una generosa dose di economia di mercato, i progressisti occupavano comunque una posizione egemonica;

le profonde divisioni generate dalla compresenza di tre modi diversi di affrontare quella crisi, non sempre compatibili l'uno con l'altro in particolare, il primo con gli altri due.

 

Sul campo, certo, le contraddizioni astratte possono sempre essere gestite dalla politica, che in fin dei conti è un esercizio pratico e non teorico.

Di fronte a una sfida storica di questa portata, però, di politica ce ne vuole molta, e molto buona.

È lecito dubitare che il referendum abbia rappresentato un passo nella direzione giusta.

 

 

 

La “Guerra Santa” di Netanyahu

Vacilla: Sette Fronti,

 Zero Vittorie.

Conoscenzealconfine.it – (16 Settembre 2025) - Mohamad Hasan Sweidan – ci dice:

 

La “guerra su più fronti” di Israele, che dura da due anni e guidata dall’autoproclamata “missione storica e spirituale” di Benjamin Netanyahu, sta minando il sostegno internazionale e alimentando il riconoscimento palestinese, trasformando i guadagni militari a breve termine in un’imminente sconfitta strategica.

Da quasi due anni, Israele sta conducendo quella che Netanyahu definisce una “guerra su più fronti.”

 Questa guerra, oltre a Gaza, include Libano, Siria, Iraq, Yemen, Cisgiordania occupata e Iran.

 In una delle sue interviste, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato di sentirsi impegnato in una “missione storica e spirituale” e di essere “profondamente legato” alla visione della Terra Promessa e del Grande Israele. Con queste parole, Netanyahu conferma che quella che definisce una “guerra su più fronti” è motivata da motivazioni sia religiose che politiche.

 

Il pericolo risiede nel fatto che Netanyahu e la destra sionista religiosa radicale credono che il mondo debba avvicinarsi all’orlo di una grande guerra “affinché il Messia discenda e lo salvi”.

 Per questo motivo, incoraggiano il proseguimento e l’espansione della violenza a Gaza, in Libano, Iran e oltre, vedendo questa come “l’era del Messia”.

 

I Sette Fronti della Guerra.

Il 9 ottobre 2023, appena due giorni dopo l’”Operazione Al-Aqsa Flood,” durante un incontro con i sindaci delle città di confine meridionali colpite dall’attacco del 7 ottobre, il Primo Ministro israeliano ha dichiarato che la risposta di Tel Aviv all’assalto multi-fronte senza precedenti lanciato dai combattenti palestinesi da Gaza “cambierà il Medio Oriente”.

Da quel momento, è diventato chiaro che la guerra non sarebbe rimasta confinata a Gaza, ma che Israele l’avrebbe estesa per raggiungere il suo obiettivo principale, ovvero un nuovo ordine regionale in cui l’equilibrio di potere favorisca Tel Aviv.

I leader israeliani hanno ripetutamente affermato di combattere simultaneamente su sette fronti:

 Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Cisgiordania occupata e Iran, descrivendo tutti questi conflitti come mirati a un “asse guidato dall’Iran” che presumibilmente cerca di “distruggere lo Stato ebraico”.

 

Per raggiungere questo obiettivo, Israele persegue due strade principali:

 indebolire i suoi nemici e imporre con la forza il rispetto degli altri stati della regione, compresi gli alleati degli Stati Uniti.

Sulla prima strada, Israele si è affidato ad attacchi militari diretti, inquadrandoli come “guerre su più fronti” con una logica “difensiva”.

Per quanto riguarda la seconda strada, ovvero imporre il rispetto degli accordi con la forza, Israele ha ripetutamente attaccato la “nuova Siria”, uno stato non più ostile a Israele o agli Stati Uniti, e ha occupato parti del suo territorio.

 Le aperture costantemente positive della Siria verso Tel Aviv non hanno scoraggiato Israele che ha continuato nei suoi attacchi e nella continua occupazione.

 

Nel frattempo, il recente attacco israeliano al Qatar il 9 settembre si inserisce in due percorsi paralleli della sua politica.

Il primo è diretto ai leader politici di Hamas, a indicare che non esiste un rifugio sicuro per loro in nessuna parte del mondo.

 Il secondo trasmette un messaggio chiaro al Qatar e agli altri alleati degli Stati Uniti nella regione:

l’approccio di Israele non si basa su interessi condivisi, ma sul timore delle conseguenze.

Le alleanze basate su interessi comuni sono una cosa, e l’obbedienza imposta attraverso la paura è un’altra.

In questa fase, questo è esattamente il messaggio che Trump cerca di inviare agli stati della regione:

 “Obbeditemi, o non posso garantire che Israele rimarrà lontano da voi”. Fondamentalmente, questo avvertimento è rivolto a tutti gli stati della regione, senza eccezioni.

 

Gli stati della regione devono comprendere che ciò che un tempo proteggeva le loro capitali dall’aggressione Israele - USA era la presenza dell’Asse della Resistenza, che ha mantenuto per anni un equilibrio di deterrenza regionale.

Una volta indebolito questo asse, Israele è stato liberato dai vincoli e ha iniziato a operare senza limiti.

Non bisogna dimenticare che il Qatar è ufficialmente designato come “principale alleato non NATO” degli Stati Uniti, uno status conferito dall’amministrazione Biden dal marzo 2022.

 Inoltre, il Qatar ospita la base aerea di Al-Udeid, che è molto più di una base militare convenzionale, ma funge da quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) nella regione, rendendolo uno dei centri strategicamente più importanti per Washington a livello mondiale.

Ma niente di tutto ciò ha impedito a Tel Aviv di attaccarlo.

Cosa ha ottenuto Israele?

Dobbiamo iniziare definendo il risultato strategico.

Nelle relazioni internazionali, un risultato strategico può essere definito come il raggiungimento di obiettivi a lungo termine che rimodellano l’equilibrio di potere, rafforzano la sicurezza dello Stato o espandono l’influenza nel sistema internazionale.

Il risultato strategico differisce dai guadagni tattici o operativi a breve termine in quanto “produce cambiamenti nelle strutture fondamentali di interazione tra Stati e attori non statali”.

Ciò significa che il risultato strategico deve consolidare un vantaggio duraturo nell’arena geopolitica.

 

Da questa prospettiva, Israele non è riuscito finora a ottenere alcun risultato strategico in Asia occidentale.

 Al contrario, negli ultimi due anni, ha accumulato una serie di guadagni tattici che cerca di trasformare in vantaggi strategici.

 

A Gaza, Tel Aviv non è ancora riuscita a eliminare Hamas, e in Libano non è riuscita a smantellare Hezbollah, pur essendo riuscita a indebolire entrambi i movimenti di resistenza.

In Iran, i suoi tentativi di cambiare il regime o di dissuadere Teheran dal sostenere i movimenti di resistenza sono falliti.

 In Yemen, le sue azioni non hanno fermato il sostegno di Sanaa a Gaza.

 

Pertanto, il nocciolo della battaglia attuale è impedire a Tel Aviv di trasformare i suoi guadagni tattici in guadagni strategici consolidati.

 Se Israele non riesce a eliminare la resistenza palestinese, non riesce a isolare e disarmare Hezbollah in Libano, vede l’Iran continuare a sostenere i movimenti di resistenza e il discorso anti-egemonia, e se il fronte di sostegno yemenita rimane saldo, allora Israele avrà esaurito il massimo del suo potere per imporre una realtà regionale che gli garantisca una superiorità temporanea, neutralizzando la resistenza per un certo periodo, ma rimanendo fragile e insostenibile nel medio e lungo termine.

 

L’esito di questa lotta dipende in ultima analisi dalla capacità degli oppositori di Tel Aviv di superare le molteplici sfide create dalle sue guerre in Asia occidentale. O le forze della resistenza riescono a sventare i tentativi di Tel Aviv di trasformare guadagni temporanei in un risultato strategico a lungo termine, oppure Tel Aviv e Washington riescono a sfruttare questi guadagni tattici per imporre una nuova realtà strategica che serva i loro interessi.

 

Sorge quindi una domanda cruciale: quale prezzo ha pagato Israele per raggiungere i suoi attuali “risultati”?

In un recente articolo intitolato “Israele sta combattendo una guerra che non può vincere”, “Ami Ayalon”, ex capo della Marina israeliana ed ex direttore dello “Shin Bet”, scrive:

“La rotta che Israele sta attualmente seguendo eroderà i trattati di pace esistenti con Egitto e Giordania, approfondirà le divisioni interne e acuirà l’isolamento internazionale.

Alimenterà un maggiore estremismo in tutta la regione, intensificherà la violenza religioso-nazionalista da parte di gruppi jihadisti globali che prosperano nel caos, indebolirà il sostegno dei politici e dei cittadini statunitensi e provocherà un aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo”.

Conclude affermando: “La deterrenza militare di Israele è stata ripristinata, dimostrando la sua capacità di difendersi e dissuadere i suoi nemici. Ma la sola forza non può smantellare la rete di delegati dell’Iran né garantire una pace e una stabilità durature a Israele per le generazioni a venire”.

 

Inoltre, a causa dei crimini israeliani a Gaza, la responsabilità della catastrofe umanitaria è passata da Hamas a Israele.

Per molto tempo, Tel Aviv ha cercato di dipingere Hamas come il principale responsabile della difficile realtà umanitaria di Gaza.

Tuttavia, l’aggressività illimitata di Israele ha minato questo tentativo.

 

Un sondaggio condotto dal Ministero degli Affari Esteri israeliano per valutarne la reputazione a livello globale ha rilevato che gli intervistati di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia ritengono che la maggior parte delle persone uccise da Israele a Gaza siano civili.

 Il sondaggio ha anche rivelato che gli europei, in particolare, “concordano nel definire Israele uno stato che pratica il genocidio e l’apartheid, nonostante la loro opposizione ad Hamas e all’Iran”.

Inoltre, un recente sondaggio della “Quinnipiac University” ha indicato che il 37% degli elettori statunitensi sostiene i palestinesi, rispetto al 36% che sostiene gli israeliani.

 Il rischio di queste cifre è che mostrino che Israele sta perdendo terreno nell’opinione pubblica occidentale, il che potrebbe rendere il sostegno a Tel Aviv una questione chiave nelle future elezioni occidentali.

Inoltre, nove stati hanno completato le procedure legali necessarie per riconoscere formalmente lo Stato di Palestina lo scorso anno, il più grande incremento annuale dal 2011: Barbados, Giamaica, Trinidad e Tobago, Bahamas, Norvegia, Irlanda, Spagna, Slovenia, Armenia.

Questi riconoscimenti hanno portato il totale globale da 138 a 147 nel 2024, il che significa che quasi tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite (147 su 193) riconoscono ufficialmente lo Stato di Palestina.

Inoltre, tre dei principali alleati degli Stati Uniti – Francia, Regno Unito e Canada – hanno annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato palestinese, mentre diversi altri Paesi stanno prendendo in considerazione la stessa iniziativa.

 Questo segna un cambiamento significativo che isola ulteriormente Israele, in un contesto di crescente preoccupazione internazionale per la crisi umanitaria di Gaza.

Questi tre Paesi diventeranno i primi membri del G7 a riconoscere formalmente uno Stato palestinese, una chiara sfida per Israele.

 Se dovessero procedere, gli Stati Uniti rimarrebbero l’unico membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a non riconoscere la Palestina.

 

Una Nuova Dottrina di Combattimento.

Non c’è dubbio che il 7 ottobre abbia segnato una svolta nella strategia militare di Israele.

Da quella data in poi, Israele abbandonò per la prima volta la dottrina di combattimento stabilita da David Ben Gurion, il Primo Ministro israeliano.

Le guerre lampo non erano più la sua opzione preferita, la questione del recupero dei prigionieri non era più una priorità centrale e la soglia per le perdite umane e materiali in qualsiasi confronto militare aumentò significativamente.

Questo cambiamento costringe tutti gli stati della regione a ricalibrare le proprie strategie per adeguarle alla nuova dottrina di combattimento di Tel Aviv.

È importante sottolineare che Ben Gurion progettò la dottrina di combattimento di Israele per adattarla alle sue realtà geografiche e demografiche.

Questo potrebbe aver spinto il colonnello israeliano in pensione “Gur Laish”, ex capo della pianificazione bellica dell’Aeronautica Militare israeliana e un partecipante chiave alla pianificazione strategica dell’esercito, a pubblicare un documento il 19 agosto presso il “Begin-Sadat Center for Strategic Studies”, in cui metteva in guardia i leader israeliani dall’adottare una nuova dottrina di sicurezza che ignorasse i limiti del potere di Israele.

Tuttavia, resta aperta la seguente domanda cruciale:

Netanyahu riuscirà a dimostrare l’efficacia del nuovo approccio di Israele, oppure l’abbandono della dottrina di Ben Gurion segnerà l’inizio della fine di Israele?

(Mohamad Hasan Sweidan).

(Traduzione a cura di Old Hunter).

(giubberossenews.it/2025/09/13/la-guerra-santa-di-netanyahu-vacilla-sette-fronti-zero-vittorie/).

 

 

 

 

l vero nemico dei progressisti

è la democrazia?

Centromachiavelli.com - Gianmaria Pisanelli – (19 gennaio 2024) – ci dice:

 

“L’Occidente e le democrazie devono guardare alle primarie americane come l’inizio di una straordinaria e spettacolare resa dei conti tra populismo e democrazia che riguarda ognuno di noi”.

 (M. Molinari, La Repubblica).

In vista delle elezioni americane del 2024, si moltiplicano gli allarmi di politici e opinionisti di sinistra per i rischi che correrebbe la democrazia in caso di un successo di Trump.

 Ciò che temono questi autorevoli pensatori è che il popolo americano, come già ha fatto nel 2016, possa eleggere un presidente che loro considerano non un semplice avversario ma un nemico giurato, in quanto portatore di un pensiero populista e nazionalista e avversario dichiarato della ideologia globalista e wokeista.

 

Senza minimamente entrare nel merito della figura controversa dell’imprenditore e miliardario repubblicano, e delle sue iniziative spesso discutibili e talvolta difficilmente difendibili, l’aspetto interessante di queste polemiche sta nella assoluta dissonanza fra ciò che viene denunciato e la realtà dei fatti.

Nei quattro anni di presidenza Trump non sono state proposte riforme autoritarie o comunque contrarie alla costituzione, né le regole procedurali e istituzionali che presidiano la democrazia statunitense sono mai state messe in discussione. In altri termini, non è stato sferrato alcun ‘attacco’ alla democrazia.

 

Quello che viene enfaticamente presentato dai progressisti come un pericolo per la democrazia va inteso in realtà come il rischio che possa prevalere, come è fisiologico in un sistema retto da libere elezioni, un loro avversario.

A ben vedere, un assunto aberrante, che tuttavia vediamo rilanciato da anni ogni volta che si presentano in qualche tornata elettorale personaggi estranei e ostili alle quei poteri globalisti di cui la sinistra è garante dichiarata.

 È successo per la Le Pen in Francia, per Orban in Ungheria, e ovviamente per Giorgia Meloni nel nostro Paese, e il copione è sempre lo stesso:

 se vincono loro, vuol dire che il popolo ha votato male, che non è maturo né culturalmente preparato a esercitare in modo adeguato il diritto di voto.

A questo orientamento sempre più marcato e ormai onnipresente su tutta la stampa mainstream italiana e internazionale, ha fornito una base teorica e una dignità culturale il filosofo americano “Jason Brennan”, nel suo libro del 2016 “Contro la democrazia”.

La versione italiana del libro venne pubblicata nel 2018, quindi nel pieno del periodo traumatico che aveva fatto seguito all’ “annus horribilis “delle élite globaliste (successo del referendum sulla Brexit ed elezione di Trump), caratterizzato da reazioni rabbiose e classiste contro il popolo “che non sa votare” e i leader sovranisti “che mettono in pericolo la democrazia”.

 

Gli intellettuali di sinistra erano impegnati in quella fase a schernire l’ignoranza degli agricoltori britannici o l’analfabetismo primordiale dei” red neck” dell’America più profonda, cui contrapponevano la saggezza e la capacità dei ceti abbienti e metropolitani di scegliere i candidati più illuminati e dediti al bene comune, cioè quelli progressisti.

Di qui l’emergere di proposte solo apparentemente provocatorie, come quella della “patente per votare”, scaturita dal pensiero profondo e sofferto di autentici guru della sinistra nostrana (fra i quali Michele Serra e Corrado Augias), che lo individuavano come uno strumento necessario per limitare l’elettorato attivo ai competenti e ai consapevoli azzerando in questo modo i rischi di governi sovranisti o comunque ostili ai poteri sovranazionali, Unione europea in primis.

D’altronde, se c’è una costante nel pensiero nel mondo progressista italiano degli ultimi 30 anni, è la scarsissima fiducia negli elettori e in generale dei cittadini italiani, che non a caso lo ha indotto più volte a proporre e sostenere governi tecnici, cioè formati da personaggi estranei alla politica e quindi sottratti al giudizio e al controllo democratico.

Da Amato a Ciampi, da Monti al Draghi del 2021, la sinistra ha sempre guardato con estremo favore a questo tipo di esecutivi, proprio per la loro distanza dalle esigenze e dalle aspettative dei cittadini, e per il loro impegno nella implementazione di programmi per lo più dettati o addirittura predisposti a Bruxelles, e generalmente contrastanti con gli interessi nazionali.

 

L’idea di fondo del “ceto mediatico-politico progressista” è quella per cui le grandi scelte strategiche, a partire da quelle economico-sociali-ambientali, ma in seconda istanza anche quelle attinenti i c.d. diritti civili, debbano essere esclusivo appannaggio di una élite di tecnocrati, capaci di trascendere gli interessi immediati del popolo per proiettarsi su obiettivi di lungo periodo, finalizzati al benessere dell’intero pianeta.

E in tal senso l’architettura istituzionale della Unione europea risponde largamente a questa esigenza, con un Parlamento che ha scarsissimi poteri di iniziativa e sostanzialmente destinato a ratificare le decisioni della Commissione, organo decisionale formato da politici e burocrati nominati dai governi e che non rispondono in alcun modo ai cittadini.

 

Ma, naturalmente, se anche il modello di Bruxelles soddisfa le aspirazioni elitiste del mondo progressista, non altrettanto può dirsi dei sistemi di governo nazionali, ancora legati al rito anacronistico del voto popolare.

Ed ecco dunque che le proposte di studiosi come “Brennan” tornano molto utili, specie laddove si ancorano a considerazioni di apparente buon senso:

“Se ci rifiutiamo di tollerare una pratica medica o il lavoro dell’idraulico privi di conoscenza e competenza, dovremmo trattare con lo stesso metro il votare inconsapevolmente”.

(Il sottinteso, ovviamente, è che a votare consapevolmente siano solo gli elettori di sinistra).

 

I veri rischi per la democrazia, in realtà, nascono proprio quando intellettuali, veri o presunti, avanzano idee come quella di subordinare il diritto di voto a esami che accertino la preparazione culturale, almeno nella misura in cui queste suggestioni siano in grado di diffondere l’idea deleteria per cui le scelte politiche di un Paese siano questioni troppo serie per essere affidate ai cittadini.

 

In definitiva, nel momento in cui individua nel popolo votante il peggior pericolo per la democrazia, emerge con forza nel discorso progressista tutta la recente deriva ideologica di marca wokeista, non a caso nata negli Stati Uniti, e poi tracimata in Europa.

L’intolleranza per le tesi degli avversari, la convinzione manichea di essere impegnati in una lotta mortale contro il male dei nazionalismi e dei populismi, la delegittimazione morale di chiunque metta in discussione i nuovi dogmi (dalla sottrazione della sovranità ai singoli Paesi al cambiamento climatico di origine antropica, dal totalitarismo sanitario alla educazione gender nelle scuole), costituiscono altrettanti pilastri teorici della sinistra, sempre più in sintonia con gli obiettivi dichiarati delle élite finanziarie che concentrano nelle proprie mani le leve del potere reale.

 E giacché questi obiettivi non sembrano molto promettenti né auspicabili per la stragrande maggioranza dei cittadini occidentali, questi finiscono inevitabilmente per riversare i propri consensi elettorali a quelle forze politiche che si presentano come alternative al sistema.

 

Di qui risultati come quello del 2016, quando, malgrado l’opera di meticolosa demonizzazione dei media e l’aperta ostilità dell’establishment mediatico e politico, Trump ha battuto la favoritissima Hillary Clinton, o anche del 2020, quando ha perso di misura contro Biden, raccogliendo oltre 74 milioni di voti, il numero di consensi più alto mai conseguito da un candidato non vincitore.

 

Il divario tra il modello di società perseguito da questa potente casta di illuminati, o autoproclamatisi tali, e gli interessi del 98% dei cittadini si fa sempre più incolmabile, e il dibattito politico viene inevitabilmente condizionato da questa circostanza.

Gli allarmi lanciati quasi quotidianamente dagli editorialisti quando ci si avvicina a importanti consultazioni elettorali dove i vituperati populisti possono realisticamente aspirare a un successo, hanno dunque ben poco a che vedere con rischi di torsioni autoritarie o anti democratiche, ma rivelano, molto semplicemente, la loro preoccupazione per i possibili intralci o ritardi che potrebbero derivarne alla realizzazione di quel mondo – per loro – idilliaco, in cui la gente “non avrà nulla e sarà felice”.

(Gianmaria Pisanelli).

 

 

 

 

Destre rabbiose, limiti dei

 progressisti e futuro della

democrazia in America Latina.

Altreconomia.it - Federico Nastasi — (11 Aprile 2024) – ci dice:

 

Dal golpe alla Moneda al nuovo ordine globale.

Dove sta andando l’America Latina?

Ne abbiamo parlato con “Alfredo Luis Somoza”, tra le voci più interessanti sul continente.

Nel suo ultimo libro ha raccolto infatti quarant’anni di lavoro e di preziosi racconti al pubblico italiano.

Dando alla cronaca un profondo significato storico.

 

“Javier Milei” in Argentina,” Luiz Inácio Lula da Silva” in Brasile, elezioni in molti Paesi, narcotraffico che si sostituisce allo Stato.

 Dove sta andando l’America Latina?

Ne abbiamo parlato con “Alfredo Luis Somoza”, una delle voci più interessanti sul continente, a partire dal suo ultimo libro, “Mezzo secolo di America Latina. Dal golpe alla Moneda al nuovo ordine globale” (edizioni Rosenberg & Sellier).

Un testo che raccoglie quarant’anni di lavoro di un italoargentino che ha raccontato l’America Latina al pubblico italiano.

 Un lavoro eclettico, che si avvale degli attrezzi di vari mestieri:

le interviste del giornalista, la prospettiva dello storico, lo sguardo del viaggiatore, i filtri dell’analista geopolitico.

 Il libro di Somoza ha il pregio di mescolare la cronaca con la prospettiva di lungo periodo, unire i fili degli eventi per svelarne il senso storico.

 

Somoza, partiamo dall’attualità.

Si dice super-ciclo elettorale per riferirsi al 2024 dell’America Latina, con sei elezioni presidenziali (Messico, El Salvador, Venezuela, Repubblica Dominicana, Uruguay e Panama), importanti elezioni locali in Cile, Costa Rica e Brasile.

C’è un denominatore comune tra queste elezioni?

“ALS”. Come in Europa, anche in America Latina vincono le opposizioni (dal 2018, in nessun Paese, eccetto Paraguay e Nicaragua, hanno vinto i governi uscenti, ndr).

 Il caso più eclatante è la vittoria di “Milei” in Argentina, un voto contro il governo peronista.

Il Messico dovrebbe essere un’eccezione, con la riconferma del partito di governo di centrosinistra, e l’elezione di “Claudia Sheinbaum”, la sindaca della capitale.

C’è poi l’Uruguay -governato da un centrodestra moderato, dopo 15 anni di governi di centrosinistra del “Fronte Amplio”- da osservare per capire se nei Paesi con democrazie più stabili vale la regola che premia l’opposizione.

 Purtroppo non sapremo che cosa succede in Venezuela, dove le elezioni sono truccate in partenza.

Ma i venezuelani hanno già votato con i piedi, un quarto della popolazione ha abbandonato il Paese.

 In Repubblica Dominicana conterà molto l’effetto della crisi haitiana.

Nelle elezioni locali potrebbe esserci un recupero delle posizioni più centriste.

 

Abbiamo visto negli ultimi tempi un’ascesa delle destre estreme.

 Nel libro si parla dei “nipotini di Pinochet” per indicare la destra cilena odierna.

“ALS” Il leader dei repubblicani cileni,” José Antonio Kast”, si definisce nostalgico di Pinochet.

C’è una destra emergente, in Ecuador, Colombia, Brasile, che ha rotto il monopolio delle destre conservatrici e ha vinto grazie al consenso di leader forti, come Jair Bolsonaro.

 È una destra rabbiosa, ha reintrodotto una dimensione ideologica, nostalgica delle dittature militari degli anni 1970.

 Un grado di ideologia che non troviamo a sinistra.

 

E il presidente argentino, “Milei”, qual è il bilancio dopo i primi mesi di governo?

“ALS”. Non credo sarà un ciclo politico veloce.

Ci sono “due Milei”, quello con problemi di salute mentale, che follemente mette a rischio le relazioni con Paesi vicini per polemiche ideologiche;

 c’è poi il Milei che ha portato in pareggio il bilancio dello Stato, ha stoppato l’emissione di moneta, accumulato riserve nella Banca centrale, ridotto l’inflazione.

Certo, la situazione sociale è terrificante, ma la povertà al 40% l’ha lasciata il governo peronista.

Dietro Milei avanzano altre forze, come la ministra dell’Interno che vuole imporre un modello di sicurezza senza Stato di diritto, o la vicepresidente che prova a riscrivere la memoria storica dei tempi della dittatura.

L’opposizione peronista è in imbarazzo, travolta dagli scandali di corruzione del governo uscente.

Tra un anno si rinnovano le Camere, dove “Milei” è in minoranza.

Il risultato dipenderà dall’andamento dell’economia e della lotta alla corruzione.

 

Riepiloga poi le esperienze dei governi progressisti latinoamericani di inizio 2000, la cosiddetta marea rosa che governava la regione.

Letti oggi, i limiti dei progressisti sembrano un preludio all’ascesa delle destre “rabbiose e ideologizzate”.

Qual è il bilancio di quei governi?

“ALS”. Quei progressisti, Chavez, Lula, Kirchner, capirono che la guerra fredda era finita, che l’America Latina aveva le mani libere per cercare il proprio posto nel mondo.

 Rilanciarono l’idea di unità regionale, nacquero unioni politiche e commerciali. Rimisero al centro lo Stato, sovranità nazionale, investimenti e politiche sociali, in rottura con l’idea dell’arricchimento personale in voga negli anni 1990.

 In alcuni Paesi per la prima volta i profitti del petrolio e gas furono redistribuiti tra le classi popolari.

Ma c’è una parte negativa:

il tentativo di alcuni di farsi classe dirigente perpetua, associato alla corruzione.

 E poi hanno ignorato il problema dell’insicurezza e il narcotraffico, i cui effetti sono evidenti oggi e colpiscono in particolare le classi popolari.

È un periodo chiuso, le sinistre di oggi sono diverse e sono tornate al governo per altri motivi.

“Lula” non è stato eletto per cambiare il Paese, ma per salvare la democrazia.

 Oggi è più difficile costruire un blocco, come quello di inizio anni 2000.

 Petro e Boric sono alleati di Lula, ma sono tre sinistre diverse.

 

A proposito di relazioni con il mondo, lei scrive che “l’America Latina, a differenza degli Stati Uniti, è la figlia non riconosciuta dell’Europa”.

Che cosa significa?

“ALS”. L’America Latina è il luogo dove si aggiorna il concetto di Occidente.

Prima del 1492 Occidente era l’Europa cristiana a Ovest di Gerusalemme.

 Con Colombo la casa della cristianità si allarga.

La storia americana inizia nei Caraibi e in Messico, prima che negli Stati Uniti.

Poi l’Occidente è diventato il club dei Paesi ricchi e America Latina è stata estromessa.

Barack Obama, nella sua storica visita a Cuba nel 2016, disse “Todos somos americanos”, riconoscendo che quel mondo fa parte dell’Occidente.

 Le deboli relazioni euro-latinoamericane sono il segno di questa assenza di memoria e di prospettiva strategica.

L’America Latina è un partner strategico con il quale l’Europa potrebbe costruire una relazione forte.

 

Nel libro appare spesso la figura di Simón Bolívar, 1783-1830, uno dei liberatori dell’America spagnola.

Lo cita anche l’ex presidente colombiano, il conservatore Álvaro Uribe, in una delle interviste raccolte nel suo libro.

Che cosa rappresenta oggi Bolívar per i latinoamericani?

“ALS”. È una persona speciale.

 Fa parte della generazione dell’indipendenza, dei grandi ideali dell’Ottocento. Oltre a essere stato un militare vincente è stato un politico, ragionava in termini di unità tra i Paesi che avevano condiviso l’esperienza coloniale spagnola.

 Provò a costruire gli Stati Uniti del Sudamerica, un blocco che contasse a livello globale.

Avremmo avuto tre Americhe:

la ex colonia portoghese, la spagnola e quella anglosassone.

 La sconfitta politica di Bolívar portò alla frammentazione e alla subalternità.

Ma il suo progetto è rimato nella testa dei latinoamericani di tutte le generazioni, non solo di sinistra.

 I progetti Unasur, Celac, Mercosur, si fondano sulle idee di Bolívar.

Molti hanno lavorato contro queste idee.

Penso al presidente argentino degli anni Novanta, “Menem” (uno degli intervistati nel libro, ndr), voleva relazioni con il primo mondo, così l’Argentina divenne socio esterno dalla Nato e partecipò alla guerra del Golfo.

 

“Lei” ha lasciato l’Argentina perseguitato dalla dittatura militare.

 Nel 1982 arrivò in nave come rifugiato politico a Genova.

Aveva ventitré anni, cinquantamila lire in tasca, non parlava l’italiano e non aveva contatti importanti.

Da allora inizia la sua carriera giornalistica, a Radio Popolare a Milano conduce la prima rubrica radiofonica in Italia sull’attualità e la cultura latinoamericana, pubblica libri, articoli, reportage, inizia il cammino per diventare una delle voci più autorevoli in Italia sull’America Latina.

Calvino diceva che chi comanda il racconto non è la voce: è l’orecchio.

L’Italia degli anni 1980 era curiosa verso l’America Latina. Oggi a un argentino che arrivasse in Italia che cosa consiglierebbe?

“ALS”. Arrivai durante l’ultimo ciclo della solidarietà internazionale contro i golpe degli anni Settanta, con la” Lega dei diritti dei popoli” abbiamo costruito un pezzo dell’archivio poi finito nel rapporto della “Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas” in Argentina.

L’America Latina non era politica estera, era politica interna, faceva parte del vissuto quotidiano italiano.

Ricordo che durante la guerra civile in El Salvador, 1979-1992, da Milano mandammo apparecchiature radio per trasmettere dalla linea del fronte, durante i collegamenti a volte sentivi anche gli spari.

Quel mondo è scomparso.

Oggi America Latina è un mondo esotico, si conosce il mojito, Shakira, i narcos, resi simpatici da Netflix.

 A un argentino arrivato in Italia non consiglierei di occuparsi di America Latina, non è un mercato che rende.

Populismo vs Progressismo:

Somiglianze e differenze.

Liberties.eu – (10 agosto 2025) – Redazione – ci dice:

 

Cosa significano questi termini, cosa definisce un populista o un progressista, e come sono simili o diversi?

Populismo e progressismo sono due movimenti politici che stanno ricevendo molta attenzione in questi giorni.

Sia in Europa che altrove, molti paesi hanno eletto governi che sono stati definiti populisti, mentre le politiche e i partiti progressisti stanno guadagnando sempre più sostegno.

Ma cosa significano questi termini, cosa definisce un populista o un progressista, e come sono simili o diversi?

 

Cos'è il populismo?

In parole povere, il populismo è una strategia politica che si appella al "popolo" mettendolo contro le "élite" che sono accusate di non rispettare la volontà o le preoccupazioni del popolo.

È importante notare che il populismo non è intrinsecamente legato a una certa ideologia politica, o anche a un lato dello spettro politico.

Barack Obama e Donald Trump, che non condividono quasi nessun credo politico, sono stati entrambi definiti populisti.

Lo stesso vale sia per Silvio Berlusconi che per Jeremy Corbyn.

 

Gli inizi del populismo: come è nato, dove si trova oggi.

Il populismo risale alla Repubblica Romana, da cui prende il nome.

 I Populares - che in latino significa "favorire il popolo" - erano una fazione politica che sosteneva la causa dei plebei contro la classe dirigente.

 Da allora l'etichetta è stata applicata a vari politici, partiti e movimenti in tutto il mondo, e da tutto lo spettro politico.

 

Ma quando il populismo è discusso nel contesto dell'Europa di oggi, è più spesso usato per parlare di populisti autoritari - leader che guadagnano sostegno attraverso la messaggistica populista, ma governano in un modo che in realtà favorisce le élite e destabilizza le stesse istituzioni democratiche che proteggono i diritti e le libertà della "gente comune".

 Il primo ministro ungherese Viktor Orban o Janez Janša della Slovenia sono due esempi.

I populisti europei autoritari spesso dividono la società lungo linee etniche o religiose, dove i bianchi sono la "gente comune" e le ONG, i media, le celebrità e persino i giudici sono ritratti come le élite.

E i populisti autoritari ritraggono queste "élite" come se si preoccupassero solo di proteggere e promuovere i diritti e i bisogni dei "gruppi esterni" a spese della "gente comune".

 I membri degli out group possono includere i migranti, le persone LGBTQI, gli immigrati, i disabili - persino le donne sono considerate membri di un out group.

 

Anatomia del populismo.

Il "popolo" è minacciato dalle "élite" che stanno rovinando il paese e sono da biasimare per le difficoltà della gente comune.

 

I populisti autoritari vogliono ripristinare vecchie gerarchie sociali e vecchie tradizioni che tengono le persone emarginate separate in qualche modo dal resto della società.

Per realizzare i loro obiettivi, i populisti autoritari hanno bisogno di smantellare alcune istituzioni democratiche, come una magistratura indipendente, e gli standard dei diritti umani in modo da poter approvare leggi discriminatorie.

Questo va di pari passo con l'eliminazione delle voci critiche, siano esse della società civile o dei media.

 Questi ultimi sono spesso ripresi, direttamente o indirettamente, dal governo e poi usati per promuovere la sua propaganda.

 

Cos'è il progressismo?

Nella sua essenza, il progressismo riguarda l'uguaglianza, i diritti umani e la parità di protezione e trattamento ai sensi della legge.

Incarna anche il rispetto per la democrazia, poiché questo sistema e le sue istituzioni politiche proteggono meglio i valori progressisti e i diritti fondamentali.

 

Gli inizi del progressismo: come è nato, dove si trova oggi.

Questa definizione di progressismo si attiene alle sue origini.

Filosofi del XVIII secolo come “Immanuel Kant” e “Nicolas de Condorcet” concepirono il progressismo come qualsiasi movimento verso una società più civile, sicura e giusta.

Porre fine alla schiavitù, aumentare l'uguaglianza di genere e l'accesso all'istruzione, e affrontare la disuguaglianza economica, erano i principi del primo pensiero progressista.

Oggi, "progressismo" può significare qualcosa di leggermente diverso da paese a paese.

 Negli Stati Uniti, per esempio, il progressismo è ora fortemente legato alle questioni ambientali e alla lotta contro il cambiamento climatico, o alla riforma dei servizi sociali e della polizia.

 C'è anche una forte enfasi sui diritti dei lavoratori e sul contenimento del potere aziendale.

Ma quando i sostenitori dei diritti umani parlano di progressismo, si vuole suggerire il sostegno ai principi dei diritti umani, dello stato di diritto e della democrazia - cose che secondo molti non dovrebbero essere controverse o fonte di disaccordo, ma lo sono molto nell'Europa di oggi.

 

Anatomia del progressismo.

Il progressismo riguarda il progresso dell'umanità lontano dalla barbarie e verso la creazione di comunità libere, prospere e sicure dove tutti hanno l'opportunità di contribuire e le stesse possibilità di successo.

Le politiche di governo dovrebbero cercare di ridurre le disuguaglianze sociali, incluse quelle economiche e di genere, e smantellare la discriminazione strutturale e istituzionale.

 

Tutte le persone hanno diritti umani, e i diritti di ogni persona sono importanti quanto quelli di chiunque altro.

Allo stesso modo, ad ogni persona dovrebbero essere garantite le stesse protezioni dalla legge.

Lo stato di diritto deve essere rispettato per assicurare il corretto funzionamento di un governo democratico, dove i diritti e il benessere di ogni cittadino sono di primaria importanza quando si elaborano leggi e politiche.

Populismo vs. progressismo: quali sono le somiglianze e le differenze?

Populismo e progressismo sono simili in quanto entrambi sostengono di agire per il bene di tutti, e in particolare della "gente comune".

 Entrambi i movimenti politici promettono di arricchire la vita della gente comune e promettono di legiferare a questo scopo.

Ma anche questa singolare somiglianza è fuorviante, perché progressisti e populisti definiscono la "gente comune" - o anche "tutti" - in modo diverso.

Come detto prima, i populisti europei autoritari definiscono "il popolo" come la gente bianca, e più specificamente i cristiani bianchi.

 E piuttosto che voler veramente aiutare il "popolo", i populisti autoritari vogliono mettere le persone una contro l'altra, incolpando le minoranze e altri gruppi per le difficoltà della "gente comune" e anche per le mancanze del governo stesso.

 

I progressisti, d'altra parte, sono più inclusivi.

 Vogliono sinceramente che ogni membro della società abbia la stessa possibilità di contribuire e avere successo.

 Piuttosto che evidenziare ciò che ci rende diversi gli uni dagli altri, come fanno i populisti autoritari, i progressisti puntano a ciò che abbiamo tutti in comune, ciò che ci unisce, e ritraggono le nostre differenze come fonti di forza e di arricchimento culturale, piuttosto che debolezze o cose da temere.

 

Forse la più grande differenza, quindi, è che i progressisti credono e lavorano per l'uguaglianza, mentre i populisti autoritari lavorano attivamente per creare società non eque.

 E questo significa indebolire o sbarazzarsi di persone, organizzazioni o istituzioni che aiutano a salvaguardare l'uguaglianza e la parità ai sensi della legge.

I gruppi della società civile e i giudici indipendenti sono spesso in cima a questa lista.

 

Cosa riserva il futuro al populismo e al progressismo?

Entrambi i movimenti - progressismo e populismo autoritario - sono risorti negli ultimi anni.

 L'ascesa di Fidesz in Ungheria e del PiS in Polonia è avvenuta sull'onda del sostegno ai politici di destra e nazionalisti in Europa.

 Hanno anche trovato il successo in Italia, nella Repubblica Ceca, in Slovenia e in molti altri paesi dell'UE.

 Il loro successo è in parte dovuto alla Grande Recessione e alla crescente disuguaglianza economica, e in parte perché gli autoritari sono stati più bravi a far passare i loro messaggi.

 

Anche il progressismo, nel frattempo, sta godendo di maggiore sostegno.

 I partiti verdi in Germania, Francia e altrove stanno avendo un successo senza precedenti nei sondaggi, mentre le iniziative politiche progressiste stanno entrando nel mainstream negli Stati Uniti, nel Regno Unito e altrove.

 Ma per poter finalmente superare la linea ed andare al potere, i progressisti devono essere più bravi a mostrare alla gente cosa hanno in comune.

 Devono anche assicurarsi che le persone abbiano ciò di cui hanno bisogno per andare avanti nella vita, in modo da non essere vulnerabili alle tattiche divide et impera dei populisti autoritari.

Per ora, nulla è deciso.

I governi populisti autoritari nell'UE sono, per la maggior parte, ben radicati.

 In alcuni posti, come l'Ungheria, hanno avuto così tanto successo nel cambiare la legge, nell'eliminare le voci critiche e nell'erodere lo stato di diritto che è difficile vederli perdere presto le elezioni.

Non è più vero che tutti i paesi dell'UE hanno elezioni libere ed eque, quindi anche il calo del sostegno potrebbe non significare la fine di alcuni populisti autoritari. Ma se i progressisti sono in grado di migliorare la loro messaggistica e raccogliere ancora più sostegno per cause critiche come l'uguaglianza e la protezione ambientale, potrebbero essere in grado di invertire la tendenza e superare i populisti autoritari.

 

 

 

È A PEZZI IL MONDO DEI

PROGRESSISTI NON LIBERALI.

  Pensalibero.it - Raffaello Morelli – (26 Giugno 20259 – ci dice:

Da qualche anno gli avvenimenti sono sempre più estranei al mondo dei progressisti non liberali.

Che restano avvinti al mondo da loro stabilito a tavolino in base all’obbligo del politicamente corretto e non sono più in grado di cogliere il senso degli eventi.

 Un po’ alla volta viene sospinto ai margini della realtà politica.

Perché il loro politicamente corretto è autoreferenziale e lontano dai cittadini per principio. 

Avviene in larga parte dell’Occidente, l’Italia in prima fila.

 

Da qualche anno gli avvenimenti sono sempre più estranei al mondo dei “progressisti non liberali”.

Che restano avvinti al mondo da loro stabilito a tavolino in base all’obbligo del politicamente corretto e non sono più in grado di cogliere il senso degli eventi.

 Un po’ alla volta viene sospinto ai margini della realtà politica.

Perché il loro politicamente corretto è autoreferenziale e lontano dai cittadini per principio. 

Avviene in larga parte dell’Occidente, l’Italia in prima fila.

 

Le sconfitte dei progressisti non liberali rispetto ai populisti sono cresciute di continuo fino ad esplodere con la rielezione di Trump a Presidente USA.

Così, non riuscendo a trovare il bandolo di un mondo reale tanto lontano dal loro modello (nonostante il sostegno dato da parecchi mezzi di informazione), i progressisti non liberali hanno perso la testa.

 Secondo loro, Trump sbaglia sempre e i suoi errori minacciano la democrazia.

 Tali pregiudizi hanno effetti controproducenti.

 Aiutano i non progressisti ad avere il voto dei cittadini delusi dalle scelte di chi non ascolta le loro esigenze preferendo imporre il proprio politicamente corretto.

 

In questi ultimi giorni, l’attitudine a perdere la testa si è confermata inquadrando in maniera distorta le vicende Israele Iran e le decisioni in ambito NATO.

 Quanto alle prime, ha iniziato D’Alema dalla Gruber (che lo lasciava dire) incolpando duramente Israele per gli attacchi a Gaza, trascurando il terrorismo di Hamas e agevolando di fatto l’anti semitismo.

Poi, dopo il notevole successo dei bombardieri USA capaci di eludere ogni sorveglianza, i progressisti non liberali hanno cominciato in coro a mettere in dubbio quel successo.

 Non smettendo neppure dopo che perfino gli oltranzisti dell’Iran hanno colto il significato del raid contro le centrali nucleari (per impedire che l’IRAN arrivasse alla bomba atomica minacciando Israele) ed hanno accettato la tregua ultimativa richiesta da Trump.

Il quale ha esagerato nel paragonare il suo raid a Hiroshima e Nagasaki, pur tuttavia una svolta è innegabile anche se non definitiva (quella definitiva ci sarà solo quando l’Iran e i suoi alleati cancelleranno dai rispettivi documenti fondanti la folle pretesa di distruggere Israele).

 

Quanto alla distorsione delle decisioni della NATO, i progressisti non liberali innanzitutto danno alla NATO un ruolo improprio, facendone organo di cultura politica e non solo militare.

Da qui fingono di non sapere che è stata la Nato ad incitare l’Ucraina per anni a non rispettare gli accordi con la Russia e a provocare l’autocrazia di Mosca fino ad indurla all’invasione.

Infine, non contenti, fanno della richiesta di Trump di portare il contributo Nato di ogni Stato membro al 5%, una specie di riarmo per favorire la guerra, e quindi da condannare.

 Oltretutto, molti giornalisti dell’area progressista non liberale, provano a sminuire l’intesa Nato raggiunta all’Aja da realizzare entro il 2035, scrivendo che è un’intesa formale e non di fatto (ricordiamo che si tratta di un’intesa scritta, conseguente il riconoscere come la Nato, se vuole avere un senso, debba andar oltre l’ombrello USA e meno male che con il 5% ha iniziato a farlo).

Il modo di pensare dei progressisti non liberali è ben rappresentato dall’intervista di Romano Prodi su “La Stampa” del 25 giugno.

Prodi è una persona capace con ampia esperienza di governo a vari livelli.

Eppure parla del futuro solo rimpiangendo il passato.

Inizia con un concetto surreale:

viviamo una fase nuova nella quale domina l’idea che la forza è tutto e tutto decide.

Un’idea che si accompagna al disprezzo per il diritto”.

 Surreale non tanto perché da sempre a decidere è la forza (delle idee, per i liberali), quanto perché non definisce quale sarebbe il diritto disprezzato. 

A meno che per Prodi il diritto disprezzato sia la Carta dell’Onu di cui ricorrono gli 80 anni.

Infatti afferma “il sogno che prese corpo nel primo dopoguerra, purtroppo è finito”.

Un simile concetto è tipico del progressismo non liberale, dal momento che la Carta dell’Onu, come l’Onu stessa, non si fonda sul voto dei cittadini bensì su accordi tra diversi paesi, eccetto molti Stati islamici ed anche lo Stato Vaticano.

 In una parola il mondialismo non è lo spirito dell’Occidente.

 In più Prodi pare scordare che l’unica effettiva novità del dopoguerra fu l’Europa dei Trattati di Roma, che puntava a superare gli Stati tradizionali di potere e a coinvolgere i suoi liberi cittadini.

 

Prodi prosegue sviluppando il concetto del non riconoscersi nei rapporti in maturazione:

 “sono convinto che gli ultimi avvenimenti abbiano saldato un rapporto per il quale Putin ha mani libere sull’Ucraina e Trump, in accordo con Israele, in Medio Oriente”.

Quindi trascura le parole di Papa Francesco, che la Nato aveva abbaiato alle porte della Russia.

È già un’omissione grave.

 Poi va oltre: “andiamo verso un equilibrio di autoritarismi che potrà dare anche una stabilità al mondo.

 Ma sarà una stabilità terribile perché tiene conto solo di chi ha il potere e non dei popoli “.

 Intanto in Medio Oriente il solo paese che si fonda sul potere dei cittadini è Israele (che in quell’area molti vorrebbero distruggere e di cui il raid dei bombardieri ha fatto crescere la sicurezza).

E in Ucraina il sobillatore per anni è stato la Nato.

Inoltre che la prospettiva del mondo debba essere la stabilità è un altro tipico concetto dei progressisti non liberali, troppo inclini al privilegiare le burocrazie.

La prospettiva da far crescere a ritmi incessanti è la libertà di scambio tra i cittadini nella loro diversa individualità.

 

Dopodiché Prodi fa trasparire il suo anti-trumpismo quale derivato del progressismo non liberale e afferma “oggi, il coordinatore degli autoritarismi è proprio il Paese che così a lungo ha sostenuto il cammino opposto: il cammino della democrazia”.

Ora non c’è dubbio che Trump sia un personaggio fuori dagli schemi, ma è un pregiudizio da progressista intento ad imporre il suo punto di vista definirlo un autocrate, nonostante sia stato eletto due volte dagli americani su un programma di cambiare quanto è stagnante all’interno del proprio paese e a livello dei rapporti internazionali.

 

Avviandosi a concludere il suo dire, Prodi ricorda che “l’euro e l’allargamento, che sono gli ultimi due grandi progetti europei, risalgono a decenni fa”.

Date esatte, ma giudizio errato, salvo che si aggiunga alla parola progetti la specifica “precipitosi”.

Di fatti, l’esperienza fatta da allora ha dimostrato che l’allargamento UE è stata una concessione (dovuta a Maastricht contro lo spirito dei Trattati di Roma) all’idea di anteporre il potere degli stati al far maturare prima degli ingressi i criteri della libertà civile.

Di nuovo l’esperienza ci fa vedere che pure l’Euro è una violazione dello spirito dei Trattati del 1957.

 Non a caso l’Euro include solo il 70% dei paesi membri UE ed è stato costruito senza la base di una politica economico fiscale comune degli stati UE.

 Vale a dire, anche l’Euro è frutto della logica di essere Stati forti, non Stati fondati sulla maturazione delle scelte dei cittadini.

 

Infine Prodi conclude il suo panorama politico con una proposta che senza equivoci appartiene al mondo dei progressisti non liberali.

 “Ora dovremmo fare un referendum finalmente europeo per abolire la regola paralizzante dell’unanimità…. per difendere i diritti, servono decisioni e per farlo è necessario un referendum che chiami a pronunciarsi 350 milioni di elettori per stabilire se l’Europa sarà in futuro in grado di decidere”.

 Una proposta dai toni pacati ma in logica impositiva.

Togliere la regola dell’unanimità, richiede prima di farne maturare la convinzione nei cittadini, altrimenti il referendum sarebbe un tentativo plebiscitario dagli esiti ad oggi del tutto dubbi (che non escludono affatto il fallimento).

Nel complesso, è certo che sia a pezzi il mondo dei progressisti non liberali.

La ragione sta nel loro non rassegnarsi alla dinamicità della vita.

Il loro mantra è imporre le proprie idee del politicamente corretto.

 Non accettano che la convivenza migliori e muti al crescere della conoscenza tramite il conflitto democratico tra le iniziative dei cittadini diversi sperimentate e valutate in base ai risultati che esse danno.  

(Raffaello Morelli).

 

 

 

 

Sánchez in America Latina tra

 diplomazia progressista e rilancio

del dialogo euro-latinoamericano.

  Ispionline.it – (25 Lug 2025) – Elena Marisol Brandolini – ci dice:

 

Da Santiago del Cile, il premier spagnolo lancia insieme a Boric l’iniziativa “Democracia Siempre”, con l’obiettivo di rafforzare il multilateralismo e la cooperazione tra paesi democratici.

America Latina

“Sta nascendo qualcosa di grande, in un momento in cui la democrazia è sotto attacco”: conclude così il presidente della Repubblica cilena “Gabriel Boric” l’incontro, che ha organizzato lo scorso lunedì nel palazzo de La Moneda, dal titolo “Democracia Siempre”, ospitando i presidenti del Brasile Lula da Silva, della Colombia Gustavo Petro, dell’Uruguay Yamandú Orsi e del governo spagnolo Pedro Sánchez.

 A settembre, in occasione dell’Assemblea Generale dell’Onu, torneranno a riunirsi, ma questa volta ci saranno anche i presidenti di Stato o di governo del Messico, dell’Honduras, del Canada, dell’Australia, del Sudafrica, del Regno Unito e della Danimarca.

 Un movimento progressista articolato nelle diverse parti del globo, che nel 2026 si ritroverà in Spagna, da opporre all’internazionale della reazione, dell’odio e delle bugie che sta mettendo in rischio le libertà e i diritti fondamentali.

 Perché “è ora di passare all’offensiva”, proclama Sánchez, che assieme a “Lula” è l’ideatore dell’iniziativa, immaginata un anno fa, durante i lavori della scorsa Assemblea delle Nazioni Unite.

 

I temi trattati nell’incontro si riferiscono a tre obiettivi:

il rafforzamento delle istituzioni e del multilateralismo, la lotta alla disinformazione e la riduzione delle diseguaglianze.

Sono contenuti in una “Dichiarazione congiunta”, in cui i leader riuniti a Santiago si augurano che il processo appena avviato interpelli altri paesi, avvalendosi della partecipazione attiva delle università, dei parlamenti, della società civile, dei media e del settore privato.

 E reclamano per il cessate il fuoco a Gaza e l’accesso degli aiuti umanitari nella Striscia. 

 

Pensiamo che il progressismo mondiale debba mettersi insieme quando le tenebre arrivano, per aiutare ad accendere la luce in un mondo che si dibatte nell’irrazionalità, che sta distruggendo il multilateralismo e che ricorre alle bombe”, enfatizza “Petro”.

Per dotarsi di una proposta comune e concreta che faccia “atterrare la democrazia con elementi tangibili come la disinformazione e solleciti l’autocritica quando la democrazia regredisce nei nostri paesi”, spiega Orsi.

 Perché “siamo di fronte a una nuova offensiva antidemocratica e la democrazia liberale non è stata capace di rispondere alle inquietudini attuali”, sostiene Lula.

“Perciò è necessario rafforzare le istituzioni e il multilateralismo, costruire una governance digitale globale, lottare contro tutte le forme di disuguaglianza, realizzare una riforma tributaria perché i super ricchi assumano le loro responsabilità”.

E riafferma così l’impegno assunto assieme alla Spagna nella conferenza Onu di Siviglia sul sostegno allo sviluppo, per rendere il sistema fiscale internazionale più progressivo e perciò più equo.

 

“Preservare la democrazia è un dovere morale e un obiettivo politico”, afferma Sánchez.

Ci confrontiamo con un’internazionale reazionaria e tocca a noi progressisti guidare la risposta.

Anche perché è sempre più evidente che c’è una destra tradizionale che soccombe all’estrema destra”, dice, in chiara allusione al comportamento del “Partido Popular” in Spagna nei confronti di “Vox”. “Questo è un atto simbolico e politico, collaborare invece di stare ciascuno per proprio conto, perché nessuno si salva da solo”, sottolinea Boric.

 “Non è mai un momento sbagliato per rafforzare la democrazia e i diritti umani”, sostiene, in riferimento alle critiche dell’opposizione che ha ricevuto nel suo paese per avere organizzato quest’evento, con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni presidenziali cilene che si terranno nel novembre prossimo. 

 

Una scommessa che ha avuto un seguito nella continuazione del viaggio di Sánchez in Uruguay e in Paraguay, rafforzando così in Sudamerica la sua immagine di punto di riferimento politico per la sinistra globale.

 Un viaggio per rilanciare l’accordo tra Ue e Mercosur, che l’Unione europea dovrebbe approvare quest’autunno e che rappresenterebbe “la maggiore area di libero commercio al mondo”, sottolinea Sánchez, tanto più importante in un’epoca di “guerre commerciali imposte in modo ingiusto e unilaterale”. 

 

Una “giornata storica per il Paraguay, perché abbiamo avuto la visita di un presidente del governo spagnolo dopo 25 anni”, evidenzia orgoglioso il presidente conservatore “Santiago Peña”.

“In un mondo polarizzato in cui ci sono guerre combattute con bombe e guerre commerciali, non c’è futuro senza la cooperazione tra i paesi”.

 E proprio accordi di cooperazione sono stati firmati tra la Spagna e l’Uruguay, tra la Spagna e il Paraguay, alla presenza dei rappresentanti delle imprese spagnole e di quelle dei paesi ospitanti, per l’apertura commerciale e contro il protezionismo. 

In Uruguay, Sánchez è andato anche a trovare “Lucía Topolansky”, moglie di “Pepe Mujica”, recentemente scomparso.

Per il quale, come ha spiegato il presidente Orsi in conferenza stampa, si prevede di organizzare un ricordo solenne che coinvolga la regione sudamericana. 

(Elena Marisol Brandolini).

 

 

 

 

L’Europa libera e forte parla

da Ventotene.

La ricetta di Pina Picierno

  Formiche.net - Federico Di Bisceglie – (17/09/2025) – ci dice:

 

Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, racconta la prima Conferenza per la libertà e la democrazia tenuta sull’isola che fu culla del Manifesto federalista.

Un incontro che ha messo insieme voci e storie di dissidenti, da Naval’nja a Tsikhanouskaya, con l’obiettivo di trasformare la memoria in impegno e di costruire un network internazionale contro le autocrazie.

Da Ventotene all’Europa.

Ma un’Unione finalmente capace di difendere sé stessa e i propri valori.

Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, racconta a Formiche.net la prima Conferenza per la libertà e la democrazia tenuta sull’isola che fu culla del Manifesto federalista.

 Un incontro che ha messo insieme voci e storie di dissidenti, da Naval’nja a Tsikhanouskaya, con l’obiettivo di trasformare la memoria in impegno e di costruire un network internazionale contro le autocrazie.

Perché, spiega Picierno sulle nostre colonne, il tempo delle illusioni burocratiche è finito:

 la storia chiede all’Europa di agire.

Difesa comune, riforme istituzionali, crescita e competitività:

le ricette ci sono, ma serve la forza della politica per tradurle in realtà.

 

Presidente Picierno, la prima conferenza di Ventotene per la libertà e la democrazia l’ha immaginata come una testimonianza collettiva di “freedom fighters”.

 Quale messaggio è arrivato dall’isola?

Testimonianza, certamente.

Ma soprattutto un impegno, assunto da tutti.

Parliamo di esperienze che, nelle differenze, hanno un’unica ispirazione che attraversa tutti i continenti:

la libertà, la democrazia e la resistenza alle varie forme di repressione del dissenso. L’impegno è quello di formare un network di connessione e condivisione che da Ventotene le unisca e le sostenga.

A breve sarà costituita anche una fondazione, Libera e forte – Per l’Europa di Ventotene, che raccoglierà adesioni e competenze per uno spazio libero di studio e iniziativa politica su questi temi.

 

Dalle testimonianze che sono state ospitate, da Navalja a Tsicanoskaya, l’Europa può trarre nuova linfa per aumentare la propria consapevolezza sulle minacce reali che la circondano?

Partire da Ventotene non è stata una scelta casuale.

Da quest’isola prese le mosse il sogno di un’Europa federale e pacificata, nata dalle macerie dei conflitti, esempio di integrazione e democrazia per il mondo intero.

 È stato particolarmente significativo il monito del Presidente della Repubblica:

il mondo ha bisogno dell’Europa per non soccombere ai regimi e alle autocrazie. Questa è la nuova consapevolezza di cui vogliamo farci interpreti.

Per alcuni decenni abbiamo ripiegato su noi stessi, abbiamo delegato difesa, sicurezza, mercati e risorse energetiche ad altri attori globali, in un delirio burocratico costruito sui bilanci e la contabilità.

Mentre emergevano rischi e minacce alle stesse fondamenta della nostra convivenza che abbiamo fatto finta di non vedere.

 Ora la storia presenta il conto dei nostri limiti e dei nostri ritardi.

 

Più o meno in filigrana, da alcuni ragionamenti fatti sull’isola durante la kermesse, è tornato al centro il tema della Difesa Comune Europea.

È più facile vincere l’opinione pubblica (e i populisti di destra e sinistra contrari a questa scelta necessaria) oppure realizzarla davvero?

 

L’opinione pubblica non va vinta.

È un elemento imprescindibile della democrazia.

Resto convinta che accrescere e unire le capacità di difesa comune sia esigenza diffusamente avvertita.

Il bi-populismo fa molto rumore, ma è minoritario.

Quello che più mi preoccupa sono le ingerenze di regimi e autocrazie che si sviluppano attraverso la disinformazione e la propaganda.

 È un aspetto della guerra ibrida ancora non rilevato e contrastato sufficientemente.

 

A che punto siamo, in Europa, sui dossier emersi proprio a Ventotene?

 

Il Parlamento europeo è la più grande istituzione democratica transnazionale del pianeta.

 Per sua natura è legata tanto al portato ideale di Ventotene quanto alle rivendicazioni democratiche del mondo.

Dalla Presidenza di David Sassoli in poi, è diventato punto di riferimento concreto e morale di ogni lotta per la libertà ed è diventato l’avversario preferito dei regimi.

Ora c’è bisogno che questo patrimonio di politica estera e relazioni internazionali sia condiviso anche dalle altre due principali istituzioni europee.

Lo è solo in parte, per svariate ragioni.

La prima è che va cercato un nuovo equilibrio tra le istituzioni europee, a favore della parlamentarizzazione del nostro continente.

Un’Europa compiutamente federale e democratica è un’Europa più pronta ad affrontare le crisi internazionali e a sostenere i movimenti per la libertà nel mondo.

 

Mario Draghi a un anno dalla presentazione del suo rapporto sulla competitività, ha accusato l’Ue di “inazione”.

Come rispondere a questa sollecitazione?

Difficile dargli torto.

Dalla presentazione ad oggi abbiamo misurato la distanza tra la celebrazione di un contributo fondamentale per il futuro dell’Europa e la sua concreta attuazione. Una distanza abissale.

È il cuore della ragionevole critica che si può e si deve muovere alla Commissione e alla sua Presidente.

“Do something”, pronunciò quasi come una preghiera civile Mario Draghi, mesi fa. Da allora, il nulla, con una proposta di bilancio che lascia intravedere qualche spiraglio di coraggio, ma onestamente insufficiente.

 Stiamo ancora galleggiando tra le resistenze e i veti dei governi nazionali, compreso quello italiano, che nuotano solo quando l’acqua è ormai arrivata alla gola.

 

Nel suo recente discorso la presidente “Ursula von der Leyen” ha provato a tracciare una prospettiva sul futuro del Vecchio Continente.

Lei pensa che le soluzioni formulate possano essere percorribili per uscire dall’impasse?

 

Le soluzioni le conosciamo. Da tempo.

Liberare le nostre capacità produttive da troppi vincoli e “dazi” autoimposti, unire i nostri mercati, specie in ambito energetico e finanziario, adottare strumenti di debito comune per la crescita, l’industria e l’occupazione, irrobustire le nostre capacità tecnologiche e di conoscenza, mettere in comune e accrescere i nostri strumenti di difesa e sicurezza, in un quadro di riforme istituzionali credibile.

È tutto già scritto e detto da tempo. Serve la politica.

 Serve forza e consenso. Se saprà averne, resta da vedere.

Questo vale per tutti noi, tirarsene fuori è comodo quanto irresponsabile.

Ma a questa Commissione è stata offerta una larga e robusta fiducia dalle principali forze europeiste che non può essere dispersa.

 

 

 

Il vero nemico della Russia

è l’Unione Europea.

 Euractiv.it - Roberto Castaldi - EURACTIV Italia – (28 ago. 2025) – ci dice:

 

Russia-Ucraina, una guerra europea.

Il bombardamento russo sulla delegazione dell’Unione Europea a Kyiv mostra ancora una volta che il vero nemico della Russia è l’UE, il suo modello di democrazia liberale ed economia sociale di mercato – alternativo all’autoritarismo politico accoppiato all’oligarchia economica russa – cui aspirano le repubbliche ex sovietiche, e molti russi.

In Italia molti fingono di non capire che il vero nemico della Russia è l’UE, non solo l’Ucraina.

 Ma la sequenza è chiara.

 Nel 2013 l’Ucraina negoziava un Trattato di associazione con l’UE, che le avrebbe aperto le porte del mercato europeo.

 Putin” intimò al presidente “Yanukovich” di non firmare, e di aderire invece soltanto all’Unione Economica Euroasiatica, con cui la Russia cercava di legare a sé le ex repubbliche sovietiche.

Mentre l’UE era favorevole a che l’Ucraina partecipasse a entrambe per consolidare il ruolo di cerniera tra UE e Russia.

Yanukovich obbedì a Putin e gli ucraini scesero in piazza dell’Indipendenza, che divenne nota come l’“Euromaidan”.

Dopo che le forze dell’ordine di Yanukovich uccisero numerosi pacifici manifestanti, la protesta si diffuse.

 La Russia invase l’Ucraina annettendo la Crimea, mentre Yanukovich fuggì in Russia, lo Stato che stava invadendo il Paese di cui era presidente.

 

La Russia colpisce la delegazione dell'UE in Ucraina a Kyiv.

Secondo un alto funzionario dell’UE, giovedì la delegazione dell’UE in Ucraina a Kiev è stata colpita da attacchi aerei russi.

“La delegazione dell’UE a Kiev è stata danneggiata dagli attacchi russi di oggi su aree civili”, ha scritto …

 

L’idea che la guerra di Putin sia dovuta all’espansione della NATO è dunque ridicola.

La NATO aveva già bocciato la richiesta di ingresso da parte di Ucraina, Georgia, Moldova – gli Stati in cui sono presenti truppe russe in regioni separatiste fomentate da Mosca.

Mentre l’invasione dell’Ucraina del 2022 ha portato Svezia e Finlandia ad aderirvi, aumentando enormemente il confine diretto tra Russia e NATO.

L’UE è il vero nemico, per varie ragioni, che rappresentano una sfida al sistema autocratico russo e al suo revanchismo imperialista.

Nonostante tutti i suoi limiti l’UE porta benessere.

Un confronto tra le traiettorie economiche di Polonia, Ucraina ce lo mostra.

Nel 1989 il Pil della Polonia era 67 miliardi di dollari, meno di quello dell’Ucraina di 82 miliardi di dollari – d’altronde l’Ucraina ha un territorio e una popolazione maggiore, ed è molto più ricco di materie prime e con un’agricoltura molto fiorente.

 Ma l’ingresso nell’UE con l’accesso al mercato unico e alle politiche di coesione europeo ha radicalmente modificato la situazione:

nel 2020 il Pil polacco era di 594 miliardi di dollari e quello ucraino 155 miliardi di dollari. Ecco perché Ucraina, Georgia e Moldova ambiscono a entrare nell’UE.

 

Draghi: L'UE è la nostra migliore opportunità, ma agire ora per una sovranità europea.

Nel discorso al Meeting di Rimini Mario Draghi ha sostenuto la necessità di rafforzare l’integrazione europea per far fronte alle nuove sfide.

Per Draghi il 2025 segna la fine dell’illusione europea che “la dimensione economica portasse potere geopolitico nelle relazioni

 

L’UE è un modello di società aperta, fondata sulla democrazia liberale e lo stato di diritto.

 Tutto l’opposto dell’autocrazia russa, in cui il potere economico è affidato dallo zar ai suoi sodali, che possono essere rapidamente spogliati di tutto se esprimono il minimo dissenso, come accaduto a “Chodorkovskij”.

 

Economia e sicurezza dipendono dall'Europa.

La costruzione di una difesa europea è indispensabile per garantire la nostra sicurezza, essendo venuta meno la garanzia americana; e il rilancio dell’integrazione economica per garantire lo sviluppo e il benessere degli europei.

L’UE è con USA e Cina uno dei tre poli economici mondiali.

 E se si unisse politicamente sarebbe una delle grandi potenze mondiali, con cui la Russia – che un PIL inferiore all’Italia – non può competere. Il fatto che vi abbiano aderito i Paesi baltici e quelli dell’ex Patto di Varsavia è uno dei maggiori ostacoli all’obiettivo di Putin di ricreare l’impero russo.

Ed è la ragione per cui i servizi di intelligence di vari Paesi europei concordano che la Russia si prepari ad attaccare Paesi dell’UE entro il 2030.

La ragione è semplice:

deve farlo prima che l’UE si unisca politicamente e si doti di una difesa europea. Sperando così che il suo attacco porti alla sua dissoluzione, se i Paesi dell’Europa occidentale non saranno pronti a morire per Danzica, o Tallin, Vilnius, Riga o per il corridoio di Suwałki, il tratto di territorio polacco che divide l’enclave russa di Kaliningrad dalla Bielorussia, ormai uno Stato satellite della Russia.

 

È proprio l’ora di fare gli Stati Uniti d'Europa.

La resa europea nei confronti della guerra commerciale di Trump, e la conferma che Musk spense Starlink per bloccare un’offensiva dell’Ucraina, mostrano l’impotenza degli Stati europei.

L’unica risposta strutturale è l’unità politica dell’Europa.

L’urgenza di completare il processo di unificazione politica dell’Europa e di creare una difesa europea nasce anche da questo.

Dalla necessità di garantire la sicurezza dei propri Stati membri e dei Paesi candidati all’adesione, a fronte dell’espansionismo russo, che si è manifestato ripetutamente, dall’invasione della Georgia nel 2008, all’intervento nella guerra civile siriana e in varie aree africane attraverso la Wagner, fino all’annessione della Crimea del 2014 e all’invasione dell’Ucraina lanciata nel 2022.

 

 

 

L'Europa è un bluff? Caracciolo:

via quel punto interrogativo.

Sussidiarietà.net – (15 MAR. 2024) -Lucio Caracciolo - Politica e Istituzioni – ci dice:

 

«Non è mai stato e non è un soggetto politico».

Per il direttore di Limes la crisi dell'egemonia americana deve però spingere a prendersi responsabilità.

La debolezza dell'Italia, paese di anziani.

La terza giornata della Scuola di formazione politica "Conoscere per decidere" 2024 ha avuto come protagonista il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, autore di una relazione dal titolo provocatorio: "L'Europa è un bluff?".

Caracciolo ha confidato che di quel punto interrogativo avrebbe fatto volentieri a meno:

"L'Europa – ha detto – è un bluff, perché essa non è un soggetto politico per quanto si dica il contrario".

 

(Ecco gli appunti della sua lezione).

LA PRIMA IDEA DI EUROPA NEL CROLLO DEGLI IMPERI.

L’idea di una Europa soggetto geopolitico nasce dopo la Prima guerra mondiale quando grandi potenze europee si dissolvono (l’impero tedesco, quello austro-ungarico, quello russo, quello ottomano).

 Il primo a parlare di Europa come soggetto politico è stato “Richard Coudenhove -Kalergi”, che scrisse il libro “Pan-Europa – Un Grande Progetto per l’Europa Unita” pubblicato nel 1923.

L’idea alla base era che dopo la guerra le nazioni europee, per contare ancora qualcosa dovevano mettersi insieme, dal Portogallo alla Polonia incluse le loro colonie nel mondo.

 

Il “movimento pan-europeo” che nacque da quella analisi era in realtà una sorta di club, frequentato da finanzieri, alta borghesia, intellettuali e solo qualche politico, con una radice massonica ed elitaria di carattere azionista.

Per questa ragione il progetto naufragò.

 

L'EUROPEISMO DELLA GUERRA FREDDA.

L’europeismo che nasce invece dopo la fine della II Guerra Mondiale ha un’origine diversa, anche perché nasce dalla fine degli imperi coloniali.

Il nuovo paradigma è dato dai due nuovi e unici imperi che adesso dominano il mondo, quello americano e quello russo.

Personalmente sostengo che esista un forte nesso tra la nascita dell’europeismo e il contrasto americano alla Russia.

Non è un caso che il blocco atlantico prenda il via con la nascita dell’Europa, perché gli Stati Uniti vollero creare un unico blocco Euroatlantico contro l’Unione sovietica.

Le date infatti sono indicative:

nel 1945 nasce il blocco europeo in funzione anti russa;

nel 1947, viene ideato il Piano Marshall che deve ricostruire l’Europa, soprattutto economicamente ma anche militarmente;

nel 1949 nasce infine la NATO, che è l’organizzazione militare americana-europea.

 

Un documento che noi di Limes abbiamo pubblicato rivela come il presidente americano Truman, incontrando i ministri degli esteri europei disse loro: “Abbiamo un nemico che si chiama comunismo dobbiamo metterci insieme per contrastarlo”.

 

La prima comunità europea nasce negli anni 50, con una forte impronta francese per tenere la Germania sotto controllo.

Questo obiettivo fu perseguito fino alla riunificazione tedesca con l’approvazione dell’euro, ideato per eliminare il marco e contenere la Banca centrale tedesca.

In sostanza, l’Europa che nasce si configura soprattutto come un prolungamento della Francia.

I motivi per cui i paesi entrano nell’Unione europea diventeranno sempre di più motivi di convenienza, ad esempio la Polonia che vi entra per avere fondi economici e militari americani per difendersi dalla Russia.

Noi vi siamo entrati perché la Francia spinse per il nostro ingresso, dato che non ha mai considerato l’Italia una nazione compatta, ma faceva comodo avere una piattaforma verso l’Africa.

 

NON UN SOGGETTO POLITICO.

Di fatto, a tutt’oggi nessuno sa cosa sia esattamente l’Europa e questo permette a chiunque di interpretarla come vuole e di allargarla non si sa fino a dove.

 

Ecco perché l’Europa è un bluff.

Non c’è nulla di misterioso in questo.

Basta pensare a come è nata per comprendere per quale ragione l’Europa non è mai diventata un vero soggetto politico.

Quando qualche importante personalità viene in Europa non va mai a parlare con il presidente del Consiglio europeo o il presidente della Commissione, ma si reca direttamente dai singoli capi di Stato.

 

Il sistema europeo non può essere considerato un sistema democratico, perché non esiste un popolo europeo, non esiste nessun media europeo perché non si può parlare ai popoli come fossero una sola comunità.

Non esiste una difesa unica.

 Sarebbe possibile solo con un disimpegno dell’America.

Europa e Alleanza atlantica.

Il ruolo degli Stati Uniti.

 

 CRISI AMERICANA, TEMPO DI RESPONSABILITÀ.

Tutta la diversità dell’Europa di oggi è resa ancor più difficile dalle guerre in corso e dalla crisi americana, che tra l’altro è una crisi identitaria.

La crisi degli USA obbliga i paesi europei per la prima volta ad assumersi delle chiare responsabilità.

L’America ha costituito di fatto una fascia di paesi che va dalla Scandinavia alla Bulgaria, come fascia di difesa anti sovietica, ma non è questa la visione dei francesi, dei tedeschi e degli italiani.

 Inoltre ci sono i paesi più o meno neutrali come Svizzera e Austria, anche se con la guerra in Ucraina la Svizzera si è adeguata alle sanzioni occidentali contro la Russia.

Al Sud abbiamo un paese atlantico non europeo, la Turchia, che viaggia per conto proprio con l’idea di ricostituire il vecchio impero ottomano.

Poi c’è la Gran Bretagna, che è uscita dall’Unione europea, ma è ancora decisamente atlantica e cerca di essere sempre un passo avanti con l’America.

 

Siamo davanti allo scontro finale fra occidente e Russia?

L’Italia se dovesse succedere non può fare niente perché non ha mezzi e possibilità di combattere.

Il tipo di guerre che accadono oggi si basano sulla negazione del principio di realtà e quindi sono guerre fuori controllo.

Viviamo in un contesto frammentato.

La linea maestra dell’Italia è stata sempre quella di seguire l’America.

 Il problema è che oggi non si sa dove questa stia.

Anche la Germania è in crisi dal punto di vista economico, commerciale ed energetico dopo aver chiuso i rubinetti del gas russo.

Ha perso il mercato cinese e ha perso la sua capacità di essere riferimento degli altri paesi europei.

Per noi italiani questo è molto grave visto quanto è importante il nostro export verso la Germania.

 

Europa

L'ITALIA DEGLI ANZIANI.

Quali sono i problemi italiani?

Il primo è la demografia, cioè le poche nascite.

L’età mediana degli itali tende ai 50 anni quindi le premesse di sostenibilità di uno stato sociale vengono a cadere.

Poi c’è il problema migratorio, che pone la domanda se importare figli.

A differenza ad esempio dei polacchi, gli italiani non hanno alcuna volontà e capacità militare, in quanto siamo un popolo di anziani, mentre la Polonia è un popolo giovane.

 

Questo significa che l’Italia non si può affidare ad altri, come è sempre stato con l’America, ma deve cominciare a prendersi delle responsabilità.

Ad esempio con la costruzione di canali regolari di immigrazione con cui importare forza lavoro e integrarla nel nostro sistema.

 

In più in Italia si eleggono governi di colori diversi che poi fanno le stesse cose perché mancano le risorse economiche.

Per decenni, siamo resistiti nonostante il nostro enorme debito grazie al sostegno della Germania della Merkel, ma oggi i tedeschi sono stanchi di garantire questo nostro enorme debito.

 

BASE POPOLARE E POLITICA.

Oggi manca la politica.

Inoltre, del bene comune europeo si hanno idee diverse.

Prendiamo l'Italia.

La gente comune non conta nulla se non si costituisce in forma politica che non siano minestroni.

I partiti oggi sono cartelli elettorali costituiti da decine di liste civiche che non hanno consistenza.

Ragioniamo come ripartire dalla politica.

Andando nelle scuole vedo come i giovani hanno la consapevolezza di non potersi aspettare più niente da noi adulti e anziani.

 

LA LOGICA DI PUTIN.

Non penso che la logica di Putin sia pagante.

Teniamo conto che la Russia si è sempre considerata grande potenza e allo stesso tempo soffre di senso di inferiorità.

 Putin aveva cercato di allearsi con l’America, aveva chiesto di entrare nella NATO e gli hanno riso in faccia.

Voleva entrare a far parte del mondo delle super potenze dopo il crollo dell’Urss ma gli è stato negato.

 La guerra in Ucraina è in uno stallo.

Putin pensava di vincere in due settimane e non c’è riuscito.

Oggi non può mandare in guerra i giovani di Pietroburgo o di Mosca perché si rifiuterebbero, manda i russi “di periferia”.

Non ha risorse per fare altri attacchi, ha costituito quattro linee difensive nel Donbass e si è fermato là.

La Russia vorrebbe mettersi d’accordo con l’America ed è probabile che questo accordo si faccia perché l’America considera la Cina il vero nemico e anche la Russia ha paura di finire sotto il dominio cinese.

 In ogni caso se il bilancio della guerra in Ucraina è negativo per la Russia, è catastrofico per Kiev.

 

NARRAZIONE AL POSTO DELLA REALTÀ.

La diplomazia si basa sul principio di realtà ma noi abbiamo trasformato la realtà in narrazione.

C’è un problema culturale:

nel momento in cui la politica cade raccontiamo cose false e diciamo che la guerra deve continuare.

La Polonia è il paese più anti russo del mondo, ma si sta muovendo contro l’Ucraina per difendere il proprio export di grano.

Una ricostruzione dell’Ucraina non è fattibile ci vogliono mille miliardi, troppi soldi.

E non ci saranno Piani Marshall per l’Ucraina.

 

 

 

«Putin sogna di tornare ai confini dell’Urss,

ma il suo esercito non è più il secondo al mondo».

Openonline.it – (17 Settembre 2025) - Alba Romano – ci dice:

 

Il ministro degli esteri polacco “Sirkoski”:

 il primo corpo d'invasione nel 2022 è già stato distrutto.

I sogni imperiali non corrispondono alla realtà.

«Putin sogna» di tornare ai confini dell’ex Unione Sovietica.

 «Ma da oltre 11 anni combatte in Donbass e non è riuscito a prenderlo interamente, figuriamoci il resto».

Lo afferma in un’intervista al Corriere della Sera il ministro degli Esteri polacco “Radoslaw Sikorski”.

Che poi precisa:

«Non siamo in guerra con la Russia. Ma è nostro diritto operare per fermare l’invasione dell’Ucraina».

Sikorski poi parla dell’esercito di Mosca:

 «Tutti credevamo che le forze armate russe fossero le seconde al mondo. Non lo sono. Anzi, il primo corpo d’invasione nel 2022 è già stato distrutto. I sogni imperiali non corrispondono alla realtà».

 

L’Europa e la guerra alla Russia.

Al Cremlino, che accusa Nato ed Europa di essere già di fatto in guerra con la Russia, risponde osservando come l’Ucraina sia «attaccata da un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E l’invasione è stata condannata dalla stragrande maggioranza dell’Assemblea generale dell’Onu.

Noi stiamo semplicemente prendendo contromisure che la comunità delle nazioni è chiamata a scegliere nel rispetto del diritto internazionale».

Sul rischio di scontro diretto con Mosca chiarisce:

«Droni e missili russi non dovrebbero volare nello spazio aereo ucraino.

Sono armi guidate da remoto o in caduta libera che colpiscono indiscriminatamente la popolazione.

Noi dovremmo intervenire quando quelle armi volanti mettono in pericolo i nostri cieli».

Infine, Sikorski parla anche del presidente statunitense Donald Trump dicendo di non pensare che abbia abbandonato la difesa dell’Europa: «C’è un apparato militare comune».

(Alba Romano).

(Taboola).

 

 

 

Mattarella: “Servono istituzioni Ue più forti.

Interrogarsi sul perché l’Europa è

considerata da alcuni un avversario

se non un nemico.”

Ilfattoquotidiano.it – (6 settembre 2025) – Redazione – ci dice:

 

Per il capo dello Stato il mondo "ha bisogno dell’Europa" per "regole che riconducano al bene comune lo straripante peso delle corporazioni globali - quasi nuove Compagnie delle Indie - che si arrogano l’assunzione di poteri che si pretende che Stati e Organizzazioni internazionali non abbiano a esercitare."

(Sergio Mattarella).

“Come è possibile che l’Europa oggi venga considerata da alcuni un ostacolo, un avversario se non un nemico?”.

La domanda arriva dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo videomessaggio al “Forum The European House di Cernobbio”, ed è il cuore del suo intervento.

Bisogna interrogarsi, dice il capo dello Stato, sul perché un progetto nato per garantire pace, sviluppo e diritti sia percepito da una parte dell’opinione pubblica come un vincolo da abbattere.

 

Una contraddizione che va spiegata se il Vecchio continente non vuole rischiare quello che al momento sembra un destino segnato:

 ridursi a contare molto poco.

“Quali sono gli interessi di fondo, i principi sui quali si basa la convivenza civile e i traguardi raggiunti dai popoli europei che qualcuno considera disvalori?

È soltanto affrontando con lucidità interrogativi di questa natura che potremo trovare risposte esaurienti, utili a illuminare le scelte che siamo chiamati a compiere, pena la irrilevanza e la regressione rispetto ai risultati sin qui raggiunti”,

dice Mattarella.

 

Da qui l’appello a rafforzare l’Unione e a respingere “la favola di una superiorità dei regimi autocratici “, l’idea “di un mondo lacerato, composto soltanto di avversari, nemici, vassalli o clientes”.

“L’esperienza suggerisce che soltanto da uno stretto rapporto tra istituzioni e società civile, reciprocamente rispettoso, è possibile realizzare mete di progresso. Oggi più che mai le forze dell’economia e del lavoro sono consapevoli che la leva europea è decisiva.

C’è bisogno di istituzioni europee più forti, di volontà di governi capaci di non arrendersi a pericoli e regressioni che non sono ineluttabili”.

E in un mondo dominato dalle grandi multinazionali e dalle spinte neo-imperialiste di alcuni Paesi, secondo il capo dello Stato l’Europa resta un presidio essenziale:

 il mondo “ha bisogno dell’Europa” perché fissi “regole che riconducano al bene comune lo straripante peso delle corporazioni globali – quasi nuove Compagnie delle Indie – che si arrogano l’assunzione di poteri che si pretende che Stati e Organizzazioni internazionali non abbiano a esercitare”.

Mario Draghi dal Meeting di Rimini aveva ricordato che oltre alla regolazione servono però investimenti, perché “nessun Paese che voglia sovranità e prosperità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche.

Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche per ottenere concessioni in molte altre aree”.

Con la conseguenza che “ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro”.

La soluzione è l’Europa perché “nessun Paese europeo può avere le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie e l’industria dei semiconduttori ben illustra questa sfida”.

 

Poi la rivendicazione dell’unicità del progetto europeo:

 “Una grande opportunità che il nostro Paese ha saputo intravedere e concorrere a costruire, con il decisivo contributo di uno statista come Alcide De Gasperi.

È sorta sulla base di interrogativi elementari.

È preferibile la pace o la guerra?

 È possibile costruire un mondo in cui gli Stati non vengano contrapposti in nome di artefatti, presunti, interessi nazionali e, al contrario, collaborino per il benessere congiunto dei loro popoli?

 A prevalere devono essere dignità, libertà, futuro delle persone, oppure, queste devono essere oggetto, strumento, delle ebbrezze di potere di classi dirigenti?

Può apparire ovvio: un truismo.

Eppure non è così”.

Perché “è proprio avendo coscienza di queste alternative – che sembrano oggi ripresentarsi – che l’Unione ha saputo scegliere una strada completamente nuova, impensabile appena qualche anno prima, realizzando un percorso straordinario di pace e di affermazione dei diritti;

mettendo in comune aspirazioni e risorse, a partire da quelle, fondamentali per la ricostruzione dopo il conflitto: il carbone e l’acciaio.

In quel momento, la condizione di deserto morale e materiale, in cui il continente era stato ridotto dal nazifascismo, fu risolutiva nell’orientare scelte di alta levatura.

Basterebbe l’animo di quei tempi difficili per affrontare i temi di fronte ai quali siamo oggi.

Non sono accettabili esitazioni “.

 

 

Tutti contro il PPE e il PPE contro

tutti, il Parlamento ‘punto debole’ dell’UE.

Eunews.it – Emanuele Bonino – (10 settembre 2025) – ci dice:

 

Scontri e attacchi in Aula:

 il discorso sullo Stato dell'Unione mette in luce le difficoltà di andare avanti per i popolari, stufi degli alleati tradizionali che a loro volta sono stanchi della principale forza politica.

L'Aula del Parlamento europeo ascolta la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

[Strasburgo, 10 settembre 2025].

 

Bruxelles – Tutti con tutti, a parole.

 Ma sempre a parole, quelle pubblicamente dette, tutti contro tutti.

 O meglio: tutti contro il PPE, e il PPE contro tutti.

Il dibattito seguito al discorso sullo Stato dell’Unione mostra una Parlamento europeo traballante, litigioso, animato e forse addirittura lacerato da divisioni che a una prima occhiata appaiono difficili da superare.

Il nervosismo del resto è palpabile, e lo scambio di accuse tra gruppi non è certo il miglior biglietto da visita per chi vorrebbe un’Europa protagonista in un momento di forti incertezze.

 

Il primo dato politico è che alla fine von der Leyen ottiene una fiducia condizionata.

 Liberali, verdi e socialisti accolgono gli annunci in materia di sostenibilità, politiche sociali, competitività, misure contro il governo israeliano per la situazione a Gaza, e ora esortano l’attuazione.

 L’appoggio politico è subordinato al rispetto degli impegni e la loro realizzazione, il patto politico sancito è questo.

Sullo sfondo resta però una convivenza difficile, che emerge quanto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nella replica conclusiva, assicura di voler “lavorare per rafforzare la maggioranza pro-europeista, per me la sola possibile “.

Dai socialisti (S&D) filtrano malumore per scelte compiute fin qui dal partito e dal gruppo dei popolari (PPE) per intese con l’estrema destra.

 Per questo Nicola Zingaretti chiede e pretende che Von der Leyen “rappresenti una sintesi tra un Consiglio condizionato dalle pulsioni nazionaliste e un parlamento a maggioranza europeista”.

È questo un nuovo ‘no’ ad alleanze al di fuori dello spettro che comprende liberali (RE) e verdi.

Anche “Joao Cotrim de Figueireido”, dai banchi di “RE”, avverte:

“Renew Europe è qui per sostenere, ma la responsabilità è solo sua“, dice a von der Leyen.

Il co-presidente dei Verdi, “Bas Eickhout”, è ancora più diretto nel suo affondo al capogruppo del PPE:

“Signor Manfred Weber, se volete unità lavorante con il centro” invece che con sovranisti e conservatori.

 

I popolari mostrano le carte in tavola, una volta per tutte, chiarendo che a dettare le regole del gioco sono loro e che spetta agli altri decidere se accettarle o meno. “Spetta a voi scegliere” da che parte stare, “scegliere l’Europa competitiva e che gestisce l’immigrazione o l’Europa che si impantana nella burocrazia e nelle guerre commerciali?”, attacca e critica “Jeroen Lenaerts”, che rincara la dose:

“A tutti gli attacchi che arrivano da socialisti, liberali e verdi faccio notare che stiamo ancora aspettando un chiaro impegno sulla nostra agenda.

 Per noi è il momento della verità”.

 

Il PPE riesce a sovvertire logiche e rovesciare problematiche.

Risponde alle accuse accusando, e usa con rinnovata prepotenza il suo peso politico.

Undici leader in Consiglio UE appartengono al partito popolare europeo, con il PPE primo gruppo in Parlamento.

Il momento di massima tensione si registra subito, immediatamente dopo l’intervento di von der Leyen.

Nel primo intervento di una lunga lista il capogruppo Weber attacca frontalmente la presidente dei socialisti,” Iratxe Garcia Perez”, per le critiche all’accordo sui dazi e il voto contrario al “regolamento Omnibus” in commissione Lavoro. “Questo atteggiamento sta dividendo la piattaforma, questo è esattamente ciò che sta danneggiando l’agenda dell’UE“. Immediata la replica della spagnola alla testa del gruppo S&D: “Oggi è stato chiarito chi è il vero nemico dell’Europa, chi è responsabile per non far funzionare la piattaforma politica. Il problema ha un nome e un cognome: Manfred Weber e il PPE”, contrattacca Perez.

L’unità cercata da von der Leyen non appare all’orizzonte, si manifesta la necessità di provare ad andare avanti malgrado tutto, con equilibri instabili, alleanze traballanti e maggioranze nervose rimesse alla prova dei fatti che il prosieguo di legislatura inevitabilmente produrranno.

 

 

Dall’altra parte c’è un’altra parte di Aula che ha già sfiduciato von der Leyen:

a chiedere pubblicamente le sue dimissioni i rappresentati dei sovranisti (PfE) e ultra-destra (ESN), la Sinistra attraverso i membri del Movimento 5 Stelle e persino da “Gheorge Piperea”, conservatore (ECR) già artefice del voto di sfiducia di pochi mesi fa.

Una richiesta di sfiducia che arriva da quello stesso gruppo, i conservatori, da cui prima “Assita Kanko” invita il PPE a lavorare con la destra, e poi la delegazione di Fratelli d’Italia esorta ad abbandonare l’agenda di sostenibilità.

“Il Green Deal è stato concepito e auspicato in un’epoca geopolitica diversa.

 Oggi rappresenta un ostacolo troppo grande alla competitività europea”, taglia corto “Nicola Procaccini” (Fdi), che si allinea al PPE nella difesa dell’accordo sui dazi a riprova di convergenze su temi centrali per verdi e socialisti.

Gli interventi sanciscono dunque le divisioni di un Parlamento dove l’UE rischia di smarrirsi, e che per questa Commissione rimane un campo minato.

 

 

 

«GLI EUROFANATICI SONO I PRIMI NEMICI DELL’EUROPA»

Di Marcello Veneziani Postato da 24 Marzo 2025 11 minuti letti 0  1  99

Marcello Veneziani smonta il mito dell’Europa dogmatica

 

 

 

GLI EUROFANATICI SONO I

PRIMI NEMICI DELL’EUROPA.

  Inchiostronero.it - Marcello Veneziani – (24 -3 -2025) – ci dice:

 

 

È l’ultimo affondo intellettuale di Marcello Veneziani, che smaschera l’illusione di un’Europa idolatrata ma svuotata, trascinata verso la guerra mentre i suoi principali attori globali – Russia, Ucraina, Stati Uniti – iniziano a trattare la pace.

Con lucidità tagliente e vis polemica, Veneziani denuncia il paradosso tutto italiano:

nel momento in cui il continente rischia l’autodistruzione economica e geopolitica, il dibattito pubblico si accanisce sulla lettura moralistica del “Manifesto di Ventotene”, come se la salvezza dell’Europa passasse da un dogma ideologico anziché da una visione politica concreta.

 Questo pamphlet incalzante mette a nudo il fanatismo europeista, che – lungi dall’essere un baluardo di civiltà – rischia di trasformarsi nel primo vero nemico dell’Europa reale.

Veneziani invita a recuperare lo spirito critico, il senso della storia e l’amor patrio, in una riflessione che è anche un appello alla ragione e alla libertà di pensiero. (f.d.b.)

 

Ma davvero davanti all’Europa che va alla guerra mentre Russia, Ucraina e Usa stanno trattando la pace, svenandosi con una cifra pazzesca e un’impresa velleitaria, il problema del nostro paese è il giudizio storico sul manifesto di Ventotene?

Sarebbe stato un tema significativo sul piano storico e politico, affrontare in un convegno questo mito, questo dogma di Ventotene;

 ma farlo davanti a una questione così grossa, grave, cocente mi sembra per metà una follia ideologica e per metà una diversione furba.

Tacere del nuovo massacro di Gaza con oltre 400 morti, e dividersi, strillando e accapigliandosi, su Spinelli e compagni, mi sembra un’ulteriore ipocrisia.

Più che un Sogno, lo spettacolo di “Roberto Benigni” in prima serata su Rai 1 è stato un’iniezione di Xanax: bolso, palloso, prevedibile.

E affidare a Roberto Benigni, che è la continuazione di Mattarella con altri mezzi, il compito di adorare i Re Magi di Ventotene e sperticarsi a dire che l’Unione Europea, che sta affondando nel tragico e nel grottesco, sia la costruzione più importante degli ultimi cinquemila anni, è la dimostrazione che non ci sono più confini tra la verità e la comicità, la storia e il ridicolo.

Significa offendere una civiltà millenaria, confondendo Carlo Magno con Romano Prodi;

la civiltà greca, romana e cristiana con la von Der Leyen e la sua pessima comitiva armata fino ai denti.

 Peraltro, se qualcosa di europeo c’è stato nel dopoguerra lo dobbiamo soprattutto a statisti d’ispirazione cristiana, più che a euro-giacobini e social-comunisti.

 

Come avrete capito, mi riconosco appieno nella civiltà europea, ammiro la sua storia millenaria, so distinguere tra la grande storia e i titoli di coda in appendice. E verso Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nutro il rispetto verso tre uomini coerenti che patirono il confine per le loro idee.

Ma quelle idee non sono le mie, e non portarono bene all’Europa.

E non solo per i passaggi che la Meloni ha evidenziato, circa la necessità di una dittatura pedagogica delle élite sull’Europa e un furore socialista aggravato da un orizzonte individualista.

Quell’utopia fu la stessa di “Piero Gobetti”, e poi del “Partito d’azione”, che sognavano un mondo liberale e socialista, pensavano anche loro a una dittatura pedagogica, profondamente anticattolica e sostanzialmente atea e neo-illuminista e ritenevano con Gobetti che perfino i soviet, la rivoluzione bolscevica, fossero un esempio di rivoluzione liberale.

Ora, capisco che si possa avere un’altra idea dell’Europa e della politica ma ritenere che quella sia l’unica idea giusta dell’Europa, che quel Manifesto sia un dogma e una verità di fede che non si può discutere se non a patto di essere blasfemi e dissacratori, a me pare una follia e un esercizio di cecità.

 

Allora lasciamo da parte gli estremisti e i fanatici, i giacobini europei e anche i sanfedisti, e proviamo a ragionare in tema di Europa.

C’erano due modi per fare l’Europa.

Uno è quello di integrare le nazioni europee in un progetto confederale e condiviso;

quello, per intenderci che De Gaulle definì l’Europa delle patrie.

L’altro è quello di disintegrare le nazioni in un progetto utopistico e velleitario, in cui l’Europa è solo il gradino per una specie di” Internazionale socialista e libertario” ritenendo che non i nazionalismi ma le nazioni, le patrie, fossero un male da sradicare.

La prima Europa discende dalla sua storia e dalla sua civiltà, proviene dalla grecità, dalla romanità e dalla cristianità, riconosce la sovranità degli stati e l’identità delle nazioni, e cerca di trovare un terreno comune solido e vero per far sorgere non contro ma sopra le nazioni, una realtà sovraordinata chiamata Europa.

La seconda Europa ritiene invece di essere figlia del cosmopolitismo dei Lumi e della guerra di liberazione dalle religioni e dalle tradizioni, dalle patrie e dalle sovranità nazionali, nel nome di un progressismo radicale, individualista per quel che concerne il suo “liberalismo” e socialista per quel che riguarda il suo “egualitarismo”.

Il motore e il riferimento dei primi è l’Europa dei popoli, quello dei secondi è l’Europa delle oligarchie illuminate, le minoranze che detengono la verità.

L’Unione europea non ha un progetto e un disegno, ma la sua prassi come la sua ideologia inclina più verso la seconda concezione dell’Europa:

è un caso che quest’Europa ogni giorno mostra il suo fallimento, la sua lontananza dalla realtà e dai popoli, la sua espressione tecnocratica e finanziaria, giustificata ideologicamente da quell’inclinazione verso il “politically correct ” e l’ipocrisia di “un pacifismo umanitario” che poi si schiera per la guerra e per il riarmo, anche perché si tratta di far arrivare soldi agli utilizzatori finali.

Insomma, la disputa non è tra nazionalisti ed europeisti, tra oscurantismi e umanitari, ma tra due diverse idee dell’Europa;

 poi ai bordi ci sono da una parte i nazionalisti e dall’altra l’ultrasinistra radicale e internazionalista.

Ma se provi a fare un ragionamento del genere ti impediscono di farlo, sei solo un nemico di Ventotene, dunque un nazifascista, un antieuropeista, un reazionario.

E così si va avanti giorno dopo giorno, anno dopo anno, euro fallimento dopo euro fallimento.

(La Verità).

 

 

 

Ue. Quel che serve davvero all'Europa:

una difesa comune non aggressiva.

 Avvenire.it - Agostino Giovagnoli – (sabato 8 marzo 2025) – ci dice:

 

Il contenuto del piano Von der Leyen va discusso nel merito: non c’è dubbio che l’obiettivo finale deve essere la difesa comune e cioè un esercito europeo (non il riarmo dei singoli Stati).

Riarmare l’Europa perché oggi incombe su di essa il pericolo della Russia.

 Così è stata intesa l’affermazione di Ursula von der Leyen che oggi «la sicurezza dell’Europa è minacciata in modo serio», nella presentazione del piano “Rearm Europe”.

Ma tale motivazione e lo stesso nome del piano sono pericolosi.

Altra cosa è il suo contenuto, di cui è necessario discutere.

In politica però – soprattutto in quella internazionale – la forma è importante come la sostanza, a volte anche di più.

Non si deve parlare di riarmo, infatti, ma di un sistema comune di difesa, per chiarire da subito che le armi in più di cui ci si vuole dotare non hanno alcuna finalità aggressiva.

 

Ancora più sbagliato sarebbe collegare questa scelta a un nemico specifico, la Russia:

una organizzazione difensiva, infatti, non è mai contro qualcuno ma ha funzione preventiva erga omnes, soprattutto accompagnata dalla dimensione politico-diplomatica.

Non a caso il “piano Pleven”, sostenuto da De Gasperi, Adenauer e Schuman tra il 1952 e il 1954, proponeva una” Comunità europea di difesa” ed esprimeva anzitutto una volontà di pace, impedendo ai Paesi europei di continuare a farsi la guerra come hanno fatto per secoli.

 

L’errore nasce dallo sgomento e dalla confusione in cui è precipitata l’Europa.

 Per non gettare benzina sul fuoco, le diplomazie europee evitano di parlare della causa di tutto ciò, ma ci sono pochi dubbi che tale causa sia Donald Trump.

 Per il presidente degli Stati Uniti, come disse infatti già nel 2018, l’Unione europea è «il suo principale nemico» (anche se non usò la parola «enemy» ma «foe» che si può tradurre come «nemico» ma ha anche le sfumature di «avversario, antagonista, oppositore»).

 

Allora, il Presidente del Consiglio europeo, “Donald Tusk,” liquidò l’uscita trumpiana come una «fake news», ribadendo l’amicizia tra Europa e Stati Uniti, e tutto finì lì.

Ma oggi Trump, tornato alla presidenza, ribadisce la sua ostilità verso l’Unione europea - che sarebbe nata «per fregare» (ma il termine inglese è più crudo) gli Stati Uniti - e agisce di conseguenza.

L’ostilità non è verso i Paesi del Vecchio continente, ma verso l’Ue e riguarda il terreno economico-commerciale.

Le sconvolgenti conseguenze delle sue scelte, però, vanno molto oltre e investono anche il piano militare, politico e diplomatico.

(Probabilmente Trump non ne ha previste molte, agendo da “apprendista stregone” che mette tutte le cose in agitazione ma non è poi in grado di inserirle in un nuovo ordine).

Per colpire l’Unione, infatti, il presidente americano non minaccia “soltanto” di imporre pesanti dazi sui prodotti che vengono dall’Europa – risparmiando la Gran Bretagna -, ma colpisce anche gli Stati europei sul terreno militare – compresa la Gran Bretagna.

 

Oltre a pretendere un contributo alle spese Nato ben più elevato dell’attuale, fa dubitare dello stesso impegno americano a proteggere i Paesi europei in caso di aggressione.

 In pratica, fa vacillare l’Alleanza Atlantica.

Ad aggravare di molto le cose c’è che dal 2018 è successo praticamente di tutto - il Covid, l’Afghanistan, l’Ucraina ecc. – e la situazione mondiale è radicalmente cambiata.

Così gli europei non si trovano solo a dover gestire la rivalità economico- commerciale con gli Stati Uniti ma anche a dover affrontare all’improvviso un problema di difesa militare proprio mentre sono coinvolti indirettamente in una guerra, in cui fino a ieri un ruolo preponderante era svolto dagli Stati Uniti.

Difesa militare e guerra in Ucraina, infine, toccano lo stesso problema, la Russia di Putin, di cui oggi gli Stati Uniti sembrano quasi alleati.

Di qui il rischio di cortocircuiti.

Invece, guerra in Ucraina e difesa dell’Europa devono essere tenuti rigorosamente distinti anche se è impossibile separarli.

Una cosa, infatti, è far leva sul peso dell’Unione europea perché l’Ucraina ottenga la pace meno ingiusta possibile e garanzie vere per la sua sicurezza futura. Altra cosa, invece, è far balenare involontariamente un possibile conflitto con la Russia (non a caso, Putin e Lavrov hanno dato segni di nervosismo per le confuse iniziative europee, pur prendendosela soprattutto con la Francia, perché potenza nucleare e più determinata di altri).

La confusione tra le due questioni attraversa anche il dibattito politico italiano. C’è addirittura chi brinda agli aggressori e ai loro nuovi alleati, contro le odiate Ucraina e Europa.

Diverso è ovviamente l’atteggiamento di chi dice che “non bisogna dividere l’Occidente”, ma nessun leader europeo vuole farlo: è oltreoceano che si è decisa l’attuale divaricazione e nessuno è riuscito a far cambiare idea a Trump. Rinsaldare l’unità europea è anche il modo migliore per tentare in futuro di riprendere la collaborazione occidentale.

Con motivazioni diverse o addirittura opposte, importanti forze politiche italiane sembrano oggi convergere verso l’immobilismo o il basso profilo, ma ciò significa – volontariamente o involontariamente – scommettere sul fallimento dell’Europa e sull’irrilevanza dell’Italia, entrambi profondamente contrari all’interesse nazionale.

 

A differenza di titolo ed eventuali motivazioni, che vanno respinti, il contenuto del piano Von der Leyen va discusso nel merito.

Non c’è dubbio, infatti, che l’obiettivo finale deve essere la difesa comune e cioè un esercito europeo (non il riarmo dei singoli Stati):

sarebbe più chiara la finalità di pace, costerebbe di meno e avrebbe maggior efficienza.

 Ma l’iniziativa di Trump impone agli europei una scelta immediata e il più possibile condivisa, non per motivi militari ma politici:

manifestare una comune volontà europea sembra oggi una strada senza alternative per rafforzare l’Ucraina, difendere l’Europa e, probabilmente, anche per cercare la pace.

 

 

 

Questa Europa criminale rappresenta

il principale pericolo per la pace mondiale.

Ilfattoquotidiano.it - Fabio Marcelli - Giurista internazionale – (20 -3-2025) – ci dice:

 

I principali nemici del progetto europeo non sono né Trump, né Putin, né tantomeno Xi Jinping ma siedono a Bruxelles.

Questa Europa criminale rappresenta il principale pericolo per la pace mondiale.

I circa trentamila (secondo loro, ma chissà) fregnoni, bimbo minchia e umanità varia, di età mediamente piuttosto avanzata, che si sono riuniti sabato 15 marzo in piazza del Popolo a Roma su invito di Stampa pubblica e del complesso militare-industriale che la finanza, non si sono evidentemente resi conto di avere svolto il ruolo degli utili idioti, come del resto si addice agli idioti, siano essi utili o meno.

 

Ammetto che le ispirazioni che hanno sorretto la scesa in piazza di costoro erano alquanto varie e fra loro alquanto contraddittorie, anche per la studiata ambiguità dei promotori.

Eppure era percepibile un diffuso rumore di fondo, all’insegna dell’esaltazione dell’Europa senza se e senza ma, il che ripropone la problematica relativa alla confusione mentale che alberga negli organi cerebrali di coloro che hanno aderito.

I principali nemici del progetto europeo non sono infatti né Trump, né Putin, né tantomeno Xi Jinping, il quale ultimo in particolare avrebbe tutto da guadagnare dall’esistenza di un’Europa autenticamente autonoma, democratica e sovrana, in grado di interloquire in modo costruttivo con la Cina per un nuovo governo multipolare del pianeta.

 I principali nemici dell’Europa si chiamano oggi Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Paolo Gentiloni e compagnia e siedono a Bruxelles e nei governi degli Stati membri.

 

Sottoscrivo al riguardo quanto scritto dal generale di Corpo d’Armata “Marco Bertolini”:

“L’Unione Europea di Ventotene, di Spinelli e della Pace, non esiste più, se mai fosse esistita.

 È morta con il sostegno guerrafondaio dato all’Ucraina e con la guerra contro la Federazione Russa.

Il paradosso è che questa guerra la vogliono tutti coloro che hanno sbandierato fino ad ora i colori della pace e ciarlato di Europa di Pace, di Libertà e di Democrazia proprio nel momento in cui Usa e Federazione Russa stanno trovando un accordo di pace.

Falsi, più falsi di una banconota da 1 euro.

Per questo motivo spero vivamente che questa orribile Unione Europea, oligarchica, guerrafondaia, autoritaria e antipopolare, fallisca presto e che Stati veramente sovrani trovino forme di collaborazione e cooperazione diverse da quelle attuali tendenti alla Pace e al benessere sociale ed economico dei loro cittadini.”

 

Ursula von der Leyen spinge l’Ue verso lo scontro con la Russia: “Se vuole evitarla, l’Europa si prepari alla guerra.”

L’acuta analisi di Bertolini mette il dito nella piaga gettando una luce veritiera sulle attuali fallimentari élites europee, al servizio sempre e comunque delle lobby, siano esse chimico-farmaceutiche – come ai tempi del Covid – o frammentistiche (in gran parte peraltro multinazionali a impronta statunitense) come negli attuali tempi di “preparazione alla guerra”.

 

Inaccettabile anche l’uso strumentale che alla manifestazione di Roma, finanziata indebitamente dal Comune di Roma, è stato fatto del “Manifesto di Ventotene”, migliaia di miglia lontano da ogni concezione di stampo bellicista e suprematista e che pone invece l’esigenza di un superamento dell’orizzonte europeo per una pacifica cooperazione in attesa dell’unità politica dell’intero globo.

Non è quindi casuale che Giorgia Meloni se ne dissoci nel suo sforzo contorsionistico attuato per non dispiacere né a Trump né a von der Leyen.

 

Questa Europa di folli e di criminali continua ad aizzare un leader da tempo finito nella pattumiera della storia come Zelensky a continuare una guerra insensata fin dalla sua origine che va correttamente posta negli eventi di piazza Maidan del febbraio 2014 e dell’inizio della massiccia ingerenza occidentale nelle vicende ucraine.

 

Questa Europa di folli e di criminali continua ad appoggiare il criminale di guerra e contro l’umanità, il “genocida Netanyahu”, che proprio martedì 18 ha voluto rilanciare, con l’appoggio di Trump, il massacro della popolazione civile palestinese per tentare di restare aggrappato alla sua infame poltrona, sempre più in pericolo dato l’evolversi della situazione interna israeliana.

Questa Europa di folli e di criminali rappresenta oggi il principale pericolo per la pace mondiale e per gli stessi popoli che ne fanno parte, costretti dalle infami oligarchie a un’esistenza sempre più precaria e priva delle più elementari garanzie sociali e democratiche, per non parlare degli immigrati che affogano nel Mediterraneo o, se sopravvivono, sono costretti a subire politiche discriminatorie. Se ci sarà quindi un futuro per l’Europa, ci sarà togliendo di mezzo le attuali sue indegne classi dirigenti.

 

 

 

L'Europa è sotto attacco!

 Unitaeuropea.it - Di Publius – Anno 2025 – Editoriale – ci dice:

 

L'inizio delle negoziazioni sul futuro dell'Ucraina a Riad fra Rubio e Lavrov rende l'UE sola, vulnerabile e disorientata.

Mentre Trump comincia a trattare con Putin sulla testa degli ucraini e degli europei, diventa sempre più urgente costruire un’Europa capace di decidere.

L’amministrazione Trump ha ormai deciso di abbandonare l’Ucraina al suo destino, negoziando direttamente con Putin un "accordo di pace" che soddisfi i suoi appetiti territoriali, in sfregio al sacrificio di milioni di cittadini ucraini che negli ultimi tre anni hanno eroicamente resistito all’invasione russa e lottato per un futuro europeo.

 

Vedendo il proprio alleato e protettore allinearsi di fatto con il suo peggior nemico, l’Europa si trova sola, vulnerabile e disorientata.

 Ma la minaccia non è solo militare:

ciò che è in gioco è la sopravvivenza stessa del progetto europeo.

Sono tre i fronti che l’Unione dovrà affrontare simultaneamente, con conseguenze potenzialmente devastanti per il suo futuro.

 

Primo fronte: la Russia.

Venendo meno il suo isolamento grazie all’intercessione di Trump, Putin si trova improvvisamente in una posizione di forza.

La possibile revoca delle sanzioni economiche gli garantirebbe un’immediata ripresa finanziaria, permettendogli di riorganizzare il proprio arsenale in vista di nuove operazioni militari.

Se gli Stati Uniti chiuderanno un occhio sulle sue mire espansionistiche, il Cremlino potrebbe spingere la sua avanzata oltre l’Ucraina, prendendo di mira la Moldavia, i Paesi baltici e persino la Polonia.

La NATO, già indebolita da fratture interne e da una crescente sfiducia nelle garanzie americane, rischia di trovarsi paralizzata proprio nel momento di massimo bisogno.

 

Secondo fronte: la frattura dell’Occidente.

 La nuova amministrazione Trump rappresenta una rottura epocale con l’ordine internazionale emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Rinunciando al tradizionale ruolo di guida del "mondo libero", gli Stati Uniti stanno adottando una politica basata esclusivamente sulla logica di potenza e sugli interessi economici bilaterali.

L’abbandono di trattati e accordi internazionali, così come il crescente disimpegno americano dagli affari europei, spingono l’UE in una crisi senza precedenti.

Le recenti dichiarazioni di Trump e dei suoi alleati suggeriscono che Washington non consideri più la sicurezza europea una priorità strategica, aprendo così la strada a un futuro in cui ogni Stato dovrà difendersi da solo.

 

Terzo fronte: la destabilizzazione interna.

 L’ascesa di movimenti nazionalisti ed estremisti rappresenta una minaccia diretta all’integrazione europea.

L’influenza crescente di leader populisti, sostenuti da una propaganda aggressiva sui social media, sta erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e la fiducia nelle istituzioni europee.

A questo si aggiunge il ruolo di figure come Elon Musk, che con lo slogan "MAKE EUROPE GREAT AGAIN" promuove un’agenda anti- UE, mentre il vicepresidente americano J.D. Vance non nasconde il suo disprezzo per Bruxelles e per le sue politiche regolatorie.

Il rischio è che l’Unione, già scossa da tensioni interne, venga progressivamente svuotata dall’interno, minando la sua stessa esistenza come progetto di integrazione politica.

 

Di fronte a questi pericoli senza precedenti, le risposte per fortuna ci sono e sono già state delineate nei mesi scorsi nei tre rapporti chiave commissionati dalla Commissione europea:

il Rapporto Letta sul completamento del mercato interno, il Rapporto Draghi sulla competitività e il Rapporto Niinistö sulla sicurezza.

 Il messaggio che ne emerge è inequivocabile:

 l’Unione deve procedere verso una maggiore integrazione politica e prendere azioni concrete per finanziare e sviluppare un’industria europea della difesa, completare il mercato unico dei capitali, promuovere investimenti strategici per la transizione ecologica e digitale e intensificare il supporto militare all’Ucraina.

Parallelamente, queste misure dovranno accompagnarsi a un’urgente riforma dell’Unione, che affronti due nodi cruciali:

garantire un’autonomia fiscale all’UE e migliorare la capacità decisionale in politica estera e di difesa, superando il diritto di veto dei singoli Stati membri.

 Si noti che in questa direzione si è già mosso il Parlamento europeo con una proposta di riforma avanzata nel novembre 2023 ed ancora bloccata sul tavolo del Consiglio europeo.

 

Il vero ostacolo, dunque, non è l’assenza di soluzioni, ma la volontà di adottarle, poiché richiedono nuove condivisioni di sovranità.

Invece di avanzare verso un sistema di sicurezza realmente integrato, l’attenzione rimane concentrata su risposte frammentate a livello nazionale, a partire dal riarmo dei singoli Stati.

Si tratta, tuttavia, di strategie insufficienti.

 

Da un lato, il necessario rafforzamento delle forze armate nazionali rischia di tradursi in un incremento degli acquisti di armamenti e tecnologie proprio dagli Stati Uniti, che, paradossalmente, sembrano aver accettato la vittoria di Putin in Ucraina.

 Dall’altro, le cooperazioni militari su base volontaria, che non mettono in discussione la supremazia delle decisioni nazionali, si rivelano estremamente fragili e rischiano di crollare nel momento in cui in alcuni Paesi prevalgano forze anti- UE al governo.

 

Per non soccombere a questa svolta storica, l’Europa deve intraprendere una strada diversa:

è indispensabile dotarsi di una leadership unitaria, in grado di rappresentare gli interessi collettivi e di assumere decisioni strategiche in modo coordinato ed efficace.

Purtroppo, le istituzioni europee non dispongono al momento né delle competenze né delle risorse per sviluppare un progetto di tale portata in tempi rapidi.

 I governi nazionali, invece, hanno la sovranità necessaria per prendere l’iniziativa.

Due sono le strade percorribili.

 

La prima consiste nello sfruttare le basi giuridiche già offerte dai Trattati – a partire dalla Cooperazione strutturata permanente – per creare nuovi organismi decisionali in grado di adottare decisioni a maggioranza su investimenti comuni nella difesa e sull’impiego delle forze militari.

Questo permetterebbe di coinvolgere la Commissione e il Parlamento europeo, dando forma a un primo nucleo di governo sovranazionale all’interno dell’UE.

L’alternativa è creare una cooperazione al di fuori dei Trattati, ispirandosi a modelli come il MES, con l’obiettivo di sviluppare una governance comune della difesa.

In un secondo momento, si potrebbero avviare i negoziati per integrare questa struttura nell’Unione attraverso le necessarie riforme istituzionali.

 

Se i governi europei e le forze democratiche vogliono affrontare seriamente l’emergenza rappresentata dalle minacce alla sicurezza, alla libertà e alla democrazia, non hanno altra scelta che avviare subito una collaborazione tra i Paesi disposti a condividere strategie e decisioni politiche.

 Di fronte alla crescente influenza delle grandi potenze autocratiche, l’unico modo per difendere la democrazia è costruire una forza politica capace di contrastarle.

 Il tempo è ormai agli sgoccioli.

Come ha ricordato Mario Draghi all'Europarlamento, presto l'Europa si troverà da sola a difendere sé stessa.

Se non verranno prese presto delle iniziative, da parte delle istituzioni europee e di un gruppo di Paesi chiave a partire dalla Francia e dalla Germania, l'Europa verrà completamente ignorata dalla gestione della crisi ucraina.

Il crollo di Kiev allora rischia di essere solo la premessa di una totale destabilizzazione del continente europeo, le cui vittime finali saranno l'Unione europea e la democrazia.

 

 

 

Contro l’Unione europea

per il bene dell’Europa.

Marcelloveneziani.com - Marcello Veneziani – (03 Giugno 2024) – ci dice:

 

Sono contro l’Europa perché è contro l’Europa.

Come, in che senso?

 Nel senso che il peggior nemico dell’Europa, degli europei e delle nazioni europee è oggi l’Unione Europea.

 Gioca contro sé stessa e fa di tutto per farsi del male, sfigurarsi e sfigurare. Scherza col fuoco della guerra mondiale.

Non genera integrazione europea, ma dis-integrazione nazionale.

 

In politica estera l’UE assume posizioni che di fatto indeboliscono l’Europa, le fanno perdere ogni ruolo strategico di mediazione e ogni centralità, creano nuovi nemici e rafforzano antichi odii in tutto il resto del mondo, la mettono al rimorchio della Nato e degli Stati Uniti anche quando giocano contro gli interessi europei e compromettono proficui rapporti commerciali, la dissanguano economicamente e militarmente.

 L’Europa ha perso la faccia e gioca contro i suoi interessi in Ucraina, assecondando gli Usa, è uno zombie in Medio Oriente, in Palestina, sulla scena mondiale;

non ha il coraggio di condannare Netanyahu come ha condannato Putin, inimicandosi il resto del mondo;

non sa come arginare i flussi migratori e come proteggere gli interessi europei reali nel mondo.

Noto invece con piacere che l’Italia ha corretto il tiro rispetto all’UE sull’intervento in Ucraina e sulla tragedia palestinese.

 

In politica interna, l’Europa non è in grado di esprimere una linea efficace e unitaria in tema di sicurezza, di controllo degli sbarchi, di sanità, di diritti sociali, di difesa dei popoli e dei loro interessi primari.

È la prima nemica dei popoli europei, tra vessazioni, mancate tutele e primato costante degli assetti contabili sulla vita reale della gente.

Fa piovere denari su cose inutili o dannose e tace sulle reali esigenze primarie e sulle politiche sociali.

 In questo frangente internazionale, tra venti di guerra che rischiano di coinvolgerci, crescente antipatia del mondo intero verso l’occidente euro-atlantico e gravi instabilità nelle aree attigue, l’Unione Europea alle porte delle elezioni, ha deciso di giocare la sua faccia e il suo profilo sul tema dei diritti lgbtq+, con diciotto paesi contro nove (tra i quali, meno male, c’è l’Italia) che hanno votato per promuovere politiche europee a favore delle comunità transgender, dopo aver giurato guerra all’omotransfobia.

Stiamo pericolosamente scivolando verso una terza guerra mondiale e l’Europa si balocca coi gay pride…

 

Ora non si tratta di essere pro o contro gli lgbtq+, e nemmeno di associarsi al Papa denunciando la “frociaggine” pervasiva, ma di riportare le cose alla realtà e al diritto:

 ogni cittadino europeo ha pari diritti e doveri degli altri, di qualunque etnia, sesso o inclinazione;

bastano le norme civili e penali esistenti nei paesi europei per condannare chiunque usi e abusi con violenze, offese, discriminazioni;

senza creare speciali categorie protette.

Anche perché le vere categorie fragili sono i malati, i bambini e i vecchi.

Le leggi valgono per tutti, sono universali, non possono diventare di genere o di tendenza, a tutela di singole minoranze, gruppi o lobbies.

Poi il giudice applicherà le aggravanti e le attenuanti valutando caso per caso.

Se qualcuno aggredisce o offende un gay o un trans, ci sono già le leggi per condannarlo, se ci sono realmente gli estremi.

 

Questa idea che si debba legiferare ogni volta che accade un episodio di violenza o si accende un tema sui media e si debbano generare nuove apposite norme, inasprite e speciali, uccide il principio giuridico fondamentale della legge uguale per tutti e non mutevole;

la quantità eccessiva di leggi, si sa, danneggia la giustizia e la sua applicazione; rende la giurisprudenza una variabile subalterna alla cronaca e alle tendenze di moda, e – come si vede – non serve nemmeno a far diminuire i fenomeni e i reati.

Pensate pure ai femminicidi;

 più si mobilitano e si studiano leggi speciali e più accadono;

 o perlomeno accadono comunque, nonostante le leggi speciali.

Stuprando i codici, vanificando l’universalità delle leggi, non si raggiungono nemmeno i risultati per cui sono introdotte le norme ad hoc.

 

In ogni caso, è veramente assurdo che di fronte a problemi enormi sul piano militare, strategico, sociale, economico, sanitario l’Unione Europea (e la sua periferica locale, il Mattarella) debba occuparsi di omotransfobia, come se ci fosse una persecuzione di massa e si trattasse di una priorità per i popoli europei.

 O in alternativa col torcicollo, davanti agli imponenti nemici reali di oggi e ai falsi amici e alleati, è assurdo che l’Europa si debba preoccupare del” Nemico Assoluto ed Eterno”, il pericolo nazi-fascista (anche qui la sua prefica locale è il Mattarella, più uno sciame di prefiche nostrane).

E debba perciò innalzare cordoni sanitari per sbarrare la strada a chiunque non la pensi come il mainstream. 

 

Infine, l’Europa di oggi si vergogna della civiltà da cui proviene, rinnega e cancella la sua storia, le sue tradizioni civili e religiose, il sentire comune.

L’ultimo caso non proviene dai paesi più sradicati e scristianizzati d’Europa ma da un paese che è stato il simbolo di una cristianità vera, vivente, partecipata, la Polonia di Woytila.

Il sindaco di Varsavia, già candidato alla guida della Polonia, “Rafal Trzaskowsk”i, sostenitore dei transgender, ha firmato un’ordinanza in contrasto con la tradizione e con la costituzione polacca, per vietare croci, immagini di santi e altri simboli religiosi dai muri, dalle scrivanie dei dipendenti pubblici e bandirli da ogni evento civile.

Magari sarà possibile esibire simboli lgbtq+ ma non la croce, non i simboli cristiani. E dire che nel preambolo della Costituzione polacca, fa notare il corrispondente polacco a Roma, “Vladimiro Redzioch”, è scritto:

“Grati ai nostri antenati per il loro lavoro, per la lotta per l’indipendenza pagata con enormi sacrifici, per la cultura radicata nel patrimonio cristiano della Nazione e nei valori umani universali”.

Se persino a Varsavia si vuol cancellare la tradizione cristiana, figuratevi a Parigi o a Bruxelles.

Smobilitando la civiltà europea, l’alternativa che resta è tra nichilismo globale o islamizzazione radicale.

O peggio, il loro mix.

La cancellazione riguarda non solo la tradizione religiosa, investe pure le tradizioni civili, nazionali, laiche, l’arte, la letteratura, la storia e i suoi protagonisti.

Stanno smantellando pezzo su pezzo l’edificio della civiltà europea.

 

Per questo, quando sento ogni santo giorno queste professioni di europeismo da parte di chi mira in realtà ad affossarla, quando sento che c’è bisogno di più Europa e che il vero spartiacque nel voto di domenica prossima sarà tra chi è pro e chi è contro l’Europa, la sua linea e i suoi diritti civili, penso che se davvero ci tieni all’Europa e agli europei, la prima cosa da fare è bocciare coloro che parlano in suo nome e concorrono poi a negarla e affossarla.

Il primo nemico dell’Europa vera è l’Europa finta, di cartongesso, detta UE, Ubriachi Eunuchi.

(La Verità).

 

 

 

Il nemico dell’Europa è

il riarmo di von der Leyen.

Barbara-spinelli.it – Redazione - (giovedì, Marzo 6, 2025) - Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano» - ci dice:

 

Dicono molti commentatori che l’Europa si è fatta infine sentire: lo avrebbe fatto riconfortando Zelensky, dopo lo scontro di venerdì fra il presidente ucraino e Donald Trump, e promettendo un fenomenale riarmo e una guerra fredda a guida europea anziché statunitense.

Parigi e Londra sono pronte a schierare truppe in Ucraina, per garantirne la sicurezza dopo la tregua e l’accordo di pace con Mosca.

Per ora Putin è contrario: non ha fatto la guerra per avere eserciti di Stati Nato al proprio confine.

 

Se questa è Europa, ben vengano le opposizioni al Piano di Riarmo, oggi al vertice dell’Unione.

Non sono i progetti marziali della Commissione a facilitare la pace, ma le formidabili pressioni di Trump:

martedì notte la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni aiuto all’Ucraina, compresi gli aiuti dei Servizi segreti, e il giorno dopo Zelensky ha accettato la mediazione Usa e proposto un’interruzione delle operazioni di aria e di mare.

È quello che Papa Francesco un anno fa chiamò il “coraggio della bandiera bianca”.

Viene l’ora di trattare con Putin, per fortuna non più paragonato a Hitler. L’apertura di Zelensky è giudicata positiva da Mosca.

 

Non si sa bene cosa si intenda, quando si invoca l’Europa:

 se i suoi cittadini, o i suoi Stati, o l’Europa parallela che Macron sta costruendo con Londra che non è più nell’Ue, o la Commissione guidata da Von der Leyen che non ha competenze in politica estera.

Non si sa neanche fino in fondo il significato della manifestazione che il 15 marzo chiederà che l’Europa “dica qualcosa”, “parli con una voce sola”.

Per dire cosa?

Per quale politica estera, in un’Unione che su pace e guerra è divisa?

A motivare lo scandalo non è l’inaudita incapacità europea di concepire negoziati di pace con Mosca, ma la brutalità di Trump:

 è lui il nemico, accusato di umiliare Zelensky e costringerlo alla bandiera bianca. Tanto i morti non sono i nostri.

Lo scandalo avrebbe senso se si parlasse di Gaza e degli aiuti Usa a Israele.

 Ma su Russia e Ucraina cosa si chiede?

Che l’Europa negozi con Mosca un comune sistema di sicurezza oppure che inasprisca ancor più la conflittualità, contro la distensione tentata da Trump?

 E che vuol dire “difesa europea anziché riarmo” (posizione Pd), se manca una comune politica estera e diplomatica?

 

Venerdì alla Casa Bianca Zelensky si è infilato da solo nella tremenda trappola ripresa in mondovisione.

Per capire l’evento tragico va vista l’intera conferenza stampa, e non solo l’esplosione finale.

 La conferenza non era cominciata male, Trump aveva elogiato l’esercito ucraino, ma Zelensky ha fatto di tutto per scatenare lo scontro.

ù Ha parlato di Putin come di “un killer e un terrorista”, ha ripetuto che Mosca ha violato ben 25 volte gli accordi di tregua.

Ha mostrato a Trump le foto di ucraini maltrattati dall’esercito russo e ha provocato il vicepresidente Vance: “Quale tregua?”.

 Inoltre ha reclamato un’assistenza militare Usa che equivalga di fatto al sostegno garantito dalla Nato.

Trump è un affarista neocoloniale che non esita ad accaparrarsi parte delle ricchezze minerarie ucraine (o russe se il Donbass resta russo) ma ha detto una cosa assennata:

 io sono al di sopra delle parti – ha ripetuto – non posso insultare Putin e al tempo stesso negoziare sulla fine dei bombardamenti.

 

Sarebbe stato ben più brutale se avesse detto un’ulteriore verità:

l’Ucraina, la Nato e l’Europa hanno perso la guerra, ora si tratta di capire come mai è scoppiata.

I continui allargamenti della Nato, la trasformazione dell’Ucraina in un fortilizio, il trattamento oppressivo delle minoranze russe e della loro lingua:

tutto questo è vissuto come minaccia esistenziale a Mosca, non dall’invasione del ’22 ma dal 2008.

Va ricordato che fu Trump nel primo mandato ad armare Kiev con i temibili missili anticarro “Javelin”, cruciali nella guerra odierna:

 Zelensky l’ha giustamente evocato nella conferenza stampa.

 

Si legge sui giornali che l’Europa si riunisce finalmente per contrastare Trump.

 E farebbe bene se lo contrastasse su Israele, cosa che non fa.

Farebbe bene se difendesse l’Onu vilipesa da Washington anziché la Nato.

Fa molto meno bene quando si presenta come Europa atlantista, fingendo d’ignorare la sconfitta storica della Nato e il radicale distacco statunitense dall’Europa.

 

Fuori posto è anche lo sdegno per il negoziato Washington-Mosca, che in un primo momento esclude Zelensky ed europei.

È una lamentazione volutamente smemorata.

Quando fu abbattuto il Muro di Berlino e cominciò a prefigurarsi l’unificazione tedesca (in realtà fu un’annessione della Germania Est), furono Bush padre e Gorbaciov a negoziare bilateralmente.

 Solo in un secondo momento le trattative si estesero alle due Germanie e ai firmatari degli accordi postbellici, Regno Unito e Francia.

Allora la procedura apparve naturale.

Gli unici che potevano sbloccare le cose erano Washington e il Cremlino.

Ora invece si protesta, e non perché l’Europa sia più forte ma perché è diventata più inconsistente, più asservita alle industrie militari, meno addestrata alla diplomazia.

 

L’Unione è condannata all’irrilevanza se non richiama all’ordine rappresentanti pericolosi per la pace come Von der Leyen o l’estone Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza:

un personaggio, quest’ultimo, che non ha mai fatto autocritica su quanto disse nel maggio ’24, poco prima d’esser nominata:

“Non è una cattiva idea lo smembramento della Federazione russa in tante piccole nazioni”.

 

Quanto a Von der Leyen, memorabili sono le parole dopo il vertice euro-atlantico di Londra:

l’Ue deve trasformare l’Ucraina in un “riccio d’acciaio indigesto a invasori” come la Russia.

Il capo dell’esecutivo Ue non spiega come procedere, perché la politica estera e di difesa non è per fortuna di sua competenza.

Se parla così è perché si mette al servizio delle industrie militari, non dei governanti e ancor meno dei popoli.

 Un sondaggio dell’Istituto inglese “Faldata” rivela che i cittadini europei sono ostili alla strategia del riccio d’acciaio:

 una forte maggioranza di elettori francesi, tedeschi e inglesi vuole ridurre le spese militari o almeno mantenerle ai livelli attuali (il 66% in Francia, il 53 in Germania, il 54 nel Regno Unito).

Dice James Kanagasooriam, capo dell’istituto di sondaggi:

“I poteri politici sono alle prese con un enorme nodo gordiano”.

È il nodo gordiano che lega indissolubilmente le politiche neoliberali di austerità alla militarizzazione dell’Unione.

 

Il “Piano Riarmo Europa” presentato martedì da Von der Leyen conferma in pieno il nodo gordiano.

È annunciato un esborso di 800 miliardi di euro entro quattro anni:

“Si apre un’era di riarmo.

Questo è il momento dell’Europa.

Siamo pronti a passare a una velocità superiore”.

Una parte dei fondi europei destinati alla coesione sociale, territoriale e ambientale sarà dirottata verso il riarmo.

È sperabile che qualcuno fermi la Commissione.

Almeno per quanto riguarda i confini orientali d’Europa il pericolo è lei, non Trump.

 

 

 Mantenere il dominio dell'escalation:

 Trump e l'influenza predominante

dei "sostenitori di Israele."

Unz.com - Alastair Crooke – (16 settembre 2025) – ci dice:

L'attacco al team negoziale di Hamas riunito a Doha segna la fine di un'intera era e "una nuova realtà" per il Qatar.

L'attacco al team negoziale di Hamas riunito a Doha per discutere la "proposta Witkoff Gaza" non è solo un'altra "operazione delle IDF" da passare sotto silenzio (come la decapitazione di quasi tutto il governo civile in Yemen).

 

Segna piuttosto la fine di un'intera era e "una nuova realtà" per il Qatar.

È un evento epocale.

Per decenni, il Qatar ha giocato una partita molto redditizia: sostenere i jihadisti radicali di An-Nusra in Siria come leva contro l'Iran, mantenendo al contempo basi militari americane e una partnership strategica con Washington.

“ Doha si è presentata come mediatrice, cenando con i jihadisti e fungendo da facilitatore del Mossad”.

Fu questo approccio multidirezionale a dare al Qatar la reputazione di "beneficiario eterno" nelle crisi mediorientali e in Afghanistan.

Anche quando Israele, Iran o Arabia Saudita furono sotto attacco, Doha ne uscì avvantaggiata.

 I qatarioti contarono con calma i profitti derivanti dal loro gas e si godettero il ruolo di intermediari indispensabili.

 

Ora questa favola è finita: non ci saranno più "zone sicure".

 La cosa più significativa è che gli Stati Uniti (riportato dal canale israeliano 11) avevano approvato l'azione di cui Trump è stato poi informato.

Pur mettendo in discussione l'attacco, “Trump ha affermato di aver applaudito qualsiasi uccisione di membri di Hamas”.

 

Avremmo dovuto prevederlo.

L'attacco di Doha è stato l'ennesimo attacco a sorpresa di Trump e Israele, uno schema iniziato con l'attacco a sorpresa alla leadership di Hezbollah riunita per discutere di un'iniziativa di pace statunitense, una metodologia poi copiata per l'operazione di decapitazione iraniana del 13 giugno, proprio mentre Trump pubblicizzava l'avvio dei colloqui sul JCPOA con il “team di Witkoff” nei giorni successivi.

 

E ora, con la "proposta di pace" di Trump per Gaza presentata come esca per radunare i leader di Hamas in un unico luogo a Doha, Israele ha colpito.

Il “piano di Witkoff” per Gaza sembra una presa in giro; o forse una finta deliberata.

Perché Israele aveva già deciso di porre fine al ruolo del Qatar.

 

La logica israeliana è fondamentalmente semplice e cinica, indipendentemente dal numero di basi americane o dall'importanza del gas per l'economia globale.

L'uccisione di “Ismail Haniya” a Teheran, gli attacchi in Siria e Libano, l'operazione in Qatar:

sono tutti anelli di un'unica catena:

 Netanyahu (e la maggioranza in Israele lo sostiene in questo) dimostra metodicamente che non ci sono territori proibiti; nessuna norma di legge;

nessuna Convenzione di Vienna per lui in Medio Oriente.

 

Il sostegno al genocidio e alla pulizia etnica di Israele; l'incapacità di compiere alcuno sforzo serio per preparare un percorso politico per una soluzione sull'Ucraina;

l'affidarsi invece alla guerra, mentre si proclama la pace, tutto questo rappresenta l'essenza dell'approccio di Trump:

un esercizio di escalation di dominio, sia in patria che all'estero.

L'intera nozione di “Make America Great Again” (MAGA) sembra basarsi sull'uso calibrato della belligeranza, dei dazi o della potenza militare per mantenere un potenziale continuo di escalation del dominio a lungo termine.

Trump sembra pensare che raggiungere il dominio in patria e all'estero sia l'essenza del MAGA.

E che questo può essere ottenuto attraverso un dominio calibrato – venduto alla sua base MAGA chiamando tali minacce di portare "pace" o negoziare un "cessate il fuoco".

 

L'enfasi sull'escalation del dominio ha anche a che fare con la trasformazione delle guerre – nella mente di Trump – in enormi imprese a scopo di lucro degli Stati Uniti.

L'idea di trasformare Gaza in un progetto di investimento redditizio sottolinea lo stretto legame tra la guerra e il fare soldi.

Idem per l'Ucraina, che è diventata una manna per la lavanderia a gettoni degli Stati Uniti.

 

Non crediate che gli Stati Uniti non torneranno a una guerra particolare, a tempo debito.

Questo è il motivo per cui la scala dell'escalation non viene mai completamente abbandonata o rimossa, perché il suo continuo appoggiarsi al muro esterno di un conflitto offre un ritorno a qualche forma di ulteriore escalation in un momento successivo (ad esempio in Ucraina).

Tutti questi cartelli hanno fatto suonare un campanello d'allarme a Mosca.

 Il viaggio di Trump ad Anchorage – dal punto di vista russo – è stato quello di imparare (se possibile) quanto siano strette le catene che legano Trump;

qual è l'estensione della sua libertà di agire autonomamente; ciò che vuole;

E cosa avrebbe potuto fare dopo.

 

Per i russi, la visita ha dimostrato quali sono i limiti.

Yuri Ushakov, principale consigliere di Putin per la politica estera, ha spiegato che a Tianjin, durante il vertice della SCO, si sono svolti colloqui con tutti gli alleati strategici della Russia;

 si è capito che c'era stato un ritardo nelle pressioni sulle sanzioni offerte da Trump sulla Russia, ma non è stata implementata alcuna delle strutture per proseguire i negoziati.

Nessuna struttura, nessun gruppo di lavoro, nessun ulteriore scambio in preparazione del cosiddetto incontro trilaterale tra Trump, Zelensky e Putin.

Nessuna preparazione per un ordine del giorno; nessuna preparazione per i termini.

 

Ciò anticipava le intenzioni future di Trump:

nessuna struttura, nessun segnale, nessun vero impegno per la pace.

 I russi, invece, vedono un regime di Trump che sta giocando con l'opposto, con i piani europei di riarmare l'Ucraina.

L'aggressione congiunta di Israele e Stati Uniti contro l'Iran, e l'attacco di ieri al Qatar, sono eventi della stessa sostanza ideologica, che servono a confermare l'influenza predominante dei sostenitori di "Israel First" e di coloro che, nei circoli attorno a Trump, nutrono antichi rancori contro la Russia, derivanti da radici religiose simili.

 

Il predominio di questa politica incentrata su Israele ha frammentato la base MAGA di Trump.

 Ha – più in generale – compromesso in modo permanente il soft power globale e l'affidabilità diplomatica degli Stati Uniti. Eppure Trump, stretto nella sua morsa, non osa lasciarla andare:

farlo significherebbe rischiare l'autodistruzione.

 

Israele sta portando avanti una seconda Nakba (pulizia etnica e genocidio) a Gaza e in Cisgiordania, mentre la società ebraica rimane in gran parte intrappolata nella repressione e nella negazione, proprio come nel 1948.

Il controverso documentario della regista israeliana “Neta Shoshani” sulla guerra del 1948 è stato vietato in Israele perché ha messo in luce molti dei difetti dell'etica alla base della creazione dell'identità dello Stato nascente.

 

Shoshani ha scritto di recente a proposito del suo film:

"Mi sono resa conto all'improvviso che negli ultimi due orribili anni l'intera questione dell'ethos israeliano è stata completamente distrutta":

"Ho capito che un ethos ha un grande potere, che contiene la società entro certi confini.

E anche se quei confini vengono violati – e certamente lo furono già nel 1948 – c'era ancora qualcosa nei codici morali della società che almeno la faceva vergognare.

Così, per decenni, quell'ethos ha salvaguardato la società [israeliana] e l'esercito, costringendoli a mantenere certi limiti".

"E quando quell'etica cade a pezzi, è davvero spaventoso. Da questo punto di vista, il film è stato difficile da guardare fin dall'inizio, ma dopo gli ultimi due anni è diventato insopportabile"...

L'avvertimento di Shosani è che quando i confini etici di una società vengono cancellati in un bagno di sangue (come nel 1948), questa perdita della struttura dell'ethos può mettere in pericolo la legittimità dell'intero progetto, portando all'autodistruzione mentre lo stato supera tutti i limiti umani.

 

Questa oscura intuizione – molto pertinente al presente – potrebbe essere proprio uno dei tentacoli che legano Trump senza riserve alla sopravvivenza finale di Israele. (Probabilmente, ci sono anche "altri forti vincoli" invisibili).

Ciò avviene in un momento in cui gli Stati Uniti si stanno allontanando sempre di più dalla bozza della “Defence Planning Guidance” (DPG) del 1992, nota come "Dottrina Wolfowitz", che richiedeva agli Stati Uniti di mantenere una superiorità militare indiscussa per impedire l'emergere di rivali e, se necessario, di agire unilateralmente per proteggere i propri interessi e scoraggiare potenziali concorrenti.

 

L'attuale bozza della “Strategia di Difesa Nazionale” si sta allontanando dalla Cina, concentrandosi sulla sicurezza della patria e dell'emisfero occidentale.

 Le truppe saranno richiamate, inizialmente per rafforzare il confine.

“ Will Schryver” scrive :

"Elbridge Colby ha apparentemente aperto gli occhi sulla realtà: è troppo tardi per arrestare il dominio cinese sul Pacifico occidentale.

Sapeva già che una guerra contro la Russia era impensabile. L'unica opzione strategicamente significativa rimasta è l'Iran".

Forse anche Colby capisce che qualsiasi ulteriore fallimento militare degli Stati Uniti mostrerebbe fatalmente la spacconata geostrategica di Trump come un bluff.

Potremmo assistere a una nuova serie di importanti cambiamenti geopolitici, poiché Trump abbandonerà gli sforzi per essere "percepito come un pacificatore globale".

Trump stesso probabilmente non sa cosa vuole fare – e con molte fazioni che cercano di sgomitare nello spazio strategico vacante, probabilmente si rivolgerà a quelle tattiche di guerra israeliane che ammira così tanto.

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