La democrazia è un problema.
La
democrazia è un problema.
L’ego
vulnerabile di Donald Trump.
Generazionemagazine.it
- Simone Bianchetta – (14/08/2025) – ci dice:
Una
risata vi seppellirà, lo slogan che tinse i muri ribelli del lungo Sessantotto,
è più attuale che mai.
Nel
primo episodio della 27esima stagione della sitcom animata South Park, Donald
Trump, il sedicente re, è nudo e il suo ego smisurato viene deriso sotto i
colpi della satira.
Inutile dire che la Casa Bianca non l’ha presa
bene, ma è curioso che per mettere in difficoltà il Presidente più controverso
della storia degli Stati Uniti la satira sembri più efficace di ogni critica a
freddo, dei cani da guardia della stampa, di ogni contromossa dei dem seduti al
Congresso.
Ridere
del re nudo, letteralmente nudo, a letto con Satana o moribondo nel deserto, è
la strategia migliore per far vacillare il potere autoritario di Donald Trump?
A
letto con il diavolo.
Trey
Parker e Matt Stone, i creatori di South Park, non solo hanno rifiutato di
inchinarsi al re, ma gli hanno dichiarato guerra.
L’episodio Il discorso della montagna dipinge
Trump come un omuncolo patetico, ossessionato dalla propria immagine, che si
relaziona con il mondo oscillando tra «Relax, guy!» e «I’m gonna sue you! (Vi
denuncio!)».
Ma
soprattutto, umilia la vita sessuale del Presidente in ogni modo possibile,
tanto che persino il diavolo risulta schifato a letto con lui e arriva a dire:
«I need counseling (ho bisogno di terapia)».
Il
guanto di sfida ha nel mirino proprio il clima di gangsterismo intimidatorio
che Trump ha gettato sul mondo dei media.
Come
ha spiegato a “Pod Save America” il “chief media analyst” della CNN, “Brian
Stelter”, i creatori di “South Park” hanno sfruttato la posizione di vantaggio
che l’accordo da 1,5 miliardi di dollari con la rete di distribuzione Paramount
garantisce: costoso cancellare la serie in caso di pressioni.
Così hanno deriso esplicitamente la rete
stessa per l’accordo economico da 16 milioni con cui ha evitato di andare a
processo contro Trump e hanno denunciato il trattamento riservato da CBS,
controllata da Paramount, a “Stephen Colbert”, uno dei conduttori televisivi
più critici dell’inquilino alla Casa Bianca.
«Trump
can’t take a joke».
La
chiusura del “late show” più seguito d’America, “The Late Show with Stephen
Colbert”, ufficialmente per «ragioni finanziarie», è solo l’ultimo capitolo
della guerra di Trump contro i comici statunitensi.
Durante
la corsa alla presidenza del 2016, accusò i media di «truccare le elezioni»,
dopo aver visto” Alec Baldwin” imitarlo al “Saturday Night Live”, e lo stesso
copione si è ripetuto per tutta la durata della sua prima amministrazione, come
ha ricostruito “Esquire”.
Non a
caso, secondo uno scoop del “Daily Beast” del 2021 ripreso da tutte le testate
americane, Trump avrebbe chiesto consiglio ai suoi collaboratori su come
sfruttare le istituzioni federali per usare il pugno di ferro contro “SNL”,
Jimmy Kimmel Live! e altri programmi non graditi.
Il giorno dopo “Jimmy Kimmel” rispose: «Trump can’t
take a joke! (Trump non sa stare agli scherzi!)».
In
effetti l’orgoglio megalomane di The Donald rivela tutta la sua vulnerabilità.
Si sa,
la satira non piace agli autocrati, eppure è rilevante che proprio lui fatichi
ad accettare le regole del gioco.
Trump, un soggetto politico abituato a
mettersi coscientemente in ridicolo pur di agganciare emotivamente il suo
pubblico e di catturare la viralità, tanto da arrivare a simulare del sesso
orale con un microfono malfunzionante durante uno dei suoi ultimi comizi
pre-elettorali.
L’Atlantic
raccontò l’accaduto in un articolo dal titolo inequivocabile:
“Trump
Needs Help”.
Non ci
resta che ridere.
Di
tutte le strategie adottate dal ticket democratico “Harris-Walz “durante la
corsa alla corsa alla presidenza, l’aggettivo “weird” associato al “popolo MAGA
“e ai suoi leader è stato il più rivelatorio, quantomeno per mandare in
cortocircuito l’impermeabile e grottesca retorica di Donald Trump.
Per
quanto già allora accusare di minaccia alla democrazia il pregiudicato
promotore del tentato colpo di Stato di Capitol Hill fosse più che ragionevole,
basare la propria proposta politica sul pericolo esistenziale di Trump si era
rivelato controproducente.
Etichettarlo come «weird (strano)» l’aveva
colpito più a fondo e aveva rilanciato la luna di miele di “Kamala Harris,”
grazie alla spinta del candidato alla vicepresidenza “Tim Walz”.
Per una volta, Trump era stato tagliato fuori
dalla conduzione della risata e si era infuriato, ma, come sappiamo, ridere di
Trump non è bastato.
Così
come non è bastato rilanciare l’acronimo “TACO” (Trump Always Chickens Out,
ovvero Trump fa sempre marcia indietro), coniato dal giornalista del “Financial
Times” “Robert Armstrong” per evidenziare il bluff dell’amministrazione Trump
nella guerra dei dazi, per segnare un vero cambio di rotta.
Eppure,
anche qui la Casa Bianca non l’aveva presa bene:
Trump
si era mostrato ferito nell’orgoglio davanti alle telecamere, più indispettito
del solito.
La
risata aveva fatto breccia, ma davvero non ci resta che ridere?
La
strategia “flood the zone” coniata dall’ex consigliere di Trump” Steve Bannon”
spiega bene come i democratici e i giornali di opposizione (e non solo) non
riescano a stare al passo con i rilanci continui della “galassia MAGA”.
Sempre
in ritardo, sempre un passo indietro al nuovo tweet o al nuovo ordine esecutivo
irricevibile del presidente, costretti a fare ordine nel suo cinismo caotico.
In più, ogni critica a freddo sembra rimbalzare al mittente.
Non è
un caso che la prima vera crisi della seconda presidenza Trump non provenga
dalla violenza liberticida senza precedenti che ha riversato sugli Stati Uniti
d’America, ma dal caso” Epstein”, che, per quanto torbido e orribile, per ora
non è nulla di nuovo.
Non è
una buona notizia se l’unico modo per far vacillare il potere autoritario di
Trump sono la satira e i complotti.
La
ricetta Mamdani.
“Mark
Fisher” sosteneva, citando “Frederic Jameson” e “Slavoj Žižek”, che:
«È più
facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» e insisteva
sul senso di impotenza di fronte all’immaginazione di un’alternativa.
Sembra
valere lo stesso per il fenomeno Trump: certo, il suo consenso crolla e la sua
base può spaccarsi, ma da fuori il suo universo sembra inscalfibile e i
democratici non riescono a riconquistare le redini culturali del discorso
pubblico, soprattutto dopo la” crisi delle istanze woke”.
La
satira si è dimostrata un’arma notevole:
ridere
del re nudo funziona, ma serve di più e “Zohran Mamdani” lo dimostra.
La sua vittoria da “underdog” alle primarie
dem per la carica di sindaco di New York City rappresenta un’alternativa
concreta per un partito che ha perso la bussola politica:
è
giovane, radicale, ma soprattutto un leader carismatico in grado di parlare dei
bisogni reali dei cittadini, di reggere il confronto con il cinismo aggressivo
della retorica MAGA e di recuperare il controllo della narrazione.
(Simone
Bianchetta).
Democrazia.
Coe.int
– (15 settembre 2025) – Redazione - Democracy and Human Dignity – Manuel for
Human Rights – ci dice:
Nessuno
è nato un buon cittadino; nessuna nazione nasce come democrazia. Piuttosto,
entrambi sono processi che continuano ad evolversi nel corso della vita.
I giovani devono essere inclusi dalla nascita.
(Kofi
Annan).
Cosa è
la democrazia?
"Delle
persone, dalle persone, per le persone"
(Abraham
Lincoln),
La
parola democrazia viene dalle parole greche "demos", che significa
popolo e "Kratos" che significa potere; quindi la democrazia va
pensata come "il potere del popolo":
un modo di governare che dipende dalla volontà
del popolo.
Ci
sono così tanti modelli diversi di governi democratici nel mondo che a volte
risulta più semplice comprendere l'idea di democrazia in base cosa
assolutamente non è.
La democrazia, dunque, non è l'autocrazia o la
dittatura, dove a governare è un solo individuo;
non è
nemmeno l'oligarchia, dove a governare è un ristretto gruppo della società.
Intesa correttamente, la democrazia non dovrebbe nemmeno essere "il
governo della maggioranza", se questo significa che gli interessi delle
minoranze siano completamente ignorati.
Una
democrazia, almeno in teoria, è il governo a nome di tutto il popolo, secondo
la sua "volontà".
Domanda:
Se la democrazia è il governo del popolo, esiste una vera democrazia nel mondo?
Perché
la democrazia?
L'idea
di democrazia prende la sua forza morale - e il fascino popolare - da due
principi chiave:
1. L'autonomia individuale:
2. L'idea che nessuno dovrebbe essere soggetto
a norme che sono state imposte da altri. Le persone dovrebbero avere il
controllo delle proprie vite (entro certi limiti)
2.
Uguaglianza: L'idea che tutti dovrebbero avere la stessa opportunità di
influenzare le decisioni che riguardano le persone nella società.
Questi
principi sono intuitivamente accattivanti e aiutano a spiegare perché la
democrazia è così popolare.
Naturalmente
riteniamo che sia giusto avere la stessa possibilità di chiunque altro di
decidere su norme comuni!
I
problemi sorgono quando consideriamo come i principi possono essere messi in
pratica, perché abbiamo bisogno di un meccanismo per decidere come affrontare
le opinioni contrastanti.
Poiché
offre un meccanismo semplice, la democrazia tende ad essere "il governo
della maggioranza";
ma il
governo della maggioranza può significare che gli interessi di alcune persone
non sono mai rappresentati.
Un
modo più genuino di rappresentare gli interessi di tutti è quello di utilizzare
il processo decisionale per consenso, dove l'obiettivo è quello di trovare
punti di interesse comuni.
Domanda:
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di prendere decisioni per consenso,
rispetto a farlo con la regola della maggioranza?
Come
vengono prese le decisioni nel vostro gruppo giovanile?
Lo
sviluppo della democrazia.
Storia
antica.
La
creazione della democrazia è ascritta agli antichi greci, anche se sono quasi
sicuramente esistiti esempi antecedenti di forme primitive di democrazia in
altre zone del mondo.
Il
modello greco fu fondato nel V secolo a.C., nella città di Atene.
La democrazia ateniese si ergeva sola in un mare di
autocrazie e oligarchie, che al tempo erano le più diffuse forme di governo.
1. La
loro era una forma di democrazia diretta - in altre parole, invece di eleggere
dei rappresentanti che governassero a nome del popolo era "il popolo" stesso che
si incontrava, discuteva le questioni di governo e poi attuava le politiche.
La
democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza.
(Albert
Camus)
2. Un
sistema tale era in parte possibile perché "il popolo" era una
categoria molto limitata.
Quelli
che potevano partecipare direttamente erano una parte ridotta della
popolazione, dato che le donne, gli schiavi, i forestieri e naturalmente i
bambini erano esclusi.
Domanda:
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della democrazia diretta?
La
democrazia nel mondo contemporaneo.
Anche
se le democrazie condividono caratteristiche comuni, non esiste un unico
modello di democrazia.
Risoluzione
delle Nazioni Unite sulla promozione e il consolidamento della democrazia
(A/RES/62/7).
Oggi
ci sono tante forme diverse di democrazia quante sono le nazioni democratiche
nel mondo.
Non ci
sono due modelli identici e nessun sistema può essere preso come
"modello" di riferimento.
Ci sono democrazie presidenziali e democrazie
parlamentari, democrazie che sono federali o democrazie unitarie, democrazie
che usano un sistema elettorale proporzionale e altre che usano un sistema
maggioritario, ci sono democrazie che sono anche monarchie e così via.
Un
elemento che unisce i moderni sistemi democratici, e che li distingue da quelli
antichi, è l'uso di rappresentanti del popolo.
Invece
di prendere parte direttamente alla stesura delle leggi, le moderne democrazie
usano le elezioni per scegliere rappresentanti che poi governano per conto del
popolo.
Questo
è il sistema conosciuto come democrazia rappresentativa.
Questo
sistema può, in qualche modo, affermare di essere "democratico" perché
è comunque basato, almeno fino ad un certo punto, sui due principi spiegati
sopra: l'uguaglianza (ogni persona dà un voto), e il diritto di ogni individuo
ad un certo livello di autonomia individuale.
Domanda:
Che cosa deve fare un politico eletto per assicurarsi di rappresentare
adeguatamente coloro che lo hanno eletto?
"Il
diritto di voto non è un privilegio.
Nel XXI secolo, il presupposto in uno Stato
democratico deve essere a favore dell'inclusione ...
Ogni
deroga al principio del suffragio universale rischia di minare la validità
democratica del legislatore che in quel modo era stato eletto e delle leggi da
esso promulgate."
Sentenza
della Corte europea (“Hirst” contro Regno Unito)
Migliorare
la democrazia.
Comunemente
ci si riferisce ai paesi che "stanno diventando" delle democrazie non
appena questi iniziano a svolgere delle elezioni aperte e relativamente libere.
Ma la
democrazia comprende molto altro oltre alle elezioni, e acquisisce molto più
senso quando iniziamo a pensare all'idea della volontà del popolo piuttosto che
alle strutture istituzionali o di voto, se vogliamo davvero valutare quanto un
paese sia democratico.
Si
comprende meglio l'idea di democrazia come qualcosa che possiamo avere in più o
in meno invece che qualcosa che è o non è.
I
sistemi democratici possono sempre essere resi più inclusivi, più
rappresentativi delle aspettative del popolo e più reattivi alla sua influenza.
In
altre parole, c'è margine per potenziare la parte "popolare" della
democrazia, includendo più persone nel processo decisionale;
c'è
anche spazio per migliorare la parte democratica del "potere" e della
"volontà" dando al popolo più potere reale.
Le
lotte per la democrazia nel corso della storia si sono di solito concentrate
sull'uno o sull'altro di questi elementi.
Oggi,
nella maggior parte dei paesi del mondo, le donne hanno il diritto di voto ma
questa conquista è stata ottenuta solo recentemente.
La
Nuova Zelanda è vista come il primo paese nel mondo ad aver introdotto il
suffragio universale nel 1893, ma anche lì alle donne è stato garantito il
diritto di candidarsi per il parlamento solo in seguito, nel 1919.
Molti
sono i paesi che hanno prima concesso il diritto di voto alle donne e solo in
un secondo momento hanno permesso loro di avere cariche elettive.
L'Arabia
Saudita ha concesso alle donne la possibilità di votare alle elezioni solo nel
2011.
Oggi
anche nelle democrazie consolidate ci sono settori della società, che
normalmente includono i migranti, i lavoratori immigrati, i detenuti e i
bambini, ai quali non viene concesso il diritto di voto anche se molti di loro
pagano le tasse e sono obbligati a obbedire alle leggi del paese in cui vivono.
Detenuti
e diritto di voto.
Ai
detenuti è concesso di votare in 18 paesi europei.
Il
diritto di voto ai detenuti ha restrizioni in 20 paesi, in base a elementi
quali la durata della pena o la gravità del crimine commesso oppure dal tipo di
elezione.
In 9
paesi europei ai detenuti non è concesso di votare.
Il
diritto di voto dei detenuti, Nota Standard della Commons Library SN/PC/01764,
aggiornata nel 2012.
(parliament.uk/briefing-papers/SN01764).
Nel
processo di “Hirst” contro il Regno Unito nel 2005, la Corte Europea ha
riscontrato che il divieto universale di voto per i detenuti nel Regno Unito
era una violazione dell'Articolo 3, Protocollo 1 della Convenzione Europea, che
afferma:
"Le
Alte Parti Contraenti si impegnano a tenere libere elezioni a intervalli
ragionevoli a scrutinio segreto, in condizioni che garantiscano la libera
espressione dell'opinione popolare nella società del legislatore."
Domanda:
L'esclusione di alcuni settori della società dal processo democratico può
essere sempre giustificata?
Democrazia
e partecipazione.
Non ho
nessuna formula per cacciare un dittatore o costruire la democrazia. Tutto
quello che posso suggerire è di dimenticare te stesso e pensare solo al tuo
popolo. Sono sempre le persone che fanno accadere le cose.
(Corazon
Aquino).
I modi
più diretti per partecipare al governo sono votare o candidarsi e diventare un
rappresentante del popolo.
La
democrazia, però, è molto più del semplice voto e ci sono molti altri modi di
impegnarsi nella politica e nel governo.
Il funzionamento
effettivo della democrazia, in effetti, dipende dalle persone comuni che usano
questi altri mezzi il più possibile.
Se le persone votano solo ogni 4 o 5 anni - o
non votano affatto - e se non fanno niente nel periodo tra un voto e il
successivo, allora il governo non può davvero dire di essere "delle
persone".
È
difficile dire che questo tipo di sistema sia democratico.
Sui
sistemi di partecipazione si possono leggere più dettagli nella sezione
Cittadinanza e Partecipazione.
Qui ci
sono alcune idee - forse il minimo che sarebbe necessario per i membri del
parlamento per agire democraticamente in rappresentanza del popolo:
Essere
informati su ciò che sta succedendo, su cosa viene deciso "nel nome del
popolo" e in modo particolare sulle decisioni e le azioni fatte dai propri
rappresentanti.
Far
conoscere le proprie opinioni sia ai propri rappresentanti in parlamento che ai
mass media o a gruppi che si occupano di particolari tematiche.
Senza un feedback dal "popolo" i
leader possono governare solo secondo le loro proprie volontà e priorità.
Se le
decisioni sembrano essere antidemocratiche o contrarie ai diritti umani o anche
se si nutrono forti dubbi su di esse bisogna impegnarsi perché la propria voce
venga ascoltata così che le decisioni politiche possano essere riviste.
Il sistema più efficace per fare questo è
probabilmente quello di unirsi ad altre persone in modo che la propria voce sia
più forte.
Votare,
ogni qualvolta ce ne sia possibilità.
Se le
persone non votano i politici sono effettivamente non controllabili.
Domanda:
Hai mai partecipato in uno di questi modi (o in altri)?
Democrazia
e diritti umani.
La
connessione tra i diritti umani e la democrazia è profonda e va in due sensi:
gli uni sono in un certo modo dipendenti dall'altra e incompleti senza.
Ogni
individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese sia
direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.
(Articolo
21, parte 1, DUDU)
Prima
di tutto l'uguaglianza e l'indipendenza sono valori anche nei diritti umani e
il diritto di partecipare al governo è, esso stesso, un diritto umano.
L'Articolo
21 della Dichiarazione Universale dei diritti umani (DUDU) ci dice che "la
volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo":
quindi
la democrazia è in effetti l'unica forma di governo compatibile con i diritti
umani.
In
ogni caso, una democrazia è incompleta senza un profondo rispetto per i diritti
umani.
Partecipare
al governo, in modo autentico, è quasi impossibile se alle persone non è
garantito il rispetto degli altri diritti di base.
Si
considerino i seguenti esempi:
1.
Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (DUDU, Articolo 18).
Questo
è uno dei primi diritti essenziali in una democrazia:
le persone devono essere in grado di pensare
liberamente, di tenere a qualsiasi credo sia importante per loro, senza per
questo essere puniti.
I
governi, nel corso della storia, hanno cercato di limitare questo diritto
perché temono che se la gente inizia a pensare ad altre forme di governo,
questo potrebbe mettere in pericolo il sistema politico attuale.
Così
hanno arrestato delle persone soltanto perché avevano pensieri contrari (queste
persone sono considerate come prigionieri politici).
Tuttavia,
una società senza pluralismo di pensieri non solo è intollerante ma limita
anche le proprie possibilità di svilupparsi in direzioni nuove ed eventualmente
migliori.
2.
Libertà di espressione (DUDU, Articolo 19).
Non
solo è importante avere la possibilità di pensare ciò che si vuole, ma anche
essere in grado di esprimere a parole tale opinione, qualunque essa sia.
Se
alle persone è impedito di parlare delle proprie opinioni con gli altri o di
presentarle ai mass media come potrebbero "partecipare" al governo?
La loro opinione è stata essenzialmente
esclusa dalle possibili alternative prese in considerazione.
La
democrazia non riconosce l'est o l'ovest; la democrazia è semplicemente la
volontà della gente.
(Shirin
Ebadi)
3.
Libertà di riunione e di associazione pacifica (DUDU Articolo 20).
Questo
diritto permette alle persone di discutere le idee con altri, di formare gruppi
di interesse o associazioni o di riunirsi con lo scopo di protestare contro le
decisioni con cui non sono d'accordo.
Forse
una tale attività è a volte scomoda per i governi;
Tuttavia
è essenziale che diverse opinioni siano conosciute e tenute in considerazione.
E
questo è parte della democrazia.
Questi
sono tre diritti umani intrinsecamente legati all'idea di democrazia, ma ogni
violazione di altri diritti umani influenzerà anche la misura in cui una
persona sia in grado di partecipare al governo.
La
povertà, una salute precaria o la mancanza di una casa possono rendere più
difficile per qualcuno far sentire la propria voce e far diminuire il peso
delle loro scelte in confronto ad altri.
Tali
violazioni dei diritti rendono quasi sicuramente impossibile per la persona
interessata l'elezione ad una carica di governo.
Domanda:
Fino a che punto i tre diritti democratici (elencati sopra) sono rispettati nel
vostro paese?
Problemi
con la democrazia.
La
democrazia non significa molto se una persona è affamata o senzatetto o se non
ha assistenza sanitaria o se i suoi bambini non possono andare a scuola; anche
se ha diritto di voto la democrazia non è effettiva.
(Susan
George, Presidente di ATTAC)
L'apatia
degli elettori.
Per
diversi anni c'è stata preoccupazione per la condizione della democrazia e
forse soprattutto nelle democrazie più consolidate.
Questo
si basa sulla diminuzione dei livelli di partecipazione degli elettori al voto,
ciò sembra indicare una mancanza di interesse e di coinvolgimento da parte dei
cittadini.
Una
bassa affluenza alle urne mette in discussione la legittimità dei cosiddetti
governi democraticamente eletti che in alcuni paesi sono effettivamente eletti
da una minoranza dell'elettorato totale.
Elezioni e apatia.
L'affluenza
alle urne alle elezioni del Parlamento europeo è diminuita ogni anno dalle
prime elezioni tenutesi nel 1979.
Nel 2009 solo il 43% dell'elettorato ha votato
e in alcuni paesi l'affluenza è scesa al 34%.
Nelle
elezioni nazionali in tutta Europa, l'affluenza varia da poco più del 50% in
alcuni paesi a oltre il 90% in altri.
Alcuni
paesi in Europa, per esempio, la Grecia e il Belgio hanno reso il voto
obbligatorio.
In
tali paesi l'affluenza alle urne è ovviamente molto superiore alla media dei
paesi dove il voto è facoltativo.
Domanda:
Con che proporzione l'elettorato ha votato nelle ultime elezioni del vostro
paese?
Nonostante
sia indubbiamente un problema che sempre meno persone riescano a votare alle
elezioni, ci sono alcuni studi che indicano che la partecipazione in forme
diverse potrebbe essere effettivamente in aumento, ad esempio gruppi di
pressione politica, iniziative civiche, organi consultivi e così via.
Queste
forme di partecipazione sono tanto importanti per un funzionamento effettivo
della democrazia, quanto l'affluenza alle urne alle elezioni, se non di più.
Democrazia
e partecipazione civica.
La
cosiddetta “Primavera Araba”, nella quale masse di persone - tra cui molti
giovani - sono scese per le strade per esprimere la loro insoddisfazione nei
confronti del governo, ha mostrato un nuovo livello di partecipazione civica in
paesi che non erano tradizionalmente considerati democrazie.
Anche
in Europa, anche nelle democrazie più tradizionali, "il potere del
popolo" sembra aver trovato una nuova prospettiva:
gli
studenti hanno protestato in molti paesi contro le iniziative dei governi che
imponevano tasse sull'istruzione.
I
sindacati hanno portato le persone nelle strade per protestare sull'impatto dei
tagli economici.
In più, gruppi autonomi di attivisti hanno
inventato forme nuove e creative di manifestazione contro i cambiamenti
climatici, il potere delle grandi aziende, il ritiro di servizi statali chiave
e anche contro misure
di polizia oppressive.
La
regola della maggioranza.
Una
minoranza può aver ragione e la maggioranza ha sempre torto.
(Henrik
Ibsen)
Ci
sono due problemi che sono più profondamente connessi al concetto di democrazia
rappresentativa e che riguardano gli interessi della minoranza.
Il
primo è che gli interessi delle minoranze spesso non sono rappresentati
attraverso il sistema elettorale:
questo
può accadere se il loro numero è troppo basso per raggiungere il livello minimo
necessario per avere una qualsiasi rappresentanza.
Il
secondo problema è che, anche se il loro numero viene rappresentato nell'organo
legislativo, avranno comunque una minoranza di rappresentanti e questi
potrebbero quindi non avere la possibilità di
raccogliere i voti necessari per sconfiggere i rappresentanti della
maggioranza.
Per
queste ragioni si parla della democrazia con la definizione di "regola
della maggioranza".
La
regola della maggioranza, se non sostenuta dalla garanzia dei diritti umani per
tutti, può portare a decisioni che sono dannose per le minoranze, e il fatto
che queste decisioni sono il "volere del popolo" non può fornire
nessuna giustificazione.
Gli
interessi di base delle minoranze come quelli delle maggioranze devono essere
salvaguardati in ogni sistema democratico, aderendo ai principi dei diritti
umani, rafforzati da un meccanismo giuridico efficace, qualsiasi sia la volontà
della maggioranza.
Domanda:
Se la maggioranza della popolazione è favorevole a privare alcune persone dei
loro diritti umani, pensate che "dovrebbe decidere il popolo"?
L'ascesa
del nazionalismo.
La
democrazia è concepita al meglio come processo di democratizzazione.
(Patomäkim,Teivainen)
Un
problema correlato è la preoccupante tendenza in tutta Europa al supporto di
partiti di estrema destra.
Questi
partiti hanno spesso spinto su sentimenti nazionalisti, hanno preso di mira
membri della popolazione "non indigeni", in particolare richiedenti
asilo, rifugiati e membri delle minoranze religiose, talvolta anche in modo
violento.
Tali
partiti, come difesa, fanno spesso appello al supporto che trovano tra la
popolazione e al principio democratico che essi rappresentano le opinioni di un
grande numero di persone.
Tuttavia
se un partito appoggia la violenza, in qualsiasi forma, e se non rispetta di
diritti umani di tutti i membri della popolazione, ha ben poco diritto di
appellarsi ai principi democratici.
In
base all'entità del problema, e al particolare contesto culturale, potrebbe
essere necessario limitare il diritto alla libertà di espressione a determinati
gruppi, nonostante l'importanza di tale diritto nei processi democratici.
La
maggior parte dei paesi, per esempio, ha leggi contro l'incitamento all'odio
razziale.
Ciò è
visto dalla Corte Europea come una limitazione accettabile alla libertà di
espressione, giustificata dal bisogno di proteggere i diritti degli altri
membri della società, o della struttura stessa della società.
Domanda:
Il nazionalismo è diverso dal razzismo?
I
giovani e la democrazia.
I
giovani spesso non hanno nemmeno accesso al voto, quindi come possono essere
parte del processo democratico?
Molte
persone risponderebbero a questa domanda affermando che i giovani non sono
pronti ad essere parte del processo e che solo a 18 anni (o a qualunque età il
loro paese gli dia la possibilità di votare) saranno in grado di partecipare.
In
effetti tanti giovani sono molto attivi politicamente già prima di poter
votare, e in un certo modo, l'impatto di questo loro attivismo può essere più
forte dell'accesso al singolo voto che riceveranno in seguito - e che potranno
decidere di usare o meno - una volta ogni 4 o 5 anni.
I politici sono spesso impazienti di chiedere
il voto dei giovani, questo li può rendere più predisposti ad ascoltare le
preoccupazioni dei giovani.
Molti
giovani sono impegnati in gruppi ambientalisti, o in altri gruppi di protesta
che organizzano campagne contro la guerra, contro lo sfruttamento da parte
delle grandi aziende o contro il lavoro minorile.
Forse uno dei modi più importanti con cui i
giovani possono iniziare ad impegnarsi nella vita della comunità e
nell'attività politica è agire a livello locale:
in tal
modo saranno più consapevoli dei problemi che li preoccupano e di quelli con
cui sono più a contatto, e questo li renderà più capaci di avere un impatto
diretto. La
democrazia non ha a che fare solo con questioni nazionali o internazionali:
deve iniziare nei nostri quartieri!
Le
organizzazioni giovanili sono uno dei modi attraverso cui i giovani fanno
esperienza e praticano la democrazia e, inoltre, hanno un ruolo importante nel
processo democratico, ammesso ovviamente, che siano amministrate in modo
indipendente e democratico!
Domanda:
Se un sedicenne è considerato/a abbastanza maturo per sposarsi o per lavorare,
non dovrebbe esserlo anche per votare?
Il
lavoro del Consiglio d'Europa.
Ci
batteremo per il nostro obiettivo comune di promuovere la democrazia e il buon
governo di altissima qualità, a livello nazionale, regionale e locale, per
tutti i nostri cittadini.
Piano
d'azione del Vertice di Varsavia del Consiglio d'Europa (2005).
La
democrazia è uno dei valori fondamentali del Consiglio d'Europa, insieme ai
diritti umani e allo Stato di diritto.
Il
Consiglio d'Europa ha una serie di programmi e pubblicazioni che si occupano
del miglioramento e del futuro della democrazia.
Nel 2005, il Forum per il futuro della democrazia è
stato istituito dal Terzo Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio
d'Europa.
L'obiettivo
del Forum è quello di "rafforzare la democrazia, le libertà politiche e la
partecipazione dei cittadini attraverso lo scambio di idee, informazioni ed
esempi di buone pratiche".
Ogni anno si svolge una riunione del Forum che
riunisce circa 400 partecipanti dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa e
degli Stati osservatori.
Il
sostegno allo sviluppo e all'attuazione di norme per la democrazia è sostenuto
dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto - nota anche
come Commissione di Venezia - che è l'organo consultivo del Consiglio d'Europa
in materia costituzionale.
La commissione è stata particolarmente attiva
nell'assistere l'elaborazione di nuove costituzioni o leggi sulle corti
costituzionali, codici elettorali, diritti delle minoranze e il quadro
giuridico relativo alle istituzioni democratiche.
Oltre
a questo lavoro di definizione delle norme, il Consiglio d'Europa promuove la
democrazia e i suoi valori attraverso programmi sulla partecipazione
democratica, l'educazione alla cittadinanza democratica e la partecipazione dei
giovani, perché la democrazia è molto più che votare alle elezioni!
Considerazioni
sullo stato
della
Democrazia.
It.gariwo.net - Francesco M. Cataluccio –
(stato di diritto) – (19-05-2025) – ci dice:
La
Democrazia è oggi, in ogni sua forma, e nelle sempre minori parti del mondo
dove vigono sistemi che si definiscono democratici, in profonda crisi. Profonda
perché la crisi tocca non soltanto le istituzioni ma gli stessi cittadini, che
sono i soggetti, oltre che i fruitori, del sistema democratico.
“Sigmund
Freud” scrisse a conclusione de “Il disagio nella civiltà” (1929):
"Il
problema fondamentale del destino della specie umana a me sembra sia questo:
se, e
fino a che punto, l’evoluzione civile riuscirà a padroneggiare i turbamenti
della vita collettiva provocati dalla pulsione aggressiva e autodistruttrice
degli uomini".
La
Democrazia, infatti, è il sistema che cerca di padroneggiare i naturali istinti
aggressivi e autodistruttivi degli esseri umani e dare la possibilità ai
cittadini di convivere, il più possibile coerentemente secondo gli ideali di
Libertà, Uguaglianza e Fraternità.
Oggi,
il risentimento, la diffidenza, il sospetto, la rissosità permeano e inquinano
in modo paranoico i rapporti tra le persone.
In campo politico si assiste alle continue
accuse che, acriticamente e in modo stereotipato, uno schieramento rivolge
all’altro; alla negazione della possibilità di un dialogo che non si traduca in
un alterco o in un pubblico dileggio, accompagnati dalla proiezione sistematica
sull’altro delle responsabilità di programmi disattesi.
Come
ha notato lo psichiatra “Claudio Mencacci”:
"Questo
'virus della paranoia' circola nella nostra vita, amplifica la diffidenza dello
Stato sui comuni cittadini che a loro volta ricambiano diffidenza e sospetto.
E la Storia ci ha insegnato che il passaggio,
a volte indolore, dallo Stato di diritto a quello paranoico, non è improbabile.
Sono
forti i segnali di perturbazione che provengono da questa atmosfera, da questa
incontinenza emotiva che travolge ogni dibattito e conduce da un lato
all’allontanamento dei cittadini dalla politica, dall’altro all’aumento della
violenza che, quando si insinua nel gruppo, aumenta in modo esponenziale
l’aggressività del singolo.
Tale
aggressività è anche conseguenza della crisi economica che sta esacerbando gli
animi e che è bene non sottovalutare.
Molte persone si sentono alienate e
preferiscono seguire i leader che parlano di dominio e combattimento, non
quello che parla di guarigione e cooperazione. Sempre più forte è la tentazione
che hanno molti di gettare via tutte le proprie convinzioni per sostenere il
leader che promette di essere “la loro vendetta”.
Il
nemico principale delle democrazie è il risentimento e il linguaggio di odio
che lo accompagna e rafforza.
Come
notava la filosofa spagnola “María Zambrano” (1904-1991), esiliata durante la “dittatura
di Francisco Franco”, ciò che rende terribile il risentimento è il fatto che si
ritorca sempre contro ciò che potrebbe salvarlo:
“La
creatura risentita distrugge l’unica cosa alla quale potrebbe attaccarsi, si
leva contro i suoi princìpi, che seppure odia rimangono tali; princìpi appunto
che potrebbero sostenere lo spirito disperato. (…)
Colui
che è risentito manca essenzialmente di fermezza, di lealtà verso di sé e verso
tutti”.
Il
risentimento e l’odio gridano perché sono un’afasia dell’intelligenza.
Ne “L’agonia dell’Europa” (1945) Zambrano
mostra bene come i totalitarismi avevano fatto dell’odio e della menzogna una
delle loro colonne.
Così oggi con i populismi si assiste allo
strangolamento della Verità e a un conflitto generalizzato.
Tutto è uguale perché un malinteso senso della
democrazia dà il diritto a ciascuno di considerarsi nel vero.
È
morto il dialogo.
Nel
linguaggio non esistono più gerarchie:
“La mia parola vale quanto la tua, anche se io ho
studiato anni e sono esperto dell’argomento sul quale stiamo discutendo”.
Molti
cittadini si sentono ormai isolati, lontani dal proprio prossimo, diffidenti,
confusi.
Il potere ottiene questo risultato
controllando l’arte del discorso: rendendo i concetti opachi, istillando paura
e incertezza, sommergendoci di rumore.”
I
totalitarismi e i populismi usano la lingua come arma di potere.
Ma,
occorre precisare, il moderno potere illiberale non si presenta necessariamente
con le sembianze di un feroce dittatore:
talvolta
appare come un’intersezione di interessi, una sovrapposizione tra potere
politico ed economico che depreda il comune cittadino dei suoi diritti e di un
giusto governo.
Già diversi paesi (come l’Ungheria, la
Turchia, alcuni paesi dell'America Latina), nonostante che i loro governanti
siano andati al potere con le elezioni, sono diventate “democrazie illiberali”:
con il
controllo quasi totale dei mezzi di comunicazione e la trasformazione e
asservimento, attraverso decreti, delle istituzioni (quali, ad esempio, le
Corti costituzionali, fondamentali per gli equilibri del sistema) o la scuola.
Le
nuove forme di comunicazione sociale e l'avvento dell'Intelligenza artificiale
rischiano di mettere ulteriormente in crisi la democrazia e il dialogo tra
cittadini.
Meno
parole e un linguaggio sempre più semplificato implicano minore capacità di
esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero critico.
Molti
studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata
derivino direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni
attraverso le parole.
Senza
parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile.
Se non
esistono pensieri, non esistono pensieri non stereotipati e conformisti.
E non
c’è pensiero senza parole.
Fu “Umberto
Eco” a sostenere che “i social media danno diritto di parola a legioni di
imbecilli”.
E
aggiunse:
“Il Web non ha inventato gli imbecilli, ma ha dato
loro, semplicemente, lo stesso pubblico che hanno i premi Nobel.
E non
l'ha fatto per caso.
Perché
da sempre i media lusingano l’uomo della strada, per manipolarlo meglio.”
Quella
frase provocatoria suscitò grande indignazione.
Ma
pochi si accorsero che Eco aveva usato praticamente le stesse parole tre mesi
prima in un’intervista a “El Mundo”.
Quella
era dunque un’affermazione beffarda ma meditata.
I media non creano, ma coltivano e promuovono
e gratificano l'imbecillità:
perché
fa vendere e fa votare.
Gli
imbecilli, sostenne ironicamente Eco, "prima parlavano solo al bar dopo
due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società".
Egli
si chiedeva: “La difesa istintiva del pubblico: può avvenire su Internet?
Dipende solo dalla capacità critica di chi ci naviga”.
Moderare
e censurare infatti servirà sempre meno se continuerà ad acuirsi la crisi di un
sistema formativo che accentua le differenze sociali e marginalizza intere
fasce di giovani, non riuscendo a contrastare il crescente abbandono scolastico
e la diffusione dell’ignoranza.
Non è
infatti soltanto un problema di educazione famigliare, ma soprattutto di una
scuola che deve rinnovarsi radicalmente nei programmi e nei metodi, proponendo
un sano spirito critico, valori credibili da opporre all’imbarbarimento del
linguaggio e della società.
Un
gran numero di adulti, infatti, sono sempre meno adatti a porsi come un modello
positivo:
spesso
si dimostrano immaturi e arretrati, parlano una lingua povera, infarcita di
gerghi mutuati da slogan televisivi, sgrammaticata.
I creatori di contenuti offensivi e violenti
sono per lo più adulti mediamente ignoranti ma che sono diventati rapidamente
abili nell’uso delle tecnologie digitali e capaci di connettersi con siti e
server, spesso stranieri.
Eco è
stato tra i primi ad avvisarci di questo pericolo e non solo.
Nel
libro “Il fascismo eterno” (1997) , è contenuta una lezione che tenne nel 1995
alla “New York Review of Books”, nella quale individuava una correlazione tra
dittatura e cultura di massa.
Le
caratteristiche ricorrenti sono il culto dell’azione per l’azione, il
disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi
medie frustrate, il populismo qualitativo e altre ancora, tutte forme
smascherate nel loro riprodursi da sempre.
Per
tutte queste cose la Democrazia si impara prima di tutto a scuola, dove si
dovrebbe essere educati ai suoi valori e al linguaggio, a praticare il dialogo
con gli altri e il rispetto reciproco, e anche l'importanza della divisone dei
compiti e della delega all'interno di un gruppo. Il critico letterario ed ex
direttore della celebre rivista “Granta”, “John Freeman”, nel suo Dizionario
della dissoluzione (2019) , dà grande importanza alla voce Insegnanti perché
“quello che serve è un ritorno al tempo dei princìpi, per non ricadere nel
baratro dell’odio (…).
Le
democrazie hanno bisogno di cittadini informati e istruiti per funzionare in
modo sano, altrimenti si espongono a poteri di stampo tribale e costrutti da
criminalità organizzata”.
“Freeman”
sostiene che serva un radicale cambiamento di prospettiva:
“È
necessario rivendicare uno strumento che viene vandalizzato ogni giorno dinanzi
ai nostri occhi, il linguaggio, e ridefinire che cosa significhi essere
cittadini dal punto di vista etico nell’epoca in cui viviamo. (…)
Dobbiamo
impadronirci di parole ricche di possibilità e cominciare a riutilizzarle da
capo (…)
usare
l’intero spettro del loro significato e questo all’inizio potrà sembrarci un
mero esercizio mentale, ma alla fine ci porterà ad agire”.
Gli
strumenti che ci serviranno per farlo giacciono ovunque, dimenticati, intorno a
noi:
“Brandelli
arrugginiti di linguaggio caduti in disuso ma ancora esistenti, parole
distrutte e ridotte alle loro componenti più semplici, private della loro
complessità”.
Da qui
si deve ripartire per salvare e rivitalizzare la Democrazia.
La sua sopravvivenza, infatti, dipende dalla
nostra capacità di pensare con chiarezza e in libertà.
E
anche vivere e discutere collettivamente.
Se la
democrazia diventa un
problema
nell’Unione europea.
Apceuropa.com
- Franco Chittolina – (11 Settembre 2025) – ci dice:
La
buona notizia è che le nostre democrazie in Europa non si sottraggono al
giudizio dei Parlamenti;
la
meno buona, di questi ultimi giorni, è che le verifiche parlamentari possono
indurre instabilità politiche da non sottovalutare, come nel caso di due
parlamenti nell’Unione Europea:
quello
dell’Assemblea francese lo scorso 8 settembre e quello del Parlamento di
Strasburgo appena due giorni dopo.
Si
tratta di due situazioni non comparabili per le loro diversità politiche ed
istituzionali e per le loro ricadute nel tempo e tuttavia con conseguenze che
potrebbero intrecciarsi tra di loro e aggravare la governabilità nell’Unione Europea, tenuto
conto anche della precaria salute delle nostre democrazie confrontate ad una
crescente seduzione da parte di autocrazie e dittature diffuse nel mondo.
La
Francia vive da tempo una situazione di fragilità politica che, zavorrata da
crescenti difficoltà economiche e finanziarie, è adesso aggravata da una nuova
crisi politica dopo il voto di sfiducia
he ha mandato a casa il provvisorio governo di François Bayrou, suonando
un altro più forte campanello d’allarme per la stessa presidenza della
Repubblica, ancora provvisoriamente per due anni affidata a Emmanuel Macron.
Troppe
provvisorietà che non mandano segnali rassicuranti sulla stessa tenuta della
vita democratica tra i nostri vicini e che allungano ombre pesanti anche sul
futuro dell’Unione Europea, di cui la Francia è Paese fondatore e, con la
Germania, partner tradizionalmente attivo nel processo di integrazione europea,
ma anch’essa con un quadro politico fragile.
È
stata meno traumatica la verifica parlamentare che attende Ursula von der Leyen
dinanzi all’Assemblea di Strasburgo il 10 settembre in occasione del suo
discorso annuale sullo stato dell’Unione, in una congiuntura politica ed
economica particolarmente problematica.
Sul
versante politico c’era poco da festeggiare dopo la deprimente trattativa sui
dazi e le altre rese di Bruxelles a Washington, con prezzi molto alti pagati a
Donald Trump anche per ottenerne in cambio il sostegno all’Ucraina, ad oggi
tutt’altro acquisito sia per rafforzarne la capacità di difesa sia per
promuovere trattative di pace con l’invasore russo.
Ma a
Strasburgo non mancano altri importanti temi di confronto, istituzionali,
politici ed economici.
La
gestione accentratrice di Ursula von der Leyen sta generando malumori
all’interno del suo stesso collegio, disagio da parte del Presidente del
Consiglio europeo Antonio Costa, tensioni con molte capitali, come anche
Berlino, che ha richiamato Ursula al rispetto del suo ruolo istituzionale.
Sul
versante politico la debolezza della Commissione europea non è una componente
minore di quella “irrilevanza” dell’Unione denunciata con toni decisi da Mario
Draghi e da Romano Prodi nei giorni scorsi, come traspare anche nella nuova
proposta di bilancio 2028-2034, con la politica agricola nell’occhio del
ciclone, senza dimenticare la mancata risposta concreta alle crescenti
infrazioni del governo di Israele al diritto umanitario e internazionale.
Sul
fronte dell’economia, in attesa delle ricadute dei dazi americani e di
possibili evoluzioni negative dell’accordo del 15%, mancano forti iniziative
per uno sviluppo di un’economia europea stagnante, indebolita in particolare
dai ritardi nel settore delle nuove tecnologie.
Quanto
basta per tenere Ursula sotto pressione, mentre da più parti si evoca una sua
possibile uscita prima del termine del mandato nel 2029, magari prospettandole
un passaggio alla presidenza della Repubblica federale tedesca.
Non mancheranno segnali in questo senso nelle
prossime settimane quando, tanto l’estrema destra che l’estrema sinistra, al
Parlamento europeo cercheranno di intervenire con due distinte mozioni di
censura nei confronti di Ursula, da portare al voto nel prossimo mese di
ottobre.
Nell’attesa
sarà interessante porre attenzione al confronto in corso al Parlamento europeo,
sapendo fin d’ora che non sarà un autunno facile per nessuno, nemmeno per la
presidente della Commissione.
Democrazie
al
bivio.
Ilbolive.unipd.it
– (26 – 2- 2024) - Daniele Mont D'Arpizio – ci dice:
Un tempo ideale e obiettivo per generazioni di
uomini e donne in tutto il mondo, oggi la democrazia appare in crisi.
Eppure,
anche senza voler parafrasare Churchill, rimane la forma di governo più
accreditata per riuscire a coniugare le libertà individuali con le esigenze di
una società sempre più complessa.
Ad
essa è dedicato il volume” La democrazia”.
Concetti,
attori, istituzioni, curato dai politologi dell’università di Padova “Marco Almagesti”
e “Paolo Graziano” per i tipi di “Carocci”:
sorta
di bilancio di salute della democrazia e delle democrazie adatto agli studenti
come agli studiosi, che pur con un impianto scientifico rigoroso non disdegna
l’aspetto divulgativo.
Oggi,
a differenza di qualche anno fa, la maggioranza della popolazione mondiale vive
in contesti poco o per nulla democratici, mentre anche diverse democrazie
storiche – in primis gli Stati Uniti, che non molto tempo fa della democrazia
si facevano addirittura esportatori – fronteggiano una progressiva erosione
delle basi interne del consenso.
I 33
contributi di 32 autori trattano il problema sotto diversi aspetti, dalla
rappresentanza ai partiti passando per la comunicazione politica, a partire dal
saggio di apertura nel quale i due curatori prendono in esame lo stato odierno
della democrazia liberale.
Ad
essi abbiamo rivolto alcune domande.
Quali
sono i tratti essenziali di una democrazia che anche in un sistema maturo non
andrebbero mai persi di vista?
“Marco
Almagesti”:
“La
libertà innanzitutto.
Io resto d’accordo con il Maestro “Giovanni Sartori”,
il quale sosteneva che ‘la democrazia senza il liberalismo nasce morta’.
Non mi
pare un caso che lo stesso Putin in un’intervista al “Financial Times” del 27
giugno 2019 abbia affermato che il liberalismo ha fallito perché si è contrapposto ai
valori tradizionali del popolo.
Ovviamente quello evocato da Putin è un
bersaglio polemico caricaturale, combinazione di lassismo morale, permissivismo
e guasti derivanti dal multiculturalismo:
in realtà, essendo il liberalismo una teoria e una
prassi della libertà personale, della protezione giuridica e dello Stato
costituzionale, chi attacca il liberalismo mette a rischio le garanzie
costituzionali e i diritti delle persone”.
“Paolo
Graziano”:
“Credo
che in democrazia il tema cruciale sia la partecipazione.
Da questo punto di vista la tragedia di “Aleksei
Navalny” mostra quali conseguenze comporti la volontà di partecipare in un
sistema che non ammette il dissenso.
Se la
libertà non si traduce in partecipazione le democrazie muoiono.
Solo
in Italia dal dopoguerra nelle elezioni nazionali l’affluenza è passata dal 92%
al 64%:
è
evidente che se c’è meno desiderio di partecipare la democrazia soffre.
Prima era un problema soprattutto
dell’America: oggi anche le altre democrazie si sono ‘americanizzate’”.
Che
ruolo giocano in questo senso gli Stati Uniti?
PG:
“Sono passati da modello, forse anche troppo celebrato, a problema.
In un primo tempo erano diventati il punto di
riferimento di una certa visione di democrazia, più formale che sostanziale;
oggi,
pur rimanendo una democrazia consolidata, non sono più un esempio nemmeno da
quel punto di vista.
In
questo momento più che dal populismo gli Usa sono minacciati da una diffusa
sensazione di insicurezza, unita alla perdita del senso di appartenenza:
Trump
è il simbolo di una democrazia, che tra l’altro lui mostra sempre più di
disprezzare, che rischia di diventare illiberale. Paradossalmente oggi sistemi come
quello tedesco e italiano appaiono meno in crisi, caratterizzati come sono da
una radicata impronta antifascista, che può costituire un antidoto al ritorno
di istinti autoritari”.
MA:
“Negli Usa c’è stato un problema nella riproduzione del ceto politico;
ai democratici manca un erede di Obama e
affidarsi ancora Biden implica dover affrontare problemi evidenziati
dall’informazione:
l’età
avanzata del Presidente uscente, la sua stanchezza.
Tuttavia,
l’accelerazione dei processi di cambiamento nella politica americana (e non
solo) risale almeno alla crisi finanziaria del 2008, che ha comportato anche
l’obsolescenza della” clintonomics” e delle politiche della c.d. “terza via”,
che proprio i governi di Bill Clinton (e Tony Blair nel Regno Unito) hanno
massimamente incarnato.
Ossia
ha perso solidità il piedistallo ideologico e culturale del centrosinistra,
così come si era costruito negli anni Novanta.
Il
sistema ha retto alla prima presidenza Trump, riuscendo a ‘normalizzare’ un
leader con tratti antisistema, ma un’eventuale rielezione costituirebbe una
prova ancora più impegnativa.
Fa bene Vittorio Emanuele Parsi, che avrebbe
dovuto scrivere un capitolo del libro, a sostenere che l’Europa oggi dovrebbe
trovare la forza di delineare diversi scenari:
se
vince Trump, come affronteremo la crisi in Ucraina?
Siamo
pronti a farci davvero carico di una difesa comune, eventualmente anche senza
il sostegno degli Usa?
Fra
poco ci saranno le elezioni europee: quanto a lungo ancora potremo ignorare
tali quesiti?
Nel
libro affrontate anche il tema del populismo: si tratta della causa o del
sintomo del nostro malessere?
PG:
“Il neo populismo non è la patologia ma l’odierno stato dell’arte della
democrazia, per questo trovo sbagliato usare questo termine in senso
spregiativo.
Mi
spiego:
oggi o
si è populisti o non si vincono elezioni. Caratteristica del neo populismo è
pretendere che i problemi possano essere risolti dal leader senza la
partecipazione dei cittadini: “Ghe pensi mi”.
Si
tratta di un discorso con elementi pre-democratici, in cui il Leviatano fa il
bene di sudditi che non sono ancora o non sono più cittadini.
È un ingrediente che non sta scomparendo e non
sparirà nemmeno nelle prossime elezioni europee:
a
decretarne la fine non basta la contrazione del consenso di questo o di quel
partito.
Allo
stesso tempo, così come esiste un populismo escludente, ne esiste anche uno più
inclusivo e attento alla partecipazione.
In
fondo questo era all’inizio il Movimento 5 Stelle:
partecipazione
e leadership, la risposta a un modo di fare politica che non sembrava più
accettabile.
Per
concludere direi che, piuttosto che condannare il neo populismo, sarebbe meglio
impossessarsi degli strumenti che ne hanno determinato il successo per
costruire un’alternativa, tenendo conto che le modalità di comunicazione e di
partecipazione sono profondamente cambiate”.
MA:
“Come spiega proprio Paolo Graziano ci sono tanti neo-populismi diversi tra
loro:
c’è
Donald Trump, ma in un modo molto differente anche Bernie Sanders.
Il
successo di offerte politiche definite neopopuliste discende dai cambiamenti
strutturali della nostra società e delle reazioni che tali cambiamenti
inducono: una bella sfida per una scienza politica, a volte abituata a
concepire la società come somma di azioni di individui razionali.
È una sfida perché oggi è evidente quanto
siano (sempre state) importanti le emozioni in politica.
L’uomo è un animale sociale:
chi si
sente abbandonato e solo cerca frammenti di comunità, e spesso li trova o spera
di trovarli nei movimenti di protesta.
La
democrazia è però l’unica forma di governo che ammette di essere contestata:
dovremmo stare quindi molto attenti a liquidare con sufficienza o condannare le
contestazioni alle classi dirigenti, mentre invece dobbiamo cercare di capire
cosa le provoca.
Esistono
ottime analisi della fenomenologia dei leader, ma più delle azioni di Trump
penso sia interessante capire perché buona parte degli americani oggi sia
disposta a seguirlo.
Inoltre,
altra sfida al senso comune affermatosi negli anni Novanta, non è affatto vero
che tutte le ideologie sono morte:
questo
è stato un abbaglio colossale indotto dalla caduta del socialismo reale e dalle
crisi di identità della sinistra;
altre
ideologie, soprattutto a destra, stanno benissimo.
Infine, la politica non è mai separabile dalla
società e quest’ultima è molto influenzata dai cambiamenti nella comunicazione:
pensiamo solo che fino a pochi anni fa i social non esistevano!”.
Il neo-populismo
non è la patologia ma l’odierno stato dell’arte della democrazia.
Da
questo punto di vista che ruolo può avere la partecipazione on line?
MA:
“Quante ore della nostra vita passiamo on line?
Quante
cose facciamo in rete?
Senza
sminuire per nulla la partecipazione nei luoghi, “terrestre”, come la definisce
la filosofa “Giorgia Cereghetti”, come si può non considerare centrale Internet
nella partecipazione politica?
Per
questo si possono discutere le caratteristiche di Rousseau (la piattaforma on line del M5S,
ndr), ma
tutti oggi dovrebbero porsi il problema di come usare la rete per interagire
con le persone e fare politica”.
PG:
“Già il 26 gennaio 1994, con la discesa in campo di Berlusconi, capimmo quanto
fosse importante la nuova comunicazione politica, che saltava ogni mediazione
per rivolgersi direttamente ai cittadini, ma al tempo stesso non ammetteva
repliche e discussioni.
Per quanto riguarda internet, a mio modo di
vedere va bene solo se integra e non sostituisce altre forme di comunicazione:
in
quest’ultimo caso la democrazia muore, perché manca l’elemento fondamentale del
confronto e del dialogo.
È questa oggi la mia preoccupazione più
grande”.
Autoritarismo:
non lo
vediamo
arrivare?
Ilbolive.unipd.it
– (30 aprile 2025) - Anna Cortelazzo – ci dice:
Negli
ultimi mesi, una battuta (amara) che si sente sempre più spesso relativamente
alle azioni del presidente Donald Trump è che non dovrebbe utilizzare certi
romanzi distopici come manuali di istruzioni, per esempio Il racconto
dell’ancella di “Margaret Atwood”.
Potrebbe
sembrare che ci si scherzi sopra, ma in realtà i segnali che la democrazia, non
solo in America, stia cominciando a tremare ci sono.
La
domanda che si pone un articolo su “The Conversation” è se non li stiamo per
caso sottovalutando.
Mentre
la stampa viene screditata o ricattata, il potere si concentra nelle mani di
pochi e i meccanismi di controllo si indeboliscono, una democrazia può cambiare
forma senza che le persone se ne accorgano, non da un giorno all’altro, ma
gradualmente, un decreto alla volta, una rinuncia silenziosa alla volta.
Ma
perché può succedere?
Perché,
anche quando ci sono segnali chiari, i cosiddetti” red flag”, le “bandierine
rosse” — tante persone non li vedono, o li ignorano?
E,
soprattutto, è vero che i segnali sono sottostimati o magari è il contrario?
Il
paradosso della democrazia.
Per
certi versi sì, esiste il rischio concreto di sottovalutare i segnali, e questo
proprio perché nei paesi con una lunga storia democratica si è cominciato a
darla per scontata.
Le
persone che vivono in società democratiche stabili tendono a sviluppare la
convinzione che il sistema reggerà sempre. È una fiducia che non viene da un
ragionamento razionale, ma da un’abitudine, perché in fondo le regole del gioco
sono sempre state quelle:
libertà di parola, pluralismo, separazione dei
poteri.
E se
qualcosa non funziona, ci penseranno i tribunali, la stampa, le elezioni.
Questa
sicurezza, spiegano i ricercatori che firmano l’articolo su “The Conversation”,
è una conquista preziosa, ma può diventare anche una trappola, perché ci abitua
a non vedere il rischio.
E, nel momento in cui certi segnali si
presentano davvero, il nostro cervello tende a razionalizzarli,
ridimensionarli, ignorarli.
I
“bias” non vanno in una sola direzione.
Secondo
“Michele Roccato”, professore ordinario di psicologia sociale all’università di
Torino e noto per le sue ricerche su autoritarismo e insicurezza sociale,
situazione è più sfaccettata, e se da una parte c’è chi sottovaluta il
pericolo, dall’altra c’è chi lo sopravvaluta:
“Ci sono – spiega Roccato – oltre settant’anni
di ricerche che mostrano come tutti noi, nessuno escluso, siamo soggetti a
“bias cognitivi”, scorciatoie mentali, percezioni distorte che ci aiutano a
sopravvivere in un mondo molto complesso, ma che possono anche renderci ciechi
o al contrario eccessivamente allarmati”.
Non
esistono i razionali da una parte e gli irrazionali dall’altra, insomma,
esistono esseri umani che cercano protezione, controllo, stabilità.
La
memoria storica che sta svanendo.
Uno
dei motivi per cui ci potrebbe essere il rischio di una deriva autoritaria è la
perdita di quel patrimonio che è la memoria collettiva.
Le dittature europee sono cadute da oltre 80
anni e in alcuni paesi, come gli Stati Uniti, una dittatura non c’è mai stata,
e questo ha un forte impatto sulla capacità di riconoscere i segnali di
rischio.
Quelle
esperienze traumatiche, per quanto nessuno si auguri di riviverle, per molto
tempo ci hanno protetto:
come
un vaccino, hanno prodotto degli anticorpi sociali e culturali per riconoscere
i segnali di allarme, ma, come accade con i vaccini, questi anticorpi con il
tempo svaniscono.
“Per
decenni – precisa Roccato – in Europa occidentale ha prevalso una sorta di
pregiudiziale pro democratica:
una
convinzione diffusa e condivisa che la democrazia non fosse solo il miglior
sistema possibile, ma anche l’unico moralmente accettabile.
Oggi, soprattutto nelle nuove generazioni,
questa convinzione è meno scontata”.
Roccato
ricorda una delle frasi più citate di Winston Churchill:
“La
democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme
che sono state sperimentate di volta in volta”.
(Winston
Churchill)
Il
pregiudizio di normalità.
“La distanza di ottant’anni – osserva
Roccato – rende facile dimenticare la seconda parte della frase di Churchill,
quella che conta di più.”
Quando
la democrazia diventa la normalità, insomma, smette di apparire preziosa,
soprattutto a chi non ha vissuto l’alternativa.
Roccato
spiega che in psicologia cognitiva esiste un concetto chiamato “normalcy bias”,
o “pregiudizio di normalità”, che ci porta a sottovalutare i pericoli durante
un disastro, convinti che tutto tornerà presto com’era: succede durante
un’alluvione, un terremoto, e, in forma più sottile ma altrettanto profonda,
anche quando la crisi riguarda la democrazia.
Davanti
a una decisione controversa, a una legge che limita la libertà di stampa o
all’accentramento del potere esecutivo, tendiamo a dirci che è tutto sotto
controllo, che è qualcosa di temporaneo o una semplice eccezione senza
conseguenze.
Questa
reazione non è frutto di ingenuità, ma di un meccanismo evolutivo:
il
nostro cervello preferisce non sprecare risorse preziose (come attenzione e
preoccupazione) se non è strettamente necessario, e fa molta fatica a ragionare
a lungo termine.
L’autoritarismo
non si presenta in uniforme.
Alcuni
si aspettano che un autocrate si presenti gridando slogan estremi, ma nella
maggior parte dei casi gli autoritarismi non si impongono più con la forza, e i
leader populisti sanno come rendersi appetibili:
parlano
di ordine, efficienza, protezione, promettono di semplificare la democrazia,
non di abolirla.
Si dicono interpreti diretti della volontà
popolare e in effetti in qualche modo lo sono.
Che la
soddisfazione democratica stia calando, anche se non in modo drammatico, è
documentato da numerose indagini:
Roccato
cita la European Social Survey che ci dice che nel 2002 la soddisfazione media
per la democrazia nei Paesi europei era di 5.5 su 10, mentre l’ultima
rilevazione, del 2023, segna un calo a 5.2.
In
Italia si scende ancora, sotto la soglia del 5.
Le”
red flag” potrebbero anche piacerci.
Non
sono numeri catastrofici, ma dicono qualcosa: la democrazia, per non poche
persone, non funziona come dovrebbe.
Il
titolo del paragrafo può sembrare provocatorio, ma acquista senso se si parte
da una domanda:
che
cosa cercano le persone quando votano per movimenti populisti o leader
carismatici?
“Il
populismo di destra – spiega Roccato – è una risposta sbagliata a una domanda
giusta: c’è una parte dell’opinione pubblica che si sente trascurata o
minacciata dal mondo contemporaneo dal punto di vista economico e culturale.
C’è chi si sente escluso o penalizzato dalla
modernizzazione e dalla globalizzazione, chi ha perso il lavoro o teme di
perderlo, chi vede svalutate le proprie competenze e poi c’è chi percepisce la
scomparsa di modi di vivere e valori tradizionali, chi si sente “straniero a
casa propria” in quartieri che sono cambiati rapidamente, spesso in modo
visibile e radicale.
Entrambe
queste spinte alimentano un bisogno profondo:
quello
di protezione.
Quando
le istituzioni democratiche, soprattutto quelle mainstream, non riescono a
intercettare e dare risposta a questo bisogno, e magari addirittura lo
stigmatizzano, è comprensibile che le persone cerchino altrove, anche in
direzioni potenzialmente pericolose”.
Il
bisogno di controllo.
Non
c’è solo il bisogno di protezione, ma anche quello di controllo.
“È un
bisogno psicologico potentissimo – spiega Roccato — e quando sentiamo di aver
perso il controllo, com’è successo durante la pandemia per esempio, siamo
disposti ad affidarci a chiunque ci prometta di restituircelo.
Non è un caso che durante la pandemia sia
aumentata in molti Paesi la fiducia nelle istituzioni, anche in Italia dove
tradizionalmente non era così alta.
Quando
sentiamo di non avere controllo diretto sulla nostra vita cerchiamo un
controllo compensatorio, qualcuno che prenda decisioni per noi, e quindi
potremmo sentire il desiderio di un governo tecnocratico o autoritario, guidato
da esperti o da leader forti.
È solo apparentemente contraddittorio:
la democrazia e l’autocrazia possono
rispondere allo stesso bisogno psicologico comune agli esseri umani.
Se
davvero vogliamo capire perché una parte della popolazione non riconosce o
addirittura apprezza i segnali di una possibile regressione democratica,
dobbiamo sospendere il giudizio e chiederci quali bisogni profondi li portano a
non vederli o a vederli senza spaventarsene, perché solo da qui può partire un
vero dialogo”.
Come
ci si può tenere lontani dalla dittatura?
Una
delle piste più promettenti, secondo Roccato, è l’empatia.
Non
bastano appelli razionali, con grafici e percentuali, perché le persone
prendono decisioni in base a emozioni profonde più che a calcoli.
“Come
racconta “Damasio” nel libro” L’errore di Cartesio” – aggiunge Roccato –
pazienti con lesioni focali alla corteccia prefrontale ventro mediale, che
conservano intatte le capacità razionali ma hanno perso l'accesso alle
emozioni, prendevano decisioni controproducenti o dannose, o non riuscivano
proprio a prenderle.
Per questo, forse, ha più effetto un racconto
personale su cosa significhi vivere sotto una dittatura che una lezione di
educazione civica.
Bisogna
far capire cosa vuol dire vivere in un sistema autoritario, nella vita concreta
delle persone, non abbiamo bisogno di numeri, ma di racconti:
è da qui che può nascere una nuova coscienza
democratica”.
“La
ragione pura, senza l’ancoraggio delle emozioni, non è in grado di guidarci in
modo efficace nel mondo reale”.
Antonio
Damasio, L’errore di Cartesio.
I bias
cognitivi possono colpire tutti.
Molti
dei nostri giudizi sono influenzati da bias cognitivi, che come dicevamo vanno
in entrambi i sensi.
Uno
dei più noti è l’euristica della disponibilità (l’euristica è una scorciatoia
mentale):
se un
evento ci viene facilmente in mente, lo consideriamo più probabile:
se non
abbiamo esperienze dirette di autoritarismo, o se la nostra rete sociale non ne
parla, non riteniamo che sia un’eventualità probabile, e quindi potremmo
sottostimare i segnali.
Un
altro “bias frequente” è l’ottimismo irrealistico, cioè la tendenza a
sovrastimare la probabilità che le cose vadano bene:
da una parte ci aiuta a vivere senza ansia
costante, ma dall’altra può portarci a sottovalutare i pericoli reali.
Viceversa
“Roccato” ci ricorda anche il “negativity bias”, cioè l’ipersensibilità alle
minacce, che è un meccanismo evolutivo che poteva salvare i nostri antenati:
se sentivano un rumore in un cespuglio, era
meglio spaventarsi per un pericolo inesistente che ignorare un pericolo reale.
Chi lo faceva, pensando che nel cespuglio ci
fosse un coniglio e non un serpente, rischiava di morire e di non trasmettere
il patrimonio genetico: nulla da stupirsi se come specie siamo portati a
sovrastimare i rischi.
“In entrambi i casi – sottolinea
Roccato – non esiste una parte razionale e una irrazionale della popolazione:
tutti tendiamo a costruirci una visione del
mondo coerente con le nostre esperienze, i nostri bisogni e le nostre reti
sociali e questo vale sia offline che online”.
I
social amplificano i “bias”.
I
social sono ambienti progettati per confermare ciò che già crediamo, quindi
alimentano i “bias delle persone”.
Meccanismi come l’esposizione selettiva
portano alla costruzione di realtà separate.
“Nella
vita reale – precisa Roccato – entriamo in contatto con persone diverse da noi:
i vicini, i colleghi, i genitori dei compagni di scuola dei figli, mentre
online è più facile rinforzare continuamente la propria visione del mondo.
Anche
i giornali e le tv, salvo poche eccezioni, tendono a semplificare e
polarizzare, per ragioni commerciali:
il
risultato è una cittadinanza divisa in gruppi, ciascuno convinto di essere nel
giusto”.
Alla
fine, insomma, scopriremo solo a posteriori se stiamo effettivamente
sottovalutando i segnali di allarme.
Nel
frattempo, forse, nel dubbio sarà meglio prendere esempio dai nostri antenati,
e pensare al serpente e non al coniglio:
potrebbe
fare la differenza, anche se magari ci stiamo preoccupando per niente.
Democrazia
costituzionale a rischio?
Sì, se il mercato diventa politica –
Intervento di Ginevra Cerrina Feroni
Garanteprivacy.it
– (9 aprile 2025) – Redazione - Ginevra Cerrina Feroni – ci dice:
Democrazia
costituzionale a rischio? Sì, se il mercato diventa politica.
L’equilibrio
tra democrazia costituzionale e mercato è compromesso dalle piattaforme
digitali e dalle multinazionali.
Il
libro di “Carlo Iannello” – “Lo Stato del potere”. Politica e diritto ai tempi
della post-libertà – mostra come il potere economico stia progressivamente
sostituendo le politiche pubbliche con logiche privatistiche.
Intervento
di Ginevra Cerrina Feroni, Vice Presidente del Garante per la protezione dei
dati personali.
(AgendaDigitale,
9 aprile 2025)
Il
modello neoliberista, nato come esaltazione della libertà economica e del
mercato, si è evoluto fino a diventare un progetto che minaccia l’equilibrio
tra democrazia e sovranità politica, poiché minaccia lo stesso modello politico
e sostrato giuridico valoriale che quel liberismo aveva sposato.
Capitalismo
e democrazia: un rapporto in crisi.
Un
rapporto che, fino a poco tempo fa, si credeva imprescindibile, quasi
simbiotico, ma che oggi mostra le sue prime crepe.
È
questa la tesi contenuta nel bel volume di “Carlo Iannello” “Lo Stato del
potere”. Politica e diritto ai tempi della post-libertà (Milano, Meltemi Ed.,
2025), una lucida analisi di quelli che possiamo definire alcuni dei più
recenti pericoli per la democrazia contemporanea.
Pericoli che non derivano da gruppi eversivi
di destra o di sinistra, ma dallo sviluppo di quelle stesse forze che la
democrazia, in qualche modo l’hanno creata, sostenuta e fortificata: le forze
del libero mercato.
E a
tal fine è importante proprio partire dalla storia.
Durante
la Guerra Fredda, capitalismo e democrazia erano strettamente legati da un
rapporto di reciproca dipendenza, poiché condividevano un nemico comune. Oggi
questo legame non è più così solido.
Se
tutte le liberaldemocrazie sono economie di mercato, non è vero il contrario. Esistono numerosi esempi di economie
di mercato, a destra e a sinistra, senza democrazia.
Certo,
il capitalismo sembra continuare a preferire la forma democratica, ma fenomeni
come i massicci investimenti e i grandi profitti ottenuti nei mercati
autoritari, come quello cinese, dimostrano che la relazione tra i due non è più
necessariamente biunivoca.
Il
maggiore piano di indagine del libro è, dunque, il rapporto tra neoliberalismo
e neoliberismo, cioè tra l’idea politica e l’azione economica, ovvero il
tentativo di dare una nuova veste ad una concezione liberale più attenta al
sociale che poi ha trovato le sue forme nel socialismo liberale di “Guido
Calogero” e “Aldo Capitini”.
In
fondo è esattamente ciò che troviamo nella nostra Costituzione: l’uguaglianza e
la libertà non più come dottrine separate, ma compenetrate in un unico progetto
di società.
Ed
invece oggi assistiamo ad un progressivo sganciamento e alla nascita di un
rapporto antagonistico tra economia, da una parte, e tradizione
liberal-democratica e sociale, dall’altra.
Il
mercato come anti sovrano nella democrazia costituzionale.
Dunque,
da un lato c’è il governo democratico, espressione della sovranità popolare, dall’altro
l’“anti sovrano”, ovvero il dominio del mercato, sempre più incontrollato.
Utile,
in proposito, soffermarsi su due punti che, peraltro, sono strettamente
connessi:
a) il
cambiamento della natura del mercato;
b) il
cambiamento degli attori del mercato.
Sotto
il primo aspetto, se nel XX secolo il modello neoliberista si presentava come
una risposta alla rigidità degli Stati interventisti, favorendo la deregulation
e la privatizzazione, oggi la sua deriva è evidente:
il mercato non è più un semplice strumento di
crescita, ma un attore politico a tutti gli effetti.
Le
grandi multinazionali, in particolare quelle della tecnologia, le piattaforme
finanziarie e i colossi del commercio globale non rispondono più alle logiche
tradizionali della governance democratica, ma si ergono come potenze autonome,
dettando regole e influenzando il corso delle nostre società.
Il
loro potere supera quello degli Stati, spesso aggirando le istituzioni e
rispondendo esclusivamente agli interessi degli azionisti.
L’anti
sovrano, incarnato dal potere privato erode progressivamente la capacità dei
Governi di intervenire nell’economia e di garantire diritti sociali.
Le
politiche pubbliche vengono sostituite da strategie aziendali, il welfare dallo
sfruttamento dei dati, la rappresentanza democratica dalle logiche algoritmiche
della personalizzazione e del controllo digitale.
I
Governi nazionali, persino quelli delle grandi potenze, appaiono sempre più
incapaci a contrastare queste dinamiche, mentre le istituzioni internazionali
faticano a imporre regolamentazioni efficaci.
Sotto
il secondo aspetto, quello che riguarda gli attori, bisogna ricordare chi sono
i soggetti che stanno più di tutti acquisendo tale potere privato di portata
pubblicistica.
Il
riferimento è alle piattaforme digitali.
Anche
perché è proprio l’era digitale ad aver reso ancora più profonda questa
trasformazione.
Come
ben noto, le piattaforme non sono più soltanto spazi di interazione e
commercio, ma luoghi di costruzione del consenso e della percezione collettiva.
Diritti fondamentali, come la libertà di espressione,
vengono da esse intermediate e i dati personali, il bene più prezioso del
nostro tempo, sono nelle mani di pochi attori privati, che li sfruttano per orientare
le scelte politiche ed economiche, bypassando i meccanismi democratici di
controllo e trasparenza.
In
tale scenario, lo Stato democratico si trova in una posizione di subalternità
rispetto a chi possiede gli strumenti più invasivi per la sorveglianza, per la
tracciabilità e, in generale, per l’influenza globale.
La
domanda che dobbiamo porci oggi è: quale futuro vogliamo per le nostre
democrazie?
Accettiamo
che la politica diventi un’appendice del mercato e delle sue logiche, o
vogliamo riaffermare la centralità dello Stato come garante del bene comune?
Per
troppo tempo il mantra neoliberale ci ha convinti che la regolazione pubblica
fosse un ostacolo alla crescita, quando in realtà è il presupposto della
libertà stessa.
La
libertà economica, senza una solida base di diritti e tutele, diventa un
privilegio per pochi e la democrazia senza controllo sul potere privato si
svuota di significato.
Non si
tratta di tornare a modelli statalisti del passato, ma di trovare un nuovo
equilibrio tra mercato e politica, tra innovazione e diritti, tra libertà
economica e sovranità democratica.
È
necessario un intervento deciso per regolare i colossi digitali, per tassare
equamente le grandi multinazionali, per garantire ai cittadini il controllo sui
propri dati e per restituire agli Stati il potere di proteggere i loro
cittadini dalle distorsioni del mercato globale.
La
sfida del nostro tempo è chiara: dobbiamo impedire che l’anti sovrano diventi
il vero dominatore del XXI secolo.
Se
vogliamo salvaguardare la democrazia, dobbiamo ricostruire un patto sociale che
metta il cittadino al centro, e non il profitto.
Solo così potremo garantire un futuro in cui
la libertà non sia solo un’illusione creata dagli algoritmi, ma una realtà
fondata sulla giustizia e sulla partecipazione democratica.
Ecco,
dunque, che arriviamo al successivo punto di queste riflessioni.
Quando
si parla del confronto tra potere e sovranità c’è un altro presupposto
“parallelo” da tenere in considerazione (che non esclude quello appena
analizzato, ma anzi lo integra):
ovvero che la democrazia è, innanzitutto, restituire
lo scettro a elettori.
Il
problema della sovranità.
Il
disallineamento tra sistemi economici e ordinamenti giuridici si intreccia con
una delle questioni centrali del nostro tempo:
il
problema della sovranità.
Io
sono dell’idea che le categorie fondanti del diritto costituzionale debbano
rimanere eminentemente statuali e non possano essere trasferite a livello
sovranazionale o transnazionale.
Né, in
effetti, si prestano facilmente ad esserlo, dal momento che su quei piani
l’assenza di un’autorità sovrana ben definita (la presenza dell’anti sovrano,
appunto) rende più complessa la costruzione di un ordine giuridico stabile e
condiviso.
È l’esperienza degli ultimi anni ad aver
dimostrato come l’adattamento dei principi costituzionali a contesti privi di
una chiara struttura statuale incontri difficoltà significative.
Appare
non solo opportuno, ma necessario continuare a riflettere sulla democrazia
partendo dall’esperienza dello Stato costituzionale, che si distingue per il
primato della Costituzione e trova nella Corte costituzionale il suo principale
strumento di garanzia e di vitalità.
Solo
all’interno di questo quadro istituzionale, fondato sul principio democratico,
è possibile garantire un’effettiva tutela dei diritti e un equilibrio tra
poteri.
Democrazia
costituzionale e governance europea.
Mi pare
interessante, per affrontare questa criticità, richiamare un punto del libro:
quello in cui l’Autore presenta il vero nodo del problema.
Ciò che lui chiama, con sagace ironia, “la
governance ovvero il non-governo” (Capitolo VI).
Protagonista
del capitolo è ovviamente l’Unione europea.
Iannello analizza come le classi dirigenti
abbiano costruito una governance economica sovranazionale che limita le
politiche economiche nazionali.
Un
processo che, come lascia intendere, ha portato ad una sorta di globalizzazione
senza Costituzione, dove i diritti vengono proclamati per tutti, ma il loro
esercizio è riservato a pochi, concentrando il potere nelle mani di oligarchie
economiche.
Questa
operazione ricostruttiva prende le mosse, in maniera coerente e sistematica,
dall’indagine dei fondamenti dello Stato liberale.
Emerge
tutto l’anelito dell’Autore verso la dimensione autenticamente liberale dello
Stato, nel “fine di libertà da esso perseguito” (p. 40 del volume) che è anche
alla base della sua legittimazione.
La sua
tesi di fondo è che l’integrazione economica europea, anziché rafforzare la
democrazia e il welfare state, abbia prodotto una frattura tra principi
costituzionali e vincoli economici sovranazionali.
È
ormai chiaro a tutti, in effetti, come la crisi dei debiti sovrani esplosa dopo
il 2010 abbia messo a nudo l’anima essenzialmente economica dell’Unione ed
abbia attivato meccanismi di decisione in uno stato di eccezione che talora non
lasciano margini di intervento a processi di decisione su base democratica.
Iannello
individua fondamentalmente nell’architettura economica dell’Unione Europea, e
in particolare nel Trattato di Maastricht del 1992, il punto di svolta che ha
ridisegnato il rapporto tra economia e diritto costituzionale.
Con
Maastricht si è affermata una nuova governance economica basata sulla stabilità
monetaria, il controllo dell’inflazione e il contenimento del debito pubblico.
Però
l’equilibrio di bilancio – se non accompagnato da adeguate garanzie e laddove
sia elevato al rango di principio fondamentale, addirittura di super-principio,
capace di prevalere sistematicamente sugli altri nell’ambito del bilanciamento
dei valori costituzionali – rappresenta una minaccia concreta per la tutela di
numerosi diritti.
Questo rischio riguarda, in particolare, quei
diritti che comportano oneri finanziari per la spesa pubblica, come il diritto
alla salute, all’istruzione o all’assistenza sociale, il cui esercizio dipende
direttamente dalla capacità dello Stato di destinare risorse adeguate.
La
costituzionalizzazione del principio di equilibrio di bilancio ha, dunque,
avuto un impatto significativo anche sull’attività delle Corti costituzionali,
modificando i criteri di valutazione con cui esse operano e alterando le
dinamiche tradizionali del controllo di costituzionalità.
Verso
un nuovo equilibrio per la democrazia costituzionale.
In
questo scenario, l’imposizione di vincoli finanziari rigidi rischia di
ribaltare il principio liberale secondo cui è la Costituzione a orientare le
regole del mercato, e non il contrario.
Si
assiste così a una sorta di inversione del rapporto tra economia e diritto
costituzionale, dove le logiche di sostenibilità finanziaria tendono a
condizionare sempre più le scelte politiche e giuridiche, talvolta comprimendo
spazi essenziali di tutela dei diritti fondamentali.
Mi si
consenta però di spezzare anche una lancia in favore dell’Unione europea. Non
sempre la prospettiva mercantilistica è nefasta.
Lo
sdoganamento del diritto alla privacy è avvenuto anche a partire dalla volontà
di tutelare e promuovere il mercato interno dell’Unione.
C’è
stata, quindi, una sorta di eterogenesi dei fini almeno per quanto riguarda la
protezione dei dati personali, che ha portato alla fondazione di uno dei
diritti più primari e imprescindibili attraverso lo strumento interpretativo
della difesa del mercato.
Rispetto
a questo, bisogna ammetterlo, l’Europa è stata un attore cruciale.
Il
quadro è, tuttavia, in veloce evoluzione se è vero che l’Unione europea è in
procinto di rivedere il Regolamento sulla protezione dei dati personali (GDPR).
Le
modifiche annunciate puntano a renderlo più “pratico”, più agile da applicare
per imprese e amministrazioni.
Obiettivo
ragionevole, purché tale cambio di rotta non indebolisca una delle conquiste
giuridiche più avanzate in ambito digitale.
Le
pressioni economiche, soprattutto da parte delle grandi piattaforme
tecnologiche e delle lobby industriali, stanno infatti spingendo verso
un’interpretazione più flessibile del principio di protezione, subordinandolo
alla logica dell’innovazione e della competitività.
Il
rischio è che, nel tentativo di semplificare e armonizzare, si finisca per
abbassare il livello di tutela del cittadino europeo.
Se il
diritto alla privacy diventa uno strumento “negoziabile”, piegato alle esigenze
del mercato e dell’intelligenza artificiale, si apre la porta ad un pericoloso
cambio di prospettiva: quella in cui il controllo sui propri dati non sia più
garantito.
Lo
scontro tra neoliberismo e sovranità democratica rappresenta una delle grandi
sfide del nostro tempo.
Da un
lato, il neoliberismo ha promosso la globalizzazione economica, la
deregolamentazione e la centralità del mercato, spesso a discapito della
capacità degli Stati di tutelare i diritti sociali e l’interesse collettivo.
Dall’altro,
la sovranità democratica esige che le decisioni fondamentali siano prese dai
cittadini attraverso istituzioni rappresentative, in grado di proteggere il
bene comune e garantire equità.
Per
trovare un equilibrio tra questi due poli, è necessario ripensare i modelli
economici e istituzionali, ponendo al centro la partecipazione democratica e la
giustizia sociale.
Il
futuro dipenderà dalla nostra capacità di costruire un sistema in cui il
mercato sia al servizio della società e non viceversa, riaffermando il primato
della politica sulle logiche puramente economiche.
Solo
così sarà possibile coniugare crescita e diritti, efficienza e giustizia,
libertà economica e democrazia sostanziale.
In
Bilico sul Bordo del Baratro,
e
Guardare Giù, con Freddezza.
Conoscenzealconfine.it
– (15 Settembre 2025) - Federico Mosso – ci dice:
1914/1939/2025:
se il pericolo di un nuovo conflitto mondiale è oggi concreto, si deve
considerare una differenza sostanziale, oggettiva e non politica, con le due
precedenti guerre mondiali.
Il
consenso alla guerra delle masse, perlomeno quelle del blocco Ovest, ergo NATO,
oggi viene a mancare.
Nel
1914, e nel 1939, i popoli coinvolti scesero in guerra con volontà scaturita
dalla necessità percepita, se non addirittura con entusiasmo.
Vuoi per patriottismo, per ideologia, per
conquista o di contrasto alla conquista altrui, per sopravvivenza, per
imperialismo, per difesa di un concetto di mondo rispetto ad un altro che si
voleva imporre in Europa e quindi a livello globale, eccetera.
Adesso
in Occidente, abbiamo sì gli eserciti, più o meno consci e preparati (insomma…)
ad uno sforzo terrificante e immane che si prefigurerebbe con un confronto
militare con l’Oriente, ma essi rispondono alla direttiva politica di governi
che per larga parte non rappresentano assolutamente la volontà popolare,
innegabile.
Non
c’è dietro agli eserciti, il sostegno morale, la determinazione dei popoli che
accettano, incoraggiano, partecipano ad un’eventuale discesa in guerra.
La
Bandiera. L’Idea. La Patria. La Terra.
Il Sangue
dei propri simili: non pervenuti.
Si sta
scrivendo con una visione collettiva percepita, e non considerando percentuali
ristrette di europei occidentali che sosterrebbero con entusiasmo – costi quel
che costi – la NATO in una terza guerra mondiale, nel confronto diretto con la
Russia.
Le
cause di questa mancanza di supporto morale e ideologico agli eserciti che
verrebbero schierati sono diverse, ma le cui principali sono tre:
– La
grande disaffezione della gente per la politica comunitaria europea,
specialmente in politica estera, i cui motivi si conoscono e non starò qua a
snocciolarli.
La
malattia è endemica.
Il
cittadino medio non si sente rappresentato, le posizioni assunte dai governi
europei sulle crisi internazionali spesso non sono capite, né accettate.
– La
sensazione di un rischio estremo, perché la guerra non verrebbe combattuta solo
da carri armati, ma con le armi nucleari.
L’Olocausto
Atomico, il suicidio dell’uomo:
non si
esagera con visioni apocalittiche;
il
pericolo di una totale distruzione della razza umana è concreto ed esiste dagli
anni ’40-50 del secolo scorso, cioè dall’avvento della tecnologia bellica
nucleare e il diffondersi di arsenali in grado di bruciare l’intero pianeta,
più volte.
Scomparire
così, in un fungo atomico, sarebbe il crimine supremo, la blasfemia assoluta
nonché l’atto più imbecille che l’essere umano potesse mai concepire: uccidersi
in un lampo, tutto finito, off di tempo e storia – per l’eternità.
– La
percezione di un nemico a est:
in
generale non c’è, o comunque non sufficiente per motivare una guerra.
Anche rispetto alla guerra fredda di un tempo,
l’uomo comune dell’Europa occidentale, non avverte l’ostilità del mondo
orientale.
Fino
al secolo scorso, nella vecchia guerra fredda (o prima guerra fredda), l’uomo
comune dell’Europa occidentale, a meno che non fosse un comunista, temeva
l’oriente rosso.
Quello era il collante NATO e dei popoli
appartenenti a Stati che ne facevano parte:
l’anticomunismo, che raggruppava a sé
un’infinità di idee e gruppi, dai socialdemocratici alle posizioni di destra
più accesa, passando per cristiani, liberisti e liberali, e tutto nel mezzo,
destra-centro-sinistra:
masse,
milioni di individui, a centinaia.
Era
proprio la contrapposizione ideologica tra due modi di vivere, di intendere la
vita – distinzione est/ovest = distinzione comunismo/anticomunismo, ergo
percezione di un pericolo, ergo percezione di un nemico ben identificato con
l’est.
La
Russia con le immagini del Cremlino e le cupole di San Basilio, rappresentava
l’essenza di ciò, il nemico, temuto, contro il quale si avvertiva la necessità
di contrastarlo, anche militarmente.
Ma il
comunismo, inteso come sua concretizzazione nella sua forma URSS e satelliti, è
morto oltre trent’anni fa;
son tanti… e sul Cremlino e sulle cupole di
San Basilio, la bandiera rossa non sventola più, e l’uomo comune europeo non è più
ostile a quel mondo, perlomeno non nel grado di ostilità che sia di motivo e
forza morale a sostegno di una guerra diretta.
(Federico
Mosso).
(ariannaeditrice.it/articoli/in-bilico-sul-bordo-del-baratro-e-guardare-giu-con-freddezza).
Omicidio
Charlie Kirk, l’esperto:
“In
USA spirale di violenza politica
e verbale, ma nessuno vuole fermarla.”
Fanpage.it
– (11 settembre 2025) – Redazione - Ida Artiaco – ci dice:
L’intervista
di Fanpage.it a Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di Roma ed
esperto di politica americana, dopo l’attentato in Utah all’influencer
conservatore Charlie Kirk:
“È una figura che potremmo definire di
guastatore di seconda generazione. L’America è in una condizione di guerra
civile fredda ormai da alcuni anni.
In
altre fasi storiche i gruppi politici si sarebbero avvicinate e avrebbero
cercato di isolare certi episodi.
Ma non
mi sembra si stia andando verso quella direzione”.
(Mattia
Diletti -Docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica
americana.)
"L'omicidio
di Charlie Kirk in realtà non rappresenta nulla di nuovo, la violenza politica
e verbale negli Stati Uniti è ormai entrata in una spirale che nessuno ha
intenzione di fermare. Il Paese è in una condizione di guerra civile fredda
ormai da alcuni anni che ogni tanto ha degli scoppi".
A
parlare a Fanpage.it è Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di
Roma ed esperto di politica americana, che ha commentato così l'omicidio di
Charlie Kirk, il 31enne influencer e attivista conservatore, fondatore
dell'”organizzazione Turning Point Usa”, colpito da arma da fuoco mercoledì
durante un evento pubblico in una università dello Utah.
E mentre le forze dell'ordine sono ancora
impegnate nella ricerca del killer, che si è dato alla fuga subito dopo
l'attentato, gli analisti di tutto il mondo si chiedono cosa questo evento
possa rappresentare in un Paese dove ormai i fatti di sangue, legati all'uso
delle armi e all'ambiente politico, sono diventati sempre più frequenti.
(Professor
Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di
politica americana.)
Professor
Diletti, chi era Charlie Kirk e cosa è questa organizzazione Turning Point Usa
di cui lui è stato fondatore?
(Salvini
dice che ha pianto per Charlie Kirk e che andrà nelle scuole per contrastare i
discorsi d'odio).
"È
una figura che potremmo definire di guastatore di seconda generazione.
Come
lui in passato c'è stato ad esempio “Rush Limbaugh,” speaker radiofonico che
aveva la caratteristica di essere estremamente radicale dal punto di vista
verbale e di portare all'attenzione del sistema politico mainstream temi che un
tempo erano periferici.
La differenza sono gli strumenti:
Kirk è nato in un ambiente digitale e ha la
capacità, comune a vari influencer, di legare il mondo conservatore a giovani
spesso non politicizzati, che magari non si sentono rappresentati e che sono
interessati ai temi che hanno spesso a che fare col risentimento diffuso, come
quelli del nazionalismo, del ruolo del maschio, delle minoranze.
Parlava
soprattutto ai giovani bianchi e lo faceva con uno stile aggressivo.
Il suo ruolo era quello di connettere il
trumpismo e quel tipo di conservatorismo al mondo giovanile.
Aveva
una dinamica da show anche nei passaggi che faceva alle università, quasi come
a voler sfidare fisicamente una presunta egemonia di certe idee negli ambienti
universitari.
Ma la “Turning Point” è anche uno strumento
con cui fare soldi, ricevere sponsorizzazioni, è una sorta di “Media Company” e
questo anche è un sistema recente.
E si
era guadagnato la fiducia di Trump in particolare durante l'ultima campagna
elettorale.
Anche
se, di contro, si deve dire che tutto sommato Kirk era un personaggio meno
estremista di altri, riusciva anche a legittimare la sua figura partecipando al
confronto col mondo liberal".
Cosa
rappresenta per l'America di oggi l'attentato a Kirk?
"In
realtà, non rappresenta nulla di nuovo.
È su
questo punto che dobbiamo ragionare.
La violenza politica è tornata in pompa magna
nel sistema politico americano da almeno 10 anni, in particolare da parte
dell'estrema destra.
Ci sono stati vari eventi che hanno cambiato
la narrazione della violenza politica, pensiamo ad esempio al massacro di
Charleston del 2015.
Violenza
politica che va di pari passo con la violenza verbale che discende dall'alto.
Perché
noi siamo dentro un paradigma che è quello trumpiano, di totale
delegittimazione e normalizzazione di questo fenomeno, come avvenuto con
l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Dunque, ripeto, non c'è nulla di nuovo.
Ricordiamo che solo tre mesi fa è stata uccisa
la deputata statale del Minnesota, Melissa Hortman del Partito Democratico,
insieme al marito Mark.
Non c'è da chiedersi chi sarebbero state le
prossime vittime o gli aggressori, piuttosto quando sarebbe riaccaduto".
L'estrema
destra però ha accusato la sinistra ed anche Trump lo ha fatto.
In
questo modo non si rischia di inasprire ancora di più queste due posizioni che
sembrano sempre più lontane?
"L'America
è in una condizione di guerra civile fredda ormai da alcuni anni e che ogni
tanto ha degli scoppi.
Non
possiamo dire che il paese va verso la guerra civile perché abbiamo esperienza
storiche in cui la violenza è stata contenuta e fatta rientrare nei binari.
La paura che hanno in molti è che –
esattamente come è successo col tema dell'immigrazione – venga costruita una
emergenza ad arte e che questo evento possa generare una volontà del presidente
di assumere ancora di più dei poteri in termini di sicurezza, intesi come
poteri emergenziali.
Dall'altro, io penso che il modo di reagire a
tutto questo da parte del mainstream politico non fa altro che alimentare
ulteriore voglia di conflitto.
Se io
oggi fossi un politico in qualche modo polarizzante, repubblicano o democratico
che sia, aumenterei le mie misure di sicurezza personali perché non sappiamo in
un Paese che ha questa facilità di accesso alle armi quante altre persone
possono pensare di compiere lo stesso gesto per vendetta.
Siamo
in una spirale, in cui però non vedo pompieri.
In
altre fasi storiche i gruppi politici si sarebbero avvicinati e avrebbero
cercato di isolare certi episodi.
Ma non
mi sembra si stia andando verso quella direzione".
Perché
secondo lei è stato scelto proprio Kirk?
"Lo
capiremo quando scopriremo chi è stato ad ucciderlo.
Ma
guardando anche un po' al passato, la cosa che mi viene in mente a caldo è che
si tratta anche dell'omicidio di una celebrità dei nostri tempi, digitale, e
molto spesso le celebrità attirano questo tipo di violenza".
(fanpage.it/esteri/omicidio-charlie-kirk-lesperto-in-usa-spirale-di-violenza-politica-e-verbale-ma-nessuno-vuole-fermarla/).
Dove
porta la violenza
politica negli Stati Uniti.
Internazionale.it - Alessio Marchionna,
giornalista di Internazionale – (15.9.20259 – ci dice:
Dopo
ogni attentato politico, molti commentatori statunitensi provano a scongiurare
il pericolo di uno scivolamento verso il caos ricordando i momenti in cui il
paese ha evitato il baratro scegliendo l’unità.
Uno su
tutti: il discorso di Robert Kennedy dopo l’omicidio di Martin Luther King, nel
1968.
Lo stesso copione si è ripetuto dopo la morte
dell’attivista di destra “Charlie Kirk”, ucciso il 10 settembre mentre parlava
in un’università dello Utah.
Oggi però sembra che la società statunitense
somigli più a “Preston Brooks” che a Robert Kennedy.
Brooks
era un deputato della South Carolina negli anni prima della guerra civile. Come
tanti dei suoi colleghi di partito e conterranei, era proprietario di schiavi e
non aveva intenzione di privarsene.
Il 22 maggio del 1856 “Charles Sumner”, un
senatore abolizionista del Massachusetts, prese la parola per uno dei suoi
consueti discorsi contro gli schiavisti, attaccando direttamente un cugino di
“Brooks”.
Il
deputato reagì assalendo “Sumner” e picchiandolo con un bastone con il pomello
in metallo; continuò fino a farlo svenire, fermandosi solo dopo che il bastone
si era rotto.
“Sumner”
rimase ferito in modo grave e gli ci vollero anni per riuscire a svolgere anche
le attività più semplici.
“Brooks”
non si scusò mai per il suo comportamento, anzi continuò a vantarsene. Cosa
ancora più inquietante, i suoi sostenitori al congresso cominciarono a usare
frammenti del bastone rotto, trasformandoli in anelli che si mettevano al
collo, in una macabra dimostrazione di solidarietà.
Brooks non solo fu rieletto, ma cominciò anche
a ricevere in regalo dei bastoni su cui c’erano iscrizioni come “colpiscilo di
nuovo” e “ottimo lavoro”.
Con il
tempo il racconto di quell’evento cambiò:
il
gesto di Brooks fu ricordato per la sua brutalità, mentre Sumner fu celebrato
per la sua valorosa ostinazione antischiavista.
Ma la
narrazione si è ribaltata di nuovo quasi 170 anni dopo, il 6 gennaio del 2021,
quando decine di sostenitori di Trump hanno fatto irruzione con la forza nel
congresso, gironzolando trionfanti tra le sale piene di dipinti.
Uno di loro è stato fotografato
mentre, con la bandiera confederata in spalla, passava davanti a un quadro che
raffigurava il povero “Sumner”.
(Una
storia violenta.
Nel
passato degli Stati Uniti ci sono sempre state persone che hanno cercato di
risolvere i problemi politici con le armi invece che attraverso il voto. Il
commento di uno storico.
Julian E. Zelizer).
Questo
cortocircuito, apparentemente lontano dall’omicidio di Kirk, ci dice in realtà
varie cose sul momento attuale degli Stati Uniti.
La
principale è che quando la polarizzazione diventa estrema, il livello di
tolleranza e assuefazione per la violenza politica si alza, al punto che i
rituali appelli all’unità, a fare un passo indietro – “in America non c’è
spazio per la violenza” –, sono destinati a cadere nel vuoto e sembrano ogni
volta più goffi.
Quello
scherzo della storia inoltre ci ricorda una volta di più la tragica eredità del
6 gennaio 2021.
Se per
un po’ si è pensato che quell’evento potesse portare a una correzione di rotta,
a una reazione collettiva di disgusto contro la violenza, oggi sappiamo con
certezza che ha causato l’effetto opposto.
La
decisione di Trump di concedere la grazia a tutte le persone condannate per la
rivolta, presa il primo giorno di mandato, ha trasmesso alla società un
messaggio preciso:
la violenza è il modo in cui si risolvono le
divergenze politiche negli Stati Uniti. Come ha scritto “Adrienne La France,”
una delle giornaliste che hanno seguito meglio il tema negli ultimi anni,
“il presidente ha chiarito al popolo americano
che quando si vuole ottenere ciò che si vuole, lo si può fare in qualsiasi
modo: con una pistola belga, un bastone, l’estremità smussata di un’asta di
bandiera, un fucile”.
Gli
Stati Uniti non sono diventati un paese violento in questi anni – la loro
storia è costellata di omicidi molto più gravi di quello di Kirk – ma in questi
anni gli argini sono crollati.
I segnali sono dovunque.
Nel
giugno del 2022 un uomo armato di pistola e coltello che aveva dichiarato di
voler uccidere “Brett Kavanaugh”, giudice della corte suprema, è stato
arrestato fuori dalla sua casa nel Maryland.
A luglio dello stesso anno un uomo con una
pistola carica è stato fermato fuori dalla casa di “Pramila Jayapal”, deputata
del Partito democratico; la donna aveva sentito qualcuno fuori gridare
“Vaffanculo, troia!” e “Puttana comunista!”.
Qualche
giorno dopo un uomo che portava un oggetto affilato è saltato sul palco di un
comizio nello stato di New York e ha cercato di aggredire il candidato
repubblicano alla carica di governatore.
Ad
agosto, subito dopo che gli agenti federali hanno portato via scatoloni di
documenti dalla “tenuta di Trump a Mar-a-Lago”, in Florida, un uomo con indosso
un giubbotto antiproiettile ha cercato di irrompere nella sede del Fbi di
Cincinnati:
è stato ucciso in uno scontro a fuoco con la
polizia.
A ottobre a San Francisco un uomo ha fatto
irruzione nella casa di “Nancy Pelosi”, in quel momento presidente della
camera, e ha aggredito il marito di 82 anni con un martello, causandogli una
frattura cranica.
Nel gennaio 2023 un ex candidato repubblicano
alle elezioni statali nel New Mexico, che si definiva “re del Maga”, è stato
arrestato per il presunto tentato omicidio di funzionari democratici locali in
quattro sparatorie separate.
In una
delle sparatorie, tre proiettili hanno attraversato la camera da letto della
figlia di dieci anni di un senatore statale mentre dormiva.
Nel
2024 ci sono stati due tentativi di omicidi contro Trump, e l’elenco del 2025,
ancora provvisorio, è lunghissimo:
ad aprile un uomo ha cercato di uccidere il
governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, dando fuoco alla sua casa;
a maggio Luigi Mangione, un uomo di 27 anni,
ha ucciso l’amministratore delegato di un’importante compagnia di assicurazioni
sanitarie;
pochi
giorni dopo sono stati uccisi due impiegati dell’ambasciata israeliana a
Washington;
a
giugno in Minnesota un uomo ha ucciso a colpi di pistola una deputata statale
del Partito democratico e suo marito;
lo stesso mese c’è stato l’attacco con bombe
molotov contro un gruppo di persone che chiedeva la liberazione degli ostaggi
israeliani in Colorado, che ha causato la morte di una donna di 82 anni, e poi
il tentato rapimento del sindaco di Memphis.
A
tutto questo si aggiungono le tante situazioni che non fanno notizia perché
meno gravi, come il numero crescente di funzionari eletti che decide di
abbandonare la politica a causa delle minacce e delle molestie.
È
inevitabile, dopo questo elenco, chiedersi due cose:
quanto ancora le cose possono peggiorare?
Come se ne esce?
(L’estrema
destra fa propaganda sull’uccisione di Charlie Kirk).
L’attivista
trumpiano ucciso nello Utah è già stato trasformato in un martire, e la
sinistra nel “partito della morte”.
Una versione di comodo, senza nessun
fondamento.
(Pierre Haski).
Per
provare a rispondere conviene prendere le distanze, per quanto possibile, dai
post sui social e dai commenti a caldo sui giornali e ascoltare cosa dicono le
persone che da anni studiano la violenza politica negli Stati Uniti.
La
maggior parte di loro pensa che, nonostante la forte polarizzazione politica e
la radicalizzazione sempre più preoccupante di certi ambienti, il paese non
stia andando verso una seconda guerra civile.
“Mary
Mc Cord”, ex procuratrice ed esperta di sicurezza e terrorismo, l’ha messa così
parlando con” La France”:
“Il
fatto è che la gente vuole mangiare fragole a febbraio!
Vuole uscire dopo il lavoro e bere qualche
birra.
Vuole
andare alle partite dei figli nel fine settimana.
I discorsi sulla guerra civile sono solo
questo: discorsi.
Non
vedo nessuna parte significativa della popolazione che sia minimamente
interessata a questo”.
“Mc Cord”
invita anche a soppesare il ruolo dei social media quando si cerca di trovare
una correlazione diretta tra le manifestazioni pubbliche di odio e i pericoli
reali:
“C’è un piccolo gruppo che è incredibilmente
attivo sui social network e nella tv via cavo, e poi c’è tutto il resto della
popolazione”.
È
indubbiamente vero, ma la cosa è meno rassicurante di quanto sembri.
Le
storie di “Thomas Crooks”, il ventunenne che a luglio del 2024 ha provato a
uccidere Trump, e di “Tyler Robinson”, il ventiduenne sospettato di aver ucciso
Charlie Kirk, mostrano che negli ultimi anni è diventato più facile per certe
persone, quasi sempre molto giovani, passare dalla tastiera al fucile.
Questi
estremisti, che si radicalizzano online e hanno ideologie confuse e
contraddittorie, stanno creando una nuova forma di terrorismo interno.
Un terrorismo difficile da affrontare e
contenere proprio perché è più “disorganizzato e casuale”, ma anche perché una
volta messo in atto la sua risonanza è amplificata dagli algoritmi dei social
media, che alimentano richieste ancora più forti e brutali di ulteriore
violenza.
Cosa
ancora più importante, negli Stati Uniti di oggi questo nuovo estremismo può
prosperare perché non incontra quelle barriere civili e sociali che in teoria
dovrebbero arginarlo, smorzarne la forza e renderlo inaccettabile agli occhi
della comunità.
Gli
esperti avvertono che in tempi di alta sfiducia verso le istituzioni, di
polarizzazione politica e tolleranza verso la violenza, bastano poche persone
per seminare il caos e spostare ulteriormente la società verso quella che “La France”
definisce “anarchia al rallentatore”.
Le
fragole continuano ad arrivare sugli scaffali a febbraio, mentre aumentano le
persone uccise per motivi politici.
In altre parole, il problema principale non
sono i pochi individui radicalizzati ma la maggioranza che non si indigna più
di tanto o addirittura esulta davanti agli omicidi.
In
questi giorni tante persone online hanno deriso o festeggiato la morte di Kirk,
mentre la destra ha parlato di “guerra” o di “vendetta”.
Una
dimostrazione pratica dei dati raccolti in questi anni in decine di studi e
ricerche.
Secondo
un sondaggio recente pubblicato dal” New York Times”, il 39 per cento dei
democratici è d’accordo con l’idea di rimuovere Trump dal potere anche usando
la forza, mentre un quarto dei repubblicani pensa che il presidente sia
giustificato a usare l’esercito per reprimere le proteste contro il suo
programma politico.
In questo clima la maggior parte delle persone
interpreta la demonizzazione degli avversari e i toni incendiari come normale
dialettica tra partiti, e questi messaggi, ha scritto il “Wall Street Journal”
in un editoriale, “arrivano anche a persone disturbate che sono meno capaci di
separare la retorica dalla realtà”.
Venuto
meno l’argine del disgusto collettivo di fronte alla violenza, in questi anni
abbiamo visto crollare in modo ancora più plateale il secondo argine, quello
della separazione tra il mondo politico e gli ambienti sovversivi.
Se un tempo esisteva un “firewall” tra
estremisti e istituzioni, oggi quella barriera è crollata.
Dopo
aver perso le elezioni del 2020, Trump ha incoraggiato i suoi sostenitori a
colpire gli avversari (“tenetevi pronti”), cosa che ha reso più difficile
isolare i violenti.
E dopo
essere tornato al potere ha fatto un passo ulteriore, usando le forze dello
stato per accontentare e alimentare gli istinti più pericolosi del suo
elettorato.
Dopo
la morte di Kirk ha chiarito che non ha nessun interesse a unire il paese e ha
promesso di dare la caccia ai radicali di sinistra (ignorando il fatto che gli
estremisti di destra sono ancora responsabili della maggior parte degli
attacchi terroristici nel paese).
Mentre
prosegue la militarizzazione delle forze dell’ordine – pochi giorni fa Trump ha
dichiarato “guerra” a Chicago dopo aver inviato truppe della guardia nazionale
a Los Angeles e Washington – la piaga della violenza politica si mescola con la
minaccia della repressione.
È
difficile immaginare uno scenario in cui le cose vanno a finire bene.
Ha
scritto “La France”:
“Basta
una conoscenza superficiale della storia statunitense per sapere che ai periodi
di violenza segue quasi sempre una repressione violenta da parte dello stato e
che la repressione comporta quasi sempre un svuotamento delle libertà
fondamentali.
Il discorso di Donald Trump del 10 settembre
sull’omicidio di Kirk, in cui il presidente ha attaccato i suoi nemici
politici, dovrebbe spaventare tutti i cittadini statunitensi che rifiutano la
violenza, hanno a cuore le libertà civili e non amano l’ingerenza del governo”.
USA,
preso l’assassino di Kirk:
quest’America
fa paura.
Kulturjam.it
– By Marquez – (13 Settembre 2025) – ci dice:
L’omicidio
di Charlie Kirk, che segue l’omicidio dei coniugi “Hortman”, democratici, per
mano di un fanatico antiabortista, rivela il volto oscuro dell’America:
violenza
politica, università sotto pressione, culto delle armi e retorica di martirio.
Cresce la paura di un conflitto interno diffuso.
Preso
l’assassino di Kirk: l’America sull’orlo di una guerra civile interna.
Era il
mese di giugno quando “Melissa Hortman e Mark Hortman” del Partito Democratico
erano stati assassinati da un fanatico antiabortista.
Ora il
caso dell’omicidio di Charlie Kirk scuote nuovamente l’America e mette in luce
una volta di più la fragilità di una società polarizzata, segnata da violenza
politica, suprematismo e culto delle armi.
“Tyler
Robinson”, il ventiduenne che ha confessato l’assassinio, diventa così
l’ennesimo volto di una spirale di sangue che attraversa campus universitari e
arene politiche.
L’assassinio,
la reazione politica e la paura nei campus.
Robinson,
descritto come un “lupo solitario” con un interesse politico recente, aveva
bollato Kirk come uno “sputa-odio”.
La sua confessione, fatta prima al padre e poi
a un pastore, ha acceso un incendio politico immediato.
Donald Trump ha colto l’occasione per
rilanciare la sua crociata contro i “radicali di sinistra”, mentre “Bernie
Sanders” ha richiamato alla necessità di difendere libertà e democrazia senza
scivolare nella violenza.
Il
governatore repubblicano dello Utah, “Spencer Cox”, ha lanciato un messaggio
alternativo ai giovani:
la
violenza politica è una metastasi che rischia di distruggere ogni spazio di
confronto.
“Le
parole non sono violenza. La violenza è violenza”,
ha ricordato, ammonendo che gli Stati Uniti
sono a un punto di svolta.
Intanto,
le università vivono nell’incertezza.
Gli
studenti temono l’effetto “martirio” che l’estrema destra vuole attribuire a
Kirk.
“Turning
Point USA”, l’organizzazione da lui fondata e spesso accusata di ospitare
suprematisti bianchi, ha già cavalcato l’ondata di indignazione per chiedere
più potere e visibilità nei campus.
Sui social, attivisti legati al nazionalismo
cristiano come “Jack Posobiec e Laura Loomer” hanno parlato di Kirk come di un
martire e hanno promesso “una risposta”.
L’America
armata e la deriva verso il conflitto interno.
L’omicidio
di Kirk non è un caso isolato.
È il
quarantottesimo episodio di sangue in un ateneo statunitense dall’inizio
dell’anno, con un bilancio complessivo di 19 morti e 77 feriti.
Il
giovane Robinson è uno dei 107 milioni di americani che possiedono almeno
un’arma da fuoco, in un Paese dove quattro famiglie su dieci tengono pistole o
fucili in casa.
“Charlie
Kirk”, vittima e al tempo stesso figura controversa, non si faceva mancare
nessun bersaglio:
attivista contro LGBTQ, musulmani,
afroamericani ed ebrei, era al contempo un fervente sostenitore di Israele.
Non a
caso, Netanyahu lo ha definito “amico cuor di leone” nel cordoglio ufficiale.
L’omicidio
di Kirk rischia di diventare un punto di svolta verso un conflitto diffuso in
una nazione armata fino ai denti.
La violenza politica, se normalizzata, rischia
di trasformarsi in guerra civile strisciante.
La
destra già invoca monumenti in memoria di Kirk, in una retorica da “santo
subito”, mentre chiunque osi criticare la sua eredità ideologica viene accusato
di oltraggio.
Le
cifre sono drammatiche: ogni anno oltre 40.000 persone perdono la vita per
sparatorie negli Stati Uniti.
Eppure
la politica continua a rendere banale il problema:
i repubblicani difendono il Secondo
Emendamento come un dogma, mentre i democratici avanzano solo timidi tentativi
di regolamentazione.
Trump,
paladino della lobby delle armi, sembra destinato a sfruttare l’omicidio di
Kirk come strumento per consolidare il consenso dell’estrema destra e
schiacciare il dissenso progressista.
Trump
in trappola: crisi economica,
isolamento e la tentazione
dell’estremismo.
Kulturjam.it - Sira Beker – (15 Settembre
2025) – ci dice:
Trump
affronta crisi economica e isolamento internazionale: la retorica “America
First” ha compattato i rivali e umiliato gli alleati, mentre l’ombra della
recessione minaccia la sua narrazione trionfalistica.
Per reagire, radicalizza lo scontro interno ed
esterno.
Trump
di fronte al muro della realtà geopolitica.
L’effetto
shock dei primi mesi della presidenza Trump, accompagnato da slogan roboanti
come “Victory”, “Winning” e “Golden Age”, sembra ormai un ricordo distante.
Dopo
un avvio segnato da decisionismo e propaganda trionfalistica, l’attuale fase
politica si presenta ben più complessa, sia sul fronte internazionale che su
quello economico.
La
parabola di un leader che aveva promesso un’era di prosperità e potenza
illimitata sta oggi facendo i conti con conseguenze inattese, frutto di scelte
tanto aggressive quanto controproducenti.
Sul
piano internazionale, la strategia dei dazi e della pressione muscolare ha
prodotto un effetto boomerang.
Il tentativo di piegare i partner e intimidire
i rivali non solo non ha raggiunto i risultati sperati, ma ha provocato un
inedito allineamento fra potenze fino a poco tempo fa diffidenti fra loro.
La
convergenza di Cina, Russia e India, accelerata dalle mosse unilaterali di
Washington, rappresenta uno scenario che gli strateghi statunitensi avrebbero
voluto evitare a ogni costo:
un blocco compatto di giganti asiatici in
grado di ridefinire gli equilibri globali.
Parallelamente,
gli alleati storici degli Stati Uniti – in primis l’Unione Europea e il
Giappone – hanno subito le pressioni americane, accettando condizioni umilianti
pur di non rinunciare alla copertura militare garantita da Washington.
Una
scelta che, tuttavia, alimenta risentimenti crescenti e rischia di logorare
rapporti già fragili.
La retorica dell’“America First”, così
efficace all’interno dei confini statunitensi, si traduce sul piano
internazionale in isolamento, diffidenza e perdita di credibilità.
Il
rischio di recessione e la risposta reazionaria.
Sul
versante economico, gli Stati Uniti e a ruota i Paesi occidentali mostrano
segnali di rallentamento sempre più evidenti.
Non si tratta di un fenomeno esclusivamente
legato alle politiche commerciali di Trump:
il
ciclo economico, protrattosi oltre le attese, rende quasi inevitabile una fase
di recessione.
Tuttavia,
la gestione trumpiana della crisi rischia di aggravare le conseguenze.
Il
presidente ha chiesto a gran voce alla “Federal Reserve” di abbassare i tassi
d’interesse, tentando così di scongiurare il rallentamento.
Ma
questa strategia somiglia più a un rinvio temporaneo che a una soluzione reale:
come
cercare di fermare l’arrivo della notte semplicemente voltandosi dall’altra
parte.
A
complicare lo scenario si aggiunge la gigantesca bolla speculativa legata
all’intelligenza artificiale:
un settore in crescita esplosiva, ma che
potrebbe implodere in modo devastante se spinto sull’orlo di una recessione
globale.
Il
vero problema politico per Trump è che la recessione mina le fondamenta della
sua narrazione trionfalistica.
La
promessa di un’età dell’oro mal si concilia con salari reali compressi, costo
della vita in aumento e difficoltà quotidiane sempre più sentite dalle famiglie
americane.
La questione dell’”affordability” – ossia la
possibilità di sostenere spese ordinarie come sanità, affitti e istruzione – è
diventata un tema centrale nel dibattito pubblico, segno di un malessere
profondo.
Per
mascherare tali difficoltà, la Casa Bianca sembra intenzionata a imboccare una
doppia via:
da un lato nuove pressioni sui partner
internazionali, con la richiesta all’Unione Europea di imporre dazi punitivi
del 100% contro Cina e India;
dall’altro un inasprimento del confronto
interno, alimentando la contrapposizione con immigrati e opposizione politica,
bollata come “radical left”.
Il
rischio è chiaro:
l’estremismo
che aveva caratterizzato i primi mesi della presidenza potrebbe degenerare
ulteriormente.
Trump
appare tentato da una strategia basata sull’accentuazione del conflitto, sia
all’interno che all’esterno, pur di celare i fallimenti di un modello che si
sta rivelando più fragile e inefficace di quanto promesso.
Dunque,
il presidente che si era presentato come simbolo di forza e vittoria rischia
oggi di trasformarsi in un leader in trappola, costretto a radicalizzare il
proprio messaggio per mantenere consenso.
Una
scelta che, anziché rafforzare gli Stati Uniti, ne accentua l’isolamento e le
contraddizioni interne, rendendo sempre più difficile immaginare quell’epoca
d’oro che i suoi slogan proclamavano.
Non
c’è fine alla brutta spirale
di violenza negli Stati Uniti.
Businessweekly.it
– Redazione – (11-09 -2025) – ci dice:
Gli
Stati Uniti sono sempre più spesso teatro di omicidi o aggressioni a sfondo politico.
Negli
ultimi anni i casi di violenza e atti efferati si sono moltiplicati, lasciando
un Paese profondamente diviso e scosso nel profondo.
L’ultimo
episodio drammatico è l’assassinio di Charlie Kirk, attivista conservatore e
figura di spicco della destra americana, ucciso all’Università Utah Valley di
Orem. Kirk, 31 anni, era il volto giovane e carismatico del movimento MAGA,
noto per aver fondato Turning Point USA e per essere un fedele sostenitore di
Donald Trump.
Il suo
omicidio durante un evento universitario ha riacceso il dibattito sulla
crescente violenza politica negli Stati Uniti, un fenomeno che sembra andare
ben oltre le singole tragedie e che per una volta è bipartisan.
Un
susseguirsi di attacchi e violenze politiche.
Negli
ultimi tempi, l’America ha assistito a una serie di attacchi di matrice
violenta con sfumature politiche.
Nel
giugno scorso, la rappresentante democratica del Minnesota Melissa Hortman e
suo marito sono stati uccisi da un uomo che si era spacciato per poliziotto, il
quale ha anche ferito un altro senatore statale con la moglie.
Ad aprile, un incendio doloso ha distrutto la
casa del governatore democratico della Pennsylvania, Josh Shapiro, mettendo in
pericolo la sua famiglia.
Nel
2024 Trump nel corso della campagna elettorale era stato bersaglio di due
diversi tentativi di omicidio, curiosamente ad opera di estremisti di destra.
Nel
2022 Paul Pelosi, marito dell’allora Speaker della Camera Nancy Pelosi, era
stato aggredito nella propria abitazione da un fanatico MAGA che voleva la
morte di sua moglie.
Ancora
prima, nel 2017, il deputato repubblicano Steve Scalise era stato colpito da un
attivista di sinistra durante una partita di allenamento di baseball.
Una
nazione in crisi: violenza diffusa e disuguaglianze.
La
violenza politica si somma a un problema più ampio di escalation di aggressioni
e violenza generalizzata nella società americana.
La
facilità di accesso alle armi da fuoco, insieme alle tensioni sociali e
ideologiche, alimenta un sistema in cui la paura e l’ostilità sembrano dominare
la quotidianità.
Con
quasi 2 milioni di persone incarcerate, il sistema penitenziario negli Stati
Uniti è il più popolato al mondo, segno delle profonde disuguaglianze e delle
difficoltà strutturali nella gestione della giustizia.
Inoltre,
l’aumento delle aggressioni riguarda molti ambiti: solo nel settore sanitario,
ad esempio, nel primo trimestre del 2025 si è registrato un incremento del 37%
delle aggressioni ai danni di medici e infermieri, segnando un clima di
crescente tensione e insicurezza anche nei luoghi di cura.
L’assassinio
di Charlie Kirk e le reazioni a catena.
La
morte di Charlie Kirk rischia di acuire il clima di ostilità e contrapposizione
tra le parti politiche, nel mezzo del quale sguazzano nemici esterni ed interni
della democrazia USA e dell’occidente.
Manca
purtroppo un “Robert Kennedy”, che riuscì a calmare la nazione dopo
l’assassinio di Martin Luther King nel 1968 con poche parole di unione:
“In
questo giorno difficile, in questo momento difficile per gli Stati Uniti, forse
è bene chiedere che tipo di nazione siamo e in quale direzione vogliamo
muoverci.
Per voi che siete neri—considerando le prove
che evidentemente ci sono state persone bianche responsabili—potete essere
riempiti di amarezza, di odio e di desiderio di vendetta.
Possiamo
muoverci in quella direzione come paese, in una grande polarizzazione—persone
nere tra i neri, persone bianche tra i bianchi, piene di odio l’una verso
l’altra.
Oppure
possiamo fare uno sforzo, come ha fatto Martin Luther King, per capire e
comprendere, e per sostituire quella violenza, quella macchia di spargimento di
sangue che si è diffusa nella nostra terra, con uno sforzo per capire con
compassione e amore.”
Quello
che abbiamo è invece un Donald Trump che ha definito l’omicidio come un “atto
orrendo” e ha promesso di reprimere con fermezza la violenza politica della
“sinistra radicale” e minacciato vendetta verso chi li finanzia, prima ancora
che le indagini abbiano prodotto anche solo un sospetto.
La
spirale di violenza che attraversa gli Stati Uniti mette in discussione il
futuro stesso della sua democrazia.
Con tensioni ideologiche sempre più
polarizzate, episodi di violenza che sembrano diventare sempre più frequenti e
un clima di sfiducia crescente, il Paese rischia di restare intrappolato in un
circolo vizioso difficile da rompere.
La
crisi della democrazia e
la politica dell'odio ha
un
costo economico.
Uffingtonpost.it - Martina Carone – (16
settembre 2025) – ci dice:
La
crisi della democrazia e la politica dell'odio ha un costo economico.
C’è un
effetto che in pochi calcolano, misurano e analizzano: non solo il clima
politico violento nasce dalle diseguaglianze sociali, ma anzi le alimenta.
Siamo infatti abituati a pensare solo che sia
il deficit democratico a causare violenza sociale, e non il contrario.
E
invece, siamo tutti più isterici e quindi più poveri:
l’odio politico verbale è un costo nascosto,
una tassa invisibile che pesa eccome sulle nostre tasche.
L’omicidio
di Charlie Kirk negli Stati Uniti è l’espressione più estrema di un clima
politico che da anni sta trasformando il conflitto in guerra aperta.
Ma
l’odio politico, verbale e non, la polarizzazione, non si misura solo con
episodi di violenza.
I suoi effetti sono quotidiani, e – che ci
piaccia o meno – anche economici:
un
sistema politico che vive di scontro permanente e con toni sopra le righe
fatica a prendere decisioni.
E questa paralisi ha un costo.
Un
costo che parla della crisi democratica, e che va a braccetto con l’incapacità
di strutturare proposte che rispondano ai bisogni quotidiani dei cittadini, che
non sanno più a che santo votarsi e chi votare.
E
infatti, spesso, a votare non ci vanno proprio.
La
polarizzazione non nasce nel vuoto: è la scorciatoia retorica di territori dove
la politica istituzionale fatica a funzionare.
E il
risultato è un circolo vizioso:
meno
partecipazione e meno capacità amministrativa generano più rancore, il rancore
alimenta la polarizzazione, la polarizzazione rende impossibile correggere i
divari.
Il
rapporto Italia (ancora) diseguale pubblicato dalla” Friedrich Ebert Stiftung”
nel 2025 mostra bene questo meccanismo.
L’innovatività del rapporto sta nell’aver
spostato l’analisi a livello provinciale, combinando indicatori socio-economici
con la capacità amministrativa e restituendo così la mappa di “Cinque Italie”
diverse per sviluppo, servizi e qualità democratica.
Nelle
province più fragili, la partecipazione elettorale scende al di sotto del 55%
contro il 70% delle aree più forti:
un
vuoto che spalanca la porta ai linguaggi estremi, perché bastano minoranze
organizzate per imporre la propria agenda.
Allo
stesso tempo, le stesse province hanno amministrazioni più deboli, meno
personale qualificato, meno progettualità PNRR: cioè meno risposte concrete ai
bisogni quotidiani.
Ed è
qui che la polarizzazione trova terreno fertile.
Ma se
l’intero sistema politico risponde alle violenze con l’invito ad abbassare i
toni (e, spoiler, i toni non vengono abbassati mai), il rischio è che il prezzo
della polarizzazione si combini con un altro fattore strutturale.
C’è un effetto che in pochi calcolano,
misurano e analizzano:
non
solo il clima politico violento nasce dalle diseguaglianze sociali, ma anzi le
alimenta.
Siamo
infatti abituati a pensare solo che sia il deficit democratico a causare
violenza sociale, e non il contrario.
E
invece, siamo tutti più isterici e quindi più poveri:
l’odio politico verbale è un costo nascosto,
una tassa invisibile che pesa eccome sulle nostre tasche.
Ed è
un costo che la ricerca economica ha già provato a quantificare.
Negli
Stati Uniti i Comuni più divisi politicamente pagano fino a 0,8 punti
percentuali in più di interessi quando emettono obbligazioni, perché i mercati
scontano minore capacità decisionale.
Un
modello pubblicato su “Journal of Economic Theory” nel 2022 mostra che quando i
costi di cambiare politica sono estremi – troppo bassi o troppo alti – la
polarizzazione aumenta e il benessere collettivo cala.
Uno
dei punti più rilevanti del “rapporto FES” è proprio la capacità
amministrativa: la capacità cioè delle istituzioni locali di progettare,
gestire e spendere risorse.
Fondi
PNRR, coesione europea, investimenti straordinari: tutto si arena dove la
macchina amministrativa non funziona.
E non
è un problema tecnico, ma politico.
Perché
la polarizzazione alimenta sfiducia reciproca e scaricabarile:
i governi accusano gli enti locali, gli enti
locali accusano i governi, e nel frattempo i progetti restano fermi.
Ecco
il punto di contatto tra polarizzazione e diseguaglianze:
le seconde alimentano la prima, e la prima
impedisce di ridurre le seconde.
Le
aree più povere e marginali (quelle con meno servizi, meno lavoro, meno fiducia
istituzionale) sono quelle dove il dibattito politico si riduce a conflitto
identitario.
E la polarizzazione, a sua volta, paralizza le
decisioni e riduce la capacità amministrativa.
Gli
Stati Uniti mostrano dove può portare questo circolo vizioso:
una
democrazia affaticata, e quindi più esposta a episodi estremi di violenza
politica.
L’Italia, con 2,5 milioni di famiglie in
povertà assoluta e un tasso di occupazione complessivo ancora dieci punti sotto
la media europea, non può permettersi il lusso di aggiungere al peso delle
diseguaglianze quello di una politica permanentemente divisa in fazioni.
Parlare
di polarizzazione e di dibattito non fruttuoso come “tassa occulta” significa
riconoscere che il prezzo è scritto nei bilanci regionali, nei fondi europei
non spesi, nei posti di lavoro mancati.
Significa ammettere che ogni anno di conflitto
sterile riduce il capitale umano, la produttività e la fiducia collettiva.
L’omicidio
di Kirk è un evento lontano, ma ci ricorda che l’odio politico non è mai
gratis.
In
America mina la stabilità istituzionale, in Italia rischia di congelare lo
sviluppo. Due scenari diversi, stessa dinamica: polarizzazione e diseguaglianze
che si alimentano a vicenda.
L’omicidio
di Kirk è un evento estremo, che segna il punto più alto della spirale di odio
e violenza politica.
Ma non serve arrivare a tanto per coglierne
gli effetti: la polarizzazione ha un costo anche quando resta confinata alle
parole.
È un costo che si traduce in meno fiducia,
meno crescita, meno servizi.
E che
ci ricorda che la violenza politica, verbale o fisica, non è mai solo un
problema democratico:
è una
tassa occulta che paghiamo tutti, ogni giorno.
La
settimana politica: dai droni russi
in Polonia all’omicidio di Charlie Kirk.
Conflavoro.it
– (15 Settembre 2025) – Area Relazioni Istituzionali – Redazione – ci dice:
Charlie
Kirk, le indagini sul caso “Almasi”, l’intervento di Mattarella sulle
escalation internazionali: l’analisi dell’Area Relazioni istituzionali
Conflavoro.
L’assassinio
dell’attivista conservatore Charlie Kirk ha riacceso il dibattito sulle aggressioni
di matrice politica, suscitando reazioni forti dentro e fuori i confini
americani.
Negli Stati Uniti la tensione è salita alle
stelle con il Presidente Trump che ha omaggiato pubblicamente la vittima
esaltandolo a “martire della libertà” e chiedendo la pena di morte per il
colpevole, attribuendo responsabilità alla propaganda della sinistra radicale,
mentre la vedova nelle prime dichiarazioni pubbliche rilasciate dopo
l’accaduto, ha affermato che il movimento portato avanti dall’attivista non
morirà, e rivolta ai responsabili ha poi asserito: “non avete idea di cosa
avete appena scatenato in tutto il Paese”.
Il
cordoglio politico per Charlie Kirk.
Dopo i
messaggi di cordoglio dei principali leader della destra internazionale, anche
gli esponenti delle principali forze conservatrici italiane hanno reagito con
fermezza all’omicidio di Charlie Kirk.
Ignazio La Russa ha parlato di “una ferita
profonda per la democrazia”, mentre Antonio Tajani ha condannato “la violenza
verbale e la criminalizzazione del pensiero altrui, che possono accendere
lugubri pensieri in menti malate”.
Dal
fronte leghista, numerosi esponenti hanno espresso cordoglio e il vice
segretario Roberto Vannacci ha lanciato un appello: “continuare a combattere a
testa alta e schiena dritta per valori, identità e libertà”.
Meloni:
“Non ci facciamo intimidire.”
Il
Presidente Meloni è tornato sul tema prima alla festa nazionale dell’Udc e poi
alla Convention di Vox.
Dal palco della festa nazionale dell’Unione di
Centro a Roma ha parlato del linguaggio d’odio e del clima di violenza negli
Stati Uniti che trova eco in Italia, facendo seguito alle foto dell’uomo a
testa in giù già postate sui social poche ore prima, dichiarando:
“Non
ci facciamo intimidire”.
Nel
videomessaggio inviato poi alla kermesse Europa Viva 2025 che si è svolta il 13
e 14 settembre a Madrid, commemorando Charlie Kirk, ha indirizzato verso la
sinistra denunce di violenza e intolleranza, affermando che non cadranno nella
trappola di trascinare le nazioni in una spirale di violenza e che, “per
archiviare definitivamente l’Europa ideologica della sinistra” occorre
“combattere l’immigrazione irregolare senza tregua”, seguendo l’esempio di
quanto fatto in Italia con il suo Governo.
Mattarella:
“Siamo sull’orlo di un conflitto incontrollabile.”
In
visita ufficiale a Lubiana, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha
lanciato un duro monito sul pericolo di un’escalation internazionale.
Condannando
sia la caduta di droni russi su territorio polacco, nelle ore scorse denunciati
anche dalla Romania, che i bombardamenti israeliani in Qatar, il Capo dello
Stato ha denunciato l’atteggiamento minaccioso del Cremlino verso l’Europa e la
paralisi della diplomazia globale.
Per la
prima volta, Mattarella ha accostato la situazione attuale al clima del luglio
1914, quando l’imprudenza delle potenze europee accelerò lo scoppio della Prima
guerra mondiale.
“Ci
muoviamo su un crinale pericoloso, oltre il quale c’è il baratro di un
conflitto incontrollabile”, ha ammonito, richiamando l’Unione Europea a farsi
promotrice di una forte iniziativa diplomatica che possa sollecitare ONU e
istituzioni internazionali a un ruolo attivo di contenimento delle tensioni. I
n
assenza di ciò, ha avvertito, l’umanità rischia uno scontro di proporzioni
inimmaginabili.
Caso Almasi:
Bartolozzi indagata, il Governo fa quadrato.
Sul
fronte interno, la Capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi
Bartolozzi, è stata iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di aver
reso dichiarazioni false ai magistrati sul rilascio e rimpatrio in Libia del
militare Osama Najee Almasi, ricercato a livello internazionale e trasferito
con un volo di Stato. Una svolta attesa, dopo che il Tribunale dei ministri
aveva già segnalato “mendacità” e contraddizioni nelle versioni fornite dalla
dirigente.
Nonostante
ciò, da Via Arenula filtra serenità: Bartolozzi sarebbe stata ricevuta a
Palazzo Chigi dalla premier Meloni, che le avrebbe assicurato pieno sostegno.
Anche
il ministro Carlo Nordio ha preso posizione, esprimendo “solidarietà piena e
incondizionata” alla dirigente, sottolineando che “ha sempre agito con
correttezza e lealtà, informandomi tempestivamente ed esaurientemente delle
varie fasi della vicenda Almasi”.
La
destra vuole rendere Charlie Kirk
un
martire, anche in Italia
si
soffia sul fuoco.
Fanpage.it
– (15 SETTEMBRE 2025) – Redazione – ci dice:
L’Italia
e gli Stati Uniti sono due Paesi profondamente diversi.
Il
contesto sociale, politico e culturale è diverso, per cui uno stesso identico
evento può avere un significato da una parte e un significato completamente
opposto dall’altra.
Eppure,
nonostante le mille differenze, in questi giorni, dopo l’assassinio di Charlie
Kirk, sentiamo continuamente parlare di anni di piombo negli States, e al
contempo, di come una generica “sinistra” italiana sarebbe responsabile di un
clima sempre più intriso di odio.
Tutto
questo non solo ha ben poco senso ai fini dell’analisi, ma è anche pericoloso
se arriva dai vertici del governo.
Facciamo
una premessa: ci sono ancora tantissime cose che noi non sappiamo sul presunto
assassino di Kirk, Tyler Robinson.
Non ha
confessato e non starebbe collaborando con l’FBI, in questo momento un quadro
preciso semplicemente ci manca.
Certo,
alcune cose sono emerse: sappiamo delle parole scritte sui proiettili – da
“Bella Ciao” a “Hey fascista, prendi questo” – che sono state strumentalizzate
dai giornali di destra per scrivere titoli come “l’assassino partigiano”, però
in realtà queste potrebbero essere più che altro dei riferimenti al mondo dei
videogames che il segnale di un’affiliazione politica.
Sono
slogan decisamente diffusi tra i gamer, intrisi di una cultura che ha più a che
vedere con i “meme” e una “pop culture” specifica, che con l’attivismo di
sinistra.
Anzi,
spesso sono molto più riconducibili proprio all’”alt right.”
E
ancora, rispetto al background familiare e affettivo di Robinson abbiamo sì
degli elementi, ma non è semplice collegarli al gesto che avrebbe commesso:
avrebbe
una relazione romantica con una persona transgender, proverrebbe da una
famiglia conservatrice, di destra, ma sulla sua ideologia non abbiamo ancora
informazioni certe, se queste cose abbiano influito, non lo sappiamo.
Insomma,
tutto questo per dire che qualsiasi analisi su un piano politico, sociale e
culturale, dell’omicidio di Charlie Kirk, dovrebbe tenere conto delle mille
incognite e, soprattutto, non dovrebbe alimentare retoriche pericolose e
violente.
Invece,
stiamo assistendo a tutto il contrario.
E, lo stiamo vedendo anche qui, in Italia,
dove comunque il contesto non è quello statunitense, per cui qualsiasi
sovrapposizione non può che essere strumentale. Giorgia Meloni sta parlando
dell’omicidio di Charlie Kirk praticamente ogni giorno, da quando è accaduto.
Nel
weekend ne ha parlato prima alla festa dell’UDC, dicendo che la sua comunità
politica viene accusata di odio e di violenza da chi oggi minimizza
l’assassinio di Kirk, e addirittura affermando che – la cito – “sia arrivato il
momento di chiedere conto alla sinistra italiana di questo continuo
giustificazionismo della criminalizzazione, della violenza nei confronti di chi
non la pensa come loro”.
Non è
chiaro di che sinistra stia parlando, visto che i leader dei principali partiti
di opposizione, alla notizia dell’assassinio di Kirk, abbiano subito condannato
quanto accaduto e ribadito che in politica non ci deve essere spazio per l’odio
e per la violenza.
Ma
questo non sembra essere rilevante per la nostra presidente del Consiglio che
poi, mandando un videomessaggio alla convention di Vox, il partito spagnolo di
estrema destra, ha alzato ulteriormente il tiro.
Meloni
ha detto:
“Il sacrificio di Charlie Kirk ci ricorda
ancora una volta da che parte sono la violenza e l’intolleranza.
Voglio dire alto e chiaro a tutti questi
odiatori ed estremisti e ai falsi maestri con giacca e cravatta, che non
cadremo nella loro trappola, non giocheremo il gioco di chi vuole trascinarci
in una spirale di violenza.
Ma
voglio dire anche che non ci intimidiranno, che andremo avanti e che lotteremo
senza sosta per la libertà dei nostri popoli”.
Ecco,
questo non è un discorso da una capa di governo.
La
nostra presidente del Consiglio dovrebbe usare toni diversi.
Perché – e lo ripeto, anche nella
consapevolezza che Stati Uniti e Italia sono due scenari completamente diversi
– chi è alla guida di un Paese dovrebbe caricarsi di una responsabilità
ulteriore, dovrebbe condannare l’odio in qualsiasi sua forma e tutelare lo
spazio politico dalla violenza.
Alzare
l’allarme verso una presunta minaccia di parte, evocare uno scontro, usare toni
bellicistici, evocare nemici, non va in questa direzione.
Persino
il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha detto che il nostro Paese da un
punto di vista politico e sociale è molto diverso dagli Stati Uniti, che non ci
sono avvisaglie concrete di quel tipo di violenza politica.
Evocare
gli anni di piombo non aiuta nessuno.
Fomentare narrative violente pure.
Eppure
sembra proprio che la maggioranza di governo stia andando in questa direzione.
Non solo per le parole della presidente del
Consiglio.
Il
gruppo di Fratelli d’Italia al Parlamento ha anche redatto un dossier, inviato
a tutti i suoi deputati e senatori, che si chiama “Chi soffia sul fuoco” e che
elenca 28 episodi di violenza politica che sarebbero stati commessi contro la
destra dal 2022 ad oggi.
Vengono
citate anche alcune prese di posizione da parlamentari del centrosinistra e
veniamo citati anche noi di Fanpage, per ben due volte.
Si
parla dell’evento al Monk che abbiamo organizzato l’estate scorsa per
proiettare la seconda parte della nostra inchiesta, “Gioventù Meloniana”, sulla
radicalizzazione del gruppo giovanile del partito di Meloni.
n’inchiesta
in cui ci siamo infiltrati in “Gioventù Nazionale” e, sotto copertura, abbiamo
potuto documentare discorsi razzisti, gesti fascisti e slogan nostalgici.
Nel
dossier di FDI si sottolinea che per questo evento, a cui c’era anche Roberto
Saviano, è stata scelta come colonna sonora la canzone della band di sinistra,
99 posse, che dice: “Ho un rigurgito antifascista, se vedo un punto nero gli
sparo a vista”.
Questa
è, sostanzialmente, una “fake news”.
E
ancora, è stato citato un video uscito sui social nei giorni scorsi in cui
ricostruivamo cosa stesse accadendo negli Stati Uniti dopo l’assassinio di
Kirk.
In
questo dossier non si puntava il dito contro il nostro contenuto, che
analizzava il dilagare della violenza politica negli USA, ma contro i commenti
che venivano lasciati dagli utenti.
Una
precisazione qui:
non si
può imputare a un giornale di diffondere odio solo perché alcuni utenti dei
social media vomitano messaggi violenti sui suoi profili (che molto spesso, tra l’altro,
prendono di mira in primis i nostri giornalisti).
Per
arrivare a una conclusione: la violenza politica non si risolverà se i vertici
della politica soffiano sul fuoco e evocano uno scontro frontale tra parti,
puntando il dito contro nemici più o meno immaginari.
E
sicuramente equiparare il contesto statunitense al nostro non ci aiuta a
rimanere lucidi.
Lì il
rischio di una spirale sempre più violenta e pericolosa c’è, è il sintomo di
una frattura sempre più profonda.
Kirk è
stato un attivista di estrema destra estremamente efficace, non solo nello
spostare i voti dei conservatori più giovani a favore del movimento Maga e di
Donald Trump e nel diventare un interlocutore fisso della Casa Bianca, ma anche
nel normalizzare una narrativa politica sempre più violenta, nel radicalizzare
il pubblico che ascoltava i suoi podcast.
Alla sua morte Kirk è diventato un simbolo
della destra populista e la sua base, chi lo seguiva ma anche gli altri
influencer politici, ora gridano vendetta.
La
complottista “Laura Lober” ha scritto che la sinistra è una minaccia per la
sicurezza nazionale, che se non verrà schiacciata altre persone finiranno
uccise.
L’account
di estrema destra “Libs of TikTok” ha parlato di una guerra civile, un altro
complottista – Alex Jones – ha ribadito che c’è una guerra e anche Steve
Bannon, l’ideologo di Trump, ha detto che Kirk è una vittima di guerra.
Insomma,
la destra statunitense sta martirizzando Kirk, e questo è estremamente
pericoloso.
Perché
non raffredderà un clima già di per sé incendiario, lo farà esplodere.
(fanpage.it/podcast/nel-caso-te-lo-fossi-perso/la-destra-vuole-rendere-charlie-kirk-un-martire-anche-in-italia-si-soffia-sul-fuoco/).
(fanpage.it/).
Delitti
e scandali, l’America
tormentata
dalla sua storia.
Itapress.com
– (12 Settembre 2025) - Stefano Vaccara – ci dice:
NEW
YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) –
La settimana che si chiude è stata segnata da
un omicidio che scuote le fondamenta della politica americana:
l’assassinio di Charlie Kirk, 31 anni,
fondatore di “Turning Point USA” e astro della destra giovanile Maga.
Mercoledì,
un colpo di fucile da lunga distanza lo ha raggiunto mentre parlava all’aperto
alla Utah Valley University.
L’assassino è ancora in fuga, ma le autorità
hanno diffuso immagini di un giovane con cappellino e occhiali scuri.
Il
fucile Mauser usato per il delitto è stato ritrovato in un bosco vicino.
L’FBI
ha promesso una ricompensa da 100.000 dollari e il direttore Kash Patel è
volato in Utah per seguire di persona le indagini, dopo aver commesso una gaffe
annunciando troppo presto che il killer fosse stato catturato.
Intanto
tre alti dirigenti hanno denunciato Patel, accusandolo di epurazioni politiche.
Il
delitto ha avuto un impatto immediato e devastante.
Al
Congresso è scoppiata una rissa verbale, con repubblicani che accusavano i
democratici e i media di incitare la violenza, e democratici che rinfacciavano
il mancato controllo delle armi.
Kirk,
amatissimo da Trump e molto legato al vice presidente Vance, aveva costruito un
impero politico e mediatico capace di mobilitare migliaia di giovani. La sua
formula era chiara:
dibattito
acceso, anche aspro, ma con diritto di parola a tutti in ogni campus
universitario.
Non
mancavano le sue posizioni estreme:
dal culto delle armi al concetto che il
sacrificio individuale fosse “necessario” per far rispettare il secondo
emendamento.
Parole
che oggi sembrano essersi rivoltate contro di lui.
Trump
ha reagito con dolore personale, ma subito ha trasformato l’episodio in un
attacco ai rivali politici.
Lo
stesso presidente continua ad alimentare un clima esplosivo:
solo pochi giorni fa, di fronte all’invio di
truppe federali a Chicago, ha postato un messaggio con la scritta “War”,
evocando il film” Apocalypse Now”.
Servirebbe
abbassare i toni, il primo a farlo dovrebbe essere lui.
La
violenza politica americana ha una tradizione radicata.
Da
Lincoln a McKinley, da JFK a Martin Luther King e Robert Kennedy, fino al 6
gennaio 2021, omicidi e tentativi hanno deviato traiettorie storiche e lasciato
sospetti mai chiariti.
Qualcuno già si chiede: a chi giova
l’uccisione di Kirk?
Alimentando
teorie e complotti.
Per
questo è cruciale che l’assassino venga catturato vivo, e non “alla Oswald”.
Ma la
settimana non è stata segnata solo da questo.
L’onda lunga dello scandalo Epstein continua:
i
nuovi documenti includono il famigerato album fotografico per il compleanno del
2003, con imbarazzanti messaggi firmati Trump, Clinton e perfino
dall’ambasciatore britannico a Washington, licenziato dal suo governo.
Nonostante
lo shock per l’omicidio di Kirk, lo” scandalo Epstein” continuerà a tormentare
la Casa Bianca e potrebbe diventare devastante se dovessero emergere dei video
registrati nelle case di Epstein.
Sul fronte economico, i dati sul lavoro hanno
sorpreso in negativo: disoccupazione in crescita, dati industriali
preoccupanti.
C’è
poi l’immigrazione: centinaia di arresti di lavoratori, e anche di tecnici
qualificati, come quelli della “Hyundai” in Georgia, finiti dietro le sbarre
come se fossero terroristi.
Una
stretta che mostra come la promessa di Trump di “ripulire” l’America rischi di
colpire anche l’economia produttiva.
All’estero,
la scena è dominata da Israele, che ha bombardato un complesso residenziale a
Doha uccidendo civili e delegati di Hamas.
La risposta del Consiglio di Sicurezza Onu è
stata di condanna unanime, persino con la firma degli Stati Uniti.
L’ambasciatore
israeliano “Danny Danon” ha replicato attaccando:
Israele non ha fatto altro che applicare la
risoluzione del 2001, dopo l’11 settembre, che autorizza a colpire i terroristi
ovunque si nascondano – proprio come fecero gli USA con Bin Laden in Pakistan.
Il discorso di “Danon” è avvenuto al Consiglio
di Sicurezza proprio nel 24° anniversario dell’11 settembre.
E poi
c’è la sfida portata da Putin, con droni russi che attraversano la Polonia,
provocando il primo abbattimento su territorio NATO.
Mentre
Varsavia e l’Alleanza alzano i toni, Trump ha scritto sui social “Here we go!”
– che suona come “ci risiamo, sta per scoppiare qualcosa”.
Una
reazione più da spettatore che da “commander in chief”!
Al
presidente che prometteva di portare la pace, non resta altro che sparare
battute sui social mentre la storia accade?
L’America
intanto resta avvitata nella spirale di violenza, verbale e fisica.
Nel
breve periodo certi attentati possono favorire qualcuno, creando vuoti di
potere o coprendo verità scomode.
Ma nel
lungo termine la violenza non risparmia nessuno:
erode la fiducia, corrode le istituzioni
democratiche, delegittima persino chi crede di guadagnarci.
Mentre
l’America onorava le vittime dell’11 settembre, due impegni le restano
imprescindibili:
assicurare
alla giustizia il killer e voltare pagina nel linguaggio pubblico, partendo
proprio da chi siede nello Studio Ovale.
Charlie
Kirk e la violenza politica: negli Usa
è iniziata una guerra civile a bassa intensità.
Italiaeilmondo.com
– Giuseppe Germinaro – (12 settembre 2025) – Federico Sangalli – ci dicono:
L’uccisione
di Charlie Kirk alimenta una violenza politica che non accenna a placarsi. Per
l’America il fronte interno resta la sfida più insidiosa.
L’articolo,
pur con qualche inesattezza, centra l’obbiettivo, ma a grana grossa.
L’assassinio di Kirk ha obbiettivi più mirati e selettivi.
Non è
uno degli episodi di una guerra civile a bassa intensità.
È una provocazione, una pesante istigazione a
scatenare la guerra civile prossima ventura, esattamente come avvenuto in
Ucraina e in Siria;
è il
tentativo di bloccare la possibilità di intaccare quel fondamentale serbatoio
di consenso e di formazione di idee e trame, il brodo di coltura, proprio
dell’ambiente accademico e studentesco, in particolare universitario, vero e
proprio bacino di coltura di quadri, attivisti di stampo sorosiano, wokista e
radical-progressista.
L’ultima
roccaforte rimasta ancora intatta di quell’arcipelago esclusivo, una volta
costituito dalle minoranze etniche, sottoproletariato e ceto medio
“riflessivo”.
Un colpo diretto a Trump e a quella componente
dell’amministrazione e del movimento che più sta cercando di divincolarsi dalle
lusinghe neocon;
un
modo per trattenere Trump nell’ambiguità che rischia sempre più di perderlo. Le
vicende in Medio Oriente, l’ultimo attentato a Doha, rischiano di essere il suo
punto di perdizione irreversibile.
(Giuseppe
Germinario).
L’assassinio
di Charlie Kirk, avvenuto lo scorso 10 settembre a Salt Lake City, nei pressi
del campus dell’Università dello Utah, ha riacceso negli Stati Uniti l’incubo
della violenza politica.
Il
gesto brutale – il cui autore rimane al momento a piede libero – ha infatti
nuovamente posto l’America di fronte alla guerra che più di tutte rischia di
perdere, quella per il fronte interno.
Kirk,
31 anni, era da tempo un popolare influencer e attivista politico conservatore,
oltre che una stella nascente della cosiddetta” Maga sfera”, cioè il movimento
mediatico dei sostenitori del presidente Donald Trump.
Sebbene
il movente del suo assassino sia ancora ignoto, è verosimile che questo sia
legato a ragioni politiche.
Non
solo. Da ciò che è emerso finora, è presumibile che si sia trattato di un atto
di violenza ben organizzato e compiuto da un attentatore esperto.
Il colpo è stato sparato da grande distanza –
probabilmente almeno 150 metri – con un fucile adatto allo scopo e ha colpito
il bersaglio mentre questi si trovava seduto dietro un tavolino, sotto un
gazebo e circondato da centinaia di persone.
È probabile che un tiro di questo tipo
richieda una certa esperienza, frutto di background militari o di esercizio da
autodidatta.
Dopo
il colpo, l’attentatore è riuscito ad allontanarsi dal campus indisturbato,
avendo scelto come luogo per colpire il tetto di un edificio chiuso per
ristrutturazione.
Il
fatto denota non solo la scarsa professionalità delle forze dell’ordine
americane (che per due volte – una delle quali per bocca del direttore dell’Fbi
Kash Patel in persona – hanno annunciato la cattura dell’assassino salvo poi
doversi smentire) ma anche come l’omicida si fosse accuratamente preparato una
via di fuga dopo un attento studio del terreno.
Non si
tratterebbe, dunque, di qualcosa di simile a una delle molte stragi per armi da
fuoco tipiche degli Stati Uniti, ma di un gesto pensato e studiato.
Ne consegue, logicamente, che Kirk non sia
stato scelto a caso ma individuato appositamente, un elemento che rafforza la
pista politica.
Il
luogo dell’omicidio, all’interno del campus dell’Università dello Utah, a Salt
Lake City.
Il
giovane attivista era divenuto famoso per il suo format incentrato sul libero
dibattito:
seduto
su una semplice sedia, compiva tour nei campus universitari americani per
dibattere liberalmente con chiunque volesse contestare le sue idee
conservatrici.
Lo
stile apertamente provocatorio e il suo orientamento nazionalista lo avevano
trasformato in un idolo per la destra americana e in una nemesi dei
progressisti.
L’intento
dichiarato delle iniziative di Kirk era quello di reclamare lo spazio della
discussione pubblica negli atenei, a suo dire egemonizzato dagli studenti e
dagli accademici di sinistra, e di stimolare il dibattito di idee.
Le
ripetute contestazioni contro le sue apparizioni, specie dopo il suo
avvicinamento a Trump e alle sue posizioni, lo avevano reso un simbolo della
lotta conservatrice per la libertà di parola contro la “censura” del
politicamente corretto progressista.
Nel
suo messaggio di cordoglio alla nazione, il presidente statunitense Donald
Trump ha sostenuto di condividere i valori di Kirk (prontamente assurto a
martire del mondo conservatore) per quanto riguarda la libertà di parola,
l’apertura al confronto, il rispetto per lo stato di diritto e la legalità.
Parole
forse poco consone a un leader che della provocazione retorica ha fatto la
propria cifra.
La
minaccia del “nemico autoritario” alimenta la spirale violenta.
Trump
ha anche puntato il dito contro «la sinistra radicale», evocando una serie di
azioni violente riconducibili a questo schieramento:
il
ferimento del capogruppo repubblicano alla Camera Steve Scalise da parte di un
sostenitore di Bernie Sanders nel 2017;
il
fallito omicidio dello stesso Trump nel luglio 2024 a Butler, in Pennsylvania;
l’uccisione – sempre nel 2024 – di un importante Ceo newyorkese da parte
dell’italo-americano Luigi Mangione.
Ma la
lista potrebbe continuare, per esempio con il fallito complotto per assassinare
il giudice conservatore della Corte suprema “Brett Kavanaugh” da parte di un
attivista pro-aborto nel 2022 o il secondo fallito attentato alla vita di Trump
nel settembre 2024.
Gesta
che vengono ricondotte dai conservatori non a una banale fase di violenza,
bensì al desiderio degli attivisti progressisti di annientare i propri
avversari di destra.
L’intensificarsi
di atti di violenza contro esponenti conservatori ha rafforzato la convinzione
in molti americani che esista una fazione di violenti disposta all’eliminazione
fisica dell’avversario per poter imporre il proprio modello di vita all’americano
medio.
Le
istituzioni, in questa visione, sarebbero complici o comunque negligenti
nell’affrontare la minaccia.
Le
violente proteste di piazza che accompagnarono il movimento “Black Lives Matter”
(Blm), con città come Portland in mano agli attivisti antagonisti per
settimane, e i cittadini di molti quartieri costretti a formare spontanee ronde
urbane per difendere le proprie attività dai facinorosi hanno sedimentato il
senso di abbandono (il libro “La tempesta è qui“, del reporter di guerra “Luke
Mogelson”, offre una buona panoramica di questo sentimento). Terreno fertile su cui Trump ha
coltivato l’ostilità verso le istituzioni tradizionali.
Dall’altra
parte, tuttavia, lo schieramento liberal-progressista osserva una realtà
completamente rovesciata.
Dalla
fine delle proteste degli Anni Settanta, con il loro carico di attivismo
violento afferente soprattutto alla sinistra extra-parlamentare,
tradizionalmente è infatti stata l’estrema destra anti-sistema a commettere
ripetuti atti di terrore nei confronti della popolazione americana.
L’episodio più grave fu l’attentato del 1995 a
Oklahoma City, quando un’autobomba distrusse la sede dell’Fbi causando 168
vittime.
Altri
casi significativi in tal senso includono l’uccisione di una parlamentare
democratica e del marito e il ferimento di un altro deputato in Minnesota lo
scorso luglio;
l’aggressione
a martellate di Paul Pelosi, anziano marito della Speaker della Camera
democratica Nancy Pelosi, vero bersaglio del raid;
l’uccisione
di una contro-manifestante progressista durante un raduno di estrema destra a
Charlottesville, Virginia, nel 2017;
undici
persone assassinate in una sinagoga a Pittsburgh, Pennsylvania, nel 2018, da un
terrorista neofascista.
In
questa prospettiva, l’ascesa di Donald Trump, con la sua retorica divisiva, i
legami con ambienti della destra radicale e il sostegno di settori della grande
borghesia americana, ha rafforzato l’idea che una corrente di stampo
autoritario stia prendendo il controllo della repubblica americana.
Le
istituzioni tradizionali – dalla magistratura al congresso passando per la
polizia e i militari – sarebbero inermi di fronte a questo stravolgimento e,
anzi, starebbero venendo strumentalizzate per consolidare l’autoritarismo del
tycoon e dei suoi complici.
L’assalto
al Campidoglio, la militarizzazione dell’ordine pubblico, l’impiego del
personale paramilitare dell’“Ice” (l’agenzia anti-immigrazione americana) per
realizzare l’espulsione di migliaia di famiglie di immigrati irregolari vengono
letti, in questo contesto, come tappe di una deriva autoritaria.
Per la
galassia anti-trumpista, quindi, le crescenti azioni violente non sono altro
che una risposta legittima a quella che percepiscono come una minaccia
esistenziale.
La
violenza americana e la “guerra civile a bassa intensità.”
Gli
Stati Uniti sono sempre stati una nazione la cui cultura ha conferito alla
violenza un posto preminente nel proprio pantheon nazionale.
Ciò vale tanto per la capacità di esercitarla
(contro altri popoli e tra americani stessi) quanto per l’attitudine a
tollerarla senza prendere particolari provvedimenti (si pensi sulla sostanziale
accettazione dei costanti school shootings).
È un
atteggiamento che sembra afferire a quello che lo storico “Richard Hofstadter”
definiva «The Paranoid Style in American Politics», un modo di fare politica
naturalmente incline alla demagogia e dunque alla violenza politica.
Un
trend a cui lentamente l’America si sta abituando. Il fenomeno, a lungo latente
con fasi di diffusione anche molto intense, è nuovamente esploso dopo il 2020,
quando si sovrapposero tre eventi particolarmente significativi:
l’epidemia di Covid-19, le proteste Black
Lives Matter che sconvolsero tutto il Paese e le contestate elezioni
presidenziali, con il mancato riconoscimento dei risultati da parte dello
stesso Trump.
L’occupazione
del Campidoglio, sede del Congresso americano, il 6 gennaio 2021, da parte dei
sostenitori di Donald Trump.
Nell’agosto
dello stesso anno, un 17enne dell’Illinois – Kyle Rittenhouse – aprì il fuoco
con un fucile d’assalto AR-15 a Kenosha, Wisconsin, durante un tumulto di
piazza generato da una protesta Blm, uccidendo due persone.
La sua successiva assoluzione da parte della
giuria mostrò come una fetta importante di americani fosse ormai disposta ad
assecondare il ricorso alla violenza politica come mezzo di imposizione del
proprio punto di vista o come strumento di auto-difesa contro i propri nemici
politici.
Il
pericolo che questo sentimento si manifesti nella formazione di gruppi armati
più o meno irregolari è già realtà.
La
discussione su una ipotetica seconda guerra civile domina i media alimentata da
una retorica ansiogena.
Gli
Stati Uniti non sono arrivati al punto da poter prospettare una tale
frantumazione interna, ma questo non significa che non sia possibile una
situazione di conflitto, sebbene diversa da come tradizionalmente viene
rappresentata.
In un
certo senso, infatti, la guerra civile (cioè uno stato di ostilità in cui
paramilitari civili si combattono fra loro senza riconoscere le istituzioni
governative) è già iniziata, ma a bassa intensità.
In maniera similare a certi trend sperimentati
in Europa durante gli Anni Settanta, in Italia con la lotta al terrorismo
neofascista e brigatista oppure in Irlanda del Nord con cosiddetti “Troubles”.
L’assalto
al Campidoglio americano da parte dei sostenitori di Donald Trump il 6 gennaio
2021 è stato verosimilmente il punto di svolta di questo processo.
Per il
mondo Maga è stato sia un successo sia una sconfitta, una “cause célèbre”
dietro cui radunarsi dopo la perdita del potere, ma anche la dimostrazione di
poter agire quasi indisturbati.
Per molti progressisti è invece stata la
conferma delle aspirazioni golpiste dei loro avversari e dell’incapacità delle
istituzioni di contenerle (Trump ha ricevuto l’immunità dalla Corte suprema e
ha potuto ritornare alla Casa Bianca senza problemi).
Simbolicamente,
l’occupazione della sede del parlamento ha rappresentato qualcosa di più ampio
per entrambi gli schieramenti:
l’idea
che la sede del potere istituzionale americano potesse essere occupata da una
fazione politica considerata nemica.
Una
presa di coscienza che ha spinto vari individui, sia a destra che a sinistra, a
rafforzare il proprio impegno, talvolta anche con metodi violenti, e a
organizzarsi in maniera più strutturata.
L’attentato
a Charlie Kirk, con le sue modalità, sembra inserirsi in questa direzione.
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