La democrazia è un problema.

 

La democrazia è un problema.

 

 

 

L’ego vulnerabile di Donald Trump.

Generazionemagazine.it - Simone Bianchetta – (14/08/2025) – ci dice:

 

Una risata vi seppellirà, lo slogan che tinse i muri ribelli del lungo Sessantotto, è più attuale che mai.

Nel primo episodio della 27esima stagione della sitcom animata South Park, Donald Trump, il sedicente re, è nudo e il suo ego smisurato viene deriso sotto i colpi della satira.

 Inutile dire che la Casa Bianca non l’ha presa bene, ma è curioso che per mettere in difficoltà il Presidente più controverso della storia degli Stati Uniti la satira sembri più efficace di ogni critica a freddo, dei cani da guardia della stampa, di ogni contromossa dei dem seduti al Congresso.

Ridere del re nudo, letteralmente nudo, a letto con Satana o moribondo nel deserto, è la strategia migliore per far vacillare il potere autoritario di Donald Trump?

 

A letto con il diavolo.

Trey Parker e Matt Stone, i creatori di South Park, non solo hanno rifiutato di inchinarsi al re, ma gli hanno dichiarato guerra.

 L’episodio Il discorso della montagna dipinge Trump come un omuncolo patetico, ossessionato dalla propria immagine, che si relaziona con il mondo oscillando tra «Relax, guy!» e «I’m gonna sue you! (Vi denuncio!)».

Ma soprattutto, umilia la vita sessuale del Presidente in ogni modo possibile, tanto che persino il diavolo risulta schifato a letto con lui e arriva a dire:

 «I need counseling (ho bisogno di terapia)».

 

Il guanto di sfida ha nel mirino proprio il clima di gangsterismo intimidatorio che Trump ha gettato sul mondo dei media.

Come ha spiegato a “Pod Save America” il “chief media analyst” della CNN, “Brian Stelter”, i creatori di “South Park” hanno sfruttato la posizione di vantaggio che l’accordo da 1,5 miliardi di dollari con la rete di distribuzione Paramount garantisce: costoso cancellare la serie in caso di pressioni.

 Così hanno deriso esplicitamente la rete stessa per l’accordo economico da 16 milioni con cui ha evitato di andare a processo contro Trump e hanno denunciato il trattamento riservato da CBS, controllata da Paramount, a “Stephen Colbert”, uno dei conduttori televisivi più critici dell’inquilino alla Casa Bianca.

 

«Trump can’t take a joke».

La chiusura del “late show” più seguito d’America, “The Late Show with Stephen Colbert”, ufficialmente per «ragioni finanziarie», è solo l’ultimo capitolo della guerra di Trump contro i comici statunitensi.

Durante la corsa alla presidenza del 2016, accusò i media di «truccare le elezioni», dopo aver visto” Alec Baldwin” imitarlo al “Saturday Night Live”, e lo stesso copione si è ripetuto per tutta la durata della sua prima amministrazione, come ha ricostruito “Esquire”.

Non a caso, secondo uno scoop del “Daily Beast” del 2021 ripreso da tutte le testate americane, Trump avrebbe chiesto consiglio ai suoi collaboratori su come sfruttare le istituzioni federali per usare il pugno di ferro contro “SNL”, Jimmy Kimmel Live! e altri programmi non graditi.

 Il giorno dopo “Jimmy Kimmel” rispose: «Trump can’t take a joke! (Trump non sa stare agli scherzi!)».

 

In effetti l’orgoglio megalomane di The Donald rivela tutta la sua vulnerabilità.

Si sa, la satira non piace agli autocrati, eppure è rilevante che proprio lui fatichi ad accettare le regole del gioco.

 Trump, un soggetto politico abituato a mettersi coscientemente in ridicolo pur di agganciare emotivamente il suo pubblico e di catturare la viralità, tanto da arrivare a simulare del sesso orale con un microfono malfunzionante durante uno dei suoi ultimi comizi pre-elettorali.

L’Atlantic raccontò l’accaduto in un articolo dal titolo inequivocabile:

“Trump Needs Help”.

 

Non ci resta che ridere.

Di tutte le strategie adottate dal ticket democratico “Harris-Walz “durante la corsa alla corsa alla presidenza, l’aggettivo “weird” associato al “popolo MAGA “e ai suoi leader è stato il più rivelatorio, quantomeno per mandare in cortocircuito l’impermeabile e grottesca retorica di Donald Trump.

Per quanto già allora accusare di minaccia alla democrazia il pregiudicato promotore del tentato colpo di Stato di Capitol Hill fosse più che ragionevole, basare la propria proposta politica sul pericolo esistenziale di Trump si era rivelato controproducente.

 Etichettarlo come «weird (strano)» l’aveva colpito più a fondo e aveva rilanciato la luna di miele di “Kamala Harris,” grazie alla spinta del candidato alla vicepresidenza “Tim Walz”.

 Per una volta, Trump era stato tagliato fuori dalla conduzione della risata e si era infuriato, ma, come sappiamo, ridere di Trump non è bastato.

 

Così come non è bastato rilanciare l’acronimo “TACO” (Trump Always Chickens Out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro), coniato dal giornalista del “Financial Times” “Robert Armstrong” per evidenziare il bluff dell’amministrazione Trump nella guerra dei dazi, per segnare un vero cambio di rotta.

Eppure, anche qui la Casa Bianca non l’aveva presa bene:

Trump si era mostrato ferito nell’orgoglio davanti alle telecamere, più indispettito del solito.

La risata aveva fatto breccia, ma davvero non ci resta che ridere? 

 

La strategia “flood the zone” coniata dall’ex consigliere di Trump” Steve Bannon” spiega bene come i democratici e i giornali di opposizione (e non solo) non riescano a stare al passo con i rilanci continui della “galassia MAGA”.

Sempre in ritardo, sempre un passo indietro al nuovo tweet o al nuovo ordine esecutivo irricevibile del presidente, costretti a fare ordine nel suo cinismo caotico. In più, ogni critica a freddo sembra rimbalzare al mittente.

 

Non è un caso che la prima vera crisi della seconda presidenza Trump non provenga dalla violenza liberticida senza precedenti che ha riversato sugli Stati Uniti d’America, ma dal caso” Epstein”, che, per quanto torbido e orribile, per ora non è nulla di nuovo.

Non è una buona notizia se l’unico modo per far vacillare il potere autoritario di Trump sono la satira e i complotti.

 

La ricetta Mamdani.

“Mark Fisher” sosteneva, citando “Frederic Jameson” e “Slavoj Žižek”, che:

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» e insisteva sul senso di impotenza di fronte all’immaginazione di un’alternativa.

Sembra valere lo stesso per il fenomeno Trump: certo, il suo consenso crolla e la sua base può spaccarsi, ma da fuori il suo universo sembra inscalfibile e i democratici non riescono a riconquistare le redini culturali del discorso pubblico, soprattutto dopo la” crisi delle istanze woke”.

 

La satira si è dimostrata un’arma notevole:

ridere del re nudo funziona, ma serve di più e “Zohran Mamdani” lo dimostra.

 La sua vittoria da “underdog” alle primarie dem per la carica di sindaco di New York City rappresenta un’alternativa concreta per un partito che ha perso la bussola politica:

è giovane, radicale, ma soprattutto un leader carismatico in grado di parlare dei bisogni reali dei cittadini, di reggere il confronto con il cinismo aggressivo della retorica MAGA e di recuperare il controllo della narrazione.

(Simone Bianchetta).

 

 

Democrazia.

Coe.int – (15 settembre 2025) – Redazione - Democracy and Human Dignity – Manuel for Human Rights – ci dice:

 

Nessuno è nato un buon cittadino; nessuna nazione nasce come democrazia. Piuttosto, entrambi sono processi che continuano ad evolversi nel corso della vita.

 I giovani devono essere inclusi dalla nascita.

(Kofi Annan).

 

Cosa è la democrazia?

"Delle persone, dalle persone, per le persone"

(Abraham Lincoln),

 

La parola democrazia viene dalle parole greche "demos", che significa popolo e "Kratos" che significa potere; quindi la democrazia va pensata come "il potere del popolo":

 un modo di governare che dipende dalla volontà del popolo.

 

Ci sono così tanti modelli diversi di governi democratici nel mondo che a volte risulta più semplice comprendere l'idea di democrazia in base cosa assolutamente non è.

 La democrazia, dunque, non è l'autocrazia o la dittatura, dove a governare è un solo individuo;

non è nemmeno l'oligarchia, dove a governare è un ristretto gruppo della società. Intesa correttamente, la democrazia non dovrebbe nemmeno essere "il governo della maggioranza", se questo significa che gli interessi delle minoranze siano completamente ignorati.

Una democrazia, almeno in teoria, è il governo a nome di tutto il popolo, secondo la sua "volontà".

 

Domanda: Se la democrazia è il governo del popolo, esiste una vera democrazia nel mondo?

Perché la democrazia?

L'idea di democrazia prende la sua forza morale - e il fascino popolare - da due principi chiave:

1.     L'autonomia individuale:

2.     L'idea che nessuno dovrebbe essere soggetto a norme che sono state imposte da altri. Le persone dovrebbero avere il controllo delle proprie vite (entro certi limiti)

2. Uguaglianza: L'idea che tutti dovrebbero avere la stessa opportunità di influenzare le decisioni che riguardano le persone nella società.

 

Questi principi sono intuitivamente accattivanti e aiutano a spiegare perché la democrazia è così popolare.

Naturalmente riteniamo che sia giusto avere la stessa possibilità di chiunque altro di decidere su norme comuni!

I problemi sorgono quando consideriamo come i principi possono essere messi in pratica, perché abbiamo bisogno di un meccanismo per decidere come affrontare le opinioni contrastanti.

Poiché offre un meccanismo semplice, la democrazia tende ad essere "il governo della maggioranza";

ma il governo della maggioranza può significare che gli interessi di alcune persone non sono mai rappresentati.

Un modo più genuino di rappresentare gli interessi di tutti è quello di utilizzare il processo decisionale per consenso, dove l'obiettivo è quello di trovare punti di interesse comuni.

Domanda: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di prendere decisioni per consenso, rispetto a farlo con la regola della maggioranza?

Come vengono prese le decisioni nel vostro gruppo giovanile?

 

Lo sviluppo della democrazia.

Storia antica.

La creazione della democrazia è ascritta agli antichi greci, anche se sono quasi sicuramente esistiti esempi antecedenti di forme primitive di democrazia in altre zone del mondo.

Il modello greco fu fondato nel V secolo a.C., nella città di Atene.

 La democrazia ateniese si ergeva sola in un mare di autocrazie e oligarchie, che al tempo erano le più diffuse forme di governo.

 

1. La loro era una forma di democrazia diretta - in altre parole, invece di eleggere dei rappresentanti che governassero a nome del popolo era "il popolo" stesso che si incontrava, discuteva le questioni di governo e poi attuava le politiche.

 

La democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza.

(Albert Camus)

 

2. Un sistema tale era in parte possibile perché "il popolo" era una categoria molto limitata.

Quelli che potevano partecipare direttamente erano una parte ridotta della popolazione, dato che le donne, gli schiavi, i forestieri e naturalmente i bambini erano esclusi.

 

Domanda: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della democrazia diretta?

 

La democrazia nel mondo contemporaneo.

Anche se le democrazie condividono caratteristiche comuni, non esiste un unico modello di democrazia.

Risoluzione delle Nazioni Unite sulla promozione e il consolidamento della democrazia (A/RES/62/7).

 

Oggi ci sono tante forme diverse di democrazia quante sono le nazioni democratiche nel mondo.

 

Non ci sono due modelli identici e nessun sistema può essere preso come "modello" di riferimento.

 Ci sono democrazie presidenziali e democrazie parlamentari, democrazie che sono federali o democrazie unitarie, democrazie che usano un sistema elettorale proporzionale e altre che usano un sistema maggioritario, ci sono democrazie che sono anche monarchie e così via.

 

Un elemento che unisce i moderni sistemi democratici, e che li distingue da quelli antichi, è l'uso di rappresentanti del popolo.

Invece di prendere parte direttamente alla stesura delle leggi, le moderne democrazie usano le elezioni per scegliere rappresentanti che poi governano per conto del popolo.

Questo è il sistema conosciuto come democrazia rappresentativa.

Questo sistema può, in qualche modo, affermare di essere "democratico" perché è comunque basato, almeno fino ad un certo punto, sui due principi spiegati sopra: l'uguaglianza (ogni persona dà un voto), e il diritto di ogni individuo ad un certo livello di autonomia individuale.

 

Domanda: Che cosa deve fare un politico eletto per assicurarsi di rappresentare adeguatamente coloro che lo hanno eletto?

 

"Il diritto di voto non è un privilegio.

 Nel XXI secolo, il presupposto in uno Stato democratico deve essere a favore dell'inclusione ...

Ogni deroga al principio del suffragio universale rischia di minare la validità democratica del legislatore che in quel modo era stato eletto e delle leggi da esso promulgate."

Sentenza della Corte europea (“Hirst” contro Regno Unito)

 

Migliorare la democrazia.

Comunemente ci si riferisce ai paesi che "stanno diventando" delle democrazie non appena questi iniziano a svolgere delle elezioni aperte e relativamente libere.

Ma la democrazia comprende molto altro oltre alle elezioni, e acquisisce molto più senso quando iniziamo a pensare all'idea della volontà del popolo piuttosto che alle strutture istituzionali o di voto, se vogliamo davvero valutare quanto un paese sia democratico.

Si comprende meglio l'idea di democrazia come qualcosa che possiamo avere in più o in meno invece che qualcosa che è o non è.

 

I sistemi democratici possono sempre essere resi più inclusivi, più rappresentativi delle aspettative del popolo e più reattivi alla sua influenza.

In altre parole, c'è margine per potenziare la parte "popolare" della democrazia, includendo più persone nel processo decisionale;

c'è anche spazio per migliorare la parte democratica del "potere" e della "volontà" dando al popolo più potere reale.

Le lotte per la democrazia nel corso della storia si sono di solito concentrate sull'uno o sull'altro di questi elementi.

 

Oggi, nella maggior parte dei paesi del mondo, le donne hanno il diritto di voto ma questa conquista è stata ottenuta solo recentemente.

La Nuova Zelanda è vista come il primo paese nel mondo ad aver introdotto il suffragio universale nel 1893, ma anche lì alle donne è stato garantito il diritto di candidarsi per il parlamento solo in seguito, nel 1919.

Molti sono i paesi che hanno prima concesso il diritto di voto alle donne e solo in un secondo momento hanno permesso loro di avere cariche elettive.

L'Arabia Saudita ha concesso alle donne la possibilità di votare alle elezioni solo nel 2011.

Oggi anche nelle democrazie consolidate ci sono settori della società, che normalmente includono i migranti, i lavoratori immigrati, i detenuti e i bambini, ai quali non viene concesso il diritto di voto anche se molti di loro pagano le tasse e sono obbligati a obbedire alle leggi del paese in cui vivono.

 

Detenuti e diritto di voto.

 

Ai detenuti è concesso di votare in 18 paesi europei.

Il diritto di voto ai detenuti ha restrizioni in 20 paesi, in base a elementi quali la durata della pena o la gravità del crimine commesso oppure dal tipo di elezione.

In 9 paesi europei ai detenuti non è concesso di votare.

Il diritto di voto dei detenuti, Nota Standard della Commons Library SN/PC/01764, aggiornata nel 2012.

(parliament.uk/briefing-papers/SN01764).

Nel processo di “Hirst” contro il Regno Unito nel 2005, la Corte Europea ha riscontrato che il divieto universale di voto per i detenuti nel Regno Unito era una violazione dell'Articolo 3, Protocollo 1 della Convenzione Europea, che afferma: 

"Le Alte Parti Contraenti si impegnano a tenere libere elezioni a intervalli ragionevoli a scrutinio segreto, in condizioni che garantiscano la libera espressione dell'opinione popolare nella società del legislatore."

 

Domanda: L'esclusione di alcuni settori della società dal processo democratico può essere sempre giustificata?

 

Democrazia e partecipazione.

Non ho nessuna formula per cacciare un dittatore o costruire la democrazia. Tutto quello che posso suggerire è di dimenticare te stesso e pensare solo al tuo popolo. Sono sempre le persone che fanno accadere le cose.

(Corazon Aquino).

 

I modi più diretti per partecipare al governo sono votare o candidarsi e diventare un rappresentante del popolo.

La democrazia, però, è molto più del semplice voto e ci sono molti altri modi di impegnarsi nella politica e nel governo.

Il funzionamento effettivo della democrazia, in effetti, dipende dalle persone comuni che usano questi altri mezzi il più possibile.

 Se le persone votano solo ogni 4 o 5 anni - o non votano affatto - e se non fanno niente nel periodo tra un voto e il successivo, allora il governo non può davvero dire di essere "delle persone".

È difficile dire che questo tipo di sistema sia democratico.

Sui sistemi di partecipazione si possono leggere più dettagli nella sezione Cittadinanza e Partecipazione.

Qui ci sono alcune idee - forse il minimo che sarebbe necessario per i membri del parlamento per agire democraticamente in rappresentanza del popolo:

Essere informati su ciò che sta succedendo, su cosa viene deciso "nel nome del popolo" e in modo particolare sulle decisioni e le azioni fatte dai propri rappresentanti. 

Far conoscere le proprie opinioni sia ai propri rappresentanti in parlamento che ai mass media o a gruppi che si occupano di particolari tematiche.

 Senza un feedback dal "popolo" i leader possono governare solo secondo le loro proprie volontà e priorità.

Se le decisioni sembrano essere antidemocratiche o contrarie ai diritti umani o anche se si nutrono forti dubbi su di esse bisogna impegnarsi perché la propria voce venga ascoltata così che le decisioni politiche possano essere riviste.

 Il sistema più efficace per fare questo è probabilmente quello di unirsi ad altre persone in modo che la propria voce sia più forte.

Votare, ogni qualvolta ce ne sia possibilità.

Se le persone non votano i politici sono effettivamente non controllabili.

 

Domanda: Hai mai partecipato in uno di questi modi (o in altri)?

 

Democrazia e diritti umani.

La connessione tra i diritti umani e la democrazia è profonda e va in due sensi: gli uni sono in un certo modo dipendenti dall'altra e incompleti senza.

 

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

(Articolo 21, parte 1, DUDU)

 

Prima di tutto l'uguaglianza e l'indipendenza sono valori anche nei diritti umani e il diritto di partecipare al governo è, esso stesso, un diritto umano.

L'Articolo 21 della Dichiarazione Universale dei diritti umani (DUDU) ci dice che "la volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo":

quindi la democrazia è in effetti l'unica forma di governo compatibile con i diritti umani.

In ogni caso, una democrazia è incompleta senza un profondo rispetto per i diritti umani.

Partecipare al governo, in modo autentico, è quasi impossibile se alle persone non è garantito il rispetto degli altri diritti di base.

Si considerino i seguenti esempi:

1. Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (DUDU, Articolo 18).

Questo è uno dei primi diritti essenziali in una democrazia:

 le persone devono essere in grado di pensare liberamente, di tenere a qualsiasi credo sia importante per loro, senza per questo essere puniti.

I governi, nel corso della storia, hanno cercato di limitare questo diritto perché temono che se la gente inizia a pensare ad altre forme di governo, questo potrebbe mettere in pericolo il sistema politico attuale.

Così hanno arrestato delle persone soltanto perché avevano pensieri contrari (queste persone sono considerate come prigionieri politici).

Tuttavia, una società senza pluralismo di pensieri non solo è intollerante ma limita anche le proprie possibilità di svilupparsi in direzioni nuove ed eventualmente migliori. 

 

2. Libertà di espressione (DUDU, Articolo 19).

Non solo è importante avere la possibilità di pensare ciò che si vuole, ma anche essere in grado di esprimere a parole tale opinione, qualunque essa sia.

Se alle persone è impedito di parlare delle proprie opinioni con gli altri o di presentarle ai mass media come potrebbero "partecipare" al governo?

 La loro opinione è stata essenzialmente esclusa dalle possibili alternative prese in considerazione.

 

La democrazia non riconosce l'est o l'ovest; la democrazia è semplicemente la volontà della gente.

(Shirin Ebadi)

 

3. Libertà di riunione e di associazione pacifica (DUDU Articolo 20).

Questo diritto permette alle persone di discutere le idee con altri, di formare gruppi di interesse o associazioni o di riunirsi con lo scopo di protestare contro le decisioni con cui non sono d'accordo.

Forse una tale attività è a volte scomoda per i governi;

Tuttavia è essenziale che diverse opinioni siano conosciute e tenute in considerazione.

E questo è parte della democrazia.

 

Questi sono tre diritti umani intrinsecamente legati all'idea di democrazia, ma ogni violazione di altri diritti umani influenzerà anche la misura in cui una persona sia in grado di partecipare al governo.

La povertà, una salute precaria o la mancanza di una casa possono rendere più difficile per qualcuno far sentire la propria voce e far diminuire il peso delle loro scelte in confronto ad altri.

Tali violazioni dei diritti rendono quasi sicuramente impossibile per la persona interessata l'elezione ad una carica di governo.

 

Domanda: Fino a che punto i tre diritti democratici (elencati sopra) sono rispettati nel vostro paese?

 

Problemi con la democrazia.

La democrazia non significa molto se una persona è affamata o senzatetto o se non ha assistenza sanitaria o se i suoi bambini non possono andare a scuola; anche se ha diritto di voto la democrazia non è effettiva.

(Susan George, Presidente di ATTAC)

 

L'apatia degli elettori.

Per diversi anni c'è stata preoccupazione per la condizione della democrazia e forse soprattutto nelle democrazie più consolidate.

Questo si basa sulla diminuzione dei livelli di partecipazione degli elettori al voto, ciò sembra indicare una mancanza di interesse e di coinvolgimento da parte dei cittadini.

Una bassa affluenza alle urne mette in discussione la legittimità dei cosiddetti governi democraticamente eletti che in alcuni paesi sono effettivamente eletti da una minoranza dell'elettorato totale.

 

 Elezioni e apatia.

 

L'affluenza alle urne alle elezioni del Parlamento europeo è diminuita ogni anno dalle prime elezioni tenutesi nel 1979.

 Nel 2009 solo il 43% dell'elettorato ha votato e in alcuni paesi l'affluenza è scesa al 34%.

Nelle elezioni nazionali in tutta Europa, l'affluenza varia da poco più del 50% in alcuni paesi a oltre il 90% in altri.

Alcuni paesi in Europa, per esempio, la Grecia e il Belgio hanno reso il voto obbligatorio.

In tali paesi l'affluenza alle urne è ovviamente molto superiore alla media dei paesi dove il voto è facoltativo.

 

Domanda: Con che proporzione l'elettorato ha votato nelle ultime elezioni del vostro paese?

 

Nonostante sia indubbiamente un problema che sempre meno persone riescano a votare alle elezioni, ci sono alcuni studi che indicano che la partecipazione in forme diverse potrebbe essere effettivamente in aumento, ad esempio gruppi di pressione politica, iniziative civiche, organi consultivi e così via.

Queste forme di partecipazione sono tanto importanti per un funzionamento effettivo della democrazia, quanto l'affluenza alle urne alle elezioni, se non di più.

 

Democrazia e partecipazione civica.

 

La cosiddetta “Primavera Araba”, nella quale masse di persone - tra cui molti giovani - sono scese per le strade per esprimere la loro insoddisfazione nei confronti del governo, ha mostrato un nuovo livello di partecipazione civica in paesi che non erano tradizionalmente considerati democrazie.

Anche in Europa, anche nelle democrazie più tradizionali, "il potere del popolo" sembra aver trovato una nuova prospettiva:

gli studenti hanno protestato in molti paesi contro le iniziative dei governi che imponevano tasse sull'istruzione.

I sindacati hanno portato le persone nelle strade per protestare sull'impatto dei tagli economici.

 In più, gruppi autonomi di attivisti hanno inventato forme nuove e creative di manifestazione contro i cambiamenti climatici, il potere delle grandi aziende, il ritiro di servizi statali chiave e anche contro misure                      di polizia oppressive.

 

La regola della maggioranza.

Una minoranza può aver ragione e la maggioranza ha sempre torto.

(Henrik Ibsen)

 

Ci sono due problemi che sono più profondamente connessi al concetto di democrazia rappresentativa e che riguardano gli interessi della minoranza.

Il primo è che gli interessi delle minoranze spesso non sono rappresentati attraverso il sistema elettorale:

questo può accadere se il loro numero è troppo basso per raggiungere il livello minimo necessario per avere una qualsiasi rappresentanza.

Il secondo problema è che, anche se il loro numero viene rappresentato nell'organo legislativo, avranno comunque una minoranza di rappresentanti e questi potrebbero quindi non avere la possibilità di  raccogliere i voti necessari per sconfiggere i rappresentanti della maggioranza.

Per queste ragioni si parla della democrazia con la definizione di "regola della maggioranza".

 

La regola della maggioranza, se non sostenuta dalla garanzia dei diritti umani per tutti, può portare a decisioni che sono dannose per le minoranze, e il fatto che queste decisioni sono il "volere del popolo" non può fornire nessuna giustificazione.

Gli interessi di base delle minoranze come quelli delle maggioranze devono essere salvaguardati in ogni sistema democratico, aderendo ai principi dei diritti umani, rafforzati da un meccanismo giuridico efficace, qualsiasi sia la volontà della maggioranza.

 

Domanda: Se la maggioranza della popolazione è favorevole a privare alcune persone dei loro diritti umani, pensate che "dovrebbe decidere il popolo"?

 

L'ascesa del nazionalismo.

La democrazia è concepita al meglio come processo di democratizzazione.

(Patomäkim,Teivainen)

 

Un problema correlato è la preoccupante tendenza in tutta Europa al supporto di partiti di estrema destra.

Questi partiti hanno spesso spinto su sentimenti nazionalisti, hanno preso di mira membri della popolazione "non indigeni", in particolare richiedenti asilo, rifugiati e membri delle minoranze religiose, talvolta anche in modo violento.

Tali partiti, come difesa, fanno spesso appello al supporto che trovano tra la popolazione e al principio democratico che essi rappresentano le opinioni di un grande numero di persone.

Tuttavia se un partito appoggia la violenza, in qualsiasi forma, e se non rispetta di diritti umani di tutti i membri della popolazione, ha ben poco diritto di appellarsi ai principi democratici.

 

In base all'entità del problema, e al particolare contesto culturale, potrebbe essere necessario limitare il diritto alla libertà di espressione a determinati gruppi, nonostante l'importanza di tale diritto nei processi democratici.

La maggior parte dei paesi, per esempio, ha leggi contro l'incitamento all'odio razziale.

Ciò è visto dalla Corte Europea come una limitazione accettabile alla libertà di espressione, giustificata dal bisogno di proteggere i diritti degli altri membri della società, o della struttura stessa della società.

 

Domanda: Il nazionalismo è diverso dal razzismo?

 

I giovani e la democrazia.

I giovani spesso non hanno nemmeno accesso al voto, quindi come possono essere parte del processo democratico?

Molte persone risponderebbero a questa domanda affermando che i giovani non sono pronti ad essere parte del processo e che solo a 18 anni (o a qualunque età il loro paese gli dia la possibilità di votare) saranno in grado di partecipare.

 

In effetti tanti giovani sono molto attivi politicamente già prima di poter votare, e in un certo modo, l'impatto di questo loro attivismo può essere più forte dell'accesso al singolo voto che riceveranno in seguito - e che potranno decidere di usare o meno - una volta ogni 4 o 5 anni.

 I politici sono spesso impazienti di chiedere il voto dei giovani, questo li può rendere più predisposti ad ascoltare le preoccupazioni dei giovani.

 

Molti giovani sono impegnati in gruppi ambientalisti, o in altri gruppi di protesta che organizzano campagne contro la guerra, contro lo sfruttamento da parte delle grandi aziende o contro il lavoro minorile.

 Forse uno dei modi più importanti con cui i giovani possono iniziare ad impegnarsi nella vita della comunità e nell'attività politica è agire a livello locale:

in tal modo saranno più consapevoli dei problemi che li preoccupano e di quelli con cui sono più a contatto, e questo li renderà più capaci di avere un impatto diretto. La democrazia non ha a che fare solo con questioni nazionali o internazionali: deve iniziare nei nostri quartieri!

Le organizzazioni giovanili sono uno dei modi attraverso cui i giovani fanno esperienza e praticano la democrazia e, inoltre, hanno un ruolo importante nel processo democratico, ammesso ovviamente, che siano amministrate in modo indipendente e democratico!

 

Domanda: Se un sedicenne è considerato/a abbastanza maturo per sposarsi o per lavorare, non dovrebbe esserlo anche per votare?

 

Il lavoro del Consiglio d'Europa.

Ci batteremo per il nostro obiettivo comune di promuovere la democrazia e il buon governo di altissima qualità, a livello nazionale, regionale e locale, per tutti i nostri cittadini.

Piano d'azione del Vertice di Varsavia del Consiglio d'Europa (2005).

 

La democrazia è uno dei valori fondamentali del Consiglio d'Europa, insieme ai diritti umani e allo Stato di diritto.

Il Consiglio d'Europa ha una serie di programmi e pubblicazioni che si occupano del miglioramento e del futuro della democrazia.

 Nel 2005, il Forum per il futuro della democrazia è stato istituito dal Terzo Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio d'Europa.

L'obiettivo del Forum è quello di "rafforzare la democrazia, le libertà politiche e la partecipazione dei cittadini attraverso lo scambio di idee, informazioni ed esempi di buone pratiche".

 Ogni anno si svolge una riunione del Forum che riunisce circa 400 partecipanti dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa e degli Stati osservatori.

 

Il sostegno allo sviluppo e all'attuazione di norme per la democrazia è sostenuto dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto - nota anche come Commissione di Venezia - che è l'organo consultivo del Consiglio d'Europa in materia costituzionale.

 La commissione è stata particolarmente attiva nell'assistere l'elaborazione di nuove costituzioni o leggi sulle corti costituzionali, codici elettorali, diritti delle minoranze e il quadro giuridico relativo alle istituzioni democratiche.

Oltre a questo lavoro di definizione delle norme, il Consiglio d'Europa promuove la democrazia e i suoi valori attraverso programmi sulla partecipazione democratica, l'educazione alla cittadinanza democratica e la partecipazione dei giovani, perché la democrazia è molto più che votare alle elezioni!

 

 

 

 

Considerazioni sullo stato

della Democrazia.

 It.gariwo.net - Francesco M. Cataluccio – (stato di diritto) – (19-05-2025) – ci dice:

La Democrazia è oggi, in ogni sua forma, e nelle sempre minori parti del mondo dove vigono sistemi che si definiscono democratici, in profonda crisi. Profonda perché la crisi tocca non soltanto le istituzioni ma gli stessi cittadini, che sono i soggetti, oltre che i fruitori, del sistema democratico.

“Sigmund Freud” scrisse a conclusione de “Il disagio nella civiltà” (1929):

"Il problema fondamentale del destino della specie umana a me sembra sia questo:

se, e fino a che punto, l’evoluzione civile riuscirà a padroneggiare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla pulsione aggressiva e autodistruttrice degli uomini".

La Democrazia, infatti, è il sistema che cerca di padroneggiare i naturali istinti aggressivi e autodistruttivi degli esseri umani e dare la possibilità ai cittadini di convivere, il più possibile coerentemente secondo gli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fraternità.

 

Oggi, il risentimento, la diffidenza, il sospetto, la rissosità permeano e inquinano in modo paranoico i rapporti tra le persone.

 In campo politico si assiste alle continue accuse che, acriticamente e in modo stereotipato, uno schieramento rivolge all’altro; alla negazione della possibilità di un dialogo che non si traduca in un alterco o in un pubblico dileggio, accompagnati dalla proiezione sistematica sull’altro delle responsabilità di programmi disattesi.

 

Come ha notato lo psichiatra “Claudio Mencacci”:

"Questo 'virus della paranoia' circola nella nostra vita, amplifica la diffidenza dello Stato sui comuni cittadini che a loro volta ricambiano diffidenza e sospetto.

 E la Storia ci ha insegnato che il passaggio, a volte indolore, dallo Stato di diritto a quello paranoico, non è improbabile.

Sono forti i segnali di perturbazione che provengono da questa atmosfera, da questa incontinenza emotiva che travolge ogni dibattito e conduce da un lato all’allontanamento dei cittadini dalla politica, dall’altro all’aumento della violenza che, quando si insinua nel gruppo, aumenta in modo esponenziale l’aggressività del singolo.

Tale aggressività è anche conseguenza della crisi economica che sta esacerbando gli animi e che è bene non sottovalutare.

 Molte persone si sentono alienate e preferiscono seguire i leader che parlano di dominio e combattimento, non quello che parla di guarigione e cooperazione. Sempre più forte è la tentazione che hanno molti di gettare via tutte le proprie convinzioni per sostenere il leader che promette di essere “la loro vendetta”.

 

Il nemico principale delle democrazie è il risentimento e il linguaggio di odio che lo accompagna e rafforza.

Come notava la filosofa spagnola “María Zambrano” (1904-1991), esiliata durante la “dittatura di Francisco Franco”, ciò che rende terribile il risentimento è il fatto che si ritorca sempre contro ciò che potrebbe salvarlo:

“La creatura risentita distrugge l’unica cosa alla quale potrebbe attaccarsi, si leva contro i suoi princìpi, che seppure odia rimangono tali; princìpi appunto che potrebbero sostenere lo spirito disperato. (…)

Colui che è risentito manca essenzialmente di fermezza, di lealtà verso di sé e verso tutti”.

Il risentimento e l’odio gridano perché sono un’afasia dell’intelligenza.

 Ne “L’agonia dell’Europa” (1945) Zambrano mostra bene come i totalitarismi avevano fatto dell’odio e della menzogna una delle loro colonne.

 Così oggi con i populismi si assiste allo strangolamento della Verità e a un conflitto generalizzato.

 Tutto è uguale perché un malinteso senso della democrazia dà il diritto a ciascuno di considerarsi nel vero.

È morto il dialogo.

Nel linguaggio non esistono più gerarchie:

 “La mia parola vale quanto la tua, anche se io ho studiato anni e sono esperto dell’argomento sul quale stiamo discutendo”.

Molti cittadini si sentono ormai isolati, lontani dal proprio prossimo, diffidenti, confusi.

 Il potere ottiene questo risultato controllando l’arte del discorso: rendendo i concetti opachi, istillando paura e incertezza, sommergendoci di rumore.”

 

I totalitarismi e i populismi usano la lingua come arma di potere.

Ma, occorre precisare, il moderno potere illiberale non si presenta necessariamente con le sembianze di un feroce dittatore:

talvolta appare come un’intersezione di interessi, una sovrapposizione tra potere politico ed economico che depreda il comune cittadino dei suoi diritti e di un giusto governo.

 Già diversi paesi (come l’Ungheria, la Turchia, alcuni paesi dell'America Latina), nonostante che i loro governanti siano andati al potere con le elezioni, sono diventate “democrazie illiberali”:

con il controllo quasi totale dei mezzi di comunicazione e la trasformazione e asservimento, attraverso decreti, delle istituzioni (quali, ad esempio, le Corti costituzionali, fondamentali per gli equilibri del sistema) o la scuola.

 

Le nuove forme di comunicazione sociale e l'avvento dell'Intelligenza artificiale rischiano di mettere ulteriormente in crisi la democrazia e il dialogo tra cittadini.

Meno parole e un linguaggio sempre più semplificato implicano minore capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero critico.

Molti studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivino direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.

Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile.

Se non esistono pensieri, non esistono pensieri non stereotipati e conformisti.

E non c’è pensiero senza parole.

 

Fu “Umberto Eco” a sostenere che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”.

E aggiunse:

 “Il Web non ha inventato gli imbecilli, ma ha dato loro, semplicemente, lo stesso pubblico che hanno i premi Nobel.

E non l'ha fatto per caso.

Perché da sempre i media lusingano l’uomo della strada, per manipolarlo meglio.” 

Quella frase provocatoria suscitò grande indignazione.

Ma pochi si accorsero che Eco aveva usato praticamente le stesse parole tre mesi prima in un’intervista a “El Mundo”.

Quella era dunque un’affermazione beffarda ma meditata.

 I media non creano, ma coltivano e promuovono e gratificano l'imbecillità:

perché fa vendere e fa votare.

Gli imbecilli, sostenne ironicamente Eco, "prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società".

Egli si chiedeva: “La difesa istintiva del pubblico: può avvenire su Internet? Dipende solo dalla capacità critica di chi ci naviga”.

 

Moderare e censurare infatti servirà sempre meno se continuerà ad acuirsi la crisi di un sistema formativo che accentua le differenze sociali e marginalizza intere fasce di giovani, non riuscendo a contrastare il crescente abbandono scolastico e la diffusione dell’ignoranza.

Non è infatti soltanto un problema di educazione famigliare, ma soprattutto di una scuola che deve rinnovarsi radicalmente nei programmi e nei metodi, proponendo un sano spirito critico, valori credibili da opporre all’imbarbarimento del linguaggio e della società.

Un gran numero di adulti, infatti, sono sempre meno adatti a porsi come un modello positivo:

spesso si dimostrano immaturi e arretrati, parlano una lingua povera, infarcita di gerghi mutuati da slogan televisivi, sgrammaticata.

 I creatori di contenuti offensivi e violenti sono per lo più adulti mediamente ignoranti ma che sono diventati rapidamente abili nell’uso delle tecnologie digitali e capaci di connettersi con siti e server, spesso stranieri.

Eco è stato tra i primi ad avvisarci di questo pericolo e non solo.

Nel libro “Il fascismo eterno” (1997) , è contenuta una lezione che tenne nel 1995 alla “New York Review of Books”, nella quale individuava una correlazione tra dittatura e cultura di massa.

Le caratteristiche ricorrenti sono il culto dell’azione per l’azione, il disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi medie frustrate, il populismo qualitativo e altre ancora, tutte forme smascherate nel loro riprodursi da sempre.

 

Per tutte queste cose la Democrazia si impara prima di tutto a scuola, dove si dovrebbe essere educati ai suoi valori e al linguaggio, a praticare il dialogo con gli altri e il rispetto reciproco, e anche l'importanza della divisone dei compiti e della delega all'interno di un gruppo. Il critico letterario ed ex direttore della celebre rivista “Granta”, “John Freeman”, nel suo Dizionario della dissoluzione (2019) , dà grande importanza alla voce Insegnanti perché “quello che serve è un ritorno al tempo dei princìpi, per non ricadere nel baratro dell’odio (…).

Le democrazie hanno bisogno di cittadini informati e istruiti per funzionare in modo sano, altrimenti si espongono a poteri di stampo tribale e costrutti da criminalità organizzata”.

“Freeman” sostiene che serva un radicale cambiamento di prospettiva:

“È necessario rivendicare uno strumento che viene vandalizzato ogni giorno dinanzi ai nostri occhi, il linguaggio, e ridefinire che cosa significhi essere cittadini dal punto di vista etico nell’epoca in cui viviamo. (…)

Dobbiamo impadronirci di parole ricche di possibilità e cominciare a riutilizzarle da capo (…)

usare l’intero spettro del loro significato e questo all’inizio potrà sembrarci un mero esercizio mentale, ma alla fine ci porterà ad agire”.

Gli strumenti che ci serviranno per farlo giacciono ovunque, dimenticati, intorno a noi:

“Brandelli arrugginiti di linguaggio caduti in disuso ma ancora esistenti, parole distrutte e ridotte alle loro componenti più semplici, private della loro complessità”.

 

Da qui si deve ripartire per salvare e rivitalizzare la Democrazia.

 La sua sopravvivenza, infatti, dipende dalla nostra capacità di pensare con chiarezza e in libertà.

E anche vivere e discutere collettivamente.

 

 

 

Se la democrazia diventa un

problema nell’Unione europea.

Apceuropa.com - Franco Chittolina – (11 Settembre 2025) – ci dice:

 

La buona notizia è che le nostre democrazie in Europa non si sottraggono al giudizio dei Parlamenti;

la meno buona, di questi ultimi giorni, è che le verifiche parlamentari possono indurre instabilità politiche da non sottovalutare, come nel caso di due parlamenti nell’Unione Europea:

quello dell’Assemblea francese lo scorso 8 settembre e quello del Parlamento di Strasburgo appena due giorni dopo.

Si tratta di due situazioni non comparabili per le loro diversità politiche ed istituzionali e per le loro ricadute nel tempo e tuttavia con conseguenze che potrebbero intrecciarsi tra di loro e aggravare la   governabilità nell’Unione Europea, tenuto conto anche della precaria salute delle nostre democrazie confrontate ad una crescente seduzione da parte di autocrazie e dittature diffuse nel mondo.

 

La Francia vive da tempo una situazione di fragilità politica che, zavorrata da crescenti difficoltà economiche e finanziarie, è adesso aggravata da una nuova crisi politica dopo il voto di sfiducia  he ha mandato a casa il provvisorio governo di François Bayrou, suonando un altro più forte campanello d’allarme per la stessa presidenza della Repubblica, ancora provvisoriamente per due anni affidata a Emmanuel Macron.

Troppe provvisorietà che non mandano segnali rassicuranti sulla stessa tenuta della vita democratica tra i nostri vicini e che allungano ombre pesanti anche sul futuro dell’Unione Europea, di cui la Francia è Paese fondatore e, con la Germania, partner tradizionalmente attivo nel processo di integrazione europea, ma anch’essa con un quadro politico fragile.

 

È stata meno traumatica la verifica parlamentare che attende Ursula von der Leyen dinanzi all’Assemblea di Strasburgo il 10 settembre in occasione del suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, in una congiuntura politica ed economica particolarmente problematica.

Sul versante politico c’era poco da festeggiare dopo la deprimente trattativa sui dazi e le altre rese di Bruxelles a Washington, con prezzi molto alti pagati a Donald Trump anche per ottenerne in cambio il sostegno all’Ucraina, ad oggi tutt’altro acquisito sia per rafforzarne la capacità di difesa sia per promuovere trattative di pace con l’invasore russo.

 

Ma a Strasburgo non mancano altri importanti temi di confronto, istituzionali, politici ed economici.

 

La gestione accentratrice di Ursula von der Leyen sta generando malumori all’interno del suo stesso collegio, disagio da parte del Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, tensioni con molte capitali, come anche Berlino, che ha richiamato Ursula al rispetto del suo ruolo istituzionale.

Sul versante politico la debolezza della Commissione europea non è una componente minore di quella “irrilevanza” dell’Unione denunciata con toni decisi da Mario Draghi e da Romano Prodi nei giorni scorsi, come traspare anche nella nuova proposta di bilancio 2028-2034, con la politica agricola nell’occhio del ciclone, senza dimenticare la mancata risposta concreta alle crescenti infrazioni del governo di Israele al diritto umanitario e internazionale.

 

Sul fronte dell’economia, in attesa delle ricadute dei dazi americani e di possibili evoluzioni negative dell’accordo del 15%, mancano forti iniziative per uno sviluppo di un’economia europea stagnante, indebolita in particolare dai ritardi nel settore delle nuove tecnologie.

 

Quanto basta per tenere Ursula sotto pressione, mentre da più parti si evoca una sua possibile uscita prima del termine del mandato nel 2029, magari prospettandole un passaggio alla presidenza della Repubblica federale tedesca.

 Non mancheranno segnali in questo senso nelle prossime settimane quando, tanto l’estrema destra che l’estrema sinistra, al Parlamento europeo cercheranno di intervenire con due distinte mozioni di censura nei confronti di Ursula, da portare al voto nel prossimo mese di ottobre.

 

Nell’attesa sarà interessante porre attenzione al confronto in corso al Parlamento europeo, sapendo fin d’ora che non sarà un autunno facile per nessuno, nemmeno per la presidente della Commissione. 

 

 

 

Democrazie

al bivio.

Ilbolive.unipd.it – (26 – 2- 2024) - Daniele Mont D'Arpizio – ci dice:

 

 Un tempo ideale e obiettivo per generazioni di uomini e donne in tutto il mondo, oggi la democrazia appare in crisi.

Eppure, anche senza voler parafrasare Churchill, rimane la forma di governo più accreditata per riuscire a coniugare le libertà individuali con le esigenze di una società sempre più complessa.

Ad essa è dedicato il volume” La democrazia”.

Concetti, attori, istituzioni, curato dai politologi dell’università di Padova “Marco Almagesti” e “Paolo Graziano” per i tipi di “Carocci”:

sorta di bilancio di salute della democrazia e delle democrazie adatto agli studenti come agli studiosi, che pur con un impianto scientifico rigoroso non disdegna l’aspetto divulgativo.

 

Oggi, a differenza di qualche anno fa, la maggioranza della popolazione mondiale vive in contesti poco o per nulla democratici, mentre anche diverse democrazie storiche – in primis gli Stati Uniti, che non molto tempo fa della democrazia si facevano addirittura esportatori – fronteggiano una progressiva erosione delle basi interne del consenso.

I 33 contributi di 32 autori trattano il problema sotto diversi aspetti, dalla rappresentanza ai partiti passando per la comunicazione politica, a partire dal saggio di apertura nel quale i due curatori prendono in esame lo stato odierno della democrazia liberale.

Ad essi abbiamo rivolto alcune domande.

 

Quali sono i tratti essenziali di una democrazia che anche in un sistema maturo non andrebbero mai persi di vista?

 

“Marco Almagesti”:

“La libertà innanzitutto.

 Io resto d’accordo con il Maestro “Giovanni Sartori”, il quale sosteneva che ‘la democrazia senza il liberalismo nasce morta’.

Non mi pare un caso che lo stesso Putin in un’intervista al “Financial Times” del 27 giugno 2019 abbia affermato che il liberalismo ha fallito perché si è contrapposto ai valori tradizionali del popolo.

 Ovviamente quello evocato da Putin è un bersaglio polemico caricaturale, combinazione di lassismo morale, permissivismo e guasti derivanti dal multiculturalismo:

 in realtà, essendo il liberalismo una teoria e una prassi della libertà personale, della protezione giuridica e dello Stato costituzionale, chi attacca il liberalismo mette a rischio le garanzie costituzionali e i diritti delle persone”.

 

“Paolo Graziano”:

“Credo che in democrazia il tema cruciale sia la partecipazione.

 Da questo punto di vista la tragedia di “Aleksei Navalny” mostra quali conseguenze comporti la volontà di partecipare in un sistema che non ammette il dissenso.

Se la libertà non si traduce in partecipazione le democrazie muoiono.

Solo in Italia dal dopoguerra nelle elezioni nazionali l’affluenza è passata dal 92% al 64%:

è evidente che se c’è meno desiderio di partecipare la democrazia soffre.

 Prima era un problema soprattutto dell’America: oggi anche le altre democrazie si sono ‘americanizzate’”.

 

Che ruolo giocano in questo senso gli Stati Uniti?

 

PG: “Sono passati da modello, forse anche troppo celebrato, a problema.

 In un primo tempo erano diventati il punto di riferimento di una certa visione di democrazia, più formale che sostanziale;

oggi, pur rimanendo una democrazia consolidata, non sono più un esempio nemmeno da quel punto di vista.

In questo momento più che dal populismo gli Usa sono minacciati da una diffusa sensazione di insicurezza, unita alla perdita del senso di appartenenza:

Trump è il simbolo di una democrazia, che tra l’altro lui mostra sempre più di disprezzare, che rischia di diventare illiberale. Paradossalmente oggi sistemi come quello tedesco e italiano appaiono meno in crisi, caratterizzati come sono da una radicata impronta antifascista, che può costituire un antidoto al ritorno di istinti autoritari”.

 

MA: “Negli Usa c’è stato un problema nella riproduzione del ceto politico;

 ai democratici manca un erede di Obama e affidarsi ancora Biden implica dover affrontare problemi evidenziati dall’informazione:

l’età avanzata del Presidente uscente, la sua stanchezza.

Tuttavia, l’accelerazione dei processi di cambiamento nella politica americana (e non solo) risale almeno alla crisi finanziaria del 2008, che ha comportato anche l’obsolescenza della” clintonomics” e delle politiche della c.d. “terza via”, che proprio i governi di Bill Clinton (e Tony Blair nel Regno Unito) hanno massimamente incarnato.

Ossia ha perso solidità il piedistallo ideologico e culturale del centrosinistra, così come si era costruito negli anni Novanta.

Il sistema ha retto alla prima presidenza Trump, riuscendo a ‘normalizzare’ un leader con tratti antisistema, ma un’eventuale rielezione costituirebbe una prova ancora più impegnativa.

 Fa bene Vittorio Emanuele Parsi, che avrebbe dovuto scrivere un capitolo del libro, a sostenere che l’Europa oggi dovrebbe trovare la forza di delineare diversi scenari:

se vince Trump, come affronteremo la crisi in Ucraina?

Siamo pronti a farci davvero carico di una difesa comune, eventualmente anche senza il sostegno degli Usa?

Fra poco ci saranno le elezioni europee: quanto a lungo ancora potremo ignorare tali quesiti?

Nel libro affrontate anche il tema del populismo: si tratta della causa o del sintomo del nostro malessere?

 

PG: “Il neo populismo non è la patologia ma l’odierno stato dell’arte della democrazia, per questo trovo sbagliato usare questo termine in senso spregiativo.

Mi spiego:

oggi o si è populisti o non si vincono elezioni. Caratteristica del neo populismo è pretendere che i problemi possano essere risolti dal leader senza la partecipazione dei cittadini: “Ghe pensi mi”.

Si tratta di un discorso con elementi pre-democratici, in cui il Leviatano fa il bene di sudditi che non sono ancora o non sono più cittadini.

 È un ingrediente che non sta scomparendo e non sparirà nemmeno nelle prossime elezioni europee:

a decretarne la fine non basta la contrazione del consenso di questo o di quel partito.

Allo stesso tempo, così come esiste un populismo escludente, ne esiste anche uno più inclusivo e attento alla partecipazione.

In fondo questo era all’inizio il Movimento 5 Stelle:

partecipazione e leadership, la risposta a un modo di fare politica che non sembrava più accettabile.

Per concludere direi che, piuttosto che condannare il neo populismo, sarebbe meglio impossessarsi degli strumenti che ne hanno determinato il successo per costruire un’alternativa, tenendo conto che le modalità di comunicazione e di partecipazione sono profondamente cambiate”.

 

MA: “Come spiega proprio Paolo Graziano ci sono tanti neo-populismi diversi tra loro:

c’è Donald Trump, ma in un modo molto differente anche Bernie Sanders.

Il successo di offerte politiche definite neopopuliste discende dai cambiamenti strutturali della nostra società e delle reazioni che tali cambiamenti inducono: una bella sfida per una scienza politica, a volte abituata a concepire la società come somma di azioni di individui razionali.

 È una sfida perché oggi è evidente quanto siano (sempre state) importanti le emozioni in politica.

 L’uomo è un animale sociale:

chi si sente abbandonato e solo cerca frammenti di comunità, e spesso li trova o spera di trovarli nei movimenti di protesta.

La democrazia è però l’unica forma di governo che ammette di essere contestata: dovremmo stare quindi molto attenti a liquidare con sufficienza o condannare le contestazioni alle classi dirigenti, mentre invece dobbiamo cercare di capire cosa le provoca.

Esistono ottime analisi della fenomenologia dei leader, ma più delle azioni di Trump penso sia interessante capire perché buona parte degli americani oggi sia disposta a seguirlo.

Inoltre, altra sfida al senso comune affermatosi negli anni Novanta, non è affatto vero che tutte le ideologie sono morte:

questo è stato un abbaglio colossale indotto dalla caduta del socialismo reale e dalle crisi di identità della sinistra;

altre ideologie, soprattutto a destra, stanno benissimo.

 Infine, la politica non è mai separabile dalla società e quest’ultima è molto influenzata dai cambiamenti nella comunicazione: pensiamo solo che fino a pochi anni fa i social non esistevano!”.

Il neo-populismo non è la patologia ma l’odierno stato dell’arte della democrazia.

Da questo punto di vista che ruolo può avere la partecipazione on line?

 

MA: “Quante ore della nostra vita passiamo on line?

Quante cose facciamo in rete?

Senza sminuire per nulla la partecipazione nei luoghi, “terrestre”, come la definisce la filosofa “Giorgia Cereghetti”, come si può non considerare centrale Internet nella partecipazione politica?

Per questo si possono discutere le caratteristiche di Rousseau (la piattaforma on line del M5S, ndr), ma tutti oggi dovrebbero porsi il problema di come usare la rete per interagire con le persone e fare politica”.

 

PG: “Già il 26 gennaio 1994, con la discesa in campo di Berlusconi, capimmo quanto fosse importante la nuova comunicazione politica, che saltava ogni mediazione per rivolgersi direttamente ai cittadini, ma al tempo stesso non ammetteva repliche e discussioni.

 Per quanto riguarda internet, a mio modo di vedere va bene solo se integra e non sostituisce altre forme di comunicazione:

in quest’ultimo caso la democrazia muore, perché manca l’elemento fondamentale del confronto e del dialogo.

 È questa oggi la mia preoccupazione più grande”.

 

Autoritarismo: non lo

vediamo arrivare?

Ilbolive.unipd.it – (30 aprile 2025) - Anna Cortelazzo – ci dice:

 

Negli ultimi mesi, una battuta (amara) che si sente sempre più spesso relativamente alle azioni del presidente Donald Trump è che non dovrebbe utilizzare certi romanzi distopici come manuali di istruzioni, per esempio Il racconto dell’ancella di “Margaret Atwood”.

Potrebbe sembrare che ci si scherzi sopra, ma in realtà i segnali che la democrazia, non solo in America, stia cominciando a tremare ci sono.

La domanda che si pone un articolo su “The Conversation” è se non li stiamo per caso sottovalutando.

Mentre la stampa viene screditata o ricattata, il potere si concentra nelle mani di pochi e i meccanismi di controllo si indeboliscono, una democrazia può cambiare forma senza che le persone se ne accorgano, non da un giorno all’altro, ma gradualmente, un decreto alla volta, una rinuncia silenziosa alla volta.

 

Ma perché può succedere?

Perché, anche quando ci sono segnali chiari, i cosiddetti” red flag”, le “bandierine rosse” — tante persone non li vedono, o li ignorano?

E, soprattutto, è vero che i segnali sono sottostimati o magari è il contrario?

 

Il paradosso della democrazia.

Per certi versi sì, esiste il rischio concreto di sottovalutare i segnali, e questo proprio perché nei paesi con una lunga storia democratica si è cominciato a darla per scontata.

Le persone che vivono in società democratiche stabili tendono a sviluppare la convinzione che il sistema reggerà sempre. È una fiducia che non viene da un ragionamento razionale, ma da un’abitudine, perché in fondo le regole del gioco sono sempre state quelle:

 libertà di parola, pluralismo, separazione dei poteri.

E se qualcosa non funziona, ci penseranno i tribunali, la stampa, le elezioni.

Questa sicurezza, spiegano i ricercatori che firmano l’articolo su “The Conversation”, è una conquista preziosa, ma può diventare anche una trappola, perché ci abitua a non vedere il rischio.

 E, nel momento in cui certi segnali si presentano davvero, il nostro cervello tende a razionalizzarli, ridimensionarli, ignorarli.

 

I “bias” non vanno in una sola direzione.

Secondo “Michele Roccato”, professore ordinario di psicologia sociale all’università di Torino e noto per le sue ricerche su autoritarismo e insicurezza sociale, situazione è più sfaccettata, e se da una parte c’è chi sottovaluta il pericolo, dall’altra c’è chi lo sopravvaluta:

 “Ci sono – spiega Roccato – oltre settant’anni di ricerche che mostrano come tutti noi, nessuno escluso, siamo soggetti a “bias cognitivi”, scorciatoie mentali, percezioni distorte che ci aiutano a sopravvivere in un mondo molto complesso, ma che possono anche renderci ciechi o al contrario eccessivamente allarmati”.

Non esistono i razionali da una parte e gli irrazionali dall’altra, insomma, esistono esseri umani che cercano protezione, controllo, stabilità.

 

La memoria storica che sta svanendo.

Uno dei motivi per cui ci potrebbe essere il rischio di una deriva autoritaria è la perdita di quel patrimonio che è la memoria collettiva.

 Le dittature europee sono cadute da oltre 80 anni e in alcuni paesi, come gli Stati Uniti, una dittatura non c’è mai stata, e questo ha un forte impatto sulla capacità di riconoscere i segnali di rischio.

Quelle esperienze traumatiche, per quanto nessuno si auguri di riviverle, per molto tempo ci hanno protetto:

come un vaccino, hanno prodotto degli anticorpi sociali e culturali per riconoscere i segnali di allarme, ma, come accade con i vaccini, questi anticorpi con il tempo svaniscono.

“Per decenni – precisa Roccato – in Europa occidentale ha prevalso una sorta di pregiudiziale pro democratica:

una convinzione diffusa e condivisa che la democrazia non fosse solo il miglior sistema possibile, ma anche l’unico moralmente accettabile.

 Oggi, soprattutto nelle nuove generazioni, questa convinzione è meno scontata”.

 

Roccato ricorda una delle frasi più citate di Winston Churchill:

“La democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta”.

(Winston Churchill)

Il pregiudizio di normalità.

La distanza di ottant’anni – osserva Roccato – rende facile dimenticare la seconda parte della frase di Churchill, quella che conta di più.”

Quando la democrazia diventa la normalità, insomma, smette di apparire preziosa, soprattutto a chi non ha vissuto l’alternativa.

Roccato spiega che in psicologia cognitiva esiste un concetto chiamato “normalcy bias”, o “pregiudizio di normalità”, che ci porta a sottovalutare i pericoli durante un disastro, convinti che tutto tornerà presto com’era: succede durante un’alluvione, un terremoto, e, in forma più sottile ma altrettanto profonda, anche quando la crisi riguarda la democrazia.

 

Davanti a una decisione controversa, a una legge che limita la libertà di stampa o all’accentramento del potere esecutivo, tendiamo a dirci che è tutto sotto controllo, che è qualcosa di temporaneo o una semplice eccezione senza conseguenze.

Questa reazione non è frutto di ingenuità, ma di un meccanismo evolutivo:

il nostro cervello preferisce non sprecare risorse preziose (come attenzione e preoccupazione) se non è strettamente necessario, e fa molta fatica a ragionare a lungo termine.

 

L’autoritarismo non si presenta in uniforme.

Alcuni si aspettano che un autocrate si presenti gridando slogan estremi, ma nella maggior parte dei casi gli autoritarismi non si impongono più con la forza, e i leader populisti sanno come rendersi appetibili:

parlano di ordine, efficienza, protezione, promettono di semplificare la democrazia, non di abolirla.

 Si dicono interpreti diretti della volontà popolare e in effetti in qualche modo lo sono.

 

Che la soddisfazione democratica stia calando, anche se non in modo drammatico, è documentato da numerose indagini:

Roccato cita la European Social Survey che ci dice che nel 2002 la soddisfazione media per la democrazia nei Paesi europei era di 5.5 su 10, mentre l’ultima rilevazione, del 2023, segna un calo a 5.2.

In Italia si scende ancora, sotto la soglia del 5.

 

Le” red flag” potrebbero anche piacerci.

Non sono numeri catastrofici, ma dicono qualcosa: la democrazia, per non poche persone, non funziona come dovrebbe.

Il titolo del paragrafo può sembrare provocatorio, ma acquista senso se si parte da una domanda:

che cosa cercano le persone quando votano per movimenti populisti o leader carismatici?

“Il populismo di destra – spiega Roccato – è una risposta sbagliata a una domanda giusta: c’è una parte dell’opinione pubblica che si sente trascurata o minacciata dal mondo contemporaneo dal punto di vista economico e culturale.

 C’è chi si sente escluso o penalizzato dalla modernizzazione e dalla globalizzazione, chi ha perso il lavoro o teme di perderlo, chi vede svalutate le proprie competenze e poi c’è chi percepisce la scomparsa di modi di vivere e valori tradizionali, chi si sente “straniero a casa propria” in quartieri che sono cambiati rapidamente, spesso in modo visibile e radicale.

Entrambe queste spinte alimentano un bisogno profondo:

quello di protezione.

Quando le istituzioni democratiche, soprattutto quelle mainstream, non riescono a intercettare e dare risposta a questo bisogno, e magari addirittura lo stigmatizzano, è comprensibile che le persone cerchino altrove, anche in direzioni potenzialmente pericolose”.

 

Il bisogno di controllo.

Non c’è solo il bisogno di protezione, ma anche quello di controllo.

“È un bisogno psicologico potentissimo – spiega Roccato — e quando sentiamo di aver perso il controllo, com’è successo durante la pandemia per esempio, siamo disposti ad affidarci a chiunque ci prometta di restituircelo.

 Non è un caso che durante la pandemia sia aumentata in molti Paesi la fiducia nelle istituzioni, anche in Italia dove tradizionalmente non era così alta.

Quando sentiamo di non avere controllo diretto sulla nostra vita cerchiamo un controllo compensatorio, qualcuno che prenda decisioni per noi, e quindi potremmo sentire il desiderio di un governo tecnocratico o autoritario, guidato da esperti o da leader forti.

 È solo apparentemente contraddittorio:

 la democrazia e l’autocrazia possono rispondere allo stesso bisogno psicologico comune agli esseri umani.

Se davvero vogliamo capire perché una parte della popolazione non riconosce o addirittura apprezza i segnali di una possibile regressione democratica, dobbiamo sospendere il giudizio e chiederci quali bisogni profondi li portano a non vederli o a vederli senza spaventarsene, perché solo da qui può partire un vero dialogo”.

 

Come ci si può tenere lontani dalla dittatura?

Una delle piste più promettenti, secondo Roccato, è l’empatia.

Non bastano appelli razionali, con grafici e percentuali, perché le persone prendono decisioni in base a emozioni profonde più che a calcoli.

“Come racconta “Damasio” nel libro” L’errore di Cartesio” – aggiunge Roccato – pazienti con lesioni focali alla corteccia prefrontale ventro mediale, che conservano intatte le capacità razionali ma hanno perso l'accesso alle emozioni, prendevano decisioni controproducenti o dannose, o non riuscivano proprio a prenderle.

 Per questo, forse, ha più effetto un racconto personale su cosa significhi vivere sotto una dittatura che una lezione di educazione civica.

Bisogna far capire cosa vuol dire vivere in un sistema autoritario, nella vita concreta delle persone, non abbiamo bisogno di numeri, ma di racconti:

 è da qui che può nascere una nuova coscienza democratica”.

“La ragione pura, senza l’ancoraggio delle emozioni, non è in grado di guidarci in modo efficace nel mondo reale”.

Antonio Damasio, L’errore di Cartesio.

I bias cognitivi possono colpire tutti.

Molti dei nostri giudizi sono influenzati da bias cognitivi, che come dicevamo vanno in entrambi i sensi.

Uno dei più noti è l’euristica della disponibilità (l’euristica è una scorciatoia mentale):

se un evento ci viene facilmente in mente, lo consideriamo più probabile:

se non abbiamo esperienze dirette di autoritarismo, o se la nostra rete sociale non ne parla, non riteniamo che sia un’eventualità probabile, e quindi potremmo sottostimare i segnali.

Un altro “bias frequente” è l’ottimismo irrealistico, cioè la tendenza a sovrastimare la probabilità che le cose vadano bene:

 da una parte ci aiuta a vivere senza ansia costante, ma dall’altra può portarci a sottovalutare i pericoli reali.

 

Viceversa “Roccato” ci ricorda anche il “negativity bias”, cioè l’ipersensibilità alle minacce, che è un meccanismo evolutivo che poteva salvare i nostri antenati:

 se sentivano un rumore in un cespuglio, era meglio spaventarsi per un pericolo inesistente che ignorare un pericolo reale.

 Chi lo faceva, pensando che nel cespuglio ci fosse un coniglio e non un serpente, rischiava di morire e di non trasmettere il patrimonio genetico: nulla da stupirsi se come specie siamo portati a sovrastimare i rischi.

In entrambi i casi – sottolinea Roccato – non esiste una parte razionale e una irrazionale della popolazione:

 tutti tendiamo a costruirci una visione del mondo coerente con le nostre esperienze, i nostri bisogni e le nostre reti sociali e questo vale sia offline che online”.

 

I social amplificano i “bias”.

I social sono ambienti progettati per confermare ciò che già crediamo, quindi alimentano i “bias delle persone”.

 Meccanismi come l’esposizione selettiva portano alla costruzione di realtà separate.

“Nella vita reale – precisa Roccato – entriamo in contatto con persone diverse da noi: i vicini, i colleghi, i genitori dei compagni di scuola dei figli, mentre online è più facile rinforzare continuamente la propria visione del mondo.

Anche i giornali e le tv, salvo poche eccezioni, tendono a semplificare e polarizzare, per ragioni commerciali:

il risultato è una cittadinanza divisa in gruppi, ciascuno convinto di essere nel giusto”.

Alla fine, insomma, scopriremo solo a posteriori se stiamo effettivamente sottovalutando i segnali di allarme.

Nel frattempo, forse, nel dubbio sarà meglio prendere esempio dai nostri antenati, e pensare al serpente e non al coniglio:

potrebbe fare la differenza, anche se magari ci stiamo preoccupando per niente.

 

 

 

 

 

Democrazia costituzionale a rischio?

 Sì, se il mercato diventa politica –

 Intervento di Ginevra Cerrina Feroni

Garanteprivacy.it – (9 aprile 2025) – Redazione - Ginevra Cerrina Feroni – ci dice:

 

Democrazia costituzionale a rischio? Sì, se il mercato diventa politica.

L’equilibrio tra democrazia costituzionale e mercato è compromesso dalle piattaforme digitali e dalle multinazionali.

Il libro di “Carlo Iannello” – “Lo Stato del potere”. Politica e diritto ai tempi della post-libertà – mostra come il potere economico stia progressivamente sostituendo le politiche pubbliche con logiche privatistiche.

Intervento di Ginevra Cerrina Feroni, Vice Presidente del Garante per la protezione dei dati personali.

(AgendaDigitale, 9 aprile 2025)

 

Il modello neoliberista, nato come esaltazione della libertà economica e del mercato, si è evoluto fino a diventare un progetto che minaccia l’equilibrio tra democrazia e sovranità politica, poiché minaccia lo stesso modello politico e sostrato giuridico valoriale che quel liberismo aveva sposato.

Capitalismo e democrazia: un rapporto in crisi.

Un rapporto che, fino a poco tempo fa, si credeva imprescindibile, quasi simbiotico, ma che oggi mostra le sue prime crepe.

 

È questa la tesi contenuta nel bel volume di “Carlo Iannello” “Lo Stato del potere”. Politica e diritto ai tempi della post-libertà (Milano, Meltemi Ed., 2025), una lucida analisi di quelli che possiamo definire alcuni dei più recenti pericoli per la democrazia contemporanea.

 Pericoli che non derivano da gruppi eversivi di destra o di sinistra, ma dallo sviluppo di quelle stesse forze che la democrazia, in qualche modo l’hanno creata, sostenuta e fortificata: le forze del libero mercato.

 

E a tal fine è importante proprio partire dalla storia.

 

Durante la Guerra Fredda, capitalismo e democrazia erano strettamente legati da un rapporto di reciproca dipendenza, poiché condividevano un nemico comune. Oggi questo legame non è più così solido.

Se tutte le liberaldemocrazie sono economie di mercato, non è vero il contrario. Esistono numerosi esempi di economie di mercato, a destra e a sinistra, senza democrazia.

Certo, il capitalismo sembra continuare a preferire la forma democratica, ma fenomeni come i massicci investimenti e i grandi profitti ottenuti nei mercati autoritari, come quello cinese, dimostrano che la relazione tra i due non è più necessariamente biunivoca.

 

Il maggiore piano di indagine del libro è, dunque, il rapporto tra neoliberalismo e neoliberismo, cioè tra l’idea politica e l’azione economica, ovvero il tentativo di dare una nuova veste ad una concezione liberale più attenta al sociale che poi ha trovato le sue forme nel socialismo liberale di “Guido Calogero” e “Aldo Capitini”.

 

In fondo è esattamente ciò che troviamo nella nostra Costituzione: l’uguaglianza e la libertà non più come dottrine separate, ma compenetrate in un unico progetto di società.

Ed invece oggi assistiamo ad un progressivo sganciamento e alla nascita di un rapporto antagonistico tra economia, da una parte, e tradizione liberal-democratica e sociale, dall’altra.

 

Il mercato come anti sovrano nella democrazia costituzionale.

Dunque, da un lato c’è il governo democratico, espressione della sovranità popolare, dall’altro l’“anti sovrano”, ovvero il dominio del mercato, sempre più incontrollato.

 

Utile, in proposito, soffermarsi su due punti che, peraltro, sono strettamente connessi:

a) il cambiamento della natura del mercato;

b) il cambiamento degli attori del mercato.

 

Sotto il primo aspetto, se nel XX secolo il modello neoliberista si presentava come una risposta alla rigidità degli Stati interventisti, favorendo la deregulation e la privatizzazione, oggi la sua deriva è evidente:

 il mercato non è più un semplice strumento di crescita, ma un attore politico a tutti gli effetti.

Le grandi multinazionali, in particolare quelle della tecnologia, le piattaforme finanziarie e i colossi del commercio globale non rispondono più alle logiche tradizionali della governance democratica, ma si ergono come potenze autonome, dettando regole e influenzando il corso delle nostre società.

Il loro potere supera quello degli Stati, spesso aggirando le istituzioni e rispondendo esclusivamente agli interessi degli azionisti.

 

L’anti sovrano, incarnato dal potere privato erode progressivamente la capacità dei Governi di intervenire nell’economia e di garantire diritti sociali.

Le politiche pubbliche vengono sostituite da strategie aziendali, il welfare dallo sfruttamento dei dati, la rappresentanza democratica dalle logiche algoritmiche della personalizzazione e del controllo digitale.

I Governi nazionali, persino quelli delle grandi potenze, appaiono sempre più incapaci a contrastare queste dinamiche, mentre le istituzioni internazionali faticano a imporre regolamentazioni efficaci.

 

Sotto il secondo aspetto, quello che riguarda gli attori, bisogna ricordare chi sono i soggetti che stanno più di tutti acquisendo tale potere privato di portata pubblicistica.

Il riferimento è alle piattaforme digitali.

Anche perché è proprio l’era digitale ad aver reso ancora più profonda questa trasformazione.

 

Come ben noto, le piattaforme non sono più soltanto spazi di interazione e commercio, ma luoghi di costruzione del consenso e della percezione collettiva.

 Diritti fondamentali, come la libertà di espressione, vengono da esse intermediate e i dati personali, il bene più prezioso del nostro tempo, sono nelle mani di pochi attori privati, che li sfruttano per orientare le scelte politiche ed economiche, bypassando i meccanismi democratici di controllo e trasparenza.

In tale scenario, lo Stato democratico si trova in una posizione di subalternità rispetto a chi possiede gli strumenti più invasivi per la sorveglianza, per la tracciabilità e, in generale, per l’influenza globale.

La domanda che dobbiamo porci oggi è: quale futuro vogliamo per le nostre democrazie?

Accettiamo che la politica diventi un’appendice del mercato e delle sue logiche, o vogliamo riaffermare la centralità dello Stato come garante del bene comune?

 

Per troppo tempo il mantra neoliberale ci ha convinti che la regolazione pubblica fosse un ostacolo alla crescita, quando in realtà è il presupposto della libertà stessa.

La libertà economica, senza una solida base di diritti e tutele, diventa un privilegio per pochi e la democrazia senza controllo sul potere privato si svuota di significato.

Non si tratta di tornare a modelli statalisti del passato, ma di trovare un nuovo equilibrio tra mercato e politica, tra innovazione e diritti, tra libertà economica e sovranità democratica.

È necessario un intervento deciso per regolare i colossi digitali, per tassare equamente le grandi multinazionali, per garantire ai cittadini il controllo sui propri dati e per restituire agli Stati il potere di proteggere i loro cittadini dalle distorsioni del mercato globale.

 

La sfida del nostro tempo è chiara: dobbiamo impedire che l’anti sovrano diventi il vero dominatore del XXI secolo.

Se vogliamo salvaguardare la democrazia, dobbiamo ricostruire un patto sociale che metta il cittadino al centro, e non il profitto.

 Solo così potremo garantire un futuro in cui la libertà non sia solo un’illusione creata dagli algoritmi, ma una realtà fondata sulla giustizia e sulla partecipazione democratica.

Ecco, dunque, che arriviamo al successivo punto di queste riflessioni.

Quando si parla del confronto tra potere e sovranità c’è un altro presupposto “parallelo” da tenere in considerazione (che non esclude quello appena analizzato, ma anzi lo integra):

 ovvero che la democrazia è, innanzitutto, restituire lo scettro a elettori.

Il problema della sovranità.

 

Il disallineamento tra sistemi economici e ordinamenti giuridici si intreccia con una delle questioni centrali del nostro tempo:

il problema della sovranità.

Io sono dell’idea che le categorie fondanti del diritto costituzionale debbano rimanere eminentemente statuali e non possano essere trasferite a livello sovranazionale o transnazionale.

Né, in effetti, si prestano facilmente ad esserlo, dal momento che su quei piani l’assenza di un’autorità sovrana ben definita (la presenza dell’anti sovrano, appunto) rende più complessa la costruzione di un ordine giuridico stabile e condiviso.

 È l’esperienza degli ultimi anni ad aver dimostrato come l’adattamento dei principi costituzionali a contesti privi di una chiara struttura statuale incontri difficoltà significative.

 

Appare non solo opportuno, ma necessario continuare a riflettere sulla democrazia partendo dall’esperienza dello Stato costituzionale, che si distingue per il primato della Costituzione e trova nella Corte costituzionale il suo principale strumento di garanzia e di vitalità.

Solo all’interno di questo quadro istituzionale, fondato sul principio democratico, è possibile garantire un’effettiva tutela dei diritti e un equilibrio tra poteri.

 

Democrazia costituzionale e governance europea.

 

Mi pare interessante, per affrontare questa criticità, richiamare un punto del libro: quello in cui l’Autore presenta il vero nodo del problema.

 Ciò che lui chiama, con sagace ironia, “la governance ovvero il non-governo” (Capitolo VI).

Protagonista del capitolo è ovviamente l’Unione europea.

 Iannello analizza come le classi dirigenti abbiano costruito una governance economica sovranazionale che limita le politiche economiche nazionali.

Un processo che, come lascia intendere, ha portato ad una sorta di globalizzazione senza Costituzione, dove i diritti vengono proclamati per tutti, ma il loro esercizio è riservato a pochi, concentrando il potere nelle mani di oligarchie economiche.

 

Questa operazione ricostruttiva prende le mosse, in maniera coerente e sistematica, dall’indagine dei fondamenti dello Stato liberale.

Emerge tutto l’anelito dell’Autore verso la dimensione autenticamente liberale dello Stato, nel “fine di libertà da esso perseguito” (p. 40 del volume) che è anche alla base della sua legittimazione.

La sua tesi di fondo è che l’integrazione economica europea, anziché rafforzare la democrazia e il welfare state, abbia prodotto una frattura tra principi costituzionali e vincoli economici sovranazionali.

 

È ormai chiaro a tutti, in effetti, come la crisi dei debiti sovrani esplosa dopo il 2010 abbia messo a nudo l’anima essenzialmente economica dell’Unione ed abbia attivato meccanismi di decisione in uno stato di eccezione che talora non lasciano margini di intervento a processi di decisione su base democratica.

Iannello individua fondamentalmente nell’architettura economica dell’Unione Europea, e in particolare nel Trattato di Maastricht del 1992, il punto di svolta che ha ridisegnato il rapporto tra economia e diritto costituzionale.

Con Maastricht si è affermata una nuova governance economica basata sulla stabilità monetaria, il controllo dell’inflazione e il contenimento del debito pubblico.

 

Però l’equilibrio di bilancio – se non accompagnato da adeguate garanzie e laddove sia elevato al rango di principio fondamentale, addirittura di super-principio, capace di prevalere sistematicamente sugli altri nell’ambito del bilanciamento dei valori costituzionali – rappresenta una minaccia concreta per la tutela di numerosi diritti.

 Questo rischio riguarda, in particolare, quei diritti che comportano oneri finanziari per la spesa pubblica, come il diritto alla salute, all’istruzione o all’assistenza sociale, il cui esercizio dipende direttamente dalla capacità dello Stato di destinare risorse adeguate.

 

La costituzionalizzazione del principio di equilibrio di bilancio ha, dunque, avuto un impatto significativo anche sull’attività delle Corti costituzionali, modificando i criteri di valutazione con cui esse operano e alterando le dinamiche tradizionali del controllo di costituzionalità.

 

Verso un nuovo equilibrio per la democrazia costituzionale.

In questo scenario, l’imposizione di vincoli finanziari rigidi rischia di ribaltare il principio liberale secondo cui è la Costituzione a orientare le regole del mercato, e non il contrario.

 

Si assiste così a una sorta di inversione del rapporto tra economia e diritto costituzionale, dove le logiche di sostenibilità finanziaria tendono a condizionare sempre più le scelte politiche e giuridiche, talvolta comprimendo spazi essenziali di tutela dei diritti fondamentali.

 

Mi si consenta però di spezzare anche una lancia in favore dell’Unione europea. Non sempre la prospettiva mercantilistica è nefasta.

Lo sdoganamento del diritto alla privacy è avvenuto anche a partire dalla volontà di tutelare e promuovere il mercato interno dell’Unione.

C’è stata, quindi, una sorta di eterogenesi dei fini almeno per quanto riguarda la protezione dei dati personali, che ha portato alla fondazione di uno dei diritti più primari e imprescindibili attraverso lo strumento interpretativo della difesa del mercato.

Rispetto a questo, bisogna ammetterlo, l’Europa è stata un attore cruciale.

 

Il quadro è, tuttavia, in veloce evoluzione se è vero che l’Unione europea è in procinto di rivedere il Regolamento sulla protezione dei dati personali (GDPR).

Le modifiche annunciate puntano a renderlo più “pratico”, più agile da applicare per imprese e amministrazioni.

Obiettivo ragionevole, purché tale cambio di rotta non indebolisca una delle conquiste giuridiche più avanzate in ambito digitale.

Le pressioni economiche, soprattutto da parte delle grandi piattaforme tecnologiche e delle lobby industriali, stanno infatti spingendo verso un’interpretazione più flessibile del principio di protezione, subordinandolo alla logica dell’innovazione e della competitività.

Il rischio è che, nel tentativo di semplificare e armonizzare, si finisca per abbassare il livello di tutela del cittadino europeo.

Se il diritto alla privacy diventa uno strumento “negoziabile”, piegato alle esigenze del mercato e dell’intelligenza artificiale, si apre la porta ad un pericoloso cambio di prospettiva: quella in cui il controllo sui propri dati non sia più garantito.

 

Lo scontro tra neoliberismo e sovranità democratica rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo.

Da un lato, il neoliberismo ha promosso la globalizzazione economica, la deregolamentazione e la centralità del mercato, spesso a discapito della capacità degli Stati di tutelare i diritti sociali e l’interesse collettivo.

Dall’altro, la sovranità democratica esige che le decisioni fondamentali siano prese dai cittadini attraverso istituzioni rappresentative, in grado di proteggere il bene comune e garantire equità.

Per trovare un equilibrio tra questi due poli, è necessario ripensare i modelli economici e istituzionali, ponendo al centro la partecipazione democratica e la giustizia sociale.

Il futuro dipenderà dalla nostra capacità di costruire un sistema in cui il mercato sia al servizio della società e non viceversa, riaffermando il primato della politica sulle logiche puramente economiche.

 

Solo così sarà possibile coniugare crescita e diritti, efficienza e giustizia, libertà economica e democrazia sostanziale.

 

 

 

In Bilico sul Bordo del Baratro,

e Guardare Giù, con Freddezza.

Conoscenzealconfine.it – (15 Settembre 2025) - Federico Mosso – ci dice:

 

1914/1939/2025: se il pericolo di un nuovo conflitto mondiale è oggi concreto, si deve considerare una differenza sostanziale, oggettiva e non politica, con le due precedenti guerre mondiali.

Il consenso alla guerra delle masse, perlomeno quelle del blocco Ovest, ergo NATO, oggi viene a mancare.

Nel 1914, e nel 1939, i popoli coinvolti scesero in guerra con volontà scaturita dalla necessità percepita, se non addirittura con entusiasmo.

 Vuoi per patriottismo, per ideologia, per conquista o di contrasto alla conquista altrui, per sopravvivenza, per imperialismo, per difesa di un concetto di mondo rispetto ad un altro che si voleva imporre in Europa e quindi a livello globale, eccetera.

 

Adesso in Occidente, abbiamo sì gli eserciti, più o meno consci e preparati (insomma…) ad uno sforzo terrificante e immane che si prefigurerebbe con un confronto militare con l’Oriente, ma essi rispondono alla direttiva politica di governi che per larga parte non rappresentano assolutamente la volontà popolare, innegabile.

Non c’è dietro agli eserciti, il sostegno morale, la determinazione dei popoli che accettano, incoraggiano, partecipano ad un’eventuale discesa in guerra.

 

La Bandiera. L’Idea. La Patria. La Terra.

Il Sangue dei propri simili: non pervenuti.

Si sta scrivendo con una visione collettiva percepita, e non considerando percentuali ristrette di europei occidentali che sosterrebbero con entusiasmo – costi quel che costi – la NATO in una terza guerra mondiale, nel confronto diretto con la Russia.

Le cause di questa mancanza di supporto morale e ideologico agli eserciti che verrebbero schierati sono diverse, ma le cui principali sono tre:

– La grande disaffezione della gente per la politica comunitaria europea, specialmente in politica estera, i cui motivi si conoscono e non starò qua a snocciolarli.

La malattia è endemica.

Il cittadino medio non si sente rappresentato, le posizioni assunte dai governi europei sulle crisi internazionali spesso non sono capite, né accettate.

 

– La sensazione di un rischio estremo, perché la guerra non verrebbe combattuta solo da carri armati, ma con le armi nucleari.

L’Olocausto Atomico, il suicidio dell’uomo:

non si esagera con visioni apocalittiche;

il pericolo di una totale distruzione della razza umana è concreto ed esiste dagli anni ’40-50 del secolo scorso, cioè dall’avvento della tecnologia bellica nucleare e il diffondersi di arsenali in grado di bruciare l’intero pianeta, più volte.

Scomparire così, in un fungo atomico, sarebbe il crimine supremo, la blasfemia assoluta nonché l’atto più imbecille che l’essere umano potesse mai concepire: uccidersi in un lampo, tutto finito, off di tempo e storia – per l’eternità.

 

– La percezione di un nemico a est:

in generale non c’è, o comunque non sufficiente per motivare una guerra.

 Anche rispetto alla guerra fredda di un tempo, l’uomo comune dell’Europa occidentale, non avverte l’ostilità del mondo orientale.

 

Fino al secolo scorso, nella vecchia guerra fredda (o prima guerra fredda), l’uomo comune dell’Europa occidentale, a meno che non fosse un comunista, temeva l’oriente rosso.

 Quello era il collante NATO e dei popoli appartenenti a Stati che ne facevano parte:

 l’anticomunismo, che raggruppava a sé un’infinità di idee e gruppi, dai socialdemocratici alle posizioni di destra più accesa, passando per cristiani, liberisti e liberali, e tutto nel mezzo, destra-centro-sinistra:

masse, milioni di individui, a centinaia.

 

Era proprio la contrapposizione ideologica tra due modi di vivere, di intendere la vita – distinzione est/ovest = distinzione comunismo/anticomunismo, ergo percezione di un pericolo, ergo percezione di un nemico ben identificato con l’est.

La Russia con le immagini del Cremlino e le cupole di San Basilio, rappresentava l’essenza di ciò, il nemico, temuto, contro il quale si avvertiva la necessità di contrastarlo, anche militarmente.

Ma il comunismo, inteso come sua concretizzazione nella sua forma URSS e satelliti, è morto oltre trent’anni fa;

 son tanti… e sul Cremlino e sulle cupole di San Basilio, la bandiera rossa non sventola più, e l’uomo comune europeo non è più ostile a quel mondo, perlomeno non nel grado di ostilità che sia di motivo e forza morale a sostegno di una guerra diretta.

(Federico Mosso).

(ariannaeditrice.it/articoli/in-bilico-sul-bordo-del-baratro-e-guardare-giu-con-freddezza).

 

 

 

 

Omicidio Charlie Kirk, l’esperto:

“In USA spirale di violenza politica

 e verbale, ma nessuno vuole fermarla.”

Fanpage.it – (11 settembre 2025) – Redazione - Ida Artiaco – ci dice:    

 

L’intervista di Fanpage.it a Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica americana, dopo l’attentato in Utah all’influencer conservatore Charlie Kirk:

 “È una figura che potremmo definire di guastatore di seconda generazione. L’America è in una condizione di guerra civile fredda ormai da alcuni anni.

In altre fasi storiche i gruppi politici si sarebbero avvicinate e avrebbero cercato di isolare certi episodi.

Ma non mi sembra si stia andando verso quella direzione”.

(Mattia Diletti -Docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica americana.)

"L'omicidio di Charlie Kirk in realtà non rappresenta nulla di nuovo, la violenza politica e verbale negli Stati Uniti è ormai entrata in una spirale che nessuno ha intenzione di fermare. Il Paese è in una condizione di guerra civile fredda ormai da alcuni anni che ogni tanto ha degli scoppi".

 

A parlare a Fanpage.it è Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica americana, che ha commentato così l'omicidio di Charlie Kirk, il 31enne influencer e attivista conservatore, fondatore dell'”organizzazione Turning Point Usa”, colpito da arma da fuoco mercoledì durante un evento pubblico in una università dello Utah.

 E mentre le forze dell'ordine sono ancora impegnate nella ricerca del killer, che si è dato alla fuga subito dopo l'attentato, gli analisti di tutto il mondo si chiedono cosa questo evento possa rappresentare in un Paese dove ormai i fatti di sangue, legati all'uso delle armi e all'ambiente politico, sono diventati sempre più frequenti.

 

(Professor Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica americana.)

Professor Diletti, chi era Charlie Kirk e cosa è questa organizzazione Turning Point Usa di cui lui è stato fondatore?

(Salvini dice che ha pianto per Charlie Kirk e che andrà nelle scuole per contrastare i discorsi d'odio).

"È una figura che potremmo definire di guastatore di seconda generazione.

Come lui in passato c'è stato ad esempio “Rush Limbaugh,” speaker radiofonico che aveva la caratteristica di essere estremamente radicale dal punto di vista verbale e di portare all'attenzione del sistema politico mainstream temi che un tempo erano periferici.

 La differenza sono gli strumenti:

 Kirk è nato in un ambiente digitale e ha la capacità, comune a vari influencer, di legare il mondo conservatore a giovani spesso non politicizzati, che magari non si sentono rappresentati e che sono interessati ai temi che hanno spesso a che fare col risentimento diffuso, come quelli del nazionalismo, del ruolo del maschio, delle minoranze.

 

Parlava soprattutto ai giovani bianchi e lo faceva con uno stile aggressivo.

 Il suo ruolo era quello di connettere il trumpismo e quel tipo di conservatorismo al mondo giovanile.

Aveva una dinamica da show anche nei passaggi che faceva alle università, quasi come a voler sfidare fisicamente una presunta egemonia di certe idee negli ambienti universitari.

 Ma la “Turning Point” è anche uno strumento con cui fare soldi, ricevere sponsorizzazioni, è una sorta di “Media Company” e questo anche è un sistema recente.

E si era guadagnato la fiducia di Trump in particolare durante l'ultima campagna elettorale.

Anche se, di contro, si deve dire che tutto sommato Kirk era un personaggio meno estremista di altri, riusciva anche a legittimare la sua figura partecipando al confronto col mondo liberal".

 

Cosa rappresenta per l'America di oggi l'attentato a Kirk?

 

"In realtà, non rappresenta nulla di nuovo.

È su questo punto che dobbiamo ragionare.

 La violenza politica è tornata in pompa magna nel sistema politico americano da almeno 10 anni, in particolare da parte dell'estrema destra.

 Ci sono stati vari eventi che hanno cambiato la narrazione della violenza politica, pensiamo ad esempio al massacro di Charleston del 2015.

Violenza politica che va di pari passo con la violenza verbale che discende dall'alto.

Perché noi siamo dentro un paradigma che è quello trumpiano, di totale delegittimazione e normalizzazione di questo fenomeno, come avvenuto con l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.

 Dunque, ripeto, non c'è nulla di nuovo.

 Ricordiamo che solo tre mesi fa è stata uccisa la deputata statale del Minnesota, Melissa Hortman del Partito Democratico, insieme al marito Mark.

 Non c'è da chiedersi chi sarebbero state le prossime vittime o gli aggressori, piuttosto quando sarebbe riaccaduto".

 

L'estrema destra però ha accusato la sinistra ed anche Trump lo ha fatto.

In questo modo non si rischia di inasprire ancora di più queste due posizioni che sembrano sempre più lontane? 

 

"L'America è in una condizione di guerra civile fredda ormai da alcuni anni e che ogni tanto ha degli scoppi.

Non possiamo dire che il paese va verso la guerra civile perché abbiamo esperienza storiche in cui la violenza è stata contenuta e fatta rientrare nei binari.

 La paura che hanno in molti è che – esattamente come è successo col tema dell'immigrazione – venga costruita una emergenza ad arte e che questo evento possa generare una volontà del presidente di assumere ancora di più dei poteri in termini di sicurezza, intesi come poteri emergenziali.

 Dall'altro, io penso che il modo di reagire a tutto questo da parte del mainstream politico non fa altro che alimentare ulteriore voglia di conflitto.

Se io oggi fossi un politico in qualche modo polarizzante, repubblicano o democratico che sia, aumenterei le mie misure di sicurezza personali perché non sappiamo in un Paese che ha questa facilità di accesso alle armi quante altre persone possono pensare di compiere lo stesso gesto per vendetta.

Siamo in una spirale, in cui però non vedo pompieri.

In altre fasi storiche i gruppi politici si sarebbero avvicinati e avrebbero cercato di isolare certi episodi.

Ma non mi sembra si stia andando verso quella direzione".

Perché secondo lei è stato scelto proprio Kirk?

"Lo capiremo quando scopriremo chi è stato ad ucciderlo.

Ma guardando anche un po' al passato, la cosa che mi viene in mente a caldo è che si tratta anche dell'omicidio di una celebrità dei nostri tempi, digitale, e molto spesso le celebrità attirano questo tipo di violenza".

(fanpage.it/esteri/omicidio-charlie-kirk-lesperto-in-usa-spirale-di-violenza-politica-e-verbale-ma-nessuno-vuole-fermarla/).

 

 

 

Dove porta la violenza

 politica negli Stati Uniti.

 Internazionale.it - Alessio Marchionna, giornalista di Internazionale – (15.9.20259 – ci dice:

 

Dopo ogni attentato politico, molti commentatori statunitensi provano a scongiurare il pericolo di uno scivolamento verso il caos ricordando i momenti in cui il paese ha evitato il baratro scegliendo l’unità.

Uno su tutti: il discorso di Robert Kennedy dopo l’omicidio di Martin Luther King, nel 1968.

 Lo stesso copione si è ripetuto dopo la morte dell’attivista di destra “Charlie Kirk”, ucciso il 10 settembre mentre parlava in un’università dello Utah.

 Oggi però sembra che la società statunitense somigli più a “Preston Brooks” che a Robert Kennedy.

 

Brooks era un deputato della South Carolina negli anni prima della guerra civile. Come tanti dei suoi colleghi di partito e conterranei, era proprietario di schiavi e non aveva intenzione di privarsene.

 Il 22 maggio del 1856 “Charles Sumner”, un senatore abolizionista del Massachusetts, prese la parola per uno dei suoi consueti discorsi contro gli schiavisti, attaccando direttamente un cugino di “Brooks”.

Il deputato reagì assalendo “Sumner” e picchiandolo con un bastone con il pomello in metallo; continuò fino a farlo svenire, fermandosi solo dopo che il bastone si era rotto.

 

“Sumner” rimase ferito in modo grave e gli ci vollero anni per riuscire a svolgere anche le attività più semplici.

“Brooks” non si scusò mai per il suo comportamento, anzi continuò a vantarsene. Cosa ancora più inquietante, i suoi sostenitori al congresso cominciarono a usare frammenti del bastone rotto, trasformandoli in anelli che si mettevano al collo, in una macabra dimostrazione di solidarietà.

 Brooks non solo fu rieletto, ma cominciò anche a ricevere in regalo dei bastoni su cui c’erano iscrizioni come “colpiscilo di nuovo” e “ottimo lavoro”.

 

Con il tempo il racconto di quell’evento cambiò:

il gesto di Brooks fu ricordato per la sua brutalità, mentre Sumner fu celebrato per la sua valorosa ostinazione antischiavista.

Ma la narrazione si è ribaltata di nuovo quasi 170 anni dopo, il 6 gennaio del 2021, quando decine di sostenitori di Trump hanno fatto irruzione con la forza nel congresso, gironzolando trionfanti tra le sale piene di dipinti.

 Uno di loro è stato fotografato mentre, con la bandiera confederata in spalla, passava davanti a un quadro che raffigurava il povero “Sumner”.

 

(Una storia violenta.

Nel passato degli Stati Uniti ci sono sempre state persone che hanno cercato di risolvere i problemi politici con le armi invece che attraverso il voto. Il commento di uno storico.

 Julian E. Zelizer).

Questo cortocircuito, apparentemente lontano dall’omicidio di Kirk, ci dice in realtà varie cose sul momento attuale degli Stati Uniti.

La principale è che quando la polarizzazione diventa estrema, il livello di tolleranza e assuefazione per la violenza politica si alza, al punto che i rituali appelli all’unità, a fare un passo indietro – “in America non c’è spazio per la violenza” –, sono destinati a cadere nel vuoto e sembrano ogni volta più goffi.

 

Quello scherzo della storia inoltre ci ricorda una volta di più la tragica eredità del 6 gennaio 2021.

Se per un po’ si è pensato che quell’evento potesse portare a una correzione di rotta, a una reazione collettiva di disgusto contro la violenza, oggi sappiamo con certezza che ha causato l’effetto opposto.

La decisione di Trump di concedere la grazia a tutte le persone condannate per la rivolta, presa il primo giorno di mandato, ha trasmesso alla società un messaggio preciso:

 la violenza è il modo in cui si risolvono le divergenze politiche negli Stati Uniti. Come ha scritto “Adrienne La France,” una delle giornaliste che hanno seguito meglio il tema negli ultimi anni,

 “il presidente ha chiarito al popolo americano che quando si vuole ottenere ciò che si vuole, lo si può fare in qualsiasi modo: con una pistola belga, un bastone, l’estremità smussata di un’asta di bandiera, un fucile”.

Gli Stati Uniti non sono diventati un paese violento in questi anni – la loro storia è costellata di omicidi molto più gravi di quello di Kirk – ma in questi anni gli argini sono crollati.

 I segnali sono dovunque.

 

Nel giugno del 2022 un uomo armato di pistola e coltello che aveva dichiarato di voler uccidere “Brett Kavanaugh”, giudice della corte suprema, è stato arrestato fuori dalla sua casa nel Maryland.

 A luglio dello stesso anno un uomo con una pistola carica è stato fermato fuori dalla casa di “Pramila Jayapal”, deputata del Partito democratico; la donna aveva sentito qualcuno fuori gridare “Vaffanculo, troia!” e “Puttana comunista!”.

Qualche giorno dopo un uomo che portava un oggetto affilato è saltato sul palco di un comizio nello stato di New York e ha cercato di aggredire il candidato repubblicano alla carica di governatore.

Ad agosto, subito dopo che gli agenti federali hanno portato via scatoloni di documenti dalla “tenuta di Trump a Mar-a-Lago”, in Florida, un uomo con indosso un giubbotto antiproiettile ha cercato di irrompere nella sede del Fbi di Cincinnati:

 è stato ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia.

 A ottobre a San Francisco un uomo ha fatto irruzione nella casa di “Nancy Pelosi”, in quel momento presidente della camera, e ha aggredito il marito di 82 anni con un martello, causandogli una frattura cranica.

 Nel gennaio 2023 un ex candidato repubblicano alle elezioni statali nel New Mexico, che si definiva “re del Maga”, è stato arrestato per il presunto tentato omicidio di funzionari democratici locali in quattro sparatorie separate.

In una delle sparatorie, tre proiettili hanno attraversato la camera da letto della figlia di dieci anni di un senatore statale mentre dormiva.

 

Nel 2024 ci sono stati due tentativi di omicidi contro Trump, e l’elenco del 2025, ancora provvisorio, è lunghissimo:

 ad aprile un uomo ha cercato di uccidere il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, dando fuoco alla sua casa;

 a maggio Luigi Mangione, un uomo di 27 anni, ha ucciso l’amministratore delegato di un’importante compagnia di assicurazioni sanitarie;

pochi giorni dopo sono stati uccisi due impiegati dell’ambasciata israeliana a Washington;

a giugno in Minnesota un uomo ha ucciso a colpi di pistola una deputata statale del Partito democratico e suo marito;

 lo stesso mese c’è stato l’attacco con bombe molotov contro un gruppo di persone che chiedeva la liberazione degli ostaggi israeliani in Colorado, che ha causato la morte di una donna di 82 anni, e poi il tentato rapimento del sindaco di Memphis.

A tutto questo si aggiungono le tante situazioni che non fanno notizia perché meno gravi, come il numero crescente di funzionari eletti che decide di abbandonare la politica a causa delle minacce e delle molestie.

 

È inevitabile, dopo questo elenco, chiedersi due cose:

 quanto ancora le cose possono peggiorare?

 Come se ne esce?

(L’estrema destra fa propaganda sull’uccisione di Charlie Kirk).

L’attivista trumpiano ucciso nello Utah è già stato trasformato in un martire, e la sinistra nel “partito della morte”.

 Una versione di comodo, senza nessun fondamento.

 (Pierre Haski).

Per provare a rispondere conviene prendere le distanze, per quanto possibile, dai post sui social e dai commenti a caldo sui giornali e ascoltare cosa dicono le persone che da anni studiano la violenza politica negli Stati Uniti.

La maggior parte di loro pensa che, nonostante la forte polarizzazione politica e la radicalizzazione sempre più preoccupante di certi ambienti, il paese non stia andando verso una seconda guerra civile.

“Mary Mc Cord”, ex procuratrice ed esperta di sicurezza e terrorismo, l’ha messa così parlando con” La France”:

“Il fatto è che la gente vuole mangiare fragole a febbraio!

 Vuole uscire dopo il lavoro e bere qualche birra.

Vuole andare alle partite dei figli nel fine settimana.

 I discorsi sulla guerra civile sono solo questo: discorsi.

Non vedo nessuna parte significativa della popolazione che sia minimamente interessata a questo”.

 

“Mc Cord” invita anche a soppesare il ruolo dei social media quando si cerca di trovare una correlazione diretta tra le manifestazioni pubbliche di odio e i pericoli reali:

 “C’è un piccolo gruppo che è incredibilmente attivo sui social network e nella tv via cavo, e poi c’è tutto il resto della popolazione”.

 

È indubbiamente vero, ma la cosa è meno rassicurante di quanto sembri.

Le storie di “Thomas Crooks”, il ventunenne che a luglio del 2024 ha provato a uccidere Trump, e di “Tyler Robinson”, il ventiduenne sospettato di aver ucciso Charlie Kirk, mostrano che negli ultimi anni è diventato più facile per certe persone, quasi sempre molto giovani, passare dalla tastiera al fucile.

Questi estremisti, che si radicalizzano online e hanno ideologie confuse e contraddittorie, stanno creando una nuova forma di terrorismo interno.

 Un terrorismo difficile da affrontare e contenere proprio perché è più “disorganizzato e casuale”, ma anche perché una volta messo in atto la sua risonanza è amplificata dagli algoritmi dei social media, che alimentano richieste ancora più forti e brutali di ulteriore violenza.

Cosa ancora più importante, negli Stati Uniti di oggi questo nuovo estremismo può prosperare perché non incontra quelle barriere civili e sociali che in teoria dovrebbero arginarlo, smorzarne la forza e renderlo inaccettabile agli occhi della comunità.

 

Gli esperti avvertono che in tempi di alta sfiducia verso le istituzioni, di polarizzazione politica e tolleranza verso la violenza, bastano poche persone per seminare il caos e spostare ulteriormente la società verso quella che “La France” definisce “anarchia al rallentatore”.

Le fragole continuano ad arrivare sugli scaffali a febbraio, mentre aumentano le persone uccise per motivi politici.

 In altre parole, il problema principale non sono i pochi individui radicalizzati ma la maggioranza che non si indigna più di tanto o addirittura esulta davanti agli omicidi.

In questi giorni tante persone online hanno deriso o festeggiato la morte di Kirk, mentre la destra ha parlato di “guerra” o di “vendetta”.

Una dimostrazione pratica dei dati raccolti in questi anni in decine di studi e ricerche.

Secondo un sondaggio recente pubblicato dal” New York Times”, il 39 per cento dei democratici è d’accordo con l’idea di rimuovere Trump dal potere anche usando la forza, mentre un quarto dei repubblicani pensa che il presidente sia giustificato a usare l’esercito per reprimere le proteste contro il suo programma politico.

 In questo clima la maggior parte delle persone interpreta la demonizzazione degli avversari e i toni incendiari come normale dialettica tra partiti, e questi messaggi, ha scritto il “Wall Street Journal” in un editoriale, “arrivano anche a persone disturbate che sono meno capaci di separare la retorica dalla realtà”.

 

Venuto meno l’argine del disgusto collettivo di fronte alla violenza, in questi anni abbiamo visto crollare in modo ancora più plateale il secondo argine, quello della separazione tra il mondo politico e gli ambienti sovversivi.

 Se un tempo esisteva un “firewall” tra estremisti e istituzioni, oggi quella barriera è crollata.

Dopo aver perso le elezioni del 2020, Trump ha incoraggiato i suoi sostenitori a colpire gli avversari (“tenetevi pronti”), cosa che ha reso più difficile isolare i violenti.

E dopo essere tornato al potere ha fatto un passo ulteriore, usando le forze dello stato per accontentare e alimentare gli istinti più pericolosi del suo elettorato.

Dopo la morte di Kirk ha chiarito che non ha nessun interesse a unire il paese e ha promesso di dare la caccia ai radicali di sinistra (ignorando il fatto che gli estremisti di destra sono ancora responsabili della maggior parte degli attacchi terroristici nel paese).

 

Mentre prosegue la militarizzazione delle forze dell’ordine – pochi giorni fa Trump ha dichiarato “guerra” a Chicago dopo aver inviato truppe della guardia nazionale a Los Angeles e Washington – la piaga della violenza politica si mescola con la minaccia della repressione.

È difficile immaginare uno scenario in cui le cose vanno a finire bene.

 

Ha scritto “La France”:

“Basta una conoscenza superficiale della storia statunitense per sapere che ai periodi di violenza segue quasi sempre una repressione violenta da parte dello stato e che la repressione comporta quasi sempre un svuotamento delle libertà fondamentali.

 Il discorso di Donald Trump del 10 settembre sull’omicidio di Kirk, in cui il presidente ha attaccato i suoi nemici politici, dovrebbe spaventare tutti i cittadini statunitensi che rifiutano la violenza, hanno a cuore le libertà civili e non amano l’ingerenza del governo”.

 

 

 

USA, preso l’assassino di Kirk:

quest’America fa paura.

Kulturjam.it – By Marquez – (13 Settembre 2025) – ci dice:

L’omicidio di Charlie Kirk, che segue l’omicidio dei coniugi “Hortman”, democratici, per mano di un fanatico antiabortista, rivela il volto oscuro dell’America:

violenza politica, università sotto pressione, culto delle armi e retorica di martirio. Cresce la paura di un conflitto interno diffuso.

 

Preso l’assassino di Kirk: l’America sull’orlo di una guerra civile interna.

Era il mese di giugno quando “Melissa Hortman e Mark Hortman” del Partito Democratico erano stati assassinati da un fanatico antiabortista.

Ora il caso dell’omicidio di Charlie Kirk scuote nuovamente l’America e mette in luce una volta di più la fragilità di una società polarizzata, segnata da violenza politica, suprematismo e culto delle armi.

“Tyler Robinson”, il ventiduenne che ha confessato l’assassinio, diventa così l’ennesimo volto di una spirale di sangue che attraversa campus universitari e arene politiche.

 

L’assassinio, la reazione politica e la paura nei campus.

Robinson, descritto come un “lupo solitario” con un interesse politico recente, aveva bollato Kirk come uno “sputa-odio”.

 La sua confessione, fatta prima al padre e poi a un pastore, ha acceso un incendio politico immediato.

 Donald Trump ha colto l’occasione per rilanciare la sua crociata contro i “radicali di sinistra”, mentre “Bernie Sanders” ha richiamato alla necessità di difendere libertà e democrazia senza scivolare nella violenza.

 

Il governatore repubblicano dello Utah, “Spencer Cox”, ha lanciato un messaggio alternativo ai giovani:

la violenza politica è una metastasi che rischia di distruggere ogni spazio di confronto.

“Le parole non sono violenza. La violenza è violenza”,

 ha ricordato, ammonendo che gli Stati Uniti sono a un punto di svolta.

 

Intanto, le università vivono nell’incertezza.

Gli studenti temono l’effetto “martirio” che l’estrema destra vuole attribuire a Kirk.

“Turning Point USA”, l’organizzazione da lui fondata e spesso accusata di ospitare suprematisti bianchi, ha già cavalcato l’ondata di indignazione per chiedere più potere e visibilità nei campus.

 Sui social, attivisti legati al nazionalismo cristiano come “Jack Posobiec e Laura Loomer” hanno parlato di Kirk come di un martire e hanno promesso “una risposta”.

 

L’America armata e la deriva verso il conflitto interno.

L’omicidio di Kirk non è un caso isolato.

È il quarantottesimo episodio di sangue in un ateneo statunitense dall’inizio dell’anno, con un bilancio complessivo di 19 morti e 77 feriti.

Il giovane Robinson è uno dei 107 milioni di americani che possiedono almeno un’arma da fuoco, in un Paese dove quattro famiglie su dieci tengono pistole o fucili in casa.

 

“Charlie Kirk”, vittima e al tempo stesso figura controversa, non si faceva mancare nessun bersaglio:

 attivista contro LGBTQ, musulmani, afroamericani ed ebrei, era al contempo un fervente sostenitore di Israele.

Non a caso, Netanyahu lo ha definito “amico cuor di leone” nel cordoglio ufficiale.

 

L’omicidio di Kirk rischia di diventare un punto di svolta verso un conflitto diffuso in una nazione armata fino ai denti.

 La violenza politica, se normalizzata, rischia di trasformarsi in guerra civile strisciante.

La destra già invoca monumenti in memoria di Kirk, in una retorica da “santo subito”, mentre chiunque osi criticare la sua eredità ideologica viene accusato di oltraggio.

 

Le cifre sono drammatiche: ogni anno oltre 40.000 persone perdono la vita per sparatorie negli Stati Uniti.

Eppure la politica continua a rendere banale il problema:

 i repubblicani difendono il Secondo Emendamento come un dogma, mentre i democratici avanzano solo timidi tentativi di regolamentazione.

Trump, paladino della lobby delle armi, sembra destinato a sfruttare l’omicidio di Kirk come strumento per consolidare il consenso dell’estrema destra e schiacciare il dissenso progressista.

 

 

 

Trump in trappola: crisi economica,

 isolamento e la tentazione

 dell’estremismo.

  Kulturjam.it - Sira Beker – (15 Settembre 2025) – ci dice:

 

Trump affronta crisi economica e isolamento internazionale: la retorica “America First” ha compattato i rivali e umiliato gli alleati, mentre l’ombra della recessione minaccia la sua narrazione trionfalistica.

 Per reagire, radicalizza lo scontro interno ed esterno.

 

Trump di fronte al muro della realtà geopolitica.

L’effetto shock dei primi mesi della presidenza Trump, accompagnato da slogan roboanti come “Victory”, “Winning” e “Golden Age”, sembra ormai un ricordo distante.

Dopo un avvio segnato da decisionismo e propaganda trionfalistica, l’attuale fase politica si presenta ben più complessa, sia sul fronte internazionale che su quello economico.

 

La parabola di un leader che aveva promesso un’era di prosperità e potenza illimitata sta oggi facendo i conti con conseguenze inattese, frutto di scelte tanto aggressive quanto controproducenti.

Sul piano internazionale, la strategia dei dazi e della pressione muscolare ha prodotto un effetto boomerang.

 Il tentativo di piegare i partner e intimidire i rivali non solo non ha raggiunto i risultati sperati, ma ha provocato un inedito allineamento fra potenze fino a poco tempo fa diffidenti fra loro.

La convergenza di Cina, Russia e India, accelerata dalle mosse unilaterali di Washington, rappresenta uno scenario che gli strateghi statunitensi avrebbero voluto evitare a ogni costo:

 un blocco compatto di giganti asiatici in grado di ridefinire gli equilibri globali.

 

Parallelamente, gli alleati storici degli Stati Uniti – in primis l’Unione Europea e il Giappone – hanno subito le pressioni americane, accettando condizioni umilianti pur di non rinunciare alla copertura militare garantita da Washington.

Una scelta che, tuttavia, alimenta risentimenti crescenti e rischia di logorare rapporti già fragili.

 La retorica dell’“America First”, così efficace all’interno dei confini statunitensi, si traduce sul piano internazionale in isolamento, diffidenza e perdita di credibilità.

 

Il rischio di recessione e la risposta reazionaria.

Sul versante economico, gli Stati Uniti e a ruota i Paesi occidentali mostrano segnali di rallentamento sempre più evidenti.

 Non si tratta di un fenomeno esclusivamente legato alle politiche commerciali di Trump:

il ciclo economico, protrattosi oltre le attese, rende quasi inevitabile una fase di recessione.

Tuttavia, la gestione trumpiana della crisi rischia di aggravare le conseguenze.

 

Il presidente ha chiesto a gran voce alla “Federal Reserve” di abbassare i tassi d’interesse, tentando così di scongiurare il rallentamento.

Ma questa strategia somiglia più a un rinvio temporaneo che a una soluzione reale:

come cercare di fermare l’arrivo della notte semplicemente voltandosi dall’altra parte.

A complicare lo scenario si aggiunge la gigantesca bolla speculativa legata all’intelligenza artificiale:

 un settore in crescita esplosiva, ma che potrebbe implodere in modo devastante se spinto sull’orlo di una recessione globale.

 

Il vero problema politico per Trump è che la recessione mina le fondamenta della sua narrazione trionfalistica.

La promessa di un’età dell’oro mal si concilia con salari reali compressi, costo della vita in aumento e difficoltà quotidiane sempre più sentite dalle famiglie americane.

 La questione dell’”affordability” – ossia la possibilità di sostenere spese ordinarie come sanità, affitti e istruzione – è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico, segno di un malessere profondo.

 

Per mascherare tali difficoltà, la Casa Bianca sembra intenzionata a imboccare una doppia via:

 da un lato nuove pressioni sui partner internazionali, con la richiesta all’Unione Europea di imporre dazi punitivi del 100% contro Cina e India;

 dall’altro un inasprimento del confronto interno, alimentando la contrapposizione con immigrati e opposizione politica, bollata come “radical left”.

 

Il rischio è chiaro:

l’estremismo che aveva caratterizzato i primi mesi della presidenza potrebbe degenerare ulteriormente.

Trump appare tentato da una strategia basata sull’accentuazione del conflitto, sia all’interno che all’esterno, pur di celare i fallimenti di un modello che si sta rivelando più fragile e inefficace di quanto promesso.

 

Dunque, il presidente che si era presentato come simbolo di forza e vittoria rischia oggi di trasformarsi in un leader in trappola, costretto a radicalizzare il proprio messaggio per mantenere consenso.

Una scelta che, anziché rafforzare gli Stati Uniti, ne accentua l’isolamento e le contraddizioni interne, rendendo sempre più difficile immaginare quell’epoca d’oro che i suoi slogan proclamavano.

 

 

 

Non c’è fine alla brutta spirale

 di violenza negli Stati Uniti.

 

Businessweekly.it – Redazione – (11-09 -2025) – ci dice:

 

Gli Stati Uniti sono sempre più spesso teatro di omicidi o aggressioni a sfondo politico.

Negli ultimi anni i casi di violenza e atti efferati si sono moltiplicati, lasciando un Paese profondamente diviso e scosso nel profondo.

L’ultimo episodio drammatico è l’assassinio di Charlie Kirk, attivista conservatore e figura di spicco della destra americana, ucciso all’Università Utah Valley di Orem. Kirk, 31 anni, era il volto giovane e carismatico del movimento MAGA, noto per aver fondato Turning Point USA e per essere un fedele sostenitore di Donald Trump.

 

Il suo omicidio durante un evento universitario ha riacceso il dibattito sulla crescente violenza politica negli Stati Uniti, un fenomeno che sembra andare ben oltre le singole tragedie e che per una volta è bipartisan.

Un susseguirsi di attacchi e violenze politiche.

Negli ultimi tempi, l’America ha assistito a una serie di attacchi di matrice violenta con sfumature politiche.

 

Nel giugno scorso, la rappresentante democratica del Minnesota Melissa Hortman e suo marito sono stati uccisi da un uomo che si era spacciato per poliziotto, il quale ha anche ferito un altro senatore statale con la moglie.

 Ad aprile, un incendio doloso ha distrutto la casa del governatore democratico della Pennsylvania, Josh Shapiro, mettendo in pericolo la sua famiglia.

Nel 2024 Trump nel corso della campagna elettorale era stato bersaglio di due diversi tentativi di omicidio, curiosamente ad opera di estremisti di destra.

Nel 2022 Paul Pelosi, marito dell’allora Speaker della Camera Nancy Pelosi, era stato aggredito nella propria abitazione da un fanatico MAGA che voleva la morte di sua moglie.

Ancora prima, nel 2017, il deputato repubblicano Steve Scalise era stato colpito da un attivista di sinistra durante una partita di allenamento di baseball.

 

Una nazione in crisi: violenza diffusa e disuguaglianze.

La violenza politica si somma a un problema più ampio di escalation di aggressioni e violenza generalizzata nella società americana.

La facilità di accesso alle armi da fuoco, insieme alle tensioni sociali e ideologiche, alimenta un sistema in cui la paura e l’ostilità sembrano dominare la quotidianità.

Con quasi 2 milioni di persone incarcerate, il sistema penitenziario negli Stati Uniti è il più popolato al mondo, segno delle profonde disuguaglianze e delle difficoltà strutturali nella gestione della giustizia.

Inoltre, l’aumento delle aggressioni riguarda molti ambiti: solo nel settore sanitario, ad esempio, nel primo trimestre del 2025 si è registrato un incremento del 37% delle aggressioni ai danni di medici e infermieri, segnando un clima di crescente tensione e insicurezza anche nei luoghi di cura.

 

L’assassinio di Charlie Kirk e le reazioni a catena.

La morte di Charlie Kirk rischia di acuire il clima di ostilità e contrapposizione tra le parti politiche, nel mezzo del quale sguazzano nemici esterni ed interni della democrazia USA e dell’occidente.

Manca purtroppo un “Robert Kennedy”, che riuscì a calmare la nazione dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968 con poche parole di unione:

“In questo giorno difficile, in questo momento difficile per gli Stati Uniti, forse è bene chiedere che tipo di nazione siamo e in quale direzione vogliamo muoverci.

 Per voi che siete neri—considerando le prove che evidentemente ci sono state persone bianche responsabili—potete essere riempiti di amarezza, di odio e di desiderio di vendetta.

Possiamo muoverci in quella direzione come paese, in una grande polarizzazione—persone nere tra i neri, persone bianche tra i bianchi, piene di odio l’una verso l’altra.

Oppure possiamo fare uno sforzo, come ha fatto Martin Luther King, per capire e comprendere, e per sostituire quella violenza, quella macchia di spargimento di sangue che si è diffusa nella nostra terra, con uno sforzo per capire con compassione e amore.”

Quello che abbiamo è invece un Donald Trump che ha definito l’omicidio come un “atto orrendo” e ha promesso di reprimere con fermezza la violenza politica della “sinistra radicale” e minacciato vendetta verso chi li finanzia, prima ancora che le indagini abbiano prodotto anche solo un sospetto.

La spirale di violenza che attraversa gli Stati Uniti mette in discussione il futuro stesso della sua democrazia.

 Con tensioni ideologiche sempre più polarizzate, episodi di violenza che sembrano diventare sempre più frequenti e un clima di sfiducia crescente, il Paese rischia di restare intrappolato in un circolo vizioso difficile da rompere.

 

 

 

La crisi della democrazia e

 la politica dell'odio ha

un costo economico.

  Uffingtonpost.it - Martina Carone – (16 settembre 2025) – ci dice:

 

La crisi della democrazia e la politica dell'odio ha un costo economico.

C’è un effetto che in pochi calcolano, misurano e analizzano: non solo il clima politico violento nasce dalle diseguaglianze sociali, ma anzi le alimenta.

 Siamo infatti abituati a pensare solo che sia il deficit democratico a causare violenza sociale, e non il contrario.

E invece, siamo tutti più isterici e quindi più poveri:

 l’odio politico verbale è un costo nascosto, una tassa invisibile che pesa eccome sulle nostre tasche.

 

L’omicidio di Charlie Kirk negli Stati Uniti è l’espressione più estrema di un clima politico che da anni sta trasformando il conflitto in guerra aperta.

Ma l’odio politico, verbale e non, la polarizzazione, non si misura solo con episodi di violenza.

 I suoi effetti sono quotidiani, e – che ci piaccia o meno – anche economici:

un sistema politico che vive di scontro permanente e con toni sopra le righe fatica a prendere decisioni.

 E questa paralisi ha un costo.

 

Un costo che parla della crisi democratica, e che va a braccetto con l’incapacità di strutturare proposte che rispondano ai bisogni quotidiani dei cittadini, che non sanno più a che santo votarsi e chi votare.

E infatti, spesso, a votare non ci vanno proprio.

La polarizzazione non nasce nel vuoto: è la scorciatoia retorica di territori dove la politica istituzionale fatica a funzionare.

E il risultato è un circolo vizioso:

meno partecipazione e meno capacità amministrativa generano più rancore, il rancore alimenta la polarizzazione, la polarizzazione rende impossibile correggere i divari.

Il rapporto Italia (ancora) diseguale pubblicato dalla” Friedrich Ebert Stiftung” nel 2025 mostra bene questo meccanismo.

 L’innovatività del rapporto sta nell’aver spostato l’analisi a livello provinciale, combinando indicatori socio-economici con la capacità amministrativa e restituendo così la mappa di “Cinque Italie” diverse per sviluppo, servizi e qualità democratica.

Nelle province più fragili, la partecipazione elettorale scende al di sotto del 55% contro il 70% delle aree più forti:

un vuoto che spalanca la porta ai linguaggi estremi, perché bastano minoranze organizzate per imporre la propria agenda.

 

Allo stesso tempo, le stesse province hanno amministrazioni più deboli, meno personale qualificato, meno progettualità PNRR: cioè meno risposte concrete ai bisogni quotidiani.

Ed è qui che la polarizzazione trova terreno fertile.

 

Ma se l’intero sistema politico risponde alle violenze con l’invito ad abbassare i toni (e, spoiler, i toni non vengono abbassati mai), il rischio è che il prezzo della polarizzazione si combini con un altro fattore strutturale.

 C’è un effetto che in pochi calcolano, misurano e analizzano:

non solo il clima politico violento nasce dalle diseguaglianze sociali, ma anzi le alimenta.

Siamo infatti abituati a pensare solo che sia il deficit democratico a causare violenza sociale, e non il contrario.

E invece, siamo tutti più isterici e quindi più poveri:

 l’odio politico verbale è un costo nascosto, una tassa invisibile che pesa eccome sulle nostre tasche.

Ed è un costo che la ricerca economica ha già provato a quantificare.

Negli Stati Uniti i Comuni più divisi politicamente pagano fino a 0,8 punti percentuali in più di interessi quando emettono obbligazioni, perché i mercati scontano minore capacità decisionale.

Un modello pubblicato su “Journal of Economic Theory” nel 2022 mostra che quando i costi di cambiare politica sono estremi – troppo bassi o troppo alti – la polarizzazione aumenta e il benessere collettivo cala.

Uno dei punti più rilevanti del “rapporto FES” è proprio la capacità amministrativa: la capacità cioè delle istituzioni locali di progettare, gestire e spendere risorse.

Fondi PNRR, coesione europea, investimenti straordinari: tutto si arena dove la macchina amministrativa non funziona.

E non è un problema tecnico, ma politico.

Perché la polarizzazione alimenta sfiducia reciproca e scaricabarile:

 i governi accusano gli enti locali, gli enti locali accusano i governi, e nel frattempo i progetti restano fermi.

 

Ecco il punto di contatto tra polarizzazione e diseguaglianze:

 le seconde alimentano la prima, e la prima impedisce di ridurre le seconde.

Le aree più povere e marginali (quelle con meno servizi, meno lavoro, meno fiducia istituzionale) sono quelle dove il dibattito politico si riduce a conflitto identitario.

 E la polarizzazione, a sua volta, paralizza le decisioni e riduce la capacità amministrativa.

 

Gli Stati Uniti mostrano dove può portare questo circolo vizioso:

una democrazia affaticata, e quindi più esposta a episodi estremi di violenza politica.

 L’Italia, con 2,5 milioni di famiglie in povertà assoluta e un tasso di occupazione complessivo ancora dieci punti sotto la media europea, non può permettersi il lusso di aggiungere al peso delle diseguaglianze quello di una politica permanentemente divisa in fazioni.

Parlare di polarizzazione e di dibattito non fruttuoso come “tassa occulta” significa riconoscere che il prezzo è scritto nei bilanci regionali, nei fondi europei non spesi, nei posti di lavoro mancati.

 Significa ammettere che ogni anno di conflitto sterile riduce il capitale umano, la produttività e la fiducia collettiva.

 

L’omicidio di Kirk è un evento lontano, ma ci ricorda che l’odio politico non è mai gratis.

In America mina la stabilità istituzionale, in Italia rischia di congelare lo sviluppo. Due scenari diversi, stessa dinamica: polarizzazione e diseguaglianze che si alimentano a vicenda.

L’omicidio di Kirk è un evento estremo, che segna il punto più alto della spirale di odio e violenza politica.

 Ma non serve arrivare a tanto per coglierne gli effetti: la polarizzazione ha un costo anche quando resta confinata alle parole.

 È un costo che si traduce in meno fiducia, meno crescita, meno servizi.

E che ci ricorda che la violenza politica, verbale o fisica, non è mai solo un problema democratico:

è una tassa occulta che paghiamo tutti, ogni giorno.

 

 

La settimana politica: dai droni russi

 in Polonia all’omicidio di Charlie Kirk.

Conflavoro.it – (15 Settembre 2025) – Area Relazioni Istituzionali – Redazione – ci dice:

 

Charlie Kirk, le indagini sul caso “Almasi”, l’intervento di Mattarella sulle escalation internazionali: l’analisi dell’Area Relazioni istituzionali Conflavoro.

 

L’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk ha riacceso il dibattito sulle aggressioni di matrice politica, suscitando reazioni forti dentro e fuori i confini americani.

 Negli Stati Uniti la tensione è salita alle stelle con il Presidente Trump che ha omaggiato pubblicamente la vittima esaltandolo a “martire della libertà” e chiedendo la pena di morte per il colpevole, attribuendo responsabilità alla propaganda della sinistra radicale, mentre la vedova nelle prime dichiarazioni pubbliche rilasciate dopo l’accaduto, ha affermato che il movimento portato avanti dall’attivista non morirà, e rivolta ai responsabili ha poi asserito: “non avete idea di cosa avete appena scatenato in tutto il Paese”.

 

Il cordoglio politico per Charlie Kirk.

Dopo i messaggi di cordoglio dei principali leader della destra internazionale, anche gli esponenti delle principali forze conservatrici italiane hanno reagito con fermezza all’omicidio di Charlie Kirk.

 Ignazio La Russa ha parlato di “una ferita profonda per la democrazia”, mentre Antonio Tajani ha condannato “la violenza verbale e la criminalizzazione del pensiero altrui, che possono accendere lugubri pensieri in menti malate”.

Dal fronte leghista, numerosi esponenti hanno espresso cordoglio e il vice segretario Roberto Vannacci ha lanciato un appello: “continuare a combattere a testa alta e schiena dritta per valori, identità e libertà”.

 

Meloni: “Non ci facciamo intimidire.”

Il Presidente Meloni è tornato sul tema prima alla festa nazionale dell’Udc e poi alla Convention di Vox.

 Dal palco della festa nazionale dell’Unione di Centro a Roma ha parlato del linguaggio d’odio e del clima di violenza negli Stati Uniti che trova eco in Italia, facendo seguito alle foto dell’uomo a testa in giù già postate sui social poche ore prima, dichiarando:

“Non ci facciamo intimidire”.

 

Nel videomessaggio inviato poi alla kermesse Europa Viva 2025 che si è svolta il 13 e 14 settembre a Madrid, commemorando Charlie Kirk, ha indirizzato verso la sinistra denunce di violenza e intolleranza, affermando che non cadranno nella trappola di trascinare le nazioni in una spirale di violenza e che, “per archiviare definitivamente l’Europa ideologica della sinistra” occorre “combattere l’immigrazione irregolare senza tregua”, seguendo l’esempio di quanto fatto in Italia con il suo Governo.

 

Mattarella: “Siamo sull’orlo di un conflitto incontrollabile.”

In visita ufficiale a Lubiana, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha lanciato un duro monito sul pericolo di un’escalation internazionale.

Condannando sia la caduta di droni russi su territorio polacco, nelle ore scorse denunciati anche dalla Romania, che i bombardamenti israeliani in Qatar, il Capo dello Stato ha denunciato l’atteggiamento minaccioso del Cremlino verso l’Europa e la paralisi della diplomazia globale.

 

Per la prima volta, Mattarella ha accostato la situazione attuale al clima del luglio 1914, quando l’imprudenza delle potenze europee accelerò lo scoppio della Prima guerra mondiale.

“Ci muoviamo su un crinale pericoloso, oltre il quale c’è il baratro di un conflitto incontrollabile”, ha ammonito, richiamando l’Unione Europea a farsi promotrice di una forte iniziativa diplomatica che possa sollecitare ONU e istituzioni internazionali a un ruolo attivo di contenimento delle tensioni. I

n assenza di ciò, ha avvertito, l’umanità rischia uno scontro di proporzioni inimmaginabili.

 

Caso Almasi: Bartolozzi indagata, il Governo fa quadrato.

Sul fronte interno, la Capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, è stata iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di aver reso dichiarazioni false ai magistrati sul rilascio e rimpatrio in Libia del militare Osama Najee Almasi, ricercato a livello internazionale e trasferito con un volo di Stato. Una svolta attesa, dopo che il Tribunale dei ministri aveva già segnalato “mendacità” e contraddizioni nelle versioni fornite dalla dirigente.

 

Nonostante ciò, da Via Arenula filtra serenità: Bartolozzi sarebbe stata ricevuta a Palazzo Chigi dalla premier Meloni, che le avrebbe assicurato pieno sostegno.

Anche il ministro Carlo Nordio ha preso posizione, esprimendo “solidarietà piena e incondizionata” alla dirigente, sottolineando che “ha sempre agito con correttezza e lealtà, informandomi tempestivamente ed esaurientemente delle varie fasi della vicenda Almasi”.

 

 

 

La destra vuole rendere Charlie Kirk

un martire, anche in Italia

si soffia sul fuoco.

 

Fanpage.it – (15 SETTEMBRE 2025) – Redazione – ci dice:

 

L’Italia e gli Stati Uniti sono due Paesi profondamente diversi.

Il contesto sociale, politico e culturale è diverso, per cui uno stesso identico evento può avere un significato da una parte e un significato completamente opposto dall’altra.

Eppure, nonostante le mille differenze, in questi giorni, dopo l’assassinio di Charlie Kirk, sentiamo continuamente parlare di anni di piombo negli States, e al contempo, di come una generica “sinistra” italiana sarebbe responsabile di un clima sempre più intriso di odio.

 

Tutto questo non solo ha ben poco senso ai fini dell’analisi, ma è anche pericoloso se arriva dai vertici del governo.

Facciamo una premessa: ci sono ancora tantissime cose che noi non sappiamo sul presunto assassino di Kirk, Tyler Robinson.

Non ha confessato e non starebbe collaborando con l’FBI, in questo momento un quadro preciso semplicemente ci manca.

Certo, alcune cose sono emerse: sappiamo delle parole scritte sui proiettili – da “Bella Ciao” a “Hey fascista, prendi questo” – che sono state strumentalizzate dai giornali di destra per scrivere titoli come “l’assassino partigiano”, però in realtà queste potrebbero essere più che altro dei riferimenti al mondo dei videogames che il segnale di un’affiliazione politica.

Sono slogan decisamente diffusi tra i gamer, intrisi di una cultura che ha più a che vedere con i “meme” e una “pop culture” specifica, che con l’attivismo di sinistra.

Anzi, spesso sono molto più riconducibili proprio all’”alt right.”

 

E ancora, rispetto al background familiare e affettivo di Robinson abbiamo sì degli elementi, ma non è semplice collegarli al gesto che avrebbe commesso:

avrebbe una relazione romantica con una persona transgender, proverrebbe da una famiglia conservatrice, di destra, ma sulla sua ideologia non abbiamo ancora informazioni certe, se queste cose abbiano influito, non lo sappiamo.

Insomma, tutto questo per dire che qualsiasi analisi su un piano politico, sociale e culturale, dell’omicidio di Charlie Kirk, dovrebbe tenere conto delle mille incognite e, soprattutto, non dovrebbe alimentare retoriche pericolose e violente.

 

Invece, stiamo assistendo a tutto il contrario.

 E, lo stiamo vedendo anche qui, in Italia, dove comunque il contesto non è quello statunitense, per cui qualsiasi sovrapposizione non può che essere strumentale. Giorgia Meloni sta parlando dell’omicidio di Charlie Kirk praticamente ogni giorno, da quando è accaduto.

Nel weekend ne ha parlato prima alla festa dell’UDC, dicendo che la sua comunità politica viene accusata di odio e di violenza da chi oggi minimizza l’assassinio di Kirk, e addirittura affermando che – la cito – “sia arrivato il momento di chiedere conto alla sinistra italiana di questo continuo giustificazionismo della criminalizzazione, della violenza nei confronti di chi non la pensa come loro”.

Non è chiaro di che sinistra stia parlando, visto che i leader dei principali partiti di opposizione, alla notizia dell’assassinio di Kirk, abbiano subito condannato quanto accaduto e ribadito che in politica non ci deve essere spazio per l’odio e per la violenza.

Ma questo non sembra essere rilevante per la nostra presidente del Consiglio che poi, mandando un videomessaggio alla convention di Vox, il partito spagnolo di estrema destra, ha alzato ulteriormente il tiro.

 

Meloni ha detto:

 “Il sacrificio di Charlie Kirk ci ricorda ancora una volta da che parte sono la violenza e l’intolleranza.

 Voglio dire alto e chiaro a tutti questi odiatori ed estremisti e ai falsi maestri con giacca e cravatta, che non cadremo nella loro trappola, non giocheremo il gioco di chi vuole trascinarci in una spirale di violenza.

Ma voglio dire anche che non ci intimidiranno, che andremo avanti e che lotteremo senza sosta per la libertà dei nostri popoli”.

 

Ecco, questo non è un discorso da una capa di governo.

La nostra presidente del Consiglio dovrebbe usare toni diversi.

 Perché – e lo ripeto, anche nella consapevolezza che Stati Uniti e Italia sono due scenari completamente diversi – chi è alla guida di un Paese dovrebbe caricarsi di una responsabilità ulteriore, dovrebbe condannare l’odio in qualsiasi sua forma e tutelare lo spazio politico dalla violenza.

Alzare l’allarme verso una presunta minaccia di parte, evocare uno scontro, usare toni bellicistici, evocare nemici, non va in questa direzione.

Persino il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha detto che il nostro Paese da un punto di vista politico e sociale è molto diverso dagli Stati Uniti, che non ci sono avvisaglie concrete di quel tipo di violenza politica.

 

Evocare gli anni di piombo non aiuta nessuno.

 Fomentare narrative violente pure.

Eppure sembra proprio che la maggioranza di governo stia andando in questa direzione.

 Non solo per le parole della presidente del Consiglio.

Il gruppo di Fratelli d’Italia al Parlamento ha anche redatto un dossier, inviato a tutti i suoi deputati e senatori, che si chiama “Chi soffia sul fuoco” e che elenca 28 episodi di violenza politica che sarebbero stati commessi contro la destra dal 2022 ad oggi.

 

Vengono citate anche alcune prese di posizione da parlamentari del centrosinistra e veniamo citati anche noi di Fanpage, per ben due volte.

Si parla dell’evento al Monk che abbiamo organizzato l’estate scorsa per proiettare la seconda parte della nostra inchiesta, “Gioventù Meloniana”, sulla radicalizzazione del gruppo giovanile del partito di Meloni.

n’inchiesta in cui ci siamo infiltrati in “Gioventù Nazionale” e, sotto copertura, abbiamo potuto documentare discorsi razzisti, gesti fascisti e slogan nostalgici.

Nel dossier di FDI si sottolinea che per questo evento, a cui c’era anche Roberto Saviano, è stata scelta come colonna sonora la canzone della band di sinistra, 99 posse, che dice: “Ho un rigurgito antifascista, se vedo un punto nero gli sparo a vista”.

Questa è, sostanzialmente, una “fake news”.

 

E ancora, è stato citato un video uscito sui social nei giorni scorsi in cui ricostruivamo cosa stesse accadendo negli Stati Uniti dopo l’assassinio di Kirk.

In questo dossier non si puntava il dito contro il nostro contenuto, che analizzava il dilagare della violenza politica negli USA, ma contro i commenti che venivano lasciati dagli utenti.

Una precisazione qui:

non si può imputare a un giornale di diffondere odio solo perché alcuni utenti dei social media vomitano messaggi violenti sui suoi profili (che molto spesso, tra l’altro, prendono di mira in primis i nostri giornalisti).

 

Per arrivare a una conclusione: la violenza politica non si risolverà se i vertici della politica soffiano sul fuoco e evocano uno scontro frontale tra parti, puntando il dito contro nemici più o meno immaginari.

E sicuramente equiparare il contesto statunitense al nostro non ci aiuta a rimanere lucidi.

Lì il rischio di una spirale sempre più violenta e pericolosa c’è, è il sintomo di una frattura sempre più profonda.

 

Kirk è stato un attivista di estrema destra estremamente efficace, non solo nello spostare i voti dei conservatori più giovani a favore del movimento Maga e di Donald Trump e nel diventare un interlocutore fisso della Casa Bianca, ma anche nel normalizzare una narrativa politica sempre più violenta, nel radicalizzare il pubblico che ascoltava i suoi podcast.

 Alla sua morte Kirk è diventato un simbolo della destra populista e la sua base, chi lo seguiva ma anche gli altri influencer politici, ora gridano vendetta.

La complottista “Laura Lober” ha scritto che la sinistra è una minaccia per la sicurezza nazionale, che se non verrà schiacciata altre persone finiranno uccise.

L’account di estrema destra “Libs of TikTok” ha parlato di una guerra civile, un altro complottista – Alex Jones – ha ribadito che c’è una guerra e anche Steve Bannon, l’ideologo di Trump, ha detto che Kirk è una vittima di guerra.

Insomma, la destra statunitense sta martirizzando Kirk, e questo è estremamente pericoloso.

Perché non raffredderà un clima già di per sé incendiario, lo farà esplodere.

(fanpage.it/podcast/nel-caso-te-lo-fossi-perso/la-destra-vuole-rendere-charlie-kirk-un-martire-anche-in-italia-si-soffia-sul-fuoco/).

(fanpage.it/).

 

 

 

Delitti e scandali, l’America

tormentata dalla sua storia.

 

Itapress.com – (12 Settembre 2025) - Stefano Vaccara – ci dice:

 

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) –

 La settimana che si chiude è stata segnata da un omicidio che scuote le fondamenta della politica americana:

 l’assassinio di Charlie Kirk, 31 anni, fondatore di “Turning Point USA” e astro della destra giovanile Maga.

Mercoledì, un colpo di fucile da lunga distanza lo ha raggiunto mentre parlava all’aperto alla Utah Valley University.

 L’assassino è ancora in fuga, ma le autorità hanno diffuso immagini di un giovane con cappellino e occhiali scuri.

Il fucile Mauser usato per il delitto è stato ritrovato in un bosco vicino.

L’FBI ha promesso una ricompensa da 100.000 dollari e il direttore Kash Patel è volato in Utah per seguire di persona le indagini, dopo aver commesso una gaffe annunciando troppo presto che il killer fosse stato catturato.

Intanto tre alti dirigenti hanno denunciato Patel, accusandolo di epurazioni politiche.

 

Il delitto ha avuto un impatto immediato e devastante.

Al Congresso è scoppiata una rissa verbale, con repubblicani che accusavano i democratici e i media di incitare la violenza, e democratici che rinfacciavano il mancato controllo delle armi.

Kirk, amatissimo da Trump e molto legato al vice presidente Vance, aveva costruito un impero politico e mediatico capace di mobilitare migliaia di giovani. La sua formula era chiara:

dibattito acceso, anche aspro, ma con diritto di parola a tutti in ogni campus universitario.

Non mancavano le sue posizioni estreme:

 dal culto delle armi al concetto che il sacrificio individuale fosse “necessario” per far rispettare il secondo emendamento.

Parole che oggi sembrano essersi rivoltate contro di lui.

 

Trump ha reagito con dolore personale, ma subito ha trasformato l’episodio in un attacco ai rivali politici.

Lo stesso presidente continua ad alimentare un clima esplosivo:

 solo pochi giorni fa, di fronte all’invio di truppe federali a Chicago, ha postato un messaggio con la scritta “War”, evocando il film” Apocalypse Now”.

Servirebbe abbassare i toni, il primo a farlo dovrebbe essere lui.

La violenza politica americana ha una tradizione radicata.

Da Lincoln a McKinley, da JFK a Martin Luther King e Robert Kennedy, fino al 6 gennaio 2021, omicidi e tentativi hanno deviato traiettorie storiche e lasciato sospetti mai chiariti.

 Qualcuno già si chiede: a chi giova l’uccisione di Kirk?

Alimentando teorie e complotti.

Per questo è cruciale che l’assassino venga catturato vivo, e non “alla Oswald”.

 

Ma la settimana non è stata segnata solo da questo.

 L’onda lunga dello scandalo Epstein continua:

i nuovi documenti includono il famigerato album fotografico per il compleanno del 2003, con imbarazzanti messaggi firmati Trump, Clinton e perfino dall’ambasciatore britannico a Washington, licenziato dal suo governo.

Nonostante lo shock per l’omicidio di Kirk, lo” scandalo Epstein” continuerà a tormentare la Casa Bianca e potrebbe diventare devastante se dovessero emergere dei video registrati nelle case di Epstein.

 Sul fronte economico, i dati sul lavoro hanno sorpreso in negativo: disoccupazione in crescita, dati industriali preoccupanti.

C’è poi l’immigrazione: centinaia di arresti di lavoratori, e anche di tecnici qualificati, come quelli della “Hyundai” in Georgia, finiti dietro le sbarre come se fossero terroristi.

Una stretta che mostra come la promessa di Trump di “ripulire” l’America rischi di colpire anche l’economia produttiva.

 

All’estero, la scena è dominata da Israele, che ha bombardato un complesso residenziale a Doha uccidendo civili e delegati di Hamas.

 La risposta del Consiglio di Sicurezza Onu è stata di condanna unanime, persino con la firma degli Stati Uniti.

L’ambasciatore israeliano “Danny Danon” ha replicato attaccando:

 Israele non ha fatto altro che applicare la risoluzione del 2001, dopo l’11 settembre, che autorizza a colpire i terroristi ovunque si nascondano – proprio come fecero gli USA con Bin Laden in Pakistan.

 Il discorso di “Danon” è avvenuto al Consiglio di Sicurezza proprio nel 24° anniversario dell’11 settembre.

E poi c’è la sfida portata da Putin, con droni russi che attraversano la Polonia, provocando il primo abbattimento su territorio NATO.

Mentre Varsavia e l’Alleanza alzano i toni, Trump ha scritto sui social “Here we go!” – che suona come “ci risiamo, sta per scoppiare qualcosa”.

Una reazione più da spettatore che da “commander in chief”!

Al presidente che prometteva di portare la pace, non resta altro che sparare battute sui social mentre la storia accade?

L’America intanto resta avvitata nella spirale di violenza, verbale e fisica.

Nel breve periodo certi attentati possono favorire qualcuno, creando vuoti di potere o coprendo verità scomode.

Ma nel lungo termine la violenza non risparmia nessuno:

 erode la fiducia, corrode le istituzioni democratiche, delegittima persino chi crede di guadagnarci.

Mentre l’America onorava le vittime dell’11 settembre, due impegni le restano imprescindibili:

assicurare alla giustizia il killer e voltare pagina nel linguaggio pubblico, partendo proprio da chi siede nello Studio Ovale.

 

 

 

Charlie Kirk e la violenza politica: negli Usa

 è iniziata una guerra civile a bassa intensità.

Italiaeilmondo.com – Giuseppe Germinaro – (12 settembre 2025) – Federico Sangalli – ci dicono:

 

L’uccisione di Charlie Kirk alimenta una violenza politica che non accenna a placarsi. Per l’America il fronte interno resta la sfida più insidiosa.

L’articolo, pur con qualche inesattezza, centra l’obbiettivo, ma a grana grossa. L’assassinio di Kirk ha obbiettivi più mirati e selettivi.

Non è uno degli episodi di una guerra civile a bassa intensità.

 È una provocazione, una pesante istigazione a scatenare la guerra civile prossima ventura, esattamente come avvenuto in Ucraina e in Siria;

è il tentativo di bloccare la possibilità di intaccare quel fondamentale serbatoio di consenso e di formazione di idee e trame, il brodo di coltura, proprio dell’ambiente accademico e studentesco, in particolare universitario, vero e proprio bacino di coltura di quadri, attivisti di stampo sorosiano, wokista e radical-progressista.

L’ultima roccaforte rimasta ancora intatta di quell’arcipelago esclusivo, una volta costituito dalle minoranze etniche, sottoproletariato e ceto medio “riflessivo”.

 Un colpo diretto a Trump e a quella componente dell’amministrazione e del movimento che più sta cercando di divincolarsi dalle lusinghe neocon;

un modo per trattenere Trump nell’ambiguità che rischia sempre più di perderlo. Le vicende in Medio Oriente, l’ultimo attentato a Doha, rischiano di essere il suo punto di perdizione irreversibile.

(Giuseppe Germinario).

L’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto lo scorso 10 settembre a Salt Lake City, nei pressi del campus dell’Università dello Utah, ha riacceso negli Stati Uniti l’incubo della violenza politica.

Il gesto brutale – il cui autore rimane al momento a piede libero – ha infatti nuovamente posto l’America di fronte alla guerra che più di tutte rischia di perdere, quella per il fronte interno.

 

Kirk, 31 anni, era da tempo un popolare influencer e attivista politico conservatore, oltre che una stella nascente della cosiddetta” Maga sfera”, cioè il movimento mediatico dei sostenitori del presidente Donald Trump.

Sebbene il movente del suo assassino sia ancora ignoto, è verosimile che questo sia legato a ragioni politiche.

 

Non solo. Da ciò che è emerso finora, è presumibile che si sia trattato di un atto di violenza ben organizzato e compiuto da un attentatore esperto.

 Il colpo è stato sparato da grande distanza – probabilmente almeno 150 metri – con un fucile adatto allo scopo e ha colpito il bersaglio mentre questi si trovava seduto dietro un tavolino, sotto un gazebo e circondato da centinaia di persone.

 È probabile che un tiro di questo tipo richieda una certa esperienza, frutto di background militari o di esercizio da autodidatta.

 

Dopo il colpo, l’attentatore è riuscito ad allontanarsi dal campus indisturbato, avendo scelto come luogo per colpire il tetto di un edificio chiuso per ristrutturazione.

Il fatto denota non solo la scarsa professionalità delle forze dell’ordine americane (che per due volte – una delle quali per bocca del direttore dell’Fbi Kash Patel in persona – hanno annunciato la cattura dell’assassino salvo poi doversi smentire) ma anche come l’omicida si fosse accuratamente preparato una via di fuga dopo un attento studio del terreno.

Non si tratterebbe, dunque, di qualcosa di simile a una delle molte stragi per armi da fuoco tipiche degli Stati Uniti, ma di un gesto pensato e studiato.

 Ne consegue, logicamente, che Kirk non sia stato scelto a caso ma individuato appositamente, un elemento che rafforza la pista politica.

Il luogo dell’omicidio, all’interno del campus dell’Università dello Utah, a Salt Lake City.

Il giovane attivista era divenuto famoso per il suo format incentrato sul libero dibattito:

seduto su una semplice sedia, compiva tour nei campus universitari americani per dibattere liberalmente con chiunque volesse contestare le sue idee conservatrici.

Lo stile apertamente provocatorio e il suo orientamento nazionalista lo avevano trasformato in un idolo per la destra americana e in una nemesi dei progressisti.

 

L’intento dichiarato delle iniziative di Kirk era quello di reclamare lo spazio della discussione pubblica negli atenei, a suo dire egemonizzato dagli studenti e dagli accademici di sinistra, e di stimolare il dibattito di idee.

Le ripetute contestazioni contro le sue apparizioni, specie dopo il suo avvicinamento a Trump e alle sue posizioni, lo avevano reso un simbolo della lotta conservatrice per la libertà di parola contro la “censura” del politicamente corretto progressista.

 

Nel suo messaggio di cordoglio alla nazione, il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto di condividere i valori di Kirk (prontamente assurto a martire del mondo conservatore) per quanto riguarda la libertà di parola, l’apertura al confronto, il rispetto per lo stato di diritto e la legalità.

Parole forse poco consone a un leader che della provocazione retorica ha fatto la propria cifra.

 

La minaccia del “nemico autoritario” alimenta la spirale violenta.

Trump ha anche puntato il dito contro «la sinistra radicale», evocando una serie di azioni violente riconducibili a questo schieramento:

il ferimento del capogruppo repubblicano alla Camera Steve Scalise da parte di un sostenitore di Bernie Sanders nel 2017;

il fallito omicidio dello stesso Trump nel luglio 2024 a Butler, in Pennsylvania; l’uccisione – sempre nel 2024 – di un importante Ceo newyorkese da parte dell’italo-americano Luigi Mangione.

 

Ma la lista potrebbe continuare, per esempio con il fallito complotto per assassinare il giudice conservatore della Corte suprema “Brett Kavanaugh” da parte di un attivista pro-aborto nel 2022 o il secondo fallito attentato alla vita di Trump nel settembre 2024.

Gesta che vengono ricondotte dai conservatori non a una banale fase di violenza, bensì al desiderio degli attivisti progressisti di annientare i propri avversari di destra.

 

L’intensificarsi di atti di violenza contro esponenti conservatori ha rafforzato la convinzione in molti americani che esista una fazione di violenti disposta all’eliminazione fisica dell’avversario per poter imporre il proprio modello di vita all’americano medio.

Le istituzioni, in questa visione, sarebbero complici o comunque negligenti nell’affrontare la minaccia.

 

Le violente proteste di piazza che accompagnarono il movimento “Black Lives Matter” (Blm), con città come Portland in mano agli attivisti antagonisti per settimane, e i cittadini di molti quartieri costretti a formare spontanee ronde urbane per difendere le proprie attività dai facinorosi hanno sedimentato il senso di abbandono (il libro “La tempesta è qui“, del reporter di guerra “Luke Mogelson”, offre una buona panoramica di questo sentimento). Terreno fertile su cui Trump ha coltivato l’ostilità verso le istituzioni tradizionali.

 

Dall’altra parte, tuttavia, lo schieramento liberal-progressista osserva una realtà completamente rovesciata.

Dalla fine delle proteste degli Anni Settanta, con il loro carico di attivismo violento afferente soprattutto alla sinistra extra-parlamentare, tradizionalmente è infatti stata l’estrema destra anti-sistema a commettere ripetuti atti di terrore nei confronti della popolazione americana.

 L’episodio più grave fu l’attentato del 1995 a Oklahoma City, quando un’autobomba distrusse la sede dell’Fbi causando 168 vittime.

 

Altri casi significativi in tal senso includono l’uccisione di una parlamentare democratica e del marito e il ferimento di un altro deputato in Minnesota lo scorso luglio;

l’aggressione a martellate di Paul Pelosi, anziano marito della Speaker della Camera democratica Nancy Pelosi, vero bersaglio del raid;

l’uccisione di una contro-manifestante progressista durante un raduno di estrema destra a Charlottesville, Virginia, nel 2017;

undici persone assassinate in una sinagoga a Pittsburgh, Pennsylvania, nel 2018, da un terrorista neofascista.

 

In questa prospettiva, l’ascesa di Donald Trump, con la sua retorica divisiva, i legami con ambienti della destra radicale e il sostegno di settori della grande borghesia americana, ha rafforzato l’idea che una corrente di stampo autoritario stia prendendo il controllo della repubblica americana.

Le istituzioni tradizionali – dalla magistratura al congresso passando per la polizia e i militari – sarebbero inermi di fronte a questo stravolgimento e, anzi, starebbero venendo strumentalizzate per consolidare l’autoritarismo del tycoon e dei suoi complici.

 

L’assalto al Campidoglio, la militarizzazione dell’ordine pubblico, l’impiego del personale paramilitare dell’“Ice” (l’agenzia anti-immigrazione americana) per realizzare l’espulsione di migliaia di famiglie di immigrati irregolari vengono letti, in questo contesto, come tappe di una deriva autoritaria.

Per la galassia anti-trumpista, quindi, le crescenti azioni violente non sono altro che una risposta legittima a quella che percepiscono come una minaccia esistenziale.

 

La violenza americana e la “guerra civile a bassa intensità.”

Gli Stati Uniti sono sempre stati una nazione la cui cultura ha conferito alla violenza un posto preminente nel proprio pantheon nazionale.

 Ciò vale tanto per la capacità di esercitarla (contro altri popoli e tra americani stessi) quanto per l’attitudine a tollerarla senza prendere particolari provvedimenti (si pensi sulla sostanziale accettazione dei costanti school shootings).

È un atteggiamento che sembra afferire a quello che lo storico “Richard Hofstadter” definiva «The Paranoid Style in American Politics», un modo di fare politica naturalmente incline alla demagogia e dunque alla violenza politica.

 

Un trend a cui lentamente l’America si sta abituando. Il fenomeno, a lungo latente con fasi di diffusione anche molto intense, è nuovamente esploso dopo il 2020, quando si sovrapposero tre eventi particolarmente significativi:

 l’epidemia di Covid-19, le proteste Black Lives Matter che sconvolsero tutto il Paese e le contestate elezioni presidenziali, con il mancato riconoscimento dei risultati da parte dello stesso Trump.

 

L’occupazione del Campidoglio, sede del Congresso americano, il 6 gennaio 2021, da parte dei sostenitori di Donald Trump.

Nell’agosto dello stesso anno, un 17enne dell’Illinois – Kyle Rittenhouse – aprì il fuoco con un fucile d’assalto AR-15 a Kenosha, Wisconsin, durante un tumulto di piazza generato da una protesta Blm, uccidendo due persone.

 La sua successiva assoluzione da parte della giuria mostrò come una fetta importante di americani fosse ormai disposta ad assecondare il ricorso alla violenza politica come mezzo di imposizione del proprio punto di vista o come strumento di auto-difesa contro i propri nemici politici.

Il pericolo che questo sentimento si manifesti nella formazione di gruppi armati più o meno irregolari è già realtà.

 

La discussione su una ipotetica seconda guerra civile domina i media alimentata da una retorica ansiogena.

Gli Stati Uniti non sono arrivati al punto da poter prospettare una tale frantumazione interna, ma questo non significa che non sia possibile una situazione di conflitto, sebbene diversa da come tradizionalmente viene rappresentata.

 

In un certo senso, infatti, la guerra civile (cioè uno stato di ostilità in cui paramilitari civili si combattono fra loro senza riconoscere le istituzioni governative) è già iniziata, ma a bassa intensità.

 In maniera similare a certi trend sperimentati in Europa durante gli Anni Settanta, in Italia con la lotta al terrorismo neofascista e brigatista oppure in Irlanda del Nord con cosiddetti “Troubles”.

 

L’assalto al Campidoglio americano da parte dei sostenitori di Donald Trump il 6 gennaio 2021 è stato verosimilmente il punto di svolta di questo processo.

Per il mondo Maga è stato sia un successo sia una sconfitta, una “cause célèbre” dietro cui radunarsi dopo la perdita del potere, ma anche la dimostrazione di poter agire quasi indisturbati.

 Per molti progressisti è invece stata la conferma delle aspirazioni golpiste dei loro avversari e dell’incapacità delle istituzioni di contenerle (Trump ha ricevuto l’immunità dalla Corte suprema e ha potuto ritornare alla Casa Bianca senza problemi).

 

Simbolicamente, l’occupazione della sede del parlamento ha rappresentato qualcosa di più ampio per entrambi gli schieramenti:

l’idea che la sede del potere istituzionale americano potesse essere occupata da una fazione politica considerata nemica.

Una presa di coscienza che ha spinto vari individui, sia a destra che a sinistra, a rafforzare il proprio impegno, talvolta anche con metodi violenti, e a organizzarsi in maniera più strutturata.

L’attentato a Charlie Kirk, con le sue modalità, sembra inserirsi in questa direzione.

 

 

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