La nostra battaglia è difendere il diritto alla libertà.
La
nostra battaglia è difendere il diritto alla libertà.
Le
battaglie per i diritti si
combattono
sempre @DomaniGiornale.
Gianfrancopasquino.com
– (22 – 3 – 2023) – Gianfranco Pasquino – Domani – ci dice:
Per
definizione, ma anche con un occhio educato alla storia, qualsiasi battaglia
per i diritti delle persone: bambini, anziani, donne, generi diversi discende
da una concezione liberale.
Quel
liberalismo ha talvolta fatto fatica ad affermarsi nei partiti di sinistra che
hanno spesso anteposto ai diritti “civili” batterie di diritti sociali.
Lo hanno fatto perché convinti che nel loro
seguito, diciamo con una tremenda semplificazione, la classe operaia, che i
diritti sociali dovessero essere perseguiti prima e più dei diritti civili,
fosse una posizione prevalente.
Negare
in partenza che non era così è probabilmente sbagliato.
Certamente,
non è facile argomentare, a fronte di un diffuso e persistente disagio
economico, che è giusto e opportuno non dimenticare e non svalutare
l’importanza dei diritti delle persone.
Questa argomentazione diventa più facile e
meglio praticabile laddove la destra sia, da sempre, costitutivamente, assai
poco propensa ad ampliare gli spazi di libertà e mostri con frequenza e
costanza il suo volto più arcigno, omofobo, punitivo.
Troppi esponenti della destra, con toni anche
religiosi, non solo difendono posizioni bigotte e reazionarie, è un loro
diritto, ma pretendono di imporle agli altri, a tutti.
Il pluralismo non è mai stato il forte delle
destre.
Il riconoscimento delle diversità, neppure.
L’accettazione di una pluralità di stili di
vita, di sessualità e di congedo dalla vita, nessuno dei quali contrasti e
metta a rischio quel che ciascuno di noi ritiene preferibile, non è nelle corde
della maggioranza delle donne e degli uomini che si collocano a destra nel
nostro paese.
Più di altri nella sinistra, la
neo-segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sembra decisa ad affrontare
la sfida con la destra al governo anche sul piano dei diritti delle persone.
È una buona notizia.
Però,
qualcuno a sinistra nonché i soliti saccenti commentatori che pretendono dare
la linea ad un partito che, comunque, non apprezzano e non votano, ritengono la
scelta di Schlein erronea e controproducente, secondo loro, lodata soltanto dai
borghesi delle Ztl (mio luogo di residenza).
Siamo
alle solite argomentazioni.
Si
tratta di diritti che riguardano minoranze (ma quelli sono proprio i diritti che
i democratici debbono proteggere e promuovere).
Antagonizzano
i cattolici (sulla entità delle cui “divisioni” belliche e della non
disponibilità nutro seri dubbi).
Non
serviranno a recuperare voti popolari, anzi ne faranno perdere.
A mio avviso, le battaglie di civiltà si combattono
ogni volta che c’è l’occasione. Dunque, adesso.
(Pubblicato
il 22 marzo 2023 su Domani).
Donald
Trump contro George Soros:
ultimo
atto per il principe della
sovversione
internazionale?
Lacrunadellago.net
– (16/09/2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:
Non è
ancora chiaro chi sia stato a sparare all’attivista americano Charlie Kirk,
brutalmente ucciso lo scorso 10 settembre ad Orem, nello stato dello Utah.
All’indomani
dell’omicidio di Kirk, Donald Trump è sembrato profondamente sconfortato,
abbattuto per la morte di un giovane in gamba che aveva convogliato verso di sé
ampie parti del movimento MAGA, e che si stava avvicinando sempre di più alla
religione cattolica.
Charlie
aveva iniziato a mettere assieme i pezzi del puzzle.
Sembrava
aver compreso che laddove c’è la sovranità degli Stati Uniti, non può esserci
quella di Israele che sin dalla sua nascita ha avuto in mano le redini della
politica estera americana, tanto da rendere Washington una succursale de facto
di Tel Aviv.
La
versione fornita dall’FBI convince molto poco.
Il
presunto assassino che l’agenzia investigativa americana ha presentato agli
occhi dell’opinione pubblica, “Tyler Robinson”, si dichiara innocente e non c’è
al momento una solida prova che dimostri che effettivamente è lui lo spietato
assassino di “Kirk”.
Prove
ne stanno emergendo, ma sono in netto contrasto con la narrazione dell’FBI che
parla di un cecchino che avrebbe sparato un colpo da lunga distanza con un
Mauser M18, mentre le immagini a disposizione, analizzate da vari giornalisti
tra i quali Alejandro Salomon, indicano che quasi certamente il colpo è stato
sparato lateralmente, visto il foro di entrata sotto l’orecchio destro di Kirk,
e che si è trattato di un tiro corto, presumibilmente sparato da un giovane tra
la folla che teneva tra le mani un’arma camuffata da telefono.
Dopo
il dolore iniziale per la perdita di Kirk, Trump sembra aver ripreso il suo
cammino con ancora più determinazione di prima.
Il
presidente degli Stati Uniti è tornato ancora una volta ad affermare
pubblicamente come sia necessario incriminare George Soros per reati legati
alla legislazione RICO, e proprio ieri ha dichiarato di essere pronto a
considerare gli “Antifa”, una delle braccia armate dello stesso Soros, come una
organizzazione terroristica nazionale.
George
Soros è molto di più un finanziere, tantomeno un “filantropo” come affermano i
ridicoli organi di stampa che hanno provato a costruire una immagine innocua di
questo personaggio.
George
Soros è una fonte di destabilizzazione, e chi pensa che il miliardario
newyorchese di origini ebraiche sia diventato il miliardario che è oggi per
suoi presunti meriti personali illude soltanto sé stesso.
Soros
è un prodotto da laboratorio.
È uno di quegli agenti sovversivi che hanno
ricevuto tutti gli appoggi necessari per accumulare somme da capogiro nel giro
di brevissimo tempo perché i padroni dell’alta finanza, coloro che gestiscono
flussi enormi di denaro, hanno fabbricato il personaggio Soros.
Se si
guarda alle origini della carriera finanziaria di Soros, lo speculatore negli
anni’70 aveva già in mano tutte le chiavi per aprire le porte di una vastissima
ricchezza.
Soros
non si prese da solo la ricetta del successo.
A
dargliela fu la ubiqua famiglia Rothschild che sin dal principio gli mise a
disposizione tutta una vasta rete di finanzieri che gli ha consentito di fare
quelle famigerate speculazioni sui mercati che gli hanno fatto accumulare
immensi profitti.
Se si
è a digiuno di mercati e di operazioni in borsa, forse si potrà pensare che
alcuni grandi finanzieri hanno semplicemente più talento di altri, quando il
vero segreto della ricchezza di molti è soltanto avere gli appoggi “giusti”,
quelli degli ambienti che contano, in grado di passare quelle informazioni che
consentono di piazzare al momento giusto e nel posto giusto enormi masse di
liquidità.
I
Rothschild stessi sono diventati ciò che sono diventati attraverso l’inganno e
la frode.
Lo
fecero prima con il langravio dell’Assia, Guglielmo IX, al quale Mayer Amschel
spillò un bel po’ di soldi all’insaputa dello sprovveduto principe, e lo fecero
ancora una volta durante la battaglia di Waterloo nel 1815, quando Nathan
Rothschild, figlio di Amschel, manipolò i mercati tramite quello che oggi si
chiamerebbe aggiotaggio o insider trading, riuscendo a sapere in anticipo
l’esito di quella epica battaglia e a sfruttarlo a proprio vantaggio.
I
legami di Soros con la famiglia Rothschild.
Soros
nasce sotto l’egida di questi poteri.
Una
volta lasciata la finanziaria “Arnold & S. Bleichroeder ,Inc” nel 1969,
negli anni’70, c’è il grande salto attraverso la fondazione del celebre, o
famigerato, fondo di investimenti, “Quantum Fund”, assieme a “Jim Rogers”.
Un giovane
George Soros agli esordi nel mondo della finanza.
Il”
Quantum Fund “si stabilisce subito a Curacao, nelle Antille Olandesi, uno di
quei luoghi nei Caraibi dove c’è una tassazione agevolata e dove il denaro
sporco si ricicla in abbondanza, senza che ciò provochi l’indignazione dei vari
Paesi dell’anglosfera, che hanno bisogno di questi luoghi sia per non pagare un
dollaro di tasse sia per lavare il denaro frutto di attività illegali.
Attorno
a Soros, c’è tutta una rete di personaggi che vengono dalla fila della “Bleichroeder”
e che hanno tutti degli strettissimi legami con la famiglia Rothschild.
Se si
legge un rapporto del passato della “fondazione Movisol,” si ha un’idea più
precisa di quanto siano stretti i rapporti tra il “Quantum Fund” e i
Rothschild.
Ad
esempio, il direttore stesso del “Quantum”, “Richard Katz”, negli anni’80 era
tra i direttori della banca più importante dei Rothschild, la “N.M. Rothschild
& Sons”, diretta da “Evelyn de Rothschild”, scomparso nel 2022 e nome noto
perché si tratta dello storico proprietario e fondatore della rivista
britannica “The Economist”, attraverso la quale le varie élite globaliste amano
mandare i loro messaggi sui futuri scenari mondiali da loro ovviamente
stabiliti in anticipo.
“Katz”
lavora a fianco anche di un’altra notissima figura della famiglia ebraica di
Francoforte, come il “quarto barone Rothschild”, “Jacob”, altro pesantissimo
nome nella finanza internazionale e considerato una delle eminenze grigie della
famiglia reale dei Windsor, sempre molto attenta alle “indicazioni” dei signori
della finanza mondiale.
Evelyn
de Rothschild, e Jacob.
Simile
percorso lo ha un personaggio come “Georges C. Karlweis”, altro uomo chiave del
“Quantum Fund”, che compariva a sua volta come “direttore della N.M. Rothschild
& Sons assieme a Katz”, e che svolgeva un ruolo di primissimo piano anche
per il ramo francese della famiglia Rothschild, dato il suo ruolo di direttore
della “Banque Privée di Ginevra” di proprietà di “Edmund de Rothschild”.
Un
altro direttore del “Quantum Fund” negli anni’90, Nils O. Taube, che ha gli
stessi legami.
“Taube”
era socio in affari con “Lord Jacob”, ed era direttore della “banca Saint James
Place Capital” assieme a “Nathaniel Rothschild”, che oggi ha preso il posto di
suo padre, Jacob, morto nel 2023.
Il
denaro e i contatti giusti per farlo non sono piovuti dal cielo, come si vede.
Il “Quantum
Fund” aveva sin dal principio al suo interno tutti quegli uomini legati alla “famiglia
Rothschild” che sanno in anticipo dove andranno i mercati e cosa faranno i
governanti, perché molti di loro sono al loro servizio ed eseguono gli ordini
che arrivano dal cuore della finanza che conta.
Le
manovre speculative del “Quantum Fund”: l’attacco alla lira
Nel
1992, si ha l’esempio più famigerato di tale meccanismo. Era l’anno della “rivoluzione
colorata” di Mani Pulite.
Era
l’anno nel quale si stava eseguendo un piano di attacco contro l’Italia ,
concepito già 20 anni prima nelle stanze del club di Roma che aveva dichiarato
a questa nazione, così invisa ai piani alti del mondialismo e della massoneria
per via delle sue radici cattoliche.
A
palazzo “Koch”, sede della banca d’Italia, c’era un personaggio che era in mano
a tale rete per via della sua appartenenza al “gruppo Bilderberg”, ovvero “Carlo
Azeglio Ciampi”, già protagonista nel 1981 assieme ad un altro uomo di Bilderberg
come “Andreatta” dell’infausto divorzio tra Tesoro e Bankitalia.
Carlo
Azeglio Ciampi.
Ciampi
e Andreatta agirono di concerto per togliere al governo la possibilità di
controllare la sua banca centrale, ma nel 1992, il governatore, ancora in
carica, diede un’altra prova della sua sottomissione a quei poteri che
saccheggiarono l’Italia.
Al
tempo, l’Italia faceva parte del disfunzionale SME, un meccanismo di cambi
fissi, pensato per irrigidire la possibilità di svalutare la lira, per la gioia
della Germania che non riusciva a stare al passo con la competitività italiana.
Esisteva
un rapporto di cambio fisso tra lira e marco, ovvero una banda di oscillazione
del 2,25% tra le due valute, e qualora si fosse andati oltre tale soglia, alla
banca centrale spettava il compito di difendere appunto il cambio fisso
attraverso la vendita di valuta straniera e l’acquisto di lire.
Soros
sapeva che Ciampi avrebbe fatto la mossa più folle di tutte, ovvero quella di
difendere il cambio nonostante l’attacco speculativo del suo “Quantum Fund”,
che si mise in tasca grazie all’ineffabile ex capo dello Stato la enorme cifra
di 48 miliardi di dollari, una mosse folla denunciata da politici come Bettino
Craxi, che invece si ritrovata lui investito dal fuoco delle procure che
lasciavano agire indisturbati Soros e i suoi sodali.
George
Soros agiva come un saccheggiatore degli Stati, non di certo per qualche suo
particolare talento, ma soprattutto perché la famiglia Rothschild aveva bisogno
di questo agente per iniziare ad ingerire sempre di più nella sovranità dei
vari Paesi e a dettare loro l’agenda politica da seguire in ogni minino
particolare.
La
Open Society: una centrale di sovversione internazionale.
Si
spiega così come sin dalla nascita della fondazione della sua” Open Society
Foundation” nel 1984, Soros abbia agito come un vero e proprio motore della
destabilizzazione internazionale.
Se
c’era da cambiare la politica di un Paese, si adoperava la rete della “OSF” che
attraverso i suoi fondi finanziava il politico di turno e portava avanti così
le direttive dei vari gruppi globalisti.
Nell’ex
URSS, si può vedere forse il primo esperimento di rivoluzione colorata
orchestrata dalla” Open Society£ che indica al suo uomo, l’allora segretario
del PCUS, “Mikhail Gorbachev”, già iscritto alla massoneria sin dagli anni’70,
le riforme da fare per trasformare il regime comunista sovvenzionato dalla
stessa finanza ebraica in una democrazia liberale più confacente allora agli
scopi della gerarchia della governance globale.
Gorbachev
fa quello che gli riesce meglio.
Gorbachev,
il cavallo di Troia di Soros nell’ex URSS.
Destruttura
un Paese, e lo porta al collasso, e non c’è Paese al mondo dove la rete di
Soros non abbia portato caos, disordine e devastazione.
Attraverso
questo modello di “società aperta”, Soros vuole costruire una società liquida,
priva di confini, di identità nazionale, laica e inevitabilmente
scristianizzata, perfetta per quel “melting pot” che il globalismo vuole
costruire.
Soros
finanzia così ovunque i suoi agenti.
Lo fa
al Parlamento europeo, dove qualche tempo fa uscì una lista di personaggi
giudicati affini alla “Open Society”, lo ha fatto in Italia attraverso il
finanziamento di quinte colonne come “Emma Bonino” e il suo ripugnante partito
radicale che ha dedicato tutta la sua esistenza alla scristianizzazione
dell’Italia e alla promozione dell’agenda dell’ateismo e della massoneria.
Infatti
George Soros conferisce ad Emma Bonino il premio “Fred Cuny Award”.
Lo ha
fatto ovviamente negli Stati Uniti, attraverso il finanziamento di gruppi
eversivi quali il famigerato “Black Lives Matter”, una espressione del razzismo
afro-americano molto simile alle “Black Panther” degli anni’60, sostenuto sin
dal principio da vari personaggi di “origini askenazite “che volevano cambiare
il volto degli Stati Uniti attraverso il movimento dei diritti civili.
Soros
è un vero e proprio professionista dell’eversione, e se un Paese resiste alle
sue politiche, allora egli non esita a finanziare un esercito di criminali
comuni che devastano le strade, commettono una lunga lista di reati e cercano
di seminare violenza per impedire di smantellare la rete che questi sovversivi
hanno costruito.
George
Soros è stato creato per questo.
Suo
scopo è quello di ostacolare con ogni mezzo coloro che rifiutano la società
aperta, l’immigrazione incontrollata, la laicizzazione dello Stato e la
conseguente scristianizzazione e tutto il disastro dei disvalori che la
disgraziata scuola di Francoforte ha portato dal 1968 in poi.
Trump
è il primo presidente degli Stati Uniti e il primo politico Occidentale che ha
avuto il coraggio di denunciare le attività del fondatore della “OSF” per
quelle che sono.
Non
attività politiche che rispettano la sovranità di un Paese, ma operazioni
eversive che si sono tramutate in una infinità di volte nelle “famigerate
rivoluzioni colorate”, sulle quali c’è una lunga lista dalla quale attingere, e
si può citare tra gli esempi più noti proprio l’”Euromaidan” in Ucraina, nella
quale Soros è stato attivissimo attraverso la sua rete per rovesciare il
legittimo presidente “Yanukovich”.
La
destabilizzazione permanente sembra però giunta alla sua fine. Se è
indiscutibilmente vero che George Soros ha indossato i panni di un novello “Adam
Weishaupt”, fondatore degli” Illuminati di Baviera”, è altrettanto vero che i
suoi colpi di Stato avevano successo perché c’era sempre il dipartimento di
Stato americano ad assisterlo assieme alla famigerata “USAID”, che finanziava
generosamente la” OSF”.
Trump
sta smantellando tutta questa rete eversiva e vuole arrivare al passo decisivo.
Vuole
arrivare all’incriminazione di George Soros e probabilmente del suo inetto
figlio, Alex, per la loro partecipazione in queste attività criminali.
Sulle
scrivanie delle procure italiane, nei decenni passati si sono accumulate le
denunce di varie associazioni contro George Soros e le sue criminali
speculazioni contro la lira, senza contare tutte le sue ingerenze da lui
commesse attraverso le sue “famigerate ONG”, coinvolte nel traffico di esseri
umani.
I
magistrati delle varie procure facevano anche loro quello che gli riusciva
meglio.
Archiviavano
quelle denunce, lasciavano impuniti i criminali di grande cabotaggio, e
insabbiavano tutto quello che potesse disturbare i vari manovratori.
Il
Bengodi però sembra che stia per finire.
Soros
ha dovuto chiudere molte delle sue ONG perché i fondi non sono più illimitati
come un tempo, e adesso alla Casa Bianca c’è un presidente che vuole
definitivamente mettere fine alle sue attività eversive.
Soltanto
10 anni fa scrivere di un simile scenario sarebbe sembrato pura fantascienza.
Oggi invece è realtà.
Si
comprende anche da questo come l’epoca della sovversione portata dal globalismo
sia giunta ormai al termine.
Sorpresa
a Minsk: Ufficiali USA
alle
Esercitazioni Russo-Bielorusse.
Trump
Sta Scavalcando l’Europa?
Conoscenzealconfine.it
- 18 Settembre 2025) - Fabio Lugano – ci dice:
Un’inattesa
apertura diplomatica a Minsk:
ufficiali
americani osservano le manovre militari russo-bielorusse.
La
mossa a sorpresa di Trump potrebbe cambiare le carte in tavola nel conflitto
ucraino, lasciando l’Europa a guardare.
Un
colpo di scena che sembra uscito da un romanzo di “Le Carré”, ma che si è
consumato sotto il cielo grigio della Bielorussia.
Lunedì mattina, mentre i carri armati e le
truppe di Russia e Bielorussia davano il via alle imponenti esercitazioni
militari “Zapad-2025”, tra gli osservatori internazionali sono comparsi, a
sorpresa, degli ufficiali dell’esercito statunitense.
Un
evento impensabile fino a pochi mesi fa, in un clima di tensione ai massimi
storici con la “NATO”.
Ad
accoglierli, il Ministro della Difesa bielorusso, “Viktor Khrenin,” che con un
gesto di plateale apertura ha dichiarato:
“Vi mostreremo tutto ciò che vi interessa.
Qualsiasi cosa vogliate.
Potete
andare lì, vedere, parlare con la gente”.
Una cortesia quasi surreale, se si considera
che solo due giorni prima la Polonia, membro NATO, aveva abbattuto droni russi
che avevano violato il suo spazio aereo.
Ma chi
pensava a un semplice gesto di distensione isolato, si sbagliava di grosso.
Questa inattesa presenza militare è solo la punta dell’iceberg di un’operazione
diplomatica molto più ampia e strutturata, con una regia ben precisa: quella di
Donald Trump.
Il
Canale Washington-Minsk.
Dietro
le quinte, infatti, l’amministrazione americana sta tessendo una tela per
riallacciare i rapporti con la Bielorussia di “Alexander Lukashenko”, il più
stretto alleato di Putin.
La settimana scorsa, “John Codale”, un rappresentante
personale del presidente Trump, si trovava a Minsk per un colloquio diretto con
il leader bielorusso.
Un
incontro tutt’altro che formale, preceduto da una telefonata che lo stesso
Trump avrebbe fatto a Lukashenko dall’Air Force One.
I
risultati di questo dialogo, finora tenuto lontano dai riflettori, sono già
tangibili e si basano sul classico principio del “do ut des”:
Liberazione
di prigionieri:
Lukashenko
ha acconsentito al rilascio di 52 detenuti, tra cui giornalisti e oppositori
politici, rispondendo a una precisa richiesta di Washington.
Alleggerimento
delle sanzioni:
In
cambio, gli Stati Uniti hanno concesso un’importante esenzione dalle sanzioni
alla compagnia aerea di bandiera bielorussa, “Bellavia”.
Questo
permetterà alla società di effettuare manutenzione e acquistare componenti per
la sua flotta, che include “aerei Boeing”.
Normalizzazione
delle relazioni:
L’obiettivo
dichiarato da Codale è ancora più ambizioso:
riaprire nel prossimo futuro l’ambasciata
americana a Minsk e rilanciare pienamente i rapporti economici e commerciali.
Lo
Scacco all’Europa e ai “Falchi.”
La
domanda sorge spontanea:
perché
questa improvvisa accelerazione su un fronte apparentemente secondario? La
strategia di Trump appare chiara e spregiudicata.
Mentre l’Europa resta ancorata a una posizione
di scontro frontale e di isolamento totale verso l’orbita russa, Washington sta
costruendo un canale di dialogo alternativo e pragmatico.
“Lukashenko”,
che parla regolarmente con “Putin”, diventa così una pedina fondamentale, un
potenziale mediatore per negoziare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina.
“Trump”,
fedele al suo stile da negoziatore, sta cercando di parlare con chi ha
influenza diretta sul Cremlino, bypassando le cancellerie europee, percepite
forse come troppo lente, ideologiche e incapaci di raggiungere un compromesso.
In
questo gioco su più tavoli, gli Stati Uniti potrebbero raggiungere un duplice
obiettivo:
Isolare
i “falchi” a Mosca:
Mostrando
che un dialogo è possibile e che ci sono alternative all’escalation militare,
si indebolisce la posizione di chi, all’interno del Cremlino, spinge per il
conflitto a oltranza.
Marginalizzare
l’Unione Europea:
Se gli USA riuscissero a orchestrare un
accordo o anche solo una tregua significativa tramite il canale bielorusso,
l’Europa si ritroverebbe spettatrice di un processo decisionale cruciale per la
propria sicurezza, dimostrando la sua irrilevanza strategica.
La
mossa di Trump, dunque, non è solo un tentativo di risolvere il conflitto
ucraino, ma anche un chiaro messaggio agli alleati europei:
la
politica estera americana seguirà i propri interessi, con o senza di loro.
E mentre a Bruxelles si continua a discutere
di principi, a Washington si fanno accordi.
Il
vecchio continente, ancora una volta, rischia di rimanere a guardare.
Domande
e Risposte.
1)
Perché la presenza di ufficiali militari USA alle esercitazioni “Zapad-2025” è
una notizia così importante?
La
loro presenza è eccezionale perché rompe con anni di ostilità e sfiducia
reciproca.
Le
esercitazioni “Zapad” sono storicamente viste dalla NATO come una dimostrazione
di forza e una potenziale minaccia.
Invitare
e accogliere osservatori americani in un clima di trasparenza segnala una
volontà di de-escalation senza precedenti da parte bielorussa, evidentemente
concordata con gli USA.
È un segnale pubblico e inequivocabile che un
canale di dialogo, prima impensabile, è ora non solo aperto ma pienamente
operativo, spostando gli equilibri geopolitici della regione.
2)
Qual è il significato strategico più profondo di questo riavvicinamento tra
Stati Uniti e Bielorussia?
Strategicamente,
la Bielorussia non è l’obiettivo finale, ma il mezzo.
Per
l’amministrazione Trump, riallacciare i rapporti con Lukashenko significa
ottenere una linea di comunicazione diretta e informale con Vladimir Putin.
Lukashenko
è l’unico leader europeo ad avere un rapporto così stretto e continuativo con
il presidente russo.
Utilizzarlo
come intermediario permette a Washington di sondare il terreno per un negoziato
sull’Ucraina, bypassando le diplomazie tradizionali e le rigidità dell’Unione
Europea, e di farlo in modo pragmatico, “deal-oriented”, come nello stile di
Trump.
3)
Quali potrebbero essere le principali ricadute di questa mossa per l’Europa?
Per
l’Europa, le ricadute potrebbero essere estremamente negative.
Il rischio principale è la marginalizzazione
strategica.
Se gli
Stati Uniti negoziassero una pace o una tregua duratura in Ucraina attraverso
canali bilaterali, l’UE verrebbe esclusa dalle decisioni che riguardano la
sicurezza del proprio continente.
Questo minerebbe la sua credibilità come
attore geopolitico globale e la ridurrebbe a un ruolo subalterno.
Inoltre, potrebbe creare divisioni interne
all’Unione, tra i paesi favorevoli a seguire la linea dura e quelli più inclini
a un approccio negoziale simile a quello americano.
(Fabio
Lugano).
(scenarieconomici.it/sorpresa-a-minsk-ufficiali-usa-alle-esercitazioni-russo-bielorusse-trump-sta-scavalcando-leuropa/).
(luogocomune.net/geopolitica/sorpresa-a-minsk-ufficiali-usa-alle-esercitazioni-russo-bielorusse-trump-sta-scavalcando-l%E2%80%99europa).
DIRITTI
e LIBERTÀ.
Sinistraitaliana.it
– contributo Diritti e Libertà PDF – Redazione – ci dice:
Oggi
più che mai di fronte a una destra di governo sempre più reazionaria e
ideologica, è necessario prendere parola e schierarsi a favore della difesa e
la promozione dei diritti civili.
Ce lo
impone la nostra storia, ce lo impone quello che accade quotidianamente a causa
del vento reazionario di questa destra e soprattutto ce lo impongono le
speranze delle giovani generazioni a
cui
dobbiamo una presa di posizione chiara e netta.
Chi ci
governa non perde occasione per rinsaldare alleanze politiche e culturali con
Paesi, come la Polonia e l’Ungheria, che portano avanti politiche
discriminatorie nei confronti delle persone lgbt+ e delle donne con la volontà
di metterle in un angolo e di calpestarne il diritto
all’autodeterminazione.
Alleanze
politiche che vanno oltre confine e che partono da lontano, espressione di un
disegno politico ben preciso che è stato imposto al centro del dibattito
pubblico come veicolo di quel pensiero ideologico e reazionario che vede questa
destra tentare di imporre la propria visione del mondo completamente scollegata
dalla realtà e dalle necessità reali della cittadinanza.
L’agenda
politica reazionaria e ideologica investe non solo le tematiche lgbt+ ma si
estende anche alle politiche sui flussi migratori, all’autodeterminazione delle
donne e a chi ancora oggi subisce
discriminazioni
sociali e giuridiche.
I
partiti che si pongono contro il riconoscimento dei diritti per i figli e le
figlie delle famiglie omogenitoriali sono infatti gli stessi partiti che hanno
votato contro la convenzione di Istanbul e contro il certificato di filiazione
europeo.
Sono
gli stessi che dovrebbero passarsi una mano sulla coscienza davanti la strage
di Cutro e di fronte le tante persone transgender che lasciano la scuola in cui
non trovano spazio o in cui subiscono discriminazioni e violenze.
Sui
diritti si gioca il futuro democratico del nostro Paese ed è per questo che è
forte in ognuno di noi la consapevolezza che le battaglie per il riconoscimento
dei diritti civili e delle libertà individuali sono imprescindibili e da
portare avanti collettivamente, qui ed ora.
Oggi
più che mai giustizia sociale, diritti civili, giustizia ambientale sono le
facce di quella stessa medaglia che è la nostra vita. Battaglie che vanno
portate avanti con la stessa convinzione e urgenza.
Perché
di un salario dignitoso in una città irrespirabile, non ce ne facciamo nulla.
Perché
di autobus che funzionano quando su quegli stessi autobus le persone lgbt+
vengono aggredite, non ce ne facciamo nulla.
Perché
le città pulite in cui le donne non trovano il proprio spazio, non ci
interessano.
Il
benaltrismo non fa parte della nostra cultura politica. Per noi non esistono
classifiche di dignità.
Esistono
le vite delle persone, che vanno rispettate e a cui vanno garantite pari
opportunità e pari dignità, dal primo all’ultimo giorno di vita.
Siamo
qui quindi a lavorare per difendere quei diritti acquisiti e che oggi vengono
sempre più spesso messi sotto attacco da chi vuole colpire le donne e la loro
libertà di autodeterminarsi.
Siamo
qui a lottare affinché i diritti siano uguali per tutti sennò si chiamano
privilegi.
Siamo
qui per la parità salariale e per creare le condizioni affinché le donne possano
trovare il giusto riconoscimento in posizioni apicali e “ruoli decisionali”.
Siamo
qui a favore di una legge per la legalizzazione della cannabis per combattere
le mafie, che favorisca la nascita di ambiti non profit di condivisione
collettiva e che rimuova lo stigma e ripari ai
danni
del proibizionismo.
Siamo
qui a combattere contro la propaganda dei “Pro Life”, per difendere
l’autodeterminazione della donna che deve poter scegliere se, come e quando
diventare madre.
È per
questo che portiamo avanti con la stessa determinazione le battaglie per la
difesa della legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza,
soprattutto attraverso la sua possibile e corretta applicazione in tutte le
nostre città, insieme alla battaglia per consentire alle donne single di poter
accedere ai Percorsi di fecondazione Medicalmente Assistita.
E
ancora ci batteremo per una legge contro l’omolesbobitransfobia e l’abilismo
che non lasci indietro nessuno, che tuteli le
persone
lgbtqia+, le donne e le persone disabili e che garantisca ad ognuno il
riconoscimento di ogni diritto di cittadinanza;
una
nuova legge sulla cittadinanza, che parta dallo ius soli e dallo ius scholae,
per restituire piena dignità alle tante persone che sono costretta a vivere “da
straniere” in questo Paese;
una
legge sul fine vita che ascolti le disperate richieste delle tante persone che
chiedono di poter mettere fine alla propria vita con dignità nel Paese in cui
vivono e in cui vorrebbero morire.
Ogni
giorno episodi di violenza contro le donne ci arrivano come un pugno in faccia
e nello stomaco, un fenomeno sistemico che va affrontato in maniera seria e
strutturata.
I
numerosi femminicidi che si susseguono ogni girono vanno combattuti attraverso
politiche attive che mettano al centro azioni di sensibilizzazione e formazione
per contrastare quella cultura patriarcale di cui è intrisa la nostra società e
che veicola semi da cui hanno origine sopraffazioni e violenze.
Bisogna
lavorare su una presa di responsabilità collettiva che passi attraverso la
costruzione di reti e presidi territoriali che vadano dalla scuola ai centri
sociali, dalle palestre alle università, dai centri antiviolenza ai consultori.
Luoghi
che rispondano non solo a necessità e urgenze ma che siano
soprattutto
presidi di discussione e confronto, di elaborazione politica, culturale e di
pratica femminista.
Abbiamo
bisogno di una scuola che accolga e educhi, contro discriminazioni e violenze.
Una scuola che sia presidio di resistenza laica e antifascista.
È
necessaria quindi una legge per fare in modo che nelle scuole vengono promossi
progetti sull’educazione alla sessualità, all’affettività, alle differenze e al
rispetto di tutti per contrastare a monte quegli stereotipi di genere che sono
spesso causa di bullismo, misoginia,
omolesbobitransfobia,
abilismo e violenze di ogni tipo.
In
quelle stesse scuole deve trovare posto il profondo rispetto di ogni percorso
individuale e soggettivo.
La
scuola pubblica come presidio di resistenza laica e antifascista deve essere
uno dei luoghi su cui concentrare i nostri sforzi e le nostre attività.
Luoghi in cui le famiglie arcobaleno siano
accolte e in
cui
tutti i bambini e le ragazze possano avere la possibilità di raccontare la
propria storia ed essere sé stessi senza per questo avere paura di
discriminazioni.
E
saremo ancora instancabilmente nelle piazze a chiedere leggi giuste nella
profonda convinzione che nessun* deve arrogarsi il diritto di scegliere per
qualcun’altro e ogni cittadino deve assumersi
gli
stessi diritti e i medesimi doveri.
La
comunità lgbqia+ invade con i Pride le nostre città con messaggi chiari di cui
in questi anni ci siamo fatti carico e che dobbiamo continuare a veicolare in
ogni luogo attraversato dal partito.
Abbiamo
bisogno di una legge che metta fine alla barbarie dei trattamenti di
conversione, dette terapie riparative, che attraverso pratiche di qualsiasi
natura hanno come folle obiettivo quello di
modificare
l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona.
Dobbiamo
restituire dignità alle persone intersex attraverso una legge che vieti gli
interventi chirurgici e le procedure non necessarie dal punto di vista medico
sui bambini e le bambine intersex e la piena ricezione della Risoluzione del
Parlamento Europeo del 14 febbraio 2019 sui
diritti
delle persone intersex.
La
comunità transgender chiede una legge che restituisca piena dignità a tutti i
percorsi di transizione e che superi la legge 164/82, così come chiede che
nelle nostre scuole trovi posto una chiara regolamentazione e una corretta
applicazione delle carriere alias.
Dobbiamo
lavorare insieme alla comunità transgender affinché le persone trans non
debbano essere costrette a fare i conti ogni giorno con una società che non
rispetta percorsi di libera scelta e autodeterminazione individuale, persone
spesso costrette ad abbandonare la scuola o a vivere un mondo del lavoro che
chiude
loro le porte in faccia.
Così
come continueremo a fare la nostra parte a fianco di tutta la comunità LGBTQIA+
fatta da persone in carne ed ossa tuttora discriminate, oggetto di campagne
d’odio, minacciate nei pochi
diritti
faticosamente acquisiti dalla destra reazionaria che continua a farne un
bersaglio di propaganda regressiva.
E
bersaglio di questa destra sono anche i figli e le figlie delle famiglie
arcobaleno costrette a subire una narrazione violenta e tossica delle loro
storie familiari senza alcun rispetto e spesso senza nessuna reale conoscenza
delle stesse.
Minori
costretti oggi a subire la pressione politica che favorisce la diffusione di
uno stigma sociale che li vede discriminati per “colpa” dei genitori.
Attacco
senza precedenti portato avanti da una destra che vuole imporre la propria
visione ideologica del mondo, una destra completamente distaccata dalla realtà
e lontana dal dare risposte concrete alla necessità di riconoscere pari diritti
a tutti i minori indipendentemente dalla composizione delle loro famiglie.
Non
possiamo più permettere che le famiglie omogenitoriali siano costrette,
dall’indeterminatezza di una legge che non c’è, a fare percorsi giudiziari
lunghi e faticosi.
È
necessario approvare al più presto una legge sull’uguaglianza e la pari dignità
familiare che dia risposte concrete e che spazzi via l'ipocrisia di voler
mantenere le donne, i figli e le figlie delle famiglie arcobaleno e le persone
lgbt+ un gradino sotto le altre.
È per
questo che abbiamo depositato in Parlamento, il primo giorno di questa
legislatura, il testo di legge scritto da” Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford”
che prevede l'estensione degli stessi diritti e doveri a tutti
indipendentemente da orientamento sessuale o identità di genere.
Una
legge quindi che istituisca il matrimonio egualitario, che permetta l’accesso
alle adozioni per persone single e per le coppie dello stesso sesso e l’accesso
ai percorsi di procreazione medicalmente assistita per le donne single e per le
coppie di lesbiche;
una
legge che garantisca il riconoscimento di pari diritti per i figli e le figlie
con genitori dello stesso sesso attraverso il riconoscimento alla nascita della
responsabilità genitoriale per le due mamme o i due papà.
Perché
siamo profondamente convinti che essere genitori è una presa di responsabilità,
oltre che un atto d’amore di coscienza, che va oltre l’orientamento sessuale o
l’identità di genere dei genitori.
E ogni
genitore deve quindi essere inchiodato ai propri doveri rispetto i propri
figli, fin dal loro primo istante di vita.
È per
questo che ci siamo schierati compattamente in Parlamento contro l’assurda
proposta di rendere reato universale la “Gestazione Per Altri e altre”,
iniziativa utilizzata strumentalmente dalla destra per fare propaganda e per
soffiare sul vento dell’intolleranza aumentando lo stigma sociale contro i
tanti bambini e ragazze che vivono nel nostro Paese e che sono nate da percorsi
di GPA.
La GPA
è un argomento complesso che va approfondito e affrontato con serietà, non
fanno parte della nostra cultura politica i toni da stadio e respingiamo ogni
tentativo di strumentalizzazione dell’argomento nel tentativo di bloccare il
riconoscimento di pieni diritti a bambini e bambine in carne ed ossa.
Sia
chiaro, siamo contrari a qualunque tipo di sfruttamento e/o mercificazione del
corpo della donna e continueremo a batterci quindi affinché sia garantita
sempre e comunque la sua autodeterminazione.
Ed è
proprio per questo motivo che, al fine di contrastare possibili zone grigie nei
percorsi di GPA che possano nascondere o potenzialmente favorire lo
sfruttamento delle donne che portano avanti la gravidanza per altri, crediamo
che la postura più giusta sia quella di una chiara e seria regolamentazione di
tali percorsi anche in Italia e non quella che porta avanti posizioni proibizioniste
che hanno più il sapore dell’ideologia che di una reale volontà di controllare
il fenomeno partendo dalla realtà.
Nel
nostro Partito trovano quindi posto battaglie che riteniamo necessarie e che,
con trasparenza e determinazione, ci facciamo carico di continuare a portare
avanti sia all’interno delle aule istituzionali (dai Parlamenti ai Municipi) e
sia all’interno di ogni luogo sociale che ci troveremo ad attraversare.
Saremo
ancora instancabilmente nelle piazze insieme a chi porterà avanti battaglie di
civiltà in cui nessuno deve arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun’altro
e in cui ogni cittadino potrà
assumersi
gli stessi diritti e i medesimi doveri.
Perché
rendere il nostro Paese e le nostre città luoghi sempre più accoglienti,
giusti, solidali, liberi e inclusivi, è il nostro obiettivo.
Cittadinanza
e libertà di movimento:
una
battaglia di giustizia e democrazia.
Balcanicaucaso.org
– Daniela Ionità – (14 – 7 – 2025) - ci dice:
La
cittadinanza italiana, basata sullo ius sanguinis, esclude milioni di persone
nate o cresciute in Italia, negando diritti e partecipazione.
Serve
una riforma radicale per trasformarla in uno strumento di inclusione,
garantendo permessi di soggiorno semplificati e riconoscendo dignità a tutti.
La
questione della cittadinanza in Italia non è solo un problema tecnico o
burocratico da relegare ai tavoli delle commissioni parlamentari.
È una questione politica e sociale che incide
profondamente sul destino democratico del paese.
Per
troppo tempo, il dibattito si è concentrato su etichette riduttive come
“seconde generazioni” o “stranieri regolari”, creando una narrazione
frammentata e divisiva, che serve solo a mantenere uno status quo di esclusione
sistemica tra non cittadini di serie A e non cittadini di serie B.
Il
modello di cittadinanza italiano, ancorato allo “ius sanguinis”, è una
costruzione “etno-nazionalista” che funziona come una barriera strutturale
contro milioni di persone nate, cresciute e radicate in Italia, ma formalmente
escluse dalla piena partecipazione politica e sociale.
Questa
esclusione non è una svista, è una scelta politica deliberata:
la cittadinanza diventa uno strumento
selettivo che decide chi può godere di diritti, libertà e dignità, e chi invece
resta confinato in una condizione di marginalità permanente, di respiro
sospeso.
La
libertà di movimento è oggi un privilegio.
Nel contesto europeo, le politiche di
esternalizzazione delle frontiere, la militarizzazione dei confini e i centri
di detenzione amministrativa impongono una vera e propria segregazione dei
corpi e delle vite, trasformando chi non possiede un “passaporto giusto” in un
nemico da controllare, isolare o espellere.
La
cosiddetta “Fortezza Europa” è una macchina di esclusione che produce violenza
istituzionale e sofferenza umana.
Chi
fugge da guerre, povertà o disastri climatici non deve essere considerato un
problema da risolvere con muri e respingimenti, ma una componente fondamentale
della nostra società, che va tutelata, per solidarietà, ma soprattutto per
giustizia.
Questa
realtà impone un ripensamento radicale della cittadinanza stessa, che deve
diventare uno strumento di partecipazione e giustizia sociale, non un filtro
selettivo.
La cittadinanza deve fondarsi sulla
partecipazione, la convivenza e co-creazione della società dove si vive, non su
criteri esclusivi e discriminatori.
Negli
ultimi anni, la mobilitazione dal basso e l’azione delle comunità territoriali
hanno portato alla ribalta un’urgenza chiara:
la
necessità di una riforma strutturale della legge sulla cittadinanza.
A
questo proposito, la recente stagione referendaria ha rappresentato un momento
fondamentale di aggregazione e pressione politica.
In
molte città italiane, le raccolte firme per il referendum e i voti seppur
sembrano pochi, ovvero 9 milioni, ci danno la prova che un sesto della
popolazione italiana è convinta della via da intraprendere.
Questa
spinta dal basso ha mostrato la forza delle comunità migranti, delle
associazioni, dei giovani e di una parte crescente della società civile, che
rifiuta l’idea di una cittadinanza come privilegio e chiede di trasformarla in
diritto per tutte e tutti.
I
referendum sono stati un segnale chiaro: non si tratta solo di un cambiamento
normativo, ma di un cambio di paradigma culturale e politico che è necessario.
Un
paradigma che riconosca l’Italia non come un luogo di passaggio o di
esclusione, ma come una comunità politica in cui chi vive stabilmente ha
diritto a essere riconosciuto, rispettato e rappresentato.
La
cittadinanza deve smettere di essere un ostacolo e diventare una leva per la
coesione sociale e la democrazia reale.
Un
tassello fondamentale in questa battaglia è anche la semplificazione e la
facilitazione dei permessi di soggiorno.
La
complessità burocratica, i tempi lunghissimi e le incertezze giuridiche rendono
l’accesso ai permessi in Italia un percorso ad ostacoli, che produce esclusione
e precarietà. Il diritto alla permanenza legale non può essere un miraggio da
rincorrere, ma deve diventare un diritto garantito e protetto, un passaggio
essenziale prima della possibilità di essere riconosciuti italiani.
Facilitare
i permessi di soggiorno significa garantire stabilità alle persone, dare loro
la possibilità di lavorare senza paura, di studiare, di costruire legami
sociali duraturi e di partecipare attivamente alla vita collettiva. Significa
spezzare il ricatto della paura e dell’irregolarità che alimenta lo
sfruttamento lavorativo, la marginalità sociale e la discriminazione.
Questa
è una battaglia che si intreccia con quella per una cittadinanza piena e per la
libertà di movimento: solo chi ha sicurezza giuridica può sentirsi davvero
parte della comunità politica.
Può
respirare a pieni polmoni.
La
semplificazione dei percorsi burocratici, l’abolizione delle procedure
inutilmente punitive e la tutela giuridica dei migranti devono essere al centro
di una nuova politica migratoria e di cittadinanza. Le battaglie future devono
partire da qui, unendo la spinta dal basso con un’azione politica consapevole e
strategica.
Serve
connettere l’analisi rigorosa delle disuguaglianze, del razzismo sistemico con
la mobilitazione sociale e le istanze di giustizia.
Questa lotta è parte di una più ampia sfida
democratica:
un
paese non può definirsi democratico se continua a escludere intere comunità dal
diritto di cittadinanza, dalla libertà di movimento e dalla sicurezza legale.
L’Italia
ha davanti a sé una scelta cruciale: continuare a legittimare un sistema di
esclusione e discriminazione, di razzismo sistemico o farsi protagonista di una
nuova stagione di diritti e partecipazione.
Le
esperienze locali di solidarietà, le mobilitazioni giovanili, la pressione
referendaria e la battaglia per semplificare l’accesso ai permessi mostrano che
la strada per il cambiamento è già tracciata, ma serve una volontà politica
forte e coraggiosa.
Non si
tratta solo di cambiare una legge, ma di trasformare la struttura stessa della
nostra società e delle sue istituzioni.
La
cittadinanza deve diventare un atto di riconoscimento politico e sociale, un
patto che ci unisce nel rispetto della diversità e della dignità di tutte e
tutti.
Questa è la sfida che ci attende.
La lotta per una cittadinanza piena, plurale e
larga, per la libertà di movimento, per il diritto alla stabilità legale e per
la giustizia sociale, è una lotta che riguarda tutti.
Iran,
la battaglia per la libertà
è un
impegno non negoziabile.
Loccidentale.it
– (10 Febbraio 2023) – Bernardino Ferrero – Redazione – ci dice:
Iran,
la battaglia per la libertà è un impegno non negoziabile.
In
questi giorni il Festival della canzone italiana ospita sul palco del “Teatro
Ariston di Sanremo” l’attivista di origini iraniane” Pegah Moshir Pouh”.
Pouh racconta cosa succede nel suo Paese.
Mentre a “Kashmar”, nell’Iran nord-orientale,
le Autorità hanno chiuso una clinica in seguito a un confronto tra due donne
sul tema dell’hijab.
La
vicenda, documentata da un video diffuso sui social media, riguarda una donna
velata che ammonisce un’altra donna per non aver indossato correttamente” il
hijab”.
Un
medico della clinica interviene per difendere il diritto della donna di non
indossare il velo come forma di protesta.
La
risposta delle autorità è stata immediata e brutale, con il medico accusato di
“insultare una donna con hijab e insultare i chierici”.
La
clinica rischia di chiudere.
In Iran il fronte della battaglia per
la libertà.
Questo
episodio è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi che hanno visto la
chiusura di attività commerciali, ristoranti, caffè e persino farmacie a causa
della mancata osservanza delle leggi islamiche. In Iran portare l’hijab è
obbligatorio. Una legge che rappresenta la sempre più stringente repressione
delle libertà individuali nell’antica Persia.
Lo
scorso 16 settembre moriva “Mahsa Amini”, la giovane di 22 anni deceduta in
circostanze mai chiarite dopo la prigionia nel carcere di “Evin”, dopo essere
stata arrestata della polizia religiosa a “Teheran”.
Amini era stata accusata di non indossare
l’hijab “adeguatamente”.
Da
allora, mesi di proteste pubbliche, repressione e violenza in tutto il paese.
Donne e studentesse mostrano il loro sostegno alla battaglia per la libertà in
un modo senza precedenti. Il movimento delle donne e dei giovani iraniani
rappresenta oggi la più grande minaccia per il governo islamico dalla
rivoluzione del 1979.
Una
repressione brutale del dissenso.
In
risposta a queste proteste, le autorità iraniane hanno lanciato una repressione
brutale del dissenso, arrestando migliaia di persone e imponendo pene severe,
compresa la pena di morte, ai manifestanti.
Questa
repressione delle libertà individuali è inaccettabile e va condannata con
fermezza.
Di
fronte a tutto questo, l’Occidente ha un imperativo morale.
Deve esercitare la propria leadership nella
difesa della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo.
Questo
significa non arrendersi alla tentazione di intrattenere relazioni con regimi
islamici autoritari come l’Iran, che sono noti per la loro intolleranza e
repressione.
Non
dobbiamo cadere nella tentazione di scendere a compromessi per ragioni di
sicurezza o interessi economici e sostenere, costi quel che costi, i nostri
valori fondamentali.
Questo
significa anche sostenere gli attori che lottano per la libertà e la giustizia,
come il popolo ucraino che affronta una minaccia costante da parte di un
dittatore alleato e amico degli islamofascisti iraniani.
Servirà
un impegno fermo e coerente a favore della democrazia, dei diritti umani e
della libertà individuale, nei luoghi dove questi valori sono sistematicamente
oppressi.
Solo
attraverso questo impegno incrollabile per i nostri valori possiamo proteggere
la nostra libertà e garantire un futuro migliore per le generazioni future.
È
nostro dovere morale sostenere e difendere la libertà ovunque essa sia
minacciata.
(Mondo).
L’India,
l’Europa e il
nuovo
disordine globale.
Loccidentale.it
– (09 Settembre 2025) - Elena de Giorgio – ci dice:
Il
blocco delle autocrazie ha incassato a Tianjin un duplice dividendo: uno
politico, l’altro simbolico.
Politico
perché l’India – la più popolosa delle democrazie asiatiche – ha preso posto
accanto a Cina, Russia e ai regimi illiberali dell’Iran e dell’Asia centrale.
Simbolico perché il “Sud globale” si è presentato come il nuovo custode
dell’ordine post-Yalta, protagonista di una riscrittura della storia
alternativa all’egemonia occidentale.
Ma la
forma non fa la sostanza:
la SCO
resta un organismo eterogeneo, privo della coesione e della forza che la Nato
ha consolidato in ottant’anni di storia.
Ma la
presenza della più grande democrazia dell’Asia, l’India, dimostra il potere di
attrazione dei regimi regionali.
Il
primo ministro “Modi” ha evitato la parata militare di Pechino e, pochi giorni
prima, aveva incontrato il premier giapponese a Tokyo.
La sua
visita a “Tianjin” mette in luce un equilibrio precario:
diffidente
verso Pechino, l’India funge da ponte tra mondi in conflitto, oscillando tra
interessi multipolari e prudenza diplomatica.
La
ragione di questo scarto non va cercata a Pechino, ma a Washington.
L’America di Donald Trump si muove in modo
erratico, prigioniera della sua base isolazionista.
In
Alaska ha offerto a Putin una tribuna insperata;
con i dazi al 50% ha umiliato l’India,
incrinando venticinque anni di diplomazia paziente, da Clinton a Bush.
Non stupisce allora che Modi, ignorando le
telefonate della Casa Bianca, si sia fatto vedere a Tianjin accanto a Putin,
pur accompagnando quella stretta di mano con parole di pace sull’Ucraina.
È il prezzo dell’unilateralismo:
nel tentativo di soddisfare i MAGA, Trump
rischia di spingere Delhi verso un multipolarismo che rafforza Pechino e
legittima Mosca.
È qui
che entra in gioco l’Europa.
Dopo aver intuito, già al vertice di
“Anchorage,” la traiettoria impressa da Washington, e dopo il rafforzamento del
dialogo transatlantico, l’Unione comprende che la sua missione non si limita al
contenimento della Russia tramite sanzioni e spese militari.
La strategia europea di “derisking” nei
confronti di Pechino non implica un disaccoppiamento radicale, ma la
costruzione di un sistema di interdipendenze più sicuro e gestibile.
In questo quadro, l’Europa può proporsi come
ponte commerciale tra Stati Uniti e Cina, sfruttando la propria posizione
geografica, i corridoi indoeuropei e la centralità del Mediterraneo.
Parallelamente,
deve anche evitare che l’India scivoli progressivamente lontano dall’Occidente:
non coltivando l’illusione di un’alleanza
esclusiva, ma rafforzando un legame diplomatico ed economico che mantenga Nuova
Delhi agganciata all’ecosistema occidentale, valorizzandone l’ambivalenza.
L’Europa
può aprire spazi di mercato che compensino i dazi americani, offrire
investimenti in energia verde e tecnologie digitali, consolidare la
cooperazione marittima nell’Oceano Indiano.
In
questo modo, può sostenere il “multi-allineamento” indiano senza pretenderne
l’esclusività, dimostrando che l’Occidente, pur nella sua pluralità, resta in
grado di agire in maniera concertata.
In
questo quadro, un’Europa matura deve saper coniugare due missioni:
contenere Mosca in Ucraina e connettere Delhi
nell’Indo-Pacifico.
Non si
tratta di un obiettivo marginale, ma di un passaggio cruciale per evitare che
la “maggioranza globale” evocata da “Putin” e “Xi” si trasformi in un blocco
realmente alternativo.
Ciò
significa riconoscere che Pechino continuerà a muoversi nell’ambiguità, che
Mosca sfrutterà la tribuna asiatica e che Nuova Delhi resterà l’ago della
bilancia.
Mantenere
l’India agganciata non garantisce un’alleanza organica, ma può contribuire a
preservare uno spazio di cooperazione con l’Occidente e a impedire che le
autocrazie dettino da sole le regole del gioco internazionale.
(Mondo).
America
addio. Quella di Trump
non è
“cancel culture”, è scivolamento
verso
Mosca.
Linkieta.it
– (19 settembre 2025) – Editoriale di Cristian Rocca – ci dice:
In
poche ore, la Casa Bianca si è ulteriormente trasformata nel quartier generale
di un regime ottuso e dispotico.
La cacciata dei comici dalla tv, la
designazione degli” anti fa” come terroristi, la rivendicazione dell’orrore e
undici arresti di Democratici a New York.
E
l’acquiescenza delle élite.
Non
abbiamo fatto in tempo a digerire l’incredibile interruzione in tronco del talk
show di “Jimmy Kimmel” (dopo quello di Steve Colbert) che “Donald J. Trump” ha
pensato bene di designare come «organizzazione terroristica» il movimento
antifascista e, nella stessa giornata, di arrestare undici dirigenti politici
democratici eletti nella città di New York.
Siccome
non esiste una struttura, un partito, un “comitato anti fa”, per il decreto
social di Trump sono potenzialmente terroristi – e come tali potranno essere
fermati, processati e condannati – tutti gli americani che manifestano
pubblicamente un dissenso da sinistra nei confronti del regime trumpiano.
E con loro chiunque finanzi o sostenga
l’opposizione (chissà se ora Elon Musk fornirà all’Fbi generalità e indirizzi
dei twittatori con «anti fa» in bio).
Si
dovranno guardare le spalle dalle squadracce di Trump non solo gli studenti
stranieri, i comici e gli immigrati regolarizzati da anni di residenza e lavoro
in America, ma anche i cittadini americani con opinioni diverse da quelle del
“ciarlatano in chief”.
Dichiararsi
antifascisti equivale ad affiliarsi ad Al Qaeda, o a diventare «nemici del
popolo» come nell’Unione sovietica di Stalin, ma la nuova trovata di Trump è
solo un pretesto per reprimere il dissenso, così come le leggi russe contro gli
agenti stranieri in vigore a Mosca e nella Georgia caucasica.
Che
fine miserabile per l’America che per due secoli è stata un faro di libertà e
per uno la guida illuminata del mondo libero.
Avendo scritto qualche migliaio di volte, a cominciare
dal 2016, che Trump è la più grande tragedia mai capitata all’America dall’11
settembre 2001, ogni volta che qualcuno si stupisce dell’ennesimo passo spedito
verso il baratro mi viene in mente “Robert Conquest”, lo storico che nel 1968 –
mentre l’Europa si ubriacava di ideologie totalitarie – scrisse “Il Grande
Terrore”, il più completo e dettagliato atto d’accusa sullo stalinismo.
Lo
presero per pazzo, ovviamente.
Ma “Conquest” aveva ragione, tanto che quando
nel 1990, alla Caduta del muro di Berlino, gli ripubblicarono il testo e gli
chiesero se voleva dargli un nuovo titolo, lui rispose di sì, certo, chiamatelo
«Ve lo avevo detto, razza di idioti».
Ci
sarebbe dunque da ritirarsi a vita privata, ammesso che al mondo esista un
posto al riparo da questi tempi impazziti, ma a futura memoria, sempre che la
memoria abbia un futuro o anche solo un presente, bisogna continuare a
segnalare il pericolo Trump, la caduta dell’Occidente libero e l’imminente fine
di tutto.
Sento
parlare di “cancel culture” di destra a proposito di “Kimmel e Colbert,” ma non
è “cancel culture” quello che sta succedendo nell’America perduta di Trump. Non
c’è nessuna cultura nel cancellare programmi televisivi o il dissenso, peraltro
nel pieno di una vanagloriosa campagna a favore della libertà di espressione
improntata sul vittimismo, come nella migliore tradizione delle ideologie
dispotiche.
Trump
non fa “cancel culture“, compie atti autoritari.
L’America
è scivolata verso Mosca, è diventata la Russia di Putin, ed è questo il grande,
epocale, successo del dittatore del Cremlino:
non è
riuscito a conquistare nemmeno tutto il Donbas, ma è riuscito strappare al
fronte liberal-democratico il paese guida, l’America, e a farlo passare nella
squadra dei paesi autoritari.
La
situazione è sfuggita di mano.
Ieri,
a New York, la “Gestapo di Trump” ha arrestato undici eletti democratici che
chiedevano di fare visita agli immigrati catturati per strada e detenuti in un
ufficio federale.
Nelle
ultime settimane, Trump ha mandato i soldati nelle città anti trumpiane, ha
condotto operazioni di rastrellamento di immigrati con metodi nazi, ha piegato
la resistenza di università, dei grandi studi legali, delle televisioni e dei
giornali, ha taglieggiato qualche grande impresa privata, ha dichiarato guerra
commerciale ai paesi amici, ha ricompattato tutti peggiori ceffi del pianeta,
ha complicato la guerra all’Ucraina e la situazione a Gaza, e ha fatto
genuflettere gli oligarchi della Silicon Valley al suo cospetto, ma solo dopo
averli taglieggiati.
La
fine dell’America che conoscevano si vede non solo dalle enormità commesse da
Trump, ma anche dall’acquiescenza dell’élite americane che, a differenza dei
russi anti Putin e dei cinesi democratici, non avrebbero rischiato niente se
avessero fatto il loro dovere minimo per fermare la deriva autoritaria di un
presidente eversore, del primo presidente antiamericano degli Stati Uniti.
Invece
hanno ceduto tutti, uno per uno, divorati dall’avidità, illudendosi di poter
governare l’opportunità e smantellando i famosi pesi e contrappesi su cui si
basano la società aperta e lo stato di diritto americani.
Gli “oligarchi
di Putin” sono meno spudorati di quelli di Trump, perlomeno qualcuno a Mosca si
è ribellato, a Washington nessuno.
Putin
stesso è meno spudorato di Trump, il quale rivendica i licenziamenti, le
purghe, le oscenità, mentre il Cremlino le nega e fa finta di niente.
Siamo arrivati a questa deriva morale, e non è
passato nemmeno un anno dall’elezione di Trump, e otto mesi dall’inaugurazione
del secondo mandato.
Con
queste premesse, mi pare improbabile che gli Stati Uniti, e il resto del mondo,
possano sopravvivere ad altri tre anni di Trump.
A lui,
del resto, non sono nemmeno sufficienti, vuole regnare a vita, non ha nessuna
intenzione di lasciare la Casa Bianca, dove fantastica di poter dare feste
pacchiane come quelle dei satrapi mediorientali nella nuova sala da ballo da
400 milioni che sta facendo costruire (si spera con meno oro finto e
soffitti più alti rispetto allo standard delle Trump tower).
Trump
cercherà di esplorare ogni modo possibile per accantonare la Costituzione che
gli impedisce un terzo mandato, oppure si inventerà qualche emergenza nazionale
per non votare mai più, e restare alla tolda di comando oltre il 2028.
I giudici compiacenti che glielo consentiranno
ce li ha già, l’opposizione invece non c’è, i movimenti radicali sono messi
fuorilegge, gli avvocati si guarderanno bene dal difendere i Democratici dai
brogli elettorali e dalla rimappatura dei collegi. Tutti potranno essere
dichiarati terroristi.
L’esercito
e la Gestapo sono pronti a intervenire per difendere il colpo di Stato
trumpiano.
Quando
Trump vorrà restare alla Casa Bianca, e la gente si stupirà di cotanta tracotanza, pubblicheremo
quell’edizione di “Ve l’avevo detto, razza di idioti”.
Non si
può più dire niente.
Gli
“anti fa” considerati terroristi, e
la
libertà di parola alla maniera
dei
trumpiani.
Linkiesta.it - Alessandro Cappelli – (19 -09
– 2025) – ci dice:
Il
presidente americano vuole designare il movimento antifascista come
organizzazione terroristica, anche se la Costituzione glielo impedirebbe.
L’impazzimento
illiberale della destra americana è definitivo: l’Amministrazione è sempre più
insofferente verso chi protesta e critica il suo operato.
E la
censura viene brandita come nelle peggiori autocrazie.
(AP/Lapresse).
Ieri
Donald Trump ha deciso che “Anti fa” è «una delle principali organizzazioni
terroristiche degli Stati Uniti».
Lo ha
scritto sul suo social Truth, in uno di quei proclami urlati e inconfondibili,
avvertendo anche «coloro che finanziano Anti fa», i quali saranno «indagati a
fondo».
Peccato
che Anti fa non sia un’organizzazione con una gerarchia chiara, ma una rete
fluida di attivisti e gruppi locali.
E non
si capisce come l’Amministrazione Trump intenda applicare un provvedimento
simile nei suoi confronti, non avendo una leadership da colpire.
Ci
sono nodi giuridici anche sulla possibilità di inserire il movimento in una
lista di organizzazioni terroristiche interne.
Soprattutto
perché negli Stati Uniti non esiste un equivalente interno della lista
statunitense delle organizzazioni terroristiche estere, anche grazie al “Primo
Emendamento che protegge la libertà di espressione”.
Questa
su “Anti fa” è l’ultima assurdità di un presidente che parla di terrorismo per
zittire, censurare e reprimere i suoi oppositori politici:
somiglia
molto a una cosa che potrebbe dire un autocrate di un regime illiberale e
antidemocratico.
Uno che si sente al di sopra della legge e
della Costituzione.
Nel
regno che vorrebbe Trump, la libertà di parola non è più un diritto universale,
ma un privilegio a geometria variabile: garantita agli amici trumpiani, negata
a chi dissente.
Per
anni la destra americana ha detto che non si poteva più dire niente:
si lamentava della sinistra woke intollerante,
denunciava una prigione del linguaggio in cui i progressisti volevano
ingabbiare il mondo libero.
Invece
era solo un artificio retorico, un inganno.
Cercavano
campo libero per proferire insulti a sfondo razziale, etnico, religioso;
per
normalizzare la violenza e diffondere odio contro i loro avversari politici.
Una
volta tornata al potere, quella stessa destra ha imposto le sue regole
illiberali con il bazooka.
A fare
da cavia in questo laboratorio di autoritarismo sono finiti anche i comici.
L’ultimo è “Jimmy Kimmel”.
Il
conduttore di uno dei talk show più popolari degli Stati Uniti è stato sospeso
a tempo indeterminato da Abc dopo un monologo sull’omicidio di “Charlie Kirk”.
In estate era stata annunciata la chiusura,
dal 2026, dello storico “Late Show “presentato” Stephen Colber”t sulla” Cbs”:
non
perché mancassero ascolti, ma perché abbondavano battute su Donald Trump (in entrambi i casi trovate tutto
quello che dovete sapere negli articoli di Guia Soncini).
«Ho
fermato ogni censura governativa e ho riportato la libertà di parola in
America», aveva detto Trump lo scorso marzo.
Non aveva specificato che si trattava di una
selezione speciale:
la
libertà di parola è garantita, purché sia di suo gradimento.
E meno male che a febbraio Elon Musk –
parlando al “Cpac”, la” Conservative Political Action Conference”, davanti a
attivisti e politici conservatori – aveva detto:
«La sinistra voleva rendere illegale la
comicità. Non si poteva prendere in giro niente, quindi la comicità faceva
schifo. Legalizzate la comicità».
All’epoca
era ancora un membro del governo.
Non è
mai stata solo una battaglia contro l’intolleranza della sinistra.
È
un’azione di Stato che passa per minacce istituzionali, cause milionarie e
provvedimenti amministrativi.
È la
deriva illiberale degli Stati Uniti.
Una
politica che non cerca il confronto, ma l’annientamento della controparte.
La
censura non si limita ai monologhi dei comici, investe giornali, editori,
testate, studenti e manifestanti.
La
macchina giudiziaria del trumpismo lavora senza sosta con azioni legali contro
le principali istituzioni dell’informazione, dal “New York Times” al “Wall
Street Journal”.
Il
primo scontro di Trump con una testata giornalistica, in questo secondo
mandato, è stato con l’”Associated Press “(AP), il principale organo di
informazione del Paese.
L’agenzia
era stata bandita dalle conferenze stampa della Casa Bianca e sull’Air Force
One perché non aveva voluto usare la nuova denominazione del “Golfo del Messico”,
che Trump aveva ribattezzato “Golfo d’America”.
L’Associated
Press ha ottenuto in tribunale il ripristino di alcuni accessi e ha visto
riaprire un dibattito sulla legittimità di escludere una storica agenzia di
stampa dall’area degli eventi presidenziali.
Ma
dopo quelle all’Associated Press sono arrivate altre minacce ad altre testate,
con querele, pressioni economiche, investigazioni da parte di agenzie federali
– solo nei primi otto mesi del 2025, la “Federal Communications Commissio”n
(Fcc) ha avviato indagini contro “Abc”,” Cbs” e “Nbc News”.
La
settimana scorsa, l’omicidio di Charlie Kirk ha rotto ogni argine
all’aggressività della destra trumpiana.
Nell’impazzimento
del dibattito pubblico americano, i Repubblicani hanno approfittato di un
episodio tragico per perdere ogni contegno contro i rivali politici.
È
quello che Francesco Cundari nella sua newsletter” La Linea” ha definito il
«carattere strumentale, pretestuoso e contraddittorio della campagna della
destra trumpiana contro l’odio della sinistra».
Portabandiera
di questa deriva è la procuratrice generale” Pam Bondi”:
«C’è la libertà di espressione e poi c’è il
discorso d’odio, e per quest’ultimo non c’è posto, soprattutto ora, soprattutto
dopo quello che è successo a Charlie, nella nostra società… Se prendi di mira
qualcuno con discorsi d’odio, saremo noi a prendere di mira te e a venirti a
cercare».
Un’editorialista
del “Washington Post”, “Karen Attiah”, è stata licenziata per una frase su “Charlie
Kirk”, in cui peraltro gli attribuiva una citazione sbagliata.
Qui
occorre ricordare che il “Washington Post” è il giornale di proprietà di “Jeff
Bezos”, fedele alleato di Trump.
Come lei, decine di persone hanno già perso il
lavoro, nel pubblico e nel privato, per avere fatto commenti online sulla morte
di Kirk.
Già a
maggio l”’International Bar Association” (Iba), associazione forense di
professionisti del diritto, parlava di questi metodi da autocrazia con un
particolare riferimento storico:
«Il
più grave attacco alla libertà di parola almeno dai tempi di McCarthy», nelle
parole di “Jonathan Hafetz”, professore di diritto alla “Seton Hall Law School”
e responsabile dei membri del “Comitato per i diritti umani” dell’ “Iba”.
In
quei giorni, più dei giornali, le università americane erano il bersaglio
prediletto dell’amministrazione Trump.
I
campus americani sono stati per decenni roccaforti del dialogo e del confronto
intellettuale, oggi sono terreno di sperimentazione di nuove pratiche
intimidatorie. Ordini esecutivi che minacciano tagli ai finanziamenti federali,
richieste di rimozione di certi programmi, revoca di visti e addirittura
l’intervento dell’”Immigration and Customs Enforcement” (Ice) contro le
manifestazioni studentesche.
«Tutti i finanziamenti federali saranno
BLOCCATI per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste
illegali», aveva scritto Trump su Truth Social.
In
tutto il Paese, la libertà di riunione viene presa di mira a colpi di post e
ordini esecutivi.
Sono
minacce che pesano sui bilanci e sulle scelte istituzionali: le amministrazioni
scolastiche frenano su molti programmi, i rettori censurano i docenti, gli
studenti temono di organizzare sit-in.
Agli
albori delle guerre culturali contemporanee, i conservatori combattevano contro
la «cancel culture» proprio a partire dai campus universitari.
È in
quelle battaglie che hanno sviluppato una particolare predilezione per il Primo
Emendamento.
Era
antiamericano, sostenevano, punire qualcuno per aver esercitato il proprio
diritto di parola.
«Sotto
la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni,
ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle pubblicamente»,
diceva a febbraio il vicepresidente americano J.D. Vance, nell’ennesima
citazione apocrifa di Voltaire.
Quelle
parole Vance le aveva pronunciate alla “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco”.
All’epoca il mondo intero si era concentrato
solo sull’altra parte del discorso, quella che sembrava scritta da “Alexander
Dugin”, in un mix di propaganda post sovietica e retorica falsificatoria sul
declino dell’Occidente.
Il
vero volto del trumpismo, visibile più che mai nell’ultima settimana, è
totalmente in contraddizione con quello che la destra statunitense – come
quella italiana ed europea, d’altronde – ha sempre detto di difendere:ù la
libertà di parola, protetta in America dal Primo Emendamento.
Il
pericolo non è solo che qualcuno perda il lavoro, come Kimmel, Colbert o Karen
Attiah.
È il
sistema democratico che perde la capacità di autogovernarsi attraverso il
confronto pubblico.
Quando
il governo minaccia e punisce opinioni e manifestazioni, la democrazia si
sfalda.
Quando
la leva economica – tagli ai fondi, cause milionarie, revoche di visti –
diventa uno strumento di polizia politica, la libertà di parola diventa un
privilegio e non un diritto.
La
deriva illiberale degli Stati Uniti si vede anche e soprattutto in queste cose.
Quella dei trumpiani è una crociata, una guerra santa, la repressione e la
censura sono le loro armi.
È la
trasfigurazione dell’America come capofila del mondo libero.
Un
Paese sempre più simile alle peggiori autocrazie del pianeta.
In cui gli unici a non poter più dire nulla
sono quelli che non piacciono al presidente.
Elimina
USA.
Unz.com - Hua Bin – (18 settembre 2025) – ci dice:
La
Cina sta vietando i chip Nvidia in un inaspettato effetto di secondo ordine
dell'embargo tecnologico degli Stati Uniti
Da
quando Trump e Biden hanno lanciato la battaglia tecnologica e commerciale con
la Cina, ho scritto diversi saggi sostenendo che Pechino dovrebbe avviare un
completo disaccoppiamento dagli Stati Uniti per motivi di sicurezza nazionale e
competitività economica.
Sembra
che stia accadendo proprio ora.
Pechino
ha appena vietato alle sue grandi aziende tecnologiche di acquistare i chip
Nvidia H20 e RTX 6000D.
Nvidia
ha sviluppato questi due acceleratori di chip “GPU AI “appositamente per il
mercato cinese in conformità con il divieto degli Stati Uniti di “chip AI
“avanzati in Cina.
Pechino
ha appena rovesciato in faccia a Washington il copione dell'embargo
commerciale.
Questo
è un esempio da manuale di come una politica coercitiva mal concepita esploda
di fronte al perpetratore.
E un
altro caso di studio come i tecnocrati di Pechino, molto più intelligenti,
hanno superato nell'astuzia i miopi funzionari politici di Washington.
Esaminiamo
cosa è successo.
A
partire dal primo mandato di Trump, il regime degli Stati Uniti ha alzato la
posta in gioco nel contenere l'ascesa tecnologica della Cina.
Ha
prima vietato le vendite di chip statunitensi a Huawei nel tentativo di
distruggere il gigante delle telecomunicazioni e della telefonia mobile.
Ha
fallito miseramente ma, come previsto, l'opzione predefinita di Washington di
fronte al fallimento è quella di raddoppiare.
Durante
il suo mandato, Biden ha ulteriormente intensificato la guerra tecnologica “vietando
i chip AI”, il software e persino le macchine per litografia sul mercato cinese
nel suo complesso.
L'obiettivo
esplicito dei divieti tecnologici impedisce alla Cina di raggiungere il livello
di sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.
Poiché
la Cina è il più grande mercato mondiale per i semiconduttori, il regime di
Biden voleva continuare a fare soldi dalla Cina, ostacolando al contemporaneo
il progresso tecnologico della Cina.
La
soluzione è stata quella di consentire la vendita di chip una o due generazioni
indietro rispetto all'avanguardia.
Nvidia,
il monopolio effettivo globale dei “chip AI”, ha progettato il “chip H20”
specificamente per il mercato cinese in conformità con il controllo delle
esportazioni di Biden.
La strategia di Nvidia era quella di continuare a
trarre profitto dalla domanda cinese e legare gli sviluppatori cinesi di
intelligenza artificiale al “suo ecosistema software CUDA” senza vendere alla
Cina gli ultimi chip di intelligenza artificiale.
Tuttavia,
quando un'azienda cinese di intelligenza artificiale poco conosciuta, “Deep
Seek,” ha scioccato il mondo tecnologico con il lancio del suo modello
linguistico di grandi dimensioni “Deep Seek R1” nel gennaio 2025, il mondo si è
improvvisamente reso conto che gli ingegneri cinesi di intelligenza artificiale
erano in grado di sviluppare modelli di intelligenza artificiale di livello
mondiale anche con i chip acceleratori molto meno potenti.
Deep Seek
ha raggiunto la svolta utilizzando l'apprendimento di rinforzo per consentire
al suo LLM di sviluppare capacità di ragionamento attraverso l'auto-evoluzione.
L'innovativo
metodo di addestramento non richiedeva tanta elaborazione quanto modelli simili
negli Stati Uniti e ha aggirato con successo il fossato dei chip che Nvidia ha
cercato di costruire attorno ai suoi prodotti più sofisticati.
Come
reazione, il secondo regime di Trump ha immediatamente vietato anche la vendita
dei “chip H20” annacquati alle aziende tecnologiche cinesi.
Nvidia è stata costretta a cancellare 5,5
miliardi di dollari di “chip H20” invenduti nel suo inventario.
Senza
accesso ai chip di intelligenza artificiale occidentali avanzati, Pechino si è
resa conto che l'unico modo per sviluppare l'industria dell'intelligenza
artificiale in Cina è la totale autosufficienza in ogni fase della catena del
valore dei semiconduttori.
Le
aziende tecnologiche cinesi hanno iniziato a investire pesantemente nello “stack
di chip AI”, dalla progettazione, alla produzione e all'architettura del
software. Huawei, Cambricon e Alibaba hanno recentemente annunciato la
produzione di chip acceleratori AI che sono solo una generazione indietro
rispetto ai chip più potenti di Nvidia.
In
effetti, il “divieto di Trump sull'H20 “ha lasciato un mercato del valore di
centinaia di miliardi di dollari, che era monopolizzato da Nividia, spalancato
per i produttori nazionali cinesi.
Rendendosi
conto che gli Stati Uniti rischiano di perdere il più grande mercato di chip a
favore dei loro concorrenti cinesi, “Jensen Huang e David Sachs”, lo "zar
dell'intelligenza artificiale" di Trump, hanno fatto pressioni sulla Casa
Bianca di Trump per allentare il divieto e tornare al mercato cinese.
Entrambi
hanno affermato che è nell'interesse degli Stati Uniti mantenere le aziende
tecnologiche cinesi all'amo dei prodotti Nvidia, ma non i migliori.
Successivamente,
Trump ha revocato il divieto e “Howard Lutnick”, Segretario al Commercio di
Trump, è addirittura andato alla “CNBC” vantandosi che "avremo il mercato
cinese dei chip, ma venderemo loro chip che non sono i nostri migliori, né i
secondi migliori, né tantomeno i terzi migliori".
L'ex
finanziere di Wall Street era così arrogante che pensava di essere abbastanza
intelligente da permettere a Nvidia di continuare a dominare il mercato cinese,
anche con un prodotto di seconda categoria castrato.
Pechino,
guidata da una leadership formata da ingegneri piuttosto che da banchieri e
avvocati come gli Stati Uniti, ha capito subito il piccolo stratagemma. Invece
di consentire all'H20 di tornare sul mercato cinese, Pechino ha avviato
un'indagine sui potenziali problemi di sicurezza dei chip H20, sollevando
preoccupazioni su possibili “backdoor” e “kill-switch” di spegnimento remoto.
Anche
in questo caso, Washington stessa ha fornito le munizioni per alimentare i
sospetti della Cina.
In
udienze pubbliche al Congresso, i deputati statunitensi hanno chiesto
apertamente ai produttori di chip statunitensi di integrare funzioni di”
geo-fencing” nei loro chip. S
i può
solo ipotizzare quali altre "funzioni" siano state installate in quei
cavalli di…
Nel
libro “No Place to Hide,” “Glenn
Greenwald” ha descritto nei minimi dettagli come la” CIA” abbia installato un “software
backdoor” nei” server Cisco” spediti in Cina, come rivelato dai file di “Edward
Snowden”.
La
scorsa settimana, la “Cyber Administration of China” ha chiesto ufficialmente
alle aziende tecnologiche cinesi come “Tencent” e “ByteDance” di interrompere i
test sui nuovi chip “RTX 6000D” di Nvidia, destinati esclusivamente alla Cina,
e di annullare tutti gli ordini.
Inoltre,
il Ministero del Commercio cinese ha avviato un'indagine anti-monopolio contro
Nvidia a causa del mancato rispetto dell'accordo con le autorità di
regolamentazione cinesi quando Pechino ha approvato l'acquisizione della “società
israeliana” Mellanox Technologies” nel 2020.
È
chiaro che Pechino ha deciso di fare a meno di Nvidia e che la Cina costruirà
la sua industria dell'intelligenza artificiale completamente in separazione
dalle tecnologie statunitensi.
Nel
2018, Huawei ha lanciato un progetto interno top secret chiamato "Delete
America" quando l'azienda è stata presa di mira per la distruzione dal
primo regime di Trump e ha dovuto ricorrere a ogni tecnologia americana per
l'autoprotezione.
Ora la
Cina sta abbracciando un "Delete USA" a tutto spettro nazionale dal
suo sviluppo tecnologico.
A
livello tecnico, i produttori cinesi locali di “chip AI” come “Huawei” e “Cambricon”
hanno già sviluppato acceleratori di chip che hanno raggiunto la parità di
prestazioni con i chip specifici di Nvidia per la Cina.
Grazie
a una rete superiore, “Huawei” ha costruito super-nodi di calcolo AI più
potenti come “Cloud Matrix 384” basato su “Ascend 910C” rispetto al rack di
calcolo “Nvidia GB200 NVL 72 “all'avanguardia basato sui suoi chip “Blackwell”
più avanzati.
Come
ha sottolineato lo stesso “Jensen Huang”, l'intelligenza artificiale è un
problema di calcolo parallelo.
Piuttosto
che competere sulle prestazioni di ogni singolo chip AI, Huawei sta cambiando
le regole del gioco collegando più chip per costruire una scala maggiore e
offrire prestazioni migliori a livello di “rack”.
Grazie
alla sua capacità di generazione di energia di gran lunga superiore, la Cina
può permettersi di costruire più centri dati AI che consumano più elettricità
rispetto agli Stati Uniti, il che le conferisce il massimo vantaggio
competitivo nella guerra dell'intelligenza artificiale.
Come
ho scritto in precedenza, Pechino sta investendo molto anche nelle tecnologie
dei semiconduttori di prossima generazione, dai “chip fotonici “ai “semiconduttori
di terza generazione”, come quelli basati sul “seleniuro di indio” (InSe), un
materiale 2D che ha dimostrato un potenziale significativo per superare le prestazioni dei
tradizionali chip in silicio.
I
ricercatori dell'Università di Pechino e della “Remin University “hanno appena
annunciato innovazioni nella produzione di “wafer di InSe”, una mossa che
potrebbe potenzialmente rivoluzionare completamente i chip di silicio.
Ho intenzione di parlarne in un articolo
futuro.
La
strategia originale di Nvidia per l'intelligenza artificiale è stata brillante.
Nvidia
ha raggiunto il dominio del mercato non solo grazie ai suoi chip acceleratori
di intelligenza artificiale di qualità superiore, ma anche grazie al suo
ecosistema “software CUDA”, che ha conquistato gli sviluppatori di intelligenza
artificiale.
È un
modello estremamente difficile da infrangere.
Chiedetelo
ad AMD se non ci credete.
I
concorrenti come Huawei non possono sperare di spezzare la morsa, poiché Nvidia
gode di un volano di dominio del mercato e di elevati margini di profitto che
finanzieranno ulteriore ricerca e sviluppo e amplieranno il suo vantaggio.
Cinque
anni fa, le prospettive che le aziende tecnologiche cinesi si liberassero dal
controllo tecnologico di Nvidia sul settore dell'intelligenza artificiale erano
scarse (ecco perché Nvidia è l'azienda più preziosa al mondo).
Tuttavia,
la mossa maligna del regime statunitense per soffocare lo sviluppo tecnologico
cinese ha inavvertitamente spezzato questa morsa.
Nessuna azienda tecnologica cinese è immune
dalle sanzioni e dai divieti sui chip statunitensi.
Ora
sono tutte incentivate a trovare alternative per ridurre la loro dipendenza
dalla tecnologia statunitense.
I chip
che non corrispondono ai migliori di Nvidia sono meglio di nessun chip. Poiché
aziende come “Huawei” e “Cambricon” ora forniscono opzioni per gli acceleratori
di intelligenza artificiale, stanno anche allontanando gli sviluppatori dalla
rete software CUDA di Nvidia.
Huawei
ha lanciato l'architettura “open source CANN”.
Con
centinaia di miliardi di dollari in gioco, numerosi nuovi concorrenti si stanno
unendo alla gara, erodendo ulteriormente il dominio di Nvidia nel lungo
periodo. Un risultato è certo:
Nvidia
sarà esclusa dal mercato cinese dei chip, il più grande al mondo, e le aziende
cinesi avranno il mercato per sé.
La
Cina è pronta a costruire un sistema di intelligenza artificiale completamente
separato e parallelo dagli Stati Uniti.
Il
sistema cinese potrebbe essere ancora in ritardo nelle prestazioni di calcolo
per ora, ma non dipende dagli Stati Uniti.
Una
volta che il sistema si sarà ridimensionato e maturato a livello di
applicazione, possiamo aspettarci che l'IA cinese competerà con i migliori
attori dell'IA degli Stati Uniti nei mercati globali.
Proprio
come l'industria dei veicoli elettrici di oggi.
La
miope belligeranza del regime degli Stati Uniti ha minato con successo il
dominio del suo stesso campione tecnologico, molto l'opposto di come Pechino ha
curato il dominio della Cina nell'industria delle terre rare.
Washington
si è vista sbattere ripetutamente in faccia la sua belligeranza contro la
Cina...
Dopo
che il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il “Wolf Act” per impedire alla
Cina di raggiungere la “Stazione Spaziale Internazionale” (ISS) nel 2011, la
Cina ha costruito la “propria Stazione Spaziale Tiangong”, che si sta
espandendo e aggiornando mentre la “ISS” è destinata a ritirarsi tra qualche
anno senza una sostituzione in vista.
Dopo
che gli Stati Uniti hanno interrotto il segnale GPS per molestare la nave cargo
cinese Yinhe nel Mar Rosso nel 1993, ciò ha spinto Pechino a costruire il
sistema di navigazione satellitare Beidou, che ora è più avanzato del vecchio
sistema GPS.
Dopo
l'intervento degli Stati Uniti nella Terza Crisi dello Stretto di Taiwan nel
1996, la Cina decise di sviluppare una strategia A2AD completa, concentrandosi
sui missili ipersonici antinave in grado di tenere lontane le navi statunitensi
dalle coste cinesi.
Ora le
famiglie di missili ipersonici DF e YJ possono "affondare l'intera flotta
di portaerei statunitensi in 20 minuti" (citazione di Hegseth).
Mentre
il regime statunitense persegue una relazione avversaria a somma zero con la
Cina, Pechino sta implementando una strategia a tutta velocità "Elimina
gli USA" per separare completamente. Perseguire la piena autosufficienza
tecnologica, soprattutto nell'intelligenza artificiale.
Rallentamento
delle relazioni commerciali: interruzione di tutti gli acquisti di prodotti
agricoli e energetici statunitensi come carbone e GNL.
Svendita
del debito statunitense.
Rendere
l'istruzione statunitense meno attraente per gli studenti cinesi: sempre più
posti di lavoro nei dipartimenti governativi, nelle aziende statali e persino
nelle aziende tecnologiche private sono vietati agli studenti con una laurea
negli Stati Uniti.
Sempre
più aziende statunitensi che lavorano in Cina, come “Starbucks” e “Nike”,
stanno affrontando il rifiuto dei consumatori.
La
colpa non è mai di una sola persona.
Gli
arroganti e ignoranti agenti di Washington hanno sempre dato per scontato che
la loro belligeranza non sia mai ricambiata e che nessuno osi rispondere con un
pugno al bullo.
Forse
hanno ragione quando si tratta dei suoi vassalli servili in Europa, Giappone,
Corea del Sud e nella sfera anglosassone dei 5 occhi.
Ma
hanno incontrato il loro rivale. La Cina non soccomberà alla coercizione di
Washington o al "fascino" di Trump.
Invece,
premerà il pulsante Elimina.
Ancora
agitazione
da
Washington.
Unz.com
- Filippo Giraldi – (18 settembre 2025) – ci dice:
Attività
folle per sostenere un governo che perde il controllo.
È
stata un'altra settimana emozionante a Washington e dintorni.
L'omicidio di Charlie Kirk ha generato
speculazioni che hanno spinto tutti i pazzi e gli odiatori a uscire dai loro
nascondigli.
Tra
questi, inevitabilmente, c'è stato anche il coro di idioti che compone il
governo di Donald Trump.
Dalla morte di Kirk, i conservatori
repubblicani hanno chiesto una stretta sulla sinistra, sebbene non sia affatto
chiaro se un gruppo identificabile di centro-sinistra sia in qualche modo
implicato nell'omicidio.
Più
probabile, forse, è l'ipotesi che Kirk possa essere stato ucciso da Israele,
che aveva sia il movente che i mezzi per compiere l'assassinio.
Israele
ha anche un record internazionale di omicidi politici che non ha eguali, poiché
gli Stati Uniti gli forniscono sempre una copertura politica quando uccidono
qualcuno.
Questo
è stato il caso di recente in Libano, Siria, Yemen, Iran e Qatar.
Le
chiacchiere del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, subito dopo
l'accaduto, che descriveva quanto amasse Kirk sono di per sé estremamente
sospette, poiché è chiaro che gli israeliani e i loro amici negli Stati Uniti
erano in disaccordo con Kirk per le sue preoccupazioni circa il controllo dello
Stato ebraico sia su Trump che sulla politica statunitense.
E
nessuno ha ancora spiegato in modo soddisfacente la misteriosa partenza da un
aeroporto vicino a bordo di un jet privato con il sistema di sorveglianza
automatica dipendente (ADS-B), che fornisce informazioni di posizionamento tra
l'aereo e il controllo del traffico aereo, deliberatamente disattivato.
L'aereo
è di proprietà di “Derek Maxfield”, un uomo d'affari e ricco sostenitore ebreo
del movimento “Chabad Lubavich “dello Utah.
Si potrebbe supporre che il vero assassino sia
stato portato via dalla scena del crimine in aereo.
In
effetti, sul luogo dell'omicidio si è verificata una distrazione alquanto
bizzarra, quando un certo “George Zinn”, identificato da alcune fonti come
ebreo e da altre come mormone-sionista, ha gridato, falsamente, di essere lui
l'assassino.
Il suo sfogo ha interrotto qualsiasi indagine
di polizia in corso e potrebbe aver permesso al vero assassino di fuggire.
È
stato anche difficile spiegare un video di sorveglianza che sembra mettere in
dubbio la posizione e lo stato del fucile presumibilmente utilizzato
nell'omicidio, mentre si credeva che il sospettato arrestato fosse in fuga.
Una cosa è certa:
se
l'indagine dovesse effettivamente implicare Israele nell'omicidio, ci sarà un
insabbiamento organizzato dal governo, proprio come accadde per l'attacco
israeliano alla USS Liberty nel 1967, in cui persero la vita 34 marinai
americani, così come per il sospetto assassinio di JFK e l'altrettanto
discutibile rapporto finale pubblicato l'11 settembre, entrambi eventi che
potrebbero aver coinvolto Israele.
In
assenza di un vero bersaglio per vendicarsi di Kirk, i responsabili delle
indagini governative hanno sfogato la loro rabbia contro i soliti bersagli, tra
cui la garanzia della libertà di parola garantita dal Primo Emendamento.
Diversi
dipendenti che hanno espresso la loro antipatia per Kirk a causa di alcune
delle sue posizioni controverse sono stati puniti.
Il conduttore di talk show notturno “Jimmy
Kimmel” è forse il più noto tra il crescente numero di persone negli Stati
Uniti che sono state licenziate o sanzionate sul posto di lavoro per commenti
ritenuti offensivi che descrivevano la politica di Kirk.
Alcuni
dei commenti emersi dalla copertura mediatica includevano certamente un
linguaggio che potrebbe essere considerato esagerato, ma altri non sembravano
glorificare o celebrare l'omicidio di Kirk.
Anche
il “Dipartimento di Stato” di Trump sta intervenendo per individuare chi
punire, affermando che identificherà i non cittadini che "sui social media
elogiano, razionalizzano o sminuiscono l'evento" e adotterà misure
appropriate nei loro confronti, come il rifiuto o la revoca dei visti e
l'espulsione se si trovano già negli Stati Uniti.
Anche il Procuratore Generale “Pam Bondi” ha
minacciato i comuni cittadini americani che pubblicano "la cosa
sbagliata" sui social media, affermando che il Dipartimento di Giustizia
perseguirà i "discorsi d'odio".
“Bondi”
dovrebbe forse controllare il “Primo Emendamento della Costituzione”, che lei e
tutti i sostenitori di Trump hanno giurato di rispettare e difendere.
Non include alcuna clausola sui "discorsi
d'odio" che toglierebbe il diritto di esprimersi liberamente su qualsiasi
argomento.
Bondi
è forse rimasta confusa dalla sua costante citazione
dell'"antisemitismo", che include qualsiasi critica a Israele, come
"discorsi d'odio" che deve essere combattuto e criminalizzato.
Forse
dovrebbe guardare una mappa dove potrebbe scoprire che Israele non fa parte
degli Stati Uniti, anche se il Congresso e la Casa Bianca a volte sono confusi
sulla questione.
A
proposito, la solita folla di sostenitori di Israele è stata attiva su tutti i
fronti nel loro sforzo di far sembrare il massacro dei palestinesi in corso da
parte di Israele la cosa giusta da fare.
Il
membro del Congresso “Brian Mast” della Florida, che ha prestato servizio
nell'esercito israeliano e che a volte indossa quell'uniforme quando è presente
nell'edificio degli uffici della Camera, ha presentato un disegno di legge che
avrebbe autorizzato il Segretario di Stato a revocare i passaporti di qualsiasi
americano che ritenga abbia fornito "sostegno materiale" ai
terroristi.
I "terroristi" in questione sono,
ovviamente, “Hamas” e gli altri gruppi di resistenza palestinesi, e il disegno
di legge significherebbe che chiunque scriva qualcosa sui social media in
difesa degli abitanti di Gaza potrebbe vedersi ritirare il passaporto.
Fortunatamente,
“Mast “ha ritirato il suo disegno di legge a causa della forte risposta di “numerosi
gruppi per le libertà civili “che avevano avvertito la scorsa settimana che il
disegno di legge metteva in pericolo il diritto di viaggiare liberamente e che
essenzialmente concedeva al “Segretario di Stato il potere” di "polizia
del pensiero".
Ma,
inevitabilmente, quando una testa di yo-yo al Congresso fa un passo indietro
sulla questione israeliana, c'è qualcun altro pronto a farsi avanti, la
deputata” Elise Stefanik” dello “stato di New York” ha presentato una legge che
impedirebbe ai futuri funzionari di New York City di arrestare Benjamin
Netanyahu quando visiterà gli Stati Uniti.
“Stefanik
“descrive il suo disegno di legge come inteso a "proteggere la sovranità
americana e proibire ai radicali come “Zoran Madani” di arrestare illegalmente
il leader del nostro alleato democratico Israele".
La
legislazione impedirebbe alle forze dell'ordine statali e locali di arrestare
Netanyahu durante una visita a New York City, dove hanno sede le Nazioni Unite.
“Zoran
Madani” è un deputato dello Stato di New York e l'attuale candidato democratico
a sindaco di New York, in testa ai sondaggi.
È attivo un mandato di arresto emesso dalla “Corte
Penale Internazionale per i crimini di guerra e il genocidio di Israele”, che
il governo degli Stati Uniti si è rifiutato di riconoscere.
Madani
sostiene il boicottaggio internazionale di Israele, ha condannato il genocidio
in corso e ha lasciato intendere che lo avrebbe eseguito se Netanyahu fosse
arrivato in città!
Ecco
perché è preso di mira da persone come “Stefanik”.
Il
furore di Kirk ha forse aperto le porte a ulteriori comportamenti del regime di
Trump, al limite della follia.
Il “Segretario
di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale” Marco Rubio” è stato in
Israele strisciando davanti a Netanyahu per "garantire" la sicurezza
di Israele dopo la sessione di preghiera obbligatoria al cosiddetto “Muro del
Pianto”. Lui e l'ambasciatore statunitense in Israele, stranamente designato, “Mike
Huckabee”, hanno indossato i loro cappellini con la “kippah” e hanno dimostrato
la loro obbedienza a un potere superiore, che è chiaramente il governo dello
Stato ebraico e la lobby israeliana interna degli Stati Uniti. Viene da chiedersi se Netanyahu, che
sarà a Washington la prossima settimana, sarà obbligato a ricambiare il favore
partecipando a una sessione di preghiera alla Cattedrale Nazionale quando sarà
in città.
E come
ultima cosa, una piccola buona notizia.
È
chiaro che Israele sa come ricompensare i suoi pochi difensori, in questo caso
Donald Trump, che Netanyahu descrive come il migliore amico del suo Paese tra i
presidenti degli Stati Uniti.
“Begale
Smorticce”, il ministro delle finanze israeliano di estrema destra, ha rivelato
che i piani per la riqualificazione di Gaza, una volta liberata dai
palestinesi, stanno procedendo a gonfie vele.
Ha
descritto il progetto come una "bonanza immobiliare" e ha indicato
che lo Stato ebraico è in trattative con gli Stati Uniti per la divisione del
territorio di Gaza tra i due Paesi.
Smorticce
ha osservato che Israele sta ora completando la "fase di demolizione"
per la ricostruzione di Gaza e che sono in corso trattative con gli Stati Uniti
per un piano industriale per la riqualificazione.
Ha aggiunto che il piano di ricostruzione è
"sulla scrivania del Presidente Trump". Il sogno della Riviera di
Trump sta diventando realtà, a quanto pare, e ci sono state segnalazioni
secondo cui il genero di Trump, “Jared Kushner”, si è recentemente impegnato
sia in Israele che in diversi Stati arabi del Golfo per portare avanti progetti
di sviluppo.
Qualcuno
potrebbe osservare con maleducazione che Donald Trump gioca a fare di tutto per
arricchire la sua famiglia attraverso le opportunità che gli si presentano
mentre è presidente degli Stati Uniti d'America.
Ha
avviato cause legali personali contro le testate giornalistiche che ritiene lo
abbiano insultato o diffamato, l'ultima delle quali è l'annuncio fatto da Trump
la scorsa settimana su “Truth Social”:
"Oggi ho il grande onore di intentare una
causa per diffamazione e calunnia da 15 miliardi di dollari contro il “New York
Times.”
Sono
ORGOGLIOSO di ritenere responsabile questo 'giornale' un tempo rispettato, come
stiamo facendo con le reti di fake news".
Trump
ha anche citato in giudizio il “Wall Street Journal “per 10 miliardi di dollari
e “ABC” e “CBS News”, entrambe con un accordo in tribunale rispettivamente per
16 e 15 milioni di dollari.
Questo tipo di contenzioso personale da parte
di un capo di Stato dovrebbe essere consentito?
Trump
ha dichiarato che come presidente "può fare tutto ciò che vuole".
Molti americani potrebbero non essere d'accordo!
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3).
L'amministrazione
Trump si affretta
a
uccidere la libertà di parola in
risposta
all'assassinio di Kirk
Unz.com
- Caitlin Johnstone – (15 settembre 2025) – ci dice:
Il
procuratore generale degli Stati Uniti “Pam Bondi” ha appena detto in un
podcast che "l'incitamento all'odio" diretto ai conservatori è
responsabile dell'assassinio di Charlie Kirk e che le persone responsabili di
tali discorsi saranno perseguite dall'amministrazione Trump.
I
commenti di Bondi sono arrivati dopo che la conduttrice del podcast “Katie
Miller” (moglie dello scagnozzo di Trump Stephen Miller) ha stranamente
suggerito che l'omicidio di Kirk in un'università era un sintomo del fatto che
i campus universitari erano troppo tolleranti nei confronti del maltrattamento
di persone con opinioni conservatrici.
Ecco
una trascrizione:
Miller:
"Queste
università sono complici nel permettere che i conservatori vengano molestati
nei campus.
E
quello che succede quando permetti a un'università di molestare i conservatori
e non espellere o non prendere provvedimenti è quello che è successo la scorsa
settimana".
“Bondi”:
"È,
e sai, a un livello più ampio, l'antisemitismo che sta accadendo nei campus
universitari di questo paese è disgustoso. È spregevole. E noi abbiamo
combattuto contro questo.
Abbiamo combattuto queste università a destra
ea manca, e non ci fermeremo. C'è la libertà di parola, e poi c'è l'incitamento
all'odio, e non c'è posto – soprattutto ora, soprattutto dopo quello che è
successo a Charlie – nella nostra società".
“Miller”:
"Vede
più forze dell'ordine che perseguono questi gruppi che usano discorsi di odio e
mettono le manette alle persone in modo da mostrare loro che un'azione è meglio
di nessuna azione?"
Bondi:
"Ti
prenderemo assolutamente di mira, ti perseguiteremo se stai prendendo di mira
qualcuno con incitamento all'odio, qualsiasi cosa. E questo è dall'altra parte
del corridoio".
Allo
stesso tempo, il marito di Miller, “Stephen”, ha diffuso l'infondata
affermazione secondo cui una "campagna organizzata" da "reti
terroristiche" di sinistra avrebbe portato all'omicidio di Kirk e che
l'amministrazione Trump avrebbe "smantellato e distrutto" queste reti.
Intervenuto
nel podcast del defunto Kirk, condotto dal vicepresidente JD Vance, Miller ha
dichiarato quanto segue:
"Incanaleremo
tutta la rabbia che abbiamo per la campagna organizzata che ha portato a questo
assassinio per sradicare e smantellare queste reti terroristiche... Le campagne
organizzate di boxing.
Le
rivolte organizzate. La violenza di strada organizzata.
Le
campagne organizzate di disumanizzazione, diffamazione, pubblicazione degli
indirizzi delle persone.
Combinando
tutto questo con messaggi progettati per innescare e incitare alla violenza e
le cellule organizzate che effettivamente la perpetrano e la facilitano.
È un vasto movimento terroristico interno.
Con
Dio come testimone, useremo tutte le risorse a nostra disposizione presso il
Dipartimento di Giustizia, la Sicurezza Nazionale e tutto questo governo per
identificare, interrompere, smantellare e distruggere queste reti e rendere
l'America di nuovo sicura per il popolo americano.
Accadrà, e lo faremo nel nome di Charlie."
Nello
stesso show, Vance ha esortato i conservatori americani a denunciare chiunque
abbia celebrato l'uccisione di Charlie Kirk al proprio datore di lavoro per
farli licenziare.
Se
l'amministrazione Biden avesse detto queste cose sulla destra, i sostenitori di
Trump avrebbero urlato a squarciagola.
Ma
poiché i sostenitori di Trump sono “NPC” senza cervello e senza principi, sono
perfettamente d'accordo con l'uso della soppressione autoritaria dei discorsi e
della “cancel culture” contro l'altra parte.
Uno
dei tanti errori ingenui che ho commesso quando ho iniziato questo lavoro di
commento è stato prendere in parola i sostenitori di Trump hanno quando detto
di sostenere cose come la libertà di parola, la fine delle guerre e lo
smantellamento dello stato profondo.
Ho
pensato che non possono essere tutti cattivi, perché dicono di essere dalla mia
stessa parte con molte domande importanti che mi stanno a cuore.
Questo
pio desiderio è rapidamente crollato quando li ho visti difendere ogni singolo
atto di guerrafondaio e autoritarismo di Trump e l'avanzamento delle agende di
lunga data dello Stato profondo durante il suo primo mandato.
Anche le azioni che avrebbero dovuto andare
contro i loro pregiudizi ideologici di parte di base, come l'imprigionamento di
“Julian Assange”, sono state scusate, giustificate o trasformate in una sorta
di manovra di scacchi in 4D per salvare effettivamente Assange.
Sono
rimasto in dialogo con loro per tutto il tempo, e loro hanno sostenuto
letteralmente fino all'ultimo briciolo della guerra, dell'autoritarismo e degli
assalti alla libertà di parola di Trump.
Ogni
tanto si vedeva qualcuno di loro dire: "Questa è la goccia che ha fatto
traboccare il vaso per me! Non sostengo più Trump!".
Ma poi
il loro disprezzo per i Democratici li riportava subito nel gruppo e tornavano
a seguire la linea del Partito Repubblicano, proprio come prima.
E mi è
diventato chiaro che queste persone non si oppongono realmente ai terribili
abusi che affermano di combattere, si oppongono solo quando sono gli altri a
commetterli.
Non si oppongono agli attacchi alla libertà di
parola, si oppongono solo agli attacchi alla loro stessa libertà di parola.
Non si
oppongono alla guerra, si oppongono solo alle guerre che percepiscono come
iniziate dai Democratici.
Non si
oppongono alla struttura di potere non eletta che governa l'impero
statunitense, si oppongono solo agli aspetti di quella struttura di potere che
percepiscono come ostili a Trump.
E lo
hanno dimostrato ancora più chiaramente durante il secondo mandato di Trump.
Hanno difeso ogni singolo abuso genocida,
guerrafondaio e tirannico del loro presidente.
Gli
sono stati accanto quando ha deliberatamente incendiato il cessate il fuoco con
Hamas e la tregua con gli Houthi, e ha riacceso lo spargimento di sangue a Gaza
e in Yemen.
Gli
sono stati accanto mentre si sforzava di soffocare la libertà di parola negli
Stati Uniti con mosse volte a mettere a tacere le critiche a Israele.
Gli
sono stati accanto quando ha annunciato i suoi piani di pulizia etnica per la
Striscia di Gaza.
Gli
sono stati accanto quando ha bombardato l'Iran.
Gli sono accanto mentre estende il suo
bellicismo al Venezuela.
Qualunque misura autoritaria Washington decida
di adottare sulla scia dell'assassinio di Charlie Kirk, verrà sicuramente
rispettata.
Sono
un branco di leccapiedi inutili e adoratori del potere che sostengono tutto ciò
a cui affermano di opporsi.
Sono
dei sempliciotti dell'impero repubblicano che si atteggiano a rivoluzionari
populisti, devoti alla macchina omicida imperiale tanto quanto i democratici
che disprezzano.
Alla
fine impari che chiunque si allinei in qualche modo con uno dei due partiti
tradizionali è qualcuno che puoi semplicemente liquidare come un tirapiedi
dell'impero compiacente.
Potrebbero dire:
"No,
no, sono questo nuovo tipo speciale di repubblicano che si oppone alla macchina
da guerra e combatte per la libertà",
o "No, no, sono questo nuovo tipo
speciale di democratico che si oppone all'oligarchia e lavora per la
pace", ma stanno mentendo.
È una commedia. Una prestazione.
Stanno
solo cercando di ammassare le persone nei due principali partiti imperiali, il
cui unico scopo è proteggere e promuovere gli interessi dell'impero.
Fanno
tutti parte della palude e non puoi usare la palude per prosciugare la palude.
Difendere
la libertà di parola
senza
arrendersi a Facebook.
Jacobinitalia.it
- Nicole M. Aschoff – (13 Luglio 2020) - Social network – ci dice:
L'ondata
Black Lives Matter punta ad abbattere anche la statua di Mark Zuckerberg,
considerato complice della diffusione dei discorsi d'odio.
Ma
bisogna evitare che sui social arrivino censura e controlli pervasivi.
Facebook
ha promesso di ripianare il «deficit di fiducia» dopo che oltre un centinaio di
aziende hanno annunciato di voler boicottare la piattaforma pubblicitaria
dell’azienda di social media.
Le tiepide scuse di Mark Zuckerberg di solito
arrivano a intervalli regolari;
quella
più recente giunge in risposta alle proteste di coloro che sostengono che la
sua piattaforma non fa abbastanza per impedire gli hate speech.
Mentre
a seguito dell’omicidio di “George Floyd” del 25 maggio le strade delle città
di tutti gli Stati uniti diventavano campi di battaglia tra manifestanti e
poliziotti, il presidente Donald Trump ha usato i social media per difendere
l’azione delle truppe letali in mezzo ai saccheggiatori.
Il
messaggio del presidente è stato segnalato su Twitter per istigazione alla
violenza, ma è rimasto intatto su Facebook, facendo arrabbiare sia i dipendenti
di Facebook che i gruppi per i diritti civili.
Zuckerberg
ha spiegato che personalmente ha avuto una «reazione viscerale negativa» al
tweet di Trump, ma, in quanto «leader di un’istituzione impegnata nella libera
espressione», non ha avuto altra scelta che lasciarlo dov’era.
I
commentatori non sono così certi di tutta questa imparzialità, e ricordano la
cena segreta tenutasi alla Casa Bianca lo scorso autunno cui hanno preso parte
Mark Zuckerberg e Priscilla Chan, Jared Kushner, Ivanka Trump, Peter Thiel, il
presidente e la first lady.
Poi è
nata “Stop Hate for Profit”, iniziativa promossa da “Anti-Defamation League”,
“Color of Change”, “Naaacp” e altri gruppi per i diritti civili, che ha
invitato le aziende statunitensi a «mettere in pausa l’odio» deviando da
Facebook milioni di dollari nel corso del mese di luglio.
Le principali aziende statunitensi – Unilever,
Adidas, Coca-Cola, North Face, Rei, Verizon – hanno aderito.
«Non
c’è posto per il razzismo nel mondo e non c’è posto per il razzismo sui social
media», ha dichiarato l’amministratore delegato della Coca-Cola James Quincey.
Quando
Verizon e Unilever si sono unite al boicottaggio, Facebook ha visto cadere le
sue quotazioni in borsa dell’8,3%.
Costretto
a fare qualcosa, Zuckerberg il 26 giugno ha annunciato in streaming che in
futuro la compagnia avrebbe contrassegnato i contenuti «degni di nota» che però
violano i suoi standard.
Ha
promesso anche di far controllare i propri standard dal “Media Rating Council”
e di continuare a collaborare con “Global Alliance for Responsible Media” per
migliorare il suo «ecosistema digitale».
L’episodio
ha conosciuto uno sviluppo ormai consueto:
Facebook riceve critiche per il modo in cui la
sua piattaforma funziona, promette di fare meglio, procede ad alcune modifiche
insignificanti e quindi l’attenzione dei media si volge verso qualcos’altro.
In
questo particolare contesto, le aziende che hanno attaccato Facebook e che
erano felici di spendere un po’ meno soldi questa estate, hanno avuto la
possibilità di apparire solerti.
Molti probabilmente continuano a utilizzare
tranquillamente Facebook a livello internazionale, su Instagram e su app di
terze parti che utilizzano il Facebook Audience Network.
Tuttavia,
la prevedibilità dell’episodio sottende un cambiamento più ampio. Lentamente ma
con decisione, l’opinione pubblica si sta muovendo verso l’idea che le
piattaforme digitali online e i contenuti dei social media debbano essere
regolati più rigorosamente.
“Stop
Hate for Profit”, ad esempio, oltre alla richiesta immediata di boicottaggio ha
formulato alcune raccomandazioni.
Vuole
che Facebook assuma un esperto di diritti civili che abbia pieni poteri
decisionali, che «sottoponga a controlli regolari, di terze parti e
indipendenti l’odio e disinformazione basati sull’identità e che pubblichi
report su un sito web accessibile pubblicamente» e che gli inserzionisti
vengano rimborsati se i loro annunci sono visualizzati accanto a contenuti
discutibili.
L’organizzazione
ha fatto anche richieste di portata più ampia.
Vuole che Facebook rimuova i gruppi pubblici e privati
dedicati alla supremazia bianca, all’antisemitismo, alle cospirazioni violente,
alla disinformazione sui vaccini e al negazionismo climatico;
che
elimini l’esenzione dal controllo dei fatti per i messaggi politici;
che
assuma un team di persone che si occupi di «riconoscere i post di odio e le
molestie basate sull’identità» e che disponga di persone reali che si dedichino
a rispondere alle persone che subiscono molestie online.
Mentre
la campagna di “Stop Hate for Profit” insiste per cancellare dalla piattaforma
gli aggressori, altri soggetti chiedono l’eliminazione o la revisione della “sezione
230 del Communications Decency Act” del 1996.
La
sezione 230 era stata originariamente progettata per proteggere le aziende di
Internet designandole come distributori di contenuti, piuttosto che come
produttori, proteggendoli in tal modo dalla responsabilità per i contenuti che
apparivano sui loro siti e dando comunque loro il diritto di sorvegliare gli
stessi contenuti finché agissero in «buona fede» per accordarsi alle leggi
esistenti.
A
parte alcuni casi giudiziari importanti, la sezione 230 è rimasta
sostanzialmente incontrastata negli ultimi due decenni.
Sono state fatte eccezioni allo statuto per
violazione del copyright, pornografia minorile e, più recentemente, per
prostituzione, ma alla maggior parte delle piattaforme digitali come Facebook è
stato concesso di utilizzare i propri dispositivi di controllo.
Non è
più così.
Le
elezioni politiche del 2016 hanno messo in evidenza il ruolo delle aziende dei
social media, rafforzando le richieste di cancellare l’immunità che piace a
Facebook, Twitter e altri.
Negli ultimi anni, gli eletti hanno discusso
dell’eliminazione delle protezioni della sezione 230 per le grandi aziende, per
le aziende che utilizzano algoritmi per ordinare i contenuti degli utenti, per
le aziende che non sono politicamente neutrali, per coloro che usano la
crittografia end-to-end e altro ancora.
Nel
2020, sia “Trump” che” Joe Biden” hanno chiesto che la sezione 230 fosse
indebolita o revocata.
A marzo, un gruppo di senatori ha presentato “Earn
It”, una legge che dovrebbe rimuovere la tutela per qualsiasi azienda che non
si adegui alle «buone pratiche» approvate dal procuratore generale “William
Barr”.
Dopo le proteste degli utenti, una versione
modificata del disegno di legge recentemente uscita dalla commissione
indebolisce le protezioni della sezione 230 per le piattaforme online, le rende
soggette a azioni legali da parte di singoli stati e, sostengono i critici,
apre le porte alla messa al bando della crittografia” end-to-end”.
A
giugno, alcuni senatori repubblicani hanno presentato un disegno di legge che
affronta la questione dei contenuti.
«Per
troppo tempo, le aziende della “Big Tech” come “Twitter”, “Google” e “Facebook”
hanno usato il loro potere per mettere a tacere il discorso politico dei
conservatori senza ricorrere agli utenti», ha sostenuto “Josh Hawley”,
cofirmatario del disegno di legge, insieme a “Marco Rubio” e “Tom Cotton”.
Se la
legge venisse approvata, i singoli utenti che ritengono di essere stati
ingiustamente censurati potranno fare causa alle società di social media per un
massimo di 5.000 dollari.
In
senato il mese scorso è stato depositato un disegno di legge più moderato – il “Platform
Accountability and Consumer Technology Act” – che richiede maggiore trasparenza
e reattività alle piattaforme Internet e esonera «l’applicazione delle leggi
civili federali dalla Sezione 230», consentendo al “Dipartimento di giustizia”
e alla “Federal Trade Commission” di perseguire azioni civili contro
piattaforme online.
Il
Dipartimento il mese scorso ha prodotto anche alcune raccomandazioni piuttosto
confuse.
Ha
sostenuto che l’intento originale della sezione 230 è andato perduto, lasciando
le aziende tecnologiche con troppo potere e scarso incentivo alla polizia per
attività illecite.
«È giunto il tempo di riallineare il campo di
applicazione della sezione 230 con la realtà moderna di Internet in modo che
continui a promuovere l’innovazione e la libertà di parola, ma fornisca anche
maggiori incentivi per le piattaforme online a veicolare materiale illecito sui
loro servizi».
Questo
«riallineamento» include deroghe alla libertà di espressione per i «cattivi
samaritani», abusi su minori, terrorismo, cyber-stalking e qualsiasi caso in
cui le piattaforme violino consapevolmente le leggi penali federali;
aumento
delle «capacità di applicazione civile»;
maggiore
chiarezza sui crediti antitrust;
e una
proposta per riscrivere lo statuto originale e rimuovere un linguaggio ambiguo.
Per
farla breve, è richiesta una vasta gamma di riforme – e alcune sono
profondamente problematiche.
Alcune
proposte, come le richieste a Facebook di rimborsare gli inserzionisti per
annunci che compaiono in contesti che non supportano il loro marchio, sono
riforme favorevoli al business e progettate tenendo conto dei profitti.
Insieme alle richieste di maggiore
«trasparenza», fanno ben poco per sfidare il modello di business alla base
della sorveglianza invasiva e persistente delle aziende tecnologiche.
Altre
proposte usano il lodevole obiettivo di proteggere i bambini come alibi per
eliminare la crittografia end-to-end e aumentare la sorveglianza del governo
sui contenuti digitali e portano il marchio del vecchio sogno delle forze
dell’ordine di un maggiore controllo sulla sfera digitale.
Altre
richieste, come quella di subordinare la protezione della sezione 230 alla
capacità delle piattaforme digitali di convincere i revisori esterni che «i
loro algoritmi e le politiche di rimozione dei contenuti sono politicamente
neutrali» rappresentano una seria minaccia alla libertà di parola.
Quando
l’inarrestabile miliardario Mark Zuckerberg, che guadagna vendendo l’accesso ai
nostri dati personali, si pone come protettore della libertà di parola, è
facile essere cinici e vedere la libertà di parola come nient’altro che una
cortina di fumo dietro cui si nascondono attori interessati a sé stessi.
Dovremmo
resistere a questo impulso.
È molto importante proteggere la libertà di
parola e, per estensione, Internet come spazio per coltivare e condividere idee
e punti di vista che potrebbero non rientrare nel mainstream.
Ciò
non significa che i miliardari tecnologici debbano arrivare a sorvegliare lo
scenario (sempre più digitale) del discorso pubblico.
Ma
nemmeno i politici di destra, le forze dell’ordine o i gruppi imprenditoriali
dovrebbero farlo.
Preservare
Internet come luogo di libera espressione proteggendo al contempo il processo
elettorale, gli utenti da molestie e abusi e reprimendo il potere dei gruppi
portatori di odio è un compito incredibilmente difficile.
In
effetti, si potrebbe sostenere che si tratta di una sfida decisiva della fase
attuale.
Una
sfida così importante richiede la nostra piena attenzione e partecipazione.
Le soluzioni legislative e della società
civile attualmente in gioco sono profondamente imperfette.
Ora è
il momento di un dibattito democratico vigoroso sui contorni della libertà di
parola e del panorama digitale che vogliamo costruire.
L’alternativa
è sempre la stessa, ma potenzialmente potrebbe arrivare qualcosa di molto
peggio.
(Nicole
Aschoff fa parte dell’”editorial board di Jacobin”.)
Rossi
a Piombino: "Uguaglianza, diritti,
democrazia,
priorità sempre attuali."
Toscana-notizie.it
– Redazione Giunta Regionale – (15 settembre 2013) – ci dice:
FIRENZE
- Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi è intervenuto stamani alla
commemorazione del settantesimo anniversario della "Battaglia di
Piombino" del 10 settembre 1943.
Questo
il testo del suo discorso.
Oggi
celebriamo il 70° Anniversario della "Battaglia di Piombino" del 10
settembre 1943. La città, dopo una lunga attesa, ha ottenuto nell'ottobre del
2000 il riconoscimento della Medaglia d'Oro al Valor Militare, conferitale
dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
I
fatti di Piombino, come Cefalonia o Porta San Paolo a Roma, prefigurano la
Liberazione.
Possiamo
dire che, per certi versi, la "Battaglia di Piombino" rappresenta un'anticipazione della
Liberazione, ne racchiude alcuni elementi fondamentali, specie l'unità delle
componenti militari e civili, che fu elemento fondante della Resistenza
italiana.
A
Piombino, città operaia con forte radicamento antifascista, la Liberazione si
sentiva nell'aria già il 25 Luglio, alla deposizione di Mussolini.
L'entusiasmo popolare era forte e motivato e
portava con sé la speranza della fine della dittatura fascista che per
vent'anni aveva calpestato i diritti degli italiani trascinandoli nel degrado
morale e nella rovina materiale, la liberazione dalla guerra e dalle sue
atrocità, la liberazione dalla paura e dalle sofferenze che segnavano la vita
degli uomini e delle donne, il riscatto di una condizione operaia miserevole e
senza diritti.
Oggi
commemoriamo il 70° Anniversario di un evento che costrinse alla resa le forze
tedesche dopo un tentativo di sbarco e di occupazione del porto e della città,
complice il generale De Vecchi, comandante della 215° divisione Costiera.
La
popolazione reagì con vaste manifestazioni di protesta organizzate dal
"Comitato di concentrazione antifascista" e con la richiesta alle
nostre forze armate, manifestamente divise ai loro vertici, di difendere la
città e le sue infrastrutture.
Si
ottenne così di rafforzare le batterie con i volontari e di sostenere i reparti
corazzati con gruppi di civili in armi, cercando di colmare le lacune
dell'apparato bellico. Un'azione congiunta che costrinse i tedeschi alla resa
all'alba dell'11 settembre.
Ma a
causa del caos istituzionale, che seguì l'armistizio dell'8 settembre ‘43 e
della mancanza di una guida autorevole e di una responsabilità nazionale delle
classi dirigenti italiane, a partire dalla famiglia reale, a breve giunse poi
l'ordine del generale De Vecchi di liberare i tedeschi fatti prigionieri e di
restituire loro le armi, seguito dal dissolvimento dei nostri comandi militari
e dalla consegna della città alle forze tedesche, concordata dal Comando di
divisione.
I
protagonisti della battaglia contro i tedeschi, militari, operai, marinai,
ufficiali si videro costretti alla macchia e dettero vita alle prime formazioni
partigiane sulle Colline metallifere.
La
"Battaglia di Piombino" resta tuttavia una testimonianza
straordinaria del coraggio e dell'eroismo di chi lottò per riconquistare
l'onore del nostro Paese, dopo la tragica esperienza del nazifascismo.
Il
popolo, gli operai di Piombino, lottarono insieme ai militari, agli ufficiali,
ai marinai, gli stessi che, dopo l'armistizio confluirono nelle formazioni
partigiane oltre che nelle nuove forze armate, a costituire il Corpo Italiano
di Liberazione.
E'
giusto ricordare anche quella che è stata definita la "Resistenza
senz'armi", con riferimento agli oltre 650mila militari italiani, i
cosiddetti IMI, internati militari italiani, catturati dopo l'8 Settembre e
deportati nel territorio del Terzo Reich.
La
stragrande maggioranza di loro si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale
Italiana e di combattere a fianco dei nazisti preferendo i campi di prigionia
ed il lavoro forzato, dove molti di loro trovarono la morte per le privazioni e
vessazioni subite.
In
Toscana questo ampio schieramento affiancò l'azione della V° Armata americana e
della VIII° armata britannica, combattendo contro l'esercito tedesco in
ritirata e gli alleati fascisti della Repubblica Sociale Italiana.
La
Toscana ha pagato un prezzo alto per riconquistare la libertà:
4.461,
è il numero dei cittadini vittime degli eccidi nazifascisti.
Abbiamo
avuto un decimo di tutti i danni di guerra e centinaia di deportati, 281 le
stragi compiute e 83 Comuni toscani che, tra il '43 ed il '45, hanno subito la
tragedia della violenza nazifascista.
Tutto
questo è accaduto. Tutto questo non può essere dimenticato.
Dobbiamo
trovare le forme e i modi più opportuni per trasmettere questo patrimonio di
valori ai nostri ragazzi e ragazze. La conoscenza del passato è decisiva per
impedire il ripetersi delle tragedie che hanno segnato in profondità il nostro
Paese e il mondo.
L'esserci
guadagnati lo status di co-belligeranti nella coalizione internazionale
antifascista che sconfisse il nazifascismo, ci consentì di conquistare la
sovranità che rese possibile il disegno della nostra Costituzione repubblicana.
Una
Costituzione che ha proclamato l'uguaglianza di TUTTI i cittadini davanti alla
legge; che riconosce ad ogni persona bisogni insopprimibili, diritti
inalienabili e doveri civili; che ha costruito uno Stato fondato sulla
divisione e l'articolazione dei poteri e che gli ha affidato compiti attivi
nell'affermazione dei diritti.
Soprattutto
una Costituzione che garantisce, per la prima volta, il diritto di voto alle
donne, il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie
internazionali, il diritto di ciascun individuo ad ottenere dallo Stato il
riconoscimento e la difesa delle proprie libertà, che sono inviolabili. È una
conquista decisiva, che vuol contribuire a mettere la parola "fine"
agli orrori che abbiamo conosciuto nel Novecento.
Il
secolo appena concluso ci trasmette un'eredità terribile, fatta di stragi,
guerre totali che hanno i civili come obiettivo, mobilitazioni sociali
finalizzate a preparare i conflitti, disumanizzazione e demonizzazione
dell'avversario.
Una
delle lezioni politiche dello “Sterminio” di cui “Zygmunt Bauman” parla, è che
le salvaguardie interne alla struttura della moderna società civilizzata
"…sono state messe alla prova…e tutte hanno fallito, ad una ad una e nel
loro complesso".
Da una
tale catastrofe siamo usciti certo segnati, ma non sconfitti.
Anzi per impedire il ritorno a quel passato, a
partire dalla seconda metà del secolo scorso, si sono costruite barriere
giuridiche contro il razzismo ed il genocidio;
basti pensare alle Carte internazionali a
tutela dei diritti umani.
Erano
e sono ancora oggi dei baluardi contro le ideologie omicide e liberticide, che
però devono essere continuamente attivate e difese.
In
Toscana abbiamo scommesso sui giovani e sulla scuola, organizzando iniziative
di formazione e ricerca.
Con il
"Treno della memoria" abbiamo portato quasi 6mila studenti toscani a
vedere e "toccare con mano" i campi di sterminio nazista,
accompagnati dai loro insegnanti e da testimoni sopravvissuti all'orrore.
Abbiamo
fatto la formazione per gli insegnanti e favorito l'attività di documentazione
e di ricerca sull'antisemitismo, sul razzismo; sulle stragi di civili nel
biennio '43-'45.
Ci
siamo costituiti parte civile nei processi che in questi anni hanno individuato
i responsabili di rappresaglie e stragi.
Abbiamo
organizzato congressi internazionali per approfondire la natura e le origini
delle ideologie di sterminio che hanno funestato il Novecento.
Questo
impegno straordinario fa da volano alla sensibilità diffusa che è radicata
nella società toscana e che si traduce in moltissime iniziative promosse da
enti locali, scuole, associazioni, volontariato.
Vediamo,
tuttavia, anche dei segnali che ci indicano il riemergere del razzismo e
dell'intolleranza, del rifiuto del dialogo e della ripresa di atteggiamenti di
disprezzo delle regole della convivenza democratica. Questi segnali non vanno
sottovalutati.
È un
fatto che molte conquiste che sembravano scontate, acquisite una volta per
tutte, sono a rischio e si consumano in fretta.
Dobbiamo
confrontarci con grandi questioni.
In primo luogo la pace, che abbiamo garantito
nell'Europa post-bellica ma che è una delle sfide incombenti, tra conflitti
irrisolti e drammatici in vaste aree del pianeta e scenari carichi di incognite
e di rischi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
Anche
la democrazia sente il peso di questioni incombenti come la crisi della
rappresentatività, della partecipazione e la necessità di forme dell'impegno
civile, e della capacità delle formazioni politiche di interpretare
l'evoluzione della società ed offrire soluzioni ai problemi.
Servono
strumenti di partecipazione e di decisione adeguati al nostro tempo, per
impedire il logoramento del principio democratico e per difendere e sviluppare
quei valori per i quali così tanti giovani persero la vita e così tante
distruzioni e sofferenze furono inflitte al nostro Paese.
Serve
un rinnovamento della politica che sia frutto di partecipazione e di ascolto
veri, che offra un progetto, che risponda ai bisogni, che abbia il realismo del
cambiamento, che eviti gli slogan ad effetto lanciati sul mercato della
comunicazione; ormai la drammaticità della crisi li fa invecchiare in un batter
d'occhio.
O in un tweet.
Voglio
accennare a quello che considero il cuore della crisi, una questione
potenzialmente dirompente.
È il
tema dell'uguaglianza, che richiama nell'immediato la necessità di sostegno ai
lavoratori colpiti ed alle imprese per reggere l'impatto e cogliere il momento
della ripresa.
La
crisi industriale è tema che la Regione ha al centro delle sue attenzioni, come
testimoniano i provvedimenti anticrisi che abbiamo introdotto in questo
periodo, rivolti ai lavoratori che hanno perso il lavoro, alle imprese e alle
famiglie in difficoltà.
L'aggravarsi
degli squilibri impone anche di garantire tutele e sostegni efficaci alle
persone più colpite dalla fase recessiva, sia nella perdita del lavoro, sia
nella diminuita capacità di acquisto di beni e servizi.
Nuove
povertà si sommano a quelle vecchie e vanno a colpire le fasce deboli della
popolazione: giovani, donne, anziani, malati e disabili con relative famiglie,
ma anche 40-50enni che perdono il lavoro.
A
Bretton Woods i vincitori della seconda guerra mondiale siglarono nel Luglio
'44 un grande compromesso che, in definitiva, stabiliva il divieto di
circolazione dei capitali in cambio della libertà di circolazione delle merci.
Gli
obiettivi politici di fondo erano l'equilibrio delle bilance dei pagamenti e la
piena occupazione.
Protagonisti
furono gli Stati nazionali ed i loro welfare.
L'accordo
ha resistito fino agli anni '70 poi, dopo la crisi petrolifera, la libertà di
movimento dei capitali è stata la mossa decisiva per avviare la rivoluzione che
ha imposto la vittoria del capitalismo finanziario ed il trionfo del liberismo
e del pensiero unico.
La
crisi finanziaria internazionale iniziata nel 2008 si è presto trasformata in
crisi economica generalizzata, segnando il cambio generale di fase, con
vincitori e vinti ed una spinta ulteriore alla concentrazione della ricchezza
mediante un gigantesco trasferimento di risorse dal basso verso l'alto.
L'ascensore
sociale si è bloccato da un pezzo, come ognuno può verificare intorno a sé.
Questa
lunga crisi però segna anche la fine del ciclo di egemonia liberista nel
pensiero economico e nella vita politica, anche all'interno delle formazioni
che storicamente rappresentano il lavoro e i non garantiti, sebbene ciò non
emerga sempre con nettezza.
L'egemonia liberista ha significato in questi
decenni concentrazione della ricchezza a scapito del lavoro e aumento delle
disuguaglianze.
Il
premio Nobel per l'economia Paul Krugman l'ha definita la Terza Depressione
mondiale.
Alcuni
economisti sostengono che la cosiddetta "economia del debito", che ha
generato la crisi attuale, sia stata anche lo strumento per occultare
l'impoverimento progressivo della classe media e rimandare l'appuntamento con
la realtà.
I
titoli del nuovo rapporto della Banca svizzera Ubs sulla ricchezza nel mondo
parlano di «ultra wealth», ultra ricchezza.
In tutto il mondo, i super-ricchi censiti dal
rapporto sono 199.235 -una cifra record- nelle cui mani si concentra una
fortuna complessiva di più di 21mila miliardi di euro.
I
numeri crescono un po' dappertutto, in Europa e anche in Italia, che è, in
termini di reddito, sempre più disuguale.
Peggio
di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo Messico, Turchia,
Portogallo, Stati Uniti e Polonia. Secondo Banca d'Italia il 10% delle famiglie
più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza nazionale.
“Don
Paolo Gessaga”, parroco della periferia romana, ha detto che oggi "...la
povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della disuguaglianza. È meno
apparente, ma più profonda".
Occorre
riscoprire il valore del lavoro e della persona contro l'economia di carta ed
il predominio assoluto dei mercati finanziari. Dobbiamo avere l'ossessione del
lavoro e, allo stesso tempo, sentire il bisogno di più giustizia, di una più
equa distribuzione della ricchezza.
Proprio
il tema dei diritti e della democrazia è tirato in ballo da questa lunga
transizione, come ci insegna anche l'esperienza del passato.
L'
art. 3 della nostra Costituzione prende posizione sul tema dell'uguaglianza:
"Tutti
i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali.
È
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Qui
l'uguaglianza è dispiegata nei suoi contenuti più ampi, politici, civili,
economici, morali e pongono alla Repubblica obblighi concreti.
Su
questo terreno abbiamo seri ed evidenti problemi in termini di storia ma anche
di cronaca politica.
Credo
che questa consapevolezza sia indispensabile e, in definitiva, rappresenti
anche il modo più giusto di testimoniare la riconoscenza verso quanti pagarono
con la loro vita il prezzo della ricostruzione della nostra libertà e della
nostra democrazia.
La
Medaglia d'Oro conferita alla città di Piombino è, oltre che un giusto e dovuto
riconoscimento, anche la promessa di continuare il cammino del progresso e dei
diritti, che è anche quello dello sviluppo e della civilizzazione per gli
uomini e le donne di questo Paese.
Sanzioni
ad Israele?
Conoscenzealconfine.it
– (19 Settembre 2025) - Salvatore A. Bravo – ci dice:
Il
Parlamento europeo si appresta a votare le sanzioni ad Israele e a due ministri
del governo Netanyahu che si sono connotati per il loro l’estremismo:” Itamar
Ben Gvir” e “Bezalel Smotrich”.
Estremismo
definito religioso, ma in realtà di “religioso” non vi è nulla in costoro, al
massimo il loro estremismo è di ordine elettivo e imperiale (La Grande
Israele). Le sanzioni ipotizzate dovrebbero danneggiare l’esportazione
dell’agroalimentare con i dazi.
L’ipocrisia e il cinismo non conosco limiti.
Le
armi con cui gli alleati dell’occidente stanno commettendo il genocidio non
sono contemplate, pertanto si continuerà ad inviare armi per uccidere uomini,
donne e bambini e per radere al suolo Gaza.
Gli accordi e i contratti per la vendita delle
armi continueranno a sussistere.
L’abbattimento dei grattacieli a Gaza è la
premessa per ricolonizzare Gaza e farne una riviera per ricchi con accordi
transnazionali.
Si
continua in questa direzione:
i palestinesi devono lasciare la loro terra.
Ursula
von der Leyen ha dichiarato:
“Voglio
essere molto chiara: l’obiettivo non è punire Israele.
L’obiettivo è migliorare la situazione
umanitaria a Gaza.”
Le
ambiguità silenziose sono plurali, ma esse confermano il carattere demagogico
delle misure annunciate e non ancora approvate e il desiderio, neanche tanto
implicito, di “lasciar fare”, perché in fondo Israele lavora per le oligarchie
dell’occidente e consentirà con l’ipotetica vittoria sui palestinesi di
presidiare il Medio Oriente in nome degli interessi plutocratici.
Le
sanzioni, se fossero approvate, andrebbero in vigore dopo circa un mese.
Una farsa da vendere ai cittadini europei che,
malgrado il condizionamento dei media hanno colto, o stanno cogliendo, la
contraddizione evidentissima:
quasi
venti pacchetti di sanzioni alla Russia dichiarata nemica per sempre, invece ad
Israele solo rimproveri e inviti alla moderazione.
L’intervento
sanzionatorio è finalizzato a recuperare il consenso degli europei addestrati
anch’essi alle medesime logiche, ma vi è il timore che tra tagli al sociale,
guerre e massacri possano cominciare a “guardare” la luce della verità.
La via
che conduce fuori dalla “caverna” mediatica è segnata dalle contraddizioni che
con il loro accumularsi potrebbero innescare un processo di “risveglio delle
coscienze”.
In
queste contraddizioni vi è la verità del capitalismo occidentale:
la
giurisprudenza e la retorica dei diritti sono usate come mezzi per
autolegittimare il potere-dominio e perseguire interessi plutocratici.
“Nessuno crede a nulla, si calcolano solo tattiche per
raggiungere obiettivi imperiali nella lotta globale”.
Israele,
in quanto alleata, non va punita, dunque, secondo la Presidente del Parlamento
europeo, in tali parole vi è la difesa implicita dell’operato di Israele. Un
genocidio non va punito?
Dovremmo
rispondere a tale quesito e darci una risposta per comprendere la cornice in
cui operiamo e viviamo.
Le
sanzioni, comunque, sarebbero operative a cose fatte, ovvero quando Gaza sarà
ormai liberata dai palestinesi.
Si
attende lo sgombero di Gaza che ricorda la marcia con cui i turchi eliminarono
gli armeni, per poterle applicare.
I
palestinesi in fuga tra macerie, cadaveri e bombardamenti possono solo sperare
di sopravvivere, il “dopo” sarà ancora più terribile.
Senza
patria e morsi da ricordi terribili e nella consapevolezza che sono stati
traditi da tutti, il popolo palestinese sarà una realtà con cui ci si dovrà
confrontare.
Il
mondo che verrà con le sue riviere per ricchi sarà un mondo di violenza e lo
stiamo preparando “oggi”.
Le
contraddizioni a cui assistiamo devono essere pensate collettivamente, in modo
da costruire la coscienza di classe che dissente dal cinismo del genocidio e
pensa e agisce per costruire percorsi verso un altro mondo possibile, questo
che stiamo vivendo è insostenibile nella sua ferocia.
Dinanzi
al darwinismo globale e imperialista, abbiamo il dovere etico di sollevare il
problema ed essere soggetti politici che costruiscono la consapevolezza sociale
senza la quale nulla è possibile.
“Umanesimo contro la barbarie
dell’economicismo” questa è la lotta del nostro tempo.
(Salvatore
A. Bravo).
(linterferenza.info/contributi/sanzioni-ad-israele/).
L’AUTUNNO
CALDO DELL’ITALIA
SPAZZERA’
VIA LE BALLE DELLA
MELONI:
SOLO ECONOMIA DI GUERRA.
Cmedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (20 Settembre 2025) – ci dice:
In
vista di un autunno che si prefigura caldissimo dal punto di vista economico,
industriale e occupazionale, proponiamo due articoli che illustrano le
dinamiche esistenti tra debito, riarmo e privatizzazioni che impoveriranno
ancora di più l’Italia.
È il prezzo da pagare quando si china sempre
la testa di fronte alle forze occupanti, sia finanziarie, che economiche e
militari.
Stato
sociale NO, guerra SI.
Finanza
SI, economia reale NO.
Riarmo
SI, economia territoriale NO.
Benessere
diffuso NO, profitti per pochi SI.
Democrazia
o oligarchia?
Oligarchia
o plutocrazia?
Finanza
e Difesa: le due bolle che
intrappolano
l’Europa ed i
conti
pubblici dell’Italia.
Di
Alessandro Volpi (altreconomia.it).
(15/09/2025).
Il
titolo di Oracle, in una sola seduta di Borsa, ha guadagnato il 40%, portando
la capitalizzazione della società non lontana dai 1.000 miliardi di dollari.
Era
già salito del 45% nelle giornate precedenti.
Da che cosa è dipesa una simile impennata?
I numeri reali parlano di un fatturato di 57
miliardi di dollari, quattro in più rispetto al 2024 e di un utile netto di 12
miliardi, due in più dell’anno precedente.
Numeri
importanti, dunque, ma che forse non giustificano un’esplosione come quella
registrata in pochissime sedute, su cui hanno pesato molto, invece, la sempre
più stretta vicinanza a Trump e alle commesse del Pentagono, l’iniezione di
liquidità dei fondi e l’accordo, poi annunciato, con “OpenAI”, che segna una
sorta di cartello dell’Intelligenza artificiale che va da “Larry Ellison” a “Peter
Thiel”, da “BlackRock” alla presidenza Trump e al suo progetto “Stargate”.
Si
tratta di una bolla finanziaria costruita sulla narrazione che gli Stati Uniti
intendano puntare il proprio futuro sull’Intelligenza artificiale legata in
primis alle strategie del Pentagono in antitesi all’affermazione cinese.
La
finanza guadagna sull’ipotesi di un conflitto tecnologico tra Usa e Cina:
i beneficiari di tale scontro sono evidenti.
Il
principale azionista di Oracle è come detto “Larry Ellison”, con il 40%, che
non a caso in due giorni è diventato l’uomo più ricco del mondo, seguito da “BlackRock”,
“Vanguard” e “State Street”, proprietarie del 15% circa.
L’altra
bolla è ancora più pericolosa perché si lega ai fortissimi venti di guerra
europei.
I droni russi diventano, in tempo reale, il
ritorno del 1914, secondo un racconto mediatico e politico dai toni esasperati,
e in poche ore tutti i titoli delle società che producono armi si impennano:
“Rheinmetall”,
“Hensoldt”, “Bae Systems”, “Boeing”, “Leonardo”, “Lockheed Martin” e “Raytheon”,
una raffica di aumenti in grado di fare la gioia, di nuovo, dei grandi fondi e
dei maggiori azionisti.
Intelligenza artificiale e armi segnano così i
confini del capitalismo finanziario dei grandi fondi e dei grandi azionisti,
che hanno bisogno vitale di drammatizzare le tensioni geopolitiche.
In quest’ottica
i droni militari sembrano destinati a essere uno dei più grandi affari dei
prossimi mesi.
Forse non a caso.
Quali
sono infatti le principali imprese che li producono?
Procedendo
a una cernita molto sommaria se ne possono rintracciare sei di maggior rilievo.
Le
prime due, “General Atomics Aeronautical Systems” e “Northrop Grumman”, sono
statunitensi e soprattutto nella seconda hanno un peso decisivo “BlackRock”, “Vanguard”
e “State Street”.
Due
invece sono cinesi:
“China
Aerospace Science and Technology Corporation” e ”Aviation Industry Corporation
of China”, e sono di proprietà statale.
Due
sono israeliane:
“
Israel Aerospace Industries” ed “Elbit”, la prima è di proprietà statale e la
seconda ha capitale misto israeliano e statunitense, con la presenza dei grandi
fondi.
Poi
c’è la turca” Baykar”, di proprietà della famiglia “Bayraktar”.
Come
in altri settori, dunque, è evidente la preminenza dei fondi americani e dello
Stato cinese, con la presenza, importante della produzione israeliana che ha
scelto di investire in un settore che rende difficili le sanzioni e i divieti
di un’Europa sempre più militarizzata. Naturalmente l’Italia compra gran parte
dei suoi droni dai produttori statunitensi.
Una
simile cuccagna finanziaria ha però bisogno di costanti narrazioni destinate
purtroppo per la grandissima parte della popolazione italiana ad essere costose
in termini sociali.
Sul
Corriere della Sera del 13 settembre è stato pubblicato un articolo a firma di “Federico
Fubini” e di “Antonio Polito” che è un vero e proprio manifesto per il riarmo
europeo.
La tesi dei due autori è che non è vero che
l’Europa spende troppo in armi e, anzi, dovrebbe investire di più.
Naturalmente il termine di paragone è la
Russia:
anche
se l’Europa spende 381 miliardi di euro ogni anno e la Russia circa 150
miliardi, in realtà questa differenza è solo apparente.
In
primo luogo, sostengono Fubini e Polito, perché le armi d’attacco costano meno
di quelle per la difesa, ma soprattutto per altre due ragioni assai
discutibili.
La
prima è contenuta in questa affermazione:
“Dire che l’Europa spende di più della Russia in armi
è come dire che gli Usa spendono di più in welfare della Svezia:
in
termini assoluti è ovviamente vero, ma l’affermazione è falsa”.
Davvero,
si fa fatica a capire il senso del ragionamento:
la
spesa pubblica americana è insufficiente perché va commisurata al numero dei
cittadini e delle cittadine americane che ne beneficiano, mentre la spesa
militare non può essere certo divisa per il numero degli abitanti per misurarne
l’efficacia o in relazione al Prodotto interno lordo (Pil) perché 381 miliardi
sono ben oltre il doppio di 150 miliardi e dunque la disponibilità di risorse
finanziarie verso il riarmo è decisamente più alta anche se si conteggia una
parte di spesa militare che non va ad acquisto di armi in senso stretto.
Disporre di 381 miliardi in un unico settore è
una cifra enorme e la sua eventuale insufficienza non può essere calcolata in
base alla numerosità della popolazione o sulla capacità di generare ricchezza.
La
seconda “tesi” è altrettanto criticabile.
In
pratica, l’Unione europea dovrebbe spendere di più perché la Russia, con meno
soldi, fabbrica più armi, e questo dipende dal fatto che dispone di grandi
materie prime, di filiere produttive e di una tradizione militare.
Ora,
pare davvero incredibile pensare che a tutto questo si possa ovviare aumentando
la spesa militare perché significherebbe, data la capacità russa di produrre a
un prezzo quattro volte inferiore rispetto a quello europeo, portare la spesa
militare a livelli tali da assorbire gran parte delle altre spese pubbliche
degli Stati europei.
Intanto
il ministro dell’Economia “Giancarlo Giorgetti” ha dichiarato, con un certo
imbarazzo, che l’imminente” Legge di Bilancio” sarà assai diversa da come era
stata immaginata dal governo.
In
altre parole, non ci saranno molte delle promesse di Meloni:
nessun
taglio fiscale e, fortunatamente, nessuna nuova “rottamazione”.
In
pratica una riduzione di circa una decina di miliardi che vanifica una parte
rilevante della narrazione favolistica dell’esecutivo.
È
molto interessante però sottolineare la ragioni, indicate dallo stesso
Giorgetti, di questa “revisione” al ribasso delle promesse del governo.
La
prima è costituita dall’alto prezzo dell’energia che dipende, in primis, dalle
forniture americane che, in maniera paradossale, lo stesso Governo Meloni si è
impegnato ad acquistare.
Trump
vuole arrivare al 50% delle importazioni di gas in Europa proveniente dagli
Stati Uniti e l’Italia deve assolvere al proprio compito.
La
seconda è il costo dell’impegno militare che l’Italia dovrà sostenere nei
prossimi mesi.
In altre parole, energia dagli Usa e spesa per
il comparto Difesa riducono qualsiasi possibilità di spesa pubblica
alternativa.
A ciò
magari bisogna aggiungere anche un costo degli interessi sul debito in salita,
data la crescita dei rendimenti di praticamente tutti i debiti europei e
internazionali.
La
sudditanza agli Stati Uniti e la cecità europea impongono, di nuovo, sacrifici
a cui, è probabile, il Governo Meloni supplirà con nuove privatizzazioni e con
i dividendi delle società energetiche di cui è azionista, facendo cassa, di
nuovo, con le magre risorse dei cittadini.
Le bolle vanno sempre alimentate.
(15/09/2025).
L’impatto
delle spese militari
su
occupazione e produttività
del
lavoro.
Di
Guglielmo Forges Davanzati (contropiano.org) – (17/09/2025)-
(Professore ordinario di Storia del
pensiero economico, Università del Salento).
Stando
all’ultima rilevazione ISTAT, la produzione industriale italiana nel gennaio
2025 continua a ridursi.
A
fronte, infatti, di un miglioramento mensile del 3,2%, il dato tendenziale
rimane negativo, con un calo dello 0,6% rispetto all’anno precedente. I settori
più colpiti solo quelli del lusso, della produzione di automobili e del tessile-abbigliamento.
Inoltre,
il settore automobilistico italiano è, in larga misura, composto da imprese che
operano per la subfornitura all’industria tedesca e subisce, soprattutto per
questa ragione, una rilevante contrazione di ordinativi e, dunque, di fatturato
e profitti.
Si
calcola, a riguardo, che la recessione tedesca ha prodotto perdite per le
imprese italiane nell’ordine dei quattro miliardi di euro nel 2024 per mancate
esportazioni.
Nonostante
la propaganda governativa, si registrano segnali conseguentemente negativi nel
mercato del lavoro.
Istat
ha recentemente rilevato una riduzione del monte ore lavorate nei settori
industriali, con un calo dello 0,7% nel quarto trimestre del 2024 rispetto allo
stesso periodo del 2023, accompagnato da una diminuzione dell’1,2% delle ore
lavorate per dipendente nello stesso arco temporale.
Si
tratta di decrementi che si aggiungono al calo del 7,2% del valore del
fatturato industriale registrato a dicembre 2024, con una riduzione ancora più
marcata, fino al -7,7%, sul volume del fatturato.
Anche
l’Inps, nel suo ultimo Rapporto del gennaio 2025 ha certificato un aumento
significativo del 47,59% delle ore di cassa integrazione ordinaria nei settori
industriali, passando da 208.173 milioni di ore nel 2023 a 307.247 milioni nel
2024.
Il rallentamento della crescita è certificato
anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio.
Anche
il tasso di crescita della produttività del lavoro continua a manifestare
andamenti negativi o, nella migliore delle ipotesi, stazionari.
ISTAT certifica che il tasso di crescita della
produttività, in Italia, si è ridotto del 2.5% nel 2023 ed è aumentato di un
modesto 0.5% nel periodo 2014-2022.
In
questo scenario, è ragionevole attendersi che l’aumento delle spese militari
(al 5% del Pil in dieci anni) non potrà che peggiorare il quadro, incidendo
negativamente su queste variabili, per due ragioni.
L’aumento
della spesa pubblica per la Difesa tende a produrre la spontanea riconversione
delle imprese verso la produzione di armi.
Le ingenti commesse che ne derivano si
rivolgono a un settore tipicamente ad alta intensità di capitale, nel quale
sono necessarie elevate spese iniziali e nel quale è tendenzialmente basso
l’effetto degli investimenti sull’occupazione.
Lo
scenario peggiora se si considera la volontà del Governo (esplicitata, in
particolare, dal Ministro Urso) di incentivare la riconversione delle imprese
verso il settore della Difesa, dal momento che questa misura produrrebbe
ulteriori oneri a carico della finanza pubblica con esiti inefficaci.
Per
stimare l’impatto dell’aumento della spesa pubblica sul Welfare occorre
considerare che il” nuovo Patto di stabilità e crescita” impone all’Italia:
(Paese con debito pubblico superiore al 90%
del Pil) un sentiero di rientro pari a una media dell’1% annuo.
È
stato calcolato che, in costanza di tasso di crescita del Pil e dei tassi di
interesse sui titoli di Stato, l’ammontare di risorse pubbliche da destinare
alla Difesa è pari a un incremento medio annuo di 6.4 miliardi di euro).
La
teoria economica – fin dal pionieristico contributo del premio Nobel “Gunnar
Myrdal” (Beyond the Welfare State) – insegna che l’accesso diffuso a sanità e
istruzione è una fondamentale precondizione per un’elevata produttività del
lavoro.
Non è
poi molto rilevante l’obiezione dei fautori del riarmo, per i quali la spesa
pubblica per la difesa militare produce innovazione, se si considera il rilievo
del” Ministro Crosetto” per il quale la gran parte di questa spesa è destinata
a stipendi e pensioni.
Le
politiche di riarmo accentuano il sottofinanziamento del Welfare italiano (solo
il 12% della spesa pubblica italiana è destinata alla sanità, a fronte di una
media europea del 15%, e solo il 7% è destinato all’istruzione, contro il 9,3%
europeo) e, per questa via, rischiano di accentuare uno dei problemi
fondamentali della nostra economia, ovvero il calo di lungo periodo del tasso
di crescita della produttività del lavoro.
(17/09/2025)
(resistenze.org/sito/os/ec/osecpi16-028291.htm).
"Le
minacce alla stampa
l'allarme più pericoloso."
Ilgiornale.it
- Francesco Boezi – (12 luglio 2025) – ci dice:
L'editorialista
di Repubblica Maurizio Molinari solidale con il Giornale e Libero dopo
l'assedio pro Pal:
"Seminano intolleranza".
Maurizio
Molinari, già direttore e ora editorialista di Repubblica, condanna duramente
gli estremisti” pro Pal” che hanno manifestato sotto le sedi del Giornale e di
Libero.
Direttore,
la sua è stata l'unica "voce fuori dal coro" a dare solidarietà al
Giornale e a Libero per la protesta subita sotto le nostre sedi.
Per il
resto, la solidarietà è arrivata soltanto dal governo, dalle istituzioni e dal
centrodestra.
Perché
ha scelto di alzare la voce?
"Perché
viviamo in una stagione segnata dall'intolleranza nei confronti del prossimo e
delle opinioni diverse dalle nostre.
Quando
si vuole far tacere una persona, un giornale, una voce, ciò significa che la
libertà di tutti è a rischio.
La libertà di opinione è sancita e tutelata
dalla Costituzione repubblicana.
Minacciarla
è il più pericoloso degli allarmi".
Quale
è la genesi di questa nuova intolleranza?
"È
duplice.
Da un lato la stagione del populismo, che in Europa
inizia con il successo del referendum su Brexit in Gran Bretagna nel 2016, ha
portato all'affermarsi di leader, gruppi e movimenti - a destra come a sinistra
- che aggrediscono i principi fondamentali dello Stato di diritto, non credono
nel rispetto dell'altro e interpretano la politica come una campagna permanente
per delegittimare chiunque la pensa diversamente da loro.
Dall'altro,
dopo il 7 ottobre 2023, in Europa ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in
Australia, gruppi di estremisti hanno fatto propria la campagna di Hamas per la
delegittimazione di Israele, portandola alle estreme conseguenze ovvero
individuando chiunque non condivide la distruzione dello Stato ebraico come un
avversario".
Cosa
la preoccupa di più?
"L'abilità
con cui questi gruppi di estremisti si impossessano della battaglia per i
diritti del popolo palestinese al fine di diffondere l'intolleranza.
Se volessero davvero battersi per uno Stato
palestinese dovrebbero sostenere gli Accordi di Oslo, firmati da Arafat, Rabin
e Peres nel 1993 perché sono la base della soluzione dei Due popoli e due
Stati.
Ma in
realtà l'intento è diverso:
non
costruire un orizzonte di convivenza in Medio Oriente bensì delegittimare,
aggredire, far tacere tutti coloro che identificano come avversari.
È
questo il seme dell'intolleranza che oggi è fra noi".
Due
giornali presi di mira per le loro posizioni: che segnale è per la democrazia?
"In
una democrazia i mezzi di informazione, tutti senza eccezione, sono
l'indispensabile palestra della libertà d'opinione.
Chi va
di fronte ad una redazione minacciando i giornalisti mette a rischio le libertà
di ognuno di noi, a prescindere da opinioni politiche, origini sociali, fede
religiosa o genere di appartenenza".
Potere
al Popolo e Cambiare Rotta hanno sventolato le fotografie dei direttori e dei
giornalisti, vestiti come agenti di polizia.
Che
tipo di gesto è?
"Significa
voler trasformare i singoli giornalisti in nemici da additare, dileggiare,
mettere sotto processo e individuare come avversari della collettività.
In alcune recenti dimostrazioni alcuni di
questi gruppi estremisti hanno adoperato un metodo simile contro leader
politici, mostrando cartelli con le immagini di Giorgia Meloni e Ursula von der
Leyen macchiate di rosso - evocando il sangue - e di Elly Schlein vestita in
assetto da guerra.
E in
altre proteste di piazza i volti e nomi additati come nemici sono stati quelli
della senatrice “Liliana Segre”, di “Riccardo Pacifici” e di “David Parenzo”
accomunati dal fatto di essere ebrei ed accusati di essere sionisti.
Sono
eventi legati fra loro perché si adopera un nome, un'immagine, per generare
avversione, seminare odio".
A lei
invece è stato impedito di parlare all'Università di Napoli.
"Ciò
che mi colpì di quella protesta fu la scelta dei manifestanti che, dopo aver
ottenuto di non farmi parlare in pubblico, rifiutarono anche di incontrarmi in
privato.
Esprimendo
un rifiuto totale, assoluto, nei confronti della mia persona fisica che andava
ben oltre la contestazione di opinioni".
Basta
avere posizioni filo-israeliane per essere messi nel mirino?
"La
narrazione contraria all'esistenza dello Stato ebraico, al sionismo come
risorgimento del popolo ebraico, appartiene ad un'ostilità più vasta per la
vita democratica ed i valori di libertà dell'Occidente.
Protestare
contro le scelte del governo israeliano è legittimo, come lo è nei confronti di
qualsiasi esecutivo, da Washington a Roma.
Quando
la protesta investe però non singole politiche ma individui specifici e popoli
interi diventa intolleranza".
L'allarme
democrazia scatta a senso unico.
Cosa sarebbe successo se l'estrema destra
avesse manifestato sotto la sede di altri giornali?
Presumo
che la solidarietà, in quel caso, sarebbe arrivata anche dal Partito
democratico e dal resto del campo largo.
"La
difesa della libertà di opinione e dell'indipendenza della stampa non può e non
deve avere colori politici.
Le
libertà costituzionali appartengono a tutti i cittadini e spetta a tutti
difenderle".
Qualche
giorno fa, in televisione, ha richiamato la politica sul tema della sicurezza.
Ha usato Milano come esempio.
Non occuparsi del problema della
microcriminalità che deriva dagli egiziani illegali - ha dichiarato- favorisce
la crescita dei movimenti estremisti.
Ma la
sinistra è ormai concentrata esclusivamente sui diritti civili.
"L'immigrazione
illegale è una ferita profonda che accomuna tutte le democrazie.
La risposta non può che arrivare dalla
capacità di armonizzare diritti e sicurezza.
Garantendo
pari diritti a chi sceglie di immigrare ed iniziare una nuova vita in un Paese
di scelta ma garantendo al tempo stesso la sicurezza collettiva ovvero il
rispetto delle leggi da parte di tutti, cittadini o immigrati.
Quando tale equilibrio viene meno si creano
squilibri che generano estremismo. Ciò vale a Milano come a Londra, Parigi, New
York o Berlino".
Tornando
alla questione della protesta, si dovrà arrivare al modello americano, con la
polizia che presidia ogni redazione?
"Le
forze dell'ordine nel nostro Paese fanno, non da oggi, un lavoro straordinario
e difficile per proteggere la sicurezza collettiva.
Siamo
tutti in debito con loro.
Sarebbe
però un segno di debolezza per la nostra democrazia se dovessimo affidargli la
tutela dei giornali.
A
proteggere la libertà di opinione devono essere i singoli cittadini esercitando
uno di quei doveri civili che, come scrisse Giuseppe Mazzini, consentono ad un
popolo di essere una nazione.
In
ultima istanza anche chi è più aggressivo nei confronti di un giornale o di un
giornalista ha interesse a rispettarli perché la libertà altrui garantisce la
nostra".
Ritiene
che questa ondata di intolleranza abbia a che vedere anche con l'impatto dei
social network?
"Non
c'è alcun dubbio che i social network moltiplicano l'effetto dell'odio perché
consentono di diffondere bugie e falsità di ogni genere alla velocità della
luce.
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