La nostra battaglia è difendere il diritto alla libertà.

 

La nostra battaglia è difendere il diritto alla libertà.

 

 

 

Le battaglie per i diritti si

combattono sempre @DomaniGiornale.

Gianfrancopasquino.com – (22 – 3 – 2023) – Gianfranco Pasquino – Domani – ci dice:

 

Per definizione, ma anche con un occhio educato alla storia, qualsiasi battaglia per i diritti delle persone: bambini, anziani, donne, generi diversi discende da una concezione liberale.

Quel liberalismo ha talvolta fatto fatica ad affermarsi nei partiti di sinistra che hanno spesso anteposto ai diritti “civili” batterie di diritti sociali.

 Lo hanno fatto perché convinti che nel loro seguito, diciamo con una tremenda semplificazione, la classe operaia, che i diritti sociali dovessero essere perseguiti prima e più dei diritti civili, fosse una posizione prevalente.

Negare in partenza che non era così è probabilmente sbagliato.

Certamente, non è facile argomentare, a fronte di un diffuso e persistente disagio economico, che è giusto e opportuno non dimenticare e non svalutare l’importanza dei diritti delle persone.

 Questa argomentazione diventa più facile e meglio praticabile laddove la destra sia, da sempre, costitutivamente, assai poco propensa ad ampliare gli spazi di libertà e mostri con frequenza e costanza il suo volto più arcigno, omofobo, punitivo.

 

   Troppi esponenti della destra, con toni anche religiosi, non solo difendono posizioni bigotte e reazionarie, è un loro diritto, ma pretendono di imporle agli altri, a tutti.

 Il pluralismo non è mai stato il forte delle destre.

 Il riconoscimento delle diversità, neppure.

 L’accettazione di una pluralità di stili di vita, di sessualità e di congedo dalla vita, nessuno dei quali contrasti e metta a rischio quel che ciascuno di noi ritiene preferibile, non è nelle corde della maggioranza delle donne e degli uomini che si collocano a destra nel nostro paese.

 

   Più di altri nella sinistra, la neo-segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sembra decisa ad affrontare la sfida con la destra al governo anche sul piano dei diritti delle persone.

 È una buona notizia.

Però, qualcuno a sinistra nonché i soliti saccenti commentatori che pretendono dare la linea ad un partito che, comunque, non apprezzano e non votano, ritengono la scelta di Schlein erronea e controproducente, secondo loro, lodata soltanto dai borghesi delle Ztl (mio luogo di residenza).

Siamo alle solite argomentazioni.

Si tratta di diritti che riguardano minoranze (ma quelli sono proprio i diritti che i democratici debbono proteggere e promuovere).

Antagonizzano i cattolici (sulla entità delle cui “divisioni” belliche e della non disponibilità nutro seri dubbi).

Non serviranno a recuperare voti popolari, anzi ne faranno perdere.

 A mio avviso, le battaglie di civiltà si combattono ogni volta che c’è l’occasione. Dunque, adesso.

(Pubblicato il 22 marzo 2023 su Domani).

 

 

 

Donald Trump contro George Soros:

ultimo atto per il principe della

sovversione internazionale?

Lacrunadellago.net – (16/09/2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Non è ancora chiaro chi sia stato a sparare all’attivista americano Charlie Kirk, brutalmente ucciso lo scorso 10 settembre ad Orem, nello stato dello Utah.

All’indomani dell’omicidio di Kirk, Donald Trump è sembrato profondamente sconfortato, abbattuto per la morte di un giovane in gamba che aveva convogliato verso di sé ampie parti del movimento MAGA, e che si stava avvicinando sempre di più alla religione cattolica.

Charlie aveva iniziato a mettere assieme i pezzi del puzzle.

Sembrava aver compreso che laddove c’è la sovranità degli Stati Uniti, non può esserci quella di Israele che sin dalla sua nascita ha avuto in mano le redini della politica estera americana, tanto da rendere Washington una succursale de facto di Tel Aviv.

La versione fornita dall’FBI convince molto poco.

Il presunto assassino che l’agenzia investigativa americana ha presentato agli occhi dell’opinione pubblica, “Tyler Robinson”, si dichiara innocente e non c’è al momento una solida prova che dimostri che effettivamente è lui lo spietato assassino di “Kirk”.

 

Prove ne stanno emergendo, ma sono in netto contrasto con la narrazione dell’FBI che parla di un cecchino che avrebbe sparato un colpo da lunga distanza con un Mauser M18, mentre le immagini a disposizione, analizzate da vari giornalisti tra i quali Alejandro Salomon, indicano che quasi certamente il colpo è stato sparato lateralmente, visto il foro di entrata sotto l’orecchio destro di Kirk, e che si è trattato di un tiro corto, presumibilmente sparato da un giovane tra la folla che teneva tra le mani un’arma camuffata da telefono.

Dopo il dolore iniziale per la perdita di Kirk, Trump sembra aver ripreso il suo cammino con ancora più determinazione di prima.

 

Il presidente degli Stati Uniti è tornato ancora una volta ad affermare pubblicamente come sia necessario incriminare George Soros per reati legati alla legislazione RICO, e proprio ieri ha dichiarato di essere pronto a considerare gli “Antifa”, una delle braccia armate dello stesso Soros, come una organizzazione terroristica nazionale.

George Soros è molto di più un finanziere, tantomeno un “filantropo” come affermano i ridicoli organi di stampa che hanno provato a costruire una immagine innocua di questo personaggio.

George Soros è una fonte di destabilizzazione, e chi pensa che il miliardario newyorchese di origini ebraiche sia diventato il miliardario che è oggi per suoi presunti meriti personali illude soltanto sé stesso.

 

Soros è un prodotto da laboratorio.

 È uno di quegli agenti sovversivi che hanno ricevuto tutti gli appoggi necessari per accumulare somme da capogiro nel giro di brevissimo tempo perché i padroni dell’alta finanza, coloro che gestiscono flussi enormi di denaro, hanno fabbricato il personaggio Soros.

Se si guarda alle origini della carriera finanziaria di Soros, lo speculatore negli anni’70 aveva già in mano tutte le chiavi per aprire le porte di una vastissima ricchezza.

Soros non si prese da solo la ricetta del successo.

A dargliela fu la ubiqua famiglia Rothschild che sin dal principio gli mise a disposizione tutta una vasta rete di finanzieri che gli ha consentito di fare quelle famigerate speculazioni sui mercati che gli hanno fatto accumulare immensi profitti.

Se si è a digiuno di mercati e di operazioni in borsa, forse si potrà pensare che alcuni grandi finanzieri hanno semplicemente più talento di altri, quando il vero segreto della ricchezza di molti è soltanto avere gli appoggi “giusti”, quelli degli ambienti che contano, in grado di passare quelle informazioni che consentono di piazzare al momento giusto e nel posto giusto enormi masse di liquidità.

I Rothschild stessi sono diventati ciò che sono diventati attraverso l’inganno e la frode.

Lo fecero prima con il langravio dell’Assia, Guglielmo IX, al quale Mayer Amschel spillò un bel po’ di soldi all’insaputa dello sprovveduto principe, e lo fecero ancora una volta durante la battaglia di Waterloo nel 1815, quando Nathan Rothschild, figlio di Amschel, manipolò i mercati tramite quello che oggi si chiamerebbe aggiotaggio o insider trading, riuscendo a sapere in anticipo l’esito di quella epica battaglia e a sfruttarlo a proprio vantaggio.

 

I legami di Soros con la famiglia Rothschild.

Soros nasce sotto l’egida di questi poteri.

Una volta lasciata la finanziaria “Arnold & S. Bleichroeder ,Inc” nel 1969, negli anni’70, c’è il grande salto attraverso la fondazione del celebre, o famigerato, fondo di investimenti, “Quantum Fund”, assieme a “Jim Rogers”.

 

Un giovane George Soros agli esordi nel mondo della finanza.

Il” Quantum Fund “si stabilisce subito a Curacao, nelle Antille Olandesi, uno di quei luoghi nei Caraibi dove c’è una tassazione agevolata e dove il denaro sporco si ricicla in abbondanza, senza che ciò provochi l’indignazione dei vari Paesi dell’anglosfera, che hanno bisogno di questi luoghi sia per non pagare un dollaro di tasse sia per lavare il denaro frutto di attività illegali.

Attorno a Soros, c’è tutta una rete di personaggi che vengono dalla fila della “Bleichroeder” e che hanno tutti degli strettissimi legami con la famiglia Rothschild.

Se si legge un rapporto del passato della “fondazione Movisol,” si ha un’idea più precisa di quanto siano stretti i rapporti tra il “Quantum Fund” e i Rothschild.

Ad esempio, il direttore stesso del “Quantum”, “Richard Katz”, negli anni’80 era tra i direttori della banca più importante dei Rothschild, la “N.M. Rothschild & Sons”, diretta da “Evelyn de Rothschild”, scomparso nel 2022 e nome noto perché si tratta dello storico proprietario e fondatore della rivista britannica “The Economist”, attraverso la quale le varie élite globaliste amano mandare i loro messaggi sui futuri scenari mondiali da loro ovviamente stabiliti in anticipo.

 

“Katz” lavora a fianco anche di un’altra notissima figura della famiglia ebraica di Francoforte, come il “quarto barone Rothschild”, “Jacob”, altro pesantissimo nome nella finanza internazionale e considerato una delle eminenze grigie della famiglia reale dei Windsor, sempre molto attenta alle “indicazioni” dei signori della finanza mondiale.

Evelyn de Rothschild, e Jacob.

 

Simile percorso lo ha un personaggio come “Georges C. Karlweis”, altro uomo chiave del “Quantum Fund”, che compariva a sua volta come “direttore della N.M. Rothschild & Sons assieme a Katz”, e che svolgeva un ruolo di primissimo piano anche per il ramo francese della famiglia Rothschild, dato il suo ruolo di direttore della “Banque Privée di Ginevra” di proprietà di “Edmund de Rothschild”.

 

Un altro direttore del “Quantum Fund” negli anni’90, Nils O. Taube, che ha gli stessi legami.

 

“Taube” era socio in affari con “Lord Jacob”, ed era direttore della “banca Saint James Place Capital” assieme a “Nathaniel Rothschild”, che oggi ha preso il posto di suo padre, Jacob, morto nel 2023.

Il denaro e i contatti giusti per farlo non sono piovuti dal cielo, come si vede.

Il “Quantum Fund” aveva sin dal principio al suo interno tutti quegli uomini legati alla “famiglia Rothschild” che sanno in anticipo dove andranno i mercati e cosa faranno i governanti, perché molti di loro sono al loro servizio ed eseguono gli ordini che arrivano dal cuore della finanza che conta.

 

Le manovre speculative del “Quantum Fund”: l’attacco alla lira

Nel 1992, si ha l’esempio più famigerato di tale meccanismo. Era l’anno della “rivoluzione colorata” di Mani Pulite.

Era l’anno nel quale si stava eseguendo un piano di attacco contro l’Italia , concepito già 20 anni prima nelle stanze del club di Roma che aveva dichiarato a questa nazione, così invisa ai piani alti del mondialismo e della massoneria per via delle sue radici cattoliche.

 

A palazzo “Koch”, sede della banca d’Italia, c’era un personaggio che era in mano a tale rete per via della sua appartenenza al “gruppo Bilderberg”, ovvero “Carlo Azeglio Ciampi”, già protagonista nel 1981 assieme ad un altro uomo di Bilderberg come “Andreatta” dell’infausto divorzio tra Tesoro e Bankitalia.

Carlo Azeglio Ciampi.

Ciampi e Andreatta agirono di concerto per togliere al governo la possibilità di controllare la sua banca centrale, ma nel 1992, il governatore, ancora in carica, diede un’altra prova della sua sottomissione a quei poteri che saccheggiarono l’Italia.

Al tempo, l’Italia faceva parte del disfunzionale SME, un meccanismo di cambi fissi, pensato per irrigidire la possibilità di svalutare la lira, per la gioia della Germania che non riusciva a stare al passo con la competitività italiana.

Esisteva un rapporto di cambio fisso tra lira e marco, ovvero una banda di oscillazione del 2,25% tra le due valute, e qualora si fosse andati oltre tale soglia, alla banca centrale spettava il compito di difendere appunto il cambio fisso attraverso la vendita di valuta straniera e l’acquisto di lire.

Soros sapeva che Ciampi avrebbe fatto la mossa più folle di tutte, ovvero quella di difendere il cambio nonostante l’attacco speculativo del suo “Quantum Fund”, che si mise in tasca grazie all’ineffabile ex capo dello Stato la enorme cifra di 48 miliardi di dollari, una mosse folla denunciata da politici come Bettino Craxi, che invece si ritrovata lui investito dal fuoco delle procure che lasciavano agire indisturbati Soros e i suoi sodali.

George Soros agiva come un saccheggiatore degli Stati, non di certo per qualche suo particolare talento, ma soprattutto perché la famiglia Rothschild aveva bisogno di questo agente per iniziare ad ingerire sempre di più nella sovranità dei vari Paesi e a dettare loro l’agenda politica da seguire in ogni minino particolare.

 

La Open Society: una centrale di sovversione internazionale.

Si spiega così come sin dalla nascita della fondazione della sua” Open Society Foundation” nel 1984, Soros abbia agito come un vero e proprio motore della destabilizzazione internazionale.

Se c’era da cambiare la politica di un Paese, si adoperava la rete della “OSF” che attraverso i suoi fondi finanziava il politico di turno e portava avanti così le direttive dei vari gruppi globalisti.

Nell’ex URSS, si può vedere forse il primo esperimento di rivoluzione colorata orchestrata dalla” Open Society£ che indica al suo uomo, l’allora segretario del PCUS, “Mikhail Gorbachev”, già iscritto alla massoneria sin dagli anni’70, le riforme da fare per trasformare il regime comunista sovvenzionato dalla stessa finanza ebraica in una democrazia liberale più confacente allora agli scopi della gerarchia della governance globale.

Gorbachev fa quello che gli riesce meglio.

Gorbachev, il cavallo di Troia di Soros nell’ex URSS.

Destruttura un Paese, e lo porta al collasso, e non c’è Paese al mondo dove la rete di Soros non abbia portato caos, disordine e devastazione.

Attraverso questo modello di “società aperta”, Soros vuole costruire una società liquida, priva di confini, di identità nazionale, laica e inevitabilmente scristianizzata, perfetta per quel “melting pot” che il globalismo vuole costruire.

 

Soros finanzia così ovunque i suoi agenti.

Lo fa al Parlamento europeo, dove qualche tempo fa uscì una lista di personaggi giudicati affini alla “Open Society”, lo ha fatto in Italia attraverso il finanziamento di quinte colonne come “Emma Bonino” e il suo ripugnante partito radicale che ha dedicato tutta la sua esistenza alla scristianizzazione dell’Italia e alla promozione dell’agenda dell’ateismo e della massoneria.

 

Infatti George Soros conferisce ad Emma Bonino il premio “Fred Cuny Award”.

Lo ha fatto ovviamente negli Stati Uniti, attraverso il finanziamento di gruppi eversivi quali il famigerato “Black Lives Matter”, una espressione del razzismo afro-americano molto simile alle “Black Panther” degli anni’60, sostenuto sin dal principio da vari personaggi di “origini askenazite “che volevano cambiare il volto degli Stati Uniti attraverso il movimento dei diritti civili.

 

Soros è un vero e proprio professionista dell’eversione, e se un Paese resiste alle sue politiche, allora egli non esita a finanziare un esercito di criminali comuni che devastano le strade, commettono una lunga lista di reati e cercano di seminare violenza per impedire di smantellare la rete che questi sovversivi hanno costruito.

George Soros è stato creato per questo.

Suo scopo è quello di ostacolare con ogni mezzo coloro che rifiutano la società aperta, l’immigrazione incontrollata, la laicizzazione dello Stato e la conseguente scristianizzazione e tutto il disastro dei disvalori che la disgraziata scuola di Francoforte ha portato dal 1968 in poi.

Trump è il primo presidente degli Stati Uniti e il primo politico Occidentale che ha avuto il coraggio di denunciare le attività del fondatore della “OSF” per quelle che sono.

 

Non attività politiche che rispettano la sovranità di un Paese, ma operazioni eversive che si sono tramutate in una infinità di volte nelle “famigerate rivoluzioni colorate”, sulle quali c’è una lunga lista dalla quale attingere, e si può citare tra gli esempi più noti proprio l’”Euromaidan” in Ucraina, nella quale Soros è stato attivissimo attraverso la sua rete per rovesciare il legittimo presidente “Yanukovich”.

 

La destabilizzazione permanente sembra però giunta alla sua fine. Se è indiscutibilmente vero che George Soros ha indossato i panni di un novello “Adam Weishaupt”, fondatore degli” Illuminati di Baviera”, è altrettanto vero che i suoi colpi di Stato avevano successo perché c’era sempre il dipartimento di Stato americano ad assisterlo assieme alla famigerata “USAID”, che finanziava generosamente la” OSF”.

 

Trump sta smantellando tutta questa rete eversiva e vuole arrivare al passo decisivo.

Vuole arrivare all’incriminazione di George Soros e probabilmente del suo inetto figlio, Alex, per la loro partecipazione in queste attività criminali.

 

Sulle scrivanie delle procure italiane, nei decenni passati si sono accumulate le denunce di varie associazioni contro George Soros e le sue criminali speculazioni contro la lira, senza contare tutte le sue ingerenze da lui commesse attraverso le sue “famigerate ONG”, coinvolte nel traffico di esseri umani.

I magistrati delle varie procure facevano anche loro quello che gli riusciva meglio.

Archiviavano quelle denunce, lasciavano impuniti i criminali di grande cabotaggio, e insabbiavano tutto quello che potesse disturbare i vari manovratori.

 

Il Bengodi però sembra che stia per finire.

Soros ha dovuto chiudere molte delle sue ONG perché i fondi non sono più illimitati come un tempo, e adesso alla Casa Bianca c’è un presidente che vuole definitivamente mettere fine alle sue attività eversive.

Soltanto 10 anni fa scrivere di un simile scenario sarebbe sembrato pura fantascienza.

 Oggi invece è realtà.

Si comprende anche da questo come l’epoca della sovversione portata dal globalismo sia giunta ormai al termine.

 

 

Sorpresa a Minsk: Ufficiali USA

alle Esercitazioni Russo-Bielorusse.

Trump Sta Scavalcando l’Europa?

Conoscenzealconfine.it - 18 Settembre 2025) - Fabio Lugano – ci dice:

 

Un’inattesa apertura diplomatica a Minsk:

ufficiali americani osservano le manovre militari russo-bielorusse.

La mossa a sorpresa di Trump potrebbe cambiare le carte in tavola nel conflitto ucraino, lasciando l’Europa a guardare.

Un colpo di scena che sembra uscito da un romanzo di “Le Carré”, ma che si è consumato sotto il cielo grigio della Bielorussia.

 Lunedì mattina, mentre i carri armati e le truppe di Russia e Bielorussia davano il via alle imponenti esercitazioni militari “Zapad-2025”, tra gli osservatori internazionali sono comparsi, a sorpresa, degli ufficiali dell’esercito statunitense.

Un evento impensabile fino a pochi mesi fa, in un clima di tensione ai massimi storici con la “NATO”.

 

Ad accoglierli, il Ministro della Difesa bielorusso, “Viktor Khrenin,” che con un gesto di plateale apertura ha dichiarato:

 “Vi mostreremo tutto ciò che vi interessa. Qualsiasi cosa vogliate.

Potete andare lì, vedere, parlare con la gente”.

 Una cortesia quasi surreale, se si considera che solo due giorni prima la Polonia, membro NATO, aveva abbattuto droni russi che avevano violato il suo spazio aereo.

 

Ma chi pensava a un semplice gesto di distensione isolato, si sbagliava di grosso. Questa inattesa presenza militare è solo la punta dell’iceberg di un’operazione diplomatica molto più ampia e strutturata, con una regia ben precisa: quella di Donald Trump.

 

Il Canale Washington-Minsk.

Dietro le quinte, infatti, l’amministrazione americana sta tessendo una tela per riallacciare i rapporti con la Bielorussia di “Alexander Lukashenko”, il più stretto alleato di Putin.

 La settimana scorsa, “John Codale”, un rappresentante personale del presidente Trump, si trovava a Minsk per un colloquio diretto con il leader bielorusso.

Un incontro tutt’altro che formale, preceduto da una telefonata che lo stesso Trump avrebbe fatto a Lukashenko dall’Air Force One.

I risultati di questo dialogo, finora tenuto lontano dai riflettori, sono già tangibili e si basano sul classico principio del “do ut des”:

 

Liberazione di prigionieri:

Lukashenko ha acconsentito al rilascio di 52 detenuti, tra cui giornalisti e oppositori politici, rispondendo a una precisa richiesta di Washington.

Alleggerimento delle sanzioni:

In cambio, gli Stati Uniti hanno concesso un’importante esenzione dalle sanzioni alla compagnia aerea di bandiera bielorussa, “Bellavia”.

Questo permetterà alla società di effettuare manutenzione e acquistare componenti per la sua flotta, che include “aerei Boeing”.

Normalizzazione delle relazioni:

L’obiettivo dichiarato da Codale è ancora più ambizioso:

 riaprire nel prossimo futuro l’ambasciata americana a Minsk e rilanciare pienamente i rapporti economici e commerciali.

Lo Scacco all’Europa e ai “Falchi.”

La domanda sorge spontanea:

perché questa improvvisa accelerazione su un fronte apparentemente secondario? La strategia di Trump appare chiara e spregiudicata.

 Mentre l’Europa resta ancorata a una posizione di scontro frontale e di isolamento totale verso l’orbita russa, Washington sta costruendo un canale di dialogo alternativo e pragmatico.

 

“Lukashenko”, che parla regolarmente con “Putin”, diventa così una pedina fondamentale, un potenziale mediatore per negoziare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina.

“Trump”, fedele al suo stile da negoziatore, sta cercando di parlare con chi ha influenza diretta sul Cremlino, bypassando le cancellerie europee, percepite forse come troppo lente, ideologiche e incapaci di raggiungere un compromesso.

In questo gioco su più tavoli, gli Stati Uniti potrebbero raggiungere un duplice obiettivo:

Isolare i “falchi” a Mosca:

Mostrando che un dialogo è possibile e che ci sono alternative all’escalation militare, si indebolisce la posizione di chi, all’interno del Cremlino, spinge per il conflitto a oltranza.

Marginalizzare l’Unione Europea:

 Se gli USA riuscissero a orchestrare un accordo o anche solo una tregua significativa tramite il canale bielorusso, l’Europa si ritroverebbe spettatrice di un processo decisionale cruciale per la propria sicurezza, dimostrando la sua irrilevanza strategica.

La mossa di Trump, dunque, non è solo un tentativo di risolvere il conflitto ucraino, ma anche un chiaro messaggio agli alleati europei:

la politica estera americana seguirà i propri interessi, con o senza di loro.

 E mentre a Bruxelles si continua a discutere di principi, a Washington si fanno accordi.

Il vecchio continente, ancora una volta, rischia di rimanere a guardare.

Domande e Risposte.

1) Perché la presenza di ufficiali militari USA alle esercitazioni “Zapad-2025” è una notizia così importante?

La loro presenza è eccezionale perché rompe con anni di ostilità e sfiducia reciproca.

Le esercitazioni “Zapad” sono storicamente viste dalla NATO come una dimostrazione di forza e una potenziale minaccia.

Invitare e accogliere osservatori americani in un clima di trasparenza segnala una volontà di de-escalation senza precedenti da parte bielorussa, evidentemente concordata con gli USA.

 È un segnale pubblico e inequivocabile che un canale di dialogo, prima impensabile, è ora non solo aperto ma pienamente operativo, spostando gli equilibri geopolitici della regione.

 

2) Qual è il significato strategico più profondo di questo riavvicinamento tra Stati Uniti e Bielorussia?

Strategicamente, la Bielorussia non è l’obiettivo finale, ma il mezzo.

Per l’amministrazione Trump, riallacciare i rapporti con Lukashenko significa ottenere una linea di comunicazione diretta e informale con Vladimir Putin.

Lukashenko è l’unico leader europeo ad avere un rapporto così stretto e continuativo con il presidente russo.

Utilizzarlo come intermediario permette a Washington di sondare il terreno per un negoziato sull’Ucraina, bypassando le diplomazie tradizionali e le rigidità dell’Unione Europea, e di farlo in modo pragmatico, “deal-oriented”, come nello stile di Trump.

3) Quali potrebbero essere le principali ricadute di questa mossa per l’Europa?

Per l’Europa, le ricadute potrebbero essere estremamente negative.

 Il rischio principale è la marginalizzazione strategica.

Se gli Stati Uniti negoziassero una pace o una tregua duratura in Ucraina attraverso canali bilaterali, l’UE verrebbe esclusa dalle decisioni che riguardano la sicurezza del proprio continente.

 Questo minerebbe la sua credibilità come attore geopolitico globale e la ridurrebbe a un ruolo subalterno.

 Inoltre, potrebbe creare divisioni interne all’Unione, tra i paesi favorevoli a seguire la linea dura e quelli più inclini a un approccio negoziale simile a quello americano.

(Fabio Lugano).

(scenarieconomici.it/sorpresa-a-minsk-ufficiali-usa-alle-esercitazioni-russo-bielorusse-trump-sta-scavalcando-leuropa/).

(luogocomune.net/geopolitica/sorpresa-a-minsk-ufficiali-usa-alle-esercitazioni-russo-bielorusse-trump-sta-scavalcando-l%E2%80%99europa).

 

 

DIRITTI e LIBERTÀ.

Sinistraitaliana.it – contributo Diritti e Libertà PDF – Redazione – ci dice:

Oggi più che mai di fronte a una destra di governo sempre più reazionaria e ideologica, è necessario prendere parola e schierarsi a favore della difesa e la promozione dei diritti civili.

Ce lo impone la nostra storia, ce lo impone quello che accade quotidianamente a causa del vento reazionario di questa destra e soprattutto ce lo impongono le speranze delle giovani generazioni a

cui dobbiamo una presa di posizione chiara e netta.

Chi ci governa non perde occasione per rinsaldare alleanze politiche e culturali con Paesi, come la Polonia e l’Ungheria, che portano avanti politiche discriminatorie nei confronti delle persone lgbt+ e delle donne con la volontà di metterle in un angolo e di calpestarne il diritto

all’autodeterminazione.

Alleanze politiche che vanno oltre confine e che partono da lontano, espressione di un disegno politico ben preciso che è stato imposto al centro del dibattito pubblico come veicolo di quel pensiero ideologico e reazionario che vede questa destra tentare di imporre la propria visione del mondo completamente scollegata dalla realtà e dalle necessità reali della cittadinanza.

L’agenda politica reazionaria e ideologica investe non solo le tematiche lgbt+ ma si estende anche alle politiche sui flussi migratori, all’autodeterminazione delle donne e a chi ancora oggi subisce

discriminazioni sociali e giuridiche.

I partiti che si pongono contro il riconoscimento dei diritti per i figli e le figlie delle famiglie omogenitoriali sono infatti gli stessi partiti che hanno votato contro la convenzione di Istanbul e contro il certificato di filiazione europeo.

Sono gli stessi che dovrebbero passarsi una mano sulla coscienza davanti la strage di Cutro e di fronte le tante persone transgender che lasciano la scuola in cui non trovano spazio o in cui subiscono discriminazioni e violenze.

Sui diritti si gioca il futuro democratico del nostro Paese ed è per questo che è forte in ognuno di noi la consapevolezza che le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili e delle libertà individuali sono imprescindibili e da portare avanti collettivamente, qui ed ora.

Oggi più che mai giustizia sociale, diritti civili, giustizia ambientale sono le facce di quella stessa medaglia che è la nostra vita. Battaglie che vanno portate avanti con la stessa convinzione e urgenza.

Perché di un salario dignitoso in una città irrespirabile, non ce ne facciamo nulla.

Perché di autobus che funzionano quando su quegli stessi autobus le persone lgbt+ vengono aggredite, non ce ne facciamo nulla.

Perché le città pulite in cui le donne non trovano il proprio spazio, non ci interessano.

Il benaltrismo non fa parte della nostra cultura politica. Per noi non esistono classifiche di dignità.

Esistono le vite delle persone, che vanno rispettate e a cui vanno garantite pari opportunità e pari dignità, dal primo all’ultimo giorno di vita.

Siamo qui quindi a lavorare per difendere quei diritti acquisiti e che oggi vengono sempre più spesso messi sotto attacco da chi vuole colpire le donne e la loro libertà di autodeterminarsi.

Siamo qui a lottare affinché i diritti siano uguali per tutti sennò si chiamano privilegi.

Siamo qui per la parità salariale e per creare le condizioni affinché le donne possano trovare il giusto riconoscimento in posizioni apicali e “ruoli decisionali”.

Siamo qui a favore di una legge per la legalizzazione della cannabis per combattere le mafie, che favorisca la nascita di ambiti non profit di condivisione collettiva e che rimuova lo stigma e ripari ai

danni del proibizionismo.

Siamo qui a combattere contro la propaganda dei “Pro Life”, per difendere l’autodeterminazione della donna che deve poter scegliere se, come e quando diventare madre.

È per questo che portiamo avanti con la stessa determinazione le battaglie per la difesa della legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza, soprattutto attraverso la sua possibile e corretta applicazione in tutte le nostre città, insieme alla battaglia per consentire alle donne single di poter accedere ai Percorsi di fecondazione Medicalmente Assistita.

E ancora ci batteremo per una legge contro l’omolesbobitransfobia e l’abilismo che non lasci indietro nessuno, che tuteli le

persone lgbtqia+, le donne e le persone disabili e che garantisca ad ognuno il riconoscimento di ogni diritto di cittadinanza;

una nuova legge sulla cittadinanza, che parta dallo ius soli e dallo ius scholae, per restituire piena dignità alle tante persone che sono costretta a vivere “da straniere” in questo Paese;

una legge sul fine vita che ascolti le disperate richieste delle tante persone che chiedono di poter mettere fine alla propria vita con dignità nel Paese in cui vivono e in cui vorrebbero morire.

Ogni giorno episodi di violenza contro le donne ci arrivano come un pugno in faccia e nello stomaco, un fenomeno sistemico che va affrontato in maniera seria e strutturata.

I numerosi femminicidi che si susseguono ogni girono vanno combattuti attraverso politiche attive che mettano al centro azioni di sensibilizzazione e formazione per contrastare quella cultura patriarcale di cui è intrisa la nostra società e che veicola semi da cui hanno origine sopraffazioni e violenze.

Bisogna lavorare su una presa di responsabilità collettiva che passi attraverso la costruzione di reti e presidi territoriali che vadano dalla scuola ai centri sociali, dalle palestre alle università, dai centri antiviolenza ai consultori.

Luoghi che rispondano non solo a necessità e urgenze ma che siano

soprattutto presidi di discussione e confronto, di elaborazione politica, culturale e di pratica femminista.

Abbiamo bisogno di una scuola che accolga e educhi, contro discriminazioni e violenze. Una scuola che sia presidio di resistenza laica e antifascista.

È necessaria quindi una legge per fare in modo che nelle scuole vengono promossi progetti sull’educazione alla sessualità, all’affettività, alle differenze e al rispetto di tutti per contrastare a monte quegli stereotipi di genere che sono spesso causa di bullismo, misoginia,

omolesbobitransfobia, abilismo e violenze di ogni tipo.

In quelle stesse scuole deve trovare posto il profondo rispetto di ogni percorso individuale e soggettivo.

La scuola pubblica come presidio di resistenza laica e antifascista deve essere uno dei luoghi su cui concentrare i nostri sforzi e le nostre attività.

 Luoghi in cui le famiglie arcobaleno siano accolte e in

cui tutti i bambini e le ragazze possano avere la possibilità di raccontare la propria storia ed essere sé stessi senza per questo avere paura di discriminazioni.

E saremo ancora instancabilmente nelle piazze a chiedere leggi giuste nella profonda convinzione che nessun* deve arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun’altro e ogni cittadino deve assumersi

gli stessi diritti e i medesimi doveri.

La comunità lgbqia+ invade con i Pride le nostre città con messaggi chiari di cui in questi anni ci siamo fatti carico e che dobbiamo continuare a veicolare in ogni luogo attraversato dal partito.

Abbiamo bisogno di una legge che metta fine alla barbarie dei trattamenti di conversione, dette terapie riparative, che attraverso pratiche di qualsiasi natura hanno come folle obiettivo quello di

modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona.

Dobbiamo restituire dignità alle persone intersex attraverso una legge che vieti gli interventi chirurgici e le procedure non necessarie dal punto di vista medico sui bambini e le bambine intersex e la piena ricezione della Risoluzione del Parlamento Europeo del 14 febbraio 2019 sui

diritti delle persone intersex.

La comunità transgender chiede una legge che restituisca piena dignità a tutti i percorsi di transizione e che superi la legge 164/82, così come chiede che nelle nostre scuole trovi posto una chiara regolamentazione e una corretta applicazione delle carriere alias.

Dobbiamo lavorare insieme alla comunità transgender affinché le persone trans non debbano essere costrette a fare i conti ogni giorno con una società che non rispetta percorsi di libera scelta e autodeterminazione individuale, persone spesso costrette ad abbandonare la scuola o a vivere un mondo del lavoro che

chiude loro le porte in faccia.

Così come continueremo a fare la nostra parte a fianco di tutta la comunità LGBTQIA+ fatta da persone in carne ed ossa tuttora discriminate, oggetto di campagne d’odio, minacciate nei pochi

diritti faticosamente acquisiti dalla destra reazionaria che continua a farne un bersaglio di propaganda regressiva.

E bersaglio di questa destra sono anche i figli e le figlie delle famiglie arcobaleno costrette a subire una narrazione violenta e tossica delle loro storie familiari senza alcun rispetto e spesso senza nessuna reale conoscenza delle stesse.

Minori costretti oggi a subire la pressione politica che favorisce la diffusione di uno stigma sociale che li vede discriminati per “colpa” dei genitori.

Attacco senza precedenti portato avanti da una destra che vuole imporre la propria visione ideologica del mondo, una destra completamente distaccata dalla realtà e lontana dal dare risposte concrete alla necessità di riconoscere pari diritti a tutti i minori indipendentemente dalla composizione delle loro famiglie.

Non possiamo più permettere che le famiglie omogenitoriali siano costrette, dall’indeterminatezza di una legge che non c’è, a fare percorsi giudiziari lunghi e faticosi.

È necessario approvare al più presto una legge sull’uguaglianza e la pari dignità familiare che dia risposte concrete e che spazzi via l'ipocrisia di voler mantenere le donne, i figli e le figlie delle famiglie arcobaleno e le persone lgbt+ un gradino sotto le altre.

È per questo che abbiamo depositato in Parlamento, il primo giorno di questa legislatura, il testo di legge scritto da” Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford” che prevede l'estensione degli stessi diritti e doveri a tutti indipendentemente da orientamento sessuale o identità di genere.

Una legge quindi che istituisca il matrimonio egualitario, che permetta l’accesso alle adozioni per persone single e per le coppie dello stesso sesso e l’accesso ai percorsi di procreazione medicalmente assistita per le donne single e per le coppie di lesbiche;

una legge che garantisca il riconoscimento di pari diritti per i figli e le figlie con genitori dello stesso sesso attraverso il riconoscimento alla nascita della responsabilità genitoriale per le due mamme o i due papà.

Perché siamo profondamente convinti che essere genitori è una presa di responsabilità, oltre che un atto d’amore di coscienza, che va oltre l’orientamento sessuale o l’identità di genere dei genitori.

E ogni genitore deve quindi essere inchiodato ai propri doveri rispetto i propri figli, fin dal loro primo istante di vita.

È per questo che ci siamo schierati compattamente in Parlamento contro l’assurda proposta di rendere reato universale la “Gestazione Per Altri e altre”, iniziativa utilizzata strumentalmente dalla destra per fare propaganda e per soffiare sul vento dell’intolleranza aumentando lo stigma sociale contro i tanti bambini e ragazze che vivono nel nostro Paese e che sono nate da percorsi di GPA.

La GPA è un argomento complesso che va approfondito e affrontato con serietà, non fanno parte della nostra cultura politica i toni da stadio e respingiamo ogni tentativo di strumentalizzazione dell’argomento nel tentativo di bloccare il riconoscimento di pieni diritti a bambini e bambine in carne ed ossa.

Sia chiaro, siamo contrari a qualunque tipo di sfruttamento e/o mercificazione del corpo della donna e continueremo a batterci quindi affinché sia garantita sempre e comunque la sua autodeterminazione.

Ed è proprio per questo motivo che, al fine di contrastare possibili zone grigie nei percorsi di GPA che possano nascondere o potenzialmente favorire lo sfruttamento delle donne che portano avanti la gravidanza per altri, crediamo che la postura più giusta sia quella di una chiara e seria regolamentazione di tali percorsi anche in Italia e non quella che porta avanti posizioni proibizioniste che hanno più il sapore dell’ideologia che di una reale volontà di controllare il fenomeno partendo dalla realtà.

Nel nostro Partito trovano quindi posto battaglie che riteniamo necessarie e che, con trasparenza e determinazione, ci facciamo carico di continuare a portare avanti sia all’interno delle aule istituzionali (dai Parlamenti ai Municipi) e sia all’interno di ogni luogo sociale che ci troveremo ad attraversare.

Saremo ancora instancabilmente nelle piazze insieme a chi porterà avanti battaglie di civiltà in cui nessuno deve arrogarsi il diritto di scegliere per qualcun’altro e in cui ogni cittadino potrà

assumersi gli stessi diritti e i medesimi doveri.

Perché rendere il nostro Paese e le nostre città luoghi sempre più accoglienti, giusti, solidali, liberi e inclusivi, è il nostro obiettivo.

 

Cittadinanza e libertà di movimento:

una battaglia di giustizia e democrazia.

Balcanicaucaso.org – Daniela Ionità – (14 – 7 – 2025) - ci dice:

 

La cittadinanza italiana, basata sullo ius sanguinis, esclude milioni di persone nate o cresciute in Italia, negando diritti e partecipazione.

Serve una riforma radicale per trasformarla in uno strumento di inclusione, garantendo permessi di soggiorno semplificati e riconoscendo dignità a tutti.

La questione della cittadinanza in Italia non è solo un problema tecnico o burocratico da relegare ai tavoli delle commissioni parlamentari.

 È una questione politica e sociale che incide profondamente sul destino democratico del paese.

 

Per troppo tempo, il dibattito si è concentrato su etichette riduttive come “seconde generazioni” o “stranieri regolari”, creando una narrazione frammentata e divisiva, che serve solo a mantenere uno status quo di esclusione sistemica tra non cittadini di serie A e non cittadini di serie B.

Il modello di cittadinanza italiano, ancorato allo “ius sanguinis”, è una costruzione “etno-nazionalista” che funziona come una barriera strutturale contro milioni di persone nate, cresciute e radicate in Italia, ma formalmente escluse dalla piena partecipazione politica e sociale.

Questa esclusione non è una svista, è una scelta politica deliberata:

 la cittadinanza diventa uno strumento selettivo che decide chi può godere di diritti, libertà e dignità, e chi invece resta confinato in una condizione di marginalità permanente, di respiro sospeso.

La libertà di movimento è oggi un privilegio.

 Nel contesto europeo, le politiche di esternalizzazione delle frontiere, la militarizzazione dei confini e i centri di detenzione amministrativa impongono una vera e propria segregazione dei corpi e delle vite, trasformando chi non possiede un “passaporto giusto” in un nemico da controllare, isolare o espellere.

 

La cosiddetta “Fortezza Europa” è una macchina di esclusione che produce violenza istituzionale e sofferenza umana.

Chi fugge da guerre, povertà o disastri climatici non deve essere considerato un problema da risolvere con muri e respingimenti, ma una componente fondamentale della nostra società, che va tutelata, per solidarietà, ma soprattutto per giustizia.

 

Questa realtà impone un ripensamento radicale della cittadinanza stessa, che deve diventare uno strumento di partecipazione e giustizia sociale, non un filtro selettivo.

 La cittadinanza deve fondarsi sulla partecipazione, la convivenza e co-creazione della società dove si vive, non su criteri esclusivi e discriminatori.

Negli ultimi anni, la mobilitazione dal basso e l’azione delle comunità territoriali hanno portato alla ribalta un’urgenza chiara:

la necessità di una riforma strutturale della legge sulla cittadinanza.

A questo proposito, la recente stagione referendaria ha rappresentato un momento fondamentale di aggregazione e pressione politica.

In molte città italiane, le raccolte firme per il referendum e i voti seppur sembrano pochi, ovvero 9 milioni, ci danno la prova che un sesto della popolazione italiana è convinta della via da intraprendere.

Questa spinta dal basso ha mostrato la forza delle comunità migranti, delle associazioni, dei giovani e di una parte crescente della società civile, che rifiuta l’idea di una cittadinanza come privilegio e chiede di trasformarla in diritto per tutte e tutti.

I referendum sono stati un segnale chiaro: non si tratta solo di un cambiamento normativo, ma di un cambio di paradigma culturale e politico che è necessario.

Un paradigma che riconosca l’Italia non come un luogo di passaggio o di esclusione, ma come una comunità politica in cui chi vive stabilmente ha diritto a essere riconosciuto, rispettato e rappresentato.

La cittadinanza deve smettere di essere un ostacolo e diventare una leva per la coesione sociale e la democrazia reale.

Un tassello fondamentale in questa battaglia è anche la semplificazione e la facilitazione dei permessi di soggiorno.

 

La complessità burocratica, i tempi lunghissimi e le incertezze giuridiche rendono l’accesso ai permessi in Italia un percorso ad ostacoli, che produce esclusione e precarietà. Il diritto alla permanenza legale non può essere un miraggio da rincorrere, ma deve diventare un diritto garantito e protetto, un passaggio essenziale prima della possibilità di essere riconosciuti italiani.

Facilitare i permessi di soggiorno significa garantire stabilità alle persone, dare loro la possibilità di lavorare senza paura, di studiare, di costruire legami sociali duraturi e di partecipare attivamente alla vita collettiva. Significa spezzare il ricatto della paura e dell’irregolarità che alimenta lo sfruttamento lavorativo, la marginalità sociale e la discriminazione.

Questa è una battaglia che si intreccia con quella per una cittadinanza piena e per la libertà di movimento: solo chi ha sicurezza giuridica può sentirsi davvero parte della comunità politica.

Può respirare a pieni polmoni.

La semplificazione dei percorsi burocratici, l’abolizione delle procedure inutilmente punitive e la tutela giuridica dei migranti devono essere al centro di una nuova politica migratoria e di cittadinanza. Le battaglie future devono partire da qui, unendo la spinta dal basso con un’azione politica consapevole e strategica.

Serve connettere l’analisi rigorosa delle disuguaglianze, del razzismo sistemico con la mobilitazione sociale e le istanze di giustizia.

 Questa lotta è parte di una più ampia sfida democratica:

un paese non può definirsi democratico se continua a escludere intere comunità dal diritto di cittadinanza, dalla libertà di movimento e dalla sicurezza legale.

 

L’Italia ha davanti a sé una scelta cruciale: continuare a legittimare un sistema di esclusione e discriminazione, di razzismo sistemico o farsi protagonista di una nuova stagione di diritti e partecipazione.

Le esperienze locali di solidarietà, le mobilitazioni giovanili, la pressione referendaria e la battaglia per semplificare l’accesso ai permessi mostrano che la strada per il cambiamento è già tracciata, ma serve una volontà politica forte e coraggiosa.

Non si tratta solo di cambiare una legge, ma di trasformare la struttura stessa della nostra società e delle sue istituzioni.

La cittadinanza deve diventare un atto di riconoscimento politico e sociale, un patto che ci unisce nel rispetto della diversità e della dignità di tutte e tutti.

 Questa è la sfida che ci attende.

 La lotta per una cittadinanza piena, plurale e larga, per la libertà di movimento, per il diritto alla stabilità legale e per la giustizia sociale, è una lotta che riguarda tutti.

Iran, la battaglia per la libertà

è un impegno non negoziabile.

Loccidentale.it – (10 Febbraio 2023) – Bernardino Ferrero – Redazione – ci dice:

 

 

Iran, la battaglia per la libertà è un impegno non negoziabile.

In questi giorni il Festival della canzone italiana ospita sul palco del “Teatro Ariston di Sanremo” l’attivista di origini iraniane” Pegah Moshir Pouh”.

 Pouh racconta cosa succede nel suo Paese.

 Mentre a “Kashmar”, nell’Iran nord-orientale, le Autorità hanno chiuso una clinica in seguito a un confronto tra due donne sul tema dell’hijab.

 

La vicenda, documentata da un video diffuso sui social media, riguarda una donna velata che ammonisce un’altra donna per non aver indossato correttamente” il hijab”.

Un medico della clinica interviene per difendere il diritto della donna di non indossare il velo come forma di protesta.

La risposta delle autorità è stata immediata e brutale, con il medico accusato di “insultare una donna con hijab e insultare i chierici”.

La clinica rischia di chiudere.

 

In Iran il fronte della battaglia per la libertà.

Questo episodio è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi che hanno visto la chiusura di attività commerciali, ristoranti, caffè e persino farmacie a causa della mancata osservanza delle leggi islamiche. In Iran portare l’hijab è obbligatorio. Una legge che rappresenta la sempre più stringente repressione delle libertà individuali nell’antica Persia.

Lo scorso 16 settembre moriva “Mahsa Amini”, la giovane di 22 anni deceduta in circostanze mai chiarite dopo la prigionia nel carcere di “Evin”, dopo essere stata arrestata della polizia religiosa a “Teheran”.

 Amini era stata accusata di non indossare l’hijab “adeguatamente”.

Da allora, mesi di proteste pubbliche, repressione e violenza in tutto il paese. Donne e studentesse mostrano il loro sostegno alla battaglia per la libertà in un modo senza precedenti. Il movimento delle donne e dei giovani iraniani rappresenta oggi la più grande minaccia per il governo islamico dalla rivoluzione del 1979.

 

Una repressione brutale del dissenso.

In risposta a queste proteste, le autorità iraniane hanno lanciato una repressione brutale del dissenso, arrestando migliaia di persone e imponendo pene severe, compresa la pena di morte, ai manifestanti.

Questa repressione delle libertà individuali è inaccettabile e va condannata con fermezza.

Di fronte a tutto questo, l’Occidente ha un imperativo morale.

 Deve esercitare la propria leadership nella difesa della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo.

Questo significa non arrendersi alla tentazione di intrattenere relazioni con regimi islamici autoritari come l’Iran, che sono noti per la loro intolleranza e repressione.

 

Non dobbiamo cadere nella tentazione di scendere a compromessi per ragioni di sicurezza o interessi economici e sostenere, costi quel che costi, i nostri valori fondamentali.

Questo significa anche sostenere gli attori che lottano per la libertà e la giustizia, come il popolo ucraino che affronta una minaccia costante da parte di un dittatore alleato e amico degli islamofascisti iraniani.

Servirà un impegno fermo e coerente a favore della democrazia, dei diritti umani e della libertà individuale, nei luoghi dove questi valori sono sistematicamente oppressi.

Solo attraverso questo impegno incrollabile per i nostri valori possiamo proteggere la nostra libertà e garantire un futuro migliore per le generazioni future.

È nostro dovere morale sostenere e difendere la libertà ovunque essa sia minacciata.

(Mondo).

 

 

 

 

L’India, l’Europa e il

nuovo disordine globale.

Loccidentale.it – (09 Settembre 2025) - Elena de Giorgio – ci dice:

 

Il blocco delle autocrazie ha incassato a Tianjin un duplice dividendo: uno politico, l’altro simbolico.

Politico perché l’India – la più popolosa delle democrazie asiatiche – ha preso posto accanto a Cina, Russia e ai regimi illiberali dell’Iran e dell’Asia centrale. Simbolico perché il “Sud globale” si è presentato come il nuovo custode dell’ordine post-Yalta, protagonista di una riscrittura della storia alternativa all’egemonia occidentale.

 

Ma la forma non fa la sostanza:

la SCO resta un organismo eterogeneo, privo della coesione e della forza che la Nato ha consolidato in ottant’anni di storia.

Ma la presenza della più grande democrazia dell’Asia, l’India, dimostra il potere di attrazione dei regimi regionali.

 

Il primo ministro “Modi” ha evitato la parata militare di Pechino e, pochi giorni prima, aveva incontrato il premier giapponese a Tokyo.

La sua visita a “Tianjin” mette in luce un equilibrio precario:

diffidente verso Pechino, l’India funge da ponte tra mondi in conflitto, oscillando tra interessi multipolari e prudenza diplomatica.

 

La ragione di questo scarto non va cercata a Pechino, ma a Washington.

 L’America di Donald Trump si muove in modo erratico, prigioniera della sua base isolazionista.

In Alaska ha offerto a Putin una tribuna insperata;

 con i dazi al 50% ha umiliato l’India, incrinando venticinque anni di diplomazia paziente, da Clinton a Bush.

 Non stupisce allora che Modi, ignorando le telefonate della Casa Bianca, si sia fatto vedere a Tianjin accanto a Putin, pur accompagnando quella stretta di mano con parole di pace sull’Ucraina.

 È il prezzo dell’unilateralismo:

 nel tentativo di soddisfare i MAGA, Trump rischia di spingere Delhi verso un multipolarismo che rafforza Pechino e legittima Mosca.

 

È qui che entra in gioco l’Europa.

 Dopo aver intuito, già al vertice di “Anchorage,” la traiettoria impressa da Washington, e dopo il rafforzamento del dialogo transatlantico, l’Unione comprende che la sua missione non si limita al contenimento della Russia tramite sanzioni e spese militari.

 La strategia europea di “derisking” nei confronti di Pechino non implica un disaccoppiamento radicale, ma la costruzione di un sistema di interdipendenze più sicuro e gestibile.

 In questo quadro, l’Europa può proporsi come ponte commerciale tra Stati Uniti e Cina, sfruttando la propria posizione geografica, i corridoi indoeuropei e la centralità del Mediterraneo.

 

Parallelamente, deve anche evitare che l’India scivoli progressivamente lontano dall’Occidente:

 non coltivando l’illusione di un’alleanza esclusiva, ma rafforzando un legame diplomatico ed economico che mantenga Nuova Delhi agganciata all’ecosistema occidentale, valorizzandone l’ambivalenza.

L’Europa può aprire spazi di mercato che compensino i dazi americani, offrire investimenti in energia verde e tecnologie digitali, consolidare la cooperazione marittima nell’Oceano Indiano.

In questo modo, può sostenere il “multi-allineamento” indiano senza pretenderne l’esclusività, dimostrando che l’Occidente, pur nella sua pluralità, resta in grado di agire in maniera concertata.

In questo quadro, un’Europa matura deve saper coniugare due missioni:

 contenere Mosca in Ucraina e connettere Delhi nell’Indo-Pacifico.

Non si tratta di un obiettivo marginale, ma di un passaggio cruciale per evitare che la “maggioranza globale” evocata da “Putin” e “Xi” si trasformi in un blocco realmente alternativo.

Ciò significa riconoscere che Pechino continuerà a muoversi nell’ambiguità, che Mosca sfrutterà la tribuna asiatica e che Nuova Delhi resterà l’ago della bilancia.

Mantenere l’India agganciata non garantisce un’alleanza organica, ma può contribuire a preservare uno spazio di cooperazione con l’Occidente e a impedire che le autocrazie dettino da sole le regole del gioco internazionale.

(Mondo).

 

 

 

 

America addio. Quella di Trump

non è “cancel culture”, è scivolamento

verso Mosca.

Linkieta.it – (19 settembre 2025) – Editoriale di Cristian Rocca – ci dice:

 

In poche ore, la Casa Bianca si è ulteriormente trasformata nel quartier generale di un regime ottuso e dispotico.

 La cacciata dei comici dalla tv, la designazione degli” anti fa” come terroristi, la rivendicazione dell’orrore e undici arresti di Democratici a New York.

E l’acquiescenza delle élite.

Non abbiamo fatto in tempo a digerire l’incredibile interruzione in tronco del talk show di “Jimmy Kimmel” (dopo quello di Steve Colbert) che “Donald J. Trump” ha pensato bene di designare come «organizzazione terroristica» il movimento antifascista e, nella stessa giornata, di arrestare undici dirigenti politici democratici eletti nella città di New York.

Siccome non esiste una struttura, un partito, un “comitato anti fa”, per il decreto social di Trump sono potenzialmente terroristi – e come tali potranno essere fermati, processati e condannati – tutti gli americani che manifestano pubblicamente un dissenso da sinistra nei confronti del regime trumpiano.

 E con loro chiunque finanzi o sostenga l’opposizione (chissà se ora Elon Musk fornirà all’Fbi generalità e indirizzi dei twittatori con «anti fa» in bio).

Si dovranno guardare le spalle dalle squadracce di Trump non solo gli studenti stranieri, i comici e gli immigrati regolarizzati da anni di residenza e lavoro in America, ma anche i cittadini americani con opinioni diverse da quelle del “ciarlatano in chief”.

Dichiararsi antifascisti equivale ad affiliarsi ad Al Qaeda, o a diventare «nemici del popolo» come nell’Unione sovietica di Stalin, ma la nuova trovata di Trump è solo un pretesto per reprimere il dissenso, così come le leggi russe contro gli agenti stranieri in vigore a Mosca e nella Georgia caucasica.

Che fine miserabile per l’America che per due secoli è stata un faro di libertà e per uno la guida illuminata del mondo libero.

 Avendo scritto qualche migliaio di volte, a cominciare dal 2016, che Trump è la più grande tragedia mai capitata all’America dall’11 settembre 2001, ogni volta che qualcuno si stupisce dell’ennesimo passo spedito verso il baratro mi viene in mente “Robert Conquest”, lo storico che nel 1968 – mentre l’Europa si ubriacava di ideologie totalitarie – scrisse “Il Grande Terrore”, il più completo e dettagliato atto d’accusa sullo stalinismo.

Lo presero per pazzo, ovviamente.

 Ma “Conquest” aveva ragione, tanto che quando nel 1990, alla Caduta del muro di Berlino, gli ripubblicarono il testo e gli chiesero se voleva dargli un nuovo titolo, lui rispose di sì, certo, chiamatelo «Ve lo avevo detto, razza di idioti».

 

Ci sarebbe dunque da ritirarsi a vita privata, ammesso che al mondo esista un posto al riparo da questi tempi impazziti, ma a futura memoria, sempre che la memoria abbia un futuro o anche solo un presente, bisogna continuare a segnalare il pericolo Trump, la caduta dell’Occidente libero e l’imminente fine di tutto.

Sento parlare di “cancel culture” di destra a proposito di “Kimmel e Colbert,” ma non è “cancel culture” quello che sta succedendo nell’America perduta di Trump. Non c’è nessuna cultura nel cancellare programmi televisivi o il dissenso, peraltro nel pieno di una vanagloriosa campagna a favore della libertà di espressione improntata sul vittimismo, come nella migliore tradizione delle ideologie dispotiche.

Trump non fa “cancel culture“, compie atti autoritari.

L’America è scivolata verso Mosca, è diventata la Russia di Putin, ed è questo il grande, epocale, successo del dittatore del Cremlino:

non è riuscito a conquistare nemmeno tutto il Donbas, ma è riuscito strappare al fronte liberal-democratico il paese guida, l’America, e a farlo passare nella squadra dei paesi autoritari.

La situazione è sfuggita di mano.

Ieri, a New York, la “Gestapo di Trump” ha arrestato undici eletti democratici che chiedevano di fare visita agli immigrati catturati per strada e detenuti in un ufficio federale.

 

Nelle ultime settimane, Trump ha mandato i soldati nelle città anti trumpiane, ha condotto operazioni di rastrellamento di immigrati con metodi nazi, ha piegato la resistenza di università, dei grandi studi legali, delle televisioni e dei giornali, ha taglieggiato qualche grande impresa privata, ha dichiarato guerra commerciale ai paesi amici, ha ricompattato tutti peggiori ceffi del pianeta, ha complicato la guerra all’Ucraina e la situazione a Gaza, e ha fatto genuflettere gli oligarchi della Silicon Valley al suo cospetto, ma solo dopo averli taglieggiati.

 

La fine dell’America che conoscevano si vede non solo dalle enormità commesse da Trump, ma anche dall’acquiescenza dell’élite americane che, a differenza dei russi anti Putin e dei cinesi democratici, non avrebbero rischiato niente se avessero fatto il loro dovere minimo per fermare la deriva autoritaria di un presidente eversore, del primo presidente antiamericano degli Stati Uniti.

Invece hanno ceduto tutti, uno per uno, divorati dall’avidità, illudendosi di poter governare l’opportunità e smantellando i famosi pesi e contrappesi su cui si basano la società aperta e lo stato di diritto americani.

Gli “oligarchi di Putin” sono meno spudorati di quelli di Trump, perlomeno qualcuno a Mosca si è ribellato, a Washington nessuno.

Putin stesso è meno spudorato di Trump, il quale rivendica i licenziamenti, le purghe, le oscenità, mentre il Cremlino le nega e fa finta di niente.

 Siamo arrivati a questa deriva morale, e non è passato nemmeno un anno dall’elezione di Trump, e otto mesi dall’inaugurazione del secondo mandato.

 

Con queste premesse, mi pare improbabile che gli Stati Uniti, e il resto del mondo, possano sopravvivere ad altri tre anni di Trump.

A lui, del resto, non sono nemmeno sufficienti, vuole regnare a vita, non ha nessuna intenzione di lasciare la Casa Bianca, dove fantastica di poter dare feste pacchiane come quelle dei satrapi mediorientali nella nuova sala da ballo da 400 milioni che sta facendo costruire (si spera con meno oro finto e soffitti più alti rispetto allo standard delle Trump tower).

 

Trump cercherà di esplorare ogni modo possibile per accantonare la Costituzione che gli impedisce un terzo mandato, oppure si inventerà qualche emergenza nazionale per non votare mai più, e restare alla tolda di comando oltre il 2028.

 I giudici compiacenti che glielo consentiranno ce li ha già, l’opposizione invece non c’è, i movimenti radicali sono messi fuorilegge, gli avvocati si guarderanno bene dal difendere i Democratici dai brogli elettorali e dalla rimappatura dei collegi. Tutti potranno essere dichiarati terroristi.

L’esercito e la Gestapo sono pronti a intervenire per difendere il colpo di Stato trumpiano.

Quando Trump vorrà restare alla Casa Bianca, e la gente si stupirà di cotanta tracotanza, pubblicheremo quell’edizione di “Ve l’avevo detto, razza di idioti”.

 

 

 

Non si può più dire niente.

Gli “anti fa” considerati terroristi, e

la libertà di parola alla maniera

dei trumpiani.

  Linkiesta.it - Alessandro Cappelli – (19 -09 – 2025) – ci dice:

 

Il presidente americano vuole designare il movimento antifascista come organizzazione terroristica, anche se la Costituzione glielo impedirebbe.

L’impazzimento illiberale della destra americana è definitivo: l’Amministrazione è sempre più insofferente verso chi protesta e critica il suo operato.

E la censura viene brandita come nelle peggiori autocrazie.

(AP/Lapresse).

 

Ieri Donald Trump ha deciso che “Anti fa” è «una delle principali organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti».

Lo ha scritto sul suo social Truth, in uno di quei proclami urlati e inconfondibili, avvertendo anche «coloro che finanziano Anti fa», i quali saranno «indagati a fondo».

 

Peccato che Anti fa non sia un’organizzazione con una gerarchia chiara, ma una rete fluida di attivisti e gruppi locali.

E non si capisce come l’Amministrazione Trump intenda applicare un provvedimento simile nei suoi confronti, non avendo una leadership da colpire.

Ci sono nodi giuridici anche sulla possibilità di inserire il movimento in una lista di organizzazioni terroristiche interne.

Soprattutto perché negli Stati Uniti non esiste un equivalente interno della lista statunitense delle organizzazioni terroristiche estere, anche grazie al “Primo Emendamento che protegge la libertà di espressione”.

Questa su “Anti fa” è l’ultima assurdità di un presidente che parla di terrorismo per zittire, censurare e reprimere i suoi oppositori politici:

somiglia molto a una cosa che potrebbe dire un autocrate di un regime illiberale e antidemocratico.

 Uno che si sente al di sopra della legge e della Costituzione.

Nel regno che vorrebbe Trump, la libertà di parola non è più un diritto universale, ma un privilegio a geometria variabile: garantita agli amici trumpiani, negata a chi dissente.

 

Per anni la destra americana ha detto che non si poteva più dire niente:

 si lamentava della sinistra woke intollerante, denunciava una prigione del linguaggio in cui i progressisti volevano ingabbiare il mondo libero.

Invece era solo un artificio retorico, un inganno.

Cercavano campo libero per proferire insulti a sfondo razziale, etnico, religioso;

per normalizzare la violenza e diffondere odio contro i loro avversari politici.

Una volta tornata al potere, quella stessa destra ha imposto le sue regole illiberali con il bazooka.

 

A fare da cavia in questo laboratorio di autoritarismo sono finiti anche i comici. L’ultimo è “Jimmy Kimmel”.

Il conduttore di uno dei talk show più popolari degli Stati Uniti è stato sospeso a tempo indeterminato da Abc dopo un monologo sull’omicidio di “Charlie Kirk”.

 In estate era stata annunciata la chiusura, dal 2026, dello storico “Late Show “presentato” Stephen Colber”t sulla” Cbs”:

non perché mancassero ascolti, ma perché abbondavano battute su Donald Trump (in entrambi i casi trovate tutto quello che dovete sapere negli articoli di Guia Soncini).

 

«Ho fermato ogni censura governativa e ho riportato la libertà di parola in America», aveva detto Trump lo scorso marzo.

 Non aveva specificato che si trattava di una selezione speciale:

la libertà di parola è garantita, purché sia di suo gradimento.

 E meno male che a febbraio Elon Musk – parlando al “Cpac”, la” Conservative Political Action Conference”, davanti a attivisti e politici conservatori – aveva detto:

 «La sinistra voleva rendere illegale la comicità. Non si poteva prendere in giro niente, quindi la comicità faceva schifo. Legalizzate la comicità».

All’epoca era ancora un membro del governo.

Non è mai stata solo una battaglia contro l’intolleranza della sinistra.

È un’azione di Stato che passa per minacce istituzionali, cause milionarie e provvedimenti amministrativi.

È la deriva illiberale degli Stati Uniti.

Una politica che non cerca il confronto, ma l’annientamento della controparte.

La censura non si limita ai monologhi dei comici, investe giornali, editori, testate, studenti e manifestanti.

La macchina giudiziaria del trumpismo lavora senza sosta con azioni legali contro le principali istituzioni dell’informazione, dal “New York Times” al “Wall Street Journal”.

 

Il primo scontro di Trump con una testata giornalistica, in questo secondo mandato, è stato con l’”Associated Press “(AP), il principale organo di informazione del Paese.

L’agenzia era stata bandita dalle conferenze stampa della Casa Bianca e sull’Air Force One perché non aveva voluto usare la nuova denominazione del “Golfo del Messico”, che Trump aveva ribattezzato “Golfo d’America”.

L’Associated Press ha ottenuto in tribunale il ripristino di alcuni accessi e ha visto riaprire un dibattito sulla legittimità di escludere una storica agenzia di stampa dall’area degli eventi presidenziali.

Ma dopo quelle all’Associated Press sono arrivate altre minacce ad altre testate, con querele, pressioni economiche, investigazioni da parte di agenzie federali – solo nei primi otto mesi del 2025, la “Federal Communications Commissio”n (Fcc) ha avviato indagini contro “Abc”,” Cbs” e “Nbc News”.

La settimana scorsa, l’omicidio di Charlie Kirk ha rotto ogni argine all’aggressività della destra trumpiana.

Nell’impazzimento del dibattito pubblico americano, i Repubblicani hanno approfittato di un episodio tragico per perdere ogni contegno contro i rivali politici.

È quello che Francesco Cundari nella sua newsletter” La Linea” ha definito il «carattere strumentale, pretestuoso e contraddittorio della campagna della destra trumpiana contro l’odio della sinistra».

Portabandiera di questa deriva è la procuratrice generale” Pam Bondi”:

 «C’è la libertà di espressione e poi c’è il discorso d’odio, e per quest’ultimo non c’è posto, soprattutto ora, soprattutto dopo quello che è successo a Charlie, nella nostra società… Se prendi di mira qualcuno con discorsi d’odio, saremo noi a prendere di mira te e a venirti a cercare».

 

Un’editorialista del “Washington Post”, “Karen Attiah”, è stata licenziata per una frase su “Charlie Kirk”, in cui peraltro gli attribuiva una citazione sbagliata.

Qui occorre ricordare che il “Washington Post” è il giornale di proprietà di “Jeff Bezos”, fedele alleato di Trump.

 Come lei, decine di persone hanno già perso il lavoro, nel pubblico e nel privato, per avere fatto commenti online sulla morte di Kirk.

 

Già a maggio l”’International Bar Association” (Iba), associazione forense di professionisti del diritto, parlava di questi metodi da autocrazia con un particolare riferimento storico:

«Il più grave attacco alla libertà di parola almeno dai tempi di McCarthy», nelle parole di “Jonathan Hafetz”, professore di diritto alla “Seton Hall Law School” e responsabile dei membri del “Comitato per i diritti umani” dell’ “Iba”.

 

In quei giorni, più dei giornali, le università americane erano il bersaglio prediletto dell’amministrazione Trump.

I campus americani sono stati per decenni roccaforti del dialogo e del confronto intellettuale, oggi sono terreno di sperimentazione di nuove pratiche intimidatorie. Ordini esecutivi che minacciano tagli ai finanziamenti federali, richieste di rimozione di certi programmi, revoca di visti e addirittura l’intervento dell’”Immigration and Customs Enforcement” (Ice) contro le manifestazioni studentesche.

 «Tutti i finanziamenti federali saranno BLOCCATI per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste illegali», aveva scritto Trump su Truth Social.

In tutto il Paese, la libertà di riunione viene presa di mira a colpi di post e ordini esecutivi.

Sono minacce che pesano sui bilanci e sulle scelte istituzionali: le amministrazioni scolastiche frenano su molti programmi, i rettori censurano i docenti, gli studenti temono di organizzare sit-in.

 

Agli albori delle guerre culturali contemporanee, i conservatori combattevano contro la «cancel culture» proprio a partire dai campus universitari.

È in quelle battaglie che hanno sviluppato una particolare predilezione per il Primo Emendamento.

Era antiamericano, sostenevano, punire qualcuno per aver esercitato il proprio diritto di parola.

«Sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle pubblicamente», diceva a febbraio il vicepresidente americano J.D. Vance, nell’ennesima citazione apocrifa di Voltaire.

Quelle parole Vance le aveva pronunciate alla “Conferenza sulla Sicurezza di Monaco”.

 All’epoca il mondo intero si era concentrato solo sull’altra parte del discorso, quella che sembrava scritta da “Alexander Dugin”, in un mix di propaganda post sovietica e retorica falsificatoria sul declino dell’Occidente.

 

Il vero volto del trumpismo, visibile più che mai nell’ultima settimana, è totalmente in contraddizione con quello che la destra statunitense – come quella italiana ed europea, d’altronde – ha sempre detto di difendere:ù la libertà di parola, protetta in America dal Primo Emendamento.

 

Il pericolo non è solo che qualcuno perda il lavoro, come Kimmel, Colbert o Karen Attiah.

È il sistema democratico che perde la capacità di autogovernarsi attraverso il confronto pubblico.

Quando il governo minaccia e punisce opinioni e manifestazioni, la democrazia si sfalda.

Quando la leva economica – tagli ai fondi, cause milionarie, revoche di visti – diventa uno strumento di polizia politica, la libertà di parola diventa un privilegio e non un diritto.

La deriva illiberale degli Stati Uniti si vede anche e soprattutto in queste cose. Quella dei trumpiani è una crociata, una guerra santa, la repressione e la censura sono le loro armi.

È la trasfigurazione dell’America come capofila del mondo libero.

Un Paese sempre più simile alle peggiori autocrazie del pianeta.

 In cui gli unici a non poter più dire nulla sono quelli che non piacciono al presidente.

 

 

 

Elimina USA.

  Unz.com - Hua Bin – (18 settembre 2025) – ci dice:

 

La Cina sta vietando i chip Nvidia in un inaspettato effetto di secondo ordine dell'embargo tecnologico degli Stati Uniti

Da quando Trump e Biden hanno lanciato la battaglia tecnologica e commerciale con la Cina, ho scritto diversi saggi sostenendo che Pechino dovrebbe avviare un completo disaccoppiamento dagli Stati Uniti per motivi di sicurezza nazionale e competitività economica.

Sembra che stia accadendo proprio ora.

Pechino ha appena vietato alle sue grandi aziende tecnologiche di acquistare i chip Nvidia H20 e RTX 6000D.

Nvidia ha sviluppato questi due acceleratori di chip “GPU AI “appositamente per il mercato cinese in conformità con il divieto degli Stati Uniti di “chip AI “avanzati in Cina.

 

Pechino ha appena rovesciato in faccia a Washington il copione dell'embargo commerciale.

Questo è un esempio da manuale di come una politica coercitiva mal concepita esploda di fronte al perpetratore.

E un altro caso di studio come i tecnocrati di Pechino, molto più intelligenti, hanno superato nell'astuzia i miopi funzionari politici di Washington.

Esaminiamo cosa è successo.

A partire dal primo mandato di Trump, il regime degli Stati Uniti ha alzato la posta in gioco nel contenere l'ascesa tecnologica della Cina.

Ha prima vietato le vendite di chip statunitensi a Huawei nel tentativo di distruggere il gigante delle telecomunicazioni e della telefonia mobile.

Ha fallito miseramente ma, come previsto, l'opzione predefinita di Washington di fronte al fallimento è quella di raddoppiare.

Durante il suo mandato, Biden ha ulteriormente intensificato la guerra tecnologica “vietando i chip AI”, il software e persino le macchine per litografia sul mercato cinese nel suo complesso.

L'obiettivo esplicito dei divieti tecnologici impedisce alla Cina di raggiungere il livello di sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Poiché la Cina è il più grande mercato mondiale per i semiconduttori, il regime di Biden voleva continuare a fare soldi dalla Cina, ostacolando al contemporaneo il progresso tecnologico della Cina.

La soluzione è stata quella di consentire la vendita di chip una o due generazioni indietro rispetto all'avanguardia.

 

Nvidia, il monopolio effettivo globale dei “chip AI”, ha progettato il “chip H20” specificamente per il mercato cinese in conformità con il controllo delle esportazioni di Biden.

 La strategia di Nvidia era quella di continuare a trarre profitto dalla domanda cinese e legare gli sviluppatori cinesi di intelligenza artificiale al “suo ecosistema software CUDA” senza vendere alla Cina gli ultimi chip di intelligenza artificiale.

 

Tuttavia, quando un'azienda cinese di intelligenza artificiale poco conosciuta, “Deep Seek,” ha scioccato il mondo tecnologico con il lancio del suo modello linguistico di grandi dimensioni “Deep Seek R1” nel gennaio 2025, il mondo si è improvvisamente reso conto che gli ingegneri cinesi di intelligenza artificiale erano in grado di sviluppare modelli di intelligenza artificiale di livello mondiale anche con i chip acceleratori molto meno potenti.

 

Deep Seek ha raggiunto la svolta utilizzando l'apprendimento di rinforzo per consentire al suo LLM di sviluppare capacità di ragionamento attraverso l'auto-evoluzione.

L'innovativo metodo di addestramento non richiedeva tanta elaborazione quanto modelli simili negli Stati Uniti e ha aggirato con successo il fossato dei chip che Nvidia ha cercato di costruire attorno ai suoi prodotti più sofisticati.

Come reazione, il secondo regime di Trump ha immediatamente vietato anche la vendita dei “chip H20” annacquati alle aziende tecnologiche cinesi.

 Nvidia è stata costretta a cancellare 5,5 miliardi di dollari di “chip H20” invenduti nel suo inventario.

Senza accesso ai chip di intelligenza artificiale occidentali avanzati, Pechino si è resa conto che l'unico modo per sviluppare l'industria dell'intelligenza artificiale in Cina è la totale autosufficienza in ogni fase della catena del valore dei semiconduttori.

 

Le aziende tecnologiche cinesi hanno iniziato a investire pesantemente nello “stack di chip AI”, dalla progettazione, alla produzione e all'architettura del software. Huawei, Cambricon e Alibaba hanno recentemente annunciato la produzione di chip acceleratori AI che sono solo una generazione indietro rispetto ai chip più potenti di Nvidia.

In effetti, il “divieto di Trump sull'H20 “ha lasciato un mercato del valore di centinaia di miliardi di dollari, che era monopolizzato da Nividia, spalancato per i produttori nazionali cinesi.

 

Rendendosi conto che gli Stati Uniti rischiano di perdere il più grande mercato di chip a favore dei loro concorrenti cinesi, “Jensen Huang e David Sachs”, lo "zar dell'intelligenza artificiale" di Trump, hanno fatto pressioni sulla Casa Bianca di Trump per allentare il divieto e tornare al mercato cinese.

Entrambi hanno affermato che è nell'interesse degli Stati Uniti mantenere le aziende tecnologiche cinesi all'amo dei prodotti Nvidia, ma non i migliori.

Successivamente, Trump ha revocato il divieto e “Howard Lutnick”, Segretario al Commercio di Trump, è addirittura andato alla “CNBC” vantandosi che "avremo il mercato cinese dei chip, ma venderemo loro chip che non sono i nostri migliori, né i secondi migliori, né tantomeno i terzi migliori".

L'ex finanziere di Wall Street era così arrogante che pensava di essere abbastanza intelligente da permettere a Nvidia di continuare a dominare il mercato cinese, anche con un prodotto di seconda categoria castrato.

Pechino, guidata da una leadership formata da ingegneri piuttosto che da banchieri e avvocati come gli Stati Uniti, ha capito subito il piccolo stratagemma. Invece di consentire all'H20 di tornare sul mercato cinese, Pechino ha avviato un'indagine sui potenziali problemi di sicurezza dei chip H20, sollevando preoccupazioni su possibili “backdoor” e “kill-switch” di spegnimento remoto.

Anche in questo caso, Washington stessa ha fornito le munizioni per alimentare i sospetti della Cina.

In udienze pubbliche al Congresso, i deputati statunitensi hanno chiesto apertamente ai produttori di chip statunitensi di integrare funzioni di” geo-fencing” nei loro chip. S

i può solo ipotizzare quali altre "funzioni" siano state installate in quei cavalli di…

 

Nel libro “No Place to Hide,”  “Glenn Greenwald” ha descritto nei minimi dettagli come la” CIA” abbia installato un “software backdoor” nei” server Cisco” spediti in Cina, come rivelato dai file di “Edward Snowden”.

La scorsa settimana, la “Cyber Administration of China” ha chiesto ufficialmente alle aziende tecnologiche cinesi come “Tencent” e “ByteDance” di interrompere i test sui nuovi chip “RTX 6000D” di Nvidia, destinati esclusivamente alla Cina, e di annullare tutti gli ordini.

Inoltre, il Ministero del Commercio cinese ha avviato un'indagine anti-monopolio contro Nvidia a causa del mancato rispetto dell'accordo con le autorità di regolamentazione cinesi quando Pechino ha approvato l'acquisizione della “società israeliana” Mellanox Technologies” nel 2020.

È chiaro che Pechino ha deciso di fare a meno di Nvidia e che la Cina costruirà la sua industria dell'intelligenza artificiale completamente in separazione dalle tecnologie statunitensi.

Nel 2018, Huawei ha lanciato un progetto interno top secret chiamato "Delete America" quando l'azienda è stata presa di mira per la distruzione dal primo regime di Trump e ha dovuto ricorrere a ogni tecnologia americana per l'autoprotezione.

Ora la Cina sta abbracciando un "Delete USA" a tutto spettro nazionale dal suo sviluppo tecnologico.

A livello tecnico, i produttori cinesi locali di “chip AI” come “Huawei” e “Cambricon” hanno già sviluppato acceleratori di chip che hanno raggiunto la parità di prestazioni con i chip specifici di Nvidia per la Cina.

 

Grazie a una rete superiore, “Huawei” ha costruito super-nodi di calcolo AI più potenti come “Cloud Matrix 384” basato su “Ascend 910C” rispetto al rack di calcolo “Nvidia GB200 NVL 72 “all'avanguardia basato sui suoi chip “Blackwell” più avanzati.

Come ha sottolineato lo stesso “Jensen Huang”, l'intelligenza artificiale è un problema di calcolo parallelo.

Piuttosto che competere sulle prestazioni di ogni singolo chip AI, Huawei sta cambiando le regole del gioco collegando più chip per costruire una scala maggiore e offrire prestazioni migliori a livello di “rack”.

 

Grazie alla sua capacità di generazione di energia di gran lunga superiore, la Cina può permettersi di costruire più centri dati AI che consumano più elettricità rispetto agli Stati Uniti, il che le conferisce il massimo vantaggio competitivo nella guerra dell'intelligenza artificiale.

Come ho scritto in precedenza, Pechino sta investendo molto anche nelle tecnologie dei semiconduttori di prossima generazione, dai “chip fotonici “ai “semiconduttori di terza generazione”, come quelli basati sul “seleniuro di indio” (InSe), un materiale 2D che ha dimostrato un potenziale significativo per superare le prestazioni dei tradizionali chip in silicio.

I ricercatori dell'Università di Pechino e della “Remin University “hanno appena annunciato innovazioni nella produzione di “wafer di InSe”, una mossa che potrebbe potenzialmente rivoluzionare completamente i chip di silicio.

 Ho intenzione di parlarne in un articolo futuro.

La strategia originale di Nvidia per l'intelligenza artificiale è stata brillante.

Nvidia ha raggiunto il dominio del mercato non solo grazie ai suoi chip acceleratori di intelligenza artificiale di qualità superiore, ma anche grazie al suo ecosistema “software CUDA”, che ha conquistato gli sviluppatori di intelligenza artificiale.

È un modello estremamente difficile da infrangere.

Chiedetelo ad AMD se non ci credete.

 

I concorrenti come Huawei non possono sperare di spezzare la morsa, poiché Nvidia gode di un volano di dominio del mercato e di elevati margini di profitto che finanzieranno ulteriore ricerca e sviluppo e amplieranno il suo vantaggio.

Cinque anni fa, le prospettive che le aziende tecnologiche cinesi si liberassero dal controllo tecnologico di Nvidia sul settore dell'intelligenza artificiale erano scarse (ecco perché Nvidia è l'azienda più preziosa al mondo).

Tuttavia, la mossa maligna del regime statunitense per soffocare lo sviluppo tecnologico cinese ha inavvertitamente spezzato questa morsa.

 Nessuna azienda tecnologica cinese è immune dalle sanzioni e dai divieti sui chip statunitensi.

Ora sono tutte incentivate a trovare alternative per ridurre la loro dipendenza dalla tecnologia statunitense.

I chip che non corrispondono ai migliori di Nvidia sono meglio di nessun chip. Poiché aziende come “Huawei” e “Cambricon” ora forniscono opzioni per gli acceleratori di intelligenza artificiale, stanno anche allontanando gli sviluppatori dalla rete software CUDA di Nvidia.

Huawei ha lanciato l'architettura “open source CANN”.

 

Con centinaia di miliardi di dollari in gioco, numerosi nuovi concorrenti si stanno unendo alla gara, erodendo ulteriormente il dominio di Nvidia nel lungo periodo. Un risultato è certo:

Nvidia sarà esclusa dal mercato cinese dei chip, il più grande al mondo, e le aziende cinesi avranno il mercato per sé.

La Cina è pronta a costruire un sistema di intelligenza artificiale completamente separato e parallelo dagli Stati Uniti.

Il sistema cinese potrebbe essere ancora in ritardo nelle prestazioni di calcolo per ora, ma non dipende dagli Stati Uniti.

Una volta che il sistema si sarà ridimensionato e maturato a livello di applicazione, possiamo aspettarci che l'IA cinese competerà con i migliori attori dell'IA degli Stati Uniti nei mercati globali.

Proprio come l'industria dei veicoli elettrici di oggi.

 

La miope belligeranza del regime degli Stati Uniti ha minato con successo il dominio del suo stesso campione tecnologico, molto l'opposto di come Pechino ha curato il dominio della Cina nell'industria delle terre rare.

Washington si è vista sbattere ripetutamente in faccia la sua belligeranza contro la Cina...

Dopo che il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il “Wolf Act” per impedire alla Cina di raggiungere la “Stazione Spaziale Internazionale” (ISS) nel 2011, la Cina ha costruito la “propria Stazione Spaziale Tiangong”, che si sta espandendo e aggiornando mentre la “ISS” è destinata a ritirarsi tra qualche anno senza una sostituzione in vista.

Dopo che gli Stati Uniti hanno interrotto il segnale GPS per molestare la nave cargo cinese Yinhe nel Mar Rosso nel 1993, ciò ha spinto Pechino a costruire il sistema di navigazione satellitare Beidou, che ora è più avanzato del vecchio sistema GPS.

Dopo l'intervento degli Stati Uniti nella Terza Crisi dello Stretto di Taiwan nel 1996, la Cina decise di sviluppare una strategia A2AD completa, concentrandosi sui missili ipersonici antinave in grado di tenere lontane le navi statunitensi dalle coste cinesi.

Ora le famiglie di missili ipersonici DF e YJ possono "affondare l'intera flotta di portaerei statunitensi in 20 minuti" (citazione di Hegseth).

Mentre il regime statunitense persegue una relazione avversaria a somma zero con la Cina, Pechino sta implementando una strategia a tutta velocità "Elimina gli USA" per separare completamente. Perseguire la piena autosufficienza tecnologica, soprattutto nell'intelligenza artificiale.

Rallentamento delle relazioni commerciali: interruzione di tutti gli acquisti di prodotti agricoli e energetici statunitensi come carbone e GNL.

Svendita del debito statunitense.

Rendere l'istruzione statunitense meno attraente per gli studenti cinesi: sempre più posti di lavoro nei dipartimenti governativi, nelle aziende statali e persino nelle aziende tecnologiche private sono vietati agli studenti con una laurea negli Stati Uniti.

Sempre più aziende statunitensi che lavorano in Cina, come “Starbucks” e “Nike”, stanno affrontando il rifiuto dei consumatori.

La colpa non è mai di una sola persona.

Gli arroganti e ignoranti agenti di Washington hanno sempre dato per scontato che la loro belligeranza non sia mai ricambiata e che nessuno osi rispondere con un pugno al bullo.

Forse hanno ragione quando si tratta dei suoi vassalli servili in Europa, Giappone, Corea del Sud e nella sfera anglosassone dei 5 occhi.

 

Ma hanno incontrato il loro rivale. La Cina non soccomberà alla coercizione di Washington o al "fascino" di Trump.

Invece, premerà il pulsante Elimina.

 

 

 

Ancora agitazione

da Washington.

Unz.com - Filippo Giraldi – (18 settembre 2025) – ci dice:

 

Attività folle per sostenere un governo che perde il controllo.

È stata un'altra settimana emozionante a Washington e dintorni.

 L'omicidio di Charlie Kirk ha generato speculazioni che hanno spinto tutti i pazzi e gli odiatori a uscire dai loro nascondigli.

Tra questi, inevitabilmente, c'è stato anche il coro di idioti che compone il governo di Donald Trump.

 Dalla morte di Kirk, i conservatori repubblicani hanno chiesto una stretta sulla sinistra, sebbene non sia affatto chiaro se un gruppo identificabile di centro-sinistra sia in qualche modo implicato nell'omicidio.

Più probabile, forse, è l'ipotesi che Kirk possa essere stato ucciso da Israele, che aveva sia il movente che i mezzi per compiere l'assassinio.

Israele ha anche un record internazionale di omicidi politici che non ha eguali, poiché gli Stati Uniti gli forniscono sempre una copertura politica quando uccidono qualcuno.

Questo è stato il caso di recente in Libano, Siria, Yemen, Iran e Qatar.

Le chiacchiere del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, subito dopo l'accaduto, che descriveva quanto amasse Kirk sono di per sé estremamente sospette, poiché è chiaro che gli israeliani e i loro amici negli Stati Uniti erano in disaccordo con Kirk per le sue preoccupazioni circa il controllo dello Stato ebraico sia su Trump che sulla politica statunitense.

 

E nessuno ha ancora spiegato in modo soddisfacente la misteriosa partenza da un aeroporto vicino a bordo di un jet privato con il sistema di sorveglianza automatica dipendente (ADS-B), che fornisce informazioni di posizionamento tra l'aereo e il controllo del traffico aereo, deliberatamente disattivato.

L'aereo è di proprietà di “Derek Maxfield”, un uomo d'affari e ricco sostenitore ebreo del movimento “Chabad Lubavich “dello Utah.

 Si potrebbe supporre che il vero assassino sia stato portato via dalla scena del crimine in aereo.

In effetti, sul luogo dell'omicidio si è verificata una distrazione alquanto bizzarra, quando un certo “George Zinn”, identificato da alcune fonti come ebreo e da altre come mormone-sionista, ha gridato, falsamente, di essere lui l'assassino.

 Il suo sfogo ha interrotto qualsiasi indagine di polizia in corso e potrebbe aver permesso al vero assassino di fuggire.

È stato anche difficile spiegare un video di sorveglianza che sembra mettere in dubbio la posizione e lo stato del fucile presumibilmente utilizzato nell'omicidio, mentre si credeva che il sospettato arrestato fosse in fuga.

 Una cosa è certa:

se l'indagine dovesse effettivamente implicare Israele nell'omicidio, ci sarà un insabbiamento organizzato dal governo, proprio come accadde per l'attacco israeliano alla USS Liberty nel 1967, in cui persero la vita 34 marinai americani, così come per il sospetto assassinio di JFK e l'altrettanto discutibile rapporto finale pubblicato l'11 settembre, entrambi eventi che potrebbero aver coinvolto Israele.

 

In assenza di un vero bersaglio per vendicarsi di Kirk, i responsabili delle indagini governative hanno sfogato la loro rabbia contro i soliti bersagli, tra cui la garanzia della libertà di parola garantita dal Primo Emendamento.

Diversi dipendenti che hanno espresso la loro antipatia per Kirk a causa di alcune delle sue posizioni controverse sono stati puniti.

 Il conduttore di talk show notturno “Jimmy Kimmel” è forse il più noto tra il crescente numero di persone negli Stati Uniti che sono state licenziate o sanzionate sul posto di lavoro per commenti ritenuti offensivi che descrivevano la politica di Kirk.

Alcuni dei commenti emersi dalla copertura mediatica includevano certamente un linguaggio che potrebbe essere considerato esagerato, ma altri non sembravano glorificare o celebrare l'omicidio di Kirk.

 

Anche il “Dipartimento di Stato” di Trump sta intervenendo per individuare chi punire, affermando che identificherà i non cittadini che "sui social media elogiano, razionalizzano o sminuiscono l'evento" e adotterà misure appropriate nei loro confronti, come il rifiuto o la revoca dei visti e l'espulsione se si trovano già negli Stati Uniti.

 Anche il Procuratore Generale “Pam Bondi” ha minacciato i comuni cittadini americani che pubblicano "la cosa sbagliata" sui social media, affermando che il Dipartimento di Giustizia perseguirà i "discorsi d'odio".

“Bondi” dovrebbe forse controllare il “Primo Emendamento della Costituzione”, che lei e tutti i sostenitori di Trump hanno giurato di rispettare e difendere.

 Non include alcuna clausola sui "discorsi d'odio" che toglierebbe il diritto di esprimersi liberamente su qualsiasi argomento.

Bondi è forse rimasta confusa dalla sua costante citazione dell'"antisemitismo", che include qualsiasi critica a Israele, come "discorsi d'odio" che deve essere combattuto e criminalizzato.

Forse dovrebbe guardare una mappa dove potrebbe scoprire che Israele non fa parte degli Stati Uniti, anche se il Congresso e la Casa Bianca a volte sono confusi sulla questione.

 

A proposito, la solita folla di sostenitori di Israele è stata attiva su tutti i fronti nel loro sforzo di far sembrare il massacro dei palestinesi in corso da parte di Israele la cosa giusta da fare.

Il membro del Congresso “Brian Mast” della Florida, che ha prestato servizio nell'esercito israeliano e che a volte indossa quell'uniforme quando è presente nell'edificio degli uffici della Camera, ha presentato un disegno di legge che avrebbe autorizzato il Segretario di Stato a revocare i passaporti di qualsiasi americano che ritenga abbia fornito "sostegno materiale" ai terroristi.

 I "terroristi" in questione sono, ovviamente, “Hamas” e gli altri gruppi di resistenza palestinesi, e il disegno di legge significherebbe che chiunque scriva qualcosa sui social media in difesa degli abitanti di Gaza potrebbe vedersi ritirare il passaporto.

Fortunatamente, “Mast “ha ritirato il suo disegno di legge a causa della forte risposta di “numerosi gruppi per le libertà civili “che avevano avvertito la scorsa settimana che il disegno di legge metteva in pericolo il diritto di viaggiare liberamente e che essenzialmente concedeva al “Segretario di Stato il potere” di "polizia del pensiero".

 

Ma, inevitabilmente, quando una testa di yo-yo al Congresso fa un passo indietro sulla questione israeliana, c'è qualcun altro pronto a farsi avanti, la deputata” Elise Stefanik” dello “stato di New York” ha presentato una legge che impedirebbe ai futuri funzionari di New York City di arrestare Benjamin Netanyahu quando visiterà gli Stati Uniti.

“Stefanik “descrive il suo disegno di legge come inteso a "proteggere la sovranità americana e proibire ai radicali come “Zoran Madani” di arrestare illegalmente il leader del nostro alleato democratico Israele".

La legislazione impedirebbe alle forze dell'ordine statali e locali di arrestare Netanyahu durante una visita a New York City, dove hanno sede le Nazioni Unite.

 

“Zoran Madani” è un deputato dello Stato di New York e l'attuale candidato democratico a sindaco di New York, in testa ai sondaggi.

 È attivo un mandato di arresto emesso dalla “Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra e il genocidio di Israele”, che il governo degli Stati Uniti si è rifiutato di riconoscere.

Madani sostiene il boicottaggio internazionale di Israele, ha condannato il genocidio in corso e ha lasciato intendere che lo avrebbe eseguito se Netanyahu fosse arrivato in città!

Ecco perché è preso di mira da persone come “Stefanik”.

 

Il furore di Kirk ha forse aperto le porte a ulteriori comportamenti del regime di Trump, al limite della follia.

Il “Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale” Marco Rubio” è stato in Israele strisciando davanti a Netanyahu per "garantire" la sicurezza di Israele dopo la sessione di preghiera obbligatoria al cosiddetto “Muro del Pianto”. Lui e l'ambasciatore statunitense in Israele, stranamente designato, “Mike Huckabee”, hanno indossato i loro cappellini con la “kippah” e hanno dimostrato la loro obbedienza a un potere superiore, che è chiaramente il governo dello Stato ebraico e la lobby israeliana interna degli Stati Uniti. Viene da chiedersi se Netanyahu, che sarà a Washington la prossima settimana, sarà obbligato a ricambiare il favore partecipando a una sessione di preghiera alla Cattedrale Nazionale quando sarà in città.

 

E come ultima cosa, una piccola buona notizia.

È chiaro che Israele sa come ricompensare i suoi pochi difensori, in questo caso Donald Trump, che Netanyahu descrive come il migliore amico del suo Paese tra i presidenti degli Stati Uniti.

“Begale Smorticce”, il ministro delle finanze israeliano di estrema destra, ha rivelato che i piani per la riqualificazione di Gaza, una volta liberata dai palestinesi, stanno procedendo a gonfie vele.

Ha descritto il progetto come una "bonanza immobiliare" e ha indicato che lo Stato ebraico è in trattative con gli Stati Uniti per la divisione del territorio di Gaza tra i due Paesi.

Smorticce ha osservato che Israele sta ora completando la "fase di demolizione" per la ricostruzione di Gaza e che sono in corso trattative con gli Stati Uniti per un piano industriale per la riqualificazione.

 Ha aggiunto che il piano di ricostruzione è "sulla scrivania del Presidente Trump". Il sogno della Riviera di Trump sta diventando realtà, a quanto pare, e ci sono state segnalazioni secondo cui il genero di Trump, “Jared Kushner”, si è recentemente impegnato sia in Israele che in diversi Stati arabi del Golfo per portare avanti progetti di sviluppo.

Qualcuno potrebbe osservare con maleducazione che Donald Trump gioca a fare di tutto per arricchire la sua famiglia attraverso le opportunità che gli si presentano mentre è presidente degli Stati Uniti d'America.

Ha avviato cause legali personali contro le testate giornalistiche che ritiene lo abbiano insultato o diffamato, l'ultima delle quali è l'annuncio fatto da Trump la scorsa settimana su “Truth Social”:

 "Oggi ho il grande onore di intentare una causa per diffamazione e calunnia da 15 miliardi di dollari contro il “New York Times.” 

Sono ORGOGLIOSO di ritenere responsabile questo 'giornale' un tempo rispettato, come stiamo facendo con le reti di fake news".

Trump ha anche citato in giudizio il “Wall Street Journal “per 10 miliardi di dollari e “ABC” e “CBS News”, entrambe con un accordo in tribunale rispettivamente per 16 e 15 milioni di dollari.

 Questo tipo di contenzioso personale da parte di un capo di Stato dovrebbe essere consentito?

Trump ha dichiarato che come presidente "può fare tutto ciò che vuole". Molti americani potrebbero non essere d'accordo!

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest, una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3).

 

 

 

 

L'amministrazione Trump si affretta

a uccidere la libertà di parola in

risposta all'assassinio di Kirk

 

Unz.com - Caitlin Johnstone – (15 settembre 2025) – ci dice:

Il procuratore generale degli Stati Uniti “Pam Bondi” ha appena detto in un podcast che "l'incitamento all'odio" diretto ai conservatori è responsabile dell'assassinio di Charlie Kirk e che le persone responsabili di tali discorsi saranno perseguite dall'amministrazione Trump.

I commenti di Bondi sono arrivati dopo che la conduttrice del podcast “Katie Miller” (moglie dello scagnozzo di Trump Stephen Miller) ha stranamente suggerito che l'omicidio di Kirk in un'università era un sintomo del fatto che i campus universitari erano troppo tolleranti nei confronti del maltrattamento di persone con opinioni conservatrici.

Ecco una trascrizione:

Miller: "Queste università sono complici nel permettere che i conservatori vengano molestati nei campus.

E quello che succede quando permetti a un'università di molestare i conservatori e non espellere o non prendere provvedimenti è quello che è successo la scorsa settimana".

 

“Bondi”:

"È, e sai, a un livello più ampio, l'antisemitismo che sta accadendo nei campus universitari di questo paese è disgustoso. È spregevole. E noi abbiamo combattuto contro questo.

 Abbiamo combattuto queste università a destra ea manca, e non ci fermeremo. C'è la libertà di parola, e poi c'è l'incitamento all'odio, e non c'è posto – soprattutto ora, soprattutto dopo quello che è successo a Charlie – nella nostra società".

 

“Miller”:

"Vede più forze dell'ordine che perseguono questi gruppi che usano discorsi di odio e mettono le manette alle persone in modo da mostrare loro che un'azione è meglio di nessuna azione?"

Bondi:

"Ti prenderemo assolutamente di mira, ti perseguiteremo se stai prendendo di mira qualcuno con incitamento all'odio, qualsiasi cosa. E questo è dall'altra parte del corridoio".

Allo stesso tempo, il marito di Miller, “Stephen”, ha diffuso l'infondata affermazione secondo cui una "campagna organizzata" da "reti terroristiche" di sinistra avrebbe portato all'omicidio di Kirk e che l'amministrazione Trump avrebbe "smantellato e distrutto" queste reti.

 

Intervenuto nel podcast del defunto Kirk, condotto dal vicepresidente JD Vance, Miller ha dichiarato quanto segue:

"Incanaleremo tutta la rabbia che abbiamo per la campagna organizzata che ha portato a questo assassinio per sradicare e smantellare queste reti terroristiche... Le campagne organizzate di boxing.

Le rivolte organizzate. La violenza di strada organizzata.

Le campagne organizzate di disumanizzazione, diffamazione, pubblicazione degli indirizzi delle persone.

Combinando tutto questo con messaggi progettati per innescare e incitare alla violenza e le cellule organizzate che effettivamente la perpetrano e la facilitano.

 È un vasto movimento terroristico interno.

Con Dio come testimone, useremo tutte le risorse a nostra disposizione presso il Dipartimento di Giustizia, la Sicurezza Nazionale e tutto questo governo per identificare, interrompere, smantellare e distruggere queste reti e rendere l'America di nuovo sicura per il popolo americano.

 Accadrà, e lo faremo nel nome di Charlie."

Nello stesso show, Vance ha esortato i conservatori americani a denunciare chiunque abbia celebrato l'uccisione di Charlie Kirk al proprio datore di lavoro per farli licenziare.

Se l'amministrazione Biden avesse detto queste cose sulla destra, i sostenitori di Trump avrebbero urlato a squarciagola.

Ma poiché i sostenitori di Trump sono “NPC” senza cervello e senza principi, sono perfettamente d'accordo con l'uso della soppressione autoritaria dei discorsi e della “cancel culture” contro l'altra parte.

 

Uno dei tanti errori ingenui che ho commesso quando ho iniziato questo lavoro di commento è stato prendere in parola i sostenitori di Trump hanno quando detto di sostenere cose come la libertà di parola, la fine delle guerre e lo smantellamento dello stato profondo.

Ho pensato che non possono essere tutti cattivi, perché dicono di essere dalla mia stessa parte con molte domande importanti che mi stanno a cuore.

Questo pio desiderio è rapidamente crollato quando li ho visti difendere ogni singolo atto di guerrafondaio e autoritarismo di Trump e l'avanzamento delle agende di lunga data dello Stato profondo durante il suo primo mandato.

 Anche le azioni che avrebbero dovuto andare contro i loro pregiudizi ideologici di parte di base, come l'imprigionamento di “Julian Assange”, sono state scusate, giustificate o trasformate in una sorta di manovra di scacchi in 4D per salvare effettivamente Assange.

Sono rimasto in dialogo con loro per tutto il tempo, e loro hanno sostenuto letteralmente fino all'ultimo briciolo della guerra, dell'autoritarismo e degli assalti alla libertà di parola di Trump.

Ogni tanto si vedeva qualcuno di loro dire: "Questa è la goccia che ha fatto traboccare il vaso per me! Non sostengo più Trump!".

Ma poi il loro disprezzo per i Democratici li riportava subito nel gruppo e tornavano a seguire la linea del Partito Repubblicano, proprio come prima.

E mi è diventato chiaro che queste persone non si oppongono realmente ai terribili abusi che affermano di combattere, si oppongono solo quando sono gli altri a commetterli.

 Non si oppongono agli attacchi alla libertà di parola, si oppongono solo agli attacchi alla loro stessa libertà di parola.

Non si oppongono alla guerra, si oppongono solo alle guerre che percepiscono come iniziate dai Democratici.

Non si oppongono alla struttura di potere non eletta che governa l'impero statunitense, si oppongono solo agli aspetti di quella struttura di potere che percepiscono come ostili a Trump.

 

E lo hanno dimostrato ancora più chiaramente durante il secondo mandato di Trump.

 Hanno difeso ogni singolo abuso genocida, guerrafondaio e tirannico del loro presidente.

Gli sono stati accanto quando ha deliberatamente incendiato il cessate il fuoco con Hamas e la tregua con gli Houthi, e ha riacceso lo spargimento di sangue a Gaza e in Yemen.

Gli sono stati accanto mentre si sforzava di soffocare la libertà di parola negli Stati Uniti con mosse volte a mettere a tacere le critiche a Israele.

Gli sono stati accanto quando ha annunciato i suoi piani di pulizia etnica per la Striscia di Gaza.

Gli sono stati accanto quando ha bombardato l'Iran.

 Gli sono accanto mentre estende il suo bellicismo al Venezuela.

 Qualunque misura autoritaria Washington decida di adottare sulla scia dell'assassinio di Charlie Kirk, verrà sicuramente rispettata.

Sono un branco di leccapiedi inutili e adoratori del potere che sostengono tutto ciò a cui affermano di opporsi.

Sono dei sempliciotti dell'impero repubblicano che si atteggiano a rivoluzionari populisti, devoti alla macchina omicida imperiale tanto quanto i democratici che disprezzano.

Alla fine impari che chiunque si allinei in qualche modo con uno dei due partiti tradizionali è qualcuno che puoi semplicemente liquidare come un tirapiedi dell'impero compiacente.

 Potrebbero dire:

"No, no, sono questo nuovo tipo speciale di repubblicano che si oppone alla macchina da guerra e combatte per la libertà",

 o "No, no, sono questo nuovo tipo speciale di democratico che si oppone all'oligarchia e lavora per la pace", ma stanno mentendo.

 È una commedia. Una prestazione.

Stanno solo cercando di ammassare le persone nei due principali partiti imperiali, il cui unico scopo è proteggere e promuovere gli interessi dell'impero.

Fanno tutti parte della palude e non puoi usare la palude per prosciugare la palude.

 

 

 

 

Difendere la libertà di parola

senza arrendersi a Facebook.

Jacobinitalia.it - Nicole M. Aschoff – (13 Luglio 2020) - Social network – ci dice:

L'ondata Black Lives Matter punta ad abbattere anche la statua di Mark Zuckerberg, considerato complice della diffusione dei discorsi d'odio.

Ma bisogna evitare che sui social arrivino censura e controlli pervasivi.

Facebook ha promesso di ripianare il «deficit di fiducia» dopo che oltre un centinaio di aziende hanno annunciato di voler boicottare la piattaforma pubblicitaria dell’azienda di social media.

 Le tiepide scuse di Mark Zuckerberg di solito arrivano a intervalli regolari;

quella più recente giunge in risposta alle proteste di coloro che sostengono che la sua piattaforma non fa abbastanza per impedire gli hate speech.

 

Mentre a seguito dell’omicidio di “George Floyd” del 25 maggio le strade delle città di tutti gli Stati uniti diventavano campi di battaglia tra manifestanti e poliziotti, il presidente Donald Trump ha usato i social media per difendere l’azione delle truppe letali in mezzo ai saccheggiatori.

Il messaggio del presidente è stato segnalato su Twitter per istigazione alla violenza, ma è rimasto intatto su Facebook, facendo arrabbiare sia i dipendenti di Facebook che i gruppi per i diritti civili.

 

Zuckerberg ha spiegato che personalmente ha avuto una «reazione viscerale negativa» al tweet di Trump, ma, in quanto «leader di un’istituzione impegnata nella libera espressione», non ha avuto altra scelta che lasciarlo dov’era.

I commentatori non sono così certi di tutta questa imparzialità, e ricordano la cena segreta tenutasi alla Casa Bianca lo scorso autunno cui hanno preso parte Mark Zuckerberg e Priscilla Chan, Jared Kushner, Ivanka Trump, Peter Thiel, il presidente e la first lady.

 

Poi è nata “Stop Hate for Profit”, iniziativa promossa da “Anti-Defamation League”, “Color of Change”, “Naaacp” e altri gruppi per i diritti civili, che ha invitato le aziende statunitensi a «mettere in pausa l’odio» deviando da Facebook milioni di dollari nel corso del mese di luglio.

 Le principali aziende statunitensi – Unilever, Adidas, Coca-Cola, North Face, Rei, Verizon – hanno aderito.

«Non c’è posto per il razzismo nel mondo e non c’è posto per il razzismo sui social media», ha dichiarato l’amministratore delegato della Coca-Cola James Quincey.

Quando Verizon e Unilever si sono unite al boicottaggio, Facebook ha visto cadere le sue quotazioni in borsa dell’8,3%.

 

Costretto a fare qualcosa, Zuckerberg il 26 giugno ha annunciato in streaming che in futuro la compagnia avrebbe contrassegnato i contenuti «degni di nota» che però violano i suoi standard.

Ha promesso anche di far controllare i propri standard dal “Media Rating Council” e di continuare a collaborare con “Global Alliance for Responsible Media” per migliorare il suo «ecosistema digitale».

 

L’episodio ha conosciuto uno sviluppo ormai consueto:

 Facebook riceve critiche per il modo in cui la sua piattaforma funziona, promette di fare meglio, procede ad alcune modifiche insignificanti e quindi l’attenzione dei media si volge verso qualcos’altro.

In questo particolare contesto, le aziende che hanno attaccato Facebook e che erano felici di spendere un po’ meno soldi questa estate, hanno avuto la possibilità di apparire solerti.

 Molti probabilmente continuano a utilizzare tranquillamente Facebook a livello internazionale, su Instagram e su app di terze parti che utilizzano il Facebook Audience Network.

Tuttavia, la prevedibilità dell’episodio sottende un cambiamento più ampio. Lentamente ma con decisione, l’opinione pubblica si sta muovendo verso l’idea che le piattaforme digitali online e i contenuti dei social media debbano essere regolati più rigorosamente.

 

“Stop Hate for Profit”, ad esempio, oltre alla richiesta immediata di boicottaggio ha formulato alcune raccomandazioni.

Vuole che Facebook assuma un esperto di diritti civili che abbia pieni poteri decisionali, che «sottoponga a controlli regolari, di terze parti e indipendenti l’odio e disinformazione basati sull’identità e che pubblichi report su un sito web accessibile pubblicamente» e che gli inserzionisti vengano rimborsati se i loro annunci sono visualizzati accanto a contenuti discutibili.

L’organizzazione ha fatto anche richieste di portata più ampia.

 Vuole che Facebook rimuova i gruppi pubblici e privati dedicati alla supremazia bianca, all’antisemitismo, alle cospirazioni violente, alla disinformazione sui vaccini e al negazionismo climatico;

che elimini l’esenzione dal controllo dei fatti per i messaggi politici;

che assuma un team di persone che si occupi di «riconoscere i post di odio e le molestie basate sull’identità» e che disponga di persone reali che si dedichino a rispondere alle persone che subiscono molestie online.

 

Mentre la campagna di “Stop Hate for Profit” insiste per cancellare dalla piattaforma gli aggressori, altri soggetti chiedono l’eliminazione o la revisione della “sezione 230 del Communications Decency Act” del 1996.

La sezione 230 era stata originariamente progettata per proteggere le aziende di Internet designandole come distributori di contenuti, piuttosto che come produttori, proteggendoli in tal modo dalla responsabilità per i contenuti che apparivano sui loro siti e dando comunque loro il diritto di sorvegliare gli stessi contenuti finché agissero in «buona fede» per accordarsi alle leggi esistenti.

 

A parte alcuni casi giudiziari importanti, la sezione 230 è rimasta sostanzialmente incontrastata negli ultimi due decenni.

 Sono state fatte eccezioni allo statuto per violazione del copyright, pornografia minorile e, più recentemente, per prostituzione, ma alla maggior parte delle piattaforme digitali come Facebook è stato concesso di utilizzare i propri dispositivi di controllo.

Non è più così.

Le elezioni politiche del 2016 hanno messo in evidenza il ruolo delle aziende dei social media, rafforzando le richieste di cancellare l’immunità che piace a Facebook, Twitter e altri.

 Negli ultimi anni, gli eletti hanno discusso dell’eliminazione delle protezioni della sezione 230 per le grandi aziende, per le aziende che utilizzano algoritmi per ordinare i contenuti degli utenti, per le aziende che non sono politicamente neutrali, per coloro che usano la crittografia end-to-end e altro ancora.

 

Nel 2020, sia “Trump” che” Joe Biden” hanno chiesto che la sezione 230 fosse indebolita o revocata.

 A marzo, un gruppo di senatori ha presentato “Earn It”, una legge che dovrebbe rimuovere la tutela per qualsiasi azienda che non si adegui alle «buone pratiche» approvate dal procuratore generale “William Barr”.

 Dopo le proteste degli utenti, una versione modificata del disegno di legge recentemente uscita dalla commissione indebolisce le protezioni della sezione 230 per le piattaforme online, le rende soggette a azioni legali da parte di singoli stati e, sostengono i critici, apre le porte alla messa al bando della crittografia” end-to-end”.

 

A giugno, alcuni senatori repubblicani hanno presentato un disegno di legge che affronta la questione dei contenuti.

«Per troppo tempo, le aziende della “Big Tech” come “Twitter”, “Google” e “Facebook” hanno usato il loro potere per mettere a tacere il discorso politico dei conservatori senza ricorrere agli utenti», ha sostenuto “Josh Hawley”, cofirmatario del disegno di legge, insieme a “Marco Rubio” e “Tom Cotton”.

Se la legge venisse approvata, i singoli utenti che ritengono di essere stati ingiustamente censurati potranno fare causa alle società di social media per un massimo di 5.000 dollari.

 

In senato il mese scorso è stato depositato un disegno di legge più moderato – il “Platform Accountability and Consumer Technology Act” – che richiede maggiore trasparenza e reattività alle piattaforme Internet e esonera «l’applicazione delle leggi civili federali dalla Sezione 230», consentendo al “Dipartimento di giustizia” e alla “Federal Trade Commission” di perseguire azioni civili contro piattaforme online.

 

Il Dipartimento il mese scorso ha prodotto anche alcune raccomandazioni piuttosto confuse.

Ha sostenuto che l’intento originale della sezione 230 è andato perduto, lasciando le aziende tecnologiche con troppo potere e scarso incentivo alla polizia per attività illecite.

 «È giunto il tempo di riallineare il campo di applicazione della sezione 230 con la realtà moderna di Internet in modo che continui a promuovere l’innovazione e la libertà di parola, ma fornisca anche maggiori incentivi per le piattaforme online a veicolare materiale illecito sui loro servizi».

 

Questo «riallineamento» include deroghe alla libertà di espressione per i «cattivi samaritani», abusi su minori, terrorismo, cyber-stalking e qualsiasi caso in cui le piattaforme violino consapevolmente le leggi penali federali;

aumento delle «capacità di applicazione civile»;

maggiore chiarezza sui crediti antitrust;

e una proposta per riscrivere lo statuto originale e rimuovere un linguaggio ambiguo.

 

Per farla breve, è richiesta una vasta gamma di riforme – e alcune sono profondamente problematiche.

Alcune proposte, come le richieste a Facebook di rimborsare gli inserzionisti per annunci che compaiono in contesti che non supportano il loro marchio, sono riforme favorevoli al business e progettate tenendo conto dei profitti.

 Insieme alle richieste di maggiore «trasparenza», fanno ben poco per sfidare il modello di business alla base della sorveglianza invasiva e persistente delle aziende tecnologiche.

Altre proposte usano il lodevole obiettivo di proteggere i bambini come alibi per eliminare la crittografia end-to-end e aumentare la sorveglianza del governo sui contenuti digitali e portano il marchio del vecchio sogno delle forze dell’ordine di un maggiore controllo sulla sfera digitale.

Altre richieste, come quella di subordinare la protezione della sezione 230 alla capacità delle piattaforme digitali di convincere i revisori esterni che «i loro algoritmi e le politiche di rimozione dei contenuti sono politicamente neutrali» rappresentano una seria minaccia alla libertà di parola.

 

Quando l’inarrestabile miliardario Mark Zuckerberg, che guadagna vendendo l’accesso ai nostri dati personali, si pone come protettore della libertà di parola, è facile essere cinici e vedere la libertà di parola come nient’altro che una cortina di fumo dietro cui si nascondono attori interessati a sé stessi.

 

Dovremmo resistere a questo impulso.

 È molto importante proteggere la libertà di parola e, per estensione, Internet come spazio per coltivare e condividere idee e punti di vista che potrebbero non rientrare nel mainstream.

Ciò non significa che i miliardari tecnologici debbano arrivare a sorvegliare lo scenario (sempre più digitale) del discorso pubblico.

Ma nemmeno i politici di destra, le forze dell’ordine o i gruppi imprenditoriali dovrebbero farlo.

 

Preservare Internet come luogo di libera espressione proteggendo al contempo il processo elettorale, gli utenti da molestie e abusi e reprimendo il potere dei gruppi portatori di odio è un compito incredibilmente difficile.

In effetti, si potrebbe sostenere che si tratta di una sfida decisiva della fase attuale.

Una sfida così importante richiede la nostra piena attenzione e partecipazione.

 Le soluzioni legislative e della società civile attualmente in gioco sono profondamente imperfette.

Ora è il momento di un dibattito democratico vigoroso sui contorni della libertà di parola e del panorama digitale che vogliamo costruire.

L’alternativa è sempre la stessa, ma potenzialmente potrebbe arrivare qualcosa di molto peggio.

(Nicole Aschoff fa parte dell’”editorial board di Jacobin”.)

 

 

 

 

 

Rossi a Piombino: "Uguaglianza, diritti,

democrazia, priorità sempre attuali."

Toscana-notizie.it – Redazione Giunta Regionale – (15 settembre 2013) – ci dice:

 

 

FIRENZE - Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi è intervenuto stamani alla commemorazione del settantesimo anniversario della "Battaglia di Piombino" del 10 settembre 1943.

Questo il testo del suo discorso.

 

Oggi celebriamo il 70° Anniversario della "Battaglia di Piombino" del 10 settembre 1943. La città, dopo una lunga attesa, ha ottenuto nell'ottobre del 2000 il riconoscimento della Medaglia d'Oro al Valor Militare, conferitale dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

I fatti di Piombino, come Cefalonia o Porta San Paolo a Roma, prefigurano la Liberazione.

Possiamo dire che, per certi versi, la "Battaglia di Piombino"  rappresenta un'anticipazione della Liberazione, ne racchiude alcuni elementi fondamentali, specie l'unità delle componenti militari e civili, che fu elemento fondante della Resistenza italiana.

 

A Piombino, città operaia con forte radicamento antifascista, la Liberazione si sentiva nell'aria già il 25 Luglio, alla deposizione di Mussolini.

 L'entusiasmo popolare era forte e motivato e portava con sé la speranza della fine della dittatura fascista che per vent'anni aveva calpestato i diritti degli italiani trascinandoli nel degrado morale e nella rovina materiale, la liberazione dalla guerra e dalle sue atrocità, la liberazione dalla paura e dalle sofferenze che segnavano la vita degli uomini e delle donne, il riscatto di una condizione operaia miserevole e senza diritti.

 

Oggi commemoriamo il 70° Anniversario di un evento che costrinse alla resa le forze tedesche dopo un tentativo di sbarco e di occupazione del porto e della città, complice il generale De Vecchi, comandante della 215° divisione Costiera.

La popolazione reagì con vaste manifestazioni di protesta organizzate dal "Comitato di concentrazione antifascista" e con la richiesta alle nostre forze armate, manifestamente divise ai loro vertici, di difendere la città e le sue infrastrutture.

Si ottenne così di rafforzare le batterie con i volontari e di sostenere i reparti corazzati con gruppi di civili in armi, cercando di colmare le lacune dell'apparato bellico. Un'azione congiunta che costrinse i tedeschi alla resa all'alba dell'11 settembre.

 

Ma a causa del caos istituzionale, che seguì l'armistizio dell'8 settembre ‘43 e della mancanza di una guida autorevole e di una responsabilità nazionale delle classi dirigenti italiane, a partire dalla famiglia reale, a breve giunse poi l'ordine del generale De Vecchi di liberare i tedeschi fatti prigionieri e di restituire loro le armi, seguito dal dissolvimento dei nostri comandi militari e dalla consegna della città alle forze tedesche, concordata dal Comando di divisione.

I protagonisti della battaglia contro i tedeschi, militari, operai, marinai, ufficiali si videro costretti alla macchia e dettero vita alle prime formazioni partigiane sulle Colline metallifere.

 

La "Battaglia di Piombino" resta tuttavia una testimonianza straordinaria del coraggio e dell'eroismo di chi lottò per riconquistare l'onore del nostro Paese, dopo la tragica esperienza del nazifascismo.

Il popolo, gli operai di Piombino, lottarono insieme ai militari, agli ufficiali, ai marinai, gli stessi che, dopo l'armistizio confluirono nelle formazioni partigiane oltre che nelle nuove forze armate, a costituire il Corpo Italiano di Liberazione.

E' giusto ricordare anche quella che è stata definita la "Resistenza senz'armi", con riferimento agli oltre 650mila militari italiani, i cosiddetti IMI, internati militari italiani, catturati dopo l'8 Settembre e deportati nel territorio del Terzo Reich.

 

La stragrande maggioranza di loro si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di combattere a fianco dei nazisti preferendo i campi di prigionia ed il lavoro forzato, dove molti di loro trovarono la morte per le privazioni e vessazioni subite.

 

In Toscana questo ampio schieramento affiancò l'azione della V° Armata americana e della VIII° armata britannica, combattendo contro l'esercito tedesco in ritirata e gli alleati fascisti della Repubblica Sociale Italiana.

La Toscana ha pagato un prezzo alto per riconquistare la libertà:

4.461, è il numero dei cittadini vittime degli eccidi nazifascisti.

Abbiamo avuto un decimo di tutti i danni di guerra e centinaia di deportati, 281 le stragi compiute e 83 Comuni toscani che, tra il '43 ed il '45, hanno subito la tragedia della violenza nazifascista.

Tutto questo è accaduto. Tutto questo non può essere dimenticato.

 

Dobbiamo trovare le forme e i modi più opportuni per trasmettere questo patrimonio di valori ai nostri ragazzi e ragazze. La conoscenza del passato è decisiva per impedire il ripetersi delle tragedie che hanno segnato in profondità il nostro Paese e il mondo.

L'esserci guadagnati lo status di co-belligeranti nella coalizione internazionale antifascista che sconfisse il nazifascismo, ci consentì di conquistare la sovranità che rese possibile il disegno della nostra Costituzione repubblicana.

Una Costituzione che ha proclamato l'uguaglianza di TUTTI i cittadini davanti alla legge; che riconosce ad ogni persona bisogni insopprimibili, diritti inalienabili e doveri civili; che ha costruito uno Stato fondato sulla divisione e l'articolazione dei poteri e che gli ha affidato compiti attivi nell'affermazione dei diritti.

 

Soprattutto una Costituzione che garantisce, per la prima volta, il diritto di voto alle donne, il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali, il diritto di ciascun individuo ad ottenere dallo Stato il riconoscimento e la difesa delle proprie libertà, che sono inviolabili. È una conquista decisiva, che vuol contribuire a mettere la parola "fine" agli orrori che abbiamo conosciuto nel Novecento.

Il secolo appena concluso ci trasmette un'eredità terribile, fatta di stragi, guerre totali che hanno i civili come obiettivo, mobilitazioni sociali finalizzate a preparare i conflitti, disumanizzazione e demonizzazione dell'avversario.

 

Una delle lezioni politiche dello “Sterminio” di cui “Zygmunt Bauman” parla, è che le salvaguardie interne alla struttura della moderna società civilizzata "…sono state messe alla prova…e tutte hanno fallito, ad una ad una e nel loro complesso".

Da una tale catastrofe siamo usciti certo segnati, ma non sconfitti.

 Anzi per impedire il ritorno a quel passato, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si sono costruite barriere giuridiche contro il razzismo ed il genocidio;

 basti pensare alle Carte internazionali a tutela dei diritti umani.

Erano e sono ancora oggi dei baluardi contro le ideologie omicide e liberticide, che però devono essere continuamente attivate e difese.

In Toscana abbiamo scommesso sui giovani e sulla scuola, organizzando iniziative di formazione e ricerca.

Con il "Treno della memoria" abbiamo portato quasi 6mila studenti toscani a vedere e "toccare con mano" i campi di sterminio nazista, accompagnati dai loro insegnanti e da testimoni sopravvissuti all'orrore.

Abbiamo fatto la formazione per gli insegnanti e favorito l'attività di documentazione e di ricerca sull'antisemitismo, sul razzismo; sulle stragi di civili nel biennio '43-'45.

Ci siamo costituiti parte civile nei processi che in questi anni hanno individuato i responsabili di rappresaglie e stragi.

Abbiamo organizzato congressi internazionali per approfondire la natura e le origini delle ideologie di sterminio che hanno funestato il Novecento.

Questo impegno straordinario fa da volano alla sensibilità diffusa che è radicata nella società toscana e che si traduce in moltissime iniziative promosse da enti locali, scuole, associazioni, volontariato.

Vediamo, tuttavia, anche dei segnali che ci indicano il riemergere del razzismo e dell'intolleranza, del rifiuto del dialogo e della ripresa di atteggiamenti di disprezzo delle regole della convivenza democratica. Questi segnali non vanno sottovalutati.

 

È un fatto che molte conquiste che sembravano scontate, acquisite una volta per tutte, sono a rischio e si consumano in fretta.

Dobbiamo confrontarci con grandi questioni.

 In primo luogo la pace, che abbiamo garantito nell'Europa post-bellica ma che è una delle sfide incombenti, tra conflitti irrisolti e drammatici in vaste aree del pianeta e scenari carichi di incognite e di rischi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.

Anche la democrazia sente il peso di questioni incombenti come la crisi della rappresentatività, della partecipazione e la necessità di forme dell'impegno civile, e della capacità delle formazioni politiche di interpretare l'evoluzione della società ed offrire soluzioni ai problemi.

 

Servono strumenti di partecipazione e di decisione adeguati al nostro tempo, per impedire il logoramento del principio democratico e per difendere e sviluppare quei valori per i quali così tanti giovani persero la vita e così tante distruzioni e sofferenze furono inflitte al nostro Paese.

Serve un rinnovamento della politica che sia frutto di partecipazione e di ascolto veri, che offra un progetto, che risponda ai bisogni, che abbia il realismo del cambiamento, che eviti gli slogan ad effetto lanciati sul mercato della comunicazione; ormai la drammaticità della crisi li fa invecchiare in un batter d'occhio.

 O in un tweet.

 

Voglio accennare a quello che considero il cuore della crisi, una questione potenzialmente dirompente.

È il tema dell'uguaglianza, che richiama nell'immediato la necessità di sostegno ai lavoratori colpiti ed alle imprese per reggere l'impatto e cogliere il momento della ripresa.

La crisi industriale è tema che la Regione ha al centro delle sue attenzioni, come testimoniano i provvedimenti anticrisi che abbiamo introdotto in questo periodo, rivolti ai lavoratori che hanno perso il lavoro, alle imprese e alle famiglie in difficoltà.

 

L'aggravarsi degli squilibri impone anche di garantire tutele e sostegni efficaci alle persone più colpite dalla fase recessiva, sia nella perdita del lavoro, sia nella diminuita capacità di acquisto di beni e servizi.

Nuove povertà si sommano a quelle vecchie e vanno a colpire le fasce deboli della popolazione: giovani, donne, anziani, malati e disabili con relative famiglie, ma anche 40-50enni che perdono il lavoro.

A Bretton Woods i vincitori della seconda guerra mondiale siglarono nel Luglio '44 un grande compromesso che, in definitiva, stabiliva il divieto di circolazione dei capitali in cambio della libertà di circolazione delle merci.

Gli obiettivi politici di fondo erano l'equilibrio delle bilance dei pagamenti e la piena occupazione.

Protagonisti furono gli Stati nazionali ed i loro welfare.

L'accordo ha resistito fino agli anni '70 poi, dopo la crisi petrolifera, la libertà di movimento dei capitali è stata la mossa decisiva per avviare la rivoluzione che ha imposto la vittoria del capitalismo finanziario ed il trionfo del liberismo e del pensiero unico.

La crisi finanziaria internazionale iniziata nel 2008 si è presto trasformata in crisi economica generalizzata, segnando il cambio generale di fase, con vincitori e vinti ed una spinta ulteriore alla concentrazione della ricchezza mediante un gigantesco trasferimento di risorse dal basso verso l'alto.

 

L'ascensore sociale si è bloccato da un pezzo, come ognuno può verificare intorno a sé.

Questa lunga crisi però segna anche la fine del ciclo di egemonia liberista nel pensiero economico e nella vita politica, anche all'interno delle formazioni che storicamente rappresentano il lavoro e i non garantiti, sebbene ciò non emerga sempre con nettezza.

 L'egemonia liberista ha significato in questi decenni concentrazione della ricchezza a scapito del lavoro e aumento delle disuguaglianze.

Il premio Nobel per l'economia Paul Krugman l'ha definita la Terza Depressione mondiale.

 

Alcuni economisti sostengono che la cosiddetta "economia del debito", che ha generato la crisi attuale, sia stata anche lo strumento per occultare l'impoverimento progressivo della classe media e rimandare l'appuntamento con la realtà.

 

I titoli del nuovo rapporto della Banca svizzera Ubs sulla ricchezza nel mondo parlano di «ultra wealth», ultra ricchezza.

 In tutto il mondo, i super-ricchi censiti dal rapporto sono 199.235 -una cifra record- nelle cui mani si concentra una fortuna complessiva di più di 21mila miliardi di euro.

I numeri crescono un po' dappertutto, in Europa e anche in Italia, che è, in termini di reddito, sempre più disuguale.

Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti e Polonia. Secondo Banca d'Italia il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza nazionale.

 

“Don Paolo Gessaga”, parroco della periferia romana, ha detto che oggi "...la povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della disuguaglianza. È meno apparente, ma più profonda".

Occorre riscoprire il valore del lavoro e della persona contro l'economia di carta ed il predominio assoluto dei mercati finanziari. Dobbiamo avere l'ossessione del lavoro e, allo stesso tempo, sentire il bisogno di più giustizia, di una più equa distribuzione della ricchezza.

Proprio il tema dei diritti e della democrazia è tirato in ballo da questa lunga transizione, come ci insegna anche l'esperienza del passato.

L' art. 3 della nostra Costituzione prende posizione sul tema dell'uguaglianza:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

 

Qui l'uguaglianza è dispiegata nei suoi contenuti più ampi, politici, civili, economici, morali e pongono alla Repubblica obblighi concreti.

Su questo terreno abbiamo seri ed evidenti problemi in termini di storia ma anche di cronaca politica.

Credo che questa consapevolezza sia indispensabile e, in definitiva, rappresenti anche il modo più giusto di testimoniare la riconoscenza verso quanti pagarono con la loro vita il prezzo della ricostruzione della nostra libertà e della nostra democrazia.

La Medaglia d'Oro conferita alla città di Piombino è, oltre che un giusto e dovuto riconoscimento, anche la promessa di continuare il cammino del progresso e dei diritti, che è anche quello dello sviluppo e della civilizzazione per gli uomini e le donne di questo Paese.

 

 

 

Sanzioni ad Israele?

Conoscenzealconfine.it – (19 Settembre 2025) - Salvatore A. Bravo – ci dice:

 

Il Parlamento europeo si appresta a votare le sanzioni ad Israele e a due ministri del governo Netanyahu che si sono connotati per il loro l’estremismo:” Itamar Ben Gvir” e “Bezalel Smotrich”.

Estremismo definito religioso, ma in realtà di “religioso” non vi è nulla in costoro, al massimo il loro estremismo è di ordine elettivo e imperiale (La Grande Israele). Le sanzioni ipotizzate dovrebbero danneggiare l’esportazione dell’agroalimentare con i dazi.

 L’ipocrisia e il cinismo non conosco limiti.

 

Le armi con cui gli alleati dell’occidente stanno commettendo il genocidio non sono contemplate, pertanto si continuerà ad inviare armi per uccidere uomini, donne e bambini e per radere al suolo Gaza.

 Gli accordi e i contratti per la vendita delle armi continueranno a sussistere.

 L’abbattimento dei grattacieli a Gaza è la premessa per ricolonizzare Gaza e farne una riviera per ricchi con accordi transnazionali.

Si continua in questa direzione:

 i palestinesi devono lasciare la loro terra.

Ursula von der Leyen ha dichiarato:

“Voglio essere molto chiara: l’obiettivo non è punire Israele.

 L’obiettivo è migliorare la situazione umanitaria a Gaza.”

 

Le ambiguità silenziose sono plurali, ma esse confermano il carattere demagogico delle misure annunciate e non ancora approvate e il desiderio, neanche tanto implicito, di “lasciar fare”, perché in fondo Israele lavora per le oligarchie dell’occidente e consentirà con l’ipotetica vittoria sui palestinesi di presidiare il Medio Oriente in nome degli interessi plutocratici.

Le sanzioni, se fossero approvate, andrebbero in vigore dopo circa un mese.

 Una farsa da vendere ai cittadini europei che, malgrado il condizionamento dei media hanno colto, o stanno cogliendo, la contraddizione evidentissima:

quasi venti pacchetti di sanzioni alla Russia dichiarata nemica per sempre, invece ad Israele solo rimproveri e inviti alla moderazione.

L’intervento sanzionatorio è finalizzato a recuperare il consenso degli europei addestrati anch’essi alle medesime logiche, ma vi è il timore che tra tagli al sociale, guerre e massacri possano cominciare a “guardare” la luce della verità.

La via che conduce fuori dalla “caverna” mediatica è segnata dalle contraddizioni che con il loro accumularsi potrebbero innescare un processo di “risveglio delle coscienze”.

 

In queste contraddizioni vi è la verità del capitalismo occidentale:

la giurisprudenza e la retorica dei diritti sono usate come mezzi per autolegittimare il potere-dominio e perseguire interessi plutocratici.

 “Nessuno crede a nulla, si calcolano solo tattiche per raggiungere obiettivi imperiali nella lotta globale”.

 

Israele, in quanto alleata, non va punita, dunque, secondo la Presidente del Parlamento europeo, in tali parole vi è la difesa implicita dell’operato di Israele. Un genocidio non va punito?

Dovremmo rispondere a tale quesito e darci una risposta per comprendere la cornice in cui operiamo e viviamo.

Le sanzioni, comunque, sarebbero operative a cose fatte, ovvero quando Gaza sarà ormai liberata dai palestinesi.

Si attende lo sgombero di Gaza che ricorda la marcia con cui i turchi eliminarono gli armeni, per poterle applicare.

 

I palestinesi in fuga tra macerie, cadaveri e bombardamenti possono solo sperare di sopravvivere, il “dopo” sarà ancora più terribile.

Senza patria e morsi da ricordi terribili e nella consapevolezza che sono stati traditi da tutti, il popolo palestinese sarà una realtà con cui ci si dovrà confrontare.

 

Il mondo che verrà con le sue riviere per ricchi sarà un mondo di violenza e lo stiamo preparando “oggi”.

Le contraddizioni a cui assistiamo devono essere pensate collettivamente, in modo da costruire la coscienza di classe che dissente dal cinismo del genocidio e pensa e agisce per costruire percorsi verso un altro mondo possibile, questo che stiamo vivendo è insostenibile nella sua ferocia.

Dinanzi al darwinismo globale e imperialista, abbiamo il dovere etico di sollevare il problema ed essere soggetti politici che costruiscono la consapevolezza sociale senza la quale nulla è possibile.

 “Umanesimo contro la barbarie dell’economicismo” questa è la lotta del nostro tempo.

(Salvatore A. Bravo).

(linterferenza.info/contributi/sanzioni-ad-israele/).

 

 

L’AUTUNNO CALDO DELL’ITALIA

SPAZZERA’ VIA LE BALLE DELLA

MELONI: SOLO ECONOMIA DI GUERRA.

Cmedonchisciotte.org - Redazione CDC – (20 Settembre 2025) – ci dice:

 

In vista di un autunno che si prefigura caldissimo dal punto di vista economico, industriale e occupazionale, proponiamo due articoli che illustrano le dinamiche esistenti tra debito, riarmo e privatizzazioni che impoveriranno ancora di più l’Italia.

 È il prezzo da pagare quando si china sempre la testa di fronte alle forze occupanti, sia finanziarie, che economiche e militari.

Stato sociale NO, guerra SI.

Finanza SI, economia reale NO.

Riarmo SI, economia territoriale NO.

Benessere diffuso NO, profitti per pochi SI.

Democrazia o oligarchia?

Oligarchia o plutocrazia?

 

 

 

Finanza e Difesa: le due bolle che

intrappolano l’Europa ed i

conti pubblici dell’Italia.

Di Alessandro Volpi (altreconomia.it).

(15/09/2025).

Il titolo di Oracle, in una sola seduta di Borsa, ha guadagnato il 40%, portando la capitalizzazione della società non lontana dai 1.000 miliardi di dollari.

Era già salito del 45% nelle giornate precedenti.

 Da che cosa è dipesa una simile impennata?

 I numeri reali parlano di un fatturato di 57 miliardi di dollari, quattro in più rispetto al 2024 e di un utile netto di 12 miliardi, due in più dell’anno precedente.

Numeri importanti, dunque, ma che forse non giustificano un’esplosione come quella registrata in pochissime sedute, su cui hanno pesato molto, invece, la sempre più stretta vicinanza a Trump e alle commesse del Pentagono, l’iniezione di liquidità dei fondi e l’accordo, poi annunciato, con “OpenAI”, che segna una sorta di cartello dell’Intelligenza artificiale che va da “Larry Ellison” a “Peter Thiel”, da “BlackRock” alla presidenza Trump e al suo progetto “Stargate”.

 

Si tratta di una bolla finanziaria costruita sulla narrazione che gli Stati Uniti intendano puntare il proprio futuro sull’Intelligenza artificiale legata in primis alle strategie del Pentagono in antitesi all’affermazione cinese.

La finanza guadagna sull’ipotesi di un conflitto tecnologico tra Usa e Cina:

 i beneficiari di tale scontro sono evidenti.

Il principale azionista di Oracle è come detto “Larry Ellison”, con il 40%, che non a caso in due giorni è diventato l’uomo più ricco del mondo, seguito da “BlackRock”, “Vanguard” e “State Street”, proprietarie del 15% circa.

L’altra bolla è ancora più pericolosa perché si lega ai fortissimi venti di guerra europei.

 I droni russi diventano, in tempo reale, il ritorno del 1914, secondo un racconto mediatico e politico dai toni esasperati, e in poche ore tutti i titoli delle società che producono armi si impennano:

“Rheinmetall”, “Hensoldt”, “Bae Systems”, “Boeing”, “Leonardo”, “Lockheed Martin” e “Raytheon”, una raffica di aumenti in grado di fare la gioia, di nuovo, dei grandi fondi e dei maggiori azionisti.

 Intelligenza artificiale e armi segnano così i confini del capitalismo finanziario dei grandi fondi e dei grandi azionisti, che hanno bisogno vitale di drammatizzare le tensioni geopolitiche.

 

In quest’ottica i droni militari sembrano destinati a essere uno dei più grandi affari dei prossimi mesi.

 Forse non a caso.

Quali sono infatti le principali imprese che li producono?

Procedendo a una cernita molto sommaria se ne possono rintracciare sei di maggior rilievo.

Le prime due, “General Atomics Aeronautical Systems” e “Northrop Grumman”, sono statunitensi e soprattutto nella seconda hanno un peso decisivo “BlackRock”, “Vanguard” e “State Street”.

Due invece sono cinesi:

“China Aerospace Science and Technology Corporation” e ”Aviation Industry Corporation of China”, e sono di proprietà statale.

Due sono israeliane:

“ Israel Aerospace Industries” ed “Elbit”, la prima è di proprietà statale e la seconda ha capitale misto israeliano e statunitense, con la presenza dei grandi fondi.

Poi c’è la turca” Baykar”, di proprietà della famiglia “Bayraktar”.

 

Come in altri settori, dunque, è evidente la preminenza dei fondi americani e dello Stato cinese, con la presenza, importante della produzione israeliana che ha scelto di investire in un settore che rende difficili le sanzioni e i divieti di un’Europa sempre più militarizzata. Naturalmente l’Italia compra gran parte dei suoi droni dai produttori statunitensi.

 

Una simile cuccagna finanziaria ha però bisogno di costanti narrazioni destinate purtroppo per la grandissima parte della popolazione italiana ad essere costose in termini sociali.

Sul Corriere della Sera del 13 settembre è stato pubblicato un articolo a firma di “Federico Fubini” e di “Antonio Polito” che è un vero e proprio manifesto per il riarmo europeo.

 La tesi dei due autori è che non è vero che l’Europa spende troppo in armi e, anzi, dovrebbe investire di più.

 Naturalmente il termine di paragone è la Russia:

anche se l’Europa spende 381 miliardi di euro ogni anno e la Russia circa 150 miliardi, in realtà questa differenza è solo apparente.

In primo luogo, sostengono Fubini e Polito, perché le armi d’attacco costano meno di quelle per la difesa, ma soprattutto per altre due ragioni assai discutibili.

La prima è contenuta in questa affermazione:

 “Dire che l’Europa spende di più della Russia in armi è come dire che gli Usa spendono di più in welfare della Svezia:

in termini assoluti è ovviamente vero, ma l’affermazione è falsa”.

Davvero, si fa fatica a capire il senso del ragionamento:

la spesa pubblica americana è insufficiente perché va commisurata al numero dei cittadini e delle cittadine americane che ne beneficiano, mentre la spesa militare non può essere certo divisa per il numero degli abitanti per misurarne l’efficacia o in relazione al Prodotto interno lordo (Pil) perché 381 miliardi sono ben oltre il doppio di 150 miliardi e dunque la disponibilità di risorse finanziarie verso il riarmo è decisamente più alta anche se si conteggia una parte di spesa militare che non va ad acquisto di armi in senso stretto.

 Disporre di 381 miliardi in un unico settore è una cifra enorme e la sua eventuale insufficienza non può essere calcolata in base alla numerosità della popolazione o sulla capacità di generare ricchezza.

 

La seconda “tesi” è altrettanto criticabile.

In pratica, l’Unione europea dovrebbe spendere di più perché la Russia, con meno soldi, fabbrica più armi, e questo dipende dal fatto che dispone di grandi materie prime, di filiere produttive e di una tradizione militare.

Ora, pare davvero incredibile pensare che a tutto questo si possa ovviare aumentando la spesa militare perché significherebbe, data la capacità russa di produrre a un prezzo quattro volte inferiore rispetto a quello europeo, portare la spesa militare a livelli tali da assorbire gran parte delle altre spese pubbliche degli Stati europei.

 

Intanto il ministro dell’Economia “Giancarlo Giorgetti” ha dichiarato, con un certo imbarazzo, che l’imminente” Legge di Bilancio” sarà assai diversa da come era stata immaginata dal governo.

In altre parole, non ci saranno molte delle promesse di Meloni:

nessun taglio fiscale e, fortunatamente, nessuna nuova “rottamazione”.

 

In pratica una riduzione di circa una decina di miliardi che vanifica una parte rilevante della narrazione favolistica dell’esecutivo.

È molto interessante però sottolineare la ragioni, indicate dallo stesso Giorgetti, di questa “revisione” al ribasso delle promesse del governo.

La prima è costituita dall’alto prezzo dell’energia che dipende, in primis, dalle forniture americane che, in maniera paradossale, lo stesso Governo Meloni si è impegnato ad acquistare.

Trump vuole arrivare al 50% delle importazioni di gas in Europa proveniente dagli Stati Uniti e l’Italia deve assolvere al proprio compito.

 

La seconda è il costo dell’impegno militare che l’Italia dovrà sostenere nei prossimi mesi.

 In altre parole, energia dagli Usa e spesa per il comparto Difesa riducono qualsiasi possibilità di spesa pubblica alternativa.

A ciò magari bisogna aggiungere anche un costo degli interessi sul debito in salita, data la crescita dei rendimenti di praticamente tutti i debiti europei e internazionali.

La sudditanza agli Stati Uniti e la cecità europea impongono, di nuovo, sacrifici a cui, è probabile, il Governo Meloni supplirà con nuove privatizzazioni e con i dividendi delle società energetiche di cui è azionista, facendo cassa, di nuovo, con le magre risorse dei cittadini.

 Le bolle vanno sempre alimentate.

(15/09/2025).

 

 

L’impatto delle spese militari

su occupazione e produttività

del lavoro.

Di Guglielmo Forges Davanzati (contropiano.org) – (17/09/2025)-

(Professore ordinario di Storia del pensiero economico, Università del Salento).

 

Stando all’ultima rilevazione ISTAT, la produzione industriale italiana nel gennaio 2025 continua a ridursi.

A fronte, infatti, di un miglioramento mensile del 3,2%, il dato tendenziale rimane negativo, con un calo dello 0,6% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti solo quelli del lusso, della produzione di automobili e del tessile-abbigliamento.

Inoltre, il settore automobilistico italiano è, in larga misura, composto da imprese che operano per la subfornitura all’industria tedesca e subisce, soprattutto per questa ragione, una rilevante contrazione di ordinativi e, dunque, di fatturato e profitti.

Si calcola, a riguardo, che la recessione tedesca ha prodotto perdite per le imprese italiane nell’ordine dei quattro miliardi di euro nel 2024 per mancate esportazioni.

 

Nonostante la propaganda governativa, si registrano segnali conseguentemente negativi nel mercato del lavoro.

Istat ha recentemente rilevato una riduzione del monte ore lavorate nei settori industriali, con un calo dello 0,7% nel quarto trimestre del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023, accompagnato da una diminuzione dell’1,2% delle ore lavorate per dipendente nello stesso arco temporale.

Si tratta di decrementi che si aggiungono al calo del 7,2% del valore del fatturato industriale registrato a dicembre 2024, con una riduzione ancora più marcata, fino al -7,7%, sul volume del fatturato.

Anche l’Inps, nel suo ultimo Rapporto del gennaio 2025 ha certificato un aumento significativo del 47,59% delle ore di cassa integrazione ordinaria nei settori industriali, passando da 208.173 milioni di ore nel 2023 a 307.247 milioni nel 2024.

 Il rallentamento della crescita è certificato anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio.

 

Anche il tasso di crescita della produttività del lavoro continua a manifestare andamenti negativi o, nella migliore delle ipotesi, stazionari.

 ISTAT certifica che il tasso di crescita della produttività, in Italia, si è ridotto del 2.5% nel 2023 ed è aumentato di un modesto 0.5% nel periodo 2014-2022.

In questo scenario, è ragionevole attendersi che l’aumento delle spese militari (al 5% del Pil in dieci anni) non potrà che peggiorare il quadro, incidendo negativamente su queste variabili, per due ragioni.

 

L’aumento della spesa pubblica per la Difesa tende a produrre la spontanea riconversione delle imprese verso la produzione di armi.

 Le ingenti commesse che ne derivano si rivolgono a un settore tipicamente ad alta intensità di capitale, nel quale sono necessarie elevate spese iniziali e nel quale è tendenzialmente basso l’effetto degli investimenti sull’occupazione.

Lo scenario peggiora se si considera la volontà del Governo (esplicitata, in particolare, dal Ministro Urso) di incentivare la riconversione delle imprese verso il settore della Difesa, dal momento che questa misura produrrebbe ulteriori oneri a carico della finanza pubblica con esiti inefficaci.

 

Per stimare l’impatto dell’aumento della spesa pubblica sul Welfare occorre considerare che il” nuovo Patto di stabilità e crescita” impone all’Italia:

 (Paese con debito pubblico superiore al 90% del Pil) un sentiero di rientro pari a una media dell’1% annuo.

È stato calcolato che, in costanza di tasso di crescita del Pil e dei tassi di interesse sui titoli di Stato, l’ammontare di risorse pubbliche da destinare alla Difesa è pari a un incremento medio annuo di 6.4 miliardi di euro).

 

La teoria economica – fin dal pionieristico contributo del premio Nobel “Gunnar Myrdal” (Beyond the Welfare State) – insegna che l’accesso diffuso a sanità e istruzione è una fondamentale precondizione per un’elevata produttività del lavoro.

Non è poi molto rilevante l’obiezione dei fautori del riarmo, per i quali la spesa pubblica per la difesa militare produce innovazione, se si considera il rilievo del” Ministro Crosetto” per il quale la gran parte di questa spesa è destinata a stipendi e pensioni.

 

Le politiche di riarmo accentuano il sottofinanziamento del Welfare italiano (solo il 12% della spesa pubblica italiana è destinata alla sanità, a fronte di una media europea del 15%, e solo il 7% è destinato all’istruzione, contro il 9,3% europeo) e, per questa via, rischiano di accentuare uno dei problemi fondamentali della nostra economia, ovvero il calo di lungo periodo del tasso di crescita della produttività del lavoro.

(17/09/2025)

(resistenze.org/sito/os/ec/osecpi16-028291.htm).

 

 

"Le minacce alla stampa

 l'allarme più pericoloso."

Ilgiornale.it - Francesco Boezi – (12 luglio 2025) – ci dice:

 

L'editorialista di Repubblica Maurizio Molinari solidale con il Giornale e Libero dopo l'assedio pro Pal:

 "Seminano intolleranza".

Maurizio Molinari, già direttore e ora editorialista di Repubblica, condanna duramente gli estremisti” pro Pal” che hanno manifestato sotto le sedi del Giornale e di Libero.

 

Direttore, la sua è stata l'unica "voce fuori dal coro" a dare solidarietà al Giornale e a Libero per la protesta subita sotto le nostre sedi.

Per il resto, la solidarietà è arrivata soltanto dal governo, dalle istituzioni e dal centrodestra.

Perché ha scelto di alzare la voce?

"Perché viviamo in una stagione segnata dall'intolleranza nei confronti del prossimo e delle opinioni diverse dalle nostre.

Quando si vuole far tacere una persona, un giornale, una voce, ciò significa che la libertà di tutti è a rischio.

 La libertà di opinione è sancita e tutelata dalla Costituzione repubblicana.

Minacciarla è il più pericoloso degli allarmi".

 

Quale è la genesi di questa nuova intolleranza?

 

"È duplice.

 Da un lato la stagione del populismo, che in Europa inizia con il successo del referendum su Brexit in Gran Bretagna nel 2016, ha portato all'affermarsi di leader, gruppi e movimenti - a destra come a sinistra - che aggrediscono i principi fondamentali dello Stato di diritto, non credono nel rispetto dell'altro e interpretano la politica come una campagna permanente per delegittimare chiunque la pensa diversamente da loro.

Dall'altro, dopo il 7 ottobre 2023, in Europa ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, gruppi di estremisti hanno fatto propria la campagna di Hamas per la delegittimazione di Israele, portandola alle estreme conseguenze ovvero individuando chiunque non condivide la distruzione dello Stato ebraico come un avversario".

 

Cosa la preoccupa di più?

 

"L'abilità con cui questi gruppi di estremisti si impossessano della battaglia per i diritti del popolo palestinese al fine di diffondere l'intolleranza.

 Se volessero davvero battersi per uno Stato palestinese dovrebbero sostenere gli Accordi di Oslo, firmati da Arafat, Rabin e Peres nel 1993 perché sono la base della soluzione dei Due popoli e due Stati.

Ma in realtà l'intento è diverso:

non costruire un orizzonte di convivenza in Medio Oriente bensì delegittimare, aggredire, far tacere tutti coloro che identificano come avversari.

È questo il seme dell'intolleranza che oggi è fra noi".

 

Due giornali presi di mira per le loro posizioni: che segnale è per la democrazia?

 

"In una democrazia i mezzi di informazione, tutti senza eccezione, sono l'indispensabile palestra della libertà d'opinione.

Chi va di fronte ad una redazione minacciando i giornalisti mette a rischio le libertà di ognuno di noi, a prescindere da opinioni politiche, origini sociali, fede religiosa o genere di appartenenza".

 

Potere al Popolo e Cambiare Rotta hanno sventolato le fotografie dei direttori e dei giornalisti, vestiti come agenti di polizia.

Che tipo di gesto è?

 

"Significa voler trasformare i singoli giornalisti in nemici da additare, dileggiare, mettere sotto processo e individuare come avversari della collettività.

 In alcune recenti dimostrazioni alcuni di questi gruppi estremisti hanno adoperato un metodo simile contro leader politici, mostrando cartelli con le immagini di Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen macchiate di rosso - evocando il sangue - e di Elly Schlein vestita in assetto da guerra.

E in altre proteste di piazza i volti e nomi additati come nemici sono stati quelli della senatrice “Liliana Segre”, di “Riccardo Pacifici” e di “David Parenzo” accomunati dal fatto di essere ebrei ed accusati di essere sionisti.

Sono eventi legati fra loro perché si adopera un nome, un'immagine, per generare avversione, seminare odio".

 

A lei invece è stato impedito di parlare all'Università di Napoli.

"Ciò che mi colpì di quella protesta fu la scelta dei manifestanti che, dopo aver ottenuto di non farmi parlare in pubblico, rifiutarono anche di incontrarmi in privato.

Esprimendo un rifiuto totale, assoluto, nei confronti della mia persona fisica che andava ben oltre la contestazione di opinioni".

 

Basta avere posizioni filo-israeliane per essere messi nel mirino?

"La narrazione contraria all'esistenza dello Stato ebraico, al sionismo come risorgimento del popolo ebraico, appartiene ad un'ostilità più vasta per la vita democratica ed i valori di libertà dell'Occidente.

Protestare contro le scelte del governo israeliano è legittimo, come lo è nei confronti di qualsiasi esecutivo, da Washington a Roma.

Quando la protesta investe però non singole politiche ma individui specifici e popoli interi diventa intolleranza".

 

L'allarme democrazia scatta a senso unico.

 Cosa sarebbe successo se l'estrema destra avesse manifestato sotto la sede di altri giornali?

Presumo che la solidarietà, in quel caso, sarebbe arrivata anche dal Partito democratico e dal resto del campo largo.

"La difesa della libertà di opinione e dell'indipendenza della stampa non può e non deve avere colori politici.

Le libertà costituzionali appartengono a tutti i cittadini e spetta a tutti difenderle".

Qualche giorno fa, in televisione, ha richiamato la politica sul tema della sicurezza. Ha usato Milano come esempio.

 Non occuparsi del problema della microcriminalità che deriva dagli egiziani illegali - ha dichiarato- favorisce la crescita dei movimenti estremisti.

Ma la sinistra è ormai concentrata esclusivamente sui diritti civili.

 

"L'immigrazione illegale è una ferita profonda che accomuna tutte le democrazie.

 La risposta non può che arrivare dalla capacità di armonizzare diritti e sicurezza.

Garantendo pari diritti a chi sceglie di immigrare ed iniziare una nuova vita in un Paese di scelta ma garantendo al tempo stesso la sicurezza collettiva ovvero il rispetto delle leggi da parte di tutti, cittadini o immigrati.

 Quando tale equilibrio viene meno si creano squilibri che generano estremismo. Ciò vale a Milano come a Londra, Parigi, New York o Berlino".

 

Tornando alla questione della protesta, si dovrà arrivare al modello americano, con la polizia che presidia ogni redazione?

 

"Le forze dell'ordine nel nostro Paese fanno, non da oggi, un lavoro straordinario e difficile per proteggere la sicurezza collettiva.

Siamo tutti in debito con loro.

Sarebbe però un segno di debolezza per la nostra democrazia se dovessimo affidargli la tutela dei giornali.

A proteggere la libertà di opinione devono essere i singoli cittadini esercitando uno di quei doveri civili che, come scrisse Giuseppe Mazzini, consentono ad un popolo di essere una nazione.

In ultima istanza anche chi è più aggressivo nei confronti di un giornale o di un giornalista ha interesse a rispettarli perché la libertà altrui garantisce la nostra".

 

Ritiene che questa ondata di intolleranza abbia a che vedere anche con l'impatto dei social network?

"Non c'è alcun dubbio che i social network moltiplicano l'effetto dell'odio perché consentono di diffondere bugie e falsità di ogni genere alla velocità della luce.

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