La truffa dell’eolico e solare cinese.

 

La truffa dell’eolico e solare cinese.

 

 

 

Fotovoltaico cinese sotto accusa.

L’allarme della National Security

Agency ”può controllare le nostre reti”.

Energiaitalia.news.it - Redazione – capacità solare Cina – (21/05/2025) – ci dice:

 

Una nuova e inquietante rivelazione scuote il settore dell’energia rinnovabile. Secondo fonti internazionali, alcuni inverter fotovoltaici cinesi venduti in Europa e negli Stati Uniti conterrebbero interruttori nascosti in grado di spegnere da remoto gli impianti solari.

 In caso di crisi geopolitica o conflitto, questi dispositivi potrebbero essere sfruttati per provocare blackout su vasta scala, colpendo direttamente le reti elettriche occidentali.

 

NSA: rischio concreto per la sicurezza energetica nazional

L’allarme è stato lanciato dalla National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti. Funzionari hanno segnalato la presenza di componenti non documentati, tra cui moduli radio cellulari integrati, all’interno degli inverter cinesi.

Questi elementi potrebbero consentire il controllo remoto, la modifica delle impostazioni o addirittura l’interruzione dei sistemi elettrici.

Se confermato, si tratterebbe di una minaccia concreta per la sicurezza energetica e la resilienza delle infrastrutture critiche.

 

Transizione energetica a rischio: vulnerabilità nei sistemi fotovoltaici.

Gli inverter solari sono dispositivi essenziali che collegano i pannelli fotovoltaici alla rete elettrica.

 La loro vulnerabilità rende l’intero sistema energetico esposto a potenziali attacchi.

Secondo il “Daily Mail”, sono aumentate le segnalazioni su batterie e inverter importati dalla Cina contenenti tecnologie di comunicazione non dichiarate.

 

Anche il “Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti” ha ammesso gravi problemi di trasparenza tecnologica.

È in corso un’analisi approfondita per identificare rischi e implementare strumenti di controllo come il” Software Bill of Materials” (SBOM), per monitorare tutti i componenti software installati nei dispositivi.

 

Pechino respinge le accuse: “Diffamazione delle nostre infrastrutture.”

La Cina ha smentito con forza le accuse.

Un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington ha definito le notizie una “strumentalizzazione politica” del concetto di sicurezza nazionale, aggiungendo che “si tratta di una distorsione e diffamazione dei risultati infrastrutturali della Cina”.

 

Il Regno Unito rivede la presenza cinese nelle reti energetiche.

Anche il governo britannico ha reagito con cautela, annunciando una pausa temporanea sull’adozione di tecnologie rinnovabili cinesi.

Il ministro ombra per l’Energia, “Andrew Bowie”, ha ricordato che già da tempo esistevano timori simili riguardo a turbine eoliche cinesi impiegate nel Regno Unito.

Queste preoccupazioni emergono proprio mentre Londra punta a installare pannelli solari su ogni tetto nel Paese, secondo i piani di accelerazione della transizione ecologica.

 

Cina leader negli inverter: oltre il 50% del mercato globale.

Il dominio della Cina nella produzione di inverter solari è ormai evidente.

 Secondo “Wood Mackenzie”, nel 2022 “Huawei” deteneva il 29% delle spedizioni globali, seguita da “Sungrow” e “Ginlong Solis”.

Nel 2023, Huawei e Sungrow avrebbero prodotto oltre la metà degli inverter distribuiti nel mondo.

Nonostante il “ban “degli Stati Uniti dal 2019 per motivi di sicurezza nazionale, Huawei resta un fornitore dominante in Europa e nei mercati emergenti.

Esperti europei: “La dipendenza dalla Cina è una minaccia reale.”

“Philipp Schröder”, CEO della società tedesca “1Komma5”, ha lanciato un avvertimento:

 

“Dieci anni fa, disattivare gli inverter cinesi non avrebbe avuto impatto.

 Oggi, con l’elevata penetrazione delle rinnovabili e le crescenti tensioni geopolitiche, la dipendenza tecnologica dalla Cina è un rischio serio per la sicurezza delle reti energetiche europee.”

 

 

 

 

Rinnovabili: solare prima fonte

energetica nel 2040,

l’eolico arranca.

 

Futuranetwork.eu – Flavio Natale – (12 novembre 2024) – ci dice:

Dopo il voto americano e in attesa dei risultati della “Cop .29”, l’impegno degli Stati nella transizione verde torna al centro del dibattito.

 La Cina guida il trend, seguita da Europa, Usa, India ed Emirati Arabi Uniti.

 

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, come successe già nel 2016, ha messo in allarme tutta quella parte di mondo che sta procedendo a spron battuto verso un futuro rinnovabile.

E in parte a ragione:

il tycoon ha espresso più volte posizioni negazioniste sul cambiamento climatico (definendolo “una truffa della Cina”), e nel suo precedente mandato ha eliminato più di cento provvedimenti introdotti dalla presidenza Obama per lo sviluppo green.

 Inoltre, uno degli slogan della sua campagna elettorale è stato “Drill, Baby, Drill”, ovvero “Trivella, Baby, Trivella”, un motto che si spiega da solo.

Per non parlare del fatto che queste elezioni avranno delle ripercussioni sull’atmosfera che si respirerà alla “Cop. 29,” che si sta svolgendo in questi giorni a Baku.

 

Fortunatamente, il mondo del 2024 è diverso da quello del 2016, e alcuni processi di transizione sono già avviati, tanto a livello americano quanto a livello globale, con buona pace di Trump.

 È anche vero però che questo processo di transizione procede a velocità diversa a seconda dei Paesi coinvolti, degli impegni presi e delle azioni effettivamente realizzate, e questo lo rende difficilmente ricollocabile in una mappa organica che possa dirci qualcosa sull’effettivo sviluppo del settore, nel presente ma soprattutto nel futuro.

Buoni auspici.

Cominciamo con un po’ di dati.

 L’energia pulita sta entrando nel sistema energetico a un ritmo “senza precedenti”, parole dell’”International energy agency” (Iea), che ha pubblicato il 16 ottobre il suo” World energy outlook”.

 

Si parla di oltre 560 gigawatt (Gw) di nuova capacità rinnovabile aggiunta nel 2023.

 I flussi di investimento nei progetti di energia pulita si avvicinano alle due migliaia di miliardi di dollari ogni anno, quasi il doppio della somma spesa per la nuova fornitura di petrolio, gas e carbone, e i costi per la maggior parte delle tecnologie pulite si sono abbassati, dopo essere aumentati a seguito della pandemia di Covid-19.

 

Questo trend è di buon auspicio per la transizione verde:

 secondo l’”Iea”, passeremo dai 4.250 gigawatt odierni a quasi 10mila nel 2030 (nello scenario Steps, ovvero quello delle politiche attuate a oggi).

Numeri importanti, che però non permetterebbero di raggiungere l’obiettivo di triplicare la diffusione delle rinnovabili, fissato durante la precedente “Cop. 28” di Dubai.

 

Questa quota sarebbe però sufficiente a coprire la crescita della domanda globale di elettricità dei prossimi anni, spingendo l’industria fossile all’inevitabile declino. “Insieme all'energia nucleare”, dice l’”Iea”, “oggetto di rinnovato interesse in molti Paesi, le fonti a basse emissioni sono destinate a generare più della metà dell'elettricità mondiale prima del 2030”.

 E gli scenari dei consumi nei tre settori chiave (edilizia, industria, trasporti) parlano chiaro.

 

Fonte:” Iea” (l’Announced pleged scenarios, o Aps, è lo scenario che segue gli impegni stabiliti, mentre il Net zero è quello più ambizioso, per raggiungere le emissioni nette zero).

 

La Cina guida il trend.

Nel 2023, ha rappresentato il 60% della nuova capacità rinnovabile aggiunta in tutto il mondo, e nei primi anni ’30 di questo secolo i megaimpianti solari del Dragone Rosso saranno in grado di coprire la domanda (odierna) di elettricità degli Usa.

Ci sono però molte questioni aperte in Cina (e non solo) su quanto sia veloce ed efficiente questo processo.

La nuova capacità rinnovabile fatica infatti a essere integrata nei sistemi energetici e nella rete, spesso a causa di impasse burocratiche. Inoltre, c’è il problema (non indifferente) di mettere insieme batterie abbastanza grandi da conservare tutta questa energia pulita.

 

Sempre più mega batterie in futuro per l’energia solare: il caso degli Usa.

California, Texas, Arizona e Georgia stanno costruendo batterie “grandi come container” per immagazzinare l’energia fotovoltaica e utilizzarla anche di notte.

Si può raggiungere la produzione di sette grandi reattori nucleari.

 

Comunque la Cina il suo lavoro lo sta facendo, e bene:

ha superato con sei anni di anticipo il proprio obiettivo di 1.200 Gw di capacità solare fotovoltaica ed eolica e rappresenterà la metà di tutta la nuova capacità installata entro fine decennio.

Anche l'Unione Europea e gli Stati Uniti stanno accelerando:

gli Usa grazie ai crediti d'imposta previsti dall'”Inflation reduction act”, e l'Europa attraverso aste competitive e contratti di acquisto di energia aziendale.

Secondo il rapporto del “think tank Ember”, nei primi sei mesi del 2024 l’eolico e il solare hanno generato in Europa più elettricità rispetto ai combustibili fossili.

 

Capire poi chi usa questa energia e come è tutto un altro paio di maniche.

Secondo i dati Eurostat, la quantità di energia rinnovabile utilizzata dai Paesi dell'Ue è in aumento:

 la quota di fonti rinnovabili nel consumo lordo di energia ha raggiunto il 23% nel 2022 (in aumento rispetto al 2021, quando si trovava al 21,9%).

Ma ci sono molte disparità:

 per alcuni Stati Ue l'energia rinnovabile è una realtà ben avviata, mentre altri faticano.

Esiste un grafico che riassume la situazione (a parte Svezia e Finlandia, il quadro è abbastanza sconfortante).

L'India si distingue per il tasso di crescita più rapido tra le grandi economie, sostenuto anche qui da meccanismi d’asta e politiche di supporto per gli impianti fotovoltaici sui tetti.

 Gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto il parco fotovoltaico più grande al mondo, mentre in Arabia Saudita si punta all’obiettivo 50% energie green entro il 2030. Anche se gli investimenti fossili degli Stati del Golfo persico continuano, e non verranno smantellati così facilmente.

 

L’imprevedibile cammino degli Stati del Golfo verso le energie rinnovabili.

Gli Emirati Arabi hanno aperto il parco fotovoltaico più grande al mondo, mentre in Arabia Saudita si punta all’obiettivo 50% energie green entro il 2030.

Ma investimenti nelle fonti fossili, temperatura e sprechi rischiano di frenare il trend. 

 

Per quanto riguarda le altre economie in via di sviluppo, secondo l’”Iea” gli ostacoli alla diffusione dell’energia pulita sono due:

l’incertezza politica e l’elevato costo del capitale.

 Comunque una cosa è certa:

secondo l’Agenzia, se continueremo sullo scenario delle politiche attuali arriveremo a un aumento di 2,4 gradi entro il 2100.

Cioè, molto caldo.

 

Solare bene, eolico meno.

Secondo un altro rapporto “Iea”, “Renewables 2024”, la crescita delle rinnovabili sarà guidata in futuro soprattutto da fotovoltaico ed eolico, che rappresenteranno il 95% dell'espansione totale.

Nei prossimi sei anni, nello specifico, si prevede che verranno raggiunti diversi traguardi in termini di energia rinnovabile:

Nel 2024, l'energia solare ed eolica supererà (insieme) quella idroelettrica;

Nel 2025, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili sorpasserà quella da carbone;

Nel 2026, la produzione di energia eolica e solare scavalcherà quella nucleare;

Nel 2027 la produzione di energia elettrica tramite solare supererà quella eolica;

Nel 2029, la produzione di energia elettrica da fonte solare sorpasserà quella da fonte idroelettrica e diventerà la principale fonte di energia rinnovabile.

Nel 2030 la produzione di energia eolica supererà quella idroelettrica.

Se il solare procede spedito – secondo l’Economist nel 2040 potrebbe diventare la prima fonte di energia al mondo – la diffusione dell'energia eolica avanza a singhiozzo.

 

A dirlo è, oltre all’”Iea”, il centro di ricerca sull’energia “Bloomberg Nef”: “Uno dei grandi problemi è il vento.

 Il ritmo lento dei progressi dell'eolico sta influenzando l'efficacia dell’obiettivo di triplicazione delle energie rinnovabili”.

 Così ha detto il responsabile per l’eolico “Oliver Metcalfe”.

 

Dieci anni fa le installazioni di pannelli solari ed eolici erano alla pari, poi il solare ha registrato un'impennata grazie agli investimenti cinesi, che hanno fatto crollare il prezzo dei pannelli, mentre l’eolico è rimasto indietro.

 

E gli effetti sono evidenti.

Sebbene la capacità eolica globale sia quasi raddoppiata negli ultimi cinque anni, quella solare è più che triplicata.

E la tendenza è destinata a proseguire.

Si prevede che le installazioni solari saliranno del 34% nel 2024, rispetto a un incremento del 5% per l'eolico, sempre secondo “Bloomberg Nef”.

E al di fuori della Cina, di gran lunga il più grande mercato al mondo (tanto per il solare quanto per l’eolico), le installazioni di parchi eolici potrebbero calare leggermente quest'anno.

 

Secondo” Sven Utermöhlen”, responsabile del settore eolico offshore della compagnia energetica tedesca “Rwe Ag”, nel settore si verificano notevoli colli di bottiglia, tra cui forniture insufficienti di attrezzature, mancanza di capacità della rete elettrica e problemi di autorizzazione.

 “Ci sono segnali positivi in ​​termini di industria offshore, il mercato sta reagendo, ma i tempi di consegna sono lunghi e i passi positivi impiegano diversi anni per diffondersi e avere effetto”.

 

Entro il 2030, Bloomberg Nef prevede che l'energia solare avrà raggiunto oltre il 90% della capacità necessaria per mettere il mondo sulla buona strada per l’obiettivo emissioni nette pari a zero entro il 2050.

L'energia eolica raggiungerà però circa il 77% del totale necessario, e dato che ci servono tutte le energie disponibili per raggiungere gli obiettivi energetici e climatici questa non è una buona notizia.

 

Inoltre, c’è da dire che la crescita dell'energia solare è dovuta anche all’installazione ramificata sui tetti di case e fabbriche, anche in città densamente popolate.

Ma questa non è un'opzione disponibile per il settore eolico, che ha spesso dovuto affrontare l'opposizione pubblica sia per gli impianti sulla terraferma che per le turbine in mare aperto che, secondo alcuni, rovinano la vista sull'oceano.

 

E poi c'è la questione del costo.

Mentre quello dei pannelli solari è sceso, l'aumento dei prezzi dell'acciaio e di altri componenti critici delle turbine hanno fatto aumentare il prezzo dei progetti eolici negli ultimi anni.

 Entro la fine del 2023, il costo dell'energia dei nuovi parchi eolici terrestri era aumentato drasticamente sia negli Stati Uniti che in Germania.

Negli Usa, si parla di un +40% rispetto al minimo storico raggiunto nel 2021.

 In Germania, il più grande mercato eolico d'Europa, +35% rispetto al minimo storico del 2019.

 

Come stiamo messi in Italia.

Secondo il “Rapporto ASviS 2024”, l’Italia dimostra un buon ritmo (ma non eccellente) sulla questione rinnovabili.

Gli obiettivi italiani sul Goal 7 (Energia pulita e accessibile) dell’Agenda 2030 registrano infatti un trend positivo, che dipende principalmente dalla diminuzione dell’intensità energetica – ovvero il rapporto tra “Cil “(consumo interno lordo di energia) e “Pil” – ma anche dall’aumento della quota di energia da fonti rinnovabili rispetto al consumo finale lordo.

 

Nonostante ciò, secondo le “proiezioni ASviS” bucheremo uno degli obiettivi centrali di fine decade, ovvero raggiungere la quota di almeno il 42,5% nei consumi finali di energia da fonti rinnovabili (se va bene si parla del 35,9%).

 

Discorso inverso per l’intensità energetica:

entro il 2050 bisogna ridurre il valore del 42,5% (rispetto al 2019) e, stando al cammino compiuto finora, questa opzione potrebbe realizzarsi.

Per quanto riguarda i consumi energetici finali, invece, non ci siamo:

 entro il 2030 andrebbero ridotti del 20% rispetto al 2020, ma secondo le stime di “Prometeia” (società di consulenza che ha collaborato con l’ASviS per stilare indicatori e previsioni al 2030) non ce la faremo.

 

E le politiche italiane non stanno favorendo granché il processo.

Il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), aggiornato a giugno di quest’anno, non appare all’altezza delle sfide green.

Il “Pniec”, infatti, non ha raccolto le proposte avanzate dall’”ASviS”, finendo per giocare un ruolo di sostegno a ciò che resta delle fonti fossili, al nucleare e ai Sad (sussidi ambientalmente dannosi), senza orientare la transizione verso le rinnovabili, la decarbonizzazione e l’elettrificazione dei consumi.

 

Uno sviluppo, quello rinnovabile, che potrebbe permettere di fornire alternative energetiche a un Paese come l’Italia che registra un costo dell’energia straordinariamente elevato, nonostante la riduzione dell’ultimo biennio rispetto ai picchi raggiunti nel 2022.

Una condizione che ha portato due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, in una condizione di povertà energetica, con la Calabria in testa (22,4%).

 

Che si tratti di Italia, Europa o mondo intero, l’esigenza è (quasi) sempre lo stessa: diffondere le rinnovabili il più possibile, seguendo gli obiettivi internazionali ma anche andando oltre, qualora questi risultino insufficienti.

Parafrasando il motto di Trump, dunque, il futuro è uno: “Green, Baby, Green”.

(Oggi tramite la TV e’ spaventoso vedere in una notte la distruzione di un intero comparto di pannelli per energia solare cinese -impianto appena ultimato - “polverizzato” ad opera di un tornado! N.D.R.).

 

 

 

 

Eolico offshore, Trump blocca

“Revolution Wind di Ørsted”

già completo all’80%.

 

Renewablematter.eu - Stefania Divertito – (29 agosto 2025) – ci dice:

Incurante dei danni economici, finanziari e ambientali, la Casa Bianca continua la lotta alle rinnovabili, mentre la Cina sta costruendo il più grande parco solare al mondo in Tibet.

 

Il 22 agosto 2025 è stata una data nera per l’industria eolica offshore americana. Mancavano poche settimane al traguardo finale, ma in quel giorno il progetto “Revolution Wind di Ørsted” ha ricevuto un ordine di stop federale che ha di fatto bloccato tutti i lavori in mare.

Il progetto, terminato all’80% con 45 delle 65 turbine già installate, avrebbe dovuto alimentare oltre 350.000 abitazioni tra” Rhode Island” e “Connecticut “a partire dal 2026.

 

Come una biglia su un piano inclinato, quelle poche righe vergate su carta intestata della Casa Bianca hanno scatenato reazioni a catena fino ad avere un impatto immediato e devastante sui mercati:

le azioni del colosso danese sono subito crollate del 17% raggiungendo i minimi storici, e portando le perdite da inizio anno al 45%.

 

Sono gli effetti concreti di quella presa di posizione annunciata da Trump subito dopo la sua elezione.

Il tutto mentre la Cina sta costruendo il più grande parco solare al mondo in Tibet, un progetto da 610 km², pari all’area di Chicago, che alimenterà 5 milioni di famiglie con oltre 7 milioni di pannelli solari.

 

Il “Bureau of Ocean Energy Management” (BOEM) ha giustificato la decisione citando vaghe "preoccupazioni di sicurezza nazionale", senza peraltro specificare le motivazioni concrete.

Un déjà-vu che nasconde una battaglia più ampia tra l’amministrazione Trump e l'industria delle energie rinnovabili, con “Ørsted” che si trova in prima linea in uno scontro che va oltre la semplice politica energetica per toccare interessi economici consolidati.

 

Il gigante verde sotto assedio.

Possiamo dire senz’altro che “Ørsted” rappresenta oggi il simbolo della transizione energetica globale.

Con sede a Federica, in Danimarca, l’azienda conta circa 8.900 dipendenti ed è quotata al NASDAQ di Copenhagen con un fatturato al 2023 di 79,3 miliardi di corone danesi (10,6 miliardi di euro).

 Ma il dato più significativo è la sua posizione dominante nel settore:

“Ørsted” detiene circa il 30% della capacità eolica offshore installata a livello mondiale, confermandosi come leader indiscusso del settore.

 

La storia dell’azienda è emblematica della trasformazione energetica europea. Nata nel 1972 come “Dansk Naturgas” per gestire le risorse di gas e petrolio del Mar del Nord, diventa poi” DONG Energy “negli anni Novanta.

La svolta arriva nel 2017, quando decide di abbandonare completamente i combustibili fossili, vendendo le attività petrolifere e del gas a “Ineos” per 1,05 miliardi di dollari.

Il cambio di nome in Ørsted, in onore dello scienziato danese “Hans Christian Ørsted”, simboleggia questa metamorfosi radicale.

 

I riconoscimenti internazionali confermano il successo della strategia:

“ Corporate Knights” ha incoronato “Ørsted” come "azienda più sostenibile del mondo", mentre il “Carbon Disclosure Project” l’ha inserita nella lista 'A' delle aziende più virtuose per impatto ambientale.

 Con il 50,1% delle quote di proprietà del governo danese, “Ørsted “genera oggi il 90% della sua energia da fonti rinnovabili e mira ad aumentarla oltre il 99% entro il 2025, con l’obiettivo di raggiungere emissioni nette zero entro il 2040.

 

La spirale negativa dei precedenti.

Il “blocco di Revolution Wind “non è un caso isolato, ma l’ultimo anello di una catena di attacchi sistematici alle energie rinnovabili iniziata con l’insediamento di Trump.

 Il precedente più inquietante riguarda il “progetto Empire Wind 1 “della norvegese “Equinor”:

 ad aprile 2025, il” BOEM” aveva emesso un ordine di stop simile, causando perdite per 763 milioni di dollari prima che l’ordine venisse revocato dopo un mese di intense negoziazioni politiche.

La cronologia degli attacchi di Trump all’eolico è impressionante nella sua sistematicità.

Il 20 gennaio 2025, primo giorno di mandato, firma un memorandum che sospende tutte le approvazioni federali per progetti eolici e ordina una revisione completa dei progetti esistenti.

 Ad agosto, l’amministrazione include le turbine eoliche tra i prodotti soggetti a dazi del 50% su acciaio e alluminio, colpendo direttamente la catena di fornitura del settore.

Parallelamente, viene lanciata un’indagine federale sugli aerogeneratori per “determinare gli effetti sulla sicurezza nazionale”, senza fornire prove concrete delle presunte minacce.

 

Il culmine di questa campagna arriva il 20 agosto, quando Trump pubblica su “Truth Social”:

 “Eolico e solare = LA TRUFFA DEL SECOLO!”, accompagnando il post con accuse di legami tra energia rinnovabile e costi elettrici più alti, una narrativa smentita da tutti i dati economici disponibili.

 

Per “Ørsted”, gli impatti finanziari si sono accumulati in una spirale negativa devastante.

L’azienda aveva annunciato un aumento di capitale da 60 miliardi di DKK (8,9 miliardi di dollari) per rafforzare la posizione finanziaria e completare il portafoglio di progetti da 8,1 GW entro il 2027, ma ora questo piano è sotto revisione.

 I problemi si aggiungono alle difficoltà del 2023, anno in cui “Ørsted” ha riportato una perdita netta di 20 miliardi di corone danesi (2,7 miliardi di euro), che ha portato alla sospensione dei dividendi e al licenziamento di 800 dipendenti.

 

Tra speranza e incertezza: gli scenari futuri.

Nonostante la gravità della situazione, il precedente di “Empire Wind” offre alcuni motivi di ottimismo.

 Il “progetto di Equinor” era stato bloccato con motivazioni simili, ma la revoca dell'ordine dopo negoziazioni tra il governatore di New York e la Casa Bianca ha dimostrato che le decisioni possono essere ribaltate attraverso pressioni politiche e compromessi.

 

Revolution Wind” gode di alcuni fattori favorevoli che potrebbero facilitare una risoluzione positiva.

 Il progetto è completamente approvato dopo un iter burocratico di nove anni, con tutti i permessi federali e statali ottenuti durante l'amministrazione Biden.

 I contratti ventennali da 400 MW per il Rhode Island e 304 MW per il Connecticut sono già firmati, creando obblighi contrattuali difficili da ignorare.

Inoltre, il progetto adiacente “South Fork Wind”, che utilizza la stessa tecnologia di turbine Siemens Gamesa, sta operando con un “capacity factor” del 53% nel primo semestre 2025, in linea con le fonti di energia di base dello stato di New York.

 

In un comunicato ufficiale, l'azienda ha fatto sapere di star "valutando tutte le opzioni per risolvere rapidamente la questione, inclusi ricorsi legali e negoziazioni con le autorità competenti".

Dalla sua parte ha il governatore del Connecticut “Ned Lamont”, che ha espresso la volontà di “lavorare con l'amministrazione Trump per riavviare la costruzione”, mentre il governatore del “Rhode Island” “Dan McKee” ha definito l'ordine una decisione che “mina gli sforzi per espandere la fornitura energetica e ridurre i costi per famiglie e imprese”.

 

“Jacob Pedersen”, “analista di Sydbank”, rimane ottimista: “Lo scenario più probabile è che la questione venga risolta a favore di Ørsted, con l'aiuto della politica oppure in tribunale”, ma ammette che l'incertezza potrebbe protrarsi per mesi.

La rete nascosta delle lobby petrolifere.

 

Mentre l'attenzione si concentra sulle decisioni politiche di Washington, il professor “J. Timmons Roberts” e il suo “Climate & Development Lab” della Brown University hanno pubblicato uno studio esplosivo che rivela le connessioni tra gruppi apparentemente ambientalisti e l'industria petrolifera.

 

La ricerca ha identificato una fitta rete di studi legali finanziati da compagnie petrolifere che operano attraverso finti gruppi ambientalisti per diffondere disinformazione contro i progetti eolici.

 L'obiettivo è chiaro: “mantenere lo status quo a favore del consumo di petrolio”, mascherando interessi economici dietro preoccupazioni ambientali fittizie.

Un caso emblematico è quello dei "Nantucket Residents Against Turbines" (successivamente rinominato "ACK for Whales"), gruppo guidato da “Vallorie Oliver” che si oppone al progetto “Vineyard Wind” sostenendo di proteggere le balene franche nordatlantiche.

Il gruppo è supportato da” David Stevenson”, direttore del “Caesar Rodney Institute” (CRI), un “think tank conservatore” del “Delaware” che riceve finanziamenti da compagnie petrolifere.

“ Stevenson “guida anche l’”American Coalition for Ocean Protection” e ha servito nel team di transizione EPA dell'amministrazione Trump.

 

Il “Caesar Rodney Institute” finanzia un'intera rete di organizzazioni apparentemente locali come "Save Our Beach View", "Save Long Beach Island" e "Protect Our Coast NJ", tutti presentati come movimenti grass roots spontanei ma in realtà collegati agli stessi finanziatori fossili.

Come ha documentato “Popular Information”, i media "routinariamente non riescono a menzionare le connessioni con CRI quando scrivono sui gruppi residenti, diffondendo invece molte delle loro affermazioni fuorvianti sull'energia pulita".

 

Il “caso di Revolution Wind” è emblematico di questo modus operandi.

 Lo studio legale “Marzulla Law”, che rappresenta il “gruppo Green Oceans” (uno dei principali oppositori del progetto), è al centro di una rete che collega personaggi politici conservatori, gruppi di pressione e, alla base, finanziatori dell'industria fossile.

 La reazione alla pubblicazione della ricerca è stata immediata e aggressiva: “Marzulla Law” ha inviato una lettera di minaccia alla “Brown University” chiedendo il ritiro dello studio e minacciando azioni legali per sospendere i finanziamenti all'università.

 

Fortunatamente, la “Brown University” ha risposto sostenendo la libertà di ricerca del proprio personale docente, ma il tentativo di censura rivela la sensibilità del tema.

La ricerca documenta come questi gruppi utilizzino tattiche sofisticate:

creano organizzazioni dal nome accattivante che si presentano come difensori dell'ambiente, diffondono studi pseudoscientifici sui rischi delle turbine eoliche, e organizzano campagne mediatiche per influenzare l'opinione pubblica locale.

 

Il fenomeno non è limitato agli Stati Uniti.

Strategie simili sono state documentate in Europa e altri mercati chiave per l’eolico offshore, suggerendo un coordinamento internazionale degli sforzi anti-rinnovabili.

Un modo che si sta rivelando molto efficace per rallentare, se non bloccare, la transizione energetica.

 

 

 

 

La “Big Beautiful Bill” di Trump taglia

le tasse ai ricchi e toglie

il welfare ai poveri.

Renewablematter.eu - Martino Mazzonis – (04 LUG 2025) – ci dice:

 

La Camera USA ha approvato in via definitiva la principale misura economica della nuova amministrazione:

chiamata dai sostenitori “Grande e bellissima legge”, avrà impatti controversi.

La ricetta economica è la stessa da decenni, quella della “trickle down economy”, ossia l’idea che abbassando le tasse a redditi alti e imprese si genereranno più consumi e investimenti che avranno un effetto positivo sulla crescita e sulla società nel suo complesso.

Se guardiamo ai risultati economici, ai livelli di disuguaglianze cresciuti in maniera costante nell’ultimo quarantennio e, infine, al livello di malessere sociale e politico diffusi nell’opinione pubblica degli Stati Uniti, si tratta di una ricetta che non ha funzionato granché.

 

Eppure la “Big Beautiful Bill” approvata il 3 luglio scorso dal Congresso degli Stati Uniti è una legge di spesa che applica quell’idea di funzionamento dell’economia, con l’aggiunta di tagli dannosi per i ceti popolari e per l’innovazione e incrementi di bilancio per il Pentagono e la guerra all’immigrazione.

 

Cos’è la Big Beautiful Bill e cosa prevede.

L’aspetto più corposo del testo approvato è il rinnovo del taglio alle tasse introdotto dalla prima amministrazione Trump.

Un mancato introito per circa 5.000 miliardi di dollari che andranno a far crescere a dismisura il deficit di bilancio.

 I tagli previsti dalla legge non compensano in nessun modo i mancati introiti. Tutte le simulazioni fatte da enti neutrali indicano la natura regressiva di taglio delle tasse e parallelo taglio ai programmi di welfare.

 

Il “Budget Lab” dell’”università di Yale” riassume gli effetti così:

 “Le modifiche alle imposte e alla spesa per Medicaid e SNAP proposte dal disegno di legge […] comporterebbero un calo del 2,9% (circa 700 dollari) del reddito per il quintile più basso, ma un aumento dell'1,9% (circa 30.000 dollari) per l'1% più ricco”.

 

Il danno ai più poveri viene dai tagli ai programmi di welfare:

“Medicaid” e “SNAP “sono l’assicurazione sanitaria per le persone a basso reddito e i buoni pasto con cui fare la spesa, e nella legge si aumentano i requisiti necessari e i limiti per accedervi.

Sebbene si dica spesso che negli Stati Uniti non c’è welfare pubblico, la verità è che questi due programmi, cui va aggiunta “Medicare”, l’assicurazione medica per gli over65, hanno impatti enormi.

 

“Medicaid” copre più del 20% degli statunitensi e, assieme a “Medicare”, arriva quasi al 40%, con una spesa totale molto minore di quella sostenuta dalle assicurazioni private (ossia dalle singole persone o datori di lavoro che ne pagano le rate).

 I dati aggiornati al 13 giugno dell’ “USDA”, l’agenzia che gestisce il programma, indicano come i “food stamps” forniscano cibo a 42 milioni di persone.

 

Secondo il “Congressional Budget Office” – l’equivalente italiano dell’Ufficio parlamentare di bilancio − 2,9 milioni di statunitensi, tra cui 1,1 milioni che vivono in zone con scarsa disponibilità di posti di lavoro, 900.000 anziani, 600.000 genitori e 270.000 veterani, senzatetto ed ex giovani in affido, perderanno l’assistenza alimentare.

 

Un altro duro colpo alla transizione energetica statunitense.

Ci sono altri due aspetti su cui vale la pena soffermarsi.

 Il primo riguarda la produzione di energia in un momento in cui si investono miliardi in data center per l’intelligenza artificiale.

Secondo un'analisi di “Barclays Research”, la domanda annuale di energia elettrica per “alimentare i data center” negli Stati Uniti potrebbe triplicare da qui al 2030, passando da 150-175 terawattora del 2023 a 560, pari al 13% dell'attuale domanda USA.

 

La “Beautiful Bill” elimina gli sgravi fiscali per chi produce rinnovabili e impone una nuova tassa alle imprese che non sono in grado di dimostrare che i loro prodotti non includono componenti “Made in China”.

 Un’analisi di questi tagli da parte del “Center for Climate and Energy Solutions “valuta gli effetti di queste misure in centinaia di miliardi di investimenti mancati e nella perdita di 1,6 milioni di posti di lavoro, nonché prevede un aumento del costo finale dell’energia.

 

Si tratta di un favore all’industria degli idrocarburi, ma non necessariamente di una buona idea in termini economici e politici, persino al netto della preoccupazione per le emissioni di CO₂ che questo ridimensionamento delle rinnovabili comporterà.

Non a caso uno dei critici più feroci della legge si chiama Elon Musk: nella legge ce n’è anche per l’auto elettrica.

 

Persino l’impatto politico non è scontato:

 il “repubblicano Texas” è lo stato ad aver investito di più in rinnovabili ed è il primo per produzione di solare ed eolico e secondo per capacità di immagazzinamento di energia.

 La Florida è terza per produzione di solare, mentre Oklahoma, Kansas e Iowa sono potenze in materia di eolico.

 Tutti stati a guida repubblicana, con numerosi progetti in attesa di avvio per 388 miliardi di investimenti, ma molti non si faranno più.

 Il danno anche in termini di capacità di innovazione, competizione con la Cina o con l’Europa è sotto gli occhi di chiunque voglia vederlo.

(Rallenta l’economia globale, rallenta la transizione).

 

La caccia all’immigrato e il debito che esplode.

C’è poi un terreno sul quale la legge approvata dal Congresso investe:

la caccia all’immigrato.

L’”Immigration and Custom Enforcement Agency” (ICE) vedrà il suo budget triplicato da 9 a 27 miliardi, più un investimento da 45 miliardi per costruire centri di detenzione.

 Nel complesso sono più soldi di quanti ne riceva l’FBI e più di quanto abbia il sistema di prigioni federale.

Attenzione, l’ICE non è la guardia di frontiera (Custom Border Protection), l’obiettivo non è dunque fermare gli ingressi ma espellere persone già dentro i confini.

 

Un aspetto centrale di questa legge riguarda il deficit di bilancio che produrrà pur non essendo una legge di spesa che prevede investimenti in infrastrutture – con l’eccezione di sgravi alle imprese per investimenti e R&D.

 Le proiezioni parlano di un aumento del deficit di 2.400 miliardi che diventano 3.000 se aggiungiamo gli interessi da pagare a chi comprerà quel debito aggiuntivo.

Se i tagli alle rinnovabili hanno fatto infuriare le imprese che ci hanno puntato, questo buco di bilancio scontenta l’ala dei cosiddetti “fiscal conservatives” che Trump ha dovuto chiamare uno per uno, offrendo benefici per i loro distretti elettorali (la senatrice dell’Alaska Murkowski ne ha ottenuti di enormi ed è passata dal No al Sì) e minacciandoli di farli sfidare alle primarie da suoi candidati.

 

Il risultato resta questa esplosione ulteriore del debito che nella teoria economica di Trump si ripagherà con le entrate prodotte dai dazi sulle merci importate dagli USA.

Tutti sanno che non sarà così.

 Lo sanno anche fondi e stati stranieri che stanno lentamente abbandonando i Buoni del tesoro USA come investimento sicuro.

 Un meccanismo pericoloso per l’economia più grande del pianeta, per la sua moneta, per il suo ruolo, un meccanismo che rischia di costringere nel tempo ad alzare i tassi di interesse per attrarre investitori, con l’effetto perverso di far aumentare ancora di più il deficit.

 

 

 

Lily, il gruppo di assassini al soldo di Macron,

l’affaire Brigitte e l’irreversibile crisi della Francia.

Lacrunadellago.net – (01/09/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

(Lo sparatore del Minnesota e la fabbrica di schiavi mentali della CIA: il progetto Monarch.)

 

A Parigi, non si respira affatto una aria di quiete.

Sono passati soltanto 9 mesi da quando Emmanuel Macron è stato costretto a nominare un altro primo ministro, François Bayrou, per sostituire Michel Barnier, e oggi l’inquilino dell’Eliseo si ritrova esattamente al punto di partenza.

 

Macron deve fare i conti con un’altra crisi parlamentare perché la precaria maggioranza che aveva messo insieme Bayrou sembra non voler approvare un’altra manovra di austerità economica, una condizione connaturata alla stessa struttura della moneta unica.

Appare sempre più arduo, viste le lacerazioni nella coalizione parlamentare, che il presidente francese riesca a sventare nuove elezioni anticipate parlamentari, già indette lo scorso maggio del 2024, dopo la disfatta del partito di Macron alle europee.

 

Sembra che il sistema politico francese sia avvitato in una crisi politica costante e progressiva che sta mettendo a dura prova i vari equilibri partoriti nel lontano 1958, quando la Francia decise di passare dal sistema parlamentare, giudicato troppo instabile, a quello semipresidenziale, per dare più stabilità al Paese, ma oggi il Paese transalpino si trova nella stessa condizione di caos che regnava prima dell’avvento della cosiddetta Quinta Repubblica.

Si potrebbe dire che la crisi francese è la cartina di tornasole della crisi europea perché oggi ogni sistema politico europeo, che sia parlamentare o semipresidenziale, si trova di fronte ad una irreversibile crisi delle proprie istituzioni perché a crollare qui non è stato un metodo di governo rispetto ad un altro, ma l’impalcatura stessa della democrazia liberale.

 

La democrazia liberale oggi ha superato il giro di boa.

I sistemi liberal – democratici non riescono più a dare risposte ai popoli, e le varie classi politiche dei Paesi europei sembrano tutte essersi rinchiuse nel loro sempre più piccolo bunker, ad abbaiare contro l’immaginario nemico russo, nonostante gli europei non vedano in Mosca il nemico, ma piuttosto lo riconoscano nelle loro classi dirigenti troppo impegnate ormai a cercare di seguire un’agenda oggi defunta e fallita.

La politica europea tutta aveva creduto che dopo la famigerata operazione terroristica del coronavirus ci sarebbe stato il passo definitivo verso il governo globale e gli Stati Uniti d’Europa vagheggiati dal conte Kalergi e dal suo stretto amico, il potente massone inglese, Winston Churchill, ancora oggi feticcio dei liberali europei.

Il conte Kalergi, uno degli architetti dell’Unione europea.

Si sono tutti risvegliati invece in preda ad uno shock.

I politici europei non riescono più a distinguere il “sogno” dalla realtà, e ancora oggi parlano di governance europea, senza rendersi conto, o senza volerlo ammettere, che ormai l’Unione europea non ha superato la prova della storia.

 

I suoi architetti, 80 anni orsono, erano intimamente convinti che il futuro non sarebbe più appartenuto agli Stati nazionali, ma ad altre strutture, delle entità sovranazionali, che avrebbero avuto in mano il potere decisionale un tempo rimesso nelle mani dei singoli governi, ma l’uragano della presidenza Trump ha spazzato via ogni “sogno” di gloria.

L’intera impalcatura si reggeva soltanto perché c’era l’impegno americano a reggere la struttura, e la governance europea poteva avere qualche speranza di vedere la luce del giorno soltanto se Washington avesse continuato ad assicurare a Bruxelles il suo supporto economico, militare e finanziario.

Nel momento stesso in cui Trump ha reciso il cordone che teneva legata Bruxelles a Washington, l’Unione europea è caduta come un burattino al quale sono stati tagliati i fili.

 

Vuota, incapace di rialzarsi e di fare alcunché, mentre qualsiasi sua dichiarazione di costruire una governance europea ormai è soltanto espressione delle velleità di un apparato che sta sparendo e insegue scenari decaduti.

 

La parabola di Macron: l’uomo dei Rothschild che doveva salvare l’UE.

 

Parigi è forse l’espressione perfetta della decadenza dell’Unione europea.

Sembra passato un secolo da quando nel 2017, l’intera stampa francese ed europea salutava Emmanuel Macron come l’uomo che avrebbe traghettato la Francia e l’UE verso gli Stati Uniti d’Europa.

 

Infatti Emmanuel Macron scelse il Louvre per celebrare la vittoria alle presidenziali del 2017.

A Macron era stata affidata una “missione”.

Avrebbe dovuto spostare la bilancia dell’asse franco-tedesco verso Parigi perché Berlino era riluttante a creare una struttura sovranazionale europea che le avrebbe fatto perdere tutto il surplus commerciale accumulato sulle spalle degli altri partner europei, su tutti l’Italia.

 

Eppure Emmanuel Macron è un politico che è stato preparato con la massima accuratezza.

La sua storia e la sua biografia, così piena di ombre, sono il perfetto paradigma di un sistema di potere che costruisce accuratamente dietro le quinte i vari politici di turno, che siano di centrodestra o di centrosinistra non assume alcuna importanza, e poi assegna loro gli ordini da eseguire.

 

Emmanuel Macron è il politico costruito nel laboratorio dei Rothschild sin dalla prima infanzia, quando ancora giovane adolescente, o bambino, sui banchi di scuola del” liceo La Providence”, veniva abusato da “Jean Michel Trogneux”, che nel frattempo aveva assunto la falsa identità di “Brigitte Trogneux”, dopo aver “cambiato” sesso sul finire degli anni’80.

 

Jean Michel Trogneux: il “mentore” di Macron.

 

Brigitte, o Jean Michel, è probabilmente la figura chiave per capire il tipo di operazione che è stata fatta con Macron.

 

Jean Michel nasce nel 1945, e a 18 anni si reca in Algeria, ex colonia francese, e luogo nel quale avrebbe compiuto un percorso di studi, anche se tale “attività” sembra essere stata soltanto di copertura.

 

Si può vedere a sinistra, Brigitte Macron.

 E a destra, Brigitte quando era ancora “Jean Michel” in Algeria.

 

“Jean Michel” era in Algeria per svolgere un periodo di addestramento nell’esercito francese, che lo ha preparato con ogni probabilità per eseguire delle operazioni di intelligence.

 

Il figlio di una famiglia di cioccolatieri di Amiens dopo quel viaggio fa ritorno in Francia, ed è qui che inizia a costruire la sua vita fittizia.

Viene scritto nel 1974 un atto di un matrimonio fittizio tra lui, che nel registro del comune di Amiens, si fa chiamare Brigitte, e “Andrè Auziere”, presunto banchiere che si scoprirà poi essere una figura immaginaria, mai visto ed incontrato da nessuno.

 

“Jean Michel” ha i suoi tre figli tra gli anni’70 e gli anni’80, con una donna che oggi si pensa sia con ogni probabilità “Catherine Audoy”.

 

“Trogneux” si avvicina sempre di più al mondo della comunità gay che in quegli anni era molto attiva a Parigi.

Nella capitale francese, iniziano ad aprire locali per omosessuali, e la stagione della rivoluzione sessantottina vuole che l’omosessualità e il transessualismo si diffondano sempre di più per sradicare la famiglia.

“Jean Michel “inizia ad entrare in questo mondo, e già da allora inizia ad assumere un’altra identità, quale quella del “transessuale Veronique,” che farà le sue prime apparizioni nella TV francese.

 

Esiste una foto con il trans Veronique e Brigitte Macron.

Sembrano esserci pochi dubbi al riguardo.

Se si mette a confronto la voce di” Trogneux” con quella del “trans Veronique,” viene fuori che sono praticamente identiche e si tratta quindi della stessa persona che già nel 1977, anno nel quale compare sugli schermi dell’”emittente INA”, aveva iniziato ad avvicinarsi al transessualismo.

Si potrebbe dire che Trogneux stava “studiando” per diventare un trans, ma non lo stava facendo da solo.

C’erano degli ambienti molto potenti e ben introdotti che volevano che” Jean Michel “cambiasse la sua identità per compiere un percorso che nell’ottica di tali menti aveva già una destinazione ultima, che si vedrà meglio in seguito.

 

Sono gli stessi ambienti militari che lo addestrarono in Algeria nel 1963, e sono anche quegli ambienti che lo aiutarono a scrivere in un registro pubblico un matrimonio inesistente con un marito, “Andrè Auziere”, che, come detto, non è mai esistito.

 

Il “pastore Doucé”: è l’uomo che ha fatto nascere Brigitte?

Verso la fine della prima metà degli anni’80, arriva il momento della svolta.

Trogneux sembra pronto per fare il grande salto e assumere l’identità di una donna, e per fare tale transizione si reca da un uomo che allora era molto noto nella comunità omosessuale e pedofila parigina come il pastore protestante, “Joseph Doucé”.

 

I suoi legami con personaggi come un suo ex amante, “Philippe Carpentier”, che gestiva un giro di pornografia infantile presso la sede dell’UNICEF a Bruxelles sono la conseguenza della “passione” che quest’uomo provava per il bambino.

 

Agli occhi di Doucé, il bambino non era una creatura innocente che andava protetta dai vari predatori sessuali, ma invece doveva essere avvicinato al sesso sin dalla prima infanzia, e il pedofilo in tale “visione” non è un malato, o un pervertito ma soltanto un individuo che aiutava a sviluppare le “naturali pulsioni” del bambino.

 

Se i pedofili nella società di allora erano considerati dei reprobi, a Parigi, presso il “Centro del Cristo Liberatore di Doucé”, venivano accolti e aiutati, probabilmente forse anche attraverso la distribuzione di pornografia infantile o la possibilità stessa di incontrare un bambino.

Chi è Joseph Doucé.

Doucé era quasi certamente un intermediario, un uomo che aiutava i pedofili a soddisfare le loro perversioni, e un depositario di inconfessabili segreti di importanti personaggi dell’alta società francese coinvolti in tale giro.

Ad avere un rapporto speciale con il pastore era anche Jean Michel che risultava già essere un frequentatore sia del CCL di Parigi, sia della libreria gay gestita dall’uomo assieme al suo compagno, Guy Bondar.

 

Jean Michel aveva bisogno di “cambiare” sesso, e Doucé lo mette in contatto con le persone giuste.

Nel 1989, avviene la transizione.

Jean Michel Trogneux assume le sembianze di Brigitte che diventa un’insegnante di lettere nel prestigioso liceo cattolico de La Providence di Amiens, nonostante non avesse i requisiti per poter insegnare.

Sembra che ci fosse una missione più importante e fondamentale per la novella Brigitte Trogneux.

 

L’irresistibile ascesa di Macron: uomo dei Rothschild.

A Brigitte era stato dato probabilmente l’incarico di avvicinare il 14enne Emmanuel Macron, e di molestarlo sessualmente per iniziare una relazione pedofilia che mai è stata impedita dai genitori del giovanissimo studente francese.

 

Ed ecco Emmanuel Macron nel 1991.

Si parla poco o nulla di tale incredibile aspetto che dovrebbe invece sollevare delle domande anche sulla storia famigliare di Macron.

 

Una volta che l’abuso pedofilo viene scoperto, i genitori di Emmanuel, Jean – Michel e Françoise, non corrono a denunciare la “donna”, ma lasciano che questa continui ad abusare del loro figlio che da quel momento in poi diviene inseparabile da “Jean Michel Trogneux”.

 

È Jean Michel/Brigitte che negli anni 2000 apre la porta delle istituzioni finanziarie che contano a Emmanuel, nonostante il giovane Macron non brillasse per nulla nella comprensione dell’alta finanza.

La mediocrità di Macron non gli impedisce di entrare nel gotha della finanza mondiale.

Emmanuel approda presso l’istituzione bancaria più importante della Francia e d’Europa.

Macron diventa un finanziere al servizio della famiglia Rothschild, e si inizia a comprendere meglio qual era la missione ultima affidata a “Jean Michel Trogneux” anni prima.

 

Macron entra al servizio del gruppo Rothschild.

 

Jean Michel doveva “allevare” il giovane Macron.

Doveva prepararlo per entrare nel mondo della finanza che conta per poi iniziare una ancora più prestigiosa carriera politica che lo porterà all’Eliseo a soli 40 anni di età.

Ed Emmanuel brucia tutte le tappe.

 

Sin dalla fine degli anni 2000, si poteva vedere come il suo mentore, “Jacques Attali”, sociologo di origini ebraiche ed eminenza grigia dei presidenti francesi dai tempi di Mitterand  lo introduce presso tutti gli ambienti che contano, soprattutto il “gruppo Bilderberg”, il “laboratorio del mondialismo “che prepara e costruisce con largo anticipo le carriere dei politici che devono servire la causa della governance globale.

 

Si vede spesso Jacques Attali assieme al suo “delfino”, Macron.

 

“Jean Michel “assomiglia molto quindi ad un “programmatore”, uno di quei profili presenti nei vari programmi di controllo mentale sviluppati dalla CIA, in particolare “MK Ultra” e “Monarch”, che attraverso una serie di traumi e di abusi trasformano il bambino e lo fanno diventare un soggetto completamente manipolabile, da utilizzare in vari ambiti, politica compresa.

Attraverso la parabola di Emmanuel Macron si comprende meglio al tempo stesso il funzionamento dei sistemi politici europei, meri simulacri di logge massoniche e casati di banchieri che si servono di essi per dominare la società, occupata da classi politiche tutte al servizio di questo apparato.

La deflagrazione del caso Brigitte sembra essere la naturale conclusione dell’indebolimento delle democrazie liberali che non riescono più a governare il flusso delle informazioni come un tempo.

 

A nulla sono valsi gli sforzi di Macron di sopprimere le informazioni che sono state messe in circolo da giornalisti e ricercatori indipendenti come “Natacha Rey”, la reporter che ha messo insieme tutti i pezzi del complesso labirinto della vita in vitro del presidente francese.

 

Lily: il gruppo di assassini dei servizi segreti che protegge Macron.

 

All’Eliseo, il presidente francese ha costruito un vero e proprio gruppo di assalto.

 A guidarlo c’è un figuro come “Alexandre Benalla”, incaricato d’affari dalla presidenza Macron a soli 26 anni, e finito nel 2018 al centro di uno scandalo per aver aggredito e picchiato due persone che manifestavano contro Emmanuel Macron.

 

Ed ecco Alexandre Benalla.

Benalla verrà condannato per tale aggressione negli anni successivi, ma ciò non ha impedito a Macron di liberarsi di lui.

Secondo quanto hanno rivelato diverse fonti di intelligence francesi alla “Fondazione per combattere l’ingiustizia”, all’Eliseo è stato costruito un gruppo di intelligence clandestino, chiamato “Lily,” che ha il compito di eliminare ogni minaccia verso la presidenza di Emmanuel Macron.

 

“Lily” risulta guidato proprio da lui, “Alexander Benalla”, e da quando tale cellula irregolare è stata costituita, sono usciti misteriosamente di scena diversi personaggi della vita pubblica francese che rappresentavano una minaccia verso il regime di Macron.

 

A morire in un “provvidenziale” incidente di elicottero è stato nel 2021 anche il miliardario francese, “Olivier Dassault”, che aveva espresso critiche per la politica di austerità perseguita dal presidente francese, ma è morta anche in circostanze poco chiare nel marzo del 2022 la giornalista indipendente” Isabelle Ferreira”, trovata morta sugli “scogli di Saint-Malo”, sempre in circostanze non chiare.

 

“Isabella” aveva detto di essere in possesso di informazioni esplosive su “Brigitte Macron”, forse le stesse informazioni che poi ha rivelato “Natacha Rey”, vittima di una persecuzione giudiziaria, conclusasi con la sua assoluzione, e non eliminata probabilmente soltanto perché ormai troppo famosa per essere rimossa.

 

Oltre alle morti di questi personaggi, c’è poi il capitolo dell’ondata di strani “suicidi” che sta avendo luogo nella amministrazione pubblica francese, in particolare nel dipartimento delle finanze pubbliche, sia in quei servizi segreti francesi, da Macron presidiati e dove le sacche di resistenza sono sottoposte a fortissime pressioni.

 

“Lily” non è però riuscito ad arrestare la crisi di Emmanuel Macron.

 

“Natacha Rey” è stata, come detto, assolta e oggi larga parte dei francesi sa che all’Eliseo c’è una coppia di impostori che ha costruito la sua intera carriera sull’inganno, la menzogna e soprattutto l’assoluta compiacenza di potentissimi ambienti che hanno aperto le porte del potere a entrambi.

Nulla sembra arrestare la consapevolezza di una parte sempre più ampia della Francia che la corruzione e il malaffare sono radicati nella loro classe dirigente, e la continua instabilità politica è il sintomo di un sistema politico malato, giunto al suo stadio terminale.

 

Sembra evidente che questo sia il tramonto di Macron.

Era stato annunciato come il “salvatore” dell’Unione europea, e oggi si ritrova impelagato in continue crisi politiche e umiliato pubblicamente dalla sua “consorte” che nel peggiore dei casi lo malmena in pubblico, e nel migliore lo evita.

Brigitte forse è irritato/a perché la verità ormai è sulla bocca dei francesi, ma c’è poco da fare.

Il tempo del potere assoluto della famiglia Rothschild sembra giunto al termine anche a Parigi.

 

 

 

Eolico, ecco perché l’industria

europea è infuriata con la Cina.

   Energiaoltre.it – (19 Agosto 2024) – Edoardo Lisi – ci dice:

L’industria dell’Ue accusa i produttori cinesi di portarli sull’orlo della bancarotta, Bruxelles apre un’indagine nei confronti di queste imprese.

 Tuttavia, il contributo asiatico alla transizione energetica non va sottovalutato.

 

L’eolico cinese è nell’occhio del ciclone.

 Sempre più aziende scelgono fornitori asiatici e i produttori europei di turbine eoliche lanciano l’allarme:

 la concorrenza di Pechino potrebbe portare le imprese dell’Ue sull’orlo della bancarotta.

Il timore è che anche nell’eolico si possano presentare gli stessi problemi che vive l’industria europea del fotovoltaico, che negli ultimi anni ha perso molto terreno a causa della concorrenza sleale cinese, secondo il commissario europeo per la concorrenza “Margrethe Vestager”.

Tuttavia, il contributo dei produttori cinesi alla transizione non va sottovalutato.

 

EOLICO, L’INDUSTRIA UE LANCIA L’ALLARME.

L’allarme arriva anche da “Pierre Tardieu”, responsabile delle politiche di Wind Europe lancia l’allarme:

 ci potrebbe essere presto un “punto di svolta” in cui le imprese cinesi conquisteranno il settore europeo, se l’Europa non prenderà serie misure per supportare l’industria eolica comunitaria.

Attualmente la danese “Vestas” e la tedesca “Siemens Gamesa” detengono ancora il primato nel mercato europeo.

Tuttavia, negli ultimi anni molte aziende sono state costrette a chiudere per la crescente concorrenza cinese.

 

Non c’è da stupirsi, poiché i produttori cinesi offrono prezzi inferiori del 40-50% rispetto ai concorrenti europei e consentono di rateizzare i pagamenti.

 Agevolazioni che sarebbero impossibili senza sovvenzioni pubbliche illegali da Pechino, secondo “Wind Europe”.

Non è escluso che altre società possano decidere di rifornirsi da aziende di Pechino, attratte dai prezzi inferiori rispetto ai concorrenti europei, secondo l’associazione.

Li prenderemo in considerazione anche se sono più competitivi”, ha detto “Miguel Stilwell d’Andrade”, amministratore delegato di “EDP”, secondo quanto riporta il “Financial Times”.

Dello stesso avviso è” Ignacio Galán,” amministratore delegato della spagnola “Iberdrola.

Intanto, le aziende europee hanno lanciato l’allarme, chiedendo l’intervento di Bruxelles.

 L’Ue ha risposto con un’indagine per verificare se i gruppi cinesi stanno beneficiando di sovvenzioni statali sleali, come successo per le case automobilistiche.

 

LA POLEMICA ITALIANA.

Il memorandum firmato la scorsa settimana tra “Renexia” e “Ming Yang Wind Power Group”, il più grande gruppo privato cinese, ha mandato su tutte le furie la lobby industriale dell’Ue.

Infatti, Wind Europe ha chiesto a gran voce l’intervento della Commissione Europea contro l’accordo appena siglato tra le due società, con l’obiettivo di mandare a monte l’intesa.

 

Il “Protocollo d’Intesa” tra la società del settore dell’energia rinnovabile e il colosso, siglato alla presenza del “Ministro delle Imprese e del Made in Italy “Adolfo Urso”, prevede la costruzione in Italia di un impianto produttivo di turbine eoliche, tra due anni.

 La fabbrica produrrà componenti essenziali per lo sviluppo delle rinnovabili, ma il sito è ancora ignoto.

In particolare, dallo stabilimento usciranno le turbine per l’impianto di “Med Wind” che “Renexia” costruirà a 80 chilometri al largo di Trapani.

 Infrastruttura che secondo la società coprirà il 3% della domanda energetica italiana.

L’investimento totale ammonta a 500 milioni di euro e permetterà la nascita di almeno 1.100 posti di lavoro a tempo indeterminato.

 Secondo le stime di “Renexia”, la produzione annuale del parco eolico offshore coprirà il 3% della domanda energetica italiana.

EOLICO, UK E SERBIA, GI ALTRI CASI.

Nel nord della Serbia sorgerà uno dei maggiori parchi eolici d’Europa: Maestrale Ring.

 Il sito, però, è già al centro di diverse polemiche.

Le critiche riguardano la decisione di “Fintel Energia” di scegliere una società cinese (Zhejiang Windey) per la fornitura delle turbine.

 

Inoltre, il gestore tedesco “Luxcara” ha scelto “Mingyang”, quarto produttore cinese di turbine eoliche, per i suoi prossimi progetti.

In UK anche il gruppo svedese “Hexicon” ha scelto il produttore cinese come fornitore per un progetto di energia eolica offshore galleggiante in cantiere.

 

EOLICO, IL CONTRIBUTO CINESE ALLA TRANSIZIONE.

I produttori cinesi rappresentano solo una frazione del mercato europeo dell’energia eolica, ma danno un contributo importante alla transizione energetica.

 L’UE ha fissato obiettivi climatici ambiziosi che costerebbero circa 1,5 miliardi di euro all’anno di investimenti.

Una mole di denaro che richiede uno sforzo collettivo a livello globale.

Al contrario, il rischio è che la transizione si fermi.

Secondo gli analisti di “Aegir Insights” un progetto per la costruzione di un parco eolico offshore galleggiante da 250 megawatt al largo della costa francese della Bretagna potrebbe non poter essere realizzabile senza turbine più economiche, come quelle cinesi.

 

Se in Europa seguiamo un programma di riconversione, con obiettivi di sostituzione delle importazioni e produzione interna, rischiamo di rallentare la transizione energetica in Europa, poiché tutto diventerebbe un po’ più caro. Invece di andare contro la gravità e battere i cinesi o cercare di competere con i cinesi sulle economie di scala che hanno costruito, sarebbe meglio concentrarsi su una politica industriale guidata dall’innovazione”, ha detto” Simone Tagliapietra”, membro senior del” think-tank Bruegel”.

 

 

 

 

Eolico e solare a gestione cinese,

l’Ue valuta i rischi per le reti europee.

Eunews.it - Emanuele Bonini – (13 agosto 2025) – ci dice:

 

Dal Parlamento europeo preoccupazioni per il ruolo di Huawei nel controllo della distribuzione.

“Jorgensen”: "In corso valutazioni di rischio per le infrastrutture, a cui seguiranno misure concrete."

 

Bruxelles – La Commissione europea è a lavoro per mettere l’Europa al sicuro da potenziali manomissioni o spegnimenti delle reti energetiche, attraverso valutazione dei rischi per l’integrità delle infrastrutture di distribuzione delle energie rinnovabili troppo a gestione cinese.

 Lo assicura il commissario per l’Energia, “Dan Jorgensen”, nel rispondere a un’interrogazione parlamentare presentata dall’esponente dei liberali europei (Re), “Bart Groothuis”, preoccupato per l’eccessiva presenza cinese nel mercato delle energie pulite europee.

 

Nell’interrogazione si punta il dito contro “Huawei£, “designata dalla Commissione come fornitore a rischio,“ ricorda “Groothuis”, e che “detiene oltre 115 Gigawatt di quota di mercato degli inverter solari in Europa“.

È uno dei sei fornitori cinesi che controllano collettivamente oltre 219 Gigawatt, una capacità energetica non certo marginale.

Si teme un altro black-out come quello che ha spento Spagna e Portogallo alla fine di aprile di quest’anno.

 L’esponente liberale lo dice senza troppi giri di parole:

“Dato che la rete elettrica spagnola è crollata dopo un calo di 2,2 GW, questi fornitori potrebbero interrompere la rete elettrica europea da remoto”.

C’è dunque una “dipendenza rischiosa” dalla Cina che pone questioni di sicurezza energetica.

Il commissario per l’Energia prova a rassicurare:

“La Commissione sta effettuando una valutazione del rischio per l’energia eolica nell’ambito del Pacchetto Eolico e una valutazione analoga sarà effettuata per le infrastrutture dell’energia solare,“ spiega “Jorgensen”, assicurando che “la Commissione darà seguito con misure concrete”.

Le valutazioni vengono condotte in collaborazione con” Enisa”, l’ “Agenzia europea la sicurezza cibernetica”.

Le misure concrete di cui parla Jorgensen potrebbero però non arrivare prima del 2026, visto che è per il prossimo anno che l’esecutivo comunitario ha annunciato una tabella di marcia strategica per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale per il settore energetico, nell’ambito del Piano d’azione per l’energia accessibile.

 

 

 

 

 

Sardegna, mega parco solare da 900

ettari comprato dalla Cina: lo stop di

Todde contro (tutte) le multinazionali.

 Corriere.it - Fausta Chiesa – (2 -05 – 2024) – ci dice:

 

La più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici cinese, la “Chint”, ha rilevato dalla spagnola “Enerside” un progetto da 360 megawatt a Sud di Stintino.

La presidente Todde: nessun impianto per 18 mesi

La Cina compra mega progetto parco solare in Sardegna: lo stop di Todde (a tutti per 18 mesi).

La stampa sarda lo ha definito un blitz finanziario e un’invasione:

la società cinese “Chint Solar” ha messo le mani sul più grande progetto fotovoltaico in corso di sviluppo in Europa:

un mega parco solare da 360 megawatt di potenza e da 82,5 MWh di batterie di accumulo denominato "Palmadula" dal nome della località tra Stintino e Alghero che si estenderebbe verso Sassari, per formare un triangolo con la punta al Nord a Porto Torres.

Come ha anticipato l’Unione Sarda, la multinazionale spagnola “Enerside Group” ha formalizzato in una comunicazione al “Bme Growth” (la borsa spagnola), la vendita del progetto “Palmadula” in Italia a “Chint Solar Europe,” succursale europea della multinazionale cinese “Chint”, che fabbrica pannelli fotovoltaici.

 

I 900 ettari di colture e pascoli.

Secondo l’Unione Sarda, l’operazione cinese in terra non è un caso.

 «Negli atti in nostro possesso - riporta un articolo - si configura un vero e proprio piano spagnolo per cedere alla Cina gran parte delle operazioni messe in campo in Sardegna».

Il parco solare - scrivono i cinesi nel loro sito italiano - è «uno dei più grandi progetti singoli in Italia e si estende su una superficie di oltre 900 ettari che comprende aree destinate a colture e pascoli.

Il progetto è attualmente in fase avanzata di sviluppo e prevede di raggiungere lo stato di ready-to-build (RTB) nel 2025».

È un co-sviluppo di un progetto che ha una taglia finora mai autorizzata in Italia.

Fonti rinnovabili.

L'energia solare ha superato l'idroelettrico per capacità installata nel mondo

di” Redazione Economia”.

 

Case green, la Provincia anticipa l'Europa: nel mirino interventi su 50mila edifici.

Lo stop di Todde.

Ma l’autorizzazione potrebbe essere molto difficile da ottenere (soprattutto se passerà il decreto legge elaborato dal ministero dell’Agricoltura).

La Giunta regionale guidata da “Alessandra Todde” ha approvato uno stop per un massimo di 18 mesi alla realizzazione di «nuovi impianti di produzione e accumulo di energia elettrica da fonti rinnovabili che incidono direttamente sull'occupazione di suolo».

Il disegno di legge annunciato dalla presidente “Alessandra Todde” in campagna elettorale serve per creare un argine al cosiddetto assalto delle multinazionali che in questi anni hanno invaso i Comuni sardi di richieste di autorizzazione.

L'obiettivo dell'esecutivo è arrivare ben prima dei 18 mesi all'approvazione dell'aggiornamento del Piano paesaggistico regionale con la mappa delle aree idonee.

 

Energie rinnovabili.

Unire eolico e fotovoltaico? Con gli impianti ibridi è possibile.

Ma in Italia c’è un vuoto normativo.

(Valeriano Musiu).

 

I 900 ettari di colture e pascoli.

Il Far West.

La Regione Sardegna non era a conoscenza del mega progetto di Palmadula.

 «In questo momento - ha sottolineato la governatrice - c'è un Far West e un vuoto normativo, abbiamo preso del tempo per mettere delle regole e per poter negoziare con lo Stato, sia per quanto riguarda l'individuazione delle aree idonee, sia per l'apertura della revisione della paesaggistica che è competenza concorrente con lo Stato».

Un blocco «non tanto delle autorizzazioni, perché le istruttorie sono di competenza nazionale, quanto della loro realizzazione e messa in opera».

 

 

 

 

Trump: ”Le pale eoliche, la truffa del secolo.”

Trend-online.com – (22 Agosto 2025) - Giancarlo Marcotti – ci dice:

 

Trump critica eolico e solare che danneggiano agricoltori e aumenta i costi dell’energia.

Analisi sull’impatto ambientale e sulle auto elettriche.

Finalmente qualcuno l’ha detto, qualcuno ha detto ciò che io e Sgarbi diciamo da anni.

Trump semplicemente fantastico quando scrive sul suo social Truth: “Non approveremo l’eolico o il solare che distrugge gli agricoltori. Sono finiti i giorni della stupidità negli Stati Uniti!”.

Ed ha poi aggiunto:

 «Qualsiasi Stato che abbia costruito e fatto affidamento su pale eoliche e solare per l’energia sta assistendo a un aumento record dei costi dell’elettricità e dell’energia. La truffa del secolo!».

 

Quindi a tutti coloro che mi biasimano per aver nei giorni scorsi criticato Trump, rispondo in questo modo, critico Trump quando mi sembra giusto e lo apprezzo sempre quando mi sembra giusto, come in questo caso.

Anzi in questo caso non voglio limitarmi ad un apprezzamento nei confronti di Trump, il Presidente americano merita molto di più, personalmente lo ringrazierò a vita per queste parole nei confronti dell’eolico e del solare che distrugge gli agricoltori.

 

Ma non ci sono solo le parole del Presidente Trump, a sottolineare i danni economici delle politiche a favore dell’eolico e del solare anche il Segretario all’Energia “Chris Wright”, queste le sue parole:

 «Lo slancio delle politiche Obama-Biden, avranno come effetto quello di far salire i prezzi dell’energia anche nei prossimi anni».

 

L’aumento dei prezzi dell’energia è infatti un effetto certo di queste politiche green.

Naturalmente la questione economica è importantissima, ma lo è ancor di più l’aspetto ecologico. Le pale eoliche infatti distruggono l’ambiente.

 

Sarei contrario all’eolico anche se fosse economicamente vantaggioso, non si può infatti nemmeno per questioni economiche violentare il nostro pianeta, perché le pale eoliche sono una vera e propria violenza nei confronti della natura.

Le pale eoliche non sono solo gigantesche, devono resistere a notevoli sollecitazioni e vibrazioni generate dalle pale eoliche durante il loro funzionamento.

Quindi devono essere ben ancorate al terreno con fondamenta di cemento armato. Probabilmente nessuno di voi può avere idea di quanto cemento armato occorre per “piantare” una singola pala eolica.

 

Ok ve lo dico: servono 2.500 tonnellate di cemento armato, per ogni pala eolica, 2.500 tonnellate di cemento armato.

Pazzesco, e poi hanno il coraggio di chiamarla energia pulita!

 

Ma voi quando venite a conoscenza di cose di questo genere non vi sentite come me? Ossia non vi sentite presi in giro?

Vengono fatti enormi buchi nel terreno, si riempiono con 2.500 tonnellate di cemento armato e dentro si mette questo gigantesco fuso che per la maggior parte del tempo non produce nulla, ed ha anche una vita piuttosto breve, per cui ci saranno in futuro enormi problemi di smaltimento.

E questa hanno il coraggio di chiamarla energia pulita.

Eh, no! Come ha scritto giustamente Trump negli Stati Uniti sono finiti i giorni della stupidità.

 

Purtroppo, devo sottolineare … negli Stati Uniti, perché qui da noi purtroppo non solo i giorni della stupidità non sono ancora finiti, ma aumentano.

Il Governo ha infatti stanziato anche recentemente 600 milioni di euro per incentivare l’acquisto di auto elettriche, una scelleratezza.

Le auto elettriche sappiamo che saranno un danno enorme per la salute del pianeta.

 Le auto elettriche hanno, come dice il nome, un motore elettrico, ossia un motore che utilizza l’energia delle batterie, in pratica … vanno a pile.

E queste pile sono composte di litio, nichel, cobalto e grafite che possiamo ritenere siano le “materie prime”.

Ma per far andare una automobile anche in condizioni difficili ovviamente servono tante pile e per costruire tutte quelle pile si fanno danni enormi alla natura, ovviamente vanno spianati interi territori.

 

Quindi ha fatto benissimo Trump a fermare le sovvenzioni pubbliche a favore delle auto elettriche, che ci vadano i cinesi con le auto elettriche poi quando dovranno smaltire tutte quelle centinaia di milioni di batterie devasteranno la già tanto devastata Africa.

In molti si chiedono per quale motivo i cinesi hanno fatto così tanti investimenti in Africa, semplice, si hanno acquistato la loro pattumiera.

 

Ma torniamo all’eolico e rimaniamo a casa nostra.

La Meloni, il cui cognome ovviamente tradisce le sue origini sarde, dovrebbe vergognarsi per lo scempio ecologico che si è già fatto e si continua a fare in quella che molti ritengono la più bella isola del mondo.

Oltre alla Meloni naturalmente devono vergognarsi tutti i politici che governano oggi la Sardegna e che l’hanno governata in passato. 

 

Purtroppo non è solo la Sardegna a gridare vendetta, un simile scempio lo si rileva in Puglia.

Al solito le Regioni del Sud pur di farsi arrivare un po’ di soldi sono disposte a rovinare il loro meraviglioso territorio.

Anni fa al sud arrivavano i rifiuti tossici da smaltire, oggi arrivano le pale eoliche, non è cambiato nulla.

 

 

 

"Così l'Italia spalanca le porte Ue alla Cina":

il 'tradimento' di Meloni sulle pale eoliche.

Europa.today.it – Dario Prestigiacomo – (2 settembre 2025) – ci dice:

 

L'industria europea contro l'accordo tra Roma e Pechino per la produzione di turbine.

E Bruxelles potrebbe intervenire.

 

Parco eolico offshore.(La Presse).

La battaglia sovranista contro la Cina si ferma alle turbine eoliche.

 Dopo essersi distinto in questi anni a Bruxelles per la difesa delle auto (a benzina) europee dalla concorrenza delle elettriche di Pechino, il governo di Giorgia Meloni si trova adesso nel mirino delle polemiche per aver 'tradito' l'industria Ue aprendo la porta alle pale eoliche made in China.

 Almeno questa è l'accusa mossa dalle imprese europee del settore dopo la firma dell'accordo sottoscritto la scorsa settimana dall'Italia con “Ming Yang”, gigante cinese delle turbine.

L'accordo, promosso dal ministro dell'Industria Adolfo Russo (che in precedenza ne aveva sottoscritto uno simile sui pannelli solari), coinvolge la società energetica italiana Renexia e prevede un investimento di circa 500 milioni di euro per la realizzazione di uno stabilimento di produzione di turbine eoliche, secondo quanto reso noto dal nostro governo.

 "Questo importante accordo ci consente di sviluppare la produzione di turbine in Italia e una filiera nazionale che sarà estremamente competitiva", ha affermato il ministro Urso.

Non è ancora chiaro il ruolo esatto che avranno il governo di Pechino e Ming Yang nell'intesa, ma è chiaro che per il produttore cinese l'Italia potrebbe essere il trampolino di lancio per allargare i suoi affari in Europa e superare una serie di limiti, a partire dal trasporto delle pale dalla Cina all'Ue.

 Ecco perché l'industria europea ha duramente criticato Meloni.

 

A differenza di quanto avvenuto con i pannelli solari, sulla produzione di pale eoliche le imprese europee hanno finora tenuto testa ai concorrenti cinesi: siamo leader mondiali nella produzione di turbine, tanto da esportarle anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

 La crisi energetica, con i conseguenti aumenti inflazionistici, e una serie di fattori (tra cui anche una serie di investimenti sbagliati da parte di giganti di casa come la tedesca Siemens e la danese Vestas) hanno messo a rischio questa leadership.

 Non a caso, lo scorso settembre “Wind Europe” (la lobby Ue dell'industria eolica) ha lanciato un appello alla Commissione europea (accolto a stretto giro dalla presidente Ursula von der Leyen) affinché porti avanti un piano per rilanciare la filiera, tanto più in un momento in cui i governi Ue stanno rimettendo mano ai loro portafogli per creare maxi impianti eolici offshore.

 

Perché l'industria eolica dell'Ue è in crisi.

Un business su cui ora potrebbe allungare le mani “Ming Yang” grazie al "cavallo di Troia" dell'accordo con l'Italia.

"È difficile conciliare questo accordo con l'obiettivo dell'Ue di mantenere la leadership tecnologica nel settore dell'energia eolica e di rafforzare la filiera europea dell'energia eolica", ha detto “Christoph Zipf” di “Wind Europe” al quotidiano specializzato” Energy Watch”.

Secondo Zipf, l'intesa tra il governo Meloni e Ming Yang potrebbe venire stoppata da Bruxelles:

"La Commissione Ue vorrà probabilmente esaminare l'accordo nel contesto del regolamento Ue sulle sovvenzioni estere. Gli investimenti manifatturieri rientrano nell'ambito del regolamento", ricorda “Wind Europe”.

Una posizione condivisa dall'associazione industriale danese “Green power Denmark”.

 

In altre parole, secondo le imprese europee del settore, il patto Italia-Cina sulle turbine eoliche va contro le norme Ue che servono a proteggere l'industria di casa, in quanto Ming Yang farebbe concorrenza sleale grazie ai lauti aiuti di Stato di Pechino.

 È la stessa critica che il governo Meloni ha mosso in questi anni a Bruxelles, rea di non aver alzato un muro contro le auto cinesi, almeno fino a questo inizio estate, quando la Commissione ha elevato pesanti dazi sull'import di vetture elettriche dalla Cina.

Adesso, a spalancare la porta all'invasione di prodotti manifatturieri di Pechino rischia di essere proprio l'Italia.

 

 

 

 

La Cina sta realizzando il più grande

parco solare al mondo per

tagliare le emissioni.

It.euronews.com – (22-08 -2025) - KEN MORITSUGU and NG HAN GUAN Agenzie: AP – ci dicono:

 

(Le pecore tibetane pascolano in una fattoria solare nella prefettura di Hainan, nella provincia cinese occidentale del Qinghai.)

Realizzato in Tibet, sarà grande quanto la città di Chicago, mentre nuovi dati mostrano che le emissioni di carbonio del Paese sono diminuite all'inizio del 2025.

Il mese scorso i funzionari del governo cinese hanno mostrato quello che, a detta loro, sarà il parco solare più grande del mondo.

 Realizzato su un altopiano tibetano, si estenderà su 610 chilometri quadrati, pari alla dimensione della città di Chicago.

La Cina ha installato pannelli solari molto più velocemente di qualsiasi altro Paese al mondo e l'investimento sta iniziando a dare i suoi frutti.

 Secondo uno studio pubblicato giovedì, le emissioni di carbonio del Paese sono diminuite dell'1 per cento nei primi sei mesi del 2025 rispetto all'anno precedente, dando seguito a una tendenza iniziata nel marzo 2024.

 

La buona notizia è che le emissioni di anidride carbonica della Cina potrebbero aver raggiunto un picco ben prima dell'obiettivo fissato dal Governo, inizialmente fissato per il 2030.

 Tuttavia, la Cina, il Paese con le maggiori emissioni totali di gas serra al mondo, dovrà ridurle in modo molto più significativo per fare la sua parte nel rallentare il cambiamento climatico globale.

Affinché la Cina raggiunga l'obiettivo dichiarato di neutralità carbonica entro il 2060, le emissioni dovrebbero diminuire in media del 3 per cento all'anno nei prossimi 35 anni, ha dichiarato “Lauri Myllyvirta”, autore finlandese dello studio e analista del “Centre for Research on Energy and Clean Air”.

"È un momento di importanza globale per il clima."

Le emissioni cinesi sono già diminuite in passato durante i rallentamenti economici.

 Questa volta la differenza è che la domanda di elettricità è in crescita, con un aumento del 3,7 per cento nella prima metà di quest'anno, ma l'aumento dell'energia solare, eolica e nucleare ha superato di gran lunga questo dato, secondo “Myllyvirta”, che analizza i dati più recenti in uno studio pubblicato sul sito web britannico “Carbon Brief”.

 

"Per la prima volta stiamo parlando di una tendenza strutturale al declino delle emissioni cinesi", ha dichiarato.

La Cina ha installato 212 gigawatt di capacità solare nei primi sei mesi dell'anno, più dell'intera capacità americana di 178 gigawatt alla fine del 2024, secondo lo studio.

(Un parco solare nella prefettura di Hainan, provincia del Qinghai, Cina occidentale. AP Photo/Ng Han Guan).

L'energia solare ha superato l'energia idroelettrica in Cina e quest'anno si appresta a superare l'energia eolica, diventando la principale fonte di energia pulita del Paese.

Da gennaio a giugno sono stati aggiunti circa 51 gigawatt di energia eolica.

 

“Li Shuo”, direttore del “China Climate Hub “presso l'”Asia Society Policy Institute di Washington”, ha descritto l'aumento delle emissioni di anidride carbonica in Cina come un punto di svolta nella lotta al cambiamento climatico.

"È un momento di importanza globale, che offre un raro barlume di speranza in un panorama climatico altrimenti desolante", ha scritto in una risposta via e-mail. Inoltre, dimostra che un Paese può ridurre le emissioni continuando a crescere economicamente".

 

Tuttavia, “Li” ha ammonito che la forte dipendenza della Cina dal carbone rimane una seria minaccia per i progressi sul clima e ha detto che l'economia deve spostarsi verso settori a minore intensità di risorse.

"La strada da percorrere è ancora lunga", ha dichiarato.

Il parco genererà energia per cinque milioni di famiglie.

Una distesa apparentemente infinita di pannelli solari si estende verso l'orizzonte sull'altopiano tibetano.

Sopra di essi sorgono, a intervalli regolari, edifici bianchi a due piani.

In un'area in gran parte desertica, l'enorme progetto solare ha portato un sorprendente cambiamento nel paesaggio.

 I pannelli fungono da frangivento per ridurre la polvere e la sabbia e rallentare la degradazione del suolo, dando spazio alla vegetazione.

Migliaia di pecore, soprannominate "pecore fotovoltaiche", pascolano felici sulle piante arbustive.

 

“Wang Anwei,” capo dell'amministrazione energetica della prefettura di Hainan, ha definito la situazione "vantaggiosa per tutti" a più livelli.

"In termini di produzione, le imprese generano elettricità al livello superiore, mentre in termini di ecologia, l'erba cresce in basso sotto i pannelli solari e gli abitanti dei villaggi possono pascolare le pecore nel mezzo", ha detto.

 

I pannelli solari sono stati installati su circa due terzi del terreno e l'energia è già stata erogata dalle fasi completate.

Una volta completato, il progetto conterà più di 7 milioni di pannelli e sarà in grado di generare energia sufficiente per 5 milioni di famiglie.

Come molti dei parchi solari ed eolici cinesi, è stato costruito nella zona occidentale, relativamente poco popolata.

Una sfida importante è quella di far arrivare l'elettricità ai centri abitati e alle fabbriche dell'est della Cina.

"La distribuzione delle risorse energetiche verdi è perfettamente disallineata rispetto all'attuale distribuzione industriale del nostro Paese", ha dichiarato ai giornalisti “Zhang Jinming”, vice governatore della provincia di Qinghai, durante un tour organizzato dal governo.

L'attuale infrastruttura energetica non è adatta all'energia verde.

Parte della soluzione consiste nella costruzione di linee di trasmissione che attraversano il Paese.

Una collega la provincia del Qinghai al quella di Henan. Ne sono previste altre due, tra cui una verso la provincia di Guangdong, nel sud-est, quasi all'angolo opposto del Paese.

 

Ue, energia solare è per la prima volta principale fonte di elettricità: carbone ai minimi storici.

Il pieno utilizzo dell'energia è ostacolato dal modo in cui è gestita la rete elettrica cinese, che è stata concepita per la produzione costante delle centrali a carbone piuttosto che per l'eolico e il solare, più variabili e meno prevedibili, ha affermato” Myllyvirta”.

 

"Questo è un problema che i politici hanno riconosciuto e stanno cercando di gestire, ma richiede grandi cambiamenti nel modo in cui le centrali elettriche a carbone operano e grandi cambiamenti nel modo in cui la rete di trasmissione opera", ha detto. "Quindi non è un compito da poco".

 

 

Energia eolica e solare la Cina

doppia il resto del mondo.

Ilmanifesto.it – (14 luglio 2024) - Lorenzo Lamperti – ci dice:

 

La transizione.

Numeri impressionanti dal “Global Energy Monitor”: in costruzione 339 gigawatt di energia pulita.

Negli Stati uniti soltanto 40.

Pechino blocca la realizzazione di nuovi progetti siderurgici a base di carbone.

 

(I Pannelli solari in Cina, provincia del Fujian.)

La quantità di energia eolica e solare in costruzione in Cina è quasi il doppio di quella del resto del mondo.

 I numeri del nuovo report di Global Energy Monitor sono impressionanti:

 Pechino ha 180 gigawatt di energia solare su scala pubblica in costruzione e 159 gigawatt di energia eolica.

Questo porta il totale dell’energia eolica e solare in costruzione a 339 gigawatt. Per avere un paragone, basti pensare che negli Stati uniti i gigawatt in costruzione sono appena 40.

Tra l’altro, i dati si riferiscono soli ai parchi solari con una capacità di almeno 20 megawatt:

ciò significa che il volume totale dell’energia solare in Cina potrebbe essere molto più alto.

Già, perché i parchi solari su piccola scala rappresentano circa il 40% della capacità solare cinese.

 

NON SOLO LA REPUBBLICA popolare conferma la leadership globale nella produzione di energia rinnovabile, ma lo fa con proporzioni monstre.

Tra marzo 2023 e marzo 2024, la Cina ha installato più energia solare di quanta ne abbia installata nei tre anni precedenti messi insieme, e più di quanta ne abbia installata il resto del mondo messo insieme per il 2023.

 Il gigante asiatico sembra destinato a raggiungere i 1.200 gigawatt di capacità eolica e solare entro la fine del 2024, sei anni prima dell’obiettivo fissato tempo fa per il 2030.

 

IL TUTTO AVVIENE in un momento, forse non a caso, in cui gli Stati uniti e l’Occidente hanno rafforzato il volume della retorica della «minaccia» dell’eccesso di produzione cinese.

Non è un mistero che Pechino abbia acquisito una posizione di dominio assoluto sui pannelli solari.

A oggi, solo il 5% dei pannelli solari è prodotto nella Ue, mentre il restante 95% è di produzione cinese.

A ogni incontro bilaterale, Bruxelles apre il dossier della sovracapacità.

Ad aprile la Commissione europea di Ursula von der Leyen, già impegnata in una crociata contro le auto elettriche, ha avviato due indagini anti-dumping per due delle maggiori società cinesi del settore.

Ma svincolarsi dall’industria tecnologica verde di Pechino è assai complicato, anche perché la Cina si è mossa prima di tutti su diversi settori e con grande forza. Non solo pannelli solari, ma anche turbine eoliche e batterie sono comparti dominati dai colossi della Repubblica popolare.

 

NONOSTANTE LA SFIDA dialettica e a colpi di dazi (che hanno già colpito, seppure in modo provvisorio, le auto elettriche), la Cina non pare per nulla intenzionata a mollare la presa.

Anzi, l’industria tecnologica verde è uno degli ingredienti fondamentali di quelle «nuove forze produttive» messe di recente da Xi Jinping al centro del modello di sviluppo cinese.

 Un ruolo che verrà confermato, esteso e celebrato con la liturgia del terzo plenum del XX Comitato centrale del Partito comunista al via domani.

 

Oltre agli aspetti industriali, i dati sulle rinnovabili vanno accompagnati a un altro risultato fondamentale:

la Cina non ha autorizzato nuovi progetti siderurgici a base di carbone nel primo semestre del 2024.

È la prima volta che ciò accade da quando ha annunciato i suoi obiettivi sulla decarbonizzazione, nel settembre 2020.

 I target fissati dal governo avevano subito una parziale battuta d’arresto dopo la grave crisi energetica del 2021, che aveva portato Pechino ad allentare la stretta sui nuovi progetti a carbone, tornati poi ad avere ampia capacità di manovra negli anni seguenti.

Ora, però, arriva un segnale importante dopo che la produzione è stata stabilizzata.

 

L’ENERGIA PULITA ha generato il 44% dell’elettricità cinese nel maggio 2024, facendo scendere la quota del carbone al minimo storico del 53%, nonostante la continua crescita della domanda.

Il carbone ha perso sette punti percentuali rispetto al maggio 2023, quando rappresentava il 60% della generazione in Cina.

Secondo “Carbon Brief,” se l’attuale rapida diffusione dell’eolico e del solare continuerà, è probabile che la produzione di Co2 della Cina continui a diminuire, rendendo il 2023 l’anno di picco per le emissioni.

 

Certo, di strada da fare ne resta ancora tanta.

Tra il 2020 e il 2023, il 30% della crescita del consumo energetico è stato coperto da fonti rinnovabili, rispetto all’obiettivo del 50%.

Ma la nuova accelerata arriva in tempo per il 2025, quando Pechino dovrebbe annunciare i nuovi obiettivi climatici.

Per consolidare il passo più rapido si punta sul miglioramento del sistema di stoccaggio.

NON A CASO, l’anno scorso sono stati investiti 11 miliardi di dollari in batterie agli ioni di litio, con un aumento del 364% rispetto al 2022.

Nuove forze, appunto.

 

 

 

 

Stop all’eolico offshore:

Governo esclude incentivi, mettendo

a rischio transizione: l’interrogazione M5S.

Energiaoltre.it – (26 Luglio 2025) – Sebastiano Torrini -

I due deputati M5s “Fede” e “Traversi” hanno chiesto al “Ministro dell’Ambiente” di chiarire “le ragioni dell’esclusione”, di “fornire un programma per l’attivazione delle aste” e di specificare se vi sia “l’intenzione di aumentare, entro il 2025, i volumi riservati all’eolico offshore”.

 

Il Governo ha bloccato l’avanzata dell’energia eolica offshore, escludendola dalla ripartizione degli incentivi previsti dal “decreto Fer2”.

Con la pubblicazione del decreto direttoriale del 7 maggio 2025, infatti, “nessun megawatt è stato destinato all’eolico offshore, né galleggiante né su fondazioni fisse”, una decisione che rischia di ostacolare gli obiettivi di transizione ecologica e di frenare lo sviluppo industriale del Paese.

 

L’INTERROGAZIONE DI “TRAVERSI” E “FEDE”:

La denuncia arriva direttamente dal Parlamento, attraverso un’interrogazione a risposta scritta presentata giovedì 24 luglio 2025 dai deputati del Movimento 5 Stelle Roberto Traversi e Fede al Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica.

 Nell’atto parlamentare si evidenzia come, nonostante l’eolico in mare sia formalmente incluso tra le tecnologie sostenibili ammissibili ai fondi del “decreto Fer2”, sia stato di fatto escluso dalle procedure competitive appena aperte.

 

LE CRITICHE.

Questa scelta è definita “una mancanza del tutto inspiegabile” da molti operatori del settore.

 L’ “Aero” (Association of Offshore Renewable Energies), che riunisce i principali attori della filiera, ha espresso pubblicamente forte preoccupazione per la decisione dell’Esecutivo.

 

L’associazione sottolinea come questa mossa vada in controtendenza rispetto agli impegni presi dall’Italia in sede europea per la decarbonizzazione al 2030 e 2050.

 A rendere la situazione ancora più critica, si ricorda che il calendario per le aste dedicate all’eolico in mare era atteso entro il 31 marzo 2025 e che proprio questa tecnologia avrebbe dovuto rappresentare oltre il 90% della capacità incentivabile prevista dallo stesso “decreto Fer2”.

 

L’eolico marino è considerato la fonte rinnovabile con il più alto potenziale in termini di potenza installabile, costanza di produzione e innovazione tecnologica, con significative ricadute economiche.

L’esclusione dagli incentivi lascia ora in stallo numerosi progetti, alcuni dei quali avevano già ottenuto le autorizzazioni ambientali e attendevano solo un quadro normativo chiaro e meccanismi di sostegno dedicati per partire.

 Di conseguenza, anche importanti attività cantieristiche e infrastrutturali, con le relative ricadute occupazionali dirette e indirette, rimangono bloccate.

 

Dal canto suo, il “Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare”, “Nello Musumeci”, ha pubblicamente dichiarato che avrebbe sollevato il tema dell’offshore in sede di Coordinamento dei Ministri entro la fine del mese.

Un punto cruciale della discussione riguarda i porti, considerati gli “hub logistici indispensabili” per l’installazione dei parchi eolici.

 In quest’ottica, appare sempre più strategica una riforma del sistema portuale che semplifichi le procedure e definisca chiaramente ruoli, processi e destini degli scali marittimi, poiché, come sottolineato nell’interrogazione, “non ci può essere un impianto in alto mare se non c’è un porto o una nave attrezzata”.

 

Alla luce di questa situazione, i due deputati hanno chiesto al Ministro di chiarire “le ragioni dell’esclusione”, di “fornire un programma per l’attivazione delle aste” e di specificare se vi sia “l’intenzione di aumentare, entro il 2025, i volumi riservati all’eolico offshore”.

 

L’INTERROGAZIONE:

Atto Camera.

 

Interrogazione a risposta scritta 4-05623

presentato da

TRAVERSI Roberto

testo di

Giovedì 24 luglio 2025, seduta n. 517.

 

TRAVERSI e FEDE. — Al Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica. — Per sapere – premesso che:

 

con la pubblicazione del decreto direttoriale del 7 maggio 2025, che definisce i contingenti per la seconda procedura di incentivazione del decreto ministeriale Fer2, il Governo ha confermato che:

«Nessun megawatt è stato destinato all’eolico offshore, né galleggiante né su fondazioni fisse», nonostante, sulla carta, il decreto Fer2 includa l’eolico offshore tra le fonti sostenibili ammissibili;

questa appare una scelta che potrebbe ostacolare in modo rilevante il raggiungimento degli obiettivi nazionali in materia di transizione ecologica e sviluppo industriale.

Non aver prevista da parte dell’esecutivo alcuna quota di capacità produttiva per l’energia eolica offshore, per molti operatori del settore pare essere a tutti gli effetti una mancanza del tutto inspiegabile.

 La stessa “Aero”, “Association of offshore renewable energies”, associazione che riunisce i principali attori della filiera dell’eolico marino in Italia ha pubblicamente affermato di essere preoccupati per la scelta di questo Esecutivo, soprattutto alla luce degli impegni presi dall’Italia a livello europeo per la decarbonizzazione al 2030 e al 2050.

 Infatti, si ricorda che il calendario delle aste per l’eolico in mare era atteso entro il 31 marzo 2025, e che proprio questa tecnologia rappresenta oltre il 90 per cento della capacità incentivabile prevista dallo stesso decreto Fer2;

 

l’eolico marino appare effettivamente la fonte rinnovabile con il maggior potenziale in termini di potenza installabile, costanza di produzione, innovazione tecnologica e risvolti economici, eppure progetti con autorizzazioni ambientali spesso già ottenute, resteranno in stallo in attesa di un quadro regolatorio chiaro e di meccanismi di sostegno dedicati;

quindi, sebbene l’eolico offshore sia formalmente incluso tra le tecnologie incentivabili dal Fer2, di fatto è stato escluso dalle procedure competitive ora aperte;

alcuni dei progetti bloccati prevedono anche importanti attività cantieristiche e infrastrutturali, con ricadute occupazionali dirette e indirette;

il “Ministro Musumeci” ha pubblicamente affermato che avrebbe portato il tema dell’offshore al Coordinamento dei Ministri alla fine di questo mese.

I porti rappresentano il nodo di svolta su cui puntare, in quanto rappresentano gli hub logistici per l’installazione dei parchi offshore e in questa ottica appare sempre più rilevante e strategico avviare una vera e innovativa riforma del sistema portuale in cui vengano semplificate le procedure e identificati i ruoli, i processi, le sfide e i destini dei porti, perché non ci può essere un impianto in alto mare se non c’è un porto o una nave attrezzata:

alla luce di queste evidenze, quali siano le ragioni dell’esclusione, se possa fornire un programma per l’attivazione delle aste e se abbia intenzione di aumentare, entro il 2025, i volumi riservati all’eolico offshore.

 

 

 

Stop all'eolico: 151 sindaci italiani

chiedono norme per fermare l'energia pulita.

Ingegno-web.it – (04-02 -2025) - Andrea Dari – ci dice:

 

La transizione energetica è essenziale, ma 151 sindaci chiedono al Governo di limitare l’eolico per preservare il paesaggio, proponendo una moratoria di 18 mesi. Possiamo permetterci di fermare l’energia pulita in piena crisi climatica?

Dopo il comunicato del Coordinamento interregionale sindaci per problema pale eoliche e fotovoltaico in Italia, il mio commento come direttore editoriale di INGENIO sulle implicazioni di questa scelta.

 

Pubblichiamo comunicato stampa del COORDINAMENTO INTERREGIONALE SINDACI PER PROBLEMA PALE EOLICHE E FOTOVOLTAICO IN ITALIA sul tema della normativa sulle autorizzazioni agli impianti eolici.

Al termine il mio commento come editore di INGENIO.

 

 151 sindaci italiani chiedono un “nuovo provvedimento contro l’invasione dell’eolico”.

Un’iniziativa dal basso quella che sta montando in queste settimane per chiedere nuovi provvedimenti nazionali contro la proliferazione indiscriminata degli impianti di produzione energia eolica.

 

Su iniziativa di un cittadino sensibile al tema ad oggi 151 sindaci chiedono una nuova norma nazionale che limiti l’installazione degli impianti di produzione di energia eolica, e che siano circoscritti in aree da individuare insieme ai sindaci.

 

In questi anni, sostiene il “Coordinamento interregionale sindaci per problema pale eoliche e fotovoltaico in Italia”, vi è stata una proliferazione indiscriminata delle pale eoliche che in alcune regioni quali Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, hanno compromesso il paesaggio di intere aree che rappresentano una importante attrattiva turistica locale.

 

Negli ultimi tempi qualche passo avanti è stato fatto con l’approvazione del Decreto Ministeriale sulle aree idonee ma, secondo i 151 sindaci, lo stesso non è sufficiente.

 Chiedono perciò al Governo una norma che imponga una “moratoria all’installazione di nuovi impianti eolici in attesa di verificare l’attuale necessità di raggiungimento degli impegni comunitari al 2030 e che privilegi altre tipologie di produzione meno impattanti e soprattutto in aree industriali (esempio il fotovoltaico sui capannoni e nelle aree produttive)”.

 

A tal fine chiedono anche che “la norma incentivi alcune tipologie con contributi e aiuti e vieti quelle che compromettono il territorio”.

 

I circa 151 sindaci si riuniranno in assemblea mercoledì 5 febbraio con il fine di avviare la definizione di una proposta legislativa.

Un esempio di come la proliferazione eccessiva continuo è quello che sta accadendo ad Aquileia, in Friuli Venezia Giulia, dove un gigantesco parco fotovoltaico minaccia aree di pregio della cittadina, Patrimonio dell’Unesco.

 

COORDINAMENTO INTERREGIONALE SINDACI PER PROBLEMA PALE EOLICHE E FOTOVOLTAICO IN ITALIA.

Di seguito alcuni dei 151 Comuni che hanno aderito all’iniziativa:

 

ABRUZZO- (Tollo (CH) - Guilmi (CH) ).

BASILICATA- (Vietri di Potenza (PZ)- Pescopagano (PZ) ).

CALABRIA – (Petrizzi (CZ) -Sant'Agata Del Bianco (RC) - Castrovillari (CS)- Strongoli (KR) ).

CAMPANIA- (Calitri (AV)).

EMILIA-ROMAGNA – (Casteldelci (RN)).

FRIULI VENEZIA-GIULIA – (Aquileia (UD) ).

LIGURIA -Pieve di Teco (IM) - Costarainera (IM).

 

LOMBARDIA - Cassinetta di Lugagnano (MI).

MARCHE - Carpegna (PU).

MOLISE -Gambatesa (CB).

PUGLIA - Celenza Valfortore (FG) - Pietramontecorvino (FG) - Serracapriola (FG) -Volturino (FG) - Gallipoli (LE) - Castrignano del Capo (LE).

SARDEGNA - Guspini (SU) - Busachi (OR) - Luras (SS).

SICILIA - Buseto Palizzolo (TP).

TOSCANA - Sorano (GR) - San Godenzo (FI) - Manciano (GR) - Riparbello (PI).

UMBRIA - Allerona (TR).

VENETO - Mogliano Veneto (TV).

 

Scontro sulle energie rinnovabili: le vogliamo ma non nel nostro giardino.

 

La sostenibilità non ha un buon odore.

Occorre uscire dal proprio giardino, la sfida per la salvaguardia del clima richiede sacrifici.

La sostenibilità non ha un buon odore".

Lo dissi in un evento di “GBC Italia” per sottolineare una verità spesso taciuta: essere sostenibili non è solo una questione di buone intenzioni, ma di scelte concrete, a volte scomode e persino sgradevoli.

 Usare i mezzi pubblici, rinunciare all’ascensore, cambiare la camicia ogni due giorni invece che ogni giorno, abbassare il riscaldamento in inverno e coprirsi di più, regolare il condizionatore a 25°C invece che a 20°C in estate, concimare con letame, recuperare l’acqua della lavastoviglie per lo sciacquone ... sono piccoli gesti che richiedono un sacrificio, ma che fanno la differenza.

La sostenibilità non è comfort, è consapevolezza e azione.

 

La transizione verso fonti energetiche rinnovabili non è più un'opzione, ma una necessità inderogabile.

La dipendenza da combustibili fossili e dal nucleare espone il sistema energetico a rischi ambientali, economici e geopolitici non più sostenibili.

 Sebbene la riduzione dei consumi energetici sia un obiettivo strategico, essa è irrealizzabile senza un piano di incentivi strutturali che stimoli la riqualificazione del patrimonio edilizio.

Senza misure concrete, l’efficientamento rimarrà solo un principio astratto privo di effetti reali.

 

È indispensabile superare la logica del “NIMBY “(Not In My Back Yard), che frena l’installazione di impianti eolici e fotovoltaici in nome di un localismo miope e autolesionista.

La recente decisione della Giunta Regionale della Sardegna, guidata dalla Presidente Alessandra Todde, di imporre una moratoria di 18 mesi sulle nuove installazioni rinnovabili rappresenta un pericoloso passo indietro.

Un provvedimento del genere non solo compromette gli obiettivi nazionali ed europei di decarbonizzazione, ma rischia di allontanare investimenti e innovazione in un settore strategico per il futuro energetico del Paese.

È necessario applicare il principio del "Greater good over esser good", ovvero privilegiare il bene collettivo rispetto a resistenze locali o interessi particolari.

La sostenibilità non si costruisce con compromessi al ribasso, ma con scelte coraggiose e visione a lungo termine.

 La transizione energetica deve procedere senza esitazioni, con pragmatismo e determinazione.

 

Ecco perché pur avendo condiviso con la nostra testata il comunicato stampa di questi 151 comuni, perché ritengo INGENIO un portale aperto alle diverse opinioni, non posso non esercitare il diritto del commento come direttore editoriale evidenziando il mio dissenso.

Vento e sole sono due risorse preziose a cui non possiamo permetterci di rinunciare, anche se non sono belle da vedere.

(Andrea Dari -

Ingegnere, Presidente della Casa Editrice IMREADY e direttore Responsabile di INGENIO).

(ingenio-web.it/articoli/stop-all-eolico-151-sindaci-italiani-chiedono-norme-per-fermare-l-energia-pulita/).

 

 

 

Incentivi per Fotovoltaico dal 3 giugno:

le novità del FER-X Transitorio.

Pierluigibenemerito.it - Pierluigi Benemerito - L'impianto Fotovoltaico – (5 Giugno, 2025) – ci dice:       

 

A partire dal 3 giugno 2025 è possibile fare richiesta di accesso ai nuovi incentivi per l’installazione del fotovoltaico e degli impianti alimentati da fonti rinnovabili.

Lo ha stabilito il “Decreto FER-X Transitorio”, approvato il 30 dicembre 2024 e attuato dal “MASE “(Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica).

Il decreto, finanziato anche con risorse del” PNRR” e approvato dalla “Commissione Europea”, mira a sostenere l’installazione di impianti solari fotovoltaici, eolici, idroelettrici e per il trattamento di gas da depurazione, con una dotazione complessiva di 9,7 miliardi di euro.

 

Si tratta di una misura temporanea che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2025, ma potrebbe essere estesa in forma definitiva fino al 2028.

Vediamo di seguito cosa prevede il nuovo “Decreto FER-X Transitorio “e come si accede agli incentivi per il fotovoltaico e gli altri impianti a fonti rinnovabili.

(“Comunità Energetiche: incentivi estesi e fondo perduto, tutte le novità”).

 

Incentivi semplificati per fotovoltaico da ≤1 MW: come funziona.

Tra le principali novità introdotte dal “Decreto FER-X Transitorio”, c’è la semplificazione delle modalità di accesso agli incentivi per il fotovoltaico e gli altri impianti alimentati da energia rinnovabile con potenza nominale pari o inferiore a 1 MW.

Per questi impianti, infatti, non è più necessario partecipare alle aste pubbliche, ma è sufficiente aver avviato i lavori dopo l’entrata in vigore del decreto e rispettare alcuni requisiti tecnici, normativi e ambientali, tra cui il principio “DNSH” (“Do No Significant Harm”).

 

La tariffa incentivante viene assegnata automaticamente secondo i valori definiti da “ARERA”, proporzionati ai costi reali di costruzione e gestione.

Ad esempio, per gli impianti fotovoltaici la tariffa base è fissata a 80 €/MWh, mentre per l’eolico a 85 €/MWh, e per gli impianti idroelettrici fino a 90 €/MWh.

L’introduzione di tale meccanismo è finalizzata a garantire agli investitori una certezza economica, riducendo al contempo il rischio legato alla volatilità del mercato.

Un’ulteriore novità riguarda inoltre gli impianti di piccola taglia con potenza fino a 200 kW, per i quali si prevedono semplificazioni aggiuntive con l’applicazione del ritiro dedicato con tariffa omnicomprensiva.

In pratica se installi un impianto fotovoltaico inferiore a 200 kW, il GSE ritira automaticamente l’energia immessa in rete e ti paga una tariffa fissa e bloccata per 20 anni.

Tutto quello che leggerai tra poco non si applicherà.

Non dovrai partecipare a gare o affrontare meccanismi complessi di compensazione.

 

In questo caso, è il GSE a gestire direttamente la vendita dell’energia prodotta, riconoscendo al produttore un corrispettivo fisso, garantito per 20 anni, per ogni MWh immesso in rete.

( “Legge di bilancio 2025: Conseguenze della Direttiva Europea Casa Green”).

 

Simulazione di rendimento per impianti sotto 1 MW.

Per comprendere quanto possa rendere un impianto con potenza inferiore ad 1 MW, procediamo con una simulazione tecnico-finanziaria esemplificativa tenendo conto di diversi fattori.

Prendiamo come esempio un impianto fotovoltaico da 800 kW installato nel Centro Italia.

Con una produzione annua stimata in circa 1.300 kWh per kWp installato, l’impianto produrrebbe circa 1.040.000 kWh annui.

 

Applicando la tariffa incentivante di 80 €/MWh (0,08 €/kWh), il ricavo annuo dall’incentivo sarebbe pari a circa 83.200 euro.

A questo importo si possono aggiungere eventuali premi:

+27 €/MWh per rimozione amianto: fino a +28.080 euro/anno;

+4 €/MWh per impianti nel Centro Italia: fino a +4.160 euro/anno.

Usufruendo di entrambe le forme di incentivazione, il ricavo totale annuo potrebbe superare i 115.000 euro.

Considera inoltre che siamo in attesa che venga confermato un ulteriore bonus di +10€/MWh per gli impianti installati su tetto.

Considerando un costo di investimento medio di circa 600.000-700.000 euro per un impianto di questa taglia, il tempo di rientro (payback) può variare tra i 5 e i 6 anni, con un rendimento particolarmente interessante su base ventennale.

“La finanza agevolata per l’efficienza energetica: a che punto siamo?”

 

Aste competitive per impianti >1 MW: opportunità e requisiti.

Per gli impianti superiori a 1 MW, invece, l’accesso agli incentivi per il fotovoltaico e gli altri impianti a fonti rinnovabili avviene tramite aste pubbliche al ribasso organizzate dal GSE.

In questo caso, i partecipanti devono presentare un’offerta economica con una riduzione percentuale rispetto al prezzo massimo di esercizio.

 È necessario inoltre allegare una serie di documenti, tra cui l’autorizzazione unica, la conferma della connessione alla rete ed una cauzione provvisoria pari al 5% del costo dell’impianto.

Il sistema adottato è quello del “Contract for Difference” (CfD), atto a favorire una maggiore prevedibilità dei ricavi e sostenere la bancabilità degli investimenti.

 

Nello specifico, prevede che:

Se il prezzo di mercato scende sotto la tariffa aggiudicata, il GSE copre la differenza;

Se il prezzo di mercato supera la tariffa incentivata stabilita, il produttore è tenuto invece a restituire al GSE la differenza tra i due valori.

Le aste sono suddivise per tecnologia e prevedono contingenti specifici:

10 GW per il fotovoltaico;

4 GW per l’eolico;

0,63 GW per l’idroelettrico;

0,02 GW per i gas da depurazione.

Inoltre, gli impianti con potenza superiore a 10 MW potranno beneficiare di procedure autorizzative semplificate, che tuttavia sono ancora in fase di definizione.

(“Fine dello Scambio sul Posto: Quali Alternative per il Fotovoltaico?”).

 FER-X e incentivi per fotovoltaico: scadenza al 24 giugno.

Grazie alla semplificazione degli incentivi per l’installazione del fotovoltaico e degli altri impianti a fonti rinnovabili, il Decreto FER-X Transitorio apre quindi nuove concrete opportunità per il rilancio degli investimenti nel settore e favorisce l’avvicinamento dell’Italia agli obiettivi di decarbonizzazione da raggiungere entro il 2030.

L’apertura del portale per le manifestazioni di interesse segna infatti l’inizio di una nuova fase in cui anche i piccoli impianti possono accedere ad agevolazioni stabili e ben regolamentate, senza dover affrontare l’iter della gara a ribasso.

A partire dalle ore 12:00 del 3 giugno 2025 e fino alle ore 12:00 del 24 giugno 2025, è possibile inviare la manifestazione di interesse, per questa finestra, tramite la pagina dedicata sul sito del GSE.

(Pierluigi Benemerito - Imprenditore e Investitore della Green Economy).

 

 

 

 

Tagli del 60% agli incentivi per energia

 solare ed eolica dal 2026.

 Legge di bilancio USA: “Poi azzeramento”.

 Ilsussidiario.net - Claudia Maria Iannello - Pubblicato 17 Giugno 2025 – ci dice:

 

Legge di bilancio: il Senato USA propone il taglio degli incentivi a solare ed eolico entro il 2028, favorendo nucleare e idroelettrico.

È stata presentata in Senato la bozza della nuova legge bilancio statunitense che, tra le sue misure, prevede una progressiva ma netta eliminazione degli incentivi per l’energia solare ed eolica entro il 2028, una mossa che ha generato non poche preoccupazioni nel settore delle rinnovabili, già messo alla prova dall’instabilità normativa e dal rallentamento di alcuni progetti strategici.

Il provvedimento, inserito in un più ampio pacchetto di misure a guida repubblicana, va a modificare drasticamente quanto previsto dall’ “Inflation Reduction Act” approvato nel 2022 sotto l’amministrazione Biden, che garantiva tali incentivi fino al 2032;

secondo il testo diffuso dal senatore “Mike Crapo”, presidente della commissione responsabile, i sussidi verranno ridotti al 60% già dal 2026 e completamente azzerati due anni dopo, con un impatto che ha già fatto sentire i suoi effetti.

 

Le azioni delle principali aziende statunitensi attive nel fotovoltaico hanno subito crolli in Borsa, prova evidente di quanto il mercato ritenga centrale la stabilità degli incentivi per la sopravvivenza del comparto ma ciò che appare ancora più critico è che, mentre si penalizzano le fonti intermittenti come solare ed eolico, la proposta del Senato estende i crediti fino al 2036 per altre tecnologie considerate più “stabili”, come l’idroelettrico, il nucleare e la geotermia, privilegiando un mix energetico più conservatore e in linea con le priorità dell’attuale amministrazione americana.

(SCENARIO USA-UE/ "Trump e dazi, così l'Europa si è affondata").

 

Tra le dichiarazioni raccolte, emerge quella di “Abigail Ross Hopper”, presidente della “Solar Energy Industries Association”, secondo cui questa legge, anche se include modifiche marginali, “rappresenta una minaccia concreta a uno dei più grandi successi economici degli ultimi anni”, parole che riflettono la frustrazione del settore di fronte a un cambiamento normativo percepito come punitiva e incoerente rispetto agli obiettivi ambientali più volte dichiarati a livello federale.

Stop agli incentivi, meno limiti per il settore idroelettrico e nucleare.

Mentre la nuova versione della legge di bilancio presentata al Senato USA conferma l’eliminazione degli incentivi per l’installazione domestica di pannelli solari e altri dispositivi di efficienza energetica, elemento che secondo diverse associazioni rappresenta un passo indietro per milioni di famiglie americane, introduce al contempo maggiori margini di manovra per progetti basati su fonti energetiche “più affidabili” – così definite dai legislatori repubblicani – come l’idroelettrico e il nucleare, per i quali vengono concessi sussidi pieni fino al 2033, con un’uscita graduale prevista tre anni dopo.

 

Una misura che ha trovato il plauso, anche se parziale, della “National Hydro power Association”, anche se il suo “CEO Malcolm Woolf “ha messo in luce l’assenza di incentivi per la modernizzazione degli impianti esistenti, molti dei quali necessiterebbero di aggiornamenti tecnici e nuove autorizzazioni.

 

La proposta del Senato allenta inoltre le condizioni per accedere agli incentivi, rispetto alla più restrittiva versione della Camera, in quanto, mentre quest’ultima imponeva tempistiche rigide – avvio lavori entro 60 giorni dalla promulgazione e messa in funzione entro il 2028 – il nuovo testo stabilisce che basta iniziare i lavori nel corso dell’anno per risultare idonei, offrendo così maggiore flessibilità ai progetti in fase avanzata ma ancora non cantierizzati;

una modifica importante per il settore, che da settimane aveva rafforzato le pressioni sulla politica per ottenere maggiore certezza normativa e tempistiche realistiche.

 

Altro punto importante della legge di bilancio riguarda la provenienza dei materiali:

restano le restrizioni sull’uso di componenti importati da “nazioni avversarie” come la Cina, ma il Senato introduce soglie meno rigide e una formula per determinare se un progetto ha ricevuto “aiuti materiali” da un’entità estera, lasciando un po’ più di margine alle imprese quotate che operano con filiere internazionali.

 

Da segnalare anche che viene mantenuta la possibilità per gli sviluppatori di vendere i propri crediti a terzi, facilitando il finanziamento di nuovi impianti, contrariamente a quanto previsto dalla Camera, che ne prevedeva l’eliminazione graduale.

 

 

 

Autoproduzione da minieolico

 e fv nelle PMI, domande

 incentivi dal 4 aprile.

Rinnovabili.it - Stefania Del Bianco – (19 Marzo 2025) – ci dice:

 

Con decreto direttoriale del 14 marzo 2025 sono disciplinate le modalità di accesso ai fondi destinati al sostegno dell'autoproduzione di energia rinnovabile nelle piccole e medi imprese.

 Contributi in conto impianti fino al 50% della spesa ammissibile.

 

Autoproduzione da minieolico e fv nelle PMI, domande incentivi dal 4 aprile : Indice.

 

Sostegno per l’autoproduzione rinnovabile aziendale, l’investimento PNRR.

Decreto direttoriale del 14 marzo 2025.

Autoproduzione da minieolico e fv, quanto vale il contributo?

Chi sono i soggetti beneficiari degli incentivi PNRR?

Contributo alle rinnovabili PMI, gli interventi incentivati

I criteri di ammissibilità.

Come richiedere gli incentivi all’autoproduzione da minieolico e fotovoltaico?

 La domanda di agevolazione deve contenere:

Sostegno per l’autoproduzione rinnovabile aziendale, l’investimento PNRR.

Gli incentivi per l’autoproduzione da minieolico e fotovoltaico nelle PMI italiane hanno finalmente una data.

Il “Ministero delle Imprese e del Made in Italy” (MIMIT) ha pubblicato in questi giorni il decreto contenente i termini e le modalità di presentazione delle domande di agevolazione.

Fissando al 4 aprile 2025, ore 12.00, l’apertura dello sportello per l’invio delle istanze.

 

Sul tavolo c’è un budget complessivo di 320 milioni di euro, finanziato con il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” – PNRR (Misura 7, Investimento 16).

 Con un occhio di riguardo per alcuni specifici beneficiari.

Un 40% delle risorse è stato, infatti, riservato alle aziende localizzate nel Sud Italia.

Mentre un altro 40% è dedicato unicamente alle micro e piccole imprese.

 

Decreto direttoriale del 14 marzo 2025.

Il decreto direttoriale del 14 marzo 2025 segue il DM del 13 novembre 2024 in cui veniva definito il nuovo regime di agevolazioni dedicato alle PMI.

 Il nuovo provvedimento entra nel dettaglio indicando modalità e termini di apertura dello sportello ai fini dell’invio delle domande.

 

Il testo fornisce un chiarimento sui programmi di investimento e le spese ammissibili, indicando tutta la documentazione tecnica da allegare all’istanza.

 E spiegando anche i criteri alla base del sistema di punteggio con i cui i vari progetti saranno valutati dal Soggetto attuatore (Invitalia).

 

Autoproduzione da minieolico e fv, quanto vale il contributo?

L’agevolazione prende la forma di un contributo in conto impianti, ossia un incentivo economico la cui erogazione è subordinata all’acquisto o costruzione di beni strumentali ammortizzabili.

Questo tipo di contributi costituisce reddito d’impresa.

 

Entrando nello specifico il decreto prevede un ammontare di spese ammissibili non inferiore a 30.000 euro e non superiore al milione di euro.

Gli incentivi saranno assegnati nella misura massima del:

30% (medie imprese) o 40% (piccole imprese) sui costi ammissibili dell’investimento (acquisto e messa in esercizio dell’impianto fotovoltaico o minieolico e in aggiunta apparecchiature e tecnologie digitali strettamente funzionali);

30% dei costi ammissibili dell’investimento per l’eventuale componente aggiuntiva di accumulo energetico;

50% dei costi ammissibili per l’esecuzione della diagnosi energetica ex-ante necessaria alla pianificazione degli interventi previsti dal decreto, comunque nel limite al 3% delle altre spese ammissibili.

“Qualora, in fase di definizione della graduatoria – spiega il MIMIT in una nota stampa –

 le risorse destinate alle riserve non dovessero essere pienamente assorbite, saranno rese disponibili per il finanziamento delle domande di agevolazione riferite ai restanti territori e alle imprese di media dimensione”.

 

Chi sono i soggetti beneficiari degli incentivi PNRR?

Possono richiedere i nuovi contributi all’autoproduzione energetica rinnovabile, tutte le micro, piccole e medie imprese.

 Rientrano in queste categorie:

 

Le realtà produttive con 10 dipendenti massimo e un fatturato/totale di bilancio fino a 2 milioni di euro (MICRO).

Le aziende che contano fino a 50 dipendenti e un fatturato/totale di bilancio fino a 10 milioni di euro (PICCOLE).

Le aziende con meno di 250 dipendenti, un fatturato inferiore a 40 milioni di euro o  un bilancio annuo sotto i 27 milioni di euro (MEDIE)

Devono però rispettare dei requisiti generali come:

 avere sede legale o unità produttiva localizzata su tutto il territorio nazionale;

disporre di almeno un bilancio approvato e depositato;

aver presentato, nel caso di imprese individuali/società di persone, almeno una dichiarazione dei redditi.

 

In linea generale sono ammessi tutti i settori produttivi, ad eccezione di quello carbonifero, della produzione primaria di prodotti agricoli, della pesca e dell’acquacoltura, e di tutte quelle attività che non garantiscono il rispetto del principio Do No Significant Harm (DNSH).

Escluse anche le industrie ad alta emissione di CO2 e quelle classificate come energivore.

 

Caso a parte, le imprese di produzione, noleggio e vendita di veicoli.

 Per queste realtà l’accesso alle agevolazioni per l’autoproduzione rinnovabile esiste una postilla:

i ricavi lordi connessi all’attività svolta nell’unità produttiva oggetto di intervento devono derivare in misura pari ad almeno il 50% dalla produzione, noleggio o vendita di veicoli a zero emissioni.

Contributo alle rinnovabili PMI, gli interventi incentivati.

Gli incentivi PNRR alle rinnovabili delle PMI sosterranno specifici programmi di investimento per l’acquisto, l’installazione e la messa in esercizio di nuovi beni materiali strumentali.

 

Nel dettaglio l’agevolazione supporta l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili tramite impianti in acquisto diretto o locazione finanziaria (leasing strumentale).

Con la possibilità di integrazione/combinazione con sistemi di accumulo behind-the-meter (letteralmente dietro il contatore) dell’energia prodotta per l’autoconsumo differito.

 

Nel dettaglio è ammissibile:

 

l’installazione di impianti fotovoltaici, comprese le apparecchiature e tecnologie digitali strettamente funzionali all’operatività degli impianti medesimi e le spese per l’installazione e la messa in esercizio;

l’installazione di impianti mini-eolici, comprese le apparecchiature e tecnologie digitali strettamente funzionali all’operatività degli impianti medesimi e le spese per l’installazione e la messa in esercizio.

La scelta può ricadere solo su una delle due opzioni ma entrambe possono essere integrati con sistemi di stoccaggio dell’energia prodotta.

 

I criteri di ammissibilità

Ai fini dell’accesso ai contributi, i programmi di investimento devono, tra le altre cose:

 

essere supportati da una diagnosi energetica;

essere realizzati esclusivamente su edifici esistenti destinati all’esercizio dell’attività, o su coperture di strutture pertinenziali destinate, in modo durevole, dal titolare del relativo diritto reale al servizio dei predetti edifici;

prevedere un termine di ultimazione dei lavori non successivo a 18 mesi dalla data di adozione del provvedimento di concessione delle agevolazioni;

vantare costi complessivi dei programmi compresi tra  i 30.000 e 1.000.000 di euro.

Come richiedere gli incentivi all’autoproduzione da minieolico e fotovoltaico?

Come spiegato dal Dicastero, le domande di agevolazione potranno essere presentate a partire dal 4 aprile 2025 fino alle ore 12.00 del 5 maggio 2025, tramite il sito internet di Invitalia S.p.A.

 

La selezione delle domande avverrà attraverso una procedura valutativa con graduatoria sulla base dei punteggi conseguiti dalle PMI proponenti in relazione ad una serie di criteri. Come ad esempio: la capacità addizionale di produzione energetica da FER; l’incidenza dei moduli fotovoltaici iscritti nel Registro ENEA; la sostenibilità economica dell’investimento; il numero di certificazioni ambientali possedute dal soggetto proponente.

 

 La domanda di agevolazione deve contenere:

i dati anagrafici e identificativi dell’impresa richiedente, del soggetto firmatario, dell’eventuale referente;

dichiarazioni in merito al possesso dei requisiti di ammissibilità;

dichiarazioni in merito all’eventuale possesso del rating di legalità, della certificazione della parità di genere, di certificazioni ambientali di processo;

la tipologia di intervento realizzata e i dati principali del programma di investimento

gli elementi utili alla determinazione dei punteggi per la formazione della graduatoria ;

le agevolazioni richieste;

l’impegno a garantire il rispetto degli orientamenti tecnici sull’applicazione del principio DNSH;

a dichiarazione in merito alla conformità del programma alla pertinente normativa ambientale dell’Unione europea e nazionale;

la dichiarazione attestante che il programma di investimento oggetto della domanda di agevolazione non incrementa l’uso di combustibili fossili e le emissioni di gas serra.

Leggi anche Incentivi fotovoltaico, tutti i bonus 2025 per privati e famiglie.

(Energia, Eolico, Rinnovabili.)

(About Author / Stefania Del Bianco/Giornalista scientifica.)

 

 

 

 

Stop agli incentivi per le caldaie a gas:

il futuro del tradizionale sistema di riscaldamento.

Infobuildenergia.it – Arch. Gaia Musi – (26/02/2025) – ci dice:

 

Stop agli incentivi per le caldaie a gas con la Legge di Bilancio 2025, che compie il primo passo del percorso di decarbonizzazione disegnato a livello europeo con la “Direttiva Case Green”.

 Un cambiamento che ha e avrà un forte impatto sul mercato della climatizzazione degli edifici.

 

Stop agli incentivi per le caldaie a gas: il futuro del tradizionale sistema di riscaldamento.

Indice degli argomenti.

Stop agli incentivi con la Legge di Bilancio: quali sono i nuovi vincoli posti e perché?

Qual è effettivamente l’impatto delle politiche europee sul mercato?

Che tecnologie suggerireste a chi deve o decide di sostituire la vecchia caldaia?

Quali le previsioni per il futuro del mondo della climatizzazione domestica?

Lo stop agli incentivi per le caldaie a gas è solo l’ultimo dei passi compiuti in favore di soluzioni incentrate sulle rinnovabili e in grado di ridurre le emissioni in atmosfera.

 La transizione ecologica, infatti, è protagonista della nostra epoca e nel tempo si sono susseguiti diversi interventi normativi e legislativi finalizzati proprio ad incentivare tecnologie e sistemi orientati all’efficienza energetica e alla crescita delle rinnovabili.

 

Con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 e agevolare l’acquisto di tecnologie per il riscaldamento più sostenibili, si è arrivati a un ripensamento anche degli incentivi fiscali.

L’ultima EPBD (nota anche come “Direttiva Case Green”) sull’efficienza energetica degli edifici, infatti, dà chiare indicazioni e con la Legge di Bilancio 2025 si è fatto un primo concreto passo per il recepimento in Italia.

 Da quest’anno sono aboliti tutti gli incentivi fiscali per gli impianti di climatizzazione alimentati a gas.

 Un cambiamento che ha avuto e che avrà un impatto significativo sul mercato del riscaldamento, spingendo i produttori a investire in tecnologie alternative e influenzando le scelte dei consumatori.

 

“Alberto Villa”, referente per normative e rapporti istituzionali di Viessmann Italia.

Ma qual è il punto di vista dei protagonisti del mercato?

 Lo abbiamo chiesto ad Alberto Villa, referente per normative e rapporti istituzionali di Viessmann Italia, azienda da tempo impegnata nello sviluppo di soluzioni per il riscaldamento.

 

Stop agli incentivi con la Legge di Bilancio: quali sono i nuovi vincoli posti e perché?

I governi europei hanno il compito di recepire le direttive europee, definendo obblighi e prescrizioni per il mercato, per i professionisti e per i cittadini.

La nuova “Direttiva EPBD” ha imposto divieto agli incentivi alle caldaie “stand alone” a combustibili fossili a partire dal 1/1/2025 e ha introdotto il nuovo concetto di “Edificio a emissioni zero”.

Sul primo punto la direttiva è molto diretta e il Governo italiano si è trovato di fronte a un bivio molto prima del necessario recepimento della direttiva stessa (maggio 2026).

Dopo una prima bozza in cui le caldaie erano ancora incentivate, nella versione definitiva della legge di bilancio 2025 è stato posto il veto a qualsiasi nuova forma di incentivazione diretta alle caldaie a condensazione “uniche” o “stand alone” alimentate a combustibili fossili.

 

Stop agli incentivi con la Legge di Bilancio: quali sono i nuovi vincoli posti e perché.

Cosa si intende per caldaie a condensazione “stand alone”?

Con questo termine si fa riferimento alle installazioni di caldaie senza un ulteriore generatore di calore, come ad esempio una pompa di calore. Ciò significa che gli impianti ibridi, composti da pompa di calore e caldaia a condensazione, sono ancora incentivati.

 

Un’altra novità della direttiva riguarda il concetto di ZEB (Zero Emission Buiding), per il quale un edificio non potrà più emettere emissioni di anidride carbonica in loco;

 quindi, non potrà essere dotata di caldaie a condensazione a combustibili fossili.

Al momento, però si fa riferimento alle nuove costruzioni, mentre per l’esistente si rimanda al piano di ristrutturazione da attuare entro il 2050.

Infine, per quanto riguarda il divieto alla messa in commercio delle caldaie a condensazione a combustibili fossili, ad oggi non ci sono ancora indicazioni precise.

 

Qual è effettivamente l’impatto delle politiche europee sul mercato?

Sicuramente l’eliminazione degli incentivi alle caldaie avrà qualche impatto sul mercato.

Una parte degli utenti che intendevano sostituire la caldaia nel 2025 probabilmente rinuncerà all’intervento per non fare fronte all’intera spesa.

Difficile da quantificare quanti valuteranno questa scelta.

 

Allo stesso tempo, alcuni decideranno di spostarsi su tecnologie incentivate, come le pompe di calore o i sistemi ibridi, anche a fronte di un costo maggiore.

 

Stop agli incentivi per le caldaie a gas con la Legge di Bilancio, l'impatto sul mercato.

Approfitto della domanda per evidenziare una criticità nell’attuale sistema di incentivi italiano, almeno a livello di mercato residenziale:

 la Legge di Bilancio, oltre a eliminare la possibilità di accedere all’incentivo per le caldaie a condensazione, ha ridotto le aliquote di incentivo anche per le altre tecnologie più efficienti e più sostenibili e non ha introdotto un meccanismo di incentivazione legato al reddito e alla possibilità di accedere a finanziamenti a tasso agevolato.

 

Queste indicazioni sono scritte nero su bianco nel PNIEC 2024 e ci auguriamo possano essere messe nel prossimo schema di incentivi.

 

Che tecnologie suggerireste a chi deve o decide di sostituire la vecchia caldaia?

Consigliare la giusta tecnologia a chi deve o sceglie di sostituire la vecchia caldaia a gas non può prescindere dal conoscere il contesto di riferimento e le esigenze specifiche da soddisfare.

Per offrire alcune indicazioni generali, si potrebbe distinguere tra abitazione indipendente, appartamento in condominio con impianto autonomo e condominio con impianto centralizzato.

 

Nel primo caso la soluzione migliore è la pompa di calore:

le moderne pompe di calore idropiche possono garantire completa compatibilità con l’impianto esistente, anche nel caso siano installati dei caloriferi.

Inoltre, sono estremamente silenziose e hanno efficienze elevatissime anche nei climi più rigidi.

Una soluzione che non deve necessariamente essere esclusa dai condomini con impianto centralizzato.

Ad esempio, la gamma di pompe di calore Viessmann prevede soluzioni residenziali fino a 19 kW e una nuova macchina specifica per condomini da 40 kW.

In alternativa, si possono valutare gli impianti ibridi, perfetti anche laddove non si arriva con la connessione elettrica della potenza voluta e la caldaia offre un contributo indispensabile.

 

Sostituire una vecchia caldaia: le migliori tecnologie.

Nel caso di appartamenti in condomini con impianto autonomo, invece, bisogna verificare attentamente gli spazi a disposizione per un’eventuale installazione di un impianto ibrido, che richiede comunque un’unità esterna.

In alternativa si può valutare di sostituire la vecchia caldaia con una nuova, anche se non più incentivata, garantendo risparmi immediati e un basso costo di installazione.

 

In alcune situazioni (seconde case) si può valutare il passaggio a un impianto di climatizzazione ad aria con split e di produzione acqua calda sanitaria con il modulo idropico.

 

Parlando semplicemente di queste casistiche emerge chiaramente come per questo processo di transizione energetica sia di particolare importanza il tema delle competenze della filiera (installatore, progettista, CAT).

 

Che previsioni fate per il futuro del mondo della climatizzazione domestica?

 Oltre alle pompe di calore, che stanno trovando maggior diffusione, su quali alternative tecnologiche credete che si investirà?

Per quanto riguarda le pompe di calore, la previsione è semplice e la si deduce da quanto detto in precedenza per quali siano le migliori soluzioni tecnologiche disponibili per la sostituzione della caldaia esistente.

Si può aggiungere, eventualmente, il tema del possibile ulteriore sviluppo delle tecnologie per favorire l’utilizzo dei gas refrigeranti come il propano anche su impianti di taglia medio grande o per semplificarne l’installazione in appartamenti condominiali.

Sullo sviluppo degli impianti ad espansione diretta in determinate situazioni (nello specifico si parla di climi miti e seconde case) non ci sono dubbi.

 

Pensando ad altre tecnologie per il riscaldamento domestico, invece, si possono ricordare gli impianti a biomassa, ideali soprattutto in alcune situazioni particolari, e il solare termico.

 

Inoltre, per la generazione di energia da fonte rinnovabile non si devono dimenticare gli impianti fotovoltaici e i sistemi di accumulo, che saranno i protagonisti indiscussi del passaggio storico da generazione centralizzata a generazione distribuita, almeno in ambito residenziale.

Va specificato, infatti, che in futuro le tecnologie per il riscaldamento come le pompe di calore e soluzioni quali il fotovoltaico, non devono essere concepiti come semplici tecnologie indipendenti, ma diventeranno elementi direttamente connessi alla rete elettrica, in grado di partecipare al meccanismo di domanda e risposta che l’aggregatore di rete richiederà a ogni singola utenza.

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