Occidente senza futuro.
Occidente
senza futuro.
Occidente
senza futuro.
Conoscenzealconfine.it
– Francesco Petrone – (9 settembre 2025) – ci dice:
Fra le
varie cause dell’evidente inadeguatezza delle classi dirigenti occidentali, in
special modo europee, la principale risiede nel fatto che i politici attuali
sono impossibilitati a prendere decisioni rilevanti, sia in politica estera che
in politica economica.
Soprattutto
non possono più mettere in discussione nessun sistema politico vigente in un
mondo che sembra inalterabile.
Gli
Stati hanno perso quasi totalmente la propria sovranità.
Ormai il potere decisionale risiede tutto in
ristrette centrali di potere sovranazionali, avulse dagli Stati e non più
controllate dal cittadino.
Le
democrazie sono diventate solo formali come formale ed illusoria è la libertà
di stampa e d’informazione dei grandi media.
L’illusione
della democrazia sembra aver avuto termine dopo due secoli di convulsioni e
lotte in cui il famoso tanto decantato “demos” sembra aver avuto la peggio.
Il potere effettivo sembra ormai nelle mani di
un’oligarchia finanziaria non eletta da alcuno.
A
questo proposito è bene ricordare ciò che disse Craxi, nel momento in cui la
situazione politica sembrava oscurarsi a causa di fosche nubi minacciose. Preoccupato, il leader socialista,
espresse la convinzione che senza un forte ruolo politico, determinati poteri
sarebbero diventati incontrollabili e avrebbero minacciato lo Stato e la stessa
vita democratica.
Chiaramente,
dopo lo tsunami che travolse tutta una classe dirigente dell’epoca, la classe
politica attuale, osserviamo essere formata da personaggi di secondo piano,
burocrati e passacarte, mezzibusti della politica.
I
personaggi veramente di valore si guardano bene dal partecipare all’ormai
inutile teatrino della politica.
Lo stesso discorso vale per i rappresentanti
della cultura e generalmente dell’intellighenzia, i quali si aggirano come
comparse da un premio Strega ad un premio Bancarella, da un Leone d’oro, ad un
David di Donatello, fino, magari, alla Biennale di Venezia, come negli anni
Settanta frequentavano i salotti e le terrazze romane, tutti in cerca di
visibilità e di finanziamenti o almeno di una comparsata televisiva per
pubblicizzare il libro della stagione.
Ormai
nella società attuale nessuno cerca personaggi autentici che abbiano qualcosa
di nuovo da dire come accadeva nel quarantennio fra il XIX e il XX secolo.
Il
mondo sembra andare avanti a forza di slogan come quelli utilizzati dalla
pubblicità.
Altro fatto drammatico è quello della natalità
crollata.
Di
conseguenza, la popolazione invecchia velocemente e nessuno, in questo mondo
ormai senile desidera, di conseguenza, alcun cambiamento.
In
fondo nessuno spera che si realizzi una vera democrazia e la massa, si
accontenta della parvenza perché questa dà pur sempre una certa sicurezza,
almeno per il momento presente, perché tutti sanno che il futuro non prospetta
più niente.
Molti
hanno talmente timore del futuro che rinunciano ad avere anche figli pur avendo
l’agiatezza per costituire una famiglia.
Sembra
di assistere alla diffusione di una specie di “tanatofobia” collettiva.
Una
paura della morte che avrebbe pervaso tutto l’Occidente o meglio della
percezione dell’inutilità e vanità del ciclo vitale.
Nessuna speranza nel rinnovamento, una “morte
emotiva” nel senso freudiano, che procura forme di apatia.
Questo,
mentre nella bolgia infernale di Gaza le donne continuano a rimanere incinte e
a desiderare, essendo la vitalità l’unica arma che hanno, come i bambini
palestinesi hanno la sola possibilità di lanciare inutili ma simboliche pietre
contro l’esercito più moderno del mondo.
In
Occidente, in appena un secolo, siamo passati dalla filosofia dell’azione, alla
filosofia della rassegnazione.
Addirittura
in pochissimi anni, l’Occidente è passato dalla corrente dell’estetismo di
Walter Pater, John Ruskin, Oscar Wilde, e del vitalismo di Gabriele D’Annunzio
e la sua concezione della vita stessa come opera d’arte, alla “merda d’artista”
di Piero Manzoni e all’orinatoio di Marcel Duchamp re-intitolato “fontana”.
Oggi
la società è talmente invecchiata anche psicologicamente che non sente nemmeno
più il bisogno di provocazioni come quelle, i famosi sassi nello stagno per
creare scandalo e muovere le acque fra i benpensanti e questo perché di
benpensanti non c’è né sono più.
Non ci
sono più nemmeno conservatori da sconcertare ma solamente gli indifferenti come”
i mesti personaggi” dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia.
Un
libro che fece veramente scandalo a suo tempo come romanzo nichilista e che
oggi può essere riletto come un campanello d’allarme in una società ancora
sana, uno sguardo sull’abisso verso cui la modernità sta portando la società.
(Francesco
Petrone).
(adhocnews.it/occidente-senza-futuro/).
Crisi
euro-atlantica: cosa succederà
nei
prossimi mesi tra Usa e Ue.
Intervista
ad Andrew Spannaus.
Msn.com
- Storia di Luigi Marcadella – (11-9 -2025) – First Online – ci dice:
In
attesa di valutare nelle prossime settimane i primi effetti reali dei dazi in
vigore dallo scorso 1° agosto, sia sull’export diretto verso gli Stati Uniti
sia in relazione alle commesse estere che vanno ad alimentare le grandi catene
di fornitura globali, per l’economia europea resta sul tavolo la questione
principale: sarà possibile normalizzare i rapporti con la Casa Bianca?
Il
rischio, anticipato già da molti osservatori, è che questo allargamento
profondo nei rapporti euro-atlantici innesti in un processo – forse ancora più
pericoloso – di smarrimento politico proprio all’interno dell’Unione europea,
stretta tra crisi economiche interne (Francia e Germania) e partiti
euroscettici che un po’ alla volta stanno prendendo il largo nelle democrazie
del Vecchio Continente.
“Gli
accordi annunciati sui dazi sono ancora approssimativi, quindi è facile che ci
saranno differenze man mano che si vanno a stabilire i dettagli.
Questo riguarda le regole per alcuni settori
ma anche la questione degli investimenti, visto che l’Ue non può decidere
direttamente cosa fanno le aziende private.
Da
tenere presenta che la Corte Suprema potrebbe invalidare quasi tutti gli
accordi fatti finora, costringendo il Presidente a trovare un diverso
meccanismo per perseguire il suo metodo di pressione sugli altri Paesi”,
osserva Andrew Spannaus, giornalista e analista politico americano, ideatore
della newsletter Transatlantico.info e diventato noto per aver anticipato con i
suoi libri la trasformazione in corso negli equilibri politici di Stati Uniti
ed Europa.
Le
relazioni tra le due sponde dell’Atlantico quando potranno riprendere la via
della normalizzazione dopo lo shock?
“C’è
una differenza fondamentale che sarà difficile da superare:
gli Stati Uniti, con Trump o un presidente
democratico, hanno interesse a ristabilire i rapporti con la Russia, con l’idea
di non lasciare completamente il campo alla Cina.
Infatti, per i prossimi anni l’enfasi della
politica estera americana è e sarà sul Pacifico.
L’Europa deve decidere se rimanere con la
linea Macron-Starmer-von der Leyen di scontro aperto contro la Russia, oppure
trovare uno spazio all’interno di questa nuova realtà strategica, con un
atteggiamento di maggiore realismo”.
Questa
frattura tra americani ed europei ha qualche effetto nel dibattito politico
interno negli Usa?
“In
merito all’Ucraina si parla molto della posizione europea, a volte facendo
notare che la Casa Bianca non si fida degli alleati che sembrano voler frenare
la possibilità di un accordo, considerato ancora troppo negativo per Kiev.
Non è il tema principale, ma chi segue le
faccende internazionali sa che si tratta di un pezzo fondamentale del processo
diplomatico in corso.
Sul Medioriente gli europei vengono visti
invece come un elemento di disturbo, per esempio con le dichiarazioni a favore
del riconoscimento di uno Stato palestinese.
Con
questo governo il realismo in merito a Israele fa fatica a salire in superficie
a Washington”.
Fino a
dove l’Europa si spingerà lontano dagli Usa per sostenere Kiev?
“È
sorprendente il percorso europeo sulla questione Russia-Ucraina.
Prima
si preferiva non chiudere completamente a Mosca, tanto è vero che sono state le
pressioni di Washington a spingere Bruxelles verso una posizione netta.
Ora
che l’America cambia, l’Europa si trincera nella propria posizione.
La
rigidità di Bruxelles è ormai leggendaria in più campi, ma in questo caso c’è
un pericolo particolare:
Trump
è certamente inaffidabile, ma seguire la linea di Londra e Parigi sembra
escludere quel principio di realismo che servirà per congelare il conflitto”.
L’imprevedibilità
totale che Donald Trump ha impresso alla politica estera Usa sta accelerando
numerosi processi di convergenza politica globale.
Il
mondo si sta riorganizzando in blocchi d’influenza in parte, o in tutto,
alternativi a quello che fino a qualche mesa fa era il Vecchio Occidente.
“La
creazione di un blocco alternativo all’Occidente fa parte di un processo molto
lungo, iniziato nella seconda metà degli anni Novanta.
Ci
sono vari aspetti che lo hanno alimentato, partendo dalle grandi questioni di
politica finanziaria fino alle numerose iniziative strategiche messe in atto
allo scopo di difendere la capacità dell’Occidente di proiettare la sua
influenza sullo scacchiere globale.
In
questo contesto Donald Trump sta peggiorando la situazione, data la sua
incapacità di capire le conseguenze più profonde delle sue azioni.
Il contrario di quello che si poteva sperare
da un Presidente che si vanta di stabilire rapporti con gli altri leader
piuttosto che fare guerre”.
La
Cina governa chiaramente questa nuova fase di revisione del potere globale.
Le chiedo: alla luce di questi
riposizionamenti, agli Stati Uniti conviene davvero un’Europa più debole e
divisa da questioni di politica interna?
“La
debolezza dell’Europa non proviene dalla divisione.
È il contrario:
l’Europa
è divisa perché è debole in termini di contenuti.
A
parte le differenze di interessi strategici verso Est, un buon esempio è la
politica economica:
ancora ancorata ad una visione monetarista e
mercatista, che non riesce ad adeguarsi al nuovo scenario post-globale, cioè di
correzione dei grandi errori della globalizzazione.
Forzare
l’unità politica per mascherare i problemi profondi non è una strategia
intelligente.
Occorrerebbe
creare una coesione autentica attraverso una discussione onesta sui contenuti,
più che puntare sulla centralizzazione come soluzione ai problemi”.
In
questo scenario, la Germania deve ritrovare un ordine interno da dare alla sua
macchina industriale ed economica.
Sicuramente
i tedeschi indirizzeranno parte della loro forza industriale ad un progetto di
riarmo.
Gli
Stati Uniti come vedono questo scenario?
“È
utile che la Germania cambi politica economica rispetto a certi freni del
passato, perché potrà aprire spazi per un cambiamento più generale in Europa.
Nell’ottica
di garantire gli armamenti a Kiev, il ruolo tedesco sarà sicuramente
importante, ma non mancano le perplessità tra chi vede un riarmo tedesco
proiettato verso Est.
Con
una battuta, inviare i carri armati attraverso la Polonia per affrontare i
russi non è del tutto rassicurante”.
Sempre
in Europa, la Francia in poche settimane ha disvelato una pericolosa fragilità
nei suoi conti pubblici, così forte da minare addirittura la tenuta governativa
e che richiederà sacrifici molto restrittivi allo stato sociale francese. Si
sta avverando il disegno di chi, fuori e dentro l’Europa, sogna di far
deflagrare l’Unione colpendo i paesi fondatori?
“La
deflagrazione viene principalmente dall’ottusità dei trattati e delle regole
europee.
Non
basta qualche deroga:
serve ripensare l’impianto attuale, fatto per
un mondo concepito negli anni Novanta in linea con “la fine della storia”:
una facciata di libero mercato e diritti umani
che copre strutture che in realtà ostruiscono un cambiamento più profondo in
senso democratico e popolare.
Basti pensare alla costruzione dei trattati,
senza voto popolare, o all’austerità imposta ai Paesi più deboli per risanare i
conti delle grandi banche.
L’Europa non potrà raggiungere quelli che sono
obiettivi giusti senza un dibattito reale sui propri errori”.
Fuori
dall’Unione, anche il Regno Unito presenta conti pubblici sotto pressione e
un’economia asfittica.
È una
congiuntura che rischia davvero di travolgere gli equilibri europei in un
quadro di ridefinizione delle relazioni transatlantiche?
“Dopo
un periodo di transizione successiva alla perdita del suo ruolo dominante come
impero globale, gli inglesi sono approdati ad un’economia sbilanciata sul lato
dei servizi finanziari.
Anche qui occorre decidere cosa fare per il
futuro:
aggrapparsi all’idea di essere un player
globale per diritto o costruire un’identità più solida in un mondo nuovo.
Se si
scegliesse la prima opzione, i potenziali alleati farebbero bene a non
avvicinarsi troppo”.
A
proposito di alleanze in via di riconfigurazione, che idea si è fatto della
poderosa rassegna di forza militare cinese nella parata dei giorni scorsi?
“La
Cina si sente matura in questo momento, pronta ad affermare il suo ruolo come
attore internazionale che non intende sottomettersi alle pretese
dell’Occidente.
È una risposta comprensibile rispetto alle
umiliazioni passate e un effetto della grande crescita economica degli ultimi
decenni.
Pone
però un grosso problema:
rappresenta
un sistema politico che ai nostri occhi è inaccettabile in termini di diritti e
regole fondamentali.
La
domanda è se riusciremo a gestire il rapporto diplomatico ed economico senza
subordinarlo alle considerazioni militari e strategiche.
Non sarà facile, ma l’alternativa alla
coesistenza e al dialogo è una guerra catastrofica”.
Ha
colpito il punto di contatto tra India e Cina, cosa che sembrava lontanissima
fino a qualche anno fa.
“Da
anni l’India è al centro di una campagna occidentale per portarla dalla “nostra
parte” nella sfida strategica con la Cina.
Con
Trump si è ignorato l’orgoglio e l’indipendenza del Paese, arrivando a minacce
e pressioni che potevano solo provocare una reazione contraria.
Tuttavia,
rimangono differenze fondamentali tra Nuova Delhi e Pechino, che non
permetteranno un’alleanza stretta nei prossimi anni.
C’è una lezione fondamentale da tenere a
mente:
il
resto del mondo non intende più sottostare alle nostre condizioni, per questo
sarà preferibile un maggiore realismo politico piuttosto che una posizione
ideologica portata avanti con il bullismo che vediamo ora a Washington”.
(First
Online)
(Luigi
Marcadella.)
L’Occidente
in decadenza
continua
a essere un modello.
Comune-info.net - Raúl Zibechi – (18 Giugno
2024) – ci dice:
È
sempre più evidente:
l’Occidente
non ha più la completa egemonia, ma nessun altro paese ce l’ha.
Il vero problema è che nel mondo non c’è al
momento un’alternativa al capitalismo.
Il rischio di una terza guerra mondiale è
reale.
Tra
chi non smette di rifiutare quel dominio c’è chi, purtroppo, considera
importante l’ascesa della Cina, come se fosse un’alternativa, molti altri
restano invece schiacciati sotto un pensiero critico colonialista e non vedono
qualcosa di diverso dagli stati-nazione come teatri di cambiamento.
Le
alternative, scrive “Raúl Zibechi”, possiamo rintracciarle nei popoli che hanno
cominciato a organizzarsi per resistere e creare mondi nuovi.
Ma
sarà una lunga traversata.
“Certamente
non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta
a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che
nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro.
Non
esistono scorciatoie istituzionali né partitiche…”
La
profonda opacità del mondo attuale ci impone almeno due compiti permanenti:
mettere in dubbio le analisi unilaterali che tendono a semplificare le realtà
complesse e, dall’altra parte, consultare fonti diverse, anche contraddittorie
tra loro, per offrire almeno un panorama che permetta di dissipare l’oscurità
che acceca la nostra capacità di comprensione.
Nel
libro “La sconfitta dell’Occidente”” Emmanuel Todd” afferma che il declino
della nostra civiltà è inevitabile.
In
quest’opera ritiene che il decollo di Europa e Stati Uniti fosse intimamente
connesso con l’ascesa del protestantesimo, per il suo approccio all’educazione
che ha favorito l’efficienza e la produttività dei lavoratori.
Ma la
“scomparsa dei valori protestanti”, continua Todd, ha portato al fallimento
educativo, al disordine morale e alla fuga dal lavoro produttivo favoriti dalle
pratiche religiose.
Lo
scrittore libanese “Amin Maalouf” ha appena pubblicato” Il labirinto degli
smarriti”, in cui avanza altre ipotesi che non collidono con quelle di Todd e
che possono essere anzi considerate affini.
Sostiene
che per cinque secoli “il dominio occidentale e più precisamente dell’Europa,
non era in discussione. Chi si opponeva era umiliato e sconfitto.
Ora le
cose sono cambiate”, conclude (El Diario, 4/6/24).
Così
come “Immanuel Wallerstein”, assicura che l’Occidente non ha più la completa
egemonia, però nessun altro paese ce l’ha negli ultimi anni.
Aggiunge
che nessuna potenza ha ancora la capacità di risolvere i conflitti, come quello
di Israele contro la Palestina, non riuscendo neanche a impedire che scoppino.
Per questo afferma che “l’umanità oggi sta
attraversando uno dei periodi più pericolosi della sua storia”.
Secondo
me uno dei punti più forti delle interviste che ha rilasciato a diversi media
in questa settimana è la sua potente affermazione che la decadenza
dell’Occidente riguarda tutto il pianeta.
“Il
declino occidentale è reale, ma né gli occidentali né i loro numerosi avversari
riescono a condurre l’umanità fuori dal labirinto in cui vaga senza meta”
(El Confidencial, 3/6/24).
Continua:
“Gli
avversari del mondo occidentale non hanno dei reali modelli da proporre. Hanno
molte critiche al modello occidentale, sul ruolo svolto dall’Occidente, sul
perché l’Occidente prova a prendere le decisioni per il mondo intero. Però non
c’è un’alternativa”.
Perciò
dice che il naufragio è globale, “dell’insieme di tutte le civiltà”, non solo
occidentale.
Insieme a Europa e Stati Uniti, ci fa notare
che anche la Russia sta seguendo un declino e che già affronta problemi simili
a quelli delle altre potenze.
Per quanto riguarda la Cina, “Maalouf “evidenzia
che segue anch’essa il modello occidentale:
non
solo capitalista ma anche neoliberista e di accumulazione per sottrazione.
Il
rischio di una terza guerra mondiale è “reale” secondo Maalouf, soprattutto
perché le società non vogliono ammettere i pericoli evidenti nel frenetico
sviluppo di nuove armi da parte delle grandi potenze.
Nella
mia opinione le dure affermazioni di Maalouf sull’assenza di un’alternativa al
modello capitalista, sono giuste, e la realtà odierna somiglia ai conflitti
inter imperialisti che portarono alla Prima Guerra Mondiale nel 1914.
È
doloroso osservare come movimenti che sono stati rivoluzionari, oggi celebrino
l’ascesa della Cina e che alcuni la considerino un paese socialista retto da
capi marxisti.
Questo
fa parte dell’enorme confusione che dilaga nell’ambito dell’emancipazione.
Il
secondo problema è il tremendo radicamento del colonialismo all’interno del
pensiero critico, che non riesce a vedere oltre gli stati-nazione come teatri
di cambiamento e trasformazioni rivoluzionarie.
Da un
lato gli stati dell’America Latina sono un’evidente eredità coloniale,
strutturati in maniera gerarchica e patriarcale e non possono essere modificati
né rifondati, come cercano di sostenere alcune correnti progressiste.
D’altro
canto l’esperienza storica ci dice che le rivoluzioni vincenti che si sono
circoscritte alle frontiere degli stati non sono potute andare avanti nelle
trasformazioni che desideravano.
Dobbiamo
trarre alcune conclusioni da più di un secolo di rivoluzioni focalizzate in
stati che non potrebbero mai essere democratici né democratizzati.
Qualcuno
può forse immaginare una qualche forma di democrazia in eserciti e polizia?
O nel
sistema giudiziario?
Le
alternative che Maalouf non trova in Cina né in Russia né in Iran possiamo
rintracciarle nei popoli che si sono organizzati per resistere e creare mondi
nuovi, in molti angoli del nostro continente.
Certamente
non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta
a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che
nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro.
Non
esistono scorciatoie istituzionali né partitiche.
(Pubblicato
su La Jornada.)
Questa
l’adesione di Raúl Zibechi alla campagna a “Partire dalla speranza e non dalla
paura”.
“Quando
un amico se ne va
c’è
uno spazio vuoto
che
non può riempirlo
con
l’arrivo di un altro amico.“
(Alberto
Cortez).
Se
abbiamo qualche speranza di sopravvivere, come umanità e come parte di “quelli
di sotto”, è perché abbiamo imparato a trasformare il dolore in una trincea di
luce e speranza; perché sappiamo controllare la paura della solitudine e della
morte.
La
scomparsa di “Marco Calabria” ci dice che dobbiamo seguire la sua impronta,
camminare sempre più forte fino a sprofondare nel fango della creazione, mentre
resistiamo e camminiamo.
Non abbiamo altra alternativa che alzare la testa
verso le stelle, verso le luci che ci illuminano.
Una di
quelle luci è “Comune”, questa semplice pagina di controinformazione e
controanalisi, piccola, quasi invisibile a molti, ma necessaria per guidarci
nella notte più buia che abbiamo conosciuto.
[Raúl
Zibechi].
D'Alema
e dintorni. Torna l’anti
occidentalismo
nella sinistra italiana?
Huffingtonpost.it - Giorgio Merlo – (8
settembre 2025) – ci dice:
Le
prossime elezioni politiche assomiglieranno molto a quelle del 1948.
Per un motivo decisivo.
E
cioè, sarà necessario da parte degli schieramenti politici in campo una scelta
chiara, netta e senza equivoci o balbettamenti sullo schieramento in cui ci si
riconosce.
Ci
sono delle costanti storiche, politiche e culturali che non tramontano mai del
tutto.
Sono
come un fiume carsico che periodicamente vengono inghiottite dal terreno ma che
poi, altrettanto puntualmente, riemergono dal sottosuolo e tornano più
fiammanti ed attuali che mai.
Certo,
e come tutti sanno, le mode cambiano ormai rapidamente e gli stessi periodi
storici non sono mai uguali a sé stessi.
E, di
norma, non si replicano meccanicamente.
Ma è
altrettanto evidente che il cosiddetto “richiamo della foresta” è sempre forte
ed affascinante e rispolvera, e richiama, vecchie ed antiche passioni.
È il
caso, nello specifico, di due categorie che nella sinistra italiana,
soprattutto nell’attuale sinistra italiana, eccitano addirittura gli animi.
Parliamo,
per uscire dalla metafora, dell’anti americanismo da un lato e dell’anti
occidentalismo dall’altro.
E non c’è affatto da polemizzare banalmente
con Massimo D’Alema lanciando anatemi e grottesche accuse per la sua presenza a
Pechino nei giorni scorsi di fronte alla gloriosa ed imponente parata militare
con i capi delle varie autocrazie e dittature disseminate in tutto il mondo.
Tutte unite, come ovvio ed evidente, dalla
profonda avversione ed ostilità nei confronti di tutto ciò che è anche solo
lontanamente riconducibile ai valori, ai principi, alle scelte dei paesi
occidentali.
Perché,
appunto, parliamo di uno dei principali leader del mondo comunista italiano
che, del tutto coerentemente, resta ancorato a quella cultura e che proprio
oggi trova nuovamente un suo fascino vagamente intellettuale e quindi politico.
“Mutatis
mutandis”, è la riformulazione e la semplice riattualizzazione, come ovvio ed
evidente, di una profonda avversione nei confronti dei nemici della sinistra
storica.
Un
armamentario ideologico che rappresenta quasi un invito a nozze per le attuali
sinistre italiane che, rispetto all’antica sinistra della Prima repubblica, ha
radicalizzato molto le sue posizioni spostandole su una piattaforma molto più
ideologica e settaria.
Parlo,
come ovvio, delle tre sinistre che oggi formano ed esauriscono il cosiddetto
“campo largo”.
Ovvero,
la sinistra radicale e massimalista del Pd di Elly Schlein, la sinistra
populista e demagogica dei 5 stelle di Giuseppe Conte e Paola Taverna e la
sinistra estremista ed ideologica del trio Nicola Fratoianni / Angelo Bonelli /
Ilaria Salis.
Il tutto accompagnato, condizionato e quasi
coordinato dalla partecipazione straordinaria, per dirla in termini
cinematografici, del segretario generale della Cgil Maurizio Landini.
Ed è
anche per queste ragioni, semplici ma essenziali nonché oggettive, che proprio
in vista delle prossime elezioni politiche nazionali - nel 2027 - sarà
necessaria una scelta politica netta.
Una
‘scelta di campo’ si sarebbe detto un tempo.
E
cioè, o la difesa dell’unità dell’Europa, dell’atlantismo, dell’Occidente e
quindi a fianco degli Stati d’Uniti d’America oppure, e al contrario, optare
per un ruolo terzaforzista, attento alle ragioni delle potenze dell’Oriente e
alternativo a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile
all’Occidente.
Ecco
perché, pur senza volerlo e senza evocare scenari apocalittici o visionari, le
prossime elezioni politiche assomiglieranno molto a quelle del 1948.
Per un
motivo decisivo.
E cioè, sarà necessario da parte degli
schieramenti politici in campo una scelta chiara, netta e senza equivoci o
balbettamenti sullo schieramento in cui ci si riconosce.
E, di
conseguenza, dove collocare l’Italia nello scacchiere europeo e, soprattutto,
internazionale.
Bombe
sul Paese Mediatore,
Israele
Senza Limiti Attacca in Qatar.
Conoscenzealconfine.it
– (10 Settembre 2025) - Andrea Muratore – ci dice:
Bombe
sui nemici, bombe sui Paesi neutrali, ora perfino attacchi negli Stati
mediatori.
Israele
non ha limiti e ha dichiarato di aver colpito obiettivi legati ad Hamas a Doha,
capitale del Qatar che da oltre un anno sta cercando di mediare la pace a Gaza.
Un nome da brividi: Operazione “Giorno del
Giudizio”.
Una
definizione che nasconde tutto lo spregiudicato millenarismo che ammanta la
strategia bellica di Israele in Medio Oriente.
Ufficialmente,
Tel Aviv dichiara di aver preso di mira “membri della leadership di Hamas che
hanno guidato le operazioni dell’organizzazione terroristica e che sono stati
direttamente responsabili del brutale massacro del 7 ottobre, e hanno
orchestrato e gestito la guerra contro lo Stato di Israele”.
Hamas
ha dichiarato che i bersagli erano i negoziatori in città per discutere della
proposta di pace.
Khalil al-Hayya, capo negoziatore di Hamas, è
stato dichiarato morto.
Insomma,
parliamo di un passaggio spericolato che apre l’ennesima ferita nella crisi
mediorientale.
In
primo luogo perché, solo pochi giorni fa, Hamas si era detta pronta a trattare
sull’ennesima proposta confezionata dall’amministrazione Usa di Donald Trump,
dietro cui il lavoro silenzioso della diplomazia qatariota si era consolidato
da tempo.
Colpire un nemico nel cuore del Paese
mediatore mentre quest’ultimo ha accettato di negoziare, per l’ennesima volta,
mostra che Israele non sembra aver intenzione di porre fine alla guerra di
Gaza.
Né il suo governo di aver alcuna cura della
vita degli ostaggi rapiti il 7 ottobre e messi a repentaglio da questa manovra
avventata.
In
secondo luogo perché, colpire in Qatar significa mostrare un senso di
irresponsabilità politica tale da rendere difficile qualsivoglia prospettiva
diplomatica futura.
Doha
non era solo mediatrice sull’asse Israele-Gaza ma anche nel quadro del
difficile confronto regionale con l’Iran e assieme alla Turchia, ai ferri corti
con Tel Aviv, è il patrono della nuova Siria con cui Benjamin Netanyahu da
tempo porta avanti una relazione duale fatta di bombe e abboccamenti
diplomatici.
Il
Qatar vanta un poderoso apparato di difesa aerea, con assetti americani come
Patriot e Thaad.
L’ombra dell’attacco si staglierà anche su
Doha, che ora si trova stretta tra la potenziale accusa di aver lasciato fare e
il rischio di apparire inadatta a difendere il suo territorio.
E dunque potenzialmente indebolita sul piano
politico-strategico.
In
terzo luogo, colpiscono le dinamiche dell’attacco.
Israele
ha colpito in pieno giorno, in maniera mirata e rivendicato apertamente
l’azione come un “attacco mirato”, dunque come un atto chirurgico volto a
rimuovere una minaccia esplicita.
Inoltre,
l’Israel Defense Force ha rivendicato di aver colpito assieme all’Israel
Security Agency, lo Shin Bet, mostrando dunque di aver informazioni di
intelligence chiare sul posizionamento dei leader di Hamas.
Lo
Shin Bet, e non il Mossad (servizio estero) controlla Hamas perché Gaza è
ritenuta, da Tel Aviv, fronte interno.
Israele
ha dunque scelto di colpire l’ottavo territorio mediorientale (dopo Gaza,
Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Iran e Yemen) dal 7 ottobre 2023 a oggi.
Un
Paese impegnato sia nel sostegno alla mediazione che legato a doppio filo tanto
con Hamas quanto, in prospettiva, con lo stesso Stato Ebraico:
Doha
era una delle capitali attenzionate da Tel Aviv per l’estensione degli Accordi
di Abramo prima del 7 ottobre.
Bombardare
dei negoziatori nemici nel Paese mediatore, in questo caso, significa voler
tutt’altro che metaforicamente bombardare la pace.
La
vera nemica del governo di Netanyahu, che assieme alla stabilità regionale
trascina a fondo l’immagine internazionale di Israele.
Una
vecchia regola della diplomazia è sacra da secoli: gli ambasciatori non sono un
bersaglio militare e nemmeno i negoziatori.
Dal 7
ottobre Israele ha bombardato ambasciate (quella iraniana a Damasco) e ora, se
confermato, dei mediatori.
Un
simbolo di un tempo brutale in cui ogni regola della pace e della guerra è
sconvolta.
E lo
Stato Ebraico è responsabile di un imbarbarimento del clima politico
internazionale che perturba la stabilità mondiale.
(Andrea
Muratore)
(it.insideover.com/guerra/bombe-sul-paese-mediatore-israele-senza-limiti-attacca-hamas-in-qatar.html).
Logica
di deterrenza?
Perché
Mosca ribadisce che truppe
straniere
in Ucraina sarebbero
bersagli
legittimi.
Iari.site.it – (8 Settembre 2025) -Filippo
Maria Sardella – ci dice:
Putin
non ha cambiato linea, ma ha scelto il momento perfetto per ribadirla: chiunque
metta piede in Ucraina diventa un bersaglio legittimo.
Un
avvertimento che congela ogni ipotesi di “boots on the ground” occidentali.
Al “Forum
Economico Orientale” di Vladivostok, Putin ha riaffermato che qualunque forza
militare straniera dispiegata in Ucraina verrebbe trattata come obiettivo
legittimo.
La
dichiarazione non rappresenta una rottura, bensì la manutenzione pubblica di
una linea già nota:
ribadire
il perimetro di deterrenza ogni volta che in Occidente riaffiorano ipotesi di
“peace keepers”, missioni di sicurezza post-accordo o presenze addestrative
“in-country”.
Il tempismo è parte del messaggio:
intervenire mentre il dibattito è ancora
fluido serve a congelare sul nascere opzioni che, una volta normalizzate sul
piano mediatico e tecnico, diventerebbero più difficili da disinnescare.
La
scelta del palco non è neutra.
Un
forum economico internazionale offre una cornice di apparente “routine” da cui
rimarcare, con tono di continuità, una postura militare dura ma presentata come
prevedibile e quindi stabilizzante.
In questo modo il Cremlino parla a tre platee
contemporaneamente:
all’interno,
dove la coerenza della narrativa rafforza la percezione di controllo;
all’esterno occidentale, dove l’obiettivo è innalzare il costo politico di
qualunque “light footprint” militare;
e al
Sud Globale/partner asiatici, ai quali si segnala affidabilità nel mantenere
linee rosse chiare.
Sul
piano logico-militare, il messaggio punta a ridurre l’ambiguità.
Dichiarare
ex-ante che non esistono “zone grigie” per contingenti stranieri in Ucraina
comprime lo spazio per missioni ibride o semi-civili con protezione armata, che
potrebbero fungere da testa di ponte politica.
Il riferimento a “target legittimi” stabilisce
inoltre una simmetria operativa:
nel
momento in cui il teatro diventa multi-attore, chi vi entra accetta il rischio
di essere trattato come parte belligerante, scoraggiando dispiegamenti
simbolici ad alta visibilità e bassa resilienza logistica.
Il
contesto strategico rende la riaffermazione più che un avvertimento:
è una forma di “chiarezza coercitiva” che
trasferisce l’onere del rischio sul decisore avversario.
Se il
costo atteso di un’eventuale presenza occidentale in Ucraina include la
prospettiva di perdite dirette e una rapida escalazione reputazionale, allora
la discussione politica su “boots on the ground” resta confinata al livello
ipotetico.
In sintesi, la frase di Vladivostok non
introduce nulla di nuovo sul merito;
aggiorna però, nel momento opportuno e nel
luogo opportuno, il quadro di deterrenza che Mosca vuole mantenere invariato
finché il conflitto resta ad alta intensità e a geometria coalizionale.
La
prima funzione della dichiarazione è la chiarezza delle regole d’ingaggio.
Esplicitare ex-ante che qualunque contingente straniero sul suolo ucraino verrà
trattato come obiettivo legittimo riduce l’ambiguità operativa e politica.
In
assenza di ambiguità, scompaiono le “zone cuscinetto” narrative — quelle
missioni ibride o semi-civili che, col tempo, possono trasformarsi in presenze
militari di fatto.
La previsione del costo non è più negoziabile
a valle:
è” front-loaded” sul decisore che valutasse un
dispiegamento, e ciò rafforza la deterrenza.
Non è
una minaccia gratuita:
è un messaggio che trasferisce il rischio
dalla reazione russa al gesto iniziale dell’avversario, scoraggiando i “passi
corti” che spesso aprono a scivolamenti di mandato.
Il
secondo elemento è l’asimmetria dei costi.
Presenze
occidentali “a impronta leggera” sarebbero per definizione ad alta visibilità e
bassa resilienza:
poche
basi, grande dipendenza da corridoi logistici aerei e stradali, densità di
sensori e media attorno.
In queste condizioni, anche un numero ridotto
di perdite avrebbe un impatto politico sproporzionato nei Paesi d’origine,
mentre il costo operativo per colpire bersagli così esposti rimarrebbe
relativamente contenuto.
In
termini di calcolo strategico, è la tipica situazione in cui il costo politico
atteso per chi dispiega eccede il costo operativo marginale per chi ingaggia.
Terzo:
il vantaggio strutturale su fuoco e difesa aerea.
La combinazione di attacchi in profondità,
capacità ISR persistenti (droni, ricognizione elettronica, osservazione dal
cielo) e una difesa aerea stratificata rende rischioso qualunque “dispiegamento
di bandiera” vicino al fronte o ai nodi logistici.
La
pratica recente ha mostrato la capacità di modulare il volume di fuoco —
saturazione quando serve, precisione quando conviene — selezionando tempi e
obiettivi in modo da massimizzare l’effetto politico oltre a quello tattico.
In questa cornice, un piccolo contingente
straniero diventa un punto focale prevedibile:
più
facilmente localizzabile, più complicato da proteggere senza allargare
ulteriormente il “footprint”.
Quarto:
il precedente operativo dei terzi attori.
Nel
momento in cui unità non ucraine e non russe entrano nel teatro o nelle aree di
retrovia, esse vengono trattate secondo le stesse regole di chi è già in campo:
si
ingaggia ciò che sostiene l’avversario, a prescindere dalla bandiera.
Questo
cristallizza la simmetria:
se
Kiev ingaggia forze alleate di Mosca dove queste operano, Mosca considera
legittimo fare altrettanto con eventuali forze alleate di Kiev.
La logica è semplice e comprensibile anche al
pubblico non specialistico:
il
teatro non è più bilaterale, quindi la neutralità di comodo non regge alla
prova del fuoco.
La
sostenibilità di lungo periodo.
La
catena di rifornimento russa si è adattata a un conflitto di attrito:
redistribuzione industriale, approvvigionamenti esterni di munizionamento,
integrazione di personale e capacità ausiliarie, standardizzazione di sistemi a
basso costo (UAV, munizioni circuitanti) e miglioramento della manutenzione in
teatro.
Tutto
questo alimenta una strategia di “cost-imposition”:
imporre nel tempo all’avversario — e a chi
valutasse di intervenire con piccoli contingenti — un ritmo di spesa, rischio e
usura difficilmente sostenibile senza un salto qualitativo nel coinvolgimento.
In
termini strettamente militari, la dichiarazione pubblica sulle “legittime”
regole d’ingaggio è il tappo che tiene fermo questo equilibrio:
scoraggia
gli ingressi marginali, evita di regalare bersagli simbolici e preserva il
vantaggio di fuoco e di protezione accumulato.
SO
WHAT — Previsioni operative.
Best
Case (probabilità
medio-alta)
Nel
migliore degli scenari, la minaccia di targeting formulata da Mosca resta
credibile e coerente, raffreddando ogni ipotesi occidentale di dispiegare
truppe in Ucraina, anche in forma post-accordo o con mandato limitato.
La
chiarezza comunicativa del Cremlino, ribadita pubblicamente e senza margini di
ambiguità, svolge la funzione di deterrenza classica:
alzare in anticipo il costo politico per chi
volesse anche solo discutere missioni militari “ibride”.
In
questo contesto, la Russia può continuare a sfruttare le sue capacità di
attacchi combinati – strike missilistici e droni in profondità, operazioni di
interdizione logistica, pressione costante su infrastrutture critiche – senza
correre il rischio di escalation diretta con Paesi NATO.
L’attrito
resta confinato al binario Russia-Ucraina e la coalizione occidentale mantiene
il sostegno attraverso forniture materiali, ma senza passaggi qualitativi sul
terreno.
Le
ipotesi chiave di questo scenario sono tre:
Coesione
comunicativa russa, senza contraddizioni tra leadership politica e apparato
militare.
Assenza
di incidenti che coinvolgano personale occidentale in aree prossime al fronte o
lungo le catene logistiche ucraine.
Continuità
dei flussi di munizionamento e supporto extra-occidentale, che alimentano la
resilienza russa sul lungo periodo.
Gli
impatti sono significativi:
la
deterrenza di Mosca si consolida, il costo politico di un dispiegamento
occidentale rimane proibitivo per le capitali NATO ed europee, e il conflitto
prosegue come guerra di logoramento, con un orizzonte di stabilizzazione lenta
e senza svolte improvvise.
Worst
Case
(probabilità bassa-media, ma in crescita se aumentano i “quasi-incidenti”).
Lo
scenario peggiore non nasce da una scelta deliberata, bensì da un incidente
operativo.
Basterebbe
un evento con vittime occidentali – magari addestratori militari in aree non
dichiarate, contractors civili con funzioni ambigue, o personale tecnico vicino
a un nodo logistico – per scatenare un’escalation politica incontrollata.
L’attribuzione rapida da parte dei media, prima ancora che i fatti siano
chiariti, potrebbe innescare pressioni interne nei Paesi coinvolti a favore di
“misure di protezione” o di un ampliamento del mandato delle missioni.
Le
ipotesi chiave qui sono:
Un
errore di identificazione in contesto ad alta densità di fuoco.
Un
attacco su nodo logistico dove la presenza occidentale non era stata resa
pubblica.
Una
narrativa mediatica accelerata che impone risposte politiche prima che siano
disponibili ricostruzioni verificate.
Gli
impatti sarebbero critici:
il
rischio di miscalculation si alza, la possibilità di stabilire regole di
de-conflitto si restringe, e lo spazio politico per negoziare soluzioni
tecniche viene soffocato dall’urgenza di “non apparire deboli”.
Variabili
da monitorare.
Dichiarazioni
occidentali su missioni di peacekeeping post-accordo o training direttamente in
territorio ucraino:
segnali
di superamento della soglia politica di accettazione del rischio.
Pattern
degli strike russi:
l’alternanza
tra volume massiccio e precisione chirurgica mostra il grado di controllo
operativo e la volontà di segnalare capacità di saturazione o selettività.
Andamento
delle perdite e ruolo operativo dei reparti nordcoreani presenti in Russia:
la
loro esposizione al fuoco ucraino rappresenta un indicatore anticipato di come
Mosca intenda gestire la simmetria nei confronti di eventuali altri attori
stranieri.
Cina,
India e Russia: non un fronte
compatto
ma un triangolo fragile.
Treccani.it – Lisa Guerra – (11 settembre
2025) – ci dice:
Il
recente vertice tenutosi ha riportato sotto i riflettori il rapporto tra Cina,
India e Russia.
Tre
giganti demografici ed economici, tre potenze regionali con interessi
divergenti e al tempo stesso convergenti, che si sono mostrate al resto del
mondo unite e disposte a collaborare. Insieme ad altri Paesi dell’Asia centrale
e del Medio Oriente, i leader delle tre potenze hanno discusso delle sfide
comuni del prossimo futuro, presentandosi in un quadro di coesione che ha
suscitato sensazionalismi vari tra i media occidentali ma che, nonostante i
visi sorridenti e i gesti cordiali, non cancella le rivalità storiche.
La
SCO, nata nel 2001 come forum di sicurezza regionale con l’obiettivo di
promuovere pace e cooperazione tra gli Stati membri, ha progressivamente
ampliato il suo peso politico ed economico, includendo nel tempo dieci Paesi e
diversi osservatori europei e americani.
Questo 15° summit si è svolto in un contesto
in cui le tariffe commerciali e le politiche protezioniste hanno alimentato preoccupazione tra molte
delle economie partecipanti.
Un
momento ideale per rilanciare la sua agenda, che comprende la proposta di una e nuove collaborazioni in campi strategici
come energia, intelligenza artificiale, fintech e cambiamento climatico.
Tutto all’interno di un disegno più ampio:
costruire
alternative concrete al sistema occidentale dominato dal Fondo monetario
internazionale, Banca mondiale e dollaro.
In
questa cornice si collocano anche la proposta di un maggiore uso dello yuan
negli scambi energetici e i continui richiami alla, pensata come piattaforma
infrastrutturale per rafforzare l’integrazione eurasiatica attraverso reti di
trasporto, energia e comunicazione.
In
particolare, l’incontro tra Xi Jinping e
‒ il primo in Cina dopo sette anni e particolarmente significativo
perché il premier indiano aveva saltato il summit di Astana dell’anno scorso ‒
è stato letto da molti come il segnale di un avvicinamento innescato proprio
dalle pressioni americane.
Tuttavia,
il rapporto tra Cina e India rimane complesso e caratterizzato da diversi punti
nevralgici.
Da un
lato, è vero che negli ultimi anni l’India aveva intensificato i legami
economici e tecnologici con gli Stati Uniti:
nel
2023 Washington è diventato il suo, e il
Dialogo quadrilaterale di sicurezza di cui fanno parte USA, India,
Giappone e Australia, dimostra la percezione condivisa della minaccia
dell’influenza cinese nell’Indo-Pacifico.
Dall’altro,
esistono almeno tre ragioni che spingono Cina e India verso una cooperazione
strategica.
La
prima riguarda energia e sicurezza alimentare:
La Russia offre loro un canale prezioso, e un
minimo coordinamento tra Pechino e Nuova Delhi è funzionale a garantirne la
continuità.
Inoltre
la seconda ragione.
Dopo
gli anni di pandemia e la crisi dei semiconduttori, India e Cina hanno
interesse a rafforzare reti regionali meno vulnerabili alle restrizioni
occidentali. L’India cerca investimenti e tecnologie, la Cina nuovi sbocchi
produttivi e mercati di consumo.
La
terza ragione è più simbolica che concreta, ma ha un’importanza cruciale:
una voce comune.
Pur da posizioni diverse (a volte opposte),
entrambi i Paesi rivendicano un ruolo di rappresentanza per tutte le economie
emergenti e non tradizionalmente allineate con il blocco statunitense.
Se è
vero che la cornice della SCO ha permesso loro di presentarsi non come rivali
ma come co-leader, contrapponendo un modello multipolare alla centralità
occidentale, la convergenza tra Cina e India appare più come un patto di non
belligeranza che come un’alleanza strategica.
Il
terzo gigante presente al summit, la Russia, è arrivato con un bagaglio
pesante: oltre tre anni di guerra, sanzioni severe e un isolamento crescente in
Europa.
Per,
la SCO rappresenta oggi più che mai una piattaforma fondamentale per dimostrare
che Mosca non è del tutto emarginata, dopo che l’invasione di parte del
territorio dell’Ucraina ha drasticamente ridotto lo spazio di manovra del
Cremlino in Europa e le sanzioni hanno congelato asset miliardari e interrotto
l’export energetico verso i partner occidentali.
Mosca
ha quindi trovato in Pechino e Nuova Delhi due valvole di ossigeno,
rispettivamente come mercato energetico e come sponda diplomatica: se la Cina
fornisce tecnologie dual-use e sostegno politico.
Tuttavia,
l’equilibrio di questi rapporti è sbilanciato:
la
Russia dipende dalla Cina molto più di quanto la Cina dipenda dalla Russia.
Per
Mosca, mentre per la Cina la Federazione resta marginale.
Infrastrutture
energetiche come il gasdotto (costruito per trasportare gas naturale dalla
Russia alla Cina) rafforzano questa direzione di dipendenza, vincolando Mosca a
Pechino nel lungo termine.
Molti
osservatori hanno parlato di una Russia ridotta al ruolo di partner junior in
relazione alla Cina.
Questa
definizione coglie la crescente asimmetria nei rapporti tra i due Paesi, ma non
deve far dimenticare le leve di potere che il Cremlino conserva:
la forza militare e nucleare, ancora superiore
a quella cinese, e la capacità di proiettare la propria influenza in spazi
geopolitici, dal Medio Oriente all’Africa, dove Pechino preferisce invece agire
per vie economiche.
Insomma,
quello tra Cina, Russia e India non è davvero un fronte compatto, bensì un
triangolo fragile.
Le
tensioni tra Pechino e Nuova Delhi restano presenti, soprattutto dopo i
conflitti di frontiera.
Inoltre, l’India non ha mai aderito
formalmente alla B”elt and Road Initiative”, percepita come una minaccia alla
propria sovranità, e investe invece su corridoi alternativi.
Tuttavia,
la convergenza a Tianjin mantiene un forte valore politico:
mostrare che l’Occidente non è l’unico centro
di potere, che esistono reti parallele capaci di attrarre Paesi dall’Asia
centrale al Medio Oriente.
Reti
altrettanto influenti, visto che la SCO rappresenta oggi la più ampia
organizzazione regionale al mondo in termini di popolazione.
In
ogni caso, più che un’alleanza solida o un “nuovo ordine globale”, a Tianjin è
stato messo in scena un gioco di specchi, in cui ciascun attore recita per il
proprio pubblico interno e per quello internazionale.
Anche
se il copione non è ancora scritto, il messaggio inviato al resto del mondo è
inequivocabile:
il palco non ha più un solo protagonista.
Perché
l’Occidente non guiderà
più la
storia del mondo.
Volerelaluna.it
– (12-08-2025) - Piero Bevilacqua – ci dice:
Non
occorre possedere speciali virtù profetiche per predire ai paesi dell’occidente
(vale a dire Europa e USA per come si sono configurati negli ultimi due
secoli), un avvenire di disgregazione e di inarrestabile declino.
Sarebbe
sufficiente fermarsi ai dati macroeconomici e sociali più noti per farsi
un’idea alquanto realistica del futuro che li attende.
Gli USA sono chiusi nella trappola di un
debito crescente e insostenibile, incapaci di limitare la loro dispendiosa
postura di impero guerresco, privati da decenni della loro base manifatturiera,
spinti a fare soldi con i soldi, costretti a governare un paese lacerato dalle
disuguaglianze, in cui la classe media, base della stabilità politica
americana, arretra ormai da decenni, mentre in tanti stati la condizione di
povertà supera il 10% della popolazione.
Un’economia
di servizi che vuole vivere sul debito pubblico e sull’indebitamento privato
dei cittadini, sul dominio del dollaro.
Sotto
questo profilo l’Europa non sta molto meglio anche a prescindere dallo scenario
inquietante che si schiude per il Vecchio Continente dopo gli accordi con Trump
del 27 luglio.
Vent’anni
di perdita di produttività delle industrie dell’Unione, ci ricorda il “Rapporto
sul futuro della competitività europea” di Mario Draghi del 2024.
Nel
quale rapporto cogliamo la previsione più clamorosa del declino europeo,
l’indicatore più indiscutibile del regresso delle nazioni:
la
perdita di popolazione.
«Entro
il 2040, si prevede che la forza lavoro dell’UE si ridurrà di circa 2 milioni
di persone ogni anno, mentre il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe
scendere da circa 3:1 a 2:1».
Ricordiamo
di passaggio quel che è successo nel cuore del Vecchio Continente.
Con la
guerra in Ucraina la rampante locomotiva d’Europa, la Germania, è andata a
schiantarsi nelle secche di una classe dirigente nana, che ha ubbidito
prontamente agli USA, ha accettato di buon grado il sabotaggio del gasdotto
Nord Stream, rinunciando ai rapporti di scambio con la Russia su cui aveva
fondato un modello di crescita di successo.
Ora ha
imboccato la strada, davvero ricca di potenzialità, per diventare la “più
grande potenza militare dell’Europa”.
Immaginiamo
con entusiasmo quanta ricchezza e benessere apporterà al suo popolo e al resto
d’Europa col patrimonio di carri armati, bombe e missili di cui si doterà…
E
tuttavia, per indicare la linea di tendenza rovinosa verso cui siamo diretti,
basterebbe soffermarsi superficialmente sulla parabola disegnata dall’Italia –
il paese politicamente più fragile e per questo più rappresentativo per il
ragionamento che intendo svolgere – per comprendere verso quali mete luminose
tende il destino del Vecchio Continente.
Chi si ricorda che nel 1991, secondo un
rapporto di “Business International”, l’Italia era diventata il quarto paese
più industrializzato del pianeta, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania?
Oggi,
dopo 30 anni di cura europea e di buon governo nazionale (governi di
centro-destra e di centro-sinistra) è scomparsa dalle classifiche, ospita sei
milioni di poveri assoluti, perde di anno in anno quote di popolazione, che
diventa sempre più vecchia, è segnata da squilibri territoriali drammatici, con
vastissime aree che si vanno desertificando anche sotto il profilo fisico.
Ma le
previsioni sul futuro dell’occidente diventano ancora più credibili se facciamo
almeno un cenno ai paesi che stanno emergendo dal loro passato coloniale, si
liberano dalla tirannia del debito gestito dal Fondo Monetario Internazionale,
dai ricatti e dalle imposizioni del dollaro statunitense, dal saccheggio dei
propri beni da parte delle grandi imprese occidentali, perpetrato attraverso la
corruzione delle vecchie élites locali.
Pur senza qui considerare la Cina, ormai la
vera prima economia del pianeta, bisogna tener presente che i paesi del fronte
dei Brics, e altri nella stessa condizione, sono in costante crescita
demografica, abitati da giovani desiderosi di acquisire benessere, galvanizzati
dal sentirsi parte di comunità orgogliosamente in ascesa e sempre più
indipendenti dal vecchio padrone europeo o americano.
Nulla di più lontano dalla nostra gioventù,
smarrita da anni nella sua disperazione nichilista.
Figuriamoci
ora che le promettiamo un entusiasmante avvenire di guerra.
Ma un
aspetto davvero poco considerato dell’ascesa tumultuosa di questi paesi è la
coscienza storica che ispira la condotta delle nuove élites nazionali,
consapevoli del passato di saccheggi, umiliazione e massacri subiti ad opera
delle colonizzazioni occidentali e del neocolonialismo americano.
Una
nuova consapevolezza geostrategica orienta il Sud del mondo di cui noi
ignoriamo tutto, a parte la caricatura della nostra stampa, servilmente e
stoltamente impegnata a denigrare chi insidia il nostro fallimentare
suprematismo bianco.
In realtà in questi ultimi 30 anni il dominio
unico americano è andato in frantumi, qualcuno dovrebbe informare i governanti
europei e la stampa che li illumina, perché si acconcino a fare i conti con un
gran numero di nuovi e agguerriti comprimari.
E
tuttavia il cuore del declino dell’occidente è, per contrasto, osservabile
proprio qui, nella variegata geografia di questo Sud e di questo Oriente in
cammino.
Non
solo nella semplice ascesa economica di tanti paesi, ma nel nucleo che sta alla
base del loro successo e che l’occidente ha perduto:
la guida di un forte potere statale.
Condizionati
dal nostro pregiudizio democratico, dalla nostra rocciosa ignoranza, dal nostro
indomito razzismo, noi bolliamo come autocratici i regimi di questi paesi (in
gran parte effettivamente illiberali, secondo loro culture e tradizioni) e
perciò guardiamo ai loro successi non come all’emergere di una nuova geografia
delle relazioni internazionali, che si sottrae al dominio unico degli USA, ma
come a confuse minacce alle nostre svuotate democrazie.
Così
ci sfugge non solo che essi puntano a un ordine di cooperazione e di pace
mentre noi democratici ci disponiamo e investiamo nella guerra – dopo tutte le
guerre con cui abbiamo insanguinato il mondo negli ultimi 100 anni – ma anche
un aspetto decisivo del mutamento d’epoca che si è consumato sotto i nostri
occhi.
Questi
paesi hanno conservato un bene supremo che USA ed Europa hanno rovinosamente
perduto:
la
sovranità del potere politico statuale.
Oltre
30 anni di di-sfrenamento capitalistico, accompagnato dalle sirene della
retorica neoliberista, hanno distrutto il potere superiore che per tutti i
secoli dell’età moderna aveva governato gli interessi generali dei paesi e
soprattutto degli stati-nazione.
La politica moderna, quella che nasce in idea
con le prime geniali teorizzazioni di Machiavelli, è stata sopraffatta,
soffocata sotto una inedita forma di neofeudalesimo, capeggiato da potentati
economici e finanziari che l’hanno privatizzata, comprata a pezzi come si
compra una qualsiasi azienda.
La tradizionale, complessa forma di governo
degli interessi collettivi è stata di fatto privatizzata, divisa fra diverse
corporazioni, mentre il ceto politico, che apparentemente tiene in piedi il
simulacro della rappresentanza democratica, è ridotto a una corporazione
subalterna, che svolge compiti ancillari.
Serve,
dietro compenso, i poteri finanziari più o meno grandi, per esempio perché
saccheggino il suolo delle nostre città (l’Italia, Milano in testa, offre un
bel repertorio);
è
impegnata, con l’aiuto della stampa, a elaborare retoriche per convincere i
cittadini delle buone ragioni delle élites capitalistiche anche nelle versioni
affaristiche più degradate.
In
breve il capitalismo, privato del suo antagonista storico, il comunismo, che ha
disfatto i partiti operai e popolari, messo all’angolo i sindacati, intaccato
gli equilibri vitali del pianeta, sciolto nell’acido dell’individualismo
edonistico quel che era stata per secoli la società, ha divorato anche il
potere pubblico che gli forniva visione generale e qualche elemento di
indirizzo strategico.
Osserviamo
oggi quest’opera di distruzione persino nello stato di diritto più antico e più
solido dell’occidente, quello degli USA.
Del resto come poteva andare diversamente dopo
che, per decenni, i cosiddetti rappresentanti del popolo accedono al Congresso
grazie ai milioni di dollari con cui i vari potentati finanziano le loro
dispendiose campagne elettorali?
Come
possono rispondere agli interessi della grande massa dei cittadini americani
dopo gli obblighi contratti con così generosi ed esigenti donatori?
Perciò
Partito democratico e Partito repubblicano sono indistinguibili per un aspetto
fondamentale: sono due facce di un’unica plutocrazia.
Trump,
ad esempio, questo personaggio bizzarro e inafferrabile, rappresenta in realtà,
plasticamente, l’implosione della classe dirigente USA, divisa tra lobbies
finanziarie ebraiche (che decidono della politica estera USA in Medio Oriente),
grandi fondi del risparmio gestito, apparato militare industriale, che cerca
nella guerra i propri profitti e sbocchi di mercato, oligarchi dell’industria
elettronica e mediatica che rivendicano potere di comando proporzionale alla
loro ricchezza, e, in ultimo, la grande massa della popolazione senza voce, che
non si sente rappresentata dal Congresso e si percepisce da anni come il 99%
più povero del paese.
E anche in questo caso, per avere un’idea del
cammino percorso dall’America in tale direzione, basterebbe pensare alla
scomparsa della retorica del “sogno americano”, o ricordarsi – per percepire
quanto tutto è mutato – dell’arrogante affermazione imperiale che fece a suo
tempo George Bush senior, secondo cui «lo stile di vita americano non è
negoziabile».
Quello
stile di vita è sempre più per pochi, e la sua incarnazione più rappresentativa
stanno diventando le fila dei senza tetto e dei tossicodipendenti accampati
nelle strade sempre più affollate di reietti delle grandi città americane.
Ma la
traiettoria più evidente del declino dell’occidente e soprattutto dell’Europa
si scorge anche nei meccanismi suicidi escogitati per la formazione e la
selezione delle loro élites.
È il caso di ricordare che per quanto riguarda
il potere statale gli imprenditori capitalistici o gli esponenti della finanza
entrano ed escono dalle stanze delle istituzioni pubbliche senza ormai destare
scandalo.
Il
sistema del “revolving door”, delle porte girevoli, è in funzione da tempo.
Oggi
Trump è il caso più eclatante, benché l’Italia lo abbia anticipato con
Berlusconi, mentre la Germania non lo è di meno, con Friedrich Merz, un uomo di
Black Rock, il gigante del risparmio gestito, diventato senza tanti preamboli
cancelliere federale.
Un
segnale evidente non solo dell’avvenuto soggiogamento del potere statale agli
interessi diretti del capitale, ma anche dell’incapacità dei partiti di
selezionare quadri dirigenti autonomi, politici esperti, per il governo dei
paesi.
Una
grande tradizione del ‘900 è stata spazzata via, perché oggi i partiti non sono
più scuola di nulla.
Non
per niente in Italia si esalta tanto Mario Draghi, eccellente manager, un uomo
della finanza internazionale, ma mediocre politico, scambiato per uno statista.
Ma la
riflessione vale più in generale per la formazione culturale dei quadri dirigenti.
Oggi vediamo Trump impegnato a colpire le
prestigiose università d’America, la base più importante dei successi culturali
e scientifici di quel paese.
Ma i
governanti europei, a partire dal “Processo di Bologna” del 1999, hanno
cominciato a curvare l’organizzazione e i programmi delle università a finalità
sempre più strumentali e subalterne alle logiche dello sviluppo economico.
Anche
la scuola e l’intero sistema formativo, soffocato sotto un crescente apparato
di controllo burocratico, hanno seguito la stessa strada.
Le nostre istituzioni accademiche producono
oggi efficienti soldatini, chiusi nei propri specialismi, isolati nei propri
compiti produttivi, o asfissiati da impegni di rendicontazione, tagliati fuori
da ogni sguardo sulle cose del mondo.
Il capitalismo ha manomesso gravemente le
nostre università, una delle più geniali creazioni dello spirito europeo, e ora
ne ha fatto dei corpi spenti, segmentati, privi di visione generale, civilmente
passivizzati.
Per avidità di profitti e volontà di controllo
sociale, il capitalismo si è auto castrato, e perciò va producendo menti
mediocri e asservite.
Non è
certo un caso (ma anche esito della potente manipolazione dei media) che dopo
oltre tre anni di pubblicazione di libri, saggi, articoli, filmati, documenti,
che hanno chiarito come la guerra in Ucraina sia stata ordita e combattuta
dagli USA, e come uno dei suoi scopi fosse, e sia ancora, quello di colpire le
economie dell’Europa, di impedire che si creasse una grande area di traffici
euroasiatica, i nostri intellettuali si rifiutino di capirlo.
Non
riescono ad accettare tale verità neppure oggi che l’amministrazione Trump
costringe alla rovina i bilanci degli stati europei, perché continuino, con
armi acquistate in USA, la guerra che questi hanno perduto.
Ma la
mutilazione politica e morale più grave che l’occidente ha subito di recente
appare necessariamente il comportamento di gran parte dei governi europei,
dell’Unione, della maggioranza del Parlamento, di fronte al genocidio del
popolo palestinese a Gaza.
Qui,
in quest’angolo orientale del Mediterraneo, “la più antica democrazia del
mondo” e “l’unico stato democratico del Medio Oriente” hanno perpetrato,
davanti all’opinione pubblica internazionale, il più efferato genocidio del
secolo.
L’onore
di questi due paesi, che si sentono orgogliosamente occidente, ove mai ne
conservassero traccia, è rimasto sepolto sotto le macerie di Gaza.
Ma non
sono soli.
Sappiamo
del sostegno militare dato a Israele dal Regno Unito, dalla Germania e
dall’Italia.
E
osserviamo sgomenti che nessuna sanzione è stata comminata allo Stato genocida,
che uccide gli inermi con le bombe e con la fame, mentre l’Unione continua a
sanzionare la Russia.
Un
esempio di coerenza e di dignità che tutti i paesi del mondo stanno ammirando
da tempo e che farà brillare di inedito prestigio l’immagine internazionale di
tutto l’occidente.
E però
non solo i governi, il ceto politico si stanno coprendo di tanta gloria.
Non
sono da meno per impegno e coerenza giornalisti, intellettuali, artisti.
Mai
tanta ignavia era apparsa sotto i nostri cieli, di fronte al massacro di un
popolo indifeso, osservabile giorno per giorno, mese dopo mese, dalla
tranquillità delle nostre case.
La
confidenza che le nostre élites hanno contratto con la barbarie è l’ultimo
tassello di una caduta di civiltà che negli ultimi tempi si è fatta
precipitosa.
Dico
élites, non a caso, perché il popolo non ha voce e il popolo inorridisce di
fronte ai massacri, non vuole la guerra, come mostrano tutte le statistiche
rese pubbliche in Europa in questi anni.
E qui sta la grande e grave contraddizione su
cui le forze progressiste dovranno far leva.
Tra i gruppi dirigenti e la grande massa dei
cittadini, si è spalancato un divario senza precedenti storici.
Un
altro aspetto conclamato del declino dell’occidente.
Un
distacco, un restringimento delle basi di consenso talmente marcato che a
eleggere i governi è ormai una minoranza di cittadini.
E su questa base ristretta, oltraggio estremo
alla democrazia, i governi delle minoranze si arrogano il diritto della scelta
più grave che uno Stato possa intraprendere:
un
programma di guerra.
Ma
questa è anche la grande contraddizione che può aprire gli spazi a
un’alternativa, per lo meno in Europa.
Governanti, politici, media padronali, élites
intellettuali hanno oggi di fronte il più grande ostacolo della loro storia:
nascondere le loro multiple sconfitte,
convincere centinaia di milioni di europei della necessità di investire ingenti
risorse in armamenti, di predisporsi alla guerra, di vivere negli anni a venire
entro una bolla di minacce e di paura, senza che nessun nemico prema alle
porte, senza che nessuno ci minacci.
La
Russia non ha nessun interesse neppure a sfiorarci, e le guerre, com’è noto, si
fanno per qualche interesse.
Com’è
facile immaginare l’impegno politico più rilevante che i gruppi dirigenti
porranno in atto sarà quello di ingannare i cittadini, di convincerli,
elaborando menzogne su menzogne, della necessità di difendersi da un nemico che
non si vede, di intraprendere una strada di sacrifici per cui non si scorge
alcuna necessità.
“Vaste
programme” direbbe De Gaulle, perché i cittadini sanno guardare il cielo e
accorgersi che nessuna tempesta è in arrivo.
E un
vasto programma fondato su una così colossale fandonia è privo di gambe per
camminare.
Perciò
un fronte ben organizzato di forze progressiste può seppellire politicamente
questi gruppi sotto le macerie della propria disfatta.
Qualunque
sia il destino dell’Unione, l’Europa – che a differenza degli USA non è un
impero – può trasformare il proprio ridimensionamento geostrategico in
occasione per svolgere un nuovo ruolo, in cui vengono esaltati i suoi talenti e
le sue eredità migliori, in un mondo di rapporti pacifici fondati sulla pari
dignità di tutti i popoli.
È
stato ucciso Charlie Kirk, giovane
e popolare attivista della
destra
americana.
Ilfoglio.it – Redazione – (10 set. 2025) – ci dice:
Il
fondatore di “Turning Point Usa” è stato colpito al collo da uno sparo mentre
parlava a un evento universitario alla “Utah Valley University”.
Donald
Trump ha dato la notizia della sua morte.
Charlie
Kirk, il fondatore di “Turning Point Usa”, la principale organizzazione di
attivisti giovanili di destra degli Stati Uniti, è stato colpito al collo
mentre parlava a un evento universitario presso la “Utah Valley University”.
Stava
parlando sotto una tenda su cui era stampato lo slogan “The American Comeback”
del suo tour.
Il
presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dato così la notizia della morte
di Kirk: “Il grande, e persino leggendario, Charlie Kirk, è morto”, ha scritto
su Truth.
Social: “Era amato e ammirato da TUTTI,
soprattutto da me, e ora non è più con noi.”
I
video dei cellulari pubblicati online mostrano persone che scappano dal comizio
dopo il rumore di uno sparo.
In un
video si vede la testa di Kirk che si muove all'indietro con un grande fiotto
di sul collo.
Una
portavoce dell'università, “Ellen Treanor”, ha dichiarato che Kirk è stato
colpito circa 20 minuti dopo aver iniziato a parlare nel campus.
L'attentatore
ha sparato dal “Losee Center”, un edificio a circa 200 metri di distanza, ed è
stato preso in custodia.
Non si
tratta di uno studente.
Questo
mese, Kirk, che aveva 31 anni, ha dato il via all'”American Come back Tour”, in
cui avrebbe dovuto visitare i campus di tutto il paese, tra cui “Colorado
State”, l'Università del Minnesota e Montana State, per parlare di politica
conservatrice.
A
giugno, Turning Point USA” ha organizzato il più grande raduno di giovani donne
conservatrici del paese, dove i relatori, tra cui Kirk e sua moglie Erika,
hanno esortato le tremila giovani donne presenti a pensare più a sposarsi che a
fare carriera.
Democratici
e repubblicani hanno subito denunciato la sparatoria sui social. “Dobbiamo
tutti pregare per Charlie Kirk, che è stato colpito”, ha scritto il presidente
Trump su Truth Social.
“Un
bravo ragazzo da cima a fondo. DIO LO BENEDICA!”
In un post, il governatore democratico della
California, “Gavin Newsom”, ha definito la violenza “disgustosa, vile e
riprovevole”
Kirk,
31 anni, è emerso negli ultimi anni come una delle giovani figure di destra più
influenti del paese e si è affermato come uno stretto alleato del presidente.
Kirk
ha co-fondato “Turning Point USA” nel 2012 e da allora è diventato un
appuntamento fisso nei campus universitari, dove ospita manifestazioni come
quella nello Utah, con un grande pubblico.
Turning
Point Usa, fondata da Charlie Kirk quando aveva 18 anni, è una vasta
organizzazione politica di destra con oltre 850 sezioni universitarie.
Il
gruppo invia relatori conservatori nei campus universitari e organizza
conferenze che riuniscono migliaia di giovani per discussioni su economia,
razza e immigrazione.
Turning
Point ha rivendicato un ruolo significativo nel convincere i giovani a votare
per il presidente Trump, che ha fatto breccia soprattutto tra i maschi della
“Gen Z” nelle elezioni del 2024.
Il
figlio di Trump, Donald Trump Jr., si è riferito a Kirk come a “una delle vere
rock star di questo movimento.”
”Turning
Point USA” ospita anche numerosi podcast, tra cui “The Charlie Kirk Show”, che
parla delle politiche conservatrici, e “Culture Apothecary”, guidato da “Alex
Clark”, più culturale.
A
dicembre il gruppo organizzerà l'”America Fest”, a cui parteciperanno molti
volti del trumpismo.
Occidente
senza pensiero.
Cittafutura.al.it - Giuseppe Rinaldi – (14/07/2025) –
ci dice:
– 1. Il titolo di questo saggio fa
riferimento a un recente libretto di Aldo Schiavone nel quale egli descrive e
denuncia un ormai consumato degrado della vita intellettuale e morale
dell’Occidente e, dunque, anche e soprattutto del primo Occidente, cioè
dell’Europa.
La
nozione di un Occidente senza pensiero costituisce una sintesi assai evocativa
di una situazione di vuoto culturale che si sarebbe instaurata, sulle sponde
atlantiche, pressappoco con l’affievolirsi delle cosiddette ideologie, proprio
quelle ideologie peraltro già in crisi che avevano avuto il loro ultimo momento
di gloria nell’ambito della Guerra fredda.
– 2. Sulla cosiddetta fine delle
ideologie sono state ormai scritte intere biblioteche.
Daniel Bell, già alla metà del secolo scorso,
parlava di una «exhaustion of political ideas».
Su
questa “fine”, e su altre “fini”, la baldanzosa corrente filosofica
postmodernista ha campato di rendita per alcuni decenni.
Qualcuno
ha anche provato a ipotizzare una fine della storia.
Con la fine delle ideologie, comunque si
valuti l’evento, ci si poteva attendere il luminoso inizio di una nuova
prospettiva culturale, scevra di ideologismi, realistica, con i piedi ben
piantati in terra, capace di guidarci con sicurezza nell’affrontare le
difficili sfide che abbiamo di fronte.
Invece, a quanto pare, l’ipotesi più probabile
è che sia subentrato il vuoto.
Un
vuoto che non si può soltanto più considerare come un momentaneo smarrimento,
una crisi di crescita.
Si
tratta piuttosto di un vuoto che si appresta a diventare un vuoto permanente,
visto che il Muro è caduto nel 1989, quasi quarant’anni fa, 36 per la
precisione.
– 3. Cosa vuol dire che siamo rimasti
“senza pensiero”?
È proprio vero? Perché non ce ne eravamo
accorti prima?
O non si tratta forse dell’ennesima moda denigrata
dell’Occidente, tanto popolare nella cultura woke e recentemente denunciata, ad
esempio, da Federico Rampini?
Le assenze sono decisamente più difficili da
rilevare delle presenze.
I vuoti non parlano, non protestano, non hanno
effetti causali diretti. Per cui occorre un certo tempo perché vengano
identificati, perché venga loro attribuito uno status, per così dire,
ontologico.
Non è
facile – soprattutto nel dominio culturale – rendersi conto del fatto che ci
manca qualcosa.
Che siamo sull’orlo di un buco nero.
A parere di chi scrive l’avvertimento acuto
della assenza di un pensiero dell’Occidente (e dell’Europa) si è avuto
piuttosto tardi, in concomitanza con una serie di fenomeni che avrebbero dovuto
avere una interpretazione univoca e una risposta altrettanto univoca da parte
dell’Occidente.
E invece non l’hanno avuta.
Fenomeni come:
1)
l’aggressione russa all’Ucraina;
2) la
diffusione stessa della cultura woke entro e fuori degli USA;
3) la
Brexit che in sostanza ha costituito una scissione dell’Unione Europea;
4) la prima vittoria di Donald Trump alle
elezioni nel 2017, l’assalto al Campidoglio e la sua seconda elezione nel 2024;
5) l’aggressione di Hamas nei confronti di
Israele e la reazione sproporzionata dello “Stato degli ebrei” nei confronti
del territorio di Gaza;
6) lo
svuotamento dell’ONU e dei Tribunali internazionali (a seguito delle guerre di
Ucraina e di Gaza);
7) in
generale, poi, la estrema lentezza e riluttanza con cui si sta realizzando la
unificazione europea.
Se si
vuol essere un poco più drastici, il blocco ormai pluridecennale del processo
di unificazione europea.
Se ne
potrebbero citare altri.
Questi meri fatti hanno diviso
profondamente il mondo della politica, gli intellettuali e l’opinione pubblica
europea e hanno mostrato come, da tempo ormai, fosse diventato impossibile
l’impiego di criteri comuni di interpretazione, di fronte a questioni che pure
sono di enorme importanza, che pure toccano profondamente i valori e i principi
fondamentali.
Se di
fronte a fatti di questa portata non hai una risposta tendenzialmente univoca,
vuol dire che non sai tanto bene chi sei, che non hai propriamente un’identità.
È lecito domandarsi se non ci sia un limite
nella disomogeneità di pensiero che possa essere sopportato da una società, in
termini di coesione e di funzionamento.
Una società che peraltro è impegnata in un
programma di unificazione politica.
– 4. Se si guarda alla fase storica
precedente, quella della Guerra fredda, avevamo mezzo mondo mobilitato per la
costruzione del socialismo, in qualcuna delle sue molteplici varianti (alcune
delle quali davvero discutibili).
Un
altro mezzo mondo era alacremente impegnato nella costruzione delle società
democratiche aperte e per resistere alla minaccia del socialismo o comunismo
reale.
Un
“Terzo mondo” era poi impegnato nella costruzione di nuovi Stati nazione, per
liberare i diversi Paesi dal colonialismo e dallo sfruttamento straniero.
Non si può certo dire che mancassero
ideologie, valori e finalità.
Non mancava dunque il pensiero.
Certo,
c’erano dei conflitti e alcuni “pensieri” erano del tutto sbagliati, ma questo
è il rischio che si corre sempre quando si è impegnati a fare la storia in
qualche modo.
Con l’implosione dell’Unione Sovietica e
con la fine della Guerra fredda, l’Occidente, che poteva considerarsi come il
virtuale vincitore della lunga contesa, è invece entrato in una sorta di stato
comatoso, in una sconcertante assenza di progettualità e di prospettive, in una
stupida concentrazione sugli egoismi nazionali e sui particolarismi.
Sono
diventati così visibili, in un certo senso, i due Occidenti, uno dalla
statualità muscolare e l’altro dalla statualità evanescente.
L’Occidente
europeo evanescente ha delegato all’altro, agli USA, una serie importante di
responsabilità collettive e questi – oggi possiamo affermarlo con totale
certezza – si sono dimostrati assolutamente incapaci, assolutamente non
all’altezza del compito.
Con
una “assenza di pensiero” forse ancora più plateale di quella diffusa in
Europa.
Basta
nominare, uno in fila all’altro, i recenti Presidenti americani.
Ve li
trascrivo qui di seguito per comodità.
Richard
Nixon (1969-1974), Gerald Ford (1974-1977), Jimmy Carter (1977-1981), Ronald
Reagan (1981-1989), George H. W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001),
George W. Bush (2001-2009), Barack Obama (2009-2017), Donald Trump (2017-2021),
Joe Biden (2021-2025) e Donald Trump (2025-).
Messi
così, uno in fila all’altro, che impressione vi fanno?
Riuscite
a identificare una qualche linea di pensiero?
– 5. Gli ultimi quarant’anni della nostra
storia, nel primo e nel secondo Occidente, ci mettono drammaticamente di fronte
a questo vuoto di prospettiva, vuoto di politica, vuoto di cultura, vuoto,
appunto, di pensiero.
Un
vuoto che si sta facendo sempre più evidente nella misura in cui i problemi,
abbandonati a sé stessi, urgono per una soluzione e si incancreniscono sempre
più.
Nel proseguimento di questo saggio – che non
va propriamente inteso come una recensione – prenderò in considerazione
soprattutto la parte introduttiva e la parte conclusiva del libro di” Schiavone”,
al solo scopo di meglio caratterizzare questo fenomeno, oggi per me divenuto
evidentissimo, di un “Occidente senza pensiero”.
– 6. Così esordisce Schiavone nel suo
libretto:
«Nel quadro delle conoscenze e dei saperi che
alimentano la vita pubblica delle nostre società […] si è aperto da qualche
tempo, nell’indifferenza generale, un vuoto inquietante.
Prodottosi quasi di colpo, ha per causa un
fatto senza precedenti, con conseguenze che si stanno rivelando via via più
disastrose:
la
scomparsa dalla scena d’Europa del grande pensiero sull’umano: filosofia,
teoria politica, scienze storiche e sociali».
Va notata qui l’espressione “pensiero
sull’umano”, una terminologia di cui sembra si sia persa decisamente
l’abitudine.
Vorrei
ricordare che anche le atroci lacerazioni del Novecento vertevano comunque,
bene o male, intorno a un qualche “pensiero sull’umano”. L’amaro tribunale
della storia ha alfine decretato qualcosa di abbastanza preciso, intorno
all’umano e al disumano.
Qualcosa
abbiamo dovuto forzatamente imparare.
Oggi, per contro, l’umano e il disumano sono
mescolati in una poltiglia inestricabile:
Hamas,
Trump, Putin, Netanyahu, cui possiamo aggiungere, fuori Occidente, gli
ayatollah, i talebani e diverse varietà di islamisti.
Ma
anche Xi e Kim Jong-un.
Eppure
ci siamo così abituati che invocare l’umano oggi suscita senz’altro, presso il
pubblico, ilarità e compassione.
“Schiavone” qui giustamente denuncia il
progressivo venir meno della cultura umanistica nell’attuale contesto europeo,
e più ampiamente nel contesto di quello che suole definirsi come Occidente.
È implicito nel suo discorso che la cultura
umanistica costituisca ancora una componente fondamentale nella definizione
degli orientamenti di una società.
Possiamo aggiungere che non assistiamo
soltanto a un venir meno della prospettiva umanistica e alla proliferazione del
cinico disincantato, stiamo assistendo a una promozione sfacciata dell’anti umanismo,
in una varietà di forme che hanno sempre più successo o che comunque, invece di
una condanna, suscitano solo benevola indifferenza.
Difendere l’umanismo oggi significa spesso
fare la parte dell’anima bella che sogna i bei tempi andati.
Significa
essere malamente apostrofati dai truci realisti della politica che oggi
abbondano più che mai.
Questa
tendenza antiumanistica si accompagna costantemente con lo screditamento della
modernità, lo screditamento della tradizione stessa dell’Occidente e con
l’implicito e conseguente screditamento della democrazia.
– 7. Schiavone chiama direttamente in
causa le “Humanité”:
filosofia, teoria politica, scienze storiche e
sociali.
Altre
volte cita le discipline giuridiche, l’etica, l’economia.
Chi
scrive si è occupato di filosofia e scienze umane fin da quando era sui banchi
di scuola.
Ebbene, la filosofia occidentale, nella sua
versione continentale, sta attraversando una crisi epocale dalla quale
difficilmente riuscirà a riprendersi.
Ho
trattato ampiamente di questo argomento nel mio recente saggio “Esiste la
filosofia continentale?”
L’aspetto interessante della questione è il
fatto che, a partire dagli anni Settanta la filosofia continentale europea,
soprattutto tedesca e francese (la french theory), ha completamente colonizzato
le facoltà umanistiche americane, gettando le basi di quella cultura del “piagnisteo
politically correct”, che si svilupperà poi nel movimento” stay woke”.
In
altri termini, stiamo importando in forma peggiorativa, come vuoto di pensiero,
quello che abbiamo esportato oltre atlantico qualche decennio fa.
Per le scienze sociali è avvenuto un
processo inverso.
Le
scienze sociali americane del primo Novecento, che avevano studiato per prime
la nuova società di massa, sono state esportate in Europa, dove hanno avuto una
diffusione straordinaria e hanno contribuito alla conoscenza e
all’ammodernamento delle società europee, almeno quelle al di qua del Muro.
Per
decenni le scienze sociali nord americane furono le sole capaci di fare una
dura concorrenza all’ortodossia marxista, che pretendeva il monopolio della
conoscenza sociale.
Esse
diedero notevoli contributi ai processi di riforma delle società europee
postbelliche.
Negli
anni Novanta tuttavia le scienze sociali americane caddero vittima dei “social
studies”, del “piagnisteo politically correct” e lo stesso accadde, di converso
in Europa.
Con
l’avvento del neo liberismo (la “Tatcher” sosteneva che “la società non
esiste”) e con l’abbandono dei grandi progetti di riforma, le scienze sociali
cominciarono a perdere qualsiasi ruolo e centralità.
Contribuendo
così a quel vuoto di pensiero di cui stiamo discutendo.
– 8. Una delle manifestazioni più
tangibili di questo vuoto inquietante è – per Schiavone – la progressiva
scomparsa dei Maestri. «Una volta c’erano tra noi i Maestri.
Non in
un’età ormai lontana, ma appena qualche decennio fa, ancora nel tardo
Novecento.
Guide
da cui non si poteva prescindere e con cui ci siamo a lungo confrontati, fin
quasi al passaggio del secolo.
Spesso
discussi e criticati, e non soltanto seguiti e imitati, ma comunque
riconosciuti in grado di misurarsi con le grandi personalità del passato, e di
aprire, attraverso quel dialogo, vie inesplorate per affrontare i problemi del
presente nella continuità di una tradizione: quella stessa della modernità».
La collocazione cronologica posta da
Schiavone, “appena qualche decennio fa”, dell’avvento del vuoto di pensiero, è
all’incirca quella che ho segnalato nella mia introduzione.
Va poi ricordato che intellettuali e modernità
hanno costituito, per secoli, un binomio inseparabile.
Gli
intellettuali, pur con molte contraddizioni, hanno costantemente svolto il
ruolo di coscienza critica della modernità.
Anche i conflitti del Novecento sono stati
elaborati e consumati nell’ambito di un aspro dibattito intellettuale intorno
alla modernità, o a quel che ne restava.
Ma è ora subentrata la postmodernità, la
reazione contro la modernità che ha finito per scindere il ruolo stesso degli
intellettuali nei confronti della società e della storia.
Intellettuali e modernità sono due categorie
che hanno subìto, negli scorsi decenni, un attacco violentissimo.
Proprio
ad opera della postmodernità che, in virtù di questo vandalismo di principio,
ha mostrato alla fine la propria vacuità e inconsistenza. Senza l’apporto della
modernità, senza il ruolo degli intellettuali, abbiamo perso progressivamente
la capacità di pensare al nostro passato, al nostro presente, al nostro
destino.
Abbiamo rinunciato a domandarci chi siamo, donde
veniamo, dove andiamo.
Con
chi ci accompagniamo.
– 9. Schiavone usa alcune pagine per
elencare una nutrita schiera dei grandi Maestri cui faceva riferimento in
apertura.
«Era insomma la grande cultura formatasi nel
cuore del ventesimo secolo che continuava a svolgere il proprio ruolo, e finiva
con l’illuminare un’intera civiltà. […]
Di
comparabile a tanta ricchezza, oggi non rimane più nulla:
ed è
così che il buio è sceso senza preavviso sul cuore dell’Occidente.
I
primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: un’America irriconoscibile, e
un’Europa che tace o balbetta».
Si noti che l’elenco dei Maestri citati,
che qui non riporto e discuto per brevità, comprende posizioni culturali anche
assai diverse e talvolta incompatibili.
In
omaggio dunque alla natura sempre conflittuale del pensiero.
Per
quel che riguarda invece il buio che ha colto il secondo Occidente, ci dovremmo
soffermare a lungo sulla “cultura woke”, che è insieme causa e conseguenza
della sparizione dei grandi Maestri e del rifiuto della modernità.
Luca
Ricolfi nel suo saggio sul “Follemente corretto” ha esaurientemente descritto
il fenomeno e ne ha tracciate alcune linee interpretative.
Il politically correct e la cultura woke, con tutti i
loro annessi e connessi, hanno gravemente minato la libertà di pensiero, uno
dei principi cardine dell’Occidente.
– 10. Tuttavia Schiavone mette anche
l’accento sul deterioramento qualitativo della produzione culturale.
Ciò
ovviamente mette in causa i meccanismi stessi della produzione e riproduzione
dei saperi umanistici.
Afferma Schiavone che: «[…] se si considerasse l’elenco dei
docenti di una qualunque importante Facoltà umanistica in Francia, in Germania,
in Italia qual era quaranta o cinquanta anni fa, e lo si mettesse a confronto
con coloro che vi insegnano oggi, sarebbe arduo sottrarsi all’impressione di
una distanza crescente e incolmabile, se appena si avesse una cognizione non
superficiale delle materie prese in esame: filosofiche, storiche, giuridiche,
sociologiche».
Va osservato, da parte nostra, che
l’appiattimento qualitativo riguarda non solo l’offerta culturale, ma anche il
lato della domanda.
Le capacità medie conseguite dagli studenti
nelle nostre scuole sono in caduta libera.
Lo
stesso vale per le capacità medie dei cittadini di svolgere efficacemente i
doveri loro prescritti dalla Costituzione.
Anche
su questo appiattimento ormai esiste una letteratura ampia e ben documentata.
– 11. Ciò vale perfino – ci permettiamo
di aggiungere – nel campo dell’intelligenza.
Secondo
gli studiosi dell’”effetto Flynn”, nei Paesi occidentali anche l’intelligenza
media avrebbe cessato di crescere.
L’Effetto
Flynn era quel fenomeno, ben conosciuto dagli psicologi, per cui le prestazioni
nei test di intelligenza tendevano a crescere col passare del tempo (3 punti
ogni decennio).
Questo
fenomeno era stato rilevato sulla base dell’accumulo dei dati conseguenti alla
pratica sistematica della somministrazione dei test di intelligenza diffusa in
varie nazioni e istituzioni.
Dall’inizio
del nuovo secolo sono comparsi diversi studi che testimoniano di un arresto del
fenomeno di crescita dei punteggi medi nei test di intelligenza.
O,
addirittura, sembrano avallare la presenza generalizzata di un effetto Flynn
rovesciato.
Col passare del tempo, le prestazioni
individuali nei test di intelligenza non solo avrebbero cessato di crescere ma
addirittura tenderebbero a diminuire.
La
cosa è tuttora controversa sul piano statistico, ma decisamente allarmante, se
collegata ad altri sintomi di degrado del livello culturale medio delle nuove
generazioni.
– 12. Eppure viviamo in un’epoca
formidabile di progresso tecnico scientifico.
Abbiamo
fotografato i buchi neri, abbiamo scoperto il bosone di Higgs e intercettato le
onde gravitazionali.
L’intelligenza
artificiale contribuisce a migliorare la nostra vita in un’enorme quantità di
settori.
Schiavone
precisa che, a suo giudizio, il vuoto di pensiero incombente concerne proprio
il contesto delle Humanitas, visto che, per quel che riguarda le scienze della
natura, non pare proprio esserci alcuna crisi alle porte.
Non abbiamo dunque a che fare con disturbi
funzionali di base, visto che nel campo scientifico hard il prodotto è rimasto
per ora del tutto competitivo.
Abbiamo proprio a che fare col vuoto di
pensiero sull’umano. Un autentico smarrimento. Come un gigante dotato di
un’enorme muscolatura, ma col cervello di un moscerino.
Schiavone confronta l’epoca della prima
Rivoluzione industriale, quando il passaggio d’epoca fu caratterizzato da un
intenso lavorio culturale allo scopo di comprendere le trasformazioni che
stavano avvenendo, con l’epoca nostra, un’epoca di grandi trasformazioni che
avvengono in una totale mancanza di comprensione.
«Ma
questa volta dov’è il pensiero – filosofico, economico, sociale, politico,
giuridico, etico:
in una parola, l’indagine sulle società e
sull’umano in trasformazione e sui loro nuovi caratteri – che dovrebbe fare da
guida al passaggio d’epoca, orientandone direzione e conseguenze, come è
accaduto con le grandi rivoluzioni della modernità?».
Stiamo, in altri termini, vivendo una grande
trasformazione con gli occhi completamente bendati.
– 13. Insiste Schiavone:
«Quello
che manca è in particolare una cultura – storica, filosofica, sociale – che si
ponga il problema di una lettura d’insieme dei processi che si stanno
sviluppando nel mondo, dei loro caratteri e delle loro tendenze, e che offra
soluzioni innovative alla politica.
Un pensiero che analizzi da vicino, con
capacità teorica adeguata, il salto di qualità avvenuto nella struttura
dell’economia capitalistica in seguito alla rivoluzione tecnologica, con il
definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di
beni materiali – il lavoro della classe operaia.
Un
passaggio, quest’ultimo, che ha posto fine a un intero tratto della modernità,
ha provocato il crollo dei regimi comunisti, e ha portato alla nascita di uno
specifico meccanismo unico di tecnica e di economia per la prima volta senza
alternative nell’intero pianeta – sul quale tuttavia sappiamo pochissimo dal
punto di vista della sua teoria e della sua critica».
Qui torna uno dei problemi su cui
Schiavone aveva già insistito, in passato, e cioè «il definitivo tramonto della
centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali».
Si tratta di un motivo ben presente nel suo
Sinistra!
Un
manifesto del 2023.
La presenza del conflitto di classe aveva
caratterizzato i due secoli precedenti della modernità e aveva monopolizzato i
dibattiti intorno alla configurazione della società.
Intorno
alla società giusta.
Ora
quella centralità storica non c’è più e ciò imporrebbe lo sviluppo di un nuovo
pensiero intorno al futuro stesso delle società occidentali.
Un manifesto, appunto, per una nuova sinistra.
Ma la sinistra europea appare ammutolita e in
difficoltà.
Non
parliamo poi dei Democratici americani.
Sia le
destre tradizionali, sia le sinistre, che bene o male avevano entrambe una
qualche solida visione della società e della storia, sono oggi soppiantate dal non
pensiero dei populismi organizzati, spesso inestricabilmente rossobruni,
nazicomunisti nei loro fondamenti.
A ogni
consultazione elettorale questi registrano incrementi preoccupanti di consensi.
– 14. Così Schiavone sintetizza la
situazione:
«L’Occidente è rimasto in tal modo orfano
della sua stessa intelligenza: che lo ha lasciato all’improvviso completamente
solo, a metà strada di un cammino incompiuto.
E ne è
rimasta orfana in particolare la politica, sia progressista sia conservatrice.
Una
specie di nuovo “tradimento dei chierici”, consumato quando introdurre nuovo
pensiero sarebbe stato indispensabile per concepire e realizzare scenari
adeguati alle peculiarità della nuova realtà capitalistica e al suo rapporto
con la tecnica e con la politica».
In questi passi si evoca il tradimento dei
chierici, uno smarrimento cioè della funzione intellettuale, un inchino del
mondo della cultura a interessi totalmente estranei.
Il riferimento ovviamente va a Julien Benda
(1867-1956) e al suo noto “Tradimento dei chierici” (1927).
E il tradimento dei chierici ha avuto effetti
esiziali sulla politica:
«E invece proprio nel momento cruciale del salto, il
circuito delle conoscenze si è interrotto.
E la
politica è diventata cieca, senza concetti e categorie in grado di leggere
oltre la superficie dei processi che ci coinvolgono, nei caratteri e nelle
tendenze di lunga durata del mutamento».
La debolezza della politica è senz’altro
un effetto della debolezza del pensiero.
Il problema è che, in un simile quadro, pare
davvero impossibile che la politica riesca a porre un qualche rimedio alla
stessa debolezza del pensiero.
L’immagine
che se ne trae è quella di un Occidente sempre più invischiato in un circolo
vizioso autolesionistico.
Invece
di politica e cultura, come in Norberto Bobbio, avremo sempre più politica
senza cultura.
– 15. Non seguiremo da vicino i vari
capitoli nei quali Schiavone approfondisce la propria analisi.
Dove
si affrontano questioni come il degrado della politica, la globalizzazione,
l’impatto delle nuove tecnologie, i problemi della democrazia, la situazione
americana.
Le conclusioni di Schiavone si aprono con
un’affermazione davvero impegnativa:
«Solo
una rivoluzione intellettuale e morale dell’intera cultura europea di portata
eguale alla trasformazione che stiamo vivendo potrà essere in grado di
indirizzare per il meglio il cambiamento in cui siamo immersi. Perché lo
ripetiamo:
la
tecnica dona potenza, non assicura salvezza.
Stabilisce
la direzione e l’irreversibilità del cammino, contribuendo a fissare la forma
dell’umano attraverso l’aumento del suo controllo sulle proprie condizioni
materiali di esistenza; non garantisce il buon esito dell’intero viaggio».
La tecnica ci rende sempre più forti ma
non può darci alcuna indicazione su come usare proficuamente questa stessa
forza.
Mentre
i vari corifei della sinistra in senso lato invocano il disarmo, oppure gli
ennesimi provvedimenti di tutela a favore di questi o quelli – quelli che non
arrivano alla fine del mese – oppure ancora evocano il diritto alla rivolta e
il ritorno alla lotta di classe, ebbene Schiavone va contro corrente e avverte che è
necessaria principalmente una «rivoluzione intellettuale e morale», due
rivoluzioni con cui nell’immediato «non si mangia».
Due
rivoluzioni senza cui non sapremmo neanche quale sia la meta verso cui andare.
Non ci
mancano i mezzi, ci mancano i fini.
O
forse ne abbiamo di troppi, e di confusi.
Il che
è come non averne neanche uno.
– 16. Sarebbe allora da fare una
riflessione profonda intorno al significato di queste parole.
Cosa
significa «rivoluzione intellettuale e morale»?
In
estrema sintesi, così interpreto io, l’Occidente senza pensiero ha coltivato –
ancora una volta – la fiducia nei meccanismi automatici. Come quando aveva creduto alle leggi
marxiane della storia.
Oggi
si tratta della fiducia nelle leggi automatiche dei mercati, nella iniziativa
individuale e nella concorrenza, nello slogan «Enrichissez vous!», nella
fiducia del gocciolamento del benessere verso tutti gli strati della società.
L’Occidente
senza pensiero ha fatto di tutto per ridurre ai minimi termini lo Stato e le
istituzioni, per dare mano libera alla vandalica deregulation.
È
stata questa una comune ubriacatura che ha coinvolto sia la destra sia la
sinistra.
Destre
e sinistre che la capacità di pensare l’avevano forse persa da tempo.
Così
ci siamo ritrovati immersi nel populismo e stiamo così mettendo a repentaglio
le stesse istituzioni democratiche.
L’Occidente europeo ha pensato che bastasse
«laissez faire, laissez passer».
Che
bastasse stare a guardare, e tutto si sarebbe aggiustato da sé.
– 17. Ora, a quanto pare, la storia ci
sta presentando il conto, e non sappiamo cosa fare.
Il fatto è che – di questo dobbiamo davvero
convincerci – la società va pensata.
La
società è fatta proprio per essere pensata.
Soprattutto
le società altamente complesse come le nostre.
Per le
quali occorre un pensiero di pari complessità.
Invece abbiamo creduto alle semplificazioni.
Da
noi, per stare a casa nostra, abbiamo creduto al pensiero semplice di
Berlusconi, di Bossi, di Renzi, di Grillo, di Meloni, di Salvini.
Mi
spiace molto dirlo, ma anche quello di Schlein e di Landini, di fronte ai
problemi che abbiamo davanti, è puro pensiero semplice.
In Europa, pensare di continuare a
sopravvivere come uno Stato senza Stato (che non unifichi in sé le fondamentali
prerogative di uno Stato) è puro pensiero semplice, come quello dei paci finti
che vogliono la pace e la sicurezza, non vogliono la NATO e non vogliono
spendere una lira per comperare le cartucce.
Pensiero
semplice anche quello dei governi europei che vorrebbero, a fasi alterne, una
politica estera di grande potenza, senza però cedere alcun potere a un Ministro
degli esteri europeo di un Governo europeo.
Purtroppo
siamo guidati dal pensiero semplice e gli elettori, divenuti semplici
anch’essi, non sembrano neanche più persuasi di dover andare ogni tanto a
votare.
Non vanno più a votare non perché siano delusi
dalla politica ma perché sono divenuti incapaci di un qualsiasi pensiero
effettivamente politico. Ricordo che gli esponenti del secondo partito di
opposizione italiano andavano in parlamento agitando l’apriscatole.
Non
solo intellettuali senza pensiero dunque, ma anche elettori senza pensiero.
– 18. Già, ma allora, come possiamo fare
per recuperare un pensiero alto, degno dell’Europa e dell’Occidente migliore?
Davvero
all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte?
Schiavone
si pone il problema, ma qui mi permetto di dubitare alquanto sulla fattibilità
della sua proposta.
Dice: «[…] almeno in Europa, per rimettere in
moto la macchina del pensiero serve una scossa esterna al mondo delle idee,
tanto forte da rendere possibile la ripresa del cammino interrotto.
Un impulso che può venire soltanto dalla
politica:
da una
politica che sappia spezzare con la forza di una decisione il vuoto di idee che
la circonda.
E
questa non può consistere in altro se non in un passo avanti decisivo verso
l’unificazione del continente».
Qui Schiavone incorre purtroppo in una
qualche circolarità di pensiero, visto che, nella introduzione ha sostenuto che
proprio il vuoto di pensiero confina la politica alla mera amministrazione.
Come
farà una politica priva di pensiero a trovare da sé la forza di una decisione?
Personalmente una risposta ce l’ho, ed è una
risposta poco piacevole. Solo una colossale esternalità negativa, una grave
catastrofe, potrà costringere i nostri maestri del pensiero semplice a prendere
decisioni forti.
A
prendere finalmente le ovvie decisioni indispensabili.
Non
resta che sperare nella catastrofe.
– 19. Così l’Occidente si è cacciato in
un circolo vizioso che lo condanna a rendimenti sempre più bassi.
A
continuare a rimandare e ad attendere, come se avessimo davanti un tempo
infinito.
Certo,
è comodo fare l’ammuina.
Schiavone avverte che: «Progresso tecnico e scadimento
morale e sociale possono coesistere, entro certi limiti. Con la conseguente
deriva verso un mondo in cui l’anomia sarà diventata la regola di un
suprematismo capitalistico – tecnologico fuori controllo: segnato dal dominio
di minoranze più o meno ristrette – arroccate nei privilegi derivanti dalla
loro posizione rispetto al dispositivo tecno economico globale – su moltitudini
uniformate dalla comune sconfitta e dal patimento condiviso della sopraffazione».
L’Amministrazione Trump è oggi un perfetto esempio di
coesistenza di progresso tecnico e scadimento morale, intellettuale e sociale.
Questo
è forse il destino che ci aspetta.
Rincarando la dose, secondo Schiavone
oggi ci troviamo in:
«Una congiuntura in cui la capacità del
pensiero sull’umano di padroneggiare e di orientare verso paradigmi di
razionalità fondati sul bene comune quel potere di trasformazione del reale che
stiamo acquisendo con tanta velocità appare drammaticamente ridotta, se non
addirittura azzerata.
Se non
riusciremo a riequilibrare in corsa questo scompenso;
se una
parte di quella che chiamiamo la nostra civiltà continuerà a rimanere indietro
rispetto all’altra, il prolungarsi del ritardo renderà realistiche ipotesi di
futuro nelle quali l’aver cancellato la comune identità dell’umano diverrà il
principale carattere di una costituzione materiale del pianeta fondata
esclusivamente sulla discriminazione e sul dispotismo».
Val la pena di aggiungere che non sarà
certo demandando alla intelligenza artificiale la soluzione delle maggiori
questioni – come qualcuno auspicherebbe – che risolveremo il nostro deficit di
pensiero. Un
imbecille con l’AI diventa un imbecille al quadrato.
C’è
già chi pensa di infilare l’intelligenza artificiale nelle scuole, così avremo
finalmente il pensiero semplificato a disposizione di tutti, paziente,
autorevole, efficiente e del tutto incontrollabile.
Non
sono tra gli scettici oppositori della AI, sono piuttosto tra gli scettici che
dubitano della nostra capacità di controllare la AI, cui ci stiamo affidando
con tanta disinvoltura e dabbenaggine.
Anche
qui è in gioco il vuoto del pensiero.
Chi
pensiero non ha, non può darselo artificialmente.
– 20. Schiavone manifesta tuttavia,
nonostante tutto, un certo ottimismo:
«[…] nonostante tutti gli ostacoli che si
frappongono, credo che in questo frangente sia proprio dall’Europa che possa
partire il primo e più forte segnale di risveglio; che sia da qui che si possa
riannodare il filo spezzato del nostro pensiero».
Schiavone entra qui nel merito di alcuni punti
di forza restanti su cui l’Europa potrebbe basarsi per dare il via a una
ripresa.
In
effetti, dopo il declino ormai palese e profondo della democrazia americana,
del secondo Occidente, non resta che riporre qualche speranza nel primo
Occidente.
Effettivamente se il patrimonio di pensiero
dell’Occidente non è rimasto da qualche parte in Europa, può allora esser
tranquillamente dichiarato in via di estinzione.
Basti
pensare al trattamento inferto da Trump alle università americane per rendersi
conto che da quelle parti non verrà più fuori alcunché, per un bel po’.
Bisogna
riconoscere che “Alexandr Dugin”, al di là del suo tono profetico ed esaltato,
nei suoi scritti è andato vicino a una diagnosi ben precisa della capitolazione
dell’Occidente di fronte all’Euro-asiatismo.
In un
suo scritto di qualche anno fa aveva individuato proprio in Trump il capofila
inconsapevole della reazione dei popoli del Mondo contro l’Occidente,
irrimediabilmente corrotto e pervertito.
Comprendiamo che Schiavone, nel suo ruolo
di pubblico intellettuale, si sforzi di mostrare un volto tutto sommato
ottimistico.
Comprendiamo
come si sia sentito in dovere di considerare la partita del pensiero
dell’Occidente ancora come aperta.
Di
mostrare una strada praticabile per uscire dalla crisi.
Di
considerare come ancora non del tutto perduto il nostro patrimonio di pensiero,
la nostra scala di valori e le nostre istituzioni.
In
questo senso, il suo saggio è un appello.
Purtroppo
la sua diagnosi è perfetta, ma una eventuale prognosi positiva è invece
dipendente da una miriade di condizioni che, se considerate da vicino, non
possono che risultare altamente improbabili.
– 21. Il lettore, compulsando
attentamente il testo di Schiavone, potrà farsi un’idea di quanto realistiche
siano le possibilità di successo di un programma di rinascita del pensiero
europeo da lui intravisto e propugnato.
Personalmente,
siamo alquanto più pessimisti e il vuoto di pensiero dell’Occidente oggi ci
sembra ormai decisamente irreparabile.
Più
che di un improbabile programma di rinascita, oggi ci pare quanto mai
necessario un programma di resistenza.
Un
appello disperato che chiami alla resistenza le poche forze del pensiero
d’Occidente sopravvissute, e non ancora del tutto stravolte. Una resistenza,
appunto, intellettuale e morale.
Una
resistenza destinata tuttavia a diventare sempre più clandestina, sempre più
confinata nei bantustan o nelle riserve indiane.
Il
trattamento inferto da Trump alle università americane è di una chiarezza
esemplare.
Una
resistenza nella lucida consapevolezza che la guerra è stata ormai perduta, che
i barbari sono alle porte e che domineranno per secoli.
Si
tratta allora di mettere da parte e conservare i codici, ricopiare e commentare
i testi, trasmettere la tradizione, tenere acceso il lumicino in attesa di
un’improbabile nuova alba.
Proprio
come i monaci irlandesi nei secoli bui della decadenza europea.
(Giuseppe
Rinaldi –“ Finestre rotte”).
L’Occidente
al bivio: declino
irreversibile
o rinascita possibile?
Lacapitalenews.it
– (1° giugno 2025) - Redazione Economia – ci dice:
Dopo
aver analizzato le contraddizioni interne all’Occidente e la corsa vertiginosa
di molte realtà orientali, la domanda si impone:
c’è
ancora una strada per l’Europa e per il mondo occidentale?
Il
declino è davvero inevitabile, oppure esistono margini – politici, culturali,
spirituali – per una rinascita?
La risposta non è semplice, ma un ventaglio di
soluzioni esiste.
E può
essere perseguito, a patto che si abbia il coraggio di riconoscere il malessere
e agire con lucidità.
1.
Rimettere al centro l’istruzione e la ricerca: investire nel cervello.
È la
prima condizione.
I paesi che guidano oggi la trasformazione
globale non sono solo quelli con il petrolio, ma quelli che hanno costruito
sistemi educativi competitivi.
L’Italia, ad esempio, spende solo il 4,2% del
PIL in istruzione, contro il 5,5% della media OCSE.
Peggio
ancora per la ricerca:
appena
lo 0,5% del PIL in R&S pubblica, contro l’1,2% della Germania e il 3,4% di
Israele.
Proposta
concreta:
un
“Piano Erasmus nazionale” che renda obbligatoria per ogni studente
universitario un’esperienza all’estero, e una “Legge per la Ricerca Futura” che
vincoli almeno l’1% del PIL a innovazione scientifica entro il 2030.
2. Un
nuovo patto demografico: natalità e immigrazione regolata.
Senza
giovani, non c’è futuro.
E
l’Occidente sta rapidamente invecchiando.
La
sola Francia mantiene una fertilità vicina ai due figli per donna (1,83),
grazie a politiche familiari robuste.
Gli
altri sono in caduta libera.
Proposta
concreta:
un
“Reddito natalità” per le famiglie con figli, progressivo, legato al reddito e
al numero di figli.
E una politica migratoria intelligente, che
selezioni, integri e formi forza lavoro qualificata, come fanno Canada e
Australia.
L’alternativa?
Il collasso del welfare.
3.
Riformare le burocrazie: semplificare per sopravvivere.
In
Italia, aprire una startup richiede 10 procedure.
In
Estonia, 20 minuti online.
In
Francia, ottenere un permesso edilizio può richiedere 6 mesi.
L’Europa
si perde in cavilli, mentre il resto del mondo costruisce.
Proposta
concreta:
digitalizzazione
totale della PA entro il 2027, con una piattaforma unica europea per cittadini
e imprese, sul modello estone.
E un taglio del 30% delle norme inutili, con
revisione annuale automatica.
4.
Riaccendere l’anima dell’Occidente: cultura, spiritualità, comunità.
La
crisi è anche spirituale.
Il
consumo ha sostituito la fede.
L’individualismo ha eroso il senso di
comunità.
E
senza un orizzonte di valori condivisi, nessuna civiltà può resistere.
Proposta
concreta:
una
Carta europea dei beni immateriali, che promuova l’educazione civica, la
filosofia, la storia delle religioni e le arti come pilastri dei programmi
scolastici.
E una “Conferenza annuale dei valori europei”
con intellettuali, religiosi, scienziati, per dare voce a un progetto comune.
5.
Economia reale, non solo finanza: lavoro, industria, territorio.
L’Europa
non può competere con chi ha bassi salari o capitali infiniti, ma può puntare
sull’alta qualità.
La manifattura italiana, le tecnologie
tedesche, l’agroalimentare francese sono ancora vincenti – ma sotto assedio.
Proposta
concreta:
un
“Piano Europeo Made in Europe”, con sgravi fiscali per le imprese che producono
nel continente e reinvestono i profitti sul territorio.
E un
fondo sovrano europeo che investa in settori strategici: batterie, AI,
semiconduttori, green tech.
6.
Leadership politica coraggiosa: meno sondaggi, più visione.
Il
declino è figlio anche di classi dirigenti senza coraggio.
Inseguono
il consenso, ma non costruiscono il domani.
Servono
leader con lo spessore di De Gasperi, Adenauer, Mitterrand, non manager del
potere.
Proposta
concreta:
nuove regole per la formazione della classe
dirigente, come scuole di alta formazione politica, e obbligo di esperienze
internazionali per chi ricopre cariche pubbliche.
E una riforma del processo decisionale europeo per
rendere l’Unione più agile e democratica.
La
forza di ricominciare.
L’Occidente
non è morto.
Ma è
stanco. E ha bisogno di una scossa.
Ha ancora risorse straordinarie: le
università, le libertà civili, le tradizioni culturali, il pensiero critico.
Ma
deve smettere di vivere di rendita.
Papa
Leone XIV, in un suo discorso pochi giorni dopo la sua elezione, ha detto con parole
semplici ciò che molti intellettuali faticano ad articolare:
“Non
serve una rivoluzione. Serve una rigenerazione.
Torniamo
a domandarci a cosa serva la tecnica, a chi serva l’economia, per chi sia il
futuro.”
La
sfida non è recuperare la supremazia, ma ritrovare la speranza.
Non sarà facile, ma è ancora possibile.
Se l’Occidente saprà trasformare il suo
malessere in consapevolezza, e la sua crisi in rinnovamento, potrà ancora avere
un posto nel mondo che verrà.
(Bruno
Mirante e Luca Falbo).
Il
futuro dell’Occidente in
crisi riassunto
a Davos.
Contropiano.org
- Gigi Sartorelli – (20 gennaio 2024) – ci dice:
Dal 15
al 19 gennaio si è svolto a Davos l’ormai tradizionale appuntamento del” World
Economic Forum”.
All’incontro
hanno partecipato, come al solito, imprenditori, giornalisti e politici;
quest’anno oltre 60 Capi di Stato e quasi 300 ministri.
Il
tema che in questo 2024 è stato scelto come linea di fondo delle giornate per
le varie iniziative è “Rebuilding trust in the future”, ricostruire la fiducia nel futuro.
In una
fase di crisi prolungata e mentre i conflitti si fanno sempre più aperti a
livello internazionale, non poteva che essere questo l’auspicio.
Il 10
gennaio, in preparazione del Forum, è stata diffusa la 19esima edizione del
rapporto sui rischi globali, un’indagine che riassume le percezioni che sul
futuro hanno 1500 esperti di diversi settori.
Per la
maggior parte di essi, da qui a 10 anni vivremo un elevato rischio di
catastrofi globali.
Il
rapporto dice che la crisi ambientale potrebbe arrivare a un punto di non
ritorno, ma la realtà è che ne abbiamo già oltrepassati più di uno.
Inoltre, le tensioni per i paesi e le persone
a basso e medio reddito sono destinate ad aumentare.
Non
sorprende, dunque, che anche la polarizzazione sociale vedrà un netto aumento,
anche se la preoccupazione espressa nel report è solo per gli effetti nefasti
che avrà sulla “verità”, ovvero sulla disinformazione.
Non
vengono messi in dubbio l’ingiustizia di un sistema economico iniquo e la
rapacità di alcuni grandi compagnie verso i paesi più poveri.
Ovviamente,
la grande sfida del futuro è individuata nella frammentazione del mondo in vari
blocchi in relazione fra di loro in maniera sempre meno pacifica.
La governance guidata dal Nord globale verrà messa in
discussione mentre i suoi meccanismi per “gestire” i conflitti hanno mostrato
la propria inconsistenza.
Il
quadro delineato preliminarmente, seppur evidentemente improntato su di una
visione del mondo occidentale centrica, era comunque piuttosto fedele alla
realtà. La discussione che è poi avvenuta a Davos ha palesato, invece, come
l’imperialismo euroatlantico e i suoi alleati non siano disposti a fare i conti
con un nuovo presente e continueranno a rotolarsi nelle crisi.
È
questo che raccontano i vari interventi.
Il
presidente israeliano Herzog ha parlato di nuovo di una soluzione “a due stati”
per la Palestina, quando sono ormai passati trent’anni dagli accordi di Oslo,
le colonizzazioni illegali sono continuate e Gaza è oggetto di un genocidio in
mondovisione.
Sempre
Herzog ha ribadito che serve costruire una forte coalizione contro l’impero del
male che avrebbe il baricentro nell’Iran.
Ma
forse non tutti ricordano che, ad esempio, dall’accordo sul nucleare iraniano
sono stati gli Stati Uniti a tirarsi fuori per primi, proprio su pressione di
Israele.
Washington
e Tel Aviv rafforzano l’ipoteca su qualsiasi ipotesi di stabilità per il Medio
Oriente.
A ciò
si aggiungono le dichiarazioni di Zelenskij su imminenti colloqui di pace…
dalla cui preparazione verrebbe tenuta fuori la Russia.
Opzione
chiaramente velleitaria, la cui vera motivazione è stata esposta dal presidente
ucraino stesso: “vorremmo che il Sud globale fosse presente. Per noi è importante
mostrare che il mondo intero è contro l’aggressione russa”.
Obiettivo
difficile senza la Cina, la cui delegazione al Forum non ha incontrato
Zelenskij, e mentre inglesi e statunitensi bombardano lo Yemen.
Ad
ogni modo, la necessità di ripensare gli organismi internazionali in base al
peso maggiore assunto dal Sud globale è stato un punto su cui anche il
segretario generale dell’ONU, Guterres, ha incentrato le sue riflessioni.
Vi è
stata addirittura una sessione di discussione intitolata “Scisma Nord-Sud”.
Una
nuova stagione di cooperazione internazionale è stata rilanciata anche da
Ursula Von der Leyen, ponendo la UE al centro di questo processo.
Ma la
cooperazione che a Davos hanno in mente è ancora una maschera del colonialismo
occidentale, come si evince facilmente dal suo e da altri interventi.
La
direttrice generale dell’”Organizzazione Mondiale del Commercio” ha detto che
“il rimodellamento delle supply chains è un’opportunità per sostenere la
crescita dei Paesi in via di sviluppo in Africa e in Sud America, dove sono
materiali e minerali critici”.
Il Sud globale, in pratica, dovrebbe godere delle
briciole lasciate in una divisione internazionale che li vede da sempre
semplici fornitori di materie prime, dipendenti dalle economie avanzate.
Che
questa volontà di “nuova cooperazione” sia stata pensata quale strumento per
rafforzare l’imperialismo euroatlantico contro le economie emergenti lo ha reso
evidente anche Christine Lagarde, affermando “abbiamo perseguito troppo
l’efficienza a svantaggio della sicurezza” – dell’Occidente, si intende –
mentre l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia venivano devastati.
La
presidente della BCE non ha ovviamente nascosto che il corollario di una tale
prospettiva sarà il rimanere alto dei prezzi delle forniture, con pesanti
ripercussioni sui settori popolari. La priorità economica che ha espresso, sul
lato interno della UE, è stata però quella di completare al più presto… il
mercato unico dei capitali.
A
farle eco è stato Emmanuel Macron, che è tornato sul tema degli eurobond per
finanziare investimenti strategici e migliorare la competitività rispetto agli
avversari commerciali.
Mentre
entra in vigore il nuovo Patto di Stabilità una qualche soluzione alle profonde
asimmetrie del mercato unico è rimasta fuori dalla porta, ancora una volta.
L’impianto
economico che ci ha portato nella crisi è stato confermato come se nulla fosse,
mentre si rincorrono le voci su ulteriori privatizzazioni da parte del governo
italiano.
Questo
quadro trova la sua degna conclusione in un “Milei” che ha chiamato alla
crociata contro il socialismo e il femminismo.
Il
vero volto che l’Occidente, ancora una volta, ha mostrato a Davos è insomma
quello del neo-eletto presidente argentino.
Una
mentalità da guerra esterna e guerra interna per mantenere il predominio.
La
polarizzazione sociale aumenterà con l’intensificarsi dello sfruttamento e
della repressione, mentre senza un’alternativa saremo trascinati sul piano
inclinato della guerra globale.
I
valori dell’Occidente non sono
più
credibili se non si riducono
le
disuguaglianze.
Asvis.it
- Donato Speroni – (26 aprile 2024) – ci dice:
Le
guerre in corso hanno rinsaldato i legami tra le nazioni del G7, ma hanno
evidenziato la divaricazione dai Paesi emergenti.
Per
ricucire la tela dell’Agenda 2030 e del multilateralismo serve un’Europa con
capacità di leadership.
I
valori dell’Occidente non sono più credibili se non si riducono le
disuguaglianze.
La
linea del cambiamento di data passa nello stretto di Bering tra le due isole
Diomede.
Se a
mezzogiorno dalla Grande Diomede, che appartiene alla Russia, si attraversano i
quattro chilometri di gelido mare per approdare nella Piccola Diomede che fa
parte dell’Alaska, si dovranno aggiornare gli orologi a poco dopo le tredici
del giorno precedente.
Per i
geografi, la linea del cambiamento di data segna il confine tra Occidente e
Oriente.
Dal
punto di vista geopolitico però dovremmo spostarci di almeno tre fusi orari per
includere anche il Giappone e la Corea del sud, se non l’Australia, perché per
“Occidente” si intende l’insieme di Paesi ricchi, industrializzati, uniti da
valori comuni.
La scelta di rafforzare i legami di questa
comunità nacque da un’idea del presidente francese “Valéry Giscard d'Estaing”,
in collaborazione con il cancelliere tedesco Helmut Schmidt.
Il
primo G6, tra Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Giappone
si riunì nel castello di Rambouillet, in Francia, dal 15 al 17 novembre 1975.
L’anno
dopo l’incontro fu esteso al Canada e nel 1998 alla Russia, quando si sperava
che Mosca tendesse ad assimilarsi all’Occidente;
ma
queste speranze furono deluse e nel 2014, dopo l’invasione della Crimea, la
Russia fu espulsa e il G8 divenne definitivamente G7.
Il
significato di questa unione si è però evoluto negli anni, così come
l’importanza dell’altra grande alleanza dell’Occidente, di tipo militare: la
Nato.
Nel
2019, in una intervista all’Economist, il presidente francese “Emmanuel Macron”
decretò la “morte cerebrale” della Nato:
l’Europa
si sentiva sempre più distante dagli Stati Uniti presieduti da Donald Trump.
Ma le
cose cambiarono radicalmente con l’invasione russa dell’Ucraina.
La
Nato fu rivitalizzata estendendosi anche a Svezia e Finlandia e si è tornati a
parlare di Occidente come di un insieme di Paesi uniti da forti legami
politici, economici e culturali.
In
questo anno di crisi e di presidenza italiana del G7, le riunioni urgenti
convocate on line da Giorgia Meloni con gli altri leader sono un segno della
riacquistata importanza di questa “comunità delle democrazie”.
L’invasione
dell’Ucraina ha portato però a una constatazione allarmante, che denota una
nuova situazione geopolitica:
non solo la Cina, ma anche molti altri Paesi
importanti non si sono mostrati disposti a seguire Stati Uniti ed Europa sulla
strada delle sanzioni contro la Russia.
Tra
gli altri, Brasile, India e Sudafrica, membri con Russia e Cina del gruppo dei
Brics che sta cercando di dotarsi di strutture alternative a quelle che
considera dominate dall’Occidente, per esempio paralizzando la riforma del
Fondo monetario internazionale (Fmi) per dare invece un ruolo crescente
nell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo alla “New development bank” controllata
appunto dai Brics.
La
guerra in Medioriente ha accentuato ulteriormente questo contrasto:
anche i governi dei Paesi arabi più moderati hanno
dovuto fare i conti con masse islamiste che proclamavano la volontà di cancellare
Israele ed
estendere la Palestina “dal Giordano al mare”, mentre sentimenti analoghi si
sono diffusi anche tra i giovani dei Paesi occidentali.
L’appoggio alla Palestina è andato aldilà
delle giuste reazioni per gli accessi di Israele a Gaza, dimenticando la strage
perpetrata da Hamas il 7 ottobre.
È tornata ad affermarsi una tendenza,
sottolineata da molti commentatori, a mobilitarsi molto più facilmente per
cause antiamericane e antioccidentali, che non per i misfatti di dittatori ed
autocrati, dall’Iran alla stessa Russia.
Per esempio, per il dissidente russo “Aleksei
Navalny” o per il “rapper iraniano “Toomaj Salehi” condannato a morte in questi
giorni solo per i testi delle sue canzoni.
L’Occidente
sta perdendo la sua partita?
Il
crollo dell’Urss nel 1991 sembrò segnare “la fine della storia” con
l’affermarsi universale dei valori liberali, ma poi le cose non sono andate
così.
Del
resto, se anche guardiamo alle vicende militari degli ultimi 80 anni, la storia
segna continui arretramenti, dall’armistizio in Corea (con la nascita della
Corea del Nord) al Vietnam, dall’Afghanistan alla cacciata dei soldati francesi
dalle ex colonie del Sahel.
E i
Paesi dove si è cercato di intervenire per “portare la democrazia”, come in
Libia e in Iraq, si sono trasformati in modo ben diverso dalle aspettative, con
divisioni sanguinose e regimi interni poco favorevoli all’Occidente.
La
crisi in corso riflette anche una divaricazione nella percezione delle priorità
di vita.
In
un’inchiesta dell’agosto scorso, l’Economist ha segnalato che “i valori
dell’Occidente stanno sistematicamente allontanandosi da quelli del resto del
mondo”.
L’articolo parte da questa premessa:
nel 1981 il 40% della popolazione mondiale
viveva in condizioni di povertà estrema; quarant’anni dopo, questa percentuale
si è ridotta all’8%.
Si
riteneva che con la crescente ricchezza si verificasse una convergenza verso i
valori dei Paesi più avanzati, identificati nel secolarismo (prevalenza della
fiducia nella scienza rispetto alle fonti tradizionali del sapere) e nella
capacità di autoaffermazione rispetto alla ricerca di protezione all’interno
della propria comunità.
Invece
questo non sta avvenendo.
L’analisi si basa sul “World values survey”
(Wvs), “la più grande indagine sociale del mondo” nata su iniziativa del
sociologo “Ronald Inglehart “dell’Università del Michigan, scomparso nel 2021.
Ogni
cinque anni circa, i ricercatori scendono in campo per intervistare, secondo
l’ultimo conteggio, quasi 130mila persone in 90 Paesi, ma l’ultima ondata di
risultati, che copre il periodo 2017-2022, non ha confermato se non in parte
l’idea che i valori di base tendono a convergere quando la gente diventa più
ricca.
In modi significativi, le differenze di
comportamenti della gente nelle diverse parti del mondo sembrano aumentare.
Il
principale risultato dell’indagine colloca le nazioni, in base alle risposte
prevalenti, su un asse cartesiano secondo le due scale di valori
precedentemente citate.
Da
un’indagine all’altra si nota un concentrarsi dei Paesi in due insiemi: in alto
a destra (fiducia nella scienza e nelle capacità individuali) i Paesi
occidentali più ricchi; in basso a sinistra gran parte degli altri, dove
prevale invece l’obbedienza all’autorità religiosa e politica e la fiducia
nella protezione offerta dal clan o dalla comunità, con diffidenza verso il
“diverso”, che si tratti di uno straniero, di un omosessuale o di un
appartenente a un’altra minoranza.
Che
significa tutto questo in termini di “valori universali”?
La “Wvs”
implica che i valori secolari e liberali non sono più “universali” dei valori
religiosi e di soggezione all’autoritarismo.
Questi
due sistemi di valore si collocano ai poli opposti dello stesso spettro di
opinioni ed entrambi esprimono le modalità nelle quali la gente si adatta alle
circostanze, sicure o insicure che siano.
L’accentuarsi
delle contrapposizioni geopolitiche mette a repentaglio tutta la costruzione
internazionale basata sul multilateralismo.
Nonostante
gli sforzi del segretario dell’Onu “António Guterres” che spera di far
ragionare i leader mondiali nel Summit del futuro previsto per settembre, sembra difficile ottenere un impegno
concreto sia per perseguire efficacemente gli “Obiettivi dell’Agenda 2030” (che richiederebbero un notevole
esborso finanziario verso i Paesi in via di sviluppo, come Guterres non si
stanca di ricordare), sia per avviare un processo di revisione concertata di
obiettivi comuni per i prossimi decenni.
Certamente
dobbiamo abituarci a fare i conti con un equilibrio diverso, perché i prossimi
anni non saranno più caratterizzati dalla prevalenza dell’Occidente politico.
Tuttavia è difficile pensare che la tela del
multilateralismo, indispensabile per costruire un mondo pacifico e sostenibile,
possa essere riannodata senza una convergenza di valori fondamentali.
Il
tema è complesso e non ho alcuna pretesa di fornire una ricetta completa, ma
vorrei suggerire alcuni spunti di riflessione.
Innanzitutto,
penso che l’Occidente dovrebbe riesaminare il modello economico che ha proposto
al resto del mondo.
La
globalizzazione e la finanziarizzazione senza confini hanno migliorato il
tenore di vita di miliardi di persone, tanto che oggi si stima che quasi la
metà della popolazione mondiale possa essere considerata “classe media”.
Sono però cresciute le disuguaglianze tra i Paesi e
all’interno di essi.
Se anche la povertà estrema si è ridotta,
varie forme di deprivazione affliggono l’altra metà del mondo e cancellano le
speranze di miglioramento.
C’è un
calcolo che a mio avviso è illuminante.
Sappiamo
che il prodotto interno lordo (Pil) non è più una misura adeguata del benessere
collettivo, ma sappiamo anche che senza un reddito adeguato non può esserci
benessere.
Secondo
i dati del Fondo monetario, il Pil mondiale nel 2024 ammonterà a quasi 110mila
miliardi di dollari, al cambio attuale un po’ più di 100mila miliardi di euro.
Se
dividiamo questa cifra per la popolazione complessiva (otto miliardi) otteniamo
un Pil pro capite di circa 12mila euro.
Anche
aggiustando questa stima per tenere conto degli effettivi poteri di acquisto
delle diverse monete, si può arrivare alla conclusione che la ricchezza che si
produce annualmente nel mondo, se distribuita con più equità, sarebbe
sufficiente per garantire una vita “decente” per tutti.
Ma
siamo ben lontani da politiche orientate in questa direzione.
Anche
se si tratta dello stesso modello adottato dalle nuove borghesie dei Paesi
emergenti, il nostro modo di vivere e di consumare è considerato cieco ed
egoista da chi ne è escluso.
E questa divaricazione potrebbe accentuarsi
nei prossimi anni, anche per effetto della crisi climatica e di una
competizione sempre più aspra per accaparrarsi le limitate risorse del pianeta.
La
seconda considerazione che vorrei proporre è che gli Stati Uniti non possono
più essere considerati il portabandiera dei valori in cui crediamo.
Sul Corriere della Sera “Federico Rampini” ha presentato un quadro a tinte
fosche della situazione americana, sottolineando tra l’altro che “l’epicentro
della contestazione si trova in atenei da settantamila dollari di retta annua”.
Una situazione che può indurre i più poveri, anche se
neri o ispanici, a votare per Donald Trump, come accadde nel 1968, quando le
manifestazioni per il Vietnam finirono col favorire la vittoria del
repubblicano Richard Nixon.
Ma
anche se questo timore non si avverasse, l’America di oggi appare come una
nazione stanca e divisa, che non a caso esprime film come “Civil war”, capace
ancora (per ora) di un grande sforzo militare a sostegno degli alleati ma priva
di leadership globale.
L’Europa avrebbe una grande occasione per riempire
questo vuoto, non solo come “campionessa dello sviluppo sostenibile”, come
l’ASviS auspica da sempre, ma anche per allacciare un dialogo più costruttivo
con il resto del mondo.
Il
presupposto però sarebbe una maggiore unità e capacità di decisione.
Nell’incontro di alto livello di “La Hulpe”, gli italiani Mario Draghi, Enrico
Letta ed Enrico Giovannini hanno delineato il percorso per il rafforzamento
dell’Unione europea e una sua maggiore presenza sulla scena mondiale.
Ma
tutto è affidato al responso dei popoli del nostro continente nelle prossime
elezioni.
Infine,
una riflessione che riguarda i giovani.
L’Economist
(ho citato
spesso questo giornale, che mi sembra particolarmente riflessivo sui temi di
tendenza) ha
pubblicato due articoli sugli zoomers, la generazione dei nati dal 1998 al 2012.
Il
quadro che traccia coincide solo in parte con la situazione italiana ma è molto
interessante.
Negli
Stati Uniti e in Gran Bretagna, i giovani hanno un alto tasso di occupazione,
guadagnano più delle generazioni precedenti alla stessa età, scelgono
prevalentemente facoltà scientifiche e tecnologiche e possono permettersi un
diverso atteggiamento nei confronti del lavoro perché sanno che le occasioni
comunque non mancano.
Anche
la considerazione diffusa nei Paesi più ricchi che la nuova generazione avrà
una vita peggiore di quella dei genitori viene ridimensionata.
Questa
narrativa trascura un fatto importante:
circa
quattro quinti dei giovani dai 12 ai 27 anni vive in Paesi in via di sviluppo.
Grazie alla crescita e alla diffusione delle tecnologie, i ragazzi in posti
come Giacarta, Mumbai o Nairobi stanno molto meglio di come stavano i loro
genitori, sono più ricchi, più sani e più istruiti;
quelli
che dispongono di uno smartphone sono più informati e connessi.
Non
c’è da stupirsi che in un’indagine dell’Onu del 2021, i giovani dei Paesi
emergenti erano più ottimisti rispetto ai loro coetanei dei Paesi ricchi.
La
rivista britannica aggiunge che la “generazione Z” è più sensibile ai temi
riguardanti la crisi climatica e che questo potrà avere un impatto sugli
equilibri politici del futuro, ma mano che gli “zoomers” raggiungeranno l’età
del voto.
La
nuova generazione, sicura di sé, irriverente (la copertina della rivista mostra un
adolescente con l’apparecchio dentale e la lingua fuori) e sensibile a valori universali
potrebbe essere una leva importante per accelerare il cambiamento.
Insomma,
siamo di fronte a un quadro geopolitico complesso, con forti divaricazioni tra
i Paesi e all’interno di essi, senza un’effettiva capacità di leadership per
affermare un nuovo ordine mondiale basato sulla democrazia, il rispetto dei
diritti e dei bisogni di tutti, compatibile con i limiti del pianeta. Abbiamo
bisogno di idee nuove, coraggio politico e attenzione ai giovani: un programma
difficile, ma la posta in gioco è molto alta e la partita si gioca in questi
anni cruciali.
L’Occidente
diviso e i
due
modelli antropologici.
Centrostudilevatino.it
– (Feb. 6, 2025) – Aldo Rocco Vitale – ci dice:
L’Occidente,
quale civiltà del tramonto, è sempre più diviso e dilacerato: una parte contro
l’altra; una visione contro un’altra visione; una serie di problemi e soluzioni
da un lato, una serie di problemi e soluzioni radicalmente opposte dall’altro
lato.
L’Occidente,
che ancora molti ci si sforza di identificare e immaginare come un corpus
unicum, è stato ridotto a coriandoli e frantumato nella sua antica unitarietà,
spezzandosi in due grandi macro-aree meta-geografiche.
L’Occidente,
che perfino per i suoi avversari, come le teocrazie islamiche o il regime
cinese, continua a possedere una sua unità, è, invece, a ben guardare,
irrimediabilmente scisso in due, al di qua come al di là dell’Atlantico, tanto
nel vecchio continente quanto nel nuovo mondo.
La
bipartizione che caratterizza l’Occidente odierno è la più profonda e radicale
forma di scomposizione dell’unità, tanto non solo da paralizzare l’azione
confrontandosi con ciò che Occidente non è, ma anche e soprattutto impedendo il
pensiero all’interno dell’Occidente medesimo.
Nella
storia dell’Occidente molteplici e forse innumerevoli sono state le occasioni
di contrapposizione, anche violenta e perfino sanguinosa, ma mai in modo così
estremo da mettere in discussione l’Occidente in quanto tale considerato.
La
linea di disgiunzione che ha sostanzialmente divaricato l’originaria unitarietà
dell’Occidente passa attraverso la linea di faglia, cioè la linea di
profondità, della dimensione antropologica di riferimento.
Il
modo di concepire l’essere umano costituisce il cuore del problema e la causa
prima e diretta della attuale disgregazione dell’Occidente.
Nel
corso del tempo, soprattutto dell’ultimo mezzo secolo, si sono andati imponendo
due modelli antropologici che hanno sempre più perimetrato la propria posizione
creando una separazione sempre più netta e delineata tra gli aderenti al primo
o al secondo.
A dire
il vero i due modelli antropologici, nella dinamica evolutiva della loro
progressiva affermazione, non sono nati parallelamente, ma uno dopo l’altro e
uno in rottura con l’altro, specificamente il secondo in palese discontinuità
con il primo.
Il
primo modello antropologico, che si potrebbe definire come ‘veritativo’, reputa
che vi sia una dimensione costitutiva della realtà precipuamente umana che non
può essere modificata o cancellata, neanche dal sopraggiungere delle liquide
vicende storiche, sociali, economiche o tecnologiche.
Le
conseguenze di un tale approccio sono evidenti:
ritenendo che vi sia una verità normativa che
disciplina l’esistenza e la natura dell’uomo, non tutto è concesso o possibile.
Secondo tale prospettiva, per esempio, la dicotomia
sessuata dell’essere umano non può che essere espressione della sua natura
biologica, della sua verità corporea, della sua normatività strutturale.
In
tale contesto la natura – non soltanto in riferimento alla sessualità – non può
essere contraddetta o negata poiché essa rappresenta il principio comune e
universale inevitabile che rende plausibile la stessa pensabilità dell’uomo
secondo un ordine razionale, cioè secondo l’ordine dell’essere.
Tutte
le altre dimensioni (economica, sociale, politica, scientifica, tecnologica,
etica, giuridica) non possono prescindere dal riconoscimento di un tale
fondamento e non possono allora venirsi a trovare in contrasto con questa
determinazione originaria da cui ricevono legittimità concreta la dignità e la
libertà dell’essere umano.
Alla
luce del primo modello, insomma, la dignità e la libertà dell’essere umano sono
inscindibilmente legate alla natura dell’umanità stessa che in quanto tale è
indisponibile – e quindi universale – rispetto alle istanze contingenti che si
possono venire a determinare nel corso del tempo.
Il
secondo modello antropologico, che si potrebbe definire come ‘tecno-neomorfico’,
al contrario del primo, ritiene che non vi sia alcuna dimensione costitutiva
che caratterizza l’umano e che l’essere umano possa essere il Prometeo di se
stesso creandosi e ricreandosi secondo i propri desideri individuali, secondo
le esigenze storico-sociali, secondo le possibilità tecno-scientifiche, secondo
le molteplici modalità culturalmente esperibili.
Le
conseguenze, anche in questo caso, si rendono palesi: se non esiste una verità
costitutiva che trova nella normatività dell’essere la sua fondazione, ogni
aspetto della realtà umana è modificabile e reificabile, malleabile e
disponibile secondo la necessità del momento o la volontà dell’individuo.
In
tale prospettiva tutto l’essere umano è modificabile, non soltanto attraverso
la ridefinizione del sesso, ma anche attraverso tutte le istanze tecnomorfiche
che rappresentano la colonna portante di ciò che oggi è più comunemente
definito come pensiero transumanista.
Non
esistendo alcuna verità che struttura la realtà umana tutta la realtà viene
ridotta ad essere il prodotto delle capacità tecniche e degli impulsi volitivi
del singolo soggetto.
Le
differenze sono, dunque, inevitabili: se per il primo modello la realtà è
disciplinata dall’essere, cioè dalla natura dell’uomo, per il secondo modello è
esattamente il contrario, cioè l’essere umano è plasmato dalla realtà fatta a
immagine e somiglianza dell’oggettività tecnica e della soggettività
desiderante.
Se per
il primo modello la libertà acquista un senso soltanto nell’incontro dei limiti
posti dalla normatività dell’essere, per il secondo modello la libertà è
l’assenza dei limiti, anzi essa si rende tangibile soltanto nel superamento dei
limiti eventualmente ed ingiustamente imposti dalla natura.
Se
nell’ottica del primo modello l’essere umano integra la propria dignità
soltanto nel riconoscimento del suo essere, nell’ottica del secondo modello
l’essere umano non ha una dignità in sé e per sé considerata, poiché la dignità
viene a coincidere con l’utile, maggiore o minore, che l’essere umano può
conseguire dalla sua attività di modificazione della natura e del proprio
stesso essere.
Così,
diversamente da ciò che comunemente ed erroneamente si pensa, non esistono oggi
in Occidente argomenti divisivi, poiché semmai esistono delle divisioni che
argomentano la loro stessa sussistenza e visione dell’uomo.
In
questo scenario per il primo modello la famiglia, per esempio, è una
istituzione naturale immodificabile come unione monogamica tra uomo e donna;
per il
secondo modello, invece, essa è un mero prodotto storico e sociale e ci saranno
tanti tipi di famiglie quante esigenze di utilità soggettiva sarà necessario
raggiungere e soddisfare.
Per il
primo modello, la vita dell’essere umano non può che procedere inevitabilmente
dal suo concepimento fino alla sua fine naturale, mentre per il secondo modello
l’uomo proprio attraverso la tecnologia può decidere ogni aspetto della vita:
se e quando farla nascere, come farla venire
alla luce, e, ovviamente, se e quando porvi termine, il tutto secondo
l’assoluto arbitrio individuale.
Anche
in riferimento ai rapporti tra Stato e cittadino si ripercuotono le differenze
dei due modelli considerati.
Nella
prospettiva del primo modello lo Stato deve essere preordinato al perseguimento
del bene comune e le leggi, i decreti, le sentenze che nel suo ordinamento
vengono emesse ed approvate non possono opporsi alla normatività dell’essere e
della natura umana senza rischiare di trovarsi in contraddizione con la propria
stessa ragion d’essere; nella prospettiva del secondo modello, invece, lo Stato
è soltanto lo strumento ulteriore e superiore del potere individuale, nella
misura in cui lo Stato deve essere posto al servizio del soddisfacimento dei
desideri e delle volontà individuali, anche di quelle che eventualmente
dovessero venire a trovarsi in frontale contrasto con le determinazioni della
natura.
Con
sufficiente certezza, dunque, seppur alla fine di questa sintetica
ricognizione, appare chiaro come la cultura occidentale sia oramai
irrimediabilmente biforcata secondo i due predetti modelli antropologici che
risultano tra loro totalmente e irrimediabilmente incompatibili.
In
tale frangente ogni tentativo di volerne ricercare la compatibilità o i punti
d’unione non è soltanto irreale, ma anche vano e contrario alla logica che
presiede, pur ciascuno nella sua particolarità, i due predetti modelli.
Sebbene,
tuttavia, il secondo modello appaia essere più forte, in quanto decisamente più
diffuso e maggiormente condiviso da parti sempre più consistenti della
popolazione e della classe intellettuale, mentre il primo modello sembra
rannicchiarsi silenzioso in piccole sacche culturali indipendenti, estranee e
contrapposte al pensiero dominante, il secondo è proprio il modello che avrà
vita più breve e almeno per tre motivazioni principali.
In
primo luogo: senza l’ancoraggio dell’essere, o perfino contro l’essere, l’agire
umano si ribalta presto o tardi in un agire contro l’umano, come la storia ha
ampiamente dimostrato nel corso del XX secolo, rivelando il principio
universale per cui l’umanità, per rimanere sé stessa, deve pensarsi inscritta
all’interno dei limiti che la natura le ha posto.
In
secondo luogo: dal punto di vista sociale e politico il secondo modello,
sebbene più seducente, anche perché spesso sostenuto da affascinanti
argomentazioni relative alla promessa di una maggiore prosperità – non soltanto materiale –
individuale e collettiva, non potrà mantenere le proprie promesse senza
contraddirsi, senza svelare, cioè, il suo lato oscuro, ovvero il suo essere
vocato a diventare qualcosa di profondamente e radicalmente anti-umano, minando
proprio quella stabilità e quel benessere che aveva assicurato di poter
garantire come avviene, ed è avvenuto, in ogni contesto in cui l’umanità
dell’uomo è stata messa in discussione o direttamente lesa.
In
terzo luogo: a differenza del primo modello che si pone come descrittivo, il
secondo modello s’impone come imperativo e prescrittivo volendo in ogni modo
assicurare all’umanità che soltanto tramite le sue proposte è possibile
raggiungere un futuro migliore. Il secondo modello si propone, insomma, come
una vera e propria forma di tecno-escatologia che intende convertire l’umanità
al divenire illimitato e alla salvezza tramite il costante progresso tecnico.
Questo
è il punto di maggior fragilità del secondo modello: tutte le escatologie
secolari che nella storia hanno recitato – seppur per lunghi periodi – la
propria parte, sono finite schiacciate sotto il peso della propria stessa
inconsistenza ideologica.
Prima
che ciò accada, tuttavia, dovranno trascorrere sicuramente molti decenni a
venire, ed è per questo che l’Occidente farebbe bene a chiedersi cosa fare, non
adesso dinnanzi alla lacerazione a cui è sottoposto dal conflitto stridente e
insanabile che oggi si registra tra i due modelli antropologici qui
sommariamente descritti, ma nel tempo futuro, sempre ammesso che vi sia ancora
un margine per rimediare ai danni occorsi nel frattempo, quando tutte le
tecno-certezze si saranno sgretolate sotto la pressione della realtà e di
quella natura che hanno così ostinatamente negato.
(Aldo
Rocco Vitale).
Globalizzazione:
grande abbaglio
del
passato, sarà anche una condanna
per il
futuro dell’Occidente?
Resistenzaquotidiana.it
– Carlo Desio – (17 giugno 2025) – ci dice:
Le
catene del valore si sono accorciate, i governi tornano a parlare di autonomia
strategica e si riaffaccia l’idea di “interesse nazionale” anche in economia.
Ma
cosa dobbiamo aspettarci?
Chi
negli anni ’90 lavorava nel marketing industriale, ricorda bene l’attesa
entusiasta per l’apertura dei mercati.
La
globalizzazione ci fu presentata come l’alchimia perfetta: nuovi mercati,
delocalizzazione produttiva, crescita internazionale e pacificazione totale tra
i blocchi politici…
A metà
degli anni ‘90 tutta la classe dirigente italiana – centro, sinistra e destra-
abbracciò l’ideologia globalista.
C’era
l’urgenza di entrare nell’Euro e modernizzare il Paese, l’Italietta della Lira
era sull’orlo del baratro:
alle
banche si pagavano interessi al 27%, fuori dal serpentone monetario in una
notte il Marco passò da 740 lire a 960 lire e Amato fece la manovra da 90.000
mld di lire:
eravamo
in un vero Terzo Mondo finanziario… e ancora oggi c’è chi vagheggia quei bei
tempi di debiti à gogo.
In
Italia ricordo una sola voce dubbia sulla totale bontà della globalizzazione,
quella di Giulio
Tremonti…
Era
fautore di una globalizzazione programmata, a Roma assistetti a una sua
relazione e qualche dubbio mi assalì.
La
sintesi del suo pensiero fu più o meno:
“…in
Occidente la globalizzazione senza regole provocherà una profonda
deindustrializzazione… con l’aggravante che esporteremo altrove nostro know show
secolare… le aziende licenzieranno operai specializzati che non saranno
reimpiegati… molte aziende costituiranno fondi finanziari per collocare il
surplus capitalizzato e nascosto dove converrà di più…”
Dalla
stampa fu trattato da Cassandra inascoltata, e tra gli industriali – proprio
l’emblema mondiale del made in Italy – i nostri stilisti di punta
immediatamente andarono a produrre altrove per poi rivendere in Europa allo
stesso caro prezzo di prima…
Tremonti
aveva intuito le conseguenze future e oggi, a deindustrializzazione avvenuta,
molti economisti ammettono che la globalizzazione sfrenata, non governata da
una politica economica, sia stato un enorme abbaglio.
Oggi
sacramentare contro la Globalizzazione è diventato il vessillo della Destra
internazionale (ma nessuno si oppose in quegli anni, anzi!), e i dati parlano
chiaro: essa ha contribuito in venti anni a creare 600 mln di posti di lavoro
in Asia e l’Occidente ha subito un forte declino del manifatturiero.
Tra il
1990 e il 2010 sia negli USA che in UE, la quota del manufacturing nel PIL è
scesa notevolmente, dovuta alla delocalizzazione verso paesi con basso costo
del lavoro (in particolare la Cina) e all’automazione spinta.
In
pratica, molti Paesi occidentali si sono trovati senza produttività, senza
lavoro industriale retribuito e gli effetti sociali si sono riflessi in povertà,
riduzione della mobilità e soprattutto scontento politico.
Un
esempio emblematico è quello dell’industria automobilistica, simbolo
dell’economia produttiva occidentale.
Negli ultimi anni, sia in Europa che negli
Stati Uniti, i colossi dell’auto – soprattutto Volkswagen pioniera della
globalizzazione, ma anche Stellantis, Ford e GM – si sono trovati a rallentare
o addirittura fermare la produzione per la mancanza di componentistica minore,
come semiconduttori, batterie, cavi, cablatori, materiali troppo banali da fare
in occidente… ma prodotti quasi del tutto in Cina o in Paesi sotto il suo
controllo commerciale:
l’Occidente ha perso – chiosando Lollobrigida-
la Sovranità industriale delle sue filiere.
Non si
può avere un’economia senza controllo sulla produzione industriale.
In
Europa, il fenomeno è stato più contenuto, ma comunque significativo:
anche
Paesi come l’Italia e la Francia hanno visto un calo del peso del
manifatturiero nel PIL, con intere filiere trasferite in Asia e un
indebolimento della competenza industriale di medio livello.
La
Cina, nel frattempo, ha costruito il proprio miracolo:
non
solo ha assorbito una parte enorme della produzione globale, ma l’ha fatto
strategicamente.
Ha
concentrato ricerca, sviluppo e produzione su componenti essenziali: pannelli
solari, chip, terre rare, batterie, cavi, software specifici.
Nel
2024, il 29% della manifattura globale è cinese.
Il programma “Made in China 2025” ha come obiettivo
esplicito la leadership globale in settori chiave.
Il
caso dell’auto è emblematico:
in pochi anni, Pechino è passata da
subfornitore a esportatore netto di veicoli elettrici e oggi sfida apertamente
le industrie europee e americane sul prezzo, sull’efficienza e sulla scala.
La
Cina ha progettato in trent’anni potere industriale e finanziario, e oggi ci
rendiamo conto che le auto elettriche che ci propongono anche di rinomati
marchi occidentali -la sovrastimata Tesla Model 3 su tutte – sono fatte a
immagine e somiglianza della Cina…
In Occidente, per mantenere standard di vita
accettabili in un contesto di ridotta competitività industriale, si è fatto
ricorso al debito.
Stati Uniti ed Europa hanno spinto su stimoli
monetari e fiscali, ma senza risolvere il nodo della dipendenza produttiva.
In
Italia, il “PNRR” ha provato a invertire la rotta, ma con strumenti ancora
troppo fragili.
In Francia, la protesta sociale ha segnalato i
limiti del modello sociale post-globalizzazione: molte promesse, pochi mezzi.
Negli
USA, il dualismo tra le coste digitali e l’interno post-industriale è diventato
una faglia politica… e qualcuno si aspetta un terremoto, prima o poi.
Sul
piano politico la comunicazione occidentale è stata debole.
Si
parla di difesa, transizione, sicurezza tecnologica, ma due dati su tutti
restano evidenti:
Se i posti di lavoro industriali sono spariti,
i nuovi posti nel digitale non sono sufficienti per colmare il gap.
Senza
produzioni proprie, la democrazia occidentale resta subalterna agli input
esteri.
Ed
eccoci alla politica ed ai mali di pancia dell’Europa:
Questa
è la motivazione per spiegare il ritorno di una Destra internazionale che
predica sovranismo, controllo e ritorno alla produzione nazionale.
Da
Trump a Meloni, da Le Pen a Orban, il messaggio è:
Riprendiamoci
il controllo!
Ma di
cosa? Mancano gli strumenti per raggiungere l’obiettivo e forse mancano
addirittura gli imprenditori diventati oggi buona parte finanzieri.
Cosa
ci aspetta nell’immediato futuro?
Le
catene del valore si sono accorciate, i governi tornano a parlare di autonomia
strategica e si riaffaccia l’idea di “interesse nazionale” anche in economia.
Ma
questo interesse non si risolve con titoli di ministeri come sovranità
alimentare, merito, natalità, made in Italy, o mettendo asini fedeli a capo di
ministeri e aziende controllate.
Trump
fa scuola anche in questo ma vediamo giorno per giorno cosa accade con i suoi
asini:
il suo capo della Sicurezza Nazionale non
sapeva cosa fosse l’habeas corpus, il commissario per la sicurezza sociale non
sapeva che tra i suoi c’era un commissario per la previdenza sociale, il capo
del Dipartimento della Difesa -ubriaco- gli manda piani fantasiosi di guerra
per invadere Groenlandia e Canada… e il tizio scelto per guidare una squadra di
prevenzione del terrorismo è un ex commesso di alimentari con zero esperienza
governativa…
Questa
Destra deve convincersi che un asino fedele non vale un manager istruito; non
ci si può chiudere al mondo del “Sapere come si fa”, si tratta di capire
piuttosto quali pezzi del sistema devono tornare sotto controllo democratico, a
partire dalla capacità industriale manifatturiera che i fatti di questo quarto
di millennio hanno dimostrato essere più strategica dell’industria delle armi.
Senza
questo ritorno alla realtà, l’abbaglio della globalizzazione non sarà solo un
errore del passato, ma una condanna per il futuro.
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