Occidente senza futuro.

 

Occidente senza futuro.

 

 

Occidente senza futuro.

Conoscenzealconfine.it – Francesco Petrone – (9 settembre 2025) – ci dice:

 

Fra le varie cause dell’evidente inadeguatezza delle classi dirigenti occidentali, in special modo europee, la principale risiede nel fatto che i politici attuali sono impossibilitati a prendere decisioni rilevanti, sia in politica estera che in politica economica.

Soprattutto non possono più mettere in discussione nessun sistema politico vigente in un mondo che sembra inalterabile.

Gli Stati hanno perso quasi totalmente la propria sovranità.

 Ormai il potere decisionale risiede tutto in ristrette centrali di potere sovranazionali, avulse dagli Stati e non più controllate dal cittadino.

Le democrazie sono diventate solo formali come formale ed illusoria è la libertà di stampa e d’informazione dei grandi media.

L’illusione della democrazia sembra aver avuto termine dopo due secoli di convulsioni e lotte in cui il famoso tanto decantato “demos” sembra aver avuto la peggio.

 Il potere effettivo sembra ormai nelle mani di un’oligarchia finanziaria non eletta da alcuno.

A questo proposito è bene ricordare ciò che disse Craxi, nel momento in cui la situazione politica sembrava oscurarsi a causa di fosche nubi minacciose. Preoccupato, il leader socialista, espresse la convinzione che senza un forte ruolo politico, determinati poteri sarebbero diventati incontrollabili e avrebbero minacciato lo Stato e la stessa vita democratica.

 

Chiaramente, dopo lo tsunami che travolse tutta una classe dirigente dell’epoca, la classe politica attuale, osserviamo essere formata da personaggi di secondo piano, burocrati e passacarte, mezzibusti della politica.

I personaggi veramente di valore si guardano bene dal partecipare all’ormai inutile teatrino della politica.

 Lo stesso discorso vale per i rappresentanti della cultura e generalmente dell’intellighenzia, i quali si aggirano come comparse da un premio Strega ad un premio Bancarella, da un Leone d’oro, ad un David di Donatello, fino, magari, alla Biennale di Venezia, come negli anni Settanta frequentavano i salotti e le terrazze romane, tutti in cerca di visibilità e di finanziamenti o almeno di una comparsata televisiva per pubblicizzare il libro della stagione.

 

Ormai nella società attuale nessuno cerca personaggi autentici che abbiano qualcosa di nuovo da dire come accadeva nel quarantennio fra il XIX e il XX secolo.

Il mondo sembra andare avanti a forza di slogan come quelli utilizzati dalla pubblicità.

 Altro fatto drammatico è quello della natalità crollata.

Di conseguenza, la popolazione invecchia velocemente e nessuno, in questo mondo ormai senile desidera, di conseguenza, alcun cambiamento.

In fondo nessuno spera che si realizzi una vera democrazia e la massa, si accontenta della parvenza perché questa dà pur sempre una certa sicurezza, almeno per il momento presente, perché tutti sanno che il futuro non prospetta più niente.

 

Molti hanno talmente timore del futuro che rinunciano ad avere anche figli pur avendo l’agiatezza per costituire una famiglia.

Sembra di assistere alla diffusione di una specie di “tanatofobia” collettiva.

 

Una paura della morte che avrebbe pervaso tutto l’Occidente o meglio della percezione dell’inutilità e vanità del ciclo vitale.

 Nessuna speranza nel rinnovamento, una “morte emotiva” nel senso freudiano, che procura forme di apatia.

Questo, mentre nella bolgia infernale di Gaza le donne continuano a rimanere incinte e a desiderare, essendo la vitalità l’unica arma che hanno, come i bambini palestinesi hanno la sola possibilità di lanciare inutili ma simboliche pietre contro l’esercito più moderno del mondo.

 

In Occidente, in appena un secolo, siamo passati dalla filosofia dell’azione, alla filosofia della rassegnazione.

Addirittura in pochissimi anni, l’Occidente è passato dalla corrente dell’estetismo di Walter Pater, John Ruskin, Oscar Wilde, e del vitalismo di Gabriele D’Annunzio e la sua concezione della vita stessa come opera d’arte, alla “merda d’artista” di Piero Manzoni e all’orinatoio di Marcel Duchamp re-intitolato “fontana”.

 

Oggi la società è talmente invecchiata anche psicologicamente che non sente nemmeno più il bisogno di provocazioni come quelle, i famosi sassi nello stagno per creare scandalo e muovere le acque fra i benpensanti e questo perché di benpensanti non c’è né sono più.

Non ci sono più nemmeno conservatori da sconcertare ma solamente gli indifferenti come” i mesti personaggi” dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia.

 

Un libro che fece veramente scandalo a suo tempo come romanzo nichilista e che oggi può essere riletto come un campanello d’allarme in una società ancora sana, uno sguardo sull’abisso verso cui la modernità sta portando la società.

(Francesco Petrone).

(adhocnews.it/occidente-senza-futuro/).

 

 

 

Crisi euro-atlantica: cosa succederà

nei prossimi mesi tra Usa e Ue.

Intervista ad Andrew Spannaus.

Msn.com - Storia di Luigi Marcadella (11-9 -2025) – First Online – ci dice:

 

In attesa di valutare nelle prossime settimane i primi effetti reali dei dazi in vigore dallo scorso 1° agosto, sia sull’export diretto verso gli Stati Uniti sia in relazione alle commesse estere che vanno ad alimentare le grandi catene di fornitura globali, per l’economia europea resta sul tavolo la questione principale: sarà possibile normalizzare i rapporti con la Casa Bianca?

Il rischio, anticipato già da molti osservatori, è che questo allargamento profondo nei rapporti euro-atlantici innesti in un processo – forse ancora più pericoloso – di smarrimento politico proprio all’interno dell’Unione europea, stretta tra crisi economiche interne (Francia e Germania) e partiti euroscettici che un po’ alla volta stanno prendendo il largo nelle democrazie del Vecchio Continente.

 

“Gli accordi annunciati sui dazi sono ancora approssimativi, quindi è facile che ci saranno differenze man mano che si vanno a stabilire i dettagli.

 Questo riguarda le regole per alcuni settori ma anche la questione degli investimenti, visto che l’Ue non può decidere direttamente cosa fanno le aziende private.

Da tenere presenta che la Corte Suprema potrebbe invalidare quasi tutti gli accordi fatti finora, costringendo il Presidente a trovare un diverso meccanismo per perseguire il suo metodo di pressione sugli altri Paesi”, osserva Andrew Spannaus, giornalista e analista politico americano, ideatore della newsletter Transatlantico.info e diventato noto per aver anticipato con i suoi libri la trasformazione in corso negli equilibri politici di Stati Uniti ed Europa.

 

Le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico quando potranno riprendere la via della normalizzazione dopo lo shock?

 

“C’è una differenza fondamentale che sarà difficile da superare:

 gli Stati Uniti, con Trump o un presidente democratico, hanno interesse a ristabilire i rapporti con la Russia, con l’idea di non lasciare completamente il campo alla Cina.

 Infatti, per i prossimi anni l’enfasi della politica estera americana è e sarà sul Pacifico.

 L’Europa deve decidere se rimanere con la linea Macron-Starmer-von der Leyen di scontro aperto contro la Russia, oppure trovare uno spazio all’interno di questa nuova realtà strategica, con un atteggiamento di maggiore realismo”.

 

Questa frattura tra americani ed europei ha qualche effetto nel dibattito politico interno negli Usa?

 

“In merito all’Ucraina si parla molto della posizione europea, a volte facendo notare che la Casa Bianca non si fida degli alleati che sembrano voler frenare la possibilità di un accordo, considerato ancora troppo negativo per Kiev.

 Non è il tema principale, ma chi segue le faccende internazionali sa che si tratta di un pezzo fondamentale del processo diplomatico in corso.

 Sul Medioriente gli europei vengono visti invece come un elemento di disturbo, per esempio con le dichiarazioni a favore del riconoscimento di uno Stato palestinese.

Con questo governo il realismo in merito a Israele fa fatica a salire in superficie a Washington”.

 

Fino a dove l’Europa si spingerà lontano dagli Usa per sostenere Kiev?

 

“È sorprendente il percorso europeo sulla questione Russia-Ucraina.

Prima si preferiva non chiudere completamente a Mosca, tanto è vero che sono state le pressioni di Washington a spingere Bruxelles verso una posizione netta.

Ora che l’America cambia, l’Europa si trincera nella propria posizione.

La rigidità di Bruxelles è ormai leggendaria in più campi, ma in questo caso c’è un pericolo particolare:

Trump è certamente inaffidabile, ma seguire la linea di Londra e Parigi sembra escludere quel principio di realismo che servirà per congelare il conflitto”.

 

L’imprevedibilità totale che Donald Trump ha impresso alla politica estera Usa sta accelerando numerosi processi di convergenza politica globale.

Il mondo si sta riorganizzando in blocchi d’influenza in parte, o in tutto, alternativi a quello che fino a qualche mesa fa era il Vecchio Occidente.

 

“La creazione di un blocco alternativo all’Occidente fa parte di un processo molto lungo, iniziato nella seconda metà degli anni Novanta.

Ci sono vari aspetti che lo hanno alimentato, partendo dalle grandi questioni di politica finanziaria fino alle numerose iniziative strategiche messe in atto allo scopo di difendere la capacità dell’Occidente di proiettare la sua influenza sullo scacchiere globale.

In questo contesto Donald Trump sta peggiorando la situazione, data la sua incapacità di capire le conseguenze più profonde delle sue azioni.

 Il contrario di quello che si poteva sperare da un Presidente che si vanta di stabilire rapporti con gli altri leader piuttosto che fare guerre”.

 

La Cina governa chiaramente questa nuova fase di revisione del potere globale.

 Le chiedo: alla luce di questi riposizionamenti, agli Stati Uniti conviene davvero un’Europa più debole e divisa da questioni di politica interna?

 

“La debolezza dell’Europa non proviene dalla divisione.

 È il contrario:

l’Europa è divisa perché è debole in termini di contenuti.

A parte le differenze di interessi strategici verso Est, un buon esempio è la politica economica:

 ancora ancorata ad una visione monetarista e mercatista, che non riesce ad adeguarsi al nuovo scenario post-globale, cioè di correzione dei grandi errori della globalizzazione.

Forzare l’unità politica per mascherare i problemi profondi non è una strategia intelligente.

Occorrerebbe creare una coesione autentica attraverso una discussione onesta sui contenuti, più che puntare sulla centralizzazione come soluzione ai problemi”.

 

In questo scenario, la Germania deve ritrovare un ordine interno da dare alla sua macchina industriale ed economica.

Sicuramente i tedeschi indirizzeranno parte della loro forza industriale ad un progetto di riarmo.

Gli Stati Uniti come vedono questo scenario?

 

“È utile che la Germania cambi politica economica rispetto a certi freni del passato, perché potrà aprire spazi per un cambiamento più generale in Europa.

Nell’ottica di garantire gli armamenti a Kiev, il ruolo tedesco sarà sicuramente importante, ma non mancano le perplessità tra chi vede un riarmo tedesco proiettato verso Est.

Con una battuta, inviare i carri armati attraverso la Polonia per affrontare i russi non è del tutto rassicurante”.

 

Sempre in Europa, la Francia in poche settimane ha disvelato una pericolosa fragilità nei suoi conti pubblici, così forte da minare addirittura la tenuta governativa e che richiederà sacrifici molto restrittivi allo stato sociale francese. Si sta avverando il disegno di chi, fuori e dentro l’Europa, sogna di far deflagrare l’Unione colpendo i paesi fondatori?

 

“La deflagrazione viene principalmente dall’ottusità dei trattati e delle regole europee.

Non basta qualche deroga:

 serve ripensare l’impianto attuale, fatto per un mondo concepito negli anni Novanta in linea con “la fine della storia”:

 una facciata di libero mercato e diritti umani che copre strutture che in realtà ostruiscono un cambiamento più profondo in senso democratico e popolare.

 Basti pensare alla costruzione dei trattati, senza voto popolare, o all’austerità imposta ai Paesi più deboli per risanare i conti delle grandi banche.

 L’Europa non potrà raggiungere quelli che sono obiettivi giusti senza un dibattito reale sui propri errori”.

 

Fuori dall’Unione, anche il Regno Unito presenta conti pubblici sotto pressione e un’economia asfittica.

È una congiuntura che rischia davvero di travolgere gli equilibri europei in un quadro di ridefinizione delle relazioni transatlantiche?

“Dopo un periodo di transizione successiva alla perdita del suo ruolo dominante come impero globale, gli inglesi sono approdati ad un’economia sbilanciata sul lato dei servizi finanziari.

 Anche qui occorre decidere cosa fare per il futuro:

 aggrapparsi all’idea di essere un player globale per diritto o costruire un’identità più solida in un mondo nuovo.

Se si scegliesse la prima opzione, i potenziali alleati farebbero bene a non avvicinarsi troppo”.

 

A proposito di alleanze in via di riconfigurazione, che idea si è fatto della poderosa rassegna di forza militare cinese nella parata dei giorni scorsi?

 

“La Cina si sente matura in questo momento, pronta ad affermare il suo ruolo come attore internazionale che non intende sottomettersi alle pretese dell’Occidente.

 È una risposta comprensibile rispetto alle umiliazioni passate e un effetto della grande crescita economica degli ultimi decenni.

Pone però un grosso problema:

rappresenta un sistema politico che ai nostri occhi è inaccettabile in termini di diritti e regole fondamentali.

La domanda è se riusciremo a gestire il rapporto diplomatico ed economico senza subordinarlo alle considerazioni militari e strategiche.

 Non sarà facile, ma l’alternativa alla coesistenza e al dialogo è una guerra catastrofica”.

 

Ha colpito il punto di contatto tra India e Cina, cosa che sembrava lontanissima fino a qualche anno fa.

 

“Da anni l’India è al centro di una campagna occidentale per portarla dalla “nostra parte” nella sfida strategica con la Cina.

Con Trump si è ignorato l’orgoglio e l’indipendenza del Paese, arrivando a minacce e pressioni che potevano solo provocare una reazione contraria.

Tuttavia, rimangono differenze fondamentali tra Nuova Delhi e Pechino, che non permetteranno un’alleanza stretta nei prossimi anni.

 C’è una lezione fondamentale da tenere a mente:

il resto del mondo non intende più sottostare alle nostre condizioni, per questo sarà preferibile un maggiore realismo politico piuttosto che una posizione ideologica portata avanti con il bullismo che vediamo ora a Washington”.

(First Online)

(Luigi Marcadella.)

 

 

 

L’Occidente in decadenza

continua a essere un modello.

 Comune-info.net - Raúl Zibechi – (18 Giugno 2024) – ci dice:

È sempre più evidente:

l’Occidente non ha più la completa egemonia, ma nessun altro paese ce l’ha.

 Il vero problema è che nel mondo non c’è al momento un’alternativa al capitalismo.

 Il rischio di una terza guerra mondiale è reale.

Tra chi non smette di rifiutare quel dominio c’è chi, purtroppo, considera importante l’ascesa della Cina, come se fosse un’alternativa, molti altri restano invece schiacciati sotto un pensiero critico colonialista e non vedono qualcosa di diverso dagli stati-nazione come teatri di cambiamento.

Le alternative, scrive “Raúl Zibechi”, possiamo rintracciarle nei popoli che hanno cominciato a organizzarsi per resistere e creare mondi nuovi.

Ma sarà una lunga traversata.

“Certamente non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro.

Non esistono scorciatoie istituzionali né partitiche…”

 

La profonda opacità del mondo attuale ci impone almeno due compiti permanenti: mettere in dubbio le analisi unilaterali che tendono a semplificare le realtà complesse e, dall’altra parte, consultare fonti diverse, anche contraddittorie tra loro, per offrire almeno un panorama che permetta di dissipare l’oscurità che acceca la nostra capacità di comprensione.

 

Nel libro “La sconfitta dell’Occidente”” Emmanuel Todd” afferma che il declino della nostra civiltà è inevitabile.

In quest’opera ritiene che il decollo di Europa e Stati Uniti fosse intimamente connesso con l’ascesa del protestantesimo, per il suo approccio all’educazione che ha favorito l’efficienza e la produttività dei lavoratori.

Ma la “scomparsa dei valori protestanti”, continua Todd, ha portato al fallimento educativo, al disordine morale e alla fuga dal lavoro produttivo favoriti dalle pratiche religiose.

 

Lo scrittore libanese “Amin Maalouf” ha appena pubblicato” Il labirinto degli smarriti”, in cui avanza altre ipotesi che non collidono con quelle di Todd e che possono essere anzi considerate affini.

Sostiene che per cinque secoli “il dominio occidentale e più precisamente dell’Europa, non era in discussione. Chi si opponeva era umiliato e sconfitto.

Ora le cose sono cambiate”, conclude (El Diario, 4/6/24).

Così come “Immanuel Wallerstein”, assicura che l’Occidente non ha più la completa egemonia, però nessun altro paese ce l’ha negli ultimi anni.

Aggiunge che nessuna potenza ha ancora la capacità di risolvere i conflitti, come quello di Israele contro la Palestina, non riuscendo neanche a impedire che scoppino.

 Per questo afferma che “l’umanità oggi sta attraversando uno dei periodi più pericolosi della sua storia”.

Secondo me uno dei punti più forti delle interviste che ha rilasciato a diversi media in questa settimana è la sua potente affermazione che la decadenza dell’Occidente riguarda tutto il pianeta.

“Il declino occidentale è reale, ma né gli occidentali né i loro numerosi avversari riescono a condurre l’umanità fuori dal labirinto in cui vaga senza meta”

(El Confidencial, 3/6/24).

Continua:

“Gli avversari del mondo occidentale non hanno dei reali modelli da proporre. Hanno molte critiche al modello occidentale, sul ruolo svolto dall’Occidente, sul perché l’Occidente prova a prendere le decisioni per il mondo intero. Però non c’è un’alternativa”.

 

Perciò dice che il naufragio è globale, “dell’insieme di tutte le civiltà”, non solo occidentale.

 Insieme a Europa e Stati Uniti, ci fa notare che anche la Russia sta seguendo un declino e che già affronta problemi simili a quelli delle altre potenze.

 Per quanto riguarda la Cina, “Maalouf “evidenzia che segue anch’essa il modello occidentale:

non solo capitalista ma anche neoliberista e di accumulazione per sottrazione.

 

Il rischio di una terza guerra mondiale è “reale” secondo Maalouf, soprattutto perché le società non vogliono ammettere i pericoli evidenti nel frenetico sviluppo di nuove armi da parte delle grandi potenze.

 

Nella mia opinione le dure affermazioni di Maalouf sull’assenza di un’alternativa al modello capitalista, sono giuste, e la realtà odierna somiglia ai conflitti inter imperialisti che portarono alla Prima Guerra Mondiale nel 1914.

È doloroso osservare come movimenti che sono stati rivoluzionari, oggi celebrino l’ascesa della Cina e che alcuni la considerino un paese socialista retto da capi marxisti.

Questo fa parte dell’enorme confusione che dilaga nell’ambito dell’emancipazione.

 

Il secondo problema è il tremendo radicamento del colonialismo all’interno del pensiero critico, che non riesce a vedere oltre gli stati-nazione come teatri di cambiamento e trasformazioni rivoluzionarie.

Da un lato gli stati dell’America Latina sono un’evidente eredità coloniale, strutturati in maniera gerarchica e patriarcale e non possono essere modificati né rifondati, come cercano di sostenere alcune correnti progressiste.

D’altro canto l’esperienza storica ci dice che le rivoluzioni vincenti che si sono circoscritte alle frontiere degli stati non sono potute andare avanti nelle trasformazioni che desideravano.

Dobbiamo trarre alcune conclusioni da più di un secolo di rivoluzioni focalizzate in stati che non potrebbero mai essere democratici né democratizzati.

Qualcuno può forse immaginare una qualche forma di democrazia in eserciti e polizia?

O nel sistema giudiziario?

 

Le alternative che Maalouf non trova in Cina né in Russia né in Iran possiamo rintracciarle nei popoli che si sono organizzati per resistere e creare mondi nuovi, in molti angoli del nostro continente.

Certamente non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro.

Non esistono scorciatoie istituzionali né partitiche.

(Pubblicato su La Jornada.)

Questa l’adesione di Raúl Zibechi alla campagna a “Partire dalla speranza e non dalla paura”.

“Quando un amico se ne va

c’è uno spazio vuoto

che non può riempirlo

con l’arrivo di un altro amico.“

(Alberto Cortez).

Se abbiamo qualche speranza di sopravvivere, come umanità e come parte di “quelli di sotto”, è perché abbiamo imparato a trasformare il dolore in una trincea di luce e speranza; perché sappiamo controllare la paura della solitudine e della morte.

La scomparsa di “Marco Calabria” ci dice che dobbiamo seguire la sua impronta, camminare sempre più forte fino a sprofondare nel fango della creazione, mentre resistiamo e camminiamo.

 Non abbiamo altra alternativa che alzare la testa verso le stelle, verso le luci che ci illuminano.

Una di quelle luci è “Comune”, questa semplice pagina di controinformazione e controanalisi, piccola, quasi invisibile a molti, ma necessaria per guidarci nella notte più buia che abbiamo conosciuto.

[Raúl Zibechi].

 

 

 

 

D'Alema e dintorni. Torna l’anti

occidentalismo nella sinistra italiana?

 Huffingtonpost.it - Giorgio Merlo – (8 settembre 2025) – ci dice:

 

Le prossime elezioni politiche assomiglieranno molto a quelle del 1948.

 Per un motivo decisivo.

E cioè, sarà necessario da parte degli schieramenti politici in campo una scelta chiara, netta e senza equivoci o balbettamenti sullo schieramento in cui ci si riconosce.

Ci sono delle costanti storiche, politiche e culturali che non tramontano mai del tutto.

Sono come un fiume carsico che periodicamente vengono inghiottite dal terreno ma che poi, altrettanto puntualmente, riemergono dal sottosuolo e tornano più fiammanti ed attuali che mai.

Certo, e come tutti sanno, le mode cambiano ormai rapidamente e gli stessi periodi storici non sono mai uguali a sé stessi.

E, di norma, non si replicano meccanicamente.

Ma è altrettanto evidente che il cosiddetto “richiamo della foresta” è sempre forte ed affascinante e rispolvera, e richiama, vecchie ed antiche passioni.

È il caso, nello specifico, di due categorie che nella sinistra italiana, soprattutto nell’attuale sinistra italiana, eccitano addirittura gli animi.

 

Parliamo, per uscire dalla metafora, dell’anti americanismo da un lato e dell’anti occidentalismo dall’altro.

 E non c’è affatto da polemizzare banalmente con Massimo D’Alema lanciando anatemi e grottesche accuse per la sua presenza a Pechino nei giorni scorsi di fronte alla gloriosa ed imponente parata militare con i capi delle varie autocrazie e dittature disseminate in tutto il mondo.

 Tutte unite, come ovvio ed evidente, dalla profonda avversione ed ostilità nei confronti di tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile ai valori, ai principi, alle scelte dei paesi occidentali.

Perché, appunto, parliamo di uno dei principali leader del mondo comunista italiano che, del tutto coerentemente, resta ancorato a quella cultura e che proprio oggi trova nuovamente un suo fascino vagamente intellettuale e quindi politico.

 

“Mutatis mutandis”, è la riformulazione e la semplice riattualizzazione, come ovvio ed evidente, di una profonda avversione nei confronti dei nemici della sinistra storica.

Un armamentario ideologico che rappresenta quasi un invito a nozze per le attuali sinistre italiane che, rispetto all’antica sinistra della Prima repubblica, ha radicalizzato molto le sue posizioni spostandole su una piattaforma molto più ideologica e settaria.

Parlo, come ovvio, delle tre sinistre che oggi formano ed esauriscono il cosiddetto “campo largo”.

Ovvero, la sinistra radicale e massimalista del Pd di Elly Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 stelle di Giuseppe Conte e Paola Taverna e la sinistra estremista ed ideologica del trio Nicola Fratoianni / Angelo Bonelli / Ilaria Salis.

 Il tutto accompagnato, condizionato e quasi coordinato dalla partecipazione straordinaria, per dirla in termini cinematografici, del segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

Ed è anche per queste ragioni, semplici ma essenziali nonché oggettive, che proprio in vista delle prossime elezioni politiche nazionali - nel 2027 - sarà necessaria una scelta politica netta.

Una ‘scelta di campo’ si sarebbe detto un tempo.

E cioè, o la difesa dell’unità dell’Europa, dell’atlantismo, dell’Occidente e quindi a fianco degli Stati d’Uniti d’America oppure, e al contrario, optare per un ruolo terzaforzista, attento alle ragioni delle potenze dell’Oriente e alternativo a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile all’Occidente.

 

Ecco perché, pur senza volerlo e senza evocare scenari apocalittici o visionari, le prossime elezioni politiche assomiglieranno molto a quelle del 1948.

Per un motivo decisivo.

 E cioè, sarà necessario da parte degli schieramenti politici in campo una scelta chiara, netta e senza equivoci o balbettamenti sullo schieramento in cui ci si riconosce.

E, di conseguenza, dove collocare l’Italia nello scacchiere europeo e, soprattutto, internazionale.

 

 

 

Bombe sul Paese Mediatore,

Israele Senza Limiti Attacca in Qatar.

Conoscenzealconfine.it – (10 Settembre 2025) - Andrea Muratore – ci dice:

 

Bombe sui nemici, bombe sui Paesi neutrali, ora perfino attacchi negli Stati mediatori.

Israele non ha limiti e ha dichiarato di aver colpito obiettivi legati ad Hamas a Doha, capitale del Qatar che da oltre un anno sta cercando di mediare la pace a Gaza.

 Un nome da brividi: Operazione “Giorno del Giudizio”.

Una definizione che nasconde tutto lo spregiudicato millenarismo che ammanta la strategia bellica di Israele in Medio Oriente.

 

Ufficialmente, Tel Aviv dichiara di aver preso di mira “membri della leadership di Hamas che hanno guidato le operazioni dell’organizzazione terroristica e che sono stati direttamente responsabili del brutale massacro del 7 ottobre, e hanno orchestrato e gestito la guerra contro lo Stato di Israele”.

Hamas ha dichiarato che i bersagli erano i negoziatori in città per discutere della proposta di pace.

 Khalil al-Hayya, capo negoziatore di Hamas, è stato dichiarato morto.

Insomma, parliamo di un passaggio spericolato che apre l’ennesima ferita nella crisi mediorientale.

 

In primo luogo perché, solo pochi giorni fa, Hamas si era detta pronta a trattare sull’ennesima proposta confezionata dall’amministrazione Usa di Donald Trump, dietro cui il lavoro silenzioso della diplomazia qatariota si era consolidato da tempo.

 Colpire un nemico nel cuore del Paese mediatore mentre quest’ultimo ha accettato di negoziare, per l’ennesima volta, mostra che Israele non sembra aver intenzione di porre fine alla guerra di Gaza.

 Né il suo governo di aver alcuna cura della vita degli ostaggi rapiti il 7 ottobre e messi a repentaglio da questa manovra avventata.

In secondo luogo perché, colpire in Qatar significa mostrare un senso di irresponsabilità politica tale da rendere difficile qualsivoglia prospettiva diplomatica futura.

Doha non era solo mediatrice sull’asse Israele-Gaza ma anche nel quadro del difficile confronto regionale con l’Iran e assieme alla Turchia, ai ferri corti con Tel Aviv, è il patrono della nuova Siria con cui Benjamin Netanyahu da tempo porta avanti una relazione duale fatta di bombe e abboccamenti diplomatici.

 

Il Qatar vanta un poderoso apparato di difesa aerea, con assetti americani come Patriot e Thaad.

 L’ombra dell’attacco si staglierà anche su Doha, che ora si trova stretta tra la potenziale accusa di aver lasciato fare e il rischio di apparire inadatta a difendere il suo territorio.

 E dunque potenzialmente indebolita sul piano politico-strategico.

 

In terzo luogo, colpiscono le dinamiche dell’attacco.

Israele ha colpito in pieno giorno, in maniera mirata e rivendicato apertamente l’azione come un “attacco mirato”, dunque come un atto chirurgico volto a rimuovere una minaccia esplicita.

Inoltre, l’Israel Defense Force ha rivendicato di aver colpito assieme all’Israel Security Agency, lo Shin Bet, mostrando dunque di aver informazioni di intelligence chiare sul posizionamento dei leader di Hamas.

 

Lo Shin Bet, e non il Mossad (servizio estero) controlla Hamas perché Gaza è ritenuta, da Tel Aviv, fronte interno.

Israele ha dunque scelto di colpire l’ottavo territorio mediorientale (dopo Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Iran e Yemen) dal 7 ottobre 2023 a oggi.

Un Paese impegnato sia nel sostegno alla mediazione che legato a doppio filo tanto con Hamas quanto, in prospettiva, con lo stesso Stato Ebraico:

Doha era una delle capitali attenzionate da Tel Aviv per l’estensione degli Accordi di Abramo prima del 7 ottobre.

 

Bombardare dei negoziatori nemici nel Paese mediatore, in questo caso, significa voler tutt’altro che metaforicamente bombardare la pace.

La vera nemica del governo di Netanyahu, che assieme alla stabilità regionale trascina a fondo l’immagine internazionale di Israele.

Una vecchia regola della diplomazia è sacra da secoli: gli ambasciatori non sono un bersaglio militare e nemmeno i negoziatori.

 

Dal 7 ottobre Israele ha bombardato ambasciate (quella iraniana a Damasco) e ora, se confermato, dei mediatori.

Un simbolo di un tempo brutale in cui ogni regola della pace e della guerra è sconvolta.

E lo Stato Ebraico è responsabile di un imbarbarimento del clima politico internazionale che perturba la stabilità mondiale.

(Andrea Muratore)

(it.insideover.com/guerra/bombe-sul-paese-mediatore-israele-senza-limiti-attacca-hamas-in-qatar.html).

 

 

Logica di deterrenza?

Perché Mosca ribadisce che truppe

straniere in Ucraina sarebbero

bersagli legittimi.

 

  Iari.site.it – (8 Settembre 2025) -Filippo Maria Sardella – ci dice:

 

Putin non ha cambiato linea, ma ha scelto il momento perfetto per ribadirla: chiunque metta piede in Ucraina diventa un bersaglio legittimo.

Un avvertimento che congela ogni ipotesi di “boots on the ground” occidentali.

 

Al “Forum Economico Orientale” di Vladivostok, Putin ha riaffermato che qualunque forza militare straniera dispiegata in Ucraina verrebbe trattata come obiettivo legittimo.

La dichiarazione non rappresenta una rottura, bensì la manutenzione pubblica di una linea già nota:

ribadire il perimetro di deterrenza ogni volta che in Occidente riaffiorano ipotesi di “peace keepers”, missioni di sicurezza post-accordo o presenze addestrative “in-country”.

 Il tempismo è parte del messaggio:

 intervenire mentre il dibattito è ancora fluido serve a congelare sul nascere opzioni che, una volta normalizzate sul piano mediatico e tecnico, diventerebbero più difficili da disinnescare.

 

La scelta del palco non è neutra.

Un forum economico internazionale offre una cornice di apparente “routine” da cui rimarcare, con tono di continuità, una postura militare dura ma presentata come prevedibile e quindi stabilizzante.

 In questo modo il Cremlino parla a tre platee contemporaneamente:

all’interno, dove la coerenza della narrativa rafforza la percezione di controllo; all’esterno occidentale, dove l’obiettivo è innalzare il costo politico di qualunque “light footprint” militare;

e al Sud Globale/partner asiatici, ai quali si segnala affidabilità nel mantenere linee rosse chiare.

 

Sul piano logico-militare, il messaggio punta a ridurre l’ambiguità.

Dichiarare ex-ante che non esistono “zone grigie” per contingenti stranieri in Ucraina comprime lo spazio per missioni ibride o semi-civili con protezione armata, che potrebbero fungere da testa di ponte politica.

 Il riferimento a “target legittimi” stabilisce inoltre una simmetria operativa:

nel momento in cui il teatro diventa multi-attore, chi vi entra accetta il rischio di essere trattato come parte belligerante, scoraggiando dispiegamenti simbolici ad alta visibilità e bassa resilienza logistica.

 

Il contesto strategico rende la riaffermazione più che un avvertimento:

 è una forma di “chiarezza coercitiva” che trasferisce l’onere del rischio sul decisore avversario.

Se il costo atteso di un’eventuale presenza occidentale in Ucraina include la prospettiva di perdite dirette e una rapida escalazione reputazionale, allora la discussione politica su “boots on the ground” resta confinata al livello ipotetico.

 In sintesi, la frase di Vladivostok non introduce nulla di nuovo sul merito;

 aggiorna però, nel momento opportuno e nel luogo opportuno, il quadro di deterrenza che Mosca vuole mantenere invariato finché il conflitto resta ad alta intensità e a geometria coalizionale.

 

La prima funzione della dichiarazione è la chiarezza delle regole d’ingaggio. Esplicitare ex-ante che qualunque contingente straniero sul suolo ucraino verrà trattato come obiettivo legittimo riduce l’ambiguità operativa e politica.

In assenza di ambiguità, scompaiono le “zone cuscinetto” narrative — quelle missioni ibride o semi-civili che, col tempo, possono trasformarsi in presenze militari di fatto.

 La previsione del costo non è più negoziabile a valle:

 è” front-loaded” sul decisore che valutasse un dispiegamento, e ciò rafforza la deterrenza.

Non è una minaccia gratuita:

 è un messaggio che trasferisce il rischio dalla reazione russa al gesto iniziale dell’avversario, scoraggiando i “passi corti” che spesso aprono a scivolamenti di mandato.

 

Il secondo elemento è l’asimmetria dei costi.

Presenze occidentali “a impronta leggera” sarebbero per definizione ad alta visibilità e bassa resilienza:

poche basi, grande dipendenza da corridoi logistici aerei e stradali, densità di sensori e media attorno.

 In queste condizioni, anche un numero ridotto di perdite avrebbe un impatto politico sproporzionato nei Paesi d’origine, mentre il costo operativo per colpire bersagli così esposti rimarrebbe relativamente contenuto.

In termini di calcolo strategico, è la tipica situazione in cui il costo politico atteso per chi dispiega eccede il costo operativo marginale per chi ingaggia.

 

Terzo: il vantaggio strutturale su fuoco e difesa aerea.

 La combinazione di attacchi in profondità, capacità ISR persistenti (droni, ricognizione elettronica, osservazione dal cielo) e una difesa aerea stratificata rende rischioso qualunque “dispiegamento di bandiera” vicino al fronte o ai nodi logistici.

La pratica recente ha mostrato la capacità di modulare il volume di fuoco — saturazione quando serve, precisione quando conviene — selezionando tempi e obiettivi in modo da massimizzare l’effetto politico oltre a quello tattico.

 In questa cornice, un piccolo contingente straniero diventa un punto focale prevedibile:

più facilmente localizzabile, più complicato da proteggere senza allargare ulteriormente il “footprint”.

 

Quarto: il precedente operativo dei terzi attori.

Nel momento in cui unità non ucraine e non russe entrano nel teatro o nelle aree di retrovia, esse vengono trattate secondo le stesse regole di chi è già in campo:

si ingaggia ciò che sostiene l’avversario, a prescindere dalla bandiera.

Questo cristallizza la simmetria:

se Kiev ingaggia forze alleate di Mosca dove queste operano, Mosca considera legittimo fare altrettanto con eventuali forze alleate di Kiev.

 La logica è semplice e comprensibile anche al pubblico non specialistico:

il teatro non è più bilaterale, quindi la neutralità di comodo non regge alla prova del fuoco.

 

La sostenibilità di lungo periodo.

La catena di rifornimento russa si è adattata a un conflitto di attrito: redistribuzione industriale, approvvigionamenti esterni di munizionamento, integrazione di personale e capacità ausiliarie, standardizzazione di sistemi a basso costo (UAV, munizioni circuitanti) e miglioramento della manutenzione in teatro.

Tutto questo alimenta una strategia di “cost-imposition”:

 imporre nel tempo all’avversario — e a chi valutasse di intervenire con piccoli contingenti — un ritmo di spesa, rischio e usura difficilmente sostenibile senza un salto qualitativo nel coinvolgimento.

In termini strettamente militari, la dichiarazione pubblica sulle “legittime” regole d’ingaggio è il tappo che tiene fermo questo equilibrio:

scoraggia gli ingressi marginali, evita di regalare bersagli simbolici e preserva il vantaggio di fuoco e di protezione accumulato.

 

SO WHAT — Previsioni operative.

Best Case (probabilità medio-alta)

Nel migliore degli scenari, la minaccia di targeting formulata da Mosca resta credibile e coerente, raffreddando ogni ipotesi occidentale di dispiegare truppe in Ucraina, anche in forma post-accordo o con mandato limitato.

La chiarezza comunicativa del Cremlino, ribadita pubblicamente e senza margini di ambiguità, svolge la funzione di deterrenza classica:

 alzare in anticipo il costo politico per chi volesse anche solo discutere missioni militari “ibride”.

 

In questo contesto, la Russia può continuare a sfruttare le sue capacità di attacchi combinati – strike missilistici e droni in profondità, operazioni di interdizione logistica, pressione costante su infrastrutture critiche – senza correre il rischio di escalation diretta con Paesi NATO.

L’attrito resta confinato al binario Russia-Ucraina e la coalizione occidentale mantiene il sostegno attraverso forniture materiali, ma senza passaggi qualitativi sul terreno.

 

Le ipotesi chiave di questo scenario sono tre:

 

Coesione comunicativa russa, senza contraddizioni tra leadership politica e apparato militare.

Assenza di incidenti che coinvolgano personale occidentale in aree prossime al fronte o lungo le catene logistiche ucraine.

Continuità dei flussi di munizionamento e supporto extra-occidentale, che alimentano la resilienza russa sul lungo periodo.

Gli impatti sono significativi:

la deterrenza di Mosca si consolida, il costo politico di un dispiegamento occidentale rimane proibitivo per le capitali NATO ed europee, e il conflitto prosegue come guerra di logoramento, con un orizzonte di stabilizzazione lenta e senza svolte improvvise.

 

Worst Case (probabilità bassa-media, ma in crescita se aumentano i “quasi-incidenti”).

Lo scenario peggiore non nasce da una scelta deliberata, bensì da un incidente operativo.

Basterebbe un evento con vittime occidentali – magari addestratori militari in aree non dichiarate, contractors civili con funzioni ambigue, o personale tecnico vicino a un nodo logistico – per scatenare un’escalation politica incontrollata. L’attribuzione rapida da parte dei media, prima ancora che i fatti siano chiariti, potrebbe innescare pressioni interne nei Paesi coinvolti a favore di “misure di protezione” o di un ampliamento del mandato delle missioni.

 

Le ipotesi chiave qui sono:

 

Un errore di identificazione in contesto ad alta densità di fuoco.

Un attacco su nodo logistico dove la presenza occidentale non era stata resa pubblica.

Una narrativa mediatica accelerata che impone risposte politiche prima che siano disponibili ricostruzioni verificate.

Gli impatti sarebbero critici:

il rischio di miscalculation si alza, la possibilità di stabilire regole di de-conflitto si restringe, e lo spazio politico per negoziare soluzioni tecniche viene soffocato dall’urgenza di “non apparire deboli”.

 

Variabili da monitorare.

Dichiarazioni occidentali su missioni di peacekeeping post-accordo o training direttamente in territorio ucraino:

segnali di superamento della soglia politica di accettazione del rischio.

Pattern degli strike russi:

l’alternanza tra volume massiccio e precisione chirurgica mostra il grado di controllo operativo e la volontà di segnalare capacità di saturazione o selettività.

Andamento delle perdite e ruolo operativo dei reparti nordcoreani presenti in Russia:

la loro esposizione al fuoco ucraino rappresenta un indicatore anticipato di come Mosca intenda gestire la simmetria nei confronti di eventuali altri attori stranieri.

 

 

 

 

Cina, India e Russia: non un fronte

compatto ma un triangolo fragile.

  Treccani.it – Lisa Guerra – (11 settembre 2025) – ci dice:

 

Il recente vertice tenutosi ha riportato sotto i riflettori il rapporto tra Cina, India e Russia.

Tre giganti demografici ed economici, tre potenze regionali con interessi divergenti e al tempo stesso convergenti, che si sono mostrate al resto del mondo unite e disposte a collaborare. Insieme ad altri Paesi dell’Asia centrale e del Medio Oriente, i leader delle tre potenze hanno discusso delle sfide comuni del prossimo futuro, presentandosi in un quadro di coesione che ha suscitato sensazionalismi vari tra i media occidentali ma che, nonostante i visi sorridenti e i gesti cordiali, non cancella le rivalità storiche.

La SCO, nata nel 2001 come forum di sicurezza regionale con l’obiettivo di promuovere pace e cooperazione tra gli Stati membri, ha progressivamente ampliato il suo peso politico ed economico, includendo nel tempo dieci Paesi e diversi osservatori europei e americani.

 Questo 15° summit si è svolto in un contesto in cui le tariffe commerciali e le politiche protezioniste   hanno alimentato preoccupazione tra molte delle economie partecipanti.

Un momento ideale per rilanciare la sua agenda, che comprende la  proposta di una  e nuove collaborazioni in campi strategici come energia, intelligenza artificiale, fintech e cambiamento climatico.

 Tutto all’interno di un disegno più ampio:

costruire alternative concrete al sistema occidentale dominato dal Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e dollaro.

In questa cornice si collocano anche la proposta di un maggiore uso dello yuan negli scambi energetici e i continui richiami alla, pensata come piattaforma infrastrutturale per rafforzare l’integrazione eurasiatica attraverso reti di trasporto, energia e comunicazione.

In particolare, l’incontro tra Xi Jinping e  ‒ il primo in Cina dopo sette anni e particolarmente significativo perché il premier indiano aveva saltato il summit di Astana dell’anno scorso ‒ è stato letto da molti come il segnale di un avvicinamento innescato proprio dalle pressioni americane.

Tuttavia, il rapporto tra Cina e India rimane complesso e caratterizzato da diversi punti nevralgici.

Da un lato, è vero che negli ultimi anni l’India aveva intensificato i legami economici e tecnologici con gli Stati Uniti:

nel 2023 Washington è diventato il suo, e il  Dialogo quadrilaterale di sicurezza di cui fanno parte USA, India, Giappone e Australia, dimostra la percezione condivisa della minaccia dell’influenza cinese nell’Indo-Pacifico.

Dall’altro, esistono almeno tre ragioni che spingono Cina e India verso una cooperazione strategica.

La prima riguarda energia e sicurezza alimentare:

 La Russia offre loro un canale prezioso, e un minimo coordinamento tra Pechino e Nuova Delhi è funzionale a garantirne la continuità.

Inoltre la seconda ragione.

Dopo gli anni di pandemia e la crisi dei semiconduttori, India e Cina hanno interesse a rafforzare reti regionali meno vulnerabili alle restrizioni occidentali. L’India cerca investimenti e tecnologie, la Cina nuovi sbocchi produttivi e mercati di consumo.

 

La terza ragione è più simbolica che concreta, ma ha un’importanza cruciale:

 una voce comune.

 Pur da posizioni diverse (a volte opposte), entrambi i Paesi rivendicano un ruolo di rappresentanza per tutte le economie emergenti e non tradizionalmente allineate con il blocco statunitense.

Se è vero che la cornice della SCO ha permesso loro di presentarsi non come rivali ma come co-leader, contrapponendo un modello multipolare alla centralità occidentale, la convergenza tra Cina e India appare più come un patto di non belligeranza che come un’alleanza strategica.

 

Il terzo gigante presente al summit, la Russia, è arrivato con un bagaglio pesante: oltre tre anni di guerra, sanzioni severe e un isolamento crescente in Europa.

Per, la SCO rappresenta oggi più che mai una piattaforma fondamentale per dimostrare che Mosca non è del tutto emarginata, dopo che l’invasione di parte del territorio dell’Ucraina ha drasticamente ridotto lo spazio di manovra del Cremlino in Europa e le sanzioni hanno congelato asset miliardari e interrotto l’export energetico verso i partner occidentali. 

Mosca ha quindi trovato in Pechino e Nuova Delhi due valvole di ossigeno, rispettivamente come mercato energetico e come sponda diplomatica: se la Cina fornisce tecnologie dual-use e sostegno politico.

 

Tuttavia, l’equilibrio di questi rapporti è sbilanciato:

la Russia dipende dalla Cina molto più di quanto la Cina dipenda dalla Russia.

Per Mosca, mentre per la Cina la Federazione resta marginale.

Infrastrutture energetiche come il gasdotto (costruito per trasportare gas naturale dalla Russia alla Cina) rafforzano questa direzione di dipendenza, vincolando Mosca a Pechino nel lungo termine.

Molti osservatori hanno parlato di una Russia ridotta al ruolo di partner junior in relazione alla Cina.

Questa definizione coglie la crescente asimmetria nei rapporti tra i due Paesi, ma non deve far dimenticare le leve di potere che il Cremlino conserva:

 la forza militare e nucleare, ancora superiore a quella cinese, e la capacità di proiettare la propria influenza in spazi geopolitici, dal Medio Oriente all’Africa, dove Pechino preferisce invece agire per vie economiche.

 

Insomma, quello tra Cina, Russia e India non è davvero un fronte compatto, bensì un triangolo fragile.

Le tensioni tra Pechino e Nuova Delhi restano presenti, soprattutto dopo i conflitti di frontiera.

 Inoltre, l’India non ha mai aderito formalmente alla B”elt and Road Initiative”, percepita come una minaccia alla propria sovranità, e investe invece su corridoi alternativi.

 

Tuttavia, la convergenza a Tianjin mantiene un forte valore politico:

 mostrare che l’Occidente non è l’unico centro di potere, che esistono reti parallele capaci di attrarre Paesi dall’Asia centrale al Medio Oriente.

Reti altrettanto influenti, visto che la SCO rappresenta oggi la più ampia organizzazione regionale al mondo in termini di popolazione. 

In ogni caso, più che un’alleanza solida o un “nuovo ordine globale”, a Tianjin è stato messo in scena un gioco di specchi, in cui ciascun attore recita per il proprio pubblico interno e per quello internazionale.

Anche se il copione non è ancora scritto, il messaggio inviato al resto del mondo è inequivocabile:

 il palco non ha più un solo protagonista.

 

 

 

Perché l’Occidente non guiderà

più la storia del mondo.

Volerelaluna.it – (12-08-2025) - Piero Bevilacqua – ci dice:

 

Non occorre possedere speciali virtù profetiche per predire ai paesi dell’occidente (vale a dire Europa e USA per come si sono configurati negli ultimi due secoli), un avvenire di disgregazione e di inarrestabile declino.

Sarebbe sufficiente fermarsi ai dati macroeconomici e sociali più noti per farsi un’idea alquanto realistica del futuro che li attende.

 Gli USA sono chiusi nella trappola di un debito crescente e insostenibile, incapaci di limitare la loro dispendiosa postura di impero guerresco, privati da decenni della loro base manifatturiera, spinti a fare soldi con i soldi, costretti a governare un paese lacerato dalle disuguaglianze, in cui la classe media, base della stabilità politica americana, arretra ormai da decenni, mentre in tanti stati la condizione di povertà supera il 10% della popolazione.

Un’economia di servizi che vuole vivere sul debito pubblico e sull’indebitamento privato dei cittadini, sul dominio del dollaro.

Sotto questo profilo l’Europa non sta molto meglio anche a prescindere dallo scenario inquietante che si schiude per il Vecchio Continente dopo gli accordi con Trump del 27 luglio.

Vent’anni di perdita di produttività delle industrie dell’Unione, ci ricorda il “Rapporto sul futuro della competitività europea” di Mario Draghi del 2024.

Nel quale rapporto cogliamo la previsione più clamorosa del declino europeo, l’indicatore più indiscutibile del regresso delle nazioni:

la perdita di popolazione.

«Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro dell’UE si ridurrà di circa 2 milioni di persone ogni anno, mentre il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe scendere da circa 3:1 a 2:1».

Ricordiamo di passaggio quel che è successo nel cuore del Vecchio Continente.

Con la guerra in Ucraina la rampante locomotiva d’Europa, la Germania, è andata a schiantarsi nelle secche di una classe dirigente nana, che ha ubbidito prontamente agli USA, ha accettato di buon grado il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, rinunciando ai rapporti di scambio con la Russia su cui aveva fondato un modello di crescita di successo.

Ora ha imboccato la strada, davvero ricca di potenzialità, per diventare la “più grande potenza militare dell’Europa”.

Immaginiamo con entusiasmo quanta ricchezza e benessere apporterà al suo popolo e al resto d’Europa col patrimonio di carri armati, bombe e missili di cui si doterà…

 

E tuttavia, per indicare la linea di tendenza rovinosa verso cui siamo diretti, basterebbe soffermarsi superficialmente sulla parabola disegnata dall’Italia – il paese politicamente più fragile e per questo più rappresentativo per il ragionamento che intendo svolgere – per comprendere verso quali mete luminose tende il destino del Vecchio Continente.

 Chi si ricorda che nel 1991, secondo un rapporto di “Business International”, l’Italia era diventata il quarto paese più industrializzato del pianeta, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania?

Oggi, dopo 30 anni di cura europea e di buon governo nazionale (governi di centro-destra e di centro-sinistra) è scomparsa dalle classifiche, ospita sei milioni di poveri assoluti, perde di anno in anno quote di popolazione, che diventa sempre più vecchia, è segnata da squilibri territoriali drammatici, con vastissime aree che si vanno desertificando anche sotto il profilo fisico.

 

Ma le previsioni sul futuro dell’occidente diventano ancora più credibili se facciamo almeno un cenno ai paesi che stanno emergendo dal loro passato coloniale, si liberano dalla tirannia del debito gestito dal Fondo Monetario Internazionale, dai ricatti e dalle imposizioni del dollaro statunitense, dal saccheggio dei propri beni da parte delle grandi imprese occidentali, perpetrato attraverso la corruzione delle vecchie élites locali.

 Pur senza qui considerare la Cina, ormai la vera prima economia del pianeta, bisogna tener presente che i paesi del fronte dei Brics, e altri nella stessa condizione, sono in costante crescita demografica, abitati da giovani desiderosi di acquisire benessere, galvanizzati dal sentirsi parte di comunità orgogliosamente in ascesa e sempre più indipendenti dal vecchio padrone europeo o americano.

 Nulla di più lontano dalla nostra gioventù, smarrita da anni nella sua disperazione nichilista.

Figuriamoci ora che le promettiamo un entusiasmante avvenire di guerra.

Ma un aspetto davvero poco considerato dell’ascesa tumultuosa di questi paesi è la coscienza storica che ispira la condotta delle nuove élites nazionali, consapevoli del passato di saccheggi, umiliazione e massacri subiti ad opera delle colonizzazioni occidentali e del neocolonialismo americano.

Una nuova consapevolezza geostrategica orienta il Sud del mondo di cui noi ignoriamo tutto, a parte la caricatura della nostra stampa, servilmente e stoltamente impegnata a denigrare chi insidia il nostro fallimentare suprematismo bianco.

 In realtà in questi ultimi 30 anni il dominio unico americano è andato in frantumi, qualcuno dovrebbe informare i governanti europei e la stampa che li illumina, perché si acconcino a fare i conti con un gran numero di nuovi e agguerriti comprimari.

 

E tuttavia il cuore del declino dell’occidente è, per contrasto, osservabile proprio qui, nella variegata geografia di questo Sud e di questo Oriente in cammino.

Non solo nella semplice ascesa economica di tanti paesi, ma nel nucleo che sta alla base del loro successo e che l’occidente ha perduto:

 la guida di un forte potere statale.

Condizionati dal nostro pregiudizio democratico, dalla nostra rocciosa ignoranza, dal nostro indomito razzismo, noi bolliamo come autocratici i regimi di questi paesi (in gran parte effettivamente illiberali, secondo loro culture e tradizioni) e perciò guardiamo ai loro successi non come all’emergere di una nuova geografia delle relazioni internazionali, che si sottrae al dominio unico degli USA, ma come a confuse minacce alle nostre svuotate democrazie.

 

Così ci sfugge non solo che essi puntano a un ordine di cooperazione e di pace mentre noi democratici ci disponiamo e investiamo nella guerra – dopo tutte le guerre con cui abbiamo insanguinato il mondo negli ultimi 100 anni – ma anche un aspetto decisivo del mutamento d’epoca che si è consumato sotto i nostri occhi.

Questi paesi hanno conservato un bene supremo che USA ed Europa hanno rovinosamente perduto:

la sovranità del potere politico statuale.

Oltre 30 anni di di-sfrenamento capitalistico, accompagnato dalle sirene della retorica neoliberista, hanno distrutto il potere superiore che per tutti i secoli dell’età moderna aveva governato gli interessi generali dei paesi e soprattutto degli stati-nazione.

 La politica moderna, quella che nasce in idea con le prime geniali teorizzazioni di Machiavelli, è stata sopraffatta, soffocata sotto una inedita forma di neofeudalesimo, capeggiato da potentati economici e finanziari che l’hanno privatizzata, comprata a pezzi come si compra una qualsiasi azienda.

 La tradizionale, complessa forma di governo degli interessi collettivi è stata di fatto privatizzata, divisa fra diverse corporazioni, mentre il ceto politico, che apparentemente tiene in piedi il simulacro della rappresentanza democratica, è ridotto a una corporazione subalterna, che svolge compiti ancillari.

Serve, dietro compenso, i poteri finanziari più o meno grandi, per esempio perché saccheggino il suolo delle nostre città (l’Italia, Milano in testa, offre un bel repertorio);

è impegnata, con l’aiuto della stampa, a elaborare retoriche per convincere i cittadini delle buone ragioni delle élites capitalistiche anche nelle versioni affaristiche più degradate.

In breve il capitalismo, privato del suo antagonista storico, il comunismo, che ha disfatto i partiti operai e popolari, messo all’angolo i sindacati, intaccato gli equilibri vitali del pianeta, sciolto nell’acido dell’individualismo edonistico quel che era stata per secoli la società, ha divorato anche il potere pubblico che gli forniva visione generale e qualche elemento di indirizzo strategico.

 

Osserviamo oggi quest’opera di distruzione persino nello stato di diritto più antico e più solido dell’occidente, quello degli USA.

 Del resto come poteva andare diversamente dopo che, per decenni, i cosiddetti rappresentanti del popolo accedono al Congresso grazie ai milioni di dollari con cui i vari potentati finanziano le loro dispendiose campagne elettorali?

Come possono rispondere agli interessi della grande massa dei cittadini americani dopo gli obblighi contratti con così generosi ed esigenti donatori?

Perciò Partito democratico e Partito repubblicano sono indistinguibili per un aspetto fondamentale: sono due facce di un’unica plutocrazia.

Trump, ad esempio, questo personaggio bizzarro e inafferrabile, rappresenta in realtà, plasticamente, l’implosione della classe dirigente USA, divisa tra lobbies finanziarie ebraiche (che decidono della politica estera USA in Medio Oriente), grandi fondi del risparmio gestito, apparato militare industriale, che cerca nella guerra i propri profitti e sbocchi di mercato, oligarchi dell’industria elettronica e mediatica che rivendicano potere di comando proporzionale alla loro ricchezza, e, in ultimo, la grande massa della popolazione senza voce, che non si sente rappresentata dal Congresso e si percepisce da anni come il 99% più povero del paese.

 E anche in questo caso, per avere un’idea del cammino percorso dall’America in tale direzione, basterebbe pensare alla scomparsa della retorica del “sogno americano”, o ricordarsi – per percepire quanto tutto è mutato – dell’arrogante affermazione imperiale che fece a suo tempo George Bush senior, secondo cui «lo stile di vita americano non è negoziabile».

Quello stile di vita è sempre più per pochi, e la sua incarnazione più rappresentativa stanno diventando le fila dei senza tetto e dei tossicodipendenti accampati nelle strade sempre più affollate di reietti delle grandi città americane.

 

Ma la traiettoria più evidente del declino dell’occidente e soprattutto dell’Europa si scorge anche nei meccanismi suicidi escogitati per la formazione e la selezione delle loro élites.

 È il caso di ricordare che per quanto riguarda il potere statale gli imprenditori capitalistici o gli esponenti della finanza entrano ed escono dalle stanze delle istituzioni pubbliche senza ormai destare scandalo.

Il sistema del “revolving door”, delle porte girevoli, è in funzione da tempo.

Oggi Trump è il caso più eclatante, benché l’Italia lo abbia anticipato con Berlusconi, mentre la Germania non lo è di meno, con Friedrich Merz, un uomo di Black Rock, il gigante del risparmio gestito, diventato senza tanti preamboli cancelliere federale.

Un segnale evidente non solo dell’avvenuto soggiogamento del potere statale agli interessi diretti del capitale, ma anche dell’incapacità dei partiti di selezionare quadri dirigenti autonomi, politici esperti, per il governo dei paesi.

Una grande tradizione del ‘900 è stata spazzata via, perché oggi i partiti non sono più scuola di nulla.

Non per niente in Italia si esalta tanto Mario Draghi, eccellente manager, un uomo della finanza internazionale, ma mediocre politico, scambiato per uno statista.

Ma la riflessione vale più in generale per la formazione culturale dei quadri dirigenti.

 Oggi vediamo Trump impegnato a colpire le prestigiose università d’America, la base più importante dei successi culturali e scientifici di quel paese.

Ma i governanti europei, a partire dal “Processo di Bologna” del 1999, hanno cominciato a curvare l’organizzazione e i programmi delle università a finalità sempre più strumentali e subalterne alle logiche dello sviluppo economico.

Anche la scuola e l’intero sistema formativo, soffocato sotto un crescente apparato di controllo burocratico, hanno seguito la stessa strada.

 Le nostre istituzioni accademiche producono oggi efficienti soldatini, chiusi nei propri specialismi, isolati nei propri compiti produttivi, o asfissiati da impegni di rendicontazione, tagliati fuori da ogni sguardo sulle cose del mondo.

 Il capitalismo ha manomesso gravemente le nostre università, una delle più geniali creazioni dello spirito europeo, e ora ne ha fatto dei corpi spenti, segmentati, privi di visione generale, civilmente passivizzati.

 Per avidità di profitti e volontà di controllo sociale, il capitalismo si è auto castrato, e perciò va producendo menti mediocri e asservite.

Non è certo un caso (ma anche esito della potente manipolazione dei media) che dopo oltre tre anni di pubblicazione di libri, saggi, articoli, filmati, documenti, che hanno chiarito come la guerra in Ucraina sia stata ordita e combattuta dagli USA, e come uno dei suoi scopi fosse, e sia ancora, quello di colpire le economie dell’Europa, di impedire che si creasse una grande area di traffici euroasiatica, i nostri intellettuali si rifiutino di capirlo.

Non riescono ad accettare tale verità neppure oggi che l’amministrazione Trump costringe alla rovina i bilanci degli stati europei, perché continuino, con armi acquistate in USA, la guerra che questi hanno perduto.

 

Ma la mutilazione politica e morale più grave che l’occidente ha subito di recente appare necessariamente il comportamento di gran parte dei governi europei, dell’Unione, della maggioranza del Parlamento, di fronte al genocidio del popolo palestinese a Gaza.

Qui, in quest’angolo orientale del Mediterraneo, “la più antica democrazia del mondo” e “l’unico stato democratico del Medio Oriente” hanno perpetrato, davanti all’opinione pubblica internazionale, il più efferato genocidio del secolo.

L’onore di questi due paesi, che si sentono orgogliosamente occidente, ove mai ne conservassero traccia, è rimasto sepolto sotto le macerie di Gaza.

Ma non sono soli.

Sappiamo del sostegno militare dato a Israele dal Regno Unito, dalla Germania e dall’Italia.

E osserviamo sgomenti che nessuna sanzione è stata comminata allo Stato genocida, che uccide gli inermi con le bombe e con la fame, mentre l’Unione continua a sanzionare la Russia.

Un esempio di coerenza e di dignità che tutti i paesi del mondo stanno ammirando da tempo e che farà brillare di inedito prestigio l’immagine internazionale di tutto l’occidente.

E però non solo i governi, il ceto politico si stanno coprendo di tanta gloria.

Non sono da meno per impegno e coerenza giornalisti, intellettuali, artisti.

Mai tanta ignavia era apparsa sotto i nostri cieli, di fronte al massacro di un popolo indifeso, osservabile giorno per giorno, mese dopo mese, dalla tranquillità delle nostre case.

La confidenza che le nostre élites hanno contratto con la barbarie è l’ultimo tassello di una caduta di civiltà che negli ultimi tempi si è fatta precipitosa.

Dico élites, non a caso, perché il popolo non ha voce e il popolo inorridisce di fronte ai massacri, non vuole la guerra, come mostrano tutte le statistiche rese pubbliche in Europa in questi anni.

 E qui sta la grande e grave contraddizione su cui le forze progressiste dovranno far leva.

 Tra i gruppi dirigenti e la grande massa dei cittadini, si è spalancato un divario senza precedenti storici.

Un altro aspetto conclamato del declino dell’occidente.

Un distacco, un restringimento delle basi di consenso talmente marcato che a eleggere i governi è ormai una minoranza di cittadini.

 E su questa base ristretta, oltraggio estremo alla democrazia, i governi delle minoranze si arrogano il diritto della scelta più grave che uno Stato possa intraprendere:

un programma di guerra.

 

Ma questa è anche la grande contraddizione che può aprire gli spazi a un’alternativa, per lo meno in Europa.

 Governanti, politici, media padronali, élites intellettuali hanno oggi di fronte il più grande ostacolo della loro storia:

 nascondere le loro multiple sconfitte, convincere centinaia di milioni di europei della necessità di investire ingenti risorse in armamenti, di predisporsi alla guerra, di vivere negli anni a venire entro una bolla di minacce e di paura, senza che nessun nemico prema alle porte, senza che nessuno ci minacci.

La Russia non ha nessun interesse neppure a sfiorarci, e le guerre, com’è noto, si fanno per qualche interesse.

Com’è facile immaginare l’impegno politico più rilevante che i gruppi dirigenti porranno in atto sarà quello di ingannare i cittadini, di convincerli, elaborando menzogne su menzogne, della necessità di difendersi da un nemico che non si vede, di intraprendere una strada di sacrifici per cui non si scorge alcuna necessità.

“Vaste programme” direbbe De Gaulle, perché i cittadini sanno guardare il cielo e accorgersi che nessuna tempesta è in arrivo.

E un vasto programma fondato su una così colossale fandonia è privo di gambe per camminare.

Perciò un fronte ben organizzato di forze progressiste può seppellire politicamente questi gruppi sotto le macerie della propria disfatta.

Qualunque sia il destino dell’Unione, l’Europa – che a differenza degli USA non è un impero – può trasformare il proprio ridimensionamento geostrategico in occasione per svolgere un nuovo ruolo, in cui vengono esaltati i suoi talenti e le sue eredità migliori, in un mondo di rapporti pacifici fondati sulla pari dignità di tutti i popoli.

 

 

 

È stato ucciso Charlie Kirk, giovane

 e popolare attivista della

destra americana.

 Ilfoglio.it – Redazione – (10 set. 2025) – ci dice:

    

Il fondatore di “Turning Point Usa” è stato colpito al collo da uno sparo mentre parlava a un evento universitario alla “Utah Valley University”.

Donald Trump ha dato la notizia della sua morte.

 

Charlie Kirk, il fondatore di “Turning Point Usa”, la principale organizzazione di attivisti giovanili di destra degli Stati Uniti, è stato colpito al collo mentre parlava a un evento universitario presso la “Utah Valley University”.

Stava parlando sotto una tenda su cui era stampato lo slogan “The American Comeback” del suo tour.

 

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dato così la notizia della morte di Kirk: “Il grande, e persino leggendario, Charlie Kirk, è morto”, ha scritto su Truth.

 Social: “Era amato e ammirato da TUTTI, soprattutto da me, e ora non è più con noi.”

 

I video dei cellulari pubblicati online mostrano persone che scappano dal comizio dopo il rumore di uno sparo.

In un video si vede la testa di Kirk che si muove all'indietro con un grande fiotto di sul collo.

Una portavoce dell'università, “Ellen Treanor”, ha dichiarato che Kirk è stato colpito circa 20 minuti dopo aver iniziato a parlare nel campus.

 

L'attentatore ha sparato dal “Losee Center”, un edificio a circa 200 metri di distanza, ed è stato preso in custodia.

Non si tratta di uno studente.

 

Questo mese, Kirk, che aveva 31 anni, ha dato il via all'”American Come back Tour”, in cui avrebbe dovuto visitare i campus di tutto il paese, tra cui “Colorado State”, l'Università del Minnesota e Montana State, per parlare di politica conservatrice.

A giugno, Turning Point USA” ha organizzato il più grande raduno di giovani donne conservatrici del paese, dove i relatori, tra cui Kirk e sua moglie Erika, hanno esortato le tremila giovani donne presenti a pensare più a sposarsi che a fare carriera.

Democratici e repubblicani hanno subito denunciato la sparatoria sui social. “Dobbiamo tutti pregare per Charlie Kirk, che è stato colpito”, ha scritto il presidente Trump su Truth Social.

“Un bravo ragazzo da cima a fondo. DIO LO BENEDICA!”

 In un post, il governatore democratico della California, “Gavin Newsom”, ha definito la violenza “disgustosa, vile e riprovevole”

 

Kirk, 31 anni, è emerso negli ultimi anni come una delle giovani figure di destra più influenti del paese e si è affermato come uno stretto alleato del presidente.

Kirk ha co-fondato “Turning Point USA” nel 2012 e da allora è diventato un appuntamento fisso nei campus universitari, dove ospita manifestazioni come quella nello Utah, con un grande pubblico.

 

Turning Point Usa, fondata da Charlie Kirk quando aveva 18 anni, è una vasta organizzazione politica di destra con oltre 850 sezioni universitarie.

Il gruppo invia relatori conservatori nei campus universitari e organizza conferenze che riuniscono migliaia di giovani per discussioni su economia, razza e immigrazione.

Turning Point ha rivendicato un ruolo significativo nel convincere i giovani a votare per il presidente Trump, che ha fatto breccia soprattutto tra i maschi della “Gen Z” nelle elezioni del 2024.

Il figlio di Trump, Donald Trump Jr., si è riferito a Kirk come a “una delle vere rock star di questo movimento.”

 

”Turning Point USA” ospita anche numerosi podcast, tra cui “The Charlie Kirk Show”, che parla delle politiche conservatrici, e “Culture Apothecary”, guidato da “Alex Clark”, più culturale.

A dicembre il gruppo organizzerà l'”America Fest”, a cui parteciperanno molti volti del trumpismo.

 

Occidente senza pensiero.

Cittafutura.al.it - Giuseppe Rinaldi – (14/07/2025) – ci dice:

      – 1. Il titolo di questo saggio fa riferimento a un recente libretto di Aldo Schiavone nel quale egli descrive e denuncia un ormai consumato degrado della vita intellettuale e morale dell’Occidente e, dunque, anche e soprattutto del primo Occidente, cioè dell’Europa.

La nozione di un Occidente senza pensiero costituisce una sintesi assai evocativa di una situazione di vuoto culturale che si sarebbe instaurata, sulle sponde atlantiche, pressappoco con l’affievolirsi delle cosiddette ideologie, proprio quelle ideologie peraltro già in crisi che avevano avuto il loro ultimo momento di gloria nell’ambito della Guerra fredda.

 

      – 2. Sulla cosiddetta fine delle ideologie sono state ormai scritte intere biblioteche.

 Daniel Bell, già alla metà del secolo scorso, parlava di una «exhaustion of political ideas».

Su questa “fine”, e su altre “fini”, la baldanzosa corrente filosofica postmodernista ha campato di rendita per alcuni decenni.

Qualcuno ha anche provato a ipotizzare una fine della storia.

 Con la fine delle ideologie, comunque si valuti l’evento, ci si poteva attendere il luminoso inizio di una nuova prospettiva culturale, scevra di ideologismi, realistica, con i piedi ben piantati in terra, capace di guidarci con sicurezza nell’affrontare le difficili sfide che abbiamo di fronte.

 Invece, a quanto pare, l’ipotesi più probabile è che sia subentrato il vuoto.

Un vuoto che non si può soltanto più considerare come un momentaneo smarrimento, una crisi di crescita.

Si tratta piuttosto di un vuoto che si appresta a diventare un vuoto permanente, visto che il Muro è caduto nel 1989, quasi quarant’anni fa, 36 per la precisione.

 

      – 3. Cosa vuol dire che siamo rimasti “senza pensiero”?

 È proprio vero? Perché non ce ne eravamo accorti prima?

 O non si tratta forse dell’ennesima moda denigrata dell’Occidente, tanto popolare nella cultura woke e recentemente denunciata, ad esempio, da Federico Rampini?

 Le assenze sono decisamente più difficili da rilevare delle presenze.

 I vuoti non parlano, non protestano, non hanno effetti causali diretti. Per cui occorre un certo tempo perché vengano identificati, perché venga loro attribuito uno status, per così dire, ontologico.

Non è facile – soprattutto nel dominio culturale – rendersi conto del fatto che ci manca qualcosa.

 Che siamo sull’orlo di un buco nero.

 A parere di chi scrive l’avvertimento acuto della assenza di un pensiero dell’Occidente (e dell’Europa) si è avuto piuttosto tardi, in concomitanza con una serie di fenomeni che avrebbero dovuto avere una interpretazione univoca e una risposta altrettanto univoca da parte dell’Occidente.

 E invece non l’hanno avuta.

 Fenomeni come:

1) l’aggressione russa all’Ucraina;

2) la diffusione stessa della cultura woke entro e fuori degli USA;

3) la Brexit che in sostanza ha costituito una scissione dell’Unione Europea;

 4) la prima vittoria di Donald Trump alle elezioni nel 2017, l’assalto al Campidoglio e la sua seconda elezione nel 2024;

 5) l’aggressione di Hamas nei confronti di Israele e la reazione sproporzionata dello “Stato degli ebrei” nei confronti del territorio di Gaza;

6) lo svuotamento dell’ONU e dei Tribunali internazionali (a seguito delle guerre di Ucraina e di Gaza);

7) in generale, poi, la estrema lentezza e riluttanza con cui si sta realizzando la unificazione europea.

Se si vuol essere un poco più drastici, il blocco ormai pluridecennale del processo di unificazione europea.

Se ne potrebbero citare altri.

 

      Questi meri fatti hanno diviso profondamente il mondo della politica, gli intellettuali e l’opinione pubblica europea e hanno mostrato come, da tempo ormai, fosse diventato impossibile l’impiego di criteri comuni di interpretazione, di fronte a questioni che pure sono di enorme importanza, che pure toccano profondamente i valori e i principi fondamentali.

Se di fronte a fatti di questa portata non hai una risposta tendenzialmente univoca, vuol dire che non sai tanto bene chi sei, che non hai propriamente un’identità.

 È lecito domandarsi se non ci sia un limite nella disomogeneità di pensiero che possa essere sopportato da una società, in termini di coesione e di funzionamento.

 Una società che peraltro è impegnata in un programma di unificazione politica.

      – 4. Se si guarda alla fase storica precedente, quella della Guerra fredda, avevamo mezzo mondo mobilitato per la costruzione del socialismo, in qualcuna delle sue molteplici varianti (alcune delle quali davvero discutibili).

Un altro mezzo mondo era alacremente impegnato nella costruzione delle società democratiche aperte e per resistere alla minaccia del socialismo o comunismo reale.

Un “Terzo mondo” era poi impegnato nella costruzione di nuovi Stati nazione, per liberare i diversi Paesi dal colonialismo e dallo sfruttamento straniero.

 Non si può certo dire che mancassero ideologie, valori e finalità.

 Non mancava dunque il pensiero.

Certo, c’erano dei conflitti e alcuni “pensieri” erano del tutto sbagliati, ma questo è il rischio che si corre sempre quando si è impegnati a fare la storia in qualche modo.

 

      Con l’implosione dell’Unione Sovietica e con la fine della Guerra fredda, l’Occidente, che poteva considerarsi come il virtuale vincitore della lunga contesa, è invece entrato in una sorta di stato comatoso, in una sconcertante assenza di progettualità e di prospettive, in una stupida concentrazione sugli egoismi nazionali e sui particolarismi.

Sono diventati così visibili, in un certo senso, i due Occidenti, uno dalla statualità muscolare e l’altro dalla statualità evanescente.

L’Occidente europeo evanescente ha delegato all’altro, agli USA, una serie importante di responsabilità collettive e questi – oggi possiamo affermarlo con totale certezza – si sono dimostrati assolutamente incapaci, assolutamente non all’altezza del compito.

Con una “assenza di pensiero” forse ancora più plateale di quella diffusa in Europa.

Basta nominare, uno in fila all’altro, i recenti Presidenti americani.

Ve li trascrivo qui di seguito per comodità.

Richard Nixon (1969-1974), Gerald Ford (1974-1977), Jimmy Carter (1977-1981), Ronald Reagan (1981-1989), George H. W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001), George W. Bush (2001-2009), Barack Obama (2009-2017), Donald Trump (2017-2021), Joe Biden (2021-2025) e Donald Trump (2025-).

Messi così, uno in fila all’altro, che impressione vi fanno?

Riuscite a identificare una qualche linea di pensiero?

      – 5. Gli ultimi quarant’anni della nostra storia, nel primo e nel secondo Occidente, ci mettono drammaticamente di fronte a questo vuoto di prospettiva, vuoto di politica, vuoto di cultura, vuoto, appunto, di pensiero.

Un vuoto che si sta facendo sempre più evidente nella misura in cui i problemi, abbandonati a sé stessi, urgono per una soluzione e si incancreniscono sempre più.

 Nel proseguimento di questo saggio – che non va propriamente inteso come una recensione – prenderò in considerazione soprattutto la parte introduttiva e la parte conclusiva del libro di” Schiavone”, al solo scopo di meglio caratterizzare questo fenomeno, oggi per me divenuto evidentissimo, di un “Occidente senza pensiero”.

 

      – 6. Così esordisce Schiavone nel suo libretto:

 «Nel quadro delle conoscenze e dei saperi che alimentano la vita pubblica delle nostre società […] si è aperto da qualche tempo, nell’indifferenza generale, un vuoto inquietante.

 Prodottosi quasi di colpo, ha per causa un fatto senza precedenti, con conseguenze che si stanno rivelando via via più disastrose:

la scomparsa dalla scena d’Europa del grande pensiero sull’umano: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali».

 

      Va notata qui l’espressione “pensiero sull’umano”, una terminologia di cui sembra si sia persa decisamente l’abitudine.

Vorrei ricordare che anche le atroci lacerazioni del Novecento vertevano comunque, bene o male, intorno a un qualche “pensiero sull’umano”. L’amaro tribunale della storia ha alfine decretato qualcosa di abbastanza preciso, intorno all’umano e al disumano.

Qualcosa abbiamo dovuto forzatamente imparare.

 Oggi, per contro, l’umano e il disumano sono mescolati in una poltiglia inestricabile:

Hamas, Trump, Putin, Netanyahu, cui possiamo aggiungere, fuori Occidente, gli ayatollah, i talebani e diverse varietà di islamisti.

Ma anche Xi e Kim Jong-un.

Eppure ci siamo così abituati che invocare l’umano oggi suscita senz’altro, presso il pubblico, ilarità e compassione.

 

     “Schiavone” qui giustamente denuncia il progressivo venir meno della cultura umanistica nell’attuale contesto europeo, e più ampiamente nel contesto di quello che suole definirsi come Occidente.

 È implicito nel suo discorso che la cultura umanistica costituisca ancora una componente fondamentale nella definizione degli orientamenti di una società.

 Possiamo aggiungere che non assistiamo soltanto a un venir meno della prospettiva umanistica e alla proliferazione del cinico disincantato, stiamo assistendo a una promozione sfacciata dell’anti umanismo, in una varietà di forme che hanno sempre più successo o che comunque, invece di una condanna, suscitano solo benevola indifferenza.

 Difendere l’umanismo oggi significa spesso fare la parte dell’anima bella che sogna i bei tempi andati.

Significa essere malamente apostrofati dai truci realisti della politica che oggi abbondano più che mai.

Questa tendenza antiumanistica si accompagna costantemente con lo screditamento della modernità, lo screditamento della tradizione stessa dell’Occidente e con l’implicito e conseguente screditamento della democrazia.

 

      – 7. Schiavone chiama direttamente in causa le “Humanité”:

 filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali.

Altre volte cita le discipline giuridiche, l’etica, l’economia.

Chi scrive si è occupato di filosofia e scienze umane fin da quando era sui banchi di scuola.

 Ebbene, la filosofia occidentale, nella sua versione continentale, sta attraversando una crisi epocale dalla quale difficilmente riuscirà a riprendersi.

Ho trattato ampiamente di questo argomento nel mio recente saggio “Esiste la filosofia continentale?”

 L’aspetto interessante della questione è il fatto che, a partire dagli anni Settanta la filosofia continentale europea, soprattutto tedesca e francese (la french theory), ha completamente colonizzato le facoltà umanistiche americane, gettando le basi di quella cultura del “piagnisteo politically correct”, che si svilupperà poi nel movimento” stay woke”.

In altri termini, stiamo importando in forma peggiorativa, come vuoto di pensiero, quello che abbiamo esportato oltre atlantico qualche decennio fa.

      Per le scienze sociali è avvenuto un processo inverso.

Le scienze sociali americane del primo Novecento, che avevano studiato per prime la nuova società di massa, sono state esportate in Europa, dove hanno avuto una diffusione straordinaria e hanno contribuito alla conoscenza e all’ammodernamento delle società europee, almeno quelle al di qua del Muro.

Per decenni le scienze sociali nord americane furono le sole capaci di fare una dura concorrenza all’ortodossia marxista, che pretendeva il monopolio della conoscenza sociale.

Esse diedero notevoli contributi ai processi di riforma delle società europee postbelliche.

Negli anni Novanta tuttavia le scienze sociali americane caddero vittima dei “social studies”, del “piagnisteo politically correct” e lo stesso accadde, di converso in Europa.

Con l’avvento del neo liberismo (la “Tatcher” sosteneva che “la società non esiste”) e con l’abbandono dei grandi progetti di riforma, le scienze sociali cominciarono a perdere qualsiasi ruolo e centralità.

Contribuendo così a quel vuoto di pensiero di cui stiamo discutendo.

 

      – 8. Una delle manifestazioni più tangibili di questo vuoto inquietante è – per Schiavone – la progressiva scomparsa dei Maestri. «Una volta c’erano tra noi i Maestri.

Non in un’età ormai lontana, ma appena qualche decennio fa, ancora nel tardo Novecento.

Guide da cui non si poteva prescindere e con cui ci siamo a lungo confrontati, fin quasi al passaggio del secolo.

Spesso discussi e criticati, e non soltanto seguiti e imitati, ma comunque riconosciuti in grado di misurarsi con le grandi personalità del passato, e di aprire, attraverso quel dialogo, vie inesplorate per affrontare i problemi del presente nella continuità di una tradizione: quella stessa della modernità».

      La collocazione cronologica posta da Schiavone, “appena qualche decennio fa”, dell’avvento del vuoto di pensiero, è all’incirca quella che ho segnalato nella mia introduzione.

 Va poi ricordato che intellettuali e modernità hanno costituito, per secoli, un binomio inseparabile.

Gli intellettuali, pur con molte contraddizioni, hanno costantemente svolto il ruolo di coscienza critica della modernità.

 Anche i conflitti del Novecento sono stati elaborati e consumati nell’ambito di un aspro dibattito intellettuale intorno alla modernità, o a quel che ne restava.

 

      Ma è ora subentrata la postmodernità, la reazione contro la modernità che ha finito per scindere il ruolo stesso degli intellettuali nei confronti della società e della storia.

 Intellettuali e modernità sono due categorie che hanno subìto, negli scorsi decenni, un attacco violentissimo.

Proprio ad opera della postmodernità che, in virtù di questo vandalismo di principio, ha mostrato alla fine la propria vacuità e inconsistenza. Senza l’apporto della modernità, senza il ruolo degli intellettuali, abbiamo perso progressivamente la capacità di pensare al nostro passato, al nostro presente, al nostro destino.

 Abbiamo rinunciato a domandarci chi siamo, donde veniamo, dove andiamo.

Con chi ci accompagniamo.

      – 9. Schiavone usa alcune pagine per elencare una nutrita schiera dei grandi Maestri cui faceva riferimento in apertura.

 «Era insomma la grande cultura formatasi nel cuore del ventesimo secolo che continuava a svolgere il proprio ruolo, e finiva con l’illuminare un’intera civiltà. […]

Di comparabile a tanta ricchezza, oggi non rimane più nulla:

ed è così che il buio è sceso senza preavviso sul cuore dell’Occidente.

I primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: un’America irriconoscibile, e un’Europa che tace o balbetta».

 

      Si noti che l’elenco dei Maestri citati, che qui non riporto e discuto per brevità, comprende posizioni culturali anche assai diverse e talvolta incompatibili.

In omaggio dunque alla natura sempre conflittuale del pensiero.

Per quel che riguarda invece il buio che ha colto il secondo Occidente, ci dovremmo soffermare a lungo sulla “cultura woke”, che è insieme causa e conseguenza della sparizione dei grandi Maestri e del rifiuto della modernità.

Luca Ricolfi nel suo saggio sul “Follemente corretto” ha esaurientemente descritto il fenomeno e ne ha tracciate alcune linee interpretative.

 Il politically correct e la cultura woke, con tutti i loro annessi e connessi, hanno gravemente minato la libertà di pensiero, uno dei principi cardine dell’Occidente.

      – 10. Tuttavia Schiavone mette anche l’accento sul deterioramento qualitativo della produzione culturale.

Ciò ovviamente mette in causa i meccanismi stessi della produzione e riproduzione dei saperi umanistici.

 Afferma Schiavone che: «[…] se si considerasse l’elenco dei docenti di una qualunque importante Facoltà umanistica in Francia, in Germania, in Italia qual era quaranta o cinquanta anni fa, e lo si mettesse a confronto con coloro che vi insegnano oggi, sarebbe arduo sottrarsi all’impressione di una distanza crescente e incolmabile, se appena si avesse una cognizione non superficiale delle materie prese in esame: filosofiche, storiche, giuridiche, sociologiche».

 

      Va osservato, da parte nostra, che l’appiattimento qualitativo riguarda non solo l’offerta culturale, ma anche il lato della domanda.

 Le capacità medie conseguite dagli studenti nelle nostre scuole sono in caduta libera.

Lo stesso vale per le capacità medie dei cittadini di svolgere efficacemente i doveri loro prescritti dalla Costituzione.

Anche su questo appiattimento ormai esiste una letteratura ampia e ben documentata.

 

      – 11. Ciò vale perfino – ci permettiamo di aggiungere – nel campo dell’intelligenza.

Secondo gli studiosi dell’”effetto Flynn”, nei Paesi occidentali anche l’intelligenza media avrebbe cessato di crescere.

L’Effetto Flynn era quel fenomeno, ben conosciuto dagli psicologi, per cui le prestazioni nei test di intelligenza tendevano a crescere col passare del tempo (3 punti ogni decennio).

Questo fenomeno era stato rilevato sulla base dell’accumulo dei dati conseguenti alla pratica sistematica della somministrazione dei test di intelligenza diffusa in varie nazioni e istituzioni.

Dall’inizio del nuovo secolo sono comparsi diversi studi che testimoniano di un arresto del fenomeno di crescita dei punteggi medi nei test di intelligenza.

O, addirittura, sembrano avallare la presenza generalizzata di un effetto Flynn rovesciato.

 Col passare del tempo, le prestazioni individuali nei test di intelligenza non solo avrebbero cessato di crescere ma addirittura tenderebbero a diminuire.

La cosa è tuttora controversa sul piano statistico, ma decisamente allarmante, se collegata ad altri sintomi di degrado del livello culturale medio delle nuove generazioni.

 

      – 12. Eppure viviamo in un’epoca formidabile di progresso tecnico scientifico.

Abbiamo fotografato i buchi neri, abbiamo scoperto il bosone di Higgs e intercettato le onde gravitazionali.

L’intelligenza artificiale contribuisce a migliorare la nostra vita in un’enorme quantità di settori.

Schiavone precisa che, a suo giudizio, il vuoto di pensiero incombente concerne proprio il contesto delle Humanitas, visto che, per quel che riguarda le scienze della natura, non pare proprio esserci alcuna crisi alle porte.

 Non abbiamo dunque a che fare con disturbi funzionali di base, visto che nel campo scientifico hard il prodotto è rimasto per ora del tutto competitivo.

 Abbiamo proprio a che fare col vuoto di pensiero sull’umano. Un autentico smarrimento. Come un gigante dotato di un’enorme muscolatura, ma col cervello di un moscerino.

 

      Schiavone confronta l’epoca della prima Rivoluzione industriale, quando il passaggio d’epoca fu caratterizzato da un intenso lavorio culturale allo scopo di comprendere le trasformazioni che stavano avvenendo, con l’epoca nostra, un’epoca di grandi trasformazioni che avvengono in una totale mancanza di comprensione.

«Ma questa volta dov’è il pensiero – filosofico, economico, sociale, politico, giuridico, etico:

 in una parola, l’indagine sulle società e sull’umano in trasformazione e sui loro nuovi caratteri – che dovrebbe fare da guida al passaggio d’epoca, orientandone direzione e conseguenze, come è accaduto con le grandi rivoluzioni della modernità?».

 Stiamo, in altri termini, vivendo una grande trasformazione con gli occhi completamente bendati.

 

      – 13. Insiste Schiavone:

«Quello che manca è in particolare una cultura – storica, filosofica, sociale – che si ponga il problema di una lettura d’insieme dei processi che si stanno sviluppando nel mondo, dei loro caratteri e delle loro tendenze, e che offra soluzioni innovative alla politica.

 Un pensiero che analizzi da vicino, con capacità teorica adeguata, il salto di qualità avvenuto nella struttura dell’economia capitalistica in seguito alla rivoluzione tecnologica, con il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali – il lavoro della classe operaia.

Un passaggio, quest’ultimo, che ha posto fine a un intero tratto della modernità, ha provocato il crollo dei regimi comunisti, e ha portato alla nascita di uno specifico meccanismo unico di tecnica e di economia per la prima volta senza alternative nell’intero pianeta – sul quale tuttavia sappiamo pochissimo dal punto di vista della sua teoria e della sua critica».

 

      Qui torna uno dei problemi su cui Schiavone aveva già insistito, in passato, e cioè «il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali».

 Si tratta di un motivo ben presente nel suo Sinistra!

Un manifesto del 2023.

 La presenza del conflitto di classe aveva caratterizzato i due secoli precedenti della modernità e aveva monopolizzato i dibattiti intorno alla configurazione della società.

Intorno alla società giusta.

Ora quella centralità storica non c’è più e ciò imporrebbe lo sviluppo di un nuovo pensiero intorno al futuro stesso delle società occidentali.

 Un manifesto, appunto, per una nuova sinistra.

 Ma la sinistra europea appare ammutolita e in difficoltà.

Non parliamo poi dei Democratici americani.

Sia le destre tradizionali, sia le sinistre, che bene o male avevano entrambe una qualche solida visione della società e della storia, sono oggi soppiantate dal non pensiero dei populismi organizzati, spesso inestricabilmente rossobruni, nazicomunisti nei loro fondamenti.

A ogni consultazione elettorale questi registrano incrementi preoccupanti di consensi.

 

      – 14. Così Schiavone sintetizza la situazione:

 «L’Occidente è rimasto in tal modo orfano della sua stessa intelligenza: che lo ha lasciato all’improvviso completamente solo, a metà strada di un cammino incompiuto.

E ne è rimasta orfana in particolare la politica, sia progressista sia conservatrice.

Una specie di nuovo “tradimento dei chierici”, consumato quando introdurre nuovo pensiero sarebbe stato indispensabile per concepire e realizzare scenari adeguati alle peculiarità della nuova realtà capitalistica e al suo rapporto con la tecnica e con la politica».

 In questi passi si evoca il tradimento dei chierici, uno smarrimento cioè della funzione intellettuale, un inchino del mondo della cultura a interessi totalmente estranei.

 Il riferimento ovviamente va a Julien Benda (1867-1956) e al suo noto “Tradimento dei chierici” (1927).

 E il tradimento dei chierici ha avuto effetti esiziali sulla politica:

 «E invece proprio nel momento cruciale del salto, il circuito delle conoscenze si è interrotto.

E la politica è diventata cieca, senza concetti e categorie in grado di leggere oltre la superficie dei processi che ci coinvolgono, nei caratteri e nelle tendenze di lunga durata del mutamento».

      La debolezza della politica è senz’altro un effetto della debolezza del pensiero.

 Il problema è che, in un simile quadro, pare davvero impossibile che la politica riesca a porre un qualche rimedio alla stessa debolezza del pensiero.

L’immagine che se ne trae è quella di un Occidente sempre più invischiato in un circolo vizioso autolesionistico.

Invece di politica e cultura, come in Norberto Bobbio, avremo sempre più politica senza cultura.

 

      – 15. Non seguiremo da vicino i vari capitoli nei quali Schiavone approfondisce la propria analisi.

Dove si affrontano questioni come il degrado della politica, la globalizzazione, l’impatto delle nuove tecnologie, i problemi della democrazia, la situazione americana.

 Le conclusioni di Schiavone si aprono con un’affermazione davvero impegnativa:

«Solo una rivoluzione intellettuale e morale dell’intera cultura europea di portata eguale alla trasformazione che stiamo vivendo potrà essere in grado di indirizzare per il meglio il cambiamento in cui siamo immersi. Perché lo ripetiamo:

la tecnica dona potenza, non assicura salvezza.

Stabilisce la direzione e l’irreversibilità del cammino, contribuendo a fissare la forma dell’umano attraverso l’aumento del suo controllo sulle proprie condizioni materiali di esistenza; non garantisce il buon esito dell’intero viaggio».

 

      La tecnica ci rende sempre più forti ma non può darci alcuna indicazione su come usare proficuamente questa stessa forza.

Mentre i vari corifei della sinistra in senso lato invocano il disarmo, oppure gli ennesimi provvedimenti di tutela a favore di questi o quelli – quelli che non arrivano alla fine del mese – oppure ancora evocano il diritto alla rivolta e il ritorno alla lotta di classe, ebbene Schiavone va contro corrente e avverte che è necessaria principalmente una «rivoluzione intellettuale e morale», due rivoluzioni con cui nell’immediato «non si mangia».

Due rivoluzioni senza cui non sapremmo neanche quale sia la meta verso cui andare.

Non ci mancano i mezzi, ci mancano i fini.

O forse ne abbiamo di troppi, e di confusi.

Il che è come non averne neanche uno.

 

      – 16. Sarebbe allora da fare una riflessione profonda intorno al significato di queste parole.

Cosa significa «rivoluzione intellettuale e morale»?

In estrema sintesi, così interpreto io, l’Occidente senza pensiero ha coltivato – ancora una volta – la fiducia nei meccanismi automatici. Come quando aveva creduto alle leggi marxiane della storia. 

Oggi si tratta della fiducia nelle leggi automatiche dei mercati, nella iniziativa individuale e nella concorrenza, nello slogan «Enrichissez vous!», nella fiducia del gocciolamento del benessere verso tutti gli strati della società.

L’Occidente senza pensiero ha fatto di tutto per ridurre ai minimi termini lo Stato e le istituzioni, per dare mano libera alla vandalica deregulation.

È stata questa una comune ubriacatura che ha coinvolto sia la destra sia la sinistra.

Destre e sinistre che la capacità di pensare l’avevano forse persa da tempo.

Così ci siamo ritrovati immersi nel populismo e stiamo così mettendo a repentaglio le stesse istituzioni democratiche.

 L’Occidente europeo ha pensato che bastasse «laissez faire, laissez passer».

Che bastasse stare a guardare, e tutto si sarebbe aggiustato da sé.

 

      – 17. Ora, a quanto pare, la storia ci sta presentando il conto, e non sappiamo cosa fare.

 Il fatto è che – di questo dobbiamo davvero convincerci – la società va pensata.

La società è fatta proprio per essere pensata.

Soprattutto le società altamente complesse come le nostre.

Per le quali occorre un pensiero di pari complessità.

 Invece abbiamo creduto alle semplificazioni.

Da noi, per stare a casa nostra, abbiamo creduto al pensiero semplice di Berlusconi, di Bossi, di Renzi, di Grillo, di Meloni, di Salvini.

Mi spiace molto dirlo, ma anche quello di Schlein e di Landini, di fronte ai problemi che abbiamo davanti, è puro pensiero semplice.

 

      In Europa, pensare di continuare a sopravvivere come uno Stato senza Stato (che non unifichi in sé le fondamentali prerogative di uno Stato) è puro pensiero semplice, come quello dei paci finti che vogliono la pace e la sicurezza, non vogliono la NATO e non vogliono spendere una lira per comperare le cartucce.

Pensiero semplice anche quello dei governi europei che vorrebbero, a fasi alterne, una politica estera di grande potenza, senza però cedere alcun potere a un Ministro degli esteri europeo di un Governo europeo.

Purtroppo siamo guidati dal pensiero semplice e gli elettori, divenuti semplici anch’essi, non sembrano neanche più persuasi di dover andare ogni tanto a votare.

 Non vanno più a votare non perché siano delusi dalla politica ma perché sono divenuti incapaci di un qualsiasi pensiero effettivamente politico. Ricordo che gli esponenti del secondo partito di opposizione italiano andavano in parlamento agitando l’apriscatole.

Non solo intellettuali senza pensiero dunque, ma anche elettori senza pensiero.

 

      – 18. Già, ma allora, come possiamo fare per recuperare un pensiero alto, degno dell’Europa e dell’Occidente migliore?

Davvero all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte?

Schiavone si pone il problema, ma qui mi permetto di dubitare alquanto sulla fattibilità della sua proposta.

 Dice: «[…] almeno in Europa, per rimettere in moto la macchina del pensiero serve una scossa esterna al mondo delle idee, tanto forte da rendere possibile la ripresa del cammino interrotto.

 Un impulso che può venire soltanto dalla politica:

da una politica che sappia spezzare con la forza di una decisione il vuoto di idee che la circonda.

E questa non può consistere in altro se non in un passo avanti decisivo verso l’unificazione del continente».

 

      Qui Schiavone incorre purtroppo in una qualche circolarità di pensiero, visto che, nella introduzione ha sostenuto che proprio il vuoto di pensiero confina la politica alla mera amministrazione.

Come farà una politica priva di pensiero a trovare da sé la forza di una decisione?

 Personalmente una risposta ce l’ho, ed è una risposta poco piacevole. Solo una colossale esternalità negativa, una grave catastrofe, potrà costringere i nostri maestri del pensiero semplice a prendere decisioni forti.

A prendere finalmente le ovvie decisioni indispensabili.

Non resta che sperare nella catastrofe.

 

      – 19. Così l’Occidente si è cacciato in un circolo vizioso che lo condanna a rendimenti sempre più bassi.

A continuare a rimandare e ad attendere, come se avessimo davanti un tempo infinito.

Certo, è comodo fare l’ammuina.

 Schiavone avverte che: «Progresso tecnico e scadimento morale e sociale possono coesistere, entro certi limiti. Con la conseguente deriva verso un mondo in cui l’anomia sarà diventata la regola di un suprematismo capitalistico – tecnologico fuori controllo: segnato dal dominio di minoranze più o meno ristrette – arroccate nei privilegi derivanti dalla loro posizione rispetto al dispositivo tecno economico globale – su moltitudini uniformate dalla comune sconfitta e dal patimento condiviso della sopraffazione».

 L’Amministrazione Trump è oggi un perfetto esempio di coesistenza di progresso tecnico e scadimento morale, intellettuale e sociale.

Questo è forse il destino che ci aspetta.

 

      Rincarando la dose, secondo Schiavone oggi ci troviamo in:

 «Una congiuntura in cui la capacità del pensiero sull’umano di padroneggiare e di orientare verso paradigmi di razionalità fondati sul bene comune quel potere di trasformazione del reale che stiamo acquisendo con tanta velocità appare drammaticamente ridotta, se non addirittura azzerata.

Se non riusciremo a riequilibrare in corsa questo scompenso;

se una parte di quella che chiamiamo la nostra civiltà continuerà a rimanere indietro rispetto all’altra, il prolungarsi del ritardo renderà realistiche ipotesi di futuro nelle quali l’aver cancellato la comune identità dell’umano diverrà il principale carattere di una costituzione materiale del pianeta fondata esclusivamente sulla discriminazione e sul dispotismo».

 

      Val la pena di aggiungere che non sarà certo demandando alla intelligenza artificiale la soluzione delle maggiori questioni – come qualcuno auspicherebbe – che risolveremo il nostro deficit di pensiero. Un imbecille con l’AI diventa un imbecille al quadrato.

C’è già chi pensa di infilare l’intelligenza artificiale nelle scuole, così avremo finalmente il pensiero semplificato a disposizione di tutti, paziente, autorevole, efficiente e del tutto incontrollabile.

Non sono tra gli scettici oppositori della AI, sono piuttosto tra gli scettici che dubitano della nostra capacità di controllare la AI, cui ci stiamo affidando con tanta disinvoltura e dabbenaggine.

Anche qui è in gioco il vuoto del pensiero.

Chi pensiero non ha, non può darselo artificialmente.

 

      – 20. Schiavone manifesta tuttavia, nonostante tutto, un certo ottimismo:

«[…] nonostante tutti gli ostacoli che si frappongono, credo che in questo frangente sia proprio dall’Europa che possa partire il primo e più forte segnale di risveglio; che sia da qui che si possa riannodare il filo spezzato del nostro pensiero».

 Schiavone entra qui nel merito di alcuni punti di forza restanti su cui l’Europa potrebbe basarsi per dare il via a una ripresa.

In effetti, dopo il declino ormai palese e profondo della democrazia americana, del secondo Occidente, non resta che riporre qualche speranza nel primo Occidente.

 Effettivamente se il patrimonio di pensiero dell’Occidente non è rimasto da qualche parte in Europa, può allora esser tranquillamente dichiarato in via di estinzione.

Basti pensare al trattamento inferto da Trump alle università americane per rendersi conto che da quelle parti non verrà più fuori alcunché, per un bel po’.

Bisogna riconoscere che “Alexandr Dugin”, al di là del suo tono profetico ed esaltato, nei suoi scritti è andato vicino a una diagnosi ben precisa della capitolazione dell’Occidente di fronte all’Euro-asiatismo.

In un suo scritto di qualche anno fa aveva individuato proprio in Trump il capofila inconsapevole della reazione dei popoli del Mondo contro l’Occidente, irrimediabilmente corrotto e pervertito.

 

      Comprendiamo che Schiavone, nel suo ruolo di pubblico intellettuale, si sforzi di mostrare un volto tutto sommato ottimistico.

Comprendiamo come si sia sentito in dovere di considerare la partita del pensiero dell’Occidente ancora come aperta.

Di mostrare una strada praticabile per uscire dalla crisi.

Di considerare come ancora non del tutto perduto il nostro patrimonio di pensiero, la nostra scala di valori e le nostre istituzioni.

In questo senso, il suo saggio è un appello.

Purtroppo la sua diagnosi è perfetta, ma una eventuale prognosi positiva è invece dipendente da una miriade di condizioni che, se considerate da vicino, non possono che risultare altamente improbabili.

 

      – 21. Il lettore, compulsando attentamente il testo di Schiavone, potrà farsi un’idea di quanto realistiche siano le possibilità di successo di un programma di rinascita del pensiero europeo da lui intravisto e propugnato.

Personalmente, siamo alquanto più pessimisti e il vuoto di pensiero dell’Occidente oggi ci sembra ormai decisamente irreparabile.

Più che di un improbabile programma di rinascita, oggi ci pare quanto mai necessario un programma di resistenza.

Un appello disperato che chiami alla resistenza le poche forze del pensiero d’Occidente sopravvissute, e non ancora del tutto stravolte. Una resistenza, appunto, intellettuale e morale.

Una resistenza destinata tuttavia a diventare sempre più clandestina, sempre più confinata nei bantustan o nelle riserve indiane.

Il trattamento inferto da Trump alle università americane è di una chiarezza esemplare.

Una resistenza nella lucida consapevolezza che la guerra è stata ormai perduta, che i barbari sono alle porte e che domineranno per secoli.

Si tratta allora di mettere da parte e conservare i codici, ricopiare e commentare i testi, trasmettere la tradizione, tenere acceso il lumicino in attesa di un’improbabile nuova alba.

Proprio come i monaci irlandesi nei secoli bui della decadenza europea.

(Giuseppe Rinaldi –“ Finestre rotte”).

 

 

 

L’Occidente al bivio: declino

irreversibile o rinascita possibile?

Lacapitalenews.it – (1° giugno 2025) - Redazione Economia – ci dice:

 

Dopo aver analizzato le contraddizioni interne all’Occidente e la corsa vertiginosa di molte realtà orientali, la domanda si impone:

c’è ancora una strada per l’Europa e per il mondo occidentale?

Il declino è davvero inevitabile, oppure esistono margini – politici, culturali, spirituali – per una rinascita?

 La risposta non è semplice, ma un ventaglio di soluzioni esiste.

E può essere perseguito, a patto che si abbia il coraggio di riconoscere il malessere e agire con lucidità.

 

1. Rimettere al centro l’istruzione e la ricerca: investire nel cervello.

È la prima condizione.

 I paesi che guidano oggi la trasformazione globale non sono solo quelli con il petrolio, ma quelli che hanno costruito sistemi educativi competitivi.

 L’Italia, ad esempio, spende solo il 4,2% del PIL in istruzione, contro il 5,5% della media OCSE.

Peggio ancora per la ricerca:

appena lo 0,5% del PIL in R&S pubblica, contro l’1,2% della Germania e il 3,4% di Israele.

 

Proposta concreta:

un “Piano Erasmus nazionale” che renda obbligatoria per ogni studente universitario un’esperienza all’estero, e una “Legge per la Ricerca Futura” che vincoli almeno l’1% del PIL a innovazione scientifica entro il 2030.

 

2. Un nuovo patto demografico: natalità e immigrazione regolata.

Senza giovani, non c’è futuro.

E l’Occidente sta rapidamente invecchiando.

La sola Francia mantiene una fertilità vicina ai due figli per donna (1,83), grazie a politiche familiari robuste.

Gli altri sono in caduta libera.

 

Proposta concreta:

un “Reddito natalità” per le famiglie con figli, progressivo, legato al reddito e al numero di figli.

 E una politica migratoria intelligente, che selezioni, integri e formi forza lavoro qualificata, come fanno Canada e Australia.

L’alternativa? Il collasso del welfare.

 

3. Riformare le burocrazie: semplificare per sopravvivere.

In Italia, aprire una startup richiede 10 procedure.

In Estonia, 20 minuti online.

In Francia, ottenere un permesso edilizio può richiedere 6 mesi.

L’Europa si perde in cavilli, mentre il resto del mondo costruisce.

Proposta concreta:

digitalizzazione totale della PA entro il 2027, con una piattaforma unica europea per cittadini e imprese, sul modello estone.

 E un taglio del 30% delle norme inutili, con revisione annuale automatica.

 

4. Riaccendere l’anima dell’Occidente: cultura, spiritualità, comunità.

La crisi è anche spirituale.

Il consumo ha sostituito la fede.

 L’individualismo ha eroso il senso di comunità.

E senza un orizzonte di valori condivisi, nessuna civiltà può resistere.

 

Proposta concreta:

una Carta europea dei beni immateriali, che promuova l’educazione civica, la filosofia, la storia delle religioni e le arti come pilastri dei programmi scolastici.

 E una “Conferenza annuale dei valori europei” con intellettuali, religiosi, scienziati, per dare voce a un progetto comune.

 

5. Economia reale, non solo finanza: lavoro, industria, territorio.

L’Europa non può competere con chi ha bassi salari o capitali infiniti, ma può puntare sull’alta qualità.

 La manifattura italiana, le tecnologie tedesche, l’agroalimentare francese sono ancora vincenti – ma sotto assedio.

 

Proposta concreta:

un “Piano Europeo Made in Europe”, con sgravi fiscali per le imprese che producono nel continente e reinvestono i profitti sul territorio.

E un fondo sovrano europeo che investa in settori strategici: batterie, AI, semiconduttori, green tech.

 

6. Leadership politica coraggiosa: meno sondaggi, più visione.

Il declino è figlio anche di classi dirigenti senza coraggio.

Inseguono il consenso, ma non costruiscono il domani.

Servono leader con lo spessore di De Gasperi, Adenauer, Mitterrand, non manager del potere.

 

Proposta concreta:

 nuove regole per la formazione della classe dirigente, come scuole di alta formazione politica, e obbligo di esperienze internazionali per chi ricopre cariche pubbliche.

 E una riforma del processo decisionale europeo per rendere l’Unione più agile e democratica.

La forza di ricominciare.

L’Occidente non è morto.

Ma è stanco. E ha bisogno di una scossa.

 Ha ancora risorse straordinarie: le università, le libertà civili, le tradizioni culturali, il pensiero critico.

Ma deve smettere di vivere di rendita.

Papa Leone XIV, in un suo discorso pochi giorni dopo la sua elezione, ha detto con parole semplici ciò che molti intellettuali faticano ad articolare:

“Non serve una rivoluzione. Serve una rigenerazione.

Torniamo a domandarci a cosa serva la tecnica, a chi serva l’economia, per chi sia il futuro.”

La sfida non è recuperare la supremazia, ma ritrovare la speranza.

 Non sarà facile, ma è ancora possibile.

 Se l’Occidente saprà trasformare il suo malessere in consapevolezza, e la sua crisi in rinnovamento, potrà ancora avere un posto nel mondo che verrà.

(Bruno Mirante e Luca Falbo).

 

 

 

 

Il futuro dell’Occidente in

crisi riassunto a Davos.

 Contropiano.org - Gigi Sartorelli – (20 gennaio 2024) – ci dice:

 

Dal 15 al 19 gennaio si è svolto a Davos l’ormai tradizionale appuntamento del” World Economic Forum”.

All’incontro hanno partecipato, come al solito, imprenditori, giornalisti e politici; quest’anno oltre 60 Capi di Stato e quasi 300 ministri.

 

Il tema che in questo 2024 è stato scelto come linea di fondo delle giornate per le varie iniziative è “Rebuilding trust in the future”, ricostruire la fiducia nel futuro.

In una fase di crisi prolungata e mentre i conflitti si fanno sempre più aperti a livello internazionale, non poteva che essere questo l’auspicio.

 

Il 10 gennaio, in preparazione del Forum, è stata diffusa la 19esima edizione del rapporto sui rischi globali, un’indagine che riassume le percezioni che sul futuro hanno 1500 esperti di diversi settori.

Per la maggior parte di essi, da qui a 10 anni vivremo un elevato rischio di catastrofi globali.

 

Il rapporto dice che la crisi ambientale potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, ma la realtà è che ne abbiamo già oltrepassati più di uno.

 Inoltre, le tensioni per i paesi e le persone a basso e medio reddito sono destinate ad aumentare.

Non sorprende, dunque, che anche la polarizzazione sociale vedrà un netto aumento, anche se la preoccupazione espressa nel report è solo per gli effetti nefasti che avrà sulla “verità”, ovvero sulla disinformazione.

Non vengono messi in dubbio l’ingiustizia di un sistema economico iniquo e la rapacità di alcuni grandi compagnie verso i paesi più poveri.

 

Ovviamente, la grande sfida del futuro è individuata nella frammentazione del mondo in vari blocchi in relazione fra di loro in maniera sempre meno pacifica.

 La governance guidata dal Nord globale verrà messa in discussione mentre i suoi meccanismi per “gestire” i conflitti hanno mostrato la propria inconsistenza.

Il quadro delineato preliminarmente, seppur evidentemente improntato su di una visione del mondo occidentale centrica, era comunque piuttosto fedele alla realtà. La discussione che è poi avvenuta a Davos ha palesato, invece, come l’imperialismo euroatlantico e i suoi alleati non siano disposti a fare i conti con un nuovo presente e continueranno a rotolarsi nelle crisi.

È questo che raccontano i vari interventi.

Il presidente israeliano Herzog ha parlato di nuovo di una soluzione “a due stati” per la Palestina, quando sono ormai passati trent’anni dagli accordi di Oslo, le colonizzazioni illegali sono continuate e Gaza è oggetto di un genocidio in mondovisione.

 

Sempre Herzog ha ribadito che serve costruire una forte coalizione contro l’impero del male che avrebbe il baricentro nell’Iran.

Ma forse non tutti ricordano che, ad esempio, dall’accordo sul nucleare iraniano sono stati gli Stati Uniti a tirarsi fuori per primi, proprio su pressione di Israele.

 

Washington e Tel Aviv rafforzano l’ipoteca su qualsiasi ipotesi di stabilità per il Medio Oriente.

A ciò si aggiungono le dichiarazioni di Zelenskij su imminenti colloqui di pace… dalla cui preparazione verrebbe tenuta fuori la Russia.

Opzione chiaramente velleitaria, la cui vera motivazione è stata esposta dal presidente ucraino stesso: “vorremmo che il Sud globale fosse presente. Per noi è importante mostrare che il mondo intero è contro l’aggressione russa”.

Obiettivo difficile senza la Cina, la cui delegazione al Forum non ha incontrato Zelenskij, e mentre inglesi e statunitensi bombardano lo Yemen.

Ad ogni modo, la necessità di ripensare gli organismi internazionali in base al peso maggiore assunto dal Sud globale è stato un punto su cui anche il segretario generale dell’ONU, Guterres, ha incentrato le sue riflessioni.

Vi è stata addirittura una sessione di discussione intitolata “Scisma Nord-Sud”.

 

Una nuova stagione di cooperazione internazionale è stata rilanciata anche da Ursula Von der Leyen, ponendo la UE al centro di questo processo.

Ma la cooperazione che a Davos hanno in mente è ancora una maschera del colonialismo occidentale, come si evince facilmente dal suo e da altri interventi.

La direttrice generale dell’”Organizzazione Mondiale del Commercio” ha detto che “il rimodellamento delle supply chains è un’opportunità per sostenere la crescita dei Paesi in via di sviluppo in Africa e in Sud America, dove sono materiali e minerali critici”.

 Il Sud globale, in pratica, dovrebbe godere delle briciole lasciate in una divisione internazionale che li vede da sempre semplici fornitori di materie prime, dipendenti dalle economie avanzate.

 

Che questa volontà di “nuova cooperazione” sia stata pensata quale strumento per rafforzare l’imperialismo euroatlantico contro le economie emergenti lo ha reso evidente anche Christine Lagarde, affermando “abbiamo perseguito troppo l’efficienza a svantaggio della sicurezza” – dell’Occidente, si intende – mentre l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia venivano devastati.

 

La presidente della BCE non ha ovviamente nascosto che il corollario di una tale prospettiva sarà il rimanere alto dei prezzi delle forniture, con pesanti ripercussioni sui settori popolari. La priorità economica che ha espresso, sul lato interno della UE, è stata però quella di completare al più presto… il mercato unico dei capitali.

 

A farle eco è stato Emmanuel Macron, che è tornato sul tema degli eurobond per finanziare investimenti strategici e migliorare la competitività rispetto agli avversari commerciali.

Mentre entra in vigore il nuovo Patto di Stabilità una qualche soluzione alle profonde asimmetrie del mercato unico è rimasta fuori dalla porta, ancora una volta.

L’impianto economico che ci ha portato nella crisi è stato confermato come se nulla fosse, mentre si rincorrono le voci su ulteriori privatizzazioni da parte del governo italiano.

Questo quadro trova la sua degna conclusione in un “Milei” che ha chiamato alla crociata contro il socialismo e il femminismo.

 

Il vero volto che l’Occidente, ancora una volta, ha mostrato a Davos è insomma quello del neo-eletto presidente argentino.

Una mentalità da guerra esterna e guerra interna per mantenere il predominio.

 

La polarizzazione sociale aumenterà con l’intensificarsi dello sfruttamento e della repressione, mentre senza un’alternativa saremo trascinati sul piano inclinato della guerra globale.

 

 

I valori dell’Occidente non sono

più credibili se non si riducono

le disuguaglianze.

Asvis.it - Donato Speroni – (26 aprile 2024) – ci dice:

 

Le guerre in corso hanno rinsaldato i legami tra le nazioni del G7, ma hanno evidenziato la divaricazione dai Paesi emergenti.

Per ricucire la tela dell’Agenda 2030 e del multilateralismo serve un’Europa con capacità di leadership.

 

I valori dell’Occidente non sono più credibili se non si riducono le disuguaglianze.

La linea del cambiamento di data passa nello stretto di Bering tra le due isole Diomede.

Se a mezzogiorno dalla Grande Diomede, che appartiene alla Russia, si attraversano i quattro chilometri di gelido mare per approdare nella Piccola Diomede che fa parte dell’Alaska, si dovranno aggiornare gli orologi a poco dopo le tredici del giorno precedente.

 

Per i geografi, la linea del cambiamento di data segna il confine tra Occidente e Oriente.

Dal punto di vista geopolitico però dovremmo spostarci di almeno tre fusi orari per includere anche il Giappone e la Corea del sud, se non l’Australia, perché per “Occidente” si intende l’insieme di Paesi ricchi, industrializzati, uniti da valori comuni.

 La scelta di rafforzare i legami di questa comunità nacque da un’idea del presidente francese “Valéry Giscard d'Estaing”, in collaborazione con il cancelliere tedesco Helmut Schmidt.

Il primo G6, tra Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Giappone si riunì nel castello di Rambouillet, in Francia, dal 15 al 17 novembre 1975.

L’anno dopo l’incontro fu esteso al Canada e nel 1998 alla Russia, quando si sperava che Mosca tendesse ad assimilarsi all’Occidente;

ma queste speranze furono deluse e nel 2014, dopo l’invasione della Crimea, la Russia fu espulsa e il G8 divenne definitivamente G7.

 

Il significato di questa unione si è però evoluto negli anni, così come l’importanza dell’altra grande alleanza dell’Occidente, di tipo militare: la Nato.

Nel 2019, in una intervista all’Economist, il presidente francese “Emmanuel Macron” decretò la “morte cerebrale” della Nato:

l’Europa si sentiva sempre più distante dagli Stati Uniti presieduti da Donald Trump.

Ma le cose cambiarono radicalmente con l’invasione russa dell’Ucraina.

La Nato fu rivitalizzata estendendosi anche a Svezia e Finlandia e si è tornati a parlare di Occidente come di un insieme di Paesi uniti da forti legami politici, economici e culturali.

In questo anno di crisi e di presidenza italiana del G7, le riunioni urgenti convocate on line da Giorgia Meloni con gli altri leader sono un segno della riacquistata importanza di questa “comunità delle democrazie”.

L’invasione dell’Ucraina ha portato però a una constatazione allarmante, che denota una nuova situazione geopolitica:

 non solo la Cina, ma anche molti altri Paesi importanti non si sono mostrati disposti a seguire Stati Uniti ed Europa sulla strada delle sanzioni contro la Russia.

Tra gli altri, Brasile, India e Sudafrica, membri con Russia e Cina del gruppo dei Brics che sta cercando di dotarsi di strutture alternative a quelle che considera dominate dall’Occidente, per esempio paralizzando la riforma del Fondo monetario internazionale (Fmi) per dare invece un ruolo crescente nell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo alla “New development bank” controllata appunto dai Brics.

 

La guerra in Medioriente ha accentuato ulteriormente questo contrasto:

 anche i governi dei Paesi arabi più moderati hanno dovuto fare i conti con masse islamiste che proclamavano la volontà di cancellare Israele ed estendere la Palestina “dal Giordano al mare”, mentre sentimenti analoghi si sono diffusi anche tra i giovani dei Paesi occidentali.

 L’appoggio alla Palestina è andato aldilà delle giuste reazioni per gli accessi di Israele a Gaza, dimenticando la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre.

 È tornata ad affermarsi una tendenza, sottolineata da molti commentatori, a mobilitarsi molto più facilmente per cause antiamericane e antioccidentali, che non per i misfatti di dittatori ed autocrati, dall’Iran alla stessa Russia.

 Per esempio, per il dissidente russo “Aleksei Navalny” o per il “rapper iraniano “Toomaj Salehi” condannato a morte in questi giorni solo per i testi delle sue canzoni.

 

L’Occidente sta perdendo la sua partita?

Il crollo dell’Urss nel 1991 sembrò segnare “la fine della storia” con l’affermarsi universale dei valori liberali, ma poi le cose non sono andate così.

Del resto, se anche guardiamo alle vicende militari degli ultimi 80 anni, la storia segna continui arretramenti, dall’armistizio in Corea (con la nascita della Corea del Nord) al Vietnam, dall’Afghanistan alla cacciata dei soldati francesi dalle ex colonie del Sahel.

E i Paesi dove si è cercato di intervenire per “portare la democrazia”, come in Libia e in Iraq, si sono trasformati in modo ben diverso dalle aspettative, con divisioni sanguinose e regimi interni poco favorevoli all’Occidente.

La crisi in corso riflette anche una divaricazione nella percezione delle priorità di vita.

In un’inchiesta dell’agosto scorso, l’Economist ha segnalato che “i valori dell’Occidente stanno sistematicamente allontanandosi da quelli del resto del mondo”.

 L’articolo parte da questa premessa:

 nel 1981 il 40% della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema; quarant’anni dopo, questa percentuale si è ridotta all’8%.

Si riteneva che con la crescente ricchezza si verificasse una convergenza verso i valori dei Paesi più avanzati, identificati nel secolarismo (prevalenza della fiducia nella scienza rispetto alle fonti tradizionali del sapere) e nella capacità di autoaffermazione rispetto alla ricerca di protezione all’interno della propria comunità.

Invece questo non sta avvenendo.

 L’analisi si basa sul “World values survey” (Wvs), “la più grande indagine sociale del mondo” nata su iniziativa del sociologo “Ronald Inglehart “dell’Università del Michigan, scomparso nel 2021.

 

Ogni cinque anni circa, i ricercatori scendono in campo per intervistare, secondo l’ultimo conteggio, quasi 130mila persone in 90 Paesi, ma l’ultima ondata di risultati, che copre il periodo 2017-2022, non ha confermato se non in parte l’idea che i valori di base tendono a convergere quando la gente diventa più ricca.

 In modi significativi, le differenze di comportamenti della gente nelle diverse parti del mondo sembrano aumentare.

 

Il principale risultato dell’indagine colloca le nazioni, in base alle risposte prevalenti, su un asse cartesiano secondo le due scale di valori precedentemente citate.

Da un’indagine all’altra si nota un concentrarsi dei Paesi in due insiemi: in alto a destra (fiducia nella scienza e nelle capacità individuali) i Paesi occidentali più ricchi; in basso a sinistra gran parte degli altri, dove prevale invece l’obbedienza all’autorità religiosa e politica e la fiducia nella protezione offerta dal clan o dalla comunità, con diffidenza verso il “diverso”, che si tratti di uno straniero, di un omosessuale o di un appartenente a un’altra minoranza.

 

Che significa tutto questo in termini di “valori universali”?

La “Wvs” implica che i valori secolari e liberali non sono più “universali” dei valori religiosi e di soggezione all’autoritarismo.

Questi due sistemi di valore si collocano ai poli opposti dello stesso spettro di opinioni ed entrambi esprimono le modalità nelle quali la gente si adatta alle circostanze, sicure o insicure che siano.

 

L’accentuarsi delle contrapposizioni geopolitiche mette a repentaglio tutta la costruzione internazionale basata sul multilateralismo.

Nonostante gli sforzi del segretario dell’Onu “António Guterres” che spera di far ragionare i leader mondiali nel Summit del futuro previsto per settembre, sembra difficile ottenere un impegno concreto sia per perseguire efficacemente gli “Obiettivi dell’Agenda 2030” (che richiederebbero un notevole esborso finanziario verso i Paesi in via di sviluppo, come Guterres non si stanca di ricordare), sia per avviare un processo di revisione concertata di obiettivi comuni per i prossimi decenni.

 

Certamente dobbiamo abituarci a fare i conti con un equilibrio diverso, perché i prossimi anni non saranno più caratterizzati dalla prevalenza dell’Occidente politico.

 Tuttavia è difficile pensare che la tela del multilateralismo, indispensabile per costruire un mondo pacifico e sostenibile, possa essere riannodata senza una convergenza di valori fondamentali.

Il tema è complesso e non ho alcuna pretesa di fornire una ricetta completa, ma vorrei suggerire alcuni spunti di riflessione.

 

Innanzitutto, penso che l’Occidente dovrebbe riesaminare il modello economico che ha proposto al resto del mondo.

La globalizzazione e la finanziarizzazione senza confini hanno migliorato il tenore di vita di miliardi di persone, tanto che oggi si stima che quasi la metà della popolazione mondiale possa essere considerata “classe media”.

 Sono però cresciute le disuguaglianze tra i Paesi e all’interno di essi.

 Se anche la povertà estrema si è ridotta, varie forme di deprivazione affliggono l’altra metà del mondo e cancellano le speranze di miglioramento.

 

C’è un calcolo che a mio avviso è illuminante.

Sappiamo che il prodotto interno lordo (Pil) non è più una misura adeguata del benessere collettivo, ma sappiamo anche che senza un reddito adeguato non può esserci benessere.

Secondo i dati del Fondo monetario, il Pil mondiale nel 2024 ammonterà a quasi 110mila miliardi di dollari, al cambio attuale un po’ più di 100mila miliardi di euro.

Se dividiamo questa cifra per la popolazione complessiva (otto miliardi) otteniamo un Pil pro capite di circa 12mila euro.

Anche aggiustando questa stima per tenere conto degli effettivi poteri di acquisto delle diverse monete, si può arrivare alla conclusione che la ricchezza che si produce annualmente nel mondo, se distribuita con più equità, sarebbe sufficiente per garantire una vita “decente” per tutti.

Ma siamo ben lontani da politiche orientate in questa direzione.

Anche se si tratta dello stesso modello adottato dalle nuove borghesie dei Paesi emergenti, il nostro modo di vivere e di consumare è considerato cieco ed egoista da chi ne è escluso.

 E questa divaricazione potrebbe accentuarsi nei prossimi anni, anche per effetto della crisi climatica e di una competizione sempre più aspra per accaparrarsi le limitate risorse del pianeta.

 

La seconda considerazione che vorrei proporre è che gli Stati Uniti non possono più essere considerati il portabandiera dei valori in cui crediamo.

 Sul Corriere della Sera “Federico Rampini” ha presentato un quadro a tinte fosche della situazione americana, sottolineando tra l’altro che “l’epicentro della contestazione si trova in atenei da settantamila dollari di retta annua”.

 Una situazione che può indurre i più poveri, anche se neri o ispanici, a votare per Donald Trump, come accadde nel 1968, quando le manifestazioni per il Vietnam finirono col favorire la vittoria del repubblicano Richard Nixon.

Ma anche se questo timore non si avverasse, l’America di oggi appare come una nazione stanca e divisa, che non a caso esprime film come “Civil war”, capace ancora (per ora) di un grande sforzo militare a sostegno degli alleati ma priva di leadership globale.

 L’Europa avrebbe una grande occasione per riempire questo vuoto, non solo come “campionessa dello sviluppo sostenibile”, come l’ASviS auspica da sempre, ma anche per allacciare un dialogo più costruttivo con il resto del mondo.

Il presupposto però sarebbe una maggiore unità e capacità di decisione. Nell’incontro di alto livello di “La Hulpe”, gli italiani Mario Draghi, Enrico Letta ed Enrico Giovannini hanno delineato il percorso per il rafforzamento dell’Unione europea e una sua maggiore presenza sulla scena mondiale.

Ma tutto è affidato al responso dei popoli del nostro continente nelle prossime elezioni.

 

Infine, una riflessione che riguarda i giovani.

L’Economist (ho citato spesso questo giornale, che mi sembra particolarmente riflessivo sui temi di tendenza) ha pubblicato due articoli sugli zoomers, la generazione dei nati dal 1998 al 2012.

Il quadro che traccia coincide solo in parte con la situazione italiana ma è molto interessante.

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, i giovani hanno un alto tasso di occupazione, guadagnano più delle generazioni precedenti alla stessa età, scelgono prevalentemente facoltà scientifiche e tecnologiche e possono permettersi un diverso atteggiamento nei confronti del lavoro perché sanno che le occasioni comunque non mancano.

Anche la considerazione diffusa nei Paesi più ricchi che la nuova generazione avrà una vita peggiore di quella dei genitori viene ridimensionata.

 

Questa narrativa trascura un fatto importante:

circa quattro quinti dei giovani dai 12 ai 27 anni vive in Paesi in via di sviluppo. Grazie alla crescita e alla diffusione delle tecnologie, i ragazzi in posti come Giacarta, Mumbai o Nairobi stanno molto meglio di come stavano i loro genitori, sono più ricchi, più sani e più istruiti;

quelli che dispongono di uno smartphone sono più informati e connessi.

Non c’è da stupirsi che in un’indagine dell’Onu del 2021, i giovani dei Paesi emergenti erano più ottimisti rispetto ai loro coetanei dei Paesi ricchi.

La rivista britannica aggiunge che la “generazione Z” è più sensibile ai temi riguardanti la crisi climatica e che questo potrà avere un impatto sugli equilibri politici del futuro, ma mano che gli “zoomers” raggiungeranno l’età del voto.

La nuova generazione, sicura di sé, irriverente (la copertina della rivista mostra un adolescente con l’apparecchio dentale e la lingua fuori) e sensibile a valori universali potrebbe essere una leva importante per accelerare il cambiamento.

Insomma, siamo di fronte a un quadro geopolitico complesso, con forti divaricazioni tra i Paesi e all’interno di essi, senza un’effettiva capacità di leadership per affermare un nuovo ordine mondiale basato sulla democrazia, il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, compatibile con i limiti del pianeta. Abbiamo bisogno di idee nuove, coraggio politico e attenzione ai giovani: un programma difficile, ma la posta in gioco è molto alta e la partita si gioca in questi anni cruciali.

 

L’Occidente diviso e i

due modelli antropologici.

Centrostudilevatino.it – (Feb. 6, 2025) – Aldo Rocco Vitale – ci dice:

 

L’Occidente, quale civiltà del tramonto, è sempre più diviso e dilacerato: una parte contro l’altra; una visione contro un’altra visione; una serie di problemi e soluzioni da un lato, una serie di problemi e soluzioni radicalmente opposte dall’altro lato.

 

L’Occidente, che ancora molti ci si sforza di identificare e immaginare come un corpus unicum, è stato ridotto a coriandoli e frantumato nella sua antica unitarietà, spezzandosi in due grandi macro-aree meta-geografiche.

L’Occidente, che perfino per i suoi avversari, come le teocrazie islamiche o il regime cinese, continua a possedere una sua unità, è, invece, a ben guardare, irrimediabilmente scisso in due, al di qua come al di là dell’Atlantico, tanto nel vecchio continente quanto nel nuovo mondo.

 

La bipartizione che caratterizza l’Occidente odierno è la più profonda e radicale forma di scomposizione dell’unità, tanto non solo da paralizzare l’azione confrontandosi con ciò che Occidente non è, ma anche e soprattutto impedendo il pensiero all’interno dell’Occidente medesimo.

Nella storia dell’Occidente molteplici e forse innumerevoli sono state le occasioni di contrapposizione, anche violenta e perfino sanguinosa, ma mai in modo così estremo da mettere in discussione l’Occidente in quanto tale considerato.

La linea di disgiunzione che ha sostanzialmente divaricato l’originaria unitarietà dell’Occidente passa attraverso la linea di faglia, cioè la linea di profondità, della dimensione antropologica di riferimento.

Il modo di concepire l’essere umano costituisce il cuore del problema e la causa prima e diretta della attuale disgregazione dell’Occidente.

Nel corso del tempo, soprattutto dell’ultimo mezzo secolo, si sono andati imponendo due modelli antropologici che hanno sempre più perimetrato la propria posizione creando una separazione sempre più netta e delineata tra gli aderenti al primo o al secondo.

 

A dire il vero i due modelli antropologici, nella dinamica evolutiva della loro progressiva affermazione, non sono nati parallelamente, ma uno dopo l’altro e uno in rottura con l’altro, specificamente il secondo in palese discontinuità con il primo.

 

Il primo modello antropologico, che si potrebbe definire come ‘veritativo’, reputa che vi sia una dimensione costitutiva della realtà precipuamente umana che non può essere modificata o cancellata, neanche dal sopraggiungere delle liquide vicende storiche, sociali, economiche o tecnologiche.

Le conseguenze di un tale approccio sono evidenti:

 ritenendo che vi sia una verità normativa che disciplina l’esistenza e la natura dell’uomo, non tutto è concesso o possibile.

 Secondo tale prospettiva, per esempio, la dicotomia sessuata dell’essere umano non può che essere espressione della sua natura biologica, della sua verità corporea, della sua normatività strutturale.

In tale contesto la natura – non soltanto in riferimento alla sessualità – non può essere contraddetta o negata poiché essa rappresenta il principio comune e universale inevitabile che rende plausibile la stessa pensabilità dell’uomo secondo un ordine razionale, cioè secondo l’ordine dell’essere.

 

Tutte le altre dimensioni (economica, sociale, politica, scientifica, tecnologica, etica, giuridica) non possono prescindere dal riconoscimento di un tale fondamento e non possono allora venirsi a trovare in contrasto con questa determinazione originaria da cui ricevono legittimità concreta la dignità e la libertà dell’essere umano.

Alla luce del primo modello, insomma, la dignità e la libertà dell’essere umano sono inscindibilmente legate alla natura dell’umanità stessa che in quanto tale è indisponibile – e quindi universale – rispetto alle istanze contingenti che si possono venire a determinare nel corso del tempo.

 

Il secondo modello antropologico, che si potrebbe definire come ‘tecno-neomorfico’, al contrario del primo, ritiene che non vi sia alcuna dimensione costitutiva che caratterizza l’umano e che l’essere umano possa essere il Prometeo di se stesso creandosi e ricreandosi secondo i propri desideri individuali, secondo le esigenze storico-sociali, secondo le possibilità tecno-scientifiche, secondo le molteplici modalità culturalmente esperibili.

 

Le conseguenze, anche in questo caso, si rendono palesi: se non esiste una verità costitutiva che trova nella normatività dell’essere la sua fondazione, ogni aspetto della realtà umana è modificabile e reificabile, malleabile e disponibile secondo la necessità del momento o la volontà dell’individuo.

 

In tale prospettiva tutto l’essere umano è modificabile, non soltanto attraverso la ridefinizione del sesso, ma anche attraverso tutte le istanze tecnomorfiche che rappresentano la colonna portante di ciò che oggi è più comunemente definito come pensiero transumanista.

Non esistendo alcuna verità che struttura la realtà umana tutta la realtà viene ridotta ad essere il prodotto delle capacità tecniche e degli impulsi volitivi del singolo soggetto.

 

Le differenze sono, dunque, inevitabili: se per il primo modello la realtà è disciplinata dall’essere, cioè dalla natura dell’uomo, per il secondo modello è esattamente il contrario, cioè l’essere umano è plasmato dalla realtà fatta a immagine e somiglianza dell’oggettività tecnica e della soggettività desiderante.

 

Se per il primo modello la libertà acquista un senso soltanto nell’incontro dei limiti posti dalla normatività dell’essere, per il secondo modello la libertà è l’assenza dei limiti, anzi essa si rende tangibile soltanto nel superamento dei limiti eventualmente ed ingiustamente imposti dalla natura.

Se nell’ottica del primo modello l’essere umano integra la propria dignità soltanto nel riconoscimento del suo essere, nell’ottica del secondo modello l’essere umano non ha una dignità in sé e per sé considerata, poiché la dignità viene a coincidere con l’utile, maggiore o minore, che l’essere umano può conseguire dalla sua attività di modificazione della natura e del proprio stesso essere.

 

Così, diversamente da ciò che comunemente ed erroneamente si pensa, non esistono oggi in Occidente argomenti divisivi, poiché semmai esistono delle divisioni che argomentano la loro stessa sussistenza e visione dell’uomo.

 

In questo scenario per il primo modello la famiglia, per esempio, è una istituzione naturale immodificabile come unione monogamica tra uomo e donna;

per il secondo modello, invece, essa è un mero prodotto storico e sociale e ci saranno tanti tipi di famiglie quante esigenze di utilità soggettiva sarà necessario raggiungere e soddisfare.

 

Per il primo modello, la vita dell’essere umano non può che procedere inevitabilmente dal suo concepimento fino alla sua fine naturale, mentre per il secondo modello l’uomo proprio attraverso la tecnologia può decidere ogni aspetto della vita:

 se e quando farla nascere, come farla venire alla luce, e, ovviamente, se e quando porvi termine, il tutto secondo l’assoluto arbitrio individuale.

 

Anche in riferimento ai rapporti tra Stato e cittadino si ripercuotono le differenze dei due modelli considerati.

Nella prospettiva del primo modello lo Stato deve essere preordinato al perseguimento del bene comune e le leggi, i decreti, le sentenze che nel suo ordinamento vengono emesse ed approvate non possono opporsi alla normatività dell’essere e della natura umana senza rischiare di trovarsi in contraddizione con la propria stessa ragion d’essere; nella prospettiva del secondo modello, invece, lo Stato è soltanto lo strumento ulteriore e superiore del potere individuale, nella misura in cui lo Stato deve essere posto al servizio del soddisfacimento dei desideri e delle volontà individuali, anche di quelle che eventualmente dovessero venire a trovarsi in frontale contrasto con le determinazioni della natura.

 

Con sufficiente certezza, dunque, seppur alla fine di questa sintetica ricognizione, appare chiaro come la cultura occidentale sia oramai irrimediabilmente biforcata secondo i due predetti modelli antropologici che risultano tra loro totalmente e irrimediabilmente incompatibili.

In tale frangente ogni tentativo di volerne ricercare la compatibilità o i punti d’unione non è soltanto irreale, ma anche vano e contrario alla logica che presiede, pur ciascuno nella sua particolarità, i due predetti modelli.

 

Sebbene, tuttavia, il secondo modello appaia essere più forte, in quanto decisamente più diffuso e maggiormente condiviso da parti sempre più consistenti della popolazione e della classe intellettuale, mentre il primo modello sembra rannicchiarsi silenzioso in piccole sacche culturali indipendenti, estranee e contrapposte al pensiero dominante, il secondo è proprio il modello che avrà vita più breve e almeno per tre motivazioni principali.

In primo luogo: senza l’ancoraggio dell’essere, o perfino contro l’essere, l’agire umano si ribalta presto o tardi in un agire contro l’umano, come la storia ha ampiamente dimostrato nel corso del XX secolo, rivelando il principio universale per cui l’umanità, per rimanere sé stessa, deve pensarsi inscritta all’interno dei limiti che la natura le ha posto.

 

In secondo luogo: dal punto di vista sociale e politico il secondo modello, sebbene più seducente, anche perché spesso sostenuto da affascinanti argomentazioni relative alla promessa di una maggiore  prosperità – non soltanto materiale – individuale e collettiva, non potrà mantenere le proprie promesse senza contraddirsi, senza svelare, cioè, il suo lato oscuro, ovvero il suo essere vocato a diventare qualcosa di profondamente e radicalmente anti-umano, minando proprio quella stabilità e quel benessere che aveva assicurato di poter garantire come avviene, ed è avvenuto, in ogni contesto in cui l’umanità dell’uomo è stata messa in discussione o direttamente lesa.

 

In terzo luogo: a differenza del primo modello che si pone come descrittivo, il secondo modello s’impone come imperativo e prescrittivo volendo in ogni modo assicurare all’umanità che soltanto tramite le sue proposte è possibile raggiungere un futuro migliore. Il secondo modello si propone, insomma, come una vera e propria forma di tecno-escatologia che intende convertire l’umanità al divenire illimitato e alla salvezza tramite il costante progresso tecnico.

 

Questo è il punto di maggior fragilità del secondo modello: tutte le escatologie secolari che nella storia hanno recitato – seppur per lunghi periodi – la propria parte, sono finite schiacciate sotto il peso della propria stessa inconsistenza ideologica.

 

Prima che ciò accada, tuttavia, dovranno trascorrere sicuramente molti decenni a venire, ed è per questo che l’Occidente farebbe bene a chiedersi cosa fare, non adesso dinnanzi alla lacerazione a cui è sottoposto dal conflitto stridente e insanabile che oggi si registra tra i due modelli antropologici qui sommariamente descritti, ma nel tempo futuro, sempre ammesso che vi sia ancora un margine per rimediare ai danni occorsi nel frattempo, quando tutte le tecno-certezze si saranno sgretolate sotto la pressione della realtà e di quella natura che hanno così ostinatamente negato.

(Aldo Rocco Vitale).

 

 

 

 

Globalizzazione: grande abbaglio

del passato, sarà anche una condanna

per il futuro dell’Occidente?

Resistenzaquotidiana.it – Carlo Desio – (17 giugno 2025) – ci dice:

 

Le catene del valore si sono accorciate, i governi tornano a parlare di autonomia strategica e si riaffaccia l’idea di “interesse nazionale” anche in economia.

Ma cosa dobbiamo aspettarci?

Chi negli anni ’90 lavorava nel marketing industriale, ricorda bene l’attesa entusiasta per l’apertura dei mercati.

La globalizzazione ci fu presentata come l’alchimia perfetta: nuovi mercati, delocalizzazione produttiva, crescita internazionale e pacificazione totale tra i blocchi politici…

A metà degli anni ‘90 tutta la classe dirigente italiana – centro, sinistra e destra- abbracciò l’ideologia globalista.

C’era l’urgenza di entrare nell’Euro e modernizzare il Paese, l’Italietta della Lira era sull’orlo del baratro:

alle banche si pagavano interessi al 27%, fuori dal serpentone monetario in una notte il Marco passò da 740 lire a 960 lire e Amato fece la manovra da 90.000 mld di lire:

eravamo in un vero Terzo Mondo finanziario… e ancora oggi c’è chi vagheggia quei bei tempi di debiti à gogo.

 

In Italia ricordo una sola voce dubbia sulla totale bontà della globalizzazione, quella di Giulio Tremonti

Era fautore di una globalizzazione programmata, a Roma assistetti a una sua relazione e qualche dubbio mi assalì.

La sintesi del suo pensiero fu più o meno:

“…in Occidente la globalizzazione senza regole provocherà una profonda deindustrializzazione… con l’aggravante che esporteremo altrove nostro know show secolare… le aziende licenzieranno operai specializzati che non saranno reimpiegati… molte aziende costituiranno fondi finanziari per collocare il surplus capitalizzato e nascosto dove converrà di più…”

 

Dalla stampa fu trattato da Cassandra inascoltata, e tra gli industriali – proprio l’emblema mondiale del made in Italy – i nostri stilisti di punta immediatamente andarono a produrre altrove per poi rivendere in Europa allo stesso caro prezzo di prima…

Tremonti aveva intuito le conseguenze future e oggi, a deindustrializzazione avvenuta, molti economisti ammettono che la globalizzazione sfrenata, non governata da una politica economica, sia stato un enorme abbaglio.

Oggi sacramentare contro la Globalizzazione è diventato il vessillo della Destra internazionale (ma nessuno si oppose in quegli anni, anzi!), e i dati parlano chiaro: essa ha contribuito in venti anni a creare 600 mln di posti di lavoro in Asia e l’Occidente ha subito un forte declino del manifatturiero.

Tra il 1990 e il 2010 sia negli USA che in UE, la quota del manufacturing nel PIL è scesa notevolmente, dovuta alla delocalizzazione verso paesi con basso costo del lavoro (in particolare la Cina) e all’automazione spinta.

In pratica, molti Paesi occidentali si sono trovati senza produttività, senza lavoro industriale retribuito e gli effetti sociali si sono riflessi in povertà, riduzione della mobilità e soprattutto scontento politico.

 

Un esempio emblematico è quello dell’industria automobilistica, simbolo dell’economia produttiva occidentale.

 Negli ultimi anni, sia in Europa che negli Stati Uniti, i colossi dell’auto – soprattutto Volkswagen pioniera della globalizzazione, ma anche Stellantis, Ford e GM – si sono trovati a rallentare o addirittura fermare la produzione per la mancanza di componentistica minore, come semiconduttori, batterie, cavi, cablatori, materiali troppo banali da fare in occidente… ma prodotti quasi del tutto in Cina o in Paesi sotto il suo controllo commerciale:

 l’Occidente ha perso – chiosando Lollobrigida- la Sovranità industriale delle sue filiere.

 

Non si può avere un’economia senza controllo sulla produzione industriale.

In Europa, il fenomeno è stato più contenuto, ma comunque significativo:

anche Paesi come l’Italia e la Francia hanno visto un calo del peso del manifatturiero nel PIL, con intere filiere trasferite in Asia e un indebolimento della competenza industriale di medio livello.

 

La Cina, nel frattempo, ha costruito il proprio miracolo:

non solo ha assorbito una parte enorme della produzione globale, ma l’ha fatto strategicamente.

Ha concentrato ricerca, sviluppo e produzione su componenti essenziali: pannelli solari, chip, terre rare, batterie, cavi, software specifici.

Nel 2024, il 29% della manifattura globale è cinese.

 Il programma “Made in China 2025” ha come obiettivo esplicito la leadership globale in settori chiave.

Il caso dell’auto è emblematico:

 in pochi anni, Pechino è passata da subfornitore a esportatore netto di veicoli elettrici e oggi sfida apertamente le industrie europee e americane sul prezzo, sull’efficienza e sulla scala.

 

La Cina ha progettato in trent’anni potere industriale e finanziario, e oggi ci rendiamo conto che le auto elettriche che ci propongono anche di rinomati marchi occidentali -la sovrastimata Tesla Model 3 su tutte – sono fatte a immagine e somiglianza della Cina…

 In Occidente, per mantenere standard di vita accettabili in un contesto di ridotta competitività industriale, si è fatto ricorso al debito.

 Stati Uniti ed Europa hanno spinto su stimoli monetari e fiscali, ma senza risolvere il nodo della dipendenza produttiva.

 

In Italia, il “PNRR” ha provato a invertire la rotta, ma con strumenti ancora troppo fragili.

 In Francia, la protesta sociale ha segnalato i limiti del modello sociale post-globalizzazione: molte promesse, pochi mezzi.

Negli USA, il dualismo tra le coste digitali e l’interno post-industriale è diventato una faglia politica… e qualcuno si aspetta un terremoto, prima o poi.

Sul piano politico la comunicazione occidentale è stata debole.

Si parla di difesa, transizione, sicurezza tecnologica, ma due dati su tutti restano evidenti:

 Se i posti di lavoro industriali sono spariti, i nuovi posti nel digitale non sono sufficienti per colmare il gap.

Senza produzioni proprie, la democrazia occidentale resta subalterna agli input esteri.

 

Ed eccoci alla politica ed ai mali di pancia dell’Europa:

Questa è la motivazione per spiegare il ritorno di una Destra internazionale che predica sovranismo, controllo e ritorno alla produzione nazionale.

Da Trump a Meloni, da Le Pen a Orban, il messaggio è:

Riprendiamoci il controllo!

Ma di cosa? Mancano gli strumenti per raggiungere l’obiettivo e forse mancano addirittura gli imprenditori diventati oggi buona parte finanzieri.

 

Cosa ci aspetta nell’immediato futuro?

Le catene del valore si sono accorciate, i governi tornano a parlare di autonomia strategica e si riaffaccia l’idea di “interesse nazionale” anche in economia.

Ma questo interesse non si risolve con titoli di ministeri come sovranità alimentare, merito, natalità, made in Italy, o mettendo asini fedeli a capo di ministeri e aziende controllate.

Trump fa scuola anche in questo ma vediamo giorno per giorno cosa accade con i suoi asini:

 il suo capo della Sicurezza Nazionale non sapeva cosa fosse l’habeas corpus, il commissario per la sicurezza sociale non sapeva che tra i suoi c’era un commissario per la previdenza sociale, il capo del Dipartimento della Difesa -ubriaco- gli manda piani fantasiosi di guerra per invadere Groenlandia e Canada… e il tizio scelto per guidare una squadra di prevenzione del terrorismo è un ex commesso di alimentari con zero esperienza governativa…

 

Questa Destra deve convincersi che un asino fedele non vale un manager istruito; non ci si può chiudere al mondo del “Sapere come si fa”, si tratta di capire piuttosto quali pezzi del sistema devono tornare sotto controllo democratico, a partire dalla capacità industriale manifatturiera che i fatti di questo quarto di millennio hanno dimostrato essere più strategica dell’industria delle armi.

Senza questo ritorno alla realtà, l’abbaglio della globalizzazione non sarà solo un errore del passato, ma una condanna per il futuro.

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