Sud globale si confronta con Trump.

 

Sud globale si confronta con Trump.

 

 

 

Maledetto Sud Globale che

Non Vuole Più Obbedire…

Conoscenzealconfine.it – (4 Settembre 2025) - Augusto Grandi – ci dice:

 

Imbarazzanti le reazioni dell’Occidente di fronte alle immagini del vertice SCO in Cina.

Imbarazzanti più ancora che imbarazzate.

Perché è difficile sembrare più idioti e arroganti di così.

Hanno cominciato gli statunitensi, scioccati perché Modi, il leader indiano, si è mostrato felice e sorridente mentre incontrava i feroci dittatori Xi Jinping e Putin.

 Ma come, Modi che guida la più grande democrazia del mondo, si accorda con l’asse del male?

 

Ovviamente i buoni yankee ritengono che l’India dovesse accettare senza fiatare i dazi al 50% imposti dagli Usa.

Perché erano dazi educativi, non punitivi.

 

E gli altri analisti e commentatori atlantisti, in Italia e in Europa, sulle medesime posizioni.

Se il Sud globale non accetta le imposizioni occidentali, che sono poi quelle di Washington e Tel Aviv, allora vuol dire che complotta contro l’Occidente.

 

Contro un’Europa buona e giusta che vara il 150° pacchetto di sanzioni contro la Russia e neppure uno contro Israele.

Che esclude gli atleti russi dalle competizioni internazionali ma non quelli israeliani.

Che vieta a Teheran di avere le atomiche ma Tel Aviv può.

 

E Trump che minaccia di invadere il Venezuela, di mandare le truppe in Messico, di occupare la Groenlandia, ma si indigna all’idea di un’invasione cinese a Taiwan.

 

Mentre l’Europa frigna perché russi e cinesi intervengono in Africa al posto dei francesi.

Quei francesi che, insieme agli inglesi, hanno rovesciato Gheddafi creando il caos. Quell’Europa che, insieme agli Usa, organizza colpi di stato dall’Ucraina alla Georgia, dalla Romania alla Moldova, ma poi protesta contro inesistenti finanziamenti russi a chi contesta gli euro-ebetini di Bruxelles.

Davvero è tanto strano che il resto del mondo non ne possa più di tutto questo?

Di sanzioni e minacce, di soprusi e aggressioni?

Di dazi e sfruttamento?

 

Il problema, per l’Europa, è che il Sud globale si confronta con Trump.

Nessuno perde tempo con Ursula, con Kallas, con Macron.

E se deve trattare con Black Rock lo fa direttamente, senza passare dal funzionario mandato a fare il Cancelliere a Berlino.

(Augusto Grandi).

(electomagazine.it/maledetto-sud-globale-che-non-vuole-piu-obbedire/).

 

 

 

 

A che punto è la sinistra americana?

I retroscena dello scontro tra quattro

città progressiste e Trump.

Msn.com – Corriere della sera – Mondo - Storia di Federico Rampini  - (6-9-2025) – ci dice:

 

 

A che punto è la sinistra americana? I retroscena dello scontro tra quattro città progressiste e Trump.

C’è una sinistra che scende a compromessi con Donald Trump, qualche esponente addirittura cerca accordi con lui per eliminare concorrenti di partito, e c’è chi invece abbraccia la Resistenza con programmi di riforme molto radicali:

 le ultime novità dentro l’opposizione democratica Usa meritano un approfondimento.

 

Anche perché si avvicinano dei test elettorali importanti a cominciare dalla città di New York.

La Grande Mela fa parte di un «quadrilatero progressista» – con Los Angeles, Chicago e Washington – dove in questi giorni lo scontro è ai massimi tra il federalismo delle città di sinistra e le tendenze accentratrici dell’esecutivo: con al centro la questione della sicurezza.

The “Washington Post”, il giornale della capitale federale risolutamente schierato con l’opposizione anti-trumpiana, ha dato l’annuncio con una “Breaking News”: «La sindaca Bowser considera benvenute le forze dell’ordine federali, a tempo indefinito».

Si capisce l’enfasi del quotidiano, la svolta è clamorosa.

 

La sindaca di Washington, l’afroamericana “Muriel Bowser”, era diventata una delle figure di punta della sinistra democratica.

Quando Donald Trump decise l’invio di truppe della Guardia nazionale e reparti federali per contrastare la criminalità nella capitale, la sua reazione iniziale era stata durissima.

Si era opposta alla «militarizzazione», denunciandola come inutile, o strumentale, o peggio: come un segnale di stampo autoritario.

La battaglia della sindaca “Bowser” contro la Casa Bianca aveva avuto l’appoggio nazionale del suo partito, e di molti media.

 

Adesso cos’è successo di nuovo?

Il primo provvedimento di Trump che metteva le forze di polizia locali sotto la guida dell’esecutivo, e le affiancava con reparti federali e della Guardia nazionale, scade entro pochi giorni.

In vista di questa scadenza, la sindaca” Bowser “ora annuncia che è d’accordo per estendere queste misure «a tempo indeterminato».

 

Come si spiega un cambiamento così repentino?

Una chiave si trova in alcune inchieste pubblicate nei giorni scorsi dall’altro quotidiano progressista, il “New York Times”, sugli effetti del dispiegamento di corpi federali a Washington.

Verdetto: un calo della criminalità in effetti c’è, anche se i reportage in questione hanno sollevato alcuni dubbi e riserve:

sul fatto se sia durevole, se riguardi soltanto certe tipologie di reati, o se il miglioramento sia concentrato in alcuni quartieri della capitale.

Ma la sindaca, che gestisce il consenso dei suoi elettori, evidentemente ritiene che la riduzione dei reati è popolare e si è allineata con i desideri della sua constituency.

 Al tempo stesso l’”Attorney General del District of Columbia”, una sorta di avvocatura del municipio, ha fatto ricorso contro Trump, chiedendo una ingiunzione dei tribunali che blocchi la federalizzazione dell’ordine pubblico: una divaricazione in seno alla stessa amministrazione democratica.

 

Qualcosa di non molto diverso è accaduto in California, il primo Stato governato dai democratici dove Trump inviò la Guardia nazionale all’inizio dell’estate, in un periodo di scontri violenti a Los Angeles sull’immigrazione.

Il governatore della California,” Gavin Newsom”, aveva denunciato quella decisione ed era diventato anche lui un’icona nazionale della resistenza anti-trumpiana.

Da allora Newsom, che è un possibile candidato per la Casa Bianca nel 2028, non ha smesso di criticare Trump; però ha annunciato che l’ordine pubblico sarà una delle sue priorità locali.

Anche la magistratura locale e progressista che ha condannato l’invio della Guardia nazionale manda messaggi contrastanti:

il giudice” Charles Breyer” ha diffidato Trump dall’usarla in compiti di ordine pubblico però ha giudicato positivo il dispiegamento di 300 militari federali in difesa di edifici pubblici presi di mira dalle violenze.

 

Un altro segnale interessante dalla sinistra più radicale lo ha dato “Bernie Sanders”, leader storico dell’ala «socialista» e già più volte candidato alla nomination democratica.

 L’anziano senatore del Vermont ha approvato la decisione di Trump di acquisire una quota del 10% nel capitale di Intel, azienda americana di microchip.

 

Ancora sul “New York Times”, in un podcast l’analista economico del quotidiano “Andrew Ross Sorkin” sottolinea la convergenza fra la politica industriale di Trump e le tesi della sinistra.

Le misure recenti che hanno fatto parlare di un «capitalismo di Stato», o di una «imitazione del modello cinese», sono le seguenti:

 il governo federale ha preso una “Golden Share” con diritto di veto nel capitale del “gruppo siderurgico US Steel” in occasione dell’ingresso nel capitale dei giapponesi di Nippon Steel;

 il Pentagono ha acquisito una partecipazione azionaria in una delle poche aziende americane che estraggono e lavorano terre rare;

Trump ha autorizzato vendite limitate di microchip alla Cina da parte di Nvidia e Amd ma a condizione che versino una tassa del 15% al Tesoro;

 infine l’ingresso nell’azionariato di Intel col 10%.

Dire che si tratti di una novità assoluta è sbagliato.

 

L’America ebbe esperimenti di capitalismo di Stato nell’Ottocento e sotto il New Deal di Franklin Roosevelt negli anni Trenta del secolo scorso;

poi ci furono i salvataggi pubblici di banche e aziende automobilistiche sotto vari presidenti da Reagan a Obama.

 In generale c’è sempre stata una corrente di pensiero americano che guardava con ammirazione ai dirigismi altrui, in Europa e in Asia.

Ma era soprattutto collocata a sinistra.

 

“Sanders” in questo è coerente:

 lui fa parte di quell’ala socialista che criticò aspramente Obama per aver salvato le banche nel 2008 senza ottenere in cambio un potere di controllo.

 Oggi Sanders approva l’ingresso del Tesoro nel capitale di “Intel “con la stessa logica:

l’”azienda di microchip” stava ricevendo decine di miliardi di aiuti pubblici sotto l’Amministrazione Biden ma non doveva sottoporsi ad alcuna influenza statale.

 È uno di quei casi in cui Trump spiazza l’avversario, perché la sua politica economica è quella di una destra sociale, populista, non di rado convergente con la sinistra più estrema.

 

Un altro colpo di scena a sinistra riguarda l’elezione del sindaco di New York, che si tiene fra soli due mesi.

 Il favorito è “Zohran Madani”, esponente della sinistra radicale che ha vinto le primarie democratiche.

Il trentenne “Madani”, figlio di indiani musulmani, nato in un ambiente intellettuale ed elitario (la madre è una celebre regista cinematografica, il padre è professore universitario) non ha esperienze amministrative ma il suo messaggio socialista e pro-Pal gli è valso alti consensi fra gli studenti e i ceti medioalti di Manhattan.

 

Contro di lui tenta una disperata rimonta “Andrew Cuomo”, notabile del partito democratico, rampollo di una dinastia politica italo-americana, con una zavorra di scandali nel suo passato.

Cuomo, ex governatore dello Stato di New York, fa parte di quel centro moderato del partito che vede come una catastrofe l’elezione di un sindaco di estrema sinistra.

 È convinto che la vittoria di “Madani” accentuerebbe i problemi attuali di New York:

 dalla criminalità alla fuga di abitanti e imprese verso Stati Usa con meno tasse e meno burocrazia pubblica.

Sconfessato dalla base militante alle primarie, “Cuomo” si presenta a novembre come indipendente.

Rischia di perdere ancora una volta, se i voti moderati si dividono tra più candidati: al momento sulle schede elettorali dovrebbero figurare anche un repubblicano, e il sindaco uscente” Eric Adams,” ex-democratico pure lui in corsa come indipendente. Allora ecco che Cuomo fa l’impensabile: cerca aiuto da Trump.

Da settimane l’italo-americano ha lanciato una sua offensiva della seduzione verso il presidente, cercandone l’appoggio.

Trump potrebbe aiutarlo, secondo le ultime voci, offrendo un incarico di governo a “Eric Adams,” che così si ritirerebbe dalla corsa a vantaggio di Cuomo.

 

Il voto di New York sarà il test più importante dell’autunno, per tante ragioni:

 è la più grossa metropoli del paese, la sede del potere finanziario, una roccaforte della sinistra, ed è anche la città di origine di Trump.

 Anche a New York l’ordine pubblico spacca la sinistra:

 Madani si schierò con la campagna per tagliare fondi alla polizia, cosa che Cuomo ricorda a tutti come una prova che è inadatto a governare.

 

“Chicago” è l’altra grande città governata dalla sinistra, dove la sicurezza è il terreno di scontro più visibile fra democratici e repubblicani.

Quasi come fosse tornata ai tempi di “Al Capone”, Chicago fa notizia per la violenza.

Solo nell’ultimo ponte festivo del” Labor Day” ci sono state 58 sparatorie con 67 feriti e 13 morti in città.

 

Nel 2024 con 573 omicidi Chicago si è confermata per il 13esimo anno consecutivo la città più violenta d’America.

Trump vuole mandare anche lì dei rinforzi federali.

Il sindaco “Brandon Johnson” e il governatore dell’Illinois “JB Pritzker” (quest’ultimo un miliardario molto simile a Trump, rampollo di una famiglia arricchitasi con la catena di alberghi Hyatt) accusano la Casa Bianca di voler «militarizzare» la loro città.

In punta di diritto possono vincere anche loro, come la “California”:

a differenza di Washington il cui statuto speciale dà poteri al presidente anche sull’ordine pubblico, in altri Stati Usa l’invio della Guardia nazionale è possibile ma va concordato con le autorità locali.

 

La questione è capire se questo sia il terreno di scontro vincente per i democratici. L’opinionista afroamericano “Jason Riley” è convinto che «l’ordine pubblico è un tema vincente per Trump», in modo particolare fra le minoranze etniche.

 Riley lo spiega così:

 «La maggiore presenza della polizia non viene percepita in modo uguale tra i diversi gruppi razziali ed etnici, e città come Chicago traggono particolare beneficio da un numero più alto di agenti, dato che le vittime di omicidio sono per stragrande maggioranza nere.

Secondo un’analisi del 2020 sugli effetti razziali specifici di forze di polizia più numerose, aumentare la presenza e la visibilità degli agenti riduce la criminalità.

 Il calo degli omicidi è doppio per le vittime nere in termini pro capite. C’è una visione largamente diffusa a sinistra, secondo cui la criminalità può essere imputata soprattutto alla povertà.

Sono proprio queste opinioni del sindaco a essere fuori dalla realtà.

Vi sono più prove che è la criminalità ad alimentare la povertà, piuttosto che il contrario.

I commercianti hanno maggiori probabilità di abbandonare i quartieri senza legge, portando via opportunità di lavoro e attività economica.

 Quando le imprese se ne vanno, la base imponibile si restringe, i valori immobiliari calano e i servizi pubblici peggiorano.

 Negli anni ’40 e ’50, il tasso di omicidi tra i maschi neri diminuì a doppia cifra e i redditi dei neri crebbero più rapidamente di quelli dei bianchi.

Quartieri più sicuri favoriscono la mobilità sociale, e la polizia contribuisce a mantenerli tali».

 

 

 

 

In Cina i leader del Sud Globale,

“Xi” ruba la scena a Trump.

Radiostudio90italia.it – Antonio Moscatello – aska news – (1°settembre 2025) – ci dice:

 

Roma, 1 set. (askanews) –

Dopo molti mesi di protagonismo trumpiano, la Cina si riprende nella prima metà di questa settimana il palcoscenico della diplomazia globale.

 Xi Jinping ospita una trentina di capi di Stato e di governo – tra i quali il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro indiano Narendra Modi, il leader nordcoreano Kim Jong Un – per un doppio appuntamento, il summit annuale dell’”Organizzazione per la cooperazione di Shanghai” (Sco) e le commemorazioni della Vittoria 80 anni fa nella seconda guerra mondiale sul Giappone, che punta ad accreditare Pechino come il campione del cosiddetto Sud globale e come potenza benigna orientata alla protezione della pace e della stabilità.

 

Quella del presidente cinese è una carta già giocata nel primo mandato di Donald Trump alla Casa bianca:

mentre il leader americano sferzava allora e sferza ora il mondo a colpi di dazi e protezionismo come leva per allineare all’egemonia americana partner e avversari recalcitranti, Pechino si pone come roccaforte della stabilità globale, del multilateralismo e, paradossalmente per un paese che si professa comunista, della libertà del mercato.

 

IL “SUMMIT SCO”.

 

Il vertice della Sco, che si è concluso oggi a Tianjin, ha posto in effetti proprio le basi di un’agenda alternativa a quella imposta all’Occidente da Trump.

 L’organizzazione – nata nel 2001 per volontà di Mosca, ma oggi di fatto divenuta uno strumento della politica estera cinese – ha un “Dna euroasiatico” molto pronunciato e, su questo, “Xi” punta per alleggerire la pressione Usa che verte sul Pacifico.

 

“Xi” nel suo intervento è stato chiaro.

 ‘La vasta terra dell’Asia e dell’Europa, culla delle antiche civiltà e luogo dei primi scambi tra Oriente e Occidente, è stata una forza trainante del progresso umano.

Sin dall’antichità, i popoli di diversi Paesi hanno praticato il baratto e il commercio per reciproco vantaggio, imparando gli uni dagli altri.

Gli Stati membri della SCO devono rafforzare la comprensione reciproca e l’amicizia attraverso gli scambi tra i popoli, sostenersi con fermezza nella cooperazione economica e coltivare insieme un giardino di civiltà in cui tutte le culture possano prosperare e convivere in armonia attraverso l’arricchimento reciproco, ha detto nel suo intervento il leader cinese.

Dietro le formule auliche, un segnale preciso:

la Cina chiede di non aderire alla pressione protezionistica americana, facendo affidamento sulle vaste aree di crescita economico, commerciale e culturale euroasiatica.

È di fatto l’idea della “Nuova Via della Seta” rivisitata.

 

Stesso approccio per quanto riguarda la “diplomazia”:

‘Dobbiamo promuovere una corretta visione storica della Seconda guerra mondiale e opporci alla mentalità da Guerra fredda, al confronto tra blocchi e agli atti di prepotenza.

 Dobbiamo salvaguardare il sistema internazionale con al centro le Nazioni unite e sostenere il sistema commerciale multilaterale con al centro l’Omc.

 Dobbiamo sostenere un mondo multipolare equo e ordinato, una globalizzazione economica universale, inclusiva e vantaggiosa per tutti, e rendere il sistema di governance globale più giusto ed equo.

Questo in un momento in cui il sistema Onu è sotto attacco degli Usa e di un alleato come Israele, impegnato nella guerra a Gaza.

Non a caso, alla vigilia dell’apertura del summit, ieri,” Xi” ha incontrato il segretario generale dell’Onu “Antonio Guterres”, al quale ha detto che la Cina è una “fonte di stabilità e certezza” in mezzo ai cambiamenti globali e che “la storia insegna che il multilateralismo, la solidarietà e la cooperazione sono la via giusta per affrontare le sfide globali”.

“Xi” ha inoltre invocato sforzi congiunti per “rivitalizzare l’autorità e la vitalità” delle Nazioni Unite affinché diventino la piattaforma centrale per affrontare gli affari globali.

 Infine, a margine del vertice, ha proposto la costituzione di un’”iniziativa Sco” per la” governance mondiale della Sco”.

 

LA VISITA ‘SENZA PRECEDENTI’ DI VLADIMIR PUTIN.

 

Uno dei punti forti di questa offensiva diplomatica è la visita – definita dal Cremlino ‘senza precedenti’ – di Putin per ben quattro giorni:

dal summit Sco alla parata militare di mercoledì a Pechino.

È un fatto importante, non solo perché Russia e Cina hanno coltivato un rapporto speciale in termini politici ed economici soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma anche perché andando in Cina il leader russo mostra di essere integrato in un sistema di relazioni globali che interessano grandi potenze, tra le più popolose al mondo.

 

‘La Sco dà un sostegno tangibile al rafforzamento dell’atmosfera di cooperazione e fiducia reciproca in tutto il continente eurasiatico, contribuendo così a creare i presupposti politici, sociali ed economici per la formazione di un nuovo sistema di stabilità, sicurezza e sviluppo pacifico in Eurasia, un sistema che andrà a sostituire i modelli eurocentrici ed euro-atlantici ormai superati’, ha affermato Putin, durante la riunione del Consiglio dei Capi di Stato della SCO.

 La visione da Mosca della Sco, insomma, appare essere quella di un raggruppamento alternativo a quello incentrato dagli Usa con la Nato.

 

Ma, al di là della cornice internazionale, probabilmente il nocciolo più importante della lunga visita di Putin va ricercato nei colloqui bilaterali.

 Un primo assaggio si è avuto già ieri, quando il leader russo ha avuto un abboccamento con “Xi”, per informarlo dei dettagli del summit di Ferragosto avuto in Alaska con Trump.

 Il rapporto di simpatia tra Putin e il presidente americano, in effetti, è noto e fonte di qualche preoccupazione a Pechino.

Oggi, nel suo discorso, Putin ha circoscritto il senso del vertice in Alaska alla soluzione del conflitto ucraino.

‘Apprezziamo profondamente gli sforzi e le proposte di Cina, India e degli altri nostri partner strategici, volti a facilitare la risoluzione della crisi ucraina’, ha affermato.

‘Vorrei sottolineare – ha aggiunto – che le intese raggiunte al recente vertice russo-americano in Alaska, spero, si stiano muovendo anche in questa direzione (cioè verso la risoluzione della crisi ucraina, ndr.), aprendo la strada alla pace in Ucraina’.

 Il grosso dei colloqui Putin-Xi, comunque deve ancora arrivare.

 

KIM JONG UN IN TRENO VERSO PECHINO.

 

Un altro grande protagonista di questi giorni è il leader nordcoreano Kim Jong Un, il quale dovrebbe essere partito oggi alla volta di Pechino sul suo treno verde blindato.

 Dovrebbe arrivare nella capitale cinese dopo 20-24 ore di viaggio.

 

È la seconda volta che un capo nordcoreano presenzia a una parata a piazza Tiananmen.

L’ultima volta era accaduto nel 1959, ai tempi di Mao Zedong in Cina:

il nonno dell’attuale leader e fondatore della Repubblica democratica popolare di Corea, “Kim Il Sung” andò in Cina per rendere onore al fratello maggiore cinese.

E, tuttavia, allo stesso tempo, il primo della dinastia al potere a Pyongyang continuava a giocare su due tavoli con l’Unione sovietica in una partita che puntava a ottenere da un paese ‘fratello’ quello che l’altro non dava.

 

La situazione, volendo, non è troppo cambiata.

 Kim il giovane – grandissimo ammiratore del nonno, che usa spesso come modello anche fisicamente – ha un rapporto piuttosto ambivalente con “Xi”, che come è noto, non lo ama particolarmente.

Per di più, Kim ha dato vita recentemente a uno spericolato avvicinamento a Putin, con la firma di un accordo di partenariato strategico globale, in base al quale ha inviato persino truppe nordcoreane in Russia per combattere contro le forze ucraine.

Ciò non è stato gradito a Pechino e le relazioni già labili con il paese, da cui peraltro la Nord corea dipende ampiamente da un punto di vista economico, sono diventate vieppiù fredde.

 

La visita in Cina, considerata anche la nota ritrosia del dittatore nordcoreano a lasciare il paese, punta a rinverdire le relazioni con la Cina.

Secondo fonti del Cremlino, citate dalle agenzie russe, Kim siederà durante la parata a sinistra di “Xi”, mentre Putin sarà alla destra del presidente cinese.

È possibile anche che si tenga un vertice a tre tra Xi, Putin e Kim.

 

La decisione del leader nordcoreano di presenziare alla parata militare in Cina è stata annunciata pochi giorni dopo che sia il presidente sudcoreano “Lee Jae-myung” sia il presidente statunitense Donald Trump hanno espresso la loro disponibilità a riprendere la diplomazia con la Corea del Nord nel corso del loro vertice a Washington.

 La presenza di “Kim” alla parata militare di questa settimana a Pechino, al fianco di Putin e “Xi”, potrebbe rappresentare un segnale che il leader nordcoreano non ha alcun interesse a impegnarsi in colloqui diplomatici con la Corea del Sud o con gli Stati Uniti.

Nello stesso tempo, in una riconfigurazione degli equilibri globali, indicare per la Corea del Nord una via d’uscita dal semi-isolamento che ha caratterizzato la sua storia in decenni, con un allineamento a un fronte alternativo all’occidente, oggi in sofferenza anche per l’assertività americana.

 In un discorso del 2023, Kim fece riferimento a una ‘nuova Guerra fredda’ in ascesa e sottolineò l’intento del Paese di promuovere una ‘solidarietà anti-statunitense’, lasciando intendere sforzi diplomatici per bilanciare contro gli Stati uniti e i loro alleati.

Tuttavia, ci sono anche analisti i quali sostengono che questo sfoggio di allineamento con Pechino e Mosca abbia anche lo scopo di consolidare la posizione nordcoreana in vista di future trattative con gli Stati uniti.

 

“MODI”, QUANDO IL NEMICO DEL TUO NEMICO È UN PO’ NEMICO UN PO’ AMICO.

 

Diverso il senso della presenza in Cina del primo ministro indiano “Narendra Modi”, che ha preso parte al summit Sco, di cui l’India è membro a pieno titolo.

 A differenza della gran parte degli altri leader volati in Cina, il leader indiano non parteciperà invece alla parata di mercoledì.

 Questo in virtù delle relazioni ambivalenti tra Nuova Delhi e Pechino, ma anche della relazione positiva tra India e Giappone, paese quest’ultimo che in occasione delle celebrazioni dell’80mo viene ricordato come invasore.

 Non a caso, Modi prima di volare a Tianjin è andato a Tokyo dove ha visto il primo ministro “Shigeru Ishiba”.

 

‘Siamo i due Paesi più popolosi del mondo e parte del Sud Globale.

 È fondamentale essere amici, buoni vicini, e che il ‘drago’ e l” elefante si uniscano’, ha detto Xi ieri incontrando Modi.

‘Siamo impegnati a portare avanti le nostre relazioni sulla base della fiducia reciproca, del rispetto e della sensibilità’, gli ha risposto Modi.

‘Dopo il disimpegno al confine, si è creato un clima di pace e stabilità’, ha aggiunto il capo del governo di Nuova Delhi.

 

In effetti, le relazioni sono ambivalenti.

 I due giganti dell’Asia sono in conflitto per quanto riguarda l’indefinito confine himalayano e Nuova Delhi non ha apprezzato le forniture di armi da parte di Pechino al Pakistan in occasione della recente, breve guerra.

Nello stesso tempo, le relazioni commerciali sono importanti e a portarle vicino è oggi soprattutto la politica di Trump.

L’India, infatti, è stata fatta oggetto di pesanti dazi al 50% da parte degli Usa a causa degli acquisti di petrolio dalla Russia a prezzo ribassato.

Ciò spinge Nuova Delhi – che da sempre ha una politica estera neutrale – ad avere un rapporto più stretto con la Cina e soprattutto con la Russia.

Nel suo incontro di oggi con Putin, Modi ha ribadito che ‘India e Russia hanno sempre camminato fianco a fianco.

 (Antonio Moscatello).

 

 

 

 

IL SUCCESSO DIPLOMATICO DEL BULLO TRUMP:

HA RIUNITO IL “SUD GLOBALE”.  

Dagospia.com – (2 settembre 2025) – Stefano Stefanini - La Stampa – ci dice:

 

AL VERTICE “SCO” DI TIANJIN SI CONSOLIDA IL FRONTE ANTI-OCCIDENTALE E ANTI-AMERICANO.

E IL RUOLO DELL’INDIA PUÒ CAMBIRE GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI – L’AMBASCIATORE STEFANINI:

“DA TEMPO I BRICS CERCANO DI ESSERE IL CONTRALTARE AL G7 DELL'OCCIDENTE. OPERAZIONE FINORA VELLEITARIA:

NON BASTA LA SOMMA DEI PIL.

ADESSO LA SFIDA VA PRESA SUL SERIO PER TRE CONVERGENTI FATTORI: L'INDIA SI AVVICINA ALLA CINA;

LA RUSSIA NON SI STACCA DALLA CINA;

 AMERICA E EUROPA SI ALLONTANANO”. 

“IL RIAVVICINAMENTO TRA INDIA E CINA È STATO FAVORITO DAI DAZI AMERICANI DEL 50% SU NUOVA DELHI E DALLA VANITÀ DEL PRESIDENTE AMERICANO…”

 

 (Stefano Stefanini per “la Stampa:”)

Henry (Kissinger) e Zbig (Brzezinski) si rivoltano nella tomba.

A “Tianjin”, sotto le bandiere della “Shangai Cooperation Organisation” (Sco) si consolida un fronte anti-occidentale e anti-americano;

 mentre l'Occidente si divide e gli Stati Uniti si isolano in una fortezza protezionistica.

Sul palcoscenico euroasiatico dell'Sco si affacciano infatti i Brics.

A Tianjin c'è lo zoccolo duro dei Brics storici, Russia, Cina e India, più tre di recente adesione, Iran, Egitto e Indonesia.

 Da tempo i Brics cercano di essere il contraltare del "Sud globale" al G7 dell'Occidente.

Operazione finora velleitaria: non basta la somma dei Pil e serve coesione.

Ma i tempi cambiano e adesso la sfida va presa sul serio.

 Per tre convergenti fattori: l'India si avvicina alla Cina; la Russia non si stacca dalla Cina; America e Europa si allontanano.

Di tutti e tre Xi Jinping e Vladimir Putin ringraziano Donald Trump.

 Il vertice Sco, pur non tradendo le radici euro-asiatiche dell'organizzazione, è una prova generale di coesione e di confronto con l'Occidente e, soprattutto, con l'America di Donald Trump, il quale ha sempre guardato al Sud globale con sufficienza.

Ora Xi Jinping, affiancato da Vladimir Putin, Narendra Modi e vari altri, lo ricambia con un «possiamo fare a meno dell'America».

A Tianjin, tra membri (dieci) e osservatori dell'Sco sono presenti una ventina di Paesi asiatici o euro-asiatici, eterogenei in interessi e politiche estere.

In un arco che va dal Belarus alle Maldive c'è poco in comune.

 

  Il collante è però duplice:

in negativo, il contrapporsi alle regole e all'ordine dell'Occidente;

in positivo, il tentativo di stringere le fila superando almeno alcune delle faglie che attraversano il blocco asiatico, come evidenzia il riavvicinamento fra India e Cina.

(STEFANO STEFANINI).

 

Su entrambi i versanti, l'accresciuta coesione nell'ambito dell'Sco trova un forse involontario, ma potente, alleato in Donald Trump.

Alleati, innanzitutto, nell'attacco al vecchio ordine mondiale, emerso nel dopoguerra, rafforzato dopo la fine della guerra fredda, di ispirazione americana, l'ordine di Bretton Woods, dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), della Nato, del G7 e dell'Ue.

Xi Jinping si pone alla testa di un Sud globale (più Russia con metodi più approssimativi) che lo vuole riscrivere;

Trump non solo non lo difende ma lo piccona – da Washington si leva un coro inneggiante al nuovo ordine fondato sui dazi.

Secondo, sta spaccando l'Occidente, scavando un fossato atlantico con l'Europa, in rottura con i due grandi vicini, Canada e Messico, aprendo controversie con Corea del Sud e Giappone.

 

 Il G7 è di fatto paralizzato – chi l'ha più sentito dopo il mezzo vertice di Kananaskis?

 Ancora un anno fa erano i Brics ad essere divisi.

 Lo sono ancora ma ora l'Occidente gli fa compagnia.

E, sempre grazie a Trump, lo sono meno.

Il caso più vistoso è evidentemente il riavvicinamento tra India e Cina, favorito dai dazi americani del 50% su Nuova Delhi e dalla vanità del Presidente americano che non si è sentito riconoscere da Narendra Modi il merito di aver posto fine alla guerra tra India e Pakistan.

Niente Nobel per la pace? Ma non è l'unico.

Trump ha aperto un contenzioso con gli altri due grandi Brics non euro-asiatici, assenti a Tianjin:

col Brasile per solidarietà con l'anima gemella “Jair Bolzonaro”, sotto processo – una lezione di democrazia del Brasile agli Stati Uniti, secondo l'Economist;

col Sudafrica, attaccando Cyril Ramaphosa su inesistenti epurazioni degli agricoltori bianchi in Sudafrica.

Col risultato di gettare i Brics, e il Sud globale, nelle accoglienti braccia di Xi.

E di Putin.

 Il presidente russo è stato il terzo grande protagonista – senza far torto ad altri leader comprimari importanti, per atto di presenza e per le tessiture bilaterali, come l'iraniano Masoud Pezeshkian, il pakistano Shehbaz Sharif, il kazako Kassym-Jomart Tokayev, il turco Recep Tayyip Erdogan, onnipresente.

In un paio di settimane è passato dal tappeto rosso di Anchorage a quello di Tianjin, accolto con uguale effusione da Donald e da Xi.

Dopo aver incassato la riabilitazione americana in Alaska, cementa il rapporto con la Cina che gli è indispensabile per continuare la guerra in Ucraina.

(DONALD TRUMP ALLA CASA BIANCA MOSTRA LA SUA FOTO CON VLADIMIR PUTIN - FOTO LAPRESSE).

 

Il ritrovato dialogo con Washington non sembra aver minimamente scalfito «l'amicizia senza limiti» tra Vladimir Putin e Xi Jinping.

Mentre l'Sco è un'organizzazione regionale vagamente di sicurezza che non va oltre un po' di contro-terrorismo, la dimensione militare delle relazioni russo-cinesi è in bell'evidenza oggi alla parata militare di Pechino.

Il riequilibrio internazionale fra Occidente atlantico e potenze emergenti nell'Indo-Pacifico, e altrove, era un processo inevitabile, e reso necessario da demografia, economia e sfide globali, come i cambiamenti climatici.

 Errori americani (leggi Iraq) ed europei (leggi Brexit e gli eccessi regolamentari di Bruxelles), hanno indebolito l'Occidente democratico a favore delle autocrazie euro-asiatiche.

Ma la tenuta, anche valoriale, dell'Occidente poteva, e può, essere assicurata con una strategia di alleanze, partnership ed equilibrio di potenze.

Nei confronti della Russia si chiama Nato; della Cina la rete cooperativa tessuta pazientemente da Washington faceva perno sull'India.

Kissinger e Brzezinski, maestri nel pilotare la politica estera americana, attraverso alleanze con gli amici e deterrenza degli avversari, non crederebbero ai loro occhi vedendo un'America che divide i primi, alienandoli, coalizza i secondi e corteggia gli autocrati.

Per un piatto di lenticchie in dazi?

 

 

 

La prova di forza del Sud Globale

Mette Trump all’angolo e apre

contraddizioni in Europa.

Ottolinatv.it -lMarru – (04/09/2025) – ci dice:

 

Assalto russo: Putin minaccia i nostri aerei.

Ormai usare plateali fake news per aprire un giornale è la prassi, tanto l’autorevolezza dei media è talmente azzerata che nessuno gliene chiede nemmeno di conto;

se poi la fake news riguarda uno Stato canaglia, non ci si pone proprio il problema: vale tutto.

 Il Giornale ovviamente parla del “velivolo su cui viaggiava Von Der Leyen, costretto ad atterrare con mappe cartacee”;

“Ci sarebbe la mano russa dietro l’interferenza “gps” che ha colpito domenica scorsa l’aereo con a bordo la presidente della Commissione europea” scrive “Francesco De Palo” nell’articolo a pag. 2,

 “Anche se Mosca si è affrettata a negare ogni responsabilità” specifica.

 “Il jet noleggiato dalla Commissione europea non ha potuto usare il “gps” per la navigazione a causa di un’interferenza durante la fase di atterraggio all’aeroporto di Plovdiv.

Per questa ragione i piloti hanno dovuto ricorrere a sistemi di navigazione a terra (Instrument Landing System), su consiglio dei servizi del traffico aereo bulgaro”. Secondo un esperto interpellato dal Giornale, “jamming” e “spoofing” verrebbero “usati da Mosca per disturbare i “gps” degli aerei in Europa dal 2014”;

“Un’ondata di guerra elettronica”, rilancia “Fausto Biloslavo” a pag. 5, “che acceca i Gps e interferisce con i voli civili”.

E la propaganda neocon apre le danze all’unisono:

Ursula, aereo in tilt: pista russa (Corriere).

Putin-Europa, il fronte dei cieli (La Stampa).

Nel mirino dei russi il jet di Von Der Leyen (Repubblica).

Peccato, appunto, si tratti di una bufala:

come ricorda la nostra “Clara Statelo” sul suo canale Telegram “Il principale sito di tracciamento aereo “Flightradar” ha pubblicato il tracciato del volo, mostrando che non solo il segnale” gps” non è mai stato perso, ma non c’è stata alcuna interferenza”.

D’altronde, vanno capiti: quello che è andato in scena a Tianjin durante il vertice SCO li ha letteralmente gettati nel panico.

 E quello che si sta preparando a Pechino, ancora di più:

i Paesi che hanno vinto la seconda guerra mondiale e hanno salvato il pianeta dalla barbarie nazifascista si preparano a festeggiare in grande stile, in quello che, secondo “Giulia Pompili” “la propaganda della Repubblica Popolare definisce l’80esimo anniversario della vittoria nella guerra contro l’aggressione giapponese e nella guerra mondiale antifascista”.

 Il fondamento della Costituzione italiana, su “Il Foglio” diventa propaganda cinese:

 direi che, al confronto, sparare qualche minchiata su fantomatiche interferenze elettroniche russe è il meno.

 Soprattutto per la proposta che “Giulia” la guerrafondaia mette sul tavolo:

 d’ora in avanti la NATO dovrebbe rispondere a questi episodi invocando

 l’articolo 5.

 Insomma: le false flag di una volta non bastano più; c’è bisogno di avere la libertà di dichiarare guerra semplicemente sulla base di fake news demenziali come questa.

D’altronde, non c’è più da scherzare. La propaganda guerrafondaia ormai ha deciso di provare il tutto per tutto:

Xi e Putin all’attacco dell’occidente, titola il Corriere.

“Qualcosa Donald Trump deve avere sbagliato” scrive “Danilo Taino”:

“Vuole limitare l’influenza della Cina nel mondo, vuole separare Mosca e Pechino, vuole che l’India non compri più petrolio russo a prezzi scontati.

Dal summit che si è svolto domenica e lunedì a Tianjin gli è stato spedito un messaggio: nessuno dei suoi desideri si sta realizzando.

Non solo: gli è stato anche mostrato che il Paese da vent’anni baluardo delle strategie americane per contenere l’espandersi dell’egemonia cinese in Asia, cioè l’India, piuttosto di inchinarsi agli ordini di Washington si accomoda, tra sorrisi e strette di mano, nello show organizzato da Xi Jinping”.

 

Modi entra nell’asse anti-Occidentale, rilancia su “La Stampa” il sempre pessimo Stefano Stefanini:

L’Ovest vacilla.

Anche il buon Sambuca Molinari è in pieno spolvero: L’offensiva dell’Eurasia.

Alleanza anti-atlantica che sarà potenza militare.

“Il presidente Xi sfrutta il summit della SCO per tessere la tela di una rivoluzione geopolitica che punta a spostare il cuore del potere del globo dall’Atlantico all’Eurasia”;

“La strategia di Xi riflette l’identità di una nazione che si sente imperiale: non c’è fretta perché il tempo è dalla parte di Pechino”.

Sul “Corriere” Taino, però, cerca di rassicurare i suoi lettori:

“L’incontro di Tianjin non è stato l’apertura di un percorso che potrebbe sfociare in un’alleanza”, scrive.

Ha ragione, ma si dimentica un particolare:

gli USA, per perpetrare il dominio imperiale che continua a permettere la loro rapina globale, hanno bisogno di alleati fedeli/sudditi.

La Cina, che cresce grazie al duro lavoro e alle relazioni commerciali, no:

 ha solo bisogno di non avere nemici giurati così forti da riuscire a piegarla ricorrendo alle minacce e alla forza bruta.

Come riporta “Lamperti” su” La Stampa”, la Cina, semplicemente, “spinge per una governance globale contro il bullismo degli USA”:

 non si tratta di andare d’amore e d’accordo e di condividere chissà cosa;

 si tratta solo di creare le condizioni per riuscire a difendere gli interessi di ciascuno di fronte all’arroganza dell’Egemone.

 Un concetto semplice, ma che tanto i propagandisti del dominio occidentale, quanto le anime belle degli opposti imperialismi non sono in grado di cogliere e che determinerà la sconfitta dell’impero.

 

Incredibilmente, l’unico che riesce, in qualche modo, a cogliere questo concetto è proprio “Sambuca Molinari” che, per farlo, cita il sinologo dell’”Università di Miami” “June Teulfel Dreyer”:

 la Cina non ha bisogno di convincere le altre grandi potenze emergenti a costruire una sorte di anti-Nato (come invece Molinari, maestro delle contraddizioni e del pensiero confuso, suggerisce nel titolo), ma “gli è sufficiente porre le basi di un meccanismo di cooperazione capace di garantire risultati tangibili, dal commercio alla lotta alla criminalità organizzata, fino alla sicurezza informatica”.

 

E, a proposito di risultati tangibili, ieri è arrivata una vera e propria bomba:

come riporta “Bloomberg”, “Gazprom”

“ha dichiarato di aver firmato un accordo giuridicamente vincolante per costruire il tanto atteso gasdotto Power of Siberia 2 verso la Cina attraverso la Mongolia e di voler espandere le consegne attraverso altre rotte, in quella che sarà considerata dal Cremlino una grande vittoria politica”; “In dichiarazioni rilasciate ai dispacci russi da Pechino, l’amministratore delegato Alexey Miller ha affermato che il produttore di gas potrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi all’anno” e che “il prezzo del carburante sarà inferiore a quello attualmente applicato da Gazprom ai clienti in Europa”.

 

Nel frattempo, continuano le cattive notizie sul fronte della de-dollarizzazione:                   il Financial Times ha intervistato i dirigenti di Partners Group, “uno dei maggiori investitori privati europei”;

 dichiarano che “Diversi importanti investitori asiatici e mediorientali, tra cui fondi sovrani, stanno chiedendo di stare alla larga dagli asset statunitensi, spaventati dagli shock politici di Donald Trump”.

(ft.com/content/cdc46563-d04d-45e2-bfab-e0a85287456b con PAYWALL).

 

Ma non solo:

sempre secondo il Financial Times, infatti, “I Paesi in via di sviluppo abbandonano il debito in dollari per ridurre i costi di indebitamento”;

Kenya e Sri Lanka, tra gli altri, “stanno cercando di convertire i prestiti in dollari in altre valute”.

“Ad agosto, il Tesoro del Kenya ha dichiarato di essere in trattative con la “China ExIm Bank,” il maggiore creditore del Paese, per passare al rimborso in renminbi dei prestiti in dollari per un progetto ferroviario da 5 miliardi di dollari che grava sul suo bilancio”, e “il mese scorso, il presidente dello Sri Lanka ha anche dichiarato al parlamento che il suo governo stava cercando prestiti in renminbi per completare un importante progetto autostradale, bloccato a causa del default del Paese nel 2022”.

 E non è solo questione di renminbi:

 “La Colombia sembra orientarsi verso prestiti in franchi svizzeri per rifinanziare le obbligazioni in dollari”.

 

Il fondatore di “Breakingviews” “Hugo Dixon”, oggi autorevole editorialista di “Reuters”, non ha dubbi:

“Donald Trump è più debole di quanto sembri”.

 “È facile cadere nella trappola di pensare che Donald Trump sia onnipotente. Il presidente degli Stati Uniti ha intrapreso così tante battaglie, e ne ha vinte parecchie, che potrebbe sembrare inutile opporsi.

Ad esempio, Trump ha ottenuto ampiamente ciò che voleva con enti come l’Unione europea e Intel”;

“Ma questa è solo una parte della storia.

Mentre Trump ha fatto progressi contro le entità deboli da quando ha assunto l’incarico per un secondo mandato a gennaio, non ha ottenuto altrettanto successo contro gli avversari più forti:

dalla Russia alla Cina, passando per l’India”.

E “Il suo indice di gradimento è in continuo calo da quando è entrato alla Casa Bianca e ora si attesta al 40%”.

 

“Hussein Kalout” dell’Università di Harvard, su “Foreign Affairs” rincara la dose e tra le sconfitte di Trump aggiunge anche il cortile di casa, dove “La politica statunitense sta facendo il gioco della Cina”:

 “Al centro dell’attuale ricalibrazione della politica estera brasiliana c’è la convinzione che l’ordine post-seconda guerra mondiale, guidato dagli Stati Uniti, sia in declino.

Brasilia vede sempre più l’ascesa di un mondo multipolare – guidato da diverse grandi potenze e dalla crescente assertività del Sud del mondo – come un imperativo e un’opportunità.

All’interno di questo paradigma, il Brasile aspira a contribuire a orientare la traiettoria della governance e dello sviluppo globali”.

 

Una lunga serie di sconfitte che potrebbero riaprire anche qualche ferita all’interno dell’anello debole europeo.

Come riporta “Politico”, infatti, “I socialisti europei si mobilitano contro l’accordo commerciale di Trump”:

“Il prossimo ostacolo all’accordo commerciale tra l’Unione europea e gli Stati Uniti” si legge nell’articolo “non verrà dallo Studio Ovale, bensì dal secondo partito più grande del Parlamento europeo”.

“I socialisti europei si sono espressi contro l’accordo raggiunto a luglio dalla presidente della Commissione “Ursula von der Leyen” con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Questo renderà arduo il suo compito di costruire la maggioranza necessaria per attuare la tregua tariffaria e un suo eventuale fallimento potrebbe far ricadere le relazioni commerciali transatlantiche nel caos”.

 

 A onore del vero, comunque, gli USA sembrano avere ancora qualche cartuccia da sparare:

l’anno scorso avevamo seguito a più riprese la bomba a orologeria rappresentata dalla bolla dell’immobiliare commerciale USA che, dopo anni di speculazione, sembrava non riuscire a riprendersi dalla mazzata del Covid e stava mettendo a repentaglio la tenuta dei conti di un pezzo consistente di finanza.

Ma forse, suggerisce l’Economist, “L’America sta uscendo dalla crisi degli uffici”: “Per la maggior parte delle persone, la pandemia di Covid-19 è finita anni fa.

 Ma non per gli investitori immobiliari commerciali e i loro finanziatori.

 Il lavoro da casa ha innescato una crisi degli uffici che è durata molto più a lungo dell’obbligo di mascherina e dei lockdown.

A partire dal 2022, i forti aumenti dei tassi di interesse hanno danneggiato ulteriormente il settore, rendendo i mutui ipotecari molto più costosi da rinnovare.

 Le banche che lo hanno finanziato, soprattutto quelle più piccole, sono state brutalmente schiacciate dal deterioramento della qualità del credito”;

“Ma dopo cinque anni di turbolenze, gli investitori immobiliari commerciali potrebbero aver finalmente toccato il fondo.

Sembra che si stia verificando una fragile e lenta ripresa”.

 

 

 

Lo schiaffo di Tianjin a Trump.

 Modi, Xi e Putin mandano un messaggio

 al presidente Usa: “Il Sud globale non si piega.”

Quotedbusinnes.com - Francesco Paolini – (2 Settembre, 2025) – ci dice:

(Mondo Global News).

 

A “Tianjin” abbracci e sorrisi tra India, Cina e Russia. Il premier indiano respinge i diktat di Washington, mentre Xi lancia l’idea di un nuovo ordine mondiale.

Modi, Xi e Putin mandano un messaggio al presidente Usa.

Il vertice della “Shanghai Cooperation Organization” (Sco) in Cina si è trasformato in un palcoscenico politico.

 Narendra Modi, Xi Jinping e Vladimir Putin hanno sfilato insieme tra strette di mano e sorrisi, mentre Donald Trump assisteva da lontano.

Un’immagine potente: i leader del cosiddetto Sud globale uniti per sfidare la supremazia americana.

India e il difficile equilibrio.

 

Modi non metteva piede in Cina da sette anni.

La sua presenza a Tianjin è stata letta come una risposta ai dazi del 50% imposti da Washington e alle pressioni per interrompere l’acquisto di petrolio russo.

 Per il premier indiano cedere agli Stati Uniti avrebbe significato un suicidio politico:

meglio quindi mostrarsi al fianco di Xi e Putin, senza però rinunciare all’autonomia strategica di Delhi.

 

Xi Jinping rilancia un «nuovo ordine globale».

Nel suo intervento, Xi ha denunciato la «mentalità da Guerra Fredda» e proposto una “governance globale” alternativa alla Pax Americana.

 Il summit si è chiuso con una dichiarazione che condanna gli attacchi Usa e Israele in Medio Oriente e invoca il diritto di ogni popolo a scegliere liberamente il proprio sviluppo.

 

Putin accusa l’Occidente.

Il leader del Cremlino ha ribadito che la guerra in Ucraina «non nasce da Mosca, ma dal golpe di Kiev sostenuto dall’Occidente».

Al fianco di Modi, ha parlato di una «relazione speciale e privilegiata» con l’India, pur dovendo incassare le caute parole del premier indiano sulla necessità di una pace «al più presto».

Una sfida multipolare.

Dietro sorrisi e passerelle resta la sostanza:

India e Cina competono per la leadership del Sud globale, ma sanno che oggi conviene mostrarsi unite contro gli Stati Uniti.

 Per Trump, che sperava di isolare Pechino e frenare Mosca, Tianjin è stato un messaggio chiaro:

 il mondo si sta muovendo verso un equilibrio multipolare.

 

 

 

 

Cina, Stati Uniti ed Europa nella nuova

 era della guerra commerciale globale.

Cesi-italia.org – (09.12.2024) - Marco Di Liddo, Tiziano Marino, Alexandru Fordea e Davide Maiello – ci dicono:

 

L’era della “grande pace americana”, iniziata nel 1991 con lo scioglimento dell’Unione Sovietica e caratterizzata dalla fiducia, al limite dell’anelito fideistico, che il liberismo economico e la globalizzazione avrebbero posto fine ai conflitti ed aperto ad una stagione eterna di benessere e pace, sembra essere ormai giunta alla fine.

 Le crisi economiche degli Anni 2000, la pandemia di covid-19 e l’esplosione dell’emergenza climatica hanno accelerato un processo di progressiva crescita di conflittualità internazionale che, tuttavia, aveva già mostrato i suoi primi, preoccupanti, segnali, alla metà del primo decennio del nuovo millennio.

Oggi, quella sensazione di fiducia nel futuro e di certezza incrollabile nella forza del progresso economico e della centralità globale del cosiddetto “Occidente” appare sgretolata e prossima all’estinzione, pronta ad essere sostituita da una cinica e realistica consapevolezza dell’approssimarsi di una nuova stagione politica internazionale, caratterizzata dall’super-competizione e dall’escalation nel confronto tra Paesi e sistemi di alleanze fluide avversari.

 La guerra russo-ucraina, la guerra tra Israele e l’Asse della Resistenza (o del Male a seconda dei punti di vista) composto da Iran, Hezbollah, Hamas e gli Houthi ed infine il sempre più serrato e duro confronto tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti sono soltanto le manifestazioni più evidenti dei movimenti tellurici che attraversano il sistema internazionale.

 L’ascesa dei BRICS e la sempre maggiore diffusione di un pensiero strategico post-occidentalista (il cosiddetto “Sud Globale”) nei Paesi in via di sviluppo raccontano le vibrazioni di una parte emergente del mondo che domanda a gran voce il cambiamento della governance globale, degli equilibri e dei rapporti di forza in nome dell’evoluzione dello scenario economico, politico, sociale e demografico.

 

La contrapposizione tra Nord e Sud del Mondo si muove e caratterizza attraverso evidenti linee di demarcazione:

da una parte, il ricco e vecchio blocco euro-atlantico, detentore della superiorità tecnologica, patria della democrazia liberale e cardine del sistema politico internazionale, dall’altra un insieme di attori eterogenei, dalla Cina alla Russia, dall’India alle Monarchie del Golfo, dai Paesi africani a quelli asiatici, uniti da un variegato insieme di interessi e fluide alleanze, detentori delle materie prime, in forte espansione produttiva, reddituale e demografica, portatori di valori e di sistemi politici alternativi (e spesso autoritari).

Quasi tutti accomunati da un passato coloniale o di sudditanza strategica verso l’Occidente ed ora desiderosi della rivincita.

 

Quindi, se il potere economico e politico occidentale appare in crisi e in declino e la globalizzazione è un sistema dove il blocco euro-atlantico non può più esprimere la sua superiorità, ecco che da Washington alle Cancellerie europee si leva un grido a “restringere” il mondo, ad accorciare le filiere produttive e ad evitare il rischio di de-industrializzazione (e quindi la perdita di competitività e ricchezza).

La risposta ad un contesto globale aleatorio e conflittuale è innanzitutto la riscoperta del primato della sicurezza sull’economia o, per essere più precisi, la forte contaminazione della logica del profitto da parte della logica della difesa.

 In secondo luogo, l’abbandono della globalizzazione tout court in favore di nuove forme di integrazione regionale rafforzata (in Europa vertenti sulla spinta all’allargamento UE e sul nuovo dialogo con l’Africa).

In sintesi, l’imperativo è tornare a mobilitare le risorse domestiche, valorizzare i mercati e le filiere di prossimità, ridurre la dipendenza energetica e mineraria da Paesi potenzialmente più ostili che in passato e tornare a valorizzare la protezione dell’economia nazionale.

 

Appare fin troppo evidente come la conflittualità politica internazionale sia, innanzitutto, conflittualità economica e che, dunque, il commercio globale sia l’arena dove la competizione si manifesta, nell’immediato, in maniera più diretta e virulenta.

Nell’epoca della “guerra ibrida” o, per dirla con la tassonomia cinese, della “Guerra senza limiti”, si assiste alla militarizzazione degli strumenti economici e commerciali.

La guerra, dunque, prima di essere militare, è commerciale.

La fase che abbiamo già iniziato a vivere con la prima presidenza di Donald Trump è caratterizzata, innanzitutto, dal desiderio statunitense di evitare il rischio di de-industrializzazione e mantenere la primazia nei settori fondamentali per la crescita economica e l’egemonia tecnologica, dalle rinnovabili all’high-tech (microchip, semiconduttori e intelligenza artificiale) fino all’approvvigionamento di materie prime critiche.

Tutto questo nel tentativo di mettere in sicurezza la propria economia e rallentare, almeno, la crescita di quella cinese (al netto delle sue problematiche interne). Ovviamente, Pechino non vuole restare a guardare né arretrare di un passo, forte della posizione dominante in numerosi settori (batterie, estrazione e raffinazione delle materie prime critiche e delle terre rare, manifattura ad alta tecnologia) e della necessità di ridurre il divario tecnologico con Washington e con alcuni Paesi europei.

 

La rivalità sino-americana è sfociata in un processo di competizione economica multilivello, in cui le tariffe doganali, le sanzioni economiche, gli accordi commerciali preferenziali e le politiche di investimento diretto all’estero sono diventati strumenti fondamentali per la promozione degli interessi nazionali in un’ottica di limitazione alla libera iniziativa aziendale.

 In sintesi, si potrebbe essere entrati in una fase in cui gli interessi securitari prevalgono su quelli puramente mirati al profitto.

In questo quadro, sono soprattutto tre gli strumenti e i processi adottati dai diversi Paesi per gestire la competizione:

 l’introduzione di un nuovo sistema tariffario per le merci importate, la limitazione dell’export di determinati beni e l’implementazione di normative dirette a stimolare gli investimenti interni delle aziende reputate strategiche.

 

L’applicazione delle strategie di de risking e di de coupling dell’economia euro-atlantica da quella cinese richiederà molto tempo e probabili momenti di crisi e di assestamento, nella consapevolezza delle incognite che accompagnano la ricerca di nuovi fornitori di materie prime e beni di consumo a basso costo e gli impatti su mercati e consumatori.

Ad oggi, gli Stati Uniti pensano di poter trovare tutto quello che cercano in casa:

il “Chips Act” e l’ “Inflation Reduction Act” dell’amministrazione Biden hanno lo scopo di rilanciare il comparto tecnologico e industriale domestico nonché attrarre imprese straniere (soprattutto europee) grazie al canto delle sirene fatto di sussidi e investimenti.

Da parte sua, la Cina ha le risorse naturali e la potenza manifatturiera, ma per espandersi ha bisogno di un clima commerciale internazionale permissivo ed aperto e altri mercati oltre al proprio, nonché dell’accesso ai design industriali e al capitale ingegneristico dell’industria dei semiconduttori (Taiwan, per questo, non è solo un problema di status politico o di sicurezza navale).

 In questa lotta tra titani, l’Europa rischia di rimanere schiacciata o di subire passivamente le scelte dell’alleato statunitense che, però, ha chiaramente lasciato intendere che “America First” non è soltanto lo slogan elettorale di Donald Trump ma un disegno strategico di lungo periodo.

In sintesi, i partner tradizionali sono importanti per Washington ma non fondamentali e nella nuova era dell’iper-conflittualità globale si ragionerà sempre più individualmente e sempre meno in un’ottica cooperativa e di alleanza.

 Alle classi dirigenti europee, dunque, spetta l’arduo compito di cercare nuove strategie che, all’interno della guerra commerciale globale, proteggano e tutelino l’interesse del continente e il benessere della propria popolazione.

 La difesa di un gigantesco patrimonio industriale, ingegneristico, di capitale umano e sociale è un imperativo irrinunciabile, pena la condanna alla progressiva irrilevanza internazionale, all’impoverimento della popolazione europea e all’atrofizzazione della sua economia.

 

 

 

 

Trump e l’ipocrisia globale.

 Spondasud.it – (9 Luglio 2025) - Federica Cannas – ci dice:

 

Dopo aver lasciato intendere la possibilità di nuove sanzioni contro Mosca, Donald Trump ha annunciato l’invio di ulteriori forniture di armi all’Ucraina, rafforzando il sostegno militare a Kiev in un momento in cui il conflitto si aggrava giorno dopo giorno.

Il presidente degli Stati Uniti ha liquidato con disprezzo le parole di Vladimir Putin, definendole “un sacco di stronzate”.

Lo ha detto in un contesto pubblico, ufficiale, da capo di Stato.

Una frase volgare, sbruffona, e soprattutto vuota.

Ma il problema è che questo tipo di linguaggio rappresenta in pieno la miseria politica e diplomatica del nostro tempo.

Trump si muove tra provocazione, ignoranza e arroganza come se fossero strumenti di governo.

Non offre visione, non costruisce soluzioni, non prova nemmeno ad articolare un pensiero coerente.

Semplifica, ridicolizza, insulta.

E lo fa da una posizione tutt’altro che neutra.

È il presidente della maggiore potenza militare del pianeta.

E ogni sua parola pesa, ogni sua uscita ha un impatto, ogni sua deriva ci riguarda tutte e tutti.

 

Putin, piaccia o no, ha esposto la sua posizione in modo articolato.

Si può dissentire.

Nel caso, però, sarebbe corretto farlo sempre, con ogni leader e su ogni scenario, non solo quando conviene o quando lo impone la narrazione dominante.

Non si può liquidare tutto con una battuta da social.

Trump non cerca il confronto, ma solo l’effetto.

Perché in questo mondo capovolto, si colpisce con foga chi sfida l’ordine occidentale, mentre si tace o si copre un genocidio come quello condotto da Netanyahu contro i palestinesi.

Perché è l’espressione brutale e ormai normalizzata di un mondo politico che ha smesso di cercare soluzioni e si limita a occupare la scena, ad alzare i toni, a esibire forza come se fosse leadership.

D’altra parte, come potrebbe davvero cercare soluzioni il presidente di un Paese che ha esportato guerre in ogni angolo del mondo e in ogni epoca storica, trasformando il conflitto in strumento ordinario di politica estera?

Come potrebbe parlare di pace chi ha armato ogni guerra utile ai propri interessi, chi ha sostenuto colpi di Stato, destabilizzato intere regioni, trascurato ogni principio di legalità internazionale?

Come potrebbe farlo chi sostiene l’occupazione israeliana con cieca complicità, chi non ha mai condannato apertamente i massacri di Gaza, chi considera la vita dei civili selettivamente degna di pianto?

 

Invece di riflettere, Trump risponde con slogan, minacce, oscenità linguistiche.

E il fatto ancor più grave è che nessuno, nei media mainstream, nelle istituzioni europee, nelle Nazioni Unite, si scandalizza davvero.

Come se fosse normale.

Come se fosse accettabile che un presidente parli come un adolescente isterico, ignorando che la parola pubblica, in tempi di guerra, può uccidere quanto una bomba.

 

Questa non è solo inadeguatezza personale. È il fallimento collettivo di un’intera civiltà politica.

Un sistema che finge di difendere la democrazia, ma ne accetta ogni caricatura purché stia dalla parte “giusta”.

Un sistema che impone al mondo una visione manichea, dove il bene coincide sempre con l’Occidente e il male con chiunque osi metterlo in discussione.

È un mondo al contrario.

Un mondo in cui un genocida può sbeffeggiare l’opinione pubblica globale e promuovere il suo amico Trump come Nobel per la pace, senza che nessuno si indigni.

Un mondo che pretende di esportare diritti, ma li nega sistematicamente ai popoli che non si allineano.

Un mondo in cui l’ipocrisia è diventata tanto radicata da non essere più percepita.

 

Fino a quando potrà reggere questa costruzione così falsa e violenta?

Fino a quando si potrà continuare a tollerare un ordine internazionale basato su due pesi e due misure, su interessi mascherati da valori, su potenze che giudicano tutto tranne se stesse?

Con Trump è tornata l’idea che si possa governare il mondo come si gestisce un reality show.

Ma questa volta, non c’è più nulla di grottesco o ironico.

C’è solo da avere paura.

Perché la tragedia non è lontana. È già in corso.

 

 

 

 

QUELLA TESTA DI DAZIO DI

TRUMP HA UNITO IL SUD GLOBALE. 

M.dagospia.com – (7 luglio 2025) – Redazione - Emiliano Guanella per La Stampa – ci dice:

 

LA CINA FA SAPERE CHE I BRICS NON PUNTANO “AD ALCUN TIPO DI CONFRONTO” CON GLI USA, DOPO CHE IL “COATTO DELLA CASA BIANCA” HA MINACCIATO DAZI AGGIUNTIVI DEL 10% DESTINATI AI PAESI "ALLINEATI" AL GRUPPO DELLE ECONOMIE EMERGENTI –

 PUTIN, IN COLLEGAMENTO AL VERTICE DI RIO DE JANEIRO, LANCIA LA SFIDA COMMERCIALE A “THE DONALD”:

“IL MODELLO DI GLOBALIZZAZIONE LIBERALE STA DIVENTANDO OBSOLETO.

 IL CENTRO DELLE ATTIVITÀ COMMERCIALI SI STA SPOSTANDO VERSO I MERCATI EMERGENTI...”

 

PUTIN AI BRICS, LA GLOBALIZZAZIONE È OBSOLETA IL FUTURO È NOSTRO.

 

Vertice dei brics a Rio De Janeiro.

 

(ANSA) - RIO DE JANEIRO, 06 LUG –

 Nel suo intervento, il presidente russo Vladimir Putin, collegato in videoconferenza al vertice del Brics, ha dichiarato che l'era della globalizzazione liberale è obsoleta e che il futuro appartiene ai mercati emergenti in rapida crescita, che dovrebbero aumentare l'uso delle loro valute nazionali per il commercio. Lo riporta la” Folha di SP”.

"Tutto indica che il modello di globalizzazione liberale sta diventando obsoleto.

 Il centro delle attività commerciali si sta spostando verso i mercati emergenti", ha affermato Putin, invitando i partner del Brics a intensificare la cooperazione in settori come le risorse naturali, la logistica, il commercio e la finanza.

Putin ha anche toccato il tema dell'uso delle valute locali nel commercio internazionale, che a suo avviso ha importanti potenzialità.

CINA, BRICS NON VOGLIONO CONFRONTO DOPO LE MINACCE DI TRUMP.

 

xi jinping e vladimir putin - parata militare a mosca per il giorno della vittoria.

 

(ANSA) - PECHINO, 07 LUG. 

Pechino assicura che i Brics non puntano "ad alcun tipo di confronto" dopo che il presidente Usa Donald Trump ha minacciato dazi aggiuntivi del 10% destinati ai Paesi "allineati" al gruppo delle economie emergenti di cui fanno parte tra gli altri Cina, India, Brasile e Russia.

È quanto ha detto la portavoce del ministero degli Esteri “Mao Ning”, secondo cui la Cina, "per quanto riguarda l'imposizione di tariffe, ha ripetutamente affermato la sua posizione secondo cui le guerre commerciali e tariffarie non hanno vincitori e il protezionismo non offre alcuna via d'uscita" alla soluzione dei problemi.

 

 Lula – vertice dei brics a Rio De Janeiro.

Trump ha confermato sul suo social Truth che oggi alle 12 ora americana (le 18 in Italia) avrebbe iniziato a inviare le prime lettere, con una prima tranche di 15 massima, su dazi e accordi commerciali, in vista della scadenza per l'entrata in vigore delle imposte sospese.

 

 E in un post, sempre su Truth, il tycoon ha anche minacciato altri dazi del 10% sui Paesi che si "allineano" con i Paesi emergenti dei Brics, accusati di "antiamericanismo" dopo le dure critiche sulle tariffe espresse nel vertice annuale dei leader tenuto nel fine settimana a Rio de Janeiro.

Xi jinping, Vladimir Putin, Robert Fico alla parata del 9 maggio a Mosca.

 

Pechino ha difeso il gruppo, rimodellato negli anni come un contrappeso guidato dalla Cina alla potenza degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale, definendolo come "un'importante piattaforma per la cooperazione tra mercati emergenti e Paesi in via di sviluppo".

Il suo scopo è "promuovere l'apertura, l'inclusività e la cooperazione su basi reciprocamente vantaggiose - ha osservato sul punto Mao, parlando nel briefing quotidiano -.

Non si impegna in un confronto o scontro frontale e non prende di mira alcun Paese".

 

 LULA AI BRICS, DIFENDIAMOCI INSIEME DAL PROTEZIONISMO.

 

Lula – vertice dei Brics a Rio de Janeiro.

 

(ANSA) - La sinergia tra i Paesi in via di sviluppo "ci ha permesso di affrontare insieme gli effetti della crisi finanziaria del 2008 e del Covid-19.

Di fronte alla recrudescenza del protezionismo, spetta ai Paesi emergenti difendere il regime commerciale multilaterale e riformare l'architettura finanziaria internazionale.

 Il Brics continua ad essere il garante di un futuro promettente".

 Lo ha dichiarato il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, in un evento a margine del vertice del Brics che si apre stamani a Rio de Janeiro.

I BRICS RILANCIANO SUL COMMERCIO ":

AL VIA IL FRONTE ANTI-PROTEZIONISMO."

(Emiliano Guanella per “la Stampa.”)

 

Un vertice del Sud Globale su cui pesano le grandi assenze e che è condizionato dalle politiche fortemente protezionistiche di Donald Trump.

A Rio de Janeiro i Paesi dei Brics, blocco inizialmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e che oggi conta una ventina di nazioni tra membri pieni e associati, hanno criticato la stretta sui dazi di Washington riaffermando la necessità di trovare meccanismi di multilateralismo negli scambi commerciali globali.

 

 DONALD TRUMP MOSTRA LA TABELLA CON I NUOVI DAZI.

«Esprimiamo serie preoccupazioni - si legge nel documento finale filtrato alla stampa - circa l'aumento di misure tariffarie e non tariffarie unilaterali che distorcono il commercio e sono incoerenti con le norme del Wto» […]

A Rio non è arrivato Xi Jinping, sostituito dal premier “Li Qiang.

Un'assenza pesante che non è stata giustificata ufficialmente da Pechino, mentre la non presenza di Putin è stata spiegata con il pericolo che il presidente russo potesse essere arrestato per il mandato della “Corte Penale internazionale”, di cui il Brasile fa parte.

Nel corso del videocollegamento Putin ha detto che «la globalizzazione è obsoleta, e il futuro è dei Brics».

La posizione anti protezionistica del blocco si evince anche da un altro passaggio del testo finale dove si critica apertamente le chiusure commerciali «camuffate di preoccupazioni ambientali», un riferimento neanche troppo velato alla legge anti deforestazione approvata dall'Unione europea che rappresenta uno scoglio per l'accordo di libero scambio tra Bruxelles e i Paesi sudamericani del Mercosud.

 

 I Brics condannano gli attacchi di Israele alla popolazione civile a Gaza, in Libano e in Siria e le violazioni al diritto internazionale ai bombardamenti sull'Iran ma non c'è, come avrebbe voluto Teheran una rottura piena con Tel Aviv.

Né la Russia, né l'India e tantomeno la Cina hanno voluto spingersi fino a tanto, nonostante il presidente brasiliano Lula da tempo parla di genocidio rispetto a quello che sta succedendo a Gaza.

Nemmeno una parola sulla partecipazione diretta degli Usa nella guerra lampo tra Israele e Iran.

I Brics, in sostanza, preferiscono concentrarsi sulle questioni economiche e commerciali, aspirano a rafforzare la loro Banca di investimenti e continuano a cercare alternative al dollaro nei rispettivi scambi. 

 

 

Come impedire a Israele

di affamare Gaza.

Comedonchisciotte.org -Redazione CDC - Jeffrey Sachs e Sybil Fares, other-news.info –

 (5 settembre 2025) – ci dicono:

 

GENOCIDIO.

Come impedire a Israele di affamare Gaza.

 Israele, con la complicità degli Stati Uniti, sta commettendo un genocidio a Gaza attraverso la fame di massa della popolazione, nonché omicidi di massa diretti e la distruzione fisica delle infrastrutture di Gaza.

 Israele fa il lavoro sporco.

Il governo degli Stati Uniti lo finanzia e fornisce copertura diplomatica attraverso il suo veto all’ONU.

Palantir, attraverso “Lavendar”, fornisce l’intelligenza artificiale per un efficiente omicidio di massa.

Microsoft, attraverso i servizi cloud Azure, e Google e Amazon attraverso l’iniziativa “Nimbus”, forniscono l’infrastruttura tecnologica di base per l’esercito israeliano.

 

Questo segna i crimini di guerra del 21° secolo come una partnership pubblico-privata tra Israele e Stati Uniti.

La fame di massa inflitta da Israele alla popolazione di Gaza è stata confermata dalle Nazioni Unite, da Amnesty International, dalla Croce Rossa, da Save the Children e da molti altri.

Il Consiglio norvegese per i rifugiati, insieme a 100 organizzazioni, ha chiesto la fine dell’uso del cibo come arma da parte di Israele.

È la prima volta che la fame di massa viene ufficialmente accertata in Medio Oriente.

 

La portata della fame è sconcertante.

 Israele sta sistematicamente privando del cibo più di 2 milioni di persone.

 Oltre mezzo milione di palestinesi affrontano una fame catastrofica e almeno 132.000 bambini sotto i cinque anni rischiano di morire di malnutrizione acuta.

 La portata dell’orrore è documentata in modo approfondito da “Haaretz” in un recente articolo intitolato “La fame è ovunque”.

Coloro che riescono in qualche modo ad accedere ai siti di distribuzione del cibo vengono regolarmente presi di mira dall’esercito israeliano.

 

Come ha recentemente spiegato un ex ambasciatore statunitense in Israele, l’intenzione di affamare la popolazione era presente fin dall’inizio.

Il ministro israeliano del Patrimonio “Amichai Eliyahu” ha recentemente dichiarato: “Non esiste nazione che dia da mangiare ai propri nemici”.

Il ministro “Bezalel Smotrich” ha recentemente affermato:

“Chi non evacua, non lasciatelo fare. Niente acqua, niente elettricità; possono morire di fame o arrendersi. Questo è ciò che vogliamo”.

 

Eppure, nonostante queste dichiarazioni lampanti di genocidio, i rappresentanti degli Stati Uniti all’ONU negano ripetutamente i fatti e coprono i crimini di guerra di Israele.

Gli Stati Uniti da soli hanno posto il veto all’ammissione della Palestina all’ONU nel 2024.

 Gli Stati Uniti ora negano i visti ai leader palestinesi per venire all’ONU a settembre, un’altra violazione del diritto internazionale.

 

Gli Stati Uniti hanno usato il loro potere e soprattutto il loro veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU per favorire il genocidio dei palestinesi da parte di Israele e per bloccare anche le più elementari azioni umanitarie.

 Il mondo è sgomento, ma sembra paralizzato di fronte alla macchina assassina israelo-statunitense.

 Eppure il mondo può agire, anche di fronte all’intransigenza degli Stati Uniti.

 Gli Stati Uniti rimarranno nudi e soli nella loro complicità criminale con Israele.

 

Siamo chiari. La stragrande maggioranza dell’umanità è dalla parte del popolo palestinese.

 Lo scorso dicembre, 172 paesi, con oltre il 90% della popolazione mondiale, hanno votato a favore del diritto della Palestina all’autodeterminazione.

 Israele e Stati Uniti sono rimasti sostanzialmente isolati nella loro opposizione. Maggioranze schiaccianti simili si esprimono ripetutamente a favore della Palestina e contro le azioni di Israele.

 

Il governo prepotente di Israele ora conta esclusivamente sul sostegno degli Stati Uniti, ma anche quello potrebbe non durare a lungo.

Nonostante l’intransigenza di Trump e i tentativi del governo statunitense di soffocare le voci filopalestinesi, il 58% degli americani vuole che l’ONU riconosca lo Stato di Palestina, contro solo il 33% che non lo vuole.

Inoltre, il 60% degli americani si oppone alle azioni di Israele a Gaza.

 

Ecco alcune misure concrete che il mondo può adottare.

In primo luogo, la Turchia ha intrapreso la giusta direzione interrompendo tutti i legami economici, commerciali, marittimi e aerei con Israele.

Israele è attualmente uno Stato canaglia e la Turchia fa bene a trattarlo come tale fino a quando non cesserà la fame di massa causata da Israele e lo Stato di Palestina non sarà ammesso all’ONU come 194° membro, con i confini del 4 giugno 1967.

Gli altri Stati dovrebbero seguire immediatamente l’esempio della Turchia.

 

In secondo luogo, tutti gli Stati membri dell’ONU che non l’hanno ancora fatto dovrebbero riconoscere lo Stato di Palestina.

Finora, 147 paesi riconoscono la Palestina.

 Decine di altri dovrebbero farlo al vertice dell’ONU sulla Palestina del 22 settembre, anche nonostante le veementi obiezioni degli Stati Uniti.

In terzo luogo, i firmatari arabi degli Accordi di Abramo, Bahrein, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti, dovrebbero sospendere le loro relazioni diplomatiche con Israele fino alla fine dell’assedio di Gaza e all’ammissione dello Stato di Palestina all’ONU.

 

In quarto luogo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con un voto dei due terzi dei presenti e votanti, dovrebbe sospendere Israele dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fino a quando non revoca il suo sanguinoso assedio su Gaza, sulla base del precedente della sospensione del Sudafrica durante il regime dell’apartheid.

Gli Stati Uniti non hanno diritto di veto nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

In quinto luogo, gli Stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero interrompere l’esportazione di tutti i servizi tecnologici che sostengono la guerra, fino alla fine dell’assedio di Gaza e all’adozione dell’adesione della Palestina alle Nazioni Unite da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Le aziende di servizi al consumo come Amazon e Microsoft che continuano ad aiutare le forze di difesa israeliane nel contesto di un genocidio dovrebbero affrontare l’ira dei consumatori di tutto il mondo.

 

Settimo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe inviare una forza di protezione dell’ONU a Gaza e in Cisgiordania.

In genere, sarebbe il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a mandare una forza di protezione, ma in questo caso gli Stati Uniti bloccheranno il Consiglio di Sicurezza con il loro veto.

C’è un altro modo.

 

In base al meccanismo “Uniting for Peace”, quando il Consiglio di Sicurezza è in una situazione di stallo, l’autorità di agire passa all’Assemblea Generale.

 Dopo una sessione del Consiglio di Sicurezza e l’inevitabile veto degli Stati Uniti, la questione verrebbe sottoposta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in una decima sessione speciale di emergenza sul conflitto israelo-palestinese.

 In tale sede, l’Assemblea Generale può, con una maggioranza dei due terzi non soggetta al veto degli Stati Uniti, autorizzare una forza di protezione in risposta a una richiesta urgente dello Stato di Palestina.

 C’è un precedente: nel 1956, l’Assemblea Generale autorizzò la Forza di Emergenza delle Nazioni Unite (UNEF) ad entrare in Egitto e proteggerlo dall’invasione in corso da parte di Israele, Francia e Regno Unito.

 

Su invito della Palestina, la forza di protezione entrerebbe a Gaza per garantire aiuti umanitari di emergenza alla popolazione affamata.

Se Israele dovesse attaccare la forza di protezione delle Nazioni Unite, questa sarebbe autorizzata a difendere sé stessa e gli abitanti di Gaza.

Resta da vedere se Israele e gli Stati Uniti oserebbero combattere una forza mandata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per proteggere gli abitanti di Gaza affamati.

Israele ha superato il limite invalicabile commettendo crimini atroci:

affamando i civili fino alla morte e sparando loro mentre sono in fila, emaciati, per ricevere del cibo. Non c’è più alcun limite da superare, né tempo da perdere. La comunità internazionale è messa alla prova e chiamata ad agire come non lo è stata da decenni.

(Di Jeffrey Sachs e Sybil Fares, other-news.info)

(Jeffrey D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University.

Sybil Fares, consulente senior per il Medio Oriente e l’Africa della Rete delle Nazioni Unite per le soluzioni di sviluppo sostenibile.)

 

 Dialogo cristiano – islamico:

Louis Massignon e la BADALIYA

 “sostituirsi all’altro.”

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (6 Settembre 2025) - Maria Morigi – ci dice:

 

Mala tempora currunt.

Ed è sempre più difficile non solo parlare di dialogo tra religioni, ma anche semplicemente di religioni o di appartenenza religiosa, come se la religione fosse” IL problema”, proprio quando l’Occidente sta naufragando verso laici deliri di onnipotenza, guerre, neo-post-colonialismi, genocidi e intolleranza globale.

 

Cercando esempi positivi, parlerò di “Louis Massignon” (1883-1962) orientalista e islamologo francese, professore di sociologia dell’Islam, direttore di studi religiosi all’ “École Pratique des Hautes Études” di Parigi e membro dell’ Accademia araba del Cairo.

Scrisse e pubblicò in dieci lingue – ma ne parlava di più – e tenne conferenze in tutto il mondo come funzionario diplomatico del governo francese.

(Louis Massignon studente all'Università Al-Azhar del Cairo, esiste una foto del 1909.)

 

Al Cairo il 28 gennaio 1950 fu ordinato sacerdote nel rito greco – melchita, a titolo personale poiché era sposato.

Profeta del dialogo cristiano – islamico (papa Pio XI lo definì un “cattolico musulmano”) era alla continua ricerca di conoscenza e giustizia, ma anche un profondo conoscitore della mistica islamica.

Rimase infatti colpito profondamente dalla figura di “Ibn Mansùr al-Hallaj”, il maestro sufi che fu crocifisso e poi arso vivo alla Porta dell’Arco di Baghdad nel 922.

 

Affrontò i conflitti e le contraddizioni del suo tempo smascherando le tragedie provocate dal colonialismo, partecipò a Parigi alle marce per l’Algeria indipendente e dichiarò forti preoccupazioni per un dialogo pacifico fra le religioni quando la formazione dello Stato di Israele produsse migliaia di profughi palestinesi.

 Ebbe un ruolo nella stesura della dichiarazione “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II sul senso religioso e i rapporti tra Chiesa cattolica e altre religioni.

(Louis Massignon studente all’Università Al-Azhar del Cairo, foto del 1909).

Nel 1934, in una cappella francescana ad Alessandria d’Egitto, Louis Massignon e Mary Kahil, un’egiziana di fede melchita, fecero il voto di offrire la loro vita per la comunità musulmana.

 Questo voto e il gruppo di preghiera composto da cristiani arabi che venne istituito fu chiamato “Badaliya”, parola araba che significa “scambiare o rimpiazzare una cosa con un’altra”.

 

“Massignon” la tradusse con “sostituzione”, intendendola come un’offerta di sé per il bene dei fratelli e sorelle musulmani.

Badaliya fu il fondamento dell’esperienza di fede e di vita di Massignon, una vocazione rivolta alle minoranze cristiane nei paesi musulmani.

 I cristiani, benché emarginati o costretti ad emigrare, potevano così testimoniare l’amore di Cristo per tutta l’umanità, essere incoraggiati a rimanere, a sostenersi l’un l’altro, a cooperare con i musulmani, conoscendone pratiche e credenze religiose.

 

A Parigi e al Cairo, laici e consacrati provenienti da tutto il mondo e ispirati dalle lettere mensili di Massignon iniziarono a pregare per “la pace con giustizia”.

 La Badaliya continuò a Parigi fino alla morte di Massignon nel 1962, mentre al Cairo i cosiddetti “Fratelli Sinceri” continuarono fino alla morte di Mary Kahil nel 1979.

La chiesa melchita di Nostra Signora della Pace al Cairo onora e ricorda ancora queste due figure dedicando loro incontri e preghiere.

 Anche a Parigi nella chiesa melchita di Saint-Julien-le-Pauvre (Quartiere latino) si celebra periodicamente la figura di Massignon e l’esperienza della Badaliya.

 

A Boston nel 2002 si formò un gruppo ispirato agli incontri della Badaliya con l’obiettivo di istruire i partecipanti cristiani alle dottrine e alle pratiche religiose dell’Islam e alla “preghiera sostitutiva”.

 Col tempo il movimento è divenuto interconfessionale creando un sereno confronto sui diversi percorsi di fede verso quella “pace con giustizia” auspicata dal fondatore.

 

(Ibn Mansùr al-Hallaj, il maestro sufi crocifisso e arso vivo a Baghdad nel 922 in un manoscritto miniato del Kashmir.)

Il messaggio che Massignon ha ripetuto per tutta la vita e ha lasciato in eredità è questo:

 “Al fine di unirci con i nostri amici musulmani, abbiamo l’obbligo di moltiplicare le nostre opere di misericordia spirituale e materiale… È sulla Sacra Ospitalità che, in definitiva, saremo tutti giudicati” (9 luglio 1956).

Infine un breve passo dalla sinossi del libro “Parola data” (Adelphi) “…Massignon è stato colui che, più di ogni altro, ha compreso l’unità e la misteriosa tensione interna fra le tre Religioni del Libro, accomunate dalla figura di Abramo: Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo.

Chi vuol capire qualcosa del rapporto – tuttora rovente – fra queste civiltà, scendendo fino alle articolazioni nascoste e sfuggendo alla genericità umanistica, non troverà guida più preziosa di Massignon.

 E troverà in Parola data, che raduna gli scritti essenziali dello studioso, la migliore via d’accesso alla sua opera.”

 

Oggi – da Marrakesh a Damasco, da Abu Dhabi a Casablanca, dall’Egitto alla Francia – sono numerosi i licei, le scuole primarie e gli istituti internazionali di cultura intitolati a Louis Massignon.

(Maria Morigi, ComeDonChisciotte.org).

 

 

 

 

IL NEPOTISMO COME SISTEMA:

 LA SICILIA SCHIAVA DELLE FAMIGLIE E

DEI LORO “RAGAZZINI DI NIENTE.”

Comedonchisciotte.org – Redazione CDC – (6 Settembre 2025) - Mirko Stelfio – ci dice:

 

IL NEPOTISMO COME SISTEMA: LA SICILIA SCHIAVA DELLE FAMIGLIE E DEI LORO “RAGAZZINI DI NIENTE”

(Il Presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessore regionale al Turismo Elvira Amata).

Eccola qua la Sicilia del 2025:

non la terra dei templi, non la culla di cultura e civiltà millenarie, ma la discarica morale dove il nepotismo fa da legge, e la corruzione si traveste da normalità. Un’isola piegata non dall’Etna o dal Mediterraneo, ma dalle famiglie che tramandano il potere come un cimelio da salotto, e che piazzano i propri “ragazzini di niente” negli uffici e nelle società amiche, garantendo stipendi da signorotti a parassiti incapaci.

 

Elvira Amata, assessora al Turismo targata Fratelli d’Italia, non finisce sotto i riflettori per aver rilanciato la Sicilia nel mondo, ma perché la sua ombra puzza di clientele e ricatti.

 Interrogata dai Pm di Palermo, la “madre delle cariche pubbliche” si aggrappa alla solita litania: “massima fiducia nella magistratura”.

Una frase buona per ogni politico colto con le mani nel sacco, ripetuta a memoria come il rosario del potere.

 

Ma la fotografia reale è un’altra:

un appartamento regalato, un contratto d’affitto cucito su misura, un nipote spedito dalla Toscana a Palermo e sistemato come un pacco raccomandato negli uffici della “Lady Dragotto”.

Quella stessa Lady che, con tono da padrona feudale, diceva testuale:

“È già tanto che un ragazzino di niente ti guadagna 1.500 euro al mese… se mi viene a parlare lo scanno viva”.

Ecco la dignità che ci resta: un popolo ridotto a sentire i capricci delle “signore bene” che dispensano stipendi a parentele politiche come fossero caramelle avvelenate.

(Elvira Amato, biologa, classe 1969, dal 15 novembre 2022 Assessore al Turismo della Regione Sicilia).

 

 La verità è che in Sicilia il merito non è mai esistito.

Qui vince chi appartiene, chi ha il cognome giusto, chi è legato alla cordata di turno.

Gli altri?

 I giovani che studiano, emigrano.

Le famiglie che lottano, affondano.

La povera gente che si spezza la schiena, sopravvive a pane e umiliazioni.

Mentre i “ragazzini di niente” si ritrovano 1.500 euro al mese solo perché zia siede su una poltrona regionale.

E non è solo corruzione.

 È nepotismo strutturale, la vera mafia istituzionale: quella che non spara, ma decide chi deve campare e chi deve marcire.

 La Sicilia non è amministrata:

è spartita, smembrata, usata come bancomat da famiglie che si passano incarichi e prebende come eredità dinastiche.

 

Che poi si chiamino Amata, Dragotto o chiunque altro poco importa:

 il copione è sempre lo stesso.

 Finti assessori, finti manager, finti nipoti lavoratori.

Tutto finto. Tutto marcio.

Tutto maledettamente siciliano, nel senso più avvilente del termine.

 

Ed ecco l’amara realtà: la Sicilia che sogna libertà e dignità rimane ostaggio di un sistema feudale che non è mai caduto.

Dal barone col feudo al politico col nipote assunto, la catena è la stessa.

 Cambiano i volti, ma non le logiche.

Finché il popolo non strapperà via questa ragnatela di favori, la nostra terra resterà piegata, umiliata, calpestata.

 E i “ragazzini di niente” continueranno a guadagnare, mentre i siciliani veri restano senza futuro.

(Mirko Stelfio).

 

 

 

 

L’Italia ha fatto crack.

Comedonchisciotte.org – Redazione CDC – (5 Settembre 2025) - Roberto Pecchioli, ereticamente.net – ci dice:

 

L’Italia ha fatto crack.

Letteralmente, gioiosamente, a spese del contribuente.

Il comune di Bologna, in occasione di un raduno di tossicodipendenti, offre le pipe per il crack, droga sintetica di origine americana dagli effetti dirompenti ricavata dalla cocaina.

Favoreggiamento di vari reati, probabilmente, che non verranno perseguiti da una magistratura diventata – non solo in Italia – potere al di sopra del popolo, del parlamento, del governo.

L’assessore bolognese ai servizi sociali, l’ottima signora “Matilde Madrid”, afferma che “è banale ripetere che la droga fa male”.

La verità irrita soprattutto le levatrici della nuova società in cui il degrado diventa legge , a carico dello Stato.

Bologna la dotta, la grassa, la strafatta.

Avanguardia dell’Agenda 2030, dell’a-società post borghese e delle magnifiche sorti, progressive e tossiche.

 

L’Italia ha fatto crack a Padova, come Bologna città di antica cultura, dove l’“assessora” ai servizi sociali “Margherita Colonnello” è diventata madre appendendo in comune un fiocco arcobaleno.

Si augura che il figlio (o meglio figli) scelga il suo sesso/genere come e quando vorrà, laicamente pregando che non diventi xenofob né, orrore, omofob.

Nell’attesa gli ha imposto (verbo che certo aborrisce!) il nome “Aronne”, maschile, poiché il piccolo (a cui auguriamo vita lunga e felice nonostante il genitore 1), a prima vista è sembrato un maschietto.

 Dio toglie il senno a chi vuole rovinare, ma il danno è inflitto anche a un bimbo che, speriamo, resterà Aronne e maschio malgrado gli spropositi materni (pardon, genitoriali 1).

 

L’Italia ha fatto crack anche a Genova, dove il sindaco neo eletto (piuttosto che dire sindaca mi taglio la lingua) ha compiuto il suo primo atto amministrativo registrando all’anagrafe a favore di telecamera un bimbo con due madri lesbiche, nato con qualche alchimia tecnologica.

L’ultimo crack riguarda due ragazze della squadra nazionale di nuoto ai campionati mondiali di Singapore, pizzicate a rubare in un locale e precipitosamente rimpatriate.

Una di loro appartiene alla sezione sportiva della Guardia di Finanza, il corpo militare incaricato di colpire i reati economici e finanziari.

Senza parole.

Una giovane che si dichiara artista ha assicurato, in uno sconclusionato monologo udito su un mezzo pubblico che Pinocchio è gay.

Gli eventi citati hanno tutti come protagoniste giovani donne, segno che anche il femminismo ha fatto crack.

 L’ altra metà del cielo raggiunge e supera in negativo l’aborrito maschio.

Tutto in un paio di generazioni: la forza della contemporaneità, “dromocrazia” ovvero potere della velocità.

 

L’Italia ha fatto crack anche nella difficoltà di reperire operai specializzati.

 I banchi di lavoro restano deserti per il combinato disposto della scarsa volontà di imparare mestieri per i quali serve tempo, applicazione e buona volontà;

del disinteresse delle istituzioni per la formazione professionale, con la chiusura delle scuole dedicate e la mancanza di prestigio sociale verso le abilità che insegnano;

della diffusione da mezzo secolo dell’aborto libero a spese dello Stato (che finanzia la propria estinzione) la cui conseguenza è il drammatico vuoto generazionale.

 In Friuli sono in arrivo trecento operai metallurgici ghanesi, ma la sostituzione etnica è una menzogna, dicono.

 I giovani autoctoni si limitano ad affollare le graduatorie per gli impieghi pubblici, mentre la parte proattiva lascia l’Italia:

 cinquantamila all’anno se ne vanno.

 Un crack dopo l’altro, come l’utilizzo di fondi del magico PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per il recupero del dismesso ospedale psichiatrico di Napoli, occupato da un sedicente Centro Sociale.

Una prova in più che codesti antri – sentine di degrado, illegalità, non di rado luoghi di consumo di sostanze stupefacenti – sono a ogni effetto parte delle istituzioni, figli discoli a cui i genitori perdonano tutto e riempiono il portafogli.

Il caso del milanese Leoncavallo insegna.

L’Italia fa crack da tempo nel degrado di città e paesi deturpati dalla bruttezza, dall’incuria, in cui si aggira scontrosa, malvestita e in fondo triste una neo plebe fatta sempre più da spostati di ogni risma e provenienza. 

Anche i muri sono sfigurati, sporcati, oltraggiati da ghirigori, scritte, segni, macchie senza senso.

Fa crack questa terra che fu la nostra – bella, amabile, dolcissima- nella de-industralizzazione crescente, nel deserto di paesi e aree interne svuotate di servizi e quindi di popolazione.

L’ Italia fa crack nel trionfo del brutto, del volgare, della sciatteria e del regresso civile, culturale, economico, valoriale, nel malfunzionamento di infrastrutture, sanità, trasporti, scuola.

 

Non è più una questione politica, benché la politica, oggi espropriata di potere, abbia le sue colpe.

 Servirebbe una battaglia culturale di lungo periodo, ma chi la combatterà?

La più reattiva, ahimè, è la generazione anziana, che non ci sta perché ha visto tempi migliori ed è in grado di fare paragoni.

Gli altri sono stati convinti che la vita è un parco giochi;

 non possono che comportarsi di conseguenza e diventare tanti Peter Pan (il capo della banda dei Bimbi Sperduti…) zingari dell’anima, precari senza tenda e senza la forza tribale dei nomadi veri.

Al tempo del grottesco riarmo per combattere il nemico che non c’è e rianimare l’industria morente, chi andrebbe in guerra (Dio ci scampi) se le generazioni sono quelle che vediamo, vuoto demografico a parte?

Mercenari senza dignità e senza principi, i cui capi diventeranno – come è accaduto tante volte nella storia- il nuovo potere.

 

Concretamente, chi insegnerà qualcosa – fosse soltanto un minimo di educazione – se le classi dirigenti sono parte essenziale del crack?

L’ inciviltà, il regresso (il contrario del progresso…) hanno vinto su tutti i fronti.

E tutto questo viene percepito come segno di libertà e autenticità, un termine che cela l’assenza di senso civico, stile, l’indifferenza alle regole elementari della civiltà, l’accettazione del male, il vuoto che permette alla coscienza di Matilde Madrid di ritenere giusto e civile offrire pipe per il crack, e definire banale chi ricorda che la droga è orribile come ogni dipendenza.

Ma tutto è banalizzato (la parola che piace all’esponente politica bolognese), tutto è normalizzato.

Nel male.

 

L’Italia ha fatto crack perché si è trasformata in un luogo triste privo di amore, di giardini senza bambini frequentati da cagnolini per i bisogni, da padroni con paletta e sacchettino, da torme di venditori di pastiglie, intrugli tossici e polverine, in attesa degli acquirenti.

 Sempre più numerosi, sempre più giovani, sempre meno consapevoli di rovinare se stessi e la società, parola di cui ignorano il significato.

Non c’è nessuna vera campagna antidroga, al di là dell’impegno eroico di gruppi privati.

 Ovvio: nel deserto individualista, chi sono io per dire (banalmente, signora Madrid) che drogarsi fa male e agire di conseguenza.

Tanto più che i più giovani – i soldatini del mondo rovesciato – non fanno che imitare i modelli che arrivano dall’alto, i tossici di successo, delle ZTL, i beniamini (oggi si dice influencer) della moda e della musica.

 

Chi dirige il mondo ha fatto crack – o meglio lo ha determinato – perfino nel calcolo del sacro PIL, il Prodotto Interno Lordo, nel quale sono inseriti – chi dirige il traffico conosce cifre, organizzatori e beneficiari dei business del male – i proventi di droga, traffico di armi e di persone e di ogni indicibile porcheria che diventa ottima economia e ricchezza.

 Dal tempo della Favola delle api di Mandeville, vizi privati, pubbliche virtù, se monetizzabili.

 

Il modello occidentale ha fatto crack chiamando “discorso di odio” l’opposizione a quanto abbiamo detto, la semplice descrizione di ciò che vedono i nostri occhi.

Tutto quello che pensiamo è “discorso di odio” nel mondo che ha fatto crack.

Non grido di dolore, richiamo a valori e principi, amorosa volontà di rinascita. Poiché nulla resta da conservare tranne la memoria, l’ultimo compito che assegniamo a noi stessi è cavalcare la tigre, ovvero affrettare i tempi della fine dell’incubo.

Signore Madrid e Colonnello con figli arcobaleno, sindaco Silvia Salis, restate al potere, fate di tutto e di più.

Chi scrive vi applaudirà purché facciate presto, poiché niente è peggio dell’agonia. La vostra azione è davvero eutanasia:

morte attivamente assistita di una civilizzazione suicida, esaurita.

Dopo, chissà come, qualcuno ricomincerà sulle macerie.

Oggi, cenere alle ceneri; per tutti i richiedenti dose quotidiana, gratuita e obbligatoria di crack, inclusa pipetta personale dai colori dell’arcobaleno.

 I superstiti ricostruiranno il mondo.

 (Roberto Pecchioli, ereticamente, net).

(Roberto Pecchioli. Scrittore e saggista.)

(ereticamente.net/litalia-ha-fatto-crack-roberto-pecchioli/).

 SITREP 5/9/25: Voci di una nuova

“grande” offensiva russa mentre

 le unità d’élite si raggruppano.

Comedonchisciotte.org – Markus – (6 Settembre 2025) – Simplicius - simplicius76.substack.com -

ci dice:

All’indomani della parata in Cina per il Giorno della Vittoria, Putin ha fatto alcuni nuovi interessanti commenti prima di ripartire per la Russia.

Il più degno di nota è stato che, se non sarà possibile arrivare ad un accordo, la Russia raggiungerà i suoi obiettivi semplicemente con mezzi militari.

Ma, per certi versi, la dichiarazione più interessante e degna di nota è stata la seguente, che è arrivata in risposta a una domanda su come le truppe russe si sentono riguardo ai cosiddetti negoziati e alla fine della guerra con un cessate il fuoco, che il giornalista ha definito prematuro:

 

Putin ha risposto che la stragrande maggioranza delle truppe russe sul fronte vuole che la Russia raggiunga tutti gli obiettivi della SMO.

 Il motivo per cui questo è particolarmente degno di nota è che la domanda in questo caso offriva a Putin l’opportunità di equivocare o temporeggiare se la sua intenzione fosse davvero quella di portare il conflitto a una conclusione anticipata e incompleta.

Per sostenere i suoi subdoli piani avrebbe potuto esagerare la realtà con una bugia, magari usando un linguaggio “diplomatico” e politico per far intendere che le truppe russe sarebbero state soddisfatte di un cessate il fuoco.

Invece, ha detto la cruda verità, che dovrebbe essere uno schiaffo ai critici e ai catastrofisti che dipingono Putin come un debole che si piega alle pressioni.

Rivelando così apertamente i veri sentimenti delle truppe russe si è assunto l’onere di adempiere ai mandati primari del conflitto.

Tra l’altro, durante la recente riunione dello staff del generale di Gerasimov, è stata notata una mappa appesa al muro che mostra come il territorio russo comprenda tutte le regioni di Kherson, Nikolayev e Odessa.

La portavoce del Ministero degli Esteri, “Marija Zakharova”, ha nuovamente smentito le voci secondo cui la Russia avrebbe in qualche modo allentato le proprie richieste, ribadendole per l’ennesima volta.

E, dato che gli smidollati eurocrati stanno attualmente riunendo la loro piccola camarilla per discutere dell’invio delle famose truppe in Ucraina, la Zakharova ha nuovamente respinto questa prospettiva.

Con il passare del tempo, la natura superficiale dello spettacolo di Trump in Alaska si rivela nella sua interezza.

Come avevamo immaginato, non è stato raggiunto nulla di reale e tutto è stato fatto solo per lo sfarzo delle pubbliche relazioni e l’effimera esca dei titoli dei giornali.

 

Ora Trump cerca di giustificare la sua vera impotenza sostenendo che la Russia “si muove solo di qualche centimetro” mentre sgancia bombe in quantità mai viste dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ebbene, Israele sta facendo la stessa cosa – solo che sta sganciando le bombe su civili, non su obiettivi militari come nel caso della Russia – eppure Trump continua a sostenere con fermezza che Hamas dovrebbe “consegnare gli ostaggi” e si rifiuta di condannare o agire contro Israele fino a quando tutti gli obiettivi israeliani non saranno raggiunti.

Allora non dovrebbe avere problemi con la Russia che raggiunge i suoi obiettivi in nome dei propri interessi vitali di sicurezza.

Trump si sta scavando una fossa sempre più grande, perché più inserisce la sua eredità nella guerra, rendendo evidente che più scommette su un risultato a lui favorevole, più danneggerà la sua reputazione e il suo mandato presidenziale in seguito, quando il costo dei suoi errori si ritorcerà contro di lui e i media lo divoreranno per aver fallito in tutti i suoi obiettivi e per essere apparso storicamente debole.

 

A proposito di media, ecco come hanno dipinto il momento multipolare della Cina.

Ora l’attenzione è tutta su ciò che la Russia farà in seguito, mentre si diffonde la voce di un presunto “massiccio” nuovo rafforzamento russo che si dice sia in preparazione di una nuova offensiva verso “Pokrovsk” e le aree circostanti.

 

Oggi è stata diffusa la dichiarazione di un ufficiale delle forze speciali ucraine:

I russi hanno effettuato il più grande raggruppamento delle loro forze da Kyiv 2022.

Hanno preparato forze significative e sono pronti per la battaglia finale e decisiva per il resto della regione di Donetsk.

 Vedremo di nuovo l’uso di colonne corazzate.

 E sarà molto sanguinosa per entrambe le parti.

Presto.

 

Presa da sola, è apparsa dubbia, in particolare alla luce dei rapporti che parlano di “100.000 truppe russe” intorno a” Pokrovsk”, utilizzati da mesi per dare un tono minaccioso al disperato spettacolo di Zelensky per chiedere l’elemosina all’Europa. Tuttavia, un numero crescente di fonti indica ora che i russi stanno per “far scattare la molla”.

 

L’ucraina Berlinska ha scritto quanto segue sul suo canale ufficiale.

L’ISW ha seguito l’esempio:

Almeno questa parte è stata corroborata da altre fonti: l’affermazione che la Russia ha trasferito diverse unità d’élite da altre regioni in preparazione della prossima serie di attacchi.

I canali nemici riferiscono che l’esercito russo è stato trasferito dalla direzione di Sumy a “Pokrovskoye”.

In particolare, sono state dislocate le brigate di fanteria marina 40° e 155°, il 177° reggimento, i paracadutisti dell’11° brigata aviotrasportata e i reggimenti della 76° divisione aviotrasportata.

 Sono comandati dal generale “Akhmedov”, noto per il fallimento del primo assalto a “Ugledar”.

Ora dà l’allarme anche Bloomberg.

L’articolo sostiene che “la lenta offensiva estiva” della Russia non ha ottenuto grandi guadagni territoriali, anche se gli autori pubblicano un grafico che mostra i guadagni costanti della Russia negli ultimi mesi.

Gli analisti online hanno fatto un lavoro ancora più approfondito, mostrando che i guadagni di agosto sono diminuiti un po’ rispetto a luglio, ma sono comunque paragonabili.

Le scorse due settimane hanno visto un po’ di rallentamento, anche se negli ultimi giorni sembra che la situazione sia migliorata, come vedremo.

Un altro analista ucraino riflette sul dispiegamento russo e sul camuffamento della concentrazione di forze.

Ecco come stanno le cose.

Qualche tempo fa, c’è stato un dispiegamento di numerose forze e mezzi nemici nelle direzioni di “Huliaipole” e “Orikhiv.

Ci sono unità da sbarco, fanteria di marina e molte unità di artiglieria.

Ma ora sono stati avvistati all’assalto in direzione di “Pokrovsk”.

Quindi la domanda è: si tratta di una manovra diversiva o hanno deciso di complicare la loro logistica (cosa difficile da credere)?

Oppure il dispiegamento iniziale era una “finta”?

Credo che solo il tempo potrà dirlo. Ma la situazione è insolita.

Il nemico a volte fa così quando inizia un’operazione operativo-tattica più o meno massiccia.

Ora gli ufficiali ucraini stanno nuovamente lanciando l’allarme per la situazione a “Kupyansk”, dove, secondo quanto riferito, la Russia avrebbe fatto affluire le riserve.

Una grave minaccia incombe su “Kupyansk”, ha dichiarato l’ufficiale delle forze armate ucraine “Andrey Tkachuk”.

 

Secondo l’ufficiale, le forze armate russe hanno accumulato ingenti riserve per le operazioni offensive in quest’area.

“Forbes” ha richiamato l’attenzione sulla crescente minaccia della famigerata forza drone russa “Rubicon”, che sta scuotendo profondamente le Forze Armate Ucraine.

La formazione di droni russi “Rubicon” è emersa rapidamente come una delle forze più efficaci sul fronte, contribuendo a espandere la zona letale e rendendo molto più difficile la logistica ucraina.

A causa degli incessanti attacchi dei droni russi, l’Ucraina sta affrontando una carenza di camion, pickup e veicoli da trasporto blindati, molti dei quali vengono distrutti durante le operazioni di rifornimento ed evacuazione.

Su qualunque fronte arrivi “Rubicon”, la situazione cambia immediatamente, detto dall’AFU.

A luglio, il “New York Times” ha riportato che i soldati ucraini hanno identificato “Rubicon” come il punto di svolta nella campagna di miglioramento dei droni della Russia.

“Rebekah Maciorowski”, una volontaria americana che guida l’unità medica della 53ª Brigata meccanizzata ucraina, ha dichiarato al NYT:

“Il gioco è cambiato quando sono arrivati qui.“

L’articolo osserva che “Rubicon” sta coordinando le sue forze di droni sempre più strettamente con le unità d’assalto russe, ad esempio utilizzando il “drone Molniya” (“Fulmine”) per attaccare i difensori ucraini insieme alle unità d’assalto russe.

 

L’analista ucraino “Serhii “Flash” Beskrestnov” ha evidenziato in un post su Telegram che” Rubicon” svolge ora un ruolo centrale negli attacchi contro le vie di rifornimento, coordinandosi strettamente con le unità di ricognizione in prima linea.

Egli sostiene che l’unità fa parte di un più ampio spostamento verso la centralizzazione e la professionalizzazione della guerra con i droni in Russia.

A questo proposito, una breve digressione.

Il drone russo” Lancet” ha mostrato di recente la sua capacità di puntamento “AI”, in particolare nell’identificazione di unità nemiche mimetizzate.

“South front” ne ha parlato.

L’intelligenza artificiale sta aiutando le munizioni russe Lancet a riconoscere obiettivi accuratamente mimetizzati nella zona di operazioni militari speciali in Ucraina, ha rivelato il 4 settembre ZALA Aero Group, il produttore del sistema.

 

“Le munizioni vaganti della famiglia Lancet, dotate di un sistema di guida intelligente e di riconoscimento dei bersagli, sono in grado di rilevare attrezzature nemiche accuratamente mimetizzate”, ha dichiarato l’azienda in un comunicato stampa pubblicato su Telegram.

 

Leggete questa sezione in particolare.

A luglio, l’azienda ha annunciato che sia il sistema di navigazione che quello di puntamento del munizionamento vagante hanno ricevuto aggiornamenti che consentono funzioni di intelligenza artificiale e migliorano la resistenza alle interferenze.

I filmati diffusi da ZALA insieme all’ultimo comunicato stampa mostrano due attacchi riusciti di Lancet contro obici accuratamente camuffati delle forze di Kiev in direzione di “Dnipropetrovsk”.

 In entrambi i casi, la funzione di riconoscimento del bersaglio del sistema elettro-ottico del Lancet è stata in grado di riconoscere automaticamente gli obici, che sono stati colpiti con precisione millimetrica.

Sull’altro piatto della bilancia, un rapporto ucraino sulle tattiche mimetiche russe nel settore di” Pokrovsk”.

 

“Ukrochannels” scrive delle nuove tattiche dell’esercito russo.

La nostra fanteria utilizza sempre più spesso mantelli anti-termici a basso costo per infiltrarsi col buio in prima linea.

Questa tattica non è nuova, ma è diventata più diffusa nella direzione di Pokrovsk. I mantelli offuscano la firma termica del soldato, rendendo difficile la sua individuazione con i droni termici e i sistemi di imaging termico a terra.

Le truppe d’assalto russe stanno aggirando le posizioni ucraine, eliminando i serventi dei mortai e gli operatori dei droni nelle retrovie.

Passiamo ora ad alcuni aggiornamenti sul campo di battaglia.

Secondo il venerabile” Suriyak”, la Russia ha finalmente preso il pieno controllo del quartiere del mercato all’interno di Pokrovsk dopo aver catturato “Troyanda” e “Leontovychi”.

Poco più a ovest, le forze russe ora controllano completamente “Udachne” e hanno iniziato a espandersi più a ovest, verso “Dnipropetrovsk”.

Dopo il famoso sfondamento a nord di Pokrovsk, la Russia ha respinto i contrattacchi ucraini e ha ricominciato ad espandere il saliente.

Hanno riconquistato la maggior parte di “Nove Shakhove” ed esteso il controllo su entrambi i lati conquistando nuove posizioni.

Come si può vedere, sul lato orientale del nuovo calderone di “Shakhove”, le forze russe hanno conquistato nuovo terreno, espandendo il calderone verso nord.

 

Sulla linea “Velyka Novosilka”, le forze russe hanno catturato Zaporizka e Komyshuvakha e hanno poi guadagnato altro territorio in direzione ovest.

La zona di Kupyansk è l’altro grande e recente punto di interesse, visto che vari rapporti affermano che le truppe russe hanno nuovamente iniziato a infiltrarsi verso il centro di della città.

Il Ministero della Difesa russo ha suscitato scalpore, e qualche polemica a causa dello scetticismo di alcuni commentatori come “Yuri Podolyaka”, pubblicando un filmato che mostra le truppe russe piantare la bandiera nel centro di “Kupyansk”.

 

La geolocalizzazione lo collocherebbe al centro dell’immagine.

Al minuto 0:17 del video, quando la telecamera allarga il campo, si vede l’area amministrativa della città con una piazza che sembra un cimitero.

Il rettangolo rosso mostra il luogo che sembra un cimitero e il cerchio giallo dove si trova il soldato.

Una vista più allargata.

Non sappiamo se si tratti solo di DRG o di truppe regolari che hanno consolidato le loro posizioni.

Ma la cosa importante da notare è la vicinanza al ponte centrale e alla principale arteria di rifornimento che collega “Kupyansk” est e ovest attraverso il fiume” Oskil”. Il ponte è a soli due isolati a sud della posizione del soldato russo.

 

Altre notizie interessanti.

Un team investigativo ha scoperto che le affermazioni dei funzionari europei di aver prodotto o procurato nel 2024 oltre 1,5 milioni di proiettili d’artiglieria erano infondate.

In realtà, è emerso che il numero totale è un terzo o meno di questa cifra, tra le 400.000 e le 600.000 unità.

 

Da Bruxelles, tuttavia, arriva un messaggio più ottimistico. L’industria europea produrrà più di 1,5 milioni di proiettili d’artiglieria nel 2024.

Questa inchiesta condotta da nove media europei dimostra che l’ottimismo dell’Europa è infondato.

Funzionari di alto rango e addetti ai lavori rivelano che la capacità effettiva è solo un terzo delle cifre ufficiali: tra i 400.000 e i 600.000 proiettili.

Questa rivelazione ha serie implicazioni per il mantenimento dei cruciali aiuti militari all’Ucraina e per la capacità dell’Europa di rifornire rapidamente i magazzini vuoti.

Ricordiamo che alcune stime sulla produzione della Russia variano da 250.000 a 350.000 proiettili al mese.

In una nuova intervista, il generale “Zaluzhny” ribadisce ancora una volta ciò che aveva spiegato tempo fa, quando aveva rivelato che Gerasimov era il suo idolo e aveva detto che la Russia è la capitale mondiale della scienza militare.

Ricordiamo questo articolo di due anni fa.

Ora lo ha raccontato di nuovo di persona, spiegando di fatto che tutte le conoscenze militari risiedono esclusivamente in Russia e che il divieto di citare “opere scientifiche” russe è stupido perché Zaluzhny non sa parlare di guerra senza citare autorevoli fonti russe in materia.

A corto di espedienti a buon mercato e di trucchi per rimanere rilevante e proiettare un’aura di forza per il suo impero in declino, Trump ha rilasciato una dichiarazione che fa scuotere la testa e a cui nessuna descrizione per quanto colorita può davvero rendere giustizia, e che invece deve essere ascoltata.

(Simplicius)

(Fonte: simplicius76.substack.com).

(simplicius76.substack.com/p/sitrep-9525-rumblings-of-new-major).

 

 

 

Lo Stato dello «Stato

di Palestina.»

unz.com – Patrick Lawrence – (4 settembre 2025) – ci dice:

Assemblea generale delle Nazioni Unite.

 Servizio di sicurezza diplomatica da Washington, DC, Stati Uniti d'America, dominio pubblico, tramite Wikimedia Commons.

Le sessioni dell'”Assemblea Generale delle Nazioni Unite,” che si tengono ogni settembre da quando 51 nazioni si sono riunite in una sala della chiesa metodista a Londra nel 1946, vanno e vengono e per lo più non si svolgono.

 L'”Assemblea Generale” sta per iniziare i suoi 80 esimo il 9 settembre, ed è difficile immaginare che questa si svolgerà senza incidenti.

Per dirla semplicemente, Israele ha ucciso, affamato e terrorizzato troppi palestinesi perché l'incontro di quest'anno al “Segretariato di Manhattan” si conclude senza alcune conclusioni.

Resta solo da quali saranno queste conclusioni.

 

Diverse settimane fa un gruppo di 15 nazioni – tra cui membri di spicco dell'”Alleanza Atlantica” – ha dichiarato la sua intenzione di annunciare la sua dichiarazione formale di Stato palestinese nella sessione di quest'anno.

 Questo introduce vari dei più importanti sostenitori di Israele per quello che probabilmente si rivelerà un confronto disordinato con "lo Stato ebraico" e, naturalmente, gli Stati Uniti come immancabile sostenitore di Israele.

 

Non si tratta di congetture.

 È già evidente che questi nuovi riconoscimenti domineranno la sessione dell'Assemblea.

Da quando le 15 nazioni hanno dichiarato la loro intenzione di riconoscere la Palestina come Stato legittimo, gli israeliani hanno annunciato l'intenzione di organizzare una nuova importante operazione a Gaza City.

 Il 25 agosto, l'esercito sionista ha organizzato uno di quei disgustosi attacchi "double tap" – colpisci, poi sciopera di nuovo all'arrivo dei soccorritori e dei giornalisti – su un ospedale nel sud di Gaza, uccidendo 20 persone e portando il bilancio delle vittime tra i giornalisti a 247.

Meno di una settimana dopo, Israele ha iniziato l'attacco su larga scala a Gaza City che aveva precedentemente annunciato, un atto di pura sfida e impunità.

 

Per non essere mai da meno quando si presenta l'occasione per l'indignazione, il “Dipartimento di Stato” ha annunciato venerdì che negherà i visti a tutti i funzionari palestinesi che avevano programmato di partecipare all'Assemblea Generale per recarsi al Segretariato – questo "per minare le prospettive di pace".

Ho usato il termine "disgustoso" nel paragrafo precedente.

Anche questo si qualifica, dato che gli Stati Uniti si sono impegnati a consentire ai diplomatici il libero accesso ai procedimenti diplomatici quando è stato concordato di localizzare il Segretariato sul suolo americano.

Ora si parla di tenere l'Assemblea Generale di quest'anno a Ginevra, in modo che i rappresentanti palestinesi possano partecipare.

 Questo non accadrà, ma il pensiero è una misura dell'umore internazionale.

 

Vedo solo due esiti probabili mentre questa tempesta si avvicina.

 In uno, il migliore dei due, la Francia, la Gran Bretagna e gli altri pilastri dell'alleanza occidentale, sosterranno i loro onorevoli cambiamenti diplomatici con un'azione sostanziale contro le campagne terroristiche dei sionisti e le dilaganti violazioni del diritto internazionale.

Ciò cambierebbe in modo significativo il panorama diplomatico.

Nell'altro, queste nazioni non faranno nulla, screditando decisamente la loro posizione sulla questione israelo-palestinese e mettendo in mostra pietosamente l'impotenza dell'ONU.

Da quest'ultima eventualità non si tornerà indietro.

Si pone la questione del potere.

 

Se non conoscete il difetto della Carta delle Nazioni Unite che di fatto toglie potere all'Assemblea Generale, dovreste farlo:

 l'autorità esecutiva risiede nel “Consiglio di Sicurezza”, i cui membri permanenti detengono il potere di veto.

Solo il Consiglio può adottare risoluzioni giuridicamente vincolanti e stabilire misure per la loro applicazione.

 A parte le questioni quotidiane che hanno a che fare con la gestione della casa – il bilancio delle Nazioni Unite e così via – l'Assemblea si limita a votare su risoluzioni non vincolanti.

 

Va bene, il Consiglio di Sicurezza è il luogo in cui l'ONU fa le cose, o non le fa, come troppo spesso accade.

 Si potrebbe sostenere che l'Assemblea Generale serva da una sorta di contenitore di suggerimenti per quelli che ora sono i 193 membri dell'ONU, ma questo significa che non succede mai nulla di degno di nota in Assemblea, e semplicemente non è così.

Mi aspetto cose degne di nota quest'anno. Non posso ancora prevedere se si riveleranno cose degne di nota onorevoli o cose degne di nota vergognose.

 

Un po' di storia, forse, per aiutare gli scettici dell'ONU.

 

Fidel Castro, al potere da un anno e nove mesi, tenne un discorso all'Assemblea Generale nel settembre del 1960.

 L'ONU chiede ai membri di limitare la loro presenza sul podio a 15 minuti; l'ardente Fidel parlò per quattro ore, un'incessante indagine sulla storia dell'imperialismo statunitense e sui suoi abusi contro Cuba dalla rivoluzione del 1959.

 L'ONU definisce il discorso di Castro "epico" e un "momento cruciale".

 Queste sono descrizioni corrette, a mio avviso:

fu un annuncio precoce del fatto che l'America Latina intendeva da allora in poi far sentire la propria voce e opporsi ai norte- americano, proprio come aveva imparato a fare in seguito.

 

Quattordici anni dopo, “Yasser Arafat” pronunciò quel famoso discorso all'Assemblea Generale con una pistola con l'impugnatura di madreperla al fianco. L'Assemblea approvò quindi due risoluzioni, la 3236 e la 3237:

 la prima iscriveva formalmente "la questione palestinese" all'ordine del giorno delle Nazioni Unite e la seconda concedeva all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina il riconoscimento diplomatico tramite lo status di osservatore.

Un anno dopo arrivò la Risoluzione 3379 dell'Assemblea Generale, che "stabilisce che il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale".

Ci vollero fino al 1991, quando israeliani e americani riuscirono a costringere a votare per abrogare la 3379.

(Chissà come andrebbe a finire un'altra votazione ora.)

 

Più vicino a noi, solo una dozzina di settembre fa, “Hassan Rouhani”, che aveva assunto la presidenza dell'Iran solo pochi mesi prima, si rivolse all'Assemblea Generale e ci lasciò tutti sbalorditi quando tese la mano verso Occidente per proporre negoziati con americani ed europei per limitare i programmi nucleari della Repubblica Islamica.

Fondamentale, direi.

L'accordo raggiunto due anni dopo resistette fino a quando l'incredibile Dummkopf , ora al suo secondo mandato presidenziale, ritirò gli Stati Uniti.

 

È così all'Assemblea Generale n. 80, che durerà tre settimane e si concluderà il 29 settembre.

Non si discute se la sessione di quest'anno voterà per inviare i Caschi Blu a Gaza e in Cisgiordania per proteggere i palestinesi dai terrori quotidiani dello stato sionista, o se imporrà un regime di sanzioni adeguatamente insopportabile contro tale entità, o se le forze di pace delle Nazioni Unite circonderanno e sottoporranno a embargo tutti quegli insediamenti illegali in Cisgiordania.

Ci si augura che ciò accada, ma non è possibile, come appena osservato.

 

No, sostengo che la diplomazia che ha avuto luogo in vista dell'Assemblea generale di quest'anno è significativa e che la diplomazia, nonostante tutto il discredito che le potenze occidentali le hanno portato negli ultimi anni, comporta comunque delle conseguenze, almeno a volte, e ne vedremo di conseguenze di un tipo o dell'altro il mese prossimo.

 

Prima di proseguire, interrompiamo questo programma con una domanda importante, banale ma non banale.

Bibi Netanyahu parteciperà all'Assemblea Generale di quest'anno?

Di solito lo fa, e raramente perde l'occasione di denunciare l'Assemblea e il mondo intero lì rappresentato come un orrore antisemita – il suo atteggiamento da assassini-vittime.

Ma quest'uomo ripugnante è ricercato dal diritto internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Comunque vada a finire, sarà comunque degno di nota.

Se Netanyahu calpesterà i corridoi del Segretariato il mese prossimo, dovremo accettare la quasi totale impotenza dei tribunali che giudicano il diritto internazionale;

 le potenze occidentali avranno completato lo sventramento di un'altra delle istituzioni che delimitano il nostro spazio pubblico internazionale.

Se Bibi se ne starà alla larga, beh, saremo lieti di dire che il diritto internazionale, dopotutto, conta qualcosa, e da lì potremo guardare a cose più grandi.

 

Come ampiamente riportato nelle ultime settimane, l'operazione di carestia israeliana a Gaza, iniziata il 2 marzo, si è rivelata una barbarie eccessiva, ed è stato per questo che numerose nazioni occidentali – "persino alleati di lunga data di Israele", come amano esclamare i media occidentali – si sono impegnate a riconoscere lo Stato palestinese all'Assemblea di quest'anno.

Un documento noto come “New York Call,” firmato il 29 luglio, impegna le 15 nazioni sopra menzionate al riconoscimento formale.

 

Questi 15 si uniranno ai 147 membri delle Nazioni Unite che hanno già riconosciuto la Palestina come uno stato legittimo, alcuni risalenti agli anni '90.

Ma non è solo una questione di numeri.

Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo: questi sono tra i firmatari del bando di New York, e abbastanza buoni.

L'affare più grande qui risiede nei nomi più grandi: Francia, Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda e, a partire dall'11 agosto, Australia.

I primi due di questi contano tra quelli che le persone di una certa età chiamano comunemente le grandi potenze occidentali.

Da un'altra parte, l'intera Anglosfera diversa dagli Stati Uniti – e anche l'intero Consiglio di Sicurezza – sta per impegnarsi a riconoscere la Palestina.

 

E allora? È la nostra domanda ovvia.

 

"È importante riconoscere lo Stato di Palestina", ha affermato “Francesca Albanese”, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, in un'intervista al “Guardian” pubblicata il 13 agosto.

"È incoerente che non l'abbiano ancora fatto".

 

"Incoerente" è un termine ben scelto, ma è solo una parte dell'argomentazione di Albanese.

Il suo punto più importante, espresso con passione, è che fermare il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania rimangono l'imperativo numero uno, e non dovremmo considerare l'operato dell'Assemblea Generale altro che un passo in questa direzione.

 

È esattamente così che dovremmo assistere ai lavori dell'Assemblea Generale tra qualche settimana.

D'accordo, la maggior parte delle potenze occidentali, tranne gli Stati Uniti, si schiererà ufficialmente a sostegno di uno Stato palestinese.

Cosa significherà questo sul campo? Ci sarebbe molto da suggerire, il meno possibile. Se così fosse, l'importanza dell'Assemblea Generale di quest'anno risiederebbe nella sua dimostrata insignificanza.

Ma ragioniamo sulla questione prima di trarre conclusioni.

 

Fin dall'inizio, gli Stati Uniti hanno già chiarito la loro contrarietà a queste varie promesse di riconoscimento.

 Il 25 agosto, l'ambasciatore di Washington a Parigi, “Charles Kushner”, appena arrivato, ha pubblicato una lettera aperta a” Emmanuel Macron” lamentando "la drammatica crescita dell'antisemitismo in Francia" e affermando che la decisione del presidente francese di riconoscere la Palestina "incoraggerà gli estremisti, alimenterà la violenza e metterà in pericolo la vita ebraica in Francia".

 

“Kushner”, un sionista assertivo il cui figlio “Jared “è sposato con la “figlia di Trump”, “Ivanka,” sta chiaramente giocando la vecchia e noiosa carta dell'antisemitismo, proprio come ha fatto Netanyahu in risposta al “New York Call.”

 Entrambi sembrano particolarmente sensibili ai francesi, e per una buona ragione. Il presidente francese Charles de Gaulle, un forte sostenitore di Israele alla sua fondazione nel 1948, gli si rivoltò contro dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Ben presto vietò la vendita di armi alla Francia, sostenne uno stato palestinese e definì l'occupazione israeliana dei territori conquistati durante la guerra un'avventura imperialista.

 

Macron, non dimentichiamolo, ha a lungo coltivato sogni di grandezza gollista. L'Assemblea Generale gli offre un'occasione straordinariamente spettacolare per mettersi in mostra in questo campo, e sarà interessante vedere se ci riuscirà.

(Non sto scommettendo su questo.)

 

A parte l'ostinato Macron, i firmatari del documento “New York Call” allargheranno di fatto la già evidente spaccatura nell'alleanza transatlantica quando dichiareranno il loro sostegno allo Stato palestinese tra un paio di settimane.

Poiché la Gran Bretagna, la Francia e gli altri non possono assolutamente perdere questo punto, possiamo concludere che gli europei sono ora disposti ad affermare molto gradualmente la loro autonomia in materia di Stato dopo otto decenni di sottomissione agli Stati Uniti.

(Avrò altro da dire su questo punto in un altro articolo.)

 

Oltre a ciò, coloro che si sono recentemente impegnati per il riconoscimento rischiano ora di cadere in una fossa che loro stessi hanno scavato.

Non c'è da sorprendersi se questo si rivelasse il caso, data la competenza degli europei in questo campo.

Cadono in una fossa chiamata "Ucraina" proprio in questo momento.

Nel caso di Israele e Palestina, le nazioni in procinto di riconoscere si trovano ora di fronte a una sola scelta:

o segnalano all'Assemblea Generale la loro intenzione di intraprendere il tipo di azione che il riconoscimento implica, oppure l'impotenza e l'incoscienza li segneranno più o meno a tempo indeterminato.

 

“John Whitbeck”, l'avvocato internazionale da tempo impegnato nella questione palestinese, ha affermato quanto segue il 13 agosto sul suo blog, a diffusione privata.

Ammiro il pensiero laterale di questa tesi:

Sarebbe intellettualmente e diplomaticamente incoerente estendere il riconoscimento diplomatico a uno Stato, in particolare quando il suo intero territorio è occupato illegalmente da un altro Stato, e poi non intraprendere azioni significative ed efficaci per porre fine a tale occupazione.

 E se importanti Stati occidentali come Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia, così come altri Stati occidentali, estendessero il riconoscimento diplomatico allo Stato di Palestina il mese prossimo, il coraggio basato sui principi potrebbe essere più facilmente trovato nei numeri.

 

Inoltre, dopo aver imposto più di 20 cicli di sanzioni alla Russia, esplicitamente allo scopo di far crollare la sua economia, per aver occupato una porzione relativamente modesta di uno stato da loro riconosciuto, come potrebbero i governi occidentali giustificare ai loro cittadini sempre più inorriditi l'assenza di sanzioni nei confronti di un paese che occupa l'intero territorio di uno stato da loro riconosciuto e che proclama pubblicamente la sua intenzione di intensificare il genocidio in corso ai danni del popolo di quello stato?

 

Coraggio basato sui principi:

 condivido il pensiero di “John Whitbeck”, anche se non con la stessa sicurezza, che tale virtù è in bilico con l'apertura dell'Assemblea Generale.

Semplicemente non ho l'abitudine di mettere "principi" e "coraggio" nello stesso paragrafo di "stati occidentali come Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia".

C'è una deprimente possibilità che il grande evento dell'Assemblea Generale del mese prossimo possa consistere in nazioni occidentali diverse dagli Stati Uniti che si mettono in imbarazzo su larga scala.

 

Per prima cosa, l'”Appello di New York” e le varie dichiarazioni che le singole nazioni hanno fatto dichiarano, senza eccezioni, il sostegno a una soluzione a due Stati, una nazione palestinese accanto a una nazione israeliana (o una nazione ebraica, come dicono i sionisti).

 Questo è semplicemente impossibile – impossibile perché tutto ciò che rimane ai palestinesi in termini di terra sono puntini sulle mappe alla maniera dei bantustan, impossibile perché gli israeliani hanno perfettamente chiaro che non accetteranno uno stato palestinese, impossibile perché (questo dai resoconti che ho sentito dalla Cisgiordania) l'escalation della ferocia e del sadismo dei soldati e dei coloni israeliani ha con ogni probabilità reso la coesistenza irraggiungibile.

 

Cosa stai facendo quando dichiari di sostenere qualcosa che non si realizzerà mai? Sostieni qualcosa senza sostenere nulla?

 C'è chi sostiene che la serie di nuovi riconoscimenti non sia altro che performativa, un esercizio di puro cinismo.

 

In secondo luogo, i principali firmatari del documento "New York Call", in particolare Gran Bretagna, Francia e Australia, hanno represso il sostegno popolare alla causa palestinese fin dai primi giorni successivi agli eventi del 7 ottobre 2023.

In nessun caso questa contraddizione è più evidente che nel caso britannico.

 Il 9 agosto, la polizia di Londra ha arrestato 532 manifestanti per aver sostenuto “Palestine Action”, un gruppo dedito all'azione non violenta contro il genocidio a Gaza.

Palestine Action è ora designata come organizzazione terroristica;

 gli arrestati in “Parliament Square” sono incriminati ai sensi del “Terrorism Act del Regno Unito” del 2000 e rischiano fino a 14 anni di carcere.

E questa è la stessa Gran Bretagna che promette di riconoscere lo Stato di Palestina all'Assemblea Generale tra poche settimane?

 Semplicemente non quadra.

Ma l'ipocrisia di prim'ordine è una spiegazione troppo facile per questo genere di cose.

 Da quando l'operazione di carestia israeliana ha iniziato a produrre fotografie da prima pagina qualche settimana fa, i leader occidentali, a parte Donald Trump e la sua banda di disadattati, sono stati acutamente consapevoli che finiranno per essere messi a verbale da una parte o dall'altra di questa atrocità umana.

 Ci sono memorie da scrivere; gli storici aleggiano.

Per esagerare – e faccio fatica a finire questa frase, ma devo – il "coraggio basato sui principi" di “John V. Whitbeck “potrebbe effettivamente figurare nei dibattiti del Segretariato delle Nazioni Unite il mese prossimo.

 

A mio avviso, le oltre 500 persone arrestate durante le proteste di Londra costituiscono la migliore argomentazione possibile per un'azione concreta dopo l'imminente ondata di riconoscimenti diplomatici.

Dopotutto, non saranno le ultime 500 a scendere in piazza.

Il dissenso pubblico nei confronti degli israeliani è ovviamente in aumento.

Dato che coloro che pretendono di guidare le post-democrazie occidentali hanno corrotto le istituzioni destinate a esprimere la volontà popolare, la prospettiva di disordini diffusi sarà molto concreta per loro: una minaccia per queste élite, una fonte di speranza per il resto di noi.

 

Non dimentichiamo le incessanti manifestazioni degli anni '60 e '70.

 I vietnamiti hanno vinto la guerra del Vietnam, un punto su cui insisto che rimaniamo chiari, ma il movimento contro la guerra ha fatto molto per cambiare le menti nei corridoi del potere a Washington e nelle capitali europee.

Non c'è modo di condurre una guerra senza un consenso interno che la favorisca: questa è stata la grande lezione per le élite che hanno perseguito la guerra del Vietnam.

Né c'è alcun sostegno a un genocidio e allo stato di apartheid che lo commette se porta un gran numero di manifestanti nelle strade.

 

“Francesca Albanese” ha perfettamente ragione nell'affermare che non dobbiamo lasciare che una serie di riconoscimenti diplomatici ci distraggano dalle sofferenze e dalle perdite di vite umane tra i palestinesi e dall'urgente imperativo di porre fine a entrambe.

 Il contrario mi sembra altrettanto vero.

 Le potenze occidentali non hanno alcuna fretta di abbandonare del tutto il loro sostegno allo Stato sionista.

 No, la strada per arrivarci è lunga.

 Ma coloro che sono in procinto di dare il loro sostegno allo Stato palestinese faranno un passo avanti, per quanto cautamente possa rivelarsi.

 

 

 

Le élite dell'euro sono bloccate nel “Giorno

della Marmotta” e devono fare qualcosa

di diverso per portare la pace in Ucraina.

Unz.com - Ian Orgoglioso – (6 settembre 2025) – ci dice:

 

Ripetere ogni giorno lo stesso ciclo non porterà mai la pace in Ucraina.

Nelle notizie di questa settimana, la coalizione dei volenterosi si è impegnata a inviare truppe in Ucraina in caso di un futuro cessate il fuoco.

L'UE ha inviato una delegazione a Washington DC per incoraggiare l'amministrazione Trump ad assumere una posizione unitaria su ulteriori sanzioni economiche contro la Russia.

Il presidente Zelensky ha affermato che solo la pressione costringerà la Russia a sedersi al tavolo dei negoziati.

 E il Segretario generale della NATO ha dichiarato che non spetta alla Russia decidere chi può e chi non può aderire all'”alleanza militare globale”.

 

Se vi suona familiare, i titoli potrebbero essere stati scritti in qualsiasi momento a partire da marzo 2025, quando fu costituita la” Coalizione dei Volenterosi”. Togliendo il riferimento alla Coalizione, il titolo potrebbe essere stato scritto in qualsiasi momento dall'inizio della guerra.

Guerra.

 

La colonna sonora si ripete.

Ogni giorno Ursula von der Leyen, Mark Rutte, Friedrich Merz e altri si svegliano ascoltando "I Got You Babe" di Sonny e Cher sulle loro radiosveglie e il ciclo ricomincia da capo.

 

La differenza fondamentale tra la vita reale e il classico film cult del 1993 è che “Bill Murray” cambia continuamente la sua routine quotidiana per ottenere ciò che desidera, per conquistare l'affetto di Rita, interpretata da “Andie McDowell”. L'unica cosa che non cambia è il suono della sveglia.

 

Nel caso della Coalizione dei Volenterosi e del Presidente Zelensky, il loro obiettivo è costringere il Presidente Putin a fare marcia indietro sulla sua richiesta fondamentale in merito alla guerra in Ucraina, ovvero che la NATO ottenga un qualsiasi punto d'appoggio in Ucraina.

 Purtroppo, a differenza di “Bill Murray”, continuano a ripetere la stessa cosa giorno dopo giorno nella speranza di un risultato diverso.

 

Il motivo per cui questo non funzionerà è che Putin parla di allargamento della NATO fin dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, 18 anni fa.

 Diamo uno sguardo indietro a un orizzonte più breve, undici anni.

 

Nel 2014, appena otto mesi dopo l'inizio della crisi ucraina, il veterano corrispondente della BBC John Simpson visitò Mosca dove, tra le altre cose, intervistò il portavoce del presidente Putin, “Dmitrij Peskov”.

Il servizio è ancora disponibile online e vi consiglio di guardarlo.

Ci sono due passaggi critici nella sua intervista di Peskov.

Nel primo caso, ha affermato: "Continueremo a rendere la situazione molto più tesa, per quanto riguarda i nostri interessi nazionali.

Più a lungo i nostri interessi nazionali saranno messi a repentaglio, più a lungo continueremo a rispondere.

Questo non significa che vogliamo una guerra fredda.

Significa che vogliamo che le nostre controparti capiscano che abbiamo le nostre linee rosse".

Il messaggio, forte e chiaro, era che di fronte alle continue pressioni per spingere l'Ucraina nella NATO, il presidente Putin avrebbe continuato a rispondere duramente per evitare che la sua linea rossa venisse superata.

 

Questa posizione non è mai cambiata negli ultimi 11 anni e non c'è un briciolo di prova che sia probabile che cambi.

Durante l'intervista a “Simpson”, continua dicendo: "Vorremmo sentire una garanzia al 100%, che nessuno penserebbe all'adesione dell'Ucraina alla NATO".

Avanti veloce di quasi undici anni, e “Steve Rosenburg” della “BBC” questa settimana ha intervistato “Peskov”a margine dell'annuale “Forum economico orientale” del “presidente Putin a Vladivostok”.

 

"La ragione principale del conflitto è stato il tentativo della NATO di infiltrarsi in Ucraina, mettendo così in pericolo il nostro Paese".

Chiamateli punti di discussione del Cremlino, rimostranze storiche o richieste che lui non ha il diritto di fare.

Ma sfortunatamente per l'Ucraina e i suoi sostenitori occidentali, Putin si è dimostrato disposto ad andare in guerra per sostenere questa singola richiesta e gode del sostegno politico interno della Russia per farlo.

 Inoltre, la Russia ha sacche di riserve finanziarie e umane molto più profonde di quelle dell'Ucraina, e i sostenitori occidentali dell'Ucraina si sono dimostrati progressivamente meno disposti a colmare la differenza.

Nella puntata di questa settimana del “Giorno della Marmotta”, la coalizione dei volenterosi ha annunciato l'impegno di 26 nazioni a schierare truppe in Ucraina per sorvegliare qualsiasi accordo postbellico.

 Il presidente Putin ha poi risposto dicendo che qualsiasi truppa occidentale della NATO in Ucraina rappresenterebbe "obiettivi legittimi" per le forze armate russe.

Chiunque crede che Putin stia bluffando vive in una caverna da undici anni.

In ogni caso, l'idea in sé è assurda, e deve essere chiamata come racconto.

 

L'Ucraina ha quasi 900.000 militari attivi, a quanto pare.

 Questo è più del totale combinato del personale militare attivo in Polonia, Francia, Germania, Italia e Regno Unito.

L'Italia e la Polonia sono state abbastanza chiare sul fatto che non invieranno truppe in Ucraina.

Friedrich Merz, che sembra non avere fretta di porre fine alla guerra, ha ora escluso l'invio della Bundeswehr.

La Gran Bretagna si è fatta i denti per l'invio di 10.000 soldati.

E c'è stato un “grande zut allors” da parte dei francesi, che sono a dispetto di un possibile terzo cambio di governo quest'anno.

 

Cosa farebbe realmente questa “forza di rassicurazione”, oltre a incoraggiare il presidente Putin a continuare a combattere?

Le truppe straniere in Ucraina non rappresentano un mezzo per porre fine alla guerra, ma uno stratagemma per mantenerla.

Questo potrebbe servire gli interessi di Zelensky e di figure squilibrate del sistema europeo come “Kaja Kallas”.

Ma dubito che, data la scelta democratica, la maggior parte dei cittadini europei concorderebbe sul fatto che una guerra più ampia tra NATO e Russia sia una buona idea, dato il rischio di un'escalation nucleare.

E soprattutto in un momento in cui è tutt'altro che certo che le truppe statunitensi schierino le proprie forze terrestri convenzionali a supporto di qualsiasi guerra.

 

Ma niente paura, l'UE ha inviato un'altra delegazione a Washington DC per cercare di convincere il Presidente Trump a imporre ulteriori sanzioni alla Russia.

Questo è di per sé ironico, in una settimana in cui il Ministro degli Esteri belga ha di fatto posto il veto alla consegna dei beni congelati della Russia.

 Tra i segnali di crescente preoccupazione tra i repubblicani del MAGA sul fatto che gli europei siano semplicemente desiderosi di continuare la guerra, Donald Trump farebbe bene a non accettare.

 

Invece di cercare ciò che non sarà mai in grado di realizzare – il presidente Putin che fa marcia indietro sulla linea rossa relativa all'adesione dell'Ucraina alla NATO – la Coalizione dei volenterosi deve decidere cosa vuole per l'Ucraina stessa.

Stazionare truppe NATO in Ucraina è l'antitesi delle garanzie di sicurezza e continuare a imporre sanzioni non porterà Putin al tavolo delle trattative.

Le “garanzie di sicurezza” devono significare proprio questo:

garanzie da parte delle nazioni occidentali di intervenire in aiuto dell'Ucraina in caso di un futuro attacco da parte della Russia.

Non c'è motivo di credere che un accordo di pace che portasse alla neutralità dell'Ucraina si tradurrebbe in una guerra futura, ma è comunque importante che il popolo ucraino abbia questa ferrea certezza.

Un'altra garanzia di sicurezza dovrebbe essere la chiarezza su quando e a quali condizioni l'Ucraina potrebbe aderire all'Unione Europea. Il Presidente Putin ha dichiarato di non opporsi a questa adesione.

 

La vera sfida, sospetto, è che diverse nazioni europee sono tutt'altro che entusiaste dell'adesione dell'Ucraina.

Ci sono diverse ragioni, tra cui l’enorme costo, l’impatto che ciò avrà sui sussidi che i membri esistenti riceveranno, la necessità di un massiccio cambiamento strutturale e legale dell’accordo di bilancio dell’UE che potrebbe incoraggiare alcuni membri – in particolare la Francia – a cercare l’uscita, e il massiccio sconvolgimento politico interno delle élite tradizionali.

Ho già detto tutto questo.

 A volte, mi sembra di svegliarmi ogni mattina alle sei con Sonny e Cher a ripetizione.

Come dice Bill Murray nel film, "non c'è modo che questo inverno finisca finché questa marmotta continua a vedere la sua ombra".

Quando si sveglieranno domani, incoraggerei i leader europei a trovare un approccio diverso.

 Perché attraversare lo stesso ciclo ogni giorno non porterà mai la pace in Ucraina.

 

 

 

 

 

 

SCO e BRICS 2025.

 Unz.com - Michael Hudson – (6 settembre 2025) – ci dice:

 

Il riallineamento dell'Eurasia di fronte alla barbarie in fase avanzata

Gli incontri della “Shanghai Cooperation Organization” in Cina la scorsa settimana (2 e 3 settembre) hanno compiuto un notevole passo avanti nel definire come il mondo si dividerà in due grandi blocchi, mentre i paesi della maggioranza globale cercano di liberare le loro economie non solo dal caos tariffario di Donald Trump, ma anche dai tentativi sempre più estremisti sponsorizzati dagli Stati Uniti di imporre un controllo unipolare sull'intera economia mondiale, isolando i paesi che cercano di resistere a questo controllo, sottoponendoli al caos commerciale e monetario nonché allo scontro militare diretto.

 

Gli incontri della” SCO” divennero un forum pragmatico per definire i principi fondamentali per sostituire l'indipendenza commerciale, monetaria e militare degli altri paesi dagli Stati Uniti con scambi commerciali e investimenti reciproci tra loro, sempre più isolati dalla dipendenza dai mercati statunitensi per le loro esportazioni, dal credito statunitense per le loro economie interne e dai dollari statunitensi per le transazioni commerciali e di investimento tra loro.

 

I principi annunciati dal presidente cinese” Xi”, dal presidente russo “Putin” e da altri membri della “SCO” preparano il terreno per definire nei dettagli un nuovo ordine economico internazionale, sulla falsariga di quello promesso 80 anni fa alla fine della Seconda guerra mondiale, ma che è stato distorto fino a diventare irriconoscibile dagli Stati Uniti e dai suoi satelliti, trasformandolo in ciò che i paesi asiatici e altri paesi della maggioranza globale sperano sia stato solo un lungo viaggio storico lontano dalle regole fondamentali della civiltà e dalla sua diplomazia, commercio e finanza internazionale.

 

Non dovrebbe sorprendere che sulla stampa occidentale mainstream non sia apparsa una sola parola di questi principi o delle loro motivazioni.

Il” New York Times” ha descritto gli incontri in Cina come un piano di aggressione contro gli Stati Uniti, non come una risposta alle azioni statunitensi.

 Il presidente Donald Trump ha riassunto questo atteggiamento in modo molto succinto in un post su Truth Social:

 "Presidente Xi, porga i miei più sentiti saluti a Vladimir Putin e Kim Jong Un, mentre cospirate contro gli Stati Uniti d'America".

 

La copertura mediatica statunitense delle riunioni della SCO in Cina presenta una prospettiva notevolmente ridotta che mi ricorda la famosa incisione di “Hokusai” che raffigura un albero in primo piano che oscura completamente la città lontana sullo sfondo.

Qualunque sia il tema internazionale, è tutto incentrato sugli Stati Uniti. Il modello di base è l'ostilità di un governo straniero nei confronti degli Stati Uniti, senza alcun riferimento al fatto che si tratti di una risposta difensiva alla belligeranza statunitense nei confronti dello straniero.

 

Il modo in cui la stampa ha trattato le riunioni della SCO e le relative discussioni geopolitiche presenta una notevole somiglianza con il modo in cui ha trattato la guerra della NATO contro la Russia in Ucraina.

Entrambi gli eventi sono visti come se riguardassero esclusivamente gli Stati Uniti (e i loro alleati), non Cina, Russia, India, Asia centrale e altri Paesi che agivano per promuovere i propri tentativi di creare scambi commerciali e investimenti ordinati e reciprocamente vantaggiosi. Proprio come la guerra in Ucraina è descritta come un'invasione russa (senza alcun riferimento alla sua difesa contro l'attacco della NATO alla sicurezza della Russia), le riunioni della SCO a Tianjin e le successive riunioni a Pechino sono state descritte come un complotto conflittuale contro l'Occidente, come se gli incontri riguardassero Stati Uniti ed Europa.

 

Il 3 settembre il cancelliere tedesco, “Friedrich Merz”, ha definito Putin forse il più grave criminale di guerra del nostro tempo, poiché è stata la Russia ad attaccare l'innocente Ucraina, non viceversa dal colpo di stato del 2014 in poi.

 Come Putin ha commentato l'accusa di “Merz”: "Non diamo per scontato che debbano apparire nuovi stati dominanti. Tutti dovrebbero essere su un piano di parità".

 

La parata militare a Pechino, che ha seguito gli incontri, è stata un promemoria per il mondo che gli accordi internazionali che hanno creato le Nazioni Unite e altre organizzazioni alla fine della seconda guerra mondiale avrebbero dovuto porre fine al fascismo e introdurre un ordine mondiale giusto ed equo basato sui principi delle Nazioni Unite.

Dipingere questa cornice degli incontri come una minaccia per l'Occidente significa coprire, persino negare, che è l'Occidente stesso che ha abbandonato e di fatto invertito i principi apparentemente multilaterali promessi nel 1944-1945.

 

La rappresentazione statunitense ed europea delle riunioni della SCO come interamente plasmate dall'antipatia verso l'Occidente non è semplicemente espressione del narcisismo occidentale.

Si è trattato di una politica deliberatamente censoria, volta a non discutere le modalità con cui si sta sviluppando un'alternativa all'ordine economico neoliberista incentrato sugli Stati Uniti.

Il capo della NATO “Mark Rutte” ha chiarito che non si doveva nemmeno pensare all'esistenza di una politica da parte dei paesi per creare un ordine economico alternativo e più produttivo, quando si è lamentato del fatto che Putin stesse ricevendo troppa attenzione.

Ciò significava non discutere di ciò che è realmente accaduto negli ultimi giorni in Cina, e di come questo rappresenti una pietra miliare nell'introduzione di un nuovo ordine economico, ma che non include l'Occidente.

Il Presidente Putin ha spiegato in una conferenza stampa che il confronto non era affatto al centro dell'attenzione.

I discorsi e le conferenze stampa hanno illustrato nei dettagli ciò che era necessario per consolidare le relazioni tra loro.

 In particolare, come faranno l'Asia e il Sud del mondo a procedere per la propria strada, riducendo al minimo i contatti e l'esposizione all'aggressività economica e                                               militare dell'Occidente?

 

L'unico confronto militare minacciato è quello con la NATO, dall'Ucraina al Mar Baltico, dalla Siria a Gaza, dal Mar Cinese al Venezuela e al Nord Africa.

Ma la vera minaccia è la finanziarizzazione e la privatizzazione neoliberiste dell'Occidente, il Thatcherismo e la Reaganomics.

 La SCO e i BRICS (come ora si sta discutendo nelle riunioni successive) vogliono evitare il calo degli standard di vita e delle economie che sta vivendo l'Occidente con la sua deindustrializzazione.

Vogliono un aumento degli standard di vita e della produttività.

 Il loro tentativo di creare un piano di sviluppo economico alternativo e più produttivo è ciò che non viene discusso in Occidente.

 

Questa grande frattura è ben rappresentata dal gasdotto Power of Siberia 2.

Questo gas avrebbe dovuto raggiungere l'Europa, alimentando il Nordstream 1.

Tutto questo è finito.

 Il gas siberiano ora andrà in Mongolia e Cina.

In passato ha alimentato l'industria europea;

 ora farà lo stesso per Cina e Mongolia, lasciando l'Europa dipendente dalle esportazioni di GNL statunitensi e dal calo delle forniture del Mare del Nord a prezzi molto più alti.

 

Alcuni risultati geopolitici degli incontri della SCO.

 

Il contrasto tra il successo del consolidamento degli accordi commerciali, di investimento e di pagamento SCO/BRICS e la destabilizzazione degli Stati Uniti rende difficile per i paesi cercare di aderire sia al blocco USA/NATO che ai BRICS/paesi del Sud globale.

La pressione è particolarmente forte su Turchia, Emirati e Arabia Saudita.

Gli Emirati Arabi Uniti sono membri dei BRICS e gli altri sono osservatori, ma i paesi arabi sono particolarmente esposti finanziariamente al dollaro e ospitano anche basi militari statunitensi. (L'India ha impedito all'Azerbaigian di aderire.)

 

Sono in atto due dinamiche.

Da un lato, mentre perseguono un piano di sviluppo economico potenzialmente alternativo, i BRICS e la Maggioranza Globale stanno cercando di difendersi dall'aggressione economica di Stati Uniti/NATO e di de-dollarizzare le proprie economie per ridurre al minimo la dipendenza commerciale dal mercato statunitense.

 Questo li salva dal rischio che gli Stati Uniti strumentalizzino il loro commercio estero e il loro sistema monetario per bloccare il loro accesso alle catene di approvvigionamento che sono state istituite, con conseguente destabilizzazione delle loro economie.

 

L'altra dinamica è che l'economia statunitense sta diventando meno attraente, polarizzandosi, contraendosi e de-deindustrializzandosi a causa della sua finanziarizzazione e dell'aumento del debito sovrano. Sta inoltre diventando inflazionistica a causa dei dazi di Trump e del deprezzamento del dollaro dovuto alla de-dollarizzazione dei paesi, e rimane soggetta a una bolla finanziaria basata sul debito, che è a rischio crescente di crollo improvviso.

 

Queste due dinamiche riflettono il contrasto fondamentale tra i sistemi economici e le politiche tra i mercati oligarchici privatizzati e finanziarizzati (neoliberismo) e le economie socialiste industriali. Il socialismo di queste ultime è la logica estensione della dinamica del primo capitalismo industriale, che cercava di razionalizzare la produzione e ridurre al minimo gli sprechi e i costi superflui imposti da classi in cerca di rendita che pretendevano un reddito senza svolgere un ruolo produttivo – proprietari terrieri, monopolisti e settore finanziario.

 

Il grande problema, naturalmente, è che gli americani vogliono far saltare in aria il mondo se non riescono a controllarlo e a dominare tutti gli altri paesi.

 “Alistair Crooke” ha recentemente avvertito che il movimento cristiano evangelico vede questa come un'opportunità per una conflagrazione che vedrà Gesù tornare e convertire il mondo al jihadismo cristiano.

Il termine "barbarie in fase avanzata" è ora usato in gran parte di Internet per il fanatismo della supremazia etnica che va dai jihadisti wahabiti e le rotture di al Qaeda (sponsorizzate dalla CIA/MI6 per essere sicuri) attraverso i sionisti a Gaza e in Cisgiordania e in Africa alla rinascita neonazista ucraina (con i suoi echi nell'odio della Germania per la Russia) che non si vedeva dal nazismo degli anni '30 e '40, negando che i loro avversari siano esseri umani.

Come alternativa alla SCO, ai BRICS e alla maggioranza globale, questa barbarie definisce la profondità della rottura nell'attuale allineamento geopolitico.

Non c'è dubbio che le oligarchie clienti in tutti i BRICS cercheranno di mantenere il maggior numero possibile dei loro privilegi (cioè le rendite economiche).

Siamo solo all'inizio di quella che promette di essere una lunga promessa.

Per il momento, tutto ciò che i paesi membri possono fare è isolare le loro relazioni monetarie e di bilancia dei pagamenti, insieme agli investimenti reciproci.

Quindi la vera "nuova civiltà" è molto lontana.

Ma gli Stati Uniti e la loro politica satellitare europea sono un grande catalizzatore per accelerare la grande transizione.

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