Sud globale si confronta con Trump.
Sud
globale si confronta con Trump.
Maledetto
Sud Globale che
Non
Vuole Più Obbedire…
Conoscenzealconfine.it
– (4 Settembre 2025) - Augusto Grandi – ci dice:
Imbarazzanti
le reazioni dell’Occidente di fronte alle immagini del vertice SCO in Cina.
Imbarazzanti
più ancora che imbarazzate.
Perché
è difficile sembrare più idioti e arroganti di così.
Hanno
cominciato gli statunitensi, scioccati perché Modi, il leader indiano, si è
mostrato felice e sorridente mentre incontrava i feroci dittatori Xi Jinping e
Putin.
Ma come, Modi che guida la più grande
democrazia del mondo, si accorda con l’asse del male?
Ovviamente
i buoni yankee ritengono che l’India dovesse accettare senza fiatare i dazi al
50% imposti dagli Usa.
Perché
erano dazi educativi, non punitivi.
E gli
altri analisti e commentatori atlantisti, in Italia e in Europa, sulle medesime
posizioni.
Se il
Sud globale non accetta le imposizioni occidentali, che sono poi quelle di
Washington e Tel Aviv, allora vuol dire che complotta contro l’Occidente.
Contro
un’Europa buona e giusta che vara il 150° pacchetto di sanzioni contro la
Russia e neppure uno contro Israele.
Che
esclude gli atleti russi dalle competizioni internazionali ma non quelli
israeliani.
Che
vieta a Teheran di avere le atomiche ma Tel Aviv può.
E
Trump che minaccia di invadere il Venezuela, di mandare le truppe in Messico,
di occupare la Groenlandia, ma si indigna all’idea di un’invasione cinese a
Taiwan.
Mentre
l’Europa frigna perché russi e cinesi intervengono in Africa al posto dei
francesi.
Quei
francesi che, insieme agli inglesi, hanno rovesciato Gheddafi creando il caos.
Quell’Europa che, insieme agli Usa, organizza colpi di stato dall’Ucraina alla
Georgia, dalla Romania alla Moldova, ma poi protesta contro inesistenti
finanziamenti russi a chi contesta gli euro-ebetini di Bruxelles.
Davvero
è tanto strano che il resto del mondo non ne possa più di tutto questo?
Di
sanzioni e minacce, di soprusi e aggressioni?
Di
dazi e sfruttamento?
Il
problema, per l’Europa, è che il Sud globale si confronta con Trump.
Nessuno
perde tempo con Ursula, con Kallas, con Macron.
E se
deve trattare con Black Rock lo fa direttamente, senza passare dal funzionario
mandato a fare il Cancelliere a Berlino.
(Augusto
Grandi).
(electomagazine.it/maledetto-sud-globale-che-non-vuole-piu-obbedire/).
A che
punto è la sinistra americana?
I
retroscena dello scontro tra quattro
città
progressiste e Trump.
Msn.com
– Corriere della sera – Mondo - Storia di Federico Rampini - (6-9-2025) – ci dice:
A che
punto è la sinistra americana? I retroscena dello scontro tra quattro città
progressiste e Trump.
C’è
una sinistra che scende a compromessi con Donald Trump, qualche esponente
addirittura cerca accordi con lui per eliminare concorrenti di partito, e c’è
chi invece abbraccia la Resistenza con programmi di riforme molto radicali:
le ultime novità dentro l’opposizione
democratica Usa meritano un approfondimento.
Anche
perché si avvicinano dei test elettorali importanti a cominciare dalla città di
New York.
La
Grande Mela fa parte di un «quadrilatero progressista» – con Los Angeles,
Chicago e Washington – dove in questi giorni lo scontro è ai massimi tra il
federalismo delle città di sinistra e le tendenze accentratrici dell’esecutivo:
con al centro la questione della sicurezza.
The “Washington
Post”, il giornale della capitale federale risolutamente schierato con
l’opposizione anti-trumpiana, ha dato l’annuncio con una “Breaking News”: «La sindaca Bowser considera
benvenute le forze dell’ordine federali, a tempo indefinito».
Si
capisce l’enfasi del quotidiano, la svolta è clamorosa.
La
sindaca di Washington, l’afroamericana “Muriel Bowser”, era diventata una delle
figure di punta della sinistra democratica.
Quando
Donald Trump decise l’invio di truppe della Guardia nazionale e reparti
federali per contrastare la criminalità nella capitale, la sua reazione
iniziale era stata durissima.
Si era
opposta alla «militarizzazione», denunciandola come inutile, o strumentale, o
peggio: come un segnale di stampo autoritario.
La
battaglia della sindaca “Bowser” contro la Casa Bianca aveva avuto l’appoggio
nazionale del suo partito, e di molti media.
Adesso
cos’è successo di nuovo?
Il
primo provvedimento di Trump che metteva le forze di polizia locali sotto la
guida dell’esecutivo, e le affiancava con reparti federali e della Guardia
nazionale, scade entro pochi giorni.
In
vista di questa scadenza, la sindaca” Bowser “ora annuncia che è d’accordo per
estendere queste misure «a tempo indeterminato».
Come
si spiega un cambiamento così repentino?
Una
chiave si trova in alcune inchieste pubblicate nei giorni scorsi dall’altro
quotidiano progressista, il “New York Times”, sugli effetti del dispiegamento
di corpi federali a Washington.
Verdetto:
un calo della criminalità in effetti c’è, anche se i reportage in questione
hanno sollevato alcuni dubbi e riserve:
sul
fatto se sia durevole, se riguardi soltanto certe tipologie di reati, o se il
miglioramento sia concentrato in alcuni quartieri della capitale.
Ma la
sindaca, che gestisce il consenso dei suoi elettori, evidentemente ritiene che
la riduzione dei reati è popolare e si è allineata con i desideri della sua
constituency.
Al tempo stesso l’”Attorney General del District of
Columbia”, una sorta di avvocatura del municipio, ha fatto ricorso contro
Trump, chiedendo una ingiunzione dei tribunali che blocchi la federalizzazione
dell’ordine pubblico: una divaricazione in seno alla stessa amministrazione
democratica.
Qualcosa
di non molto diverso è accaduto in California, il primo Stato governato dai
democratici dove Trump inviò la Guardia nazionale all’inizio dell’estate, in un
periodo di scontri violenti a Los Angeles sull’immigrazione.
Il
governatore della California,” Gavin Newsom”, aveva denunciato quella decisione
ed era diventato anche lui un’icona nazionale della resistenza anti-trumpiana.
Da
allora Newsom, che è un possibile candidato per la Casa Bianca nel 2028, non ha
smesso di criticare Trump; però ha annunciato che l’ordine pubblico sarà una
delle sue priorità locali.
Anche
la magistratura locale e progressista che ha condannato l’invio della Guardia
nazionale manda messaggi contrastanti:
il
giudice” Charles Breyer” ha diffidato Trump dall’usarla in compiti di ordine
pubblico però ha giudicato positivo il dispiegamento di 300 militari federali
in difesa di edifici pubblici presi di mira dalle violenze.
Un
altro segnale interessante dalla sinistra più radicale lo ha dato “Bernie
Sanders”, leader storico dell’ala «socialista» e già più volte candidato alla
nomination democratica.
L’anziano senatore del Vermont ha approvato la
decisione di Trump di acquisire una quota del 10% nel capitale di Intel,
azienda americana di microchip.
Ancora
sul “New York Times”, in un podcast l’analista economico del quotidiano “Andrew
Ross Sorkin” sottolinea la convergenza fra la politica industriale di Trump e
le tesi della sinistra.
Le
misure recenti che hanno fatto parlare di un «capitalismo di Stato», o di una
«imitazione del modello cinese», sono le seguenti:
il governo federale ha preso una “Golden Share” con
diritto di veto nel capitale del “gruppo siderurgico US Steel” in occasione
dell’ingresso nel capitale dei giapponesi di Nippon Steel;
il Pentagono ha acquisito una partecipazione
azionaria in una delle poche aziende americane che estraggono e lavorano terre
rare;
Trump
ha autorizzato vendite limitate di microchip alla Cina da parte di Nvidia e Amd
ma a condizione che versino una tassa del 15% al Tesoro;
infine l’ingresso nell’azionariato di Intel
col 10%.
Dire
che si tratti di una novità assoluta è sbagliato.
L’America
ebbe esperimenti di capitalismo di Stato nell’Ottocento e sotto il New Deal di
Franklin Roosevelt negli anni Trenta del secolo scorso;
poi ci
furono i salvataggi pubblici di banche e aziende automobilistiche sotto vari
presidenti da Reagan a Obama.
In generale c’è sempre stata una corrente di
pensiero americano che guardava con ammirazione ai dirigismi altrui, in Europa
e in Asia.
Ma era
soprattutto collocata a sinistra.
“Sanders”
in questo è coerente:
lui fa parte di quell’ala socialista che
criticò aspramente Obama per aver salvato le banche nel 2008 senza ottenere in
cambio un potere di controllo.
Oggi Sanders approva l’ingresso del Tesoro nel
capitale di “Intel “con la stessa logica:
l’”azienda
di microchip” stava ricevendo decine di miliardi di aiuti pubblici sotto
l’Amministrazione Biden ma non doveva sottoporsi ad alcuna influenza statale.
È uno di quei casi in cui Trump spiazza
l’avversario, perché la sua politica economica è quella di una destra sociale,
populista, non di rado convergente con la sinistra più estrema.
Un
altro colpo di scena a sinistra riguarda l’elezione del sindaco di New York,
che si tiene fra soli due mesi.
Il favorito è “Zohran Madani”, esponente della
sinistra radicale che ha vinto le primarie democratiche.
Il
trentenne “Madani”, figlio di indiani musulmani, nato in un ambiente
intellettuale ed elitario (la madre è una celebre regista cinematografica, il
padre è professore universitario) non ha esperienze amministrative ma il suo
messaggio socialista e pro-Pal gli è valso alti consensi fra gli studenti e i
ceti medioalti di Manhattan.
Contro
di lui tenta una disperata rimonta “Andrew Cuomo”, notabile del partito
democratico, rampollo di una dinastia politica italo-americana, con una zavorra
di scandali nel suo passato.
Cuomo,
ex governatore dello Stato di New York, fa parte di quel centro moderato del
partito che vede come una catastrofe l’elezione di un sindaco di estrema
sinistra.
È convinto che la vittoria di “Madani”
accentuerebbe i problemi attuali di New York:
dalla criminalità alla fuga di abitanti e
imprese verso Stati Usa con meno tasse e meno burocrazia pubblica.
Sconfessato
dalla base militante alle primarie, “Cuomo” si presenta a novembre come
indipendente.
Rischia
di perdere ancora una volta, se i voti moderati si dividono tra più candidati:
al momento sulle schede elettorali dovrebbero figurare anche un repubblicano, e
il sindaco uscente” Eric Adams,” ex-democratico pure lui in corsa come
indipendente. Allora ecco che Cuomo fa l’impensabile: cerca aiuto da Trump.
Da
settimane l’italo-americano ha lanciato una sua offensiva della seduzione verso
il presidente, cercandone l’appoggio.
Trump
potrebbe aiutarlo, secondo le ultime voci, offrendo un incarico di governo a “Eric
Adams,” che così si ritirerebbe dalla corsa a vantaggio di Cuomo.
Il
voto di New York sarà il test più importante dell’autunno, per tante ragioni:
è la più grossa metropoli del paese, la sede
del potere finanziario, una roccaforte della sinistra, ed è anche la città di
origine di Trump.
Anche a New York l’ordine pubblico spacca la sinistra:
Madani si schierò con la campagna per tagliare
fondi alla polizia, cosa che Cuomo ricorda a tutti come una prova che è
inadatto a governare.
“Chicago”
è l’altra grande città governata dalla sinistra, dove la sicurezza è il terreno
di scontro più visibile fra democratici e repubblicani.
Quasi
come fosse tornata ai tempi di “Al Capone”, Chicago fa notizia per la violenza.
Solo
nell’ultimo ponte festivo del” Labor Day” ci sono state 58 sparatorie con 67
feriti e 13 morti in città.
Nel
2024 con 573 omicidi Chicago si è confermata per il 13esimo anno consecutivo la
città più violenta d’America.
Trump
vuole mandare anche lì dei rinforzi federali.
Il
sindaco “Brandon Johnson” e il governatore dell’Illinois “JB Pritzker”
(quest’ultimo un miliardario molto simile a Trump, rampollo di una famiglia
arricchitasi con la catena di alberghi Hyatt) accusano la Casa Bianca di voler
«militarizzare» la loro città.
In
punta di diritto possono vincere anche loro, come la “California”:
a
differenza di Washington il cui statuto speciale dà poteri al presidente anche
sull’ordine pubblico, in altri Stati Usa l’invio della Guardia nazionale è
possibile ma va concordato con le autorità locali.
La
questione è capire se questo sia il terreno di scontro vincente per i
democratici. L’opinionista afroamericano “Jason Riley” è convinto che «l’ordine
pubblico è un tema vincente per Trump», in modo particolare fra le minoranze
etniche.
Riley lo spiega così:
«La maggiore presenza della polizia non viene
percepita in modo uguale tra i diversi gruppi razziali ed etnici, e città come
Chicago traggono particolare beneficio da un numero più alto di agenti, dato
che le vittime di omicidio sono per stragrande maggioranza nere.
Secondo
un’analisi del 2020 sugli effetti razziali specifici di forze di polizia più
numerose, aumentare la presenza e la visibilità degli agenti riduce la
criminalità.
Il calo degli omicidi è doppio per le vittime
nere in termini pro capite. C’è una visione largamente diffusa a sinistra, secondo cui la
criminalità può essere imputata soprattutto alla povertà.
Sono
proprio queste opinioni del sindaco a essere fuori dalla realtà.
Vi
sono più prove che è la criminalità ad alimentare la povertà, piuttosto che il
contrario.
I
commercianti hanno maggiori probabilità di abbandonare i quartieri senza legge,
portando via opportunità di lavoro e attività economica.
Quando le imprese se ne vanno, la base
imponibile si restringe, i valori immobiliari calano e i servizi pubblici
peggiorano.
Negli anni ’40 e ’50, il tasso di omicidi tra
i maschi neri diminuì a doppia cifra e i redditi dei neri crebbero più
rapidamente di quelli dei bianchi.
Quartieri
più sicuri favoriscono la mobilità sociale, e la polizia contribuisce a
mantenerli tali».
In
Cina i leader del Sud Globale,
“Xi”
ruba la scena a Trump.
Radiostudio90italia.it
– Antonio Moscatello – aska news – (1°settembre 2025) – ci dice:
Roma,
1 set. (askanews) –
Dopo
molti mesi di protagonismo trumpiano, la Cina si riprende nella prima metà di
questa settimana il palcoscenico della diplomazia globale.
Xi Jinping ospita una trentina di capi di
Stato e di governo – tra i quali il presidente russo Vladimir Putin, il primo
ministro indiano Narendra Modi, il leader nordcoreano Kim Jong Un – per un
doppio appuntamento, il summit annuale dell’”Organizzazione per la cooperazione di
Shanghai” (Sco) e le commemorazioni della Vittoria 80 anni fa nella seconda
guerra mondiale sul Giappone, che punta ad accreditare Pechino come il campione del
cosiddetto Sud globale e come potenza benigna orientata alla protezione della
pace e della stabilità.
Quella
del presidente cinese è una carta già giocata nel primo mandato di Donald Trump
alla Casa bianca:
mentre
il leader americano sferzava allora e sferza ora il mondo a colpi di dazi e
protezionismo come leva per allineare all’egemonia americana partner e
avversari recalcitranti, Pechino si pone come roccaforte della stabilità
globale, del multilateralismo e, paradossalmente per un paese che si professa
comunista, della libertà del mercato.
IL “SUMMIT
SCO”.
Il
vertice della Sco, che si è concluso oggi a Tianjin, ha posto in effetti
proprio le basi di un’agenda alternativa a quella imposta all’Occidente da
Trump.
L’organizzazione – nata nel 2001 per volontà
di Mosca, ma oggi di fatto divenuta uno strumento della politica estera cinese
– ha un “Dna euroasiatico” molto pronunciato e, su questo, “Xi” punta per
alleggerire la pressione Usa che verte sul Pacifico.
“Xi”
nel suo intervento è stato chiaro.
‘La vasta terra dell’Asia e dell’Europa, culla
delle antiche civiltà e luogo dei primi scambi tra Oriente e Occidente, è stata
una forza trainante del progresso umano.
Sin
dall’antichità, i popoli di diversi Paesi hanno praticato il baratto e il
commercio per reciproco vantaggio, imparando gli uni dagli altri.
Gli
Stati membri della SCO devono rafforzare la comprensione reciproca e l’amicizia
attraverso gli scambi tra i popoli, sostenersi con fermezza nella cooperazione
economica e coltivare insieme un giardino di civiltà in cui tutte le culture
possano prosperare e convivere in armonia attraverso l’arricchimento reciproco,
ha detto nel suo intervento il leader cinese.
Dietro
le formule auliche, un segnale preciso:
la
Cina chiede di non aderire alla pressione protezionistica americana, facendo
affidamento sulle vaste aree di crescita economico, commerciale e culturale
euroasiatica.
È di
fatto l’idea della “Nuova Via della Seta” rivisitata.
Stesso
approccio per quanto riguarda la “diplomazia”:
‘Dobbiamo
promuovere una corretta visione storica della Seconda guerra mondiale e opporci
alla mentalità da Guerra fredda, al confronto tra blocchi e agli atti di
prepotenza.
Dobbiamo salvaguardare il sistema
internazionale con al centro le Nazioni unite e sostenere il sistema
commerciale multilaterale con al centro l’Omc.
Dobbiamo sostenere un mondo multipolare equo e
ordinato, una globalizzazione economica universale, inclusiva e vantaggiosa per
tutti, e rendere il sistema di governance globale più giusto ed equo.
Questo
in un momento in cui il sistema Onu è sotto attacco degli Usa e di un alleato
come Israele, impegnato nella guerra a Gaza.
Non a
caso, alla vigilia dell’apertura del summit, ieri,” Xi” ha incontrato il
segretario generale dell’Onu “Antonio Guterres”, al quale ha detto che la Cina
è una “fonte di stabilità e certezza” in mezzo ai cambiamenti globali e che “la
storia insegna che il multilateralismo, la solidarietà e la cooperazione sono
la via giusta per affrontare le sfide globali”.
“Xi”
ha inoltre invocato sforzi congiunti per “rivitalizzare l’autorità e la
vitalità” delle Nazioni Unite affinché diventino la piattaforma centrale per
affrontare gli affari globali.
Infine, a margine del vertice, ha proposto la
costituzione di un’”iniziativa Sco” per la” governance mondiale della Sco”.
LA
VISITA ‘SENZA PRECEDENTI’ DI VLADIMIR PUTIN.
Uno
dei punti forti di questa offensiva diplomatica è la visita – definita dal
Cremlino ‘senza precedenti’ – di Putin per ben quattro giorni:
dal
summit Sco alla parata militare di mercoledì a Pechino.
È un
fatto importante, non solo perché Russia e Cina hanno coltivato un rapporto
speciale in termini politici ed economici soprattutto dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, ma anche perché andando in Cina il leader russo mostra di essere
integrato in un sistema di relazioni globali che interessano grandi potenze,
tra le più popolose al mondo.
‘La
Sco dà un sostegno tangibile al rafforzamento dell’atmosfera di cooperazione e
fiducia reciproca in tutto il continente eurasiatico, contribuendo così a
creare i presupposti politici, sociali ed economici per la formazione di un
nuovo sistema di stabilità, sicurezza e sviluppo pacifico in Eurasia, un
sistema che andrà a sostituire i modelli eurocentrici ed euro-atlantici ormai
superati’, ha affermato Putin, durante la riunione del Consiglio dei Capi di
Stato della SCO.
La visione da Mosca della Sco, insomma, appare
essere quella di un raggruppamento alternativo a quello incentrato dagli Usa
con la Nato.
Ma, al
di là della cornice internazionale, probabilmente il nocciolo più importante
della lunga visita di Putin va ricercato nei colloqui bilaterali.
Un primo assaggio si è avuto già ieri, quando
il leader russo ha avuto un abboccamento con “Xi”, per informarlo dei dettagli
del summit di Ferragosto avuto in Alaska con Trump.
Il rapporto di simpatia tra Putin e il
presidente americano, in effetti, è noto e fonte di qualche preoccupazione a
Pechino.
Oggi,
nel suo discorso, Putin ha circoscritto il senso del vertice in Alaska alla
soluzione del conflitto ucraino.
‘Apprezziamo
profondamente gli sforzi e le proposte di Cina, India e degli altri nostri
partner strategici, volti a facilitare la risoluzione della crisi ucraina’, ha
affermato.
‘Vorrei
sottolineare – ha aggiunto – che le intese raggiunte al recente vertice
russo-americano in Alaska, spero, si stiano muovendo anche in questa direzione
(cioè verso la risoluzione della crisi ucraina, ndr.), aprendo la strada alla
pace in Ucraina’.
Il grosso dei colloqui Putin-Xi, comunque deve
ancora arrivare.
KIM
JONG UN IN TRENO VERSO PECHINO.
Un
altro grande protagonista di questi giorni è il leader nordcoreano Kim Jong Un,
il quale dovrebbe essere partito oggi alla volta di Pechino sul suo treno verde
blindato.
Dovrebbe arrivare nella capitale cinese dopo
20-24 ore di viaggio.
È la
seconda volta che un capo nordcoreano presenzia a una parata a piazza
Tiananmen.
L’ultima
volta era accaduto nel 1959, ai tempi di Mao Zedong in Cina:
il
nonno dell’attuale leader e fondatore della Repubblica democratica popolare di
Corea, “Kim Il Sung” andò in Cina per rendere onore al fratello maggiore
cinese.
E,
tuttavia, allo stesso tempo, il primo della dinastia al potere a Pyongyang
continuava a giocare su due tavoli con l’Unione sovietica in una partita che
puntava a ottenere da un paese ‘fratello’ quello che l’altro non dava.
La
situazione, volendo, non è troppo cambiata.
Kim il giovane – grandissimo ammiratore del
nonno, che usa spesso come modello anche fisicamente – ha un rapporto piuttosto
ambivalente con “Xi”, che come è noto, non lo ama particolarmente.
Per di
più, Kim ha dato vita recentemente a uno spericolato avvicinamento a Putin, con
la firma di un accordo di partenariato strategico globale, in base al quale ha
inviato persino truppe nordcoreane in Russia per combattere contro le forze
ucraine.
Ciò
non è stato gradito a Pechino e le relazioni già labili con il paese, da cui
peraltro la Nord corea dipende ampiamente da un punto di vista economico, sono
diventate vieppiù fredde.
La
visita in Cina, considerata anche la nota ritrosia del dittatore nordcoreano a
lasciare il paese, punta a rinverdire le relazioni con la Cina.
Secondo
fonti del Cremlino, citate dalle agenzie russe, Kim siederà durante la parata a
sinistra di “Xi”, mentre Putin sarà alla destra del presidente cinese.
È
possibile anche che si tenga un vertice a tre tra Xi, Putin e Kim.
La
decisione del leader nordcoreano di presenziare alla parata militare in Cina è
stata annunciata pochi giorni dopo che sia il presidente sudcoreano “Lee
Jae-myung” sia il presidente statunitense Donald Trump hanno espresso la loro
disponibilità a riprendere la diplomazia con la Corea del Nord nel corso del
loro vertice a Washington.
La presenza di “Kim” alla parata militare di
questa settimana a Pechino, al fianco di Putin e “Xi”, potrebbe rappresentare
un segnale che il leader nordcoreano non ha alcun interesse a impegnarsi in
colloqui diplomatici con la Corea del Sud o con gli Stati Uniti.
Nello
stesso tempo, in una riconfigurazione degli equilibri globali, indicare per la
Corea del Nord una via d’uscita dal semi-isolamento che ha caratterizzato la
sua storia in decenni, con un allineamento a un fronte alternativo
all’occidente, oggi in sofferenza anche per l’assertività americana.
In un discorso del 2023, Kim fece riferimento
a una ‘nuova Guerra fredda’ in ascesa e sottolineò l’intento del Paese di
promuovere una ‘solidarietà anti-statunitense’, lasciando intendere sforzi
diplomatici per bilanciare contro gli Stati uniti e i loro alleati.
Tuttavia,
ci sono anche analisti i quali sostengono che questo sfoggio di allineamento
con Pechino e Mosca abbia anche lo scopo di consolidare la posizione
nordcoreana in vista di future trattative con gli Stati uniti.
“MODI”,
QUANDO IL NEMICO DEL TUO NEMICO È UN PO’ NEMICO UN PO’ AMICO.
Diverso
il senso della presenza in Cina del primo ministro indiano “Narendra Modi”, che
ha preso parte al summit Sco, di cui l’India è membro a pieno titolo.
A differenza della gran parte degli altri leader
volati in Cina, il leader indiano non parteciperà invece alla parata di
mercoledì.
Questo in virtù delle relazioni ambivalenti
tra Nuova Delhi e Pechino, ma anche della relazione positiva tra India e
Giappone, paese quest’ultimo che in occasione delle celebrazioni dell’80mo
viene ricordato come invasore.
Non a caso, Modi prima di volare a Tianjin è
andato a Tokyo dove ha visto il primo ministro “Shigeru Ishiba”.
‘Siamo
i due Paesi più popolosi del mondo e parte del Sud Globale.
È fondamentale essere amici, buoni vicini, e
che il ‘drago’ e l” elefante si uniscano’, ha detto Xi ieri incontrando Modi.
‘Siamo
impegnati a portare avanti le nostre relazioni sulla base della fiducia
reciproca, del rispetto e della sensibilità’, gli ha risposto Modi.
‘Dopo
il disimpegno al confine, si è creato un clima di pace e stabilità’, ha
aggiunto il capo del governo di Nuova Delhi.
In
effetti, le relazioni sono ambivalenti.
I due giganti dell’Asia sono in conflitto per
quanto riguarda l’indefinito confine himalayano e Nuova Delhi non ha apprezzato
le forniture di armi da parte di Pechino al Pakistan in occasione della
recente, breve guerra.
Nello
stesso tempo, le relazioni commerciali sono importanti e a portarle vicino è
oggi soprattutto la politica di Trump.
L’India,
infatti, è stata fatta oggetto di pesanti dazi al 50% da parte degli Usa a
causa degli acquisti di petrolio dalla Russia a prezzo ribassato.
Ciò
spinge Nuova Delhi – che da sempre ha una politica estera neutrale – ad avere
un rapporto più stretto con la Cina e soprattutto con la Russia.
Nel
suo incontro di oggi con Putin, Modi ha ribadito che ‘India e Russia hanno
sempre camminato fianco a fianco.
(Antonio Moscatello).
IL
SUCCESSO DIPLOMATICO DEL BULLO TRUMP:
HA
RIUNITO IL “SUD GLOBALE”.
Dagospia.com
– (2 settembre 2025) – Stefano Stefanini - La Stampa – ci dice:
AL
VERTICE “SCO” DI TIANJIN SI CONSOLIDA IL FRONTE ANTI-OCCIDENTALE E
ANTI-AMERICANO.
E IL
RUOLO DELL’INDIA PUÒ CAMBIRE GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI – L’AMBASCIATORE STEFANINI:
“DA
TEMPO I BRICS CERCANO DI ESSERE IL CONTRALTARE AL G7 DELL'OCCIDENTE. OPERAZIONE
FINORA VELLEITARIA:
NON
BASTA LA SOMMA DEI PIL.
ADESSO
LA SFIDA VA PRESA SUL SERIO PER TRE CONVERGENTI FATTORI: L'INDIA SI AVVICINA
ALLA CINA;
LA
RUSSIA NON SI STACCA DALLA CINA;
AMERICA E EUROPA SI ALLONTANANO”.
“IL RIAVVICINAMENTO
TRA INDIA E CINA È STATO FAVORITO DAI DAZI AMERICANI DEL 50% SU NUOVA DELHI E
DALLA VANITÀ DEL PRESIDENTE AMERICANO…”
(Stefano Stefanini per “la Stampa:”)
Henry
(Kissinger) e Zbig (Brzezinski) si rivoltano nella tomba.
A “Tianjin”,
sotto le bandiere della “Shangai Cooperation Organisation” (Sco) si consolida
un fronte anti-occidentale e anti-americano;
mentre l'Occidente si divide e gli Stati Uniti si
isolano in una fortezza protezionistica.
Sul
palcoscenico euroasiatico dell'Sco si affacciano infatti i Brics.
A
Tianjin c'è lo zoccolo duro dei Brics storici, Russia, Cina e India, più tre di
recente adesione, Iran, Egitto e Indonesia.
Da tempo i Brics cercano di essere il
contraltare del "Sud globale" al G7 dell'Occidente.
Operazione
finora velleitaria: non basta la somma dei Pil e serve coesione.
Ma i
tempi cambiano e adesso la sfida va presa sul serio.
Per tre convergenti fattori: l'India si
avvicina alla Cina; la Russia non si stacca dalla Cina; America e Europa si
allontanano.
Di
tutti e tre Xi Jinping e Vladimir Putin ringraziano Donald Trump.
Il vertice Sco, pur non tradendo le radici
euro-asiatiche dell'organizzazione, è una prova generale di coesione e di
confronto con l'Occidente e, soprattutto, con l'America di Donald Trump, il
quale ha sempre guardato al Sud globale con sufficienza.
Ora Xi
Jinping, affiancato da Vladimir Putin, Narendra Modi e vari altri, lo ricambia
con un «possiamo fare a meno dell'America».
A
Tianjin, tra membri (dieci) e osservatori dell'Sco sono presenti una ventina di
Paesi asiatici o euro-asiatici, eterogenei in interessi e politiche estere.
In un
arco che va dal Belarus alle Maldive c'è poco in comune.
Il collante è però duplice:
in
negativo, il contrapporsi alle regole e all'ordine dell'Occidente;
in
positivo, il tentativo di stringere le fila superando almeno alcune delle
faglie che attraversano il blocco asiatico, come evidenzia il riavvicinamento
fra India e Cina.
(STEFANO STEFANINI).
Su
entrambi i versanti, l'accresciuta coesione nell'ambito dell'Sco trova un forse
involontario, ma potente, alleato in Donald Trump.
Alleati,
innanzitutto, nell'attacco al vecchio ordine mondiale, emerso nel dopoguerra,
rafforzato dopo la fine della guerra fredda, di ispirazione americana, l'ordine
di Bretton Woods, dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), della Nato,
del G7 e dell'Ue.
Xi
Jinping si pone alla testa di un Sud globale (più Russia con metodi più
approssimativi) che lo vuole riscrivere;
Trump
non solo non lo difende ma lo piccona – da Washington si leva un coro
inneggiante al nuovo ordine fondato sui dazi.
Secondo,
sta spaccando l'Occidente, scavando un fossato atlantico con l'Europa, in
rottura con i due grandi vicini, Canada e Messico, aprendo controversie con
Corea del Sud e Giappone.
Il G7 è di fatto paralizzato – chi l'ha più
sentito dopo il mezzo vertice di Kananaskis?
Ancora un anno fa erano i Brics ad essere
divisi.
Lo sono ancora ma ora l'Occidente gli fa
compagnia.
E,
sempre grazie a Trump, lo sono meno.
Il
caso più vistoso è evidentemente il riavvicinamento tra India e Cina, favorito
dai dazi americani del 50% su Nuova Delhi e dalla vanità del Presidente
americano che non si è sentito riconoscere da Narendra Modi il merito di aver
posto fine alla guerra tra India e Pakistan.
Niente
Nobel per la pace? Ma non è l'unico.
Trump
ha aperto un contenzioso con gli altri due grandi Brics non euro-asiatici,
assenti a Tianjin:
col
Brasile per solidarietà con l'anima gemella “Jair Bolzonaro”, sotto processo –
una lezione di democrazia del Brasile agli Stati Uniti, secondo l'Economist;
col
Sudafrica, attaccando Cyril Ramaphosa su inesistenti epurazioni degli
agricoltori bianchi in Sudafrica.
Col
risultato di gettare i Brics, e il Sud globale, nelle accoglienti braccia di
Xi.
E di
Putin.
Il presidente russo è stato il terzo grande
protagonista – senza far torto ad altri leader comprimari importanti, per atto
di presenza e per le tessiture bilaterali, come l'iraniano Masoud Pezeshkian,
il pakistano Shehbaz Sharif, il kazako Kassym-Jomart Tokayev, il turco Recep
Tayyip Erdogan, onnipresente.
In un
paio di settimane è passato dal tappeto rosso di Anchorage a quello di Tianjin,
accolto con uguale effusione da Donald e da Xi.
Dopo
aver incassato la riabilitazione americana in Alaska, cementa il rapporto con
la Cina che gli è indispensabile per continuare la guerra in Ucraina.
(DONALD
TRUMP ALLA CASA BIANCA MOSTRA LA SUA FOTO CON VLADIMIR PUTIN - FOTO LAPRESSE).
Il
ritrovato dialogo con Washington non sembra aver minimamente scalfito
«l'amicizia senza limiti» tra Vladimir Putin e Xi Jinping.
Mentre
l'Sco è un'organizzazione regionale vagamente di sicurezza che non va oltre un
po' di contro-terrorismo, la dimensione militare delle relazioni russo-cinesi è
in bell'evidenza oggi alla parata militare di Pechino.
Il
riequilibrio internazionale fra Occidente atlantico e potenze emergenti
nell'Indo-Pacifico, e altrove, era un processo inevitabile, e reso necessario
da demografia, economia e sfide globali, come i cambiamenti climatici.
Errori americani (leggi Iraq) ed europei
(leggi Brexit e gli eccessi regolamentari di Bruxelles), hanno indebolito
l'Occidente democratico a favore delle autocrazie euro-asiatiche.
Ma la
tenuta, anche valoriale, dell'Occidente poteva, e può, essere assicurata con
una strategia di alleanze, partnership ed equilibrio di potenze.
Nei
confronti della Russia si chiama Nato; della Cina la rete cooperativa tessuta
pazientemente da Washington faceva perno sull'India.
Kissinger
e Brzezinski, maestri nel pilotare la politica estera americana, attraverso
alleanze con gli amici e deterrenza degli avversari, non crederebbero ai loro
occhi vedendo un'America che divide i primi, alienandoli, coalizza i secondi e
corteggia gli autocrati.
Per un
piatto di lenticchie in dazi?
La
prova di forza del Sud Globale
Mette Trump
all’angolo e apre
contraddizioni
in Europa.
Ottolinatv.it
-lMarru – (04/09/2025) – ci dice:
Assalto
russo: Putin minaccia i nostri aerei.
Ormai
usare plateali fake news per aprire un giornale è la prassi, tanto
l’autorevolezza dei media è talmente azzerata che nessuno gliene chiede nemmeno
di conto;
se poi
la fake news riguarda uno Stato canaglia, non ci si pone proprio il problema:
vale tutto.
Il Giornale ovviamente parla del “velivolo su
cui viaggiava Von Der Leyen, costretto ad atterrare con mappe cartacee”;
“Ci
sarebbe la mano russa dietro l’interferenza “gps” che ha colpito domenica
scorsa l’aereo con a bordo la presidente della Commissione europea” scrive “Francesco
De Palo” nell’articolo a pag. 2,
“Anche se Mosca si è affrettata a negare ogni
responsabilità” specifica.
“Il jet noleggiato dalla Commissione europea
non ha potuto usare il “gps” per la navigazione a causa di un’interferenza
durante la fase di atterraggio all’aeroporto di Plovdiv.
Per
questa ragione i piloti hanno dovuto ricorrere a sistemi di navigazione a terra
(Instrument Landing System), su consiglio dei servizi del traffico aereo
bulgaro”. Secondo un esperto interpellato dal Giornale, “jamming” e “spoofing”
verrebbero “usati da Mosca per disturbare i “gps” degli aerei in Europa dal
2014”;
“Un’ondata
di guerra elettronica”, rilancia “Fausto Biloslavo” a pag. 5, “che acceca i Gps
e interferisce con i voli civili”.
E la
propaganda neocon apre le danze all’unisono:
Ursula,
aereo in tilt: pista russa (Corriere).
Putin-Europa,
il fronte dei cieli (La Stampa).
Nel
mirino dei russi il jet di Von Der Leyen (Repubblica).
Peccato,
appunto, si tratti di una bufala:
come
ricorda la nostra “Clara Statelo” sul suo canale Telegram “Il principale sito
di tracciamento aereo “Flightradar” ha pubblicato il tracciato del volo,
mostrando che non solo il segnale” gps” non è mai stato perso, ma non c’è stata
alcuna interferenza”.
D’altronde,
vanno capiti: quello che è andato in scena a Tianjin durante il vertice SCO li
ha letteralmente gettati nel panico.
E quello che si sta preparando a Pechino,
ancora di più:
i
Paesi che hanno vinto la seconda guerra mondiale e hanno salvato il pianeta
dalla barbarie nazifascista si preparano a festeggiare in grande stile, in
quello che, secondo “Giulia Pompili” “la propaganda della Repubblica Popolare
definisce l’80esimo anniversario della vittoria nella guerra contro
l’aggressione giapponese e nella guerra mondiale antifascista”.
Il fondamento della Costituzione italiana, su “Il
Foglio” diventa propaganda cinese:
direi che, al confronto, sparare qualche
minchiata su fantomatiche interferenze elettroniche russe è il meno.
Soprattutto per la proposta che “Giulia” la
guerrafondaia mette sul tavolo:
d’ora in avanti la NATO dovrebbe rispondere a
questi episodi invocando
l’articolo 5.
Insomma: le false flag di una volta non
bastano più; c’è bisogno di avere la libertà di dichiarare guerra semplicemente
sulla base di fake news demenziali come questa.
D’altronde,
non c’è più da scherzare. La propaganda guerrafondaia ormai ha deciso di provare il
tutto per tutto:
Xi e
Putin all’attacco dell’occidente, titola il Corriere.
“Qualcosa
Donald Trump deve avere sbagliato” scrive “Danilo Taino”:
“Vuole
limitare l’influenza della Cina nel mondo, vuole separare Mosca e Pechino,
vuole che l’India non compri più petrolio russo a prezzi scontati.
Dal
summit che si è svolto domenica e lunedì a Tianjin gli è stato spedito un
messaggio: nessuno dei suoi desideri si sta realizzando.
Non
solo: gli è stato anche mostrato che il Paese da vent’anni baluardo delle
strategie americane per contenere l’espandersi dell’egemonia cinese in Asia,
cioè l’India, piuttosto di inchinarsi agli ordini di Washington si accomoda,
tra sorrisi e strette di mano, nello show organizzato da Xi Jinping”.
Modi
entra nell’asse anti-Occidentale, rilancia su “La Stampa” il sempre pessimo
Stefano Stefanini:
L’Ovest
vacilla.
Anche
il buon Sambuca Molinari è in pieno spolvero: L’offensiva dell’Eurasia.
Alleanza
anti-atlantica che sarà potenza militare.
“Il
presidente Xi sfrutta il summit della SCO per tessere la tela di una
rivoluzione geopolitica che punta a spostare il cuore del potere del globo
dall’Atlantico all’Eurasia”;
“La
strategia di Xi riflette l’identità di una nazione che si sente imperiale: non
c’è fretta perché il tempo è dalla parte di Pechino”.
Sul “Corriere”
Taino, però, cerca di rassicurare i suoi lettori:
“L’incontro
di Tianjin non è stato l’apertura di un percorso che potrebbe sfociare in
un’alleanza”, scrive.
Ha
ragione, ma si dimentica un particolare:
gli
USA, per perpetrare il dominio imperiale che continua a permettere la loro
rapina globale, hanno bisogno di alleati fedeli/sudditi.
La
Cina, che cresce grazie al duro lavoro e alle relazioni commerciali, no:
ha solo bisogno di non avere nemici giurati
così forti da riuscire a piegarla ricorrendo alle minacce e alla forza bruta.
Come
riporta “Lamperti” su” La Stampa”, la Cina, semplicemente, “spinge per una
governance globale contro il bullismo degli USA”:
non si tratta di andare d’amore e d’accordo e
di condividere chissà cosa;
si tratta solo di creare le condizioni per
riuscire a difendere gli interessi di ciascuno di fronte all’arroganza
dell’Egemone.
Un concetto semplice, ma che tanto i
propagandisti del dominio occidentale, quanto le anime belle degli opposti
imperialismi non sono in grado di cogliere e che determinerà la sconfitta
dell’impero.
Incredibilmente,
l’unico che riesce, in qualche modo, a cogliere questo concetto è proprio “Sambuca
Molinari” che, per farlo, cita il sinologo dell’”Università di Miami” “June
Teulfel Dreyer”:
la Cina non ha bisogno di convincere le altre grandi
potenze emergenti a costruire una sorte di anti-Nato (come invece Molinari,
maestro delle contraddizioni e del pensiero confuso, suggerisce nel titolo), ma
“gli è sufficiente porre le basi di un meccanismo di cooperazione capace di
garantire risultati tangibili, dal commercio alla lotta alla criminalità
organizzata, fino alla sicurezza informatica”.
E, a
proposito di risultati tangibili, ieri è arrivata una vera e propria bomba:
come
riporta “Bloomberg”, “Gazprom”
“ha
dichiarato di aver firmato un accordo giuridicamente vincolante per costruire
il tanto atteso gasdotto Power of Siberia 2 verso la Cina attraverso la
Mongolia e di voler espandere le consegne attraverso altre rotte, in quella che
sarà considerata dal Cremlino una grande vittoria politica”; “In dichiarazioni
rilasciate ai dispacci russi da Pechino, l’amministratore delegato Alexey
Miller ha affermato che il produttore di gas potrebbe trasportare fino a 50
miliardi di metri cubi all’anno” e che “il prezzo del carburante sarà inferiore
a quello attualmente applicato da Gazprom ai clienti in Europa”.
Nel
frattempo, continuano le cattive notizie sul fronte della de-dollarizzazione: il Financial Times ha intervistato i dirigenti di Partners Group, “uno dei maggiori investitori
privati europei”;
dichiarano che “Diversi importanti investitori
asiatici e mediorientali, tra cui fondi sovrani, stanno chiedendo di stare alla
larga dagli asset statunitensi, spaventati dagli shock politici di Donald
Trump”.
(ft.com/content/cdc46563-d04d-45e2-bfab-e0a85287456b
con PAYWALL).
Ma non
solo:
sempre
secondo il Financial Times, infatti, “I Paesi in via di sviluppo abbandonano il
debito in dollari per ridurre i costi di indebitamento”;
Kenya
e Sri Lanka, tra gli altri, “stanno cercando di convertire i prestiti in
dollari in altre valute”.
“Ad
agosto, il Tesoro del Kenya ha dichiarato di essere in trattative con la “China
ExIm Bank,” il maggiore creditore del Paese, per passare al rimborso in
renminbi dei prestiti in dollari per un progetto ferroviario da 5 miliardi di
dollari che grava sul suo bilancio”, e “il mese scorso, il presidente dello Sri
Lanka ha anche dichiarato al parlamento che il suo governo stava cercando
prestiti in renminbi per completare un importante progetto autostradale,
bloccato a causa del default del Paese nel 2022”.
E non è solo questione di renminbi:
“La Colombia sembra orientarsi verso prestiti
in franchi svizzeri per rifinanziare le obbligazioni in dollari”.
Il
fondatore di “Breakingviews” “Hugo Dixon”, oggi autorevole editorialista di “Reuters”,
non ha dubbi:
“Donald
Trump è più debole di quanto sembri”.
“È facile cadere nella trappola di pensare che Donald
Trump sia onnipotente. Il presidente degli Stati Uniti ha intrapreso così tante
battaglie, e ne ha vinte parecchie, che potrebbe sembrare inutile opporsi.
Ad
esempio, Trump ha ottenuto ampiamente ciò che voleva con enti come l’Unione
europea e Intel”;
“Ma
questa è solo una parte della storia.
Mentre
Trump ha fatto progressi contro le entità deboli da quando ha assunto
l’incarico per un secondo mandato a gennaio, non ha ottenuto altrettanto
successo contro gli avversari più forti:
dalla
Russia alla Cina, passando per l’India”.
E “Il
suo indice di gradimento è in continuo calo da quando è entrato alla Casa
Bianca e ora si attesta al 40%”.
“Hussein
Kalout” dell’Università di Harvard, su “Foreign Affairs” rincara la dose e tra
le sconfitte di Trump aggiunge anche il cortile di casa, dove “La politica
statunitense sta facendo il gioco della Cina”:
“Al centro dell’attuale ricalibrazione della politica
estera brasiliana c’è la convinzione che l’ordine post-seconda guerra mondiale,
guidato dagli Stati Uniti, sia in declino.
Brasilia
vede sempre più l’ascesa di un mondo multipolare – guidato da diverse grandi
potenze e dalla crescente assertività del Sud del mondo – come un imperativo e
un’opportunità.
All’interno
di questo paradigma, il Brasile aspira a contribuire a orientare la traiettoria
della governance e dello sviluppo globali”.
Una
lunga serie di sconfitte che potrebbero riaprire anche qualche ferita
all’interno dell’anello debole europeo.
Come
riporta “Politico”, infatti, “I socialisti europei si mobilitano contro
l’accordo commerciale di Trump”:
“Il
prossimo ostacolo all’accordo commerciale tra l’Unione europea e gli Stati
Uniti” si legge nell’articolo “non verrà dallo Studio Ovale, bensì dal secondo
partito più grande del Parlamento europeo”.
“I
socialisti europei si sono espressi contro l’accordo raggiunto a luglio dalla
presidente della Commissione “Ursula von der Leyen” con il presidente degli
Stati Uniti Donald Trump.
Questo
renderà arduo il suo compito di costruire la maggioranza necessaria per attuare
la tregua tariffaria e un suo eventuale fallimento potrebbe far ricadere le
relazioni commerciali transatlantiche nel caos”.
A onore del vero, comunque, gli USA sembrano
avere ancora qualche cartuccia da sparare:
l’anno
scorso avevamo seguito a più riprese la bomba a orologeria rappresentata dalla
bolla dell’immobiliare commerciale USA che, dopo anni di speculazione, sembrava
non riuscire a riprendersi dalla mazzata del Covid e stava mettendo a
repentaglio la tenuta dei conti di un pezzo consistente di finanza.
Ma
forse, suggerisce l’Economist, “L’America sta uscendo dalla crisi degli
uffici”: “Per la maggior parte delle persone, la pandemia di Covid-19 è finita
anni fa.
Ma non per gli investitori immobiliari
commerciali e i loro finanziatori.
Il lavoro da casa ha innescato una crisi degli
uffici che è durata molto più a lungo dell’obbligo di mascherina e dei
lockdown.
A
partire dal 2022, i forti aumenti dei tassi di interesse hanno danneggiato
ulteriormente il settore, rendendo i mutui ipotecari molto più costosi da
rinnovare.
Le banche che lo hanno finanziato, soprattutto
quelle più piccole, sono state brutalmente schiacciate dal deterioramento della
qualità del credito”;
“Ma
dopo cinque anni di turbolenze, gli investitori immobiliari commerciali
potrebbero aver finalmente toccato il fondo.
Sembra
che si stia verificando una fragile e lenta ripresa”.
Lo schiaffo
di Tianjin a Trump.
Modi, Xi e Putin mandano un messaggio
al presidente Usa: “Il Sud globale non si
piega.”
Quotedbusinnes.com
- Francesco Paolini – (2 Settembre, 2025) – ci dice:
(Mondo
Global News).
A “Tianjin”
abbracci e sorrisi tra India, Cina e Russia. Il premier indiano respinge i
diktat di Washington, mentre Xi lancia l’idea di un nuovo ordine mondiale.
Modi,
Xi e Putin mandano un messaggio al presidente Usa.
Il
vertice della “Shanghai Cooperation Organization” (Sco) in Cina si è
trasformato in un palcoscenico politico.
Narendra Modi, Xi Jinping e Vladimir Putin
hanno sfilato insieme tra strette di mano e sorrisi, mentre Donald Trump
assisteva da lontano.
Un’immagine
potente: i leader del cosiddetto Sud globale uniti per sfidare la supremazia
americana.
India
e il difficile equilibrio.
Modi
non metteva piede in Cina da sette anni.
La sua
presenza a Tianjin è stata letta come una risposta ai dazi del 50% imposti da
Washington e alle pressioni per interrompere l’acquisto di petrolio russo.
Per il premier indiano cedere agli Stati Uniti
avrebbe significato un suicidio politico:
meglio
quindi mostrarsi al fianco di Xi e Putin, senza però rinunciare all’autonomia
strategica di Delhi.
Xi
Jinping rilancia un «nuovo ordine globale».
Nel
suo intervento, Xi ha denunciato la «mentalità da Guerra Fredda» e proposto una
“governance globale” alternativa alla Pax Americana.
Il summit si è chiuso con una dichiarazione
che condanna gli attacchi Usa e Israele in Medio Oriente e invoca il diritto di
ogni popolo a scegliere liberamente il proprio sviluppo.
Putin
accusa l’Occidente.
Il
leader del Cremlino ha ribadito che la guerra in Ucraina «non nasce da Mosca,
ma dal golpe di Kiev sostenuto dall’Occidente».
Al
fianco di Modi, ha parlato di una «relazione speciale e privilegiata» con
l’India, pur dovendo incassare le caute parole del premier indiano sulla
necessità di una pace «al più presto».
Una
sfida multipolare.
Dietro
sorrisi e passerelle resta la sostanza:
India
e Cina competono per la leadership del Sud globale, ma sanno che oggi conviene
mostrarsi unite contro gli Stati Uniti.
Per Trump, che sperava di isolare Pechino e
frenare Mosca, Tianjin è stato un messaggio chiaro:
il mondo si sta muovendo verso un equilibrio
multipolare.
Cina,
Stati Uniti ed Europa nella nuova
era della guerra commerciale globale.
Cesi-italia.org
– (09.12.2024) - Marco Di Liddo, Tiziano Marino, Alexandru Fordea e Davide
Maiello – ci dicono:
L’era
della “grande pace americana”, iniziata nel 1991 con lo scioglimento
dell’Unione Sovietica e caratterizzata dalla fiducia, al limite dell’anelito
fideistico, che il liberismo economico e la globalizzazione avrebbero posto
fine ai conflitti ed aperto ad una stagione eterna di benessere e pace, sembra
essere ormai giunta alla fine.
Le crisi economiche degli Anni 2000, la pandemia di
covid-19 e l’esplosione dell’emergenza climatica hanno accelerato un processo
di progressiva crescita di conflittualità internazionale che, tuttavia, aveva
già mostrato i suoi primi, preoccupanti, segnali, alla metà del primo decennio
del nuovo millennio.
Oggi,
quella sensazione di fiducia nel futuro e di certezza incrollabile nella forza
del progresso economico e della centralità globale del cosiddetto “Occidente”
appare sgretolata e prossima all’estinzione, pronta ad essere sostituita da una
cinica e realistica consapevolezza dell’approssimarsi di una nuova stagione
politica internazionale, caratterizzata dall’super-competizione e
dall’escalation nel confronto tra Paesi e sistemi di alleanze fluide avversari.
La guerra russo-ucraina, la guerra tra Israele
e l’Asse della Resistenza (o del Male a seconda dei punti di vista) composto da
Iran, Hezbollah, Hamas e gli Houthi ed infine il sempre più serrato e duro
confronto tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti sono soltanto le
manifestazioni più evidenti dei movimenti tellurici che attraversano il sistema
internazionale.
L’ascesa dei BRICS e la sempre maggiore
diffusione di un pensiero strategico post-occidentalista (il cosiddetto “Sud
Globale”) nei Paesi in via di sviluppo raccontano le vibrazioni di una parte
emergente del mondo che domanda a gran voce il cambiamento della governance
globale, degli equilibri e dei rapporti di forza in nome dell’evoluzione dello
scenario economico, politico, sociale e demografico.
La
contrapposizione tra Nord e Sud del Mondo si muove e caratterizza attraverso
evidenti linee di demarcazione:
da una
parte, il ricco e vecchio blocco euro-atlantico, detentore della superiorità
tecnologica, patria della democrazia liberale e cardine del sistema politico
internazionale, dall’altra un insieme di attori eterogenei, dalla Cina alla
Russia, dall’India alle Monarchie del Golfo, dai Paesi africani a quelli
asiatici, uniti da un variegato insieme di interessi e fluide alleanze,
detentori delle materie prime, in forte espansione produttiva, reddituale e
demografica, portatori di valori e di sistemi politici alternativi (e spesso
autoritari).
Quasi
tutti accomunati da un passato coloniale o di sudditanza strategica verso
l’Occidente ed ora desiderosi della rivincita.
Quindi,
se il potere economico e politico occidentale appare in crisi e in declino e la
globalizzazione è un sistema dove il blocco euro-atlantico non può più
esprimere la sua superiorità, ecco che da Washington alle Cancellerie europee
si leva un grido a “restringere” il mondo, ad accorciare le filiere produttive
e ad evitare il rischio di de-industrializzazione (e quindi la perdita di
competitività e ricchezza).
La
risposta ad un contesto globale aleatorio e conflittuale è innanzitutto la
riscoperta del primato della sicurezza sull’economia o, per essere più precisi,
la forte contaminazione della logica del profitto da parte della logica della
difesa.
In secondo luogo, l’abbandono della
globalizzazione tout court in favore di nuove forme di integrazione regionale
rafforzata (in Europa vertenti sulla spinta all’allargamento UE e sul nuovo
dialogo con l’Africa).
In
sintesi, l’imperativo è tornare a mobilitare le risorse domestiche, valorizzare
i mercati e le filiere di prossimità, ridurre la dipendenza energetica e
mineraria da Paesi potenzialmente più ostili che in passato e tornare a
valorizzare la protezione dell’economia nazionale.
Appare
fin troppo evidente come la conflittualità politica internazionale sia,
innanzitutto, conflittualità economica e che, dunque, il commercio globale sia
l’arena dove la competizione si manifesta, nell’immediato, in maniera più
diretta e virulenta.
Nell’epoca
della “guerra ibrida” o, per dirla con la tassonomia cinese, della “Guerra
senza limiti”, si assiste alla militarizzazione degli strumenti economici e
commerciali.
La
guerra, dunque, prima di essere militare, è commerciale.
La
fase che abbiamo già iniziato a vivere con la prima presidenza di Donald Trump
è caratterizzata, innanzitutto, dal desiderio statunitense di evitare il
rischio di de-industrializzazione e mantenere la primazia nei settori
fondamentali per la crescita economica e l’egemonia tecnologica, dalle
rinnovabili all’high-tech (microchip, semiconduttori e intelligenza
artificiale) fino all’approvvigionamento di materie prime critiche.
Tutto
questo nel tentativo di mettere in sicurezza la propria economia e rallentare,
almeno, la crescita di quella cinese (al netto delle sue problematiche
interne). Ovviamente,
Pechino non vuole restare a guardare né arretrare di un passo, forte della
posizione dominante in numerosi settori (batterie, estrazione e raffinazione
delle materie prime critiche e delle terre rare, manifattura ad alta
tecnologia) e della necessità di ridurre il divario tecnologico con Washington e con
alcuni Paesi europei.
La
rivalità sino-americana è sfociata in un processo di competizione economica
multilivello, in cui le tariffe doganali, le sanzioni economiche, gli accordi
commerciali preferenziali e le politiche di investimento diretto all’estero
sono diventati strumenti fondamentali per la promozione degli interessi
nazionali in un’ottica di limitazione alla libera iniziativa aziendale.
In sintesi, si potrebbe essere entrati in una
fase in cui gli interessi securitari prevalgono su quelli puramente mirati al
profitto.
In
questo quadro, sono soprattutto tre gli strumenti e i processi adottati dai
diversi Paesi per gestire la competizione:
l’introduzione di un nuovo sistema tariffario
per le merci importate, la limitazione dell’export di determinati beni e
l’implementazione di normative dirette a stimolare gli investimenti interni
delle aziende reputate strategiche.
L’applicazione
delle strategie di de risking e di de coupling dell’economia euro-atlantica da
quella cinese richiederà molto tempo e probabili momenti di crisi e di
assestamento, nella consapevolezza delle incognite che accompagnano la ricerca
di nuovi fornitori di materie prime e beni di consumo a basso costo e gli
impatti su mercati e consumatori.
Ad
oggi, gli Stati Uniti pensano di poter trovare tutto quello che cercano in
casa:
il
“Chips Act” e l’ “Inflation Reduction Act” dell’amministrazione Biden hanno lo
scopo di rilanciare il comparto tecnologico e industriale domestico nonché
attrarre imprese straniere (soprattutto europee) grazie al canto delle sirene
fatto di sussidi e investimenti.
Da
parte sua, la Cina ha le risorse naturali e la potenza manifatturiera, ma per
espandersi ha bisogno di un clima commerciale internazionale permissivo ed
aperto e altri mercati oltre al proprio, nonché dell’accesso ai design
industriali e al capitale ingegneristico dell’industria dei semiconduttori (Taiwan, per questo, non è solo un
problema di status politico o di sicurezza navale).
In questa lotta tra titani, l’Europa rischia di
rimanere schiacciata o di subire passivamente le scelte dell’alleato
statunitense che, però, ha chiaramente lasciato intendere che “America First”
non è soltanto lo slogan elettorale di Donald Trump ma un disegno strategico di
lungo periodo.
In
sintesi, i partner tradizionali sono importanti per Washington ma non
fondamentali e nella nuova era dell’iper-conflittualità globale si ragionerà
sempre più individualmente e sempre meno in un’ottica cooperativa e di
alleanza.
Alle classi dirigenti europee, dunque, spetta
l’arduo compito di cercare nuove strategie che, all’interno della guerra
commerciale globale, proteggano e tutelino l’interesse del continente e il
benessere della propria popolazione.
La difesa di un gigantesco patrimonio industriale,
ingegneristico, di capitale umano e sociale è un imperativo irrinunciabile,
pena la condanna alla progressiva irrilevanza internazionale, all’impoverimento
della popolazione europea e all’atrofizzazione della sua economia.
Trump
e l’ipocrisia globale.
Spondasud.it – (9 Luglio 2025) - Federica
Cannas – ci dice:
Dopo
aver lasciato intendere la possibilità di nuove sanzioni contro Mosca, Donald
Trump ha annunciato l’invio di ulteriori forniture di armi all’Ucraina, rafforzando
il sostegno militare a Kiev in un momento in cui il conflitto si aggrava giorno
dopo giorno.
Il
presidente degli Stati Uniti ha liquidato con disprezzo le parole di Vladimir
Putin, definendole “un sacco di stronzate”.
Lo ha
detto in un contesto pubblico, ufficiale, da capo di Stato.
Una
frase volgare, sbruffona, e soprattutto vuota.
Ma il
problema è che questo tipo di linguaggio rappresenta in pieno la miseria
politica e diplomatica del nostro tempo.
Trump
si muove tra provocazione, ignoranza e arroganza come se fossero strumenti di
governo.
Non
offre visione, non costruisce soluzioni, non prova nemmeno ad articolare un
pensiero coerente.
Semplifica,
ridicolizza, insulta.
E lo
fa da una posizione tutt’altro che neutra.
È il
presidente della maggiore potenza militare del pianeta.
E ogni
sua parola pesa, ogni sua uscita ha un impatto, ogni sua deriva ci riguarda
tutte e tutti.
Putin,
piaccia o no, ha esposto la sua posizione in modo articolato.
Si può
dissentire.
Nel
caso, però, sarebbe corretto farlo sempre, con ogni leader e su ogni scenario,
non solo quando conviene o quando lo impone la narrazione dominante.
Non si
può liquidare tutto con una battuta da social.
Trump
non cerca il confronto, ma solo l’effetto.
Perché
in questo mondo capovolto, si colpisce con foga chi sfida l’ordine occidentale,
mentre si tace o si copre un genocidio come quello condotto da Netanyahu contro
i palestinesi.
Perché
è l’espressione brutale e ormai normalizzata di un mondo politico che ha smesso
di cercare soluzioni e si limita a occupare la scena, ad alzare i toni, a
esibire forza come se fosse leadership.
D’altra
parte, come potrebbe davvero cercare soluzioni il presidente di un Paese che ha
esportato guerre in ogni angolo del mondo e in ogni epoca storica, trasformando
il conflitto in strumento ordinario di politica estera?
Come
potrebbe parlare di pace chi ha armato ogni guerra utile ai propri interessi,
chi ha sostenuto colpi di Stato, destabilizzato intere regioni, trascurato ogni
principio di legalità internazionale?
Come
potrebbe farlo chi sostiene l’occupazione israeliana con cieca complicità, chi
non ha mai condannato apertamente i massacri di Gaza, chi considera la vita dei
civili selettivamente degna di pianto?
Invece
di riflettere, Trump risponde con slogan, minacce, oscenità linguistiche.
E il
fatto ancor più grave è che nessuno, nei media mainstream, nelle istituzioni
europee, nelle Nazioni Unite, si scandalizza davvero.
Come
se fosse normale.
Come
se fosse accettabile che un presidente parli come un adolescente isterico,
ignorando che la parola pubblica, in tempi di guerra, può uccidere quanto una
bomba.
Questa
non è solo inadeguatezza personale. È il fallimento collettivo di
un’intera civiltà politica.
Un
sistema che finge di difendere la democrazia, ma ne accetta ogni caricatura
purché stia dalla parte “giusta”.
Un
sistema che impone al mondo una visione manichea, dove il bene coincide sempre
con l’Occidente e il male con chiunque osi metterlo in discussione.
È un
mondo al contrario.
Un
mondo in cui un genocida può sbeffeggiare l’opinione pubblica globale e
promuovere il suo amico Trump come Nobel per la pace, senza che nessuno si
indigni.
Un
mondo che pretende di esportare diritti, ma li nega sistematicamente ai popoli
che non si allineano.
Un
mondo in cui l’ipocrisia è diventata tanto radicata da non essere più
percepita.
Fino a
quando potrà reggere questa costruzione così falsa e violenta?
Fino a
quando si potrà continuare a tollerare un ordine internazionale basato su due
pesi e due misure, su interessi mascherati da valori, su potenze che giudicano
tutto tranne se stesse?
Con
Trump è tornata l’idea che si possa governare il mondo come si gestisce un
reality show.
Ma
questa volta, non c’è più nulla di grottesco o ironico.
C’è
solo da avere paura.
Perché
la tragedia non è lontana. È già in corso.
QUELLA
TESTA DI DAZIO DI
TRUMP
HA UNITO IL SUD GLOBALE.
M.dagospia.com – (7 luglio 2025) –
Redazione - Emiliano Guanella per La Stampa – ci dice:
LA
CINA FA SAPERE CHE I BRICS NON PUNTANO “AD ALCUN TIPO DI CONFRONTO” CON GLI
USA, DOPO CHE IL “COATTO DELLA CASA BIANCA” HA MINACCIATO DAZI AGGIUNTIVI DEL
10% DESTINATI AI PAESI "ALLINEATI" AL GRUPPO DELLE ECONOMIE EMERGENTI
–
PUTIN, IN COLLEGAMENTO AL VERTICE DI RIO DE
JANEIRO, LANCIA LA SFIDA COMMERCIALE A “THE DONALD”:
“IL
MODELLO DI GLOBALIZZAZIONE LIBERALE STA DIVENTANDO OBSOLETO.
IL CENTRO DELLE ATTIVITÀ COMMERCIALI SI STA
SPOSTANDO VERSO I MERCATI EMERGENTI...”
PUTIN
AI BRICS, LA GLOBALIZZAZIONE È OBSOLETA IL FUTURO È NOSTRO.
Vertice
dei brics a Rio De Janeiro.
(ANSA)
- RIO DE JANEIRO, 06 LUG –
Nel suo intervento, il presidente russo
Vladimir Putin, collegato in videoconferenza al vertice del Brics, ha
dichiarato che l'era della globalizzazione liberale è obsoleta e che il futuro
appartiene ai mercati emergenti in rapida crescita, che dovrebbero aumentare
l'uso delle loro valute nazionali per il commercio. Lo riporta la” Folha di SP”.
"Tutto
indica che il modello di globalizzazione liberale sta diventando obsoleto.
Il centro delle attività commerciali si sta
spostando verso i mercati emergenti", ha affermato Putin, invitando i
partner del Brics a intensificare la cooperazione in settori come le risorse
naturali, la logistica, il commercio e la finanza.
Putin
ha anche toccato il tema dell'uso delle valute locali nel commercio
internazionale, che a suo avviso ha importanti potenzialità.
CINA, BRICS
NON VOGLIONO CONFRONTO DOPO LE MINACCE DI TRUMP.
xi
jinping e vladimir putin - parata militare a mosca per il giorno della vittoria.
(ANSA)
- PECHINO, 07 LUG.
Pechino
assicura che i Brics non puntano "ad alcun tipo di confronto" dopo
che il presidente Usa Donald Trump ha minacciato dazi aggiuntivi del 10%
destinati ai Paesi "allineati" al gruppo delle economie emergenti di
cui fanno parte tra gli altri Cina, India, Brasile e Russia.
È
quanto ha detto la portavoce del ministero degli Esteri “Mao Ning”, secondo cui
la Cina, "per quanto riguarda l'imposizione di tariffe, ha ripetutamente
affermato la sua posizione secondo cui le guerre commerciali e tariffarie non
hanno vincitori e il protezionismo non offre alcuna via d'uscita" alla
soluzione dei problemi.
Lula – vertice dei brics a Rio De Janeiro.
Trump
ha confermato sul suo social Truth che oggi alle 12 ora americana (le 18 in
Italia) avrebbe iniziato a inviare le prime lettere, con una prima tranche di
15 massima, su dazi e accordi commerciali, in vista della scadenza per
l'entrata in vigore delle imposte sospese.
E in un post, sempre su Truth, il tycoon ha
anche minacciato altri dazi del 10% sui Paesi che si "allineano" con
i Paesi emergenti dei Brics, accusati di "antiamericanismo" dopo le
dure critiche sulle tariffe espresse nel vertice annuale dei leader tenuto nel
fine settimana a Rio de Janeiro.
Xi
jinping, Vladimir Putin, Robert Fico alla parata del 9 maggio a Mosca.
Pechino
ha difeso il gruppo, rimodellato negli anni come un contrappeso guidato dalla
Cina alla potenza degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale, definendolo come
"un'importante piattaforma per la cooperazione tra mercati emergenti e
Paesi in via di sviluppo".
Il suo
scopo è "promuovere l'apertura, l'inclusività e la cooperazione su basi
reciprocamente vantaggiose - ha osservato sul punto Mao, parlando nel briefing
quotidiano -.
Non si
impegna in un confronto o scontro frontale e non prende di mira alcun
Paese".
LULA AI BRICS, DIFENDIAMOCI INSIEME DAL PROTEZIONISMO.
Lula –
vertice dei Brics a Rio de Janeiro.
(ANSA)
- La
sinergia tra i Paesi in via di sviluppo "ci ha permesso di affrontare
insieme gli effetti della crisi finanziaria del 2008 e del Covid-19.
Di
fronte alla recrudescenza del protezionismo, spetta ai Paesi emergenti
difendere il regime commerciale multilaterale e riformare l'architettura
finanziaria internazionale.
Il Brics continua ad essere il garante di un
futuro promettente".
Lo ha dichiarato il presidente brasiliano Luiz
Inácio Lula da Silva, in un evento a margine del vertice del Brics che si apre
stamani a Rio de Janeiro.
I
BRICS RILANCIANO SUL COMMERCIO ":
AL VIA
IL FRONTE ANTI-PROTEZIONISMO."
(Emiliano Guanella per “la Stampa.”)
Un vertice
del Sud Globale su cui pesano le grandi assenze e che è condizionato dalle
politiche fortemente protezionistiche di Donald Trump.
A Rio
de Janeiro i Paesi dei Brics, blocco inizialmente composto da Brasile, Russia,
India, Cina e Sudafrica e che oggi conta una ventina di nazioni tra membri
pieni e associati, hanno criticato la stretta sui dazi di Washington
riaffermando la necessità di trovare meccanismi di multilateralismo negli
scambi commerciali globali.
DONALD TRUMP MOSTRA LA TABELLA CON I NUOVI
DAZI.
«Esprimiamo
serie preoccupazioni - si legge nel documento finale filtrato alla stampa -
circa l'aumento di misure tariffarie e non tariffarie unilaterali che
distorcono il commercio e sono incoerenti con le norme del Wto» […]
A Rio
non è arrivato Xi Jinping, sostituito dal premier “Li Qiang.
Un'assenza
pesante che non è stata giustificata ufficialmente da Pechino, mentre la non
presenza di Putin è stata spiegata con il pericolo che il presidente russo
potesse essere arrestato per il mandato della “Corte Penale internazionale”, di
cui il Brasile fa parte.
Nel
corso del videocollegamento Putin ha detto che «la globalizzazione è obsoleta,
e il futuro è dei Brics».
La
posizione anti protezionistica del blocco si evince anche da un altro passaggio
del testo finale dove si critica apertamente le chiusure commerciali «camuffate
di preoccupazioni ambientali», un riferimento neanche troppo velato alla legge
anti deforestazione approvata dall'Unione europea che rappresenta uno scoglio
per l'accordo di libero scambio tra Bruxelles e i Paesi sudamericani del
Mercosud.
I Brics condannano gli attacchi di Israele alla
popolazione civile a Gaza, in Libano e in Siria e le violazioni al diritto
internazionale ai bombardamenti sull'Iran ma non c'è, come avrebbe voluto
Teheran una rottura piena con Tel Aviv.
Né la
Russia, né l'India e tantomeno la Cina hanno voluto spingersi fino a tanto,
nonostante il presidente brasiliano Lula da tempo parla di genocidio rispetto a
quello che sta succedendo a Gaza.
Nemmeno
una parola sulla partecipazione diretta degli Usa nella guerra lampo tra
Israele e Iran.
I
Brics, in sostanza, preferiscono concentrarsi sulle questioni economiche e
commerciali, aspirano a rafforzare la loro Banca di investimenti e continuano a
cercare alternative al dollaro nei rispettivi scambi.
Come
impedire a Israele
di
affamare Gaza.
Comedonchisciotte.org
-Redazione CDC - Jeffrey Sachs e Sybil Fares, other-news.info –
(5 settembre 2025) – ci dicono:
GENOCIDIO.
Come
impedire a Israele di affamare Gaza.
Israele, con la complicità degli Stati Uniti,
sta commettendo un genocidio a Gaza attraverso la fame di massa della
popolazione, nonché omicidi di massa diretti e la distruzione fisica delle
infrastrutture di Gaza.
Israele fa il lavoro sporco.
Il
governo degli Stati Uniti lo finanzia e fornisce copertura diplomatica
attraverso il suo veto all’ONU.
Palantir,
attraverso “Lavendar”, fornisce l’intelligenza artificiale per un efficiente
omicidio di massa.
Microsoft,
attraverso i servizi cloud Azure, e Google e Amazon attraverso l’iniziativa
“Nimbus”, forniscono l’infrastruttura tecnologica di base per l’esercito
israeliano.
Questo
segna i crimini di guerra del 21° secolo come una partnership pubblico-privata
tra Israele e Stati Uniti.
La
fame di massa inflitta da Israele alla popolazione di Gaza è stata confermata
dalle Nazioni Unite, da Amnesty International, dalla Croce Rossa, da Save the
Children e da molti altri.
Il
Consiglio norvegese per i rifugiati, insieme a 100 organizzazioni, ha chiesto
la fine dell’uso del cibo come arma da parte di Israele.
È la
prima volta che la fame di massa viene ufficialmente accertata in Medio
Oriente.
La
portata della fame è sconcertante.
Israele sta sistematicamente privando del cibo
più di 2 milioni di persone.
Oltre mezzo milione di palestinesi affrontano
una fame catastrofica e almeno 132.000 bambini sotto i cinque anni rischiano di
morire di malnutrizione acuta.
La portata dell’orrore è documentata in modo
approfondito da “Haaretz” in un recente articolo intitolato “La fame è
ovunque”.
Coloro
che riescono in qualche modo ad accedere ai siti di distribuzione del cibo
vengono regolarmente presi di mira dall’esercito israeliano.
Come
ha recentemente spiegato un ex ambasciatore statunitense in Israele,
l’intenzione di affamare la popolazione era presente fin dall’inizio.
Il
ministro israeliano del Patrimonio “Amichai Eliyahu” ha recentemente
dichiarato: “Non esiste nazione che dia da mangiare ai propri nemici”.
Il
ministro “Bezalel Smotrich” ha recentemente affermato:
“Chi
non evacua, non lasciatelo fare. Niente acqua, niente elettricità; possono
morire di fame o arrendersi. Questo è ciò che vogliamo”.
Eppure,
nonostante queste dichiarazioni lampanti di genocidio, i rappresentanti degli
Stati Uniti all’ONU negano ripetutamente i fatti e coprono i crimini di guerra
di Israele.
Gli
Stati Uniti da soli hanno posto il veto all’ammissione della Palestina all’ONU
nel 2024.
Gli Stati Uniti ora negano i visti ai leader
palestinesi per venire all’ONU a settembre, un’altra violazione del diritto
internazionale.
Gli
Stati Uniti hanno usato il loro potere e soprattutto il loro veto nel Consiglio
di sicurezza dell’ONU per favorire il genocidio dei palestinesi da parte di
Israele e per bloccare anche le più elementari azioni umanitarie.
Il mondo è sgomento, ma sembra paralizzato di fronte
alla macchina assassina israelo-statunitense.
Eppure il mondo può agire, anche di fronte
all’intransigenza degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti rimarranno nudi e soli nella
loro complicità criminale con Israele.
Siamo
chiari. La stragrande maggioranza dell’umanità è dalla parte del popolo
palestinese.
Lo scorso dicembre, 172 paesi, con oltre il
90% della popolazione mondiale, hanno votato a favore del diritto della
Palestina all’autodeterminazione.
Israele e Stati Uniti sono rimasti
sostanzialmente isolati nella loro opposizione. Maggioranze schiaccianti simili
si esprimono ripetutamente a favore della Palestina e contro le azioni di
Israele.
Il
governo prepotente di Israele ora conta esclusivamente sul sostegno degli Stati
Uniti, ma anche quello potrebbe non durare a lungo.
Nonostante
l’intransigenza di Trump e i tentativi del governo statunitense di soffocare le
voci filopalestinesi, il 58% degli americani vuole che l’ONU riconosca lo Stato
di Palestina, contro solo il 33% che non lo vuole.
Inoltre,
il 60% degli americani si oppone alle azioni di Israele a Gaza.
Ecco
alcune misure concrete che il mondo può adottare.
In
primo luogo, la Turchia ha intrapreso la giusta direzione interrompendo tutti i
legami economici, commerciali, marittimi e aerei con Israele.
Israele
è attualmente uno Stato canaglia e la Turchia fa bene a trattarlo come tale
fino a quando non cesserà la fame di massa causata da Israele e lo Stato di
Palestina non sarà ammesso all’ONU come 194° membro, con i confini del 4 giugno
1967.
Gli
altri Stati dovrebbero seguire immediatamente l’esempio della Turchia.
In
secondo luogo, tutti gli Stati membri dell’ONU che non l’hanno ancora fatto
dovrebbero riconoscere lo Stato di Palestina.
Finora,
147 paesi riconoscono la Palestina.
Decine di altri dovrebbero farlo al vertice
dell’ONU sulla Palestina del 22 settembre, anche nonostante le veementi
obiezioni degli Stati Uniti.
In
terzo luogo, i firmatari arabi degli Accordi di Abramo, Bahrein, Marocco, Sudan
ed Emirati Arabi Uniti, dovrebbero sospendere le loro relazioni diplomatiche
con Israele fino alla fine dell’assedio di Gaza e all’ammissione dello Stato di
Palestina all’ONU.
In
quarto luogo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con un voto dei due
terzi dei presenti e votanti, dovrebbe sospendere Israele dall’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite fino a quando non revoca il suo sanguinoso assedio
su Gaza, sulla base del precedente della sospensione del Sudafrica durante il
regime dell’apartheid.
Gli
Stati Uniti non hanno diritto di veto nell’Assemblea Generale delle Nazioni
Unite.
In
quinto luogo, gli Stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero interrompere
l’esportazione di tutti i servizi tecnologici che sostengono la guerra, fino
alla fine dell’assedio di Gaza e all’adozione dell’adesione della Palestina
alle Nazioni Unite da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Le
aziende di servizi al consumo come Amazon e Microsoft che continuano ad aiutare
le forze di difesa israeliane nel contesto di un genocidio dovrebbero
affrontare l’ira dei consumatori di tutto il mondo.
Settimo,
l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe inviare una forza di
protezione dell’ONU a Gaza e in Cisgiordania.
In
genere, sarebbe il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a mandare una
forza di protezione, ma in questo caso gli Stati Uniti bloccheranno il
Consiglio di Sicurezza con il loro veto.
C’è un
altro modo.
In
base al meccanismo “Uniting for Peace”, quando il Consiglio di Sicurezza è in
una situazione di stallo, l’autorità di agire passa all’Assemblea Generale.
Dopo una sessione del Consiglio di Sicurezza e
l’inevitabile veto degli Stati Uniti, la questione verrebbe sottoposta
all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in una decima sessione speciale di
emergenza sul conflitto israelo-palestinese.
In tale sede, l’Assemblea Generale può, con
una maggioranza dei due terzi non soggetta al veto degli Stati Uniti,
autorizzare una forza di protezione in risposta a una richiesta urgente dello
Stato di Palestina.
C’è un precedente: nel 1956, l’Assemblea Generale
autorizzò la Forza di Emergenza delle Nazioni Unite (UNEF) ad entrare in Egitto
e proteggerlo dall’invasione in corso da parte di Israele, Francia e Regno
Unito.
Su
invito della Palestina, la forza di protezione entrerebbe a Gaza per garantire
aiuti umanitari di emergenza alla popolazione affamata.
Se
Israele dovesse attaccare la forza di protezione delle Nazioni Unite, questa
sarebbe autorizzata a difendere sé stessa e gli abitanti di Gaza.
Resta
da vedere se Israele e gli Stati Uniti oserebbero combattere una forza mandata dall’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite per proteggere gli abitanti di Gaza affamati.
Israele
ha superato il limite invalicabile commettendo crimini atroci:
affamando
i civili fino alla morte e sparando loro mentre sono in fila, emaciati, per
ricevere del cibo. Non c’è più alcun limite da superare, né tempo da perdere.
La comunità internazionale è messa alla prova e chiamata ad agire come non lo è
stata da decenni.
(Di
Jeffrey Sachs e Sybil Fares, other-news.info)
(Jeffrey
D. Sachs, professore e direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della
Columbia University.
Sybil
Fares, consulente senior per il Medio Oriente e l’Africa della Rete delle
Nazioni Unite per le soluzioni di sviluppo sostenibile.)
Dialogo cristiano – islamico:
Louis
Massignon e la BADALIYA
“sostituirsi all’altro.”
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (6 Settembre 2025) - Maria Morigi – ci dice:
Mala
tempora currunt.
Ed è
sempre più difficile non solo parlare di dialogo tra religioni, ma anche
semplicemente di religioni o di appartenenza religiosa, come se la religione
fosse” IL problema”, proprio quando l’Occidente sta naufragando verso laici
deliri di onnipotenza, guerre, neo-post-colonialismi, genocidi e intolleranza
globale.
Cercando
esempi positivi, parlerò di “Louis Massignon” (1883-1962) orientalista e
islamologo francese, professore di sociologia dell’Islam, direttore di studi
religiosi all’ “École Pratique des Hautes Études” di Parigi e membro dell’
Accademia araba del Cairo.
Scrisse
e pubblicò in dieci lingue – ma ne parlava di più – e tenne conferenze in tutto
il mondo come funzionario diplomatico del governo francese.
(Louis
Massignon studente all'Università Al-Azhar del Cairo, esiste una foto del
1909.)
Al
Cairo il 28 gennaio 1950 fu ordinato sacerdote nel rito greco – melchita, a
titolo personale poiché era sposato.
Profeta
del dialogo cristiano – islamico (papa Pio XI lo definì un “cattolico
musulmano”) era alla continua ricerca di conoscenza e giustizia, ma anche un
profondo conoscitore della mistica islamica.
Rimase
infatti colpito profondamente dalla figura di “Ibn Mansùr al-Hallaj”, il
maestro sufi che fu crocifisso e poi arso vivo alla Porta dell’Arco di Baghdad
nel 922.
Affrontò
i conflitti e le contraddizioni del suo tempo smascherando le tragedie
provocate dal colonialismo, partecipò a Parigi alle marce per l’Algeria
indipendente e dichiarò forti preoccupazioni per un dialogo pacifico fra le
religioni quando la formazione dello Stato di Israele produsse migliaia di
profughi palestinesi.
Ebbe un ruolo nella stesura della dichiarazione
“Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II sul senso religioso e i rapporti tra
Chiesa cattolica e altre religioni.
(Louis
Massignon studente all’Università Al-Azhar del Cairo, foto del 1909).
Nel
1934, in una cappella francescana ad Alessandria d’Egitto, Louis Massignon e
Mary Kahil, un’egiziana di fede melchita, fecero il voto di offrire la loro
vita per la comunità musulmana.
Questo voto e il gruppo di preghiera composto
da cristiani arabi che venne istituito fu chiamato “Badaliya”, parola araba che
significa “scambiare o rimpiazzare una cosa con un’altra”.
“Massignon”
la tradusse con “sostituzione”, intendendola come un’offerta di sé per il bene
dei fratelli e sorelle musulmani.
Badaliya
fu il fondamento dell’esperienza di fede e di vita di Massignon, una vocazione
rivolta alle minoranze cristiane nei paesi musulmani.
I cristiani, benché emarginati o costretti ad
emigrare, potevano così testimoniare l’amore di Cristo per tutta l’umanità,
essere incoraggiati a rimanere, a sostenersi l’un l’altro, a cooperare con i
musulmani, conoscendone pratiche e credenze religiose.
A
Parigi e al Cairo, laici e consacrati provenienti da tutto il mondo e ispirati
dalle lettere mensili di Massignon iniziarono a pregare per “la pace con
giustizia”.
La Badaliya continuò a Parigi fino alla morte
di Massignon nel 1962, mentre al Cairo i cosiddetti “Fratelli Sinceri”
continuarono fino alla morte di Mary Kahil nel 1979.
La
chiesa melchita di Nostra Signora della Pace al Cairo onora e ricorda ancora
queste due figure dedicando loro incontri e preghiere.
Anche a Parigi nella chiesa melchita di
Saint-Julien-le-Pauvre (Quartiere latino) si celebra periodicamente la figura
di Massignon e l’esperienza della Badaliya.
A
Boston nel 2002 si formò un gruppo ispirato agli incontri della Badaliya con
l’obiettivo di istruire i partecipanti cristiani alle dottrine e alle pratiche
religiose dell’Islam e alla “preghiera sostitutiva”.
Col tempo il movimento è divenuto
interconfessionale creando un sereno confronto sui diversi percorsi di fede
verso quella “pace con giustizia” auspicata dal fondatore.
(Ibn
Mansùr al-Hallaj, il maestro sufi crocifisso e arso vivo a Baghdad nel 922 in
un manoscritto miniato del Kashmir.)
Il
messaggio che Massignon ha ripetuto per tutta la vita e ha lasciato in eredità
è questo:
“Al fine di unirci con i nostri amici
musulmani, abbiamo l’obbligo di moltiplicare le nostre opere di misericordia
spirituale e materiale… È sulla Sacra Ospitalità che, in definitiva, saremo
tutti giudicati” (9 luglio 1956).
Infine
un breve passo dalla sinossi del libro “Parola data” (Adelphi) “…Massignon è
stato colui che, più di ogni altro, ha compreso l’unità e la misteriosa
tensione interna fra le tre Religioni del Libro, accomunate dalla figura di
Abramo: Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo.
Chi
vuol capire qualcosa del rapporto – tuttora rovente – fra queste civiltà,
scendendo fino alle articolazioni nascoste e sfuggendo alla genericità
umanistica, non troverà guida più preziosa di Massignon.
E troverà in Parola data, che raduna gli
scritti essenziali dello studioso, la migliore via d’accesso alla sua opera.”
Oggi –
da Marrakesh a Damasco, da Abu Dhabi a Casablanca, dall’Egitto alla Francia –
sono numerosi i licei, le scuole primarie e gli istituti internazionali di
cultura intitolati a Louis Massignon.
(Maria
Morigi, ComeDonChisciotte.org).
IL
NEPOTISMO COME SISTEMA:
LA SICILIA SCHIAVA DELLE FAMIGLIE E
DEI
LORO “RAGAZZINI DI NIENTE.”
Comedonchisciotte.org
– Redazione CDC – (6 Settembre 2025) - Mirko Stelfio – ci dice:
IL NEPOTISMO
COME SISTEMA: LA SICILIA SCHIAVA DELLE FAMIGLIE E DEI LORO “RAGAZZINI DI
NIENTE”
(Il
Presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessore regionale al Turismo Elvira
Amata).
Eccola
qua la Sicilia del 2025:
non la
terra dei templi, non la culla di cultura e civiltà millenarie, ma la discarica
morale dove il nepotismo fa da legge, e la corruzione si traveste da normalità.
Un’isola piegata non dall’Etna o dal Mediterraneo, ma dalle famiglie che
tramandano il potere come un cimelio da salotto, e che piazzano i propri
“ragazzini di niente” negli uffici e nelle società amiche, garantendo stipendi
da signorotti a parassiti incapaci.
Elvira
Amata, assessora al Turismo targata Fratelli d’Italia, non finisce sotto i
riflettori per aver rilanciato la Sicilia nel mondo, ma perché la sua ombra
puzza di clientele e ricatti.
Interrogata dai Pm di Palermo, la “madre delle
cariche pubbliche” si aggrappa alla solita litania: “massima fiducia nella
magistratura”.
Una
frase buona per ogni politico colto con le mani nel sacco, ripetuta a memoria
come il rosario del potere.
Ma la
fotografia reale è un’altra:
un
appartamento regalato, un contratto d’affitto cucito su misura, un nipote
spedito dalla Toscana a Palermo e sistemato come un pacco raccomandato negli
uffici della “Lady Dragotto”.
Quella
stessa Lady che, con tono da padrona feudale, diceva testuale:
“È già
tanto che un ragazzino di niente ti guadagna 1.500 euro al mese… se mi viene a
parlare lo scanno viva”.
Ecco
la dignità che ci resta: un popolo ridotto a sentire i capricci delle “signore
bene” che dispensano stipendi a parentele politiche come fossero caramelle
avvelenate.
(Elvira
Amato, biologa, classe 1969, dal 15 novembre 2022 Assessore al Turismo della
Regione Sicilia).
La verità è che in Sicilia il merito non è mai
esistito.
Qui
vince chi appartiene, chi ha il cognome giusto, chi è legato alla cordata di
turno.
Gli
altri?
I giovani che studiano, emigrano.
Le
famiglie che lottano, affondano.
La
povera gente che si spezza la schiena, sopravvive a pane e umiliazioni.
Mentre
i “ragazzini di niente” si ritrovano 1.500 euro al mese solo perché zia siede
su una poltrona regionale.
E non
è solo corruzione.
È nepotismo strutturale, la vera mafia
istituzionale: quella che non spara, ma decide chi deve campare e chi deve
marcire.
La Sicilia non è amministrata:
è
spartita, smembrata, usata come bancomat da famiglie che si passano incarichi e
prebende come eredità dinastiche.
Che
poi si chiamino Amata, Dragotto o chiunque altro poco importa:
il copione è sempre lo stesso.
Finti assessori, finti manager, finti nipoti
lavoratori.
Tutto
finto. Tutto marcio.
Tutto
maledettamente siciliano, nel senso più avvilente del termine.
Ed
ecco l’amara realtà: la Sicilia che sogna libertà e dignità rimane ostaggio di
un sistema feudale che non è mai caduto.
Dal
barone col feudo al politico col nipote assunto, la catena è la stessa.
Cambiano i volti, ma non le logiche.
Finché
il popolo non strapperà via questa ragnatela di favori, la nostra terra resterà
piegata, umiliata, calpestata.
E i “ragazzini di niente” continueranno a
guadagnare, mentre i siciliani veri restano senza futuro.
(Mirko
Stelfio).
L’Italia
ha fatto crack.
Comedonchisciotte.org
– Redazione CDC – (5 Settembre 2025) - Roberto Pecchioli, ereticamente.net – ci
dice:
L’Italia
ha fatto crack.
Letteralmente,
gioiosamente, a spese del contribuente.
Il
comune di Bologna, in occasione di un raduno di tossicodipendenti, offre le
pipe per il crack, droga sintetica di origine americana dagli effetti
dirompenti ricavata dalla cocaina.
Favoreggiamento
di vari reati, probabilmente, che non verranno perseguiti da una magistratura
diventata – non solo in Italia – potere al di sopra del popolo, del parlamento,
del governo.
L’assessore
bolognese ai servizi sociali, l’ottima signora “Matilde Madrid”, afferma che “è
banale ripetere che la droga fa male”.
La
verità irrita soprattutto le levatrici della nuova società in cui il degrado
diventa legge , a carico dello Stato.
Bologna
la dotta, la grassa, la strafatta.
Avanguardia
dell’Agenda 2030, dell’a-società post borghese e delle magnifiche sorti,
progressive e tossiche.
L’Italia
ha fatto crack a Padova, come Bologna città di antica cultura, dove
l’“assessora” ai servizi sociali “Margherita Colonnello” è diventata madre
appendendo in comune un fiocco arcobaleno.
Si
augura che il figlio (o meglio figli) scelga il suo sesso/genere come e quando
vorrà, laicamente pregando che non diventi xenofob né, orrore, omofob.
Nell’attesa
gli ha imposto (verbo che certo aborrisce!) il nome “Aronne”, maschile, poiché
il piccolo (a cui auguriamo vita lunga e felice nonostante il genitore 1), a
prima vista è sembrato un maschietto.
Dio toglie il senno a chi vuole rovinare, ma
il danno è inflitto anche a un bimbo che, speriamo, resterà Aronne e maschio
malgrado gli spropositi materni (pardon, genitoriali 1).
L’Italia
ha fatto crack anche a Genova, dove il sindaco neo eletto (piuttosto che dire
sindaca mi taglio la lingua) ha compiuto il suo primo atto amministrativo
registrando all’anagrafe a favore di telecamera un bimbo con due madri
lesbiche, nato con qualche alchimia tecnologica.
L’ultimo
crack riguarda due ragazze della squadra nazionale di nuoto ai campionati
mondiali di Singapore, pizzicate a rubare in un locale e precipitosamente
rimpatriate.
Una di
loro appartiene alla sezione sportiva della Guardia di Finanza, il corpo
militare incaricato di colpire i reati economici e finanziari.
Senza
parole.
Una
giovane che si dichiara artista ha assicurato, in uno sconclusionato monologo
udito su un mezzo pubblico che Pinocchio è gay.
Gli
eventi citati hanno tutti come protagoniste giovani donne, segno che anche il
femminismo ha fatto crack.
L’ altra metà del cielo raggiunge e supera in
negativo l’aborrito maschio.
Tutto
in un paio di generazioni: la forza della contemporaneità, “dromocrazia” ovvero
potere della velocità.
L’Italia
ha fatto crack anche nella difficoltà di reperire operai specializzati.
I banchi di lavoro restano deserti per il
combinato disposto della scarsa volontà di imparare mestieri per i quali serve
tempo, applicazione e buona volontà;
del
disinteresse delle istituzioni per la formazione professionale, con la chiusura
delle scuole dedicate e la mancanza di prestigio sociale verso le abilità che
insegnano;
della
diffusione da mezzo secolo dell’aborto libero a spese dello Stato (che finanzia
la propria estinzione) la cui conseguenza è il drammatico vuoto generazionale.
In Friuli sono in arrivo trecento operai
metallurgici ghanesi, ma la sostituzione etnica è una menzogna, dicono.
I giovani autoctoni si limitano ad affollare
le graduatorie per gli impieghi pubblici, mentre la parte proattiva lascia
l’Italia:
cinquantamila all’anno se ne vanno.
Un crack dopo l’altro, come l’utilizzo di
fondi del magico PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per il recupero
del dismesso ospedale psichiatrico di Napoli, occupato da un sedicente Centro
Sociale.
Una
prova in più che codesti antri – sentine di degrado, illegalità, non di rado
luoghi di consumo di sostanze stupefacenti – sono a ogni effetto parte delle
istituzioni, figli discoli a cui i genitori perdonano tutto e riempiono il
portafogli.
Il
caso del milanese Leoncavallo insegna.
L’Italia
fa crack da tempo nel degrado di città e paesi deturpati dalla bruttezza,
dall’incuria, in cui si aggira scontrosa, malvestita e in fondo triste una neo plebe
fatta sempre più da spostati di ogni risma e provenienza.
Anche
i muri sono sfigurati, sporcati, oltraggiati da ghirigori, scritte, segni,
macchie senza senso.
Fa
crack questa terra che fu la nostra – bella, amabile, dolcissima- nella de-industralizzazione
crescente, nel deserto di paesi e aree interne svuotate di servizi e quindi di
popolazione.
L’
Italia fa crack nel trionfo del brutto, del volgare, della sciatteria e del
regresso civile, culturale, economico, valoriale, nel malfunzionamento di
infrastrutture, sanità, trasporti, scuola.
Non è
più una questione politica, benché la politica, oggi espropriata di potere,
abbia le sue colpe.
Servirebbe una battaglia culturale di lungo
periodo, ma chi la combatterà?
La più
reattiva, ahimè, è la generazione anziana, che non ci sta perché ha visto tempi
migliori ed è in grado di fare paragoni.
Gli
altri sono stati convinti che la vita è un parco giochi;
non possono che comportarsi di conseguenza e
diventare tanti Peter Pan (il capo della banda dei Bimbi Sperduti…) zingari
dell’anima, precari senza tenda e senza la forza tribale dei nomadi veri.
Al
tempo del grottesco riarmo per combattere il nemico che non c’è e rianimare
l’industria morente, chi andrebbe in guerra (Dio ci scampi) se le generazioni
sono quelle che vediamo, vuoto demografico a parte?
Mercenari
senza dignità e senza principi, i cui capi diventeranno – come è accaduto tante
volte nella storia- il nuovo potere.
Concretamente,
chi insegnerà qualcosa – fosse soltanto un minimo di educazione – se le classi
dirigenti sono parte essenziale del crack?
L’
inciviltà, il regresso (il contrario del progresso…) hanno vinto su tutti i
fronti.
E
tutto questo viene percepito come segno di libertà e autenticità, un termine
che cela l’assenza di senso civico, stile, l’indifferenza alle regole
elementari della civiltà, l’accettazione del male, il vuoto che permette alla
coscienza di Matilde Madrid di ritenere giusto e civile offrire pipe per il
crack, e definire banale chi ricorda che la droga è orribile come ogni
dipendenza.
Ma
tutto è banalizzato (la parola che piace all’esponente politica bolognese),
tutto è normalizzato.
Nel
male.
L’Italia
ha fatto crack perché si è trasformata in un luogo triste privo di amore, di
giardini senza bambini frequentati da cagnolini per i bisogni, da padroni con
paletta e sacchettino, da torme di venditori di pastiglie, intrugli tossici e
polverine, in attesa degli acquirenti.
Sempre più numerosi, sempre più giovani,
sempre meno consapevoli di rovinare se stessi e la società, parola di cui
ignorano il significato.
Non
c’è nessuna vera campagna antidroga, al di là dell’impegno eroico di gruppi
privati.
Ovvio: nel deserto individualista, chi sono io
per dire (banalmente, signora Madrid) che drogarsi fa male e agire di
conseguenza.
Tanto
più che i più giovani – i soldatini del mondo rovesciato – non fanno che
imitare i modelli che arrivano dall’alto, i tossici di successo, delle ZTL, i
beniamini (oggi si dice influencer) della moda e della musica.
Chi
dirige il mondo ha fatto crack – o meglio lo ha determinato – perfino nel
calcolo del sacro PIL, il Prodotto Interno Lordo, nel quale sono inseriti – chi
dirige il traffico conosce cifre, organizzatori e beneficiari dei business del
male – i proventi di droga, traffico di armi e di persone e di ogni indicibile
porcheria che diventa ottima economia e ricchezza.
Dal tempo della Favola delle api di
Mandeville, vizi privati, pubbliche virtù, se monetizzabili.
Il
modello occidentale ha fatto crack chiamando “discorso di odio” l’opposizione a
quanto abbiamo detto, la semplice descrizione di ciò che vedono i nostri occhi.
Tutto
quello che pensiamo è “discorso di odio” nel mondo che ha fatto crack.
Non
grido di dolore, richiamo a valori e principi, amorosa volontà di rinascita.
Poiché nulla resta da conservare tranne la memoria, l’ultimo compito che
assegniamo a noi stessi è cavalcare la tigre, ovvero affrettare i tempi della
fine dell’incubo.
Signore
Madrid e Colonnello con figli arcobaleno, sindaco Silvia Salis, restate al
potere, fate di tutto e di più.
Chi
scrive vi applaudirà purché facciate presto, poiché niente è peggio
dell’agonia. La vostra azione è davvero eutanasia:
morte
attivamente assistita di una civilizzazione suicida, esaurita.
Dopo,
chissà come, qualcuno ricomincerà sulle macerie.
Oggi,
cenere alle ceneri; per tutti i richiedenti dose quotidiana, gratuita e
obbligatoria di crack, inclusa pipetta personale dai colori dell’arcobaleno.
I superstiti ricostruiranno il mondo.
(Roberto Pecchioli, ereticamente, net).
(Roberto
Pecchioli. Scrittore e saggista.)
(ereticamente.net/litalia-ha-fatto-crack-roberto-pecchioli/).
SITREP 5/9/25: Voci di una nuova
“grande”
offensiva russa mentre
le unità d’élite si raggruppano.
Comedonchisciotte.org
– Markus – (6 Settembre 2025) – Simplicius - simplicius76.substack.com -
ci
dice:
All’indomani
della parata in Cina per il Giorno della Vittoria, Putin ha fatto alcuni nuovi
interessanti commenti prima di ripartire per la Russia.
Il più
degno di nota è stato che, se non sarà possibile arrivare ad un accordo, la
Russia raggiungerà i suoi obiettivi semplicemente con mezzi militari.
Ma,
per certi versi, la dichiarazione più interessante e degna di nota è stata la
seguente, che è arrivata in risposta a una domanda su come le truppe russe si
sentono riguardo ai cosiddetti negoziati e alla fine della guerra con un
cessate il fuoco, che il giornalista ha definito prematuro:
Putin
ha risposto che la stragrande maggioranza delle truppe russe sul fronte vuole
che la Russia raggiunga tutti gli obiettivi della SMO.
Il motivo per cui questo è particolarmente
degno di nota è che la domanda in questo caso offriva a Putin l’opportunità di
equivocare o temporeggiare se la sua intenzione fosse davvero quella di portare
il conflitto a una conclusione anticipata e incompleta.
Per
sostenere i suoi subdoli piani avrebbe potuto esagerare la realtà con una
bugia, magari usando un linguaggio “diplomatico” e politico per far intendere
che le truppe russe sarebbero state soddisfatte di un cessate il fuoco.
Invece,
ha detto la cruda verità, che dovrebbe essere uno schiaffo ai critici e ai
catastrofisti che dipingono Putin come un debole che si piega alle pressioni.
Rivelando
così apertamente i veri sentimenti delle truppe russe si è assunto l’onere di
adempiere ai mandati primari del conflitto.
Tra
l’altro, durante la recente riunione dello staff del generale di Gerasimov, è
stata notata una mappa appesa al muro che mostra come il territorio russo
comprenda tutte le regioni di Kherson, Nikolayev e Odessa.
La
portavoce del Ministero degli Esteri, “Marija Zakharova”, ha nuovamente
smentito le voci secondo cui la Russia avrebbe in qualche modo allentato le
proprie richieste, ribadendole per l’ennesima volta.
E,
dato che gli smidollati eurocrati stanno attualmente riunendo la loro piccola
camarilla per discutere dell’invio delle famose truppe in Ucraina, la Zakharova
ha nuovamente respinto questa prospettiva.
Con il
passare del tempo, la natura superficiale dello spettacolo di Trump in Alaska
si rivela nella sua interezza.
Come
avevamo immaginato, non è stato raggiunto nulla di reale e tutto è stato fatto
solo per lo sfarzo delle pubbliche relazioni e l’effimera esca dei titoli dei
giornali.
Ora
Trump cerca di giustificare la sua vera impotenza sostenendo che la Russia “si
muove solo di qualche centimetro” mentre sgancia bombe in quantità mai viste
dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ebbene,
Israele sta facendo la stessa cosa – solo che sta sganciando le bombe su
civili, non su obiettivi militari come nel caso della Russia – eppure Trump
continua a sostenere con fermezza che Hamas dovrebbe “consegnare gli ostaggi” e
si rifiuta di condannare o agire contro Israele fino a quando tutti gli
obiettivi israeliani non saranno raggiunti.
Allora
non dovrebbe avere problemi con la Russia che raggiunge i suoi obiettivi in
nome dei propri interessi vitali di sicurezza.
Trump
si sta scavando una fossa sempre più grande, perché più inserisce la sua
eredità nella guerra, rendendo evidente che più scommette su un risultato a lui
favorevole, più danneggerà la sua reputazione e il suo mandato presidenziale in
seguito, quando il costo dei suoi errori si ritorcerà contro di lui e i media
lo divoreranno per aver fallito in tutti i suoi obiettivi e per essere apparso
storicamente debole.
A
proposito di media, ecco come hanno dipinto il momento multipolare della Cina.
Ora
l’attenzione è tutta su ciò che la Russia farà in seguito, mentre si diffonde
la voce di un presunto “massiccio” nuovo rafforzamento russo che si dice sia in
preparazione di una nuova offensiva verso “Pokrovsk” e le aree circostanti.
Oggi è
stata diffusa la dichiarazione di un ufficiale delle forze speciali ucraine:
I
russi hanno effettuato il più grande raggruppamento delle loro forze da Kyiv
2022.
Hanno
preparato forze significative e sono pronti per la battaglia finale e decisiva
per il resto della regione di Donetsk.
Vedremo di nuovo l’uso di colonne corazzate.
E sarà molto sanguinosa per entrambe le parti.
Presto.
Presa
da sola, è apparsa dubbia, in particolare alla luce dei rapporti che parlano di
“100.000 truppe russe” intorno a” Pokrovsk”, utilizzati da mesi per dare un
tono minaccioso al disperato spettacolo di Zelensky per chiedere l’elemosina
all’Europa. Tuttavia, un numero crescente di fonti indica ora che i russi
stanno per “far scattare la molla”.
L’ucraina
Berlinska ha scritto quanto segue sul suo canale ufficiale.
L’ISW
ha seguito l’esempio:
Almeno
questa parte è stata corroborata da altre fonti: l’affermazione che la Russia
ha trasferito diverse unità d’élite da altre regioni in preparazione della
prossima serie di attacchi.
I
canali nemici riferiscono che l’esercito russo è stato trasferito dalla
direzione di Sumy a “Pokrovskoye”.
In
particolare, sono state dislocate le brigate di fanteria marina 40° e 155°, il
177° reggimento, i paracadutisti dell’11° brigata aviotrasportata e i
reggimenti della 76° divisione aviotrasportata.
Sono comandati dal generale “Akhmedov”, noto per il
fallimento del primo assalto a “Ugledar”.
Ora dà
l’allarme anche Bloomberg.
L’articolo
sostiene che “la lenta offensiva estiva” della Russia non ha ottenuto grandi
guadagni territoriali, anche se gli autori pubblicano un grafico che mostra i
guadagni costanti della Russia negli ultimi mesi.
Gli
analisti online hanno fatto un lavoro ancora più approfondito, mostrando che i
guadagni di agosto sono diminuiti un po’ rispetto a luglio, ma sono comunque
paragonabili.
Le
scorse due settimane hanno visto un po’ di rallentamento, anche se negli ultimi
giorni sembra che la situazione sia migliorata, come vedremo.
Un
altro analista ucraino riflette sul dispiegamento russo e sul camuffamento
della concentrazione di forze.
Ecco
come stanno le cose.
Qualche
tempo fa, c’è stato un dispiegamento di numerose forze e mezzi nemici nelle
direzioni di “Huliaipole” e “Orikhiv.
Ci
sono unità da sbarco, fanteria di marina e molte unità di artiglieria.
Ma ora
sono stati avvistati all’assalto in direzione di “Pokrovsk”.
Quindi
la domanda è: si tratta di una manovra diversiva o hanno deciso di complicare
la loro logistica (cosa difficile da credere)?
Oppure
il dispiegamento iniziale era una “finta”?
Credo
che solo il tempo potrà dirlo. Ma la situazione è insolita.
Il
nemico a volte fa così quando inizia un’operazione operativo-tattica più o meno
massiccia.
Ora
gli ufficiali ucraini stanno nuovamente lanciando l’allarme per la situazione a
“Kupyansk”, dove, secondo quanto riferito, la Russia avrebbe fatto affluire le
riserve.
Una
grave minaccia incombe su “Kupyansk”, ha dichiarato l’ufficiale delle forze
armate ucraine “Andrey Tkachuk”.
Secondo
l’ufficiale, le forze armate russe hanno accumulato ingenti riserve per le
operazioni offensive in quest’area.
“Forbes”
ha richiamato l’attenzione sulla crescente minaccia della famigerata forza
drone russa “Rubicon”, che sta scuotendo profondamente le Forze Armate Ucraine.
La
formazione di droni russi “Rubicon” è emersa rapidamente come una delle forze
più efficaci sul fronte, contribuendo a espandere la zona letale e rendendo
molto più difficile la logistica ucraina.
A
causa degli incessanti attacchi dei droni russi, l’Ucraina sta affrontando una
carenza di camion, pickup e veicoli da trasporto blindati, molti dei quali
vengono distrutti durante le operazioni di rifornimento ed evacuazione.
Su
qualunque fronte arrivi “Rubicon”, la situazione cambia immediatamente, detto
dall’AFU.
A
luglio, il “New York Times” ha riportato che i soldati ucraini hanno
identificato “Rubicon” come il punto di svolta nella campagna di miglioramento
dei droni della Russia.
“Rebekah
Maciorowski”, una volontaria americana che guida l’unità medica della 53ª
Brigata meccanizzata ucraina, ha dichiarato al NYT:
“Il
gioco è cambiato quando sono arrivati qui.“
L’articolo
osserva che “Rubicon” sta coordinando le sue forze di droni sempre più
strettamente con le unità d’assalto russe, ad esempio utilizzando il “drone
Molniya” (“Fulmine”) per attaccare i difensori ucraini insieme alle unità
d’assalto russe.
L’analista
ucraino “Serhii “Flash” Beskrestnov” ha evidenziato in un post su Telegram che”
Rubicon” svolge ora un ruolo centrale negli attacchi contro le vie di
rifornimento, coordinandosi strettamente con le unità di ricognizione in prima
linea.
Egli
sostiene che l’unità fa parte di un più ampio spostamento verso la
centralizzazione e la professionalizzazione della guerra con i droni in Russia.
A
questo proposito, una breve digressione.
Il
drone russo” Lancet” ha mostrato di recente la sua capacità di puntamento “AI”,
in particolare nell’identificazione di unità nemiche mimetizzate.
“South
front” ne ha parlato.
L’intelligenza
artificiale sta aiutando le munizioni russe Lancet a riconoscere obiettivi
accuratamente mimetizzati nella zona di operazioni militari speciali in
Ucraina, ha rivelato il 4 settembre ZALA Aero Group, il produttore del sistema.
“Le
munizioni vaganti della famiglia Lancet, dotate di un sistema di guida
intelligente e di riconoscimento dei bersagli, sono in grado di rilevare
attrezzature nemiche accuratamente mimetizzate”, ha dichiarato l’azienda in un
comunicato stampa pubblicato su Telegram.
Leggete
questa sezione in particolare.
A
luglio, l’azienda ha annunciato che sia il sistema di navigazione che quello di
puntamento del munizionamento vagante hanno ricevuto aggiornamenti che
consentono funzioni di intelligenza artificiale e migliorano la resistenza alle
interferenze.
I
filmati diffusi da ZALA insieme all’ultimo comunicato stampa mostrano due
attacchi riusciti di Lancet contro obici accuratamente camuffati delle forze di
Kiev in direzione di “Dnipropetrovsk”.
In entrambi i casi, la funzione di
riconoscimento del bersaglio del sistema elettro-ottico del Lancet è stata in
grado di riconoscere automaticamente gli obici, che sono stati colpiti con
precisione millimetrica.
Sull’altro
piatto della bilancia, un rapporto ucraino sulle tattiche mimetiche russe nel
settore di” Pokrovsk”.
“Ukrochannels”
scrive delle nuove tattiche dell’esercito russo.
La
nostra fanteria utilizza sempre più spesso mantelli anti-termici a basso costo
per infiltrarsi col buio in prima linea.
Questa
tattica non è nuova, ma è diventata più diffusa nella direzione di Pokrovsk. I
mantelli offuscano la firma termica del soldato, rendendo difficile la sua
individuazione con i droni termici e i sistemi di imaging termico a terra.
Le
truppe d’assalto russe stanno aggirando le posizioni ucraine, eliminando i
serventi dei mortai e gli operatori dei droni nelle retrovie.
Passiamo
ora ad alcuni aggiornamenti sul campo di battaglia.
Secondo
il venerabile” Suriyak”, la Russia ha finalmente preso il pieno controllo del
quartiere del mercato all’interno di Pokrovsk dopo aver catturato “Troyanda” e “Leontovychi”.
Poco
più a ovest, le forze russe ora controllano completamente “Udachne” e hanno
iniziato a espandersi più a ovest, verso “Dnipropetrovsk”.
Dopo
il famoso sfondamento a nord di Pokrovsk, la Russia ha respinto i contrattacchi
ucraini e ha ricominciato ad espandere il saliente.
Hanno
riconquistato la maggior parte di “Nove Shakhove” ed esteso il controllo su
entrambi i lati conquistando nuove posizioni.
Come
si può vedere, sul lato orientale del nuovo calderone di “Shakhove”, le forze
russe hanno conquistato nuovo terreno, espandendo il calderone verso nord.
Sulla
linea “Velyka Novosilka”, le forze russe hanno catturato Zaporizka e
Komyshuvakha e hanno poi guadagnato altro territorio in direzione ovest.
La
zona di Kupyansk è l’altro grande e recente punto di interesse, visto che vari
rapporti affermano che le truppe russe hanno nuovamente iniziato a infiltrarsi
verso il centro di della città.
Il
Ministero della Difesa russo ha suscitato scalpore, e qualche polemica a causa
dello scetticismo di alcuni commentatori come “Yuri Podolyaka”, pubblicando un
filmato che mostra le truppe russe piantare la bandiera nel centro di “Kupyansk”.
La
geolocalizzazione lo collocherebbe al centro dell’immagine.
Al
minuto 0:17 del video, quando la telecamera allarga il campo, si vede l’area
amministrativa della città con una piazza che sembra un cimitero.
Il
rettangolo rosso mostra il luogo che sembra un cimitero e il cerchio giallo
dove si trova il soldato.
Una
vista più allargata.
Non
sappiamo se si tratti solo di DRG o di truppe regolari che hanno consolidato le
loro posizioni.
Ma la
cosa importante da notare è la vicinanza al ponte centrale e alla principale
arteria di rifornimento che collega “Kupyansk” est e ovest attraverso il fiume”
Oskil”. Il ponte è a soli due isolati a sud della posizione del soldato russo.
Altre
notizie interessanti.
Un
team investigativo ha scoperto che le affermazioni dei funzionari europei di
aver prodotto o procurato nel 2024 oltre 1,5 milioni di proiettili
d’artiglieria erano infondate.
In
realtà, è emerso che il numero totale è un terzo o meno di questa cifra, tra le
400.000 e le 600.000 unità.
Da
Bruxelles, tuttavia, arriva un messaggio più ottimistico. L’industria europea
produrrà più di 1,5 milioni di proiettili d’artiglieria nel 2024.
Questa
inchiesta condotta da nove media europei dimostra che l’ottimismo dell’Europa è
infondato.
Funzionari
di alto rango e addetti ai lavori rivelano che la capacità effettiva è solo un
terzo delle cifre ufficiali: tra i 400.000 e i 600.000 proiettili.
Questa
rivelazione ha serie implicazioni per il mantenimento dei cruciali aiuti
militari all’Ucraina e per la capacità dell’Europa di rifornire rapidamente i
magazzini vuoti.
Ricordiamo
che alcune stime sulla produzione della Russia variano da 250.000 a 350.000
proiettili al mese.
In una
nuova intervista, il generale “Zaluzhny” ribadisce ancora una volta ciò che
aveva spiegato tempo fa, quando aveva rivelato che Gerasimov era il suo idolo e
aveva detto che la Russia è la capitale mondiale della scienza militare.
Ricordiamo
questo articolo di due anni fa.
Ora lo
ha raccontato di nuovo di persona, spiegando di fatto che tutte le conoscenze
militari risiedono esclusivamente in Russia e che il divieto di citare “opere
scientifiche” russe è stupido perché Zaluzhny non sa parlare di guerra senza
citare autorevoli fonti russe in materia.
A
corto di espedienti a buon mercato e di trucchi per rimanere rilevante e
proiettare un’aura di forza per il suo impero in declino, Trump ha rilasciato
una dichiarazione che fa scuotere la testa e a cui nessuna descrizione per
quanto colorita può davvero rendere giustizia, e che invece deve essere
ascoltata.
(Simplicius)
(Fonte:
simplicius76.substack.com).
(simplicius76.substack.com/p/sitrep-9525-rumblings-of-new-major).
Lo
Stato dello «Stato
di
Palestina.»
unz.com
– Patrick Lawrence – (4 settembre 2025) – ci dice:
Assemblea
generale delle Nazioni Unite.
Servizio di sicurezza diplomatica da
Washington, DC, Stati Uniti d'America, dominio pubblico, tramite Wikimedia
Commons.
Le
sessioni dell'”Assemblea Generale delle Nazioni Unite,” che si tengono ogni
settembre da quando 51 nazioni si sono riunite in una sala della chiesa
metodista a Londra nel 1946, vanno e vengono e per lo più non si svolgono.
L'”Assemblea Generale” sta per iniziare i suoi
80 esimo il 9 settembre, ed è difficile immaginare che questa si svolgerà senza
incidenti.
Per
dirla semplicemente, Israele ha ucciso, affamato e terrorizzato troppi
palestinesi perché l'incontro di quest'anno al “Segretariato di Manhattan” si
conclude senza alcune conclusioni.
Resta
solo da quali saranno queste conclusioni.
Diverse
settimane fa un gruppo di 15 nazioni – tra cui membri di spicco dell'”Alleanza
Atlantica” – ha dichiarato la sua intenzione di annunciare la sua dichiarazione
formale di Stato palestinese nella sessione di quest'anno.
Questo introduce vari dei più importanti sostenitori
di Israele per quello che probabilmente si rivelerà un confronto disordinato
con "lo Stato ebraico" e, naturalmente, gli Stati Uniti come
immancabile sostenitore di Israele.
Non si
tratta di congetture.
È già evidente che questi nuovi riconoscimenti
domineranno la sessione dell'Assemblea.
Da
quando le 15 nazioni hanno dichiarato la loro intenzione di riconoscere la
Palestina come Stato legittimo, gli israeliani hanno annunciato l'intenzione di
organizzare una nuova importante operazione a Gaza City.
Il 25 agosto, l'esercito sionista ha
organizzato uno di quei disgustosi attacchi "double tap" – colpisci,
poi sciopera di nuovo all'arrivo dei soccorritori e dei giornalisti – su un
ospedale nel sud di Gaza, uccidendo 20 persone e portando il bilancio delle
vittime tra i giornalisti a 247.
Meno
di una settimana dopo, Israele ha iniziato l'attacco su larga scala a Gaza City
che aveva precedentemente annunciato, un atto di pura sfida e impunità.
Per
non essere mai da meno quando si presenta l'occasione per l'indignazione, il
“Dipartimento di Stato” ha annunciato venerdì che negherà i visti a tutti i
funzionari palestinesi che avevano programmato di partecipare all'Assemblea
Generale per recarsi al Segretariato – questo "per minare le prospettive
di pace".
Ho
usato il termine "disgustoso" nel paragrafo precedente.
Anche
questo si qualifica, dato che gli Stati Uniti si sono impegnati a consentire ai
diplomatici il libero accesso ai procedimenti diplomatici quando è stato
concordato di localizzare il Segretariato sul suolo americano.
Ora si
parla di tenere l'Assemblea Generale di quest'anno a Ginevra, in modo che i
rappresentanti palestinesi possano partecipare.
Questo non accadrà, ma il pensiero è una
misura dell'umore internazionale.
Vedo
solo due esiti probabili mentre questa tempesta si avvicina.
In uno, il migliore dei due, la Francia, la
Gran Bretagna e gli altri pilastri dell'alleanza occidentale, sosterranno i
loro onorevoli cambiamenti diplomatici con un'azione sostanziale contro le
campagne terroristiche dei sionisti e le dilaganti violazioni del diritto
internazionale.
Ciò
cambierebbe in modo significativo il panorama diplomatico.
Nell'altro,
queste nazioni non faranno nulla, screditando decisamente la loro posizione
sulla questione israelo-palestinese e mettendo in mostra pietosamente
l'impotenza dell'ONU.
Da
quest'ultima eventualità non si tornerà indietro.
Si
pone la questione del potere.
Se non
conoscete il difetto della Carta delle Nazioni Unite che di fatto toglie potere
all'Assemblea Generale, dovreste farlo:
l'autorità esecutiva risiede nel “Consiglio di
Sicurezza”, i cui membri permanenti detengono il potere di veto.
Solo
il Consiglio può adottare risoluzioni giuridicamente vincolanti e stabilire
misure per la loro applicazione.
A parte le questioni quotidiane che hanno a
che fare con la gestione della casa – il bilancio delle Nazioni Unite e così
via – l'Assemblea si limita a votare su risoluzioni non vincolanti.
Va
bene, il Consiglio di Sicurezza è il luogo in cui l'ONU fa le cose, o non le
fa, come troppo spesso accade.
Si potrebbe sostenere che l'Assemblea Generale
serva da una sorta di contenitore di suggerimenti per quelli che ora sono i 193
membri dell'ONU, ma questo significa che non succede mai nulla di degno di nota
in Assemblea, e semplicemente non è così.
Mi
aspetto cose degne di nota quest'anno. Non posso ancora prevedere se si
riveleranno cose degne di nota onorevoli o cose degne di nota vergognose.
Un po'
di storia, forse, per aiutare gli scettici dell'ONU.
Fidel
Castro, al potere da un anno e nove mesi, tenne un discorso all'Assemblea
Generale nel settembre del 1960.
L'ONU chiede ai membri di limitare la loro
presenza sul podio a 15 minuti; l'ardente Fidel parlò per quattro ore,
un'incessante indagine sulla storia dell'imperialismo statunitense e sui suoi
abusi contro Cuba dalla rivoluzione del 1959.
L'ONU definisce il discorso di Castro
"epico" e un "momento cruciale".
Queste sono descrizioni corrette, a mio
avviso:
fu un
annuncio precoce del fatto che l'America Latina intendeva da allora in poi far
sentire la propria voce e opporsi ai norte- americano, proprio come aveva
imparato a fare in seguito.
Quattordici
anni dopo, “Yasser Arafat” pronunciò quel famoso discorso all'Assemblea
Generale con una pistola con l'impugnatura di madreperla al fianco. L'Assemblea
approvò quindi due risoluzioni, la 3236 e la 3237:
la prima iscriveva formalmente "la questione
palestinese" all'ordine del giorno delle Nazioni Unite e la seconda
concedeva all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina il
riconoscimento diplomatico tramite lo status di osservatore.
Un
anno dopo arrivò la Risoluzione 3379 dell'Assemblea Generale, che "stabilisce che il sionismo
è una forma di razzismo e discriminazione razziale".
Ci
vollero fino al 1991, quando israeliani e americani riuscirono a costringere a
votare per abrogare la 3379.
(Chissà
come andrebbe a finire un'altra votazione ora.)
Più
vicino a noi, solo una dozzina di settembre fa, “Hassan Rouhani”, che aveva
assunto la presidenza dell'Iran solo pochi mesi prima, si rivolse all'Assemblea
Generale e ci lasciò tutti sbalorditi quando tese la mano verso Occidente per
proporre negoziati con americani ed europei per limitare i programmi nucleari
della Repubblica Islamica.
Fondamentale,
direi.
L'accordo
raggiunto due anni dopo resistette fino a quando l'incredibile Dummkopf , ora
al suo secondo mandato presidenziale, ritirò gli Stati Uniti.
È così
all'Assemblea Generale n. 80, che durerà tre settimane e si concluderà il 29
settembre.
Non si
discute se la sessione di quest'anno voterà per inviare i Caschi Blu a Gaza e
in Cisgiordania per proteggere i palestinesi dai terrori quotidiani dello stato
sionista, o se imporrà un regime di sanzioni adeguatamente insopportabile
contro tale entità, o se le forze di pace delle Nazioni Unite circonderanno e
sottoporranno a embargo tutti quegli insediamenti illegali in Cisgiordania.
Ci si
augura che ciò accada, ma non è possibile, come appena osservato.
No,
sostengo che la diplomazia che ha avuto luogo in vista dell'Assemblea generale
di quest'anno è significativa e che la diplomazia, nonostante tutto il
discredito che le potenze occidentali le hanno portato negli ultimi anni,
comporta comunque delle conseguenze, almeno a volte, e ne vedremo di
conseguenze di un tipo o dell'altro il mese prossimo.
Prima
di proseguire, interrompiamo questo programma con una domanda importante,
banale ma non banale.
Bibi
Netanyahu parteciperà all'Assemblea Generale di quest'anno?
Di
solito lo fa, e raramente perde l'occasione di denunciare l'Assemblea e il
mondo intero lì rappresentato come un orrore antisemita – il suo atteggiamento
da assassini-vittime.
Ma
quest'uomo ripugnante è ricercato dal diritto internazionale per presunti
crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
Comunque
vada a finire, sarà comunque degno di nota.
Se
Netanyahu calpesterà i corridoi del Segretariato il mese prossimo, dovremo accettare
la quasi totale impotenza dei tribunali che giudicano il diritto
internazionale;
le potenze occidentali avranno completato lo
sventramento di un'altra delle istituzioni che delimitano il nostro spazio
pubblico internazionale.
Se
Bibi se ne starà alla larga, beh, saremo lieti di dire che il diritto
internazionale, dopotutto, conta qualcosa, e da lì potremo guardare a cose più
grandi.
Come
ampiamente riportato nelle ultime settimane, l'operazione di carestia
israeliana a Gaza, iniziata il 2 marzo, si è rivelata una barbarie eccessiva, ed è stato per questo che numerose
nazioni occidentali – "persino alleati di lunga data di Israele",
come amano esclamare i media occidentali – si sono impegnate a riconoscere lo
Stato palestinese all'Assemblea di quest'anno.
Un
documento noto come “New York Call,” firmato il 29 luglio, impegna le 15
nazioni sopra menzionate al riconoscimento formale.
Questi
15 si uniranno ai 147 membri delle Nazioni Unite che hanno già riconosciuto la
Palestina come uno stato legittimo, alcuni risalenti agli anni '90.
Ma non
è solo una questione di numeri.
Finlandia,
Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo: questi sono tra i firmatari del
bando di New York, e abbastanza buoni.
L'affare
più grande qui risiede nei nomi più grandi: Francia, Gran Bretagna, Canada,
Nuova Zelanda e, a partire dall'11 agosto, Australia.
I
primi due di questi contano tra quelli che le persone di una certa età chiamano
comunemente le grandi potenze occidentali.
Da
un'altra parte, l'intera Anglosfera diversa dagli Stati Uniti – e anche
l'intero Consiglio di Sicurezza – sta per impegnarsi a riconoscere la
Palestina.
E
allora? È la nostra domanda ovvia.
"È
importante riconoscere lo Stato di Palestina", ha affermato “Francesca
Albanese”, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi
occupati, in un'intervista al “Guardian” pubblicata il 13 agosto.
"È
incoerente che non l'abbiano ancora fatto".
"Incoerente"
è un termine ben scelto, ma è solo una parte dell'argomentazione di Albanese.
Il suo
punto più importante, espresso con passione, è che fermare il genocidio a Gaza
e la pulizia etnica in Cisgiordania rimangono l'imperativo numero uno, e non
dovremmo considerare l'operato dell'Assemblea Generale altro che un passo in
questa direzione.
È
esattamente così che dovremmo assistere ai lavori dell'Assemblea Generale tra
qualche settimana.
D'accordo,
la maggior parte delle potenze occidentali, tranne gli Stati Uniti, si
schiererà ufficialmente a sostegno di uno Stato palestinese.
Cosa
significherà questo sul campo? Ci sarebbe molto da suggerire, il meno possibile. Se
così fosse, l'importanza dell'Assemblea Generale di quest'anno risiederebbe
nella sua dimostrata insignificanza.
Ma
ragioniamo sulla questione prima di trarre conclusioni.
Fin
dall'inizio, gli Stati Uniti hanno già chiarito la loro contrarietà a queste
varie promesse di riconoscimento.
Il 25 agosto, l'ambasciatore di Washington a Parigi, “Charles
Kushner”, appena arrivato, ha pubblicato una lettera aperta a” Emmanuel Macron”
lamentando "la drammatica crescita dell'antisemitismo in Francia" e
affermando che la decisione del presidente francese di riconoscere la Palestina
"incoraggerà gli estremisti, alimenterà la violenza e metterà in pericolo
la vita ebraica in Francia".
“Kushner”,
un sionista assertivo il cui figlio “Jared “è sposato con la “figlia di Trump”,
“Ivanka,” sta chiaramente giocando la vecchia e noiosa carta
dell'antisemitismo, proprio come ha fatto Netanyahu in risposta al “New York
Call.”
Entrambi sembrano particolarmente sensibili ai
francesi, e per una buona ragione. Il presidente francese Charles de Gaulle, un
forte sostenitore di Israele alla sua fondazione nel 1948, gli si rivoltò
contro dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Ben
presto vietò la vendita di armi alla Francia, sostenne uno stato palestinese e
definì l'occupazione israeliana dei territori conquistati durante la guerra
un'avventura imperialista.
Macron,
non dimentichiamolo, ha a lungo coltivato sogni di grandezza gollista.
L'Assemblea Generale gli offre un'occasione straordinariamente spettacolare per
mettersi in mostra in questo campo, e sarà interessante vedere se ci riuscirà.
(Non
sto scommettendo su questo.)
A
parte l'ostinato Macron, i firmatari del documento “New York Call”
allargheranno di fatto la già evidente spaccatura nell'alleanza transatlantica
quando dichiareranno il loro sostegno allo Stato palestinese tra un paio di
settimane.
Poiché
la Gran Bretagna, la Francia e gli altri non possono assolutamente perdere
questo punto, possiamo concludere che gli europei sono ora disposti ad
affermare molto gradualmente la loro autonomia in materia di Stato dopo otto
decenni di sottomissione agli Stati Uniti.
(Avrò
altro da dire su questo punto in un altro articolo.)
Oltre
a ciò, coloro che si sono recentemente impegnati per il riconoscimento
rischiano ora di cadere in una fossa che loro stessi hanno scavato.
Non
c'è da sorprendersi se questo si rivelasse il caso, data la competenza degli
europei in questo campo.
Cadono
in una fossa chiamata "Ucraina" proprio in questo momento.
Nel
caso di Israele e Palestina, le nazioni in procinto di riconoscere si trovano
ora di fronte a una sola scelta:
o
segnalano all'Assemblea Generale la loro intenzione di intraprendere il tipo di
azione che il riconoscimento implica, oppure l'impotenza e l'incoscienza li
segneranno più o meno a tempo indeterminato.
“John
Whitbeck”, l'avvocato internazionale da tempo impegnato nella questione
palestinese, ha affermato quanto segue il 13 agosto sul suo blog, a diffusione
privata.
Ammiro
il pensiero laterale di questa tesi:
Sarebbe
intellettualmente e diplomaticamente incoerente estendere il riconoscimento
diplomatico a uno Stato, in particolare quando il suo intero territorio è
occupato illegalmente da un altro Stato, e poi non intraprendere azioni
significative ed efficaci per porre fine a tale occupazione.
E se importanti Stati occidentali come
Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia, così come altri Stati occidentali,
estendessero il riconoscimento diplomatico allo Stato di Palestina il mese
prossimo, il coraggio basato sui principi potrebbe essere più facilmente
trovato nei numeri.
Inoltre,
dopo aver imposto più di 20 cicli di sanzioni alla Russia, esplicitamente allo
scopo di far crollare la sua economia, per aver occupato una porzione
relativamente modesta di uno stato da loro riconosciuto, come potrebbero i
governi occidentali giustificare ai loro cittadini sempre più inorriditi
l'assenza di sanzioni nei confronti di un paese che occupa l'intero territorio
di uno stato da loro riconosciuto e che proclama pubblicamente la sua
intenzione di intensificare il genocidio in corso ai danni del popolo di quello
stato?
Coraggio
basato sui principi:
condivido il pensiero di “John Whitbeck”,
anche se non con la stessa sicurezza, che tale virtù è in bilico con l'apertura
dell'Assemblea Generale.
Semplicemente
non ho l'abitudine di mettere "principi" e "coraggio" nello
stesso paragrafo di "stati occidentali come Francia, Gran Bretagna, Canada
e Australia".
C'è
una deprimente possibilità che il grande evento dell'Assemblea Generale del
mese prossimo possa consistere in nazioni occidentali diverse dagli Stati Uniti
che si mettono in imbarazzo su larga scala.
Per
prima cosa, l'”Appello di New York” e le varie dichiarazioni che le singole
nazioni hanno fatto dichiarano, senza eccezioni, il sostegno a una soluzione a
due Stati, una nazione palestinese accanto a una nazione israeliana (o una
nazione ebraica, come dicono i sionisti).
Questo è semplicemente impossibile –
impossibile perché tutto ciò che rimane ai palestinesi in termini di terra sono
puntini sulle mappe alla maniera dei bantustan, impossibile perché gli
israeliani hanno perfettamente chiaro che non accetteranno uno stato
palestinese, impossibile perché (questo dai resoconti che ho sentito dalla
Cisgiordania) l'escalation della ferocia e del sadismo dei soldati e dei coloni
israeliani ha con ogni probabilità reso la coesistenza irraggiungibile.
Cosa
stai facendo quando dichiari di sostenere qualcosa che non si realizzerà mai?
Sostieni qualcosa senza sostenere nulla?
C'è chi sostiene che la serie di nuovi
riconoscimenti non sia altro che performativa, un esercizio di puro cinismo.
In
secondo luogo, i principali firmatari del documento "New York Call",
in particolare Gran Bretagna, Francia e Australia, hanno represso il sostegno
popolare alla causa palestinese fin dai primi giorni successivi agli eventi del
7 ottobre 2023.
In
nessun caso questa contraddizione è più evidente che nel caso britannico.
Il 9 agosto, la polizia di Londra ha arrestato
532 manifestanti per aver sostenuto “Palestine Action”, un gruppo dedito
all'azione non violenta contro il genocidio a Gaza.
Palestine
Action è ora designata come organizzazione terroristica;
gli arrestati in “Parliament Square” sono
incriminati ai sensi del “Terrorism Act del Regno Unito” del 2000 e rischiano
fino a 14 anni di carcere.
E
questa è la stessa Gran Bretagna che promette di riconoscere lo Stato di
Palestina all'Assemblea Generale tra poche settimane?
Semplicemente non quadra.
Ma
l'ipocrisia di prim'ordine è una spiegazione troppo facile per questo genere di
cose.
Da quando l'operazione di carestia israeliana ha
iniziato a produrre fotografie da prima pagina qualche settimana fa, i leader
occidentali, a parte Donald Trump e la sua banda di disadattati, sono stati
acutamente consapevoli che finiranno per essere messi a verbale da una parte o
dall'altra di questa atrocità umana.
Ci sono memorie da scrivere; gli storici
aleggiano.
Per
esagerare – e faccio fatica a finire questa frase, ma devo – il "coraggio basato sui
principi" di “John V. Whitbeck “potrebbe effettivamente figurare nei
dibattiti del Segretariato delle Nazioni Unite il mese prossimo.
A mio
avviso, le oltre 500 persone arrestate durante le proteste di Londra
costituiscono la migliore argomentazione possibile per un'azione concreta dopo
l'imminente ondata di riconoscimenti diplomatici.
Dopotutto,
non saranno le ultime 500 a scendere in piazza.
Il
dissenso pubblico nei confronti degli israeliani è ovviamente in aumento.
Dato
che coloro che pretendono di guidare le post-democrazie occidentali hanno
corrotto le istituzioni destinate a esprimere la volontà popolare, la
prospettiva di disordini diffusi sarà molto concreta per loro: una minaccia per
queste élite, una fonte di speranza per il resto di noi.
Non
dimentichiamo le incessanti manifestazioni degli anni '60 e '70.
I vietnamiti hanno vinto la guerra del
Vietnam, un punto su cui insisto che rimaniamo chiari, ma il movimento contro
la guerra ha fatto molto per cambiare le menti nei corridoi del potere a
Washington e nelle capitali europee.
Non
c'è modo di condurre una guerra senza un consenso interno che la favorisca:
questa è stata la grande lezione per le élite che hanno perseguito la guerra
del Vietnam.
Né c'è
alcun sostegno a un genocidio e allo stato di apartheid che lo commette se
porta un gran numero di manifestanti nelle strade.
“Francesca
Albanese” ha perfettamente ragione nell'affermare che non dobbiamo lasciare che
una serie di riconoscimenti diplomatici ci distraggano dalle sofferenze e dalle
perdite di vite umane tra i palestinesi e dall'urgente imperativo di porre fine
a entrambe.
Il contrario mi sembra altrettanto vero.
Le potenze occidentali non hanno alcuna fretta
di abbandonare del tutto il loro sostegno allo Stato sionista.
No, la strada per arrivarci è lunga.
Ma coloro che sono in procinto di dare il loro
sostegno allo Stato palestinese faranno un passo avanti, per quanto cautamente
possa rivelarsi.
Le
élite dell'euro sono bloccate nel “Giorno
della
Marmotta” e devono fare qualcosa
di
diverso per portare la pace in Ucraina.
Unz.com
- Ian Orgoglioso – (6 settembre 2025) – ci dice:
Ripetere
ogni giorno lo stesso ciclo non porterà mai la pace in Ucraina.
Nelle
notizie di questa settimana, la coalizione dei volenterosi si è impegnata a
inviare truppe in Ucraina in caso di un futuro cessate il fuoco.
L'UE
ha inviato una delegazione a Washington DC per incoraggiare l'amministrazione
Trump ad assumere una posizione unitaria su ulteriori sanzioni economiche
contro la Russia.
Il
presidente Zelensky ha affermato che solo la pressione costringerà la Russia a
sedersi al tavolo dei negoziati.
E il Segretario generale della NATO ha
dichiarato che non spetta alla Russia decidere chi può e chi non può aderire
all'”alleanza militare globale”.
Se vi
suona familiare, i titoli potrebbero essere stati scritti in qualsiasi momento
a partire da marzo 2025, quando fu costituita la” Coalizione dei Volenterosi”. Togliendo il riferimento alla
Coalizione, il titolo potrebbe essere stato scritto in qualsiasi momento
dall'inizio della guerra.
Guerra.
La
colonna sonora si ripete.
Ogni
giorno Ursula von der Leyen, Mark Rutte, Friedrich Merz e altri si svegliano
ascoltando "I Got You Babe" di Sonny e Cher sulle loro radiosveglie e
il ciclo ricomincia da capo.
La
differenza fondamentale tra la vita reale e il classico film cult del 1993 è
che “Bill Murray” cambia continuamente la sua routine quotidiana per ottenere
ciò che desidera, per conquistare l'affetto di Rita, interpretata da “Andie
McDowell”. L'unica cosa che non cambia è il suono della sveglia.
Nel
caso della Coalizione dei Volenterosi e del Presidente Zelensky, il loro
obiettivo è costringere il Presidente Putin a fare marcia indietro sulla sua
richiesta fondamentale in merito alla guerra in Ucraina, ovvero che la NATO
ottenga un qualsiasi punto d'appoggio in Ucraina.
Purtroppo, a differenza di “Bill Murray”,
continuano a ripetere la stessa cosa giorno dopo giorno nella speranza di un
risultato diverso.
Il
motivo per cui questo non funzionerà è che Putin parla di allargamento della
NATO fin dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, 18 anni fa.
Diamo uno sguardo indietro a un orizzonte più
breve, undici anni.
Nel
2014, appena otto mesi dopo l'inizio della crisi ucraina, il veterano
corrispondente della BBC John Simpson visitò Mosca dove, tra le altre cose,
intervistò il portavoce del presidente Putin, “Dmitrij Peskov”.
Il
servizio è ancora disponibile online e vi consiglio di guardarlo.
Ci
sono due passaggi critici nella sua intervista di Peskov.
Nel
primo caso, ha affermato: "Continueremo a rendere la situazione molto più
tesa, per quanto riguarda i nostri interessi nazionali.
Più a
lungo i nostri interessi nazionali saranno messi a repentaglio, più a lungo
continueremo a rispondere.
Questo
non significa che vogliamo una guerra fredda.
Significa
che vogliamo che le nostre controparti capiscano che abbiamo le nostre linee
rosse".
Il
messaggio, forte e chiaro, era che di fronte alle continue pressioni per
spingere l'Ucraina nella NATO, il presidente Putin avrebbe continuato a
rispondere duramente per evitare che la sua linea rossa venisse superata.
Questa
posizione non è mai cambiata negli ultimi 11 anni e non c'è un briciolo di
prova che sia probabile che cambi.
Durante
l'intervista a “Simpson”, continua dicendo: "Vorremmo sentire una garanzia al
100%, che nessuno penserebbe all'adesione dell'Ucraina alla NATO".
Avanti
veloce di quasi undici anni, e “Steve Rosenburg” della “BBC” questa settimana
ha intervistato “Peskov”a margine dell'annuale “Forum economico orientale” del “presidente
Putin a Vladivostok”.
"La
ragione principale del conflitto è stato il tentativo della NATO di infiltrarsi
in Ucraina, mettendo così in pericolo il nostro Paese".
Chiamateli
punti di discussione del Cremlino, rimostranze storiche o richieste che lui non
ha il diritto di fare.
Ma
sfortunatamente per l'Ucraina e i suoi sostenitori occidentali, Putin si è
dimostrato disposto ad andare in guerra per sostenere questa singola richiesta
e gode del sostegno politico interno della Russia per farlo.
Inoltre, la Russia ha sacche di riserve
finanziarie e umane molto più profonde di quelle dell'Ucraina, e i sostenitori
occidentali dell'Ucraina si sono dimostrati progressivamente meno disposti a
colmare la differenza.
Nella
puntata di questa settimana del “Giorno della Marmotta”, la coalizione dei
volenterosi ha annunciato l'impegno di 26 nazioni a schierare truppe in Ucraina
per sorvegliare qualsiasi accordo postbellico.
Il presidente Putin ha poi risposto dicendo
che qualsiasi truppa occidentale della NATO in Ucraina rappresenterebbe
"obiettivi legittimi" per le forze armate russe.
Chiunque
crede che Putin stia bluffando vive in una caverna da undici anni.
In
ogni caso, l'idea in sé è assurda, e deve essere chiamata come racconto.
L'Ucraina
ha quasi 900.000 militari attivi, a quanto pare.
Questo è più del totale combinato del personale
militare attivo in Polonia, Francia, Germania, Italia e Regno Unito.
L'Italia
e la Polonia sono state abbastanza chiare sul fatto che non invieranno truppe
in Ucraina.
Friedrich
Merz, che sembra non avere fretta di porre fine alla guerra, ha ora escluso
l'invio della Bundeswehr.
La
Gran Bretagna si è fatta i denti per l'invio di 10.000 soldati.
E c'è
stato un “grande zut allors” da parte dei francesi, che sono a dispetto di un
possibile terzo cambio di governo quest'anno.
Cosa
farebbe realmente questa “forza di rassicurazione”, oltre a incoraggiare il
presidente Putin a continuare a combattere?
Le
truppe straniere in Ucraina non rappresentano un mezzo per porre fine alla
guerra, ma uno stratagemma per mantenerla.
Questo
potrebbe servire gli interessi di Zelensky e di figure squilibrate del sistema
europeo come “Kaja Kallas”.
Ma
dubito che, data la scelta democratica, la maggior parte dei cittadini europei
concorderebbe sul fatto che una guerra più ampia tra NATO e Russia sia una
buona idea, dato il rischio di un'escalation nucleare.
E
soprattutto in un momento in cui è tutt'altro che certo che le truppe
statunitensi schierino le proprie forze terrestri convenzionali a supporto di
qualsiasi guerra.
Ma
niente paura, l'UE ha inviato un'altra delegazione a Washington DC per cercare
di convincere il Presidente Trump a imporre ulteriori sanzioni alla Russia.
Questo
è di per sé ironico, in una settimana in cui il Ministro degli Esteri belga ha
di fatto posto il veto alla consegna dei beni congelati della Russia.
Tra i segnali di crescente preoccupazione tra
i repubblicani del MAGA sul fatto che gli europei siano semplicemente
desiderosi di continuare la guerra, Donald Trump farebbe bene a non accettare.
Invece
di cercare ciò che non sarà mai in grado di realizzare – il presidente Putin
che fa marcia indietro sulla linea rossa relativa all'adesione dell'Ucraina
alla NATO – la Coalizione dei volenterosi deve decidere cosa vuole per
l'Ucraina stessa.
Stazionare
truppe NATO in Ucraina è l'antitesi delle garanzie di sicurezza e continuare a
imporre sanzioni non porterà Putin al tavolo delle trattative.
Le “garanzie
di sicurezza” devono significare proprio questo:
garanzie
da parte delle nazioni occidentali di intervenire in aiuto dell'Ucraina in caso
di un futuro attacco da parte della Russia.
Non
c'è motivo di credere che un accordo di pace che portasse alla neutralità
dell'Ucraina si tradurrebbe in una guerra futura, ma è comunque importante che
il popolo ucraino abbia questa ferrea certezza.
Un'altra
garanzia di sicurezza dovrebbe essere la chiarezza su quando e a quali
condizioni l'Ucraina potrebbe aderire all'Unione Europea. Il Presidente Putin ha dichiarato
di non opporsi a questa adesione.
La
vera sfida, sospetto, è che diverse nazioni europee sono tutt'altro che
entusiaste dell'adesione dell'Ucraina.
Ci
sono diverse ragioni, tra cui l’enorme costo, l’impatto che ciò avrà sui
sussidi che i membri esistenti riceveranno, la necessità di un massiccio
cambiamento strutturale e legale dell’accordo di bilancio dell’UE che potrebbe
incoraggiare alcuni membri – in particolare la Francia – a cercare l’uscita, e
il massiccio sconvolgimento politico interno delle élite tradizionali.
Ho già
detto tutto questo.
A volte, mi sembra di svegliarmi ogni mattina
alle sei con Sonny e Cher a ripetizione.
Come
dice Bill Murray nel film, "non c'è modo che questo inverno finisca finché questa
marmotta continua a vedere la sua ombra".
Quando
si sveglieranno domani, incoraggerei i leader europei a trovare un approccio
diverso.
Perché attraversare lo stesso ciclo ogni
giorno non porterà mai la pace in Ucraina.
SCO e
BRICS 2025.
Unz.com - Michael Hudson – (6 settembre 2025)
– ci dice:
Il
riallineamento dell'Eurasia di fronte alla barbarie in fase avanzata
Gli
incontri della “Shanghai Cooperation Organization” in Cina la scorsa settimana
(2 e 3 settembre) hanno compiuto un notevole passo avanti nel definire come il
mondo si dividerà in due grandi blocchi, mentre i paesi della maggioranza
globale cercano di liberare le loro economie non solo dal caos tariffario di
Donald Trump, ma anche dai tentativi sempre più estremisti sponsorizzati dagli
Stati Uniti di imporre un controllo unipolare sull'intera economia mondiale,
isolando i paesi che cercano di resistere a questo controllo, sottoponendoli al
caos commerciale e monetario nonché allo scontro militare diretto.
Gli
incontri della” SCO” divennero un forum pragmatico per definire i principi
fondamentali per sostituire l'indipendenza commerciale, monetaria e militare
degli altri paesi dagli Stati Uniti con scambi commerciali e investimenti
reciproci tra loro, sempre più isolati dalla dipendenza dai mercati
statunitensi per le loro esportazioni, dal credito statunitense per le loro
economie interne e dai dollari statunitensi per le transazioni commerciali e di
investimento tra loro.
I
principi annunciati dal presidente cinese” Xi”, dal presidente russo “Putin” e
da altri membri della “SCO” preparano il terreno per definire nei dettagli un
nuovo ordine economico internazionale, sulla falsariga di quello promesso 80
anni fa alla fine della Seconda guerra mondiale, ma che è stato distorto fino a
diventare irriconoscibile dagli Stati Uniti e dai suoi satelliti,
trasformandolo in ciò che i paesi asiatici e altri paesi della maggioranza
globale sperano sia stato solo un lungo viaggio storico lontano dalle regole
fondamentali della civiltà e dalla sua diplomazia, commercio e finanza
internazionale.
Non
dovrebbe sorprendere che sulla stampa occidentale mainstream non sia apparsa
una sola parola di questi principi o delle loro motivazioni.
Il”
New York Times” ha descritto gli incontri in Cina come un piano di aggressione
contro gli Stati Uniti, non come una risposta alle azioni statunitensi.
Il presidente Donald Trump ha riassunto questo
atteggiamento in modo molto succinto in un post su Truth Social:
"Presidente Xi, porga i miei più sentiti
saluti a Vladimir Putin e Kim Jong Un, mentre cospirate contro gli Stati Uniti
d'America".
La
copertura mediatica statunitense delle riunioni della SCO in Cina presenta una
prospettiva notevolmente ridotta che mi ricorda la famosa incisione di “Hokusai”
che raffigura un albero in primo piano che oscura completamente la città
lontana sullo sfondo.
Qualunque
sia il tema internazionale, è tutto incentrato sugli Stati Uniti. Il modello di
base è l'ostilità di un governo straniero nei confronti degli Stati Uniti,
senza alcun riferimento al fatto che si tratti di una risposta difensiva alla
belligeranza statunitense nei confronti dello straniero.
Il
modo in cui la stampa ha trattato le riunioni della SCO e le relative
discussioni geopolitiche presenta una notevole somiglianza con il modo in cui
ha trattato la guerra della NATO contro la Russia in Ucraina.
Entrambi
gli eventi sono visti come se riguardassero esclusivamente gli Stati Uniti (e i
loro alleati), non Cina, Russia, India, Asia centrale e altri Paesi che agivano
per promuovere i propri tentativi di creare scambi commerciali e investimenti
ordinati e reciprocamente vantaggiosi. Proprio come la guerra in Ucraina è
descritta come un'invasione russa (senza alcun riferimento alla sua difesa
contro l'attacco della NATO alla sicurezza della Russia), le riunioni della SCO a Tianjin e le
successive riunioni a Pechino sono state descritte come un complotto
conflittuale contro l'Occidente, come se gli incontri riguardassero Stati Uniti
ed Europa.
Il 3
settembre il cancelliere tedesco, “Friedrich Merz”, ha definito Putin forse il
più grave criminale di guerra del nostro tempo, poiché è stata la Russia ad
attaccare l'innocente Ucraina, non viceversa dal colpo di stato del 2014 in
poi.
Come Putin ha commentato l'accusa di “Merz”: "Non diamo per scontato che
debbano apparire nuovi stati dominanti. Tutti dovrebbero essere su un piano di
parità".
La
parata militare a Pechino, che ha seguito gli incontri, è stata un promemoria
per il mondo che gli accordi internazionali che hanno creato le Nazioni Unite e
altre organizzazioni alla fine della seconda guerra mondiale avrebbero dovuto
porre fine al fascismo e introdurre un ordine mondiale giusto ed equo basato
sui principi delle Nazioni Unite.
Dipingere
questa cornice degli incontri come una minaccia per l'Occidente significa
coprire, persino negare, che è l'Occidente stesso che ha abbandonato e di fatto
invertito i principi apparentemente multilaterali promessi nel 1944-1945.
La
rappresentazione statunitense ed europea delle riunioni della SCO come
interamente plasmate dall'antipatia verso l'Occidente non è semplicemente
espressione del narcisismo occidentale.
Si è
trattato di una politica deliberatamente censoria, volta a non discutere le
modalità con cui si sta sviluppando un'alternativa all'ordine economico
neoliberista incentrato sugli Stati Uniti.
Il
capo della NATO “Mark Rutte” ha chiarito che non si doveva nemmeno pensare
all'esistenza di una politica da parte dei paesi per creare un ordine economico
alternativo e più produttivo, quando si è lamentato del fatto che Putin stesse
ricevendo troppa attenzione.
Ciò
significava non discutere di ciò che è realmente accaduto negli ultimi giorni
in Cina, e di come questo rappresenti una pietra miliare nell'introduzione di
un nuovo ordine economico, ma che non include l'Occidente.
Il
Presidente Putin ha spiegato in una conferenza stampa che il confronto non era
affatto al centro dell'attenzione.
I
discorsi e le conferenze stampa hanno illustrato nei dettagli ciò che era
necessario per consolidare le relazioni tra loro.
In particolare, come faranno l'Asia e il Sud
del mondo a procedere per la propria strada, riducendo al minimo i contatti e
l'esposizione all'aggressività economica e militare
dell'Occidente?
L'unico
confronto militare minacciato è quello con la NATO, dall'Ucraina al Mar
Baltico, dalla Siria a Gaza, dal Mar Cinese al Venezuela e al Nord Africa.
Ma la
vera minaccia è la finanziarizzazione e la privatizzazione neoliberiste
dell'Occidente, il Thatcherismo e la Reaganomics.
La SCO e i BRICS (come ora si sta discutendo
nelle riunioni successive) vogliono evitare il calo degli standard di vita e
delle economie che sta vivendo l'Occidente con la sua deindustrializzazione.
Vogliono
un aumento degli standard di vita e della produttività.
Il loro tentativo di creare un piano di
sviluppo economico alternativo e più produttivo è ciò che non viene discusso in
Occidente.
Questa
grande frattura è ben rappresentata dal gasdotto Power of Siberia 2.
Questo
gas avrebbe dovuto raggiungere l'Europa, alimentando il Nordstream 1.
Tutto
questo è finito.
Il gas siberiano ora andrà in Mongolia e Cina.
In
passato ha alimentato l'industria europea;
ora farà lo stesso per Cina e Mongolia,
lasciando l'Europa dipendente dalle esportazioni di GNL statunitensi e dal calo
delle forniture del Mare del Nord a prezzi molto più alti.
Alcuni
risultati geopolitici degli incontri della SCO.
Il
contrasto tra il successo del consolidamento degli accordi commerciali, di
investimento e di pagamento SCO/BRICS e la destabilizzazione degli Stati Uniti
rende difficile per i paesi cercare di aderire sia al blocco USA/NATO che ai
BRICS/paesi del Sud globale.
La
pressione è particolarmente forte su Turchia, Emirati e Arabia Saudita.
Gli
Emirati Arabi Uniti sono membri dei BRICS e gli altri sono osservatori, ma i
paesi arabi sono particolarmente esposti finanziariamente al dollaro e ospitano
anche basi militari statunitensi. (L'India ha impedito all'Azerbaigian di
aderire.)
Sono
in atto due dinamiche.
Da un
lato, mentre perseguono un piano di sviluppo economico potenzialmente
alternativo, i BRICS e la Maggioranza Globale stanno cercando di difendersi
dall'aggressione economica di Stati Uniti/NATO e di de-dollarizzare le proprie
economie per ridurre al minimo la dipendenza commerciale dal mercato
statunitense.
Questo li salva dal rischio che gli Stati
Uniti strumentalizzino il loro commercio estero e il loro sistema monetario per
bloccare il loro accesso alle catene di approvvigionamento che sono state
istituite, con conseguente destabilizzazione delle loro economie.
L'altra
dinamica è che l'economia statunitense sta diventando meno attraente,
polarizzandosi, contraendosi e de-deindustrializzandosi a causa della sua finanziarizzazione
e dell'aumento del debito sovrano. Sta inoltre diventando inflazionistica a
causa dei dazi di Trump e del deprezzamento del dollaro dovuto alla
de-dollarizzazione dei paesi, e rimane soggetta a una bolla finanziaria basata
sul debito, che è a rischio crescente di crollo improvviso.
Queste
due dinamiche riflettono il contrasto fondamentale tra i sistemi economici e le
politiche tra i mercati oligarchici privatizzati e finanziarizzati
(neoliberismo) e le economie socialiste industriali. Il socialismo di queste
ultime è la logica estensione della dinamica del primo capitalismo industriale,
che cercava di razionalizzare la produzione e ridurre al minimo gli sprechi e i
costi superflui imposti da classi in cerca di rendita che pretendevano un
reddito senza svolgere un ruolo produttivo – proprietari terrieri, monopolisti
e settore finanziario.
Il
grande problema, naturalmente, è che gli americani vogliono far saltare in aria
il mondo se non riescono a controllarlo e a dominare tutti gli altri paesi.
“Alistair Crooke” ha recentemente avvertito
che il movimento cristiano evangelico vede questa come un'opportunità per una
conflagrazione che vedrà Gesù tornare e convertire il mondo al jihadismo
cristiano.
Il
termine "barbarie in fase avanzata" è ora usato in gran parte di
Internet per il fanatismo della supremazia etnica che va dai jihadisti wahabiti
e le rotture di al Qaeda (sponsorizzate dalla CIA/MI6 per essere sicuri)
attraverso i sionisti a Gaza e in Cisgiordania e in Africa alla rinascita
neonazista ucraina (con i suoi echi nell'odio della Germania per la Russia) che
non si vedeva dal nazismo degli anni '30 e '40, negando che i loro avversari
siano esseri umani.
Come
alternativa alla SCO, ai BRICS e alla maggioranza globale, questa barbarie
definisce la profondità della rottura nell'attuale allineamento geopolitico.
Non
c'è dubbio che le oligarchie clienti in tutti i BRICS cercheranno di mantenere
il maggior numero possibile dei loro privilegi (cioè le rendite economiche).
Siamo
solo all'inizio di quella che promette di essere una lunga promessa.
Per il
momento, tutto ciò che i paesi membri possono fare è isolare le loro relazioni
monetarie e di bilancia dei pagamenti, insieme agli investimenti reciproci.
Quindi
la vera "nuova civiltà" è molto lontana.
Ma gli
Stati Uniti e la loro politica satellitare europea sono un grande catalizzatore
per accelerare la grande transizione.
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