Il diritto di parola è inviolabile.

 

Il diritto di parola è inviolabile.

 

 

 

Libertà di espressione:

diritto inviolabile o

illusione moderna?

Giornalecittadinopress.it - Pippo Carollo – (30 Marzo 2025) – ci dice:

 

In questi giorni si fa sempre più insistente la voce che la libertà di stampa sia minacciata.

 Secondo molti, qualcuno vorrebbe assoggettare l’informazione a proprio uso e consumo, cercando di limitare quelle notizie che potrebbero danneggiare l’immagine di quei potentati che mirano ad asservire chi scrive o documenta fatti giudicati scomodi.

A difesa dell’informazione, almeno nel nostro bel Paese, viene in aiuto la Costituzione (approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948).

I padri fondatori hanno previsto quanto scritto nell’Articolo 21. Cosa dice l’Articolo 21 della Costituzione?

Art. 21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c.1] nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denuncia all’autorità giudiziaria.

Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

 Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume.

 La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”

 L’Articolo 21 trova un rafforzamento ulteriore ne “La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Tale dichiarazione definisce la libertà di espressione come “la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni, uno dei diritti più preziosi dell’Uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge”.

 Ma siamo davvero liberi di esprimerci?

 Ci piace pensarlo, ma la realtà racconta un’altra storia.

 La tanto sbandierata libertà di espressione viene messa sempre più in discussione, spesso attraverso una parola che nessuno ama pronunciare: censura.

Chi scrive, spesso per paura di ripercussioni, si autocensura ancora prima di mettere mano alla tastiera.

Un po’ come il mitico Tafazzi, che si colpisce ripetutamente agli zebedei da solo. Altri, invece, trovano il coraggio di esprimere le proprie opinioni e finiscono bersagliati da critiche denigratorie o, nei casi peggiori, trascinati in tribunale.

Ma non è una novità.

 La storia ci insegna che la censura è sempre stata un’arma del potere.

 Durante il fascismo, l’informazione era controllata rigidamente.

Oggi, in alcuni regimi totalitari, i giornalisti vengono incarcerati o, peggio ancora, eliminati fisicamente, e l’informazione è pilotata dal “dittatore”.

Ma il problema non è solo dei regimi autoritari:

anche la democrazia occidentale non sembra immune da questo fenomeno.

Il web: libertà o arena di linciaggio?

 Un tempo si diceva: “La carta stampata è il quarto potere”.

Oggi il vero campo di battaglia è il web.

Teoricamente, è lo spazio della libertà assoluta, ma nella pratica può trasformarsi in una giungla dove chi esprime un’opinione rischia di essere ridicolizzato, insultato o bannato dalle piattaforme.

Basti pensare al crescente fenomeno delle “shadowban”, una tecnica utilizzata da alcune piattaforme social per limitare la visibilità di contenuti di un utente senza avvisare lo stesso.

Oppure il caso di giornalisti investigativi o attivisti che vengono etichettati come “diffusori di fake news” solo perché sollevano dubbi sulla narrazione ufficiale.

Nel 2023, il “World Press Freedom Index” (indice della libertà di stampa – ndr.), nelle classifiche annuali, ha segnalato un peggioramento della libertà di stampa in molte democrazie occidentali.

 In Italia, ad esempio, si registra una crescente pressione sui giornalisti, con intimidazioni legali che mirano a scoraggiare inchieste scomode.

 Chiunque abbia provato a scrivere qualcosa di vagamente scomodo sa di cosa parlo.

Personalmente, evito di commentare o di esprimere opinioni, perché detesto essere attaccato.

Ma non esprimersi equivale a cedere alla censura.

Lo facciamo per quieto vivere, certo, ma è giusto?

 Possiamo davvero definirci una società libera se l’unico modo per evitarci problemi è tacere?

E ora?

 La domanda resta aperta: cosa possiamo fare?

Forse niente, forse molto.

Ma di certo, rinunciare del tutto alla libertà di espressione significa accettare di vivere in un mondo dove il pensiero critico è solo un’illusione.

Un’illusione ben confezionata, certo, con tanto di Costituzioni e dichiarazioni internazionali.

 Ma alla fine, se chi controlla l’informazione può stabilire cosa è vero e cosa è falso, allora la libertà di espressione è solo una frase scritta su carta.

Alla prossima, cari lettori.

(giornalecittadinopress.it/liberta-di-espressione-diritto-inviolabile-o-illusione-moderna/).

 

 

 

 

ONU, Trump

contro tutti.

Msn.com – Rainews -Redazione – (24-09-2025) – ci dice:

(Storia dalla redazione).

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla durante l'Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA) presso la sede delle Nazioni Unite.

Macron difende il principio del multilateralismo per evitare quello del "più forte."

 

A poche ore dal duro attacco di Donald Trump alle Nazioni Unite, il presidente francese Emmanuel Macron interviene al Palazzo di Vetro e difende l'Onu.

"I suoi critici più severi sono coloro che vogliono cambiare il nome del gioco; vogliono dominare", ha affermato Macron.

"Non vogliamo che prevalga il principio del 'più' forte'.

Questo è il rischio".

Parlando all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite Macron ha detto che le Nazioni Unite sono un'istituzione molto importante che deve essere rafforzata.  Emmanuel Macron ha messo in guardia dal palco dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sugli effetti dell'indebolimento degli organismi internazionali.

 

Intervenendo all'”Assemblea Generale delle Nazioni Unite”, Emmanuel Macron ha anche annunciato che incontrerà domani a New York il presidente iraniano “Massoud Pezeshkian”.

"Il Libano respirerà più facilmente quando Hezbollah e le armi in suo possesso non esisteranno più", ha affermato il presidente, accogliendo con favore la direzione positiva intrapresa "dalla Siria" dopo la caduta della dittatura di Bashar al Assad e criticando l'Iran per il suo programma nucleare:

"O l'Iran fa un gesto e si impegna per la pace e la stabilità e permette all'Aiea (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) di fare il suo lavoro, oppure le sanzioni saranno ripristinate". 

 

"La tragedia in corso in Sudan è probabilmente la peggiore", ha proseguito il capo dello Stato, prima di discutere del conflitto in Congo.

"La nostra responsabilità è costruire un solido piano di sicurezza in questo periodo di disordini", ha aggiunto.

"Non dobbiamo contrapporre il G7 ai BRICS", ha sollecitato Macron, riferendosi alle sfide economiche mondiali.

"Dobbiamo continuare a mobilitarci di fronte alle sfide del clima e della biodiversità.

 Il nostro dovere è continuare ad agire insieme", ha aggiunto il presidente francese, definendo l'Onu un "tesoro".

 "Le Nazioni Unite siamo noi. Non abbiamo il diritto di essere cinici", ha avvertito.  "Abbiamo una sola responsabilità: agire insieme.

 Dobbiamo agire, agire, agire. 

Quindi, tocca a noi farlo", ha concluso il capo dello stato, accompagnato da un convinto applauso.

 

Migliaia di persone si sono riunite davanti alla sede delle Nazioni Unite in sostegno al cambiamento di regime in Iran.

 I partecipanti, riferisce una nota, hanno protestato contro l'impennata senza precedenti delle esecuzioni in Iran e contro la presenza del presidente “Massoud Pezeshkian” del regime iraniano all'”Assemblea Generale dell'Onu”, e chiesto l'immediata reintroduzione di sanzioni contro il regime.

La manifestazione, la più grande di iraniani negli Stati Uniti, è stata organizzata dall'”Organizzazione delle Comunità Iraniano-Americane” (Oiac).

“Maryam Rajavi,” presidente del “Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana”, è tornata in un messaggio a chiedere "un rovesciamento del regime e un cambiamento democratico" in Iran.

 "Non è forse giunto il momento, secondo la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, di riconoscere la lotta, la resistenza e la rivolta del popolo iraniano per cambiare questo regime?", ha chiesto.

 "Il cambiamento e il rovesciamento saranno realizzati anche questa volta dal popolo iraniano stesso", ha assicurato, "non vogliamo né un mullah né uno shah. L'era di tutte le forme di dittatura, sia religiosa sia monarchica, è finita. Non torneremo al passato".

Il presidente cileno “Gabriel Boric” ha ufficializzato davanti all'Assemblea generale dell'ONU la candidatura di “Michelle Bachelet”, due volte presidente del Cile, per succedere ad “António Guterres” alla guida delle Nazioni Unite a partire dal 2027.

 

Se eletta, Bachelet sarebbe la prima donna e la seconda personalità dell'America Latina, dopo il peruviano Javier Pérez de Cuéllar, a dirigere l'organizzazione in 80 anni di storia.

Boric ha elogiato Bachelet come "una figura capace di unire Nord e Sud, Oriente e Occidente" e ha sottolineato la necessità che le Nazioni Unite affrontino il loro "disequilibrio storico di genere".

 

L'ex presidente cilena ha già ricoperto ruoli chiave nel sistema ONU, tra cui quello di direttrice di ONU Donne e Alto Commissario per i Diritti Umani, esperienza che secondo Boric le conferisce "empatia, fermezza e capacità decisionale".

La candidatura di Bachelet arriva in un contesto competitivo, con altri nomi latinoamericani già in campo, come l'argentino “Rafael Grossi” e la messicana “Alicia Bárcenas”.

 

Il colombiano Petro chiede un processo contro Trump per gli attacchi nel mar dei Caraibi.

Il presidente della Colombia Gustavo Petro ha chiesto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite l'apertura di un "procedimento penale" contro Donald Trump per gli attacchi degli Stati Uniti contro imbarcazioni nei Caraibi.

 "Poveri giovani" disarmati sono morti in quelli che Washington ha giustificato come operazioni antidroga al largo delle coste del Venezuela, ha detto Petro. Almeno 14 persone sono state uccise nel bombardamento di tre barche.

 

Trump incontra i paesi islamici, Erdogan: "Vertice fruttuoso."

Il presidente turco Tayyip Erdogan ha affermato che l'incontro su Gaza tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e i leader dei Paesi musulmani a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato "molto fruttuoso".

La Turchia, membro della Nato, ha duramente criticato gli attacchi israeliani a Gaza contro Hamas - di cui Erdogan è uno dei principali sostenitori - e ha affermato che equivalgono a un genocidio.

Ha bloccato tutti gli scambi commerciali con Israele, sollecitato misure internazionali contro lo stato ebraico e chiesto un cessate il fuoco immediato a Gaza.

Parlando con i giornalisti a New York dopo l'incontro, Erdogan ha affermato che sarà pubblicata una dichiarazione congiunta e che è "soddisfatto" dei risultati dell'incontro, ma non ha fornito ulteriori dettagli.

 

Meloni all'ONU, saltano i bilaterali con Erdogan e Aoun.

 

L'incontro bilaterale tra la premier Giorgia Meloni e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, previsto in un primo momento nel pomeriggio a margine dell'assemblea generale Onu, è slittato per motivi di agenda.

Meloni ha comunque incontrato il presidente della Siria “Ahmad Husayn al Shara” e l'emiro del Qatar, “Tamim bin Hamad Al Thani”.

Anche il colloquio con il presidente libanese “Joseph Aoun”, fissato nel pomeriggio a New York, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, sempre per motivi d'agenda, potrebbe non aver luogo.

Erdogan all'ONU: "A Gaza il punto più basso dell'umanità."

"Quando una piccola spina punge la mano di un bambino, ai genitori si stringe il cuore, ma a Gaza i bambini vengono amputati senza anestesia.

Questo è il punto più basso dell'umanità".

Lo ha dichiarato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, intervenendo all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

Il leader turco ha puntato il dito contro Israele e la comunità internazionale, denunciando che "un bambino viene ucciso ogni ora negli ultimi 23 mesi" e descrivendo "bambini di soli due o tre anni senza mani, braccia o gambe, diventati l'immagine quotidiana di Gaza".

Erdogan ha sottolineato che "non si tratta di numeri, ma di vite innocenti" e ha chiesto a tutti i leader mondiali di "schierarsi senza esitazione al fianco del popolo palestinese oppresso".

Ha quindi ringraziato i Paesi che hanno annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina e ha invitato quelli che non l'hanno ancora fatto "ad agire immediatamente".

 

Il presidente turco ha poi accusato Israele di "portare avanti una politica di sterminio di massa sotto mentite spoglie" dopo i fatti del 7 ottobre.

"Non può esserci pace - ha proseguito - in un mondo dove i bambini muoiono di fame e per mancanza di medicine, dove milioni di persone vengono sfollate in un territorio di soli 365 chilometri quadrati".

Erdogan ha infine accusato il premier israeliano, “Benjamin Netanyahu”, di "non avere alcuna intenzione di liberare gli ostaggi o raggiungere la pace" e ha ribadito che "a Gaza non c'è una guerra: da un lato c'è un esercito dotato delle armi più moderne, dall'altro civili innocenti".

 

Macron all'ONU: "No alla legge del più forte, serve cooperazione multilaterale."

Il presidente francese Emmanuel Macron ha messo in guardia dal palco dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sugli effetti dell'indebolimento degli organismi internazionali.

 C'è "il rischio di vedere prevalere la legge del più forte" e "l'egoismo di pochi", ha ammonito.

Di fronte agli attacchi di Donald Trump all'ONU, il presidente francese ha difeso un "multilateralismo efficace".

 

"La complessità del mondo non è un motivo per abbandonare i nostri princìpi e le nostre ambizioni.

Viviamo in un momento paradossale in cui abbiamo bisogno più che mai di ripristinare lo spirito di cooperazione che prevaleva 80 anni fa", quando è nata l'ONU, ha avvertito Macron.

Per il presidente francese, i "critici più duri" delle Nazioni Unite sono "quelli che vogliono cambiare le regole del gioco" e che sono "più interessati a dividere il mondo che a raggiungere i compromessi necessari per il bene comune".

 

Trump all'Assemblea generale, battute e attacchi all'ONU.

Come previsto, Donald Trump ha fatto tremare il Palazzo di Vetro.

Il suo ritorno all'Assemblea generale, dopo sei anni di assenza da quel podio, ha avuto l'effetto di un sisma politico:

 battute irriverenti, attacchi diretti all'Onu e al suo segretario generale António Guterres, e soprattutto un'agenda che ha colpito i nervi scoperti della comunità internazionale, a partire da clima, energia e migrazioni.

Fin dall'inizio, il presidente americano ha trasformato in spettacolo anche i piccoli incidenti tecnici:

 il “teleprompter” che non funzionava e le scale mobili bloccate all'ingresso.

 "In questo modo parlerò più con il cuore", ha detto, strappando un sorriso ai delegati.

Ma subito dopo ha piazzato il primo affondo:

"In sette mesi ho messo fine a sette guerre che dicevano essere non terminabili. Non ho mai ricevuto una telefonata dall'Onu, nessuno mi ha ringraziato".

Una frase che ha gelato la sala, soprattutto perché “Guterres”, come ripete quasi quotidianamente il suo portavoce, ha sempre sostenuto che "la porta del segretario generale resta aperta per chiunque voglia bussare".

 

 

 

 

Hate Speech. Odio in rete e

libertà di manifestazione del pensiero.

Stefanopipitone.eu - Studio Legale Pipitone - Elena Stracquadaini – (10-05- 2025) – ci dice:

I limiti della libertà di espressione del pensiero.

Libertà di espressione o totale irriverenza verbale?

L’art 21 della Costituzione riconosce quale diritto fondamentale e inviolabile la libertà di manifestazione del pensiero e garantisce il suo esercizio attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione.

La tutela della libera manifestazione del pensiero non riguarda soltanto il profilo della divulgazione delle proprie opinioni, ma include anche il diritto alla informazione e alla critica.

Davvero possiamo ritenerci autorizzati a dire tutto quello che vogliamo e che pensiamo sul web e sui social media?

La risposta è negativa.

La libertà di espressione del pensiero non deve, in alcun modo, sfociare in sfoghi ostili, discriminatori e basati sull’intolleranza.

Purtroppo, nell’era di internet e dei “leoni da tastiera” questo è quello che accade sempre più frequentemente, minando i valori fondamentali della società.

Bisogna prestare attenzione.

È sbagliato pensare che non esistano responsabilità connesse alle parole postate sul web.

Uno sfogo su internet può costare molto caro.

COSA È L’HATE SPEECH?

Lo hate speech – in italiano “discorsi d’odio” – consiste in una specifica forma di comunicazione che si estrinseca mediante ingiuriose modalità di manifestazione del pensiero.

Diffuse e reiterate attraverso Internet, tali forme espressive hanno l’effetto di:

alimentare i pregiudizi;

diffondere e consolidare gli stereotipi;

rafforzare l’ostilità di taluni gruppi di persone nei confronti di altri gruppi con diverse caratteristiche.

In genere le vittime sono i gruppi minoritari.

Ma stiamo assistendo oggi ad un fenomeno di segno inverso.

QUALI FORME DI TUTELA RICONOSCE L’ORDINAMENTO?

Il fenomeno dell’hate speech è aumentato negli anni in modo esponenziale.

Sebbene non esista ancora una norma specifica sul tema, l’hate speech può integrare diversi reati in Italia.

In attesa di una normazione specifica, sulla quale sta lavorando l’UE, il fenomeno dell’hate speech, quando lede la reputazione e l’onore della persona, configura il reato di diffamazione, punito in Italia dall’art. 595 del Codice Penale con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.

Qualora la diffamazione abbia ad oggetto un fatto determinato, si applica una specifica aggravante, che porta la pena della reclusione fino a due anni di carcere.

Ma attenti, se l’offesa è recata con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, come per i siti web o i social, allora, la pena è della reclusione da 6 mesi a 3 anni.

 

Più grave del semplice odio online è il reato di minaccia, punito ex art 612 c.p. con la multa fino a 1.032 euro.

Se la minaccia è aggravata la pena è più severa, prevedendo la reclusione fino a un anno. Questo anche se la minaccia avviene attraverso un qualsiasi canale digitale.

Comportamenti opprimenti e continuativi come telefonate, sms, e-mail, commenti sui social network o lettere possono invece essere ricondotte nel reato di stalking, punito dalla legge italiana all’art. 612 bis del Codice Penale, con pene dai sei mesi a cinque anni di reclusione.

Infine, condotte quali delle semplici molestie sono comunque punite dall’art. 660 del Codice Penale, con l’arresto fino a sei mesi o con una multa fino a 516 euro.

Conclusioni.

Il web, pur essendo strumenti di conoscenza e dibattito, può trasformarsi con estrema facilità in una trappola di pericoli, se non utilizzato responsabilmente.

Libertà di manifestazione di pensiero non equivale infatti a libertà di denigrazione, seppure talvolta il confine tra le due sia sottile.

Bisogna tenere ben presente che anche la realtà virtuale è una dimensione effettiva e, in quanto tale, è possibile incorrere in forme di responsabilità penale.

Ciascuna azione può ingenerare conseguenze giuridiche ed incidere sulla vita personale e privata delle altre persone.

In che modo è possibile contribuire al ridimensionamento di questo fenomeno?

 È fondamentale educare e sensibilizzare gli utenti al rispetto, alla dignità, alla diversità ed al dialogo costruttivo improntato alla cultura dei valori universali.

L’hate speech si combatte soltanto con la consapevolezza.

(Elena Stracquadaini).

 

 

 

 

“LIBERTÀ DI ESPRESSIONE

NELLA VERITÀ E NELLA CARITÀ.”

Chiesadinapoli.it – (9 -03 -2025) – Don Mimmo Battaglia – ci dice:

 

 

Comunicato di Don Mimmo Battaglia a margine della Giornata Internazionale della Donna.

“In questi giorni, un’immagine utilizzata in una manifestazione pubblica celebrativa della Giornata Internazionale della Donna, ha suscitato turbamento in molti.

La rappresentazione della Vergine Maria alla quale è stato sostituito il cuore con una pillola abortiva è stata infatti percepita da tanti come un’offesa alla fede e ai valori più profondi che animano la vita di milioni di persone.

Viviamo in una società democratica, in cui la libertà di espressione è un diritto fondamentale e inviolabile.

È giusto e doveroso che ciascuno possa manifestare le proprie idee, anche quando queste riguardano temi delicati e divisivi.

Tuttavia, ogni diritto porta con sé anche una responsabilità:

 quella di esprimersi senza ledere la sensibilità degli altri, senza ferire ciò che per molti è sacro, senza trasformare il dibattito in uno scontro che alimenta soltanto divisione e risentimento.

 

Il tema dell’aborto è complesso e doloroso.

Dinanzi ad esso, come Chiesa, avvertiamo il dovere di annunciare il Vangelo della Vita con parole chiare oltre che con gesti concreti di vicinanza a chi è nella difficoltà:

non solo accompagnando chi è tentato da questa scelta estrema a contemplare altre possibilità, aiutandola a salvaguardare la vita, ma anche accogliendo e prendendoci cura delle ferite che la scelta dell’aborto lascia in tantissime donne, anche dopo lunghi anni.

Riteniamo anche una missione fondamentale dialogare con coloro che la pensano diversamente da noi, ma nella consapevolezza che la libertà di espressione non può mai diventare un pretesto per il dileggio o per il disprezzo della fede e dei valori altrui.

La strada non può essere mai quella della provocazione, ma del dialogo; non quella della contrapposizione sterile, ma dell’incontro sincero, nella verità e nella carità.

A tutti, credenti e non credenti, rivolgo una disponibilità:

la Chiesa partenopea è disposta sempre ad incontrare e dialogare con tutti, ma l’incontro e il dialogo non si nutrono di ferite e contrapposizioni, ma di ascolto e rispetto.

Solo così potremo crescere come società, cercando insieme ciò che è vero, giusto e buono per tutti.“

(† don Mimmo Battaglia).

 

 

Cosa ha detto Trump all’Onu,

 il delirio del presidente Usa

che attacca le democrazie occidentali.

  Msn.com - L’Unità - Storia di Umberto De Giovannangeli – (25 - 09 – 2025) – ci dice:

 

Parla all’Onu per distruggere l’Onu.

E dalla tribuna del Palazzo di Vetro dichiara guerra alle “istituzioni globaliste”. Ventitré settembre 2025.

Una data da cerchiare in rosso.

È il giorno del “delirio planetario” del capo dell’iperpotenza mondiale.

Doveva essere il tycoon’s show.

Ma la realtà ha superato ogni più tragicomica aspettativa.

Donald Trump “occupa” il Palazzo di Vetro.

Con un discorso devastante e autocelebrativo all’ennesima potenza.

“In sette mesi ho messo fine a sette guerre che dicevano essere non terminabili. Non è avvenuto prima, sono molto onorato di averlo fatto”, proclama The Donald parlando all’Assemblea Generale Onu.

 «Nessun presidente o primo ministro e, per quel che conta, nessun Paese, si è neanche avvicinato a qualcosa di simile».

 

Il tycoon si è lamentato però che “non ho mai avuto una chiamata dalle Nazioni Unite”, e “nessuno mi ha ringraziato” per questo, ma “l’unica cosa che ho ottenuto è una scala mobile che si è fermata a metà e un teleprompter che non funziona”, riferendosi ai problemi tecnici che hanno caratterizzato il suo discorso presso la sede dell’Onu, “Le parole vuote non risolvono le guerre”, ha continuato.

E vai con l’autocelebrazione in mondovisione:

“Ho lasciato un’era di calma e stabilità” al termine del primo mandato, che ha poi lasciato spazio a una delle “grandi crisi dei nostri tempi”, con una “serie di disastri”.

Ma ora, in soli otto mesi, “siamo nell’età dell’oro dell’America”.

E l’Onu?

Un ente inutile, anzi di più. Una istituzione deleteria, dannosa.

“L’Onu non esprime al massimo il suo potenziale, che cosa fa?

Non fa che parlare con parole vuote e scrivere lettere forti” sentenzia Trump durante il suo intervento.

 

Non basta.

Le Nazioni Unite sono il regno delle peggiori nefandezze mondiali.

“La questione politica numero uno del nostro tempo è la crisi delle migrazioni incontrollate” e l’Onu incoraggia l’ “invasione” di alcuni Paesi attraverso l’immigrazione illegale, proclama Trump.

“I vostri Paesi andranno all’inferno”:

è il monito iettatorio lanciato da Trump che ha criticato i leader europei per la gestione dell’immigrazione, esortandoli ad imparare dal suo lavoro in America: “Abbiamo intrapreso azioni coraggiose per bloccare rapidamente l’immigrazione incontrollata.

Una volta abbiamo iniziato a trattenere e deportare chiunque attraversasse il confine e a espellere gli immigrati clandestini dagli Stati Uniti, hanno semplicemente smesso di arrivare”.

Trump ha definito il tasso complessivo di immigrazione in tutta Europa parte del “programma migratorio globalista”.

 “È ora di porre fine al fallito esperimento delle frontiere aperte.

Dovete porvi fine ora”, ha detto.

 “I vostri Paesi andranno all’inferno”, ha chiosato.

Il capo della Casa Bianca ce ne ha per tutti e su tutto.

Nel suo intervento Trump ha attaccato i Paesi Nato e gli alleati europei, accusandoli di «finanziare la guerra contro loro stessi».

Il riferimento è al conflitto tra Russia e Ucraina e al fatto che alcuni Paesi continuano a comprare petrolio dalla Russia, finanziando di fatto la guerra.

“Se la Russia non farà un accordo, siamo pronti a imporre dazi.

Per essere efficaci, però, devono essere imposti anche dall’Europa. […]

L’Europa deve cessare immediatamente di acquistare l’energia russa”.

E visto che c’è, prende di petto pure Cina e India, a suo dire i “principali finanziatori” della guerra russa in Ucraina.

Quanto poi al riconoscimento dello Stato palestinese, Trump taglia corto e fa felice il suo amico e sodale, “eroe di guerra” e “brav’uomo”:

 lo sterminatore dei palestinesi, il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

“Il riconoscimento per la Palestina è una ricompensa per Hamas e i suoi terribili attacchi”.

 

E la guerra dei dazi?

“I dazi sono un meccanismo di difesa durante l’amministrazione Trump.

Vogliamo assicurare che il sistema funzioni per difendere la nostra sovranità e contro le nazioni che si sono approfittate della precedente amministrazione Usa e di ‘sleepy Joe Biden”, dice il tycoon, passando dallo scherno alle mazzate dialettiche.

 Il “grande picconatore” è inarrestabile.

ùLe fonti rinnovabili non funzionano, gli impianti «marciscono e arrugginiscono», è energia che «ci fa perdere denaro»., sentenzia.

«Molte di queste attrezzature vengono costruite in Cina, ma loro non le usano, le esportano soltanto.

 Loro usano il gas», ha aggiunto.

La Germania, maggior utilizzatore di rinnovabili in Europa, «è sull’orlo del precipizio», ha aggiunto.

 «Ora sono tornati al nucleare, che è una cosa buona», ha poi osservato.

«Green vuol dire bancarotta.

Il climate change è la più grande truffa», ha concluso.

Un intervento-fiume, il suo.

Il presidente Usa ha parlato per quasi un’ora, superando di almeno tre volte il limite di tempo imposto ai leader per i loro discorsi.

 

“Il nostro mondo sta diventando sempre più multipolare.

Questo può essere positivo, perché riflette un panorama globale più diversificato e dinamico.

Ma la multipolarità senza istituzioni multilaterali efficaci provoca il caos, come l’Europa ha imparato a sue spese, dando origine alla Prima Guerra Mondiale”, aveva detto il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres aprendo i lavori dell’80esima Assemblea Generale Onu.

“Siamo entrati in un’epoca di sconvolgimenti sconsiderati e di incessante sofferenza umana.

 I principi delle Nazioni Unite che avete istituito sono sotto assedio, i pilastri della pace e del progresso stanno cedendo sotto il peso dell’impunità, della disuguaglianza e dell’indifferenza”.

 “Nazioni sovrane invase, la fame trasformata in arma, la verità messa a tacere – ha aggiunto – Ognuno di essi è un avvertimento”.

In un’ora Trump ha demolito ogni virgola dell’intervento di Guterres.

Il “becchino” delle Nazioni Unite ha compiuto il suo lavoro.

 

 

 

Una Cattiva Giornata

nella Mente di Dio.

Conoscenzealconfine.it – (24 Settembre 2025) - Vincenzo Costa – ci dice:

 

Penso che nella realtà la diade destra/sinistra non esprima niente.

Ma è reale perché vedo che amici cari, dotati di pensiero e con un orizzonte ampio, restano attaccati a questa diade come la cozza allo scoglio.

E questa è per il potere reale la garanzia che niente mai cambierà, che l’alternativa è impossibile.

Così, i sinistri, in questo delirio settario, arrivano alla menzogna pura, per esempio su Kirk, dicendo che uno di destra ha ucciso uno di destra.

Il guaio è che ci credono davvero.

Il delirio è così, si autoalimenta.

 La setta vuole sentire questo, tu glielo dici, gioia, emerge il noi:

ma il noi del delirio.

Oppure il loro unico scopo è cacciare la “destra becera”.

 Come se vent’anni di contrazione salariale e smantellamento dello stato sociale li avesse fatti la destra becera.

 

Dimenticano che tutte le volte che la sinistra è all’opposizione diventa bolscevica, e che una volta al governo fa esattamente ciò che voleva fare la destra, solo senza scontro sociale.

Con sindacati mansueti come pecore.

Basta studiare gli ultimi 30 anni.

Tutte le riforme di smantellamento dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, del diritto allo studio, alla salute le hanno fatti governi di sinistra.

 Le hanno fatte gli stessi che ancora oggi sono classe dirigente di quei partiti, quelli che urlano contro le politiche contro i lavoratori.

I sinistri non possono farsi la domanda più semplice: ma se erano provvedimenti decisivi, perché non li hanno messi in cantiere quando erano al governo?

Ma per il sinistro questo non conta: conta solo mandare a casa la destra becera. Invece il governo Letta era la sinistra socialista, il 110% era tutto a favore dei lavoratori.

Ma i destri, i destri, Dio mio, salvaci.

Questi ancora con lo spauracchio dei comunisti, il mito della X MAS.

Destra e sinistra non sono categorie utili.

 Si possono lasciare a Revelli, che ha scritto sulla Stampa una cosa vergognosa che mette in pericolo la libertà tanto quanto il discorsetto feroce che ha fatto ieri Salvini, minacciando di rendere impossibile il semplice manifestare.

C’è un totalitarismo manifesto che attraversa la politica, la destra lo estende su un versante e la sinistra sull’altro, così da fare un totalitarismo sistemico.

Gli spazi di libertà minimi sono minacciati, quello di manifestare e quello di insegnare, la libertà di espressione e di azione.

 

Destra e sinistra sono simulacri, ma i simulacri sono reali, ci fanno vivere in un mondo di simulazioni. E in questo mondo non c’è speranza.

Kafka diceva che c’è speranza, infinita speranza, ma non per noi.

Noi siamo solo una cattiva giornata nella mente di Dio.

(Vincenzo Costa).

(ariannaeditrice.it/articoli/una-cattiva-giornata-nella-mente-di-dio).

 

 

 

Dieci giorni dopo l'assassinio di Charlie Kirk,

un nuovo ordine mondiale sta per nascere.

 Unz.com - Andrew Anglin – (19 settembre 2025) -

 

Quando Charlie Kirk è morto mercoledì scorso, ho visto persone che avevano un crollo completo, e ho sentito che era il mio compito essere la voce della ragione. All'epoca la cosa sembrava grossolana, perché le persone erano davvero piene di emozioni.

 Se tu fossi uno di quelli emotivi, e torni indietro ora e leggi quegli articoli oggi, sono certo che avrai un'opinione diversa di quello che stavo facendo lì.

Sì, era grossolano, ma la grossolanità era una risposta all'emotività che vedevo ovunque guardassi.

 Quello che stavo cercando di fare, sperando di fare senza troppe speranze che avrebbe funzionato, è mettere a terra le persone sottolineando che questo potrebbe essere emotivo per voi, ma tutto ciò significa che il governo userà questo per spingere un'agenda su di voi.

Ecco un po' di quello che ho scritto il giorno dopo la morte di Charlie (potete saltare questo, odio citare me stesso, ma ho bisogno di chiarire questo punto).

 

Quello che ho visto, tuttavia, è che le persone stanno avendo una reazione emotiva molto, molto seria all'assassinio di Charlie Kirk.

Ad esempio, ho letto Twitter, e le persone stanno avendo crolli emotivi, impazziscono, chiedono una sorta di Super Patriot Act.

In questo momento, l'amministrazione Trump sta costruendo questo esercito interno sotto forma di” ICE” e, peggio ancora, sta facendo questi accordi con “Palantir”.

C'erano vari account sui social media che chiedevano che “Palantir2 fosse "scatenata" contro gli immigrati clandestini.

Ora si chiede che l'intero potere del governo federale, comprese le nostre forze dell'ordine militarizzate e Palantir, sia "scatenato" contro "la sinistra".

 

Come ha funzionato quando tutta la forza dello Stato è stata scatenata contro il "terrorismo internazionale"?

Ha funzionato bene per te?

Ha funzionato bene per il paese?

A tutti voi che avete questa reazione emotiva:

lo ammetto, non capisco cosa state passando. Sembra essere molto difficile.

Non lo capisco né lo rispetto, ma posso accettare che sia quello che è.

Ma per favore. Rilassarsi.

 E pensa a cosa stai chiedendo.

Guardate questo massiccio movimento di tutti questi account sui social media che chiedono che il governo federale si scateni contro il pubblico.

Sembra forse un po' artificiale?

Voglio dire, anche se lo sentite, siete in grado di vedere come forse sta succedendo qualcosa di un po' nefasto?

 

Possiamo pensare forse solo un passo avanti qui, e considerare forse quali conseguenze di dare alle agenzie di intelligence, alle forze dell'ordine paramilitari e agli appaltatori militari privati la capacità di "dare la caccia ai terroristi interni" potrebbe rivelarsi forse non così buone?

Forse potrebbe essere la cosa peggiore che posso immaginare?

Comunque. Vabbè.

 Spero che vi piaccia la vostra esperienza con queste forze oscure che state invocando.

 E dopotutto, chi lo sa?

Forse il governo federale degli Stati Uniti è quello dei buoni questa volta e vi aiuterà davvero a fermare i trans o l'islamofascismo o qualsiasi altra cosa? Potrebbe essere. Potrebbe essere.

 

Screen shot di questa immagino in modo che tu possa tornare e prendermi in giro dopo aver ceduto nuovi enormi poteri al governo si traduce in un grande risultato, in cui le tue stupide emozioni di donna sono soddisfatte dopo che Israele e Peter Thiel ti hanno costruito un'utopia in cui nessuno viene mai più colpito con una pistola.

E poi:

La narrazione della destra è incoraggiante, con Trump nel suo video che rende omaggio a Kirk che sfrutta l'opportunità per chiedere una sorta di repressione non specificata, che possiamo solo supporre significative restrizioni ancora più eclatanti sulla libertà di parola e più poliziotti militari e militarizzati ovunque. C'è un'enorme campagna per fare esattamente la stessa cosa che la sinistra ha fatto a destra quando ha affermato che "la parola causa violenza", e quindi "la parola è violenza", e quindi la libertà di parola non dovrebbe esistere.

 

Poi, naturalmente, come avevo detto, martedì, “Pam Bondi”, il perplesso Procuratore Generale, se n'è uscito con un annuncio che ora abbiamo nuove leggi sull'incitamento all'odio in America, che lei applicherà contro chiunque dica... qualunque cosa stiano dicendo.

Questo è pazzesco, e davvero molto più estremo del destino totale che mi aspettavo.

"L'incitamento all'odio non è libertà di parola" è una frase coniata dall'ADL che circola a sinistra da decenni ed è stata considerata un anatema per i conservatori.

 I conservatori tendono a credere nella libertà di parola, e tendino anche ad essere consapevoli del fatto che, secondo la Corte Suprema, in più frasi, non esiste un concetto di "incitamento all'odio" negli Stati Uniti.

Ma lei, o meglio le persone che le dicono cosa dire, a quanto pare credevano che il video dell'assassinio di Charlie Kirk fosse abbastanza angosciante dal punto di vista emotivo che il governo può ora distribuirlo.

Con il passare della giornata, ha in parte fatto marcia indietro, dicendo che intende solo "incitamento all'odio" come minacce violente.

Le minacce violente, se sono imminenti e perseguibili, sono già illegali e nessuno le ha mai chiamate "incitamento all'odio".

Ha anche detto che le persone che celebrano la morte di Charlie erano "incitamento all'odio" che ha classificato come illegali – nel chiarimento!

Ancora una volta, questo è ben oltre ciò che avevo previsto. Ma eccolo qui!

Giusto per essere chiari, Bondi non è un tipo di capobanda qui.

 Solo guardandola, puoi vedere che questa è una persona che farebbe fatica a essere la manager di un Walmart, e probabilmente sarebbe fuori dalla sua portata come capoturno in una stazione di servizio.

Non ha idea di cosa significa tutto questo, e tutto proviene da persone dietro le quinte.

 

Ma ecco il punto: anche The Big Guy è a bordo. In un'intervista in cui gli è stato chiesto del lancio da parte di Bondi di nuove leggi sull'incitamento all'odio, Trump ha dato una tacita approvazione, dicendo che Charlie, che era ovviamente contrario alle leggi sull'incitamento all'odio, avrebbe sostenuto queste leggi ora che è morto.

L'apparente implicazione è che se ci fossero stati leggi sull'incitamento all'odio in America, si sarebbe evitato l'assassinio di Charlie, il che ovviamente non ha senso.

L'altro commento di Trump finora sulla questione è stato una sorta di scherzo su come i media dovrebbero essere accusati di incitamento all'odio.

Non è molto divertente, soprattutto alla luce dell'altra clip, in cui sembra approvarlo.

Dovrebbe essere davvero facile dire semplicemente "no, non lo stiamo facendo, è stata citata male" o qualsiasi altra cosa.

 Quindi questa è la direzione in cui stanno andando le cose, ai livelli più alti.

Trump ha già stabilito un precedente in cui è in grado di inventare leggi dal nulla e nessuno può fermarlo, quindi sembra probabile che cercherà di far rispettare una sorta di codice di incitamento all'odio. È certamente ciò che vogliono i suoi gestori in Israele.

 

Non ha senso come la morte di Charlie sia stata collegata a precedenti nozioni di incitamento all'odio, dato che tutti quelli erano legati a un gruppo protetto.

 "Incitamento all'odio", il termine che Bondi e Trump stanno usando, è un termine consolidato che significa "critica di una persona in base alla sua razza, religione o orientamento sessuale".

Diversi paesi in Europa hanno leggi che utilizzano questo termine, come definito. Se Trump e Bondi vogliono inventare una nuova forma di discorso illegale, che ha a che fare con il criticare le persone per le loro posizioni politiche (che sarebbe l'unica cosa che si ricollegherebbe alla morte di Charlie), perché non inventare un nuovo termine per il loro programma di censura?

 

E come si fa a rendere illegale criticare le convinzioni politiche di qualcuno? Non ha nemmeno senso. Sarebbe tipo, più o meno il 100% del discorso politico. È difficile immaginare un commento politico in America che non sia in qualche modo una critica all'altra parte.

Quindi, penso che quello che ovviamente si ha qui è una situazione in cui la lobby israeliana vuole far passare le leggi sull'"incitamento all'odio" che tutti conosciamo, quelle che rendono illegale criticare gli ebrei e Israele (così come i neri, i trans e gli immigrati), mentre sostengono che è in qualche modo legato a Charlie Kirk.

Se li confrontiamo con il potere del governo, i trans su TikTok non sono davvero una grande minaccia per nessuno.

 

Non so quanti trans o "estremisti di sinistra" ci siano in realtà. Non credo che ce ne siano molti.

Penso che sia possibile che possano fare un assassinio, come nel caso di Charlie Kirk (anche se sto arrivando alla teoria che siano stati gli ebrei a farlo).

 Possono ribellarsi e rompere alcune vetrine dei negozi. Ma non sono una massiccia minaccia militare.

Soprattutto, non presentano nulla che si avvicini alla minaccia che il governo degli Stati Uniti, che è controllato da Israele e dalla Silicon Valley, rappresenta per il popolo americano.

 I trans radicali rappresentano meno dell'1% della minaccia rappresentata dal governo.

 

I trans rappresentano meno dell'1% dell'1% della minaccia rappresentata dai neri, francamente.

Questo non è davvero un grosso problema. È stato un grosso problema da parte dei media, ma l'idea che tu debba implorare il governo di prendere i tuoi diritti per proteggerti dai trans è una follia assoluta.

Pertanto, come osservatore imparziale, l'idea di chiedere al governo di toglierti i diritti per proteggerti dai trans mi sembra completamente folle.

Non riesco a capire come qualcuno di buona coscienza possa pensare che sia una buona idea, motivo per cui posso solo presumere che le persone che lo chiedono siano cattivi attori.

Piena rivelazione:

 lo streamer Nick Fuentes” ha trascorso i primi anni della sua carriera più o meno copiando tutto da me direttamente.

Il che va bene, l'ho sostenuto. L'ho sostenuto.

Poi si è fidanzato con “Richard Spencer”, che credo sia un informatore dell'FBI e un topo generico, e poi si è messo con l'informatore confermato dell'”FBI Charles Johnson” (Johnson si vantava di essere un informatore dell'FBI, puoi cercare tutto questo nel tuo tempo libero, molti dei dettagli sordidi sono venuti fuori nel tribunale di recente).

 Ho sempre avuto una linea rossa, dicendo che non sosterrò nessuno che sia coinvolto con l'FBI.

Le ragioni di ciò dovrebbero essere ovvie. Ma in risposta, tutto ciò che ho fatto è stato postare sul mio forum di chat semi-privato che non l'avrei più supportato, perché non sostengo le persone coinvolte con i federali.

 Ha iniziato ad attaccarmi nel suo show e ha insinuato di avere materiale di ricatto su di me, il che era assolutamente bizzarro.

Gli ho chiesto di rivelarlo (non esiste, ma anche se esistesse, non sono stato ricattato, fratello), sul forum semi-segreto che stava leggendo per vedere i miei commenti su di lui.

Invece di rilasciare il materiale, ha continuato a dire cose cattive su di me, ha continuato a fare riferimento a materiale di ricatto senza riconoscere che ho detto di pubblicarlo tutto, nonostante il fatto che non abbia mai attaccato su di lui sul “Daily Stormer” e praticamente nessuno ha visto le mie critiche su di lui su questo oscuro forum web.

 Non ho postato su di lui qui perché, nella mia esperienza, a nessuno importa davvero se qualcuno è un informatore dell'FBI, e rivelarlo non servire a nulla.

Non ho idea del perché le persone non siano più preoccupate per questo, ma ho visto più e più volte che a loro non importa.

Volevo solo esporlo per motivi di apertura.

Piena divulgazione e tutto il resto. Non si riferisce a nulla di ciò che sto per dire qui. Beh, il fatto che sia associato ai federali potrebbe essere correlato.

Ma sta a te decidere, caro lettore.

 

È diventato una sorta di fulcro della situazione dell'assassinio di Charlie Kirk, e sembra essere l'erede apparente al trono del "giovane influencer" di Charlie Kirk. È stato promosso da tutti gli influencer mainstream e ha guadagnato centinaia di migliaia di follower dopo l'evento.

Quando dicevo alla gente che tutto questo spettacolo intorno alla morte di Kirk era una “psy-op del governo”, ho anche sottolineato il fatto che “Fuentes”, che si suppone sia "di estrema destra", si lamentava aggressivamente e chiedeva un'azione aggressiva del governo per mettere a tacere i trans o qualsiasi altra cosa.

 

Chiedeva apertamente una qualche forma di legge sull'"incitamento all'odio", chiedendo che le persone fossero punite per il loro discorso.

Ecco il primo tweet preoccupante:

È ovviamente impossibile per il governo garantire che una persona a caso non uccida mai più un'altra persona a caso.

Questo è un commento folle. Sciocchezze completate. Ma l'implicazione è ovviamente una sorta di “Ultra Patriot Act”.

È lo stesso linguaggio usato sulla scia dell'11 settembre.

 

Allora questo:

Penseresti che qualcuno lo vedrebbe e penserebbe "wow, ehi, rallenta lì. Cosa?"

Che cosa comporterebbe esattamente "schiacciare il terrorismo di sinistra"? Quali sono le cose potenziali che questo potrebbe implicare?

È una lista piuttosto breve, e tutto ciò che c'è nella lista implica dare al governo nuovi ed ampi poteri, sia per spiare le persone che per punire le persone per cose che non hanno ancora fatto.

E poi:

A questo punto, chiunque non sia in uno stato di completo squilibrio sta dicendo "ehi, wow, ehi, aspetta lì amico – hai appena detto che vuoi arrestare le persone che hanno celebrato la morte di Charlie Kirk?

Perché non capisco nemmeno cosa significa".

Dopo aver letto i suoi post e ascoltato alcuni dei suoi spettacoli, è chiaro che significa esattamente quello che dice di significare:

 sta chiedendo l'arresto delle persone che hanno celebrato la morte di Charlie Kirk. Non abbiamo mai sentito nulla di simile prima d'ora.

Nel 2017 sono stato completamente chiuso per aver scherzato – probabilmente, celebrato – la morte di una donna grassa al raduno di Charlottesville.

Milioni di persone risero di questo.

 E poi sono stato completamente rimosso da tutto per sempre. Ma non ricordo nemmeno la trans più pazza che mi abbia chiesto di farmi arrestare.

 Si tratta di qualcosa di totalmente nuovo che non abbiamo mai sentito da un "influencer" che ora ha 900.000 follower su Twitter.

 È l'appello più estremo alla tirannia del governo che abbia mai visto.

Ma poi guardate il prossimo tweet di questo individuo sospetto, in risposta al tweet di Pam Bondi di cui sopra.

Come mai non è letteralmente esattamente quello che stavi chiedendo?

Cosa significava quando dicevi che le persone "devono essere ritenute responsabili" per aver applaudito la morte di Charlie?

 Al momento non è assolutamente illegale farlo, quindi lei chiedeva una nuova forma di restrizione alla libertà di parola.

Ma cosa, non volevi che si chiamasse "incitamento all'odio"?

Naturalmente, in realtà non significa nulla perché nessuna di queste parole senza senso significa nulla, quindi suppongo che sia meglio non pensarci troppo.

 

Ma qui, seguendo la linea temporale, poi twitta @FBI (!) chiedendogli di arrestare “Jackson Hinkle” per discorso legale! (O, almeno, per i discorsi che legali prima della morte di Charlie Kirk. Non sappiamo davvero quale discorso sia legale ora.)

Qui sta minacciando Jackson in prigione.

Questo è il livello “boccino 9000”.

Alla gente piacciono le spie?

 Pensano di essere alla moda e spigolosi?

 Anche quando sono tutti gonfi in quel modo?

Voglio dire, se ci fosse una spia davvero sexy, chissà, ma una spia con quella faccia bulbosa, che sembra stia per scoppiare?

 

"Sono davvero alla moda, fratello, sono davvero tagliente e ironico e cose del genere. Sono anche una spia dell'FBI. Faccio pezzi comici davvero divertenti".

Non avrei mai nemmeno immaginato che qualcuno potesse diventare una spia pubblica ed essere celebrato per questo. (Si prega di leggere le mie premesse relative alla realtà falsa che prevale sulla realtà classica per avere un'idea di come ciò sia possibile.)

Ha continuato chiarendo che è contro la libertà di parola e vuole che il governo, che tra l'altro, per quanto ne so, sostenendo ancora essere controllato da Israele e dalla Silicon Valley, reprima la parola.

La sinistra, per quel che vale, non ha mai fatto una grande spinta per rendere illegale la parola.

Non nel modo in cui stanno facendo Trump, Bondi e Fuentes.

Questo è molto al di là di qualsiasi cosa abbia fatto la sinistra.

Hanno solo cercato di far bandire le persone da tutto e, in alcuni casi, le hanno citate in giudizio.

È stato molto brutto, ma questa spinta ad arrestare le persone, queste nuove leggi sull'"incitamento all'odio", i nuovi influencer che taggano l'FBI per arrestare le persone per discorsi legali, tutto questo è nuovo.

Questo dovrebbe essere compreso.

 

Tutto questo è folle.

Ma si tratta di un comportamento di base del tipo “sellout”. Alla gente non importava che fosse un federale.

Ma un tutto esaurito? Una spia?

È qualcosa che la gente tollererà?

Penseranno di essere alla moda e cool per averlo sostenuto?

Suppongo che i normaies lo faranno. Questo è l'obiettivo qui.

Ora è stato preparato come il nuovo Charlie Kirk.

Ha un passato tagliente, in cui copiava la mia, e questo gli dà una sorta di credibilità da strada, ma ora è il tipo che "dà al governo il potere di arrestare le persone per la parola".

E qui arriviamo alla vera carne:

Non si tratta di Israele! Non si tratta della Silicon Valley! No, no! Dai un'occhiata qui: i trans sono la minaccia!

È qui che tutto sta andando. Il governo, che è gestito da Israele e dalla Silicon Valley, non è la vera minaccia.

La vera minaccia sono i trans.

E se dobbiamo rinunciare a tutti i nostri diritti a un governo controllato da Israele e dalla Silicon Valley per proteggerci dai trans, allora così sia!

 È un piccolo prezzo da pagare per fermare questa minaccia trans!

Ed è qui che prendiamo il treno imbroglione diretto a” Kook Town”: questo gonfio individuo casalingo sta promuovendo cospirazioni di bot russi.

Whoaa! Ehiy!

Il Russiagate è tornato, baby, e questa volta è l'uomo tagliente dell'ironia di estrema destra a fare le indagini!

Questo è uno degli "yikes" più hardcore che abbia mai incontrato ai miei tempi.

Eccolo nel video che afferma che chiunque ha messo in discussione la versione ufficiale è un RUSSO!

Francamente, ho pensato che la storia avesse senso come una semplice trans.

Ma fino a che punto questo viene sfruttato dal governo e da imbonitori come Fuentes mi fa pensare.

Mi stanno portando dalla parte del "è stato Israele".

Sono stato particolarmente commosso dagli annunci quotidiani di Bibi che non l'ha fatto.

Lo fa ogni giorno. Immaginare. Il suo assistente gli dice "signore, è ora di registrare il suo video quotidiano dicendo che non ha ordinato l'assassinio di Charlie Kirk".

Seriamente, indipendentemente dal fatto che si creda o meno alla versione ufficiale, i trans non sono una minaccia enorme e la Russia non ha nulla a che fare con nulla.

La Russia, come l'"incitamento all'odio", è un punto di discussione democratico che queste persone apparentemente pensano abbia funzionato per l'altra parte, quindi potrebbero anche prendere la palla al balzo e correre con essa.

 

E questo personaggio di “Fuentes” non è solo una “Casabella” a caso con cui ho a che fare con perché lavora con i federali e ha fatto una strana minaccia di ricatto contro di me.

Volevo togliermi di mezzo all'inizio, rivelare un potenziale conflitto di interessi nella copertura, ma prometto che direi la stessa cosa se non avessi mai avuto nulla a che fare con lui. Basta guardarlo. È ovunque.

Tutti i principali account lo stanno elogiando.

 

Fondamentalmente stai assistendo a un'incoronazione.

Ora è in tutti i grandi spettacoli, è difeso da Matt Walsh e da tutti i suoi presunti nemici.

 Ha appena avuto una grande apparizione con Russell Brand.

 Sta diventando mainstream, e sta dicendo le cose necessarie per diventare mainstream: "non preoccupatevi di Israele e Palantir, la vera minaccia è l'ideologia trans!" e "La Russia è dietro tutta questa roba anti-israeliana!"

Ecco “Ian Miles Cheong” che lo difende.

Questa è francamente la fine dell'argomento.

 Onestamente, avrei potuto iniziare con quello, e avrebbe spiegato l'intera faccenda.

Non c'è niente di più schiacciante che essere difesi da quel tizio.

 

Tutto questo è completamente messo in scena. StatE assistendo alla nascita del nuovo imbroglione. Ecco perché si è messo a piangere per Charlie. È pronto a raccogliere tutti i fan di Charlie.

 È bravo con i giovani, sai.

Dai un'occhiata al suo bizzarro senso dell'umorismo.

Non ho clip specifiche a portata di mano, ma basta guardare uno dei suoi stream di quattro ore, e vedrete demenzialmente come non avete mai pensato umanamente plausibile.

A proposito di lacrime agli occhi, “Sam Hyde”, un'altra figura di "estrema destra", una delle poche rimaste davvero, ha pianto in video e ha chiesto una sorta di “Ultra Double Patriot Act” per fermare i trans.

 

Mi piace Sam Hyde, amo anche Sam Hyde.

Questa è una delle trippe più imbarazzanti che abbia mai visto in vita mia.

Questo non è il look per il tuo marchio, fratello.

Non vuoi piangere in video, in primo luogo. Nessuno vuole farlo.

 Ad esempio, letteralmente nessuno, a parte forse le donne che stanno cercando di far arrestare il loro ragazzo per DV, vuole piangere in video su Internet.

E abbiamo questa idea, di nuovo, che i trans siano la vera minaccia e che il governo – ancora una volta, lo stesso governo che è interamente controllato da Israele e dalla Silicon Valley – ci salverà dalla minaccia dei trans. Che cos'è questo? Quante persone hanno mai incontrato una trans?

 

Puoi mostrare questi video di persone che celebrano la morte di Charlie su TikTok, ma penso che l'80% delle persone che lo stavano festeggiando lo abbia pubblicato sui social media.

Non credo che ci sia alcun tipo di minaccia trans massiccia.

La gente è semplicemente portata a crederlo perché i trans sono disgustosi e i media ne hanno parlato per un decennio.

 Nessuno ha effettivamente fatto un calcolo di quante di queste persone ci sono, ma nessuno che conosco ne ha mai incontrato uno.

Sam dice che se a Trump non piace, manda l'esercito ad arrestare tutti contro Charlie Kirk nelle prossime due settimane – continua a dire questa scadenza di due settimane – allora il mondo finirà o moriranno tutti o qualcosa del genere.

 È pazzesco. È quasi come una parodia.

Continuavo a voler credere che fosse una commedia sopra le righe.

Ricordate quando Reagan fu ucciso da un ragazzo innamorato di Jodie Foster? Riuscite a immaginare se ci fossero richieste di dare al governo nuovi enormi poteri di spionaggio, censura e polizia per reprimere le persone innamorate di Jodie Foster?

Onestamente, sembra ridicolo, ma probabilmente c'erano più persone innamorate di Jodie Foster allora, dato che ci sono trans radicali ora.

Voglio dire, stava benissimo in Taxi Driver.

 

Aspetta, aspetta. Il mio produttore mi ha appena informato che Jodie aveva solo 12 anni in Taxi Driver, e mi ha detto che avrei dovuto ritrattare quella dichiarazione.

Ma continueremo a muoverci.

Con Sam, non voglio attaccarlo.

Tutti cagano in letto di tanto in tanto. Ho.

 Non così, mai, e nemmeno qualcosa di simile (riuscite a immaginarmi a piangere davanti alla telecamera?).

Ma sai, a volte sbagli, immagino.

Le persone dicono anche che ha smesso di fare steroidi di recente e questo può sicuramente farti emozionare.

Quindi, va bene. Non lo sto mettendo nella stessa categoria di “Fuentes”.

Ma cosa stiamo succedendo qui?

 

Si tratta, nella migliore delle ipotesi, di un'isteria di massa come il coronavirus sfruttata dagli stessi cattivi attori.

Tucker Carlson come voce della ragione.

Forse anche Tucker Carlson è una specie di agente segreto, non lo so. Non ne ho idea. Ma posso dire che la sua risposta è stata misurata e ragionevole.

A differenza di Fuentes e di molti altri inquietanti, ha detto che non possiamo tollerare alcuna forma di restrizione alla parola a seguito di questo evento, e fondamentalmente ha detto che la gente dovrebbe sollevarsi se Trump cerca di far passare questa cosa.

(Nota: chiunque voglia fermare queste leggi sulla libertà di parola dovrà passare attraverso “Fuentes”, anche se in qualche modo non credo che sarà un grosso problema.)

 

L'intero spettacolo di Tucker su Charlie è stato toccante (lo ha detto legittimamente) e mi ha aiutato a capirlo meglio e a simpatizzare con lui.

Un prete ortodosso gli ha detto che è nostra convinzione che i morti debbano essere lasciati riposare per quaranta giorni prima di iniziare a dare qualsiasi tipo di giudizio su cosa significa la morte.

E la spiegazione di Tucker del dietro le quinte di Charlie con lui su Israele è stata convincente.

Fondamentalmente ha detto che Charlie si stava rivoltando contro Israele, cosa a cui non credevo, ma ha detto che stava accadendo negli ultimi mesi, e ha avuto molte conversazioni con lui al riguardo.

 

Tucker sta facendo una specie di "Non sto dicendo che Israele lo ha ucciso, ovviamente, WINK WINK WINK".

 È sicuramente su quel treno, ma non lo dirà e basta, perché non è proprio il suo stile.

Non sono ancora del tutto convinto che Israele l'abbia fatto, ma vi dirò che la teoria del tirare da solitario sembra sempre meno probabile man mano che guardo a quanto aggressivamente questa macchina sta usando questo evento.

 Naturalmente, useranno qualsiasi evento, ma questa è diventata una cosa così grande che sembra qualcosa che non ti aspetti che accada casualmente.

Penso che ciò che è molto probabile è che la trans fosse nei canali “Discord” e sia stata adescata da qualcuno di qualche agenzia di intelligence che gli ha spiegato come fare tutto questo.

Ancora una volta, un pistolero solitario è tecnicamente possibile, ma basta guardare cosa sta succedendo.

 E Kirk Mania della repressione.

 

Chi è rimasto?

Quale voce della ragione esiste ora?

Francamente, pensavo che Sam fosse uno di loro, poi qualche settimana fa ha intervistato Fuentes, e io ho detto "ugh".

Poi va a tutto gas “Kook Train a Bonkersville” (per favore porta i tuoi fazzoletti) con questa cosa di Charlie.

Non vedo affatto una voce della ragione. Tucker è la cosa più vicina. E di certo ho espresso le mie lamentele su di lui, che sono tante, alcune delle quali piuttosto serie.

 

Penso che “Theo Von” sia il nostro uomo. Ed è per questo che, attraverso i poteri che mi sono stati conferiti dall'essere l'unico rimasto membro dell'”alt-right originale”, con la presente consacro “Theo Von” come leader assoluto della destra.

Non posso uscire con quella battuta. Troppo stupido.

Non è affatto divertente, in realtà.

Anche se, ad essere onesti, a volte mi sembra che Theo sia l'unica persona su Internet che non è completamente piena di m.

Ma sai che è come un amico intimo di RFK Jr. E cosa significa?

Di cosa stanno parlando?

Di cosa avrebbero dovuto parlare, se non che RFK inviasse punti di discussione governativi?

Tim Dillon sta avendo incontro con "JD Vance" (nome falso, tra l'altro).

Joe Rogan è circondato da tutte queste persone, incluso lo stesso Thiel.

 

Il problema è:

La gente ama i soldi.

La gente non vuole andare in prigione o essere uccisa.

"Puoi avere un mucchio di soldi e non ti metteremo in prigione o ti uccideremo" è l'ultimo affare.

È un'offerta che non puoi rifiutare.

 

A meno che tu non sia me, immagino. Ma io sono squilibrato. Seriamente.

 Sono una delle persone più malate che conosco, e lo ero anche prima di questo tumore al cervello (che sta diventando molto più grande tra l'altro, ma sembra totalmente innocuo).

Non considero il fatto di essere l'unico tra queste centinaia di persone di Internet  che ha effettivamente conservato la realtà come un segno di integrità, ma piuttosto un sintomo di malattia mentale.

 Perché ve lo dirò, da 15 anni di esperienza: questo è totalmente inutile.

È qualcosa da soffrire per uno scopo, c'è un valore in questo.

Soffrire senza alcuno scopo è semplicemente stupido o folle.

 Per me è soprattutto quest'ultimo.

Mi piace pensare. Essere pazzi è molto più rispettabile che essere stupidi.

Avrei dovuto avviare un'azienda di giardinaggio.

Comunque spero che tutto funzioni.

Sono sicuro che probabilmente va tutto bene.

(Altro in arrivo. Sto solo iniziando a rotolare qui. Avendo scritto tutto questo proprio ora, mi sono convinto della cospirazione ebraica per uccidere Charlie Kirk. Questa non è l'acquisizione del pubblico. O forse lo è, ma sono catturato come un pubblico di me stesso. La mia scrittura mi ha convinto. Ti informerò su questo e molti altri aspetti importanti di quanto tu sia veramente.)

 

 

 

 

«AL POSTO DELLO SMARTPHONE

 GLI OCCHIALI INTELLIGENTI.»

Inchiostronero.it - Marcello Veneziani – (25-09 -2025) – ci dice:

 

Dallo smartphone al naso: cronaca di una mutazione annunciata.

Addio al tocco, benvenuti nell’era occhiuta degli occhiali intelligenti.

Marcello Veneziani ci accompagna con la consueta ironia colta e disincantata in un viaggio nella nuova era tecnologica:

 quella in cui non avremo più bisogno di mani, schermi o tasti.

Saranno gli occhiali intelligenti, potenziati dall’intelligenza artificiale, a guidare le nostre vite, i nostri pensieri e le nostre relazioni.

Un passaggio epocale, o forse solo l’ultima illusione di libertà mascherata da progresso.

Dal tabernacolo digitale al filtro sul naso:

il futuro ci guarda, e noi lo guardiamo passivamente indossandolo.

(Nota redazionale).

Evviva. Tra breve ci libereremo del nostro padrone, il telefonino.

Tramonterà con lui l’era digitale, il nostro fare, dire e sapere ridotto all’indice che pigia su tasti e schermo.

Non avremo più sempre tra le mani questo piccolo oracolo tuttofare, questo tabernacolo miracoloso e questa scatola nera in cui è racchiuso tutto ciò che siamo, inclusa la carta di credito e l’universo di contatti, relazioni, archivi.

 Stiamo entrando nell’era occhiuta.

La filiera si accorcerà al minimo, il nostro viaggiare nel mondo sarà diretto, senza più la mediazione della mano, che si atrofizzerà.

Basterà un paio d’occhiali magici che ci faranno vedere il mondo e il sopramondo, inclusi i mondi di mezzo, ovvero la realtà e il web, lo scibile umano e le meraviglie tecnologiche.

 E come già succede con gli occhiali per sordi, oltre a vedere potremo ascoltare, oltre che interloquire e farci vedere da remoto.

Il CEO di Meta, Mark Zuckerberg, indossa un paio di occhiali intelligenti “Orion”.

I messia tecnologici del futuro annunciano che gli “smart glasses” stanno facendo passi da gigante e stanno velocemente attrezzandosi a compiere il passo decisivo: tutto quel che facciamo tramite lo smartphone, lo potremo fare stando con le mani in mano, ovvero senza neanche avere questa scatoletta tra le mani e quei movimenti con le dita.

Ci arriverà come in una visione inforcando un paio di occhiali intelligenti. L’intelligenza artificiale ci mostrerà il mondo intero minuto per minuto e la bottega retrostante, e ci sussurrerà direttamente all’orecchio tutto quel che vogliamo sapere cogliendo direttamente dalla nostra bocca tutto quello che vogliamo dire.

Se non credete a me, credete a Mark Zuckenberg, il famoso Ceo di Meta, il quale prevede che gli occhiali dotati di intelligenza artificiale diventeranno il nostro principale strumento di comunicazione e interazione.

Si chiamerà ancora digitale, ma il dito è praticamente scomparso, o se preferite è un dito nell’occhio, assorbito cioè dalle lenti intelligenti, tutto fare.

Si associano giganti industriali e del web in sodalizio a rendere gli occhiali la nostra vera porta universale o se preferite la nostra chiave universale per aprire ogni porta.

“Essilor Luxottica” e “Oakley Meta” hanno stretto un patto per produrre questo miracolo e mettercelo lì, sul naso, davanti ai nostri occhi.

 E il primo parto di quell’accoppiamento sono stati i “Rayban Meta”, e poi gli occhiali sperimentali “Aria Gen. 2”, ma sono solo i precursori di un cammino vertiginoso verso gli occhiali onni facenti, onni pensanti, onnivedenti.

Si stanno muovendo altri colossi, come “Samsug”, “Apple” e “Google”.

E altre sigle a noi meno note; ci stanno lavorando americani, cinesi, coreani e ovunque ci sia impresa e ricerca tecnologica.

Dall’Europa non giungono segnali di vita, al più riflessi condizionati, cioè a cascata o a rimorchio.

«IL CHIP CEREBRALE DI ELON MUSK. IL TRANSUMANO TRA NOI»

Dietro quel paio di lenti lavorano videocamere, sensori ipersensibili, microchip, GPS, microfoni, intelligenze artificiali; tutta una catena di montaggio dei dispositivi più sofisticati della tecnologia.

Che sfociano in questo prodotto miracoloso che vivremo ad occhi aperti, non solo per la meraviglia.

Si sta cercando di tarare gli occhiali in modo che siano in linea col mercato, con prezzi accessibili, design accattivanti, per renderli più appetibili e disponibili a mercati sempre più vasti.

Si prevede che nel giro di due anni arriveranno prodotti con doppio display e altre possibilità sconosciute, finora impensabili.

Chi inforcherà quegli occhiali potrà vedere il mondo nuovo, oltre che quello vecchio.

E per altri versi, quella montatura sarà un po’ come i prodigiosi stivali del gatto fiabesco, la lampada di Aladino e la bacchetta magica.

Parafrasando una vecchia canzone:

basta un paio d’occhiali nuovi e puoi girare tutto il mondo.

E pure conoscerlo.

 Il passo successivo sarà il microchip impiantato direttamente nel cervello, come dice Elon Musk.

Pensando però che tutto verrà a noi dalle lenti e dalla loro carrozzeria prodigiosa, come interagiremo, cosa faremo, oltre all’antico compito di pulire le lenti con una pezzuola di daino artificiale?

 Come faremo a regolare e veicolare questo flusso di informazioni di ogni tipo se tutto accade davanti ai nostri occhi disarmati, senza che potremo mettere le mani avanti e la nostra unica possibilità alternativa sarà quella di chiudere gli occhi o di toglierci gli occhiali, cioè sottrarci al suo dominio totalitario, interrompere il flusso, ma non pilotarlo o interagire con la nostra intelligenza critica?

Saranno le ciglia, le palpebre a regolare gli accessi?

E la voce a sostituire la scrittura?

Quanto più si accorcia la filiera e si condensa in uno strumento piccolo e meno manipolabile, tanto più si restringe la nostra azione e vorrei dire il nostro pensiero, comunque il nostro raggio d’incidenza tra l’agire e il decidere.

Certo, resterà comunque la nostra capacità di apprendere e mettere a frutto tutto quel bendidio (o del diavolo) che ci offriranno gli occhiali.

Ma come faremo a esercitare le nostre facoltà e come si esprimeranno?

 Sfiducioso e preoccupato per indole e ragionamento, fino alle penultime cose, sono invece fiducioso nelle ultime e ad esse infine mi affido:

alla fine si troverà il rimedio, ci sarà il “fattore X” che non abbiamo finora preso in considerazione che renderà decisiva la nostra intelligenza e la nostra scelta, insieme all’imprevedibilità del mondo e delle situazioni.

Giostreremo tra caso e destino. Quegli occhiali avranno ancora bisogno dei nostri occhi pensanti; e se non sarà così, finiranno per diventare un gioco e un giocattolo, un capriccio e una distrazione. Le vie del futuro, come quelle del Signore, sono infinite, più degli algoritmi.

 

“IL CERVELLO

BILINGUE.”

Inchiostronero.it - Redazione Inchiostro nero – (24-09 -2025) – ci dice:

 

Due lingue, due menti.

Perché pensare in due lingue cambia chi sei.

La lingua che parliamo plasma la nostra mente.

Ma cosa succede quando parliamo due lingue?

 L’articolo esplora il fenomeno del bilinguismo, intrecciando studi neuroscientifici e aneddoti personali, per mostrare come il linguaggio non solo esprima il pensiero, ma lo costruisca.

Una riflessione brillante e accessibile su come il cervello bilingue funzioni in modo diverso, più flessibile, più ricco – e su come ogni lingua ci offra un modo unico di vedere il mondo.

 

Crescere parlando due lingue è come vivere in due mondi.

Per chi non ha mai sperimentato questa condizione, può sembrare un semplice vantaggio linguistico:

più vocaboli, più capacità comunicative, forse qualche opportunità professionale in più.

Ma chi vive il bilinguismo sulla propria pelle sa che è qualcosa di molto più profondo:

è una trasformazione cognitiva, emotiva, identitaria.

Parlare due lingue non significa solo passare da un lessico all’altro, ma muoversi tra codici culturali diversi, tra sensibilità che cambiano, tra modi distinti di vedere e raccontare il mondo.

A volte è come se due versioni di sé convivessero sotto la stessa pelle, ciascuna con una propria voce, un proprio modo di sentire, perfino un proprio umorismo.

Le parole non sono intercambiabili:

portano con sé storie, memorie, emozioni.

 

Eppure, per lungo tempo, il bilinguismo è stato considerato con sospetto, soprattutto in ambito scolastico.

 Si temeva potesse confondere la mente, rallentare lo sviluppo del linguaggio, ostacolare l’identità.

Oggi la scienza dice il contrario.

 Non solo il cervello bilingue non è svantaggiato: è anzi più elastico, più flessibile, più abile nell’adattarsi a contesti complessi.

 

Questo articolo esplora ciò che accade nel cervello di chi parla più di una lingua. Attraverso dati scientifici, studi neurologici e riflessioni personali, scopriremo come il linguaggio non sia soltanto un mezzo di comunicazione, ma un filtro attraverso cui interpretiamo la realtà.

 In particolare, vedremo come il bilinguismo influenzi il pensiero, le emozioni, la memoria, il senso di responsabilità e persino la percezione dello spazio e del tempo.

Capire come cambia la mente bilingue significa, in fondo, riflettere su che cosa vuol dire pensare — e come, spesso senza accorgercene, sono proprio le parole a pensare per noi.

 

Pensare con le parole: la tesi di “Boroditsky”.

 

Che cosa succede nel nostro cervello quando parliamo?

 E soprattutto: la lingua che usiamo può influenzare il modo in cui pensiamo?

A questa domanda ha dedicato la sua carriera la neuroscienziata cognitiva “Lera Boroditsky”, una delle studiose più influenti nel campo della linguistica cognitiva. Secondo lei, la lingua non è solo un mezzo per esprimere il pensiero — è una parte attiva della costruzione del pensiero stesso.

 

In uno dei suoi “TED Talk” più noti, “Boroditsky” afferma:

“La lingua che parliamo cambia la struttura del nostro cervello. Cambia il modo in cui pensiamo, ricordiamo e percepiamo il mondo.”

Questa non è una semplice affermazione filosofica: è una tesi supportata da numerosi esperimenti scientifici.

Uno dei più noti riguarda la popolazione dei “Guugu Yimithirr”, un gruppo aborigeno australiano.

 La loro lingua non utilizza termini relativi come “destra” e “sinistra”, ma impiega esclusivamente i punti cardinali: nord, sud, est e ovest.

Non diranno mai “la tazza è alla tua sinistra”, ma “la tazza è a sud-est della tua gamba”.

Questo modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, sviluppa nel tempo una forma di intelligenza spaziale unica:

i “Guugu Yimithirr” riescono a orientarsi con estrema precisione anche in ambienti chiusi o sconosciuti.

Hanno un senso del nord interno sempre attivo, come una bussola mentale.

In questo caso, la lingua non descrive semplicemente lo spazio: lo struttura, lo allena, lo rafforza.

“Boroditsky” e il suo team hanno ripetuto esperimenti simili in diversi contesti linguistici.

 I risultati confermano un’idea semplice e potente:

“Parlare in modo diverso significa anche pensare in modo diverso.”

E questo non si limita allo spazio. Ogni lingua mette l’accento su certi aspetti del mondo — il tempo, la causa, il genere, l’intenzionalità — e ciò che viene nominato con frequenza e precisione tende a diventare più saliente nella nostra mente. Viceversa, ciò che non ha parole per essere detto, spesso sfuma ai margini della coscienza.

 

Ad esempio, alcune lingue possiedono decine di parole per descrivere sfumature di luce, di neve o di parentela, mentre altre non distinguono nemmeno tra “mano” e “braccio”.

 Ciò non significa che i parlanti di una lingua “vedano” meno cose, ma che attribuiscono meno rilevanza mentale a ciò che la lingua non codifica chiaramente.

Questo orientamento linguistico ha conseguenze pratiche.

La lingua plasma:

l’attenzione: dove guardiamo, cosa notiamo;

la memoria: cosa ricordiamo con più facilità;

la percezione: come categorizziamo oggetti, eventi e relazioni;

il giudizio: quali concetti ci sembrano “naturali” o “strani”.

 

In questo senso, la lingua non è uno specchio passivo del pensiero, ma una cornice attiva che seleziona, evidenzia, e talvolta nasconde.

I detrattori di questa teoria — noti come universalisti — sostengono che i processi cognitivi siano uguali per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla lingua parlata.

Ma la ricerca empirica, sempre più ampia, sembra sostenere la posizione di “Boroditsky”:

la struttura linguistica incide sul modo in cui organizziamo e interpretiamo il mondo.

 

Per i bilingui, tutto questo assume una dimensione affascinante: passare da una lingua all’altra è come passare da un modo di pensare a un altro. È un esercizio cognitivo costante che espande le possibilità della mente.

In definitiva, la lingua che parliamo — o scegliamo di parlare — non ci limita, ma ci forma.

E quando abbiamo accesso a più lingue, possiamo abitare più mondi mentali. Possiamo pensare con più precisione, con più sfumature, e talvolta, anche con più libertà.

 

Lo spazio, il tempo e la cultura.

La lingua modella la nostra percezione non solo dello spazio, ma anche del tempo.

 E lo fa in modi che raramente notiamo, proprio perché ci sembrano naturali.

 Ma ciò che per noi è ovvio — come pensare al futuro come a qualcosa “davanti” e al passato come a qualcosa “dietro” — è solo una delle tante rappresentazioni possibili.

 

In molte lingue occidentali, come l’inglese, il francese o l’italiano, il tempo è immaginato come una linea orizzontale che si muove da sinistra verso destra.

Questa concezione è influenzata, tra le altre cose, dal senso di lettura e scrittura: ciò che è ancora da venire si estende in avanti, mentre ciò che è già stato si trova alle nostre spalle. Ma questa rappresentazione lineare e “progressiva” del tempo non è universale.

 

Tra gli “Aymará”, una popolazione indigena delle Ande sudamericane, la mappa mentale del tempo si rovescia.

Nella loro visione, il passato è di fronte: si può vedere, conoscere, ricordare.

Il futuro, invece, è alle spalle, invisibile e sconosciuto.

È una prospettiva radicale, ma perfettamente coerente: si può contemplare solo ciò che è già successo, mentre il futuro ci colpisce alle spalle, inaspettato.

 

Questo modo di pensare ha effetti profondi anche sul linguaggio corporeo. Quando un “Aymará” parla del futuro, può letteralmente indicare dietro di sé, mentre parlando del passato indica davanti.

Il corpo accompagna la lingua, e insieme costruiscono una geografia temporale completamente diversa da quella a cui siamo abituati.

 

Ma non sono solo gli “Aymará” a pensare in modo diverso.

 In mandarino, ad esempio, il tempo può essere rappresentato anche in verticale.

 I caratteri cinesi stessi si sono evoluti da una scrittura verticale, e non è raro che un madre lingua rappresenti la sequenza temporale con il passato in alto e il futuro in basso.

È una direzione che richiama il flusso della gravità, il ciclo naturale delle cose che cadono e scorrono.

 

In uno studio affascinante, ai partecipanti veniva chiesto di ordinare immagini raffiguranti una sequenza cronologica — come un bambino che cresce fino a diventare anziano.

I partecipanti anglofoni tendevano a disporle da sinistra a destra, coerentemente con la loro abitudine di lettura.

 I cinesi le ordinavano dall’alto verso il basso.

 I” Guugu Yimithirr”, invece, le allineavano da est a ovest, seguendo il percorso del sole nel cielo.

 E non importa da che parte fossero rivolti fisicamente:

per loro, il tempo si dispiega nella direzione del sole.

Questo dimostra che la rappresentazione del tempo è legata a coordinate spaziali assolute, non relative.

 

In ciascun caso, la lingua e la cultura plasmano l’architettura mentale del tempo. Esse stabiliscono non solo come lo descriviamo, ma come lo esperiamo:

se lo vediamo come una freccia che avanza, come un cerchio che si ripete, come una strada che si apre davanti o che ci insegue da dietro.

Queste rappresentazioni influenzano anche aspetti più concreti della vita quotidiana.

Ad esempio, uno studio condotto dal linguista “Keith Chen” ha dimostrato che le persone che parlano lingue con una distinzione netta tra presente e futuro — come l’inglese o l’italiano — tendono a risparmiare di meno, fumare di più e prendersi meno cura della propria salute.

Il futuro, in queste lingue, appare come qualcosa di lontano, quasi scollegato dal presente.

Al contrario, lingue che usano la stessa forma verbale per presente e futuro — come il cinese o il tedesco — sembrano favorire comportamenti più lungimiranti, perché il domani è percepito più vicino e più reale.

 

Insomma, il modo in cui parliamo del tempo influenza il modo in cui ci rapportiamo ad esso: quanto lo pianifichiamo, quanto lo temiamo, quanto lo rispettiamo. Le parole che usiamo per dire “ieri” e “domani” raccontano molto più di quello che sembra.

 

E nel caso del bilingue?

 Chi vive tra due o più lingue spesso si accorge che anche il modo di vivere il tempo cambia. Alcuni lo sentono scorrere più lentamente in una lingua, più velocemente in un’altra. Altri si scoprono più organizzati quando parlano in una lingua, più fatalisti nell’altra. È come se ogni lingua avesse il suo tempo interiore.

 

Genere grammaticale e percezione.

Se parli una lingua che attribuisce un genere grammaticale ai nomi, probabilmente ci sei talmente abituato da non farci più caso.

Un tavolo è maschile, una sedia è femminile, una finestra anche, ma un coltello no. Crescendo con queste categorie, sembrano arbitrarie e inoffensive — e invece, dietro la grammatica, si nasconde un meccanismo cognitivo potentissimo.

La lingua, infatti, non si limita a dare un “sesso” alle parole: attribuisce caratteristiche, stabilisce associazioni inconsce, plasma il modo in cui pensiamo agli oggetti e persino il modo in cui li descriviamo.

 

Uno degli esperimenti più famosi in questo ambito è stato condotto da “Lera Boroditsky” e colleghi.

 Si è chiesto a due gruppi di persone — madrelingua tedesca e madrelingua spagnola — di descrivere alcuni oggetti comuni.

Prendiamo, ad esempio, la parola ponte.

In tedesco (die Brücke), è femminile.

In spagnolo (el puente), è maschile.

Quando è stato chiesto ai partecipanti di descrivere un ponte, i tedeschi lo hanno definito “elegante”, “bello”, “delicato”.

Gli spagnoli hanno usato parole come “forte”, “imponente”, “solido”.

 

La grammatica, in questo caso, non è neutra:

agisce come una lente che colora le percezioni.

Anche quando i parlanti non sono consapevoli dell’influenza, le loro descrizioni rivelano una polarizzazione inconscia.

Altri esempi sono ancora più sorprendenti.

 La parola “chiave” è femminile in spagnolo (la llave) e maschile in tedesco (der Schlüssel).

 Gli spagnoli tendono a descriverla come “bella”, “piccola”, “ornamentale”;

i tedeschi come “pesante”, “metallica”, “funzionale”.

Cambia completamente il modo di pensare a un oggetto tanto quotidiano — solo per via del genere grammaticale.

 

Il genere, insomma, non è solo una regola linguistica, ma un codice culturale interiorizzato, che può estendersi ben oltre il linguaggio stesso.

Alcuni studiosi si sono chiesti perfino se queste differenze possano influenzare le nostre preferenze estetiche, i nostri atteggiamenti verso il mondo, e addirittura le nostre decisioni di acquisto, nel marketing e nella pubblicità.

 

Chi cresce parlando una lingua senza genere grammaticale — come l’inglese — tende a non sviluppare questi schemi cognitivi.

Gli oggetti restano “neutri”, e spesso vengono descritti in modo più funzionale o pragmatico.

Per un bilingue che padroneggia sia una lingua con genere sia una senza, il cambiamento è evidente.

Ci si accorge di sentire gli oggetti in modo diverso, a seconda della lingua che si sta usando.

 

Anche in ambito artistico o letterario, il genere grammaticale gioca un ruolo invisibile ma decisivo.

In alcune lingue, il fatto che “anima” sia femminile, o che “tempo” sia maschile, guida le metafore, i simboli, i rapporti semantici.

Nelle poesie, nei proverbi, nei miti: la grammatica si insinua nella cultura e le dà forma.

 

E questo discorso non riguarda solo le cose:

riguarda anche le persone, soprattutto nei sistemi linguistici dove ogni sostantivo, aggettivo o participio si accorda in genere.

In italiano, ad esempio, dire “tutti sono stanchi” impone un maschile sovra esteso, anche quando il gruppo è misto.

 In lingue come il francese, il plurale maschile si impone anche con una sola presenza maschile tra molte donne.

 Questo fenomeno non è solo sintattico:

 è un atto simbolico, che alcuni studiosi e attivisti considerano parte integrante del modo in cui la lingua riflette e rinforza le dinamiche di potere nella società.

 

Non a caso, oggi si discute molto di linguaggio inclusivo, neutro o non binario.

 Perché anche quando sembra “solo grammatica”, il modo in cui una lingua classifica e marca i soggetti influenza profondamente il nostro modo di pensarli.

Per chi è bilingue, questo significa vivere in due sistemi concettuali diversi.

Nella lingua con genere, ci si muove in un mondo più codificato, più simbolico, in cui ogni oggetto porta un “sottotesto”.

Nella lingua senza genere, si può sperimentare una forma di percezione più spoglia, ma anche più libera da queste associazioni implicite.

 

In sintesi, il genere grammaticale è una mappa invisibile che ci accompagna fin da piccoli.

Non la scegliamo, spesso non la notiamo, ma ci guida.

E quando parliamo due lingue — una con e una senza genere — impariamo a ri-disegnare quella mappa ogni volta che cambiamo lingua.

È un esercizio di consapevolezza, e allo stesso tempo un invito a guardare il mondo da angolazioni nuove.

 

I verbi, la responsabilità e la colpa.

Il modo in cui descriviamo un’azione cambia a seconda della lingua.

 In inglese si dice “He broke the vase” anche se l’atto è stato accidentale.

In spagnolo o giapponese, si preferisce una forma impersonale:

“Il vaso si è rotto”.

 

Questa scelta linguistica influenza la memoria dell’evento e l’attribuzione della colpa.

 In esperimenti comparativi, gli anglofoni ricordavano sempre chi aveva fatto l’azione;

gli ispanofoni ricordavano meglio cosa era successo.

La lingua madre, quindi, orienta l’attenzione e può rafforzare o attenuare il senso di responsabilità.

nei contesti educativi, giuridici e affettivi, questo può cambiare radicalmente la narrazione di un errore o di un conflitto.

 E per i bilingui, scegliere in quale lingua raccontare un evento può significare anche scegliere il tono morale del racconto.

Emozioni e lingua: più che parole.

Chi parla più di una lingua lo sa:

le emozioni non si distribuiscono equamente tra i codici linguistici.

Alcune parole colpiscono più forte in una lingua, altre sembrano addirittura inascoltabili se tradotte.

Ci sono espressioni che ci commuovono solo nella lingua madre, e frasi che suonano più leggere — o più gestibili — in una lingua appresa successivamente.

 

Questa non è un’illusione soggettiva.

È un fenomeno ben noto alla psicologia, e si chiama “emotional resonance”: risonanza emotiva.

 Le parole, per quanto astratte, non vivono solo nella mente: vivono nel corpo, nella memoria, nel sistema nervoso.

 

Studi come quelli condotti dalla psicologa “Catherine Harris” hanno mostrato che i bilingui rispondono con maggiore intensità fisiologica — battito cardiaco, sudorazione, tensione muscolare — a parole cariche emotivamente nella lingua materna, rispetto alla lingua appresa più tardi.

L’”amigdala”, una regione del cervello associata all’elaborazione delle emozioni, si attiva in modo diverso a seconda della lingua utilizzata.

Perché accade tutto questo?

La spiegazione più condivisa è che la lingua madre si sviluppa insieme alle prime esperienze affettive.

È la lingua in cui abbiamo sentito le prime carezze, le prime sgridate, le prime parole d’amore o di paura.

 È il canale in cui si sono formati i nostri ricordi emotivi originari.

Le parole della lingua madre sono come radici affettive: toccarle riattiva tutto ciò che vi è cresciuto intorno.

 

Al contrario, la seconda lingua — soprattutto se appresa in contesti scolastici, lavorativi o formali — tende a restare più distante emotivamente.

È più utile, più strategica, ma meno intima.

Questo fenomeno è noto anche come “emotional distancing effect”: un distanziamento emotivo indotto dalla lingua straniera.

 

Ecco perché molte persone trovano più facile parlare di eventi traumatici in una lingua diversa dalla propria.

Raccontare un lutto, una delusione o una paura in una lingua straniera può offrire una sorta di filtro emotivo:

 le parole ci proteggono, anziché ferirci.

 La lingua straniera, in questi casi, agisce come uno strato di ghiaccio tra l’emozione e la sua espressione:

consente di nominare il dolore, ma senza sentirlo nella sua pienezza.

 

Allo stesso modo, anche le dichiarazioni d’amore possono suonare molto diverse a seconda della lingua.

Dire “Ti amo” può sembrare solenne, quasi sacro.

 Dire “I love you” può risultare più informale, più maneggevole.

In alcune lingue, ci sono più gradi di intensità tra piacere, affetto e amore;

 in altre, esiste solo una parola, ed è definitiva.

Cambia la grammatica, ma cambia anche il carico affettivo, culturale e relazionale.

Lo stesso accade con la rabbia, l’umorismo, la vergogna.

Le parolacce, ad esempio, spesso sembrano più leggere in una lingua straniera, come se mancassero della stessa forza morale.

 Alcuni bilingui raccontano di usare le imprecazioni in una lingua diversa per esprimere la rabbia senza sentirne il peso sociale.

Eppure, non si tratta solo di intensità.

Spesso, una lingua sembra più adatta a certi registri emotivi.

Una può essere perfetta per litigare, l’altra per rassicurare.

 Una per confessare, l’altra per ragionare.

 Alcuni affetti prendono forma solo in una lingua.

Alcune memorie non vogliono essere tradotte.

 

È per questo che molti bilingui cambiano lingua a seconda dell’interlocutore o della situazione emotiva.

Parlano una lingua con i genitori, un’altra con il partner, un’altra ancora con sé stessi.

 A volte, passano da una lingua all’altra nella stessa conversazione, come se un’emozione appartenesse meglio a un codice specifico.

In campo terapeutico, questo ha conseguenze importanti.

Alcuni psicologi bilingui lasciano ai pazienti la libertà di scegliere in quale lingua raccontare certi vissuti.

Altri notano che, al cambio di lingua, cambia il tono emotivo, la distanza, la vulnerabilità. In molti casi, è solo tornando alla lingua madre che il paziente riesce a piangere.

Questa stratificazione linguistica delle emozioni è una delle ricchezze più profonde del bilinguismo.

È come avere più canali interiori per esprimere ciò che si prova.

È una forma di libertà, ma anche di delicatezza.

Perché non tutte le emozioni chiedono la stessa voce.

Alcune vogliono un sussurro, altre un urlo.

Alcune vogliono la lingua del cuore. Altre quella della mente.

 

Essere bilingue, allora, significa anche poter scegliere la lingua dell’emozione. Significa decidere con quale voce sentire, con quale voce raccontare, con quale voce guarire.

 

Una mente, due voci.

Essere bilingui è spesso descritto come avere due voci nella stessa mente.

A volte si pensa in una lingua e si “verifica” il pensiero nell’altra.

A volte si prendono decisioni importanti in una lingua diversa da quella materna, perché cambia il grado di coinvolgimento emotivo.

 

“Boaz Keysar” ha dimostrato che pensare in una lingua straniera porta a decisioni più razionali.

 Questo non significa essere meno autentici, ma avere un doppio filtro cognitivo ed emotivo.

In altre parole, il bilinguismo non crea confusione: crea prospettiva.

Questa “dualità interna” permette al bilingue di passare da una visione analitica a una più intuitiva, da una voce critica a una empatica, da un ruolo sociale a un altro.

 È una forma di pluralità del sé, una risorsa identitaria.

Il self bilingue: identità in dialogo.

Molti bilingui riportano di sentirsi persone diverse a seconda della lingua che parlano.

 Cambia il modo di gesticolare, l’umorismo, la fiducia.

 Questo non è un problema di autenticità, ma il risultato di contesti culturali e relazionali diversi legati a ciascuna lingua.

 

Studi psicologici — come quelli di “Aneta Pavlenko” — hanno confermato che il self bilingue si adatta alla lingua usata:

cambia il tono, l’espressività, la percezione di sé.

Questo fenomeno è definito “personalità linguistica”.

Anche nei test della personalità, i bilingui rispondono diversamente a seconda della lingua del test.

Non perché fingano, ma perché si attivano schemi mentali diversi.

Questa flessibilità può generare senso di spaesamento, ma anche grande resilienza e creatività.

 Significa poter essere più di una cosa sola, abitare più versioni di sé, senza contraddizione.

 

Un cervello che si adatta.

Il bilinguismo non è solo una competenza culturale o un vantaggio comunicativo: è una forma attiva di neuroplasticità.

Ogni volta che un bilingue passa da una lingua all’altra, il suo cervello compie una scelta, un’azione, un esercizio.

 Non si tratta di un gesto automatico, ma di un’attivazione cognitiva intensa, che coinvolge molte aree cerebrali contemporaneamente.

 

Le neuroscienze hanno dimostrato che il cervello bilingue è strutturalmente e funzionalmente diverso da quello monolingue.

 Non si tratta di una “diversità genetica”, ma di un adattamento appreso:

una conseguenza dell’esercizio continuo di gestione linguistica.

 I bilingui devono selezionare costantemente la lingua giusta, inibire quella non necessaria e passare da un codice all’altro in base al contesto, all’interlocutore, all’emozione.

 

Questo richiede una forma di controllo cognitivo molto sofisticata, che coinvolge:

la corteccia prefrontale dorsolaterale, responsabile del pensiero astratto, della pianificazione e del controllo del comportamento;

il cingolato anteriore, che monitora il conflitto tra stimoli — ad esempio tra le due lingue attive;

i gangli della base e il talamo, che gestiscono la selezione e la fluidità del passaggio da un sistema linguistico all’altro.

 

In studi di neuroimaging, questi circuiti mostrano maggiore attivazione e densità sinaptica nei cervelli bilingui rispetto a quelli monolingue.

 È come se l’esperienza di parlare due lingue finisse per rafforzare i “muscoli” mentali dell’attenzione, della memoria e della flessibilità.

Questa differenza si manifesta anche a livello comportamentale.

 I bilingui mostrano migliori performance in compiti che richiedono:

multitasking (gestire più compiti contemporaneamente),

controllo inibitorio (ignorare distrazioni irrilevanti),

adattamento flessibile a regole che cambiano.

 

Uno dei concetti chiave in questo ambito è quello di “riserva cognitiva”.

Secondo la neuroscienziata “Ellen Bialystok”, il cervello bilingue sviluppa una sorta di “fondo” di risorse mentali che può essere utilizzato per contrastare gli effetti dell’invecchiamento cerebrale.

 In una delle sue ricerche più note, “Bialystok” ha osservato che i pazienti bilingui affetti da Alzheimer manifestavano i primi sintomi clinici circa 4-5 anni più tardi rispetto ai pazienti monolingue con lo stesso profilo neuropatologico.

La malattia progrediva nello stesso modo a livello biologico, ma il cervello bilingue riusciva più a lungo a compensare i danni funzionali, come se avesse una marcia in più.

Anche nei bambini, gli effetti del bilinguismo sono visibili fin dai primi anni.

 I piccoli bilingui sviluppano una maggiore consapevolezza metalinguistica, cioè la capacità di riflettere sulla lingua stessa come oggetto.

Sanno, ad esempio, che una stessa cosa può avere due nomi, o che le regole grammaticali possono variare da una lingua all’altra.

Questa elasticità si traduce spesso in vantaggi nella risoluzione dei problemi, nella comprensione dell’ambiguità e nella creatività verbale.

 

Ma i benefici non sono limitati all’ambito linguistico o cognitivo.

 Il bilinguismo potenzia anche la sensibilità sociale.

Chi parla più lingue sviluppa presto la consapevolezza che ogni lingua porta con sé codici culturali, registri, rituali, e che non tutte le parole possono essere usate con chiunque.

Questo rende i bilingui spesso più attenti al contesto, più empatici, più capaci di leggere le sfumature nelle relazioni interpersonali.

Inoltre, la capacità di passare da una lingua all’altra — il cosiddetto code-switching — non è un segno di confusione, ma una strategia comunicativa altamente sofisticata.

 Richiede la capacità di valutare il pubblico, il tono, il contesto emotivo, e di scegliere in tempo reale la lingua più efficace per trasmettere un significato.

È come avere due tastiere emotive e intellettuali, e sapere quale suonare a seconda della melodia.

 

Anche nei bilingui tardivi — coloro che imparano una seconda lingua in età adulta — si osservano benefici cognitivi simili, seppur più lenti da sviluppare. L’apprendimento linguistico in età avanzata è un potente stimolo per la plasticità neurale, migliora la memoria di lavoro, allena la concentrazione e mantiene il cervello attivo, contribuendo a prevenire il decadimento cognitivo.

 

In sintesi, il cervello bilingue non è solo un cervello “che sa più cose”.

È un cervello che cambia più facilmente, che si adatta meglio, che si difende più a lungo dal tempo.

 Un cervello che ha imparato — giorno dopo giorno, parola dopo parola — che esistono più modi di essere sé stessi.

 

Una mente plastica, un’identità mobile.

Il bilinguismo non è solo una condizione neurologica o un vantaggio cognitivo. È, più radicalmente, una forma di vita mentale.

 È un’esperienza che insegna, a chi la vive, che l’identità non è fissa, che non siamo una sola voce, una sola lingua, un solo modo di pensare.

 

Chi parla due o più lingue lo sa:

 il modo in cui si percepisce cambia a seconda della lingua che si usa.

Non si tratta di avere una doppia personalità, ma di vivere in uno spazio identitario più ampio, più dinamico, dove le varie versioni di sé coesistono, dialogano, talvolta si fondono.

Ogni lingua porta con sé non solo parole, ma gesti, ritmi, regole, emozioni, ricordi. Parlare in un certo codice può risvegliare un registro più affettuoso, oppure più assertivo.

 Cambia il tono della voce, il modo di raccontarsi, persino la postura del corpo. Come se ogni lingua ci offrisse una diversa versione accessibile di noi stessi.

La psicologia ha indagato questo fenomeno con il concetto di “identità linguistica situata”.

Significa che a seconda della lingua attivata, cambiano anche i tratti dell’identità che vengono in primo piano.

Non è un trucco, né un artificio.

 È il risultato dell’esperienza: ciascuna lingua è stata appresa in un contesto specifico — familiare, scolastico, sociale, affettivo — e quei contesti lasciano una traccia emotiva che si riattiva ogni volta che quella lingua viene parlata.

 

Per questo motivo, molti bilingui raccontano di sentirsi “più sicuri” in una lingua, “più vulnerabili” in un’altra.

Alcuni dicono che in una lingua sono più diplomatici, in un’altra più diretti.

Cambia il lessico, ma anche il modo di negoziare sé stessi con il mondo.

Questa mobilità identitaria può generare un senso di fluidità creativa, ma anche, a volte, un leggero spaesamento.

Ci si può chiedere: “Quale lingua è più mia?” oppure “In quale lingua sono davvero me stesso?”

La risposta, però, non deve essere binaria.

Perché il bilinguismo non cancella la coerenza del sé — la arricchisce.

 Aggiunge sfumature, livelli di profondità, prospettive multiple.

Essere bilingue, in fondo, è una forma interiore di pluralismo.

 

A livello sociale, questa consapevolezza è preziosa.

 Chi è abituato a vivere tra più codici, più regole culturali, più forme di espressione, sviluppa una maggiore tolleranza per l’ambiguità, una più spiccata capacità di mediazione, e spesso anche una empatia più fine verso chi è “altro”.

Il bilinguismo non è solo un ponte tra lingue, ma tra modi di stare al mondo.

 

Non sorprende, quindi, che molti artisti, scrittori, terapeuti e mediatori culturali siano bilingui o multilingui.

La pratica di vivere in più linguaggi li ha resi abitanti del margine fertile tra mondi, capaci di tradurre, trasporre, trasformare.

Nel bilinguismo, c’è anche una lezione più ampia, che riguarda tutti, anche chi parla una sola lingua: la mente umana non è rigida.

È plastica, adattiva, mobile.

Non siamo condannati a pensare sempre nello stesso modo, a sentire sempre con la stessa voce.

 Possiamo cambiare registro, cambiare ritmo, cambiare narrazione. Possiamo imparare a essere nuovi, pur restando noi stessi.

In questo senso, il bilinguismo è una metafora viva della complessità dell’identità moderna: fluida, transitoria, intrecciata.

Non una perdita di coerenza, ma un’espansione dell’orizzonte. La possibilità di abitare più paesaggi interiori, di essere insieme radicati e mobili, memori e aperti, storici e futuri.

Essere bilingui, allora, non significa solo “parlare più lingue”, ma vivere con più profondità dentro di sé, in quel territorio in cui il pensiero si fa flessibile, l’identità si fa porosa e l’essere umano si fa più largo di una sola voce.

 

Conclusione: la lingua ci plasma.

Alla fine di questo viaggio tra linguistica, neuroscienze, psicologia ed esperienza vissuta, una verità emerge con chiarezza:

la lingua che parliamo non è neutra. Ci forma, ci guida, ci trasforma.

Non è solo un mezzo per comunicare pensieri già formati — è il luogo in cui quei pensieri nascono.

Ogni parola che scegliamo, ogni frase che costruiamo, porta con sé una visione del mondo, una struttura invisibile che ci aiuta a interpretarlo e, a volte, a sopportarlo.

Le lingue che parliamo modellano il nostro modo di pensare, di sentire, di ricordare, di decidere, di relazionarci.

Non sono solo strumenti esterni: diventano tessuto della nostra mente.

 Cambiare lingua significa, spesso, cambiare prospettiva, spostare il baricentro del pensiero.

 

Per i bilingui — e ancor più per i multilingue — questo significa vivere con più lenti cognitive, più modi di abitare le emozioni, più percorsi per leggere la realtà.

Non è sempre facile: a volte si vive in una zona di mezzo, a cavallo tra identità che si rincorrono.

Ma è proprio in quella complessità che si sviluppa una forma di intelligenza interiore capace di ospitare ambivalenze, accogliere contraddizioni, nominare l’inesprimibile.

La scienza ce lo conferma: la mente bilingue è più flessibile, più attenta al contesto, più resistente al tempo.

 Ma la scienza non può raccontare tutto.

Perché c’è qualcosa di profondamente umano nell’alternare due lingue dentro di sé.

È un atto di equilibrio, una danza invisibile, una forma di doppia appartenenza che può diventare doppia libertà.

 

Parlare più lingue significa anche avere più vie per l’empatia.

Poter dire “grazie”, “mi dispiace” o “ti amo” in codici diversi significa sentire quelle parole in modo nuovo ogni volta.

È come poter ridipingere lo stesso paesaggio con colori sempre diversi, senza mai perdere il senso del luogo.

E se è vero che ogni lingua è un mondo, allora chi ne parla più di una porta dentro di sé un intero universo plurale, fatto di culture, pensieri, emozioni che coesistono, si osservano e si arricchiscono a vicenda.

Questa pluralità non è solo un vantaggio cognitivo o sociale: è una risorsa umana, profonda, radicale. In un’epoca in cui le identità tendono a irrigidirsi e i confini a farsi netti, il bilinguismo — e più in generale, la multilingua — può insegnarci il valore della fluidità, della convivenza interna, del pensiero laterale.

 

Dunque, se hai la fortuna di parlare più lingue, abbraccia questa ricchezza.

Osserva come cambia la tua voce quando cambi lingua.

 Ascolta le emozioni che emergono.

Nota i pensieri che nascono in una lingua ma non nell’altra.

È lì che la tua mente si rivela in tutta la sua complessità.

E se sei monolingue, non preoccuparti:

 ogni lingua che impariamo, anche da adulti, ci apre un altro corridoio mentale, una nuova finestra sul mondo.

Non è mai troppo tardi per iniziare a espandere la propria voce.

Alla fine, siamo fatti anche — e forse soprattutto — delle parole che usiamo per capirci.

E tu, quante voci ti porti dentro?

(La Redazione).

 

 

 

 

 

«NON CHIUDIAMO

GLI OCCHI SU GAZA.»

Inchiostronero.it - Marcello Veneziani – (24 – 09 – 2025) – ci dice:  

 

Non c’è pace senza sguardo. Non c’è civiltà senza pietà.

Un appello senza compromessi, firmato da chi non accetta il silenzio complice né la retorica del bilanciamento.

In questo testo, Veneziani si rivolge direttamente alla coscienza del lettore: se siete cristiani, se siete umani, non potete voltare le spalle a Gaza.

Non si possono giustificare massacri con altri massacri, né restare muti di fronte a una tragedia che dura da due anni e ha il volto di donne, vecchi e bambini.

Un testo che è insieme invocazione, denuncia e atto d’amore per la verità.

 (Nota Redazionale).

 

Non chiudete gli occhi su Gaza. Se siete cristiani per davvero, se amate la verità e la giustizia sopra ogni cosa, se vi sentite figli di una civiltà, se siete ancora umani, non potete far finta di niente, o peggio rispondere che se la sono cercata, o reagire a un crimine ricordandone un altro, il 7 ottobre, che questi due anni non hanno vendicato ma hanno centuplicato.

E non potete star lì a disquisire se il massacro si può definire un genocidio oppure no.

Ci sono migliaia di morti e non è il caso di chiamare l’Accademia della Crusca sulla definizione.

 

Se avete ancora un briciolo d’amore per la verità e per l’umanità non potete scrollarvi di dosso quello spettacolo terribile di un popolo falcidiato, cacciato di casa, tra palazzi distrutti e missili, bombe, bombe, bombe sui civili, vecchi donne e bambini inclusi.

 E dal morto non verrà il Risorto ma dalla morte verrà fuori il resort;

dallo sradicamento forzato e sanguinario verrà fuori un immenso business, e faranno lucro e bottino di guerra.

Così annunciano gli sciacalli.

Non permettevi di dire che questo è antisionismo, antisemitismo o odio per gli ebrei, non ce n’è nemmeno un filo.

 Anzi, se è per questo, gli ebrei di tutto il mondo che vengono vessati, cacciati, aggrediti in nome di Netanyahu, del suo governo e del suo esercito, sono vittime innocenti di un vero razzismo:

quelli uccidono, massacrano, distruggono e la colpa ricade sui singoli israeliani solo perché sono israeliani: così si aggiunge vergogna a orrore.

 

Non si può giustificare un massacro con un altro massacro, e ripeterlo per settecento giorni, trucidando innocenti, in gran parte.

Tantomeno si può giustificare un genocidio oggi col genocidio maggiore di ottant’anni prima.

Ed è un’aggravante usare un genocidio per restare al potere, e non essere destituiti e processati.

 Qui la tragedia è davvero di proporzioni bibliche.

 

Trovo imbarazzanti le paroline del governo italiano, a partire dal ministro degli esteri Antonio Tajani, su quel che sta succedendo:

 dopo tanto silenzio ora viene fuori una parolina ammodo del tipo “non siamo d’accordo con quel che sta facendo Israele, non condividiamo”.

 (Iam pridem oportebat!)

Ma che state dicendo, non è un dibattito o un sondaggio d’opinione su come la pensate, qui stiamo vedendo un massacro infinito, la più vistosa catastrofe umanitaria.

 E se ritenete Israele l’avamposto dell’Occidente, allora questo è il peggior massacro compiuto in Occidente da quando è iniziato questo millennio.

 

Certo, è assurdo e irritante davanti a un genocidio di queste proporzioni cercare a tutti i costi di trascinare Giorgia Meloni e il suo governo tra i colpevoli, dire che si è macchiata di sangue pure lei, in quanto alleata d’Israele e di Trump;

e improntare intere trasmissioni (come quella che dovrebbe chiamarsi solo Mezzo, perché così disgustosamente di parte) a processare la Meloni.

Siamo in netto dissenso con la politica estera del governo Meloni e non possiamo accettare il suo silenzio su Gaza o il suo tardivo, timido, tiepido sdegno:

ma da qui a trasformare la sua cautela che sconfina nell’ignavia e omertà in complicità attiva e farla salire sul banco degli imputati per le stragi quotidiane di Gaza, è un canagliesco sfruttamento politico di una tragedia umanitaria.

 Peraltro, se il nostro governo avesse usato parole dure e azioni conseguenti, non sarebbe cambiato nulla.

 

Qui tocchiamo l’altro versante del problema, infinitamente più piccolo della carneficina di Gaza, ma che ci investe direttamente.

 Mi riferisco alla cagnara “ProPal” ingaggiata da noi e in altri paesi d’Occidente:

 in mano agli intolleranti, fanatici militanti della sinistra radicale e dintorni, anche una causa giusta, una denuncia fondata come quella su Gaza, si trasforma in una gazzarra, in un atto di prepotenze per togliere la parola a qualcuno, per impedire di esercitare il proprio lavoro a qualcuno, per rendere difficile la vita ai governi in carica.

 Li vedi e nelle loro mani la bandiera palestinese diventa un tricolore disordinato e listato a lutto, il bianco rosso e verde soffocati dal nero dell’odio e del male.

Li senti urlare, attaccare, insultare, aggredire, boicottare e ti viene subito da dire: ma questi sarebbero i pacifisti, quelli che denunciano le guerre e le violenze, i difensori dell’umanità e della libertà?

I ProPal, come dice il nome, propalano odio.

 Sono gli stessi che plaudono se viene ucciso un esponente o un militante della parte avversa, sono gli stessi che odiano le forze dell’ordine, gli stessi che vogliono appendere a testa in giù la Meloni e tutti quelli che a loro insindacabile giudizio discendono dal fascio.

Sono loro, in fondo, la vera ragione che frena nell’altro versante l’impulso a manifestare la profonda, civile, inerme protesta contro chi sta compiendo a due passi da noi un crimine contro l’umanità.

E vedendo loro, “i ProPal”, molti dalle nostre parti, si convincono che la causa di Gaza sia sbagliata, significa lavorare per “Hamas”, essere dalla parte dei terroristi islamici che a Gaza hanno trovato la più formidabile macchina di allevamento e istigazione:

 i piccoli sopravvissuti, che hanno visto morire i loro famigliari, saranno terroristi o tiferanno per loro.

Se cercate la fabbrica dove si formano i terroristi, la prima risposta è: a Gaza.

Ma davanti a una tragedia che è sotto i nostri occhi, per nostra fortuna a distanza di sicurezza, non possiamo restare succubi dei riflessi condizionati e dire:

se da quella parte ci sono i compagni “ProPal” noi non possiamo che essere dalla parte opposta.

No, in questo caso, no;

non c’è un bene che si oppone a un male, e nemmeno un male minore e necessario che si oppone a un male supremo;

 ma c’è la tenaglia del male che schiaccia il bene primario, la vita, il diritto alla vita, alla terra, alla casa.

Da una parte c’è chi uccide e dall’altra c’è chi si fa scudo umano di quelle uccisioni e ne trae motivo per combattere Israele, col risultato di far massacrare altre migliaia di disarmati innocenti.

 

Perciò vi imploro, non giustificate 700 giorni di massacri con uno, il 7 di ottobre, ma inorridite per tutti i 701 giorni di orrore (e non è finita):

il primo vale più di ogni altro, singolo giorno seguente, perché fu il primo e terribile;

ma vale infinitamente meno di tutti i 700 giorni e dello spettacolo di morte e distruzione che stiamo vedendo, per giunta incarognito dagli scopi venali che lo giustificano.

Non perdete di vista il vero, il giusto, l’umano, chiunque voi siate e da qualunque parte politica voi siate.

La verità, vi prego, sull’orrore.

Almeno la verità, se non possiamo fare altro.

(La Verità).

 

 

 

Mentre Israele diventa un paria globale,

Trump aumenta il sostegno.

Unz.com - Filippo Giraldi – (25 settembre 2025) – ci dice:

 

Ai miliardari sionisti è stato permesso di espandere il loro controllo sui media.

È interessante come il presidente Donald Trump continui a lamentarsi dei 20 presunti ostaggi israeliani che, secondo quanto riferito, sono ancora detenuti da Hamas a Gaza, chiedendo che vengano rilasciati immediatamente, ignorando le centinaia di palestinesi disarmati che vengono uccisi ogni giorno dall'esercito israeliano e dagli appaltatori armati, nonché dalla fama deliberata.

 Inoltre, le migliaia di palestinesi che non hanno nulla a che fare con Hamas o Gaza e che sono comunque detenuti senza accusa nelle carceri israeliane in condizioni orribili, compresa la tortura, non sono di alcun interesse per il presidente degli Stati Uniti e la sua squadra.

Trump è ovviamente profondamente ignorante, come dimostrato di recente durante il suo discorso sconclusionato di 55 minuti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui ha attaccato sia l'ONU istituzionalmente che quasi tutti i delegati e le nazioni rappresentate nella stanza, meno i palestinesi, ovviamente, per i quali aveva bloccato il rilascio di visite che garantivano che non avevano voce o presenza a New York.

Le recenti performance di Trump hanno anche riflesso un aumento delle sue richieste di inasprire le sanzioni e isolare economicamente la Russia, cosa che non è nell'interesse di nessuno se non dell'odioso presidente ucraino “Volodymyr Zelensky” e della potente lobby ebraica negli Stati Uniti e in Europa.

 

Mai soddisfatto di nulla che incontra e a cui non è inchinato o lusingato, Trump sta ora chiedendo ai servizi segreti degli Stati Uniti di indagare sul presunto sabotaggio delle Nazioni Unite dietro tre presunti insulti personali da lui subiti durante la sua visita alle Nazioni Unite, tra cui una scala mobile non funzionante, un guasto al sistema audio dell'auditorium e un malfunzionamento del teleprompter (che apparentemente era gestito da un membro dello staff della Casa Bianca).

Un Trump sempre di bassa classe ha tipicamente minacciato personalmente l'operatore del gobbo interrompendo il suo discorso e annunciando all'intera assemblea:

"Chiunque sta utilizzando questo gobbo è in grossi guai".

 

E Trump va anche ben oltre l'abitudine di sboccare i primi pensieri che appaiono nella sua grande ma disfunzionale testa, in quanto gli manca un vero codice morale e/o compassione a parte la sua regola cardinale, che sembra essere "Dai a Israele quello che vuole!".

 In effetti, al di là del disastro in corso in politica estera nei confronti di Gaza, Trump ha una cattiveria che sale in superficie regolarmente, anche durante il suo discorso alla cerimonia commemorativa per “Charlie Kirk”, dove ha chiarito che il percorso di dialogo di Kirk con i critici non era il suo modo, che "odiava" tutti i suoi "oppositori".

 

E la squadra di Trump si assicura anche che tutti capiscano che l'America sta portando la bandiera dello Stato ebraico.

Il segretario di Stato Marco Rubio, durante la sua recente visita in Israele, ha detto che una soluzione diplomatica alla guerra di Gaza potrebbe non essere possibile perché

"Hamas è un gruppo terroristico, un gruppo barbaro, la cui missione dichiarata è la distruzione dello Stato ebraico".

Ha così confermato, prima di tutto, che non riesce a capire che è Israele lo stato terrorista che ha preso di mira tutti i suoi vicini negli ultimi 80 anni.

Ha anche confermato il pieno sostegno politico e militare dell'amministrazione Trump al genocidio e alla pulizia etnica in cui Israele è impegnato, fornendo anche denaro e armi che consentono l'uccisione effettiva per attuare "la soluzione finale" per la Palestina.

Presumibilmente la rimozione dei palestinesi permetterà l'inizio della costruzione del “Trump Gaza Resort”, mentre gli ebrei di Brooklyn potranno stabilizzarsi in una Cisgiordania libera dagli arabi, eliminando per sempre la possibilità di una sorta di stato palestinese, come ha promesso il primo ministro Benjamin Netanyahu elencando i suoi successi la scorsa settimana.

 

E ci sono state altre azioni in conformità con le richieste israeliane, oltre al terribile discorso di Trump.

Venerdì 19 settembre, gli Stati Uniti hanno posto il veto a una cruciale risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza, proprio mentre Israele stava espandendo la sua offensiva di terra finale su Gaza City.

La risoluzione, approvata da 14 dei 15 membri del Consiglio il giorno prima, chiedeva un "cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente a Gaza, rispettato da tutte le parti", nonché il rilascio di tutti i prigionieri tenuti da Hamas e la fine delle restrizioni su cibo, medicine e altri aiuti umanitari a Gaza.

 

Redatta dai 10 membri eletti del consiglio anziché dai 5 membri permanenti, la risoluzione ha citato la situazione umanitaria "catastrofica" a Gaza dopo quasi due anni di guerra incessante, che ha ucciso almeno 65.141 persone, secondo i funzionari sanitari palestinesi, sebbene il numero "ufficiale" sia controverso e il vero totale dei decessi ammonti senza dubbio a centinaia di migliaia, con la maggior parte dei corpi ancora sepolti sotto le macerie o inceneriti o fatti a pezzi dai pesanti ordigni forniti dagli Stati Uniti e impiegati da Israele.

 

Come prevedibile, gli Stati Uniti hanno posto il veto, la sesta volta che lo fanno per proteggere lo Stato ebraico dai crimini di guerra che sta commettendo.

“ Morgan Ortagus”, vice-inviata speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, prevedibilmente ebrea, ha alzato il braccio per votare in un gesto simile al saluto nazista e ha annunciato che "l'opposizione degli Stati Uniti a questa risoluzione non sorprenderà. Non condanna Hamas né riconosce il diritto di Israele a difendersi, e legittima erroneamente le false narrazioni a vantaggio di Hamas, che purtroppo hanno trovato riscontro in questo consiglio".

 

Ortagus ha anche affermato che la narrazione sulla fame è un'invenzione, che la dichiarazione ufficiale di carestia a Gaza del mese scorso, da parte della” Integrated Food Security Phase Classification “(GHF), sostenuta dalle Nazioni Unite, ha utilizzato una "metodologia imperfetta".

Ha invece scelto di elogiare il lavoro dei” centri GHF”, pesantemente militarizzati e sostenuti da Stati Uniti e Israele, dove, come è stato dimostrato, centinaia di palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi mentre cercavano cibo per le loro famiglie.

 

Come fanno gli ebrei, e più in particolare gli ebrei israeliani, a farla franca?

Beh, i miliardari ebrei che hanno corrotto il sistema politico e i media statunitensi sono riusciti a controllare quasi completamente la narrazione, sebbene questo vantaggio stia iniziando a svanire man mano che un numero sempre maggiore di americani si rende conto di quanto sia orribile il genocidio di Gaza.

 I sondaggi d'opinione rivelano che la disapprovazione di Israele si attesta al 60% tra l'opinione pubblica americana.

 C'è anche una crescente sensazione tra l'opinione pubblica che Israele e la sua lobby negli Stati Uniti abbiano manipolato e usato gli Stati Uniti fin dalla fondazione dello Stato ebraico.

 Sotto il regime di Joe Biden e l'incapace Donald Trump, questa manipolazione è stata ampiamente dimostrata e Israele è ora in grado persino di costringere l'America a entrare in guerra per suo conto, un'impresa che ha certamente compiuto inizialmente attraverso un Pentagono controllato dagli ebrei sotto George W. Bush quando l'Iraq fu distrutto, uccidendo almeno mezzo milione di iracheni sulla base di bugie generate per dimostrare come Baghdad fosse una minaccia potenzialmente armata di "armi di distruzione di massa".

Molti osservatori ora credono che l'Iran sarà attaccato da Israele prima della fine dell'anno e che Donald Trump interverrà subito sotto la pressione di Netanyahu, un altro caso estremo di "coda che scodinzola il cane!"

 

A dire il vero, la lobby israeliana è consapevole che l'opinione pubblica è fortemente contraria allo Stato ebraico e ha ora intensificato gli sforzi per ottenere un controllo ancora maggiore sul messaggio che proviene dai media.

Il loro ultimo successo riguarda TikTok , che è stato attaccato da gruppi come l'Anti-Defamation League (ADL) e il suo odioso leader “Jonathan Greenblatt” nell'ultimo anno per aver permesso che articoli sembrassero critici nei confronti del comportamento israeliano.

 

In linea con le richieste ebraiche, la Casa Bianca ha annunciato che la vendita forzata di TikTok sarà presto finalizzata.

 Senza sorprendere nessuno, la nuova proprietà è guidata dal miliardario ebreo ultra-sionista “Larry Ellison” – il più grande donatore individuale delle Forze di Difesa Israeliane – che secondo quanto riferito prenderà il pieno controllo dei dati degli utenti statunitensi e degli algoritmi del sito che la Casa Bianca dice saranno "riaddestrati".

Ciò significa che includerà solo materiale positivo su Israele.

 

“Ellison”, che ha fatto fortuna sviluppando “Oracle” – un sistema di database che ha originariamente costruito per la CIA – controlla già CBS, Paramount, MTV, Comedy Central, Showtime, Nickelodeon (che produce spettacoli per bambini) così come Channel 10 in Australia e Channel 5 nel Regno Unito.

Ellison dovrebbe anche finalizzare il controllo di Warner Bros. Discovery (tra cui CNN, HBO e il canale Discovery) entro la fine del 2025.

 

Anche prima che la vendita forzata sia finalizzata, la censura dei contenuti di TikTok critici nei confronti di Israele è già iniziata.

 Fox – una risorsa filo-israeliana di “Rupert Murdoch” – sta anche cercando di unirsi al “consorzio Ellison”, una mossa che potrebbe estendere e consolidare ulteriormente la bolla dell'informazione allineata con Israele.

 

Gli Stati Uniti hanno ancora più di tre anni di avventura con Trump davanti a sé, quindi è probabile che ci siano altre sorprese in serbo.

 Oltre ai media nazionali e internazionali di informazione e intrattenimento, i miliardari ebrei filo-israeliani possiedono o controllano già OpenAI, Google, Meta/Facebook/Instagram/WhatsApp, Palantir, CBS, HBO e gran parte di Condé Nast (Reddit, Vogue, The New Yorker, Wired, GQ, Vanity Fair), oltre a numerosi studi cinematografici di Hollywood, giornali regionali e stazioni radio.

 L'espansione in tutte queste aree è stata deliberata con l'intenzione di utilizzare il controllo per sostenere Israele e allo stesso tempo mantenere gli Stati Uniti nella stretta morsa dello Stato ebraico e della sua lobby interna.

 

A questo punto, miei cari americani, è tempo di iniziare a reagire o di arrendersi alle forze che ci priveranno della libertà di parola, tanto per cominciare, e che creeranno degli Stati Uniti controllati da un piccolo stato fascista assassino in Medio Oriente, disposto a corrompere e minacciare per arrivare al potere e che non condivide in alcun modo i valori su cui è stata fondata la nostra nazione. Quale strada prenderemo?

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest, una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3).

 

 

 

 

America: una nazione

Perduta.

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (25 Settembre 2025) - Paul Craig Roberts – ci dice:

 

Ho spiegato in molte occasioni, in articoli, interviste e podcast, che un presidente americano ha poco più che un controllo nominale sulle politiche della sua amministrazione.

Ciò è in parte dovuto alle enormi dimensioni del governo statunitense creato dai liberali, molto diverso da quello che avevano in mente i Padri Fondatori.

 Il governo è troppo grande perché chiunque possa starci dietro, indipendentemente dagli strumenti di intelligenza artificiale a sua disposizione.

Ma la ragione principale per cui il presidente non ha un controllo effettivo è l’incentivo offerto ai suoi incaricati politici.

Il governo è nelle mani di diverse centinaia di incaricati presidenziali – assistenti segretari, sottosegretari e segretari – che devono essere confermati nella loro carica dal Senato e, quindi, sono nominati cavalieri a vita con il titolo di “Onorevole”.

Ci si rivolge a loro correttamente con “Signor Segretario”.

 

Un assistente segretario non è un assistente del segretario.

Gli assistenti segretari sono nominati dal presidente.

Sono i membri più potenti di un’amministrazione perché i dipartimenti federali fanno capo a loro. Pertanto, gli assistenti segretari controllano il flusso di informazioni nel governo.

Il governo degli Stati Uniti è coinvolto in tutto:

 sanità, istruzione, giustizia, pensioni, condizioni di lavoro, emissioni, trasporti, comunicazioni, radiodiffusione, agricoltura e chi più ne ha più ne metta. Vengono approvate leggi e redatte norme che avvantaggiano alcuni a scapito di altri. Alcune industrie e società vengono salvate dalle loro difficoltà, altre no.

 

L’incentivo di un incaricato dal presidente è quello di servire il gruppo di interesse che può meglio servire la sua carriera.

L’ Amministrazione potrebbe avere una politica estera, una politica sanitaria e così via, ma le politiche reali saranno quelle preferite dalle lobby che gli incaricati dal presidente decidono di sostenere.

La lobby e il funzionario nominato dal presidente promuovono poi quella politica nei media, e questa diventa la politica dell’amministrazione.

Capita che, occasionalmente – non ho studiato con quale frequenza – venga eletto un presidente che ha ambizioni che vanno oltre l’essere eletto presidente. Potrebbe voler riformare qualcosa o introdurre qualcosa di nuovo.

Se il suo programma non minaccia interessi potenti, potrebbe avere successo. Tuttavia, evitare la guerra non è un programma che riscuote molto successo, e ancor meno oggi.

Il presidente Eisenhower avvertì gli americani nel 1961 che il complesso militare-industriale statunitense era diventato sufficientemente potente e radicato da rappresentare una minaccia per la democrazia americana.

Non si riferiva a un colpo di Stato militare.

Intendeva dire che la politica estera americana stava sfuggendo al controllo degli elettori e dei loro rappresentanti.

 

Durante l’amministrazione Reagan fui scelto dal presidente Reagan come sottosegretario al Tesoro.

Reagan aveva adottato la politica dell’offerta come rimedio alla stagflazione, una politica che avevo sviluppato per il deputato Kemp e il senatore Roth – il Kemp-Roth Bill – e avevo insegnato ai repubblicani come proporre l’approccio dell’offerta come politica fiscale alternativa mentre prestavo servizio nello staff del Congresso.

Reagan pensava che, trattandosi di una mia politica, sarei stato meno propenso a svenderla rispetto a qualche finanziatore della campagna elettorale proveniente da Wall Street.

Le pressioni per svendere la politica economica di Reagan erano molto forti.

Se non avessi lavorato con dignità nello staff del Congresso e non fossi entrato nell’amministrazione provenendo dal Wall Street Journal, da cui potevo rispondere ai miei avversari che utilizzavano altri media contro di me, la legislazione sulle tasse di Reagan non sarebbe mai uscita dalla sua amministrazione.

Il modo in cui i funzionari nominati dal presidente assecondano gli interessi privati senza dare l’impressione di svendere la politica del presidente è quello di adeguare la politica del presidente a quella delle lobby come compromesso di successo che soddisfa entrambi gli interessi.

I media contribuiscono a mascherare la svendita come un compromesso vantaggioso per tutti, anche se non risolve il problema politico.

 

Penso che sia stato il capo di gabinetto del presidente Reagan, “Jim Baker”, braccio destro del vicepresidente George H. W. Bush, a spiegare quanto fosse facile per tutti noi avere successo se avessimo assecondato la paura degli imbecilli economicamente ignoranti di Wall Street che il taglio delle tasse di Reagan avrebbe ampliato il deficit, causato inflazione, fatto salire i tassi di interesse e distrutto il valore dei loro portafogli obbligazionari e azionari.

Tutto quello che dovevamo fare era ridurre il taglio del 30% delle aliquote fiscali marginali a un taglio del 5%.

Questo ci avrebbe dato una “vittoria” senza sconvolgere Wall Street.

Qualcuno ha suggerito che l’ultima cosa che un sottosegretario al Tesoro dovrebbe fare è sconvolgere Wall Street, altrimenti la sua carriera e il suo reddito milionario sarebbero finiti.

Spiegai che una riduzione del 5% delle aliquote fiscali sarebbe stata annullata dall’inflazione e non avrebbe avuto alcun effetto politico.

“Jim Baker” non comprese l’importanza del mio discorso, poiché era interessato all’apparenza, non al risultato.

 Inquadrando la questione come taglio delle tasse contro nessun taglio delle tasse, una riduzione del 5% sarebbe stata una vittoria, una vittoria che Wall Street avrebbe potuto accettare.

 

Durante le riunioni spiegavo che il nostro compito era quello di curare la stagflazione, non di placare gli ignoranti di Wall Street.

 Ma questo non andava bene a coloro che vedevano nel “salvare Wall Street dall’economia voodoo” la loro strada verso la ricchezza.

Non ho ceduto.

Ho descritto qui la lotta che ne è seguita:

(paulcraigroberts.org/2025/03/23/my-time-in-the-reagan-administration/).

Il piano di Reagan era che, una volta risanata l’economia, motivo per cui aveva iniziato il suo primo mandato facendo approvare la sua politica economica, il secondo dei suoi due punti all’ordine del giorno – la fine della Guerra Fredda – potesse essere affrontato sfidando l’economia sovietica in crisi con una corsa agli armamenti.

 

Reagan non intendeva realmente una corsa agli armamenti, così come Trump non sembra intendere le sue minacce di forti dazi.

Era una minaccia per ottenere un risultato.

 Reagan ragionava che, poiché i sovietici non avevano la capacità economica per competere in una corsa agli armamenti, la minaccia li avrebbe portati al tavolo delle trattative e la Guerra Fredda avrebbe potuto giungere al termine.

Questa volta il problema era il complesso militare/di sicurezza statunitense che non voleva perdere il suo nemico sovietico altamente redditizio.

La CIA disse al presidente Reagan che sarebbe stato un errore iniziare una corsa agli armamenti con i sovietici, perché avrebbero vinto loro.

 Reagan chiese come un’economia più piccola e in crisi potesse vincere su una più grande e ben funzionante.

 La CIA rispose che l’Unione Sovietica aveva un’economia pianificata e poteva destinare tutte le risorse dell’economia al settore militare, mentre Reagan avrebbe avuto difficoltà ad aumentare la spesa militare oltre il 6% del PIL.

 

In generale, i presidenti non possono ignorare le posizioni della CIA quando queste servono al complesso militare/di sicurezza.

 Se il presidente lo fa, il complesso militare/di sicurezza ha a disposizione il presidente di una commissione congressuale, pieno di fondi elettorali provenienti dal complesso militare/di sicurezza, per convocare un’udienza.

 Nell’udienza la CIA, sotto la pressione del Congresso, “ammette” che la politica del presidente metterebbe in pericolo gli Stati Uniti, esponendoci ad attacchi nucleari e tutto il resto.

Reagan, presumibilmente senile secondo i media liberali, capì tutto questo.

Creò un comitato presidenziale segreto con l’autorità e il potere di interrogare la CIA su come fosse giunta a tale conclusione.

Dopo aver letto il mio libro sull’economia sovietica e ricordando il mio servizio presso il Tesoro, mi inserì nel comitato.

Divenne evidente anche ai membri anti-Reagan del comitato che l’economia sovietica era in grave difficoltà.

In effetti, era evidente anche agli stessi economisti sovietici che cominciavano a scriverne.

Poiché i membri anti-Reagan (provenienti dalle università d’élite, ovviamente) non erano favorevoli alla guerra nucleare, concordarono sul fatto che la CIA stesse proteggendo il proprio budget e il proprio potere opponendosi alla fine della Guerra Fredda.

Reagan disse quando ricevette quel rapporto: “Lo sapevo già, ma avevo bisogno di vederlo nero su bianco”.

Quello che vi sto dicendo è come stanno realmente le cose. La vera storia non è quella ufficiale che leggete sui media asserviti o nelle storie scritte da storici di corte che assecondano il potere per fare carriera.

Quello che vi sto dicendo è che gli americani non sanno nulla di come e cosa succede realmente, di quale sia la verità.

Se ne stanno pigramente seduti davanti alla macchina dell’indottrinamento e vengono sottoposti al lavaggio del cervello sulla realtà.

 La totale incomprensione della popolazione americana inconsapevole è il motivo per cui hanno perso il loro Paese.

(Paul Craig Roberts).

(Paul Craig Roberts. Economista, Ex Segretario aggiunto del Tesoro degli Stati Uniti, Amministrazione Reagan.).

(paulcraigroberts.org/2025/09/24/america-a-lost-nation/).

Dissenso: quale partecipazione?

Comedonchisciotte.org - Redazione CDC – (24 Settembre 2025) -Giovanni Amicarella – ci dice:

 

Il 15 settembre ha avuto luogo la mobilitazione, in occasione del 78° anniversario della costituzione del Territorio Libero di Trieste, contro i piani NATO e il corridoio IMEC, che vedono il porto di Trieste come uno degli obiettivi e snodi principali.  

Trieste si è ritrovata, nell’ultimo periodo soprattutto, al centro di reiterate violazioni dei trattati internazionali:

sia Ucraina che Israele, infatti, si trovano rifornite attraverso il suo porto.

Una situazione, se vogliamo, esacerbata già dai relativamente recenti (e ancora scottanti) fatti al porto di cui siamo stati testimoni:

 quando le proteste contro il green pass arrivarono al culmine e i portuali vennero presi a manganellate e idranti.

 

La questione ha suscitato una serie di iniziative che sono riuscite ad attirare l’attenzione di giornali, organizzazioni politiche e non, centri studi e case editrici.

Trieste si è così ritrovata al centro di una vera e propria primavera identitaria e culturale, di una città che si è vista ospite si importanti presentazioni e mobilitazioni, affrontando l’ambito geopolitico locale (forse per la prima volta) con un linguaggio potabile.

 Fra le iniziative curate dal “CeSEM”, rappresentato da “Maria Morigi”, e gli eventi culturali ed editoriali le “Anteo Edizion”i, il perno centrale è sempre stato rappresentato da un’organizzazione che rappresenta una novità non solo in termini di idee, mollando posticce visioni unidimensionali sulla collocazione di Trieste, indipendentismi di cartapesta, ma anche in termini di età:

il Fronte della Primavera Triestina (che non a caso ho definito più volte, e sottoscrivo nuovamente, “l’unica cosa buona venuta fuori dall’ex movimento studenti contro il green pass”).

 

Trovandosi in un contesto di divisioni e frizioni, alcune nate anche prima che nascessero loro per età anagrafica, sono riusciti a piantare un substrato in cui hanno trovato radici una moltitudine di realtà, come prima accennato, e formare un comitato per questo evento decisamente trasversale, includendo anche un’altra realtà giovane come quella del “Socialismo Italico” di cui sono segretario.

 La mobilitazione, oltre che nel riuscire di lunedì a mobilitare circa cinquecento persone, aveva delle parole d’ordine che rispecchiano a pieno ciò che era già stato delineato dalle analisi del centro studi e dagli eventi ad esso correlati.

Nella sua trasversalità sul piano politico, andando ad abbracciare una porzione di cittadinanza stanca, preoccupata, ma mai abbattuta.

Ma su questo tornerò a breve.

Per questo, è importante più che mai fornire gli strumenti affinché si formino coscienze critiche e si faciliti la messa in discussione di tutto e tutti:

 la realtà oggettiva emerge soltanto quando viene purgata dai soggettivismi, che alimentano ignavia.

Andando proprio a parlare di quella…

 

Il corteo è riuscito, come poc’anzi detto, di lunedì, a portare in mobilitazione contro la NATO circa cinquecento persone, che seppur, visti i tempi e le condizioni attuali, sia un degno successo, è un dato che fa riflettere:

qualcuno più sapiente di me in matematica ha accennato corrispondere a circa lo 0,3% dei triestini.

Se fosse stato un corteo su qualsiasi altra motivazione, comprensibile. Ma un corteo così ideologicamente variegato, su un tema così stringente, ovvero il trovarsi la guerra in casa, fa riflettere su quanto la massa in questa fase politica sia scollegata completamente dalla realtà.

Ho avuto modo con i miei compagni di organizzazione di prendere parte alla mobilitazione, se c’è una cosa che mi ha fatto tornare alla mente certe considerazioni nicciane di Carmelo Bene sugli “zombie”, i cittadini passivi, sono state le persone che ci guardavano come se vedessero delle bestie rare, non capendo che era una manifestazione che li riguardava a pieno.

Cosa li farà svegliare?

Una portaerei posteggiata davanti casa?

 La lettera per il fronte? Secondo me neanche quello.

Forse, alcuni di questi, neanche la fame.

 

Metto le mani avanti in questa considerazione, che non è sfiducia o rassegnazione, quanto semplicemente una rappresentazione concreta dei fatti, non ho mai creduto alla “democrazia”.

Continuo a non farlo, e penso che chi la agiti come clava non abbia ben chiare le sue origini:

 il “démos krátos,” binomio che eccita tanto i ferventi costituzionalisti, veniva inteso in modo molto diverso nell’Ellade da cui si originò.

Non era un potere popolare aperto a tutti, era un’elezione da cui venivano esclusi coloro non considerati meritevoli dai canoni sociali.

Il fatto che il popolo si lasci imbambolare costantemente dalle idiozie derivate dalla ‘siddetta democrazia borghese, che cerchi costantemente chi risolve i problemi scartabellando le liste elettorali come se fossero piccoli testi sacri e passi da adorare un politico per odiarlo il giorno dopo, mi ha riportato alla mente un bellissimo, e attualissimo incredibilmente, passo de “Il Coriolano “di Shakespeare:

“Colui che detti cortesi ti rivolgesse, sarebbe adulatore al disotto d’ogni abborrimento.

Che chiedete voi, disprezzevole razza, cui né guerra, né pace contenta? L’una vi atterrisce, l’altra vi fa ribelli. Chi di voi può fidarsi?

 Lioni vi si crede, e non siete che timidi daini:

volpi vi si immagina e non siete che paperi.

Voi non offrite maggior sicurezza, no, d’un carbone acceso sul ghiaccio, o d’un granello di grandine al sole.

La vostra virtù sta nell’innalzare chi si sottomise al delitto, nel deprimere quegli che amò la giustizia.

Chi merita onori si cattiva il vostro odio; e le vostre affezioni rassomigliano agli appetiti inordinati di un infermo, che desidera sol quello che vale ad accrescere il suo tormento.

Colui che riposa sul vostro favore, nuota con pinne di piombo, o fa opra d’abbattere la quercia coi giunchi.

Razza sciagurata! Fidare in voi?

Ogni minuto vi cangia, e ad ogni minuto vi si vede esaltar colui che aborrivate, deprimere quegli di cui vi facevate ghirlanda.”

 

A scrivere la storia dall’alba dei tempi, non a caso, trasversalmente a livello politico e come perfettamente delineato dal” Malaparte” in “Tecnica del Colpo di Stato”, sono state sempre le minoranze organizzate che hanno saputo fare presa gradualmente sulla massa, senza che la massa facesse presa su di loro, cosa che avrebbe portato a edulcorare tutto il piano ideologico.

Per una massa intrisa di tutto il peggiore della forma mentis borghese, che trova il suo apice nel credersi tutti dei Bezos mancati, per una massa che trova la sua principale gratificazione nel lamentarsi delle questioni, senza effettivamente muoversi per porvi rimedio, c’è veramente da auspicarsi che questa minoranza organizzata non finisca a imborghesirsi a sua volta.

Lasciamo a Gaber quello che è di Gaber, tanto la partecipazione o è limitata, o è incerta.

Perché non esistono solo momenti di disinteresse, esistono anche momenti di sovra-interesse su un certo tema.

Non a caso, “mutatis mutandis”, inerentemente alle manifestazioni di questi giorni fino ad arrivare al 22 settembre, seppur lo spontaneismo abbia contribuito fortunatamente a rimpolpare le piazze sul sentito tema della Palestina, resta il nocciolo di una mancanza di organizzazione unitaria fra le varie azioni per poter definire il tutto in un taglio politico: mentre il blocco dei porti da parte dell’USB e di altre organizzazioni ha lodevolmente rotto i maroni ai sionisti, così come le azioni agli stabilimenti Leonardo, l’occupazione delle stazioni ferroviarie è stata molto meno fortunata e immediatamente presa a pretesto dalla macchina del fango per azionarsi in tutto il suo putridume.

C’è chi viene per rendersi partecipe di una lotta e chi per fare casino, è così dai tempi arcaici e ha sempre fatto parte della manifestazione da quando esiste il termine stesso manifestazione.

 

Ma su una cosa, siamo sinceri, invito all’onestà intellettuale.

Nessuna organizzazione né sindacale, né certamente politica, dispone ad oggi di forze sufficienti per gestire con ordine e servizio di sicurezza manifestazioni di questo tipo, formate da centinaia di realtà (spesso anche difficili da fare andare d’accordo per anche solo una mobilitazione e di numeri limitati) e centinaia di migliaia di persone apartitiche (ma non apolitiche, per distinguere atto e azione) che non accettano minimamente indicazioni di alcun tipo.

Quindi è ovvio che si presentino certe situazioni, e rimane vergognoso il tentativo di strumentalizzarle.

Resta un ma: finita la mobilitazione, l’ignavo che torna a casa, l’ha capito perché si è mobilitato?

 

Il militante certamente, è stato convocato dalla propria organizzazione apposta.

Ma la linfa vitale del corteo, a parte una parola d’ordine condivisibile e una lotta ritenuta sacrosanta, non sa altro del suo ruolo nella storia.

Per questo, e i fallimenti degli anni ‘70 dovrebbero insegnare non solo a sinistra, il proselitismo non si fa in piazza.

 In piazza si dimostra che si è, si rafforzano le convinzioni di chi già le ha. Il movimentismo è uno strumento utile se affiancato alla capacità di istruire e formare, altrimenti è semplicemente un andare dietro alla moda del momento, definibile a sua volta” codismo”.

 

Tornando al discorso di prima, sulle minoranze organizzate, vedete quali azioni di questi giorni sono servite e quali decisamente meno, e chi ha fatto cosa: sindacato, partito, organizzazione.

Separate il grano dal loglio, onde evitare di farvi prendere all’amo da chi sparge fango sulle lotte giuste e chi, pur avendo fatto vagamente la comparsa, ne reclama l’Oscar come attore protagonista.

Sta lì il nocciolo della questione: siate critici, anche delle vostre stesse organizzazioni (se ne fate parte).

(Giovanni Amicarella).

 

 

 

 

La strana teoria della

finta morte di Kirk.

Unz.com - Laurent Guyénot – (25 settembre 2025) – ci dice:

 

Quando mi sono imbattuto per la prima volta in questa teoria, non mi sono nemmeno preoccupato di esaminarne le argomentazioni.

Sospettavo che le persone che pubblicavano tali teorie fossero infiltrati cognitivi o troll.

Ma poi, le questioni balistiche continuavano a indirizzarmi verso questa possibilità, finché non mi sono imbattuto nel video di "analisi" di 19 minuti di” Ben Werhman”, che invita tutti a guardare.

Non sono sicuro che questa teoria sia corretta, ma credo che sia plausibile e meriti considerazione.

 Tuttavia, considero la pista dei massoni, menzionata in questo video, una falsa pista (a meno che non si parli di B'nai B'rith).

A mio avviso, la teoria della finta morte di Kirk non contraddice la teoria secondo cui Israele avrebbe deciso di eliminare Kirk per ragioni così ampiamente diffuse che persino Netanyahu ha sentito il bisogno di respingerle.

La teoria della finta morte di Kirk significa semplicemente che a Kirk è stata data la possibilità di essere fatto sparire vivo, invece che morto.

Che Israele abbia orchestrato l'evento è ancora più probabile che la sicurezza di Kirk fosse presumibilmente israeliana, come Kirk stesso sembra insinuare in questa conversazione con” Bill Maher”:

"Se vuoi sicurezza, gli israeliani sanno cosa stanno facendo". Probabilmente si riferisce allo “Shaffer Security Group”, di proprietà sionista, che ha concluso il suo contratto con “TPUSA” nel 2022, ma che a quanto pare è ricomparso per l'ultimo evento di Kirk.

 

La “teoria di Ben Werhman” è che la ferita da arma da fuoco e la morte di Kirk siano state simulate con una “pistola sparasangue” dotata di un piccolo esplosivo telecomandato, esattamente come si usa sempre a Hollywood.

Riassumerò le sue argomentazioni e poi vedrò come questa teoria si collega a un'altra interessante teoria riguardante” Erika Kirk”.

 

Il punto di partenza sono le incongruenze balistiche nella teoria ufficiale. Supponendo che la ferita al collo che si vede sul collo di Kirk sia la ferita d'ingresso, allora non c'è alcuna ferita d'uscita.

 Il produttore esecutivo di “Charlie Kirk”, “Andrew Kolvet”, ha detto di aver sentito direttamente dal chirurgo che ha lavorato su Kirk che la competizione ad alta velocità che ha colpito Kirk non ha mai lasciato il suo corpo.

Il chirurgo lo definì un "miracolo":

"Il suo osso era così sano e la densità era così impressionante che era come l'uomo d'acciaio.

 Avrebbe dovuto andare fino in fondo.

 Probabilmente avrebbe ucciso anche quelli che stavano dietro di lui". Questa nuova teoria del "proiettile magico" – o "collo magico" – non ha senso, secondo numerosi esperti di armi.

Naturalmente, questo lascia aperta la possibilità che il colpo provenga da dietro e che la ferita visibile al collo davanti sia la ferita d'uscita.

Tuttavia, è dubbio che una ferita d'ingresso nella parte posteriore sarebbe stata così piccola da non essere visibile sulla telecamera che riprendeva dalla parte posteriore della testa di Kirk.

“Candace Owens” è stata in grado di vedere il filmato dalla telecamera dietro Kirk, per gentile concessione del video tecnico di Kirk che ha smontato la telecamera dopo la sparatoria: non si vede alcun impatto.

Problematica è anche la piccola dimensione della ferita davanti, che, secondo l'esperto “Paramount Tactical “, è troppo piccola per una ferita d'uscita.

 Ci sono altre teorie su un colpo da una pistola a bassa velocità come una pistola a palma, ma le trovo prive di qualsiasi base convincente, e non le discuterò qui comunque.

 

Entriamo quindi nel vivo delle argomentazioni principali della finta morte.

 Si basano su un'attenta visione delle riprese della "morte" di Kirk.

La maggior parte dei video sull'evento eviterà di mostrare il sangue, ma poiché stiamo esaminando la possibilità che si tratti di sangue finto, è necessario osservarlo molto da vicino.

Questo filmato, girato frontalmente, è il più importante.

 Ci torneremo.

 

1. La camicia che scoppia:

 secondo “Werhman”, ciò che deve essere spiegato per prima cosa nelle immagini dello sparo di Kirk è "la sua camicia che sporge violentemente verso l'esterno e verso l'alto, come se qualcosa fosse esploso dall'INTERNO della sua camicia".

 Questo non può essere spiegato dall'onda d'urto del proiettile, come ha affermato “Zeb Boykin” .

Un video  è tratto dal brillante post di “Ryan Matta” , e la gif proviene da un'altra telecamera.

 

2. Il sangue coagulato:

secondo la persona con una vasta esperienza di ferite da arma da fuoco, che si sente nel video di” Wehrman” dal minuto 7:15 al minuto 10:25 (sarebbe bello sapere il suo nome), il flusso di sangue non è coerente con la realtà di una ferita da arma da fuoco in questa parte del corpo:

 il sangue sarebbe molto fluido, anziché grumoso e come coagulato come appare qui.

Inoltre, sembra che il sangue fuoriesca dal colletto della camicia.

 

3. La ferita da scivolamento:

una visualizzazione fotogramma per fotogramma rivela che la ferita al collo è un'aggiunta di composizione video.

 

 

4. Non c'è abbastanza sangue.

Non c'è una goccia di sangue che esce da Charlie mentre viene portato via, e non ci sono schizzi di sangue a terra.

Questo non è compatibile con una vera ferita da arma da fuoco.

 

5. Testimoni oculari hanno visto Kirk essere colpito al petto. Come dice “Wehrman”:

"Ricordate come quel primo giorno, i testimoni oculari parlavano di come lo avevano visto essere colpito al PETTO, ed eravamo tutti confusi perché avevamo visto il video di lui che veniva colpito al COLLO?".

Un certo “Josh Barlow”, in piedi nelle prime file, conferma in un tweet.

 

6. Kirk tiene ancora il microfono.

Questo è un argomento che “Wehrmann” non solleva.

 Si dice che Kirk sia morto all'istante, ma i morti perdono istantaneamente tutto il tono muscolare.

Questo è ciò che significa "morire all'istante", e questo non è ciò che vediamo:

Kirk non lascia nemmeno cadere il microfono né cade dalla sedia. Questo non è realistico.

Inoltre, potresti anche dare un'occhiata a questa analisi della "firma energetica" dell'evento, che mostra "nessun singolo vettore cinetico lineare coerente" con uno sparo.

 

La seconda categoria di fatti che contraddice una morte reale ha a che fare con ciò che è accaduto subito dopo la sparatoria.

7. Nessuna ambulanza:

Kirk è stato immediatamente trasportato a bordo di un SUV nero, nonostante ci fossero ambulanze nel campus.

E anche se non ci fossero state, una simile procedura è semplicemente inconcepibile.

 

8. Nessuna scena del crimine.

Non vediamo mai la polizia di stato o gli agenti dell'FBI prendere il controllo della scena del crimine, come avrebbe dovuto accadere.

Pochi minuti dopo la sparatoria, vediamo un uomo, in seguito identificato come il “tecnico video di Kirk”, smontare la telecamera alle spalle di Kirk e salire sulla sedia di quest'ultimo per riprenderla.

 Pochi giorni dopo il crimine, la scena del crimine è stata accuratamente ripulita senza alcuna ispezione da parte dell'FBI.

 La spiegazione migliore del perché la scena non sia stata trattata come una scena del crimine è perché non era una scena del crimine, ma più simile a un set cinematografico.

“ Wehrman” mostra anche indizi di una troupe che filma gli spettatori spaventati, evitando di filmare Kirk dopo la sparatoria.

 

9. Cadavere finto.

La controargomentazione alla teoria della morte finta sarebbe se avessimo visto, in qualsiasi momento, il cadavere di Kirk.

 In effetti, abbiamo visto le mani del cadavere, in un video piuttosto macabro di Erika appoggiata alla bara di Kirk, ripreso da vicino. Sebbene questo abbia lo scopo di convincere le persone di aver visto il cadavere, molti hanno espresso dubbi sulle mani arancioni, simili a quelle di un manichino, che vediamo (immagine in alto).

 

E a proposito, avrete sicuramente notato che non c'è stato nessun funerale per Kirk:

il mega-spettacolo commemorativo TPUSA, durato 5 ore, non era un servizio funebre e i genitori di Kirk non hanno nemmeno partecipato.

Per concludere, credo che ci siano solide prove che la morte di Kirk sia stata una messa in scena.

 Tra l'altro, questo darebbe un senso all'imbarazzante osservazione di “Kash Patel” (rivolta soprattutto a un cristiano evangelico):

"Ci vediamo a Walhalla."

 Certo, anche la deficienza mentale di Patel potrebbe spiegare questa strana osservazione.

 

A proposito di questo divertente personaggio, si ipotizza molto che la sua ragazza “Alexis Wilkins” sia una specie di tesoro.

Esistono molti tipi di tesoro, dall'agente del Mossad che attira Mordechai Vanunu in una trappola per rapirlo, alla proverbiale Esther che sposa un uomo potente per spiarlo e mantenere un certo controllo su di lui.

 

Questo ci porta a “Erika Kirk” e a un'altra bizzarra teoria emersa di recente su Internet, a causa del”background di Erika” e del contesto del suo incontro con Kirk.

Erika è nata “Erika Frantzve”.

Suo padre “Kent Frantzve” un tempo presiedeva la divisione israeliana della società di armamenti Raytheon, collegando la sua famiglia direttamente al complesso militare-industriale israeliano.

In un'intervista del 2020 , Erika ha affermato che sua madre "si stava interessando al Governo... alla Sicurezza Nazionale e al Dipartimento della Difesa". Si dice che l'azienda sia “AzTech International”, un altro appaltatore della difesa.

 

Erika è una sorta di arma?

 Nel 2012 ha vinto un concorso di bellezza di proprietà di “Donald Trump “ed è diventata “Miss Arizona”.

A 23 anni, ha fondato un'organizzazione cristiana evangelica chiamata "Eroi di tutti i giorni come te", che ha sviluppato un programma chiamato "Angeli rumeni".

Dietro lo slogan "Aiutare i bambini dimenticati di Dio a trovare le ali", si sospetta che sia coinvolta nel traffico di minori, attività per cui la Romania è nota, e anche peggio.

Ora, tutto questo non prova nulla.

Né gli apprezzamenti soggettivi della partita tra Charlie e Kirk contano come prova di un gioco scorretto.

A differenza della teoria della finta morte, che ritengo piuttosto solida, la teoria del vaso di miele è speculativa.

 Ma non posso fare a meno di pensare che ci sia un po' di esagerazione nella performance di Erika quando Charlie annunciò il loro fidanzamento al “Charlie Kirk Show” (deve essere stato nel 2020).

 

Si dice che Erika sia stata presentata a Charlie da Donald Trump. Qualunque sia il ruolo di Israele nella scomparsa di Kirk, non ho dubbi che Trump sia pienamente complice.

 Trump è di proprietà di Israele.

Trump è la palude.

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