Il diritto di parola è inviolabile.
Il
diritto di parola è inviolabile.
Libertà
di espressione:
diritto
inviolabile o
illusione
moderna?
Giornalecittadinopress.it
- Pippo Carollo – (30 Marzo 2025) – ci dice:
In
questi giorni si fa sempre più insistente la voce che la libertà di stampa sia
minacciata.
Secondo molti, qualcuno vorrebbe assoggettare
l’informazione a proprio uso e consumo, cercando di limitare quelle notizie che
potrebbero danneggiare l’immagine di quei potentati che mirano ad asservire chi
scrive o documenta fatti giudicati scomodi.
A
difesa dell’informazione, almeno nel nostro bel Paese, viene in aiuto la
Costituzione (approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed
entrata in vigore il 1° gennaio 1948).
I
padri fondatori hanno previsto quanto scritto nell’Articolo 21. Cosa dice
l’Articolo 21 della Costituzione?
Art.
21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la
parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere
soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può
procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria
[cfr. art. 111 c.1] nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa
espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge
stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.
In
tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo
intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può
essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente,
e non mai oltre ventiquattro ore, fare denuncia all’autorità giudiziaria.
Se
questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro
s’intende revocato e privo d’ogni effetto.
La
legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i
mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli
spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume.
La legge stabilisce provvedimenti adeguati a
prevenire e a reprimere le violazioni.”
L’Articolo 21 trova un rafforzamento ulteriore
ne “La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” adottata
dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.
Tale
dichiarazione definisce la libertà di espressione come “la libera comunicazione
dei pensieri e delle opinioni, uno dei diritti più preziosi dell’Uomo; ogni
cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a
rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge”.
Ma siamo davvero liberi di esprimerci?
Ci piace pensarlo, ma la realtà racconta
un’altra storia.
La tanto sbandierata libertà di espressione
viene messa sempre più in discussione, spesso attraverso una parola che nessuno
ama pronunciare: censura.
Chi
scrive, spesso per paura di ripercussioni, si autocensura ancora prima di
mettere mano alla tastiera.
Un po’
come il mitico Tafazzi, che si colpisce ripetutamente agli zebedei da solo.
Altri, invece, trovano il coraggio di esprimere le proprie opinioni e finiscono
bersagliati da critiche denigratorie o, nei casi peggiori, trascinati in
tribunale.
Ma non
è una novità.
La storia ci insegna che la censura è sempre
stata un’arma del potere.
Durante il fascismo, l’informazione era
controllata rigidamente.
Oggi,
in alcuni regimi totalitari, i giornalisti vengono incarcerati o, peggio
ancora, eliminati fisicamente, e l’informazione è pilotata dal “dittatore”.
Ma il
problema non è solo dei regimi autoritari:
anche
la democrazia occidentale non sembra immune da questo fenomeno.
Il
web: libertà o arena di linciaggio?
Un tempo si diceva: “La carta stampata è il
quarto potere”.
Oggi
il vero campo di battaglia è il web.
Teoricamente,
è lo spazio della libertà assoluta, ma nella pratica può trasformarsi in una
giungla dove chi esprime un’opinione rischia di essere ridicolizzato, insultato
o bannato dalle piattaforme.
Basti
pensare al crescente fenomeno delle “shadowban”, una tecnica utilizzata da
alcune piattaforme social per limitare la visibilità di contenuti di un utente
senza avvisare lo stesso.
Oppure
il caso di giornalisti investigativi o attivisti che vengono etichettati come
“diffusori di fake news” solo perché sollevano dubbi sulla narrazione
ufficiale.
Nel
2023, il “World Press Freedom Index” (indice della libertà di stampa – ndr.),
nelle classifiche annuali, ha segnalato un peggioramento della libertà di
stampa in molte democrazie occidentali.
In Italia, ad esempio, si registra una
crescente pressione sui giornalisti, con intimidazioni legali che mirano a
scoraggiare inchieste scomode.
Chiunque abbia provato a scrivere qualcosa di
vagamente scomodo sa di cosa parlo.
Personalmente,
evito di commentare o di esprimere opinioni, perché detesto essere attaccato.
Ma non
esprimersi equivale a cedere alla censura.
Lo
facciamo per quieto vivere, certo, ma è giusto?
Possiamo davvero definirci una società libera
se l’unico modo per evitarci problemi è tacere?
E ora?
La domanda resta aperta: cosa possiamo fare?
Forse
niente, forse molto.
Ma di
certo, rinunciare del tutto alla libertà di espressione significa accettare di
vivere in un mondo dove il pensiero critico è solo un’illusione.
Un’illusione
ben confezionata, certo, con tanto di Costituzioni e dichiarazioni
internazionali.
Ma alla fine, se chi controlla l’informazione
può stabilire cosa è vero e cosa è falso, allora la libertà di espressione è
solo una frase scritta su carta.
Alla
prossima, cari lettori.
(giornalecittadinopress.it/liberta-di-espressione-diritto-inviolabile-o-illusione-moderna/).
ONU,
Trump
contro
tutti.
Msn.com
– Rainews -Redazione – (24-09-2025) – ci dice:
(Storia
dalla redazione).
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla durante l'Assemblea generale
delle Nazioni Unite (UNGA) presso la sede delle Nazioni Unite.
Macron
difende il principio del multilateralismo per evitare quello del "più
forte."
A
poche ore dal duro attacco di Donald Trump alle Nazioni Unite, il presidente
francese Emmanuel Macron interviene al Palazzo di Vetro e difende l'Onu.
"I
suoi critici più severi sono coloro che vogliono cambiare il nome del gioco;
vogliono dominare", ha affermato Macron.
"Non
vogliamo che prevalga il principio del 'più' forte'.
Questo
è il rischio".
Parlando
all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite Macron ha detto che le Nazioni Unite
sono un'istituzione molto importante che deve essere rafforzata. Emmanuel Macron ha messo in guardia dal palco
dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sugli effetti dell'indebolimento
degli organismi internazionali.
Intervenendo
all'”Assemblea Generale delle Nazioni Unite”, Emmanuel Macron ha anche
annunciato che incontrerà domani a New York il presidente iraniano “Massoud
Pezeshkian”.
"Il
Libano respirerà più facilmente quando Hezbollah e le armi in suo possesso non
esisteranno più", ha affermato il presidente, accogliendo con favore la
direzione positiva intrapresa "dalla Siria" dopo la caduta della
dittatura di Bashar al Assad e criticando l'Iran per il suo programma nucleare:
"O
l'Iran fa un gesto e si impegna per la pace e la stabilità e permette all'Aiea
(Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) di fare il suo lavoro, oppure le
sanzioni saranno ripristinate".
"La
tragedia in corso in Sudan è probabilmente la peggiore", ha proseguito il
capo dello Stato, prima di discutere del conflitto in Congo.
"La
nostra responsabilità è costruire un solido piano di sicurezza in questo
periodo di disordini", ha aggiunto.
"Non
dobbiamo contrapporre il G7 ai BRICS", ha sollecitato Macron, riferendosi
alle sfide economiche mondiali.
"Dobbiamo
continuare a mobilitarci di fronte alle sfide del clima e della biodiversità.
Il nostro dovere è continuare ad agire
insieme", ha aggiunto il presidente francese, definendo l'Onu un
"tesoro".
"Le Nazioni Unite siamo noi. Non abbiamo
il diritto di essere cinici", ha avvertito. "Abbiamo una sola responsabilità: agire
insieme.
Dobbiamo agire, agire, agire.
Quindi,
tocca a noi farlo", ha concluso il capo dello stato, accompagnato da un
convinto applauso.
Migliaia
di persone si sono riunite davanti alla sede delle Nazioni Unite in sostegno al
cambiamento di regime in Iran.
I partecipanti, riferisce una nota, hanno
protestato contro l'impennata senza precedenti delle esecuzioni in Iran e
contro la presenza del presidente “Massoud Pezeshkian” del regime iraniano all'”Assemblea
Generale dell'Onu”, e chiesto l'immediata reintroduzione di sanzioni contro il
regime.
La
manifestazione, la più grande di iraniani negli Stati Uniti, è stata
organizzata dall'”Organizzazione delle Comunità Iraniano-Americane” (Oiac).
“Maryam
Rajavi,” presidente del “Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana”, è
tornata in un messaggio a chiedere "un rovesciamento del regime e un
cambiamento democratico" in Iran.
"Non è forse giunto il momento, secondo la “Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani”, di riconoscere la lotta, la resistenza e la
rivolta del popolo iraniano per cambiare questo regime?", ha chiesto.
"Il cambiamento e il rovesciamento
saranno realizzati anche questa volta dal popolo iraniano stesso", ha
assicurato, "non vogliamo né un mullah né uno shah. L'era di tutte le
forme di dittatura, sia religiosa sia monarchica, è finita. Non torneremo al
passato".
Il
presidente cileno “Gabriel Boric” ha ufficializzato davanti all'Assemblea
generale dell'ONU la candidatura di “Michelle Bachelet”, due volte presidente
del Cile, per succedere ad “António Guterres” alla guida delle Nazioni Unite a
partire dal 2027.
Se
eletta, Bachelet sarebbe la prima donna e la seconda personalità dell'America
Latina, dopo il peruviano Javier Pérez de Cuéllar, a dirigere l'organizzazione
in 80 anni di storia.
Boric
ha elogiato Bachelet come "una figura capace di unire Nord e Sud, Oriente
e Occidente" e ha sottolineato la necessità che le Nazioni Unite
affrontino il loro "disequilibrio storico di genere".
L'ex
presidente cilena ha già ricoperto ruoli chiave nel sistema ONU, tra cui quello
di direttrice di ONU Donne e Alto Commissario per i Diritti Umani, esperienza
che secondo Boric le conferisce "empatia, fermezza e capacità
decisionale".
La
candidatura di Bachelet arriva in un contesto competitivo, con altri nomi
latinoamericani già in campo, come l'argentino “Rafael Grossi” e la messicana “Alicia
Bárcenas”.
Il
colombiano Petro chiede un processo contro Trump per gli attacchi nel mar dei
Caraibi.
Il
presidente della Colombia Gustavo Petro ha chiesto all'Assemblea generale delle
Nazioni Unite l'apertura di un "procedimento penale" contro Donald
Trump per gli attacchi degli Stati Uniti contro imbarcazioni nei Caraibi.
"Poveri giovani" disarmati sono
morti in quelli che Washington ha giustificato come operazioni antidroga al
largo delle coste del Venezuela, ha detto Petro. Almeno 14 persone sono state
uccise nel bombardamento di tre barche.
Trump
incontra i paesi islamici, Erdogan: "Vertice fruttuoso."
Il
presidente turco Tayyip Erdogan ha affermato che l'incontro su Gaza tra il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump e i leader dei Paesi musulmani a
margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato "molto
fruttuoso".
La
Turchia, membro della Nato, ha duramente criticato gli attacchi israeliani a
Gaza contro Hamas - di cui Erdogan è uno dei principali sostenitori - e ha
affermato che equivalgono a un genocidio.
Ha
bloccato tutti gli scambi commerciali con Israele, sollecitato misure
internazionali contro lo stato ebraico e chiesto un cessate il fuoco immediato
a Gaza.
Parlando
con i giornalisti a New York dopo l'incontro, Erdogan ha affermato che sarà
pubblicata una dichiarazione congiunta e che è "soddisfatto" dei
risultati dell'incontro, ma non ha fornito ulteriori dettagli.
Meloni
all'ONU, saltano i bilaterali con Erdogan e Aoun.
L'incontro
bilaterale tra la premier Giorgia Meloni e il presidente turco Recep Tayyip
Erdogan, previsto in un primo momento nel pomeriggio a margine dell'assemblea
generale Onu, è slittato per motivi di agenda.
Meloni
ha comunque incontrato il presidente della Siria “Ahmad Husayn al Shara” e
l'emiro del Qatar, “Tamim bin Hamad Al Thani”.
Anche
il colloquio con il presidente libanese “Joseph Aoun”, fissato nel pomeriggio a
New York, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, sempre per
motivi d'agenda, potrebbe non aver luogo.
Erdogan
all'ONU: "A Gaza il punto più basso dell'umanità."
"Quando
una piccola spina punge la mano di un bambino, ai genitori si stringe il cuore,
ma a Gaza i bambini vengono amputati senza anestesia.
Questo
è il punto più basso dell'umanità".
Lo ha
dichiarato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, intervenendo
all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il
leader turco ha puntato il dito contro Israele e la comunità internazionale,
denunciando che "un bambino viene ucciso ogni ora negli ultimi 23
mesi" e descrivendo "bambini di soli due o tre anni senza mani,
braccia o gambe, diventati l'immagine quotidiana di Gaza".
Erdogan
ha sottolineato che "non si tratta di numeri, ma di vite innocenti" e
ha chiesto a tutti i leader mondiali di "schierarsi senza esitazione al
fianco del popolo palestinese oppresso".
Ha
quindi ringraziato i Paesi che hanno annunciato il riconoscimento dello Stato
di Palestina e ha invitato quelli che non l'hanno ancora fatto "ad agire
immediatamente".
Il
presidente turco ha poi accusato Israele di "portare avanti una politica
di sterminio di massa sotto mentite spoglie" dopo i fatti del 7 ottobre.
"Non
può esserci pace - ha proseguito - in un mondo dove i bambini muoiono di fame e
per mancanza di medicine, dove milioni di persone vengono sfollate in un
territorio di soli 365 chilometri quadrati".
Erdogan
ha infine accusato il premier israeliano, “Benjamin Netanyahu”, di "non
avere alcuna intenzione di liberare gli ostaggi o raggiungere la pace" e ha ribadito che "a Gaza non c'è
una guerra: da un lato c'è un esercito dotato delle armi più moderne,
dall'altro civili innocenti".
Macron
all'ONU: "No alla legge del più forte, serve cooperazione multilaterale."
Il
presidente francese Emmanuel Macron ha messo in guardia dal palco
dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sugli effetti dell'indebolimento
degli organismi internazionali.
C'è "il rischio di vedere prevalere la
legge del più forte" e "l'egoismo di pochi", ha ammonito.
Di
fronte agli attacchi di Donald Trump all'ONU, il presidente francese ha difeso
un "multilateralismo efficace".
"La
complessità del mondo non è un motivo per abbandonare i nostri princìpi e le
nostre ambizioni.
Viviamo
in un momento paradossale in cui abbiamo bisogno più che mai di ripristinare lo
spirito di cooperazione che prevaleva 80 anni fa", quando è nata l'ONU, ha
avvertito Macron.
Per il
presidente francese, i "critici più duri" delle Nazioni Unite sono
"quelli che vogliono cambiare le regole del gioco" e che sono
"più interessati a dividere il mondo che a raggiungere i compromessi
necessari per il bene comune".
Trump
all'Assemblea generale, battute e attacchi all'ONU.
Come
previsto, Donald Trump ha fatto tremare il Palazzo di Vetro.
Il suo
ritorno all'Assemblea generale, dopo sei anni di assenza da quel podio, ha
avuto l'effetto di un sisma politico:
battute irriverenti, attacchi diretti all'Onu
e al suo segretario generale António Guterres, e soprattutto un'agenda che ha
colpito i nervi scoperti della comunità internazionale, a partire da clima,
energia e migrazioni.
Fin
dall'inizio, il presidente americano ha trasformato in spettacolo anche i
piccoli incidenti tecnici:
il “teleprompter” che non funzionava e le
scale mobili bloccate all'ingresso.
"In questo modo parlerò più con il
cuore", ha detto, strappando un sorriso ai delegati.
Ma
subito dopo ha piazzato il primo affondo:
"In
sette mesi ho messo fine a sette guerre che dicevano essere non terminabili.
Non ho mai ricevuto una telefonata dall'Onu, nessuno mi ha ringraziato".
Una
frase che ha gelato la sala, soprattutto perché “Guterres”, come ripete quasi
quotidianamente il suo portavoce, ha sempre sostenuto che "la porta del
segretario generale resta aperta per chiunque voglia bussare".
Hate
Speech. Odio in rete e
libertà
di manifestazione del pensiero.
Stefanopipitone.eu
- Studio Legale Pipitone - Elena Stracquadaini – (10-05- 2025) – ci dice:
I
limiti della libertà di espressione del pensiero.
Libertà
di espressione o totale irriverenza verbale?
L’art
21 della Costituzione riconosce quale diritto fondamentale e inviolabile la
libertà di manifestazione del pensiero e garantisce il suo esercizio attraverso
qualsiasi mezzo di comunicazione.
La
tutela della libera manifestazione del pensiero non riguarda soltanto il
profilo della divulgazione delle proprie opinioni, ma include anche il diritto
alla informazione e alla critica.
Davvero
possiamo ritenerci autorizzati a dire tutto quello che vogliamo e che pensiamo
sul web e sui social media?
La
risposta è negativa.
La
libertà di espressione del pensiero non deve, in alcun modo, sfociare in sfoghi
ostili, discriminatori e basati sull’intolleranza.
Purtroppo,
nell’era di internet e dei “leoni da tastiera” questo è quello che accade
sempre più frequentemente, minando i valori fondamentali della società.
Bisogna
prestare attenzione.
È
sbagliato pensare che non esistano responsabilità connesse alle parole postate
sul web.
Uno
sfogo su internet può costare molto caro.
COSA È
L’HATE SPEECH?
Lo
hate speech – in italiano “discorsi d’odio” – consiste in una specifica forma
di comunicazione che si estrinseca mediante ingiuriose modalità di
manifestazione del pensiero.
Diffuse
e reiterate attraverso Internet, tali forme espressive hanno l’effetto di:
alimentare
i pregiudizi;
diffondere
e consolidare gli stereotipi;
rafforzare
l’ostilità di taluni gruppi di persone nei confronti di altri gruppi con
diverse caratteristiche.
In
genere le vittime sono i gruppi minoritari.
Ma
stiamo assistendo oggi ad un fenomeno di segno inverso.
QUALI
FORME DI TUTELA RICONOSCE L’ORDINAMENTO?
Il
fenomeno dell’hate speech è aumentato negli anni in modo esponenziale.
Sebbene
non esista ancora una norma specifica sul tema, l’hate speech può integrare
diversi reati in Italia.
In
attesa di una normazione specifica, sulla quale sta lavorando l’UE, il fenomeno
dell’hate speech, quando lede la reputazione e l’onore della persona, configura
il reato di diffamazione, punito in Italia dall’art. 595 del Codice Penale con
la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.
Qualora
la diffamazione abbia ad oggetto un fatto determinato, si applica una specifica
aggravante, che porta la pena della reclusione fino a due anni di carcere.
Ma
attenti, se l’offesa è recata con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro
mezzo di pubblicità, come per i siti web o i social, allora, la pena è della
reclusione da 6 mesi a 3 anni.
Più
grave del semplice odio online è il reato di minaccia, punito ex art 612 c.p.
con la multa fino a 1.032 euro.
Se la
minaccia è aggravata la pena è più severa, prevedendo la reclusione fino a un
anno. Questo anche se la minaccia avviene attraverso un qualsiasi canale
digitale.
Comportamenti
opprimenti e continuativi come telefonate, sms, e-mail, commenti sui social
network o lettere possono invece essere ricondotte nel reato di stalking,
punito dalla legge italiana all’art. 612 bis del Codice Penale, con pene dai
sei mesi a cinque anni di reclusione.
Infine,
condotte quali delle semplici molestie sono comunque punite dall’art. 660 del
Codice Penale, con l’arresto fino a sei mesi o con una multa fino a 516 euro.
Conclusioni.
Il
web, pur essendo strumenti di conoscenza e dibattito, può trasformarsi con
estrema facilità in una trappola di pericoli, se non utilizzato
responsabilmente.
Libertà
di manifestazione di pensiero non equivale infatti a libertà di denigrazione,
seppure talvolta il confine tra le due sia sottile.
Bisogna
tenere ben presente che anche la realtà virtuale è una dimensione effettiva e,
in quanto tale, è possibile incorrere in forme di responsabilità penale.
Ciascuna
azione può ingenerare conseguenze giuridiche ed incidere sulla vita personale e
privata delle altre persone.
In che
modo è possibile contribuire al ridimensionamento di questo fenomeno?
È fondamentale educare e sensibilizzare gli
utenti al rispetto, alla dignità, alla diversità ed al dialogo costruttivo
improntato alla cultura dei valori universali.
L’hate
speech si combatte soltanto con la consapevolezza.
(Elena
Stracquadaini).
“LIBERTÀ
DI ESPRESSIONE
NELLA
VERITÀ E NELLA CARITÀ.”
Chiesadinapoli.it
– (9 -03 -2025) – Don Mimmo Battaglia – ci dice:
Comunicato
di Don Mimmo Battaglia a margine della Giornata Internazionale della Donna.
“In
questi giorni, un’immagine utilizzata in una manifestazione pubblica
celebrativa della Giornata Internazionale della Donna, ha suscitato turbamento
in molti.
La
rappresentazione della Vergine Maria alla quale è stato sostituito il cuore con
una pillola abortiva è stata infatti percepita da tanti come un’offesa alla
fede e ai valori più profondi che animano la vita di milioni di persone.
Viviamo
in una società democratica, in cui la libertà di espressione è un diritto
fondamentale e inviolabile.
È
giusto e doveroso che ciascuno possa manifestare le proprie idee, anche quando
queste riguardano temi delicati e divisivi.
Tuttavia,
ogni diritto porta con sé anche una responsabilità:
quella di esprimersi senza ledere la
sensibilità degli altri, senza ferire ciò che per molti è sacro, senza
trasformare il dibattito in uno scontro che alimenta soltanto divisione e
risentimento.
Il
tema dell’aborto è complesso e doloroso.
Dinanzi
ad esso, come Chiesa, avvertiamo il dovere di annunciare il Vangelo della Vita
con parole chiare oltre che con gesti concreti di vicinanza a chi è nella
difficoltà:
non
solo accompagnando chi è tentato da questa scelta estrema a contemplare altre
possibilità, aiutandola a salvaguardare la vita, ma anche accogliendo e
prendendoci cura delle ferite che la scelta dell’aborto lascia in tantissime
donne, anche dopo lunghi anni.
Riteniamo
anche una missione fondamentale dialogare con coloro che la pensano
diversamente da noi, ma nella consapevolezza che la libertà di espressione non
può mai diventare un pretesto per il dileggio o per il disprezzo della fede e
dei valori altrui.
La
strada non può essere mai quella della provocazione, ma del dialogo; non quella
della contrapposizione sterile, ma dell’incontro sincero, nella verità e nella
carità.
A
tutti, credenti e non credenti, rivolgo una disponibilità:
la
Chiesa partenopea è disposta sempre ad incontrare e dialogare con tutti, ma
l’incontro e il dialogo non si nutrono di ferite e contrapposizioni, ma di
ascolto e rispetto.
Solo
così potremo crescere come società, cercando insieme ciò che è vero, giusto e
buono per tutti.“
(† don
Mimmo Battaglia).
Cosa
ha detto Trump all’Onu,
il delirio del presidente Usa
che
attacca le democrazie occidentali.
Msn.com - L’Unità - Storia di Umberto De
Giovannangeli – (25 - 09 – 2025) – ci dice:
Parla
all’Onu per distruggere l’Onu.
E
dalla tribuna del Palazzo di Vetro dichiara guerra alle “istituzioni
globaliste”. Ventitré settembre 2025.
Una
data da cerchiare in rosso.
È il
giorno del “delirio planetario” del capo dell’iperpotenza mondiale.
Doveva
essere il tycoon’s show.
Ma la
realtà ha superato ogni più tragicomica aspettativa.
Donald
Trump “occupa” il Palazzo di Vetro.
Con un
discorso devastante e autocelebrativo all’ennesima potenza.
“In
sette mesi ho messo fine a sette guerre che dicevano essere non terminabili.
Non è avvenuto prima, sono molto onorato di averlo fatto”, proclama The Donald
parlando all’Assemblea Generale Onu.
«Nessun presidente o primo ministro e, per
quel che conta, nessun Paese, si è neanche avvicinato a qualcosa di simile».
Il
tycoon si è lamentato però che “non ho mai avuto una chiamata dalle Nazioni
Unite”, e “nessuno mi ha ringraziato” per questo, ma “l’unica cosa che ho
ottenuto è una scala mobile che si è fermata a metà e un teleprompter che non
funziona”, riferendosi ai problemi tecnici che hanno caratterizzato il suo
discorso presso la sede dell’Onu, “Le parole vuote non risolvono le guerre”, ha
continuato.
E vai
con l’autocelebrazione in mondovisione:
“Ho
lasciato un’era di calma e stabilità” al termine del primo mandato, che ha poi
lasciato spazio a una delle “grandi crisi dei nostri tempi”, con una “serie di
disastri”.
Ma
ora, in soli otto mesi, “siamo nell’età dell’oro dell’America”.
E
l’Onu?
Un
ente inutile, anzi di più. Una istituzione deleteria, dannosa.
“L’Onu
non esprime al massimo il suo potenziale, che cosa fa?
Non fa
che parlare con parole vuote e scrivere lettere forti” sentenzia Trump durante
il suo intervento.
Non
basta.
Le
Nazioni Unite sono il regno delle peggiori nefandezze mondiali.
“La
questione politica numero uno del nostro tempo è la crisi delle migrazioni
incontrollate” e l’Onu incoraggia l’ “invasione” di alcuni Paesi attraverso
l’immigrazione illegale, proclama Trump.
“I
vostri Paesi andranno all’inferno”:
è il
monito iettatorio lanciato da Trump che ha criticato i leader europei per la
gestione dell’immigrazione, esortandoli ad imparare dal suo lavoro in America:
“Abbiamo intrapreso azioni coraggiose per bloccare rapidamente l’immigrazione
incontrollata.
Una
volta abbiamo iniziato a trattenere e deportare chiunque attraversasse il
confine e a espellere gli immigrati clandestini dagli Stati Uniti, hanno
semplicemente smesso di arrivare”.
Trump
ha definito il tasso complessivo di immigrazione in tutta Europa parte del
“programma migratorio globalista”.
“È ora di porre fine al fallito esperimento
delle frontiere aperte.
Dovete
porvi fine ora”, ha detto.
“I vostri Paesi andranno all’inferno”, ha
chiosato.
Il
capo della Casa Bianca ce ne ha per tutti e su tutto.
Nel
suo intervento Trump ha attaccato i Paesi Nato e gli alleati europei,
accusandoli di «finanziare la guerra contro loro stessi».
Il
riferimento è al conflitto tra Russia e Ucraina e al fatto che alcuni Paesi
continuano a comprare petrolio dalla Russia, finanziando di fatto la guerra.
“Se la
Russia non farà un accordo, siamo pronti a imporre dazi.
Per
essere efficaci, però, devono essere imposti anche dall’Europa. […]
L’Europa
deve cessare immediatamente di acquistare l’energia russa”.
E
visto che c’è, prende di petto pure Cina e India, a suo dire i “principali
finanziatori” della guerra russa in Ucraina.
Quanto
poi al riconoscimento dello Stato palestinese, Trump taglia corto e fa felice
il suo amico e sodale, “eroe di guerra” e “brav’uomo”:
lo sterminatore dei palestinesi, il premier
israeliano Benjamin Netanyahu.
“Il
riconoscimento per la Palestina è una ricompensa per Hamas e i suoi terribili
attacchi”.
E la
guerra dei dazi?
“I
dazi sono un meccanismo di difesa durante l’amministrazione Trump.
Vogliamo
assicurare che il sistema funzioni per difendere la nostra sovranità e contro
le nazioni che si sono approfittate della precedente amministrazione Usa e di
‘sleepy Joe Biden”, dice il tycoon, passando dallo scherno alle mazzate
dialettiche.
Il “grande picconatore” è inarrestabile.
ùLe
fonti rinnovabili non funzionano, gli impianti «marciscono e arrugginiscono», è
energia che «ci fa perdere denaro»., sentenzia.
«Molte
di queste attrezzature vengono costruite in Cina, ma loro non le usano, le
esportano soltanto.
Loro usano il gas», ha aggiunto.
La
Germania, maggior utilizzatore di rinnovabili in Europa, «è sull’orlo del
precipizio», ha aggiunto.
«Ora sono tornati al nucleare, che è una cosa
buona», ha poi osservato.
«Green
vuol dire bancarotta.
Il
climate change è la più grande truffa», ha concluso.
Un
intervento-fiume, il suo.
Il
presidente Usa ha parlato per quasi un’ora, superando di almeno tre volte il
limite di tempo imposto ai leader per i loro discorsi.
“Il
nostro mondo sta diventando sempre più multipolare.
Questo
può essere positivo, perché riflette un panorama globale più diversificato e
dinamico.
Ma la
multipolarità senza istituzioni multilaterali efficaci provoca il caos, come
l’Europa ha imparato a sue spese, dando origine alla Prima Guerra Mondiale”,
aveva detto il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres aprendo i lavori
dell’80esima Assemblea Generale Onu.
“Siamo
entrati in un’epoca di sconvolgimenti sconsiderati e di incessante sofferenza
umana.
I principi delle Nazioni Unite che avete
istituito sono sotto assedio, i pilastri della pace e del progresso stanno
cedendo sotto il peso dell’impunità, della disuguaglianza e dell’indifferenza”.
“Nazioni sovrane invase, la fame trasformata
in arma, la verità messa a tacere – ha aggiunto – Ognuno di essi è un
avvertimento”.
In
un’ora Trump ha demolito ogni virgola dell’intervento di Guterres.
Il
“becchino” delle Nazioni Unite ha compiuto il suo lavoro.
Una
Cattiva Giornata
nella
Mente di Dio.
Conoscenzealconfine.it
– (24 Settembre 2025) - Vincenzo Costa – ci dice:
Penso
che nella realtà la diade destra/sinistra non esprima niente.
Ma è
reale perché vedo che amici cari, dotati di pensiero e con un orizzonte ampio,
restano attaccati a questa diade come la cozza allo scoglio.
E
questa è per il potere reale la garanzia che niente mai cambierà, che
l’alternativa è impossibile.
Così,
i sinistri, in questo delirio settario, arrivano alla menzogna pura, per
esempio su Kirk, dicendo che uno di destra ha ucciso uno di destra.
Il
guaio è che ci credono davvero.
Il
delirio è così, si autoalimenta.
La setta vuole sentire questo, tu glielo dici,
gioia, emerge il noi:
ma il
noi del delirio.
Oppure
il loro unico scopo è cacciare la “destra becera”.
Come se vent’anni di contrazione salariale e
smantellamento dello stato sociale li avesse fatti la destra becera.
Dimenticano
che tutte le volte che la sinistra è all’opposizione diventa bolscevica, e che
una volta al governo fa esattamente ciò che voleva fare la destra, solo senza
scontro sociale.
Con
sindacati mansueti come pecore.
Basta
studiare gli ultimi 30 anni.
Tutte
le riforme di smantellamento dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori,
del diritto allo studio, alla salute le hanno fatti governi di sinistra.
Le hanno fatte gli stessi che ancora oggi sono
classe dirigente di quei partiti, quelli che urlano contro le politiche contro
i lavoratori.
I
sinistri non possono farsi la domanda più semplice: ma se erano provvedimenti
decisivi, perché non li hanno messi in cantiere quando erano al governo?
Ma per
il sinistro questo non conta: conta solo mandare a casa la destra becera.
Invece il governo Letta era la sinistra socialista, il 110% era tutto a favore
dei lavoratori.
Ma i
destri, i destri, Dio mio, salvaci.
Questi
ancora con lo spauracchio dei comunisti, il mito della X MAS.
Destra
e sinistra non sono categorie utili.
Si possono lasciare a Revelli, che ha scritto
sulla Stampa una cosa vergognosa che mette in pericolo la libertà tanto quanto
il discorsetto feroce che ha fatto ieri Salvini, minacciando di rendere
impossibile il semplice manifestare.
C’è un
totalitarismo manifesto che attraversa la politica, la destra lo estende su un
versante e la sinistra sull’altro, così da fare un totalitarismo sistemico.
Gli
spazi di libertà minimi sono minacciati, quello di manifestare e quello di
insegnare, la libertà di espressione e di azione.
Destra
e sinistra sono simulacri, ma i simulacri sono reali, ci fanno vivere in un
mondo di simulazioni. E in questo mondo non c’è speranza.
Kafka
diceva che c’è speranza, infinita speranza, ma non per noi.
Noi
siamo solo una cattiva giornata nella mente di Dio.
(Vincenzo
Costa).
(ariannaeditrice.it/articoli/una-cattiva-giornata-nella-mente-di-dio).
Dieci
giorni dopo l'assassinio di Charlie Kirk,
un
nuovo ordine mondiale sta per nascere.
Unz.com - Andrew Anglin – (19 settembre 2025)
-
Quando
Charlie Kirk è morto mercoledì scorso, ho visto persone che avevano un crollo
completo, e ho sentito che era il mio compito essere la voce della ragione.
All'epoca la cosa sembrava grossolana, perché le persone erano davvero piene di
emozioni.
Se tu fossi uno di quelli emotivi, e torni
indietro ora e leggi quegli articoli oggi, sono certo che avrai un'opinione
diversa di quello che stavo facendo lì.
Sì,
era grossolano, ma la grossolanità era una risposta all'emotività che vedevo
ovunque guardassi.
Quello che stavo cercando di fare, sperando di
fare senza troppe speranze che avrebbe funzionato, è mettere a terra le persone
sottolineando che questo potrebbe essere emotivo per voi, ma tutto ciò
significa che il governo userà questo per spingere un'agenda su di voi.
Ecco
un po' di quello che ho scritto il giorno dopo la morte di Charlie (potete
saltare questo, odio citare me stesso, ma ho bisogno di chiarire questo punto).
Quello
che ho visto, tuttavia, è che le persone stanno avendo una reazione emotiva
molto, molto seria all'assassinio di Charlie Kirk.
Ad
esempio, ho letto Twitter, e le persone stanno avendo crolli emotivi,
impazziscono, chiedono una sorta di Super Patriot Act.
…
In
questo momento, l'amministrazione Trump sta costruendo questo esercito interno
sotto forma di” ICE” e, peggio ancora, sta facendo questi accordi con “Palantir”.
C'erano
vari account sui social media che chiedevano che “Palantir2 fosse
"scatenata" contro gli immigrati clandestini.
Ora si
chiede che l'intero potere del governo federale, comprese le nostre forze
dell'ordine militarizzate e Palantir, sia "scatenato" contro "la
sinistra".
Come
ha funzionato quando tutta la forza dello Stato è stata scatenata contro il
"terrorismo internazionale"?
Ha
funzionato bene per te?
Ha
funzionato bene per il paese?
…
A
tutti voi che avete questa reazione emotiva:
lo
ammetto, non capisco cosa state passando. Sembra essere molto difficile.
Non lo
capisco né lo rispetto, ma posso accettare che sia quello che è.
Ma per
favore. Rilassarsi.
E pensa a cosa stai chiedendo.
Guardate
questo massiccio movimento di tutti questi account sui social media che
chiedono che il governo federale si scateni contro il pubblico.
Sembra
forse un po' artificiale?
Voglio
dire, anche se lo sentite, siete in grado di vedere come forse sta succedendo
qualcosa di un po' nefasto?
Possiamo
pensare forse solo un passo avanti qui, e considerare forse quali conseguenze
di dare alle agenzie di intelligence, alle forze dell'ordine paramilitari e
agli appaltatori militari privati la capacità di "dare la caccia ai
terroristi interni" potrebbe rivelarsi forse non così buone?
Forse
potrebbe essere la cosa peggiore che posso immaginare?
…
Comunque.
Vabbè.
Spero che vi piaccia la vostra esperienza con
queste forze oscure che state invocando.
E dopotutto, chi lo sa?
Forse
il governo federale degli Stati Uniti è quello dei buoni questa volta e vi
aiuterà davvero a fermare i trans o l'islamofascismo o qualsiasi altra cosa?
Potrebbe essere. Potrebbe essere.
Screen
shot di questa immagino in modo che tu possa tornare e prendermi in giro dopo
aver ceduto nuovi enormi poteri al governo si traduce in un grande risultato,
in cui le tue stupide emozioni di donna sono soddisfatte dopo che Israele e
Peter Thiel ti hanno costruito un'utopia in cui nessuno viene mai più colpito
con una pistola.
E poi:
La
narrazione della destra è incoraggiante, con Trump nel suo video che rende
omaggio a Kirk che sfrutta l'opportunità per chiedere una sorta di repressione
non specificata, che possiamo solo supporre significative restrizioni ancora
più eclatanti sulla libertà di parola e più poliziotti militari e militarizzati
ovunque. C'è un'enorme campagna per fare esattamente la stessa cosa che la
sinistra ha fatto a destra quando ha affermato che "la parola causa
violenza", e quindi "la parola è violenza", e quindi la libertà
di parola non dovrebbe esistere.
Poi,
naturalmente, come avevo detto, martedì, “Pam Bondi”, il perplesso Procuratore
Generale, se n'è uscito con un annuncio che ora abbiamo nuove leggi
sull'incitamento all'odio in America, che lei applicherà contro chiunque
dica... qualunque cosa stiano dicendo.
Questo
è pazzesco, e davvero molto più estremo del destino totale che mi aspettavo.
"L'incitamento
all'odio non è libertà di parola" è una frase coniata dall'ADL che circola
a sinistra da decenni ed è stata considerata un anatema per i conservatori.
I conservatori tendono a credere nella libertà
di parola, e tendino anche ad essere consapevoli del fatto che, secondo la
Corte Suprema, in più frasi, non esiste un concetto di "incitamento
all'odio" negli Stati Uniti.
Ma
lei, o meglio le persone che le dicono cosa dire, a quanto pare credevano che
il video dell'assassinio di Charlie Kirk fosse abbastanza angosciante dal punto
di vista emotivo che il governo può ora distribuirlo.
Con il
passare della giornata, ha in parte fatto marcia indietro, dicendo che intende
solo "incitamento all'odio" come minacce violente.
Le
minacce violente, se sono imminenti e perseguibili, sono già illegali e nessuno
le ha mai chiamate "incitamento all'odio".
Ha
anche detto che le persone che celebrano la morte di Charlie erano
"incitamento all'odio" che ha classificato come illegali – nel
chiarimento!
Ancora
una volta, questo è ben oltre ciò che avevo previsto. Ma eccolo qui!
Giusto
per essere chiari, Bondi non è un tipo di capobanda qui.
Solo guardandola, puoi vedere che questa è una
persona che farebbe fatica a essere la manager di un Walmart, e probabilmente
sarebbe fuori dalla sua portata come capoturno in una stazione di servizio.
Non ha
idea di cosa significa tutto questo, e tutto proviene da persone dietro le
quinte.
Ma
ecco il punto: anche The Big Guy è a bordo. In un'intervista in cui gli è stato
chiesto del lancio da parte di Bondi di nuove leggi sull'incitamento all'odio,
Trump ha dato una tacita approvazione, dicendo che Charlie, che era ovviamente
contrario alle leggi sull'incitamento all'odio, avrebbe sostenuto queste leggi
ora che è morto.
L'apparente
implicazione è che se ci fossero stati leggi sull'incitamento all'odio in
America, si sarebbe evitato l'assassinio di Charlie, il che ovviamente non ha
senso.
L'altro
commento di Trump finora sulla questione è stato una sorta di scherzo su come i
media dovrebbero essere accusati di incitamento all'odio.
Non è
molto divertente, soprattutto alla luce dell'altra clip, in cui sembra
approvarlo.
Dovrebbe
essere davvero facile dire semplicemente "no, non lo stiamo facendo, è
stata citata male" o qualsiasi altra cosa.
Quindi questa è la direzione in cui stanno
andando le cose, ai livelli più alti.
Trump
ha già stabilito un precedente in cui è in grado di inventare leggi dal nulla e
nessuno può fermarlo, quindi sembra probabile che cercherà di far rispettare
una sorta di codice di incitamento all'odio. È certamente ciò che vogliono i
suoi gestori in Israele.
Non ha
senso come la morte di Charlie sia stata collegata a precedenti nozioni di
incitamento all'odio, dato che tutti quelli erano legati a un gruppo protetto.
"Incitamento all'odio", il termine
che Bondi e Trump stanno usando, è un termine consolidato che significa
"critica di una persona in base alla sua razza, religione o orientamento
sessuale".
Diversi
paesi in Europa hanno leggi che utilizzano questo termine, come definito. Se
Trump e Bondi vogliono inventare una nuova forma di discorso illegale, che ha a
che fare con il criticare le persone per le loro posizioni politiche (che
sarebbe l'unica cosa che si ricollegherebbe alla morte di Charlie), perché non
inventare un nuovo termine per il loro programma di censura?
E come
si fa a rendere illegale criticare le convinzioni politiche di qualcuno? Non ha
nemmeno senso. Sarebbe tipo, più o meno il 100% del discorso politico. È difficile immaginare un commento
politico in America che non sia in qualche modo una critica all'altra parte.
Quindi,
penso che quello che ovviamente si ha qui è una situazione in cui la lobby
israeliana vuole far passare le leggi sull'"incitamento all'odio" che
tutti conosciamo, quelle che rendono illegale criticare gli ebrei e Israele
(così come i neri, i trans e gli immigrati), mentre sostengono che è in qualche
modo legato a Charlie Kirk.
Se li
confrontiamo con il potere del governo, i trans su TikTok non sono davvero una
grande minaccia per nessuno.
Non so
quanti trans o "estremisti di sinistra" ci siano in realtà. Non credo
che ce ne siano molti.
Penso
che sia possibile che possano fare un assassinio, come nel caso di Charlie Kirk
(anche se sto arrivando alla teoria che siano stati gli ebrei a farlo).
Possono ribellarsi e rompere alcune vetrine
dei negozi. Ma non sono una massiccia minaccia militare.
Soprattutto,
non presentano nulla che si avvicini alla minaccia che il governo degli Stati
Uniti, che è controllato da Israele e dalla Silicon Valley, rappresenta per il
popolo americano.
I trans radicali rappresentano meno dell'1%
della minaccia rappresentata dal governo.
I
trans rappresentano meno dell'1% dell'1% della minaccia rappresentata dai neri,
francamente.
Questo
non è davvero un grosso problema. È stato un grosso problema da parte dei
media, ma l'idea che tu debba implorare il governo di prendere i tuoi diritti
per proteggerti dai trans è una follia assoluta.
Pertanto,
come osservatore imparziale, l'idea di chiedere al governo di toglierti i
diritti per proteggerti dai trans mi sembra completamente folle.
Non
riesco a capire come qualcuno di buona coscienza possa pensare che sia una
buona idea, motivo per cui posso solo presumere che le persone che lo chiedono
siano cattivi attori.
Piena
rivelazione:
lo streamer Nick Fuentes” ha trascorso i primi
anni della sua carriera più o meno copiando tutto da me direttamente.
Il che
va bene, l'ho sostenuto. L'ho sostenuto.
Poi si
è fidanzato con “Richard Spencer”, che credo sia un informatore dell'FBI e un
topo generico, e poi si è messo con l'informatore confermato dell'”FBI Charles
Johnson” (Johnson si vantava di essere un informatore dell'FBI, puoi cercare
tutto questo nel tuo tempo libero, molti dei dettagli sordidi sono venuti fuori
nel tribunale di recente).
Ho sempre avuto una linea rossa, dicendo che
non sosterrò nessuno che sia coinvolto con l'FBI.
Le
ragioni di ciò dovrebbero essere ovvie. Ma in risposta, tutto ciò che ho fatto
è stato postare sul mio forum di chat semi-privato che non l'avrei più
supportato, perché non sostengo le persone coinvolte con i federali.
Ha iniziato ad attaccarmi nel suo show e ha
insinuato di avere materiale di ricatto su di me, il che era assolutamente
bizzarro.
Gli ho
chiesto di rivelarlo (non esiste, ma anche se esistesse, non sono stato
ricattato, fratello), sul forum semi-segreto che stava leggendo per vedere i
miei commenti su di lui.
Invece
di rilasciare il materiale, ha continuato a dire cose cattive su di me, ha
continuato a fare riferimento a materiale di ricatto senza riconoscere che ho
detto di pubblicarlo tutto, nonostante il fatto che non abbia mai attaccato su
di lui sul “Daily Stormer” e praticamente nessuno ha visto le mie critiche su
di lui su questo oscuro forum web.
Non ho postato su di lui qui perché, nella mia
esperienza, a nessuno importa davvero se qualcuno è un informatore dell'FBI, e
rivelarlo non servire a nulla.
Non ho
idea del perché le persone non siano più preoccupate per questo, ma ho visto
più e più volte che a loro non importa.
Volevo
solo esporlo per motivi di apertura.
Piena
divulgazione e tutto il resto. Non si riferisce a nulla di ciò che sto per dire
qui. Beh, il fatto che sia associato ai federali potrebbe essere correlato.
Ma sta
a te decidere, caro lettore.
È
diventato una sorta di fulcro della situazione dell'assassinio di Charlie Kirk,
e sembra essere l'erede apparente al trono del "giovane influencer"
di Charlie Kirk. È stato promosso da tutti gli influencer mainstream e ha
guadagnato centinaia di migliaia di follower dopo l'evento.
Quando
dicevo alla gente che tutto questo spettacolo intorno alla morte di Kirk era
una “psy-op del governo”, ho anche sottolineato il fatto che “Fuentes”, che si
suppone sia "di estrema destra", si lamentava aggressivamente e
chiedeva un'azione aggressiva del governo per mettere a tacere i trans o
qualsiasi altra cosa.
Chiedeva
apertamente una qualche forma di legge sull'"incitamento all'odio",
chiedendo che le persone fossero punite per il loro discorso.
Ecco
il primo tweet preoccupante:
È
ovviamente impossibile per il governo garantire che una persona a caso non
uccida mai più un'altra persona a caso.
Questo
è un commento folle. Sciocchezze completate. Ma l'implicazione è ovviamente una
sorta di “Ultra Patriot Act”.
È lo
stesso linguaggio usato sulla scia dell'11 settembre.
Allora
questo:
Penseresti
che qualcuno lo vedrebbe e penserebbe "wow, ehi, rallenta lì. Cosa?"
Che
cosa comporterebbe esattamente "schiacciare il terrorismo di
sinistra"? Quali sono le cose potenziali che questo potrebbe implicare?
È una
lista piuttosto breve, e tutto ciò che c'è nella lista implica dare al governo
nuovi ed ampi poteri, sia per spiare le persone che per punire le persone per
cose che non hanno ancora fatto.
E poi:
A
questo punto, chiunque non sia in uno stato di completo squilibrio sta dicendo
"ehi, wow, ehi, aspetta lì amico – hai appena detto che vuoi arrestare le
persone che hanno celebrato la morte di Charlie Kirk?
Perché
non capisco nemmeno cosa significa".
Dopo
aver letto i suoi post e ascoltato alcuni dei suoi spettacoli, è chiaro che
significa esattamente quello che dice di significare:
sta chiedendo l'arresto delle persone che
hanno celebrato la morte di Charlie Kirk. Non abbiamo mai sentito nulla di
simile prima d'ora.
Nel
2017 sono stato completamente chiuso per aver scherzato – probabilmente,
celebrato – la morte di una donna grassa al raduno di Charlottesville.
Milioni
di persone risero di questo.
E poi sono stato completamente rimosso da
tutto per sempre. Ma non ricordo nemmeno la trans più pazza che mi abbia
chiesto di farmi arrestare.
Si tratta di qualcosa di totalmente nuovo che
non abbiamo mai sentito da un "influencer" che ora ha 900.000
follower su Twitter.
È l'appello più estremo alla tirannia del
governo che abbia mai visto.
Ma poi
guardate il prossimo tweet di questo individuo sospetto, in risposta al tweet
di Pam Bondi di cui sopra.
Come
mai non è letteralmente esattamente quello che stavi chiedendo?
Cosa
significava quando dicevi che le persone "devono essere ritenute
responsabili" per aver applaudito la morte di Charlie?
Al momento non è assolutamente illegale farlo,
quindi lei chiedeva una nuova forma di restrizione alla libertà di parola.
Ma
cosa, non volevi che si chiamasse "incitamento all'odio"?
Naturalmente,
in realtà non significa nulla perché nessuna di queste parole senza senso
significa nulla, quindi suppongo che sia meglio non pensarci troppo.
Ma
qui, seguendo la linea temporale, poi twitta @FBI (!) chiedendogli di arrestare
“Jackson Hinkle” per discorso legale! (O, almeno, per i discorsi che legali
prima della morte di Charlie Kirk. Non sappiamo davvero quale discorso sia
legale ora.)
Qui sta
minacciando Jackson in prigione.
Questo
è il livello “boccino 9000”.
Alla
gente piacciono le spie?
Pensano di essere alla moda e spigolosi?
Anche quando sono tutti gonfi in quel modo?
Voglio
dire, se ci fosse una spia davvero sexy, chissà, ma una spia con quella faccia
bulbosa, che sembra stia per scoppiare?
"Sono
davvero alla moda, fratello, sono davvero tagliente e ironico e cose del
genere. Sono anche una spia dell'FBI. Faccio pezzi comici davvero
divertenti".
Non
avrei mai nemmeno immaginato che qualcuno potesse diventare una spia pubblica
ed essere celebrato per questo. (Si prega di leggere le mie premesse relative alla
realtà falsa che prevale sulla realtà classica per avere un'idea di come ciò
sia possibile.)
Ha
continuato chiarendo che è contro la libertà di parola e vuole che il governo,
che tra l'altro, per quanto ne so, sostenendo ancora essere controllato da
Israele e dalla Silicon Valley, reprima la parola.
La
sinistra, per quel che vale, non ha mai fatto una grande spinta per rendere
illegale la parola.
Non
nel modo in cui stanno facendo Trump, Bondi e Fuentes.
Questo
è molto al di là di qualsiasi cosa abbia fatto la sinistra.
Hanno
solo cercato di far bandire le persone da tutto e, in alcuni casi, le hanno
citate in giudizio.
È
stato molto brutto, ma questa spinta ad arrestare le persone, queste nuove
leggi sull'"incitamento all'odio", i nuovi influencer che taggano
l'FBI per arrestare le persone per discorsi legali, tutto questo è nuovo.
Questo
dovrebbe essere compreso.
Tutto
questo è folle.
Ma si
tratta di un comportamento di base del tipo “sellout”. Alla gente non importava
che fosse un federale.
Ma un
tutto esaurito? Una spia?
È
qualcosa che la gente tollererà?
Penseranno
di essere alla moda e cool per averlo sostenuto?
Suppongo
che i normaies lo faranno. Questo è l'obiettivo qui.
Ora è
stato preparato come il nuovo Charlie Kirk.
Ha un
passato tagliente, in cui copiava la mia, e questo gli dà una sorta di
credibilità da strada, ma ora è il tipo che "dà al governo il potere di
arrestare le persone per la parola".
E qui
arriviamo alla vera carne:
Non si
tratta di Israele! Non si tratta della Silicon Valley! No, no! Dai un'occhiata
qui: i trans sono la minaccia!
È qui
che tutto sta andando. Il governo, che è gestito da Israele e dalla Silicon
Valley, non è la vera minaccia.
La
vera minaccia sono i trans.
E se
dobbiamo rinunciare a tutti i nostri diritti a un governo controllato da
Israele e dalla Silicon Valley per proteggerci dai trans, allora così sia!
È un piccolo prezzo da pagare per fermare
questa minaccia trans!
Ed è
qui che prendiamo il treno imbroglione diretto a” Kook Town”: questo gonfio
individuo casalingo sta promuovendo cospirazioni di bot russi.
Whoaa!
Ehiy!
Il
Russiagate è tornato, baby, e questa volta è l'uomo tagliente dell'ironia di
estrema destra a fare le indagini!
Questo
è uno degli "yikes" più hardcore che abbia mai incontrato ai miei
tempi.
Eccolo
nel video che afferma che chiunque ha messo in discussione la versione
ufficiale è un RUSSO!
Francamente,
ho pensato che la storia avesse senso come una semplice trans.
Ma
fino a che punto questo viene sfruttato dal governo e da imbonitori come
Fuentes mi fa pensare.
Mi
stanno portando dalla parte del "è stato Israele".
Sono
stato particolarmente commosso dagli annunci quotidiani di Bibi che non l'ha
fatto.
Lo fa
ogni giorno. Immaginare. Il suo assistente gli dice "signore, è ora di
registrare il suo video quotidiano dicendo che non ha ordinato l'assassinio di
Charlie Kirk".
Seriamente,
indipendentemente dal fatto che si creda o meno alla versione ufficiale, i
trans non sono una minaccia enorme e la Russia non ha nulla a che fare con
nulla.
La
Russia, come l'"incitamento all'odio", è un punto di discussione
democratico che queste persone apparentemente pensano abbia funzionato per
l'altra parte, quindi potrebbero anche prendere la palla al balzo e correre con
essa.
E
questo personaggio di “Fuentes” non è solo una “Casabella” a caso con cui ho a
che fare con perché lavora con i federali e ha fatto una strana minaccia di
ricatto contro di me.
Volevo
togliermi di mezzo all'inizio, rivelare un potenziale conflitto di interessi
nella copertura, ma prometto che direi la stessa cosa se non avessi mai avuto
nulla a che fare con lui. Basta guardarlo. È ovunque.
Tutti
i principali account lo stanno elogiando.
Fondamentalmente
stai assistendo a un'incoronazione.
Ora è
in tutti i grandi spettacoli, è difeso da Matt Walsh e da tutti i suoi presunti
nemici.
Ha appena avuto una grande apparizione con
Russell Brand.
Sta diventando mainstream, e sta dicendo le cose
necessarie per diventare mainstream: "non preoccupatevi di Israele e
Palantir, la vera minaccia è l'ideologia trans!" e "La Russia è
dietro tutta questa roba anti-israeliana!"
Ecco “Ian
Miles Cheong” che lo difende.
Questa
è francamente la fine dell'argomento.
Onestamente, avrei potuto iniziare con quello,
e avrebbe spiegato l'intera faccenda.
Non
c'è niente di più schiacciante che essere difesi da quel tizio.
Tutto
questo è completamente messo in scena. StatE assistendo alla nascita del nuovo
imbroglione. Ecco perché si è messo a piangere per Charlie. È pronto a
raccogliere tutti i fan di Charlie.
È bravo con i giovani, sai.
Dai
un'occhiata al suo bizzarro senso dell'umorismo.
Non ho
clip specifiche a portata di mano, ma basta guardare uno dei suoi stream di
quattro ore, e vedrete demenzialmente come non avete mai pensato umanamente
plausibile.
A
proposito di lacrime agli occhi, “Sam Hyde”, un'altra figura di "estrema
destra", una delle poche rimaste davvero, ha pianto in video e ha chiesto una
sorta di “Ultra Double Patriot Act” per fermare i trans.
Mi
piace Sam Hyde, amo anche Sam Hyde.
Questa
è una delle trippe più imbarazzanti che abbia mai visto in vita mia.
Questo
non è il look per il tuo marchio, fratello.
Non
vuoi piangere in video, in primo luogo. Nessuno vuole farlo.
Ad esempio, letteralmente nessuno, a parte
forse le donne che stanno cercando di far arrestare il loro ragazzo per DV,
vuole piangere in video su Internet.
E
abbiamo questa idea, di nuovo, che i trans siano la vera minaccia e che il
governo – ancora una volta, lo stesso governo che è interamente controllato da
Israele e dalla Silicon Valley – ci salverà dalla minaccia dei trans. Che cos'è
questo? Quante persone hanno mai incontrato una trans?
Puoi
mostrare questi video di persone che celebrano la morte di Charlie su TikTok,
ma penso che l'80% delle persone che lo stavano festeggiando lo abbia
pubblicato sui social media.
Non
credo che ci sia alcun tipo di minaccia trans massiccia.
La
gente è semplicemente portata a crederlo perché i trans sono disgustosi e i
media ne hanno parlato per un decennio.
Nessuno ha effettivamente fatto un calcolo di
quante di queste persone ci sono, ma nessuno che conosco ne ha mai incontrato
uno.
Sam
dice che se a Trump non piace, manda l'esercito ad arrestare tutti contro
Charlie Kirk nelle prossime due settimane – continua a dire questa scadenza di
due settimane – allora il mondo finirà o moriranno tutti o qualcosa del genere.
È pazzesco. È quasi come una parodia.
Continuavo
a voler credere che fosse una commedia sopra le righe.
Ricordate
quando Reagan fu ucciso da un ragazzo innamorato di Jodie Foster? Riuscite a
immaginare se ci fossero richieste di dare al governo nuovi enormi poteri di
spionaggio, censura e polizia per reprimere le persone innamorate di Jodie
Foster?
Onestamente,
sembra ridicolo, ma probabilmente c'erano più persone innamorate di Jodie
Foster allora, dato che ci sono trans radicali ora.
Voglio
dire, stava benissimo in Taxi Driver.
Aspetta,
aspetta. Il mio produttore mi ha appena informato che Jodie aveva solo 12 anni
in Taxi Driver, e mi ha detto che avrei dovuto ritrattare quella dichiarazione.
Ma continueremo
a muoverci.
Con
Sam, non voglio attaccarlo.
Tutti
cagano in letto di tanto in tanto. Ho.
Non così, mai, e nemmeno qualcosa di simile
(riuscite a immaginarmi a piangere davanti alla telecamera?).
Ma
sai, a volte sbagli, immagino.
Le
persone dicono anche che ha smesso di fare steroidi di recente e questo può
sicuramente farti emozionare.
Quindi,
va bene. Non lo sto mettendo nella stessa categoria di “Fuentes”.
Ma
cosa stiamo succedendo qui?
Si
tratta, nella migliore delle ipotesi, di un'isteria di massa come il
coronavirus sfruttata dagli stessi cattivi attori.
Tucker
Carlson come voce della ragione.
Forse
anche Tucker Carlson è una specie di agente segreto, non lo so. Non ne ho idea.
Ma posso dire che la sua risposta è stata misurata e ragionevole.
A
differenza di Fuentes e di molti altri inquietanti, ha detto che non possiamo
tollerare alcuna forma di restrizione alla parola a seguito di questo evento, e
fondamentalmente ha detto che la gente dovrebbe sollevarsi se Trump cerca di
far passare questa cosa.
(Nota: chiunque voglia fermare queste
leggi sulla libertà di parola dovrà passare attraverso “Fuentes”, anche se in
qualche modo non credo che sarà un grosso problema.)
L'intero
spettacolo di Tucker su Charlie è stato toccante (lo ha detto legittimamente) e mi ha
aiutato a capirlo meglio e a simpatizzare con lui.
Un
prete ortodosso gli ha detto che è nostra convinzione che i morti debbano
essere lasciati riposare per quaranta giorni prima di iniziare a dare qualsiasi
tipo di giudizio su cosa significa la morte.
E la
spiegazione di Tucker del dietro le quinte di Charlie con lui su Israele è
stata convincente.
Fondamentalmente
ha detto che Charlie si stava rivoltando contro Israele, cosa a cui non
credevo, ma ha detto che stava accadendo negli ultimi mesi, e ha avuto molte
conversazioni con lui al riguardo.
Tucker
sta facendo una specie di "Non sto dicendo che Israele lo ha ucciso,
ovviamente, WINK WINK WINK".
È sicuramente su quel treno, ma non lo dirà e
basta, perché non è proprio il suo stile.
Non
sono ancora del tutto convinto che Israele l'abbia fatto, ma vi dirò che la
teoria del tirare da solitario sembra sempre meno probabile man mano che guardo
a quanto aggressivamente questa macchina sta usando questo evento.
Naturalmente, useranno qualsiasi evento, ma
questa è diventata una cosa così grande che sembra qualcosa che non ti aspetti
che accada casualmente.
Penso
che ciò che è molto probabile è che la trans fosse nei canali “Discord” e sia
stata adescata da qualcuno di qualche agenzia di intelligence che gli ha
spiegato come fare tutto questo.
Ancora
una volta, un pistolero solitario è tecnicamente possibile, ma basta guardare
cosa sta succedendo.
E Kirk Mania della repressione.
Chi è
rimasto?
Quale
voce della ragione esiste ora?
Francamente,
pensavo che Sam fosse uno di loro, poi qualche settimana fa ha intervistato
Fuentes, e io ho detto "ugh".
Poi va
a tutto gas “Kook Train a Bonkersville” (per favore porta i tuoi fazzoletti)
con questa cosa di Charlie.
Non
vedo affatto una voce della ragione. Tucker è la cosa più vicina. E di certo ho
espresso le mie lamentele su di lui, che sono tante, alcune delle quali
piuttosto serie.
Penso
che “Theo Von” sia il nostro uomo. Ed è per questo che, attraverso i poteri che
mi sono stati conferiti dall'essere l'unico rimasto membro dell'”alt-right
originale”, con la presente consacro “Theo Von” come leader assoluto della
destra.
Non
posso uscire con quella battuta. Troppo stupido.
Non è
affatto divertente, in realtà.
Anche
se, ad essere onesti, a volte mi sembra che Theo sia l'unica persona su
Internet che non è completamente piena di m.
Ma sai
che è come un amico intimo di RFK Jr. E cosa significa?
Di
cosa stanno parlando?
Di
cosa avrebbero dovuto parlare, se non che RFK inviasse punti di discussione
governativi?
Tim
Dillon sta avendo incontro con "JD Vance" (nome falso, tra l'altro).
Joe
Rogan è circondato da tutte queste persone, incluso lo stesso Thiel.
Il
problema è:
La
gente ama i soldi.
La
gente non vuole andare in prigione o essere uccisa.
"Puoi
avere un mucchio di soldi e non ti metteremo in prigione o ti uccideremo"
è l'ultimo affare.
È
un'offerta che non puoi rifiutare.
A meno
che tu non sia me, immagino. Ma io sono squilibrato. Seriamente.
Sono una delle persone più malate che conosco,
e lo ero anche prima di questo tumore al cervello (che sta diventando molto più grande
tra l'altro, ma sembra totalmente innocuo).
Non
considero il fatto di essere l'unico tra queste centinaia di persone di
Internet che ha effettivamente
conservato la realtà come un segno di integrità, ma piuttosto un sintomo di
malattia mentale.
Perché ve lo dirò, da 15 anni di esperienza:
questo è totalmente inutile.
È
qualcosa da soffrire per uno scopo, c'è un valore in questo.
Soffrire
senza alcuno scopo è semplicemente stupido o folle.
Per me è soprattutto quest'ultimo.
Mi
piace pensare. Essere pazzi è molto più rispettabile che essere stupidi.
Avrei
dovuto avviare un'azienda di giardinaggio.
Comunque
spero che tutto funzioni.
Sono
sicuro che probabilmente va tutto bene.
(Altro in arrivo. Sto solo iniziando a rotolare qui.
Avendo scritto tutto questo proprio ora, mi sono convinto della cospirazione
ebraica per uccidere Charlie Kirk. Questa non è l'acquisizione del pubblico. O forse lo
è, ma sono catturato come un pubblico di me stesso. La mia scrittura mi ha
convinto. Ti informerò su questo e molti altri aspetti importanti di quanto tu
sia veramente.)
«AL POSTO
DELLO SMARTPHONE
GLI OCCHIALI INTELLIGENTI.»
Inchiostronero.it
- Marcello Veneziani – (25-09 -2025) – ci dice:
Dallo
smartphone al naso: cronaca di una mutazione annunciata.
Addio
al tocco, benvenuti nell’era occhiuta degli occhiali intelligenti.
Marcello
Veneziani ci accompagna con la consueta ironia colta e disincantata in un
viaggio nella nuova era tecnologica:
quella in cui non avremo più bisogno di mani,
schermi o tasti.
Saranno
gli occhiali intelligenti, potenziati dall’intelligenza artificiale, a guidare
le nostre vite, i nostri pensieri e le nostre relazioni.
Un
passaggio epocale, o forse solo l’ultima illusione di libertà mascherata da
progresso.
Dal
tabernacolo digitale al filtro sul naso:
il
futuro ci guarda, e noi lo guardiamo passivamente indossandolo.
(Nota redazionale).
Evviva.
Tra breve ci libereremo del nostro padrone, il telefonino.
Tramonterà
con lui l’era digitale, il nostro fare, dire e sapere ridotto all’indice che
pigia su tasti e schermo.
Non
avremo più sempre tra le mani questo piccolo oracolo tuttofare, questo
tabernacolo miracoloso e questa scatola nera in cui è racchiuso tutto ciò che
siamo, inclusa la carta di credito e l’universo di contatti, relazioni,
archivi.
Stiamo entrando nell’era occhiuta.
La
filiera si accorcerà al minimo, il nostro viaggiare nel mondo sarà diretto,
senza più la mediazione della mano, che si atrofizzerà.
Basterà
un paio d’occhiali magici che ci faranno vedere il mondo e il sopramondo,
inclusi i mondi di mezzo, ovvero la realtà e il web, lo scibile umano e le
meraviglie tecnologiche.
E come già succede con gli occhiali per sordi,
oltre a vedere potremo ascoltare, oltre che interloquire e farci vedere da
remoto.
Il CEO
di Meta, Mark Zuckerberg, indossa un paio di occhiali intelligenti “Orion”.
I
messia tecnologici del futuro annunciano che gli “smart glasses” stanno facendo
passi da gigante e stanno velocemente attrezzandosi a compiere il passo
decisivo: tutto
quel che facciamo tramite lo smartphone, lo potremo fare stando con le mani in
mano, ovvero senza neanche avere questa scatoletta tra le mani e quei movimenti
con le dita.
Ci
arriverà come in una visione inforcando un paio di occhiali intelligenti.
L’intelligenza artificiale ci mostrerà il mondo intero minuto per minuto e la
bottega retrostante, e ci sussurrerà direttamente all’orecchio tutto quel che
vogliamo sapere cogliendo direttamente dalla nostra bocca tutto quello che
vogliamo dire.
Se non
credete a me, credete a Mark Zuckenberg, il famoso Ceo di Meta, il quale
prevede che gli occhiali dotati di intelligenza artificiale diventeranno il
nostro principale strumento di comunicazione e interazione.
Si
chiamerà ancora digitale, ma il dito è praticamente scomparso, o se preferite è
un dito nell’occhio, assorbito cioè dalle lenti intelligenti, tutto fare.
Si
associano giganti industriali e del web in sodalizio a rendere gli occhiali la
nostra vera porta universale o se preferite la nostra chiave universale per
aprire ogni porta.
“Essilor
Luxottica” e “Oakley Meta” hanno stretto un patto per produrre questo miracolo
e mettercelo lì, sul naso, davanti ai nostri occhi.
E il primo parto di quell’accoppiamento sono
stati i “Rayban Meta”, e poi gli occhiali sperimentali “Aria Gen. 2”, ma sono
solo i precursori di un cammino vertiginoso verso gli occhiali onni facenti,
onni pensanti, onnivedenti.
Si
stanno muovendo altri colossi, come “Samsug”, “Apple” e “Google”.
E
altre sigle a noi meno note; ci stanno lavorando americani, cinesi, coreani e
ovunque ci sia impresa e ricerca tecnologica.
Dall’Europa
non giungono segnali di vita, al più riflessi condizionati, cioè a cascata o a
rimorchio.
«IL
CHIP CEREBRALE DI ELON MUSK. IL TRANSUMANO TRA NOI»
Dietro
quel paio di lenti lavorano videocamere, sensori ipersensibili, microchip, GPS,
microfoni, intelligenze artificiali; tutta una catena di montaggio dei
dispositivi più sofisticati della tecnologia.
Che
sfociano in questo prodotto miracoloso che vivremo ad occhi aperti, non solo
per la meraviglia.
Si sta
cercando di tarare gli occhiali in modo che siano in linea col mercato, con
prezzi accessibili, design accattivanti, per renderli più appetibili e
disponibili a mercati sempre più vasti.
Si
prevede che nel giro di due anni arriveranno prodotti con doppio display e
altre possibilità sconosciute, finora impensabili.
Chi
inforcherà quegli occhiali potrà vedere il mondo nuovo, oltre che quello
vecchio.
E per
altri versi, quella montatura sarà un po’ come i prodigiosi stivali del gatto
fiabesco, la lampada di Aladino e la bacchetta magica.
Parafrasando
una vecchia canzone:
basta
un paio d’occhiali nuovi e puoi girare tutto il mondo.
E pure
conoscerlo.
Il passo successivo sarà il microchip
impiantato direttamente nel cervello, come dice Elon Musk.
Pensando
però che tutto verrà a noi dalle lenti e dalla loro carrozzeria prodigiosa,
come interagiremo, cosa faremo, oltre all’antico compito di pulire le lenti con
una pezzuola di daino artificiale?
Come faremo a regolare e veicolare questo
flusso di informazioni di ogni tipo se tutto accade davanti ai nostri occhi
disarmati, senza che potremo mettere le mani avanti e la nostra unica
possibilità alternativa sarà quella di chiudere gli occhi o di toglierci gli
occhiali, cioè sottrarci al suo dominio totalitario, interrompere il flusso, ma
non pilotarlo o interagire con la nostra intelligenza critica?
Saranno
le ciglia, le palpebre a regolare gli accessi?
E la
voce a sostituire la scrittura?
Quanto
più si accorcia la filiera e si condensa in uno strumento piccolo e meno
manipolabile, tanto più si restringe la nostra azione e vorrei dire il nostro
pensiero, comunque il nostro raggio d’incidenza tra l’agire e il decidere.
Certo,
resterà comunque la nostra capacità di apprendere e mettere a frutto tutto quel
bendidio (o del diavolo) che ci offriranno gli occhiali.
Ma
come faremo a esercitare le nostre facoltà e come si esprimeranno?
Sfiducioso e preoccupato per indole e ragionamento,
fino alle penultime cose, sono invece fiducioso nelle ultime e ad esse infine
mi affido:
alla
fine si troverà il rimedio, ci sarà il “fattore X” che non abbiamo finora preso
in considerazione che renderà decisiva la nostra intelligenza e la nostra
scelta, insieme all’imprevedibilità del mondo e delle situazioni.
Giostreremo
tra caso e destino. Quegli occhiali avranno ancora bisogno dei nostri occhi
pensanti; e se non sarà così, finiranno per diventare un gioco e un giocattolo,
un capriccio e una distrazione. Le vie del futuro, come quelle del Signore, sono
infinite, più degli algoritmi.
“IL
CERVELLO
BILINGUE.”
Inchiostronero.it
- Redazione Inchiostro nero – (24-09 -2025) – ci dice:
Due
lingue, due menti.
Perché
pensare in due lingue cambia chi sei.
La
lingua che parliamo plasma la nostra mente.
Ma
cosa succede quando parliamo due lingue?
L’articolo esplora il fenomeno del
bilinguismo, intrecciando studi neuroscientifici e aneddoti personali, per
mostrare come il linguaggio non solo esprima il pensiero, ma lo costruisca.
Una
riflessione brillante e accessibile su come il cervello bilingue funzioni in
modo diverso, più flessibile, più ricco – e su come ogni lingua ci offra un
modo unico di vedere il mondo.
Crescere
parlando due lingue è come vivere in due mondi.
Per
chi non ha mai sperimentato questa condizione, può sembrare un semplice
vantaggio linguistico:
più
vocaboli, più capacità comunicative, forse qualche opportunità professionale in
più.
Ma chi
vive il bilinguismo sulla propria pelle sa che è qualcosa di molto più
profondo:
è una
trasformazione cognitiva, emotiva, identitaria.
Parlare
due lingue non significa solo passare da un lessico all’altro, ma muoversi tra
codici culturali diversi, tra sensibilità che cambiano, tra modi distinti di
vedere e raccontare il mondo.
A
volte è come se due versioni di sé convivessero sotto la stessa pelle, ciascuna
con una propria voce, un proprio modo di sentire, perfino un proprio umorismo.
Le
parole non sono intercambiabili:
portano
con sé storie, memorie, emozioni.
Eppure,
per lungo tempo, il bilinguismo è stato considerato con sospetto, soprattutto
in ambito scolastico.
Si temeva potesse confondere la mente,
rallentare lo sviluppo del linguaggio, ostacolare l’identità.
Oggi
la scienza dice il contrario.
Non solo il cervello bilingue non è
svantaggiato: è anzi più elastico, più flessibile, più abile nell’adattarsi a
contesti complessi.
Questo
articolo esplora ciò che accade nel cervello di chi parla più di una lingua.
Attraverso dati scientifici, studi neurologici e riflessioni personali,
scopriremo come il linguaggio non sia soltanto un mezzo di comunicazione, ma un
filtro attraverso cui interpretiamo la realtà.
In particolare, vedremo come il bilinguismo influenzi
il pensiero, le emozioni, la memoria, il senso di responsabilità e persino la
percezione dello spazio e del tempo.
Capire
come cambia la mente bilingue significa, in fondo, riflettere su che cosa vuol
dire pensare — e come, spesso senza accorgercene, sono proprio le parole a
pensare per noi.
Pensare
con le parole: la tesi di “Boroditsky”.
Che
cosa succede nel nostro cervello quando parliamo?
E soprattutto: la lingua che usiamo può
influenzare il modo in cui pensiamo?
A
questa domanda ha dedicato la sua carriera la neuroscienziata cognitiva “Lera
Boroditsky”, una delle studiose più influenti nel campo della linguistica
cognitiva. Secondo
lei, la lingua non è solo un mezzo per esprimere il pensiero — è una parte
attiva della costruzione del pensiero stesso.
In uno
dei suoi “TED Talk” più noti, “Boroditsky” afferma:
“La
lingua che parliamo cambia la struttura del nostro cervello. Cambia il modo in
cui pensiamo, ricordiamo e percepiamo il mondo.”
Questa
non è una semplice affermazione filosofica: è una tesi supportata da numerosi
esperimenti scientifici.
Uno
dei più noti riguarda la popolazione dei “Guugu Yimithirr”, un gruppo aborigeno
australiano.
La loro lingua non utilizza termini relativi
come “destra” e “sinistra”, ma impiega esclusivamente i punti cardinali: nord,
sud, est e ovest.
Non
diranno mai “la tazza è alla tua sinistra”, ma “la tazza è a sud-est della tua
gamba”.
Questo
modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, sviluppa nel tempo una forma
di intelligenza spaziale unica:
i “Guugu
Yimithirr” riescono a orientarsi con estrema precisione anche in ambienti
chiusi o sconosciuti.
Hanno
un senso del nord interno sempre attivo, come una bussola mentale.
In
questo caso, la lingua non descrive semplicemente lo spazio: lo struttura, lo
allena, lo rafforza.
“Boroditsky”
e il suo team hanno ripetuto esperimenti simili in diversi contesti
linguistici.
I risultati confermano un’idea semplice e
potente:
“Parlare
in modo diverso significa anche pensare in modo diverso.”
E
questo non si limita allo spazio. Ogni lingua mette l’accento su certi aspetti
del mondo — il tempo, la causa, il genere, l’intenzionalità — e ciò che viene
nominato con frequenza e precisione tende a diventare più saliente nella nostra
mente. Viceversa,
ciò che non ha parole per essere detto, spesso sfuma ai margini della
coscienza.
Ad
esempio, alcune lingue possiedono decine di parole per descrivere sfumature di
luce, di neve o di parentela, mentre altre non distinguono nemmeno tra “mano” e
“braccio”.
Ciò non significa che i parlanti di una lingua
“vedano” meno cose, ma che attribuiscono meno rilevanza mentale a ciò che la
lingua non codifica chiaramente.
Questo
orientamento linguistico ha conseguenze pratiche.
La
lingua plasma:
l’attenzione: dove guardiamo, cosa notiamo;
la memoria: cosa ricordiamo con più facilità;
la
percezione:
come categorizziamo oggetti, eventi e relazioni;
il
giudizio:
quali concetti ci sembrano “naturali” o “strani”.
In
questo senso, la lingua non è uno specchio passivo del pensiero, ma una cornice
attiva che seleziona, evidenzia, e talvolta nasconde.
I
detrattori di questa teoria — noti come universalisti — sostengono che i
processi cognitivi siano uguali per tutti gli esseri umani, indipendentemente
dalla lingua parlata.
Ma la
ricerca empirica, sempre più ampia, sembra sostenere la posizione di “Boroditsky”:
la
struttura linguistica incide sul modo in cui organizziamo e interpretiamo il
mondo.
Per i
bilingui, tutto questo assume una dimensione affascinante: passare da una
lingua all’altra è come passare da un modo di pensare a un altro. È un
esercizio cognitivo costante che espande le possibilità della mente.
In
definitiva, la lingua che parliamo — o scegliamo di parlare — non ci limita, ma
ci forma.
E
quando abbiamo accesso a più lingue, possiamo abitare più mondi mentali.
Possiamo pensare con più precisione, con più sfumature, e talvolta, anche con
più libertà.
Lo
spazio, il tempo e la cultura.
La
lingua modella la nostra percezione non solo dello spazio, ma anche del tempo.
E lo fa in modi che raramente notiamo, proprio
perché ci sembrano naturali.
Ma ciò che per noi è ovvio — come pensare al
futuro come a qualcosa “davanti” e al passato come a qualcosa “dietro” — è solo
una delle tante rappresentazioni possibili.
In
molte lingue occidentali, come l’inglese, il francese o l’italiano, il tempo è
immaginato come una linea orizzontale che si muove da sinistra verso destra.
Questa
concezione è influenzata, tra le altre cose, dal senso di lettura e scrittura:
ciò che è ancora da venire si estende in avanti, mentre ciò che è già stato si
trova alle nostre spalle. Ma questa rappresentazione lineare e “progressiva” del
tempo non è universale.
Tra
gli “Aymará”, una popolazione indigena delle Ande sudamericane, la mappa
mentale del tempo si rovescia.
Nella
loro visione, il passato è di fronte: si può vedere, conoscere, ricordare.
Il
futuro, invece, è alle spalle, invisibile e sconosciuto.
È una
prospettiva radicale, ma perfettamente coerente: si può contemplare solo ciò
che è già successo, mentre il futuro ci colpisce alle spalle, inaspettato.
Questo
modo di pensare ha effetti profondi anche sul linguaggio corporeo. Quando un “Aymará”
parla del futuro, può letteralmente indicare dietro di sé, mentre parlando del
passato indica davanti.
Il
corpo accompagna la lingua, e insieme costruiscono una geografia temporale
completamente diversa da quella a cui siamo abituati.
Ma non
sono solo gli “Aymará” a pensare in modo diverso.
In mandarino, ad esempio, il tempo può essere
rappresentato anche in verticale.
I caratteri cinesi stessi si sono evoluti da
una scrittura verticale, e non è raro che un madre lingua rappresenti la
sequenza temporale con il passato in alto e il futuro in basso.
È una
direzione che richiama il flusso della gravità, il ciclo naturale delle cose
che cadono e scorrono.
In uno
studio affascinante, ai partecipanti veniva chiesto di ordinare immagini
raffiguranti una sequenza cronologica — come un bambino che cresce fino a
diventare anziano.
I
partecipanti anglofoni tendevano a disporle da sinistra a destra, coerentemente
con la loro abitudine di lettura.
I cinesi le ordinavano dall’alto verso il
basso.
I” Guugu Yimithirr”, invece, le allineavano da
est a ovest, seguendo il percorso del sole nel cielo.
E non importa da che parte fossero rivolti
fisicamente:
per
loro, il tempo si dispiega nella direzione del sole.
Questo
dimostra che la rappresentazione del tempo è legata a coordinate spaziali
assolute, non relative.
In
ciascun caso, la lingua e la cultura plasmano l’architettura mentale del tempo.
Esse stabiliscono non solo come lo descriviamo, ma come lo esperiamo:
se lo
vediamo come una freccia che avanza, come un cerchio che si ripete, come una
strada che si apre davanti o che ci insegue da dietro.
Queste
rappresentazioni influenzano anche aspetti più concreti della vita quotidiana.
Ad
esempio, uno studio condotto dal linguista “Keith Chen” ha dimostrato che le
persone che parlano lingue con una distinzione netta tra presente e futuro —
come l’inglese o l’italiano — tendono a risparmiare di meno, fumare di più e
prendersi meno cura della propria salute.
Il
futuro, in queste lingue, appare come qualcosa di lontano, quasi scollegato dal
presente.
Al contrario,
lingue che usano la stessa forma verbale per presente e futuro — come il cinese
o il tedesco — sembrano favorire comportamenti più lungimiranti, perché il
domani è percepito più vicino e più reale.
Insomma,
il modo in cui parliamo del tempo influenza il modo in cui ci rapportiamo ad
esso: quanto lo pianifichiamo, quanto lo temiamo, quanto lo rispettiamo. Le
parole che usiamo per dire “ieri” e “domani” raccontano molto più di quello che
sembra.
E nel
caso del bilingue?
Chi vive tra due o più lingue spesso si
accorge che anche il modo di vivere il tempo cambia. Alcuni lo sentono scorrere
più lentamente in una lingua, più velocemente in un’altra. Altri si scoprono
più organizzati quando parlano in una lingua, più fatalisti nell’altra. È come
se ogni lingua avesse il suo tempo interiore.
Genere
grammaticale e percezione.
Se
parli una lingua che attribuisce un genere grammaticale ai nomi, probabilmente
ci sei talmente abituato da non farci più caso.
Un
tavolo è maschile, una sedia è femminile, una finestra anche, ma un coltello
no. Crescendo
con queste categorie, sembrano arbitrarie e inoffensive — e invece, dietro la
grammatica, si nasconde un meccanismo cognitivo potentissimo.
La
lingua, infatti, non si limita a dare un “sesso” alle parole: attribuisce
caratteristiche, stabilisce associazioni inconsce, plasma il modo in cui
pensiamo agli oggetti e persino il modo in cui li descriviamo.
Uno
degli esperimenti più famosi in questo ambito è stato condotto da “Lera
Boroditsky” e colleghi.
Si è chiesto a due gruppi di persone —
madrelingua tedesca e madrelingua spagnola — di descrivere alcuni oggetti
comuni.
Prendiamo,
ad esempio, la parola ponte.
In
tedesco (die Brücke), è femminile.
In spagnolo
(el puente), è maschile.
Quando
è stato chiesto ai partecipanti di descrivere un ponte, i tedeschi lo hanno
definito “elegante”, “bello”, “delicato”.
Gli
spagnoli hanno usato parole come “forte”, “imponente”, “solido”.
La
grammatica, in questo caso, non è neutra:
agisce
come una lente che colora le percezioni.
Anche
quando i parlanti non sono consapevoli dell’influenza, le loro descrizioni
rivelano una polarizzazione inconscia.
Altri
esempi sono ancora più sorprendenti.
La parola “chiave” è femminile in spagnolo (la llave)
e maschile in tedesco (der Schlüssel).
Gli spagnoli tendono a descriverla come
“bella”, “piccola”, “ornamentale”;
i
tedeschi come “pesante”, “metallica”, “funzionale”.
Cambia
completamente il modo di pensare a un oggetto tanto quotidiano — solo per via
del genere grammaticale.
Il
genere, insomma, non è solo una regola linguistica, ma un codice culturale
interiorizzato, che può estendersi ben oltre il linguaggio stesso.
Alcuni
studiosi si sono chiesti perfino se queste differenze possano influenzare le
nostre preferenze estetiche, i nostri atteggiamenti verso il mondo, e
addirittura le nostre decisioni di acquisto, nel marketing e nella pubblicità.
Chi
cresce parlando una lingua senza genere grammaticale — come l’inglese — tende a
non sviluppare questi schemi cognitivi.
Gli
oggetti restano “neutri”, e spesso vengono descritti in modo più funzionale o
pragmatico.
Per un
bilingue che padroneggia sia una lingua con genere sia una senza, il
cambiamento è evidente.
Ci si
accorge di sentire gli oggetti in modo diverso, a seconda della lingua che si
sta usando.
Anche
in ambito artistico o letterario, il genere grammaticale gioca un ruolo
invisibile ma decisivo.
In
alcune lingue, il fatto che “anima” sia femminile, o che “tempo” sia maschile,
guida le metafore, i simboli, i rapporti semantici.
Nelle
poesie, nei proverbi, nei miti: la grammatica si insinua nella cultura e le dà
forma.
E
questo discorso non riguarda solo le cose:
riguarda
anche le persone, soprattutto nei sistemi linguistici dove ogni sostantivo,
aggettivo o participio si accorda in genere.
In
italiano, ad esempio, dire “tutti sono stanchi” impone un maschile sovra esteso,
anche quando il gruppo è misto.
In lingue come il francese, il plurale
maschile si impone anche con una sola presenza maschile tra molte donne.
Questo fenomeno non è solo sintattico:
è un atto simbolico, che alcuni studiosi e
attivisti considerano parte integrante del modo in cui la lingua riflette e
rinforza le dinamiche di potere nella società.
Non a
caso, oggi si discute molto di linguaggio inclusivo, neutro o non binario.
Perché anche quando sembra “solo grammatica”,
il modo in cui una lingua classifica e marca i soggetti influenza profondamente
il nostro modo di pensarli.
Per
chi è bilingue, questo significa vivere in due sistemi concettuali diversi.
Nella
lingua con genere, ci si muove in un mondo più codificato, più simbolico, in
cui ogni oggetto porta un “sottotesto”.
Nella
lingua senza genere, si può sperimentare una forma di percezione più spoglia,
ma anche più libera da queste associazioni implicite.
In
sintesi, il genere grammaticale è una mappa invisibile che ci accompagna fin da
piccoli.
Non la
scegliamo, spesso non la notiamo, ma ci guida.
E
quando parliamo due lingue — una con e una senza genere — impariamo a
ri-disegnare quella mappa ogni volta che cambiamo lingua.
È un
esercizio di consapevolezza, e allo stesso tempo un invito a guardare il mondo
da angolazioni nuove.
I
verbi, la responsabilità e la colpa.
Il
modo in cui descriviamo un’azione cambia a seconda della lingua.
In inglese si dice “He broke the vase” anche se l’atto
è stato accidentale.
In
spagnolo o giapponese, si preferisce una forma impersonale:
“Il
vaso si è rotto”.
Questa
scelta linguistica influenza la memoria dell’evento e l’attribuzione della
colpa.
In esperimenti comparativi, gli anglofoni
ricordavano sempre chi aveva fatto l’azione;
gli
ispanofoni ricordavano meglio cosa era successo.
La
lingua madre, quindi, orienta l’attenzione e può rafforzare o attenuare il
senso di responsabilità.
nei
contesti educativi, giuridici e affettivi, questo può cambiare radicalmente la
narrazione di un errore o di un conflitto.
E per i bilingui, scegliere in quale lingua
raccontare un evento può significare anche scegliere il tono morale del
racconto.
Emozioni
e lingua: più che parole.
Chi
parla più di una lingua lo sa:
le
emozioni non si distribuiscono equamente tra i codici linguistici.
Alcune
parole colpiscono più forte in una lingua, altre sembrano addirittura
inascoltabili se tradotte.
Ci
sono espressioni che ci commuovono solo nella lingua madre, e frasi che suonano
più leggere — o più gestibili — in una lingua appresa successivamente.
Questa
non è un’illusione soggettiva.
È un
fenomeno ben noto alla psicologia, e si chiama “emotional resonance”: risonanza
emotiva.
Le parole, per quanto astratte, non vivono
solo nella mente: vivono nel corpo, nella memoria, nel sistema nervoso.
Studi
come quelli condotti dalla psicologa “Catherine Harris” hanno mostrato che i
bilingui rispondono con maggiore intensità fisiologica — battito cardiaco,
sudorazione, tensione muscolare — a parole cariche emotivamente nella lingua
materna, rispetto alla lingua appresa più tardi.
L’”amigdala”,
una regione del cervello associata all’elaborazione delle emozioni, si attiva
in modo diverso a seconda della lingua utilizzata.
Perché
accade tutto questo?
La
spiegazione più condivisa è che la lingua madre si sviluppa insieme alle prime
esperienze affettive.
È la
lingua in cui abbiamo sentito le prime carezze, le prime sgridate, le prime
parole d’amore o di paura.
È il canale in cui si sono formati i nostri
ricordi emotivi originari.
Le
parole della lingua madre sono come radici affettive: toccarle riattiva tutto
ciò che vi è cresciuto intorno.
Al
contrario, la seconda lingua — soprattutto se appresa in contesti scolastici,
lavorativi o formali — tende a restare più distante emotivamente.
È più
utile, più strategica, ma meno intima.
Questo
fenomeno è noto anche come “emotional distancing effect”: un distanziamento
emotivo indotto dalla lingua straniera.
Ecco
perché molte persone trovano più facile parlare di eventi traumatici in una
lingua diversa dalla propria.
Raccontare
un lutto, una delusione o una paura in una lingua straniera può offrire una
sorta di filtro emotivo:
le parole ci proteggono, anziché ferirci.
La lingua straniera, in questi casi, agisce
come uno strato di ghiaccio tra l’emozione e la sua espressione:
consente
di nominare il dolore, ma senza sentirlo nella sua pienezza.
Allo
stesso modo, anche le dichiarazioni d’amore possono suonare molto diverse a
seconda della lingua.
Dire
“Ti amo” può sembrare solenne, quasi sacro.
Dire “I love you” può risultare più informale,
più maneggevole.
In
alcune lingue, ci sono più gradi di intensità tra piacere, affetto e amore;
in altre, esiste solo una parola, ed è
definitiva.
Cambia
la grammatica, ma cambia anche il carico affettivo, culturale e relazionale.
Lo
stesso accade con la rabbia, l’umorismo, la vergogna.
Le
parolacce, ad esempio, spesso sembrano più leggere in una lingua straniera,
come se mancassero della stessa forza morale.
Alcuni bilingui raccontano di usare le imprecazioni in
una lingua diversa per esprimere la rabbia senza sentirne il peso sociale.
Eppure,
non si tratta solo di intensità.
Spesso,
una lingua sembra più adatta a certi registri emotivi.
Una
può essere perfetta per litigare, l’altra per rassicurare.
Una per confessare, l’altra per ragionare.
Alcuni affetti prendono forma solo in una
lingua.
Alcune
memorie non vogliono essere tradotte.
È per
questo che molti bilingui cambiano lingua a seconda dell’interlocutore o della
situazione emotiva.
Parlano
una lingua con i genitori, un’altra con il partner, un’altra ancora con sé
stessi.
A volte, passano da una lingua all’altra nella
stessa conversazione, come se un’emozione appartenesse meglio a un codice
specifico.
In
campo terapeutico, questo ha conseguenze importanti.
Alcuni
psicologi bilingui lasciano ai pazienti la libertà di scegliere in quale lingua
raccontare certi vissuti.
Altri
notano che, al cambio di lingua, cambia il tono emotivo, la distanza, la
vulnerabilità. In molti casi, è solo tornando alla lingua madre che il paziente
riesce a piangere.
Questa
stratificazione linguistica delle emozioni è una delle ricchezze più profonde
del bilinguismo.
È come
avere più canali interiori per esprimere ciò che si prova.
È una
forma di libertà, ma anche di delicatezza.
Perché
non tutte le emozioni chiedono la stessa voce.
Alcune
vogliono un sussurro, altre un urlo.
Alcune
vogliono la lingua del cuore. Altre quella della mente.
Essere
bilingue, allora, significa anche poter scegliere la lingua dell’emozione.
Significa decidere con quale voce sentire, con quale voce raccontare, con quale
voce guarire.
Una
mente, due voci.
Essere
bilingui è spesso descritto come avere due voci nella stessa mente.
A
volte si pensa in una lingua e si “verifica” il pensiero nell’altra.
A
volte si prendono decisioni importanti in una lingua diversa da quella materna,
perché cambia il grado di coinvolgimento emotivo.
“Boaz
Keysar” ha dimostrato che pensare in una lingua straniera porta a decisioni più
razionali.
Questo non significa essere meno autentici, ma
avere un doppio filtro cognitivo ed emotivo.
In
altre parole, il bilinguismo non crea confusione: crea prospettiva.
Questa
“dualità interna” permette al bilingue di passare da una visione analitica a
una più intuitiva, da una voce critica a una empatica, da un ruolo sociale a un
altro.
È una forma di pluralità del sé, una risorsa
identitaria.
Il
self bilingue: identità in dialogo.
Molti
bilingui riportano di sentirsi persone diverse a seconda della lingua che
parlano.
Cambia il modo di gesticolare, l’umorismo, la
fiducia.
Questo non è un problema di autenticità, ma il
risultato di contesti culturali e relazionali diversi legati a ciascuna lingua.
Studi
psicologici — come quelli di “Aneta Pavlenko” — hanno confermato che il self
bilingue si adatta alla lingua usata:
cambia
il tono, l’espressività, la percezione di sé.
Questo
fenomeno è definito “personalità linguistica”.
Anche
nei test della personalità, i bilingui rispondono diversamente a seconda della
lingua del test.
Non
perché fingano, ma perché si attivano schemi mentali diversi.
Questa
flessibilità può generare senso di spaesamento, ma anche grande resilienza e
creatività.
Significa poter essere più di una cosa sola,
abitare più versioni di sé, senza contraddizione.
Un
cervello che si adatta.
Il
bilinguismo non è solo una competenza culturale o un vantaggio comunicativo: è
una forma attiva di neuroplasticità.
Ogni
volta che un bilingue passa da una lingua all’altra, il suo cervello compie una
scelta, un’azione, un esercizio.
Non si tratta di un gesto automatico, ma di
un’attivazione cognitiva intensa, che coinvolge molte aree cerebrali
contemporaneamente.
Le
neuroscienze hanno dimostrato che il cervello bilingue è strutturalmente e
funzionalmente diverso da quello monolingue.
Non si tratta di una “diversità genetica”, ma
di un adattamento appreso:
una
conseguenza dell’esercizio continuo di gestione linguistica.
I bilingui devono selezionare costantemente la
lingua giusta, inibire quella non necessaria e passare da un codice all’altro
in base al contesto, all’interlocutore, all’emozione.
Questo
richiede una forma di controllo cognitivo molto sofisticata, che coinvolge:
la
corteccia prefrontale dorsolaterale, responsabile del pensiero astratto, della
pianificazione e del controllo del comportamento;
il
cingolato anteriore, che monitora il conflitto tra stimoli — ad esempio tra le
due lingue attive;
i
gangli della base e il talamo, che gestiscono la selezione e la fluidità del
passaggio da un sistema linguistico all’altro.
In
studi di neuroimaging, questi circuiti mostrano maggiore attivazione e densità
sinaptica nei cervelli bilingui rispetto a quelli monolingue.
È come se l’esperienza di parlare due lingue
finisse per rafforzare i “muscoli” mentali dell’attenzione, della memoria e
della flessibilità.
Questa
differenza si manifesta anche a livello comportamentale.
I bilingui mostrano migliori performance in
compiti che richiedono:
multitasking
(gestire più compiti contemporaneamente),
controllo
inibitorio (ignorare distrazioni irrilevanti),
adattamento
flessibile a regole che cambiano.
Uno
dei concetti chiave in questo ambito è quello di “riserva cognitiva”.
Secondo
la neuroscienziata “Ellen Bialystok”, il cervello bilingue sviluppa una sorta
di “fondo” di risorse mentali che può essere utilizzato per contrastare gli
effetti dell’invecchiamento cerebrale.
In una delle sue ricerche più note, “Bialystok”
ha osservato che i pazienti bilingui affetti da Alzheimer manifestavano i primi
sintomi clinici circa 4-5 anni più tardi rispetto ai pazienti monolingue con lo
stesso profilo neuropatologico.
La
malattia progrediva nello stesso modo a livello biologico, ma il cervello
bilingue riusciva più a lungo a compensare i danni funzionali, come se avesse
una marcia in più.
Anche
nei bambini, gli effetti del bilinguismo sono visibili fin dai primi anni.
I piccoli bilingui sviluppano una maggiore
consapevolezza metalinguistica, cioè la capacità di riflettere sulla lingua
stessa come oggetto.
Sanno,
ad esempio, che una stessa cosa può avere due nomi, o che le regole
grammaticali possono variare da una lingua all’altra.
Questa
elasticità si traduce spesso in vantaggi nella risoluzione dei problemi, nella
comprensione dell’ambiguità e nella creatività verbale.
Ma i
benefici non sono limitati all’ambito linguistico o cognitivo.
Il bilinguismo potenzia anche la sensibilità sociale.
Chi
parla più lingue sviluppa presto la consapevolezza che ogni lingua porta con sé
codici culturali, registri, rituali, e che non tutte le parole possono essere
usate con chiunque.
Questo
rende i bilingui spesso più attenti al contesto, più empatici, più capaci di
leggere le sfumature nelle relazioni interpersonali.
Inoltre,
la capacità di passare da una lingua all’altra — il cosiddetto code-switching — non è un segno di confusione, ma
una strategia comunicativa altamente sofisticata.
Richiede la capacità di valutare il pubblico, il tono,
il contesto emotivo, e di scegliere in tempo reale la lingua più efficace per
trasmettere un significato.
È come
avere due tastiere emotive e intellettuali, e sapere quale suonare a seconda
della melodia.
Anche
nei bilingui tardivi — coloro che imparano una seconda lingua in età adulta —
si osservano benefici cognitivi simili, seppur più lenti da sviluppare.
L’apprendimento linguistico in età avanzata è un potente stimolo per la
plasticità neurale, migliora la memoria di lavoro, allena la concentrazione e
mantiene il cervello attivo, contribuendo a prevenire il decadimento cognitivo.
In
sintesi, il cervello bilingue non è solo un cervello “che sa più cose”.
È un
cervello che cambia più facilmente, che si adatta meglio, che si difende più a
lungo dal tempo.
Un cervello che ha imparato — giorno dopo
giorno, parola dopo parola — che esistono più modi di essere sé stessi.
Una
mente plastica, un’identità mobile.
Il
bilinguismo non è solo una condizione neurologica o un vantaggio cognitivo. È,
più radicalmente, una forma di vita mentale.
È un’esperienza che insegna, a chi la vive,
che l’identità non è fissa, che non siamo una sola voce, una sola lingua, un
solo modo di pensare.
Chi
parla due o più lingue lo sa:
il modo in cui si percepisce cambia a seconda
della lingua che si usa.
Non si
tratta di avere una doppia personalità, ma di vivere in uno spazio identitario
più ampio, più dinamico, dove le varie versioni di sé coesistono, dialogano,
talvolta si fondono.
Ogni
lingua porta con sé non solo parole, ma gesti, ritmi, regole, emozioni,
ricordi. Parlare in un certo codice può risvegliare un registro più affettuoso,
oppure più assertivo.
Cambia il tono della voce, il modo di
raccontarsi, persino la postura del corpo. Come se ogni lingua ci offrisse una
diversa versione accessibile di noi stessi.
La
psicologia ha indagato questo fenomeno con il concetto di “identità linguistica
situata”.
Significa
che a seconda della lingua attivata, cambiano anche i tratti dell’identità che
vengono in primo piano.
Non è
un trucco, né un artificio.
È il risultato dell’esperienza: ciascuna lingua è
stata appresa in un contesto specifico — familiare, scolastico, sociale,
affettivo — e quei contesti lasciano una traccia emotiva che si riattiva ogni
volta che quella lingua viene parlata.
Per
questo motivo, molti bilingui raccontano di sentirsi “più sicuri” in una
lingua, “più vulnerabili” in un’altra.
Alcuni
dicono che in una lingua sono più diplomatici, in un’altra più diretti.
Cambia
il lessico, ma anche il modo di negoziare sé stessi con il mondo.
Questa
mobilità identitaria può generare un senso di fluidità creativa, ma anche, a
volte, un leggero spaesamento.
Ci si
può chiedere: “Quale lingua è più mia?” oppure “In quale lingua sono davvero me
stesso?”
La
risposta, però, non deve essere binaria.
Perché
il bilinguismo non cancella la coerenza del sé — la arricchisce.
Aggiunge sfumature, livelli di profondità,
prospettive multiple.
Essere
bilingue, in fondo, è una forma interiore di pluralismo.
A
livello sociale, questa consapevolezza è preziosa.
Chi è abituato a vivere tra più codici, più
regole culturali, più forme di espressione, sviluppa una maggiore tolleranza
per l’ambiguità, una più spiccata capacità di mediazione, e spesso anche una
empatia più fine verso chi è “altro”.
Il
bilinguismo non è solo un ponte tra lingue, ma tra modi di stare al mondo.
Non
sorprende, quindi, che molti artisti, scrittori, terapeuti e mediatori
culturali siano bilingui o multilingui.
La
pratica di vivere in più linguaggi li ha resi abitanti del margine fertile tra
mondi, capaci di tradurre, trasporre, trasformare.
Nel
bilinguismo, c’è anche una lezione più ampia, che riguarda tutti, anche chi
parla una sola lingua: la mente umana non è rigida.
È
plastica, adattiva, mobile.
Non
siamo condannati a pensare sempre nello stesso modo, a sentire sempre con la
stessa voce.
Possiamo cambiare registro, cambiare ritmo,
cambiare narrazione. Possiamo imparare a essere nuovi, pur restando noi stessi.
In
questo senso, il bilinguismo è una metafora viva della complessità
dell’identità moderna: fluida, transitoria, intrecciata.
Non
una perdita di coerenza, ma un’espansione dell’orizzonte. La possibilità di
abitare più paesaggi interiori, di essere insieme radicati e mobili, memori e
aperti, storici e futuri.
Essere
bilingui, allora, non significa solo “parlare più lingue”, ma vivere con più
profondità dentro di sé, in quel territorio in cui il pensiero si fa
flessibile, l’identità si fa porosa e l’essere umano si fa più largo di una
sola voce.
Conclusione:
la lingua ci plasma.
Alla
fine di questo viaggio tra linguistica, neuroscienze, psicologia ed esperienza
vissuta, una verità emerge con chiarezza:
la
lingua che parliamo non è neutra. Ci forma, ci guida, ci trasforma.
Non è
solo un mezzo per comunicare pensieri già formati — è il luogo in cui quei
pensieri nascono.
Ogni
parola che scegliamo, ogni frase che costruiamo, porta con sé una visione del
mondo, una struttura invisibile che ci aiuta a interpretarlo e, a volte, a sopportarlo.
Le
lingue che parliamo modellano il nostro modo di pensare, di sentire, di
ricordare, di decidere, di relazionarci.
Non
sono solo strumenti esterni: diventano tessuto della nostra mente.
Cambiare lingua significa, spesso, cambiare
prospettiva, spostare il baricentro del pensiero.
Per i
bilingui — e ancor più per i multilingue — questo significa vivere con più
lenti cognitive, più modi di abitare le emozioni, più percorsi per leggere la
realtà.
Non è
sempre facile: a volte si vive in una zona di mezzo, a cavallo tra identità che
si rincorrono.
Ma è
proprio in quella complessità che si sviluppa una forma di intelligenza
interiore capace di ospitare ambivalenze, accogliere contraddizioni, nominare
l’inesprimibile.
La
scienza ce lo conferma: la mente bilingue è più flessibile, più attenta al
contesto, più resistente al tempo.
Ma la scienza non può raccontare tutto.
Perché
c’è qualcosa di profondamente umano nell’alternare due lingue dentro di sé.
È un
atto di equilibrio, una danza invisibile, una forma di doppia appartenenza che
può diventare doppia libertà.
Parlare
più lingue significa anche avere più vie per l’empatia.
Poter
dire “grazie”, “mi dispiace” o “ti amo” in codici diversi significa sentire
quelle parole in modo nuovo ogni volta.
È come
poter ridipingere lo stesso paesaggio con colori sempre diversi, senza mai
perdere il senso del luogo.
E se è
vero che ogni lingua è un mondo, allora chi ne parla più di una porta dentro di
sé un intero universo plurale, fatto di culture, pensieri, emozioni che
coesistono, si osservano e si arricchiscono a vicenda.
Questa
pluralità non è solo un vantaggio cognitivo o sociale: è una risorsa umana,
profonda, radicale. In un’epoca in cui le identità tendono a irrigidirsi e i
confini a farsi netti, il bilinguismo — e più in generale, la multilingua — può
insegnarci il valore della fluidità, della convivenza interna, del pensiero
laterale.
Dunque,
se hai la fortuna di parlare più lingue, abbraccia questa ricchezza.
Osserva
come cambia la tua voce quando cambi lingua.
Ascolta le emozioni che emergono.
Nota i
pensieri che nascono in una lingua ma non nell’altra.
È lì
che la tua mente si rivela in tutta la sua complessità.
E se
sei monolingue, non preoccuparti:
ogni lingua che impariamo, anche da adulti, ci
apre un altro corridoio mentale, una nuova finestra sul mondo.
Non è
mai troppo tardi per iniziare a espandere la propria voce.
Alla
fine, siamo fatti anche — e forse soprattutto — delle parole che usiamo per
capirci.
E tu,
quante voci ti porti dentro?
(La Redazione).
«NON
CHIUDIAMO
GLI
OCCHI SU GAZA.»
Inchiostronero.it
- Marcello Veneziani – (24 – 09 – 2025) – ci dice:
Non
c’è pace senza sguardo. Non c’è civiltà senza pietà.
Un
appello senza compromessi, firmato da chi non accetta il silenzio complice né
la retorica del bilanciamento.
In
questo testo, Veneziani si rivolge direttamente alla coscienza del lettore: se
siete cristiani, se siete umani, non potete voltare le spalle a Gaza.
Non si
possono giustificare massacri con altri massacri, né restare muti di fronte a
una tragedia che dura da due anni e ha il volto di donne, vecchi e bambini.
Un
testo che è insieme invocazione, denuncia e atto d’amore per la verità.
(Nota Redazionale).
Non
chiudete gli occhi su Gaza. Se siete cristiani per davvero, se amate la verità
e la giustizia sopra ogni cosa, se vi sentite figli di una civiltà, se siete
ancora umani, non potete far finta di niente, o peggio rispondere che se la
sono cercata, o reagire a un crimine ricordandone un altro, il 7 ottobre, che
questi due anni non hanno vendicato ma hanno centuplicato.
E non
potete star lì a disquisire se il massacro si può definire un genocidio oppure
no.
Ci
sono migliaia di morti e non è il caso di chiamare l’Accademia della Crusca
sulla definizione.
Se
avete ancora un briciolo d’amore per la verità e per l’umanità non potete
scrollarvi di dosso quello spettacolo terribile di un popolo falcidiato,
cacciato di casa, tra palazzi distrutti e missili, bombe, bombe, bombe sui
civili, vecchi donne e bambini inclusi.
E dal morto non verrà il Risorto ma dalla
morte verrà fuori il resort;
dallo
sradicamento forzato e sanguinario verrà fuori un immenso business, e faranno
lucro e bottino di guerra.
Così
annunciano gli sciacalli.
Non
permettevi di dire che questo è antisionismo, antisemitismo o odio per gli
ebrei, non ce n’è nemmeno un filo.
Anzi, se è per questo, gli ebrei di tutto il
mondo che vengono vessati, cacciati, aggrediti in nome di Netanyahu, del suo
governo e del suo esercito, sono vittime innocenti di un vero razzismo:
quelli
uccidono, massacrano, distruggono e la colpa ricade sui singoli israeliani solo
perché sono israeliani: così si aggiunge vergogna a orrore.
Non si
può giustificare un massacro con un altro massacro, e ripeterlo per settecento
giorni, trucidando innocenti, in gran parte.
Tantomeno
si può giustificare un genocidio oggi col genocidio maggiore di ottant’anni
prima.
Ed è
un’aggravante usare un genocidio per restare al potere, e non essere destituiti
e processati.
Qui la tragedia è davvero di proporzioni
bibliche.
Trovo
imbarazzanti le paroline del governo italiano, a partire dal ministro degli
esteri Antonio Tajani, su quel che sta succedendo:
dopo tanto silenzio ora viene fuori una
parolina ammodo del tipo “non siamo d’accordo con quel che sta facendo Israele,
non condividiamo”.
(Iam pridem oportebat!)
Ma che
state dicendo, non è un dibattito o un sondaggio d’opinione su come la pensate,
qui stiamo vedendo un massacro infinito, la più vistosa catastrofe umanitaria.
E se ritenete Israele l’avamposto
dell’Occidente, allora questo è il peggior massacro compiuto in Occidente da
quando è iniziato questo millennio.
Certo,
è assurdo e irritante davanti a un genocidio di queste proporzioni cercare a
tutti i costi di trascinare Giorgia Meloni e il suo governo tra i colpevoli,
dire che si è macchiata di sangue pure lei, in quanto alleata d’Israele e di
Trump;
e
improntare intere trasmissioni (come quella che dovrebbe chiamarsi solo Mezzo,
perché così disgustosamente di parte) a processare la Meloni.
Siamo
in netto dissenso con la politica estera del governo Meloni e non possiamo
accettare il suo silenzio su Gaza o il suo tardivo, timido, tiepido sdegno:
ma da
qui a trasformare la sua cautela che sconfina nell’ignavia e omertà in
complicità attiva e farla salire sul banco degli imputati per le stragi
quotidiane di Gaza, è un canagliesco sfruttamento politico di una tragedia
umanitaria.
Peraltro, se il nostro governo avesse usato
parole dure e azioni conseguenti, non sarebbe cambiato nulla.
Qui
tocchiamo l’altro versante del problema, infinitamente più piccolo della
carneficina di Gaza, ma che ci investe direttamente.
Mi riferisco alla cagnara “ProPal” ingaggiata
da noi e in altri paesi d’Occidente:
in mano agli intolleranti, fanatici militanti
della sinistra radicale e dintorni, anche una causa giusta, una denuncia
fondata come quella su Gaza, si trasforma in una gazzarra, in un atto di
prepotenze per togliere la parola a qualcuno, per impedire di esercitare il
proprio lavoro a qualcuno, per rendere difficile la vita ai governi in carica.
Li vedi e nelle loro mani la bandiera
palestinese diventa un tricolore disordinato e listato a lutto, il bianco rosso
e verde soffocati dal nero dell’odio e del male.
Li
senti urlare, attaccare, insultare, aggredire, boicottare e ti viene subito da
dire: ma questi sarebbero i pacifisti, quelli che denunciano le guerre e le
violenze, i difensori dell’umanità e della libertà?
I
ProPal, come dice il nome, propalano odio.
Sono gli stessi che plaudono se viene ucciso
un esponente o un militante della parte avversa, sono gli stessi che odiano le
forze dell’ordine, gli stessi che vogliono appendere a testa in giù la Meloni e
tutti quelli che a loro insindacabile giudizio discendono dal fascio.
Sono
loro, in fondo, la vera ragione che frena nell’altro versante l’impulso a
manifestare la profonda, civile, inerme protesta contro chi sta compiendo a due
passi da noi un crimine contro l’umanità.
E
vedendo loro, “i ProPal”, molti dalle nostre parti, si convincono che la causa
di Gaza sia sbagliata, significa lavorare per “Hamas”, essere dalla parte dei
terroristi islamici che a Gaza hanno trovato la più formidabile macchina di
allevamento e istigazione:
i piccoli sopravvissuti, che hanno visto
morire i loro famigliari, saranno terroristi o tiferanno per loro.
Se
cercate la fabbrica dove si formano i terroristi, la prima risposta è: a Gaza.
Ma
davanti a una tragedia che è sotto i nostri occhi, per nostra fortuna a
distanza di sicurezza, non possiamo restare succubi dei riflessi condizionati e
dire:
se da
quella parte ci sono i compagni “ProPal” noi non possiamo che essere dalla
parte opposta.
No, in
questo caso, no;
non
c’è un bene che si oppone a un male, e nemmeno un male minore e necessario che
si oppone a un male supremo;
ma c’è la tenaglia del male che schiaccia il
bene primario, la vita, il diritto alla vita, alla terra, alla casa.
Da una
parte c’è chi uccide e dall’altra c’è chi si fa scudo umano di quelle uccisioni
e ne trae motivo per combattere Israele, col risultato di far massacrare altre
migliaia di disarmati innocenti.
Perciò
vi imploro, non giustificate 700 giorni di massacri con uno, il 7 di ottobre,
ma inorridite per tutti i 701 giorni di orrore (e non è finita):
il
primo vale più di ogni altro, singolo giorno seguente, perché fu il primo e
terribile;
ma
vale infinitamente meno di tutti i 700 giorni e dello spettacolo di morte e
distruzione che stiamo vedendo, per giunta incarognito dagli scopi venali che
lo giustificano.
Non
perdete di vista il vero, il giusto, l’umano, chiunque voi siate e da qualunque
parte politica voi siate.
La
verità, vi prego, sull’orrore.
Almeno
la verità, se non possiamo fare altro.
(La
Verità).
Mentre
Israele diventa un paria globale,
Trump
aumenta il sostegno.
Unz.com
- Filippo Giraldi – (25 settembre 2025) – ci dice:
Ai
miliardari sionisti è stato permesso di espandere il loro controllo sui media.
È
interessante come il presidente Donald Trump continui a lamentarsi dei 20
presunti ostaggi israeliani che, secondo quanto riferito, sono ancora detenuti
da Hamas a Gaza, chiedendo che vengano rilasciati immediatamente, ignorando le
centinaia di palestinesi disarmati che vengono uccisi ogni giorno dall'esercito
israeliano e dagli appaltatori armati, nonché dalla fama deliberata.
Inoltre, le migliaia di palestinesi che non
hanno nulla a che fare con Hamas o Gaza e che sono comunque detenuti senza
accusa nelle carceri israeliane in condizioni orribili, compresa la tortura,
non sono di alcun interesse per il presidente degli Stati Uniti e la sua
squadra.
Trump
è ovviamente profondamente ignorante, come dimostrato di recente durante il suo
discorso sconclusionato di 55 minuti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite
in cui ha attaccato sia l'ONU istituzionalmente che quasi tutti i delegati e le
nazioni rappresentate nella stanza, meno i palestinesi, ovviamente, per i quali
aveva bloccato il rilascio di visite che garantivano che non avevano voce o
presenza a New York.
Le
recenti performance di Trump hanno anche riflesso un aumento delle sue
richieste di inasprire le sanzioni e isolare economicamente la Russia, cosa che
non è nell'interesse di nessuno se non dell'odioso presidente ucraino “Volodymyr
Zelensky” e della potente lobby ebraica negli Stati Uniti e in Europa.
Mai
soddisfatto di nulla che incontra e a cui non è inchinato o lusingato, Trump
sta ora chiedendo ai servizi segreti degli Stati Uniti di indagare sul presunto
sabotaggio delle Nazioni Unite dietro tre presunti insulti personali da lui
subiti durante la sua visita alle Nazioni Unite, tra cui una scala mobile non
funzionante, un guasto al sistema audio dell'auditorium e un malfunzionamento
del teleprompter (che apparentemente era gestito da un membro dello staff della
Casa Bianca).
Un
Trump sempre di bassa classe ha tipicamente minacciato personalmente
l'operatore del gobbo interrompendo il suo discorso e annunciando all'intera
assemblea:
"Chiunque
sta utilizzando questo gobbo è in grossi guai".
E
Trump va anche ben oltre l'abitudine di sboccare i primi pensieri che appaiono
nella sua grande ma disfunzionale testa, in quanto gli manca un vero codice
morale e/o compassione a parte la sua regola cardinale, che sembra essere
"Dai a Israele quello che vuole!".
In effetti, al di là del disastro in corso in
politica estera nei confronti di Gaza, Trump ha una cattiveria che sale in
superficie regolarmente, anche durante il suo discorso alla cerimonia
commemorativa per “Charlie Kirk”, dove ha chiarito che il percorso di dialogo
di Kirk con i critici non era il suo modo, che "odiava" tutti i suoi
"oppositori".
E la
squadra di Trump si assicura anche che tutti capiscano che l'America sta
portando la bandiera dello Stato ebraico.
Il
segretario di Stato Marco Rubio, durante la sua recente visita in Israele, ha
detto che una soluzione diplomatica alla guerra di Gaza potrebbe non essere
possibile perché
"Hamas
è un gruppo terroristico, un gruppo barbaro, la cui missione dichiarata è la
distruzione dello Stato ebraico".
Ha
così confermato, prima di tutto, che non riesce a capire che è Israele lo stato
terrorista che ha preso di mira tutti i suoi vicini negli ultimi 80 anni.
Ha
anche confermato il pieno sostegno politico e militare dell'amministrazione
Trump al genocidio e alla pulizia etnica in cui Israele è impegnato, fornendo
anche denaro e armi che consentono l'uccisione effettiva per attuare "la
soluzione finale" per la Palestina.
Presumibilmente
la rimozione dei palestinesi permetterà l'inizio della costruzione del “Trump
Gaza Resort”, mentre gli ebrei di Brooklyn potranno stabilizzarsi in una
Cisgiordania libera dagli arabi, eliminando per sempre la possibilità di una
sorta di stato palestinese, come ha promesso il primo ministro Benjamin
Netanyahu elencando i suoi successi la scorsa settimana.
E ci
sono state altre azioni in conformità con le richieste israeliane, oltre al
terribile discorso di Trump.
Venerdì
19 settembre, gli Stati Uniti hanno posto il veto a una cruciale risoluzione
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco
a Gaza, proprio mentre Israele stava espandendo la sua offensiva di terra
finale su Gaza City.
La
risoluzione, approvata da 14 dei 15 membri del Consiglio il giorno prima,
chiedeva un "cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente a
Gaza, rispettato da tutte le parti", nonché il rilascio di tutti i
prigionieri tenuti da Hamas e la fine delle restrizioni su cibo, medicine e
altri aiuti umanitari a Gaza.
Redatta
dai 10 membri eletti del consiglio anziché dai 5 membri permanenti, la
risoluzione ha citato la situazione umanitaria "catastrofica" a Gaza
dopo quasi due anni di guerra incessante, che ha ucciso almeno 65.141 persone,
secondo i funzionari sanitari palestinesi, sebbene il numero
"ufficiale" sia controverso e il vero totale dei decessi ammonti
senza dubbio a centinaia di migliaia, con la maggior parte dei corpi ancora
sepolti sotto le macerie o inceneriti o fatti a pezzi dai pesanti ordigni
forniti dagli Stati Uniti e impiegati da Israele.
Come
prevedibile, gli Stati Uniti hanno posto il veto, la sesta volta che lo fanno
per proteggere lo Stato ebraico dai crimini di guerra che sta commettendo.
“
Morgan Ortagus”, vice-inviata speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente,
prevedibilmente ebrea, ha alzato il braccio per votare in un gesto simile al
saluto nazista e ha annunciato che "l'opposizione degli Stati Uniti a questa
risoluzione non sorprenderà. Non condanna Hamas né riconosce il diritto di
Israele a difendersi, e legittima erroneamente le false narrazioni a vantaggio
di Hamas, che purtroppo hanno trovato riscontro in questo consiglio".
Ortagus
ha anche affermato che la narrazione sulla fame è un'invenzione, che la
dichiarazione ufficiale di carestia a Gaza del mese scorso, da parte della”
Integrated Food Security Phase Classification “(GHF), sostenuta dalle Nazioni
Unite, ha utilizzato una "metodologia imperfetta".
Ha
invece scelto di elogiare il lavoro dei” centri GHF”, pesantemente
militarizzati e sostenuti da Stati Uniti e Israele, dove, come è stato
dimostrato, centinaia di palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e
uccisi mentre cercavano cibo per le loro famiglie.
Come
fanno gli ebrei, e più in particolare gli ebrei israeliani, a farla franca?
Beh, i
miliardari ebrei che hanno corrotto il sistema politico e i media statunitensi
sono riusciti a controllare quasi completamente la narrazione, sebbene questo
vantaggio stia iniziando a svanire man mano che un numero sempre maggiore di
americani si rende conto di quanto sia orribile il genocidio di Gaza.
I sondaggi d'opinione rivelano che la
disapprovazione di Israele si attesta al 60% tra l'opinione pubblica americana.
C'è anche una crescente sensazione tra l'opinione
pubblica che Israele e la sua lobby negli Stati Uniti abbiano manipolato e
usato gli Stati Uniti fin dalla fondazione dello Stato ebraico.
Sotto il regime di Joe Biden e l'incapace Donald
Trump, questa manipolazione è stata ampiamente dimostrata e Israele è ora in
grado persino di costringere l'America a entrare in guerra per suo conto,
un'impresa che ha certamente compiuto inizialmente attraverso un Pentagono
controllato dagli ebrei sotto George W. Bush quando l'Iraq fu distrutto,
uccidendo almeno mezzo milione di iracheni sulla base di bugie generate per
dimostrare come Baghdad fosse una minaccia potenzialmente armata di "armi
di distruzione di massa".
Molti
osservatori ora credono che l'Iran sarà attaccato da Israele prima della fine
dell'anno e che Donald Trump interverrà subito sotto la pressione di Netanyahu,
un altro caso estremo di "coda che scodinzola il cane!"
A dire
il vero, la lobby israeliana è consapevole che l'opinione pubblica è fortemente
contraria allo Stato ebraico e ha ora intensificato gli sforzi per ottenere un
controllo ancora maggiore sul messaggio che proviene dai media.
Il
loro ultimo successo riguarda TikTok , che è stato attaccato da gruppi come
l'Anti-Defamation League (ADL) e il suo odioso leader “Jonathan Greenblatt”
nell'ultimo anno per aver permesso che articoli sembrassero critici nei
confronti del comportamento israeliano.
In
linea con le richieste ebraiche, la Casa Bianca ha annunciato che la vendita
forzata di TikTok sarà presto finalizzata.
Senza sorprendere nessuno, la nuova proprietà
è guidata dal miliardario ebreo ultra-sionista “Larry Ellison” – il più grande
donatore individuale delle Forze di Difesa Israeliane – che secondo quanto
riferito prenderà il pieno controllo dei dati degli utenti statunitensi e degli
algoritmi del sito che la Casa Bianca dice saranno "riaddestrati".
Ciò significa
che includerà solo materiale positivo su Israele.
“Ellison”,
che ha fatto fortuna sviluppando “Oracle” – un sistema di database che ha
originariamente costruito per la CIA – controlla già CBS, Paramount, MTV,
Comedy Central, Showtime, Nickelodeon (che produce spettacoli per bambini) così
come Channel 10 in Australia e Channel 5 nel Regno Unito.
Ellison
dovrebbe anche finalizzare il controllo di Warner Bros. Discovery (tra cui CNN,
HBO e il canale Discovery) entro la fine del 2025.
Anche
prima che la vendita forzata sia finalizzata, la censura dei contenuti di
TikTok critici nei confronti di Israele è già iniziata.
Fox – una risorsa filo-israeliana di “Rupert
Murdoch” – sta anche cercando di unirsi al “consorzio Ellison”, una mossa che
potrebbe estendere e consolidare ulteriormente la bolla dell'informazione
allineata con Israele.
Gli
Stati Uniti hanno ancora più di tre anni di avventura con Trump davanti a sé,
quindi è probabile che ci siano altre sorprese in serbo.
Oltre ai media nazionali e internazionali di
informazione e intrattenimento, i miliardari ebrei filo-israeliani possiedono o
controllano già OpenAI, Google, Meta/Facebook/Instagram/WhatsApp, Palantir,
CBS, HBO e gran parte di Condé Nast (Reddit, Vogue, The New Yorker, Wired, GQ,
Vanity Fair), oltre a numerosi studi cinematografici di Hollywood, giornali
regionali e stazioni radio.
L'espansione in tutte queste aree è stata
deliberata con l'intenzione di utilizzare il controllo per sostenere Israele e allo stesso tempo mantenere gli Stati
Uniti nella stretta morsa dello Stato ebraico e della sua lobby interna.
A
questo punto, miei cari americani, è tempo di iniziare a reagire o di
arrendersi alle forze che ci priveranno della libertà di parola, tanto per
cominciare, e che creeranno degli Stati Uniti controllati da un piccolo stato
fascista assassino in Medio Oriente, disposto a corrompere e minacciare per
arrivare al potere e che non condivide in alcun modo i valori su cui è stata
fondata la nostra nazione. Quale strada prenderemo?
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3).
America:
una nazione
Perduta.
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (25 Settembre 2025) - Paul Craig Roberts – ci dice:
Ho
spiegato in molte occasioni, in articoli, interviste e podcast, che un
presidente americano ha poco più che un controllo nominale sulle politiche
della sua amministrazione.
Ciò è
in parte dovuto alle enormi dimensioni del governo statunitense creato dai
liberali, molto diverso da quello che avevano in mente i Padri Fondatori.
Il governo è troppo grande perché chiunque
possa starci dietro, indipendentemente dagli strumenti di intelligenza
artificiale a sua disposizione.
Ma la
ragione principale per cui il presidente non ha un controllo effettivo è
l’incentivo offerto ai suoi incaricati politici.
Il
governo è nelle mani di diverse centinaia di incaricati presidenziali –
assistenti segretari, sottosegretari e segretari – che devono essere confermati
nella loro carica dal Senato e, quindi, sono nominati cavalieri a vita con il
titolo di “Onorevole”.
Ci si
rivolge a loro correttamente con “Signor Segretario”.
Un
assistente segretario non è un assistente del segretario.
Gli
assistenti segretari sono nominati dal presidente.
Sono i
membri più potenti di un’amministrazione perché i dipartimenti federali fanno
capo a loro. Pertanto, gli assistenti segretari controllano il flusso di
informazioni nel governo.
Il
governo degli Stati Uniti è coinvolto in tutto:
sanità, istruzione, giustizia, pensioni, condizioni di
lavoro, emissioni, trasporti, comunicazioni, radiodiffusione, agricoltura e chi
più ne ha più ne metta. Vengono approvate leggi e redatte norme che
avvantaggiano alcuni a scapito di altri. Alcune industrie e società vengono
salvate dalle loro difficoltà, altre no.
L’incentivo
di un incaricato dal presidente è quello di servire il gruppo di interesse che
può meglio servire la sua carriera.
L’
Amministrazione potrebbe avere una politica estera, una politica sanitaria e
così via, ma le politiche reali saranno quelle preferite dalle lobby che gli
incaricati dal presidente decidono di sostenere.
La
lobby e il funzionario nominato dal presidente promuovono poi quella politica
nei media, e questa diventa la politica dell’amministrazione.
Capita
che, occasionalmente – non ho studiato con quale frequenza – venga eletto un
presidente che ha ambizioni che vanno oltre l’essere eletto presidente.
Potrebbe voler riformare qualcosa o introdurre qualcosa di nuovo.
Se il
suo programma non minaccia interessi potenti, potrebbe avere successo.
Tuttavia, evitare la guerra non è un programma che riscuote molto successo, e
ancor meno oggi.
Il
presidente Eisenhower avvertì gli americani nel 1961 che il complesso
militare-industriale statunitense era diventato sufficientemente potente e
radicato da rappresentare una minaccia per la democrazia americana.
Non si
riferiva a un colpo di Stato militare.
Intendeva
dire che la politica estera americana stava sfuggendo al controllo degli
elettori e dei loro rappresentanti.
Durante
l’amministrazione Reagan fui scelto dal presidente Reagan come sottosegretario
al Tesoro.
Reagan
aveva adottato la politica dell’offerta come rimedio alla stagflazione, una
politica che avevo sviluppato per il deputato Kemp e il senatore Roth – il
Kemp-Roth Bill – e avevo insegnato ai repubblicani come proporre l’approccio
dell’offerta come politica fiscale alternativa mentre prestavo servizio nello
staff del Congresso.
Reagan
pensava che, trattandosi di una mia politica, sarei stato meno propenso a
svenderla rispetto a qualche finanziatore della campagna elettorale proveniente
da Wall Street.
Le
pressioni per svendere la politica economica di Reagan erano molto forti.
Se non
avessi lavorato con dignità nello staff del Congresso e non fossi entrato
nell’amministrazione provenendo dal Wall Street Journal, da cui potevo
rispondere ai miei avversari che utilizzavano altri media contro di me, la
legislazione sulle tasse di Reagan non sarebbe mai uscita dalla sua
amministrazione.
Il
modo in cui i funzionari nominati dal presidente assecondano gli interessi
privati senza dare l’impressione di svendere la politica del presidente è
quello di adeguare la politica del presidente a quella delle lobby come
compromesso di successo che soddisfa entrambi gli interessi.
I
media contribuiscono a mascherare la svendita come un compromesso vantaggioso
per tutti, anche se non risolve il problema politico.
Penso
che sia stato il capo di gabinetto del presidente Reagan, “Jim Baker”, braccio
destro del vicepresidente George H. W. Bush, a spiegare quanto fosse facile per
tutti noi avere successo se avessimo assecondato la paura degli imbecilli
economicamente ignoranti di Wall Street che il taglio delle tasse di Reagan
avrebbe ampliato il deficit, causato inflazione, fatto salire i tassi di
interesse e distrutto il valore dei loro portafogli obbligazionari e azionari.
Tutto
quello che dovevamo fare era ridurre il taglio del 30% delle aliquote fiscali
marginali a un taglio del 5%.
Questo
ci avrebbe dato una “vittoria” senza sconvolgere Wall Street.
Qualcuno
ha suggerito che l’ultima cosa che un sottosegretario al Tesoro dovrebbe fare è
sconvolgere Wall Street, altrimenti la sua carriera e il suo reddito milionario
sarebbero finiti.
Spiegai
che una riduzione del 5% delle aliquote fiscali sarebbe stata annullata
dall’inflazione e non avrebbe avuto alcun effetto politico.
“Jim
Baker” non comprese l’importanza del mio discorso, poiché era interessato
all’apparenza, non al risultato.
Inquadrando la questione come taglio delle
tasse contro nessun taglio delle tasse, una riduzione del 5% sarebbe stata una
vittoria, una vittoria che Wall Street avrebbe potuto accettare.
Durante
le riunioni spiegavo che il nostro compito era quello di curare la
stagflazione, non di placare gli ignoranti di Wall Street.
Ma questo non andava bene a coloro che
vedevano nel “salvare Wall Street dall’economia voodoo” la loro strada verso la
ricchezza.
Non ho
ceduto.
Ho
descritto qui la lotta che ne è seguita:
(paulcraigroberts.org/2025/03/23/my-time-in-the-reagan-administration/).
Il
piano di Reagan era che, una volta risanata l’economia, motivo per cui aveva
iniziato il suo primo mandato facendo approvare la sua politica economica, il
secondo dei suoi due punti all’ordine del giorno – la fine della Guerra Fredda
– potesse essere affrontato sfidando l’economia sovietica in crisi con una
corsa agli armamenti.
Reagan
non intendeva realmente una corsa agli armamenti, così come Trump non sembra
intendere le sue minacce di forti dazi.
Era
una minaccia per ottenere un risultato.
Reagan ragionava che, poiché i sovietici non
avevano la capacità economica per competere in una corsa agli armamenti, la
minaccia li avrebbe portati al tavolo delle trattative e la Guerra Fredda
avrebbe potuto giungere al termine.
Questa
volta il problema era il complesso militare/di sicurezza statunitense che non
voleva perdere il suo nemico sovietico altamente redditizio.
La CIA
disse al presidente Reagan che sarebbe stato un errore iniziare una corsa agli
armamenti con i sovietici, perché avrebbero vinto loro.
Reagan chiese come un’economia più piccola e
in crisi potesse vincere su una più grande e ben funzionante.
La CIA rispose che l’Unione Sovietica aveva
un’economia pianificata e poteva destinare tutte le risorse dell’economia al
settore militare, mentre Reagan avrebbe avuto difficoltà ad aumentare la spesa
militare oltre il 6% del PIL.
In
generale, i presidenti non possono ignorare le posizioni della CIA quando
queste servono al complesso militare/di sicurezza.
Se il presidente lo fa, il complesso militare/di
sicurezza ha a disposizione il presidente di una commissione congressuale,
pieno di fondi elettorali provenienti dal complesso militare/di sicurezza, per
convocare un’udienza.
Nell’udienza la CIA, sotto la pressione del
Congresso, “ammette” che la politica del presidente metterebbe in pericolo gli
Stati Uniti, esponendoci ad attacchi nucleari e tutto il resto.
Reagan,
presumibilmente senile secondo i media liberali, capì tutto questo.
Creò
un comitato presidenziale segreto con l’autorità e il potere di interrogare la
CIA su come fosse giunta a tale conclusione.
Dopo
aver letto il mio libro sull’economia sovietica e ricordando il mio servizio
presso il Tesoro, mi inserì nel comitato.
Divenne
evidente anche ai membri anti-Reagan del comitato che l’economia sovietica era
in grave difficoltà.
In
effetti, era evidente anche agli stessi economisti sovietici che cominciavano a
scriverne.
Poiché
i membri anti-Reagan (provenienti dalle università d’élite, ovviamente) non
erano favorevoli alla guerra nucleare, concordarono sul fatto che la CIA stesse
proteggendo il proprio budget e il proprio potere opponendosi alla fine della
Guerra Fredda.
Reagan
disse quando ricevette quel rapporto: “Lo sapevo già, ma avevo bisogno di
vederlo nero su bianco”.
Quello
che vi sto dicendo è come stanno realmente le cose. La vera storia non è quella
ufficiale che leggete sui media asserviti o nelle storie scritte da storici di
corte che assecondano il potere per fare carriera.
Quello
che vi sto dicendo è che gli americani non sanno nulla di come e cosa succede
realmente, di quale sia la verità.
Se ne
stanno pigramente seduti davanti alla macchina dell’indottrinamento e vengono
sottoposti al lavaggio del cervello sulla realtà.
La totale incomprensione della popolazione
americana inconsapevole è il motivo per cui hanno perso il loro Paese.
(Paul
Craig Roberts).
(Paul
Craig Roberts. Economista, Ex Segretario aggiunto del Tesoro degli Stati Uniti,
Amministrazione Reagan.).
(paulcraigroberts.org/2025/09/24/america-a-lost-nation/).
Dissenso:
quale partecipazione?
Comedonchisciotte.org
- Redazione CDC – (24 Settembre 2025) -Giovanni Amicarella – ci dice:
Il 15
settembre ha avuto luogo la mobilitazione, in occasione del 78° anniversario
della costituzione del Territorio Libero di Trieste, contro i piani NATO e il
corridoio IMEC, che vedono il porto di Trieste come uno degli obiettivi e snodi
principali.
Trieste
si è ritrovata, nell’ultimo periodo soprattutto, al centro di reiterate
violazioni dei trattati internazionali:
sia
Ucraina che Israele, infatti, si trovano rifornite attraverso il suo porto.
Una
situazione, se vogliamo, esacerbata già dai relativamente recenti (e ancora
scottanti) fatti al porto di cui siamo stati testimoni:
quando le proteste contro il green pass
arrivarono al culmine e i portuali vennero presi a manganellate e idranti.
La
questione ha suscitato una serie di iniziative che sono riuscite ad attirare
l’attenzione di giornali, organizzazioni politiche e non, centri studi e case
editrici.
Trieste
si è così ritrovata al centro di una vera e propria primavera identitaria e
culturale, di una città che si è vista ospite si importanti presentazioni e
mobilitazioni, affrontando l’ambito geopolitico locale (forse per la prima
volta) con un linguaggio potabile.
Fra le iniziative curate dal “CeSEM”,
rappresentato da “Maria Morigi”, e gli eventi culturali ed editoriali le “Anteo
Edizion”i, il perno centrale è sempre stato rappresentato da un’organizzazione
che rappresenta una novità non solo in termini di idee, mollando posticce
visioni unidimensionali sulla collocazione di Trieste, indipendentismi di
cartapesta, ma anche in termini di età:
il
Fronte della Primavera Triestina (che non a caso ho definito più volte, e
sottoscrivo nuovamente, “l’unica cosa buona venuta fuori dall’ex movimento
studenti contro il green pass”).
Trovandosi
in un contesto di divisioni e frizioni, alcune nate anche prima che nascessero
loro per età anagrafica, sono riusciti a piantare un substrato in cui hanno
trovato radici una moltitudine di realtà, come prima accennato, e formare un
comitato per questo evento decisamente trasversale, includendo anche un’altra
realtà giovane come quella del “Socialismo Italico” di cui sono segretario.
La mobilitazione, oltre che nel riuscire di
lunedì a mobilitare circa cinquecento persone, aveva delle parole d’ordine che
rispecchiano a pieno ciò che era già stato delineato dalle analisi del centro
studi e dagli eventi ad esso correlati.
Nella
sua trasversalità sul piano politico, andando ad abbracciare una porzione di
cittadinanza stanca, preoccupata, ma mai abbattuta.
Ma su
questo tornerò a breve.
Per
questo, è importante più che mai fornire gli strumenti affinché si formino
coscienze critiche e si faciliti la messa in discussione di tutto e tutti:
la realtà oggettiva emerge soltanto quando
viene purgata dai soggettivismi, che alimentano ignavia.
Andando
proprio a parlare di quella…
Il
corteo è riuscito, come poc’anzi detto, di lunedì, a portare in mobilitazione
contro la NATO circa cinquecento persone, che seppur, visti i tempi e le
condizioni attuali, sia un degno successo, è un dato che fa riflettere:
qualcuno
più sapiente di me in matematica ha accennato corrispondere a circa lo 0,3% dei
triestini.
Se
fosse stato un corteo su qualsiasi altra motivazione, comprensibile. Ma un
corteo così ideologicamente variegato, su un tema così stringente, ovvero il
trovarsi la guerra in casa, fa riflettere su quanto la massa in questa fase
politica sia scollegata completamente dalla realtà.
Ho
avuto modo con i miei compagni di organizzazione di prendere parte alla
mobilitazione, se c’è una cosa che mi ha fatto tornare alla mente certe
considerazioni nicciane di Carmelo Bene sugli “zombie”, i cittadini passivi,
sono state le persone che ci guardavano come se vedessero delle bestie rare,
non capendo che era una manifestazione che li riguardava a pieno.
Cosa
li farà svegliare?
Una
portaerei posteggiata davanti casa?
La lettera per il fronte? Secondo me neanche
quello.
Forse,
alcuni di questi, neanche la fame.
Metto
le mani avanti in questa considerazione, che non è sfiducia o rassegnazione,
quanto semplicemente una rappresentazione concreta dei fatti, non ho mai
creduto alla “democrazia”.
Continuo
a non farlo, e penso che chi la agiti come clava non abbia ben chiare le sue
origini:
il “démos krátos,” binomio che eccita tanto i
ferventi costituzionalisti, veniva inteso in modo molto diverso nell’Ellade da
cui si originò.
Non
era un potere popolare aperto a tutti, era un’elezione da cui venivano esclusi
coloro non considerati meritevoli dai canoni sociali.
Il
fatto che il popolo si lasci imbambolare costantemente dalle idiozie derivate
dalla ‘siddetta democrazia borghese, che cerchi costantemente chi risolve i
problemi scartabellando le liste elettorali come se fossero piccoli testi sacri
e passi da adorare un politico per odiarlo il giorno dopo, mi ha riportato alla
mente un bellissimo, e attualissimo incredibilmente, passo de “Il Coriolano “di
Shakespeare:
“Colui
che detti cortesi ti rivolgesse, sarebbe adulatore al disotto d’ogni
abborrimento.
Che
chiedete voi, disprezzevole razza, cui né guerra, né pace contenta? L’una vi
atterrisce, l’altra vi fa ribelli. Chi di voi può fidarsi?
Lioni vi si crede, e non siete che timidi
daini:
volpi
vi si immagina e non siete che paperi.
Voi
non offrite maggior sicurezza, no, d’un carbone acceso sul ghiaccio, o d’un
granello di grandine al sole.
La
vostra virtù sta nell’innalzare chi si sottomise al delitto, nel deprimere
quegli che amò la giustizia.
Chi
merita onori si cattiva il vostro odio; e le vostre affezioni rassomigliano
agli appetiti inordinati di un infermo, che desidera sol quello che vale ad
accrescere il suo tormento.
Colui
che riposa sul vostro favore, nuota con pinne di piombo, o fa opra d’abbattere
la quercia coi giunchi.
Razza
sciagurata! Fidare in voi?
Ogni
minuto vi cangia, e ad ogni minuto vi si vede esaltar colui che aborrivate,
deprimere quegli di cui vi facevate ghirlanda.”
A
scrivere la storia dall’alba dei tempi, non a caso, trasversalmente a livello
politico e come perfettamente delineato dal” Malaparte” in “Tecnica del Colpo
di Stato”, sono state sempre le minoranze organizzate che hanno saputo fare
presa gradualmente sulla massa, senza che la massa facesse presa su di loro,
cosa che avrebbe portato a edulcorare tutto il piano ideologico.
Per
una massa intrisa di tutto il peggiore della forma mentis borghese, che trova
il suo apice nel credersi tutti dei Bezos mancati, per una massa che trova la
sua principale gratificazione nel lamentarsi delle questioni, senza
effettivamente muoversi per porvi rimedio, c’è veramente da auspicarsi che
questa minoranza organizzata non finisca a imborghesirsi a sua volta.
Lasciamo
a Gaber quello che è di Gaber, tanto la partecipazione o è limitata, o è
incerta.
Perché
non esistono solo momenti di disinteresse, esistono anche momenti di
sovra-interesse su un certo tema.
Non a
caso, “mutatis mutandis”, inerentemente alle manifestazioni di questi giorni
fino ad arrivare al 22 settembre, seppur lo spontaneismo abbia contribuito
fortunatamente a rimpolpare le piazze sul sentito tema della Palestina, resta
il nocciolo di una mancanza di organizzazione unitaria fra le varie azioni per
poter definire il tutto in un taglio politico: mentre il blocco dei porti da
parte dell’USB e di altre organizzazioni ha lodevolmente rotto i maroni ai
sionisti, così come le azioni agli stabilimenti Leonardo, l’occupazione delle
stazioni ferroviarie è stata molto meno fortunata e immediatamente presa a
pretesto dalla macchina del fango per azionarsi in tutto il suo putridume.
C’è
chi viene per rendersi partecipe di una lotta e chi per fare casino, è così dai
tempi arcaici e ha sempre fatto parte della manifestazione da quando esiste il
termine stesso manifestazione.
Ma su
una cosa, siamo sinceri, invito all’onestà intellettuale.
Nessuna
organizzazione né sindacale, né certamente politica, dispone ad oggi di forze
sufficienti per gestire con ordine e servizio di sicurezza manifestazioni di
questo tipo, formate da centinaia di realtà (spesso anche difficili da fare
andare d’accordo per anche solo una mobilitazione e di numeri limitati) e
centinaia di migliaia di persone apartitiche (ma non apolitiche, per
distinguere atto e azione) che non accettano minimamente indicazioni di alcun
tipo.
Quindi
è ovvio che si presentino certe situazioni, e rimane vergognoso il tentativo di
strumentalizzarle.
Resta
un ma: finita la mobilitazione, l’ignavo che torna a casa, l’ha capito perché
si è mobilitato?
Il
militante certamente, è stato convocato dalla propria organizzazione apposta.
Ma la
linfa vitale del corteo, a parte una parola d’ordine condivisibile e una lotta
ritenuta sacrosanta, non sa altro del suo ruolo nella storia.
Per
questo, e i fallimenti degli anni ‘70 dovrebbero insegnare non solo a sinistra,
il proselitismo non si fa in piazza.
In piazza si dimostra che si è, si rafforzano
le convinzioni di chi già le ha. Il movimentismo è uno strumento utile se
affiancato alla capacità di istruire e formare, altrimenti è semplicemente un
andare dietro alla moda del momento, definibile a sua volta” codismo”.
Tornando
al discorso di prima, sulle minoranze organizzate, vedete quali azioni di
questi giorni sono servite e quali decisamente meno, e chi ha fatto cosa:
sindacato, partito, organizzazione.
Separate
il grano dal loglio, onde evitare di farvi prendere all’amo da chi sparge fango
sulle lotte giuste e chi, pur avendo fatto vagamente la comparsa, ne reclama
l’Oscar come attore protagonista.
Sta lì
il nocciolo della questione: siate critici, anche delle vostre stesse
organizzazioni (se ne fate parte).
(Giovanni
Amicarella).
La
strana teoria della
finta
morte di Kirk.
Unz.com
- Laurent Guyénot – (25 settembre 2025) – ci dice:
Quando
mi sono imbattuto per la prima volta in questa teoria, non mi sono nemmeno
preoccupato di esaminarne le argomentazioni.
Sospettavo
che le persone che pubblicavano tali teorie fossero infiltrati cognitivi o
troll.
Ma
poi, le questioni balistiche continuavano a indirizzarmi verso questa
possibilità, finché non mi sono imbattuto nel video di "analisi" di
19 minuti di” Ben Werhman”, che invita tutti a guardare.
Non
sono sicuro che questa teoria sia corretta, ma credo che sia plausibile e
meriti considerazione.
Tuttavia, considero la pista dei massoni,
menzionata in questo video, una falsa pista (a meno che non si parli di B'nai
B'rith).
A mio
avviso, la teoria della finta morte di Kirk non contraddice la teoria secondo
cui Israele avrebbe deciso di eliminare Kirk per ragioni così ampiamente
diffuse che persino Netanyahu ha sentito il bisogno di respingerle.
La
teoria della finta morte di Kirk significa semplicemente che a Kirk è stata
data la possibilità di essere fatto sparire vivo, invece che morto.
Che
Israele abbia orchestrato l'evento è ancora più probabile che la sicurezza di
Kirk fosse presumibilmente israeliana, come Kirk stesso sembra insinuare in
questa conversazione con” Bill Maher”:
"Se
vuoi sicurezza, gli israeliani sanno cosa stanno facendo". Probabilmente
si riferisce allo “Shaffer Security Group”, di proprietà sionista, che ha
concluso il suo contratto con “TPUSA” nel 2022, ma che a quanto pare è
ricomparso per l'ultimo evento di Kirk.
La
“teoria di Ben Werhman” è che la ferita da arma da fuoco e la morte di Kirk
siano state simulate con una “pistola sparasangue” dotata di un piccolo
esplosivo telecomandato, esattamente come si usa sempre a Hollywood.
Riassumerò
le sue argomentazioni e poi vedrò come questa teoria si collega a un'altra
interessante teoria riguardante” Erika Kirk”.
Il
punto di partenza sono le incongruenze balistiche nella teoria ufficiale.
Supponendo che la ferita al collo che si vede sul collo di Kirk sia la ferita
d'ingresso, allora non c'è alcuna ferita d'uscita.
Il produttore esecutivo di “Charlie Kirk”,
“Andrew Kolvet”, ha detto di aver sentito direttamente dal chirurgo che ha
lavorato su Kirk che la competizione ad alta velocità che ha colpito Kirk non
ha mai lasciato il suo corpo.
Il
chirurgo lo definì un "miracolo":
"Il
suo osso era così sano e la densità era così impressionante che era come l'uomo
d'acciaio.
Avrebbe dovuto andare fino in fondo.
Probabilmente avrebbe ucciso anche quelli che
stavano dietro di lui". Questa nuova teoria del "proiettile
magico" – o "collo magico" – non ha senso, secondo numerosi
esperti di armi.
Naturalmente,
questo lascia aperta la possibilità che il colpo provenga da dietro e che la
ferita visibile al collo davanti sia la ferita d'uscita.
Tuttavia,
è dubbio che una ferita d'ingresso nella parte posteriore sarebbe stata così
piccola da non essere visibile sulla telecamera che riprendeva dalla parte
posteriore della testa di Kirk.
“Candace
Owens” è stata in grado di vedere il filmato dalla telecamera dietro Kirk, per
gentile concessione del video tecnico di Kirk che ha smontato la telecamera
dopo la sparatoria: non si vede alcun impatto.
Problematica
è anche la piccola dimensione della ferita davanti, che, secondo l'esperto
“Paramount Tactical “, è troppo piccola per una ferita d'uscita.
Ci sono altre teorie su un colpo da una pistola a
bassa velocità come una pistola a palma, ma le trovo prive di qualsiasi base
convincente, e non le discuterò qui comunque.
Entriamo
quindi nel vivo delle argomentazioni principali della finta morte.
Si basano su un'attenta visione delle riprese
della "morte" di Kirk.
La
maggior parte dei video sull'evento eviterà di mostrare il sangue, ma poiché
stiamo esaminando la possibilità che si tratti di sangue finto, è necessario
osservarlo molto da vicino.
Questo
filmato, girato frontalmente, è il più importante.
Ci torneremo.
1. La
camicia che scoppia:
secondo “Werhman”, ciò che deve essere
spiegato per prima cosa nelle immagini dello sparo di Kirk è "la sua
camicia che sporge violentemente verso l'esterno e verso l'alto, come se
qualcosa fosse esploso dall'INTERNO della sua camicia".
Questo non può essere spiegato dall'onda
d'urto del proiettile, come ha affermato “Zeb Boykin” .
Un
video è tratto dal brillante post di “Ryan
Matta” , e la gif proviene da un'altra telecamera.
2. Il
sangue coagulato:
secondo
la persona con una vasta esperienza di ferite da arma da fuoco, che si sente
nel video di” Wehrman” dal minuto 7:15 al minuto 10:25 (sarebbe bello sapere il
suo nome), il flusso di sangue non è coerente con la realtà di una ferita da
arma da fuoco in questa parte del corpo:
il sangue sarebbe molto fluido, anziché
grumoso e come coagulato come appare qui.
Inoltre,
sembra che il sangue fuoriesca dal colletto della camicia.
3. La
ferita da scivolamento:
una
visualizzazione fotogramma per fotogramma rivela che la ferita al collo è
un'aggiunta di composizione video.
4. Non
c'è abbastanza sangue.
Non
c'è una goccia di sangue che esce da Charlie mentre viene portato via, e non ci
sono schizzi di sangue a terra.
Questo
non è compatibile con una vera ferita da arma da fuoco.
5.
Testimoni oculari hanno visto Kirk essere colpito al petto. Come dice “Wehrman”:
"Ricordate
come quel primo giorno, i testimoni oculari parlavano di come lo avevano visto
essere colpito al PETTO, ed eravamo tutti confusi perché avevamo visto il video
di lui che veniva colpito al COLLO?".
Un
certo “Josh Barlow”, in piedi nelle prime file, conferma in un tweet.
6.
Kirk tiene ancora il microfono.
Questo
è un argomento che “Wehrmann” non solleva.
Si dice che Kirk sia morto all'istante, ma i
morti perdono istantaneamente tutto il tono muscolare.
Questo
è ciò che significa "morire all'istante", e questo non è ciò che
vediamo:
Kirk
non lascia nemmeno cadere il microfono né cade dalla sedia. Questo non è
realistico.
Inoltre,
potresti anche dare un'occhiata a questa analisi della "firma
energetica" dell'evento, che mostra "nessun singolo vettore cinetico
lineare coerente" con uno sparo.
La
seconda categoria di fatti che contraddice una morte reale ha a che fare con
ciò che è accaduto subito dopo la sparatoria.
7.
Nessuna ambulanza:
Kirk è
stato immediatamente trasportato a bordo di un SUV nero, nonostante ci fossero
ambulanze nel campus.
E
anche se non ci fossero state, una simile procedura è semplicemente
inconcepibile.
8.
Nessuna scena del crimine.
Non
vediamo mai la polizia di stato o gli agenti dell'FBI prendere il controllo
della scena del crimine, come avrebbe dovuto accadere.
Pochi
minuti dopo la sparatoria, vediamo un uomo, in seguito identificato come il “tecnico
video di Kirk”, smontare la telecamera alle spalle di Kirk e salire sulla sedia
di quest'ultimo per riprenderla.
Pochi giorni dopo il crimine, la scena del
crimine è stata accuratamente ripulita senza alcuna ispezione da parte
dell'FBI.
La spiegazione migliore del perché la scena
non sia stata trattata come una scena del crimine è perché non era una scena
del crimine, ma più simile a un set cinematografico.
“
Wehrman” mostra anche indizi di una troupe che filma gli spettatori spaventati,
evitando di filmare Kirk dopo la sparatoria.
9.
Cadavere finto.
La
controargomentazione alla teoria della morte finta sarebbe se avessimo visto,
in qualsiasi momento, il cadavere di Kirk.
In effetti, abbiamo visto le mani del cadavere, in un
video piuttosto macabro di Erika appoggiata alla bara di Kirk, ripreso da
vicino. Sebbene questo abbia lo scopo di convincere le persone di aver visto il
cadavere, molti hanno espresso dubbi sulle mani arancioni, simili a quelle di
un manichino, che vediamo (immagine in alto).
E a
proposito, avrete sicuramente notato che non c'è stato nessun funerale per
Kirk:
il
mega-spettacolo commemorativo TPUSA, durato 5 ore, non era un servizio funebre
e i genitori di Kirk non hanno nemmeno partecipato.
Per concludere,
credo che ci siano solide prove che la morte di Kirk sia stata una messa in
scena.
Tra l'altro, questo darebbe un senso
all'imbarazzante osservazione di “Kash Patel” (rivolta soprattutto a un
cristiano evangelico):
"Ci
vediamo a Walhalla."
Certo, anche la deficienza mentale di Patel
potrebbe spiegare questa strana osservazione.
A
proposito di questo divertente personaggio, si ipotizza molto che la sua
ragazza “Alexis Wilkins” sia una specie di tesoro.
Esistono
molti tipi di tesoro, dall'agente del Mossad che attira Mordechai Vanunu in una
trappola per rapirlo, alla proverbiale Esther che sposa un uomo potente per
spiarlo e mantenere un certo controllo su di lui.
Questo
ci porta a “Erika Kirk” e a un'altra bizzarra teoria emersa di recente su
Internet, a causa del”background di Erika” e del contesto del suo incontro con
Kirk.
Erika
è nata “Erika Frantzve”.
Suo
padre “Kent Frantzve” un tempo presiedeva la divisione israeliana della società
di armamenti Raytheon, collegando la sua famiglia direttamente al complesso
militare-industriale israeliano.
In
un'intervista del 2020 , Erika ha affermato che sua madre "si stava
interessando al Governo... alla Sicurezza Nazionale e al Dipartimento della
Difesa". Si dice che l'azienda sia “AzTech International”, un altro
appaltatore della difesa.
Erika
è una sorta di arma?
Nel 2012 ha vinto un concorso di bellezza di
proprietà di “Donald Trump “ed è diventata “Miss Arizona”.
A 23
anni, ha fondato un'organizzazione cristiana evangelica chiamata "Eroi di
tutti i giorni come te", che ha sviluppato un programma chiamato
"Angeli rumeni".
Dietro
lo slogan "Aiutare i bambini dimenticati di Dio a trovare le ali", si
sospetta che sia coinvolta nel traffico di minori, attività per cui la Romania
è nota, e anche peggio.
Ora,
tutto questo non prova nulla.
Né gli
apprezzamenti soggettivi della partita tra Charlie e Kirk contano come prova di
un gioco scorretto.
A
differenza della teoria della finta morte, che ritengo piuttosto solida, la
teoria del vaso di miele è speculativa.
Ma non posso fare a meno di pensare che ci sia
un po' di esagerazione nella performance di Erika quando Charlie annunciò il
loro fidanzamento al “Charlie Kirk Show” (deve essere stato nel 2020).
Si
dice che Erika sia stata presentata a Charlie da Donald Trump. Qualunque sia il ruolo di Israele
nella scomparsa di Kirk, non ho dubbi che Trump sia pienamente complice.
Trump è di proprietà di Israele.
Trump
è la palude.
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