La missione non è umanitaria ma politica.
La
missione non è umanitaria ma politica.
Zehra
Dogan: «Le politiche securitarie
trasformano
i popoli in una minaccia.»
ilmanifesto.it
- Murat Cinar – (26 – 09 – 2025) – Intervista a Zehra Dogan – ci dice:
Intervista
Parla l’artista e giornalista curda, salita a bordo della «Flotta».
La “Global
Sumud Flotilla”, composta da decine di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari,
è in queste ore in attesa a Creta, nel suo viaggio verso Gaza.
Il
governo italiano, attraverso la premier “Giorgia Meloni”, ha proposto uno
«stop» nei porti di Cipro sud e la consegna degli aiuti alle autorità
israeliane o italiane.
Una mediazione che, secondo gli attivisti e le
attiviste a bordo, rischia di svuotare l’azione della sua forza politica e
simbolica:
chiedono
invece maggiore tutela e protezione per portare a termine una missione
dichiaratamente nonviolenta, internazionale e umanitaria.
Tra le
testimoni dirette di questo viaggio c’è la giornalista e artista curda “Zehra Dogan”, che dal 12 al 25
settembre ha preso parte alla traversata insieme al collettivo «f. lotta»:
un’«occupazione marittima» di decine di imbarcazioni, a sud di Lampedusa, per
protestare contro «il regime mortifero dei confini europei».
«La
nostra missione – ci spiega Dogan – andava oltre il gesto simbolico:
volevamo
riportare al centro il tema del corridoio umanitario e della difesa dei civili,
accompagnando e proteggendo la “flottiglia Sumud “lungo le acque europee fino
all’incontro con gli altri equipaggi».
IL
VIAGGIO non è stato semplice:
divisioni
forzate tra le imbarcazioni per problemi di visti, condizioni meteo avverse,
minacce e attacchi con droni.
«La sicurezza – dice Dogan – è diventata un tema
sempre più critico. Eppure, nonostante le pressioni di governi come quello
italiano e israeliano, la flottiglia ha scelto di proseguire: troppo spesso gli
aiuti restano fermi per settimane ai valichi e questa volta si è deciso di
portarli direttamente a Gaza».
Il suo
sguardo di reporter e artista si intreccia con una prospettiva femminista e
politica:
«In Palestina oggi assistiamo a un’operazione
militare, a un assedio e a una distruzione di massa, ma anche a forme di
resistenza quotidiana che cercano di creare alternative di vita, spesso guidate
dalle donne.
Le politiche securitarie, maschili e
militarizzate, mirano a colpire proprio quelle esperienze».
Alla
domanda su cosa la spinga a partecipare, Dogan risponde senza esitazioni: «Come artista e giornalista ho il
dovere di testimoniare, dare voce a chi viene cancellato.
I
rapporti di “Amnesty International” e delle “Nazioni unite” mostrano la gravità
della crisi umanitaria a Gaza.
Io,
nel mio piccolo, ho scelto di esserci: per creare immagini e parole che aiutino
a rompere il silenzio, rafforzare la richiesta di un corridoio umanitario, ricordare
che al di sopra di tutto resta il diritto alla vita».
Nella
sua riflessione, allarga lo sguardo oltre la Palestina:
«A
Gaza si consumano un assedio e una distruzione di massa, ma lo stesso ciclo di
violenza si ripete in molte altre parti del mondo, alimentato da occupazioni,
disuguaglianze e politiche securitarie che trasformano interi popoli in minacce
permanenti.
Non si
può leggere ciò che accade senza considerare queste dinamiche globali».
Da una
prospettiva femminista, Dogan sottolinea come la violenza patriarcale e i
discorsi militarizzati colpiscano indirettamente le esperienze alternative di
vita costruite dalle donne.
PER
LEI, LA PROPOSTA di “Abdullah Öcalan”, leader del Partito dei Lavoratori del
Kurdistan (Pkk), del “confederalismo democratico” resta un punto di
riferimento: «È una via che mette al centro parità di genere, ecologia e democrazia
locale e che può valere non solo per il Medio Oriente ma per il mondo intero. È
un “terzo cammino” che non cancella le identità ma le riconcilia».
Zehra
Dogan ha lavorato come giornalista e artista durante l’assedio del 2015 attuato
dalle forze armate turche nel sud-est della Turchia.
A
causa dei suoi articoli e disegni è stata incarcerata per tre anni.
Dogan racconta così l’importanza di questa
missione:
«La mia precedente esperienza come inviata di
guerra mi ha insegnato come la violenza della guerra possa diventare
sistematica e ordinaria.
Vedere
che meccanismi simili operano in contesti geografici diversi ha rafforzato la
mia motivazione a documentare questo processo.
Il mio
obiettivo non era solo raggiungere Gaza ma richiamare l’attenzione sul diritto
internazionale, creare pressione pubblica per la consegna degli aiuti umanitari
e registrare quanto stava avvenendo».
L'appello.
Mattarella a Flotilla:
affidate aiuti alla Chiesa di
Gerusalemme.
Si tratta.
Avvenire.it
- Angelo Picariello – (26 settembre 2025) – ci dice:
L'invito
per non mettere a repentaglio la vita dei volontari a bordo.
La portavoce subito replica: non possiamo piegarci ai
soprusi di Israele, ma poi rientra in Italia. Interviene anche Meloni.
L’appello
di Sergio Mattarella arriva mentre la Flotilla è ferma a Creta a riparare i
danni subiti dai droni prima di rimettersi in viaggio verso Gaza:
evitate altri rischi di vite umane, accogliete
la proposta del Patriarcato latino di Gerusalemme, affidatevi a loro.
Dopo
le polemiche aperte fra il Governo italiano e la missione, una fitta rete di
interlocuzioni rimette le istituzioni in moto a protezione della rischiosa
operazione che vede coinvolti ben 44 Paesi, con 51 imbarcazioni.
Dal
cardinale “Pierbattista Pizzaballa” era stata fatta arrivare, in tutta
riservatezza, la disponibilità a essere di aiuto al buon esito della missione.
Interviene il Quirinale, prende posizione anche Giorgia Meloni, a tenere viva
l’iniziativa sostenuta dal Colle, che nell’immediato sembrava rifiutata e
naufragata e che in serata invece appariva più che mai di attualità.
«Il
valore della vita umana, che sembra aver perso ogni significato a Gaza, dove
viene gravemente calpestato con disumane sofferenze per la popolazione,
richiede di evitare di porre a rischio l’incolumità di ogni persona», scrive in
premessa Mattarella in una nota diffusa dal Quirinale in tarda mattinata.
Riconosce
le nobili intenzioni dell’azione umanitaria:
«Al
fine di salvaguardare il valore dell’iniziativa assunta - valore che si è
espresso con ampia risonanza e significato - appare necessario preservare
l’obiettivo di far pervenire gli aiuti raccolti alla popolazione in
sofferenza».
Ed
ecco l’appello: «Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello
alle donne e agli uomini della Flotilla perché raccolgano la disponibilità
offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme - anch’esso impegnato con
fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza - di svolgere il
compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a
bambini, donne, uomini di Gaza».
Dal
mondo politico arriva subito l’invito di Renzi, Calenda, Delrio, e dell’ex
ministro della Difesa Guerini a prendere in considerazione l’accorato invito
del capo dello Stato.
Prudenza, e silenzio, invece, almeno
inizialmente, dal Governo e - specularmente - dalle aree politiche più vicine
alla missione.
Ma passano pochi minuti, e arriva da bordo un
segno netto di indisponibilità. «Non possiamo accettare questa proposta perché arriva
per evitare che le nostre barche navighino in acque internazionali con il
rischio di essere attaccate», replica la portavoce per l’Italia della Global
Sumud Flotilla, “Maria Elena Delia”.
«Non cambiamo rotta», annuncia, ma poi fa
rientro in Italia «al fine di condurre un dialogo diretto con le istituzioni
per garantire l’incolumità dei membri italiani dell’equipaggio e il
raggiungimento degli obiettivi della missione nel rispetto del diritto».
La
mediazione, così, prosegue.
Su
tutto grava il pesante avvertimento di Tel Aviv: «Non permetteremo la violazione di un
legittimo blocco navale».
Senza
mezzi termini i responsabili di Flotilla sottolineano le finalità politiche,
non solo umanitarie, dell’iniziativa:
«È vero che stiamo portando degli aiuti umanitari a
Gaza ma non è l'obiettivo principale della nostra missione. Il nostro è un atto
politico, noi vogliamo creare un corridoio umanitario stabile, rompere il
blocco navale degli israeliani e vogliamo che questo genocidio cessi il prima
possibile»,
dice con chiarezza “Simona Moscarelli” del “Global
Sumud Flotilla” incontrando i delegati della Cgil a Roma, ribadendo quindi l’intenzione di non
fermarsi dopo i primi attacchi, già in acque internazionali, e dopo il vero e
proprio avvertimento israeliano per l’ipotesi che si voglia forzare il blocco a
Gaza.
Ma
l’iniziativa del Quirinale, in chiara sintonia con il cardinale “Pierbasttista
Pizzaballa”, ha il pregio di aver aperto il filo del dialogo fra Flotilla e il
Governo, pur nella chiara rotta di collisione politica, ma nel comune intento
di non far precipitare una missione umanitaria nel pieno di una
guerra/carneficina in atto.
Ma
operativamente le distanze restano tutte.
L’ipotesi di cui si era parlato lasciare gli
aiuti a Cipro, dove il Patriarcato latino di Gerusalemme li prenderebbe in
carico per trasferirli al porto israeliano di Ashdod e poi, attraverso un
corridoio aperto dalle Misericordie, fino a Gaza, viene nettamente rifiutata
dai vertici di Flotilla, per non compromettere l’obiettivo politico di forzare
un blocco ritenuto illegittimo e finalizzato al genocidio, alla “cancellazione”
di ogni presenza palestinese a Gaza.
La
trattativa però continua.
Il
ministro degli Esteri Antonio Tajani lo auspica (e sente anche la segretaria
dem Elly Schlein), con l’obiettivo di «proteggere tante vite umane e impedire
che la situazione precipiti».
Anche
dall’opposizione le cose si rimettono in movimento.
“Peppe
Provenzano” del Pd, sulla scia di Mattarella, invita ad «a raccogliere la
disponibilità del Patriarcato Latino di Gerusalemme».
Si
muove pure il leader M5s Conte.
Ed
ecco, in serata, la premier Giorgia Meloni ringraziare i partiti d’opposizione
«che, raccogliendo le sagge parole del presidente Mattarella, hanno invitato
gli attivisti» ad accettare le soluzioni alternative proposte.
In
questa fase, sottolinea, «è fondamentale lavorare per garantire l'incolumità delle
persone coinvolte e non assecondare chi sostiene che l'obiettivo
dell'iniziativa debba essere forzare il blocco navale israeliano. Una scelta
che sarebbe estremamente pericolosa».
Anche
perché, ripete il ministro della Difesa “Guido Crosetto,” «non siamo in grado di garantire la
sicurezza delle imbarcazioni fuori dalle acque internazionali».
Flotilla
a Mattarella: la missione
non è
solo umanitaria. Anche la barca
con i
dem prosegue verso Gaza.
Askanews.it
– (Set. 27, 2025) - M.O. -Redazione – ci dice:
“Israele
viola sistematicamente diritto, servono richiamo comunità internazionale e
azione politica forte.”
Roma, 27 set. (askanews) –
“Caro
Presidente, il nostro Paese, l’Italia, ha assunto nella storia delle democrazie
occidentali e non solo, un ruolo determinante, fondato sui principi di libertà,
democrazia e difesa dei diritti umani.
Valori
radicati nella memoria storica della Resistenza e dei nostri Partigiani, la cui
eredità ha ispirato la Costituzione repubblicana.
Sono
questi i principi che da sempre ispirano la nostra azione:
nelle
37 missioni della Freedom Flotilla, e oggi, nella nuova missione partita dal
porto di Otranto.
I nostri padri costituenti offrirono al Paese
e al popolo i propri corpi e le proprie vite, per garantirci libertà,
democrazia e radicamento nei valori umani.
Questi
valori, divenuti patrimonio universale, abbiamo il dovere di custodirli e di
difenderli, oltre i confini nazionali.
Per questo crediamo che l’Italia possa e debba
avere un ruolo centrale nella promozione della cultura della democrazia e della
libertà anche a sostegno del popolo palestinese”.
È
quanto si legge in una lettera inviata al presidente della Repubblica Sergio
Mattarella, alla premier Giorgia Meloni e ai presidenti delle Camere, dalla
“Freedom Flotilla” che ha aderito alla “Global Sumud Flotilla”.
“La
nostra azione non si limita al piano umanitario – pure fondamentale per
alleviare le sofferenze di un popolo martoriato, affamato e colpito da un
assedio che assume i tratti di un genocidio.
Essa mira anche a un obiettivo politico e
istituzionale:
richiamare
la comunità internazionale al rispetto del diritto internazionale,
sistematicamente violato dallo Stato di Israele da decenni”, si sottolinea.
“Siamo
convinti che sia doveroso sostenere sempre le iniziative umanitarie – e Lei,
Presidente, può esserne protagonista insieme agli altri leader europei.
Ma
riteniamo altrettanto imprescindibile un’azione politica forte, capace di
ristabilire il diritto internazionale e di impedire che simili crimini, che
rievocano le pagine più oscure della storia, possano ancora ripetersi.
A Lei,
Presidente, chiediamo di assumere un’iniziativa trasversale e coraggiosa, che
richiami ogni istituzione e ogni popolo alle proprie responsabilità e doveri
umanitari.
Con rispetto e fiducia, Freedom Flotilla
Italia”.
Qualcuno
ha abbandonato, dopo gli attacchi di droni alle imbarcazioni e l’appello di
Mattarella, ma il viaggio verso Gaza della Flotilla quindi, continua.
Anche
la “barca Karma “con l’europarlamentare dem “Annalisa Corrado” e il deputato Pd
“Arturo Scotto”, prosegue con la missione della Global Sumud Flotilla.
I due
esponenti del partito democratico, come gli altri parlamentari presenti, sono
imbarcati per offrire, con la loro presenza, accompagnamento istituzionale alla
missione che è al momento ancora in acque greche ma, secondo quanto viene
riferito, è pronta a partire oggi.
Su
circa una cinquantina di italiani, ieri una decina ha scelto di scendere dalle
imbarcazioni, dopo gli attacchi dei giorni scorsi alla Flotilla e dopo
l’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
A
bordo gli altri, compresi tutti i parlamentari che hanno deciso di accompagnare
la missione.
Intanto
vanno avanti le interlocuzioni tra gli organizzatori e le istituzioni, con
governo e Colle.
A Roma
una piccola delegazione con la portavoce Maria Elena Delia.
Verso
Gaza.
La
Global Sumud Flotilla è la nostra coscienza civile, ma mediare non significa
essere deboli.
Vita.it - Nino Sergi – (26-09-2025) – ci dice:
«Quella
della Flotilla è molto più di una missione umanitaria», scrive Nino Sergi,
presidente emerito dell'organizzazione umanitaria Inter nos: «È un atto
politico e morale.
Nella
sua ostinata determinazione a raggiungere Gaza denuncia con forza ciò che da
mesi molti governi fingono di non vedere:
la loro colpevole inerzia davanti a crimini
che calpestano il diritto internazionale e offendono i valori fondamentali
dell’umanità.
Continuare
è necessario, ma lo è anche farlo con lucidità, e con le doverose mediazioni,
per non ripetere errori del passato e per mantenere la forza e la credibilità
dell’iniziativa».
Come
chiede il Capo dello Stato.
La “Global
Sumud Flotilla”, con le sue decine di imbarcazioni e centinaia di attivisti
provenienti da tutto il mondo, è molto più di una missione umanitaria.
È,
prima di tutto, un atto politico e morale.
Nella
sua ostinata determinazione a raggiungere Gaza nonostante rischi e minacce,
denuncia con forza ciò che da mesi molti governi fingono di non vedere: la loro
colpevole inerzia davanti a crimini che calpestano il diritto internazionale e
offendono i valori fondamentali dell’umanità.
Di fronte alla tragedia che si consuma nella
Striscia, la comunità internazionale ha infatti scelto di non agire o di farlo
in modo simbolico e comunque tardivo.
La
Flotilla cerca di raggiungere Gaza non soltanto per consegnare aiuti materiali,
cibo, medicinali, beni essenziali, ma soprattutto per dire al mondo che non
possiamo voltare lo sguardo altrove.
La sua
presenza è un atto di testimonianza e di solidarietà concreta;
è la dichiarazione collettiva di “esserci”,
accanto a una popolazione trattata peggio degli animali, privata di ogni
diritto e dignità.
“Noi
ci siamo”: questo messaggio politico e umano potente attraversa il Mediterraneo
e raggiunge i cuori prima ancora delle coste.
L’orrore
dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, condannato severamente da
tutti e che aveva suscitato profonda solidarietà con Israele, non può in alcun
modo giustificare la risposta che ne è seguita.
Non è
stata difesa, è stata punizione collettiva:
oltre
ventimila bambini uccisi, molti dei quali definiti con cinismo “futuri
terroristi”, migliaia di persone mutilate, traumatizzate, condannate a
un’esistenza di miseria e dolore, con la spinta ad andarsene altrove.
Gaza è
stata trasformata in un campo di rovine e disperazione, e tutto questo sta
accadendo nel silenzio o nell’indifferenza delle istituzioni internazionali.
L’indignazione non è più un’opzione: è un dovere.
La Flotilla, in questo contesto, assume un
significato molto forte: un atto di responsabilità collettiva e anche di
disobbedienza civile contro l’indifferenza.
Questa
scelta di protesta sentita come dovere mi riporta ad un’altra stagione del
pacifismo italiano ed europeo, attraversata da esperienze simili, in cui la
società civile ha deciso di non restare spettatrice.
Il 3 ottobre ricorre l’anniversario della
morte di “Moreno Locatelli”, pacifista dei “Beati Costruttori di Pace”, ucciso
a Sarajevo nel 1993 mentre, attraversando un ponte, portava all’altra parte un
messaggio di riconciliazione in piena guerra civile. La sua morte aprì una
profonda riflessione sulle forme dell’azione nonviolenta e sull’esigenza di
coniugare il coraggio con la prudenza, la passione morale con l’analisi attenta
dei contesti e delle conseguenze.
Una
riflessione che si riferiva anche al pensiero di “Alexander Langer”, per il
quale la pace non è un gesto episodico o un atto simbolico, ma un processo
lungo e faticoso, fatto di mediazione, ascolto, piccoli passi.
Costruire
ponti dove altri innalzano muri, accettare la lentezza e l’incompiutezza come
parte dell’azione politica, comprendere la complessità delle situazioni senza
rinunciare a trasformarle:
questa
era la sua idea di pacifismo, ed è la lezione che oggi torna urgente.
A chi
lo accusava di ingenuità, “Langer” rispondeva che la mediazione non è
debolezza, ma la forma più esigente di impegno politico e umano.
Ricordo
poi quanto avvenuto alla “Freedom Flotilla per Gaza il 31 maggio 2010”,
anch’essa con l’obiettivo di portare aiuti, forzando il blocco ritenuto
illegittimo, e di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla
condizione degli abitanti di Gaza.
Le navi battevano bandiere americana, turca,
greca e svedese con a bordo 610 persone fra cui 44 tra parlamentari e politici,
il premio Nobel per la pace “Mairead Corrigan” e lo scrittore svedese “Henning
Mankell”.
Alle
richieste israeliane, in acque internazionali, la risposta del comandante della
“Mavi Marmara”, la nave più grande, fu:
“Negativo, negativo. La nostra destinazione è
Gaza, la nostra destinazione è Gaza.”
Il
risultato fu l’uccisione di nove attivisti.
Le
operazioni umanitarie delle ong degli ultimi decenni hanno confermato questa
necessità:
occorre
osare sempre e molto, ma nello stesso tempo valutare attentamente i rischi,
conoscere a fondo le dinamiche dei conflitti, evitare azioni che, pur animate
da nobili intenzioni, possano rivelarsi inefficaci o persino controproducenti.
Non si tratta di rinunciare alla forza dell’azione civile di aiuto e di
presenza umanitaria e solidale, ma di renderla più consapevole, incisiva,
coerente con gli obiettivi che si vogliono raggiungere.
“La
Flotilla” rappresenta oggi un esempio concreto di queste esigenze.
Non
solo sta portando l’attenzione mondiale sui crimini commessi contro i civili di
Gaza, ma sta anche contribuito a rimettere il tema palestinese al centro del
dibattito pubblico e politico, costringendo governi e istituzioni a posizioni
meno ambigue.
Il sostegno che arriva dalle piazze europee e
dalle richieste di centinaia di migliaia di persone, le prese di posizione di
organizzazioni e parlamenti, l’invio ora di navi di assistenza da parte dei
governi di Italia e Spagna sono tutti segnali di un cambiamento, tardivo ma
possibile, reso concreto dall’azione collettiva e nonviolenta.
Perfino
governi che continuano a considerare Israele un alleato strategico e non osano
sono stati costretti a reagire, a esporsi, a prendere posizione.
Ora,
però, la missione entra in una fase nuova e più rischiosa.
L’avvicinamento alle acque territoriali di
Gaza moltiplica le incognite e impone un’attenzione ancora maggiore.
Continuare
è necessario, ma lo è anche farlo con lucidità, e con le doverose mediazioni,
per non ripetere errori del passato e per mantenere la forza e la credibilità
dell’iniziativa.
Lo sottolinea anche il capo delle Stato,
Sergio Mattarella, che invita a cogliere le occasioni di mediazione.
Le
ingenuità, per quanto animate dalle migliori intenzioni, potrebbero
compromettere l’obiettivo stesso della Flotilla e la sua denuncia
dell’ingiustizia che ha assunto le forme della criminalità, per restituire
centralità alla dignità umana.
In
fondo, questa è la sfida del pacifismo del nostro tempo: denunciare e, al tempo stesso,
costruire le condizioni perché la guerra diventi impensabile, nonostante ogni
evidenza contraria; non solo soccorrere le vittime, ma cambiare le logiche che
le producono; non solo indignarsi per l’ingiustizia, ma agire per sradicarla.
Agendo
senza tregua, in modo puntuale ma con i tempi e nei modi che si dimostrano più
percorribili e utili.
La
Flotilla, nel suo navigare controvento, ci ricorda che la pace non è un dono
che arriva dall’alto, ma il frutto di un impegno collettivo, quotidiano,
ostinato.
Come
le centinaia di manifestazioni sempre più diffuse nelle molte piazze d’Europa e
di tutto l’Occidente, anche la Flotilla ci ricorda che quando i governi
tacciono la società civile può e deve farsi voce della giustizia.
È
questo, oggi, il compito più alto:
tenere
viva l’idea che nessun popolo, nessun bambino, nessun essere umano può essere
sacrificato sull’altare della vendetta o dell’indifferenza.
La rotta tracciata dalla Flotilla non riguarda
solo Gaza: riguarda tutti noi, e il futuro stesso dell’umanità che vogliamo
costruire.
(Alcune
navi che fanno parte della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza sono ancorate
al largo della costa di Sidi Bou Said a Tunisi, martedì 9 settembre 2025.)
Lite
tra Speranzon (FdI) e Maiorino (M5s):
“Flotilla
fa la guerra a Israele”.
“Non
puoi coprire 75mila palestinesi uccisi con le tue urla”.
Su La7.
Ifattoquotidiano.it - F. Q. - Redazione – ci
dice:
Intemerata
del senatore meloniano contro la Flotilla, i volontari, i parlamentari del M5s,
i manifestanti per Gaza e i sindacati.
Sfuriata
incontenibile del senatore di Fratelli d’Italia, “Raffaele Speranzon”,
all’indirizzo della parlamentare del M5s, “Alessandra Maiorino”, sulla
iniziativa umanitaria internazionale “Global Sumud Flotilla).
Durante
il talk show politico “Coffee break”, su La7, il politico meloniano attacca
senza mezzi termini la spedizione:
“Io
francamente già lo sospettavo, ma dopo un mese abbiamo capito che il vero
obiettivo di questa missione non era quello di portare aiuti umanitari, ma la
volontà è quella di generare uno scontro non solo politico, ma anche di tipo
militare.
Il vero obiettivo di questa missione è di far
la guerra contro Israele“.
“Speranzon”
poi critica il pacifismo dell’iniziativa e rincara:
“Per qualcuno “Hamas” non è un problema.
Non
c’è mai nessuno che dice nulla.
Ci
sono delle famiglie israeliane iche da più di un anno aspettano di sapere che
fine abbiano fatto gli ostaggi di “Hamas”.
“Sì,
quelle famiglie protestano da più di un anno contro Netanyahu – commenta la
senatrice pentastellata – Le abbiamo sentite inveire sotto casa di Netanyahu”.
Impetuosa
la reazione di “Speranzon”, che urla di non voler essere interrotto:
“A voi non frega niente degli ostaggi. Voi
avete dimenticato quello che è successo il 7 ottobre!”.
“È
inutile che strilli – commenta “Maiorino” – Non puoi coprire 75mila palestinesi
ammazzati urlando“.
La
polemica si replica quando “Speranzon” torna a sbeffeggiare la “Global Sumud
Flotilla “e i volontari:
“Non
si sa bene di che cosa campino perché è da un mese che sono in navigazione”.
“Ma
come ti permetti? – insorge la senatrice e il M5s – Ma pensa a quello di cui
campi tu, “Speranzon”.
Roba
da pazzi”.
Il
meloniano passa quindi ad attaccare i parlamentari che stanno partecipando alla
missione:
“I
parlamentari anche del M5s che cosa stanno a fare là?“
“A
cercare di proteggere gli altri volontari con la loro presenza – risponde
“Maiorino” – pensando magari che possa significare qualcosa essere un
parlamentare”.
“Speranzon”
ribatte con una lunga filippica contro il M5s, i manifestanti per Gaza e i
sindacati:
“Proteggerli come? Con le armi?
La
verità è che siete degli incendiari.
Voi
non cercate la pace ma volete provocare lo scontro.
Ed è quello che vediamo anche ogni volta che
ci sono manifestazioni che si ammantano di pacifismo e poi si trasformano in
assalti contro le forze dell’ordine, contro i negozi, contro le vetrine.
Volete
costruire tensione sociale.
Addirittura
– conclude nervosamente – ci sono i sindacati in Italia che cominciano a dire
che, se ci sarà un attacco da parte di Israele, faranno sciopero generale.
E
quindi creeranno disagi agli italiani.
Magari
provocheranno degli scontri con l’obiettivo di fare cosa? Di portare un aiuto a
Gaza ai bambini? No.
Con
l’obiettivo di creare caos.
“Maiorino”,
vada a fare la guerriglia. Siete degli irresponsabili”.
(La7).
Trump
fa causa al Nyt per diffamazione:
chiede
15 mld di dollari.
Ilsole24ore.com
– (16 settembre 2025) – Redazione – ci dice:
Il
celebre quotidiano americano è accusato dal presidente di fungere da
“portavoce” del Partito democratico.
L'edificio
della sede del New York Times a New York City il 17 dicembre 2024. Il 15
settembre 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di
voler intentare una "causa per diffamazione e calunnia" da 15
miliardi di dollari contro il New York Times.
"Al
New York Times è stato permesso di mentire, infangare e diffamare liberamente
per troppo tempo, e questo finisce, ORA!"
ha scritto sulla sua piattaforma di social
media Truth Social, aggiungendo che la causa è stata intentata in Florida.
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che intende promuovere
una causa per diffamazione e calunnia da 15 miliardi di dollari contro il New
York Times.
La Casa Bianca accusa il celebre quotidiano di
fungere da “portavoce” del Partito democratico.
In un
post su Truth Social, Trump ha sottolineato il sostegno del Times all’ex
candidata presidenziale “Kamala Harris” nelle elezioni del 2024.
L’importo
richiesto supera la capitalizzazione di mercato della New York Times Co., che
attualmente ammonta a circa 9,65 miliardi di dollari.
Il
presidente Usa non ha fornito altri esempi specifici della copertura
giornalistica “pro-dem” del “Times”, ma ha affermato che il quotidiano “ha
mentito per decenni sul vostro presidente preferito (IO!), sulla mia famiglia,
sui miei affari, sul movimento America First, sul MAGA e sulla nostra nazione
nel suo complesso”.
Offensiva
presidenziale contro i media critici con la Casa Bianca.
Trump
ha preso di mira altre organizzazioni mediatiche con azioni legali da quando è
tornato alla presidenza.
A
luglio, “Paramount Global “ha raggiunto un accordo con Trump in merito a una
causa che accusava l’emittente televisiva CBS di interferenza elettorale per
aver mandato in onda due versioni diverse di un’intervista di 60 Minutes con
l’allora vicepresidente “Kamala Harris “nel mese di ottobre.
A
dicembre, Trump ha raggiunto un accordo con la “ABC” della Walt Disney Co., in
base al quale la rete televisiva ha accettato di donare 15 milioni di dollari
alla futura fondazione o museo presidenziale di Trump.
Il
caso era nato dalle accuse secondo cui uno dei conduttori della rete avrebbe
diffamato il presidente eletto mentre descriveva una sentenza del tribunale
emessa in passato contro di lui.
Trump
ha fatto riferimento a questi accordi nel suo ultimo post, sostenendo che si
trattava di “un INTENTO a lungo termine e di un modello di abuso, che è sia
inaccettabile che illegale”.
“Al
New York Times è stato permesso di mentire, diffamare e calunniare liberamente
me per troppo tempo, e questo deve finire, ADESSO!”, ha scritto Trump.
Trump,
il novello Nerone.
msn.com
– (27-09-2025) - Storia di Augusto Minzolini – Redazione- Il Giornale – ci
dice:
Trump,
il novello Nerone.
Sette,
otto mesi fa il ministro “Gilberto Pichetto” azzardò una battuta tra il serio e
il faceto a proposito delle stravaganze di Donald Trump: "sembra un
novello Nerone".
Dopo
circa trecento giorni, purtroppo, quella battuta volge più verso il serio che
non il faceto.
La cronaca delle ultime 48 ore è a dir poco -
per usare un eufemismo - pittoresca.
L'uomo
che è convinto di meritare il “nobel della pace” sostiene che gli aerei russi
che sconfinano nei cieli Nato andrebbero abbattuti:
magari
è nel "giusto" ma con lui le parole non si sa mai se hanno il
"giusto" peso.
Non
basta.
Dopo
aver fatto una scenata a Zelensky alla Casa Bianca mettendolo al muro con una
frase cruda "non hai le carte", ora sostiene che l'Ucraina potrebbe
sconfiggere la Russia e non avrebbe bisogno neppure degli Usa ma basterebbe il
sostegno dell'Europa.
E
ancora.
Ha
minacciato per mesi sanzioni letali di cui non si è vista l'ombra per
costringere Putin alla pace, e poi da un giorno all'altro, con la rapidità di
un rapace, ha annunciato dazi al 100% sui medicinali, al 50% sui mobili e al
25% sui camion:
provvedimenti
che se riguardassero la Ue metterebbero nei guai gli alleati europei e in
particolare modo - visti i prodotti interessati - l'Italia.
Infine
per non deludere nessuno The Donald ha rimosso dalla galleria dei suoi predecessori
alla Casa Bianca la foto di “Joe Biden” (neppure Nerone arrivò a tanto con chi
si era seduto prima di lui sul trono dei Cesari) e ha caldeggiato
l'incriminazione dell'ex-capo della Fbi, “James Comey”, perché indagò su di lui
per il “Russia gate” (operazione questa invece degna di Nerone).
Tante
sortite una dopo l'altra, tanti colpi di scena da far venire l'ansia. Indirizzi
di marcia che durano meno di 24 ore.
Imprevedibile
al punto da mandar nel panico tutti gli analisti che ne soppesano le mosse per
scrutarne la strategia.
Anche
se a molti sorge il dubbio - ma nessuno ha il coraggio di dirlo - che la
strategia non ci sia.
La
prova del nove è nelle decine di volte in cui ha annunciato la pace in Ucraina
e in Palestina per poi liquidare quelle speranze con la frase di rito mi
"hanno deluso" rivolta a turno a Putin o a Netanyahu.
Ora se
The Donald fosse un'artista per la sua fantasia potrebbe gareggiare con Dalì.
Se fosse solo un miliardario potrebbe
gareggiare per eccentricità ed ego con Elon Musk, con Onassis o con Paul Getty.
Ma è
il Presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente del mondo, che guida il
Paese che era l'asse portante dell'ordine mondiale fino a ieri.
Cioè
fino quando non ha varcato lui il portone della Casa Bianca visto che nel giro
di nove mesi con la sua politica ha diviso l'Occidente, ne ha messo a dura
prova l'autorevolezza e ha fatto perdere influenza alle democrazie in favore
delle autocrazie.
Un po' come la smarrì l'Impero ai tempi in cui
Nerone si trastullava con la lira e bruciava Roma.
Certo
la speranza è l'ultima a morire.
È
possibile che da un giorno all'altro - il personaggio ama i “coup de théâtre” -
Trump torni ad interpretare quel ruolo che si addice ad ogni presidente
americano, quello di campione delle democrazie. Solo che nel frattempo l'Europa
visti i tempi bui, aspettando che The Donald rinsavisca, farebbe bene a contare
solo sulle proprie forze.
A
strutturarsi politicamente e militarmente sapendo che siamo l'ultimo lembo del
globo dove si coltivano e si custodiscono gelosamente i valori di democrazia e
di libertà.
Con il
traffico di droni e di caccia che intasano i cieli europei francamente non c'è
tempo da perdere.
Una
riflessione su cui dovrebbe cimentarsi pure la nostra premier: con "Sleepy
Joe" Biden, che non aveva scelto ma si era ritrovato, alla fine tra mille
differenze la Meloni aveva instaurato un "modus vivendi" di comune
soddisfazione;
il “Nerone
di Mar-a-Lago,” che invece si presentava come un'occasione da non perdere, gli
ha dato soprattutto gatte da pelare.
E potrebbe diventare addirittura un problema.
Al
ballo servile e radicalmente antidemocratico
del
capitalismo. Così Trump passa all’incasso.
Altreeconomia.it
- Alessandro Volpi — (21 Gennaio 2025) – ci dice:
Donald
Trump e la moglie Melania sono presenti al ballo inaugurale della sua
presidenza dopo la cerimonia di insediamento del 20 gennaio 2025 a Washington.
A
rendere omaggio a Washington al giuramento del neo-monarca si sono recati i
leader delle formazioni più intolleranti e scioviniste del panorama europeo,
con accanto i super ricchi feudatari del turbocapitalismo alla ricerca di nuovo
credito.
Il
tutto mentre il presidente specula sul mercato tramite una criptovaluta
celebrativa.
Come siamo approdati a questa dimensione?
L’analisi
di Alessandro Volpi.
La
cerimonia di insediamento del presidente americano Donald Trump ha costituito
il rito della natura servile e radicalmente antidemocratica del capitalismo, di
cui le “nuove” destre sono efficaci interpreti.
A
rendere omaggio a Washington al neo-monarca si sono recati i leader delle
formazioni più intolleranti e scioviniste del panorama europeo, da “Éric
Zemmour”, guida dell’estrema destra francese, al copresidente di “Afd”, ai
nostalgici del nazismo, a Nigel Farage.
A
fianco a loro si sono seduti i “super ricchi feudatari del turbocapitalismo”,
da Mark Zuckerberg a Tim Cook, da Jeff Bezos a Sundar Pichai, amministratore
delegato di Google, alla ricerca di un nuovo accreditamento dopo aver sostenuto
a lungo i Democratici.
La
presenza ossequiosa di simili personaggi non è del tutto in linea con la
posizione dei tre grandi fondi finanziari –Big Three-, principali azionisti
delle loro società, preoccupati dalla visione trumpiana di una finanza in cui
gli attuali monopoli, sorretti dalla Federal Reserve e dalla Sec, siano
sostituiti, o quantomeno integrati, da una nuova élite, interessata alle
criptovalute, ai fondi hedge e al private equity.
In
altre parole, Zuckerberg, Bezos e compagnia vogliono salvare le proprie
posizioni personali, le loro gigantesche fortune, distinguendosi dai fondi che
li hanno sorretti, mettendosi alla ricerca di altri finanziatori nell’ambito di
una vera e propria sostituzione delle gerarchie della liquidità:
la domanda che probabilmente si sono fatti i
grandi feudatari è quanto saranno ancora in grado BlackRock, Vanguard e State
Street, di raccogliere, da soli, l’intero risparmio gestito degli americani
senza avere una chiara copertura politica.
Naturalmente
in Campidoglio sono arrivati, con un invito ufficiale, i campioni del
liberismo, “Javier Milei” e “Giorgia Meloni”, i più affidabili “amici” di
Trump, solerti nello svendere le loro economie alla “grande America”,
incarnata, in primis, da” Musk”.
Non ci
sono stati invece i capi di Stato europei, non invitati e prossimi destinatari
della guerra commerciale Usa;
del
resto dopo la guerra di Biden, ora l’Europa subirà anche la guerra di Trump.
C’era
invece, invitata solennemente, una rappresentanza molto qualificata della Cina
e l’amministratore delegato di TikTok, “Shou Zi Chew”, a dimostrazione che il
capitalismo della destra e dei feudatari non può permettersi alcuna guerra con
il comunismo cinese:
può
impoverire e demolire la vecchia Europa che ha confuso il liberalismo
democratico con la sudditanza atlantica, ma non può misurarsi con il nuovo
mondo che, guarda caso, ha radici lontane.
D’altra
parte, la Cina sta attrezzandosi.
Nel
2024 il surplus della bilancia commerciale cinese ha raggiunto il record di
poco meno di 1.000 miliardi di dollari.
Un risultato enorme che contiene però anche
altri dati rilevanti.
Il primo è costituito dal fatto che si è
dimezzata la quota di commercio cinese costituita dagli Stati Uniti, scesi dal
14 a poco più del 7 per cento.
Il
surplus è invece cresciuto negli scambi con i Paesi del Pacifico, con quelli
africani, con il Canada, con la Russia e con il Messico.
In sintesi Pechino sta mettendosi al sicuro da
ogni scelta di Trump e sta costruendo nuove geografie degli scambi globali,
mentre con la spesa pubblica sta spingendo il mercato interno che ha superato i
2.500 miliardi di dollari.
Intanto
l’ormai ex presidente Joe Biden ha continuato a sostenere che i cinesi “non
supereranno mai” gli americani. Forse in una cosa non li supereranno
certamente: nella perversione finanziaria della politica.
Il
presidente Trump ha creato una propria criptovaluta, celebrativa della
vittoria, che ha raggiunto in poche ore i cinque miliardi di dollari di valore.
In pratica chi l’ha comprata ha avuto un
guadagno del 13mila per cento.
Si
tratta di una vera e propria perversione del capitalismo; il presidente della
“più grande democrazia del mondo” -come la definiscono tanti adoranti liberali-
attua una colossale speculazione, costruita su uno strumento finanziario a cui
non corrisponde nient’altro che la forza politica dello stesso Trump, e da tale
speculazione deriva l’arricchimento di chi ha accettato la scommessa.
Una
reliquia del presidente diventa oggetto di culto finanziario e genera ricchezza
autosufficiente, dipendente solo dal potere.
Naturalmente il veicolo su cui annunciare l’”epifania
cripto valutaria trumpiana è stato” X”, il social del proconsole Elon Musk”.
La
vera domanda è come ciò sia stato possibile, come siamo approdati a questa
dimensione che rappresenta la suprema celebrazione del profitto totalmente
dipendente dal feticcio del monarca assoluto.
I
liberali e i democratici soggiogati dall’egemonia del mercato hanno finito per
distruggerlo rimuovendo ogni limite all’avidità.
E
Trump passa all’incasso, in tutti i sensi, seguito da un meme altrettanto
venduto della consorte Melania.
(Alessandro
Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze
politiche dell’Università di Pisa.)
Whatever
it takes.
Trump
e il complotto contro l’Europa:
le due
strategie per dare l’assalto
all’euro
(e nascondere le fragilità Usa).
Corriere.it
- Federico Fubini – (17 febbraio 2025) – ci dice:
Il
tallone d’Achille dell’America di Trump è dato dall’enorme e crescente deficit
pubblico.
Se
Trump non riuscisse ad assicurarne il finanziamento, fallirebbe la sua promessa
elettorale.
Ecco
perché ha deciso di assaltare l’Europa.
Le due
strategie di Trump per l’assalto all’Europa (e all’euro): dazi, stablecoin e la
fragilità nascosta degli Usa.
Questo
articolo in origine è stato pubblicato sulla newsletter del Corriere della Sera
«Whatever it takes» a cura di Federico Fubini.
L’America
di Donald Trump ha un tallone d’Achille.
È
sotto gli occhi di tutti, eppure viene discusso di rado.
È la ragione di fondo che spinge il presidente
a cercare di intimidire gli altri Paesi – alleati o no – con minacce e misure
sui dazi.
È
anche la ragione che lo spinge ad accelerare sulle monete digitali, non solo e
non tanto le criptovalute ma soprattutto gli stablecoin (le «valute» digitali
private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente).
Le due
strategie insieme convergono in un assalto all’Europa e all’euro e
contribuiscono a spiegare molte delle mosse dell’amministrazione americana.
Lo so
che suona come fantapolitica, ma non dovete credere a me: è tutto negli ordini
esecutivi e nelle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione americana delle
ultime settimane.
Oggi
cercherò dunque di unire i puntini per mostrare una tendenza di fondo:
la sua stessa vulnerabilità sta spingendo
Trump verso un attacco alla sovranità europea.
Alcuni dei principali responsabili di politica
economica nell’area euro per fortuna ne sono consapevoli.
La
speranza è che il sistema politico europeo reagisca, perché ne ha gli
strumenti: a cominciare dal progetto dell’euro digitale.
Vediamo
perché.
La
promessa sulle tasse.
Qual è
il tallone d’Achille di Trump?
Esso è
prodotto dall’enorme e crescente deficit pubblico, che obbliga gli Stati Uniti
a trovare ogni anno compratori di titoli del Tesoro per almeno duemila miliardi
dollari in più – rispetto all’anno precedente – sperando di non dover aumentare
gli interessi offerti per attrarre investimenti.
Se
Trump fallisse in questa missione, se non riuscisse a contenere il peso del
debito pubblico e ad assicurarne il finanziamento senza problemi, allora
sarebbe destinato a fallire anche nella sua promessa più importante agli
elettori: confermare nel 2026 i tagli alle tasse per le imprese già varati nel
suo primo mandato (dal 35% al 21%) e di rafforzarli fino al 15%.
Qui
entriamo in gioco noi europei, in due modi.
In primo luogo, perché agitare la minaccia di
dazi punitivi per Trump e la sua squadra è un sistema volto a obbligare altri
Paesi a comprare e detenere più titoli di Stato americani;
in questo modo gli Stati Uniti potrebbero
finanziare il loro crescente deficit pubblico, tenendo sotto controllo i tassi
d’interesse sul debito.
In
sostanza, Trump sta cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale
alternativa:
comprare più debito americano man mano che viene
emesso – e comprarlo malgrado rendimenti contenuti – oppure rischiare di
perdere l’accesso al mercato dei consumatori americani e a quel che resta dell’ombrello
di sicurezza del Pentagono.
Monete
digitali.
Perché
Trump ha vietato dollaro (ed euro) digitale: c’entrano le criptovalute di
Donald e Melania? E perché le altre banche centrali vanno avanti?
(Gabriele
Petrucciani).
Si può
ancora «spiegare» Trump? Sforzo ingrato, ma urgente.
In
secondo luogo, noi europei siamo chiamati in causa perché gli «stablecoin»
emessi in America potrebbero diventare mezzi di pagamento alternativi all’euro
in Italia e negli altri Paesi dell’area;
già
solo attuare il progetto di soppiantare in parte l’euro in Europa con degli
«stablecoin» americani – in sostanza, con dollari digitali – aiuterebbe non di
poco sempre allo stesso scopo: finanziare i vasti e crescenti squilibri
finanziari del governo degli Stati Uniti.
Fin
qui, non lo nego, suona tutto come teoria del complotto.
Starete
pensando che io sia leggermente paranoico. Può darsi.
Ma da
ora in poi parlerò dei dati, delle dichiarazioni e dei documenti ufficiali che
– in modo diretto – danno sostanza alla mia interpretazione.
Duemila
miliardi solo nel 2024.
Il
problema di Trump è che il deficit federale americano è tale da creare un
fabbisogno di dimensioni eccessive non solo per gli Stati Uniti, ma per il
mondo.
Secondo
i dati della “Federal Reserve di St Louis”, il disavanzo del governo nel 2024 è
al 6,3% del prodotto lordo e il debito al 120,7%.
Entrambi cresceranno nei prossimi anni, anche
più rapidamente Trump confermerà e rafforzerà i tagli fiscali in scadenza dal
2026.
Ma
questi numeri in sé a priori non sono insostenibili;
il
Giappone ha gestito per decenni deficit simili e un debito pubblico più alto di
quello americano.
Ciò che rende l’America speciale sono le sue
dimensioni:
con un
prodotto lordo di oltre 29 mila miliardi di dollari nel 2024, pesa per il 27%
di un Pil della Terra da circa 109 mila miliardi.
Ora,
il fabbisogno di finanziamento del deficit e dunque i titoli in più che ogni
anno il Tesoro di Washington deve piazzare a investitori pubblici e privati,
sono una somma molto vasta per il mondo:
come
si vede dai dati ufficiali, 1.958 miliardi di dollari solo nel 2024, pari
all’1,8% del Pil mondiale.
E
quelle sono solo le nuove emissioni nette, che si sommano ai 40 mila miliardi
di dollari di debito – poco meno di metà del Pil del mondo – già presenti nei
portafogli di privati, fondi, banche e banche centrali del pianeta e da
rinnovare in parte ogni anno (il dato qui include il debito di agenzie garantite dal
governo come “Fannie Mae” e “Freddie Mac”).
Economia.
Chi è “Giancarlo
Devasini”:
compra
quote della Juve, è torinese ed il quarto uomo più ricco d’Italia.
Con le
criptovalute di “Tether” diventa il secondo azionista dei bianconeri
(Christian
Benna)
“Devasini”
compra una quota della Juventus.
È
torinese ed il quarto uomo più ricco d’Italia. Con le criptovalute di Tether
diventa socio dei bianconeri.
E il
titolo sale del 3,27%
Quei
duemila miliardi l’anno in più che il Tesoro americano deve attrarre da nuovi
investitori ogni anno, si sommano al nuovo debito delle agenzie semi-pubbliche
e ai piani di tagli alle tasse destinati a costare altre centinaia di miliardi
l’anno.
In
sostanza, il governo americano deve rastrellare ogni anno quasi tremila
miliardi di dollari in più dal mercato mondiale e dalle banche centrali degli
altri Paesi.
E deve
farlo agli attuali rendimenti.
Se quelli salissero, i tassi sul debito
pubblico e privato in America diventerebbero pesanti;
il
Paese rischierebbe una grave recessione, con conseguenze potenzialmente
deleterie per il dollaro, per il suo status di grande moneta di riserva del
mondo e per un mercato azionario di Wall Street già oggi molto fragile e
squilibrato.
Ma
tremila miliardi di nuovi titoli pubblici e semi-pubblici di Washington da
piazzare in più ogni anno non sono uno scherzo.
Sono
quasi pari alla crescita economica netta del mondo in un anno, che è intorno al
3%: come dire che quasi tutti i nuovi flussi di risparmio di quasi tutti i
Paesi del pianeta dovrebbero essere reclutati e andare – ogni anno – a
finanziare il maxi-deficit americano.
Così,
Trump sarebbe libero di tagliare ancora di più le tasse alle multinazionali del
suo Paese e agli americani facoltosi.
Com’è noto gli uomini più ricchi al mondo – Elon Musk,
Mark Zuckerberg di Meta-Facebook, Jeff Bezos di Amazon – praticamente già oggi
non pagano tasse sui redditi personali e anche le loro aziende ne pagano
relativamente poche. Anzi, Trump sta già ingiungendo ai Paesi europei di
rinunciare agli accordi internazionali in sede Ocse che aumentano un po’ il
prelievo sui gruppi americani del Big Tech.
Economia
Dalle
cripto all’anti-Youtube:
“Devasini”, il quarto uomo più ricco d’Italia, investe
775 milioni nel social che piace a Trump
(Christian
Benna)
Coercizione.
Ma è
credibile che la Cina continui a finanziare il nuovo e crescente deficit
pubblico del suo grande rivale – Pechino detiene titoli Usa già per quasi 800
miliardi – in modo da permettergli di continuare a vivere sopra ai propri mezzi
e intanto di rafforzare anche la propria difesa?
È
credibile che lo faccia il Giappone – detiene già almeno 1.100 miliardi di
debito Usa – quando ha ben altre priorità interne?
È
plausibile che lo faccia l’area euro, rischiando di subire i costi di una
probabile svalutazione futura del dollaro proprio a causa degli squilibri
americani?
Nessuna
delle grandi banche centrali del pianeta in questa fase vorrà incrementare di
molto la propria esposizione netta verso il debito degli Stati Uniti. Non
spontaneamente, per lo meno.
Di qui la strategia di Trump e dei suoi di
farglielo fare con la coercizione.
Il
«Piano Miran».
Come
faccio a dirlo?
Perché
lo dicono loro.
Lo
scrive il nuovo presidente del “Council of Economic Advisors” della Casa
Bianca,” Stephen Miran”.
“Miran”, ricorda Federico Rampini, è
uno degli uomini più vicini al presidente e più influenti nella strategia dei
dazi.
Dottorato
a Harvard, una carriera da grande investitore a Hudson Bay Capital, vicino al
segretario al Tesoro “Scott Bessent, Miran ha pubblicato un lungo documento di
strategia per la nuova amministrazione dopo il trionfo di Trump in novembre.
Lì si pone il problema di conciliare tre
obiettivi complicati da tenere insieme:
trovare
i finanziatori per quasi cinquemila miliardi di dollari di nuovo debito in più
(da tagli alle tasse) nei prossimi dieci anni, oltre ai duemila in più all’anno
già previsti; svalutare il dollaro in modo che l’America riesca a vendere più
merci al resto del mondo, comprandone meno da esso; mantenere contenuti i
rendimenti sul debito e dunque tassi d’interesse di mercato americani,
preservando lo status del dollaro quale moneta di riserva dominante del mondo.
Criptovalute.
Bitcoin,
spie russe, traffico di droga (e oligarchi): il filo che lega Londra, Mosca e
Dubai e la maxi inchiesta sul riciclaggio.
Redazione Economia)
Via
gli arbitri e le criptovalute già festeggiano.
Dov’è
la contraddizione?
Gli
investitori esteri accetterebbero di comprare debito americano in dollari a
rischio di svalutazione, finanziando il nuovo enorme deficit federale, solo a
rendimenti (tassi) più alti.
“Miran”
la risolve proponendo di minacciare gli altri Paesi:
«È più facile immaginare che dopo una serie di
dazi punitivi, partner commerciali come l’Europa e la Cina diventino più aperti
a qualche tipo di accordo monetario in cambio di una riduzione dei dazi
stessi».
E
ancora:
«Ogni
accordo dovrebbe incorporare un’intesa sulle scadenze», cioè gli altri governi
e banche centrali dovrebbero impegnarsi a comprare titoli americani a lungo
termine più instabili e rischiosi – “Miran” propone titoli a scadenza di un
secolo, a tassi contenuti – per poter evitare guerre commerciali da parte di
Trump e il ritiro della tutela di difesa americana.
“Miran”
parla di «zone di sicurezza e i Paesi al loro interno le devono finanziare
comprando titoli del Tesoro americano (…) titoli a scadenza fra un secolo (…):
se non
scambi titoli a breve con titoli a lunga scadenza, i dazi ti terranno fuori».
“Miran”
spiega l’insistenza sull’obbligo fatto all’Europa o alla Cina di comprare
titoli Usa a lungo termine, «spostando il rischio (del debito degli Stati
Uniti, ndr.) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri», con
l’intenzione di tenere bassi i tassi di mercato in America.
E
aggiunge: «Come possono gli Stati Uniti far sì che i loro partner accettino un
tale accordo?
Primo,
c’è il bastone dei dazi.
Secondo,
c’è la carota dell’ombrello di difesa e il rischio di perderlo».
Se
questo non è il disegno di un ricatto, non so come altrimenti definirlo. L’obiettivo è una parziale confisca
delle riserve dell’Europa, in modo da far pagare a noi una quota del debito
americano tramite una svalutazione del dollaro e tramite rendimenti
insufficienti sui titoli del Tesoro Usa.
“Miran”
si spinge a proporre di usare dei poteri speciali della Casa Bianca per
tagliare la cedola sui bond americani ai danni delle banche centrali estere che
non accettino di rivalutare la loro moneta sul biglietto verde. Di fatto, un
default punitivo.
Sulla
base di queste idee, “Miran” è diventato il capo del “Council of Economic
Advisors” di Trump.
Euro
digitale o “stablecoin”.
Ma non
è tutto, perché anche le mosse di Trump sugli “stablecoin “sono volte a coprire
il tallone d’Achille dell’America.
Il 23 gennaio il presidente ha firmato un
ordine esecutivo che prevede: «Promuovere e proteggere la sovranità del dollaro
americano, anche con azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di
legali e legittimi “stablecoin” basati sul dollaro in tutto il mondo (world wide)».
I lavori per assicurare la relativa
legislazione entro cento giorni sono già partiti al Congresso.
Di che
si tratta?
Uno “stablecoin” basato sul dollaro è un “mezzo di
pagamento digitale “– utilizzabile tramite una “app sullo smartphone” – al
quale corrispondono depositi in dollari gestiti dall’emittente della «moneta».
In
teoria, i depositi devono consentire all’utilizzatore di cambiare i suoi “stablecoin”
in dollari presso la piattaforma a un tasso (appunto) stabile. All’aumentare dell’uso degli “stablecoin”,
corrisponde un aumento dei depositi in dollari da parte della piattaforma
emittente e questi depositi vengono investiti dall’emittente quasi tutti in
titoli del Tesoro americano.
Dunque,
aumentare l’uso di questo tipo di bitcoin «in tutto il mondo» (inclusa la zona
euro) significa aumentare i depositi in dollari a scapito dei depositi in altre
valute (incluso l’euro).
Questi
depositi, come detto, vanno a finanziare il debito americano.
Ha
dichiarato il 4 febbraio lo «special advisor» dell’amministrazione Trump per le
cripto, “David Sacks”:
«Gli “stablecoin”
hanno il potenziale di assicurare che il dominio internazionale del dollaro
americano aumenti e di creare potenzialmente migliaia di miliardi di dollari di
domanda per i titoli di Stato americani».
Esempi
di “stablecoin” basate sul dollaro sono “Tether,” che capitalizza 142 miliardi
di dollari ed è gestita da “Giancarlo Devasini” (l’uomo che ha appena comprato
una quota della Juventus); o “Circle” (56 miliardi). Già oggi detengono tanto debito Usa
quanto alcune fra le principali banche centrali del mondo, come si vede sopra.
IL
CASO
Pagamenti
bancari, il piano di Russia e Cina per una rete che aggiri l’euro e il dollaro.
(Federico
Fubini).
RUSSIA,
KAZAN - OCTOBER 22, 2024:
China's
President Xi Jinping and his Russian counterpart Vladimir Putin pose during a
meeting on the sidelines of the 2024 BRICS Summit. Alexander Kazakov/Russian
Presid .
(Kazan
- 2024-10-22, Alexander Kazakov / ipa-agency.net) p.s. la foto e' utilizzabile
nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento
diffamatorio del decoro delle persone rappresentate VERCESI , BELTRAMIN ,
LUCIONI.
Come
funziona?
Questa «moneta» digitale potrebbe offrire a un
ristorante o a qualcuno che affitta su “AirB&B” commissioni più basse
rispetto a “Mastercard” o a “Amex”.
Potrebbe
fare accordi con reti di noleggio auto per promettere sconti se si paga con un
certo “stablecoin”.
Così
alcuni – magari dapprima i turisti – inizierebbero a usarlo in Europa al posto
dell’euro in Italia, Francia o Germania, spostando depositi dall’euro al
dollaro e finanziando dunque il debito americano.
Ci
sono anche conflitti d’interessi, certo.
“Howard
Lutnick,” segretario al Commercio di Trump, controlla la grande piattaforma di
valute digitali “Cantor Fitzgerald “e ha il 5% di “Tether”.
Elon
Musk, cinque giorni dopo l’ordine esecutivo sugli “stablecoin”, ha annunciato
un accordo con “Visa” per permettere pagamenti digitali tramite il suo social
media” X” (ex
Twitter).
La
sostanza resta:
questa è una sfida allo status di moneta di
riserva dell’euro portata in casa nostra, per coprire il finanziamento degli
squilibri americani.
L’Europa
può rispondere solo accelerando il lancio di un proprio mezzo di pagamento
elettronico senza costi, l’euro digitale:
le norme per farlo sono ferme
nell’europarlamento da quasi due anni, ma ora il tempo stringe.
Resto
convinto che il disegno di Trump di coercizione economica sul resto del mondo
difficilmente possa funzionare.
Sembra
un presagio di declino americano, non d’impero.
L’esito
più probabile è una svalutazione non pilotata del dollaro, un aumento degli
interessi sul debito degli Stati Uniti e una coercizione sulla Federal Reserve
perché lo monetizzi.
Ma non
per questo noi europei dobbiamo restare a guardare, mentre qualcuno cerca di
sfilarci la nostra sovranità monetaria da sotto il naso.
La
rivoluzione liberista di Milei è un
fallimento, l’Argentina è sull’orlo
del
baratro: l’economista spiega perché.
msn.com
– fanpage.it - Elena Marisol Brandolini – (28-09 -2025) – ci dice:
La
rivoluzione liberista di “Milei” è un fallimento, l’Argentina è sull’orlo del
baratro: l’economista spiega perché.
“Leandro
Bona” è un economista argentino, ricercatore presso il “Conicet” (Consiglio
nazionale per la ricerca scientifica e tecnica) e il “Flacso” (la Facoltà di
Scienze Sociali dell'America Latina) e docente nella “Universidad Nacional de
La Plata”.
Parliamo con lui dell’annunciato riscatto
dell’economia argentina da parte degli Stati Uniti, delle ragioni della
sconfitta di Milei nelle scorse elezioni di Buenos Aires e delle elezioni
politiche che si terranno in Argentina il prossimo 26 ottobre.
A
latere dell’Assemblea Generale dell’Onu, Trump ha confermato a Milei il
sostegno economico per frenare il peronismo nelle prossime elezioni di ottobre.
Cosa è successo?
Ciò
che si veniva osservando è che l’economia aveva perso l’equilibrio raggiunto
nei mesi precedenti.
La
quantità di dollari risultava insufficiente a sostenere la stabilità del cambio
e perciò la sconfitta nelle elezioni di Buenos Aires, di dimensioni inaspettate
per il governo, aveva finito con l’accelerare un processo di protezione della
riserva di dollari da parte di chi poteva comprarne, portando a una
rivalutazione nei fatti della valuta e a una svalutazione del peso argentino
con possibili conseguenze sull’inflazione, la cui riduzione era stato il
migliore risultato del governo.
Di
fronte a questo quadro, il governo ha adottato una strategia d’ultima istanza:
da un lato ha chiesto al governo degli Stati Uniti di sostenerlo nuovamente
dandogli dollari per arrivare alle elezioni in condizioni migliori senza una
svalutazione ulteriore del peso e allo stesso tempo ha applicato una misura di
brevissimo periodo consistente nell’eliminare fino al 31 ottobre, le trattenute
d’imposta sulle esportazioni del settore agricolo, per accelerarne la vendita e
fare entrare più dollari nel paese.
Questo
processo non è stabile, è probabile che in questo momento aumentino le
esportazioni ed entrino più dollari, ma poi tornerà a generarsi un processo
inverso, con un acquisto massiccio di dollari e di nuovo un problema sul cambio
che può generare una svalutazione.
Ossia,
quello che questa strategia fa è prendere tempo per arrivare alle elezioni, ma
rende incerto che cosa succederà il giorno dopo l’appuntamento elettorale.
Gli
Stati Uniti vanno al riscatto economico dell’Argentina, la ricetta economica di
Milei si è rivelata un fallimento. Il miracolo argentino sta diventando un
incubo?
Si
potrebbe dire così, infatti.
In
realtà, però, non è mai stato un miracolo.
L’unica cosa che il governo poteva rivendicare
come successo è che l’inflazione, dopo essere stata a oltre il 200% nell’anno
in cui Milei vinse, era scesa al 100% lo scorso anno e quest’anno si colloca
attorno al 30% e questo spiega l’appoggio che ha avuto e ancora ha il governo.
Ma il
costo di questa discesa dell’inflazione è stato la caduta dell’attività
economica, un processo di deindustrializzazione e la perdita di competitività
che hanno peggiorato le condizioni di vita di buona parte della società.
Si
dice che il governo abbia ridotto la povertà, ma non è proprio così, in realtà
al principio l’aumentò moltissimo per farla poi tornare al livello precedente.
Può
spiegarci meglio questo passaggio, perché si sostiene spesso che Milei abbia
ridotto la povertà.
Fino
al dicembre 2023 c’era un livello di povertà attorno al 35-40% e quando Milei
arriva al governo fa un’imponente svalutazione che genera molta inflazione
inizialmente, fino al 25% in un mese, senza un aumento minimo dei salari.
La prima cosa che succede allora è l’enorme
crescita della povertà che supera il 50%:
questo è quanto accade con la svalutazione
effettuata dal governo Milei, anche se lui l’attribuisce al governo precedente.
Quando
l’inflazione comincia a scendere, quel livello così elevato di povertà
ovviamente inizia a ridursi e torna ai livelli precedenti, anzi forse anche
peggiori, se solo si guarda alla quantità di persone che chiedono l’elemosina
per le strade di Buenos Aires.
O se
ci si riferisce al livello del consumo di alimenti nei supermercati, scesi
anche del 20%, il livello di alimentazione della popolazione si è perciò
ridotto di un quinto: questo è intensificazione della povertà.
Inoltre,
c’è anche una ragione tecnica: il paniere di beni con cui si misura la povertà
ha venti anni e non è stato mai cambiato.
Questo paniere oggi sottovaluta l’aumento dei
servizi e sopravvaluta l’aumento dei beni.
Prima,
i servizi, che erano sovvenzionati dallo Stato, pesavano molto poco;
ora i
servizi sono molto aumentati, specie quelli dell’energia.
Questo
paniere, perciò, sottovaluta la povertà, perché non tiene conto del peso dei
servizi che non sono più sostenuti dallo Stato.
La
sconfitta elettorale a Buenos Aires ha accelerato un processo che si veniva
manifestando da alcuni mesi:
forte
instabilità del dollaro, fuga di capitali, scarsità di investimenti stranieri,
rischio paese elevato.
Ci
spiega questo modello?
La
disponibilità di dollari in Argentina spiega quasi tutto quello che succede.
Spiega se si svaluta o meno la moneta argentina e perciò se questo altera il
livello di inflazione.
Il governo Milei non ha apportato alcuna
novità, ha fatto come altri governi, come quello di Menem o Macri, ripetendo lo
stesso schema.
Ha
apprezzato il tasso di cambio, così che mentre c’è inflazione la moneta non si
svaluti, il peso sia più forte e possa comprare più dollari di prima.
Questo
permette che una parte della popolazione vada in vacanza negli Stati Uniti o in
Brasile, ma questi dollari poi finiscono.
Il
governo Milei al principio ha goduto di un raccolto record, facendo entrare
molti dollari per la vendita dei beni del settore agricolo, poi ha favorito
fiscalmente l’uscita di dollari dal paese e quindi ha fatto ricorso al Fondo
Monetario per un prestito di 20 miliardi di dollari, anche se l’Argentina non
aveva rimborsato ancora il debito precedente e ora chiede aiuto in modo inedito
anche al Tesoro degli Stati Uniti.
Ciò
gli permette di finanziare per un altro periodo questo schema senza svalutare
il peso, ma tornerà a scoppiare in una crisi.
Molti pensavano che Milei fosse una novità, lo
è in un senso politico ma non in quello economico.
L’inflazione
sta crescendo?
Non
ancora, sta a poco meno del 2% mensile, per chiunque altro nel mondo sarebbe
molto, ma non così nel quadro argentino.
Finora
non c’è stato un aumento dei prezzi così importante, anche se è possibile che
il ritmo di crescita acceleri questo mese e il prossimo.
A
quanto ammonterebbe il riscatto dell’Argentina da parte degli Stati Uniti? E in
cambio Milei cederebbe lo sfruttamento delle terre rare del Nord di Argentina?
Non si
conosce la cifra, si dice che possa essere da dieci a trenta miliardi di
dollari. Il governo Trump ha questo carattere di transazione:
offre aiuto in cambio di qualcosa.
In
Argentina si parla di due fattori:
dello
sfruttamento del litio e di installare una nuova base militare, sarebbe la
prima volta che l’Argentina permette agli Stati uniti di fare operazioni
militari sul proprio territorio.
Gli
Stati Uniti hanno basi militari in tutta la regione, mai ne aveva avute in
Argentina e sarebbe un cambio inedito nella politica estera del paese.
Perché
c’è tanta attenzione da parte di Trump nei confronti di Milei?
Penso
che conti la situazione in cui si trova l’America Latina.
Da una
parte è evidente la disputa tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle
risorse e il controllo politico della regione e dall’altra conta come si stanno
muovendo i diversi paesi sudamericani per il futuro.
Il principale alleato degli Stati Uniti
nell’area è l’Argentina, dal punto di vista del peso politico e del messaggio
agli altri paesi.
In Messico e Brasile ci sono coalizioni di
governo progressiste e sono i due paesi più importanti, che non necessariamente
sono ostili agli Stati Uniti ma hanno una concezione molto più sovrana:
non
scambieranno terre rare per un accordo con gli Stati Uniti, non permetteranno
nuove basi militari sul loro territorio, né smetteranno di avere relazioni con
la Cina.
All’Onu
l’Argentina vota con gli Stati Uniti e Israele e contro la Cina.
Quindi,
se in Argentina si stabilizza un governo affine agli interessi degli Stati
Uniti e per questo viene ricompensata, ciò rappresenta anche un messaggio agli
altri paesi, come Cile, Perù, Colombia e Bolivia, che andranno prossimamente al
voto.
Il
prezzo dell’aggiustamento è ricaduto sulla classe media, i salari dei
dipendenti pubblici sono molto al di sotto dell’inflazione, si è avuta una
perdita di circa 100.000 posti di lavoro nel settore privato.
Quanto
ha pesato tutto questo sul voto di Buenos Aires?
La
perdita di posti di lavoro nel settore privato ricade sull’industria e sul
settore delle costruzioni e questi sono importanti particolarmente nella
provincia di Buenos Aires dove Milei ha perso le elezioni.
Quindi
la spiegazione di quei risultati ha molto a che vedere con la perdita di
occupazione, perché Buenos Aires è quella che più ha sofferto queste politiche.
La manovra correttiva ha avuto le sue
conseguenze negative anche sui pensionati, che hanno perso più reddito assieme
ai lavoratori del settore pubblico, la gran parte dei quali sta nella provincia
di Buenos Aires.
Perciò
si pensa che il risultato delle politiche di ottobre prossimo potrebbe essere
un po’ più favorevole al governo nelle zone interne del settore agricolo o
delle esportazioni di petrolio.
Milei
ha presentato la legge finanziaria per l’anno prossimo, promettendo risorse per
salute, scuola e attenzione alle persone disabili: è un annuncio che arriva a
tempo?
In
primo luogo non è vero che aumentano le spese in queste politiche, in alcuni
casi c’è un recupero rispetto alla caduta dello scorso anno, quindi che ci sia
un piccolo aumento non significa che ci sia una ripresa. In secondo luogo, la
legge finanziaria fa riferimento a un tasso di cambio che è già vecchio.
Dipende
da cosa succederà con le prossime elezioni, che diranno sulla stabilità del
governo da qui alle presidenziali del 2027.
Penso
che ci siano due scenari possibili:
che il
governo perda per molto poco e che con l’aiuto degli Stati Uniti abbia un
periodo di stabilità fino al prossimo anno, o che perda con molta più decisione
e che questo acceleri la crisi per la fine di quest’anno nonostante il
riscatto.
Si ha
la sensazione che gli alleati della prima ora di Milei lo stiano abbandonando:
è così?
Da una
parte i governatori che erano stati determinanti nel votare quello che il
governo voleva, da qualche tempo, con i tagli alle risorse, hanno cominciato ad
assumere un comportamento di maggiore opposizione, facendo perdere al governo
alcune votazioni in parlamento.
Dopo
le elezioni di settembre, c’è una parte del partito di Macri che comincia a
prendere le distanze da Milei e gli vota contro in aula.
In
definitiva, dipende da come andranno le prossime elezioni di ottobre.
“Brit
Card”, Rivolta nel Regno Unito
Contro
Starmer e la Carta d’Identità
Elettronica.
Conoscenzealconfine.it
– (28 Settembre 2025) – Adnkros.com - Redazione – ci dice:
Il
premier vuole introdurre un’ID per verificare il diritto al lavoro.
500mila
firme in poche ore contro “un incubo distopico”.
Il
governo di “Keir Starmer” ha annunciato l’introduzione di una identità digitale
obbligatoria per poter lavorare legalmente nel Regno Unito entro la fine
dell’attuale legislatura.
L’ID, conservato sullo smartphone, verrebbe
verificato dai datori di lavoro nei controlli “right to work”, sul diritto a
lavorare, e potrebbe in futuro aprire l’accesso a servizi pubblici e pratiche
amministrative.
Per “Downing
Street” è uno strumento per “rendere più difficile il lavoro illegale” e
semplificare l’accesso ai servizi;
per le
opposizioni e i gruppi per i diritti civili è un passo verso una “checkpoint
society”, una società in cui lo Stato può controllarti a ogni passo, in stile
cinese.
Cosa
Prevede la Proposta.
Starmer
ha definito il progetto “un’enorme opportunità” per il Regno Unito e ha chiarito che “non potrai lavorare nel Regno Unito
se non hai la digital ID”.
L’esecutivo
parla di obbligatorietà limitata al diritto di lavorare, non di esibizione
continua del documento, e indica il 2029 come orizzonte di piena operatività.
Il
sistema dovrebbe poggiare su infrastrutture digitali già avviate dal governo
(“One Login”) e sarà gratuito;
chi
non ha smartphone avrebbe alternative fisiche o canali diversi.
Dettagli
tecnici (biometria, governance dei dati) saranno definiti con consultazione
pubblica e nuova legislazione.
La
Rivolta: Privacy, Esclusione Digitale e Costi.
L’annuncio
ha scatenato un’ondata di critiche.
Organizzazioni
per i diritti civili parlano di rischio sorveglianza di massa, grandi banche
dati vulnerabili ad attacchi e l’esclusione di fasce deboli (anziani, persone senza competenze
digitali).
La
protesta ha trovato subito un canale concreto:
una
petizione lanciata da “Big Brother Watch” ha superato in poche ore il traguardo
delle 500mila firme online.
Un
risultato che fotografa il livello di preoccupazione diffuso nel Paese.
Per i
promotori, l’introduzione delle carte d’identità digitali obbligatorie
rappresenta “un salto verso una società da incubo distopico”, con il rischio di
trasformare la vita quotidiana in una serie di controlli e accessi
condizionati.
Il
boom di adesioni – sottolineano i media britannici – è tra i più rapidi
registrati negli ultimi anni e costringe Downing Street a fare i conti con una
mobilitazione dal basso che unisce associazioni, cittadini comuni e parte della
stessa classe politica.
Sul
piano politico si oppongono “Reform”, il partito di Nigel Farage, i
conservatori e una parte della sinistra laburista;
i
Liberal Democrats respingono la natura obbligatoria.
Tra i nodi: l’efficacia reale contro il lavoro
nero, che spesso viaggia in contanti e fuori da ogni verifica, e i costi di una
infrastruttura informatica pubblica storicamente complessa.
Frattura
Territoriale: Scozia e Irlanda del Nord.
Le
resistenze sono particolarmente forti in Scozia e Irlanda del Nord.
Il”
First Minister scozzese John Swinney” ha criticato l’etichetta “Brit Card” e
l’obbligatorietà;
a
Belfast, “Michelle O’Neill” (Sinn Féin) ha definito la misura “ridicola e mal
concepita”, evocando anche un possibile contrasto con lo “Good Friday Agreement”.
Il
governo replica che si tratterà di ID digitale sul telefono, non di una tessera
da portare sempre addosso.
Londra
aveva già provato ad andare in questa direzione:
la”
Identity Cards Act 2006” del governo “Blair” avviò un registro nazionale, che
fu abrogato nel 2010 con tutti i dati cancellati.
(adnkronos.com/internazionale/esteri/brit-card-rivolta-nel-regno-unito-contro-starmer-e-la-carta-didentita-elettronica_2G20zfHJAuue7vIW5VIbOJ).
Illusioni
Democratiche.
Conoscenzealconfine.it
– (29 Settembre 2025) - Weltanschauung Italia – ci dice:
Illusioni
democratiche proseguono incredibilmente ancora nel 2025.
Il
“sinistro” medio che scende in piazza per la Palestina è convinto che il
problema sia la “destra” israeliana, che Nethanyau sia un “fascista”, che la
Meloni sia da cacciare.
Egli
canta “bella ciao” e inneggia all’”antifascismo”.
Il
“destro” medio sta dalla parte di Israele perché convinto ci stiano difendendo
dai terroristi islamici, vede in Israele un baluardo della democrazia che si
sacrifica per noi.
I
primi hanno una ignoranza storica devastante e sono obnubilati dal “fascismo”
che vedono ovunque senza comprendere la realtà che li circonda.
I
secondi sono degli sciocconi manovrati da quel centrodestra filosionista che
punta alle loro pance ma che è funzionale al vero potere sovranazionale.
Nel
frattempo, mentre questo patetico circo va avanti, Nethanyau va all’Onu bello
tranquillo a illustrare il suo piano e i civili a Gaza continuano ad essere
massacrati impunemente.
C’è
gente convinta che con il PD al governo la gestione sarebbe stata diversa,
dimenticando che quando la Meloni era all’opposizione era lei a chiedere
all’allora PD in carica di fare qualcosa per i poveri palestinesi.
Andava
a Betlemme e denunciava le uccisioni di bambini ma fu ovviamente ignorata.
Nonostante
tali evidenze non si vuole comprendere che una volta saliti al potere o ci si
allinea o si viene gettati nell’umido dall’apparato propagandistico che lavora
al servizio del potere sionista.
Illusioni
democratiche proseguono incredibilmente ancora nel 2025!
(Weltanschauung
Italia).
(t.me/weltanschauungitaliaofficial).
A
Netanyahu Non Crede Più Nessuno:
gli
Attacchi alla Flotilla Vengono da Israele.
Conoscenzealconfine.it
– (27 Settembre 2025) - Alessio Mannino – ci dice:
In
queste ore, qualche marginale voce arriva senza vergogna a sostenere la tesi di
un auto-attacco da parte della “Global Sumud Flotilla”.
Le
azioni di disturbo di qualche giorno fa alle 51 imbarcazioni, in particolare
alla nave “Alma” battente bandiera britannica (già colpita da un drone lo
scorso 10 settembre), sono state senza dubbio un’altra intimidazione, il cui
mittente non può essere che Israele.
A
certificarlo è una fonte non sospettabile di simpatizzare per l’iniziativa
politico-umanitaria che naviga in direzione Gaza:
il
nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Il
titolare della Farnesina ha infatti rinnovato la richiesta al governo Netanyahu
di “garantire la assoluta tutela del personale imbarcato”, fra cui ci sono
molti italiani (tra i quali alcuni parlamentari del Pd, del M5S e di Avs).
Sui
social, l’attivista tedesca “Yasemin Acar” ha definito “operazioni
psicologiche” il sorvolo di droni con il lancio, questa volta, di petardi a
scopo di stordimento, polveri urticanti e bombe sonore, al largo dell’isola
greca di Creta.
Finora,
Tel Aviv con tutta evidenza sta perseguendo due obbiettivi:
da un
lato, fiaccare il morale degli equipaggi;
dall’altro,
soprattutto, dimostrare all’opinione pubblica mondiale che può agire
indisturbata anche in acque internazionali.
In
barba al diritto.
Una
modalità che, giuridicamente parlando, è definibile né più né meno che come
terroristica.
Non
essendo una spedizione militare né un’impresa con finalità aggressive, invocare
il diritto di guerra e agitare l’argomento della “legittima difesa”, da parte
dello Stato israeliano, è del tutto pretestuoso.
Il discrimine decisivo, qui, consisterà nel
passaggio in cui la flotta si approssimerà alle acque territoriali della
Striscia di Gaza, presidiate (illegalmente) dalla marina dell’Idf.
Come
sanno i promotori appartenenti a 44 diverse nazionalità, sarà quello il momento
della verità, per la “Global Sumud Flottilla”.
Il
ministro israeliano della sicurezza” Itamar Ben-Gvir” ha già dichiarato che,
una volta varcata la linea, chiunque si troverà a bordo sarà trattato da
terrorista, e di conseguenza messo agli arresti e rinchiuso in carcere.
Una
reazione che dal punto di vista del consenso politico sarà un altro clamoroso
autogol per l’immagine di Israele, considerata anche dai filo-israeliani (per
lo meno quelli più assennati) ai minimi storici, a causa dei crimini commessi
in questi due anni di devastante rappresaglia contro la popolazione
palestinese.
La
domanda è allora perché il governo di Benjamin Netanyahu, per dirla come ha da
esser detta, se ne freghi altamente di ciò che pensa il mondo quando il suo
apparato militare non si fa problema ad aggredire, seppur in modalità
intimidatoria, un convoglio di volontari rappresentativo di così tante nazioni.
Interrogativo
che riguarda per la verità la questione-madre, ossia com’è concepibile che l’
“unica democrazia in Medio Oriente” – così recita la formula retorica – non
abbia avuto nessuna remore a fare 70 mila o più morti (fra cui almeno 200
giornalisti e centinaia di medici e sanitari), a lasciare sul terreno un numero
imprecisato di feriti e menomati, a spazzare via abitazioni, ospedali e ogni
altra struttura civile, e costringere alla fuga verso Sud buona parte dei 2
milioni di gazawi, passando di recente all’invasione con la scusa ufficiale di
stanare i militanti di “Hamas” mentre, in realtà, procede a un’occupazione che,
secondo il ministro delle finanze “Bezalel Smotrich”, prelude all’annessione
diretta
(disegno che quest’ultimo sta sovrintendendo, in
qualità di governatore dei territori direttamente occupati, per quelli in
Cisgiordania rimasti sotto la debolissima egida dell’”Autorità Nazionale
Palestinese”, rivale di “Hamas”).
In
sintesi:
come è
possibile che Israele non si curi minimamente, neppure per sbaglio, del ritorno
in termini di credibilità, anche solo di facciata, delle sue mosse ispirate da
un modus operandi del tutto arbitrario, spudoratamente sprezzante di
qualsivoglia regola e sensibilità, correndo su una china di autolesionismo
manifesto e oltraggioso?
La
risposta non è difficile: perché Israele non sente il bisogno di legittimazione
politica e morale al di fuori dei suoi confini.
Se non agli occhi dell’unico pubblico che le è
indispensabile come base e puntello della sua stessa esistenza:
quello
statunitense favorevole alla propria causa, alimentato dalla ricca e composita
lobby americana filo-sionista (di qui il precipitarsi di Netanyahu a scacciare da sé
l’ombra della mano che ha assassinato il nazionalista cristiano Charlie Kirk).
In
parole povere, ai vertici israeliani l’ormai travalicante onda di indignazione
planetaria fa un baffo, dal momento che sanno di godere di un’impunità
amplissima, praticamente illimitata.
Se
prima e dopo il 7 ottobre 2023 hanno potuto calpestare nel sangue i princìpi e
i valori inscritti in carte internazionali e nelle dottrine, in particolare,
occidentali (i diritti umani “inviolabili”), figurarsi se si fanno qualche
scrupolo a minacciare una manovra come quella della Flotilla.
Che è
provocatoria, certo, una sfida tutta politica.
Ma con
un intento umanitario che è esattamente sovrapponibile alla comune motivazione
con cui non poche volte, negli ultimi trent’anni, l’Occidente in divisa Nato si
è giustificato, a suon di propaganda, per aver bombardato o invaso Stati
sovrani con o senza benestare Onu: soccorrere i civili, vittime di pulizia
etnica (ex Yugoslavia), di un regime oppressivo e anti-democratico (Irak,
Afghanistan, Siria, Iran), di sanguinose repressioni (Libia).
Sia chiaro:
la lista delle potenze (nucleari, petrolifere, funzionali a un certo ordine
geopolitico) macchiatesi degli stessi orrori ma lasciate indisturbate dal
doppio standard occidentale non è meno lunga.
Si pensi all’Egitto sotto dittatura militare,
all’Arabia Saudita retta da una monarchia assolutista, alla Turchia
“autocratica” (Draghi dixit), alla stessa Ucraina che ha messo fuori gioco la
vita partitica.
Ma
Israele rappresenta al meglio, o si direbbe al peggio, il rango di potenza
legibus soluta, irriguardosa di leggi, convenzioni e perfino del proprio
teorico vantaggio, uno status di strapotere che il blocco oggettivamente più
arrogante sulla Terra attribuisce ai suoi aderenti quando fa comodo.
In
questo caso stabilmente, poiché Israele ne costituisce da decenni la punta di
lancia.
E qual
è il motivo profondo per cui Israele può essere ritenuto l’avamposto
dell’Occidente, facendo quel che più gli aggrada, come e quando gli aggrada?
Perché
a differenza degli altri impuniti eccellenti, può contare su un argomento
fortissimo, benché intaccato proprio dai suoi eccessi dell’ultimo biennio:
la
condizione di perenne vittima.
Prima
dell’Olocausto nazista degli ebrei d’Europa, e poi, da ottant’anni a questa
parte, dell’odio palestinese, arabo e, specie a partire da Hamas, anche
islamista.
Ma se
già nel primo caso, il sionismo originario non legittimava l’esproprio forzato
della terra di Palestina, tanto meno è lecito al sionismo successivo scambiare
la causa con l’effetto, e spacciare la resistenza palestinese come astio
immotivato o semplice antisemitismo ideologico.
Più
rivoltante di chi usa mezzi morali per fini immorali c’è solo chi ricorre a
mezzi immorali in nome di una presunta patente morale, diceva Martin Luther
King.
(Alessio
Mannino).
(it.insideover.com/guerra/a-netanyahu-non-crede-piu-nessuno-gli-attacchi-alla-flotilla-vengono-da-israele.html).
Netanyahu:
“Controllo gli Stati Uniti,
Controllo
Donald Trump.”
Conoscenzealconfine.it
– (26 Settembre 2025) – lantidilomatico.it – Redazione – ci dice;
“Controllo
gli Stati Uniti, controllo Donald Trump”: il messaggio di cui si vanta
Netanyahu, secondo “Tucker Carlson”.
Il
giornalista statunitense “Tucker Carlson” ha affermato di non poter sopportare
le parole che sarebbero state espresse dal Primo Ministro israeliano Benjamin
Netanyahu nei confronti del suo paese, dichiarando di sentirsi “eccessivamente”
umiliato dopo averle apprese.
Secondo
quanto riportato da” Carlson” durante una conversazione con il collega “Glenn
Greenwald” nel programma ‘System Update‘, Netanyahu si vanterebbe senza mezzi
termini in Medio Oriente di esercitare un’influenza diretta sulla politica
statunitense.
“Bibi
va in giro – questo è un fatto, non me lo sto inventando, perché ho parlato con
persone a cui lo ha detto – va in giro per il Medio Oriente, la sua regione, il
suo stesso paese, dicendo alla gente in modo diretto, semplicemente affermando:
‘Io controllo gli Stati Uniti. Io controllo Donald
Trump’ “, ha commentato il giornalista.
Carlson
ha espresso il suo profondo disappunto in qualità di cittadino statunitense.
“Sono americano.
Come
credete che mi sentirei, anche se non avessi votato per Trump, cosa che invece
ho fatto, ho fatto campagna per Trump, ma anche se fossi Joe Biden?
Sono
americano […] è troppo umiliante, non posso sopportarlo e non dovrei essere
costretto a sopportarlo.“
Il giornalista ha sfidato chiunque a
contraddire la sua ricostruzione, sostenendo la veridicità assoluta delle sue
affermazioni:
“È un
fatto. Sfido chiunque a dire che non è vero, perché è vero. Sapete che è vero”.
“Carlson”
ha aggiunto di aver criticato i leaders del proprio paese perché permettono che
350 milioni di cittadini statunitensi si sentano mal rappresentati e siano
costretti a sostenere azioni che disapprovano, in particolare il sostegno alle
“cose malvagie” che Israele compie contro la popolazione palestinese a Gaza.
“Permettono
che la mia nazione di 350 milioni di persone sia costretta a fare cose malvagie
per me e i miei figli a causa di un altro paese.
È una
violazione dell’accordo più basilare che abbiamo con i nostri leader, che è
‘per favore, che ci rappresentino’.
Almeno la maggior parte del tempo, e loro non
lo fanno”, ha affermato.
Il
giornalista ha descritto questo contesto come un “rituale di umiliazione
costante” volto a portare alla follia gli americani e a trasformarli in
“persone che odiano”.
Carlson
ha concluso dichiarando la sua intenzione di non aderire a questa dinamica e indicando nell’ “espansione” di
Israele, attraverso l’occupazione forzata dei territori palestinesi, la causa
del contendere.
(lantidiplomatico.it/dettnews-controllo_gli_stati_uniti_controllo_donald_trump_il_messaggio_di_cui_si_vanta_netanyahu_secondo_tucker_carlson/45289_62771/).
Migranti,
Feltri smaschera l'ipocrisia
della
sinistra: "Il falso mito.”
Iltempo.it
– (16 gennaio 2024) – Redazione – Vittorio Feltri - ci dice:
Violenze
e stupri contro le donne.
L'indignazione
aumenta giorno dopo giorno ma nella sua rubrica su “Il Giornale”, Vittorio
Feltri, punta il dito contro l'ipocrisia della sinistra che accusa il maschio
italiano e copre le tante responsabilità degli immigrati.
"Sono
in continuo aumento determinati reati, quelli predatori come furti e
aggressioni in strada e a commetterli sono nella stragrande maggioranza dei
casi individui stranieri - scrive Feltri sul “Il Giornale” - Inoltre si parla
di femminicidio come di un fenomeno che riguarda la società italiana, dovuto al
patriarcato che sarebbe in vigore dalle nostre parti, e nessuno che faccia
notare che a compiere questa tipologia di omicidi sono anche immigrati".
"Di
fatto da decenni accogliamo soprattutto individui senza diritto di asilo né di
protezione umanitaria, i quali si ritrovano a vivere da irregolari sul nostro
territorio e a delinquere, talvolta, non di rado, manifestando una propensione
al crimine e una efferatezza che ci fanno impallidire - prosegue Feltri –
Dovremmo
avere il coraggio di ammettere che la costante crescita dei delitti messi a
segno da cittadini ospiti, ossia da extracomunitari, non è il risultato di una
percezione legata a quel sentimento di paura che la maggioranza fomenterebbe,
bensì una realtà.
Realtà che complica la vita dei cittadini, in
particolare delle donne, che sono le principali vittime dei reati commessi
dagli stranieri, quantunque si sostenga che il patriarcato sia roba italiana...
Ma
tutto questo non accadrà poiché, sebbene la vittima sia donna e il carnefice
uomo, quest'ultimo ha il vantaggio di essere migrante, categoria protetta, come
i panda".
Che
ipocrisia, la sinistra
affossa
le sue stesse leggi.
lanuovabq.it
– Ruben Razzante – (03_08_2024) – Editoriale - ci dice:
Dall'autonomia
differenziata alla tv pubblica, passando per il dem Ermini "al soldo"
di Spinelli.
Lo
strabismo della Sinistra che critica ciò che ha approvato.
È
comprensibile che la propaganda elettorale punti a massimizzare il consenso,
anche mettendo da parte la coerenza delle idee.
I
politici che cambiano casacca, ad esempio, sposano punti di vista
diametralmente opposti a quelli difesi fino a poco tempo prima, pur di
giustificare il loro trasformismo.
Quando
però si parla di leggi fondamentali per la vita dello Stato, che devono seguire
un iter ben preciso, alimentato da un partecipato dibattito parlamentare,
sarebbe auspicabile che l’ipocrisia non trovasse cittadinanza, visto che i
cittadini esprimono una preferenza nelle urne e votano per un partito o per un
altro, per una coalizione o per un’altra, sulla base del programma che ciascun
attore politico dichiara di voler portare avanti.
Suonano
quindi alquanto stonate le parole pronunciate negli ultimi mesi dai più
importanti esponenti della sinistra italiana a proposito di temi cruciali per
il futuro del Paese, in particolare l’autonomia differenziata e il pluralismo
della tv pubblica.
Quanto
alla prima, ci sono alcune regioni guidate dalla sinistra che stanno
promuovendo un referendum popolare per chiedere l’abrogazione della “legge
Calderoli”, che introduce nel nostro Paese un meccanismo di decentramento
amministrativo finalizzato a redistribuire alcune competenze per far funzionare
meglio gli enti pubblici, responsabilizzare di più i territori e i governi
locali, razionalizzare le spese, evitare sprechi e contrastare rendite
parassitarie.
Qualcuno
fa giustamente notare che tra le regioni che promuovono questo referendum c’è
anche l’Emilia-Romagna, guidata dal dem “Stefano Bonaccini”, ora eletto
parlamentare europeo, che fino a un anno fa aveva sostenuto convintamente” il
progetto autonomista”, in sinergia con altre regioni del nord come Lombardia e
Veneto, guidate dal centrodestra, proprio a riprova di una provvidenziale
trasversalità su un tema così decisivo per le sorti dell’Italia.
Ma il
particolare che in assoluto fa più a pugni con il buon senso e con la coerenza
è il precedente di oltre vent’anni fa, quando fu proprio la sinistra a
riformare il “titolo V della Costituzione” e ad approvare norme per il”
decentramento amministrativo”, anche per compiacere la Lega, con la quale molti
esponenti post-comunisti avevano all’epoca buonissimi rapporti.
Con
che coraggio, dunque, alcune forze di sinistra si ergono a paladine dell’unità
nazionale e della Costituzione, se poi loro stesse avevano ritenuto il
decentramento amministrativo e l’autonomia compatibili con il quadro unitario
nazionale, al punto da proporre una riforma in tal senso già vent’anni fa?
Considerazioni
analoghe potrebbero farsi a proposito della governance della tv pubblica.
Quando
Matteo Renzi scalzò Enrico Letta da Palazzo Chigi, tra le sue prime mosse
propose la “riforma della tv pubblica” e così, a fine 2015, fu emanata “una
legge di riforma del servizio pubblico radiotelevisivo”, che aggiornava quella
del 1975 e attribuiva fortissime competenze al Governo nella nomina dei vertici
Rai.
In altri termini, le principali figure di riferimento
per la gestione della tv pubblica, l’amministratore delegato e il presidente,
soprattutto il primo, diventavano emanazione di Palazzo Chigi e rispondevano
pienamente all’esecutivo.
Avevano maggiori margini di manovra in senso
manageriale, e questo era positivo, ma erano legate mani e piedi al Presidente
del consiglio, che aveva in mano il loro destino.
Renzi
all’epoca era il segretario del Pd e la sinistra approvò con gioia quella
riforma della Rai, della quale hanno successivamente beneficiato altri
presidenti del consiglio come Giuseppe Conte e Mario Draghi.
Oggi
che al governo c’è il centrodestra la sinistra grida all’autoritarismo nella
gestione della tv pubblica e invoca con urgenza una riforma della Rai per
sganciarla dal controllo governativo.
Si
scorge, quindi, una profonda ipocrisia anche su questo tema.
L’unico
modo per evitare che la Rai continui ad essere considerata ostaggio di chi
vince le elezioni sarebbe quello di fare una legge condivisa da tutte le forze
politiche, eventualmente anche nella direzione di una privatizzazione della tv
di Stato.
Infine,
la vicenda Ermini, anch’essa indicativa di un certo strabismo della sinistra
nel guardare alle vicende politiche.
David
Ermini nei giorni scorsi ha lasciato la direzione nazionale Pd, nella quale era
stato nominato come indipendente.
Alla fine, come era stato ampiamente
preventivato da molti anche all’interno del suo ex partito, ha scelto la
poltrona – e i soldi, tanti – di “Aldo Spinelli”, che gli ha offerto il posto
di presidente di “Spininvest”, la holding del suo gruppo.
Spinelli, però, è agli arresti domiciliari per
corruzione poiché coinvolto nel caso Toti.
Ermini ha dunque lasciato il Pd, grazie al
quale era anche diventato vicepresidente del Csm.
Ma
come, verrebbe da dire, i dem hanno organizzato una manifestazione a Genova per
denunciare la corruzione del caso “Toti-Spinelli” e ora un loro compagno di
partito sceglie di andare a lavorare per uno degli esponenti coinvolti
nell’inchiesta?
Vai a capire…
La
violenza dei soliti,
l’ipocrisia
della sinistra.
Nazionefuturarivista.it
– Andrea Doria – (14 gennaio 2025) – ci dice:
Fermatevi!
Questa è la sola parola che ci sentiamo di
pronunciare a seguito degli scontri che anche lo scorso fine settimana hanno
visto contrapporsi quella malsana alleanza di centri sociali e balordi vari
contro le Forze dell’Ordine.
Già le
settimane scorse ci eravamo cimentati in un’opera alquanto difficile,
ovverosia, cercare di capire se alla base di tali comportamenti intolleranti,
ci fosse esclusivamente un odio profondo verso l’attuale governo di centro
destra o se ci fosse qualcosa di più e, a nostro modo di vedere, più
politico.
Come
non ricordare le svariate dichiarazioni di personaggi vicini a quegli ambienti
di estrema sinistra che ora stanno mettendo a ferro e fuoco con organizzata
cadenza, i centri storici di molte città italiane, da Torino a Milano, da
Bologna a Roma?
Come non sottolineare che tutte queste città
sono governate da anni da giunte di sinistra che hanno tollerato se non
appoggiato esplicitamente tutti questi “centri sociali” – le virgolette sono
volute – dando loro addirittura in concessione gratuita, immobili che questi
bravi ragazzi occupano abusivamente da anni, fregandosene della legalità, in
nome di una non meglio precisata “libertà”?
(Meloni:
“non ci arrenderemo, non indietreggeremo, e…
"Anche
in questo buio, le donne afghane continuano a…).
Purtroppo,
dal giorno in cui Giorgia Meloni ha vinto le elezioni politiche del 2022,
sembra che il vaso di pandora dell’intolleranza di sinistra si sia scatenata e
che, seguendo appunto le giustificazioni di circostanza di molti esponesti
della sinistra parlamentare, ma soprattutto gli appoggi di esponenti che non
siedono in parlamento, ma che lisciano il pelo costantemente ai gruppi più
estremisti e più violenti dei collettivi di sinistra, la voluta e auspicata
rivolta sociale si stia tramutando in realtà.
Ancora
oggi risuonano le parole davvero sterili di Elly Schlein che ieri invece di
prendere la palla al balzo e abbandonare con poche parole quegli ambienti di
estrema sinistra che e ribadire che le Forze dell’Ordine sono lo Stato e quindi
rappresentano e proteggono tutti noi, invita il centro destra a non
“strumentalizzare” gli scontri dando un colpo al cerchio e uno alla botte.
Sentendo
queste parole sembra da lontano echeggiare la frase dei “compagni che
sbagliano” ma forse non ci si rende conto che le parole più calzanti su quello
che sta accadendo sono quelle che disse Rossana Rossanda in piena tragedia
Moro, quando ammise che le Brigate Rosse facevano parte dell’album di famiglia
della sinistra italiana, una riflessione perciò sembra doverosa.
Questa
spirale di violenza può essere neutralizzata a patto che tutti i personaggi che
soffiano sul fuoco, vengano emarginati, ignorati, sperando che possano cambiare
atteggiamento e tornare a parlare dei bisogni delle persone, nella nostra
storia recente abbiamo visto troppi agitatori che al primo pericolo sono
fuggiti dalle proprie responsabilità, quando però era ormai troppo tardi.
È ora
che costoro escano dall’ambiguità e che l’Italia venga risparmiata da un’altra
sconfitta.
Il
passo indietro di Trudeau e
il
declino dell’era woke.
Nazionefuturarivista.it
- Carla Fiorellini – (Gen. 14, 2025) – ci dice:
L’ideologia
“woke” canadese si prepara al tramonto con le dimissioni del Primo Ministro,
Justin Trudeau.
“Vi
comunico la mia volontà di rassegnare le dimissioni da Leader del Partito e
Primo Ministro.
Dopo
che il Partito avrà scelto il mio successore attraverso un solido iter di
selezione su tutto il Paese, questa decisione sarà ufficiale.
Ho condiviso ieri sera con i miei figli questa
scelta, che ora condivido con voi”.
Queste
le dichiarazioni che lo scorso 6 gennaio hanno scosso la stampa nordamericana e
internazionale, confermando le aspettative dell’opinione pubblica in seguito
alla recente crisi politica interna che il governo canadese stava affrontando.
“Could be the son of ex cuban President Fidel
Castro”, fu la provocazione di Trump mesi fa denunciando l’agenda politica di
Trudeau che più volte nel corso del mandato è stata tacciata di
incostituzionalità e perfino considerata “repressiva” a causa di alcune
proposte di legge che strizzano l’occhio alla “cancel culture”.
Il Premier, paladino dell’iper-progressismo, è
costretto alla ritirata dopo la crescente impopolarità delle politiche
pubbliche adottate.
Gli
indici di gradimento sono ai minimi storici registrati nel corso della carriera
di Trudeau.
La
decisione in vista delle prossime elezioni in Canada dove il Partito Liberale
rischia il Flop, era ormai inevitabile.
Tra i
candidati a cui demandare gli incarichi politici si pensa alla fedelissima ex
Vice-premier “Chrystia Freeland”, alla ministra dei Trasporti “Anita Anand”,
“Melanie Joly “attuale Ministro degli Esteri”, o l’”economista Mark Carney”:
tre donne e un uomo.
Il crollo della Leadership apre un grande
punto interrogativo verso il futuro politico della Nazione e dei suoi rapporti
con i Big Mondiali.
La
notizia delle dimissioni ha lasciato in sospeso le progettualità concordate tra
Italia e Canada in vista del passaggio alla presidenza del G7 che il paese
nordamericano si prepara ad assumere nel corso del 2025.
Durante
il vertice avvenuto in Puglia a giugno 2024, nel bilaterale tra il Presidente
del Consiglio italiano Giorgia Meloni e lo stesso Trudeau, i leader hanno
concordato le materie di cooperazione delle Nuove Tecnologie, ricerca
scientifica, transazione energetica, economia e sicurezza.
Nell’ augurare un buon lavoro a chi si
occuperà del nuovo esecutivo, il Premier Meloni ha sottolineato l’importanza di
proseguire su temi cruciali come l’Africa e il Mediterraneo, messi al primo
posto durante la presidenza italiana.
Tra le
principali questioni internazionali, con l’ex Presidente canadese era stato
discusso solo a dicembre riguardo gli sviluppi in Medio Oriente e in Siria.
A tal proposito, mentre la scena
internazionale attende il nuovo corso politico del Canada, la nuova presidenza
del G7 dovrà tener fede agli accordi transnazionali e gestire con pragmatismo
il delicato equilibrio della politica globale, forse rinunciando su scala
nazionale all’era Woke, allineandosi maggiormente alle tematiche della
collettività mondiale, come già ha dato prova con il “Climate Action Network”.
Scontri
e violenze
nelle
piazze italiane.
Nazionefuturarivista.it
- Alarico Lazzaro – (Gen. 13, 2025) – ci dice:
Sono
stati giorni difficili dopo la tragica scomparsa di “Ramy Elgaml”, il
diciannovenne egiziano morto il 24 novembre scorso dopo un inseguimento con la
polizia a Milano.
Se le
prime violente reazioni erano giunte dalle periferie milanesi, Corvetto in
primis, oggi le piazze italiane vivono di tumulti, alcuni dei quali sfociati in
risse violente ed aggressioni alle forze armate che vivono ormai da mesi un
processo di barbara destrutturazione e delegittimazione in termini di meriti,
competenze e spazio di azione.
A
Bologna, in particolare, i manifestanti non si sono fermati al tentativo di
scontro con gli agenti ma hanno perpetrato atti vandalici alla Sinagoga del
capoluogo emiliano tra fumogeni e bombe carta.
Scene
che a posteriori ricordano guerriglie urbane da anni di piombo, per non dire
altro.
A Roma
i “manifestanti” si sono scontrati più volte con le forze armate poste a
presidio affinché la situazione non deragliasse ulteriormente.
Dopo
notti di fumo e fiamme è arrivata la pronta risposta del Presidente del
Consiglio Meloni, con un bilancio provvisorio di 8 poliziotti feriti che sembra
destinato a salire ulteriormente.
Il
Presidente del Consiglio ha ribadito la sua vicinanza alle Forze dell’Ordine
deprecando come “ignobili” le scene viste nelle principali città italiane.
A
tentare di placare gli animi anche la famiglia dello stesso” Ramy “che ha
prontamente preso le distanze dagli eventi delle ultime settimane, denunciando
qualsiasi tipo di strumentalizzazione politica in atto.
In una
nota pubblicata dall’avvocato “Barbara Indovina” in data 11 gennaio la
“famiglia di Ramy” si è espressa in tal senso:
“Desideriamo
esprimere con chiarezza e fermezza la nostra posizione riguardo agli
avvenimenti che hanno seguito la tragica morte del nostro caro Ramy.
La
perdita di Ramy è per noi un dolore immenso e insopportabile.
Il
nostro unico desiderio è che la giustizia segua il suo corso senza
strumentalizzazioni.
Siamo
profondamente turbati nell’apprendere che il nome di Ramy venga utilizzato come
pretesto per atti di violenza.
Condanniamo
fermamente ogni forma di violenza e vandalismo che si è verificata nelle
manifestazioni delle scorse ore.
Crediamo
che il ricordo di Ramy debba essere un simbolo di unità, non di divisione o
distruzione.
Il nostro appello è rivolto a tutti coloro che
scelgono di onorare la sua memoria: fatelo in modo pacifico e costruttivo,
attraverso il dialogo e il rispetto reciproco (…).
Ci
dissociamo da qualsiasi utilizzo politico del nome di nostro figlio.
Ramy
era un ragazzo pieno di vita, amato dalla sua famiglia e dai suoi amici, e non
vogliamo che la sua figura venga strumentalizzata per fini che non hanno nulla
a che fare con la nostra richiesta di verità e giustizia per cui abbiamo
riposto massima fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine.
Chiediamo
a tutti di rispettare il nostro dolore e di unirsi a noi nella ricerca di un
percorso che porti a una vera giustizia, senza odio, senza violenza e senza
divisioni.”
Un
messaggio di buon senso e che unisce al dolore della perdita la consapevolezza
della giustizia.
Nel
frattempo, per fronteggiare il problema, “la maggioranza sembra decisa ad
approvare il DDL sicurezza a tutela della libertà delle forze dell’ordine,” con
un netto inasprimento di pene e sanzioni per chi partecipa a “manifestazioni
con violenza o minacce” o per chi prende parte a sit-in lungo strade,
autostrade, binari, o luoghi di transito pubblici.
Importanti
anche le menzioni alla possibile equiparazione di cannabis light a quella
sostanza stupefacente e la stretta per ONG e scafisti a poche settimane dalla
vittoria di Salvini nel caso Open Arms.
La
morte di Ramy accende così le piazze e provoca un’intensificazione legislativa
della maggioranza su alcuni dei punti cardine del programma che portò Giorgia
Meloni a Palazzo Chigi.
«NON
FU UNO SCONTRO DI CIVILTÀ.»
Inchiostronero.it
- Marcello Veneziani – (14 Settembre 2021) – ci dice:
No,
non fu uno scontro di civiltà quello che esplose l’11 settembre di vent’anni
fa. Non si scontrarono la civiltà islamica e la civiltà cristiana.
Fu
piuttosto l’attacco barbarico dei fanatici islamisti a un occidente nichilista,
ormai separato dalla sua civiltà e dai suoi principi.
Scontro d’inciviltà, ritorno di barbarie.
I
fanatici che attaccarono il cuore dell’Occidente ‒ non della Cristianità,
altrimenti avrebbero colpito altri obbiettivi simbolici ‒ non venivano
dall’Islam tradizionale ma si erano formati e istruiti in Occidente e aderivano
a una versione ideologica di islamismo.
Bin
Laden e la sua famiglia ne erano il prototipo.
Islamisti di ritorno, come si dice analfabeti
di ritorno.
I
fanatici radicalizzano l’Islam, lo usano come arma, come droga e come bandiera,
applicando alla lettera alcune “sūre” feroci del Corano.
Il
nichilismo occidentale, invece, è la degenerazione della libertà e la deriva
della modernità, la libertà come rifiuto del destino, della natura, dei limiti
e del sacro e la vita elevata a scopo di sé stessa.
È
sbagliato, anzi indegno, evocare lo scontro di civiltà per indicare la vendetta
dei fanatici accecati dall’odio e dall’ideologia contro il predominio
planetario degli Stati Uniti e dei loro alleati o “servi”.
Prima
di quel feroce attacco c’era stata la guerra del Golfo, e altre invasioni,
ingerenze, incursioni, sanzioni che avevano acceso gli animi del fanatismo
islamico e avevano risvegliato la Jihad:
ma non
fu Guerra santa, fu piuttosto rappresaglia e rivendicazione delirante di
dominio contro la dominazione americana.
La
controprova è che nessuna guerra tra i popoli o stati islamici e popoli o stati
occidentali poi scoppiò;
ma
restarono terrorismo e tensione, conflitti locali e insurrezioni, occupazioni e
attentati, rappresaglie e bombardamenti.
E lo
scontro aperto l’11 settembre non unì l’Islam in un solo corpo, ma lo lasciò
diviso tra sunniti e sciiti, tra iraniani e sauditi, e una miriade di fazioni
ostili tra loro.
Non ha
mai preso corpo nemmeno un asse tra i paesi leader di area, la Turchia, l’Iran
e l’Egitto.
Né i paesi islamici si unirono nell’isolare e
condannare i terroristi.
Semmai
l’11 settembre generò più compattezza difensiva nell’Occidente, perché l’orrore
del terrorismo, la paura e l’insicurezza diffusi in Europa come negli Usa li
spinsero a sentirsi accomunati come potenziale bersaglio dell’odio islamista.
C’è
un’immagine bellissima che rende bene il senso del conflitto o meglio
dell’abissale differenza tra il fanatismo degli uni e il nichilismo degli
altri.
È l’immagine di due donne a confronto:
una ha
il velo che copre tutto il suo viso e lascia aperti solo gli occhi, secondo la
tradizione islamica;
l’altra
ha il volto completamente scoperto, salvo gli occhi, che sono coperti da un
lembo che ha la stessa dimensione dell’unica parte scoperta dell’altra donna
velata.
Due
immagini speculari che dicono tutta la differenza tra il fanatismo che
costringe i corpi a coprirsi e il nichilismo che induce alla cecità, al non
vedere.
La differenza, abissale, tra i due mondi sta
nei due verbi adoperati:
l’uno
costringe, con la forza, la punizione, la morte; l’altro induce con la
persuasione, la seduzione, la distrazione.
I fanatici costringono, i nichilisti inducono.
È
sbagliata solo la didascalia usata per indicare i due mondi: Oriente e
Occidente. Ci sono altri Orienti, da quello russo, a quello cinese, a quello
indiano, che non si riducono al fanatismo islamico.
E c’è una storia dell’Occidente che differisce
dal suo presente americano e globale. È sbagliato ridurre l’Oriente all’Islam
ed è sbagliato ridurre all’Occidente quel che indica piuttosto la
globalizzazione e la modernità nel suo stadio più avanzato.
Il
nemico dei fanatici che colpirono l’11 settembre non era la civiltà cristiana,
ma l’imperialismo occidentale e globale, la sua società profana e
secolarizzata, che certo deriva dalla cristianità ma che ha infine sposato la
tecnica, la finanza, il materialismo e l’edonismo, e per questo era considerato
luogo di perdizione, regno di Satana.
Avrebbero
colpito una cattedrale, un luogo santo alla cristianità, se avessero voluto
simbolicamente sfidare la civiltà cristiana;
colpirono
invece la potenza bellica e finanziaria statunitense, e i suoi templi profani –
i grattacieli, le due torri, il Pentagono.
Anche
l’Occidente non reagì agli attacchi richiamandosi alla Cristianità, alle
Crociate, alla propria tradizione e civiltà;
ma si
armò per difendere la vita, la libertà, il progresso, il presente.
Gli
atei devoti del tempo e i teo-cons, inclusa Oriana Fallaci, non furono
ascoltati, restarono testimoni e cantori di una guerra santa che poi non
avvenne.
Il
terrorismo riprese forza dieci anni dopo, con l’Isis, le minacce all’Occidente
ripresero, restò l’odio contro gli americani e i loro alleati in Iraq, in
Afghanistan e altrove, e per il loro legame con Israele.
Ma non
si tramutò in uno scontro di civiltà.
L’Occidente,
dal canto suo, rispose in modo schizofrenico tra ingerenze umanitarie, bombe
pacifiste e accoglienza dei migranti islamici, non solo profughi, con
pericolose infiltrazioni, subalternità alle altrui religioni.
Fino a
decidere, tardivamente e in modo disastroso, di ritirarsi dai paesi islamici e
non impegnarsi più ad essere gendarmi del mondo ed esportatori forzati di
libertà, diritti e democrazia.
Vent’anni
dopo il mondo non è cambiato, almeno sul crinale tra Islam e Occidente. L’era
che si aprì l’11 settembre non si è chiusa.
Un
conto in sospeso che tutti hanno pagato ma che nessuno ha saldato.
Una
ferita aperta, a volte sanguinante.
La
liberal-democrazia
allo
sbando.
Albertomingardi.substack.com
- Alberto Mingardi – (7 gennaio 2024) – ci dice:
Al
liberalismo sono sicuramente più utili dei critici intelligenti che degli
adepti un po' ciula (i quali, del resto, non mancano).
John
Gray è fra i critici più acuti del liberalismo contemporaneo.
Il filosofo britannico si è occupato in altri
tempi di Hayek e di Isaiah Berlin, confezionando sull'uno e sull'altro due
delle migliori monografie tutt'oggi in circolazione.
Riallacciandosi
a una lunga tradizione interpretativa, in questo suo ultimo libro rivendica il
carattere liberale dell'opera di Thomas Hobbes - e anzi sostiene, essendo un
provocatore, che Hobbes sia l'unico liberale che vale davvero la pena leggere.
Il
saggio di Gray a Hobbes si richiama sin dal titolo, “The New Leviathans” , al
plurale, che è puro un omaggio all'ultimo libro di” RG Collingwood”, The New
Leviathan , pubblicato nel 1942.
Collingwood
l'aveva incominciato a scrivere durante il bombardamento di Londra e quel
testo, ambiziosissimo, voleva fornire una impalcatura intellettuale allo sforzo
degli alleati.
L'ultima
sezione era dedicata alle diverse forme di barbarie, fra cui spiccava quella
nazista.
Frequente
obiettivo polemico era la visione romantica degli eroi, che come le termiti
erode la base della civiltà, preparando il ritorno delle barbarie.
Gray
se la prende invece con quello che chiama “iper-liberalismo”.
Se il
nuovo presidente argentino “Javier Milei” ama citare il suo mentore “Alberto
Benegas-Lynch”, per cui il liberalismo prescrive “il rispetto incondizionato
per i progetti di vita degli altri”, per Gray l'iper-liberalismo è quella
“formula politica” (difficile leggerla come sistema di idee coerenti) nella
quale la stessa identità diventa un prodotto di questo progetto di vita.
Nelle
società occidentali, l'obiettivo iper-liberale è quello di consentire agli
esseri umani di definire la propria identità.
Da un
certo punto di vista, questo è il logico punto di arrivo dell'individualismo:
ogni essere umano è sovrano nel decidere chi o cosa vuole essere.
Da un altro punto di vista, è il progetto di
forgiare nuovi collettivi e il preludio a uno stato di guerra cronica tra le
identità che incarnano.
L'identità
diventa il nuovo terreno di scontro, l'arena nella quale si svolge la lotta
politica contemporanea.
Per Gray, il compito della nostra epoca non è
di mettere in ceppi i Leviatani, "come si è tentato di fare nella tarda
epoca liberale, ma di renderli più simili a ciò che Hobbes riteneva potesse
essere il Leviatano: un contenitore di esistenza pacifica.
Riconoscendo
che la pace può essere raggiunta in molti tipi di regime, Hobbes era un
liberale più autentico di quelli che vennero dopo di lui".
In
meno di duecento pagine, Gray non può dare grandi indicazioni su come
raggiungere lo scopo e si diverte spesso a dare sfoggio d'erudizione, estraendo
dal cilindro pensatori sconosciuti al lettore di cui si diverte a dipingere in
miniatura, per poi incastonarle accanto a nomi più familiari (da Dostoevskij a
Pareto).
Da anni Gray utilizza pensatori conservatori e
reazionari per criticare l'idea di un progresso costante e lineare delle cose
umane, ma ammette i benefici della tecnologia e ritiene, per esempio, che
saranno più importanti di qualsiasi revisione ipotetica dei nostri consumi per
affrontare il cambiamento climatico.
Ciò
che fa in “The New Leviatani” mettere a fuoco alcuni tratti tristemente
innegabili delle liberal-democrazie contemporanee:
l'infantilizzazione
dello scontro politico, il fanatismo diffuso in tutti gli angoli del discorso
pubblico, il sostanziale superamento del principio di tolleranza.
Le
élites occidentali stanno abbandonando la tolleranza in modo assai simile a
quello nel quale le élites pagane avevano abbandonato i loro dei.
Se il processo continua, le libertà liberali
verranno presto dimenticate, assieme al mondo nel quale venivano praticate.
Se
penso ad alcuni fatti minori della cronaca politica italiana, nella quale sono
i gruppi teoricamente più liberali a chiedere di silenziare conferenze e
persino concerti in cui sul palco salgono persone di opinioni diverse dalla
loro, trovo difficile dargli torto.
Spesso
c'è del fanatismo nell'ateismo e parimenti i fautori della democrazia si
rivelano i più intolleranti, proprio perché assumono la democrazia come un
assoluto.
Per
non dire ovviamente di quanto si registra con drammatica frequenza nelle
università statunitensi:
il
maggiore luogo di creazione di conoscenza del più importante Paese al mondo
dove ormai (come dimostra il caso della rettrice di Harvard) le prassi di
reclutamento hanno sempre meno a che vedere con ricerca e competenza.
Gray
ci ricorda che, come tutto, anche le società libere sono un incidente della
storia e sono abitate da esseri umani, inevitabilmente fallibili e “gettati nel
mondo” in un certo tempo e in un certo spazio.
Per
questo la politica dovrebbe ricercare tregue, compromessi, un modus vivendi e
non impegnarsi a dipingere la grandiosa tela dell’identità.
Ogni sistema di idee che immagina che la
storia abbia una direzione, anche se è l'emancipazione dell'umanità, è
potenzialmente dispotico.
Per
quanto si sforzi, e per quanto gli piaccia esibire simpatia per gli eccentrici
di destra e di sinistra, Gray è troppo scettico per aver davvero smesso di
essere il liberale che era trent'anni fa.
E' la
liberal-democrazia occidentale che è cambiata in alcuni dei suoi tratti
fondamentali e di questo dovremmo tutti prendere atto.
(John
Gray, I nuovi Leviatani. Pensieri dopo il liberalismo, Londra, Allen Lane,
2023, pp. 192).
Green
Deal: Meloni all'Onu,
nell'intero
occidente portano
la
deindustrializzazione.
ilsole24ore.com – (25 settembre 2025) –
Radiocor – redazione – ci dice:
Settore
auto Ue quasi distrutto (Il Sole 24 Ore Radiocor) – “New York, 25 set.” –
"Le cose potranno andare molto peggio, se
non fermeremo la creazione a tavolino di modelli di produzione insostenibili,
come i 'piani verdi' che in Europa, e nell'intero Occidente, stanno portando
alla deindustrializzazione molto prima che alla decarbonizzazione".
Cosi' dice la presidente del Consiglio Giorgia
Meloni in un passaggio del suo intervento, nella notte italiana, all'80esima “Assemblea
Generale dell'Onu”.
"La riconversione di interi settori produttivi
sulla base di teorie che non tengono conto dei bisogni e delle disponibilita'
economiche delle persone, è stato un errore che provoca sofferenze nei ceti
sociali più deboli e fa scivolare la classe media verso il basso, imponendo
scelte di consumo non razionali.
L'ecologismo
insostenibile ha quasi distrutto il settore dell'automobile in Europa, creato problemi negli Stati Uniti,
causato perdite di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e
depauperato la conoscenza.
E ciò che è più paradossale, non ha migliorato
lo stato di salute complessivo del nostro pianeta".
Meloni
come Trump, in fuga dalla realtà:
all’Onu
attacca «l’ecologismo insostenibile.»
greenreport.it
- Luca Aterini – (26 Settembre 2025) – ci dice:
Wwf:
«L’innovazione oggi è guidata dalla transizione e l’incapacità del nostro Paese
di compiere scelte coraggiose e di fare sistema in questo senso sta gravemente
danneggiando l’economia».
È
stato un doppione del discorso tenuto dal sodale di estrema destra” Donald
Trump”, quello pronunciato dalla “presidente del Consiglio Giorgia Meloni” nel
corso del suo intervento all’Assembla generale dell’Onu, con un attacco
frontale alle politiche ecologiste.
Secondo
Meloni «le cose potranno andare molto peggio, se non fermeremo la creazione a
tavolino di modelli di produzione insostenibili, come i “piani verdi” che in
Europa – e nell’intero Occidente – stanno portando alla deindustrializzazione
molto prima che alla decarbonizzazione», perché «la riconversione di interi
settori produttivi sulla base di teorie che non tengono conto dei bisogni – e
delle disponibilità economiche – delle persone, è stato un errore che provoca
sofferenze nei ceti sociali più deboli e fa scivolare la classe media verso il
basso, imponendo scelte di consumo non razionali».
Per la
premier «l’ecologismo insostenibile ha quasi distrutto il settore
dell’automobile in Europa, creato problemi negli Stati Uniti, causato perdite
di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e depauperato la
conoscenza».
E se
da una parte sottolinea che «non si tratta ovviamente di negare il cambiamento
climatico» – come invece fanno apertamente, da anni, sia Trump sia esponenti
del Governo Meloni –, dall’altra vuole «gradualismo delle riforme in luogo
dell’estremismo ideologico».
Ovvero
continuare a bruciare combustibili fossili, mentre la crisi climatica avanza.
Poco
importa se nel 96% dei casi le nuove installazioni di impianti rinnovabili
producono elettricità più economica rispetto a nuovi impianti a carbone o gas,
o se addirittura il 75% del nuovo eolico e fotovoltaico è più economico degli
impianti a carbone, gas e petrolio già esistenti.
Ancor
meno sembra importare quanto affermano ormai le stesse case automobilistiche,
ovvero che «attribuire la crisi del settore auto al Green deal è una narrazione
fuorviante» e che «non vi è dubbio che il Green deal non sia la causa della
crisi», come ribadito più volte anche dall’Unrae (Unione nazionale
rappresentanti autoveicoli esteri).
Tra i
motivi c’è piuttosto il forte aumento del costo delle auto mentre sale il
rischio di povertà ed esclusione sociale nel Paese (che riguarda oggi 13,5
milioni di persone) e l’assenza di politica industriale da parte del Governo,
che ha tagliato brutalmente le risorse del Fondo Automotive, mentre i nuovi
incentivi stanziati per le auto elettriche si preannunciano già come un buco
nell’acqua.
«Spiace
dirlo – commenta nel merito il Wwf – ma la premier ha semplicemente negato la
realtà, descrivendo le politiche ambientali e la transizione ecologica come
fattori di destabilizzazione sociale ed economica, arrivando a contestarne i
benefici ambientali e ad accusarle di “depauperare la conoscenza”:
è vero
esattamente il contrario, l’innovazione oggi è guidata dalla transizione e
l’incapacità del nostro Paese di compiere scelte coraggiose e di fare sistema
in questo senso sta gravemente danneggiando l’economia, producendo
impoverimento di vasti strati della popolazione».
Basti
osservare che solo quest’estate l’Italia ha perso 12 miliardi di euro a causa
di ondate di calore, siccità e inondazioni, e che nelle ultime tre estati oltre
51mila italiani siano morti solo per le ondate di calore.
Al contrario la transizione energetica porta
benefici sia alla salute sia all’economia: investire solo l'1-2% del Pil
globale entro il 2100 limiterebbe il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C
(mentre oggi è proiettato a circa +3°C, ben oltre i limiti di sicurezza
individuati dall’Accordo di Parigi sul clima), quando il costo netto
dell'inazione è invece stimato tra l'11% e il 27% del Pil.
L’unico,
concreto risultato della retorica politica portata avanti da Meloni come da
Trump è quello di frenare avanzamenti sul fronte della sostenibilità quanto il
sostegno popolare a politiche di transizione ecologica, due temi che peraltro
s’incrociano inevitabilmente:
oggi
il sistema fiscale italiano è regressivo (in barba all’articolo 53 della
Costituzione), mentre se fosse applicata una patrimoniale anche solo all’1% più
ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si
otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, per finanziare
il green deal e migliorare la coesione sociale.
La
verità è che il declino dell’Occidente si concentra nella classe lavoratrice e
nel ceto medio – anche in Italia, dove i salari reali sono in calo dal 1990 e
in modo particolarmente marcato dal 2008 – mentre aumentano le disuguaglianze a
favore dei super-ricchi, che sono i maggiori responsabili della crisi climatica
in corso.
Come i
fascismi del secolo scorso, oggi i partiti di estrema destra difendono l’élite
ma si presentano come forze politiche anti-sistema sfruttando il comprensibile
risentimento dei più poveri: per questo la lotta alla disinformazione col clima
è oggi un presidio fondamentale a tutela della democrazia.
Meloni:
Israele oltre i limiti,
«ha
causato una strage tra i civili».
Sui
migranti «magistratura politicizzata.»
Ilsole24ore.com
– Redazione Roma – (25 settembre 2025) – ci dice:
L’intervento
(in italiano) della premier Giorgia Meloni all’ Assemblea generale è durato 16
minuti.
Meloni
all'Onu: I "piani verdi" portano deindustrializzazione.
Un
duro attacco alla Russia per aver inferto “una ferita profonda al diritto
internazionale” e una severa critica a Israele per aver “superato il limite del
principio di proporzionalità” nella sua reazione ad “Hamas”, finendo con
“l’infrangere le norme umanitarie e causando una strage tra i civili”.
Sono
alcuni dei passi salienti dell’intervento (in italiano) della premier Giorgia
Meloni all’ Assemblea generale dell’Onu, durato 16 minuti e applaudito da
un’aula semivuota per il tardo orario serale.
Immigrazione.
Un
discorso nel quale ha denunciato l’inadeguatezza dell’architettura dell’Onu e
ha invitato a contrastare sia le persecuzioni religiose (“prevalentemente di
cristiani”) sia il traffico di esseri umani, anche rivedendo le
“anacronistiche” convenzioni internazionali su migrazione e asilo che, “quando
vengono interpretate in modo ideologico e unidirezionale da magistrature
politicizzate, finiscono per calpestare il diritto, invece di affermarlo”.
Nel
mirino anche i “’piani verdi’ che in Europa - e nell’intero Occidente - stanno
portando alla deindustrializzazione molto prima che alla decarbonizzazione”.
Ricordando
che l’Onu nacque nel 1945 con lo scopo principale di evitare nuovi conflitti
dopo la seconda guerra mondiale, Meloni ha detto che “la domanda che dobbiamo
farci, ottant’anni dopo, e guardandoci attorno, è: ci siamo riusciti?
La
risposta la conoscete tutti, perché è nella cronaca, ed è impietosa.
Pace,
dialogo, diplomazia sembrano non riuscire più a convincere e a vincere.
L’uso della forza prevale in troppe occasioni.
E lo
scenario che ci troviamo di fronte è quello che Papa Francesco descrisse con
rara efficacia: una ’terza guerra mondiale’ combattuta ’a pezzi’”.
Russia.
La
premier ha puntato subito il dito contro la Russia, “membro permanente del
Consiglio di Sicurezza, che ha deliberatamente calpestato l’articolo 2 dello
Statuto dell’Onu, violando l’integrità e l’indipendenza politica di un altro
Stato sovrano, con la volontà di annetterne il territorio.
E
ancora oggi non si mostra disponibile ad accogliere seriamente alcun invito a
sedersi al tavolo della pace”.
“Questa
ferita profonda inferta al diritto internazionale - ha sottolineato - ha
scatenato effetti destabilizzanti molto oltre i confini nei quali si consuma
quella guerra. Il conflitto in Ucraina ha riacceso, e fatto detonare, diversi
altri focolai di crisi. Mentre le Nazioni Unite si sono ulteriormente
disunite”.
Medio
Oriente.
Dopo
aver condannato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, Meloni ha accusato Israele
di aver superato con la sua reazione “il limite del principio di
proporzionalità”.
Una
“scelta che l’Italia ha più volte definito inaccettabile, e che porterà al
nostro voto favorevole su alcune delle sanzioni proposte dalla Commissione
europea verso Israele”.
La
premier ha quindi invitato Israele ad “uscire dalla trappola di questa guerra:
lo
deve fare per la storia del popolo ebraico, per la sua democrazia, per gli
innocenti, per i valori universali del mondo libero di cui fa parte”.
“E per chiudere una guerra servono soluzioni
concrete, perché la pace non si costruisce solo con gli appelli, o con proclami
ideologici accolti da chi la pace non la vuole”, ha proseguito, definendo
“molto interessanti le proposte che il presidente degli Stati Uniti ha discusso
con i Paesi arabi in queste ore”, dicendosi pronta “ovviamente a dare una
mano”.
La
presidente del Consiglio ha detto di ritenere che “Israele non abbia il diritto
di impedire che domani nasca uno Stato palestinese, né di costruire nuovi
insediamenti in Cisgiordania al fine di impedirlo.
Per
questo abbiamo sottoscritto la “Dichiarazione di New York sulla soluzione dei
due Stati”, ha spiegato ribadendo però che “il riconoscimento della Palestina
deve avere due precondizioni irrinunciabili”:
il
rilascio di tutti gli ostaggi e l’esclusione di “Hamas” da ruoli di governo.
Gren
Deal.
Meloni
ha quindi attaccato “l’ecologismo insostenibile” che “ha quasi distrutto il
settore dell’automobile in Europa, creato problemi negli Usa, causato perdite
di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e depauperato la
conoscenza.
Ci
sono voluti secoli per costruire i nostri sistemi, ma bastano pochi decenni per
ritrovarsi nel deserto industriale.
Solo
che, come ho detto molte volte, nel deserto non c’è nulla di verde”.
In conclusione ha citato San Francesco
, “il
più italiano dei santi, che ha dato il nome alla città dove questa
organizzazione è nata (San Francisco, ndr):
’i combattimenti difficili vengono riservati
solo a chi ha un coraggio esemplare’.
Credo
sia arrivato il tempo di dimostrare quel coraggio”.
L’industria
europea dell’auto rischia
di
restare tagliata fuori dal progresso.
Greenreport.it
– (22 settembre 2025) – Asvis – Redazione – ci dice:
Dalle
batterie allo stato solido a quelle al litio-zolfo, la partita dell’innovazione
non è chiusa.
Zirpoli:
«Tocca ai produttori europei mettere sul mercato modelli elettrici accessibili
e competitivi, altrimenti lo spazio sarà occupato da cinesi, coreani e
giapponesi».
All’”Iaa”
di Monaco, la rassegna biennale dedicata alla mobilità conclusasi lo scorso
weekend, il tono è stato particolarmente franco.
Accanto
agli oltre 350 nuovi modelli (con i marchi cinesi presenti in massa), i capi
delle grandi case automobilistiche hanno parlato di ciò che tutti sanno:
l’industria
europea dell’auto rischia di restare tagliata fuori dal progresso.
“La
festa è finita”, ha ammesso Oliver Blume”, numero uno di Volkswagen e Porsche,
“adesso si tratta di riorientarci”.
“Christophe
Perillat”, capo della francese “Valeo”, ha detto che la competitività europea è
in pericolo, auspicando l’introduzione di requisiti minimi di contenuto Ue
dell’80% nei veicoli venduti nel vecchio Continente.
Oggi,
infatti, molte auto elettriche vendute in Ue hanno batterie importate dall’Asia
(Cina, Corea, Giappone) che possono valere anche il 30-40% del valore del
veicolo.
Ridurre
la dipendenza europea da fornitori esterni, soprattutto cinesi, rappresenta una
necessità, ma non è certo l’unica.
Un
recente position paper del “Jacques Delors Centre” è entrato nel cuore della
questione:
“L'industria automobilistica europea sta
entrando in un decennio decisivo, ma non ha una mappa chiara per orientarsi.
Mentre i concorrenti globali accelerano la
loro transizione verso i veicoli elettrici, l'attenzione strategica dell'Europa
rimane offuscata da interessi frammentati, dipendenze dal percorso e pressioni
a breve termine”.
Una
delle sfide riguarda lo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035.
Durante
una conferenza a Bruxelles, l’ex premier Mario Draghi ha affermato che quel
divieto “può essere irrealizzabile”, perché non ha innescato un circolo
virtuoso e “rischia di consegnare quote di mercato ad altri, soprattutto alla
Cina”.
Anche le associazioni dell’industria
automobilistica hanno dichiarato che il piano di riduzione delle emissioni del
blocco dei 27 Paesi “deve essere ricalibrato”.
Ma allo stesso tempo i grandi gruppi stanno
investendo nei propulsori elettrici di nuova generazione.
E
questo sembra dare i suoi frutti: a Monaco Mercedes, Bmw, Volkswagen hanno
mostrato i loro sforzi sui nuovi modelli, dall'autonomia ai tempi di ricarica,
al software.
Il
nodo competitività.
È
indubbio però che, rispetto al passato, la competitività dell'industria
automobilistica europea sia diminuita.
Secondo
McKinsey, dal 2017 le case automobilistiche del vecchio Continente hanno perso
oltre 13 punti percentuali di quota di mercato.
E
circa 370 miliardi di euro di ricchezza industriale europea, ovvero il 21% del
valore generato ogni anno dal comparto auto, sono a rischio con il passaggio
all’elettrico.
In gioco, dunque, non sono solo i volumi di
produzione, ma il cuore stesso della catena del valore: fornitori e competenze
che potrebbero sparire se non si riconvertono.
“L’industria
dell’auto è costituita da due segmenti molto diversi:
i grandi produttori e la filiera di
fornitura”, dice a FUTURA network “Francesco Zirpoli, ordinario di “Economia e
Gestione dell'innovazione all’università Ca’ Foscari” e direttore scientifico
del Cami (Centre for automotive and mobility innovation).
“I
primi hanno margini e tecnologia sufficienti per elettrificare l'intera gamma
prodotto rapidamente.
A soffrire maggiormente la transizione è la
catena dei fornitori, schiacciata tra la pressione dei costruttori a ridurre i
costi e la necessità di riconvertirsi.
In Italia fortunatamente la maggioranza dei
fornitori produce tecnologie e componenti utilizzabili su vetture elettriche.
La
crisi è, quindi, di mercato, ossia legata al calo delle commesse e al crollo
della produzione di Stellantis in Italia”.
Segnali
di un declino che, secondo molti, è innanzitutto d’innovazione.
In un
duro editoriale del 9 settembre, l’Economist ha osservato che l’Europa “sta
rapidamente perdendo terreno in ogni tipo di tecnologia.
Il
settimanale britannico ha preso a simbolo i “robo taxi,” ormai diffusi nelle
città americane e cinesi (ne abbiamo parlato in un focus su FUTURA network),
mentre in Europa restano appena allo stadio di test.
Proprio
l’assenza di questi servizi, è la previsione, potrebbe diventare per i
cittadini europei una sorta di “momento Sputnik”:
il punto in cui ci si renderà conto di essere
rimasti indietro rispetto a Stati Uniti e Cina in una tecnologia chiave, con il
rischio che i due giganti dettino le regole del gioco anche nella mobilità
autonoma.
Aggiunge
Zirpoli:
“In
Cina si è investito molto in innovazione di processo e automazione, portando
gli stabilimenti a un livello di efficienza e flessibilità incomparabile con
molti impianti europei.
In
Europa invece il tasso di investimento in innovazione è stato più basso, e
questo ha reso più difficile fronteggiare fattori strutturali di svantaggio
come il costo dell’energia e del lavoro”.
Secondo
il professore, però non si può parlare di fronte europeo omogeno: “Volkswagen e
Stellantis, ad esempio, hanno strategie molto diverse:
la prima ha puntato con decisione
sull’elettrificazione ed è forte in Cina, la seconda è più presente in Nord
America e ha investito meno sui modelli elettrici. Ma il punto che oggi
dovrebbe mettere tutti d’accordo è che ridurre gli obiettivi climatici non
aiuta la competitività.
Senza
innovazione in quella direzione, i produttori possono guadagnare tempo nel
breve periodo, ma rischiano grosso nel medio-lungo”.
Le
difficoltà sull’elettrico.
Le
recenti vendite di veicoli elettrici a batteria (Bev) in tutta l’Unione europea
sono state inferiori alle aspettative iniziali.
Per
Bev si intendono le auto spinte solo da batterie ricaricabili, da distinguere
sia dagli ibridi (che combinano elettrico e termico) sia dai modelli a
idrogeno.
In parallelo, ritardi e interruzioni nei
progetti di punta sulle batterie hanno messo in dubbio la capacità dell'Europa
di costruire una filiera davvero competitiva e autosufficiente.
Eppure,
come rileva il “Global EV Outlook 2025” dell’Agenzia internazionale
dell’energia (Iea), la linea di tendenza è chiara:
l’elettrico
accelera dove prezzi, infrastrutture e politiche viaggiano nella stessa
direzione; rallenta dove aziende e sussidi fanno passi indietro.
Non è un caso che l’anno scorso la Cina abbia
fatto da locomotiva:
nel
2024 quasi un’auto nuova su due venduta in Cina è stata un “New energy vehicle
(Nev), categoria che include sia elettriche a batteria sia ibride plug-in.
Un’avanzata sostenuta da prezzi più competitivi e incentivi al ricambio dei
veicoli (permute) introdotti la scorsa primavera.
Se
negli Stati Uniti la crescita ha rallentato, segnali interessanti sono arrivati
dalle economie emergenti:
in
Asia, America Latina e Africa le vendite di auto elettriche sono aumentate di
oltre il 60% su base annua nel 2024 e la quota di mercato è quasi raddoppiata,
passando dal 2,5% al 4%.
Negli
ultimi anni, tra l’altro, in questi Paesi sono nati diversi nuovi marchi di
auto elettriche, come “VinFast” in Vietnam, “Togg” in Turchia e “Tit”o in
Argentina, che hanno contribuito a incrementare le vendite.
In
Europa, invece, la penetrazione dell’elettrico procede a un ritmo fisiologico,
con quote tra il 15 e il 25% a seconda dei Paesi.
“Ma
bisogna chiarire un punto: la dinamica dipende molto più dall’offerta che dalla
domanda”, riprende Zirpoli.
“Quando una nuova tecnologia viene introdotta,
all’inizio i consumatori disposti a pagare di più sono pochi.
Poi
col tempo aumenta la domanda grazie a costi più bassi e a una maggiore offerta
di prodotto.
Tocca
ai produttori europei mettere sul mercato modelli accessibili e competitivi,
altrimenti lo spazio sarà occupato da cinesi, coreani e giapponesi.
Nei
prossimi 3-4 anni il differenziale di prezzo tra auto elettriche e a
combustione interna si ridurrà: a quel punto conterà solo la qualità e quantità
dell’offerta”.
Una
partita che si giocherà molto sul fronte tecnologico, per risolvere alcuni nodi
cruciali, dai costi alla velocità di ricarica.
Tra le
tecnologie più promettenti ci sono le batterie allo stato solido, che
promettono più autonomia, meno peso e maggiore sicurezza.
Ma ad
oggi sono molto più care delle batterie agli ioni di litio tradizionali e non
esistono ancora catene produttive su vasta scala.
Alcune
case (Toyota, Nissan, Volkswagen, Bmw) hanno annunciato prototipi o linee
pilota, ma non ci sono ancora giga-factory che sfornano milioni di celle allo
stato solido.
In
fase di sviluppo anche le batterie al litio-zolfo, per ridurre l’uso di
materiali costosi o problematici (nichel, cobalto) e alleggerire i costi.
Secondo “Stellantis” e “Zeta Energy”, che
hanno firmato un accordo per realizzarle, “tale tecnologia potrebbe aumentare
la velocità di ricarica rapida delle batterie fino al 50%”.
Un’altra tecnica interessante, nel campo degli
“ioni di liti”o, è quella degli “anodi ad alto contenuto di silicio”, che
promettono prestazioni migliori della “grafite”, unico materiale anodico
utilizzato finora.
La
startup londinese “Gdi” afferma che i suoi anodi forniscono una densità
energetica superiore del 30% rispetto agli “anodi in grafite convenzionali” e
tempi di ricarica inferiori ai 15 minuti per i veicoli elettrici.
E
promette di metterli su strada entro il 2030.
Non
solo auto.
La
crescita poderosa che ha caratterizzato decenni di industria automobilistica si
è fermata.
Secondo i dati dell’”Oica”, la “federazione
mondiale dei costruttori di automobili”, e quelli dell’”Agenzia internazionale
dell’energia (“Iea”) , i massimi storici di produzione e vendite sono stati
toccati tra il 2017 e il 2018:
da allora non sono più stati superati.
Nei
mercati maturi (Stati Uniti, Europa, Giappone, Corea) c’è stagnazione.
Che
cosa sta succedendo?
Le ragioni sono diverse.
Prima
di tutto la saturazione: chi voleva un’auto l’ha già comprata.
In più
i prezzi sono saliti: un’auto nuova è fuori portata per un numero crescente di
famiglie.
E,
soprattutto nelle città, cresce l’offerta di alternative: treni, autobus,
metropolitane, biciclette elettriche, monopattini, persino, come abbiamo visto,
robo- taxi.
Va
ricordato, inoltre, che le nuove generazioni sono meno interessate al possesso
dell’auto privata:
dal 2011 al 2021 il numero di auto intestate a
giovani sotto i 25 anni in Italia è diminuito del 43%.
Non
basta, dunque, parlare di quale auto guideremo domani, ma di quante ne useremo
davvero.
Alcuni
segnali già ci sono.
Per
esempio a Singapore, ha ricordato “Enrico Giovannini” nella sua rubrica “Scegliere
il futuro”, i box per le auto vengono costruiti più alti del normale (tre
metri), così da poter essere riconvertiti in futuro per altri utilizzi,
nell’ipotesi che il numero di auto diminuisca.
Insomma,
l’auto è destinata a restare, ma la sua centralità assoluta andrà
ridimensionata.
Lo
conferma a FUTURA network “Anna Donati,” presidente di” Roma Servizi per la
Mobilità” e coordinatrice del Gruppo di lavoro "Mobilità sostenibile"
di Kyoto Club, che da anni studia il tema:
“L’auto
è sostanzialmente vittima del proprio successo.
Dal
Dopoguerra ha conosciuto un boom straordinario, ma oggi siamo in un mercato
maturo.
In
Italia circolano oltre 40 milioni di veicoli: ormai non si cresce più, si
sostituiscono quelli vecchi con i nuovi.
Questo
manda in crisi il modello che ha retto per decenni: crescere sempre.
Già da
vent’anni la produzione e l’occupazione sono in calo, ben prima
dell’elettrico.”
Secondo
“Donati “non si tratta solo di affrontare i problemi dell’industria, ma anche
di reinventare spazi e città.
Un
tema che riguarda da vicino l’Italia:
“La
saturazione si vede soprattutto nei centri urbani:
spazi pubblici occupati, traffico e
congestione oltre soglie non più gestibili.
Alcuni interventi ci sono stati:
Ztl,
reti tranviarie, metropolitane, sharing mobility.
Ma
l’espansione urbanistica in aree periferiche poco servite ha vanificato molti
progressi.
È lì che l’auto resta insostituibile, e lì
dovremmo intervenire con nuove soluzioni di trasporto collettivo.”
Ecco
perché il futuro dell’automobile non può essere separato da quello delle città:
“Se continuiamo a costruire quartieri inaccessibili se non con l’auto, ridurre
l’uso del mezzo privato sarà impossibile.
Servono
riqualificazione urbana e un forte potenziamento dei trasporti su ferro e
metropolitani.
L’obiettivo
è abbassare di almeno il 10–20% l’uso dell’auto nelle città italiane entro il
2050, come prevedono i Piani urbani della mobilità sostenibile.
Ma
senza urbanistica e servizi integrati, non ci riusciremo”.
Il
testo integrale del discorso
di
Mario Draghi all’Europa.
Vaielettrico.it
– Redazione – (16 settembre 2025) – ci dice:
Ecco
il testo integrale dell’intervento di Mario Draghi:
un
appello accorato all’Europa perché reagisca alla bufera globale dell’ultimo
anno. «Il nostro modello di crescita sta svanendo. Senza investimenti rischiamo
competitività e sovranità» ha detto.
“Ursula,
molte grazie per le tue gentili parole in apertura di questa conversazione. Ma
grazie anche di avermi dato la possibilità di servire l’Europa, cosa che cerco
di fare al meglio delle mie possibilità. Un anno fa ci siamo incontrati qui per
discutere tre sfide delineate nel rapporto: il modello di crescita europeo era
da tempo sotto pressione, le dipendenze minacciavano la sua resilienza e, senza
una crescita più rapida, l’Europa non sarebbe stata in grado di realizzare le
sue ambizioni in materia di clima, digitale e sicurezza, per non parlare della
capacità di finanziare i suoi sistemi sociali in pieno invecchiamento.
Nell’ultimo
anno ogni sfida si è fatta più seria.
Nel
corso dell’ultimo anno, ciascuna di queste sfide è diventata ancora più seria.
Le fondamenta della crescita dell’Europa ‒l’espansione del commercio mondiale e
le esportazioni ad alto valore ‒ si sono ulteriormente indebolite. Gli Stati
Uniti hanno imposto i dazi più alti dai tempi dello Smoot-Hawley Act. La Cina è
diventata un concorrente ancora più forte, sia nei mercati terzi sia, con la
deviazione dei flussi dovuta ai dazi statunitensi, all’interno dell’Europa
stessa. Dallo scorso dicembre, l’avanzo commerciale della Cina con l’Ue è
aumentato di quasi il 20%. Abbiamo anche visto come la capacità di risposta
dell’Europa sia limitata dalle sue dipendenze, anche quando il nostro peso
economico è considerevole.
La
dipendenza dagli Stati Uniti per la difesa è stata indicata come una delle
ragioni per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte
alle condizioni americane. La dipendenza dai materiali critici cinesi ha
limitato la nostra capacità di impedire che la sovraccapacità cinese inondasse
l’Europa, o di contrastare il suo sostegno alla Russia. L’Europa ha iniziato a
reagire. Poiché gli Stati Uniti assorbono circa tre quarti del disavanzo
globale delle partite correnti, diversificare dal loro mercato è irrealistico
nel breve termine. Ma per esempio l’accordo Mercosur con l’America Latina può
offrire un certo sollievo agli esportatori.
La Commissione ha avviato progetti strategici
per le materie prime critiche. E la spesa per la difesa sta aumentando
rapidamente. Tuttavia, questi impegni per la difesa si aggiungono a esigenze di
finanziamento già enormi. La BCE stima ora che le esigenze annuali di
investimento per il periodo 2025-2031 ammontino a quasi 1.200 miliardi di euro,
rispetto agli 800 miliardi stimati un anno fa. La quota pubblica è quasi
raddoppiata, dal 24% al 43%, con oltre 510 miliardi di euro l’anno in più,
poiché la difesa è finanziata principalmente con fondi pubblici.
Il
nostro modello di crescita sta svanendo e l’inazione minaccia la nostra stessa
sovranità.
Lo
spazio fiscale è scarso. Anche senza questa nuova spesa, il debito pubblico
dell’UE è destinato a crescere di 10 punti percentuali nel prossimo decennio,
raggiungendo il 93% del PIL, sulla base di ipotesi di crescita più ottimistiche
rispetto alla realtà attuale. A un anno di distanza, l’Europa si trova quindi
in una posizione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le
vulnerabilità stanno aumentando. E non esiste un percorso chiaro per finanziare
gli investimenti di cui abbiamo bisogno.
E ci è
stato ricordato, dolorosamente, che l’inazione minaccia non solo la nostra
competitività ma la nostra stessa sovranità. Il rapporto ha individuato tre
priorità per l’Europa:
-colmare
il divario di innovazione nelle tecnologie avanzate;
-tracciare
un percorso di decarbonizzazione che sostenga la crescita;
-rafforzare
la sicurezza economica.
Come
ha sottolineato la Presidente von der Leyen, queste priorità sono anche al
centro dell’agenda della Commissione. Accolgo con favore la sua decisione di
porre la competitività al centro, e il programma è ambizioso. I cittadini e le
imprese europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione.
Ma esprimono anche una crescente frustrazione.
I
cittadini sono delusi dalla lentezza dell’Europa.
I
cittadini e le imprese europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i
piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi
dalla lentezza con cui si muove l’Ue. Ci vedono incapaci di tenere il passo
della velocità che il cambiamento assume altrove. Sono pronti ad agire, ma
temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento. Troppo spesso
si trovano scuse per la nostra lentezza. Diciamo che è semplicemente il modo in
cui l’Ue è costruita. Che un processo complesso con molti attori deve essere
rispettato. A volte l’inerzia viene persino presentata come rispetto dello
Stato di diritto.
Io
credo che questa sia una forma di autocompiacimento. I concorrenti negli Stati
Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, anche quando agiscono nel rispetto
della legge. Continuare come sempre significa rassegnarsi a restare indietro.
Un percorso diverso richiede nuova velocità, scala e intensità. Significa agire
insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove
l’impatto è maggiore. E significa ottenere risultati in mesi, non in anni.
Siamo
indietro nella sfida dell’Intelligenza Artificiale.
Cominciamo
con la tecnologia. Si dice spesso che l’IA sia una tecnologia “trasformativa”,
come l’elettricità 140 anni fa. Ma essa dipende dal coordinamento di almeno
altre quattro tecnologie: il cloud, per archiviare enormi quantità di dati; il
super computing, per elaborare tali dati; la sicurezza cyber, per proteggere i
settori sensibili; le reti avanzate – 5G, fibra e satelliti – per la
trasmissione. In alcune aree, l’Europa mostra progressi.
Sono
in corso piani per almeno cinque giga-fabbriche di IA, ciascuna con oltre
100.000 GPU avanzate. La capacità dei data center è destinata a triplicare nei
prossimi sette anni. Una grande riforma delle telecomunicazioni è attesa entro
fine anno. L’investimento recente di ASML in Mistral è un segnale promettente
per l’ecosistema IA domestico.
Anche
i livelli di adozione stanno crescendo: la BEI rileva che le imprese europee
stanno adottando tecnologie avanzate a un ritmo vicino a quello dei concorrenti
statunitensi, sebbene partendo da una base più bassa. Ma i divari sono netti.
Sulla frontiera dell’IA, gli Stati Uniti hanno prodotto 40 large foundation
models lo scorso anno, la Cina 15 e l’UE solo 3. Tra le PMI, l’adozione dell’IA
è ancora bassa—tra il 13% e il 21%. E nel campo più strategico—IA basata su
proprietà intellettuale europea per ancorare le nostre industrie chiave—i
progressi sono minimi.
Ci
sono tre aree in cui serve maggiore ambizione
Il
primo: rimuovere le barriere alla scalabilità delle nuove tecnologie. Un vero
“28° regime” deve diventare realtà, consentendo alle imprese innovative di
operare, commerciare e raccogliere finanziamenti senza ostacoli in tutti i 27
Stati membri, proprio come avviene in altre grandi economie. Questo è
particolarmente importante per dare ai giovani europei una possibilità nel loro
continente: loro vogliono restare qui, non vogliono dover andare altrove per
avere successo. La Commissione si sta muovendo in questa direzione.
Ma con
un sostegno incerto da parte degli Stati membri, il primo passo sarà
probabilmente limitato a un’identità digitale per le imprese. Anche il
finanziamento nelle fasi iniziali necessita di un sostegno più forte. Il Fondo
Scaleup Europe può aiutare le startup a crescere—se la sua dimensione sarà
adeguata alle loro esigenze finanziarie. L’aumento previsto di Horizon Europe a
175 miliardi di euro è positivo. Ma per la ricerca dirompente, sarà
insufficiente a meno che le risorse aggiuntive non vengano concentrate in
programmi prioritari di dimensioni significative.
Le
risorse devono fluire verso centri di eccellenza. Devono concentrarsi su
progetti ad alto rischio e alto rendimento, scelti attraverso un processo in
stile DARPA. Devono essere rafforzati da forti legami tra industria e
istituzioni accademiche per trasformare la ricerca in applicazioni reali.
L’attuazione deve essere affidata a project manager esperti—non a burocrati. E
l’Europa dovrebbe essere in grado di effettuare investimenti diretti in poche,
grandi iniziative strategiche di deep tech.
La
seconda area è la regolamentazione. Tra le imprese europee, una delle richieste più
chiare è una semplificazione radicale del GDPR; non solo della legge primaria
ma anche delle pesanti aggiunte da parte degli Stati membri. L’addestramento
dei modelli di IA richiede enormi quantità di dati pubblici dal web. Tuttavia,
l’incertezza legale sul loro utilizzo crea ritardi costosi, rallentando la
diffusione in Europa. Le ricerche lo confermano: il GDPR ha aumentato il costo
dei dati di circa il 20% per le imprese UE rispetto ai concorrenti
statunitensi. Eppure, l’unico cambiamento finora sul tavolo è un alleggerimento
della tenuta dei registri e l’estensione delle deroghe per le PMI alle imprese
mid-cap. Una riforma più ampia verso regole semplici e armonizzate è ancora
vaga.
L’AI
Act è un’altra fonte di incertezza. Le prime regole, che includevano il divieto dei
sistemi a “rischio inaccettabile”, sono state introdotte senza grandi
complicazioni. I codici di condotta firmati dalla maggior parte dei principali
sviluppatori, insieme alle linee guida della Commissione di agosto, hanno
chiarito le responsabilità. Ma la prossima fase, che riguarda i sistemi di IA
ad alto rischio in settori come le infrastrutture critiche e la sanità, deve
essere proporzionata e sostenere innovazione e sviluppo. A mio avviso,
l’attuazione di questa fase dovrebbe essere sospesa finché non comprendiamo
meglio gli svantaggi. Più in generale, l’applicazione dovrebbe basarsi su una
valutazione ex post, giudicando i modelli in base alle loro capacità reali e ai
rischi dimostrati.
La
terza area è l’integrazione verticale dell’IA nell’industria. Le applicazioni settoriali dell’IA
sono ancora più critiche della pura potenza di calcolo. Qui, l’Europa ha un
vero vantaggio: le sue imprese detengono oltre la metà del mercato globale
delle soluzioni di automazione industriale, una pietra angolare dell’IA
industriale. Tuttavia, solo circa il 10% delle imprese manifatturiere ha
utilizzato l’IA lo scorso anno. Industria e governi devono collaborare per
trasformare questo vantaggio in soluzioni europee proprietarie. La strategia
“Apply AI” della Commissione, prevista per questo autunno, sarà un banco di
prova cruciale.
Più
energia a basso costo per i data center.
I
prezzi del gas naturale nell’Ue sono ancora quasi quattro volte superiori a
quelli degli Stati Uniti. I prezzi industriali dell’elettricità sono in media
più che doppi. Se questo divario non si riduce, la transizione verso
un’economia ad alta tecnologia si bloccherà. L’energia è fondamentale tanto
quanto la tecnologia per lo sviluppo dell’IA. La domanda di elettricità da
parte dei data center in Europa aumenterà del 70% entro il 2030. L’energia
rappresenta già fino al 40% dei loro costi operativi. L’AIE avverte che, senza
interventi, un progetto su cinque a livello globale potrebbe subire ritardi a
causa dei colli di bottiglia nelle reti.
Solo i
Paesi che allineano la strategia energetica con la politica digitale
cattureranno i maggiori benefici nella corsa all’IA. La Commissione ha lanciato
il Clean Industrial Deal e il Piano d’Azione per l’Energia Accessibile,
entrambi coerenti con l’agenda del rapporto. Ma il passo principale finora è
stato allentare le regole sugli aiuti di Stato per consentire agli Stati membri
di sovvenzionare i prezzi. Questo può offrire un sollievo temporaneo. Non
risolve però le ragioni strutturali per cui l’energia in Europa è così costosa.
Queste ragioni includono i prezzi del gas che, dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, sono ancora circa il doppio dei livelli pre-Covid; un sistema di
prezzo in cui il gas continua a determinare il prezzo dell’elettricità la maggior
parte del tempo, anche con l’espansione delle rinnovabili; oneri e tasse
elevati.
Investire
più rapidamente per far funzionare le rinnovabili
La
decarbonizzazione è il percorso migliore a lungo termine per l’Europa per
raggiungere l’indipendenza energetica nonostante la mancanza di risorse
naturali. Ma richiede investimenti molto più rapidi per far funzionare un
sistema basato sulle rinnovabili: nelle reti, negli inter-connettori e nella
generazione pulita di base come il nucleare. Oggi, metà della capacità
transfrontaliera necessaria entro il 2030 non può contare su un piano di
investimento.
Anche
i progetti approvati richiedono più di dieci anni, con metà del tempo perso per
le autorizzazioni. Il Pacchetto Reti previsto per la fine di quest’anno e
l’aumento di bilancio proposto per i collegamenti transfrontalieri sono passi
avanti. Ma l’attuale sistema, basato sul coordinamento nazionale di permessi e
finanziamenti, non è adatto a un mercato energetico europeo. I progetti
transfrontalieri necessitano di pianificazione ed esecuzione a livello UE. Allo
stesso tempo, dobbiamo essere realisti: queste misure non ridurranno i prezzi
dell’energia rapidamente. Ecco perché dobbiamo agire sulle leve che possono
offrire sollievo più veloce.
Due si
distinguono: migliorare il funzionamento dei mercati del gas, e allentare il
legame tra gas e prezzi dell’elettricità.
L’Europa
è già il più grande acquirente mondiale di GNL statunitense e si è impegnata ad
acquistare fino a 750 miliardi di dollari di prodotti energetici dagli USA.
Qualunque siano le condizioni di quell’accordo, dovrebbe essere trattato come
un’opportunità per riorganizzare il modo in cui ci approvvigioniamo di gas. Dal
mese di marzo, il GNL sbarcato in Europa è costato dal 60% al 90% in più
rispetto allo stesso gas negli USA, anche tenendo conto delle componenti
logistica e rigassificazione. Gli acquisti collettivi dell’UE, come proposto
dalla Commissione dopo l’invasione russa, potrebbero ridurre questo divario
rafforzando il nostro potere negoziale, riducendo i margini degli intermediari
e proteggendoci dalla volatilità dei mercati spot. Parallelamente, l’Europa
deve portare avanti il lavoro della Gas Market Task Force e aumentare la
trasparenza nel trading energetico. I profitti dei quattro maggiori trader
globali sono quadruplicati tra il 2020 e il 2022. Una supervisione congiunta e
regole più rigorose sono in ritardo.
Dobbiamo
poi disaccoppiare la remunerazione delle rinnovabili e del nucleare dalla
generazione fossile, ampliando i contratti a lungo termine: mi riferisco in
particolare a Power Purchase Agreements (PPA) e Contratti per Differenza (CfD).
Alcune iniziative utili sono in corso, come il progetto pilota della BEI per la
garanzia dei PPA. Ma serve un’azione molto più decisa: i contratti a lungo
termine devono essere estesi a tutte le rinnovabili e agli impianti nucleari,
nuovi (come già avviene oggi) ed esistenti. L’attuale meccanismo di formazione
dei prezzi assegna rendite a molti interessi consolidati. La Commissione ha
allentato alcuni dei requisiti di rendicontazione più gravosi attraverso
l’Omnibus sulla sostenibilità. Ma in alcuni settori, come quello automobilistico,
gli obiettivi si basano su ipotesi che non sono più valide.
Auto,
la scadenza 2035 non ha innescato il circolo virtuoso.
La
scadenza del 2035 per le emissioni zero allo scarico era pensata per innescare
un circolo virtuoso: obiettivi chiari avrebbero stimolato gli investimenti
nelle infrastrutture di ricarica, ampliato il mercato interno, spronato
l’innovazione in Europa e reso i modelli elettrici più economici.
Si
prevedeva che le industrie adiacenti (batterie, semiconduttori) si sarebbero
sviluppate in parallelo, sostenute da politiche industriali mirate. Ma ciò non
è avvenuto. L’installazione dei punti di ricarica deve accelerare di 3-4 volte
nei prossimi cinque anni per raggiungere una copertura adeguata.
Il
mercato dei veicoli elettrici è cresciuto più lentamente del previsto.
L’innovazione europea è rimasta indietro, i modelli restano costosi e la
politica delle catene di fornitura è frammentata. Di fatto, il parco auto
europeo di 250 milioni di veicoli sta invecchiando e le emissioni di CO₂ sono
calate appena negli ultimi anni.
In
questo contesto, attenersi rigidamente all’obiettivo del 2035 potrebbe
rivelarsi irrealizzabile—e rischia di consegnare quote di mercato ad altri,
soprattutto alla Cina. Come suggerito nel rapporto, la prossima revisione del
regolamento sulle emissioni di CO₂ dovrebbe seguire un approccio
tecnologicamente neutrale e fare il punto sugli sviluppi di mercato e
tecnologici.
Serve
anche un approccio integrato per il potenziamento dei veicoli elettrici, che
copra le catene di fornitura, le esigenze infrastrutturali e le potenzialità
dei carburanti a zero emissioni di carbonio.
Il
mondo è cambiato: anche sull’auto “difendersi e resistere.”
Nei
prossimi mesi, il settore automobilistico metterà alla prova la capacità
dell’Europa di allineare regolamentazione, infrastrutture e sviluppo delle
catene di fornitura in una strategia coerente per un’industria che ‒ non
dimentichiamolo ‒ impiega oltre 13 milioni di persone lungo l’intera catena del
valore. Il rapporto invitava a utilizzare in modo attivo la politica
industriale, per ridurre le dipendenze e difendersi dalla concorrenza sostenuta
dagli Stati. All’epoca, erano state sollevate preoccupazioni su nazionalismo
economico, protezionismo e sul rischio che l’Europa potesse abbandonare le
regole globali. Ma l’ultimo anno ha mostrato chiaramente che operiamo in un
mondo diverso. La linea di confine tra economia e sicurezza è sempre più
sfumata. Gli Stati utilizzano ogni strumento a loro disposizione per promuovere
i propri interessi.
Finora,
la risposta europea è caduta in due trappole: sforzi nazionali non coordinati,
o cieca fiducia che le forze di mercato costruiranno nuovi settori. La prima
non potrà mai garantire la scala necessaria. La seconda è impossibile quando
altri distorcono i mercati e inclinano il campo di gioco.
Dobbiamo
invece costruire la capacità di difenderci e resistere alle pressioni nei punti
di strozzatura chiave: difesa, industria pesante e tecnologie che plasmeranno
il futuro.
Tre
leve possono darci la scala e l’intensità necessarie.
-La
prima è un nuovo approccio al coordinamento degli aiuti di Stato. In pratica,
gli aiuti di Stato spesso agiscono come protezionismo, bloccando l’attività
entro i confini invece di costruire industrie europee competitive a livello
globale. Le ricerche del FMI mostrano che gli aiuti in un Paese spesso
avvengono a spese della crescita nei Paesi vicini. L’Europa dispone di
strumenti di coordinamento, come i Progetti Importanti di Interesse Comune
Europeo (IPCEI), che possono concentrare il sostegno e ridurre questi effetti
collaterali.
Eppure,
nel 2023, i Paesi UE hanno speso quasi 190 miliardi di euro in aiuti di Stato,
cinque volte più di quanto sia stato destinato agli IPCEI dal 2018. Usati in
modo strategico, gli IPCEI potrebbero aiutare l’Europa a raggiungere la scala
in settori come le tecnologie nucleari innovative (ad esempio i reattori
modulari di piccola taglia) o nella catena di fornitura automobilistica per
veicoli a zero e basse emissioni a prezzi accessibili.
La
Commissione sta adottando misure per rendere tali progetti più attraenti e
accessibili. Ma il modello IPCEI è ancora essenzialmente nazionale nella
progettazione e nel finanziamento. Questo crea un limite intrinseco rispetto ai
nostri concorrenti. Prendiamo l’IPCEI europeo sui semiconduttori approvato nel
2023: mobilita 8 miliardi di euro di fondi pubblici, distribuiti tra 14 Stati
membri, 68 progetti e 56 aziende. L’obiettivo generale ‒raggiungere una quota
del 20% nella produzione globale di semiconduttori entro il 2030 ‒ è già stato
definito dalla Corte dei Conti europea come “molto improbabile”. Al confronto,
il Giappone, con Rapidus, mostra un approccio diverso: creato nel 2022,
canalizza 12 miliardi di dollari di sostegno pubblico, nonostante l’economia
più piccola, verso un unico grande leader nei chip avanzati.
È
focalizzato su un obiettivo chiaro, sostenuto da grandi aziende come
investitori e clienti di riferimento. E si muove molto più velocemente,
puntando alla produzione di massa entro il 2027. L’Europa dovrebbe imparare da
questo modello concentrato ed estenderlo ad altre tecnologie
avanzate—combinando investimenti pubblici e privati per innovazione dirompente
e progetti industriali su larga scala.
-La
seconda leva è rappresentata dagli appalti pubblici. Gli aiuti di Stato non
possono costruire nuova offerta di tecnologie critiche senza una domanda
europea corrispondente. La regolamentazione può aiutare rimuovendo le barriere
all’adozione, ma gli appalti sono lo strumento più potente per creare mercati.
Funziona in due modi. Primo: con appalti pubblici pari al 16% del PIL dell’Ue,
destinare anche una piccola quota alle industrie europee creerebbe una domanda
stabile per l’innovazione e rafforzerebbe i settori strategici. Secondo: nei
settori in cui la scala è un fattore decisivo, regole armonizzate possono
guidare la standardizzazione e sostenere cicli di investimento lunghi e ad alta
intensità di capitale. Il potenziale è chiaro in molti settori: riservare una
quota UE negli appalti per chip destinati alla difesa; sostenere il cloud
europeo e l’IA verticale; o fissare quote per prodotti clean-tech come acciaio
e alluminio verdi.
Sono
iniziati i lavori su regole preferenziali per gli appalti pubblici a livello
Ue, anche se i dettagli sono ancora incerti. Ma il successo dipenderà
dall’armonizzazione tra gli Stati membri. Senza di essa, gli appalti, come gli
aiuti di Stato, rischiano di scivolare nel protezionismo nazionale e di non
garantire la scala necessaria.
-La
terza leva è rappresentata dalle politiche della concorrenza. Qui
sostanzialmente ripeterò quel che ha già detto la Presidente. Nella difesa e
nello spazio, e nelle tecnologie dual-use che li sostengono, le dinamiche di
mercato sono molto diverse dai mercati consumer. Qui, la consolidazione non è
necessariamente una minaccia per i consumatori. Può essere un modo per ridurre
la duplicazione della R&S, abbassare i costi, accelerare l’innovazione e
concentrare i budget di approvvigionamento.
I
concorrenti negli Stati Uniti e in Asia beneficiano non solo del sostegno
statale e di vasti mercati di approvvigionamento, ma anche della consolidazione
in questi settori. L’Europa, invece, resta divisa tra più campioni nazionali e
basi industriali sovrapposte. L’Europa dovrebbe essere in grado di proteggere
la concorrenza pur promuovendo il consolidamento e l’innovazione. È in corso
una revisione delle linee guida sulle fusioni, ma l’industria non può aspettare
fino al 2027 ‒ questa scadenza, tra l’altro, è coerente con la procedura
inizialmente scelta. Resilienza e innovazione devono essere integrate nella
politica di concorrenza ora. Al minimo, dovrebbe essere istituito
immediatamente un processo accelerato.
La
domanda successiva è: come aumentare la velocità?
In
alcune aree, l’Ue può fare di più con i poteri che già possiede. La
regolamentazione è il campo in cui l’Unione può agire più rapidamente e in modo
più deciso. L’Europa si è a lungo definita una potenza normativa, ora deve
dimostrare di sapersi adattare a un panorama tecnologico in rapida evoluzione.
In altre aree, sono necessarie riforme più profonde: delle competenze, dei
processi decisionali e del finanziamento. In ultima analisi, in alcuni ambiti
cruciali, l’Europa deve iniziare ad agire meno come una confederazione e più
come una federazione. Ma tali riforme richiederanno tempo, un tempo che
potremmo non avere. Nel frattempo, i progressi potrebbero dipendere da
coalizioni di Stati volenterosi, attraverso meccanismi come la cooperazione
rafforzata.
Anche
senza modifiche ai trattati, l’Europa potrebbe già andare molto oltre
concentrando i progetti e mettendo in comune le risorse. Se riusciremo a
concentrare i nostri sforzi in questo modo, il passo logico successivo sarà
considerare debito comune per progetti comuni, a livello Ue o tra una
coalizione di Stati membri, per amplificare i benefici del coordinamento.
Un’emissione congiunta non espanderebbe magicamente lo spazio fiscale. Ma
consentirebbe all’Europa di finanziare progetti più grandi in aree che
aumentano la produttività ‒ innovazione dirompente, tecnologie su scala,
R&S per la difesa o reti energetiche ‒ dove la spesa nazionale frammentata
non può più bastare.
Aumentando
la produzione più rapidamente dei costi di interesse, tali progetti
ripristinerebbero gradualmente lo spazio fiscale e renderebbero più facile
finanziare esigenze di investimento più ampie. Il rapporto stimava che anche un
modesto aumento del 2% della produttività totale dei fattori in un decennio
potrebbe ridurre di un terzo l’onere delle finanze pubbliche. E se abbattiamo
le barriere nel mercato unico e consentiamo alle imprese di crescere più
rapidamente, accelereremo anche lo sviluppo dei mercati dei capitali europei.
Questi possono aiutare a finanziare la quota privata delle esigenze di
investimento.
In
sostanza, più spingiamo le riforme – e questo è un punto che ho sollevato a più
riprese anche in passato ‒, più il capitale privato interverrà—e meno denaro
pubblico sarà necessario. Naturalmente, questo percorso infrangerà tabù di
lunga data. Ma il resto del mondo ha già infranto i propri.
Per la
sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima e
rifiutarci di essere frenati da limiti autoimposti. Soprattutto, dobbiamo
andare oltre le strategie generali e le tempistiche dilazionate. Servono date
concrete e risultati misurabili, e dobbiamo essere chiamati a risponderne. Le
scadenze devono essere abbastanza ambiziose da richiedere vera concentrazione e
sforzo collettivo. Questa è stata la formula alla base dei progetti europei di
maggior successo, il Mercato Unico e l’euro. Entrambi sono andati avanti
attraverso fasi chiare, traguardi fermi e un impegno politico costante.
E
concludo sulle stesse linee di Ursula: i cittadini europei chiedono che i loro
leader alzino lo sguardo verso il destino comune europeo e comprendano la
portata della sfida. Solo l’unità d’intenti e l’urgenza della risposta
dimostreranno che sono pronti ad affrontare tempi straordinari con azioni
straordinarie.
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