La missione non è umanitaria ma politica.

 

La missione non è umanitaria ma politica.

 

 

 

Zehra Dogan: «Le politiche securitarie

trasformano i popoli in una minaccia.»

ilmanifesto.it - Murat Cinar – (26 – 09 – 2025) – Intervista a Zehra Dogan – ci dice:

 

 

Intervista Parla l’artista e giornalista curda, salita a bordo della «Flotta».

La “Global Sumud Flotilla”, composta da decine di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari, è in queste ore in attesa a Creta, nel suo viaggio verso Gaza.

Il governo italiano, attraverso la premier “Giorgia Meloni”, ha proposto uno «stop» nei porti di Cipro sud e la consegna degli aiuti alle autorità israeliane o italiane.

 Una mediazione che, secondo gli attivisti e le attiviste a bordo, rischia di svuotare l’azione della sua forza politica e simbolica:

chiedono invece maggiore tutela e protezione per portare a termine una missione dichiaratamente nonviolenta, internazionale e umanitaria.

Tra le testimoni dirette di questo viaggio c’è la giornalista e artista curda “Zehra Dogan”, che dal 12 al 25 settembre ha preso parte alla traversata insieme al collettivo «f. lotta»: un’«occupazione marittima» di decine di imbarcazioni, a sud di Lampedusa, per protestare contro «il regime mortifero dei confini europei».

«La nostra missione – ci spiega Dogan – andava oltre il gesto simbolico:

volevamo riportare al centro il tema del corridoio umanitario e della difesa dei civili, accompagnando e proteggendo la “flottiglia Sumud “lungo le acque europee fino all’incontro con gli altri equipaggi».

 

IL VIAGGIO non è stato semplice:

divisioni forzate tra le imbarcazioni per problemi di visti, condizioni meteo avverse, minacce e attacchi con droni.

 «La sicurezza – dice Dogan – è diventata un tema sempre più critico. Eppure, nonostante le pressioni di governi come quello italiano e israeliano, la flottiglia ha scelto di proseguire: troppo spesso gli aiuti restano fermi per settimane ai valichi e questa volta si è deciso di portarli direttamente a Gaza».

 

Il suo sguardo di reporter e artista si intreccia con una prospettiva femminista e politica:

 «In Palestina oggi assistiamo a un’operazione militare, a un assedio e a una distruzione di massa, ma anche a forme di resistenza quotidiana che cercano di creare alternative di vita, spesso guidate dalle donne.

 Le politiche securitarie, maschili e militarizzate, mirano a colpire proprio quelle esperienze».

Alla domanda su cosa la spinga a partecipare, Dogan risponde senza esitazioni: «Come artista e giornalista ho il dovere di testimoniare, dare voce a chi viene cancellato.

I rapporti di “Amnesty International” e delle “Nazioni unite” mostrano la gravità della crisi umanitaria a Gaza.

Io, nel mio piccolo, ho scelto di esserci: per creare immagini e parole che aiutino a rompere il silenzio, rafforzare la richiesta di un corridoio umanitario, ricordare che al di sopra di tutto resta il diritto alla vita».

 

Nella sua riflessione, allarga lo sguardo oltre la Palestina:

«A Gaza si consumano un assedio e una distruzione di massa, ma lo stesso ciclo di violenza si ripete in molte altre parti del mondo, alimentato da occupazioni, disuguaglianze e politiche securitarie che trasformano interi popoli in minacce permanenti.

Non si può leggere ciò che accade senza considerare queste dinamiche globali».

Da una prospettiva femminista, Dogan sottolinea come la violenza patriarcale e i discorsi militarizzati colpiscano indirettamente le esperienze alternative di vita costruite dalle donne.

 

PER LEI, LA PROPOSTA di “Abdullah Öcalan”, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), del “confederalismo democratico” resta un punto di riferimento: «È una via che mette al centro parità di genere, ecologia e democrazia locale e che può valere non solo per il Medio Oriente ma per il mondo intero. È un “terzo cammino” che non cancella le identità ma le riconcilia».

Zehra Dogan ha lavorato come giornalista e artista durante l’assedio del 2015 attuato dalle forze armate turche nel sud-est della Turchia.

A causa dei suoi articoli e disegni è stata incarcerata per tre anni.

 Dogan racconta così l’importanza di questa missione:

 «La mia precedente esperienza come inviata di guerra mi ha insegnato come la violenza della guerra possa diventare sistematica e ordinaria.

Vedere che meccanismi simili operano in contesti geografici diversi ha rafforzato la mia motivazione a documentare questo processo.

Il mio obiettivo non era solo raggiungere Gaza ma richiamare l’attenzione sul diritto internazionale, creare pressione pubblica per la consegna degli aiuti umanitari e registrare quanto stava avvenendo».

 

 

 

 

L'appello. Mattarella a Flotilla:

 affidate aiuti alla Chiesa di

Gerusalemme. Si tratta.

Avvenire.it - Angelo Picariello – (26 settembre 2025) – ci dice:

 

L'invito per non mettere a repentaglio la vita dei volontari a bordo.

 La portavoce subito replica: non possiamo piegarci ai soprusi di Israele, ma poi rientra in Italia. Interviene anche Meloni.

L’appello di Sergio Mattarella arriva mentre la Flotilla è ferma a Creta a riparare i danni subiti dai droni prima di rimettersi in viaggio verso Gaza:

 evitate altri rischi di vite umane, accogliete la proposta del Patriarcato latino di Gerusalemme, affidatevi a loro.

Dopo le polemiche aperte fra il Governo italiano e la missione, una fitta rete di interlocuzioni rimette le istituzioni in moto a protezione della rischiosa operazione che vede coinvolti ben 44 Paesi, con 51 imbarcazioni.

Dal cardinale “Pierbattista Pizzaballa” era stata fatta arrivare, in tutta riservatezza, la disponibilità a essere di aiuto al buon esito della missione. Interviene il Quirinale, prende posizione anche Giorgia Meloni, a tenere viva l’iniziativa sostenuta dal Colle, che nell’immediato sembrava rifiutata e naufragata e che in serata invece appariva più che mai di attualità.

«Il valore della vita umana, che sembra aver perso ogni significato a Gaza, dove viene gravemente calpestato con disumane sofferenze per la popolazione, richiede di evitare di porre a rischio l’incolumità di ogni persona», scrive in premessa Mattarella in una nota diffusa dal Quirinale in tarda mattinata.

Riconosce le nobili intenzioni dell’azione umanitaria:

«Al fine di salvaguardare il valore dell’iniziativa assunta - valore che si è espresso con ampia risonanza e significato - appare necessario preservare l’obiettivo di far pervenire gli aiuti raccolti alla popolazione in sofferenza».

Ed ecco l’appello: «Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello alle donne e agli uomini della Flotilla perché raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme - anch’esso impegnato con fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza - di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza».

 

Dal mondo politico arriva subito l’invito di Renzi, Calenda, Delrio, e dell’ex ministro della Difesa Guerini a prendere in considerazione l’accorato invito del capo dello Stato.

 Prudenza, e silenzio, invece, almeno inizialmente, dal Governo e - specularmente - dalle aree politiche più vicine alla missione.

 Ma passano pochi minuti, e arriva da bordo un segno netto di indisponibilità. «Non possiamo accettare questa proposta perché arriva per evitare che le nostre barche navighino in acque internazionali con il rischio di essere attaccate», replica la portavoce per l’Italia della Global Sumud Flotilla, “Maria Elena Delia”.

 «Non cambiamo rotta», annuncia, ma poi fa rientro in Italia «al fine di condurre un dialogo diretto con le istituzioni per garantire l’incolumità dei membri italiani dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione nel rispetto del diritto».

La mediazione, così, prosegue.

Su tutto grava il pesante avvertimento di Tel Aviv: «Non permetteremo la violazione di un legittimo blocco navale».

Senza mezzi termini i responsabili di Flotilla sottolineano le finalità politiche, non solo umanitarie, dell’iniziativa:

 «È vero che stiamo portando degli aiuti umanitari a Gaza ma non è l'obiettivo principale della nostra missione. Il nostro è un atto politico, noi vogliamo creare un corridoio umanitario stabile, rompere il blocco navale degli israeliani e vogliamo che questo genocidio cessi il prima possibile»,

 dice con chiarezza “Simona Moscarelli” del “Global Sumud Flotilla” incontrando i delegati della Cgil a Roma, ribadendo quindi l’intenzione di non fermarsi dopo i primi attacchi, già in acque internazionali, e dopo il vero e proprio avvertimento israeliano per l’ipotesi che si voglia forzare il blocco a Gaza.

Ma l’iniziativa del Quirinale, in chiara sintonia con il cardinale “Pierbasttista Pizzaballa”, ha il pregio di aver aperto il filo del dialogo fra Flotilla e il Governo, pur nella chiara rotta di collisione politica, ma nel comune intento di non far precipitare una missione umanitaria nel pieno di una guerra/carneficina in atto.

 

Ma operativamente le distanze restano tutte.

 L’ipotesi di cui si era parlato lasciare gli aiuti a Cipro, dove il Patriarcato latino di Gerusalemme li prenderebbe in carico per trasferirli al porto israeliano di Ashdod e poi, attraverso un corridoio aperto dalle Misericordie, fino a Gaza, viene nettamente rifiutata dai vertici di Flotilla, per non compromettere l’obiettivo politico di forzare un blocco ritenuto illegittimo e finalizzato al genocidio, alla “cancellazione” di ogni presenza palestinese a Gaza.

La trattativa però continua.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani lo auspica (e sente anche la segretaria dem Elly Schlein), con l’obiettivo di «proteggere tante vite umane e impedire che la situazione precipiti».

Anche dall’opposizione le cose si rimettono in movimento.

“Peppe Provenzano” del Pd, sulla scia di Mattarella, invita ad «a raccogliere la disponibilità del Patriarcato Latino di Gerusalemme».

Si muove pure il leader M5s Conte.

Ed ecco, in serata, la premier Giorgia Meloni ringraziare i partiti d’opposizione «che, raccogliendo le sagge parole del presidente Mattarella, hanno invitato gli attivisti» ad accettare le soluzioni alternative proposte.

In questa fase, sottolinea, «è fondamentale lavorare per garantire l'incolumità delle persone coinvolte e non assecondare chi sostiene che l'obiettivo dell'iniziativa debba essere forzare il blocco navale israeliano. Una scelta che sarebbe estremamente pericolosa».

Anche perché, ripete il ministro della Difesa “Guido Crosetto,” «non siamo in grado di garantire la sicurezza delle imbarcazioni fuori dalle acque internazionali».

 

 

 

Flotilla a Mattarella: la missione

non è solo umanitaria. Anche la barca

con i dem prosegue verso Gaza.

Askanews.it – (Set. 27, 2025) - M.O. -Redazione – ci dice:

 

“Israele viola sistematicamente diritto, servono richiamo comunità internazionale e azione politica forte.”

 Roma, 27 set. (askanews) –

“Caro Presidente, il nostro Paese, l’Italia, ha assunto nella storia delle democrazie occidentali e non solo, un ruolo determinante, fondato sui principi di libertà, democrazia e difesa dei diritti umani.

Valori radicati nella memoria storica della Resistenza e dei nostri Partigiani, la cui eredità ha ispirato la Costituzione repubblicana.

Sono questi i principi che da sempre ispirano la nostra azione:

nelle 37 missioni della Freedom Flotilla, e oggi, nella nuova missione partita dal porto di Otranto.

 I nostri padri costituenti offrirono al Paese e al popolo i propri corpi e le proprie vite, per garantirci libertà, democrazia e radicamento nei valori umani.

Questi valori, divenuti patrimonio universale, abbiamo il dovere di custodirli e di difenderli, oltre i confini nazionali.

 Per questo crediamo che l’Italia possa e debba avere un ruolo centrale nella promozione della cultura della democrazia e della libertà anche a sostegno del popolo palestinese”.

È quanto si legge in una lettera inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla premier Giorgia Meloni e ai presidenti delle Camere, dalla “Freedom Flotilla” che ha aderito alla “Global Sumud Flotilla”.

 

“La nostra azione non si limita al piano umanitario – pure fondamentale per alleviare le sofferenze di un popolo martoriato, affamato e colpito da un assedio che assume i tratti di un genocidio.

 Essa mira anche a un obiettivo politico e istituzionale:

richiamare la comunità internazionale al rispetto del diritto internazionale, sistematicamente violato dallo Stato di Israele da decenni”, si sottolinea.

“Siamo convinti che sia doveroso sostenere sempre le iniziative umanitarie – e Lei, Presidente, può esserne protagonista insieme agli altri leader europei.

Ma riteniamo altrettanto imprescindibile un’azione politica forte, capace di ristabilire il diritto internazionale e di impedire che simili crimini, che rievocano le pagine più oscure della storia, possano ancora ripetersi.

A Lei, Presidente, chiediamo di assumere un’iniziativa trasversale e coraggiosa, che richiami ogni istituzione e ogni popolo alle proprie responsabilità e doveri umanitari.

 Con rispetto e fiducia, Freedom Flotilla Italia”.

Qualcuno ha abbandonato, dopo gli attacchi di droni alle imbarcazioni e l’appello di Mattarella, ma il viaggio verso Gaza della Flotilla quindi, continua.

Anche la “barca Karma “con l’europarlamentare dem “Annalisa Corrado” e il deputato Pd “Arturo Scotto”, prosegue con la missione della Global Sumud Flotilla.

I due esponenti del partito democratico, come gli altri parlamentari presenti, sono imbarcati per offrire, con la loro presenza, accompagnamento istituzionale alla missione che è al momento ancora in acque greche ma, secondo quanto viene riferito, è pronta a partire oggi.

 

Su circa una cinquantina di italiani, ieri una decina ha scelto di scendere dalle imbarcazioni, dopo gli attacchi dei giorni scorsi alla Flotilla e dopo l’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

A bordo gli altri, compresi tutti i parlamentari che hanno deciso di accompagnare la missione.

Intanto vanno avanti le interlocuzioni tra gli organizzatori e le istituzioni, con governo e Colle.

A Roma una piccola delegazione con la portavoce Maria Elena Delia.

 

 

 

 

Verso Gaza.

La Global Sumud Flotilla è la nostra coscienza civile, ma mediare non significa essere deboli.

 Vita.it - Nino Sergi – (26-09-2025) – ci dice:

 

«Quella della Flotilla è molto più di una missione umanitaria», scrive Nino Sergi, presidente emerito dell'organizzazione umanitaria Inter nos: «È un atto politico e morale.

Nella sua ostinata determinazione a raggiungere Gaza denuncia con forza ciò che da mesi molti governi fingono di non vedere:

 la loro colpevole inerzia davanti a crimini che calpestano il diritto internazionale e offendono i valori fondamentali dell’umanità.

Continuare è necessario, ma lo è anche farlo con lucidità, e con le doverose mediazioni, per non ripetere errori del passato e per mantenere la forza e la credibilità dell’iniziativa».

Come chiede il Capo dello Stato.

 

La “Global Sumud Flotilla”, con le sue decine di imbarcazioni e centinaia di attivisti provenienti da tutto il mondo, è molto più di una missione umanitaria.

È, prima di tutto, un atto politico e morale.

Nella sua ostinata determinazione a raggiungere Gaza nonostante rischi e minacce, denuncia con forza ciò che da mesi molti governi fingono di non vedere: la loro colpevole inerzia davanti a crimini che calpestano il diritto internazionale e offendono i valori fondamentali dell’umanità.

 Di fronte alla tragedia che si consuma nella Striscia, la comunità internazionale ha infatti scelto di non agire o di farlo in modo simbolico e comunque tardivo.

La Flotilla cerca di raggiungere Gaza non soltanto per consegnare aiuti materiali, cibo, medicinali, beni essenziali, ma soprattutto per dire al mondo che non possiamo voltare lo sguardo altrove.

La sua presenza è un atto di testimonianza e di solidarietà concreta;

 è la dichiarazione collettiva di “esserci”, accanto a una popolazione trattata peggio degli animali, privata di ogni diritto e dignità.

“Noi ci siamo”: questo messaggio politico e umano potente attraversa il Mediterraneo e raggiunge i cuori prima ancora delle coste.

 

L’orrore dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, condannato severamente da tutti e che aveva suscitato profonda solidarietà con Israele, non può in alcun modo giustificare la risposta che ne è seguita.

Non è stata difesa, è stata punizione collettiva:

oltre ventimila bambini uccisi, molti dei quali definiti con cinismo “futuri terroristi”, migliaia di persone mutilate, traumatizzate, condannate a un’esistenza di miseria e dolore, con la spinta ad andarsene altrove.

Gaza è stata trasformata in un campo di rovine e disperazione, e tutto questo sta accadendo nel silenzio o nell’indifferenza delle istituzioni internazionali. L’indignazione non è più un’opzione: è un dovere.

 La Flotilla, in questo contesto, assume un significato molto forte: un atto di responsabilità collettiva e anche di disobbedienza civile contro l’indifferenza.

 

Questa scelta di protesta sentita come dovere mi riporta ad un’altra stagione del pacifismo italiano ed europeo, attraversata da esperienze simili, in cui la società civile ha deciso di non restare spettatrice.

 Il 3 ottobre ricorre l’anniversario della morte di “Moreno Locatelli”, pacifista dei “Beati Costruttori di Pace”, ucciso a Sarajevo nel 1993 mentre, attraversando un ponte, portava all’altra parte un messaggio di riconciliazione in piena guerra civile. La sua morte aprì una profonda riflessione sulle forme dell’azione nonviolenta e sull’esigenza di coniugare il coraggio con la prudenza, la passione morale con l’analisi attenta dei contesti e delle conseguenze.

 

Una riflessione che si riferiva anche al pensiero di “Alexander Langer”, per il quale la pace non è un gesto episodico o un atto simbolico, ma un processo lungo e faticoso, fatto di mediazione, ascolto, piccoli passi.

Costruire ponti dove altri innalzano muri, accettare la lentezza e l’incompiutezza come parte dell’azione politica, comprendere la complessità delle situazioni senza rinunciare a trasformarle:

questa era la sua idea di pacifismo, ed è la lezione che oggi torna urgente.

A chi lo accusava di ingenuità, “Langer” rispondeva che la mediazione non è debolezza, ma la forma più esigente di impegno politico e umano.

 

Ricordo poi quanto avvenuto alla “Freedom Flotilla per Gaza il 31 maggio 2010”, anch’essa con l’obiettivo di portare aiuti, forzando il blocco ritenuto illegittimo, e di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla condizione degli abitanti di Gaza.

 Le navi battevano bandiere americana, turca, greca e svedese con a bordo 610 persone fra cui 44 tra parlamentari e politici, il premio Nobel per la pace “Mairead Corrigan” e lo scrittore svedese “Henning Mankell”.

Alle richieste israeliane, in acque internazionali, la risposta del comandante della “Mavi Marmara”, la nave più grande, fu:

 “Negativo, negativo. La nostra destinazione è Gaza, la nostra destinazione è Gaza.”

Il risultato fu l’uccisione di nove attivisti.

 

Le operazioni umanitarie delle ong degli ultimi decenni hanno confermato questa necessità:

occorre osare sempre e molto, ma nello stesso tempo valutare attentamente i rischi, conoscere a fondo le dinamiche dei conflitti, evitare azioni che, pur animate da nobili intenzioni, possano rivelarsi inefficaci o persino controproducenti. Non si tratta di rinunciare alla forza dell’azione civile di aiuto e di presenza umanitaria e solidale, ma di renderla più consapevole, incisiva, coerente con gli obiettivi che si vogliono raggiungere.

 

“La Flotilla” rappresenta oggi un esempio concreto di queste esigenze.

Non solo sta portando l’attenzione mondiale sui crimini commessi contro i civili di Gaza, ma sta anche contribuito a rimettere il tema palestinese al centro del dibattito pubblico e politico, costringendo governi e istituzioni a posizioni meno ambigue.

 Il sostegno che arriva dalle piazze europee e dalle richieste di centinaia di migliaia di persone, le prese di posizione di organizzazioni e parlamenti, l’invio ora di navi di assistenza da parte dei governi di Italia e Spagna sono tutti segnali di un cambiamento, tardivo ma possibile, reso concreto dall’azione collettiva e nonviolenta.

Perfino governi che continuano a considerare Israele un alleato strategico e non osano sono stati costretti a reagire, a esporsi, a prendere posizione.

 

Ora, però, la missione entra in una fase nuova e più rischiosa.

 L’avvicinamento alle acque territoriali di Gaza moltiplica le incognite e impone un’attenzione ancora maggiore.

Continuare è necessario, ma lo è anche farlo con lucidità, e con le doverose mediazioni, per non ripetere errori del passato e per mantenere la forza e la credibilità dell’iniziativa.

 Lo sottolinea anche il capo delle Stato, Sergio Mattarella, che invita a cogliere le occasioni di mediazione.

Le ingenuità, per quanto animate dalle migliori intenzioni, potrebbero compromettere l’obiettivo stesso della Flotilla e la sua denuncia dell’ingiustizia che ha assunto le forme della criminalità, per restituire centralità alla dignità umana.

 

In fondo, questa è la sfida del pacifismo del nostro tempo: denunciare e, al tempo stesso, costruire le condizioni perché la guerra diventi impensabile, nonostante ogni evidenza contraria; non solo soccorrere le vittime, ma cambiare le logiche che le producono; non solo indignarsi per l’ingiustizia, ma agire per sradicarla.

Agendo senza tregua, in modo puntuale ma con i tempi e nei modi che si dimostrano più percorribili e utili.

 

La Flotilla, nel suo navigare controvento, ci ricorda che la pace non è un dono che arriva dall’alto, ma il frutto di un impegno collettivo, quotidiano, ostinato.

Come le centinaia di manifestazioni sempre più diffuse nelle molte piazze d’Europa e di tutto l’Occidente, anche la Flotilla ci ricorda che quando i governi tacciono la società civile può e deve farsi voce della giustizia.

È questo, oggi, il compito più alto:

tenere viva l’idea che nessun popolo, nessun bambino, nessun essere umano può essere sacrificato sull’altare della vendetta o dell’indifferenza.

 La rotta tracciata dalla Flotilla non riguarda solo Gaza: riguarda tutti noi, e il futuro stesso dell’umanità che vogliamo costruire.

(Alcune navi che fanno parte della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza sono ancorate al largo della costa di Sidi Bou Said a Tunisi, martedì 9 settembre 2025.)

Lite tra Speranzon (FdI) e Maiorino (M5s):

“Flotilla fa la guerra a Israele”.

“Non puoi coprire 75mila palestinesi uccisi con le tue urla”.

Su La7.

 Ifattoquotidiano.it - F. Q. - Redazione – ci dice:

 

Intemerata del senatore meloniano contro la Flotilla, i volontari, i parlamentari del M5s, i manifestanti per Gaza e i sindacati.

Sfuriata incontenibile del senatore di Fratelli d’Italia, “Raffaele Speranzon”, all’indirizzo della parlamentare del M5s, “Alessandra Maiorino”, sulla iniziativa umanitaria internazionale “Global Sumud Flotilla).

Durante il talk show politico “Coffee break”, su La7, il politico meloniano attacca senza mezzi termini la spedizione:

“Io francamente già lo sospettavo, ma dopo un mese abbiamo capito che il vero obiettivo di questa missione non era quello di portare aiuti umanitari, ma la volontà è quella di generare uno scontro non solo politico, ma anche di tipo militare.

 Il vero obiettivo di questa missione è di far la guerra contro Israele“.

 

“Speranzon” poi critica il pacifismo dell’iniziativa e rincara:

 “Per qualcuno “Hamas” non è un problema.

Non c’è mai nessuno che dice nulla.

Ci sono delle famiglie israeliane iche da più di un anno aspettano di sapere che fine abbiano fatto gli ostaggi di “Hamas”.

“Sì, quelle famiglie protestano da più di un anno contro Netanyahu – commenta la senatrice pentastellata – Le abbiamo sentite inveire sotto casa di Netanyahu”.

Impetuosa la reazione di “Speranzon”, che urla di non voler essere interrotto:

 “A voi non frega niente degli ostaggi. Voi avete dimenticato quello che è successo il 7 ottobre!”.

“È inutile che strilli – commenta “Maiorino” – Non puoi coprire 75mila palestinesi ammazzati urlando“.

 

La polemica si replica quando “Speranzon” torna a sbeffeggiare la “Global Sumud Flotilla “e i volontari:

“Non si sa bene di che cosa campino perché è da un mese che sono in navigazione”.

“Ma come ti permetti? – insorge la senatrice e il M5s – Ma pensa a quello di cui campi tu, “Speranzon”.

Roba da pazzi”.

Il meloniano passa quindi ad attaccare i parlamentari che stanno partecipando alla missione:

“I parlamentari anche del M5s che cosa stanno a fare là?“

“A cercare di proteggere gli altri volontari con la loro presenza – risponde “Maiorino” – pensando magari che possa significare qualcosa essere un parlamentare”.

“Speranzon” ribatte con una lunga filippica contro il M5s, i manifestanti per Gaza e i sindacati:

 “Proteggerli come? Con le armi?

La verità è che siete degli incendiari.

Voi non cercate la pace ma volete provocare lo scontro.

 Ed è quello che vediamo anche ogni volta che ci sono manifestazioni che si ammantano di pacifismo e poi si trasformano in assalti contro le forze dell’ordine, contro i negozi, contro le vetrine.

Volete costruire tensione sociale.

Addirittura – conclude nervosamente – ci sono i sindacati in Italia che cominciano a dire che, se ci sarà un attacco da parte di Israele, faranno sciopero generale.

E quindi creeranno disagi agli italiani.

Magari provocheranno degli scontri con l’obiettivo di fare cosa? Di portare un aiuto a Gaza ai bambini? No.

Con l’obiettivo di creare caos.

“Maiorino”, vada a fare la guerriglia. Siete degli irresponsabili”.

(La7).

 

 

 

 

Trump fa causa al Nyt per diffamazione:

chiede 15 mld di dollari.

Ilsole24ore.com – (16 settembre 2025) – Redazione – ci dice:

Il celebre quotidiano americano è accusato dal presidente di fungere da “portavoce” del Partito democratico.

L'edificio della sede del New York Times a New York City il 17 dicembre 2024. Il 15 settembre 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di voler intentare una "causa per diffamazione e calunnia" da 15 miliardi di dollari contro il New York Times.

"Al New York Times è stato permesso di mentire, infangare e diffamare liberamente per troppo tempo, e questo finisce, ORA!"

 ha scritto sulla sua piattaforma di social media Truth Social, aggiungendo che la causa è stata intentata in Florida.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che intende promuovere una causa per diffamazione e calunnia da 15 miliardi di dollari contro il New York Times.

 La Casa Bianca accusa il celebre quotidiano di fungere da “portavoce” del Partito democratico.

In un post su Truth Social, Trump ha sottolineato il sostegno del Times all’ex candidata presidenziale “Kamala Harris” nelle elezioni del 2024.

L’importo richiesto supera la capitalizzazione di mercato della New York Times Co., che attualmente ammonta a circa 9,65 miliardi di dollari.

Il presidente Usa non ha fornito altri esempi specifici della copertura giornalistica “pro-dem” del “Times”, ma ha affermato che il quotidiano “ha mentito per decenni sul vostro presidente preferito (IO!), sulla mia famiglia, sui miei affari, sul movimento America First, sul MAGA e sulla nostra nazione nel suo complesso”.

Offensiva presidenziale contro i media critici con la Casa Bianca.

Trump ha preso di mira altre organizzazioni mediatiche con azioni legali da quando è tornato alla presidenza.

A luglio, “Paramount Global “ha raggiunto un accordo con Trump in merito a una causa che accusava l’emittente televisiva CBS di interferenza elettorale per aver mandato in onda due versioni diverse di un’intervista di 60 Minutes con l’allora vicepresidente “Kamala Harris “nel mese di ottobre.

A dicembre, Trump ha raggiunto un accordo con la “ABC” della Walt Disney Co., in base al quale la rete televisiva ha accettato di donare 15 milioni di dollari alla futura fondazione o museo presidenziale di Trump.

Il caso era nato dalle accuse secondo cui uno dei conduttori della rete avrebbe diffamato il presidente eletto mentre descriveva una sentenza del tribunale emessa in passato contro di lui.

Trump ha fatto riferimento a questi accordi nel suo ultimo post, sostenendo che si trattava di “un INTENTO a lungo termine e di un modello di abuso, che è sia inaccettabile che illegale”.

“Al New York Times è stato permesso di mentire, diffamare e calunniare liberamente me per troppo tempo, e questo deve finire, ADESSO!”, ha scritto Trump.

 

 

 

Trump, il novello Nerone.

msn.com – (27-09-2025) - Storia di Augusto Minzolini – Redazione- Il Giornale – ci dice:

 

Trump, il novello Nerone.

Sette, otto mesi fa il ministro “Gilberto Pichetto” azzardò una battuta tra il serio e il faceto a proposito delle stravaganze di Donald Trump: "sembra un novello Nerone".

Dopo circa trecento giorni, purtroppo, quella battuta volge più verso il serio che non il faceto.

 La cronaca delle ultime 48 ore è a dir poco - per usare un eufemismo - pittoresca.

L'uomo che è convinto di meritare il “nobel della pace” sostiene che gli aerei russi che sconfinano nei cieli Nato andrebbero abbattuti:

magari è nel "giusto" ma con lui le parole non si sa mai se hanno il "giusto" peso.

Non basta.

Dopo aver fatto una scenata a Zelensky alla Casa Bianca mettendolo al muro con una frase cruda "non hai le carte", ora sostiene che l'Ucraina potrebbe sconfiggere la Russia e non avrebbe bisogno neppure degli Usa ma basterebbe il sostegno dell'Europa.

 

E ancora.

Ha minacciato per mesi sanzioni letali di cui non si è vista l'ombra per costringere Putin alla pace, e poi da un giorno all'altro, con la rapidità di un rapace, ha annunciato dazi al 100% sui medicinali, al 50% sui mobili e al 25% sui camion:

provvedimenti che se riguardassero la Ue metterebbero nei guai gli alleati europei e in particolare modo - visti i prodotti interessati - l'Italia.

Infine per non deludere nessuno The Donald ha rimosso dalla galleria dei suoi predecessori alla Casa Bianca la foto di “Joe Biden” (neppure Nerone arrivò a tanto con chi si era seduto prima di lui sul trono dei Cesari) e ha caldeggiato l'incriminazione dell'ex-capo della Fbi, “James Comey”, perché indagò su di lui per il “Russia gate” (operazione questa invece degna di Nerone).

 

Tante sortite una dopo l'altra, tanti colpi di scena da far venire l'ansia. Indirizzi di marcia che durano meno di 24 ore.

Imprevedibile al punto da mandar nel panico tutti gli analisti che ne soppesano le mosse per scrutarne la strategia.

Anche se a molti sorge il dubbio - ma nessuno ha il coraggio di dirlo - che la strategia non ci sia.

La prova del nove è nelle decine di volte in cui ha annunciato la pace in Ucraina e in Palestina per poi liquidare quelle speranze con la frase di rito mi "hanno deluso" rivolta a turno a Putin o a Netanyahu.

Ora se The Donald fosse un'artista per la sua fantasia potrebbe gareggiare con Dalì.

 Se fosse solo un miliardario potrebbe gareggiare per eccentricità ed ego con Elon Musk, con Onassis o con Paul Getty.

Ma è il Presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente del mondo, che guida il Paese che era l'asse portante dell'ordine mondiale fino a ieri.

Cioè fino quando non ha varcato lui il portone della Casa Bianca visto che nel giro di nove mesi con la sua politica ha diviso l'Occidente, ne ha messo a dura prova l'autorevolezza e ha fatto perdere influenza alle democrazie in favore delle autocrazie.

 Un po' come la smarrì l'Impero ai tempi in cui Nerone si trastullava con la lira e bruciava Roma.

Certo la speranza è l'ultima a morire.

È possibile che da un giorno all'altro - il personaggio ama i “coup de théâtre” - Trump torni ad interpretare quel ruolo che si addice ad ogni presidente americano, quello di campione delle democrazie. Solo che nel frattempo l'Europa visti i tempi bui, aspettando che The Donald rinsavisca, farebbe bene a contare solo sulle proprie forze.

A strutturarsi politicamente e militarmente sapendo che siamo l'ultimo lembo del globo dove si coltivano e si custodiscono gelosamente i valori di democrazia e di libertà.

Con il traffico di droni e di caccia che intasano i cieli europei francamente non c'è tempo da perdere.

Una riflessione su cui dovrebbe cimentarsi pure la nostra premier: con "Sleepy Joe" Biden, che non aveva scelto ma si era ritrovato, alla fine tra mille differenze la Meloni aveva instaurato un "modus vivendi" di comune soddisfazione;

il “Nerone di Mar-a-Lago,” che invece si presentava come un'occasione da non perdere, gli ha dato soprattutto gatte da pelare.

 E potrebbe diventare addirittura un problema.

 

 

 

Al ballo servile e radicalmente antidemocratico

del capitalismo. Così Trump passa all’incasso.

Altreeconomia.it - Alessandro Volpi — (21 Gennaio 2025) – ci dice:

 

Donald Trump e la moglie Melania sono presenti al ballo inaugurale della sua presidenza dopo la cerimonia di insediamento del 20 gennaio 2025 a Washington.

A rendere omaggio a Washington al giuramento del neo-monarca si sono recati i leader delle formazioni più intolleranti e scioviniste del panorama europeo, con accanto i super ricchi feudatari del turbocapitalismo alla ricerca di nuovo credito.

Il tutto mentre il presidente specula sul mercato tramite una criptovaluta celebrativa.

 Come siamo approdati a questa dimensione?

L’analisi di Alessandro Volpi.

La cerimonia di insediamento del presidente americano Donald Trump ha costituito il rito della natura servile e radicalmente antidemocratica del capitalismo, di cui le “nuove” destre sono efficaci interpreti.

 

A rendere omaggio a Washington al neo-monarca si sono recati i leader delle formazioni più intolleranti e scioviniste del panorama europeo, da “Éric Zemmour”, guida dell’estrema destra francese, al copresidente di “Afd”, ai nostalgici del nazismo, a Nigel Farage.

A fianco a loro si sono seduti i “super ricchi feudatari del turbocapitalismo”, da Mark Zuckerberg a Tim Cook, da Jeff Bezos a Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, alla ricerca di un nuovo accreditamento dopo aver sostenuto a lungo i Democratici.

La presenza ossequiosa di simili personaggi non è del tutto in linea con la posizione dei tre grandi fondi finanziari –Big Three-, principali azionisti delle loro società, preoccupati dalla visione trumpiana di una finanza in cui gli attuali monopoli, sorretti dalla Federal Reserve e dalla Sec, siano sostituiti, o quantomeno integrati, da una nuova élite, interessata alle criptovalute, ai fondi hedge e al private equity.

 

In altre parole, Zuckerberg, Bezos e compagnia vogliono salvare le proprie posizioni personali, le loro gigantesche fortune, distinguendosi dai fondi che li hanno sorretti, mettendosi alla ricerca di altri finanziatori nell’ambito di una vera e propria sostituzione delle gerarchie della liquidità:

 la domanda che probabilmente si sono fatti i grandi feudatari è quanto saranno ancora in grado BlackRock, Vanguard e State Street, di raccogliere, da soli, l’intero risparmio gestito degli americani senza avere una chiara copertura politica.

Naturalmente in Campidoglio sono arrivati, con un invito ufficiale, i campioni del liberismo, “Javier Milei” e “Giorgia Meloni”, i più affidabili “amici” di Trump, solerti nello svendere le loro economie alla “grande America”, incarnata, in primis, da” Musk”.

 

Non ci sono stati invece i capi di Stato europei, non invitati e prossimi destinatari della guerra commerciale Usa;

del resto dopo la guerra di Biden, ora l’Europa subirà anche la guerra di Trump.

 

C’era invece, invitata solennemente, una rappresentanza molto qualificata della Cina e l’amministratore delegato di TikTok, “Shou Zi Chew”, a dimostrazione che il capitalismo della destra e dei feudatari non può permettersi alcuna guerra con il comunismo cinese:

può impoverire e demolire la vecchia Europa che ha confuso il liberalismo democratico con la sudditanza atlantica, ma non può misurarsi con il nuovo mondo che, guarda caso, ha radici lontane.

D’altra parte, la Cina sta attrezzandosi.

Nel 2024 il surplus della bilancia commerciale cinese ha raggiunto il record di poco meno di 1.000 miliardi di dollari.

 Un risultato enorme che contiene però anche altri dati rilevanti.

 Il primo è costituito dal fatto che si è dimezzata la quota di commercio cinese costituita dagli Stati Uniti, scesi dal 14 a poco più del 7 per cento.

 

Il surplus è invece cresciuto negli scambi con i Paesi del Pacifico, con quelli africani, con il Canada, con la Russia e con il Messico.

 In sintesi Pechino sta mettendosi al sicuro da ogni scelta di Trump e sta costruendo nuove geografie degli scambi globali, mentre con la spesa pubblica sta spingendo il mercato interno che ha superato i 2.500 miliardi di dollari.

Intanto l’ormai ex presidente Joe Biden ha continuato a sostenere che i cinesi “non supereranno mai” gli americani. Forse in una cosa non li supereranno certamente: nella perversione finanziaria della politica.

 

Il presidente Trump ha creato una propria criptovaluta, celebrativa della vittoria, che ha raggiunto in poche ore i cinque miliardi di dollari di valore.

 In pratica chi l’ha comprata ha avuto un guadagno del 13mila per cento.

Si tratta di una vera e propria perversione del capitalismo; il presidente della “più grande democrazia del mondo” -come la definiscono tanti adoranti liberali- attua una colossale speculazione, costruita su uno strumento finanziario a cui non corrisponde nient’altro che la forza politica dello stesso Trump, e da tale speculazione deriva l’arricchimento di chi ha accettato la scommessa.

Una reliquia del presidente diventa oggetto di culto finanziario e genera ricchezza autosufficiente, dipendente solo dal potere.

 Naturalmente il veicolo su cui annunciare l’”epifania cripto valutaria trumpiana è stato” X”, il social del proconsole Elon Musk”.

 

La vera domanda è come ciò sia stato possibile, come siamo approdati a questa dimensione che rappresenta la suprema celebrazione del profitto totalmente dipendente dal feticcio del monarca assoluto.

I liberali e i democratici soggiogati dall’egemonia del mercato hanno finito per distruggerlo rimuovendo ogni limite all’avidità.

E Trump passa all’incasso, in tutti i sensi, seguito da un meme altrettanto venduto della consorte Melania.

(Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.)

 

 

 

 

Whatever it takes.

Trump e il complotto contro l’Europa:

le due strategie per dare l’assalto

all’euro (e nascondere le fragilità Usa).

Corriere.it - Federico Fubini – (17 febbraio 2025) – ci dice:

Il tallone d’Achille dell’America di Trump è dato dall’enorme e crescente deficit pubblico.

Se Trump non riuscisse ad assicurarne il finanziamento, fallirebbe la sua promessa elettorale.

Ecco perché ha deciso di assaltare l’Europa.

Le due strategie di Trump per l’assalto all’Europa (e all’euro): dazi, stablecoin e la fragilità nascosta degli Usa.

Questo articolo in origine è stato pubblicato sulla newsletter del Corriere della Sera «Whatever it takes» a cura di Federico Fubini.

L’America di Donald Trump ha un tallone d’Achille.

È sotto gli occhi di tutti, eppure viene discusso di rado.

 È la ragione di fondo che spinge il presidente a cercare di intimidire gli altri Paesi – alleati o no – con minacce e misure sui dazi.

È anche la ragione che lo spinge ad accelerare sulle monete digitali, non solo e non tanto le criptovalute ma soprattutto gli stablecoin (le «valute» digitali private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente).

 

Le due strategie insieme convergono in un assalto all’Europa e all’euro e contribuiscono a spiegare molte delle mosse dell’amministrazione americana.

Lo so che suona come fantapolitica, ma non dovete credere a me: è tutto negli ordini esecutivi e nelle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione americana delle ultime settimane.

Oggi cercherò dunque di unire i puntini per mostrare una tendenza di fondo:                         

 la sua stessa vulnerabilità sta spingendo Trump verso un attacco alla sovranità europea.

 Alcuni dei principali responsabili di politica economica nell’area euro per fortuna ne sono consapevoli.

La speranza è che il sistema politico europeo reagisca, perché ne ha gli strumenti: a cominciare dal progetto dell’euro digitale.

Vediamo perché.

 

La promessa sulle tasse.

Qual è il tallone d’Achille di Trump?

Esso è prodotto dall’enorme e crescente deficit pubblico, che obbliga gli Stati Uniti a trovare ogni anno compratori di titoli del Tesoro per almeno duemila miliardi dollari in più – rispetto all’anno precedente – sperando di non dover aumentare gli interessi offerti per attrarre investimenti.

Se Trump fallisse in questa missione, se non riuscisse a contenere il peso del debito pubblico e ad assicurarne il finanziamento senza problemi, allora sarebbe destinato a fallire anche nella sua promessa più importante agli elettori: confermare nel 2026 i tagli alle tasse per le imprese già varati nel suo primo mandato (dal 35% al 21%) e di rafforzarli fino al 15%.

 

Qui entriamo in gioco noi europei, in due modi.

 In primo luogo, perché agitare la minaccia di dazi punitivi per Trump e la sua squadra è un sistema volto a obbligare altri Paesi a comprare e detenere più titoli di Stato americani;

 in questo modo gli Stati Uniti potrebbero finanziare il loro crescente deficit pubblico, tenendo sotto controllo i tassi d’interesse sul debito.

In sostanza, Trump sta cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa:

 comprare più debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.

 

Monete digitali.

Perché Trump ha vietato dollaro (ed euro) digitale: c’entrano le criptovalute di Donald e Melania? E perché le altre banche centrali vanno avanti?

(Gabriele Petrucciani).

 

Si può ancora «spiegare» Trump? Sforzo ingrato, ma urgente.

 

In secondo luogo, noi europei siamo chiamati in causa perché gli «stablecoin» emessi in America potrebbero diventare mezzi di pagamento alternativi all’euro in Italia e negli altri Paesi dell’area;

già solo attuare il progetto di soppiantare in parte l’euro in Europa con degli «stablecoin» americani – in sostanza, con dollari digitali – aiuterebbe non di poco sempre allo stesso scopo: finanziare i vasti e crescenti squilibri finanziari del governo degli Stati Uniti.

Fin qui, non lo nego, suona tutto come teoria del complotto.

Starete pensando che io sia leggermente paranoico. Può darsi.

Ma da ora in poi parlerò dei dati, delle dichiarazioni e dei documenti ufficiali che – in modo diretto – danno sostanza alla mia interpretazione.

 

Duemila miliardi solo nel 2024.

Il problema di Trump è che il deficit federale americano è tale da creare un fabbisogno di dimensioni eccessive non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo.

Secondo i dati della “Federal Reserve di St Louis”, il disavanzo del governo nel 2024 è al 6,3% del prodotto lordo e il debito al 120,7%.

 Entrambi cresceranno nei prossimi anni, anche più rapidamente Trump confermerà e rafforzerà i tagli fiscali in scadenza dal 2026.

Ma questi numeri in sé a priori non sono insostenibili;

il Giappone ha gestito per decenni deficit simili e un debito pubblico più alto di quello americano.

 Ciò che rende l’America speciale sono le sue dimensioni:

con un prodotto lordo di oltre 29 mila miliardi di dollari nel 2024, pesa per il 27% di un Pil della Terra da circa 109 mila miliardi.

 

Ora, il fabbisogno di finanziamento del deficit e dunque i titoli in più che ogni anno il Tesoro di Washington deve piazzare a investitori pubblici e privati, sono una somma molto vasta per il mondo:

come si vede dai dati ufficiali, 1.958 miliardi di dollari solo nel 2024, pari all’1,8% del Pil mondiale.

E quelle sono solo le nuove emissioni nette, che si sommano ai 40 mila miliardi di dollari di debito – poco meno di metà del Pil del mondo – già presenti nei portafogli di privati, fondi, banche e banche centrali del pianeta e da rinnovare in parte ogni anno (il dato qui include il debito di agenzie garantite dal governo come “Fannie Mae” e “Freddie Mac”).

 

Economia.

Chi è “Giancarlo Devasini”:

compra quote della Juve, è torinese ed il quarto uomo più ricco d’Italia.

Con le criptovalute di “Tether” diventa il secondo azionista dei bianconeri

(Christian Benna)

 

“Devasini” compra una quota della Juventus.

È torinese ed il quarto uomo più ricco d’Italia. Con le criptovalute di Tether diventa socio dei bianconeri.

E il titolo sale del 3,27%

 

Quei duemila miliardi l’anno in più che il Tesoro americano deve attrarre da nuovi investitori ogni anno, si sommano al nuovo debito delle agenzie semi-pubbliche e ai piani di tagli alle tasse destinati a costare altre centinaia di miliardi l’anno.

In sostanza, il governo americano deve rastrellare ogni anno quasi tremila miliardi di dollari in più dal mercato mondiale e dalle banche centrali degli altri Paesi.

E deve farlo agli attuali rendimenti.

 Se quelli salissero, i tassi sul debito pubblico e privato in America diventerebbero pesanti;

il Paese rischierebbe una grave recessione, con conseguenze potenzialmente deleterie per il dollaro, per il suo status di grande moneta di riserva del mondo e per un mercato azionario di Wall Street già oggi molto fragile e squilibrato.

 

Ma tremila miliardi di nuovi titoli pubblici e semi-pubblici di Washington da piazzare in più ogni anno non sono uno scherzo.

Sono quasi pari alla crescita economica netta del mondo in un anno, che è intorno al 3%: come dire che quasi tutti i nuovi flussi di risparmio di quasi tutti i Paesi del pianeta dovrebbero essere reclutati e andare – ogni anno – a finanziare il maxi-deficit americano.

Così, Trump sarebbe libero di tagliare ancora di più le tasse alle multinazionali del suo Paese e agli americani facoltosi.

 Com’è noto gli uomini più ricchi al mondo – Elon Musk, Mark Zuckerberg di Meta-Facebook, Jeff Bezos di Amazon – praticamente già oggi non pagano tasse sui redditi personali e anche le loro aziende ne pagano relativamente poche. Anzi, Trump sta già ingiungendo ai Paesi europei di rinunciare agli accordi internazionali in sede Ocse che aumentano un po’ il prelievo sui gruppi americani del Big Tech.

 

Economia

Dalle cripto all’anti-Youtube:

 “Devasini”, il quarto uomo più ricco d’Italia, investe 775 milioni nel social che piace a Trump

(Christian Benna)

 

Coercizione.

Ma è credibile che la Cina continui a finanziare il nuovo e crescente deficit pubblico del suo grande rivale – Pechino detiene titoli Usa già per quasi 800 miliardi – in modo da permettergli di continuare a vivere sopra ai propri mezzi e intanto di rafforzare anche la propria difesa?

È credibile che lo faccia il Giappone – detiene già almeno 1.100 miliardi di debito Usa – quando ha ben altre priorità interne?

È plausibile che lo faccia l’area euro, rischiando di subire i costi di una probabile svalutazione futura del dollaro proprio a causa degli squilibri americani?

 

Nessuna delle grandi banche centrali del pianeta in questa fase vorrà incrementare di molto la propria esposizione netta verso il debito degli Stati Uniti. Non spontaneamente, per lo meno.

 Di qui la strategia di Trump e dei suoi di farglielo fare con la coercizione.

 

Il «Piano Miran».

Come faccio a dirlo?

Perché lo dicono loro.

Lo scrive il nuovo presidente del “Council of Economic Advisors” della Casa Bianca,” Stephen Miran”.

 

Miran”, ricorda Federico Rampini, è uno degli uomini più vicini al presidente e più influenti nella strategia dei dazi.

Dottorato a Harvard, una carriera da grande investitore a Hudson Bay Capital, vicino al segretario al Tesoro “Scott Bessent, Miran ha pubblicato un lungo documento di strategia per la nuova amministrazione dopo il trionfo di Trump in novembre.

 Lì si pone il problema di conciliare tre obiettivi complicati da tenere insieme:

trovare i finanziatori per quasi cinquemila miliardi di dollari di nuovo debito in più (da tagli alle tasse) nei prossimi dieci anni, oltre ai duemila in più all’anno già previsti; svalutare il dollaro in modo che l’America riesca a vendere più merci al resto del mondo, comprandone meno da esso; mantenere contenuti i rendimenti sul debito e dunque tassi d’interesse di mercato americani, preservando lo status del dollaro quale moneta di riserva dominante del mondo.

 

Criptovalute.

Bitcoin, spie russe, traffico di droga (e oligarchi): il filo che lega Londra, Mosca e Dubai e la maxi inchiesta sul riciclaggio.

 Redazione Economia)

 

Via gli arbitri e le criptovalute già festeggiano.

Dov’è la contraddizione?

Gli investitori esteri accetterebbero di comprare debito americano in dollari a rischio di svalutazione, finanziando il nuovo enorme deficit federale, solo a rendimenti (tassi) più alti.

“Miran” la risolve proponendo di minacciare gli altri Paesi:

 «È più facile immaginare che dopo una serie di dazi punitivi, partner commerciali come l’Europa e la Cina diventino più aperti a qualche tipo di accordo monetario in cambio di una riduzione dei dazi stessi».

E ancora:

«Ogni accordo dovrebbe incorporare un’intesa sulle scadenze», cioè gli altri governi e banche centrali dovrebbero impegnarsi a comprare titoli americani a lungo termine più instabili e rischiosi – “Miran” propone titoli a scadenza di un secolo, a tassi contenuti – per poter evitare guerre commerciali da parte di Trump e il ritiro della tutela di difesa americana.

“Miran” parla di «zone di sicurezza e i Paesi al loro interno le devono finanziare comprando titoli del Tesoro americano (…) titoli a scadenza fra un secolo (…):

se non scambi titoli a breve con titoli a lunga scadenza, i dazi ti terranno fuori».

 

“Miran” spiega l’insistenza sull’obbligo fatto all’Europa o alla Cina di comprare titoli Usa a lungo termine, «spostando il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr.) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri», con l’intenzione di tenere bassi i tassi di mercato in America.

E aggiunge: «Come possono gli Stati Uniti far sì che i loro partner accettino un tale accordo?

Primo, c’è il bastone dei dazi.

Secondo, c’è la carota dell’ombrello di difesa e il rischio di perderlo».

Se questo non è il disegno di un ricatto, non so come altrimenti definirlo. L’obiettivo è una parziale confisca delle riserve dell’Europa, in modo da far pagare a noi una quota del debito americano tramite una svalutazione del dollaro e tramite rendimenti insufficienti sui titoli del Tesoro Usa.

“Miran” si spinge a proporre di usare dei poteri speciali della Casa Bianca per tagliare la cedola sui bond americani ai danni delle banche centrali estere che non accettino di rivalutare la loro moneta sul biglietto verde. Di fatto, un default punitivo.

Sulla base di queste idee, “Miran” è diventato il capo del “Council of Economic Advisors” di Trump.

 

Euro digitale o “stablecoin”.

Ma non è tutto, perché anche le mosse di Trump sugli “stablecoin “sono volte a coprire il tallone d’Achille dell’America.

 Il 23 gennaio il presidente ha firmato un ordine esecutivo che prevede: «Promuovere e proteggere la sovranità del dollaro americano, anche con azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di legali e legittimi “stablecoin” basati sul dollaro in tutto il mondo (world wide)».

 I lavori per assicurare la relativa legislazione entro cento giorni sono già partiti al Congresso.

 

Di che si tratta?

 Uno “stablecoin” basato sul dollaro è un “mezzo di pagamento digitale “– utilizzabile tramite una “app sullo smartphone” – al quale corrispondono depositi in dollari gestiti dall’emittente della «moneta».

In teoria, i depositi devono consentire all’utilizzatore di cambiare i suoi “stablecoin” in dollari presso la piattaforma a un tasso (appunto) stabile. All’aumentare dell’uso degli “stablecoin”, corrisponde un aumento dei depositi in dollari da parte della piattaforma emittente e questi depositi vengono investiti dall’emittente quasi tutti in titoli del Tesoro americano.

 

Dunque, aumentare l’uso di questo tipo di bitcoin «in tutto il mondo» (inclusa la zona euro) significa aumentare i depositi in dollari a scapito dei depositi in altre valute (incluso l’euro).

Questi depositi, come detto, vanno a finanziare il debito americano.

Ha dichiarato il 4 febbraio lo «special advisor» dell’amministrazione Trump per le cripto, “David Sacks”:

«Gli “stablecoin” hanno il potenziale di assicurare che il dominio internazionale del dollaro americano aumenti e di creare potenzialmente migliaia di miliardi di dollari di domanda per i titoli di Stato americani».

Esempi di “stablecoin” basate sul dollaro sono “Tether,” che capitalizza 142 miliardi di dollari ed è gestita da “Giancarlo Devasini” (l’uomo che ha appena comprato una quota della Juventus); o “Circle” (56 miliardi). Già oggi detengono tanto debito Usa quanto alcune fra le principali banche centrali del mondo, come si vede sopra.

 

IL CASO

Pagamenti bancari, il piano di Russia e Cina per una rete che aggiri l’euro e il dollaro.

(Federico Fubini).

 

RUSSIA, KAZAN - OCTOBER 22, 2024:

China's President Xi Jinping and his Russian counterpart Vladimir Putin pose during a meeting on the sidelines of the 2024 BRICS Summit. Alexander Kazakov/Russian Presid .

(Kazan - 2024-10-22, Alexander Kazakov / ipa-agency.net) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate VERCESI , BELTRAMIN , LUCIONI.

 

Come funziona?

 Questa «moneta» digitale potrebbe offrire a un ristorante o a qualcuno che affitta su “AirB&B” commissioni più basse rispetto a “Mastercard” o a “Amex”.

Potrebbe fare accordi con reti di noleggio auto per promettere sconti se si paga con un certo “stablecoin”.

Così alcuni – magari dapprima i turisti – inizierebbero a usarlo in Europa al posto dell’euro in Italia, Francia o Germania, spostando depositi dall’euro al dollaro e finanziando dunque il debito americano.

 

Ci sono anche conflitti d’interessi, certo.

“Howard Lutnick,” segretario al Commercio di Trump, controlla la grande piattaforma di valute digitali “Cantor Fitzgerald “e ha il 5% di “Tether”.

Elon Musk, cinque giorni dopo l’ordine esecutivo sugli “stablecoin”, ha annunciato un accordo con “Visa” per permettere pagamenti digitali tramite il suo social media” X” (ex Twitter).

 

La sostanza resta:

 questa è una sfida allo status di moneta di riserva dell’euro portata in casa nostra, per coprire il finanziamento degli squilibri americani.

L’Europa può rispondere solo accelerando il lancio di un proprio mezzo di pagamento elettronico senza costi, l’euro digitale:

 le norme per farlo sono ferme nell’europarlamento da quasi due anni, ma ora il tempo stringe.

 

Resto convinto che il disegno di Trump di coercizione economica sul resto del mondo difficilmente possa funzionare.

Sembra un presagio di declino americano, non d’impero.

L’esito più probabile è una svalutazione non pilotata del dollaro, un aumento degli interessi sul debito degli Stati Uniti e una coercizione sulla Federal Reserve perché lo monetizzi.

Ma non per questo noi europei dobbiamo restare a guardare, mentre qualcuno cerca di sfilarci la nostra sovranità monetaria da sotto il naso.

 

 

 

 

La rivoluzione liberista di Milei è un

 fallimento, l’Argentina è sull’orlo

del baratro: l’economista spiega perché.

msn.com – fanpage.it - Elena Marisol Brandolini – (28-09 -2025) – ci dice:

 

La rivoluzione liberista di “Milei” è un fallimento, l’Argentina è sull’orlo del baratro: l’economista spiega perché.

“Leandro Bona” è un economista argentino, ricercatore presso il “Conicet” (Consiglio nazionale per la ricerca scientifica e tecnica) e il “Flacso” (la Facoltà di Scienze Sociali dell'America Latina) e docente nella “Universidad Nacional de La Plata”.

 Parliamo con lui dell’annunciato riscatto dell’economia argentina da parte degli Stati Uniti, delle ragioni della sconfitta di Milei nelle scorse elezioni di Buenos Aires e delle elezioni politiche che si terranno in Argentina il prossimo 26 ottobre.

 

A latere dell’Assemblea Generale dell’Onu, Trump ha confermato a Milei il sostegno economico per frenare il peronismo nelle prossime elezioni di ottobre. Cosa è successo?

 

Ciò che si veniva osservando è che l’economia aveva perso l’equilibrio raggiunto nei mesi precedenti.

La quantità di dollari risultava insufficiente a sostenere la stabilità del cambio e perciò la sconfitta nelle elezioni di Buenos Aires, di dimensioni inaspettate per il governo, aveva finito con l’accelerare un processo di protezione della riserva di dollari da parte di chi poteva comprarne, portando a una rivalutazione nei fatti della valuta e a una svalutazione del peso argentino con possibili conseguenze sull’inflazione, la cui riduzione era stato il migliore risultato del governo.

 

Di fronte a questo quadro, il governo ha adottato una strategia d’ultima istanza: da un lato ha chiesto al governo degli Stati Uniti di sostenerlo nuovamente dandogli dollari per arrivare alle elezioni in condizioni migliori senza una svalutazione ulteriore del peso e allo stesso tempo ha applicato una misura di brevissimo periodo consistente nell’eliminare fino al 31 ottobre, le trattenute d’imposta sulle esportazioni del settore agricolo, per accelerarne la vendita e fare entrare più dollari nel paese.

 

Questo processo non è stabile, è probabile che in questo momento aumentino le esportazioni ed entrino più dollari, ma poi tornerà a generarsi un processo inverso, con un acquisto massiccio di dollari e di nuovo un problema sul cambio che può generare una svalutazione.

Ossia, quello che questa strategia fa è prendere tempo per arrivare alle elezioni, ma rende incerto che cosa succederà il giorno dopo l’appuntamento elettorale.

 

Gli Stati Uniti vanno al riscatto economico dell’Argentina, la ricetta economica di Milei si è rivelata un fallimento. Il miracolo argentino sta diventando un incubo?

 

Si potrebbe dire così, infatti.

In realtà, però, non è mai stato un miracolo.

 L’unica cosa che il governo poteva rivendicare come successo è che l’inflazione, dopo essere stata a oltre il 200% nell’anno in cui Milei vinse, era scesa al 100% lo scorso anno e quest’anno si colloca attorno al 30% e questo spiega l’appoggio che ha avuto e ancora ha il governo.

Ma il costo di questa discesa dell’inflazione è stato la caduta dell’attività economica, un processo di deindustrializzazione e la perdita di competitività che hanno peggiorato le condizioni di vita di buona parte della società.

Si dice che il governo abbia ridotto la povertà, ma non è proprio così, in realtà al principio l’aumentò moltissimo per farla poi tornare al livello precedente.

 

Può spiegarci meglio questo passaggio, perché si sostiene spesso che Milei abbia ridotto la povertà.

 

Fino al dicembre 2023 c’era un livello di povertà attorno al 35-40% e quando Milei arriva al governo fa un’imponente svalutazione che genera molta inflazione inizialmente, fino al 25% in un mese, senza un aumento minimo dei salari.

 La prima cosa che succede allora è l’enorme crescita della povertà che supera il 50%:

 questo è quanto accade con la svalutazione effettuata dal governo Milei, anche se lui l’attribuisce al governo precedente.

Quando l’inflazione comincia a scendere, quel livello così elevato di povertà ovviamente inizia a ridursi e torna ai livelli precedenti, anzi forse anche peggiori, se solo si guarda alla quantità di persone che chiedono l’elemosina per le strade di Buenos Aires.

O se ci si riferisce al livello del consumo di alimenti nei supermercati, scesi anche del 20%, il livello di alimentazione della popolazione si è perciò ridotto di un quinto: questo è intensificazione della povertà.

 

Inoltre, c’è anche una ragione tecnica: il paniere di beni con cui si misura la povertà ha venti anni e non è stato mai cambiato.

 Questo paniere oggi sottovaluta l’aumento dei servizi e sopravvaluta l’aumento dei beni.

Prima, i servizi, che erano sovvenzionati dallo Stato, pesavano molto poco;

ora i servizi sono molto aumentati, specie quelli dell’energia.

Questo paniere, perciò, sottovaluta la povertà, perché non tiene conto del peso dei servizi che non sono più sostenuti dallo Stato.

 

La sconfitta elettorale a Buenos Aires ha accelerato un processo che si veniva manifestando da alcuni mesi:

forte instabilità del dollaro, fuga di capitali, scarsità di investimenti stranieri, rischio paese elevato.

Ci spiega questo modello?

 

La disponibilità di dollari in Argentina spiega quasi tutto quello che succede. Spiega se si svaluta o meno la moneta argentina e perciò se questo altera il livello di inflazione.

 Il governo Milei non ha apportato alcuna novità, ha fatto come altri governi, come quello di Menem o Macri, ripetendo lo stesso schema.

Ha apprezzato il tasso di cambio, così che mentre c’è inflazione la moneta non si svaluti, il peso sia più forte e possa comprare più dollari di prima.

Questo permette che una parte della popolazione vada in vacanza negli Stati Uniti o in Brasile, ma questi dollari poi finiscono.

 

Il governo Milei al principio ha goduto di un raccolto record, facendo entrare molti dollari per la vendita dei beni del settore agricolo, poi ha favorito fiscalmente l’uscita di dollari dal paese e quindi ha fatto ricorso al Fondo Monetario per un prestito di 20 miliardi di dollari, anche se l’Argentina non aveva rimborsato ancora il debito precedente e ora chiede aiuto in modo inedito anche al Tesoro degli Stati Uniti.

Ciò gli permette di finanziare per un altro periodo questo schema senza svalutare il peso, ma tornerà a scoppiare in una crisi.

 Molti pensavano che Milei fosse una novità, lo è in un senso politico ma non in quello economico.

 

L’inflazione sta crescendo?

Non ancora, sta a poco meno del 2% mensile, per chiunque altro nel mondo sarebbe molto, ma non così nel quadro argentino.

Finora non c’è stato un aumento dei prezzi così importante, anche se è possibile che il ritmo di crescita acceleri questo mese e il prossimo.

 

A quanto ammonterebbe il riscatto dell’Argentina da parte degli Stati Uniti? E in cambio Milei cederebbe lo sfruttamento delle terre rare del Nord di Argentina?

 

Non si conosce la cifra, si dice che possa essere da dieci a trenta miliardi di dollari. Il governo Trump ha questo carattere di transazione:

 offre aiuto in cambio di qualcosa.

In Argentina si parla di due fattori:

dello sfruttamento del litio e di installare una nuova base militare, sarebbe la prima volta che l’Argentina permette agli Stati uniti di fare operazioni militari sul proprio territorio.

Gli Stati Uniti hanno basi militari in tutta la regione, mai ne aveva avute in Argentina e sarebbe un cambio inedito nella politica estera del paese.

 

Perché c’è tanta attenzione da parte di Trump nei confronti di Milei?

 

Penso che conti la situazione in cui si trova l’America Latina.

Da una parte è evidente la disputa tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle risorse e il controllo politico della regione e dall’altra conta come si stanno muovendo i diversi paesi sudamericani per il futuro.

 Il principale alleato degli Stati Uniti nell’area è l’Argentina, dal punto di vista del peso politico e del messaggio agli altri paesi.

 In Messico e Brasile ci sono coalizioni di governo progressiste e sono i due paesi più importanti, che non necessariamente sono ostili agli Stati Uniti ma hanno una concezione molto più sovrana:

non scambieranno terre rare per un accordo con gli Stati Uniti, non permetteranno nuove basi militari sul loro territorio, né smetteranno di avere relazioni con la Cina.

All’Onu l’Argentina vota con gli Stati Uniti e Israele e contro la Cina.

Quindi, se in Argentina si stabilizza un governo affine agli interessi degli Stati Uniti e per questo viene ricompensata, ciò rappresenta anche un messaggio agli altri paesi, come Cile, Perù, Colombia e Bolivia, che andranno prossimamente al voto.

 

Il prezzo dell’aggiustamento è ricaduto sulla classe media, i salari dei dipendenti pubblici sono molto al di sotto dell’inflazione, si è avuta una perdita di circa 100.000 posti di lavoro nel settore privato.

Quanto ha pesato tutto questo sul voto di Buenos Aires?

 

La perdita di posti di lavoro nel settore privato ricade sull’industria e sul settore delle costruzioni e questi sono importanti particolarmente nella provincia di Buenos Aires dove Milei ha perso le elezioni.

Quindi la spiegazione di quei risultati ha molto a che vedere con la perdita di occupazione, perché Buenos Aires è quella che più ha sofferto queste politiche.

 La manovra correttiva ha avuto le sue conseguenze negative anche sui pensionati, che hanno perso più reddito assieme ai lavoratori del settore pubblico, la gran parte dei quali sta nella provincia di Buenos Aires.

Perciò si pensa che il risultato delle politiche di ottobre prossimo potrebbe essere un po’ più favorevole al governo nelle zone interne del settore agricolo o delle esportazioni di petrolio.

 

Milei ha presentato la legge finanziaria per l’anno prossimo, promettendo risorse per salute, scuola e attenzione alle persone disabili: è un annuncio che arriva a tempo?

 

In primo luogo non è vero che aumentano le spese in queste politiche, in alcuni casi c’è un recupero rispetto alla caduta dello scorso anno, quindi che ci sia un piccolo aumento non significa che ci sia una ripresa. In secondo luogo, la legge finanziaria fa riferimento a un tasso di cambio che è già vecchio.

Dipende da cosa succederà con le prossime elezioni, che diranno sulla stabilità del governo da qui alle presidenziali del 2027.

Penso che ci siano due scenari possibili:

che il governo perda per molto poco e che con l’aiuto degli Stati Uniti abbia un periodo di stabilità fino al prossimo anno, o che perda con molta più decisione e che questo acceleri la crisi per la fine di quest’anno nonostante il riscatto.

 

Si ha la sensazione che gli alleati della prima ora di Milei lo stiano abbandonando: è così?

 

Da una parte i governatori che erano stati determinanti nel votare quello che il governo voleva, da qualche tempo, con i tagli alle risorse, hanno cominciato ad assumere un comportamento di maggiore opposizione, facendo perdere al governo alcune votazioni in parlamento.

Dopo le elezioni di settembre, c’è una parte del partito di Macri che comincia a prendere le distanze da Milei e gli vota contro in aula.

In definitiva, dipende da come andranno le prossime elezioni di ottobre.

 

“Brit Card”, Rivolta nel Regno Unito

Contro Starmer e la Carta d’Identità

Elettronica.

Conoscenzealconfine.it – (28 Settembre 2025) – Adnkros.com - Redazione – ci dice:

 

Il premier vuole introdurre un’ID per verificare il diritto al lavoro.

500mila firme in poche ore contro “un incubo distopico”.

Il governo di “Keir Starmer” ha annunciato l’introduzione di una identità digitale obbligatoria per poter lavorare legalmente nel Regno Unito entro la fine dell’attuale legislatura.

 L’ID, conservato sullo smartphone, verrebbe verificato dai datori di lavoro nei controlli “right to work”, sul diritto a lavorare, e potrebbe in futuro aprire l’accesso a servizi pubblici e pratiche amministrative.

 

Per “Downing Street” è uno strumento per “rendere più difficile il lavoro illegale” e semplificare l’accesso ai servizi;

per le opposizioni e i gruppi per i diritti civili è un passo verso una “checkpoint society”, una società in cui lo Stato può controllarti a ogni passo, in stile cinese.

 

Cosa Prevede la Proposta.

Starmer ha definito il progetto “un’enorme opportunità” per il Regno Unito e ha chiarito che “non potrai lavorare nel Regno Unito se non hai la digital ID”.

L’esecutivo parla di obbligatorietà limitata al diritto di lavorare, non di esibizione continua del documento, e indica il 2029 come orizzonte di piena operatività.

Il sistema dovrebbe poggiare su infrastrutture digitali già avviate dal governo (“One Login”) e sarà gratuito;

chi non ha smartphone avrebbe alternative fisiche o canali diversi.

Dettagli tecnici (biometria, governance dei dati) saranno definiti con consultazione pubblica e nuova legislazione.

 

La Rivolta: Privacy, Esclusione Digitale e Costi.

L’annuncio ha scatenato un’ondata di critiche.

Organizzazioni per i diritti civili parlano di rischio sorveglianza di massa, grandi banche dati vulnerabili ad attacchi e l’esclusione di fasce deboli (anziani, persone senza competenze digitali).

 

La protesta ha trovato subito un canale concreto:

una petizione lanciata da “Big Brother Watch” ha superato in poche ore il traguardo delle 500mila firme online.

Un risultato che fotografa il livello di preoccupazione diffuso nel Paese.

Per i promotori, l’introduzione delle carte d’identità digitali obbligatorie rappresenta “un salto verso una società da incubo distopico”, con il rischio di trasformare la vita quotidiana in una serie di controlli e accessi condizionati.

Il boom di adesioni – sottolineano i media britannici – è tra i più rapidi registrati negli ultimi anni e costringe Downing Street a fare i conti con una mobilitazione dal basso che unisce associazioni, cittadini comuni e parte della stessa classe politica.

 

Sul piano politico si oppongono “Reform”, il partito di Nigel Farage, i conservatori e una parte della sinistra laburista;

i Liberal Democrats respingono la natura obbligatoria.

 Tra i nodi: l’efficacia reale contro il lavoro nero, che spesso viaggia in contanti e fuori da ogni verifica, e i costi di una infrastruttura informatica pubblica storicamente complessa.

 

Frattura Territoriale: Scozia e Irlanda del Nord.

Le resistenze sono particolarmente forti in Scozia e Irlanda del Nord.

Il” First Minister scozzese John Swinney” ha criticato l’etichetta “Brit Card” e l’obbligatorietà;

a Belfast, “Michelle O’Neill” (Sinn Féin) ha definito la misura “ridicola e mal concepita”, evocando anche un possibile contrasto con lo “Good Friday Agreement”.

Il governo replica che si tratterà di ID digitale sul telefono, non di una tessera da portare sempre addosso.

 

Londra aveva già provato ad andare in questa direzione:

la” Identity Cards Act 2006” del governo “Blair” avviò un registro nazionale, che fu abrogato nel 2010 con tutti i dati cancellati.

(adnkronos.com/internazionale/esteri/brit-card-rivolta-nel-regno-unito-contro-starmer-e-la-carta-didentita-elettronica_2G20zfHJAuue7vIW5VIbOJ).

 

 

 

 

 

Illusioni Democratiche.

Conoscenzealconfine.it – (29 Settembre 2025) - Weltanschauung Italia – ci dice:

 

Illusioni democratiche proseguono incredibilmente ancora nel 2025.

Il “sinistro” medio che scende in piazza per la Palestina è convinto che il problema sia la “destra” israeliana, che Nethanyau sia un “fascista”, che la Meloni sia da cacciare.

Egli canta “bella ciao” e inneggia all’”antifascismo”.

Il “destro” medio sta dalla parte di Israele perché convinto ci stiano difendendo dai terroristi islamici, vede in Israele un baluardo della democrazia che si sacrifica per noi.

I primi hanno una ignoranza storica devastante e sono obnubilati dal “fascismo” che vedono ovunque senza comprendere la realtà che li circonda.

I secondi sono degli sciocconi manovrati da quel centrodestra filosionista che punta alle loro pance ma che è funzionale al vero potere sovranazionale.

 

Nel frattempo, mentre questo patetico circo va avanti, Nethanyau va all’Onu bello tranquillo a illustrare il suo piano e i civili a Gaza continuano ad essere massacrati impunemente.

C’è gente convinta che con il PD al governo la gestione sarebbe stata diversa, dimenticando che quando la Meloni era all’opposizione era lei a chiedere all’allora PD in carica di fare qualcosa per i poveri palestinesi.

Andava a Betlemme e denunciava le uccisioni di bambini ma fu ovviamente ignorata.

Nonostante tali evidenze non si vuole comprendere che una volta saliti al potere o ci si allinea o si viene gettati nell’umido dall’apparato propagandistico che lavora al servizio del potere sionista.

Illusioni democratiche proseguono incredibilmente ancora nel 2025!

(Weltanschauung Italia).

(t.me/weltanschauungitaliaofficial).

 

 

 

 

A Netanyahu Non Crede Più Nessuno:

gli Attacchi alla Flotilla Vengono da Israele.

Conoscenzealconfine.it – (27 Settembre 2025) - Alessio Mannino – ci dice:

 

In queste ore, qualche marginale voce arriva senza vergogna a sostenere la tesi di un auto-attacco da parte della “Global Sumud Flotilla”.

Le azioni di disturbo di qualche giorno fa alle 51 imbarcazioni, in particolare alla nave “Alma” battente bandiera britannica (già colpita da un drone lo scorso 10 settembre), sono state senza dubbio un’altra intimidazione, il cui mittente non può essere che Israele.

A certificarlo è una fonte non sospettabile di simpatizzare per l’iniziativa politico-umanitaria che naviga in direzione Gaza:

il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il titolare della Farnesina ha infatti rinnovato la richiesta al governo Netanyahu di “garantire la assoluta tutela del personale imbarcato”, fra cui ci sono molti italiani (tra i quali alcuni parlamentari del Pd, del M5S e di Avs).

 

Sui social, l’attivista tedesca “Yasemin Acar” ha definito “operazioni psicologiche” il sorvolo di droni con il lancio, questa volta, di petardi a scopo di stordimento, polveri urticanti e bombe sonore, al largo dell’isola greca di Creta.

Finora, Tel Aviv con tutta evidenza sta perseguendo due obbiettivi:

da un lato, fiaccare il morale degli equipaggi;

dall’altro, soprattutto, dimostrare all’opinione pubblica mondiale che può agire indisturbata anche in acque internazionali.

In barba al diritto.

Una modalità che, giuridicamente parlando, è definibile né più né meno che come terroristica.

 

Non essendo una spedizione militare né un’impresa con finalità aggressive, invocare il diritto di guerra e agitare l’argomento della “legittima difesa”, da parte dello Stato israeliano, è del tutto pretestuoso.

 Il discrimine decisivo, qui, consisterà nel passaggio in cui la flotta si approssimerà alle acque territoriali della Striscia di Gaza, presidiate (illegalmente) dalla marina dell’Idf.

 

Come sanno i promotori appartenenti a 44 diverse nazionalità, sarà quello il momento della verità, per la “Global Sumud Flottilla”.

Il ministro israeliano della sicurezza” Itamar Ben-Gvir” ha già dichiarato che, una volta varcata la linea, chiunque si troverà a bordo sarà trattato da terrorista, e di conseguenza messo agli arresti e rinchiuso in carcere.

Una reazione che dal punto di vista del consenso politico sarà un altro clamoroso autogol per l’immagine di Israele, considerata anche dai filo-israeliani (per lo meno quelli più assennati) ai minimi storici, a causa dei crimini commessi in questi due anni di devastante rappresaglia contro la popolazione palestinese.

 

La domanda è allora perché il governo di Benjamin Netanyahu, per dirla come ha da esser detta, se ne freghi altamente di ciò che pensa il mondo quando il suo apparato militare non si fa problema ad aggredire, seppur in modalità intimidatoria, un convoglio di volontari rappresentativo di così tante nazioni.

Interrogativo che riguarda per la verità la questione-madre, ossia com’è concepibile che l’ “unica democrazia in Medio Oriente” – così recita la formula retorica – non abbia avuto nessuna remore a fare 70 mila o più morti (fra cui almeno 200 giornalisti e centinaia di medici e sanitari), a lasciare sul terreno un numero imprecisato di feriti e menomati, a spazzare via abitazioni, ospedali e ogni altra struttura civile, e costringere alla fuga verso Sud buona parte dei 2 milioni di gazawi, passando di recente all’invasione con la scusa ufficiale di stanare i militanti di “Hamas” mentre, in realtà, procede a un’occupazione che, secondo il ministro delle finanze “Bezalel Smotrich”, prelude all’annessione diretta

 (disegno che quest’ultimo sta sovrintendendo, in qualità di governatore dei territori direttamente occupati, per quelli in Cisgiordania rimasti sotto la debolissima egida dell’”Autorità Nazionale Palestinese”, rivale di “Hamas”).

 

In sintesi:

come è possibile che Israele non si curi minimamente, neppure per sbaglio, del ritorno in termini di credibilità, anche solo di facciata, delle sue mosse ispirate da un modus operandi del tutto arbitrario, spudoratamente sprezzante di qualsivoglia regola e sensibilità, correndo su una china di autolesionismo manifesto e oltraggioso?

 

La risposta non è difficile: perché Israele non sente il bisogno di legittimazione politica e morale al di fuori dei suoi confini.

 Se non agli occhi dell’unico pubblico che le è indispensabile come base e puntello della sua stessa esistenza:

quello statunitense favorevole alla propria causa, alimentato dalla ricca e composita lobby americana filo-sionista (di qui il precipitarsi di Netanyahu a scacciare da sé l’ombra della mano che ha assassinato il nazionalista cristiano Charlie Kirk).

 

In parole povere, ai vertici israeliani l’ormai travalicante onda di indignazione planetaria fa un baffo, dal momento che sanno di godere di un’impunità amplissima, praticamente illimitata.

Se prima e dopo il 7 ottobre 2023 hanno potuto calpestare nel sangue i princìpi e i valori inscritti in carte internazionali e nelle dottrine, in particolare, occidentali (i diritti umani “inviolabili”), figurarsi se si fanno qualche scrupolo a minacciare una manovra come quella della Flotilla.

Che è provocatoria, certo, una sfida tutta politica.

Ma con un intento umanitario che è esattamente sovrapponibile alla comune motivazione con cui non poche volte, negli ultimi trent’anni, l’Occidente in divisa Nato si è giustificato, a suon di propaganda, per aver bombardato o invaso Stati sovrani con o senza benestare Onu: soccorrere i civili, vittime di pulizia etnica (ex Yugoslavia), di un regime oppressivo e anti-democratico (Irak, Afghanistan, Siria, Iran), di sanguinose repressioni (Libia).

 

Sia chiaro: la lista delle potenze (nucleari, petrolifere, funzionali a un certo ordine geopolitico) macchiatesi degli stessi orrori ma lasciate indisturbate dal doppio standard occidentale non è meno lunga.

 Si pensi all’Egitto sotto dittatura militare, all’Arabia Saudita retta da una monarchia assolutista, alla Turchia “autocratica” (Draghi dixit), alla stessa Ucraina che ha messo fuori gioco la vita partitica.

Ma Israele rappresenta al meglio, o si direbbe al peggio, il rango di potenza legibus soluta, irriguardosa di leggi, convenzioni e perfino del proprio teorico vantaggio, uno status di strapotere che il blocco oggettivamente più arrogante sulla Terra attribuisce ai suoi aderenti quando fa comodo.

In questo caso stabilmente, poiché Israele ne costituisce da decenni la punta di lancia.

E qual è il motivo profondo per cui Israele può essere ritenuto l’avamposto dell’Occidente, facendo quel che più gli aggrada, come e quando gli aggrada?

Perché a differenza degli altri impuniti eccellenti, può contare su un argomento fortissimo, benché intaccato proprio dai suoi eccessi dell’ultimo biennio:

la condizione di perenne vittima.

Prima dell’Olocausto nazista degli ebrei d’Europa, e poi, da ottant’anni a questa parte, dell’odio palestinese, arabo e, specie a partire da Hamas, anche islamista.

Ma se già nel primo caso, il sionismo originario non legittimava l’esproprio forzato della terra di Palestina, tanto meno è lecito al sionismo successivo scambiare la causa con l’effetto, e spacciare la resistenza palestinese come astio immotivato o semplice antisemitismo ideologico.

Più rivoltante di chi usa mezzi morali per fini immorali c’è solo chi ricorre a mezzi immorali in nome di una presunta patente morale, diceva Martin Luther King.

(Alessio Mannino).

(it.insideover.com/guerra/a-netanyahu-non-crede-piu-nessuno-gli-attacchi-alla-flotilla-vengono-da-israele.html).

 

 

 

Netanyahu: “Controllo gli Stati Uniti,

Controllo Donald Trump.”

Conoscenzealconfine.it – (26 Settembre 2025) – lantidilomatico.it – Redazione – ci dice;

 

“Controllo gli Stati Uniti, controllo Donald Trump”: il messaggio di cui si vanta Netanyahu, secondo “Tucker Carlson”.

Il giornalista statunitense “Tucker Carlson” ha affermato di non poter sopportare le parole che sarebbero state espresse dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu nei confronti del suo paese, dichiarando di sentirsi “eccessivamente” umiliato dopo averle apprese.

Secondo quanto riportato da” Carlson” durante una conversazione con il collega “Glenn Greenwald” nel programma ‘System Update‘, Netanyahu si vanterebbe senza mezzi termini in Medio Oriente di esercitare un’influenza diretta sulla politica statunitense.

“Bibi va in giro – questo è un fatto, non me lo sto inventando, perché ho parlato con persone a cui lo ha detto – va in giro per il Medio Oriente, la sua regione, il suo stesso paese, dicendo alla gente in modo diretto, semplicemente affermando:

 ‘Io controllo gli Stati Uniti. Io controllo Donald Trump’ “, ha commentato il giornalista.

 

Carlson ha espresso il suo profondo disappunto in qualità di cittadino statunitense.

 “Sono americano.

Come credete che mi sentirei, anche se non avessi votato per Trump, cosa che invece ho fatto, ho fatto campagna per Trump, ma anche se fossi Joe Biden?

Sono americano […] è troppo umiliante, non posso sopportarlo e non dovrei essere costretto a sopportarlo.“

 Il giornalista ha sfidato chiunque a contraddire la sua ricostruzione, sostenendo la veridicità assoluta delle sue affermazioni:

“È un fatto. Sfido chiunque a dire che non è vero, perché è vero. Sapete che è vero”.

“Carlson” ha aggiunto di aver criticato i leaders del proprio paese perché permettono che 350 milioni di cittadini statunitensi si sentano mal rappresentati e siano costretti a sostenere azioni che disapprovano, in particolare il sostegno alle “cose malvagie” che Israele compie contro la popolazione palestinese a Gaza.

“Permettono che la mia nazione di 350 milioni di persone sia costretta a fare cose malvagie per me e i miei figli a causa di un altro paese.

È una violazione dell’accordo più basilare che abbiamo con i nostri leader, che è ‘per favore, che ci rappresentino’.

 Almeno la maggior parte del tempo, e loro non lo fanno”, ha affermato.

Il giornalista ha descritto questo contesto come un “rituale di umiliazione costante” volto a portare alla follia gli americani e a trasformarli in “persone che odiano”.

Carlson ha concluso dichiarando la sua intenzione di non aderire a questa dinamica e indicando nell’ “espansione” di Israele, attraverso l’occupazione forzata dei territori palestinesi, la causa del contendere.

(lantidiplomatico.it/dettnews-controllo_gli_stati_uniti_controllo_donald_trump_il_messaggio_di_cui_si_vanta_netanyahu_secondo_tucker_carlson/45289_62771/).

 

 

 

 

Migranti, Feltri smaschera l'ipocrisia

della sinistra: "Il falso mito.”

Iltempo.it – (16 gennaio 2024) – Redazione – Vittorio Feltri - ci dice:

 

Violenze e stupri contro le donne.

L'indignazione aumenta giorno dopo giorno ma nella sua rubrica su “Il Giornale”, Vittorio Feltri, punta il dito contro l'ipocrisia della sinistra che accusa il maschio italiano e copre le tante responsabilità degli immigrati.

"Sono in continuo aumento determinati reati, quelli predatori come furti e aggressioni in strada e a commetterli sono nella stragrande maggioranza dei casi individui stranieri - scrive Feltri sul “Il Giornale” - Inoltre si parla di femminicidio come di un fenomeno che riguarda la società italiana, dovuto al patriarcato che sarebbe in vigore dalle nostre parti, e nessuno che faccia notare che a compiere questa tipologia di omicidi sono anche immigrati".

 

"Di fatto da decenni accogliamo soprattutto individui senza diritto di asilo né di protezione umanitaria, i quali si ritrovano a vivere da irregolari sul nostro territorio e a delinquere, talvolta, non di rado, manifestando una propensione al crimine e una efferatezza che ci fanno impallidire - prosegue Feltri –

Dovremmo avere il coraggio di ammettere che la costante crescita dei delitti messi a segno da cittadini ospiti, ossia da extracomunitari, non è il risultato di una percezione legata a quel sentimento di paura che la maggioranza fomenterebbe, bensì una realtà.

 Realtà che complica la vita dei cittadini, in particolare delle donne, che sono le principali vittime dei reati commessi dagli stranieri, quantunque si sostenga che il patriarcato sia roba italiana...

Ma tutto questo non accadrà poiché, sebbene la vittima sia donna e il carnefice uomo, quest'ultimo ha il vantaggio di essere migrante, categoria protetta, come i panda".  

Che ipocrisia, la sinistra

affossa le sue stesse leggi.

lanuovabq.it – Ruben Razzante – (03_08_2024) – Editoriale - ci dice:

 

Dall'autonomia differenziata alla tv pubblica, passando per il dem Ermini "al soldo" di Spinelli.

Lo strabismo della Sinistra che critica ciò che ha approvato.

È comprensibile che la propaganda elettorale punti a massimizzare il consenso, anche mettendo da parte la coerenza delle idee.

I politici che cambiano casacca, ad esempio, sposano punti di vista diametralmente opposti a quelli difesi fino a poco tempo prima, pur di giustificare il loro trasformismo.

Quando però si parla di leggi fondamentali per la vita dello Stato, che devono seguire un iter ben preciso, alimentato da un partecipato dibattito parlamentare, sarebbe auspicabile che l’ipocrisia non trovasse cittadinanza, visto che i cittadini esprimono una preferenza nelle urne e votano per un partito o per un altro, per una coalizione o per un’altra, sulla base del programma che ciascun attore politico dichiara di voler portare avanti.

 

Suonano quindi alquanto stonate le parole pronunciate negli ultimi mesi dai più importanti esponenti della sinistra italiana a proposito di temi cruciali per il futuro del Paese, in particolare l’autonomia differenziata e il pluralismo della tv pubblica.

Quanto alla prima, ci sono alcune regioni guidate dalla sinistra che stanno promuovendo un referendum popolare per chiedere l’abrogazione della “legge Calderoli”, che introduce nel nostro Paese un meccanismo di decentramento amministrativo finalizzato a redistribuire alcune competenze per far funzionare meglio gli enti pubblici, responsabilizzare di più i territori e i governi locali, razionalizzare le spese, evitare sprechi e contrastare rendite parassitarie.

 

Qualcuno fa giustamente notare che tra le regioni che promuovono questo referendum c’è anche l’Emilia-Romagna, guidata dal dem “Stefano Bonaccini”, ora eletto parlamentare europeo, che fino a un anno fa aveva sostenuto convintamente” il progetto autonomista”, in sinergia con altre regioni del nord come Lombardia e Veneto, guidate dal centrodestra, proprio a riprova di una provvidenziale trasversalità su un tema così decisivo per le sorti dell’Italia.

 

Ma il particolare che in assoluto fa più a pugni con il buon senso e con la coerenza è il precedente di oltre vent’anni fa, quando fu proprio la sinistra a riformare il “titolo V della Costituzione” e ad approvare norme per il” decentramento amministrativo”, anche per compiacere la Lega, con la quale molti esponenti post-comunisti avevano all’epoca buonissimi rapporti.

Con che coraggio, dunque, alcune forze di sinistra si ergono a paladine dell’unità nazionale e della Costituzione, se poi loro stesse avevano ritenuto il decentramento amministrativo e l’autonomia compatibili con il quadro unitario nazionale, al punto da proporre una riforma in tal senso già vent’anni fa?

Considerazioni analoghe potrebbero farsi a proposito della governance della tv pubblica.

Quando Matteo Renzi scalzò Enrico Letta da Palazzo Chigi, tra le sue prime mosse propose la “riforma della tv pubblica” e così, a fine 2015, fu emanata “una legge di riforma del servizio pubblico radiotelevisivo”, che aggiornava quella del 1975 e attribuiva fortissime competenze al Governo nella nomina dei vertici Rai.

 In altri termini, le principali figure di riferimento per la gestione della tv pubblica, l’amministratore delegato e il presidente, soprattutto il primo, diventavano emanazione di Palazzo Chigi e rispondevano pienamente all’esecutivo.

 Avevano maggiori margini di manovra in senso manageriale, e questo era positivo, ma erano legate mani e piedi al Presidente del consiglio, che aveva in mano il loro destino.

 

Renzi all’epoca era il segretario del Pd e la sinistra approvò con gioia quella riforma della Rai, della quale hanno successivamente beneficiato altri presidenti del consiglio come Giuseppe Conte e Mario Draghi.

Oggi che al governo c’è il centrodestra la sinistra grida all’autoritarismo nella gestione della tv pubblica e invoca con urgenza una riforma della Rai per sganciarla dal controllo governativo.

Si scorge, quindi, una profonda ipocrisia anche su questo tema.

L’unico modo per evitare che la Rai continui ad essere considerata ostaggio di chi vince le elezioni sarebbe quello di fare una legge condivisa da tutte le forze politiche, eventualmente anche nella direzione di una privatizzazione della tv di Stato.

 

Infine, la vicenda Ermini, anch’essa indicativa di un certo strabismo della sinistra nel guardare alle vicende politiche.

David Ermini nei giorni scorsi ha lasciato la direzione nazionale Pd, nella quale era stato nominato come indipendente.

 Alla fine, come era stato ampiamente preventivato da molti anche all’interno del suo ex partito, ha scelto la poltrona – e i soldi, tanti – di “Aldo Spinelli”, che gli ha offerto il posto di presidente di “Spininvest”, la holding del suo gruppo.

 Spinelli, però, è agli arresti domiciliari per corruzione poiché coinvolto nel caso Toti.

 Ermini ha dunque lasciato il Pd, grazie al quale era anche diventato vicepresidente del Csm.

Ma come, verrebbe da dire, i dem hanno organizzato una manifestazione a Genova per denunciare la corruzione del caso “Toti-Spinelli” e ora un loro compagno di partito sceglie di andare a lavorare per uno degli esponenti coinvolti nell’inchiesta?

 Vai a capire…

 

 

 

 

La violenza dei soliti,

l’ipocrisia della sinistra.

Nazionefuturarivista.it – Andrea Doria – (14 gennaio 2025) – ci dice:

Fermatevi!

 Questa è la sola parola che ci sentiamo di pronunciare a seguito degli scontri che anche lo scorso fine settimana hanno visto contrapporsi quella malsana alleanza di centri sociali e balordi vari contro le Forze dell’Ordine.

Già le settimane scorse ci eravamo cimentati in un’opera alquanto difficile, ovverosia, cercare di capire se alla base di tali comportamenti intolleranti, ci fosse esclusivamente un odio profondo verso l’attuale governo di centro destra o se ci fosse qualcosa di più e, a nostro modo di vedere, più politico. 

Come non ricordare le svariate dichiarazioni di personaggi vicini a quegli ambienti di estrema sinistra che ora stanno mettendo a ferro e fuoco con organizzata cadenza, i centri storici di molte città italiane, da Torino a Milano, da Bologna a Roma?

 Come non sottolineare che tutte queste città sono governate da anni da giunte di sinistra che hanno tollerato se non appoggiato esplicitamente tutti questi “centri sociali” – le virgolette sono volute – dando loro addirittura in concessione gratuita, immobili che questi bravi ragazzi occupano abusivamente da anni, fregandosene della legalità, in nome di una non meglio precisata “libertà”?

 

(Meloni: “non ci arrenderemo, non indietreggeremo, e…

"Anche in questo buio, le donne afghane continuano a…).

Purtroppo, dal giorno in cui Giorgia Meloni ha vinto le elezioni politiche del 2022, sembra che il vaso di pandora dell’intolleranza di sinistra si sia scatenata e che, seguendo appunto le giustificazioni di circostanza di molti esponesti della sinistra parlamentare, ma soprattutto gli appoggi di esponenti che non siedono in parlamento, ma che lisciano il pelo costantemente ai gruppi più estremisti e più violenti dei collettivi di sinistra, la voluta e auspicata rivolta sociale si stia tramutando in realtà.

Ancora oggi risuonano le parole davvero sterili di Elly Schlein che ieri invece di prendere la palla al balzo e abbandonare con poche parole quegli ambienti di estrema sinistra che e ribadire che le Forze dell’Ordine sono lo Stato e quindi rappresentano e proteggono tutti noi, invita il centro destra a non “strumentalizzare” gli scontri dando un colpo al cerchio e uno alla botte.

Sentendo queste parole sembra da lontano echeggiare la frase dei “compagni che sbagliano” ma forse non ci si rende conto che le parole più calzanti su quello che sta accadendo sono quelle che disse Rossana Rossanda in piena tragedia Moro, quando ammise che le Brigate Rosse facevano parte dell’album di famiglia della sinistra italiana, una riflessione perciò sembra doverosa.

 

Questa spirale di violenza può essere neutralizzata a patto che tutti i personaggi che soffiano sul fuoco, vengano emarginati, ignorati, sperando che possano cambiare atteggiamento e tornare a parlare dei bisogni delle persone, nella nostra storia recente abbiamo visto troppi agitatori che al primo pericolo sono fuggiti dalle proprie responsabilità, quando però era ormai troppo tardi.

È ora che costoro escano dall’ambiguità e che l’Italia venga risparmiata da un’altra sconfitta.

 

 

Il passo indietro di Trudeau e

il declino dell’era woke.

Nazionefuturarivista.it - Carla Fiorellini – (Gen. 14, 2025) – ci dice: 

 

L’ideologia “woke” canadese si prepara al tramonto con le dimissioni del Primo Ministro, Justin Trudeau.

“Vi comunico la mia volontà di rassegnare le dimissioni da Leader del Partito e Primo Ministro.

Dopo che il Partito avrà scelto il mio successore attraverso un solido iter di selezione su tutto il Paese, questa decisione sarà ufficiale.

 Ho condiviso ieri sera con i miei figli questa scelta, che ora condivido con voi”.

 

Queste le dichiarazioni che lo scorso 6 gennaio hanno scosso la stampa nordamericana e internazionale, confermando le aspettative dell’opinione pubblica in seguito alla recente crisi politica interna che il governo canadese stava affrontando.

 “Could be the son of ex cuban President Fidel Castro”, fu la provocazione di Trump mesi fa denunciando l’agenda politica di Trudeau che più volte nel corso del mandato è stata tacciata di incostituzionalità e perfino considerata “repressiva” a causa di alcune proposte di legge che strizzano l’occhio alla “cancel culture”.

 

 Il Premier, paladino dell’iper-progressismo, è costretto alla ritirata dopo la crescente impopolarità delle politiche pubbliche adottate.

Gli indici di gradimento sono ai minimi storici registrati nel corso della carriera di Trudeau.

La decisione in vista delle prossime elezioni in Canada dove il Partito Liberale rischia il Flop, era ormai inevitabile.

 

Tra i candidati a cui demandare gli incarichi politici si pensa alla fedelissima ex Vice-premier “Chrystia Freeland”, alla ministra dei Trasporti “Anita Anand”, “Melanie Joly “attuale Ministro degli Esteri”, o l’”economista Mark Carney”: tre donne e un uomo.

 Il crollo della Leadership apre un grande punto interrogativo verso il futuro politico della Nazione e dei suoi rapporti con i Big Mondiali.

La notizia delle dimissioni ha lasciato in sospeso le progettualità concordate tra Italia e Canada in vista del passaggio alla presidenza del G7 che il paese nordamericano si prepara ad assumere nel corso del 2025.

Durante il vertice avvenuto in Puglia a giugno 2024, nel bilaterale tra il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e lo stesso Trudeau, i leader hanno concordato le materie di cooperazione delle Nuove Tecnologie, ricerca scientifica, transazione energetica, economia e sicurezza.

 Nell’ augurare un buon lavoro a chi si occuperà del nuovo esecutivo, il Premier Meloni ha sottolineato l’importanza di proseguire su temi cruciali come l’Africa e il Mediterraneo, messi al primo posto durante la presidenza italiana.

Tra le principali questioni internazionali, con l’ex Presidente canadese era stato discusso solo a dicembre riguardo gli sviluppi in Medio Oriente e in Siria.

 A tal proposito, mentre la scena internazionale attende il nuovo corso politico del Canada, la nuova presidenza del G7 dovrà tener fede agli accordi transnazionali e gestire con pragmatismo il delicato equilibrio della politica globale, forse rinunciando su scala nazionale all’era Woke, allineandosi maggiormente alle tematiche della collettività mondiale, come già ha dato prova con il “Climate Action Network”.

 

 

 

 

Scontri e violenze

nelle piazze italiane.

Nazionefuturarivista.it - Alarico Lazzaro – (Gen. 13, 2025) – ci dice: 

 

Sono stati giorni difficili dopo la tragica scomparsa di “Ramy Elgaml”, il diciannovenne egiziano morto il 24 novembre scorso dopo un inseguimento con la polizia a Milano.

Se le prime violente reazioni erano giunte dalle periferie milanesi, Corvetto in primis, oggi le piazze italiane vivono di tumulti, alcuni dei quali sfociati in risse violente ed aggressioni alle forze armate che vivono ormai da mesi un processo di barbara destrutturazione e delegittimazione in termini di meriti, competenze e spazio di azione.

A Bologna, in particolare, i manifestanti non si sono fermati al tentativo di scontro con gli agenti ma hanno perpetrato atti vandalici alla Sinagoga del capoluogo emiliano tra fumogeni e bombe carta.

Scene che a posteriori ricordano guerriglie urbane da anni di piombo, per non dire altro.

A Roma i “manifestanti” si sono scontrati più volte con le forze armate poste a presidio affinché la situazione non deragliasse ulteriormente.

 

Dopo notti di fumo e fiamme è arrivata la pronta risposta del Presidente del Consiglio Meloni, con un bilancio provvisorio di 8 poliziotti feriti che sembra destinato a salire ulteriormente.

Il Presidente del Consiglio ha ribadito la sua vicinanza alle Forze dell’Ordine deprecando come “ignobili” le scene viste nelle principali città italiane.

A tentare di placare gli animi anche la famiglia dello stesso” Ramy “che ha prontamente preso le distanze dagli eventi delle ultime settimane, denunciando qualsiasi tipo di strumentalizzazione politica in atto.

 

In una nota pubblicata dall’avvocato “Barbara Indovina” in data 11 gennaio la “famiglia di Ramy” si è espressa in tal senso:

“Desideriamo esprimere con chiarezza e fermezza la nostra posizione riguardo agli avvenimenti che hanno seguito la tragica morte del nostro caro Ramy.

La perdita di Ramy è per noi un dolore immenso e insopportabile.

Il nostro unico desiderio è che la giustizia segua il suo corso senza strumentalizzazioni.

Siamo profondamente turbati nell’apprendere che il nome di Ramy venga utilizzato come pretesto per atti di violenza.

Condanniamo fermamente ogni forma di violenza e vandalismo che si è verificata nelle manifestazioni delle scorse ore.

Crediamo che il ricordo di Ramy debba essere un simbolo di unità, non di divisione o distruzione.

 Il nostro appello è rivolto a tutti coloro che scelgono di onorare la sua memoria: fatelo in modo pacifico e costruttivo, attraverso il dialogo e il rispetto reciproco (…).

Ci dissociamo da qualsiasi utilizzo politico del nome di nostro figlio.

Ramy era un ragazzo pieno di vita, amato dalla sua famiglia e dai suoi amici, e non vogliamo che la sua figura venga strumentalizzata per fini che non hanno nulla a che fare con la nostra richiesta di verità e giustizia per cui abbiamo riposto massima fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine.

Chiediamo a tutti di rispettare il nostro dolore e di unirsi a noi nella ricerca di un percorso che porti a una vera giustizia, senza odio, senza violenza e senza divisioni.”

 

Un messaggio di buon senso e che unisce al dolore della perdita la consapevolezza della giustizia.

Nel frattempo, per fronteggiare il problema, “la maggioranza sembra decisa ad approvare il DDL sicurezza a tutela della libertà delle forze dell’ordine,” con un netto inasprimento di pene e sanzioni per chi partecipa a “manifestazioni con violenza o minacce” o per chi prende parte a sit-in lungo strade, autostrade, binari, o luoghi di transito pubblici.

 

Importanti anche le menzioni alla possibile equiparazione di cannabis light a quella sostanza stupefacente e la stretta per ONG e scafisti a poche settimane dalla vittoria di Salvini nel caso Open Arms.

La morte di Ramy accende così le piazze e provoca un’intensificazione legislativa della maggioranza su alcuni dei punti cardine del programma che portò Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

 

 

 

«NON FU UNO SCONTRO DI CIVILTÀ.»

Inchiostronero.it - Marcello Veneziani – (14 Settembre 2021) – ci dice:

 

No, non fu uno scontro di civiltà quello che esplose l’11 settembre di vent’anni fa. Non si scontrarono la civiltà islamica e la civiltà cristiana.

Fu piuttosto l’attacco barbarico dei fanatici islamisti a un occidente nichilista, ormai separato dalla sua civiltà e dai suoi principi.

 Scontro d’inciviltà, ritorno di barbarie.

I fanatici che attaccarono il cuore dell’Occidente ‒ non della Cristianità, altrimenti avrebbero colpito altri obbiettivi simbolici ‒ non venivano dall’Islam tradizionale ma si erano formati e istruiti in Occidente e aderivano a una versione ideologica di islamismo.

Bin Laden e la sua famiglia ne erano il prototipo.

 Islamisti di ritorno, come si dice analfabeti di ritorno.

 

I fanatici radicalizzano l’Islam, lo usano come arma, come droga e come bandiera, applicando alla lettera alcune “sūre” feroci del Corano.

Il nichilismo occidentale, invece, è la degenerazione della libertà e la deriva della modernità, la libertà come rifiuto del destino, della natura, dei limiti e del sacro e la vita elevata a scopo di sé stessa.

È sbagliato, anzi indegno, evocare lo scontro di civiltà per indicare la vendetta dei fanatici accecati dall’odio e dall’ideologia contro il predominio planetario degli Stati Uniti e dei loro alleati o “servi”.

Prima di quel feroce attacco c’era stata la guerra del Golfo, e altre invasioni, ingerenze, incursioni, sanzioni che avevano acceso gli animi del fanatismo islamico e avevano risvegliato la Jihad:

ma non fu Guerra santa, fu piuttosto rappresaglia e rivendicazione delirante di dominio contro la dominazione americana.

La controprova è che nessuna guerra tra i popoli o stati islamici e popoli o stati occidentali poi scoppiò;

ma restarono terrorismo e tensione, conflitti locali e insurrezioni, occupazioni e attentati, rappresaglie e bombardamenti.

E lo scontro aperto l’11 settembre non unì l’Islam in un solo corpo, ma lo lasciò diviso tra sunniti e sciiti, tra iraniani e sauditi, e una miriade di fazioni ostili tra loro.

Non ha mai preso corpo nemmeno un asse tra i paesi leader di area, la Turchia, l’Iran e l’Egitto.

 Né i paesi islamici si unirono nell’isolare e condannare i terroristi.

 

Semmai l’11 settembre generò più compattezza difensiva nell’Occidente, perché l’orrore del terrorismo, la paura e l’insicurezza diffusi in Europa come negli Usa li spinsero a sentirsi accomunati come potenziale bersaglio dell’odio islamista.

C’è un’immagine bellissima che rende bene il senso del conflitto o meglio dell’abissale differenza tra il fanatismo degli uni e il nichilismo degli altri.

 È l’immagine di due donne a confronto:

una ha il velo che copre tutto il suo viso e lascia aperti solo gli occhi, secondo la tradizione islamica;

l’altra ha il volto completamente scoperto, salvo gli occhi, che sono coperti da un lembo che ha la stessa dimensione dell’unica parte scoperta dell’altra donna velata.

Due immagini speculari che dicono tutta la differenza tra il fanatismo che costringe i corpi a coprirsi e il nichilismo che induce alla cecità, al non vedere.

 La differenza, abissale, tra i due mondi sta nei due verbi adoperati:

l’uno costringe, con la forza, la punizione, la morte; l’altro induce con la persuasione, la seduzione, la distrazione.

 I fanatici costringono, i nichilisti inducono.

 

È sbagliata solo la didascalia usata per indicare i due mondi: Oriente e Occidente. Ci sono altri Orienti, da quello russo, a quello cinese, a quello indiano, che non si riducono al fanatismo islamico.

 E c’è una storia dell’Occidente che differisce dal suo presente americano e globale. È sbagliato ridurre l’Oriente all’Islam ed è sbagliato ridurre all’Occidente quel che indica piuttosto la globalizzazione e la modernità nel suo stadio più avanzato.

Il nemico dei fanatici che colpirono l’11 settembre non era la civiltà cristiana, ma l’imperialismo occidentale e globale, la sua società profana e secolarizzata, che certo deriva dalla cristianità ma che ha infine sposato la tecnica, la finanza, il materialismo e l’edonismo, e per questo era considerato luogo di perdizione, regno di Satana.

Avrebbero colpito una cattedrale, un luogo santo alla cristianità, se avessero voluto simbolicamente sfidare la civiltà cristiana;

colpirono invece la potenza bellica e finanziaria statunitense, e i suoi templi profani – i grattacieli, le due torri, il Pentagono.

Anche l’Occidente non reagì agli attacchi richiamandosi alla Cristianità, alle Crociate, alla propria tradizione e civiltà;

ma si armò per difendere la vita, la libertà, il progresso, il presente.

Gli atei devoti del tempo e i teo-cons, inclusa Oriana Fallaci, non furono ascoltati, restarono testimoni e cantori di una guerra santa che poi non avvenne.

 

Il terrorismo riprese forza dieci anni dopo, con l’Isis, le minacce all’Occidente ripresero, restò l’odio contro gli americani e i loro alleati in Iraq, in Afghanistan e altrove, e per il loro legame con Israele.

Ma non si tramutò in uno scontro di civiltà.

L’Occidente, dal canto suo, rispose in modo schizofrenico tra ingerenze umanitarie, bombe pacifiste e accoglienza dei migranti islamici, non solo profughi, con pericolose infiltrazioni, subalternità alle altrui religioni.

Fino a decidere, tardivamente e in modo disastroso, di ritirarsi dai paesi islamici e non impegnarsi più ad essere gendarmi del mondo ed esportatori forzati di libertà, diritti e democrazia.

Vent’anni dopo il mondo non è cambiato, almeno sul crinale tra Islam e Occidente. L’era che si aprì l’11 settembre non si è chiusa.

Un conto in sospeso che tutti hanno pagato ma che nessuno ha saldato.

Una ferita aperta, a volte sanguinante.

 

 

 

 

La liberal-democrazia

allo sbando.

Albertomingardi.substack.com - Alberto Mingardi – (7 gennaio 2024) – ci dice:

 

Al liberalismo sono sicuramente più utili dei critici intelligenti che degli adepti un po' ciula (i quali, del resto, non mancano).

John Gray è fra i critici più acuti del liberalismo contemporaneo.

 Il filosofo britannico si è occupato in altri tempi di Hayek e di Isaiah Berlin, confezionando sull'uno e sull'altro due delle migliori monografie tutt'oggi in circolazione.

Riallacciandosi a una lunga tradizione interpretativa, in questo suo ultimo libro rivendica il carattere liberale dell'opera di Thomas Hobbes - e anzi sostiene, essendo un provocatore, che Hobbes sia l'unico liberale che vale davvero la pena leggere.

Il saggio di Gray a Hobbes si richiama sin dal titolo, “The New Leviathans” , al plurale, che è puro un omaggio all'ultimo libro di” RG Collingwood”, The New Leviathan , pubblicato nel 1942.

Collingwood l'aveva incominciato a scrivere durante il bombardamento di Londra e quel testo, ambiziosissimo, voleva fornire una impalcatura intellettuale allo sforzo degli alleati.

L'ultima sezione era dedicata alle diverse forme di barbarie, fra cui spiccava quella nazista.

Frequente obiettivo polemico era la visione romantica degli eroi, che come le termiti erode la base della civiltà, preparando il ritorno delle barbarie.

 

Gray se la prende invece con quello che chiama “iper-liberalismo”.

Se il nuovo presidente argentino “Javier Milei” ama citare il suo mentore “Alberto Benegas-Lynch”, per cui il liberalismo prescrive “il rispetto incondizionato per i progetti di vita degli altri”, per Gray l'iper-liberalismo è quella “formula politica” (difficile leggerla come sistema di idee coerenti) nella quale la stessa identità diventa un prodotto di questo progetto di vita.

 

Nelle società occidentali, l'obiettivo iper-liberale è quello di consentire agli esseri umani di definire la propria identità.

Da un certo punto di vista, questo è il logico punto di arrivo dell'individualismo: ogni essere umano è sovrano nel decidere chi o cosa vuole essere.

 Da un altro punto di vista, è il progetto di forgiare nuovi collettivi e il preludio a uno stato di guerra cronica tra le identità che incarnano.

 

L'identità diventa il nuovo terreno di scontro, l'arena nella quale si svolge la lotta politica contemporanea.

 Per Gray, il compito della nostra epoca non è di mettere in ceppi i Leviatani, "come si è tentato di fare nella tarda epoca liberale, ma di renderli più simili a ciò che Hobbes riteneva potesse essere il Leviatano: un contenitore di esistenza pacifica.

Riconoscendo che la pace può essere raggiunta in molti tipi di regime, Hobbes era un liberale più autentico di quelli che vennero dopo di lui".

 

In meno di duecento pagine, Gray non può dare grandi indicazioni su come raggiungere lo scopo e si diverte spesso a dare sfoggio d'erudizione, estraendo dal cilindro pensatori sconosciuti al lettore di cui si diverte a dipingere in miniatura, per poi incastonarle accanto a nomi più familiari (da Dostoevskij a Pareto).

 Da anni Gray utilizza pensatori conservatori e reazionari per criticare l'idea di un progresso costante e lineare delle cose umane, ma ammette i benefici della tecnologia e ritiene, per esempio, che saranno più importanti di qualsiasi revisione ipotetica dei nostri consumi per affrontare il cambiamento climatico.

Ciò che fa in “The New Leviatani” mettere a fuoco alcuni tratti tristemente innegabili delle liberal-democrazie contemporanee:

l'infantilizzazione dello scontro politico, il fanatismo diffuso in tutti gli angoli del discorso pubblico, il sostanziale superamento del principio di tolleranza.

 

Le élites occidentali stanno abbandonando la tolleranza in modo assai simile a quello nel quale le élites pagane avevano abbandonato i loro dei.

 Se il processo continua, le libertà liberali verranno presto dimenticate, assieme al mondo nel quale venivano praticate.

 

Se penso ad alcuni fatti minori della cronaca politica italiana, nella quale sono i gruppi teoricamente più liberali a chiedere di silenziare conferenze e persino concerti in cui sul palco salgono persone di opinioni diverse dalla loro, trovo difficile dargli torto.

Spesso c'è del fanatismo nell'ateismo e parimenti i fautori della democrazia si rivelano i più intolleranti, proprio perché assumono la democrazia come un assoluto.

Per non dire ovviamente di quanto si registra con drammatica frequenza nelle università statunitensi:

il maggiore luogo di creazione di conoscenza del più importante Paese al mondo dove ormai (come dimostra il caso della rettrice di Harvard) le prassi di reclutamento hanno sempre meno a che vedere con ricerca e competenza.

 

Gray ci ricorda che, come tutto, anche le società libere sono un incidente della storia e sono abitate da esseri umani, inevitabilmente fallibili e “gettati nel mondo” in un certo tempo e in un certo spazio.

Per questo la politica dovrebbe ricercare tregue, compromessi, un modus vivendi e non impegnarsi a dipingere la grandiosa tela dell’identità.

 Ogni sistema di idee che immagina che la storia abbia una direzione, anche se è l'emancipazione dell'umanità, è potenzialmente dispotico.

Per quanto si sforzi, e per quanto gli piaccia esibire simpatia per gli eccentrici di destra e di sinistra, Gray è troppo scettico per aver davvero smesso di essere il liberale che era trent'anni fa.

E' la liberal-democrazia occidentale che è cambiata in alcuni dei suoi tratti fondamentali e di questo dovremmo tutti prendere atto.

(John Gray, I nuovi Leviatani. Pensieri dopo il liberalismo, Londra, Allen Lane, 2023, pp. 192).

 

 

 

Green Deal: Meloni all'Onu,

nell'intero occidente portano

la deindustrializzazione.

 ilsole24ore.com – (25 settembre 2025) – Radiocor – redazione – ci dice:

 

Settore auto Ue quasi distrutto (Il Sole 24 Ore Radiocor) – “New York, 25 set.” –

 "Le cose potranno andare molto peggio, se non fermeremo la creazione a tavolino di modelli di produzione insostenibili, come i 'piani verdi' che in Europa, e nell'intero Occidente, stanno portando alla deindustrializzazione molto prima che alla decarbonizzazione".

 Cosi' dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un passaggio del suo intervento, nella notte italiana, all'80esima “Assemblea Generale dell'Onu”.

 "La riconversione di interi settori produttivi sulla base di teorie che non tengono conto dei bisogni e delle disponibilita' economiche delle persone, è stato un errore che provoca sofferenze nei ceti sociali più deboli e fa scivolare la classe media verso il basso, imponendo scelte di consumo non razionali.

L'ecologismo insostenibile ha quasi distrutto il settore dell'automobile in Europa, creato problemi negli Stati Uniti, causato perdite di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e depauperato la conoscenza.

 E ciò che è più paradossale, non ha migliorato lo stato di salute complessivo del nostro pianeta".

 

 

 

Meloni come Trump, in fuga dalla realtà:

all’Onu attacca «l’ecologismo insostenibile.»

greenreport.it - Luca Aterini – (26 Settembre 2025) – ci dice:

 

Wwf: «L’innovazione oggi è guidata dalla transizione e l’incapacità del nostro Paese di compiere scelte coraggiose e di fare sistema in questo senso sta gravemente danneggiando l’economia».

È stato un doppione del discorso tenuto dal sodale di estrema destra” Donald Trump”, quello pronunciato dalla “presidente del Consiglio Giorgia Meloni” nel corso del suo intervento all’Assembla generale dell’Onu, con un attacco frontale alle politiche ecologiste.

 

Secondo Meloni «le cose potranno andare molto peggio, se non fermeremo la creazione a tavolino di modelli di produzione insostenibili, come i “piani verdi” che in Europa – e nell’intero Occidente – stanno portando alla deindustrializzazione molto prima che alla decarbonizzazione», perché «la riconversione di interi settori produttivi sulla base di teorie che non tengono conto dei bisogni – e delle disponibilità economiche – delle persone, è stato un errore che provoca sofferenze nei ceti sociali più deboli e fa scivolare la classe media verso il basso, imponendo scelte di consumo non razionali».

 

Per la premier «l’ecologismo insostenibile ha quasi distrutto il settore dell’automobile in Europa, creato problemi negli Stati Uniti, causato perdite di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e depauperato la conoscenza».

E se da una parte sottolinea che «non si tratta ovviamente di negare il cambiamento climatico» – come invece fanno apertamente, da anni, sia Trump sia esponenti del Governo Meloni –, dall’altra vuole «gradualismo delle riforme in luogo dell’estremismo ideologico».

Ovvero continuare a bruciare combustibili fossili, mentre la crisi climatica avanza.

 

Poco importa se nel 96% dei casi le nuove installazioni di impianti rinnovabili producono elettricità più economica rispetto a nuovi impianti a carbone o gas, o se addirittura il 75% del nuovo eolico e fotovoltaico è più economico degli impianti a carbone, gas e petrolio già esistenti.

Ancor meno sembra importare quanto affermano ormai le stesse case automobilistiche, ovvero che «attribuire la crisi del settore auto al Green deal è una narrazione fuorviante» e che «non vi è dubbio che il Green deal non sia la causa della crisi», come ribadito più volte anche dall’Unrae (Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri).

Tra i motivi c’è piuttosto il forte aumento del costo delle auto mentre sale il rischio di povertà ed esclusione sociale nel Paese (che riguarda oggi 13,5 milioni di persone) e l’assenza di politica industriale da parte del Governo, che ha tagliato brutalmente le risorse del Fondo Automotive, mentre i nuovi incentivi stanziati per le auto elettriche si preannunciano già come un buco nell’acqua.

 

«Spiace dirlo – commenta nel merito il Wwf – ma la premier ha semplicemente negato la realtà, descrivendo le politiche ambientali e la transizione ecologica come fattori di destabilizzazione sociale ed economica, arrivando a contestarne i benefici ambientali e ad accusarle di “depauperare la conoscenza”:

è vero esattamente il contrario, l’innovazione oggi è guidata dalla transizione e l’incapacità del nostro Paese di compiere scelte coraggiose e di fare sistema in questo senso sta gravemente danneggiando l’economia, producendo impoverimento di vasti strati della popolazione».

 

Basti osservare che solo quest’estate l’Italia ha perso 12 miliardi di euro a causa di ondate di calore, siccità e inondazioni, e che nelle ultime tre estati oltre 51mila italiani siano morti solo per le ondate di calore.

 Al contrario la transizione energetica porta benefici sia alla salute sia all’economia: investire solo l'1-2% del Pil globale entro il 2100 limiterebbe il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C (mentre oggi è proiettato a circa +3°C, ben oltre i limiti di sicurezza individuati dall’Accordo di Parigi sul clima), quando il costo netto dell'inazione è invece stimato tra l'11% e il 27% del Pil.

 

L’unico, concreto risultato della retorica politica portata avanti da Meloni come da Trump è quello di frenare avanzamenti sul fronte della sostenibilità quanto il sostegno popolare a politiche di transizione ecologica, due temi che peraltro s’incrociano inevitabilmente:

oggi il sistema fiscale italiano è regressivo (in barba all’articolo 53 della Costituzione), mentre se fosse applicata una patrimoniale anche solo all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, per finanziare il green deal e migliorare la coesione sociale.

 

La verità è che il declino dell’Occidente si concentra nella classe lavoratrice e nel ceto medio – anche in Italia, dove i salari reali sono in calo dal 1990 e in modo particolarmente marcato dal 2008 – mentre aumentano le disuguaglianze a favore dei super-ricchi, che sono i maggiori responsabili della crisi climatica in corso.

Come i fascismi del secolo scorso, oggi i partiti di estrema destra difendono l’élite ma si presentano come forze politiche anti-sistema sfruttando il comprensibile risentimento dei più poveri: per questo la lotta alla disinformazione col clima è oggi un presidio fondamentale a tutela della democrazia.

 

 

 

 

Meloni: Israele oltre i limiti,

«ha causato una strage tra i civili».

Sui migranti «magistratura politicizzata.»

Ilsole24ore.com – Redazione Roma – (25 settembre 2025) – ci dice:

 

L’intervento (in italiano) della premier Giorgia Meloni all’ Assemblea generale è durato 16 minuti.

Meloni all'Onu: I "piani verdi" portano deindustrializzazione.

Un duro attacco alla Russia per aver inferto “una ferita profonda al diritto internazionale” e una severa critica a Israele per aver “superato il limite del principio di proporzionalità” nella sua reazione ad “Hamas”, finendo con “l’infrangere le norme umanitarie e causando una strage tra i civili”.

Sono alcuni dei passi salienti dell’intervento (in italiano) della premier Giorgia Meloni all’ Assemblea generale dell’Onu, durato 16 minuti e applaudito da un’aula semivuota per il tardo orario serale.

 

Immigrazione.

Un discorso nel quale ha denunciato l’inadeguatezza dell’architettura dell’Onu e ha invitato a contrastare sia le persecuzioni religiose (“prevalentemente di cristiani”) sia il traffico di esseri umani, anche rivedendo le “anacronistiche” convenzioni internazionali su migrazione e asilo che, “quando vengono interpretate in modo ideologico e unidirezionale da magistrature politicizzate, finiscono per calpestare il diritto, invece di affermarlo”.

Nel mirino anche i “’piani verdi’ che in Europa - e nell’intero Occidente - stanno portando alla deindustrializzazione molto prima che alla decarbonizzazione”.

Ricordando che l’Onu nacque nel 1945 con lo scopo principale di evitare nuovi conflitti dopo la seconda guerra mondiale, Meloni ha detto che “la domanda che dobbiamo farci, ottant’anni dopo, e guardandoci attorno, è: ci siamo riusciti?

La risposta la conoscete tutti, perché è nella cronaca, ed è impietosa.

Pace, dialogo, diplomazia sembrano non riuscire più a convincere e a vincere.

 L’uso della forza prevale in troppe occasioni.

E lo scenario che ci troviamo di fronte è quello che Papa Francesco descrisse con rara efficacia: una ’terza guerra mondiale’ combattuta ’a pezzi’”.

Russia.

La premier ha puntato subito il dito contro la Russia, “membro permanente del Consiglio di Sicurezza, che ha deliberatamente calpestato l’articolo 2 dello Statuto dell’Onu, violando l’integrità e l’indipendenza politica di un altro Stato sovrano, con la volontà di annetterne il territorio.

E ancora oggi non si mostra disponibile ad accogliere seriamente alcun invito a sedersi al tavolo della pace”.

“Questa ferita profonda inferta al diritto internazionale - ha sottolineato - ha scatenato effetti destabilizzanti molto oltre i confini nei quali si consuma quella guerra. Il conflitto in Ucraina ha riacceso, e fatto detonare, diversi altri focolai di crisi. Mentre le Nazioni Unite si sono ulteriormente disunite”.

 

Medio Oriente.

Dopo aver condannato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, Meloni ha accusato Israele di aver superato con la sua reazione “il limite del principio di proporzionalità”.

Una “scelta che l’Italia ha più volte definito inaccettabile, e che porterà al nostro voto favorevole su alcune delle sanzioni proposte dalla Commissione europea verso Israele”.

La premier ha quindi invitato Israele ad “uscire dalla trappola di questa guerra:

lo deve fare per la storia del popolo ebraico, per la sua democrazia, per gli innocenti, per i valori universali del mondo libero di cui fa parte”.

 “E per chiudere una guerra servono soluzioni concrete, perché la pace non si costruisce solo con gli appelli, o con proclami ideologici accolti da chi la pace non la vuole”, ha proseguito, definendo “molto interessanti le proposte che il presidente degli Stati Uniti ha discusso con i Paesi arabi in queste ore”, dicendosi pronta “ovviamente a dare una mano”.

La presidente del Consiglio ha detto di ritenere che “Israele non abbia il diritto di impedire che domani nasca uno Stato palestinese, né di costruire nuovi insediamenti in Cisgiordania al fine di impedirlo.

Per questo abbiamo sottoscritto la “Dichiarazione di New York sulla soluzione dei due Stati”, ha spiegato ribadendo però che “il riconoscimento della Palestina deve avere due precondizioni irrinunciabili”:

il rilascio di tutti gli ostaggi e l’esclusione di “Hamas” da ruoli di governo.

 

Gren Deal.

Meloni ha quindi attaccato “l’ecologismo insostenibile” che “ha quasi distrutto il settore dell’automobile in Europa, creato problemi negli Usa, causato perdite di posti di lavoro, appesantito la capacità di competere e depauperato la conoscenza.

Ci sono voluti secoli per costruire i nostri sistemi, ma bastano pochi decenni per ritrovarsi nel deserto industriale.

Solo che, come ho detto molte volte, nel deserto non c’è nulla di verde”.

 In conclusione ha citato San Francesco

, “il più italiano dei santi, che ha dato il nome alla città dove questa organizzazione è nata (San Francisco, ndr):

 ’i combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha un coraggio esemplare’.

Credo sia arrivato il tempo di dimostrare quel coraggio”.

 

 

 

L’industria europea dell’auto rischia

di restare tagliata fuori dal progresso.

Greenreport.it – (22 settembre 2025) – Asvis – Redazione – ci dice:                          

Dalle batterie allo stato solido a quelle al litio-zolfo, la partita dell’innovazione non è chiusa.

Zirpoli: «Tocca ai produttori europei mettere sul mercato modelli elettrici accessibili e competitivi, altrimenti lo spazio sarà occupato da cinesi, coreani e giapponesi».

All’”Iaa” di Monaco, la rassegna biennale dedicata alla mobilità conclusasi lo scorso weekend, il tono è stato particolarmente franco.

Accanto agli oltre 350 nuovi modelli (con i marchi cinesi presenti in massa), i capi delle grandi case automobilistiche hanno parlato di ciò che tutti sanno:

l’industria europea dell’auto rischia di restare tagliata fuori dal progresso.

“La festa è finita”, ha ammesso Oliver Blume”, numero uno di Volkswagen e Porsche, “adesso si tratta di riorientarci”.

“Christophe Perillat”, capo della francese “Valeo”, ha detto che la competitività europea è in pericolo, auspicando l’introduzione di requisiti minimi di contenuto Ue dell’80% nei veicoli venduti nel vecchio Continente.

Oggi, infatti, molte auto elettriche vendute in Ue hanno batterie importate dall’Asia (Cina, Corea, Giappone) che possono valere anche il 30-40% del valore del veicolo.

 

Ridurre la dipendenza europea da fornitori esterni, soprattutto cinesi, rappresenta una necessità, ma non è certo l’unica.

Un recente position paper del “Jacques Delors Centre” è entrato nel cuore della questione:

 “L'industria automobilistica europea sta entrando in un decennio decisivo, ma non ha una mappa chiara per orientarsi.

 Mentre i concorrenti globali accelerano la loro transizione verso i veicoli elettrici, l'attenzione strategica dell'Europa rimane offuscata da interessi frammentati, dipendenze dal percorso e pressioni a breve termine”.

 

Una delle sfide riguarda lo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035.

Durante una conferenza a Bruxelles, l’ex premier Mario Draghi ha affermato che quel divieto “può essere irrealizzabile”, perché non ha innescato un circolo virtuoso e “rischia di consegnare quote di mercato ad altri, soprattutto alla Cina”.

 Anche le associazioni dell’industria automobilistica hanno dichiarato che il piano di riduzione delle emissioni del blocco dei 27 Paesi “deve essere ricalibrato”.

 Ma allo stesso tempo i grandi gruppi stanno investendo nei propulsori elettrici di nuova generazione.

E questo sembra dare i suoi frutti: a Monaco Mercedes, Bmw, Volkswagen hanno mostrato i loro sforzi sui nuovi modelli, dall'autonomia ai tempi di ricarica, al software.

 

Il nodo competitività.

 

È indubbio però che, rispetto al passato, la competitività dell'industria automobilistica europea sia diminuita.

Secondo McKinsey, dal 2017 le case automobilistiche del vecchio Continente hanno perso oltre 13 punti percentuali di quota di mercato.

E circa 370 miliardi di euro di ricchezza industriale europea, ovvero il 21% del valore generato ogni anno dal comparto auto, sono a rischio con il passaggio all’elettrico.

 In gioco, dunque, non sono solo i volumi di produzione, ma il cuore stesso della catena del valore: fornitori e competenze che potrebbero sparire se non si riconvertono.

 

“L’industria dell’auto è costituita da due segmenti molto diversi:

 i grandi produttori e la filiera di fornitura”, dice a FUTURA network “Francesco Zirpoli, ordinario di “Economia e Gestione dell'innovazione all’università Ca’ Foscari” e direttore scientifico del Cami (Centre for automotive and mobility innovation).

“I primi hanno margini e tecnologia sufficienti per elettrificare l'intera gamma prodotto rapidamente.

 A soffrire maggiormente la transizione è la catena dei fornitori, schiacciata tra la pressione dei costruttori a ridurre i costi e la necessità di riconvertirsi.

 In Italia fortunatamente la maggioranza dei fornitori produce tecnologie e componenti utilizzabili su vetture elettriche.

La crisi è, quindi, di mercato, ossia legata al calo delle commesse e al crollo della produzione di Stellantis in Italia”.

 

Segnali di un declino che, secondo molti, è innanzitutto d’innovazione.

In un duro editoriale del 9 settembre, l’Economist ha osservato che l’Europa “sta rapidamente perdendo terreno in ogni tipo di tecnologia.

Il settimanale britannico ha preso a simbolo i “robo taxi,” ormai diffusi nelle città americane e cinesi (ne abbiamo parlato in un focus su FUTURA network), mentre in Europa restano appena allo stadio di test.

Proprio l’assenza di questi servizi, è la previsione, potrebbe diventare per i cittadini europei una sorta di “momento Sputnik”:

 il punto in cui ci si renderà conto di essere rimasti indietro rispetto a Stati Uniti e Cina in una tecnologia chiave, con il rischio che i due giganti dettino le regole del gioco anche nella mobilità autonoma.

Aggiunge Zirpoli:

“In Cina si è investito molto in innovazione di processo e automazione, portando gli stabilimenti a un livello di efficienza e flessibilità incomparabile con molti impianti europei.

In Europa invece il tasso di investimento in innovazione è stato più basso, e questo ha reso più difficile fronteggiare fattori strutturali di svantaggio come il costo dell’energia e del lavoro”.

Secondo il professore, però non si può parlare di fronte europeo omogeno: “Volkswagen e Stellantis, ad esempio, hanno strategie molto diverse:

 la prima ha puntato con decisione sull’elettrificazione ed è forte in Cina, la seconda è più presente in Nord America e ha investito meno sui modelli elettrici. Ma il punto che oggi dovrebbe mettere tutti d’accordo è che ridurre gli obiettivi climatici non aiuta la competitività.

Senza innovazione in quella direzione, i produttori possono guadagnare tempo nel breve periodo, ma rischiano grosso nel medio-lungo”.

 

Le difficoltà sull’elettrico.

 

Le recenti vendite di veicoli elettrici a batteria (Bev) in tutta l’Unione europea sono state inferiori alle aspettative iniziali.

Per Bev si intendono le auto spinte solo da batterie ricaricabili, da distinguere sia dagli ibridi (che combinano elettrico e termico) sia dai modelli a idrogeno.

 In parallelo, ritardi e interruzioni nei progetti di punta sulle batterie hanno messo in dubbio la capacità dell'Europa di costruire una filiera davvero competitiva e autosufficiente.

Eppure, come rileva il “Global EV Outlook 2025” dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), la linea di tendenza è chiara:

l’elettrico accelera dove prezzi, infrastrutture e politiche viaggiano nella stessa direzione; rallenta dove aziende e sussidi fanno passi indietro.

 Non è un caso che l’anno scorso la Cina abbia fatto da locomotiva:

nel 2024 quasi un’auto nuova su due venduta in Cina è stata un “New energy vehicle (Nev), categoria che include sia elettriche a batteria sia ibride plug-in. Un’avanzata sostenuta da prezzi più competitivi e incentivi al ricambio dei veicoli (permute) introdotti la scorsa primavera.

Se negli Stati Uniti la crescita ha rallentato, segnali interessanti sono arrivati dalle economie emergenti:

in Asia, America Latina e Africa le vendite di auto elettriche sono aumentate di oltre il 60% su base annua nel 2024 e la quota di mercato è quasi raddoppiata, passando dal 2,5% al ​​4%.

Negli ultimi anni, tra l’altro, in questi Paesi sono nati diversi nuovi marchi di auto elettriche, come “VinFast” in Vietnam, “Togg” in Turchia e “Tit”o in Argentina, che hanno contribuito a incrementare le vendite.

 

In Europa, invece, la penetrazione dell’elettrico procede a un ritmo fisiologico, con quote tra il 15 e il 25% a seconda dei Paesi.

“Ma bisogna chiarire un punto: la dinamica dipende molto più dall’offerta che dalla domanda”, riprende Zirpoli.

 “Quando una nuova tecnologia viene introdotta, all’inizio i consumatori disposti a pagare di più sono pochi.

Poi col tempo aumenta la domanda grazie a costi più bassi e a una maggiore offerta di prodotto.

Tocca ai produttori europei mettere sul mercato modelli accessibili e competitivi, altrimenti lo spazio sarà occupato da cinesi, coreani e giapponesi.

Nei prossimi 3-4 anni il differenziale di prezzo tra auto elettriche e a combustione interna si ridurrà: a quel punto conterà solo la qualità e quantità dell’offerta”.

 

Una partita che si giocherà molto sul fronte tecnologico, per risolvere alcuni nodi cruciali, dai costi alla velocità di ricarica.

Tra le tecnologie più promettenti ci sono le batterie allo stato solido, che promettono più autonomia, meno peso e maggiore sicurezza.

Ma ad oggi sono molto più care delle batterie agli ioni di litio tradizionali e non esistono ancora catene produttive su vasta scala.

Alcune case (Toyota, Nissan, Volkswagen, Bmw) hanno annunciato prototipi o linee pilota, ma non ci sono ancora giga-factory che sfornano milioni di celle allo stato solido.

 

In fase di sviluppo anche le batterie al litio-zolfo, per ridurre l’uso di materiali costosi o problematici (nichel, cobalto) e alleggerire i costi.

 Secondo “Stellantis” e “Zeta Energy”, che hanno firmato un accordo per realizzarle, “tale tecnologia potrebbe aumentare la velocità di ricarica rapida delle batterie fino al 50%”.

 Un’altra tecnica interessante, nel campo degli “ioni di liti”o, è quella degli “anodi ad alto contenuto di silicio”, che promettono prestazioni migliori della “grafite”, unico materiale anodico utilizzato finora.

La startup londinese “Gdi” afferma che i suoi anodi forniscono una densità energetica superiore del 30% rispetto agli “anodi in grafite convenzionali” e tempi di ricarica inferiori ai 15 minuti per i veicoli elettrici.

E promette di metterli su strada entro il 2030.

 

Non solo auto.

 

La crescita poderosa che ha caratterizzato decenni di industria automobilistica si è fermata.

 Secondo i dati dell’”Oica”, la “federazione mondiale dei costruttori di automobili”, e quelli dell’”Agenzia internazionale dell’energia (“Iea”) , i massimi storici di produzione e vendite sono stati toccati tra il 2017 e il 2018:

 da allora non sono più stati superati.

Nei mercati maturi (Stati Uniti, Europa, Giappone, Corea) c’è stagnazione.

Che cosa sta succedendo?

 Le ragioni sono diverse.

Prima di tutto la saturazione: chi voleva un’auto l’ha già comprata.

In più i prezzi sono saliti: un’auto nuova è fuori portata per un numero crescente di famiglie.

E, soprattutto nelle città, cresce l’offerta di alternative: treni, autobus, metropolitane, biciclette elettriche, monopattini, persino, come abbiamo visto, robo- taxi.

Va ricordato, inoltre, che le nuove generazioni sono meno interessate al possesso dell’auto privata:

 dal 2011 al 2021 il numero di auto intestate a giovani sotto i 25 anni in Italia è diminuito del 43%. 

Non basta, dunque, parlare di quale auto guideremo domani, ma di quante ne useremo davvero.

Alcuni segnali già ci sono.

Per esempio a Singapore, ha ricordato “Enrico Giovannini” nella sua rubrica “Scegliere il futuro”, i box per le auto vengono costruiti più alti del normale (tre metri), così da poter essere riconvertiti in futuro per altri utilizzi, nell’ipotesi che il numero di auto diminuisca.

 

Insomma, l’auto è destinata a restare, ma la sua centralità assoluta andrà ridimensionata.

Lo conferma a FUTURA network “Anna Donati,” presidente di” Roma Servizi per la Mobilità” e coordinatrice del Gruppo di lavoro "Mobilità sostenibile" di Kyoto Club, che da anni studia il tema:

“L’auto è sostanzialmente vittima del proprio successo.

Dal Dopoguerra ha conosciuto un boom straordinario, ma oggi siamo in un mercato maturo.

In Italia circolano oltre 40 milioni di veicoli: ormai non si cresce più, si sostituiscono quelli vecchi con i nuovi.

Questo manda in crisi il modello che ha retto per decenni: crescere sempre.

Già da vent’anni la produzione e l’occupazione sono in calo, ben prima dell’elettrico.”

 

Secondo “Donati “non si tratta solo di affrontare i problemi dell’industria, ma anche di reinventare spazi e città.

Un tema che riguarda da vicino l’Italia:

“La saturazione si vede soprattutto nei centri urbani:

 spazi pubblici occupati, traffico e congestione oltre soglie non più gestibili.

 Alcuni interventi ci sono stati:

Ztl, reti tranviarie, metropolitane, sharing mobility.

Ma l’espansione urbanistica in aree periferiche poco servite ha vanificato molti progressi.

 È lì che l’auto resta insostituibile, e lì dovremmo intervenire con nuove soluzioni di trasporto collettivo.”

 

Ecco perché il futuro dell’automobile non può essere separato da quello delle città: “Se continuiamo a costruire quartieri inaccessibili se non con l’auto, ridurre l’uso del mezzo privato sarà impossibile.

Servono riqualificazione urbana e un forte potenziamento dei trasporti su ferro e metropolitani.

L’obiettivo è abbassare di almeno il 10–20% l’uso dell’auto nelle città italiane entro il 2050, come prevedono i Piani urbani della mobilità sostenibile.

Ma senza urbanistica e servizi integrati, non ci riusciremo”.

 

 

 

Il testo integrale del discorso

di Mario Draghi all’Europa.

Vaielettrico.it – Redazione – (16 settembre 2025) – ci dice:

 

Ecco il testo integrale dell’intervento di Mario Draghi:

un appello accorato all’Europa perché reagisca alla bufera globale dell’ultimo anno. «Il nostro modello di crescita sta svanendo. Senza investimenti rischiamo competitività e sovranità» ha detto. 

 

“Ursula, molte grazie per le tue gentili parole in apertura di questa conversazione. Ma grazie anche di avermi dato la possibilità di servire l’Europa, cosa che cerco di fare al meglio delle mie possibilità. Un anno fa ci siamo incontrati qui per discutere tre sfide delineate nel rapporto: il modello di crescita europeo era da tempo sotto pressione, le dipendenze minacciavano la sua resilienza e, senza una crescita più rapida, l’Europa non sarebbe stata in grado di realizzare le sue ambizioni in materia di clima, digitale e sicurezza, per non parlare della capacità di finanziare i suoi sistemi sociali in pieno invecchiamento.

 

Nell’ultimo anno ogni sfida si è fatta più seria.

Nel corso dell’ultimo anno, ciascuna di queste sfide è diventata ancora più seria. Le fondamenta della crescita dell’Europa ‒l’espansione del commercio mondiale e le esportazioni ad alto valore ‒ si sono ulteriormente indebolite. Gli Stati Uniti hanno imposto i dazi più alti dai tempi dello Smoot-Hawley Act. La Cina è diventata un concorrente ancora più forte, sia nei mercati terzi sia, con la deviazione dei flussi dovuta ai dazi statunitensi, all’interno dell’Europa stessa. Dallo scorso dicembre, l’avanzo commerciale della Cina con l’Ue è aumentato di quasi il 20%. Abbiamo anche visto come la capacità di risposta dell’Europa sia limitata dalle sue dipendenze, anche quando il nostro peso economico è considerevole.

 

La dipendenza dagli Stati Uniti per la difesa è stata indicata come una delle ragioni per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte alle condizioni americane. La dipendenza dai materiali critici cinesi ha limitato la nostra capacità di impedire che la sovraccapacità cinese inondasse l’Europa, o di contrastare il suo sostegno alla Russia. L’Europa ha iniziato a reagire. Poiché gli Stati Uniti assorbono circa tre quarti del disavanzo globale delle partite correnti, diversificare dal loro mercato è irrealistico nel breve termine. Ma per esempio l’accordo Mercosur con l’America Latina può offrire un certo sollievo agli esportatori.

 

 La Commissione ha avviato progetti strategici per le materie prime critiche. E la spesa per la difesa sta aumentando rapidamente. Tuttavia, questi impegni per la difesa si aggiungono a esigenze di finanziamento già enormi. La BCE stima ora che le esigenze annuali di investimento per il periodo 2025-2031 ammontino a quasi 1.200 miliardi di euro, rispetto agli 800 miliardi stimati un anno fa. La quota pubblica è quasi raddoppiata, dal 24% al 43%, con oltre 510 miliardi di euro l’anno in più, poiché la difesa è finanziata principalmente con fondi pubblici.

 

Il nostro modello di crescita sta svanendo e l’inazione minaccia la nostra stessa sovranità.

Lo spazio fiscale è scarso. Anche senza questa nuova spesa, il debito pubblico dell’UE è destinato a crescere di 10 punti percentuali nel prossimo decennio, raggiungendo il 93% del PIL, sulla base di ipotesi di crescita più ottimistiche rispetto alla realtà attuale. A un anno di distanza, l’Europa si trova quindi in una posizione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno.

 

E ci è stato ricordato, dolorosamente, che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività ma la nostra stessa sovranità. Il rapporto ha individuato tre priorità per l’Europa:

 

-colmare il divario di innovazione nelle tecnologie avanzate;

-tracciare un percorso di decarbonizzazione che sostenga la crescita;

-rafforzare la sicurezza economica.

 

Come ha sottolineato la Presidente von der Leyen, queste priorità sono anche al centro dell’agenda della Commissione. Accolgo con favore la sua decisione di porre la competitività al centro, e il programma è ambizioso. I cittadini e le imprese europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione.

 

I cittadini sono delusi dalla lentezza dell’Europa.

I cittadini e le imprese europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza con cui si muove l’Ue. Ci vedono incapaci di tenere il passo della velocità che il cambiamento assume altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento. Troppo spesso si trovano scuse per la nostra lentezza. Diciamo che è semplicemente il modo in cui l’Ue è costruita. Che un processo complesso con molti attori deve essere rispettato. A volte l’inerzia viene persino presentata come rispetto dello Stato di diritto.

 

Io credo che questa sia una forma di autocompiacimento. I concorrenti negli Stati Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, anche quando agiscono nel rispetto della legge. Continuare come sempre significa rassegnarsi a restare indietro. Un percorso diverso richiede nuova velocità, scala e intensità. Significa agire insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa ottenere risultati in mesi, non in anni.

 

Siamo indietro nella sfida dell’Intelligenza Artificiale.

Cominciamo con la tecnologia. Si dice spesso che l’IA sia una tecnologia “trasformativa”, come l’elettricità 140 anni fa. Ma essa dipende dal coordinamento di almeno altre quattro tecnologie: il cloud, per archiviare enormi quantità di dati; il super computing, per elaborare tali dati; la sicurezza cyber, per proteggere i settori sensibili; le reti avanzate – 5G, fibra e satelliti – per la trasmissione. In alcune aree, l’Europa mostra progressi.

 

Sono in corso piani per almeno cinque giga-fabbriche di IA, ciascuna con oltre 100.000 GPU avanzate. La capacità dei data center è destinata a triplicare nei prossimi sette anni. Una grande riforma delle telecomunicazioni è attesa entro fine anno. L’investimento recente di ASML in Mistral è un segnale promettente per l’ecosistema IA domestico.

 

Anche i livelli di adozione stanno crescendo: la BEI rileva che le imprese europee stanno adottando tecnologie avanzate a un ritmo vicino a quello dei concorrenti statunitensi, sebbene partendo da una base più bassa. Ma i divari sono netti. Sulla frontiera dell’IA, gli Stati Uniti hanno prodotto 40 large foundation models lo scorso anno, la Cina 15 e l’UE solo 3. Tra le PMI, l’adozione dell’IA è ancora bassa—tra il 13% e il 21%. E nel campo più strategico—IA basata su proprietà intellettuale europea per ancorare le nostre industrie chiave—i progressi sono minimi.

Ci sono tre aree in cui serve maggiore ambizione

Il primo: rimuovere le barriere alla scalabilità delle nuove tecnologie. Un vero “28° regime” deve diventare realtà, consentendo alle imprese innovative di operare, commerciare e raccogliere finanziamenti senza ostacoli in tutti i 27 Stati membri, proprio come avviene in altre grandi economie. Questo è particolarmente importante per dare ai giovani europei una possibilità nel loro continente: loro vogliono restare qui, non vogliono dover andare altrove per avere successo. La Commissione si sta muovendo in questa direzione.

 

Ma con un sostegno incerto da parte degli Stati membri, il primo passo sarà probabilmente limitato a un’identità digitale per le imprese. Anche il finanziamento nelle fasi iniziali necessita di un sostegno più forte. Il Fondo Scaleup Europe può aiutare le startup a crescere—se la sua dimensione sarà adeguata alle loro esigenze finanziarie. L’aumento previsto di Horizon Europe a 175 miliardi di euro è positivo. Ma per la ricerca dirompente, sarà insufficiente a meno che le risorse aggiuntive non vengano concentrate in programmi prioritari di dimensioni significative.

 

Le risorse devono fluire verso centri di eccellenza. Devono concentrarsi su progetti ad alto rischio e alto rendimento, scelti attraverso un processo in stile DARPA. Devono essere rafforzati da forti legami tra industria e istituzioni accademiche per trasformare la ricerca in applicazioni reali. L’attuazione deve essere affidata a project manager esperti—non a burocrati. E l’Europa dovrebbe essere in grado di effettuare investimenti diretti in poche, grandi iniziative strategiche di deep tech.

 

La seconda area è la regolamentazione. Tra le imprese europee, una delle richieste più chiare è una semplificazione radicale del GDPR; non solo della legge primaria ma anche delle pesanti aggiunte da parte degli Stati membri. L’addestramento dei modelli di IA richiede enormi quantità di dati pubblici dal web. Tuttavia, l’incertezza legale sul loro utilizzo crea ritardi costosi, rallentando la diffusione in Europa. Le ricerche lo confermano: il GDPR ha aumentato il costo dei dati di circa il 20% per le imprese UE rispetto ai concorrenti statunitensi. Eppure, l’unico cambiamento finora sul tavolo è un alleggerimento della tenuta dei registri e l’estensione delle deroghe per le PMI alle imprese mid-cap. Una riforma più ampia verso regole semplici e armonizzate è ancora vaga.

 

L’AI Act è un’altra fonte di incertezza. Le prime regole, che includevano il divieto dei sistemi a “rischio inaccettabile”, sono state introdotte senza grandi complicazioni. I codici di condotta firmati dalla maggior parte dei principali sviluppatori, insieme alle linee guida della Commissione di agosto, hanno chiarito le responsabilità. Ma la prossima fase, che riguarda i sistemi di IA ad alto rischio in settori come le infrastrutture critiche e la sanità, deve essere proporzionata e sostenere innovazione e sviluppo. A mio avviso, l’attuazione di questa fase dovrebbe essere sospesa finché non comprendiamo meglio gli svantaggi. Più in generale, l’applicazione dovrebbe basarsi su una valutazione ex post, giudicando i modelli in base alle loro capacità reali e ai rischi dimostrati.

 

La terza area è l’integrazione verticale dell’IA nell’industria. Le applicazioni settoriali dell’IA sono ancora più critiche della pura potenza di calcolo. Qui, l’Europa ha un vero vantaggio: le sue imprese detengono oltre la metà del mercato globale delle soluzioni di automazione industriale, una pietra angolare dell’IA industriale. Tuttavia, solo circa il 10% delle imprese manifatturiere ha utilizzato l’IA lo scorso anno. Industria e governi devono collaborare per trasformare questo vantaggio in soluzioni europee proprietarie. La strategia “Apply AI” della Commissione, prevista per questo autunno, sarà un banco di prova cruciale.

 

Più energia a basso costo per i data center.

I prezzi del gas naturale nell’Ue sono ancora quasi quattro volte superiori a quelli degli Stati Uniti. I prezzi industriali dell’elettricità sono in media più che doppi. Se questo divario non si riduce, la transizione verso un’economia ad alta tecnologia si bloccherà. L’energia è fondamentale tanto quanto la tecnologia per lo sviluppo dell’IA. La domanda di elettricità da parte dei data center in Europa aumenterà del 70% entro il 2030. L’energia rappresenta già fino al 40% dei loro costi operativi. L’AIE avverte che, senza interventi, un progetto su cinque a livello globale potrebbe subire ritardi a causa dei colli di bottiglia nelle reti.

 

Solo i Paesi che allineano la strategia energetica con la politica digitale cattureranno i maggiori benefici nella corsa all’IA. La Commissione ha lanciato il Clean Industrial Deal e il Piano d’Azione per l’Energia Accessibile, entrambi coerenti con l’agenda del rapporto. Ma il passo principale finora è stato allentare le regole sugli aiuti di Stato per consentire agli Stati membri di sovvenzionare i prezzi. Questo può offrire un sollievo temporaneo. Non risolve però le ragioni strutturali per cui l’energia in Europa è così costosa. Queste ragioni includono i prezzi del gas che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sono ancora circa il doppio dei livelli pre-Covid; un sistema di prezzo in cui il gas continua a determinare il prezzo dell’elettricità la maggior parte del tempo, anche con l’espansione delle rinnovabili; oneri e tasse elevati.

 

Investire più rapidamente per far funzionare le rinnovabili

La decarbonizzazione è il percorso migliore a lungo termine per l’Europa per raggiungere l’indipendenza energetica nonostante la mancanza di risorse naturali. Ma richiede investimenti molto più rapidi per far funzionare un sistema basato sulle rinnovabili: nelle reti, negli inter-connettori e nella generazione pulita di base come il nucleare. Oggi, metà della capacità transfrontaliera necessaria entro il 2030 non può contare su un piano di investimento.

 

Anche i progetti approvati richiedono più di dieci anni, con metà del tempo perso per le autorizzazioni. Il Pacchetto Reti previsto per la fine di quest’anno e l’aumento di bilancio proposto per i collegamenti transfrontalieri sono passi avanti. Ma l’attuale sistema, basato sul coordinamento nazionale di permessi e finanziamenti, non è adatto a un mercato energetico europeo. I progetti transfrontalieri necessitano di pianificazione ed esecuzione a livello UE. Allo stesso tempo, dobbiamo essere realisti: queste misure non ridurranno i prezzi dell’energia rapidamente. Ecco perché dobbiamo agire sulle leve che possono offrire sollievo più veloce.

 

Due si distinguono: migliorare il funzionamento dei mercati del gas, e allentare il legame tra gas e prezzi dell’elettricità.

 

L’Europa è già il più grande acquirente mondiale di GNL statunitense e si è impegnata ad acquistare fino a 750 miliardi di dollari di prodotti energetici dagli USA. Qualunque siano le condizioni di quell’accordo, dovrebbe essere trattato come un’opportunità per riorganizzare il modo in cui ci approvvigioniamo di gas. Dal mese di marzo, il GNL sbarcato in Europa è costato dal 60% al 90% in più rispetto allo stesso gas negli USA, anche tenendo conto delle componenti logistica e rigassificazione. Gli acquisti collettivi dell’UE, come proposto dalla Commissione dopo l’invasione russa, potrebbero ridurre questo divario rafforzando il nostro potere negoziale, riducendo i margini degli intermediari e proteggendoci dalla volatilità dei mercati spot. Parallelamente, l’Europa deve portare avanti il lavoro della Gas Market Task Force e aumentare la trasparenza nel trading energetico. I profitti dei quattro maggiori trader globali sono quadruplicati tra il 2020 e il 2022. Una supervisione congiunta e regole più rigorose sono in ritardo.

 

Dobbiamo poi disaccoppiare la remunerazione delle rinnovabili e del nucleare dalla generazione fossile, ampliando i contratti a lungo termine: mi riferisco in particolare a Power Purchase Agreements (PPA) e Contratti per Differenza (CfD). Alcune iniziative utili sono in corso, come il progetto pilota della BEI per la garanzia dei PPA. Ma serve un’azione molto più decisa: i contratti a lungo termine devono essere estesi a tutte le rinnovabili e agli impianti nucleari, nuovi (come già avviene oggi) ed esistenti. L’attuale meccanismo di formazione dei prezzi assegna rendite a molti interessi consolidati. La Commissione ha allentato alcuni dei requisiti di rendicontazione più gravosi attraverso l’Omnibus sulla sostenibilità. Ma in alcuni settori, come quello automobilistico, gli obiettivi si basano su ipotesi che non sono più valide.

 

Auto, la scadenza 2035 non ha innescato il circolo virtuoso.

La scadenza del 2035 per le emissioni zero allo scarico era pensata per innescare un circolo virtuoso: obiettivi chiari avrebbero stimolato gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica, ampliato il mercato interno, spronato l’innovazione in Europa e reso i modelli elettrici più economici.

Si prevedeva che le industrie adiacenti (batterie, semiconduttori) si sarebbero sviluppate in parallelo, sostenute da politiche industriali mirate. Ma ciò non è avvenuto. L’installazione dei punti di ricarica deve accelerare di 3-4 volte nei prossimi cinque anni per raggiungere una copertura adeguata.

Il mercato dei veicoli elettrici è cresciuto più lentamente del previsto. L’innovazione europea è rimasta indietro, i modelli restano costosi e la politica delle catene di fornitura è frammentata. Di fatto, il parco auto europeo di 250 milioni di veicoli sta invecchiando e le emissioni di CO₂ sono calate appena negli ultimi anni.

 

In questo contesto, attenersi rigidamente all’obiettivo del 2035 potrebbe rivelarsi irrealizzabile—e rischia di consegnare quote di mercato ad altri, soprattutto alla Cina. Come suggerito nel rapporto, la prossima revisione del regolamento sulle emissioni di CO₂ dovrebbe seguire un approccio tecnologicamente neutrale e fare il punto sugli sviluppi di mercato e tecnologici.

 

Serve anche un approccio integrato per il potenziamento dei veicoli elettrici, che copra le catene di fornitura, le esigenze infrastrutturali e le potenzialità dei carburanti a zero emissioni di carbonio.

 

Il mondo è cambiato: anche sull’auto “difendersi e resistere.”

Nei prossimi mesi, il settore automobilistico metterà alla prova la capacità dell’Europa di allineare regolamentazione, infrastrutture e sviluppo delle catene di fornitura in una strategia coerente per un’industria che ‒ non dimentichiamolo ‒ impiega oltre 13 milioni di persone lungo l’intera catena del valore. Il rapporto invitava a utilizzare in modo attivo la politica industriale, per ridurre le dipendenze e difendersi dalla concorrenza sostenuta dagli Stati. All’epoca, erano state sollevate preoccupazioni su nazionalismo economico, protezionismo e sul rischio che l’Europa potesse abbandonare le regole globali. Ma l’ultimo anno ha mostrato chiaramente che operiamo in un mondo diverso. La linea di confine tra economia e sicurezza è sempre più sfumata. Gli Stati utilizzano ogni strumento a loro disposizione per promuovere i propri interessi.

 

Finora, la risposta europea è caduta in due trappole: sforzi nazionali non coordinati, o cieca fiducia che le forze di mercato costruiranno nuovi settori. La prima non potrà mai garantire la scala necessaria. La seconda è impossibile quando altri distorcono i mercati e inclinano il campo di gioco.

Dobbiamo invece costruire la capacità di difenderci e resistere alle pressioni nei punti di strozzatura chiave: difesa, industria pesante e tecnologie che plasmeranno il futuro.

 

Tre leve possono darci la scala e l’intensità necessarie.

-La prima è un nuovo approccio al coordinamento degli aiuti di Stato. In pratica, gli aiuti di Stato spesso agiscono come protezionismo, bloccando l’attività entro i confini invece di costruire industrie europee competitive a livello globale. Le ricerche del FMI mostrano che gli aiuti in un Paese spesso avvengono a spese della crescita nei Paesi vicini. L’Europa dispone di strumenti di coordinamento, come i Progetti Importanti di Interesse Comune Europeo (IPCEI), che possono concentrare il sostegno e ridurre questi effetti collaterali.

 

Eppure, nel 2023, i Paesi UE hanno speso quasi 190 miliardi di euro in aiuti di Stato, cinque volte più di quanto sia stato destinato agli IPCEI dal 2018. Usati in modo strategico, gli IPCEI potrebbero aiutare l’Europa a raggiungere la scala in settori come le tecnologie nucleari innovative (ad esempio i reattori modulari di piccola taglia) o nella catena di fornitura automobilistica per veicoli a zero e basse emissioni a prezzi accessibili.

 

La Commissione sta adottando misure per rendere tali progetti più attraenti e accessibili. Ma il modello IPCEI è ancora essenzialmente nazionale nella progettazione e nel finanziamento. Questo crea un limite intrinseco rispetto ai nostri concorrenti. Prendiamo l’IPCEI europeo sui semiconduttori approvato nel 2023: mobilita 8 miliardi di euro di fondi pubblici, distribuiti tra 14 Stati membri, 68 progetti e 56 aziende. L’obiettivo generale ‒raggiungere una quota del 20% nella produzione globale di semiconduttori entro il 2030 ‒ è già stato definito dalla Corte dei Conti europea come “molto improbabile”. Al confronto, il Giappone, con Rapidus, mostra un approccio diverso: creato nel 2022, canalizza 12 miliardi di dollari di sostegno pubblico, nonostante l’economia più piccola, verso un unico grande leader nei chip avanzati.

 

È focalizzato su un obiettivo chiaro, sostenuto da grandi aziende come investitori e clienti di riferimento. E si muove molto più velocemente, puntando alla produzione di massa entro il 2027. L’Europa dovrebbe imparare da questo modello concentrato ed estenderlo ad altre tecnologie avanzate—combinando investimenti pubblici e privati per innovazione dirompente e progetti industriali su larga scala.

 

-La seconda leva è rappresentata dagli appalti pubblici. Gli aiuti di Stato non possono costruire nuova offerta di tecnologie critiche senza una domanda europea corrispondente. La regolamentazione può aiutare rimuovendo le barriere all’adozione, ma gli appalti sono lo strumento più potente per creare mercati. Funziona in due modi. Primo: con appalti pubblici pari al 16% del PIL dell’Ue, destinare anche una piccola quota alle industrie europee creerebbe una domanda stabile per l’innovazione e rafforzerebbe i settori strategici. Secondo: nei settori in cui la scala è un fattore decisivo, regole armonizzate possono guidare la standardizzazione e sostenere cicli di investimento lunghi e ad alta intensità di capitale. Il potenziale è chiaro in molti settori: riservare una quota UE negli appalti per chip destinati alla difesa; sostenere il cloud europeo e l’IA verticale; o fissare quote per prodotti clean-tech come acciaio e alluminio verdi.

Sono iniziati i lavori su regole preferenziali per gli appalti pubblici a livello Ue, anche se i dettagli sono ancora incerti. Ma il successo dipenderà dall’armonizzazione tra gli Stati membri. Senza di essa, gli appalti, come gli aiuti di Stato, rischiano di scivolare nel protezionismo nazionale e di non garantire la scala necessaria.

 

-La terza leva è rappresentata dalle politiche della concorrenza. Qui sostanzialmente ripeterò quel che ha già detto la Presidente. Nella difesa e nello spazio, e nelle tecnologie dual-use che li sostengono, le dinamiche di mercato sono molto diverse dai mercati consumer. Qui, la consolidazione non è necessariamente una minaccia per i consumatori. Può essere un modo per ridurre la duplicazione della R&S, abbassare i costi, accelerare l’innovazione e concentrare i budget di approvvigionamento.

 

I concorrenti negli Stati Uniti e in Asia beneficiano non solo del sostegno statale e di vasti mercati di approvvigionamento, ma anche della consolidazione in questi settori. L’Europa, invece, resta divisa tra più campioni nazionali e basi industriali sovrapposte. L’Europa dovrebbe essere in grado di proteggere la concorrenza pur promuovendo il consolidamento e l’innovazione. È in corso una revisione delle linee guida sulle fusioni, ma l’industria non può aspettare fino al 2027 ‒ questa scadenza, tra l’altro, è coerente con la procedura inizialmente scelta. Resilienza e innovazione devono essere integrate nella politica di concorrenza ora. Al minimo, dovrebbe essere istituito immediatamente un processo accelerato.

 

La domanda successiva è: come aumentare la velocità?

In alcune aree, l’Ue può fare di più con i poteri che già possiede. La regolamentazione è il campo in cui l’Unione può agire più rapidamente e in modo più deciso. L’Europa si è a lungo definita una potenza normativa, ora deve dimostrare di sapersi adattare a un panorama tecnologico in rapida evoluzione. In altre aree, sono necessarie riforme più profonde: delle competenze, dei processi decisionali e del finanziamento. In ultima analisi, in alcuni ambiti cruciali, l’Europa deve iniziare ad agire meno come una confederazione e più come una federazione. Ma tali riforme richiederanno tempo, un tempo che potremmo non avere. Nel frattempo, i progressi potrebbero dipendere da coalizioni di Stati volenterosi, attraverso meccanismi come la cooperazione rafforzata.

 

Anche senza modifiche ai trattati, l’Europa potrebbe già andare molto oltre concentrando i progetti e mettendo in comune le risorse. Se riusciremo a concentrare i nostri sforzi in questo modo, il passo logico successivo sarà considerare debito comune per progetti comuni, a livello Ue o tra una coalizione di Stati membri, per amplificare i benefici del coordinamento. Un’emissione congiunta non espanderebbe magicamente lo spazio fiscale. Ma consentirebbe all’Europa di finanziare progetti più grandi in aree che aumentano la produttività ‒ innovazione dirompente, tecnologie su scala, R&S per la difesa o reti energetiche ‒ dove la spesa nazionale frammentata non può più bastare.

 

Aumentando la produzione più rapidamente dei costi di interesse, tali progetti ripristinerebbero gradualmente lo spazio fiscale e renderebbero più facile finanziare esigenze di investimento più ampie. Il rapporto stimava che anche un modesto aumento del 2% della produttività totale dei fattori in un decennio potrebbe ridurre di un terzo l’onere delle finanze pubbliche. E se abbattiamo le barriere nel mercato unico e consentiamo alle imprese di crescere più rapidamente, accelereremo anche lo sviluppo dei mercati dei capitali europei. Questi possono aiutare a finanziare la quota privata delle esigenze di investimento.

 

In sostanza, più spingiamo le riforme – e questo è un punto che ho sollevato a più riprese anche in passato ‒, più il capitale privato interverrà—e meno denaro pubblico sarà necessario. Naturalmente, questo percorso infrangerà tabù di lunga data. Ma il resto del mondo ha già infranto i propri.

 

Per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima e rifiutarci di essere frenati da limiti autoimposti. Soprattutto, dobbiamo andare oltre le strategie generali e le tempistiche dilazionate. Servono date concrete e risultati misurabili, e dobbiamo essere chiamati a risponderne. Le scadenze devono essere abbastanza ambiziose da richiedere vera concentrazione e sforzo collettivo. Questa è stata la formula alla base dei progetti europei di maggior successo, il Mercato Unico e l’euro. Entrambi sono andati avanti attraverso fasi chiare, traguardi fermi e un impegno politico costante.

E concludo sulle stesse linee di Ursula: i cittadini europei chiedono che i loro leader alzino lo sguardo verso il destino comune europeo e comprendano la portata della sfida. Solo l’unità d’intenti e l’urgenza della risposta dimostreranno che sono pronti ad affrontare tempi straordinari con azioni straordinarie.

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