Putin è convinto di poter vincere.
Putin
è convinto di poter vincere.
Vertice
Putin-Trump a Budapest, gli esperti:
“Così
lo zar vuole umiliare l’Europa
e prendere tempo in Ucraina.”
Fanpage.it
– (17 -10- 2025) – Redazione - Riccardo Amati – ci dice:
Guerra
in Ucraina.
La
telefonata russa e il summit di Budapest segnano una nuova fase di pressione
strategica:
“Mosca
cerca di dividere Usa ed Europa e mantenere l’iniziativa in Ucraina”, dice a
Fanpage.it l’osservatore dei negoziati “Sergey Radchenko”.
Trump
valuta come rispondere tra minacce implicite e leve reali.
“Ma la pace non è più vicina”, sostiene il
diplomatico Usa “Steve Pifer”.
Con
una telefonata, Vladimir Putin ha spiazzato Volodymir Zelensky che arriva a
Washington per farsi dare da Trump i missili in grado di colpire Mosca e un
pezzo di Siberia.
Con la scelta di Budapest per il prossimo summit con
l'ex tycoon, il capo del Cremlino ha inoltre aggiunto un robusto tassello nella
spaccatura tra America ed Europa, in linea con un suo obiettivo prioritario.
Si
potrebbe dire che siamo tornati al punto di partenza, prima del summit d’agosto
in Alaska:
gli Usa tirano di nuovo il freno, smettono di
fare i duri con la Russia e di sostenere l’Ucraina, per un accordo di pace che
finora è rimasto illusione.
In realtà, solo le prossime ore chiariranno se
l’offensiva di lusinghe russe, in atto da settimane, abbia convinto Donald
Trump a tornare una volta di più sui suoi passi e a sostenere di nuovo gli
obiettivi massimalisti del Cremlino in Ucraina.
O se il presidente Usa vorrà comunque usare le
leve che ha a disposizione per ridimensionare le pretese di Putin.
Intanto,
che i presidenti delle due potenze abbiano deciso di rivedersi è probabilmente
un fatto positivo, notano alcuni analisti.
“Non credo che un nuovo summit sia una cattiva
idea”, dice a “Fanpage.it “Sergey Radchenko”, docente della “Johns Hopkins
University” ed esperto delle mai decollate trattative sull’Ucraina.
“Continuare
a parlare è necessario. La questione è quali concessioni si debbano fare e
quando. E chi debba farle”.
Secondo
un informatissimo resoconto appena pubblicato dal “Financial Times “— nel
colloquio con Putin ad Anchorage in agosto Trump finì per accettare la
richiesta del ritiro ucraino dalle aree ancora non occupate delle quattro
regioni annesse da Mosca.
Di
fatto era una resa, da imporre a Zelensky.
Trump
gela Zelensky alla Casa Bianca: "No ai missili Tomahawk, Putin vuole che
la guerra finisca."
La
successiva marcia indietro fu conseguenza del blitz dei leader europei alla
Casa Bianca a perorare le regioni di Kiev.
Il
cambiamento di tono nei confronti del Cremlino divenne presto evidente.
Dalla
“delusione” espressa da Trump si è arrivati alla minaccia di dotare Kiev dei
missili Tomahawk: 1.600 chilometri di gittata, nella versione a più lungo
raggio.
Significa
aver sotto tiro tre flotte navali e tre distretti militari russi, compreso
quello di Mosca.
Oltre
a centinaia di basi militari, logistiche ed energetiche nella Russia profonda,
quella orientale.
Da
sempre il “porto sicuro” per le infrastrutture militari del Cremlino.
Putin
ha detto più volte che i Tomahawk metterebbero a rischio le relazioni
Usa-Russia.
È però
lecito dubitare che li ritenga così pericolosi.
Gli Stati Uniti ne hanno pochi.
Soprattutto,
hanno poche piattaforme Typhon, “uniche rampe di lancio possibili
dall’Ucraina”, riferisce l’analista di armamenti “Pavel Podvig” di “Russian
Forces” a “Fanpage.it.”
“E
quei missili servono anche a noi”, ha detto Trump dopo aver parlato con Putin.
L’allarme
di Mosca per i Tomahawk sembra far parte di una “charade diplomatica” che
comprende la sostanziale neutralità russa sul processo di pace
Israele-Palestinese di cui Trump è il broker, e gli sperticati complimenti allo
stesso Trump e al vecchio amico Bibi Netanyahu elargiti da Putin.
Lusinghe,
lamentele per minacce più o meno reali e una chiacchierata per rilanciare i
rapporti: da manuale di diplomazia.
Dopo
la telefonata di Putin, il sì a Zelensky sui Tomahawk è fuori discussione.
Ma
anche un perentorio “no” appare improbabile.
“Trump
non darà i missili a Zelensky:
se lo
facesse comprometterebbe l’incontro bilaterale concordato”, spiega Radchenko.
“Ma manterrà viva la minaccia, come
strumento di pressione. Almeno fino al summit di Budapest”.
Una
scelta interessante, come location, la capitale ungherese.
Il
governo del Paese Ue nemico dell’Ue ritiene l’Occidente responsabile del
prolungamento della guerra in Ucraina.
Il primo ministro “Viktor Orbán” sfrutterà
l’occasione in pieno, alla vigilia delle elezioni più difficili — vista la popolarità del suo
contendente “Péter Magyar” — dal suo ritorno al potere 15 anni fa e dalla sua
ascesa a faro globale del conservatorismo autoritario globale.
“Per
Putin andare a Budapest è come dare il dito medio all’Ue”, nota il professore
della “Johns Hopkins”:
“Un criminale ricercato dalla “Corte penale
internazionale” (l’Ungheria ne fa ancora parte, anche se ha votato per uscirne,
ndr), che sfonda la porta dell’Europa a calci.
Sarà
uno spettacolo, nel senso peggiore del termine”.
Il piano è chiaro, secondo l’accademico:
“Allontanare gli Usa dall’Europa, cosa
in cui è molto bravo, umiliare Bruxelles — e qui è un fuoriclasse —, prender
tempo in Ucraina”.
La
telefonata di Putin è durata due ore e mezzo.
Il
capo del Cremlino l'ha iniziata spiegando a Trump nei dettagli come la Russia
stia vincendo su ogni fronte, secondo quanto riferito dall’agenzia Ria Novosti.
Proprio
come fece in Alaska.
“È convinto che le cose stiano davvero così,
perché servizi di sicurezza e vertici militari gli raccontano questo nei loro
briefing”, dice da Mosca a Fanpage.it una persona al corrente della routine
nell’amministrazione presidenziale russa.
In
realtà l’avanzata russa è minima e ci sono notizie recenti di altrettanto
limitate controffensive ucraine.
La
realtà dice anche che l’economia di guerra che sta sostenendo la crescita del
Paese inizia a perder colpi, con il budget 2025 già sfondato in agosto, gli
allarmi ripetuti della banca centrale sulla sostenibilità finanziaria e sugli
investimenti e le revisioni al ribasso del governo sull’andamento del Pil.
Ma questo non ha mai spostato le posizioni del
regime sulla guerra. Putin e i suoi rimangono convinti di poterla vincere e di
poter ottenere la demilitarizzazione dell’Ucraina e la sua riduzione a uno
stato satellite. Sul campo.
O a un
tavolo che ratifichi la disfatta di Kyiv.
“A
tutti gli effetti, Putin continua a credere di poter raggiungere i suoi
obiettivi sul campo di battaglia”, commenta a Fanpage.it il diplomatico
statunitense “Steve Pifer”, già ambasciatore in Ucraina.
“Se
Trump vuole promuovere la pace, deve convincere Putin del contrario e chiarire
che la Russia fallirà sul campo e dovrà pagare costi politici, economici e
militari sempre più elevati”.
“Pifer”
sospetta che Putin abbia ancora una volta ingannato Trump”. “Dopo il cambio di tono del nostro
presidente, nelle ultime settimane, gli ucraini avevano motivo di sperare in un
maggior sostegno da parte dell’America”.
Questo
ha preoccupato il Cremlino.
Da qui
la telefonata di Putin, che vuole prevenire qualsiasi esito positivo
dall’incontro Trump-Zelensky”.
Secondo
il diplomatico Usa, “non sembra che la pace stia diventando più probabile”.
(fanpage.it/esteri/vertice-putin-trump-a-budapest-gli-esperti-cosi-lo-zar-vuole-umiliare-europa-e-prendere-tempo-in-ucraina/).
(fanpage.it/).
I
servizi segreti russi lanciano l’allarme sul piano degli oligarchi per
rovesciare Putin.
Lacrunadellago.net
– (15/10/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
A
rivelare che è in corso un tentativo di colpo di Stato da parte dell’oligarca
russo di origini ebraiche, “Mikhail Khodorkovsky,” è stato recentemente il
servizio segreto russo, l’FSB.
“Mikhail
Khodorkovsky” è una vecchia conoscenza per la giustizia russa che lo arrestò
già nel 2003 per frode ed evasione fiscale.
Il
62enne moscovita è il prototipo dell’”oligarca askenazita” che dopo il crollo
del muro di Berlino è riuscito ad accumulare una immensa fortuna.
Si
tratta degli anni nei quali l’ex segretario del PCUS, “Mikhail Gorbachev”,
iniziò ad eseguire una profonda trasformazione della società comunista
sovietica per iniziare un processo di “democratizzazione” delle istituzioni
della vecchia URSS.
Mikhail
Gorbachev.
“Gorbachev”
venne per una missione precisa.
A lui
era stato affidato il compito di “esportare il liberalismo Occidentale
nell’Unione Sovietica” perché ormai il vecchio modello comunista, un tempo
generosamente appoggiato della finanza ebraica di New York, era divenuto
superato, d’intralcio agli scopi della governance globale che voleva dominare
il mondo intero.
Il
segretario del PCUS era stato già selezionato con cura già negli anni prima
della sua improvvisa ascesa politica, quando si recò in Italia e fu iniziato
alla massoneria, come rivelò nel 1988 la rivista tedesca “Mer Licht”.
Gorbachev
si può definire a tutti gli effetti come una vera e propria quinta colonna.
Una
volta salito al potere, si circonda di consiglieri come il fidato “Alexander
Yakovlev”, vera
e propria eminenza grigia della cosiddetta “glasnost”, il cosiddetto processo
di ricostruzione della società russa, partorito in realtà negli ambienti della “Open
Society di George Soros”.
“Soros”
riesce a sbarcare a Mosca proprio grazie a Gorbachev.
Il
presidente dell’URSS nel 1987 gli consente di aprire a Mosca una sede della sua
fondazione, la citata “Open Society”, che da quel momento divenne la forza
motrice di quella che si può definire come la” prima rivoluzione colorata della
storia moderna”.
A “Soros”
venne affidato un compito molto preciso.
Il
fondatore del fondo di investimenti, “Quantum Fund”, si era fatto strada già
anni prima nel mondo dell’alta finanza soprattutto grazie ai suoi collaboratori
come “Richard Katz” e “Georges C. Karlweis”, emissari della “famiglia Rothschild” che è
stata la vera fautrice delle fortune del finanziere magiaro di origini
ebraiche, che nei primi anni’70 non era ancora stato tracciato dai radar degli
ambienti della speculazione internazionale.
I
Rothschild non sono nuovi a servirsi di agenti, emissari o più semplicemente
dei prestanome, e” George Soros” può considerarsi a pieno titolo come un altro
prodotto della fabbrica della “famigerata famiglia di banchieri di Francoforte”,
che hanno esteso ovunque la loro rete attraverso i loro fidati rappresentanti.
“Soros”
arriva in Russia per favorire il processo di “modernizzazione” della società
sovietica che non appena viene messo in moto conduce ad una successiva crisi
finanziaria per via della “riduzione della presenza dello Stato nell’economia”
e per l’apertura della economia dell’URSS a vari speculatori che inizieranno a
spolparla dall’interno.
L’inferno
degli anni’90 in Russia e il saccheggio dell’ex URSS.
Una
volta giunto il crollo del muro di Berlino e l’ascesa di un altro fantoccio di
Soros e di Washington, il “famigerato Boris Eltsin”, inizia quello che forse è
il più grande saccheggio economico della storia moderna, attraverso un brutale
programma di privatizzazioni scritto dagli economisti di Harvard guidati da “Jeffrey
Sachs”, che oggi indossa i panni dell’oppositore controllato che pretende di
essere critico del sistema da lui fedelmente servito e mai realmente ripudiato.
“Eltsin”
fa spazio a tutti coloro che vogliono impadronirsi del tesoro della Russia a
prezzi di saldo.
Nella
nuova Russia post-sovietica, lo Stato esce di scena e lascia il posto agli “oligarchi” che
diventano il nuovo Stato e i nuovi signori del Paese.
Ad
arricchirsi in maniera smisurata sono proprio personaggi come “Mikhail
Khodorkovsky”.
I vari
consiglieri economici di Eltsin lasciano che l’oligarca si compri il gigante
petrolifero della “Yukos” alla ridicola somma di 310 milioni di dollari, quando
la società aveva un valore effettivo di almeno 5 miliardi di dollari.
Si
trattò di una vera e propria rapina del patrimonio pubblico dell’ex URSS,
replicatasi anche attraverso la vendita della “Sibneft”, un altro gigante
petrolifero, regalata a sua volta ad un altro oligarca di origini ebraiche, “Boris
Berezovsky,” che si comprò la società per la modica somma di 100 milioni di
dollari a fronte di un valore effettivo di 3 miliardi di dollari.
Boris
Berezovsky.
Lo
Stato in Russia esce così di scena.
Sorge
al suo posto un apparato parastatale composto da rappresentanti dell’agenzia di
intelligence americana, la “CIA”, che si insedia negli uffici russi e governa
il Paese in questa fase, assieme ai potentissimi oligarchi che trasformano il
Paese in “un governo coloniale diretto dalla finanza di Wall Street, dalla Open
Society di Soros, dall’amministrazione presidenziale americana, e dalla
massoneria che dopo il 1991 conobbe una vera e propria esplosione nel Paese”.
A
raccontare tale fase è stato lo storico russo “Oleg Platonov” nella sua opera “Storia criminale della massoneria in
Russia”,
nella quale spiega come a incoraggiare il reclutamento per conto della libera muratoria
in Russia fosse una stazione americana in mano alla CIA, Radio Liberty, che sosteneva l’iscrizione presso le
logge per favorire meglio il processo di infiltrazione di tali poteri in
Russia.
In
Russia intanto in quegli anni si vive l’inferno.
A
prendere il potere sono dei fuorilegge che si servono di bande criminali che
fanno il bello e il cattivo tempo nel Paese, tanto che i russi che ricordano
quegli anni raccontano come allora non era purtroppo raro prendersi qualche
colpo di pistola.
Il
riscatto arriva verso la fine degli anni’90, quando inizia ad affacciarsi sulla
scena politica nazionale un ex agente del KGB, il giovane “Vladimir Putin”, che
diviene primo ministro nel 1999 e presidente della Russia nel 2000, prendendo
così il posto della “quinta colonna Eltsin” che aveva trascinato il Paese nel
fango e nel disastro economico.
Vladimir
Putin nel 1999.
Putin
deve ricostruire tutto.
Deve
ripartire daccapo, deve rimettere i mattoni nelle fondamenta di uno Stato che
non c’è più e per farlo inizia dalla ricostruzione della sovranità del Paese,
che non poteva passare dalla rimozione del potere degli oligarchi.
La
guerra degli oligarchi e di Londra a Putin.
Ad
opporsi subito contro di lui è proprio “Berezovsky”, che dopo aver sostenuto in
un primo momento” Vladimir Putin” scopre presto nei primi anni della sua presidenza che
Putin non è un altro Eltsin e vuole mettere al primo posto gli interessi della
Russia.
“Berezovsky”
così fugge a Londra nel 2003, dove continua a guidare l’opposizione contro il
presidente russo che inizia a trasformare la Russia in una potenza di tutto
rispetto e non più nello Stato coloniale governato da lobby e interessi
privati.
L’oligarca
viene condannato nel 2007 per corruzione e frode mentre la sua società, la “Sibneft”,
viene nazionalizzata e torna nelle mani del governo russo attraverso
l’acquisizione di “Gazprom”, che oggi è uno dei colossi non solo dell’energia
russa, ma mondiale.
A poco
a poco, il modello liberale e liberista degli oligarchi viene smantellato, e
Londra diviene il luogo degli intrighi contro Mosca, il posto nel quale tali
personaggi vengono etero diretti dai servizi segreti inglesi dell’MI6.
Una
delle operazioni preferite dei servizi inglesi è quella dei “famigerati false
flag” attraverso i quali vengono eliminate figure di opposizione al Cremlino da
parte dell’intelligence inglese per accusare poi Mosca di aver ordinato tali
assassini.
A
Londra, hanno una certa famigliarità con tali operazioni, e tra queste si può
ricordare l’”omicidio
di Giulio Regeni”, partorito negli ambienti della intelligence britannica e in seguito
addossato al governo egiziano per creare una frattura con l’ENI e favorire così
l’ingresso di altre corporation petrolifere straniere in Egitto.
Si
“rifugia” nella capitale inglese anche “Khodorkovsky” che dopo essere stato
generosamente graziato da Putin nel 2013, si trasferisce nel Regno Unito, senza
però rinunciare alle sue vecchie “abitudini”.
Secondo
l’”FSB”, come si accennava in precedenza, l’oligarca decaduto sarebbe oggi
impegnato ad orchestrare un tentativo di colpo di Stato assieme ad altre 20
figure dell’opposizione russa sempre sotto la ubiqua regia dei servizi segreti
inglesi che sono i più attivi nelle trame eversive contro Mosca.
Londra
quindi ancora una volta prova a indossare i panni che un tempo erano di
Washington, ovvero quelli di centrale della destabilizzazione internazionale.
C’è
una guerra sotterranea, una guerra di spie, fatta di misteriosi attentati e
colpi che procede da almeno 3 anni a questa parte tra Londra e Mosca.
Il
primo capitolo di tale guerra iniziò probabilmente a bordo del “Goduria” sulle
sponde del lago Maggiore, luogo che pullula di spie inglesi e israeliane.
Lì si
diedero appuntamento un gruppo di agenti dell’”AISE” assieme ad altri uomini
del” Mossad” per orchestrare una provocazione contro Mosca nei Balcani nella
speranza di aprire un nuovo fronte di guerra e disimpegnare la Russia dal
fronte ucraino, dove il regime di Zelensky subiva e subisce perdite
pesantissime.
Il
piano fallì, come noto, perché il “Goduria affondò”, non certo per una
fantomatica tromba d’aria, come scrissero i mendaci organi di stampa, ma perché ci un intervento
dell’intelligence russa che provocò il rovesciamento della barca delle spie.
Si
vide lo stesso copione sulla “rada di Porticello”, dov’era ancorata un’altra
barca, il “Bayesian”,
di proprietà dell’imprenditore informatico “Mike Lynch”, uomo vicinissimo al
MI6 e al Mossad.
“Lynch”
anni addietro aveva fondato una società, la “Darktrace”, ed era stata proprio
questa società a fornire l’assistenza necessaria nel giugno dello scorso anno
all’Ucraina per eseguire la “disastrosa incursione nel territorio russo del
Kursk”.
A
distanza di due mesi da quella operazione, morivano in circostanze poco chiare
i due uomini più importanti di “Darktrace”, “Mike Lynch”, morto nella sua barca
affondata a Porticello, e “Stephen Chamberlain”, deceduto in un incidente
stradale 48 ore prima del suo ex socio d’affari.
I
misteri attorno al “Bayesian” sono fitti, e per evitare che qualcuno iniziasse
a risolversi, sono giunti di gran carriera i servizi inglesi che forse hanno
provato a ripulire il “Bayesian” prima che qualcuno potesse entrare e mettere
le mani sui file compromettenti che aveva “Lynch”.
Londra
ancora una volta però non sembra arrendersi e ora fornisce “tutta la sua
assistenza a questo manipolo di oligarchi russi decaduti che si propongono di
rovesciare Vladimir Putin”.
La
guerra in Ucraina è un disastro assoluto per la NATO e i nazisti di Kiev, e allora si prova a rispolverare il
copione delle rivoluzioni colorate nella speranza di instaurare a Mosca un
governo più compiacente verso l’anglosfera.
“Khodorkovsky”
e i suoi hanno costituito per questa ragione, il “Russian antiwar committee”,
ovvero il comitato antiguerra russo, che si propone di mettere fine subito alle
ostilità in Ucraina e di salvare così ciò che resta del decadente regime di
Volodymyr Zelensky.
L’operazione
appare a dir poco proibitiva.
Anni addietro, prima dell’ingresso di “Donald
Trump” nella Casa Bianca, Washington fece di tutto per rovesciare, ed eliminare
fisicamente, il presidente russo, ma non ci fu nulla da fare.
La
Russia ha un solido apparato di intelligence e le infiltrazioni del passato
adesso sono soltanto un lontano ricordo.
Il
golpe che” Londra” e “Khodorkovsky” vorrebbero mettere in atto è a dir poco
irrealizzabile, ma l’anglosfera ormai non sa più a che “santo” votarsi per tirarsi fuori
dal pantano nel quale si trova.
A
doversi preoccupare della sua stabilità politica dovrebbe essere proprio
l’anglosfera, visto che le sue democrazie liberali sono sempre più fragili e in
preda a crisi permanenti.
A
Parigi, si cambiano primi ministri come delle paia di calzini, mentre a Londra,
il premier “Starmer” appare sempre più precario e dalle parti di Downing Street
si dice che potrebbe uscire di scena già nel 2025.
Ad
essere in crisi nella guerra tra l’anglosfera orfana di Washington e il mondo
multipolare, è certamente la prima.
Se
continua così, i vari “leader” europei potrebbero presto uscire di scena
travolti da crisi di consenso sempre più acute, tanto che l’astensionismo sta
raggiungendo cifre record e in qualche Paese europeo, in particolare Francia e Italia, si
inizia a parlare della possibilità che possa instaurarsi nuovamente la
monarchia.
Putin
ha poco da temere questa volta.
Non
sono gli anni’90 questi e dall’altra parte il “potere degli oligarchi” non è
nemmeno la metà di quello che era in quel decennio buio.
Il
presidente russo forse può rimproverarsi soltanto un eccesso di generosità nei
confronti di “Khodorkovsky”, da lui graziato, ma il magnate decaduto dovrà
stare molto attento e guardarsi le spalle, non da Mosca, ma da Londra stessa.
Londra
infatti non è nuova ad eliminare alcune figure di opposizione al Cremlino.
Lo si
vide con “Berezovsky” e “Navalny”, morti entrambi in circostanze poco chiare, e
a detta della intelligence russa, eliminati entrambi dai servizi inglesi, e lo
si potrebbe vedere anche con” Khodorkovsky”.
In ciò
che resta della decaduta anglosfera, non hanno difficoltà ad uccidersi gli con
gli altri, se
l’altro improvvisamente viene giudicato inutile agli scopi della causa.
“Khodorkovsky
“probabilmente, da buon utile idiota, nemmeno si è soffermato a fare tale
riflessione.
A
Mosca intanto non resta che attendere serenamente il prossimo fallimento di
Londra.
Guerra
bloccata, Putin ha bisogno
di un
secolo per vincere: l'analisi.
Adnkronos.com
-Redazione Adnkronos – (18 ottobre 2025) – ci dice:
L'Economist
evidenzia le difficoltà della Russia in Ucraina: perdite notevoli, progressi
ridotti.
Guerra
bloccata, Putin ha bisogno di un secolo per vincere: l'analisi.
Donald
Trump non fornisce i missili Tomahawk all'Ucraina.
La guerra, però, rimarrà un rebus irrisolto
per la Russia.
Vladimir
Putin sta pagando costi altissimi per progressi ridotti sul campo di battaglia
e la vittoria 'classica' appare una chimera:
per conquistare l'Ucraina, servirebbe un
secolo.
È il
quadro che elabora “The Economist” sulla base di una approfondita analisi, che
sembra offrire una base solida all'ultimo messaggio inviato da Trump a Putin e
al presidente ucraino Volodymyr Zelensky: "Fermatevi lì dove siete".
Il
presidente degli Stati Uniti invoca il congelamento della linea del fronte, con
lo stop alle ostilità.
È
possibile che il tema sia stato affrontato e condiviso nella telefonata di
giovedì con Putin.
Venerdì,
alla Casa Bianca, Zelensky ha fissato come priorità il 'cessate il fuoco':
una
dichiarazione interpretabile come un 'sì' al messaggio di Trump.
Lo
stop arriverebbe in un quadro delineato e, secondo “The Economist”, quasi
cristallizzato mentre l'offensiva estiva della Russia si va esaurendo.
Il terzo 'attacco estivo' di Mosca ha prodotto
risultati ridotti se paragonati alle perdite.
"A
meno di cambiamenti drastici, Vladimir Putin non sarà in grado di vincere la
guerra sul campo di battaglia", sentenzia “The Economist”.
Tante
perdite, pochi progressi.
Da
gennaio 2025 fino al 13 ottobre, le perdite russe ammontano a 984.000-1.438.000
vittime, con un numero di morti variabile tra 190.000 e 480.000.
A
questi ritmi, la disponibilità di uomini diventerebbe un problema maggiore per
la Russia che per l'Ucraina.
Da
quando le linee del fronte si sono stabilizzate dopo la fine della prima
controffensiva ucraina nell'ottobre 2022, si sono verificate variazioni minime.
Nessuna grande città ha cambiato 'padrone'.
Se la Russia avanzasse al ritmo degli ultimi
30 giorni, la conquista di ciò che resta delle quattro regioni che Putin già
rivendica – Luhansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia – verrebbe completata nel
2030.
E per
occupare tutta l'Ucraina, la Russia avrebbe bisogno di altri 103 anni di
guerra.
Le
analisi non escludono cambiamenti repentini, che però vengono considerati
estremamente improbabili.
Il collasso delle linee difensive dell'Ucraina
non è una prospettiva realistica:
Kiev dispone di droni e armi a lungo raggio
sufficienti per arginare le spallate russe.
Mosca può avanzare, a costi altissimi, ma non
potrebbe consolidare i progressi.
“The
Economist “accende i riflettori anche sul prezzo che Putin paga in termini di
mezzi.
“Oryx”,
un sito olandese di intelligence open source, fa riferimento alla perdita di
12.541 carri armati e veicoli corazzati da combattimento; 2.674 sistemi di
artiglieria e missili; 166 aerei e 164 elicotteri.
I numeri sono approssimati per difetto.
A
questo bilancio va aggiunto l'effetto dell'attacco ucraino contro aeroporti
russi e altri obiettivi a giugno, con un'azione compiuta con droni nascosti in
camion:
si ritiene che sia andato distrutto forse un
sesto della flotta di bombardieri strategici russi.
I
velivoli possono essere rimpiazzati, ma non a basso costo e non in tempi
rapidi.
Infine,
il 'fattore economia'.
L'Ucraina
ha avviato la produzione di missili e droni relativamente economici.
Se le
linee del fronte rimangono stabili in una guerra 'di installazioni', osserva
The Economist, non è più così ovvio che la Russia abbia il sopravvento.
L'economia della Russia è più grande di quella
ucraina, ma non regge il confronto rispetto a quella degli alleati
dell'Ucraina:
"Se
il sostegno occidentale all'Ucraina dovesse reggere, la guerra potrebbe
protrarsi a caro prezzo per la Russia".
Ucraina,
la richiesta di Putin a
Trump:
"Kiev ceda il Donetsk"
Adnkronos.com
– Redazione ADN Kronos – (19 – 10-2025) – ci dice:
La
rivelazione del “Washington Post”: "Solo così per il leader russo finirà
la guerra."
Ucraina,
la richiesta di Putin a Trump: "Kiev ceda il Donetsk."
Kiev
ceda il pieno controllo del Donetsk.
È la
richiesta fatta dal presidente russo Vladimir Putin al presidente americano
Donald Trump come condizione per mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina.
Lo
hanno rivelato al Washington Post due fonti al corrente dei dettagli del
colloquio telefonico avvenuto giovedì tra i due leader.
"La
richiesta di Putin sul Donetsk - regione strategica nell'est dell'Ucraina -
suggerisce che non sta facendo marcia indietro rispetto alle richieste passate
che hanno portato allo stallo nel conflitto, nonostante l'ottimismo di Trump
sulla possibilità di raggiungere un accordo", hanno affermato i
funzionari, citati dal quotidiano americano.
Le
condizioni sarebbero state poste nella telefonata di pochi giorni fa. Trump non
ha commentato pubblicamente la richiesta del presidente russo di ottenere
l'intero territorio del Donetsk, che non era stata resa nota in precedenza, e
non l'ha sostenuta parlando con i giornalisti prima dell'incontro alla Casa
Bianca con Volodymyr Zelensky.
Zelensky
e i missili Tomahawk.
Venerdì,
Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti la fornitura di missili Tomahawk.
E
Trump, che ha frenato con le ultime dichiarazioni temendo il rischio di
un'escalation, secondo il presidente ucraino non ha detto "né no né sì".
Zelensky
preferisce mantenere un tono ottimista sulla possibilità che il presidente
americano alla fine si decida a inviare i missili richiesti, che servirebbero
per colpire la Russia più in profondità.
In un'intervista a “Nbc news”, concessa dopo essere
stato ricevuto alla Casa Bianca da Trump, Zelensky ha commentato:
È
positivo che il presidente non abbia detto no, ma per oggi non ha detto
sì".
"Io
penso - ha aggiunto nell'anticipazione dell'intervista che sarà trasmessa
integralmente oggi - che Putin abbia paura che gli Stati Uniti ci consegnino i
Tomahawk.
E io
penso che lui abbia davvero paura che noi li usiamo".
Il
leader ucraino ha ribadito l’importanza dei Tomahawk, affermando che Mosca
"ha paura" di questi armamenti a lungo raggio, ma ha riconosciuto che Washington
teme un’escalation del conflitto.
Budapest:
"Vertice Trump-Putin perché noi unici in Europa a volere la pace."
La
possibile svolta sul conflitto è legata al prossimo incontro tra Trump e Putin
che si terrà a Budapest.
Il
summit andrà in scena in un paese dell'Ue e, allo stesso tempo, a casa di
Viktor Orban, leader europeo più vicino a Putin.
"Perché
da noi?
Da
ieri in molti nel mondo si chiedono e avanzano ipotesi sulle ragioni per cui
l'Ungheria è stata scelta come luogo dell'incontro fra il presidente russo e
americano.
La risposta è semplice:
siamo gli unici rimasti in Europa a percorrere
ancora la strada della pace", ha detto il consigliere di Orban,” Zoltan
Kovacs”.
"Non abbiamo mai dato lezioni a nessuno,
né quando erano al governo, né quando erano all'opposizione.
Non abbiamo mai chiuso i canali del dialogo.
È
difficile convincere qualcuno di qualsiasi cosa se non gli parli", ha
aggiunto.
E
ancora: "Da anni siamo dalla parte della pace in modo deciso e coerente.
Abbiamo
scelto la cooperazione invece del confronto, il rispetto reciproco invece dello
stigma, questo è il percorso della pace.
Oggi l'Ungheria è l'unico Paese in Europa in cui c'è
una reale possibilità che i colloqui fra Usa e Russia possano infine portare la
pace e dove forse le prospettive europee possono ancora essere tenute in conto.
Bruxelles può essersi isolata, ma noi
continuiamo a negoziare", ha aggiunto.
Ucraina-Russia,
Trump: "Zelensky
deve
accettare le condizioni di
Putin
o sarà distrutto."
Adnkronos.com
– (19-10- 2025) – Redazione Adnkronos – ci dice:
Il presidente
americano: "La Russia prenderà qualcosa, ha combattuto e
conquistato".
Zelensky: "Pronto ad andare a Budapest
per l'incontro, non dobbiamo concedere nulla."
Ucraina-Russia,
Trump: "Zelensky deve accettare le condizioni di Putin o sarà distrutto."
La
Russia "prenderà qualcosa" dall'Ucraina.
Kiev
deve "accettare le condizioni poste da Vladimir Putin per la fine della
guerra o il presidente russo distruggerà l'Ucraina".
È il
quadro che Donald Trump prospetta per la guerra in corso da oltre 3 anni e
mezzo.
Il
presidente degli Stati Uniti è reduce dalla telefonata con il presidente russo
Vladimir Putin e dal colloquio alla Casa Bianca con il presidente ucraino
Volodymyr Zelensky.
I due appuntamenti, in vista dell'incontro tra
Putin e Trump in programma a Budapest, hanno fissato paletti destinati a
condizionare il percorso dei negoziati.
Aut
aut di Trump.
In
particolare, secondo il “Financial Times”, venerdì Trump ha recapitato a
Zelensky una sorta di auto aut nel "burrascoso" incontro di venerdì
alla Casa Bianca, che sarebbe più volte degenerato in una "sfuriata"
con il presidente americano che "imprecava continuamente".
Secondo
le fonti interpellate dal “FT”, Trump ha gettato via le mappe del fronte in
Ucraina e insistito affinché Zelensky consegnasse il Donetsk, la strategica
regione dell'est, richiesta che - secondo il Washington Post - Putin ha
avanzato nel corso della telefonata avuta tre giorni fa con il tycoon come
condizione per mettere fine alla guerra.
Le
tensioni emerse nell'incontro - oltre a ricordare da vicino lo scontro tra i
due nello Studio Ovale avvenuto lo scorso febbraio in mondovisione - hanno
evidenziato la disponibilità del capo della Casa Bianca ad appoggiare le
richieste massimaliste di Putin.
A
Zelensky, nel meeting di venerdì, Trump ha di fatto negato la fornitura di
missili Tomahawk.
"Non possiamo dare tutte le nostre armi
all'Ucraina.
Semplicemente non possiamo farlo", dice
il presidente americano in un'intervista a Fox News.
"Sono
stato molto buono con Zelensky e l'Ucraina, ma non posso mettere in pericolo
l'America", aggiunge Trump:
da un lato, Washington teme un'escalation con
la Russia.
Dall'altro,
i missili sono essenziali anche per l'America.
Trump:
"Putin prenderà qualcosa."
Per
Trump, in ogni caso, la fine della guerra si può ottenere anche senza Tomahawk.
Il presidente degli Stati Uniti, però, dà per
scontato che Putin ribadirà richieste territoriali anche nel vertice in
Ungheria.
Non è
un segreto: Mosca vuole tutto il Donetsk.
"Beh,
prenderà qualcosa. Hanno combattuto, ha conquistato determinate proprietà.
Noi siamo l'unico paese che va, vince una
guerra e se ne va.
Lo
abbiamo fatto in Medio Oriente sotto il presidente Bush. Siamo andati, abbiamo
distrutto tutti e ce ne siamo andati.
Ricordate
quando dicevo 'teniamo il petrolio?'", afferma Trump.
L'Ucraina
è disposta ad accettare sacrifici territoriali?
Zelensky
descrive un quadro bellico diverso rispetto a quello delineato da Putin,
secondo cui la Russia è in una posizione di controllo su tutta la linea del
fronte.
"Non
stiamo perdendo questa guerra, Putin non sta vincendo.
Il suo esercito è in una posizione di
debolezza", dice il presidente ucraino a “Meet the Press”, programma della
“Nbc”.
Zelensky:
"La Russia non sta vincendo la guerra."
"Dall'inizio
di questa guerra hanno occupato l'1% del nostro territorio perdendo 1,3 milioni
di uomini.
Ecco perché
intensifica i raid" contro infrastrutture energetiche. "Vuole
provocare un disastro in vista dell'inverno", aggiunge.
In
realtà la Russia occupa il 19% del territorio, secondo i dati di “Meet the
Press”.
Zelensky
sarebbe disposto a trattare sulla cessione di territori?
"Se
vogliamo porre fine a questa guerra e arrivare rapidamente a trattative di pace
per via diplomatica, dobbiamo rimanere dove siamo: non dobbiamo concedere altro
a Putin", dice, invocando un cessate il fuoco immediato: "Le
trattative non possono svolgersi sotto i missili e sotto i droni".
Kiev
auspica maggiore pressione da parte di Washington.
"Putin è simile ad Hamas ma è più forte.
Questa è una guerra più grande, la Russia ha il secondo esercito al mondo.
Ecco
perché serve più pressione", dice Zelensky rispondendo alla domanda se
ritenga necessaria più pressione da parte di Trump.
Il presidente degli Stati Uniti al momento non
intende concedere i missili Tomahawk a Kiev.
È
positivo che il presidente Trump non abbia detto 'no'.
Ma, ad
oggi, non ha detto sì", la formula con cui Zelensky prova a riassumere la
discussione andata in scena alla Casa Bianca.
"Putin
ha paura che gli Stati Uniti ci diano i Tomahawk, credo tema davvero che li
useremo", aggiunge.
Zelensky:
"Pronto a incontrare Putin a Budapest."
Anche
nell'intervista a “Nbc News”, Zelensky definisce Putin "un
terrorista".
Il presidente ucraino, in ogni caso, è pronto
a partecipare al vertice di Budapest, dove si incontreranno Trump e Putin.
"Se
vogliamo davvero arrivare ad una pace giusta e duratura, abbiamo bisogno di
entrambe le parti coinvolte in questa tragedia.
Come
possono esserci accordi relativi a noi senza la nostra partecipazione? Io sono
pronto", dice.
"Putin
ha paura della società perché vuole essere presidente fino alla morte.
Ed è
per questo che, ovviamente, ha bisogno che la società lo sostenga. Ecco perché
conta sulla continuazione di questa guerra.
Ecco
perché non sono sicuro che a Budapest sarà pronto" a dialogare. "Ma
se il presidente Trump farà pressione su di lui e se Putin sarà pronto per
qualsiasi formato di negoziazione - bilaterale, trilaterale, di qualsiasi tipo
- penso che andrà bene".
Putin
si racconta vincitore,
sta
all’Europa difendere Kiev.
Parla
l’ambasciatore Zazo.
Formiche.net
- Emanuele Rossi – (20-09 -2025) – ci dice:
L’ambasciatore
Pier Francesco Zazo delinea un quadro critico della politica americana verso la
Russia e mette in guardia sull’eventualità di un disimpegno degli Stati Uniti,
che lascerebbe all’Europa il peso principale del sostegno a Kiev.
Il
momento è delicato, la prospettiva del raggiungimento di una pace a breve
termine si sta allontanando.
Il
bilancio della politica di appeasement adottata da Donald Trump nei confronti
della Russia “è stato finora fallimentare”, perché “il presidente americano ha
fatto uscire la Russia dall’isolamento internazionale e ha rinunciato alla
richiesta di una tregua quale condizione necessaria per l’avvio dei negoziati,
accogliendo la tesi di Vladimir Putin secondo cui occorre prima addivenire a un
accordo per rimuovere le cause profonde del conflitto;
e
inoltre gli Stati Uniti hanno momentaneamente sospeso le sanzioni nei confronti
della Russia”.
In una
conversazione con Formiche.net,” Pier Francesco Zazo”, già ambasciatore
italiano a Kyiv, spiega che nonostante tali concessioni, Trump non ha ottenuto
nulla in cambio da Putin.
“Il
presidente russo, che ha rafforzato la sua posizione dopo il vertice di
Anchorage e la visita in Cina, è più che mai determinato a proseguire
nell’offensiva militare, poiché convinto di poter vincere.
Conta
sulla superiorità delle risorse umane a disposizione, sulla conversione della
Russia a un’economia di guerra e confida nel progressivo disimpegno degli Stati
Uniti dal conflitto.
La
Russia continua a negoziare presentando condizioni massimaliste inaccettabili
per l’Ucraina e, al contempo, intensifica i suoi attacchi”.
L’aspetto
più preoccupante è che Trump, pur dicendosi deluso da Putin, non ha finora mai
dato seguito ai suoi ultimatum e alle minacce di sanzioni più dure nei
confronti della Russia, “risultando così poco credibile”.
Inoltre,
“non ha finora accolto le richieste europee di un inasprimento delle sanzioni
e, in particolare, la proposta di abbassare il tetto del prezzo degli
idrocarburi per ridurre la principale fonte di entrate della Russia”.
Nei
giorni scorsi, Trump ha però sollecitato i Paesi europei a fare di più, a
cessare le restanti importazioni di petrolio dalla Russia e ad adottare dazi
nei confronti della Cina e dell’India.
Soltanto in tal caso gli Stati Uniti saranno disposti
a inasprire a loro volta le sanzioni.
“Si
tratta di una chiara tattica dilatoria, poiché Trump è sempre incline ad
addossare la colpa agli europei:
da un
lato per voler ostacolare il percorso di pace, dall’altro per non esercitare
una sufficiente pressione sulla Russia”.
”
L’impressione generale — secondo Zazo — è che il presidente americano abbia
ormai maturato la decisione di voler normalizzare i rapporti con la Russia e
che sia alla ricerca di un pretesto per disimpegnare progressivamente gli Stati
Uniti dal conflitto ucraino, lasciando così all’Europa la responsabilità
principale di assicurare il sostegno a Kiev”.
Lo
sconfinamento dei droni russi sulla Polonia e sulla Romania rappresenta un test
da parte del Cremlino per verificare la tenuta della Nato?
“L’obiettivo principale di Putin è dividere gli Stati
Uniti dall’Europa, considerata oggi dalla Russia il suo principale nemico”.
Da
parte dei Paesi europei vi è stata una risposta compatta di fermo sostegno alla
Polonia;
nessuna
dichiarazione di condanna invece da parte di Trump, che ha minimizzato
l’accaduto arrivando a dire che forse si è trattato di un errore.
“I russi vogliono accertare fino a quale punto i Paesi
Nato, e in primis gli Stati Uniti, siano pronti ad applicare l’Articolo 5
dell’Alleanza Atlantica.
Infatti, il Cremlino non vuole solo riportare sotto il
suo controllo l’Ucraina, che considera parte della grande madrepatria russa, ma
ambisce nel lungo periodo a vedersi riconosciuto il ruolo di grande potenza,
con il diritto al ristabilimento di una sfera d’influenza sui Paesi dell’Europa
orientale”.
L’Europa
sta dando prova di compattezza nel suo sostegno a Kiev e sta comprensibilmente
cercando di scongiurare un disimpegno americano dal conflitto e un
indebolimento della Nato, poiché non vuole essere lasciata sola a fronteggiare
la minaccia russa?
“Lo scenario più probabile che si sta
delineando è che la responsabilità principale della difesa di Kiev ricadrà
proprio sull’Europa, laddove gli Stati Uniti continueranno a fornire i loro
armamenti, ma solo se pagati dagli europei”.
Per
l’ambasciatore italiano, l’Europa ha il “dovere” di continuare a sostenere
l’Ucraina, che si sta battendo anche “per la sicurezza del nostro continente”.
Soprattutto nell’ipotesi di una graduale
diminuzione degli aiuti americani, “l’Europa dovrà inevitabilmente
prendere in considerazione la futura confisca dei fondi sovrani russi congelati
(oltre 200 miliardi di euro) al fine di sostenere le ingenti spese militari e
finanziarie per l’Ucraina, un’opzione finora scartata per il timore di
provocare l’instabilità del sistema finanziario internazionale”
L’Italia
sta dando prova di essere un Paese responsabile dell’Ue, poiché se da un lato
cerca di scongiurare una rottura del legame transatlantico, dall’altro ha
sempre ribadito il suo pieno sostegno all’Ucraina.
“Dopo
qualche esitazione iniziale, abbiamo aderito alla coalizione dei volenterosi,
rimarcando però la contrarietà all’ipotesi anglo-francese di invio di forze di
pace in Ucraina e promuovendo invece una proposta di garanzie di sicurezza a
favore di Kiev, basata sul modello dell’art. 5 della Nato.
Il Cremlino ha tuttavia già dichiarato che
qualsiasi garanzia di sicurezza a favore di Kiev dovrà prevedere il
coinvolgimento della Russia e il suo diritto di veto”.
In
definitiva, l’unico percorso credibile per costringere Putin al tavolo
negoziale è convincerlo che non può vincere, dato che egli rispetta solo il
linguaggio della forza?
“Esatto,
è pertanto essenziale che gli alleati occidentali, ivi inclusi gli Stati Uniti,
continuino a dare il loro pieno sostegno finanziario e militare a Kiev,
abbinandolo a un ulteriore rafforzamento delle sanzioni al fine di indebolire
l’economia russa e la sua macchina bellica.
Soltanto allora ci saranno le condizioni per
arrivare a un compromesso in cui la Russia si terrà i territori occupati e
otterrà la non adesione di Kiev alla Nato, laddove l’Ucraina manterrà la sua
sovranità, disporrà grazie agli aiuti occidentali di un esercito forte in grado
di scongiurare future aggressioni (modello porcospino) e avvierà una rapida
integrazione nell’Unione Europea”.
Per la
Russia è di fondamentale importanza dimostrare di non essere isolata e di poter
contare sul supporto dei “Paesi del Global South”, del “Brics” e della “maggioranza
dei Paesi membri del G20”, per diffondere la narrativa di una lotta per la creazione di
un nuovo ordine multipolare più giusto contro la pretesa egemonia degli Stati
Uniti e dell’Occidente collettivo?
“Effettivamente
la Russia può contare sul supporto della Cina e di altri regimi autocratici.
Il conflitto in corso in Ucraina va infatti
inquadrato nell’ambito più ampio di un duro scontro frontale tra autocrazie e
democrazie occidentali”.
Per
Zazo, “Trump ha fatto uscire Putin dall’isolamento internazionale ricevendolo
con tutti gli onori ad Anchorage”.
Successivamente
la posizione del presidente russo si è ulteriormente rafforzata a seguito del
suo recente viaggio in Cina per partecipare al vertice della “Shanghai
Cooperation Organization” (Sco) e alle celebrazioni dell’ottantesimo
anniversario della Seconda guerra mondiale.
“La Cina ha ribadito il suo pieno sostegno
alla Russia e il premier indiano Narendra Modi, con la sua partecipazione ai
lavori della Sco, ha chiaramente espresso la sua opposizione ai dazi inflitti
da Trump all’India a causa delle importazioni di greggio dalla Russia”.
L’ambasciatore,
con esperienze sulle dinamiche di Mosca, spiega che la Russia, essendo un’autocrazia che coltiva il
sogno revanchista di ripristinare un impero, cerca di alimentare l’immagine di
potenza militare invincibile destinata a prevalere nel conflitto in Ucraina.
“Lo fa
soprattutto per convincere gli alleati di Kiev e le opinioni pubbliche
occidentali che è inutile continuare a sostenere l’Ucraina, nonché per
rafforzare il regime di Putin, che non può permettersi di perdere il conflitto.
Si
tratta però di un’immagine non veritiera, tenuto conto che la Russia continua
ad avanzare sul terreno molto lentamente e a costo di gravi perdite, ed è
costretta a ricorrere al sostegno militare della Corea del Nord e dell’Iran”.
Il
bilancio del Cremlino è magro:
dopo
tre anni e mezzo di guerra la Russia occupa solo un quinto dell’Ucraina,
laddove si era prefissata l’obiettivo di entrare a Kiev entro pochi giorni;
la
Nato si è ulteriormente espansa a est con l’ingresso di Svezia e Finlandia.
“Inoltre — continua l’ambasciatore — la Russia ha
perso l’accesso ai mercati europei, dovendo rinunciare all’utilizzo dell’arma
energetica, ed è costretta a vendere le sue materie prime ai Paesi asiatici a
un prezzo molto più basso.
Soprattutto,
la Russia è destinata ad avere un ruolo sempre più ancillare rispetto al suo
principale alleato, la Cina.
Inoltre,
sebbene abbia riconvertito con un certo successo il suo apparato industriale a
un’economia di guerra, si intravedono crescenti segnali di affanno”.
Il
regime di Putin ha da molti anni lanciato anche una guerra ibrida contro
l’Occidente per coltivare le sue ambizioni.
Lo fa utilizzando vari strumenti, ricorrendo
innanzitutto in maniera massiccia all’arma della disinformazione, per
influenzare con narrative false le opinioni pubbliche occidentali e gli esiti
delle votazioni, anche tramite aiuti finanziari a partiti sovranisti e a
personalità influenti del mondo politico, economico e dei media.
Sono
inoltre frequenti gli attacchi cyber ai sistemi di sicurezza europei. In
passato ha anche usato l’arma energetica come strumento di ricatto nei
confronti dell’Europa.
“L’uso
massiccio della disinformazione è anche un’arma a doppio taglio, poiché ha indotto il regime di Putin
a commettere il grave errore di invadere l’Ucraina nella convinzione errata che
le popolazioni russofone del Paese avrebbero accolto a braccia aperte i soldati
russi”.
L’Italia
— che martedì 23 settembre ospiterà un evento dell’Istituto Germani sulla
penetrazione della narrazione putiniana tra i libri di testo delle medie, a cui
parteciperà anche l’ambasciatore Zazo — è uno dei Paesi maggiormente esposti
alla disinformazione russa per motivi storici e culturali?
“Tra i
partiti conservatori di destra vi è la forte eredità lasciata da Silvio
Berlusconi, che vantava una solida amicizia con Putin.
Al momento vi è la Lega, che mantiene tuttora stretti
rapporti con la Russia.
Molti
elettori di destra guardano con simpatia alla Russia, che ai loro occhi
rappresenta il custode dei valori tradizionali: stabilità, patria, religione e
famiglia”, risponde Zazo.
Vi è
poi la galassia dei movimenti pacifisti, che si oppongono strenuamente al piano
di riarmo dell’Europa e insistono per cercare “un dialogo con la Russia pur di
preservare la pace a ogni costo, anche se ciò dovesse significare la resa
dell’Ucraina e mettere a repentaglio la sicurezza del continente europeo.
Anche nella sinistra vi sono molti esponenti
pacifisti e arrendevoli nei confronti della Russia, soprattutto a causa del
loro radicato sentimento antiamericano.
Ritengono
che gli Stati Uniti e la Nato, con il loro allargamento a est, siano i
principali responsabili di aver lanciato una guerra per procura contro la
Russia”.
Molti
simpatizzanti di sinistra, in particolare nel mondo accademico, hanno ancora un
ricordo nostalgico dell’Unione Sovietica…
“Va
ricordato — aggiunge la feluca italiana — che l’Italia aveva il più grande
partito comunista occidentale e che la sua classe dirigente intratteneva
intensi legami con Mosca.
Da qui
deriva un’innata simpatia per la Russia e una difficoltà intrinseca a
comprendere che l’Unione Sovietica era un impero che controllava un mosaico di
diverse nazionalità.
Soprattutto
in Italia, si registra il problema dei talk show televisivi e dei social, che
contribuiscono a diffondere la disinformazione e le false narrative russe
presso il grande pubblico.
“I
talk show televisivi non hanno come obiettivo quello di informare correttamente
il pubblico alla ricerca della verità, ma quello di incentivare dibattiti
infuocati allo scopo di aumentare gli indici di ascolto.
L’aspetto più sconcertante è che vengono
invitate personalità del mondo politico, accademico e giornalistico che non
hanno alcuna conoscenza né della Russia né dell’Ucraina, che non vi hanno mai
lavorato o risieduto e che non parlano il russo.
Potendo
parlare dinanzi a un vasto pubblico televisivo, questi sedicenti esperti si
ammantano di falsa autorevolezza.
La
scarsa professionalità dei talk show rappresenta un grave problema che non ha
nulla a che fare con il diritto al pluralismo e alla libertà di stampa”.
L’ambasciatore
ricorre a una citazione del filosofo “Karl Popper”, autore de “La società
aperta e i suoi nemici”: “Si parlava giustamente del paradosso della
tolleranza: una società democratica deve potersi difendere e non può essere
tollerante con chi usa la libertà di parola per instaurare un regime
autoritario e sopprimere tale diritto.
Per questo sarebbe opportuno cominciare a
prendere in considerazione l’adozione di misure per arginare il fenomeno della
disinformazione”.
E va
bene, volete
far
vincere Putin.
Linkiesta.it
- Anastasia Edel – (27 dicembre 2024) – ci dice:
Se si
permetterà il trionfo della Russia, sicuramente l’Ucraina perderà un pezzo del
suo territorio e l’Europa non potrà più sentirsi sicura come prima lungo la sua
frontiera orientale.
Ma, in
prospettiva, saranno gli Stati Uniti a scontare più di tutti gli altri questa
sconfitta.
Il 9
luglio scorso, mentre il mondo osservava le macerie chiazzate di sangue
dell’ospedale pediatrico di Kyjiv, la Russia festeggiava l’inizio del suo turno
di presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con un pranzo a
New York.
Il
menu prevedeva il pollo alla Kyjiv, un popolare piatto a base di sottili
cotolette ripiene di burro all’aglio.
Prima
di mangiare, il padrone di casa – il rappresentante permanente della Russia
presso le Nazioni Unite “Vasily Nebenzya” – ha negato la responsabilità della
Russia in quel bombardamento dell’ospedale che ha ucciso due persone e ferito
sette bambini.
Se ai
diplomatici presenti il pollo è andato di traverso, ciò è comunque avvenuto in
silenzio.
Questo
episodio è una perfetta sintesi del mondo in cui viviamo oggi. Mentre l’Occidente sta a guardare,
apparentemente impotente, la Russia diventa sempre più audace, come un bullo
che si rende conto che il maestro non interverrà.
La paura dei russi nei confronti della Nato,
che all’inizio dell’invasione era palpabile, è ora mitigata dall’impunità di
cui gode il loro leader, quali che siano le atrocità che vengono commesse sotto
il suo comando. E perché mai dovrebbero avere paura?
Benché
l’Occidente abbia le risorse per poter porre fine a questa guerra alle
condizioni pretese dall’Ucraina, gli manca infatti, con tutta evidenza, la
volontà di vincere.
E per Vladimir Putin, la vittoria è ormai
davvero a portata di mano.
Negli
ultimi due anni e mezzo, i leader occidentali hanno sempre ribadito di «essere
al fianco dell’Ucraina».
Tuttavia, benché dicano tutte le parole giuste, questi
leader continuano a trattare quella guerra come un conflitto locale rispetto al
quale hanno pochi obblighi.
Gli
aiuti militari promessi arrivano in ritardo e in quantità insufficienti per
eguagliare le risorse della Russia – e le restrizioni, come quelle che
impediscono di colpire i mezzi militari collocati in territorio russo, limitano
l’efficacia degli aiuti.
La
recente avanzata ucraina in territorio russo mostra ciò che potrebbe essere
possibile se si eliminassero le restrizioni.
Ma l’Occidente è ancorato a quel suo approccio
originario – la fornitura di aiuti insufficienti e tardivi – che esso
giustifica con la paura di provocare un’escalation nucleare da parte della
Russia.
E
anche la richiesta di adesione alla Nato dell’Ucraina è finita in un punto
morto per lo stesso motivo.
L’Occidente
non è nemmeno riuscito a inaridire le fonti della potenza economica della
Russia, nonostante le sanzioni che le sono state imposte a più riprese.
L’economia
russa cresce senza problemi e i beni degli oligarchi restano al sicuro in
Occidente, per quanto congelati.
L’aspetto più rilevante è il fatto che il
petrolio russo viene venduto e comprato in tutto il mondo senza grandi
difficoltà, mentre i leader occidentali non riescono a decidere che cosa
desiderino di più, e cioè se punire in modo significativo la Russia o mantenere
le cose così come stanno.
A di
differenza dell’Occidente, che sconta tutte le sue ambiguità, Putin agisce
invece con decisione.
Ha
messo il suo Paese e la sua economia in assetto di guerra, dedicando almeno un
terzo del bilancio statale all’esercito e invogliando decine di migliaia di russi
a unirsi alla sua macchina bellica attraverso stipendi generosi ed elargizioni.
E ha esteso il teatro dello scontro al
territorio della Nato, finanziando partiti e politici filorussi, diffondendo
disinformazione e mettendo direttamente nel mirino specifiche figure
occidentali coinvolte nell’invio di armi all’Ucraina.
E
quando viene messa di fronte alle proprie responsabilità, la Russia si limita a
ignorare le prove.
Questa
situazione – in cui da una parte c’è un avversario che ha la volontà e le
risorse per combattere fino alla fine e dall’altra ci sono degli alleati che
forniscono aiuti appena sufficienti per evitare che la linea del fronte col –
lassi il giorno successivo – lascia l’Ucraina in una situazione desolante.
A un
certo punto la determinazione ucraina, già messa a dura prova, si esaurirà e un
accordo di pace con Putin, a qualsiasi condizione, diventerà preferibile alla
morte.
Putin
sta già pianificando la vittoria.
La sua
ultima cosiddetta proposta di pace – in base alla quale la Russia manterrebbe i
territori da essa occupati e all’Ucraina sarebbe vietata l’adesione alla Nato –
è stata liquidata come propaganda da molti leader occidentali.
Ma in
realtà è lo scenario più realistico di uscita da questo conflitto. Molte voci –
tra le quali ci sono, sì, quelle dei sostenitori del Cremlino, ma anche quelle
di alcuni premi Nobel e persino quella del Papa – invocano una “pace” che
darebbe a Putin ciò che vuole.
L’Ucraina
ha ovviamente respinto quella proposta.
Ma la
Russia, dopo aver colpito le infrastrutture, la popolazione e l’esercito del
Paese vicino, quasi certamente lo farà di nuovo.
E,
alla fine, qualsiasi cosa che fermi le bombe sarà vista come un miglioramento.
Ogni
guerra ha dei vincitori e dei vinti.
Se
Putin vincerà questa guerra, ciò significherà inevitabilmente che l’Ucraina e i
suoi alleati l’avranno persa.
Ma la
sconfitta non sarà distribuita equamente.
Un
accordo di pace alle condizioni di Putin sarà negativo per l’Ucraina, che avrà
perso quasi il venti per cento del suo territorio e circa cinque milioni dei
suoi abitanti.
Ma,
quantomeno, questa perdita sarà mitigata dal notevole vanificarsi del piano
originale di Putin, che prevedeva di conquistare Kyjiv e di distruggere
l’Ucraina come nazione.
La
guerra si fermerà.
Ci
saranno morti da piangere, feriti da curare e un Paese da ricostruire.
La
reputazione dell’Ucraina sulla scena mondiale sarà più alta che mai e
l’adesione all’Unione europea sarà a portata di mano.
Per
l’Occidente, invece, sarà difficile trovare alcun aspetto positivo. L’incapacità dei suoi leader di
prevenire la guerra in Europa o di punire con successo l’aggressore segnalerà a
tutti che i confini non sono più inviolabili.
I
conflitti congelati si sbloccheranno e riaffioreranno vecchi rancori, con
istituzioni come le Nazioni Unite che si limiteranno a registrare i danni. La Russia, sostenuta da altri Stati
apertamente antioccidentali come l’Iran e la Corea del Nord, sarà ulteriormente
rafforzata.
E il
prossimo conflitto potrebbe avvenire sul territorio della Nato.
Se il
brandire la minaccia nucleare si sarà dimostrato sufficiente a tenere in scacco
la Nato in Ucraina, perché mai le stesse minacce non dovrebbero rivelarsi
altrettanto efficaci nel caso in cui Putin dovesse invadere un membro
dell’Alleanza atlantica, come ad esempio l’Estonia? Il continente europeo non
sarà più al sicuro.
Tuttavia,
non saranno l’Ucraina e l’Europa a subire la peggiore sconfitta in questa
guerra.
In
qualsiasi alleanza, il peso della responsabilità è di chi la guida.
Schierandosi con l’Ucraina senza poi riuscire ad andare in fondo, l’America ha
perso il suo ruolo di baluardo dell’Occidente in grado di garantire protezione
e pace ai suoi alleati.
L’anno
scorso, il suo atteggiamento esitante e intermittente per quanto riguarda la
fornitura di armi ha compromesso la controffensiva estiva dell’Ucraina.
Quest’anno,
le sue disfunzioni politiche hanno bloccato alcuni aiuti determinanti e hanno
confuso l’opinione pubblica americana per quanto riguardava l’urgente necessità
di aiutare l’Ucraina.
In una questione cruciale per la stabilità del
mondo, l’America ha fallito il test sulla sua capacità di leadership.
E per chiunque fosse convinto della grandezza
dell’America, questa è una pillola difficile da ingoiare.
Nel
prossimo futuro, l’Europa sarà ancora al fianco dell’America nell’incombente
stallo geopolitico con la Cina, che si è rafforzato da quando Putin ha
ipotecato le risorse naturali russe a vantaggio del presidente Xi Jinping?
E il Medio Oriente sarà ancora altrettanto
servizievole in materia di prezzi del petrolio?
Il
tempo dirà quanto gravi saranno le conseguenze di tutto ciò per quanto concerne
l’economia e la sicurezza, ma una cosa è già chiara: una piccola guerra lontana
dai confini americani ha rimodellato il nostro mondo – e ha reso più piccolo il
ruolo che in esso ha l’America.
"Putin
non vuole fermare
la
guerra perché crede di vincere".
L'ammissione
di Trump.
Today.it
– (20 ottobre 2025) – Redazione esteri – ci dice:
Secondo
il “Wall Street Journal” sarebbe questo il messaggio che il presidente
statunitense avrebbe dato ai leader europei nella loro telefonata.
A
giugno i colloqui di pace in Vaticano, ma non di alto livello.
L'inviato
speciale di Trump è “Steve Witkoff. “
Vladimir
Putin non vuole porre fine alla guerra perché è convinto di poterla vincere.
È questo il messaggio che Donald Trump avrebbe
trasmesso ai leader europei durante la telefonata di lunedì scorso.
Lo
afferma il “Wall Street Journal”, citando tre persone a conoscenza della
conversazione.
Un’ammissione
inedita.
Si
tratterebbe del riconoscimento di quello che i leader europei affermano da
tempo su Putin, ma sarebbe la prima volta che Trump lo ammetterebbe in prima
persona, visto che il presidente degli Stati Uniti ha più volte affermato
pubblicamente che il leader del Cremlino vuole veramente la pace.
La
Casa Bianca ha rifiutato di commentare la notizia del giornale statunitense, e
ha fatto riferimento al post di Trump sui social media di lunedì sulla sua
conversazione di due ore con Putin.
"Il
tono e lo spirito della conversazione sono stati eccellenti. Se non lo fossero,
lo direi subito", aveva scritto.
Trump
e la telefonata a Putin: "Toni eccellenti, via ai negoziati".
Ma lo
zar avverte: "Tregua solo con accordi appropriati"
Alla
telefonata di lunedì con i leader europei hanno partecipato il presidente
ucraino Volodymyr Zelensky, quello francese Emmanuel Macron, il cancelliere
tedesco Friedrich Merz, il premier italiano Giorgia Meloni e la presidente
della Commissione europea Ursula von der Leyen. Si è trattato in parte del
culmine di un'offensiva diplomatica europea iniziata circa 10 giorni prima,
volta a convincere Trump a fare pressione su Putin.
Il leader statunitense però non sembra
intenzionato ad aumentare la pressione su quello russo, con sanzioni o altri
interventi.
Vertice
in Vaticano a giugno.
Sempre
secondo il Wall Street Journal i prossimi colloqui di pace dovrebbero tenersi
in Vaticano a giugno, e Trump avrebbe spiegato ai leader europei che avrebbe
inviato il Segretario di Stato Marco Rubio e l'inviato speciale Keith Kellogg.
Nella
telefonata fatta domenica, quindi prima di quella con Putin, gli europei (tra
cui c'era anche il premier britannico Keir Starmer) avrebbero insistito sul
fatto che il risultato di qualsiasi colloquio in Vaticano deve essere un
cessate il fuoco incondizionato.
Ma
Trump avrebbe risposto che non gli piace il termine "incondizionato".
La
lenta avanzata russa.
Intanto
le forze russe continuano la loro avanzata in Ucraina, anche se hanno ottenuto
solo piccoli guadagni territoriali quest'anno, grazie alla strenua resistenza
dell'esercito di Kiev.
I dati
sul campo di battaglia indicano che, nonostante un consistente vantaggio in
termini di uomini e guadagni costanti, l'esercito di Putin non è riuscito a
soddisfare i suoi obiettivi di guerra finora.
Il
ritmo della principale avanzata russa in Ucraina orientale si è dimezzato
dall'inizio dell'anno rispetto a un periodo simile fino alla fine del 2024,
secondo i dati compilati dal servizio di mappatura open-source Deep State.
(today.it/mondo/putin-fermare-guerra-ucraina-cessate-fuoco-trump.html).
Cicatrice
atlantica: Trump,
Putin
e la crisi della fiducia occidentale.
Laragione.eu – (18 Ottobre 2025) - Redazione
Esteri – Davide Giacalone – ci dice:
Un
qualsiasi negoziato con Putin non può che nascere da un presupposto:
l’Occidente, e segnatamente gli Stati Uniti di
Trump, non molleranno l’Ucraina.
Trump
– Putin.
L’approccio
accondiscendente e plaudente è già stato provato.
Non è
che non abbia dato risultati, è che sono stati negativi.
A
Ferragosto fece impressione vedere il presidente americano applaudire il
presidente russo, ma gli estimatori del primo proposero di attendere, che
presto si sarebbero visti i frutti.
Quel
che s’è visto è un Putin che intensifica i bombardamenti, al punto – per non
doverne dedurre un Trump ammaliato e raggirato – da indurre a chiedersi cosa ci
sia di non conosciuto che possa determinarlo a subire umiliazioni di quella
portata.
Di quel passo anziché un arco di trionfo gli
costruiscono un rettilineo per il tonfo.
Da allora, però, ci sono stati i 20 punti più
o meno sinceramente sottoscritti, la restituzione degli ostaggi vivi (alcuni
cadaveri se li sono persi, che Hamas è un insieme di bande terroristiche) e il
cessate il fuoco a Gaza.
Il
Trump della prossima partita con Putin potrebbe avere – per usare il suo
linguaggio – più carte.
Sempre
che l’altro sia l’avversario e non il subìto sodale.
Non
c’è bisogno di cadere nell’eccesso opposto, ma un qualsiasi negoziato con Putin
non può che nascere da un presupposto: l’Occidente, e segnatamente gli Stati
Uniti, non molleranno l’Ucraina al suo destino, considerandolo in gran parte il
proprio.
Se
questo punto è fermo, ne discende che la guerra durerà ancora a lungo, sfinendo
le parti ed esaltando il pantano in cui la Russia s’è cacciata.
Dopo di che il negoziato avrà aspetti che
piaceranno e dispiaceranno, ma sarà esistente quel che fin qui Putin ha reso
inesistente.
Anche
con la complicità di Trump, cui deve non poco nell’essersi potuto permettere di
provocare e provare a intimidire noi europei.
Comunque
vadano le cose quella è una ferita che si spera diventi presto cicatrice, ma
resterà una cicatrice nei rapporti atlantici.
Non che la Casa Bianca non abbia buoni
argomenti e non abbia fatto giuste reprimende, ma l’avere paventato l’abbandono
della difesa comune e l’avere ripetuto interventi di chiaro significato anti
europeo è stata un’offesa alla storia statunitense, quindi occidentale.
Averlo
fatto in nome del ritorno a una (supposta) passata grandezza è stata una
piccolezza cui non eravamo avvezzi.
Fatto
è che, dopo Ferragosto, Putin s’è convinto di avere mano libera e non riuscendo
a vincere la guerra che ha scatenato in Ucraina s’è messo a diffondere la paura
fra gli europei.
Quel
che accade in Germania ne è una dimostrazione.
Da noi
se ne parla meno, ma è pur vero che abbiamo passato un paio di settimane a
parlare di una “Flotilla” che molti cittadini europei neanche hanno sentito
nominare e neanche lontanamente sospettano (giustamente) abbia avuto un
qualsivoglia ruolo a Gaza.
L’altra
faccia di questa medaglia, nei rapporti con Putin, consiste nel cambiare quelli
con l’Ucraina:
un’altra
villania nello Studio Ovale avrebbe avuto il peso di un bombardamento.
Neanche
lì serve e non è accaduto che si ribalti tutto e ci sta che gli Usa sostengano
che il negoziato non può portare alla ripresa della Crimea (come gli ucraini
legittimamente chiedono).
Ma
serve che un punto sia chiaro e netto: il fuoco lo cessa chi lo ha aperto,
ovvero Putin, e il negoziato inizia senza altra condizione che non sia la
restituzione dei bambini ucraini rapiti.
“Sergey Karaganov”, cortigiano al
Cremlino, ci tiene a sostenere che «un grande Paese ha bisogno di un’ideologia
di Stato».
Va
ringraziato per questo avviso, che ci ricorda come da Mosca, per tutta la
seconda metà del secolo scorso, s’è provato – con la forza e con la corruzione – a trasferire anche dalle nostre
parti la loro ideologia di morte, fame e dittatura denominata “comunismo”.
Hanno
perso.
Perché
quello che i “Karaganov” non riescono a capire è che la libertà, anche dagli
zoo ideologici, è assai più forte.
Se
consapevole.
La
cicatrice sarà tale se anche gli amici americani ricorderanno a sé stessi
questa antica, solida e delicata verità democratica.
(Davide
Giacalone).
La
“pace” di Putin e le
illusioni
della sinistra.
Micromega.net
– (10 settembre 2025) – Mondo – Francesco “Pancho” Pardi – ci dice:
La
pace del dittatore coincide con la resa, mentre la sinistra italiana non riesce
ad ammettere che l’Ucraina non può perdere e la Russia non deve vincere.
La
“pace” di Putin e le illusioni della sinistra.
La
pace di Putin procede con i bombardamenti sull’Ucraina.
L’opinione
prevalente nella sinistra italiana attribuirà anche questa prassi ormai
martellante alla “guerra americana” contro la Russia?
Solo
in un senso si può sostenere che nella pioggia di droni e missili russi
sull’Ucraina c’è qualcosa di americano:
l’incapacità
di Trump nel fermare la ferrea volontà di guerra di Putin.
Non è
cosa di poco conto.
Anche nella stampa internazionale si sostiene
ormai che proprio l’irresolutezza di Trump ha convinto Putin che può aspirare a
una vittoria militare sul campo.
E il Cremlino si comporta di conseguenza.
Il
disinteresse dell’alleato americano sempre più svogliato e la sua manifesta
intenzione di caricare sull’Europa il peso della difesa continentale hanno
esposto l’Ucraina alla crescente offensiva russa e hanno, allo stesso tempo,
posto i paesi europei di fronte a una responsabilità ineluttabile.
Se
davvero gli Usa mollano l’Europa, questa dovrà fare da sola.
Sarà
costoso e difficile ma sarà impossibile sostenere che l’Europa potrà, come le
piace pensare, difendersi “con la cultura”.
Ci vorrà un decennio, se basta, per elaborare
la materia.
Ma nel
frattempo la sinistra italiana non può continuare con la favola della “guerra
americana”.
Vorrà
capire che la pace è impedita solo dalla volontà russa di imporre la resa
all’Ucraina?
O ha
già accettato che solo la resa porrà fine alla vicenda?
La
sinistra non riesce a dire:
la
Russia non deve vincere, l’Ucraina non può perdere.
Le sue
illusioni sulla Russia lo impediscono.
Ma se
l’Ucraina sarà condannata alla resa nemmeno la sinistra potrà illudersi che la
sua sconfitta sia senza conseguenze per l’Europa.
I
paesi baltici, che prima del crollo del Muro di Berlino avevano fatto la catena
umana di due milioni di persone per testimoniare la loro aspirazione
all’indipendenza e, con la Polonia, hanno lunga esperienza di quanto il confine
con la Russia sia stato plasmato e modificato nel corso dei secoli e non
nutrono alcuna illusione sulla benevolenza russa.
Nel
2030 Putin concluderà il suo quinto mandato e trenta anni ininterrotti di
permanenza al potere.
Se l’Ucraina sarà sotto il suo tallone niente
impedirà che possa ricevere un sesto mandato fino al 2036.
Per i
paesi sul confine occidentale della Russia questa non è una prospettiva rosea.
Perciò l’indipendenza dell’Ucraina dovrebbe
essere per l’Europa un principio irrinunciabile.
Cui la sinistra continentale dovrebbe dare il
suo diretto contributo con la ricostruzione della sua perduta creatività
progressiva.
“L’illusione
della diplomazia
con
Putin è finita”, intervista
a Nona
Mikhelidze.
Leuropeista.it - Piercamillo Falasca – (19/08/2025)
– Frontiere – ci dice:
Washington,
18 agosto 2025.
Volodymyr
Zelensky si preparava a varcare i cancelli della Casa Bianca per incontrare
Donald Trump, con i principali leader europei pronti a unirsi al vertice.
Ma
prima ancora dell’incontro, il presidente americano aveva già fissato i paletti
a modo suo, con un post sul social network che dedica alla sua propaganda più
spicciola e trucida,
Truth:
“Perché la guerra finisca, Kyiv deve rinunciare alla Crimea e accettare di non
entrare mai nella Nato“.
Non
proprio il miglior preludio a un negoziato.
Secondo
l’inviato americano “Steve Witkoff” (della cui lealtà agli Stati Uniti non
siamo certi, mentre della fedeltà a Putin metteremmo una mano sul fuoco, ndr),
il presidente russo avrebbe ipotizzato “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina e
persino concessioni su ipotetici scambi di territorio.
Zelensky
ha subito replicato che garanzie del genere dovrebbero essere “più solide di
quelle che non hanno funzionato in passato”.
Mosca,
finora, non ne ha fatto menzione.
Sul
terreno, intanto, le bombe russe colpiscono ancora, con attacchi indiscriminati
sui civili.
“Il
Cremlino intende umiliare ogni sforzo diplomatico — ha detto il presidente
ucraino poco prima di entrare alla Casa Bianca — ed è la prova che servono
garanzie affidabili”.
In
questo quadro confuso, abbiamo chiesto a “Nona Mikhelidze”, politologa, “senior
research fellow” dell’”Istituto Affari Internazionali” e tra le voci più
autorevoli in Italia sullo spazio post-sovietico, di aiutarci a comprendere ciò
che è realmente accaduto nelle ultime ore e come possiamo decodificare l’intera
questione.
“Allora – inizia Mikhelidze – qual è la storia
da quando Trump si è convinto di poter porre fine alla guerra russa in Ucraina?
Si è
fissato con l’idea del cessate il fuoco, esercitando pressioni sull’Ucraina ma
non sulla Russia.
Kyiv inizialmente rifiuta, poi accetta,
pensando: ‘tanto saranno i russi a dire di no al cessate il fuoco’.”
La
dinamica, osserva la ricercatrice, si è presto rivelata per quella che era: un
gioco orchestrato da Mosca.
“I russi, nel frattempo, intrattengono Trump
con due incontri bilaterali e con altri colloqui con gli ucraini su un tema che
era già in discussione anche senza gli americani: lo scambio dei prigionieri.
Tutto
questo, però, solo per arrivare infine a respingere la proposta di cessate il
fuoco.”
Quando
Trump ha minacciato nuove sanzioni, sembrava esserci un cambio di rotta.
Ma
anche in questo caso Putin ha saputo guadagnare tempo.
“A
quel punto Trump si irrita e minaccia la Russia con nuove sanzioni.
I russi allora propongono un summit tra Trump
e Putin e, per guadagnare tempo, mettono sul tavolo la questione delle
‘garanzie di sicurezza’, così da trattenerlo ancora — non si sa per quanti mesi
— e impedirgli di passare davvero a misure dure contro Mosca.
Trump
cade nella trappola”.
Il
risultato è che ora la partita si è spostata sugli europei e sugli ucraini. “Ora la palla passa agli ucraini e
agli europei, costretti ad adattarsi a questo nuovo gioco.
Zelensky reagisce dicendo: ‘Va bene, volete
discutere di garanzie di sicurezza? Parliamone e fissiamo dei termini’. Insieme
agli europei prepara una proposta che, tanto, Putin non accetterà.”
Per
Mikhelidze, è tutto un copione con un solo obiettivo:
guadagnare
tempo e spostare la responsabilità sul campo occidentale. Per il governo di
Kyiv e per gli europei più accorti, “tutto questo gioco delle parti ha un
solo scopo:
evitare
che Trump incolpi Zelensky e sospenda l’invio delle armi. Così assisteremo a un
continuo via vai di discussioni sulle garanzie di sicurezza, destinate a
restare lettera morta, mentre la guerra proseguirà.”
L’autoflagellazione
europea.
Le
dichiarazioni di Nona Mikhelidze non fanno che rafforzare la diagnosi che lei
aveva formulato qualche giorno fa, all’indomani del vertice di Alaska del 15
agosto, quando aveva ammonito: “Basta con l’autoflagellazione europea.”
Non era stato un fallimento dell’Occidente,
ribadiva allora con decisione la studiosa, ma il riflesso di una scelta
deliberata del Cremlino: “La responsabilità del mancato accordo è solo di Putin.
L’Europa deve dire ai propri cittadini che non esiste alcuna soluzione
diplomatica alla guerra in Ucraina.”
Quelle
parole oggi suonano come un avvertimento ancora più forte: mentre Mosca intrattiene Trump con
promesse di garanzie vuote, la guerra continua e l’Europa rischia di cullarsi
nell’illusione che una formula diplomatica possa fermare l’aggressore.
Perché
Putin non può fermarsi.
Mikhelidze
lo dice chiaramente:
Putin
non può e non vuole fermarsi, per almeno quattro ragioni.
“Putin
non punta solo a conquistare territori, ma a sottomettere Kyiv politicamente,
installando un regime filorusso sul modello di Lukashenko in Bielorussia.”
Quanto
alle condizioni negoziali, la ricercatrice incalza:
“Come
potrebbe Zelensky ordinare l’evacuazione di 300 mila cittadini da Donetsk,
consegnando le loro case all’occupazione russa e abbandonando le fortificazioni
costruite dal 2014?
Sarebbe
un suicidio politico e militare.
Quelle
linee difensive proteggono Dnipropetrovsk e Kharkiv:
cederle
significherebbe spalancare la porta a nuove offensive russe.” Terzo: la
macchina militare non rallenta.
“Il registro della coscrizione in Russia è
oggi più attivo che mai.”
Infine, la ragione economica:
“Putin
non può più fermarsi, perché senza l’economia di guerra l’intero sistema
rischierebbe il collasso.”
Alla
luce di questo quadro, la retorica diplomatica appare scollegata dalla realtà: davvero si può parlare di
compromessi, mentre Mosca continua ad armarsi e a bombardare?
Il
linguaggio della forza.
Se la
diplomazia è impossibile, resta un solo linguaggio: quello della forza.
Mikhelidze
denuncia con fermezza l’approccio occidentale:
un
“escalation management” che ha permesso all’Ucraina di resistere, ma non di
vincere.
“Abbiamo
fornito armi solo in quantità limitata e con il contagocce, senza mai creare le
condizioni per una vittoria ucraina sul campo.
Bisogna
cambiare passo: più armi, di qualità superiore, in quantità adeguata.
Non si
tratta di sostenere un conflitto infinito, ma di dare a Kyiv la possibilità di
invertire il corso della guerra.”
Lo
stesso vale per le sanzioni.
“Se
oggi discutiamo del diciannovesimo pacchetto, significa che qualcosa non ha
funzionato.
Perché
solo al diciottesimo venti banche russe sono state escluse da SWIFT?
Perché
non lo abbiamo fatto subito, in blocco?”
E
ancora:
“Le
lamentele sul fatto che le sanzioni non funzionano non hanno senso se vengono
applicate in modo blando e frammentario. Serve un approccio drastico,
immediato, con un vero monitoraggio.”
Dire
la verità ai cittadini.
Il
nodo resta politico.
“Finora
ci siamo serviti degli ucraini come di uno scudo. Ma se cade Kyiv, i prossimi
potrebbero essere i Paesi baltici.
E
allora la guerra non sarebbe più lontana, ma sul suolo dell’Unione Europea e
della NATO.”
Il
sostegno a Kyiv non è un atto di generosità, ma di autodifesa europea. Non
aiutarla significa esporre Vilnius, Riga e Tallinn a un rischio diretto. Certo,
è un messaggio difficile da spiegare a società stanche di inflazione e
sacrifici.
Ma
l’alternativa è peggiore:
fingere
che la pace sia a portata di trattato, illudere i cittadini e prepararli a un
risveglio ben più traumatico.
“O sosteniamo Kyiv in modo efficace
oggi, o ci prepariamo a difendere le nostre città domani.”
L’Europa
davanti allo specchio e l’ora delle scelte.
Guardando
oltre l’emergenza, Mikhelidze sottolinea che questa guerra può diventare il
momento fondativo della difesa comune europea: “Paradossalmente, Trump e Putin ci
stanno aiutando ad avvicinarci a una vera difesa comune europea.
Ma nel breve periodo resta irraggiungibile.”
Gli
ostacoli restano enormi: trattati che affidano la difesa ai singoli Stati,
divergenze strategiche tra Est e Sud, dipendenza dalla NATO, opinioni pubbliche
ostili alle spese militari.
“Con Orbán dentro l’Unione, parlare di difesa
comune è quasi un ossimoro.”
Eppure,
l’Europa non può più rimandare la domanda cruciale:
vuole restare un gigante economico ma un nano
strategico, oppure costruire finalmente una sua autonomia di difesa?
Le
parole di Mikhelidze non lasciano scappatoie.
Non
esiste la scorciatoia della diplomazia.
Non
c’è un Putin pronto a ravvedersi.
Non ci
sarà una Provvidenza manzoniana a trasformare l’Innominato del Cremlino in un
penitente improvviso.
Ci
sono solo scelte.
L’Europa deve decidere se continuare a
oscillare tra rimpianti e lamentele, oppure se assumere la durezza necessaria.
E
allora, mentre a Washington Trump detta a Zelensky condizioni che sembrano fin
troppo simili ai desiderata di Putin, la vera domanda per i leader europei è
questa: vogliono essere una potenza o un campo di battaglia?
Le
condizioni capestro di Mosca
rivelano
solo una cosa:
Putin
non vuole negoziare.
Nicolaporro.it
- Stefano Magni – (5 Giugno 2025) – ci dice:
Atteggiamento
che si può spiegare solo in due casi: o è convinto di vincere, ma per ora il
fronte tiene; o è sicuro che Trump sia suo alleato, ma alcune richieste
indigeribili anche per lui.
La
bozza dell’accordo presentato a Istanbul dai negoziatori russi, pubblicata dal
quotidiano britannico Telegraph, contiene le condizioni “minime” per accettare
una pace “duratura” secondo il Cremlino. Leggendo punto dopo punto, ci si rende
conto che è una imposizione di una resa senza condizioni, degna delle clausole
dei trattati imposti alla Germania dopo la sconfitta totale del 1945.
Le
condizioni di Mosca.
Tanto
per cominciare, si chiede il ritiro di tutte le forze ucraine dalle regioni di
Kherson, Zhaporizhzhia, Donetsk, Lugansk.
A parte il Lugansk, le altre sono solo
parzialmente occupate dall’Armata.
A
seguito della cessazione delle ostilità, sarà fatto divieto all’Ucraina di
ridispiegare le sue forze armate oltre una fascia di sicurezza concordata.
La
Russia chiede il riconoscimento ufficiale dell’annessione della Crimea
(occupata nel 2014) e di tutte le altre quattro regioni occupate.
Se non
bastassero queste clausole di amputazione territoriale, già inaccettabili per
chiunque non sia completamente sconfitto e occupato, le clausole successive
violano ancora maggiormente la sovranità ucraina, dettando condizioni sulla sua
politica interna ed estera.
Prima
di tutto si impone all’Ucraina di indire nuove elezioni e sono previsti anche i
tempi (100 giorni dopo il ritiro della legge marziale).
Si impone al prossimo presidente e al prossimo governo
ucraino di non aderire alla Nato e di non ospitare basi della Nato sul suo
territorio, di non sviluppare e acquistare armi nucleari, di liberare i
“prigionieri politici” (incluse tutte le spie russe arrestate durante la
guerra) e di garantire pieni diritti ai “russofoni”.
Per comprendere quanto sia pretenziosa questa
ultima clausola, basti pensare che l’attuale presidente ucraino, Volodymyr
Zelensky, è un ucraino russofono.
Così
come lo è la maggioranza della popolazione di Kiev.
La
proposta di pace russa comprende clausole anche per la Nato.
Infatti, alla Nato verrebbe vietato di fornire
sia armi che intelligence alle forze armate ucraine dopo la firma di un
trattato di pace.
Inoltre
i russi respingono ogni proposta di risarcimento per i danni materiali immensi
che hanno inflitto all’Ucraina occupata.
Un
trattato di pace deve essere, secondo i russi, confermato anche da una
specifica risoluzione Onu e quindi acquisire un valore legale internazionale.
Sono,
appunto, condizioni da resa incondizionata, perché anche se l’80 per cento del
territorio ucraino rimarrebbe formalmente indipendente, i russi accamperebbero
pretese sulla formazione di ogni futuro governo e di fatto impedirebbero agli
ucraini di ricostruire un proprio esercito e di scegliere liberamente di
allearsi con le potenze occidentali.
Putin
convinto di vincere?
Questo
atteggiamento si può spiegare solo in due casi:
o
Putin è convinto che le sue forze siano in procinto di ottenere una vittoria
definitiva, oppure è altrettanto convinto che gli Usa di Donald Trump lo
appoggino incondizionatamente e siano anche sufficientemente forti e persuasivi
da imporre queste clausole agli alleati europei della Nato e agli ucraini
stessi.
La
prima convinzione è abbastanza difficile da dimostrare.
In una guerra di posizione, quale quella
ucraina da due anni a questa parte, non si possono giudicare i risultati dai
chilometri di avanzata o dalle città conquistate, ma dal numero delle perdite
inflitte e subite, dal morale dell’una e dell’altra parte.
Non
abbiamo dati affidabili né su un fattore né sull’altro, ma finora sappiamo, da
tutte le analisi, che le perdite russe, a fronte di pochissimo territorio
conquistato (circa 5 mila km quadrati), ammontano a morti nell’ordine delle
decine di migliaia e feriti nell’ordine delle centinaia di migliaia e anche che
sono decisamente più alte di quelle subite dagli ucraini.
Secondo
le stime al rialzo del “Csis” le perdite russe ammonterebbero a 250 mila morti
e 700 mila feriti, pari a 5 volte tanto l’ammontare di tutte le perdite
sovietiche e poi russe di tutte le guerre dal 1945 al 2022 (Afghanistan e
Cecenia incluse).
Le perdite di materiale sono ancora peggiori.
Anche
ridimensionando la perdita di bombardieri strategici dell’ultimo raid di droni
ucraini (secondo le stime sono 20 e non 41), in un solo giorno i russi hanno
perso un sesto della loro flotta aerea strategica.
In tutto il conflitto i russi avrebbero perso
quasi 2 mila carri armati e più di 3 mila mezzi corazzati per la fanteria.
Gli ucraini,
negli stessi settori, avrebbero subito meno della metà delle perdite.
L’informazione
filo-russa continua ad insistere, sin dal marzo 2022, che la Russia “ha già
vinto” e che la condizione dell’Ucraina, da qui in avanti, può solo peggiorare.
Ma
appunto i dati non corroborano questa convinzione.
Tutto può succedere in guerra, magari mentre
questo articolo va online il fronte ucraino collassa e i russi compiono una
cavalcata vittoriosa fino a Kiev in tre giorni.
Ma per
ora non sembra proprio, nonostante le diserzioni e il tasso di renitenza alla
leva siano enormemente aumentati in campo ucraino, nonostante le perdite di
uomini, mezzi e territori, finora il fronte tiene.
Il
fattore Trump.
Allora
resta il fattore Trump.
Putin è veramente convinto che sia un suo
alleato?
Questa
convinzione è del tutto fondata?
Di
sicuro, l’umiliazione pubblica inflitta da Trump a Zelensky, alla Casa Bianca,
il 28 febbraio scorso, gioca molto a favore del Cremlino, ancora adesso.
“Non
hai le carte”, diceva Trump all’omologo ucraino ripetutamente, un po’ come
dirgli “hai già perso, non fosse per me saresti già morto”.
Ma
quella specifica trattativa serviva a ottenere un accordo vantaggioso per gli
Usa per lo sfruttamento delle terre rare in ucraina. Ed è stato raggiunto, poco
dopo.
Adesso gli Usa hanno interessi economici molto
maggiori in Ucraina.
Trump,
contraddicendo la Dichiarazione sulla Crimea della sua stessa prima
amministrazione, ha ventilato informalmente la possibilità di riconoscere l’annessione
russa della penisola.
Ma non delle altre quattro regioni.
Nella
proposta di pace di Trump si accetta per principio anche il dispiegamento di
forze straniere neutrali a garanzia della futura fascia di sicurezza e di forze
di garanzia europee nell’Ucraina centrale e occidentale.
Per
quanto Trump possa già essere considerato il più filo-russo dei presidenti
americani (più ancora di Obama che non mosse un dito per l’annessione della
Crimea), le condizioni di Putin potrebbero risultare indigeribili anche per
lui.
Le
vere intenzioni di Putin.
Se
Putin non è totalmente un illuso, dunque, queste clausole hanno solo un
significato: che non vuole negoziare.
La sua
intenzione è quella di andare avanti a combattere, ad oltranza, contando sempre
sul fatto che l’Ucraina ha meno uomini e meno materiali della Russia, che è
meno in grado di sostituire le perdite e che può contare sempre meno su incerti
alleati occidentali.
Pensare
che Putin “voglia la pace”, intesa come una pace di compromesso, è la nostra
ultima grande illusione.
Guerra
bloccata, Putin ha bisogno
di un
secolo per vincere: l’analisi.
Vipiu.it
- Redazione ViPiù – (18 Ottobre 2025) - ci dice:
(Adnkronos).
Donald
Trump non fornisce i missili Tomahawk all’Ucraina.
La
guerra, però, rimarrà un rebus irrisolto per la Russia.
Vladimir
Putin sta pagando costi altissimi per progressi ridotti sul campo di battaglia
e la vittoria ‘classica’ appare una chimera:
per
conquistare l’Ucraina, servirebbe un secolo.
È il
quadro che elabora “The Economist” sulla base di una approfondita analisi, che
sembra offrire una base solida all’ultimo messaggio inviato da Trump a Putin e
al presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “Fermatevi lì dove siete”.
Il
presidente degli Stati Uniti invoca il congelamento della linea del fronte, con
lo stop alle ostilità.
E’
possibile che il tema sia stato affrontato e condiviso nella telefonata di
giovedì con Putin.
Venerdì,
alla Casa Bianca, Zelensky ha fissato come priorità il ‘cessate il fuoco’:
una
dichiarazione interpretabile come un ‘sì’ al messaggio di Trump.
Lo
stop arriverebbe in un quadro delineato e, secondo” The Economist”, quasi
cristallizzato mentre l’offensiva estiva della Russia si va esaurendo.
Il
terzo ‘attacco estivo’ di Mosca ha prodotto risultati ridotti se paragonati
alle perdite.
“A
meno di cambiamenti drastici, Vladimir Putin non sarà in grado di vincere la
guerra sul campo di battaglia”, sentenzia “The Economist”.
Da
gennaio 2025 fino al 13 ottobre, le perdite russe ammontano a 984.000-1.438.000
vittime, con un numero di morti variabile tra 190.000 e 480.000.
A questi ritmi, la disponibilità di uomini
diventerebbe un problema maggiore per la Russia che per l’Ucraina.
Da
quando le linee del fronte si sono stabilizzate dopo la fine della prima
controffensiva ucraina nell’ottobre 2022, si sono verificate variazioni minime.
Nessuna
grande città ha cambiato ‘padrone’.
Se la
Russia avanzasse al ritmo degli ultimi 30 giorni, la conquista di ciò che resta
delle quattro regioni che Putin già rivendica – Luhansk, Donetsk, Kherson e
Zaporizhzhia – verrebbe completata nel 2030.
E per
occupare tutta l’Ucraina, la Russia avrebbe bisogno di altri 103 anni di
guerra.
Le
analisi non escludono cambiamenti repentini, che però vengono considerati
estremamente improbabili.
Il collasso delle linee difensive dell’Ucraina
non è una prospettiva realistica:
Kiev
dispone di droni e armi a lungo raggio sufficienti per arginare le spallate
russe.
Mosca
può avanzare, a costi altissimi, ma non potrebbe consolidare i progressi.
“The Economist” accende i riflettori
anche sul prezzo che Putin paga in termini di mezzi.
“Oryx”, un sito olandese di intelligence open
source, fa riferimento alla perdita di 12.541 carri armati e veicoli corazzati
da combattimento; 2.674 sistemi di artiglieria e missili; 166 aerei e 164
elicotteri.
I
numeri sono approssimati per difetto.
A questo bilancio va aggiunto l’effetto
dell’attacco ucraino contro aeroporti russi e altri obiettivi a giugno, con
un’azione compiuta con droni nascosti in camion:
si
ritiene che sia andato distrutto forse un sesto della flotta di bombardieri
strategici russi.
I
velivoli possono essere rimpiazzati, ma non a basso costo e non in tempi
rapidi.
Infine,
il ‘fattore economia’.
L’Ucraina
ha avviato la produzione di missili e droni relativamente economici.
Se le
linee del fronte rimangono stabili in una guerra ‘di installazioni’, osserva “The
Economist”, non è più così ovvio che la Russia abbia il sopravvento.
L’economia della Russia è più grande di quella
ucraina, ma non regge il confronto rispetto a quella degli alleati
dell’Ucraina:
“Se il sostegno occidentale all’Ucraina
dovesse reggere, la guerra potrebbe protrarsi a caro prezzo per la Russia”.
(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com
(Web Info).
Macron
si scaglia contro Putin:
"È
un predatore, un orco alle nostre
porte,
deve continuare a mangiare
per
sopravvivere."
Lespresso.it
– (20 ottobre 2025) -Mondo – Marta di Don Francesco – ci dice:
Dall'Italia,
il vicepremier Salvini va all'attacco del presidente francese: "Spero che
chi continua a parlare di guerra si rassegni e lasci lavorare chi sta lavorando
bene."
L'esito
del vertice alla Casa Bianca sulla pace in Ucraina con Volodymyr Zelensky,
Donald Trump e sette leader europei non ha convinto tutti i partecipanti.
Ad
esempio, il presidente francese Emmanuel Macron, oggi 18 agosto, ha definito il
presidente russo Vladimir Putin "un predatore, un orco alle nostre
porte" che "ha bisogno di continuare a mangiare" per "la
propria sopravvivenza".
Gli
europei, ha ribadito l'inquilino dell'Eliseo, devono stare attenti a "non
essere ingenui" nei confronti di Mosca, "una potenza destabilizzante
a lungo termine".
Macron,
nell''intervista all'emittente “Lci”, ha anche ricordato:
"Dal
2007-2008 il presidente Putin ha raramente mantenuto i suoi impegni.
È stato costantemente una forza
destabilizzante. E ha cercato di ridefinire i confini per espandere il suo
potere".
Il presidente francese ha avvertito poi sulla scarsa
credibilità della Russia nelle sue intenzioni pacifiche, visto che la
Federazione guidata da Putin negli ultimi anni è stata riconvertita verso
un'economia di guerra:
"Un
Paese che investe il 40% del proprio bilancio in attrezzature belliche e che ha
mobilitato un esercito di oltre 1,3 milioni di uomini non tornerà da un giorno
all'altro a uno stato di pace e a un sistema democratico aperto", ha
spiegato Macron.
"Quindi,
anche per la sua stessa sopravvivenza, Putin ha bisogno di continuare a
mangiare. Ecco.
E
quindi è un predatore, è un orco alle nostre porte.
Non
sto dicendo che domani sarà la Francia ad essere attaccata, ma è comunque una
minaccia per gli europei (...). Non bisogna essere ingenui".
Per
una coincidenza temporale, dall'Italia, arriva il biasimo di Macron.
È il vicepremier del governo Matteo Salvini ad
accusare "chi continua a parlare di guerra, penso a Macron, penso
all'esercito europeo, al riarmo di Ursula von der Leyen.
Si
rassegni e lasci lavorare chi sta lavorando bene".
Così
il ministro delle Infrastrutture, che poi ha lanciato un'altra frecciatina
all'inquilino dell'Eliseo:
"Sono
giornate importanti, sia quella in Alaska fra Trump e Putin, sia quello di ieri
con Zelensky, i leader europei, la nostra presidente del Consiglio.
Se
nessuno si metterà di mezzo, Bruxelles e Parigi, penso che potranno essere
settimane decisive".
E ha
aggiunto: "Se Trump riuscirà a rimettere intorno allo stesso tavolo Putin
e Zelensky, che dovranno loro trovare l'accordo, penso che il 2025 possa essere
quello della fine di questa maledetta guerra che conviene a tutti, conviene a
tutti.
Ognuno dovrà cedere qualcosa, immagino nessuno
potrà vincere al 100% sul campo, perché vincere una guerra nel 2025 sul campo è
impensabile", ha continuato il leader leghista, che si è detto
"d'accordissimo" sull'applicazione dell'articolo 5 della Nato
all'Ucraina "se è accettato sia da Zelensky che da Putin".
Perché
le sanzioni occidentali
sono
fallite e sono diventate
autolesioniste.
Unz.com - Ian Orgoglioso – (15 ottobre 2025)
Le
sanzioni non fermeranno la guerra. E più a lungo andranno avanti, più ucraini
moriranno.
Di
recente ho partecipato a un dibattito a Londra sull'efficacia delle sanzioni
come strumento di politica estera.
Ho
sostenuto che si sono dimostrati inefficaci come strumento di politica estera e
ho mantenuto le mie osservazioni concentrate sulla Russia, che è il paese più
sanzionato del pianeta, con oltre 20.000 sanzioni imposte finora.
Nel
bene e nel male, ho sostenuto che le sanzioni erano inefficaci dal punto di
vista dell'aver autorizzato circa la metà delle sanzioni del Regno Unito contro
la Russia dopo lo scoppio della guerra nel 2022.
Non ne sono molto orgoglioso, ma all'epoca era
il mio lavoro e alla fine ho lasciato la mia carriera di diplomatico britannico
nel 2023, in gran parte per la sensazione che la politica estera del Regno
Unito stesso cadendo in Ucraina.
Ciononostante,
mi preoccupa il fatto che così poche persone sembrino concentrarsi su ciò che
noi nel Regno Unito vogliamo ottenere con le sanzioni, al punto da diventare
un'ammenda in sé stesse. Eppure, se si guarda alla legislazione, in particolare
ai regolamenti sulle sanzioni alla Russia del 2019, lo scopo è abbastanza
chiaro:
Incoraggiare
la Russia a cessare le azioni che destabilizzano l'Ucraina o compromettono o
minacciano la sovranità o l'indipendenza dell'Ucraina.
A più
di undici anni dall'inizio della crisi ucraina e non lontano da quattro anni
dallo scoppio della guerra, il Regno Unito e i suoi alleati non sono riusciti a
raggiungere questo obiettivo.
Abbiamo
attraversato undici anni di graduale aumento delle sanzioni contro la Russia
solo per vedere la Russia aumentare la sua resistenza, e poi lanciare la sua
cosiddetta Operazione Militare Speciale nel 2022.
Le
sanzioni non lo hanno impedito. Si potrebbe obiettare che hanno contribuito a
farlo precipitare.
L'Ucraina
è in bancarotta, le sue città distrutte, le sue infrastrutture energetiche sono
di nuove soggette a bombardamenti notturni mentre l'inverno si avvicina e la
gente si chiede se sarà in grado di riscaldare le proprie case.
Le
sanzioni non lo impediscono.
Eppure,
durante il dibattito, i miei avversari hanno in qualche modo avanzato
l'argomento che le sanzioni rimangono uno strumento efficace di politica
estera, dalla comodità di una grande sala, a duemila miglia di distanza dalla
linea del fronte, ancora più lontano dalle responsabilità e completamente
distaccato dalla realtà.
A mio
avviso, ci sono due chiare ragioni per cui la politica delle sanzioni ha
fallito.
In
primo luogo, perché anche se in Occidente le giustificate, lo Stato russo le
considera ingiuste.
Da
quando l'accordo di pace di Minsk II è stato subordinato alle sanzioni nel
marzo 2015, il presidente Putin è diventato sempre più convinto che le nazioni
occidentali avrebbero sanzionato la Russia a maggio.
E così
si è dimostrato.
Ogni
volta che un nuovo inevitabile pacchetto di sanzioni viene imposto dal Regno
Unito, dall'Europa o da altri, si convince anche la gente comune russa che
questo è vero.
La
gente in Occidente potrebbe odiare Putin, ma è molto più popolare in Russia di
quanto lo sia “Keir Starmer” in Gran Bretagna, o di “Friedrich Merz” a Berlino,
o di “Emmanuel Macron” in Francia.
Quindi
l'idea che le sanzioni indeboliscono il sostegno della Russia al presidente
Putin è profondamente fuorviante.
Allo
stesso modo, sanzionare i miliardari russi residenti in Gran Bretagna che hanno
portato i loro beni fuori dalla Russia potrebbe giocare bene sul “Financial
Times”, ma è un gesto privo di significato; queste cifre non hanno alcun potere
reale in Russia.
L'idea
che se sanzioniamo “Roman Abramovich” potrebbe in qualche modo sollevarsi e
cercare di spodestare Putin insieme ad altri oligarchi è una fantasia.
L'oligarca
russo “Oleg Tinkoff”, che dopo l'inizio della guerra ha criticato l'esercito
russo su Instagram, è stato costretto a vendere la sua banca omonima eppure il
Regno Unito lo ha comunque sanzionato.
Perché
un ricco russo su questa base dovrebbe sollevarsi contro il presidente Putin
per conto dell'Occidente solo per essere sanzionato da noi in ogni caso?
Eppure,
abbiamo sanzionato 2000 individui ed entità, vietando loro di viaggiare nel
Regno Unito, anche se il 92% di loro non l'aveva mai fatto prima dell'inizio
della guerra.
Questi,
temo, sono gesti vuoti.
Le
sanzioni non fermeranno la guerra.
E più
a lungo andranno avanti, più ucraini moriranno.
Nonostante
la Russia abbia fatto di tutto per adeguarsi alle sanzioni dal 2014, i
commentatori in Occidente cercano comunque di dirvi che, beh, forse avremmo
dovuto imporre più sanzioni all'inizio per un effetto maggiore.
Ma per
quanto riguarda il mio secondo punto, ciò nega la realtà politica del modo in
cui vengono imposte le sanzioni.
Mentre
le economie combinate della NATO sono 27 volte più grandi della Russia, 32 stati non possono coordinare la
politica abbastanza rapidamente per intraprendere un'azione decisiva.
Ciò si
traduce in una guerra per comitato.
Immaginate,
se volete, una scacchiera con il presidente Putin che fissa una squadra di
trentadue persone dall'altra parte, che litigano rumorosamente tra loro per
mesi e mesi prima di decidere di non fare la mossa migliore.
Se
credete che l'Europa sta per diventare un organo decisionale rapido, in un
momento in cui i suoi Stati membri si rivolgono sempre più a partiti politici
nazionalisti che si risentono della politica di guerra di Bruxelles, allora il
mio messaggio per voi è:
buona
fortuna ad aspettarlo.
L'Europa
sta discutendo da oltre un anno se espropriare 200 miliardi di beni russi
ospitati in Belgio.
Eppure
questo non è stato concordato proprio perché il governo belga lo ha
costantemente bloccato per il timore non illegittimo che distruggerà la
reputazione di questo paese tra gli investitori internazionali in un momento in
cui si sta costruendo una nuova architettura finanziaria nei paesi in via di
sviluppo.
Nel
frattempo, le riserve valutarie della Russia hanno continuato a crescere e ora
superano per la prima volta i 700 miliardi di dollari. Quindi, anche in questa fase
avanzata, se l'Europa scegliesse di espropriare i beni, la Russia potrebbe
farne a meno.
Piuttosto
che essere costretta al tavolo dei negoziati – la completa fantasia che i
sostenitori di questa idea strampalata vi direbbero – la Russia sarebbe così infuriata per
quello che vede come un furto che continuerebbe a combattere.
E
morirebbero altri ucraini.
Il
presidente Putin non è ostacolato dalla necessità di consultarsi, e
l'indecisione occidentale gli dà il tempo di adattarsi.
Dal
2014, l'economia russa si è riorientata lontano dalla sua dipendenza
dall'Occidente, proprio per limitare l'impatto delle sanzioni.
Quando
è scoppiata la guerra nel 2022, la Russia si stava adattando alle sanzioni già
da 8 anni.
Anche
se la portata era senza precedenti, la Russia si era già preparata all'assalto
quando è accaduto e si è adattata meglio.
Nel
2022, con tutti che cantavano per il crollo del rublo, la Russia ha registrato
il suo più grande avanzo delle partite correnti di sempre, di oltre 230
miliardi di dollari, che, tra l'altro, è più grande dell'intera economia
ucraina.
Nonostante
il taglio delle forniture di gas e l'imposizione alle petroliere ombra, la
Russia continua ancora oggi a registrare pesanti surplus commerciali ogni anno.
Non è
in deficit dal 1998.
Molte
persone hanno sostenuto che se avessimo fatto tutto nel 2014, allora questo
avrebbe potuto fare la differenza. Ma credeteci, questo è stato discusso in
Europa, e nessuno è riuscito a metterlo d'accordo.
E mi
chiedo se, se fosse stato approvato, l'Europa avrebbe semplicemente affrontato
le turbolenze politiche ed economiche che sta attraversando ora, dieci anni
prima.
Quindi
smettiamola di parlare di cosa succede se.
La
brutta verità è che le sanzioni sono diventate una multa in sé. Non sono una
strategia, ma una foglia di fico che copre il fatto imbarazzante che
l'Occidente non ha una strategia.
Sono
una debole alternativa alla guerra o alla pace che non serve a nulla se non a
prolungare la guerra in Ucraina.
Le
nazioni occidentali si sono dimostrate poco disposte a contemplare la
diplomazia.
Prendere
in giro Putin è liquidato come un premio che lo porterà fuori dall'isolamento
internazionale;
Anche
se appare isolato solo dalle nazioni occidentali.
Eppure
la diplomazia non consiste nel parlare con i propri amici, nonostante
l'interminabile serie di vertici a cui partecipare i nostri leader.
La diplomazia consiste nel parlare con le
persone con cui non si è più d'accordo. Ci siamo rifiutati di parlare con la
Russia e continuiamo a evitare la diplomazia a tutti i costi fino ad oggi.
Né
vogliamo la guerra, l'esercito britannico oggi ha 73.000 soldati, 2.000 in meno
rispetto a 2 anni fa.
La
Russia ha 600.000 soldati in Ucraina, a quanto pare.
Non
potevamo nemmeno accettare di inviare 10.000 soldati come parte di una
cosiddetta forza di rassicurazione, anche se, ad essere onesti, quell'idea non
mi rassicurava affatto.
La
Russia ci sta superando nella produzione di munizioni, carri armati e navi da
guerra.
E ha
6000 testati nucleari.
Quindi
sono contento che non vogliamo nemmeno la guerra.
Ma
mentre continuiamo a stabilire pacchetti di sanzioni sempre più ridotti,
l'Ucraina rimarrà bloccata nel mezzo, devastata e spopolata, mentre l'Europa si
deindustrializza e cade nell'abbraccio del nazionalismo a un ritmo accelerato.
Nel
frattempo, nonostante gli evidenti venti contrari, l'economia russa sembra in
una forma migliore della nostra.
Sarebbe
impossibile affermare che le sanzioni non hanno avuto alcun impatto economico
sull'economia russa.
Eppure,
con il legame economico con l'Occidente ormai quasi distrutto, l'alleggerimento
delle sanzioni è meno importante per la Russia di quanto non lo sia per
l'Europa.
Di
recente, a Budapest, ho avuto modo di parlare con un membro della Camera dei
Lord ed ex collega del servizio diplomatico, amico intimo di Boris Johnson.
Durante
il suo discorso ha osservato che le sanzioni alla Russia non hanno avuto alcun
impatto.
Più
tardi, bevendo un drink, ne abbiamo discusso e lui è stato d'accordo con le
argomentazioni che ho avanzato oggi.
Ma poi
si è fermato e ha detto 'ah, ma non puoi proprio dirlo in Gran Bretagna però'.
È ora
di svegliarsi e rendersi conto del terribile pasticcio in cui ci siamo cacciati
a causa delle sanzioni. Le sanzioni hanno fallito a grande danno dell'Ucraina.
È tempo, finalmente, di riprendere la diplomazia.
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GEOPOLITICA.
«GAZA, L’OCCASIONE POSTMARXISTA
E LA DESTRA STUPIDA».
Inchiostronero.it - Roberto Pecchioli – (19
-10-2025) – Redazione - ci dice:
Un
conflitto che si ripete, un pensiero che dovrebbe rinnovarsi.
Gaza
come metafora del nostro tempo: tra ideologie esaurite, pensieri pavloviani e
l’urgenza di una nuova visione politica capace di superare le gabbie della
propaganda.
Roberto
Pecchioli affronta la questione di Gaza non come cronaca di guerra, ma come
banco di prova del pensiero politico contemporaneo.
Nel suo sguardo critico, la contesa
israelo-palestinese rivela il fallimento della ragione ideologica — tanto a
destra quanto a sinistra — nel comprendere la complessità del mondo
postmoderno.
L’autore denuncia la sterilità di una destra
“stupida”, ancora prigioniera di riflessi condizionati e semplificazioni, e
invita a una riflessione più ampia:
oltre
l’emotività, oltre le appartenenze, per recuperare la libertà intellettuale di
pensare senza catechismi né schieramenti.
Un
testo tagliente e lucido, che usa Gaza come specchio del nostro smarrimento
politico e morale. (Nota Redazionale)
Nota
introduttiva – Redazione.
Il
seguente intervento di Roberto Pecchioli affronta uno dei temi più delicati e
divisivi del nostro tempo con la consueta lucidità e libertà di pensiero.
Gaza
diventa, nelle sue parole, il simbolo di una crisi più ampia — politica,
culturale e morale — che attraversa l’Occidente.
Un’analisi
fuori dagli schemi, provocatoria e necessaria, che invita a ripensare le
categorie del dibattito pubblico oltre ogni appartenenza ideologica.
Prefazione.
Ci
sono temi che travalicano i confini della cronaca e diventano specchio del
nostro tempo.
Gaza è
uno di questi.
Non
soltanto una tragedia umana e geopolitica, ma anche – come scrive Roberto
Pecchioli – un banco di prova per la coscienza intellettuale e morale
dell’Occidente.
In
queste pagine, l’autore rifiuta la logica binaria che da decenni imprigiona il
pensiero politico, smascherando le ipocrisie di una sinistra pronta a
sventolare cause altrui e di una destra ormai svuotata di idee, ridotta a
riflesso condizionato del potere atlantico.
Il suo
sguardo è severo, indipendente, a tratti ruvido:
un invito a pensare fuori dal coro, a
recuperare il coraggio di un giudizio libero.
Non
c’è compiacimento, ma passione civile; non c’è ideologia, ma la volontà di
restituire senso e dignità al pensiero critico.
Leggere
“Gaza, l’occasione postmarxista e la destra stupida” significa accettare una
sfida:
quella
di uscire dai recinti ideologici, di interrogarsi sul significato profondo di
libertà, giustizia e potere nel mondo contemporaneo.
È un
testo che scuote, che divide, ma soprattutto che obbliga a pensare.
Leggi
l’articolo completo di Roberto Pecchioli per comprendere come Gaza non sia
soltanto una ferita nel Medio Oriente, ma anche un riflesso della nostra crisi
morale e politica.
Chi
scrive ha un profilo singolare, fuori dagli schemi, libero, perciò assai
spiacente a ogni schieramento stabilito.
Fuori dal gregge, anzi dalle varie greggi in
cui è divisa la ex società spappolata immersa nei pregiudizi del presente.
La terribile vicenda di Gaza – tutt’altro che finita
con la fragile pace di Trump- è il
paradigma, la cartina al tornasole della necessità di oltrepassare gli schemi,
uscire dagli automatismi mentali che imprigionano.
Non
importa stabilire se il dramma della città palestinese sia un genocidio o un
massacro.
Giochi
di parole in una tragedia immane.
Ancor
meno serve brandire come clave opposte versioni.
Di qua
orrore per l’azione israeliana, spropositata, immensa, messianica nella visione
di un certo giudaismo, volta ad annientare la legittima aspirazione di libertà
dei palestinesi.
Di là
si risponde che “Hamas- fazione egemone nella Striscia- è una banda di
terroristi autrice di una strage deliberata di civili, e che quindi la risposta
israeliana è stata inevitabile, giusta.
Davvero
difficile apprezzare “i tagliagole di Hamas”, tuttavia è ingenuo credere che
Israele nulla sapesse dell’attacco del 7 ottobre 2023.
Quella violenza vendicativa è il frutto velenoso di
ottant’anni di soprusi, del furto del territorio, della cacciata di un popolo
dalla sua terra per consegnarla a un altro, le cui origini ancestrali– Roma
distrusse il tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.!- e i cui miti fondanti stanno
nel medesimo fazzoletto di terra.
Ammetto
di non avere un temperamento mite, ma che farei, che cosa penserei se mi
avessero allontanato dalla mia terra con la violenza e vivessi in una gabbia
senza prospettive e risorse?
Non sarei, come dire, almeno un po’ seccato?
Non odierei quei vicini arroganti che dettano
legge armati sino ai denti, sostenuti dalle potenze occidentali?
Questo
nel merito di una vicenda che continuerà la sua scia di sangue, odio e
violenza, innescata dal governo inglese quando promise ai capi dell’ebraismo
sionista –la dinastia finanziaria Rothschild- “un focolare” in Medio Oriente
per il popolo ebraico disperso.
Era il
1917, la guerra incombeva, il denaro dei Rothschild faceva comodo
all’Inghilterra la cui prassi coloniale era divide et impera.
Israele nacque poi nel 1948 al rombo dei
cannoni e all’ombra delle potenze occidentali vincitrici della Seconda guerra
mondiale.
Storia,
cornice e radice di un problema insolubile, ma ci preme riflettere su come Gaza
ha diviso e infiammato il nostro angolo di mondo.
La
netta maggioranza dell’opinione pubblica europea è dalla parte palestinese.
Ovvio,
non si resta insensibili a sofferenze che attraversano le generazioni di un
popolo senza Stato e senza terra.
Le
oligarchie, al contrario, sono schierate nei fatti, al di là delle
dichiarazioni di facciata, con Israele, in nome del canone occidentale e di
altro, meno confessabile.
Uguale
è la scelta dei governi europei, di centrodestra e di centrosinistra, con rare
eccezioni.
Il
Partito Unico di Sistema (Pus…) si compatta nei momenti decisivi. Ancora una
volta popoli ed élite, alto e basso, la pensano diversamente. Lo choc di Gaza è stato devastante,
ha scavato nelle coscienze e ha creato un sentire comune che si è manifestato
nelle piazze.
Poiché
la crisi medio orientale è lontana da qualsiasi soluzione, è ragionevole
immaginare che l’onda trasversale pro-Pal durerà.
E
diventi, da fiammata emotiva, un vero movimento sociale con effetti ancora da
valutare.
La sinistra ha colto al volo l’occasione- facile,
perché l’oppresso e l’oppressore sono chiari – mentre la destra ha dimostrato
la sua conclamata, ricorrente stupidità.
Come ha suggerito “Aleksandr Dugin”, la
divisione è in quattro parti:
a sinistra la schiacciante maggioranza è pro-Pal, ma i
capi politici e i terminali mediatici si barcamenano tra gli interessi di cui
sono fedeli esecutori- sull’asse finanza, economia globalista, Usa, Nato, Gran
Bretagna, Israele- e i sentimenti della base.
A
destra le forze politiche di sistema al completo e parte dei loro tifosi sono
filo israeliani con i consueti argomenti, che sarebbero ridicoli se non si
trattasse di una tragedia.
Lo
Stato ebraico è la sentinella dell’Occidente, è l’unica democrazia dell’area, i
palestinesi sono tagliagole islamici, sino all’argomento definitivo dei
finissimi intelletti destro terminali: sono comunisti.
Imitazione
grottesca dell’antifascismo magico di segno opposto con ripetizione automatica
dello schema destro perdente, incapacitante: occidente, liberismo, fastidio per
ogni movimento di opinione pubblica che non rispetta il loro meccano mentale.
Non
funziona del tutto: sono molti coloro che non ci cascano più, che hanno
abbandonato forze politiche, culturali, editoriali servili e cortigiane.
Sul punto tocca dare ragione persino a Landini.
Non si
può stare sulla stessa barca di Netanyahu, di soggetti come il ministro “Smotrich”
che definisce Gaza un affarone economico dopo aver cacciato milioni di persone,
o “Ben Gvir”, altro ministro per il quale Israele non è vincolata dal diritto
internazionale e può fare ciò che vuole.
Le leggi sono per i goym, i non ebrei.
Non la pensano così una parte dei suoi
connazionali e moltissimi israeliti nel mondo, ma le parole – dopo i fatti! –
sono pietre.
E un
abisso morale divide da “Mario Sechi”, il giornalista già capo Ufficio Stampa
del governo Meloni, che ha dichiarato di non avere visto – al calduccio, non
sul posto- visi smunti o affamati tra gli abitanti di Gaza.
Che cosa può unire a siffatti personaggi?
Una
volta di più la maschera della destra “perbene” è caduta rivelando un volto
impresentabile.
Peggio
per noi che non riusciamo a creare un’alternativa a costoro e siamo orfani
politici, nonostante un gigantesco retroterra di idee e la sterile egemonia
culturale sull’area, non difficile in un recinto di non pensanti i cui
beniamini mediatici sono gazzettieri provenienti da sinistra, abili
comunicatori come “Tommaso Cerno”, ex deputato PD, e “Daniele Capezzone”, già
radicale pannelliano di ferro, emarginando le intelligenze poco fedeli alla
linea.
Amerikana, occidentale, sionista,
iperliberista.
Alla
faccia delle proclamazioni populiste, sovraniste, “sociali”.
Un
errore antico pagato a caro prezzo, che minaccia di aggravarsi perché la
questione di Gaza ha compattato l’altro fronte.
Si fa concreta la possibilità di un blocco
sociale formato dal progressismo politico forte nelle istituzioni, egemone nei
sindacati, integrato dal radicalismo postmarxista, dal magma incandescente
degli immigrati di ascendenza araba, oltreché da tanti giovani che hanno
accolto con entusiasmo e buona fede l’appello per la Palestina.
Può
essere l’occasione che aspettavano da oltre trent’anni.
Conviene
alla destra di sistema essersi schierata a favore del settore più bieco del
blocco occidentale?
Certamente
no in termini strategici ed elettorali.
Al di
là del tornaconto politico- unica bussola dei mestieranti che raccolgono
famelici le briciole del potere lasciate da chi comanda davvero – stare dalla
parte di Israele, della cricca guerrafondaia neocons americana e
dell’oligarchia non elettiva di Bruxelles- altrettanto bellicista e nemica
dello Stato sociale- è sbagliato e innanzitutto ingiusto.
Moralmente
e culturalmente.
In
questa fase, quelli di destra italiani sono accolti nei salotti buoni, ma
verranno messi alla porta appena i loro servigi- bassi e spesso incauti- non
verranno più ritenuti utili.
Intanto,
rischiano di fornire argomenti forti a un’opposizione interna asfittica che non
esita a imbarcare ambienti il cui unico programma è la confusione di piazza.
La
politica estera, disse qualcuno, è la politica tout court.
Siamo
nelle mani di servi che hanno rinunciato per intero al loro programma
originario.
Liberali,
liberisti, camerieri della finanza, adoratori del Mercato.
Come i
loro (apparenti) avversari, che però sono ben più accorti e godono di coperture
e agganci infinitamente superiori.
La
destra di sistema ha accettato di essere figlia di un dio minore, con qualche
momento di effimera gloria.
Buon
pro le faccia.
Indossi
la bandiera a stelle e strisce e quella israeliana sopra la grisaglia
europoide.
Pagherà
il conto.
Ma non
va molto meglio al campo progressista.
Ha
mostrato i muscoli in piazza, ha scioperato per Gaza – atto irrilevante nella
pratica- dopo aver ingoiato per decenni ogni genere di sconfitta per
lavoratori, pensionati e ceti popolari, mostrando una sorprendente capacità di
mobilitazione.
Alla
resa dei conti, tuttavia, se tornasse al governo farebbe ciò che ha fatto per
trent’anni, la stampella sinistra del sistema liberale liberista.
Vincerà
le battaglie peggiori, quelle libertarie e libertine sui falsi diritti
individuali, perderà senza combattere la guerra che più conta, quella per
cambiare il sistema di dominio delle oligarchie private: fintech, fondi,
multinazionali.
Le
piazze per Gaza non hanno un progetto di cambiamento.
Urlano
e si indignano perché la causa del momento è giusta, ma non scalfiscono il muro
del capitalismo globalista, vincitore della lotta di classe.
Nonostante
Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir, neocons, servitori e cortigiani, nonostante
qualche scossone di piazze affollate ma senza un obiettivo, vince ancora il
sistema che un amico ha definito orgiastico- mercantile.
Diritti
e dipendenze nella sfera pulsionale per individui senz’anima, affari e profitti
per l’oligarchia.
Come
trasformare Gaza in resort turistico e contemporaneamente sfruttare i
giacimenti sottomarini di gas nel Mediterraneo sudorientale. Business is
business, gli affari sono affari.
(Roberto
Pecchioli)
Indottrinamento
di sinistra, tradimento familiare e un contratto per un libro.
Unz.com
- Richard Parker – (19 ottobre 2025) – ci dice:
Un
riassunto e un'analisi di “Meine Familie, die AfD, und Ich “di
Leonie
Plaar - Mit besonderem Dank an ,Volker, dem Unbekannten."
Un
riassunto conciso di Leonie Plaar, della sua famiglia, della sua politica e di
questo libro.
“Leonie
Plaar”, meglio conosciuta come “Frau Löwenherz,” è un'influencer della sinistra
radicale in Germania, il cui personaggio pubblico può essere meglio descritto
come lesbica, antifa e una sostenitrice irremovibile dello sforzo di bandire Alternative
für Deutschland(AfD).
Purtroppo,
Plaar ha un certo grado di influenza, con oltre 131 mila follower sul suo
account TikTok in lingua tedesca e oltre mezzo milione di follower sul suo
account in lingua inglese.
Ha una
presenza un po' più modesta su Instagram, con un account in lingua tedesca di
circa 80mila follower (recentemente è sceso sotto gli 80k), e oltre 30mila
follower su un account in lingua inglese.
È
apparsa in vari talk show della televisione tedesca, anche se non senza
polemiche e radicalizzazioni.
Forse
la cosa peggiore è che le è stato recentemente assegnato un contratto
editoriale da “Goldmann Verlag” e “Penguin Deutschland”, poiché “Meine Familie”,
“die AFD”, “und Ich” (La mia famiglia, l'AfD e io) è stato pubblicato il mese
scorso, settembre 2025.
Questo
spregevole massetto, che racconta la sua decisione di interrompere i contatti
con la famiglia, in particolare con il padre, è al centro di questo saggio, con
un riassunto e un'analisi approfonditi suggerimenti di seguito.
“Leonie
Plaar” che cammina per le strade di Edimburgo, una perfetta giustapposizione
tra la società e la cultura europea da un lato e l'archetipo di un certo gruppo
di individui che lavorano alacremente non solo per la fine della Germania e del
popolo tedesco, ma per la civiltà e la posterità europea in generale.
Il suo
fenotipo, con la sua pelle chiara, i lunghi capelli biondi e una corporatura
statuaria, accentua questa giustapposizione.
Vestita
di nero, appare come una “Valchiria decaduta”, irrimediabilmente corrotta e
contaminata da un ambiente culturale pernicioso instaurato dagli Alleati
occidentali e instancabilmente coltivato dopo la capitolazione della Germania.
Coloro
che hanno seguito “Plaar” sapevano di questa decisione da tempo;
ne ha
anche parlato durante una presentazione sponsorizzata da TINCON,
un'organizzazione orientata a indottrinare i giovani tedeschi con le
chiacchiere dell'estrema sinistra.
Denigrare
la sua famiglia, in particolare suo padre, in questo modo non era sufficiente,
poiché ora ha capitalizzato su questo con questo libro. Attualmente è un
bestseller di “Der Spiegel”, mamma, come nel caso della lista dei bestseller del
New York Times, c'è motivo di dubitare della veridicità di tali numeri.
Contatti
tedeschi hanno informato l'autore che l'elenco dei bestseller di “Der Spiegel” è
ancora più dubbio del suo omologo del “New York Times”.
L'implicazione
di ciò che è che il suo libro potrebbe non essere così letto come si temeva.
Anche
ammettendo che tali sospetti sono dovuti, almeno alcuni stanno leggendo questo
massetto, così come almeno alcuni degli 80mila follower su Instagram devono
essere reali, per non parlare del mezzo milione su TikTok.
È per
questa ragione che le espressioni culturali e politiche come quelle di “Plaar”
richiedono la rigorosa attenzione e il controllo di coloro che si oppongono a
racconto politico e ideologia rovinosa.
Sia
l'argomento trattato che lo stile di scrittura, che include più di qualche
incursione in anglicismi eccessivi, rendono la lettura di questo libro
un'impresa davvero poco invidiabile:
le
ultime due parole del libro sono l'espressione inglese "quite happy".
Come ci si aspetta da ideologi di sinistra come “Plaar”, la sua scrittura si
impegna anche in una pratica insidiosa nota nella Germania odierna come “Gendern”.
Considerata
dai suoi sostenitori come la più recente iterazione di “geschlechtergerechte
Sprache” , questa pratica evita l'uso di sostantivi che si riferiscono a
persone nelle loro forme tradizionali e di genere.
Ad
esempio, anziché usare die Lehrer ("insegnanti" con una forma
maschile generica).
Questa
afflizione nella lingua tedesca, nota come “Gendersternchen”, denota gli
"insegnanti" con l'abominio " die Lehrer*innen ", usando la
forma plurale femminile del sostantivo per insegnante ( die Lehrerin e die
Lehrerinnen ) ma con un apostrofo tra la radice del sostantivo e il suffisso
femminile per placare le cosiddette persone "non binarie". Invece di “AfD
Wähler” ,” Plaar” si riferisce costantemente ai sostenitori o agli elettori
dell'”AfD” come “AfD Wähler*innen” .
In
termini di nuovi contenuti e idee innovative, l'unico valore sostanziale del
libro risiedeva nei dettagli aggiuntivi sulla sua famiglia e, in particolare,
sulla sua decisione di interrompere ogni contatto con il padre;
sembra
che abbia contatti molto sporadici con la madre.
Con meno di 200 pagine, il sottile volume fornisce una
storia familiare e personale, combinata con la sua zelante difesa della
decisione di interrompere i legami con la famiglia.
Questo
resoconto degli eventi che hanno portato a questa decisione è intervallato da
varie diatribe politiche che non potrebbero essere più banali o poco
interessanti.
La
parte del testo che non tratta della sua famiglia si legge come un miscuglio a
malapena coerente di catechismi di sinistra.
Sebbene
vi siano alcuni, occasionali “Schachtelsätze”
che richiedono molta attenzione sia da parte di chi non è madrelingua,
sia probabilmente di madrelingua tedesca, il pericolo maggiore affrontato da
questo lettore è stata la difficoltà di rimanere concentrato durante la lettura
di passaggi che non erano altro che semplici stereotipi di dogmi di sinistra
già incontrati innumerevoli volte in precedenza.
Questo
include diverse pagine dedicate alla maledetta diatriba di “Kimberlé Crenshaw”
sull'intersezionalità, così come ad altri principi di sinistra che sono stati
ripetuti e rigurgitati innumerevoli volte, non diversamente dai catechismi
religiosi.
Il
testo è anche pieno di un gergo stanco e stereotipato, diventato fin troppo
prevedibile, tra cui l'uso sincero e non ironico dei termini "fact
check", "mascolinità tossica", il cosiddetto "privilegio
bianco" – nella sacra Germania! – è una selezione limitata di altre parole
d'ordine e slogan che rivelano quanto sia superficiale il copione dell'”NPC”.
Come
discusso di seguito, varie ridondanze, l'uso costante e incessante di pochi
aggettivi selezionati e di altre parole d'ordine, nonché la scarsità di
contenuti originali e innovativi, informano i lettori più attenti che questo
accordo editoriale non è stato fondato su alcuna valutazione oggettiva basata
sulla qualità della scrittura o su intuizioni interessanti e originali, ma
semplicemente sul raggiungimento di un numero minimo di follower su TikTok o
altre piattaforme di social media.
Questi
sono gli standard letterari delle principali case editrici nel mondo moderno,
se così si possono chiamare.
È
particolarmente degno di nota il fatto che “Plaar” si lanci in una notevole
quantità di verbosità condannando il cosiddetto "privilegio bianco",
comprese espressioni di palese disprezzo per suo padre, che godeva di tale
presunto privilegio.
Leggere
le sciocchezze di sinistra che si protraggono – e si protraggono – sul
cosiddetto "privilegio bianco", così dolorosamente familiari nel
discorso americano moderno, è particolarmente irritante nella lingua tedesca e
nel contesto della difficile situazione della Germania moderna, proprio perché
i tedeschi, i veri tedeschi e gli altri veri europei che hanno il diritto di
vivere e viaggiare lì, sono categoricamente bianchi per definizione.
I "privilegi" di cui gode suo padre,
altri tedeschi e persino lei stessa, per i quali si spende anche una notevole
quantità di verbosità per scusarsi, non sono altro che l'appartenenza a una
società europea omogenea e il godimento dei benefici e dei vantaggi del
contratto sociale che tale società dovrebbe garantire a coloro che appartengono
di diritto a quella società e a quella comunità politica.
Tali
invettive risultano particolarmente assurde e offensive se si immagina lo
stesso vetriolo applicato agli individui giapponesi che godono del "privilegio
giapponese" o asiatico e di altri vantaggi derivanti dall'appartenenza
alla società giapponese, o del "privilegio ebraico" nel contesto
degli ebrei israeliani appartenenti alla società israeliana.
Acrimonia
crescente con la sua famiglia e la decisione di interrompere ogni contatto.
Intervallato
da questi e altri stereotipi di sinistra, c'è un racconto che espone sia gli
eventi che hanno preceduto e poi determinato (nella sua mente) la sua decisione
di interrompere i contatti con la famiglia, sia le sue giustificazioni per
farlo.
Forse
l'aspetto più ripugnante di questo libro è il crudo, nudo disprezzo che prova
per suo padre.
Non si
riferisce nemmeno a lui come suo padre, ma usa il termine tedesco "
Erzeuger " per riferirsi allo sfortunato patriarca.
Come
spesso accade con molte parole ed espressioni tedesche, il termine sfugge a una
facile traduzione.
In
relazione all'allevamento di animali, il termine può essere tradotto come
"allevatore".
In
materia di diritto e in altri contesti in cui un uomo ha messo incinta una
donna che ha dato alla luce un bambino ma non ha mai svolto attivamente il
ruolo di padre, il termine può anche essere tradotto come "padre
biologico".
Tuttavia,
il termine "padre biologico" avrebbe poco senso per i lettori inglesi
nel caso specifico di “Plaar”, data l'assenza di qualsiasi contesto in cui
venga normalmente applicato.
Dato
che “Leonie” non è mai stata adottata né cresciuta da un patrigno, l'uso del
termine " Erzeuger " è quindi sia strano che disumanizzante.
È degno di nota che si riferisca a sua madre, sua
nonna e al suo defunto nonno con questi termini: Mutter, Oma, Opa.
Nel
corso di questo testo, si riferisce anche a lui come a un "esempio da
manuale di boomer frustrati di Facebook", a un "completo" e a un
"vecchio bianco".
Il
contesto fattuale alla base dei suoi forti disaccordi politici con il padre e
il resto della famiglia “Plaar” è piuttosto semplice e avrebbe potuto essere
riassunto in un saggio di media lunghezza.
Frequentò
l' “Università di Osnabrück” con l'intenzione originaria di laurearsi in
giurisprudenza (l'equivalente approssimativo delle lauree in giurisprudenza
viene conferito a livello universitario in Germania).
A un
certo punto cambiò idea e si dedicò a storia e studi di genere. Com'era
prevedibile, questo coincise con la sua improvvisa radicalizzazione politica.
Durante
questo periodo, faceva visita ai familiari armata di letteratura
"antirazzista" e "femminista" con l'insensata intenzione di
cercare di fargli cambiare idea.
Non ci
riuscì.
Completamente
intransigente nelle sue convinzioni politiche, non riusciva ad accettare che i
suoi genitori e nonni sostenessero l'”AfD,” presumibilmente di "estrema
destra".
Sia il
suo disprezzo per la famiglia che il suo rigido e incrollabile fanatismo
ideologico la costrinsero persino a litigare durante la tradizionale festa di
Natale tedesca della sua famiglia, sebbene fosse certa che sarebbe stata
l'ultima riunione del genere per il suo defunto nonno.
I
continui disaccordi politici non fecero che aumentare di intensità, prima di
raggiungere il culmine quando si presentò a quella che sarebbe stata la sua
ultima visita alla famiglia, armata di quella che riteneva la panacea, ovvero
la domanda "quali circostanze ti obbligherebbero a lasciare l'AfD?"
Qui
c'è una discrepanza importante tra quanto esposto nel libro e quanto lei
riferisce nel sensazionale evento “pr” di TINCON a cui si è accennato in
precedenza, così come, con ogni probabilità, in altre apparizioni e
dichiarazioni riguardanti questo argomento.
Nella
presentazione a Colonia, che, ovviamente, ha avuto luogo prima della
pubblicazione di questo libro o addirittura in fase di scrittura e revisione,
sostiene che suo padre abbia risposto che "nulla" avrebbe potuto
convincerlo a lasciare l'AfD.
La
ragione di fondo per cui ciò sarebbe imperdonabile è che suo padre non
lascerebbe comunque il partito, anche se l'AfD si trasformasse in qualche modo
in un vero e proprio partito neonazista di estrema destra che tollerasse
l'Olocausto o assumesse altre posizioni che il partito non avrebbe mai
sostenuto, sia per ragioni politiche pratiche, sia perché tali posizioni
renderebbero il partito illegale nella Germania moderna, ancora sotto il
controllo dei suoi conquistatori americani.
Nel libro, questa linea di "argomentazione"
era sostenuta dalla fantastica domanda retorica su quale sarebbe stata la
reazione di suo padre se “Björn Höcke “avesse fatto il saluto nazista al
Bundestag .
Qui,
tuttavia, “Plaar” o è colta in fallo o soffre di una grave incapacità di
mantenere la verità.
Nel libro, racconta questa sfida, ma afferma
che la sua risposta iniziale è stata, dopo aver fissato il vuoto e aver preso
un respiro profondo, di non dire nulla.
Poi ha
ripetuto la stessa domanda con parole e domande retoriche isteriche prive di
fondamento, e lui ha semplicemente affermato che sostenere l'”AfD” è nel suo
migliore interesse finanziario.
Questo
è in aperta contraddizione con il suo precedente resoconto a TINCON, dove
afferma che lui ha detto che "nulla" gli avrebbe fatto cambiare idea
riguardo all'”AfD”.
È
degno di nota che i media di centro-destra abbiano scoperto e commentato
un'incongruenza altrettanto, se non più sconcertante, ovvero che lei afferma di
essere stata brevemente membro dell'AfD in età diverse, entrambe le quali la
collocherebbero, una donna nata nel 1992, come membro del partito prima della
sua fondazione nel febbraio del 2013.
Nel libro afferma di avere 19 anni, e in altre
dichiarazioni pubbliche ne aveva 18.
Come
ha notato almeno un “influencer tedesco”, sarebbe interessante se l'”AfD”
rilasciasse una dichiarazione pubblica attestante che in realtà non ne è mai
stata membro.
È
anche degno di nota che “Plaar” identifichi un momento diverso che l'ha
obbligata, nella sua mente, a porre fine al suo rapporto con il padre in
particolare.
Nel
libro, racconta di un disaccordo sulla politica Covid e sulle vaccinazioni
obbligatorie come la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Nel
denunciare l'eccesso di potere della “Bundresrepublik” , suo padre avrebbe
invocato paragoni con l'Olocausto, arrivando persino a pronunciare il commento
derisorio " Impfung macht frei " (le vaccinazioni ti renderanno
libero),
un'allusione al cartello "Arbeit Macht Frei" ai cancelli di
Auschwitz.
Per”
Leonie”, questo "ha superato una linea rossa" che non poteva essere
perdonata.
Nella
presentazione di TINCON, inizialmente indica la risposta alla sua domanda
"Cosa
ti obbligherebbe a non sostenere più l'AfD" come motivo per interrompere i
contatti, prima di spiegare che mantenere un rapporto con suo padre in
particolare avrebbe rappresentato un pericolo per i suoi "amici queer, non
binari e BIPOC".
Alla fine, prima della sessione di domande e
risposte, fa notare che egli ha paragonato i requisiti vaccinali all'Olocausto,
ma non ha detto che questo è ciò che ha oltrepassato la linea rossa, come
stabilito nel libro.
Considerando
quelle che potrebbero essere descritte, nella migliore delle ipotesi, come
affermazioni incoerenti, e nella peggiore delle ipotesi ciò che alcuni
ragionevolmente sospettano essere vere e proprie bugie, ci sono più che
sufficienti ragioni perché i lettori critici dubitino che abbia fatto tali
affermazioni.
Anche accettando questo come un fatto, sa di
palese iperbole, esagerando a scopo retorico i legittimi timori di
un'eccessiva ingerenza del governo in Germania in relazione alle misure
anti-Covid e, in particolare, agli obblighi vaccinali.
Leggendo il suo resoconto degli eventi così
come lei sostiene si siano svolti, questo lettore non ha avuto l'impressione
che il padre credesse seriamente che la “Bundesrepublik” avrebbe rastrellato i dissidenti che
si opponevano a tali politiche anti-Covid e li avrebbe rinchiusi in campi di
concentramento, destinati allo sterminio.
Consideriamo
ancora un'altra incoerenza.
Durante
la presentazione a Colonia, chiede al pubblico se qualcuno dei presenti fosse
un "Papakind", che significa approssimativamente "il preferito di papà".
In
quella presentazione, descrive il suo rapporto con suo padre come speciale, e
ha anche raccontato come nella sua infanzia e adolescenza lui si recasse
regolarmente nella sua stanza prima di andare a letto per discutere di eventi
attuali, di come andava la sua giornata, di come andava la sua giornata e di
altre domande.
Nel
libro, tuttavia, ha affermato che il suo defunto fratello maggiore, “Gerrit”,
era il favorito e che ha ricevuto un trattamento disuguale o disparato rispetto
a suo fratello.
Si
arrabbia persino per il modo in cui ha espresso dolore quando l'ha incontrata
in ospedale alla notizia della sua morte per ragioni che erano sconcertanti per
questo autore e per almeno un madrelingua tedesca che ha letto il passaggio
saliente in questione.
Per
inciso, in un capitolo conclusivo, rivela al lettore che ci sono altre ragioni,
oltre alle differenze politiche e ideologiche, che hanno rafforzato la sua
decisione di interrompere i contatti con il padre in particolare.
Questo
dovrebbe colpire i lettori come il più subdolo di tutti.
Un
autore che decide di denigrare il padre con l'intento di convincere il pubblico
della correttezza di tale decisione, avendo deciso di rendere pubblica la
questione, dovrebbe dichiarare tutte le argomentazioni rilevanti in modo chiaro
e aperto.
Ciò non significa che tutti i dettagli debbano
essere divulgati, ma questa particolare tattica è particolarmente infima,
persino per “Plaar”.
Si
noti inoltre che tali suggerimenti trasmettono necessariamente alcune oscure
implicazioni, che i lettori simpatizzanti per” Plaar” potrebbero dedurre che
tali nebulose implicazioni probabilmente riguardano abusi fisici o sessuali o
simili.
Un
altro dettaglio in un capitolo iniziale induce ulteriormente allo scetticismo,
ovvero il suo racconto di ciò che ha rapidamente disilluso la sua presunta (e
brevissima) appartenenza all'AfD.
Afferma
che una donna di colore, "Ella", l'ha contattata su Facebook per
esprimere le sue obiezioni e preoccupazioni sull'AfD e su come il partito
danneggi persone e gruppi "emarginati".
Si
consideri la possibilità, o addirittura la probabilità, che “Ella” sia una
bugia e una montatura per attingere al peso retorico che la sinistra
attribuisce al "progressist stack".
Le intenzioni di” Plaar” non potrebbero essere
più trasparenti:
mostrare
deferenza alle voci "emarginate" e come lei, "donna bianca
cisgender privilegiata" in Germania, ascolti e si degni di ascoltare le
voci nere e ispaniche.
Per
quanto ridicola e sprezzante sia tale retorica, ha un notevole riscontro negli “ambienti
di sinistra”.
Il
rigurgito dei catechismi di sinistra come diatriba politica.
Come
detto, le diatribe politiche non sono altro che una recitazione di catechismi
di sinistra, apparentemente rigurgitati alla lettera, senza alcun pensiero o
intuizione originale.
La
lettura di queste parti del testo rivela tuttavia diversi attributi chiave che
caratterizzano non solo “Plaar”, ma molti dei suoi simili.
Una delle propensioni più immediate che salta
all'occhio del lettore è la costante ripetizione di certi aggettivi per
descrivere persone ed entità con cui non solo non è d'accordo, ma che disdegna,
queste figure sono, a parte il suo povero padre, l'AfD, i suoi sostenitori e,
più immediatamente, i suoi leader chiave.
Descrive
costantemente sia l'”AfD” che i suoi sostenitori come "di destra" o
"di estrema destra";
la
parola tedesca è "rechtsextrem", che letteralmente si traduce come
"estrema destra".
"Rechtsradikal"
è un aggettivo simile, ma che usa molto meno.
Gran
parte della prosa è assolutamente e spaventosamente ridondante, affermando
semplicemente più e più volte "l'AfD è di estrema destra" più e più
volte.
A un
certo punto, dopo che qualche variazione di quella frase era già stata
pronunciata in qualche variante innumerevoli volte in precedenza, lei riappare:
"Ancora una volta, l'AfD è un partito di estrema
destra".
Questo non solo rivela un difetto di ragionamento e una scarsità di sostanza, ma rivela che la
sua scrittura soffre di alcune delle peggiori offese contro i principi di base
della scrittura e della composizione espositiva In primo luogo, evitare
ridondanze eccessive e, in secondo luogo, evitare l'uso eccessivo degli stessi
aggettivi e di altre parole più e più volte.
Come
altri esponenti della sinistra tedesca, anche lei denuncia l'AfD e i suoi
sostenitori come "misantropici".
Questo è un altro caso in cui qualcosa si perde nella
traduzione, perché la parola " menschenfeindlich " denota qualcosa di
più sinistro in tedesco, poiché letteralmente significa "ostile
all'umanità" o "nemico dell'umanità".
Questo termine è intervallato dalla parola “menschenverachtend
“che significa anch'essa misantropo ma può anche significare disumano, poiché
letteralmente si traduce come "sprezzante dell'umanità".
Questi
e altri aggettivi selezionati vengono ripetuti come se fossero pronunciati a
memoria o, come affermato in precedenza, come un catechismo.
Naturalmente,
non è affatto vero che l'AfD o altri partiti e movimenti di destra, per quanto
moderati, siano in realtà misantropi o sprezzanti dell'umanità, almeno non di
tutta l'umanità.
Come
minimo, i sostenitori dell'AfD e coloro che chiedono politiche sensate in
materia di immigrazione, protezione dei confini e re-immigrazione non
disprezzano affatto l'umanità intera, poiché amano la loro nazione e il loro
popolo e cercano, desiderano e pretendono politiche che favoriscano la
preservazione e la promozione della loro futura posterità.
“Morrissey,”
ex frontman degli Smiths, e altri hanno notato come coloro che rispettano
veramente sia l'umanità che la diversità al suo interno comprendano perché gli
stati nazionali europei debbano rimanere omogenei e che la visione
multirazziale del globalismo miri a distruggere tali differenze.
“Leonie
Plaar”, d'altra parte, disprezza un segmento dell'umanità, ovvero i tedeschi in
particolare, in primis suo padre, e i tedeschi e gli europei bianchi in
generale, soprattutto gli uomini.
Il tic
retorico o, in mancanza di un termine migliore, letterario che la costringe a
ripetere lo stesso aggettivo e altre parole d'ordine innumerevoli volte, è
forse più evidente in relazione a “Björn Höcke”. Salvo rare eccezioni, non
riusciva a menzionare il nome di quest'uomo senza prima anteporre il preambolo
apparentemente obbligatorio di "fascista", ad esempio "il
fascista Björn Höcke" o, in rare occasioni, "il fascista Höcke".
"
Il fascista Björn Höcke" o qualche sua leggera variante veniva ripetuto
più e più volte, come un altro mantra della mente collettiva della sinistra.
Un
esame di questo libro come diatriba politica estesa rivela anche altre
importanti inclinazioni.
“
Plaar”, come tanti altri maiali di sinistra del suo genere, non confuta mai
veramente le affermazioni dei suoi nemici politici, in particolare la sua
stessa famiglia, in nessun caso.
Sia in relazione alla disastrosa politica sul
Covid, sia alla presunta minaccia alla "nostra democrazia" che lei e
altri immaginavano rappresentasse l'AfD, molte delle sue presunte confutazioni
non sono altro che un puro e semplice appello all'autorità.
In
relazione alle preoccupazioni della sua famiglia e di altri riguardo alla “pandemia
di Covid” e alle misure pesanti e distruttive imposte in risposta ad essa, cita
semplicemente l'esistenza di un "consenso scientifico", che nella sua
mente conclude e vince la discussione.
Apparentemente
questo è vero anche nella mente di molti lettori che hanno preso in mano il
volume per scopi ben diversi dalla stesura di questo riassunto e analisi.
La politica sul Covid, tuttavia, non è l'unica
questione in cui impiega questa speciosa tattica retorica.
Per
concludere un capitolo esaustivo che attacca l'AfD come una minaccia alla
democrazia, in cui ribadisce innumerevoli volte il concetto di "
rechtsextrem ", conclude osservando come "gli esperti avvertono"
che l'AfD è una minaccia per la democrazia.
Ciò
rivela un ragionamento particolarmente fallace, che combina una logica
circolare con un appello all'autorità quanto mai specioso: X è Y perché X è Y e
perché gli "esperti" avvertono che X è Y.
Un'altra
propensione retorica è quella di descrivere ripetutamente sia le questioni
della piattaforma abbracciate dall'AfD che dai suoi leader nominati, sia le
lamentele espresse dai suoi familiari separati come nient'altro che teorie del
complotto.
Questo viene applicato ad argomenti su cui le menti
ragionevoli possono non essere d'accordo, incluso il suggerimento che i mandati
vaccinali facciano parte di un tentativo intenzionale di accelerare ed
esacerbare l'infertilità bianca (un'affermazione di cui questo autore rimane
poco convinto, anche se, data la scarsa credibilità di Plaar, si dubita che i
suoi familiari abbiano effettivamente pronunciato tali cose) alla grande
sostituzione etnica e razziale che ha superato l'Europa e l'Occidente.
Un
fenomeno talmente corroborato da dati concreti da essere indiscutibile.
La
chiave per comprendere quanto sia profondamente radicato il suo indottrinamento
risiede forse nel quarto capitolo, "Devi anche accettare opinioni
diverse".
Questo capitolo intende rispondere a
un'obiezione sollevata dalla nonna, in cui la matriarca ammoniva la giovane “Plaar”
di imparare ad accettare opinioni diverse dalle sue.
In
questa sezione, ma anche nei passaggi precedenti e successivi, Plaar descrive
quelle che per lei sono varie argomentazioni sgradevoli (senza dubbio a volte
costituite da argomenti fantoccio).
Poi,
per confutare questa argomentazione, Plaar si limita ad affermare, con poca o
nessuna analisi o base fattuale, che l'argomentazione o i fatti asseriti
semplicemente non sono veri.
In un
estratto cruciale di questo capitolo cruciale, sostiene incredula che il
diritto ad avere un'opinione è condizionato dall'essere basato sui fatti, con “Plaar”
e i suoi vari alleati politici e ideologici come unici ed esclusivi arbitri di
ciò che è un fatto e ciò che non lo è.
Al
contrario, un'opinione basata su quelle che lei sostiene essere valutazioni
controfattuali non è un'opinione, ma una "falsa affermazione" ("
false affermazioni").
Ripetutamente,
afferma semplicemente che le affermazioni della sua famiglia e di altri nemici
ideologici e politici della sua folle visione del mondo distruttiva della
civiltà sono semplicemente sbagliate – o meglio, che i fatti alla base di
queste affermazioni sono sbagliati – senza prove o argomentazioni concrete.
Si
consideri l'affermazione secondo cui permettere agli “uomini biologici” di
accedere agli spazi femminili danneggia le donne, un'affermazione che è stata
ormai dimostrata in molti paesi e contesti diversi che hanno ceduto, seppur
brevemente, alla follia e all'illusione transgender.
Scrive
semplicemente: "Spoiler: non è vero".
Una
lettura attenta di questa parte del testo rivela che l'autore si impegna presto
nel “vecchio switcheroo”.
Vale a
dire, in un primo momento sminuisce o respinge le affermazioni e gli argomenti
dei suoi nemici politici semplicemente dichiarando che non hanno alcuna base
fattuale o liquidandoli come vere e proprie "bugie".
Come
affermato in precedenza, questo di solito viene fatto o con quella sola
dichiarazione o con un appello sommario a qualche autorità nebulosa come il
"consenso scientifico" o gli "esperti".
Alla
fine di questa diatriba costruita su un ragionamento così bizzarro e difettoso,
l'autrice passa dall'allegra affermazione che le opinioni di destra mancano di
una base fattuale alla dichiarazione di un totale rifiuto di scendere a
compromessi su quelle che lei crede erroneamente essere posizioni moralmente
giuste su questi temi:
In
particolare in relazione alle discussioni personali con i sostenitori
dell'AfD...
Non si
tratta di divergenze di opinioni, ma di valori morali.
L'interruzione dei contatti con la mia
famiglia non è nata da divergenze di opinioni, ma piuttosto dal fatto che le
loro affermazioni non erano compatibili con il mio sistema morale relativamente
rigido.
Questa
è una delle pochissime considerazioni che azzecca, ovvero che queste differenze
inconciliabili da convinzioni morali, sebbene lei abbia completamente torto
riguardo alle sue convinzioni morali.
In
ogni caso, questo raro momento di intuizione avrebbe dovuto farla finita con le
ridicole chiacchiere secondo cui non esisterebbe alcuna base fattuale per le
opinioni reazionarie di destra.
Il suo
ragionamento specioso e fallace si rivela anche in molti altri aspetti.
I suoi
genitori e altri membri della famiglia, giustamente, hanno espresso
preoccupazione per il pericolo che i migranti maschi rappresentano per la
popolazione femminile in Germania e in altri paesi.
“Plaar” non si impegna in alcuna
analisi statistica che smentisca tali affermazioni (dati del genere non
esistono). La sua argomentazione, se così si può chiamare, è che qualsiasi
violenza sessuale abbia mai subito è stata per mano di "tedeschi bianchi",
cioè veri tedeschi che hanno un diritto di sangue naturale a vivere e risiedere
nella sacra Germania!
Questa
argomentazione era legata a una dubbia affermazione secondo cui sarebbe stata
violentata o aggredita sessualmente ( vergewaltigt ) a 17 anni – i lettori
scettici sospettano giustamente che si sia trattato semplicemente di un
rapporto sessuale consensuale di cui si è presto pentita, e certamente non era
nulla in confronto alle violente aggressioni sessuali perpetrate da migranti
maschi, neri e ispanici in Germania e altrove.
Sostiene
inoltre che il problema della violenza sessuale contro le donne "non ha
nulla a che fare con la migrazione, ma piuttosto con la mascolinità
tossica".
Poi
c'è questo frammento di chiacchiere misogine, intriso del suo abietto disprezzo
e di sdegno per gli uomini del suo popolo, come espresso al padre durante una
delle loro discussioni:
Sai
quante volte sono stata molestata o palpeggiata alle feste da certi tipi di
uomini?
E
ognuno di loro era un tedesco bianco.
Ogni
volta, quando mi giro perché c'è una strana mano sul mio, c'è qualche Markus o
Stefan o Christian in polo preppy e pantaloni chino che pensa che dovrei
prenderlo come un complimento.
Qui e
altrove” Plaar” e altri della sua ripugnante credenze confondono il semplice
palpeggiamento o quelle che in definitiva sono avances sessuali infruttuose
alle funzioni sociali con il tipo di stupro brutale e violento che è stato
inflitto alle popolazioni native dell'Europa da impostori razziali che devono
semplicemente essere espulsi ed espulsi dal continente europeo.
Il "ragionamento" non potrebbe
essere più errato;
“Plaar” afferma incredula che, poiché lei e
coloro che fanno parte della sua cerchia non sono mai stati vittime di migranti
o altri impostori, e poiché tutte le sue esperienze negative sono state per
mano dei suoi omologhi maschi tedeschi, la preoccupazione è quindi, nella sua
mente contorta e delirante, non valida.
Denigra
anche i suoi familiari e i sostenitori dell'AfD citando presunte minacce di
morte e di stupro, e poi attribuisce queste affermazioni isolate nei commenti,
nei messaggi diretti e simili come rappresentative dei suoi detrattori non solo
collettivamente, ma di ciascuno di loro.
Tali dichiarazioni sono probabilmente più
appropriatamente descritte come desideri di fare del male piuttosto che come
minacce reali.
Se si
dovesse usare questa logica, l'intero elettorato del Partito Democratico negli
Stati Uniti sarebbe condannato da un'analoga imputazione di commenti sgradevoli
sull'assassinio di Charlie Kirk o sui tentati attentati alla vita del
Presidente Trump durante le elezioni del 2024.
È degno di nota il fatto che abbia usato questa
tattica retorica specificamente per denunciare la sua famiglia, insistendo
affinché smettessero di sostenere l'AfD;
alcuni
che affermano di sostenere l'AfD hanno espresso il desiderio di vederla
violentata o uccisa, quindi, nella mente di “Leonie Plaar”, non denunciare
l'AfD equivale in qualche modo a una tacita approvazione di tali commenti. “Una
delle sue più oltraggiose invettive contro il padre è raccontata come segue:
Screenshot
del video TikTok in lingua tedesca di “Leonie Plaar “in cui si afferma che,
sebbene non sia felice dell'assassinio di “Charlie Kirk”, non è nemmeno triste
per questo, poiché si rifiuta di condannare coloro che condonano o celebrano la
sua morte.
Ciò equivale a condonare per aggirare i
termini di servizio. È anche da notare che non l'ha pubblicato sul suo account
TikTok nella lingua inglese più accessibile.
Ci
sono altri passaggi nel testo che sono altrettanto, se non altrettanto,
sconcertanti.
Si
consideri la sua risposta spensierata, persino superficiale, all'affermazione
secondo cui vietare l'AfD priverebbe del diritto di voto milioni di cittadini
tedeschi che volontariamente e con piena conoscenza delle questioni e dei
programmi di ciascun partito votano per l'AfD;
non
sono privati del diritto di voto, sostiene, perché possono semplicemente votare
per uno dei partiti che non è stato vietato. Nessuno di questi partiti intende
fare qualcosa per la crisi migratoria, la Grande Sostituzione o altri problemi
che rappresentano minacce esistenziali per la società tedesca ed europea.
A suo
avviso, vietare l'AfD non rappresenta in alcun modo un'intrusione o una
restrizione del diritto di voto di coloro che giustamente sostengono l'AfD;
possono
semplicemente continuare a votare per partiti che lavorano per tutto ciò con
cui sono fermamente in disaccordo.
Queste
e altre considerazioni contenute nel testo, nelle sue numerose apparizioni
pubbliche e nei post sui social media, delineano una visione del mondo
particolarmente rigida e incrollabile, in effetti impermeabile sia al
compromesso che alla ragione.
Lo
afferma anche in questa citazione saliente:
Ci
sono molte cose su cui sono pronto a discutere, ma questo non include domande
sul fatto che certi gruppi o individui abbiano ottenuto meno diritti umani di
altri.
Per me
non ci possono essere compromessi su tali questioni, e chi la pensa
diversamente non ha posto nella mia vita.
L'intenzione
dichiarata di discutere di alcune questioni di disaccordo non dovrebbe
ingannare nessuno.
In
effetti, non c'è praticamente nulla che contravvenga all'ortodossia di sinistra
che, nella loro sordida visione del mondo, non metta in discussione nozioni
così fantasiose sui "diritti umani".
In
questo modo, la visione del mondo di “Leonie Plaar” si rivela assolutista, in
cui tutto è tutto o niente, sempre.
Non è
solo infantile, ma irrealistica, soprattutto in relazione ai rapporti familiari
di generazioni diverse e più anziane.
In
effetti, per Leonie non era sufficiente che la sua famiglia accettasse in
qualche modo la sua dichiarata bisessualità a 15 anni, e il successivo
"coming-out" come lesbica a 23;
questo
dettaglio è ovviamente in apparente contraddizione con l'immagine qui sotto,
che attesta che aveva un fidanzato a 27 anni.
Il solo suggerimento o la speranza che
sposasse un uomo e avesse figli – un'idea da cui dipende necessariamente la
continua propagazione e il progresso della futura posterità di qualsiasi popolo
– era sufficiente a scatenare la sua ira.
Né era
sufficiente che sua nonna in particolare accettasse le sue inclinazioni
lesbiche;
nonostante
le dichiarazioni di sua nonna di accettazione della sua attuale compagna
lesbica, Plaar era comunque indignata perché Oma Plaar insisteva sul fatto che
il matrimonio è, per definizione, tra un uomo e una donna.
Lo
stesso vale per le pazzie transgender, la crisi dei migranti e la Grande
Sostituzione, e qualsiasi posizione di piattaforma preconfezionata abbracciata
dalla sinistra in Europa e negli Stati Uniti.
Un
recente post su Instagram certifica che aveva un fidanzato a 27 anni, dopo il
presunto coming out a 23.
Il libro rivela che lui era incline a prendere
a pugni mobili e muri.
Forse era semplicemente il risultato del fatto che la
donna di cui si era innamorato stava diventando sempre più insopportabile,
insieme a una serie di provocazioni che avrebbero messo a dura prova la
pazienza di un santo.
Questa
visione del mondo rigida e incrollabile è ulteriormente aggravata dal modo
particolarmente audace in cui accusa i suoi detrattori di essere stati
"lavati dal cervello", "indottrinati", o di come accusa i
suoi familiari, da cui si è allontanata, di trovarsi in una "camera
dell'eco".
Alcuni
lettori senza dubbio rideranno della sua nuda e cruda affermazione secondo cui
lei, a differenza dei suoi detrattori, ha la capacità unica di "pensare
con la propria testa", quando i suoi scritti non rivelano alcuna
intuizione unica, alcun pensiero originale, e non sono altro che l'abietta
riproposizione di argomentazioni e catechismi di sinistra, recitati quasi a
memoria.
Lezioni
da imparare: una visione per il futuro.
Vieni
esposto in "Sull'indottrinamento di Frau Löwenherz", Leonie Plaar è
una donna che ha ceduto all'indottrinamento e alla programmazione di un
ambiente culturale sovversivo e ostile.
L'iper-germanica”
Frau Löwenherz” potrebbe benissimo riferirsi (a seconda dei punti di vista) a
un'eroina o a una malvagia nello schlock nazista dello sfruttamento.
Questo
soprannome, così come altre stranezze peculiari del carattere nazionale
tedesco, sono emblematici di come il suo fenotipo e la sua essenza molto
tedeschi siano stati usati come arma contro se stessi.
Al
centro di tutto questo c'è la certezza che non sarà mai una madre o una moglie
come questi termini sono correttamente intesi.
Scrive di lavorare per una società
"diversificata e aperta", ma i lettori più astuti capiscono che una
Germania sempre meno tedesca cesserà presto di essere la Germania i lettori
sono altre considerazioni importanti.
In
primo luogo, nonostante i ridicoli sentimenti spesso espressi dai conservatori
tradizionali – quelli che idolatrano la bandiera americana e ascoltano a
rotazione "Proud to Be An America" di Lee Greenwood – questa non è
opera della società tedesca, ma di una società tedesca vinta e conquistata che
è stata sotto la direzione e il controllo degli Stati Uniti in particolare per
oltre 80 anni.
Leonie
Plaar e altri tedeschi determinati a provocare l'abnegazione e la distruzione
del suo popolo e della sua razza sono il corollario naturale e inevitabile
della società tedesca del dopoguerra, così come dettata e forgiata dai
vincitori alleati, piena dell'incessante infusione di Unkultur americana e del
complesso di colpa per la guerra, progettato e istigato attraverso la
manipolazione e la riforma del sistema educativo tedesco in particolare.
Il
complesso di colpa tedesco per la guerra, la copertura mediatica distorta degli
attacchi "neo-nazisti" contro impostori alieni, persino il fenomeno
degli “Studi di Genere” che ha abbracciato all'università in concomitanza con
la sua radicalizzazione, sono tutti fenomeni culturali introdotti o
riconducibili a elementi americani.
Gli
americani altrimenti benintenzionati che guardano con incredulità, disgusto e
disprezzo a tedeschi illusi e altri europei come Leonie Plaar non dovrebbero –
e devono – guardare oltre il loro Paese per accertare i veri colpevoli di
questa minaccia esistenziale alla società tedesca in particolare e alla civiltà
europea e alla posterità in generale.
Una
seconda considerazione è in egual contrasto con i luoghi comuni conservatori
dominanti:
che la
religione e la famiglia da sole siano sufficienti a proteggere e immunizzare la
famiglia e l'individuo dagli elementi sovversivi della cultura moderna.
Sia
questo libro che le presentazioni passate e più recenti rivelano che i genitori
di Plaar erano genitori buoni e amorevoli.
Suo
padre potrebbe aver ereditato un'azienda di famiglia, una questione per la
quale la figlia ingrata coglie ogni occasione per esprimere disprezzo e
derisione.
Ma persino in Europa, il successo di un'impresa così
piccola richiede qualcosa di ben superiore a una settimana lavorativa standard
di 40 ore.
È anche degno di nota che nella presentazione
di TINCON sopra menzionata, lei racconti ricordi dell'infanzia e della prima
adolescenza, quando lui la incontrava prima di andare a letto per discutere di
eventi e questioni del giorno.
Un'immagine
dell'azienda della famiglia Plaar prima che il patriarca la vendesse a Rottler,
una catena tedesca specializzata in occhiali, apparecchi acustici, gioielli e
simili .
Qualcuno
potrebbe suggerire che questa sia in qualche modo colpa della famiglia Plaar
per averle "permesso" di andare all'università. Anche negli Stati
Uniti, i genitori non possono impedire ai figli adulti di frequentare
l'università o il college. Possono rifiutarsi di pagare le tasse universitarie,
ma questo probabilmente alienerà ulteriormente i figli. 15 In Germania e in
gran parte d'Europa, le tasse universitarie sono pagate, come dovrebbe essere
in un sistema universitario selettivo e accademicamente rigoroso , con la
famiglia che contribuisce per le spese accessorie. È ovviamente degno di nota
che inizialmente intendeva laurearsi in giurisprudenza (ancora una volta, una
laurea in giurisprudenza equivale a una laurea quadriennale lì) e poi, esposta
a elementi sovversivi che hanno preso il sopravvento sulle università sia in
Europa che in particolare negli Stati Uniti, ha deciso di cambiare indirizzo,
dedicandosi a storia e "studi di genere". L'idea di cedere
ulteriormente a sinistra le istituzioni d'élite è anche parte di ciò che ha
creato questa crisi culturale, poiché la cultura emana dalle università e da
altre istituzioni culturali.
Nella
presentazione del TINCON e altrove, Plaar cita l'andare ai gruppi giovanili
come un'influenza. Questi gruppi giovanili, che sono stati un'istituzione nella
società tedesca per oltre un secolo, sono stati sovvertiti. Ora, i genitori e
gli altri cittadini interessati possono essere avvisati, ma anche in questo
caso è una proposta dubbia tentare di vietare la partecipazione e
l'appartenenza se tutti i propri coetanei appartengono a questi gruppi
giovanili. Nulla spingerà un adolescente o un giovane adulto a ribellarsi e a
risentirsi con i genitori più delle misure che isolano tali individui dai loro
coetanei durante quegli anni critici e formativi.
Contrariamente
alla nuda insistenza che "la famiglia e la religione" sono da sole la
risposta, bisogna fare qualcosa per la cultura e per le università in
particolare.
A
parte le esperienze raccontate all'”Universität Osnabrück”, fa riferimento a Sex
and the Citynella sua adolescenza, in particolare al suo "coming out"
come bisessuale in questo periodo, poiché cita la serie televisiva americana
come uno dei ritratti positivi della bisessualità sessuale femminile che
ricorda dalla sua giovinezza.
I quindicenni dovrebbero guardare “Sex and the
City”?
No, né
dovrebbe farlo nessuno, in particolare non le donne.
Tuttavia,
l'affermazione che i genitori devono non essere obbligati a intraprendere il
compito assolutamente impossibile di controllare, censurare e proibire ogni
singola istanza di Unkulturamericana nella Germania di oggi o nella società
moderna è ridicola.
Considerazioni
simili si applicano alla musica rap negli ultimi 30-35 anni. Un genitore dovrebbe incatenare una
figlia al seminterrato, proibire ogni accesso a Internet e ai mass media per
assicurarsi, con assoluta certezza matematica, che una giovane donna non prenda
in simpatia quell'insidioso e ripugnante genere di "musica" preferito
da molti dei suoi coetanei.
Il
fatto che una proposta così assurda sia così palesemente assurda dimostra che
l'unica prospettiva di successo a lungo termine è affrontare la cultura non a
livello individuale, ma su larga scala sociale.
Per i
tedeschi, tali considerazioni sono aggravate dal complesso di colpa di guerra,
qualcosa a cui Leonie Plaar era particolarmente suscettibile.
Nel libro denuncia qualsiasi tentativo da parte
dell'AfD o di altri di riformare o regolamentare questa patologia che è
diventata parte del carattere nazionale della Germania (si spera non in modo
permanente).
Cita
anche l'educazione pesante sull'Olocausto che le notizie sugli attacchi
"neonazisti" contro i migranti stranieri, in particolare nell'ex
Germania dell'Est, come particolarmente influenti.
Tali
influenze sono ovviamente esattamente come inteso dal sistema educativo
tedesco, sempre più americanizzato dalla moderna cultura dei mass-media della
Germania Ovest e, soprattutto, come inteso dagli ex occupanti americani della
Germania.
Per la
Germania in particolare, questa consapevolezza implica diverse altre importanti
considerazioni.
Innanzitutto, è necessario promuovere un
consenso che chieda la fine dell'occupazione militare americana tra una massa
critica di tedeschi.
Questo,
a sua volta, consentirebbe di realizzare un imperativo ancora più urgente:
porre fine all'apparentemente inesorabile e
implacabile influenza americana che infonde così tanti presagi di "
Unkultur" americana nella società tedesca ed europea, infettando e
avvelenando il flusso della cultura europea in senso più ampio.
Basta con la pubblicità in lingua inglese,
respingiamo – attraverso lo stigma sociale o la censura vera e propria – la
"musica" sovversiva, volgare e sgradevole, dal rap negro-centrico e
profano alla costellazione gino-centrica di icone pop femminili che spaziano da
Madonna a Katy Perry, a Taylor Swift e a tutti gli altri personaggi in mezzo.
Anche altri esempi di imperialismo culturale
americano devono essere espulsi dalla vita tedesca, da McDonald's e altri
fornitori di fast food alla Coca-Cola.
Tutto
ciò deve essere accompagnato – in un modo o nell'altro – da un attacco e una
riconquista delle università, così come di altre importanti e influenti
istituzioni culturali e centri di potere.
Proprio
come i lettori possono ricondurre i catechismi letterali e le recitazioni delle
noiose diatribe politiche di Plaar all'indottrinamento di sinistra, tali
sciocchezze si rivelano essere l'antitesi stessa del pensiero individuale, così
come questo termine viene propriamente inteso.
Tale
indottrinamento – tale programmazione – è instillato nelle menti di
innumerevoli individui, proprio come Leonie Plaar.
Interrompete
e ponete fine a questo incessante processo di indottrinamento e programmazione,
e quei presagi dell'alta cultura tedesca ed europea dominante, che si oppongono
a queste nefaste influenze, manterranno rapidamente e con forza il loro
predominio.
Allora,
e solo allora, tutto il necessario per salvare la civiltà e la posterità
tedesca ed europea potrà rapidamente realizzarsi, anche se solo in tempo.
Tuttavia,
allo stato attuale delle cose, i tedeschi che sono ampiamente d'accordo con
Plaar, in particolare le giovani donne, costituiscono una componente dominante
della moderna società tedesca ed europea.
Nel
suo caso, è sostenuta da mezzo milione di follower su TikTok, è sostenuta da
apparizioni televisive e, come i lettori di questo saggio hanno appreso, ha
persino un contratto editoriale con una pubblicazione mainstream, Penguin
Deutschaland e Goldmann Verlag.
La
politica e le opinioni abbracciate da questo contingente della società tedesca
mirano all'abnegazione e all'abolizione sia della Germania che del popolo
tedesco:
die
nationale und völkische Abschaffung von Deutschland und des deutschen Volkes .
Devono
essere fermate a tutti i costi, con ogni mezzo necessario e disponibile.
Questo
processo inizia con l'esposizione e, a livello intellettuale e ideologico, la
comprensione di tali elementi:
uno sforzo al quale questa sintesi e analisi
si spera offra un contributo significativo.
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