Putin è convinto di poter vincere.

 

Putin è convinto di poter vincere.

 

 

Vertice Putin-Trump a Budapest, gli esperti:

“Così lo zar vuole umiliare l’Europa

 e prendere tempo in Ucraina.”

Fanpage.it – (17 -10- 2025) – Redazione - Riccardo Amati – ci dice:

 

Guerra in Ucraina.

La telefonata russa e il summit di Budapest segnano una nuova fase di pressione strategica:

“Mosca cerca di dividere Usa ed Europa e mantenere l’iniziativa in Ucraina”, dice a Fanpage.it l’osservatore dei negoziati “Sergey Radchenko”.

Trump valuta come rispondere tra minacce implicite e leve reali.

 “Ma la pace non è più vicina”, sostiene il diplomatico Usa “Steve Pifer”.

Con una telefonata, Vladimir Putin ha spiazzato Volodymir Zelensky che arriva a Washington per farsi dare da Trump i missili in grado di colpire Mosca e un pezzo di Siberia.

 Con la scelta di Budapest per il prossimo summit con l'ex tycoon, il capo del Cremlino ha inoltre aggiunto un robusto tassello nella spaccatura tra America ed Europa, in linea con un suo obiettivo prioritario.

Si potrebbe dire che siamo tornati al punto di partenza, prima del summit d’agosto in Alaska:

 gli Usa tirano di nuovo il freno, smettono di fare i duri con la Russia e di sostenere l’Ucraina, per un accordo di pace che finora è rimasto illusione.

 In realtà, solo le prossime ore chiariranno se l’offensiva di lusinghe russe, in atto da settimane, abbia convinto Donald Trump a tornare una volta di più sui suoi passi e a sostenere di nuovo gli obiettivi massimalisti del Cremlino in Ucraina.

 O se il presidente Usa vorrà comunque usare le leve che ha a disposizione per ridimensionare le pretese di Putin.

 

Intanto, che i presidenti delle due potenze abbiano deciso di rivedersi è probabilmente un fatto positivo, notano alcuni analisti.

 “Non credo che un nuovo summit sia una cattiva idea”, dice a “Fanpage.it “Sergey Radchenko”, docente della “Johns Hopkins University” ed esperto delle mai decollate trattative sull’Ucraina.

“Continuare a parlare è necessario. La questione è quali concessioni si debbano fare e quando. E chi debba farle”.

Secondo un informatissimo resoconto appena pubblicato dal “Financial Times “— nel colloquio con Putin ad Anchorage in agosto Trump finì per accettare la richiesta del ritiro ucraino dalle aree ancora non occupate delle quattro regioni annesse da Mosca.

Di fatto era una resa, da imporre a Zelensky.

Trump gela Zelensky alla Casa Bianca: "No ai missili Tomahawk, Putin vuole che la guerra finisca."

La successiva marcia indietro fu conseguenza del blitz dei leader europei alla Casa Bianca a perorare le regioni di Kiev.

Il cambiamento di tono nei confronti del Cremlino divenne presto evidente.

Dalla “delusione” espressa da Trump si è arrivati alla minaccia di dotare Kiev dei missili Tomahawk: 1.600 chilometri di gittata, nella versione a più lungo raggio.

Significa aver sotto tiro tre flotte navali e tre distretti militari russi, compreso quello di Mosca.

Oltre a centinaia di basi militari, logistiche ed energetiche nella Russia profonda, quella orientale.

Da sempre il “porto sicuro” per le infrastrutture militari del Cremlino.

 

Putin ha detto più volte che i Tomahawk metterebbero a rischio le relazioni Usa-Russia.

È però lecito dubitare che li ritenga così pericolosi.

 Gli Stati Uniti ne hanno pochi.

Soprattutto, hanno poche piattaforme Typhon, “uniche rampe di lancio possibili dall’Ucraina”, riferisce l’analista di armamenti “Pavel Podvig” di “Russian Forces” a “Fanpage.it.”

“E quei missili servono anche a noi”, ha detto Trump dopo aver parlato con Putin.

L’allarme di Mosca per i Tomahawk sembra far parte di una “charade diplomatica” che comprende la sostanziale neutralità russa sul processo di pace Israele-Palestinese di cui Trump è il broker, e gli sperticati complimenti allo stesso Trump e al vecchio amico Bibi Netanyahu elargiti da Putin.

Lusinghe, lamentele per minacce più o meno reali e una chiacchierata per rilanciare i rapporti: da manuale di diplomazia.

 

Dopo la telefonata di Putin, il sì a Zelensky sui Tomahawk è fuori discussione.

Ma anche un perentorio “no” appare improbabile.

“Trump non darà i missili a Zelensky:

se lo facesse comprometterebbe l’incontro bilaterale concordato”, spiega Radchenko.

Ma manterrà viva la minaccia, come strumento di pressione. Almeno fino al summit di Budapest”.

 

Una scelta interessante, come location, la capitale ungherese.

Il governo del Paese Ue nemico dell’Ue ritiene l’Occidente responsabile del prolungamento della guerra in Ucraina.

 Il primo ministro “Viktor Orbán” sfrutterà l’occasione in pieno, alla vigilia delle elezioni più difficili — vista la popolarità del suo contendente “Péter Magyar” — dal suo ritorno al potere 15 anni fa e dalla sua ascesa a faro globale del conservatorismo autoritario globale.

“Per Putin andare a Budapest è come dare il dito medio all’Ue”, nota il professore della “Johns Hopkins”:

 “Un criminale ricercato dalla “Corte penale internazionale” (l’Ungheria ne fa ancora parte, anche se ha votato per uscirne, ndr), che sfonda la porta dell’Europa a calci.

Sarà uno spettacolo, nel senso peggiore del termine”.

 Il piano è chiaro, secondo l’accademico:

Allontanare gli Usa dall’Europa, cosa in cui è molto bravo, umiliare Bruxelles — e qui è un fuoriclasse —, prender tempo in Ucraina”.

 

La telefonata di Putin è durata due ore e mezzo.

Il capo del Cremlino l'ha iniziata spiegando a Trump nei dettagli come la Russia stia vincendo su ogni fronte, secondo quanto riferito dall’agenzia Ria Novosti.

Proprio come fece in Alaska.

 “È convinto che le cose stiano davvero così, perché servizi di sicurezza e vertici militari gli raccontano questo nei loro briefing”, dice da Mosca a Fanpage.it una persona al corrente della routine nell’amministrazione presidenziale russa.

In realtà l’avanzata russa è minima e ci sono notizie recenti di altrettanto limitate controffensive ucraine.

 

La realtà dice anche che l’economia di guerra che sta sostenendo la crescita del Paese inizia a perder colpi, con il budget 2025 già sfondato in agosto, gli allarmi ripetuti della banca centrale sulla sostenibilità finanziaria e sugli investimenti e le revisioni al ribasso del governo sull’andamento del Pil.

 Ma questo non ha mai spostato le posizioni del regime sulla guerra. Putin e i suoi rimangono convinti di poterla vincere e di poter ottenere la demilitarizzazione dell’Ucraina e la sua riduzione a uno stato satellite. Sul campo.

O a un tavolo che ratifichi la disfatta di Kyiv.

 

“A tutti gli effetti, Putin continua a credere di poter raggiungere i suoi obiettivi sul campo di battaglia”, commenta a Fanpage.it il diplomatico statunitense “Steve Pifer”, già ambasciatore in Ucraina.

“Se Trump vuole promuovere la pace, deve convincere Putin del contrario e chiarire che la Russia fallirà sul campo e dovrà pagare costi politici, economici e militari sempre più elevati”.

“Pifer” sospetta che Putin abbia ancora una volta ingannato Trump”. “Dopo il cambio di tono del nostro presidente, nelle ultime settimane, gli ucraini avevano motivo di sperare in un maggior sostegno da parte dell’America”.

Questo ha preoccupato il Cremlino.

Da qui la telefonata di Putin, che vuole prevenire qualsiasi esito positivo dall’incontro Trump-Zelensky”.

Secondo il diplomatico Usa, “non sembra che la pace stia diventando più probabile”.

(fanpage.it/esteri/vertice-putin-trump-a-budapest-gli-esperti-cosi-lo-zar-vuole-umiliare-europa-e-prendere-tempo-in-ucraina/).

(fanpage.it/).

 

 

I servizi segreti russi lanciano l’allarme sul piano degli oligarchi per rovesciare Putin.

Lacrunadellago.net – (15/10/2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

A rivelare che è in corso un tentativo di colpo di Stato da parte dell’oligarca russo di origini ebraiche, “Mikhail Khodorkovsky,” è stato recentemente il servizio segreto russo, l’FSB.

“Mikhail Khodorkovsky” è una vecchia conoscenza per la giustizia russa che lo arrestò già nel 2003 per frode ed evasione fiscale.

 

Il 62enne moscovita è il prototipo dell’”oligarca askenazita” che dopo il crollo del muro di Berlino è riuscito ad accumulare una immensa fortuna.

Si tratta degli anni nei quali l’ex segretario del PCUS, “Mikhail Gorbachev”, iniziò ad eseguire una profonda trasformazione della società comunista sovietica per iniziare un processo di “democratizzazione” delle istituzioni della vecchia URSS.

 

Mikhail Gorbachev.

“Gorbachev” venne per una missione precisa.

A lui era stato affidato il compito di “esportare il liberalismo Occidentale nell’Unione Sovietica” perché ormai il vecchio modello comunista, un tempo generosamente appoggiato della finanza ebraica di New York, era divenuto superato, d’intralcio agli scopi della governance globale che voleva dominare il mondo intero.

Il segretario del PCUS era stato già selezionato con cura già negli anni prima della sua improvvisa ascesa politica, quando si recò in Italia e fu iniziato alla massoneria, come rivelò nel 1988 la rivista tedesca “Mer Licht”.

 

Gorbachev si può definire a tutti gli effetti come una vera e propria quinta colonna.

Una volta salito al potere, si circonda di consiglieri come il fidato “Alexander Yakovlev”, vera e propria eminenza grigia della cosiddetta “glasnost”, il cosiddetto processo di ricostruzione della società russa, partorito in realtà negli ambienti della “Open Society di George Soros”.

“Soros” riesce a sbarcare a Mosca proprio grazie a Gorbachev.

 

Il presidente dell’URSS nel 1987 gli consente di aprire a Mosca una sede della sua fondazione, la citata “Open Society”, che da quel momento divenne la forza motrice di quella che si può definire come la” prima rivoluzione colorata della storia moderna”.

A “Soros” venne affidato un compito molto preciso.

Il fondatore del fondo di investimenti, “Quantum Fund”, si era fatto strada già anni prima nel mondo dell’alta finanza soprattutto grazie ai suoi collaboratori come “Richard Katz” e “Georges C. Karlweis”, emissari della “famiglia Rothschild” che è stata la vera fautrice delle fortune del finanziere magiaro di origini ebraiche, che nei primi anni’70 non era ancora stato tracciato dai radar degli ambienti della speculazione internazionale.

I Rothschild non sono nuovi a servirsi di agenti, emissari o più semplicemente dei prestanome, e” George Soros” può considerarsi a pieno titolo come un altro prodotto della fabbrica della “famigerata famiglia di banchieri di Francoforte”, che hanno esteso ovunque la loro rete attraverso i loro fidati rappresentanti.

 

“Soros” arriva in Russia per favorire il processo di “modernizzazione” della società sovietica che non appena viene messo in moto conduce ad una successiva crisi finanziaria per via della “riduzione della presenza dello Stato nell’economia” e per l’apertura della economia dell’URSS a vari speculatori che inizieranno a spolparla dall’interno.

 

L’inferno degli anni’90 in Russia e il saccheggio dell’ex URSS.

Una volta giunto il crollo del muro di Berlino e l’ascesa di un altro fantoccio di Soros e di Washington, il “famigerato Boris Eltsin”, inizia quello che forse è il più grande saccheggio economico della storia moderna, attraverso un brutale programma di privatizzazioni scritto dagli economisti di Harvard guidati da “Jeffrey Sachs”, che oggi indossa i panni dell’oppositore controllato che pretende di essere critico del sistema da lui fedelmente servito e mai realmente ripudiato.

 

“Eltsin” fa spazio a tutti coloro che vogliono impadronirsi del tesoro della Russia a prezzi di saldo.

Nella nuova Russia post-sovietica, lo Stato esce di scena e lascia il posto agli “oligarchi” che diventano il nuovo Stato e i nuovi signori del Paese.

Ad arricchirsi in maniera smisurata sono proprio personaggi come “Mikhail Khodorkovsky”.

 

I vari consiglieri economici di Eltsin lasciano che l’oligarca si compri il gigante petrolifero della “Yukos” alla ridicola somma di 310 milioni di dollari, quando la società aveva un valore effettivo di almeno 5 miliardi di dollari.

Si trattò di una vera e propria rapina del patrimonio pubblico dell’ex URSS, replicatasi anche attraverso la vendita della “Sibneft”, un altro gigante petrolifero, regalata a sua volta ad un altro oligarca di origini ebraiche, “Boris Berezovsky,” che si comprò la società per la modica somma di 100 milioni di dollari a fronte di un valore effettivo di 3 miliardi di dollari.

 

Boris Berezovsky.

Lo Stato in Russia esce così di scena.

Sorge al suo posto un apparato parastatale composto da rappresentanti dell’agenzia di intelligence americana, la “CIA”, che si insedia negli uffici russi e governa il Paese in questa fase, assieme ai potentissimi oligarchi che trasformano il Paese in “un governo coloniale diretto dalla finanza di Wall Street, dalla Open Society di Soros, dall’amministrazione presidenziale americana, e dalla massoneria che dopo il 1991 conobbe una vera e propria esplosione nel Paese”.

 

A raccontare tale fase è stato lo storico russo “Oleg Platonov” nella sua opera “Storia criminale della massoneria in Russia”, nella quale spiega come a incoraggiare il reclutamento per conto della libera muratoria in Russia fosse una stazione americana in mano alla CIA, Radio Liberty, che sosteneva l’iscrizione presso le logge per favorire meglio il processo di infiltrazione di tali poteri in Russia.

 

In Russia intanto in quegli anni si vive l’inferno.

A prendere il potere sono dei fuorilegge che si servono di bande criminali che fanno il bello e il cattivo tempo nel Paese, tanto che i russi che ricordano quegli anni raccontano come allora non era purtroppo raro prendersi qualche colpo di pistola.

Il riscatto arriva verso la fine degli anni’90, quando inizia ad affacciarsi sulla scena politica nazionale un ex agente del KGB, il giovane “Vladimir Putin”, che diviene primo ministro nel 1999 e presidente della Russia nel 2000, prendendo così il posto della “quinta colonna Eltsin” che aveva trascinato il Paese nel fango e nel disastro economico.

 

Vladimir Putin nel 1999.

Putin deve ricostruire tutto.

Deve ripartire daccapo, deve rimettere i mattoni nelle fondamenta di uno Stato che non c’è più e per farlo inizia dalla ricostruzione della sovranità del Paese, che non poteva passare dalla rimozione del potere degli oligarchi.

 

La guerra degli oligarchi e di Londra a Putin.

Ad opporsi subito contro di lui è proprio “Berezovsky”, che dopo aver sostenuto in un primo momento” Vladimir Putin” scopre presto nei primi anni della sua presidenza che Putin non è un altro Eltsin e vuole mettere al primo posto gli interessi della Russia.

“Berezovsky” così fugge a Londra nel 2003, dove continua a guidare l’opposizione contro il presidente russo che inizia a trasformare la Russia in una potenza di tutto rispetto e non più nello Stato coloniale governato da lobby e interessi privati.

 

L’oligarca viene condannato nel 2007 per corruzione e frode mentre la sua società, la “Sibneft”, viene nazionalizzata e torna nelle mani del governo russo attraverso l’acquisizione di “Gazprom”, che oggi è uno dei colossi non solo dell’energia russa, ma mondiale.

A poco a poco, il modello liberale e liberista degli oligarchi viene smantellato, e Londra diviene il luogo degli intrighi contro Mosca, il posto nel quale tali personaggi vengono etero diretti dai servizi segreti inglesi dell’MI6.

 

Una delle operazioni preferite dei servizi inglesi è quella dei “famigerati false flag” attraverso i quali vengono eliminate figure di opposizione al Cremlino da parte dell’intelligence inglese per accusare poi Mosca di aver ordinato tali assassini.

A Londra, hanno una certa famigliarità con tali operazioni, e tra queste si può ricordare l’”omicidio di Giulio Regeni”, partorito negli ambienti della intelligence britannica e in seguito addossato al governo egiziano per creare una frattura con l’ENI e favorire così l’ingresso di altre corporation petrolifere straniere in Egitto.

 

Si “rifugia” nella capitale inglese anche “Khodorkovsky” che dopo essere stato generosamente graziato da Putin nel 2013, si trasferisce nel Regno Unito, senza però rinunciare alle sue vecchie “abitudini”.

Secondo l’”FSB”, come si accennava in precedenza, l’oligarca decaduto sarebbe oggi impegnato ad orchestrare un tentativo di colpo di Stato assieme ad altre 20 figure dell’opposizione russa sempre sotto la ubiqua regia dei servizi segreti inglesi che sono i più attivi nelle trame eversive contro Mosca.

 

Londra quindi ancora una volta prova a indossare i panni che un tempo erano di Washington, ovvero quelli di centrale della destabilizzazione internazionale.

C’è una guerra sotterranea, una guerra di spie, fatta di misteriosi attentati e colpi che procede da almeno 3 anni a questa parte tra Londra e Mosca.

Il primo capitolo di tale guerra iniziò probabilmente a bordo del “Goduria” sulle sponde del lago Maggiore, luogo che pullula di spie inglesi e israeliane.

Lì si diedero appuntamento un gruppo di agenti dell’”AISE” assieme ad altri uomini del” Mossad” per orchestrare una provocazione contro Mosca nei Balcani nella speranza di aprire un nuovo fronte di guerra e disimpegnare la Russia dal fronte ucraino, dove il regime di Zelensky subiva e subisce perdite pesantissime.

 

Il piano fallì, come noto, perché il “Goduria affondò”, non certo per una fantomatica tromba d’aria, come scrissero i mendaci organi di stampa, ma perché ci un intervento dell’intelligence russa che provocò il rovesciamento della barca delle spie.

Si vide lo stesso copione sulla “rada di Porticello”, dov’era ancorata un’altra barca, il “Bayesian”, di proprietà dell’imprenditore informatico “Mike Lynch”, uomo vicinissimo al MI6 e al Mossad.

 

“Lynch” anni addietro aveva fondato una società, la “Darktrace”, ed era stata proprio questa società a fornire l’assistenza necessaria nel giugno dello scorso anno all’Ucraina per eseguire la “disastrosa incursione nel territorio russo del Kursk”.

 

A distanza di due mesi da quella operazione, morivano in circostanze poco chiare i due uomini più importanti di “Darktrace”, “Mike Lynch”, morto nella sua barca affondata a Porticello, e “Stephen Chamberlain”, deceduto in un incidente stradale 48 ore prima del suo ex socio d’affari.

I misteri attorno al “Bayesian” sono fitti, e per evitare che qualcuno iniziasse a risolversi, sono giunti di gran carriera i servizi inglesi che forse hanno provato a ripulire il “Bayesian” prima che qualcuno potesse entrare e mettere le mani sui file compromettenti che aveva “Lynch”.

 

Londra ancora una volta però non sembra arrendersi e ora fornisce “tutta la sua assistenza a questo manipolo di oligarchi russi decaduti che si propongono di rovesciare Vladimir Putin”.

La guerra in Ucraina è un disastro assoluto per la NATO e i nazisti di Kiev, e allora si prova a rispolverare il copione delle rivoluzioni colorate nella speranza di instaurare a Mosca un governo più compiacente verso l’anglosfera.

“Khodorkovsky” e i suoi hanno costituito per questa ragione, il “Russian antiwar committee”, ovvero il comitato antiguerra russo, che si propone di mettere fine subito alle ostilità in Ucraina e di salvare così ciò che resta del decadente regime di Volodymyr Zelensky.

 

L’operazione appare a dir poco proibitiva.

 Anni addietro, prima dell’ingresso di “Donald Trump” nella Casa Bianca, Washington fece di tutto per rovesciare, ed eliminare fisicamente, il presidente russo, ma non ci fu nulla da fare.

La Russia ha un solido apparato di intelligence e le infiltrazioni del passato adesso sono soltanto un lontano ricordo.

Il golpe che” Londra” e “Khodorkovsky” vorrebbero mettere in atto è a dir poco irrealizzabile, ma l’anglosfera ormai non sa più a che “santo” votarsi per tirarsi fuori dal pantano nel quale si trova.

 

A doversi preoccupare della sua stabilità politica dovrebbe essere proprio l’anglosfera, visto che le sue democrazie liberali sono sempre più fragili e in preda a crisi permanenti.

A Parigi, si cambiano primi ministri come delle paia di calzini, mentre a Londra, il premier “Starmer” appare sempre più precario e dalle parti di Downing Street si dice che potrebbe uscire di scena già nel 2025.

 

Ad essere in crisi nella guerra tra l’anglosfera orfana di Washington e il mondo multipolare, è certamente la prima.

Se continua così, i vari “leader” europei potrebbero presto uscire di scena travolti da crisi di consenso sempre più acute, tanto che l’astensionismo sta raggiungendo cifre record e in qualche Paese europeo, in particolare Francia e Italia, si inizia a parlare della possibilità che possa instaurarsi nuovamente la monarchia.

 

Putin ha poco da temere questa volta.

Non sono gli anni’90 questi e dall’altra parte il “potere degli oligarchi” non è nemmeno la metà di quello che era in quel decennio buio.

Il presidente russo forse può rimproverarsi soltanto un eccesso di generosità nei confronti di “Khodorkovsky”, da lui graziato, ma il magnate decaduto dovrà stare molto attento e guardarsi le spalle, non da Mosca, ma da Londra stessa.

 

Londra infatti non è nuova ad eliminare alcune figure di opposizione al Cremlino.

Lo si vide con “Berezovsky” e “Navalny”, morti entrambi in circostanze poco chiare, e a detta della intelligence russa, eliminati entrambi dai servizi inglesi, e lo si potrebbe vedere anche con” Khodorkovsky”.

In ciò che resta della decaduta anglosfera, non hanno difficoltà ad uccidersi gli con gli altri, se l’altro improvvisamente viene giudicato inutile agli scopi della causa.

“Khodorkovsky “probabilmente, da buon utile idiota, nemmeno si è soffermato a fare tale riflessione.

A Mosca intanto non resta che attendere serenamente il prossimo fallimento di Londra.

 

 

 

Guerra bloccata, Putin ha bisogno

di un secolo per vincere: l'analisi.

Adnkronos.com -Redazione Adnkronos – (18 ottobre 2025) – ci dice:

L'Economist evidenzia le difficoltà della Russia in Ucraina: perdite notevoli, progressi ridotti.

Guerra bloccata, Putin ha bisogno di un secolo per vincere: l'analisi.

Donald Trump non fornisce i missili Tomahawk all'Ucraina.

 La guerra, però, rimarrà un rebus irrisolto per la Russia.

Vladimir Putin sta pagando costi altissimi per progressi ridotti sul campo di battaglia e la vittoria 'classica' appare una chimera:

 per conquistare l'Ucraina, servirebbe un secolo.

 

È il quadro che elabora “The Economist” sulla base di una approfondita analisi, che sembra offrire una base solida all'ultimo messaggio inviato da Trump a Putin e al presidente ucraino Volodymyr Zelensky: "Fermatevi lì dove siete".

 

Il presidente degli Stati Uniti invoca il congelamento della linea del fronte, con lo stop alle ostilità.

È possibile che il tema sia stato affrontato e condiviso nella telefonata di giovedì con Putin.

Venerdì, alla Casa Bianca, Zelensky ha fissato come priorità il 'cessate il fuoco':

una dichiarazione interpretabile come un 'sì' al messaggio di Trump.

Lo stop arriverebbe in un quadro delineato e, secondo “The Economist”, quasi cristallizzato mentre l'offensiva estiva della Russia si va esaurendo.

 Il terzo 'attacco estivo' di Mosca ha prodotto risultati ridotti se paragonati alle perdite.

"A meno di cambiamenti drastici, Vladimir Putin non sarà in grado di vincere la guerra sul campo di battaglia", sentenzia “The Economist”.

 

Tante perdite, pochi progressi.

Da gennaio 2025 fino al 13 ottobre, le perdite russe ammontano a 984.000-1.438.000 vittime, con un numero di morti variabile tra 190.000 e 480.000.

A questi ritmi, la disponibilità di uomini diventerebbe un problema maggiore per la Russia che per l'Ucraina.

Da quando le linee del fronte si sono stabilizzate dopo la fine della prima controffensiva ucraina nell'ottobre 2022, si sono verificate variazioni minime. Nessuna grande città ha cambiato 'padrone'.

 Se la Russia avanzasse al ritmo degli ultimi 30 giorni, la conquista di ciò che resta delle quattro regioni che Putin già rivendica – Luhansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia – verrebbe completata nel 2030.

E per occupare tutta l'Ucraina, la Russia avrebbe bisogno di altri 103 anni di guerra.

 

Le analisi non escludono cambiamenti repentini, che però vengono considerati estremamente improbabili.

 Il collasso delle linee difensive dell'Ucraina non è una prospettiva realistica:

 Kiev dispone di droni e armi a lungo raggio sufficienti per arginare le spallate russe.

 Mosca può avanzare, a costi altissimi, ma non potrebbe consolidare i progressi.

 

“The Economist “accende i riflettori anche sul prezzo che Putin paga in termini di mezzi.

“Oryx”, un sito olandese di intelligence open source, fa riferimento alla perdita di 12.541 carri armati e veicoli corazzati da combattimento; 2.674 sistemi di artiglieria e missili; 166 aerei e 164 elicotteri.

 I numeri sono approssimati per difetto.

A questo bilancio va aggiunto l'effetto dell'attacco ucraino contro aeroporti russi e altri obiettivi a giugno, con un'azione compiuta con droni nascosti in camion:

 si ritiene che sia andato distrutto forse un sesto della flotta di bombardieri strategici russi.

I velivoli possono essere rimpiazzati, ma non a basso costo e non in tempi rapidi.

Infine, il 'fattore economia'.

L'Ucraina ha avviato la produzione di missili e droni relativamente economici.

Se le linee del fronte rimangono stabili in una guerra 'di installazioni', osserva The Economist, non è più così ovvio che la Russia abbia il sopravvento.

 L'economia della Russia è più grande di quella ucraina, ma non regge il confronto rispetto a quella degli alleati dell'Ucraina:

"Se il sostegno occidentale all'Ucraina dovesse reggere, la guerra potrebbe protrarsi a caro prezzo per la Russia".

 

 

 

Ucraina, la richiesta di Putin a

Trump: "Kiev ceda il Donetsk"

Adnkronos.com – Redazione ADN Kronos – (19 – 10-2025) – ci dice:

 

La rivelazione del “Washington Post”: "Solo così per il leader russo finirà la guerra."

Ucraina, la richiesta di Putin a Trump: "Kiev ceda il Donetsk."

Kiev ceda il pieno controllo del Donetsk.

È la richiesta fatta dal presidente russo Vladimir Putin al presidente americano Donald Trump come condizione per mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina.

Lo hanno rivelato al Washington Post due fonti al corrente dei dettagli del colloquio telefonico avvenuto giovedì tra i due leader.

"La richiesta di Putin sul Donetsk - regione strategica nell'est dell'Ucraina - suggerisce che non sta facendo marcia indietro rispetto alle richieste passate che hanno portato allo stallo nel conflitto, nonostante l'ottimismo di Trump sulla possibilità di raggiungere un accordo", hanno affermato i funzionari, citati dal quotidiano americano.

Le condizioni sarebbero state poste nella telefonata di pochi giorni fa. Trump non ha commentato pubblicamente la richiesta del presidente russo di ottenere l'intero territorio del Donetsk, che non era stata resa nota in precedenza, e non l'ha sostenuta parlando con i giornalisti prima dell'incontro alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky.

 

Zelensky e i missili Tomahawk.

Venerdì, Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti la fornitura di missili Tomahawk.

E Trump, che ha frenato con le ultime dichiarazioni temendo il rischio di un'escalation, secondo il presidente ucraino non ha detto "né no né sì".

 

Zelensky preferisce mantenere un tono ottimista sulla possibilità che il presidente americano alla fine si decida a inviare i missili richiesti, che servirebbero per colpire la Russia più in profondità.

 In un'intervista a “Nbc news”, concessa dopo essere stato ricevuto alla Casa Bianca da Trump, Zelensky ha commentato:

È positivo che il presidente non abbia detto no, ma per oggi non ha detto sì".

"Io penso - ha aggiunto nell'anticipazione dell'intervista che sarà trasmessa integralmente oggi - che Putin abbia paura che gli Stati Uniti ci consegnino i Tomahawk.

E io penso che lui abbia davvero paura che noi li usiamo".

Il leader ucraino ha ribadito l’importanza dei Tomahawk, affermando che Mosca "ha paura" di questi armamenti a lungo raggio, ma ha riconosciuto che Washington teme un’escalation del conflitto.

Budapest: "Vertice Trump-Putin perché noi unici in Europa a volere la pace."

La possibile svolta sul conflitto è legata al prossimo incontro tra Trump e Putin che si terrà a Budapest.

Il summit andrà in scena in un paese dell'Ue e, allo stesso tempo, a casa di Viktor Orban, leader europeo più vicino a Putin.

"Perché da noi?

Da ieri in molti nel mondo si chiedono e avanzano ipotesi sulle ragioni per cui l'Ungheria è stata scelta come luogo dell'incontro fra il presidente russo e americano.

 La risposta è semplice:

 siamo gli unici rimasti in Europa a percorrere ancora la strada della pace", ha detto il consigliere di Orban,” Zoltan Kovacs”.

 "Non abbiamo mai dato lezioni a nessuno, né quando erano al governo, né quando erano all'opposizione.

 Non abbiamo mai chiuso i canali del dialogo.

È difficile convincere qualcuno di qualsiasi cosa se non gli parli", ha aggiunto.

 

E ancora: "Da anni siamo dalla parte della pace in modo deciso e coerente.

Abbiamo scelto la cooperazione invece del confronto, il rispetto reciproco invece dello stigma, questo è il percorso della pace.

 Oggi l'Ungheria è l'unico Paese in Europa in cui c'è una reale possibilità che i colloqui fra Usa e Russia possano infine portare la pace e dove forse le prospettive europee possono ancora essere tenute in conto.

 Bruxelles può essersi isolata, ma noi continuiamo a negoziare", ha aggiunto.

 

 

 

Ucraina-Russia, Trump: "Zelensky

deve accettare le condizioni di

Putin o sarà distrutto."

Adnkronos.com – (19-10- 2025) – Redazione Adnkronos – ci dice:

 

Il presidente americano: "La Russia prenderà qualcosa, ha combattuto e conquistato".

 Zelensky: "Pronto ad andare a Budapest per l'incontro, non dobbiamo concedere nulla."

Ucraina-Russia, Trump: "Zelensky deve accettare le condizioni di Putin o sarà distrutto."

 

La Russia "prenderà qualcosa" dall'Ucraina.

Kiev deve "accettare le condizioni poste da Vladimir Putin per la fine della guerra o il presidente russo distruggerà l'Ucraina".

È il quadro che Donald Trump prospetta per la guerra in corso da oltre 3 anni e mezzo.

Il presidente degli Stati Uniti è reduce dalla telefonata con il presidente russo Vladimir Putin e dal colloquio alla Casa Bianca con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

 I due appuntamenti, in vista dell'incontro tra Putin e Trump in programma a Budapest, hanno fissato paletti destinati a condizionare il percorso dei negoziati.

Aut aut di Trump.

In particolare, secondo il “Financial Times”, venerdì Trump ha recapitato a Zelensky una sorta di auto aut nel "burrascoso" incontro di venerdì alla Casa Bianca, che sarebbe più volte degenerato in una "sfuriata" con il presidente americano che "imprecava continuamente".

 

Secondo le fonti interpellate dal “FT”, Trump ha gettato via le mappe del fronte in Ucraina e insistito affinché Zelensky consegnasse il Donetsk, la strategica regione dell'est, richiesta che - secondo il Washington Post - Putin ha avanzato nel corso della telefonata avuta tre giorni fa con il tycoon come condizione per mettere fine alla guerra.

Le tensioni emerse nell'incontro - oltre a ricordare da vicino lo scontro tra i due nello Studio Ovale avvenuto lo scorso febbraio in mondovisione - hanno evidenziato la disponibilità del capo della Casa Bianca ad appoggiare le richieste massimaliste di Putin.

 

A Zelensky, nel meeting di venerdì, Trump ha di fatto negato la fornitura di missili Tomahawk.

 "Non possiamo dare tutte le nostre armi all'Ucraina.

 Semplicemente non possiamo farlo", dice il presidente americano in un'intervista a Fox News.

"Sono stato molto buono con Zelensky e l'Ucraina, ma non posso mettere in pericolo l'America", aggiunge Trump:

 da un lato, Washington teme un'escalation con la Russia.

Dall'altro, i missili sono essenziali anche per l'America.

 

Trump: "Putin prenderà qualcosa."

Per Trump, in ogni caso, la fine della guerra si può ottenere anche senza Tomahawk.

 Il presidente degli Stati Uniti, però, dà per scontato che Putin ribadirà richieste territoriali anche nel vertice in Ungheria.

Non è un segreto: Mosca vuole tutto il Donetsk.

"Beh, prenderà qualcosa. Hanno combattuto, ha conquistato determinate proprietà.

 Noi siamo l'unico paese che va, vince una guerra e se ne va.

Lo abbiamo fatto in Medio Oriente sotto il presidente Bush. Siamo andati, abbiamo distrutto tutti e ce ne siamo andati.

Ricordate quando dicevo 'teniamo il petrolio?'", afferma Trump.

 

L'Ucraina è disposta ad accettare sacrifici territoriali?

Zelensky descrive un quadro bellico diverso rispetto a quello delineato da Putin, secondo cui la Russia è in una posizione di controllo su tutta la linea del fronte.

"Non stiamo perdendo questa guerra, Putin non sta vincendo.

 Il suo esercito è in una posizione di debolezza", dice il presidente ucraino a “Meet the Press”, programma della “Nbc”.

 

Zelensky: "La Russia non sta vincendo la guerra."

"Dall'inizio di questa guerra hanno occupato l'1% del nostro territorio perdendo 1,3 milioni di uomini.

Ecco perché intensifica i raid" contro infrastrutture energetiche. "Vuole provocare un disastro in vista dell'inverno", aggiunge.

 

In realtà la Russia occupa il 19% del territorio, secondo i dati di “Meet the Press”.

Zelensky sarebbe disposto a trattare sulla cessione di territori?

"Se vogliamo porre fine a questa guerra e arrivare rapidamente a trattative di pace per via diplomatica, dobbiamo rimanere dove siamo: non dobbiamo concedere altro a Putin", dice, invocando un cessate il fuoco immediato: "Le trattative non possono svolgersi sotto i missili e sotto i droni".

 

Kiev auspica maggiore pressione da parte di Washington.

 "Putin è simile ad Hamas ma è più forte. Questa è una guerra più grande, la Russia ha il secondo esercito al mondo.

Ecco perché serve più pressione", dice Zelensky rispondendo alla domanda se ritenga necessaria più pressione da parte di Trump.

 Il presidente degli Stati Uniti al momento non intende concedere i missili Tomahawk a Kiev.

È positivo che il presidente Trump non abbia detto 'no'.

Ma, ad oggi, non ha detto sì", la formula con cui Zelensky prova a riassumere la discussione andata in scena alla Casa Bianca.

"Putin ha paura che gli Stati Uniti ci diano i Tomahawk, credo tema davvero che li useremo", aggiunge.

Zelensky: "Pronto a incontrare Putin a Budapest."

Anche nell'intervista a “Nbc News”, Zelensky definisce Putin "un terrorista".

 Il presidente ucraino, in ogni caso, è pronto a partecipare al vertice di Budapest, dove si incontreranno Trump e Putin.

"Se vogliamo davvero arrivare ad una pace giusta e duratura, abbiamo bisogno di entrambe le parti coinvolte in questa tragedia.

Come possono esserci accordi relativi a noi senza la nostra partecipazione? Io sono pronto", dice.

 

"Putin ha paura della società perché vuole essere presidente fino alla morte.

Ed è per questo che, ovviamente, ha bisogno che la società lo sostenga. Ecco perché conta sulla continuazione di questa guerra.

Ecco perché non sono sicuro che a Budapest sarà pronto" a dialogare. "Ma se il presidente Trump farà pressione su di lui e se Putin sarà pronto per qualsiasi formato di negoziazione - bilaterale, trilaterale, di qualsiasi tipo - penso che andrà bene".

 

 

 

Putin si racconta vincitore,

sta all’Europa difendere Kiev.

Parla l’ambasciatore Zazo.

Formiche.net - Emanuele Rossi – (20-09 -2025) – ci dice:

 

L’ambasciatore Pier Francesco Zazo delinea un quadro critico della politica americana verso la Russia e mette in guardia sull’eventualità di un disimpegno degli Stati Uniti, che lascerebbe all’Europa il peso principale del sostegno a Kiev.

 

Il momento è delicato, la prospettiva del raggiungimento di una pace a breve termine si sta allontanando.

Il bilancio della politica di appeasement adottata da Donald Trump nei confronti della Russia “è stato finora fallimentare”, perché “il presidente americano ha fatto uscire la Russia dall’isolamento internazionale e ha rinunciato alla richiesta di una tregua quale condizione necessaria per l’avvio dei negoziati, accogliendo la tesi di Vladimir Putin secondo cui occorre prima addivenire a un accordo per rimuovere le cause profonde del conflitto;

e inoltre gli Stati Uniti hanno momentaneamente sospeso le sanzioni nei confronti della Russia”.

In una conversazione con Formiche.net,” Pier Francesco Zazo”, già ambasciatore italiano a Kyiv, spiega che nonostante tali concessioni, Trump non ha ottenuto nulla in cambio da Putin.

 

“Il presidente russo, che ha rafforzato la sua posizione dopo il vertice di Anchorage e la visita in Cina, è più che mai determinato a proseguire nell’offensiva militare, poiché convinto di poter vincere.

Conta sulla superiorità delle risorse umane a disposizione, sulla conversione della Russia a un’economia di guerra e confida nel progressivo disimpegno degli Stati Uniti dal conflitto.

La Russia continua a negoziare presentando condizioni massimaliste inaccettabili per l’Ucraina e, al contempo, intensifica i suoi attacchi”.

L’aspetto più preoccupante è che Trump, pur dicendosi deluso da Putin, non ha finora mai dato seguito ai suoi ultimatum e alle minacce di sanzioni più dure nei confronti della Russia, “risultando così poco credibile”.

Inoltre, “non ha finora accolto le richieste europee di un inasprimento delle sanzioni e, in particolare, la proposta di abbassare il tetto del prezzo degli idrocarburi per ridurre la principale fonte di entrate della Russia”.

Nei giorni scorsi, Trump ha però sollecitato i Paesi europei a fare di più, a cessare le restanti importazioni di petrolio dalla Russia e ad adottare dazi nei confronti della Cina e dell’India.

 Soltanto in tal caso gli Stati Uniti saranno disposti a inasprire a loro volta le sanzioni.

“Si tratta di una chiara tattica dilatoria, poiché Trump è sempre incline ad addossare la colpa agli europei:

da un lato per voler ostacolare il percorso di pace, dall’altro per non esercitare una sufficiente pressione sulla Russia”.

 

” L’impressione generale — secondo Zazo — è che il presidente americano abbia ormai maturato la decisione di voler normalizzare i rapporti con la Russia e che sia alla ricerca di un pretesto per disimpegnare progressivamente gli Stati Uniti dal conflitto ucraino, lasciando così all’Europa la responsabilità principale di assicurare il sostegno a Kiev”.

 

Lo sconfinamento dei droni russi sulla Polonia e sulla Romania rappresenta un test da parte del Cremlino per verificare la tenuta della Nato?

 “L’obiettivo principale di Putin è dividere gli Stati Uniti dall’Europa, considerata oggi dalla Russia il suo principale nemico”.

 

Da parte dei Paesi europei vi è stata una risposta compatta di fermo sostegno alla Polonia;

nessuna dichiarazione di condanna invece da parte di Trump, che ha minimizzato l’accaduto arrivando a dire che forse si è trattato di un errore.

 “I russi vogliono accertare fino a quale punto i Paesi Nato, e in primis gli Stati Uniti, siano pronti ad applicare l’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica.

 Infatti, il Cremlino non vuole solo riportare sotto il suo controllo l’Ucraina, che considera parte della grande madrepatria russa, ma ambisce nel lungo periodo a vedersi riconosciuto il ruolo di grande potenza, con il diritto al ristabilimento di una sfera d’influenza sui Paesi dell’Europa orientale”.

 

L’Europa sta dando prova di compattezza nel suo sostegno a Kiev e sta comprensibilmente cercando di scongiurare un disimpegno americano dal conflitto e un indebolimento della Nato, poiché non vuole essere lasciata sola a fronteggiare la minaccia russa?

 “Lo scenario più probabile che si sta delineando è che la responsabilità principale della difesa di Kiev ricadrà proprio sull’Europa, laddove gli Stati Uniti continueranno a fornire i loro armamenti, ma solo se pagati dagli europei”.

 

Per l’ambasciatore italiano, l’Europa ha il “dovere” di continuare a sostenere l’Ucraina, che si sta battendo anche “per la sicurezza del nostro continente”.

 Soprattutto nell’ipotesi di una graduale diminuzione degli aiuti americani, “l’Europa dovrà inevitabilmente prendere in considerazione la futura confisca dei fondi sovrani russi congelati (oltre 200 miliardi di euro) al fine di sostenere le ingenti spese militari e finanziarie per l’Ucraina, un’opzione finora scartata per il timore di provocare l’instabilità del sistema finanziario internazionale”

 

L’Italia sta dando prova di essere un Paese responsabile dell’Ue, poiché se da un lato cerca di scongiurare una rottura del legame transatlantico, dall’altro ha sempre ribadito il suo pieno sostegno all’Ucraina.

“Dopo qualche esitazione iniziale, abbiamo aderito alla coalizione dei volenterosi, rimarcando però la contrarietà all’ipotesi anglo-francese di invio di forze di pace in Ucraina e promuovendo invece una proposta di garanzie di sicurezza a favore di Kiev, basata sul modello dell’art. 5 della Nato.

 Il Cremlino ha tuttavia già dichiarato che qualsiasi garanzia di sicurezza a favore di Kiev dovrà prevedere il coinvolgimento della Russia e il suo diritto di veto”.

In definitiva, l’unico percorso credibile per costringere Putin al tavolo negoziale è convincerlo che non può vincere, dato che egli rispetta solo il linguaggio della forza?

“Esatto, è pertanto essenziale che gli alleati occidentali, ivi inclusi gli Stati Uniti, continuino a dare il loro pieno sostegno finanziario e militare a Kiev, abbinandolo a un ulteriore rafforzamento delle sanzioni al fine di indebolire l’economia russa e la sua macchina bellica.

 Soltanto allora ci saranno le condizioni per arrivare a un compromesso in cui la Russia si terrà i territori occupati e otterrà la non adesione di Kiev alla Nato, laddove l’Ucraina manterrà la sua sovranità, disporrà grazie agli aiuti occidentali di un esercito forte in grado di scongiurare future aggressioni (modello porcospino) e avvierà una rapida integrazione nell’Unione Europea”.

 

Per la Russia è di fondamentale importanza dimostrare di non essere isolata e di poter contare sul supporto dei “Paesi del Global South”, del “Brics” e della “maggioranza dei Paesi membri del G20”, per diffondere la narrativa di una lotta per la creazione di un nuovo ordine multipolare più giusto contro la pretesa egemonia degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo?

“Effettivamente la Russia può contare sul supporto della Cina e di altri regimi autocratici.

 Il conflitto in corso in Ucraina va infatti inquadrato nell’ambito più ampio di un duro scontro frontale tra autocrazie e democrazie occidentali”.

Per Zazo, “Trump ha fatto uscire Putin dall’isolamento internazionale ricevendolo con tutti gli onori ad Anchorage”.

Successivamente la posizione del presidente russo si è ulteriormente rafforzata a seguito del suo recente viaggio in Cina per partecipare al vertice della “Shanghai Cooperation Organization” (Sco) e alle celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale.

 “La Cina ha ribadito il suo pieno sostegno alla Russia e il premier indiano Narendra Modi, con la sua partecipazione ai lavori della Sco, ha chiaramente espresso la sua opposizione ai dazi inflitti da Trump all’India a causa delle importazioni di greggio dalla Russia”.

 

L’ambasciatore, con esperienze sulle dinamiche di Mosca, spiega che la Russia, essendo un’autocrazia che coltiva il sogno revanchista di ripristinare un impero, cerca di alimentare l’immagine di potenza militare invincibile destinata a prevalere nel conflitto in Ucraina.

“Lo fa soprattutto per convincere gli alleati di Kiev e le opinioni pubbliche occidentali che è inutile continuare a sostenere l’Ucraina, nonché per rafforzare il regime di Putin, che non può permettersi di perdere il conflitto.

Si tratta però di un’immagine non veritiera, tenuto conto che la Russia continua ad avanzare sul terreno molto lentamente e a costo di gravi perdite, ed è costretta a ricorrere al sostegno militare della Corea del Nord e dell’Iran”.

 

Il bilancio del Cremlino è magro:

dopo tre anni e mezzo di guerra la Russia occupa solo un quinto dell’Ucraina, laddove si era prefissata l’obiettivo di entrare a Kiev entro pochi giorni;

la Nato si è ulteriormente espansa a est con l’ingresso di Svezia e Finlandia.

 “Inoltre — continua l’ambasciatore — la Russia ha perso l’accesso ai mercati europei, dovendo rinunciare all’utilizzo dell’arma energetica, ed è costretta a vendere le sue materie prime ai Paesi asiatici a un prezzo molto più basso.

Soprattutto, la Russia è destinata ad avere un ruolo sempre più ancillare rispetto al suo principale alleato, la Cina.

Inoltre, sebbene abbia riconvertito con un certo successo il suo apparato industriale a un’economia di guerra, si intravedono crescenti segnali di affanno”.

 

Il regime di Putin ha da molti anni lanciato anche una guerra ibrida contro l’Occidente per coltivare le sue ambizioni.

 Lo fa utilizzando vari strumenti, ricorrendo innanzitutto in maniera massiccia all’arma della disinformazione, per influenzare con narrative false le opinioni pubbliche occidentali e gli esiti delle votazioni, anche tramite aiuti finanziari a partiti sovranisti e a personalità influenti del mondo politico, economico e dei media.

Sono inoltre frequenti gli attacchi cyber ai sistemi di sicurezza europei. In passato ha anche usato l’arma energetica come strumento di ricatto nei confronti dell’Europa.

 

“L’uso massiccio della disinformazione è anche un’arma a doppio taglio, poiché ha indotto il regime di Putin a commettere il grave errore di invadere l’Ucraina nella convinzione errata che le popolazioni russofone del Paese avrebbero accolto a braccia aperte i soldati russi”.

 

L’Italia — che martedì 23 settembre ospiterà un evento dell’Istituto Germani sulla penetrazione della narrazione putiniana tra i libri di testo delle medie, a cui parteciperà anche l’ambasciatore Zazo — è uno dei Paesi maggiormente esposti alla disinformazione russa per motivi storici e culturali?

“Tra i partiti conservatori di destra vi è la forte eredità lasciata da Silvio Berlusconi, che vantava una solida amicizia con Putin.

 Al momento vi è la Lega, che mantiene tuttora stretti rapporti con la Russia.

Molti elettori di destra guardano con simpatia alla Russia, che ai loro occhi rappresenta il custode dei valori tradizionali: stabilità, patria, religione e famiglia”, risponde Zazo.

 

Vi è poi la galassia dei movimenti pacifisti, che si oppongono strenuamente al piano di riarmo dell’Europa e insistono per cercare “un dialogo con la Russia pur di preservare la pace a ogni costo, anche se ciò dovesse significare la resa dell’Ucraina e mettere a repentaglio la sicurezza del continente europeo.

 Anche nella sinistra vi sono molti esponenti pacifisti e arrendevoli nei confronti della Russia, soprattutto a causa del loro radicato sentimento antiamericano.

Ritengono che gli Stati Uniti e la Nato, con il loro allargamento a est, siano i principali responsabili di aver lanciato una guerra per procura contro la Russia”.

Molti simpatizzanti di sinistra, in particolare nel mondo accademico, hanno ancora un ricordo nostalgico dell’Unione Sovietica

“Va ricordato — aggiunge la feluca italiana — che l’Italia aveva il più grande partito comunista occidentale e che la sua classe dirigente intratteneva intensi legami con Mosca.

Da qui deriva un’innata simpatia per la Russia e una difficoltà intrinseca a comprendere che l’Unione Sovietica era un impero che controllava un mosaico di diverse nazionalità.

 

Soprattutto in Italia, si registra il problema dei talk show televisivi e dei social, che contribuiscono a diffondere la disinformazione e le false narrative russe presso il grande pubblico.

“I talk show televisivi non hanno come obiettivo quello di informare correttamente il pubblico alla ricerca della verità, ma quello di incentivare dibattiti infuocati allo scopo di aumentare gli indici di ascolto.

 L’aspetto più sconcertante è che vengono invitate personalità del mondo politico, accademico e giornalistico che non hanno alcuna conoscenza né della Russia né dell’Ucraina, che non vi hanno mai lavorato o risieduto e che non parlano il russo.

Potendo parlare dinanzi a un vasto pubblico televisivo, questi sedicenti esperti si ammantano di falsa autorevolezza.

La scarsa professionalità dei talk show rappresenta un grave problema che non ha nulla a che fare con il diritto al pluralismo e alla libertà di stampa”.

 

L’ambasciatore ricorre a una citazione del filosofo “Karl Popper”, autore de “La società aperta e i suoi nemici”: “Si parlava giustamente del paradosso della tolleranza: una società democratica deve potersi difendere e non può essere tollerante con chi usa la libertà di parola per instaurare un regime autoritario e sopprimere tale diritto.

 Per questo sarebbe opportuno cominciare a prendere in considerazione l’adozione di misure per arginare il fenomeno della disinformazione”.

 

 

 

E va bene, volete

far vincere Putin.

Linkiesta.it - Anastasia Edel – (27 dicembre 2024) – ci dice:

Se si permetterà il trionfo della Russia, sicuramente l’Ucraina perderà un pezzo del suo territorio e l’Europa non potrà più sentirsi sicura come prima lungo la sua frontiera orientale.

Ma, in prospettiva, saranno gli Stati Uniti a scontare più di tutti gli altri questa sconfitta.

Il 9 luglio scorso, mentre il mondo osservava le macerie chiazzate di sangue dell’ospedale pediatrico di Kyjiv, la Russia festeggiava l’inizio del suo turno di presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con un pranzo a New York.

Il menu prevedeva il pollo alla Kyjiv, un popolare piatto a base di sottili cotolette ripiene di burro all’aglio.

Prima di mangiare, il padrone di casa – il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite “Vasily Nebenzya” – ha negato la responsabilità della Russia in quel bombardamento dell’ospedale che ha ucciso due persone e ferito sette bambini.

Se ai diplomatici presenti il pollo è andato di traverso, ciò è comunque avvenuto in silenzio.

 

Questo episodio è una perfetta sintesi del mondo in cui viviamo oggi. Mentre l’Occidente sta a guardare, apparentemente impotente, la Russia diventa sempre più audace, come un bullo che si rende conto che il maestro non interverrà.

 La paura dei russi nei confronti della Nato, che all’inizio dell’invasione era palpabile, è ora mitigata dall’impunità di cui gode il loro leader, quali che siano le atrocità che vengono commesse sotto il suo comando. E perché mai dovrebbero avere paura?

Benché l’Occidente abbia le risorse per poter porre fine a questa guerra alle condizioni pretese dall’Ucraina, gli manca infatti, con tutta evidenza, la volontà di vincere.

 E per Vladimir Putin, la vittoria è ormai davvero a portata di mano.

Negli ultimi due anni e mezzo, i leader occidentali hanno sempre ribadito di «essere al fianco dell’Ucraina».

 Tuttavia, benché dicano tutte le parole giuste, questi leader continuano a trattare quella guerra come un conflitto locale rispetto al quale hanno pochi obblighi.

 

Gli aiuti militari promessi arrivano in ritardo e in quantità insufficienti per eguagliare le risorse della Russia – e le restrizioni, come quelle che impediscono di colpire i mezzi militari collocati in territorio russo, limitano l’efficacia degli aiuti.

La recente avanzata ucraina in territorio russo mostra ciò che potrebbe essere possibile se si eliminassero le restrizioni.

 Ma l’Occidente è ancorato a quel suo approccio originario – la fornitura di aiuti insufficienti e tardivi – che esso giustifica con la paura di provocare un’escalation nucleare da parte della Russia.

E anche la richiesta di adesione alla Nato dell’Ucraina è finita in un punto morto per lo stesso motivo.

 

L’Occidente non è nemmeno riuscito a inaridire le fonti della potenza economica della Russia, nonostante le sanzioni che le sono state imposte a più riprese.

L’economia russa cresce senza problemi e i beni degli oligarchi restano al sicuro in Occidente, per quanto congelati.

 L’aspetto più rilevante è il fatto che il petrolio russo viene venduto e comprato in tutto il mondo senza grandi difficoltà, mentre i leader occidentali non riescono a decidere che cosa desiderino di più, e cioè se punire in modo significativo la Russia o mantenere le cose così come stanno.

 

A di differenza dell’Occidente, che sconta tutte le sue ambiguità, Putin agisce invece con decisione.

Ha messo il suo Paese e la sua economia in assetto di guerra, dedicando almeno un terzo del bilancio statale all’esercito e invogliando decine di migliaia di russi a unirsi alla sua macchina bellica attraverso stipendi generosi ed elargizioni.

 E ha esteso il teatro dello scontro al territorio della Nato, finanziando partiti e politici filorussi, diffondendo disinformazione e mettendo direttamente nel mirino specifiche figure occidentali coinvolte nell’invio di armi all’Ucraina.

E quando viene messa di fronte alle proprie responsabilità, la Russia si limita a ignorare le prove.

 

Questa situazione – in cui da una parte c’è un avversario che ha la volontà e le risorse per combattere fino alla fine e dall’altra ci sono degli alleati che forniscono aiuti appena sufficienti per evitare che la linea del fronte col – lassi il giorno successivo – lascia l’Ucraina in una situazione desolante.

A un certo punto la determinazione ucraina, già messa a dura prova, si esaurirà e un accordo di pace con Putin, a qualsiasi condizione, diventerà preferibile alla morte.

Putin sta già pianificando la vittoria.

 

La sua ultima cosiddetta proposta di pace – in base alla quale la Russia manterrebbe i territori da essa occupati e all’Ucraina sarebbe vietata l’adesione alla Nato – è stata liquidata come propaganda da molti leader occidentali.

Ma in realtà è lo scenario più realistico di uscita da questo conflitto. Molte voci – tra le quali ci sono, sì, quelle dei sostenitori del Cremlino, ma anche quelle di alcuni premi Nobel e persino quella del Papa – invocano una “pace” che darebbe a Putin ciò che vuole.

L’Ucraina ha ovviamente respinto quella proposta.

 

Ma la Russia, dopo aver colpito le infrastrutture, la popolazione e l’esercito del Paese vicino, quasi certamente lo farà di nuovo.

E, alla fine, qualsiasi cosa che fermi le bombe sarà vista come un miglioramento.

Ogni guerra ha dei vincitori e dei vinti.

Se Putin vincerà questa guerra, ciò significherà inevitabilmente che l’Ucraina e i suoi alleati l’avranno persa.

Ma la sconfitta non sarà distribuita equamente.

 

Un accordo di pace alle condizioni di Putin sarà negativo per l’Ucraina, che avrà perso quasi il venti per cento del suo territorio e circa cinque milioni dei suoi abitanti.

Ma, quantomeno, questa perdita sarà mitigata dal notevole vanificarsi del piano originale di Putin, che prevedeva di conquistare Kyjiv e di distruggere l’Ucraina come nazione.

La guerra si fermerà.

Ci saranno morti da piangere, feriti da curare e un Paese da ricostruire.

 

La reputazione dell’Ucraina sulla scena mondiale sarà più alta che mai e l’adesione all’Unione europea sarà a portata di mano.

Per l’Occidente, invece, sarà difficile trovare alcun aspetto positivo. L’incapacità dei suoi leader di prevenire la guerra in Europa o di punire con successo l’aggressore segnalerà a tutti che i confini non sono più inviolabili.

I conflitti congelati si sbloccheranno e riaffioreranno vecchi rancori, con istituzioni come le Nazioni Unite che si limiteranno a registrare i danni. La Russia, sostenuta da altri Stati apertamente antioccidentali come l’Iran e la Corea del Nord, sarà ulteriormente rafforzata.

E il prossimo conflitto potrebbe avvenire sul territorio della Nato.

 

Se il brandire la minaccia nucleare si sarà dimostrato sufficiente a tenere in scacco la Nato in Ucraina, perché mai le stesse minacce non dovrebbero rivelarsi altrettanto efficaci nel caso in cui Putin dovesse invadere un membro dell’Alleanza atlantica, come ad esempio l’Estonia? Il continente europeo non sarà più al sicuro.

 

Tuttavia, non saranno l’Ucraina e l’Europa a subire la peggiore sconfitta in questa guerra.

In qualsiasi alleanza, il peso della responsabilità è di chi la guida. Schierandosi con l’Ucraina senza poi riuscire ad andare in fondo, l’America ha perso il suo ruolo di baluardo dell’Occidente in grado di garantire protezione e pace ai suoi alleati.

L’anno scorso, il suo atteggiamento esitante e intermittente per quanto riguarda la fornitura di armi ha compromesso la controffensiva estiva dell’Ucraina.

Quest’anno, le sue disfunzioni politiche hanno bloccato alcuni aiuti determinanti e hanno confuso l’opinione pubblica americana per quanto riguardava l’urgente necessità di aiutare l’Ucraina.

 In una questione cruciale per la stabilità del mondo, l’America ha fallito il test sulla sua capacità di leadership.

 E per chiunque fosse convinto della grandezza dell’America, questa è una pillola difficile da ingoiare.

 

Nel prossimo futuro, l’Europa sarà ancora al fianco dell’America nell’incombente stallo geopolitico con la Cina, che si è rafforzato da quando Putin ha ipotecato le risorse naturali russe a vantaggio del presidente Xi Jinping?

 E il Medio Oriente sarà ancora altrettanto servizievole in materia di prezzi del petrolio?

Il tempo dirà quanto gravi saranno le conseguenze di tutto ciò per quanto concerne l’economia e la sicurezza, ma una cosa è già chiara: una piccola guerra lontana dai confini americani ha rimodellato il nostro mondo – e ha reso più piccolo il ruolo che in esso ha l’America.

 

 

 

 

"Putin non vuole fermare

la guerra perché crede di vincere".

L'ammissione di Trump.

Today.it – (20 ottobre 2025) – Redazione esteri – ci dice:

 

Secondo il “Wall Street Journal” sarebbe questo il messaggio che il presidente statunitense avrebbe dato ai leader europei nella loro telefonata.

A giugno i colloqui di pace in Vaticano, ma non di alto livello.

L'inviato speciale di Trump è “Steve Witkoff. “

Vladimir Putin non vuole porre fine alla guerra perché è convinto di poterla vincere.

 È questo il messaggio che Donald Trump avrebbe trasmesso ai leader europei durante la telefonata di lunedì scorso.

Lo afferma il “Wall Street Journal”, citando tre persone a conoscenza della conversazione.

 

Un’ammissione inedita.

Si tratterebbe del riconoscimento di quello che i leader europei affermano da tempo su Putin, ma sarebbe la prima volta che Trump lo ammetterebbe in prima persona, visto che il presidente degli Stati Uniti ha più volte affermato pubblicamente che il leader del Cremlino vuole veramente la pace.

 

La Casa Bianca ha rifiutato di commentare la notizia del giornale statunitense, e ha fatto riferimento al post di Trump sui social media di lunedì sulla sua conversazione di due ore con Putin.

"Il tono e lo spirito della conversazione sono stati eccellenti. Se non lo fossero, lo direi subito", aveva scritto.

 

Trump e la telefonata a Putin: "Toni eccellenti, via ai negoziati".

Ma lo zar avverte: "Tregua solo con accordi appropriati"

Alla telefonata di lunedì con i leader europei hanno partecipato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quello francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier italiano Giorgia Meloni e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Si è trattato in parte del culmine di un'offensiva diplomatica europea iniziata circa 10 giorni prima, volta a convincere Trump a fare pressione su Putin.

 Il leader statunitense però non sembra intenzionato ad aumentare la pressione su quello russo, con sanzioni o altri interventi.

 

Vertice in Vaticano a giugno.

Sempre secondo il Wall Street Journal i prossimi colloqui di pace dovrebbero tenersi in Vaticano a giugno, e Trump avrebbe spiegato ai leader europei che avrebbe inviato il Segretario di Stato Marco Rubio e l'inviato speciale Keith Kellogg.

Nella telefonata fatta domenica, quindi prima di quella con Putin, gli europei (tra cui c'era anche il premier britannico Keir Starmer) avrebbero insistito sul fatto che il risultato di qualsiasi colloquio in Vaticano deve essere un cessate il fuoco incondizionato.

Ma Trump avrebbe risposto che non gli piace il termine "incondizionato".

 

La lenta avanzata russa.

Intanto le forze russe continuano la loro avanzata in Ucraina, anche se hanno ottenuto solo piccoli guadagni territoriali quest'anno, grazie alla strenua resistenza dell'esercito di Kiev.

I dati sul campo di battaglia indicano che, nonostante un consistente vantaggio in termini di uomini e guadagni costanti, l'esercito di Putin non è riuscito a soddisfare i suoi obiettivi di guerra finora.

Il ritmo della principale avanzata russa in Ucraina orientale si è dimezzato dall'inizio dell'anno rispetto a un periodo simile fino alla fine del 2024, secondo i dati compilati dal servizio di mappatura open-source Deep State.

(today.it/mondo/putin-fermare-guerra-ucraina-cessate-fuoco-trump.html).

 

 

 

Cicatrice atlantica: Trump,

Putin e la crisi della fiducia occidentale.

  Laragione.eu – (18 Ottobre 2025) - Redazione Esteri – Davide Giacalone – ci dice:

Un qualsiasi negoziato con Putin non può che nascere da un presupposto:

 l’Occidente, e segnatamente gli Stati Uniti di Trump, non molleranno l’Ucraina.

 

Trump – Putin.

L’approccio accondiscendente e plaudente è già stato provato.

Non è che non abbia dato risultati, è che sono stati negativi.

A Ferragosto fece impressione vedere il presidente americano applaudire il presidente russo, ma gli estimatori del primo proposero di attendere, che presto si sarebbero visti i frutti.

Quel che s’è visto è un Putin che intensifica i bombardamenti, al punto – per non doverne dedurre un Trump ammaliato e raggirato – da indurre a chiedersi cosa ci sia di non conosciuto che possa determinarlo a subire umiliazioni di quella portata.

 Di quel passo anziché un arco di trionfo gli costruiscono un rettilineo per il tonfo.

 Da allora, però, ci sono stati i 20 punti più o meno sinceramente sottoscritti, la restituzione degli ostaggi vivi (alcuni cadaveri se li sono persi, che Hamas è un insieme di bande terroristiche) e il cessate il fuoco a Gaza.

Il Trump della prossima partita con Putin potrebbe avere – per usare il suo linguaggio – più carte.

Sempre che l’altro sia l’avversario e non il subìto sodale.

 

Non c’è bisogno di cadere nell’eccesso opposto, ma un qualsiasi negoziato con Putin non può che nascere da un presupposto: l’Occidente, e segnatamente gli Stati Uniti, non molleranno l’Ucraina al suo destino, considerandolo in gran parte il proprio.

Se questo punto è fermo, ne discende che la guerra durerà ancora a lungo, sfinendo le parti ed esaltando il pantano in cui la Russia s’è cacciata.

 Dopo di che il negoziato avrà aspetti che piaceranno e dispiaceranno, ma sarà esistente quel che fin qui Putin ha reso inesistente.

Anche con la complicità di Trump, cui deve non poco nell’essersi potuto permettere di provocare e provare a intimidire noi europei.

 

Comunque vadano le cose quella è una ferita che si spera diventi presto cicatrice, ma resterà una cicatrice nei rapporti atlantici.

 Non che la Casa Bianca non abbia buoni argomenti e non abbia fatto giuste reprimende, ma l’avere paventato l’abbandono della difesa comune e l’avere ripetuto interventi di chiaro significato anti europeo è stata un’offesa alla storia statunitense, quindi occidentale.

Averlo fatto in nome del ritorno a una (supposta) passata grandezza è stata una piccolezza cui non eravamo avvezzi.

 

Fatto è che, dopo Ferragosto, Putin s’è convinto di avere mano libera e non riuscendo a vincere la guerra che ha scatenato in Ucraina s’è messo a diffondere la paura fra gli europei.

Quel che accade in Germania ne è una dimostrazione.

Da noi se ne parla meno, ma è pur vero che abbiamo passato un paio di settimane a parlare di una “Flotilla” che molti cittadini europei neanche hanno sentito nominare e neanche lontanamente sospettano (giustamente) abbia avuto un qualsivoglia ruolo a Gaza.

 

L’altra faccia di questa medaglia, nei rapporti con Putin, consiste nel cambiare quelli con l’Ucraina:

un’altra villania nello Studio Ovale avrebbe avuto il peso di un bombardamento.

Neanche lì serve e non è accaduto che si ribalti tutto e ci sta che gli Usa sostengano che il negoziato non può portare alla ripresa della Crimea (come gli ucraini legittimamente chiedono).

Ma serve che un punto sia chiaro e netto: il fuoco lo cessa chi lo ha aperto, ovvero Putin, e il negoziato inizia senza altra condizione che non sia la restituzione dei bambini ucraini rapiti.

Sergey Karaganov”, cortigiano al Cremlino, ci tiene a sostenere che «un grande Paese ha bisogno di un’ideologia di Stato».

Va ringraziato per questo avviso, che ci ricorda come da Mosca, per tutta la seconda metà del secolo scorso, s’è provato – con la forza e con la corruzione – a trasferire anche dalle nostre parti la loro ideologia di morte, fame e dittatura denominata “comunismo”.

Hanno perso.

Perché quello che i “Karaganov” non riescono a capire è che la libertà, anche dagli zoo ideologici, è assai più forte.

Se consapevole.

La cicatrice sarà tale se anche gli amici americani ricorderanno a sé stessi questa antica, solida e delicata verità democratica.

(Davide Giacalone).

 

 

 

 

La “pace” di Putin e le

illusioni della sinistra.

Micromega.net – (10 settembre 2025) – Mondo – Francesco “Pancho” Pardi – ci dice:

La pace del dittatore coincide con la resa, mentre la sinistra italiana non riesce ad ammettere che l’Ucraina non può perdere e la Russia non deve vincere.

 

La “pace” di Putin e le illusioni della sinistra.

La pace di Putin procede con i bombardamenti sull’Ucraina.

L’opinione prevalente nella sinistra italiana attribuirà anche questa prassi ormai martellante alla “guerra americana” contro la Russia?

Solo in un senso si può sostenere che nella pioggia di droni e missili russi sull’Ucraina c’è qualcosa di americano:

l’incapacità di Trump nel fermare la ferrea volontà di guerra di Putin.

 

Non è cosa di poco conto.

 Anche nella stampa internazionale si sostiene ormai che proprio l’irresolutezza di Trump ha convinto Putin che può aspirare a una vittoria militare sul campo.

 E il Cremlino si comporta di conseguenza.

Il disinteresse dell’alleato americano sempre più svogliato e la sua manifesta intenzione di caricare sull’Europa il peso della difesa continentale hanno esposto l’Ucraina alla crescente offensiva russa e hanno, allo stesso tempo, posto i paesi europei di fronte a una responsabilità ineluttabile.

Se davvero gli Usa mollano l’Europa, questa dovrà fare da sola.

Sarà costoso e difficile ma sarà impossibile sostenere che l’Europa potrà, come le piace pensare, difendersi “con la cultura”.

 Ci vorrà un decennio, se basta, per elaborare la materia.

 

Ma nel frattempo la sinistra italiana non può continuare con la favola della “guerra americana”.

Vorrà capire che la pace è impedita solo dalla volontà russa di imporre la resa all’Ucraina?

O ha già accettato che solo la resa porrà fine alla vicenda?

La sinistra non riesce a dire:

la Russia non deve vincere, l’Ucraina non può perdere.

Le sue illusioni sulla Russia lo impediscono.

Ma se l’Ucraina sarà condannata alla resa nemmeno la sinistra potrà illudersi che la sua sconfitta sia senza conseguenze per l’Europa.

I paesi baltici, che prima del crollo del Muro di Berlino avevano fatto la catena umana di due milioni di persone per testimoniare la loro aspirazione all’indipendenza e, con la Polonia, hanno lunga esperienza di quanto il confine con la Russia sia stato plasmato e modificato nel corso dei secoli e non nutrono alcuna illusione sulla benevolenza russa.

Nel 2030 Putin concluderà il suo quinto mandato e trenta anni ininterrotti di permanenza al potere.

 Se l’Ucraina sarà sotto il suo tallone niente impedirà che possa ricevere un sesto mandato fino al 2036.

Per i paesi sul confine occidentale della Russia questa non è una prospettiva rosea.

 Perciò l’indipendenza dell’Ucraina dovrebbe essere per l’Europa un principio irrinunciabile.

 Cui la sinistra continentale dovrebbe dare il suo diretto contributo con la ricostruzione della sua perduta creatività progressiva.

 

 

 

 

“L’illusione della diplomazia

con Putin è finita”, intervista

a Nona Mikhelidze.

 Leuropeista.it - Piercamillo Falasca – (19/08/2025) – Frontiere – ci dice:

 

Washington, 18 agosto 2025.

Volodymyr Zelensky si preparava a varcare i cancelli della Casa Bianca per incontrare Donald Trump, con i principali leader europei pronti a unirsi al vertice.

Ma prima ancora dell’incontro, il presidente americano aveva già fissato i paletti a modo suo, con un post sul social network che dedica alla sua propaganda più spicciola e trucida,

Truth: “Perché la guerra finisca, Kyiv deve rinunciare alla Crimea e accettare di non entrare mai nella Nato“.

Non proprio il miglior preludio a un negoziato.

 

Secondo l’inviato americano “Steve Witkoff” (della cui lealtà agli Stati Uniti non siamo certi, mentre della fedeltà a Putin metteremmo una mano sul fuoco, ndr), il presidente russo avrebbe ipotizzato “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina e persino concessioni su ipotetici scambi di territorio.

Zelensky ha subito replicato che garanzie del genere dovrebbero essere “più solide di quelle che non hanno funzionato in passato”.

Mosca, finora, non ne ha fatto menzione.

Sul terreno, intanto, le bombe russe colpiscono ancora, con attacchi indiscriminati sui civili.

“Il Cremlino intende umiliare ogni sforzo diplomatico — ha detto il presidente ucraino poco prima di entrare alla Casa Bianca — ed è la prova che servono garanzie affidabili”.

 

In questo quadro confuso, abbiamo chiesto a “Nona Mikhelidze”, politologa, “senior research fellow” dell’”Istituto Affari Internazionali” e tra le voci più autorevoli in Italia sullo spazio post-sovietico, di aiutarci a comprendere ciò che è realmente accaduto nelle ultime ore e come possiamo decodificare l’intera questione.

 “Allora – inizia Mikhelidze – qual è la storia da quando Trump si è convinto di poter porre fine alla guerra russa in Ucraina?

Si è fissato con l’idea del cessate il fuoco, esercitando pressioni sull’Ucraina ma non sulla Russia.

 Kyiv inizialmente rifiuta, poi accetta, pensando: ‘tanto saranno i russi a dire di no al cessate il fuoco’.”

 

La dinamica, osserva la ricercatrice, si è presto rivelata per quella che era: un gioco orchestrato da Mosca.

 “I russi, nel frattempo, intrattengono Trump con due incontri bilaterali e con altri colloqui con gli ucraini su un tema che era già in discussione anche senza gli americani: lo scambio dei prigionieri.

Tutto questo, però, solo per arrivare infine a respingere la proposta di cessate il fuoco.”

 

Quando Trump ha minacciato nuove sanzioni, sembrava esserci un cambio di rotta.

Ma anche in questo caso Putin ha saputo guadagnare tempo.

“A quel punto Trump si irrita e minaccia la Russia con nuove sanzioni.

 I russi allora propongono un summit tra Trump e Putin e, per guadagnare tempo, mettono sul tavolo la questione delle ‘garanzie di sicurezza’, così da trattenerlo ancora — non si sa per quanti mesi — e impedirgli di passare davvero a misure dure contro Mosca.

Trump cade nella trappola”.

 

Il risultato è che ora la partita si è spostata sugli europei e sugli ucraini. “Ora la palla passa agli ucraini e agli europei, costretti ad adattarsi a questo nuovo gioco.

 Zelensky reagisce dicendo: ‘Va bene, volete discutere di garanzie di sicurezza? Parliamone e fissiamo dei termini’. Insieme agli europei prepara una proposta che, tanto, Putin non accetterà.”

Per Mikhelidze, è tutto un copione con un solo obiettivo:

guadagnare tempo e spostare la responsabilità sul campo occidentale. Per il governo di Kyiv e per gli europei più accorti, “tutto questo gioco delle parti ha un solo scopo:

evitare che Trump incolpi Zelensky e sospenda l’invio delle armi. Così assisteremo a un continuo via vai di discussioni sulle garanzie di sicurezza, destinate a restare lettera morta, mentre la guerra proseguirà.”

 

L’autoflagellazione europea.

Le dichiarazioni di Nona Mikhelidze non fanno che rafforzare la diagnosi che lei aveva formulato qualche giorno fa, all’indomani del vertice di Alaska del 15 agosto, quando aveva ammonito: “Basta con l’autoflagellazione europea.”

 Non era stato un fallimento dell’Occidente, ribadiva allora con decisione la studiosa, ma il riflesso di una scelta deliberata del Cremlino: “La responsabilità del mancato accordo è solo di Putin. L’Europa deve dire ai propri cittadini che non esiste alcuna soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina.”

Quelle parole oggi suonano come un avvertimento ancora più forte: mentre Mosca intrattiene Trump con promesse di garanzie vuote, la guerra continua e l’Europa rischia di cullarsi nell’illusione che una formula diplomatica possa fermare l’aggressore.

 

Perché Putin non può fermarsi.

Mikhelidze lo dice chiaramente:

Putin non può e non vuole fermarsi, per almeno quattro ragioni.

“Putin non punta solo a conquistare territori, ma a sottomettere Kyiv politicamente, installando un regime filorusso sul modello di Lukashenko in Bielorussia.”

Quanto alle condizioni negoziali, la ricercatrice incalza:

“Come potrebbe Zelensky ordinare l’evacuazione di 300 mila cittadini da Donetsk, consegnando le loro case all’occupazione russa e abbandonando le fortificazioni costruite dal 2014?

Sarebbe un suicidio politico e militare.

Quelle linee difensive proteggono Dnipropetrovsk e Kharkiv:

cederle significherebbe spalancare la porta a nuove offensive russe.” Terzo: la macchina militare non rallenta.

 “Il registro della coscrizione in Russia è oggi più attivo che mai.”

 Infine, la ragione economica:

“Putin non può più fermarsi, perché senza l’economia di guerra l’intero sistema rischierebbe il collasso.”

Alla luce di questo quadro, la retorica diplomatica appare scollegata dalla realtà: davvero si può parlare di compromessi, mentre Mosca continua ad armarsi e a bombardare?

 

Il linguaggio della forza.

Se la diplomazia è impossibile, resta un solo linguaggio: quello della forza.

Mikhelidze denuncia con fermezza l’approccio occidentale:

un “escalation management” che ha permesso all’Ucraina di resistere, ma non di vincere.

“Abbiamo fornito armi solo in quantità limitata e con il contagocce, senza mai creare le condizioni per una vittoria ucraina sul campo.

Bisogna cambiare passo: più armi, di qualità superiore, in quantità adeguata.

Non si tratta di sostenere un conflitto infinito, ma di dare a Kyiv la possibilità di invertire il corso della guerra.”

Lo stesso vale per le sanzioni.

“Se oggi discutiamo del diciannovesimo pacchetto, significa che qualcosa non ha funzionato.

Perché solo al diciottesimo venti banche russe sono state escluse da SWIFT?

Perché non lo abbiamo fatto subito, in blocco?”

E ancora:

“Le lamentele sul fatto che le sanzioni non funzionano non hanno senso se vengono applicate in modo blando e frammentario. Serve un approccio drastico, immediato, con un vero monitoraggio.”

 

Dire la verità ai cittadini.

Il nodo resta politico.

“Finora ci siamo serviti degli ucraini come di uno scudo. Ma se cade Kyiv, i prossimi potrebbero essere i Paesi baltici.

E allora la guerra non sarebbe più lontana, ma sul suolo dell’Unione Europea e della NATO.”

Il sostegno a Kyiv non è un atto di generosità, ma di autodifesa europea. Non aiutarla significa esporre Vilnius, Riga e Tallinn a un rischio diretto. Certo, è un messaggio difficile da spiegare a società stanche di inflazione e sacrifici.

Ma l’alternativa è peggiore:

fingere che la pace sia a portata di trattato, illudere i cittadini e prepararli a un risveglio ben più traumatico.

O sosteniamo Kyiv in modo efficace oggi, o ci prepariamo a difendere le nostre città domani.”

L’Europa davanti allo specchio e l’ora delle scelte.

Guardando oltre l’emergenza, Mikhelidze sottolinea che questa guerra può diventare il momento fondativo della difesa comune europea: “Paradossalmente, Trump e Putin ci stanno aiutando ad avvicinarci a una vera difesa comune europea.

 Ma nel breve periodo resta irraggiungibile.”

Gli ostacoli restano enormi: trattati che affidano la difesa ai singoli Stati, divergenze strategiche tra Est e Sud, dipendenza dalla NATO, opinioni pubbliche ostili alle spese militari.

 “Con Orbán dentro l’Unione, parlare di difesa comune è quasi un ossimoro.”

Eppure, l’Europa non può più rimandare la domanda cruciale:

 vuole restare un gigante economico ma un nano strategico, oppure costruire finalmente una sua autonomia di difesa?

Le parole di Mikhelidze non lasciano scappatoie.

Non esiste la scorciatoia della diplomazia.

Non c’è un Putin pronto a ravvedersi.

Non ci sarà una Provvidenza manzoniana a trasformare l’Innominato del Cremlino in un penitente improvviso.

Ci sono solo scelte.

 L’Europa deve decidere se continuare a oscillare tra rimpianti e lamentele, oppure se assumere la durezza necessaria.

 

E allora, mentre a Washington Trump detta a Zelensky condizioni che sembrano fin troppo simili ai desiderata di Putin, la vera domanda per i leader europei è questa: vogliono essere una potenza o un campo di battaglia?

 

 

 

Le condizioni capestro di Mosca

rivelano solo una cosa:

Putin non vuole negoziare.

Nicolaporro.it - Stefano Magni – (5 Giugno 2025) – ci dice:

Atteggiamento che si può spiegare solo in due casi: o è convinto di vincere, ma per ora il fronte tiene; o è sicuro che Trump sia suo alleato, ma alcune richieste indigeribili anche per lui.

La bozza dell’accordo presentato a Istanbul dai negoziatori russi, pubblicata dal quotidiano britannico Telegraph, contiene le condizioni “minime” per accettare una pace “duratura” secondo il Cremlino. Leggendo punto dopo punto, ci si rende conto che è una imposizione di una resa senza condizioni, degna delle clausole dei trattati imposti alla Germania dopo la sconfitta totale del 1945.

Le condizioni di Mosca.

Tanto per cominciare, si chiede il ritiro di tutte le forze ucraine dalle regioni di Kherson, Zhaporizhzhia, Donetsk, Lugansk.

 A parte il Lugansk, le altre sono solo parzialmente occupate dall’Armata.

A seguito della cessazione delle ostilità, sarà fatto divieto all’Ucraina di ridispiegare le sue forze armate oltre una fascia di sicurezza concordata.

La Russia chiede il riconoscimento ufficiale dell’annessione della Crimea (occupata nel 2014) e di tutte le altre quattro regioni occupate.

 

Se non bastassero queste clausole di amputazione territoriale, già inaccettabili per chiunque non sia completamente sconfitto e occupato, le clausole successive violano ancora maggiormente la sovranità ucraina, dettando condizioni sulla sua politica interna ed estera.

Prima di tutto si impone all’Ucraina di indire nuove elezioni e sono previsti anche i tempi (100 giorni dopo il ritiro della legge marziale).

 Si impone al prossimo presidente e al prossimo governo ucraino di non aderire alla Nato e di non ospitare basi della Nato sul suo territorio, di non sviluppare e acquistare armi nucleari, di liberare i “prigionieri politici” (incluse tutte le spie russe arrestate durante la guerra) e di garantire pieni diritti ai “russofoni”.

 Per comprendere quanto sia pretenziosa questa ultima clausola, basti pensare che l’attuale presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è un ucraino russofono.

Così come lo è la maggioranza della popolazione di Kiev.

 

La proposta di pace russa comprende clausole anche per la Nato.

 Infatti, alla Nato verrebbe vietato di fornire sia armi che intelligence alle forze armate ucraine dopo la firma di un trattato di pace.

Inoltre i russi respingono ogni proposta di risarcimento per i danni materiali immensi che hanno inflitto all’Ucraina occupata.

Un trattato di pace deve essere, secondo i russi, confermato anche da una specifica risoluzione Onu e quindi acquisire un valore legale internazionale.

 

Sono, appunto, condizioni da resa incondizionata, perché anche se l’80 per cento del territorio ucraino rimarrebbe formalmente indipendente, i russi accamperebbero pretese sulla formazione di ogni futuro governo e di fatto impedirebbero agli ucraini di ricostruire un proprio esercito e di scegliere liberamente di allearsi con le potenze occidentali.

 

Putin convinto di vincere?

Questo atteggiamento si può spiegare solo in due casi:

o Putin è convinto che le sue forze siano in procinto di ottenere una vittoria definitiva, oppure è altrettanto convinto che gli Usa di Donald Trump lo appoggino incondizionatamente e siano anche sufficientemente forti e persuasivi da imporre queste clausole agli alleati europei della Nato e agli ucraini stessi.

 

La prima convinzione è abbastanza difficile da dimostrare.

 In una guerra di posizione, quale quella ucraina da due anni a questa parte, non si possono giudicare i risultati dai chilometri di avanzata o dalle città conquistate, ma dal numero delle perdite inflitte e subite, dal morale dell’una e dell’altra parte.

 

Non abbiamo dati affidabili né su un fattore né sull’altro, ma finora sappiamo, da tutte le analisi, che le perdite russe, a fronte di pochissimo territorio conquistato (circa 5 mila km quadrati), ammontano a morti nell’ordine delle decine di migliaia e feriti nell’ordine delle centinaia di migliaia e anche che sono decisamente più alte di quelle subite dagli ucraini.

 

Secondo le stime al rialzo del “Csis” le perdite russe ammonterebbero a 250 mila morti e 700 mila feriti, pari a 5 volte tanto l’ammontare di tutte le perdite sovietiche e poi russe di tutte le guerre dal 1945 al 2022 (Afghanistan e Cecenia incluse).

 Le perdite di materiale sono ancora peggiori.

 

Anche ridimensionando la perdita di bombardieri strategici dell’ultimo raid di droni ucraini (secondo le stime sono 20 e non 41), in un solo giorno i russi hanno perso un sesto della loro flotta aerea strategica.

 In tutto il conflitto i russi avrebbero perso quasi 2 mila carri armati e più di 3 mila mezzi corazzati per la fanteria.

Gli ucraini, negli stessi settori, avrebbero subito meno della metà delle perdite.

 

L’informazione filo-russa continua ad insistere, sin dal marzo 2022, che la Russia “ha già vinto” e che la condizione dell’Ucraina, da qui in avanti, può solo peggiorare.

Ma appunto i dati non corroborano questa convinzione.

 Tutto può succedere in guerra, magari mentre questo articolo va online il fronte ucraino collassa e i russi compiono una cavalcata vittoriosa fino a Kiev in tre giorni.

Ma per ora non sembra proprio, nonostante le diserzioni e il tasso di renitenza alla leva siano enormemente aumentati in campo ucraino, nonostante le perdite di uomini, mezzi e territori, finora il fronte tiene.

 

Il fattore Trump.

Allora resta il fattore Trump.

 Putin è veramente convinto che sia un suo alleato?

Questa convinzione è del tutto fondata?

Di sicuro, l’umiliazione pubblica inflitta da Trump a Zelensky, alla Casa Bianca, il 28 febbraio scorso, gioca molto a favore del Cremlino, ancora adesso.

“Non hai le carte”, diceva Trump all’omologo ucraino ripetutamente, un po’ come dirgli “hai già perso, non fosse per me saresti già morto”.

 

Ma quella specifica trattativa serviva a ottenere un accordo vantaggioso per gli Usa per lo sfruttamento delle terre rare in ucraina. Ed è stato raggiunto, poco dopo.

 Adesso gli Usa hanno interessi economici molto maggiori in Ucraina.

Trump, contraddicendo la Dichiarazione sulla Crimea della sua stessa prima amministrazione, ha ventilato informalmente la possibilità di riconoscere l’annessione russa della penisola.

 Ma non delle altre quattro regioni.

Nella proposta di pace di Trump si accetta per principio anche il dispiegamento di forze straniere neutrali a garanzia della futura fascia di sicurezza e di forze di garanzia europee nell’Ucraina centrale e occidentale.

Per quanto Trump possa già essere considerato il più filo-russo dei presidenti americani (più ancora di Obama che non mosse un dito per l’annessione della Crimea), le condizioni di Putin potrebbero risultare indigeribili anche per lui.

 

Le vere intenzioni di Putin.

Se Putin non è totalmente un illuso, dunque, queste clausole hanno solo un significato: che non vuole negoziare.

La sua intenzione è quella di andare avanti a combattere, ad oltranza, contando sempre sul fatto che l’Ucraina ha meno uomini e meno materiali della Russia, che è meno in grado di sostituire le perdite e che può contare sempre meno su incerti alleati occidentali.

Pensare che Putin “voglia la pace”, intesa come una pace di compromesso, è la nostra ultima grande illusione.

 

 

 

 

Guerra bloccata, Putin ha bisogno

di un secolo per vincere: l’analisi.

Vipiu.it - Redazione ViPiù – (18 Ottobre 2025) - ci dice:

 

(Adnkronos).

Donald Trump non fornisce i missili Tomahawk all’Ucraina.

La guerra, però, rimarrà un rebus irrisolto per la Russia.

Vladimir Putin sta pagando costi altissimi per progressi ridotti sul campo di battaglia e la vittoria ‘classica’ appare una chimera:

per conquistare l’Ucraina, servirebbe un secolo.

È il quadro che elabora “The Economist” sulla base di una approfondita analisi, che sembra offrire una base solida all’ultimo messaggio inviato da Trump a Putin e al presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “Fermatevi lì dove siete”.

Il presidente degli Stati Uniti invoca il congelamento della linea del fronte, con lo stop alle ostilità.

E’ possibile che il tema sia stato affrontato e condiviso nella telefonata di giovedì con Putin.

Venerdì, alla Casa Bianca, Zelensky ha fissato come priorità il ‘cessate il fuoco’:

una dichiarazione interpretabile come un ‘sì’ al messaggio di Trump.

Lo stop arriverebbe in un quadro delineato e, secondo” The Economist”, quasi cristallizzato mentre l’offensiva estiva della Russia si va esaurendo.

Il terzo ‘attacco estivo’ di Mosca ha prodotto risultati ridotti se paragonati alle perdite.

“A meno di cambiamenti drastici, Vladimir Putin non sarà in grado di vincere la guerra sul campo di battaglia”, sentenzia “The Economist”. 

Da gennaio 2025 fino al 13 ottobre, le perdite russe ammontano a 984.000-1.438.000 vittime, con un numero di morti variabile tra 190.000 e 480.000.

 A questi ritmi, la disponibilità di uomini diventerebbe un problema maggiore per la Russia che per l’Ucraina. 

Da quando le linee del fronte si sono stabilizzate dopo la fine della prima controffensiva ucraina nell’ottobre 2022, si sono verificate variazioni minime.

Nessuna grande città ha cambiato ‘padrone’.

Se la Russia avanzasse al ritmo degli ultimi 30 giorni, la conquista di ciò che resta delle quattro regioni che Putin già rivendica – Luhansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia – verrebbe completata nel 2030.

E per occupare tutta l’Ucraina, la Russia avrebbe bisogno di altri 103 anni di guerra. 

Le analisi non escludono cambiamenti repentini, che però vengono considerati estremamente improbabili.

 Il collasso delle linee difensive dell’Ucraina non è una prospettiva realistica:

Kiev dispone di droni e armi a lungo raggio sufficienti per arginare le spallate russe.

Mosca può avanzare, a costi altissimi, ma non potrebbe consolidare i progressi.

The Economist” accende i riflettori anche sul prezzo che Putin paga in termini di mezzi.

 “Oryx”, un sito olandese di intelligence open source, fa riferimento alla perdita di 12.541 carri armati e veicoli corazzati da combattimento; 2.674 sistemi di artiglieria e missili; 166 aerei e 164 elicotteri.

I numeri sono approssimati per difetto.

 A questo bilancio va aggiunto l’effetto dell’attacco ucraino contro aeroporti russi e altri obiettivi a giugno, con un’azione compiuta con droni nascosti in camion:

si ritiene che sia andato distrutto forse un sesto della flotta di bombardieri strategici russi.

I velivoli possono essere rimpiazzati, ma non a basso costo e non in tempi rapidi.

Infine, il ‘fattore economia’.

L’Ucraina ha avviato la produzione di missili e droni relativamente economici.

Se le linee del fronte rimangono stabili in una guerra ‘di installazioni’, osserva “The Economist”, non è più così ovvio che la Russia abbia il sopravvento.

 L’economia della Russia è più grande di quella ucraina, ma non regge il confronto rispetto a quella degli alleati dell’Ucraina:

 “Se il sostegno occidentale all’Ucraina dovesse reggere, la guerra potrebbe protrarsi a caro prezzo per la Russia”.

(internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info).

 

 

Macron si scaglia contro Putin:

"È un predatore, un orco alle nostre

porte, deve continuare a mangiare

per sopravvivere."

Lespresso.it – (20 ottobre 2025) -Mondo – Marta di Don Francesco – ci dice:

 

Dall'Italia, il vicepremier Salvini va all'attacco del presidente francese: "Spero che chi continua a parlare di guerra si rassegni e lasci lavorare chi sta lavorando bene."

L'esito del vertice alla Casa Bianca sulla pace in Ucraina con Volodymyr Zelensky, Donald Trump e sette leader europei non ha convinto tutti i partecipanti.

Ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron, oggi 18 agosto, ha definito il presidente russo Vladimir Putin "un predatore, un orco alle nostre porte" che "ha bisogno di continuare a mangiare" per "la propria sopravvivenza".

Gli europei, ha ribadito l'inquilino dell'Eliseo, devono stare attenti a "non essere ingenui" nei confronti di Mosca, "una potenza destabilizzante a lungo termine".

Macron, nell''intervista all'emittente “Lci”, ha anche ricordato:

"Dal 2007-2008 il presidente Putin ha raramente mantenuto i suoi impegni.

 È stato costantemente una forza destabilizzante. E ha cercato di ridefinire i confini per espandere il suo potere".

 

 Il presidente francese ha avvertito poi sulla scarsa credibilità della Russia nelle sue intenzioni pacifiche, visto che la Federazione guidata da Putin negli ultimi anni è stata riconvertita verso un'economia di guerra:

"Un Paese che investe il 40% del proprio bilancio in attrezzature belliche e che ha mobilitato un esercito di oltre 1,3 milioni di uomini non tornerà da un giorno all'altro a uno stato di pace e a un sistema democratico aperto", ha spiegato Macron.

"Quindi, anche per la sua stessa sopravvivenza, Putin ha bisogno di continuare a mangiare. Ecco.

E quindi è un predatore, è un orco alle nostre porte.

Non sto dicendo che domani sarà la Francia ad essere attaccata, ma è comunque una minaccia per gli europei (...). Non bisogna essere ingenui".

 

Per una coincidenza temporale, dall'Italia, arriva il biasimo di Macron.

 È il vicepremier del governo Matteo Salvini ad accusare "chi continua a parlare di guerra, penso a Macron, penso all'esercito europeo, al riarmo di Ursula von der Leyen.

Si rassegni e lasci lavorare chi sta lavorando bene".

Così il ministro delle Infrastrutture, che poi ha lanciato un'altra frecciatina all'inquilino dell'Eliseo:

"Sono giornate importanti, sia quella in Alaska fra Trump e Putin, sia quello di ieri con Zelensky, i leader europei, la nostra presidente del Consiglio.

Se nessuno si metterà di mezzo, Bruxelles e Parigi, penso che potranno essere settimane decisive".

E ha aggiunto: "Se Trump riuscirà a rimettere intorno allo stesso tavolo Putin e Zelensky, che dovranno loro trovare l'accordo, penso che il 2025 possa essere quello della fine di questa maledetta guerra che conviene a tutti, conviene a tutti.

 Ognuno dovrà cedere qualcosa, immagino nessuno potrà vincere al 100% sul campo, perché vincere una guerra nel 2025 sul campo è impensabile", ha continuato il leader leghista, che si è detto "d'accordissimo" sull'applicazione dell'articolo 5 della Nato all'Ucraina "se è accettato sia da Zelensky che da Putin".

 

 

 

Perché le sanzioni occidentali

sono fallite e sono diventate

autolesioniste.

 Unz.com - Ian Orgoglioso – (15 ottobre 2025)

 

Le sanzioni non fermeranno la guerra. E più a lungo andranno avanti, più ucraini moriranno.

Di recente ho partecipato a un dibattito a Londra sull'efficacia delle sanzioni come strumento di politica estera.

Ho sostenuto che si sono dimostrati inefficaci come strumento di politica estera e ho mantenuto le mie osservazioni concentrate sulla Russia, che è il paese più sanzionato del pianeta, con oltre 20.000 sanzioni imposte finora.

 

Nel bene e nel male, ho sostenuto che le sanzioni erano inefficaci dal punto di vista dell'aver autorizzato circa la metà delle sanzioni del Regno Unito contro la Russia dopo lo scoppio della guerra nel 2022.

 Non ne sono molto orgoglioso, ma all'epoca era il mio lavoro e alla fine ho lasciato la mia carriera di diplomatico britannico nel 2023, in gran parte per la sensazione che la politica estera del Regno Unito stesso cadendo in Ucraina.

 

Ciononostante, mi preoccupa il fatto che così poche persone sembrino concentrarsi su ciò che noi nel Regno Unito vogliamo ottenere con le sanzioni, al punto da diventare un'ammenda in sé stesse. Eppure, se si guarda alla legislazione, in particolare ai regolamenti sulle sanzioni alla Russia del 2019, lo scopo è abbastanza chiaro:

Incoraggiare la Russia a cessare le azioni che destabilizzano l'Ucraina o compromettono o minacciano la sovranità o l'indipendenza dell'Ucraina.

 

A più di undici anni dall'inizio della crisi ucraina e non lontano da quattro anni dallo scoppio della guerra, il Regno Unito e i suoi alleati non sono riusciti a raggiungere questo obiettivo.

Abbiamo attraversato undici anni di graduale aumento delle sanzioni contro la Russia solo per vedere la Russia aumentare la sua resistenza, e poi lanciare la sua cosiddetta Operazione Militare Speciale nel 2022.

Le sanzioni non lo hanno impedito. Si potrebbe obiettare che hanno contribuito a farlo precipitare.

 

L'Ucraina è in bancarotta, le sue città distrutte, le sue infrastrutture energetiche sono di nuove soggette a bombardamenti notturni mentre l'inverno si avvicina e la gente si chiede se sarà in grado di riscaldare le proprie case.

Le sanzioni non lo impediscono.

Eppure, durante il dibattito, i miei avversari hanno in qualche modo avanzato l'argomento che le sanzioni rimangono uno strumento efficace di politica estera, dalla comodità di una grande sala, a duemila miglia di distanza dalla linea del fronte, ancora più lontano dalle responsabilità e completamente distaccato dalla realtà.

 

A mio avviso, ci sono due chiare ragioni per cui la politica delle sanzioni ha fallito.

In primo luogo, perché anche se in Occidente le giustificate, lo Stato russo le considera ingiuste.

 

Da quando l'accordo di pace di Minsk II è stato subordinato alle sanzioni nel marzo 2015, il presidente Putin è diventato sempre più convinto che le nazioni occidentali avrebbero sanzionato la Russia a maggio.

E così si è dimostrato.

Ogni volta che un nuovo inevitabile pacchetto di sanzioni viene imposto dal Regno Unito, dall'Europa o da altri, si convince anche la gente comune russa che questo è vero.

 

La gente in Occidente potrebbe odiare Putin, ma è molto più popolare in Russia di quanto lo sia “Keir Starmer” in Gran Bretagna, o di “Friedrich Merz” a Berlino, o di “Emmanuel Macron” in Francia.

Quindi l'idea che le sanzioni indeboliscono il sostegno della Russia al presidente Putin è profondamente fuorviante.

 

Allo stesso modo, sanzionare i miliardari russi residenti in Gran Bretagna che hanno portato i loro beni fuori dalla Russia potrebbe giocare bene sul “Financial Times”, ma è un gesto privo di significato; queste cifre non hanno alcun potere reale in Russia.

L'idea che se sanzioniamo “Roman Abramovich” potrebbe in qualche modo sollevarsi e cercare di spodestare Putin insieme ad altri oligarchi è una fantasia.

 

L'oligarca russo “Oleg Tinkoff”, che dopo l'inizio della guerra ha criticato l'esercito russo su Instagram, è stato costretto a vendere la sua banca omonima eppure il Regno Unito lo ha comunque sanzionato.

Perché un ricco russo su questa base dovrebbe sollevarsi contro il presidente Putin per conto dell'Occidente solo per essere sanzionato da noi in ogni caso?

Eppure, abbiamo sanzionato 2000 individui ed entità, vietando loro di viaggiare nel Regno Unito, anche se il 92% di loro non l'aveva mai fatto prima dell'inizio della guerra.

Questi, temo, sono gesti vuoti.

 

Le sanzioni non fermeranno la guerra.

E più a lungo andranno avanti, più ucraini moriranno.

Nonostante la Russia abbia fatto di tutto per adeguarsi alle sanzioni dal 2014, i commentatori in Occidente cercano comunque di dirvi che, beh, forse avremmo dovuto imporre più sanzioni all'inizio per un effetto maggiore.

Ma per quanto riguarda il mio secondo punto, ciò nega la realtà politica del modo in cui vengono imposte le sanzioni.

Mentre le economie combinate della NATO sono 27 volte più grandi della Russia, 32 stati non possono coordinare la politica abbastanza rapidamente per intraprendere un'azione decisiva.

Ciò si traduce in una guerra per comitato.

 

Immaginate, se volete, una scacchiera con il presidente Putin che fissa una squadra di trentadue persone dall'altra parte, che litigano rumorosamente tra loro per mesi e mesi prima di decidere di non fare la mossa migliore.

Se credete che l'Europa sta per diventare un organo decisionale rapido, in un momento in cui i suoi Stati membri si rivolgono sempre più a partiti politici nazionalisti che si risentono della politica di guerra di Bruxelles, allora il mio messaggio per voi è:

buona fortuna ad aspettarlo.

 

L'Europa sta discutendo da oltre un anno se espropriare 200 miliardi di beni russi ospitati in Belgio.

Eppure questo non è stato concordato proprio perché il governo belga lo ha costantemente bloccato per il timore non illegittimo che distruggerà la reputazione di questo paese tra gli investitori internazionali in un momento in cui si sta costruendo una nuova architettura finanziaria nei paesi in via di sviluppo.

Nel frattempo, le riserve valutarie della Russia hanno continuato a crescere e ora superano per la prima volta i 700 miliardi di dollari. Quindi, anche in questa fase avanzata, se l'Europa scegliesse di espropriare i beni, la Russia potrebbe farne a meno.

Piuttosto che essere costretta al tavolo dei negoziati – la completa fantasia che i sostenitori di questa idea strampalata vi direbbero – la Russia sarebbe così infuriata per quello che vede come un furto che continuerebbe a combattere.

 

E morirebbero altri ucraini.

Il presidente Putin non è ostacolato dalla necessità di consultarsi, e l'indecisione occidentale gli dà il tempo di adattarsi.

Dal 2014, l'economia russa si è riorientata lontano dalla sua dipendenza dall'Occidente, proprio per limitare l'impatto delle sanzioni.

Quando è scoppiata la guerra nel 2022, la Russia si stava adattando alle sanzioni già da 8 anni.

Anche se la portata era senza precedenti, la Russia si era già preparata all'assalto quando è accaduto e si è adattata meglio.

 

Nel 2022, con tutti che cantavano per il crollo del rublo, la Russia ha registrato il suo più grande avanzo delle partite correnti di sempre, di oltre 230 miliardi di dollari, che, tra l'altro, è più grande dell'intera economia ucraina.

Nonostante il taglio delle forniture di gas e l'imposizione alle petroliere ombra, la Russia continua ancora oggi a registrare pesanti surplus commerciali ogni anno.

Non è in deficit dal 1998.

Molte persone hanno sostenuto che se avessimo fatto tutto nel 2014, allora questo avrebbe potuto fare la differenza. Ma credeteci, questo è stato discusso in Europa, e nessuno è riuscito a metterlo d'accordo.

E mi chiedo se, se fosse stato approvato, l'Europa avrebbe semplicemente affrontato le turbolenze politiche ed economiche che sta attraversando ora, dieci anni prima.

 

Quindi smettiamola di parlare di cosa succede se.

La brutta verità è che le sanzioni sono diventate una multa in sé. Non sono una strategia, ma una foglia di fico che copre il fatto imbarazzante che l'Occidente non ha una strategia.

Sono una debole alternativa alla guerra o alla pace che non serve a nulla se non a prolungare la guerra in Ucraina.

 

Le nazioni occidentali si sono dimostrate poco disposte a contemplare la diplomazia.

Prendere in giro Putin è liquidato come un premio che lo porterà fuori dall'isolamento internazionale;

Anche se appare isolato solo dalle nazioni occidentali.

Eppure la diplomazia non consiste nel parlare con i propri amici, nonostante l'interminabile serie di vertici a cui partecipare i nostri leader.

 La diplomazia consiste nel parlare con le persone con cui non si è più d'accordo. Ci siamo rifiutati di parlare con la Russia e continuiamo a evitare la diplomazia a tutti i costi fino ad oggi.

 

Né vogliamo la guerra, l'esercito britannico oggi ha 73.000 soldati, 2.000 in meno rispetto a 2 anni fa.

La Russia ha 600.000 soldati in Ucraina, a quanto pare.

Non potevamo nemmeno accettare di inviare 10.000 soldati come parte di una cosiddetta forza di rassicurazione, anche se, ad essere onesti, quell'idea non mi rassicurava affatto.

La Russia ci sta superando nella produzione di munizioni, carri armati e navi da guerra.

E ha 6000 testati nucleari.

 

Quindi sono contento che non vogliamo nemmeno la guerra.

Ma mentre continuiamo a stabilire pacchetti di sanzioni sempre più ridotti, l'Ucraina rimarrà bloccata nel mezzo, devastata e spopolata, mentre l'Europa si deindustrializza e cade nell'abbraccio del nazionalismo a un ritmo accelerato.

Nel frattempo, nonostante gli evidenti venti contrari, l'economia russa sembra in una forma migliore della nostra.

Sarebbe impossibile affermare che le sanzioni non hanno avuto alcun impatto economico sull'economia russa.

Eppure, con il legame economico con l'Occidente ormai quasi distrutto, l'alleggerimento delle sanzioni è meno importante per la Russia di quanto non lo sia per l'Europa.

Di recente, a Budapest, ho avuto modo di parlare con un membro della Camera dei Lord ed ex collega del servizio diplomatico, amico intimo di Boris Johnson.

Durante il suo discorso ha osservato che le sanzioni alla Russia non hanno avuto alcun impatto.

Più tardi, bevendo un drink, ne abbiamo discusso e lui è stato d'accordo con le argomentazioni che ho avanzato oggi.

Ma poi si è fermato e ha detto 'ah, ma non puoi proprio dirlo in Gran Bretagna però'.

 

È ora di svegliarsi e rendersi conto del terribile pasticcio in cui ci siamo cacciati a causa delle sanzioni. Le sanzioni hanno fallito a grande danno dell'Ucraina. È tempo, finalmente, di riprendere la diplomazia.

 

 

 

 

 

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 «GAZA, L’OCCASIONE POSTMARXISTA

 E LA DESTRA STUPIDA».

  Inchiostronero.it - Roberto Pecchioli – (19 -10-2025) – Redazione - ci dice:

 

Un conflitto che si ripete, un pensiero che dovrebbe rinnovarsi.

Gaza come metafora del nostro tempo: tra ideologie esaurite, pensieri pavloviani e l’urgenza di una nuova visione politica capace di superare le gabbie della propaganda.

Roberto Pecchioli affronta la questione di Gaza non come cronaca di guerra, ma come banco di prova del pensiero politico contemporaneo.

 Nel suo sguardo critico, la contesa israelo-palestinese rivela il fallimento della ragione ideologica — tanto a destra quanto a sinistra — nel comprendere la complessità del mondo postmoderno.

 L’autore denuncia la sterilità di una destra “stupida”, ancora prigioniera di riflessi condizionati e semplificazioni, e invita a una riflessione più ampia:

oltre l’emotività, oltre le appartenenze, per recuperare la libertà intellettuale di pensare senza catechismi né schieramenti.

Un testo tagliente e lucido, che usa Gaza come specchio del nostro smarrimento politico e morale. (Nota Redazionale)

 

Nota introduttiva – Redazione.

Il seguente intervento di Roberto Pecchioli affronta uno dei temi più delicati e divisivi del nostro tempo con la consueta lucidità e libertà di pensiero.

Gaza diventa, nelle sue parole, il simbolo di una crisi più ampia — politica, culturale e morale — che attraversa l’Occidente.

Un’analisi fuori dagli schemi, provocatoria e necessaria, che invita a ripensare le categorie del dibattito pubblico oltre ogni appartenenza ideologica.

 

Prefazione.

Ci sono temi che travalicano i confini della cronaca e diventano specchio del nostro tempo.

Gaza è uno di questi.

Non soltanto una tragedia umana e geopolitica, ma anche – come scrive Roberto Pecchioli – un banco di prova per la coscienza intellettuale e morale dell’Occidente.

In queste pagine, l’autore rifiuta la logica binaria che da decenni imprigiona il pensiero politico, smascherando le ipocrisie di una sinistra pronta a sventolare cause altrui e di una destra ormai svuotata di idee, ridotta a riflesso condizionato del potere atlantico.

Il suo sguardo è severo, indipendente, a tratti ruvido:

 un invito a pensare fuori dal coro, a recuperare il coraggio di un giudizio libero.

Non c’è compiacimento, ma passione civile; non c’è ideologia, ma la volontà di restituire senso e dignità al pensiero critico.

Leggere “Gaza, l’occasione postmarxista e la destra stupida” significa accettare una sfida:

quella di uscire dai recinti ideologici, di interrogarsi sul significato profondo di libertà, giustizia e potere nel mondo contemporaneo.

È un testo che scuote, che divide, ma soprattutto che obbliga a pensare.

Leggi l’articolo completo di Roberto Pecchioli per comprendere come Gaza non sia soltanto una ferita nel Medio Oriente, ma anche un riflesso della nostra crisi morale e politica.

 

Chi scrive ha un profilo singolare, fuori dagli schemi, libero, perciò assai spiacente a ogni schieramento stabilito.

 Fuori dal gregge, anzi dalle varie greggi in cui è divisa la ex società spappolata immersa nei pregiudizi del presente.

 La terribile vicenda di Gaza – tutt’altro che finita con la fragile pace di Trump-   è il paradigma, la cartina al tornasole della necessità di oltrepassare gli schemi, uscire dagli automatismi mentali che imprigionano.

Non importa stabilire se il dramma della città palestinese sia un genocidio o un massacro.

Giochi di parole in una tragedia immane.

Ancor meno serve brandire come clave opposte versioni.

Di qua orrore per l’azione israeliana, spropositata, immensa, messianica nella visione di un certo giudaismo, volta ad annientare la legittima aspirazione di libertà dei palestinesi.

Di là si risponde che “Hamas- fazione egemone nella Striscia- è una banda di terroristi autrice di una strage deliberata di civili, e che quindi la risposta israeliana è stata inevitabile, giusta.

 

Davvero difficile apprezzare “i tagliagole di Hamas”, tuttavia è ingenuo credere che Israele nulla sapesse dell’attacco del 7 ottobre 2023.

 Quella violenza vendicativa è il frutto velenoso di ottant’anni di soprusi, del furto del territorio, della cacciata di un popolo dalla sua terra per consegnarla a un altro, le cui origini ancestrali– Roma distrusse il tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.!- e i cui miti fondanti stanno nel medesimo fazzoletto di terra.

Ammetto di non avere un temperamento mite, ma che farei, che cosa penserei se mi avessero allontanato dalla mia terra con la violenza e vivessi in una gabbia senza prospettive e risorse?

 Non sarei, come dire, almeno un po’ seccato?

 Non odierei quei vicini arroganti che dettano legge armati sino ai denti, sostenuti dalle potenze occidentali?

 

Questo nel merito di una vicenda che continuerà la sua scia di sangue, odio e violenza, innescata dal governo inglese quando promise ai capi dell’ebraismo sionista –la dinastia finanziaria Rothschild- “un focolare” in Medio Oriente per il popolo ebraico disperso.

Era il 1917, la guerra incombeva, il denaro dei Rothschild faceva comodo all’Inghilterra la cui prassi coloniale era divide et impera.

 Israele nacque poi nel 1948 al rombo dei cannoni e all’ombra delle potenze occidentali vincitrici della Seconda guerra mondiale.

Storia, cornice e radice di un problema insolubile, ma ci preme riflettere su come Gaza ha diviso e infiammato il nostro angolo di mondo.

 

La netta maggioranza dell’opinione pubblica europea è dalla parte palestinese.

Ovvio, non si resta insensibili a sofferenze che attraversano le generazioni di un popolo senza Stato e senza terra.

Le oligarchie, al contrario, sono schierate nei fatti, al di là delle dichiarazioni di facciata, con Israele, in nome del canone occidentale e di altro, meno confessabile.

Uguale è la scelta dei governi europei, di centrodestra e di centrosinistra, con rare eccezioni.

Il Partito Unico di Sistema (Pus…) si compatta nei momenti decisivi. Ancora una volta popoli ed élite, alto e basso, la pensano diversamente. Lo choc di Gaza è stato devastante, ha scavato nelle coscienze e ha creato un sentire comune che si è manifestato nelle piazze.

 

Poiché la crisi medio orientale è lontana da qualsiasi soluzione, è ragionevole immaginare che l’onda trasversale pro-Pal durerà.

E diventi, da fiammata emotiva, un vero movimento sociale con effetti ancora da valutare.

 La sinistra ha colto al volo l’occasione- facile, perché l’oppresso e l’oppressore sono chiari – mentre la destra ha dimostrato la sua conclamata, ricorrente stupidità.

 Come ha suggerito “Aleksandr Dugin”, la divisione è in quattro parti:

 a sinistra la schiacciante maggioranza è pro-Pal, ma i capi politici e i terminali mediatici si barcamenano tra gli interessi di cui sono fedeli esecutori- sull’asse finanza, economia globalista, Usa, Nato, Gran Bretagna, Israele- e i sentimenti della base.

A destra le forze politiche di sistema al completo e parte dei loro tifosi sono filo israeliani con i consueti argomenti, che sarebbero ridicoli se non si trattasse di una tragedia.

Lo Stato ebraico è la sentinella dell’Occidente, è l’unica democrazia dell’area, i palestinesi sono tagliagole islamici, sino all’argomento definitivo dei finissimi intelletti destro terminali: sono comunisti.

 

Imitazione grottesca dell’antifascismo magico di segno opposto con ripetizione automatica dello schema destro perdente, incapacitante: occidente, liberismo, fastidio per ogni movimento di opinione pubblica che non rispetta il loro meccano mentale.

Non funziona del tutto: sono molti coloro che non ci cascano più, che hanno abbandonato forze politiche, culturali, editoriali servili e cortigiane.

 Sul punto tocca dare ragione persino a Landini.

Non si può stare sulla stessa barca di Netanyahu, di soggetti come il ministro “Smotrich” che definisce Gaza un affarone economico dopo aver cacciato milioni di persone, o “Ben Gvir”, altro ministro per il quale Israele non è vincolata dal diritto internazionale e può fare ciò che vuole.

 Le leggi sono per i goym, i non ebrei.

 Non la pensano così una parte dei suoi connazionali e moltissimi israeliti nel mondo, ma le parole – dopo i fatti! – sono pietre.

E un abisso morale divide da “Mario Sechi”, il giornalista già capo Ufficio Stampa del governo Meloni, che ha dichiarato di non avere visto – al calduccio, non sul posto- visi smunti o affamati tra gli abitanti di Gaza.

 Che cosa può unire a siffatti personaggi?

Una volta di più la maschera della destra “perbene” è caduta rivelando un volto impresentabile. 

Peggio per noi che non riusciamo a creare un’alternativa a costoro e siamo orfani politici, nonostante un gigantesco retroterra di idee e la sterile egemonia culturale sull’area, non difficile in un recinto di non pensanti i cui beniamini mediatici sono gazzettieri provenienti da sinistra, abili comunicatori come “Tommaso Cerno”, ex deputato PD, e “Daniele Capezzone”, già radicale pannelliano di ferro, emarginando le intelligenze poco fedeli alla linea.

 Amerikana, occidentale, sionista, iperliberista.

Alla faccia delle proclamazioni populiste, sovraniste, “sociali”.

 

Un errore antico pagato a caro prezzo, che minaccia di aggravarsi perché la questione di Gaza ha compattato l’altro fronte.

 Si fa concreta la possibilità di un blocco sociale formato dal progressismo politico forte nelle istituzioni, egemone nei sindacati, integrato dal radicalismo postmarxista, dal magma incandescente degli immigrati di ascendenza araba, oltreché da tanti giovani che hanno accolto con entusiasmo e buona fede l’appello per la Palestina.

Può essere l’occasione che aspettavano da oltre trent’anni.

Conviene alla destra di sistema essersi schierata a favore del settore più bieco del blocco occidentale?

Certamente no in termini strategici ed elettorali.

Al di là del tornaconto politico- unica bussola dei mestieranti che raccolgono famelici le briciole del potere lasciate da chi comanda davvero – stare dalla parte di Israele, della cricca guerrafondaia neocons americana e dell’oligarchia non elettiva di Bruxelles- altrettanto bellicista e nemica dello Stato sociale- è sbagliato e innanzitutto ingiusto.

Moralmente e culturalmente.

In questa fase, quelli di destra italiani sono accolti nei salotti buoni, ma verranno messi alla porta appena i loro servigi- bassi e spesso incauti- non verranno più ritenuti utili.

Intanto, rischiano di fornire argomenti forti a un’opposizione interna asfittica che non esita a imbarcare ambienti il cui unico programma è la confusione di piazza.

 

La politica estera, disse qualcuno, è la politica tout court.

Siamo nelle mani di servi che hanno rinunciato per intero al loro programma originario.

Liberali, liberisti, camerieri della finanza, adoratori del Mercato.

Come i loro (apparenti) avversari, che però sono ben più accorti e godono di coperture e agganci infinitamente superiori.

La destra di sistema ha accettato di essere figlia di un dio minore, con qualche momento di effimera gloria.

Buon pro le faccia.

Indossi la bandiera a stelle e strisce e quella israeliana sopra la grisaglia europoide.

Pagherà il conto.

Ma non va molto meglio al campo progressista.

Ha mostrato i muscoli in piazza, ha scioperato per Gaza – atto irrilevante nella pratica- dopo aver ingoiato per decenni ogni genere di sconfitta per lavoratori, pensionati e ceti popolari, mostrando una sorprendente capacità di mobilitazione.

 

Alla resa dei conti, tuttavia, se tornasse al governo farebbe ciò che ha fatto per trent’anni, la stampella sinistra del sistema liberale liberista.

Vincerà le battaglie peggiori, quelle libertarie e libertine sui falsi diritti individuali, perderà senza combattere la guerra che più conta, quella per cambiare il sistema di dominio delle oligarchie private: fintech, fondi, multinazionali.

Le piazze per Gaza non hanno un progetto di cambiamento.

Urlano e si indignano perché la causa del momento è giusta, ma non scalfiscono il muro del capitalismo globalista, vincitore della lotta di classe.

Nonostante Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir, neocons, servitori e cortigiani, nonostante qualche scossone di piazze affollate ma senza un obiettivo, vince ancora il sistema che un amico ha definito orgiastico- mercantile.

Diritti e dipendenze nella sfera pulsionale per individui senz’anima, affari e profitti per l’oligarchia.

Come trasformare Gaza in resort turistico e contemporaneamente sfruttare i giacimenti sottomarini di gas nel Mediterraneo sudorientale. Business is business, gli affari sono affari.

(Roberto Pecchioli)

 

 

 

 

Indottrinamento di sinistra, tradimento familiare e un contratto per un libro.

Unz.com - Richard Parker – (19 ottobre 2025) – ci dice:

 

 

Un riassunto e un'analisi di “Meine Familie, die AfD, und Ich “di

Leonie Plaar - Mit besonderem Dank an ,Volker, dem Unbekannten."

Un riassunto conciso di Leonie Plaar, della sua famiglia, della sua politica e di questo libro.

 

“Leonie Plaar”, meglio conosciuta come “Frau Löwenherz,” è un'influencer della sinistra radicale in Germania, il cui personaggio pubblico può essere meglio descritto come lesbica, antifa e una sostenitrice irremovibile dello sforzo di bandire Alternative für Deutschland(AfD).

Purtroppo, Plaar ha un certo grado di influenza, con oltre 131 mila follower sul suo account TikTok in lingua tedesca e oltre mezzo milione di follower sul suo account in lingua inglese.

Ha una presenza un po' più modesta su Instagram, con un account in lingua tedesca di circa 80mila follower (recentemente è sceso sotto gli 80k), e oltre 30mila follower su un account in lingua inglese.

È apparsa in vari talk show della televisione tedesca, anche se non senza polemiche e radicalizzazioni.

Forse la cosa peggiore è che le è stato recentemente assegnato un contratto editoriale da “Goldmann Verlag” e “Penguin Deutschland”, poiché “Meine Familie”, “die AFD”, “und Ich” (La mia famiglia, l'AfD e io) è stato pubblicato il mese scorso, settembre 2025.

Questo spregevole massetto, che racconta la sua decisione di interrompere i contatti con la famiglia, in particolare con il padre, è al centro di questo saggio, con un riassunto e un'analisi approfonditi suggerimenti di seguito.

 

“Leonie Plaar” che cammina per le strade di Edimburgo, una perfetta giustapposizione tra la società e la cultura europea da un lato e l'archetipo di un certo gruppo di individui che lavorano alacremente non solo per la fine della Germania e del popolo tedesco, ma per la civiltà e la posterità europea in generale.

Il suo fenotipo, con la sua pelle chiara, i lunghi capelli biondi e una corporatura statuaria, accentua questa giustapposizione.

Vestita di nero, appare come una “Valchiria decaduta”, irrimediabilmente corrotta e contaminata da un ambiente culturale pernicioso instaurato dagli Alleati occidentali e instancabilmente coltivato dopo la capitolazione della Germania.

 

Coloro che hanno seguito “Plaar” sapevano di questa decisione da tempo;

ne ha anche parlato durante una presentazione sponsorizzata da TINCON, un'organizzazione orientata a indottrinare i giovani tedeschi con le chiacchiere dell'estrema sinistra.

Denigrare la sua famiglia, in particolare suo padre, in questo modo non era sufficiente, poiché ora ha capitalizzato su questo con questo libro. Attualmente è un bestseller di “Der Spiegel”, mamma, come nel caso della lista dei bestseller del New York Times, c'è motivo di dubitare della veridicità di tali numeri.

Contatti tedeschi hanno informato l'autore che l'elenco dei bestseller di “Der Spiegel” è ancora più dubbio del suo omologo del “New York Times”.

L'implicazione di ciò che è che il suo libro potrebbe non essere così letto come si temeva.

Anche ammettendo che tali sospetti sono dovuti, almeno alcuni stanno leggendo questo massetto, così come almeno alcuni degli 80mila follower su Instagram devono essere reali, per non parlare del mezzo milione su TikTok.

È per questa ragione che le espressioni culturali e politiche come quelle di “Plaar” richiedono la rigorosa attenzione e il controllo di coloro che si oppongono a racconto politico e ideologia rovinosa.

 

Sia l'argomento trattato che lo stile di scrittura, che include più di qualche incursione in anglicismi eccessivi, rendono la lettura di questo libro un'impresa davvero poco invidiabile:

le ultime due parole del libro sono l'espressione inglese "quite happy". Come ci si aspetta da ideologi di sinistra come “Plaar”, la sua scrittura si impegna anche in una pratica insidiosa nota nella Germania odierna come “Gendern”.

Considerata dai suoi sostenitori come la più recente iterazione di “geschlechtergerechte Sprache” , questa pratica evita l'uso di sostantivi che si riferiscono a persone nelle loro forme tradizionali e di genere.

Ad esempio, anziché usare die Lehrer ("insegnanti" con una forma maschile generica).

Questa afflizione nella lingua tedesca, nota come “Gendersternchen”, denota gli "insegnanti" con l'abominio " die Lehrer*innen ", usando la forma plurale femminile del sostantivo per insegnante ( die Lehrerin e die Lehrerinnen ) ma con un apostrofo tra la radice del sostantivo e il suffisso femminile per placare le cosiddette persone "non binarie". Invece di “AfD Wähler” ,” Plaar” si riferisce costantemente ai sostenitori o agli elettori dell'”AfD” come “AfD Wähler*innen” .

 

In termini di nuovi contenuti e idee innovative, l'unico valore sostanziale del libro risiedeva nei dettagli aggiuntivi sulla sua famiglia e, in particolare, sulla sua decisione di interrompere ogni contatto con il padre;

sembra che abbia contatti molto sporadici con la madre.

 Con meno di 200 pagine, il sottile volume fornisce una storia familiare e personale, combinata con la sua zelante difesa della decisione di interrompere i legami con la famiglia.

Questo resoconto degli eventi che hanno portato a questa decisione è intervallato da varie diatribe politiche che non potrebbero essere più banali o poco interessanti.

La parte del testo che non tratta della sua famiglia si legge come un miscuglio a malapena coerente di catechismi di sinistra.

Sebbene vi siano alcuni, occasionali “Schachtelsätze”  che richiedono molta attenzione sia da parte di chi non è madrelingua, sia probabilmente di madrelingua tedesca, il pericolo maggiore affrontato da questo lettore è stata la difficoltà di rimanere concentrato durante la lettura di passaggi che non erano altro che semplici stereotipi di dogmi di sinistra già incontrati innumerevoli volte in precedenza.

Questo include diverse pagine dedicate alla maledetta diatriba di “Kimberlé Crenshaw” sull'intersezionalità, così come ad altri principi di sinistra che sono stati ripetuti e rigurgitati innumerevoli volte, non diversamente dai catechismi religiosi.

Il testo è anche pieno di un gergo stanco e stereotipato, diventato fin troppo prevedibile, tra cui l'uso sincero e non ironico dei termini "fact check", "mascolinità tossica", il cosiddetto "privilegio bianco" – nella sacra Germania! – è una selezione limitata di altre parole d'ordine e slogan che rivelano quanto sia superficiale il copione dell'”NPC”.

 

Come discusso di seguito, varie ridondanze, l'uso costante e incessante di pochi aggettivi selezionati e di altre parole d'ordine, nonché la scarsità di contenuti originali e innovativi, informano i lettori più attenti che questo accordo editoriale non è stato fondato su alcuna valutazione oggettiva basata sulla qualità della scrittura o su intuizioni interessanti e originali, ma semplicemente sul raggiungimento di un numero minimo di follower su TikTok o altre piattaforme di social media.

Questi sono gli standard letterari delle principali case editrici nel mondo moderno, se così si possono chiamare.

 

È particolarmente degno di nota il fatto che “Plaar” si lanci in una notevole quantità di verbosità condannando il cosiddetto "privilegio bianco", comprese espressioni di palese disprezzo per suo padre, che godeva di tale presunto privilegio.

Leggere le sciocchezze di sinistra che si protraggono – e si protraggono – sul cosiddetto "privilegio bianco", così dolorosamente familiari nel discorso americano moderno, è particolarmente irritante nella lingua tedesca e nel contesto della difficile situazione della Germania moderna, proprio perché i tedeschi, i veri tedeschi e gli altri veri europei che hanno il diritto di vivere e viaggiare lì, sono categoricamente bianchi per definizione.

 I "privilegi" di cui gode suo padre, altri tedeschi e persino lei stessa, per i quali si spende anche una notevole quantità di verbosità per scusarsi, non sono altro che l'appartenenza a una società europea omogenea e il godimento dei benefici e dei vantaggi del contratto sociale che tale società dovrebbe garantire a coloro che appartengono di diritto a quella società e a quella comunità politica.

Tali invettive risultano particolarmente assurde e offensive se si immagina lo stesso vetriolo applicato agli individui giapponesi che godono del "privilegio giapponese" o asiatico e di altri vantaggi derivanti dall'appartenenza alla società giapponese, o del "privilegio ebraico" nel contesto degli ebrei israeliani appartenenti alla società israeliana.

 

Acrimonia crescente con la sua famiglia e la decisione di interrompere ogni contatto.

 

Intervallato da questi e altri stereotipi di sinistra, c'è un racconto che espone sia gli eventi che hanno preceduto e poi determinato (nella sua mente) la sua decisione di interrompere i contatti con la famiglia, sia le sue giustificazioni per farlo.

Forse l'aspetto più ripugnante di questo libro è il crudo, nudo disprezzo che prova per suo padre.

Non si riferisce nemmeno a lui come suo padre, ma usa il termine tedesco " Erzeuger " per riferirsi allo sfortunato patriarca.

Come spesso accade con molte parole ed espressioni tedesche, il termine sfugge a una facile traduzione.

In relazione all'allevamento di animali, il termine può essere tradotto come "allevatore".

In materia di diritto e in altri contesti in cui un uomo ha messo incinta una donna che ha dato alla luce un bambino ma non ha mai svolto attivamente il ruolo di padre, il termine può anche essere tradotto come "padre biologico".

Tuttavia, il termine "padre biologico" avrebbe poco senso per i lettori inglesi nel caso specifico di “Plaar”, data l'assenza di qualsiasi contesto in cui venga normalmente applicato.

Dato che “Leonie” non è mai stata adottata né cresciuta da un patrigno, l'uso del termine " Erzeuger " è quindi sia strano che disumanizzante.

 È degno di nota che si riferisca a sua madre, sua nonna e al suo defunto nonno con questi termini: Mutter, Oma, Opa.

Nel corso di questo testo, si riferisce anche a lui come a un "esempio da manuale di boomer frustrati di Facebook", a un "completo" e a un "vecchio bianco".

 

Il contesto fattuale alla base dei suoi forti disaccordi politici con il padre e il resto della famiglia “Plaar” è piuttosto semplice e avrebbe potuto essere riassunto in un saggio di media lunghezza.

Frequentò l' “Università di Osnabrück” con l'intenzione originaria di laurearsi in giurisprudenza (l'equivalente approssimativo delle lauree in giurisprudenza viene conferito a livello universitario in Germania).

A un certo punto cambiò idea e si dedicò a storia e studi di genere. Com'era prevedibile, questo coincise con la sua improvvisa radicalizzazione politica.

Durante questo periodo, faceva visita ai familiari armata di letteratura "antirazzista" e "femminista" con l'insensata intenzione di cercare di fargli cambiare idea.

Non ci riuscì.

Completamente intransigente nelle sue convinzioni politiche, non riusciva ad accettare che i suoi genitori e nonni sostenessero l'”AfD,” presumibilmente di "estrema destra".

Sia il suo disprezzo per la famiglia che il suo rigido e incrollabile fanatismo ideologico la costrinsero persino a litigare durante la tradizionale festa di Natale tedesca della sua famiglia, sebbene fosse certa che sarebbe stata l'ultima riunione del genere per il suo defunto nonno.

I continui disaccordi politici non fecero che aumentare di intensità, prima di raggiungere il culmine quando si presentò a quella che sarebbe stata la sua ultima visita alla famiglia, armata di quella che riteneva la panacea, ovvero la domanda "quali circostanze ti obbligherebbero a lasciare l'AfD?"

 

Qui c'è una discrepanza importante tra quanto esposto nel libro e quanto lei riferisce nel sensazionale evento “pr” di TINCON a cui si è accennato in precedenza, così come, con ogni probabilità, in altre apparizioni e dichiarazioni riguardanti questo argomento.

Nella presentazione a Colonia, che, ovviamente, ha avuto luogo prima della pubblicazione di questo libro o addirittura in fase di scrittura e revisione, sostiene che suo padre abbia risposto che "nulla" avrebbe potuto convincerlo a lasciare l'AfD.

La ragione di fondo per cui ciò sarebbe imperdonabile è che suo padre non lascerebbe comunque il partito, anche se l'AfD si trasformasse in qualche modo in un vero e proprio partito neonazista di estrema destra che tollerasse l'Olocausto o assumesse altre posizioni che il partito non avrebbe mai sostenuto, sia per ragioni politiche pratiche, sia perché tali posizioni renderebbero il partito illegale nella Germania moderna, ancora sotto il controllo dei suoi conquistatori americani.

 Nel libro, questa linea di "argomentazione" era sostenuta dalla fantastica domanda retorica su quale sarebbe stata la reazione di suo padre se “Björn Höcke “avesse fatto il saluto nazista al Bundestag .

 

Qui, tuttavia, “Plaar” o è colta in fallo o soffre di una grave incapacità di mantenere la verità.

 Nel libro, racconta questa sfida, ma afferma che la sua risposta iniziale è stata, dopo aver fissato il vuoto e aver preso un respiro profondo, di non dire nulla.

Poi ha ripetuto la stessa domanda con parole e domande retoriche isteriche prive di fondamento, e lui ha semplicemente affermato che sostenere l'”AfD” è nel suo migliore interesse finanziario.

Questo è in aperta contraddizione con il suo precedente resoconto a TINCON, dove afferma che lui ha detto che "nulla" gli avrebbe fatto cambiare idea riguardo all'”AfD”.

 

È degno di nota che i media di centro-destra abbiano scoperto e commentato un'incongruenza altrettanto, se non più sconcertante, ovvero che lei afferma di essere stata brevemente membro dell'AfD in età diverse, entrambe le quali la collocherebbero, una donna nata nel 1992, come membro del partito prima della sua fondazione nel febbraio del 2013.

 Nel libro afferma di avere 19 anni, e in altre dichiarazioni pubbliche ne aveva 18.

Come ha notato almeno un “influencer tedesco”, sarebbe interessante se l'”AfD” rilasciasse una dichiarazione pubblica attestante che in realtà non ne è mai stata membro.

 

È anche degno di nota che “Plaar” identifichi un momento diverso che l'ha obbligata, nella sua mente, a porre fine al suo rapporto con il padre in particolare.

Nel libro, racconta di un disaccordo sulla politica Covid e sulle vaccinazioni obbligatorie come la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Nel denunciare l'eccesso di potere della “Bundresrepublik” , suo padre avrebbe invocato paragoni con l'Olocausto, arrivando persino a pronunciare il commento derisorio " Impfung macht frei " (le vaccinazioni ti renderanno libero), un'allusione al cartello "Arbeit Macht Frei" ai cancelli di Auschwitz.

Per” Leonie”, questo "ha superato una linea rossa" che non poteva essere perdonata.

Nella presentazione di TINCON, inizialmente indica la risposta alla sua domanda "Cosa ti obbligherebbe a non sostenere più l'AfD" come motivo per interrompere i contatti, prima di spiegare che mantenere un rapporto con suo padre in particolare avrebbe rappresentato un pericolo per i suoi "amici queer, non binari e BIPOC".

 Alla fine, prima della sessione di domande e risposte, fa notare che egli ha paragonato i requisiti vaccinali all'Olocausto, ma non ha detto che questo è ciò che ha oltrepassato la linea rossa, come stabilito nel libro.

 

Considerando quelle che potrebbero essere descritte, nella migliore delle ipotesi, come affermazioni incoerenti, e nella peggiore delle ipotesi ciò che alcuni ragionevolmente sospettano essere vere e proprie bugie, ci sono più che sufficienti ragioni perché i lettori critici dubitino che abbia fatto tali affermazioni.

 Anche accettando questo come un fatto, sa di palese iperbole, esagerando a scopo retorico i legittimi timori di un'eccessiva ingerenza del governo in Germania in relazione alle misure anti-Covid e, in particolare, agli obblighi vaccinali.

 Leggendo il suo resoconto degli eventi così come lei sostiene si siano svolti, questo lettore non ha avuto l'impressione che il padre credesse seriamente che la “Bundesrepublik” avrebbe rastrellato i dissidenti che si opponevano a tali politiche anti-Covid e li avrebbe rinchiusi in campi di concentramento, destinati allo sterminio.

 

Consideriamo ancora un'altra incoerenza.

Durante la presentazione a Colonia, chiede al pubblico se qualcuno dei presenti fosse un "Papakind", che significa approssimativamente "il preferito di papà".

In quella presentazione, descrive il suo rapporto con suo padre come speciale, e ha anche raccontato come nella sua infanzia e adolescenza lui si recasse regolarmente nella sua stanza prima di andare a letto per discutere di eventi attuali, di come andava la sua giornata, di come andava la sua giornata e di altre domande.

Nel libro, tuttavia, ha affermato che il suo defunto fratello maggiore, “Gerrit”, era il favorito e che ha ricevuto un trattamento disuguale o disparato rispetto a suo fratello.

Si arrabbia persino per il modo in cui ha espresso dolore quando l'ha incontrata in ospedale alla notizia della sua morte per ragioni che erano sconcertanti per questo autore e per almeno un madrelingua tedesca che ha letto il passaggio saliente in questione.

 

Per inciso, in un capitolo conclusivo, rivela al lettore che ci sono altre ragioni, oltre alle differenze politiche e ideologiche, che hanno rafforzato la sua decisione di interrompere i contatti con il padre in particolare.

Questo dovrebbe colpire i lettori come il più subdolo di tutti.

Un autore che decide di denigrare il padre con l'intento di convincere il pubblico della correttezza di tale decisione, avendo deciso di rendere pubblica la questione, dovrebbe dichiarare tutte le argomentazioni rilevanti in modo chiaro e aperto.

 Ciò non significa che tutti i dettagli debbano essere divulgati, ma questa particolare tattica è particolarmente infima, persino per “Plaar”.

Si noti inoltre che tali suggerimenti trasmettono necessariamente alcune oscure implicazioni, che i lettori simpatizzanti per” Plaar” potrebbero dedurre che tali nebulose implicazioni probabilmente riguardano abusi fisici o sessuali o simili.

 

Un altro dettaglio in un capitolo iniziale induce ulteriormente allo scetticismo, ovvero il suo racconto di ciò che ha rapidamente disilluso la sua presunta (e brevissima) appartenenza all'AfD.

Afferma che una donna di colore, "Ella", l'ha contattata su Facebook per esprimere le sue obiezioni e preoccupazioni sull'AfD e su come il partito danneggi persone e gruppi "emarginati".

Si consideri la possibilità, o addirittura la probabilità, che “Ella” sia una bugia e una montatura per attingere al peso retorico che la sinistra attribuisce al "progressist stack".

 Le intenzioni di” Plaar” non potrebbero essere più trasparenti:

mostrare deferenza alle voci "emarginate" e come lei, "donna bianca cisgender privilegiata" in Germania, ascolti e si degni di ascoltare le voci nere e ispaniche.

Per quanto ridicola e sprezzante sia tale retorica, ha un notevole riscontro negli “ambienti di sinistra”.

Il rigurgito dei catechismi di sinistra come diatriba politica.

Come detto, le diatribe politiche non sono altro che una recitazione di catechismi di sinistra, apparentemente rigurgitati alla lettera, senza alcun pensiero o intuizione originale.

La lettura di queste parti del testo rivela tuttavia diversi attributi chiave che caratterizzano non solo “Plaar”, ma molti dei suoi simili.

 Una delle propensioni più immediate che salta all'occhio del lettore è la costante ripetizione di certi aggettivi per descrivere persone ed entità con cui non solo non è d'accordo, ma che disdegna, queste figure sono, a parte il suo povero padre, l'AfD, i suoi sostenitori e, più immediatamente, i suoi leader chiave.

Descrive costantemente sia l'”AfD” che i suoi sostenitori come "di destra" o "di estrema destra";

la parola tedesca è "rechtsextrem", che letteralmente si traduce come "estrema destra".

"Rechtsradikal" è un aggettivo simile, ma che usa molto meno.

Gran parte della prosa è assolutamente e spaventosamente ridondante, affermando semplicemente più e più volte "l'AfD è di estrema destra" più e più volte.

A un certo punto, dopo che qualche variazione di quella frase era già stata pronunciata in qualche variante innumerevoli volte in precedenza, lei riappare:

 "Ancora una volta, l'AfD è un partito di estrema destra". Questo non solo rivela un difetto di ragionamento  e una scarsità di sostanza, ma rivela che la sua scrittura soffre di alcune delle peggiori offese contro i principi di base della scrittura e della composizione espositiva In primo luogo, evitare ridondanze eccessive e, in secondo luogo, evitare l'uso eccessivo degli stessi aggettivi e di altre parole più e più volte.

 

Come altri esponenti della sinistra tedesca, anche lei denuncia l'AfD e i suoi sostenitori come "misantropici".

 Questo è un altro caso in cui qualcosa si perde nella traduzione, perché la parola " menschenfeindlich " denota qualcosa di più sinistro in tedesco, poiché letteralmente significa "ostile all'umanità" o "nemico dell'umanità".

 Questo termine è intervallato dalla parola “menschenverachtend “che significa anch'essa misantropo ma può anche significare disumano, poiché letteralmente si traduce come "sprezzante dell'umanità".

Questi e altri aggettivi selezionati vengono ripetuti come se fossero pronunciati a memoria o, come affermato in precedenza, come un catechismo.

 

Naturalmente, non è affatto vero che l'AfD o altri partiti e movimenti di destra, per quanto moderati, siano in realtà misantropi o sprezzanti dell'umanità, almeno non di tutta l'umanità.

Come minimo, i sostenitori dell'AfD e coloro che chiedono politiche sensate in materia di immigrazione, protezione dei confini e re-immigrazione non disprezzano affatto l'umanità intera, poiché amano la loro nazione e il loro popolo e cercano, desiderano e pretendono politiche che favoriscano la preservazione e la promozione della loro futura posterità.

“Morrissey,” ex frontman degli Smiths, e altri hanno notato come coloro che rispettano veramente sia l'umanità che la diversità al suo interno comprendano perché gli stati nazionali europei debbano rimanere omogenei e che la visione multirazziale del globalismo miri a distruggere tali differenze.

“Leonie Plaar”, d'altra parte, disprezza un segmento dell'umanità, ovvero i tedeschi in particolare, in primis suo padre, e i tedeschi e gli europei bianchi in generale, soprattutto gli uomini.

 

Il tic retorico o, in mancanza di un termine migliore, letterario che la costringe a ripetere lo stesso aggettivo e altre parole d'ordine innumerevoli volte, è forse più evidente in relazione a “Björn Höcke”. Salvo rare eccezioni, non riusciva a menzionare il nome di quest'uomo senza prima anteporre il preambolo apparentemente obbligatorio di "fascista", ad esempio "il fascista Björn Höcke" o, in rare occasioni, "il fascista Höcke".

" Il fascista Björn Höcke" o qualche sua leggera variante veniva ripetuto più e più volte, come un altro mantra della mente collettiva della sinistra.

 

Un esame di questo libro come diatriba politica estesa rivela anche altre importanti inclinazioni.

“ Plaar”, come tanti altri maiali di sinistra del suo genere, non confuta mai veramente le affermazioni dei suoi nemici politici, in particolare la sua stessa famiglia, in nessun caso.

 Sia in relazione alla disastrosa politica sul Covid, sia alla presunta minaccia alla "nostra democrazia" che lei e altri immaginavano rappresentasse l'AfD, molte delle sue presunte confutazioni non sono altro che un puro e semplice appello all'autorità.

In relazione alle preoccupazioni della sua famiglia e di altri riguardo alla “pandemia di Covid” e alle misure pesanti e distruttive imposte in risposta ad essa, cita semplicemente l'esistenza di un "consenso scientifico", che nella sua mente conclude e vince la discussione.

Apparentemente questo è vero anche nella mente di molti lettori che hanno preso in mano il volume per scopi ben diversi dalla stesura di questo riassunto e analisi.

 La politica sul Covid, tuttavia, non è l'unica questione in cui impiega questa speciosa tattica retorica.

Per concludere un capitolo esaustivo che attacca l'AfD come una minaccia alla democrazia, in cui ribadisce innumerevoli volte il concetto di " rechtsextrem ", conclude osservando come "gli esperti avvertono" che l'AfD è una minaccia per la democrazia.

Ciò rivela un ragionamento particolarmente fallace, che combina una logica circolare con un appello all'autorità quanto mai specioso: X è Y perché X è Y e perché gli "esperti" avvertono che X è Y.

 

Un'altra propensione retorica è quella di descrivere ripetutamente sia le questioni della piattaforma abbracciate dall'AfD che dai suoi leader nominati, sia le lamentele espresse dai suoi familiari separati come nient'altro che teorie del complotto.

 Questo viene applicato ad argomenti su cui le menti ragionevoli possono non essere d'accordo, incluso il suggerimento che i mandati vaccinali facciano parte di un tentativo intenzionale di accelerare ed esacerbare l'infertilità bianca (un'affermazione di cui questo autore rimane poco convinto, anche se, data la scarsa credibilità di Plaar, si dubita che i suoi familiari abbiano effettivamente pronunciato tali cose) alla grande sostituzione etnica e razziale che ha superato l'Europa e l'Occidente.

Un fenomeno talmente corroborato da dati concreti da essere indiscutibile.

 

La chiave per comprendere quanto sia profondamente radicato il suo indottrinamento risiede forse nel quarto capitolo, "Devi anche accettare opinioni diverse".

 Questo capitolo intende rispondere a un'obiezione sollevata dalla nonna, in cui la matriarca ammoniva la giovane “Plaar” di imparare ad accettare opinioni diverse dalle sue.

In questa sezione, ma anche nei passaggi precedenti e successivi, Plaar descrive quelle che per lei sono varie argomentazioni sgradevoli (senza dubbio a volte costituite da argomenti fantoccio).

Poi, per confutare questa argomentazione, Plaar si limita ad affermare, con poca o nessuna analisi o base fattuale, che l'argomentazione o i fatti asseriti semplicemente non sono veri.

In un estratto cruciale di questo capitolo cruciale, sostiene incredula che il diritto ad avere un'opinione è condizionato dall'essere basato sui fatti, con “Plaar” e i suoi vari alleati politici e ideologici come unici ed esclusivi arbitri di ciò che è un fatto e ciò che non lo è.

Al contrario, un'opinione basata su quelle che lei sostiene essere valutazioni controfattuali non è un'opinione, ma una "falsa affermazione" (" false affermazioni").

Ripetutamente, afferma semplicemente che le affermazioni della sua famiglia e di altri nemici ideologici e politici della sua folle visione del mondo distruttiva della civiltà sono semplicemente sbagliate – o meglio, che i fatti alla base di queste affermazioni sono sbagliati – senza prove o argomentazioni concrete.

Si consideri l'affermazione secondo cui permettere agli “uomini biologici” di accedere agli spazi femminili danneggia le donne, un'affermazione che è stata ormai dimostrata in molti paesi e contesti diversi che hanno ceduto, seppur brevemente, alla follia e all'illusione transgender.

Scrive semplicemente: "Spoiler: non è vero".

 

Una lettura attenta di questa parte del testo rivela che l'autore si impegna presto nel “vecchio switcheroo”.

Vale a dire, in un primo momento sminuisce o respinge le affermazioni e gli argomenti dei suoi nemici politici semplicemente dichiarando che non hanno alcuna base fattuale o liquidandoli come vere e proprie "bugie".

Come affermato in precedenza, questo di solito viene fatto o con quella sola dichiarazione o con un appello sommario a qualche autorità nebulosa come il "consenso scientifico" o gli "esperti".

Alla fine di questa diatriba costruita su un ragionamento così bizzarro e difettoso, l'autrice passa dall'allegra affermazione che le opinioni di destra mancano di una base fattuale alla dichiarazione di un totale rifiuto di scendere a compromessi su quelle che lei crede erroneamente essere posizioni moralmente giuste su questi temi:

In particolare in relazione alle discussioni personali con i sostenitori dell'AfD...

Non si tratta di divergenze di opinioni, ma di valori morali.

 L'interruzione dei contatti con la mia famiglia non è nata da divergenze di opinioni, ma piuttosto dal fatto che le loro affermazioni non erano compatibili con il mio sistema morale relativamente rigido.

 

Questa è una delle pochissime considerazioni che azzecca, ovvero che queste differenze inconciliabili da convinzioni morali, sebbene lei abbia completamente torto riguardo alle sue convinzioni morali.

In ogni caso, questo raro momento di intuizione avrebbe dovuto farla finita con le ridicole chiacchiere secondo cui non esisterebbe alcuna base fattuale per le opinioni reazionarie di destra.

Il suo ragionamento specioso e fallace si rivela anche in molti altri aspetti.

I suoi genitori e altri membri della famiglia, giustamente, hanno espresso preoccupazione per il pericolo che i migranti maschi rappresentano per la popolazione femminile in Germania e in altri paesi.

Plaar” non si impegna in alcuna analisi statistica che smentisca tali affermazioni (dati del genere non esistono). La sua argomentazione, se così si può chiamare, è che qualsiasi violenza sessuale abbia mai subito è stata per mano di "tedeschi bianchi", cioè veri tedeschi che hanno un diritto di sangue naturale a vivere e risiedere nella sacra Germania!

Questa argomentazione era legata a una dubbia affermazione secondo cui sarebbe stata violentata o aggredita sessualmente ( vergewaltigt ) a 17 anni – i lettori scettici sospettano giustamente che si sia trattato semplicemente di un rapporto sessuale consensuale di cui si è presto pentita, e certamente non era nulla in confronto alle violente aggressioni sessuali perpetrate da migranti maschi, neri e ispanici in Germania e altrove.

Sostiene inoltre che il problema della violenza sessuale contro le donne "non ha nulla a che fare con la migrazione, ma piuttosto con la mascolinità tossica".

Poi c'è questo frammento di chiacchiere misogine, intriso del suo abietto disprezzo e di sdegno per gli uomini del suo popolo, come espresso al padre durante una delle loro discussioni:

Sai quante volte sono stata molestata o palpeggiata alle feste da certi tipi di uomini?

E ognuno di loro era un tedesco bianco.

Ogni volta, quando mi giro perché c'è una strana mano sul mio, c'è qualche Markus o Stefan o Christian in polo preppy e pantaloni chino che pensa che dovrei prenderlo come un complimento.

 

Qui e altrove” Plaar” e altri della sua ripugnante credenze confondono il semplice palpeggiamento o quelle che in definitiva sono avances sessuali infruttuose alle funzioni sociali con il tipo di stupro brutale e violento che è stato inflitto alle popolazioni native dell'Europa da impostori razziali che devono semplicemente essere espulsi ed espulsi dal continente europeo.

 Il "ragionamento" non potrebbe essere più errato;

 “Plaar” afferma incredula che, poiché lei e coloro che fanno parte della sua cerchia non sono mai stati vittime di migranti o altri impostori, e poiché tutte le sue esperienze negative sono state per mano dei suoi omologhi maschi tedeschi, la preoccupazione è quindi, nella sua mente contorta e delirante, non valida.

 

Denigra anche i suoi familiari e i sostenitori dell'AfD citando presunte minacce di morte e di stupro, e poi attribuisce queste affermazioni isolate nei commenti, nei messaggi diretti e simili come rappresentative dei suoi detrattori non solo collettivamente, ma di ciascuno di loro.

 Tali dichiarazioni sono probabilmente più appropriatamente descritte come desideri di fare del male piuttosto che come minacce reali.

Se si dovesse usare questa logica, l'intero elettorato del Partito Democratico negli Stati Uniti sarebbe condannato da un'analoga imputazione di commenti sgradevoli sull'assassinio di Charlie Kirk o sui tentati attentati alla vita del Presidente Trump durante le elezioni del 2024.

 È degno di nota il fatto che abbia usato questa tattica retorica specificamente per denunciare la sua famiglia, insistendo affinché smettessero di sostenere l'AfD;

alcuni che affermano di sostenere l'AfD hanno espresso il desiderio di vederla violentata o uccisa, quindi, nella mente di “Leonie Plaar”, non denunciare l'AfD equivale in qualche modo a una tacita approvazione di tali commenti. “Una delle sue più oltraggiose invettive contro il padre è raccontata come segue:

 

Screenshot del video TikTok in lingua tedesca di “Leonie Plaar “in cui si afferma che, sebbene non sia felice dell'assassinio di “Charlie Kirk”, non è nemmeno triste per questo, poiché si rifiuta di condannare coloro che condonano o celebrano la sua morte.

 Ciò equivale a condonare per aggirare i termini di servizio. È anche da notare che non l'ha pubblicato sul suo account TikTok nella lingua inglese più accessibile.

 

Ci sono altri passaggi nel testo che sono altrettanto, se non altrettanto, sconcertanti.

Si consideri la sua risposta spensierata, persino superficiale, all'affermazione secondo cui vietare l'AfD priverebbe del diritto di voto milioni di cittadini tedeschi che volontariamente e con piena conoscenza delle questioni e dei programmi di ciascun partito votano per l'AfD;

non sono privati del diritto di voto, sostiene, perché possono semplicemente votare per uno dei partiti che non è stato vietato. Nessuno di questi partiti intende fare qualcosa per la crisi migratoria, la Grande Sostituzione o altri problemi che rappresentano minacce esistenziali per la società tedesca ed europea.

A suo avviso, vietare l'AfD non rappresenta in alcun modo un'intrusione o una restrizione del diritto di voto di coloro che giustamente sostengono l'AfD;

possono semplicemente continuare a votare per partiti che lavorano per tutto ciò con cui sono fermamente in disaccordo.

 

Queste e altre considerazioni contenute nel testo, nelle sue numerose apparizioni pubbliche e nei post sui social media, delineano una visione del mondo particolarmente rigida e incrollabile, in effetti impermeabile sia al compromesso che alla ragione.

Lo afferma anche in questa citazione saliente:

Ci sono molte cose su cui sono pronto a discutere, ma questo non include domande sul fatto che certi gruppi o individui abbiano ottenuto meno diritti umani di altri.

Per me non ci possono essere compromessi su tali questioni, e chi la pensa diversamente non ha posto nella mia vita.

 

L'intenzione dichiarata di discutere di alcune questioni di disaccordo non dovrebbe ingannare nessuno.

In effetti, non c'è praticamente nulla che contravvenga all'ortodossia di sinistra che, nella loro sordida visione del mondo, non metta in discussione nozioni così fantasiose sui "diritti umani".

In questo modo, la visione del mondo di “Leonie Plaar” si rivela assolutista, in cui tutto è tutto o niente, sempre.

Non è solo infantile, ma irrealistica, soprattutto in relazione ai rapporti familiari di generazioni diverse e più anziane.

In effetti, per Leonie non era sufficiente che la sua famiglia accettasse in qualche modo la sua dichiarata bisessualità a 15 anni, e il successivo "coming-out" come lesbica a 23;

questo dettaglio è ovviamente in apparente contraddizione con l'immagine qui sotto, che attesta che aveva un fidanzato a 27 anni.

 Il solo suggerimento o la speranza che sposasse un uomo e avesse figli – un'idea da cui dipende necessariamente la continua propagazione e il progresso della futura posterità di qualsiasi popolo – era sufficiente a scatenare la sua ira.

Né era sufficiente che sua nonna in particolare accettasse le sue inclinazioni lesbiche;

nonostante le dichiarazioni di sua nonna di accettazione della sua attuale compagna lesbica, Plaar era comunque indignata perché Oma Plaar insisteva sul fatto che il matrimonio è, per definizione, tra un uomo e una donna.

Lo stesso vale per le pazzie transgender, la crisi dei migranti e la Grande Sostituzione, e qualsiasi posizione di piattaforma preconfezionata abbracciata dalla sinistra in Europa e negli Stati Uniti.

 

Un recente post su Instagram certifica che aveva un fidanzato a 27 anni, dopo il presunto coming out a 23.

 Il libro rivela che lui era incline a prendere a pugni mobili e muri.

 Forse era semplicemente il risultato del fatto che la donna di cui si era innamorato stava diventando sempre più insopportabile, insieme a una serie di provocazioni che avrebbero messo a dura prova la pazienza di un santo.

 

Questa visione del mondo rigida e incrollabile è ulteriormente aggravata dal modo particolarmente audace in cui accusa i suoi detrattori di essere stati "lavati dal cervello", "indottrinati", o di come accusa i suoi familiari, da cui si è allontanata, di trovarsi in una "camera dell'eco".

Alcuni lettori senza dubbio rideranno della sua nuda e cruda affermazione secondo cui lei, a differenza dei suoi detrattori, ha la capacità unica di "pensare con la propria testa", quando i suoi scritti non rivelano alcuna intuizione unica, alcun pensiero originale, e non sono altro che l'abietta riproposizione di argomentazioni e catechismi di sinistra, recitati quasi a memoria.

 

Lezioni da imparare: una visione per il futuro.

Vieni esposto in "Sull'indottrinamento di Frau Löwenherz", Leonie Plaar è una donna che ha ceduto all'indottrinamento e alla programmazione di un ambiente culturale sovversivo e ostile.

L'iper-germanica” Frau Löwenherz” potrebbe benissimo riferirsi (a seconda dei punti di vista) a un'eroina o a una malvagia nello schlock nazista dello sfruttamento.

Questo soprannome, così come altre stranezze peculiari del carattere nazionale tedesco, sono emblematici di come il suo fenotipo e la sua essenza molto tedeschi siano stati usati come arma contro se stessi.

Al centro di tutto questo c'è la certezza che non sarà mai una madre o una moglie come questi termini sono correttamente intesi.

 Scrive di lavorare per una società "diversificata e aperta", ma i lettori più astuti capiscono che una Germania sempre meno tedesca cesserà presto di essere la Germania i lettori sono altre considerazioni importanti.

 

In primo luogo, nonostante i ridicoli sentimenti spesso espressi dai conservatori tradizionali – quelli che idolatrano la bandiera americana e ascoltano a rotazione "Proud to Be An America" di Lee Greenwood – questa non è opera della società tedesca, ma di una società tedesca vinta e conquistata che è stata sotto la direzione e il controllo degli Stati Uniti in particolare per oltre 80 anni.

Leonie Plaar e altri tedeschi determinati a provocare l'abnegazione e la distruzione del suo popolo e della sua razza sono il corollario naturale e inevitabile della società tedesca del dopoguerra, così come dettata e forgiata dai vincitori alleati, piena dell'incessante infusione di Unkultur americana e del complesso di colpa per la guerra, progettato e istigato attraverso la manipolazione e la riforma del sistema educativo tedesco in particolare.

Il complesso di colpa tedesco per la guerra, la copertura mediatica distorta degli attacchi "neo-nazisti" contro impostori alieni, persino il fenomeno degli “Studi di Genere” che ha abbracciato all'università in concomitanza con la sua radicalizzazione, sono tutti fenomeni culturali introdotti o riconducibili a elementi americani.

Gli americani altrimenti benintenzionati che guardano con incredulità, disgusto e disprezzo a tedeschi illusi e altri europei come Leonie Plaar non dovrebbero – e devono – guardare oltre il loro Paese per accertare i veri colpevoli di questa minaccia esistenziale alla società tedesca in particolare e alla civiltà europea e alla posterità in generale.

 

Una seconda considerazione è in egual contrasto con i luoghi comuni conservatori dominanti:

che la religione e la famiglia da sole siano sufficienti a proteggere e immunizzare la famiglia e l'individuo dagli elementi sovversivi della cultura moderna.

Sia questo libro che le presentazioni passate e più recenti rivelano che i genitori di Plaar erano genitori buoni e amorevoli.

Suo padre potrebbe aver ereditato un'azienda di famiglia, una questione per la quale la figlia ingrata coglie ogni occasione per esprimere disprezzo e derisione.

 Ma persino in Europa, il successo di un'impresa così piccola richiede qualcosa di ben superiore a una settimana lavorativa standard di 40 ore.

 È anche degno di nota che nella presentazione di TINCON sopra menzionata, lei racconti ricordi dell'infanzia e della prima adolescenza, quando lui la incontrava prima di andare a letto per discutere di eventi e questioni del giorno.

                  

Un'immagine dell'azienda della famiglia Plaar prima che il patriarca la vendesse a Rottler, una catena tedesca specializzata in occhiali, apparecchi acustici, gioielli e simili .

 

Qualcuno potrebbe suggerire che questa sia in qualche modo colpa della famiglia Plaar per averle "permesso" di andare all'università. Anche negli Stati Uniti, i genitori non possono impedire ai figli adulti di frequentare l'università o il college. Possono rifiutarsi di pagare le tasse universitarie, ma questo probabilmente alienerà ulteriormente i figli. 15 In Germania e in gran parte d'Europa, le tasse universitarie sono pagate, come dovrebbe essere in un sistema universitario selettivo e accademicamente rigoroso , con la famiglia che contribuisce per le spese accessorie. È ovviamente degno di nota che inizialmente intendeva laurearsi in giurisprudenza (ancora una volta, una laurea in giurisprudenza equivale a una laurea quadriennale lì) e poi, esposta a elementi sovversivi che hanno preso il sopravvento sulle università sia in Europa che in particolare negli Stati Uniti, ha deciso di cambiare indirizzo, dedicandosi a storia e "studi di genere". L'idea di cedere ulteriormente a sinistra le istituzioni d'élite è anche parte di ciò che ha creato questa crisi culturale, poiché la cultura emana dalle università e da altre istituzioni culturali.

 

Nella presentazione del TINCON e altrove, Plaar cita l'andare ai gruppi giovanili come un'influenza. Questi gruppi giovanili, che sono stati un'istituzione nella società tedesca per oltre un secolo, sono stati sovvertiti. Ora, i genitori e gli altri cittadini interessati possono essere avvisati, ma anche in questo caso è una proposta dubbia tentare di vietare la partecipazione e l'appartenenza se tutti i propri coetanei appartengono a questi gruppi giovanili. Nulla spingerà un adolescente o un giovane adulto a ribellarsi e a risentirsi con i genitori più delle misure che isolano tali individui dai loro coetanei durante quegli anni critici e formativi.

 

Contrariamente alla nuda insistenza che "la famiglia e la religione" sono da sole la risposta, bisogna fare qualcosa per la cultura e per le università in particolare.

A parte le esperienze raccontate all'”Universität Osnabrück”, fa riferimento a Sex and the Citynella sua adolescenza, in particolare al suo "coming out" come bisessuale in questo periodo, poiché cita la serie televisiva americana come uno dei ritratti positivi della bisessualità sessuale femminile che ricorda dalla sua giovinezza.

 I quindicenni dovrebbero guardare “Sex and the City”?

No, né dovrebbe farlo nessuno, in particolare non le donne.

Tuttavia, l'affermazione che i genitori devono non essere obbligati a intraprendere il compito assolutamente impossibile di controllare, censurare e proibire ogni singola istanza di Unkulturamericana nella Germania di oggi o nella società moderna è ridicola.

Considerazioni simili si applicano alla musica rap negli ultimi 30-35 anni. Un genitore dovrebbe incatenare una figlia al seminterrato, proibire ogni accesso a Internet e ai mass media per assicurarsi, con assoluta certezza matematica, che una giovane donna non prenda in simpatia quell'insidioso e ripugnante genere di "musica" preferito da molti dei suoi coetanei.

Il fatto che una proposta così assurda sia così palesemente assurda dimostra che l'unica prospettiva di successo a lungo termine è affrontare la cultura non a livello individuale, ma su larga scala sociale.

Per i tedeschi, tali considerazioni sono aggravate dal complesso di colpa di guerra, qualcosa a cui Leonie Plaar era particolarmente suscettibile.

 Nel libro denuncia qualsiasi tentativo da parte dell'AfD o di altri di riformare o regolamentare questa patologia che è diventata parte del carattere nazionale della Germania (si spera non in modo permanente).

Cita anche l'educazione pesante sull'Olocausto che le notizie sugli attacchi "neonazisti" contro i migranti stranieri, in particolare nell'ex Germania dell'Est, come particolarmente influenti.

Tali influenze sono ovviamente esattamente come inteso dal sistema educativo tedesco, sempre più americanizzato dalla moderna cultura dei mass-media della Germania Ovest e, soprattutto, come inteso dagli ex occupanti americani della Germania.

 

Per la Germania in particolare, questa consapevolezza implica diverse altre importanti considerazioni.

 Innanzitutto, è necessario promuovere un consenso che chieda la fine dell'occupazione militare americana tra una massa critica di tedeschi.

Questo, a sua volta, consentirebbe di realizzare un imperativo ancora più urgente:

 porre fine all'apparentemente inesorabile e implacabile influenza americana che infonde così tanti presagi di " Unkultur" americana nella società tedesca ed europea, infettando e avvelenando il flusso della cultura europea in senso più ampio.

 Basta con la pubblicità in lingua inglese, respingiamo – attraverso lo stigma sociale o la censura vera e propria – la "musica" sovversiva, volgare e sgradevole, dal rap negro-centrico e profano alla costellazione gino-centrica di icone pop femminili che spaziano da Madonna a Katy Perry, a Taylor Swift e a tutti gli altri personaggi in mezzo.

 Anche altri esempi di imperialismo culturale americano devono essere espulsi dalla vita tedesca, da McDonald's e altri fornitori di fast food alla Coca-Cola.

Tutto ciò deve essere accompagnato – in un modo o nell'altro – da un attacco e una riconquista delle università, così come di altre importanti e influenti istituzioni culturali e centri di potere.

Proprio come i lettori possono ricondurre i catechismi letterali e le recitazioni delle noiose diatribe politiche di Plaar all'indottrinamento di sinistra, tali sciocchezze si rivelano essere l'antitesi stessa del pensiero individuale, così come questo termine viene propriamente inteso.

Tale indottrinamento – tale programmazione – è instillato nelle menti di innumerevoli individui, proprio come Leonie Plaar.

Interrompete e ponete fine a questo incessante processo di indottrinamento e programmazione, e quei presagi dell'alta cultura tedesca ed europea dominante, che si oppongono a queste nefaste influenze, manterranno rapidamente e con forza il loro predominio.

Allora, e solo allora, tutto il necessario per salvare la civiltà e la posterità tedesca ed europea potrà rapidamente realizzarsi, anche se solo in tempo.

Tuttavia, allo stato attuale delle cose, i tedeschi che sono ampiamente d'accordo con Plaar, in particolare le giovani donne, costituiscono una componente dominante della moderna società tedesca ed europea.

Nel suo caso, è sostenuta da mezzo milione di follower su TikTok, è sostenuta da apparizioni televisive e, come i lettori di questo saggio hanno appreso, ha persino un contratto editoriale con una pubblicazione mainstream, Penguin Deutschaland e Goldmann Verlag.

La politica e le opinioni abbracciate da questo contingente della società tedesca mirano all'abnegazione e all'abolizione sia della Germania che del popolo tedesco:

die nationale und völkische Abschaffung von Deutschland und des deutschen Volkes .

Devono essere fermate a tutti i costi, con ogni mezzo necessario e disponibile.

Questo processo inizia con l'esposizione e, a livello intellettuale e ideologico, la comprensione di tali elementi:

 uno sforzo al quale questa sintesi e analisi si spera offra un contributo significativo.

 

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