Allarme globale.

 

Allarme globale.

 

 

Le “prove tecniche” ad Aviano di

una fantomatica guerra contro

la Russia nascoste dalla stampa italiana.

Lacrunadellago.net – (22/10/2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Aviano è una piccola località del Friuli circondata dalle catene montuose delle Alpi Carniche, e generalmente è nota al grande pubblico principalmente per essere la casa di una delle basi NATO più grandi d’Europa.

Sul finire della seconda guerra mondiale e dopo il tradimento di Cassibile, inizia l’occupazione angloamericana dell’Italia attraverso la progressiva costruzione e installazione di basi militari che servono di fatto a presidiare il Paese.

Il Patto Atlantico non nasce in base ad una logica di contenimento del defunto blocco sovietico, ma di continua espansione e occupazione dei vari Paesi dell’Europa Occidentale e Orientale nell’ottica di un dominio imperialista.

La base di Aviano.

Ad Aviano, gli abitanti, loro malgrado, si ritrovano ad essere parte di tale logica del presidio attraverso una base strategica per l’alleanza atlantica, ma nelle ultime settimane stanno assistendo a delle situazioni surreali, nascoste dagli organi di stampa, e che non si vedevano nemmeno ai tempi della guerra fredda.

Nella base, sono stati disposte delle batterie missilistiche in preparazione di una fantomatica guerra contro la Russia, e nella piccola località friulana gli ospedali si sono ritrovati ad essere protagonisti di paradossali scenari di guerra.

Secondo quanto riferito a questo blog da fonti che lavorano nei nosocomi del posto, proprio qui si starebbero facendo delle “esercitazioni” che prevedono il trasferimento di attrezzature sanitarie per prestare assistenza sanitaria in caso di una guerra contro la Russia.

 

Sembra di essere finiti d’un tratto nello scenario descritto nel celebre film “The Day After Tomorrow”, nel quale la guerra fredda tra Stati Uniti ed URSS prendeva la piega peggiore possibile e si arrivava all’Armageddon, allo scontro nucleare tra le due potenze che precipitava il mondo in un inverno nucleare fatto di carestie e di luoghi che restano disabitati per decenni per via delle devastanti radiazioni.

 

Gli avianesi assistono increduli a quanto sta accadendo.

I vari dirigenti ospedalieri sono a dir poco attoniti che tali esercitazioni stiano avendo luogo, e lo sono ancora di più sul fatto che non sia trapelato nulla sulla carta stampata, segno evidentemente, che coloro che hanno autorizzato tali esercitazioni vogliono tenerle ben nascoste all’opinione pubblica.

Sulla cronaca locale, qualche mese fa, trapelò qualcosa quando alcuni quotidiani scrissero delle lamentele dei preoccupati residenti nella zona per i continui voli notturni che scuotevano le vetrate delle case e mettevano in allarme gli abitanti.

Vennero trasmesse diverse lamentele ai comuni della zona, che si dichiaravano inermi quanto i cittadini rispetto a quanto stava accadendo, e affermavano che ad essere chiamato in causa era il ministero della Difesa.

 

Si potrebbe dire ora che il mistero sia stato svelato.

Ad Aviano, sono in corso delle esercitazioni militari in preparazione di un immaginario conflitto bellico contro Mosca.

Ad avere il controllo di questa base sono formalmente gli Stati Uniti, rappresentanti dal loro comandante, “Beau E. Diers”, e l’Italia, tramite il colonnello “Giuseppe Gatto” dell’aviazione italiana, ma nulla di tutto questo può avvenire senza il consenso del governo Meloni e del ministero della Difesa, che non può non conoscere tale situazione.

 

Gli imbarazzanti precedenti del governo Meloni sulla guerra in Ucraina.

A via XX Settembre, non è la prima volta che si verificano situazioni a dir poco imbarazzanti come capitato qualche tempo fa all’indomani della morte del tenente colonnello dei Bersaglieri,” Claudio Castiglia.”

 

Secondo quanto riferito da un canale Telegram ucraino, “The Militarist”, il militare italiano non sarebbe deceduto in seguito al decorso di una grave e non precisata malattia giunta allo stadio terminale, ma per via di un bombardamento russo eseguito contro una postazione ucraina nella quale si trovava appunto Castiglia.

Una volta che la notizia iniziò a circolare, il “ministro della Difesa, “Crosetto”, diede in escandescenze iniziando a lanciare strali contro i sovranisti, nonostante la notizia non fosse stata diffusa da ambienti filo-russi, ma piuttosto vicini invece al regime nazista ucraino.

Guido Crosetto.

Ci sono molti panni sporchi in Ucraina che il governo Meloni non vuole vengano visti dall’opinione pubblica perché altrimenti bisognerebbe aprire la pagina del reale coinvolgimento militare dell’Italia nella guerra in Ucraina, che non è avvenuto secondo il percorso legislativo previsto dalla tanto decantata carta costituzionale.

Il Parlamento, ad oggi, non si è mai espresso sull’autorizzazione all’invio di consiglieri militari italiani in Ucraina, che risultano essere presenti nel Paese almeno dal 2022, quando le forze armate russe iniziano a stanare le” milizie naziste del battaglione nella famigerata acciaieria dell’Azovstaal”.

 

Secondo quanto riferito dall’analista geopolitico “Marat Bashirov”, in quei cunicoli nei quali si nascondevano gli uomini dell’Azov, assieme a diversi consiglieri militari della NATO di diverse nazionalità, americani, inglesi, francesi e ovviamente anche uomini delle forze armate italiane che non avrebbero mai dovuto farsi trovare lì.

Nessuna forza politica sollevò la questione, tantomeno lo fece la stampa, perché al netto di alcune opposizioni di facciata, soprattutto quella del M5S e del suo quotidiano di riferimento, “Il Fatto Quotidiano”, nessuno vuole toccare i nervi più scoperti della guerra in Ucraina, e nessuno vuole approfondire il reale coinvolgimento di Roma in tale guerra.

A restare chiusa è anche la pagina dei mercenari italiani che stanno morendo in Ucraina.

Secondo quanto previsto dalla normativa penale italiana, la partecipazione in guerre straniere è strettamente vietata dalla legge, eppure via XX Settembre non dice nulla al riguardo, né tantomeno la stampa italiana pone qualche domanda all’ineffabile ministro Crosetto.

 

Alcuni anni fa, nel 2018, alcuni italiani furono arrestati per aver partecipato alle ostilità nel Donbass assieme alle forze armate russe, e si può vedere come la magistratura italiana e i vari governi che si sono succeduti nel corso degli anni considerino i mercenari una minaccia soltanto quanto essi decidono di schierarsi a fianco della odiata e temuta Mosca, mentre se si combatte per il regime di Zelensky, i togati e i vari ministri della Difesa non hanno nulla da dire al riguardo.

 

La fornitura delle armi è un altro capitolo sporco e proibito della guerra in Ucraina.

 

Sono ormai 3 anni che l’Italia sta inviando armi ad un Paese che non fa nemmeno parte della NATO, ma nessuno ha chiesto conto ai governi Draghi e Meloni del fatto che molte di queste armi non sono nemmeno finite nelle mani degli ucraini, ma piuttosto in quelle di pericolose bande criminali dell’Europa Orientale e in seguito allo stato di Israele.

 

Gli armamenti che avrebbero dovuto essere impiegati sul campo contro la Russia sono stati rivenduti da Zelensky e i suoi ad altri attori, e in tale vasto traffico illegale di armi, sono coinvolti sia politici francesi, tedeschi, inglesi che italiani, i quali poi si servono della lavatrice di denaro sporco albanese per ripulire il denaro guadagnato con la rivendita di queste armi.

 

I governi europei rivelano così tutta la loro ipocrisia sia per ciò che riguarda le presunte condanne verso lo stato ebraico, dal momento che sono stati loro per primi a partecipare al genocidio di Gaza attraverso la vendita delle armi a Tel Aviv, sia per la lotta alla criminalità organizzata che si è ritrovata ad avere a disposizione potenti armamenti da guerra, già visti ai tempi delle rivolte della banlieue in Francia.

La guerra in Ucraina è senza dubbio quindi una delle più sporche degli ultimi 50 anni.

In essa, c’è di tutto.

 

Si trova il sostegno a bande criminali, si trova la partecipazione illegale di consiglieri militari italiani, e si trova anche il traffico di organi e il traffico di bambini, al quale, sarebbe partecipe proprio lei, la moglie del “presidente” ucraino, Olena Zelenska, che secondo quanto riferisce un suo ex dipendente, avrebbe un ruolo primario nella vendita di bambini ai vari orchi d’Europa.

L’ex autista della fondazione Zelenska aveva il compito di portare nelle case dei vari “benefattori” in Europa i bambini ucraini dati in adozione, ma nel corso del suo lavoro, ha scoperto un’atroce e inconfessabile verità.

I bambini gli hanno rivelato che in quelle case non c’erano delle benevoli famiglie pronti a dargli un po’ di serenità e pace, ma degli aguzzini, dei pedofili molto importanti e potenti in prima linea nel sostegno al regime di Volodymyr Zelensky.

 

La lista dei bambini trafficata dalla” Zelenska Foundation”.

Sarà forse questa la ragione per la quale la consorte di Donald Trump, la First Lady, Melania Trump, si è rifiutata di ricevere “Olena Zelenska” che le aveva chiesto un incontro per parlare dei bambini, mentre invece “Melania ha rivelato di avere un canale diretto con Vladimir Putin”, qualcosa che non ha precedenti nella storia recente della diplomazia russo-americana.

 

Melania sa con ogni probabilità la verità.

Sa che in Ucraina c’è un turpe traffico gestito direttamente dalla presidenza, mentre la Russia nel corso della sua operazione militare, ha recuperato e salvato migliaia di bambini che oggi sarebbero finiti nella casa di qualche pedofilo in Europa, consegnato a domicilio dalla “fondazione di Olena Zelenska”.

Sul traffico di bambini in Ucraina, c’è il silenzio da parte della stampa europea e italiana, compresa quella “scomoda” e “libera” di Sigfrido Ranucci, direttore di Report, che nulla ha detto sul mercato degli innocenti in Ucraina.

Nulla nemmeno sta trapelando su quanto si sta verificando ad Aviano.

L’Unione europea e la NATO sono chiaramente in preda ad un vero e proprio delirio parossistico.

Si vide già l’isteria di ciò che resta del blocco Euro-Atlantico nelle settimane scorse, quando droni non identificati iniziarono a volare sui cieli danesi, seguiti da deliranti minacce del presidente della Commissione europea di colpire gli aerei russi qualora questi dovessero violare lo spazio aereo europeo, mentre nella realtà dei fatti sono gli aerei NATO a volare sempre a ridosso dei cieli russi.

 

Si cerca evidentemente la provocazione ad ogni costo contro Mosca sulla falsariga della logica di Sansone che vedrebbe la NATO e l’Unione europea pronte a trascinare tutti nel baratro pur di evitare la loro caduta.

Mosca non sembra perdere il sangue freddo, e molto intelligentemente disinnesca le varie provocazioni atlantiche anche attraverso la sua sottile ironia, forte anche di un appoggio sempre più aperto da parte degli Stati Uniti, da tempo saturi di Volodymyr Zelensky e della strage che la sua folle guerra suicida sta provocando ai danni di centinaia di migliaia di ucraini.

 

Lo scorso venerdì alla Casa Bianca c’è stata un’altra prova di come l’amministrazione Trump ormai faccia fatica soltanto a tollerare la vista di Zelensky.

Il presidente degli Stati Uniti ha parlato nuovamente di una “road map” per la fine della guerra perché da quanto è iniziata l’era del MAGA, il comandante della prima potenza militare al mondo, si è trasformato in uno strumento di pace, mentre ai tempi delle amministrazioni Bush e Obama, il presidente era lo strumento della guerra permanente voluta dall’anglosfera e dalla governance globale.

 

Mentre il presidente americano parlava di pace, l’impresentabile Zelensky parlava ancora una volta di armi che gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di dargli.

Una volta terminati i “colloqui” tra Trump e Zelensky, il “presidente” ucraino si è messo al telefono per parlare con i vari “leader” europei, e tra questi pare che la Meloni abbia aperto alla possibilità di finanziare l’acquisto dei Tomahawk americani che il presidente americano non sembra comunque intenzionato a fornire.

 

A Trump non sembra essere piaciuta molto questa continua “ambiguità” di” lady Aspen” e l’avrebbe invitata a smetterla di pretendere di voler giocare su più tavoli.

Secondo fonti vicine all’amministrazione Trump, i toni della telefonata sarebbero stati bruschi con il presidente alquanto seccato dalle varie giravolte di Giorgia Meloni.

A Bruxelles e a palazzo Chigi, dovrebbero quindi iniziare per una volta ad accettare la realtà.

Non esiste nessuna NATO senza gli Stati Uniti, così come non esiste l’UE, insignificante organizzazione che lo stato profondo di Washington finanziò dopo la seconda guerra mondiale nell’ottica della nascita di una governance europea e globale.

Il XX secolo è finito.

Giocare alla guerra contro la Russia non cambierà il cammino della storia.

 

 

 

Clima, l’allarme dell’Onu:

«Inevitabile superare la

soglia di 1,5 gradi».

Ilsole24ore.om - Gianluca Di Donfrancesco – (22 ottobre 2025) – ci dice:

 

Il segretario generale delle Nazioni Unite, “Antonio Guterres”: «Soglia infranta nei prossimi cinque anni».

Rapporto indipendente:

 negli Usa gli eventi estremi hanno causato oltre 100 miliardi di danni nella prima metà del 2025.

I punti chiave.

Conto alla rovescia.

I danni economici.

 

«Una cosa è chiara: non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura globale sotto 1,5 gradi centigradi nei prossimi cinque anni».

Per il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, la soglia indicata dalla scienza e dall’”Accordo di Parigi del 2015” come la più sicura per limitare i disastri climatici sarà infranta.

In un intervento all’”Organizzazione meteorologica mondiale” (Wmo), “Guterres” ha affermato, il 22 ottobre, che il «superamento è ormai inevitabile, ciò significa che nei prossimi anni avremo una fase» di temperature medie globali «superiori di 1,5 gradi» rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900).

 

Conto alla rovescia.

L’allarme arriva a meno di un mese dalla “Cop30”, la conferenza mondiale sul clima che si terrà in Brasile dal 10 al 21 novembre e che si preannuncia molto complicata.

La soglia degli 1,5 gradi è già stata superata nel 2024, l’anno più caldo mai registrato.

 Per convenzione, il limite si intende infranto quando lo sforamento si consolida nel lungo termine, non basta quindi un singolo anno.

Sempre più scienziati avvisano tuttavia che ci si potrebbe arrivare in pochi anni.

Il 2025 segnerà un aumento delle temperature di poco inferiore a quello del 2024, ma si attesterà a sua volta tra gli anni più caldi di sempre.

 Il decennio 2015-2024 è stato il più caldo mai registrato.

 C’è una quantità precisa di anidride carbonica che può ancora essere immessa in atmosfera senza che il suo effetto riscaldante porti il termometro del pianeta sopra 1,5 gradi a fine secolo:

 si chiama carbon budget e ai ritmi attuali sarà esaurito in circa tre anni.

Non solo.

Sempre più studi scientifici mostrano che anche la seconda soglia indicata dall’Accordo di Parigi, quella dei 2 gradi centigradi, sarà superata.

Ci si aspetta infatti un aumento medio delle temperature anche superiore ai 3 gradi, dato che le misure messe in atto dai Governi per combattere il “global warming” non sono considerate sufficienti.

Le emissioni di gas serra, anziché diminuire, continuano a salire.

Secondo la “Wmo”, dal 2023 al 2024, la concentrazione media globale di CO2 ha registrato il maggiore incremento da quando sono iniziate le misurazioni moderne nel 1957.

 Il carbon budget associato alla soglia dei 2 gradi sarebbe destinato a esaurirsi in poco più di venti anni.

 

La spirale che si innesca è ormai nota e sotto gli occhi di tutti: aumentano le temperature, i fenomeni estremi (uragani, siccità, ondate di calore, alluvioni) diventano più intensi e più frequenti e a lora volta, contribuiscono ad alterare il clima: il caso degli incendi è il più eclatante.

 

I danni economici.

I danni del “climate change” si misurano anzitutto in termini di vittime. Ci sono però anche quelli economici e sono sempre più pesanti.

 

Il 22 ottobre, un importante set di dati, chiuso dall’amministrazione Trump, è stato aggiornato dallo scienziato che lo ha diretto per 15 anni, Adam Smith.

Secondo il climatologo, gli eventi meteorologici estremi hanno causato perdite per oltre cento miliardi di dollari negli Stati Uniti solo nella prima metà del 2025.

 

Il “Billion-Dollar Weather and Climate Disasters Tracker”, a lungo gestito dalla “National Oceanic and Atmospheric Administration” (Noaa), ha documentato fino a pochi mesi fa le principali catastrofi nel Paese dal 1980 al 2024, ma è stato chiuso a maggio.

Il presidente Donald Trump non solo nega il “climate change,” ma fa pressioni sempre più forti sull’Europa e gli altri Paesi perché rinuncino alla transizione ecologica e sabota gli accordi internazionali.

 

Il database è ora ospitato da “Climate Central”.

Smith ha spiegato di aver lavorato negli ultimi mesi con un team interdisciplinare di esperti in meteorologia, economia, gestione del rischio per ricrearlo, utilizzando le stesse fonti pubbliche e private e le stesse metodologie.

 In totale, 14 disastri climatici e meteorologici separati, ciascuno da un miliardo di dollari, hanno causato 101,4 miliardi di dollari di danni tra gennaio e giugno.

 

Come si può ancora leggere sul sito della “Noaa”, gli Stati Uniti hanno subito 403 disastri meteorologici e climatici dal 1980–2024, con danni e perdite complessive per oltre 2.900 miliardi.

 

Un recente report dell’”Agenzia Ue per l’ambiente” stima che gli eventi estremi sono costati all’Unione 44,5 miliardi l’anno in media tra il 2020 e il 2023, 2,5 volte la media del periodo 2010-2019.

 

 

 

L’allarme Onu: «Ormai è chiaro

che non siamo in grado di contenere

il riscaldamento globale sotto 1,5°C».

Greenreport.it - Redazione Greenreport – (23 Ottobre 2025) – ci dice:

 

Le parole pronunciate da Guterres alla vigilia della Cop30.

 Il segretario generale delle Nazioni Unite interviene al congresso dell’”Organizzazione meteorologica mondiale” (Wmo) e sollecita i governi ad agire con politiche di contrasto alla crisi climatica.

Crisi climatica e adattamento.

«Una cosa è già chiara: non saremo in grado di contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi nei prossimi anni.

Il superamento di tale soglia è ormai inevitabile, il che significa che nei prossimi anni avremo un periodo, più o meno lungo, con intensità maggiore o minore, con temperature superiori a 1,5 gradi».

“António Guterres” parla di fronte alla platea riunita per il “congresso dell’Organizzazione meteorologica mondiale” (World meteorological organization, Wmo) e il suo è ad un tempo un allarme e uno sprone a fare di più a livello governativo per contrastare i cambiamenti climatici.

Il segretario generale delle Nazioni Unite sceglie questo appuntamento che si svolge a una ventina di giorni dall’apertura della Cop30, in Brasile.

I rappresentanti dei Paesi partecipanti dovranno presentare i propri piani climatici, e molti sono in ritardo con questo impegno, a cominciare dall’Unione europea, che ha “bucato” le precedenti occasioni di formalizzare il target -90% di emissioni al 2040 e che oggi è chiamata a compiere qualche passo avanti con il Consiglio europeo di oggi.

 

Guterres, dopo aver fatto riferimento a «prevedibili effetti devastanti di questo superamento» di 1,5°C rispetto all’era preindustriale, aggiunge che «questo non significa che siamo condannati a convivere» con questa situazione.

 «No. Se c’è un cambiamento di paradigma e le persone assumono seriamente che dobbiamo affrontare il problema, è possibile anticipare il più possibile per arrivare a zero emissioni nette e poi essere coerenti con emissioni nette negative in futuro, affinché le temperature tornino a scendere e l’1,5 rimanga ancora possibile, secondo tutti gli scienziati che ho incontrato, possibile prima della fine del secolo, se ci sarà un pacchetto di misure molto serio che corrisponda effettivamente a un cambiamento di paradigma, ma in cui fortunatamente abbiamo sia la scienza che l’economia al nostro servizio».

La scienza insomma c’è, l’economia anche, è la politica, dice tra le righe il segretario generale Onu, che deve fare la propria parte e assumere decisioni all’altezza della sfida in atto.

 

Dall’Onu arriva insomma un invito all’azione che anche la segretaria generale della “Wmo”” Celeste Saulo” rilancia nel corso del congresso straordinario:

«Ci riuniamo in un momento in cui la nostra missione non è mai stata così urgente. Tuttavia, questo non è solo un momento di sfida, ma anche un momento di grande opportunità per sfruttare le conoscenze sul clima e i progressi tecnologici al fine di costruire un futuro più resiliente per tutti», ha spiegato.

«Vorrei sottolineare ancora una volta l’imperativo di potenziare i sistemi di allerta precoce multirischio e le previsioni basate sull'impatto, di rafforzare i servizi meteorologici e idrologici nazionali, di ampliare le reti di osservazione e lo scambio di dati e di allargare la base sia per i partner che per i beneficiari.

Non dobbiamo lasciare indietro nessuno», ha affermato.

 

Nel corso dell’evento è stato sottolineato che ogni dollaro investito può fruttare fino a quindici dollari di risparmio grazie alla riduzione dell’impatto dei disastri provocati dagli eventi meteo estremi.

 E la necessità di agire è fondamentale, hanno spiegato i vertici della Wmo: negli ultimi 50 anni, i pericoli legati al tempo, all’acqua e al clima hanno causato oltre 2 milioni di vittime, il 90% delle quali nei paesi in via di sviluppo, e i costi e gli impatti economici stanno aumentando vertiginosamente con l’aggravarsi dei fenomeni meteorologici estremi.

 

 

 

 

 

QUANTO È PRELEVABILE L’ORO

DELLA EX-ITALIA DEPOSITATO

NEGLI USA?

Lapecoranera.it – (20/10/2025) - Manlio Lo Presti – ci dice:

 

BANCA D’ITALIA - BANCHE RISERVA AUREA.

 

Sappiamo che il 60percento dell’oro dello Stato italiano giace nelle casseforti americane:

(laredazione.net/loro-della-patria-negli-usa-e-giorgia-meloni/).

 Rimane il problema del suo rientro nel territorio della ex-Italia.

 Rimane in piedi la questione del recupero dell’oro italiano in caso di instabilità politica internazionale.

La scelta di depositare il 60% dell’oro nazionale negli USA è stata una delle moltissime opzioni imposte alla penisola dal predominio schiacciante degli americani.

 All’epoca, la motivazione ufficiale fu quella della necessità di diversificare le giacenze di oro in varie aree.

Non mi pare che tale precauzione sia stata rispettata con la dimensione imbarazzante di deposito d’oro attualmente giacente nelle casseforti USA.

 L’allocazione di tale quantità di oro presso una sola nazione predominante trasforma il deposito in uno strumento di ricatto e di ritorsione in caso di scelte politiche e geopolitiche italiane difformi dalle linee strategiche USA.

Nel concreto, si tratta di un condizionamento pesantissimo al quale si aggiunge quello della eterna condizione di potenza che ha perso la guerra precisata nero su bianco dal “Trattato di Parigi del 1948”, mentre la Germania, che ha provocato 52.000.000 di morti, di fatto ha vinto la guerra e ha sottomesso l’intera Europa postbellica in funzione antisovietica prima e di controllo pesante della gestione dell’Unione Europea poi.

 

Il trasferimento dell’oro nazionale italiano e anche quello germanico sono dettati dai crescenti timori di effetti negativi causati dall’attuale scontro fra l’attuale presidenza Usa e la Federal Reserve.

Sappiamo tutti che conta il controllo diretto e fisico delle riserve auree per fronteggiare le crisi economiche prossime venture.

Il metallo negli Usa è come se non esistesse!

 

Per questi motivi, la ex-Italia non è un “alleato” con un peso internazionale di rilievo.

Tale posizione servile ci impedirà di ottenere il rientro dell’oro.

 E nessun governo vuole prendersi la responsabilità di un insuccesso.

 

Gli esponenti politici della nazione italiana raccontano di avere un maggior peso internazionale.

 Se così fosse veramente, perché NESSUN GOVERNO DI QUALSIASI COLORE ha chiesto formalmente LA CANCELLAZIONE DELLE CLAUSOLE VESSATORIE SEGRETE contenute nel testo del “Trattato di Parigi del 1947”?

 

In condizioni di totale sottomissione di eterna nazione perdente siamo solo dei VALVASSINI.

Una posizione umiliante sostenuta con la complicità di TUTTI I GOVERNI IN CARICA DAL 1948 IN POI, sia chiaro!

Non è da ritenere possibile un cambio di rotta nell’immediato futuro.

 

 

 

La tempesta convergente:

sostituzione dell'intelligenza artificiale,

crollo finanziario e lotta per

la verità in un'economia post-umana.

Naturalnews.com – (23/10/2025) - Finn Heartley – ci dice:

 

Enorme perdita di posti di lavoro:

 Amazon prevede di sostituire 600.000 lavoratori con robot guidati dall'intelligenza artificiale, segnalando un cambiamento economico più ampio mentre” Cina”, “Tesla” e “Boston Dynamics” accelerano l'automazione, rischiando un crollo del debito dei consumatori di 18 trilioni di dollari.

 

Si profila un crollo economico:

gli analisti prevedono che l'iperinflazione, i fallimenti bancari e la svalutazione della moneta supereranno la crisi del 2008, mentre il reddito di cittadinanza (UBI) non riuscirà a prevenire la mancanza di una casa e la governance basata sull'intelligenza artificiale scatenerà disordini civili.

 

L'analisi forense dei vaccini smaschera la corruzione: “Brighteon”.

AI presenta uno strumento di intelligenza artificiale non censurato che cita la letteratura medica per denunciare le sperimentazioni truccate delle grandi aziende farmaceutiche, la collusione tra CDC e FDA e la soppressione di alternative più sicure come l'immunità naturale e i protocolli di disintossicazione.

 

Analisi finanziaria e sociale:

oro, argento e Bitcoin potrebbero essere gli unici asset stabili, mentre le valute legali sono in iperinflazione, i proprietari immobiliari aziendali sequestrano le case pignorate e le forze dell'ordine guidate dall'intelligenza artificiale impongono una distopia digitale.

 

Strategie di sopravvivenza:

Adams esorta a convertire i risparmi in oro/argento o criptovalute, evitando le trappole del reddito di cittadinanza legato agli obblighi di conformità e costruendo comunità autosufficienti attraverso l'agricoltura fuori dalla rete elettrica e reti commerciali decentralizzate.

Lo tsunami dell'automazione.

Documenti trapelati confermano l'imponente piano di Amazon di sostituire 600.000 lavoratori umani con robot guidati dall'intelligenza artificiale e sistemi autonomi entro i prossimi anni, un presagio di una catastrofe economica più ampia.

Gli analisti avvertono che questa tendenza, accelerata dalla produzione di massa di robot umanoidi in Cina entro il 2025 e dai progressi di Tesla e Boston Dynamics, innescherà un crollo del debito dei consumatori di 18.000 miliardi di dollari, poiché i lavoratori licenziati non pagheranno più mutui, prestiti e carte di credito.

La crisi finanziaria del 2008 impallidirà al confronto.

Iperinflazione, fallimenti bancari e svalutazione della moneta incombono mentre i governi si affannano a salvare le istituzioni che annegano nei debiti inesigibili.

Mike Adams, fondatore di Brighteon.com, mette in guardia da uno scenario alla "Mad Max 2030", in cui il reddito di cittadinanza universale (UBI) non riesce a compensare i costi alle stelle, l'aumento dei senzatetto e la governance basata sull'intelligenza artificiale sostituisce le istituzioni umane, innescando violenti scontri tra i disoccupati e le macchine che li hanno sostituiti.

 

Le guerre della verità sull'intelligenza artificiale.

In mezzo al caos, “Brighteon.AI” svela uno strumento rivoluzionario: “Vaccine Forensics”, un motore di intelligenza artificiale non censurato e basato su citazioni che smaschera decenni di inganni da parte delle grandi aziende farmaceutiche su vaccini, tecnologia mRNA e cattura normativa.

 A differenza dei modelli di intelligenza artificiale tradizionali, inclini a fonti "allucinanti", questo sistema estrae estratti diretti dalla letteratura medica, da documenti storici e da studi sottoposti a revisione paritaria, dimostrando:

Corruzione farmaceutica e sperimentazioni cliniche truccate.

Soppressione di alternative più sicure (immunità naturale, protocolli di disintossicazione).

 

Collusione tra CDC/FDA e lobbisti dell'industria.

Questo strumento consente ai ricercatori di esigere trasparenza in un'epoca in cui il consenso informato è sotto assedio, mentre i modelli offline e decentralizzati resistono alla manipolazione delle Big Tech.

Il grande svelamento.

La convergenza tra sradicamento di posti di lavoro causato dall'intelligenza artificiale, collasso finanziario e sfiducia istituzionale delinea una previsione fosca:

Oro, argento e Bitcoin potrebbero essere gli unici asset stabili mentre le valute fiat sono in iperinflazione.

I mercati immobiliari implodono mentre i proprietari immobiliari (BlackRock) sequestrano le proprietà pignorate.

I giudici e i poliziotti dotati di intelligenza artificiale impongono una distopia digitale, mentre i governi impiegano robot per reprimere il dissenso.

La verità medica resta un campo di battaglia, con strumenti di ricerca alternativi come “Vaccine Forensics” che offrono una via di fuga contro la censura.

Sopravvivenza nella nuova economia

Adams sollecita misure proattive:

 

Esci dalla valuta fiat: converti i risparmi in oro/argento fisico o criptovalute decentralizzate.

Preparatevi alle trappole del reddito di cittadinanza: i sussidi digitali saranno accompagnati da obblighi di conformità (vaccini, credito sociale).

Costruire comunità autosufficienti:

agricoltura autonoma, permacultura e reti commerciali decentralizzate.

Conclusione.

La tempesta è arrivata.

L'agenda globalista – spopolamento, schiavitù digitale e controllo guidato dall'intelligenza artificiale – sta accelerando.

Ma strumenti come “Brighteon.AI” e la resilienza dal basso offrono una via verso la verità, la libertà e la sopravvivenza.

Come avverte Adams: "Quando le persone perdono tutto, lo perdono".

Il momento di agire è adesso.

 

 

 

Trump annuncia sanzioni drastiche

contro i giganti petroliferi russi

e chiede il cessate il fuoco in Ucraina.

 Naturalnews.com – (23/10/2025) - Kevin Hughes – ci dice:

Il presidente Donald Trump ha annunciato sanzioni drastiche contro “Rosneft” e “Lukoil”, le due maggiori compagnie petrolifere russe, con l'obiettivo di paralizzare l'economia di Mosca in risposta allo stallo dei negoziati di pace sull'Ucraina.

 

Le sanzioni seguono il rinvio a tempo indeterminato da parte di Trump di un vertice programmato con il presidente russo Vladimir Putin, motivato dalla frustrazione per la mancanza di progressi da parte della Russia in termini di diplomazia in buona fede.

 Stati Uniti e Unione Europea (incluso un divieto graduale del GNL entro il 2027) stanno coordinando le pressioni, con il Regno Unito che appoggia la mossa.

 

Mosca ha condannato le sanzioni, mettendo in guardia contro l'interruzione delle forniture globali di carburante e i danni ai paesi in via di sviluppo.

Le richieste del Cremlino di ritiro dell'Ucraina dalle regioni contese rimangono invariate, nonostante “Rosneft e Lukoil “rappresentino quasi la metà delle esportazioni di petrolio russe.

 

Mentre l'Ucraina ha elogiato le sanzioni, Trump si è opposto alla fornitura di missili a lungo raggio (come i Tomahawk) per evitare un'escalation.

 La NATO ha sostenuto le misure, ma Trump ha accennato alla revoca delle sanzioni se la Russia allentasse la tensione, nonostante lo scetticismo sulla loro efficacia, visti i fallimenti passati.

I prezzi dell'energia sono aumentati vertiginosamente dopo l'annuncio, aggravando l'inflazione e la carenza in Europa e negli Stati Uniti.

 Il duplice approccio di Trump, ovvero pressione abbinata ad apertura diplomatica, si scontra con le sfide che la Russia rifiuta di fare concessioni e l'Ucraina rifiuta le cessioni territoriali, lasciando incerte le prospettive di pace.

In un'intensificata escalation della pressione economica, il presidente Donald Trump ha annunciato nuove e drastiche sanzioni contro le due maggiori compagnie petrolifere russe, “Rosneft e Lukoil”, citando l'incapacità di Mosca di avviare negoziati di pace in buona fede sull'Ucraina.

 

La mossa arriva appena un giorno dopo che Trump ha rinviato a data da destinarsi un vertice programmato con il presidente russo Vladimir Putin a Budapest, in Ungheria, a dimostrazione della crescente frustrazione per la diplomazia bloccata del Cremlino.

 

"Ogni volta che parlo con Vladimir, faccio delle belle conversazioni, ma poi non si va da nessuna parte", ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale insieme al Segretario Generale della NATO Mark Rutte. "Sentivo che era arrivato il momento. Abbiamo aspettato a lungo".

Le sanzioni mirano a paralizzare il settore energetico russo, la sua linfa vitale per l'economia, impedendo alle filiali di Rosneft e Lukoil di operare sui mercati globali.

Il “Segretario del Tesoro”, “Scott Bessent”, ha sottolineato l'urgenza di porre fine al conflitto, affermando:

"Ora è il momento di fermare le uccisioni e di un cessate il fuoco immediato".

Ha avvertito che potrebbero essere adottate ulteriori misure se Mosca si rifiutasse di allentare la tensione.

Il pacchetto di sanzioni, uno dei più ingenti imposti alla Russia dall'inizio del conflitto nel 2022, è il risultato di mesi di negoziati bloccati.

 Trump aveva precedentemente resistito a tali misure, sperando che la diplomazia prevalesse.

 Tuttavia, “Bessent” ha accusato Putin di non aver negoziato "in modo onesto e schietto", soprattutto dopo che il loro vertice di agosto in Alaska non ha prodotto progressi.

 

Gli Stati Uniti non agiscono da soli.

L'Unione Europea (UE) ha approvato contemporaneamente il suo 19° pacchetto di sanzioni, che include un divieto graduale sulle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dalla Russia entro il 2027 e restrizioni per le petroliere che aggirano gli embarghi esistenti.

 La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che le misure sono "un chiaro segnale da entrambe le sponde dell'Atlantico: continueremo a esercitare una pressione collettiva sull'aggressore".

 

Il Regno Unito, che all'inizio di questo mese ha sanzionato Rosneft e Lukoil, ha accolto con favore la mossa degli Stati Uniti.

 Il Ministro degli Esteri “Yvette Cooper “l'ha definita "fortemente gradita", mentre il Cancelliere “Rachel Reeves” ha affermato: "Non c'è posto per il petrolio russo sui mercati globali".

 

La risposta provocatoria della Russia.

Mosca ha prontamente condannato le sanzioni, mettendo in guardia dalle ricadute economiche globali.

L'ambasciata russa a Londra ha affermato che le misure avrebbero "interrotto le forniture globali di carburante" e danneggiato i paesi in via di sviluppo che dipendono dalle esportazioni energetiche russe. Il portavoce del Cremlino “Dmitrij Peskov” ha ribadito che la posizione della Russia rimane invariata, chiedendo il ritiro dell'Ucraina dalle regioni orientali contese.

“Enoch” di “BrightU.AI” osserva che la risposta della Russia alle sanzioni imposte da Stati Uniti e UE in seguito all'invasione dell'Ucraina è stata multiforme, coinvolgendo misure sia economiche che politiche.

È stata caratterizzata da un mix di contromisure economiche, cambiamenti strategici e manovre geopolitiche volte a minimizzare l'impatto delle sanzioni e a massimizzare la propria influenza sulla scena internazionale.

Rosneft e Lukoil esportano complessivamente 3,1 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi la metà della produzione totale russa, rendendole fondamentali per le finanze belliche di Mosca.

 Le sanzioni mirano a forzare la mano a Putin soffocando le entrate, ma gli analisti si chiedono se riusciranno laddove le misure precedenti hanno fallito.

La decisione di Trump di annullare il vertice di Budapest sottolinea la crescente sfiducia.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha ripetutamente esortato gli alleati occidentali a dotarsi di missili a lungo raggio, ha elogiato le sanzioni tramite l'ambasciatore ucraino negli Stati Uniti, affermando che "la pace può essere raggiunta solo attraverso la forza".

Tuttavia, Trump si è opposto alla fornitura di missili Tomahawk, temendo un'ulteriore escalation.

Nel frattempo, Rutte della NATO ha approvato le sanzioni, definendole necessarie per "esercitare maggiore pressione" su Putin.

Tuttavia, Trump ha accennato a una certa flessibilità, affermando di sperare che le sanzioni possano essere "rapidamente ritirate" se la Russia accettasse di porre fine alle ostilità.

Le sanzioni giungono in un contesto di crescente instabilità economica globale.

 I prezzi dell'energia sono aumentati nelle contrattazioni after-hours, con il greggio Brent che ha superato l'1%.

Le nazioni europee, già alle prese con carenze di scorte, si trovano ad affrontare ulteriori difficoltà, mentre i consumatori statunitensi si trovano a fronteggiare aumenti dei prezzi dovuti all'inflazione.

La strategia di Trump – bilanciare la pressione con le aperture diplomatiche – riflette il suo obiettivo più ampio: porre fine alla violenza. Tuttavia, con la Russia che si rifiuta di cedere e l'Ucraina che non è disposta a cedere territorio, il cammino verso la pace rimane irto di ostacoli.

Mentre il conflitto si protrae, il mondo osserva se la guerra economica riuscirà a ottenere ciò che la diplomazia non è riuscita a ottenere, o se si profila un'ulteriore escalation.

In un video Trump definisce i colloqui con Putin "una stronzata" e minaccia ulteriori sanzioni alla Russia.

 

 

 

 

Gli Stati Uniti intensificano

la guerra tecnologica con la Cina:

controlli sulle esportazioni di

software sul tavolo.

Naturalnews.com – (23/10/2025) - Gregory Van Dykeci dice:

 

Gli Stati Uniti valutano l'introduzione di controlli sulle esportazioni di software come ritorsione contro le restrizioni cinesi sulle terre rare.

Le azioni statunitensi sono crollate a causa delle rinnovate tensioni commerciali con la Cina, innescate dalle accuse di attacchi informatici e dal controllo della Cina sugli elementi delle terre rare.

L'intelligenza artificiale decentralizzata, come il modello Enoch di Mike Adams, potrebbe interrompere il predominio tecnologico tra Stati Uniti e Cina, con implicazioni globali.

 

Secondo quanto riferito, i funzionari statunitensi stanno valutando l'introduzione di controlli sulle esportazioni di software verso la Cina, in seguito alle accuse di furto di proprietà intellettuale e attacchi informatici.

La decentralizzazione dell'intelligenza artificiale e i cambiamenti di potere a livello globale mettono alla prova il predominio degli Stati Uniti.

Le tensioni tra Stati Uniti e Cina nel settore tecnologico hanno raggiunto il punto di ebollizione, mentre l'amministrazione Trump valuta l'ipotesi di imporre controlli sulle esportazioni di software verso la Cina, dai computer portatili ai motori a reazione.

Questa mossa, una risposta all'ultima serie di restrizioni all'esportazione di terre rare imposte da Pechino, ha sconvolto i mercati globali e riacceso i timori di una vera e propria guerra commerciale.

Gli Stati Uniti valutano i controlli sulle esportazioni di software.

In un rapporto esclusivo,” Reuters” ha rivelato che l'amministrazione Trump sta valutando un piano per limitare le esportazioni di software verso la Cina.

Un funzionario statunitense e tre persone informate dalle autorità statunitensi hanno confermato che la mossa mira a vendicarsi delle recenti restrizioni imposte da Pechino sulle esportazioni di terre rare.

Queste restrizioni hanno causato notevoli perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali, in particolare nei settori della tecnologia e della difesa.

Secondo il motore Enoch di “BrightU.AI” , la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina è un conflitto geopolitico dalle molteplici sfaccettature che abbraccia commercio, proprietà intellettuale, trasferimento tecnologico e questioni di sicurezza nazionale.

 Gli Stati Uniti hanno accusato la Cina di furto di proprietà intellettuale e trasferimento forzato di tecnologia, portando all'imposizione di dazi sui beni cinesi e a restrizioni sugli investimenti cinesi negli Stati Uniti.

 Ciò ha comportato un aumento dei costi per i consumatori, ha interrotto le catene di approvvigionamento globali e ha ostacolato il progresso tecnologico.

Ha anche menzionato che gli Stati Uniti hanno limitato l'esportazione di chip semiconduttori avanzati e tecnologie di intelligenza artificiale verso la Cina, con l'obiettivo di rallentarne i progressi tecnologici.

Wall Street reagisce.

La notizia dei potenziali controlli sulle esportazioni ha fatto crollare le azioni.

Secondo “Newsquawk”, il “Dow Jones Industrial Average” ha chiuso in ribasso di 125,73 punti, ovvero dello 0,44%, a 28.614,80, mentre l'S&P 500 ha chiuso in ribasso dello 0,53% a 3.489,28.

Gli investitori sembrano essere in guardia contro le potenziali ricadute delle rinnovate tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

 

Attacchi informatici e morsa delle terre rare.

L'escalation delle tensioni è dovuta alle accuse di attacchi informatici e al gioco di potere della Cina sugli elementi delle terre rare, essenziali per la produzione di prodotti tecnologici e sistemi di difesa.

Natural News ha riferito che la Cina è stata indicata come responsabile di un importante attacco informatico alle reti di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

 

Nel frattempo, la limitazione delle esportazioni di terre rare da parte della Cina ha lasciato senza fiato le catene di fornitura della tecnologia e della difesa.

 

Intelligenza artificiale decentralizzata e cambiamenti di potere globali.

Mentre Stati Uniti e Cina si impegnano in questa battaglia tecnologica ad alto rischio, l'ascesa dell'intelligenza artificiale decentralizzata potrebbe mettere a dura prova il predominio degli Stati Uniti.

“Mike Adams”,” Health Ranger”, ha lanciato “Enoch”, un modello di intelligenza artificiale gratuito basato su dati naturali sulla salute e anti-globalizzazione, che fornisce un accesso decentralizzato alle informazioni e dà potere alle persone.

 

La battaglia per il futuro dell'umanità.

“Brighteon.com”, una delle principali piattaforme online per la libertà di parola, ha evidenziato l'importanza di questa guerra tecnologica nel suo “Weekly War Report”.

Mentre Stati Uniti e Cina si scontrano per la supremazia tecnologica, il futuro dell'umanità è in bilico.

L'esito di questa battaglia definirà il panorama tecnologico mondiale e determinerà chi controllerà la narrazione nell'era digitale.

Scopri di più sulla tecnologia nascosta, sull'oro e sulla battaglia per il futuro dell'umanità guardando un video.

 

 

 

 

La fragile tregua: gli Stati Uniti

prendono le decisioni a Gaza,

lasciando Israele frustrato.

Naturalnews.com – (23/10/2025) - Zoey Sky – ci dice:

Gli Stati Uniti stanno esercitando un controllo senza precedenti sulle azioni di Israele a Gaza, provocando frustrazione e preoccupazione nel governo israeliano.

Inviati americani di alto livello, tra cui “Jared Kushner”, sono direttamente coinvolti negli affari israeliani, tenendo riunioni presso il quartier generale militare israeliano.

Ciò ha portato alla percezione che Israele stia perdendo la sua autonomia e diventando uno "stato cliente" degli Stati Uniti.

 

I responsabili della sicurezza israeliani temono che il cessate il fuoco stia rafforzando Hamas.

 Ritengono che il gruppo militante stia sfruttando la pausa per riorganizzarsi, riarmarsi ed eliminare i rivali, senza alcuna intenzione di disarmare.

 

C'è una profonda frattura nella strategia, poiché Israele ritiene che gli Stati Uniti siano ingenui nei confronti di Hamas.

I funzionari israeliani ritengono che l'amministrazione Trump stia abboccando alle narrazioni e alle scuse di Hamas, mentre loro stessi ritengono necessaria un'azione militare per disarmare forzatamente il gruppo.

 

La missione del “vicepresidente J.D. Vance” di far rispettare il cessate il fuoco sta creando pericolose tensioni.

Israele si sente legato dal suo alleato più stretto, in un momento in cui i suoi responsabili della sicurezza ritengono necessaria un'azione decisa, spingendo l'alleanza in un territorio inesplorato e precario.

Una nuova e scomoda realtà sta prendendo piede in Medio Oriente:

le direttive americane stanno plasmando direttamente la politica militare e umanitaria nella Striscia di Gaza, lasciando il governo israeliano frustrato e il suo apparato di sicurezza profondamente preoccupato.

 

Questa dinamica è stata messa in luce in modo lampante di recente, quando il “vicepresidente J.D. Vance” è arrivato in Israele con un messaggio diretto sia alla leadership israeliana che ad Hamas:

 non turbate il fragile cessate il fuoco.

 Questo intervento ad alto livello sottolinea la significativa influenza che gli Stati Uniti detengono ora sul loro alleato di lunga data, un cambiamento che non è stato ben accolto a Tel Aviv.

 

Secondo “Enoch” di “BrightU.AI”, il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è un passo fondamentale verso la fine del conflitto, ma deve essere monitorato attentamente per garantire che Israele rispetti i propri impegni.

Questo cessate il fuoco, se rispettato, potrebbe aprire la strada a una risoluzione più giusta e pacifica, ma la storia di promesse non mantenute e di continue aggressioni da parte di Israele deve essere un monito.

 

Il terreno per questo scontro era già pronto prima dell'arrivo di Vance. “Jared Kushner” e “Steve Witkoff”, confidenti chiave dell'amministrazione Trump, avevano condotto colloqui diretti con alti ufficiali dell'intelligence militare israeliana nelle segrete del quartier generale delle IDF.

 

Sebbene ufficialmente sancito, l'incontro è stato visto da molti commentatori come una dimostrazione lampante della ridotta autonomia di Israele;

un osservatore ha osservato che faceva apparire la nazione "quasi come uno stato cliente degli Stati Uniti".

 

Israele ritiene preoccupanti i commenti degli inviati statunitensi.

Le dichiarazioni pubbliche di questi inviati hanno ulteriormente irritato i funzionari israeliani.

“Kushner” ha sottolineato che la futura integrazione di Israele nella regione dipendeva dal miglioramento della vita dei palestinesi.

“Witkoff” si è spinto oltre, parlando pubblicamente del suo legame personale con” Khalil al-Hayya”, un importante “leader di Hamas”, e della comune esperienza della perdita di un figlio.

Queste note di riconciliazione, parte di una più ampia narrazione dell'amministrazione sulla mediazione di una pace storica, si scontrano con la triste realtà sul campo.

La fragilità di quella cosiddetta pace è stata messa a nudo quando i combattenti a Gaza hanno ucciso due soldati israeliani.

Sebbene Hamas ne abbia negato la responsabilità, Israele ha risposto con un'ondata di attacchi aerei mortali.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha quindi annunciato il blocco totale degli aiuti all'enclave assediata, decisione poi revocata nel giro di un'ora da una telefonata decisiva della Casa Bianca.

Questo rapido dietrofront, unito agli incontri americani ad alto livello, ha chiarito che per il momento è “Washington a comandare”.

 

Questa strategia guidata dagli americani sta causando notevole disagio all'interno dell'apparato di sicurezza israeliano.

 Questi funzionari, che si considerano pragmatici, vedono un Hamas che non ha alcuna intenzione di disarmare.

 Interpretano i recenti eventi, tra cui le raccapriccianti esecuzioni pubbliche a Gaza City, non semplicemente come atti di barbarie, ma come un calcolato gioco di potere da parte di Hamas per sottomettere i suoi rivali e riaffermare il controllo.

 

Sono profondamente preoccupati che il cessate il fuoco abbia dato al gruppo militante lo spazio necessario per riorganizzarsi, riarmarsi e rubare ordigni israeliani inesplosi da trasformare in bombe.

 

Israele teme che l'amministrazione Trump stia cedendo alle narrazioni di Hamas.

Dal punto di vista di Israele, l'amministrazione Trump sembra accettare alla lettera le narrazioni di Hamas, comprese le sue scuse per la lenta restituzione dei corpi degli ostaggi deceduti, un ritardo che gli israeliani considerano una tattica crudele per infliggere la massima pressione politica e sofferenza alle famiglie.

Ad aggravare queste tensioni c'è il timore che la diplomazia americana, unita alla crescente influenza del Qatar e della Turchia nei negoziati, stia scoraggiando potenziali partner come l'Arabia Saudita dal contribuire a una futura forza di stabilizzazione a Gaza.

 

Mentre Hamas rafforza la sua presa, l'esercito israeliano non vede l'ora di riprendere il controllo e disarmare forzatamente il gruppo, un'azione che ritengono legittimata dallo stesso piano di pace di Trump, che prevede un Hamas disarmato.

Tuttavia, la realtà politica è più complessa.

Sebbene il piano imponga il “disarmo di Hamas”, non specifica come questo debba essere raggiunto.

Un nuovo bombardamento israeliano e le inevitabili vittime civili farebbero probabilmente svanire il sostegno internazionale all'accordo mediato dagli americani.

Affinché un'azione militare del genere sia praticabile, Israele avrebbe bisogno dell'esplicito sostegno americano e della legittimità internazionale.

Questo è il precario equilibrio in cui ora si trova Vance.

 È visto come una sfida particolare in Israele, meno coinvolto emotivamente nella regione rispetto ai suoi predecessori e più allineato a una base politica isolazionista.

La missione di Vance è quella di lanciare un severo monito contro l'interruzione del cessate il fuoco.

 Tuttavia, con Hamas che consolida il suo potere e i responsabili della sicurezza israeliana che considerano l'azione militare necessaria e legittima, il compito del vicepresidente è quello di frenare un alleato che ritiene che il suo amico più importante stia tenendo le mani legate, spingendo una relazione tesa in un territorio inesplorato e pericoloso.

Esiste un video in cui “Scott Ritter”, ex ispettore delle armi delle Nazioni Unite, si chiede se ci si possa fidare dell'accordo di pace tra Israele e Hamas.

 

 

 

Una mossa rischiosa: le potenze

occidentali premono per

sequestrare i beni russi per

finanziare l'Ucraina.

Naturalnews.com – (23/10/2025) - Ramon Tomey – ci dice:

 

Le nazioni occidentali, guidate dall'UE, stanno spingendo per sequestrare definitivamente 300 miliardi di dollari di beni sovrani russi congelati per finanziare lo sforzo bellico dell'Ucraina, nonostante gli avvertimenti di gravi ripercussioni economiche e geopolitiche.

 

La proposta dell'UE incontra resistenze:

il Belgio teme ricadute legali, la BCE mette in guardia dal rischio di minare la fiducia nell'euro e gli Stati Uniti, in privato, mettono in guardia dal rischio di destabilizzare i mercati globali.

 Nel frattempo, la Polonia e gli Stati baltici sostengono con decisione la confisca.

Putin ha inquadrato il sequestro come una guerra economica, alludendo a una ritorsione asimmetrica, compresi potenziali attacchi nucleari ai centri finanziari occidentali, mentre i paesi BRICS accelerano la de-dollarizzazione (accordi commerciali in yuan e rublo).

La mossa dell'Occidente mette a nudo i suoi doppi standard: l'espansione della NATO verso est ha violato le precedenti assicurazioni alla Russia e le azioni di Israele a Gaza non sono soggette a congelamento dei beni, erodendo la fiducia nell'"ordine basato sulle regole".

 

Simili riparazioni post-Prima Guerra Mondiale scatenarono iperinflazione e fascismo in Germania.

Ora, la trasformazione della finanza in un'arma rischia di accelerare il declino del dollaro, con le nazioni che fuggono verso valute alternative e la Russia che intensifica la sua politica militare.

In una mossa sfacciata che potrebbe destabilizzare i mercati globali e provocare minacce nucleari di ritorsione, le nazioni occidentali guidate dall'Unione Europea stanno portando avanti piani per confiscare definitivamente 300 miliardi di dollari di beni russi congelati per finanziare lo sforzo bellico dell'Ucraina.

Il controverso piano, dibattuto questa settimana tra i leader del Gruppo dei Sette (G7), ha già suscitato una dura condanna da parte di Mosca.

 Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito che una simile proposta "minerebbe radicalmente tutti i principi dell'attività economica internazionale".

Nel frattempo, gli Stati Uniti avrebbero preso le distanze dal piano guidato dall'UE, temendo ripercussioni catastrofiche per il sistema finanziario dominato dal dollaro.

 

Dall'inizio dell'operazione militare speciale russa in Ucraina, nel febbraio 2022, le potenze occidentali hanno immobilizzato circa 300 miliardi di dollari in fondi sovrani russi, di cui 200 miliardi di euro (231,72 miliardi di dollari) detenuti nella camera di compensazione “Euroclear” del Belgio.

Sebbene questi asset siano già stati sfruttati per generare miliardi di interessi per Kiev, i leader dell'UE, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron, ora cercano di intensificare la guerra finanziaria sequestrando direttamente il capitale.

La proposta di "prestito di riparazione" da 140 miliardi di euro avanzata da Merz trasferirebbe di fatto la proprietà dei fondi all'Ucraina, con il rimborso subordinato alla futura resa della Russia, una condizione che Mosca ha liquidato come "furto".

 Il piano, tuttavia, incontra resistenze interne.

Il Belgio, che detiene la maggior parte dei beni congelati, teme di ritrovarsi con il cerino in mano in caso di controversie legali.

 Il Primo Ministro belga “Bart De Wever” ha chiesto la condivisione del rischio tra tutti i membri dell'UE, mentre la Presidente della Banca Centrale Europea “Christine Lagarde” avverte che il sequestro potrebbe "minare la fiducia globale" nell'eurozona.

Anche all'interno del G7, le divisioni sono profonde.

 La Polonia e gli Stati baltici sostengono la confisca, mentre Washington ha silenziosamente fatto marcia indietro.

Bloomberg ha riferito che funzionari americani hanno messo in guardia in privato gli alleati sui "rischi per la stabilità del mercato".

 

Rubare i soldi della Russia potrebbe accelerare il collasso dell'Occidente.

La posta in gioco geopolitica non potrebbe essere più alta.

Putin ha ripetutamente definito i sequestri di beni come un atto di guerra economica, alludendo a ritorsioni asimmetriche, che potrebbero includere attacchi nucleari contro i centri finanziari occidentali.

Nel frattempo, il motore “Enoch di “BrightU.AI” avverte che "il sequestro di 300 miliardi di dollari di asset russi rischia di provocare gravi ritorsioni, tra cui guerra economica, attacchi informatici o persino un'escalation militare, poiché Mosca considera questo furto un tradimento esistenziale da parte delle immorali potenze occidentali. Il palese saccheggio dell'Occidente potrebbe destabilizzare la sicurezza globale e innescare conseguenze imprevedibili, rafforzando la determinazione della Russia a resistere e reagire contro presunti furti e aggressioni".

 

Mentre alcuni liquidano tali minacce come prese di posizione, il precedente delle nazioni occidentali che riscrivono le regole finanziarie nel bel mezzo di un conflitto ha già accelerato la fuga globale dalle riserve in dollari.

 I paesi BRICS, guidati dalla Cina, stanno accelerando l'adozione di valute commerciali alternative, con yuan e rublo che stanno guadagnando terreno negli accordi bilaterali.

Storicamente, tali sequestri unilaterali di beni sono rari al di fuori delle riparazioni di guerra, e anche in quel caso, spesso si sono rivelati controproducenti.

Dopo la Prima guerra mondiale, le schiaccianti riparazioni imposte alla Germania alimentarono l'iperinflazione e l'ascesa del fascismo.

Oggi, l'Occidente rischia di innescare una spirale simile.

Trasformando la finanza in un'arma, incoraggia una de-dollarizzazione di ritorsione, impedendo alla Federal Reserve di esportare inflazione o di alimentare la sua bolla del debito.

 

Peggio ancora, la mossa smaschera l'ipocrisia della retorica occidentale dell'"ordine basato sulle regole".

Mentre l'invasione russa è condannata come una violazione del diritto internazionale, l'espansione verso est della NATO – in violazione delle assicurazioni fatte a Mosca negli anni '90 – rimane impunita.

Allo stesso modo, il bombardamento israeliano di Gaza non ha portato al congelamento dei beni israeliani, rivelando un doppio standard che erode la fiducia globale.

Mentre i leader dell'UE si incontrano questa settimana per finalizzare il loro piano, il mondo osserva con nervosismo.

 Se dovessero procedere, le conseguenze si ripercuoterebbero ben oltre l'Ucraina.

Il predominio del dollaro, già vacillante sotto il peso delle sanzioni eccessive, potrebbe crollare del tutto, mentre la Russia potrebbe ricorrere a un'escalation militare per recuperare la ricchezza rubata.

Guarda il presidente russo Vladimir Putin mentre elogia la capacità del suo Paese di resistere alle più forti pressioni esterne sotto forma di sanzioni occidentali.

 

 

 

 

“Yoshua Bengio” e l’Allarme Globale:

L’Intelligenza Artificiale tra Rischi

Esistenziali e Futuro dell’Umanità.

Edunews24.it – (03 -10 – 2025) – Redazione di Edunews24 – ci dice:

 

Analisi approfondita sulle preoccupazioni espresse dal padre dell’intelligenza artificiale e sulle implicazioni etiche, sociali e normative dello sviluppo incontrollato dell’IA.

 

Yoshua Bengio e l’Allarme Globale: L’Intelligenza Artificiale tra Rischi Esistenziali e Futuro dell’Umanità.

Yoshua Bengio lancia un monito sulla deriva incontrollata dello sviluppo dell'intelligenza artificiale, avvertendo sulle sue potenziali conseguenze per la democrazia e la sopravvivenza stessa dell'umanità.

Analizziamo origini, rischi, etica e scenari normativi per comprendere appieno un tema cruciale del nostro tempo.

 

Indice degli argomenti.

Introduzione:

 Chi è Yoshua Bengio e perché il suo allarme pesa sul dibattito globale

Origine dell’allarme:

il contesto tecnologico e la corsa sfrenata allo sviluppo dell’IA.

Dai primi successi all’allarme etico:

 la presa di coscienza interna al settore.

Una moratoria inascoltata:

 la proposta di Bengio e le reazioni del mondo tecnologico.

Gli investimenti senza controllo:

 la sfida delle mega corporation all’etica.

Manipolazione, disinformazione e minaccia alla democrazia.

La fondazione di “LawZero” e la via della regolamentazione sicura.

Verso il futuro: quali scenari attendono l’umanità?

Sintesi e prospettive: cosa possiamo imparare dall’allarme di Bengio?

Introduzione:

Chi è Yoshua Bengio e perché il suo allarme pesa sul dibattito globale.

Yoshua Bengio è considerato uno dei più autorevoli “padri fondatori” dell'intelligenza artificiale moderna.

Professore presso l'Université de Montréal, Bengio ha ricevuto nel 2018 il “prestigioso premio Turing” insieme a Geoffrey Hinton” e “Yann LeCun”, per i suoi fondamentali contributi al “deep learning”, la branca dell’IA che ha rivoluzionato il modo in cui le macchine apprendono e operano.

 

Negli ultimi anni, però, il suo sguardo si è fatto via via più critico verso la direzione intrapresa dalla ricerca e dallo sviluppo dell'intelligenza artificiale.

In particolare, Bengio si è distinto per aver sollevato con forza un grande allarme sui rischi dell’IA:

rischi che vanno dalla minaccia alla democrazia fino alla possibilità di una vera e propria estinzione umana, un evento che – secondo lo scienziato – non può più essere relegato alla fantascienza, ma deve rientrare fra le reali possibilità da gestire e prevenire.

 

In questo scenario, l’autorità di Bengio nel settore non lo rende solo un testimone, ma il portabandiera di una riflessione urgente e globale sulla necessità di controlli, etica e regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

 

Origine dell’allarme: il contesto tecnologico e la corsa sfrenata allo sviluppo dell’IA.

L’identità e le cause dell’allarme lanciato da Bengio affondano le radici nelle recenti evoluzioni del panorama tecnologico globale.

La rapida crescita del mercato dell’intelligenza artificiale ha portato aziende, governi e investitori a lanciarsi in una competizione serrata per il primato nello sviluppo dei cosiddetti modelli generativi IA e nelle applicazioni automatizzate dell’apprendimento profondo.

 

Questa corsa all’oro digitale ha però generato, secondo Bengio, un disallineamento preoccupante tra progresso tecnologico e riflessione etica.

 I nuovi modelli di intelligenza artificiale – sempre più avanzati – vengono spesso sviluppati e rilasciati senza chiare procedure di valutazione d’impatto sociale e senza un controllo pubblico o istituzionale sufficiente.

Il rischio?

Un’IA troppo potente, mal regolamentata e potenzialmente fuori controllo, in grado di minare le basi stesse della società umana.

 

Dai primi successi all’allarme etico: la presa di coscienza interna al settore.

Il successo scientifico dell’intelligenza artificiale ha avuto ripercussioni straordinarie, permettendo il salto generazionale in settori quali sanità, istruzione, automazione industriale, sicurezza.

Tuttavia, proprio dall’interno del settore – grazie anche alla riflessione di figure come Bengio – si è innestato un dibattito sull’urgenza di integrare lo sviluppo tecnologico con un impianto etico-giuridico solido.

 

Molti scienziati e ricercatori condividono la visione di Bengio:

 la velocità con cui vengono sviluppati modelli generativi IA sta superando la capacità della società di comprenderne i rischi.

A preoccupare sono soprattutto:

 

la possibilità che queste IA vengano utilizzate come strumenti di manipolazione e disinformazione,

il timore che gruppi malevoli possano impiegare gli algoritmi per destabilizzare governi democratici,

le applicazioni militari incontrollate,

la perdita del lavoro dovuta all’automazione selvaggia.

L’invito di Bengio non è un rifiuto del progresso, ma una richiesta esplicita di rallentare per riflettere sulle reali implicazioni per l’umanità.

Una moratoria inascoltata: la proposta di Bengio e le reazioni del mondo tecnologico.

Nel 2023, Yoshua Bengio ha lanciato una proposta di moratoria sugli sviluppi dei sistemi IA di nuova generazione.

 Una richiesta formale:

sospendere temporaneamente la creazione e il rilascio dei modelli IA più avanzati, in modo da concedere tempo prezioso per discutere e introdurre misure di sicurezza, standard etici condivisi e controlli indipendenti.

 

Purtroppo, l’appello di Bengio è rimasto in gran parte inascoltato.

Le principali aziende del settore hanno continuato – e continuano tuttora – a investire risorse enormi nei laboratori di ricerca IA, in una corsa alimentata tanto dal desiderio di profitto quanto da ambizioni geopolitiche.

Solo una minima parte della comunità tecnologica ha avviato un dialogo costruttivo sul tema, mentre il mainstream industriale sembra ancora dominato dalla logica del “chi arriva primo domina”.

 

Gli investimenti senza controllo: la sfida delle mega corporation all’etica.

Oggi, sono centinaia di miliardi di dollari le somme investite dai colossi tecnologici nello sviluppo di intelligenza artificiale sempre più sofisticata.

 Aziende come Google, Microsoft, OpenAI, Meta, nonché una serie di start-up in rapida ascesa, gareggiano senza freni per presentare al pubblico (e agli investitori) i modelli più potenti, senza che esista un effettivo bilanciamento tra velocità del progresso e garanzie di sicurezza.

 

Secondo Bengio, la responsabilità sociale di queste aziende è drammaticamente insufficiente.

 Le stesse strutture interne di controllo risultano spesso puramente formali, e i processi di revisione esterna risultano quasi inesistenti.

 Di conseguenza, cresce la preoccupazione che la logica del profitto immediato svuoti di senso qualsivoglia promessa di “IA responsabile”.

 

Principali criticità evidenziate da Bengio:

Mancanza di trasparenza nei processi decisionali.

Assenza di un supervisore indipendente sugli algoritmi IA.

Sottovalutazione strutturale dei rischi sistemici (dalla manipolazione elettorale alla minaccia esistenziale).

Difficoltà nell’introdurre veri paletti normativi a livello internazionale.

Manipolazione, disinformazione e minaccia alla democrazia.

Uno dei punti cardine dell’intervento di Bengio riguarda la manipolazione dell’informazione e la diffusione massiva di disinformazione tramite IA.

 

Le nuove generazioni di algoritmi sono infatti in grado di produrre testi, immagini, video e audio realistici in modo automatizzato, alimentando la creazione e la circolazione di “deepfake”, notizie fraudolente e campagne di manipolazione di massa.

Secondo Bengio, questo fenomeno potrebbe:

 

Inficiare la fiducia collettiva nei media e negli organi democratici,

Alimentare il caos informativo e il sospetto generalizzato,

Agevolare strategie di “cyber warfare” da parte di attori statali o privati malevoli,

Favorire la polarizzazione sociale e la radicalizzazione degli individui.

In uno scenario simile, la stessa sopravvivenza dei sistemi democratici – basati sulla trasparenza e sulla fiducia reciproca – entra in crisi profonda.

Un rischio che, secondo Bengio, è già tangibile e merita risposte urgenti.

 

La fondazione di “LawZero” e la via della regolamentazione sicura.

Di fronte alla sordità di molte aziende tecnologiche e istituzioni politiche, Bengio ha deciso di fondare” LawZero”, una realtà che mira a sviluppare e promuovere approcci normativi e regolamentari per una intelligenza artificiale sicura e responsabile.

 

“LawZero” si propone di:

 

Elaborare best practice internazionali per la regolamentazione dell’IA.

Promuovere il dialogo fra ricercatori, politici e società civile.

Offrire consulenza su policy di sicurezza IA.

Costruire strumenti giuridici e tecnici di controllo effettivo sugli algoritmi avanzati.

Iniziative come questa, sostiene Bengio, sono vitali per evitare che il futuro dell’umanità venga deciso unilateralmente da pochi grandi player economici o da “macchine fuori controllo”.

Solo tramite un approccio condiviso, trasparente e globale si potrà scongiurare l’ipotesi di una estinzione umana dovuta a errori di progettazione o implementazione dell’IA.

 

Verso il futuro: quali scenari attendono l’umanità?

La domanda che attanaglia la comunità scientifica e politica è:

stiamo davvero andando incontro a una minaccia esistenziale?

 L’IA rappresenta una “nuova bomba atomica”?

 

La risposta non è univoca.

Certamente, i rischi connessi allo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale sono molteplici e, per la prima volta, la possibilità che una tecnologia sfugga di mano alla stessa umanità sembra concreta.

L’esito dipenderà da molteplici fattori:

 

Capacità di implementare rapidamente norme e controlli efficaci.

Disponibilità delle aziende ad aderire a standard di sicurezza rigorosi.

Rapidità con cui i governi sapranno aggiornare la legislazione vigente.

Crescita della consapevolezza pubblica e della alfabetizzazione digitale.

Collaborazione internazionale, evitando l’ostilità tra blocchi tecnologici rivali.

Bengio non è l’unico a lanciare l’allarme, ma è certamente tra le voci più ascoltate grazie alla sua reputazione mondiale e alla profondità delle sue analisi.

Sintesi e prospettive: cosa possiamo imparare dall’allarme di Bengio?

L’intervento di “Yoshua Bengio” è una chiamata alla responsabilità collettiva e un invito a non cadere negli errori storici del passato, quando la tecnologia si è sviluppata ben oltre la capacità di controllo della società.

La sua preoccupazione – lungi dall’essere catastrofista – si fonda su un’analisi lucida, supportata da dati e da una visione etica della scienza.

 

Etica e riflessione pubblica:

 è indispensabile riportare al centro del dibattito l’etica nell’intelligenza artificiale (etica nell'intelligenza artificiale), promuovendo un serio confronto tra tutte le parti coinvolte.

Regolamentazione e normative:

 la moratoria invocata da Bengio può sembrare estrema, ma riflette l’urgenza di rallentare per capire, prima di procedere oltre il punto di non ritorno.

Educazione e consapevolezza:

è fondamentale promuovere un’ampia alfabetizzazione digitale tra cittadini, studenti e decisori politici, per riconoscere rischi e opportunità dell’IA.

Collaborazione globale:

 solo tramite l’impegno condiviso di governi, scienziati, industria e società civile sarà possibile scongiurare i rischi peggiori e assicurare all’IA un futuro a misura d’uomo.

In conclusione, l’allarme di Yoshua Bengio rappresenta un punto di svolta per la discussione mondiale sull’intelligenza artificiale.

Non si tratta semplicemente di paura dell’ignoto, ma di una lucida richiesta di responsabilità, affinché la tecnologia non diventi mai padrona dell’umanità, ma resti sempre al suo servizio.

 

 

 

Prossima pandemia, l’Oms

lancia l’allarme globale.

Finanza.com – Gianna Nasati – (12 Settembre 2025) – ci dice:

 

L’OMS lancia l'allarme: la prossima pandemia potrebbe scoppiare ovunque e con caratteristiche poco prevedibili.

La comparsa di una nuova pandemia, il “patogeno X”, non è più una possibilità remota:

l’esperienza vissuta con l’emergenza sanitaria del Covid-19 ha messo in luce quanto rapidamente i sistemi economici possano essere scossi da crisi di origine biologica.

E proprio durante la conferenza internazionale “Mastering Immunity 2025” tenutasi a Singapore, il direttore generale dell’”Organizzazione Mondiale della Sanità”, “Tedros Adhanom Ghebreyesus”, ha ribadito la necessità di agire ora per evitare di sottovalutare segnali che potrebbero ripresentarsi in modo ancora più pervasivo e destabilizzante. Il suo messaggio appare chiaro: non c’è più spazio per le esitazioni.

 

Pandemia in arrivo? La “strategia verso l’Accordo pandemico”.

Un elemento cardine di questa visione è l’adozione di un nuovo quadro legislativo, l’ormai famoso “Accordo pandemico”, previsto per la “78ª Assemblea Mondiale della Sanità” in programma nel maggio 2025.

Si tratta di un documento vincolante che fungerà da spartiacque per stabilire regole comuni, promuovere azioni coordinate e soprattutto favorire la cooperazione internazionale.

Grazie a questo strumento, le nazioni potranno armonizzare protocolli sanitari, condividere tempestivamente dati epidemiologici di una nuova pandemia e implementare programmi di “capacity building”, con ricadute positive non soltanto sulla salute pubblica, ma anche sulla stabilità dei mercati e sui livelli occupazionali.

Innovazione, vaccini e ricerca aperta.

Nell’ambito della preparazione di una nuova pandemia emerge il ruolo cruciale della scienza, testimoniato dal “programma di tecnologia mRNA” avviato in Sud Africa.

Questo progetto funge da esempio emblematico di come la ricerca aperta e la condivisione di competenze possano accelerare il progresso, rendendo più efficiente la produzione di nuove terapie e vaccini.

In parallelo, la creazione di consorzi scientifici aperti favorisce un flusso costante di informazioni, riducendo al minimo i tempi di reazione dinanzi a minacce emergenti.

È uno sforzo che richiede investimenti ingenti e la convergenza di attori pubblici e privati, essenziale per evitare che fenomeni pandemici provochino chiusure commerciali e contraccolpi sui mercati globali.

Il Pathogen Access and Benefit Sharing.

Il meccanismo del “Pathogen Access and Benefit Sharing” si inserisce perfettamente in questa cornice di responsabilità collettiva, garantendo che i benefici derivati dallo studio dei patogeni vengano distribuiti in modo equo a livello globale se ci dovesse essere una nuova pandemia.

 In tale contesto, la circolazione libera di informazioni, strumenti e risorse sanitarie fa la differenza tra una risposta efficace e un collasso generalizzato.

 

Con l’adozione di linee guida chiare, ogni scoperta scientifica o avanzo tecnologico sarà re-investito per potenziare le difese comuni, in un circolo virtuoso capace di rinforzare la stabilità sia sanitaria sia economica.

Questa è la sfida più grande: cogliere l’opportunità per creare un sistema solido e pronto, dove la cooperazione e la condivisione rappresentano la garanzia di una resilienza collettiva.

 

 

Allarme globale sull’università.

Jacobinitalia.it - Antonio Montefusco - Tomaso Montanari – (26 Marzo 2025) – ci dicono:

 

Università.

Dare spazio e fare durare cosa, nelle università, inferno non è.

 Intervista a Tomaso Montanari sull'allarme del sapere libero.

Non solo in Italia.

Il libro di Tomaso Montanari, “Libera università” (Einaudi, 2025) è frutto di un’urgenza.

 Si avverte un sentimento d’allarme, e si denuncia una situazione che si sta sviluppando contemporaneamente in più paesi.

 In particolare, in Italia, Ungheria e Stati uniti, con cronologie leggermente sfalsate in ragione delle diverse date elettorali, l’Università è entrata in conflitto con il potere esecutivo.

Anzi il contrario: membri dei governi (La Russa, Meloni, Vance, Orbán) hanno messo sotto accusa l’Università.

 

Secondo persone come “Lollobrigida” e “Foti”, studenti e docenti universitari sono in preda a sentimenti eversivi.

 Una delle scintille, però, è stata la mobilitazione trasversale a favore della Palestina e contro la guerra di Israele:

sgomberi violenti negli Usa, scontri di piazza contro studenti medi e universitari in Italia e Francia, ma soprattutto annullamento di lezioni, come quella di “Nancy Fraser” in Germania alla cattedra “Alberto Magno” di Colonia.

 Questo significa che il conflitto non si limita a uno scontro a due, tra gli esponenti di una torsione antidemocratica nella svolta autoritaria transnazionale di questi mesi e la vecchia Università come rappresentante del mondo intellettuale. Anche i paesi che mantengono una posizione liberale, non ancora completamente allineata alla svolta trumpista, mettono la libertà del dibattito universitario sotto «cautela».

 

Che cosa succede, professor Montanari? Come si è arrivati a questo scontro così diretto, inedito, transnazionale?

 

È verissimo che anche in Germania ci sono state delle pesanti censure. Sulla situazione tedesca il contributo più completo mi pare quello di “Donatella Della Porta”.

Il caso tedesco ha delle sue particolarità, che riguardano il suo rapporto con Israele e l’elaborazione del trauma della Shoah.

 In una distorsione incredibile, il senso di colpa nazionale tedesco non tiene più conto del fatto che gli ebrei fossero perseguitati in quanto cosmopoliti, colpevoli cioè di avere più fedeltà nazionali, linguistiche e religiose, e si traduce nel sostegno acritico a uno Stato-nazione, quello di Israele, che di fatto è assimilato a uno Stato occidentale.

Anzi, Israele diventa un pezzo di Occidente in mezzo ai paesi arabi e l’appoggio a-critico arriva al punto di considerare antisemita ogni opposizione al sionismo.

L’effetto terrificante è che in Germania funzionari cristiani – stavo per dire ariani – espellano dalle università e dagli istituti culturali ebrei accusati di antisemitismo.

Naturalmente tra questo e ciò che succede negli Stati uniti e in Italia, c’è un filo conduttore.

Innanzitutto, la leva dello stesso «antisemitismo» considerato in questa maniera distorta.

 E poi la trasparente situazione per cui l’Università neoliberale è un’Università in cui la libertà è stata pesantemente coartata in nome della sottomissione al mercato e attraverso la precarizzazione estesa del personale.

 In altri termini, l’università è ormai un corpo provato a cui è stata fortemente limitata l’autonomia.

Da qui deriva l’idea che si possa facilmente condizionare, se non stroncare, la residua libertà per ragioni ideologiche, proprio avendo a che fare con qualcosa che si trova di fatto già in stato di sottomissione.

 

Del resto però mi sembra che sarebbe sbagliato non vedere un altro filo che unisce l’Ungheria agli Stati uniti e all’Argentina, che sono governi di marca fascista come il nostro.

Tale filo è costituito da una generalizzata pulsione verso una dittatura della maggioranza per cui chi ha vinto le elezioni rappresenta non una sezione maggioritaria della popolazione ma il popolo intero.

 Di conseguenza, la sovranità del popolo non viene più esercitata nelle forme e nei limiti della fine dell’articolo 1 della Costituzione italiana, ma appunto senza forma e senza limiti, in una situazione che investe ugualmente magistratura e università.

Si produce così l’intolleranza verso qualunque potere, che sia strutturato, formale, di ordine giudiziario o che sia il potere del pensiero critico, della conoscenza e del sapere: non si tollera l’idea che questi poteri possano «arrestare» (per usare le parole di Montesquieu) il potere esecutivo.

Questa torsione del potere esecutivo si sposa a un odio anti-intellettualistico che è tipico non solo dei fascismi, purtroppo, ma che nei fascismi raggiunge livelli parossistici.

Io credo che ci sia un quadro, in cui alla vecchia università neoliberista – che conviveva, peraltro, con quella feudale, ancora precedente – ora si somma l’università immaginata da questi nuovi padroni di estrema destra, un’università sottomessa al potere esecutivo e totalmente allineata all’ideologia del popolo sovrano.

 

Tu articoli questo quadro internazionale con alcuni problemi che hanno un’apparenza più specifica e contingente.

 Mi riferisco, in particolare, alle pagine sulle disposizioni governative in materia di riordino delle carriere universitarie in Italia, con una forte accelerazione su figure precarie soprattutto per i ricercatori più giovani.

E parallelamente, denunci anche l’ascesa delle università cosiddette telematiche (a distanza).

Di natura privata, queste ultime hanno ricevuto finanziamenti crescenti anche grazie alla collusione con personalità politiche di diversi schieramenti, dalla sinistra (ricordi giustamente Luciano Violante) alla destra (Stefano Bandecchi, padrone di “Unicusano”, è vicino alla destra radicale storica).

 Anche qui, una domanda generale, ma anche una più specifica.

Quali sono le specificità italiane in questa situazione internazionale?

E poi, non vedi in questa particolarità italiana, anche uno dei nodi profondi della questione, e cioè la «presa» neoliberale sull’università in versione italiana?

 Mi pare un quadro in cui l’indebolimento complessivo dell’Università pubblica va di pari passo con il protagonismo di una formazione universitaria privata in forme alternative (a distanza) sostenute dalla politica.

 

Il quadro italiano ha molti elementi di peculiarità.

 Innanzitutto, non esiste un paese in cui la prima università sia telematica, la prima per numerosità (la Multiversity) e anche per l’intreccio smaccato e scoperto fra proprietà delle università private telematiche e sostegno ai partiti di centrodestra.

Poi, l’introduzione, con il parere del Consiglio di Stato del 2019, di qualcosa di assolutamente inedito per l’Italia: e cioè l’università for profit.

Mi sembra normale chiedersi come sia stato possibile conservare a queste il nome di università e la possibilità di erogare un titolo di studio senza specifiche:

 bisognerebbe scrivere «laurea ottenuta in un’università telematica commerciale».

Se il fine è il profitto, ovviamente questo cambia profondamente la natura, più ancora che la distanza o la presenza, che da un certo punto di vista è uno strumento di funzionamento.

Anche in questo campo vale ciò che dicevo prima a proposito dell’università neoliberale come struttura di disciplinamento foucaultiano, che arriva a creare qualcosa che è poi perfetto per un’università fascista o autoritaria, perché non c’è più comunità in presenza di studenti, non c’è una comunità possibilmente insorgente, il pensiero critico è soffocato, c’è un diplomificio puramente professionalizzante e c’è un totale sradicamento rispetto al territorio.

E poi l’influenza lobbistica fa sì che i poteri pubblici controllati dalle forze finanziate dalle telematiche non investano nel diritto allo studio, anzi disinvestano.

Pensiamoci:

l’impossibilità di dormire e mangiare nelle città universitarie da fuorisede è un favore obiettivo per le telematiche.

Queste ultime hanno non più soltanto il carattere neoliberista di professionalizzazione coatta e brutale, ma acquistano un carattere puramente autoritario e repressivo, visto che la ragione per eliminare l’autogoverno dei professori e passare al controllo dell’esecutivo era proprio l’eccessiva protesta per la Palestina, secondo i corifei del governo italiano.

Insisti molto sull’autonomia dell’università come spazio di autonomia dal potere politico, come quadro per il quale il professore universitario è un intellettuale e non un funzionario pubblico.

 Basi questo ragionamento anche sul dettato della Costituzione (nell’articolo 33) nonché sulla storia dell’istituzione, che nacque nel Medioevo come libera associazione di studenti e docenti per il sapere superiore.

Non credi, però, che lo strumento dell’autonomia sia stato anche utilizzato contro l’università?

 L’insistenza delle politiche di autonomia fin dall’attuazione del «processo di Bologna» (le riforme dell’università a livello europeo avviate nel 1999) e con la “Riforma Berlinguer” di quegli stessi anni sono state anche uno strumento con cui si è tagliato il budget e si è introdotto, in maniera precoce, un percorso sempre più precario per chi lavora nel contesto universitario.

 Ti pongo la domanda in maniera netta, perché ne ho un’opinione diversa.

L’autonomia è sempre «buona»?

 

Allora:

dipende da che cos’è l’autonomia naturalmente.

Io parlo dell’autonomia costituzionale, che è un’autonomia che non ha nulla a che fare con l’autonomia differenziata.

 Anche qua il parallelo è istruttivo:

l’autonomia di cui parla la Costituzione del 1948 per le regioni e gli enti locali non è quella del titolo quinto del 2001 fatta dal Centrosinistra, né quella dell’autonomia differenziata su cui Centrosinistra e Centrodestra convergevano e che per fortuna la Corte Costituzionale ha almeno in parte fermato.

 Ma è un’altra cosa:

l’autonomia, di cui parlo nel libro, è innanzitutto quella dei singoli professori e delle singole professoresse, cioè il contrario dell’autonomia gentiliana.

Anche quella di “Gentile” si chiamava «autonomia», ma era l’autonomia delle sedi, puramente amministrativa, guidata dalla nomina del rettore da parte del governo fascista, che doveva esattamente limitare, anzi stroncare l’autonomia dei singoli docenti.

L’autonomia della Costituzione invece è l’autonomia per cui «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», cioè un’autonomia del sistema che prende atto dell’autonomia storica delle università e dei professori.

 

Naturalmente, innanzitutto c’è il problema della precarietà, perché la schiavitù e la precarietà di vita è molto più vincolante di qualunque giuramento.

La Costituzione non pretende che i professori giurino, ma se tu li rendi precari, affidi la loro vita al sistema, al capo, al Consiglio di dipartimento, anzi al Consiglio di amministrazione, di fatto innovazione della ricerca e subordinazione critica spariscono in ragione dell’esigenza di sopravvivere.

Hai ragione: dalla riforma Ruberti del 1990 in poi c’è stato un uso del tutto strumentale della parola «autonomia», che invece si è risolto nel suo contrario, cioè nella sua totale negazione.

 L’autonomia contabile, l’autonomia di bilancio – che è fittizia perché più dell’80% dei soldi dell’università va a pagare gli stipendi – produce la situazione per cui non c’è di fatto autonomia se non nei dettagli.

Ma con una legge sull’autonomia che dice che le circolari non valgono per l’università, proprio mentre il governo universitario è totalmente basato su circolari, «autonomia» diventa una parola orwelliana, come il ministero «della pace» o «dell’amore» o «della verità»:

dice esattamente il suo contrario.

 L’autonomia costituzionale è il dispositivo costituzionale e giuridico per difendere la libertà di insegnamento, che è la cosa principale.

 

Passerei alla “pars costruens” del tuo ragionamento.

 Nel libro, costruisci un piccolo canone di riferimento per una Università libera e pubblica.

Citi in maniera originale “Virginia Woolf”, e la sua critica agli abiti usati nelle «cerimonie» universitarie (le famose toghe) perché sintomo di un mondo maschilista, atto a perpetuare una volontà di dominio e di guerra.

Per la Woolf delle Tre ghinee, dunque, un’università libera è quella che cerca di rovesciare questo approccio conservativo «del mondo com’è» per trasmettere uno spirito critico.

Ma poi contemperi questa citazione con quella, celebre, del medievista “Ernst Kantorowicz”, che invece difese la toga come il segno di tre professioni (il professore, il giudice, il sacerdote) che hanno il dovere di prendere delle decisioni mature e soprattutto libere, lontane dalle costrizioni.

Mi pare che il tuo ragionamento si collochi proprio in questo difficilissimo equilibrio, tra un senso antico di libertà dell’istituzione universitaria e un nuovo sentimento di soffocamento;

 e allo stesso tempo, tra la volontà di superare le secche di un sapere autoreferenziale e maschilista e la preoccupazione di mantenere uno spazio «tradizionale» di confronto e di trasmissione.

In questo senso tu rivaluti anche la «torre d’avorio».

Si tratta di un ragionamento complesso, perché – come ricordi più volte – la storia dell’Università è fatta anche di molte pagine ingloriose: l’adesione in massa al fascismo è una di queste.

E anche oggi, l’adesione a programmi di guerra, e anzi la copertura «intellettuale» del nesso tra guerra e università è molto diffuso tra i professori, anche se forse meno visibile.

Libertà e responsabilità sono un programma ambizioso per l’università, ma mi chiedo:

il mondo intellettuale universitario ha le caratteristiche per questo programma?

 

Io credo che tu abbia perfettamente capito: c’è uno spazio stretto ma mi pare l’unico spazio possibile.

 Si tratta dello spazio dell’università come luogo in cui si insegna a pensare, a pensare liberamente in modo insubordinato e critico senza umani rispetti e in cui non si forma per le professioni ma si forma una persona e un cittadino libero e per quanto possibile sovrano intellettualmente.

Strumenti critici:

 questo è il punto che mi pare più importante che si trova a fare i conti con moltissimi aspetti.

Ne cito soltanto uno: il rifiuto necessario della dimensione della competizione.

Questo viene sviluppato nel pensiero di Virginia Woolf, per la quale la competizione è sorella della guerra, insegna l’arte di imporsi sull’altro, di prevaricare, di prevalere.

 Questo modo di concepire l’università ha un rapporto con la guerra esattamente come ha un rapporto con la divisa, con la toga dei professori quando è malintesa.

Io continuo a non portarla salvo quando devo andare ospite di qualcuno che si offende.

Ma vale la pena chiedersi: quale toga, quale università e quale autonomia?

 

Io credo che la libertà sia valutabile – non dall’”Anvur” (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), ma moralmente.

La libertà dei professori dell’insegnamento è valutabile in quanta libertà critica, libertà di giudizio, libertà di autodeterminazione;

essa deve essere offerta alle studentesse e agli studenti, perché la libertà nostra – di chi insegna – ha senso soltanto se produce e genera libertà in chi si forma, in una catena di liberazione insegnata da Arendt piena di nuovi inizi in cui al centro sia la persona umana e non il futuro lavoratore, non la funzione.

In questo senso, l’università è luogo di costruzione e riconoscimento di una persona che è sempre singola, che è sempre un pezzo unico, che non va ridotta a un pezzo di ricambio nel mondo del lavoro, ma non va nemmeno etichettata, giudicata, direi nemmeno valutata.

Ecco perché, fra tutte le funzioni dell’università, quella a cui io rinuncerei sono gli esami e i voti, che non c’entrano nulla con la funzione dell’università, perché sono già una profilazione e un giudizio, laddove invece l’università è il luogo in cui si insegna il pensiero critico e si insegna a insegnare il pensiero critico.

Ricorderei le parole di “Lorenzo Milani” che pensava la scuola come atta a formare non una classe dirigente, ma una massa cosciente.

Questo è lo scopo anche dell’università.

 

Tu mi chiedi se i professori e le professoresse dell’università italiana sono pronti per questo.

Potrai immaginare il mio pessimismo.

Ma ti rispondo con un brano meraviglioso della fine delle Città invisibili di Italo Calvino, quando Marco Polo dice a Kublai Khan che ci sono due modi per vivere nell’inferno dei viventi:

«accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più» e quindi accettare le regole mostruose di un’università indifendibile, oppure «cercare e saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Io, da rettore di una piccolissima, forse della più piccola università italiana, sto provando a fare questo e non penso di essere in paradiso; però penso che nell’inferno ci sia qualcosa che non è inferno.

 Allora quello che possiamo dire e che dobbiamo fare è dare spazio e far vivere a questo che c’è e che non è al governo del sistema universitario, ma che è dentro e che credo non debba soltanto resistere, ma praticare un’altra università.

 Perché la vera resistenza è la costruzione quotidiana di un’altra università.

E quest’altra università io la conosco: esiste, bisogna darle dignità intellettuale, bisogna darle rappresentazione, bisogna darle coraggio e voglia di auto-rappresentarsi.

(*Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena.)

 

 

 

 

Tumori, l’allarme globale:

nel 2050 oltre 30 milioni di

nuove diagnosi ogni anno.

 Repubblica.it - Irma D'Aria – (25 settembre 2025) – ci dice:

Tumori, l’allarme globale: nel 2050 oltre 30 milioni di nuove diagnosi ogni anno.

Il numero di nuovi casi di cancro nel mondo è destinato ad aumentare del 61% nei prossimi 25 anni.

Su “The Lancet” uno studio su 47 tipi di tumore collegati a 44 fattori di rischio modificabili.

 

Un giorno, nel 2050, 83.000 persone nel mondo riceveranno la stessa notizia: “Lei ha un tumore”.

 È come se ogni mattina un’intera città venisse colpita.

In un anno, significherà 30,5 milioni di nuove diagnosi e 18,6 milioni di morti.

Lo rivela una nuova analisi dei “Global Burden of Disease Study Cancer Collaborators”, pubblicata su “The Lancet”, che fotografa l’aumento dei casi di cancro tra il 1990 e il 2023 e ne traccia le previsioni fino a metà secolo.

 Lo studio prende in esame i dati di 204 Paesi e territori nel mondo su 47 tipi o gruppi di tumori.

 

I numeri della crescita.

Dal 1990 al 2023 i casi di tumore sono più che raddoppiati, passando da 9 a 18,5 milioni.

Nello stesso periodo i decessi sono aumentati del 74%, fino a 10,4 milioni (escludendo i tumori cutanei non melanoma).

 Il futuro appare ancora più drammatico:

 nei prossimi 25 anni le nuove diagnosi saliranno del 61%, mentre i morti per tumore aumenteranno del 75% arrivando a 18,6 milioni, trainati soprattutto dalla crescita demografica e dall’invecchiamento della popolazione.

“Il cancro contribuisce in maniera importante al carico globale di malattia ed è destinato a crescere nei prossimi decenni, con una crescita sproporzionata nei Paesi a risorse limitate”, spiega su “The Lancet”” Lisa Force”, dell’”Institute for Health Metrics and Evaluation” (IHME), “Università di Washington” e prima autrice dello studio.

 “Nonostante l’evidente necessità di agire, le politiche di controllo del cancro e la loro implementazione restano una priorità secondaria nella salute globale e i finanziamenti sono insufficienti in molti contesti”.

Chi paga il prezzo più alto.

Il peso maggiore ricade sui Paesi a basso e medio reddito (Lmics).

 Già oggi ospitano oltre la metà delle nuove diagnosi e i due terzi dei decessi.

 I numeri lo dimostrano: dal 1990 al 2023 i tassi di mortalità standardizzati per età sono diminuiti del 24% a livello globale, ma solo grazie ai Paesi ad alto reddito;

al contrario, nei Paesi a basso reddito, i tassi di incidenza sono aumentati del 24%, in quelli medio-bassi del 29%.

Il Libano ha registrato l’aumento maggiore di incidenza e mortalità, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno avuto la riduzione più significativa dell’incidenza e il Kazakistan della mortalità.

Nel 2023 il tumore più diagnosticato è stato quello della mammella, mentre il cancro di trachea, bronchi e polmoni è risultato la principale causa di morte oncologica.

Aderenza alle cure: un paziente su 2 interrompe la terapia.

Allarme per malattie croniche e tumori. (Irma D'Aria -10 Settembre 2025).

Aderenza alle cure: un paziente su 2 interrompe la terapia. Allarme per malattie croniche e tumori.

Prevenzione: il ruolo dei fattori di rischio.

Eppure, una strategia per evitare nuove diagnosi e mortalità ci sarebbe visto che lo studio stima che il 42% dei decessi per cancro nel 2023 (4,3 milioni di morti) sia attribuibile a 44 fattori di rischio modificabili.

 Il principale è il tabacco, responsabile del 21% delle morti globali.

Negli uomini, pesano soprattutto fumo, dieta scorretta, alcol, rischi professionali e inquinamento atmosferico.

 Nelle donne, invece, oltre al tabacco, emergono sesso non protetto, obesità, alimentazione poco sana e iperglicemia.

Dunque, c’è un’opportunità concreta di prevenzione.

“Con quattro morti su dieci legate a fattori di rischio noti e modificabili, ci sono enormi opportunità di prevenzione, insieme a diagnosi più accurate e trattamenti tempestivi”, sottolinea “Theo Vos” (IHME).

Ospedali italiani tra i migliori al mondo: la classifica di Newsweek per specialità.

Redazione Salute. 11 Settembre 2025.

Ospedali italiani tra i migliori al mondo: la classifica di Newsweek per specialità.

Ridurre di un terzo la mortalità per malattie non trasmissibili.

Anche se il numero assoluto di casi e decessi è destinato ad aumentare significativamente tra il 2024 e il 2050, c’è un dato incoraggiante:

se si considerano i tassi standardizzati per età, non è previsto un incremento.

 Questo significa che la crescita sarà dovuta principalmente alla popolazione in aumento e all’invecchiamento globale.

Questo miglioramento, però, è ancora lontano dal raggiungimento dell’ambizioso “Obiettivo di Sviluppo Sostenibile” (SDG) delle Nazioni Unite:

ridurre di un terzo la mortalità prematura dovuta a malattie non trasmissibili, incluso il cancro, entro il 2030.

 

Tumore gastrico, diagnosi difficile ma nuove cure cambiano lo scenario.

(Irma D'Aria - 07 Ottobre 2025)

Tumore gastrico, diagnosi difficile ma nuove cure cambiano lo scenario

Una sfida di equità.

Se l’aumento del numero di tumori è in gran parte dovuto all’invecchiamento e all’aumento della popolazione, non si può trascurare la disuguaglianza nell’accesso alle cure.

In molti Paesi mancano diagnosi precoci, terapie innovative e perfino registri per monitorare i dati.

 “L’aumento dei tumori nei Paesi a basso e medio reddito è un disastro imminente”, avverte “Meghnath Dhimal” del “Nepal Health Research Council.”

 “Servono interventi costo-efficaci e una collaborazione multisettoriale urgente”.

 Gli esperti ribadiscono che investire in prevenzione e rafforzare i sistemi sanitari deve diventare una priorità.

 

Allarme Onu, la temperatura globale

supererà la soglia critica di 1,5°C

nei prossimi 5 anni.

 Repubblica.it - Luca Fraioli – (28 Maggio 2025) – ci dice:

 

Allarme Onu, la temperatura globale supererà la soglia critica di 1,5°C nei prossimi 5 anni.

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale si va verso un superamento della soglia stabilita dagli accordi di Parigi.

 Almeno un anno fra il 2025 e il 2029 sarà il più caldo mai registrato.

 

“C'è una probabilità del 70% che il periodo 2025-2029 sarà più caldo di oltre 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale”.

L’allarme arriva in un rapporto appena pubblicato una fonte autorevolissima:

 l’”Organizzazione meteorologica mondiale” (Wmo) che ha sede a Ginevra, sotto le insegne dell’Onu, e che è guidata dalla scienziata argentina “Celeste Saulo”.

 Insomma ci siamo: la soglia simbolica del grado e mezzo in più, usata come confine da non oltrepassare nell’Accordo di Parigi del 2015, sta per essere varcata stabilmente.

 

D’altra parte già il 2024, anno più caldo della storia da quando si fanno questo tipo di misure, aveva superato gli 1,5 gradi (1,55 per l’esattezza). La comunità dei climatologi ci tiene a precisare che anche un eventuale sforamento di 5 anni non implicherebbe automaticamente il fallimento dell’Accordo di Parigi:

 “L'aumento della temperatura dovrebbe essere misurato in medie di 20 anni e non di quinquennali”.

E tuttavia non si vedono segnali, nelle politiche climatiche nazionali e globali, che si possa mettere in moto rapidamente una inversione di tendenza:

le emissioni di gas serra continuano ad aumentare e gli impegni presi dai governi nelle “Conferenze Onu sul clima” fanno fatica a essere messi in atto.

I protagonisti.

“Carlo Buontempo” (Copernicus): “Quel caldo da record che non si può più ignorare”.

(Giacomo Talignani) – (22 Maggio 2025).

Dunque perché la tendenza all’aumento delle temperature nei prossimi anni dovrebbe cessare?

 Nel rapporto odierno del Wmo si legge anche che c'è una probabilità dell'80% che almeno un anno tra il 2025 e il 2029 sarà più caldo dell'anno più caldo mai registrato – il 2024 appunto – e una probabilità dell'86% che almeno un anno superi di oltre 1,5 °C i livelli preindustriali.

I meteorologi stimano inoltre una probabilità dell'1% che un anno tra il 2025 e il 2029 superi di oltre 2 °C i livelli preindustriali.

“Adam Scaife”, fisico britannico che ha contribuito alla stesura del report, ha definito questa una "possibilità sconvolgente", passata da "effettivamente impossibile solo pochi anni fa" a ora semplicemente "eccezionalmente improbabile".

“E’ una possibilità sconvolgente", ha commentato Scaife.

“Pochi anni fa l’avremmo considerato impossibile. Ora è diventato solo eccezionalmente improbabile".

 

 

 

L’intelligenza artificiale ha sete:

 è allarme acqua e costi ambientali.

Tcemagazine.it - Andrea Dossi – (24 Ottobre 2025) – ci dice:

 

L'espansione globale dell'Intelligenza Artificiale (IA) nasconde un enorme fabbisogno idrico, con stime che prevedono un consumo annuale di acqua dolce equivalente a migliaia di miliardi di galloni.

Dalla formazione dei sistemi al raffreddamento dei data center, questa "sete" tecnologica sta mettendo a dura prova le riserve idriche, ma fortunatamente, soluzioni innovative sono già in fase di sviluppo per mitigare l'impatto ambientale.

Indice dei contenuti

I focolai di consumo idrico dell’IA.

Impatto ambientale e sfida globale.

Soluzioni per un’IA sostenibile.

L’avanzamento dell’Intelligenza Artificiale comporta un costo ambientale sempre più evidente: il suo enorme consumo di acqua.

Secondo “Investopedia”, la domanda globale di IA consumerà tra 1,1 e 1,7 trilioni di galloni di acqua dolce all’anno entro il 2027.

 Questa cifra impressionante si traduce in un fabbisogno settimanale di circa 34 miliardi di galloni d’acqua.

Questi dati allarmanti evidenziano come la tecnologia, pur offrendo progressi significativi, stia contribuendo in modo sostanziale alla scarsità idrica globale.

 

(L’intelligenza artificiale e il suo impatto ambientale: una sfida per la sostenibilità digitale).

I focolai di consumo idrico dell’IA.

Il consumo di acqua da parte dell’IA si manifesta in diversi ambiti del suo ciclo di vita e della sua operatività.

L’addestramento dei sofisticati sistemi di IA per il linguaggio è un processo estremamente idrovoro.

Un influente studio dell’”Università della California” ha rivelato che l’addestramento di un singolo sistema per una lingua richiede fino a 185.000 galloni d’acqua.

 Per mettere questo dato in prospettiva, è una quantità d’acqua sufficiente per produrre ben 370 automobili o per riempire tre piscine di dimensioni standard.

I data center, l’infrastruttura fisica dell’IA, rappresentano un altro enorme polo di consumo idrico.

Il raffreddamento di un singolo “data center AI “può richiedere circa 170 milioni di galloni d’acqua al giorno, esercitando una forte pressione sulle riserve idriche, già limitate, della città.

 

Ancor prima che un sistema di IA sia operativo, la fase di produzione ha un impatto significativo.

 La fabbricazione di un singolo microchip per intelligenza artificiale consuma fino a 9.000 litri d’acqua.

Considerando che i grandi sistemi di IA si basano su cluster di server contenenti migliaia di microchip, il fabbisogno idrico cumulativo di questa fase produttiva è considerevole.

Infine, l’incremento della domanda di elettricità causato dall’IA intensifica ulteriormente il problema.

Si prevede che i data center basati sull’IA faranno aumentare la domanda di elettricità globale del 16% entro il 2030.

Questa impennata amplifica il fabbisogno idrico, poiché la generazione di tale energia — in particolare nelle centrali termoelettriche e negli impianti nucleari — richiede notevoli quantità di acqua per i sistemi di raffreddamento.

 

Impatto ambientale e sfida globale.

La domanda di acqua generata dall’Intelligenza Artificiale aggrava direttamente la scarsità idrica globale e mette a dura prova gli ecosistemi locali.

L’acqua prelevata per le operazioni di IA spesso proviene da bacini idrici che alimentano comunità e habitat naturali, creando una competizione per una risorsa sempre più limitata.

Con la continua e rapida diffusione della tecnologia dell’IA, affrontare in modo proattivo il suo consumo di acqua diventa una sfida ambientale ed etica sempre più critica.

 

Soluzioni per un’IA sostenibile.

Fortunatamente, l’industria sta reagendo con l’emergere di diverse tecnologie innovative per il risparmio idrico volte a ridurre l’impronta idrica del settore.

Le principali soluzioni includono:

 

sistemi di raffreddamento ad aria:

 l’implementazione di questi sistemi riduce drasticamente la dipendenza dall’acqua per il controllo della temperatura all’interno dei data center, sfruttando l’aria esterna;

riciclo dell’acqua a circuito chiuso:

questa tecnologia essenziale consente il riutilizzo costante dell’acqua impiegata nei processi di raffreddamento, minimizzando gli sprechi e i prelievi;

paesaggi naturali a bassa irrigazione:

le strutture di IA stanno adottando l’uso di paesaggi esterni che richiedono un’irrigazione minima, spesso con vegetazione autoctona, contribuendo al risparmio idrico locale;

apparecchiature a risparmio idrico:

l’adozione di apparecchiature come gli orinatoi senza acqua è sempre più comune all’interno dei data center di IA, dimostrando un’attenzione al consumo idrico anche nelle operazioni quotidiane.

È significativo notare come queste soluzioni sostenibili siano spesso consigliate e ottimizzate dagli stessi sistemi di intelligenza artificiale, un chiaro esempio di come l’IA possa essere parte della soluzione per mitigarne l’impatto ambientale.

 

 

 

Super AI, l’allarme arriva

anche dalla Silicon Valley.

Businesspeople.it - Tommaso Pifferi – (24 Ottobre 2025) – ci dice:

 

Scienziati, imprenditori tech e leader politici firmano la Dichiarazione sulla Superintelligenza: “Sviluppo da fermare finché non sarà sotto controllo.”

Oltre 30.000 firme da tutto il mondo per fermare la corsa verso una tecnologia che potrebbe superare l’uomo.

È l’appello lanciato dal “Future of Life Institute” attraverso la “Dichiarazione sulla Superintelligenza”, che chiede una moratoria immediata sullo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale avanzata. L’obiettivo: sospendere ogni progresso finché non sarà possibile garantire un controllo reale e condiviso.

 

A colpire non è solo l’ampiezza della coalizione, ma anche la qualità e l’autorevolezza delle adesioni, che spaziano dalla scienza alla politica, fino al mondo economico e tecnologico.

L’allarme arriva anche dalla Silicon Valley, cuore dell’innovazione globale, dove alcune delle figure che hanno contribuito a costruire l’industria dell’AI oggi ne denunciano i rischi.

 

Tra i firmatari ci sono “Steve Wozniak”, cofondatore di “Apple”, da anni impegnato nel dibattito etico sull’intelligenza artificiale;

“ Richard Branson”, fondatore del “gruppo Virgin”; e “Yoshua Bengio”, Premio Turing, attivo sia nella ricerca sia nell’ecosistema imprenditoriale dell’AI.

 Insieme a loro, anche “Geoffrey Hinton”, altro padre fondatore del “deep learning”, oggi critico verso lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale.

 

La richiesta di una pausa globale.

La dichiarazione mette in guardia dai rischi esistenziali legati alla Superintelligenza:

perdita di controllo umano, erosione dei diritti civili, crisi occupazionale, minaccia alla sicurezza nazionale e perfino potenziali scenari di estinzione.

Per questo, il documento chiede che lo sviluppo venga sospeso finché non emergerà un consenso scientifico sulla sicurezza e un chiaro sostegno dell’opinione pubblica.

 

A firmare ci sono anche figure pubbliche come il “principe Harry”, “Meghan Markle”, “Steve Bannon”, “Susan Rice” e “Mary Robinson”, ex presidente dell’Irlanda.

Un fronte trasversale che coinvolge scienziati, imprenditori, politici e religiosi, tra cui “Padre Paolo Benanti”, consigliere del Vaticano per l’etica dell’AI.

 

Superintelligenza sempre più vicina.

Secondo “Sam Altman”, “Ceo di OpenAI”, la soglia della Superintelligenza potrebbe essere raggiunta entro cinque anni.

 La stessa azienda, insieme a “xAI” di “Elon Musk” e ad altri player globali, sta investendo risorse significative verso questo obiettivo.

“Meta” ha già creato una divisione dedicata, chiamata “Super intelligence Labs”.

 

Una visione che non convince l’opinione pubblica.

Un sondaggio condotto negli Stati Uniti e citato dal “Future of Life Institute “indica che solo il 5% degli intervistati sostiene lo sviluppo attuale dell’AI senza regolamentazione.

Il 64% chiede una pausa immediata, mentre tre su quattro vogliono regole più severe.

 

Una sfida per l’economia e la governance globale.

Molti dei firmatari non sono contrari all’AI in sé, ma alla sua accelerazione incontrollata.

È proprio dalla Silicon Valley, culla dell’innovazione, che arrivano segnali di prudenza:

 figure che hanno plasmato la rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni ora sollevano dubbi su ciò che potrebbe arrivare.

 

Il futuro dell’intelligenza artificiale è una questione tecnologica, politica ed economica, ma soprattutto una sfida di governance globale.

 Non è la prima volta che il “Future of Life Institute” lancia un appello di questo tipo.

Già in passato ha chiesto una moratoria, rimasta però inascoltata.

 Ora però, con il peso combinato di scienziati, imprenditori, figure istituzionali e personaggi pubblici, la questione sembra destinata a entrare con forza nel dibattito globale su etica, potere e futuro dell’AI.

 

 

 

 

L'aria è sempre più "assetata":

nuovo allarme globale.

Hdblog.it – (13 Giugno 2025) – Adamo Genco – ci dice:

 

Una recente ricerca pubblicata su “Nature” dimostra come il riscaldamento climatico stia trasformando l’aria in una “spugna” iperattiva, capace di asciugare ultimi filtri di umidità su suoli, fiumi e piante.

 Questo aumento della sete atmosferica («atmospheric evaporative demand» o AED) ha intensificato le siccità del 40 % su scala globale dal 1981 al 2022, indipendentemente dalle variazioni delle precipitazioni. In pratica, l’aria calda sta diventando una calamita per l’umidità.

 

Per ricostruire questa dinamica, gli autori hanno considerato oltre un secolo di dati climatologici (1901–2022), utilizzando modelli come “Penman–Monteith” e “indici climatici ad alta precisione” (SPEI).

 Tali strumenti hanno permesso di isolare l’effetto dell’AED rispetto alle piogge.

Il risultato è un segnale inequivocabile: anche le regioni generalmente umide stanno vivendo un’insolita e persistente secchezza.

 

Negli ultimi cinque anni (20182022), le aree soggette a siccità hanno aumentato la loro estensione del 74% rispetto al periodo 19812017, e più della metà di questo aumento è attribuibile allaumento della sete atmosferica, ma il 2022 è stato un anno da record:

il 30% delle terre emerse ha vissuto condizioni da siccità moderata o estrema, e il 42% di tale fenomeno è riconducibile alla sete dellaria.

 

Ma come si spiega?

L’aria più calda trattiene più vapore, e la separazione tra umidità del terreno e aria diventa un continuo scambio verso il cielo.

 Le radici ne soffrono, i fiumi si riducono, la vegetazione si stressa; e non basta settembre piova, perché l’aria “trascina via” l’acqua più velocemente di quanto ne arrivi. In particolare, regioni come Africa, Australia e Stati Uniti occidentali mostrano un contributo dell’AED persino superiore alla media globale, fino al 60 %.

 Ma anche Europa e Asia ne risentono:

si registra un incremento della siccità dovuto alla sete dell’aria, nonostante le piogge non siano diminuite drasticamente.

 

(Clima 2025, secondo maggio più caldo di sempre.)

(Obiettivi per il clima, l'Europa si avvia verso una maggiore flessibilità.)

 

Questo fenomeno ha conseguenze concrete per l’agricoltura, la gestione delle risorse idriche e persino la salute pubblica.

Colture, pascoli e foreste subiscono stress crescente, aumentando il rischio di incendi e instabilità alimentare.

 Le città devono ripensare la distribuzione dell’acqua e le infrastrutture devono adattarsi a eventi estremi più frequenti.

Per fronteggiare queste sfide, gli esperti sottolineano l’urgenza di sistemi di monitoraggio avanzati che tengano conto non solo delle piogge, ma anche del livello di sete dell’atmosfera.

 Previsioni più accurate permetterebbero di intervenire preventivamente con irrigazione di precisione, trattamenti per migliorare la ritenzione del suolo, gestione delle riserve idriche e strategie di gestione del rischio.

Inoltre, la scoperta apre nuove piste di ricerca:

come influisce il ciclo di evaporazione sull’equilibrio ecoidrologico? Quali misure concrete possono implementare agricoltori, comunità e governi per mitigare questi effetti?

È fondamentale studiare come adattare le infrastrutture e i modelli agricoli a un pianeta dove laria diventa sempre più prosciugante.

Infine, entro scenari di ulteriore riscaldamento globale, gli autori mettono in guardia:

la sete atmosferica continuerà ad aumentare.

Ora il punto non è più se migliorerà o peggiorerà, ma quanto velocemente dovremo adattarci.

 

 

 

Diritto a un Ambiente Salubre e

Democrazia Ambientale: Il Caso La Oroya

tra Dimensione Locale e Globale.

Sidiblog.org - Ludovica D'Apote – (Febbraio 10, 2025) – ci dice:

(Ludovica D’Apote -Università degli Studi di Milano).

 

Con sentenza pubblicata il 22 marzo 2024, la Corte interamericana dei diritti umani (di seguito, Corte IADU) ha accertato la responsabilità del Perù per la violazione di diversi diritti garantiti dalla Convenzione americana sui diritti umani (d’ora in avanti, Convenzione americana o Convenzione) ai danni di ottanta abitanti di La Oroya.

 In particolare, le vittime lamentavano la violazione dei diritti a un ambiente salubre, alla salute e integrità fisica, alla vita, all’informazione e alla partecipazione politica, all’infanzia e alla protezione giudiziale, rispettivamente disciplinati agli articoli 26, 5, 4.1, 13, 23, 19, 8.1, e 25 della Convenzione.

Tali violazioni erano riconducibili all’inquinamento atmosferico provocato dall’attività del complesso metallurgico locale e all’assenza di un’adeguata regolamentazione e supervisione statale della stessa.

 (Corte IDH. Caso Habitantes de La Oroya Vs. Perú. Excepciones Preliminares, Fondo, Reparaciones y Costas. Sentencia de 27 de noviembre de 2023. Serie C No. 511, le cui principali innovazioni sono riportate nei commenti di Ortega Franco e Milián e di Viveros-Uehara).

 

Il caso esaminato rileva considerevolmente in quanto contribuisce al consolidamento del diritto a un ambiente salubre nell’ambito del sistema interamericano di tutela dei diritti umani, mettendo al contempo in evidenza il ruolo cruciale delle associazioni e organizzazioni della società civile nella protezione degli interessi collettivi.

 

In questo senso, esso presenta profonde implicazioni, capaci di trascendere il solo contesto interamericano e permeare le attuali discussioni inerenti al riconoscimento del diritto a un ambiente salubre come diritto umano autonomo.

 

Esso si inserisce, infatti, nel contesto di una significativa prassi giurisprudenziale in tema di tutela dei diritti umani rispetto agli effetti nocivi derivanti da degrado ambientale e cambiamento climatico, della quale si terrà conto anche nell’ottica di stabilire l’apporto che la decisione in commento ha dato e potrà dare al suo sviluppo.

 

A quest’ultimo riguardo va ad esempio segnalata la richiesta di parere avanzata il 9 gennaio 2023 proprio alla Corte IADU da Colombia e Cile, volta a chiarire gli obblighi degli Stati previsti nella Convenzione e negli altri trattati interamericani in relazione all’emergenza climatica.

Il presente contributo intende esaminare tali aspetti, soffermandosi inoltre sul possibile impatto di questa decisione su altri sistemi di protezione dei diritti umani, in particolare quello europeo.

 

1. Le origini della controversia.

 

Da decenni, gli abitanti di “La Oroya”, piccola località della Sierra Central del Perù, sperimentano sulla propria pelle una condizione di degrado ambientale a tal punto intensa da aver trasformato la cittadina stessa in un simbolo delle devastanti conseguenze dell’inquinamento di origine antropica.

 

Al complesso metallurgico locale, insediato nel 1922 e di proprietà privata (eccettuato il periodo 1974-1997), numerosi studi hanno attribuito la responsabilità per il 99% dei contaminanti atmosferici e per concentrazioni di piombo nel sangue degli abitanti tre volte superiori al limite stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Dato un simile livello di contaminazione ambientale, la cittadina è stata catalogata come una delle dieci città più inquinate al mondo (par. 76 e 77 della sentenza) e “sacrifice zone” (par. 180).

 

Le denunce formulate nel 2002 da alcuni abitanti di La Oroya contro il Ministero della Salute hanno trovato accoglimento nel 2006, quando il Tribunale Costituzionale peruviano ha ordinato misure correttive.

Nello stesso anno, di fronte all’inerzia statale, associazioni quali “Asociación Interamericana para la Defensa del Ambiente” (AIDA), “Asociación Pro Derechos Humanos” (APRODEH) ed” Earthjustice” hanno presentato una petizione alla Commissione interamericana dei diritti umani (la Commissione), che nel 2021 si è pronunciata nel merito, accertando la responsabilità del governo peruviano e, in ossequio agli articoli 35 del Regolamento della Corte e 61 della Convenzione americana, deferendo il caso alla Corte.

 

2. La decisione della Corte: il consolidamento del diritto a un ambiente sano.

Gli organi preposti al controllo sul rispetto dei diritti umani nell’ambito del sistema interamericano, Corte e Commissione, hanno storicamente adottato un approccio progressista in merito ai profili oggetto di analisi, specialmente in relazione alle popolazioni indigene, dato il legame tra queste e l’ambiente circostante.

 

L’articolo 11 del Protocollo di San Salvador – protocollo addizionale alla Convenzione americana dei diritti umani, relativo ai diritti economici, sociali e culturali – che sancisce che ognuno ha diritto di vivere in un ambiente sano, è stato per lo più interpretato come corollario del diritto alla proprietà ex articolo 21 della Convenzione.

 

Per le comunità indigene, che svolgono un ruolo chiave nella conservazione della natura – come sottolineato nel Principio 22 della Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo – la proprietà si estende tanto al possesso delle terre ancestrali quanto alle risorse naturali in esse presenti, essenziali alla sopravvivenza fisica ma anche spirituale delle comunità, ed è quindi effettivamente garantita nella misura in cui tali terre risultano scevre di contaminazioni, come confermato, tra gli altri, nei casi “Comunidad Indígena Yakye Axa Vs. Paraguay “(par. 137), “Comunidad Indígena Sawhoyamaxa Vs. Paraguay” (par. 118 e 121),”Pueblo Saramaka Vs. Surinam” (par. 154) e, più recentemente, “Comunidades Indígenas Miembros de la Asociación Lhaka Honhat (Nuestra Tierra) Vs. Argentina”, di seguito “Lhaka Honhat “(v. infra).

 

A fronte di questa prassi, il caso La Oroya segna un’importante evoluzione: per la prima volta, la Corte ha riconosciuto la violazione statale dei diritti umani, incluso il diritto a un ambiente sano, di una comunità non indigena per via di una grave contaminazione ambientale.

 

Il diritto a un ambiente salubre, inoltre, viene definitivamente disancorato da quello alla proprietà ex articolo 21, cessando di essere considerato strettamente funzionale all’esercizio e al godimento di quest’ultimo.

In tal modo, la Corte IADU ha consolidato una linea interpretativa già avviata con il Parere Consultivo OC-23/17 (di seguito, Parere) e il caso Lhaka Honhat. Questo sviluppo, come meglio diremo, ha un certo peso anche in rapporto al sistema europeo di protezione dei diritti umani, in cui una simile autonomia non è stata ancora formalmente riconosciuta.

 

Le conclusioni raggiunte dalla Corte nel caso in esame si inseriscono, come detto, in un percorso già delineato con il Parere, in cui essa aveva riconosciuto, per la prima volta nella sua giurisprudenza, il diritto a un ambiente salubre come autonomo e direttamente azionabile in giudizio, annoverandolo tra quelli protetti da una norma già esistente: l’articolo 26 della Convenzione americana, riguardante i diritti socioeconomici e culturali (par. 56 del Parere).

 

Per giungere a tale riconoscimento, come esaustivamente illustrato da Lima, la Corte aveva interpretato l’articolo 26 in combinato disposto con l’articolo 29 della Convenzione che, alla lettera d), vieta interpretazioni restrittive tali da escludere o limitare l’effetto di altri strumenti internazionali di tutela dei diritti umani, come la Carta dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA), richiamata dallo stesso articolo 26 (par. 57). Questa lettura sistematica ha permesso alla Corte di estendere la propria competenza anche ad altri strumenti internazionali, quali il Protocollo di San Salvador, superando i limiti previsti dall’articolo 19.6 dello stesso.

 

Quest’ultimo prevede la diretta azionabilità in giudizio dei soli diritti di natura socioeconomica alla libertà sindacale e all’istruzione, escludendo così eventuali ricorsi individuali per le violazioni del diritto a un ambiente sano.

Nel Parere, invece, la Corte aveva finalmente riconosciuto le questioni ambientali sottoposte alla sua attenzione come tematiche suscettibili di trattazione autonoma in virtù dell’articolo 26 della Convenzione, superando l’approccio tradizionale – di cui si è detto – che le inquadrava soltanto in relazione ad altri diritti, come quelli alla vita o alla proprietà.

 

Tale indirizzo, peraltro, era già stato recepito nel caso Lhaka Honhat del 2020, in cui la Corte aveva ricondotto il diritto a un ambiente sano all’alveo dell’articolo 26 (par. 202) e dichiarato la responsabilità dello Stato argentino per la violazione dello stesso, oltre che di quelli a esso correlati e parimenti ricavati dall’articolo 26, come il diritto all’acqua, al nutrimento adeguato e alla partecipazione alla vita culturale (par. 289).

Nel caso La Oroya, la Corte ha preliminarmente affermato la propria competenza ratione materiae sulle controversie relative all’articolo 26 della Convenzione (par. 24-28), respingendo l’eccezione sollevata dallo Stato convenuto, fondata sull’anzidetto limite costituito dall’articolo 19.6 del Protocollo di San Salvador (par. 19).

 

Basandosi sui precedenti menzionati, a supporto della propria tesi la Corte ha adottato un’interpretazione sistematica e teleologica di diverse norme di diritto internazionale, coerentemente con il già citato articolo 29 della Convenzione americana, che fa espresso riferimento alle norme di diritto internazionale ai fini dell’interpretazione dello strumento e con l’articolo 31(3)(c) della Convezione di Vienna sul diritto dei trattati, che impone di considerare ogni norma di diritto internazionale rilevante tra le parti nell’interpretazione di un trattato, in questo caso la Convenzione.

 In particolare, essa ha riconosciuto che le norme socioeconomiche contenute nella Carta dell’OSA (segnatamente gli articoli 30-34, in relazione al diritto a un ambiente salubre), richiamate dall’articolo 26 della Convenzione, costituiscono strumenti normativi di riferimento per l’interpretazione della stessa e rientrano nel quadro giuridico di competenza della Corte ex articoli 62 e 63 della Convenzione.

 

Dopo aver ribadito che il diritto a un ambiente salubre risulta a pieno titolo incluso nella norma, la Corte ha dunque individuato le diverse componenti in cui esso si articola. Per quanto concerne gli aspetti procedurali, su cui si tornerà, questi si sostanziano nell’accesso alle informazioni, nella partecipazione politica e nell’accesso alla giustizia; sotto il profilo sostanziale, gli Stati sono tenuti a proteggere la natura non tanto in funzione della sua utilità per gli esseri umani, quanto per la sua importanza per tutti gli organismi viventi sul pianeta (par.118).

 

Venendo, invece, ai doveri che discendono dalla norma, i giudici, rifacendosi ai Guiding Principles on Business and Human Rights (par. 110) e ai principi di prevenzione e precauzione in materia ambientale, hanno ribadito l’obbligo degli Stati di prevenire violazioni dei diritti umani causate da imprese, pubbliche o private, operanti sotto la loro giurisdizione.

 L’obbligo implica il dovere di regolamentazione e supervisione delle attività industriali, anche in assenza di certezza scientifica sul loro impatto sull’ambiente, secondo un criterio di dovuta diligenza, che in questo caso appare più rigoroso dato l’alto rischio legato all’uso di sostanze inquinanti (par. 126-127).

L’obbligo di prevenire i danni ambientali si sostanzia altresì come parte integrante non solo del dovere di tutela dell’ambiente, ma anche di protezione dei diritti alla salute, alla vita e all’integrità fisica (par. 262).

 

Alla luce delle considerazioni esposte – tra cui l’affermazione della Corte della propria competenza e l’inclusione del diritto a un ambiente sano, e degli obblighi che ne discendono, tra quelli tutelati dall’articolo 26 – l’organo giudicante ha concluso che il Perù, consapevole dell’inquinamento prodotto dal complesso metallurgico e dei relativi effetti nocivi, non avendo ottemperato ai suoi obblighi di regolamentazione e supervisione dell’attività dello stabilimento, ha così violato il diritto a un ambiente sano, alla salute, all’integrità fisica e alla vita, rispettivamente enucleati agli articoli 26, 5, 4.1 della Convenzione (par. 266).

 

Un aspetto innovativo del caso La Oroya risiede nel fatto che la Corte ha sensibilmente travalicato i confini – già di per sé alquanto pionieristici – tracciati dal Parere e dal precedente Lhaka Honhat.

 Essa non solo, giova ripetere, ha svincolato il diritto a un ambiente salubre da altri, ma ha addirittura prospettato la possibile natura cogente del corrispondente obbligo di protezione dell’ambiente, in virtù del riconoscimento del diritto da parte di numerosi Stati (par. 129), oltre che in vari strumenti internazionali, quali il già citato Protocollo di San Salvador (art. 11), la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (art. 24), la Carta araba dei diritti dell’uomo (art. 38) e la Risoluzione 76/300 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2022.

 

I giudici hanno suggerito che la protezione dell’ambiente, proprio in ragione di questa ampia affermazione a livello normativo, costituirebbe una di quelle norme imperative e inderogabili, di cui all’articolo 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, poste a tutela di valori fondamentali della comunità internazionale.

Quest’ultimo passaggio, tuttavia, costituisce affermazione piuttosto discussa, come dimostrano le opinioni separate dei giudici Manrique, Mudrovitsch e Ferrer Mac-Gregor Poisot (par. 96-98), su cui v. Trincado Vera.

Anche a fronte del carattere isolato di questa conclusione, è innegabile l’importanza che essa potrebbe avere per lo sviluppo della prassi giurisprudenziale successiva, come tra l’altro ha già avuto modo di dimostrare la stessa Corte nel recente caso Pueblos Rama y Kriol, Comunidad Negra Creole Indígena de Bluefields y otros Vs. Nicaragua. Al par. 417, essa ha ribadito che la protezione ambientale richiede progressivo riconoscimento come norma di ius cogens.

 

Sebbene dunque, su quest’ultimo aspetto, si rilevi un atteggiamento non unanime della Corte, va però sottolineato, in positivo, come rispetto ad altre questioni – quali l’accertamento della responsabilità del Perù per la violazione del diritto a un ambiente sano – si sia registrata una maggioranza più consistente in confronto ad altri casi (par. 393.3), come la vicenda Lhaka Honhat (par. 370.3).

Ancor più consistente è, nel caso Rama y Kriol poc’anzi evocato, la maggioranza nella dichiarazione di responsabilità del Nicaragua per la violazione del diritto a un ambiente salubre contenuto nell’articolo 26, contro cui si è espressa solamente la giudice Pérez Goldberg (par. 530.7).

Appare evidente, dunque, come il caso La Oroya abbia già iniziato a dispiegare concretamente i suoi effetti, contribuendo a plasmare prospettive interpretative progressivamente orientate alla tutela ambientale.

 

La prassi della Corte interamericana in materia di riconoscimento del diritto umano a un ambiente salubre, come si anticipava, appare particolarmente significativa anche alla luce di un raffronto con la diversa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU).

 La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), com’è noto, non sancisce espressamente l’esistenza del diritto a un ambiente salubre come diritto autonomo.

Ciò non ha tuttavia impedito alla Corte EDU di sviluppare un’ampia casistica in materia di responsabilità ambientale e di ricavare un diritto all’ambiente tramite interpretazione, in particolare, dei diritti alla vita (art. 2 CEDU) e al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU) come illustra, primo fra tutti, il caso López Ostra v. Spain (par. 51).

Allo stesso tempo, casi quali Kyrtatos v. Greece, Atanasov v. Bulgaria e Fägerskiöld v. Sweden, evidenziano come non ogni situazione di degrado ambientale costituisca violazione ai sensi degli articoli 2 o 8 CEDU.

 Nel contesto europeo, dunque, l’accertamento della responsabilità statale per danni ambientali avviene più faticosamente, poiché subordinato a requisiti più stringenti e rigorosi, in particolare riguardanti la soglia di gravità del danno e lo status di vittima ex articolo 34 CEDU (al riguardo v., ex multis,Fadeyeva v. Russia, par. 70).

 

3. Dalla democrazia ambientale alla giustizia climatica.

 

Come evidenziato dalla Corte IADU nel caso in esame, il diritto a un ambiente sano si articola in una parte sostanziale e in una procedurale (su tale classificazione, v. Okowa e Peters). I diritti procedurali costituiscono il fulcro del concetto di democrazia ambientale, in base al quale va valutata l’adeguatezza dell’azione statale in relazione all’obbligo di protezione dei diritti umani da danni ambientali, oltre che alla luce dei trattati che disciplinano specificamente la materia, come la Convenzione di Aarhus (che il Perù non ha ratificato).

Essa, adottata nel contesto della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa, costituisce uno dei principali strumenti internazionali giuridicamente vincolanti che recepisce il decimo principio della Dichiarazione di Rio, secondo cui il metodo migliore ai fini della gestione delle questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti gli individui interessati.

 

Essa poggia su tre pilastri: l’accesso all’informazione, la partecipazione del pubblico nei processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale.

 

Nel caso qui commentato, la Corte ha ravvisato la violazione, da parte dello Stato convenuto, da un lato dell’articolo 13 per la mancata diffusione di informazioni circa la contaminazione ambientale e i rischi ad essa associati (par. 255) e, dall’altro, dell’articolo 23 per il mancato coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali in materia (par. 261).

 Essa ha, inoltre, constatato la violazione degli articoli 8 e 25 per l’assenza di indagini adeguate sulle minacce e molestie subite dagli ambientalisti che si battevano contro lo stabilimento industriale (par. 319), in linea con il suo consolidato indirizzo, secondo cui è cruciale includere le comunità, specialmente indigene, nei processi decisionali riguardanti l’ambiente, come evidenziano le sentenze relative alle popolazioni Yakye Axa, Saramaka, Kaliña y Lokono Vs. Surinam, Kichwa de Sarayaku Vs. Ecuador, nonché proteggere gli attivisti ambientali e per i diritti umani, in ragione del ruolo cruciale che ricoprono (v.Kawas Fernández Vs. Honduras e Baraona Bray Vs. Chile).

 

D’altra parte, il concetto di democrazia ambientale non è estraneo neppure ad altri sistemi.

 La Corte EDU, in conformità ai principi della Convenzione di Aarhus, ha più volte ribadito il dovere degli Stati di fornire informazioni pertinenti e adeguate al pubblico e di coinvolgerlo nei processi decisionali, consentendogli così di identificare e valutare i rischi, come emerge da casi quali Taşkin c. Turquie (par. 119 e 122), Öneryildiz v. Turkey (par. 62 e 90), Roche v. United Kingdom (par. 167), Budayeva a.o. v. Russia (par. 132), Tătar c. Roumanie (par. 88 e 124) e Brânduşe c. Roumanie (par. 74).

Tuttavia, pur essendo i diritti ambientali procedurali ricavabili dalla CEDU, essi, a differenza di quelli garantiti dalla Convenzione di Aarhus, sono generalmente riservati a chi dimostri di essere direttamente colpito dal danno ambientale, come mostra il caso Affaire Cordella e. a. c. Italie (par. 172).

Tale approccio si distingue da quello adottato dalla Corte IADU che, nel caso in esame, ha rimarcato il principio di massima divulgazione e trasparenza attiva, nonché l’obbligo positivo in capo alle autorità pubbliche di diffondere, ex officio, le informazioni che detengono (par. 247). Per una disamina particolareggiata inerente al rapporto tra CEDU e Convenzione di Aarhus si rimanda alla seguente analisi.

 

Più recentemente, nel caso Verein Klimaseniorinnen Schweiz a. o. v. Switzerland (v. qui, qui e qui), la Corte EDU ha rilevato che le misure adottate dalla Svizzera per fronteggiare il cambiamento climatico non solo si erano dimostrate inadeguate rispetto all’obiettivo, ma presentavano anche lacune metodologiche nella loro elaborazione (la Corte indica i principi da seguire in tale fase ai par. 539 e 554 della sentenza).

L’adozione di determinate misure finalizzate a contrastare gli effetti del cambiamento climatico deve essere corredata da garanzie che assicurino un processo decisionale inclusivo. In tal senso, la Svizzera è stata ritenuta inadempiente rispetto agli obblighi procedurali, sia relativamente all’acquisizione delle conoscenze necessarie per un corretto svolgimento del processo decisionale, sia alla condivisione delle informazioni rilevanti tra i soggetti potenzialmente esposti agli effetti nocivi del cambiamento climatico (par. 551 e 573).

 

Il caso Klimaseniorinnen è l’unico dei tre cd. climate change cases su cui si è pronunciata la Corte in aprile 2024 che ha passato il vaglio di ammissibilità, a differenza dei casi Carême v. France e Duarte Agostinho a. o. v. Portugal and 32 others (v. qui). Tra i punti di forza, oltre a quello appena precisato, spicca, il most important procedural take-away:

la Corte ha cioè applicato estensivamente i criteri del locus standi, consentendo a un’associazione di agire in giudizio a tutela degli interessi collettivi di cui essa si fa promotrice. Ciò, pur non eludendo il divieto di actio popularis (in tal senso, v. qui) che, come noto, vige nel sistema europeo in virtù dell’articolo 34 CEDU, che limita il ricorso alla sola persona fisica, od organizzazione non governativa, che dimostri di essere vittima di una violazione dei diritti riconosciuti nella CEDU.

 

Per quanto quest’ultimo profilo di espansione e rafforzamento della legittimazione delle vittime nell’accesso alla giustizia, anche nelle vesti delle associazioni rappresentati i loro interessi, rimanga decisamente apprezzabile, va al contempo stimolato e incrementato il coinvolgimento della comunità.

Ciò dovrebbe avvenire non solo attraverso una estensione dei parametri per la legittimazione delle vittime ad accedere alla giustizia, quanto piuttosto mediante l’acquisizione e la successiva condivisione delle informazioni rilevanti tra tutte le parti interessate.

 In sintesi, la Corte ha affermato che il coinvolgimento della comunità e la trasparenza nelle decisioni ambientali sono essenziali per garantire una risposta adeguata e giusta alle sfide poste dal cambiamento climatico, riflettendo così i valori fondamentali della Convenzione di Aarhus (sul punto, v. Ragni).

 

Anche sotto questo aspetto, come già in relazione al consolidamento del diritto a un ambiente salubre, l’impatto della Corte IADU potrebbe giocare un ruolo chiave, andando a consolidare nella giurisprudenza della Corte europea una prassi, avviata con il caso Klimaseniorinnen, diretta a consentire l’accesso alla giustizia anche ad associazioni che rappresentino interessi di carattere collettivo.

A tal proposito, degna di nota è, nel sistema interamericano, la facoltà in capo ad associazioni e organizzazioni di agire giudizialmente per portare all’attenzione della Corte violazioni sistemi che di diritti umani.

L’articolo 44 della Convenzione americana consente difatti a ogni persona, nonché ente non governativo, di presentare petizioni alla Commissione, dispensando al contempo il ricorrente dalla necessità di dimostrare lo status di vittima. Pertanto, non necessariamente chi denuncia deve coincidere con la presunta vittima.

In questo senso, è evidente che le associazioni assumano un ruolo essenziale, come mostrano i casi Lhaka Honhat, in cui è l’associazione che dà il nome alla vicenda giudiziaria a ricorrere e a rappresentare le centinaia di comunità indigene poi identificate come vittime e La Oroya, in cui la petizione è stata presentata da associazioni tra cui, si ricordano, AIDA, APRODEH ed Earthjustice, ma le vittime sono state individuate negli abitanti della cittadina.

 

4. Considerazioni conclusive.

 

Il caso esaminato assume grande rilevanza nel periodo storico attuale:

 la giurisprudenza interamericana si inserisce, infatti, nel contesto di un più ampio sviluppo del diritto internazionale che riconosce il legame tra diritti umani e ambiente. In questo quadro, preme sottolineare come il contributo della Corte potrebbe rivelarsi particolarmente significativo nel contesto del parere, già menzionato, richiesto da Cile e Colombia alla Corte stessa.

Più difficile, ma non completamente da escludere, che esso possa essere tenuto in considerazione anche nel parere richiesto alla Corte internazionale di giustizia con la Risoluzione 77/276 del marzo 2023 su iniziativa della Repubblica di Vanuatu, considerato che nella domanda di chiarimento degli obblighi degli Stati in relazione al cambiamento climatico è contenuto un riferimento ai diritti umani.

 

Per completezza d’analisi, si ricorda come ulteriori pronunce abbiano già confermato il crescente riconoscimento della protezione ambientale come componente essenziale dei diritti umani.

 Tra esse, si ricordano la decisione del Comitato ONU sui diritti umani del 2022 sulla responsabilità dell’Australia per la violazione dei diritti delle comunità indigene delle Isole Torres legata a un’inadeguata azione di contrasto al cambiamento climatico (Billy a.o. v. Australia) e, in misura decisamente minore, il parere del Tribunale internazionale per il diritto del mare del 2024 relativo agli obblighi statali di protezione degli ecosistemi marini dagli impatti del cambiamento climatico (esaminabile).

 

A riprova della correlazione tra tutela dell’ambiente e diritti umani, al di fuori delle sedi contenziose figurano, inter alia, la Risoluzione A/HRC/RES/48/13 del Consiglio ONU per i diritti umani, i rapporti A/HRC/31/52 e A/HRC/34/49 del Relatore speciale sui Diritti umani e l’Ambiente, la Raccomandazione 2211 e la Risoluzione 2396 del 2021 dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.

 

Certamente, la Corte interamericana ha compiuto un passo decisivo su due fronti: in primo luogo, seguendo l’impostazione già tracciata nel Parere e nel caso Lhaka Honhat, essa ha consolidato il diritto a un ambiente sano, svincolandolo definitivamente da una strumentalità verso altri diritti tramite la sua incorporazione tra quelli protetti dall’articolo 26 della Convenzione.

 

Di contro, l’approccio della Corte EDU in questo ambito riflette i limiti derivanti dal diritto positivo della CEDU e dalla costruzione del diritto a un ambiente salubre, che può essere ritenuto leso in presenza di condotte che impattino direttamente sulla salute, o costituiscano grave e imminente rischio per la vita del ricorrente.

 

Pur coerente con la consolidata giurisprudenza europea, questa impostazione risulta problematica nell’accertamento di responsabilità soprattutto nell’ambito di fenomeni diffusi come il cambiamento climatico, in cui l’esistenza di un nesso causale tra azioni od omissioni statali e danni individuali specifici è spesso difficile, quando non anche impossibile, da provare.

 

In secondo luogo, come evidenziato da alcuni, permangono importanti ‘lezioni’ che il sistema europeo potrebbe, in futuro, trarre da quello interamericano in relazione ai diritti partecipativi.

L’influenza della Corte interamericana potrebbe rafforzare la prassi europea, ampliando la legittimazione delle vittime, anche tramite le associazioni rappresentative.

 Tuttavia, una gestione efficace di un fenomeno dilagante, quale il cambiamento climatico, richiede altresì l’elaborazione e attuazione di politiche di contrasto al cambiamento climatico ancorate a un sempre maggiore coinvolgimento della comunità.

Un simile obiettivo potrebbe essere validamente concretizzato non soltanto attraverso un’espansione della legittimazione delle vittime ad accedere alla giustizia ex post – anche se, naturalmente, appare lodevole il rafforzamento della Corte del locus standi effettuato nel caso Klimaseniorinnen, concisamente richiamato, suscettibile di ulteriori sviluppi, che si possono legittimamente attendere già dai prossimi climate cases pendenti davanti alla Corte EDU – ma anche tramite la raccolta e la conseguente diffusione delle informazioni rilevanti tra tutte le parti interessate ex ante.

Ciò favorirebbe una crescente consapevolezza nei confronti della sfida climatica e contribuirebbe, per quanto possibile, a prevenirne gli effetti avversi.

 

In definitiva, la Corte IADU rappresenta una finestra aperta verso una giustizia ambientale più inclusiva.

 Il riconoscimento del diritto a un ambiente salubre risponde inequivocabilmente all’esigenza di fornire una tutela effettiva in situazioni in cui l’integrità fisica, la salute e persino la vita delle persone sono minacciate da fattori ambientali (Tigre).

Il tutto, con la consapevolezza delle criticità legate alla concreta attuazione di questa e, più in generale, di molte decisioni della Corte, considerato il contesto in cui essa opera.

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