Allarme globale.
Allarme
globale.
Le
“prove tecniche” ad Aviano di
una
fantomatica guerra contro
la
Russia nascoste dalla stampa italiana.
Lacrunadellago.net
– (22/10/2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:
Aviano
è una piccola località del Friuli circondata dalle catene montuose delle Alpi
Carniche, e generalmente è nota al grande pubblico principalmente per essere la
casa di una delle basi NATO più grandi d’Europa.
Sul
finire della seconda guerra mondiale e dopo il tradimento di Cassibile, inizia
l’occupazione angloamericana dell’Italia attraverso la progressiva costruzione
e installazione di basi militari che servono di fatto a presidiare il Paese.
Il
Patto Atlantico non nasce in base ad una logica di contenimento del defunto
blocco sovietico, ma di continua espansione e occupazione dei vari Paesi
dell’Europa Occidentale e Orientale nell’ottica di un dominio imperialista.
La
base di Aviano.
Ad
Aviano, gli abitanti, loro malgrado, si ritrovano ad essere parte di tale
logica del presidio attraverso una base strategica per l’alleanza atlantica, ma
nelle ultime settimane stanno assistendo a delle situazioni surreali, nascoste
dagli organi di stampa, e che non si vedevano nemmeno ai tempi della guerra
fredda.
Nella
base, sono stati disposte delle batterie missilistiche in preparazione di una
fantomatica guerra contro la Russia, e nella piccola località friulana gli
ospedali si sono ritrovati ad essere protagonisti di paradossali scenari di
guerra.
Secondo
quanto riferito a questo blog da fonti che lavorano nei nosocomi del posto,
proprio qui si starebbero facendo delle “esercitazioni” che prevedono il
trasferimento di attrezzature sanitarie per prestare assistenza sanitaria in
caso di una guerra contro la Russia.
Sembra
di essere finiti d’un tratto nello scenario descritto nel celebre film “The Day
After Tomorrow”, nel quale la guerra fredda tra Stati Uniti ed URSS prendeva la
piega peggiore possibile e si arrivava all’Armageddon, allo scontro nucleare
tra le due potenze che precipitava il mondo in un inverno nucleare fatto di
carestie e di luoghi che restano disabitati per decenni per via delle
devastanti radiazioni.
Gli
avianesi assistono increduli a quanto sta accadendo.
I vari
dirigenti ospedalieri sono a dir poco attoniti che tali esercitazioni stiano
avendo luogo, e lo sono ancora di più sul fatto che non sia trapelato nulla
sulla carta stampata, segno evidentemente, che coloro che hanno autorizzato
tali esercitazioni vogliono tenerle ben nascoste all’opinione pubblica.
Sulla
cronaca locale, qualche mese fa, trapelò qualcosa quando alcuni quotidiani
scrissero delle lamentele dei preoccupati residenti nella zona per i continui
voli notturni che scuotevano le vetrate delle case e mettevano in allarme gli
abitanti.
Vennero
trasmesse diverse lamentele ai comuni della zona, che si dichiaravano inermi
quanto i cittadini rispetto a quanto stava accadendo, e affermavano che ad
essere chiamato in causa era il ministero della Difesa.
Si
potrebbe dire ora che il mistero sia stato svelato.
Ad
Aviano, sono in corso delle esercitazioni militari in preparazione di un
immaginario conflitto bellico contro Mosca.
Ad
avere il controllo di questa base sono formalmente gli Stati Uniti,
rappresentanti dal loro comandante, “Beau E. Diers”, e l’Italia, tramite il
colonnello “Giuseppe Gatto” dell’aviazione italiana, ma nulla di tutto questo
può avvenire senza il consenso del governo Meloni e del ministero della Difesa,
che non può non conoscere tale situazione.
Gli
imbarazzanti precedenti del governo Meloni sulla guerra in Ucraina.
A via
XX Settembre, non è la prima volta che si verificano situazioni a dir poco
imbarazzanti come capitato qualche tempo fa all’indomani della morte del
tenente colonnello dei Bersaglieri,” Claudio Castiglia.”
Secondo
quanto riferito da un canale Telegram ucraino, “The Militarist”, il militare
italiano non sarebbe deceduto in seguito al decorso di una grave e non
precisata malattia giunta allo stadio terminale, ma per via di un bombardamento
russo eseguito contro una postazione ucraina nella quale si trovava appunto
Castiglia.
Una
volta che la notizia iniziò a circolare, il “ministro della Difesa, “Crosetto”,
diede in escandescenze iniziando a lanciare strali contro i sovranisti,
nonostante la notizia non fosse stata diffusa da ambienti filo-russi, ma
piuttosto vicini invece al regime nazista ucraino.
Guido
Crosetto.
Ci
sono molti panni sporchi in Ucraina che il governo Meloni non vuole vengano
visti dall’opinione pubblica perché altrimenti bisognerebbe aprire la pagina
del reale coinvolgimento militare dell’Italia nella guerra in Ucraina, che non
è avvenuto secondo il percorso legislativo previsto dalla tanto decantata carta
costituzionale.
Il
Parlamento, ad oggi, non si è mai espresso sull’autorizzazione all’invio di
consiglieri militari italiani in Ucraina, che risultano essere presenti nel
Paese almeno dal 2022, quando le forze armate russe iniziano a stanare le”
milizie naziste del battaglione nella famigerata acciaieria dell’Azovstaal”.
Secondo
quanto riferito dall’analista geopolitico “Marat Bashirov”, in quei cunicoli
nei quali si nascondevano gli uomini dell’Azov, assieme a diversi consiglieri
militari della NATO di diverse nazionalità, americani, inglesi, francesi e
ovviamente anche uomini delle forze armate italiane che non avrebbero mai
dovuto farsi trovare lì.
Nessuna
forza politica sollevò la questione, tantomeno lo fece la stampa, perché al
netto di alcune opposizioni di facciata, soprattutto quella del M5S e del suo
quotidiano di riferimento, “Il Fatto Quotidiano”, nessuno vuole toccare i nervi
più scoperti della guerra in Ucraina, e nessuno vuole approfondire il reale
coinvolgimento di Roma in tale guerra.
A
restare chiusa è anche la pagina dei mercenari italiani che stanno morendo in
Ucraina.
Secondo
quanto previsto dalla normativa penale italiana, la partecipazione in guerre
straniere è strettamente vietata dalla legge, eppure via XX Settembre non dice
nulla al riguardo, né tantomeno la stampa italiana pone qualche domanda
all’ineffabile ministro Crosetto.
Alcuni
anni fa, nel 2018, alcuni italiani furono arrestati per aver partecipato alle
ostilità nel Donbass assieme alle forze armate russe, e si può vedere come la
magistratura italiana e i vari governi che si sono succeduti nel corso degli
anni considerino i mercenari una minaccia soltanto quanto essi decidono di
schierarsi a fianco della odiata e temuta Mosca, mentre se si combatte per il
regime di Zelensky, i togati e i vari ministri della Difesa non hanno nulla da
dire al riguardo.
La
fornitura delle armi è un altro capitolo sporco e proibito della guerra in
Ucraina.
Sono
ormai 3 anni che l’Italia sta inviando armi ad un Paese che non fa nemmeno
parte della NATO, ma nessuno ha chiesto conto ai governi Draghi e Meloni del
fatto che molte di queste armi non sono nemmeno finite nelle mani degli
ucraini, ma piuttosto in quelle di pericolose bande criminali dell’Europa
Orientale e in seguito allo stato di Israele.
Gli
armamenti che avrebbero dovuto essere impiegati sul campo contro la Russia sono
stati rivenduti da Zelensky e i suoi ad altri attori, e in tale vasto traffico
illegale di armi, sono coinvolti sia politici francesi, tedeschi, inglesi che
italiani, i quali poi si servono della lavatrice di denaro sporco albanese per
ripulire il denaro guadagnato con la rivendita di queste armi.
I
governi europei rivelano così tutta la loro ipocrisia sia per ciò che riguarda
le presunte condanne verso lo stato ebraico, dal momento che sono stati loro
per primi a partecipare al genocidio di Gaza attraverso la vendita delle armi a
Tel Aviv, sia per la lotta alla criminalità organizzata che si è ritrovata ad
avere a disposizione potenti armamenti da guerra, già visti ai tempi delle
rivolte della banlieue in Francia.
La
guerra in Ucraina è senza dubbio quindi una delle più sporche degli ultimi 50
anni.
In
essa, c’è di tutto.
Si
trova il sostegno a bande criminali, si trova la partecipazione illegale di
consiglieri militari italiani, e si trova anche il traffico di organi e il
traffico di bambini, al quale, sarebbe partecipe proprio lei, la moglie del
“presidente” ucraino, Olena Zelenska, che secondo quanto riferisce un suo ex
dipendente, avrebbe un ruolo primario nella vendita di bambini ai vari orchi
d’Europa.
L’ex
autista della fondazione Zelenska aveva il compito di portare nelle case dei
vari “benefattori” in Europa i bambini ucraini dati in adozione, ma nel corso
del suo lavoro, ha scoperto un’atroce e inconfessabile verità.
I
bambini gli hanno rivelato che in quelle case non c’erano delle benevoli
famiglie pronti a dargli un po’ di serenità e pace, ma degli aguzzini, dei
pedofili molto importanti e potenti in prima linea nel sostegno al regime di
Volodymyr Zelensky.
La
lista dei bambini trafficata dalla” Zelenska Foundation”.
Sarà
forse questa la ragione per la quale la consorte di Donald Trump, la First
Lady, Melania Trump, si è rifiutata di ricevere “Olena Zelenska” che le aveva
chiesto un incontro per parlare dei bambini, mentre invece “Melania ha rivelato
di avere un canale diretto con Vladimir Putin”, qualcosa che non ha precedenti
nella storia recente della diplomazia russo-americana.
Melania
sa con ogni probabilità la verità.
Sa che
in Ucraina c’è un turpe traffico gestito direttamente dalla presidenza, mentre
la Russia nel corso della sua operazione militare, ha recuperato e salvato
migliaia di bambini che oggi sarebbero finiti nella casa di qualche pedofilo in
Europa, consegnato a domicilio dalla “fondazione di Olena Zelenska”.
Sul
traffico di bambini in Ucraina, c’è il silenzio da parte della stampa europea e
italiana, compresa quella “scomoda” e “libera” di Sigfrido Ranucci, direttore
di Report, che nulla ha detto sul mercato degli innocenti in Ucraina.
Nulla
nemmeno sta trapelando su quanto si sta verificando ad Aviano.
L’Unione
europea e la NATO sono chiaramente in preda ad un vero e proprio delirio
parossistico.
Si
vide già l’isteria di ciò che resta del blocco Euro-Atlantico nelle settimane
scorse, quando droni non identificati iniziarono a volare sui cieli danesi,
seguiti da deliranti minacce del presidente della Commissione europea di
colpire gli aerei russi qualora questi dovessero violare lo spazio aereo
europeo, mentre nella realtà dei fatti sono gli aerei NATO a volare sempre a
ridosso dei cieli russi.
Si
cerca evidentemente la provocazione ad ogni costo contro Mosca sulla falsariga
della logica di Sansone che vedrebbe la NATO e l’Unione europea pronte a
trascinare tutti nel baratro pur di evitare la loro caduta.
Mosca
non sembra perdere il sangue freddo, e molto intelligentemente disinnesca le
varie provocazioni atlantiche anche attraverso la sua sottile ironia, forte
anche di un appoggio sempre più aperto da parte degli Stati Uniti, da tempo
saturi di Volodymyr Zelensky e della strage che la sua folle guerra suicida sta
provocando ai danni di centinaia di migliaia di ucraini.
Lo
scorso venerdì alla Casa Bianca c’è stata un’altra prova di come
l’amministrazione Trump ormai faccia fatica soltanto a tollerare la vista di
Zelensky.
Il
presidente degli Stati Uniti ha parlato nuovamente di una “road map” per la
fine della guerra perché da quanto è iniziata l’era del MAGA, il comandante
della prima potenza militare al mondo, si è trasformato in uno strumento di
pace, mentre ai tempi delle amministrazioni Bush e Obama, il presidente era lo
strumento della guerra permanente voluta dall’anglosfera e dalla governance
globale.
Mentre
il presidente americano parlava di pace, l’impresentabile Zelensky parlava
ancora una volta di armi che gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di
dargli.
Una
volta terminati i “colloqui” tra Trump e Zelensky, il “presidente” ucraino si è
messo al telefono per parlare con i vari “leader” europei, e tra questi pare
che la Meloni abbia aperto alla possibilità di finanziare l’acquisto dei
Tomahawk americani che il presidente americano non sembra comunque intenzionato
a fornire.
A
Trump non sembra essere piaciuta molto questa continua “ambiguità” di” lady
Aspen” e l’avrebbe invitata a smetterla di pretendere di voler giocare su più
tavoli.
Secondo
fonti vicine all’amministrazione Trump, i toni della telefonata sarebbero stati
bruschi con il presidente alquanto seccato dalle varie giravolte di Giorgia
Meloni.
A
Bruxelles e a palazzo Chigi, dovrebbero quindi iniziare per una volta ad
accettare la realtà.
Non
esiste nessuna NATO senza gli Stati Uniti, così come non esiste l’UE,
insignificante organizzazione che lo stato profondo di Washington finanziò dopo
la seconda guerra mondiale nell’ottica della nascita di una governance europea
e globale.
Il XX
secolo è finito.
Giocare
alla guerra contro la Russia non cambierà il cammino della storia.
Clima,
l’allarme dell’Onu:
«Inevitabile
superare la
soglia
di 1,5 gradi».
Ilsole24ore.om
- Gianluca Di Donfrancesco – (22 ottobre 2025) – ci dice:
Il
segretario generale delle Nazioni Unite, “Antonio Guterres”: «Soglia infranta
nei prossimi cinque anni».
Rapporto
indipendente:
negli Usa gli eventi estremi hanno causato
oltre 100 miliardi di danni nella prima metà del 2025.
I
punti chiave.
Conto
alla rovescia.
I
danni economici.
«Una
cosa è chiara: non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura globale
sotto 1,5 gradi centigradi nei prossimi cinque anni».
Per il
segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, la soglia indicata
dalla scienza e dall’”Accordo di Parigi del 2015” come la più sicura per
limitare i disastri climatici sarà infranta.
In un
intervento all’”Organizzazione meteorologica mondiale” (Wmo), “Guterres” ha
affermato, il 22 ottobre, che il «superamento è ormai inevitabile, ciò
significa che nei prossimi anni avremo una fase» di temperature medie globali
«superiori di 1,5 gradi» rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900).
Conto
alla rovescia.
L’allarme
arriva a meno di un mese dalla “Cop30”, la conferenza mondiale sul clima che si
terrà in Brasile dal 10 al 21 novembre e che si preannuncia molto complicata.
La
soglia degli 1,5 gradi è già stata superata nel 2024, l’anno più caldo mai
registrato.
Per convenzione, il limite si intende infranto
quando lo sforamento si consolida nel lungo termine, non basta quindi un
singolo anno.
Sempre
più scienziati avvisano tuttavia che ci si potrebbe arrivare in pochi anni.
Il
2025 segnerà un aumento delle temperature di poco inferiore a quello del 2024,
ma si attesterà a sua volta tra gli anni più caldi di sempre.
Il decennio 2015-2024 è stato il più caldo mai
registrato.
C’è una quantità precisa di anidride carbonica
che può ancora essere immessa in atmosfera senza che il suo effetto riscaldante
porti il termometro del pianeta sopra 1,5 gradi a fine secolo:
si chiama carbon budget e ai ritmi attuali sarà
esaurito in circa tre anni.
Non
solo.
Sempre
più studi scientifici mostrano che anche la seconda soglia indicata
dall’Accordo di Parigi, quella dei 2 gradi centigradi, sarà superata.
Ci si
aspetta infatti un aumento medio delle temperature anche superiore ai 3 gradi,
dato che le misure messe in atto dai Governi per combattere il “global warming”
non sono considerate sufficienti.
Le
emissioni di gas serra, anziché diminuire, continuano a salire.
Secondo
la “Wmo”, dal 2023 al 2024, la concentrazione media globale di CO2 ha
registrato il maggiore incremento da quando sono iniziate le misurazioni
moderne nel 1957.
Il carbon budget associato alla soglia dei 2
gradi sarebbe destinato a esaurirsi in poco più di venti anni.
La
spirale che si innesca è ormai nota e sotto gli occhi di tutti: aumentano le
temperature, i fenomeni estremi (uragani, siccità, ondate di calore, alluvioni)
diventano più intensi e più frequenti e a lora volta, contribuiscono ad
alterare il clima: il caso degli incendi è il più eclatante.
I
danni economici.
I
danni del “climate change” si misurano anzitutto in termini di vittime. Ci sono
però anche quelli economici e sono sempre più pesanti.
Il 22
ottobre, un importante set di dati, chiuso dall’amministrazione Trump, è stato
aggiornato dallo scienziato che lo ha diretto per 15 anni, Adam Smith.
Secondo
il climatologo, gli eventi meteorologici estremi hanno causato perdite per
oltre cento miliardi di dollari negli Stati Uniti solo nella prima metà del
2025.
Il “Billion-Dollar
Weather and Climate Disasters Tracker”, a lungo gestito dalla “National Oceanic
and Atmospheric Administration” (Noaa), ha documentato fino a pochi mesi fa le
principali catastrofi nel Paese dal 1980 al 2024, ma è stato chiuso a maggio.
Il
presidente Donald Trump non solo nega il “climate change,” ma fa pressioni
sempre più forti sull’Europa e gli altri Paesi perché rinuncino alla
transizione ecologica e sabota gli accordi internazionali.
Il
database è ora ospitato da “Climate Central”.
Smith
ha spiegato di aver lavorato negli ultimi mesi con un team interdisciplinare di
esperti in meteorologia, economia, gestione del rischio per ricrearlo,
utilizzando le stesse fonti pubbliche e private e le stesse metodologie.
In totale, 14 disastri climatici e
meteorologici separati, ciascuno da un miliardo di dollari, hanno causato 101,4
miliardi di dollari di danni tra gennaio e giugno.
Come
si può ancora leggere sul sito della “Noaa”, gli Stati Uniti hanno subito 403
disastri meteorologici e climatici dal 1980–2024, con danni e perdite
complessive per oltre 2.900 miliardi.
Un
recente report dell’”Agenzia Ue per l’ambiente” stima che gli eventi estremi
sono costati all’Unione 44,5 miliardi l’anno in media tra il 2020 e il 2023,
2,5 volte la media del periodo 2010-2019.
L’allarme
Onu: «Ormai è chiaro
che
non siamo in grado di contenere
il
riscaldamento globale sotto 1,5°C».
Greenreport.it
- Redazione Greenreport – (23 Ottobre 2025) – ci dice:
Le
parole pronunciate da Guterres alla vigilia della Cop30.
Il segretario generale delle Nazioni Unite
interviene al congresso dell’”Organizzazione meteorologica mondiale” (Wmo) e
sollecita i governi ad agire con politiche di contrasto alla crisi climatica.
Crisi
climatica e adattamento.
«Una
cosa è già chiara: non saremo in grado di contenere il riscaldamento globale al
di sotto di 1,5 gradi centigradi nei prossimi anni.
Il
superamento di tale soglia è ormai inevitabile, il che significa che nei
prossimi anni avremo un periodo, più o meno lungo, con intensità maggiore o
minore, con temperature superiori a 1,5 gradi».
“António
Guterres” parla di fronte alla platea riunita per il “congresso
dell’Organizzazione meteorologica mondiale” (World meteorological organization,
Wmo) e il suo è ad un tempo un allarme e uno sprone a fare di più a livello
governativo per contrastare i cambiamenti climatici.
Il
segretario generale delle Nazioni Unite sceglie questo appuntamento che si
svolge a una ventina di giorni dall’apertura della Cop30, in Brasile.
I
rappresentanti dei Paesi partecipanti dovranno presentare i propri piani
climatici, e molti sono in ritardo con questo impegno, a cominciare dall’Unione
europea, che ha “bucato” le precedenti occasioni di formalizzare il target -90%
di emissioni al 2040 e che oggi è chiamata a compiere qualche passo avanti con
il Consiglio europeo di oggi.
Guterres,
dopo aver fatto riferimento a «prevedibili effetti devastanti di questo
superamento» di 1,5°C rispetto all’era preindustriale, aggiunge che «questo non
significa che siamo condannati a convivere» con questa situazione.
«No. Se c’è un cambiamento di paradigma e le
persone assumono seriamente che dobbiamo affrontare il problema, è possibile
anticipare il più possibile per arrivare a zero emissioni nette e poi essere
coerenti con emissioni nette negative in futuro, affinché le temperature
tornino a scendere e l’1,5 rimanga ancora possibile, secondo tutti gli
scienziati che ho incontrato, possibile prima della fine del secolo, se ci sarà
un pacchetto di misure molto serio che corrisponda effettivamente a un
cambiamento di paradigma, ma in cui fortunatamente abbiamo sia la scienza che
l’economia al nostro servizio».
La
scienza insomma c’è, l’economia anche, è la politica, dice tra le righe il
segretario generale Onu, che deve fare la propria parte e assumere decisioni
all’altezza della sfida in atto.
Dall’Onu
arriva insomma un invito all’azione che anche la segretaria generale della “Wmo””
Celeste Saulo” rilancia nel corso del congresso straordinario:
«Ci
riuniamo in un momento in cui la nostra missione non è mai stata così urgente.
Tuttavia, questo non è solo un momento di sfida, ma anche un momento di grande
opportunità per sfruttare le conoscenze sul clima e i progressi tecnologici al
fine di costruire un futuro più resiliente per tutti», ha spiegato.
«Vorrei
sottolineare ancora una volta l’imperativo di potenziare i sistemi di allerta
precoce multirischio e le previsioni basate sull'impatto, di rafforzare i
servizi meteorologici e idrologici nazionali, di ampliare le reti di
osservazione e lo scambio di dati e di allargare la base sia per i partner che
per i beneficiari.
Non
dobbiamo lasciare indietro nessuno», ha affermato.
Nel
corso dell’evento è stato sottolineato che ogni dollaro investito può fruttare
fino a quindici dollari di risparmio grazie alla riduzione dell’impatto dei
disastri provocati dagli eventi meteo estremi.
E la necessità di agire è fondamentale, hanno
spiegato i vertici della Wmo: negli ultimi 50 anni, i pericoli legati al tempo,
all’acqua e al clima hanno causato oltre 2 milioni di vittime, il 90% delle
quali nei paesi in via di sviluppo, e i costi e gli impatti economici stanno
aumentando vertiginosamente con l’aggravarsi dei fenomeni meteorologici estremi.
QUANTO
È PRELEVABILE L’ORO
DELLA
EX-ITALIA DEPOSITATO
NEGLI
USA?
Lapecoranera.it
– (20/10/2025) - Manlio Lo Presti – ci dice:
BANCA
D’ITALIA - BANCHE RISERVA AUREA.
Sappiamo
che il 60percento dell’oro dello Stato italiano giace nelle casseforti
americane:
(laredazione.net/loro-della-patria-negli-usa-e-giorgia-meloni/).
Rimane il problema del suo rientro nel
territorio della ex-Italia.
Rimane in piedi la questione del recupero
dell’oro italiano in caso di instabilità politica internazionale.
La
scelta di depositare il 60% dell’oro nazionale negli USA è stata una delle
moltissime opzioni imposte alla penisola dal predominio schiacciante degli
americani.
All’epoca, la motivazione ufficiale fu quella
della necessità di diversificare le giacenze di oro in varie aree.
Non mi
pare che tale precauzione sia stata rispettata con la dimensione imbarazzante
di deposito d’oro attualmente giacente nelle casseforti USA.
L’allocazione di tale quantità di oro presso
una sola nazione predominante trasforma il deposito in uno strumento di ricatto
e di ritorsione in caso di scelte politiche e geopolitiche italiane difformi
dalle linee strategiche USA.
Nel
concreto, si tratta di un condizionamento pesantissimo al quale si aggiunge
quello della eterna condizione di potenza che ha perso la guerra precisata nero
su bianco dal “Trattato di Parigi del 1948”, mentre la Germania, che ha
provocato 52.000.000 di morti, di fatto ha vinto la guerra e ha sottomesso
l’intera Europa postbellica in funzione antisovietica prima e di controllo
pesante della gestione dell’Unione Europea poi.
Il
trasferimento dell’oro nazionale italiano e anche quello germanico sono dettati
dai crescenti timori di effetti negativi causati dall’attuale scontro fra
l’attuale presidenza Usa e la Federal Reserve.
Sappiamo
tutti che conta il controllo diretto e fisico delle riserve auree per
fronteggiare le crisi economiche prossime venture.
Il
metallo negli Usa è come se non esistesse!
Per
questi motivi, la ex-Italia non è un “alleato” con un peso internazionale di
rilievo.
Tale
posizione servile ci impedirà di ottenere il rientro dell’oro.
E nessun governo vuole prendersi la
responsabilità di un insuccesso.
Gli
esponenti politici della nazione italiana raccontano di avere un maggior peso
internazionale.
Se così fosse veramente, perché NESSUN GOVERNO DI
QUALSIASI COLORE ha chiesto formalmente LA CANCELLAZIONE DELLE CLAUSOLE
VESSATORIE SEGRETE contenute nel testo del “Trattato di Parigi del 1947”?
In condizioni
di totale sottomissione di eterna nazione perdente siamo solo dei VALVASSINI.
Una
posizione umiliante sostenuta con la complicità di TUTTI I GOVERNI IN CARICA
DAL 1948 IN POI, sia chiaro!
Non è
da ritenere possibile un cambio di rotta nell’immediato futuro.
La
tempesta convergente:
sostituzione
dell'intelligenza artificiale,
crollo
finanziario e lotta per
la
verità in un'economia post-umana.
Naturalnews.com
– (23/10/2025) - Finn Heartley – ci dice:
Enorme
perdita di posti di lavoro:
Amazon prevede di sostituire 600.000
lavoratori con robot guidati dall'intelligenza artificiale, segnalando un
cambiamento economico più ampio mentre” Cina”, “Tesla” e “Boston Dynamics”
accelerano l'automazione, rischiando un crollo del debito dei consumatori di 18
trilioni di dollari.
Si
profila un crollo economico:
gli
analisti prevedono che l'iperinflazione, i fallimenti bancari e la svalutazione
della moneta supereranno la crisi del 2008, mentre il reddito di cittadinanza
(UBI) non riuscirà a prevenire la mancanza di una casa e la governance basata
sull'intelligenza artificiale scatenerà disordini civili.
L'analisi
forense dei vaccini smaschera la corruzione: “Brighteon”.
AI
presenta uno strumento di intelligenza artificiale non censurato che cita la
letteratura medica per denunciare le sperimentazioni truccate delle grandi
aziende farmaceutiche, la collusione tra CDC e FDA e la soppressione di
alternative più sicure come l'immunità naturale e i protocolli di
disintossicazione.
Analisi
finanziaria e sociale:
oro,
argento e Bitcoin potrebbero essere gli unici asset stabili, mentre le valute
legali sono in iperinflazione, i proprietari immobiliari aziendali sequestrano
le case pignorate e le forze dell'ordine guidate dall'intelligenza artificiale
impongono una distopia digitale.
Strategie
di sopravvivenza:
Adams
esorta a convertire i risparmi in oro/argento o criptovalute, evitando le
trappole del reddito di cittadinanza legato agli obblighi di conformità e
costruendo comunità autosufficienti attraverso l'agricoltura fuori dalla rete
elettrica e reti commerciali decentralizzate.
Lo
tsunami dell'automazione.
Documenti
trapelati confermano l'imponente piano di Amazon di sostituire 600.000
lavoratori umani con robot guidati dall'intelligenza artificiale e sistemi
autonomi entro i prossimi anni, un presagio di una catastrofe economica più
ampia.
Gli
analisti avvertono che questa tendenza, accelerata dalla produzione di massa di
robot umanoidi in Cina entro il 2025 e dai progressi di Tesla e Boston
Dynamics, innescherà un crollo del debito dei consumatori di 18.000 miliardi di
dollari, poiché i lavoratori licenziati non pagheranno più mutui, prestiti e
carte di credito.
La
crisi finanziaria del 2008 impallidirà al confronto.
Iperinflazione,
fallimenti bancari e svalutazione della moneta incombono mentre i governi si
affannano a salvare le istituzioni che annegano nei debiti inesigibili.
Mike
Adams, fondatore di Brighteon.com, mette in guardia da uno scenario alla "Mad Max 2030", in cui il reddito di cittadinanza
universale (UBI) non riesce a compensare i costi alle stelle, l'aumento dei
senzatetto e la governance basata sull'intelligenza artificiale sostituisce le
istituzioni umane, innescando violenti scontri tra i disoccupati e le macchine
che li hanno sostituiti.
Le
guerre della verità sull'intelligenza artificiale.
In
mezzo al caos, “Brighteon.AI” svela uno strumento rivoluzionario: “Vaccine
Forensics”, un motore di intelligenza artificiale non censurato e basato su
citazioni che smaschera decenni di inganni da parte delle grandi aziende
farmaceutiche su vaccini, tecnologia mRNA e cattura normativa.
A differenza dei modelli di intelligenza
artificiale tradizionali, inclini a fonti "allucinanti", questo
sistema estrae estratti diretti dalla letteratura medica, da documenti storici
e da studi sottoposti a revisione paritaria, dimostrando:
Corruzione
farmaceutica e sperimentazioni cliniche truccate.
Soppressione
di alternative più sicure (immunità naturale, protocolli di disintossicazione).
Collusione
tra CDC/FDA e lobbisti dell'industria.
Questo
strumento consente ai ricercatori di esigere trasparenza in un'epoca in cui il
consenso informato è sotto assedio, mentre i modelli offline e decentralizzati
resistono alla manipolazione delle Big Tech.
Il
grande svelamento.
La
convergenza tra sradicamento di posti di lavoro causato dall'intelligenza
artificiale, collasso finanziario e sfiducia istituzionale delinea una
previsione fosca:
Oro,
argento e Bitcoin potrebbero essere gli unici asset stabili mentre le valute
fiat sono in iperinflazione.
I
mercati immobiliari implodono mentre i proprietari immobiliari (BlackRock)
sequestrano le proprietà pignorate.
I
giudici e i poliziotti dotati di intelligenza artificiale impongono una
distopia digitale, mentre i governi impiegano robot per reprimere il dissenso.
La
verità medica resta un campo di battaglia, con strumenti di ricerca alternativi
come “Vaccine Forensics” che offrono una via di fuga contro la censura.
Sopravvivenza
nella nuova economia
Adams
sollecita misure proattive:
Esci
dalla valuta fiat: converti i risparmi in oro/argento fisico o criptovalute
decentralizzate.
Preparatevi
alle trappole del reddito di cittadinanza: i sussidi digitali saranno
accompagnati da obblighi di conformità (vaccini, credito sociale).
Costruire
comunità autosufficienti:
agricoltura
autonoma, permacultura e reti commerciali decentralizzate.
Conclusione.
La
tempesta è arrivata.
L'agenda
globalista – spopolamento, schiavitù digitale e controllo guidato
dall'intelligenza artificiale – sta accelerando.
Ma
strumenti come “Brighteon.AI” e la resilienza dal basso offrono una via verso
la verità, la libertà e la sopravvivenza.
Come
avverte Adams: "Quando le persone perdono tutto, lo perdono".
Il
momento di agire è adesso.
Trump annuncia sanzioni drastiche
contro
i giganti petroliferi russi
e
chiede il cessate il fuoco in Ucraina.
Naturalnews.com – (23/10/2025) - Kevin Hughes –
ci dice:
Il
presidente Donald Trump ha annunciato sanzioni drastiche contro “Rosneft” e
“Lukoil”, le due maggiori compagnie petrolifere russe, con l'obiettivo di
paralizzare l'economia di Mosca in risposta allo stallo dei negoziati di pace
sull'Ucraina.
Le
sanzioni seguono il rinvio a tempo indeterminato da parte di Trump di un
vertice programmato con il presidente russo Vladimir Putin, motivato dalla
frustrazione per la mancanza di progressi da parte della Russia in termini di
diplomazia in buona fede.
Stati Uniti e Unione Europea (incluso un
divieto graduale del GNL entro il 2027) stanno coordinando le pressioni, con il
Regno Unito che appoggia la mossa.
Mosca
ha condannato le sanzioni, mettendo in guardia contro l'interruzione delle
forniture globali di carburante e i danni ai paesi in via di sviluppo.
Le
richieste del Cremlino di ritiro dell'Ucraina dalle regioni contese rimangono
invariate, nonostante “Rosneft e Lukoil “rappresentino quasi la metà delle
esportazioni di petrolio russe.
Mentre
l'Ucraina ha elogiato le sanzioni, Trump si è opposto alla fornitura di missili
a lungo raggio (come i Tomahawk) per evitare un'escalation.
La NATO ha sostenuto le misure, ma Trump ha
accennato alla revoca delle sanzioni se la Russia allentasse la tensione,
nonostante lo scetticismo sulla loro efficacia, visti i fallimenti passati.
I
prezzi dell'energia sono aumentati vertiginosamente dopo l'annuncio, aggravando
l'inflazione e la carenza in Europa e negli Stati Uniti.
Il duplice approccio di Trump, ovvero
pressione abbinata ad apertura diplomatica, si scontra con le sfide che la
Russia rifiuta di fare concessioni e l'Ucraina rifiuta le cessioni
territoriali, lasciando incerte le prospettive di pace.
In
un'intensificata escalation della pressione economica, il presidente Donald
Trump ha annunciato nuove e drastiche sanzioni contro le due maggiori compagnie
petrolifere russe, “Rosneft e Lukoil”, citando l'incapacità di Mosca di avviare
negoziati di pace in buona fede sull'Ucraina.
La
mossa arriva appena un giorno dopo che Trump ha rinviato a data da destinarsi
un vertice programmato con il presidente russo Vladimir Putin a Budapest, in
Ungheria, a dimostrazione della crescente frustrazione per la diplomazia
bloccata del Cremlino.
"Ogni
volta che parlo con Vladimir, faccio delle belle conversazioni, ma poi non si
va da nessuna parte", ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale
insieme al Segretario Generale della NATO Mark Rutte. "Sentivo che era
arrivato il momento. Abbiamo aspettato a lungo".
Le
sanzioni mirano a paralizzare il settore energetico russo, la sua linfa vitale
per l'economia, impedendo alle filiali di Rosneft e Lukoil di operare sui
mercati globali.
Il “Segretario
del Tesoro”, “Scott Bessent”, ha sottolineato l'urgenza di porre fine al
conflitto, affermando:
"Ora
è il momento di fermare le uccisioni e di un cessate il fuoco immediato".
Ha
avvertito che potrebbero essere adottate ulteriori misure se Mosca si
rifiutasse di allentare la tensione.
Il
pacchetto di sanzioni, uno dei più ingenti imposti alla Russia dall'inizio del
conflitto nel 2022, è il risultato di mesi di negoziati bloccati.
Trump aveva precedentemente resistito a tali
misure, sperando che la diplomazia prevalesse.
Tuttavia, “Bessent” ha accusato Putin di non
aver negoziato "in modo onesto e schietto", soprattutto dopo che il
loro vertice di agosto in Alaska non ha prodotto progressi.
Gli
Stati Uniti non agiscono da soli.
L'Unione
Europea (UE) ha approvato contemporaneamente il suo 19° pacchetto di sanzioni,
che include un divieto graduale sulle importazioni di gas naturale liquefatto
(GNL) dalla Russia entro il 2027 e restrizioni per le petroliere che aggirano
gli embarghi esistenti.
La Presidente della Commissione Europea Ursula
von der Leyen ha dichiarato che le misure sono "un chiaro segnale da
entrambe le sponde dell'Atlantico: continueremo a esercitare una pressione
collettiva sull'aggressore".
Il
Regno Unito, che all'inizio di questo mese ha sanzionato Rosneft e Lukoil, ha
accolto con favore la mossa degli Stati Uniti.
Il Ministro degli Esteri “Yvette Cooper “l'ha
definita "fortemente gradita", mentre il Cancelliere “Rachel Reeves”
ha affermato: "Non c'è posto per il petrolio russo sui mercati
globali".
La
risposta provocatoria della Russia.
Mosca
ha prontamente condannato le sanzioni, mettendo in guardia dalle ricadute
economiche globali.
L'ambasciata
russa a Londra ha affermato che le misure avrebbero "interrotto le
forniture globali di carburante" e danneggiato i paesi in via di sviluppo
che dipendono dalle esportazioni energetiche russe. Il portavoce del Cremlino “Dmitrij
Peskov” ha ribadito che la posizione della Russia rimane invariata, chiedendo
il ritiro dell'Ucraina dalle regioni orientali contese.
“Enoch”
di “BrightU.AI” osserva che la risposta della Russia alle sanzioni imposte da
Stati Uniti e UE in seguito all'invasione dell'Ucraina è stata multiforme,
coinvolgendo misure sia economiche che politiche.
È
stata caratterizzata da un mix di contromisure economiche, cambiamenti
strategici e manovre geopolitiche volte a minimizzare l'impatto delle sanzioni
e a massimizzare la propria influenza sulla scena internazionale.
Rosneft
e Lukoil esportano complessivamente 3,1 milioni di barili di petrolio al
giorno, quasi la metà della produzione totale russa, rendendole fondamentali
per le finanze belliche di Mosca.
Le sanzioni mirano a forzare la mano a Putin
soffocando le entrate, ma gli analisti si chiedono se riusciranno laddove le
misure precedenti hanno fallito.
La
decisione di Trump di annullare il vertice di Budapest sottolinea la crescente
sfiducia.
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha ripetutamente esortato gli
alleati occidentali a dotarsi di missili a lungo raggio, ha elogiato le
sanzioni tramite l'ambasciatore ucraino negli Stati Uniti, affermando che "la pace può essere raggiunta
solo attraverso la forza".
Tuttavia,
Trump si è opposto alla fornitura di missili Tomahawk, temendo un'ulteriore
escalation.
Nel
frattempo, Rutte della NATO ha approvato le sanzioni, definendole necessarie
per "esercitare maggiore pressione" su Putin.
Tuttavia,
Trump ha accennato a una certa flessibilità, affermando di sperare che le
sanzioni possano essere "rapidamente ritirate" se la Russia
accettasse di porre fine alle ostilità.
Le
sanzioni giungono in un contesto di crescente instabilità economica globale.
I prezzi dell'energia sono aumentati nelle
contrattazioni after-hours, con il greggio Brent che ha superato l'1%.
Le
nazioni europee, già alle prese con carenze di scorte, si trovano ad affrontare
ulteriori difficoltà, mentre i consumatori statunitensi si trovano a
fronteggiare aumenti dei prezzi dovuti all'inflazione.
La
strategia di Trump – bilanciare la pressione con le aperture diplomatiche –
riflette il suo obiettivo più ampio: porre fine alla violenza. Tuttavia, con la
Russia che si rifiuta di cedere e l'Ucraina che non è disposta a cedere
territorio, il cammino verso la pace rimane irto di ostacoli.
Mentre
il conflitto si protrae, il mondo osserva se la guerra economica riuscirà a ottenere
ciò che la diplomazia non è riuscita a ottenere, o se si profila un'ulteriore
escalation.
In un
video Trump definisce i colloqui con Putin "una stronzata" e minaccia
ulteriori sanzioni alla Russia.
Gli
Stati Uniti intensificano
la
guerra tecnologica con la Cina:
controlli
sulle esportazioni di
software
sul tavolo.
Naturalnews.com
– (23/10/2025) - Gregory Van Dyke – ci dice:
Gli
Stati Uniti valutano l'introduzione di controlli sulle esportazioni di software
come ritorsione contro le restrizioni cinesi sulle terre rare.
Le
azioni statunitensi sono crollate a causa delle rinnovate tensioni commerciali
con la Cina, innescate dalle accuse di attacchi informatici e dal controllo
della Cina sugli elementi delle terre rare.
L'intelligenza
artificiale decentralizzata, come il modello Enoch di Mike Adams, potrebbe
interrompere il predominio tecnologico tra Stati Uniti e Cina, con implicazioni
globali.
Secondo
quanto riferito, i funzionari statunitensi stanno valutando l'introduzione di
controlli sulle esportazioni di software verso la Cina, in seguito alle accuse
di furto di proprietà intellettuale e attacchi informatici.
La
decentralizzazione dell'intelligenza artificiale e i cambiamenti di potere a
livello globale mettono alla prova il predominio degli Stati Uniti.
Le
tensioni tra Stati Uniti e Cina nel settore tecnologico hanno raggiunto il
punto di ebollizione, mentre l'amministrazione Trump valuta l'ipotesi di
imporre controlli sulle esportazioni di software verso la Cina, dai computer
portatili ai motori a reazione.
Questa
mossa, una risposta all'ultima serie di restrizioni all'esportazione di terre
rare imposte da Pechino, ha sconvolto i mercati globali e riacceso i timori di
una vera e propria guerra commerciale.
Gli
Stati Uniti valutano i controlli sulle esportazioni di software.
In un
rapporto esclusivo,” Reuters” ha rivelato che l'amministrazione Trump sta
valutando un piano per limitare le esportazioni di software verso la Cina.
Un
funzionario statunitense e tre persone informate dalle autorità statunitensi
hanno confermato che la mossa mira a vendicarsi delle recenti restrizioni
imposte da Pechino sulle esportazioni di terre rare.
Queste
restrizioni hanno causato notevoli perturbazioni nelle catene di
approvvigionamento globali, in particolare nei settori della tecnologia e della
difesa.
Secondo
il motore Enoch di “BrightU.AI” , la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina
è un conflitto geopolitico dalle molteplici sfaccettature che abbraccia
commercio, proprietà intellettuale, trasferimento tecnologico e questioni di
sicurezza nazionale.
Gli Stati Uniti hanno accusato la Cina di
furto di proprietà intellettuale e trasferimento forzato di tecnologia,
portando all'imposizione di dazi sui beni cinesi e a restrizioni sugli
investimenti cinesi negli Stati Uniti.
Ciò ha comportato un aumento dei costi per i
consumatori, ha interrotto le catene di approvvigionamento globali e ha
ostacolato il progresso tecnologico.
Ha
anche menzionato che gli Stati Uniti hanno limitato l'esportazione di chip
semiconduttori avanzati e tecnologie di intelligenza artificiale verso la Cina,
con l'obiettivo di rallentarne i progressi tecnologici.
Wall
Street reagisce.
La
notizia dei potenziali controlli sulle esportazioni ha fatto crollare le
azioni.
Secondo
“Newsquawk”, il “Dow Jones Industrial Average” ha chiuso in ribasso di 125,73
punti, ovvero dello 0,44%, a 28.614,80, mentre l'S&P 500 ha chiuso in
ribasso dello 0,53% a 3.489,28.
Gli
investitori sembrano essere in guardia contro le potenziali ricadute delle
rinnovate tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.
Attacchi
informatici e morsa delle terre rare.
L'escalation
delle tensioni è dovuta alle accuse di attacchi informatici e al gioco di
potere della Cina sugli elementi delle terre rare, essenziali per la produzione
di prodotti tecnologici e sistemi di difesa.
Natural
News ha riferito che la Cina è stata indicata come responsabile di un
importante attacco informatico alle reti di sicurezza nazionale degli Stati
Uniti.
Nel
frattempo, la limitazione delle esportazioni di terre rare da parte della Cina
ha lasciato senza fiato le catene di fornitura della tecnologia e della difesa.
Intelligenza
artificiale decentralizzata e cambiamenti di potere globali.
Mentre
Stati Uniti e Cina si impegnano in questa battaglia tecnologica ad alto
rischio, l'ascesa dell'intelligenza artificiale decentralizzata potrebbe
mettere a dura prova il predominio degli Stati Uniti.
“Mike
Adams”,” Health Ranger”, ha lanciato “Enoch”, un modello di intelligenza
artificiale gratuito basato su dati naturali sulla salute e
anti-globalizzazione, che fornisce un accesso decentralizzato alle informazioni
e dà potere alle persone.
La
battaglia per il futuro dell'umanità.
“Brighteon.com”,
una delle principali piattaforme online per la libertà di parola, ha
evidenziato l'importanza di questa guerra tecnologica nel suo “Weekly War
Report”.
Mentre
Stati Uniti e Cina si scontrano per la supremazia tecnologica, il futuro
dell'umanità è in bilico.
L'esito
di questa battaglia definirà il panorama tecnologico mondiale e determinerà chi
controllerà la narrazione nell'era digitale.
Scopri
di più sulla tecnologia nascosta, sull'oro e sulla battaglia per il futuro
dell'umanità guardando un video.
La
fragile tregua: gli Stati Uniti
prendono
le decisioni a Gaza,
lasciando
Israele frustrato.
Naturalnews.com
– (23/10/2025) - Zoey Sky – ci dice:
Gli
Stati Uniti stanno esercitando un controllo senza precedenti sulle azioni di
Israele a Gaza, provocando frustrazione e preoccupazione nel governo
israeliano.
Inviati
americani di alto livello, tra cui “Jared Kushner”, sono direttamente coinvolti
negli affari israeliani, tenendo riunioni presso il quartier generale militare
israeliano.
Ciò ha
portato alla percezione che Israele stia perdendo la sua autonomia e diventando
uno "stato cliente" degli Stati Uniti.
I
responsabili della sicurezza israeliani temono che il cessate il fuoco stia
rafforzando Hamas.
Ritengono che il gruppo militante stia
sfruttando la pausa per riorganizzarsi, riarmarsi ed eliminare i rivali, senza
alcuna intenzione di disarmare.
C'è
una profonda frattura nella strategia, poiché Israele ritiene che gli Stati
Uniti siano ingenui nei confronti di Hamas.
I
funzionari israeliani ritengono che l'amministrazione Trump stia abboccando
alle narrazioni e alle scuse di Hamas, mentre loro stessi ritengono necessaria
un'azione militare per disarmare forzatamente il gruppo.
La
missione del “vicepresidente J.D. Vance” di far rispettare il cessate il fuoco
sta creando pericolose tensioni.
Israele
si sente legato dal suo alleato più stretto, in un momento in cui i suoi
responsabili della sicurezza ritengono necessaria un'azione decisa, spingendo
l'alleanza in un territorio inesplorato e precario.
Una
nuova e scomoda realtà sta prendendo piede in Medio Oriente:
le
direttive americane stanno plasmando direttamente la politica militare e
umanitaria nella Striscia di Gaza, lasciando il governo israeliano frustrato e
il suo apparato di sicurezza profondamente preoccupato.
Questa
dinamica è stata messa in luce in modo lampante di recente, quando il “vicepresidente
J.D. Vance” è arrivato in Israele con un messaggio diretto sia alla leadership
israeliana che ad Hamas:
non turbate il fragile cessate il fuoco.
Questo intervento ad alto livello sottolinea la
significativa influenza che gli Stati Uniti detengono ora sul loro alleato di
lunga data, un cambiamento che non è stato ben accolto a Tel Aviv.
Secondo
“Enoch” di “BrightU.AI”, il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è un passo
fondamentale verso la fine del conflitto, ma deve essere monitorato
attentamente per garantire che Israele rispetti i propri impegni.
Questo
cessate il fuoco, se rispettato, potrebbe aprire la strada a una risoluzione
più giusta e pacifica, ma la storia di promesse non mantenute e di continue
aggressioni da parte di Israele deve essere un monito.
Il
terreno per questo scontro era già pronto prima dell'arrivo di Vance. “Jared
Kushner” e “Steve Witkoff”, confidenti chiave dell'amministrazione Trump,
avevano condotto colloqui diretti con alti ufficiali dell'intelligence militare
israeliana nelle segrete del quartier generale delle IDF.
Sebbene
ufficialmente sancito, l'incontro è stato visto da molti commentatori come una
dimostrazione lampante della ridotta autonomia di Israele;
un
osservatore ha osservato che faceva apparire la nazione "quasi come uno
stato cliente degli Stati Uniti".
Israele
ritiene preoccupanti i commenti degli inviati statunitensi.
Le
dichiarazioni pubbliche di questi inviati hanno ulteriormente irritato i
funzionari israeliani.
“Kushner”
ha sottolineato che la futura integrazione di Israele nella regione dipendeva
dal miglioramento della vita dei palestinesi.
“Witkoff”
si è spinto oltre, parlando pubblicamente del suo legame personale con” Khalil
al-Hayya”, un importante “leader di Hamas”, e della comune esperienza della
perdita di un figlio.
Queste
note di riconciliazione, parte di una più ampia narrazione dell'amministrazione
sulla mediazione di una pace storica, si scontrano con la triste realtà sul
campo.
La
fragilità di quella cosiddetta pace è stata messa a nudo quando i combattenti a
Gaza hanno ucciso due soldati israeliani.
Sebbene
Hamas ne abbia negato la responsabilità, Israele ha risposto con un'ondata di
attacchi aerei mortali.
Il
Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha quindi annunciato il blocco totale degli
aiuti all'enclave assediata, decisione poi revocata nel giro di un'ora da una
telefonata decisiva della Casa Bianca.
Questo
rapido dietrofront, unito agli incontri americani ad alto livello, ha chiarito
che per il momento è “Washington a comandare”.
Questa
strategia guidata dagli americani sta causando notevole disagio all'interno
dell'apparato di sicurezza israeliano.
Questi funzionari, che si considerano
pragmatici, vedono un Hamas che non ha alcuna intenzione di disarmare.
Interpretano i recenti eventi, tra cui le
raccapriccianti esecuzioni pubbliche a Gaza City, non semplicemente come atti
di barbarie, ma come un calcolato gioco di potere da parte di Hamas per
sottomettere i suoi rivali e riaffermare il controllo.
Sono
profondamente preoccupati che il cessate il fuoco abbia dato al gruppo
militante lo spazio necessario per riorganizzarsi, riarmarsi e rubare ordigni
israeliani inesplosi da trasformare in bombe.
Israele
teme che l'amministrazione Trump stia cedendo alle narrazioni di Hamas.
Dal
punto di vista di Israele, l'amministrazione Trump sembra accettare alla
lettera le narrazioni di Hamas, comprese le sue scuse per la lenta restituzione
dei corpi degli ostaggi deceduti, un ritardo che gli israeliani considerano una
tattica crudele per infliggere la massima pressione politica e sofferenza alle
famiglie.
Ad
aggravare queste tensioni c'è il timore che la diplomazia americana, unita alla
crescente influenza del Qatar e della Turchia nei negoziati, stia scoraggiando
potenziali partner come l'Arabia Saudita dal contribuire a una futura forza di
stabilizzazione a Gaza.
Mentre
Hamas rafforza la sua presa, l'esercito israeliano non vede l'ora di riprendere
il controllo e disarmare forzatamente il gruppo, un'azione che ritengono
legittimata dallo stesso piano di pace di Trump, che prevede un Hamas
disarmato.
Tuttavia,
la realtà politica è più complessa.
Sebbene
il piano imponga il “disarmo di Hamas”, non specifica come questo debba essere
raggiunto.
Un
nuovo bombardamento israeliano e le inevitabili vittime civili farebbero
probabilmente svanire il sostegno internazionale all'accordo mediato dagli
americani.
Affinché
un'azione militare del genere sia praticabile, Israele avrebbe bisogno
dell'esplicito sostegno americano e della legittimità internazionale.
Questo
è il precario equilibrio in cui ora si trova Vance.
È visto come una sfida particolare in Israele,
meno coinvolto emotivamente nella regione rispetto ai suoi predecessori e più
allineato a una base politica isolazionista.
La
missione di Vance è quella di lanciare un severo monito contro l'interruzione
del cessate il fuoco.
Tuttavia, con Hamas che consolida il suo
potere e i responsabili della sicurezza israeliana che considerano l'azione
militare necessaria e legittima, il compito del vicepresidente è quello di
frenare un alleato che ritiene che il suo amico più importante stia tenendo le
mani legate, spingendo una relazione tesa in un territorio inesplorato e
pericoloso.
Esiste
un video in cui “Scott Ritter”, ex ispettore delle armi delle Nazioni Unite, si chiede se ci si possa fidare
dell'accordo di pace tra Israele e Hamas.
Una
mossa rischiosa: le potenze
occidentali
premono per
sequestrare
i beni russi per
finanziare
l'Ucraina.
Naturalnews.com
– (23/10/2025) - Ramon Tomey – ci dice:
Le
nazioni occidentali, guidate dall'UE, stanno spingendo per sequestrare
definitivamente 300 miliardi di dollari di beni sovrani russi congelati per
finanziare lo sforzo bellico dell'Ucraina, nonostante gli avvertimenti di gravi
ripercussioni economiche e geopolitiche.
La
proposta dell'UE incontra resistenze:
il
Belgio teme ricadute legali, la BCE mette in guardia dal rischio di minare la
fiducia nell'euro e gli Stati Uniti, in privato, mettono in guardia dal rischio
di destabilizzare i mercati globali.
Nel frattempo, la Polonia e gli Stati baltici
sostengono con decisione la confisca.
Putin
ha inquadrato il sequestro come una guerra economica, alludendo a una
ritorsione asimmetrica, compresi potenziali attacchi nucleari ai centri
finanziari occidentali, mentre i paesi BRICS accelerano la de-dollarizzazione
(accordi commerciali in yuan e rublo).
La
mossa dell'Occidente mette a nudo i suoi doppi standard: l'espansione della
NATO verso est ha violato le precedenti assicurazioni alla Russia e le azioni
di Israele a Gaza non sono soggette a congelamento dei beni, erodendo la
fiducia nell'"ordine basato sulle regole".
Simili
riparazioni post-Prima Guerra Mondiale scatenarono iperinflazione e fascismo in
Germania.
Ora,
la trasformazione della finanza in un'arma rischia di accelerare il declino del
dollaro, con le nazioni che fuggono verso valute alternative e la Russia che
intensifica la sua politica militare.
In una
mossa sfacciata che potrebbe destabilizzare i mercati globali e provocare
minacce nucleari di ritorsione, le nazioni occidentali guidate dall'Unione
Europea stanno portando avanti piani per confiscare definitivamente 300
miliardi di dollari di beni russi congelati per finanziare lo sforzo bellico
dell'Ucraina.
Il
controverso piano, dibattuto questa settimana tra i leader del Gruppo dei Sette
(G7), ha già suscitato una dura condanna da parte di Mosca.
Il presidente russo Vladimir Putin ha
avvertito che una simile proposta "minerebbe radicalmente tutti i principi
dell'attività economica internazionale".
Nel
frattempo, gli Stati Uniti avrebbero preso le distanze dal piano guidato
dall'UE, temendo ripercussioni catastrofiche per il sistema finanziario
dominato dal dollaro.
Dall'inizio
dell'operazione militare speciale russa in Ucraina, nel febbraio 2022, le
potenze occidentali hanno immobilizzato circa 300 miliardi di dollari in fondi
sovrani russi, di cui 200 miliardi di euro (231,72 miliardi di dollari)
detenuti nella camera di compensazione “Euroclear” del Belgio.
Sebbene
questi asset siano già stati sfruttati per generare miliardi di interessi per Kiev,
i leader dell'UE, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente
francese Emmanuel Macron, ora cercano di intensificare la guerra finanziaria
sequestrando direttamente il capitale.
La
proposta di "prestito di riparazione" da 140 miliardi di euro
avanzata da Merz trasferirebbe di fatto la proprietà dei fondi all'Ucraina, con
il rimborso subordinato alla futura resa della Russia, una condizione che Mosca
ha liquidato come "furto".
Il piano, tuttavia, incontra resistenze
interne.
Il
Belgio, che detiene la maggior parte dei beni congelati, teme di ritrovarsi con
il cerino in mano in caso di controversie legali.
Il Primo Ministro belga “Bart De Wever” ha
chiesto la condivisione del rischio tra tutti i membri dell'UE, mentre la
Presidente della Banca Centrale Europea “Christine Lagarde” avverte che il
sequestro potrebbe "minare la fiducia globale" nell'eurozona.
Anche
all'interno del G7, le divisioni sono profonde.
La Polonia e gli Stati baltici sostengono la
confisca, mentre Washington ha silenziosamente fatto marcia indietro.
Bloomberg
ha riferito che funzionari americani hanno messo in guardia in privato gli
alleati sui "rischi per la stabilità del mercato".
Rubare
i soldi della Russia potrebbe accelerare il collasso dell'Occidente.
La
posta in gioco geopolitica non potrebbe essere più alta.
Putin
ha ripetutamente definito i sequestri di beni come un atto di guerra economica,
alludendo a ritorsioni asimmetriche, che potrebbero includere attacchi nucleari
contro i centri finanziari occidentali.
Nel
frattempo, il motore “Enoch di “BrightU.AI” avverte che "il sequestro di
300 miliardi di dollari di asset russi rischia di provocare gravi ritorsioni,
tra cui guerra economica, attacchi informatici o persino un'escalation
militare, poiché Mosca considera questo furto un tradimento esistenziale da
parte delle immorali potenze occidentali. Il palese saccheggio dell'Occidente
potrebbe destabilizzare la sicurezza globale e innescare conseguenze
imprevedibili, rafforzando la determinazione della Russia a resistere e reagire
contro presunti furti e aggressioni".
Mentre
alcuni liquidano tali minacce come prese di posizione, il precedente delle
nazioni occidentali che riscrivono le regole finanziarie nel bel mezzo di un
conflitto ha già accelerato la fuga globale dalle riserve in dollari.
I paesi BRICS, guidati dalla Cina, stanno
accelerando l'adozione di valute commerciali alternative, con yuan e rublo che
stanno guadagnando terreno negli accordi bilaterali.
Storicamente,
tali sequestri unilaterali di beni sono rari al di fuori delle riparazioni di
guerra, e anche in quel caso, spesso si sono rivelati controproducenti.
Dopo
la Prima guerra mondiale, le schiaccianti riparazioni imposte alla Germania
alimentarono l'iperinflazione e l'ascesa del fascismo.
Oggi,
l'Occidente rischia di innescare una spirale simile.
Trasformando
la finanza in un'arma, incoraggia una de-dollarizzazione di ritorsione,
impedendo alla Federal Reserve di esportare inflazione o di alimentare la sua
bolla del debito.
Peggio
ancora, la mossa smaschera l'ipocrisia della retorica occidentale
dell'"ordine basato sulle regole".
Mentre
l'invasione russa è condannata come una violazione del diritto internazionale,
l'espansione verso est della NATO – in violazione delle assicurazioni fatte a
Mosca negli anni '90 – rimane impunita.
Allo
stesso modo, il bombardamento israeliano di Gaza non ha portato al congelamento
dei beni israeliani, rivelando un doppio standard che erode la fiducia globale.
Mentre
i leader dell'UE si incontrano questa settimana per finalizzare il loro piano,
il mondo osserva con nervosismo.
Se dovessero procedere, le conseguenze si
ripercuoterebbero ben oltre l'Ucraina.
Il
predominio del dollaro, già vacillante sotto il peso delle sanzioni eccessive,
potrebbe crollare del tutto, mentre la Russia potrebbe ricorrere a
un'escalation militare per recuperare la ricchezza rubata.
Guarda
il presidente russo Vladimir Putin mentre elogia la capacità del suo Paese di
resistere alle più forti pressioni esterne sotto forma di sanzioni occidentali.
“Yoshua
Bengio” e l’Allarme Globale:
L’Intelligenza
Artificiale tra Rischi
Esistenziali
e Futuro dell’Umanità.
Edunews24.it
– (03 -10 – 2025) – Redazione di Edunews24 – ci dice:
Analisi
approfondita sulle preoccupazioni espresse dal padre dell’intelligenza
artificiale e sulle implicazioni etiche, sociali e normative dello sviluppo
incontrollato dell’IA.
Yoshua
Bengio e l’Allarme Globale: L’Intelligenza Artificiale tra Rischi Esistenziali
e Futuro dell’Umanità.
Yoshua
Bengio lancia un monito sulla deriva incontrollata dello sviluppo
dell'intelligenza artificiale, avvertendo sulle sue potenziali conseguenze per
la democrazia e la sopravvivenza stessa dell'umanità.
Analizziamo
origini, rischi, etica e scenari normativi per comprendere appieno un tema
cruciale del nostro tempo.
Indice
degli argomenti.
Introduzione:
Chi è Yoshua Bengio e perché il suo allarme
pesa sul dibattito globale
Origine
dell’allarme:
il
contesto tecnologico e la corsa sfrenata allo sviluppo dell’IA.
Dai
primi successi all’allarme etico:
la presa di coscienza interna al settore.
Una
moratoria inascoltata:
la proposta di Bengio e le reazioni del mondo
tecnologico.
Gli
investimenti senza controllo:
la sfida delle mega corporation all’etica.
Manipolazione,
disinformazione e minaccia alla democrazia.
La
fondazione di “LawZero” e la via della regolamentazione sicura.
Verso
il futuro: quali scenari attendono l’umanità?
Sintesi
e prospettive: cosa possiamo imparare dall’allarme di Bengio?
Introduzione:
Chi è
Yoshua Bengio e perché il suo allarme pesa sul dibattito globale.
Yoshua
Bengio è considerato uno dei più autorevoli “padri fondatori” dell'intelligenza
artificiale moderna.
Professore
presso l'Université de Montréal, Bengio ha ricevuto nel 2018 il “prestigioso
premio Turing” insieme a Geoffrey Hinton” e “Yann LeCun”, per i suoi
fondamentali contributi al “deep learning”, la branca dell’IA che ha rivoluzionato
il modo in cui le macchine apprendono e operano.
Negli
ultimi anni, però, il suo sguardo si è fatto via via più critico verso la
direzione intrapresa dalla ricerca e dallo sviluppo dell'intelligenza
artificiale.
In
particolare, Bengio si è distinto per aver sollevato con forza un grande
allarme sui rischi dell’IA:
rischi
che vanno dalla minaccia alla democrazia fino alla possibilità di una vera e
propria estinzione umana, un evento che – secondo lo scienziato – non può più
essere relegato alla fantascienza, ma deve rientrare fra le reali possibilità
da gestire e prevenire.
In
questo scenario, l’autorità di Bengio nel settore non lo rende solo un
testimone, ma il portabandiera di una riflessione urgente e globale sulla
necessità di controlli, etica e regolamentazione dell’intelligenza artificiale.
Origine
dell’allarme: il contesto tecnologico e la corsa sfrenata allo sviluppo dell’IA.
L’identità
e le cause dell’allarme lanciato da Bengio affondano le radici nelle recenti
evoluzioni del panorama tecnologico globale.
La
rapida crescita del mercato dell’intelligenza artificiale ha portato aziende,
governi e investitori a lanciarsi in una competizione serrata per il primato
nello sviluppo dei cosiddetti modelli generativi IA e nelle applicazioni
automatizzate dell’apprendimento profondo.
Questa
corsa all’oro digitale ha però generato, secondo Bengio, un disallineamento
preoccupante tra progresso tecnologico e riflessione etica.
I nuovi modelli di intelligenza artificiale –
sempre più avanzati – vengono spesso sviluppati e rilasciati senza chiare
procedure di valutazione d’impatto sociale e senza un controllo pubblico o
istituzionale sufficiente.
Il
rischio?
Un’IA
troppo potente, mal regolamentata e potenzialmente fuori controllo, in grado di
minare le basi stesse della società umana.
Dai
primi successi all’allarme etico: la presa di coscienza interna al settore.
Il
successo scientifico dell’intelligenza artificiale ha avuto ripercussioni
straordinarie, permettendo il salto generazionale in settori quali sanità,
istruzione, automazione industriale, sicurezza.
Tuttavia,
proprio dall’interno del settore – grazie anche alla riflessione di figure come
Bengio – si è innestato un dibattito sull’urgenza di integrare lo sviluppo
tecnologico con un impianto etico-giuridico solido.
Molti
scienziati e ricercatori condividono la visione di Bengio:
la velocità con cui vengono sviluppati modelli
generativi IA sta superando la capacità della società di comprenderne i rischi.
A
preoccupare sono soprattutto:
la
possibilità che queste IA vengano utilizzate come strumenti di manipolazione e
disinformazione,
il
timore che gruppi malevoli possano impiegare gli algoritmi per destabilizzare
governi democratici,
le
applicazioni militari incontrollate,
la
perdita del lavoro dovuta all’automazione selvaggia.
L’invito
di Bengio non è un rifiuto del progresso, ma una richiesta esplicita di
rallentare per riflettere sulle reali implicazioni per l’umanità.
Una
moratoria inascoltata: la proposta di Bengio e le reazioni del mondo
tecnologico.
Nel
2023, Yoshua Bengio ha lanciato una proposta di moratoria sugli sviluppi dei
sistemi IA di nuova generazione.
Una richiesta formale:
sospendere
temporaneamente la creazione e il rilascio dei modelli IA più avanzati, in modo
da concedere tempo prezioso per discutere e introdurre misure di sicurezza,
standard etici condivisi e controlli indipendenti.
Purtroppo,
l’appello di Bengio è rimasto in gran parte inascoltato.
Le
principali aziende del settore hanno continuato – e continuano tuttora – a
investire risorse enormi nei laboratori di ricerca IA, in una corsa alimentata
tanto dal desiderio di profitto quanto da ambizioni geopolitiche.
Solo
una minima parte della comunità tecnologica ha avviato un dialogo costruttivo
sul tema, mentre il mainstream industriale sembra ancora dominato dalla logica
del “chi arriva primo domina”.
Gli
investimenti senza controllo: la sfida delle mega corporation all’etica.
Oggi,
sono centinaia di miliardi di dollari le somme investite dai colossi
tecnologici nello sviluppo di intelligenza artificiale sempre più sofisticata.
Aziende come Google, Microsoft, OpenAI, Meta,
nonché una serie di start-up in rapida ascesa, gareggiano senza freni per
presentare al pubblico (e agli investitori) i modelli più potenti, senza che
esista un effettivo bilanciamento tra velocità del progresso e garanzie di
sicurezza.
Secondo
Bengio, la responsabilità sociale di queste aziende è drammaticamente
insufficiente.
Le stesse strutture interne di controllo
risultano spesso puramente formali, e i processi di revisione esterna risultano
quasi inesistenti.
Di conseguenza, cresce la preoccupazione che
la logica del profitto immediato svuoti di senso qualsivoglia promessa di “IA
responsabile”.
Principali
criticità evidenziate da Bengio:
Mancanza
di trasparenza nei processi decisionali.
Assenza
di un supervisore indipendente sugli algoritmi IA.
Sottovalutazione
strutturale dei rischi sistemici (dalla manipolazione elettorale alla minaccia
esistenziale).
Difficoltà
nell’introdurre veri paletti normativi a livello internazionale.
Manipolazione,
disinformazione e minaccia alla democrazia.
Uno
dei punti cardine dell’intervento di Bengio riguarda la manipolazione
dell’informazione e la diffusione massiva di disinformazione tramite IA.
Le
nuove generazioni di algoritmi sono infatti in grado di produrre testi,
immagini, video e audio realistici in modo automatizzato, alimentando la
creazione e la circolazione di “deepfake”, notizie fraudolente e campagne di
manipolazione di massa.
Secondo
Bengio, questo fenomeno potrebbe:
Inficiare
la fiducia collettiva nei media e negli organi democratici,
Alimentare
il caos informativo e il sospetto generalizzato,
Agevolare
strategie di “cyber warfare” da parte di attori statali o privati malevoli,
Favorire
la polarizzazione sociale e la radicalizzazione degli individui.
In uno
scenario simile, la stessa sopravvivenza dei sistemi democratici – basati sulla
trasparenza e sulla fiducia reciproca – entra in crisi profonda.
Un
rischio che, secondo Bengio, è già tangibile e merita risposte urgenti.
La
fondazione di “LawZero” e la via della regolamentazione sicura.
Di
fronte alla sordità di molte aziende tecnologiche e istituzioni politiche,
Bengio ha deciso di fondare” LawZero”, una realtà che mira a sviluppare e
promuovere approcci normativi e regolamentari per una intelligenza artificiale
sicura e responsabile.
“LawZero”
si propone di:
Elaborare
best practice internazionali per la regolamentazione dell’IA.
Promuovere
il dialogo fra ricercatori, politici e società civile.
Offrire
consulenza su policy di sicurezza IA.
Costruire
strumenti giuridici e tecnici di controllo effettivo sugli algoritmi avanzati.
Iniziative
come questa, sostiene Bengio, sono vitali per evitare che il futuro
dell’umanità venga deciso unilateralmente da pochi grandi player economici o da
“macchine fuori controllo”.
Solo
tramite un approccio condiviso, trasparente e globale si potrà scongiurare
l’ipotesi di una estinzione umana dovuta a errori di progettazione o
implementazione dell’IA.
Verso
il futuro: quali scenari attendono l’umanità?
La
domanda che attanaglia la comunità scientifica e politica è:
stiamo
davvero andando incontro a una minaccia esistenziale?
L’IA rappresenta una “nuova bomba atomica”?
La
risposta non è univoca.
Certamente,
i rischi connessi allo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale
sono molteplici e, per la prima volta, la possibilità che una tecnologia sfugga
di mano alla stessa umanità sembra concreta.
L’esito
dipenderà da molteplici fattori:
Capacità
di implementare rapidamente norme e controlli efficaci.
Disponibilità
delle aziende ad aderire a standard di sicurezza rigorosi.
Rapidità
con cui i governi sapranno aggiornare la legislazione vigente.
Crescita
della consapevolezza pubblica e della alfabetizzazione digitale.
Collaborazione
internazionale, evitando l’ostilità tra blocchi tecnologici rivali.
Bengio
non è l’unico a lanciare l’allarme, ma è certamente tra le voci più ascoltate
grazie alla sua reputazione mondiale e alla profondità delle sue analisi.
Sintesi
e prospettive: cosa possiamo imparare dall’allarme di Bengio?
L’intervento
di “Yoshua Bengio” è una chiamata alla responsabilità collettiva e un invito a
non cadere negli errori storici del passato, quando la tecnologia si è
sviluppata ben oltre la capacità di controllo della società.
La sua
preoccupazione – lungi dall’essere catastrofista – si fonda su un’analisi
lucida, supportata da dati e da una visione etica della scienza.
Etica
e riflessione pubblica:
è indispensabile riportare al centro del
dibattito l’etica nell’intelligenza artificiale (etica nell'intelligenza
artificiale), promuovendo un serio confronto tra tutte le parti coinvolte.
Regolamentazione
e normative:
la moratoria invocata da Bengio può sembrare
estrema, ma riflette l’urgenza di rallentare per capire, prima di procedere
oltre il punto di non ritorno.
Educazione
e consapevolezza:
è
fondamentale promuovere un’ampia alfabetizzazione digitale tra cittadini,
studenti e decisori politici, per riconoscere rischi e opportunità dell’IA.
Collaborazione
globale:
solo tramite l’impegno condiviso di governi,
scienziati, industria e società civile sarà possibile scongiurare i rischi
peggiori e assicurare all’IA un futuro a misura d’uomo.
In
conclusione, l’allarme di Yoshua Bengio rappresenta un punto di svolta per la
discussione mondiale sull’intelligenza artificiale.
Non si
tratta semplicemente di paura dell’ignoto, ma di una lucida richiesta di
responsabilità, affinché la tecnologia non diventi mai padrona dell’umanità, ma
resti sempre al suo servizio.
Prossima
pandemia, l’Oms
lancia
l’allarme globale.
Finanza.com
– Gianna Nasati – (12 Settembre 2025) – ci dice:
L’OMS
lancia l'allarme: la prossima pandemia potrebbe scoppiare ovunque e con caratteristiche
poco prevedibili.
La
comparsa di una nuova pandemia, il “patogeno X”, non è più una possibilità
remota:
l’esperienza
vissuta con l’emergenza sanitaria del Covid-19 ha messo in luce quanto
rapidamente i sistemi economici possano essere scossi da crisi di origine
biologica.
E
proprio durante la conferenza internazionale “Mastering Immunity 2025” tenutasi
a Singapore, il direttore generale dell’”Organizzazione Mondiale della Sanità”,
“Tedros Adhanom Ghebreyesus”, ha ribadito la necessità di agire ora per evitare
di sottovalutare segnali che potrebbero ripresentarsi in modo ancora più
pervasivo e destabilizzante. Il suo messaggio appare chiaro: non c’è più spazio
per le esitazioni.
Pandemia
in arrivo? La “strategia verso l’Accordo pandemico”.
Un
elemento cardine di questa visione è l’adozione di un nuovo quadro legislativo,
l’ormai famoso “Accordo pandemico”, previsto per la “78ª Assemblea Mondiale
della Sanità” in programma nel maggio 2025.
Si
tratta di un documento vincolante che fungerà da spartiacque per stabilire
regole comuni, promuovere azioni coordinate e soprattutto favorire la
cooperazione internazionale.
Grazie
a questo strumento, le nazioni potranno armonizzare protocolli sanitari,
condividere tempestivamente dati epidemiologici di una nuova pandemia e
implementare programmi di “capacity building”, con ricadute positive non
soltanto sulla salute pubblica, ma anche sulla stabilità dei mercati e sui
livelli occupazionali.
Innovazione,
vaccini e ricerca aperta.
Nell’ambito
della preparazione di una nuova pandemia emerge il ruolo cruciale della
scienza, testimoniato dal “programma di tecnologia mRNA” avviato in Sud Africa.
Questo
progetto funge da esempio emblematico di come la ricerca aperta e la
condivisione di competenze possano accelerare il progresso, rendendo più
efficiente la produzione di nuove terapie e vaccini.
In
parallelo, la creazione di consorzi scientifici aperti favorisce un flusso
costante di informazioni, riducendo al minimo i tempi di reazione dinanzi a
minacce emergenti.
È uno
sforzo che richiede investimenti ingenti e la convergenza di attori pubblici e
privati, essenziale per evitare che fenomeni pandemici provochino chiusure
commerciali e contraccolpi sui mercati globali.
Il
Pathogen Access and Benefit Sharing.
Il
meccanismo del “Pathogen Access and Benefit Sharing” si inserisce perfettamente
in questa cornice di responsabilità collettiva, garantendo che i benefici
derivati dallo studio dei patogeni vengano distribuiti in modo equo a livello
globale se ci dovesse essere una nuova pandemia.
In tale contesto, la circolazione libera di
informazioni, strumenti e risorse sanitarie fa la differenza tra una risposta
efficace e un collasso generalizzato.
Con
l’adozione di linee guida chiare, ogni scoperta scientifica o avanzo
tecnologico sarà re-investito per potenziare le difese comuni, in un circolo
virtuoso capace di rinforzare la stabilità sia sanitaria sia economica.
Questa
è la sfida più grande: cogliere l’opportunità per creare un sistema solido e
pronto, dove la cooperazione e la condivisione rappresentano la garanzia di una
resilienza collettiva.
Allarme
globale sull’università.
Jacobinitalia.it
- Antonio Montefusco - Tomaso Montanari – (26 Marzo 2025) – ci dicono:
Università.
Dare spazio
e fare durare cosa, nelle università, inferno non è.
Intervista a Tomaso Montanari sull'allarme del
sapere libero.
Non
solo in Italia.
Il
libro di Tomaso Montanari, “Libera università” (Einaudi, 2025) è frutto di
un’urgenza.
Si avverte un sentimento d’allarme, e si
denuncia una situazione che si sta sviluppando contemporaneamente in più paesi.
In particolare, in Italia, Ungheria e Stati
uniti, con cronologie leggermente sfalsate in ragione delle diverse date
elettorali, l’Università è entrata in conflitto con il potere esecutivo.
Anzi
il contrario: membri dei governi (La Russa, Meloni, Vance, Orbán) hanno messo
sotto accusa l’Università.
Secondo
persone come “Lollobrigida” e “Foti”, studenti e docenti universitari sono in
preda a sentimenti eversivi.
Una delle scintille, però, è stata la
mobilitazione trasversale a favore della Palestina e contro la guerra di
Israele:
sgomberi
violenti negli Usa, scontri di piazza contro studenti medi e universitari in
Italia e Francia, ma soprattutto annullamento di lezioni, come quella di “Nancy
Fraser” in Germania alla cattedra “Alberto Magno” di Colonia.
Questo significa che il conflitto non si
limita a uno scontro a due, tra gli esponenti di una torsione antidemocratica nella svolta
autoritaria transnazionale di questi mesi e la vecchia Università come
rappresentante del mondo intellettuale. Anche i paesi che mantengono una
posizione liberale, non ancora completamente allineata alla svolta trumpista,
mettono la libertà del dibattito universitario sotto «cautela».
Che
cosa succede, professor Montanari? Come si è arrivati a questo scontro così
diretto, inedito, transnazionale?
È
verissimo che anche in Germania ci sono state delle pesanti censure. Sulla
situazione tedesca il contributo più completo mi pare quello di “Donatella
Della Porta”.
Il
caso tedesco ha delle sue particolarità, che riguardano il suo rapporto con
Israele e l’elaborazione del trauma della Shoah.
In una distorsione incredibile, il senso di
colpa nazionale tedesco non tiene più conto del fatto che gli ebrei fossero
perseguitati in quanto cosmopoliti, colpevoli cioè di avere più fedeltà
nazionali, linguistiche e religiose, e si traduce nel sostegno acritico a uno
Stato-nazione, quello di Israele, che di fatto è assimilato a uno Stato
occidentale.
Anzi,
Israele diventa un pezzo di Occidente in mezzo ai paesi arabi e l’appoggio
a-critico arriva al punto di considerare antisemita ogni opposizione al
sionismo.
L’effetto
terrificante è che in Germania funzionari cristiani – stavo per dire ariani –
espellano dalle università e dagli istituti culturali ebrei accusati di
antisemitismo.
Naturalmente
tra questo e ciò che succede negli Stati uniti e in Italia, c’è un filo
conduttore.
Innanzitutto,
la leva dello stesso «antisemitismo» considerato in questa maniera distorta.
E poi la trasparente situazione per cui
l’Università neoliberale è un’Università in cui la libertà è stata pesantemente
coartata in nome della sottomissione al mercato e attraverso la precarizzazione
estesa del personale.
In altri termini, l’università è ormai un corpo
provato a cui è stata fortemente limitata l’autonomia.
Da qui
deriva l’idea che si possa facilmente condizionare, se non stroncare, la
residua libertà per ragioni ideologiche, proprio avendo a che fare con qualcosa
che si trova di fatto già in stato di sottomissione.
Del
resto però mi sembra che sarebbe sbagliato non vedere un altro filo che unisce
l’Ungheria agli Stati uniti e all’Argentina, che sono governi di marca fascista
come il nostro.
Tale
filo è costituito da una generalizzata pulsione verso una dittatura della
maggioranza per cui chi ha vinto le elezioni rappresenta non una sezione
maggioritaria della popolazione ma il popolo intero.
Di conseguenza, la sovranità del popolo non
viene più esercitata nelle forme e nei limiti della fine dell’articolo 1 della
Costituzione italiana, ma appunto senza forma e senza limiti, in una situazione
che investe ugualmente magistratura e università.
Si
produce così l’intolleranza verso qualunque potere, che sia strutturato,
formale, di ordine giudiziario o che sia il potere del pensiero critico, della
conoscenza e del sapere: non si tollera l’idea che questi poteri possano
«arrestare» (per usare le parole di Montesquieu) il potere esecutivo.
Questa
torsione del potere esecutivo si sposa a un odio anti-intellettualistico che è
tipico non solo dei fascismi, purtroppo, ma che nei fascismi raggiunge livelli
parossistici.
Io
credo che ci sia un quadro, in cui alla vecchia università neoliberista – che
conviveva, peraltro, con quella feudale, ancora precedente – ora si somma
l’università immaginata da questi nuovi padroni di estrema destra,
un’università sottomessa al potere esecutivo e totalmente allineata all’ideologia
del popolo sovrano.
Tu
articoli questo quadro internazionale con alcuni problemi che hanno
un’apparenza più specifica e contingente.
Mi riferisco, in particolare, alle pagine
sulle disposizioni governative in materia di riordino delle carriere
universitarie in Italia, con una forte accelerazione su figure precarie
soprattutto per i ricercatori più giovani.
E
parallelamente, denunci anche l’ascesa delle università cosiddette telematiche
(a distanza).
Di
natura privata, queste ultime hanno ricevuto finanziamenti crescenti anche
grazie alla collusione con personalità politiche di diversi schieramenti, dalla sinistra (ricordi giustamente Luciano
Violante)
alla destra
(Stefano Bandecchi, padrone di “Unicusano”, è vicino alla destra radicale
storica).
Anche qui, una domanda generale, ma anche una
più specifica.
Quali
sono le specificità italiane in questa situazione internazionale?
E poi,
non vedi in questa particolarità italiana, anche uno dei nodi profondi della
questione, e cioè la «presa» neoliberale sull’università in versione italiana?
Mi pare un quadro in cui l’indebolimento
complessivo dell’Università pubblica va di pari passo con il protagonismo di
una formazione universitaria privata in forme alternative (a distanza)
sostenute dalla politica.
Il
quadro italiano ha molti elementi di peculiarità.
Innanzitutto, non esiste un paese in cui la prima
università sia telematica, la prima per numerosità (la Multiversity) e anche
per l’intreccio smaccato e scoperto fra proprietà delle università private
telematiche e sostegno ai partiti di centrodestra.
Poi,
l’introduzione, con il parere del Consiglio di Stato del 2019, di qualcosa di
assolutamente inedito per l’Italia: e cioè l’università for profit.
Mi
sembra normale chiedersi come sia stato possibile conservare a queste il nome
di università e la possibilità di erogare un titolo di studio senza specifiche:
bisognerebbe scrivere «laurea ottenuta in
un’università telematica commerciale».
Se il
fine è il profitto, ovviamente questo cambia profondamente la natura, più
ancora che la distanza o la presenza, che da un certo punto di vista è uno
strumento di funzionamento.
Anche
in questo campo vale ciò che dicevo prima a proposito dell’università
neoliberale come struttura di disciplinamento foucaultiano, che arriva a creare
qualcosa che è poi perfetto per un’università fascista o autoritaria, perché
non c’è più comunità in presenza di studenti, non c’è una comunità
possibilmente insorgente, il pensiero critico è soffocato, c’è un diplomificio
puramente professionalizzante e c’è un totale sradicamento rispetto al
territorio.
E poi
l’influenza lobbistica fa sì che i poteri pubblici controllati dalle forze
finanziate dalle telematiche non investano nel diritto allo studio, anzi
disinvestano.
Pensiamoci:
l’impossibilità
di dormire e mangiare nelle città universitarie da fuorisede è un favore
obiettivo per le telematiche.
Queste
ultime hanno non più soltanto il carattere neoliberista di
professionalizzazione coatta e brutale, ma acquistano un carattere puramente
autoritario e repressivo, visto che la ragione per eliminare l’autogoverno dei
professori e passare al controllo dell’esecutivo era proprio l’eccessiva
protesta per la Palestina, secondo i corifei del governo italiano.
Insisti
molto sull’autonomia dell’università come spazio di autonomia dal potere
politico, come quadro per il quale il professore universitario è un
intellettuale e non un funzionario pubblico.
Basi questo ragionamento anche sul dettato
della Costituzione (nell’articolo 33) nonché sulla storia dell’istituzione, che
nacque nel Medioevo come libera associazione di studenti e docenti per il
sapere superiore.
Non
credi, però, che lo strumento dell’autonomia sia stato anche utilizzato contro
l’università?
L’insistenza delle politiche di autonomia fin
dall’attuazione del «processo di Bologna» (le riforme dell’università a livello
europeo avviate nel 1999) e con la “Riforma Berlinguer” di quegli stessi anni
sono state anche uno strumento con cui si è tagliato il budget e si è
introdotto, in maniera precoce, un percorso sempre più precario per chi lavora
nel contesto universitario.
Ti pongo la domanda in maniera netta, perché
ne ho un’opinione diversa.
L’autonomia
è sempre «buona»?
Allora:
dipende
da che cos’è l’autonomia naturalmente.
Io
parlo dell’autonomia costituzionale, che è un’autonomia che non ha nulla a che
fare con l’autonomia differenziata.
Anche qua il parallelo è istruttivo:
l’autonomia
di cui parla la Costituzione del 1948 per le regioni e gli enti locali non è
quella del titolo quinto del 2001 fatta dal Centrosinistra, né quella
dell’autonomia differenziata su cui Centrosinistra e Centrodestra convergevano
e che per fortuna la Corte Costituzionale ha almeno in parte fermato.
Ma è un’altra cosa:
l’autonomia,
di cui parlo nel libro, è innanzitutto quella dei singoli professori e delle
singole professoresse, cioè il contrario dell’autonomia gentiliana.
Anche
quella di “Gentile” si chiamava «autonomia», ma era l’autonomia delle sedi,
puramente amministrativa, guidata dalla nomina del rettore da parte del governo
fascista, che doveva esattamente limitare, anzi stroncare l’autonomia dei
singoli docenti.
L’autonomia
della Costituzione invece è l’autonomia per cui «l’arte e la scienza sono
libere e libero ne è l’insegnamento», cioè un’autonomia del sistema che prende
atto dell’autonomia storica delle università e dei professori.
Naturalmente,
innanzitutto c’è il problema della precarietà, perché la schiavitù e la
precarietà di vita è molto più vincolante di qualunque giuramento.
La
Costituzione non pretende che i professori giurino, ma se tu li rendi precari,
affidi la loro vita al sistema, al capo, al Consiglio di dipartimento, anzi al
Consiglio di amministrazione, di fatto innovazione della ricerca e
subordinazione critica spariscono in ragione dell’esigenza di sopravvivere.
Hai
ragione: dalla riforma Ruberti del 1990 in poi c’è stato un uso del tutto
strumentale della parola «autonomia», che invece si è risolto nel suo
contrario, cioè nella sua totale negazione.
L’autonomia contabile, l’autonomia di bilancio
– che è fittizia perché più dell’80% dei soldi dell’università va a pagare gli
stipendi – produce la situazione per cui non c’è di fatto autonomia se non nei
dettagli.
Ma con
una legge sull’autonomia che dice che le circolari non valgono per
l’università, proprio mentre il governo universitario è totalmente basato su
circolari, «autonomia» diventa una parola orwelliana, come il ministero «della
pace» o «dell’amore» o «della verità»:
dice
esattamente il suo contrario.
L’autonomia costituzionale è il dispositivo
costituzionale e giuridico per difendere la libertà di insegnamento, che è la
cosa principale.
Passerei
alla “pars costruens” del tuo ragionamento.
Nel libro, costruisci un piccolo canone di
riferimento per una Università libera e pubblica.
Citi
in maniera originale “Virginia Woolf”, e la sua critica agli abiti usati nelle
«cerimonie» universitarie (le famose toghe) perché sintomo di un mondo
maschilista, atto a perpetuare una volontà di dominio e di guerra.
Per la
Woolf delle Tre ghinee, dunque, un’università libera è quella che cerca di
rovesciare questo approccio conservativo «del mondo com’è» per trasmettere uno
spirito critico.
Ma poi
contemperi questa citazione con quella, celebre, del medievista “Ernst
Kantorowicz”, che invece difese la toga come il segno di tre professioni (il
professore, il giudice, il sacerdote) che hanno il dovere di prendere delle
decisioni mature e soprattutto libere, lontane dalle costrizioni.
Mi
pare che il tuo ragionamento si collochi proprio in questo difficilissimo
equilibrio, tra un senso antico di libertà dell’istituzione universitaria e un
nuovo sentimento di soffocamento;
e allo stesso tempo, tra la volontà di
superare le secche di un sapere autoreferenziale e maschilista e la
preoccupazione di mantenere uno spazio «tradizionale» di confronto e di
trasmissione.
In
questo senso tu rivaluti anche la «torre d’avorio».
Si
tratta di un ragionamento complesso, perché – come ricordi più volte – la
storia dell’Università è fatta anche di molte pagine ingloriose: l’adesione in
massa al fascismo è una di queste.
E
anche oggi, l’adesione a programmi di guerra, e anzi la copertura
«intellettuale» del nesso tra guerra e università è molto diffuso tra i
professori, anche se forse meno visibile.
Libertà
e responsabilità sono un programma ambizioso per l’università, ma mi chiedo:
il
mondo intellettuale universitario ha le caratteristiche per questo programma?
Io
credo che tu abbia perfettamente capito: c’è uno spazio stretto ma mi pare
l’unico spazio possibile.
Si tratta dello spazio dell’università come luogo in
cui si insegna a pensare, a pensare liberamente in modo insubordinato e critico
senza umani rispetti e in cui non si forma per le professioni ma si forma una
persona e un cittadino libero e per quanto possibile sovrano intellettualmente.
Strumenti
critici:
questo è il punto che mi pare più importante
che si trova a fare i conti con moltissimi aspetti.
Ne
cito soltanto uno: il rifiuto necessario della dimensione della competizione.
Questo
viene sviluppato nel pensiero di Virginia Woolf, per la quale la competizione è
sorella della guerra, insegna l’arte di imporsi sull’altro, di prevaricare, di
prevalere.
Questo modo di concepire l’università ha un
rapporto con la guerra esattamente come ha un rapporto con la divisa, con la
toga dei professori quando è malintesa.
Io
continuo a non portarla salvo quando devo andare ospite di qualcuno che si
offende.
Ma
vale la pena chiedersi: quale toga, quale università e quale autonomia?
Io
credo che la libertà sia valutabile – non dall’”Anvur” (l’Agenzia nazionale di
valutazione del sistema universitario e della ricerca), ma moralmente.
La
libertà dei professori dell’insegnamento è valutabile in quanta libertà
critica, libertà di giudizio, libertà di autodeterminazione;
essa
deve essere offerta alle studentesse e agli studenti, perché la libertà nostra
– di chi insegna – ha senso soltanto se produce e genera libertà in chi si
forma, in una catena di liberazione insegnata da Arendt piena di nuovi inizi in
cui al centro sia la persona umana e non il futuro lavoratore, non la funzione.
In
questo senso, l’università è luogo di costruzione e riconoscimento di una
persona che è sempre singola, che è sempre un pezzo unico, che non va ridotta a
un pezzo di ricambio nel mondo del lavoro, ma non va nemmeno etichettata,
giudicata, direi nemmeno valutata.
Ecco
perché, fra tutte le funzioni dell’università, quella a cui io rinuncerei sono
gli esami e i voti, che non c’entrano nulla con la funzione dell’università,
perché sono già una profilazione e un giudizio, laddove invece l’università è
il luogo in cui si insegna il pensiero critico e si insegna a insegnare il
pensiero critico.
Ricorderei
le parole di “Lorenzo Milani” che pensava la scuola come atta a formare non una
classe dirigente, ma una massa cosciente.
Questo
è lo scopo anche dell’università.
Tu mi
chiedi se i professori e le professoresse dell’università italiana sono pronti
per questo.
Potrai
immaginare il mio pessimismo.
Ma ti
rispondo con un brano meraviglioso della fine delle Città invisibili di Italo
Calvino, quando Marco Polo dice a Kublai Khan che ci sono due modi per vivere
nell’inferno dei viventi:
«accettare
l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più» e quindi
accettare le regole mostruose di un’università indifendibile, oppure «cercare e
saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo
durare, e dargli spazio».
Io, da
rettore di una piccolissima, forse della più piccola università italiana, sto
provando a fare questo e non penso di essere in paradiso; però penso che
nell’inferno ci sia qualcosa che non è inferno.
Allora quello che possiamo dire e che dobbiamo
fare è dare spazio e far vivere a questo che c’è e che non è al governo del
sistema universitario, ma che è dentro e che credo non debba soltanto
resistere, ma praticare un’altra università.
Perché la vera resistenza è la costruzione
quotidiana di un’altra università.
E
quest’altra università io la conosco: esiste, bisogna darle dignità
intellettuale, bisogna darle rappresentazione, bisogna darle coraggio e voglia
di auto-rappresentarsi.
(*Antonio Montefusco insegna
letteratura medievale all’Université de Lorraine. Tomaso Montanari è rettore
dell’Università per Stranieri di Siena.)
Tumori,
l’allarme globale:
nel
2050 oltre 30 milioni di
nuove
diagnosi ogni anno.
Repubblica.it - Irma D'Aria – (25 settembre
2025) – ci dice:
Tumori,
l’allarme globale: nel 2050 oltre 30 milioni di nuove diagnosi ogni anno.
Il
numero di nuovi casi di cancro nel mondo è destinato ad aumentare del 61% nei
prossimi 25 anni.
Su “The
Lancet” uno studio su 47 tipi di tumore collegati a 44 fattori di rischio
modificabili.
Un
giorno, nel 2050, 83.000 persone nel mondo riceveranno la stessa notizia: “Lei
ha un tumore”.
È come se ogni mattina un’intera città venisse
colpita.
In un
anno, significherà 30,5 milioni di nuove diagnosi e 18,6 milioni di morti.
Lo
rivela una nuova analisi dei “Global Burden of Disease Study Cancer
Collaborators”, pubblicata su “The Lancet”, che fotografa l’aumento dei casi di
cancro tra il 1990 e il 2023 e ne traccia le previsioni fino a metà secolo.
Lo studio prende in esame i dati di 204 Paesi
e territori nel mondo su 47 tipi o gruppi di tumori.
I
numeri della crescita.
Dal
1990 al 2023 i casi di tumore sono più che raddoppiati, passando da 9 a 18,5
milioni.
Nello
stesso periodo i decessi sono aumentati del 74%, fino a 10,4 milioni
(escludendo i tumori cutanei non melanoma).
Il futuro appare ancora più drammatico:
nei prossimi 25 anni le nuove diagnosi
saliranno del 61%, mentre i morti per tumore aumenteranno del 75% arrivando a
18,6 milioni, trainati soprattutto dalla crescita demografica e
dall’invecchiamento della popolazione.
“Il
cancro contribuisce in maniera importante al carico globale di malattia ed è
destinato a crescere nei prossimi decenni, con una crescita sproporzionata nei
Paesi a risorse limitate”, spiega su “The Lancet”” Lisa Force”, dell’”Institute
for Health Metrics and Evaluation” (IHME), “Università di Washington” e prima
autrice dello studio.
“Nonostante l’evidente necessità di agire, le
politiche di controllo del cancro e la loro implementazione restano una
priorità secondaria nella salute globale e i finanziamenti sono insufficienti
in molti contesti”.
Chi
paga il prezzo più alto.
Il
peso maggiore ricade sui Paesi a basso e medio reddito (Lmics).
Già oggi ospitano oltre la metà delle nuove
diagnosi e i due terzi dei decessi.
I numeri lo dimostrano: dal 1990 al 2023 i
tassi di mortalità standardizzati per età sono diminuiti del 24% a livello
globale, ma solo grazie ai Paesi ad alto reddito;
al
contrario, nei Paesi a basso reddito, i tassi di incidenza sono aumentati del
24%, in quelli medio-bassi del 29%.
Il
Libano ha registrato l’aumento maggiore di incidenza e mortalità, mentre gli
Emirati Arabi Uniti hanno avuto la riduzione più significativa dell’incidenza e
il Kazakistan della mortalità.
Nel
2023 il tumore più diagnosticato è stato quello della mammella, mentre il
cancro di trachea, bronchi e polmoni è risultato la principale causa di morte
oncologica.
Aderenza
alle cure: un paziente su 2 interrompe la terapia.
Allarme
per malattie croniche e tumori. (Irma D'Aria -10 Settembre 2025).
Aderenza
alle cure: un paziente su 2 interrompe la terapia. Allarme per malattie
croniche e tumori.
Prevenzione:
il ruolo dei fattori di rischio.
Eppure,
una strategia per evitare nuove diagnosi e mortalità ci sarebbe visto che lo
studio stima che il 42% dei decessi per cancro nel 2023 (4,3 milioni di morti)
sia attribuibile a 44 fattori di rischio modificabili.
Il principale è il tabacco, responsabile del 21% delle
morti globali.
Negli
uomini, pesano soprattutto fumo, dieta scorretta, alcol, rischi professionali e
inquinamento atmosferico.
Nelle donne, invece, oltre al tabacco,
emergono sesso non protetto, obesità, alimentazione poco sana e iperglicemia.
Dunque,
c’è un’opportunità concreta di prevenzione.
“Con
quattro morti su dieci legate a fattori di rischio noti e modificabili, ci sono
enormi opportunità di prevenzione, insieme a diagnosi più accurate e
trattamenti tempestivi”, sottolinea “Theo Vos” (IHME).
Ospedali
italiani tra i migliori al mondo: la classifica di Newsweek per specialità.
Redazione
Salute. 11 Settembre 2025.
Ospedali
italiani tra i migliori al mondo: la classifica di Newsweek per specialità.
Ridurre
di un terzo la mortalità per malattie non trasmissibili.
Anche
se il numero assoluto di casi e decessi è destinato ad aumentare
significativamente tra il 2024 e il 2050, c’è un dato incoraggiante:
se si
considerano i tassi standardizzati per età, non è previsto un incremento.
Questo significa che la crescita sarà dovuta
principalmente alla popolazione in aumento e all’invecchiamento globale.
Questo
miglioramento, però, è ancora lontano dal raggiungimento dell’ambizioso “Obiettivo
di Sviluppo Sostenibile” (SDG) delle Nazioni Unite:
ridurre
di un terzo la mortalità prematura dovuta a malattie non trasmissibili, incluso
il cancro, entro il 2030.
Tumore
gastrico, diagnosi difficile ma nuove cure cambiano lo scenario.
(Irma
D'Aria - 07 Ottobre 2025)
Tumore
gastrico, diagnosi difficile ma nuove cure cambiano lo scenario
Una
sfida di equità.
Se
l’aumento del numero di tumori è in gran parte dovuto all’invecchiamento e
all’aumento della popolazione, non si può trascurare la disuguaglianza
nell’accesso alle cure.
In
molti Paesi mancano diagnosi precoci, terapie innovative e perfino registri per
monitorare i dati.
“L’aumento dei tumori nei Paesi a basso e
medio reddito è un disastro imminente”, avverte “Meghnath Dhimal” del “Nepal
Health Research Council.”
“Servono interventi costo-efficaci e una
collaborazione multisettoriale urgente”.
Gli esperti ribadiscono che investire in
prevenzione e rafforzare i sistemi sanitari deve diventare una priorità.
Allarme
Onu, la temperatura globale
supererà
la soglia critica di 1,5°C
nei
prossimi 5 anni.
Repubblica.it - Luca Fraioli – (28 Maggio 2025)
– ci dice:
Allarme
Onu, la temperatura globale supererà la soglia critica di 1,5°C nei prossimi 5
anni.
Secondo
l’Organizzazione meteorologica mondiale si va verso un superamento della soglia
stabilita dagli accordi di Parigi.
Almeno un anno fra il 2025 e il 2029 sarà il
più caldo mai registrato.
“C'è
una probabilità del 70% che il periodo 2025-2029 sarà più caldo di oltre 1,5 °C
rispetto al periodo preindustriale”.
L’allarme
arriva in un rapporto appena pubblicato una fonte autorevolissima:
l’”Organizzazione meteorologica mondiale”
(Wmo) che ha sede a Ginevra, sotto le insegne dell’Onu, e che è guidata dalla
scienziata argentina “Celeste Saulo”.
Insomma ci siamo: la soglia simbolica del
grado e mezzo in più, usata come confine da non oltrepassare nell’Accordo di
Parigi del 2015, sta per essere varcata stabilmente.
D’altra
parte già il 2024, anno più caldo della storia da quando si fanno questo tipo
di misure, aveva superato gli 1,5 gradi (1,55 per l’esattezza). La comunità dei
climatologi ci tiene a precisare che anche un eventuale sforamento di 5 anni
non implicherebbe automaticamente il fallimento dell’Accordo di Parigi:
“L'aumento della temperatura dovrebbe essere
misurato in medie di 20 anni e non di quinquennali”.
E
tuttavia non si vedono segnali, nelle politiche climatiche nazionali e globali,
che si possa mettere in moto rapidamente una inversione di tendenza:
le
emissioni di gas serra continuano ad aumentare e gli impegni presi dai governi
nelle “Conferenze Onu sul clima” fanno fatica a essere messi in atto.
I
protagonisti.
“Carlo
Buontempo” (Copernicus): “Quel caldo da record che non si può più ignorare”.
(Giacomo
Talignani) – (22 Maggio 2025).
Dunque
perché la tendenza all’aumento delle temperature nei prossimi anni dovrebbe
cessare?
Nel rapporto odierno del Wmo si legge anche
che c'è una probabilità dell'80% che almeno un anno tra il 2025 e il 2029 sarà
più caldo dell'anno più caldo mai registrato – il 2024 appunto – e una
probabilità dell'86% che almeno un anno superi di oltre 1,5 °C i livelli
preindustriali.
I
meteorologi stimano inoltre una probabilità dell'1% che un anno tra il 2025 e
il 2029 superi di oltre 2 °C i livelli preindustriali.
“Adam
Scaife”, fisico britannico che ha contribuito alla stesura del report, ha
definito questa una "possibilità sconvolgente", passata da
"effettivamente impossibile solo pochi anni fa" a ora semplicemente
"eccezionalmente improbabile".
“E’
una possibilità sconvolgente", ha commentato Scaife.
“Pochi
anni fa l’avremmo considerato impossibile. Ora è diventato solo eccezionalmente
improbabile".
L’intelligenza
artificiale ha sete:
è allarme acqua e costi ambientali.
Tcemagazine.it
- Andrea Dossi – (24 Ottobre 2025) – ci dice:
L'espansione
globale dell'Intelligenza Artificiale (IA) nasconde un enorme fabbisogno
idrico, con stime che prevedono un consumo annuale di acqua dolce equivalente a
migliaia di miliardi di galloni.
Dalla
formazione dei sistemi al raffreddamento dei data center, questa
"sete" tecnologica sta mettendo a dura prova le riserve idriche, ma
fortunatamente, soluzioni innovative sono già in fase di sviluppo per mitigare
l'impatto ambientale.
Indice
dei contenuti
I
focolai di consumo idrico dell’IA.
Impatto
ambientale e sfida globale.
Soluzioni
per un’IA sostenibile.
L’avanzamento
dell’Intelligenza Artificiale comporta un costo ambientale sempre più evidente:
il suo enorme consumo di acqua.
Secondo
“Investopedia”, la domanda globale di IA consumerà tra 1,1 e 1,7 trilioni di
galloni di acqua dolce all’anno entro il 2027.
Questa cifra impressionante si traduce in un
fabbisogno settimanale di circa 34 miliardi di galloni d’acqua.
Questi
dati allarmanti evidenziano come la tecnologia, pur offrendo progressi
significativi, stia contribuendo in modo sostanziale alla scarsità idrica
globale.
(L’intelligenza
artificiale e il suo impatto ambientale: una sfida per la sostenibilità
digitale).
I
focolai di consumo idrico dell’IA.
Il
consumo di acqua da parte dell’IA si manifesta in diversi ambiti del suo ciclo
di vita e della sua operatività.
L’addestramento
dei sofisticati sistemi di IA per il linguaggio è un processo estremamente
idrovoro.
Un
influente studio dell’”Università della California” ha rivelato che
l’addestramento di un singolo sistema per una lingua richiede fino a 185.000
galloni d’acqua.
Per mettere questo dato in prospettiva, è una
quantità d’acqua sufficiente per produrre ben 370 automobili o per riempire tre
piscine di dimensioni standard.
I data
center, l’infrastruttura fisica dell’IA, rappresentano un altro enorme polo di
consumo idrico.
Il
raffreddamento di un singolo “data center AI “può richiedere circa 170 milioni
di galloni d’acqua al giorno, esercitando una forte pressione sulle riserve
idriche, già limitate, della città.
Ancor
prima che un sistema di IA sia operativo, la fase di produzione ha un impatto
significativo.
La fabbricazione di un singolo microchip per
intelligenza artificiale consuma fino a 9.000 litri d’acqua.
Considerando
che i grandi sistemi di IA si basano su cluster di server contenenti migliaia
di microchip, il fabbisogno idrico cumulativo di questa fase produttiva è
considerevole.
Infine,
l’incremento della domanda di elettricità causato dall’IA intensifica
ulteriormente il problema.
Si
prevede che i data center basati sull’IA faranno aumentare la domanda di
elettricità globale del 16% entro il 2030.
Questa
impennata amplifica il fabbisogno idrico, poiché la generazione di tale energia
— in particolare nelle centrali termoelettriche e negli impianti nucleari —
richiede notevoli quantità di acqua per i sistemi di raffreddamento.
Impatto
ambientale e sfida globale.
La
domanda di acqua generata dall’Intelligenza Artificiale aggrava direttamente la
scarsità idrica globale e mette a dura prova gli ecosistemi locali.
L’acqua
prelevata per le operazioni di IA spesso proviene da bacini idrici che
alimentano comunità e habitat naturali, creando una competizione per una
risorsa sempre più limitata.
Con la
continua e rapida diffusione della tecnologia dell’IA, affrontare in modo
proattivo il suo consumo di acqua diventa una sfida ambientale ed etica sempre
più critica.
Soluzioni
per un’IA sostenibile.
Fortunatamente,
l’industria sta reagendo con l’emergere di diverse tecnologie innovative per il
risparmio idrico volte a ridurre l’impronta idrica del settore.
Le
principali soluzioni includono:
sistemi
di raffreddamento ad aria:
l’implementazione di questi sistemi riduce
drasticamente la dipendenza dall’acqua per il controllo della temperatura
all’interno dei data center, sfruttando l’aria esterna;
riciclo
dell’acqua a circuito chiuso:
questa
tecnologia essenziale consente il riutilizzo costante dell’acqua impiegata nei
processi di raffreddamento, minimizzando gli sprechi e i prelievi;
paesaggi
naturali a bassa irrigazione:
le
strutture di IA stanno adottando l’uso di paesaggi esterni che richiedono
un’irrigazione minima, spesso con vegetazione autoctona, contribuendo al
risparmio idrico locale;
apparecchiature
a risparmio idrico:
l’adozione
di apparecchiature come gli orinatoi senza acqua è sempre più comune
all’interno dei data center di IA, dimostrando un’attenzione al consumo idrico
anche nelle operazioni quotidiane.
È
significativo notare come queste soluzioni sostenibili siano spesso consigliate
e ottimizzate dagli stessi sistemi di intelligenza artificiale, un chiaro
esempio di come l’IA possa essere parte della soluzione per mitigarne l’impatto
ambientale.
Super
AI, l’allarme arriva
anche
dalla Silicon Valley.
Businesspeople.it
- Tommaso Pifferi – (24 Ottobre 2025) – ci dice:
Scienziati,
imprenditori tech e leader politici firmano la Dichiarazione sulla
Superintelligenza: “Sviluppo da fermare finché non sarà sotto controllo.”
Oltre
30.000 firme da tutto il mondo per fermare la corsa verso una tecnologia che
potrebbe superare l’uomo.
È
l’appello lanciato dal “Future of Life Institute” attraverso la “Dichiarazione
sulla Superintelligenza”, che chiede una moratoria immediata sullo sviluppo di
sistemi di intelligenza artificiale avanzata. L’obiettivo: sospendere ogni
progresso finché non sarà possibile garantire un controllo reale e condiviso.
A
colpire non è solo l’ampiezza della coalizione, ma anche la qualità e
l’autorevolezza delle adesioni, che spaziano dalla scienza alla politica, fino
al mondo economico e tecnologico.
L’allarme
arriva anche dalla Silicon Valley, cuore dell’innovazione globale, dove alcune
delle figure che hanno contribuito a costruire l’industria dell’AI oggi ne
denunciano i rischi.
Tra i
firmatari ci sono “Steve Wozniak”, cofondatore di “Apple”, da anni impegnato
nel dibattito etico sull’intelligenza artificiale;
“
Richard Branson”, fondatore del “gruppo Virgin”; e “Yoshua Bengio”, Premio
Turing, attivo sia nella ricerca sia nell’ecosistema imprenditoriale dell’AI.
Insieme a loro, anche “Geoffrey Hinton”, altro
padre fondatore del “deep learning”, oggi critico verso lo sviluppo
incontrollato dell’intelligenza artificiale.
La
richiesta di una pausa globale.
La
dichiarazione mette in guardia dai rischi esistenziali legati alla
Superintelligenza:
perdita
di controllo umano, erosione dei diritti civili, crisi occupazionale, minaccia
alla sicurezza nazionale e perfino potenziali scenari di estinzione.
Per
questo, il documento chiede che lo sviluppo venga sospeso finché non emergerà
un consenso scientifico sulla sicurezza e un chiaro sostegno dell’opinione
pubblica.
A
firmare ci sono anche figure pubbliche come il “principe Harry”, “Meghan Markle”,
“Steve Bannon”, “Susan Rice” e “Mary Robinson”, ex presidente dell’Irlanda.
Un
fronte trasversale che coinvolge scienziati, imprenditori, politici e
religiosi, tra cui “Padre Paolo Benanti”, consigliere del Vaticano per l’etica
dell’AI.
Superintelligenza
sempre più vicina.
Secondo
“Sam Altman”, “Ceo di OpenAI”, la soglia della Superintelligenza potrebbe
essere raggiunta entro cinque anni.
La stessa azienda, insieme a “xAI” di “Elon
Musk” e ad altri player globali, sta investendo risorse significative verso
questo obiettivo.
“Meta”
ha già creato una divisione dedicata, chiamata “Super intelligence Labs”.
Una
visione che non convince l’opinione pubblica.
Un
sondaggio condotto negli Stati Uniti e citato dal “Future of Life Institute “indica
che solo il 5% degli intervistati sostiene lo sviluppo attuale dell’AI senza
regolamentazione.
Il 64%
chiede una pausa immediata, mentre tre su quattro vogliono regole più severe.
Una
sfida per l’economia e la governance globale.
Molti
dei firmatari non sono contrari all’AI in sé, ma alla sua accelerazione
incontrollata.
È
proprio dalla Silicon Valley, culla dell’innovazione, che arrivano segnali di
prudenza:
figure che hanno plasmato la rivoluzione
tecnologica degli ultimi decenni ora sollevano dubbi su ciò che potrebbe
arrivare.
Il
futuro dell’intelligenza artificiale è una questione tecnologica, politica ed
economica, ma soprattutto una sfida di governance globale.
Non è la prima volta che il “Future of Life
Institute” lancia un appello di questo tipo.
Già in
passato ha chiesto una moratoria, rimasta però inascoltata.
Ora però, con il peso combinato di scienziati,
imprenditori, figure istituzionali e personaggi pubblici, la questione sembra
destinata a entrare con forza nel dibattito globale su etica, potere e futuro
dell’AI.
L'aria
è sempre più "assetata":
nuovo
allarme globale.
Hdblog.it
– (13 Giugno 2025) – Adamo Genco – ci dice:
Una
recente ricerca pubblicata su “Nature” dimostra come il riscaldamento climatico
stia trasformando l’aria in una “spugna” iperattiva, capace di asciugare ultimi
filtri di umidità su suoli, fiumi e piante.
Questo aumento della sete atmosferica
(«atmospheric evaporative demand» o AED) ha intensificato le siccità del 40 %
su scala globale dal 1981 al 2022, indipendentemente dalle variazioni delle
precipitazioni. In pratica, l’aria calda sta diventando una calamita per
l’umidità.
Per
ricostruire questa dinamica, gli autori hanno considerato oltre un secolo di
dati climatologici (1901–2022), utilizzando modelli come “Penman–Monteith” e
“indici climatici ad alta precisione” (SPEI).
Tali strumenti hanno permesso di isolare
l’effetto dell’AED rispetto alle piogge.
Il
risultato è un segnale inequivocabile: anche le regioni generalmente umide
stanno vivendo un’insolita e persistente secchezza.
Negli
ultimi cinque anni (2018‑2022), le aree soggette a siccità hanno aumentato la loro estensione
del 74 %
rispetto al periodo 1981‑2017, e più della metà di questo aumento è attribuibile all’aumento della sete atmosferica, ma il
2022 è
stato un anno da record:
il 30 % delle terre emerse ha vissuto
condizioni da siccità moderata o estrema, e il 42 % di tale fenomeno è riconducibile alla sete dell’aria.
Ma
come si spiega?
L’aria
più calda trattiene più vapore, e la separazione tra umidità del terreno e aria
diventa un continuo scambio verso il cielo.
Le radici ne soffrono, i fiumi si riducono, la
vegetazione si stressa; e non basta settembre piova, perché l’aria “trascina
via” l’acqua più velocemente di quanto ne arrivi. In particolare, regioni come
Africa, Australia e Stati Uniti occidentali mostrano un contributo dell’AED
persino superiore alla media globale, fino al 60 %.
Ma anche Europa e Asia ne risentono:
si
registra un incremento della siccità dovuto alla sete dell’aria, nonostante le
piogge non siano diminuite drasticamente.
(Clima
2025, secondo maggio più caldo di sempre.)
(Obiettivi
per il clima, l'Europa si avvia verso una maggiore flessibilità.)
Questo
fenomeno ha conseguenze concrete per l’agricoltura, la gestione delle risorse
idriche e persino la salute pubblica.
Colture,
pascoli e foreste subiscono stress crescente, aumentando il rischio di incendi
e instabilità alimentare.
Le città devono ripensare la distribuzione
dell’acqua e le infrastrutture devono adattarsi a eventi estremi più frequenti.
Per
fronteggiare queste sfide, gli esperti sottolineano l’urgenza di sistemi di
monitoraggio avanzati che tengano conto non solo delle piogge, ma anche del
livello di sete dell’atmosfera.
Previsioni più accurate permetterebbero di
intervenire preventivamente con irrigazione di precisione, trattamenti per
migliorare la ritenzione del suolo, gestione delle riserve idriche e strategie
di gestione del rischio.
Inoltre,
la scoperta apre nuove piste di ricerca:
come
influisce il ciclo di evaporazione sull’equilibrio eco‑idrologico? Quali misure concrete
possono implementare agricoltori, comunità e governi per mitigare questi
effetti?
È
fondamentale studiare come adattare le infrastrutture e i modelli agricoli a un
pianeta dove l’aria
diventa sempre più
prosciugante.
Infine,
entro scenari di ulteriore riscaldamento globale, gli autori mettono in
guardia:
la
sete atmosferica continuerà ad aumentare.
Ora il
punto non è più se migliorerà o peggiorerà, ma quanto velocemente dovremo
adattarci.
Diritto
a un Ambiente Salubre e
Democrazia
Ambientale: Il Caso La Oroya
tra
Dimensione Locale e Globale.
Sidiblog.org
- Ludovica D'Apote – (Febbraio 10, 2025) – ci dice:
(Ludovica
D’Apote -Università degli Studi di Milano).
Con
sentenza pubblicata il 22 marzo 2024, la Corte interamericana dei diritti umani
(di seguito, Corte IADU) ha accertato la responsabilità del Perù per la
violazione di diversi diritti garantiti dalla Convenzione americana sui diritti
umani (d’ora in avanti, Convenzione americana o Convenzione) ai danni di
ottanta abitanti di La Oroya.
In particolare, le vittime lamentavano la
violazione dei diritti a un ambiente salubre, alla salute e integrità fisica,
alla vita, all’informazione e alla partecipazione politica, all’infanzia e alla
protezione giudiziale, rispettivamente disciplinati agli articoli 26, 5, 4.1,
13, 23, 19, 8.1, e 25 della Convenzione.
Tali
violazioni erano riconducibili all’inquinamento atmosferico provocato
dall’attività del complesso metallurgico locale e all’assenza di un’adeguata
regolamentazione e supervisione statale della stessa.
(Corte IDH. Caso Habitantes de La Oroya Vs. Perú.
Excepciones Preliminares, Fondo, Reparaciones y Costas. Sentencia de 27 de
noviembre de 2023. Serie C No. 511, le cui principali innovazioni sono
riportate nei commenti di Ortega Franco e Milián e di Viveros-Uehara).
Il
caso esaminato rileva considerevolmente in quanto contribuisce al
consolidamento del diritto a un ambiente salubre nell’ambito del sistema
interamericano di tutela dei diritti umani, mettendo al contempo in evidenza il
ruolo cruciale delle associazioni e organizzazioni della società civile nella
protezione degli interessi collettivi.
In
questo senso, esso presenta profonde implicazioni, capaci di trascendere il
solo contesto interamericano e permeare le attuali discussioni inerenti al
riconoscimento del diritto a un ambiente salubre come diritto umano autonomo.
Esso
si inserisce, infatti, nel contesto di una significativa prassi
giurisprudenziale in tema di tutela dei diritti umani rispetto agli effetti
nocivi derivanti da degrado ambientale e cambiamento climatico, della quale si
terrà conto anche nell’ottica di stabilire l’apporto che la decisione in
commento ha dato e potrà dare al suo sviluppo.
A
quest’ultimo riguardo va ad esempio segnalata la richiesta di parere avanzata
il 9 gennaio 2023 proprio alla Corte IADU da Colombia e Cile, volta a chiarire
gli obblighi degli Stati previsti nella Convenzione e negli altri trattati
interamericani in relazione all’emergenza climatica.
Il
presente contributo intende esaminare tali aspetti, soffermandosi inoltre sul
possibile impatto di questa decisione su altri sistemi di protezione dei
diritti umani, in particolare quello europeo.
1. Le
origini della controversia.
Da
decenni, gli abitanti di “La Oroya”, piccola località della Sierra Central del
Perù, sperimentano sulla propria pelle una condizione di degrado ambientale a
tal punto intensa da aver trasformato la cittadina stessa in un simbolo delle
devastanti conseguenze dell’inquinamento di origine antropica.
Al
complesso metallurgico locale, insediato nel 1922 e di proprietà privata
(eccettuato il periodo 1974-1997), numerosi studi hanno attribuito la
responsabilità per il 99% dei contaminanti atmosferici e per concentrazioni di
piombo nel sangue degli abitanti tre volte superiori al limite stabilito
dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Dato
un simile livello di contaminazione ambientale, la cittadina è stata catalogata
come una delle dieci città più inquinate al mondo (par. 76 e 77 della sentenza)
e “sacrifice zone” (par. 180).
Le
denunce formulate nel 2002 da alcuni abitanti di La Oroya contro il Ministero
della Salute hanno trovato accoglimento nel 2006, quando il Tribunale
Costituzionale peruviano ha ordinato misure correttive.
Nello
stesso anno, di fronte all’inerzia statale, associazioni quali “Asociación
Interamericana para la Defensa del Ambiente” (AIDA), “Asociación Pro Derechos
Humanos” (APRODEH) ed” Earthjustice” hanno presentato una petizione alla
Commissione interamericana dei diritti umani (la Commissione), che nel 2021 si
è pronunciata nel merito, accertando la responsabilità del governo peruviano e,
in ossequio agli articoli 35 del Regolamento della Corte e 61 della Convenzione
americana, deferendo il caso alla Corte.
2. La
decisione della Corte: il consolidamento del diritto a un ambiente sano.
Gli
organi preposti al controllo sul rispetto dei diritti umani nell’ambito del
sistema interamericano, Corte e Commissione, hanno storicamente adottato un
approccio progressista in merito ai profili oggetto di analisi, specialmente in
relazione alle popolazioni indigene, dato il legame tra queste e l’ambiente
circostante.
L’articolo
11 del Protocollo di San Salvador – protocollo addizionale alla Convenzione
americana dei diritti umani, relativo ai diritti economici, sociali e culturali
– che sancisce che ognuno ha diritto di vivere in un ambiente sano, è stato per
lo più interpretato come corollario del diritto alla proprietà ex articolo 21
della Convenzione.
Per le
comunità indigene, che svolgono un ruolo chiave nella conservazione della
natura – come sottolineato nel Principio 22 della Dichiarazione di Rio su
Ambiente e Sviluppo – la proprietà si estende tanto al possesso delle terre
ancestrali quanto alle risorse naturali in esse presenti, essenziali alla
sopravvivenza fisica ma anche spirituale delle comunità, ed è quindi
effettivamente garantita nella misura in cui tali terre risultano scevre di
contaminazioni, come confermato, tra gli altri, nei casi “Comunidad Indígena Yakye Axa Vs.
Paraguay “(par. 137), “Comunidad Indígena Sawhoyamaxa Vs. Paraguay” (par. 118 e
121),”Pueblo Saramaka Vs. Surinam” (par. 154) e, più recentemente, “Comunidades
Indígenas Miembros de la Asociación Lhaka Honhat (Nuestra Tierra) Vs. Argentina”,
di seguito “Lhaka Honhat “(v. infra).
A
fronte di questa prassi, il caso La Oroya segna un’importante evoluzione: per
la prima volta, la Corte ha riconosciuto la violazione statale dei diritti
umani, incluso il diritto a un ambiente sano, di una comunità non indigena per
via di una grave contaminazione ambientale.
Il
diritto a un ambiente salubre, inoltre, viene definitivamente disancorato da
quello alla proprietà ex articolo 21, cessando di essere considerato
strettamente funzionale all’esercizio e al godimento di quest’ultimo.
In tal
modo, la Corte IADU ha consolidato una linea interpretativa già avviata con il
Parere Consultivo OC-23/17 (di seguito, Parere) e il caso Lhaka Honhat. Questo
sviluppo, come meglio diremo, ha un certo peso anche in rapporto al sistema
europeo di protezione dei diritti umani, in cui una simile autonomia non è
stata ancora formalmente riconosciuta.
Le
conclusioni raggiunte dalla Corte nel caso in esame si inseriscono, come detto,
in un percorso già delineato con il Parere, in cui essa aveva riconosciuto, per
la prima volta nella sua giurisprudenza, il diritto a un ambiente salubre come
autonomo e direttamente azionabile in giudizio, annoverandolo tra quelli
protetti da una norma già esistente: l’articolo 26 della Convenzione americana,
riguardante i diritti socioeconomici e culturali (par. 56 del Parere).
Per
giungere a tale riconoscimento, come esaustivamente illustrato da Lima, la
Corte aveva interpretato l’articolo 26 in combinato disposto con l’articolo 29
della Convenzione che, alla lettera d), vieta interpretazioni restrittive tali
da escludere o limitare l’effetto di altri strumenti internazionali di tutela
dei diritti umani, come la Carta dell’Organizzazione degli Stati americani
(OSA), richiamata dallo stesso articolo 26 (par. 57). Questa lettura
sistematica ha permesso alla Corte di estendere la propria competenza anche ad
altri strumenti internazionali, quali il Protocollo di San Salvador, superando
i limiti previsti dall’articolo 19.6 dello stesso.
Quest’ultimo
prevede la diretta azionabilità in giudizio dei soli diritti di natura
socioeconomica alla libertà sindacale e all’istruzione, escludendo così
eventuali ricorsi individuali per le violazioni del diritto a un ambiente sano.
Nel
Parere, invece, la Corte aveva finalmente riconosciuto le questioni ambientali
sottoposte alla sua attenzione come tematiche suscettibili di trattazione
autonoma in virtù dell’articolo 26 della Convenzione, superando l’approccio
tradizionale – di cui si è detto – che le inquadrava soltanto in relazione ad
altri diritti, come quelli alla vita o alla proprietà.
Tale
indirizzo, peraltro, era già stato recepito nel caso Lhaka Honhat del 2020, in
cui la Corte aveva ricondotto il diritto a un ambiente sano all’alveo
dell’articolo 26 (par. 202) e dichiarato la responsabilità dello Stato
argentino per la violazione dello stesso, oltre che di quelli a esso correlati
e parimenti ricavati dall’articolo 26, come il diritto all’acqua, al nutrimento
adeguato e alla partecipazione alla vita culturale (par. 289).
Nel
caso La Oroya, la Corte ha preliminarmente affermato la propria competenza
ratione materiae sulle controversie relative all’articolo 26 della Convenzione
(par. 24-28), respingendo l’eccezione sollevata dallo Stato convenuto, fondata
sull’anzidetto limite costituito dall’articolo 19.6 del Protocollo di San
Salvador (par. 19).
Basandosi
sui precedenti menzionati, a supporto della propria tesi la Corte ha adottato
un’interpretazione sistematica e teleologica di diverse norme di diritto
internazionale, coerentemente con il già citato articolo 29 della Convenzione
americana, che fa espresso riferimento alle norme di diritto internazionale ai
fini dell’interpretazione dello strumento e con l’articolo 31(3)(c) della
Convezione di Vienna sul diritto dei trattati, che impone di considerare ogni
norma di diritto internazionale rilevante tra le parti nell’interpretazione di
un trattato, in questo caso la Convenzione.
In particolare, essa ha riconosciuto che le
norme socioeconomiche contenute nella Carta dell’OSA (segnatamente gli articoli
30-34, in relazione al diritto a un ambiente salubre), richiamate dall’articolo
26 della Convenzione, costituiscono strumenti normativi di riferimento per
l’interpretazione della stessa e rientrano nel quadro giuridico di competenza
della Corte ex articoli 62 e 63 della Convenzione.
Dopo
aver ribadito che il diritto a un ambiente salubre risulta a pieno titolo
incluso nella norma, la Corte ha dunque individuato le diverse componenti in
cui esso si articola. Per quanto concerne gli aspetti procedurali, su cui si
tornerà, questi si sostanziano nell’accesso alle informazioni, nella
partecipazione politica e nell’accesso alla giustizia; sotto il profilo
sostanziale, gli Stati sono tenuti a proteggere la natura non tanto in funzione
della sua utilità per gli esseri umani, quanto per la sua importanza per tutti
gli organismi viventi sul pianeta (par.118).
Venendo,
invece, ai doveri che discendono dalla norma, i giudici, rifacendosi ai Guiding
Principles on Business and Human Rights (par. 110) e ai principi di prevenzione
e precauzione in materia ambientale, hanno ribadito l’obbligo degli Stati di
prevenire violazioni dei diritti umani causate da imprese, pubbliche o private,
operanti sotto la loro giurisdizione.
L’obbligo implica il dovere di
regolamentazione e supervisione delle attività industriali, anche in assenza di
certezza scientifica sul loro impatto sull’ambiente, secondo un criterio di
dovuta diligenza, che in questo caso appare più rigoroso dato l’alto rischio
legato all’uso di sostanze inquinanti (par. 126-127).
L’obbligo
di prevenire i danni ambientali si sostanzia altresì come parte integrante non
solo del dovere di tutela dell’ambiente, ma anche di protezione dei diritti
alla salute, alla vita e all’integrità fisica (par. 262).
Alla
luce delle considerazioni esposte – tra cui l’affermazione della Corte della
propria competenza e l’inclusione del diritto a un ambiente sano, e degli
obblighi che ne discendono, tra quelli tutelati dall’articolo 26 – l’organo
giudicante ha concluso che il Perù, consapevole dell’inquinamento prodotto dal
complesso metallurgico e dei relativi effetti nocivi, non avendo ottemperato ai
suoi obblighi di regolamentazione e supervisione dell’attività dello
stabilimento, ha così violato il diritto a un ambiente sano, alla salute,
all’integrità fisica e alla vita, rispettivamente enucleati agli articoli 26,
5, 4.1 della Convenzione (par. 266).
Un
aspetto innovativo del caso La Oroya risiede nel fatto che la Corte ha
sensibilmente travalicato i confini – già di per sé alquanto pionieristici –
tracciati dal Parere e dal precedente Lhaka Honhat.
Essa non solo, giova ripetere, ha svincolato
il diritto a un ambiente salubre da altri, ma ha addirittura prospettato la
possibile natura cogente del corrispondente obbligo di protezione
dell’ambiente, in virtù del riconoscimento del diritto da parte di numerosi
Stati (par. 129), oltre che in vari strumenti internazionali, quali il già
citato Protocollo di San Salvador (art. 11), la Carta africana dei diritti
dell’uomo e dei popoli (art. 24), la Carta araba dei diritti dell’uomo (art.
38) e la Risoluzione 76/300 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2022.
I
giudici hanno suggerito che la protezione dell’ambiente, proprio in ragione di
questa ampia affermazione a livello normativo, costituirebbe una di quelle
norme imperative e inderogabili, di cui all’articolo 53 della Convenzione di
Vienna sul diritto dei trattati, poste a tutela di valori fondamentali della
comunità internazionale.
Quest’ultimo
passaggio, tuttavia, costituisce affermazione piuttosto discussa, come
dimostrano le opinioni separate dei giudici Manrique, Mudrovitsch e Ferrer
Mac-Gregor Poisot (par. 96-98), su cui v. Trincado Vera.
Anche
a fronte del carattere isolato di questa conclusione, è innegabile l’importanza
che essa potrebbe avere per lo sviluppo della prassi giurisprudenziale
successiva, come tra l’altro ha già avuto modo di dimostrare la stessa Corte
nel recente caso Pueblos Rama y Kriol, Comunidad Negra Creole Indígena de
Bluefields y otros Vs. Nicaragua. Al par. 417, essa ha ribadito che la
protezione ambientale richiede progressivo riconoscimento come norma di ius
cogens.
Sebbene
dunque, su quest’ultimo aspetto, si rilevi un atteggiamento non unanime della
Corte, va però sottolineato, in positivo, come rispetto ad altre questioni –
quali l’accertamento della responsabilità del Perù per la violazione del
diritto a un ambiente sano – si sia registrata una maggioranza più consistente
in confronto ad altri casi (par. 393.3), come la vicenda Lhaka Honhat (par.
370.3).
Ancor
più consistente è, nel caso Rama y Kriol poc’anzi evocato, la maggioranza nella
dichiarazione di responsabilità del Nicaragua per la violazione del diritto a
un ambiente salubre contenuto nell’articolo 26, contro cui si è espressa
solamente la giudice Pérez Goldberg (par. 530.7).
Appare
evidente, dunque, come il caso La Oroya abbia già iniziato a dispiegare
concretamente i suoi effetti, contribuendo a plasmare prospettive
interpretative progressivamente orientate alla tutela ambientale.
La
prassi della Corte interamericana in materia di riconoscimento del diritto
umano a un ambiente salubre, come si anticipava, appare particolarmente
significativa anche alla luce di un raffronto con la diversa giurisprudenza
della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU).
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo
(CEDU), com’è noto, non sancisce espressamente l’esistenza del diritto a un
ambiente salubre come diritto autonomo.
Ciò
non ha tuttavia impedito alla Corte EDU di sviluppare un’ampia casistica in
materia di responsabilità ambientale e di ricavare un diritto all’ambiente
tramite interpretazione, in particolare, dei diritti alla vita (art. 2 CEDU) e
al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU) come illustra, primo
fra tutti, il caso López Ostra v. Spain (par. 51).
Allo
stesso tempo, casi quali Kyrtatos v. Greece, Atanasov v. Bulgaria e Fägerskiöld
v. Sweden, evidenziano come non ogni situazione di degrado ambientale
costituisca violazione ai sensi degli articoli 2 o 8 CEDU.
Nel contesto europeo, dunque, l’accertamento
della responsabilità statale per danni ambientali avviene più faticosamente,
poiché subordinato a requisiti più stringenti e rigorosi, in particolare
riguardanti la soglia di gravità del danno e lo status di vittima ex articolo
34 CEDU (al riguardo v., ex multis,Fadeyeva v. Russia, par. 70).
3.
Dalla democrazia ambientale alla giustizia climatica.
Come
evidenziato dalla Corte IADU nel caso in esame, il diritto a un ambiente sano
si articola in una parte sostanziale e in una procedurale (su tale
classificazione, v. Okowa e Peters). I diritti procedurali costituiscono il
fulcro del concetto di democrazia ambientale, in base al quale va valutata
l’adeguatezza dell’azione statale in relazione all’obbligo di protezione dei
diritti umani da danni ambientali, oltre che alla luce dei trattati che
disciplinano specificamente la materia, come la Convenzione di Aarhus (che il
Perù non ha ratificato).
Essa,
adottata nel contesto della Commissione economica delle Nazioni Unite per
l’Europa, costituisce uno dei principali strumenti internazionali
giuridicamente vincolanti che recepisce il decimo principio della Dichiarazione
di Rio, secondo cui il metodo migliore ai fini della gestione delle questioni
ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti gli individui
interessati.
Essa
poggia su tre pilastri: l’accesso all’informazione, la partecipazione del
pubblico nei processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia
ambientale.
Nel
caso qui commentato, la Corte ha ravvisato la violazione, da parte dello Stato
convenuto, da un lato dell’articolo 13 per la mancata diffusione di
informazioni circa la contaminazione ambientale e i rischi ad essa associati
(par. 255) e, dall’altro, dell’articolo 23 per il mancato coinvolgimento dei
cittadini nei processi decisionali in materia (par. 261).
Essa ha, inoltre, constatato la violazione
degli articoli 8 e 25 per l’assenza di indagini adeguate sulle minacce e
molestie subite dagli ambientalisti che si battevano contro lo stabilimento
industriale (par. 319), in linea con il suo consolidato indirizzo, secondo cui
è cruciale includere le comunità, specialmente indigene, nei processi
decisionali riguardanti l’ambiente, come evidenziano le sentenze relative alle
popolazioni Yakye Axa, Saramaka, Kaliña y Lokono Vs. Surinam, Kichwa de
Sarayaku Vs. Ecuador, nonché proteggere gli attivisti ambientali e per i
diritti umani, in ragione del ruolo cruciale che ricoprono (v.Kawas Fernández
Vs. Honduras e Baraona Bray Vs. Chile).
D’altra
parte, il concetto di democrazia ambientale non è estraneo neppure ad altri
sistemi.
La Corte EDU, in conformità ai principi della
Convenzione di Aarhus, ha più volte ribadito il dovere degli Stati di fornire
informazioni pertinenti e adeguate al pubblico e di coinvolgerlo nei processi
decisionali, consentendogli così di identificare e valutare i rischi, come emerge da casi quali Taşkin c.
Turquie (par. 119 e 122), Öneryildiz v. Turkey (par. 62 e 90), Roche v. United
Kingdom (par. 167), Budayeva a.o. v. Russia (par. 132), Tătar c. Roumanie (par.
88 e 124) e Brânduşe c. Roumanie (par. 74).
Tuttavia,
pur essendo i diritti ambientali procedurali ricavabili dalla CEDU, essi, a
differenza di quelli garantiti dalla Convenzione di Aarhus, sono generalmente
riservati a chi dimostri di essere direttamente colpito dal danno ambientale,
come mostra il caso Affaire Cordella e. a. c. Italie (par. 172).
Tale
approccio si distingue da quello adottato dalla Corte IADU che, nel caso in
esame, ha rimarcato il principio di massima divulgazione e trasparenza attiva,
nonché l’obbligo positivo in capo alle autorità pubbliche di diffondere, ex
officio, le informazioni che detengono (par. 247). Per una disamina
particolareggiata inerente al rapporto tra CEDU e Convenzione di Aarhus si
rimanda alla seguente analisi.
Più
recentemente, nel caso Verein Klimaseniorinnen Schweiz a. o. v. Switzerland (v.
qui, qui e qui), la Corte EDU ha rilevato che le misure adottate dalla Svizzera
per fronteggiare il cambiamento climatico non solo si erano dimostrate
inadeguate rispetto all’obiettivo, ma presentavano anche lacune metodologiche
nella loro elaborazione (la Corte indica i principi da seguire in tale fase ai
par. 539 e 554 della sentenza).
L’adozione
di determinate misure finalizzate a contrastare gli effetti del cambiamento
climatico deve essere corredata da garanzie che assicurino un processo
decisionale inclusivo. In tal senso, la Svizzera è stata ritenuta inadempiente
rispetto agli obblighi procedurali, sia relativamente all’acquisizione delle
conoscenze necessarie per un corretto svolgimento del processo decisionale, sia
alla condivisione delle informazioni rilevanti tra i soggetti potenzialmente
esposti agli effetti nocivi del cambiamento climatico (par. 551 e 573).
Il
caso Klimaseniorinnen è l’unico dei tre cd. climate change cases su cui si è
pronunciata la Corte in aprile 2024 che ha passato il vaglio di ammissibilità,
a differenza dei casi Carême v. France e Duarte Agostinho a. o. v. Portugal and
32 others (v. qui). Tra i punti di forza, oltre a quello appena precisato,
spicca, il most important procedural take-away:
la
Corte ha cioè applicato estensivamente i criteri del locus standi, consentendo
a un’associazione di agire in giudizio a tutela degli interessi collettivi di
cui essa si fa promotrice. Ciò, pur non eludendo il divieto di actio popularis
(in tal senso, v. qui) che, come noto, vige nel sistema europeo in virtù
dell’articolo 34 CEDU, che limita il ricorso alla sola persona fisica, od
organizzazione non governativa, che dimostri di essere vittima di una
violazione dei diritti riconosciuti nella CEDU.
Per
quanto quest’ultimo profilo di espansione e rafforzamento della legittimazione
delle vittime nell’accesso alla giustizia, anche nelle vesti delle associazioni
rappresentati i loro interessi, rimanga decisamente apprezzabile, va al
contempo stimolato e incrementato il coinvolgimento della comunità.
Ciò
dovrebbe avvenire non solo attraverso una estensione dei parametri per la
legittimazione delle vittime ad accedere alla giustizia, quanto piuttosto
mediante l’acquisizione e la successiva condivisione delle informazioni
rilevanti tra tutte le parti interessate.
In sintesi, la Corte ha affermato che il
coinvolgimento della comunità e la trasparenza nelle decisioni ambientali sono
essenziali per garantire una risposta adeguata e giusta alle sfide poste dal
cambiamento climatico, riflettendo così i valori fondamentali della Convenzione
di Aarhus (sul punto, v. Ragni).
Anche
sotto questo aspetto, come già in relazione al consolidamento del diritto a un
ambiente salubre, l’impatto della Corte IADU potrebbe giocare un ruolo chiave,
andando a consolidare nella giurisprudenza della Corte europea una prassi,
avviata con il caso Klimaseniorinnen, diretta a consentire l’accesso alla
giustizia anche ad associazioni che rappresentino interessi di carattere
collettivo.
A tal
proposito, degna di nota è, nel sistema interamericano, la facoltà in capo ad
associazioni e organizzazioni di agire giudizialmente per portare
all’attenzione della Corte violazioni sistemi che di diritti umani.
L’articolo
44 della Convenzione americana consente difatti a ogni persona, nonché ente non
governativo, di presentare petizioni alla Commissione, dispensando al contempo
il ricorrente dalla necessità di dimostrare lo status di vittima. Pertanto, non
necessariamente chi denuncia deve coincidere con la presunta vittima.
In
questo senso, è evidente che le associazioni assumano un ruolo essenziale, come
mostrano i casi Lhaka Honhat, in cui è l’associazione che dà il nome alla
vicenda giudiziaria a ricorrere e a rappresentare le centinaia di comunità
indigene poi identificate come vittime e La Oroya, in cui la petizione è stata
presentata da associazioni tra cui, si ricordano, AIDA, APRODEH ed
Earthjustice, ma le vittime sono state individuate negli abitanti della
cittadina.
4.
Considerazioni conclusive.
Il
caso esaminato assume grande rilevanza nel periodo storico attuale:
la giurisprudenza interamericana si inserisce,
infatti, nel contesto di un più ampio sviluppo del diritto internazionale che
riconosce il legame tra diritti umani e ambiente. In questo quadro, preme
sottolineare come il contributo della Corte potrebbe rivelarsi particolarmente
significativo nel contesto del parere, già menzionato, richiesto da Cile e
Colombia alla Corte stessa.
Più
difficile, ma non completamente da escludere, che esso possa essere tenuto in
considerazione anche nel parere richiesto alla Corte internazionale di
giustizia con la Risoluzione 77/276 del marzo 2023 su iniziativa della
Repubblica di Vanuatu, considerato che nella domanda di chiarimento degli
obblighi degli Stati in relazione al cambiamento climatico è contenuto un
riferimento ai diritti umani.
Per
completezza d’analisi, si ricorda come ulteriori pronunce abbiano già
confermato il crescente riconoscimento della protezione ambientale come
componente essenziale dei diritti umani.
Tra esse, si ricordano la decisione del
Comitato ONU sui diritti umani del 2022 sulla responsabilità dell’Australia per
la violazione dei diritti delle comunità indigene delle Isole Torres legata a
un’inadeguata azione di contrasto al cambiamento climatico (Billy a.o. v.
Australia) e, in misura decisamente minore, il parere del Tribunale
internazionale per il diritto del mare del 2024 relativo agli obblighi statali
di protezione degli ecosistemi marini dagli impatti del cambiamento climatico
(esaminabile).
A
riprova della correlazione tra tutela dell’ambiente e diritti umani, al di
fuori delle sedi contenziose figurano, inter alia, la Risoluzione
A/HRC/RES/48/13 del Consiglio ONU per i diritti umani, i rapporti A/HRC/31/52 e
A/HRC/34/49 del Relatore speciale sui Diritti umani e l’Ambiente, la Raccomandazione
2211 e la Risoluzione 2396 del 2021 dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio
d’Europa.
Certamente,
la Corte interamericana ha compiuto un passo decisivo su due fronti: in primo
luogo, seguendo l’impostazione già tracciata nel Parere e nel caso Lhaka
Honhat, essa ha consolidato il diritto a un ambiente sano, svincolandolo
definitivamente da una strumentalità verso altri diritti tramite la sua
incorporazione tra quelli protetti dall’articolo 26 della Convenzione.
Di
contro, l’approccio della Corte EDU in questo ambito riflette i limiti
derivanti dal diritto positivo della CEDU e dalla costruzione del diritto a un
ambiente salubre, che può essere ritenuto leso in presenza di condotte che
impattino direttamente sulla salute, o costituiscano grave e imminente rischio
per la vita del ricorrente.
Pur
coerente con la consolidata giurisprudenza europea, questa impostazione risulta
problematica nell’accertamento di responsabilità soprattutto nell’ambito di
fenomeni diffusi come il cambiamento climatico, in cui l’esistenza di un nesso
causale tra azioni od omissioni statali e danni individuali specifici è spesso
difficile, quando non anche impossibile, da provare.
In
secondo luogo, come evidenziato da alcuni, permangono importanti ‘lezioni’ che
il sistema europeo potrebbe, in futuro, trarre da quello interamericano in
relazione ai diritti partecipativi.
L’influenza
della Corte interamericana potrebbe rafforzare la prassi europea, ampliando la
legittimazione delle vittime, anche tramite le associazioni rappresentative.
Tuttavia, una gestione efficace di un fenomeno
dilagante, quale il cambiamento climatico, richiede altresì l’elaborazione e
attuazione di politiche di contrasto al cambiamento climatico ancorate a un
sempre maggiore coinvolgimento della comunità.
Un
simile obiettivo potrebbe essere validamente concretizzato non soltanto
attraverso un’espansione della legittimazione delle vittime ad accedere alla
giustizia ex post – anche se, naturalmente, appare lodevole il rafforzamento
della Corte del locus standi effettuato nel caso Klimaseniorinnen, concisamente
richiamato, suscettibile di ulteriori sviluppi, che si possono legittimamente
attendere già dai prossimi climate cases pendenti davanti alla Corte EDU – ma
anche tramite la raccolta e la conseguente diffusione delle informazioni
rilevanti tra tutte le parti interessate ex ante.
Ciò
favorirebbe una crescente consapevolezza nei confronti della sfida climatica e
contribuirebbe, per quanto possibile, a prevenirne gli effetti avversi.
In
definitiva, la Corte IADU rappresenta una finestra aperta verso una giustizia
ambientale più inclusiva.
Il riconoscimento del diritto a un ambiente
salubre risponde inequivocabilmente all’esigenza di fornire una tutela
effettiva in situazioni in cui l’integrità fisica, la salute e persino la vita
delle persone sono minacciate da fattori ambientali (Tigre).
Il
tutto, con la consapevolezza delle criticità legate alla concreta attuazione di
questa e, più in generale, di molte decisioni della Corte, considerato il
contesto in cui essa opera.
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