I censori progressisti si scoprono difensori della libertà di parola.
I
censori progressisti si scoprono difensori della libertà di parola.
Immunità
del Presidente Usa, così
l’inquilino
della Casa Bianca potrebbe
ordinare
di assassinare un avversario
politico
senza subire processi.
Msn.com
– Il Riformista - Storia di Michele Luppi – (30 – 10 -2025) – ci dice:
Durante
lo showdown americano, un fatto ha stupito diversi osservatori e analisti:
l’uso politico fatto dai social media e dai siti ufficiali dell’amministrazione
americana.
Sul
sito ufficiale della Casa Bianca, ad esempio, si vede subito un banner con
scritto:
“Democrat have showdown the government” con a
fianco un cronometro che tiene conto del tempo passato dall’inizio dello showdown.
Anche
il Dipartimento di Stato si accoda con qualcosa di simile.
Sul
sito del Dipartimento dell’Agricoltura si va oltre, con una grande finestra
rossa che inizia con “Due to the Radical Left showdown…”.
È
qualcosa di nuovo nel panorama politico americano, oltre che essere
integralmente in violazione di legge.
Parliamo
dello “Hatch Act”, legge federale del 1939 che, originariamente, vietava ai
dipendenti del governo federale di associarsi ad attività di stampo politico,
ma che nel corso del tempo si è evoluto, aggiungendo alcune disposizioni che
vietano che sui siti e sulle pagine social di enti pubblici venga fatta
propaganda politica.
Questo
significa, in breve, che alle pagine dell’amministrazione è consentito
riportare affermazioni dei titolari dei dicasteri, segnalare dati e
informazioni utili al pubblico, ma non incolpare il partito di opposizione per
lo showdown.
In teoria, quindi, i responsabili dei vari
siti e dei vari social media potrebbero essere sanzionati secondo la legge.
Nella pratica, però, la supervisione
dell’osservanza dello “Hatch Act” è affidata ad un ufficio ad hoc, che si
occupa proprio di ricevere segnalazioni di possibili violazioni dell’Act e
formulare dei report che vengono inviati al Presidente con una proposta di
sanzione, che può essere solamente disciplinare o includere anche una leggera
multa in denaro.
Il
Presidente, però, ha un completo margine di discrezione riguardo
all’applicazione della sanzione proposta, il che comporta una sostanziale
immunità per i subordinati dell’amministrazione che decidano di infrangere la
legge in nome di Donald Trump.
Questo è un punto fondamentale, soprattutto se
si tiene in considerazione la volontà del Presidente di licenziare il più ampio
numero possibile di dipendenti federali durante lo showdown:
l’attuale struttura dello “Hatch Act” potrebbe
degenerare in una struttura pubblica in cui la propaganda politica sia
incentivata attivamente dall’alto, estendendo de facto quei “test di lealtà”
che già sono realtà, ad esempio, nell’FBI guidato da “Kash Patel”.
L’uso
degenerato di questa legge porterà quindi anche ad un cambio del suo obiettivo
principale:
se
originariamente l’Act venne studiato per proteggere i dipendenti federali
dall’essere coinvolti in attività politiche contro la loro volontà, ad oggi
potrebbe essere usato per valutare quanto si possano spingere oltre alcune
figure, garantendo la totale assenza di conseguenze legali, dato che il
Presidente potrebbe sempre intervenire e rifiutare ogni sanzione.
Se ci
spingiamo oltre e pensiamo anche al principio dell’immunità presidenziale,
stabilito dalla Corte Suprema nel 2024, la degenerazione della” rule of law “in
America sembra ormai completa.
Questo
perché le modalità con cui è stata definita l’immunità presidenziale potrebbero
stravolgere completamente le precedenti sentenze della” Corte Suprema” riguardo
i procedimenti contro il Presidente, oltre che avere delle conseguenze pratiche
estremamente rilevanti, soprattutto per un soggetto molto attivo dal punto di
vista del business come Trump.
Se
pensiamo ad esempio alla famosa sentenza “United States vs Nixon,” con cui la
Corte Suprema ordinava a Richard Nixon di consegnare i nastri che sarebbero
stati ulteriori prove che avrebbero portato al suo impeachment, ci rendiamo
conto che esistono dei forti precedenti legali che vincolano il Presidente di
fronte alla legge.
Nel
caso “Clinton vs Jones”, si concluse che il Presidente degli Stati Uniti non
fosse immune da processi civili, e che questi non dovessero essere rimandati al
termine dei mandati presidenziali.
Negare
o ribaltare questo ruling potrebbe implicare che le aziende di Trump, o Trump
stesso, potrebbero violare dei contratti senza conseguenze, o quantomeno con
conseguenze rimandate almeno fino al 2028.
La
sentenza del luglio ’24, invece, in contrasto netto ed evidente con questi
principi, stabilisce una piena e assoluta immunità da procedimenti penali per
tutti gli atti cosiddetti ufficiali relativi alla presidenza.
Oltre
alla distinzione estremamente fumosa tra atti ufficiali e non ufficiali, la
totale assenza di distinzione tra atti politici e non politici, il principio
stabilito, tra l’altro, non vieta al Presidente di poter intentare delle cause
contro qualcuno, creando il paradosso di una giustizia di cui si può ferire, ma
non perire.
Per capire bene la fattispecie in questione,
se si riuscisse a dimostrare che il “Qatar “abbia ottenuto dei vantaggi
particolari grazie alla donazione del jet che verrà utilizzato in sostituzione
dell’Air Force One, e poi dalla libreria presidenziale di Trump dopo il termine
del suo mandato, il Presidente risulterebbe immune da ogni tipo di azione
giudiziaria, dato che tutti gli atti rientrerebbero nella dicitura di atto
ufficiale in capo al Presidente.
Estendendo
il ragionamento, la “Giudice Sotomayor”, nella sua opinione di dissenso
rispetto alla sentenza della “Corte Suprema del 2024”, è provocatoria ma non
troppo quando sostiene che, per come è stata scritta la sentenza:
un Presidente potrebbe ordinare ad una squadra
di “Navy Seals” di assassinare un avversario politico, organizzare una
sollevazione militare per mantenere il potere e rimanere del tutto immune da
ogni tipo di processo.
Le
storture generate da questa sentenza, insomma, sono evidenti e potenzialmente
pericolosissime.
Nei fatti, l’unico rimedio possibile rimasto è
di tipo essenzialmente politico tramite “l’impeachment”, che però ha rilevanza
solamente politica, e non giudiziaria.
Rimane,
nei fatti, l’unico check previsto dalla Costituzione americana dopo il 2024. Ed
è per questo che i repubblicani stanno facendo tutto il possibile per
ridisegnare le mappe elettorali per la House in loro favore.
Ad
oggi, Donald Trump ha chiesto (o ha fatto chiedere) a Texas, Missouri, Indiana,
North Carolina e Nebraska di “sistemare” le mappe dei collegi per favorire il
GOP.
Inoltre,
sembra che la Corte Suprema stia per esprimersi verso una parziale abrogazione
del “Voting Rights Act del 1965”, una mossa che potrebbe annullare la
rappresentanza al Congresso per le comunità afroamericane del Profondo Sud,
ribaltando, guarda caso, 19 seggi vinti dai democratici nel 2024 in Stati come
Mississippi, Alabama, Georgia e Louisiana.
Trump
e i repubblicani sanno che perdere la House implica esporsi a commissioni
d’inchiesta potenzialmente esplosive, in grado di investigare a fondo nelle
attività della Casa Bianca e in particolare del Presidente, oltre che proporre
e votare l’impeachment, prima che passi al Senato.
In
definitiva, l’immunità presidenziale, soprattutto se combinata con altre leggi
come lo “Hatch Act,” ci porta a domandarci quale possa essere il futuro degli
equilibri costituzionali americani, come i futuri presidenti statunitensi si
approcceranno all’immunità, se il principio durerà nel tempo o se sarà
destinato ad essere soppresso in futuro, una volta che la Corte Suprema non
sarà più a maggioranza conservatrice.
Ad
oggi, purtroppo, possiamo solamente registrare come Donald Trump stia facendo
il possibile (e verrebbe da chiedersi cosa non sia possibile per il Presidente)
per sfruttarlo a suo vantaggio.
“Pfizergate”:
Chiusi i Conti Corrente
a Frédéric Baldan, l’Uomo che
Ha Denunciato Von der Leyen.
Conoscenzealconfine.it
– (30 Ottobre 2025) - Enrica Perucchetti – ci dice:
Le
banche si sono arrogate il diritto di chiudermi i conti bancari senza alcuna
motivazione».
Un
caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco
del potere europeo: il cosiddetto caso” Pfizergate”.
Frédéric
Baldan, autore del saggio “Ursula Gates. La von der Leyen e il potere delle
lobby a Bruxelles”, si è visto chiudere tutti i conti bancari, personali e
aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni.
Le banche belghe “Nagelmackers” e “ING” hanno
comunicato la rescissione dei rapporti senza motivazioni plausibili,
chiedendogli la restituzione delle carte di credito.
Un
caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco
del potere europeo:
il cosiddetto caso Pfizergate.
Baldan,
ex lobbista accreditato presso la Commissione UE, è l’uomo che ha denunciato
Ursula von der Leyen per gli SMS, inviati tra gennaio 2021 e maggio 2022, mai
resi pubblici con l’amministratore delegato di Pfizer,” Albert Bourla”. Ora,
oltre all’isolamento istituzionale, subisce l’esclusione finanziaria.
Raggiunto
da noi telefonicamente, Baldan ci ha spiegato che “le banche hanno iniziato a
crearmi problemi simultaneamente, pur non comunicando tra loro. L’unica
spiegazione plausibile è che esista un elemento scatenante: penso si tratti di
un ordine impartito dai servizi segreti dello Stato belga, su pressione
dell’Unione Europea, di trasmettere tutte le mie transazioni finanziarie”.
Al
contempo, Baldan ha espresso la sua determinazione a non lasciarsi intimidire:
“Sul mio account X, l’annuncio di questa informazione è stato visualizzato
600.000 volte in 24 ore.
Ho
ricevuto molti messaggi di sostegno e ringrazio il pubblico internazionale per
questo.
Forse
l’obiettivo è quello di delegittimarmi, ma in realtà sta accadendo l’opposto.
Sarò
semplicemente temporaneamente impossibilitato a ricevere i diritti d’autore, ma
il mio editore italiano, “Guerini”, potrà continuare a diffondere le verità
contenute in questo libro, ed è questo l’aspetto essenziale per me”.
Baldan
è un tecnico del sistema che ha deciso di testimoniarne pubblicamente la
degenerazione e il suo atto d’accusa parte dall’ “SMSgate”, i messaggi tra von
der Leyen e Bourla sui contratti Pfizer, mai consegnati alla magistratura
europea. L’indagine della Procura di Liegi, cui ha depositato querela, è stata
ostacolata dal muro di gomma delle istituzioni comunitarie.
Nonostante
l’ostracismo, a maggio di quest’anno, la “Corte di Giustizia dell’Unione
Europea” ha condannato la “Commissione Europea”, stabilendo che la Commissione
europea ha agito in modo illegittimo rifiutando di pubblicare gli SMS, in
quanto tali comunicazioni rientrano nei documenti ufficiali dell’Unione e
devono essere accessibili al pubblico.
La Commissione europea ha successivamente
lasciato scadere il termine per impugnare la sentenza:
un’ammissione
implicita di responsabilità politica.
Nel
suo libro, pubblicato in Italia da “Guerini Edizioni” nella collana “Scintille”
diretta dal giornalista ed ex Presidente RAI” Marcello Foa,” Baldan descrive da
insider i meccanismi e le tecniche di manipolazione delle lobby che, secondo
lui, hanno colonizzato Bruxelles.
Nel
libro non racconta soltanto la “genesi del caso Pfizergate,” ma ricostruisce la
struttura profonda che lo ha reso possibile:
una rete di interessi, fondazioni e lobby che
dominano Bruxelles e che si dipana tra le istituzioni UE, le multinazionali
farmaceutiche e i think tank legati al” World Economic Forum”.
L’autore
spiega come durante la “crisi sanitaria” il confine tra pubblico e privato sia
stato cancellato, e come l’ “affare Pfizer” rappresenti il simbolo di una
Commissione che ha agito al di fuori del mandato democratico.
Nella
sua prefazione, “Foa” definisce “Baldan” “un testimone scomodo” che paga il
prezzo del suo coraggio e lo descrive come “un uomo che ha rotto il tabù del
suo mestiere”, scegliendo di non chiudere gli occhi davanti all’abuso di
potere.
Un gesto di ribellione che gli è costato caro:
l
a
Commissione gli ha revocato l’accredito di lobbista nel 2023 e ora due banche
gli hanno chiuso i conti bancari.
Una
sanzione economica e simbolica insieme, quest’ultima, che sa di vendetta e di
messaggio a chiunque volesse seguire le sue orme.
La
rappresaglia economica è la versione finanziaria della censura:
il “de-banking” è divenuto, infatti, il nuovo
strumento di esclusione sociale dei dissidenti.
Non servono più scomuniche o tribunali, basta
un algoritmo di compliance o una decisione del “risk management”.
In
nome di qualche codice etico si eliminano le voci fuori dal coro o fastidiose
per il Sistema.
Baldan
lo scrive con amara ironia:
“Il diritto di resistere agli abusi del
potere, oggi, passa per il diritto di avere un conto corrente”.
Dietro
la freddezza burocratica delle lettere bancarie che precedono la chiusura dei
conti si intravede il messaggio politico:
chi
accusa la Commissione rischia di essere cancellato anche come cittadino
economico.
La
chiusura dei conti bancari non è un dettaglio: in Belgio, come altrove, la
libertà economica è precondizione della libertà d’opinione.
Quando
il sistema bancario decide chi può operare e chi no, la democrazia diventa
condizionata.
Le
prime avvisaglie le abbiamo avute in Canada, quando il governo Trudeau ha
congelato i conti dei camionisti del “Freedom Convoy” durante le proteste
anti-Green Pass.
Nel
Regno Unito il “de banking” è ormai una realtà:
la
chiusura di conti correnti per motivi ideologici colpisce cittadini, imprese e
giornalisti.
Il
caso più noto è quello di “Nigel Farage”, a cui la “banca Coutts “– controllata
in parte dal governo – ha chiuso il conto non per ragioni economiche, ma per le
sue opinioni sulla Brexit e i legami con Trump.
Secondo
un’inchiesta del” Daily Mail”, nel Paese vengono chiusi circa mille conti al
giorno.
Le banche giustificano le decisioni con l’
etica aziendale” o con la definizione di “politically exposed person”, ma di fatto esercitano un potere
censorio che limita la libertà individuale.
Non
solo privati, ma anche aziende, enti di beneficenza e giornalisti vengono
colpiti per il reato di opinione.
Tra le
vittime figurano il giornalista “Simon Heffer” e il blogger scozzese “Stuart
Campbell”.
Questa
deriva, aggravata dalla progressiva eliminazione del contante, mette a rischio
la democrazia, trasformando le banche in arbitri delle opinioni politiche e
strumenti di censura economica.
In
Germania è accaduto ad “Alina Lipp”, giornalista divergente e corrispondente
dal “Donbass,” in Italia la scure finanziaria ha colpito l’emittente “Visione
TV” e l’associazione “Vento dell’est” con l’accusa di “filo putinismo”.
La
reazione delle istituzioni finanziarie nei confronti di Baldan non può che
suscitare preoccupazioni tra coloro che vedono in questo comportamento un
tentativo di silenziare le voci divergenti.
La
chiusura dei conti e le ritorsioni subite dall’autore sono state interpretate
come un segnale di come le lobby possano influenzare non solo le politiche, ma
anche la vita privata e professionale di chi osa sfidarle.
Il
caso Baldan mette a nudo un cortocircuito tra potere finanziario e governance
europea.
L’autore
di Ursula Gates aveva invocato la trasparenza sui contratti Pfizer e sulla
catena di decisioni che, dal “World Economic Forum” all’OMS, hanno condizionato
le politiche sanitarie dell’Unione.
Oggi
viene trattato come un “paria”.
Nel
suo ultimo messaggio su “X” scrive: “L’intimidazione non funziona. Rafforza
solo il nostro impegno”.
La solidarietà che chiede non è ideologica ma
civile: acquistare il libro, diffondere la notizia, rompere il silenzio.
Perché
la libertà d’espressione, privata di mezzi e voce, si spegne nell’indifferenza.
Il “Pfizergate”
non è soltanto uno scandalo di contratti segreti, ma il simbolo di un nuovo
ordine in cui le istituzioni che predicano l’inclusione praticano, invece,
l’esclusione.
Baldan
diventa così il volto di una resistenza che attraversa l’Europa:
quella
di chi rifiuta di essere silenziato per via bancaria e che pretende verità e
trasparenza.
La
vicenda belga dimostra che questa battaglia non è finita: è appena iniziata.
E si
combatte oggi sul terreno più fragile, quello della libertà economica, ultimo
baluardo della libertà politica e civile.
(Enrica
Perucchetti).
(lindipendente.online/2025/10/28/pfizergate-chiusi-i-conti-corrente-a-frederic-baldan-luomo-che-ha-denunciato-von-der-leyen/).
Il
Teatrino delle Illusioni.
Conoscenzealconfine.it
– (29 Ottobre 2025) - Massimo Mazzucco – ci dice:
In
Palestina continua il teatrino delle illusioni.
Tredici
giorni fa abbiamo avuto gli “accordi di pace” fra Israele e Hamas, che sono
stati firmati da mezzo mondo, ma non da Israele nè da Hamas.
E non
è certo un caso che Hamas abbia appena dichiarato che “senza il ritiro totale
dell’IDF da Gaza non deporremo le armi”, mentre Netanyahu ha dichiarato che “a
Gaza ci siamo per restare.
Dobbiamo
garantire la sicurezza di Israele”.
Quindi,
in sostanza, nulla di fatto.
Hamas
rimane, l’IDF pure, e presto troveranno un pretesto per ricominciare a
combattere.
Con la
differenza che ora Israele avrà le mani completamente libere, perché gli
ostaggi vivi sono tutti tornati a casa.
Però
al mondo è stata servita la bugia della “pace in Palestina”, perché era
necessario far scendere un po’ il livello di indignazione nel mondo, prima che
andasse fuori controllo.
È stata una grande operazione di ipnosi di
massa, che grazie alla connivenza dei media mainstream ha funzionato alla
perfezione.
Ora
però rimane l’altro problema, quello della Cisgiordania, che i falchi di “Ben
Gvir” vorrebbero annettere al più presto.
Anche
in questo caso, Donald Trump ha dovuto fare affermazioni di facciata, del tipo
“Israele ha la proibizione assoluta di annettere la Cisgiordania”, perché
questo faceva parte degli accordi con i paesi arabi.
Ma nella sostanza le cose continuano
esattamente come prima: collina dopo collina, villaggio dopo villaggio, i
coloni continuano ad erodere i territori dei palestinesi, aggredendo
sistematicamente e spesso uccidendo impunemente i suoi abitanti, sotto gli
occhi complici dei soldati di Israele.
In un
articolo intitolato “L’amministrazione Trump si oppone all’annessione a parole,
ma la consente nei fatti”, “Haaretz” scrive:
“Gli Stati Uniti possono vantarsi della loro
presunta opposizione all’annessione e dichiarare di difendere lo status quo, ma
in pratica la situazione continua a peggiorare senza controllo.
Il territorio stesso cambia, collina dopo collina, strada dopo strada, mentre
gli Stati Uniti si accontentano di dichiarazioni di facciata e di eleganti
incontri diplomatici.”
“Questa
politica permette a Israele di mantenere il controllo su ogni aspetto della
vita palestinese: sicurezza, economia, valichi di frontiera e il loro
territorio, senza pagarne alcun prezzo diplomatico.
Lo
status quo può proiettare un’illusione di stabilità, ma in realtà intensifica
l’assedio, la povertà e la disperazione.
Il
risultato è che non si discute quasi mai della sicurezza, del futuro o della
libertà dei palestinesi.
Si può
ringraziare l’amministrazione Trump per la sua ferma posizione contro
l’annessione formale, ma la gratitudine non basta.
Quando
la realtà è un regime che segrega, nega diritti e amplia il controllo con la
forza, non serve una legislazione per riconoscerla come annessione.
È un’annessione non firmata su carta, ma
visibile in ogni cancello chiuso, ogni checkpoint, ogni ulivo sradicato e ogni
villaggio palestinese isolato in nome delle “esigenze di sicurezza” di
Israele.”
Comunque
tranquilli: noi abbiamo Tajani, che ha dichiarato solennemente “Noi siamo per
la soluzione a due stati”, quindi sappiamo che andrà certamente a finire così.
(Massimo
Mazzucco).
(luogocomune.net/palestina/il-teatrino-delle-illusioni).
La
rivolta delle imprese contro Merz
e
l’insostenibilità dell’euro per la Germania.
Lacrunadellago.net
- Cesare Sacchetti – (30/10/2025) – ci dice:
Nel
salotto della “VDMA,” l’associazione tedesca che rappresenta le imprese di
ingegneria meccanica, c’è una vera e propria rivolta contro il cancelliere
tedesco Merz.
Se si
guardano gli ultimi dati dell’economia teutonica, si comprende meglio il
perché.
La
crescita del PIL è a dir poco anemica da un paio di anni a questa parte, e
l’industria pesante del settore automobilistico, un tempo motore dell’economia
nazionale, si sta semplicemente dissipando come neve al sole.
Soltanto
pochi giorni fa l’Audi ha annunciato la prossima chiusura di altri impianti, e
sulla stessa strada sono incamminate altre eccellenze automobilistiche del
Paese quali la Porsche e la Volkswagen.
Il
settore dell’ingegneria meccanica è il cuore pulsante della Germania, e se
questo smette di battere, il Paese semplicemente muore, va incontro al deserto
della decrescita infelice già sperimentata loro malgrado dai Paesi del Sud –
Europa come Italia e Grecia.
I
numeri sono a dir poco impietosi.
Almeno
12mila posti di lavoro in questo settore sono andati in fumo, e nel prossimo
futuro non ci sarà nessuna inversione di tendenza, ma piuttosto altri 20mila
posti di lavoro che rischieranno di andare in fumo.
Il
crollo della produzione industriale in Germania dall’agosto 2024 all’agosto
2025.
La
Germania è precipitata nel deserto della crisi, e non riesce più a uscirne
fuori.
Se si
leggono alcuni quotidiani dell’anglosfera quali il “Financial Times” si
sostiene che la crisi economica della Germania sia dovuta sostanzialmente alla
politica suicida degli ultimi due anni, che ha imposto sanzioni economiche alla
Russia dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Si
diceva un tempo nel mondo del sovranismo, nei primissimi anni, che Berlino non
aveva una classe politica assoggettata ai diktat dell’alta finanza e
dell’anglosfera, ma che cercava la sua strada anche a costo di irritare gli
storici referenti della Germania, su tutti il governo dello stato profondo
americano.
Sotto
alcuni aspetti, era parzialmente vero.
Se
Washington in quegli anni era fermamente impegnata a condurre una politica
estera fortemente ostile alla Russia, la Germania invece cercava sempre di
preservare i suoi affari con Mosca, e sembrava poco disposta ad ascoltare i
diktat della Casa Bianca.
Una
volta che però si è giunti allo scontro aperto con il Cremlino e con la guerra
in Ucraina, la Germania ha deciso di restringere ancora di più il suo perimetro
di politica estera, e non ha esitato un istante a imporre sanzioni alla Russia,
anche a costo di perdere una rilevante quota di mercato.
Si
potrebbe dire che nel mondo dell’Unione europea e dell’anglosfera, esistono
delle politiche estere a due velocità.
Se si
indossano i panni dell’Italia, allora si è inevitabilmente figli di un dio
minore, perché il Belpaese è il nemico per eccellenza di questi circoli
sovranazionali che hanno disegnato nel corso degli ultimi 50 anni una vera e
propria strategia di guerra verso Roma, per condurla alla sterilità economica e
demografica.
Se
invece si indossano i panni di Parigi e di Berlino, allora si ha un margine di
azione più ampio rispetto a quello di Roma, ma la regola della sovranità
differenziata, per così dire, è sparita una volta che l’Unione europea e la
NATO si sono viste semplicemente messe all’angolo.
Compreso
che Washington non adottava più la politica estera russofoba vista ai tempi
dell’amministrazione Obama, Bruxelles e i Paesi dell’Europa Occidentale si sono
tutti adoperati per provare a punire la Russia attraverso delle sanzioni
economiche, che alla fine non hanno punito nessuno se non gli stessi Paesi
europei che l’hanno imposte e che hanno delle economie fortemente impostate
sulle esportazioni, in particolar modo proprio la Germania.
L’euro:
da jolly della Germania a zavorra.
Ciò
nonostante le sanzioni non sono sufficienti a spiegare un declino così
profondo.
La
Germania si trova a dover fare i conti con un problema strutturale, ovvero
quella della moneta unica che inevitabilmente ha finito per mordere la coda del
Paese.
Verso
la prima metà degli anni’90, si diceva che la Germania era il malato d’Europa.
L’economia
tedesca era fortemente sbilanciata già in quegli anni verso le esportazioni, e
il marco pesante di certo non aiutava la competitività tedesca.
A
Roma, invece c’era la moneta ideale, vituperata da personaggi non compianti
come l’”uomo il Bilderberg”
“Beniamino Andreatta”, che voleva uccidere la
lira, quando essa invece era la fortuna del Paese.
Se si
legge un titolo del Corriere della Sera del 1996, si ha l’impressione di essere
trasportati in una dimensione parallela.
L’articolo
del Corriere del 14 febbraio 1996.
A via
Solferino si scriveva che la lira era la protagonista della risalita
dell’Italia dopo l’”annus horribilis” del 1992, quando intenzionalmente “Ciampi”
difese scelleratamente il cambio fisso contro il marco pur di restare nello
SME, mentre la Germania faceva fatica a decollare per via di una moneta troppo
pesante.
I
cambi flessibili semplicemente stavano dicendo che l’Italia “ceteris paribus”
era di gran lunga più competitiva della Germania, e se avesse continuato ad
avere in tasca la sua moneta, e se avesse al tempo stesso conservato la sua
industria pubblica, non ci sarebbe stata partita.
Roma
avrebbe surclassato Berlino, e l’Italia sarebbe stata il Paese leader d’Europa.
Non
era però il destino che avevano in mente i vari globocrati del club di Roma,
del gruppo Bilderberg, e delle Commissione Trilaterale.
Roma
doveva morire, e Maastricht doveva nascere per adottare l’analogia di un altro
bilderberghino quale “Enrico Letta”.
Ad
eseguire l’”economicidio” del Paese, pensò la quinta colonna composta dai
soliti Ciampi, Napolitano, Prodi, D’Alema, Mario Draghi e Mario Monti, ognuno
dei quali si impegnò per eseguire le direttive di politica estera ed economica
che venivano da Bruxelles, Berlino e Washington a tutto beneficio del grande
capitale tedesco, e a discapito dell’economia italiana, spolpata e
deindustrializzata dall’adozione della moneta unica, troppo pesante per
l’Italia e soprattutto non nella disponibilità del Paese.
Una
volta tolta all’Italia la possibilità di svalutare la sua moneta e soprattutto
di stamparla, Berlino ha gioco facile a vincere una partita truccata, grazie ad
una moneta invece svalutata e in grado di gonfiare le sue esportazioni.
Il
malato d’Europa si tramuta così nella locomotiva d’Europa, ma l’euro ha una
sorta di bug che sulla lunga distanza finisce per falcidiare tutti.
L’euro
è sostenibile soltanto se i vari Paesi dell’eurozona seguono l’agenda
dell’austerità, dal momento che se si inizia a fare deficit si creano degli
squilibri con le importazioni impossibili da riallineare senza svalutare la
moneta.
L’assurdità
dell’euro è nel suo stesso meccanismo, difeso strenuamente dalla Germania per
anni.
Si
ricorderanno falchi del passato come il ministro delle Finanze tedesco, “Wolfgang
Schauble”, altro membro del Bilderberg, che imponeva a tutti il pareggio di
bilancio proprio nel tentativo di preservare la regola dell’euro che alla lunga
però uccide Berlino stessa per il semplice fatto che se i vari Paesi europei
continuano a tagliare o contenere la spesa pubblica e ad aumentare la
tassazione, questi non potranno più continuare a comprare le merci tedesche.
Si
spiega così un declino tedesco iniziato già parzialmente in tempi non sospetti,
nel 2019, prima della farsa pandemica, e nell’ultimo periodo dell’era Merkel.
I dati
dicono che già nell’ultimo trimestre di quell’anno, il PIL della Germania aveva
fatto registrare un segno negativo, -0,3%, e anche nei primi mesi del 2022,
quando gli aumenti delle sanzioni, in essere già da anni, contro Mosca non
erano stati ancora approvati, Berlino aveva una crescita anemica.
Situazione
persino peggiore per la produzione industriale del Paese che aveva iniziato a
precipitare già nel 2018 con un pesantissimo -4% seguito da altri segni
negativi per tutto il 2019.
La
locomotiva era già sul tempo di deragliare in quel tempo, e le sanzioni sono
state soltanto come del sale su delle ferite che erano già aperte.
Evaporata
la forza economica della Germania, è sparita conseguentemente anche la sua
rilevanza geopolitica.
I
cancellieri dell’era post-Merkel sono a dir poco impalpabili.
Scholz,
il successore della Merkel, si è semplicemente limitato ad eseguire le
direttive che Bruxelles gli passava.
In
nessun momento, la Germania provava a prendere le distanze dalla folle guerra
economica contro Mosca, né tantomeno qualcuno dentro la classe dirigente
tedesca sollevava la questione della insostenibilità dell’euro.
Berlino,
oggi, paradossalmente si trova nelle stesse condizioni di Roma.
Ha un
disperato bisogno di fare spesa pubblica, ha un disperato bisogno di uscire dal
perimetro della moneta unica, di tornare ad avere una propria moneta e di far
crescere la domanda interna.
Il
successore di Scholz, Merz, si trova in una condizione ancora peggiore.
Merz
dovrebbe essere sostanzialmente l’uomo della continuità.
Il suo
profilo è quello del politico standard europeo legato a doppio filo a “fondi di
investimento come il famigerato BlackRock”.
Se si
guarda alla sua manovra economica, si troveranno massici investimenti non a
sostegno delle imprese tedesche, ma soprattutto al settore della Difesa, che
Berlino sembra voler continuare a pompare, anche nell’ottica di un supporto a
Kiev, ormai allo sbando e travolta dalla netta superiorità militare russa.
Berlino
avrebbe bisogno come gli altri Paesi UE di iniziare a intraprendere un cammino
che non sia quello che porta nella crisi permanente e nella violenta
deindustrializzazione per via dell’insostenibilità della moneta unica.
La
Germania ha bisogno come tutti della sua moneta per iniziare a ricostruire
quello che l’euro sta distruggendo, ma come gli altri Paesi europei, sembra
destinata ad una violenta caduta.
La
classe politica tedesca è al servizio dell’eurocrazia e di ciò che resta
dell’anglosfera.
Merz
andrà probabilmente avanti per la sua strada, nonostante i segnali di una
implosione economica del Paese sono ormai chiarissimi e insostenibili per una
Germania sempre più in crisi.
La
fotografia di Aquisgrana del 2019 a questo appare soltanto come un lontano e
sbiadito ricordo.
Macron
e Merkel firmano il trattato di Aquisgrana nel 2019.
Si diceva
all’epoca che l’asse franco-tedesco sarebbe stato ciò che avrebbe garantito la
tenuta dell’Unione europea, ma non si disse però che senza il sostegno di
Washington tale asse era soltanto una tigre di carta, un’alleanza che non aveva
e non ha la forza di reggere nulla perché la fragile impalcatura dell’euro e
dell’Unione stava in piedi soltanto perché lo voleva l’impero americano.
Nello
stesso istante in cui Washington ha iniziato a imporre i dazi all’Unione, le
fragilità strutturali di un blocco che dipende dalle esportazioni verso gli
Stati Uniti, sono venute tutte alla luce.
L’Unione
europea non esiste senza Stati Uniti d’America ed è una evidenza impossibile da
cambiare.
Si è
entrati quindi nella fase terminale della storia di Maastricht, quella nella
quale ci sarà una generale implosione di questo blocco ormai non più in grado
di sopravvivere.
Il
“paradosso” è che il Paese che si sta rivelando il vero tallone d’Achille della
fragile Unione è proprio la Germania, la ormai ex locomotiva d’Europa.
Nel
futuro dei Paesi europei non c’è di conseguenza certamente l’euro.
C’è il
marco, il franco e la lira, e il sentimento popolare verso un ritorno alle
monete nazionali.
Anni
addietro, nel 2012, quando ancora la Germania poteva approfittare della moneta
unica, i tedeschi già esprimevano comunque contrarietà nei riguardi della
moneta unica, vista come una sorta di peso per il Paese.
Se
glielo si chiedesse ora, probabilmente in tutta risposta si avrebbe un vero e
proprio plebiscito.
Se si
chiedesse ai tedeschi se vogliono ancora avere l’euro in tasca o se
preferirebbero il marco, ci sarebbe una vera e propria sollevazione popolare a
favore della vecchia moneta tedesca.
Merz
deve quindi prestare molta attenzione. L’ordine che sta difendendo è ormai
insostenibile.
La
Germania non può più permettersi di restare nell’eurozona.
Ponte
sullo stretto, la Corte dei Conti risponde al governo: “Le critiche siano
rispettose”.
Zaia si smarca: “I magistrati intervengono nel
loro spazio”.
Ilfattoquotidiano.it
– Redazione - F. Q - (30 ottobre 2025) – Politica- ci dice:
"Ci
siamo espressi su profili strettamente giuridici", specificano i giudici
contabili.
A
sostegno dei colleghi una nota di Anm.
"Ha
fatto il suo lavoro".
Barelli
(FI): "Invasione di campo? Non lo so".
Mentre
Salvini promette di andare avanti: "Cantieri a febbraio"
Ponte
sullo stretto, la Corte dei Conti risponde al governo:
“Le critiche siano rispettose”.
Zaia
si smarca: “I magistrati intervengono nel loro spazio”
Ponte
sullo Stretto.
Da una
parte i giudici della Corte dei Conti, che dicono di non volersi sottrarre alle
critiche, purché siano rispettose verso il loro operato.
Dall’altra
qualche voce meno allineata del centrodestra, che prova ad allontanarsi dalla
strada tracciata nelle ultime ore dal governo:
quella
che porta a uno scontro diretto contro i magistrati, nonché a una loro
delegittimazione.
Nelle
ore che seguono la notizia dello stop della Corte dei Conti al Ponte sullo
Stretto di Messina, c’è anche chi prova ridurre l’intensità del conflitto.
I giudici contabili hanno cercato di defilarsi
dalla polemica politica:
la
delibera che affossa il progetto della maggioranza, ribadiscono in una nota, è
basata su “profili strettamente giuridici”, senza che ci sia “alcun tipo di
valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”.
Posizione
che, contro quanto dichiarato dalla maggior parte dei suoi alleati, sembra
essere accettata dal leghista Luca Zaia.
Il governatore uscente del Veneto ha
riconosciuto il ruolo della Corte, sottolineando la mancanza di dialogo “tra
gli interlocutori”.
A lui
si aggiunge il capogruppo FI alla Camera, “Paolo Barelli”, per cui “la Corte ha
fatto il suo lavoro”.
Posizioni
distanti dalle accuse di “invasione di campo intollerabile” rivolte alle toghe
da Meloni, Tajani e Salvini (che oggi si sono riuniti a Palazzo Chigi per
tentare di superare la bocciatura della Corte).
Attacchi
per i quali i giudici contabili hanno incassato la solidarietà dell’”Associazione
nazionale magistrati”:
il governo, scrive l’Anm in una nota, dimostra “totale
insofferenza al controllo di legalità“.
I
giudici contabili: “Le critiche siano rispettose” –
La
Corte dei Conti ha invitato al rispetto dell’operato dei magistrati.
Lo ha fatto attraverso una nota nella quale
commenta le reazioni che hanno seguito la decisione di non concedere il visto
di legittimità alla delibera del “Cipess”, il “Comitato interministeriale per
la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile”.
“La
Sezione di controllo di legittimità – si legge – si è espressa su profili
strettamente giuridici, senza alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul
merito dell’opera”.
E
precisa: “Il rispetto della legittimità è presupposto imprescindibile per la
regolarità della spesa pubblica, la cui tutela è demandata dalla Costituzione
alla Corte dei Conti”.
I
giudici contabili sottolineano poi di non volersi “certamente sottratte alla
critica che, tuttavia, deve svolgersi in un contesto di rispetto per l’operato
dei magistrati”.
Le
motivazioni della decisione, in corso di stesura, saranno rese note entro 30
giorni.
L’Anm
a sostegno dei colleghi –
“La
nostra solidarietà piena ai colleghi della Corte dei Conti ingiustamente
attaccati da esponenti del governo per aver semplicemente svolto una funzione
che la legge gli attribuisce a tutela della cittadinanza”, scrive l’Anm in una
nota.
“I
magistrati contabili, come tutti i magistrati, operano con serietà e competenza
a tutela delle risorse pubbliche con un compito prezioso per il funzionamento
dello Stato.
La loro delegittimazione è dannosa perché
certifica la totale insofferenza al controllo di legalità che è compito
ineludibile delle magistrature, ognuna secondo la propria sfera di competenza”.
Anche
l’”Associazione magistrati Corte dei Conti” esprime sconcerto per le reazioni
politiche:
“Si
tratta di affermazioni, peraltro rese in assenza delle motivazioni della
decisione, che rischiano di minare nel profondo la fiducia collettiva nelle
Istituzioni tutte.
Il
controllo preventivo di legittimità è una garanzia della conformità dei
provvedimenti amministrativi alla legge e del rispetto di tutte le disposizioni
che regolano i contratti pubblici.
Piena
e incondizionata solidarietà ai colleghi che, lungi dallo svolgere un ruolo
politico, esercitano, con competenza e dedizione, le funzioni loro assegnate
dalla Costituzione e dalla legge, nell’interesse esclusivo dei cittadini e
delle istituzioni che queste rappresentano”.
Salvini:
“Cantieri a febbraio”.
Nordio:
“Basta compiti politici ai magistrati” –
Nel
frattempo a Palazzo Chigi si svolgeva il consiglio dei ministri convocato in
emergenza dalla premier.
Al termine del vertice, Salvini ha confermato
che la bocciatura non li fermerà e che i cantieri “partiranno a febbraio”,
“invece che a novembre”.
“Abbiamo
l’intenzione di rispondere punto per punto alla Corte – aggiunge il ministro
delle Infrastrutture -.
Attendiamo
con estrema tranquillità i rilievi”.
Anche
il ministro della Giustizia, “Carlo Nordio”, pur specificando di non voler
entrare nel merito della decisione dei magistrati, ha commentato: “In Italia
assistiamo ad un processo di giurisdizione, ovvero di attribuzione alla
magistratura di compiti e censure tipiche della politica. È un problema che
andrà risolto con animo freddo e pacato”.
Non
tutti compatti nel centrodestra: Zaia e Barelli – Ma non tutto il centrodestra
si dimostra unito sulla vicenda.
Il
presidente uscente del Veneto Luca Zaia sottolinea l’urgenza di affrontare il
tema da un punto di vista legale e tecnico, riconoscendo il ruolo della Corte e
sottolineando la mancanza di dialogo “tra gli interlocutori”.
“La
Corte dei Conti interviene nello spazio che gli è riconosciuto”, ha detto.
“Sarà
il governo a rispondere – ha aggiunto -.
È
fondamentale dire che si va avanti”.
E
sulle dichiarazioni di “invasione di campo”, rilasciate da Meloni:
“Mi sembra di capire che se si arriva ad una
impugnativa di questo genere tra gli interlocutori non ci sia stato dialogo“.
Così
anche il capogruppo FI alla Camera “Paolo Barelli”.
“La
Corte dei conti ha fatto il suo lavoro.
Ci
saranno delle rettifiche se serviranno per chiarire i punti che la Corte
ritiene vadano chiariti.
Se è
stata una invasione di campo? Non lo so”.
A suo
avviso “legare la riforma della giustizia col Ponte” è “fantasia“, “non ci
allarghiamo in voli pindarici”.
A chi
sottolinea che è stata la premier Meloni a legare le due cose in un post,
ribatte: “I post fanno ormai parte della vita dei cittadini, io li uso poco”.
Le
opposizioni: “Risposta del governo inaccettabile” – I sindacati, intanto,
condannano la gestione del governo. “Inaccettabile la risposta dell’esecutivo: non sono
le toghe a bloccare il Paese, ma l’inadeguatezza di chi governa”, dichiara il “segretario
confederale della Cgil Gino Giove”.
Sulle reazioni categorica anche la segretaria
del Pd” Elly Schlein”: “Meloni, con le sue gravi affermazioni contro i magistrati,
chiarisce il vero obiettivo della riforma costituzionale. Non migliora la
giustizia, né serve agli italiani.
Serve
a questo governo per avere le mani libere e mettersi al di sopra delle leggi e
della Costituzione”.
Una
posizione condivisa da tutta l’opposizione e ribadita da “Nicola Fratoianni “di
Avs.
Parlando
con i cronisti a margine del presidio di fronte all’ospedale di Treviso,
afferma:
“Invece
di buttare 14 miliardi di euro in quell’opera la destra li utilizzi piuttosto
per rafforzare la sanità pubblica che è allo stremo”.
Bessent:
la Cina "ha commesso
un
vero errore"
minacciando
di limitare le
esportazioni
di terre rare
Zerohedge.com
- Tyler Durden – (Venerdì 31 ottobre 2025 – ci dice:
Secondo
un nuovo rapporto del “Financial Times”, il segretario al Tesoro statunitense
“Scott Bessent” afferma che Pechino ha "commesso un vero errore"
minacciando di limitare le esportazioni di terre rare.
“Bessent”
ha dichiarato al “Financial Times”
in una nuova intervista che gli Stati Uniti si
assicureranno forniture alternative entro "12-24 mesi" e ha anche
commentato la minaccia cinese:
"La
Cina ha allertato tutti del pericolo. Hanno commesso un vero errore. Una cosa è
mettere la pistola sul tavolo. Un'altra è sparare in aria".
“Bessent”
è intervenuto dopo l'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud,
affermando che i due leader hanno trovato un "equilibrio" nelle loro
relazioni commerciali.
Nonostante
le recenti interruzioni causate dai controlli cinesi sulle terre rare, ritiene
che Pechino non possa più usare questi minerali come leva:
"Non
credo che siano in grado di farlo ora perché abbiamo misure di
compensazione".
Il “Financial
Times” scrive che il vertice è avvenuto dopo mesi di aumento dei dazi e di
restrizioni alle esportazioni per ritorsione.
Secondo Bessent, i funzionari cinesi erano
"leggermente allarmati dalla reazione globale" alle loro ultime
misure.
Ha
affermato che i suoi colloqui con il vicepremier “He Lifeng” hanno contribuito
a preservare una tregua di un anno: "ceteris paribus, abbiamo raggiunto un
equilibrio".
Bessent
ha descritto un tono rispettoso e pragmatico tra Trump e Xi, compreso uno
scambio più leggero sui tempi di una potenziale visita a Pechino:
"Fa molto freddo a gennaio e febbraio,
perché non lo rimandiamo ad aprile?"
In
base all'accordo, la Cina rinvierà la sua politica sulle terre rare,
incrementerà gli acquisti di soia dagli Stati Uniti e permetterà agli Stati
Uniti di controllare TikTok. Su TikTok, Bessent ha dichiarato:
"Tutto
è sistemato... dovremmo assistere a una transazione molto presto".
Gli
Stati Uniti rinvieranno l'inserimento nella lista nera di migliaia di entità
cinesi, mentre Trump taglierà alcuni dazi sul fentanil in cambio di un giro di
vite sui precursori chimici.
"Il
fentanil ha occupato gran parte della discussione", ha osservato.
Bessent
ha respinto l'idea che Washington non possa più spingere per riforme
strutturali in Cina.
Ha sostenuto che i dazi statunitensi hanno
dirottato le esportazioni cinesi verso altri mercati sviluppati:
"Abbiamo fissato uno standard e non mi
sorprenderei se il resto del mondo non ci seguisse".
Sottolineando
i vantaggi degli Stati Uniti, dal "miglior esercito al mondo" alla
leadership nella tecnologia, ha affermato che Trump sta "consolidando ed
espandendo questi punti di forza, e i cinesi lo sanno".
Bessent
si aspetta che l'accordo regga: "Naturalmente ci saranno degli intoppi...
ma penso che ora abbiamo canali di comunicazione molto migliori".
L'amministrazione
Trump ha fatto della rilocalizzazione della produzione e della messa in
sicurezza di materiali essenziali una priorità centrale, sostenendo che gli
Stati Uniti sono diventati pericolosamente dipendenti dalle catene di
approvvigionamento straniere, in particolare dalla Cina.
Attraverso
dazi, incentivi agli investimenti e controlli più severi sui trasferimenti di
tecnologia, l'amministrazione ha cercato di spingere le aziende a delocalizzare
la produzione di beni vitali come semiconduttori, componenti per veicoli
elettrici e materiali per la difesa negli Stati Uniti o in paesi alleati.
Come
abbiamo documentato su “Zero Hedge”, i minerali delle terre rare, fondamentali
per l'elettronica, le batterie e gli armamenti avanzati, sono stati al centro
dell'attenzione.
Dopo
che la Cina ha manifestato la volontà di limitarne l'accesso, l'amministrazione
ha accelerato gli sforzi per sviluppare l'estrazione e la lavorazione
nazionali, diversificare i fornitori e costituire riserve strategiche.
Le
aziende cinesi scommettono che
la
tregua tra Trump e Xi non durerà.
Zerohedge.com
- Tyler Durden - (31 ottobre 2025) – Redazione - Bas van Geffen, Senior Macro
Strategist presso Rabobank – ci dice:
La
decisione di politica monetaria della BCE non ha spaventato i mercati ieri.
Il tasso sui depositi è stato lasciato al 2%
per la terza volta consecutiva. Da settembre erano emerse solo poche nuove
informazioni, e quindi i responsabili delle politiche non hanno visto alcun
motivo di modificare la propria posizione di politica monetaria, quando lo
avevano ritenuto superfluo anche il mese scorso.
Guardando
al futuro, Lagarde ha lasciato aperte tutte le opzioni, ma il presidente della
BCE ha concluso che i rischi al ribasso si sono in qualche modo attenuati.
Aggiungiamo
che lo stesso vale per le colombe, che chiedono un altro taglio dei tassi a
dicembre.
A
settembre, la BCE aveva già concluso che i rischi per le prospettive economiche
si erano equilibrati.
Ieri,
Lagarde ha osservato che l'accordo commerciale UE-USA, il cessate il fuoco in
Medio Oriente e l'accordo USA-Cina annunciato poco prima della decisione della
BCE "hanno mitigato alcuni dei rischi al ribasso".
Questi
rischi, tuttavia, non sono del tutto scomparsi.
L'accordo
tra i presidenti Trump e Xi Jinping sembrava più un ennesimo cessate il fuoco a
breve termine che un percorso verso qualcosa di più a lungo termine.
“Bloomberg”
riporta che le aziende cinesi scommettono sul fatto che la tregua non durerà.
Pechino
non inasprirà le restrizioni all'esportazione di minerali essenziali per un
anno, e la Cina acquisterà "grandi quantità" di soia statunitense.
Trump l'ha definita una grande vittoria.
Secondo
il presidente degli Stati Uniti, i due Paesi hanno appianato le loro divergenze
e ora non c'è "alcun ostacolo sulle terre rare".
Tuttavia,
stando a quanto si legge, la Cina ha accettato di sospendere ulteriori
restrizioni sulle esportazioni di terre rare, senza però revocare i controlli
sulle esportazioni esistenti.
Pertanto, le carenze nel settore potrebbero
non scomparire così rapidamente come Trump si aspetta.
Sulla
carta, l'accordo concede ai mercati un anno di tregua.
Ma
questo non sembra sufficiente agli Stati Uniti (e all'Europa!) per garantire le
proprie catene di approvvigionamento parallele per questi minerali, nonostante
le restrizioni cinesi all'esportazione portino a un maggiore coordinamento tra
i paesi occidentali.
I ministri dell'energia del G7 hanno
concordato di lanciare una “Critical Minerals Production Alliance” che
"garantirà catene di approvvigionamento di minerali critici trasparenti,
democratiche e sostenibili in tutto il G7".
Finora
ci sono pochi dettagli, ma questa iniziativa ha ricevuto indubbiamente nuovo
impulso in seguito alla decisione della Cina del mese scorso.
Questa
nuova alleanza si aggiunge alle iniziative nazionali.
Il
governo degli Stati Uniti sta attivamente acquisendo partecipazioni in aziende
coinvolte nel settore dei minerali critici.
E
all'inizio di questa settimana, la “Presidente della Commissione Europea Von
der Leyen” ha annunciato un piano “RE Source EU” che si aggiunge al “Critical
Raw Materials Act europeo”.
Ciononostante,
ridurre la dipendenza dalla Cina è un'operazione che richiederà molto tempo.
Fino a
quel giorno, gli Stati Uniti potrebbero ancora ritenere che la Cina stia
mettendo a dura prova alcune di queste catene di approvvigionamento.
Ancora
una volta, l'accordo di ieri non impone alla Cina di accelerare le sue
esportazioni rispetto all'attuale flusso graduale.
Quindi,
una nuova escalation potrebbe ripresentarsi sui mercati prima del previsto.
Ma
finché gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle forniture cinesi di
minerali essenziali, “Xi” avrà una carta vincente.
L'accordo
di questa settimana lo dimostra bene.
Trump lo ha pubblicizzato come una grande
vittoria, ma il presidente degli Stati Uniti ha fatto parecchie concessioni in
cambio.
I dazi sulle importazioni di merci cinesi
saranno ridotti e le tasse portuali aggiuntive sulle navi cinesi saranno
eliminate.
Gli
Stati Uniti annulleranno anche le modifiche alla lista delle entità, che
imponevano sanzioni commerciali alle aziende possedute almeno al 50% da
un'entità cinese.
Nonostante
questi ritardi, parte del danno potrebbe essere già stato fatto.
Queste
modifiche alla lista delle sanzioni statunitensi sono state probabilmente una
delle ragioni per cui il governo olandese ha ceduto il controllo di un
produttore di chip, provocando una ricaduta tra UE e Cina.
In
risposta, Pechino ha bloccato l'esportazione dei chip “Nexperia” prodotti in
Cina.
Questo
ha fatto temere all'industria automobilistica mondiale una carenza di chip.
In
breve, le tensioni commerciali e i rischi geopolitici permangono. Tuttavia,
finora non hanno avuto l'impatto sull'economia dell'Eurozona tanto quanto si
temeva.
L'economia è cresciuta dello 0,2% su base
trimestrale nel terzo trimestre, superando le aspettative di una quasi
stagnazione. L'economia dell'Eurozona ha quindi mostrato una maggiore
resilienza alla guerra commerciale statunitense di quanto previsto, ma
riteniamo che il pieno impatto dei dazi debba ancora materializzarsi nei
prossimi trimestri.
Nel
medio termine, la domanda interna rimane un motore chiave della crescita
nell'area dell'euro, e ciò potrebbe essere in parte stimolato dai cambiamenti
nel commercio globale e nella geopolitica.
Gli investimenti di capitale in Francia e
Germania sono aumentati, mentre i Paesi Bassi hanno registrato maggiori
esportazioni di macchinari e attrezzature:
è
questo un segnale che l'Europa si sta orientando verso acquisti più locali?
A
questo proposito, la Germania starebbe valutando la possibilità di pagare gli
operatori di telecomunicazioni affinché sostituiscano le apparecchiature cinesi
nelle loro reti con prodotti alternativi.
Stiamo
andando verso un mondo 2G,
uno
incentrato sugli USA,
l'altro
sulla Cina.
Zerohedge.com
- Tyler Durden – Redazione – (Giovedì 30 ottobre 2025 ) - Di Michael Every di
Rabobank – ci dice
Pensa
a un mondo 2-G, non a un mondo G-2.
La Fed
è stata brevemente al centro dell'attenzione del mercato questa mattina, dopo
aver fatto ciò che era previsto – un taglio di 25 punti base al 4%; e ciò che i
mercati volevano – interrompere il QT; ma anche ciò che i mercati non si
aspettavano e non volevano – mettendo in discussione l'ulteriore calo dei
tassi.
Pertanto,
i mercati, che hanno ottenuto un'espansione del bilancio della Fed dal picco al
minimo di 6,5 trilioni di dollari nel ciclo " è solo uno scambio di asset
che verrà invertito " QE > QT > (QE?), non sono stati contenti,
sebbene prevediamo tagli di 25 punti base a dicembre (se non a patto che
l'accordo sia concluso), e a marzo, giugno e settembre 2026: vedi qui per
maggiori informazioni.
Mentre
si considerano quei 6,5 trilioni di dollari, si consideri l'articolo di fondo
del “Washington Post”, per nulla ironico, secondo cui " Questa decisione
della Corte Suprema [sul Cook della Fed] potrebbe sostanzialmente garantire
un'inflazione più elevata ".
Mentre
alcuni si concentrano su come politica e banche centrali possano fondersi in un
modo, l'Europa ne ha mostrato un altro.
La
Presidente della BCE Lagarde ha ribadito l'appello all'UE affinché passi al
voto a maggioranza, seguendo l'esempio dell'ex Presidente della BCE, poi Primo
Ministro italiano non eletto, Draghi, e del Governatore della Banca d'Italia
Panetta.
Senza
prendere posizione, questo rientra nelle competenze della BCE, a parte il fatto
che coinvolge indirettamente l'economia?
Cosa penserebbero i mercati se Powell si
intromettesse nella riorganizzazione dei distretti elettorali della Camera?
In ogni caso, ciò sottolinea la pressione per
un cambiamento strutturale e orientato ai mercati in Europa.
Nel
mondo geopolitico in cui l'UE fatica a tenere il passo, la Russia ha testato un
siluro nucleare in grado di inondare le città con "tsunami radioattivi
";
gli
Stati Uniti intraprenderanno test nucleari in risposta a quelli di altri;
i servizi segreti occidentali hanno affermato
che l'Iran si sta riarmando nonostante le sanzioni delle Nazioni Unite, con
l'aiuto della Cina ; l'"esercito scricchiolante" del Venezuela si sta
preparando agli attacchi degli Stati Uniti;
il
Brasile ha visto decine di persone morire a Rio negli scontri tra polizia e
bande di narcotrafficanti, che includevano la tattica di guerra in Ucraina
delle bombe lanciate dai droni; e gli Stati Uniti pianificano una
"dimostrazione di forza" contro "l'aggressione cinese" nel
Mar Cinese Meridionale.
In
geoeconomia correlata, “Nvidia” ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di
5 trilioni di dollari - come ha appena detto il suo CEO, non importa se gli
Stati Uniti o la Cina vincano la corsa globale all'intelligenza artificiale
(!);
la BOJ ha ignorato il consiglio del Segretario
al Tesoro statunitense “Bessent” e ha lasciato i tassi di interesse di nuovo
invariati allo 0,5% senza più dissidenti rispetto ai due precedenti;
l'Arabia Saudita riconcentrerà il suo fondo
sovrano da 925 miliardi di dollari dal settore immobiliare a minerali critici,
logistica e intelligenza artificiale, che sembra legata agli Stati Uniti;
Trump
ha affermato che la Corea del Sud costruirà un sottomarino nucleare negli Stati
Uniti, trasferendo la sua tecnologia di difesa più avanzata, mentre ha
raggiunto un accordo per abbassare le tariffe automobilistiche dal 25% al 15%
in cambio di 150 miliardi di dollari per la costruzione navale statunitense, 20
miliardi di dollari di investimenti diretti esteri annuali per un decennio e
importanti acquisti di energia;
e Oslo
ha riferito che gli autobus elettrici di fabbricazione cinese possono essere
disattivati da remoto tramite aggiornamenti software , consentendo l'accesso
diretto alla loro batteria.
Tuttavia,
l'”Atlantic” osserva fin da ora che " gli Stati Uniti sono sulla buona
strada per perdere la guerra con la Cina ", poiché "la guerra moderna
è decisa dalla capacità produttiva e dalla padronanza tecnologica, non dal
valore individuale";
la nuova tecnologia statunitense per la
lavorazione delle terre rare potrebbe aiutarli a superare la Cina, poiché la
ricerca di elementi di terre rare sta innescando una rinascita mineraria in
Texas;
l'australiana”
Lyna”s costruirà un impianto pesante per le terre rare in Malesia;
ma la
Malesia, che ha appena firmato un accordo sulle terre rare con gli Stati Uniti,
esporterà solo prodotti lavorati;
poiché
tre aziende indiane hanno ricevuto la prima serie di licenze per l'importazione
di magneti di terre rare dalla Cina, che non possono essere utilizzati per
scopi difensivi .
Quest'ultimo
sottolinea che l'Europa potrebbe non essere in grado di riarmarsi, a
prescindere dai fondi che le vengono assegnati, a meno che non sviluppi
un'offerta alternativa, con un problema parallelo che minaccia la necessità di
chip per la produzione automobilistica.
Per i
chip, ci vorrà del tempo per accelerare;
per le
terre rare, molto di più, data la mancanza di risorse chiave in Europa, come il
Financial Times ha appena notato in "L' Europa e la maledizione della
geografia".
Nel
frattempo, Pechino sta facendo pressioni sull'Europa affinché non si schieri
con gli Stati Uniti, mentre il parlamento francese ha votato per aumentare la
tassa sulla tecnologia, scatenando potenzialmente uno scontro con Trump, e
Macron ha chiesto che i social media che non dichiarano la loro parzialità
vengano vietati, scatenando forse uno scontro con il vicepresidente Vance.
Riassumendo
lo spirito del tempo, l'Economist scrive
"
Una lettera agli investitori dal White House Opportunities Fund ",
su
"Come il passaggio al capitalismo di stato si sta rivelando per l'America
LLC".
È
piuttosto presto per fare questa previsione, ma la descrizione della nuova
economia (geo)politica non è, come avevamo detto, imminente subito dopo la
rielezione di Trump.
Anzi,
sottolineando quanto erroneamente questa interpretazione venga ancora data da
alcuni, @Eurobriefing osserva:
"
Ricordate i flussi di investimenti dagli Stati Uniti all'Europa, dopo i dazi di
Trump e l'elezione di Merz?
Ora
tutto si sta invertendo.
Gli
investitori statunitensi si stanno lentamente rendendo conto di una realtà
politica di stallo permanente in Europa.
E gli investitori europei stanno iniziando a
rendersi conto che i vantaggi macroeconomici dell'intelligenza artificiale
hanno molte più probabilità di verificarsi negli Stati Uniti e in Cina che in
Europa".
Naturalmente,
tutte le notizie precedenti erano solo un riscaldamento per l'incontro cruciale
di oggi tra Trump e Xi, prima del quale Trump ha scritto: " IL G2 SI
RIUNIRÀ TRA POCO !", preoccupando gli altri 193.
Le prime parole pronunciate davanti ai media a
“Busan” sono state vantaggiose per tutti:
Xi ha affermato che lo sviluppo della Cina non
contraddice la visione di "Rendiamo di nuovo grande l'America".
Tuttavia,
come chiede l'esperto cinese “Matt Pottinger,” " Trump si sta facendo
prendere in giro da Xi?" ', e "Se così fosse, il passato agrario
dell'America potrebbe essere il suo futuro" - qualcosa che ho sottolineato
è stata la tendenza nei rapporti import-export relativi per settore nel “The
Great Game of Global Trade del 2017 “- tariffe, fentanyl, chip AI - dove il
presidente della Commissione speciale della Camera sulla Cina afferma che
vendere chip “Nvidia Blackwell” alla Cina sarebbe "simile a dare all'Iran
uranio per uso militare", terre rare, soia, Taiwan e persino
Russia-Ucraina si vociferava che fossero tutti coinvolti - se non sei al
tavolo, probabilmente ci sei.
Trump
ha definito l'incontro "straordinario" e "eccezionale", e
ha concordato un accordo annuale rinnovabile, che può essere esteso in base a:
gli
"enormi" acquisti di soia dagli Stati Uniti "inizieranno
immediatamente";
la
Cina "ha accettato di lavorare per fermare il fentanyl", quindi è
entrata in vigore una riduzione tariffaria statunitense del 10%, ma "molti
altri dazi rimangono";
l'”USTR
Greer” ha affermato che la Cina non imporrà controlli sulle terre rare, ma
questo vale solo per gli Stati Uniti?
i chip “Blackwell AI” non sono stati discussi,
anche se la Cina ne discuterà altri con Nvidia;
i test nucleari statunitensi sono rivolti ad
altri;
Taiwan
non è stata discussa; e Trump visiterà la Cina ad aprile.
Stiamo
ancora aspettando i risultati ufficiali, ma questo sembra un cessate il fuoco a
breve termine, non un accordo a lungo termine, e non c'erano “TACO” nel menu.
Quindi,
" stabilità" fino ad aprile su un fronte, a meno che la Cina non
mantenga la sua parte dell'accordo, nel qual caso i dazi aumenteranno (del
110%?).
Nel
frattempo, gli Stati Uniti punteranno all'”onshoring” e alle “terre rare”,
mentre la Cina punta ai chip di fascia alta.
Questo,
e altri sviluppi, continuano a suggerire che, anziché un Co Dominium G-2 tra
Stati Uniti e Cina, ci stiamo dirigendo verso un mondo a 2-G, uno incentrato
sugli Stati Uniti, l'altro sulla Cina.
In
quella che altrimenti sarebbe una notizia importante oggi, Trump ha ammesso che
è "abbastanza chiaro" che non potrà candidarsi per un terzo mandato,
il che sarebbe una vera novità per “Steve Bannon”.
Secondo
quanto riferito, il cancelliere del Regno Unito “Reeves” starebbe valutando un
aumento del 2% dell'imposta sul reddito nel prossimo bilancio, in quanto si
aggiunge alla lista dei ministri del governo che dovranno avvisare il
consulente etico ufficiale dopo un "errore involontario" con una
licenza immobiliare a Londra e l'affitto della casa di famiglia;
Il
partito liberale D66 sembra aver vinto lo stesso numero di seggi del PVV di
destra alle elezioni olandesi, con il 97,7% dei voti scrutinati, e il leader
del D66 Jettens sembra in pole position per diventare il prossimo Primo
Ministro;
erediterà
le questioni Nexperia, terre rare, Russia-Ucraina e UE-USA, mentre cerca di
costruire una cooperazione più stretta con l'Europa, proprio mentre l'UE
potrebbe essere destinata a grandi cambiamenti(?).
In
conclusione, la Fed ha tagliato i tassi come previsto, ma ora potrebbe subire
una pausa; anche l'incontro Trump-Xi ha visto una pausa tattica.
Entrambi
sono stati benvenuti, ma nessuno dei due significa molto nel quadro generale.
I
censori di ieri si scoprono
difensori
della libertà di parola.
Fabrizio
Borgonovo.
Facebook.com
– (29-10-2025) – Redazione – ci dice:
L’angolo
del pensiero.
(Gian
Guido Bizzarri -amministratore).
Grazie
al vergognoso episodio di intolleranza e ottusità di cui è stato vittima “Emanuele
Fiano”, a cui gruppuscoli di ragazzotti comunisti hanno impedito di parlare
all’università Ca’ Foscari di Venezia, la stampa italiana sembra avere
scoperto il valore della libertà di pensiero e di espressione.
Il “Corriere
della Sera” ha dedicato all’esponente Pd una bella paginata di intervista
firmata dal prestigioso “Aldo Cazzullo,” decisione sacrosanta per ribadire che
a nessuno deve essere levata la parola, tanto meno all’interno dell'accademia.
Purtroppo
però ci tocca notare che gli afflati libertari di via Solferino sono - come
quasi sempre accade - limitati a un perimetro molto ristretto.
Sentito
giustamente Fiano, il grande quotidiano è subito corso ai ripari per spiegare
che, se si respira un clima di odio politico, la colpa è della destra,
figuriamoci se poteva essere di altri.
“Carlo
Verdelli”, in un denso editoriale, si è premurato di spiegare che dalla
politica arrivano dei brutti segnali.
«Nessuno
pensa al ritorno di una dittatura di tipo mussoliniano con gli orpelli che
l’hanno caratterizzata: camicie nere, saluto al duce, olio di ricino, botte a
chi si oppone, tralasciando il resto e il molto peggio, dall’omicidio degli
avversari alle deportazioni nei lager degli ebrei», dice Verdelli.
«Però negli ultimi giorni le occasioni per
risentire un certo olezzo si sono, certamente per caso, moltiplicate.
Basta
unire i pezzetti sparsi del puzzle».
E
quali sarebbero i pezzi?
Sentiamo:
«A Roma,
zona Brancaccio, due schiaffoni a un giornalista, colpevole di indossare una felpa
antifascista e di non volersela togliere e neppure di girarla al contrario,
sotto lo sguardo della compagna con in braccio il loro figlio di sei mesi.
A
Genova una ventina di ardimentosi multietnici fa visita con spranghe e bastoni a un
liceo occupato, sfascia sedie e banchi, lascia una grande svastica sulle
pareti, si dilegua nella notte».
Tutto
questo fa concludere al fine editorialista che «il me ne frego è un marchio di
fabbrica che sta ritrovando un’insperata attualità».
Dal
succitato puzzle non esce un fascio littorio, ma emerge «una maschera, che per
una parte copre un’ombra che si allarga, minimizzando il carico eversivo che
porta in sé.
Eversivo
rispetto all’ordine che i Padri costituenti della nostra Patria hanno voluto
per questa Italia, uscita a pezzi proprio da quel Ventennio, tempo ormai
lontanissimo e come tale più facile da sbiadire, aggiustare, cancellando i
partigiani e tenendosi buoni i cattivi».
Interessante.
Diciamo
che un paio di teppisti picchiatori che attaccano briga una sera e i” maranza”
di Genova che disegnano svastiche sono un po’ poco per gridare al ritorno del
fascismo.
Ma
ormai siamo abituati agli allarmi insulsi.
In
compenso Verdelli- bontà sua - riesce a citare per qualche riga (senza mai
definirli comunisti e di sinistra, ci mancherebbe) anche i “pro Pal” che hanno
tacitato Fiano.
Però non si dilunga sulla minaccia
antagonista, benché quell’episodio di intolleranza sia l’ultimo di una lunga
serie e sia anche l’unico politicamente studiato fra quelli citati.
Insomma, a via Solferino, nonostante le difese
della libertà, restano alcune vecchie abitudini, in primis quella di vedere
fasci ovunque sorvolando contestualmente sulle schifezze d’altro colore.
Viene da chiedersi come si possa svelenire il
clima di odio di cui discetta Verdelli se da anni, imperterriti, si continua a
insistere sul pericolo nero, demonizzando più o meno direttamente ogni fenomeno
destrorso.
Tra l’altro, accusare i fascisti per lo più
immaginari di aver creato una atmosfera violenta e mefitica è decisamente
ipocrita.
Giova
ricordare, a tale proposito, come abbia agito negli ultimi anni il “Corriere
della Sera” nei riguardi di coloro che esprimevano posizioni dissenzienti
rispetto alla linea espressa dall’editorialista unico liberal-progressista.
Nel
periodo Covid il giornale evitò accuratamente di dare spazio a chiunque
criticasse il regime sanitario in vigore, e non tralasciò di bastonare a dovere
i perfidi “no vax”.
Parliamo dello stesso quotidiano che sbatté in prima
pagina, indicandoli quali pericolosi servi di Putin, intellettuali e
giornalisti colpevoli soltanto di disapprovare il bellicismo spinto
sull’Ucraina.
Certo,”
il Corriere” è stato in ottima compagnia, perché i principali media italiani
hanno agito e continuano ad agire nello stesso modo.
Risulta dunque grottesco che si fingano
paladini della libertà a corrente alternata e insistano a parlare di «clima
d’odio» incolpando questo o quello (di solito “un questo” o “quello di destra”)
di fomentare astio.
È vero che questa nazione, e non da oggi, è
ferocemente divisa.
I
grandi media hanno fatto di tutto per peggiorare la situazione, infierendo con
ogni mezzo possibile sui «nemici del popolo» di volta in volta indicati al
pubblico ludibrio.
Gli
stessi media hanno accuratamente evitato, poi, di indignarsi per gli
innumerevoli episodi di censura che non facevano comodo alla loro narrazione.
L’ultimo
caso è quello di “Frédéric Baldan”, autore di un libro documentato e affilato
su Ursula von der Leyen che, per aver osato accusare la presidente della
Commissione Ue, ha subito allucinanti ritorsioni tra cui la chiusura dei conti
correnti.
Non
una riga è uscita in Italia sul suo caso.
Perché
va bene la libertà di stampa e di opinione, ma senza esagerare per carità.
Il
boomerang della censura:
chi
zittiva oggi grida alla libertà.
Kulturjam.it
- Alexandro Sabetti – (30 Ottobre 2025) – ci dice:
Il
boomerang della censura: chi zittiva oggi grida alla libertà.
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Gli
stessi che cancellavano la cultura russa ora denunciano censura perché
contestati sul genocidio a Gaza.
Il potere occidentale difende solo le voci che
gli servono, mentre silenzia ogni dissenso nel nome della “libertà”.
Il
paradosso della censura occidentale: libertà di parola per chi serve l’impero.
Negli
ultimi anni, l’Occidente ha costruito con pazienza un’architettura della
censura che si ammanta di libertà.
Le sue
fondamenta poggiano su un principio tanto semplice quanto ipocrita:
la libertà di espressione è sacra solo quando
coincide con la linea dell’impero.
Tutto il resto – ogni voce critica, ogni
sfumatura dissonante – diventa automaticamente “propaganda”, “filo-russismo”,
“antisemitismo”, o, più genericamente, “disinformazione”.
Il
caso più emblematico è quello che riguarda la cultura russa.
Filosofi,
scrittori, musicisti e persino registi sono stati banditi da università, teatri
e istituzioni culturali occidentali in nome della guerra in Ucraina.
Si è arrivati al paradosso di cancellare
“Dostoevskij” da corsi universitari e di proibire concerti di “Čajkovskij”,
come se la cultura potesse essere complice di un crimine geopolitico.
Il
messaggio era chiaro: chi non si adegua alla narrazione dominante deve tacere.
Eppure,
oggi, molti di coloro che hanno difeso quella censura – in nome della “libertà
ucraina” o del “mondo libero” – si scoprono improvvisamente vittime di ciò che
hanno contribuito a costruire.
Gli
stessi accademici, giornalisti e intellettuali che rimuovevano con zelo ogni
traccia di cultura russa dai programmi culturali si indignano perché vengono
pubblicamente contestati da giovani che li accusano di aver taciuto di fronte
al genocidio in corso a Gaza.
Gridano
alla censura, all’intolleranza, al “nuovo fanatismo”, incapaci di riconoscere
il riflesso del proprio operato.
Questo
rovesciamento non è un caso isolato, ma un segno dei tempi.
È l’ennesima dimostrazione che il potere non
ammette critiche neppure in casa propria.
Nel
cosiddetto “mondo libero”, i dissidenti non vengono incarcerati come nelle più
classiche dittature – vengono silenziati con strumenti più eleganti:
l’emarginazione accademica, la delegittimazione mediatica, l’accusa morale.
Si
invoca la “cultura del dialogo” solo per escludere chi osa porre domande
scomode.
Il
meccanismo è lo stesso che trasforma in eroi democratici i dissidenti
selezionati dall’Occidente, come la venezuelana “María Corina Machado” –
esponente dell’estrema destra neoliberale, celebrata dai media come simbolo di
libertà.
La sua
figura, costruita a tavolino da Washington, serve a rafforzare il racconto
manicheo di un mondo diviso tra “democrazie” e “regimi”.
È la libertà filtrata e certificata dal
potere, quella che non disturba mai gli interessi dell’impero.
Chi
oggi denuncia la “censura dei comunisti” – come nel caso del tutto marginale
dei fischi di uno sparuto gruppo di studenti veneziani ai danni di” Emanuele
Fiano”, presidente di Sinistra per Israele – a tutti gli effetti una lobbie
impegnata a ripulire l’immagine di Israele – ma dimentica di averla esercitata
per anni, con la stessa violenza simbolica che ora subisce.
Il
problema non è la critica – che resta legittima – ma l’incapacità di
riconoscere che esistono voci escluse, narrazioni rimosse, popoli ridotti al
silenzio.
La
libertà, per essere tale, non può essere a geometria variabile.
Il
vero scandalo non è che qualcuno contesti gli intellettuali di corte, ma che
questi ultimi abbiano creduto di poter definire per sempre ciò che è lecito
pensare.
Oggi
scoprono che la parola, una volta sottratta, tende sempre a ritornare.
E quando ritorna, non chiede più il permesso.
Difensori
della libertà… ma solo della loro.
Villaedintorni.it
– (11 Agosto 2025) – Francesca Meduri – ci dice:
Viviamo
tempi in cui tutti si dichiarano difensori della libertà. Libertà di
espressione, di parola, di stampa.
Sui
social, nei comunicati, nelle piazze virtuali e reali, è un continuo inneggiare
al diritto sacrosanto di dire la propria.
Ma
questa libertà – per alcuni – ha un limite ben preciso:
deve
essere allineata ai propri interessi, alle proprie idee, alle proprie
convinzioni.
Altrimenti,
quella stessa libertà diventa fastidiosa, scomoda, addirittura pericolosa.
Accade
così che certi politici, associazioni, personaggi pubblici o semplici
cittadini, acclamino i giornalisti solo quando questi scrivono “le cose
giuste”.
Non giuste in senso etico o professionale, ma
giuste per loro.
Lodi
esagerate e sorrisi di circostanza quando l’articolo sostiene le loro
battaglie, le loro denunce, il loro modo di vedere il mondo.
Ma
basta una riga fuori dal coro, un articolo non gradito, e gli stessi
giornalisti diventano improvvisamente faziosi, incompetenti, venduti, censori.
È un
copione purtroppo noto.
I paladini della legalità, dell’etica, della
trasparenza, si trasformano nei primi a scendere nel fango della diffamazione,
delle insinuazioni, delle mezze verità.
Chi non si allinea viene isolato, screditato,
ignorato.
E guai
a far notare che la libertà di stampa vale anche quando racconta fatti che non
piacciono:
allora
scatta la reazione rabbiosa, la minaccia neanche troppo velata, il tentativo di
screditare chi fa semplicemente il proprio mestiere.
Il
paradosso si spinge fino al grottesco.
Alcuni accusano i giornalisti di “censura”
perché non parlano di loro o delle loro iniziative.
Ma
omettono (volutamente) un dettaglio:
sono
proprio loro a boicottare quei giornalisti, a non inviare comunicati, a
bruciare le notizie pubblicandole prima sui loro social, a essere ambigui e
poco trasparenti.
In
pratica, chiudono le porte e poi urlano indignati perché nessuno è entrato.
Il
vero giornalismo non è un ufficio stampa e non lavora per fare piacere a
qualcuno.
È uno strumento libero, che serve a raccontare
i fatti, fare domande, approfondire e, se serve, anche criticare.
Dà spazio a tutti, ma pretende rispetto: chi
vuole essere ascoltato deve saper dialogare con educazione, senza pretese di
controllo e di manipolazione.
L’informazione non deve confermare per forza
le idee di qualcuno, ma aiutare tutti a capire meglio la realtà, anche quando è
scomoda.
Chi
vuole solo applausi, vada in teatro.
Chi
pretende l’informazione come specchio delle proprie idee, si costruisca un blog
personale.
Ma abbia almeno la decenza di non spacciarsi
per difensore della libertà.
Perché
la libertà, quella vera, si misura anche – e soprattutto – nella capacità di
accettare ciò che non ci piace.
E a
chi continua a giocare al massacro con la complicità dell’ipocrisia, vien da
chiedere:
ma si
può essere più meschini e sleali di così?
(Francesca
Meduri).
La
misura della democrazia è
la
libertà di parola dell’avversario.
Betapress.it
- Corrado Faletti – (15 Settembre 2025) – ci dice:
La
scomparsa di “Kirk” apre un dibattito che va oltre la sua figura: difendere la
libertà di parola significa difendere la democrazia.
Anche
quando le idee sono estreme, nessuno ha il diritto di ridurle al silenzio con
la forza.
L’indifferenza politica, in questi casi, è
complicità.
“Kirk”
è morto così come aveva vissuto: rappresentando le proprie idee, anche quando
apparivano radicali e difficili da accettare.
La sua
coerenza lo ha accompagnato fino all’ultimo, ma questo non giustifica chi
commenta con cinismo la sua scomparsa con frasi come “uno di meno”, né chi
sceglie la via più comoda del silenzio.
Il
principio è uno solo e deve essere ribadito con forza: nessuna idea può essere
zittita con la violenza.
La
violenza, infatti, non è mai una soluzione: non elimina soltanto chi la
subisce, ma svuota di senso lo spazio pubblico e distrugge il presupposto
stesso della convivenza democratica.
In
questo senso, anche l’esperienza di “Beta press” diventa un punto di
riferimento.
Da
anni il nostro giornale porta avanti l’idea di un giornalismo libero,
indipendente, non piegato a interessi pubblicitari o politici, convinto che la
parola sia l’arma più potente per difendere la democrazia.
È lo
stesso messaggio che emerge dal libro di Faletti “Ne uccideva più la penna che
la spada”:
la
penna, con la sua capacità di raccontare, denunciare e smascherare, può essere
più incisiva e temuta della spada, perché colpisce la coscienza collettiva.
La
morte di “Kirk”, al di là delle simpatie o delle antipatie che poteva
suscitare, ci obbliga a una riflessione più profonda:
quando uno schieramento politico, anche solo
con l’indifferenza, finisce per legittimare o giustificare la sopraffazione,
non può dichiararsi eticamente corretto.
Nella
tradizione del pensiero politico, da “Aristotele” a” Hannah Arendt”, la vita
pubblica si fonda sul principio che la polis esige partecipazione attiva.
Restare
indifferenti di fronte all’ingiustizia equivale a permettere che essa prosperi.
“Arendt
“lo definiva “banalità del male”:
non un
male spettacolare, ma quotidiano, fatto di gesti minimi, di tacite
accettazioni, di complicità implicite.
In
questo senso, lo schieramento politico che osserva in silenzio un atto di
sopraffazione — sia esso violenza verbale, censura, aggressione o esclusione
sociale — non si limita a non opporsi: di fatto contribuisce a normalizzarlo.
Ogni
gesto non condannato diventa più tollerabile, più accettato, e quindi più
ripetibile.
L’indifferenza
diventa allora la “coperta etica” che permette all’ingiustizia di riprodursi
senza ostacoli.
La
storia è ricca di esempi.
Il
nazismo non si affermò soltanto per il sostegno dei militanti più convinti, ma
soprattutto per la neutralità, il silenzio, il conformismo di milioni di
cittadini e di forze politiche che preferirono “non esporsi”.
La
celebre frase attribuita a “Martin Niemöller ”: “Quando vennero a prendere gli
ebrei non dissi nulla, perché non ero ebreo…” — resta il simbolo di come
l’indifferenza prepari il terreno all’oppressione.
Applicando
questo principio al presente, quando una parte politica sceglie di ignorare
episodi di violenza o di censura ai danni di un avversario, essa non mantiene
una posizione neutrale:
si
colloca, consapevolmente o meno, dalla parte di chi agisce con la forza invece
che con il confronto delle idee.
Non
può dunque rivendicare la propria “correttezza etica”, perché l’etica non è
fatta soltanto di ciò che si fa, ma anche di ciò che si evita di fare.
Per
una democrazia sana, è essenziale che il dissenso sia tutelato e che ogni
violenza — indipendentemente dalla direzione in cui colpisce — venga condannata
senza esitazione.
Diversamente,
il rischio è quello di un impoverimento progressivo del dibattito pubblico, che
si riduce a un’arena di fazioni dove la verità non conta più, e dove ciò che
resta in piedi non è la forza delle argomentazioni, ma la debolezza morale di
chi ha scelto il silenzio.
Se la
democrazia ha un senso, è proprio quello di garantire spazio e parola anche a
chi ci disturba, a chi ci provoca, a chi rappresenta il pensiero più lontano
dal nostro.
La
libertà di espressione è un diritto fragile:
esiste
solo nella misura in cui viene riconosciuto a tutti, anche e soprattutto a
coloro che non condividiamo.
Difendere
la libertà soltanto per chi la pensa come noi non è difesa, diviene privilegio
di parte.
La
vera garanzia nasce invece dal riconoscere che la libertà di parola appartiene prima
di tutto a chi ci disturba, a chi ci provoca, a chi ci obbliga a misurarci con
idee scomode.
Il
pensiero liberale, da “John Stuart Mill” a “Karl Popper”, ha insistito su
questo punto:
se
eliminiamo il diritto dell’avversario a parlare, domani qualcuno potrà
eliminare anche il nostro.
“Mill”
sosteneva che persino l’opinione più sbagliata deve avere diritto di
cittadinanza nello spazio pubblico, perché solo il confronto continuo con ciò
che nega o contraddice le nostre certezze le rende vive e non dogmatiche.
L’esempio
storico più evidente è quello delle società totalitarie del Novecento.
Ogni
volta che la libertà di parola è stata negata a una minoranza, in nome di un
presunto bene comune o di una “verità” imposta dall’alto, il passo successivo è
stato inevitabile:
il
silenziamento progressivo di tutti, fino all’annullamento della pluralità.
Difendere
la parola di chi non ci piace è dunque un atto di previdenza:
è la
costruzione di una diga contro il rischio che, domani, sia la nostra voce a
essere messa a tacere.
C’è
anche una dimensione etica: la tolleranza non è un atteggiamento di indulgenza
paternalistica, ma un dovere morale.
Significa
riconoscere che la dignità dell’altro non dipende dal grado di simpatia che ci
ispira, ma dal suo essere persona, cittadino, portatore di pensiero.
Rinunciare
a questa prospettiva significa accettare che i diritti siano concessi per
affinità o convenienza, e dunque trasformarli in concessioni revocabili, non in
garanzie inviolabili.
Da qui
nasce il paradosso: la democrazia sopravvive solo se accetta anche chi non crede
in essa, purché si muova entro i confini del confronto pacifico.
E noi,
difendendo il diritto di parola persino per chi ci appare intollerabile, non
stiamo difendendo lui, ma noi stessi.
Stiamo
preservando il terreno comune sul quale, un domani, potremo ancora discutere,
dissentire, criticare senza paura.
In
definitiva, qui si esprime una verità scomoda ma ineludibile: la libertà non si
misura dalla protezione dei “simili”, ma dalla difesa degli “altri”.
E se
oggi chiudiamo un occhio davanti alla censura di un’idea che non amiamo, domani
non potremo sorprenderci se qualcuno chiuderà la bocca alla nostra idea.
Per
questo, davanti alla morte di “Kirk”, la risposta non può essere il silenzio o
il sarcasmo, ma un impegno ancora più forte a far sì che chiunque possa
esprimere la sua idea, che la penna resti più potente della spada.
Perché,
come dimostra la sua vicenda, la vera sconfitta non è nelle idee estreme, ma
nella violenza che pretende di cancellarle.
(Corrado
Faletti).
Censura
e libertà di parola.
Varesemese.it
– (8 Settembre 2025) – Redazione -Editoriale – ci dice:
La
censura democratica minaccia la libertà, soffocando silenziosamente la voce del
dissenso, il “citizen journalism” di “X è una forma di resistenza.
Nelle
democrazie, la libertà d’espressione sembra sotto assedio, nascosta da pretesti
di tutela sociale.
“X”,
prima “app informativa” in Europa e 140 paesi, resiste, incarnando un Internet
libero e il “citizen journalism”.
Come
si manifesta attualmente la censura nelle democrazie?
In
Francia, un’indagine penale avviata dal politico “Eric Bothorel” accusa “X” di
manipolazione algoritmica e “estrazione fraudolenta di dati”.
Le
autorità, classificando “X come” “banda organizzata”, giustificano poteri
investigativi eccezionali, come intercettazioni dei dispositivi dei dipendenti
e richieste di accesso all’algoritmo di raccomandazione e ai dati in tempo
reale degli utenti.
Tali
azioni, denunciate da “X” come politicamente motivate, violano privacy e
diritto al giusto processo, minacciando la libertà d’espressione.
Nel
Regno Unito, circa 12.000 arresti annui per post “offensivi” sui social (un
aumento del 121% dal 2017) colpiscono contenuti etichettati come “hate speech”
o incitamento.
Casi
come l’arresto di cittadini per tweet critici verso politiche governative o
figure pubbliche rivelano un uso strumentale di queste leggi per reprimere il
dissenso, limitando il dibattito pubblico.
In
Germania, raid nazionali contro l”’hate speech online”, previsti dalla legge “Netz
DG”, portano a perquisizioni domiciliari e sequestri di dispositivi per
contenuti come insulti a politici o post ritenuti misogini.
Nel
2025, casi di cittadini indagati per commenti su figure pubbliche hanno
sollevato critiche per la vaghezza delle norme, che criminalizzano la parola e
scoraggiano l’espressione libera.
L’Unione
Europea, tramite il Digital Services Act (DSA), impone a piattaforme come “X”
di moderare contenuti “illegali” o rischiare multe fino al 6% del fatturato
globale (miliardi di euro) o la chiusura.
La
pressione per censurare post ritenuti disinformazione o incitamento, spesso
definiti in modo ambiguo, minaccia la pluralità di voci.
Alcuni
stati, ispirati dal modello brasiliano, spingono per sospensioni totali di” X”.
In
Spagna, leggi contro la “glorificazione del terrorismo” o l’”hate speech” sono
applicate a “tweet” e “meme”, con condanne fino a due anni per post ritenuti
offensivi, creando un clima di autocensura.
Queste
misure, spesso giustificate dai governi come protezione della sicurezza o
dell’ordine pubblico, restringono lo spazio per il dissenso e il dibattito,
erodendo silenziosamente le fondamenta della libertà d’espressione nelle
democrazie.
Quali
sono le forme di censura digitale in Italia?
In
Italia, nel 2025, la libertà di parola deve fare i conti la cosiddetta
“sorveglianza digitale”.
L’articolo
604-bis del Codice Penale, che punisce l’istigazione all’odio, viene usato per
indagare tweet satirici o critici verso ministri e politiche migratorie.
La
norma è vaga, permettendo interpretazioni che colpiscono post non violenti.
Gruppi organizzati, spesso legati a movimenti
politici, monitorano i social e segnalano contenuti “offensivi” alle autorità.
Queste
denunce, riportate da “X” e “media” come La Repubblica, portano a indagini che
intimoriscono gli utenti, spingendoli a censurarsi. Un dossier del Senato
conferma l’uso ampio di queste leggi, limitando il dibattito pubblico,
soprattutto sull’immigrazione.
Perché
“X “è una soluzione alla censura?
“X”
domina le classifiche di “App Store” e “Google Play “in Germania, Francia,
Italia, Spagna, Regno Unito e 140 paesi, grazie alla sua capacità di offrire
notizie in tempo reale e voci non filtrate.
Non
può essere facilmente censurato, garantendo un Internet libero.
Post
come @user123 (15/08/2025, Germania, link non pubblico) sono stati chiusi o
bloccati da governi, non da X, che invece lotta per ripristinarli, promuovendo
la libertà
d’espressione
tramite il” citizen journalism”.
Quali
altri attacchi globali colpiscono la libertà d’espressione?
In
Brasile, “X” è sospeso per ordine giudiziario.
In
Pakistan, “X” è bloccato per “sicurezza nazionale”.
In
Cina, “WeChat” domina, escludendo “X” per restrizioni statali.
Attacchi
DDoS nel 2025, attribuiti a “Dark Storm Team”, colpiscono “X”.
Quale
futuro per la libertà di parola?
La
censura democratica soffoca il dissenso.
“X”,
con post come @liberte “X”(20/08/2025, Francia, link non pubblico), incarna la
resistenza del “citizen journalism”.
Limitare
la libertà di espressione non significa introdurre una censura oscurantista, ma
assumersi responsabilità politiche, spesso a difesa dei più deboli.
Proversi.it
– Redazione – (01 – 11 – 2025) – Fabio Gambaro – ci dice:
Non vi
è nessuna libertà o diritto tra quelli riconosciuti dalle democrazie
contemporanee che possa essere inteso come illimitato, senza considerare la
possibile violazione di libertà e diritti altrui, altrettanto meritevoli di
tutela.
Ciò
vale anche per la libertà di espressione che, se esercitata senza la
consapevolezza dell’esistenza di limiti, rischia di trasformarsi in un arbitrio
irresponsabile in grado di danneggiare i più deboli.
Oggi i media sono spesso così privi di etica o
responsabilità morale che la libertà di stampa, da originaria costola della
libertà di espressione, rischia di trasformarsi in uno strapotere, addirittura
superiore ai poteri classici dello Stato di diritto: quelli esecutivo,
legislativo e giudiziario.
La
libertà di espressione va bilanciata con altri diritti e valori.
Tzevan
Todorov,
celebre teorico della letteratura e saggista, studioso del problema
dell'“altro” e dei rapporti tra individui e culture diverse, in un’intervista
rilasciata a Fabio Gambaro su “Repubblica” il 20 marzo 2015, prima del Convegno
di Udine “La Repubblica delle Idee”, si è espresso in merito alla relazione tra
la libertà di espressione e la politica degli Stati democratici.
Secondo Todorov anche la libertà di
espressione è un diritto che va bilanciato con altri diritti e valori, quali la
sicurezza pubblica e la dignità individuale.
“La libertà di espressione non è un valore
inalienabile, intangibile o non negoziabile.
Lo stato democratico è espressione della
volontà popolare e contemporaneamente protezione delle libertà individuali, che
deve difendere insieme a una pluralità di valori, come la sicurezza, la
giustizia, l’eguale dignità di tutti.
Tali
valori tendono a limitarsi l’un l’altro.
E la
politica di uno stato è sempre un compromesso tra valori diversi. Limitare la
libertà di espressione non significa introdurre una censura oscurantista ma
assumersi le proprie responsabilità politiche” (Fabio Gambaro, Tzvetan Todorov:
"La libertà di espressione va difesa sempre per i deboli",
“Repubblica”, 20 marzo 2015).
Secondo”
Todorov”, quando si difende la libertà di stampa, bisognerebbe sempre
interrogarsi “sul rapporto di potere tra colui che la esercita e colui che la
subisce” (ibidem).
Nel
libro” I nemici intimi della democrazia” (Garzanti, 2012), “Todorov” sostiene
che, dopo avere sconfitto i regimi totalitari del Novecento, oggi la democrazia
non ha più nemici esterni in grado di metterla in pericolo.
I
rischi per la democrazia arriverebbero invece dal suo interno: un
individualismo spinto all'eccesso, un neoliberismo avido e senza più regole, la
deriva populista.
“La democrazia è ammalata dei suoi stessi eccessi: la
libertà è diventata tirannia, il popolo si è trasformato in una massa
manipolabile, il desiderio di promuovere il progresso si è mutato in spirito di
crociata”
(ibidem).
Già “Aleksandr
Solženicyn”, scrittore e storico russo, nobel per la Letteratura nel 1970 ed
esiliato dall’Unione Sovietica nel 1975, in un celebre discorso tenuto all’”Università
di Harvard “l’otto giugno 1978, si esprimeva sul tema della libertà di
espressione, riferendosi soprattutto a quello più circoscritto della libertà di
stampa e del potere assunto dai media nella società contemporanea (Cfr. La libertà, la stampa e
l’Occidente “totalitario”. Capire il presente con un discorso di Solženicyn del
1978, “Tempi.it”, 18 gennaio 2015).
La
critica di Solženicyn si rivolge soprattutto alla società occidentale e all’uso, a
suo parere spesso irresponsabile, di quelle libertà e diritti che negli anni
Settanta erano ancora negati nei paesi sovietici:
“Anche la stampa (uso il termine ‘stampa’ per
designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà, ma come
la usa?
Lo
sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza
alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni.
Un
giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro
lettori o davanti alla storia?
Se,
fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in
errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto
lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa?
No,
naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite.
In
casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne
esce sempre pulito.
Anzi,
potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario
di ciò che affermava prima…. È nella stampa che si manifestano, più che
altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia
mentale del XX secolo.
Penetrare
in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si
limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.
E, con
tutto questo, la stampa è diventata la forza più importante degli Stati
occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e
giudiziario”
(ibidem).
(Solženicyn
Aleksandr - scrittore e storico russo).
(Todorov
Tzevan - teorico della letteratura e saggista).
Demostene
lo sa! La libertà
di
parola ha origini antiche.
Gazzettatorino.it
- Redazione GT - (Ott 23, 2025) – Maria
Giovanna Iannizzi – ci dice:
Demostene
lo sa!
Poco
studiato, poco conosciuto, poco ricordato.
Ma che
cosa ha scritto Demostene per diventare il simbolo e il difensore della libertà
di espressione?
Oratore
sì, il più grande degli oratori greci, ma anche un politico eccezionale, che ha
voluto “gridare ai quattro venti” quanto fosse necessario difendere il bene
comune, la propria terra.
Qualcosa
ha detto, qualcosa ha testimoniato.
Ma non
sempre è stato accettato, capito o difeso.
Nelle sue orazioni più famose, “le Filippiche”,
critica il comportamento degli Ateniesi (in guerra contro Filippo di Macedonia)
e li esorta ad agire, a confrontarsi con la collettività, a non rassegnarsi.
Li
sprona a difendersi, a ribellarsi alla forza del nemico, del caos e del
destino.
Ci
riesce? Non del tutto.
Demostene
lo sa.
Sa di essere “scomodo“, inopportuno, ma è
caparbio e tenace.
Sa anche che, la sua capacità dialettica e
persuasiva romperà il silenzio, perché è in gioco la libertà di parola, la
democrazia.
Analogamente, oggi come ieri si ripresentano
le stesse preoccupanti situazioni:
guerre
e guerriglie, restrizioni, discriminazioni, sfruttamenti, costrizioni. Eventi a
volte paradossali e inquietanti, che rasentano l’ineluttabile morte delle
civiltà.
Demostene
sa che non si può rimanere in silenzio.
Chi avverte
il bisogno di “osare” e ha il coraggio di parlare protegge la libertà e difende
responsabilmente l’uomo e la verità.
La storia è memoria e la memoria è una cosa
seria.
Difendere
il diritto di parola e di espressione vuol dire salvaguardare la memoria,
consegnarla intatta alla storia e all’umanità.
Significa
tutelare l’identità di un popolo e la responsabilità collettiva, il pensiero
critico e la giustizia sociale.
Significa
conoscere, svelare e difendere la verità.
Demostene
lo sa.
Il termine greco “ἀλήθεια” vuol dire mettere
in luce ciò che è nascosto. Quindi, verità in senso lato vuol dire svelare o
rivelare ciò che deve essere conosciuto.
In latino il termine “veritas” indica
l’aderenza al vero, all’oggettività di una realtà non falsa.
L’articolo
21 della Costituzione italiana, l’articolo 11 della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione Europea e il Codice deontologico delle Giornaliste e
dei Giornalisti ribadiscono che il diritto ad esprimersi liberamente è un
diritto fondamentale ed ineludibile dell’uomo.
È la
pietra angolare di ogni stato democratico, è la cartina di tornasole di ogni
tipologia di comunicazione libera e indipendente.
Oggi
però parlare di libertà di parola è rischioso.
Ci si
scontra con una situazione di stallo che sta danneggiando il giornalismo di
qualità, il giornalismo che propone l’opposizione e l’analisi critica come
elementi fondanti della comunicazione trasparente.
Il cittadino deve sapere quale sia la verità
sui fatti, e chi si occupa di comunicazione e agisce in coscienza vuole
presentare le notizie in modo esplicito, indipendentemente dalle ripercussioni
in cui potrebbe incorrere.
È un
dovere morale scegliere la via della verità, perché il comunicatore in generale
(e il giornalista in particolare), ricopre il ruolo del parresiasta (dal greco
παρρησία, libertà di dire e raccontare tutto).
Grazie
a questo ruolo fondamentale difende soprattutto la Costituzione. Il parresiasta
sa che la sua incolumità personale e familiare è in pericolo, ma sa anche che
la verità non è frutto di un compromesso o di un consenso sociale o mediatico.
I
giornalisti sono i principali difensori del diritto all’informazione e per
trasmettere e divulgare la verità rischiano sempre.
Rischiano
querele, ricatti, denunce, persecuzioni.
Nei
paesi in guerra sono soggetti a leggi restrittive, spesso vengono detenuti
illegalmente, minacciati, spiati e anche uccisi.
Paura?
Tanta.
Ma
vince la resilienza, la tenacia e la fedeltà al proprio lavoro, al proprio
ruolo di testimone di una verità “scomoda” e “imbavagliata”.
Demostene
lo sa.
Sa che le minacce partono anche dalla politica
e dalle organizzazioni malavitose.
Sa che
cedere ai ricatti vuol dire violare la deontologia professionale e tradire la
democrazia.
Demostene
lo sa.
Il
mestiere del giornalista è importante, perché denunciare le ingiustizie o gli
abusi di potere attraverso articoli, indagini o reportage fotografici vuol dire
smuovere le coscienze, arginare le falsità, incentivare in chi guarda, legge o
ascolta, un profondo senso civico e morale.
Il
mestiere del giornalista è anche una missione.
Chi
scrive fornisce all’uomo l’opportunità di poter distinguere il vero dal
verosimile, di poter verificare i fatti ed esprimere giudizi, di poter prendere
posizione, con volontà di appartenenza alla comunità e senza lasciarsi
influenzare dai pregiudizi, che spesso disinformano ed “uccidono” la verità.
Nelle società democratiche i giornalisti
rivestono un ruolo sociale determinante.
Con le
loro inchieste salvaguardano anche i diritti umani e diventano promotori del
cambiamento sociale e politico, perché stimolano il dibattito e promuovono la
trasparenza.
I
cittadini sanno che, per il loro l’impegno intransigente di divulgatori della
verità, il prezzo da pagare è davvero alto: rinunciare alla propria libertà.
Delegittimarli,
intimidirli, renderli vulnerabili sono modalità di attacco becero, che mirano a
diffamare i Media e la loro credibilità.
Il lavoro dei giornalisti d’inchiesta e degli
inviati in zone di conflitto è un lavoro difficile, ma necessario.
Coloro
che manipolano o delimitano le loro indagini con atteggiamenti o azioni
sovversive indeboliscono la legittimità della democrazia e del diritto di
parola.
Ecco
perché è importante sostenere il giornalismo indipendente.
(Maria
Giovanna Iannizzi).
Donald
Trump il bullo della scuola.
Unz.com
- Filippo Giraldi – (31 ottobre 2025) – ci dice:
"Mettiamoci
alla prova" le nostre "armi nucleari" magari sull'Iran.
Ora
che Donald Trump è Presidente degli Stati Uniti d'America e sta strenuamente
cercando di affermare il suo diritto a fare "tutto ciò che voglio"
sul mondo intero, è facile dimenticare che, a parte la sua incapacità di
articolare una frase coerente, i suoi predecessori hanno sofferto in gran parte
della stessa illusione.
George W. Bush ha invocato una guerra globale
al terrorismo e si è autoproclamato "il nuovo sceriffo in città",
un'idea che ha portato alla morte di milioni di persone in Afghanistan e Iraq,
mentre Barack Obama ha invaso la Libia e si è incontrato giovedì mattina con i
suoi "consiglieri per la sicurezza per stilare liste di cittadini
americani all'estero che sarebbero stati uccisi".
Anche
il genocidio mentalmente sfidato “Joe Biden” ha elogiato il suo governo della
Nave di Stato in un discorso al Dipartimento di Stato una settimana prima di
passare il testimone imperiale a Trump il 20 gennaio esimo Inaugurazione
presidenziale.
Nel
suo discorso, ha sostenuto che stava consegnando al presidente Trump una
posizione di forza sulla scena mondiale, sostenendo la continuità degli sforzi
degli Stati Uniti per contrastare le "minacce" poste dalle ambizioni
globali della Cina e dall'aggressione della Russia.
Nelle
sue osservazioni allo Stato, Biden ha cercato di sostenere la sua eredità di
politica estera "esemplare", poiché Trump, a quel tempo e non ancora
in carica, stava già promettendo qualcosa di diverso mentre minacciava gli
alleati e chiedeva l'espansione territoriale dell'America, per non parlare di
come avrebbe rinominato i corpi idrici internazionali ei monumenti e i siti
nazionali, in molti casi cercando di chiamarli con il suo nome.
Biden
si è lasciato andare a una lunga millanteria sui suoi successi, inevitabilmente
priva di qualsiasi reale fondamento, affermando: "La mia amministrazione
sta lasciando alla prossima un'opportunità molto forte.
Gli
Stati Uniti stanno vincendo la competizione mondiale rispetto a quattro anni
fa.
L'America
è più forte. Le nostre alleanze sono più solide, i nostri avversari e
concorrenti sono più deboli.
Non siamo andati in guerra per far sì che
queste cose accadessero".
Biden
ha convenientemente dimenticato di menzionare come gli Stati Uniti sotto il suo
controllo fossero pesantemente coinvolti in due grandi guerre, in Ucraina e a
Gaza.
E poi c'è stata la disastrosa ritirata
dall'Afghanistan dopo vent'anni di sforzi sprecati, innumerevoli cadaveri e
migliaia di miliardi di dollari buttati in un pozzo senza fondo.
Non ha
nemmeno menzionato il genocidio perpetrato dai suoi buoni amici israeliani, che
è stato ed è reso possibile dal sostegno acritico di Washington.
Recenti rapporti suggeriscono che lo staff
della Casa Bianca coinvolto nella politica mediorientale sotto Biden abbia
talvolta suggerito agli Stati Uniti di cercare di frenare il massacro dei
palestinesi da parte del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, poiché
stava attirando crescenti critiche internazionali sul ruolo di facilitatore di
Washington, ma Biden si è rifiutato di discutere la questione, rispondendo
solo:
"Sono
un sionista!"
Forse
qualcuno avrebbe dovuto suggerire che la propensione di Biden ad andare dove lo
porta il denaro miliardario ebraico, si presume, dovrebbe essere secondaria
rispetto al suo giuramento e al suo fare ciò che è meglio per il popolo
americano piuttosto che per i suoi concittadini ardenti sionisti come il
Segretario di Stato “Anthony Blinken” e altri di cui si è circondato.
“Blinken”,
in particolare, è corso in Israele subito dopo l' attacco di Hamas del 7
ottobre e ha annunciato all'arrivo in aeroporto:
"Sono
qui come ebreo!".
Se
Biden avesse avuto anche solo un briciolo di integrità e coraggio, avrebbe
dovuto licenziare immediatamente “Blinken”, ma ovviamente non l'ha fatto e
questo ha costituito un esempio per ciò che è seguito sotto Trump, quando due
ebrei newyorkesi di nome “Steve Witkoff” e “Jared Kushner” hanno di fatto
negoziato con Israele e gli arabi, pur essendo esperti solo delle loro
specializzazioni professionali, ovvero il settore immobiliare.
Il
risultato di tutto ciò, il via libera a Israele per continuare a uccidere per
bonificare Gaza e trasformarla nella Riviera di Trump, avrebbe dovuto essere
ovvio quando i due uomini hanno annunciato di non vedere alcun genocidio in
atto a Gaza, cosa che è stata chiaramente visibile al 90% della popolazione
mondiale.
Trump,
ora che è in carica da nove mesi, è un po' come un ritorno a un ragazzino di
dodici anni la cui autostima deriva dall'essere diventato un bullo che
terrorizza i bambini più piccoli nel cortile della scuola.
Nel
contesto attuale, Trump sta uccidendo pescatori nel Mar dei Caraibi e
nell'Oceano Pacifico con la pretesa, non dimostrata, di essere
"narcoterroristi", qualunque cosa questo significhi.
Si
potrebbe sospettare che la volontà di Trump di uccidere ripetutamente senza
fornire alcuna prova che la vittima meritasse un simile destino possa derivare
dalla sovraesposizione ai suoi buoni amici in Israele, dove sparare ai bambini
da parte dell'esercito israeliano (IDF) è considerato di rigore.
Trump
non esita nemmeno a terrorizzare verbalmente capi di stato stranieri,
ambasciatori, giornalisti e chiunque altro ritenga lo abbia minimamente offeso.
Sono
tutti pronti a subire una punizione per dimostrare quanto sia un vero duro.
Sfortunatamente
per gli Stati Uniti, tutto ciò che riesce a fare più spesso è creare disprezzo
per gli Stati Uniti e per il sistema che produce presidenti come Clinton, Bush,
Obama, Biden e, il prodotto finale, lo stesso Donald J. Trump, la cui frase più
duratura è "Sei licenziato!", pronunciata con un ghigno maligno e un
dito puntato.
In
effetti, c'è sempre qualcosa di nuovo ed eccitante da segnalazione quando
Trump, che potrebbe vivere una grave crisi sanitaria, è in giro per affermarsi.
L'ultima notizia è che ha ordinato al
Pentagono (cioè ora noto come Dipartimento della Guerra) di iniziare ad
aggiornare l'arsenale nucleare americano aumentando i "test"dell' hardware.
Trump
sembrava suggerire che gli Stati Uniti riprenderanno a testare armi nucleari
per la prima volta in tre decenni, dicendo solo che sarebbero stati su
"base paritaria" con presunti concorrenti come Russia e Cina.
Potrebbe
anche guardare all'Iran e stranamente ha lasciato Israele con il suo arsenale
segreto che, a quanto pare, è sotto l'"Opzione Sansone", prendendo di
mira le città europee, tra cui Roma.
Significativamente,
la notizia del cambiamento politico è arrivata mentre Trump stava incontrando
il presidente “Xi Jinping” in Cina, come forma di avvertimento.
Un
annuncio sui test è successivamente apparso su “Truth Social” di Trump in cui
il presidente ha scritto:
"A
causa dei programmi di test di altri paesi, ho incaricato il Dipartimento della
Guerra di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria.
Questo
processo inizierà immediatamente".
Non c'era alcuna indicazione se il Pentagono
avrebbe iniziato a far esplodere le testate reali, il che significa che Trump
stava offrendo pochi dettagli su quello che sembrava essere un cambiamento
significativo nella politica di difesa degli Stati Uniti.
Gli
Stati Uniti già testano regolarmente missili in grado di trasportare una
testata nucleare, ma in realtà non hanno fatto esplodere le armi dal 1992 a
causa di un divieto di test.
Quando
più tardi parlò con i giornalisti in Cina, Trump fu un po' evasivo o
addirittura confuso, dicendo che, riguardo agli altri Paesi dotati di armi
nucleari, "sembra che tutti stiano effettuando test nucleari", ma
negli Stati Uniti:
"Abbiamo più armi nucleari di chiunque
altro. Non effettuiamo test. Li vedo testare e dico, beh, se devono testare
loro, immagino che dobbiamo testare anche noi".
Quando
gli fu chiesto dove si sarebbero svolti i test, rispose: "Sarà annunciato.
Abbiamo
dei siti di test".
Si
presume che The Donald userà le armi "potenziate" per minacciare
altre nazioni affinché obbediscano alle dichiarazioni provenienti dalla Casa
Bianca.
Trump,
essendo piuttosto ingenuo al di là dell'uso delle minacce, chiaramente non
percepisce che sta invitando altri governi a fare lo stesso, innescando una
corsa agli armamenti che potrebbe facilmente portare alla fine del mondo in un
olocausto nucleare se qualcuno si agitasse.
Quel qualcuno potrebbe facilmente essere Trump
stesso, poiché è chiaramente incapace di prevedere le conseguenze di qualsiasi
delle azioni impulsive a cui è incline.
Nel
frattempo, la situazione relativa al "Piano di pace Trump" tra Gaza e
Israele continua a disgregarsi.
Il
cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre, ma Israele ha continuato a
commettere decine di violazioni del cessate il fuoco bombardando e sparando ai
palestinesi, anche il giorno prima, quando ha colpito obiettivi nella Striscia
di Gaza meridionale dopo aver dichiarato che le sue truppe erano state colpite
dai militanti di Hamas.
Giovedì
sono stati uccisi anche cinque palestinesi e una famiglia di undici persone che
cercava di tornare alla loro vecchia casa il venerdì successivo è stata uccisa
dall'esercito israeliano.
In seguito al massacro della famiglia, che
includeva sette bambini e tre donne, compiuto sparando un colpo di carro armato
contro il loro veicolo, fonti israeliane hanno affermato che avevano
oltrepassato quella che Israele ha definito un'autoproclamata "Linea
Gialla".
Israele
ha nuovamente violato l'accordo mercoledì quando Netanyahu ha ordinato un
pesante bombardamento che ha ucciso oltre 100 abitanti di Gaza, tra cui 46
bambini, a causa di una presunta sparatoria.
La risposta israeliana avrebbe ricevuto il via
libera da Trump e dal suo team di negoziazione, che erano stati informati del
piano in anticipo.
La
"Linea Gialla", oltre la quale le forze israeliane si sono ritirate,
non è segnalata o segnalata ed è fondamentalmente un campo di sterminio per
qualsiasi Palestina che vi si avvicini.
Separa
le aree sotto il controllo continuo militare israeliano – che è descritta come
una zona di sicurezza che comprende oltre il 50% di Gaza – come consentito dal
piano di cessare il fuoco di Donald Trump a Gaza.
Il
ministro della "Difesa" israeliano “Israel Katz”, in seguito
all'uccisione della numerosa famiglia, ha ordinato alle forze israeliane di
posizionare fisicamente segnali di avvertimento per l'avvicinamento alla
"Linea Gialla", ma ha anche autorizzato i soldati israeliani a
prendere di mira e uccidere chiunque la attraversi.
Questo
è inquietante.
Suggerisce
che, anche se il "cessate il fuoco" dovesse reggere, il governo
israeliano intende mantenere indefinitamente l'attuale occupazione militare di
oltre il 50% del territorio della Striscia di Gaza, territorio che comprende la
stragrande maggioranza dei terreni agricoli di Gaza e che è già stato di fatto
sottoposto a una pulizia etnica dei palestinesi a causa dei bombardamenti che
hanno distrutto le infrastrutture nel 90% di Gaza. Israele è consapevole che,
anche se i palestinesi desiderassero tornare a casa, non avrebbero alcun
riparo, lavoro, scuole, ospedali o edifici religiosi, né alcuna fonte di
reddito a parte la beneficenza.
Saranno
inoltre completamente dipendenti dal fatto che Israele consenta l'ingresso di
cibo e medicine, che, come notato sopra, continua a essere limitato nonostante
l'accordo di cessate il fuoco.
Si
dice che alcuni ministri israeliani abbiano affermato: "Non appena avremo
recuperato gli ostaggi, riprenderemo il massacro".
Quasi
tutti gli osservatori sottolineano che Israele non ha una buona reputazione nel
rispetto del cessate il fuoco o di altri accordi e che il suo ritiro dai
territori occupati viene spesso ritardato da vari espedienti.
È
stato ampiamente dimostrato che Israele continua la sua presenza occupazionale
nelle Aree "B" e "C" della Cisgiordania, dalle quali, in
conformità con gli accordi di Oslo, avrebbe dovuto iniziare il suo graduale
ritiro un quarto di secolo fa.
Bande nomadi di coloni ebrei armati continuano
a uccidere contadini palestinesi, distruggendo i loro ulivi e il loro bestiame
e bruciando le loro case senza alcuna intercessione da parte dei soldati
dell'IDF che restano a guardare e applaudire la carneficina e la distruzione.
Per
Israele, "indefinito" tende a significare "permanente" ogni
volta e ovunque si tratti di accaparramenti di terre da parte di Israele,
supportati da leader americani come Donald Trump che hanno approvato
l'annessione delle alture siriane del Golan e di Gerusalemme Est e i continui
bombardamenti del Libano, dando allo stesso tempo mano libera a Israele in
Cisgiordania.
In
realtà, le annessioni formali da parte di Israele non sono né necessarie né
desiderabili, dal momento che potrebbero provocare gli stati occidentali che
hanno usato la scusa "temporanea" per giustificare il loro sostegno de
facto all'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele, piuttosto
che intraprendere finalmente azioni costruttive per porvi fine.
Israele
capisce che la situazione ottimale è effettivamente l'occupazione permanente e
il controllo di tutto il territorio dell'ex Stato di Palestina senza una
dichiarazione formale di annessione, e questo è senza dubbio ciò che continuerà
mentre il processo di pace procede lentamente, se mai lo farà. Il "piano
di pace di Trump" permetterebbe, ovviamente, di continuare a questo status
quo.
E così
il ritmo continua.
L'universo trumpiano continua a espandersi
attraverso minacce e omicidi di "nemici", anche se il vero nemico del
popolo americano e dei suoi veri interessi nazionali continua a essere
"amici" come Israele.
E ora
l'arsenale nucleare statunitense viene apparentemente "testato" per
assicurarsi che sia pronto per l'uso contro i concorrenti.
Tutto questo può peggiorare ulteriormente?
Sintonizzatevi
la prossima settimana!
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3.)
«IL
CAPITOLO FINALE: ESTINZIONE DEGLI ITALIANI.»
Inchiostronero.it
- Roberto Pecchioli – (01-11-2025) – ci dice:
Un
popolo che smette di generare smette anche di esistere: e l’Italia sembra aver
già firmato la propria resa.
IL
CAPITOLO FINALE: ESTINZIONE DEGLI ITALIANI.
Il
nuovo rapporto ISTAT conferma il crollo delle nascite:
l’Italia
si sta spegnendo da sola.
Nel
suo ultimo intervento, Roberto Pecchioli affronta con lucidità e indignazione
il tema più taciuto e più decisivo del nostro tempo:
la
fine demografica del popolo italiano.
I dati
ISTAT non lasciano scampo – un ulteriore crollo delle nascite, un Paese che
invecchia senza ricambio, una società che non crede più nel futuro – ma ciò che
l’autore denuncia è la radice culturale del disastro.
L’Italia
non si sta estinguendo solo biologicamente, ma spiritualmente: ha
interiorizzato l’idea che la libertà coincida con l’assenza di legami, che il
figlio sia un ostacolo e non un’eredità.
La
politica, da entrambe le sponde, reagisce con tardiva ipocrisia, preoccupandosi
non della sopravvivenza del popolo, ma della tenuta del sistema economico.
Con tono severo ma appassionato, Pecchioli
invita a guardare oltre la superficie dei numeri:
dietro
il calo delle nascite si consuma il tramonto di una civiltà che ha scelto di
non proseguire se stessa.
Alcuni
giorni fa l’ISTAT ha diffuso una non-notizia.
Il
periodico rapporto demografico sull’Italia segnala dati ancora più devastanti
rispetto agli anni passati.
Il calo delle nascite segna un altro primato
negativo:
meno
6,3 per cento di nuovi italiani rispetto alle risultanze drammatiche del 2024,
a loro volta peggiori di quelle degli anni precedenti.
È in
atto l’estinzione del nostro popolo.
Sino a
pochi anni fa la pubblicazione dei dati era accompagnata dall’indifferenza; ora
siamo allo stadio dello stupore.
Ridicolo,
insopportabile segno di incoscienza e irresponsabilità. Sorpresa- falsa, falsissima- come se
il tracollo demografico, la volontà di non avere figli, quindi eredi,
successori, non fosse l’esito inevitabile di un processo culturale e politico
coltivato per decenni.
L’Italia-
e l’Europa, e il mondo centrato sull’individualismo – non fa figli e il potere
non vuole genitori.
Da
quasi mezzo secolo ripetono che avere figli è una scelta personale, libera, non
dovuta.
Promuovono
ogni causa nemica delle nascite, dall’aborto libero e gratuito alla
contraccezione farmacologica sino a modelli di vita egoistici, fondati sul
breve termine, sul successo individuale, sulla vita come vacanza, sul
disimpegno, l’irresponsabilità, il consumo immediato, sui “diritti”, poi
fingono meraviglia se i popoli si comportano esattamente come è stato loro
insegnato.
La
novità, nell’anno di grazia 2025, è che al coro stavolta si è unita parte della
politica di sinistra.
Improvvisamente
si sono accorti non che è importante la sopravvivenza della nostra nazione –
parola e concetto che aborrono- ma che la denatalità nuoce al sistema
pensionistico al collasso e all’istruzione che non sa più chi istruire.
Non che l’altra metà del cielo politico faccia
meglio:
schiava
dell’individualismo liberale, ha negato il problema per anni e oggi non sa
affrontarlo per subalternità culturale e per non dispiacere i suoi padroni:
vorrei, ma non posso.
I
fatti, però, valgono più di ogni argomento: una coppia con figli paga più
tasse, ha meno libertà, non gode di diritti sociali, tanto meno di prestigio.
È una
minoranza folcloristica nella civilizzazione in frantumi che idolatra
l’individuo senza legami.
La
maternità è una catena che immobilizza le donne, la paternità è ridotta a
bancomat.
Tutti
invocano più asili, più strutture sociali, perfino (timide) misure fiscali
favorevoli a chi ha figli.
È giusto e a lungo termine dà qualche
risultato, ma è il modo sbagliato, gelidamente materiale, di affrontare il
problema, nientemeno che la persistenza biologica, storica, culturale della
nostra gente.
Prima
hanno ucciso la famiglia e irriso il ruolo di padre e madre, considerato i
figli un fardello da evitare in nome della realizzazione personale, della
liberazione da ogni vincolo, dalla responsabilità.
Poi
arrivano i numeri e chi ha appiccato l’incendio (tre generazioni, ormai!)
piange lacrime di coccodrillo.
Come
se la causa della denatalità fosse misteriosa, un destino cinico e baro.
Come
se non avessero trascorso decenni a demonizzare la famiglia, i ruoli
genitoriali, il sacrificio e la fatica.
Grida
al disastro demografico chi ha promosso e applaudito ogni passo della
dissoluzione della comunità e dello spappolamento della società.
Precarizzazione
del lavoro, sradicamento dai luoghi e dalla cultura di origine, culto della
carriera, infantilizzazione, narcisismo centrato sull’Io– minimo e insieme
ipertrofico- demonizzazione del ruolo genitoriale.
Mettere
su famiglia non è più un’aspirazione.
L’idea
stessa è derisa, considerata la sconfitta delle ambizioni, dei sogni, dei
piaceri e dei desideri.
Chiedersi
perché non nascano più bambini dimostra stupidità.
La crisi non è biologica, è
ideologica-culturale.
Il
modello vincente è il soggetto isolato dipendente dal successo, dal denaro,
nomade dei desideri e della vita, alla ricerca di effimeri piaceri, nemico
degli impegni di lungo periodo.
Una
vecchia pubblicità diceva che un diamante è per sempre.
Anche
un figlio, ma a differenza del minerale prezioso non si può rivendere o
custodire in cassaforte.
Tutto
ciò che è “per sempre” è aborrito dall’ “homo occidentalis” senza padri e senza
eredi.
Ovvio
che abbia costruito una società che punisce chi genera altri esseri umani.
Parlano h.24 di inclusione, ma escludono la
maternità dal mondo del lavoro;
celebrano
la libertà sessuale ma odiano la sua conseguenza naturale, la nascita di nuove
vite.
Forse per questo preferiscono l’inversione
sterile e mettono a disposizione ogni mezzo che eviti la temuta conseguenza del
mettere al mondo i propri figli.
I
demografi si accorgono ormai anche della “carenza di potenziali genitori”.
Non è
loro compito scoprire il perché.
Lo
sanno i semplici, le persone normali.
La nonna di chi scrive, nata alla fine
dell’Ottocento, ultraottantenne, osservando i primi segnali del fenomeno, si
chiedeva:
ma chi
manderà avanti il mondo, se non fate figli?
Siamo
un popolo e una civilizzazione stremata che non crede più nel futuro.
Quindi
smette di generare, in senso biologico innanzitutto, e poi spirituale,
culturale, di inventiva, di voglia di vivere.
Un’epoca
di passioni tristi, un vuoto sterile che sgomenta chi ha vissuto l’epoca
precedente.
Un
mondo vecchio non solo anagraficamente, che finge dispiacere per le culle vuote
continuando a praticare la cultura che le ha svuotate.
Perché,
si chiede ciascuno, dovrei avere figli proprio io?
Ci
pensi qualcun altro, io devo pensare al successo, al fine settimana, alle
vacanze esotiche, a cambiare partner per provare emozioni nuove. Compro un cane
ed ecco risolto il problema dell’affettività.
Impegna meno, campa meno.
Molti
sono stati persuasi da una propaganda battente che l’uomo è il cancro del
pianeta.
Inquina,
produce anidride carbonica, distrugge la natura: meglio non procreare.
Incultura
di morte, nichilismo gaio.
Se proprio mi innamoro, meglio una convivenza
provvisoria, senza impegni.
Tutto
passa in fretta nella società liquida, anche l’amore, spesso scambiato per passione
o attrazione.
E se mi nasce un figlio, mica lo posso buttare
via.
Meglio
evitare o abortire.
Chi ha
eroicamente un figlio, spesso non può permettersi il secondo o il terzo – Dio
ci scampi- perché mancano i soldi, perché la casa è troppo piccola, il lavoro è
a tempo determinato.
Non ci
ricordiamo che prima, nel buio passato, un padre manteneva la famiglia con uno
stipendio e spesso si riusciva anche ad andare in vacanza.
Non
alle Seychelles o a Cortina, ma nei mille luoghi bellissimi vicini alle nostre
città.
Chi
domina il mondo ha deciso che siamo troppi e vuole abbattere a miliardi i capi
di umanità eccedenti.
Lo dicono tranquillamente gestori di fondi
economico-finanziari (Larry Fink di Black Rock, oligarchi della tecnologia
(Bill Gates) intellettuali di servizio (Yuval Harari).
Quindi, perché preoccuparsi se non nascono
bambini?
È un vantaggio, è il mondo di domani.
Artificiale,
transumano, cioè antiumano.
Perché
riprodurci se siamo la metastasi del pianeta?
Perché avere figli, se impedisce la settimana
bianca, svuota il portafogli, intralcia carriera, piaceri, libertà, se produce
doveri nel tempo dei diritti, se vincola per sempre a un essere pieno di
pretese che ci chiama papà o mamma, genitore 1 e 2?
Perché inquietarsi per le statistiche?
Se il
sistema pensionistico traballa e quello economico ha bisogno di braccia e
cervelli, basta importare esseri umani adulti dal resto del mondo.
Problema
risolto.
Meglio
ancora, sostituire la nostra nazione e gran parte dell’umanità con robot e
macchine dirette dall’Intelligenza Artificiale.
Saremo
più ricchi, più comodi e non staremo più stretti.
O “ops”, saranno più ricchi (Fink, Gates e gli
altri oligarchi) saranno più comodi, staranno più larghi.
Gran
parte di noi verrà eliminata.
Senza
figli, della nostra assenza non si accorgerà nessuno.
(Roberto
Pecchioli).
“BUREVESTNIK,
ARRIVA
L’UCCELLO DELLA TEMPESTA.”
Inchiostronero.it
- Redazione Inchiostro nero – (31 -10 -2025) - Il Simplicissimus-– ci dice:
Un’arma
che promette di riscrivere le regole della deterrenza: il «pettirosso della
tempesta» torna a sfidare il mondo.
BUREVESTNIK,
ARRIVA L’UCCELLO DELLA TEMPESTA.
Tre
giorni fa il Cremlino ha mostrato — e rivendicato — ciò che fino a poco tempo
fa era più mitologia tecnologica che realtà concreta:
il 9M730 “Burevestnik”, un cruise missile
alimentato da una piccola unità nucleare che, secondo Mosca, può rimanere in
volo per ore o giorni, coprire migliaia di chilometri e aggirare sistemi di
difesa convenzionali.
Reuters+1.
Dietro
il gesto propagandistico si annida però una storia meno trionfale: i resoconti
occidentali ricordano una lunga serie di test falliti e incidenti tecnici —
alcuni dei quali letali — che mettono in dubbio affidabilità, sicurezza e
controllo di una tecnologia che, se difettosa, rischia di trasformarsi in
un’arma radiologica in movimento.
Reuters+1.
Sul piano geopolitico il “Burevestnik” non è
soltanto un nuovo vettore: è un messaggio.
La retorica del «raggio illimitato» e della
capacità di colpire da basi profondamente difese è pensata per scalare la
pressione psicologica sugli avversari e rilanciare la narrativa di Mosca sulla
sovranità strategica.
Ma la
domanda che il pezzo si pone con forza è un’altra:
quanto conviene all’ordine internazionale
tornare a finanziare e testare tecnologie il cui fallimento comporta rischi
sistemici per civili, ambiente e stabilità strategica?
“AP
News+1”.
Conclude il pezzo una riflessione critica
sulle conseguenze pratiche — non solo militari ma civili ed ecologiche — di una
rincorsa alle «armi immortali», e sull’urgenza di misure internazionali che
riducano la probabilità che eventi tecnici o calcoli errati degenerino in
catastrofe. New Atlas.
Tre
giorni fa Putin, in una riunione degli stati maggiori delle forze armate, ha
annunciato l’ingresso negli arsenali di una nuova arma, il “Burevestnik”, in
preparazione da anni e di cui si è anche parlato a lungo, destinata a cambiare
totalmente gli equilibri strategici:
si
tratta di un missile a propulsione nucleare in grado di viaggiare per distanze
indefinite e colpire qualsiasi parte del pianeta.
È in
sostanza un missile da crociera, capace di volare a bassissima quota, anche 10
metri dal terreno o dall’acqua per essere invisibile ai radar e dunque alle
difese contraeree, che tuttavia non soffre del principale problema di questo
tipo di armi, ovvero una gittata ridotta a causa della resistenza dell’aria e
bassa velocità.
Il tanto vantato “Tomahawk,” per esempio, ha
una gittata di 2500 chilometri e una velocità massima di 88o chilometri
all’ora, in pratica quella di un areo di linea.
Il “Burevestnik”
può fare di meglio e arrivare anche a 1300 chilometri l’ora, ma non è questo il
suo asso nella manica che invece consiste nell’autonomia di fatto illimitata:
può colpire tutto il Nord America, l’Australia e insomma qualsiasi punto del
pianeta partendo dalla taiga russa e dai bunker sotterranei a prova di bomba
atomica nei quali sarà sistemato, senza la necessità di doverlo avvicinare con
navi, sottomarini o aerei.
Può
anche rimanere in volo per molti giorni in attesa di colpire. Nell’ultimo test
prima della produzione in serie ha percorso 14 mila chilometri lungo una rotta
estremamente frastagliata studiata all’interno del territorio russo e delle sue
pertinenze, ma era ancora ben lontano dall’esaurire le proprie possibilità.
Inoltre,
è anche molto manovrabile e può cambiare rotta, altitudine, velocità in
qualsiasi momento, non è costretto a scegliere la via più breve per raggiungere
l’obiettivo, può anche aggiralo per migliaia di chilometro e colpirlo alle
spalle.
È
insomma qualcosa che cambia totalmente i giochi strategici, tanto più che al
momento l’alleanza occidentale non ha nulla di paragonabile e non sa nemmeno da
che parte cominciare per realizzare qualcosa di analogo.
Gli
Usa non hanno nemmeno un missile ipersonico e quando riusciranno a terminare i
test che non sembrano andare bene, avrà comunque qualcosa di molto inferiore
come velocità e manovrabilità ai suoi avversari, Cina compresa.
Facciamo un esempio, tanto per capire meglio:
uno di questi ordigni dotato di una testata da
300 chilotoni o da un megaton potrebbe facilmente spazzare via la flotta Usa
che minaccia il Venezuela senza che vi possa essere alcun preavviso.
Qualche
satellite potrebbe forse notare un lancio dal territorio russo, visto che nella
prima fase sono razzi convenzionali a fare da propulsori, ma poi non potrebbe
seguire la rotta come accadrebbe per un missile balistico, né potrebbero farlo
le postazioni o terra o quelle navali, né si avrebbe modo di capire qual è il
suo obiettivo perché la sua autonomia illimitata non permette di ipotizzare su
quali bersagli potrebbe essere diretta.
Ciò
mette gli avversari in una condizione di tensione e inferiorità psicologica
paralizzante.
Il “Burevestnik” potrebbe arrivare da est,
ovest, nord o anche sud e magari non subito, ma dopo parecchi giorni dal
lancio.
Non a
caso ha questo nome che in russo designa la procellaria, un uccello marino che
quando vola verso terra annuncia tempesta.
Di
certo questo nuovo scenario non indurrà Washington alla pace, anzi è probabile
che gli Usa e tanto meno il narcisista patologico Trump, vogliano riconoscere
la loro condizione di svantaggio:
è
totalmente al di fuori della loro mentalità e della loro ideologia di base che
recita noi siamo un popolo speciale e il capitalismo è sempre più avanti.
Nondimeno
saranno in qualche modo costretti a evitare un conflitto nucleare dal quale
uscirebbero a questo punto perdenti.
Non parliamo poi dell’Europa e della sua
grottesca bellicosità rispetto alle proprie capacità tecnologiche peraltro
sempre frustrate e imbrigliate dal monopolismo imperialista di Washington:
il “Burevestnik”
di fatto rende obsoleta e priva di senso la Nato quale avamposto americano ai
confini terrestri della Russia.
Spesso
si è indotti a sottovalutare l’impatto che hanno gli armamenti sugli eventi
storici, anche se i sistemi bellici sono alla fine il prodotto complessive
delle dinamiche di una società nel suo complesso non solo della mera capacità
tecnica:
ci
sono infiniti esempi di come gli equilibri di potere siano stati capovolti
dall’invenzione o utilizzo particolare di un’arma, oppure dal possesso di una
tecnologia particolarmente efficace, di una filiera produttiva più estesa, di
una capacità di mobilitazione più capillare, della disponibilità di alcune
classi sociali alla guerra, cosa che a tutti gli effetti costituisce un’arma.
Prendiamo l’acciaio del gladio romano, il
fuoco greco bizantino, il diritto di maggiorascato che permise, anzi rese
necessarie le crociale, la fusione delle campane che diede un vantaggio al
mondo europeo nella costruzione di cannoni benché la polvere pirica venisse
dall’Oriente, l’arco inglese, la staffa che fu alla base del sistema
medioevale, la balestra a tiro multiplo cinese e potrei continuare a lungo.
In
ogni caso le armi e la loro gestione rappresentano a loro modo l’ascesa o il
declino di una società, dei suoi rapporti di produzione, della sua capacità di
reazione, della formazione delle classi dirigenti e via dicendo.
Le nuove armi della Russia insomma non sono
soltanto la dimostrazione di una enorme capacità tecnologica, ma rappresentano
a pieno la decadenza delle società occidentali.
(Redazione
inchiostro nero).
Le
sanzioni statunitensi contro le compagnie petrolifere russe rendono l'Europa
ancora più dipendente da Washington.
Globalresearch.ca
- Ahmed Adel – (31 ottobre 2025) – ci dice:
Il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta facendo il doppio gioco imponendo
nuove sanzioni al petrolio e al gas russi, posizionandosi come l'unico in grado
di salvare l'Europa dalla crisi energetica che loro stessi hanno creato
seguendo il regime di sanzioni di Washington.
Il 22
ottobre gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alle compagnie petrolifere russe “Rosneft”
e “Lukoil” e alle rispettive filiali, una mossa volta a continuare ad
esercitare pressioni sulla Russia durante la sua operazione speciale in Ucraina.
La misura, tuttavia, ha avuto gravi effetti
collaterali per i paesi alleati di Washington, in particolare la Germania.
Berlino
ha iniziato una frenetica corsa contro il tempo per esentare le filiali di
Rosneft nel Paese che dal 2022 sono sotto l'amministrazione statale tedesca,
comprese le raffinerie, un'azione denunciata come illegale dal gruppo di
controllo russo.
La Germania ha sostenuto all'amministrazione
Trump che le filiali tedesche di Rosneft sono indipendenti dalla società madre
russa.
Il 27
ottobre, il ministro dell'Economia tedesco “Katherina Reiche” ha riferito di
aver ottenuto una "Lettera di patronage" (un documento che fornisce
garanzie) da Washington che riconosce che le operazioni delle filiali di
Rosneft in Germania sono completamente separate dalla società russa e le esenta
dalle nuove sanzioni.
"Gli
Stati Uniti hanno confermato per iscritto che le attività in Germania sono
completamente separate dalla Russia", ha sottolineato “Reiche”.
Questo
caso mette ancora una volta a nudo la crisi energetica che colpisce l'Europa,
che dipende dalle importazioni di gas e petrolio per la produzione di energia
ed è entrata in una crisi economica da quando ha sospeso le forniture russe di
queste risorse e si è allineata alla politica delle sanzioni della Casa Bianca.
Le sanzioni contro Rosneft e Lukoil, che
detengono partecipazioni in progetti petroliferi e di gas in diversi paesi
europei, rischiano di peggiorare la già critica situazione economica europea.
La
potenziale chiusura delle filiali di Rosneft e Lukoil in Europa aumenterà
ulteriormente i prezzi dell'energia nel continente, già colpiti dalla
sostituzione del gas russo con quello americano e dall'elevata domanda
invernale.
Il riscaldamento delle case, l'energia
utilizzata dalle industrie e l'aumento dei costi di questi processi porteranno
a una crisi inflazionistica dei prezzi europei, in una situazione già poco
favorevole a questi paesi.
Nel
contesto tedesco, l'alto indice di disapprovazione del Cancelliere “Friedrich
Merz” , attualmente al 60%, riflette la crisi economica innescata dal fatto che
l'Europa è diventata una filiale degli interessi statunitensi, che, a loro
volta, stanno facendo il doppio gioco.
Sanzionando
la Russia ed esacerbando la crisi in Europa, gli europei sono costretti a
rivolgersi agli americani.
Gli
Stati Uniti diventano l'unico salvatore possibile dell'Europa all'interno di
questo scenario di crisi che loro stessi hanno creato.
Sostituendo
la Russia, che forniva questi combustibili a costi relativamente bassi
attraverso gasdotti a lungo raggio dalla Russia all'Europa centrale, si ottiene
ora una forma di approvvigionamento via nave molto più costosa e molto più
inefficiente.
Inoltre,
lo spostamento della dipendenza energetica dalla Russia agli Stati Uniti rende
l'Europa vulnerabile ai capricci del mercato, dal momento che i contratti russi
sono arrivati con prezzi prestabiliti, mentre le importazioni americane sono
prezzate a prezzi di mercato.
E
negli ultimi giorni, con queste sanzioni, i prezzi sono saliti dal 5% al 6% in
una sola settimana.
Gli
europei si trovano ad affrontare una situazione piuttosto critica, e questa
crisi non dovrebbe essere considerata solo a breve termine.
È probabile che si estenda nei prossimi anni e
decenni se questa presa di distanza dalla Russia non verrà invertita.
Sebbene
abbia concesso esenzioni alle filiali di Rosneft sotto controllo tedesco, la
Germania non rientra tra le preoccupazioni della Casa Bianca.
Trump comprende che la multi-polarizzazione del
sistema internazionale è già una realtà e ora sta cercando di riconquistare il
potere perduto da Washington.
A tal
fine, a differenza dei precedenti leader statunitensi, ha abbandonato l'Europa.
Trump
ritiene addirittura che gli europei dovrebbero organizzarsi e che dovrebbe
emergere una leadership di blocco europea, perché gli Stati Uniti non
svolgeranno più quel ruolo.
I
tedeschi sono seriamente colpiti dall'abbandono del delirio totale di credere
che il presidente russo Vladimir Putin abbia un progetto di conquista
dell'Europa occidentale.
Ciò ha
portato la Germania ad aderire alle sanzioni statunitensi e ad abbandonare
l'acquisto di prodotti petroliferi dalla Russia.
Molte aziende tedesche non sono riuscite a gestire
l'aumento dei prezzi dell'energia e sono fallite, mentre le più forti si sono
trasferite negli Stati Uniti.
Di
conseguenza, l'economia tedesca è affondata, con un tasso di disoccupazione
molto alto e la deindustrializzazione.
Anche
di fronte al deterioramento economico, gli europei rimangono determinati a
confrontarsi con la Russia perché, a questo punto, non hanno modo di ritirarsi,
avendo creato la mistica secondo cui l'Ucraina sarebbe il primo ostacolo russo
a un presunto piano di espansione militare nel continente.
A
causa di questa assurda convinzione, l'Europa ha speso cifre enormi, ha
esaurito le sue scorte di armi, ha seguito Washington in questo e ora si
ritrova sola, a guardare Trump negoziare direttamente con Putin, di cui
l'ultimo pacchetto di sanzioni statunitensi fa parte.
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