I censori progressisti si scoprono difensori della libertà di parola.

 

I censori progressisti si scoprono difensori della libertà di parola.

 

 

Immunità del Presidente Usa, così

l’inquilino della Casa Bianca potrebbe

ordinare di assassinare un avversario

politico senza subire processi.

Msn.com – Il Riformista - Storia di Michele Luppi – (30 – 10 -2025) – ci dice:

 

Durante lo showdown americano, un fatto ha stupito diversi osservatori e analisti: l’uso politico fatto dai social media e dai siti ufficiali dell’amministrazione americana.

Sul sito ufficiale della Casa Bianca, ad esempio, si vede subito un banner con scritto:

 “Democrat have showdown the government” con a fianco un cronometro che tiene conto del tempo passato dall’inizio dello showdown.

Anche il Dipartimento di Stato si accoda con qualcosa di simile.

Sul sito del Dipartimento dell’Agricoltura si va oltre, con una grande finestra rossa che inizia con “Due to the Radical Left showdown…”.

 

È qualcosa di nuovo nel panorama politico americano, oltre che essere integralmente in violazione di legge.

Parliamo dello “Hatch Act”, legge federale del 1939 che, originariamente, vietava ai dipendenti del governo federale di associarsi ad attività di stampo politico, ma che nel corso del tempo si è evoluto, aggiungendo alcune disposizioni che vietano che sui siti e sulle pagine social di enti pubblici venga fatta propaganda politica.

Questo significa, in breve, che alle pagine dell’amministrazione è consentito riportare affermazioni dei titolari dei dicasteri, segnalare dati e informazioni utili al pubblico, ma non incolpare il partito di opposizione per lo showdown.

 In teoria, quindi, i responsabili dei vari siti e dei vari social media potrebbero essere sanzionati secondo la legge.

 Nella pratica, però, la supervisione dell’osservanza dello “Hatch Act” è affidata ad un ufficio ad hoc, che si occupa proprio di ricevere segnalazioni di possibili violazioni dell’Act e formulare dei report che vengono inviati al Presidente con una proposta di sanzione, che può essere solamente disciplinare o includere anche una leggera multa in denaro.

 

Il Presidente, però, ha un completo margine di discrezione riguardo all’applicazione della sanzione proposta, il che comporta una sostanziale immunità per i subordinati dell’amministrazione che decidano di infrangere la legge in nome di Donald Trump.

 Questo è un punto fondamentale, soprattutto se si tiene in considerazione la volontà del Presidente di licenziare il più ampio numero possibile di dipendenti federali durante lo showdown:

 l’attuale struttura dello “Hatch Act” potrebbe degenerare in una struttura pubblica in cui la propaganda politica sia incentivata attivamente dall’alto, estendendo de facto quei “test di lealtà” che già sono realtà, ad esempio, nell’FBI guidato da “Kash Patel”.

 

L’uso degenerato di questa legge porterà quindi anche ad un cambio del suo obiettivo principale:

se originariamente l’Act venne studiato per proteggere i dipendenti federali dall’essere coinvolti in attività politiche contro la loro volontà, ad oggi potrebbe essere usato per valutare quanto si possano spingere oltre alcune figure, garantendo la totale assenza di conseguenze legali, dato che il Presidente potrebbe sempre intervenire e rifiutare ogni sanzione.

Se ci spingiamo oltre e pensiamo anche al principio dell’immunità presidenziale, stabilito dalla Corte Suprema nel 2024, la degenerazione della” rule of law “in America sembra ormai completa.

Questo perché le modalità con cui è stata definita l’immunità presidenziale potrebbero stravolgere completamente le precedenti sentenze della” Corte Suprema” riguardo i procedimenti contro il Presidente, oltre che avere delle conseguenze pratiche estremamente rilevanti, soprattutto per un soggetto molto attivo dal punto di vista del business come Trump.

 

Se pensiamo ad esempio alla famosa sentenza “United States vs Nixon,” con cui la Corte Suprema ordinava a Richard Nixon di consegnare i nastri che sarebbero stati ulteriori prove che avrebbero portato al suo impeachment, ci rendiamo conto che esistono dei forti precedenti legali che vincolano il Presidente di fronte alla legge.

Nel caso “Clinton vs Jones”, si concluse che il Presidente degli Stati Uniti non fosse immune da processi civili, e che questi non dovessero essere rimandati al termine dei mandati presidenziali.

Negare o ribaltare questo ruling potrebbe implicare che le aziende di Trump, o Trump stesso, potrebbero violare dei contratti senza conseguenze, o quantomeno con conseguenze rimandate almeno fino al 2028.

 

La sentenza del luglio ’24, invece, in contrasto netto ed evidente con questi principi, stabilisce una piena e assoluta immunità da procedimenti penali per tutti gli atti cosiddetti ufficiali relativi alla presidenza.

Oltre alla distinzione estremamente fumosa tra atti ufficiali e non ufficiali, la totale assenza di distinzione tra atti politici e non politici, il principio stabilito, tra l’altro, non vieta al Presidente di poter intentare delle cause contro qualcuno, creando il paradosso di una giustizia di cui si può ferire, ma non perire.

 Per capire bene la fattispecie in questione, se si riuscisse a dimostrare che il “Qatar “abbia ottenuto dei vantaggi particolari grazie alla donazione del jet che verrà utilizzato in sostituzione dell’Air Force One, e poi dalla libreria presidenziale di Trump dopo il termine del suo mandato, il Presidente risulterebbe immune da ogni tipo di azione giudiziaria, dato che tutti gli atti rientrerebbero nella dicitura di atto ufficiale in capo al Presidente.

 

Estendendo il ragionamento, la “Giudice Sotomayor”, nella sua opinione di dissenso rispetto alla sentenza della “Corte Suprema del 2024”, è provocatoria ma non troppo quando sostiene che, per come è stata scritta la sentenza:

 un Presidente potrebbe ordinare ad una squadra di “Navy Seals” di assassinare un avversario politico, organizzare una sollevazione militare per mantenere il potere e rimanere del tutto immune da ogni tipo di processo.

Le storture generate da questa sentenza, insomma, sono evidenti e potenzialmente pericolosissime.

 Nei fatti, l’unico rimedio possibile rimasto è di tipo essenzialmente politico tramite “l’impeachment”, che però ha rilevanza solamente politica, e non giudiziaria.

Rimane, nei fatti, l’unico check previsto dalla Costituzione americana dopo il 2024. Ed è per questo che i repubblicani stanno facendo tutto il possibile per ridisegnare le mappe elettorali per la House in loro favore.

 

Ad oggi, Donald Trump ha chiesto (o ha fatto chiedere) a Texas, Missouri, Indiana, North Carolina e Nebraska di “sistemare” le mappe dei collegi per favorire il GOP.

Inoltre, sembra che la Corte Suprema stia per esprimersi verso una parziale abrogazione del “Voting Rights Act del 1965”, una mossa che potrebbe annullare la rappresentanza al Congresso per le comunità afroamericane del Profondo Sud, ribaltando, guarda caso, 19 seggi vinti dai democratici nel 2024 in Stati come Mississippi, Alabama, Georgia e Louisiana.

Trump e i repubblicani sanno che perdere la House implica esporsi a commissioni d’inchiesta potenzialmente esplosive, in grado di investigare a fondo nelle attività della Casa Bianca e in particolare del Presidente, oltre che proporre e votare l’impeachment, prima che passi al Senato.

 

In definitiva, l’immunità presidenziale, soprattutto se combinata con altre leggi come lo “Hatch Act,” ci porta a domandarci quale possa essere il futuro degli equilibri costituzionali americani, come i futuri presidenti statunitensi si approcceranno all’immunità, se il principio durerà nel tempo o se sarà destinato ad essere soppresso in futuro, una volta che la Corte Suprema non sarà più a maggioranza conservatrice.

Ad oggi, purtroppo, possiamo solamente registrare come Donald Trump stia facendo il possibile (e verrebbe da chiedersi cosa non sia possibile per il Presidente) per sfruttarlo a suo vantaggio.

 

 

 

 

“Pfizergate”: Chiusi i Conti Corrente

 a Frédéric Baldan, l’Uomo che

 Ha Denunciato Von der Leyen.

Conoscenzealconfine.it – (30 Ottobre 2025) - Enrica Perucchetti – ci dice:

 

Le banche si sono arrogate il diritto di chiudermi i conti bancari senza alcuna motivazione».

Un caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco del potere europeo: il cosiddetto caso” Pfizergate”.

Frédéric Baldan, autore del saggio “Ursula Gates. La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”, si è visto chiudere tutti i conti bancari, personali e aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni.

 Le banche belghe “Nagelmackers” e “ING” hanno comunicato la rescissione dei rapporti senza motivazioni plausibili, chiedendogli la restituzione delle carte di credito.

 

Un caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco del potere europeo:

 il cosiddetto caso Pfizergate.

Baldan, ex lobbista accreditato presso la Commissione UE, è l’uomo che ha denunciato Ursula von der Leyen per gli SMS, inviati tra gennaio 2021 e maggio 2022, mai resi pubblici con l’amministratore delegato di Pfizer,” Albert Bourla”. Ora, oltre all’isolamento istituzionale, subisce l’esclusione finanziaria.

 

Raggiunto da noi telefonicamente, Baldan ci ha spiegato che “le banche hanno iniziato a crearmi problemi simultaneamente, pur non comunicando tra loro. L’unica spiegazione plausibile è che esista un elemento scatenante: penso si tratti di un ordine impartito dai servizi segreti dello Stato belga, su pressione dell’Unione Europea, di trasmettere tutte le mie transazioni finanziarie”.

Al contempo, Baldan ha espresso la sua determinazione a non lasciarsi intimidire: “Sul mio account X, l’annuncio di questa informazione è stato visualizzato 600.000 volte in 24 ore.

Ho ricevuto molti messaggi di sostegno e ringrazio il pubblico internazionale per questo.

Forse l’obiettivo è quello di delegittimarmi, ma in realtà sta accadendo l’opposto.

Sarò semplicemente temporaneamente impossibilitato a ricevere i diritti d’autore, ma il mio editore italiano, “Guerini”, potrà continuare a diffondere le verità contenute in questo libro, ed è questo l’aspetto essenziale per me”.

 

Baldan è un tecnico del sistema che ha deciso di testimoniarne pubblicamente la degenerazione e il suo atto d’accusa parte dall’ “SMSgate”, i messaggi tra von der Leyen e Bourla sui contratti Pfizer, mai consegnati alla magistratura europea. L’indagine della Procura di Liegi, cui ha depositato querela, è stata ostacolata dal muro di gomma delle istituzioni comunitarie.

 

Nonostante l’ostracismo, a maggio di quest’anno, la “Corte di Giustizia dell’Unione Europea” ha condannato la “Commissione Europea”, stabilendo che la Commissione europea ha agito in modo illegittimo rifiutando di pubblicare gli SMS, in quanto tali comunicazioni rientrano nei documenti ufficiali dell’Unione e devono essere accessibili al pubblico.

 La Commissione europea ha successivamente lasciato scadere il termine per impugnare la sentenza:

un’ammissione implicita di responsabilità politica.

 

Nel suo libro, pubblicato in Italia da “Guerini Edizioni” nella collana “Scintille” diretta dal giornalista ed ex Presidente RAI” Marcello Foa,” Baldan descrive da insider i meccanismi e le tecniche di manipolazione delle lobby che, secondo lui, hanno colonizzato Bruxelles.

Nel libro non racconta soltanto la “genesi del caso Pfizergate,” ma ricostruisce la struttura profonda che lo ha reso possibile:

 una rete di interessi, fondazioni e lobby che dominano Bruxelles e che si dipana tra le istituzioni UE, le multinazionali farmaceutiche e i think tank legati al” World Economic Forum”.

 

L’autore spiega come durante la “crisi sanitaria” il confine tra pubblico e privato sia stato cancellato, e come l’ “affare Pfizer” rappresenti il simbolo di una Commissione che ha agito al di fuori del mandato democratico.

Nella sua prefazione, “Foa” definisce “Baldan” “un testimone scomodo” che paga il prezzo del suo coraggio e lo descrive come “un uomo che ha rotto il tabù del suo mestiere”, scegliendo di non chiudere gli occhi davanti all’abuso di potere.

 Un gesto di ribellione che gli è costato caro: l

a Commissione gli ha revocato l’accredito di lobbista nel 2023 e ora due banche gli hanno chiuso i conti bancari.

 

Una sanzione economica e simbolica insieme, quest’ultima, che sa di vendetta e di messaggio a chiunque volesse seguire le sue orme.

La rappresaglia economica è la versione finanziaria della censura:

 il “de-banking” è divenuto, infatti, il nuovo strumento di esclusione sociale dei dissidenti.

 Non servono più scomuniche o tribunali, basta un algoritmo di compliance o una decisione del “risk management”.

 

In nome di qualche codice etico si eliminano le voci fuori dal coro o fastidiose per il Sistema.

Baldan lo scrive con amara ironia:

 “Il diritto di resistere agli abusi del potere, oggi, passa per il diritto di avere un conto corrente”.

Dietro la freddezza burocratica delle lettere bancarie che precedono la chiusura dei conti si intravede il messaggio politico:

chi accusa la Commissione rischia di essere cancellato anche come cittadino economico.

 

La chiusura dei conti bancari non è un dettaglio: in Belgio, come altrove, la libertà economica è precondizione della libertà d’opinione.

Quando il sistema bancario decide chi può operare e chi no, la democrazia diventa condizionata.

Le prime avvisaglie le abbiamo avute in Canada, quando il governo Trudeau ha congelato i conti dei camionisti del “Freedom Convoy” durante le proteste anti-Green Pass.

 

Nel Regno Unito il “de banking” è ormai una realtà:

la chiusura di conti correnti per motivi ideologici colpisce cittadini, imprese e giornalisti.

Il caso più noto è quello di “Nigel Farage”, a cui la “banca Coutts “– controllata in parte dal governo – ha chiuso il conto non per ragioni economiche, ma per le sue opinioni sulla Brexit e i legami con Trump.

Secondo un’inchiesta del” Daily Mail”, nel Paese vengono chiusi circa mille conti al giorno.

 Le banche giustificano le decisioni con l’ etica aziendale” o con la definizione di “politically exposed person”, ma di fatto esercitano un potere censorio che limita la libertà individuale.

Non solo privati, ma anche aziende, enti di beneficenza e giornalisti vengono colpiti per il reato di opinione.

 

Tra le vittime figurano il giornalista “Simon Heffer” e il blogger scozzese “Stuart Campbell”.

Questa deriva, aggravata dalla progressiva eliminazione del contante, mette a rischio la democrazia, trasformando le banche in arbitri delle opinioni politiche e strumenti di censura economica.

In Germania è accaduto ad “Alina Lipp”, giornalista divergente e corrispondente dal “Donbass,” in Italia la scure finanziaria ha colpito l’emittente “Visione TV” e l’associazione “Vento dell’est” con l’accusa di “filo putinismo”.

 

La reazione delle istituzioni finanziarie nei confronti di Baldan non può che suscitare preoccupazioni tra coloro che vedono in questo comportamento un tentativo di silenziare le voci divergenti.

La chiusura dei conti e le ritorsioni subite dall’autore sono state interpretate come un segnale di come le lobby possano influenzare non solo le politiche, ma anche la vita privata e professionale di chi osa sfidarle.

Il caso Baldan mette a nudo un cortocircuito tra potere finanziario e governance europea.

L’autore di Ursula Gates aveva invocato la trasparenza sui contratti Pfizer e sulla catena di decisioni che, dal “World Economic Forum” all’OMS, hanno condizionato le politiche sanitarie dell’Unione.

Oggi viene trattato come un “paria”.

Nel suo ultimo messaggio su “X” scrive: “L’intimidazione non funziona. Rafforza solo il nostro impegno”.

 La solidarietà che chiede non è ideologica ma civile: acquistare il libro, diffondere la notizia, rompere il silenzio.

Perché la libertà d’espressione, privata di mezzi e voce, si spegne nell’indifferenza.

 

Il “Pfizergate” non è soltanto uno scandalo di contratti segreti, ma il simbolo di un nuovo ordine in cui le istituzioni che predicano l’inclusione praticano, invece, l’esclusione.

Baldan diventa così il volto di una resistenza che attraversa l’Europa:

quella di chi rifiuta di essere silenziato per via bancaria e che pretende verità e trasparenza.

La vicenda belga dimostra che questa battaglia non è finita: è appena iniziata.

E si combatte oggi sul terreno più fragile, quello della libertà economica, ultimo baluardo della libertà politica e civile.

(Enrica Perucchetti).

(lindipendente.online/2025/10/28/pfizergate-chiusi-i-conti-corrente-a-frederic-baldan-luomo-che-ha-denunciato-von-der-leyen/).

 

 

Il Teatrino delle Illusioni.

Conoscenzealconfine.it – (29 Ottobre 2025) - Massimo Mazzucco – ci dice:

 

In Palestina continua il teatrino delle illusioni.

Tredici giorni fa abbiamo avuto gli “accordi di pace” fra Israele e Hamas, che sono stati firmati da mezzo mondo, ma non da Israele nè da Hamas.

E non è certo un caso che Hamas abbia appena dichiarato che “senza il ritiro totale dell’IDF da Gaza non deporremo le armi”, mentre Netanyahu ha dichiarato che “a Gaza ci siamo per restare.

Dobbiamo garantire la sicurezza di Israele”.

 

Quindi, in sostanza, nulla di fatto.

Hamas rimane, l’IDF pure, e presto troveranno un pretesto per ricominciare a combattere.

Con la differenza che ora Israele avrà le mani completamente libere, perché gli ostaggi vivi sono tutti tornati a casa.

Però al mondo è stata servita la bugia della “pace in Palestina”, perché era necessario far scendere un po’ il livello di indignazione nel mondo, prima che andasse fuori controllo.

 È stata una grande operazione di ipnosi di massa, che grazie alla connivenza dei media mainstream ha funzionato alla perfezione.

 

Ora però rimane l’altro problema, quello della Cisgiordania, che i falchi di “Ben Gvir” vorrebbero annettere al più presto.

Anche in questo caso, Donald Trump ha dovuto fare affermazioni di facciata, del tipo “Israele ha la proibizione assoluta di annettere la Cisgiordania”, perché questo faceva parte degli accordi con i paesi arabi.

 Ma nella sostanza le cose continuano esattamente come prima: collina dopo collina, villaggio dopo villaggio, i coloni continuano ad erodere i territori dei palestinesi, aggredendo sistematicamente e spesso uccidendo impunemente i suoi abitanti, sotto gli occhi complici dei soldati di Israele.

 

In un articolo intitolato “L’amministrazione Trump si oppone all’annessione a parole, ma la consente nei fatti”, “Haaretz” scrive:

 “Gli Stati Uniti possono vantarsi della loro presunta opposizione all’annessione e dichiarare di difendere lo status quo, ma in pratica la situazione continua a peggiorare senza controllo.
Il territorio stesso cambia, collina dopo collina, strada dopo strada, mentre gli Stati Uniti si accontentano di dichiarazioni di facciata e di eleganti incontri diplomatici.”

 

“Questa politica permette a Israele di mantenere il controllo su ogni aspetto della vita palestinese: sicurezza, economia, valichi di frontiera e il loro territorio, senza pagarne alcun prezzo diplomatico.

Lo status quo può proiettare un’illusione di stabilità, ma in realtà intensifica l’assedio, la povertà e la disperazione.

Il risultato è che non si discute quasi mai della sicurezza, del futuro o della libertà dei palestinesi.

Si può ringraziare l’amministrazione Trump per la sua ferma posizione contro l’annessione formale, ma la gratitudine non basta.

Quando la realtà è un regime che segrega, nega diritti e amplia il controllo con la forza, non serve una legislazione per riconoscerla come annessione.

 È un’annessione non firmata su carta, ma visibile in ogni cancello chiuso, ogni checkpoint, ogni ulivo sradicato e ogni villaggio palestinese isolato in nome delle “esigenze di sicurezza” di Israele.”

Comunque tranquilli: noi abbiamo Tajani, che ha dichiarato solennemente “Noi siamo per la soluzione a due stati”, quindi sappiamo che andrà certamente a finire così.

(Massimo Mazzucco).

(luogocomune.net/palestina/il-teatrino-delle-illusioni).

 

 

 

 

 

La rivolta delle imprese contro Merz

e l’insostenibilità dell’euro per la Germania.

Lacrunadellago.net - Cesare Sacchetti – (30/10/2025) – ci dice:

 

Nel salotto della “VDMA,” l’associazione tedesca che rappresenta le imprese di ingegneria meccanica, c’è una vera e propria rivolta contro il cancelliere tedesco Merz.

Se si guardano gli ultimi dati dell’economia teutonica, si comprende meglio il perché.

La crescita del PIL è a dir poco anemica da un paio di anni a questa parte, e l’industria pesante del settore automobilistico, un tempo motore dell’economia nazionale, si sta semplicemente dissipando come neve al sole.

 

Soltanto pochi giorni fa l’Audi ha annunciato la prossima chiusura di altri impianti, e sulla stessa strada sono incamminate altre eccellenze automobilistiche del Paese quali la Porsche e la Volkswagen.

Il settore dell’ingegneria meccanica è il cuore pulsante della Germania, e se questo smette di battere, il Paese semplicemente muore, va incontro al deserto della decrescita infelice già sperimentata loro malgrado dai Paesi del Sud – Europa come Italia e Grecia.

 

I numeri sono a dir poco impietosi.

 

Almeno 12mila posti di lavoro in questo settore sono andati in fumo, e nel prossimo futuro non ci sarà nessuna inversione di tendenza, ma piuttosto altri 20mila posti di lavoro che rischieranno di andare in fumo.

Il crollo della produzione industriale in Germania dall’agosto 2024 all’agosto 2025.

 

La Germania è precipitata nel deserto della crisi, e non riesce più a uscirne fuori.

Se si leggono alcuni quotidiani dell’anglosfera quali il “Financial Times” si sostiene che la crisi economica della Germania sia dovuta sostanzialmente alla politica suicida degli ultimi due anni, che ha imposto sanzioni economiche alla Russia dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

Si diceva un tempo nel mondo del sovranismo, nei primissimi anni, che Berlino non aveva una classe politica assoggettata ai diktat dell’alta finanza e dell’anglosfera, ma che cercava la sua strada anche a costo di irritare gli storici referenti della Germania, su tutti il governo dello stato profondo americano.

Sotto alcuni aspetti, era parzialmente vero.

 

Se Washington in quegli anni era fermamente impegnata a condurre una politica estera fortemente ostile alla Russia, la Germania invece cercava sempre di preservare i suoi affari con Mosca, e sembrava poco disposta ad ascoltare i diktat della Casa Bianca.

Una volta che però si è giunti allo scontro aperto con il Cremlino e con la guerra in Ucraina, la Germania ha deciso di restringere ancora di più il suo perimetro di politica estera, e non ha esitato un istante a imporre sanzioni alla Russia, anche a costo di perdere una rilevante quota di mercato.

 

Si potrebbe dire che nel mondo dell’Unione europea e dell’anglosfera, esistono delle politiche estere a due velocità.

Se si indossano i panni dell’Italia, allora si è inevitabilmente figli di un dio minore, perché il Belpaese è il nemico per eccellenza di questi circoli sovranazionali che hanno disegnato nel corso degli ultimi 50 anni una vera e propria strategia di guerra verso Roma, per condurla alla sterilità economica e demografica.

 

Se invece si indossano i panni di Parigi e di Berlino, allora si ha un margine di azione più ampio rispetto a quello di Roma, ma la regola della sovranità differenziata, per così dire, è sparita una volta che l’Unione europea e la NATO si sono viste semplicemente messe all’angolo.

Compreso che Washington non adottava più la politica estera russofoba vista ai tempi dell’amministrazione Obama, Bruxelles e i Paesi dell’Europa Occidentale si sono tutti adoperati per provare a punire la Russia attraverso delle sanzioni economiche, che alla fine non hanno punito nessuno se non gli stessi Paesi europei che l’hanno imposte e che hanno delle economie fortemente impostate sulle esportazioni, in particolar modo proprio la Germania.

 

L’euro: da jolly della Germania a zavorra.

 

Ciò nonostante le sanzioni non sono sufficienti a spiegare un declino così profondo.

La Germania si trova a dover fare i conti con un problema strutturale, ovvero quella della moneta unica che inevitabilmente ha finito per mordere la coda del Paese.

Verso la prima metà degli anni’90, si diceva che la Germania era il malato d’Europa.

L’economia tedesca era fortemente sbilanciata già in quegli anni verso le esportazioni, e il marco pesante di certo non aiutava la competitività tedesca.

A Roma, invece c’era la moneta ideale, vituperata da personaggi non compianti come l’”uomo il Bilderberg”

 “Beniamino Andreatta”, che voleva uccidere la lira, quando essa invece era la fortuna del Paese.

 

Se si legge un titolo del Corriere della Sera del 1996, si ha l’impressione di essere trasportati in una dimensione parallela.

 

L’articolo del Corriere del 14 febbraio 1996.

A via Solferino si scriveva che la lira era la protagonista della risalita dell’Italia dopo l’”annus horribilis” del 1992, quando intenzionalmente “Ciampi” difese scelleratamente il cambio fisso contro il marco pur di restare nello SME, mentre la Germania faceva fatica a decollare per via di una moneta troppo pesante.

I cambi flessibili semplicemente stavano dicendo che l’Italia “ceteris paribus” era di gran lunga più competitiva della Germania, e se avesse continuato ad avere in tasca la sua moneta, e se avesse al tempo stesso conservato la sua industria pubblica, non ci sarebbe stata partita.

Roma avrebbe surclassato Berlino, e l’Italia sarebbe stata il Paese leader d’Europa.

Non era però il destino che avevano in mente i vari globocrati del club di Roma, del gruppo Bilderberg, e delle Commissione Trilaterale.

Roma doveva morire, e Maastricht doveva nascere per adottare l’analogia di un altro bilderberghino quale “Enrico Letta”.

 

Ad eseguire l’”economicidio” del Paese, pensò la quinta colonna composta dai soliti Ciampi, Napolitano, Prodi, D’Alema, Mario Draghi e Mario Monti, ognuno dei quali si impegnò per eseguire le direttive di politica estera ed economica che venivano da Bruxelles, Berlino e Washington a tutto beneficio del grande capitale tedesco, e a discapito dell’economia italiana, spolpata e deindustrializzata dall’adozione della moneta unica, troppo pesante per l’Italia e soprattutto non nella disponibilità del Paese.

 

Una volta tolta all’Italia la possibilità di svalutare la sua moneta e soprattutto di stamparla, Berlino ha gioco facile a vincere una partita truccata, grazie ad una moneta invece svalutata e in grado di gonfiare le sue esportazioni.

Il malato d’Europa si tramuta così nella locomotiva d’Europa, ma l’euro ha una sorta di bug che sulla lunga distanza finisce per falcidiare tutti.

L’euro è sostenibile soltanto se i vari Paesi dell’eurozona seguono l’agenda dell’austerità, dal momento che se si inizia a fare deficit si creano degli squilibri con le importazioni impossibili da riallineare senza svalutare la moneta.

L’assurdità dell’euro è nel suo stesso meccanismo, difeso strenuamente dalla Germania per anni.

Si ricorderanno falchi del passato come il ministro delle Finanze tedesco, “Wolfgang Schauble”, altro membro del Bilderberg, che imponeva a tutti il pareggio di bilancio proprio nel tentativo di preservare la regola dell’euro che alla lunga però uccide Berlino stessa per il semplice fatto che se i vari Paesi europei continuano a tagliare o contenere la spesa pubblica e ad aumentare la tassazione, questi non potranno più continuare a comprare le merci tedesche.

 

Si spiega così un declino tedesco iniziato già parzialmente in tempi non sospetti, nel 2019, prima della farsa pandemica, e nell’ultimo periodo dell’era Merkel.

I dati dicono che già nell’ultimo trimestre di quell’anno, il PIL della Germania aveva fatto registrare un segno negativo, -0,3%, e anche nei primi mesi del 2022, quando gli aumenti delle sanzioni, in essere già da anni, contro Mosca non erano stati ancora approvati, Berlino aveva una crescita anemica.

Situazione persino peggiore per la produzione industriale del Paese che aveva iniziato a precipitare già nel 2018 con un pesantissimo -4% seguito da altri segni negativi per tutto il 2019.

La locomotiva era già sul tempo di deragliare in quel tempo, e le sanzioni sono state soltanto come del sale su delle ferite che erano già aperte.

Evaporata la forza economica della Germania, è sparita conseguentemente anche la sua rilevanza geopolitica.

 

I cancellieri dell’era post-Merkel sono a dir poco impalpabili.

Scholz, il successore della Merkel, si è semplicemente limitato ad eseguire le direttive che Bruxelles gli passava.

In nessun momento, la Germania provava a prendere le distanze dalla folle guerra economica contro Mosca, né tantomeno qualcuno dentro la classe dirigente tedesca sollevava la questione della insostenibilità dell’euro.

 

Berlino, oggi, paradossalmente si trova nelle stesse condizioni di Roma.

Ha un disperato bisogno di fare spesa pubblica, ha un disperato bisogno di uscire dal perimetro della moneta unica, di tornare ad avere una propria moneta e di far crescere la domanda interna.

 

Il successore di Scholz, Merz, si trova in una condizione ancora peggiore.

Merz dovrebbe essere sostanzialmente l’uomo della continuità.

Il suo profilo è quello del politico standard europeo legato a doppio filo a “fondi di investimento come il famigerato BlackRock”.

 

Se si guarda alla sua manovra economica, si troveranno massici investimenti non a sostegno delle imprese tedesche, ma soprattutto al settore della Difesa, che Berlino sembra voler continuare a pompare, anche nell’ottica di un supporto a Kiev, ormai allo sbando e travolta dalla netta superiorità militare russa.

Berlino avrebbe bisogno come gli altri Paesi UE di iniziare a intraprendere un cammino che non sia quello che porta nella crisi permanente e nella violenta deindustrializzazione per via dell’insostenibilità della moneta unica.

La Germania ha bisogno come tutti della sua moneta per iniziare a ricostruire quello che l’euro sta distruggendo, ma come gli altri Paesi europei, sembra destinata ad una violenta caduta.

La classe politica tedesca è al servizio dell’eurocrazia e di ciò che resta dell’anglosfera.

Merz andrà probabilmente avanti per la sua strada, nonostante i segnali di una implosione economica del Paese sono ormai chiarissimi e insostenibili per una Germania sempre più in crisi.

La fotografia di Aquisgrana del 2019 a questo appare soltanto come un lontano e sbiadito ricordo.

 

Macron e Merkel firmano il trattato di Aquisgrana nel 2019.

 

Si diceva all’epoca che l’asse franco-tedesco sarebbe stato ciò che avrebbe garantito la tenuta dell’Unione europea, ma non si disse però che senza il sostegno di Washington tale asse era soltanto una tigre di carta, un’alleanza che non aveva e non ha la forza di reggere nulla perché la fragile impalcatura dell’euro e dell’Unione stava in piedi soltanto perché lo voleva l’impero americano.

Nello stesso istante in cui Washington ha iniziato a imporre i dazi all’Unione, le fragilità strutturali di un blocco che dipende dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, sono venute tutte alla luce.

L’Unione europea non esiste senza Stati Uniti d’America ed è una evidenza impossibile da cambiare.

Si è entrati quindi nella fase terminale della storia di Maastricht, quella nella quale ci sarà una generale implosione di questo blocco ormai non più in grado di sopravvivere.

Il “paradosso” è che il Paese che si sta rivelando il vero tallone d’Achille della fragile Unione è proprio la Germania, la ormai ex locomotiva d’Europa.

Nel futuro dei Paesi europei non c’è di conseguenza certamente l’euro.

C’è il marco, il franco e la lira, e il sentimento popolare verso un ritorno alle monete nazionali.

Anni addietro, nel 2012, quando ancora la Germania poteva approfittare della moneta unica, i tedeschi già esprimevano comunque contrarietà nei riguardi della moneta unica, vista come una sorta di peso per il Paese.

Se glielo si chiedesse ora, probabilmente in tutta risposta si avrebbe un vero e proprio plebiscito.

Se si chiedesse ai tedeschi se vogliono ancora avere l’euro in tasca o se preferirebbero il marco, ci sarebbe una vera e propria sollevazione popolare a favore della vecchia moneta tedesca.

Merz deve quindi prestare molta attenzione. L’ordine che sta difendendo è ormai insostenibile.

La Germania non può più permettersi di restare nell’eurozona.

 

 

Ponte sullo stretto, la Corte dei Conti risponde al governo: “Le critiche siano rispettose”.

 Zaia si smarca: “I magistrati intervengono nel loro spazio”.

Ilfattoquotidiano.it – Redazione - F. Q  - (30 ottobre 2025) – Politica-  ci dice:

"Ci siamo espressi su profili strettamente giuridici", specificano i giudici contabili.

A sostegno dei colleghi una nota di Anm.

"Ha fatto il suo lavoro".

Barelli (FI): "Invasione di campo? Non lo so".

Mentre Salvini promette di andare avanti: "Cantieri a febbraio"

Ponte sullo stretto, la Corte dei Conti risponde al governo:

 “Le critiche siano rispettose”.

Zaia si smarca: “I magistrati intervengono nel loro spazio”

Ponte sullo Stretto.

Da una parte i giudici della Corte dei Conti, che dicono di non volersi sottrarre alle critiche, purché siano rispettose verso il loro operato.

Dall’altra qualche voce meno allineata del centrodestra, che prova ad allontanarsi dalla strada tracciata nelle ultime ore dal governo:

quella che porta a uno scontro diretto contro i magistrati, nonché a una loro delegittimazione.

Nelle ore che seguono la notizia dello stop della Corte dei Conti al Ponte sullo Stretto di Messina, c’è anche chi prova ridurre l’intensità del conflitto.

 I giudici contabili hanno cercato di defilarsi dalla polemica politica:

la delibera che affossa il progetto della maggioranza, ribadiscono in una nota, è basata su “profili strettamente giuridici”, senza che ci sia “alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”.

Posizione che, contro quanto dichiarato dalla maggior parte dei suoi alleati, sembra essere accettata dal leghista Luca Zaia.

 Il governatore uscente del Veneto ha riconosciuto il ruolo della Corte, sottolineando la mancanza di dialogo “tra gli interlocutori”.

A lui si aggiunge il capogruppo FI alla Camera, “Paolo Barelli”, per cui “la Corte ha fatto il suo lavoro”.

Posizioni distanti dalle accuse di “invasione di campo intollerabile” rivolte alle toghe da Meloni, Tajani e Salvini (che oggi si sono riuniti a Palazzo Chigi per tentare di superare la bocciatura della Corte).

Attacchi per i quali i giudici contabili hanno incassato la solidarietà dell’”Associazione nazionale magistrati”:

 il governo, scrive l’Anm in una nota, dimostra “totale insofferenza al controllo di legalità“.

 

 

I giudici contabili: “Le critiche siano rispettose” –

La Corte dei Conti ha invitato al rispetto dell’operato dei magistrati.

 Lo ha fatto attraverso una nota nella quale commenta le reazioni che hanno seguito la decisione di non concedere il visto di legittimità alla delibera del “Cipess”, il “Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile”.

“La Sezione di controllo di legittimità – si legge – si è espressa su profili strettamente giuridici, senza alcun tipo di valutazione sull’opportunità e sul merito dell’opera”.

E precisa: “Il rispetto della legittimità è presupposto imprescindibile per la regolarità della spesa pubblica, la cui tutela è demandata dalla Costituzione alla Corte dei Conti”.

I giudici contabili sottolineano poi di non volersi “certamente sottratte alla critica che, tuttavia, deve svolgersi in un contesto di rispetto per l’operato dei magistrati”.

Le motivazioni della decisione, in corso di stesura, saranno rese note entro 30 giorni.

L’Anm a sostegno dei colleghi –

“La nostra solidarietà piena ai colleghi della Corte dei Conti ingiustamente attaccati da esponenti del governo per aver semplicemente svolto una funzione che la legge gli attribuisce a tutela della cittadinanza”, scrive l’Anm in una nota.

“I magistrati contabili, come tutti i magistrati, operano con serietà e competenza a tutela delle risorse pubbliche con un compito prezioso per il funzionamento dello Stato.

 La loro delegittimazione è dannosa perché certifica la totale insofferenza al controllo di legalità che è compito ineludibile delle magistrature, ognuna secondo la propria sfera di competenza”.

Anche l’”Associazione magistrati Corte dei Conti” esprime sconcerto per le reazioni politiche:

“Si tratta di affermazioni, peraltro rese in assenza delle motivazioni della decisione, che rischiano di minare nel profondo la fiducia collettiva nelle Istituzioni tutte.

Il controllo preventivo di legittimità è una garanzia della conformità dei provvedimenti amministrativi alla legge e del rispetto di tutte le disposizioni che regolano i contratti pubblici.

Piena e incondizionata solidarietà ai colleghi che, lungi dallo svolgere un ruolo politico, esercitano, con competenza e dedizione, le funzioni loro assegnate dalla Costituzione e dalla legge, nell’interesse esclusivo dei cittadini e delle istituzioni che queste rappresentano”.

 

Salvini: “Cantieri a febbraio”.

Nordio: “Basta compiti politici ai magistrati” –

Nel frattempo a Palazzo Chigi si svolgeva il consiglio dei ministri convocato in emergenza dalla premier.

 Al termine del vertice, Salvini ha confermato che la bocciatura non li fermerà e che i cantieri “partiranno a febbraio”, “invece che a novembre”.

“Abbiamo l’intenzione di rispondere punto per punto alla Corte – aggiunge il ministro delle Infrastrutture -.

Attendiamo con estrema tranquillità i rilievi”.

Anche il ministro della Giustizia, “Carlo Nordio”, pur specificando di non voler entrare nel merito della decisione dei magistrati, ha commentato: “In Italia assistiamo ad un processo di giurisdizione, ovvero di attribuzione alla magistratura di compiti e censure tipiche della politica. È un problema che andrà risolto con animo freddo e pacato”.

 

Non tutti compatti nel centrodestra: Zaia e Barelli – Ma non tutto il centrodestra si dimostra unito sulla vicenda.

Il presidente uscente del Veneto Luca Zaia sottolinea l’urgenza di affrontare il tema da un punto di vista legale e tecnico, riconoscendo il ruolo della Corte e sottolineando la mancanza di dialogo “tra gli interlocutori”.

“La Corte dei Conti interviene nello spazio che gli è riconosciuto”, ha detto.

“Sarà il governo a rispondere – ha aggiunto -.

È fondamentale dire che si va avanti”.

E sulle dichiarazioni di “invasione di campo”, rilasciate da Meloni:

 “Mi sembra di capire che se si arriva ad una impugnativa di questo genere tra gli interlocutori non ci sia stato dialogo“.

Così anche il capogruppo FI alla Camera “Paolo Barelli”.

“La Corte dei conti ha fatto il suo lavoro.

Ci saranno delle rettifiche se serviranno per chiarire i punti che la Corte ritiene vadano chiariti.

Se è stata una invasione di campo? Non lo so”.

A suo avviso “legare la riforma della giustizia col Ponte” è “fantasia“, “non ci allarghiamo in voli pindarici”.

A chi sottolinea che è stata la premier Meloni a legare le due cose in un post, ribatte: “I post fanno ormai parte della vita dei cittadini, io li uso poco”.

 

Le opposizioni: “Risposta del governo inaccettabile” – I sindacati, intanto, condannano la gestione del governo. “Inaccettabile la risposta dell’esecutivo: non sono le toghe a bloccare il Paese, ma l’inadeguatezza di chi governa”, dichiara il “segretario confederale della Cgil Gino Giove”.

 Sulle reazioni categorica anche la segretaria del Pd” Elly Schlein”: “Meloni, con le sue gravi affermazioni contro i magistrati, chiarisce il vero obiettivo della riforma costituzionale. Non migliora la giustizia, né serve agli italiani.

Serve a questo governo per avere le mani libere e mettersi al di sopra delle leggi e della Costituzione”.

Una posizione condivisa da tutta l’opposizione e ribadita da “Nicola Fratoianni “di Avs.

Parlando con i cronisti a margine del presidio di fronte all’ospedale di Treviso, afferma:

“Invece di buttare 14 miliardi di euro in quell’opera la destra li utilizzi piuttosto per rafforzare la sanità pubblica che è allo stremo”.

 

 

 

Bessent: la Cina "ha commesso

un vero errore"

minacciando di limitare le

esportazioni di terre rare

Zerohedge.com - Tyler Durden – (Venerdì 31 ottobre 2025 – ci dice:

Secondo un nuovo rapporto del “Financial Times”, il segretario al Tesoro statunitense “Scott Bessent” afferma che Pechino ha "commesso un vero errore" minacciando di limitare le esportazioni di terre rare.

 

“Bessent” ha dichiarato al “Financial Times”

 in una nuova intervista che gli Stati Uniti si assicureranno forniture alternative entro "12-24 mesi" e ha anche commentato la minaccia cinese: 

"La Cina ha allertato tutti del pericolo. Hanno commesso un vero errore. Una cosa è mettere la pistola sul tavolo. Un'altra è sparare in aria".

 

“Bessent” è intervenuto dopo l'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud, affermando che i due leader hanno trovato un "equilibrio" nelle loro relazioni commerciali.

Nonostante le recenti interruzioni causate dai controlli cinesi sulle terre rare, ritiene che Pechino non possa più usare questi minerali come leva:

"Non credo che siano in grado di farlo ora perché abbiamo misure di compensazione".

Il “Financial Times” scrive che il vertice è avvenuto dopo mesi di aumento dei dazi e di restrizioni alle esportazioni per ritorsione.

 Secondo Bessent, i funzionari cinesi erano "leggermente allarmati dalla reazione globale" alle loro ultime misure.

Ha affermato che i suoi colloqui con il vicepremier “He Lifeng” hanno contribuito a preservare una tregua di un anno: "ceteris paribus, abbiamo raggiunto un equilibrio".

 

Bessent ha descritto un tono rispettoso e pragmatico tra Trump e Xi, compreso uno scambio più leggero sui tempi di una potenziale visita a Pechino:

 "Fa molto freddo a gennaio e febbraio, perché non lo rimandiamo ad aprile?"

 

In base all'accordo, la Cina rinvierà la sua politica sulle terre rare, incrementerà gli acquisti di soia dagli Stati Uniti e permetterà agli Stati Uniti di controllare TikTok. Su TikTok, Bessent ha dichiarato:

"Tutto è sistemato... dovremmo assistere a una transazione molto presto".

Gli Stati Uniti rinvieranno l'inserimento nella lista nera di migliaia di entità cinesi, mentre Trump taglierà alcuni dazi sul fentanil in cambio di un giro di vite sui precursori chimici.

"Il fentanil ha occupato gran parte della discussione", ha osservato.

 

Bessent ha respinto l'idea che Washington non possa più spingere per riforme strutturali in Cina.

 Ha sostenuto che i dazi statunitensi hanno dirottato le esportazioni cinesi verso altri mercati sviluppati:

 "Abbiamo fissato uno standard e non mi sorprenderei se il resto del mondo non ci seguisse".

Sottolineando i vantaggi degli Stati Uniti, dal "miglior esercito al mondo" alla leadership nella tecnologia, ha affermato che Trump sta "consolidando ed espandendo questi punti di forza, e i cinesi lo sanno".

Bessent si aspetta che l'accordo regga: "Naturalmente ci saranno degli intoppi... ma penso che ora abbiamo canali di comunicazione molto migliori".

 

L'amministrazione Trump ha fatto della rilocalizzazione della produzione e della messa in sicurezza di materiali essenziali una priorità centrale, sostenendo che gli Stati Uniti sono diventati pericolosamente dipendenti dalle catene di approvvigionamento straniere, in particolare dalla Cina.

Attraverso dazi, incentivi agli investimenti e controlli più severi sui trasferimenti di tecnologia, l'amministrazione ha cercato di spingere le aziende a delocalizzare la produzione di beni vitali come semiconduttori, componenti per veicoli elettrici e materiali per la difesa negli Stati Uniti o in paesi alleati.

 

Come abbiamo documentato su “Zero Hedge”, i minerali delle terre rare, fondamentali per l'elettronica, le batterie e gli armamenti avanzati, sono stati al centro dell'attenzione.

Dopo che la Cina ha manifestato la volontà di limitarne l'accesso, l'amministrazione ha accelerato gli sforzi per sviluppare l'estrazione e la lavorazione nazionali, diversificare i fornitori e costituire riserve strategiche.

 

 

 

Le aziende cinesi scommettono che

la tregua tra Trump e Xi non durerà.

Zerohedge.com - Tyler Durden - (31 ottobre 2025) – Redazione - Bas van Geffen, Senior Macro Strategist presso Rabobank – ci dice:

 

La decisione di politica monetaria della BCE non ha spaventato i mercati ieri.

 Il tasso sui depositi è stato lasciato al 2% per la terza volta consecutiva. Da settembre erano emerse solo poche nuove informazioni, e quindi i responsabili delle politiche non hanno visto alcun motivo di modificare la propria posizione di politica monetaria, quando lo avevano ritenuto superfluo anche il mese scorso.

Guardando al futuro, Lagarde ha lasciato aperte tutte le opzioni, ma il presidente della BCE ha concluso che i rischi al ribasso si sono in qualche modo attenuati.

Aggiungiamo che lo stesso vale per le colombe, che chiedono un altro taglio dei tassi a dicembre.

 

A settembre, la BCE aveva già concluso che i rischi per le prospettive economiche si erano equilibrati.

Ieri, Lagarde ha osservato che l'accordo commerciale UE-USA, il cessate il fuoco in Medio Oriente e l'accordo USA-Cina annunciato poco prima della decisione della BCE "hanno mitigato alcuni dei rischi al ribasso".

 

Questi rischi, tuttavia, non sono del tutto scomparsi.

L'accordo tra i presidenti Trump e Xi Jinping sembrava più un ennesimo cessate il fuoco a breve termine che un percorso verso qualcosa di più a lungo termine.

“Bloomberg” riporta che le aziende cinesi scommettono sul fatto che la tregua non durerà.

 

Pechino non inasprirà le restrizioni all'esportazione di minerali essenziali per un anno, e la Cina acquisterà "grandi quantità" di soia statunitense. Trump l'ha definita una grande vittoria.

Secondo il presidente degli Stati Uniti, i due Paesi hanno appianato le loro divergenze e ora non c'è "alcun ostacolo sulle terre rare".

Tuttavia, stando a quanto si legge, la Cina ha accettato di sospendere ulteriori restrizioni sulle esportazioni di terre rare, senza però revocare i controlli sulle esportazioni esistenti.

 Pertanto, le carenze nel settore potrebbero non scomparire così rapidamente come Trump si aspetta.

Sulla carta, l'accordo concede ai mercati un anno di tregua.

Ma questo non sembra sufficiente agli Stati Uniti (e all'Europa!) per garantire le proprie catene di approvvigionamento parallele per questi minerali, nonostante le restrizioni cinesi all'esportazione portino a un maggiore coordinamento tra i paesi occidentali.

 I ministri dell'energia del G7 hanno concordato di lanciare una “Critical Minerals Production Alliance” che "garantirà catene di approvvigionamento di minerali critici trasparenti, democratiche e sostenibili in tutto il G7".

Finora ci sono pochi dettagli, ma questa iniziativa ha ricevuto indubbiamente nuovo impulso in seguito alla decisione della Cina del mese scorso.

 

Questa nuova alleanza si aggiunge alle iniziative nazionali.

Il governo degli Stati Uniti sta attivamente acquisendo partecipazioni in aziende coinvolte nel settore dei minerali critici.

E all'inizio di questa settimana, la “Presidente della Commissione Europea Von der Leyen” ha annunciato un piano “RE Source EU” che si aggiunge al “Critical Raw Materials Act europeo”.

Ciononostante, ridurre la dipendenza dalla Cina è un'operazione che richiederà molto tempo.

 

Fino a quel giorno, gli Stati Uniti potrebbero ancora ritenere che la Cina stia mettendo a dura prova alcune di queste catene di approvvigionamento.

Ancora una volta, l'accordo di ieri non impone alla Cina di accelerare le sue esportazioni rispetto all'attuale flusso graduale.

Quindi, una nuova escalation potrebbe ripresentarsi sui mercati prima del previsto.

Ma finché gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle forniture cinesi di minerali essenziali, “Xi” avrà una carta vincente.

 

L'accordo di questa settimana lo dimostra bene.

 Trump lo ha pubblicizzato come una grande vittoria, ma il presidente degli Stati Uniti ha fatto parecchie concessioni in cambio.

 I dazi sulle importazioni di merci cinesi saranno ridotti e le tasse portuali aggiuntive sulle navi cinesi saranno eliminate.

Gli Stati Uniti annulleranno anche le modifiche alla lista delle entità, che imponevano sanzioni commerciali alle aziende possedute almeno al 50% da un'entità cinese.

 

Nonostante questi ritardi, parte del danno potrebbe essere già stato fatto.

Queste modifiche alla lista delle sanzioni statunitensi sono state probabilmente una delle ragioni per cui il governo olandese ha ceduto il controllo di un produttore di chip, provocando una ricaduta tra UE e Cina.

In risposta, Pechino ha bloccato l'esportazione dei chip “Nexperia” prodotti in Cina.

Questo ha fatto temere all'industria automobilistica mondiale una carenza di chip.

 

In breve, le tensioni commerciali e i rischi geopolitici permangono. Tuttavia, finora non hanno avuto l'impatto sull'economia dell'Eurozona tanto quanto si temeva.

 L'economia è cresciuta dello 0,2% su base trimestrale nel terzo trimestre, superando le aspettative di una quasi stagnazione. L'economia dell'Eurozona ha quindi mostrato una maggiore resilienza alla guerra commerciale statunitense di quanto previsto, ma riteniamo che il pieno impatto dei dazi debba ancora materializzarsi nei prossimi trimestri.

 

Nel medio termine, la domanda interna rimane un motore chiave della crescita nell'area dell'euro, e ciò potrebbe essere in parte stimolato dai cambiamenti nel commercio globale e nella geopolitica.

 Gli investimenti di capitale in Francia e Germania sono aumentati, mentre i Paesi Bassi hanno registrato maggiori esportazioni di macchinari e attrezzature:

è questo un segnale che l'Europa si sta orientando verso acquisti più locali?

A questo proposito, la Germania starebbe valutando la possibilità di pagare gli operatori di telecomunicazioni affinché sostituiscano le apparecchiature cinesi nelle loro reti con prodotti alternativi.

 

 

 

 

Stiamo andando verso un mondo 2G,

uno incentrato sugli USA,

l'altro sulla Cina.

Zerohedge.com - Tyler Durden – Redazione – (Giovedì 30 ottobre 2025 ) - Di Michael Every di Rabobank – ci dice

 

Pensa a un mondo 2-G, non a un mondo G-2.

La Fed è stata brevemente al centro dell'attenzione del mercato questa mattina, dopo aver fatto ciò che era previsto – un taglio di 25 punti base al 4%; e ciò che i mercati volevano – interrompere il QT; ma anche ciò che i mercati non si aspettavano e non volevano – mettendo in discussione l'ulteriore calo dei tassi.

Pertanto, i mercati, che hanno ottenuto un'espansione del bilancio della Fed dal picco al minimo di 6,5 trilioni di dollari nel ciclo " è solo uno scambio di asset che verrà invertito " QE > QT > (QE?), non sono stati contenti, sebbene prevediamo tagli di 25 punti base a dicembre (se non a patto che l'accordo sia concluso), e a marzo, giugno e settembre 2026: vedi qui per maggiori informazioni.

Mentre si considerano quei 6,5 trilioni di dollari, si consideri l'articolo di fondo del “Washington Post”, per nulla ironico, secondo cui " Questa decisione della Corte Suprema [sul Cook della Fed] potrebbe sostanzialmente garantire un'inflazione più elevata ".

 

Mentre alcuni si concentrano su come politica e banche centrali possano fondersi in un modo, l'Europa ne ha mostrato un altro.

La Presidente della BCE Lagarde ha ribadito l'appello all'UE affinché passi al voto a maggioranza, seguendo l'esempio dell'ex Presidente della BCE, poi Primo Ministro italiano non eletto, Draghi, e del Governatore della Banca d'Italia Panetta.

Senza prendere posizione, questo rientra nelle competenze della BCE, a parte il fatto che coinvolge indirettamente l'economia?

 Cosa penserebbero i mercati se Powell si intromettesse nella riorganizzazione dei distretti elettorali della Camera?

 In ogni caso, ciò sottolinea la pressione per un cambiamento strutturale e orientato ai mercati in Europa.

 

Nel mondo geopolitico in cui l'UE fatica a tenere il passo, la Russia ha testato un siluro nucleare in grado di inondare le città con "tsunami radioattivi ";

gli Stati Uniti intraprenderanno test nucleari in risposta a quelli di altri;

 i servizi segreti occidentali hanno affermato che l'Iran si sta riarmando nonostante le sanzioni delle Nazioni Unite, con l'aiuto della Cina ; l'"esercito scricchiolante" del Venezuela si sta preparando agli attacchi degli Stati Uniti;

il Brasile ha visto decine di persone morire a Rio negli scontri tra polizia e bande di narcotrafficanti, che includevano la tattica di guerra in Ucraina delle bombe lanciate dai droni; e gli Stati Uniti pianificano una "dimostrazione di forza" contro "l'aggressione cinese" nel Mar Cinese Meridionale.

 

In geoeconomia correlata, “Nvidia” ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 5 trilioni di dollari - come ha appena detto il suo CEO, non importa se gli Stati Uniti o la Cina vincano la corsa globale all'intelligenza artificiale (!);

 la BOJ ha ignorato il consiglio del Segretario al Tesoro statunitense “Bessent” e ha lasciato i tassi di interesse di nuovo invariati allo 0,5% senza più dissidenti rispetto ai due precedenti;

 l'Arabia Saudita riconcentrerà il suo fondo sovrano da 925 miliardi di dollari dal settore immobiliare a minerali critici, logistica e intelligenza artificiale, che sembra legata agli Stati Uniti;

Trump ha affermato che la Corea del Sud costruirà un sottomarino nucleare negli Stati Uniti, trasferendo la sua tecnologia di difesa più avanzata, mentre ha raggiunto un accordo per abbassare le tariffe automobilistiche dal 25% al ​​15% in cambio di 150 miliardi di dollari per la costruzione navale statunitense, 20 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri annuali per un decennio e importanti acquisti di energia;

e Oslo ha riferito che gli autobus elettrici di fabbricazione cinese possono essere disattivati ​​da remoto tramite aggiornamenti software , consentendo l'accesso diretto alla loro batteria.

 

Tuttavia, l'”Atlantic” osserva fin da ora che " gli Stati Uniti sono sulla buona strada per perdere la guerra con la Cina ", poiché "la guerra moderna è decisa dalla capacità produttiva e dalla padronanza tecnologica, non dal valore individuale";

 la nuova tecnologia statunitense per la lavorazione delle terre rare potrebbe aiutarli a superare la Cina, poiché la ricerca di elementi di terre rare sta innescando una rinascita mineraria in Texas;

l'australiana” Lyna”s costruirà un impianto pesante per le terre rare in Malesia;

ma la Malesia, che ha appena firmato un accordo sulle terre rare con gli Stati Uniti, esporterà solo prodotti lavorati;

poiché tre aziende indiane hanno ricevuto la prima serie di licenze per l'importazione di magneti di terre rare dalla Cina, che non possono essere utilizzati per scopi difensivi .

 

Quest'ultimo sottolinea che l'Europa potrebbe non essere in grado di riarmarsi, a prescindere dai fondi che le vengono assegnati, a meno che non sviluppi un'offerta alternativa, con un problema parallelo che minaccia la necessità di chip per la produzione automobilistica.

Per i chip, ci vorrà del tempo per accelerare;

per le terre rare, molto di più, data la mancanza di risorse chiave in Europa, come il Financial Times ha appena notato in "L' Europa e la maledizione della geografia".

 

Nel frattempo, Pechino sta facendo pressioni sull'Europa affinché non si schieri con gli Stati Uniti, mentre il parlamento francese ha votato per aumentare la tassa sulla tecnologia, scatenando potenzialmente uno scontro con Trump, e Macron ha chiesto che i social media che non dichiarano la loro parzialità vengano vietati, scatenando forse uno scontro con il vicepresidente Vance.

 

Riassumendo lo spirito del tempo, l'Economist scrive

" Una lettera agli investitori dal White House Opportunities Fund ",

su "Come il passaggio al capitalismo di stato si sta rivelando per l'America LLC".

È piuttosto presto per fare questa previsione, ma la descrizione della nuova economia (geo)politica non è, come avevamo detto, imminente subito dopo la rielezione di Trump.

Anzi, sottolineando quanto erroneamente questa interpretazione venga ancora data da alcuni, @Eurobriefing osserva:

" Ricordate i flussi di investimenti dagli Stati Uniti all'Europa, dopo i dazi di Trump e l'elezione di Merz?

Ora tutto si sta invertendo.

Gli investitori statunitensi si stanno lentamente rendendo conto di una realtà politica di stallo permanente in Europa.

 E gli investitori europei stanno iniziando a rendersi conto che i vantaggi macroeconomici dell'intelligenza artificiale hanno molte più probabilità di verificarsi negli Stati Uniti e in Cina che in Europa".

 

Naturalmente, tutte le notizie precedenti erano solo un riscaldamento per l'incontro cruciale di oggi tra Trump e Xi, prima del quale Trump ha scritto: " IL G2 SI RIUNIRÀ TRA POCO !", preoccupando gli altri 193.

 Le prime parole pronunciate davanti ai media a “Busan” sono state vantaggiose per tutti:

 Xi ha affermato che lo sviluppo della Cina non contraddice la visione di "Rendiamo di nuovo grande l'America".

Tuttavia, come chiede l'esperto cinese “Matt Pottinger,” " Trump si sta facendo prendere in giro da Xi?" ', e "Se così fosse, il passato agrario dell'America potrebbe essere il suo futuro" - qualcosa che ho sottolineato è stata la tendenza nei rapporti import-export relativi per settore nel “The Great Game of Global Trade del 2017 “- tariffe, fentanyl, chip AI - dove il presidente della Commissione speciale della Camera sulla Cina afferma che vendere chip “Nvidia Blackwell” alla Cina sarebbe "simile a dare all'Iran uranio per uso militare", terre rare, soia, Taiwan e persino Russia-Ucraina si vociferava che fossero tutti coinvolti - se non sei al tavolo, probabilmente ci sei.

Trump ha definito l'incontro "straordinario" e "eccezionale", e ha concordato un accordo annuale rinnovabile, che può essere esteso in base a:

gli "enormi" acquisti di soia dagli Stati Uniti "inizieranno immediatamente";

la Cina "ha accettato di lavorare per fermare il fentanyl", quindi è entrata in vigore una riduzione tariffaria statunitense del 10%, ma "molti altri dazi rimangono";

l'”USTR Greer” ha affermato che la Cina non imporrà controlli sulle terre rare, ma questo vale solo per gli Stati Uniti?

 i chip “Blackwell AI” non sono stati discussi, anche se la Cina ne discuterà altri con Nvidia;

 i test nucleari statunitensi sono rivolti ad altri;

Taiwan non è stata discussa; e Trump visiterà la Cina ad aprile.

Stiamo ancora aspettando i risultati ufficiali, ma questo sembra un cessate il fuoco a breve termine, non un accordo a lungo termine, e non c'erano “TACO” nel menu.

 

Quindi, " stabilità" fino ad aprile su un fronte, a meno che la Cina non mantenga la sua parte dell'accordo, nel qual caso i dazi aumenteranno (del 110%?).

Nel frattempo, gli Stati Uniti punteranno all'”onshoring” e alle “terre rare”, mentre la Cina punta ai chip di fascia alta.

Questo, e altri sviluppi, continuano a suggerire che, anziché un Co Dominium G-2 tra Stati Uniti e Cina, ci stiamo dirigendo verso un mondo a 2-G, uno incentrato sugli Stati Uniti, l'altro sulla Cina.

 

In quella che altrimenti sarebbe una notizia importante oggi, Trump ha ammesso che è "abbastanza chiaro" che non potrà candidarsi per un terzo mandato, il che sarebbe una vera novità per “Steve Bannon”.

Secondo quanto riferito, il cancelliere del Regno Unito “Reeves” starebbe valutando un aumento del 2% dell'imposta sul reddito nel prossimo bilancio, in quanto si aggiunge alla lista dei ministri del governo che dovranno avvisare il consulente etico ufficiale dopo un "errore involontario" con una licenza immobiliare a Londra e l'affitto della casa di famiglia;

Il partito liberale D66 sembra aver vinto lo stesso numero di seggi del PVV di destra alle elezioni olandesi, con il 97,7% dei voti scrutinati, e il leader del D66 Jettens sembra in pole position per diventare il prossimo Primo Ministro;

erediterà le questioni Nexperia, terre rare, Russia-Ucraina e UE-USA, mentre cerca di costruire una cooperazione più stretta con l'Europa, proprio mentre l'UE potrebbe essere destinata a grandi cambiamenti(?).

In conclusione, la Fed ha tagliato i tassi come previsto, ma ora potrebbe subire una pausa; anche l'incontro Trump-Xi ha visto una pausa tattica.

Entrambi sono stati benvenuti, ma nessuno dei due significa molto nel quadro generale.

 

 

 

I censori di ieri si scoprono

difensori della libertà di parola.

Fabrizio Borgonovo.

Facebook.com – (29-10-2025) – Redazione – ci dice:

L’angolo del pensiero.

(Gian Guido Bizzarri -amministratore).

 

Grazie al vergognoso episodio di intolleranza e ottusità di cui è stato vittima “Emanuele Fiano”, a cui gruppuscoli di ragazzotti comunisti hanno impedito di parlare all’università Ca’ Foscari di Venezia, la stampa italiana sembra avere scoperto il valore della libertà di pensiero e di espressione.

Il “Corriere della Sera” ha dedicato all’esponente Pd una bella paginata di intervista firmata dal prestigioso “Aldo Cazzullo,” decisione sacrosanta per ribadire che a nessuno deve essere levata la parola, tanto meno all’interno dell'accademia.

Purtroppo però ci tocca notare che gli afflati libertari di via Solferino sono - come quasi sempre accade - limitati a un perimetro molto ristretto.

Sentito giustamente Fiano, il grande quotidiano è subito corso ai ripari per spiegare che, se si respira un clima di odio politico, la colpa è della destra, figuriamoci se poteva essere di altri.

“Carlo Verdelli”, in un denso editoriale, si è premurato di spiegare che dalla politica arrivano dei brutti segnali.

«Nessuno pensa al ritorno di una dittatura di tipo mussoliniano con gli orpelli che l’hanno caratterizzata: camicie nere, saluto al duce, olio di ricino, botte a chi si oppone, tralasciando il resto e il molto peggio, dall’omicidio degli avversari alle deportazioni nei lager degli ebrei», dice Verdelli.

 «Però negli ultimi giorni le occasioni per risentire un certo olezzo si sono, certamente per caso, moltiplicate.

Basta unire i pezzetti sparsi del puzzle».

E quali sarebbero i pezzi?

Sentiamo: «A Roma, zona Brancaccio, due schiaffoni a un giornalista, colpevole di indossare una felpa antifascista e di non volersela togliere e neppure di girarla al contrario, sotto lo sguardo della compagna con in braccio il loro figlio di sei mesi.

A Genova una ventina di ardimentosi multietnici fa visita con spranghe e bastoni a un liceo occupato, sfascia sedie e banchi, lascia una grande svastica sulle pareti, si dilegua nella notte».

Tutto questo fa concludere al fine editorialista che «il me ne frego è un marchio di fabbrica che sta ritrovando un’insperata attualità».

Dal succitato puzzle non esce un fascio littorio, ma emerge «una maschera, che per una parte copre un’ombra che si allarga, minimizzando il carico eversivo che porta in sé.

Eversivo rispetto all’ordine che i Padri costituenti della nostra Patria hanno voluto per questa Italia, uscita a pezzi proprio da quel Ventennio, tempo ormai lontanissimo e come tale più facile da sbiadire, aggiustare, cancellando i partigiani e tenendosi buoni i cattivi».

Interessante.

Diciamo che un paio di teppisti picchiatori che attaccano briga una sera e i” maranza” di Genova che disegnano svastiche sono un po’ poco per gridare al ritorno del fascismo.

Ma ormai siamo abituati agli allarmi insulsi.

In compenso Verdelli- bontà sua - riesce a citare per qualche riga (senza mai definirli comunisti e di sinistra, ci mancherebbe) anche i “pro Pal” che hanno tacitato Fiano.

 Però non si dilunga sulla minaccia antagonista, benché quell’episodio di intolleranza sia l’ultimo di una lunga serie e sia anche l’unico politicamente studiato fra quelli citati.

 Insomma, a via Solferino, nonostante le difese della libertà, restano alcune vecchie abitudini, in primis quella di vedere fasci ovunque sorvolando contestualmente sulle schifezze d’altro colore.

 Viene da chiedersi come si possa svelenire il clima di odio di cui discetta Verdelli se da anni, imperterriti, si continua a insistere sul pericolo nero, demonizzando più o meno direttamente ogni fenomeno destrorso.

 Tra l’altro, accusare i fascisti per lo più immaginari di aver creato una atmosfera violenta e mefitica è decisamente ipocrita.

Giova ricordare, a tale proposito, come abbia agito negli ultimi anni il “Corriere della Sera” nei riguardi di coloro che esprimevano posizioni dissenzienti rispetto alla linea espressa dall’editorialista unico liberal-progressista.

Nel periodo Covid il giornale evitò accuratamente di dare spazio a chiunque criticasse il regime sanitario in vigore, e non tralasciò di bastonare a dovere i perfidi “no vax”.

 Parliamo dello stesso quotidiano che sbatté in prima pagina, indicandoli quali pericolosi servi di Putin, intellettuali e giornalisti colpevoli soltanto di disapprovare il bellicismo spinto sull’Ucraina.

Certo,” il Corriere” è stato in ottima compagnia, perché i principali media italiani hanno agito e continuano ad agire nello stesso modo.

 Risulta dunque grottesco che si fingano paladini della libertà a corrente alternata e insistano a parlare di «clima d’odio» incolpando questo o quello (di solito “un questo” o “quello di destra”) di fomentare astio.

 È vero che questa nazione, e non da oggi, è ferocemente divisa.

I grandi media hanno fatto di tutto per peggiorare la situazione, infierendo con ogni mezzo possibile sui «nemici del popolo» di volta in volta indicati al pubblico ludibrio.

Gli stessi media hanno accuratamente evitato, poi, di indignarsi per gli innumerevoli episodi di censura che non facevano comodo alla loro narrazione.

L’ultimo caso è quello di “Frédéric Baldan”, autore di un libro documentato e affilato su Ursula von der Leyen che, per aver osato accusare la presidente della Commissione Ue, ha subito allucinanti ritorsioni tra cui la chiusura dei conti correnti.

Non una riga è uscita in Italia sul suo caso.

Perché va bene la libertà di stampa e di opinione, ma senza esagerare per carità.

 

 

 

Il boomerang della censura:

chi zittiva oggi grida alla libertà.

Kulturjam.it - Alexandro Sabetti – (30 Ottobre 2025) – ci dice:

 

Il boomerang della censura: chi zittiva oggi grida alla libertà.

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Gli stessi che cancellavano la cultura russa ora denunciano censura perché contestati sul genocidio a Gaza.

 Il potere occidentale difende solo le voci che gli servono, mentre silenzia ogni dissenso nel nome della “libertà”.

 

Il paradosso della censura occidentale: libertà di parola per chi serve l’impero.

Negli ultimi anni, l’Occidente ha costruito con pazienza un’architettura della censura che si ammanta di libertà.

Le sue fondamenta poggiano su un principio tanto semplice quanto ipocrita:

 la libertà di espressione è sacra solo quando coincide con la linea dell’impero.

 Tutto il resto – ogni voce critica, ogni sfumatura dissonante – diventa automaticamente “propaganda”, “filo-russismo”, “antisemitismo”, o, più genericamente, “disinformazione”.

 

Il caso più emblematico è quello che riguarda la cultura russa.

Filosofi, scrittori, musicisti e persino registi sono stati banditi da università, teatri e istituzioni culturali occidentali in nome della guerra in Ucraina.

 Si è arrivati al paradosso di cancellare “Dostoevskij” da corsi universitari e di proibire concerti di “Čajkovskij”, come se la cultura potesse essere complice di un crimine geopolitico.

Il messaggio era chiaro: chi non si adegua alla narrazione dominante deve tacere.

 

Eppure, oggi, molti di coloro che hanno difeso quella censura – in nome della “libertà ucraina” o del “mondo libero” – si scoprono improvvisamente vittime di ciò che hanno contribuito a costruire.

Gli stessi accademici, giornalisti e intellettuali che rimuovevano con zelo ogni traccia di cultura russa dai programmi culturali si indignano perché vengono pubblicamente contestati da giovani che li accusano di aver taciuto di fronte al genocidio in corso a Gaza.

Gridano alla censura, all’intolleranza, al “nuovo fanatismo”, incapaci di riconoscere il riflesso del proprio operato.

 

Questo rovesciamento non è un caso isolato, ma un segno dei tempi.

 È l’ennesima dimostrazione che il potere non ammette critiche neppure in casa propria.

Nel cosiddetto “mondo libero”, i dissidenti non vengono incarcerati come nelle più classiche dittature – vengono silenziati con strumenti più eleganti: l’emarginazione accademica, la delegittimazione mediatica, l’accusa morale.

Si invoca la “cultura del dialogo” solo per escludere chi osa porre domande scomode.

 

Il meccanismo è lo stesso che trasforma in eroi democratici i dissidenti selezionati dall’Occidente, come la venezuelana “María Corina Machado” – esponente dell’estrema destra neoliberale, celebrata dai media come simbolo di libertà.

La sua figura, costruita a tavolino da Washington, serve a rafforzare il racconto manicheo di un mondo diviso tra “democrazie” e “regimi”.

 È la libertà filtrata e certificata dal potere, quella che non disturba mai gli interessi dell’impero.

 

Chi oggi denuncia la “censura dei comunisti” – come nel caso del tutto marginale dei fischi di uno sparuto gruppo di studenti veneziani ai danni di” Emanuele Fiano”, presidente di Sinistra per Israele – a tutti gli effetti una lobbie impegnata a ripulire l’immagine di Israele – ma dimentica di averla esercitata per anni, con la stessa violenza simbolica che ora subisce.

 

Il problema non è la critica – che resta legittima – ma l’incapacità di riconoscere che esistono voci escluse, narrazioni rimosse, popoli ridotti al silenzio.

La libertà, per essere tale, non può essere a geometria variabile.

Il vero scandalo non è che qualcuno contesti gli intellettuali di corte, ma che questi ultimi abbiano creduto di poter definire per sempre ciò che è lecito pensare.

Oggi scoprono che la parola, una volta sottratta, tende sempre a ritornare.

 E quando ritorna, non chiede più il permesso.

 

 

 

 

Difensori della libertà… ma solo della loro.

Villaedintorni.it – (11 Agosto 2025) – Francesca Meduri – ci dice:

 

Viviamo tempi in cui tutti si dichiarano difensori della libertà. Libertà di espressione, di parola, di stampa.

Sui social, nei comunicati, nelle piazze virtuali e reali, è un continuo inneggiare al diritto sacrosanto di dire la propria.

Ma questa libertà – per alcuni – ha un limite ben preciso:

deve essere allineata ai propri interessi, alle proprie idee, alle proprie convinzioni.

Altrimenti, quella stessa libertà diventa fastidiosa, scomoda, addirittura pericolosa.

 

Accade così che certi politici, associazioni, personaggi pubblici o semplici cittadini, acclamino i giornalisti solo quando questi scrivono “le cose giuste”.

 Non giuste in senso etico o professionale, ma giuste per loro.

Lodi esagerate e sorrisi di circostanza quando l’articolo sostiene le loro battaglie, le loro denunce, il loro modo di vedere il mondo.

Ma basta una riga fuori dal coro, un articolo non gradito, e gli stessi giornalisti diventano improvvisamente faziosi, incompetenti, venduti, censori.

È un copione purtroppo noto.

 I paladini della legalità, dell’etica, della trasparenza, si trasformano nei primi a scendere nel fango della diffamazione, delle insinuazioni, delle mezze verità.

 Chi non si allinea viene isolato, screditato, ignorato.

E guai a far notare che la libertà di stampa vale anche quando racconta fatti che non piacciono:

allora scatta la reazione rabbiosa, la minaccia neanche troppo velata, il tentativo di screditare chi fa semplicemente il proprio mestiere.

 

Il paradosso si spinge fino al grottesco.

 Alcuni accusano i giornalisti di “censura” perché non parlano di loro o delle loro iniziative.

Ma omettono (volutamente) un dettaglio:

sono proprio loro a boicottare quei giornalisti, a non inviare comunicati, a bruciare le notizie pubblicandole prima sui loro social, a essere ambigui e poco trasparenti.

In pratica, chiudono le porte e poi urlano indignati perché nessuno è entrato.

 

Il vero giornalismo non è un ufficio stampa e non lavora per fare piacere a qualcuno.

 È uno strumento libero, che serve a raccontare i fatti, fare domande, approfondire e, se serve, anche criticare.

 Dà spazio a tutti, ma pretende rispetto: chi vuole essere ascoltato deve saper dialogare con educazione, senza pretese di controllo e di manipolazione.

 L’informazione non deve confermare per forza le idee di qualcuno, ma aiutare tutti a capire meglio la realtà, anche quando è scomoda.

 

Chi vuole solo applausi, vada in teatro.

Chi pretende l’informazione come specchio delle proprie idee, si costruisca un blog personale.

 Ma abbia almeno la decenza di non spacciarsi per difensore della libertà.

Perché la libertà, quella vera, si misura anche – e soprattutto – nella capacità di accettare ciò che non ci piace.

E a chi continua a giocare al massacro con la complicità dell’ipocrisia, vien da chiedere:

ma si può essere più meschini e sleali di così?

(Francesca Meduri).

 

 

 

 

 

La misura della democrazia è

la libertà di parola dell’avversario.

 

Betapress.it - Corrado Faletti – (15 Settembre 2025) – ci dice:

La scomparsa di “Kirk” apre un dibattito che va oltre la sua figura: difendere la libertà di parola significa difendere la democrazia.

Anche quando le idee sono estreme, nessuno ha il diritto di ridurle al silenzio con la forza.

 L’indifferenza politica, in questi casi, è complicità.

 

“Kirk” è morto così come aveva vissuto: rappresentando le proprie idee, anche quando apparivano radicali e difficili da accettare.

La sua coerenza lo ha accompagnato fino all’ultimo, ma questo non giustifica chi commenta con cinismo la sua scomparsa con frasi come “uno di meno”, né chi sceglie la via più comoda del silenzio.

Il principio è uno solo e deve essere ribadito con forza: nessuna idea può essere zittita con la violenza.

La violenza, infatti, non è mai una soluzione: non elimina soltanto chi la subisce, ma svuota di senso lo spazio pubblico e distrugge il presupposto stesso della convivenza democratica.

In questo senso, anche l’esperienza di “Beta press” diventa un punto di riferimento.

 

Da anni il nostro giornale porta avanti l’idea di un giornalismo libero, indipendente, non piegato a interessi pubblicitari o politici, convinto che la parola sia l’arma più potente per difendere la democrazia.

 

È lo stesso messaggio che emerge dal libro di Faletti “Ne uccideva più la penna che la spada”:

la penna, con la sua capacità di raccontare, denunciare e smascherare, può essere più incisiva e temuta della spada, perché colpisce la coscienza collettiva.

La morte di “Kirk”, al di là delle simpatie o delle antipatie che poteva suscitare, ci obbliga a una riflessione più profonda:

 quando uno schieramento politico, anche solo con l’indifferenza, finisce per legittimare o giustificare la sopraffazione, non può dichiararsi eticamente corretto.

 

Nella tradizione del pensiero politico, da “Aristotele” a” Hannah Arendt”, la vita pubblica si fonda sul principio che la polis esige partecipazione attiva.

Restare indifferenti di fronte all’ingiustizia equivale a permettere che essa prosperi.

“Arendt “lo definiva “banalità del male”:

non un male spettacolare, ma quotidiano, fatto di gesti minimi, di tacite accettazioni, di complicità implicite.

 

In questo senso, lo schieramento politico che osserva in silenzio un atto di sopraffazione — sia esso violenza verbale, censura, aggressione o esclusione sociale — non si limita a non opporsi: di fatto contribuisce a normalizzarlo.

 

Ogni gesto non condannato diventa più tollerabile, più accettato, e quindi più ripetibile.

L’indifferenza diventa allora la “coperta etica” che permette all’ingiustizia di riprodursi senza ostacoli.

La storia è ricca di esempi.

 

Il nazismo non si affermò soltanto per il sostegno dei militanti più convinti, ma soprattutto per la neutralità, il silenzio, il conformismo di milioni di cittadini e di forze politiche che preferirono “non esporsi”.

 

La celebre frase attribuita a “Martin Niemöller ”: “Quando vennero a prendere gli ebrei non dissi nulla, perché non ero ebreo…” — resta il simbolo di come l’indifferenza prepari il terreno all’oppressione.

 

Applicando questo principio al presente, quando una parte politica sceglie di ignorare episodi di violenza o di censura ai danni di un avversario, essa non mantiene una posizione neutrale:

si colloca, consapevolmente o meno, dalla parte di chi agisce con la forza invece che con il confronto delle idee.

Non può dunque rivendicare la propria “correttezza etica”, perché l’etica non è fatta soltanto di ciò che si fa, ma anche di ciò che si evita di fare.

Per una democrazia sana, è essenziale che il dissenso sia tutelato e che ogni violenza — indipendentemente dalla direzione in cui colpisce — venga condannata senza esitazione.

 

Diversamente, il rischio è quello di un impoverimento progressivo del dibattito pubblico, che si riduce a un’arena di fazioni dove la verità non conta più, e dove ciò che resta in piedi non è la forza delle argomentazioni, ma la debolezza morale di chi ha scelto il silenzio.

Se la democrazia ha un senso, è proprio quello di garantire spazio e parola anche a chi ci disturba, a chi ci provoca, a chi rappresenta il pensiero più lontano dal nostro.

 

La libertà di espressione è un diritto fragile:

esiste solo nella misura in cui viene riconosciuto a tutti, anche e soprattutto a coloro che non condividiamo.

Difendere la libertà soltanto per chi la pensa come noi non è difesa, diviene privilegio di parte.

La vera garanzia nasce invece dal riconoscere che la libertà di parola appartiene prima di tutto a chi ci disturba, a chi ci provoca, a chi ci obbliga a misurarci con idee scomode.

 

Il pensiero liberale, da “John Stuart Mill” a “Karl Popper”, ha insistito su questo punto:

se eliminiamo il diritto dell’avversario a parlare, domani qualcuno potrà eliminare anche il nostro.

“Mill” sosteneva che persino l’opinione più sbagliata deve avere diritto di cittadinanza nello spazio pubblico, perché solo il confronto continuo con ciò che nega o contraddice le nostre certezze le rende vive e non dogmatiche.

L’esempio storico più evidente è quello delle società totalitarie del Novecento.

Ogni volta che la libertà di parola è stata negata a una minoranza, in nome di un presunto bene comune o di una “verità” imposta dall’alto, il passo successivo è stato inevitabile:

il silenziamento progressivo di tutti, fino all’annullamento della pluralità.

Difendere la parola di chi non ci piace è dunque un atto di previdenza:

è la costruzione di una diga contro il rischio che, domani, sia la nostra voce a essere messa a tacere.

C’è anche una dimensione etica: la tolleranza non è un atteggiamento di indulgenza paternalistica, ma un dovere morale.

Significa riconoscere che la dignità dell’altro non dipende dal grado di simpatia che ci ispira, ma dal suo essere persona, cittadino, portatore di pensiero.

 

Rinunciare a questa prospettiva significa accettare che i diritti siano concessi per affinità o convenienza, e dunque trasformarli in concessioni revocabili, non in garanzie inviolabili.

Da qui nasce il paradosso: la democrazia sopravvive solo se accetta anche chi non crede in essa, purché si muova entro i confini del confronto pacifico.

 

E noi, difendendo il diritto di parola persino per chi ci appare intollerabile, non stiamo difendendo lui, ma noi stessi.

 

Stiamo preservando il terreno comune sul quale, un domani, potremo ancora discutere, dissentire, criticare senza paura.

In definitiva, qui si esprime una verità scomoda ma ineludibile: la libertà non si misura dalla protezione dei “simili”, ma dalla difesa degli “altri”.

 

E se oggi chiudiamo un occhio davanti alla censura di un’idea che non amiamo, domani non potremo sorprenderci se qualcuno chiuderà la bocca alla nostra idea.

Per questo, davanti alla morte di “Kirk”, la risposta non può essere il silenzio o il sarcasmo, ma un impegno ancora più forte a far sì che chiunque possa esprimere la sua idea, che la penna resti più potente della spada.

Perché, come dimostra la sua vicenda, la vera sconfitta non è nelle idee estreme, ma nella violenza che pretende di cancellarle.

(Corrado Faletti).

 

 

Censura e libertà di parola.

Varesemese.it – (8 Settembre 2025) – Redazione -Editoriale – ci dice:

 

La censura democratica minaccia la libertà, soffocando silenziosamente la voce del dissenso, il “citizen journalism” di “X è una forma di resistenza.

Nelle democrazie, la libertà d’espressione sembra sotto assedio, nascosta da pretesti di tutela sociale.

“X”, prima “app informativa” in Europa e 140 paesi, resiste, incarnando un Internet libero e il “citizen journalism”.

 

Come si manifesta attualmente la censura nelle democrazie?

 

In Francia, un’indagine penale avviata dal politico “Eric Bothorel” accusa “X” di manipolazione algoritmica e “estrazione fraudolenta di dati”.

Le autorità, classificando “X come” “banda organizzata”, giustificano poteri investigativi eccezionali, come intercettazioni dei dispositivi dei dipendenti e richieste di accesso all’algoritmo di raccomandazione e ai dati in tempo reale degli utenti.

Tali azioni, denunciate da “X” come politicamente motivate, violano privacy e diritto al giusto processo, minacciando la libertà d’espressione.

Nel Regno Unito, circa 12.000 arresti annui per post “offensivi” sui social (un aumento del 121% dal 2017) colpiscono contenuti etichettati come “hate speech” o incitamento.

Casi come l’arresto di cittadini per tweet critici verso politiche governative o figure pubbliche rivelano un uso strumentale di queste leggi per reprimere il dissenso, limitando il dibattito pubblico.

In Germania, raid nazionali contro l”’hate speech online”, previsti dalla legge “Netz DG”, portano a perquisizioni domiciliari e sequestri di dispositivi per contenuti come insulti a politici o post ritenuti misogini.

Nel 2025, casi di cittadini indagati per commenti su figure pubbliche hanno sollevato critiche per la vaghezza delle norme, che criminalizzano la parola e scoraggiano l’espressione libera.

L’Unione Europea, tramite il Digital Services Act (DSA), impone a piattaforme come “X” di moderare contenuti “illegali” o rischiare multe fino al 6% del fatturato globale (miliardi di euro) o la chiusura.

La pressione per censurare post ritenuti disinformazione o incitamento, spesso definiti in modo ambiguo, minaccia la pluralità di voci.

Alcuni stati, ispirati dal modello brasiliano, spingono per sospensioni totali di” X”.

In Spagna, leggi contro la “glorificazione del terrorismo” o l’”hate speech” sono applicate a “tweet” e “meme”, con condanne fino a due anni per post ritenuti offensivi, creando un clima di autocensura.

Queste misure, spesso giustificate dai governi come protezione della sicurezza o dell’ordine pubblico, restringono lo spazio per il dissenso e il dibattito, erodendo silenziosamente le fondamenta della libertà d’espressione nelle democrazie.

 

Quali sono le forme di censura digitale in Italia?

In Italia, nel 2025, la libertà di parola deve fare i conti la cosiddetta “sorveglianza digitale”.

L’articolo 604-bis del Codice Penale, che punisce l’istigazione all’odio, viene usato per indagare tweet satirici o critici verso ministri e politiche migratorie.

La norma è vaga, permettendo interpretazioni che colpiscono post non violenti.

 Gruppi organizzati, spesso legati a movimenti politici, monitorano i social e segnalano contenuti “offensivi” alle autorità.

Queste denunce, riportate da “X” e “media” come La Repubblica, portano a indagini che intimoriscono gli utenti, spingendoli a censurarsi. Un dossier del Senato conferma l’uso ampio di queste leggi, limitando il dibattito pubblico, soprattutto sull’immigrazione.

Perché “X “è una soluzione alla censura?

 

“X” domina le classifiche di “App Store” e “Google Play “in Germania, Francia, Italia, Spagna, Regno Unito e 140 paesi, grazie alla sua capacità di offrire notizie in tempo reale e voci non filtrate.

Non può essere facilmente censurato, garantendo un Internet libero.

Post come @user123 (15/08/2025, Germania, link non pubblico) sono stati chiusi o bloccati da governi, non da X, che invece lotta per ripristinarli, promuovendo la libertà despressione tramite il” citizen journalism”.

Quali altri attacchi globali colpiscono la libertà d’espressione?

 

In Brasile, “X” è sospeso per ordine giudiziario.

In Pakistan, “X” è bloccato per “sicurezza nazionale”.

In Cina, “WeChat” domina, escludendo “X” per restrizioni statali.

Attacchi DDoS nel 2025, attribuiti a “Dark Storm Team”, colpiscono “X”.

Quale futuro per la libertà di parola?

 

La censura democratica soffoca il dissenso.

“X”, con post come @liberte “X”(20/08/2025, Francia, link non pubblico), incarna la resistenza del “citizen journalism”.

 

 

 

 

Limitare la libertà di espressione non significa introdurre una censura oscurantista, ma assumersi responsabilità politiche, spesso a difesa dei più deboli.

Proversi.it – Redazione – (01 – 11 – 2025) – Fabio Gambaro – ci dice:

 

Non vi è nessuna libertà o diritto tra quelli riconosciuti dalle democrazie contemporanee che possa essere inteso come illimitato, senza considerare la possibile violazione di libertà e diritti altrui, altrettanto meritevoli di tutela.

Ciò vale anche per la libertà di espressione che, se esercitata senza la consapevolezza dell’esistenza di limiti, rischia di trasformarsi in un arbitrio irresponsabile in grado di danneggiare i più deboli.

 Oggi i media sono spesso così privi di etica o responsabilità morale che la libertà di stampa, da originaria costola della libertà di espressione, rischia di trasformarsi in uno strapotere, addirittura superiore ai poteri classici dello Stato di diritto: quelli esecutivo, legislativo e giudiziario.

 

La libertà di espressione va bilanciata con altri diritti e valori.

Tzevan Todorov, celebre teorico della letteratura e saggista, studioso del problema dell'“altro” e dei rapporti tra individui e culture diverse, in un’intervista rilasciata a Fabio Gambaro su “Repubblica” il 20 marzo 2015, prima del Convegno di Udine “La Repubblica delle Idee”, si è espresso in merito alla relazione tra la libertà di espressione e la politica degli Stati democratici.

 Secondo Todorov anche la libertà di espressione è un diritto che va bilanciato con altri diritti e valori, quali la sicurezza pubblica e la dignità individuale.

 “La libertà di espressione non è un valore inalienabile, intangibile o non negoziabile.

 Lo stato democratico è espressione della volontà popolare e contemporaneamente protezione delle libertà individuali, che deve difendere insieme a una pluralità di valori, come la sicurezza, la giustizia, l’eguale dignità di tutti.

Tali valori tendono a limitarsi l’un l’altro.

E la politica di uno stato è sempre un compromesso tra valori diversi. Limitare la libertà di espressione non significa introdurre una censura oscurantista ma assumersi le proprie responsabilità politiche” (Fabio Gambaro, Tzvetan Todorov: "La libertà di espressione va difesa sempre per i deboli", “Repubblica”, 20 marzo 2015).

Secondo” Todorov”, quando si difende la libertà di stampa, bisognerebbe sempre interrogarsi “sul rapporto di potere tra colui che la esercita e colui che la subisce” (ibidem).

Nel libro” I nemici intimi della democrazia” (Garzanti, 2012), “Todorov” sostiene che, dopo avere sconfitto i regimi totalitari del Novecento, oggi la democrazia non ha più nemici esterni in grado di metterla in pericolo.

I rischi per la democrazia arriverebbero invece dal suo interno: un individualismo spinto all'eccesso, un neoliberismo avido e senza più regole, la deriva populista.

 “La democrazia è ammalata dei suoi stessi eccessi: la libertà è diventata tirannia, il popolo si è trasformato in una massa manipolabile, il desiderio di promuovere il progresso si è mutato in spirito di crociata” (ibidem).

Già “Aleksandr Solženicyn”, scrittore e storico russo, nobel per la Letteratura nel 1970 ed esiliato dall’Unione Sovietica nel 1975, in un celebre discorso tenuto all’”Università di Harvard “l’otto giugno 1978, si esprimeva sul tema della libertà di espressione, riferendosi soprattutto a quello più circoscritto della libertà di stampa e del potere assunto dai media nella società contemporanea (Cfr. La libertà, la stampa e l’Occidente “totalitario”. Capire il presente con un discorso di Solženicyn del 1978, “Tempi.it”, 18 gennaio 2015).

La critica di Solženicyn si rivolge soprattutto alla società occidentale e all’uso, a suo parere spesso irresponsabile, di quelle libertà e diritti che negli anni Settanta erano ancora negati nei paesi sovietici:

 “Anche la stampa (uso il termine ‘stampa’ per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà, ma come la usa?

Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni.

Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia?

Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa?

No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite.

In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne esce sempre pulito.

Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima…. È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo.

Penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.

E, con tutto questo, la stampa è diventata la forza più importante degli Stati occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario” (ibidem).

(Solženicyn Aleksandr - scrittore e storico russo).

(Todorov Tzevan - teorico della letteratura e saggista).

 

 

 

 

 

Demostene lo sa! La libertà

di parola ha origini antiche.

Gazzettatorino.it - Redazione GT  - (Ott 23, 2025) – Maria Giovanna Iannizzi – ci dice:

 

Demostene lo sa!

Poco studiato, poco conosciuto, poco ricordato.

Ma che cosa ha scritto Demostene per diventare il simbolo e il difensore della libertà di espressione?

Oratore sì, il più grande degli oratori greci, ma anche un politico eccezionale, che ha voluto “gridare ai quattro venti” quanto fosse necessario difendere il bene comune, la propria terra.

Qualcosa ha detto, qualcosa ha testimoniato.

Ma non sempre è stato accettato, capito o difeso.

 Nelle sue orazioni più famose, “le Filippiche”, critica il comportamento degli Ateniesi (in guerra contro Filippo di Macedonia) e li esorta ad agire, a confrontarsi con la collettività, a non rassegnarsi.

Li sprona a difendersi, a ribellarsi alla forza del nemico, del caos e del destino.

Ci riesce? Non del tutto.

 

Demostene lo sa.

 Sa di essere “scomodo“, inopportuno, ma è caparbio e tenace.

 Sa anche che, la sua capacità dialettica e persuasiva romperà il silenzio, perché è in gioco la libertà di parola, la democrazia.

 Analogamente, oggi come ieri si ripresentano le stesse preoccupanti situazioni:

guerre e guerriglie, restrizioni, discriminazioni, sfruttamenti, costrizioni. Eventi a volte paradossali e inquietanti, che rasentano l’ineluttabile morte delle civiltà.

Demostene sa che non si può rimanere in silenzio.

Chi avverte il bisogno di “osare” e ha il coraggio di parlare protegge la libertà e difende responsabilmente l’uomo e la verità.

 La storia è memoria e la memoria è una cosa seria.

Difendere il diritto di parola e di espressione vuol dire salvaguardare la memoria, consegnarla intatta alla storia e all’umanità.

Significa tutelare l’identità di un popolo e la responsabilità collettiva, il pensiero critico e la giustizia sociale.

Significa conoscere, svelare e difendere la verità.

Demostene lo sa.

 Il termine greco “ἀλήθεια” vuol dire mettere in luce ciò che è nascosto. Quindi, verità in senso lato vuol dire svelare o rivelare ciò che deve essere conosciuto.

 In latino il termine “veritas” indica l’aderenza al vero, all’oggettività di una realtà non falsa.

 

L’articolo 21 della Costituzione italiana, l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e il Codice deontologico delle Giornaliste e dei Giornalisti ribadiscono che il diritto ad esprimersi liberamente è un diritto fondamentale ed ineludibile dell’uomo.

È la pietra angolare di ogni stato democratico, è la cartina di tornasole di ogni tipologia di comunicazione libera e indipendente.

 

Oggi però parlare di libertà di parola è rischioso.

Ci si scontra con una situazione di stallo che sta danneggiando il giornalismo di qualità, il giornalismo che propone l’opposizione e l’analisi critica come elementi fondanti della comunicazione trasparente.

 Il cittadino deve sapere quale sia la verità sui fatti, e chi si occupa di comunicazione e agisce in coscienza vuole presentare le notizie in modo esplicito, indipendentemente dalle ripercussioni in cui potrebbe incorrere.

È un dovere morale scegliere la via della verità, perché il comunicatore in generale (e il giornalista in particolare), ricopre il ruolo del parresiasta (dal greco παρρησία, libertà di dire e raccontare tutto).

 

Grazie a questo ruolo fondamentale difende soprattutto la Costituzione. Il parresiasta sa che la sua incolumità personale e familiare è in pericolo, ma sa anche che la verità non è frutto di un compromesso o di un consenso sociale o mediatico.

I giornalisti sono i principali difensori del diritto all’informazione e per trasmettere e divulgare la verità rischiano sempre.

Rischiano querele, ricatti, denunce, persecuzioni.

Nei paesi in guerra sono soggetti a leggi restrittive, spesso vengono detenuti illegalmente, minacciati, spiati e anche uccisi.

Paura? Tanta.

Ma vince la resilienza, la tenacia e la fedeltà al proprio lavoro, al proprio ruolo di testimone di una verità “scomoda” e “imbavagliata”.

 

Demostene lo sa.

 Sa che le minacce partono anche dalla politica e dalle organizzazioni malavitose.

Sa che cedere ai ricatti vuol dire violare la deontologia professionale e tradire la democrazia.

Demostene lo sa.

Il mestiere del giornalista è importante, perché denunciare le ingiustizie o gli abusi di potere attraverso articoli, indagini o reportage fotografici vuol dire smuovere le coscienze, arginare le falsità, incentivare in chi guarda, legge o ascolta, un profondo senso civico e morale.

 

Il mestiere del giornalista è anche una missione.

Chi scrive fornisce all’uomo l’opportunità di poter distinguere il vero dal verosimile, di poter verificare i fatti ed esprimere giudizi, di poter prendere posizione, con volontà di appartenenza alla comunità e senza lasciarsi influenzare dai pregiudizi, che spesso disinformano ed “uccidono” la verità.

 Nelle società democratiche i giornalisti rivestono un ruolo sociale determinante.

Con le loro inchieste salvaguardano anche i diritti umani e diventano promotori del cambiamento sociale e politico, perché stimolano il dibattito e promuovono la trasparenza.

I cittadini sanno che, per il loro l’impegno intransigente di divulgatori della verità, il prezzo da pagare è davvero alto: rinunciare alla propria libertà.

Delegittimarli, intimidirli, renderli vulnerabili sono modalità di attacco becero, che mirano a diffamare i Media e la loro credibilità.

 Il lavoro dei giornalisti d’inchiesta e degli inviati in zone di conflitto è un lavoro difficile, ma necessario.

Coloro che manipolano o delimitano le loro indagini con atteggiamenti o azioni sovversive indeboliscono la legittimità della democrazia e del diritto di parola.

Ecco perché è importante sostenere il giornalismo indipendente.

(Maria Giovanna Iannizzi).

 

 

 

 

Donald Trump il bullo della scuola.

Unz.com - Filippo Giraldi – (31 ottobre 2025) – ci dice:

 

"Mettiamoci alla prova" le nostre "armi nucleari" magari sull'Iran.

Ora che Donald Trump è Presidente degli Stati Uniti d'America e sta strenuamente cercando di affermare il suo diritto a fare "tutto ciò che voglio" sul mondo intero, è facile dimenticare che, a parte la sua incapacità di articolare una frase coerente, i suoi predecessori hanno sofferto in gran parte della stessa illusione.

 George W. Bush ha invocato una guerra globale al terrorismo e si è autoproclamato "il nuovo sceriffo in città", un'idea che ha portato alla morte di milioni di persone in Afghanistan e Iraq, mentre Barack Obama ha invaso la Libia e si è incontrato giovedì mattina con i suoi "consiglieri per la sicurezza per stilare liste di cittadini americani all'estero che sarebbero stati uccisi".

 

Anche il genocidio mentalmente sfidato “Joe Biden” ha elogiato il suo governo della Nave di Stato in un discorso al Dipartimento di Stato una settimana prima di passare il testimone imperiale a Trump il 20 gennaio esimo Inaugurazione presidenziale.

Nel suo discorso, ha sostenuto che stava consegnando al presidente Trump una posizione di forza sulla scena mondiale, sostenendo la continuità degli sforzi degli Stati Uniti per contrastare le "minacce" poste dalle ambizioni globali della Cina e dall'aggressione della Russia.

 

Nelle sue osservazioni allo Stato, Biden ha cercato di sostenere la sua eredità di politica estera "esemplare", poiché Trump, a quel tempo e non ancora in carica, stava già promettendo qualcosa di diverso mentre minacciava gli alleati e chiedeva l'espansione territoriale dell'America, per non parlare di come avrebbe rinominato i corpi idrici internazionali ei monumenti e i siti nazionali, in molti casi cercando di chiamarli con il suo nome.

 

Biden si è lasciato andare a una lunga millanteria sui suoi successi, inevitabilmente priva di qualsiasi reale fondamento, affermando: "La mia amministrazione sta lasciando alla prossima un'opportunità molto forte.

Gli Stati Uniti stanno vincendo la competizione mondiale rispetto a quattro anni fa.

L'America è più forte. Le nostre alleanze sono più solide, i nostri avversari e concorrenti sono più deboli.

 Non siamo andati in guerra per far sì che queste cose accadessero".

 

Biden ha convenientemente dimenticato di menzionare come gli Stati Uniti sotto il suo controllo fossero pesantemente coinvolti in due grandi guerre, in Ucraina e a Gaza.

 E poi c'è stata la disastrosa ritirata dall'Afghanistan dopo vent'anni di sforzi sprecati, innumerevoli cadaveri e migliaia di miliardi di dollari buttati in un pozzo senza fondo.

Non ha nemmeno menzionato il genocidio perpetrato dai suoi buoni amici israeliani, che è stato ed è reso possibile dal sostegno acritico di Washington.

 Recenti rapporti suggeriscono che lo staff della Casa Bianca coinvolto nella politica mediorientale sotto Biden abbia talvolta suggerito agli Stati Uniti di cercare di frenare il massacro dei palestinesi da parte del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, poiché stava attirando crescenti critiche internazionali sul ruolo di facilitatore di Washington, ma Biden si è rifiutato di discutere la questione, rispondendo solo:

"Sono un sionista!"

 

Forse qualcuno avrebbe dovuto suggerire che la propensione di Biden ad andare dove lo porta il denaro miliardario ebraico, si presume, dovrebbe essere secondaria rispetto al suo giuramento e al suo fare ciò che è meglio per il popolo americano piuttosto che per i suoi concittadini ardenti sionisti come il Segretario di Stato “Anthony Blinken” e altri di cui si è circondato.

“Blinken”, in particolare, è corso in Israele subito dopo l' attacco di Hamas del 7 ottobre e ha annunciato all'arrivo in aeroporto:

"Sono qui come ebreo!".

Se Biden avesse avuto anche solo un briciolo di integrità e coraggio, avrebbe dovuto licenziare immediatamente “Blinken”, ma ovviamente non l'ha fatto e questo ha costituito un esempio per ciò che è seguito sotto Trump, quando due ebrei newyorkesi di nome “Steve Witkoff” e “Jared Kushner” hanno di fatto negoziato con Israele e gli arabi, pur essendo esperti solo delle loro specializzazioni professionali, ovvero il settore immobiliare.

Il risultato di tutto ciò, il via libera a Israele per continuare a uccidere per bonificare Gaza e trasformarla nella Riviera di Trump, avrebbe dovuto essere ovvio quando i due uomini hanno annunciato di non vedere alcun genocidio in atto a Gaza, cosa che è stata chiaramente visibile al 90% della popolazione mondiale.

 

Trump, ora che è in carica da nove mesi, è un po' come un ritorno a un ragazzino di dodici anni la cui autostima deriva dall'essere diventato un bullo che terrorizza i bambini più piccoli nel cortile della scuola.

Nel contesto attuale, Trump sta uccidendo pescatori nel Mar dei Caraibi e nell'Oceano Pacifico con la pretesa, non dimostrata, di essere "narcoterroristi", qualunque cosa questo significhi.

Si potrebbe sospettare che la volontà di Trump di uccidere ripetutamente senza fornire alcuna prova che la vittima meritasse un simile destino possa derivare dalla sovraesposizione ai suoi buoni amici in Israele, dove sparare ai bambini da parte dell'esercito israeliano (IDF) è considerato di rigore.

 

Trump non esita nemmeno a terrorizzare verbalmente capi di stato stranieri, ambasciatori, giornalisti e chiunque altro ritenga lo abbia minimamente offeso.

Sono tutti pronti a subire una punizione per dimostrare quanto sia un vero duro.

Sfortunatamente per gli Stati Uniti, tutto ciò che riesce a fare più spesso è creare disprezzo per gli Stati Uniti e per il sistema che produce presidenti come Clinton, Bush, Obama, Biden e, il prodotto finale, lo stesso Donald J. Trump, la cui frase più duratura è "Sei licenziato!", pronunciata con un ghigno maligno e un dito puntato.

 

In effetti, c'è sempre qualcosa di nuovo ed eccitante da segnalazione quando Trump, che potrebbe vivere una grave crisi sanitaria, è in giro per affermarsi.

 L'ultima notizia è che ha ordinato al Pentagono (cioè ora noto come Dipartimento della Guerra) di iniziare ad aggiornare l'arsenale nucleare americano aumentando i "test"dell' hardware.

Trump sembrava suggerire che gli Stati Uniti riprenderanno a testare armi nucleari per la prima volta in tre decenni, dicendo solo che sarebbero stati su "base paritaria" con presunti concorrenti come Russia e Cina.

Potrebbe anche guardare all'Iran e stranamente ha lasciato Israele con il suo arsenale segreto che, a quanto pare, è sotto l'"Opzione Sansone", prendendo di mira le città europee, tra cui Roma.

 

Significativamente, la notizia del cambiamento politico è arrivata mentre Trump stava incontrando il presidente “Xi Jinping” in Cina, come forma di avvertimento.

Un annuncio sui test è successivamente apparso su “Truth Social” di Trump in cui il presidente ha scritto:

"A causa dei programmi di test di altri paesi, ho incaricato il Dipartimento della Guerra di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria.

Questo processo inizierà immediatamente".

 Non c'era alcuna indicazione se il Pentagono avrebbe iniziato a far esplodere le testate reali, il che significa che Trump stava offrendo pochi dettagli su quello che sembrava essere un cambiamento significativo nella politica di difesa degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti già testano regolarmente missili in grado di trasportare una testata nucleare, ma in realtà non hanno fatto esplodere le armi dal 1992 a causa di un divieto di test.

Quando più tardi parlò con i giornalisti in Cina, Trump fu un po' evasivo o addirittura confuso, dicendo che, riguardo agli altri Paesi dotati di armi nucleari, "sembra che tutti stiano effettuando test nucleari", ma negli Stati Uniti:

 "Abbiamo più armi nucleari di chiunque altro. Non effettuiamo test. Li vedo testare e dico, beh, se devono testare loro, immagino che dobbiamo testare anche noi".

Quando gli fu chiesto dove si sarebbero svolti i test, rispose: "Sarà annunciato.

Abbiamo dei siti di test".

 

Si presume che The Donald userà le armi "potenziate" per minacciare altre nazioni affinché obbediscano alle dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca.

Trump, essendo piuttosto ingenuo al di là dell'uso delle minacce, chiaramente non percepisce che sta invitando altri governi a fare lo stesso, innescando una corsa agli armamenti che potrebbe facilmente portare alla fine del mondo in un olocausto nucleare se qualcuno si agitasse.

 Quel qualcuno potrebbe facilmente essere Trump stesso, poiché è chiaramente incapace di prevedere le conseguenze di qualsiasi delle azioni impulsive a cui è incline.

 

Nel frattempo, la situazione relativa al "Piano di pace Trump" tra Gaza e Israele continua a disgregarsi.

Il cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre, ma Israele ha continuato a commettere decine di violazioni del cessate il fuoco bombardando e sparando ai palestinesi, anche il giorno prima, quando ha colpito obiettivi nella Striscia di Gaza meridionale dopo aver dichiarato che le sue truppe erano state colpite dai militanti di Hamas.

Giovedì sono stati uccisi anche cinque palestinesi e una famiglia di undici persone che cercava di tornare alla loro vecchia casa il venerdì successivo è stata uccisa dall'esercito israeliano.

 In seguito al massacro della famiglia, che includeva sette bambini e tre donne, compiuto sparando un colpo di carro armato contro il loro veicolo, fonti israeliane hanno affermato che avevano oltrepassato quella che Israele ha definito un'autoproclamata "Linea Gialla".

Israele ha nuovamente violato l'accordo mercoledì quando Netanyahu ha ordinato un pesante bombardamento che ha ucciso oltre 100 abitanti di Gaza, tra cui 46 bambini, a causa di una presunta sparatoria.

 La risposta israeliana avrebbe ricevuto il via libera da Trump e dal suo team di negoziazione, che erano stati informati del piano in anticipo.

 

La "Linea Gialla", oltre la quale le forze israeliane si sono ritirate, non è segnalata o segnalata ed è fondamentalmente un campo di sterminio per qualsiasi Palestina che vi si avvicini.

Separa le aree sotto il controllo continuo militare israeliano – che è descritta come una zona di sicurezza che comprende oltre il 50% di Gaza – come consentito dal piano di cessare il fuoco di Donald Trump a Gaza.

Il ministro della "Difesa" israeliano “Israel Katz”, in seguito all'uccisione della numerosa famiglia, ha ordinato alle forze israeliane di posizionare fisicamente segnali di avvertimento per l'avvicinamento alla "Linea Gialla", ma ha anche autorizzato i soldati israeliani a prendere di mira e uccidere chiunque la attraversi.

 

Questo è inquietante.

Suggerisce che, anche se il "cessate il fuoco" dovesse reggere, il governo israeliano intende mantenere indefinitamente l'attuale occupazione militare di oltre il 50% del territorio della Striscia di Gaza, territorio che comprende la stragrande maggioranza dei terreni agricoli di Gaza e che è già stato di fatto sottoposto a una pulizia etnica dei palestinesi a causa dei bombardamenti che hanno distrutto le infrastrutture nel 90% di Gaza. Israele è consapevole che, anche se i palestinesi desiderassero tornare a casa, non avrebbero alcun riparo, lavoro, scuole, ospedali o edifici religiosi, né alcuna fonte di reddito a parte la beneficenza.

Saranno inoltre completamente dipendenti dal fatto che Israele consenta l'ingresso di cibo e medicine, che, come notato sopra, continua a essere limitato nonostante l'accordo di cessate il fuoco.

Si dice che alcuni ministri israeliani abbiano affermato: "Non appena avremo recuperato gli ostaggi, riprenderemo il massacro".

Quasi tutti gli osservatori sottolineano che Israele non ha una buona reputazione nel rispetto del cessate il fuoco o di altri accordi e che il suo ritiro dai territori occupati viene spesso ritardato da vari espedienti.

È stato ampiamente dimostrato che Israele continua la sua presenza occupazionale nelle Aree "B" e "C" della Cisgiordania, dalle quali, in conformità con gli accordi di Oslo, avrebbe dovuto iniziare il suo graduale ritiro un quarto di secolo fa.

 Bande nomadi di coloni ebrei armati continuano a uccidere contadini palestinesi, distruggendo i loro ulivi e il loro bestiame e bruciando le loro case senza alcuna intercessione da parte dei soldati dell'IDF che restano a guardare e applaudire la carneficina e la distruzione.

Per Israele, "indefinito" tende a significare "permanente" ogni volta e ovunque si tratti di accaparramenti di terre da parte di Israele, supportati da leader americani come Donald Trump che hanno approvato l'annessione delle alture siriane del Golan e di Gerusalemme Est e i continui bombardamenti del Libano, dando allo stesso tempo mano libera a Israele in Cisgiordania.

In realtà, le annessioni formali da parte di Israele non sono né necessarie né desiderabili, dal momento che potrebbero provocare gli stati occidentali che hanno usato la scusa "temporanea" per giustificare il loro sostegno de facto all'occupazione illegale della Palestina da parte di Israele, piuttosto che intraprendere finalmente azioni costruttive per porvi fine.

Israele capisce che la situazione ottimale è effettivamente l'occupazione permanente e il controllo di tutto il territorio dell'ex Stato di Palestina senza una dichiarazione formale di annessione, e questo è senza dubbio ciò che continuerà mentre il processo di pace procede lentamente, se mai lo farà. Il "piano di pace di Trump" permetterebbe, ovviamente, di continuare a questo status quo.

E così il ritmo continua.

 L'universo trumpiano continua a espandersi attraverso minacce e omicidi di "nemici", anche se il vero nemico del popolo americano e dei suoi veri interessi nazionali continua a essere "amici" come Israele.

E ora l'arsenale nucleare statunitense viene apparentemente "testato" per assicurarsi che sia pronto per l'uso contro i concorrenti.

 Tutto questo può peggiorare ulteriormente?

Sintonizzatevi la prossima settimana!

(Philip M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest, una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3.)

 

 

 

 

«IL CAPITOLO FINALE: ESTINZIONE DEGLI ITALIANI.»

Inchiostronero.it - Roberto Pecchioli – (01-11-2025) – ci dice:

 

Un popolo che smette di generare smette anche di esistere: e l’Italia sembra aver già firmato la propria resa.

IL CAPITOLO FINALE: ESTINZIONE DEGLI ITALIANI.

 

Il nuovo rapporto ISTAT conferma il crollo delle nascite:

l’Italia si sta spegnendo da sola.

Nel suo ultimo intervento, Roberto Pecchioli affronta con lucidità e indignazione il tema più taciuto e più decisivo del nostro tempo:

la fine demografica del popolo italiano.

I dati ISTAT non lasciano scampo – un ulteriore crollo delle nascite, un Paese che invecchia senza ricambio, una società che non crede più nel futuro – ma ciò che l’autore denuncia è la radice culturale del disastro.

L’Italia non si sta estinguendo solo biologicamente, ma spiritualmente: ha interiorizzato l’idea che la libertà coincida con l’assenza di legami, che il figlio sia un ostacolo e non un’eredità.

La politica, da entrambe le sponde, reagisce con tardiva ipocrisia, preoccupandosi non della sopravvivenza del popolo, ma della tenuta del sistema economico.

 Con tono severo ma appassionato, Pecchioli invita a guardare oltre la superficie dei numeri:

dietro il calo delle nascite si consuma il tramonto di una civiltà che ha scelto di non proseguire se stessa.

 

Alcuni giorni fa l’ISTAT ha diffuso una non-notizia.

Il periodico rapporto demografico sull’Italia segnala dati ancora più devastanti rispetto agli anni passati.

 Il calo delle nascite segna un altro primato negativo:

meno 6,3 per cento di nuovi italiani rispetto alle risultanze drammatiche del 2024, a loro volta peggiori di quelle degli anni precedenti.

È in atto l’estinzione del nostro popolo.

Sino a pochi anni fa la pubblicazione dei dati era accompagnata dall’indifferenza; ora siamo allo stadio dello stupore.

Ridicolo, insopportabile segno di incoscienza e irresponsabilità. Sorpresa- falsa, falsissima- come se il tracollo demografico, la volontà di non avere figli, quindi eredi, successori, non fosse l’esito inevitabile di un processo culturale e politico coltivato per decenni.

 

L’Italia- e l’Europa, e il mondo centrato sull’individualismo – non fa figli e il potere non vuole genitori.

Da quasi mezzo secolo ripetono che avere figli è una scelta personale, libera, non dovuta.

Promuovono ogni causa nemica delle nascite, dall’aborto libero e gratuito alla contraccezione farmacologica sino a modelli di vita egoistici, fondati sul breve termine, sul successo individuale, sulla vita come vacanza, sul disimpegno, l’irresponsabilità, il consumo immediato, sui “diritti”, poi fingono meraviglia se i popoli si comportano esattamente come è stato loro insegnato.

 

La novità, nell’anno di grazia 2025, è che al coro stavolta si è unita parte della politica di sinistra.

Improvvisamente si sono accorti non che è importante la sopravvivenza della nostra nazione – parola e concetto che aborrono- ma che la denatalità nuoce al sistema pensionistico al collasso e all’istruzione che non sa più chi istruire.

 Non che l’altra metà del cielo politico faccia meglio:

schiava dell’individualismo liberale, ha negato il problema per anni e oggi non sa affrontarlo per subalternità culturale e per non dispiacere i suoi padroni: vorrei, ma non posso. 

I fatti, però, valgono più di ogni argomento: una coppia con figli paga più tasse, ha meno libertà, non gode di diritti sociali, tanto meno di prestigio.

È una minoranza folcloristica nella civilizzazione in frantumi che idolatra l’individuo senza legami.

 

La maternità è una catena che immobilizza le donne, la paternità è ridotta a bancomat.

Tutti invocano più asili, più strutture sociali, perfino (timide) misure fiscali favorevoli a chi ha figli.

 È giusto e a lungo termine dà qualche risultato, ma è il modo sbagliato, gelidamente materiale, di affrontare il problema, nientemeno che la persistenza biologica, storica, culturale della nostra gente.

Prima hanno ucciso la famiglia e irriso il ruolo di padre e madre, considerato i figli un fardello da evitare in nome della realizzazione personale, della liberazione da ogni vincolo, dalla responsabilità.

Poi arrivano i numeri e chi ha appiccato l’incendio (tre generazioni, ormai!) piange lacrime di coccodrillo.

 

Come se la causa della denatalità fosse misteriosa, un destino cinico e baro.

Come se non avessero trascorso decenni a demonizzare la famiglia, i ruoli genitoriali, il sacrificio e la fatica.

Grida al disastro demografico chi ha promosso e applaudito ogni passo della dissoluzione della comunità e dello spappolamento della società.

Precarizzazione del lavoro, sradicamento dai luoghi e dalla cultura di origine, culto della carriera, infantilizzazione, narcisismo centrato sull’Io– minimo e insieme ipertrofico- demonizzazione del ruolo genitoriale.

Mettere su famiglia non è più un’aspirazione.

L’idea stessa è derisa, considerata la sconfitta delle ambizioni, dei sogni, dei piaceri e dei desideri.

Chiedersi perché non nascano più bambini dimostra stupidità.

 La crisi non è biologica, è ideologica-culturale.

Il modello vincente è il soggetto isolato dipendente dal successo, dal denaro, nomade dei desideri e della vita, alla ricerca di effimeri piaceri, nemico degli impegni di lungo periodo.

 

Una vecchia pubblicità diceva che un diamante è per sempre.

Anche un figlio, ma a differenza del minerale prezioso non si può rivendere o custodire in cassaforte.

Tutto ciò che è “per sempre” è aborrito dall’ “homo occidentalis” senza padri e senza eredi.

Ovvio che abbia costruito una società che punisce chi genera altri esseri umani.

 Parlano h.24 di inclusione, ma escludono la maternità dal mondo del lavoro;

celebrano la libertà sessuale ma odiano la sua conseguenza naturale, la nascita di nuove vite.

 Forse per questo preferiscono l’inversione sterile e mettono a disposizione ogni mezzo che eviti la temuta conseguenza del mettere al mondo i propri figli.

 

I demografi si accorgono ormai anche della “carenza di potenziali genitori”.

Non è loro compito scoprire il perché.

Lo sanno i semplici, le persone normali.

 La nonna di chi scrive, nata alla fine dell’Ottocento, ultraottantenne, osservando i primi segnali del fenomeno, si chiedeva:

ma chi manderà avanti il mondo, se non fate figli?

Siamo un popolo e una civilizzazione stremata che non crede più nel futuro.

Quindi smette di generare, in senso biologico innanzitutto, e poi spirituale, culturale, di inventiva, di voglia di vivere.

Un’epoca di passioni tristi, un vuoto sterile che sgomenta chi ha vissuto l’epoca precedente.

Un mondo vecchio non solo anagraficamente, che finge dispiacere per le culle vuote continuando a praticare la cultura che le ha svuotate.

 

Perché, si chiede ciascuno, dovrei avere figli proprio io?

Ci pensi qualcun altro, io devo pensare al successo, al fine settimana, alle vacanze esotiche, a cambiare partner per provare emozioni nuove. Compro un cane ed ecco risolto il problema dell’affettività.

 Impegna meno, campa meno.

Molti sono stati persuasi da una propaganda battente che l’uomo è il cancro del pianeta.

Inquina, produce anidride carbonica, distrugge la natura: meglio non procreare.

Incultura di morte, nichilismo gaio.

 Se proprio mi innamoro, meglio una convivenza provvisoria, senza impegni.

Tutto passa in fretta nella società liquida, anche l’amore, spesso scambiato per passione o attrazione.

 E se mi nasce un figlio, mica lo posso buttare via.

Meglio evitare o abortire.

Chi ha eroicamente un figlio, spesso non può permettersi il secondo o il terzo – Dio ci scampi- perché mancano i soldi, perché la casa è troppo piccola, il lavoro è a tempo determinato.

Non ci ricordiamo che prima, nel buio passato, un padre manteneva la famiglia con uno stipendio e spesso si riusciva anche ad andare in vacanza.

Non alle Seychelles o a Cortina, ma nei mille luoghi bellissimi vicini alle nostre città.

 

Chi domina il mondo ha deciso che siamo troppi e vuole abbattere a miliardi i capi di umanità eccedenti.

 Lo dicono tranquillamente gestori di fondi economico-finanziari (Larry Fink di Black Rock, oligarchi della tecnologia (Bill Gates) intellettuali di servizio (Yuval Harari).

 Quindi, perché preoccuparsi se non nascono bambini?

 È un vantaggio, è il mondo di domani.

Artificiale, transumano, cioè antiumano.

Perché riprodurci se siamo la metastasi del pianeta?

 Perché avere figli, se impedisce la settimana bianca, svuota il portafogli, intralcia carriera, piaceri, libertà, se produce doveri nel tempo dei diritti, se vincola per sempre a un essere pieno di pretese che ci chiama papà o mamma, genitore 1 e 2?

 Perché inquietarsi per le statistiche?

Se il sistema pensionistico traballa e quello economico ha bisogno di braccia e cervelli, basta importare esseri umani adulti dal resto del mondo.

Problema risolto.

Meglio ancora, sostituire la nostra nazione e gran parte dell’umanità con robot e macchine dirette dall’Intelligenza Artificiale. 

Saremo più ricchi, più comodi e non staremo più stretti.

 O “ops”, saranno più ricchi (Fink, Gates e gli altri oligarchi) saranno più comodi, staranno più larghi.

Gran parte di noi verrà eliminata.

Senza figli, della nostra assenza non si accorgerà nessuno.

(Roberto Pecchioli).

 

 

 

 

 

 

“BUREVESTNIK, ARRIVA

 L’UCCELLO DELLA TEMPESTA.”

Inchiostronero.it - Redazione Inchiostro nero – (31 -10 -2025) - Il Simplicissimus-–                                   ci dice:

Un’arma che promette di riscrivere le regole della deterrenza: il «pettirosso della tempesta» torna a sfidare il mondo.

BUREVESTNIK, ARRIVA L’UCCELLO DELLA TEMPESTA.

 

Tre giorni fa il Cremlino ha mostrato — e rivendicato — ciò che fino a poco tempo fa era più mitologia tecnologica che realtà concreta:

 il 9M730 “Burevestnik”, un cruise missile alimentato da una piccola unità nucleare che, secondo Mosca, può rimanere in volo per ore o giorni, coprire migliaia di chilometri e aggirare sistemi di difesa convenzionali.

 Reuters+1.

Dietro il gesto propagandistico si annida però una storia meno trionfale: i resoconti occidentali ricordano una lunga serie di test falliti e incidenti tecnici — alcuni dei quali letali — che mettono in dubbio affidabilità, sicurezza e controllo di una tecnologia che, se difettosa, rischia di trasformarsi in un’arma radiologica in movimento.

Reuters+1.

 Sul piano geopolitico il “Burevestnik” non è soltanto un nuovo vettore: è un messaggio.

 La retorica del «raggio illimitato» e della capacità di colpire da basi profondamente difese è pensata per scalare la pressione psicologica sugli avversari e rilanciare la narrativa di Mosca sulla sovranità strategica.

Ma la domanda che il pezzo si pone con forza è un’altra:

 quanto conviene all’ordine internazionale tornare a finanziare e testare tecnologie il cui fallimento comporta rischi sistemici per civili, ambiente e stabilità strategica?

“AP News+1”.

 Conclude il pezzo una riflessione critica sulle conseguenze pratiche — non solo militari ma civili ed ecologiche — di una rincorsa alle «armi immortali», e sull’urgenza di misure internazionali che riducano la probabilità che eventi tecnici o calcoli errati degenerino in catastrofe. New Atlas.

Tre giorni fa Putin, in una riunione degli stati maggiori delle forze armate, ha annunciato l’ingresso negli arsenali di una nuova arma, il “Burevestnik”, in preparazione da anni e di cui si è anche parlato a lungo, destinata a cambiare totalmente gli equilibri strategici:

si tratta di un missile a propulsione nucleare in grado di viaggiare per distanze indefinite e colpire qualsiasi parte del pianeta.

È in sostanza un missile da crociera, capace di volare a bassissima quota, anche 10 metri dal terreno o dall’acqua per essere invisibile ai radar e dunque alle difese contraeree, che tuttavia non soffre del principale problema di questo tipo di armi, ovvero una gittata ridotta a causa della resistenza dell’aria e bassa velocità.

 Il tanto vantato “Tomahawk,” per esempio, ha una gittata di 2500 chilometri e una velocità massima di 88o chilometri all’ora, in pratica quella di un areo di linea.

Il “Burevestnik” può fare di meglio e arrivare anche a 1300 chilometri l’ora, ma non è questo il suo asso nella manica che invece consiste nell’autonomia di fatto illimitata: può colpire tutto il Nord America, l’Australia e insomma qualsiasi punto del pianeta partendo dalla taiga russa e dai bunker sotterranei a prova di bomba atomica nei quali sarà sistemato, senza la necessità di doverlo avvicinare con navi, sottomarini o aerei.

Può anche rimanere in volo per molti giorni in attesa di colpire. Nell’ultimo test prima della produzione in serie ha percorso 14 mila chilometri lungo una rotta estremamente frastagliata studiata all’interno del territorio russo e delle sue pertinenze, ma era ancora ben lontano dall’esaurire le proprie possibilità.

Inoltre, è anche molto manovrabile e può cambiare rotta, altitudine, velocità in qualsiasi momento, non è costretto a scegliere la via più breve per raggiungere l’obiettivo, può anche aggiralo per migliaia di chilometro e colpirlo alle spalle.

 

È insomma qualcosa che cambia totalmente i giochi strategici, tanto più che al momento l’alleanza occidentale non ha nulla di paragonabile e non sa nemmeno da che parte cominciare per realizzare qualcosa di analogo.

Gli Usa non hanno nemmeno un missile ipersonico e quando riusciranno a terminare i test che non sembrano andare bene, avrà comunque qualcosa di molto inferiore come velocità e manovrabilità ai suoi avversari, Cina compresa.

 Facciamo un esempio, tanto per capire meglio:

 uno di questi ordigni dotato di una testata da 300 chilotoni o da un megaton potrebbe facilmente spazzare via la flotta Usa che minaccia il Venezuela senza che vi possa essere alcun preavviso.

Qualche satellite potrebbe forse notare un lancio dal territorio russo, visto che nella prima fase sono razzi convenzionali a fare da propulsori, ma poi non potrebbe seguire la rotta come accadrebbe per un missile balistico, né potrebbero farlo le postazioni o terra o quelle navali, né si avrebbe modo di capire qual è il suo obiettivo perché la sua autonomia illimitata non permette di ipotizzare su quali bersagli potrebbe essere diretta.

Ciò mette gli avversari in una condizione di tensione e inferiorità psicologica paralizzante.

 Il “Burevestnik” potrebbe arrivare da est, ovest, nord o anche sud e magari non subito, ma dopo parecchi giorni dal lancio.

Non a caso ha questo nome che in russo designa la procellaria, un uccello marino che quando vola verso terra annuncia tempesta.

 

Di certo questo nuovo scenario non indurrà Washington alla pace, anzi è probabile che gli Usa e tanto meno il narcisista patologico Trump, vogliano riconoscere la loro condizione di svantaggio:

è totalmente al di fuori della loro mentalità e della loro ideologia di base che recita noi siamo un popolo speciale e il capitalismo è sempre più avanti.

Nondimeno saranno in qualche modo costretti a evitare un conflitto nucleare dal quale uscirebbero a questo punto perdenti.

 Non parliamo poi dell’Europa e della sua grottesca bellicosità rispetto alle proprie capacità tecnologiche peraltro sempre frustrate e imbrigliate dal monopolismo imperialista di Washington:

il “Burevestnik” di fatto rende obsoleta e priva di senso la Nato quale avamposto americano ai confini terrestri della Russia.

 

Spesso si è indotti a sottovalutare l’impatto che hanno gli armamenti sugli eventi storici, anche se i sistemi bellici sono alla fine il prodotto complessive delle dinamiche di una società nel suo complesso non solo della mera capacità tecnica:

ci sono infiniti esempi di come gli equilibri di potere siano stati capovolti dall’invenzione o utilizzo particolare di un’arma, oppure dal possesso di una tecnologia particolarmente efficace, di una filiera produttiva più estesa, di una capacità di mobilitazione più capillare, della disponibilità di alcune classi sociali alla guerra, cosa che a tutti gli effetti costituisce un’arma.

 Prendiamo l’acciaio del gladio romano, il fuoco greco bizantino, il diritto di maggiorascato che permise, anzi rese necessarie le crociale, la fusione delle campane che diede un vantaggio al mondo europeo nella costruzione di cannoni benché la polvere pirica venisse dall’Oriente, l’arco inglese, la staffa che fu alla base del sistema medioevale, la balestra a tiro multiplo cinese e potrei continuare a lungo.

In ogni caso le armi e la loro gestione rappresentano a loro modo l’ascesa o il declino di una società, dei suoi rapporti di produzione, della sua capacità di reazione, della formazione delle classi dirigenti e via dicendo.

 Le nuove armi della Russia insomma non sono soltanto la dimostrazione di una enorme capacità tecnologica, ma rappresentano a pieno la decadenza delle società occidentali.

(Redazione inchiostro nero).

 

 

 

 

 

Le sanzioni statunitensi contro le compagnie petrolifere russe rendono l'Europa ancora più dipendente da Washington.

Globalresearch.ca - Ahmed Adel – (31 ottobre 2025) – ci dice:

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta facendo il doppio gioco imponendo nuove sanzioni al petrolio e al gas russi, posizionandosi come l'unico in grado di salvare l'Europa dalla crisi energetica che loro stessi hanno creato seguendo il regime di sanzioni di Washington.

Il 22 ottobre gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alle compagnie petrolifere russe “Rosneft” e “Lukoil” e alle rispettive filiali, una mossa volta a continuare ad esercitare pressioni sulla Russia durante la sua operazione speciale in Ucraina.

 La misura, tuttavia, ha avuto gravi effetti collaterali per i paesi alleati di Washington, in particolare la Germania.

Berlino ha iniziato una frenetica corsa contro il tempo per esentare le filiali di Rosneft nel Paese che dal 2022 sono sotto l'amministrazione statale tedesca, comprese le raffinerie, un'azione denunciata come illegale dal gruppo di controllo russo.

 La Germania ha sostenuto all'amministrazione Trump che le filiali tedesche di Rosneft sono indipendenti dalla società madre russa.

 

Il 27 ottobre, il ministro dell'Economia tedesco “Katherina Reiche” ha riferito di aver ottenuto una "Lettera di patronage" (un documento che fornisce garanzie) da Washington che riconosce che le operazioni delle filiali di Rosneft in Germania sono completamente separate dalla società russa e le esenta dalle nuove sanzioni.

 

"Gli Stati Uniti hanno confermato per iscritto che le attività in Germania sono completamente separate dalla Russia", ha sottolineato “Reiche”.

 

Questo caso mette ancora una volta a nudo la crisi energetica che colpisce l'Europa, che dipende dalle importazioni di gas e petrolio per la produzione di energia ed è entrata in una crisi economica da quando ha sospeso le forniture russe di queste risorse e si è allineata alla politica delle sanzioni della Casa Bianca.

 Le sanzioni contro Rosneft e Lukoil, che detengono partecipazioni in progetti petroliferi e di gas in diversi paesi europei, rischiano di peggiorare la già critica situazione economica europea.

 

La potenziale chiusura delle filiali di Rosneft e Lukoil in Europa aumenterà ulteriormente i prezzi dell'energia nel continente, già colpiti dalla sostituzione del gas russo con quello americano e dall'elevata domanda invernale.

 Il riscaldamento delle case, l'energia utilizzata dalle industrie e l'aumento dei costi di questi processi porteranno a una crisi inflazionistica dei prezzi europei, in una situazione già poco favorevole a questi paesi.

 

Nel contesto tedesco, l'alto indice di disapprovazione del Cancelliere “Friedrich Merz” , attualmente al 60%, riflette la crisi economica innescata dal fatto che l'Europa è diventata una filiale degli interessi statunitensi, che, a loro volta, stanno facendo il doppio gioco.

Sanzionando la Russia ed esacerbando la crisi in Europa, gli europei sono costretti a rivolgersi agli americani.

Gli Stati Uniti diventano l'unico salvatore possibile dell'Europa all'interno di questo scenario di crisi che loro stessi hanno creato.

 

Sostituendo la Russia, che forniva questi combustibili a costi relativamente bassi attraverso gasdotti a lungo raggio dalla Russia all'Europa centrale, si ottiene ora una forma di approvvigionamento via nave molto più costosa e molto più inefficiente.

Inoltre, lo spostamento della dipendenza energetica dalla Russia agli Stati Uniti rende l'Europa vulnerabile ai capricci del mercato, dal momento che i contratti russi sono arrivati con prezzi prestabiliti, mentre le importazioni americane sono prezzate a prezzi di mercato.

E negli ultimi giorni, con queste sanzioni, i prezzi sono saliti dal 5% al 6% in una sola settimana.

Gli europei si trovano ad affrontare una situazione piuttosto critica, e questa crisi non dovrebbe essere considerata solo a breve termine.

 È probabile che si estenda nei prossimi anni e decenni se questa presa di distanza dalla Russia non verrà invertita.

 

Sebbene abbia concesso esenzioni alle filiali di Rosneft sotto controllo tedesco, la Germania non rientra tra le preoccupazioni della Casa Bianca.

 Trump comprende che la multi-polarizzazione del sistema internazionale è già una realtà e ora sta cercando di riconquistare il potere perduto da Washington.

A tal fine, a differenza dei precedenti leader statunitensi, ha abbandonato l'Europa.

Trump ritiene addirittura che gli europei dovrebbero organizzarsi e che dovrebbe emergere una leadership di blocco europea, perché gli Stati Uniti non svolgeranno più quel ruolo.

 

I tedeschi sono seriamente colpiti dall'abbandono del delirio totale di credere che il presidente russo Vladimir Putin abbia un progetto di conquista dell'Europa occidentale.

Ciò ha portato la Germania ad aderire alle sanzioni statunitensi e ad abbandonare l'acquisto di prodotti petroliferi dalla Russia.

 Molte aziende tedesche non sono riuscite a gestire l'aumento dei prezzi dell'energia e sono fallite, mentre le più forti si sono trasferite negli Stati Uniti.

Di conseguenza, l'economia tedesca è affondata, con un tasso di disoccupazione molto alto e la deindustrializzazione.

 

Anche di fronte al deterioramento economico, gli europei rimangono determinati a confrontarsi con la Russia perché, a questo punto, non hanno modo di ritirarsi, avendo creato la mistica secondo cui l'Ucraina sarebbe il primo ostacolo russo a un presunto piano di espansione militare nel continente.

A causa di questa assurda convinzione, l'Europa ha speso cifre enormi, ha esaurito le sue scorte di armi, ha seguito Washington in questo e ora si ritrova sola, a guardare Trump negoziare direttamente con Putin, di cui l'ultimo pacchetto di sanzioni statunitensi fa parte.

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