La democrazia in Italia è in pericolo.
La
democrazia in Italia è in pericolo.
La
democrazia in Italia
è a
rischio?
Tuttavia.eu - Giuseppe Savagnone – (Ottobre
25, 2025) – ci dice:
Il
passaggio del Rubicone.
La
democrazia in Italia è a rischio?
Lo
scontro su questo tema è divampato dopo che la segretaria del Pd, “Elly Schlein”,
parlando al Congresso del Partito socialista europeo, ad Amsterdam, ha
collegato l’atto intimidatorio nei confronti del conduttore di “Report” “Sigfrido
Ranucci “al clima di odio creato dal governo:
«La
democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio, quando l’estrema
destra è al governo»
«Siamo
al puro delirio», ha replicato alla premier su internet.
E poi,
parlando alla Camera:
«Sono tentativi di gettare fango e ombre sull’Italia
che l’Italia rischia di pagare, mentre noi siamo tutti pagati per rappresentare
al meglio questa nazione».
Inutile
dire quale tempesta abbiano suscitato le parole della segretaria del Pd sulle
prime pagine dei quotidiani vicini al governo.
Ma
anche commentatori di area moderata sono stati molto critici.
Come”Antonio
Polito” che, in un editoriale sul «Corriere della sera», ha scritto:
«Se ad Amsterdam ci fosse un Rubicone, Elly
Schlein l’avrebbe varcato.».
Sull’episodio
è intervenuto, in una intervista al «Corriere della sera», anche “Sabino
Cassese”:
«Quando
Schlein ha detto che la democrazia è a rischio mi sono cadute le braccia», ha
detto.
Quanto
alla minaccia alla democrazia, ha chiesto ironicamente: «Qualcuno ha visto i
carri armati davanti alla Rai o La7?».
L’autorevole
costituzionalista ha anche aggiunto una valutazione decisamente positiva
dell’evoluzione in senso democratico che Meloni ha saputo imprimere, col suo
pragmatismo, alla destra italiana, e l’ha definita «la migliore allieva di
Togliatti», che in passato ha fatto la stessa operazione con la sinistra.
Una
delegittimazione reciproca.
Che
dire davanti a questo scontro frontale?
Una
prima osservazione è che l’attribuzione, sia pure indiretta, al governo dell’”attentato
a Ranucci”, in assenza di qualunque indizio, è stata del tutto fuori luogo.
E
tuttavia un’anima di verità si può trovare nella denunzia fatta da Schlein nel
suo discorso:
«È
chiaro cosa stanno facendo: propaganda ogni giorno. Alimentano un clima di
divisione, polarizzazione e odio».
È un
dato di fatto che ultimamente, soprattutto dopo l’assassinio avvenuto in
America di “Charlie Kirk”, rappresentanti del governo e stampa di destra hanno
cercato di stabilire un’analogia con quanto, nella loro ricostruzione, era
accaduto oltreoceano, denunciando una minaccia eversiva che in realtà non c’è
neanche negli Stati Uniti, ma meno che mai nel nostro paese.
Il
ministro per i “Rapporti con il Parlamento”, “Luca Ciriani”, dopo aver evocato
con indignazione le critiche dell’opposizione al ministro Tajani e alla
premier, le ha collegate ad atteggiamenti a suo avviso giustificazionisti
dell’omicidio di Kirk da parte di «qualche intellettuale» della sinistra:
«Sono gli stessi ragionamenti che si sentivano
ai tempi delle Brigate rosse», ha dichiarato.
E ha
concluso: «Questo è il clima che si sta creando in questo Paese».
Sulla
stessa linea “Giorgia Meloni” che, nel suo intervento alla festa nazionale
dell’UDC, il 13 settembre, ha anche lei utilizzato l’omicidio di Kirk per
attribuire alla sinistra – che in realtà quell’omicidio lo aveva dal primo
momento chiaramente condannato senza mezzi termini – la responsabilità di uno
stile di violenza antidemocratica:
«Credo che sia arrivato il momento di chiedere conto
alla sinistra italiana di questo continuo minimizzare o addirittura di questo
continuo giustificazionismo della violenza nei confronti di chi non la pensa
come loro – ha scandito la premier –.
Perché
il clima anche qui in Italia sta diventando insostenibile ed è ora di
denunciarlo».
Una
denuncia che assume spesso i tratti del vittimismo nel continuo riferimento a
non meglio precisati ricatti a cui la premier ripete di non voler cedere e a
minacce – anch’esse non specificate – da cui promette di non lasciarsi
intimidire.
Come
nella trasmissione del fidato “Bruno Vespa”, al quale ha confidato: «Temo il clima che si sta
imbarbarendo parecchio. Io non conto più le minacce di morte».
In
questo contesto si colloca la gravissima accusa, rivolta alla sinistra durante
un comizio a Firenze, di essere «più fondamentalista di Hamas».
Poi in
parlamento la premier ha ricordato, sempre con toni sprezzanti – «per chi
conosce la lingua italiana» – che il termine “fondamentalista” non è sinonimo
di “terrorista”.
Ma di
solito sono accoppiati ed è stata lei a fare il paragone con Hamas, in cui il
fondamentalismo e il terrorismo si fondono.
E aver
messo la sinistra, legittima opposizione democratica, sullo stesso piano di
violenti assassini, dopo averla continuamente accusata di alimentare un clima
di odio insostenibile e aver denunciato innumerevoli «minacce di morte» nei
propri confronti, non può non assumere un preciso significato, almeno nella
risonanza sull’opinione pubblica, che nessuna spiegazione filologica può
attenuare.
Forse “Polito”
avrebbe dovuto citare anche questo come un passaggio del Rubicone.
Una
concezione di fondo diversa da quella democratico-liberale.
Alla
radice di questa insofferenza alle critiche, che le identifica immediatamente
con l’odio e la violenza, vi è in realtà un’idea che “Giorgia Meloni”, pur
sinceramente allontanatasi ormai dalle sue originarie posizioni neo-fasciste,
ha conservato impressa nella sua mente e che ha espresso nella risposta alle
accuse di Schlein:
attaccare
il governo «vuol dire gettare fango e ombre sull’Italia».
È
estranea alla nostra premier e alla maggioranza che la sostiene la
consapevolezza che, in uno “Stato liberal-democratico”, l’esecutivo sia solo un
organo, tra gli altri, chiamato a collaborare con essi per realizzare il bene
comune.
Per
loro lo Stato si identifica con chi è al potere.
La
grande, fondamentale novità, rispetto alla visione totalitaria, è che il potere
a sua volta deriva dal popolo mediante libere elezioni.
Ma
quella che ne deriva è una democrazia autoritaria.
Perché,
in una visione liberal-democratica, neppure aver vinto le elezioni autorizza
chi governa a fare ciò che vuole.
La
maggioranza ha il compito di prendere le decisioni, ma deve alla minoranza le
giustificazioni delle sue scelte, in un libero confronto e non a colpi di
decreti legge.
A questo confronto la nostra premier si
sottrae sistematicamente, sia evitando quanto più possibile di affrontare
personalmente il dibattito in parlamento, sia disertando le conferenze stampa
(come quest’ultima sulla legge di bilancio, abbandonata dopo poche battute).
Il che
rivela, tra l’altro, dietro la maschera di “lady di ferro”, una intima fragilità.
In una
vignetta più espressiva di qualsiasi editoriale, dedicata alla seduta
parlamentare sul caso “Almasi”
,
Giannelli ha rappresentato i ministri Nordio e Piantedosi mentre, in piedi,
dietro il banco del governo, cercano di ripararsi dalla pioggia di mele e uova
marce proveniente dall’aula.
Al
centro, fra di loro, la sedia vuota della premier, che però in realtà è
rannicchiata, nascosta dietro di essa, mentre risponde al telefono e dice, a
chi le chiede una dichiarazione: «Mi dispiace, ora non posso»
Da qui
anche la polemica costante nei confronti della magistratura, accusata di
sabotare l’opera del governo senza averne il diritto, perché non eletta dal
popolo.
La
formula ripetuta ad ogni occasione è che, se i giudici vogliono intervenire
sulle questioni pubbliche, devono prima candidarsi e farsi eleggere in
parlamento.
Senza
tenere conto che nella nostra Costituzione, a differenza che nel modello
rousseauiano, il consenso popolare non ha un ruolo assoluto e ha dei limiti
precisi in organi come la magistratura, che non dipendono da esso.
Da qui
la concezione delle cariche istituzionali non come destinate a rappresentare
tutti, anche i dissenzienti – nella logica di un bene comune che deve essere
raggiunto anche col loro apporto – ma come armi da usare contro i “nemici”.
In
questa logica, lo stile della premier e di tutto il governo somiglia molto a
quello di una continua campagna elettorale desinata a sconfiggere gli
oppositori.
Forse
più che alla scuola di Togliatti la nostra premier ha studiato a quella di “Orbán”
– modello di stabilità, con i suoi dodici anni di premierato – e, ultimamente,
a quella di “Donald Trump”, la cui continua battaglia con i “nemici interni” lo
porta a dispiegare l’esercito per controllare le città governate dai
democratici.
In
questa logica, a dispetto della “retorica nazionalista” che proclama il primato
degli italiani, i partiti di governo, nel parlamento europeo, hanno votato per
revocare l’immunità di “Ilaria Salis” e riconsegnarla alla “giustizia”
ungherese.
Salis
era stata tenuta in carcere – ancora prima del giudizio! – per ben undici mesi, in condizioni gravemente
lesive della sua più elementare dignità, come ha potuto constatare il mondo
intero, vedendola condotta in aula in catene e con un collare al collo.
La
minaccia che incombeva era di una condanna a 24 anni di carcere per avere (cosa
che lei nega) causato a due (uomini) neonazisti lesioni guaribili
rispettivamente in 5 e 8 giorni.
Davanti
a questo quadro, molti parlamentari non italiani di destra hanno rifiutato di
avallare questa evidente persecuzione.
I nostri no.
Perché
la Salis era di sinistra e dunque, una nemica dell’Italia.
Una
nuova forma di partecipazione.
Alla
luce di questa prospettiva culturale, prima ancora che politica, si capisce il
comportamento della presidente del Consiglio di fronte alle imponenti
manifestazioni popolari, in cui centinaia di migliaia di persone, di tutte le
età, di tutte le origini economiche e culturali, chiedevano al governo di cambiare
linea nei confronti del governo israeliano, accusato da autorevoli fonti di
genocidio.
La
reazione è stata di ignorarle, commentando con indignazione solo le immagini
dei tafferugli scatenati da poche centinaia di estremisti davanti alla stazione
di Milano.
E,
quel ch’è forse peggio, una parte consistente della stampa e delle televisioni
ha abbracciato questa lettura.
Come
il nostro più diffuso e autorevole quotidiano, il «Corriere della sera», che ha
riassunto questa grande prova di partecipazione democratica, svoltasi in più di
80 città italiane, nel grande tutolo: «Guerriglia a Milano per Gaza».
Non
sono i carri armati evocati ironicamente da Cassese.
Ma, tra giornali di estrema destra (in Italia
sono sette), quotidiani moderati molto accomodanti nei confronti del governo
(come nel caso appena citato), televisioni di Stato controllate sempre dal
governo, televisioni private di destra, l’opinione pubblica nella sua
stragrande maggioranza è ormai orientata univocamente in una precisa direzione.
E si
vede dai sondaggi, che danno Meloni stabilmente al 44% dei consensi, avallando
l’immagine in gran parte falsata che essa offre del paese, dopo tre anni di
governo.
A
dispetto di tutto questo, una forma di critica – ben più significativa ed
efficace di quella spesso poco incisiva e poco propositiva delle opposizioni –
ha trovato modo esprimersi a partire dal basso, nelle manifestazioni di cui
prima si parlava, le più massicce viste da decine di anni.
Ma è
ancora una partecipazione che non trova riscontro a livello istituzionale.
Le
ultime elezioni regionali hanno confermato la crescita esponenziale
dell’astensionismo, già registrata in quelle politiche e in quelle europee con
il risultato che, alla fine la famosa «fiducia» del popolo, vantata dai
governanti, si riduce alla metà della metà dei cittadini.
L’Italia
va verso la fine della democrazia?
Non
certo con un ritorno a forme dittatoriali.
Su
questo Cassese ha ragione.
Ma il
rischio è di vedere gradualmente svuotata la democrazia liberal-democratica,
prevista dalla nostra Costituzione, basata sul primato del parlamento e sul
dialogo, a favore del modello rappresentato da Orbán e da Trump – nei cui
confronti Meloni esprime continuamente la sua ammirazione e a cui guarda come
ai suoi modelli –, che è quello che chiamavamo “democrazia autoritaria”.
La
sola alternativa è risvegliare la sensibilità e la coscienza delle centinaia di
migliaia di persone che sono scese in piazza, riportandole a scoprire
l’importanza decisiva della forma politico-istituzionale della partecipazione.
Qualcuno
dirà che è un’utopia.
Ma le utopie sono i sogni di cui abbiamo
assoluto bisogno per immaginare il futuro e trasformare il presente.
La
Crisi della Fame a Gaza è
“Catastrofica”
Nonostante
il
Cessate il Fuoco.
Conoscenzealconfine.it
– (26 Ottobre 2025) – (Al Jazeera News) – Redazione – ci dice:
Quarantuno
organizzazioni umanitarie accusano Israele di aver respinto “arbitrariamente”
gli aiuti inviati nella Striscia di Gaza colpita dalla carestia.
La
crisi della fame a Gaza resta “catastrofica” a due settimane dall’entrata in
vigore del cessate il fuoco, ha avvertito l’agenzia sanitaria delle Nazioni
Unite, mentre i gruppi umanitari internazionali hanno chiesto a Israele di
smettere di bloccare le consegne di aiuti umanitari.
I
rifornimenti che entrano nell’enclave assediata non soddisfano i bisogni
nutrizionali delle persone che vi risiedono, hanno annunciato giovedì le
organizzazioni umanitarie, mentre il Programma alimentare mondiale delle
Nazioni Unite ha affermato che i rifornimenti a Gaza sono ancora ben lontani
dall’obiettivo giornaliero di 2.000 tonnellate, perché sono aperti solo due
valichi per entrare nel territorio palestinese.
“La
situazione resta catastrofica perché ciò che entra non è sufficiente”, ha
affermato “Tedros Adhanom Ghebreyesus”, direttore generale dell’”Organizzazione
Mondiale della Sanità”, aggiungendo che “non c’è alcun miglioramento nella fame
perché non c’è abbastanza cibo“.
Almeno
un quarto della popolazione di Gaza, tra cui 11.500 donne incinte, sta morendo
di fame, ha avvertito mercoledì l’ONU, affermando che gli effetti della
malnutrizione avranno ripercussioni “generazionali” a Gaza.
(Si
vedono camion di Aiuti Bloccati a Gaza.)
Il 70%
dei neonati è prematuro o sottopeso, rispetto al 20% registrato prima di
ottobre 2023, ha affermato mercoledì “Andrew Saberton”, vicedirettore esecutivo
del “Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione” (UNFPA).
“La
malnutrizione avrà effetti generazionali, non sulla madre, ma sul neonato, e
probabilmente si tradurrà in cure e problemi sempre più duraturi per tutta la
vita del bambino”, ha aggiunto.
Ad
agosto è stata dichiarata una carestia a Gaza City e nelle aree circostanti, e
l’”Integrated Food Security Phase Classification” (IPC) ha dichiarato che più
di 500.000 persone nella Striscia di Gaza si trovavano in “condizioni
catastrofiche”.
(Al
Jazeera News)
(Traduzione:
Luciano Lago)
(controinformazione.info/la-crisi-della-fame-a-gaza-e-catastrofica-nonostante-il-cessate-il-fuoco-afferma-il-direttore-generale-delloms).
Merz
sta tastando
la
pazienza dei tedeschi.
Conoscenzealconfine.it
– (27 ottobre 2025) – Giuseppe Masala – ci dice:
Il
Financial Times ha finalmente detto ad alta voce che la Germania sta crollando
e l’UE ha contribuito a spingerla giù dal precipizio.
Le
acciaierie chiudono.
Le
fabbriche automobilistiche si riducono.
I
leader aziendali sono apertamente furiosi.
Il
cosiddetto “malato d’Europa” è di nuovo malato, ma questa volta la malattia non
è l’inefficienza.
È un
suicidio economico architettato da élite UE non elette e imposto da burattini
obbedienti come “Friedrich Merz”.
Merz
vuole miliardi di euro per salvare l’industria… ma da cosa?
Dalle stesse politiche sostenute dal suo
partito!
La
produzione tedesca sta crollando.
I prezzi dell’energia sono insostenibili.
Lo
strangolamento burocratico uccide gli investimenti.
E
mentre Merz suona il tamburo per una guerra infinita in Ucraina, qual era
l’ancora di salvezza di Berlino?
Il Nord Stream, fatto saltare in aria,
sabotato con una scrollata di spalle, mentre Bruxelles e la NATO invocavano
l’articolo quinto contro la Russia.
Gli
Stati Uniti potrebbero averne tratto beneficio, ma il boia era a Bruxelles.
“Ursula
von der Leyen” e la casta degli eurocrati guidarono l’attacco:
deindustrializzare la Germania, sanzionare Mosca e inviare carri armati in
Ucraina mentre il lavoratore tedesco pagava il conto.
Per
cosa?
Kiev avrebbe sempre perso.
Eppure
le élite dell’UE pretendono più tributi… più armi, più fabbriche chiuse, più
sofferenza.
E
adesso?
– La
produzione di acciaio tedesca è scesa del 12%.
– 2
milioni di auto prodotte in meno rispetto al 2017.
–
Tasse verdi e razionamento della benzina.
– I
dazi statunitensi colpiscono la Germania mentre Berlino resta imbavagliata.
Il
risultato: rivolta.
In
Renania Settentrionale-Vestfalia, un tempo cuore della CDU, l’”AfD” ora è in
piena espansione.
I
tedeschi si stanno svegliando.
Vedono
chi ha svuotato la loro economia.
Non è
stata la Russia.
Sono
stati i loro leader a Bruxelles e a Berlino, che marciano al ritmo dei tamburi
del regime di Davos.
La
Germania non sta “mettendo alla prova la pazienza dell’Europa”.
Le élite europee hanno messo alla prova i
limiti della Germania e li hanno infranti.
(t.me/Giuseppe
Masala).
Il
testimone che accusa Macron
e Merz
e l’élite pedofila europea.
Lacrunadellago.net
– (25 – 10- 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
Sulla
Costa Azzurra in Francia, c’è una isola circondata dalle acque del Mediterraneo
chiamata “Fort de Brégançon.
In
questo luogo i presidenti della Repubblica francesi vengono per trascorrere le
loro vacanze estive in cerca di un po’ di quiete, lontani dalla frenetica vita
degli impegni politici dell’Eliseo.
Sull’isola
c’è una fortezza medievale, nella quale in passato i capi di Stato francesi
hanno ospitato alti dignitari stranieri.
“Fort
de Brégançon”.
Nel
lontano 1985, ad esempio, l’allora presidente francese socialista, “François
Mitterand”, decise di ospitare il cancelliere tedesco, “Kohl”, che sarà poi il
protagonista della controversa riunificazione della Germania, i cui costi sono
in larga parte gravati sugli altri Paesi europei.
Negli
anni a venire, a scegliere di utilizzare l’isola per degli incontri con
importanti capi di governo e di Stato stranieri è stato principalmente soltanto
“Emmanuel Macron”.
Una
volta divenuto capo di Stato nel 2017, Macron decise di invitare nella fortezza
il primo ministro britannico, “Theresa May”, nel 2018, per poi ospitare l’anno
successivo il presidente della Russia, “Vladimir Putin”.
A
mettere nuovamente piede sull’isola la scorsa estate è stato il cancelliere
tedesco, “Merz”, accolto con tutti gli onori dal presidente Macron e dalla sua
“consorte”, Brigitte, sempre più nervosa e instabile negli ultimi tempi,
soprattutto per la controversia pubblica che la vede accusata di aver cambiato
sesso sul finire degli anni’80 per assumere la nuova identità di “Brigitte
Trogneux” e dismettere quella precedente di “Jean Michel Trogneux”.
Secondo
quanto rivelato da un ex membro della guardia presidenziale francese, la
“Groupe de sécurité de la présidence” de la République, nel corso dell’incontro
con il cancelliere tedesco, Merz, sarebbe però accaduto qualcosa di orribile e
inconfessabile.
Macron
e il gruppo dei servizi contro i dissidenti.
L’uomo
ha rilasciato le proprie rivelazioni a volto coperto e con la voce alterata nel
timore di essere identificato dai servizi francesi e di andare incontro alla
sorte di coloro che nel corso degli anni in Francia hanno provato a raccontare
il lato oscuro del presidente francese.
All’Eliseo,
si è costituito un gruppo di azione dedicato per insabbiare gli scandali del
mondo di Macron.
Si
chiama “Lily”, ed è diretto dal controverso “Alexandre Benalla”, già condannato
negli ultimi anni per l’aggressione di un manifestante, ma del quale il capo di
Stato francese non sembra avere nessuna intenzione di privarsi.
“Benalla”
è prezioso agli occhi di Macron e della “premiere dame”.
A lui
spetta il compito di fare il dossieraggio sugli avversati politici del
presidente e di spiare e osservare i vari giornalisti e dissidenti che iniziano
a rivelare quei retroscena ingombranti per l’Eliseo.
In
Francia, negli ultimi tempi, c’è una lunga scia di misteriose morti di cui
nessuno parla.
È il
caso, ad esempio, del miliardario “Olivier Dassault” che aveva espresso delle
critiche alle politiche di austerità praticate da Macron prima di morire in un
incidente d’elicottero, le cui dinamiche ancora oggi non sono state del tutto
chiarite.
A
morire in circostanze anomale è stata anche la giornalista francese “Isabella
Ferreira”, trovata morta sugli scogli di “Saint-Malo”, quanto la donna prima della sua
misteriosa morte aveva annunciato di essere pronta a fare rivelazioni proprio
su di “lei”, “Brigitte Macron”, sempre più al centro delle trame oscure che
hanno accompagnato la carriera di Emmanuel Macron.
Si
tratta di un terreno proibito, inesplorato.
In
tale luogo, sono assenti le varie ONG di Soros che ipocritamente predicano
della libertà di stampa in Russia, ma nulla dicono sui giornalisti che in
Francia vengono perseguitati per parlare della cosiddetta “macronie”.
L’uomo
che ha fatto parte della sicurezza presidenziale sa molto bene quello che
accade a coloro che rivelano gli inconfessabili segreti dell’Eliseo, e sa
altrettanto bene che nei servizi segreti francesi ultimamente c’è una strana
“epidemia” di suicidi anomali sulla quale la magistratura ancora non ha saputo
o voluto fare luce.
Le sue
rivelazioni sono di quelle appunto che non si vedranno mai sugli organi di
stampa, da sempre impegnati a insabbiare gli scandali di questi potenti.
Quella
strana “riunione” a” Fort de Brégançon”.
Secondo
la guardia presidenziale, lo scorso 29 agosto, nel corso dell’incontro con
Merz, si sarebbero radunati una serie di personaggi noti della vita pubblica
francesi assieme a dei bambini.
Macron
e Merz si trovano sull’isola di Brégançon lo scorso 29 agosto.
Tra
questi c’era “Jack Lang”, politico socialista francese di vecchia data,
attualmente presidente dell’”istituto del mondo arabo”, e con una lunga serie
di incarichi politici di alto profilo sin dai tempi della presidenza Mitterand,
nella quale aveva il ruolo di “ministro della Cultura”, per poi diventare
portavoce del presidente socialista nel 1991, e continuare la sua parabola
politica anche sotto la presidenza di “Jacques Chirac”, durante la quale
ricoprì il ruolo di “ministro dell’Educazione nazionale”.
“Lang”
è uno di quegli animali politici che passano indenni da una presidenza
all’altra, perché il milieu nel quale si trovano il centrodestra e il
centrosinistra francese è il medesimo, e le politiche seguite dai vari
presidenti sono quelle che gli sono state “suggerite” dalla ubiqua eminenza
grigia della politica francese,” Jacques Attali”, membro di spicco del”
Bilderberg” e consigliere di tutti presidenti francesi dal 1980 ad oggi.
“Lang”
in Francia è un personaggio però alquanto controverso.
Si ricorda di lui una appassionata difesa
della pedofilia scritta nel 1977 assieme ad altri intellettuali francesi come “Daniel
Cohn-Bendit”, politico franco-tedesco di origini ebraiche ed esponente dei
Verdi, e “Michel Foucault”, celebre filosofo esponente della corrente
costruttivista.
“Lang”
sembra però essersi spinto oltre il territorio della già controversa
legalizzazione della pedofilia.
In
Francia, viene accusato da tempo di essere lui stesso un pedofilo, sin dal
1982, quando in Francia esplose lo scandalo del “centro Coral”, un centro che
accoglieva bambini e adolescenti che può definirsi a tutti gli effetti il “Forteto
francese”.
Nel
Coral, i bambini non trovavano protezione e accoglienza.
Trovavano
l’abuso per mani di vari orchi, e già in quegli anni un informatore della
gendarmeria accusò “Lang “di aver violentato dei bambini di origine mongola.
Lang
riuscì a venire fuori dallo scandalo, ma le accuse contro di lui proseguirono
anche negli anni successivi.
Nel
2011, in Marocco la polizia eseguì degli arresti in una villa a Marrakech,
nella quale c’erano vari adulti francesi impegnati a fare sesso con dei
ragazzini marocchini.
Sulla
stampa francese all’epoca venne scritto che tra i vari francesi arrestati c’era
un “vecchio ministro francese”, ma il nome di “Lang” non venne mai scritto sui
quotidiani, probabilmente in seguito alle forti pressioni ricevute dai potenti
ambienti che proteggevano e proteggono il politico francese.
Nel
2020, c’è forse il momento più controverso della carriera di Jack Lang, quando
emergono i legami tra il pedofilo del Mossad, Jeffrey Epstein, e lo stesso
Lang.
“Epstein”
a Parigi aveva una sua casa, ed è qui che il politico socialista si incontrava
con il miliardario di origini ebraiche, invitato anche in occasione del 30°
anniversario della costruzione della “piramide del Louvre”, un luogo di
particolare rilievo per queste élite pedofile come si vedrà successivamente.
Se si
considera quindi il “pedigree” di Lang e la sua vicinanza a certi ambienti
pedofili, le sue rivelazioni sembrano estremamente credibili.
Simile
conclusione può farsi per un altro personaggio, visto dall’uomo quella sera,
ovvero lo scultore “Claude Leveque”, accusato di pedofilia da parte di un altro
scultore, “Laurent Fallon”, che ha accusato di aver abusato di lui quando
questi aveva soltanto 10 anni.
Su
quell’isola non ci sono quindi dei personaggi comuni.
Ci
sono dei personaggi che appartengono o sono molto vicini a quei predatori della
élite pedofila che spesso riescono a sfuggire alle maglie della giustizia per
via delle loro protezioni eccellenti, ed è proprio per questo che qualcuno
ha già ribattezzato questo luogo come la versione francese dell’isola di
Epstein.
Il
membro della “GSPR” riferisce che assieme ai due noti personaggi francesi si è
unito il citato “cancelliere Merz” per un “incontro” serale non programmato ed
estremamente irrituale.
L’uomo
riferisce di aver visto prima dell’inizio di questa riunione giungere un’auto
con i vetri oscurati dalla quale sono scesi dei bambini, 3 femmine e 2 maschi,
che “non avevano nemmeno 12 anni”, e” Ali”, questo lo pseudonimo scelto
dall’addetto alla sicurezza presidenziale, esprime la sua perplessità ad un suo
collega per la presenza dei bambini a quell’ora.
Agli
uomini della sicurezza viene intimato di non registrare nulla, né tantomeno di
mettere i nomi degli “illustri” ospiti nel registro delle presenze, e l’uomo,
una volta che inizia la inconsueta “riunione”, si dice convinto che qualcosa di
“orribile” è accaduto nelle stanze di quella fortezza medievale, e la sua
convinzione sembra essere rafforzata dal fatto di aver visto i bambini uscire
alle 4 del mattino da quell’appuntamento con i volti lividi, gonfi, segno che
qualcosa di traumatico era a loro successo.
Sugli
organi di stampa francesi ed europei, regna il silenzio più assoluto su questa
testimonianza, così come qualche tempo fa, venne completamente censurata la
storia di “Helene Pelosse”.
Helene
è stata un’alta funzionaria della pubblica amministrazione francese, e tra i
vari incarichi ricoperti c’è quello di dirigente della agenzia per le energie
rinnovabili.
Negli
anni passati, la “Pelosse” ha rivelato di essere stata vittima di violenze
pedofile e di aver subito i metodi di controllo del pensiero della CIA, il
famigerato programma MK-Ultra, per programmare la sua mente e farle dimenticare
gli abusi subiti nell’infanzia.
“Helene”
inizia a parlare in alcuni media indipendenti francesi.
Rivela che esiste una rete, molto potente e
ben organizzata, gestita dalla massoneria, alla quale appartengono i vari
pedofili di alto livello della Francia.
“La
Pelosse” tira direttamente in ballo capi di Stato come Mitterand e lo stesso
Macron, accusandoli di far parte di questa rete, e di partecipare a dei riti
satanici che si tengono sotto la piramide del Louvre, proprio dove qualche
tempo prima era stato ricevuto il pedofilo Jeffrey Epstein, legato ai vari
pedofili di alto rango della società francese.
Si
tratta di un sistema, di una cabala, come la descriveva il regista “Stanley
Kubrick”, che si assiste e si ricatta a vicenda per coprire gli uni gli
inconfessabili segreti degli altri, mentre le tanto decantate “democrazie
liberali” nella realtà dei fatti sono governate da sette sataniche, massonerie,
para-massonerie e l’immancabile potere della finanza che gestisce tali
strutture.
La
Francia sembra essere la perfetta cartina di tornasole del “reale funzionamento
della liberal-democrazia”, nella quale il suo presidente è stato costruito e
finanziato sin dai primi passi dai banchieri del ramo francese dei Rothschild,
i veri padroni della politica francese.
Sulla
Francia e l’Europa si vede costantemente l’ombra di questa élite pedofila, ma
il fatto che negli ultimi anni aumentino sempre di più le testimonianze di chi
vuole fare luce sulle violenze e gli abusi di questa setta lascia pensare che
il tempo della censura permanente sia finito.
La
verità sui signori della pedofilia non può più essere taciuta.
Una
nazione in guerra.
Unz.com - Filippo Giraldi – (24 ottobre 2025)
– ci dice:
Il
"Presidente della Pace" preferisce creare molti nemici.
Siamo
a nove mesi dall'inizio della presidenza di Donald Trump e la strada da
percorrere sembra abbastanza chiara.
C'è un budget insostenibile del Pentagono di
un trilione di dollari che sostiene un Dipartimento della Guerra recentemente
rinominato e Washington è impegnato in conflitti che potrebbero intensificarsi
in Europa, Asia, Sud America e Africa.
Se
fosse possibile inscenare un incidente bellicoso vicino o in Antartide, anche
questo diventerebbe senza dubbio un bersaglio, proprio come la regione artica
sta attualmente giocando con le fantasie che coinvolgono la Groenlandia e il
Canada.
Trump
ha persino smesso di parlare con il vicino Canada delle relazioni commerciali
per un annuncio che non gli è piaciuto e senza dubbio discuterà presto di
invasione.
E non dimentichiamo il conflitto qui a casa,
dove Trump cita regolarmente l'”Insurrection Act”, segnalando la sua intenzione
di espandere l'uso già esistente dell'esercito per svolgere funzioni di
applicazione della legge negli stati e nelle città americane, cosa che è di
dubbia legalità ai sensi del “Posse Comitatus Act” .
L'ironia
suprema è che tutti i conflitti sono stati inutili, coinvolgendo paesi e intere
regioni geografiche che non minacciano in alcun modo né gli Stati Uniti né
quelli che una volta erano indicati come i loro interessi vitali, se non nella
misura in cui tali interessi sono stati grossolanamente e, si potrebbe
suggerire, criminalmente travisati.
Questo
è ciò a cui stiamo assistendo in questo momento, mentre quelli che sembrano
essere pescatori vengono uccisi dalle forze statunitensi posizionate nelle
acque internazionali del Mar dei Caraibi e dell'Oceano Pacifico.
Nell'ultimo
incidente che ha coinvolto l'affondamento di una nave colombiana e l'uccisione
di due membri dell'equipaggio nel Pacifico, il presidente della Colombia”
Gustavo Petro” ha denunciato il crimine ed è stato a sua volta definito un
"delinquente" da Trump, che ancora una volta ha dimostrato la sua
abilità diplomatica.
Trump
ha anche avvertito che la guerra ai "narco-terroristi" potrebbe
spostarsi dal mare alla "terra" nei paesi presi di mira, il che
significa che saranno invasi con l'intenzione di un cambio di regime.
La
Russia, che ora è di nuovo considerata un avversario, sta subendo sanzioni alle
sue compagnie energetiche, ancora una volta, anche se ha interessi di sicurezza
nazionale rispettabili e chiaramente definiti che Trump non è riuscito a
comprendere.
E ci sono anche rapporti probabilmente
collegati alla faida in corso di Trump con il “” (WSJ) mercoledì, quando ha
fatto esplodere il giornale per un rapporto di "FAKE NEWS" secondo
cui l'amministrazione Trump aveva revocato "una restrizione chiave"
sull'Ucraina, consentendole di utilizzare missili Tomahawk a lungo raggio
contro la Russia.
Il WSJ
ha riferito che il via libera di Trump darebbe potere al presidente ucraino”
Volodymyr Zelensky”, che è ovviamente ebreo ed è anche fortemente sostenuto da
Israele a tal punto che Zelensky ha detto "che quando la guerra in Ucraina
sarà finita, l'Ucraina sarà un " grande Israele".
Richiesto
dalla Casa Bianca.
Secondo
quanto riferito, i missili sono stati dati all'Ucraina dai suoi "alleati
occidentali".
Poiché
gli Stati Uniti dovrebbero svolgere un ruolo nel targeting e nel lancio dei
missili, la mossa porterebbe gli Stati Uniti direttamente in guerra.
L'Iran,
nel frattempo, non ha mai minacciato gli Stati Uniti e attualmente Venezuela e
Colombia non sono nemici, se non nelle menti dementi di Trump e del suo
governo.
Gli
Stati Uniti non hanno l'autorità di "annientare" i palestinesi a
Gaza, come Trump ha recentemente minacciato, se Hamas non rispetta i suoi
ordini, una minaccia particolarmente ripugnante perché viene presentata come un
"dono" al paese più malvagio del mondo, Israele.
Durante
una visita in Israele martedì, il vicepresidente J.D. Vance ha ripetuto
l'avvertimento che “Hamas” sarebbe stata "annientata" se non avesse
collaborato al cessate il fuoco, prendendo spunto da una minaccia simile di
Trump, che in precedenza aveva anche promesso "uso rapido, furioso e
brutale della forza".
Al
contrario, le guerre che vengono inventate riflettono il desiderio del leader
supremo americano di apparire come un duro che sostiene che gli Stati Uniti
dovrebbero di diritto dominare il mondo, nonostante la sua storia personale di
renitente alla leva quando fu il suo turno di combattere per il suo paese per
una causa notoriamente sbagliata durante la guerra del Vietnam.
A
quanto pare, agitare il pugno in aria mentre si fa una smorfia minacciosa e
punire i critici usando il potere e le risorse del governo federale è ora
considerato da alcuni ciò che il pubblico americano si aspetta da un
presidente.
Almeno
questo è il modo in cui Donald Trump e la sua schiera di pagliacci la vedono,
poiché sembrano completamente privi di qualsiasi senso della dignità che ci si
aspetta dalla presidenza americana.
Oh, e
lungo il percorso, la “claque servile” è costretta a elogiare regolarmente il “Leader
Sovrano”, che ora si autoproclama probabilmente il terzo più grande presidente
che questo paese abbia mai avuto dopo Washington e Lincoln, dicendogli che
genio e grande uomo è.
Chi di
noi è scettico riguardo all'ondata di omaggi al “Grande Capo” vede un uomo che
non riesce nemmeno ad articolare correttamente una frase.
E nelle riunioni dello staff alla Casa Bianca
spesso non ricorda il nome di chi gli siede o gli sta accanto, ma non importa,
quando si è decisi a distruggere interi Paesi i dettagli non contano davvero.
Dato
che Trump è in realtà una sussidiaria interamente posseduta e gestita dallo
Stato ebraico di Israele e dai suoi miliardari donatori ebrei, che sono la
stessa cosa, la linea di topi da Tel Aviv/Gerusalemme, che possiede sempre più
anche i media statunitensi, coprirà le incongruenze.
Inoltre, smentirà le storie che sminuirebbero
la grandiosità della Casa Bianca di Trump, con tanto di magnifica sala da ballo
in costruzione che potrà ospitare fino a 1.000 fedeli.
Peccato
per la distruzione dell'ala est della Casa Bianca, che sarà compensata anche
dal proposto arco commemorativo "Trump-ful" appena oltre il “Potomac”,
dal “Trump Center for the Performing Arts”.
Al
Congresso è in corso anche una proposta di legge per finanziare l'aggiunta
della scultura raffigurante la magnifica testa e il volto severo di Trump al
Mount Rushmore Memorial nel South Dakota, accanto a quelle di George
Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt.
Il
totale coinvolgimento di Trump con Israele e la sua completa sottomissione per
mano del” Primo Ministro Benjamin Netanyahu”, che lui stesso descrive come un
grande eroe di guerra, proprio come lui, significa che c'è ben poco che esca
dalla Casa Bianca che non ottenga il sigillo di approvazione di Tel Aviv.
Ci
sono certamente aneddoti bizzarri che si potrebbero condividere quasi ogni
volta che Trump apre bocca, ma le storie di un governo di idioti sono a volte
difficili da comprendere a causa della loro assoluta inanità.
Se
rimane ancora qualche speranza che gli Stati Uniti siano in qualche modo una
nave che affonda e che un giorno potrebbe raddrizzarsi, forse è meglio supporre
che il vero comportamento criminale provenga da Israele, come il fraudolento
"Piano di Pace Trump" per Gaza attualmente proposto per servire gli
interessi israeliani nella creazione di una Palestina libera dai palestinesi.
I due
principali negoziatori di Trump, i magnati immobiliari “Steve Witkoff” e il
genero “Jared Kushner”, fingono di essere imparziali, ma sono entrambi ferventi
sionisti e hanno dichiarato che a Gaza non è in corso alcun genocidio, un
giudizio con cui il novanta per cento del mondo non sarebbe d'accordo.
I due, forse non a caso, probabilmente
guadagnerebbero miliardi dalla ricostruzione di Gaza, trasformandola nel resort
della Trump Riviera.
Ovviamente,
nessun palestinese ammesso, e l'ultima parola proveniente dai
"Pianificatori di Pace" è che la ricostruzione di Gaza avverrà solo
nella parte della Striscia occupata dall'esercito israeliano.
Ma uno
dei miei racconti preferiti riguarda il “Premio Nobel per la Pace”, una storia
curiosa che coinvolge sia Donald Trump che Israele.
La vincitrice a sorpresa del premio, “Maria
Machado”, è un'oppositrice dell'attuale governo guidato da “Nicolas Maduro” , a
cui gli Stati Uniti (e Trump personalmente) si oppongono dopo il fallito colpo
di stato del maggio 2020, che la DEA (Democracy Enforcement Administration) di
Washington potrebbe aver organizzato e sostenuto .
A
seguito delle pressioni di Washington, “Maduro” ha interrotto le relazioni
diplomatiche con gli Stati Uniti.
È
anche un aperto critico del comportamento di Israele a Gaza. “Machado” ha
intravisto l'opportunità di ottenere un sostanziale sostegno all'estero, quindi
ha elogiato Trump e ha invitato sia gli Stati Uniti che Israele a intervenire
nel suo paese e rovesciare il governo, sostituendolo, presumibilmente, con lei.
Quindi
l'imminente guerra con il Venezuela, che presumibilmente ucciderà molte
persone, è in qualche modo legata a Trump e Israele?
Ci puoi scommettere!
Ancora
meglio di “Machado” è la recente assurdità trumpiana riguardo all'Argentina,
che costerà tonnellate di soldi dei contribuenti statunitensi e che ha
addirittura fatto sì che gli allevatori americani si lamentassero di come i
loro mezzi di sussistenza vengano rovinati.
Il funzionamento del meccanismo di controllo
israeliano è ben esemplificato dall'interazione di Trump con il presidente
argentino Javier Milei.
Milei
ha espresso la sua profonda ammirazione per Trump e per lo Stato di Israele,
prerequisito per derubare i contribuenti americani, un gioco di prestigio in
cui Israele e la sua tribù sono particolarmente abili.
Meglio ancora, il furto su larga scala viene
perpetrato sotto l'egida protettiva del “Congressional Antisemitism Awareness
Act” , che dichiara che le critiche a Israele sono motivate da
"antisemitismo" e quindi un "crimine d'odio".
Milei
è stato al centro dell'attenzione ultimamente perché Trump gli ha concesso un
prestito di salvataggio da 20 miliardi di dollari tramite una "linea di
swap" con la banca centrale argentina, tramite la quale il Tesoro
statunitense cambierà dollari in pesos per sostenere il peso e il mercato del
credito del Paese.
Trump
ha anche chiesto l'importazione di 80.000 tonnellate di carne bovina argentina
a basso costo per abbassare i prezzi negli Stati Uniti, una mossa contestata
dagli agricoltori americani che, a quanto pare, sono in difficoltà a causa
della cattiva economia e dell'impennata dei prezzi.
Milei
proviene da una famiglia italiana ed è stato cresciuto secondo la religione
cattolica, ma ha coltivato un rapporto con la numerosa comunità ebraica
argentina e anche con lo Stato di Israele, che ha visitato ufficialmente,
pregando al Muro del Pianto e trasferendo la sua ambasciata da Tel Aviv a
Gerusalemme.
Ha anche incontrato Benjamin Netanyahu e, a
quanto si dice, ha espresso il suo desiderio di convertirsi all'ebraismo, ma
secondo alcune fonti ha rimandato questa possibilità quando è stato eletto alla
presidenza a causa della necessità di essere impegnato in carica durante lo
Shabbat ebraico, giorno in cui non si poteva lavorare.
Ciononostante, il suo rapporto con gli ebrei e
Israele è considerato estremamente forte e si vanta che il suo Paese sia il
migliore amico di Israele in America Latina.
È una posizione piuttosto insolita per
l'America Latina e qualcosa che Donald Trump, che potrebbe essersi convertito
all'ebraismo e ha una figlia che lo ha fatto, rispetta molto.
Quindi
Milei riceve i soldi dagli Stati Uniti!
È
interessante notare come quasi ogni volta che si esamina un aspetto della
politica estera statunitense, inclusa la propensione di Donald Trump a
ricorrere a minacce di violenza che periodicamente si trasformano in guerre,
venga menzionato lo Stato di Israele.
I
sondaggi indicano che l'opinione pubblica americana sta diventando sempre più
consapevole del predominio israeliano sulla Casa Bianca, che sia abitata da un
Joe Biden o da un Donald Trump.
È giunto il momento di una pulizia
approfondita al 1600 di Pennsylvania Avenue, oltre alla costruzione di una
nuova sala da ballo dorata, per restituire la Casa del Popolo al Popolo e
cacciare via i criminali sionisti che sostengono Israele prima di tutto, senza
che vi facciano mai più ritorno.
Speriamo che la rivoluzione per ripristinare
la Costituzione e la Carta dei Diritti e porre fine sia alle guerre che al
legame con Israele arrivi presto, prima che sia troppo tardi!
(Philip
M. Giraldi, Ph.D., è Direttore Esecutivo del Council for the National Interest,
una fondazione educativa fiscalmente deducibile 501(c)3).
Terremoto
alla Cia, la "stazione cinese"
e la
mossa di Trump: cosa sta succedendo.
Msn.com
- Storia di Federico Giuliani – Il Giornale – Redazione – (27-10 -2025 – ci
dice:
Potrebbe
esserci un importante cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti.
Dopo
aver trascorso l'ultimo decennio a contrastare in tutti i modi l'ascesa della
Cina per preservare l'attuale ordine globale, con un modus operandi più o meno
condiviso tanto dai repubblicani quanto dai democratici, Washington avrebbe
capito di aver raggiunto, almeno per il momento, il limite massimo dello
scontro con Pechino.
Tra accuse pesantissime rivolte contro il
Dragone, dazi e guerre commerciali, andare oltre significherebbe affrontare il
rischio di un conflitto militare.
È per
questo che l'amministrazione Trump starebbe silenziosamente dirottando le
energie dal fronte cinese – almeno temporaneamente – per concentrarsi sul
Venezuela.
Riflettendo
l'eventuale svolta del governo, pare addirittura che la “Central Intelligence
Agency” (CIA) stia valutando persino la possibilità di sciogliere il suo “China
Mission Center”, una struttura creata nel 2021 e dedicata alla raccolta,
analisi e coordinamento dell'intelligence riguardante la Cina, come parte di un
riallineamento volto a ridurre l'importanza del confronto con il gigante
asiatico.
Il
possibile cambio di passo della CIA.
La
clamorosa indiscrezione è stata riportata su “substack”, precisamente su “Capital
& Empire”, dalla giornalista statunitense “Aida Chavez”, già corrispondente
da Washington per “The Nation” e “The Intercept”.
Un
portavoce della CIA ha bollato la storia del “China Mission Center” come
"falsa, assurda e totalmente infondata".
L'agenzia
non ha però replicato alle altre parti dell'inchiesta, tra cui il contesto
relativo al crollo delle operazioni di spionaggio statunitensi in Cina tra il
2010 e il 2012.
Secondo la stessa “Chavez”, infatti, questo
dipenderebbe dal fatto che gli Usa starebbero presentando il “regime change del
Venezuela” come il nuovo e prossimo fronte della sicurezza nazionale.
La CIA
dispone di circa una dozzina di centri di missione che coprono molteplici aree
funzionali, tra cui controspionaggio, antiterrorismo, tecnologia, armi e contro
proliferazione, nonché centri regionali specializzati in aree geografiche come
Africa, Europa ed emisfero occidentale.
Nel 2021, l'amministrazione Biden aveva
lanciato un centro di missione dedicato solo ed esclusivamente alla Cina,
l'unico dedicato a un singolo Paese, a conferma di quanto l'apparato di
sicurezza nazionale statunitense fosse stato completamente riorientato verso la
cosiddetta minaccia cinese.
La
mossa degli Usa.
Ebbene,
Chavez sostiene che la CIA starebbe valutando la possibilità di chiudere il
centro cinese, in parte a causa della sua inefficacia, avendo consumato ingenti
risorse con scarsi risultati, e in parte per le nuove esigenze
dell'amministrazione Trump.
Tra il
2010 e il 2012, del resto, il controspionaggio cinese aveva annientato l'intera
rete di informatori della CIA, uccidendo o imprigionando quasi venti persone e
vanificando anni di attività di spionaggio statunitense.
A distanza di quasi un decennio l'agenzia non
si è ancora completamente ripresa.
In ogni caso, al netto di aggressività verbale e
guerre commerciali gli Usa continuano a rimanere strutturalmente dipendenti
dalla Cina.
Sarebbe
per questo che a fine marzo la CIA e, più in generale, la comunità di
intelligence Usa avrebbe iniziato a intensificare gli sforzi nella "lotta
alla droga" e a concentrarsi sull'emisfero occidentale, proprio mentre
Trump intensificava le sue minacce tariffarie contro la Cina.
Nei
mesi successivi, l'esercito statunitense ha seguito l'esempio.
Nelle
bozze del documento della “Strategia di Difesa Nazionale 2025” la Cina è stata
declassata dall'elenco delle minacce, rinnovando l'attenzione sulla
"difesa della patria" e sulla "sicurezza emisferica".
Questo
cambiamento segnerebbe un allontanamento dalle precedenti dottrine che
prendevano esplicitamente di mira la Cina, inclusa la “Strategia di Difesa
Nazionale 2018” della prima amministrazione Trump, che la identificava come
priorità assoluta.
In
ogni caso, l'ipotetica svolta di Trump, ossia il presunto smarcamento –
presumibilmente temporaneo - dal confronto con la Cina e l'avvicinamento
all'emisfero occidentale, non sarebbe solo una riorganizzazione ma un
riconoscimento dei limiti dei materiali degli Usa.
La
democrazia è in pericolo.
Atlanteguerra.it
– Redazione – Raffaele Crocco – (11 febbraio 2025) – ci dice:
"È
tempo di dirlo, senza allarmismi, ma con sano realismo".
L'editoriale.
Siamo
in pericolo.
È
tempo di dirlo, senza allarmismi, ma con sano realismo. Si, siamo in pericolo.
La
democrazia italiana e le democrazie in genere lo sono.
Lo
sappiamo da tempo, ma ora i segni sono evidenti, palpabili e, purtroppo, sempre
più concreti.
Mettiamone
in fila alcuni, in ordine di memoria, non di importanza.
In
Senato, in Italia, c’è in discussione il disegno di legge sulla sicurezza.
È terrificante.
Lo è per moltissimi aspetti, ma
sostanzialmente quella legge è pericolosa e orribile, perché non è concepita
per combattere la grande criminalità organizzata o per contrastare la
microcriminalità delle città.
L’anima
di quella norma è nella semplice e diretta volontà di reprimere di ogni forma
di dissenso o protesta.
Negherà
ai cittadini la possibilità di manifestazione e espressione democratica della
propria opinione.
Esempio pratico:
se un
gruppo di lavoratori organizzerà una manifestazione davanti alla propria
azienda, per rivendicare un qualsiasi diritto negato o il licenziamento
improvviso, verranno dispersi con la forza e imprigionati.
È solo
un esempio, perché dovremmo parlare anche dei nuovi poteri dati alla polizia –
ad esempio, portare l’arma anche fuori servizio –, delle misure antisommossa in
carcere e di altri particolari non da poco.
È
palese la restrittiva interpretazione degli articoli 17 (I cittadini hanno diritto di
riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al
pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve
essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per
comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica) e 21 (Tutti hanno diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione) della nostra Costituzione.
È evidente il tentativo di restringere lo
spazio democratico.
In
Parlamento giace anche un altro progetto di legge, firmato Fratelli d’Italia.
In “Commissione
Difesa della Camera”, infatti, si sta discutendo l’ipotesi di dare ai militari
impegnati nell’operazione “Strade Sicure” poteri permanenti di perquisizione
dei cittadini.
Diventerebbero,
di fatto, un organo di polizia.
Succede
da sempre nei Paesi con una dittatura.
La
cosa – lo sostiene “Pietro Colapietro”, segretario generale della “Silp Cgil”,
un sindacato di polizia – è semplicemente agghiacciante.
La Costituzione Italiana spiega con chiarezza
come la sicurezza dei cittadini sia affidata all’ordinamento civile, non
militare.
L’attribuzione
della qualifica di pubblico ufficiale al personale delle Forze armate,
impiegato in operazioni di controllo del territorio, permetterebbe di fornire
loro “il potere di perquisizione di persone e mezzi”.
Potere che oggi non hanno, coerentemente al
quadro democratico stabilito dalla Costituzione.
Le Forze Armate italiane, tutte, in forza del comma 3
dell’articolo 52 della Costituzione devono solo uniformarsi “allo spirito
democratico della Repubblica” e – comma 1 dello stesso articolo – dedicarsi
alla difesa della Patria.
Il
governo italiano, questo governo italiano, sta lavorando con solerzia allo
smantellamento dell’Unione Europea, cioè dell’unica realtà concreta che può
contrastare – sul piano del diritto e dell’autorevolezza – la deriva
autoritaria nazionale.
Ora, è vero:
non è che l’Unione Europea attuale sia un
luogo di meraviglioso rispetto dei diritti umani.
Ma è
il miglior strumento di garanzia democratica che abbiamo.
È la speranza concreta di superamento dei
nazionalismi ottusi e sempre razzisti.
L’attuale
governo italiano, composto per due terzi da partiti da sempre sovranisti o
ultranazionalisti ed antieuropei e per un terzo da personaggi che si dicono
moderati, ma sono prevalentemente opportunisti, sta contribuendo alla morte del
progetto europeo appiattendosi – come violenta tradizione
opportunistico-fascista vuole – sulle posizioni del ritornante presidente
statunitense Trump.
Di
qui, l’azione di Salvini per far uscire l’Italia dall’Organizzazione Mondiale
della salute (Oms), le dichiarazioni del ministro degli Esteri Tajani sulle
ragioni del mancato riconoscimento dello Stato di Palestina e sulla volontà
italiana di non finanziare più l’”Unrw”a, l’agenzia delle Nazioni Unite per i
rifugiati palestinesi.
Una
scopiazzatura delle scelte di Trump, per mostrarsi condiscendenti al di là dei
trattati internazionali e delle “Dichiarazione dei Diritti” firmati dalla
nostra Repubblica nei decenni passati.
A
questo si aggiungono – in puro spirito trumpiano – gli attacchi alla “Corte
Penale Internazionale”, che ricordiamolo poggia la propria esistenza sullo
“Statuto di Roma” e il silenzio agghiacciante sulle ipotesi del capo della Casa
Bianca di prendersi, con la forza, la Groenlandia, cioè una parte dell’Unione
Europea e, ricordiamolo, territorio della Nato.
Un
servilismo viscido e untuoso che male si addice a chi strepita di continuo di “valori
della Nazione” e di “difesa della Patria”, ma è utile invece a chi vuole
restare in sella, creando un grande fronte internazionale antidemocratico.
Sono
solo tre delle tante “bandiere rosse” d’allarme che si vedono. Potremmo
aggiungere la riforma della giustizia, l’abbaiare televisivo di una
sottosegretaria per impedire un dibattito, le continue querele ai giornalisti
per metterli a tacere.
Niente
di buono, con un’opposizione che non presenta un progetto politico e sociale
alternativo.
Nulla
di sensato se pensiamo che questo governo ci sta portando verso un
“autoritarismo consensuale” (attenzione, lo è stato anche il fascismo per
almeno due decenni), pur avendo un quarto dei voti dei potenziali elettori
italiani, cioè 12milioni di voti su 48milioni di votanti.
Andremo a sbattere contro un muro grazie ad
una minoranza.
In fondo, è vero: basta poca gente determinata
ad uccidere una democrazia fondata sull’indifferenza.
La
democrazia è finita nel non voto.
Marcelloveneziani.com
- Marcello Veneziani – (26 Ottobre 2025) – ci dice:
Ma si
può considerare ancora una democrazia se la maggioranza assoluta del popolo
italiano non va più a votare?
Abbiamo
davanti agli occhi tre tornate elettorali in tre regioni assai diverse, le
Marche, la Calabria e la Toscana che hanno premiato i governi regionali
uscenti:
nelle
Marche ha vinto la destra col presidente di destra, in Calabria ha vinto il
centro-destra con un presidente di centro, in Toscana ha vinto la sinistra, più
l’apporto marginale dei 5Stelle, con un presidente di sinistra.
Ma in
tutte e tre le regioni c’è un filo comune:
la maggioranza dei cittadini non è andata a
votare.
Anche
in regioni famose per l’alta affluenza elettorale, come la Toscana.
Ma si
può ancora definire una democrazia se il popolo sovrano a maggioranza assoluta
diserta le urne?
Un tempo l’Italia era uno dei paesi col più alto tasso
di partecipazione politica ed elettorale.
Si votava per tre grandi ragioni: per
convinzione, per convenienza e per impedire la vittoria del nemico.
Per
convinzione,
perché era forte la motivazione ideale e ideologica, oltre che politica.
Per
convenienza perché era diffuso il voto clientelare di scambio e il voto per
interesse.
E poi
si votava per timore che vincesse il nemico.
Il
Paese che andava poco a votare, la metà del suo elettorato non andava alle
urne, era gli Stati Uniti, che pure era considerato il paradigma della
democrazia.
Ma la
giustificazione era rassicurante:
non
c’era il timore che vincesse l’avversario perché si pensava che comunque non
era in pericolo la democrazia, non c’era il rischio di fuoruscita dal sistema.
Ma la
ragione per cui in Italia, e in Europa, si vota sempre meno, oggi non è quella,
ma un’altra:
è la persuasione che la politica, nonostante
la forte contrapposizione tra le forze in campo, non cambi le sorti di un
paese;
ci
sono poteri sovrastanti ai governi sovrani e il campo di decisione della
politica si è molto ristretto.
Inoltre
la politica ha deboli motivazioni ideali e politiche – il voto per convinzione
– e non riesce a garantire vantaggi ai singoli elettori – il voto per convenienza.
Di
conseguenza, la gente ha un impulso sempre più debole a votare, prevale
l’astensione, il tirarsi fuori dalla contesa, la sfiducia nella politica e
nelle sue capacità di governare i processi e avviare grandi riforme o frenare
declini, cadute e crisi strutturali.
Da
allora il voto tende a diminuire, fino a superare il livello di guardia della
maggioranza assoluta, con la sola speranza che questo non accada nelle grandi
competizioni politiche, dove seppure più flebili che in passato, sussistono le
ragioni di prima, e la forte personalizzazione della politica a cui assistiamo
da decenni, dal berlusconismo in poi, genera ancora ondate di simpatia e
antipatia che riescono a smuovere un po’ più i cittadini.
Ma
torno alla domanda iniziale:
si può
considerare una democrazia un sistema elettorale bocciato dai numeri, cioè
proprio dalla maggioranza degli elettori che in quanto maggioranza dovrebbe
essere sovrana?
La sovranità non vale anche nell’indicazione
di non voto, cioè nel rigetto della partecipazione elettorale?
Possiamo
dire che i paesi europei, e l’Italia tra questi, restano ancora, seppure tra
molte contraddizioni, cadute e punti oscuri, regimi di libertà. Ma la
democrazia è partecipazione.
Intendiamoci,
il governo del popolo è una “fictio”, una finzione politica e giuridica, perché
tra il voto e il governo c’è di mezzo l’interpretazione del voto, e poi le
alleanze, le mediazioni.
Non
c’è mai governo del popolo.
E nessuna forza, nessuna leadership riesce da
sola a ottenere la maggioranza assoluta dei consensi.
Quasi tutti i governi sono coalizioni, che a
volte nascono dopo l’esito del voto, dunque con una deviazione rispetto ai
programmi elettorali e alle scelte politiche con cui si erano presentati al
vaglio degli elettori.
Anche
l’onda populista, assai contrastata dall’establishment e dal mainstream,
raccoglie voti crescenti e a volte maggioritari, ma non bastano quasi mai a
formare governi, se non attraverso le alleanze.
E
dall’altra parte, maggioranze fragili, leadership instabili e spesso
minoritarie, come accade in molti paesi europei, alla fine ripiegano su governi
a forte trazione tecnocratica, cioè con esponenti che non provengono dal voto e
dai meccanismi democratici ma vengono in vario modo calati dall’alto, dai
poteri forti o da organismi internazionali.
Ma
tutto questo alla fine conferma la tendenza di cui si diceva prima: la
democrazia si svuota, si ritira, la gente non dà il suo consenso ai governi, al
più accetta rassegnato o nel nome di qualche emergenza, provvisorie coalizioni
e surrettizie leadership di tecnici, come da noi fu il caso di Draghi (non il solo né il primo).
D’altra
parte cosa si può fare per invertire la tendenza o quantomeno per frenare,
tamponare l’emorragia di consensi?
Si,
certo, restituendo qualità e motivazioni alte alla politica, selezionando
meglio il personale politico, garantendo una maggiore circolazione delle élite
politiche.
Ma sono raccomandazioni, auspici, buone
intenzioni.
Stiamo
tornando a esperienze di voto che precedono l’epoca del suffragio universale,
che era poi il compimento della democrazia.
Oggi
nelle urne si raccolgono i resti della politica e i voti in suffragio della
democrazia deceduta.
Dall’altra
parte incombono nel resto del mondo le autocrazie più agili nelle decisioni.
Siamo
in un punto difficile e pericoloso, da cui possiamo aspettarci di tutto.
(Panorama,
n.43).
Democrazia
in Europa: l’Italia tra
i
Paesi che “non rispettano”
lo
Stato di diritto.
Asvis.it
- Milos Skakal – Redazione – (28-03 -2025) – ci dice:
Per il
“report Liberties” il nostro Paese va male su indipendenza della giustizia,
libertà di espressione e diritto alla protesta.
Ma il
quadro è negativo per l’insieme dell’Ue.
L’ascesa
del populismo tra le cause del declino democratico.
Democrazia
in Europa: l’Italia tra i Paesi che “non rispettano” lo Stato di diritto.
In
Europa, la democrazia come forma di governo rischia nei prossimi anni di
diventare sempre più sbiadita, fino alla possibilità che alcuni Paesi scivolino
verso modelli autocratici.
Questo è l’allarme che lancia l’ong “Civil
Liberties Union for Europe” (Liberties) con il suo “Liberties Rule of Law
Report 2025”.
Il
documento, una versione “ombra” dell’analoga analisi sullo Stato di diritto
rilasciata annualmente dalla Commissione europea, è stato pubblicato il 17
marzo e fornisce una lettura indipendente sulle sfide che gli Stati membri
devono affrontare per salvaguardare le fondamenta della democrazia.
Una
democrazia in declino?
L’ong
con sede a Berlino valuta l’andamento, per ogni Paese membro dell’Unione
europea, di sei aree tematiche:
sistema
giudiziario, lotta alla corruzione, libertà di espressione, bilanciamenti e
contro-poteri, libertà civili, diritti umani.
Quest’anno
si registra un’evoluzione sostanzialmente negativa.
In molti Paesi i sistemi giudiziari vengono
manipolati dalla politica a dispetto della loro indipendenza, mentre sulla lotta alla corruzione
pesa la mancanza di trasparenza e una debolezza nell’applicazione delle leggi.
La
libertà di espressione è l’area che ha mostrato il maggior declino, per le
continue interferenze della politica sui mezzi di comunicazione e la
concentrazione dei media nelle mani di pochi proprietari.
L’interferenza
della politica nelle autorità di garanzia è una minaccia anche nei meccanismi
di bilanciamento e contro-potere, indeboliti dal ricorso sempre più
frequentemente di strumenti legislativi “veloci”, che non permettono un
adeguato scambio parlamentare.
“Global democracy index”: diminuiscono
nel mondo i governi democratici:
Secondo
l’Indice dell’Economist, nel 2024 solo il 45% della popolazione viveva in una
democrazia, il 39% sotto un regime autoritario e il 15% in sistemi “ibridi”.
In
ascesa disaffezione alla politica e populismo: pesa la scarsa fiducia nei
governi. (7/3/25).
Anche
gli spazi di libertà civili si riducono sempre di più, a causa di misure che
restringono la protesta pacifica e la libera associazione.
In particolare, l’anno scorso il diritto a
manifestare è stato represso in tutta Europa soprattutto per gli attivisti per
il clima e i manifestanti pro-Palestina.
Rispetto
ai diritti umani viene invece rilevata una continua pressione sull’inasprimento
delle politiche migratorie e una diffusione sempre più massiccia di discorsi di
odio verso le minorità.
Italia
tra i peggiori in Ue per lo Stato di diritto.
Nonostante
alcuni governi mantengano alta l’attenzione sul rispetto delle regole della
democrazia, come Danimarca, Irlanda ed Estonia, il quadro d’insieme mostra una
crescente disparità.
Si nota in particolare un continuo declino dell’indice
di salute dello Stato di diritto tra i Paesi in era già debole, come il nostro.
L’Italia
si annovera nel quarto gruppo, quello dei Paesi “i cui governi hanno
sistematicamente non rispettato lo Stato di diritto” lo scorso anno.
In
particolare per quanto riguarda l’indipendenza della giustizia, l’erosione
della libertà di espressione e il diritto alla protesta.
Tra le
raccomandazioni all’Italia riportate dal” report” viene sottolineata la
necessità di non approvare il Ddl 1660, anche detto “Sicurezza”, in quanto
introduce nuovi reati il cui obiettivo è criminalizzare il dissenso e i gruppi
più vulnerabili della società.
L’Italia
dovrebbe piuttosto promuovere delle misure che rafforzano previdenza e
inclusione sociale.
Populismo
e futuro della democrazia in Europa.
Nel
documento viene sottolineato anche che una delle cause dell’indebolimento della
democrazia liberale in Europa è l’aumento del peso e del numero di
organizzazioni politiche populiste, soprattutto nella rappresentanza
parlamentare europea.
Secondo uno studio dell’”European center for
populism studies”, citato dal Rapporto, circa il 36% dei seggi al Parlamento Ue
sono occupati da partiti populisti, e si registra nell’insieme una dominanza di
partiti di destra.
Quando
i partiti populisti vanno al potere, viene rimarcato, possono portare con loro
uno slittamento delle garanzie fondamentali e un declino democratico.
Ma
anche portare l’intero sistema verso l’autocrazia.
(Consulta
il Rapporto).
Studenti
“pro Pal” impediscono all'ex deputato Pd Emanuele Fiano di parlare
all'Università Ca' Foscari di Venezia.
Ilfoglio.it - Redazione – (27 ott. 2025) – ci
dice:
"Fuori
i sionisti dall'università" hanno scandito i collettivi al presidente di
Sinistra per Israele, impedendogli di partecipare a un evento con il presidente
della Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace: "Ennesimo episodio di
violenza politica".
La solidarietà di La Russa, di Calenda e degli
ex compagni di partito.
"Fuori
i sionisti dall'Università".
Con
questo coro all'Università Ca' Foscari di Venezia è stato impedito al
presidente di "Sinistra per Israele-Due popoli e due stati" Emanuele
Fiano di partecipare al dialogo con il presidente della Fondazione Venezia per
la ricerca sulla pace “Antonio Calò”, che si sarebbe dovuto tenere all'interno
di una delle sedi dell'ateneo.
"Gruppi
della sinistra giovanile - si legge in una nota dell'associazione - hanno
impedito al “presidente di Sinistra per Israele di parlare”.
Si tratta dell'ennesimo episodio di violenza
politica su danni proprio di chi da sempre è impegnato per la pace e la
risoluzione del conflitto in Medioriente".
L'azione
è stata portata avanti dalla Federazione giovani comunisti.
Non è
il primo caso di intolleranza verificatosi nelle università della città. A
luglio di quest'anno un docente era stato aggredito perché ritenuto troppo
vicino alle posizioni del rettore della “Iuav” “Benno Albrecht”, che ha sempre
rifiutato boicottaggi nei confronti delle università israeliane.
E
altri casi di aggressioni avevano coinvolto alcuni turisti israeliani a
settembre, tanto che il presidente della comunità ebraica di Venezia, parlando
col Foglio, aveva denunciato "un clima da anni Trenta".
"A
Emanuele Fiano a cui esprimo solidarietà e con cui ho sempre avuto un simpatico
rapporto personale, mi permetto di segnalare che almeno in questo caso citare
il fascismo come principio guida per i” pro Pal” è un po' azzardato.
Forse
riservare al fascismo le indubbie colpe storiche verso gli ebrei italiani e
chiamare invece col loro nome le idee che ispirano oggi i “pro Pal” sarebbe più
onesto e opportuno", ha scritto sui social il presidente del Senato
Ignazio La Russa.
"Solidarietà e un abbraccio a “Lele
Fiano” da parte mia e di tutta la “comunità di Azione”, oggi bersaglio di
intolleranza e di un'inaccettabile prevaricazione", ha scritto sui social
il senatore e leader di Azione” Carlo Calenda.”
"Oggi a Ca Foscari a Venezia un gruppo di
facinorosi “Pro Pal” ha violentemente impedito lo svolgimento di un incontro
sulla pace in Medio Oriente in cui avrebbe dovuto prendere la parola “Emanuele
FIANO”, da sempre impegnato per una soluzione di pace fondata sul principio
"Due Popoli/Due Stati".
Un
atto intollerabile figlio dei pregiudizi e del fanatismo di chi, invocando la
democrazia, ricorre a metodi squadristi per imporre parole d'ordine e visioni
del tutto opposte a valori di pace e giustizia", è invece il commento del
“deputato dem Piero Fassino”, anch'egli animatore di "Sinistra per
Israele".
Democrazia
a rischio: sì, il rischio non si chiama né Meloni né Schlein, ma Intelligenza
artificiale.
Ingenio-web
– (20-10 -2025) – Andrea Dari – Redazione - ci dice:
Non
sono i governi o i partiti a mettere in pericolo la libertà, ma l’algoritmo.
Con “Google
AI Mode” la ricerca diventa informazione preconfezionata: non cerchiamo più,
riceviamo risposte.
È
comodo ma rischioso, perché l’informazione perde il suo presidio umano e
nessuno risponde degli errori.
La libertà, oggi, è nel continuare a dubitare.
Ma
forse non è più sufficiente.
(Andrea
Dari -IA).
Mentre
Schlein si scaglia contro Meloni:
"Con
l'estrema destra al governo la libertà è a rischio" arriva in Italia “Google
AI Mode”.
È impressionante come chi governa - a
prescindere dal colore politico - il nostro Paese non si accorga che il vero
pericolo sia un altro.
E non è un “problema di businees” delle
testate editoriali, è un problema di libertà.
Con
l’arrivo di “Google AI Mode”, la ricerca diventa informazione preconfezionata:
non cerchiamo più, riceviamo risposte.
È comodo, ma pericoloso.
L’algoritmo
decide cosa è rilevante, sostituendo la nostra libertà di analisi con una
verità sintetizzata.
E se
la risposta è sbagliata, chi ne risponde?
Nessuno:
né un giornalista, né un direttore, né Google.
Così, l’informazione perde il suo presidio
umano e la responsabilità evapora.
La
vera libertà oggi non è chiedere a un’AI, ma continuare a dubitare delle sue
risposte.
Goethe
scriveva: «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza
esserlo.».
Per
chi ne vuole sapere di più ecco il mio articolo.
(Immagine
creata con ChatGPT: oggi il confine tra realtà e virtuale non è definito).
“Google
AI Mode”, la morte dell'informazione.
La
parola “informazione” deriva dal latino informatio, composto da in- (“dentro”)
e formatio (“formazione”, da formare = “dare forma”).
Letteralmente
significa “dare forma dentro”:
imprimere
una forma alla mente, plasmare il pensiero attraverso la conoscenza.
Nel
latino classico, “informatio” indicava l’atto di modellare o educare; solo più
tardi, con l’Umanesimo e poi con la Rivoluzione scientifica, assunse il
significato di trasmissione di notizie e conoscenze.
Etimologicamente,
quindi, informare non è “riempire” di dati, ma dare forma alla mente:
un
processo attivo, creativo e responsabile — esattamente ciò che rischiamo di
perdere se a “informarci” è un algoritmo.
Perché
questa precisazione etimologica?
perché
in Italia arriva Google AI Mode.
Il “5
marzo 2025” Google ha pubblicato un post sul proprio blog dal titolo “Expanding
AI Overviews and introducing AI Mode” firmato da “Robby Stein”, Vice President
di Product per “Google Search”.
Cosa
annuncia Google: sintesi.
Il
programma sperimentale “AI Mode” è un nuovo modo di fare ricerca/informazione
integrato direttamente nella ricerca Google. Google lo descrive come «la
modalità più potente di AI per la ricerca: chiedi qualsiasi cosa e ottieni una
risposta alimentata da AI, con la possibilità di approfondire con domande
successive e link utili».
AI
Mode si basa su un modello personalizzato del sistema “Gemini 2.0”, con
capacità di ragionamento avanzato, capacità multimodali (testo + immagini) e
utilizzo della tecnica “query fan-out“, cioè scomposizione della domanda in
sottotemi e ricerca simultanea su più fonti per costruire una risposta
articolata.
Viene
inoltre dichiarato che “AI Mode” non sostituirà i link al web:
la risposta “migliore” sarà, ove possibile,
quella generata dall’AI;
se la
fiducia è bassa, Google mostrerà nuovamente un insieme di risultati standard.
La
funzione è indicata come “early experiment” (“esperimento”):
Google
esplicita che «non sempre otteniamo la risposta giusta».
In un
aggiornamento del “30 settembre 2025” Google annuncia che “AI Mode” “can now
help you search and explore visually”, introducendo una modalità di ricerca
visiva, upload di immagini, descrizioni conversazionali (“barrel jeans che non
siano troppo larghi”) integrata nel flusso.
In
questi giorni gli editori di giornali associati alla “Fieg” hanno presentato un
reclamo formale all'”Agcom”, nel suo ruolo di “Coordinatore nazionale dei Servizi
Digitali”, contro il servizio "AI Overviews" di Google.
Analoga azione, promossa da” Enpa”, è in corso
presso i Coordinatori dei Servizi Digitali di altri Paesi Ue, con l'obiettivo
comune e condiviso di ottenere dalla Commissione Europea l'apertura di un
procedimento ai sensi del Dsa (Digital Services Act).
Con
l'introduzione di “AI Overviews” in Italia, e ancor più di recente della sua
funzione” AI Mode”, Google viola alcune disposizioni fondamentali del “Dsa”,
con effetti pregiudizievoli.
Nella “nota tecnica Fieg” spiega come Google
stia diventando un 'traffic killer':
Google
sta anteponendo le sue risposte AI alle query degli utenti integrandole
direttamente nell'elenco dei risultati, senza dover cliccare sulle fonti
originali, ossia i siti degli editori.
Stiamo
parlando di un prodotto - sostiene ancora la Fieg - che non solo si pone in
diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali ma che
determina anche una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi
dei relativi introiti pubblicitari, minacciando il loro rifinanziamento.
Ciò ha
gravi conseguenze per la sostenibilità economica e la diversità dei media, con
tutti i rischi correlati alla mancanza di trasparenza e al proliferare dei
fenomeni di disinformazione nel dibattito democratico.
Considerazioni:
quali implicazioni operative.
Per
l’utente, la promessa è di poter fare “una ricerca” più articolata
(multi-parte, complessa, visiva) e ottenere direttamente una risposta compiuta,
senza dover saltare fra decine di pagine web oppure riformulare la domanda in
modo iterativo.
Non si
tratta di un cambiamento minimo, è un cambio di paradigma: per Google, si
tratta di trasformare la funzione “motore di ricerca” (search engine) verso una
“machine di risposta” (answer engine) o “modo conversazionale di
ricerca/informazione”.
Diventa
a tutti gli effetti un editore, perché fornisce informazioni complete, dietro
un'elaborazione algoritmica di cui non si conoscono le regole.
Ma
avendolo chiamato "esperimento" non si assumano la responsabilità di
quello che scrivono, non ci mettono la faccia, non ci mettono la firma.
Ho
provato a fare un esempio, ho chiesto a una chatbot "Chi ha ragione tra la Schlein e
la Meloni nella polemica che si è creata?".
Ecco la risposta:
In
sintesi: entrambi
colgono un pezzo della realtà, ma nessuno la racconta per intero.
Se
Schlein sottolinea le fragilità democratiche e sociali, non considera
abbastanza i contesti internazionali, le scelte del governo e le resistenze che
esistono anche nel suo campo.
Se
Meloni enfatizza la continuità e i risultati, non spiega sempre le criticità
strutturali — salari bassi, servizio pubblico sotto pressione, disparità — e
reagisce con attacchi che polarizzano invece di favorire il dialogo.
Se
fossi in te, suggerirei di considerare la polemica come un allarme utile — non
tanto per valorizzare chi “vince” lo scontro, ma per porre la domanda: quanto è
forte il pluralismo, quanto è rispettato il dissenso, quanto è fatto per
affrontare le disuguaglianze?
È a
tutti gli effetti una risposta politica.
Mi
torna in mente una frase di Goethe — «Nessuno è più schiavo di colui che si
ritiene libero senza esserlo» — possiamo porre alcuni interrogativi critici sul
nuovo scenario dell’informazione.
Affidare
all’AI l’azione di ricerca-analisi-verifica-pubblicazione.
Oggi
gran parte dell’informazione — specialmente online — prevede che un giornalista
o un editor (responsabile) faccia: verifica delle fonti, analisi dei dati,
eventuali richieste di approfondimento, pubblicazione, attribuzione della
responsabilità.
Con AI
Mode e strumenti simili, stiamo progressivamente affidando a un algoritmo – non
a una persona – queste funzioni:
La
ricerca (l’AI scansiona il web, divide la domanda in sottotemi).
L’analisi
(l’AI “ragiona” su cosa cercare e come presentare la risposta).
La
sintesi/pubblicazione (l’AI produce una risposta integrata, presentata come
“risposta”).
Questo
sposta il paradigma: non più “io cerco e approfondisco”, ma “l’AI mi dà la
risposta”.
Il
rischio, e qui entriamo nel nodo della libertà: se credo di essere libero —
posso chiedere, ottenere, decidere — ma in realtà la mia ricerca è guidata da
un algoritmo che definisce i percorsi di approfondimento, le fonti visibili, le
risposte principali, allora… non sono effettivamente libero.
Mi
illudo di esserlo.
E
quindi — eccomi, schiavo:
schiavo
di una logica algoritmica che potrei non controllare, e che potrebbe
indirizzarmi in modo sub-ottimale.
E la
domanda da porsi è: Chi risponde se la risposta è sbagliata?
Facciamo
un esempio concreto:
uso AI
Mode per un quesito critico – ad esempio un dato tecnico per un progetto, o
un’informazione per un articolo.
L’AI
fornisce una risposta errata e ciò mi causa un danno — reputazionale, tecnico,
economico.
Chi ne
risponde?
Non è
il giornalista (non ha scritto, verificato – l’algoritmo ha scritto);
Non è
l’editor responsabile nel senso tradizionale (non ha supervisionato l’intero
processo, se l’AI risulta una “black box”);
È
Google (fornitore della piattaforma)?
Ma
l’utente/azienda può obiettare: “è un esperimento, me l’hanno detto”.
È
l’utente che ha usato lo strumento?
Si può
dire che l’utente avrebbe dovuto verificare autonomamente: ma allora quale
vantaggio ha avuto affidarsi all’AI?
Il
risultato è un buco responsabile: la responsabilità editoriale, storicamente
della persona fisica o giuridica che pubblica, oggi si smarrisce.
Se
l’AI diventa “autore” di fatto, ma non è una persona giuridica responsabile,
chi risponde?
Ed
entrando nel giornalismo: se un‘AI produce un articolo, chi risponde
dell’errore?
Il direttore responsabile (“direttore
responsabile” nella normativa italiana)?
Ma se
non ha controllato parola per parola, ma solo “lasciato fare” all’AI, la
responsabilità è elastica.
L’informazione
è a rischio?
Sì —
almeno in parte — e per più motivi:
Verifica
delle fonti e trasparenza:
Quando
la risposta è generata dall’AI, che fonde contenuti, si rischia un mix non
sempre tracciabile.
Se
manca trasparenza su “da quali fonti sono state estratte queste informazioni” o
su come è arrivata la conclusione, la fiducia cala.
Monopolizzazione
del traffico informativo:
Se
Google – con AI Mode – presenta risposte dirette che riducono il click verso i
siti autori, i giornali e i siti specializzati perdono visibilità, risorse
(pubblicitarie) e quindi capacità di produrre informazione di qualità. Questo è
già denunciato in Italia.
Effetti
collaterali sulla pluralità:
Se
poche “risposte AI” diventano standard, e l’utente si fida, potrebbe ridursi il
confronto fra fonti, l’approfondimento, la dissidenza.
In un
certo senso l’AI potrebbe diventare filtro unico, e dunque un rischio per la
diversità informativa.
Errore
e danno:
Come
detto sopra, se la risposta è sbagliata, chi fa da guardiano?
Se
l’utente non verifica, l’errore può propagarsi (pubblicazione, citazione,
decisione progettuale).
Illusione
di controllo:
Tornando
alla frase di Goethe — si può pensare che l’utente “libero” stia usando lo
strumento come preferisce, ma in realtà sta usando strumenti che possono
pilotare la ricerca, filtrare le opzioni, orientare la risposta. Se non vigile,
non è più “libero”.
Ma c'è
un problema anche di natura culturale, perché l'informazione non è più
informazione, perché come avevamo evidenziato in testa a questo articolo
informare non è “riempire” di dati, ma dare forma alla mente, è un processo
attivo, creativo e responsabile, è un percorso di approfondimento, di
costruzione di un'opinione, di consolidamento di conoscenza, non ottenere una
risposta pre- costruita — esattamente ciò che rischiamo di perdere se a
“informarci” è un algoritmo.
La
frase di Goethe ci avverte: se pensiamo di essere liberi — di cercare,
esplorare, decidere — ma accettiamo passivamente soluzioni “chiavi in mano”
senza assumerci la responsabilità della verifica, potremmo trovarci più schiavi
di prima.
L’introduzione
di Google AI Mode segna una svolta nella modalità di accesso all’informazione:
più
rapida, conversazionale, potente — ma anche più rischiosa se non accompagnata
da consapevolezza, trasparenza e responsabilità.
(Andrea
Dari)
PS. Se
questo vale per l'informazione, vale anche per altri ambiti e professioni:
penso a ingegneri, architetti, geometri per il nostro settore, ma anche a
avvocati, medici, commercialisti ... che la società artificiale cercherà di
sostituire con risposte generate da un algoritmo.
Il
prossimo piano urbanistico lo fa l'intelligenza artificiale sulla base dei dati
del Digital Twuin, il progetto architettonico lo elaborerà direttamente un
AGENS di Intelligenza artificiale dialogando con il committente, pubblico o
privato, che gli spiegherà le sue esigenze, il calcolo strutturale lo farà poi
un altro AGENS, dialogando direttamente con l'altro AGENS ...
"Matrix"
è sempre più vicina.
(Andrea
Dari -Ingegnere, Presidente della Casa Editrice IMREADY e direttore
Responsabile di INGENIO).
(ingenio-web.it/articoli/democrazia-a-rischio-si-il-rischio-non-si-chiama-ne-meloni-ne-schlein-ma-intelligenza-artificiale/).
Lo
stato di salute della
democrazia
in Italia e nell’UE.
Apceuropa.com
- Franco Chittolina – (23 Ottobre 2025) – ci dice:
È scoppiata nei giorni scorsi una dura polemica sulla
salute della nostra democrazia tra il presidente del Consiglio italiano e la
leader del principale partito di opposizione.
I toni
e le parole usate sono stati pesanti da entrambe le parti, anche se molto più
inopportune quelle pronunciate dalla “Capa” del governo nei confronti della
rappresentante dell’opposizione, a riprova che qualcosa scricchiola nella
nostra democrazia nazionale quanto al dovuto rispetto tra chi occupa il potere
e chi esercita il diritto-dovere dell’opposizione.
Qui
interessa portare l’attenzione su un’argomentazione, se così si potesse
chiamare, invocata da chi detiene il potere e ritiene la “Nazione” danneggiata
dalle critiche espresse all’estero da una forza di opposizione italiana, da “Elly Schlein che va in giro per
il mondo a diffondere falsità e a gettare ombre inaccettabili sulla Nazione”,
secondo Giorgia Meloni.
L’accusa
di giudicare a rischio la democrazia in Italia sarebbe stata aggravata dal
discredito provocato per la “Nazione” da una tribuna che, in questo caso, era
quella del” Congresso dei socialisti europei” ad Amsterdam.
Una
preoccupazione peraltro espressa lunedì scorso da “Sergio Mattarella”, anche
“lui in giro per il mondo” nel corso della sua visita di Stato in Belgio e,
poche ore dopo, risuonata alla tribuna del Parlamento europeo a Strasburgo.
Tutto
questo tralasciando molte altre tribune “in giro per il mondo” della”
presidente del Consiglio”, in trasferta dalla “Nazione” e alla corte di Trump,
tra faccette e parole, lanciando messaggi tutt’altro che neutri sulla politica
italiana.
A ben
vedere, si scontrano con chiarezza due visioni politiche:
non solo – e ci mancherebbe – relative alla
politica nazionale, come a proposito dell’asfittica manovra di bilancio dalla
quale distrarre l’attenzione, ma due culture divergenti nel loro sguardo sul
mondo e sull’Europa.
Ad
Amsterdam era riunito un pezzo importante delle forze politiche dell’Unione
Europea ed era del tutto pertinente che vi si valutasse lo stato di
salute della democrazia in un Paese che dell’Unione è stato fondatore, e dove
altri si candidano ad essere “affondatori” in nome della centralità della
“Nazione”.
Tradotto:
da una
parte l’accusa di lesa maestà per un giudizio pronunciato all’estero,
dall’altra la messa in guardia di un leader europeo in un contesto comunitario
che considera la democrazia un tema della “politica interna europea”.
Tutto
questo in coerenza con il quadro politico e giuridico che ha ancora trovato un
chiaro riscontro nella sesta relazione della Commissione europea, del luglio
scorso, sullo “Stato di diritto dell’Unione Europea”, dove sarebbe utile che
qualcuno andasse a leggersi il rapporto non proprio roseo sulla salute della
democrazia nel nostro Paese.
Vi si
troverebbe una fotografia in chiaro-scuro della democrazia nel nostro Paese:
si va
dalla valutazione critica del sistema giudiziario al livello della corruzione
(grazie anche alla soppressione dell’abuso d’ufficio) che “nel settore pubblico
continua ad essere relativamente elevato”, per concentrare subito dopo la
preoccupazione sul “pluralismo dei media e la libertà dei media”, proprio il
tema che ha scatenato la polemica in riferimento all’attentato nei confronti
del giornalista della trasmissione RAI di “Report”.
Questo
capitolo andrebbe letto integralmente, anche perché qualche serio interrogativo
lo solleva sulla salute della libertà di stampa in Italia: dall’invito al
miglioramento del sostegno pubblico” per i media alla preoccupazione per “le
norme sull’accesso alle informazioni giudiziarie” e alle condizioni che i
“giornalisti continuano a dover affrontare nell’esercizio della professione”,
constatando che “nel 2024 gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti
sono aumentati del 16% rispetto al 2023”.
Tutte
cose sapute e risapute a Bruxelles e chi ne ha parlato ad Amsterdam non ha
rivelato segreti di Stato né è affatto andato fuori tema:
si è
limitato a mettere in guardia l’Italia perché non contribuisca all’erosione
della democrazia in corso nell’Unione Europea, come ormai molti temono tra i
nostri partner comunitari.
Un
pericolo per la democrazia:
perché
“Mohammad Hannoun”
non
può restare in Italia.
Ilgiornale.it
– Andrea Pasini – (22 ottobre 2025) – ci dice:
Un
individuo che secondo le autorità o le cronache incita alla violenza, offende
pubblicamente la stampa o manifesta vicinanza ad ambienti estremisti
rappresenta un rischio per la convivenza civile e per i valori costituzionali.
Un
pericolo per la democrazia: perché “Mohammad Hannoun” non può restare in Italia.
Quando
un uomo pronuncia parole che inneggiano alla violenza e difende apertamente chi
la pratica, la società civile deve reagire.
Non è
una questione ideologica: è una questione di sicurezza nazionale.
Mohammad
Hannoun, al centro di un caso che ha scosso l’opinione pubblica, è divenuto
simbolo di un problema che riguarda la tenuta stessa del nostro Stato
democratico.
Dalle
inchieste giornalistiche emergono frequentazioni, dichiarazioni e posizioni che
secondo le cronache hanno evidenziato una presunta vicinanza a “Hamas”,
organizzazione indicata dagli Stati Uniti e da gran parte della comunità
internazionale come terroristica.
Gli
Stati Uniti hanno designato Hamas come” Foreign Terrorist Organization” (FTO)
già dagli anni Novanta.
Ciò significa che chi ne sostiene l’azione o ne
condivide le finalità viene collocato, dalle autorità americane, nel perimetro
di un movimento ritenuto parte integrante di un fenomeno terroristico globale.
Non si
tratta di opinioni, ma di atti ufficiali: il Dipartimento di Stato e il
Dipartimento del Tesoro hanno più volte sanzionato “i canali di finanziamento
riconducibili a Hamas e ai suoi sostenitori.”
Secondo
numerose inchieste giornalistiche italiane, “Hannoun” sarebbe coinvolto in
attività e iniziative che a giudicare dalle informazioni riportate da fonti
statunitensi potrebbero essere considerate di contiguità con ambienti vicini a
Hamas.
“
Hannoun” ha sempre negato ogni coinvolgimento diretto e respinto ogni accusa,
pur dichiarando pubblicamente la propria “simpatia per Hamas”:
un’affermazione
significativa, considerato che si tratta di un gruppo definito terroristico da
leggi internazionali.
Ancora
più allarmanti sono le parole pronunciate pubblicamente, riportate da diverse
testate italiane:
«Chi uccide va ucciso. I collaborazionisti
vanno uccisi».
Non è
linguaggio politico.
È
linguaggio di guerra. E in un Paese democratico questo tipo di messaggio non
può essere tollerato.
Secondo
quanto documentato da più redazioni,” Hannoun” avrebbe attaccato verbalmente e
rivolto espressioni offensive nei confronti dell’editore e dei giornalisti del
quotidiano “Il Tempo”, che ha condotto l’inchiesta sul suo conto.
Un
fatto giudicato grave da numerosi osservatori del settore dell’informazione.
Le
parole di” Hannoun” sono state riportate fedelmente dalle cronache e che, per
tono e contenuto, sono state percepite come un tentativo di intimidire la
stampa.
Colpire
i giornalisti accusarli, insultarli o screditarli e questo è il primo passo di
chi rifiuta la democrazia.
In un
sistema libero, la stampa è lo scudo della verità.
Ogni
minaccia, anche verbale, rivolta a chi informa i cittadini è un colpo diretto
al cuore della libertà.
Le
dichiarazioni attribuite a Hannoun non sono soltanto un’offesa:
sono un campanello d’allarme per la sicurezza
nazionale.
Una
società che resta in silenzio davanti a simili episodi smette di essere libera.
L’Italia
ha il diritto e il dovere di difendere sé stessa.
La legge prevede l’espulsione di cittadini
stranieri per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato.
Non è
un atto politico, ma una misura di tutela collettiva.
Un
individuo che secondo le autorità o le cronache incita alla violenza, offende
pubblicamente la stampa o manifesta vicinanza ad ambienti estremisti
rappresenta un rischio per la convivenza civile e per i valori costituzionali.
Lasciarlo libero di agire significherebbe legittimare
la propaganda dell’odio e offrire terreno fertile a chi sogna di demolire le
fondamenta democratiche del Paese.
Difendere
la democrazia non significa accettare tutto.
Significa
sapere dove finisce la libertà di parola e dove comincia l’istigazione alla
violenza.
Chi
giustifica o glorifica chi usa il terrore come strumento politico non può
nascondersi dietro la libertà di espressione.
L’Italia
deve agire con fermezza e trasparenza, ma senza esitazioni.
Ogni
giorno di silenzio è un giorno regalato all’estremismo.
Ogni
minaccia non punita è un colpo inferto al cuore dello Stato di diritto.
E c’è
un grave problema di sicurezza riguardo anche al fenomeno emulativo che, con
questa propaganda d’odio, si può generare nel Paese un rischio forse ancora più
pericoloso.
L’eventuale
espulsione di “Mohammad Hannoun” non sarebbe una vendetta politica:
sarebbe
un atto di autodifesa democratica, da valutare nel pieno rispetto delle leggi e
delle garanzie costituzionali.
Un
Paese libero non può permettere che chi incita alla violenza o minaccia la
stampa continui a operare indisturbato sul suo territorio.
Difendere
la libertà non significa
restare
neutrali di fronte all’odio:
significa
scegliere da che parte stare.
E
l’Italia, se vuole restare una democrazia viva e sicura, deve stare senza
ambiguità dalla parte della legge, della verità e del coraggio civile.
'I
saluti romani paramilitari sono un pericolo per la democrazia.'
Ansa.it
– Redazione Ansa – (27 ottobre 2025) – ci dice:
Il “Pg.
Milano” sul caso del corteo per Ramelli. Inchiesta su Predappio.
"Accertata la matrice fascista del saluto romano,
queste manifestazioni con centinaia e centinaia di persone, schierate come
formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un
pericolo per l'ordinamento costituzionale e continuano a tenersi, una ce ne è
stata non più tardi di ieri, e trovano terreno sempre più fertile".
Così la sostituta pg di Milano “Olimpia Bossi”
ha fatto riferimento anche alla manifestazione di Predappio nel suo intervento
nel processo d'appello a carico di 13 esponenti dell'estrema destra per i
saluti romani, dopo la cosiddetta "chiamata del presente", il 29
aprile 2018 al corteo che si tiene ogni anno nel capoluogo lombardo in memoria
di Sergio Ramelli, militante del” Fronte della Gioventù “ucciso da un commando
di “Avanguardia Operaia” nel '75.
Intanto,
proprio per quelle braccia tese al cimitero di San Cassiano, davanti alla
cripta con le spoglie di Benito Mussolini e per commemorare la marcia su Roma,
la Questura di Forlì, a seguito dei primi accertamenti della Digos nelle
indagini della Procura, ha già identificato una trentina di persone.
E si
stanno ancora analizzando le immagini per individuarne altre.
Nel
processo milanese in primo grado, nel luglio del 2023, i tredici imputati sono
stati condannati a 4 mesi e oggi la pg Bossi ha ribadito, davanti alla quarta
sezione penale della Corte d'Appello (presidente del collegio Vincenzo
Tuminelli), la richiesta di conferma del verdetto del Tribunale milanese per il
reato di manifestazione fascista, previsto dalla legge Scelba.
Per la
Procura generale milanese, così come per la Procura (che ha fatto ricorso
contro 23 assoluzioni per il corteo per Ramelli del 2019, con inizio
dell'appello fissato per domani), quelle centinaia di persone che fanno il
saluto romano ogni anno, con quelle modalità, rappresentano un pericolo di
ricostituzione del partito fascista.
"Non
è vero che la Cassazione con la recente sentenza - ha spiegato la pg - abbia
escluso la natura di reato del gesto, a differenza di alcune ricostruzioni
mediatiche, ma ha spiegato che bisogna capire se quel gesto, per le modalità
della manifestazione, sia tale da costituire un pericolo attraverso la
propaganda di idee fasciste e queste manifestazioni, con strutture quasi
militari, lo sono".
Il
bene "protetto - ha aggiunto - è l'ordinamento costituzionale, che vieta
la ricostituzione del partito fascista".
Nel
processo è parte civile l'Anpi con l'avvocato” Federico Sanicato”, il quale ha
chiarito che "la norma vuole evitare queste manifestazioni in luogo
pubblico che hanno la capacità di suggestionare terze persone".
Per i
legali degli imputati, tra cui gli avvocati Procaccini, Giancaspro e Radaelli,
"è dal 76 che si tiene questa manifestazione per Ramelli e ci sono state
più sentenze assolutorie negli anni: è sempre stata riconosciuta come
manifestazione commemorativa".
Con la sentenza di condanna dei 13 imputati il
Tribunale aveva considerato assorbito l'altro reato contestato dai pm, ossia
l'incitamento "alla discriminazione o alla violenza per motivi
razziali", previsto dalla legge Mancino, a quello di manifestazione
fascista.
La pg ha chiesto di confermare le condanne per
il secondo reato, sulla base proprio dell'ormai nota sentenza della Cassazione
a Sezioni Unite.
Il
verdetto d'appello è atteso per dicembre.
Il
piano di riarmo europeo:
un
dramma annunciato per
il welfare
e le finanze pubbliche.
ComeDonChisciotte.org
- Alessandro Fanetti – (28 Ottobre 2025) – ci dice:
Nel
cuore dell’Europa si sta consumando un passaggio epocale che rischia di
travolgere anche la stessa narrativa mainstream sul progetto europeo.
Narrativa
che, dal dopoguerra ad oggi, ha sempre “venduto” il “prodotto unità europea”
come l’unico capace di garantire la pace e la prosperità per chi ne faceva
parte.
Per
dirla con le parole dell’ex “Commissario Europeo Borrell” nel 2022: “[…]
L’Europa è un giardino, […] tutto funziona, […] mentre la maggior parte del
resto del mondo è un jungla […].”
Passaggio
epocale rappresentato dal massiccio piano di riarmo già annunciato e
ardentemente promosso da alcuni Paesi europei, nonché appunto dalla stessa
Commissione.
Piano
che segue comunque un riarmo “fuori scala” già abbondantemente iniziato almeno
dal 2022.
Alcuni
dati per rendere chiara la situazione:
Nel
2024 i Paesi membri dell’UE hanno speso circa 343 miliardi di euro in difesa.
Nel 2021 avevano speso circa 214 miliardi.
A
livello NATO, la grande maggioranza dei Paesi membri spende già il 2% del PIL
in difesa (con alcuni che già superano tale soglia) ed entro il 2035 tale
percentuale dovrà essere del 5%.
Il
“Piano della Commissione Europea” prevede di far spendere fino a 800 miliardi
in più nel comparto difesa in UE, con la possibilità per ogni Stato membro di
aumentare la sua spesa militare dell’1,5% fuori dal Patto di Stabilità.
Un
piano mastodontico, dunque, presentato ufficialmente come l’unica risposta
possibile all’ “orso russo”, ma che già si configura chiaramente come una
svolta ideologica e sistemica destinata a sacrificare le ultime vestigia dello
stato sociale europeo.
Il
tutto a discapito dei cittadini comuni ma a ovvio e grande beneficio di quello
che potrebbe essere chiamato come una sorta di “partito della guerra”, con le
lobby dell’industria bellica e dei grandi gruppi finanziari già pronti a
banchettare sul mare di denaro promesso da questo piano europeo.
Piano
che, per non spaventare troppo il cittadino comune, nel tempo ha cambiato nome:
da “Re
Arm EU” a “Readiness 2030”.
Cittadino
comune che evidentemente viene considerato come una sorta di quello che
talvolta viene chiamato il “pollo” al tavolo da poker, ossia il giocatore poco
esperto che viene agilmente “fregato” con qualche facile “artificio”.
La
Commissione Europea, in un crescendo bellicista che sembra ignorare le
condizioni reali dei suoi Stati membri e delle popolazioni che ivi abitano, ha
varato un piano che prevede dunque l’aumento sistematico delle spese militari.
Ma con
quali benefici concreti per le popolazioni europee, già duramente provate da
inflazione, precarietà, aumento del costo della vita e smantellamento del
welfare?
La
risposta è chiara: nessuno.
Nei
confronti dei popoli europei, infatti, il piano non sembra assolutamente
concepito anche solo per rafforzare la loro sicurezza (se non appunto il loro
benessere), in primis e se non altro perché la grande maggioranza degli
investimenti avverrebbe per singolo Stato (ognuno con le proprie “necessità
securitarie” e interessi strategici) e con poca omogeneità di veduta e accordo
strategico fra i membri, ma più per garantire una sorta di “asservimento
psicologico” ad una narrazione di guerra continua.
Una sorta di guerra continua in cui il
“nemico” (oggi principalmente la Russia, mentre domani qualche altro o magari
l’intero “Sud globale”) è la scusa perfetta per giustificare misure
straordinarie, tagli ai diritti, restrizioni economiche e, soprattutto, una
subordinazione pressoché completa dell’economia europea agli interessi
dell’apparato militare – industriale euroatlantico.
Un
piano più per la guerra che per la pace.
Nella
retorica ufficiale, il piano di riarmo è una risposta “difensiva” al conflitto
in Ucraina, ma la realtà appare ben diversa.
Infatti, sin dal 2014 l’Unione Europea sembra
aver abbandonato ogni tentativo di mediazione diplomatica reale e sostanziale,
seguendo acriticamente la strategia di contenimento della Russia.
L’obiettivo non dichiarato ma evidente, a mio avviso,
è in ultima istanza quello di impedire la nascita di un ordine mondiale
multipolare in cui anche l’Europa potrebbe giocare un ruolo autonomo.
Al contrario, sembra proprio che sia stata
scelta la subordinazione completa alla NATO (con Washington che fa il “bello e
cattivo” tempo), sacrificando non solo una certa sovranità politica ma anche
economica.
Il
Presidente USA Trump mette solo a nudo, con il suo stile, quello in realtà
esiste da tempo in concreto ma che è quasi sempre rimasto nascosto agli occhi
del grande pubblico grazie alla “diplomazia pubblica ovattata”: la
subordinazione dell’UE e della NATO agli USA e ai suoi interessi (o a quelli
che difende).
In
tale situazione così tesa il risultato è, fra le altre cose, una certa
criminalizzazione delle voci dissidenti (politiche, intellettuali o popolari) e
l’adozione di misure sempre più repressive.
Con lo
spauracchio della paura (abilmente alimentato da molti media e da una certa
élite politica) che serve a generare consenso verso misure impopolari: in
primis l’aumento delle spese militari e l’invio di armi, nonché la chiusura dei
canali diplomatici e la distruzione progressiva di ogni legame economico con i
Paesi considerati ostili (come la Russia).
E a
tutto questo si accompagna purtroppo una cosa forse ancora più sinistra: la
cannibalizzazione delle finanze pubbliche.
In
sostanza, per finanziare il riarmo si saccheggia lo stato sociale.
Sanità,
istruzione, pensioni, trasporti, edilizia popolare: tutto viene de-finanziato
in nome di una “sicurezza” che necessita di sempre maggiori risorse.
In una spirale perversa e senza fine (se non
con lo scoppio di una vera guerra estesa fra grandi potenze).
Il
possibile furto delle riserve russe: un potenziale precedente gravido di
conseguenze (non solo per l’Europa).
In
questo contesto, un’altra “trovata” dell’establishment europeo è la proposta,
già in fase avanzata, di utilizzare le riserve valutarie e auree della Banca
Centrale Russa (congelate all’interno della giurisdizione UE) per finanziare il
prosieguo del conflitto in Ucraina.
Un’operazione
che viola pericolosamente vari principi del diritto internazionale e
contrattuale, nonché segna un pericoloso precedente per il futuro del sistema
finanziario globale.
Una
sorta di espropriazione forzata di beni sovrani che apre la strada a un effetto
domino potenzialmente devastante. Infatti, se oggi le riserve di un Paese
qualsiasi (in questo caso una grande potenza come la Russia) possono essere
espropriate con un colpo di penna, chi può garantire che domani non toccherà
anche ad altri Stati?
Al di
là delle conseguenze economiche, poi, si tratta di una scelta che rischia di
compromettere qualsiasi possibilità di risoluzione pacifica del conflitto
ucraino.
Anziché favorire il dialogo, l’Europa tende a
gettare benzina sul fuoco, con la Russia che ha già annunciato possibili
contromisure dure e immediate all’esproprio dei suoi beni in UE, le quali
potrebbero includere il sequestro di asset occidentali sul suo territorio e il
rafforzamento dei meccanismi di de-dollarizzazione dell’economia globale.
Una
guerra al Sud del mondo e ai poveri (e alla classe media) d’Europa.
Sembra
sempre più evidente come il piano di riarmo europeo si configuri dunque non
solo come un tentativo di proseguire il conflitto “sine die” ma anche come una
guerra al “Sud”, quest’ultimo inteso sia come “Sud del mondo” che come “Sud
sociale” interno all’Europa.
In
nome di una necessaria presunta lotta all’ultimo sangue per la democrazia
liberale in pericolo, minacciata e assediata dalla giungla rappresentata dal
resto del mondo, si giustificano missioni militari ai quattro angoli del globo
ed embarghi economici contro i Paesi non allineati, nonché politiche
neocoloniali travestite da “aiuti allo sviluppo”.
Il
risultato è sotto gli occhi di tutti…
E
anche i cittadini europei vengono trasformati in “bersagli” di una guerra
economica sempre più aspra.
Le
classi popolari pagano con l’inflazione, i tagli al welfare e la
precarizzazione del lavoro, nonché con un certo sentimento interiore (in ampie
fette di popolazione) di paura, rassegnazione e ritiro sociale.
La
costruzione di un nemico permanente è certamente funzionale a questo disegno.
Conclusione.
Il
piano di riarmo europeo, insieme all’esproprio delle riserve russe, a mio
avviso rappresenta dunque l’ulteriore tentativo dell’élite occidentale di
mantenere un ordine unipolare ormai morente.
Un ordine
globale insidiato dalla “proposta multipolare” portata avanti in primis dal
“Sud globale” (ma sostenuta anche da larghi strati della popolazione
occidentale).
Per
dirla con le parole del grande pensatore italiano “Antonio Gramsci”: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello
nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.”
Sta
anche all’impegno di ognuno di noi e di tutti i popoli interessati alla pace e
al benessere, cercare di opporci all’escalation e promuovere una relazione win
– win a tutti i livelli.
(Alessandro
Fanetti).
Un
ripensamento radicale nei confronti della Cina.
Comedonchisciotte.org
– CptHook – (27 Ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
(Simplicius
– Simplicius the Thinker – 25 ottobre 2025)
Lo
sollecita RAND mentre si diffonde la consapevolezza del suo risveglio.
Il
think tank RAND, famoso per i suoi influenti documenti politici che hanno
plasmato le relazioni tra Stati Uniti e Russia, ha pubblicato un appello
illuminante che invita a un cambiamento di rotta nei confronti della Cina.
Ciò
avviene sulla scia delle recenti escalation tra Trump e la Cina che, a quanto
pare, hanno notevolmente preoccupato gli addetti ai lavori del sistema dello
“Stato profondo”, al punto che per una volta hanno iniziato a mettere da parte
il loro orgoglio e a immaginare un approccio più calmo e conciliante nei
confronti della Cina, in modo da non sconvolgere troppo lo status quo globale.
Ecco
una sintesi del documento:
(rand.org/pubs/research_reports/RRA4107-1.html).
(rand.org/content/dam/rand/pubs/research_reports/RRA4100/RRA4107-1/RAND_RRA4107-1.pdf).
Le
loro conclusioni principali sono che la Cina e gli Stati Uniti dovrebbero
sforzarsi di raggiungere un modus vivendi accettando reciprocamente la
legittimità politica dell’altro e limitando, almeno in misura ragionevole, i
tentativi di minarsi a vicenda.
Cosa
ancora più significativa e rivelatrice, la RAND raccomanda in particolare alla
leadership statunitense di rifiutare l’idea di una “vittoria assoluta” sulla
Cina, di accettare la politica della “Cina unica” e di smettere di provocare la
Cina con visite a Taiwan a sfondo militare, volte specificamente a mantenere la
Cina sotto minaccia e in uno stato di allerta.
Il
documento si apre con una lunga digressione storica che contestualizza il modo
in cui le potenze globali rivali possono coesistere, e lo hanno fatto in
passato.
Essi
identificano persino l’URSS di Lenin come avente una visione di relazioni
stabili con l’Occidente, nonostante il riconosciuto perseguimento della
rivoluzione marxista da parte dell’URSS. L’esempio più recente che forniscono è
la distensione tra Stati Uniti e URSS dal 1968 al 1979 circa, quando entrambe
le parti si resero conto che un’escalation senza limiti era pericolosa e
insostenibile.
In
realtà, la distensione emerse in parte perché entrambe le parti coinvolte nella
Guerra Fredda si resero conto che una competizione totalmente priva di regole e
restrizioni era insostenibile e, di fatto, minacciava la loro sopravvivenza.
Questa
consapevolezza emerse non solo a Washington e Mosca: iniziative come l’idea
della Ostpolitik della Germania Ovest si basavano su intuizioni simili e
perseguivano obiettivi analoghi.
Durante
il periodo di massimo splendore della distensione, i leader statunitensi e
sovietici abbracciarono i due aspetti fondamentali che definiscono una
competizione stabile: cercarono alcuni elementi di uno status quo concordato,
compresi i regimi di controllo degli armamenti, e stabilirono legami personali
tra i funzionari, nonché meccanismi di gestione delle crisi, che contribuirono
a riportare l’equilibrio nelle relazioni complessive.
Con
una visione sorprendentemente equilibrata, gli autori della RAND hanno persino
difeso indirettamente Breznev per i suoi sforzi di ricerca della pace.:
Sergei
Radchenko concorda sul fatto che coloro che vedevano Breznev come qualcuno che
cercava di ingannare o intrappolare gli Stati Uniti ‘fraintendono completamente
ciò che stava cercando di fare.
Fedele
al suo sincero impegno per la pace mondiale, Breznev proclamò che il suo
obiettivo non era altro che salvare la civiltà stessa o, per essere più
precisi, la civiltà europea’.
Nella
lunga sezione successiva dell’articolo, gli autori esaminano meticolosamente
anche varie dichiarazioni interne del PCC e “discorsi segreti”, reinterpretando
molte delle presunte dichiarazioni “dure” fatte da Xi e dai suoi compatrioti
con traduzioni più sfumate delle parole chiave, che in precedenza erano state
fraintese perché ritenute minacciose o bellicose.
Diversi
autori hanno anche tradotto termini cinesi con alternative inglesi più
aggressive di quanto potrebbero suggerire le fonti originali in lingua cinese.
In questa sezione forniamo quattro esempi di tali traduzioni e interpretazioni:
il riferimento all’uso di ‘strumenti di dittatura’; la differenza tra lotta
‘aspra’ e ‘violenta’ con l’Occidente; le sottili differenze nella traduzione
dei termini cinesi con ‘offensivo’ in inglese; e l’uso della traduzione ‘arma
magica’.
Sorprendentemente, la RAND difende l’idea di una Cina
potenzialmente pacifica, la cui leadership non è orientata al dominio mondiale
e all’imperialismo, ma piuttosto a una legittima influenza sulle proprie sfere
di interesse.
Evidenziando
i dibattiti e le sfumature nell’interpretazione e nella traduzione, piuttosto
che considerare l’assertività della Cina in termini assoluti, la nostra analisi
suggerisce che essa esiste su un continuum che è influenzato dal contesto
situazionale, storico e linguistico. Gli strateghi cinesi, ad esempio, vedono
il loro Paese come una potenza globale in espansione che merita nuove sfere di
influenza, ma non considerano questi sforzi come imperialistici o storicamente
unici, e rimangono almeno concettualmente legati all’idea che la Cina rimarrà
una potenza mondiale pacifica e legittima.
Un
suggerimento chiave del team RAND:
Gli
sforzi della Cina per diventare più proattiva sulla scena internazionale e
sviluppare un esercito di “livello mondiale” non sono necessariamente sempre di
natura offensiva.
È
chiaro che la RAND sta cercando disperatamente di convincere i politici
statunitensi ad abbandonare la loro visione del mondo obsoleta e miope,
incentrata sull’idea che qualsiasi sfidante debba per sua natura rappresentare
lo stesso tipo di eccezionalismo egemonico coltivato dagli stessi Stati Uniti
per oltre un secolo.
Gli Stati Uniti vedono il mondo intero come
una minaccia, allo stesso modo in cui un ladro diffida di tutti coloro che lo
circondano:
è un senso di colpa passato sublimato in
sospetto nazionale e sovversivo machiavellico.
Gli
Stati Uniti, essendo il pernicioso frutto dell’ex Impero britannico, hanno
ereditato tutte le caratteristiche belliciste della loro ex madrepatria. La
RAND cerca qui di allontanare la cultura politica statunitense da questo
approccio perennemente conflittuale e ostile alla diplomazia estera perché,
come è ormai evidente, le persone “dietro le quinte” hanno lentamente
riconosciuto che il confronto con la Cina non porterà a una sorta di guerra
globale, ma piuttosto alla realtà molto più cruda che gli Stati Uniti
semplicemente non sono più quelli di una volta e non hanno la capacità
schiacciante di intimidire la potenza emergente più importante del mondo.
Pertanto,
questo invito della RAND all’azione non è, come vorrebbero farci credere, una
sorta di misura pacifista di de-escalation, ma piuttosto un tentativo disperato
di evitare agli Stati Uniti un’umiliazione storicamente fatale e una sconfitta
geopolitica per mano della Cina.
Si
spingono addirittura ad attribuire la colpa a Taiwan e ai suoi leader per aver
provocato la situazione e suggeriscono agli Stati Uniti di affermare la loro
influenza per ridimensionare Taiwan, ricordando ai suoi leader che sono
semplici pedine tra grandi potenze e che non dovrebbero oltrepassare il loro
ruolo nel mantenimento dello status quo.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te, ad esempio, ha
rilasciato numerose dichiarazioni che hanno suscitato dure reazioni retoriche e
un aumento delle attività militari da parte della Cina.
Tali
attività includono l’affermazione che Taiwan è una ‘nazione sovrana e
indipendente’ e l’annuncio di misure per contrastare l’influenza e lo
spionaggio della Cina, definendola una ‘forza straniera ostile’.
Sebbene
gli Stati Uniti non siano responsabili e non possano controllare completamente
le attività di Taiwan, forniscono sostegno militare e una deterrenza estesa de
facto a Taiwan.
Per questo motivo, hanno un potenziale potere
di influenza su Taiwan per limitarne le attività che turbano lo status quo
sostenuto dagli Stati Uniti.
Recentemente
sono circolate voci secondo cui gli Stati Uniti avrebbero segnalato un accordo
segreto e tacito per trasferire la maggior parte della produzione della TSMC
negli Stati Uniti prima di “dare il via libera” all’acquisizione dell’isola da
parte della Cina, che in seguito sarebbe diventata inutile per l’Occidente.
Sebbene tali ipotesi siano speculative,
rappresenterebbero in realtà una sorta di accordo equo per la Cina, che sarebbe
lieta di perdere la TSMC per ottenere pacificamente tutta Taiwan, poiché molto
probabilmente finirebbe comunque per superare gli Stati Uniti nella produzione
di chip, nella litografia e nei settori correlati. Diversi analisti di spicco
su X hanno ipotizzato un accordo di questo tipo.
L’amministrazione americana rimane in silenzio
riguardo alla costruzione delle chiatte del ponte Shipibo da parte del governo
di Pechino, che possono servire solo a un unico scopo: invadere Taiwan.
Non
sono qui per discutere se la Cina abbia il diritto di reintegrare Taiwan.
Voglio
andare oltre.
In un
possibile accordo tra Stati Uniti e Cina, sembra che l’industria dei chip di
Taiwan trasferirà il 50% delle sue attività negli Stati Uniti, mentre il
restante 50% rimarrà in Cina.
Il
problema è che Taiwan non ha acconsentito a questo trasferimento.
È
probabile che parte dell’industria venga ceduta agli Stati Uniti dopo la
reintegrazione nella Cina che, dato il ritmo dei movimenti dei trasporti,
potrebbe non essere troppo lontana.
Proprio
come gli americani non si oppongono alle attività in Asia, la Russia e la Cina
rimangono in silenzio riguardo al Venezuela.
Qualsiasi
paese che avesse inviato una flotta, iniziato ad affondare navi o minacciato
un’invasione sarebbe già sotto il controllo internazionale.
Invece,
c’è silenzio perché anche la Cina e la Russia tacciono sul Venezuela.
Allo stesso modo, gli europei preferiscono
evitare problemi con gli Stati Uniti, sapendo che solo l’impegno degli Stati
Uniti in Ucraina può portare un po’ di sollievo.
Ora,
menzionerò la posizione degli Stati Uniti nel prendere le distanze
dall’Ucraina.
Non ci
sono più armi o sostegno americani per l’Ucraina sotto l’attuale
amministrazione statunitense.
Questo è chiaro fin da gennaio.
Mi
sembra che si tratti solo di un riallineamento della “Dottrina Monroe 2.0”.
Gli
Stati Uniti hanno accettato di condividere l’industria dei chip di Taiwan con
la Cina, lasciare l’Ucraina alla Russia e fingere di non vedere l’invasione del
Venezuela.
La mia
percezione è che oggi stiamo assistendo a questo accordo e non c’è nulla o
nessuno che possa fare qualcosa al riguardo.
Continuo
a non capire dove si collochino Iran, Corea del Nord, Yemen e altri paesi in
tutto questo.
Ora
attendiamo le opinioni dei nostri analisti politici!
A
sostegno dell’idea principale secondo cui gli Stati Uniti potrebbero
allontanarsi, anziché avvicinarsi, al confronto con la Cina nell’inevitabile
scontro tra superpotenze che tutti sembrano attendere, la giornalista “Aida
Chavez” afferma che fonti le hanno riferito che la CIA sta valutando la
possibilità di chiudere la sua missione in Cina.
(x.com/aidachavez/status/1981350034647240893)
Tuttavia,
da allora ha aggiornato il suo articolo con una smentita ufficiale della CIA,
anche se sta a voi decidere di chi fidarvi:
Aggiornamento
(24 ottobre 2025):
dopo
la pubblicazione, un portavoce della CIA ha respinto l’affermazione secondo cui
l’agenzia starebbe valutando la chiusura del suo “China Mission Center”
definendola ‘falsa, assurda e totalmente infondata’. L’agenzia non ha
affrontato altre parti dell’inchiesta, compreso il contesto del crollo delle
operazioni di spionaggio statunitensi in Cina tra il 2010 e il 2012.
Il suo
articolo completo su Substack:
(capitalandempire.substack.com/p/cia-weighs-shuttering-china-center).
Allora, perché mai i potenti stanno ora avendo
dei ripensamenti riguardo al confronto tra Stati Uniti e Cina?
L’ultimo
articolo del” Wall Street Journal” ci fornisce un altro indizio:
(wsj.com/world/china/china-trump-strategy-06841606)
“ Xi_on_WSJ”.
L’articolo
descrive una Cina nuova e sicura di sé, che non si lascia più intimidire o
influenzare dalla falsa forza degli Stati Uniti sotto Trump.
L’articolo inizia così:
Durante
il suo primo mandato, il presidente Trump ha spesso frustrato “Xi Jinping” con
il suo mix disinvolto di minacce e cordialità.
Questa
volta, il leader cinese crede di aver decifrato il codice.
“Xi”
ha abbandonato il tradizionale approccio diplomatico cinese e ne ha elaborato
uno nuovo appositamente per Trump, secondo quanto riferito da persone vicine ai
responsabili politici cinesi, che descrivono “Xi” come sicuro di sé e
incoraggiato.
L’articolo
prosegue spiegando che Xi ha deciso di usare le stesse tattiche di Trump contro
di lui, in particolare perché, secondo gli autori, la Cina ha capito che Trump
ammira la forza e l’imprevedibilità, e che usare queste caratteristiche contro
di lui lo disarma, piuttosto che farlo infuriare o spingerlo a una ritorsione.
Ma
quando l’amministrazione Trump attacca la Cina, Xi ha deciso di rispondere con
ancora più forza, nel tentativo di ottenere un vantaggio su Trump e allo stesso
tempo mostrare forza e imprevedibilità, qualità che ritiene siano ammirate dal
presidente degli Stati Uniti, hanno affermato le persone. I due leader si
incontreranno giovedì prossimo in Corea del Sud.
L’evoluzione
strategica di Xi prende spunto dal playbook della ‘massima pressione’ di Trump,
che consiste nell’usare la minaccia di sanzioni economiche schiaccianti per
ottenere ciò che vuole sia dai nemici che dagli amici.
Secondo
coloro che conoscono bene il modo di pensare di Pechino, mentre in passato le
reazioni della Cina agli attacchi commerciali degli Stati Uniti erano spesso
proporzionate, le contromisure attuali sono state progettate per essere più
severe.
A
proposito, una breve digressione:
non si
può non apprezzare la pigra attribuzione “la gente diceva” riportata sopra.
Ogni
anno la stampa mainstream abbassa i propri standard raggiungendo nuovi minimi.
Siamo
passati dal sostenere articoli con “fonti anonime” inventate e prive di
riferimenti, al semplice e banale “la gente diceva”.
Non
c’è da stupirsi che un ultimo grafico stia facendo il giro del web.
Torniamo
a noi. L’articolo prosegue descrivendo in dettaglio l’affermazione secondo cui
la nuova strategia di Xi nei confronti degli Stati Uniti è di sfida e di una
nuova dimostrazione senza scuse della potenza cinese.
La
nuova dottrina di Xi è che gli Stati Uniti devono adattarsi alla realtà del
potere cinese, hanno affermato queste persone.
Nel settore delle terre rare, hanno detto, Xi
è convinto che la Cina detenga una carta vincente indiscussa che le consente di
esigere sostanziali concessioni dagli Stati Uniti.
Questa
ritrovata audacia è senza dubbio, per molti versi, un diretto sottoprodotto
della contagiosa sfida della Russia all’ordine egemonico occidentale nei
confronti dell’Ucraina.
La Russia è il catalizzatore che ha sconvolto l’ordine
e lo ha costretto ad agire in modo drastico, il che ha avuto un effetto a
catena in tutto il mondo, dato che la Russia ha costretto l’Occidente a
rivelare tutte le sue carte sacre e le sue armi economiche e geopolitiche “di
ultima istanza”; e la Cina stava osservando.
L’articolo
del “WSJ” menziona come la nuova politica della Cina sia stata una strategia
deliberatamente precalcolata per affrontare il secondo mandato di Trump, dopo
che la Cina si era sentita “colta di sorpresa” dall’imprevedibilità di Trump la
prima volta.
È interessante notare che ciò è stato
confermato da un nuovo articolo dell’”Economist” che approfondisce alcune delle
stesse dinamiche in evoluzione descritte nell’articolo del “WSJ” sopra citato:
the_economist_header:
(economist.com/briefing/2025/10/23/china-is-using-americas-own-trade-weapons-to-beat-it)
A
questo proposito, l’articolo dell’”Economist” sottolinea in particolare come la
Cina avesse già da tempo avviato un periodo di critica auto-riflessione in
preparazione alle imminenti guerre commerciali, in quello che la Cina
probabilmente considerava un momento di svolta nel confronto con gli Stati
Uniti.
Potete
leggere l’interessante resoconto qui sotto:
“the_economist_excerpt”.
L’articolo
descrive il prossimo scontro alla vigilia di un incontro epocale tra Trump e Xi
la prossima settimana in Corea del Sud, il primo incontro tra i due potenti
leader da quando Trump ha iniziato il secondo mandato.
Gli
autori ritengono che, alla vigilia di questo incontro tra i due pesi massimi,
sia la Cina ad avere la meglio nella cruciale guerra commerciale che coinvolge
tutto il mondo.
In
realtà, la fiducia della Cina riflette un fatto sorprendente:
sta
vincendo la guerra commerciale con l’America.
Ha
ideato forme di coercizione economica ispirate a quelle americane, ma più
efficaci;
sta
dissuadendo i paesi terzi dal doversi schierare con l’America e sta rafforzando
la posizione di Xi nel proprio paese.
Ma le
vittorie nelle guerre commerciali raramente sono assolute o permanenti.
La
Cina deve stare attenta a non spingere troppo oltre il proprio vantaggio, per
evitare che i suoi successi le si ritorcano contro.
Diamine,
sembrano pensare che la Cina stia vincendo così nettamente da rischiare di
spingersi troppo oltre vincendo troppo.
Da un articolo
di “The Economist”:
“Non
tollereremo più che gli Stati Uniti ci colpiscano e crediamo di avere la
capacità di reagire”, afferma “Tu Xinquan” dell’”Università di Economia e
Commercio Internazionale” di Pechino.
Sembra
che i cinesi siano finalmente maturati e abbiano riconosciuto il loro posto nel
mondo senza l’umiltà imbarazzata che un tempo indossavano come una sorta di
catena.
La
verità è che l’ascesa della capacità della Cina di affermarsi contro il blocco
egemonico occidentale in declino è un fattore positivo per il mondo intero:
abbiamo tutti bisogno di una Cina libera da
quel tipo di servilismo docile – o piuttosto, se preferite, di eccessiva
moderazione – inculcato nella sua psiche molto tempo fa dal “secolo
dell’umiliazione”.
Gli
autori ritengono che Xi stia ora guidando la dinamica, con Trump che per la
prima volta cerca di recuperare terreno:
Più fondamentalmente, il modo in cui la guerra
commerciale si è svolta finora è una conferma dell’ossessione di Xi di cercare
di rafforzare la difesa della Cina e potenziare la sua offensiva contro
l’America.
‘Invece di correre ai negoziati, è Xi a
muovere le mosse e gli Stati Uniti faticano a stare al passo’, afferma “Jon
Czin” della “Brookings Institution, un think tank.
‘Non
sembra che Trump abbia il controllo della situazione, e questo è l’obiettivo
della Cina. Xi sta guidando la dinamica’.
Cosa
ancor più importante, l’articolo sottolinea che le vittorie economiche e
commerciali della Cina contro gli Stati Uniti hanno avuto un effetto clamoroso
sul pubblico interno, scatenando un’ondata di patriottismo e solidarietà.
Ciò è
in contrasto con le recenti affermazioni del segretario al Tesoro “Scott
Bessent” e di altri, non ultimo lo stesso Trump, secondo cui l’economia cinese
sta crollando e la popolazione è disillusa e scontenta.
“Ren
Yi”, un blogger filogovernativo con un nutrito seguito, ha colto questo spirito
in un articolo ampiamente condiviso.
‘Gli osservatori più lucidi sanno che
l’America ha giocato quasi tutte le sue carte e non vede l’ora di sbatterle
tutte sul tavolo in una volta sola’, ha scritto.
‘Ma la
Cina ha appena iniziato a giocare le sue carte ed è ancora riluttante a
mostrarle.’
“The Economist “continua a “sfumare” il
trionfalismo cinese [di Ren] con una vecchia tattica, che praticamente tutte le
pubblicazioni occidentali continuano a utilizzare in modo sofisticato nella
tradizione di minimizzare i trionfi cinesi con la vecchia banalità dell’uva
acerba: “Quanto le costa?”.
Qui
non ci sono costi:
la Cina sta sbaragliando gli Stati Uniti, e
l’unico che dovrà sostenere costi a lungo termine è Trump, concentrato sul
breve termine.
Il precedente articolo del “WSJ” lo riassumeva
in modo succinto.
Il
risultato finale potrebbe dipendere da una fondamentale discrepanza di
prospettiva, che definisce l’intero rapporto tra Stati Uniti e Cina.
‘L’attenzione
di Trump è a breve termine e politica’, ha affermato Campbell, ex vice
segretario di Stato, ‘mentre Xi è concentrato sul mantenimento della
concorrenza a lungo termine con gli Stati Uniti’.
Nel
paragrafo conclusivo, l’Economist suggerisce la stessa cosa:
l’unica paura per la Cina a questo punto è un
successo eccessivo, poiché umiliare gli Stati Uniti potrebbe far crescere
troppo l’ombra della Cina sugli altri clienti e partner.
La
seconda sfida riguarda le relazioni internazionali.
Sette anni fa, la Cina temeva di essere messa
alle strette dall’America. Oggi si trova ad affrontare un problema diverso:
come
esercitare la sua nuova influenza senza far sentire gli altri paesi messi alle
strette e spingerli tra le braccia dell’America.
Il
fatto che la Cina sia alle prese con questa preoccupazione, piuttosto che
soccombere all’assalto commerciale americano, dimostra quanto sia cambiato
l’equilibrio.
Ma
l’eccessiva sicurezza comporta dei pericoli.
Come
sempre, però, nell’ultima riga l’Economist non riesce a trattenersi: non avendo
più parole per descrivere la preminenza ascendente della Cina, non gli resta
che ricorrere alla sua insipida riserva: quanto le costa?
(Simplicius76Simplicius76,
approfondite analisi di geopolitica e dei conflitti, con un pizzico di ironia.)
(simplicius76.substack.com/p/rand-urges-for-major-chinese-re-think).
La
parola di Trump è guerra:
i
generali russi ottengono il
via
libera per distruggere l’Ucraina.
Comedonchisciotte.org
– Markus - John Helmer – (27 Ottobre 2025) -
Con
queste nuove parole il presidente Donald Trump ha ora cancellato – secondo la
sua definizione dell’attacco statunitense all’Iran del 22 giugno 2025 – ciò che
il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov avevano
definito gli “accordi” negoziati durante il vertice di Anchorage, in Alaska, il
16 agosto.
Capitolare
o annientare.
Questa è, ed è sempre stata, la politica estera di
Trump nei confronti di tutti gli Stati, in particolare di quelli in grado di
difendersi con una forza efficace:
Russia,
Iran, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Venezuela, Houthi nello Yemen,
Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, India, Cina.
Ciò che Trump ha appena detto sulla sua
offensiva di cambio di regime contro il Venezuela vale per tutti.
Ciò
che ferma una politica del genere non sono più le parole, soprattutto non le
parole “linea rossa”.
Solo
la controforza – e questo significa, per usare il termine di Trump, “ammazzarli
senza pietà”.
Nella
recente storia bellica degli Stati Uniti c’è un precedente.
Si tratta del numero di cadaveri che, insieme
all’inflazione interna e ai tassi di disoccupazione, aveva posto fine alla
guerra del Vietnam – prima con le parole degli Accordi di pace di Parigi del
1973 (per i quali Henry Kissinger aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace),
e poi con la forza dell’esercito del Vietnam del Nord e dei Viet Cong che, nel
1975, aveva cacciato gli Stati Uniti da Saigon (nessun premio per Kissinger).
Per il
momento, il Cremlino insiste sul fatto che gli “accordi” raggiunti da Putin con
Trump ad Anchorage continuano ad avere validità. “
Desidero
confermare ufficialmente“, ha dichiarato martedì (21 ottobre) il ministro degli
Esteri Lavrov,
“che
la Russia non ha modificato le sue posizioni rispetto agli accordi raggiunti
durante le lunghe trattative tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska.
Tali
intese si basano sugli accordi raggiunti allora, che il presidente Trump aveva
illustrato in modo succinto quando aveva affermato che ciò che serve è una pace
duratura e sostenibile, non un cessate il fuoco immediato che non porterebbe a
nulla.
Rimaniamo
pienamente impegnati a seguire questa formula“.
Questa
“formula” è promossa anche dai due più forti alleati degli Stati Uniti al
Cremlino:
Kirill
Dmitriev,
inviato speciale del presidente per il trasferimento di ricchezza agli Stati
Uniti, ed Elvira
Nabiullina,
governatrice della Banca centrale.
In un
tweet fuorviante, e poi in alcune dichiarazioni trapelate in forma anonima alla
CNN di Miami, mentre si preparava a incontrare “Steven Witkoff” il 25 ottobre, “Dmitriev
ha dichiarato”:
“Sono
arrivato negli Stati Uniti per continuare il dialogo tra Stati Uniti e Russia,
una visita pianificata da tempo su invito della parte statunitense.
Tale
dialogo è fondamentale per il mondo e deve continuare con la piena comprensione
della posizione della Russia e il rispetto dei suoi interessi nazionali“.
Ha detto alla CNN di essere impegnato in
“colloqui ufficiali pochi giorni dopo l’annuncio del presidente Trump di nuove
e dure sanzioni contro la Russia per continuare le discussioni sulle relazioni
tra Stati Uniti e Russia”, secondo le fonti.
“Penso
che siamo ragionevolmente vicini al raggiungimento di una soluzione
diplomatica”, ha aggiunto “Dmitriev “in quella che la Tass ha riconosciuto
essere la sua intervista alla CNN.
La
promozione da parte di” Dmitriev” del suo ruolo personale nei negoziati diretti
con i funzionari statunitensi era stata ripetutamente bloccata a Riyadh e poi
ad Anchorage da Lavrov e altri.
Nella
sua dichiarazione politica di venerdì (24 ottobre), a seguito di un taglio di
50 punti base del tasso di riferimento della Banca Centrale al 16,5%, la Nabiullina ha riconosciuto che la sua strategia
è quella di ridurre la crescita del PIL in Russia a zero più l’errore
statistico. “Considerando le dinamiche attuali, abbiamo abbassato le previsioni di
crescita del PIL per il 2025 allo 0,5-1,0%”.
Con
“dinamiche attuali”, Nabiullina intendeva le politiche statali di una guerra combattuta
contro gli Stati Uniti e l’alleanza NATO, alle quali si oppone definendole
rischi “pro-inflazionistici” e “geopolitici”: “Dalla precedente riunione [12
settembre] si sono concretizzati significativi rischi pro-inflazionistici.
Essi sono principalmente associati all’aumento
del deficit di bilancio nel 2025 e all’aumento dei prezzi del carburante…
L’aumento previsto delle imposte contribuirà a ridurre l’inflazione nel medio
termine, ma porterà anche a un aumento una tantum dei prezzi nel breve
termine“.
Secondo
la
Nabiullina, per ridurre il tasso di inflazione in Russia, bisognerebbe porre fine
alla guerra secondo i termini degli Stati Uniti.
“I rischi per i prezzi del petrolio sono aumentati.
Il
mercato petrolifero globale è passato a una situazione di surplus.
Ciò potrebbe avere un impatto significativo
sui prezzi.
Per la
Russia, la situazione sarà ulteriormente complicata dalle sanzioni. Persiste
l’incertezza legata alla geopolitica.
Tutto
dipenderà dall’evoluzione della situazione”.
L’opposizione
interna russa a questa linea politica è forte, ma non arriva ad accusare la
Nabiullina e Dmitriev di tradire gli interessi russi.
“Le sanzioni occidentali non sono nulla in
confronto alle sanzioni della Banca Centrale“, aveva dichiarato a giugno il
deputato della Duma “Mikhail Delyagin”, ex economista del governo Eltsin e ora
vicepresidente della Commissione per la politica economica della Duma. Quello di Delyagin è il modo discreto
di esporre il concetto.
Il
portavoce del Cremlino, “Dmitry Peskov”, ha cercato di negare che la politica
dello Stato Maggiore – l’avanzata vittoriosa dell’esercito russo sul campo di
battaglia ucraino – sia la ragione dell’alto gradimento interno dell’esercito e
del presidente.
Non
sono “correlati”, ha affermato Peskov nel titolo della Tass.
“L’alto indice di fiducia dei russi
nei confronti del presidente Vladimir Putin e delle forze armate del Paese sono
indicatori distinti che vengono misurati separatamente“, ha dichiarato ai media
il portavoce presidenziale Dmitry Peskov.
“Si tratta di indicatori distinti che vengono misurati
in modo indipendente.
Attualmente
sono davvero molto elevati”, ha affermato Peskov, rispondendo a una domanda
sulla correlazione tra gli elevati indici di fiducia nei confronti di Putin
(77,8% secondo il VTsIOM) e delle forze armate russe (80%).”
Ascoltate
il nuovo podcast su ciò che sta per accadere condotto da Dimitri Lascaris su “Reason2Resist”,
tenutosi sabato mattina ad Atene.
Secondo
una versione del processo decisionale di Trump trapelata alla stampa di
Murdoch, “funzionari anonimi hanno riferito al [Wall Street Journal] che le tre
opzioni erano state elaborate mesi fa nel caso in cui Trump avesse deciso di
intraprendere azioni più severe contro la Russia.
Il
pacchetto più forte includeva misure economiche di ampia portata e sanzioni
dirette contro la leadership russa, quello intermedio era mirato alle risorse
energetiche e quello più morbido prevedeva misure più limitate.
Trump
alla fine ha scelto l’opzione intermedia, che include sanzioni contro Rosneft,
Lukoil e le loro controllate.
Un
funzionario ha detto che mercoledì 22 ottobre Trump aveva incontrato il
segretario al Tesoro “Scott Bessent” e gli aveva dato istruzioni di preparare
la sanzioni sul petrolio russo.
Aveva poi chiesto il parere dei suoi
principali consiglieri.
Il
segretario di Stato “Marco Rubio” e il segretario alla Difesa “Pete Hegseth” si
erano detti d’accordo con la sua decisione“.
Secondo
questa versione, Trump sarebbe stato persuaso dalle immagini che gli erano
state mostrate durante gli sporadici briefing dei servizi segreti.
L’ultimo di questi, registrato sul calendario
della Casa Bianca, risale al 16 ottobre ed era durato 50 minuti.
Secondo
la notizia diffusa dal” Wall Street Journal”, “fonti hanno riferito che la pazienza di Trump si era esaurita
a causa della mancanza di volontà del leader del Cremlino di avviare colloqui
di pace,
mentre continuavano ad emergere immagini della distruzione in Ucraina causata
dagli attacchi russi… funzionari dell’amministrazione hanno affermato che le
immagini lo hanno irritato“.
Quando
il segretario al Tesoro degli Stati Uniti “Scott Bessent” aveva incontrato
Trump alla Casa Bianca il 22 ottobre, secondo quanto riferito, per ricevere la
decisione di Trump di imporre nuove sanzioni, non era sicuro che la decisione
di Trump fosse stata presa dai funzionari.
“Imporrete sanzioni alla Russia?“, aveva chiesto un giornalista a “Bessent”
mentre usciva dalla Casa Bianca.
“Allora,
noi… noi annunceremo dopo la chiusura di oggi pomeriggio, o domani mattina
presto… o, ehm, domani mattina presto, un sostanziale, ehm, inasprimento delle
sanzioni contro la Russia.
E voi
dovrete aspettare fino a quando non lo sentirete“.
Nella
politica russa in risposta all’escalation delle operazioni militari ed
economiche degli Stati Uniti e dei loro alleati sotto Trump, Dmitriev e Nabiullina rappresentano una colonna di due, non una colonna di cinque.
[Questa
metafora è comune in contesti strategici per descrivere non solo truppe, ma
anche gruppi o fazioni politiche: una “colonna di cinque” rappresenta un fronte
unito e maggioritario, mentre una “colonna di due” indica una minoranza
isolata, non rappresentativa del consensus generale N.D.T.]
La
loro linea, secondo cui Trump sarebbe affidabile nell’attuare gli “accordi” di
Anchorage e che la sua nuova bellicosità dovrebbe essere ignorata, è
amplificata dalla piattaforma di propaganda statale RT e dai podcaster
americani.
Questi
ultimi sostengono che nei “contatti e discussioni” non annunciati tra Trump e
Putin ci sarebbe “una spiegazione più benigna” per la politica di Trump e per le assicurazioni segrete da lui
fornite, politica che le lobby belliciste di Bruxelles, Londra, Parigi e
Washington starebbero cercando di neutralizzare.
Le
immagini di Kirill Dmitriev, Steven Witkoff ed Elvira Nabiullina.
I
servizi segreti militari russi continuano a confermare che l’esercito
statunitense e la CIA sono pienamente impegnati con le loro controparti
britanniche e della NATO e con gli ucraini in ogni operazione di attacco alle
raffinerie russe e ad altri obiettivi civili in Russia, nonché contro i movimenti delle
petroliere russe nel Mar Baltico, nell’Atlantico e nel Mediterraneo.
Lo
Stato Maggiore ha informato il Presidente che “ammazzarli senza pietà” è la
politica bellica di Trump nei confronti della Russia.
Una
fonte di Mosca ben informata commenta:
“Se ho
capito bene, il piano di Trump è quello di trattare ogni guerra come se fosse
Gaza.
Sta provando la stessa cosa in Venezuela.
Quindi è convinto che se ai tedeschi sarà
permesso uccidere molti russi e colpire molti beni russi, non subirà una
sconfitta, ma otterrà invece una vittoria uccidendo e bombardando di più.
Certo
che è un bel piano“.
Dmitry
Medvedev,
ex presidente e attuale portavoce del Consiglio di Sicurezza, ha commentato:
“Nuove
sanzioni contro il nostro Paese da parte degli Stati Uniti. Che altro?
Ci
saranno nuove armi oltre ai famigerati Tomahawk?
Se
qualcuno dei numerosi commentatori nutriva ancora delle illusioni, ora le
perderà.
Gli
Stati Uniti sono nostri avversari e il loro loquace ‘pacificatore’ è ora in
pieno conflitto con la Russia.
Sì,
non sempre combatte attivamente dalla parte dei banditi di Kiev, ma ora questo
è il suo conflitto e non quello del senile Biden!
Naturalmente
diranno che non avrebbe potuto fare altrimenti, che è stato sottoposto a
pressioni dal Congresso, ecc.
Questo
non cambia il punto principale: le decisioni prese sono un atto di guerra
contro la Russia. E ora Trump si è completamente allineato con la folle
Europa”.
Medvedev
rifiuta
esplicitamente l’interpretazione pubblica del Cremlino secondo cui Trump
sarebbe stato ingannato dagli europei.
Egli
riflette anche la convinzione dello Stato Maggiore e dei servizi segreti
secondo cui le parole di Trump sono ormai prive di valore e che saranno le armi
a decidere sul campo di battaglia.
“C’è
un chiaro vantaggio nella prossima mossa del pendolo trumpiano: si possono
martellare con una varietà di armi tutti i nascondigli dei banditi senza
preoccuparsi di inutili negoziati.
Per
ottenere la vittoria questa è esattamente l’unica possibilità. Sul campo, non a
una scrivania. Distruggendo i nemici, non stringendo ‘accordi’ insignificanti”.
Ecco
alcuni estratti integrali della conversazione tra Trump e il segretario
generale della NATO Mark Rutte, e il riassunto di Rutte per la stampa:
Trump
con Rutte nello Studio Ovale, 22 ottobre:
Donald
Trump:
Penso
che qualcosa funzionerà.
Noi [Trump e Putin] abbiamo un ottimo
rapporto, ma sarà una cosa importante.
Abbiamo
annullato l’incontro con il presidente Putin.
È solo
che… non mi sembrava giusto.
Non mi sembrava che saremmo arrivati al punto
che dovevamo raggiungere, quindi l’ho annullato, ma lo faremo in futuro…
Domanda:
Signor Presidente, può dirci qualcosa sul motivo per cui sta inasprendo le
sanzioni contro la Russia in questo momento? Qual è il…
Donald
Trump:
Ho
semplicemente ritenuto che fosse giunto il momento. Abbiamo aspettato a lungo.
Pensavo che avremmo agito molto prima del Medio Oriente. E Mark, come sai,
abbiamo fatto il Medio Oriente più sette.
Quindi
abbiamo combattuto sette guerre diverse, dal Pakistan e dall’India a tanti
altri paesi, come l’Azerbaigian, l’Armenia, l’Africa… Cosa che, secondo loro,
era impossibile da fare.
Ho
combattuto tutte queste guerre.
E quella che ci resta, ne abbiamo ancora una.
Saranno nove e ne abbiamo ancora una e penso che anche quella la porteremo a
termine. Penso che siamo sulla buona strada per farlo.
Domanda:
E i
missili Tomahawk? Putin ha sicuramente paura…
Donald
Trump:
Beh,
il problema con i Tomahawk, che molti non conoscono, è che ci vogliono almeno
sei mesi, di solito un anno, per imparare a usarli.
Sono molto complessi.
Quindi
l’unico modo per lanciare un Tomahawk è se lo lanciamo noi, e non lo faremo.
Ma c’è
una curva di apprendimento enorme con il Tomahawk.
È un’arma molto potente, molto precisa, e forse è
questo che la rende così complessa.
Ma ci
vorrà un anno.
Ci
vuole un anno di addestramento intenso per imparare a usarlo e noi sappiamo
come usarlo.
E non lo insegneremo ad altre persone. Sarà… è
troppo lontano nel futuro.
Domanda:
Ho visto, signor Presidente, che proprio ieri ha detto che continua a credere
che Putin voglia porre fine alla guerra.
Donald
Trump: Sì, lo credo.
E poi
oggi lei ha fatto questo passo per le sanzioni e mettere più pressione su di
loro.
Donald
Trump: Sì.
Domanda:
Cos’altro farà per incoraggiarlo ad arrivare a questo punto o può spiegare
perché crede che lui voglia la pace?
Donald
Trump: Sì, è una buona domanda.
Oggi è
un giorno molto importante per quello che stiamo facendo. Guardi, queste sono
sanzioni tremende.
Sono
molto pesanti.
Sono
contro le loro due grandi compagnie petrolifere e speriamo che non durino a
lungo.
Speriamo
che la guerra si risolva.
Abbiamo
appena risposto riguardo alle varie forme di missili e tutto il resto che
stiamo valutando, ma non pensiamo che sarà necessario.
Domanda:
Signor
Presidente, può convincere il presidente Xi a smettere di acquistare tutto quel
petrolio russo che sta finanziando questa guerra contro l’Ucraina?
Donald
Trump:
Beh,
penso che gliene parlerò.
Credo
che sarà una conversazione un po’ diversa.
L’India,
come sapete, mi ha detto che… basta.
Sapete,
è un processo, non si può semplicemente interromperlo, ma entro la fine
dell’anno saranno quasi a zero.
È una
cosa importante.
Era quasi il 40% del petrolio. L’India è stata
fantastica.
Ieri
ho parlato con il primo ministro Modi. Sono stati assolutamente fantastici.
La
Cina è un po’ diversa. Sapete, hanno un rapporto un po’ diverso con la Russia.
Non è
mai stato buono, ma a causa di Biden e Obama sono stati costretti a stare
insieme.
Non
avrebbero mai dovuto essere costretti a stare insieme. Ma sono un po’
costretti, ma sono… per natura, non sono… non possono essere amichevoli.
Non
possono esserlo. Per natura, non possono.
Spero
che siano amichevoli, francamente, ma non possono esserlo.
Non si
dovrebbe costringere la Russia e la Cina a stare insieme, e Biden e Obama lo
hanno fatto.
Le
hanno costrette a stare insieme per motivi energetici, per il petrolio.
E quindi sono più vicine di quanto sarebbero
normalmente. Penso che probabilmente ne parlerò.
Quello di cui parlerò davvero con loro è come porre
fine alla guerra con la Russia e l’Ucraina, che sia attraverso il petrolio,
l’energia o qualsiasi altra cosa.
E
penso che sarà molto ricettivo.
Lui…
ora vorrebbe… non sono sicuro che lo volesse all’inizio.
Ora vorrebbe vedere la fine di quella guerra.
Domanda:
Signor
Presidente, ritiene che Xi abbia un ruolo importante nel convincere Putin, con
cui parla regolarmente, a fermare immediatamente la guerra?
Donald
Trump:
Sì, lo
credo. Penso che possa avere una grande influenza su Putin. Penso che possa
avere una grande influenza su molte persone. Guardi, è un uomo rispettato. È un
leader molto forte di un Paese molto grande. Sì, penso che possa avere una
grande influenza e sicuramente parleremo della Russia e dell’Ucraina. In
privato.
“Rutte”
lascia la Casa Bianca, 22 ottobre, le sue dichiarazioni alla stampa:
Fonte.
Se
guardiamo alla parte russa, che ha iniziato questa guerra, è chiaro che non sta
andando nella direzione giusta.
E se guardiamo a quest’anno, diciamo che il
territorio che hanno conquistato in Ucraina è estremamente limitato.
E,
come ho detto, a fronte di un numero enorme di morti e feriti gravi. L’economia russa è in una situazione
difficile.
Sappiamo
che al momento ci sono lunghe code alle stazioni di servizio in tutta la
Russia.
Sappiamo
che il presidente francese e altri in Europa hanno intensificato gli sforzi per
quanto riguarda la flotta ombra.
E, naturalmente, abbiamo visto la pressione
esercitata dal presidente americano su alcuni Paesi europei affinché smettano
di acquistare petrolio.
Quindi
tutto questo sta avendo un impatto.
Sono
quindi assolutamente convinto che, con una pressione costante, saremo in grado
di portare Putin al tavolo delle trattative per concordare un cessate il fuoco
e poi altri colloqui successivi.
Lo
avete visto nelle ultime due settimane, in Alaska, quando il presidente
americano ha deciso di applicare sanzioni secondarie all’India per l’acquisto
di petrolio russo.
Abbiamo
visto la settimana scorsa la telefonata in cui il Presidente ha detto:
“Sto
valutando l’invio di missili Tomahawk in Ucraina affinché l’Ucraina li
utilizzi”.
Quindi
questa è una chiara prova che possiamo cambiare i calcoli di Putin.
Sì.
Domanda:
Non la preoccupa il fatto che ogni volta che
Vladimir Putin parla con il presidente Trump, quest’ultimo sembra poi
allinearsi alla sua posizione, che ci sia un’incoerenza da parte del presidente
degli Stati Uniti e che tra una settimana potremmo ritrovarci a parlare di una
situazione tornata come prima, con lui nuovamente in campo russo?
Mark
Rutte:
Beh, non ci credo e non sono d’accordo. Perché
il punto è questo.
Voi
vivete nel Paese più potente del mondo, con l’esercito più potente.
Avete
un presidente che, quando l’ho incontrato per la prima volta a Mar-a-Lago lo
scorso novembre, prima ancora di essere insediato, ma dopo aver vinto le
elezioni, mi ha detto:
“Mark,
voglio che le uccisioni finiscano. Voglio che il tritacarne si fermi. Non
voglio più che si perdano altre vite umane”.
Questo
è un tema che gli sta molto a cuore.
E poi,
data la sua posizione di potere e la sua visione su questo tema, è l’unico che
può sedersi al tavolo con Putin e convincerlo a cambiare i suoi calcoli,
dandogli un po’ di margine di manovra per farlo.
Insomma,
questo rientra nelle sue competenze e lo sta facendo in un modo che appoggio
pienamente.
(John
Helmer).
(johnhelmer.net).
(johnhelmer.net/taking-trump-at-his-word-leaves-only-the-russian-general-staff-option/#more-92626).
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