La politica deve essere soggetta alle reali necessità.

 

La politica deve essere soggetta alle reali necessità.

 

 

Le repubbliche liberali in crisi:

 nel futuro dell’Europa c’è

il ritorno delle monarchie?

Lacrunadellago.net – (28/10/2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:

 

Il suo volto in alcune trasmissioni televisive francesi inizia a vedersi sempre più frequentemente, in maniera particolare sulle reti sociali, dove risulta particolarmente attivo.

Si tratta di” Louis de Bourbon”, membro del casato dei Borboni, e secondo diversi monarchici, legittimo aspirante al trono in Francia, qualora nel Paese in futuro dovesse instaurarsi nuovamente la monarchia.

Ad alcuni la prospettiva di un ritorno della monarchia in Francia, potrà sembrare una idea peregrina, eppure in diversi sondaggi si inizia a registrare una fetta di consenso crescente dei francesi che gradirebbe un ritorno della corona nel Paese.

Secondo l’”istituto BVA”, quasi un francese su cinque, il 17% circa, vorrebbe di nuovo vedere la monarchia in Francia, e se si considera che il sondaggio fu fatto nel 2016, anno nel quale la crisi repubblicana ancora non era acuta come ora, la percentuale di francesi che vuole la corona è oggi probabilmente ben più alta.

La Francia si può considerare a tutti gli effetti il Paese nel quale è nata l’idea dominante del mondo moderno figlio del “secolo dei lumi” e di una idea del potere che non aveva più una legittimazione divina, ma piuttosto popolare.

 

Sulla democrazia liberale partorita dalle menti philosophes francesi quali Voltaire, Rousseau e Montesquieu dei quali sui banchi di scuola si apprende poco, se non l’idea, falsa, che questi pensatori avrebbero accompagnato la Francia e l’Europa verso la modernità, verso la “luce” dell’illuminismo e lontano dalla presunta “oscurità” del Medioevo.

Ai giovani viene negata la possibilità di capire veramente la storia, e di capire di conseguenza la vera natura dell’illuminismo perché non viene loro detto che i filosofi illuminati avevano partorito la loro idea di democrazia liberale, nel chiuso delle logge massoniche, non per dare alcun reale beneficio al popolo, disprezzato, ma per trasformarlo in un inconsapevole strumento al servizio della libera muratoria.

 

Se si leggesse soltanto l’opera del sacerdote gesuita, l’”abate Barruel” dal titolo “Memorie per la storia del Giacobinismo”, uscita proprio dopo gli anni della rivoluzione si comprenderebbe molto di più su quel processo storico di tutto quello che si può leggere nei vari libri di testo scritti dai vari storici liberali.

La rivoluzione non dà all’uomo alcuna libertà, se non l’illusione di questa, che una volta sparita rivela in realtà un sistema ferocemente autoritario.

Una volta che la monarchia francese viene giustiziata sul patibolo dei rivoluzionari, il popolo a poco a poco si inizia a rendere conto dell’inganno.

I massoni si sono serviti dell’ignoranza e della buonafede, in diversi casi, degli uomini semplici.

Nelle pagine dell’”opera scritta da Barruel”, viene spiegato come i vari agitatori della massoneria iniziarono a recarsi nelle campagne francesi sobillando i contadini e la gente semplice contro la monarchia, mentre tali falsi profeti iniziavano a somministrare alle imbelli masse la frottola di “liberté, egalité, fraternitè”.

 

La contraddizione è insita nello stesso motto massonico.

Laddove c’è libertà non può esserci uguaglianza perché la seconda annulla la prima.

La rivoluzione non vuole elevare lo spirito delle masse e riconoscere le connaturate differenze degli uomini.

Vuole spersonalizzarli, vuole renderli una massa standardizzata perfetta per poter essere manipolata dai vari massoni.

Il liberalismo non ha fatto altro che prospettare agli uomini l’illusione di essere liberi, per trasformarli in seguito in veri schiavi.

Una volta che muore l’ancien regime, il popolo si ritrova travolto, privo di ogni protezione.

 

Al popolo è riservata soltanto fame e miseria, mentre la libera muratoria e il capitale iniziano ad accumulare un potere che durante il Medioevo non avevano mai avuto prima.

La monarchia e la Chiesa costituivano quella muraglia per impedire che le nazioni fossero dominate da sette ed elitisti di vario tipo che volevano costruire una società anticristiana nella quale l’usura dilaga e lo Stato viene privatizzato, ridotto a simulacro nelle mani di banche e altri comitati d’affari.

A dirlo è stato persino un massone, in uno dei suoi rari momenti di lucidità, come “Karl Marx” che nel suo “Manifesto del partito comunista” affermava come la società medioevale fosse il miglior antidoto contro il capitale usuraio, in quanto i valori cristiani della prima impedivano appunto ai banchieri e agli usurai di prendere il sopravvento.

 

L’instabilità delle repubbliche e il loro crepuscolo.

Il mondo moderno si riscopre così oggi afflitto dagli stessi mali degli anni successivi all’89 francese, soltanto che oggi la struttura della democrazia liberale appare sempre più fragile e sul punto di crollare definitivamente.

Verso la fine degli anni’50, in Francia si decise di abbandonare la forma di governo parlamentare per adottare un sistema semi- presidenziale, nella speranza, o forse nell’illusione, che il secondo potesse dare più stabilità al primo.

Si può vedere oggi come abbia poca o nessuna importanza il metodo di governo che si adotta, perché ad essere malata non è una parte delle repubbliche liberali, ma l’intera sua struttura.

 

La Francia è la perfetta cartina di tornasole della crisi delle repubbliche.

A Parigi, negli ultimi 3 anni, si sono alternati 5 primi ministri, l’ultimo dei quali, “Sebastian Lecornu”, è stato nominato dal presidente Macron due volte nella speranza di evitare ancora una volta delle elezioni anticipate che prima o poi comunque ci saranno.

Sembra ormai passato un secolo dal 2017, l’anno nel quale Emmanuel Macron iniziava trionfante la sua presidenza francese che era stata concepita molti anni prima dai vari circoli del Bilderberg e della Trilaterale per traghettare l’Europa verso gli Stati Uniti d’Europa così ossessivamente desiderati dalla élite europea per costruire finalmente la governance europea e annullare definitivamente i poteri degli Stati nazionali.

 

Macron festeggia sempre la sua vittoria nel 2017 ai piedi della piramide del Louvre.

Macron si è riscoperto invece impotente rispetto alla crisi politica della Francia, e le sue fragili spalle non sono certo in grado di reggere il peso della ormai sfumata governance europea, tantomeno possono sopportare l’enorme peso del sistema politico francese.

La Francia è malata come il resto d’Europa perché è la democrazia liberale stessa ad esserlo.

 

La liberal-democrazia non è più in grado di offrire risposte ai cittadini.

Le sue istituzioni politiche sono ormai dei meri simulacri, incapaci e soprattutto disinteressati alle sorti dei popoli, ormai sempre più disillusi e sempre invece più affascinati dai quei modelli nei quali il liberalismo è stato messo alla porta e al centro sono state rimesse le radici cristiane.

Si può notare facilmente come la Russia di Putin sia oggi uno dei Paesi più invidiati dagli europei per la semplice ragione che in essa c’è tutto quello che non si trova nell’Europa Occidentale.

 

A Mosca non c’è la teoria del gender e dello sdoganamento della pedofilia, non c’è l’erosione dall’interno dell’Europa figlia delle menti della scuola di Francoforte, e soprattutto non c’è uno Stato virtuale eterodiretto da centri del potere sovranazionale.

C’è una nazione, c’è un presidente che dopo il disastro del muro di Berlino a poco a poco ha preso il suo Paese per mano e lo sta riconducendo verso la via smarrita, quella della Russia zarista cristiana tanto odiata dalla famiglia Rothschild che fece uccidere i Romanov, martiri della fede, in un brutale omicidio rituale a Ekaterinburg.

 

A Mosca, la tradizione è rispettata, mentre nell’Europa Occidentale è vilipesa perché essa è il più grande antidoto alla deriva del modernismo che sta consumando l’Europa dall’interno come una metastasi.

Si arriva così alla voglia del ritorno dell’ordine di un tempo.

Si vuole e si desidera ardentemente quell’ordine naturale delle cose che aveva fatto dell’Europa il faro di civiltà che ha cristianizzato il mondo e ha portato civiltà dedite ai sacrifici umani alla conversione cattolica.

 

L’Europa oggi non evangelizza più.

L’Europa oggi predica il verbo falso della massoneria che sotto il pretesto della laicità dello Stato ha aperto la porta alla scristianizzazione.

I frutti avvelenati del liberalismo sono ormai visibili a tutti.

Si disse nell’800 che lo Stato doveva separarsi dalla Chiesa e rinnegare le radici cristiane nel nome di una presunta “neutralità”, e nel momento stesso in cui avveniva tale separazione lo Stato da cattolico qual era e è diventato massone.

Le porte per il cattolicesimo sono state sbarrate, mentre per l’ebraismo, l’islam, il buddismo e le varie religioni esoteriche della società teosofica di “madame Blavatksy” sono ben aperte.

 

Si può vedere quindi la vera natura del liberalismo, ovvero quella di un formidabile cavallo di Troia per colonizzare una nazione, spogliarla della sua identità e portarla verso la sua definitiva dissoluzione.

 

L’uomo della strada è andato però oltre ogni filosofia.

Semplicemente ha vissuto sulla sua pelle il disordine e la violenza del modernismo e ha capito a poco a poco che non c’è altra via se non quella del ritorno all’ordine perduto.

Il Grande Monarca Cattolico.

Si spiega così perché si inizi a parlare sempre più di” Louis de Bourbon” e si spiega così perché alcuni inizino a pensare che “Louis” possa essere il Grande Monarca Cattolico del quale hanno parlato tantissimi santi e beati della storia della Chiesa Cattolica.

Di lui si parla da secoli, e tra i vari mistici e santi che hanno descritto tale figura se ne possono ricordare due più vicini al tempo presente, quale “Marie Julie Jahenny”.

“Marie Julie Jahenny” è una figura a dir poco straordinaria nella storia del cattolicesimo.

 

Marie Julie Jahenny è nata nel piccolo paesino francese di Blain nel 1850, Marie mostra subito sin dalla gioventù di essere stata toccata dalla Provvidenza.

 

Sul suo corpo fanno la loro comparsa tutti e cinque i segni della Passione di Cristo.

I medici del tempo che la visitarono giunsero alla conclusione che quanto si stava manifestando sul corpo della donna era chiaramente qualcosa di origine soprannaturale che non trovava una risposta dalla scienza medica.

A Roma, il nome di Marie si inizia a fare sempre più frequentemente e il Vaticano riconosce la portata divina di quanto stava accadendo alla giovane.

“Marie Julie” iniziò a fare alcune profezie, e tra queste ci sono le due guerre mondiali, previste con decenni di anticipo.

 

Nel 1878, la mistica francese disse che la Chiesa sarebbe stata infiltrata da dei sacerdoti apostati, una profezia che anticipava di 6 anni la famosa visione di Leone XIII, che vide la Chiesa cadere nelle mani di Satana per 100 anni, e ripeteva quanto annunciato dalla Madonna a La Salette nel 1846, in una apparizione ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa Cattolica.

 

La Chiesa sarebbe stata vittima per un determinato periodo di tempo dei suoi nemici, avrebbe dovuto affrontare la sua passione prima di essere liberata, come annunciato anche qui da Maria a Fatima nel 1917, nonostante i vari pontefici del post-concilio non abbiano rispettato la volontà della Vergine di rendere noto al mondo il famoso terzo segreto di Fatima.

 

“Marie Julie” parlò di tutto questo, ma parlò anche di come un giorno sarebbe sorto in Francia un re che avrebbe spazzato via le repubbliche e portato al loro posto le monarchie, schiacciate dopo la rivoluzione francese dalla massoneria che da quel momento ha marciato alla ricerca di quella che nelle logge chiamano la “repubblica universale”, una sorta di “globo- crazia autoritaria” sorretta dall’uomo-uno, come lo chiama il” massone Di Bernardo”, null’altro che un” tiranno mondiale”.

 

Anni dopo, il santo di Pietrelcina si espresse nello stesso senso.

Padre Pio ormai assieme a “Maria Josè”.

Verso la fine degli anni’30, padre Pio aveva già annunciato a Maria Josè, ultima regina d’Italia, la fine della monarchia in Italia e la sua successiva restaurazione, ma negli scritti lasciati da uno dei suoi figli spirituali, “Luigi Gaspari”, parlò anche del “Grande Monarca Cattolico”.

 

Luigi fu scelto dal sacerdote di Pietrelcina per essere il suo assistente quando aveva soltanto 14 anni.

Alla morte del santo, nel 1968, pubblicò una opera intitolata “Quaderni dell’amore” e alcuni di questi scritti furono letti anche da “André Le Sage”, il marchese de la Francherei, studioso cattolico profondo conoscitore della massoneria e nominato cameriere segreto di Pio XII nel 1939.

 

Il marchese nella sua opera “Ascendances Davidiques Des Rois de France” dà una descrizione pressoché perfetta del passaggio che si è verificato con la fine della monarchia e l’instaurazione delle repubbliche.

 

Senza il sostegno del potere regale di Re Davide, che è l’autentica regalità consacrata, la Chiesa cade in decadenza, corrotta dal potere dello spirito del serpente, che alza la sua testa orgogliosa sopra il capo della Chiesa (il Vicario di Cristo).

 Il potere regale, derivato da “Cristo Re Supremo”, è un potere divino che abbatte i serpenti.

Le repubbliche, d’altra parte, dove il potere è posto nelle mani del popolo, suscitano spiriti di serpenti dalla terra che danneggiano il popolo di Dio e gli impediscono di elevarsi al Dio del Cielo.

 Questo è il male che regna oggi in Europa e altrove sotto le repubbliche.

 Questo potere regale, nascosto da Dio in questo tempo di follia, è lo stesso potere regale conferito a Re Davide, ed è l’unico potere che può governare con successo i governi dei popoli.

 Senza il potere regale di Davide, riconosciuto e posto al suo giusto posto, la religione cristiana manca del sostegno indispensabile su cui fondare la verità della Parola di Dio.

Pertanto, non deve esserci separazione tra Chiesa e Stato.

La follia degli uomini è stata quella di cercare di uccidere la regalità e il mondo ne sta pagando le conseguenze oggi.”

In un successivo passaggio dell’opera, il marchese, dopo aver descritto i mali della società moderna, parla di come padre Pio predisse la fine del modernismo e il ritorno alle monarchie, portato dalla figura del “Grande Monarca”.

L’amore del cuore della Francia reale, terra della regalità che discende da Davide, sorgerà nei suoi eredi, perché l’amore per la regalità di Cristo ha la sua culla in Francia. …

Il potere reale di Davide dovrebbe risvegliare nei cuori del popolo francese l’amore per la regalità di Dio, che ha la sua culla in Francia.

La vera grandezza della Francia è il potere reale di Davide, che esisteva nel sangue di Re Luigi XVI e di Maria Antonietta.

La Francia è stata perdonata dal grande cuore di Luigi XVI e di Maria Antonietta, morti come vittime per Cristo attraverso la brutalità della bestia (la rivoluzione diabolica).

 Questo perdono di Luigi XVI ha mantenuto per la Francia il diritto alla grandezza della regalità di Davide, un diritto che è amore e umiltà, di riconoscere nel Monarca la potenza dell’Amore Divino.

Nel silenzio e nella preghiera, Dio sceglierà i Suoi eletti per il bene della Francia e del mondo … il potere umano e divino del grande monarca dal sangue reale di Francia”.

Nel destino della Francia e dell’Europa, sembra esserci dunque veramente la fine delle repubbliche liberali, della democrazia voluta fortemente dalla libera muratoria, e del successivo ritorno delle monarchie, che suggellerebbe al tempo il trionfo del cuore Immacolato annunciato da Maria a Fatima nel 1917.

I segnali che le repubbliche in Europa sono malate, affette da un male irreversibile sono molti.

La repubblica non riesce più a dare risposte ai popoli, abbandonati dalla politica e alla mercé dei vari oligarchi che hanno portato soltanto miseria all’Europa, alla Francia e all’Italia.

I volti di aspiranti monarchi iniziano a vedersi sempre più spesso, sia quello di” Louis” sia quello di “Aimone di Savoia”, che secondo quanto disse proprio San Pio da Pietrelcina un giorno sarebbe diventato re d’Italia.

I segni che la storia e la Provvidenza stanno seminando sembrano essere diversi.

Sta agli uomini di buona volontà saperli cogliere e accompagnarli.

 

 

 

Trump sgancia tonnellate di escrementi

bovini a 24 carati sulla Knesset israeliana

e un paio di bombe della verità.

Unz.com - Kevin Barrett – (28 ottobre 2025) – ci dice:

 

Questo articolo è stato pubblicato sulla “rivista American Free Press” della scorsa settimana.

Ho dovuto cambiare alcune parole, perché l'”AFP “ha una politica di non parole di quattro lettere, anche quando la parola di quattro lettere fa parte di una parola di otto lettere!

 La versione modificata in modo creativo è andata bene.

Nel frattempo ecco l'originale.

Le persone che si iscrivono ad “AFP” così come al mio “Substack” sono invitati a farmi sapere, nei commenti, quale versione preferiscono.

(Kevin Barret).

 

Dite quello che volete di Donald Trump, l'uomo è una di livello mondiale.

È un complimento?

Per scoprirlo, definiamo i nostri termini.

Nel suo classico libro “On Bullshit” , “Harry Frankfurt” definisce le stronzate come discorsi intesi a persuadere senza riguardo per la verità.

 Secondo questa definizione, la maggior parte dei politici sono stronzate, a vari livelli.

I presidenti che hanno preceduto Trump, fino a Jimmy Carter (la cui modesta preoccupazione per la verità è nata da convinzioni religiose) non sono mai sembrati preoccuparsi molto della verità mentre usavano i loro poteri di persuasione nel perseguimento di vincere le elezioni e soddisfare gli elettori ricchi.

 

Ma quando si tratta dell'arte di vomitare stronzate al 100% kosher da giglio e rossetto di maiale, Trump è in un campionato a parte.

Il suo discorso del 13 ottobre alla “Knesset israeliana” è stato una master class che ha dimostrato tutta la portata dei considerevoli poteri del presidente americano.

 

Ma prima di esplorare le magistrali di Trump – che in sostanza consistevano nell'assegnarsi dozzine di premi Nobel per la pace per aver risolto il conflitto in Medio Oriente e altre sette guerre – consideriamo brevemente alcune brutte verità.

Innanzitutto, e soprattutto, lo stesso Trump ha causato la guerra post-7 ottobre, più accuratamente definita un genocidio israeliano, perseguendo politiche estremiste filo-israeliane durante il suo primo mandato.

Di proprietà di gangster filo-israeliani, tra cui “Sheldon” e” Miriam Adelson”, Trump si è opposto al consiglio unanime di tutti gli esperti del Medio Oriente, tra cui la sua CIA, il Dipartimento di Stato e il Pentagono, e ha consegnato al regime messianico-millenarista di “Netanyahu” tutto ciò che chiedeva:

spostare l'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, riconoscendo le alture del Golan rubate come parte di Israele e armare con forza i burattini degli Stati Uniti nella regione per ignorare il loro popolo e stabilire relazioni diplomatiche con gli occupanti abusivi in quello che tutti nel MENA "Palestina occupata".

Peggio ancora, Trump ha fatto a pezzi l'”accordo nucleare JCPOA” con l'Iran, ponendo le basi per Israele per trascinare l'America in una guerra che non è ancora finita e che ha trasformato l'Iran in uno stato dotato di armi nucleari non dichiarate.

 

La verità è che i tanto decantati "Accordi di Abramo" di Trump sono sempre stati uno scherzo completo che nessuno nella regione prende sul serio.

Persino i dittatori fantoccio degli Stati Uniti che li hanno firmati li dove sono ridicoli.

 Nessuno nella regione prenderà mai in considerazione l'idea di permettere agli occupanti genocidi della Palestina occupata di avere uno stato legittimo a meno che e fino a quando "Israele" non rispettiva tutte le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, a partire dal ritiro completo da tutte le terre rubate nel 1967.

 E questo non è solo il consenso regionale, ma anche quello internazionale.

Era anche la posizione degli Stati Uniti fino a quando Trump, di proprietà degli Adelson e di altri gangster ebrei estremisti, ha trasformato gli Stati Uniti in un fuorilegge internazionale – uno stato canaglia – invertendo il consenso internazionale di lunga data su "terra in cambio di pace" che avrebbe dovuto essere la base degli accordi di Oslo.

Ratificando il furto israeliano, Trump non ha lasciato ai palestinesi, e alle loro centinaia di milioni di sostenitori regionali, altra scelta se non quella di fare qualcosa come il 7 ottobre come incursione.

Quindi la carneficina dei due anni di genocidio di Gaza deve essere attribuita interamente a Trump.

 

Le oltraggiose parole di Trump alla Knesset hanno ignorato la sua responsabilità per il disastro.

 Ha proclamato magniloquentemente e ripetutamente che lui e la sua brillante squadra di squali immobiliari trasformati in negoziatori di pace avevano appena inaugurato "l'età d'oro di Israele e l'età d'oro del Medio Oriente".

Come un gallo che si prende il merito di una falsa alba, Trump ha cantato "l'alba storica di un nuovo Medio Oriente".

Ha abbracciato acriticamente la propaganda israeliana su come "la crudeltà del 7 ottobre ha colpito il cuore dell'umanità stessa", ignorando il fatto che l'esercito israeliano ha usato elicotteri da combattimento e carri armati per massacrare la maggior parte dei civili che sono morti quel giorno, e che quasi tutta l'estrema crudeltà nel conflitto è stata inflitta dagli israeliani e non sono quella palestinese.

 

Ma l'aspetto più affascinante e divertente delle rabbiose di Trump sono le occasionali pepite di verità che ne emergono.

Mentre parlava alla Knesset, Trump si è rivolto a “Miriam Adelson”, la cui famiglia “Kosher Nostra” ha speso centinaia di milioni di dollari per comprare Trump per Israele, e l'ha chiamata in modo quasi scherzoso per essere fedele a Israele e non agli Stati Uniti:

 

"Ma in realtà le ho chiesto, la metterò nei guai con questo, ma in realtà gliel'ho chiesto una volta, le ho detto: 'Allora, Miriam, so che ami Israele.

 Cosa ami di più, gli Stati Uniti o Israele?

 Lei si rifiutò di rispondere.

Questo significa, potrebbe significare, Israele, devo dire".

 

Trump aveva appena dichiarato che i” soldi degli Adelson” lo avevano convinto a convalidare il furto israeliano delle alture del Golan.

Ammettendo così apertamente di essere stato corrotto da agenti di una potenza straniera, Trump ha reso visibile ciò che le presidenziali minori hanno sempre cercato di nascondere.

 

 

 

 

Un incontro tra Trump e Xi,

se accadrà, sarà un hamburger

da niente.

 

Unz.com - Hua Bin –( 27 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:

Tutti gli occhi sono puntati su “Geyongju,” in Corea del Sud, per un presunto "colloquio a margine" tra Trump e Xi alla fine di questa settimana.

Pechino non ha confermato, ma “Trump” e “Bessent” sono sembrati positivi.

Tra gli argomenti ci sono le terre rare, le tariffe, la soia, le patatine e Taiwan.

 

Mentre i protocolli diplomatici e i colloqui diretti tra i principali delle grandi potenze sono importanti e alcuni accordi transazionali possono essere raggiunti, un incontro è più probabilmente un nulla e non verrà raggiunto alcun grande accordo.

Se gli ultimi 7 anni, da quando Trump ha lanciato la prima guerra commerciale contro la Cina, ci hanno insegnato qualcosa, la lezione è che gli Stati Uniti sono decisi a contenere l'ascesa della Cina e a bloccarne i progressi.

 

A meno che gli Stati Uniti non si liberino della loro ostilità nei confronti della Cina, con una probabilità inferiore a zero, i due paesi si rimarranno in una situazione di stallo a lungo termine.

Nella tradizione politica occidentale, catturata nella “trappola di Tucidide” di “Graham Allison” e nei concetti di realismo aggressivo di “John Mearsheimer”, la geopolitica è un gioco a somma zero.

Una nazione può solo conservare e far crescere il proprio potere a spese di un'altra.

La Cina non sottoscrive una tale visione del mondo e non l'ha mai avuta nella sua tradizione politica di 2.000 anni.

Tuttavia, la geopolitica è una corsa al ribasso:

 se il tuo avversario definisce il gioco come a somma zero, vieni automaticamente portato al suo livello a meno che non reagisci alle sue provocazioni, prendi il pestaggio e porgi l'altra guancia.

 

Immagina il cortile di una scuola: vuoi farti gli affari tuoi, ma il bullo regnante non ti lascia in pace.

Continua a spingere e minacciare.

 Per quanto non vogliate, dovete alzarvi e impegnarvi una lotta per preservare la vostra dignità e credibilità, anche quando sapete che entrambi perderanno in una lotta del genere.

 

Siamo a questo punto ora.

La posizione predefinita del regime degli Stati Uniti è quella di sfidare e minacciare gli interessi della Cina, dal commercio, alla tecnologia alla sua integrità territoriale a Taiwan.

Non è il comportamento idiosincratico di un'amministrazione, ma un accordo bipartisan e una strategia nazionale.

E c'è stata una notevole continuità politica da Trump 1 a Biden a Trump 2.

E non è nemmeno una lotta uno contro uno.

Gli Stati Uniti stanno mobilitando tutti i loro "alleati" vassalli e stanno facendo pressione sui paesi non allineati affinché si uniscano a loro.

Il recente caso delle pressioni degli Stati Uniti sul governo olandese per rubare “Nexperia”, un produttore di semiconduttori, ai suoi proprietari cinesi è un perfetto esempio di tali dinamiche.

Naturalmente, se questi stati clienti diventano il danno collaterale, Washington difficilmente verserà una lacrima.

Pechino non nutre alcuna illusione sul fatto che gli Stati Uniti rinunceranno volontariamente alle loro ambizioni egemoniche e alle loro politiche ostili.

 

Pechino non ha alcuna fiducia in alcun gesto ingannevole di riconciliazione da parte di Washington, poiché ha dimostrato ripetutamente di essere incapace di impegnarsi.

L'elenco della malafede degli Stati Uniti nel trattare con gli altri è davvero lungo:

 

La sua ipocrisia ambigua sulla questione di una sola Cina codificata nel Comunicato di Shanghai del 1972.

Mentì all'Unione Sovietica sulla mancata espansione della NATO ("nemmeno un pollice a est") dopo che i sovietici avevano registrato la riunificazione tedesca.

Il suo ritiro unilaterale dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF).

Il suo ritiro in malafede dal patto globale sul clima dell'Accordo di Parigi.

Il suo ritiro unilaterale dall'accordo nucleare JCPOA con l'Iran.

Le sue numerose violazioni delle leggi delle Nazioni Unite sull'aggressione contro altri paesi, come l'invasione dell'Iraq, con menzogne inventate.

La sua violazione degli obblighi di non proliferazione delle Nazioni Unite sostenendo il possesso illegale di armi nucleari da parte di Israele.

In breve, gli Stati Uniti si sono dimostrati un attore canaglia sulla scena mondiale che opera sotto una falsa e cinica foglia di fico "ordine mondiale basato su regole".

Il più grande desiderio di Trump nell'incontro con il presidente Xi è quello di garantire l'accesso ai prodotti cinesi delle terre rare, nonostante la spavalderia che ha introdotto quando ha firmato l'accordo congiunto per lo sviluppo delle terre rare con il suo lacchè australiano Albanese.

Indipendentemente dalla raffica di attività da parte dell'Occidente per ridurre la sua dipendenza dalla Cina, la realtà è semplice e dura:

 è fisicamente impossibile per l'Occidente costruire una catena di approvvigionamento alternativa di terre rare su larga scala, specialmente nella categoria più critica delle terre rare pesanti, in qualsiasi momento (diciamo tra 5 anni).

 

Per realizzare una simile catena di approvvigionamento, questi paesi dovrebbero identificare giacimenti minerari, ottenere permessi, costruire impianti di separazione e lavorazione, sviluppare tecnologie e attrezzature per l'estrazione di terre rare e acquisire le competenze ingegneristiche necessarie.

Potrebbe inoltre essere auspicabile una bonifica chimica e radioattiva per gestire le conseguenze.

Secondo un rapporto del CSIS, nel 2023 sono state conferite solo 327 lauree americane in ingegneria mineraria e mineraria, rispetto ai 1.000 studenti universitari e ai 500 laureati della “China University of Mining and Technology”, la migliore scuola mineraria del Paese a “Xuzhou”.

In Cina ci sono alcune centinaia di altre università con corsi di laurea in estrazione mineraria e metallurgia.

 

Quando si parla di terre rare, la carenza di competenze è a dir poco terribile in Occidente:

 secondo il CSIS, negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone potrebbero esserci solo "un paio di dozzine" di esperti in separazione e raffinazione, rispetto alle decine di migliaia in Cina.

Pechino ha già iniziato a catalogare gli esperti del Paese in questo campo per assicurarsi che non lavorino in progetti minerari all'estero e non rivelino segreti industriali, ha riportato il “Wall Street Journal” a giugno.

Combinando il controllo delle esportazioni di terre rare con controlli più severi sulla tecnologia e sui talenti, Pechino sta costruendo una fortezza di competenze sui minerali critici che l'Occidente richiederà anni, se non decenni, per superare.

 

Trump e i suoi consiglieri sanno che la macchina da guerra degli Stati Uniti si fermerà letteralmente quando le sue scorte di terre rare si esauriranno nel giro di pochi mesi.

 È disperato perché la Cina apre il rubinetto.

 

Torniamo all'incontro, se dovesse accadere. Indipendentemente da come andrà il vertice, la Cina non tornerà indietro sulla sua morsa delle terre rare.

Pechino potrebbe prendere in considerazione l'aumento delle forniture per le industrie civili se gli Stati Uniti ritirare le proprie politiche di escalation dopo i colloqui commerciali con la Svizzera, come l'ampliamento della “Entity List” che prende di mira le filiali estere di società cinesi o la campagna di pressione subdola sui suoi stati clienti che ha portato alla situazione con “Nexperia” nei Paesi Bassi.

 

Dopotutto, durante la guerra di Corea, la Cina combatté cinque importanti battaglie con gli Stati Uniti dal 1951 al 1953 e perseguì una politica di "combattimento dialogico" (bian da bian tan), che alla fine portò a una tregua. Pechino stringerà accordi tattici anche con Trump, se serviranno ai suoi interessi.

Ma l'uso finale militare è completamente fuori discussione. Perché Pechino dovrebbe consentire l'industria bellica degli Stati Uniti quando sta prendendo di mira direttamente la Cina e i suoi amici?

 

Lo stesso vale per i produttori europei di armi. La Cina non ha alcun interesse a consentire la militarizzazione della NATO contro la Russia.

Gli Stati Uniti hanno giocato tutte le loro carte.

 Il suo obiettivo è stato quello di indebolire la Cina senza infliggere troppi danni a sé stessa.

Ogni volta che trova un'opportunità del genere, la coglie.

Questo è il motivo per cui Washington rompe gli accordi.

 

L'escalation è parte integrante della politica statunitense. Tuttavia, questa strategia ha una durata breve e richiede un avversario debole che non può reagire.

Sfortunatamente per gli Stati Uniti, non hanno alcun potere sulla Cina. La produzione manifatturiera cinese rappresenta il 35% della produzione mondiale totale, 3 volte quella degli Stati Uniti e più grande di quella delle successive 8 maggiori nazioni industrializzate messe insieme.

La Cina è semplicemente molto più grande e forte del bullo del cortile della scuola.

Confucio disse: "Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te".

 La saggezza politica di 2000 anni fa potrebbe essere troppo profonda per un Paese con poco più di 200 anni di storia.

Ma anche gli idioti hanno l'istinto di sopravvivenza.

 

Trump ama farsi fotografare con i leader forti che ammira, ma dall'incontro con “Xi “non uscirà nulla di sostanziale.

Se Washington non abbandona la sua illusione di supremazia e non si presenta al tavolo delle trattative come un attore razionale, la lotta continuerà.

 

 

 

 

Trump e il nuovo leader giapponese

 stringono un'alleanza di "massima forza"

 con ingenti investimenti e un

 accordo sulle terre rare

 Naturalnews.com – (29/10/2025) - Cassie B. Redazione – ci dice:

 

Trump e Takaichi riaffermano l'alleanza tra Stati Uniti e Giappone.

Il Giappone ha promesso la cifra colossale di 550 miliardi di dollari per progetti di investimento negli Stati Uniti.

L'accordo riguarda i settori dell'energia, dell'intelligenza artificiale e dell'energia nucleare, con ingenti impegni aziendali.

Un accordo fondamentale sui minerali mira a ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.

Trump ha elogiato l'aumento della spesa per la difesa e gli ordini di equipaggiamento militare da parte del Giappone.

Il presidente Donald Trump e il nuovo primo ministro giapponese “Sanae Takaichi “hanno riaffermato l'alleanza tra Stati Uniti e Giappone, definendola una partnership indissolubile pronta a vivere una nuova era dell'oro.

 L'incontro, svoltosi a Tokyo durante il tour asiatico del presidente Trump, ha portato a importanti accordi incentrati su un colossale impegno giapponese di investimenti da 550 miliardi di dollari per progetti americani e su un accordo cruciale sui minerali delle terre rare, che delineano un solido futuro per l'occupazione e l'industria statunitensi, contrastando strategicamente il predominio cinese.

 

Il vertice, caratterizzato da elogi reciproci e da una chiara attenzione ai risultati tangibili, ha visto il Presidente Trump offrire un sostegno incrollabile al principale alleato asiatico.

"Voglio solo farvi sapere che ogni volta che avete domande, dubbi, qualsiasi cosa desideriate, qualsiasi favore di cui abbiate bisogno, qualsiasi cosa io possa fare per aiutare il Giappone, noi saremo lì", ha dichiarato Trump.

Ha definito definitivamente la partnership "un alleato al massimo livello".

Si prevede che questa solida relazione si tradurrà in significativi benefici economici per gli Stati Uniti.

"Credo che faremo scambi commerciali straordinari insieme, più che mai", ha affermato Trump, esprimendo fiducia nel fatto che la relazione sarà "più forte che mai".

Al centro di questa nuova era c'è la formalizzazione di un impegno di investimento giapponese di 550 miliardi di dollari per progetti statunitensi, un fondo che, secondo la Casa Bianca, può essere investito come l'America ritiene opportuno.

 

Un accordo per l'industria e l'energia americana.

L'investimento, descritto dal Giappone come prestiti e garanzie a sostegno delle attività statunitensi delle aziende giapponesi, è mirato a settori critici.

I due governi hanno pubblicato un elenco di progetti nei settori dell'energia, dell'intelligenza artificiale e dei minerali critici, in cui le aziende giapponesi stanno valutando investimenti fino a 400 miliardi di dollari.

Tra questi, ingenti impegni per l'energia nucleare di nuova generazione.

 

“Westinghouse” è coinvolta in progetti per la costruzione di reattori nucleari e piccoli reattori modulari con un valore potenziale fino a 100 miliardi di dollari. Analogamente, “GE Verona” ha un piano potenziale da 100 miliardi di dollari per piccoli reattori nucleari modulari, con il coinvolgimento di aziende giapponesi come Hitachi.

Altri importanti attori come “SoftBank Group” hanno impegnato fino a 25 miliardi di dollari per infrastrutture energetiche su larga scala, mentre “Panasonic” ha delineato fino a 15 miliardi di dollari per sistemi di accumulo di energia.

 

 

Il Presidente Trump ha anche colto l'occasione per sottolineare gli investimenti aziendali in corso, elogiando in particolare Toyota per aver "costruito stabilimenti automobilistici in tutti gli Stati Uniti per un valore di oltre 10 miliardi di dollari".

Ha anche sottolineato l'impegno nazionale per rivitalizzare la cantieristica navale americana, osservando:

"Eravamo i numeri uno nella costruzione di navi, poi abbiamo perso la strada. Ma ora stiamo ricominciando a costruirle".

 

Rafforzare la difesa e le catene di approvvigionamento.

Sul fronte della sicurezza, Trump ha elogiato calorosamente l'impegno del “Primo Ministro Takaichi” nell'accelerare il potenziamento militare del Giappone, in particolare il suo piano di aumentare la spesa per la difesa al due percento del PIL.

"So che state aumentando notevolmente la vostra capacità militare e abbiamo ricevuto i vostri ordini per una quantità molto grande di equipaggiamento militare", ha affermato Trump, riconoscendo la svolta del Giappone verso una posizione difensiva più assertiva.

 

I leader hanno anche firmato un accordo cruciale per rafforzare le forniture di minerali essenziali e terre rare.

 Questo accordo è strategicamente vitale per entrambe le nazioni, che mirano a ridurre la dipendenza dalla Cina, che attualmente domina le catene di approvvigionamento di questi componenti elettronici chiave.

 In un gesto simbolico che sottolinea il rapporto commerciale, Trump ha osservato che il Giappone prevede anche di acquistare l'iconico pick-up F-150 della Ford, un veicolo raramente visto sulle strade giapponesi.

Il rapporto personale tra i due leader è stato palpabile durante tutta la visita. “Takaichi”, un protetto del defunto amico di Trump, “Shinzo Abe”, ha sapientemente incanalato questa eredità per creare fiducia.

 I due leader hanno persino effettuato un raro volo congiunto a bordo dell'elicottero presidenziale Marine One verso la portaerei “USS George Washington” , presso una base navale statunitense vicino a Tokyo, un potente simbolo visivo dell'alleanza militare.

 

Gli esperti hanno osservato che il vertice è stato un successo travolgente per il nuovo primo ministro.

“Kristi Govella”, presidente del Giappone presso il “Center for Strategic and International Studie”s, ha osservato che “Takaichi “"si è guadagnata una sorta di luna di miele" assicurandosi la fiducia di Trump e prevenendo potenziali critiche da parte degli Stati Uniti su questioni come la spesa per la difesa.

L'incontro ha saputo coniugare con successo il simbolismo con accordi sostanziali in ambito economico e di sicurezza, dando un tono positivo al futuro delle relazioni.

 

Questa alleanza rivitalizzata, forgiata in uno spirito di reciproco vantaggio economico e cooperazione strategica, segna un significativo cambiamento verso un mondo in cui nazioni forti e sovrane negoziano direttamente a beneficio dei propri popoli.

L'ingente impegno finanziario del Giappone rappresenta una monumentale infusione di capitali nelle infrastrutture e nell'industria americana, risultato diretto di una politica estera che dà priorità all'interesse nazionale e non ha paura di affermare la forza americana.

Per i lavoratori e le industrie americane, questa partnership potrebbe aprire le porte a una nuova era di opportunità e crescita.

(ZeroHedge.com) – (Reuters.com) – (JapanTimes.co.jp).

 

 

 

 

Israele riprende gli attacchi su Gaza, accusando Hamas di aver attaccato le truppe e di aver inscenato un falso recupero del corpo.

 Naturalnews.com – (29/10/2025) - Cassie B. – Redazione – ci dice:

 

Gli attacchi israeliani riprendono dopo il fallimento del cessate il fuoco, uccidendo centinaia di persone.

Hamas e Israele si accusano a vicenda di aver violato la tregua.

La Casa Bianca conferma di essere stata consultata e dà la colpa ad Hamas.

Gli aiuti sono bloccati alla frontiera a causa di una grave crisi umanitaria.

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede un cessate il fuoco.

Il cessate il fuoco a Gaza è in frantumi dopo che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato una nuova ondata di attacchi militari, accusando Hamas di violare la tregua mediata dagli Stati Uniti.

Questa drammatica escalation, avvenuta martedì, segna la rottura più grave nel processo di pace dall'inizio della tregua all'inizio di questo mese, facendo ricadere la regione nella violenza e sollevando seri interrogativi sulle reali intenzioni di Israele fin dall'inizio.

L'ufficio di Netanyahu ha annunciato la decisione di "effettuare immediatamente attacchi potenti" contro Gaza.

La giustificazione fornita è stata una duplice accusa:

i militanti di Hamas hanno aperto il fuoco sulle truppe israeliane nella città meridionale di Rafah e il gruppo non ha onorato l'impegno di restituire i corpi di tutti gli ostaggi deceduti.

 Un portavoce di Netanyahu,” David Mescer”, ha dichiarato:

"Hamas ha violato il quadro normativo non restituendo gli ostaggi e attaccando le nostre forze".

 

Tuttavia, Hamas ha fermamente negato qualsiasi coinvolgimento in un attacco contro le forze israeliane.

In una dichiarazione, il gruppo ha ribadito il suo impegno nei confronti dell'accordo di cessate il fuoco e ha invece accusato Israele di esserne il trasgressore.

Questa dinamica del "lui ha detto, lei ha detto" è diventata un tema ricorrente, con Israele che usa costantemente tali accuse per giustificare il ritorno alla brutale forza militare.

La ripresa graduale.

Al centro della motivazione israeliana per la rottura della tregua c'è un bizzarro incidente che ha coinvolto i resti di un ostaggio.

Israele sostiene che Hamas abbia messo in atto un "deliberato piano di inganno" riguardo al corpo di “Ofir Tzarfati”, ucciso dopo essere stato rapito durante l'attacco guidato da Hamas il 7 ottobre 2023.

Funzionari israeliani hanno presentato filmati ripresi da un drone che, a loro dire, mostrano gli agenti di Hamas inscenare un falso recupero dei resti parziali di “Tzarfati”.

Secondo l'esercito israeliano, il video mostra degli uomini che trasportano un sacco bianco per cadaveri da un edificio, lo seppelliscono in una fossa poco profonda e poi usano un escavatore per riportarlo alla luce davanti ai rappresentanti della Croce Rossa.

 Shoah Gerosina, portavoce dell'ufficio del primo ministro, ha dichiarato ai giornalisti:

"Posso confermarvi oggi che ieri Hamas ha scavato una buca nel terreno, vi ha deposto i resti parziali di Ofir, l'ha ricoperta di terra e l'ha consegnata alla Croce Rossa".

 

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha confermato la presenza del suo personale, ma ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna messa in scena.

"Il nostro team ha solo assistito a quello che sembrava essere il recupero dei resti senza essere a conoscenza delle circostanze che lo avevano portato", ha dichiarato l'organizzazione, definendo il falso recupero "inaccettabile".

Hamas ha respinto le affermazioni israeliane, accusando Israele di "cercare di inventare falsi pretesti in preparazione di nuove misure aggressive contro il nostro popolo".

 

Una sceneggiatura familiare.

Per gli osservatori del conflitto di lunga data, quest'ultima escalation sembra un copione familiare.

Israele accetta una pausa temporanea, solo per poi rivendicare una violazione da parte di Hamas che richiede una risposta militare schiacciante.

 Questo schema suggerisce che il governo Netanyahu potrebbe non aver avuto alcuna reale intenzione di rispettare la sua parte dell'accordo a lungo termine, utilizzando incidenti minori o controversie inventate come strategia di uscita per riprendere i suoi obiettivi militari.

Il costo umano di questa escalation calcolata è stato immediato. L'agenzia di protezione civile di Hamas a Gaza ha riferito che nove persone sono state uccise nei primi attacchi, tra cui quattro donne, tre uomini e due bambini.

 Non si tratta solo di numeri;

 si tratta di esseri umani le cui vite sono state annientate in un conflitto alimentato da posizioni politiche e da un palese disprezzo per la sicurezza dei civili.

 

Mentre la Casa Bianca sostiene che il cessate il fuoco "tiene", tale affermazione suona falsa rispetto al rumore delle esplosioni a Gaza.

Il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha riconosciuto "piccole scaramucce qua e là", una descrizione pericolosamente superficiale per azioni militari che provocano la morte di civili, compresi bambini. Questa tiepida risposta degli Stati Uniti, il principale benefattore di Israele, non fa che incoraggiare il regime di Netanyahu.

 

La realtà orribile.

La situazione sul campo a Gaza rimane catastrofica.

 Il sistema sanitario del territorio è stato decimato, con gli ospedali descritti come "gusci di mortaio" privi di forniture di base.

Le agenzie umanitarie segnalano che migliaia di camion carichi di beni essenziali sono bloccati al confine a causa delle restrizioni israeliane.

 

Questa rinnovata violenza non è un evento isolato, ma parte di un continuum devastante.

Il “Ministero della Salute di Gaza “riferisce che oltre 68.500 palestinesi sono stati uccisi nel conflitto durato due anni, una cifra sconcertante che sottolinea la natura sproporzionata e distruttiva delle campagne militari israeliane.

La strada da percorrere sembra desolante.

Con Israele che dimostra la sua volontà di infrangere i cessate il fuoco e la comunità internazionale che non riesce a imporre conseguenze significative, il ciclo di violenza appare infinito.

La popolazione di Gaza è ancora una volta presa nel fuoco incrociato, le sue speranze di pace sepolte sotto le macerie delle proprie case.

Questa non è una via verso la sicurezza; è una discesa nell'oscurità più profonda.

(YourNews.com) – (BBC.co.uk) – (NYTimes.com).

 

 

 

 

Grokipedia di Musk ha appena infranto

 il monopolio di Wikipedia sui fatti "neutrali."

 Naturalnews.com – (29/10/2025) - Willow Tohi - Redazione – ci dice:

 

XAI di Elon Musk ha lanciato Grokipedia, un'alternativa a Wikipedia basata sull'intelligenza artificiale, con quasi 900.000 articoli disponibili nel suo primo giorno.

La piattaforma si propone di fornire una contro-narrazione a ciò che Musk e i suoi sostenitori descrivono come la parzialità e la "propaganda" promosse dagli attivisti su Wikipedia.

 

I primi confronti mostrano contenuti divergenti su argomenti controversi come la” transizione di genere”, con Grokipedia che presenta punti di vista più scettici.

Il lancio riflette un conflitto ideologico più ampio sul controllo delle informazioni, poiché i modelli di intelligenza artificiale si affidano sempre più a tali fonti per i dati di addestramento.

Essendo un prodotto "Versione 0.1", Grokipedia rispecchia attualmente alla lettera alcuni contenuti di Wikipedia, ma promette una rapida evoluzione guidata dall'intelligenza artificiale.

In una sfida diretta all'ecosistema consolidato della conoscenza digitale, il magnate della tecnologia Elon Musk ha lanciato Grokipedia lunedì 27 ottobre.

Questa nuova enciclopedia online, basata sull'intelligenza artificiale della società XAI di Musk, si propone come un'alternativa alla ricerca della verità a Wikipedia, che Musk ha ripetutamente accusato di soccombere ai pregiudizi degli attivisti e alla "propaganda dei media tradizionali".

Con quasi 900.000 articoli disponibili al lancio, Grokipedia entra nella mischia come un nuovo attore significativo nel dibattito in corso su chi controlla la narrazione su controverse questioni culturali e politiche, promettendo di eliminare l'influenza ideologica dai resoconti dei fatti.

 

La genesi di una contro-enciclopedia.

L'impulso per Grokipedia si è cristallizzato in mesi di attriti pubblici tra Musk e la Wikimedia Foundation.

Un momento cruciale si è verificato nel gennaio 2025, quando la biografia di Musk su Wikipedia è stata modificata per indicare che un suo gesto era stato "paragonato a un saluto nazista".

 Musk ha denunciato la caratterizzazione e le politiche di approvvigionamento della piattaforma, sostenendo che l'affidamento di Wikipedia a quella che lui definisce "propaganda dei media tradizionali" come fonti valide ne distorce intrinsecamente i contenuti.

 Successivamente ha chiesto ai donatori di cessare il loro supporto.

 Il progetto ha subito un'accelerazione quest'autunno, con Musk che ha annunciato la sua intenzione di creare un concorrente e, nel giro di poche settimane, di rilasciare un prodotto live denominato "Versione 0.1".

 Su X, Musk ha inquadrato la missione in modo ambizioso:

 "L'obiettivo di Grok e Grokipedia.com è la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità".

 

Filosofie contrastanti nella pratica.

La divergenza fondamentale tra Grokipedia e Wikipedia non è solo tecnologica, ma anche filosofica.

 Wikipedia, lanciata nel 2001 e ora settimo sito web più visitato al mondo, si basa su milioni di volontari umani e applica politiche di "verificabilità" e "punto di vista neutrale".

La sua selezione delle fonti è guidata da un sistema di codifica a colori che classifica le pubblicazioni in base all'affidabilità.

I ​​critici sottolineano che questo sistema spesso etichetta fonti di sinistra come “MSNBC” come "generalmente affidabili", mentre classifica fonti di destra o anti-establishment come “Fox News” come "marginalmente affidabili" e “Zero Hedge” come "generalmente inaffidabili".

Questo, sostengono gli oppositori, esclude sistematicamente prospettive conservatrici e alternative dalle vaste pagine dell'enciclopedia.

Al contrario, Grokipedia è interamente generata dall'intelligenza artificiale di Musk, con l'obiettivo di aggirare i pregiudizi editoriali umani e presentare informazioni che il suo sistema ritiene fattuali, anche se sfidano le narrazioni convenzionali.

I primi confronti rivelano divisioni ideologiche.

A poche ore dal lancio, giornalisti e utenti hanno iniziato ad analizzare il modo in cui le due piattaforme gestiscono argomenti delicati.

 La voce sulla medicina della “transizione di genere” è diventata un esempio lampante.

Mentre la pagina di Wikipedia afferma che la comprensione scientifica dell'argomento "esiste da decenni", la voce corrispondente di Grokipedia descriveva le basi scientifiche per i trattamenti medici come "limitate e di bassa qualità".

 Inoltre, la pagina di Grokipedia trattava teorie secondo cui il rapido aumento dell'identificazione transgender potrebbe essere influenzato da "influenza sociale o contagio", un punto di vista in gran parte assente da Wikipedia.

Su altri argomenti, come l'ex CEO di Twitter “Parag Agrawal”, la voce di Grokipedia ha evidenziato le critiche dello stesso Musk, dettagli non presenti su Wikipedia.

 Questi primi contrasti sottolineano l'intento del progetto di offrire un'interpretazione diversa di questioni moderne controverse.

 

L'alta posta in gioco nel controllo della conoscenza.

La battaglia tra questi modelli enciclopedici ha profonde implicazioni per il futuro dell'informazione.

Il predominio di Wikipedia la rende una fonte di dati fondamentale per molti dei principali modelli di intelligenza artificiale.

Se questi modelli vengono addestrati su contenuti percepiti come ideologicamente orientati, i critici temono che il pregiudizio si integri e si amplifichi negli strumenti di intelligenza artificiale utilizzati da milioni di persone.

L'approccio “AI-first” di Grokipedia rappresenta un tentativo diretto di creare un corpus di formazione alternativo.

Tuttavia, la nuova piattaforma non è priva di contraddizioni iniziali.

 Molte delle sue voci su argomenti non controversi sono risultate identiche parola per parola a quelle di Wikipedia, una misura temporanea che Musk ha riconosciuto e si è impegnato a correggere entro la fine dell'anno.

 

Una sfida in evoluzione allo status quo.

Mentre Grokipedia si evolve dalla sua versione iniziale 0.1, il suo impatto sul panorama digitale resta da vedere.

Musk ha promesso che "la versione 1.0 sarà 10 volte migliore", a indicare l'impegno per un rapido miglioramento guidato dall'intelligenza artificiale.

Il lancio della piattaforma rappresenta più di un semplice nuovo sito web;

 è la manifestazione di una crescente domanda di alternative alle istituzioni tradizionali, percepite come vincolate a una visione del mondo univoca.

 Per i sostenitori della libertà di parola e della diversità ideologica online, Grokipedia rappresenta una sfida formidabile a un monopolio dell'informazione radicato da tempo.

 La sua capacità di raggiungere il suo obiettivo dichiarato di fornire una verità nuda e cruda su larga scala sarà una delle storie tecnologiche e culturali più significative da seguire, mentre la definizione stessa di conoscenza affidabile è contestata nella pubblica piazza.

(ZeroWedge.com) - (X.com) – (NYTimes.com).

 

 

 

Contrordine compagni, non ci sarà

l’Apocalisse climatica.

Firmato Bill Gates.

 Tempi.it - Leone Grotti – (29 Ottobre 2025) – ci dice:

In un lungo articolo il cofondatore di Microsoft sveste i panni dell’attivista climatico e indossa quelli dell’ambientalista scettico. È il segno che la sbornia green sta davvero passando

Il cofondatore di Microsoft è Bill Gates.

Chissà come la prenderanno Greta Thunberg e i tanti accoliti dell’Apocalisse climatica.

 Bill Gates, il fondatore di Microsoft, il filantropo più famoso al mondo che solo quattro anni fa pubblicò un libro dal titolo “Clima. Come evitare un disastro”, oggi se la prende con gli allarmisti di tutto il mondo e in un lungo articolo su Gates Notes invoca la retromarcia:

 

«C’è una visione apocalittica del cambiamento climatico che recita così:

“Tra pochi decenni, un cambiamento climatico catastrofico decimerà la civiltà.

 Le prove sono ovunque:

 basta guardare le ondate di calore e le tempeste causate dall’aumento delle temperature globali.

Nulla è più importante che limitare l’aumento della temperatura”. Fortunatamente per tutti noi, questa visione è sbagliata.

Sebbene il cambiamento climatico abbia gravi conseguenze, in particolare per le popolazioni dei paesi più poveri, non porterà all’estinzione dell’umanità».

E la moria degli orsi polari?

Ma come?

E lo scioglimento dei ghiacciai, l’addio alla calotta polare, la scomparsa dell’Himalaya, la moria degli orsi polari, l’ebollizione degli oceani, l’innalzamento delle acque, la trasformazione della California in un parco subacqueo, l’estinzione di innumerevoli specie animali e l’alterazione di ogni singolo ecosistema esistente al mondo?

 

Bill Gates non dice “abbiamo scherzato”, ma ci va molto vicino.

 E non si limita a ridimensionare le conseguenze dei cambiamenti climatici («Le persone saranno in grado di vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il prossimo futuro»).

 Alla vigilia della Cop30 che si terrà a Belém, in Brasile, mette in discussione anche il metodo principale adottato da diversi decenni per invertire la rotta del surriscaldamento globale: tagliare le emissioni di CO2.

La temperatura globale non è tutto.

L’uomo che siede su una fortuna pari a 122 miliardi di dollari, e che viene ascoltato soprattutto per la sua capacità di orientare i mercati, ricordando che «il cambiamento climatico non è la più grande minaccia per le nostre vite e per il benessere nei paesi poveri e non lo sarà in futuro»,

 se la prende con quelle istituzioni, «spinte da ricchi azionisti», che hanno finanziato il taglio dei combustibili fossili per limitare le emissioni di CO2, causando però ancora più povertà nei paesi del terzo mondo.

 

Tutte queste azioni, nota Gates, «non hanno avuto praticamente alcun impatto sulle emissioni globali», ma hanno peggiorato la vita di intere popolazioni. La temperatura, insiste, «non è il modo migliore per misurare i nostri progressi sul clima».

Ma come?

 E migliaia di titoli giornalistici allarmati sul caldo che è troppo caldo e sul freddo che è troppo freddo e sulla pioggia che è allo stesso tempo troppa e mai abbastanza?

E le paginate sull’innalzamento della temperatura globale da contenere a 1,5 gradi, Parigi docet, o meglio a 1, ma forse andrebbe bene anche a 2 nonostante abbiamo già superato i 3 gradi?

Carta straccia, ci dice adesso Bill Gates.

 

È “sparito il freddo”? Il clima che cambia tra realtà e propaganda

Bill Gates: «Prima il benessere umano».

Ogni strategia climatica, scrive ancora il filantropo, deve dare la priorità a sollevare le persone dalla povertà perché «salute e prosperità sono le migliori difese contro il cambiamento climatico».

 Il successo di ogni battaglia climatica si misura «dall’impatto sul benessere umano più che da quello sulle temperature globali».

È all’adattamento al clima che cambia, insomma, che bisogna dare priorità.

Perché solo la tecnologia e il progresso ci permetteranno di risolvere il problema ambientale.

 

Ora anche Bill Gates è come Hitler?

Le conclusioni alle quali arriva Bill Gates non sono dissimili, anzi a tratti sono uguali, a quelle cui giunge un ambientalista controcorrente come “Bjørn Lomborg”, che da anni sostiene, anche dalle colonne di Tempi, che l’allarmismo è inutile, se non dannoso, e che i miliardi spesi per tagliare le emissioni di CO2 andrebbero meglio investiti per migliorare la condizione dei paesi poveri e per favorire l’adattamento al clima che cambia.

 

Finché simili tesi vengono sostenute da un personaggio che fino a poco tempo fa veniva paragonato ad Adolf Hitler è un conto, quando ad appoggiarle invece è un furbo di tre cotte che i soldi sa come farli girare, è un altro.

Anche l’attivista svedese Greta Thunberg partecipa a una protesta di “Extinction Rebellion” contro una raffineria in Norvegia ad agosto.

I tanti interessi del filantropo.

Secondo il “New York Times”, dopo avere speso miliardi su miliardi su temi legati al clima e all’ambiente, la “Gates Foundation” sarebbe pronta a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti con i tagli alla cooperazione internazionale, investendo di più su salute e contrasto alla povertà nei paesi più sottosviluppati di Africa, Asia e America Latina.

Pur continuando a investire in energia, soprattutto green, nucleare incluso, Bill Gates sembra volere spostare la battaglia ambientale verso obiettivi più concreti e proficui del contrasto all’innalzamento della temperatura globale (le cui cause, secondo illustri scienziati, restano comunque sconosciute).

 

La conversione di Bill Gates.

Per il “Nyt”, una delle ragioni della svolta di Bill Gates potrebbe essere accattivarsi il favore di Donald Trump.

 Non è un’ipotesi assurda, soprattutto perché il cofondatore di Microsoft non spiega che cosa lo abbia convertito sulla via di Damasco.

Qualcosa però deve essere accaduto visto che nel 2021 pronunciava discorsi di questo tenore:

 

«Quando i coralli muoiono, non tornano più.

 Gli oceani diventano sempre più acidi e tutti gli ecosistemi acquatici stanno morendo.

Man mano che le foreste si seccano, sono soggette sia a incendi che a infestazioni che uccidono tutti gli alberi, quindi ce ne sono molti meno.

Con l’innalzamento del livello del mare, le spiagge scompaiono».

 

Allora Bill Gates sosteneva che affrontare il cambiamento climatico era per l’umanità una sfida «più grande che andare sulla Luna» e che bisognava fare scelte consapevoli, magari acquistando prodotti con una piccola impronta carbonica.

Ora invece sottolinea l’importanza di ridurre la povertà, anche a costo di produrre un impatto negativo sull’ambiente.

 

È finita la sbornia green?

Il radicale cambio di opinione di Bill Gates potrebbe essere il segnale che la sbornia green, pur non essendo finita, è destinata a essere ridimensionata.

Da quando sono scoppiate le guerre in Ucraina e in Terra Santa, il tema del surriscaldamento globale fatica a trovare spazio sulle pagine dei giornali.

 Neanche Greta Thunberg si interessa più del clima.

Si continua a parlarne, ma con meno convinzione.

 

Unione Europea e Stati Uniti, pur senza dichiararlo apertamente, spostano lentamente le proprie priorità.

Il Green Deal da tempo non è più in cima all’agenda politica.

Si fa strada un nuovo e benvenuto buonsenso, che potrebbe trovare nelle parole di Bill Gates la sua epitome: «Ridurre la temperatura va bene, ma non a spese di tutto il resto».

Non resta che aspettare le reazioni indignate dell’”Ipcc” e degli attivisti che torneranno a gridare: “Bill, how dare you?”

(@LeoneGrotti.)

 

 

 

 

Green Economy.

Bill Gates: “Il cambiamento climatico

non ci farà estinguere.”

Prometeo.adnkronos.com – (29 Ottobre 2025) – Redazione – ci dice:

 

 

Sul suo blog propone una nuova strategia: determinante il concetto di “green premium”.

Il fondatore di Microsoft, Bill Gates.

A poche settimane dalla “Cop30” in Brasile, Bill Gates scuote il dibattito climatico con un memorandum che ridefinisce priorità e strategie.

 Il fondatore di Microsoft sostiene che il cambiamento climatico, pur avendo “gravi conseguenze”, non condannerà la specie umana.

Nel suo blog personale, il filantropo delinea un approccio pragmatico che mette al centro il benessere umano piuttosto che metriche astratte come il limite di 1,5 gradi.

La posizione divide la comunità ambientalista, ma apre interrogativi su come misurare davvero i progressi nella transizione ecologica.

 

Sommario.

Le tre verità scomode secondo Gates.

Ripensare l’obiettivo di Parigi.

Povertà e salute prima di tutto.

La strategia del green premium.

Il parallelo con la rivoluzione digitale.

Le accuse di ipocrisia e la compensazione.

Le tre verità scomode secondo Gates

Il miliardario costruisce la sua tesi su tre pilastri controversi:

 

Primo: il cambiamento climatico non metterà fine alla civiltà. Gli esseri umani, afferma, saranno “in grado di vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il futuro prevedibile”;

Secondo: la temperatura non rappresenta la metrica più efficace per valutare i progressi climatici;

Terzo: salute e prosperità costituiscono le difese più solide contro un pianeta più caldo.

Quest’ultimo punto ribalta la narrazione dominante: invece di concentrarsi esclusivamente sulla riduzione delle temperature estreme, Gates propone di rafforzare le capacità di adattamento delle popolazioni più vulnerabili.

 

Ripensare l’obiettivo di Parigi.

Il pianeta resta pericolosamente fuori rotta rispetto all’Accordo di Parigi, che fissa il limite del riscaldamento a 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale.

 Ma Gates invita a non fissarsi su quella cifra precisa.

 Il filantropo suggerisce di riconoscere i progressi concreti nella riduzione delle emissioni anziché concentrarsi su un obiettivo che appare sempre più irraggiungibile.

Questa prospettiva riflette un cambio di paradigma:

dall’attenzione ai target numerici a una valutazione più ampia degli impatti sulla vita delle persone.

 Per miliardi di individui nei Paesi in via di sviluppo, infatti, povertà e malattie rappresentano minacce più immediate del riscaldamento globale.

 

Povertà e salute prima di tutto.

Gates riporta l’attenzione su una dimensione spesso trascurata nel dibattito climatico:

la vulnerabilità sociale ed economica amplifica gli effetti del cambiamento climatico.

 Il filantropo sostiene che ridurre i giorni estremamente caldi o freddi conta meno che garantire che “meno persone vivano in povertà e in cattiva salute”.

 In questa logica, il maltempo diventa una minaccia gestibile per chi dispone di risorse adeguate.

 La tesi implica un riorientamento degli investimenti: non solo tecnologie verdi, ma anche sanità, istruzione e sviluppo economico nei contesti più fragili.

 L’approccio ricorda la filosofia della Cop30 brasiliana, che Gates elogia proprio per l’attenzione a tecniche di adattamento e sviluppo umano.

 

La strategia del green premium.

Al centro della visione di Gates c’è il concetto di “green premium”, già introdotto nel suo libro del 2021 “Come evitare un disastro climatico: le soluzioni che abbiamo e le innovazioni che ci servono”.

 Il green premium indica la differenza di costo tra metodi di produzione puliti e inquinanti per materiali come cemento, acciaio e carburante per aerei.

 L’obiettivo dichiarato è azzerare questo divario.

Quando produrre in modo sostenibile costerà quanto l’alternativa fossile, la transizione diventerà naturale e inarrestabile.

Questa strategia sposta il focus dalla regolamentazione all’innovazione tecnologica:

servono investimenti massicci in ricerca e sviluppo per rendere competitive le soluzioni a basse emissioni.

 

Il fondatore di Microsoft scommette su “breakthrough energetici” – dalla fusione nucleare ai combustibili sintetici – capaci di trasformare radicalmente interi settori industriali senza compromettere la crescita economica.

 

Il parallelo con la rivoluzione digitale.

Gates traccia un parallelo audace tra la sfida climatica e la rivoluzione digitale. Trent’anni fa, da amministratore delegato di Microsoft, scrisse un memorandum che invitava l’azienda a mettere Internet al centro di tutte le operazioni.

 

Quella “svolta strategica” trasformò Microsoft e l’intero settore tecnologico.

Ora il filantropo chiede alla comunità climatica una mossa simile alla Cop30 e oltre:

dare “priorità alle azioni che hanno il maggiore impatto sul benessere umano”.

 Il richiamo storico serve a legittimare un cambiamento di rotta che molti attivisti considereranno inaccettabile.

Gates lo sa, e nel post riconosce che la sua posizione solleverà critiche.

 

Le accuse di ipocrisia e la compensazione.

Il fondatore di Microsoft anticipa le obiezioni. La sua impronta emissiva personale resta elevata, e gli attivisti lo accusano di ipocrisia. Gates, che nel 1997 ha fondato insieme alla ex moglie la “Bill & Melinda Gates”, un colosso della filantropia, risponde che compensa interamente le proprie emissioni attraverso l’acquisto di crediti di carbonio “legittimi”.

 

La precisazione solleva più domande di quante ne risolva:

il mercato dei crediti di carbonio è notoriamente opaco, con numerosi scandali legati a progetti di compensazione inefficaci o fraudolenti.

La posizione del filantropo riflette una visione tecno-ottimista che confida nell’innovazione e nei meccanismi di mercato per risolvere la crisi climatica.

Ma proprio questo approccio divide:

per i critici, rappresenta una fuga dalle responsabilità immediate;

 per i sostenitori, un realismo necessario in un mondo dove miliardi di persone aspirano ancora a standard di vita occidentali.

 

Il memorandum di Gates ridefinisce i termini del dibattito climatico a ridosso di un appuntamento cruciale come la Cop30 brasiliana, che si terrà dal 10 al 21 novembre nel Belém, nel Parà.

 

La sua proposta – meno allarmismo, più pragmatismo – divide ma obbliga a confrontarsi con domande scomode:

quale equilibrio tra ambizione climatica e sviluppo umano?

Come misurare davvero i progressi?

La risposta determinerà non solo l’esito dei negoziati in Brasile, ma la direzione della transizione ecologica nei prossimi decenni.

Three tough truths about climate.

Rivista.ai – Dina – ( 29 Ottobre 2025)- in Vision - Bill Gates Blog – ci dice:

 

Bill Gates ottimista epidemico.

Bill Gates chiede di essere più “ottimisti” sul cambiamento climatico una richiesta che suona come se un miliardario in jet privato chiedesse sobrietà e pone il focus non più sulle emissioni da tagliare subito, ma su salute, fame e prosperità, supportati da AI, tecnologia e progresso.

 Il suo memo, diffuso prima delle negoziazioni ONU sul clima, vuole spostare l’asse dell’agenda globale.

 Ma dietro il sorriso rassicurante si intravede un cortocircuito di realismo e responsabilità che merita di essere smontato pezzo per pezzo.

 

Gates sostiene che il “doomsday outlook” l’idea che il declino irreversibile sia imminente — distorca le priorità, facendo concentrare eccessivamente la comunità climatica su obiettivi immediati di riduzione delle emissioni a scapito di interventi che migliorerebbero la vita delle persone mentre il clima continua a peggiorare. Secondo lui, “il cambiamento climatico è un problema serio, ma non sarà la fine della civiltà”.

 In sintesi: “Sì al clima, ma prima gli esseri umani”.

 

L’argomento è seducente a prima vista:

chi potrebbe obiettare che debbano vivere meglio le popolazioni più vulnerabili? Ma è proprio nella scelta delle priorità che si cela il veleno.

Minimizzare l’importanza del percorso di decarbonizzazione oggi significa disinnescare l’arma più potente che abbiamo contro il collasso climatico.

 Il “pilota automatico progressista” di Gates rischia di diventare il cavallo di Troia del disimpegno climatico.

 

Il memo non manca di contraddizioni interne.

 Gates chiede di misurare il progresso non in gradi Celsius bensì con l’Indice di Sviluppo Umano.

 Fa sognare tecnologie AI che diano consigli su cosa seminare e quando fertilizzare ai contadini dei Paesi poveri.

 Promuove investimenti in salute e agricoltura come baluardi anti-clima.

Ma non menziona adeguatamente che l’AI è un baco in crescita:

enorme consumo energetico, fabbisogni idrici e ricadute infrastrutturali che ricadono in gran parte sui sistemi climatizzati che si vorrebbe difendere.

 Il suo “green premium = zero” non cancella la realtà che, oggi, pulito costa ancora di più in molte aree del mondo.

 

Scienziati critici chiedono: se non misuriamo le emissioni, come sapremo se stiamo vincendo?

La reputazione di chi porta avanti modelli climatici derivati da generazioni di ricerca (inclusi i pericoli dei tipping point) verrà sacrificata sull’altare di un new deal percepito come “umano”?

Già “Jeffrey Sachs” ha bollato il memo come “poco chiaro, vago e fuorviante”. “Katharine Hayhoe” invita a non trattare il clima come un tema a compartimenti stagni — ogni problema globale si amplifica quando il clima peggiora.

 

La peggior beffa è che Gates propugna l’innovazione nei sistemi agricoli impattanti, ma ignora (o minimizza) il contesto locale.

 In Africa, contadini cui si propongono algoritmi e semi brevettati non dispongono sempre di acqua sufficiente per coltivare.

“Gabriel Manyangadze”, manager in Zimbabwe, afferma che “l’AI può dare l’informazione, ma non aiuta nell’azione” — serve una pompa solare, non un modello alimentato da server fossili.

 La sua fondazione è stata anche chiamata a risarcire, con una lettera aperta pubblicata da gruppi africani, i danni alla sovranità alimentare imposti dai suoi schemi agricoli industrializzati.

 

Chi alimenta la decarbonizzazione oggi può dire “prima miglioriamo le vite”?

È come sussurrare che prima tassiamo chi inquina, poi vediamo se esistiamo. Gates, in realtà, propone implicitamente una tregua parziale:

il disinquinamento può attendere purché l’innovatore ponga persone e salute al centro.

Ma chi stabilisce che priorità deve venire “prima”?

 

Sì, voglio respirare aria pulita e non subire inondazioni, e contemporaneamente voglio che i bambini non muoiano di malaria.

Non siamo in uno scenario di esclusione mutua.

Le politiche intelligenti devono moltiplicare gli effetti positivi, non scegliere tra vite e atmosfera.

Il memo di Gates vorrebbe ridurre il clima a un vincolo marginale, non il vincolo centrale.

 

Gates non è un idiota:

ha investito miliardi in” Breakthrough Energy”, sostiene energie rinnovabili e tecnologia climatica.

 Ma oggi, nel 2025, quando l’equilibrio climatico vacilla, minimizzare l’aspetto “emissioni” nei fatti alleggerisce la pressione che governi e aziende avrebbero sul cambiamento sistemico.

 È persino sospetta la tempistica: un cambio di tono subito prima del COP30 in Brasile, che sia un tentativo di rimodellare l’agenda negoziale?

Non è accettabile che un protagonista tecnologico proponga di “lasciare salire la temperatura di 0,1 °C per eliminare la malaria” come se fosse una scommessa plausibile.

Sono numeri che pesano, non metafore. Se concedi questo spazio, dove fermerai la scala?

Essere “più ottimisti” non significa ignorare l’urgenza, ma tenerla come stella polare.

Gates ci invita a voltare lo sguardo dalle pene ambientali verso le miserie immediate.

Peccato che le miserie e il clima siano intrecciate: peggiore il clima, più feroce la miseria.

Il memo di Gates è un elegante invito a perdere tempo mentre il pianeta brucia.

 

 

 

 

La corsa americana ai minerali critici:

il nuovo oro tecnologico che ridisegna

le alleanze globali.

Rivista.ai – Redazione – (29 Ottobre 2025) -  in Politica – ci dice:

 

Donald Trump ha riscritto il manuale della geopolitica economica, di nuovo. Durante la sua recente visita in Asia, ha firmato una serie di accordi sui minerali critici che, dietro l’apparente tecnicismo diplomatico, nascondono una mossa strategica di portata globale:

ridurre la dipendenza americana dalla Cina nel settore delle terre rare, il cuore pulsante della tecnologia moderna.

Non si parla solo di elementi chimici, ma di potere, di catene del valore e di controllo sull’infrastruttura tecnologica del pianeta.

La stessa infrastruttura che alimenta semiconduttori, batterie per veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma avanzati.

 

L’accordo con il Giappone è il più interessante perché riflette un linguaggio ibrido tra diplomazia e venture capital.

Il testo ufficiale parla di “supportare la fornitura di minerali grezzi e processati cruciali per le industrie nazionali dei due paesi”, ma la traduzione economica è più diretta: costruire un ecosistema minerario alternativo a Pechino.

Dietro le righe, si intravede la logica di una nuova “supply chain mineraria”, in cui Tokyo e Washington si impegnano a mappare congiuntamente le fonti di approvvigionamento, a finanziare progetti condivisi e a creare scorte strategiche. L’obiettivo è chiaro:

immunizzare le catene produttive occidentali dai rischi di strozzature geopolitiche.

 

Il documento parla di “azioni concrete entro sei mesi” e della creazione di un gruppo di risposta rapida guidato da funzionari energetici senior.

È un linguaggio che sa di emergenza industriale più che di cooperazione accademica.

Non è un caso che il Giappone, già dal 2011, abbia iniziato a diversificare le proprie fonti di terre rare con investimenti in Australia e in Francia.

L’ultima scommessa è sottomarina: nel 2026 inizieranno i test di estrazione di fanghi ricchi di terre rare a 6.000 metri di profondità al largo di un’isola a sud-est di Tokyo.

Il primo progetto del genere al mondo.

 Chi pensava che la guerra dei chip fosse l’ultima frontiera della competizione tecnologica, dovrà aggiornare il proprio lessico.

 

L’accordo con la Malesia aggiunge una sfumatura pragmatica, ma non meno strategica.

Kuala Lumpur siede su 16 milioni di tonnellate di riserve di terre rare, ma ha vietato l’esportazione del materiale grezzo per proteggere le proprie risorse. Trump ha firmato un memorandum che assicura agli Stati Uniti la continuità della fornitura di magneti e componenti finiti, mentre invita le aziende americane a investire nella filiera locale.

 È la versione diplomatica del concetto “friend shoring”:

creare valore all’interno di economie alleate, evitando la trappola di nuovi monopoli.

Il ministro malese dell’energia ha precisato che il divieto all’export rimane, ma che gli investitori stranieri sono benvenuti nelle attività di raffinazione e trasformazione.

È una sottile linea politica che consente di proteggere le risorse nazionali senza compromettere le relazioni internazionali.

Il memorandum con la Thailandia ha un tono più esplorativo, quasi sperimentale. Bangkok non dispone ancora di grandi giacimenti noti, ma il documento prevede cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella condivisione di informazioni su progetti futuri.

 Il primo ministro “Anutin Charnvirakul “ha tenuto a sottolineare che l’accordo non mette in discussione i rapporti con la Cina, un messaggio che tradisce la sensibilità geopolitica del sud-est asiatico.

Gli Stati Uniti non ottengono diritti esclusivi, ma posizionano un piede nella porta. È il modo americano di piantare bandiere senza sembrare imperialisti: firmare un “MOU”, attendere le analisi geologiche e intanto costruire relazioni commerciali.

 

La firma più rilevante dal punto di vista industriale resta però quella australiana.

Un accordo da 8,5 miliardi di dollari che prevede la costruzione di impianti di raffinazione e la difesa dei rispettivi mercati da pratiche commerciali scorrette. Entrambi i governi investiranno oltre un miliardo di dollari nei prossimi sei mesi.

 L’Australia, già partner chiave di Washington nel settore minerario, è l’unico paese occidentale con una catena di produzione di terre rare operativa al di fuori della Cina.

Con questo accordo, la collaborazione assume dimensioni strategiche paragonabili al “patto Aukus “nel campo della difesa.

La geopolitica dei minerali critici si sta trasformando nella nuova diplomazia dell’energia.

 

Washington guarda anche a nord, verso la Groenlandia.

Dopo il rifiuto danese alla proposta, ormai leggendaria, di acquistare l’isola, gli Stati Uniti sono tornati con un approccio più sofisticato:

finanziamenti mirati.

La US Export-Import Bank ha annunciato un prestito fino a 120 milioni di dollari per il “progetto Tanbreez”, gestito da “Critical Metals”, destinato all’estrazione di terre rare nel sud della Groenlandia.

È la versione artica del nuovo capitalismo minerario: non si comprano più territori, si finanziano risorse strategiche.

 

Dietro questa corsa ai minerali critici c’è una consapevolezza dolorosa per Washington:

la Cina controlla ancora circa il 70% della produzione globale di terre rare e oltre l’85% della raffinazione.

Nonostante le sanzioni, le guerre commerciali e le politiche di decoupling, l’Occidente rimane dipendente da Pechino per i materiali che alimentano la transizione energetica.

L’ironia è che le stesse aziende che progettano l’auto elettrica o il missile ipersonico americano usano componenti provenienti da Baotou, la “capitale mondiale delle terre rare” cinese.

 

Il problema non è solo economico, ma sistemico.

Le catene di fornitura minerarie sono lunghe, opache e difficili da riorganizzare.

Gli impianti di raffinazione richiedono tecnologie ad alta specializzazione e processi chimici complessi.

Costruire un ecosistema minerario autonomo significa investire miliardi in infrastrutture e gestire resistenze ambientali, sindacali e politiche.

Trump lo sa bene:

ogni accordo firmato in Asia è anche un messaggio per gli elettori americani. “Stiamo riportando a casa la produzione”, dice, ma in realtà sta ridisegnando la mappa globale della dipendenza.

 

La parola chiave è “ridondanza”.

Il nuovo paradigma della “supply chain mineraria” non è più la massima efficienza, ma la massima resilienza.

Washington vuole una rete di alleati in grado di fornire alternative rapide in caso di crisi geopolitica.

Tokyo porta know-how tecnologico, Canberra offre stabilità politica, Kuala Lumpur e Bangkok garantiscono diversificazione geografica.

È una strategia che ricorda la logica del cloud:

 distribuire i carichi per evitare “un single point of failure”.

Solo che, in questo caso, i “server” sono miniere, impianti di raffinazione e contratti multilaterali.

 

C’è anche un sottotesto più sottile.

 La corsa alle terre rare è il preludio a una nuova forma di diplomazia industriale, in cui i paesi non si contendono più petrolio, ma elementi chimici invisibili come il neodimio, il praseodimio o il disprosio.

 La materia prima del XXI secolo non è più l’oro nero, ma il metallo grigio.

E la leadership non si misura in barili, ma in grammi di concentrazione minerale.

 

In fondo, il messaggio di Trump è chiaro:

l’indipendenza economica passa attraverso la geologia.

 In un mondo dominato da software, intelligenza artificiale e algoritmi predittivi, il potere torna alla materia.

 È un paradosso quasi poetico.

 Mentre le big tech inseguono l’etere del “cloud computing”, la politica torna a scavare nel fango.

 

 

App AI Cina: 700 milioni di utenti,

ma la resa è incerta.

Rivista.ai - Dina – (29 Ottobre 2025) – Vision – ci dice:

 

Nel marasma tecnologico cinese, le applicazioni mobili basate sull’intelligenza artificiale stanno raccolgono numeri che farebbero girare la testa a molte startup occidentali.

Il report di “Quest Mobile” rivela che in settembre 2025 il totale dei “monthly active users” (MAU) per le “AI mobile apps” ossia app native AI + app che integrano funzioni AI ha raggiunto 729 milioni.

 Se pensate che sia solo un exploit straordinario e lineare, ripensatelo:

 la vetta sembra più un promontorio instabile che una montagna solida.

 

Le” app native AI” quelle progettate fin dall’inizio con l’IA al centro totalizzano 287 milioni MAU.

Le app “inapp AI, che offrono caratteristiche intelligenti integrate in altre app, segnano addirittura 706 milioni MAU.

Eppure, la festa dei numeri è temperata da un avvertimento: quasi il 60% delle app native AI ha perso utenti nel terzo trimestre.

 

Da “Technologist” con occhio strategico dico:

 in un ecosistema in espansione come questo, crescita apparente non significa automazione del successo.

 Quando tutti corrono, la medaglia d’oro diventa più cara.

 

Il dominio di pochi attori.

Nel segmento “native AI app” il panorama è già dominato da un paio di big. “Doubao”, la chatbot del “gruppo ByteDance”, guida con 172 milioni di utenti MAU in settembre.

 Seconda è “DeepSeek” con 145 milioni. Il terzo incomodo è “Yuanbao”, del gruppo “Tencent Holdings”, con circa 33 milioni.

Questo evidenzia un effetto “Matthew” (i vincenti vincono): il mercato si concentra e dà poco spazio ai piccoli.

Le app inapp AI, invece, mostrano come lAI stia penetrando in funzione più che prodotto standalone.

 Per esempio la funzione AI search di” Baidu” guida con 347milioni di utenti attivi mensili, seguita da “Douyin” (215milioni) e “WeChat” (166milioni).

Qui si coglie un elemento strategico importante:

l’AI non sta soltanto creando “app nuove”, sta penetrando in quelle già esistenti – e con già una base utenti enorme.

 

Il paradosso dell’espansione: tanti utenti, pochi profitti garantiti.

Per un “Technologist” abituato a guardare metriche e modelli di business, queste cifre suonano suggestive ma anche inquietanti.

Il fatto che quasi il 60 % delle” app native AI “perda utenti indica che l’innesco virale non basta.

Il mercato sta entrando in una fase di consolidamento, non di esplosione “libera”.

“Quest Mobile” lo descrive chiaramente:

«Per nuovi entranti o app mediopiccole, la finestra per costruire con successo un’ “app native AI” si sta restringendo».

Chi sperava di lanciare unapp AI generica e lasciarla scalare si trova davanti al muro della maturazione del mercato.

 

Le variabili critiche: verticalizzazione e valore reale.

Un passaggio chiave del report: lo sviluppo vincente non passa più solo dalla capacità modaiola di aggiungere “AI” al prodotto, ma dalla profondità verticale (esempi: salute, finanza, educazione professionale) e da un valore utente sostenibile.

Per esempio, l’app di salute AI AQ, lanciata da Ant Group nel giugno 2025, è salita al settimo posto con 7,9 milioni di utenti, segnando una crescita di +83 % rispetto al secondo trimestre.

Questo evidenzia che le “nicchie verticali” possono ancora offrire margini di accelerazione: ma serve specializzazione, investimenti e posizionamento forte.

 

Implicazioni strategiche e domestiche per gli operatori occidentali.

Da osservatore esterno e attore globale, queste dinamiche suggeriscono alcune lezioni che vanno ben oltre la Cina.

Primo: l’AI come “funzione aggiuntiva” (inapp) diventa mainstream prima che lAI come app dedicata.

Se si gestisce un ecosistema digitale, integrare capacità IA nelle app esistenti può essere meno rischioso e più scalabile.

Secondo: dominare numeri enormi non garantisce la fidelizzazione. Il calo utenti nelle native mostra che “retention” e valore percepito contano.

Terzo: il mercato assume connotazione oligopolistica molto presto; arrivare secondi o terzi significa margini ridotti.

Infine: dal punto di vista del productmanagement, la corsa alle feature IA deve essere accompagnata da un vero modello di business, dalla gestione dei costi degli upgrade modelli, dalla governance dei dati, dalla compliance (in Cina come in Occidente).

Il fatto che le principali update dei modelli fra le quattro grandi aziende cinesi si dicano ricorrere ogni 38 giorni, sottolinea lalta intensità competitiva.

 

Curiosità “da Technologist. ”

Un dettaglio divertente:

mentre il mercato native AI sala a 287 milioni, il numero per “inapp AI è 706milioni.

Non si tratta di errore:

segna che la modalità AI come supporto integrato è ormai più vasta di quella AI come app principale.

E questo è un segnale forte per chi sviluppa contenuti o servizi digitali: occorre pensare AI everywhere più che unapp AI.

Un altro punto:

 il declino degli utenti nelle app native mostra che l’effetto novità dura poco.

L’AI hype non basta: serve roi concreto.

Sarebbe interessante chiedersi: qual è il tempo medio di sessione in queste app?

Qual è il tasso di conversione verso modelli monetari?

Non lo dice il report, ma questi sono i KPI cruciali che un CTOCEO deve chiedersi.

La “keyword app ai Cina” si inserisce in un contesto dove la “massa utenti” è raggiunta, la “difesa competitiva” si consolida, e il “valore sostenibile” diventa la vera barriera all’ingresso.

Se stai pensando di replicare il modello in Occidente, ricorda che la Cina è avanti non solo per numeri, ma per dinamiche:

integrazione rapida, scalabilità attraverso prodotti di largo utilizzo, e una selezione severa – solo i fortissimi resteranno.

 

 

 

Sovranità algoritmica, terre rare

e la partita nascosta di TikTok:

un fact-check brutale.

 Rivista.ai – Dina -  (29 Ottobre 2025) – Politica – ci dice:

 

Nel confronto geopolitico tra Stati Uniti e Cina non basta parlare solo di dazi e di materie prime, perché la vera scommessa strategica ha un nome meno tangibile: sovranità algoritmica.

I fatti recenti indicano che un accordo sulla cessione delle operazioni di “TikTok” negli Stati Uniti ha avanzato fino alla fase di approvazione e coinvolge un gruppo di investitori statunitensi che comprende figure come “Larry Ellison”,” Silver Lake” e altri partner vicini all’amministrazione Trump, con “ByteDance” che mantiene una quota minore nella nuova struttura.

Questa non è più una telenovela per adolescenti:

è una negoziazione che intreccia politica, sicurezza nazionale e affari per decine di miliardi.

 

La portata della piattaforma è enorme e misurabile:

 circa 170 milioni di utenti negli Stati Uniti, un bacino che rende “TikTok” una piattaforma di comunicazione politica di massa e un canale pubblicitario di valore strategico.

 La statistica non è un’iperbole retorica, è il motivo per cui Washington ha trasformato la questione in materia di sicurezza e perché le trattative con Pechino si sono infuocate.

 Per comprendere il potere di un algoritmo basta osservare quanti occhi può orientare in un solo giorno.

 

Non bisogna sottovalutare il contraccolpo industriale delle scelte commerciali.

La Cina resta dominante nella catena del valore delle terre rare e dei magneti che alimentano sensori e motori.

Di conseguenza le restrizioni o le incertezze sulle esportazioni hanno già costretto alcune case automobilistiche a fermare linee di montaggio o a rivedere programmi di produzione, con esempi documentati di fermi temporanei negli stabilimenti Ford e un diffuso allarme tra gli OEM.

Questo non è un semplice racconto di prezzi che salgono, è la dimostrazione di una vulnerabilità strategica che spiega perché Pechino mantenga un vantaggio tattico in segmenti chiave della manifattura globale.

 

L’accordo su TikTok, anche se presentato come una soluzione tecnico-giuridica, va interpretato con attenzione diversa.

Non si tratta solo di cedere app e server, ma di stabilire chi controllerà la logica che decide cosa vedi.

Il concetto di controllo degli algoritmi di raccomandazione può sembrare astratto, ma il suo impatto è concreto sui consumi, sui flussi dell’opinione pubblica e sulla gestione dell’informazione politica.

La domanda centrale è se la proprietà formale della società controllante possa eliminare l’influenza a distanza del Paese d’origine quando i meccanismi principali restano licenziati o sottoposti a supervisione indiretta.

 Le garanzie sul controllo operativo dell’algoritmo sono infatti state al centro del confronto tra Washington e Pechino.

 

Il divario di trasparenza non è un dettaglio tecnico ma un elemento strutturale.

Gli algoritmi sono codice proprietario, protetto da segreti industriali, e possono essere modificati in modo invisibile, senza che soggetti esterni riescano a verificarne l’effetto.

È già stato osservato come piccoli cambiamenti nella logica di raccomandazione possano spostare engagement e visibilità in modo drastico, anche quando il pubblico non percepisce subito la variazione.

Piattaforme dove il timone algoritmico è stato spostato per favorire determinati contenuti o profili offrono prove concrete di quanto la tecnologia possa incidere sulla politica e sui mercati dell’attenzione.

Non è scientifico dire che un algoritmo determina un’elezione, ma è realistico sostenere che la sua opacità può alterare il campo informativo in modi imponderabili.

La preoccupazione del Congresso americano non nasce dal nulla:

 si basa sul fatto che le modifiche ai modelli di raccomandazione possono essere implementate di nascosto e influenzare l’opinione pubblica senza che si trovino contromisure efficaci.

Il nuovo assetto societario previsto da Washington promette supervisione, ma non garantisce la fine della manipolazione se non esistono strumenti di audit indipendente e limiti contrattuali robusti.

 

Chi controlla un algoritmo controlla l’attenzione.

L’esperienza degli ultimi anni mostra che modificare un motore di raccomandazione significa cambiare rapidamente la visibilità di post, leader o messaggi politici.

 La lezione pratica di chi ha ottimizzato consensi e visibilità sui social non è accademica, è ingegneria del potere.

Il fatto che il team di Trump conosca queste dinamiche da vicino rende il cambio di mano dell’algoritmo qualcosa di molto più profondo di un semplice riassetto di business.

 

Non si può nemmeno confondere causa ed effetto nel contesto cinese.

In Cina gli algoritmi non sono più considerati solo prodotti privati ma servizi di rete soggetti a una regolamentazione precisa e alla supervisione diretta della “Cyberspace Administration of China”.

Le regole impongono trasparenza operativa interna e conformità a valori “mainstream”.

Questo quadro normativo rende la “sovranità algoritmica cinese” molto diversa da quella occidentale e spiega perché Pechino valuti il controllo di un algoritmo come una pedina negoziale più che un tema di sicurezza ideologica.

 

Il compromesso politico, da parte di Pechino, non ha nulla a che vedere con la simpatia o la diplomazia soft.

 Xi Jinping valuta ogni concessione come scambio:

 un algoritmo in mani americane può perdere efficacia come strumento d’influenza, ma diventare leva per ottenere vantaggi su commercio, materie prime o accesso tecnologico.

Allo stesso tempo, per gli Stati Uniti, il controllo diretto dell’ecosistema di raccomandazione significa recuperare un frammento di sovranità digitale, una delle monete più rare nel capitalismo del XXI secolo.

 

Se c’è un messaggio per il lettore tecnologico e per il CEO, è semplice: politica e tecnologia non viaggiano più su binari separati.

Sono reti intrecciate dove la sovranità algoritmica è tanto una risorsa economica quanto una difesa strategica.

 Pensare che il tema sia solo tecnocratico è un errore fatale.

 Le implicazioni per i mercati, per le catene di fornitura delle terre rare e per la fiducia dei consumatori saranno tangibili, immediate e difficili da tracciare.

 

Le soluzioni tecniche per la trasparenza algoritmica esistono, ma costano e richiedono una volontà regolatoria decisa.

Se il nuovo assetto proprietario di TikTok negli Stati Uniti intende dimostrare che l’algoritmo non sarà usato come strumento d’influenza, servirà più di un contratto notarile:

 saranno necessari audit indipendenti, controlli diretti sul codice e clausole che sopravvivano ai cambi di proprietà.

 In assenza di questi strumenti la sovranità algoritmica rimane un concetto vulnerabile, pronto a essere piegato a interpretazioni politiche.

 

Per chi scrive politica o guida strategie aziendali la lezione è chiara.

Non trattare l’algoritmo come un dettaglio tecnico ma come un asset strategico che richiede supervisione congiunta, verifiche tecniche e un quadro di responsabilità pubblica.

Questa non è solo un’analisi sull’impatto politico, ma un invito a ripensare le relazioni tra capitale, codice e controllo.

In fondo, le parti in gioco sono fossili di potere:

 alcune tangibili come le terre rare, altre invisibili come i bit che decidono cosa vediamo, ma ugualmente letali se maneggiate con strategia.

 

 

 

Mara Casale.

La politica come esistenza autentica

e la storia come narrazione:

Hannah Arendt e l'esperienza totalitaria.

Storicamente.org – Mara Casale – (29 – 10 – 2025) – ci dice:

 

Nota in tutto il mondo come filosofa politica, sebbene abbia sempre preferito definirsi un «pensatore» politico, Hannah Arendt è senza dubbio una delle personalità intellettuali più complesse e significative del Novecento. Costantemente controversa e mai allineata, testimone consapevole della tragedia del proprio tempo, ella si è assunta il difficile compito di impegnarsi nella comprensione del male che ha segnato il XX secolo e che ha fatto di lei, come di milioni di altre persone, un’esule, un’apolide, una sradicata. Le origini del totalitarismo resta ancora oggi la testimonianza più sofferta e più lucida dello sforzo da lei compiuto di illuminare l’evento più tragico che l’umanità abbia mai conosciuto, di rendere conoscibile ciò che non sarebbe mai dovuto accadere e che si configura come un momento estremo di rottura nella storia occidentale: si può dire che l’opera del ’51 costituisca in un certo senso il momento fondamentale del suo complesso percorso esistenziale e intellettuale, l’esito maturo delle riflessioni elaborate in Francia e proseguite negli Stati Uniti, e nello stesso tempo il punto di partenza dal quale costruisce la sua teoria politica.

 Si può dire, in sostanza, che tutta la produzione della Arendt sia in qualche modo un’indagine continua, affrontata da una prospettiva in cui all’analisi degli elementi storici si innestano costantemente teorizzazioni di carattere filosofico e politico, del fenomeno totalitario.

 

Le origini del totalitarismo è un’opera che svela i suoi segreti un po’ alla volta e che richiede molte letture prima di essere compresa in profondità.

Ciò avviene perché la sua complessa stratificazione risponde perfettamente a un approccio metodologico che non può essere definito propriamente “accademico”, e che spazia liberamente tra molteplici suggestioni di carattere storico, filosofico, politico, letterario che si connettono tra di loro secondo la modalità del racconto che è propria dello stile e del pensiero di Hannah Arendt, e che rispecchiano appieno la sua ricca formazione intellettuale.

 A tal proposito è necessario osservare come tale formazione, benché stimolata e arricchita dal confronto con la realtà statunitense, avvenga essenzialmente in Europa e si ispiri principalmente alla cultura europea:

 pur rimanendo legata al nuovo paese che la ospita e al quale guarda come un esempio di democrazia in cui la nazionalità dominante non si identifica con lo Stato, la Arendt privilegia senza dubbio le fonti europee a quelle americane in un percorso che fa proprie con assoluta naturalezza la filosofia politica dell’antica Grecia, la poesia tedesca, la letteratura dell’Europa orientale, la fenomenologia tedesca e francese, la tradizione ebraica dei paria e quella rivoluzionaria della partecipazione diretta dei cittadini alla cosa pubblica.

 

L’eterogenea strutturazione di questo strano capolavoro, che si snoda attraverso l’intreccio di molteplici storie e singoli episodi che improvvisamente si addensano nell’evento totalitario, deriva quasi certamente dalla presa di distanza dell’autrice rispetto alle posizioni espresse dalla tradizione storicistica tedesca, intendendo con ciò non solo la dottrina, di ispirazione hegeliana, che concepisce la storia come svolgimento reale e necessario, o quella più propriamente fideistica sostenuta da Troeltsch e Meinecke;

ma anche il dibattito degli ultimi decenni dell’800, che riceve un sostanziale contributo dal pensiero di Max Weber, in merito ai problemi del metodo e della spiegazione della realtà storica, della storia intesa come un sistema di connessioni causali concrete, del legame che unisce ricerca storica e scienze sociali.

 Sebbene il modello di spiegazione weberiano non possa essere quello di una “deduzione” degli avvenimenti da leggi generali, per Weber ogni scienza si avvale sempre della spiegazione causale, ed essa non può fare a meno non soltanto di concetti generali, ma anche di “regole empiriche”, di leggi.

L’obiezione principale che la Arendt muove alle scienze sociali presuppone il netto rifiuto dell’autrice di assumere la storia come insieme di eventi sottoposti a leggi o a “regolarità”:

le scienze sociali, infatti, attraverso l’esercizio della predizione e della ripetizione, negano la novità dei fenomeni, come quello totalitario, riconducendoli al già noto e riconducendo sempre ad altro l’azione umana, a cause psicologiche, sociali, culturali, economiche.

 Al contrario l’azione umana, col suo carattere spontaneo e imprevedibile, si inserisce in un contesto di relazioni già date e difficilmente consegue lo scopo perseguito, di conseguenza il fatto storico trascende sempre i fattori che lo hanno determinato.

Scrive lei stessa in un articolo del 1954:

La causalità, comunque, è una categoria assolutamente estranea e ingannevole nelle scienze storiche.

Non solo il significato effettivo di ogni evento in verità trascende qualsiasi serie di cause passate che possiamo attribuirgli […] ma questo stesso passato viene alla luce solo con l’evento stesso.

Solo quando qualcosa di irrevocabile è avvenuto possiamo cercare di ricostruirne la storia: l’evento illumina il proprio passato, non può mai essere dedotto da esso.

 

In nota si legge:

Tra gli elementi del totalitarismo vanno incluse anche le sue origini, se per origini non intendiamo cause.

Gli elementi in quanto tali non causano mai nulla.

Essi diventano origini di eventi se e quando si cristallizzano improvvisamente in forme immutabili e definite.

 È la luce stessa dell’evento che ci consente di distinguere i suoi elementi reali da un numero infinito di possibilità astratte, ed è sempre questa stessa luce che deve guidarci all’indietro nel passato sempre oscuro e incerto di questi elementi stessi. In questo senso, è corretto parlare delle origini del totalitarismo, o di qualsiasi altro evento storico.

 

In tutta l’opera della Arendt è possibile scorgere una sorta di corrispondenza tra analisi degli avvenimenti concreti e riflessione concettuale, in una rete di rimandi e sollecitazioni imposte dall’urgenza di confrontarsi con il mondo reale e dalla necessità di fornire risposte nell’ambito della teorizzazione filosofico-politica.

 La storia come narrazione è dunque l’espediente che l’autrice utilizza per ricostruire gli avvenimenti, mettendo in risalto la loro singolarità e tracciando un quadro che privilegia le azioni umane piuttosto che le forze impersonali della storia: in questo senso il rifiuto della processualità configura l’evento come «crocevia di itinerari possibili», e rappresenta il perno attorno al quale ruota la generale teoria politica dell’autrice.

L’obiettivo di questo lavoro, pertanto, è quello di mettere in risalto la stretta connessione tra la teoria politica della Arendt e la struttura dell’opera.

 

La Arendt cominciò a scrivere Le origini del totalitarismo negli Stati Uniti tra il 1945 e il 1946, ma già in Francia aveva in mente di intraprendere un lavoro sull’ antisemitismo e sull’imperialismo, una ricerca storica su quel fenomeno che allora chiamava «imperialismo razziale» , vale a dire l’oppressione delle minoranze nazionali da parte della nazione dominante di uno Stato sovrano.

Il titolo provvisorio era “Gli elementi della vergogna”: antisemitismo, imperialismo e razzismo, e sarebbero passati sei anni prima di giungere al titolo definitivo e alla struttura tripartita che conosciamo.

 I tre elementi, spiega la Arendt, sono ciascuno espressione di un insieme di problemi politici reali alla base del fenomeno totalitario, sorti sullo sfondo della disintegrazione dello Stato-nazione ottocentesco e del collasso delle strutture politiche e sociali.

Proprio all’interno di questa cornice si sviluppano gli elementi che costituiscono la trama dell’opera: la questione ebraica, la nuova organizzazione dei popoli, l’organizzazione di un mondo che diventa sempre più piccolo, la nuova concezione del genere umano.

 

La trattazione del problema degli apolidi in particolare, tema molto caro alla Arendt anche in relazione alla sua esperienza personale, è senza dubbio la più rappresentativa per ciò che concerne il nesso tra la concezione della storia e della politica dell’autrice e la peculiare struttura dell’opera.

Le considerazioni di Hannah Arendt sulla figura dell’apolide muovono infatti dall’analisi del fenomeno da un punto di vista storico-politico per poi giungere a una riflessione critica sulla questione dei diritti umani e sul paradosso caratteristico della cittadinanza moderna, cioè la coincidenza fra quest’ultima e la nazionalità come principio fondante dello Stato-nazione:

mentre le dichiarazioni dei diritti dell’uomo di stampo illuminista proclamavano l’ammissione di tutti gli individui al riconoscimento sociale e giuridico, il mondo assisteva sempre più all’aggravamento dei fenomeni di esclusione, da un lato, e allo slittamento del tentativo di inclusione nella pratica dell’assimilazione dall’altro.

Per comprendere appieno la catastrofe che si abbatte su individui che hanno perso la tutela di un governo e la garanzia di protezione dei diritti umani, è quindi necessario estendere il discorso alla più generale rappresentazione della politica che fornisce Hannah Arendt:

 infatti, solo inserita all’interno della sua riflessione politica la condizione degli apolidi risalta in tutta la sua drammaticità, perché viene affrontato direttamente il problema tragico della perdita del mondo.

Punto di partenza è la distinzione del rapporto dell’uomo con il mondo secondo tre modalità:

l’attività lavorativa, l’operare e l’agire, che insieme costituiscono la vita activa.

La prima, l’attività lavorativa, corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano ed è legata al circolo prescritto dal processo biologico all’organismo vivente, nel quale tutto ciò che il lavoro produce viene immesso e consumato immediatamente per rigenerare il processo vitale e riprodurre nuova forza lavoro.

Al lavoro corrisponde la figura dell’”animal laborans”, l’uomo schiavo della necessità e dei bisogni del suo corpo, estraniato ed espulso dal mondo appunto perché imprigionato nella privatezza del proprio corpo.

L’operare invece è l’attività il cui frutto corrisponde al mondo “artificiale”, caratterizzato dalla durevolezza e nettamente distinto dal mondo naturale; è l’attività dell’”homo faber” che letteralmente opera e fabbrica quell’infinita varietà di oggetti che saranno innanzitutto oggetti d’uso e solo secondariamente di consumo.

 

L’agire, sostiene la Arendt, è la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini, e corrisponde alla condizione umana della pluralità, «al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo»;

la pluralità è la condizione preliminare di ogni vita politica ed è «il presupposto dell’azione umana perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà».

Quindi possiamo dire che l’azione politica è l’attività specificamente umana, il luogo dell’esistenza autentica dove all’uomo è dato di realizzarsi come uomo e che scaturisce dalla libertà come potere di intraprendere qualcosa di nuovo. Strettamente connessa all’azione e categoria centrale del pensiero politico è pertanto la natalità, perché ogni nuova nascita dà inizio a qualcosa di nuovo. Spiega “Enegrén”:

 

Prima di tutto la nascita come venire al mondo è apparizione nel senso più forte: ogni nascita è l’inaugurazione di una linearità unica che rompe con l’eterno ritorno della natura poiché fa emergere nel mondo un essere che prima non esisteva. Similmente l’azione fa apparire l’inedito.

Ma il concetto di natalità fornisce anche un punto d’appoggio ontologico all’agire, in quanto ogni azione si può intendere come l’eco dell’inizio di una vita essa stessa destinata a cominciare: l

a condizione umana di natalità, a questo titolo, si declina appunto al livello delle azioni particolari di cui costituisce l’archetipo metafisico.

Se, infine, l’azione è appunto la risposta umana alla condizione di essere nato , ciò accade in quanto la nascita è, più originariamente, come matrice di tutte le azioni, la libertà prima che consente di rompere con il passato .

 

Solo nell’agire l’uomo è libero dalle necessità naturali e dagli imperativi della tecnica, e soprattutto dal rapporto strumentale mezzo-fine che introduce necessariamente un elemento di violenza.

L’azione non è mai possibile nell’isolamento perché la sfera politica sorge direttamente dall’agire-insieme e dal confronto fra soggetti diversamente opinanti che si incontrano in uno spazio pubblico; questa pluralità è contraddistinta dal duplice aspetto dell’eguaglianza e della distinzione, dove all’eguaglianza di condizione politica, che si esplica nell’accesso di tutti allo spazio pubblico e nell’eguale partecipazione al potere, si affianca la distinzione intesa come possibilità di distinguersi dagli altri manifestando la propria peculiare identità.

 È proprio perché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo che ci si può attendere l’inatteso dall’uomo: agire, ci fa notare la Arendt, ha proprio il significato di iniziare, come indica la parola greca “archein”, incominciare, condurre, governare ; e scaturisce dalla pluralità di essere unici, perché «se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, […] allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità» .

Per la Arendt, dunque, il discorso e l’azione sono le modalità essenziali attraverso le quali riveliamo questa unicità nella distinzione, come per Aristotele erano le uniche due attività stimate politiche e costitutive del bios “politikos”, da cui trae origine il dominio degli affari umani nel quale ogni considerazione sull’utile o sulla necessità era rigorosamente esclusa.

 

La concezione politica di Hannah Arendt si ancora saldamente alla riflessione sull’esempio storico della polis greca, dove l’azione veniva innalzata al rango supremo, perché essa «ha determinato in misura decisiva, sul piano linguistico e del contenuto, l’idea europea della reale natura e del senso della politica».

Questo non significa che la Arendt vagheggi nostalgicamente un ritorno a quel tipo di esperienza;

il suo scopo è quello di evidenziare come nell’esperienza greca si disveli uno spazio che può essere creato solo da molti e nel quale ognuno si muove tra i suoi pari, in contrasto con «l’espropriazione moderna della politica» e l’irresistibile ascesa della macchina amministrativa contro la possibilità della “politeia “intesa come cittadinanza diretta.

Va aggiunto che nel pensiero politico tradizionale Hannah Arendt vede il progressivo affermarsi di determinazioni non originarie dell’agire e del politico, come evidenzia” Franco Volpi”:

 

Esse non sono originarie nel senso che non poggiano su un accoglimento genuino e appropriato dei caratteri specifici di tale campo fenomenico, ma lo comprendono invece nel quadro di un implicito privilegiamento della teoria, non messo in questione .

 

Il filo conduttore che attraversa le motivazioni originarie del progetto di Hannah Arendt è l’intento di una decostruzione del carattere teoretico del pensiero politico tradizionale, la quale, mutuando da Aristotele alcune strutture categoriali importanti, mira a spianare il terreno per una comprensione specifica dell’autenticità dell’agire come determinazione fondamentale del vivere umano.

 

Aristotele, ci dice la Arendt, distingueva diversi modi di vita che gli uomini potevano scegliere in libertà (la vita dei piaceri corporei, la vita dedicata alla polis e la vita del filosofo dedita alla contemplazione delle cose eterne), escludendo tutti quei modi di vita principalmente dediti alla conservazione della vita stessa, dunque l’attività lavorativa e l’operare.

Infatti, poiché essi producevano ciò che era necessario, erano costretti dalle necessità umane e pertanto non potevano essere liberi, diversamente dalla vita politica che si svolgeva in una forma di organizzazione, la polis, liberamente scelta, e che presupponeva la costante presenza degli altri.

Quindi, mentre la libertà risiedeva esclusivamente nella sfera politica, la necessità era soprattutto un fenomeno prepolitico caratteristico dell’organizzazione domestica privata, in cui il capo della casa reggeva la famiglia e i suoi schiavi. Poiché la polis rappresentava la forma più alta di convivenza umana, essere liberi e vivere in una polis erano in un certo senso la stessa cosa: tuttavia, per essere partecipe di questa esperienza, occorreva in primo luogo che l’uomo fosse già libero; non poteva essere né uno schiavo soggetto all’altrui coercizione né un lavoratore manuale soggetto al bisogno di guadagnarsi il pane quotidiano.

Il mezzo decisivo per acquisire la libertà che avrebbe permesso la partecipazione alla vita politica e alla polis era la schiavitù, il potere di costringere altri ad assumersi l’onere del vivere quotidiano:

 

La polis si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava sull’eguaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il centro della più rigida disuguaglianza.

Essere liberi significava sia non essere soggetti alla necessità della vita o al comando di un altro, sia non essere in una situazione di comando.

Significava non governare né essere governati. […]

Essere liberi voleva dire essere liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni tipo di dominio e muoversi in una sfera dove non si doveva né governare né essere governati.

 

Nella sfera domestica, quindi, non esisteva libertà, ma privazione dell’autenticità: in essa si realizzava l’emancipazione prepolitica per la libertà nella polis, e il capofamiglia era considerato libero solo in quanto aveva il potere di lasciare la propria casa per accedere alla sfera politica costituita dai suoi pari.

Questa sfera, in cui si muovono uomini uguali, è caratterizzata dall’isonomia, dal pari diritto all’attività politica, che nella polis era prevalentemente un’attività dialogica.

 L’atto libero del discorso, nel mondo greco, è un surrogato del fare, o meglio, non vi è distinzione tra parlare e agire:

 in Omero infatti «chi compie grandi gesta deve sempre proferire anche grandi parole, e non solo perché le grandi parole devono accompagnare a mo’ di spiegazione le grandi gesta, che altrimenti, mute, cadrebbero nell’oblio, ma perché lo stesso parlare era considerato a priori un modo di agire”.

 

La capacità di dialogare, di comunicare con i molti e di esperire quella pluralità complessiva che è il mondo era l’effettivo contenuto del politico, perché soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare nella sua obiettività visibile: per questo la vita privata ai greci appariva «idiota”, perché le era negata quella pluralità di discorrere e con essa l’esperienza della realtà del mondo.

Discorso ed azione venivano considerati equivalenti, e ciò significava che l’azione più politica si realizzava nel discorso, perché trovare le parole opportune al momento opportuno era l’unica risposta ai colpi inferti dagli dei.

Essere politici, vivere nella polis, significava che tutto si decideva con le parole: per questo alla famosa definizione aristotelica dell’uomo come “zoon politikon” si affianca l’altra, altrettanto famosa, dell’uomo come “zoon logon ekhon”, un essere vivente capace di discorso.

 In base a questa determinazione, lo schiavo, il barbaro, chiunque si trovasse al di fuori della polis era considerato “aneu logou”, «privo, naturalmente, non della facoltà di parlare, ma di un modo di vita nel quale solo il discorso aveva senso e nel quale l’attività fondamentale di tutti i cittadini era di parlare tra loro» .

A garantire che la realtà fosse discussa e affermata da tutti e che tutti i pari avessero la possibilità di sperimentare effettivamente le condizioni di eguaglianza e libertà era lo spazio pubblico, l’elemento comune in cui tutti si raccolgono e in cui tutti gli oggetti possono risaltare nella loro poliedricità.

La facoltà argomentativa, sostiene la Arendt, consisteva nella facoltà di vedere realmente le cose da diversi lati, cioè di assumere sul piano politico le tante possibili posizioni presenti nel mondo reale da cui la stessa cosa può essere osservata; lo spazio pubblico è il luogo nel quale una cosa può essere vista e udita da tutti, e vivere insieme significa essenzialmente «che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune […];

il mondo, come ogni in-fra (in-between), mette in relazione e separa gli uomini nello stesso tempo».

 La realtà della sfera pubblica si fonda sulla presenza simultanea di innumerevoli prospettive; ciascuno può essere visto e udito perché ciascuno vede e ode da una diversa posizione, e questo multi-prospettivismo è l’unica garanzia della realtà del mondo, perché «solo dove le cose possono essere viste da molti in una varietà di aspetti senza che sia cambiata la loro identità, […] la realtà del mondo può apparire certa e sicura».

Parzialità e pluralità di prospettive sono due concetti essenziali che la Arendt condivide del resto con “Merleau-Ponty”, il quale ci suggerisce un’esperienza del mondo nel senso di una totalità aperta la cui sintesi è interminabile e in cui gli oggetti sono reali perché penetrati da tutti i lati da un’infinità di sguardi: la pluralità di prospettive, che assicura la realtà e l’identità del mondo, «se è il mezzo che gli oggetti hanno per dissimularsi, è anche il mezzo che essi hanno per svelarsi. […] In altri termini: guardare un oggetto significa venire ad abitarlo, e da qui cogliere tutte le cose secondo la faccia che gli rivolgono».

La facoltà di osservare la stessa cosa dai punti di vista più disparati fa sì che alla propria posizione determinata l’uomo sostituisca quella degli altri con i quali condivide il mondo:

 

Il cogito altrui – continua “Merleau-Ponty “– destituisce di ogni valore il mio proprio cogito e mi fa perdere la sicurezza, che avevo nella solitudine, di accedere all’unico essere per me concepibile, all’essere così come viene intenzionato e costituito da me. […] In realtà, l’altro non è chiuso nella mia prospettiva sul mondo poiché questa prospettiva stessa non ha limiti definiti e scivola spontaneamente in quella altrui, poiché sono entrambe raccolte in un unico mondo al quale noi tutti partecipiamo come soggetti anonimi della percezione.

 

Per questo motivo il senso comune è definito il senso politico per eccellenza, che a sua volta assume a modello il giudizio estetico kantiano espresso nella Critica del giudizio, il quale riguarda un oggetto assolutamente particolare (giudizio riflettente). Esso si radica «in una specie di “sensus communis”» come facoltà di giudicare che tiene conto, nella sua riflessione, del modo di rappresentare di tutti gli altri uomini, per mantenere il proprio giudizio nei limiti della ragione umana nel suo complesso e per evitare l’illusione di ritenere oggettive delle condizioni particolari e soggettive.

Il senso comune occupa un posto così rilevante nella gerarchia delle qualità politiche perché tramite esso i nostri cinque sensi riescono ad aderire alla realtà complessiva delle cose.

Così il giudizio estetico-politico di Kant ci porta inevitabilmente agli altri (la Arendt parla di otherdirectedness, l’eterodirezione fondamentale del giudizio) grazie al senso comune tramite il quale gli uomini comunicano; infatti, sebbene il giudizio sia segnato da interessi soggettivi,

 

[…] il dibattito decanta e moltiplica questa soggettività che, invece di relativizzarsi, si conferma incessantemente nello scambio e acquista un’oggettività di nuovo genere, poiché il mondo che si offre nella discussione è interamente presente negli aspetti infinitamente diversi che presenta.

 […] Giudicare è scoprire un senso nel mondo, allo scopo di orientarsi in esso per un’azione il cui ambiente naturale è la contingenza nella quale essa deve sempre aprirsi un cammino, imprevedibilmente.

 

La parola, sostiene pertanto la Arendt, è rivelatrice, ed è anche manifestazione di colui che parla, il quale si scopre e si espone agli altri: egli è l’attore esposto agli occhi di tutti e che ha come testimoni coloro insieme ai quali agisce, che non è nulla senza l’eco che gli rimandano i suoi pari; in lui, essere-al-mondo e per-il-mondo, si intrecciano desiderio di vedere e desiderio di essere visto insieme all’incessante premura di distinguersi. Il singolo, nel suo isolamento, non è mai libero e la libertà, pertanto, trae sempre origine dall’infra che si crea soltanto dove si radunano molte persone e che può sussistere soltanto finché esse rimangono insieme; così, nel mondo greco, essa era limitata spazialmente dalle mura della città, coincideva con la polis al di fuori della quale non era possibile essere uomini politici. «L’infra – suggerisce la Arendt – è ciò che è autenticamente storico-politico […]: non è l’uomo a essere uno zoon politikon, o a essere storico, ma gli uomini, nella misura in cui si muovono nell’ambito che sta tra di loro» .

 Attraverso il recupero dell’etimo originario della parola “agire”, la Arendt vuole mostrare anzitutto la stretta connessione tra azione e inizio, e quindi, tra azione e novità, nel senso che solo agendo si può imprimere una svolta alla storia: per questo tutta la sua concezione politica si determina negativamente in rapporto alla natura, luogo della ineluttabilità in cui la spontaneità non riesce mai a collocare un elemento d’incertezza:

 

Solo nella sfera politica – commenta Paolo Flores d’Arcais – l’uomo attinge la propria «natura», si sottrae e contrappone cioè alla natura.

Solo politicamente vive fino in fondo il tratto peculiare che, entro il mondo della natura, lo qualifica come uomo, lo individua rispetto alla spora e all’unicorno. Privato della politica, l’uomo è privato di ciò che appartiene solo a lui e che perciò gli è proprio, gli appartiene in modo eminente: la differenza .

 

La natura è sinonimo di un incessante trascorrere, di un ordine necessario in cui la spontaneità assoluta, «il segno della possibilità essenziale dell’essere liberi» [25], non trova espressione. Perciò l’azione è essenzialmente contro natura, nel senso che si sottrae alla in-differenza.

 

Dal carattere innovativo e libero che la Arendt imputa all’azione derivano i suoi esiti problematici e irrazionali, vale a dire la sua imprevedibilità e la sua irrevocabilità.

 Poiché imprevedibile, l’azione entra in modo del tutto inatteso in collisione con altre iniziative comportando ripercussioni non dominabili; essa possiede una straordinaria capacità di propagazione e innesta catene di conseguenze che sfuggono totalmente alle intenzioni degli attori. Poiché irrevocabile, ogni azione determina conseguenze incancellabili nelle quali impegnano la nostra responsabilità, sebbene nessuno di noi sia in grado di valutare il senso oggettivo della propria azione, non perché non ne siamo del tutto gli autori, ma perché «essa è sempre interazione che suscita effetti di composizione perfettamente inattesi» .

L’intuizione fondamentale della Arendt consiste nel pensare che l’azione non dev’essere rappresentata secondo il rapporto strumentale mezzo-fine che governa la fabbricazione: per questo l’azione è essenzialmente energia, “attualità”, nel senso di essere in atto, termine che Aristotele impiegava per designare tutte le attività che non perseguono un fine, ma esauriscono il loro significato nell’esecuzione stessa.

L’azione è dunque fine a se stessa, perché il suo fine si trova nella stessa attività e perché esiste solo in pura attualità.

Poiché non mira ad alcun bene tangibile, essa, come direbbe “Lévinas”, «richiede a coloro che la esercitano una posta a fondo perduto»:

in altre parole, «il mezzo per conseguire il fine sarebbe già il fine; e questo fine, d’altro canto, non può esser considerato come un mezzo anche a diverso titolo, perché non c’è nulla di più elevato da raggiungere che questa stessa attualità».

 

La «triplice frustrazione» connessa all’agire – imprevedibilità dell’esito, irreversibilità del processo e anonimità degli autori – è il prezzo che l’uomo paga per poter esperire la realtà, e deriva in prima istanza dalla condizione umana della pluralità, il requisito preliminare di quello spazio dell’apparenza che è la sfera pubblica, lo spazio di visibilità in cui gli uni appaiono agli altri e si riconoscono a vicenda, che in sostanza costituisce la condizione di possibilità dell’essere-insieme. Poiché ognuno detiene una propria posizione delimitata nel mondo, la caratteristica dello spazio pubblico è quella di unire e separare allo stesso tempo, cioè di «articolare la pluralità attraverso relazioni che non siano né verticali né gerarchiche né di tipo fusionale».

Colpisce subito come la Arendt definisca il suo concetto di politica a partire da una concezione puramente orizzontale del potere, prodotto dell’interazione discorsiva e pratica di individui liberi ed eguali, che esclude ogni tipo di professionalizzazione della politica ed ogni tentativo di sottrazione della sfera pubblica.

Ciò che mantiene in vita la sfera pubblica è il potere che si genera dal vivere insieme delle persone, dal condividere parole e azioni; esso corrisponde in primo luogo alla condizione della pluralità e per questa ragione può essere diviso senza che diminuisca

: «Potere corrisponde alla capacità umana non solo di agire ma di agire di concerto. Il potere non è mai proprietà di un individuo; appartiene a un gruppo e continua a esistere soltanto finché il gruppo rimane unito».

 Il potere, quindi, consiste nella coesione dello spazio politico che si crea tra uomini che condividono parole e azioni, e pertanto non presuppone affatto la possibilità di sottomettere la volontà altrui.

Anziché caratterizzare il politico secondo le categorie dominio/obbedienza, per Hannah Arendt non esiste politica dove c’è dominio: come per i greci la relazione tra governare ed essere governati era considerata identica a quella tra padrone e schiavo e di conseguenza precludeva ogni possibilità di azione, così la Arendt intende qualsiasi forma di assoggettamento come il sintomo di una perdita di potere dei cittadini riuniti che assume connotazioni fondamentalmente antipolitiche.

 La violenza è un principio opposto e incompatibile con il potere, non sarà mai potere, ma solo dispotismo e prevaricazione (sebbene la Arendt ammetta il ricorso alla violenza qualora l’uomo venga offeso nei fondamenti più elementari della sua dignità).

 

Per questo motivo propone un modello della politica che si ispira alla democrazia consiliare, individuando le molteplici occasioni in cui i cittadini hanno tentato spontaneamente di dar vita a forme di partecipazione diretta alla vita pubblica: le sezioni parigine della Rivoluzione francese, la Comune del 1871, i soviet del 1905 e del 1917, i Räte della Germania del primo dopoguerra, e infine i consigli della Rivoluzione ungherese del 1956. Il modello della democrazia dei consigli si delinea come un tentativo di frammentazione del potere, che si configura così come un potere con-diviso, «il che non vuol dire semplicemente distribuito fra tutti, ma fra tutti partecipato a partire da divisione, punti di vista parziali (di parte!), opinioni che per definizione non aspirano affatto a oggettività».

 L’estensione del potere deve avvenire attraverso una condivisione che prevenga la sua degenerazione in una forza monopolizzabile, proprio perché il potere è pluralità; in questo senso i consigli (e qui ancora una volta avvertiamo l’influenza di Rosa Luxemburg) sono stati la testimonianza di un movimento interamente politico che cercava di assicurare la partecipazione attiva delle masse popolari in una democrazia senza limiti.

Come la Luxemburg, Hannah Arendt insiste sul fatto che la buona organizzazione non precede l’azione ma ne è il prodotto, e proprio per questo nei suoi scritti non troviamo altro che indicazioni sparse intorno all’idea di un’organizzazione orizzontale del potere, ma mai un programma preciso o uno schema stabilito che, come osserva “Enegrén”, «ipotecherebbe una creazione che non può che essere inattesa» .

 

Questo, a grandi linee, è lo sfondo che determina la riflessione della Arendt in merito al problema degli apolidi.

 È chiaro che, inserita in questo contesto, la condizione dei senza patria si carica di un senso tragico che deriva dall’essere considerati, una volta persi i diritti nazionali, nient’altro che nuda vita.

Oltre ad aver perso la patria, vale a dire l’ambiente circostante, il tessuto sociale in cui si sono creati un posto nel mondo, e la protezione del governo con la conseguente perdita dello status giuridico in tutti i paesi, essi sono costretti a vivere al di fuori di ogni comunità.

Per loro non esiste più nessuna legge: essi sono diventati perfettamente «superflui», perché «la privazione dei diritti umani si manifesta soprattutto nella mancanza di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto» .

Su un numero crescente di persone si è abbattuta la sventura di aver perso una comunità disposta a garantire qualsiasi diritto: perdendo la comunità, essi sono considerati” aneu logou”, privi della capacità di instaurare ogni tipo di relazione umana e di intraprendere un’azione politica. In questo senso, si trovano condannati a vivere una condizione di superfluità che deriva dal fatto di non poter vedere né essere visti all’interno dello spazio pubblico, di essere privati della capacità di muoversi tra i propri pari e di riconoscersi come membri di una comunità composta di individui liberi ed uguali.

Per i greci, un uomo che non poteva accedere alla sfera pubblica, che non poteva apparire, come lo schiavo o il barbaro, non era pienamente umano:

 questa è anche la condizione degli apolidi che, una volta costretti a vivere al di fuori di ogni comunità, sono confinati nella loro condizione naturale e ridotti a null’altro che rappresentanti della propria diversità assolutamente unica, l’astratta nudità dell’essere-nient’altro-che-uomo spogliata di ogni significato perché privata dell’azione in un mondo comune.

 La perdita della comunità politica pertanto equivale, nella concezione della Arendt, alla perdita dell’umanità:

e «poiché soltanto i selvaggi non hanno più nulla da esibire all’infuori del minimo dell’origine umana, gli apolidi si aggrappano disperatamente alla loro nazionalità, che li distingue da quelli, pur non assicurandogli più né protezione né diritti», perché rappresenta l’unico superstite legame con l’umanità. Dal momento che il concetto di “politica” significa appartenenza attiva ad una comunità di uomini liberi, l’uomo può essere protetto solo da una comunità politica che permette di eguagliare le differenze e consente l’azione paritaria di individui e popoli diversi. La vita politica si fonda sul presupposto dell’instaurazione dell’eguaglianza attraverso l’organizzazione, poiché, sostiene la Arendt, non si nasce eguali, «ma si diventa eguali come membri di un gruppo in virtù della decisione di garantirsi reciprocamente eguali diritti».

Solo la politica, intesa come impegno contrario al ripiegamento nella sfera individuale, può ridare il mondo agli uomini: nella nuova congiuntura storica del primo dopoguerra, chi non possiede la nazionalità è come se non fosse nemmeno umano; l’espulsione dal mondo, la privazione di quello che la Arendt ha definito lo spazio dell’apparenza, sono come «un invito all’omicidio, in quanto che la morte di uomini esclusi da ogni rapporto di natura giuridica, sociale e politica, rimane priva di qualsiasi conseguenza per i sopravviventi».

 

La Arendt osserva che con la scomparsa dell’antica città-stato il termine vita attiva perdette il suo significato originario e specificamente politico a favore di una concezione contemplativa della vita (bios teoretico) che veniva elevata ad attività suprema dell’uomo e indicata come il solo modo di vita veramente libero. La superiorità della vita contemplativa ha origine nella filosofia politica di Platone, dove la riorganizzazione utopistica della vita della polis non ha altro scopo che rendere possibile il modo di vita del filosofo:

 

Platone, il padre della filosofia politica occidentale, ha tentato in vario modo di contrapporsi alla polis e alla sua idea di libertà. Lo ha fatto ricorrendo a una teoria politica in cui i criteri del politico sono desunti non dalla politica stessa ma dalla filosofia, a una dettagliata stesura di una costituzione le cui leggi corrispondono alla idee accessibili soltanto ai filosofi .

 

L’evento decisivo fu il conflitto tra il filosofo e la polis che data dalla morte di Socrate: con Platone si è affermato il primato del bios teoretico e del modo di vita filosofico in opposizione alla futilità delle cose umane, poiché «nessuna opera prodotta dalle mani dell’uomo può eguagliare in bellezza e verità il cosmo fisico, che ruota nell’eternità immutabile senza alcuna interferenza o assistenza dall’esterno».

La supremazia della contemplazione dell’eterno fa dell’apolitica una categoria privilegiata che riceverà la sua consacrazione dal cristianesimo.

 L’anti politicità cristiana infatti, con il suo ripiegarsi sulla vita privata e sull’interiorità, si basava sull’assunto che il mondo non sarebbe durato, e fu in un certo senso la risposta destinata a tenere insieme una comunità di persone che avevano perduto il loro interesse nel mondo comune.

Il cristianesimo, con la sua fede in una vita futura, invitava all’astensione dal mondo; poiché è questo, e non più l’uomo, ad essere mortale, è preferibile vivere calmi, occuparsi dei propri affari e rinviare qualsiasi forma di attività alle necessità della vita terrestre:

 

L’attività politica, che fino allora aveva derivato il suo più grande stimolo dall’aspirazione all’immortalità mondana, piombava ora al basso livello di un’attività soggetta alla necessità, destinata a riparare le conseguenze dello stato di peccato dell’uomo da una parte, e a provvedere ai legittimi bisogni e necessità della vita terrena, dall’altra.

 

L’insistenza cristiana sulla sacralità della vita tendeva oltretutto a livellare le antiche distinzioni all’interno della vita activa e a considerare il lavoro, l’opera e l’azione come tre modalità egualmente soggette alla necessità del presente.

 

In seguito, nell’età moderna, l’opera prese il posto della vita contemplativa al culmine della gerarchia dei modi d’essere, conseguenza della rivoluzione galileiana che faceva coincidere il fare e il sapere e garantiva il trionfo dell”’homo faber, il cui modello artificiale si sarebbe imposto anche nel pensiero politico con l’introduzione del rapporto strumentale mezzo-fine. A questo proposito la Arendt parla di alienazione e di perdizione dell’individuo nel genere, dell’opinione politica nella regola tecnica, del luogo pubblico nell’universo della fabbricazione in cui vige, sopra tutti, il principio di utilità.

Gli atteggiamenti tipici dell’”homo faber”, la sua strumentalizzazione del mondo, la sua fiducia negli strumenti e nella portata onnicomprensiva della categoria mezzo-fine, la sua convinzione che ogni motivazione umana possa essere ridotta al principio di utilità, hanno portato inevitabilmente ad una identificazione acritica della fabbricazione con l’azione.

Infine, a partire dalla rivoluzione industriale, anche gli ideali dell’homo faber, il costruttore del mondo, sono stati sacrificati a favore di quelli dell’”animal laborans” che, con l’emancipazione del lavoro e l’avvento della società, è stato messo nella condizione di occupare la sfera pubblica: nella società moderna del consumo, infatti, rimaneva solo la forza del processo vitale, alla quale tutti gli uomini e tutte le attività umane erano egualmente sottomesse e il cui solo scopo era la sopravvivenza della specie dell’animale umano.

L’apparizione e la visibilità del ciclo biologico del lavoro e del consumo in ultima analisi conducono al livellamento di tutte le possibilità di vita activa che viene ridotta alla pura soddisfazione delle necessità della vita.

Nel ciclo produzione-consumo l’uomo non ottiene altro che un benessere istupidito:

 

L’ultimo stadio della società del lavoro, – afferma la Arendt – la società degli impiegati, richiede ai suoi membri un duplice funzionamento automatico, come se la vita individuale in effetti fosse stata sommersa dal processo vitale della specie e la sola decisione attiva ancora richiesta all’individuo fosse di lasciare andare, per così dire di abbandonare la sua individualità, la fatica e la pena di vivere sentiti ancora individualmente, e di adagiarsi in un attonito, tranquillizzato, tipo funzionale di comportamento.

 

La critica di Hannah Arendt verte principalmente sulla moderna scomparsa della sfera pubblica e della sua sostituzione con la sfera sociale:

quest’ultima, che non è né privata né pubblica, è un fenomeno relativamente nuovo che ha coinciso con il sorgere dell’età moderna e ha trovato piena espressione politica nello Stato nazionale.

Ciò che la Arendt intende quando parla di questo ibrido che è il sociale è l’estensione della comunità domestica (oikia), e delle attività economiche ad essa connesse, al dominio pubblico, e la gestione collettiva di faccende che precedentemente rientravano nella sfera familiare:

 «La collettività di famiglie economicamente organizzate come facsimile di una famiglia superumana è ciò che chiamiamo società, e la sua forma politica di organizzazione è la nazione».

Fin dal principio la società è definita come una forma di comunità in cui l’economico, usurpando lo spazio prima riservato al politico, è trasportato nella visibilità del pubblico, e, come la sfera domestica, esclude la possibilità dell’azione che viene ora assorbita da un «potere amministrativo» sempre più esteso.

Naturalmente questo avvento della società ha preteso da ciascuno dei suoi membri la conformazione a un certo genere di comportamento, arrogandosi il diritto di stabilire regole e norme per «normalizzare» la loro condotta e per designare come «anormale» chiunque sfugga alle tipologie stabilite: la società di massa è riuscita anche ad estinguere la sfera privata, controllando tutti i membri della comunità in maniera uniforme e con la stessa forza.

L’eguaglianza moderna, riflette la Arendt, non è altro che il riconoscimento politico e giuridico del fatto che la società ha conquistato l’ambito pubblico, è cioè basata sul conformismo e sul fatto che «il comportamento ha sostituito l’azione come modalità primaria di relazione fra gli uomini».

La critica alla società di massa condotta dalla Arendt si incentra sul problema della mancanza di responsabilità politica dei singoli e sui pericoli di una delega dell’azione politica a pochi esperti, tutti fattori che conducono ad una pericolosa chiusura degli uomini nella loro sfera lavorativa e alla perdita del mondo comune.

 

È proprio a partire da questo vasto quadro di riferimento che la peculiare struttura dell’opera, frutto di un complesso procedimento a ritroso teso a rintracciare i fattori che in qualche misura si sono cristallizzati nell’evento totalitario, appare motivata e in conformità con la visione politica della Arendt:

 infatti, l’assunzione e la descrizione della storia come insieme di eventi sottoposti a leggi – e la conseguente sottomissione alla coerenza che sottende il ragionamento logico e che è impossibile trovare nel reale –, significherebbe cancellare lo spazio per l’azione libera che sceglie, prodotta da individui che comunicano tra di loro.

Non vi sarebbero più esistenze, ma solo le eterne leggi dell’essere nel suo processo causale: se vi è Storia, commenta allora “Flores d’Arcais”, non vi è futuro.

Perché le filosofie della storia e la filosofia politica hanno in comune il fatto di non cogliere mai il nocciolo della politica:

l’uomo che agisce come essere-con-gli-altri superando tutti i calcoli e le aspettative.

 Il pensiero politico di Hannah Arendt muove da premesse diverse:

la vicenda umana è il luogo dell’inatteso, delle conseguenze impreviste e non pianificabili, e la contingenza degli eventi è il prezzo che si deve pagare se si vuole mantenere la libertà, l’«abisso della libertà» dove il giudizio diventa la prassi della responsabilità.

 

 

 

Fare politica è un dovere morale di tutti.

Meer.com – (17 settembre 2024) - Ignazio Salvatore Basile – ci dice:

 

E se lo facessimo diventare un obbligo giuridico, istituendo il servizio comunale obbligatorio?

La politica è più di un obbligo civico; è un'opportunità per contribuire al cambiamento.

 

Premetto che detesto e aborrisco ogni forma di corruttela, bustarelle, disonestà, appropriazione indebita e quant'altro caratterizza e colora la cronaca politica e giudiziaria di questi nostri infausti tempi italiani.

Pur tuttavia, tutto ciò premesso, vorrei provare a fare una riflessione insieme ai declamatori dell’infamia politica nostrana, siano essi vecchi come me, siano essi giovani, come i miei studenti (ma direi più con i vecchi che con i giovani).

Mi si consenta di partire da due ricordi personali: uno che appartiene alla mia prima gioventù, l'altro alla mia seconda giovinezza.

 

Quando ero studente delle scuole medie superiori (nei primi anni settanta) ero uno degli animatori del movimento studentesco all'interno della mia scuola.

Aderivamo allo sciopero in più di mille; all'assemblea, a dibattere i temi politici e le problematiche scolastiche, oppure a preparare le varie manifestazioni di protesta e i cortei studenteschi, ci ritrovavamo in poco più di cento (quando andava bene).

Detto per inciso, lasciai il movimento quando mi accorsi che tirava un'aria di violenta contrapposizione tra gruppi extra-parlamentari (violenza che purtroppo, di lì a poco, esplose in maniera tragica) e io ero un semplice, modesto seguace di Cristo, di Martin Luther King e di Gandhi.

Il secondo ricordo è legato alla metà degli anni ottanta.

Al mio paese, invitato e sollecitato da numerosi giovani (che lamentavano l'immobilità degli amministratori cittadini e la loro collusione con i potentati locali), iniziai a fare politica.

Al momento di riunirci nella sede del circolo culturale da cui era partita la sfida al rinnovamento politico era un problema concordare un giorno e un orario in cui incontrarci per dibattere.

Ci ritrovavamo spesso in quattro gatti e, una volta, mi ritrovai persino solo.

Chi non voleva rinunciare al pisolino serale, chi era impegnato con la ragazza, chi aveva da fare, ancora non so bene cosa, e chi frapponeva impegni vari.

Quando poi divenni consigliere comunale, quei quattro amici continuarono a starmi accanto ma gli altri che presero ad orbitare attorno al nostro gruppo politico, avevano tutti dei fini personali reconditi e, talvolta, sfacciatamente palesi.

 

La mia quinquennale stagione politica si concluse per gravi ragioni familiari che mi impedivano di dedicarmi anima e corpo all'attività politica.

La riflessione che intendo proporre è la seguente: tutti noi oggi, giustamente, diamo addosso con rabbia e frustrazione ai vari Lusi, Fiorito, Formigoni e ai tanti altri corrotti e corruttori, indignandoci a ragione per le loro ruberie, lo spreco di danaro pubblico, l'arrogante e dissennata gestione dei nostri sudati denari.

Sento anche dire da più parti che la politica deve essere un servizio a favore dei cittadini, disinteressato e idealista; come dire, per la bandiera, per l'amor di patria, per il bene comune.

 

Tutto giusto e tutto vero.

Io però, sempre se mi consentite, ho un'obiezione: ma noi siamo tutti disposti a fare le ore piccole in consiglio comunale (o in altro consesso)? Siamo disponibili a lasciare i nostri affetti, le nostre abitudini, i nostri agi e i nostri figli, per delle interminabili, noiose riunioni di partito dove spesso si discetta di aria fritta e si sentono discorsi interminabili tenuti da masturbatori mentali logorroici e inconcludenti? Siamo tutti disposti a sacrificare la nostra vita privata in nome del bene pubblico o di un ideale non meglio identificato?

Se non lo siamo (come in effetti non lo siamo ora e non lo siamo stati in passato), non lamentiamoci più di tanto se coloro ai quali abbiamo scaricato le rogne e la responsabilità di un'attività impegnativa e faticosa, approfittando del potere concessogli, si sono attribuiti privilegi e prebende che sono sfociati nell'arbitrio, nelle ruberie, nel marcio di quelle fogne che oggi sono straripate, inondando le strade della viabilità mediatica, a tutti i livelli.

Ciò non toglie, naturalmente, che gli eccessi vadano censurati e che le violazioni della morale e della legge vadano sanzionati, come sta facendo l'informazione e come ha cercato di fare, più in passato che nel presente, purtroppo, la magistratura (rilevo che oggi, dopo i fatti della Loggia Ungheria e dopo che sono emersi comportamenti discutibili in capo a magistrati un tempo all’apice dell’associazionismo della magistratura, i cittadini stanno perdendo la loro fiducia nel terzo potere dello Stato, un tempo considerata incrollabile).

A questo punto io istituirei il servizio comunale obbligatorio, come un tempo si faceva con il servizio militare (per favore, senza perdere troppo tempo con leggi e leggine:

le norme esistono già; basta leggersi l'art. 2 della Costituzione per capire che non c'è alcuna rivoluzione normativa o giuridica da fare).

La mia può sembrare una provocazione e magari lo è.

O forse vuole promuovere una rivoluzione culturale.

Però, chissà perché, io ero convinto che una rivoluzione ci fosse già stata, anzi due: una nel sessantotto e una nel settantasette.

Ma forse il mio è stato soltanto un sogno.

Per difendere le democrazie sotto

attacco bisogna migliorarne la qualità.

Asvis.it - Flavia Belladonna – (13 ottobre 2023) – ci dice:

 

Un viaggio tra i regimi del mondo, per seguire l’evoluzione e le minacce a questa forma di governo che va protetta e nutrita, anche in Italia.

La partecipazione politica va curata, se si vogliono scelte coraggiose dai governanti.

La guerra lanciata sabato scorso da Hamas e appoggiata dall'Iran è il richiamo più forte e drammatico agli Stati Uniti e all'Europa:

 gli attacchi alle democrazie e alla democrazia si moltiplicano, non è più tempo di incertezze e divisioni.

 

Con queste parole “Danilo Taino”, sul “Corriere della Sera”, affronta il tema della libertà sotto attacco nel disordine globale.

 Il conflitto a Gaza tra palestinesi e israeliani, riacceso pochi giorni fa dal colpo inedito sferrato da “Hamas” che ha portato da una parte e dall’altra a migliaia di vittime civili, fa seguito alla guerra in Ucraina. Come sottolinea il giornalista, stiamo vedendo gli effetti dell’aggressione russa, che “ha esaltato despoti e terroristi in sonno e ha aperto loro la strada per cercare di imporre con la forza equilibri a loro favorevoli”.

 

Così il mondo si sgretola:

 in Africa subsahariana crollano molte democrazie sotto i colpi di jihadisti e milizie filorusse, la Cina strizza l’occhio a nuovi dittatori, in Corea del Nord si alza il livello delle provocazioni, l’Iran trova nuovo vigore dopo le repressioni delle donne, in Europa crescono le tensioni tra Serbia e Kosovo e in America Latina Venezuela e Cuba continuano l’appoggio a Russia e Cina.

Insomma, l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, fondato su regole, libertà di espressione e di movimento, commerci aperti e Stato di diritto, rischia di crollare e deve mettere in allarme ognuno di noi.

Difendere il modello democratico vuol dire scegliere la risoluzione pacifica delle controversie, maggiori libertà e diritti, partecipazione civile.

 A volte rischiamo di darla per scontata, ma la democrazia va protetta e nutrita per garantirne la qualità.

 

Ma quand’è che una democrazia è realmente tale?

Quale l’evoluzione delle forme di governo nel mondo e in Europa?

E soprattutto, come possiamo garantire in Italia una democrazia di qualità?

Proviamo a esaminare le questioni partendo da alcuni dati, in particolare dal fatto che il nostro non è un Paese considerato pienamente democratico.

 

Secondo l’”Economist”, l’Italia non è una “full democracy” ma una “flawed democracy”, ovvero una democrazia imperfetta.

Nel “Democracy index 2022”, la classifica annuale del settimanale politico-economico sullo stato di democrazia di 167 Paesi del mondo, le nazioni sono valutate come democrazie piene, democrazie imperfette, regimi ibridi o autoritarismi in base a cinque parametri:

processo elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica e democratica e libertà civili.

 Il migliore governo del mondo è quello della Norvegia, seguita da Nuova Zelanda e Islanda, in cima alle 24 democrazie piene.

Tra i 48 Paesi a democrazia imperfetta troviamo l’Italia, che occupa la 34esima posizione globale con un punteggio di 7,69, soprattutto grazie al processo elettorale e al pluralismo (9,58), ma in calo di tre posti rispetto al 2021, risultando meno adeguata dal punto di vista del funzionamento di governo (6,79) e negli altri parametri.

Seguono 36 regimi ibridi e 59 autoritarismi, con l’Afghanistan che chiude la classifica.

 

Dall’indice emerge a che punto sono oggi le democrazie nel mondo, ma è interessante cercare di capire anche dove stanno andando.

 Secondo “Freedom House”, la lotta per la democrazia nel mondo è molto vicina a un punto di svolta.

Come spieghiamo in questa notizia, infatti, il deterioramento della libertà nel mondo è avvenuto per il 17esimo anno consecutivo, con il numero dei Paesi dove le libertà democratiche sono in declino che ha sempre superato il numero di Paesi che invece migliorano il loro tasso di democraticità, ma nel 2022 lo scarto tra un gruppo e l’altro si è assottigliato.

Le cose potrebbero dunque finalmente cambiare, anche perché sebbene nel mondo il processo di democratizzazione abbia subìto battute d’arresto, la gente comune continua a difendere i propri diritti contro l’autoritarismo.

 La lotta in Iran, soprattutto delle donne, ne è un esempio.

Ma non si tratta solo di vedere quante democrazie ci sono nel mondo, che certamente è importante, ma anche la loro qualità.

In un libro di “Martin Conway” in uscita proprio oggi, dal titolo “L'età della democrazia. L'Europa occidentale dopo il 1945” (raccontato sul Corriere della Sera), l’autore evidenzia che il modello di democrazia emerso nell'Europa occidentale dopo il 1945 era figlio di quell'epoca, e come tale non basta “aggiornarlo” per rappresentare adeguatamente le società del 21esimo secolo:

dovremmo forse interpretare ciò che sta accadendo oggi e che accadrà nei prossimi anni non come la fine della democrazia, “ma come la transizione da un modello democratico a un altro”.

Di fronte all’incertezza, all’evoluzione delle tecnologie, alla crescente polarizzazione e alle esigenze delle attuali società, è importante dunque rifondare un dibattito sulla democrazia per evolvere verso “una democrazia 2.0” in grado di rispondere alle nuove sfide.

 

L’Unione europea si sta già mobilitando per difendere una democrazia di qualità.

Di fronte all’impennata di restrizioni alla democrazia, allo spazio civico e allo Stato di diritto in tutta l’Ue degli ultimi anni, “Civil society Europe”, importante rete europea di organizzazioni della società civile, ha pubblicato un “Rapporto con sei raccomandazioni” per un’Unione più democratica su temi che vanno dai diritti alla libertà di movimento, ma anche a politiche sociali e di sicurezza, clima e digitalizzazione (ne abbiamo parlato qui).

 Inoltre, fin dal 2020 la Commissione europea ha adottato il Piano d’azione europeo per la democrazia 2020-2024 e recentemente un gruppo di esperte ed esperti in Germania e Francia ha avanzato una proposta di riforma dell'Ue, da attuare contestualmente all'allargamento a nuovi Paesi (Ucraina e non solo), che propone regole più severe sullo Stato di diritto, nuove procedure di voto al Consiglio europeo e un bilancio dell'Ue più ampio.

 

E l’Italia?

 La parola democrazia deriva dal greco, “demos” e “crato”, e vuol dire che il comando è in mano al popolo.

Abbiamo visto che, se secondo l’Economist la nostra democrazia è molto valida su processo elettorale e pluralismo, è su funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica e democratica e libertà civili che dobbiamo lavorare per garantire questo effettivo comando del popolo italiano.

 

Nell’analisi sullo stato di diritto del nostro Paese, l’Ue ha evidenziato alcune criticità, tra cui che:

 i tre decreti su migrazione e condotta delle organizzazioni della società civile introdotti tra ottobre 2022 e gennaio 2023 potrebbero avere, o hanno già, ripercussioni negative sull'operato delle organizzazioni della società civile e potrebbero limitare la libertà di associazione e la protezione dello spazio della società civile;

 sono aumentati gli attacchi retorici contro le organizzazioni della società civile, in particolare quelle umanitarie, che si occupano di questioni migratorie, comprese campagne denigratorie contro il loro lavoro; destano preoccupazione gli attacchi, le minacce e altre forme di intimidazione nei confronti dei giornalisti (nei primi tre mesi del 2023 censiti 28 episodi intimidatori);

 il disegno di legge sull’abrogazione dell’abuso d'ufficio rischia di depenalizzare importanti forme di corruzione e potrebbe influire sull'efficacia dell'individuazione e del contrasto della corruzione.

 

I valori democratici possono essere minati da possibili decisioni sbagliate dall’alto, ma anche a causa di decisioni assenti o disinformate dal basso.

Per contrastare il fenomeno delle urne vuote è necessario realizzare un forte lavoro di educazione alla partecipazione politica, a partire dalle scuole, per sensibilizzare sull’importanza del voto, contrastare la disaffezione dei cittadini, incoraggiare ad approfondire i programmi elettorali e informarsi attraverso dati concreti e attendibili.

Occorre poi lavorare seriamente per ricostruire la fiducia dei cittadini nella politica restituendogli credibilità, al fine di contrastare la rinuncia al voto generata da una frustrazione generale verso il sistema politico e dalla convinzione che il proprio voto non conti nulla o che in ogni caso andrà a una casta privilegiata e corrotta.

Secondo un recente rapporto di “Actionaid” sulla qualità della democrazia, che racconta i modi in cui la società civile prende parte ai processi decisionali e politici del Paese, bisogna ragionare sulla democrazia non come una sequenza di momenti elettorali, ma piuttosto come processo continuo e dinamico;

dobbiamo dunque riflettere sulla reale qualità del potere che i cittadini possono o meno esercitare nell’esprimere le rappresentanze, per sfidarle e stimolarne il potenziale.

 

Lavorare dal basso per avere buone risposte dall’alto è importante, perché senza una forte partecipazione popolare i leader politici difficilmente riusciranno a compiere le scelte coraggiose necessarie per garantire un pieno rispetto dei diritti e per realizzare una transizione giusta.

Per questo, nei prossimi mesi, l’”ASviS” pubblicherà un documento proprio sul ruolo chiave della partecipazione politica ed elettorale e sulla partecipazione giovanile alla vita civile democratica.

 

C’è infine il tema delle tecnologie. In un’era in cui le cittadine e i cittadini sono abituati a esprimere continuamente la loro opinione attraverso i social, il modello democratico tradizionale rischia di risultare obsoleto e di far sentire le persone non ascoltate.

Esistono delle criticità per questa modalità, come il fatto che le decisioni degli eletti vengono messe in discussione in rete con la possibilità di condizionare i comportamenti alla ricerca di popolarità.

Sarebbe importante approfondire e regolamentare gli strumenti innovativi di partecipazione democratica digitale per rispondere alle nuove esigenze della società, tutelandola al tempo stesso dal rischio di manipolazioni.

 Con le giuste modalità, e prestando attenzione a non esacerbare il divario digitale, la tecnologia potrebbe rigenerare la democrazia.

 

Insomma, sono tanti i nodi da affrontare per camminare verso una democrazia sempre più piena, ma è da essa che dipenderanno il rispetto dei nostri diritti, le libertà, la pace, le opportunità e anche quindi la qualità della vita.

Come afferma “Alessandro Magnoli Bocchi”, autore del libro “Quale futuro per la democrazia?” uscito a settembre in libreria,

Il processo di evoluzione della democrazia – lungi dall’essere concluso – deve poter continuare.

L’odierna democrazia liberale ha impiegato millenni per emergere e affermarsi come forma di governo cui aspirare, e richiede un continuo sforzo di promozione e consolidamento.

Basandosi sul consenso, richiede legittimità.

Specie se diretta, esige elettori preparati e governanti competenti. Per decenni, ha garantito prosperità e libertà, ma oggi è fragile.

Va rafforzata con scelte coraggiose.

 Il momento è cruciale, ma è in tali momenti che si determina il futuro.

È ora di creare società migliori, funzionanti.

Se non ora quando?

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