La politica deve essere soggetta alle reali necessità.
La
politica deve essere soggetta alle reali necessità.
Le
repubbliche liberali in crisi:
nel futuro dell’Europa c’è
il
ritorno delle monarchie?
Lacrunadellago.net
– (28/10/2025) - Cesare Sacchetti – ci dice:
Il suo
volto in alcune trasmissioni televisive francesi inizia a vedersi sempre più
frequentemente, in maniera particolare sulle reti sociali, dove risulta
particolarmente attivo.
Si
tratta di” Louis de Bourbon”, membro del casato dei Borboni, e secondo diversi
monarchici, legittimo aspirante al trono in Francia, qualora nel Paese in
futuro dovesse instaurarsi nuovamente la monarchia.
Ad
alcuni la prospettiva di un ritorno della monarchia in Francia, potrà sembrare
una idea peregrina, eppure in diversi sondaggi si inizia a registrare una fetta
di consenso crescente dei francesi che gradirebbe un ritorno della corona nel
Paese.
Secondo
l’”istituto BVA”, quasi un francese su cinque, il 17% circa, vorrebbe di nuovo
vedere la monarchia in Francia, e se si considera che il sondaggio fu fatto nel
2016, anno nel quale la crisi repubblicana ancora non era acuta come ora, la
percentuale di francesi che vuole la corona è oggi probabilmente ben più alta.
La
Francia si può considerare a tutti gli effetti il Paese nel quale è nata l’idea
dominante del mondo moderno figlio del “secolo dei lumi” e di una idea del potere che non
aveva più una legittimazione divina, ma piuttosto popolare.
Sulla
democrazia liberale partorita dalle menti philosophes francesi quali Voltaire, Rousseau e Montesquieu dei quali sui banchi di scuola si
apprende poco, se non l’idea, falsa, che questi pensatori avrebbero
accompagnato la Francia e l’Europa verso la modernità, verso la “luce” dell’illuminismo e
lontano dalla presunta “oscurità” del Medioevo.
Ai
giovani viene negata la possibilità di capire veramente la storia, e di capire
di conseguenza la vera natura dell’illuminismo perché non viene loro detto che
i filosofi illuminati avevano partorito la loro idea di democrazia liberale,
nel chiuso delle logge massoniche, non per dare alcun reale beneficio al
popolo, disprezzato, ma per trasformarlo in un inconsapevole strumento al
servizio della libera muratoria.
Se si
leggesse soltanto l’opera del sacerdote gesuita, l’”abate Barruel” dal titolo “Memorie per la storia del
Giacobinismo”, uscita proprio dopo gli anni della rivoluzione si comprenderebbe molto
di più su quel processo storico di tutto quello che si può leggere nei vari
libri di testo scritti dai vari storici liberali.
La
rivoluzione non dà all’uomo alcuna libertà, se non l’illusione di questa, che
una volta sparita rivela in realtà un sistema ferocemente autoritario.
Una
volta che la monarchia francese viene giustiziata sul patibolo dei
rivoluzionari, il popolo a poco a poco si inizia a rendere conto dell’inganno.
I
massoni si sono serviti dell’ignoranza e della buonafede, in diversi casi,
degli uomini semplici.
Nelle
pagine dell’”opera scritta da Barruel”, viene spiegato come i vari agitatori
della massoneria iniziarono a recarsi nelle campagne francesi sobillando i
contadini e la gente semplice contro la monarchia, mentre tali falsi profeti
iniziavano a somministrare alle imbelli masse la frottola di “liberté, egalité, fraternitè”.
La
contraddizione è insita nello stesso motto massonico.
Laddove
c’è libertà non può esserci uguaglianza perché la seconda annulla la prima.
La
rivoluzione non vuole elevare lo spirito delle masse e riconoscere le
connaturate differenze degli uomini.
Vuole
spersonalizzarli, vuole renderli una massa standardizzata perfetta per poter
essere manipolata dai vari massoni.
Il
liberalismo non ha fatto altro che prospettare agli uomini l’illusione di
essere liberi, per trasformarli in seguito in veri schiavi.
Una
volta che muore l’ancien regime, il popolo si ritrova travolto, privo di ogni
protezione.
Al
popolo è riservata soltanto fame e miseria, mentre la libera muratoria e il
capitale iniziano ad accumulare un potere che durante il Medioevo non avevano
mai avuto prima.
La
monarchia e la Chiesa costituivano quella muraglia per impedire che le nazioni
fossero dominate da sette ed elitisti di vario tipo che volevano costruire una
società anticristiana nella quale l’usura dilaga e lo Stato viene privatizzato,
ridotto a simulacro nelle mani di banche e altri comitati d’affari.
A
dirlo è stato persino un massone, in uno dei suoi rari momenti di lucidità,
come “Karl Marx” che nel suo “Manifesto del partito comunista” affermava come
la società medioevale fosse il miglior antidoto contro il capitale usuraio, in
quanto i valori cristiani della prima impedivano appunto ai banchieri e agli
usurai di prendere il sopravvento.
L’instabilità
delle repubbliche e il loro crepuscolo.
Il
mondo moderno si riscopre così oggi afflitto dagli stessi mali degli anni
successivi all’89 francese, soltanto che oggi la struttura della democrazia liberale
appare sempre più fragile e sul punto di crollare definitivamente.
Verso
la fine degli anni’50, in Francia si decise di abbandonare la forma di governo
parlamentare per adottare un sistema semi- presidenziale, nella speranza, o
forse nell’illusione, che il secondo potesse dare più stabilità al primo.
Si può
vedere oggi come abbia poca o nessuna importanza il metodo di governo che si
adotta, perché ad essere malata non è una parte delle repubbliche liberali, ma
l’intera sua struttura.
La
Francia è la perfetta cartina di tornasole della crisi delle repubbliche.
A
Parigi, negli ultimi 3 anni, si sono alternati 5 primi ministri, l’ultimo dei
quali, “Sebastian Lecornu”, è stato nominato dal presidente Macron due volte
nella speranza di evitare ancora una volta delle elezioni anticipate che prima
o poi comunque ci saranno.
Sembra
ormai passato un secolo dal 2017, l’anno nel quale Emmanuel Macron iniziava
trionfante la sua presidenza francese che era stata concepita molti anni prima
dai vari circoli del Bilderberg e della Trilaterale per traghettare l’Europa verso gli
Stati Uniti d’Europa così ossessivamente desiderati dalla élite europea per
costruire finalmente la governance europea e annullare definitivamente i poteri
degli Stati nazionali.
Macron
festeggia sempre la sua vittoria nel 2017 ai piedi della piramide del Louvre.
Macron
si è riscoperto invece impotente rispetto alla crisi politica della Francia, e
le sue fragili spalle non sono certo in grado di reggere il peso della ormai
sfumata governance europea, tantomeno possono sopportare l’enorme peso del
sistema politico francese.
La
Francia è malata come il resto d’Europa perché è la democrazia liberale stessa
ad esserlo.
La
liberal-democrazia non è più in grado di offrire risposte ai cittadini.
Le sue
istituzioni politiche sono ormai dei meri simulacri, incapaci e soprattutto
disinteressati alle sorti dei popoli, ormai sempre più disillusi e sempre
invece più affascinati dai quei modelli nei quali il liberalismo è stato messo
alla porta e al centro sono state rimesse le radici cristiane.
Si può
notare facilmente come la Russia di Putin sia oggi uno dei Paesi più invidiati
dagli europei per la semplice ragione che in essa c’è tutto quello che non si
trova nell’Europa Occidentale.
A
Mosca non c’è la teoria del gender e dello sdoganamento della pedofilia, non
c’è l’erosione dall’interno dell’Europa figlia delle menti della scuola di
Francoforte, e soprattutto non c’è uno Stato virtuale eterodiretto da centri
del potere sovranazionale.
C’è
una nazione, c’è un presidente che dopo il disastro del muro di Berlino a poco
a poco ha preso il suo Paese per mano e lo sta riconducendo verso la via
smarrita, quella della Russia zarista cristiana tanto odiata dalla famiglia
Rothschild che fece uccidere i Romanov, martiri della fede, in un brutale
omicidio rituale a Ekaterinburg.
A
Mosca, la tradizione è rispettata, mentre nell’Europa Occidentale è vilipesa
perché essa è il più grande antidoto alla deriva del modernismo che sta
consumando l’Europa dall’interno come una metastasi.
Si
arriva così alla voglia del ritorno dell’ordine di un tempo.
Si
vuole e si desidera ardentemente quell’ordine naturale delle cose che aveva
fatto dell’Europa il faro di civiltà che ha cristianizzato il mondo e ha
portato civiltà dedite ai sacrifici umani alla conversione cattolica.
L’Europa
oggi non evangelizza più.
L’Europa
oggi predica il verbo falso della massoneria che sotto il pretesto della
laicità dello Stato ha aperto la porta alla scristianizzazione.
I
frutti avvelenati del liberalismo sono ormai visibili a tutti.
Si
disse nell’800 che lo Stato doveva separarsi dalla Chiesa e rinnegare le radici
cristiane nel nome di una presunta “neutralità”, e nel momento stesso in cui
avveniva tale separazione lo Stato da cattolico qual era e è diventato massone.
Le
porte per il cattolicesimo sono state sbarrate, mentre per l’ebraismo, l’islam,
il buddismo e le varie religioni esoteriche della società teosofica di “madame
Blavatksy” sono ben aperte.
Si può
vedere quindi la vera natura del liberalismo, ovvero quella di un formidabile
cavallo di Troia per colonizzare una nazione, spogliarla della sua identità e
portarla verso la sua definitiva dissoluzione.
L’uomo
della strada è andato però oltre ogni filosofia.
Semplicemente
ha vissuto sulla sua pelle il disordine e la violenza del modernismo e ha
capito a poco a poco che non c’è altra via se non quella del ritorno all’ordine
perduto.
Il
Grande Monarca Cattolico.
Si
spiega così perché si inizi a parlare sempre più di” Louis de Bourbon” e si
spiega così perché alcuni inizino a pensare che “Louis” possa essere il Grande
Monarca Cattolico del quale hanno parlato tantissimi santi e beati della storia
della Chiesa Cattolica.
Di lui
si parla da secoli, e tra i vari mistici e santi che hanno descritto tale
figura se ne possono ricordare due più vicini al tempo presente, quale “Marie
Julie Jahenny”.
“Marie
Julie Jahenny” è una figura a dir poco straordinaria nella storia del
cattolicesimo.
Marie
Julie Jahenny è nata nel piccolo paesino francese di Blain nel 1850, Marie
mostra subito sin dalla gioventù di essere stata toccata dalla Provvidenza.
Sul
suo corpo fanno la loro comparsa tutti e cinque i segni della Passione di
Cristo.
I
medici del tempo che la visitarono giunsero alla conclusione che quanto si
stava manifestando sul corpo della donna era chiaramente qualcosa di origine
soprannaturale che non trovava una risposta dalla scienza medica.
A
Roma, il nome di Marie si inizia a fare sempre più frequentemente e il Vaticano
riconosce la portata divina di quanto stava accadendo alla giovane.
“Marie
Julie” iniziò a fare alcune profezie, e tra queste ci sono le due guerre
mondiali, previste con decenni di anticipo.
Nel
1878, la mistica francese disse che la Chiesa sarebbe stata infiltrata da dei
sacerdoti apostati, una profezia che anticipava di 6 anni la famosa visione di
Leone XIII, che vide la Chiesa cadere nelle mani di Satana per 100 anni, e
ripeteva quanto annunciato dalla Madonna a La Salette nel 1846, in una
apparizione ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa Cattolica.
La
Chiesa sarebbe stata vittima per un determinato periodo di tempo dei suoi
nemici, avrebbe dovuto affrontare la sua passione prima di essere liberata,
come annunciato anche qui da Maria a Fatima nel 1917, nonostante i vari
pontefici del post-concilio non abbiano rispettato la volontà della Vergine di
rendere noto al mondo il famoso terzo segreto di Fatima.
“Marie
Julie” parlò di tutto questo, ma parlò anche di come un giorno sarebbe sorto in
Francia un re che avrebbe spazzato via le repubbliche e portato al loro posto
le monarchie, schiacciate dopo la rivoluzione francese dalla massoneria che da
quel momento ha marciato alla ricerca di quella che nelle logge chiamano la
“repubblica universale”, una sorta di “globo- crazia autoritaria” sorretta
dall’uomo-uno, come lo chiama il” massone Di Bernardo”, null’altro che un”
tiranno mondiale”.
Anni
dopo, il santo di Pietrelcina si espresse nello stesso senso.
Padre
Pio ormai assieme a “Maria Josè”.
Verso
la fine degli anni’30, padre Pio aveva già annunciato a Maria Josè, ultima
regina d’Italia, la fine della monarchia in Italia e la sua successiva
restaurazione, ma negli scritti lasciati da uno dei suoi figli spirituali, “Luigi
Gaspari”, parlò anche del “Grande Monarca Cattolico”.
Luigi
fu scelto dal sacerdote di Pietrelcina per essere il suo assistente quando
aveva soltanto 14 anni.
Alla
morte del santo, nel 1968, pubblicò una opera intitolata “Quaderni dell’amore”
e alcuni di questi scritti furono letti anche da “André Le Sage”, il marchese
de la Francherei, studioso cattolico profondo conoscitore della massoneria e
nominato cameriere segreto di Pio XII nel 1939.
Il
marchese nella sua opera “Ascendances Davidiques Des Rois de France” dà una
descrizione pressoché perfetta del passaggio che si è verificato con la fine della monarchia e
l’instaurazione delle repubbliche.
“Senza
il sostegno del potere regale di Re Davide, che è l’autentica regalità
consacrata, la Chiesa cade in decadenza, corrotta dal potere dello spirito del
serpente, che alza la sua testa orgogliosa sopra il capo della Chiesa (il
Vicario di Cristo).
Il potere regale, derivato da “Cristo Re
Supremo”, è un potere divino che abbatte i serpenti.
Le
repubbliche, d’altra parte, dove il potere è posto nelle mani del popolo,
suscitano spiriti di serpenti dalla terra che danneggiano il popolo di Dio e
gli impediscono di elevarsi al Dio del Cielo.
Questo è il male che regna oggi in Europa e
altrove sotto le repubbliche.
Questo potere regale, nascosto da Dio in
questo tempo di follia, è lo stesso potere regale conferito a Re Davide, ed è
l’unico potere che può governare con successo i governi dei popoli.
Senza il potere regale di Davide, riconosciuto
e posto al suo giusto posto, la religione cristiana manca del sostegno
indispensabile su cui fondare la verità della Parola di Dio.
Pertanto,
non deve esserci separazione tra Chiesa e Stato.
La
follia degli uomini è stata quella di cercare di uccidere la regalità e il
mondo ne sta pagando le conseguenze oggi.”
In un
successivo passaggio dell’opera, il marchese, dopo aver descritto i mali della
società moderna, parla di come padre Pio predisse la fine del modernismo e il
ritorno alle monarchie, portato dalla figura del “Grande Monarca”.
“L’amore
del cuore della Francia reale, terra della regalità che discende da Davide,
sorgerà nei suoi eredi, perché l’amore per la regalità di Cristo ha la sua
culla in Francia. …
Il
potere reale di Davide dovrebbe risvegliare nei cuori del popolo francese
l’amore per la regalità di Dio, che ha la sua culla in Francia.
La
vera grandezza della Francia è il potere reale di Davide, che esisteva nel
sangue di Re Luigi XVI e di Maria Antonietta.
La
Francia è stata perdonata dal grande cuore di Luigi XVI e di Maria Antonietta,
morti come vittime per Cristo attraverso la brutalità della bestia (la
rivoluzione diabolica).
Questo perdono di Luigi XVI ha mantenuto per
la Francia il diritto alla grandezza della regalità di Davide, un diritto che è
amore e umiltà, di riconoscere nel Monarca la potenza dell’Amore Divino.
Nel
silenzio e nella preghiera, Dio sceglierà i Suoi eletti per il bene della
Francia e del mondo … il potere umano e divino del grande monarca dal sangue
reale di Francia”.
Nel
destino della Francia e dell’Europa, sembra esserci dunque veramente la fine
delle repubbliche liberali, della democrazia voluta fortemente dalla libera
muratoria, e del successivo ritorno delle monarchie, che suggellerebbe al tempo
il trionfo del cuore Immacolato annunciato da Maria a Fatima nel 1917.
I
segnali che le repubbliche in Europa sono malate, affette da un male
irreversibile sono molti.
La
repubblica non riesce più a dare risposte ai popoli, abbandonati dalla politica
e alla mercé dei vari oligarchi che hanno portato soltanto miseria all’Europa,
alla Francia e all’Italia.
I
volti di aspiranti monarchi iniziano a vedersi sempre più spesso, sia quello di”
Louis” sia quello di “Aimone di Savoia”, che secondo quanto disse proprio San
Pio da Pietrelcina un giorno sarebbe diventato re d’Italia.
I
segni che la storia e la Provvidenza stanno seminando sembrano essere diversi.
Sta
agli uomini di buona volontà saperli cogliere e accompagnarli.
Trump
sgancia tonnellate di escrementi
bovini
a 24 carati sulla Knesset israeliana
e un
paio di bombe della verità.
Unz.com
- Kevin Barrett – (28 ottobre 2025) – ci dice:
Questo
articolo è stato pubblicato sulla “rivista American Free Press” della scorsa
settimana.
Ho
dovuto cambiare alcune parole, perché l'”AFP “ha una politica di non parole di
quattro lettere, anche quando la parola di quattro lettere fa parte di una
parola di otto lettere!
La versione modificata in modo creativo è
andata bene.
Nel
frattempo ecco l'originale.
Le
persone che si iscrivono ad “AFP” così come al mio “Substack” sono invitati a
farmi sapere, nei commenti, quale versione preferiscono.
(Kevin
Barret).
Dite
quello che volete di Donald Trump, l'uomo è una di livello mondiale.
È un
complimento?
Per
scoprirlo, definiamo i nostri termini.
Nel
suo classico libro “On Bullshit” , “Harry Frankfurt” definisce le stronzate
come discorsi intesi a persuadere senza riguardo per la verità.
Secondo questa definizione, la maggior parte
dei politici sono stronzate, a vari livelli.
I
presidenti che hanno preceduto Trump, fino a Jimmy Carter (la cui modesta
preoccupazione per la verità è nata da convinzioni religiose) non sono mai
sembrati preoccuparsi molto della verità mentre usavano i loro poteri di
persuasione nel perseguimento di vincere le elezioni e soddisfare gli elettori
ricchi.
Ma
quando si tratta dell'arte di vomitare stronzate al 100% kosher da giglio e
rossetto di maiale, Trump è in un campionato a parte.
Il suo
discorso del 13 ottobre alla “Knesset israeliana” è stato una master class che
ha dimostrato tutta la portata dei considerevoli poteri del presidente
americano.
Ma
prima di esplorare le magistrali di Trump – che in sostanza consistevano
nell'assegnarsi dozzine di premi Nobel per la pace per aver risolto il
conflitto in Medio Oriente e altre sette guerre – consideriamo brevemente
alcune brutte verità.
Innanzitutto,
e soprattutto, lo stesso Trump ha causato la guerra post-7 ottobre, più
accuratamente definita un genocidio israeliano, perseguendo politiche
estremiste filo-israeliane durante il suo primo mandato.
Di
proprietà di gangster filo-israeliani, tra cui “Sheldon” e” Miriam Adelson”,
Trump si è opposto al consiglio unanime di tutti gli esperti del Medio Oriente,
tra cui la sua CIA, il Dipartimento di Stato e il Pentagono, e ha consegnato al
regime messianico-millenarista di “Netanyahu” tutto ciò che chiedeva:
spostare
l'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, riconoscendo le alture del Golan
rubate come parte di Israele e armare con forza i burattini degli Stati Uniti
nella regione per ignorare il loro popolo e stabilire relazioni diplomatiche
con gli occupanti abusivi in quello che tutti nel MENA "Palestina
occupata".
Peggio
ancora, Trump ha fatto a pezzi l'”accordo nucleare JCPOA” con l'Iran, ponendo
le basi per Israele per trascinare l'America in una guerra che non è ancora
finita e che ha trasformato l'Iran in uno stato dotato di armi nucleari non
dichiarate.
La
verità è che i tanto decantati "Accordi di Abramo" di Trump sono
sempre stati uno scherzo completo che nessuno nella regione prende sul serio.
Persino
i dittatori fantoccio degli Stati Uniti che li hanno firmati li dove sono
ridicoli.
Nessuno nella regione prenderà mai in
considerazione l'idea di permettere agli occupanti genocidi della Palestina
occupata di avere uno stato legittimo a meno che e fino a quando
"Israele" non rispettiva tutte le pertinenti risoluzioni delle
Nazioni Unite, a partire dal ritiro completo da tutte le terre rubate nel 1967.
E questo non è solo il consenso regionale, ma
anche quello internazionale.
Era
anche la posizione degli Stati Uniti fino a quando Trump, di proprietà degli
Adelson e di altri gangster ebrei estremisti, ha trasformato gli Stati Uniti in
un fuorilegge internazionale – uno stato canaglia – invertendo il consenso
internazionale di lunga data su "terra in cambio di pace" che avrebbe
dovuto essere la base degli accordi di Oslo.
Ratificando
il furto israeliano, Trump non ha lasciato ai palestinesi, e alle loro
centinaia di milioni di sostenitori regionali, altra scelta se non quella di
fare qualcosa come il 7 ottobre come incursione.
Quindi
la carneficina dei due anni di genocidio di Gaza deve essere attribuita
interamente a Trump.
Le
oltraggiose parole di Trump alla Knesset hanno ignorato la sua responsabilità
per il disastro.
Ha proclamato magniloquentemente e
ripetutamente che lui e la sua brillante squadra di squali immobiliari
trasformati in negoziatori di pace avevano appena inaugurato "l'età d'oro
di Israele e l'età d'oro del Medio Oriente".
Come
un gallo che si prende il merito di una falsa alba, Trump ha cantato
"l'alba storica di un nuovo Medio Oriente".
Ha
abbracciato acriticamente la propaganda israeliana su come "la crudeltà
del 7 ottobre ha colpito il cuore dell'umanità stessa", ignorando il fatto
che l'esercito israeliano ha usato elicotteri da combattimento e carri armati
per massacrare la maggior parte dei civili che sono morti quel giorno, e che
quasi tutta l'estrema crudeltà nel conflitto è stata inflitta dagli israeliani
e non sono quella palestinese.
Ma
l'aspetto più affascinante e divertente delle rabbiose di Trump sono le
occasionali pepite di verità che ne emergono.
Mentre
parlava alla Knesset, Trump si è rivolto a “Miriam Adelson”, la cui famiglia “Kosher
Nostra” ha speso centinaia di milioni di dollari per comprare Trump per
Israele, e l'ha chiamata in modo quasi scherzoso per essere fedele a Israele e
non agli Stati Uniti:
"Ma
in realtà le ho chiesto, la metterò nei guai con questo, ma in realtà gliel'ho
chiesto una volta, le ho detto: 'Allora, Miriam, so che ami Israele.
Cosa ami di più, gli Stati Uniti o Israele?
Lei si rifiutò di rispondere.
Questo
significa, potrebbe significare, Israele, devo dire".
Trump
aveva appena dichiarato che i” soldi degli Adelson” lo avevano convinto a
convalidare il furto israeliano delle alture del Golan.
Ammettendo
così apertamente di essere stato corrotto da agenti di una potenza straniera,
Trump ha reso visibile ciò che le presidenziali minori hanno sempre cercato di
nascondere.
Un
incontro tra Trump e Xi,
se
accadrà, sarà un hamburger
da
niente.
Unz.com
- Hua Bin –( 27 ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
Tutti
gli occhi sono puntati su “Geyongju,” in Corea del Sud, per un presunto
"colloquio a margine" tra Trump e Xi alla fine di questa settimana.
Pechino
non ha confermato, ma “Trump” e “Bessent” sono sembrati positivi.
Tra
gli argomenti ci sono le terre rare, le tariffe, la soia, le patatine e Taiwan.
Mentre
i protocolli diplomatici e i colloqui diretti tra i principali delle grandi
potenze sono importanti e alcuni accordi transazionali possono essere
raggiunti, un incontro è più probabilmente un nulla e non verrà raggiunto alcun
grande accordo.
Se gli
ultimi 7 anni, da quando Trump ha lanciato la prima guerra commerciale contro
la Cina, ci hanno insegnato qualcosa, la lezione è che gli Stati Uniti sono
decisi a contenere l'ascesa della Cina e a bloccarne i progressi.
A meno
che gli Stati Uniti non si liberino della loro ostilità nei confronti della
Cina, con una probabilità inferiore a zero, i due paesi si rimarranno in una
situazione di stallo a lungo termine.
Nella
tradizione politica occidentale, catturata nella “trappola di Tucidide” di
“Graham Allison” e nei concetti di realismo aggressivo di “John Mearsheimer”,
la geopolitica è un gioco a somma zero.
Una
nazione può solo conservare e far crescere il proprio potere a spese di
un'altra.
La
Cina non sottoscrive una tale visione del mondo e non l'ha mai avuta nella sua
tradizione politica di 2.000 anni.
Tuttavia,
la geopolitica è una corsa al ribasso:
se il tuo avversario definisce il gioco come a
somma zero, vieni automaticamente portato al suo livello a meno che non
reagisci alle sue provocazioni, prendi il pestaggio e porgi l'altra guancia.
Immagina
il cortile di una scuola: vuoi farti gli affari tuoi, ma il bullo regnante non
ti lascia in pace.
Continua
a spingere e minacciare.
Per quanto non vogliate, dovete alzarvi e
impegnarvi una lotta per preservare la vostra dignità e credibilità, anche
quando sapete che entrambi perderanno in una lotta del genere.
Siamo
a questo punto ora.
La
posizione predefinita del regime degli Stati Uniti è quella di sfidare e
minacciare gli interessi della Cina, dal commercio, alla tecnologia alla sua
integrità territoriale a Taiwan.
Non è
il comportamento idiosincratico di un'amministrazione, ma un accordo bipartisan
e una strategia nazionale.
E c'è
stata una notevole continuità politica da Trump 1 a Biden a Trump 2.
E non
è nemmeno una lotta uno contro uno.
Gli
Stati Uniti stanno mobilitando tutti i loro "alleati" vassalli e
stanno facendo pressione sui paesi non allineati affinché si uniscano a loro.
Il
recente caso delle pressioni degli Stati Uniti sul governo olandese per rubare
“Nexperia”, un produttore di semiconduttori, ai suoi proprietari cinesi è un
perfetto esempio di tali dinamiche.
Naturalmente,
se questi stati clienti diventano il danno collaterale, Washington
difficilmente verserà una lacrima.
Pechino
non nutre alcuna illusione sul fatto che gli Stati Uniti rinunceranno
volontariamente alle loro ambizioni egemoniche e alle loro politiche ostili.
Pechino
non ha alcuna fiducia in alcun gesto ingannevole di riconciliazione da parte di
Washington, poiché ha dimostrato ripetutamente di essere incapace di
impegnarsi.
L'elenco
della malafede degli Stati Uniti nel trattare con gli altri è davvero lungo:
La sua
ipocrisia ambigua sulla questione di una sola Cina codificata nel Comunicato di
Shanghai del 1972.
Mentì
all'Unione Sovietica sulla mancata espansione della NATO ("nemmeno un
pollice a est") dopo che i sovietici avevano registrato la riunificazione
tedesca.
Il suo
ritiro unilaterale dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF).
Il suo
ritiro in malafede dal patto globale sul clima dell'Accordo di Parigi.
Il suo
ritiro unilaterale dall'accordo nucleare JCPOA con l'Iran.
Le sue
numerose violazioni delle leggi delle Nazioni Unite sull'aggressione contro
altri paesi, come l'invasione dell'Iraq, con menzogne inventate.
La sua
violazione degli obblighi di non proliferazione delle Nazioni Unite sostenendo
il possesso illegale di armi nucleari da parte di Israele.
In
breve, gli Stati Uniti si sono dimostrati un attore canaglia sulla scena
mondiale che opera sotto una falsa e cinica foglia di fico "ordine
mondiale basato su regole".
Il più
grande desiderio di Trump nell'incontro con il presidente Xi è quello di
garantire l'accesso ai prodotti cinesi delle terre rare, nonostante la
spavalderia che ha introdotto quando ha firmato l'accordo congiunto per lo
sviluppo delle terre rare con il suo lacchè australiano Albanese.
Indipendentemente
dalla raffica di attività da parte dell'Occidente per ridurre la sua dipendenza
dalla Cina, la realtà è semplice e dura:
è fisicamente impossibile per l'Occidente
costruire una catena di approvvigionamento alternativa di terre rare su larga
scala, specialmente nella categoria più critica delle terre rare pesanti, in
qualsiasi momento (diciamo tra 5 anni).
Per
realizzare una simile catena di approvvigionamento, questi paesi dovrebbero
identificare giacimenti minerari, ottenere permessi, costruire impianti di
separazione e lavorazione, sviluppare tecnologie e attrezzature per
l'estrazione di terre rare e acquisire le competenze ingegneristiche
necessarie.
Potrebbe
inoltre essere auspicabile una bonifica chimica e radioattiva per gestire le
conseguenze.
Secondo
un rapporto del CSIS, nel 2023 sono state conferite solo 327 lauree americane
in ingegneria mineraria e mineraria, rispetto ai 1.000 studenti universitari e
ai 500 laureati della “China University of Mining and Technology”, la migliore
scuola mineraria del Paese a “Xuzhou”.
In
Cina ci sono alcune centinaia di altre università con corsi di laurea in
estrazione mineraria e metallurgia.
Quando
si parla di terre rare, la carenza di competenze è a dir poco terribile in
Occidente:
secondo il CSIS, negli Stati Uniti, in Europa
e in Giappone potrebbero esserci solo "un paio di dozzine" di esperti
in separazione e raffinazione, rispetto alle decine di migliaia in Cina.
Pechino
ha già iniziato a catalogare gli esperti del Paese in questo campo per
assicurarsi che non lavorino in progetti minerari all'estero e non rivelino
segreti industriali, ha riportato il “Wall Street Journal” a giugno.
Combinando
il controllo delle esportazioni di terre rare con controlli più severi sulla
tecnologia e sui talenti, Pechino sta costruendo una fortezza di competenze sui
minerali critici che l'Occidente richiederà anni, se non decenni, per superare.
Trump
e i suoi consiglieri sanno che la macchina da guerra degli Stati Uniti si
fermerà letteralmente quando le sue scorte di terre rare si esauriranno nel
giro di pochi mesi.
È disperato perché la Cina apre il rubinetto.
Torniamo
all'incontro, se dovesse accadere. Indipendentemente da come andrà il vertice,
la Cina non tornerà indietro sulla sua morsa delle terre rare.
Pechino
potrebbe prendere in considerazione l'aumento delle forniture per le industrie
civili se gli Stati Uniti ritirare le proprie politiche di escalation dopo i
colloqui commerciali con la Svizzera, come l'ampliamento della “Entity List”
che prende di mira le filiali estere di società cinesi o la campagna di
pressione subdola sui suoi stati clienti che ha portato alla situazione con “Nexperia”
nei Paesi Bassi.
Dopotutto,
durante la guerra di Corea, la Cina combatté cinque importanti battaglie con
gli Stati Uniti dal 1951 al 1953 e perseguì una politica di "combattimento
dialogico" (bian da bian tan), che alla fine portò a una tregua. Pechino
stringerà accordi tattici anche con Trump, se serviranno ai suoi interessi.
Ma
l'uso finale militare è completamente fuori discussione. Perché Pechino
dovrebbe consentire l'industria bellica degli Stati Uniti quando sta prendendo
di mira direttamente la Cina e i suoi amici?
Lo
stesso vale per i produttori europei di armi. La Cina non ha alcun interesse a
consentire la militarizzazione della NATO contro la Russia.
Gli
Stati Uniti hanno giocato tutte le loro carte.
Il suo obiettivo è stato quello di indebolire
la Cina senza infliggere troppi danni a sé stessa.
Ogni
volta che trova un'opportunità del genere, la coglie.
Questo
è il motivo per cui Washington rompe gli accordi.
L'escalation
è parte integrante della politica statunitense. Tuttavia, questa strategia ha
una durata breve e richiede un avversario debole che non può reagire.
Sfortunatamente
per gli Stati Uniti, non hanno alcun potere sulla Cina. La produzione
manifatturiera cinese rappresenta il 35% della produzione mondiale totale, 3
volte quella degli Stati Uniti e più grande di quella delle successive 8
maggiori nazioni industrializzate messe insieme.
La
Cina è semplicemente molto più grande e forte del bullo del cortile della
scuola.
Confucio
disse: "Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a
te".
La saggezza politica di 2000 anni fa potrebbe
essere troppo profonda per un Paese con poco più di 200 anni di storia.
Ma
anche gli idioti hanno l'istinto di sopravvivenza.
Trump
ama farsi fotografare con i leader forti che ammira, ma dall'incontro con “Xi “non
uscirà nulla di sostanziale.
Se
Washington non abbandona la sua illusione di supremazia e non si presenta al
tavolo delle trattative come un attore razionale, la lotta continuerà.
Trump
e il nuovo leader giapponese
stringono un'alleanza di "massima
forza"
con ingenti investimenti e un
accordo sulle terre rare
Naturalnews.com – (29/10/2025) - Cassie B. – Redazione – ci dice:
Trump
e Takaichi riaffermano l'alleanza tra Stati Uniti e Giappone.
Il
Giappone ha promesso la cifra colossale di 550 miliardi di dollari per progetti
di investimento negli Stati Uniti.
L'accordo
riguarda i settori dell'energia, dell'intelligenza artificiale e dell'energia
nucleare, con ingenti impegni aziendali.
Un
accordo fondamentale sui minerali mira a ridurre la dipendenza dalle catene di
approvvigionamento cinesi.
Trump
ha elogiato l'aumento della spesa per la difesa e gli ordini di equipaggiamento
militare da parte del Giappone.
Il
presidente Donald Trump e il nuovo primo ministro giapponese “Sanae Takaichi
“hanno riaffermato l'alleanza tra Stati Uniti e Giappone, definendola una
partnership indissolubile pronta a vivere una nuova era dell'oro.
L'incontro, svoltosi a Tokyo durante il tour
asiatico del presidente Trump, ha portato a importanti accordi incentrati su un
colossale impegno giapponese di investimenti da 550 miliardi di dollari per
progetti americani e su un accordo cruciale sui minerali delle terre rare, che
delineano un solido futuro per l'occupazione e l'industria statunitensi,
contrastando strategicamente il predominio cinese.
Il
vertice, caratterizzato da elogi reciproci e da una chiara attenzione ai
risultati tangibili, ha visto il Presidente Trump offrire un sostegno
incrollabile al principale alleato asiatico.
"Voglio
solo farvi sapere che ogni volta che avete domande, dubbi, qualsiasi cosa
desideriate, qualsiasi favore di cui abbiate bisogno, qualsiasi cosa io possa
fare per aiutare il Giappone, noi saremo lì", ha dichiarato Trump.
Ha
definito definitivamente la partnership "un alleato al massimo
livello".
Si
prevede che questa solida relazione si tradurrà in significativi benefici
economici per gli Stati Uniti.
"Credo
che faremo scambi commerciali straordinari insieme, più che mai", ha
affermato Trump, esprimendo fiducia nel fatto che la relazione sarà "più
forte che mai".
Al
centro di questa nuova era c'è la formalizzazione di un impegno di investimento
giapponese di 550 miliardi di dollari per progetti statunitensi, un fondo che,
secondo la Casa Bianca, può essere investito come l'America ritiene opportuno.
Un
accordo per l'industria e l'energia americana.
L'investimento,
descritto dal Giappone come prestiti e garanzie a sostegno delle attività
statunitensi delle aziende giapponesi, è mirato a settori critici.
I due
governi hanno pubblicato un elenco di progetti nei settori dell'energia,
dell'intelligenza artificiale e dei minerali critici, in cui le aziende
giapponesi stanno valutando investimenti fino a 400 miliardi di dollari.
Tra
questi, ingenti impegni per l'energia nucleare di nuova generazione.
“Westinghouse”
è coinvolta in progetti per la costruzione di reattori nucleari e piccoli
reattori modulari con un valore potenziale fino a 100 miliardi di dollari.
Analogamente, “GE Verona” ha un piano potenziale da 100 miliardi di dollari per
piccoli reattori nucleari modulari, con il coinvolgimento di aziende giapponesi
come Hitachi.
Altri
importanti attori come “SoftBank Group” hanno impegnato fino a 25 miliardi di
dollari per infrastrutture energetiche su larga scala, mentre “Panasonic” ha
delineato fino a 15 miliardi di dollari per sistemi di accumulo di energia.
Il
Presidente Trump ha anche colto l'occasione per sottolineare gli investimenti
aziendali in corso, elogiando in particolare Toyota per aver "costruito
stabilimenti automobilistici in tutti gli Stati Uniti per un valore di oltre 10
miliardi di dollari".
Ha
anche sottolineato l'impegno nazionale per rivitalizzare la cantieristica
navale americana, osservando:
"Eravamo
i numeri uno nella costruzione di navi, poi abbiamo perso la strada. Ma ora
stiamo ricominciando a costruirle".
Rafforzare
la difesa e le catene di approvvigionamento.
Sul
fronte della sicurezza, Trump ha elogiato calorosamente l'impegno del “Primo
Ministro Takaichi” nell'accelerare il potenziamento militare del Giappone, in
particolare il suo piano di aumentare la spesa per la difesa al due percento
del PIL.
"So
che state aumentando notevolmente la vostra capacità militare e abbiamo
ricevuto i vostri ordini per una quantità molto grande di equipaggiamento
militare", ha affermato Trump, riconoscendo la svolta del Giappone verso
una posizione difensiva più assertiva.
I
leader hanno anche firmato un accordo cruciale per rafforzare le forniture di minerali
essenziali e terre rare.
Questo accordo è strategicamente vitale per
entrambe le nazioni, che mirano a ridurre la dipendenza dalla Cina, che
attualmente domina le catene di approvvigionamento di questi componenti
elettronici chiave.
In un gesto simbolico che sottolinea il
rapporto commerciale, Trump ha osservato che il Giappone prevede anche di
acquistare l'iconico pick-up F-150 della Ford, un veicolo raramente visto sulle
strade giapponesi.
Il
rapporto personale tra i due leader è stato palpabile durante tutta la visita. “Takaichi”,
un protetto del defunto amico di Trump, “Shinzo Abe”, ha sapientemente
incanalato questa eredità per creare fiducia.
I due leader hanno persino effettuato un raro
volo congiunto a bordo dell'elicottero presidenziale Marine One verso la
portaerei “USS George Washington” , presso una base navale statunitense vicino
a Tokyo, un potente simbolo visivo dell'alleanza militare.
Gli
esperti hanno osservato che il vertice è stato un successo travolgente per il
nuovo primo ministro.
“Kristi
Govella”, presidente del Giappone presso il “Center for Strategic and
International Studie”s, ha osservato che “Takaichi “"si è guadagnata una
sorta di luna di miele" assicurandosi la fiducia di Trump e prevenendo
potenziali critiche da parte degli Stati Uniti su questioni come la spesa per
la difesa.
L'incontro
ha saputo coniugare con successo il simbolismo con accordi sostanziali in
ambito economico e di sicurezza, dando un tono positivo al futuro delle
relazioni.
Questa
alleanza rivitalizzata, forgiata in uno spirito di reciproco vantaggio
economico e cooperazione strategica, segna un significativo cambiamento verso
un mondo in cui nazioni forti e sovrane negoziano direttamente a beneficio dei
propri popoli.
L'ingente
impegno finanziario del Giappone rappresenta una monumentale infusione di
capitali nelle infrastrutture e nell'industria americana, risultato diretto di
una politica estera che dà priorità all'interesse nazionale e non ha paura di
affermare la forza americana.
Per i
lavoratori e le industrie americane, questa partnership potrebbe aprire le
porte a una nuova era di opportunità e crescita.
(ZeroHedge.com)
– (Reuters.com) – (JapanTimes.co.jp).
Israele
riprende gli attacchi su Gaza, accusando Hamas di aver attaccato le truppe e di
aver inscenato un falso recupero del corpo.
Naturalnews.com – (29/10/2025) - Cassie B. –
Redazione – ci dice:
Gli
attacchi israeliani riprendono dopo il fallimento del cessate il fuoco,
uccidendo centinaia di persone.
Hamas
e Israele si accusano a vicenda di aver violato la tregua.
La
Casa Bianca conferma di essere stata consultata e dà la colpa ad Hamas.
Gli
aiuti sono bloccati alla frontiera a causa di una grave crisi umanitaria.
L'Assemblea
generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede un cessate
il fuoco.
Il
cessate il fuoco a Gaza è in frantumi dopo che il Primo Ministro israeliano
Benjamin Netanyahu ha ordinato una nuova ondata di attacchi militari, accusando
Hamas di violare la tregua mediata dagli Stati Uniti.
Questa
drammatica escalation, avvenuta martedì, segna la rottura più grave nel
processo di pace dall'inizio della tregua all'inizio di questo mese, facendo
ricadere la regione nella violenza e sollevando seri interrogativi sulle reali
intenzioni di Israele fin dall'inizio.
L'ufficio
di Netanyahu ha annunciato la decisione di "effettuare immediatamente
attacchi potenti" contro Gaza.
La
giustificazione fornita è stata una duplice accusa:
i
militanti di Hamas hanno aperto il fuoco sulle truppe israeliane nella città
meridionale di Rafah e il gruppo non ha onorato l'impegno di restituire i corpi
di tutti gli ostaggi deceduti.
Un portavoce di Netanyahu,” David Mescer”, ha
dichiarato:
"Hamas
ha violato il quadro normativo non restituendo gli ostaggi e attaccando le
nostre forze".
Tuttavia,
Hamas ha fermamente negato qualsiasi coinvolgimento in un attacco contro le
forze israeliane.
In una
dichiarazione, il gruppo ha ribadito il suo impegno nei confronti dell'accordo
di cessate il fuoco e ha invece accusato Israele di esserne il trasgressore.
Questa
dinamica del "lui ha detto, lei ha detto" è diventata un tema
ricorrente, con Israele che usa costantemente tali accuse per giustificare il
ritorno alla brutale forza militare.
La
ripresa graduale.
Al
centro della motivazione israeliana per la rottura della tregua c'è un bizzarro
incidente che ha coinvolto i resti di un ostaggio.
Israele
sostiene che Hamas abbia messo in atto un "deliberato piano di
inganno" riguardo al corpo di “Ofir Tzarfati”, ucciso dopo essere stato
rapito durante l'attacco guidato da Hamas il 7 ottobre 2023.
Funzionari
israeliani hanno presentato filmati ripresi da un drone che, a loro dire,
mostrano gli agenti di Hamas inscenare un falso recupero dei resti parziali di “Tzarfati”.
Secondo
l'esercito israeliano, il video mostra degli uomini che trasportano un sacco
bianco per cadaveri da un edificio, lo seppelliscono in una fossa poco profonda
e poi usano un escavatore per riportarlo alla luce davanti ai rappresentanti
della Croce Rossa.
Shoah Gerosina, portavoce dell'ufficio del
primo ministro, ha dichiarato ai giornalisti:
"Posso
confermarvi oggi che ieri Hamas ha scavato una buca nel terreno, vi ha deposto
i resti parziali di Ofir, l'ha ricoperta di terra e l'ha consegnata alla Croce
Rossa".
Il
Comitato Internazionale della Croce Rossa ha confermato la presenza del suo
personale, ma ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna messa in
scena.
"Il
nostro team ha solo assistito a quello che sembrava essere il recupero dei
resti senza essere a conoscenza delle circostanze che lo avevano portato",
ha dichiarato l'organizzazione, definendo il falso recupero
"inaccettabile".
Hamas
ha respinto le affermazioni israeliane, accusando Israele di "cercare di
inventare falsi pretesti in preparazione di nuove misure aggressive contro il
nostro popolo".
Una
sceneggiatura familiare.
Per
gli osservatori del conflitto di lunga data, quest'ultima escalation sembra un
copione familiare.
Israele
accetta una pausa temporanea, solo per poi rivendicare una violazione da parte
di Hamas che richiede una risposta militare schiacciante.
Questo schema suggerisce che il governo
Netanyahu potrebbe non aver avuto alcuna reale intenzione di rispettare la sua
parte dell'accordo a lungo termine, utilizzando incidenti minori o controversie
inventate come strategia di uscita per riprendere i suoi obiettivi militari.
Il
costo umano di questa escalation calcolata è stato immediato. L'agenzia di
protezione civile di Hamas a Gaza ha riferito che nove persone sono state
uccise nei primi attacchi, tra cui quattro donne, tre uomini e due bambini.
Non si tratta solo di numeri;
si tratta di esseri umani le cui vite sono
state annientate in un conflitto alimentato da posizioni politiche e da un
palese disprezzo per la sicurezza dei civili.
Mentre
la Casa Bianca sostiene che il cessate il fuoco "tiene", tale
affermazione suona falsa rispetto al rumore delle esplosioni a Gaza.
Il
vicepresidente statunitense J.D. Vance ha riconosciuto "piccole scaramucce
qua e là", una descrizione pericolosamente superficiale per azioni
militari che provocano la morte di civili, compresi bambini. Questa tiepida
risposta degli Stati Uniti, il principale benefattore di Israele, non fa che
incoraggiare il regime di Netanyahu.
La
realtà orribile.
La
situazione sul campo a Gaza rimane catastrofica.
Il sistema sanitario del territorio è stato
decimato, con gli ospedali descritti come "gusci di mortaio" privi di
forniture di base.
Le
agenzie umanitarie segnalano che migliaia di camion carichi di beni essenziali
sono bloccati al confine a causa delle restrizioni israeliane.
Questa
rinnovata violenza non è un evento isolato, ma parte di un continuum
devastante.
Il “Ministero
della Salute di Gaza “riferisce che oltre 68.500 palestinesi sono stati uccisi
nel conflitto durato due anni, una cifra sconcertante che sottolinea la natura sproporzionata
e distruttiva delle campagne militari israeliane.
La
strada da percorrere sembra desolante.
Con
Israele che dimostra la sua volontà di infrangere i cessate il fuoco e la
comunità internazionale che non riesce a imporre conseguenze significative, il ciclo di violenza appare infinito.
La
popolazione di Gaza è ancora una volta presa nel fuoco incrociato, le sue
speranze di pace sepolte sotto le macerie delle proprie case.
Questa
non è una via verso la sicurezza; è una discesa nell'oscurità più profonda.
(YourNews.com)
– (BBC.co.uk) – (NYTimes.com).
Grokipedia
di Musk ha appena infranto
il monopolio di Wikipedia sui fatti
"neutrali."
Naturalnews.com – (29/10/2025) - Willow Tohi -
Redazione – ci dice:
XAI di
Elon Musk ha lanciato Grokipedia, un'alternativa a Wikipedia basata
sull'intelligenza artificiale, con quasi 900.000 articoli disponibili nel suo
primo giorno.
La
piattaforma si propone di fornire una contro-narrazione a ciò che Musk e i suoi
sostenitori descrivono come la parzialità e la "propaganda" promosse
dagli attivisti su Wikipedia.
I
primi confronti mostrano contenuti divergenti su argomenti controversi come la”
transizione di genere”, con Grokipedia che presenta punti di vista più
scettici.
Il
lancio riflette un conflitto ideologico più ampio sul controllo delle
informazioni, poiché i modelli di intelligenza artificiale si affidano sempre
più a tali fonti per i dati di addestramento.
Essendo
un prodotto "Versione 0.1", Grokipedia rispecchia attualmente alla
lettera alcuni contenuti di Wikipedia, ma promette una rapida evoluzione
guidata dall'intelligenza artificiale.
In una
sfida diretta all'ecosistema consolidato della conoscenza digitale, il magnate
della tecnologia Elon Musk ha lanciato Grokipedia lunedì 27 ottobre.
Questa
nuova enciclopedia online, basata sull'intelligenza artificiale della società XAI
di Musk, si propone come un'alternativa alla ricerca della verità a Wikipedia,
che Musk ha ripetutamente accusato di soccombere ai pregiudizi degli attivisti
e alla "propaganda dei media tradizionali".
Con
quasi 900.000 articoli disponibili al lancio, Grokipedia entra nella mischia
come un nuovo attore significativo nel dibattito in corso su chi controlla la
narrazione su controverse questioni culturali e politiche, promettendo di
eliminare l'influenza ideologica dai resoconti dei fatti.
La
genesi di una contro-enciclopedia.
L'impulso
per Grokipedia si è cristallizzato in mesi di attriti pubblici tra Musk e la
Wikimedia Foundation.
Un
momento cruciale si è verificato nel gennaio 2025, quando la biografia di Musk
su Wikipedia è stata modificata per indicare che un suo gesto era stato
"paragonato a un saluto nazista".
Musk ha denunciato la caratterizzazione e le
politiche di approvvigionamento della piattaforma, sostenendo che l'affidamento
di Wikipedia a quella che lui definisce "propaganda dei media
tradizionali" come fonti valide ne distorce intrinsecamente i contenuti.
Successivamente ha chiesto ai donatori di
cessare il loro supporto.
Il progetto ha subito un'accelerazione
quest'autunno, con Musk che ha annunciato la sua intenzione di creare un
concorrente e, nel giro di poche settimane, di rilasciare un prodotto live
denominato "Versione 0.1".
Su X, Musk ha inquadrato la missione in modo
ambizioso:
"L'obiettivo di Grok e Grokipedia.com è
la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità".
Filosofie
contrastanti nella pratica.
La
divergenza fondamentale tra Grokipedia e Wikipedia non è solo tecnologica, ma
anche filosofica.
Wikipedia, lanciata nel 2001 e ora settimo
sito web più visitato al mondo, si basa su milioni di volontari umani e applica
politiche di "verificabilità" e "punto di vista neutrale".
La sua
selezione delle fonti è guidata da un sistema di codifica a colori che
classifica le pubblicazioni in base all'affidabilità.
I
critici sottolineano che questo sistema spesso etichetta fonti di sinistra
come “MSNBC” come "generalmente affidabili", mentre classifica fonti
di destra o anti-establishment come “Fox News” come "marginalmente
affidabili" e “Zero Hedge” come "generalmente inaffidabili".
Questo,
sostengono gli oppositori, esclude sistematicamente prospettive conservatrici e
alternative dalle vaste pagine dell'enciclopedia.
Al
contrario, Grokipedia è interamente generata dall'intelligenza artificiale di
Musk, con l'obiettivo di aggirare i pregiudizi editoriali umani e presentare
informazioni che il suo sistema ritiene fattuali, anche se sfidano le
narrazioni convenzionali.
I
primi confronti rivelano divisioni ideologiche.
A
poche ore dal lancio, giornalisti e utenti hanno iniziato ad analizzare il modo
in cui le due piattaforme gestiscono argomenti delicati.
La voce sulla medicina della “transizione di genere” è
diventata un esempio lampante.
Mentre
la pagina di Wikipedia afferma che la comprensione scientifica dell'argomento
"esiste da decenni", la voce corrispondente di Grokipedia descriveva
le basi scientifiche per i trattamenti medici come "limitate e di bassa
qualità".
Inoltre, la pagina di Grokipedia trattava
teorie secondo cui il rapido aumento dell'identificazione transgender potrebbe
essere influenzato da "influenza sociale o contagio", un punto di
vista in gran parte assente da Wikipedia.
Su
altri argomenti, come l'ex CEO di Twitter “Parag Agrawal”, la voce di
Grokipedia ha evidenziato le critiche dello stesso Musk, dettagli non presenti
su Wikipedia.
Questi primi contrasti sottolineano l'intento
del progetto di offrire un'interpretazione diversa di questioni moderne
controverse.
L'alta
posta in gioco nel controllo della conoscenza.
La
battaglia tra questi modelli enciclopedici ha profonde implicazioni per il
futuro dell'informazione.
Il
predominio di Wikipedia la rende una fonte di dati fondamentale per molti dei
principali modelli di intelligenza artificiale.
Se
questi modelli vengono addestrati su contenuti percepiti come ideologicamente
orientati, i critici temono che il pregiudizio si integri e si amplifichi negli
strumenti di intelligenza artificiale utilizzati da milioni di persone.
L'approccio
“AI-first” di Grokipedia rappresenta un tentativo diretto di creare un corpus
di formazione alternativo.
Tuttavia,
la nuova piattaforma non è priva di contraddizioni iniziali.
Molte delle sue voci su argomenti non
controversi sono risultate identiche parola per parola a quelle di Wikipedia,
una misura temporanea che Musk ha riconosciuto e si è impegnato a correggere
entro la fine dell'anno.
Una
sfida in evoluzione allo status quo.
Mentre
Grokipedia si evolve dalla sua versione iniziale 0.1, il suo impatto sul
panorama digitale resta da vedere.
Musk
ha promesso che "la versione 1.0 sarà 10 volte migliore", a indicare
l'impegno per un rapido miglioramento guidato dall'intelligenza artificiale.
Il
lancio della piattaforma rappresenta più di un semplice nuovo sito web;
è la manifestazione di una crescente domanda
di alternative alle istituzioni tradizionali, percepite come vincolate a una
visione del mondo univoca.
Per i sostenitori della libertà di parola e della
diversità ideologica online, Grokipedia rappresenta una sfida formidabile a un
monopolio dell'informazione radicato da tempo.
La sua capacità di raggiungere il suo obiettivo
dichiarato di fornire una verità nuda e cruda su larga scala sarà una delle
storie tecnologiche e culturali più significative da seguire, mentre la
definizione stessa di conoscenza affidabile è contestata nella pubblica piazza.
(ZeroWedge.com)
- (X.com) – (NYTimes.com).
Contrordine
compagni, non ci sarà
l’Apocalisse
climatica.
Firmato
Bill Gates.
Tempi.it - Leone Grotti – (29 Ottobre 2025) –
ci dice:
In un
lungo articolo il cofondatore di Microsoft sveste i panni dell’attivista
climatico e indossa quelli dell’ambientalista scettico. È il segno che la
sbornia green sta davvero passando
Il
cofondatore di Microsoft è Bill Gates.
Chissà
come la prenderanno Greta Thunberg e i tanti accoliti dell’Apocalisse
climatica.
Bill Gates, il fondatore di Microsoft, il
filantropo più famoso al mondo che solo quattro anni fa pubblicò un libro dal
titolo “Clima. Come evitare un disastro”, oggi se la prende con gli allarmisti
di tutto il mondo e in un lungo articolo su Gates Notes invoca la retromarcia:
«C’è
una visione apocalittica del cambiamento climatico che recita così:
“Tra
pochi decenni, un cambiamento climatico catastrofico decimerà la civiltà.
Le prove sono ovunque:
basta guardare le ondate di calore e le
tempeste causate dall’aumento delle temperature globali.
Nulla
è più importante che limitare l’aumento della temperatura”. Fortunatamente per tutti noi, questa
visione è sbagliata.
Sebbene
il cambiamento climatico abbia gravi conseguenze, in particolare per le
popolazioni dei paesi più poveri, non porterà all’estinzione dell’umanità».
E la
moria degli orsi polari?
Ma
come?
E lo
scioglimento dei ghiacciai, l’addio alla calotta polare, la scomparsa
dell’Himalaya, la moria degli orsi polari, l’ebollizione degli oceani,
l’innalzamento delle acque, la trasformazione della California in un parco
subacqueo, l’estinzione di innumerevoli specie animali e l’alterazione di ogni
singolo ecosistema esistente al mondo?
Bill
Gates non dice “abbiamo scherzato”, ma ci va molto vicino.
E non si limita a ridimensionare le
conseguenze dei cambiamenti climatici («Le persone saranno in grado di vivere e
prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il prossimo futuro»).
Alla vigilia della Cop30 che si terrà a Belém,
in Brasile, mette in discussione anche il metodo principale adottato da diversi
decenni per invertire la rotta del surriscaldamento globale: tagliare le
emissioni di CO2.
La
temperatura globale non è tutto.
L’uomo
che siede su una fortuna pari a 122 miliardi di dollari, e che viene ascoltato
soprattutto per la sua capacità di orientare i mercati, ricordando che «il cambiamento climatico non è la
più grande minaccia per le nostre vite e per il benessere nei paesi poveri e
non lo sarà in futuro»,
se la prende con quelle istituzioni, «spinte
da ricchi azionisti», che hanno finanziato il taglio dei combustibili fossili
per limitare le emissioni di CO2, causando però ancora più povertà nei paesi
del terzo mondo.
Tutte
queste azioni, nota Gates, «non hanno avuto praticamente alcun impatto sulle
emissioni globali», ma hanno peggiorato la vita di intere popolazioni. La
temperatura, insiste, «non è il modo migliore per misurare i nostri progressi
sul clima».
Ma
come?
E migliaia di titoli giornalistici allarmati
sul caldo che è troppo caldo e sul freddo che è troppo freddo e sulla pioggia
che è allo stesso tempo troppa e mai abbastanza?
E le
paginate sull’innalzamento della temperatura globale da contenere a 1,5 gradi,
Parigi docet, o meglio a 1, ma forse andrebbe bene anche a 2 nonostante abbiamo
già superato i 3 gradi?
Carta
straccia, ci dice adesso Bill Gates.
È
“sparito il freddo”? Il clima che cambia tra realtà e propaganda
Bill
Gates: «Prima il benessere umano».
Ogni
strategia climatica, scrive ancora il filantropo, deve dare la priorità a
sollevare le persone dalla povertà perché «salute e prosperità sono le migliori
difese contro il cambiamento climatico».
Il successo di ogni battaglia climatica si
misura «dall’impatto sul benessere umano più che da quello sulle temperature
globali».
È
all’adattamento al clima che cambia, insomma, che bisogna dare priorità.
Perché
solo la tecnologia e il progresso ci permetteranno di risolvere il problema
ambientale.
Ora
anche Bill Gates è come Hitler?
Le
conclusioni alle quali arriva Bill Gates non sono dissimili, anzi a tratti sono
uguali, a quelle cui giunge un ambientalista controcorrente come “Bjørn Lomborg”,
che da anni sostiene, anche dalle colonne di Tempi, che l’allarmismo è inutile,
se non dannoso, e che i miliardi spesi per tagliare le emissioni di CO2
andrebbero meglio investiti per migliorare la condizione dei paesi poveri e per
favorire l’adattamento al clima che cambia.
Finché
simili tesi vengono sostenute da un personaggio che fino a poco tempo fa veniva
paragonato ad Adolf Hitler è un conto, quando ad appoggiarle invece è un furbo
di tre cotte che i soldi sa come farli girare, è un altro.
Anche
l’attivista svedese Greta Thunberg partecipa a una protesta di “Extinction
Rebellion” contro una raffineria in Norvegia ad agosto.
I
tanti interessi del filantropo.
Secondo
il “New York Times”, dopo avere speso miliardi su miliardi su temi legati al
clima e all’ambiente, la “Gates Foundation” sarebbe pronta a riempire il vuoto
lasciato dagli Stati Uniti con i tagli alla cooperazione internazionale,
investendo di più su salute e contrasto alla povertà nei paesi più
sottosviluppati di Africa, Asia e America Latina.
Pur
continuando a investire in energia, soprattutto green, nucleare incluso, Bill
Gates sembra volere spostare la battaglia ambientale verso obiettivi più
concreti e proficui del contrasto all’innalzamento della temperatura globale
(le cui cause, secondo illustri scienziati, restano comunque sconosciute).
La
conversione di Bill Gates.
Per il
“Nyt”, una delle ragioni della svolta di Bill Gates potrebbe essere
accattivarsi il favore di Donald Trump.
Non è un’ipotesi assurda, soprattutto perché
il cofondatore di Microsoft non spiega che cosa lo abbia convertito sulla via
di Damasco.
Qualcosa
però deve essere accaduto visto che nel 2021 pronunciava discorsi di questo
tenore:
«Quando
i coralli muoiono, non tornano più.
Gli oceani diventano sempre più acidi e tutti
gli ecosistemi acquatici stanno morendo.
Man
mano che le foreste si seccano, sono soggette sia a incendi che a infestazioni
che uccidono tutti gli alberi, quindi ce ne sono molti meno.
Con
l’innalzamento del livello del mare, le spiagge scompaiono».
Allora
Bill Gates sosteneva che affrontare il cambiamento climatico era per l’umanità
una sfida «più grande che andare sulla Luna» e che bisognava fare scelte
consapevoli, magari acquistando prodotti con una piccola impronta carbonica.
Ora
invece sottolinea l’importanza di ridurre la povertà, anche a costo di produrre
un impatto negativo sull’ambiente.
È
finita la sbornia green?
Il
radicale cambio di opinione di Bill Gates potrebbe essere il segnale che la
sbornia green, pur non essendo finita, è destinata a essere ridimensionata.
Da
quando sono scoppiate le guerre in Ucraina e in Terra Santa, il tema del
surriscaldamento globale fatica a trovare spazio sulle pagine dei giornali.
Neanche Greta Thunberg si interessa più del
clima.
Si
continua a parlarne, ma con meno convinzione.
Unione
Europea e Stati Uniti, pur senza dichiararlo apertamente, spostano lentamente
le proprie priorità.
Il
Green Deal da tempo non è più in cima all’agenda politica.
Si fa
strada un nuovo e benvenuto buonsenso, che potrebbe trovare nelle parole di
Bill Gates la sua epitome: «Ridurre la temperatura va bene, ma non a spese di tutto il
resto».
Non
resta che aspettare le reazioni indignate dell’”Ipcc” e degli attivisti che
torneranno a gridare: “Bill, how dare you?”
(@LeoneGrotti.)
Green
Economy.
Bill
Gates: “Il cambiamento climatico
non ci
farà estinguere.”
Prometeo.adnkronos.com
– (29 Ottobre 2025) – Redazione – ci dice:
Sul
suo blog propone una nuova strategia: determinante il concetto di “green
premium”.
Il
fondatore di Microsoft, Bill Gates.
A
poche settimane dalla “Cop30” in Brasile, Bill Gates scuote il dibattito
climatico con un memorandum che ridefinisce priorità e strategie.
Il fondatore di Microsoft sostiene che il
cambiamento climatico, pur avendo “gravi conseguenze”, non condannerà la specie
umana.
Nel
suo blog personale, il filantropo delinea un approccio pragmatico che mette al
centro il benessere umano piuttosto che metriche astratte come il limite di 1,5
gradi.
La
posizione divide la comunità ambientalista, ma apre interrogativi su come
misurare davvero i progressi nella transizione ecologica.
Sommario.
Le tre
verità scomode secondo Gates.
Ripensare
l’obiettivo di Parigi.
Povertà
e salute prima di tutto.
La
strategia del green premium.
Il
parallelo con la rivoluzione digitale.
Le
accuse di ipocrisia e la compensazione.
Le tre
verità scomode secondo Gates
Il
miliardario costruisce la sua tesi su tre pilastri controversi:
Primo: il cambiamento climatico non
metterà fine alla civiltà. Gli esseri umani, afferma, saranno “in grado di
vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il futuro
prevedibile”;
Secondo: la temperatura non rappresenta la
metrica più efficace per valutare i progressi climatici;
Terzo: salute e prosperità costituiscono le
difese più solide contro un pianeta più caldo.
Quest’ultimo
punto ribalta la narrazione dominante: invece di concentrarsi esclusivamente
sulla riduzione delle temperature estreme, Gates propone di rafforzare le
capacità di adattamento delle popolazioni più vulnerabili.
Ripensare
l’obiettivo di Parigi.
Il
pianeta resta pericolosamente fuori rotta rispetto all’Accordo di Parigi, che
fissa il limite del riscaldamento a 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale.
Ma Gates invita a non fissarsi su quella cifra
precisa.
Il filantropo suggerisce di riconoscere i
progressi concreti nella riduzione delle emissioni anziché concentrarsi su un
obiettivo che appare sempre più irraggiungibile.
Questa
prospettiva riflette un cambio di paradigma:
dall’attenzione
ai target numerici a una valutazione più ampia degli impatti sulla vita delle
persone.
Per miliardi di individui nei Paesi in via di
sviluppo, infatti, povertà e malattie rappresentano minacce più immediate del
riscaldamento globale.
Povertà
e salute prima di tutto.
Gates
riporta l’attenzione su una dimensione spesso trascurata nel dibattito
climatico:
la
vulnerabilità sociale ed economica amplifica gli effetti del cambiamento
climatico.
Il filantropo sostiene che ridurre i giorni
estremamente caldi o freddi conta meno che garantire che “meno persone vivano
in povertà e in cattiva salute”.
In questa logica, il maltempo diventa una
minaccia gestibile per chi dispone di risorse adeguate.
La tesi implica un riorientamento degli
investimenti: non solo tecnologie verdi, ma anche sanità, istruzione e sviluppo
economico nei contesti più fragili.
L’approccio ricorda la filosofia della Cop30
brasiliana, che Gates elogia proprio per l’attenzione a tecniche di adattamento
e sviluppo umano.
La
strategia del green premium.
Al
centro della visione di Gates c’è il concetto di “green premium”, già
introdotto nel suo libro del 2021 “Come evitare un disastro climatico: le soluzioni che
abbiamo e le innovazioni che ci servono”.
Il green premium indica la differenza di costo tra
metodi di produzione puliti e inquinanti per materiali come cemento, acciaio e
carburante per aerei.
L’obiettivo dichiarato è azzerare questo
divario.
Quando
produrre in modo sostenibile costerà quanto l’alternativa fossile, la
transizione diventerà naturale e inarrestabile.
Questa
strategia sposta il focus dalla regolamentazione all’innovazione tecnologica:
servono
investimenti massicci in ricerca e sviluppo per rendere competitive le
soluzioni a basse emissioni.
Il
fondatore di Microsoft scommette su “breakthrough energetici” – dalla fusione
nucleare ai combustibili sintetici – capaci di trasformare radicalmente interi
settori industriali senza compromettere la crescita economica.
Il
parallelo con la rivoluzione digitale.
Gates
traccia un parallelo audace tra la sfida climatica e la rivoluzione digitale.
Trent’anni fa, da amministratore delegato di Microsoft, scrisse un memorandum
che invitava l’azienda a mettere Internet al centro di tutte le operazioni.
Quella
“svolta strategica” trasformò Microsoft e l’intero settore tecnologico.
Ora il
filantropo chiede alla comunità climatica una mossa simile alla Cop30 e oltre:
dare “priorità alle azioni che hanno il
maggiore impatto sul benessere umano”.
Il richiamo storico serve a legittimare un
cambiamento di rotta che molti attivisti considereranno inaccettabile.
Gates
lo sa, e nel post riconosce che la sua posizione solleverà critiche.
Le
accuse di ipocrisia e la compensazione.
Il
fondatore di Microsoft anticipa le obiezioni. La sua impronta emissiva
personale resta elevata, e gli attivisti lo accusano di ipocrisia. Gates, che
nel 1997 ha fondato insieme alla ex moglie la “Bill & Melinda Gates”, un
colosso della filantropia, risponde che compensa interamente le proprie
emissioni attraverso l’acquisto di crediti di carbonio “legittimi”.
La
precisazione solleva più domande di quante ne risolva:
il
mercato dei crediti di carbonio è notoriamente opaco, con numerosi scandali
legati a progetti di compensazione inefficaci o fraudolenti.
La
posizione del filantropo riflette una visione tecno-ottimista che confida
nell’innovazione e nei meccanismi di mercato per risolvere la crisi climatica.
Ma
proprio questo approccio divide:
per i
critici, rappresenta una fuga dalle responsabilità immediate;
per i sostenitori, un realismo necessario in
un mondo dove miliardi di persone aspirano ancora a standard di vita
occidentali.
Il
memorandum di Gates ridefinisce i termini del dibattito climatico a ridosso di
un appuntamento cruciale come la Cop30 brasiliana, che si terrà dal 10 al 21
novembre nel Belém, nel Parà.
La sua
proposta – meno allarmismo, più pragmatismo – divide ma obbliga a confrontarsi
con domande scomode:
quale
equilibrio tra ambizione climatica e sviluppo umano?
Come
misurare davvero i progressi?
La
risposta determinerà non solo l’esito dei negoziati in Brasile, ma la direzione
della transizione ecologica nei prossimi decenni.
Three
tough truths about climate.
Rivista.ai
– Dina – ( 29 Ottobre 2025)- in Vision - Bill Gates Blog – ci dice:
Bill
Gates ottimista epidemico.
Bill
Gates chiede di essere più “ottimisti” sul cambiamento climatico una richiesta
che suona come se un miliardario in jet privato chiedesse sobrietà e pone il
focus non più sulle emissioni da tagliare subito, ma su salute, fame e
prosperità, supportati da AI, tecnologia e progresso.
Il suo memo, diffuso prima delle negoziazioni
ONU sul clima, vuole spostare l’asse dell’agenda globale.
Ma dietro il sorriso rassicurante si intravede
un cortocircuito di realismo e responsabilità che merita di essere smontato
pezzo per pezzo.
Gates
sostiene che il “doomsday outlook” l’idea che il declino irreversibile sia
imminente — distorca le priorità, facendo concentrare eccessivamente la
comunità climatica su obiettivi immediati di riduzione delle emissioni a
scapito di interventi che migliorerebbero la vita delle persone mentre il clima
continua a peggiorare. Secondo lui, “il cambiamento climatico è un problema
serio, ma non sarà la fine della civiltà”.
In sintesi: “Sì al clima, ma prima gli esseri
umani”.
L’argomento
è seducente a prima vista:
chi
potrebbe obiettare che debbano vivere meglio le popolazioni più vulnerabili? Ma
è proprio nella scelta delle priorità che si cela il veleno.
Minimizzare
l’importanza del percorso di decarbonizzazione oggi significa disinnescare
l’arma più potente che abbiamo contro il collasso climatico.
Il “pilota automatico progressista” di Gates
rischia di diventare il cavallo di Troia del disimpegno climatico.
Il
memo non manca di contraddizioni interne.
Gates chiede di misurare il progresso non in
gradi Celsius bensì con l’Indice di Sviluppo Umano.
Fa sognare tecnologie AI che diano consigli su
cosa seminare e quando fertilizzare ai contadini dei Paesi poveri.
Promuove investimenti in salute e agricoltura
come baluardi anti-clima.
Ma non
menziona adeguatamente che l’AI è un baco in crescita:
enorme
consumo energetico, fabbisogni idrici e ricadute infrastrutturali che ricadono
in gran parte sui sistemi climatizzati che si vorrebbe difendere.
Il suo “green premium = zero” non cancella la
realtà che, oggi, pulito costa ancora di più in molte aree del mondo.
Scienziati
critici chiedono: se non misuriamo le emissioni, come sapremo se stiamo
vincendo?
La
reputazione di chi porta avanti modelli climatici derivati da generazioni di
ricerca (inclusi i pericoli dei tipping point) verrà sacrificata sull’altare di
un new deal percepito come “umano”?
Già
“Jeffrey Sachs” ha bollato il memo come “poco chiaro, vago e fuorviante”.
“Katharine Hayhoe” invita a non trattare il clima come un tema a compartimenti
stagni — ogni problema globale si amplifica quando il clima peggiora.
La
peggior beffa è che Gates propugna l’innovazione nei sistemi agricoli
impattanti, ma ignora (o minimizza) il contesto locale.
In Africa, contadini cui si propongono
algoritmi e semi brevettati non dispongono sempre di acqua sufficiente per
coltivare.
“Gabriel
Manyangadze”, manager in Zimbabwe, afferma che “l’AI può dare l’informazione,
ma non aiuta nell’azione” — serve una pompa solare, non un modello alimentato
da server fossili.
La sua fondazione è stata anche chiamata a
risarcire, con una lettera aperta pubblicata da gruppi africani, i danni alla
sovranità alimentare imposti dai suoi schemi agricoli industrializzati.
Chi
alimenta la decarbonizzazione oggi può dire “prima miglioriamo le vite”?
È come
sussurrare che prima tassiamo chi inquina, poi vediamo se esistiamo. Gates, in
realtà, propone implicitamente una tregua parziale:
il
disinquinamento può attendere purché l’innovatore ponga persone e salute al
centro.
Ma chi
stabilisce che priorità deve venire “prima”?
Sì,
voglio respirare aria pulita e non subire inondazioni, e contemporaneamente
voglio che i bambini non muoiano di malaria.
Non
siamo in uno scenario di esclusione mutua.
Le
politiche intelligenti devono moltiplicare gli effetti positivi, non scegliere
tra vite e atmosfera.
Il
memo di Gates vorrebbe ridurre il clima a un vincolo marginale, non il vincolo
centrale.
Gates
non è un idiota:
ha
investito miliardi in” Breakthrough Energy”, sostiene energie rinnovabili e
tecnologia climatica.
Ma oggi, nel 2025, quando l’equilibrio
climatico vacilla, minimizzare l’aspetto “emissioni” nei fatti alleggerisce la
pressione che governi e aziende avrebbero sul cambiamento sistemico.
È persino sospetta la tempistica: un cambio di
tono subito prima del COP30 in Brasile, che sia un tentativo di rimodellare
l’agenda negoziale?
Non è
accettabile che un protagonista tecnologico proponga di “lasciare salire la
temperatura di 0,1 °C per eliminare la malaria” come se fosse una scommessa
plausibile.
Sono
numeri che pesano, non metafore. Se concedi questo spazio, dove fermerai la
scala?
Essere
“più ottimisti” non significa ignorare l’urgenza, ma tenerla come stella
polare.
Gates
ci invita a voltare lo sguardo dalle pene ambientali verso le miserie
immediate.
Peccato
che le miserie e il clima siano intrecciate: peggiore il clima, più feroce la
miseria.
Il
memo di Gates è un elegante invito a perdere tempo mentre il pianeta brucia.
La
corsa americana ai minerali critici:
il
nuovo oro tecnologico che ridisegna
le
alleanze globali.
Rivista.ai
– Redazione – (29 Ottobre 2025) - in
Politica – ci dice:
Donald
Trump ha riscritto il manuale della geopolitica economica, di nuovo. Durante la
sua recente visita in Asia, ha firmato una serie di accordi sui minerali
critici che, dietro l’apparente tecnicismo diplomatico, nascondono una mossa
strategica di portata globale:
ridurre
la dipendenza americana dalla Cina nel settore delle terre rare, il cuore
pulsante della tecnologia moderna.
Non si
parla solo di elementi chimici, ma di potere, di catene del valore e di
controllo sull’infrastruttura tecnologica del pianeta.
La
stessa infrastruttura che alimenta semiconduttori, batterie per veicoli
elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma avanzati.
L’accordo
con il Giappone è il più interessante perché riflette un linguaggio ibrido tra
diplomazia e venture capital.
Il
testo ufficiale parla di “supportare la fornitura di minerali grezzi e
processati cruciali per le industrie nazionali dei due paesi”, ma la traduzione
economica è più diretta: costruire un ecosistema minerario alternativo a
Pechino.
Dietro
le righe, si intravede la logica di una nuova “supply chain mineraria”, in cui
Tokyo e Washington si impegnano a mappare congiuntamente le fonti di
approvvigionamento, a finanziare progetti condivisi e a creare scorte
strategiche. L’obiettivo è chiaro:
immunizzare
le catene produttive occidentali dai rischi di strozzature geopolitiche.
Il
documento parla di “azioni concrete entro sei mesi” e della creazione di un
gruppo di risposta rapida guidato da funzionari energetici senior.
È un
linguaggio che sa di emergenza industriale più che di cooperazione accademica.
Non è
un caso che il Giappone, già dal 2011, abbia iniziato a diversificare le
proprie fonti di terre rare con investimenti in Australia e in Francia.
L’ultima
scommessa è sottomarina: nel 2026 inizieranno i test di estrazione di fanghi
ricchi di terre rare a 6.000 metri di profondità al largo di un’isola a sud-est
di Tokyo.
Il
primo progetto del genere al mondo.
Chi pensava che la guerra dei chip fosse
l’ultima frontiera della competizione tecnologica, dovrà aggiornare il proprio
lessico.
L’accordo
con la Malesia aggiunge una sfumatura pragmatica, ma non meno strategica.
Kuala
Lumpur siede su 16 milioni di tonnellate di riserve di terre rare, ma ha
vietato l’esportazione del materiale grezzo per proteggere le proprie risorse.
Trump ha firmato un memorandum che assicura agli Stati Uniti la continuità
della fornitura di magneti e componenti finiti, mentre invita le aziende
americane a investire nella filiera locale.
È la versione diplomatica del concetto “friend
shoring”:
creare
valore all’interno di economie alleate, evitando la trappola di nuovi monopoli.
Il
ministro malese dell’energia ha precisato che il divieto all’export rimane, ma
che gli investitori stranieri sono benvenuti nelle attività di raffinazione e
trasformazione.
È una
sottile linea politica che consente di proteggere le risorse nazionali senza
compromettere le relazioni internazionali.
Il
memorandum con la Thailandia ha un tono più esplorativo, quasi sperimentale.
Bangkok non dispone ancora di grandi giacimenti noti, ma il documento prevede
cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella condivisione di informazioni
su progetti futuri.
Il primo ministro “Anutin Charnvirakul “ha
tenuto a sottolineare che l’accordo non mette in discussione i rapporti con la
Cina, un messaggio che tradisce la sensibilità geopolitica del sud-est
asiatico.
Gli
Stati Uniti non ottengono diritti esclusivi, ma posizionano un piede nella
porta. È il modo americano di piantare bandiere senza sembrare imperialisti:
firmare un “MOU”, attendere le analisi geologiche e intanto costruire relazioni
commerciali.
La
firma più rilevante dal punto di vista industriale resta però quella
australiana.
Un
accordo da 8,5 miliardi di dollari che prevede la costruzione di impianti di
raffinazione e la difesa dei rispettivi mercati da pratiche commerciali
scorrette. Entrambi i governi investiranno oltre un miliardo di dollari nei
prossimi sei mesi.
L’Australia, già partner chiave di Washington
nel settore minerario, è l’unico paese occidentale con una catena di produzione
di terre rare operativa al di fuori della Cina.
Con
questo accordo, la collaborazione assume dimensioni strategiche paragonabili al
“patto Aukus “nel campo della difesa.
La
geopolitica dei minerali critici si sta trasformando nella nuova diplomazia
dell’energia.
Washington
guarda anche a nord, verso la Groenlandia.
Dopo
il rifiuto danese alla proposta, ormai leggendaria, di acquistare l’isola, gli
Stati Uniti sono tornati con un approccio più sofisticato:
finanziamenti
mirati.
La US
Export-Import Bank ha annunciato un prestito fino a 120 milioni di dollari per
il “progetto Tanbreez”, gestito da “Critical Metals”, destinato all’estrazione
di terre rare nel sud della Groenlandia.
È la
versione artica del nuovo capitalismo minerario: non si comprano più territori,
si finanziano risorse strategiche.
Dietro
questa corsa ai minerali critici c’è una consapevolezza dolorosa per
Washington:
la
Cina controlla ancora circa il 70% della produzione globale di terre rare e
oltre l’85% della raffinazione.
Nonostante
le sanzioni, le guerre commerciali e le politiche di decoupling, l’Occidente
rimane dipendente da Pechino per i materiali che alimentano la transizione
energetica.
L’ironia
è che le stesse aziende che progettano l’auto elettrica o il missile ipersonico
americano usano componenti provenienti da Baotou, la “capitale mondiale delle
terre rare” cinese.
Il
problema non è solo economico, ma sistemico.
Le
catene di fornitura minerarie sono lunghe, opache e difficili da riorganizzare.
Gli
impianti di raffinazione richiedono tecnologie ad alta specializzazione e
processi chimici complessi.
Costruire
un ecosistema minerario autonomo significa investire miliardi in infrastrutture
e gestire resistenze ambientali, sindacali e politiche.
Trump
lo sa bene:
ogni
accordo firmato in Asia è anche un messaggio per gli elettori americani.
“Stiamo riportando a casa la produzione”, dice, ma in realtà sta ridisegnando
la mappa globale della dipendenza.
La
parola chiave è “ridondanza”.
Il
nuovo paradigma della “supply chain mineraria” non è più la massima efficienza,
ma la massima resilienza.
Washington
vuole una rete di alleati in grado di fornire alternative rapide in caso di
crisi geopolitica.
Tokyo
porta know-how tecnologico, Canberra offre stabilità politica, Kuala Lumpur e
Bangkok garantiscono diversificazione geografica.
È una
strategia che ricorda la logica del cloud:
distribuire i carichi per evitare “un single
point of failure”.
Solo
che, in questo caso, i “server” sono miniere, impianti di raffinazione e
contratti multilaterali.
C’è
anche un sottotesto più sottile.
La corsa alle terre rare è il preludio a una
nuova forma di diplomazia industriale, in cui i paesi non si contendono più
petrolio, ma elementi chimici invisibili come il neodimio, il praseodimio o il
disprosio.
La materia prima del XXI secolo non è più
l’oro nero, ma il metallo grigio.
E la
leadership non si misura in barili, ma in grammi di concentrazione minerale.
In
fondo, il messaggio di Trump è chiaro:
l’indipendenza
economica passa attraverso la geologia.
In un mondo dominato da software, intelligenza
artificiale e algoritmi predittivi, il potere torna alla materia.
È un paradosso quasi poetico.
Mentre le big tech inseguono l’etere del “cloud
computing”, la politica torna a scavare nel fango.
App AI
Cina: 700 milioni di utenti,
ma la
resa è incerta.
Rivista.ai
- Dina – (29 Ottobre 2025) – Vision – ci dice:
Nel
marasma tecnologico cinese, le applicazioni mobili basate sull’intelligenza
artificiale stanno raccolgono numeri che farebbero girare la testa a molte
startup occidentali.
Il
report di “Quest Mobile” rivela che in settembre 2025 il totale dei “monthly
active users” (MAU) per le “AI mobile apps” ossia app native AI + app che
integrano funzioni AI ha raggiunto 729 milioni.
Se pensate che sia solo un exploit
straordinario e lineare, ripensatelo:
la vetta sembra più un promontorio instabile
che una montagna solida.
Le”
app native AI” quelle progettate fin dall’inizio con l’IA al centro totalizzano
287 milioni MAU.
Le app
“in‑app AI”, che offrono caratteristiche
intelligenti integrate in altre app, segnano addirittura 706 milioni MAU.
Eppure,
la festa dei numeri è temperata da un avvertimento: quasi il 60 % delle app native AI ha perso utenti
nel terzo trimestre.
Da “Technologist”
con occhio strategico dico:
in un ecosistema in espansione come questo,
crescita apparente non significa automazione del successo.
Quando tutti corrono, la medaglia d’oro
diventa più cara.
Il
dominio di pochi attori.
Nel
segmento “native AI app” il panorama è già dominato da un paio di big. “Doubao”,
la chatbot del “gruppo ByteDance”, guida con 172 milioni di utenti MAU in
settembre.
Seconda è “DeepSeek” con 145 milioni. Il terzo
incomodo è “Yuanbao”, del gruppo “Tencent Holdings”, con circa 33 milioni.
Questo
evidenzia un effetto “Matthew” (i vincenti vincono): il mercato si concentra e
dà poco spazio ai piccoli.
Le app
in‑app AI, invece, mostrano come l’AI stia penetrando in funzione ‘più che prodotto standalone’.
Per esempio la funzione “AI search” di” Baidu” guida con 347 milioni di utenti attivi mensili,
seguita da “Douyin” (215 milioni) e “WeChat” (166 milioni).
Qui si
coglie un elemento strategico importante:
l’AI
non sta soltanto creando “app nuove”, sta penetrando in quelle già esistenti –
e con già una base utenti enorme.
Il
paradosso dell’espansione: tanti utenti, pochi profitti garantiti.
Per un
“Technologist” abituato a guardare metriche e modelli di business, queste cifre
suonano suggestive ma anche inquietanti.
Il
fatto che quasi il 60 % delle” app native AI “perda utenti indica che l’innesco
virale non basta.
Il
mercato sta entrando in una fase di consolidamento, non di esplosione “libera”.
“Quest
Mobile” lo descrive chiaramente:
«Per
nuovi entranti o app medio‑piccole, la finestra per costruire
con successo un’ “app native AI” si sta restringendo».
Chi
sperava di lanciare un’app AI generica e “lasciarla scalare” si trova davanti al muro della
maturazione del mercato.
Le
variabili critiche: verticalizzazione e valore reale.
Un
passaggio chiave del report: lo sviluppo vincente non passa più solo dalla
capacità modaiola di aggiungere “AI” al prodotto, ma dalla profondità verticale
(esempi: salute, finanza, educazione professionale) e da un valore utente
sostenibile.
Per
esempio, l’app di salute AI AQ, lanciata da Ant Group nel giugno 2025, è salita
al settimo posto con 7,9 milioni di utenti, segnando una crescita di +83 %
rispetto al secondo trimestre.
Questo
evidenzia che le “nicchie verticali” possono ancora offrire margini di
accelerazione: ma serve specializzazione, investimenti e posizionamento forte.
Implicazioni
strategiche e domestiche per gli operatori occidentali.
Da
osservatore esterno e attore globale, queste dinamiche suggeriscono alcune
lezioni che vanno ben oltre la Cina.
Primo: l’AI come “funzione aggiuntiva” (in‑app) diventa mainstream prima che l’AI come “app dedicata”.
Se si
gestisce un ecosistema digitale, integrare capacità IA nelle app esistenti può essere meno rischioso e più scalabile.
Secondo: dominare numeri enormi non
garantisce la fidelizzazione. Il calo utenti nelle native mostra che “retention”
e valore percepito contano.
Terzo: il mercato assume connotazione
oligopolistica molto presto; arrivare secondi o terzi significa margini
ridotti.
Infine: dal punto di vista del product‑management, la corsa alle “feature IA” deve essere accompagnata da un vero
modello di business, dalla gestione dei costi degli upgrade modelli, dalla
governance dei dati, dalla compliance (in Cina come in Occidente).
Il
fatto che le principali update dei modelli fra le quattro grandi aziende cinesi
si dicano ricorrere ogni 3‑8 giorni, sottolinea l’alta intensità competitiva.
Curiosità
“da Technologist. ”
Un
dettaglio divertente:
mentre
il mercato native AI sala a 287 milioni, il numero per “in‑app AI” è 706 milioni.
Non si
tratta di errore:
segna
che la modalità
“AI come supporto integrato” è ormai più vasta di quella “AI come app principale”.
E
questo è
un segnale forte per chi sviluppa contenuti o servizi digitali: occorre pensare
“AI everywhere” più che “un’app AI”.
Un
altro punto:
il declino degli utenti nelle app native
mostra che l’effetto novità dura poco.
L’AI
hype non basta: serve roi concreto.
Sarebbe
interessante chiedersi: qual è il tempo medio di sessione in queste app?
Qual è
il tasso di conversione verso modelli monetari?
Non lo
dice il report, ma questi sono i KPI cruciali che un CTO‑CEO deve chiedersi.
La “keyword
app ai Cina” si inserisce in un contesto dove la “massa utenti” è raggiunta, la
“difesa competitiva” si consolida, e il “valore sostenibile” diventa la vera
barriera all’ingresso.
Se
stai pensando di replicare il modello in Occidente, ricorda che la Cina è
avanti non solo per numeri, ma per dinamiche:
integrazione
rapida, scalabilità attraverso prodotti di largo utilizzo, e una selezione
severa – solo i fortissimi resteranno.
Sovranità
algoritmica, terre rare
e la
partita nascosta di TikTok:
un
fact-check brutale.
Rivista.ai – Dina - (29 Ottobre 2025) – Politica – ci dice:
Nel
confronto geopolitico tra Stati Uniti e Cina non basta parlare solo di dazi e
di materie prime, perché la vera scommessa strategica ha un nome meno
tangibile: sovranità algoritmica.
I
fatti recenti indicano che un accordo sulla cessione delle operazioni di “TikTok”
negli Stati Uniti ha avanzato fino alla fase di approvazione e coinvolge un
gruppo di investitori statunitensi che comprende figure come “Larry Ellison”,”
Silver Lake” e altri partner vicini all’amministrazione Trump, con “ByteDance”
che mantiene una quota minore nella nuova struttura.
Questa
non è più una telenovela per adolescenti:
è una
negoziazione che intreccia politica, sicurezza nazionale e affari per decine di
miliardi.
La
portata della piattaforma è enorme e misurabile:
circa 170 milioni di utenti negli Stati Uniti,
un bacino che rende “TikTok” una piattaforma di comunicazione politica di massa
e un canale pubblicitario di valore strategico.
La statistica non è un’iperbole retorica, è il
motivo per cui Washington ha trasformato la questione in materia di sicurezza e
perché le trattative con Pechino si sono infuocate.
Per comprendere il potere di un algoritmo
basta osservare quanti occhi può orientare in un solo giorno.
Non
bisogna sottovalutare il contraccolpo industriale delle scelte commerciali.
La
Cina resta dominante nella catena del valore delle terre rare e dei magneti che
alimentano sensori e motori.
Di
conseguenza le restrizioni o le incertezze sulle esportazioni hanno già
costretto alcune case automobilistiche a fermare linee di montaggio o a
rivedere programmi di produzione, con esempi documentati di fermi temporanei
negli stabilimenti Ford e un diffuso allarme tra gli OEM.
Questo
non è un semplice racconto di prezzi che salgono, è la dimostrazione di una
vulnerabilità strategica che spiega perché Pechino mantenga un vantaggio
tattico in segmenti chiave della manifattura globale.
L’accordo
su TikTok, anche se presentato come una soluzione tecnico-giuridica, va
interpretato con attenzione diversa.
Non si
tratta solo di cedere app e server, ma di stabilire chi controllerà la logica
che decide cosa vedi.
Il
concetto di controllo degli algoritmi di raccomandazione può sembrare astratto,
ma il suo impatto è concreto sui consumi, sui flussi dell’opinione pubblica e
sulla gestione dell’informazione politica.
La
domanda centrale è se la proprietà formale della società controllante possa
eliminare l’influenza a distanza del Paese d’origine quando i meccanismi
principali restano licenziati o sottoposti a supervisione indiretta.
Le garanzie sul controllo operativo
dell’algoritmo sono infatti state al centro del confronto tra Washington e
Pechino.
Il
divario di trasparenza non è un dettaglio tecnico ma un elemento strutturale.
Gli
algoritmi sono codice proprietario, protetto da segreti industriali, e possono
essere modificati in modo invisibile, senza che soggetti esterni riescano a
verificarne l’effetto.
È già
stato osservato come piccoli cambiamenti nella logica di raccomandazione
possano spostare engagement e visibilità in modo drastico, anche quando il
pubblico non percepisce subito la variazione.
Piattaforme
dove il timone algoritmico è stato spostato per favorire determinati contenuti
o profili offrono prove concrete di quanto la tecnologia possa incidere sulla
politica e sui mercati dell’attenzione.
Non è
scientifico dire che un algoritmo determina un’elezione, ma è realistico
sostenere che la sua opacità può alterare il campo informativo in modi
imponderabili.
La
preoccupazione del Congresso americano non nasce dal nulla:
si basa sul fatto che le modifiche ai modelli
di raccomandazione possono essere implementate di nascosto e influenzare
l’opinione pubblica senza che si trovino contromisure efficaci.
Il
nuovo assetto societario previsto da Washington promette supervisione, ma non
garantisce la fine della manipolazione se non esistono strumenti di audit
indipendente e limiti contrattuali robusti.
Chi
controlla un algoritmo controlla l’attenzione.
L’esperienza
degli ultimi anni mostra che modificare un motore di raccomandazione significa cambiare
rapidamente la visibilità di post, leader o messaggi politici.
La lezione pratica di chi ha ottimizzato
consensi e visibilità sui social non è accademica, è ingegneria del potere.
Il
fatto che il team di Trump conosca queste dinamiche da vicino rende il cambio
di mano dell’algoritmo qualcosa di molto più profondo di un semplice riassetto
di business.
Non si
può nemmeno confondere causa ed effetto nel contesto cinese.
In
Cina gli algoritmi non sono più considerati solo prodotti privati ma servizi di
rete soggetti a una regolamentazione precisa e alla supervisione diretta della “Cyberspace
Administration of China”.
Le
regole impongono trasparenza operativa interna e conformità a valori
“mainstream”.
Questo
quadro normativo rende la “sovranità algoritmica cinese” molto diversa da
quella occidentale e spiega perché Pechino valuti il controllo di un algoritmo
come una pedina negoziale più che un tema di sicurezza ideologica.
Il
compromesso politico, da parte di Pechino, non ha nulla a che vedere con la
simpatia o la diplomazia soft.
Xi Jinping valuta ogni concessione come
scambio:
un algoritmo in mani americane può perdere
efficacia come strumento d’influenza, ma diventare leva per ottenere vantaggi
su commercio, materie prime o accesso tecnologico.
Allo
stesso tempo, per gli Stati Uniti, il controllo diretto dell’ecosistema di
raccomandazione significa recuperare un frammento di sovranità digitale, una
delle monete più rare nel capitalismo del XXI secolo.
Se c’è
un messaggio per il lettore tecnologico e per il CEO, è semplice: politica e
tecnologia non viaggiano più su binari separati.
Sono
reti intrecciate dove la sovranità algoritmica è tanto una risorsa economica
quanto una difesa strategica.
Pensare che il tema sia solo tecnocratico è un
errore fatale.
Le implicazioni per i mercati, per le catene
di fornitura delle terre rare e per la fiducia dei consumatori saranno
tangibili, immediate e difficili da tracciare.
Le
soluzioni tecniche per la trasparenza algoritmica esistono, ma costano e
richiedono una volontà regolatoria decisa.
Se il
nuovo assetto proprietario di TikTok negli Stati Uniti intende dimostrare che
l’algoritmo non sarà usato come strumento d’influenza, servirà più di un
contratto notarile:
saranno necessari audit indipendenti,
controlli diretti sul codice e clausole che sopravvivano ai cambi di proprietà.
In assenza di questi strumenti la sovranità
algoritmica rimane un concetto vulnerabile, pronto a essere piegato a
interpretazioni politiche.
Per
chi scrive politica o guida strategie aziendali la lezione è chiara.
Non
trattare l’algoritmo come un dettaglio tecnico ma come un asset strategico che
richiede supervisione congiunta, verifiche tecniche e un quadro di
responsabilità pubblica.
Questa
non è solo un’analisi sull’impatto politico, ma un invito a ripensare le
relazioni tra capitale, codice e controllo.
In
fondo, le parti in gioco sono fossili di potere:
alcune tangibili come le terre rare, altre
invisibili come i bit che decidono cosa vediamo, ma ugualmente letali se
maneggiate con strategia.
Mara
Casale.
La
politica come esistenza autentica
e la
storia come narrazione:
Hannah
Arendt e l'esperienza totalitaria.
Storicamente.org
– Mara Casale – (29 – 10 – 2025) – ci dice:
Nota
in tutto il mondo come filosofa politica, sebbene abbia sempre preferito
definirsi un «pensatore» politico, Hannah Arendt è senza dubbio una delle
personalità intellettuali più complesse e significative del Novecento.
Costantemente controversa e mai allineata, testimone consapevole della tragedia
del proprio tempo, ella si è assunta il difficile compito di impegnarsi nella
comprensione del male che ha segnato il XX secolo e che ha fatto di lei, come
di milioni di altre persone, un’esule, un’apolide, una sradicata. Le origini
del totalitarismo resta ancora oggi la testimonianza più sofferta e più lucida
dello sforzo da lei compiuto di illuminare l’evento più tragico che l’umanità
abbia mai conosciuto, di rendere conoscibile ciò che non sarebbe mai dovuto
accadere e che si configura come un momento estremo di rottura nella storia
occidentale: si può dire che l’opera del ’51 costituisca in un certo senso il
momento fondamentale del suo complesso percorso esistenziale e intellettuale,
l’esito maturo delle riflessioni elaborate in Francia e proseguite negli Stati
Uniti, e nello stesso tempo il punto di partenza dal quale costruisce la sua
teoria politica.
Si può dire, in sostanza, che tutta la
produzione della Arendt sia in qualche modo un’indagine continua, affrontata da
una prospettiva in cui all’analisi degli elementi storici si innestano
costantemente teorizzazioni di carattere filosofico e politico, del fenomeno
totalitario.
Le
origini del totalitarismo è un’opera che svela i suoi segreti un po’ alla volta
e che richiede molte letture prima di essere compresa in profondità.
Ciò
avviene perché la sua complessa stratificazione risponde perfettamente a un
approccio metodologico che non può essere definito propriamente “accademico”, e
che spazia liberamente tra molteplici suggestioni di carattere storico,
filosofico, politico, letterario che si connettono tra di loro secondo la
modalità del racconto che è propria dello stile e del pensiero di Hannah
Arendt, e che rispecchiano appieno la sua ricca formazione intellettuale.
A tal proposito è necessario osservare come
tale formazione, benché stimolata e arricchita dal confronto con la realtà
statunitense, avvenga essenzialmente in Europa e si ispiri principalmente alla
cultura europea:
pur rimanendo legata al nuovo paese che la
ospita e al quale guarda come un esempio di democrazia in cui la nazionalità
dominante non si identifica con lo Stato, la Arendt privilegia senza dubbio le
fonti europee a quelle americane in un percorso che fa proprie con assoluta
naturalezza la filosofia politica dell’antica Grecia, la poesia tedesca, la
letteratura dell’Europa orientale, la fenomenologia tedesca e francese, la
tradizione ebraica dei paria e quella rivoluzionaria della partecipazione
diretta dei cittadini alla cosa pubblica.
L’eterogenea
strutturazione di questo strano capolavoro, che si snoda attraverso l’intreccio
di molteplici storie e singoli episodi che improvvisamente si addensano
nell’evento totalitario, deriva quasi certamente dalla presa di distanza
dell’autrice rispetto alle posizioni espresse dalla tradizione storicistica
tedesca, intendendo con ciò non solo la dottrina, di ispirazione hegeliana, che
concepisce la storia come svolgimento reale e necessario, o quella più
propriamente fideistica sostenuta da Troeltsch e Meinecke;
ma
anche il dibattito degli ultimi decenni dell’800, che riceve un sostanziale
contributo dal pensiero di Max Weber, in merito ai problemi del metodo e della
spiegazione della realtà storica, della storia intesa come un sistema di
connessioni causali concrete, del legame che unisce ricerca storica e scienze
sociali.
Sebbene il modello di spiegazione weberiano
non possa essere quello di una “deduzione” degli avvenimenti da leggi generali,
per Weber ogni scienza si avvale sempre della spiegazione causale, ed essa non
può fare a meno non soltanto di concetti generali, ma anche di “regole
empiriche”, di leggi.
L’obiezione
principale che la Arendt muove alle scienze sociali presuppone il netto rifiuto
dell’autrice di assumere la storia come insieme di eventi sottoposti a leggi o
a “regolarità”:
le
scienze sociali, infatti, attraverso l’esercizio della predizione e della
ripetizione, negano la novità dei fenomeni, come quello totalitario,
riconducendoli al già noto e riconducendo sempre ad altro l’azione umana, a
cause psicologiche, sociali, culturali, economiche.
Al contrario l’azione umana, col suo carattere
spontaneo e imprevedibile, si inserisce in un contesto di relazioni già date e
difficilmente consegue lo scopo perseguito, di conseguenza il fatto storico
trascende sempre i fattori che lo hanno determinato.
Scrive
lei stessa in un articolo del 1954:
La
causalità, comunque, è una categoria assolutamente estranea e ingannevole nelle
scienze storiche.
Non
solo il significato effettivo di ogni evento in verità trascende qualsiasi
serie di cause passate che possiamo attribuirgli […] ma questo stesso passato
viene alla luce solo con l’evento stesso.
Solo
quando qualcosa di irrevocabile è avvenuto possiamo cercare di ricostruirne la
storia: l’evento illumina il proprio passato, non può mai essere dedotto da
esso.
In nota
si legge:
Tra
gli elementi del totalitarismo vanno incluse anche le sue origini, se per
origini non intendiamo cause.
Gli
elementi in quanto tali non causano mai nulla.
Essi
diventano origini di eventi se e quando si cristallizzano improvvisamente in
forme immutabili e definite.
È la luce stessa dell’evento che ci consente
di distinguere i suoi elementi reali da un numero infinito di possibilità
astratte, ed è sempre questa stessa luce che deve guidarci all’indietro nel
passato sempre oscuro e incerto di questi elementi stessi. In questo senso, è
corretto parlare delle origini del totalitarismo, o di qualsiasi altro evento
storico.
In
tutta l’opera della Arendt è possibile scorgere una sorta di corrispondenza tra
analisi degli avvenimenti concreti e riflessione concettuale, in una rete di
rimandi e sollecitazioni imposte dall’urgenza di confrontarsi con il mondo
reale e dalla necessità di fornire risposte nell’ambito della teorizzazione
filosofico-politica.
La storia come narrazione è dunque
l’espediente che l’autrice utilizza per ricostruire gli avvenimenti, mettendo
in risalto la loro singolarità e tracciando un quadro che privilegia le azioni
umane piuttosto che le forze impersonali della storia: in questo senso il
rifiuto della processualità configura l’evento come «crocevia di itinerari
possibili», e rappresenta il perno attorno al quale ruota la generale teoria
politica dell’autrice.
L’obiettivo
di questo lavoro, pertanto, è quello di mettere in risalto la stretta
connessione tra la teoria politica della Arendt e la struttura dell’opera.
La
Arendt cominciò a scrivere Le origini del totalitarismo negli Stati Uniti tra
il 1945 e il 1946, ma già in Francia aveva in mente di intraprendere un lavoro
sull’ antisemitismo e sull’imperialismo, una ricerca storica su quel fenomeno
che allora chiamava «imperialismo razziale» , vale a dire l’oppressione delle
minoranze nazionali da parte della nazione dominante di uno Stato sovrano.
Il
titolo provvisorio era “Gli elementi della vergogna”: antisemitismo,
imperialismo e razzismo, e sarebbero passati sei anni prima di giungere al
titolo definitivo e alla struttura tripartita che conosciamo.
I tre elementi, spiega la Arendt, sono
ciascuno espressione di un insieme di problemi politici reali alla base del
fenomeno totalitario, sorti sullo sfondo della disintegrazione dello
Stato-nazione ottocentesco e del collasso delle strutture politiche e sociali.
Proprio
all’interno di questa cornice si sviluppano gli elementi che costituiscono la
trama dell’opera: la questione ebraica, la nuova organizzazione dei popoli,
l’organizzazione di un mondo che diventa sempre più piccolo, la nuova
concezione del genere umano.
La
trattazione del problema degli apolidi in particolare, tema molto caro alla
Arendt anche in relazione alla sua esperienza personale, è senza dubbio la più
rappresentativa per ciò che concerne il nesso tra la concezione della storia e
della politica dell’autrice e la peculiare struttura dell’opera.
Le
considerazioni di Hannah Arendt sulla figura dell’apolide muovono infatti
dall’analisi del fenomeno da un punto di vista storico-politico per poi
giungere a una riflessione critica sulla questione dei diritti umani e sul
paradosso caratteristico della cittadinanza moderna, cioè la coincidenza fra
quest’ultima e la nazionalità come principio fondante dello Stato-nazione:
mentre
le dichiarazioni dei diritti dell’uomo di stampo illuminista proclamavano
l’ammissione di tutti gli individui al riconoscimento sociale e giuridico, il
mondo assisteva sempre più all’aggravamento dei fenomeni di esclusione, da un
lato, e allo slittamento del tentativo di inclusione nella pratica
dell’assimilazione dall’altro.
Per
comprendere appieno la catastrofe che si abbatte su individui che hanno perso
la tutela di un governo e la garanzia di protezione dei diritti umani, è quindi
necessario estendere il discorso alla più generale rappresentazione della
politica che fornisce Hannah Arendt:
infatti, solo inserita all’interno della sua
riflessione politica la condizione degli apolidi risalta in tutta la sua
drammaticità, perché viene affrontato direttamente il problema tragico della
perdita del mondo.
Punto
di partenza è la distinzione del rapporto dell’uomo con il mondo secondo tre
modalità:
l’attività
lavorativa, l’operare e l’agire, che insieme costituiscono la vita activa.
La
prima, l’attività lavorativa, corrisponde allo sviluppo biologico del corpo
umano ed è legata al circolo prescritto dal processo biologico all’organismo
vivente, nel quale tutto ciò che il lavoro produce viene immesso e consumato
immediatamente per rigenerare il processo vitale e riprodurre nuova forza
lavoro.
Al
lavoro corrisponde la figura dell’”animal laborans”, l’uomo schiavo della
necessità e dei bisogni del suo corpo, estraniato ed espulso dal mondo appunto
perché imprigionato nella privatezza del proprio corpo.
L’operare
invece è l’attività il cui frutto corrisponde al mondo “artificiale”,
caratterizzato dalla durevolezza e nettamente distinto dal mondo naturale; è
l’attività dell’”homo faber” che letteralmente opera e fabbrica quell’infinita
varietà di oggetti che saranno innanzitutto oggetti d’uso e solo
secondariamente di consumo.
L’agire,
sostiene la Arendt, è la sola attività che metta in rapporto diretto gli
uomini, e corrisponde alla condizione umana della pluralità, «al fatto che gli
uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo»;
la
pluralità è la condizione preliminare di ogni vita politica ed è «il
presupposto dell’azione umana perché noi siamo tutti uguali, cioè umani, ma in
modo tale che nessuno è mai identico ad alcun altro che visse, vive o vivrà».
Quindi
possiamo dire che l’azione politica è l’attività specificamente umana, il luogo
dell’esistenza autentica dove all’uomo è dato di realizzarsi come uomo e che
scaturisce dalla libertà come potere di intraprendere qualcosa di nuovo.
Strettamente connessa all’azione e categoria centrale del pensiero politico è
pertanto la natalità, perché ogni nuova nascita dà inizio a qualcosa di nuovo.
Spiega “Enegrén”:
Prima
di tutto la nascita come venire al mondo è apparizione nel senso più forte:
ogni nascita è l’inaugurazione di una linearità unica che rompe con l’eterno
ritorno della natura poiché fa emergere nel mondo un essere che prima non
esisteva. Similmente l’azione fa apparire l’inedito.
Ma il
concetto di natalità fornisce anche un punto d’appoggio ontologico all’agire,
in quanto ogni azione si può intendere come l’eco dell’inizio di una vita essa
stessa destinata a cominciare: l
a
condizione umana di natalità, a questo titolo, si declina appunto al livello
delle azioni particolari di cui costituisce l’archetipo metafisico.
Se,
infine, l’azione è appunto la risposta umana alla condizione di essere nato ,
ciò accade in quanto la nascita è, più originariamente, come matrice di tutte
le azioni, la libertà prima che consente di rompere con il passato .
Solo
nell’agire l’uomo è libero dalle necessità naturali e dagli imperativi della
tecnica, e soprattutto dal rapporto strumentale mezzo-fine che introduce
necessariamente un elemento di violenza.
L’azione
non è mai possibile nell’isolamento perché la sfera politica sorge direttamente
dall’agire-insieme e dal confronto fra soggetti diversamente opinanti che si
incontrano in uno spazio pubblico; questa pluralità è contraddistinta dal
duplice aspetto dell’eguaglianza e della distinzione, dove all’eguaglianza di
condizione politica, che si esplica nell’accesso di tutti allo spazio pubblico
e nell’eguale partecipazione al potere, si affianca la distinzione intesa come
possibilità di distinguersi dagli altri manifestando la propria peculiare
identità.
È proprio perché con la nascita di ciascuno
viene al mondo qualcosa di nuovo che ci si può attendere l’inatteso dall’uomo:
agire, ci fa notare la Arendt, ha proprio il significato di iniziare, come
indica la parola greca “archein”, incominciare, condurre, governare ; e
scaturisce dalla pluralità di essere unici, perché «se l’azione come
cominciamento corrisponde al fatto della nascita, […] allora il discorso
corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione
umana della pluralità» .
Per la
Arendt, dunque, il discorso e l’azione sono le modalità essenziali attraverso
le quali riveliamo questa unicità nella distinzione, come per Aristotele erano
le uniche due attività stimate politiche e costitutive del bios “politikos”, da
cui trae origine il dominio degli affari umani nel quale ogni considerazione
sull’utile o sulla necessità era rigorosamente esclusa.
La
concezione politica di Hannah Arendt si ancora saldamente alla riflessione
sull’esempio storico della polis greca, dove l’azione veniva innalzata al rango
supremo, perché essa «ha determinato in misura decisiva, sul piano linguistico
e del contenuto, l’idea europea della reale natura e del senso della politica».
Questo
non significa che la Arendt vagheggi nostalgicamente un ritorno a quel tipo di
esperienza;
il suo
scopo è quello di evidenziare come nell’esperienza greca si disveli uno spazio
che può essere creato solo da molti e nel quale ognuno si muove tra i suoi
pari, in contrasto con «l’espropriazione moderna della politica» e
l’irresistibile ascesa della macchina amministrativa contro la possibilità
della “politeia “intesa come cittadinanza diretta.
Va
aggiunto che nel pensiero politico tradizionale Hannah Arendt vede il
progressivo affermarsi di determinazioni non originarie dell’agire e del
politico, come evidenzia” Franco Volpi”:
Esse
non sono originarie nel senso che non poggiano su un accoglimento genuino e
appropriato dei caratteri specifici di tale campo fenomenico, ma lo comprendono
invece nel quadro di un implicito privilegiamento della teoria, non messo in
questione .
Il
filo conduttore che attraversa le motivazioni originarie del progetto di Hannah
Arendt è l’intento di una decostruzione del carattere teoretico del pensiero
politico tradizionale, la quale, mutuando da Aristotele alcune strutture
categoriali importanti, mira a spianare il terreno per una comprensione
specifica dell’autenticità dell’agire come determinazione fondamentale del
vivere umano.
Aristotele,
ci dice la Arendt, distingueva diversi modi di vita che gli uomini potevano
scegliere in libertà (la vita dei piaceri corporei, la vita dedicata alla polis
e la vita del filosofo dedita alla contemplazione delle cose eterne),
escludendo tutti quei modi di vita principalmente dediti alla conservazione
della vita stessa, dunque l’attività lavorativa e l’operare.
Infatti,
poiché essi producevano ciò che era necessario, erano costretti dalle necessità
umane e pertanto non potevano essere liberi, diversamente dalla vita politica
che si svolgeva in una forma di organizzazione, la polis, liberamente scelta, e
che presupponeva la costante presenza degli altri.
Quindi,
mentre la libertà risiedeva esclusivamente nella sfera politica, la necessità
era soprattutto un fenomeno prepolitico caratteristico dell’organizzazione
domestica privata, in cui il capo della casa reggeva la famiglia e i suoi
schiavi. Poiché la polis rappresentava la forma più alta di convivenza umana,
essere liberi e vivere in una polis erano in un certo senso la stessa cosa:
tuttavia, per essere partecipe di questa esperienza, occorreva in primo luogo
che l’uomo fosse già libero; non poteva essere né uno schiavo soggetto
all’altrui coercizione né un lavoratore manuale soggetto al bisogno di
guadagnarsi il pane quotidiano.
Il
mezzo decisivo per acquisire la libertà che avrebbe permesso la partecipazione
alla vita politica e alla polis era la schiavitù, il potere di costringere
altri ad assumersi l’onere del vivere quotidiano:
La
polis si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava sull’eguaglianza
di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il centro della più rigida
disuguaglianza.
Essere
liberi significava sia non essere soggetti alla necessità della vita o al
comando di un altro, sia non essere in una situazione di comando.
Significava
non governare né essere governati. […]
Essere
liberi voleva dire essere liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni tipo di
dominio e muoversi in una sfera dove non si doveva né governare né essere
governati.
Nella
sfera domestica, quindi, non esisteva libertà, ma privazione dell’autenticità:
in essa si realizzava l’emancipazione prepolitica per la libertà nella polis, e
il capofamiglia era considerato libero solo in quanto aveva il potere di
lasciare la propria casa per accedere alla sfera politica costituita dai suoi
pari.
Questa
sfera, in cui si muovono uomini uguali, è caratterizzata dall’isonomia, dal
pari diritto all’attività politica, che nella polis era prevalentemente
un’attività dialogica.
L’atto libero del discorso, nel mondo greco, è
un surrogato del fare, o meglio, non vi è distinzione tra parlare e agire:
in Omero infatti «chi compie grandi gesta deve
sempre proferire anche grandi parole, e non solo perché le grandi parole devono
accompagnare a mo’ di spiegazione le grandi gesta, che altrimenti, mute,
cadrebbero nell’oblio, ma perché lo stesso parlare era considerato a priori un
modo di agire”.
La
capacità di dialogare, di comunicare con i molti e di esperire quella pluralità
complessiva che è il mondo era l’effettivo contenuto del politico, perché
soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare nella sua obiettività
visibile: per questo la vita privata ai greci appariva «idiota”, perché le era
negata quella pluralità di discorrere e con essa l’esperienza della realtà del
mondo.
Discorso
ed azione venivano considerati equivalenti, e ciò significava che l’azione più
politica si realizzava nel discorso, perché trovare le parole opportune al
momento opportuno era l’unica risposta ai colpi inferti dagli dei.
Essere
politici, vivere nella polis, significava che tutto si decideva con le parole:
per questo alla famosa definizione aristotelica dell’uomo come “zoon politikon”
si affianca l’altra, altrettanto famosa, dell’uomo come “zoon logon ekhon”, un
essere vivente capace di discorso.
In base a questa determinazione, lo schiavo,
il barbaro, chiunque si trovasse al di fuori della polis era considerato “aneu
logou”, «privo, naturalmente, non della facoltà di parlare, ma di un modo di
vita nel quale solo il discorso aveva senso e nel quale l’attività fondamentale
di tutti i cittadini era di parlare tra loro» .
A
garantire che la realtà fosse discussa e affermata da tutti e che tutti i pari
avessero la possibilità di sperimentare effettivamente le condizioni di
eguaglianza e libertà era lo spazio pubblico, l’elemento comune in cui tutti si
raccolgono e in cui tutti gli oggetti possono risaltare nella loro
poliedricità.
La
facoltà argomentativa, sostiene la Arendt, consisteva nella facoltà di vedere
realmente le cose da diversi lati, cioè di assumere sul piano politico le tante
possibili posizioni presenti nel mondo reale da cui la stessa cosa può essere
osservata; lo spazio pubblico è il luogo nel quale una cosa può essere vista e
udita da tutti, e vivere insieme significa essenzialmente «che esiste un mondo
di cose tra coloro che lo hanno in comune […];
il
mondo, come ogni in-fra (in-between), mette in relazione e separa gli uomini
nello stesso tempo».
La realtà della sfera pubblica si fonda sulla
presenza simultanea di innumerevoli prospettive; ciascuno può essere visto e
udito perché ciascuno vede e ode da una diversa posizione, e questo multi-prospettivismo
è l’unica garanzia della realtà del mondo, perché «solo dove le cose possono
essere viste da molti in una varietà di aspetti senza che sia cambiata la loro
identità, […] la realtà del mondo può apparire certa e sicura».
Parzialità
e pluralità di prospettive sono due concetti essenziali che la Arendt condivide
del resto con “Merleau-Ponty”, il quale ci suggerisce un’esperienza del mondo
nel senso di una totalità aperta la cui sintesi è interminabile e in cui gli
oggetti sono reali perché penetrati da tutti i lati da un’infinità di sguardi:
la pluralità di prospettive, che assicura la realtà e l’identità del mondo, «se
è il mezzo che gli oggetti hanno per dissimularsi, è anche il mezzo che essi
hanno per svelarsi. […] In altri termini: guardare un oggetto significa venire
ad abitarlo, e da qui cogliere tutte le cose secondo la faccia che gli
rivolgono».
La
facoltà di osservare la stessa cosa dai punti di vista più disparati fa sì che
alla propria posizione determinata l’uomo sostituisca quella degli altri con i
quali condivide il mondo:
Il
cogito altrui – continua “Merleau-Ponty “– destituisce di ogni valore il mio
proprio cogito e mi fa perdere la sicurezza, che avevo nella solitudine, di
accedere all’unico essere per me concepibile, all’essere così come viene
intenzionato e costituito da me. […] In realtà, l’altro non è chiuso nella mia
prospettiva sul mondo poiché questa prospettiva stessa non ha limiti definiti e
scivola spontaneamente in quella altrui, poiché sono entrambe raccolte in un
unico mondo al quale noi tutti partecipiamo come soggetti anonimi della
percezione.
Per
questo motivo il senso comune è definito il senso politico per eccellenza, che
a sua volta assume a modello il giudizio estetico kantiano espresso nella
Critica del giudizio, il quale riguarda un oggetto assolutamente particolare
(giudizio riflettente). Esso si radica «in una specie di “sensus communis”»
come facoltà di giudicare che tiene conto, nella sua riflessione, del modo di
rappresentare di tutti gli altri uomini, per mantenere il proprio giudizio nei
limiti della ragione umana nel suo complesso e per evitare l’illusione di
ritenere oggettive delle condizioni particolari e soggettive.
Il
senso comune occupa un posto così rilevante nella gerarchia delle qualità
politiche perché tramite esso i nostri cinque sensi riescono ad aderire alla
realtà complessiva delle cose.
Così
il giudizio estetico-politico di Kant ci porta inevitabilmente agli altri (la
Arendt parla di otherdirectedness, l’eterodirezione fondamentale del giudizio)
grazie al senso comune tramite il quale gli uomini comunicano; infatti, sebbene
il giudizio sia segnato da interessi soggettivi,
[…] il
dibattito decanta e moltiplica questa soggettività che, invece di
relativizzarsi, si conferma incessantemente nello scambio e acquista
un’oggettività di nuovo genere, poiché il mondo che si offre nella discussione
è interamente presente negli aspetti infinitamente diversi che presenta.
[…] Giudicare è scoprire un senso nel mondo,
allo scopo di orientarsi in esso per un’azione il cui ambiente naturale è la
contingenza nella quale essa deve sempre aprirsi un cammino, imprevedibilmente.
La
parola, sostiene pertanto la Arendt, è rivelatrice, ed è anche manifestazione
di colui che parla, il quale si scopre e si espone agli altri: egli è l’attore
esposto agli occhi di tutti e che ha come testimoni coloro insieme ai quali
agisce, che non è nulla senza l’eco che gli rimandano i suoi pari; in lui,
essere-al-mondo e per-il-mondo, si intrecciano desiderio di vedere e desiderio
di essere visto insieme all’incessante premura di distinguersi. Il singolo, nel
suo isolamento, non è mai libero e la libertà, pertanto, trae sempre origine
dall’infra che si crea soltanto dove si radunano molte persone e che può
sussistere soltanto finché esse rimangono insieme; così, nel mondo greco, essa
era limitata spazialmente dalle mura della città, coincideva con la polis al di
fuori della quale non era possibile essere uomini politici. «L’infra –
suggerisce la Arendt – è ciò che è autenticamente storico-politico […]: non è
l’uomo a essere uno zoon politikon, o a essere storico, ma gli uomini, nella
misura in cui si muovono nell’ambito che sta tra di loro» .
Attraverso il recupero dell’etimo originario
della parola “agire”, la Arendt vuole mostrare anzitutto la stretta connessione
tra azione e inizio, e quindi, tra azione e novità, nel senso che solo agendo
si può imprimere una svolta alla storia: per questo tutta la sua concezione
politica si determina negativamente in rapporto alla natura, luogo della
ineluttabilità in cui la spontaneità non riesce mai a collocare un elemento
d’incertezza:
Solo
nella sfera politica – commenta Paolo Flores d’Arcais – l’uomo attinge la
propria «natura», si sottrae e contrappone cioè alla natura.
Solo
politicamente vive fino in fondo il tratto peculiare che, entro il mondo della
natura, lo qualifica come uomo, lo individua rispetto alla spora e
all’unicorno. Privato della politica, l’uomo è privato di ciò che appartiene
solo a lui e che perciò gli è proprio, gli appartiene in modo eminente: la
differenza .
La
natura è sinonimo di un incessante trascorrere, di un ordine necessario in cui
la spontaneità assoluta, «il segno della possibilità essenziale dell’essere
liberi» [25], non trova espressione. Perciò l’azione è essenzialmente contro
natura, nel senso che si sottrae alla in-differenza.
Dal
carattere innovativo e libero che la Arendt imputa all’azione derivano i suoi
esiti problematici e irrazionali, vale a dire la sua imprevedibilità e la sua
irrevocabilità.
Poiché imprevedibile, l’azione entra in modo
del tutto inatteso in collisione con altre iniziative comportando ripercussioni
non dominabili; essa possiede una straordinaria capacità di propagazione e
innesta catene di conseguenze che sfuggono totalmente alle intenzioni degli
attori. Poiché irrevocabile, ogni azione determina conseguenze incancellabili
nelle quali impegnano la nostra responsabilità, sebbene nessuno di noi sia in
grado di valutare il senso oggettivo della propria azione, non perché non ne siamo
del tutto gli autori, ma perché «essa è sempre interazione che suscita effetti
di composizione perfettamente inattesi» .
L’intuizione
fondamentale della Arendt consiste nel pensare che l’azione non dev’essere
rappresentata secondo il rapporto strumentale mezzo-fine che governa la
fabbricazione: per questo l’azione è essenzialmente energia, “attualità”, nel
senso di essere in atto, termine che Aristotele impiegava per designare tutte
le attività che non perseguono un fine, ma esauriscono il loro significato
nell’esecuzione stessa.
L’azione
è dunque fine a se stessa, perché il suo fine si trova nella stessa attività e
perché esiste solo in pura attualità.
Poiché
non mira ad alcun bene tangibile, essa, come direbbe “Lévinas”, «richiede a
coloro che la esercitano una posta a fondo perduto»:
in
altre parole, «il mezzo per conseguire il fine sarebbe già il fine; e questo
fine, d’altro canto, non può esser considerato come un mezzo anche a diverso
titolo, perché non c’è nulla di più elevato da raggiungere che questa stessa
attualità».
La
«triplice frustrazione» connessa all’agire – imprevedibilità dell’esito,
irreversibilità del processo e anonimità degli autori – è il prezzo che l’uomo
paga per poter esperire la realtà, e deriva in prima istanza dalla condizione
umana della pluralità, il requisito preliminare di quello spazio dell’apparenza
che è la sfera pubblica, lo spazio di visibilità in cui gli uni appaiono agli
altri e si riconoscono a vicenda, che in sostanza costituisce la condizione di
possibilità dell’essere-insieme. Poiché ognuno detiene una propria posizione
delimitata nel mondo, la caratteristica dello spazio pubblico è quella di unire
e separare allo stesso tempo, cioè di «articolare la pluralità attraverso
relazioni che non siano né verticali né gerarchiche né di tipo fusionale».
Colpisce
subito come la Arendt definisca il suo concetto di politica a partire da una
concezione puramente orizzontale del potere, prodotto dell’interazione
discorsiva e pratica di individui liberi ed eguali, che esclude ogni tipo di
professionalizzazione della politica ed ogni tentativo di sottrazione della
sfera pubblica.
Ciò
che mantiene in vita la sfera pubblica è il potere che si genera dal vivere
insieme delle persone, dal condividere parole e azioni; esso corrisponde in
primo luogo alla condizione della pluralità e per questa ragione può essere
diviso senza che diminuisca
:
«Potere corrisponde alla capacità umana non solo di agire ma di agire di
concerto. Il potere non è mai proprietà di un individuo; appartiene a un gruppo
e continua a esistere soltanto finché il gruppo rimane unito».
Il potere, quindi, consiste nella coesione
dello spazio politico che si crea tra uomini che condividono parole e azioni, e
pertanto non presuppone affatto la possibilità di sottomettere la volontà
altrui.
Anziché
caratterizzare il politico secondo le categorie dominio/obbedienza, per Hannah
Arendt non esiste politica dove c’è dominio: come per i greci la relazione tra
governare ed essere governati era considerata identica a quella tra padrone e
schiavo e di conseguenza precludeva ogni possibilità di azione, così la Arendt
intende qualsiasi forma di assoggettamento come il sintomo di una perdita di
potere dei cittadini riuniti che assume connotazioni fondamentalmente
antipolitiche.
La violenza è un principio opposto e
incompatibile con il potere, non sarà mai potere, ma solo dispotismo e
prevaricazione (sebbene la Arendt ammetta il ricorso alla violenza qualora
l’uomo venga offeso nei fondamenti più elementari della sua dignità).
Per
questo motivo propone un modello della politica che si ispira alla democrazia
consiliare, individuando le molteplici occasioni in cui i cittadini hanno
tentato spontaneamente di dar vita a forme di partecipazione diretta alla vita
pubblica: le sezioni parigine della Rivoluzione francese, la Comune del 1871, i
soviet del 1905 e del 1917, i Räte della Germania del primo dopoguerra, e
infine i consigli della Rivoluzione ungherese del 1956. Il modello della
democrazia dei consigli si delinea come un tentativo di frammentazione del
potere, che si configura così come un potere con-diviso, «il che non vuol dire
semplicemente distribuito fra tutti, ma fra tutti partecipato a partire da
divisione, punti di vista parziali (di parte!), opinioni che per definizione
non aspirano affatto a oggettività».
L’estensione del potere deve avvenire
attraverso una condivisione che prevenga la sua degenerazione in una forza
monopolizzabile, proprio perché il potere è pluralità; in questo senso i
consigli (e qui ancora una volta avvertiamo l’influenza di Rosa Luxemburg) sono
stati la testimonianza di un movimento interamente politico che cercava di
assicurare la partecipazione attiva delle masse popolari in una democrazia
senza limiti.
Come
la Luxemburg, Hannah Arendt insiste sul fatto che la buona organizzazione non
precede l’azione ma ne è il prodotto, e proprio per questo nei suoi scritti non
troviamo altro che indicazioni sparse intorno all’idea di un’organizzazione
orizzontale del potere, ma mai un programma preciso o uno schema stabilito che,
come osserva “Enegrén”, «ipotecherebbe una creazione che non può che essere
inattesa» .
Questo,
a grandi linee, è lo sfondo che determina la riflessione della Arendt in merito
al problema degli apolidi.
È chiaro che, inserita in questo contesto, la
condizione dei senza patria si carica di un senso tragico che deriva
dall’essere considerati, una volta persi i diritti nazionali, nient’altro che
nuda vita.
Oltre
ad aver perso la patria, vale a dire l’ambiente circostante, il tessuto sociale
in cui si sono creati un posto nel mondo, e la protezione del governo con la
conseguente perdita dello status giuridico in tutti i paesi, essi sono
costretti a vivere al di fuori di ogni comunità.
Per
loro non esiste più nessuna legge: essi sono diventati perfettamente
«superflui», perché «la privazione dei diritti umani si manifesta soprattutto
nella mancanza di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle
azioni un effetto» .
Su un
numero crescente di persone si è abbattuta la sventura di aver perso una
comunità disposta a garantire qualsiasi diritto: perdendo la comunità, essi
sono considerati” aneu logou”, privi della capacità di instaurare ogni tipo di
relazione umana e di intraprendere un’azione politica. In questo senso, si
trovano condannati a vivere una condizione di superfluità che deriva dal fatto
di non poter vedere né essere visti all’interno dello spazio pubblico, di
essere privati della capacità di muoversi tra i propri pari e di riconoscersi
come membri di una comunità composta di individui liberi ed uguali.
Per i
greci, un uomo che non poteva accedere alla sfera pubblica, che non poteva
apparire, come lo schiavo o il barbaro, non era pienamente umano:
questa è anche la condizione degli apolidi
che, una volta costretti a vivere al di fuori di ogni comunità, sono confinati
nella loro condizione naturale e ridotti a null’altro che rappresentanti della
propria diversità assolutamente unica, l’astratta nudità
dell’essere-nient’altro-che-uomo spogliata di ogni significato perché privata
dell’azione in un mondo comune.
La perdita della comunità politica pertanto
equivale, nella concezione della Arendt, alla perdita dell’umanità:
e
«poiché soltanto i selvaggi non hanno più nulla da esibire all’infuori del
minimo dell’origine umana, gli apolidi si aggrappano disperatamente alla loro
nazionalità, che li distingue da quelli, pur non assicurandogli più né
protezione né diritti», perché rappresenta l’unico superstite legame con
l’umanità. Dal momento che il concetto di “politica” significa appartenenza
attiva ad una comunità di uomini liberi, l’uomo può essere protetto solo da una
comunità politica che permette di eguagliare le differenze e consente l’azione
paritaria di individui e popoli diversi. La vita politica si fonda sul
presupposto dell’instaurazione dell’eguaglianza attraverso l’organizzazione,
poiché, sostiene la Arendt, non si nasce eguali, «ma si diventa eguali come
membri di un gruppo in virtù della decisione di garantirsi reciprocamente
eguali diritti».
Solo
la politica, intesa come impegno contrario al ripiegamento nella sfera
individuale, può ridare il mondo agli uomini: nella nuova congiuntura storica
del primo dopoguerra, chi non possiede la nazionalità è come se non fosse
nemmeno umano; l’espulsione dal mondo, la privazione di quello che la Arendt ha
definito lo spazio dell’apparenza, sono come «un invito all’omicidio, in quanto
che la morte di uomini esclusi da ogni rapporto di natura giuridica, sociale e
politica, rimane priva di qualsiasi conseguenza per i sopravviventi».
La
Arendt osserva che con la scomparsa dell’antica città-stato il termine vita attiva
perdette il suo significato originario e specificamente politico a favore di
una concezione contemplativa della vita (bios teoretico) che veniva elevata ad
attività suprema dell’uomo e indicata come il solo modo di vita veramente
libero. La superiorità della vita contemplativa ha origine nella filosofia
politica di Platone, dove la riorganizzazione utopistica della vita della polis
non ha altro scopo che rendere possibile il modo di vita del filosofo:
Platone,
il padre della filosofia politica occidentale, ha tentato in vario modo di
contrapporsi alla polis e alla sua idea di libertà. Lo ha fatto ricorrendo a
una teoria politica in cui i criteri del politico sono desunti non dalla
politica stessa ma dalla filosofia, a una dettagliata stesura di una
costituzione le cui leggi corrispondono alla idee accessibili soltanto ai
filosofi .
L’evento
decisivo fu il conflitto tra il filosofo e la polis che data dalla morte di
Socrate: con Platone si è affermato il primato del bios teoretico e del modo di
vita filosofico in opposizione alla futilità delle cose umane, poiché «nessuna
opera prodotta dalle mani dell’uomo può eguagliare in bellezza e verità il cosmo
fisico, che ruota nell’eternità immutabile senza alcuna interferenza o
assistenza dall’esterno».
La
supremazia della contemplazione dell’eterno fa dell’apolitica una categoria
privilegiata che riceverà la sua consacrazione dal cristianesimo.
L’anti politicità cristiana infatti, con il
suo ripiegarsi sulla vita privata e sull’interiorità, si basava sull’assunto
che il mondo non sarebbe durato, e fu in un certo senso la risposta destinata a
tenere insieme una comunità di persone che avevano perduto il loro interesse
nel mondo comune.
Il
cristianesimo, con la sua fede in una vita futura, invitava all’astensione dal
mondo; poiché è questo, e non più l’uomo, ad essere mortale, è preferibile
vivere calmi, occuparsi dei propri affari e rinviare qualsiasi forma di
attività alle necessità della vita terrestre:
L’attività
politica, che fino allora aveva derivato il suo più grande stimolo
dall’aspirazione all’immortalità mondana, piombava ora al basso livello di
un’attività soggetta alla necessità, destinata a riparare le conseguenze dello
stato di peccato dell’uomo da una parte, e a provvedere ai legittimi bisogni e
necessità della vita terrena, dall’altra.
L’insistenza
cristiana sulla sacralità della vita tendeva oltretutto a livellare le antiche
distinzioni all’interno della vita activa e a considerare il lavoro, l’opera e
l’azione come tre modalità egualmente soggette alla necessità del presente.
In
seguito, nell’età moderna, l’opera prese il posto della vita contemplativa al
culmine della gerarchia dei modi d’essere, conseguenza della rivoluzione
galileiana che faceva coincidere il fare e il sapere e garantiva il trionfo
dell”’homo faber, il cui modello artificiale si sarebbe imposto anche nel
pensiero politico con l’introduzione del rapporto strumentale mezzo-fine. A
questo proposito la Arendt parla di alienazione e di perdizione dell’individuo
nel genere, dell’opinione politica nella regola tecnica, del luogo pubblico
nell’universo della fabbricazione in cui vige, sopra tutti, il principio di
utilità.
Gli
atteggiamenti tipici dell’”homo faber”, la sua strumentalizzazione del mondo,
la sua fiducia negli strumenti e nella portata onnicomprensiva della categoria
mezzo-fine, la sua convinzione che ogni motivazione umana possa essere ridotta
al principio di utilità, hanno portato inevitabilmente ad una identificazione
acritica della fabbricazione con l’azione.
Infine,
a partire dalla rivoluzione industriale, anche gli ideali dell’homo faber, il
costruttore del mondo, sono stati sacrificati a favore di quelli dell’”animal
laborans” che, con l’emancipazione del lavoro e l’avvento della società, è
stato messo nella condizione di occupare la sfera pubblica: nella società
moderna del consumo, infatti, rimaneva solo la forza del processo vitale, alla
quale tutti gli uomini e tutte le attività umane erano egualmente sottomesse e
il cui solo scopo era la sopravvivenza della specie dell’animale umano.
L’apparizione
e la visibilità del ciclo biologico del lavoro e del consumo in ultima analisi
conducono al livellamento di tutte le possibilità di vita activa che viene
ridotta alla pura soddisfazione delle necessità della vita.
Nel
ciclo produzione-consumo l’uomo non ottiene altro che un benessere istupidito:
L’ultimo
stadio della società del lavoro, – afferma la Arendt – la società degli
impiegati, richiede ai suoi membri un duplice funzionamento automatico, come se
la vita individuale in effetti fosse stata sommersa dal processo vitale della
specie e la sola decisione attiva ancora richiesta all’individuo fosse di
lasciare andare, per così dire di abbandonare la sua individualità, la fatica e
la pena di vivere sentiti ancora individualmente, e di adagiarsi in un
attonito, tranquillizzato, tipo funzionale di comportamento.
La
critica di Hannah Arendt verte principalmente sulla moderna scomparsa della
sfera pubblica e della sua sostituzione con la sfera sociale:
quest’ultima,
che non è né privata né pubblica, è un fenomeno relativamente nuovo che ha
coinciso con il sorgere dell’età moderna e ha trovato piena espressione
politica nello Stato nazionale.
Ciò
che la Arendt intende quando parla di questo ibrido che è il sociale è
l’estensione della comunità domestica (oikia), e delle attività economiche ad
essa connesse, al dominio pubblico, e la gestione collettiva di faccende che
precedentemente rientravano nella sfera familiare:
«La collettività di famiglie economicamente
organizzate come facsimile di una famiglia superumana è ciò che chiamiamo
società, e la sua forma politica di organizzazione è la nazione».
Fin
dal principio la società è definita come una forma di comunità in cui
l’economico, usurpando lo spazio prima riservato al politico, è trasportato
nella visibilità del pubblico, e, come la sfera domestica, esclude la
possibilità dell’azione che viene ora assorbita da un «potere amministrativo»
sempre più esteso.
Naturalmente
questo avvento della società ha preteso da ciascuno dei suoi membri la
conformazione a un certo genere di comportamento, arrogandosi il diritto di
stabilire regole e norme per «normalizzare» la loro condotta e per designare
come «anormale» chiunque sfugga alle tipologie stabilite: la società di massa è
riuscita anche ad estinguere la sfera privata, controllando tutti i membri
della comunità in maniera uniforme e con la stessa forza.
L’eguaglianza
moderna, riflette la Arendt, non è altro che il riconoscimento politico e
giuridico del fatto che la società ha conquistato l’ambito pubblico, è cioè
basata sul conformismo e sul fatto che «il comportamento ha sostituito l’azione
come modalità primaria di relazione fra gli uomini».
La
critica alla società di massa condotta dalla Arendt si incentra sul problema
della mancanza di responsabilità politica dei singoli e sui pericoli di una
delega dell’azione politica a pochi esperti, tutti fattori che conducono ad una
pericolosa chiusura degli uomini nella loro sfera lavorativa e alla perdita del
mondo comune.
È
proprio a partire da questo vasto quadro di riferimento che la peculiare
struttura dell’opera, frutto di un complesso procedimento a ritroso teso a
rintracciare i fattori che in qualche misura si sono cristallizzati nell’evento
totalitario, appare motivata e in conformità con la visione politica della
Arendt:
infatti, l’assunzione e la descrizione della
storia come insieme di eventi sottoposti a leggi – e la conseguente
sottomissione alla coerenza che sottende il ragionamento logico e che è
impossibile trovare nel reale –, significherebbe cancellare lo spazio per
l’azione libera che sceglie, prodotta da individui che comunicano tra di loro.
Non vi
sarebbero più esistenze, ma solo le eterne leggi dell’essere nel suo processo
causale: se vi è Storia, commenta allora “Flores d’Arcais”, non vi è futuro.
Perché
le filosofie della storia e la filosofia politica hanno in comune il fatto di
non cogliere mai il nocciolo della politica:
l’uomo
che agisce come essere-con-gli-altri superando tutti i calcoli e le
aspettative.
Il pensiero politico di Hannah Arendt muove da
premesse diverse:
la
vicenda umana è il luogo dell’inatteso, delle conseguenze impreviste e non
pianificabili, e la contingenza degli eventi è il prezzo che si deve pagare se
si vuole mantenere la libertà, l’«abisso della libertà» dove il giudizio
diventa la prassi della responsabilità.
Fare
politica è un dovere morale di tutti.
Meer.com
– (17 settembre 2024) - Ignazio Salvatore Basile – ci dice:
E se
lo facessimo diventare un obbligo giuridico, istituendo il servizio comunale
obbligatorio?
La
politica è più di un obbligo civico; è un'opportunità per contribuire al
cambiamento.
Premetto
che detesto e aborrisco ogni forma di corruttela, bustarelle, disonestà,
appropriazione indebita e quant'altro caratterizza e colora la cronaca politica
e giudiziaria di questi nostri infausti tempi italiani.
Pur
tuttavia, tutto ciò premesso, vorrei provare a fare una riflessione insieme ai
declamatori dell’infamia politica nostrana, siano essi vecchi come me, siano
essi giovani, come i miei studenti (ma direi più con i vecchi che con i
giovani).
Mi si
consenta di partire da due ricordi personali: uno che appartiene alla mia prima
gioventù, l'altro alla mia seconda giovinezza.
Quando
ero studente delle scuole medie superiori (nei primi anni settanta) ero uno
degli animatori del movimento studentesco all'interno della mia scuola.
Aderivamo
allo sciopero in più di mille; all'assemblea, a dibattere i temi politici e le
problematiche scolastiche, oppure a preparare le varie manifestazioni di
protesta e i cortei studenteschi, ci ritrovavamo in poco più di cento (quando
andava bene).
Detto
per inciso, lasciai il movimento quando mi accorsi che tirava un'aria di
violenta contrapposizione tra gruppi extra-parlamentari (violenza che
purtroppo, di lì a poco, esplose in maniera tragica) e io ero un semplice,
modesto seguace di Cristo, di Martin Luther King e di Gandhi.
Il
secondo ricordo è legato alla metà degli anni ottanta.
Al mio
paese, invitato e sollecitato da numerosi giovani (che lamentavano l'immobilità
degli amministratori cittadini e la loro collusione con i potentati locali),
iniziai a fare politica.
Al
momento di riunirci nella sede del circolo culturale da cui era partita la
sfida al rinnovamento politico era un problema concordare un giorno e un orario
in cui incontrarci per dibattere.
Ci
ritrovavamo spesso in quattro gatti e, una volta, mi ritrovai persino solo.
Chi
non voleva rinunciare al pisolino serale, chi era impegnato con la ragazza, chi
aveva da fare, ancora non so bene cosa, e chi frapponeva impegni vari.
Quando
poi divenni consigliere comunale, quei quattro amici continuarono a starmi
accanto ma gli altri che presero ad orbitare attorno al nostro gruppo politico,
avevano tutti dei fini personali reconditi e, talvolta, sfacciatamente palesi.
La mia
quinquennale stagione politica si concluse per gravi ragioni familiari che mi
impedivano di dedicarmi anima e corpo all'attività politica.
La
riflessione che intendo proporre è la seguente: tutti noi oggi, giustamente,
diamo addosso con rabbia e frustrazione ai vari Lusi, Fiorito, Formigoni e ai
tanti altri corrotti e corruttori, indignandoci a ragione per le loro ruberie,
lo spreco di danaro pubblico, l'arrogante e dissennata gestione dei nostri
sudati denari.
Sento
anche dire da più parti che la politica deve essere un servizio a favore dei
cittadini, disinteressato e idealista; come dire, per la bandiera, per l'amor
di patria, per il bene comune.
Tutto
giusto e tutto vero.
Io
però, sempre se mi consentite, ho un'obiezione: ma noi siamo tutti disposti a
fare le ore piccole in consiglio comunale (o in altro consesso)? Siamo
disponibili a lasciare i nostri affetti, le nostre abitudini, i nostri agi e i
nostri figli, per delle interminabili, noiose riunioni di partito dove spesso
si discetta di aria fritta e si sentono discorsi interminabili tenuti da
masturbatori mentali logorroici e inconcludenti? Siamo tutti disposti a
sacrificare la nostra vita privata in nome del bene pubblico o di un ideale non
meglio identificato?
Se non
lo siamo (come in effetti non lo siamo ora e non lo siamo stati in passato),
non lamentiamoci più di tanto se coloro ai quali abbiamo scaricato le rogne e
la responsabilità di un'attività impegnativa e faticosa, approfittando del
potere concessogli, si sono attribuiti privilegi e prebende che sono sfociati
nell'arbitrio, nelle ruberie, nel marcio di quelle fogne che oggi sono
straripate, inondando le strade della viabilità mediatica, a tutti i livelli.
Ciò
non toglie, naturalmente, che gli eccessi vadano censurati e che le violazioni
della morale e della legge vadano sanzionati, come sta facendo l'informazione e
come ha cercato di fare, più in passato che nel presente, purtroppo, la
magistratura (rilevo che oggi, dopo i fatti della Loggia Ungheria e dopo che
sono emersi comportamenti discutibili in capo a magistrati un tempo all’apice
dell’associazionismo della magistratura, i cittadini stanno perdendo la loro
fiducia nel terzo potere dello Stato, un tempo considerata incrollabile).
A
questo punto io istituirei il servizio comunale obbligatorio, come un tempo si
faceva con il servizio militare (per favore, senza perdere troppo tempo con leggi e
leggine:
le
norme esistono già; basta leggersi l'art. 2 della Costituzione per capire che
non c'è alcuna rivoluzione normativa o giuridica da fare).
La mia
può sembrare una provocazione e magari lo è.
O
forse vuole promuovere una rivoluzione culturale.
Però,
chissà perché, io ero convinto che una rivoluzione ci fosse già stata, anzi
due: una nel sessantotto e una nel settantasette.
Ma
forse il mio è stato soltanto un sogno.
Per
difendere le democrazie sotto
attacco
bisogna migliorarne la qualità.
Asvis.it
- Flavia Belladonna – (13 ottobre 2023) – ci dice:
Un
viaggio tra i regimi del mondo, per seguire l’evoluzione e le minacce a questa
forma di governo che va protetta e nutrita, anche in Italia.
La partecipazione
politica va curata, se si vogliono scelte coraggiose dai governanti.
La
guerra lanciata sabato scorso da Hamas e appoggiata dall'Iran è il richiamo più
forte e drammatico agli Stati Uniti e all'Europa:
gli attacchi alle democrazie e alla democrazia
si moltiplicano, non è più tempo di incertezze e divisioni.
Con
queste parole “Danilo Taino”, sul “Corriere della Sera”, affronta il tema della
libertà sotto attacco nel disordine globale.
Il conflitto a Gaza tra palestinesi e
israeliani, riacceso pochi giorni fa dal colpo inedito sferrato da “Hamas” che
ha portato da una parte e dall’altra a migliaia di vittime civili, fa seguito
alla guerra in Ucraina. Come sottolinea il giornalista, stiamo vedendo gli effetti
dell’aggressione russa, che “ha esaltato despoti e terroristi in sonno e ha
aperto loro la strada per cercare di imporre con la forza equilibri a loro
favorevoli”.
Così
il mondo si sgretola:
in Africa subsahariana crollano molte
democrazie sotto i colpi di jihadisti e milizie filorusse, la Cina strizza
l’occhio a nuovi dittatori, in Corea del Nord si alza il livello delle
provocazioni, l’Iran trova nuovo vigore dopo le repressioni delle donne, in
Europa crescono le tensioni tra Serbia e Kosovo e in America Latina Venezuela e
Cuba continuano l’appoggio a Russia e Cina.
Insomma,
l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, fondato su
regole, libertà di espressione e di movimento, commerci aperti e Stato di
diritto, rischia di crollare e deve mettere in allarme ognuno di noi.
Difendere
il modello democratico vuol dire scegliere la risoluzione pacifica delle
controversie, maggiori libertà e diritti, partecipazione civile.
A volte rischiamo di darla per scontata, ma la
democrazia va protetta e nutrita per garantirne la qualità.
Ma
quand’è che una democrazia è realmente tale?
Quale
l’evoluzione delle forme di governo nel mondo e in Europa?
E
soprattutto, come possiamo garantire in Italia una democrazia di qualità?
Proviamo
a esaminare le questioni partendo da alcuni dati, in particolare dal fatto che
il nostro non è un Paese considerato pienamente democratico.
Secondo
l’”Economist”, l’Italia non è una “full democracy” ma una “flawed democracy”,
ovvero una democrazia imperfetta.
Nel “Democracy
index 2022”, la classifica annuale del settimanale politico-economico sullo
stato di democrazia di 167 Paesi del mondo, le nazioni sono valutate come
democrazie piene, democrazie imperfette, regimi ibridi o autoritarismi in base
a cinque parametri:
processo
elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica,
cultura politica e democratica e libertà civili.
Il migliore governo del mondo è quello della
Norvegia, seguita da Nuova Zelanda e Islanda, in cima alle 24 democrazie piene.
Tra i
48 Paesi a democrazia imperfetta troviamo l’Italia, che occupa la 34esima
posizione globale con un punteggio di 7,69, soprattutto grazie al processo
elettorale e al pluralismo (9,58), ma in calo di tre posti rispetto al 2021,
risultando meno adeguata dal punto di vista del funzionamento di governo (6,79)
e negli altri parametri.
Seguono
36 regimi ibridi e 59 autoritarismi, con l’Afghanistan che chiude la
classifica.
Dall’indice
emerge a che punto sono oggi le democrazie nel mondo, ma è interessante cercare
di capire anche dove stanno andando.
Secondo “Freedom House”, la lotta per la
democrazia nel mondo è molto vicina a un punto di svolta.
Come
spieghiamo in questa notizia, infatti, il deterioramento della libertà nel
mondo è avvenuto per il 17esimo anno consecutivo, con il numero dei Paesi dove
le libertà democratiche sono in declino che ha sempre superato il numero di
Paesi che invece migliorano il loro tasso di democraticità, ma nel 2022 lo
scarto tra un gruppo e l’altro si è assottigliato.
Le
cose potrebbero dunque finalmente cambiare, anche perché sebbene nel mondo il
processo di democratizzazione abbia subìto battute d’arresto, la gente comune
continua a difendere i propri diritti contro l’autoritarismo.
La lotta in Iran, soprattutto delle donne, ne
è un esempio.
Ma non
si tratta solo di vedere quante democrazie ci sono nel mondo, che certamente è
importante, ma anche la loro qualità.
In un
libro di “Martin Conway” in uscita proprio oggi, dal titolo “L'età della
democrazia. L'Europa occidentale dopo il 1945” (raccontato sul Corriere della
Sera), l’autore evidenzia che il modello di democrazia emerso nell'Europa
occidentale dopo il 1945 era figlio di quell'epoca, e come tale non basta
“aggiornarlo” per rappresentare adeguatamente le società del 21esimo secolo:
dovremmo
forse interpretare ciò che sta accadendo oggi e che accadrà nei prossimi anni
non come la fine della democrazia, “ma come la transizione da un modello
democratico a un altro”.
Di
fronte all’incertezza, all’evoluzione delle tecnologie, alla crescente
polarizzazione e alle esigenze delle attuali società, è importante dunque
rifondare un dibattito sulla democrazia per evolvere verso “una democrazia 2.0”
in grado di rispondere alle nuove sfide.
L’Unione
europea si sta già mobilitando per difendere una democrazia di qualità.
Di
fronte all’impennata di restrizioni alla democrazia, allo spazio civico e allo
Stato di diritto in tutta l’Ue degli ultimi anni, “Civil society Europe”,
importante rete europea di organizzazioni della società civile, ha pubblicato
un “Rapporto con sei raccomandazioni” per un’Unione più democratica su temi che
vanno dai diritti alla libertà di movimento, ma anche a politiche sociali e di
sicurezza, clima e digitalizzazione (ne abbiamo parlato qui).
Inoltre, fin dal 2020 la Commissione europea
ha adottato il Piano d’azione europeo per la democrazia 2020-2024 e
recentemente un gruppo di esperte ed esperti in Germania e Francia ha avanzato
una proposta di riforma dell'Ue, da attuare contestualmente all'allargamento a
nuovi Paesi (Ucraina e non solo), che propone regole più severe sullo Stato di
diritto, nuove procedure di voto al Consiglio europeo e un bilancio dell'Ue più
ampio.
E
l’Italia?
La parola democrazia deriva dal greco, “demos”
e “crato”, e vuol dire che il comando è in mano al popolo.
Abbiamo
visto che, se secondo l’Economist la nostra democrazia è molto valida su
processo elettorale e pluralismo, è su funzionamento del governo,
partecipazione politica, cultura politica e democratica e libertà civili che
dobbiamo lavorare per garantire questo effettivo comando del popolo italiano.
Nell’analisi
sullo stato di diritto del nostro Paese, l’Ue ha evidenziato alcune criticità,
tra cui che:
i tre decreti su migrazione e condotta delle
organizzazioni della società civile introdotti tra ottobre 2022 e gennaio 2023
potrebbero avere, o hanno già, ripercussioni negative sull'operato delle
organizzazioni della società civile e potrebbero limitare la libertà di
associazione e la protezione dello spazio della società civile;
sono aumentati gli attacchi retorici contro le
organizzazioni della società civile, in particolare quelle umanitarie, che si
occupano di questioni migratorie, comprese campagne denigratorie contro il loro
lavoro; destano preoccupazione gli attacchi, le minacce e altre forme di
intimidazione nei confronti dei giornalisti (nei primi tre mesi del 2023
censiti 28 episodi intimidatori);
il disegno di legge sull’abrogazione
dell’abuso d'ufficio rischia di depenalizzare importanti forme di corruzione e
potrebbe influire sull'efficacia dell'individuazione e del contrasto della
corruzione.
I
valori democratici possono essere minati da possibili decisioni sbagliate
dall’alto, ma anche a causa di decisioni assenti o disinformate dal basso.
Per
contrastare il fenomeno delle urne vuote è necessario realizzare un forte
lavoro di educazione alla partecipazione politica, a partire dalle scuole, per
sensibilizzare sull’importanza del voto, contrastare la disaffezione dei
cittadini, incoraggiare ad approfondire i programmi elettorali e informarsi
attraverso dati concreti e attendibili.
Occorre
poi lavorare seriamente per ricostruire la fiducia dei cittadini nella politica
restituendogli credibilità, al fine di contrastare la rinuncia al voto generata
da una frustrazione generale verso il sistema politico e dalla convinzione che
il proprio voto non conti nulla o che in ogni caso andrà a una casta
privilegiata e corrotta.
Secondo
un recente rapporto di “Actionaid” sulla qualità della democrazia, che racconta
i modi in cui la società civile prende parte ai processi decisionali e politici
del Paese, bisogna ragionare sulla democrazia non come una sequenza di momenti
elettorali, ma piuttosto come processo continuo e dinamico;
dobbiamo
dunque riflettere sulla reale qualità del potere che i cittadini possono o meno
esercitare nell’esprimere le rappresentanze, per sfidarle e stimolarne il
potenziale.
Lavorare
dal basso per avere buone risposte dall’alto è importante, perché senza una
forte partecipazione popolare i leader politici difficilmente riusciranno a
compiere le scelte coraggiose necessarie per garantire un pieno rispetto dei
diritti e per realizzare una transizione giusta.
Per
questo, nei prossimi mesi, l’”ASviS” pubblicherà un documento proprio sul ruolo
chiave della partecipazione politica ed elettorale e sulla partecipazione
giovanile alla vita civile democratica.
C’è
infine il tema delle tecnologie. In un’era in cui le cittadine e i cittadini
sono abituati a esprimere continuamente la loro opinione attraverso i social,
il modello democratico tradizionale rischia di risultare obsoleto e di far
sentire le persone non ascoltate.
Esistono
delle criticità per questa modalità, come il fatto che le decisioni degli
eletti vengono messe in discussione in rete con la possibilità di condizionare
i comportamenti alla ricerca di popolarità.
Sarebbe
importante approfondire e regolamentare gli strumenti innovativi di
partecipazione democratica digitale per rispondere alle nuove esigenze della
società, tutelandola al tempo stesso dal rischio di manipolazioni.
Con le giuste modalità, e prestando attenzione
a non esacerbare il divario digitale, la tecnologia potrebbe rigenerare la
democrazia.
Insomma,
sono tanti i nodi da affrontare per camminare verso una democrazia sempre più
piena, ma è da essa che dipenderanno il rispetto dei nostri diritti, le
libertà, la pace, le opportunità e anche quindi la qualità della vita.
Come
afferma “Alessandro Magnoli Bocchi”, autore del libro “Quale futuro per la
democrazia?” uscito a settembre in libreria,
Il
processo di evoluzione della democrazia – lungi dall’essere concluso – deve
poter continuare.
L’odierna
democrazia liberale ha impiegato millenni per emergere e affermarsi come forma
di governo cui aspirare, e richiede un continuo sforzo di promozione e
consolidamento.
Basandosi
sul consenso, richiede legittimità.
Specie
se diretta, esige elettori preparati e governanti competenti. Per decenni, ha
garantito prosperità e libertà, ma oggi è fragile.
Va
rafforzata con scelte coraggiose.
Il momento è cruciale, ma è in tali momenti
che si determina il futuro.
È ora
di creare società migliori, funzionanti.
Se non
ora quando?
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