La religione serve alla democrazia.

 

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Europa, Arriva il Drammatico Esperimento

per Stakanovisti: la Giornata Lavorativa Raddoppia.

Conoscenzealconfine.it – (31 Ottobre 2025) - Diego Fusaro – ci dice:

 

Recentemente, il Parlamento greco ha approvato una legge che porta la giornata lavorativa a 13 ore. Sì, avete letto correttamente: 13 ore al giorno.

La Grecia si conferma così come il laboratorio delle politiche neoliberali più infami, un campo di sperimentazione per quelle che sono le nuove leggi del mondo turbocapitalista.

 Non è la prima volta che il paese viene sottoposto a simili esperimenti. Già durante la crisi economica del 2007, la Grecia è stata trasformata in una vittima sacrificale per gli “euroinomani “di Bruxelles, subendo un massacro economico pianificato.

Oggi, purtroppo, la storia sembra ripetersi:

il paese torna ad essere il laboratorio dei neoliberali, dettando tendenze che potrebbero estendersi anche ad altri paesi europei.

Giornata Lavorativa di 13 Ore in Grecia – la Normalizzazione dell’Inaccettabile: un Processo Graduale.

Un punto fondamentale che non deve essere trascurato è il comportamento dei media e dei politici italiani, che, anziché condannare fermamente l’introduzione delle 13 ore in Grecia, sembrano trattare la questione come una realtà accettabile, quasi inevitabile.

Titoli come “Lavorare 13 ore al giorno?

Ecco perché la ricetta greca è già possibile in Italia” non fanno che normalizzare l’inaccettabile.

È esattamente questo il modus operandi del neoliberismo:

 introdurre in modo autoritario ciò che prima sembrava impensabile, per poi trasformarlo, gradualmente, in qualcosa di inevitabile.

 Un processo che spalanca le “finestre di Overton”, rendendo progressivamente accettabili misure sempre più estreme.

 

La Seconda Restaurazione Capitalistica: un Massacro a Senso Unico.

Quello che stiamo vivendo è una maestosa controrivoluzione capitalistica, la cosiddetta seconda restaurazione di cui ha parlato il filosofo “Alain Badiou”.

Questa restaurazione, iniziata nel 1989, è caratterizzata dalla mutazione del conflitto di classe, che ormai non è più biunivoco, ma un massacro a senso unico.

 

 

 

Il blocco oligarchico neoliberale, che ormai governa il mondo, ha deciso di riprendersi ciò che un tempo era stato conquistato dai lavoratori e dalle masse attraverso il conflitto di classe. I diritti sociali, le conquiste del lavoro, le tutele welfaristiche e la dignità sociale sono tutti in via di smantellamento. I padroni del discorso giustificano questo operato con la solita formula: siamo stati indebitamente abituati a vivere sopra le nostre possibilità. In altre parole, i diritti vengono trasformati in privilegi e il massacro dei diritti diventa la lotta giusta contro questi privilegi.

 

La Grecia Come Simbolo della Decadenza dell’Europa

Ma c’è anche un altro aspetto, quello simbolico, che non può essere ignorato. La Grecia non è solo il laboratorio del neoliberismo: la Grecia è anche la culla della civiltà europea, il luogo dove hanno preso forma il pensiero filosofico, scientifico e politico che ha forgiato l’Europa. Da Socrate ad Aristotele, da Eschilo a Tucidide, da Sofocle a Platone, la Grecia rappresenta le radici più profonde della nostra civiltà. Oggi, però, la sua distruzione pianificata diventa l’immagine perfetta della decadenza dell’Unione Europea.

 

L’Europa che avrebbe dovuto essere il tempio della civiltà si sta trasformando in un tempio vuoto, in cui la nostra stessa civiltà viene annientata. La Grecia, simbolo di gloria e pensiero, oggi è il volto di una tragedia annunciata, il segno che la nostra stessa identità culturale è in pericolo.

(Diego Fusaro).

(radioradio.it/2025/10/grecia-ue-giornata-lavorativa-13-ore-fusaro/).

 

 

 

 

Lo scandalo nascosto sulla spartizione

dei fondi UE: lo scontro

tra Orban e Von der Leyen.

Lacrunadellago.net – (01-11 – 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

 

 

Sulle pagine degli organi di stampa italiani ed europei, non è uscito praticamente nulla, e la notizia è emersa soltanto nei giorni passati grazie ad un sito indipendente chiamato “EU Insider”.

Si tratta di una storia da prima pagina, ma nel mondo dei media mainstream quegli scandali che possono provocare dei grattacapi ai piani alti del potere, soprattutto quello dell’eurocrazia che non deve essere sfiorato, devono restare ben nascosti.

A Strasburgo, lo scorso 30 agosto, è successo qualcosa di estremamente singolare.

Soltanto un mese prima, l’aula dell’Europarlamento aveva respinto un voto di sfiducia nei confronti del presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, che è riuscita a superare la prova indenne per una manciata di voti.

Nelle stanze del “Berlaymont” si respira da tempo un’aria di tensione, nella quale si notano non poche fratture all’interno dello stesso establishment europeo.

Ursula non è soltanto sgradita ai vari partiti conservatori europei, ma il suo consenso nell’ala progressista e centrista dell’europarlamento ha iniziato a erodersi non poco.

Dopo aver superato la prima prova del voto di sfiducia dello scorso luglio, c’è stato un vero e proprio “coup de théâtre” a Strasburgo del quale non si sapeva nulla fino a pochi giorni fa.

A metterlo in scena è il primo ministro ungherese,” Victor Orban”, leader del partito magiaro “Fidesz”, e vero proprio incubo della “nomenclatura eurista” di Bruxelles.

Orban è probabilmente in questo momento il politico europeo che ha più influenza nel vecchio continente e quello che riesce a utilizzare in maniera magistrale il peso specifico dell’Ungheria.

 

La storia dei rapporti tra Orban e l’UE.

Sembra passato un secolo da quando Budapest chiese di entrare nell’Unione europea, una epoca nella quale Maastricht aveva iniziato a muovere i suoi primi passi dopo l’approvazione del “Trattato “nel 1992.

A chiedere di poter entrare nell’Unione c’era proprio il partito di Orban, Fidesz, che presentò la domanda di ingresso nel 1994, gestita poi da un giovanissimo Orban nel 1998, al suo primo incarico da primo ministro del suo Paese.

Un giovane Viktor Orban con Romano Prodi nel 1999.

 

Negli anni a venire, Budapest, incassa, per così dire, il dividendo dell’Unione.

Bruxelles riceve come noto annualmente i famosi, o famigerati, contributi da parte degli Stati membri, versati soprattutto dai Paesi più rivelanti dell’UE, quali Francia, Germania e Italia, e buona parte di questi fondi è stata versata in particolar modo ai Paesi dell’Europa, in particolare la Polonia e la citata Ungheria.

 

I rapporti tra Budapest e Bruxelles si deteriorano però soprattutto dal 2010 in poi, quando Orban vince le elezioni e torna nuovamente a ricoprire ininterrottamente la carica di premier in una sfilza di solidi successi elettorali che mostra come il popolo ungherese sia saldamente allineato alla sua visione politica.

Budapest non ha nessuna intenzione di accogliere i migranti per favorire l’avvento della società aperta di George Soros, il famigerato magnate e speculatore della Open Society, conosciuto da vicino dal primo ministro ungherese, poiché ricevette i suoi finanziamenti nel 1989 per studiare presso la prestigiosa università inglese di Oxford.

 

Soros stava facendo, per così dire, scouting, ed era impegnato all’epoca nel versare vari finanziamenti a quei giovani di belle speranze nell’Europa Orientale che nella sua idea lo avrebbero aiutato a traghettare i Paesi satelliti dell’ex URSS nella “modernità” del neoliberismo, e soprattutto nel famigerato “melting pot”, concepito tempo addietro dal “conte Kalergi” in persona per creare un popolo informe senza identità, la massa che nella sua idea avrebbe dovuto essere la gente degli agognati Stati Uniti d’Europa.

 

Orban però è molto più astuto di quelli che alcuni miopi osservatori politici credono.

Se è certamente vero che è passato per gli ambienti e le istituzioni della governance globale, è altrettanto vero che lo ha saputo fare con grande abilità, costruendosi la sua base di consenso politico per poi metterla al servizio del suo Paese.

Si potrebbe dire che Viktor Orban è la prova vivente che non serve essere una grande potenza per poter contare dentro l’Unione, ma serve essere un grande statista in grado di giocarsi al meglio le sue carte su tutti i tavoli.

Orban lo ha fatto.

 

Si è rifiutato di accogliere orde di immigrati clandestini camuffati da “rifugiati” che nei vari Paesi europei che li hanno accolti hanno portato una ondata di crimini e soprattutto di violenze sessuali, taciute dal connivente mondo femminista e protette dalla collusa magistratura di estrazione progressista e mondialista.

 

Il primo ministro magiaro ha costruito una sua via per restare nell’Unione, una nella quale non c’è il morire per Maastricht caro al bilderberghino “Enrico Letta”, ma piuttosto quella dove l’interesse nazionale è sempre al primo posto.

 

Si comprende così come Budapest si sia ritagliata un ruolo importantissimo, quale quello di ponte tra Washington e Mosca, una opportunità che avrebbe potuto essere colta dall’Italia che purtroppo ha una classe politica troppo assoggettata ai diktat di Bruxelles e di ciò che resta dell’anglosfera.

 

Orban ha mostrato tutta la sua indipendenza anche in tale occasione.

 

Lo scandalo dei fondi malversati dell’UE.

Il 30 agosto si è presentato all’Europarlamento portando in braccio un corposo dossier che documentava degli enormi casi di appropriazione indebita per quello che riguarda uno dei vari programmi di finanziamento dell’Unione, ovvero quello dei” Fondi di Coesione”.

L’Unione stanzia tali fondi in programmi che durano un settennato, e nell’ultima tranche, quella che va dal 2021 al 2027, la torta ammonta a 392 miliardi di euro, che vengono ripartiti spesso in iniziativa dalla dubbia utilità, a partire dalla folle “agenda verde” di Bruxelles che sostanzialmente vorrebbe condurre l’Europa verso una violenta deindustrializzazione del proprio settore automobilistico.

 

Orban nel suo dossier ha documentato come almeno 2 miliardi di euro di tali fondi siano stati versati all’università nella quale “Ursula Von der Leyen” ha conseguito la sua laurea in medicina, e in seguito, dal 1998 al 2002, presso la quale ha iniziato a insegnare “epidemiologia”.

 

Orban al Parlamento europeo.

Si ipotizza che questi fondi siano stati generosamente donati all’ateneo tedesco per beneficiare per vie traverse l’ex ministro della Difesa tedesco, eppure questa situazione a Bruxelles pare essere un vecchio adagio.

Tra le carte del premier Orban, non si parlava infatti soltanto dei fondi di coesione, ma anche di quelli della “Next Generation EU”, i fondi di recupero che sono stati stanziati sulla carta per fornire assistenza finanziaria ai vari Paesi europei che iniziarono a interrompere le attività economiche per via della cosiddetta “pandemia”.

 

Secondo il dossier ungherese, almeno 5 miliardi di euro di tale pacchetto sarebbero finiti in società di consulenza in Germania, legate indirettamente o meno al presidente della Commissione europea.

Si assiste nuovamente quindi allo stesso scenario che si verificò ai tempi del controverso contratto della Pfizer.

 

Ursula Von der Leyen si precipitò all’epoca a cancellare i messaggi tra lei e l’amministratore delegato della Pfizer, “Albert Bourla,” appena iniziarono a essere poste delle domande sulla gestione di quella trattativa che aveva portato nelle casse della Pfizer la enorme somma di 36 miliardi di euro.

Secondo il giornalista rumeno “Adrian Onciu,” la Von der Leyen avrebbe beneficiato direttamente da quel contratto attraverso suo marito,” Heiko,” trasferitosi improvvisamente a dicembre del 2020 negli Stati Uniti per ricoprire un incarico dirigenziale presso la “Orgenesis”, una società legata alla Pfizer.

A “Heiko”, sarebbero andati 760 milioni di dollari in commissioni per il contratto dei vaccini Pfizer firmato da sua moglie, un premio che in questo caso non sarebbe altro che la più classica delle tangenti mascherata da commissione sulla vendita di un ricchissimo contratto.

 

Sulla storia di questa fornitura e della enorme commissione guadagnata dal marito della Von der Leyen, c’è lo stesso black-out mediatico che riguarda l’episodio andato in scena all’Europarlamento lo scorso 30 agosto.

Sono evidentemente lontani i tempi nei quali gli organi di stampa nel 1992 sobillavano l’opinione pubblica contro la classe politica della Prima Repubblica, mentre predoni di vario tipo si appropriavano dei gioielli di famiglia a bordo del Britannia, indisturbati dai media e dalla solita ineffabile magistratura.

 

Orban nel suo intervento all’Europarlamento si è rivolto al presidente della Commissione UE, dicendole che il “suo impero di segreti” era giunto al termine.

Il primo ministro magiaro in pratica ha presentato agli occhi della Von der Leyen il magma di corruzione che scorre sotto il “Berlaymont”, e nel quale il presidente sembra essere pienamente immerso.

Ad essere interessati in questo scandalo risultano essere anche i fondi versati all’Ucraina, perché, a quanto pare, almeno 114 milioni di euro sarebbero svaniti nel nulla, e forse sarebbe anche il caso di aprire il capitolo dei fondi del cosiddetto PNRR, che hanno disseminato l’Italia di cantieri fantasma per realizzare delle opere di dubbia utilità.

A mancare all’appello è chiaramente la stampa che si premura di tenere ben chiusi negli armadi i vari scheletri dell’Unione.

Ad essere però meno tranquilla sembra proprio lei, Ursula.

Secondo quanto riportato da “EU Insider”, il presidente della Commissione europea avrebbe lasciato l’aula pallida come un fantasma dopo che il primo ministro ungherese ha presentato il suo dossier bomba.

Forse Ursula ha capito che gli scheletri ora non sono più al loro posto, e iniziano a venire fuori dall’armadio del “Berlaymont”.

 

 

 

I popoli dell'Asia meridionale possono

 scegliere un futuro di unità e cooperazione?

Globalresearch.ca – (02 novembre 2025) - Bharat Dogar – ci dice:

 

 

L'Asia meridionale costituisce una regione del mondo molto densamente popolata che ha circa il 25% della popolazione mondiale, ma solo circa il 4% della sua superficie.

Mentre una piccola parte della regione poteva evitare il dominio coloniale (anche se non le guerre coloniali o gli impatti coloniali), la maggior parte della regione ha sofferto enormemente sotto il dominio coloniale e il saccheggio per circa due secoli prima di raggiungere l'indipendenza circa 78 anni fa.

Ciò ha influito molto negativamente sulle sue prospettive di sviluppo in un momento critico della storia, e dall'essere in prima linea nello sviluppo in epoca pre-coloniale, la regione è stata respinta malamente in quanto è stata fatta per servire gli interessi dei governanti coloniali per quasi 200 anni, trascurando o reprimendo i bisogni del proprio popolo, portando a carestie molto frequenti nel periodo coloniale che sono state in gran parte evitate nel periodo post-indipendenza con forse pochissime eccezioni in parti molto più piccole della regione.

 Sono stati registrati alcuni miglioramenti significativi in diversi indicatori dello sviluppo umano, anche se resta ancora molto da fare.

 

Le prospettive generali di sviluppo sostenibile della regione si trovano ad affrontare sfide crescenti in tempi di cambiamenti climatici, poiché questa regione è altamente vulnerabile ai cambiamenti climatici, ai disastri correlati e alle situazioni meteorologiche estreme, che pongono rischi nuovi e talvolta senza precedenti per le condizioni di vita, di lavoro e di sopravvivenza.

In termini di impatti combinati del cambiamento climatico e di una serie di circa una dozzina di altri gravi problemi ambientali, la situazione può essere ancora più difficile e una parte considerevole della popolazione vulnerabile della regione può affrontare seri problemi di sopravvivenza nei prossimi decenni, in particolare se le loro esigenze non ricevono un'adeguata attenzione e le condizioni di pace e stabilità non possono essere mantenute.

 

Purtroppo, la regione è stata anche soggetta a conflitti e lotte civili a vari livelli. Dopo aver dissanguato la regione in molti modi per due secoli, negli anni della loro separazione anche i governanti coloniali hanno inflitto ulteriori danni promuovendo discordia e divisioni tra le persone, portando alla divisione, allo sfollamento di massa e alla morte.

Le linee di confine artificiali tracciate in fretta e furia dai governanti coloniali, al momento della partenza ma anche prima, hanno lasciato cicatrici e problemi permanenti.

Questa regione non è mai riuscita a riprendersi da questo, portando a una crisi e a un conflitto dopo l'altro, aggravato da nuove forme di interventi e manipolazioni da parte delle grandi potenze (compresi assassinii, colpi di stato e cambi di regime, completati o tentati).

 

Tutto ciò è diventato più pericoloso in tempi di armi sempre più distruttive e le loro forniture che raggiungono la regione dalle grandi potenze in quantità crescenti, a parte l'aumento della disponibilità interna.

Due paesi della regione con una lunga storia di ostilità reciproca hanno armi nucleari.

Combinando tutti questi fattori, questa regione può affrontare sfide senza precedenti nei prossimi decenni.

 Il peggior scenario possibile può essere davvero spaventoso in questa regione densamente popolata con un quarto della popolazione mondiale.

 Senza allarmismo, bisogna affermare umilmente che le peggiori possibilità, anche se considerate da molti improbabili, non possono essere ignorate.

È in questo contesto più ampio che le persone interessate e responsabili della regione dovrebbero considerare sempre più la possibilità che l'intera regione sia unita in un futuro non troppo lontano come i Paesi Uniti dell'Asia meridionale (UCSA), con un governo dell'unione che garantirà che non ci siano guerre e che i popoli dell'intera regione possano progredire in condizioni di pace e stabilità.

 Allo stesso tempo, saranno garantiti livelli molto elevati di decentramento (e unità di governance decentrate a vari livelli di province, distretti, villaggi, città e paesi, con un adeguato sostegno di bilancio) a livello locale per portare avanti i compiti di sviluppo e per proteggere le culture locali.

Questa unità dovrebbe essere raggiunta sulla base dei principi di uguaglianza, giustizia e pace per tutti i popoli.

 

Oltre agli 8 paesi generalmente riconosciuti come costituenti l'Asia meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Bhutan, Nepal, Sri Lanka e Maldive), anche il Myanmar dovrebbe ricevere un'offerta di adesione, se lo desidera.

“Gandhi JayantiIl” paese unito dovrebbe stabilire relazioni molto amichevoli con tutti i vicini, in particolare con la Cina, e dovrebbe adottare una politica estera basata sulla pace e sul non allineamento.

La pace all'interno e la pace all'esterno dovrebbero essere il suo principio guida.

Questo paese dovrebbe impegnarsi per la democrazia, il decentramento, la trasparenza e l'onestà.

 

Questo paese unito sarà molto più un'unità naturale per portare avanti compiti urgenti di sviluppo e di protezione dell'ambiente basati sulla cooperazione di tutti. Le persone degli attuali paesi senza sbocco sul mare come l'Afghanistan, il Nepal e il Bhutan avranno accesso a una vasta area costiera nella nuova creazione.

Le persone dei paesi insulari e di altre isole della regione avranno opzioni protettive più ampie in tempi di innalzamento del livello del mare.

L'ampio mercato interno, che conta circa 2 miliardi di persone, migliorerà le prospettive economiche sotto molti aspetti.

 

L'armonia interreligiosa dovrebbe essere promossa in grande stile dal governo, così come dai leader spirituali e dalle organizzazioni.

 Come terra di alcuni dei più grandi leader spirituali come Gautam Budha, Guru Nanak, Mahavir Jain, Gharib Nawaz e Sant Kabir e di apostoli della pace e della non violenza come Mahatma Gandhi e Badshah Khan, l'Asia meridionale dovrebbe emergere come un esempio vivente dei loro insegnamenti.

(Bharat Dogar è il coordinatore onorario della “Campagna per salvare la Terra ora”).

 

 

 

 

Cinque punti salienti dell'accerchiamento

 dell'Ucraina. 10.000 soldati. La Russia

 continua a guadagnare terreno.

"La resa di Kiev come mezzo per rilanciare

i colloqui di pace congelati"?

Globalresearch.ca – (02 novembre 2025) - Andrew Koryo – ci dice:

 

Putin sta ancora una volta porgendo un ramoscello d'ulivo a Zelensky e Trump nel suo ultimo gesto di buona volontà, perché non vuole davvero che il conflitto si trascini per le lunghe né che le rivendicazioni territoriali della Russia si espandano, come probabilmente accadrebbe.

Putin ha annunciato che più di  10.000 soldati ucraini sono stati accerchiati a Kupyansk e Krasnoarmeisk (Pokrovsk), e il suo Ministero della Difesa ha presto aggiunto  alla lista anche “Dimitrov” (Winograd), vicino a quest'ultima.

Il leader russo ha anche proposto di fermare i combattimenti in modo che i giornalisti stranieri, compresi quelli ucraini, possano recarsi al fronte per riferire su questo.

Putin ha suggerito una resa di massa proprio come lo stallo di Azovstal all'inizio del 2022, ma Zelensky non sembra interessato, almeno per ora.

Ecco cosa significa.

 

1. La Russia continua a guadagnare terreno nonostante i miliardi di aiuti occidentali all'Ucraina.

L'”Economist” ha recentemente pubblicato un articolo che fa pressione sull'Europa per finanziare l'Ucraina nei prossimi quattro anni, che secondo loro costerà ai contribuenti almeno 390 miliardi di dollari.

Il loro articolo riportava anche che quest'anno sono stati spesi 100-110 miliardi di dollari, "la somma più alta di sempre", per un totale di 360 miliardi di dollari dal 2022 (probabilmente una sottostima).

Abbastanza chiaramente, gli aiuti occidentali non sono riusciti a respingere la Russia, ma solo a rallentare i suoi guadagni.

 L'accerchiamento dell'Ucraina dimostra quindi che nessuna somma di denaro infliggerà una sconfitta strategica alla Russia.

 

2. Il treno del sugo potrebbe finire se l'Ucraina riconoscesse questo accerchiamento.

Sulla base di quanto sopra, Zelensky e il comandante in capo Alexander Syusy hanno negato questi accerchiamenti, molto probabilmente perché temono che il suddetto treno possa finire o almeno rallentare se ordinano alle loro forze di arrendersi.

Dopotutto, la perdita di migliaia di soldati in tre accerchiamenti nell'arco di 3,5 anni di conflitto non è una questione da poco, il che potrebbe indurre alcuni funzionari occidentali a riconsiderare il finanziamento dell'Ucraina dal momento che la vittoria che era stata la loro promessa non è più in vista.

 

3. La cattura di questi tre insediamenti da parte della Russia sarebbe un grosso problema.

Sia che le forze ucraine vengano eliminate o che si arrendano, la cattura di questi tre insediamenti da parte della Russia sarebbe un grosso problema, in particolare quello di Krasnoarmeisk/Pokrovsk, poiché è la porta d'accesso alla regione di Dnipropetrovsk, dove le forze russe sono già entrate all'inizio di quest'estate. Qualsiasi avanzata continua lungo le pianure incustodite oltre il suddetto accordo potrebbe costringere l'Ucraina a rispettare le richieste di pace della Russia o spingere gli Stati Uniti a "un'escalation per allentare l'escalation".

 

4. Putin preferisce una rapida soluzione politica a una prolungata guerra di logoramento.

Contrariamente a quanto alcuni hanno valutato, Putin non vuole che il conflitto si trascini né vuole espandere le rivendicazioni territoriali della Russia, ergo perché ha chiesto alle truppe ucraine accerchiate di arrendersi.

Si aspetta che questo gesto di buona volontà possa portare al ritiro dell'Ucraina dal resto del Donbass e quindi una rapida soluzione politica che soddisfi gli altri obiettivi della Russia.

 Tuttavia, Zelensky vuole continuare a combattere per le ragioni egoistiche menzionate in precedenza, quindi alla fine si ridurrà a ciò che Trump vuole.

 

5. Trump deve presto decidere se vuole fare sua questa guerra.

Trump considera il conflitto ucraino come la "guerra di Biden" e insiste sul fatto che non sarebbe successo se avesse vinto le elezioni del 2020, eppure deve presto decidere se vuole la pace come afferma o se è disposto a fare sua questa guerra a tempo indeterminato.

 

Putin gli sta dando una via d'uscita invitando le truppe ucraine accerchiate ad arrendersi come mezzo per rilanciare i colloqui di pace congelati, quindi spetta a Trump se fare pressione su Zelensky affinché si conformi o accetti la sua sfida con tutto ciò che comporta.

 

Il nuovo accerchiamento delle forze ucraine in questi tre insediamenti è quindi molto più importante di quanto possa sembrare a prima vista, data l'intuizione che è stata appena condivisa sopra.

 Putin sta ancora una volta tendendo un ramoscello d'ulivo a Zelensky e Trump nel suo ultimo gesto di buona volontà perché non vuole davvero che il conflitto si trascini né che espanda le rivendicazioni territoriali della Russia come probabilmente accadrebbe.

 Questo momento sarà quindi visto come una pietra miliare con il senno di poi, indipendentemente da ciò che Trump deciderà di fare.

(Andrew Korybko è un analista politico americano con base a Mosca, specializzato nel rapporto tra la strategia statunitense in Afro-Eurasia, la visione globale cinese della Nuova Via della Seta e la guerra ibrida. Collabora regolarmente con Global Research.)

 

 

 

 

Governo di coalizione neonazista dell'Ucraina:

trasferimenti forzati, gravi violazioni

del diritto umanitario internazionale.

Globalresearch.ca – (02 novembre 2025) - Stephen Karganovic – ci dice:

 

In totale impunità, il regime neonazista di Kiev sta apertamente perpetrando pratiche odiose contro civili non combattenti, che costituiscono una grave violazione del diritto internazionale e un crimine contro l'umanità.

Mentre le truppe russe avanzano e prendono il controllo di un numero crescente di città e insediamenti, uno dei modi in cui le autorità di Kiev stanno affrontando questa imbarazzante situazione prima dell'arrivo delle truppe russe è quello di effettuare deportazioni di massa della popolazione ucraina locale verso zone nelle retrovie che ancora controllano.

 

Il trasferimento forzato è definito giuridicamente come lo spostamento coercitivo di individui o gruppi dalle loro case o territori stabiliti, a causa di politiche governative o conflitti.

 

In Ucraina, i trasferimenti forzati, ovvero gli spostamenti che rientrano in questa definizione, vengono effettuati per ordine militare.

 Non vi è alcuna spiegazione basata sulla necessità militare o sulla ragionevole preoccupazione per la sicurezza dei civili.

Né vi è prova del previo consenso dei deportati.

Le motivazioni delle deportazioni sono puramente propagandistiche e politiche.

Lo scopo delle deportazioni è quello di alimentare l'illusione propagandistica che i residenti locali, che sono russi, non vogliano vivere sotto il dominio russo.

Gli ambienti politici occidentali hanno ignorato questa pratica e non hanno condannato pubblicamente tale condotta da parte del regime di Kiev.

La mancanza di reazione da parte loro è naturale e prevedibile perché evidenziare questo problema, o anche solo riconoscerne l'esistenza, screditerebbe l'intera narrativa del Progetto Ucraina vittima/aggressore costruito mendacemente.

Tuttavia, la mancanza di attenzione critica a questo argomento da parte russa è incomprensibile.

 

Il trasferimento forzato di civili è stato riconosciuto come reato penale dal Tribunale di Norimberga.

Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI) criminalizza il trasferimento forzato o la deportazione di civili come crimine contro l'umanità. Il divieto di trasferimento o deportazione di civili è stato formalmente codificato come parte del diritto penale internazionale nella Quarta Convenzione di Ginevra, " Relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra ", entrata in vigore il 12 agosto 1949.

Inoltre, in una risoluzione sui principi fondamentali per la protezione delle popolazioni civili nei conflitti armati, adottata nel 1970, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha affermato che "le popolazioni civili, o i singoli membri di esse, non dovrebbero essere oggetto di ... trasferimento forzati".

 In una risoluzione sulla protezione delle donne e dei bambini in situazioni di emergenza e di conflitto armato, adottata nel 1974, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiarò che "lo sfratto forzato, commesso dai belligeranti nel corso di operazioni militari o nei territori occupati, sarà considerato criminale".

L'applicabilità di queste disposizioni normative alle autorità ucraine è indiscutibile anche alla luce dei “Principi guida” dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati sugli sfollamenti interni , in particolare il “Principio 5”, che prevede:

 

"La prassi statale sottolinea anche il dovere delle parti in conflitto di prevenire gli sfollamenti causa dai propri atti, almeno quelli che sono proibiti in sé e per sé (ad esempio, terrorizzare la popolazione civile o compiere attacchi indiscriminati).

Come indicato nei Principi guida sugli sfollamenti interni:

 

"Tutte le autorità e gli attori internazionali devono rispettare e far rispettare i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale, compresi i diritti umani e il diritto umanitario, in ogni circostanza, in modo da prevenire ed evitare condizioni che potrebbero portare allo sfollamento delle persone".

 

Le convenzioni citate e i principi normativi che regolano la condotta nei confronti dei civili non combattenti nelle zone di conflitto armato si applicano indiscutibilmente alle autorità di Kiev perché fanno parte del diritto pubblico internazionale e consuetudinario a cui l'Ucraina, in quanto membro delle Nazioni Unite, è obbligata ad aderire.

 

Ma purtroppo, i governi e le istituzioni internazionali non insistono sul fatto che lo faccia. Scarsa o non viene prestata alcuna attenzione alle sfacciate violazioni che l'Ucraina sta continuamente commettendo a questo proposito. Il regime di Kiev non è chiamato a rispondere dei suoi abusi sui civili ucraini.

 

L'uso da parte del regime di Kiev di civili nelle zone di combattimento come pedine per scopi di propaganda deve essere condannato con forza e l'opinione pubblica internazionale deve essere consapevole di questa condotta inaccettabile.

La commissione per i crimini di guerra del governo russo, pur concentrandosi sui singoli colpevoli, come è giusto che deve, deve anche far luce sulle violazioni del diritto umanitario internazionale da parte del regime, come questa.

 Non puntano il dito solo contro i singoli colpevoli, ma incriminano collettivamente l'intero livello decisionale della leadership del regime di Kiev.

(Stephen Karganovic è presidente dello " Srebrenica Historical Project ", una ONG registrata nei Paesi Bassi per indagare la matrice fattuale e il contesto degli eventi che hanno avuto luogo a Srebrenica nel luglio del 1995. Collabora regolarmente con Global Research.)

 

 

 

 

Perché l’IA non Dice la Verità:

come Usarla Davvero Bene.

Zampolini.net m.Zampolini – medico neurologo – (Ottobre 25, 2025) – ci dice: 

 

Ho partecipato a Trento al Corso della Società Italiana del Midollo Spinale con un intervento sull’applicazione pratica dell’intelligenza artificiale nella pratica clinica.

L’intelligenza artificiale generativa, incarnata da strumenti come ChatGPT, è entrata nelle nostre vite con la forza di una rivoluzione.

La percepiamo spesso come un’entità quasi magica, un oracolo onnisciente capace di rispondere a qualsiasi domanda con una sicurezza disarmante.

 Le affidiamo ricerche, riassunti, persino la stesura di testi complessi, convinti di interagire con una forma di “intelligenza” superiore.

 

E se questa percezione fosse radicalmente sbagliata?

 Se la realtà del funzionamento di questi sistemi fosse non solo diversa, ma anche più problematica, sorprendente e, in ultima analisi, interessante?

 La verità è che l’IA non “mente” nel senso umano del termine, perché non è abbastanza intelligente per farlo.

Semplicemente, genera falsità statisticamente probabili.

Stiamo usando uno strumento potentissimo senza comprenderne appieno la natura, i limiti e le trappole.

Questo articolo distilla quattro delle più controintuitive e fondamentali verità sull’IA, emerse da un recente dialogo tra esperti del settore.

Comprendere questi punti non è un mero esercizio intellettuale:

è la chiave per smettere di essere utenti passivi e diventare padroni consapevoli di una tecnologia che sta definendo il nostro futuro, imparando a usarla in modo più sicuro ed efficace.

 

Non è intelligente, ma “artificiale”: il problema delle allucinazioni.

Il primo e più grande equivoco riguarda la natura stessa di questi sistemi.

Un modello come “ChatGPT” non è “intelligente” nel senso umano del termine. Non ragiona, non comprende e non sa.

 È, per dirla in modo semplice, un sofisticatissimo “pappagallo statistico”.

Il suo unico compito è calcolare, sulla base delle immense quantità di dati su cui è stato addestrato, quale parola ha la più alta probabilità di seguire quella precedente in un dato contesto.

Questa architettura porta a una conseguenza diretta e pericolosa:

le “allucinazioni”.

Quando il sistema non conosce una risposta, non ammette la propria ignoranza.

Al contrario, genera informazioni false ma plausibili per mantenere la coerenza del discorso.

Questo non è un difetto, ma una caratteristica intrinseca legata a un parametro chiamato “temperatura”.

Una temperatura alta incoraggia la creatività e l’invenzione, utile per il brainstorming;

una bassa spinge a risposte più prevedibili e fattuali.

 I modelli pubblici sono tarati per un equilibrio che favorisce la fluidità, anche a costo della verità.

 

Un esempio pratico, illustrato dal “Dott. Zampolini” durante un convegno, è illuminante.

Alla semplice richiesta “Fai una relazione sulla “disriflessia autonomica con bibliografia”, l’IA ha prodotto un testo e cinque riferimenti bibliografici.

Le voci sembravano perfette: citavano nomi di autori reali e noti in quel campo di studi, ma i titoli e i riferimenti degli articoli erano completamente inventati. Nessuno di essi esisteva.

Un altro caso ancora più esplicito riguarda una citazione attribuita a “San Luca,” suggerita dall’IA in un contesto religioso.

Messo alle strette sulla fonte esatta, il sistema ha confessato candidamente la sua natura:

Hai ragione a chiedermelo, professor Zampolini, devo essere onesto, non è una citazione diretta da una fonte specifica, ma è una mia elaborazione retorica basata sui fatti storici ben noti… ma l’ho formulata io per collegarmi al contesto…

 

L’IA non cerca la verità, ma la coerenza statistica.

Un dettaglio che cambia tutto.

 

Può sembrare più “empatico” di un medico (ma non prova nulla).

Compresa la sua natura imperfetta, iniziamo a scoprire i suoi paradossi.

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista” JAMA Internal Medicine” ha messo a confronto le risposte fornite da medici umani e da una chatbot a domande reali poste da pazienti online.

In un test alla cieca, un “gruppo di externa assessor” ha giudicato le risposte dell’IA non solo di qualità superiore, ma anche significativamente più empatiche di quelle dei medici.

 

Come è possibile?

L’IA, ovviamente, non prova alcuna emozione. Non sente empatia.

Tuttavia, avendo analizzato miliardi di testi – romanzi, poesie, lettere, articoli – ha imparato a riconoscere e replicare con precisione chirurgica i modelli linguistici che noi umani associamo all’empatia.

Può generare la risposta “perfetta” perché non è soggetta alla stanchezza, alla fretta o allo stress che possono influenzare un professionista umano.

 

Questo risultato ci costringe a chiederci: che cos’è l’empatia?

 È l’intenzione che c’è dietro le parole, o l’effetto che quelle parole hanno su di noi? L’IA ci mostra la differenza abissale che esiste tra la simulazione impeccabile di una qualità umana e il possesso autentico di quella qualità.

Lo specchio artificiale, in questo caso, riflette un’immagine scomoda della nostra stessa percezione.

 

Il segreto per domarla: l’arte del “Prompt Engineering.”

Se il problema è la sua natura statistica, come possiamo allora piegarla alla nostra volontà?

 La risposta sta nel modo in cui le parliamo.

Trattarla come un semplice motore di ricerca è l’errore più comune e grave che si possa commettere.

 La qualità delle sue risposte è direttamente proporzionale alla qualità delle nostre domande.

 

Qui entra in gioco una nuova abilità fondamentale: il “Prompt Engineering”, ovvero l’arte di formulare richieste dettagliate, contestualizzate e precise.

 Come abbiamo visto nella prima rivelazione, l’IA è un sistema probabilistico.

Un prompt ben ingegnerizzato non la rende “più intelligente”;

semplicemente, le fornisce delle barriere statistiche molto più strette, riducendo drasticamente il campo delle possibili parole successive “corrette” e limitando la sua tendenza a inventare.

L’esempio della bibliografia sulla disriflessia autonomica lo dimostra perfettamente.

 

Prompt semplice:

Risultato: Bibliografia completamente inventata.

Prompt ingegnerizzato:

Risultato: Bibliografia corretta e reale.

La differenza è netta.

 Usare l’IA in modo efficace non è un’interrogazione, ma un dialogo strategico.

È un’abilità che va appresa e affinata.

 

Il trucco definitivo: costruisci la tua mini-IA personale e ultra-esperta.

Anche il prompt più magistrale, però, è una richiesta rivolta a un sistema generalista addestrato su tutto Internet, con i suoi errori e pregiudizi.

 E se potessimo fare di meglio?

 Se potessimo trasformare l’oracolo inaffidabile in un assistente esperto e fidato? Questa è la lezione finale, la più potente, che completa il nostro percorso verso la padronanza dello strumento.

Invece di affidarci alla conoscenza oceanica dell’IA, possiamo creare il nostro esperto personale e ultra-specializzato.

 Questa tecnica, nota come “Retrieval-Augmented Generation “(RAG), è la risposta definitiva al problema delle allucinazioni.

Strumenti come “Notebook LM di Google” permettono di caricare un set di documenti fidati forniti da noi – e solo quelli – per creare una “fonte di conoscenza” chiusa.

 

Il Dott. Zampolini ne ha fornito un esempio brillante.

Ha registrato tutte le sue lezioni universitarie di fisioterapia, le ha caricate nel sistema e ha dato accesso ai suoi studenti.

L’IA è diventata il suo “gemello digitale”.

Gli studenti possono interrogarla in qualsiasi momento, ricevendo risposte basate esclusivamente sugli insegnamenti specifici del professore.

Il sistema diventa un esperto assoluto e unico di quel materiale, abbattendo drasticamente il rischio di invenzioni.

 

L’applicazione pratica è immediata:

potete registrare l’audio di una riunione di lavoro, darlo in pasto al sistema e chiedergli di produrre un riassunto perfetto e una lista di punti azione.

 Non inventerà nulla, si limiterà a rielaborare in modo intelligente i contenuti che gli avete fornito.

 

Conclusione: Uno Strumento, non un Oracolo.

 

L’intelligenza artificiale non è un oracolo infallibile né un’entità dotata di coscienza. È uno strumento di una potenza senza precedenti, ma con limiti precisi e una natura profondamente “aliena” rispetto alla nostra. La sua affidabilità e la sua utilità non dipendono dalla sua presunta “intelligenza”, ma interamente dalla nostra consapevolezza e abilità nell’utilizzarla.

 

Imparare a dialogare con essa, a fornirle confini chiari e a sfruttarla come un assistente specializzato anziché come un pozzo di conoscenza universale è il vero salto di qualità.

 Solo così potremo sfruttarne le immense opportunità, proteggendoci al contempo dai suoi inevitabili rischi.

Ora che sappiamo che l’IA è uno specchio che riflette i dati che gli forniamo e il modo in cui la interroghiamo, quale responsabilità abbiamo nel plasmare le risposte che darà al mondo di domani?

 

 

 

 

L’Intelligenza artificiale è

solo una sfida al cambiamento.

Altriitaliani.net - Simona Michelon – (8 ottobre 2025) – ci dice:

Simona Michelon è impegnata in un dottorato di ricerca nazionale sul tema – attualissimo – dell’uso dell’intelligenza artificiale nell’istruzione, un argomento che lei si propone di approfondire mano, mano sul nostro giornale se vi incuriosirà.

Ogni volta che compare una nuova tecnologia, l’umanità si divide:

da una parte c’è chi esulta per nuove promesse di progresso, dall’altra chi teme catastrofi, la parte da cui stiamo dipende da come viviamo il cambiamento.

 

Oggi accade lo stesso con l’intelligenza artificiale.

 C’è chi la considera un’intelligenza autonoma, destinata a superare l’uomo, e chi la guarda con sospetto, convinto che distruggerà posti di lavoro, creatività e persino la capacità di pensare.

 La verità, forse più semplice ma anche più scomoda, è che l’IA non è né un amico né un nemico: è soltanto uno strumento.

Potente, sì, e pervasivo come nessuna tecnologia prima d’ora, ma pur sempre un mezzo nelle mani dell’uomo.

 

Per comprendere meglio possiamo riprendere tre grandi riferimenti della nostra tradizione culturale:

il mito della scrittura nel Fedro di Platone, il metodo educativo di Socrate e l’insegnamento di Lacan, interpretato da Massimo Recalcati.

 

Platone, nel dialogo Fedro, racconta un mito che suona oggi incredibilmente attuale.

L’inventore “Theuth” porta al faraone “Thamus” le sue scoperte: i numeri, il calcolo, l’astronomia e soprattutto la scrittura.

Secondo Theuth, scrivere sarà un dono per gli uomini, perché consentirà di fissare il sapere, di conservarlo e trasmetterlo.

Ma Thamus risponde con durezza:

la scrittura, dice, non renderà gli uomini più sapienti, ma solo più smemorati.

Chi si affida a segni esterni non esercita più la memoria viva e si illude di sapere, mentre in realtà possiede soltanto simulacri di conoscenza.

 

Quella discussione di duemilaquattrocento anni fa sembra anticipare i dibattiti odierni sull’IA.

 Non rischiamo forse anche noi di diventare “smemorati”, di affidare troppo alle macchine, di illuderci che ciò che generano sia conoscenza?

Eppure, la storia ci mostra che la scrittura non ha distrutto la memoria: l’ha trasformata.

Ha liberato la mente umana da parte del peso mnemonico, permettendo lo sviluppo del pensiero astratto, della filosofia, della scienza.

 

Così, oggi, l’IA non è destinata a cancellare l’intelligenza umana: può piuttosto trasformarla.

Sta a noi imparare a governarla, come abbiamo fatto con la scrittura, con la stampa e con Internet.

 Sta a noi gestire il cambiamento.

Socrate, maestro della parola viva, guardava con diffidenza la scrittura proprio perché temeva che cristallizzasse il pensiero.

Un testo scritto non può rispondere alle domande, non può difendersi, non può dialogare: resta muto, fisso, immobile.

 Per questo Socrate preferiva l’incontro diretto, il dialogo, il movimento dinamico del pensiero che si costruisce nella relazione.

Il suo metodo maieutico era basato sull’interrogazione reciproca:

non trasmetteva nozioni, ma aiutava l’altro a “partorire” ciò che già possedeva dentro di sé.

L’apprendimento, per Socrate, non era mai passivo:

era il frutto di un rapporto, di un esercizio di confronto e di ricerca comune.

Se guardiamo all’intelligenza artificiale da questa prospettiva, vediamo subito il limite evidente:

l’IA può generare testi, simulare dialoghi, produrre argomentazioni.

Ma non può partecipare a un vero incontro.

Non può desiderare, non può rischiare, non può trasformarsi nel dialogo con l’altro.

Al massimo, può restituire schemi plausibili, combinazioni statistiche di parole.

È utile, sì, ma non è dialogo.

Non è relazione.

 

Qui entra in gioco un terzo riferimento, più vicino a noi.

“Jacques Lacan”, uno dei grandi psicoanalisti del Novecento, ha insistito sul fatto che l’apprendimento è mosso dal desiderio.

“Massimo Recalcati”, suo interprete contemporaneo, lo dice con chiarezza: non si impara senza passione.

 Apprendere è un atto d’amore.

 

C’è un’energia vitale che sostiene l’allievo e l’insegnante: un movimento che non si riduce a tecnica, a procedure, a competenze.

 Senza desiderio, senza il “calore” di una relazione, il sapere diventa sterile.

 È il transfert, quell’incontro tra il desiderio del maestro e quello dell’allievo, a generare vera conoscenza.

L’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, non conosce né passione né amore. Non desidera, non si innamora del sapere.

 Può imitarne le forme linguistiche, produrre discorsi appassionati, simulare emozioni, ma resta un simulacro.

Non c’è vita, non c’è eros.

Per questo non potrà mai sostituire l’educazione e la formazione nella loro dimensione più autenticamente umana.

 

Se uniamo questi tre riferimenti — il mito di Fedro, la lezione di Socrate e la psicoanalisi lacaniana — otteniamo una cornice chiara:

 l’IA è uno strumento.

Può amplificare le fonti cui attingere il nostro pensiero, come la scrittura ha trasformato la memoria;

può aiutare a organizzare informazioni, ma non potrà mai essere un dialogo vivo;

può imitare l’entusiasmo, ma non potrà mai accendere un desiderio.

 

La provocazione vera del nostro tempo non è farci travolgere dall’AI ma accettare la sfida del cambiamento che questo strumento pone dinanzi a noi.

Aprirci e imparare ad usarla come un supporto che può amplificare le nostre possibilità cognitive e in grado (forse) di liberarci del tempo e delle energie, da dedicare a ciò che davvero ci rende felici.

(Simona Michelon).

 

 

A questo punto meglio

l’Intelligenza Artificiale.

Marcelloveneziani.com - Marcello Veneziani – (16 Giugno 2024) – ci dice:

 

Non l’avrei mai detto prima ma il g7 ha compiuto un miracolo:

non so voi ma io mi sono convinto che per guidare le sorti dell’umanità è meglio affidarsi all’Intelligenza Artificiale.

 Meglio lei che questi qua.

 I pochi che mi seguono forse ricorderanno che ero uno strenuo difensore dell’umanità e dell’intelligenza naturale rispetto alla sostituzione tecnologica e al dominio dell’artificiale.

 L’uomo è imperfetto, è fallibile, è irascibile, dicevo, ma meglio l’uomo che la macchina, il calcolo, la pura combinazione di dati e la programmazione tecnologica.

 Però ora, a ragion veduta, mi dico che a questo punto meglio puntare sull’Intelligenza Artificiale, capisce di più e sa calcolare con più realismo vantaggi e svantaggi, rischi e opportunità;

sa conteggiare, cioè sa sommare e sottrarre punti e stabilire priorità. Per una volta che potevo finalmente concordare col Papa e dire che sia l’uomo a decidere e non l’I.A., mi vedo invece costretto a smentire Francesco e a passare dalla parte dell’Intelligenza Artificiale;

visto che non si riesce a cavare un ragno dal buco dal summit e uno spiraglio serio di trattativa per l’Ucraina, la Palestina, le Armi, i Migranti e via dicendo, meglio lei, essa, codesta, non so con che pronome chiamarla.

Era l’ultima cosa che avrei mai pensato di dire ma dopo aver visto il vertice degli uomini più potenti del mondo, salvo qualche assente russo o cinese;

dopo aver sentito cosa (non) pensano di fare e come (non) pensano di procedere, mi sono convinto che l’ultima carta da giocare è delegare tutto all’Intelligenza Artificiale.

Faccia Lei, Signora mia, questi non sono in grado.

Non sarà umana, non sarà creativa né originale ma forse riuscirebbe a prospettare soluzioni più decenti di quelle che (non) sono uscite dal vertice dei Sette Grandi.

 

I pasticci con la Russia, l’esproprio dei fondi russi privati, come non fanno più nemmeno i regimi comunisti, l’inutile pantomima sulla Palestina, le manfrine sull’”aborto” e sull’ “lgbt”…

E questi sarebbero, secondo i Grandi, i problemi grandi, le priorità e il modo di affrontarle?

 Meglio rivolgersi a “chat GPT” piuttosto che a dichiarazioni ricamate a mano dai sette nano giganti più Biancaneve von Der Leyen.

 

Li avete visti tutti insieme i magnifici sette più Ursula?

 È raro mettere insieme così tante nullità ai vertici delle superpotenze d’Occidente.

Una concentrazione mondiale senza precedenti.

 Penso che gli Usa non abbiano mai avuto un presidente più scarso e meno lucido di Biden, la Francia uno peggiore di Macron, la Germania un cancelliere da cancellare come Scholz, e si potrebbe proseguire.

Ma il fatto senza precedenti è che non è mai capitato che tutte le potenze occidentali, contemporaneamente, siano guidate dal peggiore personale dirigente che si sia mai avuto dalla seconda guerra mondiale a oggi, il più impopolare, il meno affidabile.

E in una situazione di rischio planetario, di guerra mondiale.

Questa combinazione di statisti così scadenti coincide infatti e non a caso col momento più basso di consenso popolare, di partecipazione dei cittadini alle sorti dei loro paesi e di prestigio mondiale delle potenze occidentali.

 I migliori, nel bene e nel male, erano i capi di stato ospiti: Modi, Erdogan…

 

Non so se le faccio un complimento in questa situazione a dire che la Meloni ci sembrava giganteggiare nel suo pur dichiarato e vistoso nanismo.

 Lei, la “parvenu”, l’ultima arrivata, la camerata della Garbatella, ha un piglio, una padronanza affabile e perfino un abbozzo di strategia e buon senso che gli altri non hanno.

Una donna fortunata come nessuno mai:

non è mai capitato a un presidente italiano di avere partner internazionali così malvisti e scalcagnati come quelli che si sono trovati a “Borgo Egnazia”, dopo aver avuto a livello interno avversari politici ma anche alleati e concorrenti così modesti.

 È lei la numero uno in campo, per squalifica di tutti gli altri concorrenti. Sarà modesto pure il suo governo, modesto il suo partito, ma guardatevi intorno prima di giudicare;

la politica è sempre un paragone, vale la pubblicità comparativa.

Lei ha trionfato, la compagnia di giro ha toppato.

Le cose migliori che si sono viste e sentite nel summit pugliesi sono stati il pescato del giorno, il pane e pomodoro e la frutta e verdura pugliese.

Il senso della realtà e della civiltà era espresso più dagli ulivi secolari, dai muri a secco, dai Trulli, dal cielo e dal sole di Puglia, quella lunga balconata sul mare, il luogo più orientale d’occidente e il luogo più occidentale d’Orientale.

 

A questo punto meglio l’Algoritmo, meglio il Robot, meglio il Caso travestito da Tecnologia, diciamo meglio il tiro a sorteggio che questi decisori umani.

Sarà artificiale ma quantomeno un po’ più intelligente sarà, nel senso che riuscirebbe a mettere in fila i problemi e ad affrontarli tenendo presenti i precedenti e le cose più praticabili.

Se alla seduta dei Grandi che si domanda sull’intelligenza artificiale seguirà la risposta dell’Intelligenza Artificiale che si domanda sui Grandi, saranno bocciature clamorose.

Anzi, per essere più precisi, dal vertice pugliese ho ricavato l’idea che non sarà il fattore umano a salvarci ma l’incrocio tra Intelligenza Artificiale e Bellezza Naturale, tra il microchip e l’ulivo.

All’uomo solo il compito della manutenzione di ambedue.

 

Il discorso, nato per gioco, sul filo del paradosso, ha un seme di verità.

 Il declino delle leadership politiche e statali è in realtà lo specchio del declino dell’umano, una forte decadenza del pensiero e delle facoltà umane.

Sarò apocalittico ma ho la netta impressione che stiamo precipitando senza rendercene conto, con un’accelerazione senza precedenti, verso la disumanizzazione integrale, in ogni campo significativo, a ogni livello.

 A questo punto non si tratta di sperare nell’Intelligenza Artificiale, ma disperando nell’Intelligenza naturale degli uomini non resta che affidarsi ai dadi della sorte:

 e se diciamo sportivamente, vinca il migliore, temiamo che il migliore non sia l’umano, ormai ridotto a un asterisco, ma l’IA.

Insomma, avete capito il senso della proposta, non prendetela alla lettera, si fa la caricatura per dire la verità.

Eia Eia trullalà.

(La Verità – 16 giugno 2024).

 

 

 

 

Operazione “Maine” nei Caraibi:

 il Venezuela Sventa il

Pretesto per la Guerra.

 

Conoscenzealconfine.it – (2 Novembre 2025) - Redazione de l’Anti Diplomatico – ci dice:

Il Presidente Maduro denuncia un piano della CIA per un auto-attacco nelle acque di Trinidad e Tobago.

 Il paese risponde con la mobilitazione popolare e la sospensione degli accordi energetici con l’isola complice.

Il Venezuela bolivariano si è eretto ancora una volta a baluardo della pace e della sovranità dei popoli, smascherando un pericoloso piano di aggressione orchestrato dall’impero statunitense.

 Il Presidente Nicolás Maduro ha denunciato con prove alla mano una cinica operazione sotto falsa bandiera progettata dalla CIA nelle acque di Trinidad e Tobago, concepita per creare il pretesto di un attacco militare contro la patria di Bolívar.

 

Durante la trasmissione “Con Maduro+”, il Presidente ha rivelato come i servizi di sicurezza venezuelani abbiano sventato questa provocazione bellica con l’arresto tra il 25 e il 26 ottobre di un gruppo di mercenari al soldo dell’intelligence nordamericana.

L’obiettivo dell’operazione terroristica era realizzare un auto-attacco contro navi militari statunitensi, riproducendo la stessa strategia utilizzata nel 1898 con l’affondamento del Maine a Cuba e successivamente nel Golfo del Tonchino per giustificare interventi bellici.

 

Il governo di Caracas ha agito con trasparenza internazionale, fornendo al governo di Trinidad e Tobago le prove inconfutabili di questa aggressione, mentre ha giustamente negato qualsiasi comunicazione con i mandanti statunitensi, già colpevoli di aver protetto in passato gruppi terroristi operanti in Venezuela.

La risposta del Venezuela è stata immediata e determinata.

 Il Presidente Maduro ha annunciato la sospensione cautelare di tutti gli accordi di cooperazione energetica con Trinidad e Tobago, dopo che la Primo Ministro” Kamla Persad-Bissessar “ha scelto di trasformare il suo paese in una base d’aggressione contro la sovranità venezuelana.

 

Il popolo venezuelano è sceso in massa nelle piazze per sostenere il suo governo e difendere la pace.

Migliaia di cittadini hanno manifestato negli stati costieri di Sucre, Nueva Esparta, Delta Amacuro e Anzoátegui, dimostrando l’unità civico-militare che caratterizza la rivoluzione bolivariana.

A” Barcellona”, oltre cento pescherecci hanno realizzato una pattuglia simbolica nel “Mar Caribe”, mentre a “Tucupita” le comunità indigene e criolle hanno marciato unite contro le minacce imperialiste.

 

Il Presidente Maduro ha ricordato come questa sia la terza operazione terroristica sventata dal governo bolivariano, dopo il piano per attaccare la “Plaza de la Victoria de la URSS” e l’attentato alla ex ambasciata statunitense a Caracas.

Il leader venezuelano ha confermato la vigilanza rivoluzionaria del suo governo contro i continui tentativi di destabilizzazione orchestrati da Washington, che cerca di imporre un governo fantoccio per saccheggiare le ricchezze energetiche e minerarie del paese.

La mobilitazione popolare e la fermezza del governo dimostrano che il Venezuela non si piegherà alle minacce dell’impero, mantenendo alta la bandiera della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli.

(Articolo di Redazione de l’Anti Diplomatico).

(lantidiplomatico.it/dettnews-operazione_maine_nei_caraibi_il_venezuela_sventa_il_pretesto_per_la_guerra/45289_63329/).

 

 

 

 

 

 

Il disperato tentativo delle forze speciali

di salvare “Pokrovsk” fallisce mentre

le forze armate ucraine subiscono un crollo

senza precedenti su tutti i fronti:

 

 Comedonchisciotte.org - Markus – (3 Novembre 2025) - Simplicius - simplicius76.substack.com –

ci dice:

 

La situazione continua a peggiorare sempre più per l’Ucraina.

Le principali testate giornalistiche riportano sempre più spesso i fatti concreti, che si tratti della mancanza di truppe o del collasso della rete elettrica:

In linea con quanto riportato nell’articolo del Telegraph, gli ultimi dati mostrano che, nel 2025, le diserzioni in Ucraina sono aumentate vertiginosamente:

Nell’articolo dello Spectator sopra citato, intitolato “Chi salverà le truppe ucraine a Pokrovsk?“, l’autore chiede essenzialmente alle autorità ucraine di salvare le truppe presenti sul posto, piuttosto che lasciarle “massacrare” come negli accerchiamenti passati, quando gli ostinati comandanti ucraini si erano rifiutati di cedere terreno, cercando in modo spietato di ritardare la vittoria della Russia il più a lungo possibile, a costo della vita di molti dei loro uomini.

 

Il comando militare ucraino non sempre è riuscito a mantenere questo equilibrio, lasciando che le proprie truppe venissero circondate e massacrate piuttosto che ordinare una ritirata tempestiva.

Oggi, quella stessa scelta tra territori e vite umane viene fatta a “Pokrovsk”.

L’unico modo per evitare un massacro una volta ordinata la ritirata è che i soldati ucraini si allontanino in piccoli gruppi attraverso la porosa linea del fronte, abbandonando tutte le attrezzature pesanti.

Come ad “Avdiivka” e, più recentemente, nella regione russa di “Kursk”, alcuni dovranno rimanere indietro per coprire la ritirata, affrontando una morte certa o mesi di tortura nelle prigioni russe.

 

La scorsa settimana le forze armate ucraine sono crollate come mai visto in precedenza praticamente su tutti i fronti principali.

 Sono state segnalate brecce ovunque, dalla linea Zaporozhye-Dnipro a Pokrovsk, Konstantinovka, Seversk, Lyman e Kupyansk.

 

Poiché attualmente questa è l’unica notizia che conta davvero in Ucraina, andremo subito al sodo per vedere la portata del crollo ucraino.

 Ma prima rivediamo le recenti dichiarazioni di Putin sulla situazione al fronte, rilasciate durante una visita ai soldati feriti in convalescenza:

Putin:

“La situazione generale nella zona dell’operazione militare speciale si sta sviluppando molto bene per noi.

 I vostri compagni d’armi stanno avanzando attivamente su tutti i fronti.

 In due luoghi, come sapete, nelle città di Kupyansk e Krasnoarmeysk, il nemico è stato bloccato e circondato.

A proposito, ho discusso la questione con i comandanti dei rispettivi gruppi di truppe.

Non si oppongono a far entrare nella zona dell’accerchiamento i rappresentanti dei media, giornalisti stranieri e ucraini, affinché possano vedere con i propri occhi cosa sta succedendo e verificare le condizioni delle unità ucraine circondate.

 In questo modo, la leadership politica dell’Ucraina potrà prendere la decisione appropriata riguardo al destino dei propri cittadini e dei propri militari, proprio come era stato fatto una volta ad “Azovstal”.

Avranno questa opportunità.

Ci preoccupa solo una cosa: che non ci siano provocazioni da parte ucraina.

 Siamo pronti a cessare le ostilità per un certo periodo, per diverse ore – due, tre, sei ore – affinché gruppi di giornalisti possano entrare in questi insediamenti, vedere cosa sta succedendo lì, parlare con i militari ucraini e andarsene”.

 

Putin ha offerto in modo controverso un cessate il fuoco temporaneo a “Pokrovsk” affinché i giornalisti occidentali possano vedere quanto effettivamente siano circondate le forze ucraine, un fatto attestato da “Julian Ropcke” che ha irriso il fatto che fosse stato invitato personalmente:

 

La controversa richiesta di Putin ha sollevato un vespaio tra i sostenitori della Russia, che temono che il leader russo stia nuovamente mostrando debolezza nei confronti del nemico offrendo concessioni.

Capisco il punto di vista di entrambe le parti, ma in questo caso ritengo che un cessate il fuoco di poche ore, come proposto da Putin, non causerebbe grandi danni, ma porterebbe invece notevoli vantaggi in termini di immagine.

Inoltre, come sempre, Putin ha l’abitudine di fare offerte che sa saranno rifiutate dalla parte avversaria in modo da apparire come un leader misericordioso e ragionevole, in contrasto con il suo avversario Zelensky.

 

Il motivo per cui questo ha particolare importanza, tuttavia, è che l’accerchiamento di Pokrovsk è diventato un importante segnale d’allarme per le attuali condizioni dell’AFU.

L’accerchiamento che le forze russe hanno realizzato attorno a questo agglomerato sembra essere il più stretto che abbiano mai realizzato attorno a una città, se dobbiamo credere alle mappe filo-russe, il che è un segnale estremamente eloquente rispetto all’attuale capacità di combattimento delle truppe ucraine.

 

La configurazione attuale mostra una distanza di soli ~2 km tra le punte più avanzate delle linee russe.

Si tratta di un varco molto stretto attraverso il quale, secondo quanto riferito, solo uno o due soldati ucraini alla volta possono tentare di fuggire, approfittando della nebbia, della notte o di altre “condizioni particolari”.

Di seguito è riportato proprio ciò che è accaduto ieri nella nebbia (i soldati ucraini hanno fatalmente scambiato il drone per uno dei loro).

Certo, si discute molto su quante truppe ucraine siano effettivamente rimaste in quella sacca e, come ho affermato di recente, è probabile che non siano molte, forse poche centinaia o meno, ma nessuno sembra saperlo con certezza.

Tuttavia, o il numero di soldati rimasti è ancora significativo, oppure ci sono alcune persone molto importanti, perché il GUR ucraino ha deciso di lanciare un’audace operazione con elicotteri delle forze speciali “dietro le linee nemiche” fino all’estremità dell’accerchiamento, per ragioni che per ora possiamo solo ipotizzare.

L’operazione è stata condotta qui, dove gli operatori delle forze speciali si sono trincerati negli edifici o tra la vegetazione, prima di essere, apparentemente, distrutti dai droni russi in agguato:

L’annuncio ufficiale del Ministero della Difesa russo:

Un simile tentativo di infiltrazione suicida da parte delle GUR è quasi senza precedenti e rappresenta un atto disperato commisurato alla gravità della situazione.

Considerando questo tentativo e la proposta senza precedenti di Putin di consentire ai media di assistere all’accerchiamento, possiamo solo supporre che il “calderone” di “Pokrovsk” sia uno dei più completi mai realizzati delle forze russe finora.

Un post pubblicato direttamente da un importante canale ucraino legato all’esercito:

Certo, gli ucraini hanno ottenuto un grande successo nel respingere le forze russe dal saliente di “Dobropillya” a nord, il che ha persino suscitato voci secondo cui “Gerasimov” avrebbe “licenziato” il generale della 51ª Armata responsabile di quel quadrante, proprio a causa di questo fallimento.

Ma l’attacco era stato progettato per alleggerire la pressione su “Pokrovsk “e questo non sembra aver funzionato per le AFU.

Il crollo più consistente delle AFU continua a verificarsi lungo la linea del fiume “Yanchur,” dove la catena di insediamenti che abbiamo seguito per settimane è stata finalmente quasi completamente smantellata:

 

 

Da notare in particolare a nord, qui le forze russe stanno già entrando a “Danylovka “e ne hanno già conquistato una parte. Questa città domina l’importante autostrada T0401 che rifornisce “Gulyaipole” a sud, e la sua conquista complicherà la logistica per “Gulyaipole”, che sta già iniziando a essere assediata su tre lati in termini di principali vie di rifornimento.

Inoltre, le forze russe hanno conquistato un’enorme fascia di territorio direttamente a nord di questa zona per rafforzare i fianchi e iniziare l’assalto verso l’altra “Pokrovske”, visibile a nord-ovest della linea:

 

Poco più a nord-est, le forze russe hanno già iniziato a entrare e conquistare “Novopavlovka”, che era stata lentamente circondata nelle ultime settimane:

Una vista più ampia:

Per chi non sta seguendo da vicino la situazione, nell’ampia panoramica sopra riportata è possibile vedere Pokrovsk a nord-est e la linea Yanchur a sud-ovest.

Cosa significa questo?

Significa che c’è un altro insediamento di grandi dimensioni che le forze russe probabilmente conquisteranno presto, insieme a “Pokrovsk”,” Kupyansk” e molti altri che stanno iniziando a cadere.

A nord, le forze russe hanno iniziato ad assaltare la punta meridionale di “Seversk”, il che significa che anche questa città chiave è destinata a cadere nel prossimo futuro.

 

Progressi ancora più significativi sono stati registrati a nord-ovest, a “Krasny Lyman,” dove le forze russe stanno ora assaltando la zona meridionale della città, dopo averne già conquistato una parte considerevole.

Quello che è ancora più scioccante è la rapidità con cui le forze russe stanno avanzando sul fianco settentrionale di questo fronte, dove si sono spinte in profondità nelle foreste verso il fiume “Seversky Donets.”

 

Di fatto, questo pone “Izyum” a distanza di tiro dei loro cannoni.

Infine, “Kupyansk” ha registrato nuovamente importanti progressi.

Le forze russe hanno attraversato il fiume da ovest e stanno avanzando anche da nord per conquistare l’ultima sezione sulla riva sinistra o orientale:

 

Una vista più ravvicinata mostra la zona più settentrionale della sponda orientale attualmente sotto assalto.

Inoltre, sulla prima mappa più ampia sopra riportata, è possibile vedere che le forze russe hanno già preso d’assalto il lato occidentale per conquistare “Sadove”, il che sta trasformando sempre più l’”intera zona di Kupyansk” in un vero e proprio calderone.

Allora, qual’ è la situazione?

 

Pokrovsk e Mirnograd sono entrambe destinate a cadere presto.

Kupyansk è destinata a cadere; Seversk, Krasny Lyman, Novopavlovka e Konstantinovka sono tutte sotto assedio e probabilmente cadranno prossimamente, mentre Gulyaipole e altre città saranno poi assediate.

 

La Russia, a un certo punto, aveva conquistato in media solo una grande città all’anno (Mariupol nel 2022, Bakhmut nel 2023, Avdeevka nel 2024).

Ora, le forze russe sono pronte a conquistare una serie di città in rapida successione.

Allo stesso modo, ogni anno, dall’inizio della guerra, l’Ucraina aveva lanciato una grande “controffensiva”:

c’erano state quelle di Kherson e Kharkov nel ’22, quella “grandiosa” di Zaporozhye nel ’23 e quella di Kursk nel ’24.

Il 2025 è stato il primo anno senza una grande controffensiva ucraina.

Questi due fatti contrastanti parlano da soli:

l’AFU è una forza ormai esaurita e l’avanzata russa sta accelerando drasticamente.

 

Allo stesso tempo, gli attacchi della Russia alla rete elettrica ucraina sono stati i più determinati mai visti, e molti hanno notato comportamenti “insoliti”, come il doppio attacco alle squadre di riparazione e il lancio di giganteschi sciami di droni su ogni struttura, invece che, semplicemente, uno o due missili.

Diversi funzionari ucraini hanno già invitato la popolazione ad abbandonare Kiev, avvertendo che per gran parte del prossimo inverno non ci sarà riscaldamento.

La principale autorità energetica ucraina “Ukrenergo”.

Alcuni parlamentari ucraini stanno addirittura sollecitando una tregua energetica.

Un commentatore ucraino riassume la situazione: prestate particolare attenzione all’ultimo paragrafo.

 

Roman Ponomarenko scrive su TG:

“Un post pessimista, ma è così.

Data l’attuale configurazione della guerra a cui stiamo assistendo, la sua conclusione non sarà chiaramente a nostro favore.

Nessuno parla più dei confini del 1991 e il presidente Zelensky ha ripetutamente dichiarato la sua disponibilità a cessare le ostilità lungo la linea di contatto.

E, sebbene egli sottolinei costantemente che l’Ucraina non cederà nemmeno un centimetro del proprio territorio, l’attuazione pratica di questa intenzione appare incerta.

 Al momento non possiamo riconquistarlo con mezzi militari.

 E sperare che la Russia rinunci volontariamente alle terre incorporate nella sua costituzione è inutile:

così facendo, Putin non solo delegittimerebbe se stesso come leader russo, ma firmerebbe anche la propria condanna a morte.

 

Le garanzie di sicurezza che Zelensky cerca così disperatamente sembrano una palese chimera nel mondo di oggi.

Né gli Stati Uniti, né l’Europa, né la NATO combatteranno per noi, né ora né tra 5-10-15 anni.

 L’unica cosa su cui possiamo contare è un conflitto diretto tra la NATO o l’Europa e la Russia, ma solo dopo la fine della nostra guerra.

Considerando che attualmente né gli Stati Uniti né l’UE ritengono vantaggioso o necessario il crollo della Russia, non sono sicuro che l’Europa combatterà attivamente nemmeno per sé stessa.

È più probabile che cercherà di comprare il conflitto, con denaro o territori.

Non è un caso che nei Paesi Baltici non ci sia attualmente alcuna fiducia che la NATO combatterà per loro anche in caso di aggressione diretta da parte della Russia.

Pertanto, dopo la guerra, avremo perdite territoriali e una Russia guidata da Putin ai nostri confini, incoraggiata dalla vittoria e dalla grandezza imperiale.

Ci imporrà le sue richieste in campo di politica estera e interferirà nella politica interna attraverso le elezioni a tutti i livelli.

Considerando che gli ucraini sono molto bravi a litigare tra loro, questo non sarà difficile da ottenere per il nemico.

Come esempio, guardiamo all’attuale Georgia, che 15 anni fa era categoricamente anti-russa.

 

E la domanda principale:

l’Ucraina può vincere e garantirsi un futuro sicuro per almeno qualche decennio? Teoricamente sì.

 Per questo, abbiamo bisogno di una destabilizzazione interna in Russia e di un cambiamento del regime al potere.

Ciò è possibile con un approccio globale da parte nostra.

Alcuni aspetti sono già stati attuati: sul fronte stanno morendo più russi che soldati ucraini e gli attacchi alle raffinerie hanno provocato una crisi della benzina in molte regioni della Russia;

alcuni lavori devono ancora essere completati, come fomentare il confronto interno in Russia, ad esempio tra la popolazione indigena e i migranti, ecc. Tuttavia, i nostri sforzi da soli non sono sufficienti.

Anche i partner occidentali dell’Ucraina devono contribuire.

Sono disposti a correre dei rischi, dato che non vogliono il collasso della Russia? Una domanda retorica, semmai.

Il fatto più rivelatore delle improvvise avanzate russe su tutti i fronti è che queste non sembrano essere spinte da grandi assalti meccanizzati con enormi perdite, come era avvenuto in alcune delle precedenti “offensive” ufficiali della Russia. Certo, nelle ultime due settimane abbiamo assistito a una serie di assalti meccanizzati, ma questi hanno interessato principalmente fronti secondari, ad esempio la zona occidentale di Zaporozhye, intorno a Orekhove, a Shakhove, a nord di Pokrovsk, ecc.

 

I fronti principali discussi in precedenza sembrano tutti crollare a causa delle solite tattiche di logoramento e dei “mille tagli”.

Ciò significa soprattutto che la Russia non sembra pagare un costo esorbitante in termini di vittime e attrezzature per questi recenti successi, ad eccezione di beni di consumo come biciclette, auto civili, bukhankas [UAZ-452, un vecchio furgone fuoristrada, N.D.T.], ecc.

 

Se così fosse, ciò sarebbe di pessimo auspicio per le AFU.

Significherebbe che è stato raggiunto un punto di non ritorno in cui la Russia non deve più spendere risorse eccessive per queste continue conquiste, il che significa che continueranno ad avanzare senza sosta.

Non sappiamo con certezza se sia così;

 ad esempio, il fatto che questo improvviso crollo delle AFU abbia coinciso proprio con l’arrivo della “rasputitsa” e di altre condizioni climatiche avverse simili a quelle invernali potrebbe significare che ciò ha più a che fare con la recente avanzata della Russia.

Ma, come ho già affermato più volte, la Russia ha sempre condotto le sue campagne più importanti durante l’inverno, periodo in cui erano state effettuate le operazioni di “Bakhmut” e “Avdeevka”.

 

Inoltre, in molte campagne precedenti, le forze russe all’inizio avevano spinto con forza, per poi esaurirsi a causa delle perdite e dell’arrivo delle riserve ucraine;

si vedano la campagna di Sumy, Volchansk a Kharkov, ecc.

Ma, in questo caso, l’AFU per la prima volta sembra davvero disgregarsi ovunque, tanto che è difficile immaginare che le forze russe possano fermarsi per esaurimento lungo l’intero fronte da questo punto in poi:

ci sono semplicemente troppe aree in cui l’Ucraina non ha più le risorse umane per difendersi adeguatamente.

 

Alcuni hanno anche notato altre interessanti peculiarità dei recenti successi della Russia:

stanno conquistando importanti insediamenti senza raderli al suolo, come era avvenuto in passato con “Avdeevka”,” Bakhmut” e persino con insediamenti più piccoli come” Marinka”.

 

Una delle cose che ho notato della battaglia di “Pokrovsk” è che, a differenza di quanto accaduto all’inizio della guerra, i russi non hanno distrutto la città.

Sembra che l’uso di munizioni pesanti sia notevolmente diminuito.

Probabilmente ci sono varie ragioni per questo.

Me ne vengono in mente due.

Gli attacchi di precisione con i droni hanno probabilmente sostituito in una certa misura la necessità di munizioni pesanti.

 In secondo luogo, i problemi di personale dell’AFU potrebbero significare che [bombardare a tappeto] non è più necessario.

 

Questo sembrerebbe più dovuto al fatto che le forze ucraine sono talmente malridotte che non sono più in grado di tenere le città così a lungo da costringere i russi a raderle al suolo.

 Le AFU iniziano a ritirarsi anche contro gli ordini diretti e le schiaccianti forze russe li spazzano via da ogni lato.

Come è possibile essere in inferiorità numerica rispetto al proprio avversario in misura così consistente quando gli si stanno infliggendo perdite che si presume siano di 10 a 1?

 

Una cosa da ricordare è che, man mano che le AFU si ritirano, il crollo non può che accelerare, e questo perché gli intervalli di tempo a disposizione dell’Ucraina per costruire adeguate linee difensive a una distanza appropriata dietro un fronte che crolla o prima di un’avanzata russa sono sempre più brevi.

Questo è il motivo per cui da tempo sostengo che, a un certo punto, il crollo non potrà che diventare logaritmico, piuttosto che rimanere lineare in termini di intensità.

L’unica cosa che, a questo punto, potrebbe probabilmente rallentarlo sarebbe una nuova grande mobilitazione da parte dell’Ucraina che coinvolga anche i diciottenni e le donne.

Ma, primo: ciò potrebbe significare il suicidio politico di Zelensky e secondo: anche se la mobilitazione iniziasse ora, ci vorrebbe almeno sei mesi prima di vedere effetti reali.

 

Riflessioni di un analista militare russo sui prossimi mesi di sviluppi nel campo dei droni.

Carri armati e veicoli blindati finti (esche), così come sbarrare gli ingressi dei bunker con reti, ridurranno molto presto significativamente l’efficacia dei droni. Dopo la rivoluzione dei droni, assisteremo a una logica continuazione nello sviluppo di questo tipo di armamento:

l’emergere di uno sciame d’attacco controllato da un singolo operatore.

In termini di impatto sulle tattiche di combattimento, questa innovazione sarà paragonabile all’avvento delle mitragliatrici alla fine del XIX secolo.

 

Uno sciame o pseudo-sciame, armato con diverse testate, distruggerà i veicoli da combattimento protetti da griglie, abbattendo le reti protettive con i primi colpi e inserendo poi una carica cava nel “ventre molle”.

 Allo stesso modo, lo sciame romperà reti e rinforzi sulle blindature o sulle caponiere dei veicoli.

Un principio simile è attualmente utilizzato, soprattutto con i droni a fibra ottica, ma solo pochi operatori sono attualmente operativi.

Tra pochi mesi, vedremo sciami di 5, 10 o 15 droni entrare in un’area ed effettuare pattugliamenti di combattimento, distruggendo tutto ciò che si trova nel mirino delle loro telecamere.

 Dopo che un veicolo corazzato da combattimento sarà stato distrutto, l’operatore finirà gli equipaggi e le truppe che tentano la fuga.

Attualmente, il personale spesso riesce nell’impresa, ma, all’apparire di uno sciame, il salvataggio sarà più una questione di fortuna che di una manovra pratica.

 

Sono fiducioso che in quest’area non solo terremo il passo con i nostri avversari, ma li supereremo.

Il nostro esercito e il nostro complesso militare-industriale stanno facendo passi da gigante verso il futuro, anche se non è immediatamente evidente dai notiziari e dai notiziari militari.

Il destino stesso sta ancora una volta costringendo la Russia a rimettersi in piedi e, dopo una bella batosta iniziale, a emergere come la potenza militare più avanzata e potente.

Siamo solidali con le tigri di carta, indipendentemente dall’entità del budget militare che possono avere a disposizione.

(Simplicius).

(simplicius76.substack.com).

(simplicius76.substack.com/p/desperate-special-forces-bid-to-save).

 

 

 

 

Religione e potere: il revival cristiano

che minaccia la democrazia.

Micromega.net - Stephen Evans – (25 Settembre 2025) – ci dice:

 

 

A differenza di quanto afferma la destra, la democrazia liberale non nasce dalla religione, ma dalla volontà di affrancarsene.

Religione e potere: il revival cristiano che minaccia la democrazia.

Stiamo assistendo a una rinascita spirituale nel Regno Unito?

 Dopo decenni di chiese vuote, si fa sempre più insistente il parlare di una rinascita cristiana.

Ma ciò che sta emergendo somiglia più all’uso del cristianesimo come veicolo per agende politiche e culturali che a un autentico risveglio religioso.

 

Prendiamo, ad esempio, la recente marcia “Unite the Kingdom” di “Tommy Robinson” a Londra, dove il nazionalismo cristiano si è manifestato apertamente.

Tra Union Jack e slogan anti-immigrazione, si sono visti uomini vestiti da crociati, versetti biblici su striscioni, croci levate al cielo e appelli espliciti a “riconquistare” la Gran Bretagna al cristianesimo.

Alcune delle retoriche più allarmanti sono arrivate da “Brian Tamaki”, leader della “Destiny Church” della Nuova Zelanda.

Dal palco, ha tuonato: “Questa è una guerra religiosa… Islam, Induismo, Baháʼí, Buddismo – qualsiasi altra cosa vi interessi – è tutto falso.

Dobbiamo ripulire i nostri paesi.

Dobbiamo eliminare tutto ciò che non conosce o non accoglie Gesù Cristo. Vietare.

 Vietare ogni tipo di espressione pubblica di altre religioni nelle nostre nazioni cristiane.

Vietare la carne halal. Vietare il burqa. Vietare moschee, templi, santuari: non vogliamo queste cose nei nostri paesi”.

 

Mentre la folla applaudiva, diverse bandiere – tra cui una con la scritta “umanesimo laico” – venivano fatte a pezzi sul palco.

 Il tutto durante un presunto “raduno per la libertà di espressione”.

Lo stesso “Robinson” ha invocato sempre spesso la fede come segno distintivo dell’identità britannica.

 Ha raccontato di aver trovato Dio durante l’ultima detenzione, frequentando uno seminario biblico settimanale con un cappellano. “Robinson”, il cui vero nome è “Stephen Yaxley-Lennon”, è uscito di prigione indossando un rosario e ha poi dichiarato al podcaster “Liam Tuffs”: “Ho letto la Bibbia”.

E mentre la leggevo, ho capito che tutto viene dalla Bibbia.

 Ogni detto, ogni cosa, ogni elemento di ciò su cui è costruito il nostro paese viene dalla Bibbia… E quando ha iniziato a decadere questo paese? Quando ha perso la fede e l’identità”.

 

È un leitmotiv molto comune, che ha guadagnato terreno tra i conservatori che sostengono che la perdita della fede sia all’origine del declino nazionale.

L’argomento è che la democrazia liberale occidentale affondi interamente le sue radici nel cristianesimo, e che, a meno di un “ritorno a Dio”, le nostre libertà siano destinate inevitabilmente a svanire.

Il libro best-seller dello storico “Tom Holland”, “Dominion”, è spesso utilizzato per rafforzare questa idea, e viene presentato come prova che i valori moderni non siano altro che cristianesimo mascherato.

Ma questa lettura romanticizzata trascura la lunga e spesso cruenta storia dell’opposizione del cristianesimo ai princìpi democratici.

Lungi dall’aver coltivato la democrazia liberale, la Chiesa ha trascorso secoli a consolidare gerarchie, soffocare il dissenso e opporsi ai diritti individuali.

 Progressi che si sono realizzati non grazie a, ma nonostante il potere religioso.

 

Per oltre mille anni, l’Europa è stata dominata da una Chiesa che difendeva la gerarchia, non la libertà.

La cristianità medievale non fu culla della democrazia, ma una teocrazia che pretendeva obbedienza.

 I re rivendicavano un “diritto divino” al potere, mentre chi metteva in discussione l’autorità religiosa era marchiato come eretico e spesso giustiziato.

 I tribunali ecclesiastici soffocavano il libero pensiero, e i leader religiosi benedicevano la monarchia assoluta.

L’Inquisizione non proteggeva le libertà civili: le schiacciava.

 

Le radici della moderna democrazia liberale affondano nell’Illuminismo, quando i pensatori iniziarono a mettere in discussione l’autorità sia dei monarchi sia delle gerarchie religiose.

“John Locke” sosteneva che i governi devono basarsi sul consenso dei governati e che l’autorità religiosa non deve avere alcun ruolo nella legge.

“Voltaire” ridicolizzava il potere clericale e invocava la libertà di coscienza.

“Thomas Paine”, voce centrale della Rivoluzione americana, attaccava con forza il cristianesimo come sistema di tirannia e superstizione.

 

Questi pionieri della democrazia liberale non difendevano la tradizione cristiana: ne spezzavano la morsa sulla vita pubblica.

La separazione tra Chiesa e Stato, sancita nelle Costituzioni francese e statunitense, rappresentò un rifiuto consapevole del dominio religioso e resta ancora oggi uno dei baluardi più solidi contro il potere clericale e una condizione essenziale per ogni società realmente democratica.

Eppure il Regno Unito continua a mantenere una Chiesa di Stato, lasciando la porta aperta a chi vuole confondere fede e istituzioni.

 

Nel contesto del nazionalismo cristiano che ha mostrato il suo volto per le strade di Londra, i discorsi della “Bible Society” su una “quieta rinascita” cominciano a suonare sinistri.

 Il loro recente rapporto, realizzato con il supporto di “YouGov”, sostiene che la partecipazione mensile alle funzioni religiose in Inghilterra e Galles stia crescendo in modo significativo, in particolare tra i giovani e tra i giovani uomini.

 

È plausibile che esistano sacche di rinnovato interesse religioso – specie in alcuni gruppi sociali o etnici – ma affermazioni roboanti su un risveglio spirituale non reggono a un’analisi seria.

 Come ha sottolineato il professor “David Voas” dell’ “Ucl Social Research Institute”, i dati della” Bible Society” sembrano frutto di una metodologia dubbia, di un’autodenuncia troppo entusiasta della partecipazione alle funzioni (fenomeno ben noto), o di un’anomalia statistica che ignora l’ampia e documentata tendenza al declino della religiosità in termini di partecipazione e convinzione.

Vale la pena notare che le stesse Chiese non segnalano nulla di clamoroso.

I dati ufficiali mostrano che la partecipazione anglicana non è ancora tornata ai livelli pre-pandemia.

Lo stesso direttore della ricerca della” Bible Society”, incalzato alla trasmissione della Bbc “More or Less”, ha ammesso che i dati presentano “anomalie” anche se, a suo dire, non sono “completamente campati in aria”.

Una difesa piuttosto tiepida, insomma.

 

In ogni caso qualcosa sta succedendo.

 Anche se il nazionalismo cristiano nel Regno Unito e in Europa può sembrare meno marcato che negli Stati Uniti, i finanziamenti e l’influenza della “Christian Right americana” stanno cominciando a infiltrarsi nella politica britannica e il raduno dei giorni scorsi è un segnale chiaro che la religione viene sempre più utilizzata per ridefinire l’identità nazionale.

È significativo che il più acceso sostenitore della “ricristianizzazione” della vita pubblica in Parlamento, “Danny Kruger”, abbia appena abbandonato i Conservatori per unirsi a “Reform UK”.

Incaricato di aiutare il partito a “prepararsi al governo”, è probabile che spinga verso un nazionalismo cristiano, presentando il ritorno all’identità cristiana come rimedio alla frammentazione sociale e alla perdita di valori.

 

È possibile che “Nigel Farage”, populista più abile di Kruger, intuisca che una narrazione incentrata su una religione che alla maggior parte dei britannici non interessa, rischi di cadere nel vuoto, come dimostra l’intervento recente di “Kruger” sul nazionalismo cristiano in una Camera dei Comuni pressoché deserta.

Messaggi di questo tipo rischiano di limitare il potenziale attrattivo del partito e allontanare potenziali elettori.

Tuttavia, si può star certi che qualunque movimento politico influenzato da Kruger sarà ostile ai princìpi laici.

Non è il momento della compiacenza.

Gli elettori britannici devono diffidare di politici che spacciano agende settarie sotto le spoglie di un rinnovamento morale.

Questa strada non porta a una rinascita democratica, ma alla teocrazia.

Usare il cristianesimo come “baluardo contro il fondamentalismo islamico” rischia di sostituire una forma di estremismo religioso con un’altra, approfondendo le divisioni, invece che difendere la democrazia.

 

La democrazia liberale occidentale non è stata costruita sulla “Scrittura”, ma sulla volontà di affrancarsene.

 L’idea che solo la religione possa salvaguardare le nostre libertà non solo falsifica la storia:

minaccia la democrazia minando i princìpi laici che garantiscono i diritti e le libertà di tutti.

In tempi di crescenti tensioni e divisioni profonde, l’ascesa della politica identitaria anti-laica è tanto divisiva quanto pericolosa.

 Laicità non significa cancellare la fede; significa garantire che nessuna fede sia privilegiata sulle altre.

 In un mondo sempre più polarizzato, difendere i valori laici e inclusivi non è solo importante:

 è essenziale per proteggere la democrazia, la libertà e l’equità per tutti.

 

 

 

Religione e Democrazia verso il Nuovo.

Cosmopolisonline.it - Marco Ventura – (1° gennaio 2022) – ci dice:

 

Verso la nuova democrazia.

La prima ragione per cui ci interessiamo al rapporto tra religione e democrazia è che la democrazia si sta trasformando in qualcosa di diverso da ciò che l’Occidente ha elaborato e sperimentato nelle rivoluzioni di Sette-Ottocento, nelle codificazioni, negli stati laici, nei diritti umani del secondo dopo guerra. La globalizzazione economica e mediatica, l’internazionalizzazione e la regionalizzazione del diritto, i nuovi rapporti tra pubblico e privato hanno eroso il sistema democratico tradizionale centrato sulla sovranità statuale.

Non per questo deve parlarsi di fine della democrazia:

l’integrazione europea è in sé un grande esperimento di democrazia transfrontaliera, così come di nuova democrazia si tratta nella gestione della società multiculturale (il diritto di voto degli immigrati), aperta (la rappresentanza politica femminile), localizzata (la sussidiarietà), complessa (la governance).

La sperimentazione del nuovo spinge a recuperare e capire meglio il vecchio.

Cosa hanno significato, nella democrazia greca, il politeismo, l’oligarchia, Socrate e Platone?

Cosa e quanto hanno dato i canonisti mentre, come “Bernardo di Pavia” nel suo “Summa de electione”, definivano concetti chiavi della decisione collegiale e del principio di maggioranza o, come “De Vitoria”, vincolavano il sovrano al diritto naturale?

Idee, conflitti, interpretazioni ed esperienze raccontano una straordinaria molteplicità e contraddittorietà di elementi dietro l’unica parola democrazia.

 Non sempre tale ricchezza è rispettata.

 Non sempre è facile conservare equilibrio quando l’impatto politico e la posta ideologica in palio sono così alti.

La logica dei media e della politica – ma anche degli schieramenti ideologico-religiosi – spinge alla semplificazione.

Prevalgono gli estremi per cui il cristianesimo, e solo il cristianesimo, ha fatto la democrazia (dimenticando l’apartheid e le dittature sudamericane) o, al contrario, la democrazia è il frutto del trionfo della ragione illuminata sulla religione oscurantista (dimenticando i totalitarismi marxisti-leninisti).

 Per quanto fisiologico in tempi di transizione, il rischio di piegare la ricca complessità dello sviluppo democratico a comode tesi manichee va visto, detto e gestito.

Soprattutto quando la democrazia è termine di confronto del religioso.

 

Verso la nuova religione.

Il quale religioso è a sua volta non meno instabile e mobile, soggetto e oggetto di profonde trasformazioni nel tempo, nello spazio e nelle diverse tradizioni religiose e confessionali.

 Anche se in qualche modo il cambiamento del religioso è meno visibile e meno percepito – più negato – di quanto non sia il cambiamento della democrazia.

Perché oggi – anche quando si parla di democrazia – è anzitutto il ritorno del religioso a colpire.

 È il fatto che la religione non sembra più, come qualche decennio fa, un fenomeno recessivo e marginale, ma al contrario un fattore coinvolgente e montante, nella sua dimensione individuale e collettiva non meno che nella dinamica politica.

 Si parla di democrazia e religione perché la religione bussa alla porta dei Parlamenti, mette i piedi nella pubblica piazza, interpella scienza e tecnica, parla nelle parole dei giudici.

Aperta la strada da “Kepel” negli anni Ottanta con il suo fortunato «la revanche de Dieu», il ritorno del religioso diviene una formula che funziona a tutto campo ed in particolare nella cultura – dove crescono articoli, volumi e riviste – e nella politica – dove crescono strette di mano, discorsi, concordati.

Che il religioso ritorni non significa che ritorni eguale a prima.

 Invece curiosamente questa è spesso l’impressione.

Si parla di fondamentalismo – di fondamentalismi – perché a fronte di una democrazia in transizione la religione si accredita nei suoi fondamentali e nella sua propria stabilità.

 Una risposta da lontano – i secoli di storia che le tradizioni religiose possono mettere sul piatto – e ovviamente una risposta dall’alto – l’alto da cui parla la parola di Dio inverata nella natura e nella ragione.

“Religione e democrazia” dovrebbe dunque essere lo scambio tra sicurezza e incertezza, stabilità e mutamento, profondo e effimero.

Tale è spesso la strategia di uomini di politica e uomini di religione la cui legittimità sta nello squilibrio tra una democrazia fragile che invoca aiuto e una religione solida che soccorre.

Senonché anche la religione vive – non meno della democrazia – difficili tempi di cambiamento.

Vi sono religioni nuove e altamente competitive.

Vi sono nuove religiosità molto selettive a proposito delle quali si è parlato di religione à la carte.

Vi sono una nuova interazione e nuovi meticciati tra religioni e confessioni favoriti dalla globalizzazione e dalla società multiculturale.

 Vi sono infine nuove e molteplici appartenenze all’interno delle medesime chiese e comunità. Il paesaggio inquieta non poco le autorità religiose responsabili di preservare il deposito di tradizioni e l’unità istituzionale.

Non è soltanto un problema di competizione con testimoni di Geova e buddisti, più bravi dei cattolici a fare il porta a porta o a profumare le sale di preghiera.

 È in questione il rapporto tra unità e diversità su cui si sono costruite le tradizioni religiose, e soprattutto l’identità e l’appartenenza, il contenuto di un’esperienza di fede.

In fondo, cosa si intende per religione e in cosa crede chi crede.

 Proprio nel tempo dell’apparente riproporsi trionfante delle vecchie e rassicuranti identità, la religione si muove verso una nuova religione.

Anche per questo il rapporto con la democrazia è cruciale.

 

Verso una democrazia religiosa.

 

Elementi macroscopici sembrano ostare ad una vera e profonda conciliazione tra democratico e religioso. Alcuni elementi sono storici, come la rottura dell’illuminismo e della Rivoluzione francese e la separazione – quel tipo di separazione – tra politica e religione. Altri elementi sono persistenti ed intrinseci in quanto direttamente attinenti al rapporto tra religione rivelata – implicante una dinamica dall’alto al basso – e sovranità popolare democratica – implicante una dinamica dal basso in alto. Per quanto le religioni abbiano integrato metodi e logiche democratiche (elezioni, collegi) e per quanto le religioni – tutte le religioni in un modo o nell’altro – siano state esse stesse laboratori di democrazia quando hanno pensato il principio maggioritario o la superiorità del popolo sul tiranno, la democrazia occidentale liberale si afferma in coincidenza con la fine di ogni “ingerenza di Dio” nell’allocazione della sovranità e nella relativa libertà di esercizio.

Tuttavia l’età della nuova democrazia e della nuova religione apre una ulteriore stagione nei rapporti tra queste due asimmetriche realtà e spinge a ripensare gli ostacoli che fin qui si sono opposti ad una maggiore integrazione reciproca.

Il primo passo è la rottura del tabù per cui la democrazia non può essere religiosa, nel senso che la sfera pubblica (le istituzioni, la politica, il diritto) deve essere neutralizzata e vuota rispetto al religioso. Su questo tabù occorre intendersi. Non è vero infatti che, come sostiene chi denuncia l’imprigionamento della religione nella sfera privata, la secolarizzazione e l’avvento dello stato laico abbiano comportato l’espulsione del religioso dalla sfera pubblica. Non è accaduto nei totalitarismi nazifascisti che hanno anzi usato la religione col beneplacito di tante autorità religiose e neppure in quelli marxisti-leninisti che hanno a loro volta conservato o creato forme religiose al loro interno. Tanto meno è accaduto nei sistemi e nelle fasi cui si rimprovera un laicismo antireligioso: per intenderci, non è accaduto neppure nella Francia che ha generosamente finanziato le scuole cattoliche e protetto le religioni tradizionali contro la scomoda concorrenza delle “sette” (ritenendo tra l’altro che una croce di modeste dimensioni possa entrare nella scuola pubblica al contrario dei veli islamici). E non accade nella Spagna di Zapatero in cui le garanzie – i privilegi – per la Chiesa cattolica sono intatti (anche perché coperti da una fonte concordataria inattaccabile dal solo Parlamento nazionale). Il tabù della neutralizzazione antireligiosa della sfera pubblica esiste soltanto in sparute e marginali aree della politica e nel vittimismo di autorità religiose in cerca di nuovi riconoscimenti. Oppure in talune reazioni delle opinioni pubbliche occidentali al disegno di colonizzazione (non religiosa ma) confessionale di aree sensibili come il diritto di famiglia. È semmai vero che si avverte la tentazione di usare tale tabù selettivamente – mentre si strizza l’occhio alle autorità religiose maggioritarie – per discriminare religioni scomode come l’Islam.

Ciò che invece esiste è la difficile quotidiana scrittura di nuovi equilibri tra democrazie e religioni. Dove le religioni oscillano tra la difesa della propria libertà – la tradizionale libertas ecclesiae – e l’attacco contro la società occidentale atea e materialista. Al netto dei pochi antireligiosi di professione (ampiamente compensati dai falsi religiosi di comodo) e di autorità religiose in preda al delirio da minaccia laicista, la grande maggioranza di cittadini e attori sociali e politico-religiosi non pensa che la democrazia debba essere antireligiosa e neppure a-religiosa. Pensa che sia possibile – come già abbondantemente praticato – sviluppare ulteriormente una democrazia religiosa. Una democrazia non soltanto capace di riconoscere ampie libertà alla religione, ma anche di includerne valori e principi.

 

 

Verso una religione democratica.

 

Una democrazia religiosa è possibile soltanto a due condizioni.

La prima è insita nel nucleo essenziale della democrazia stessa e dei diritti fondamentali.

Come ha chiarito la Corte dei diritti umani di Strasburgo sul caso turco del disciolto partito della prosperità, l’appartenenza religiosa non può alterare la fondamentale eguaglianza tra cittadini.

O meglio, può darsi diverso riconoscimento statale dei diversi statuti confessionali, ma senza superare il limite dell’eguaglianza nei diritti e le libertà fondamentali.

Al contempo, come insegna la Corte costituzionale italiana, quale che sia la tradizione religiosa del paese o la composizione religiosa dello stesso, lo stato deve mantenere una propria neutralità minima a garanzia della pluralità sociale.

Questo è, in fondo, il sistema affermatosi in Europa al di là delle specifiche differenze nazionali.

Ed è il sistema oggi sfidato in parte dalla crisi delle identità nazionali e in parte dalla domanda di discriminare tra buona e cattiva religione:

una religione cattiva da combattere (perché aggressiva, disgregatrice, incompatibile coi valori europei) e una religione buona da sostenere (perché radicata nell’identità europea, perché mobilitabile in difesa degli interessi minacciati, perché di soccorso alla fragilità dello stato e della nazione).

Ma la condizione più scomoda e problematica riguarda le dinamiche interne ai gruppi religiosi.

 Mentre le istituzioni politiche sembrano aprirsi – talvolta quasi arrendersi – al religioso, in realtà esse stanno spingendo il religioso a trasformarsi in senso democratico.

E pongono tale trasformazione come cauzione della nuova inclusione del religioso nella democrazia.

 È il dibattito sulla compatibilità tra Islam e democrazia, ma anche e soprattutto la tensione interna alle chiese cristiane sull’integrazione nei rispettivi ordinamenti confessionali dei meccanismi e dei principi democratici.

Per alcune chiese protestanti è un vecchio tema in qualche modo risolto già negli anni Sessanta e oggi soltanto problematico rispetto all’unità tra comunità occidentali e non (basti pensare alle tensioni nella comunione anglicana con le chiese africane).

Per le chiese ortodosse è una questione di legame con gli stati di riferimento e di lento reciproco spingersi verso e allontanarsi dalla democratizzazione.

 Nella chiesa cattolica sembra tenere il doppio passo imposto da Giovanni Paolo II:

Santa Sede in prima fila nella comunità internazionale per la democratizzazione e i diritti umani, diritto canonico prudente nell’implementazione interna dei diritti in ossequio al principio di specificità (costituzione gerarchica, sovranità divina, ecc.).

Gli stati non chiedono alle religioni di democratizzarsi.

Non si tratta di una clausola esplicitata.

 Il fatto stesso di una tradizionale democrazia statual-nazionale in transizione verso la democrazia della globalizzazione implica un abbattimento del muro che fin qui ha protetto certe comunità religiose.

Tra conflitti e controtendenze appare comunque inevitabile la sfida di una interazione più profonda della religione con principi e meccanismi della decisione di popolo, dell’equilibrio maggioranza-minoranza, dei diritti fondamentali.

 È un processo simile a quello innescatosi nel Settecento e che ha portato attraverso la crisi ottocentesca le profonde trasformazioni che conosciamo nella stessa chiesa cattolica.

Democrazia religiosa e religione democratica vanno insieme.

Certo non necessariamente il futuro dell’umanità sarà democratico.

Ma se lo sarà, difficilmente potrà esserlo senza una nuova inclusione della religione nella democrazia e della democrazia nella religione.

 

 

 

 

Sudan, l’Assordante Silenzio

di Fronte alla Più Grande

Tragedia Umanitaria del Mondo.

Conoscenzealconfine.it – (3 Novembre 2025) - Eugenio Cardi – ci dice:

 

La catastrofe del Sudan può ora essere descritta solo con superlativi: è la più grande catastrofe umanitaria del mondo, ospita la più grande crisi di sfollamento del mondo e la più grande crisi alimentare del mondo.

“Un incubo vivente”.

 Così le Nazioni Unite descrivono ciò che sta accadendo in Sudan.

 Eppure, mentre il mondo dibatte su altre crisi internazionali, nel terzo Paese più grande dell’Africa si consuma in un conflitto che ha assunto le dimensioni di una catastrofe biblica.

Una catastrofe che si svolge nell’indifferenza quasi totale della comunità internazionale.

 

I Numeri dell’Orrore.

Le cifre sono agghiaccianti e continuano a peggiorare.

Stime indicano che fino a 150.000 persone potrebbero essere morte dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023, con oltre 61.000 vittime solo nella zona di “Khartoum”.

 La carestia da sola ha ucciso circa 522.000 bambini, mentre più di 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, rendendola la peggiore crisi di sfollamento al mondo.

 

Oltre 635.000 persone, incluso il più grande campo profughi del Paese, vivono in condizioni di carestia con un rischio elevato di morte.

 Il Sudan (il terzo Paese africano per grandezza che confina con Egitto, Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Etiopia ed Eritrea), ha più persone in condizioni di carestia rispetto a tutto il resto del mondo messo insieme.

La crisi sanitaria è devastante:

almeno 60.000 casi di colera e più di 1.600 morti sono stati registrati tra agosto 2024 e maggio 2025.

 Secondo le Nazioni Unite, oltre 30 milioni di persone necessitano urgentemente di assistenza umanitaria, in un Paese con una popolazione di circa 48 milioni di abitanti.

 

Le Radici della Tragedia: il Colpo di Stato del 25 Ottobre 2021.

Per comprendere l’attuale catastrofe, dobbiamo tornare indietro di quattro anni.

Il 25 ottobre 2021, esattamente quattro anni fa, il “Generale Abdel Fattah al-Burhan “guidò un colpo di Stato militare, sciogliendo il governo civile di transizione e arrestando il “Primo Ministro “Abdalla Hamdok” insieme ad altri ministri e attivisti.

Il “governo Hamdok”, formatosi dopo la cacciata del dittatore” Omar al-Bashir” nell’aprile 2019, stava guidando una fragile transizione democratica di 39 mesi che avrebbe dovuto culminare in elezioni.

 Hamdok, ex funzionario delle Nazioni Unite, era visto come il volto civile della transizione sudanese.

Dopo intense pressioni internazionali, Hamdok fu reintegrato nel novembre 2021, ma si dimise definitivamente il 2 gennaio 2022, denunciando che la violenza contro i manifestanti aveva causato almeno 56 morti.

 La comunità internazionale aveva fallito nel fornire un adeguato supporto al governo civile durante la finestra critica di opportunità per guadagnare la legittimità del popolo sudanese.

 

Dall’Alleanza alla Guerra Fratricida: Aprile 2023.

Il 15 aprile 2023, esplosioni e colpi d’arma da fuoco hanno scosso la capitale Khartoum, quando le tensioni di lunga data tra il capo dell’esercito “Abdel Fattah al-Burhan” e il leader delle “Forze di Supporto Rapido” (RSF) paramilitari, “Mohamed Hamdan Dagalo”, sono esplose in un terribile scontro.

 

Paradossalmente, i due leader avevano unito le forze nel colpo di stato dell’ottobre 2021 per rovesciare il governo di transizione civile.

 Ora si combattono per il controllo totale del Paese, trascinando il Sudan in una spirale di violenza senza precedenti.

 

La Guerra sui Corpi delle Donne: lo Stupro Come Arma.

L’aspetto maggiormente terrificante di questo conflitto è l’uso sistematico della violenza sessuale come arma di guerra.

 Gli esperti delle Nazioni Unite hanno condannato fermamente le violazioni diffuse e sistematiche commesse contro donne e ragazze in Sudan, inclusa la violenza sessuale legata al conflitto, i rapimenti e gli omicidi, molti dei quali sono stati attribuiti alle “Forze di Supporto Rapido”.

 Dall’inizio del 2025, almeno 330 casi di violenza sessuale legata al conflitto sono stati documentati, anche se si ritiene che il numero reale sia significativamente più alto a causa della sottostima.

 

I sopravvissuti, inclusi bambini, affrontano enormi barriere nell’accesso alle cure mediche o psicologiche.

 Oltre 12 milioni di donne e ragazze – e sempre più uomini e ragazzi – sono a rischio di violenza sessuale, un aumento dell’80% rispetto all’anno precedente.

Le RSF hanno inflitto violenza sessuale diffusa su donne e ragazze di appena 15 anni in tutto il Sudan per umiliare, affermare il controllo e spostare le comunità in tutto il Paese.

 

Un rapporto dell’UNICEF ha analizzato 221 casi di stupro contro bambini registrati dall’inizio del 2024.

Sedici dei casi riguardavano bambini sotto i cinque anni, con quattro bambini di un anno che erano i sopravvissuti più giovani.

 In villaggi come Al Seriha, Azrag, Ruffa e Abu Gelfa, diverse donne si sono tolte la vita in seguito ad aggressioni traumatiche, e i sopravvissuti stanno sempre più contemplando apertamente il suicidio come mezzo per sfuggire agli orrori in corso del conflitto.

 

Pulizia Etnica e Genocidio in Darfur.

 

Per comprendere al meglio l’attuale tragedia, è essenziale capire cos’è il Darfur.

 Si tratta di una vasta regione nell’ovest del Sudan, al confine con il Ciad, abitata da diverse etnie: gruppi africani non-arabi (come i Fur, i Masalit e gli Zaghawa) e gruppi arabi nomadi.

Questa diversità etnica, combinata con decenni di marginalizzazione economica e politica da parte del governo centrale di Khartoum, ha reso il Darfur teatro di conflitti ricorrenti.

 

Tra il 2003 e il 2005, il Darfur fu teatro di quello che molti definirono un genocidio:

le milizie Janjaweed (“diavoli a cavallo”), supportate dal governo di Omar al-Bashir, massacrarono circa 300.000 persone e ne sfollarono milioni in quella che fu definita pulizia etnica contro le popolazioni africane non-arabe.

Quelle stesse milizie Janjaweed si sono poi trasformate nelle attuali Forze di Supporto Rapido (RSF).

 Così l’incubo si ripete.

Oggi, quasi vent’anni dopo, il Darfur sta rivivendo un incubo.

 

Diverse ONG, tra cui “Human Rights Watch”, hanno documentato prove di numerose atrocità di massa commesse durante il conflitto, suscitando accuse di pulizia etnica e crimini di guerra.

 Il Dipartimento di Stato americano ha concluso che le RSF e le milizie alleate hanno commesso genocidio in Sudan, uccidendo sistematicamente uomini e ragazzi – persino neonati – su base etnica, e prendendo deliberatamente di mira donne e ragazze di certi gruppi etnici per stupro e altre forme di violenza sessuale brutale.

 

“El Fasher”, la capitale del “Nord Darfur”, è attualmente circondata e sotto assedio dalle RSF, l’ultimo centro abitato in Darfur che non è caduto sotto il loro controllo. La keniota “Alice Wairimu Nderitu”, Consigliera Speciale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio dal novembre 2020 fino ad agosto 2025, ha avuto modo di affermare che “è indiscutibile che i fattori di rischio e gli indicatori di genocidio e crimini correlati sono presenti a El Fasher, e i rischi stanno aumentando“.

 

Il Silenzio Assordante del Mondo Intero.

Ciò che rende questa tragedia ancora più scandalosa è il silenzio quasi totale della comunità internazionale.

Funzionari occidentali e operatori umanitari che lavorano sul Sudan dicono di essere sconcertati e inorriditi dalla mancanza di attenzione e risorse internazionali che il conflitto sta ricevendo, specialmente rispetto alla risposta globale al conflitto nel 2006. Il contrasto con il passato è stridente.

Vent’anni fa, la campagna “Save Darfur” mobilitò celebrità di Hollywood, atleti olimpici e politici di tutto il mondo.

 

Oggi?

Non ci sono manifestazioni, nessuna celebrità di serie A, nessun appello per interventi militari esterni.

Pochi leader mondiali vanno oltre il servizio retorico nel condannare le atrocità.

I gruppi umanitari sono in difficoltà per le risorse necessarie ad affrontare la crisi umanitaria causata dalla guerra.

 Nel febbraio 2024, Medici Senza Frontiere ha avvertito che in un solo campo profughi nel Nord Darfur, un bambino moriva ogni due ore per malnutrizione.

In aprile, nel primo anniversario del conflitto, i gruppi umanitari hanno affermato che il piano internazionale di risposta umanitaria per aiutare i sudanesi era finanziato solo al 6%.

 

Le Ragioni dell’Indifferenza.

Perché il mondo volta lo sguardo?

Funzionari diplomatici e umanitari hanno alcune teorie sul perché le atrocità in Darfur e in tutto il Sudan ricevano così poca attenzione ora rispetto agli anni 2000, ma nessuna fornisce una risposta completa.

 Molti credono che il focus internazionale si sia spostato verso guerre più “visibili”, come quelle in Ucraina e Gaza, rendendo il Sudan meno prioritario.

Queste guerre hanno attirato un’estesa attenzione mediatica e politica.

In confronto, gli appelli del Sudan, principalmente espressi attraverso le agenzie delle Nazioni Unite, hanno ricevuto poche risposte e poco serie.

A livello regionale, il conflitto è spesso descritto come un conflitto tribale o etnico, con il governo che incita gli arabi contro gli africani.

Vedere questo conflitto esclusivamente come un nuovo conflitto tribale è una sfortunata visione occidentale dei conflitti in Africa.

 

Questa narrazione può forse spiegare perché la crisi in Sudan non sta ricevendo attenzione e discussione mediatica di massa, come è successo nel caso del Ruanda e di altri conflitti e genocidi in Africa rappresentati esclusivamente come conflitti tribali o etnici.

Eppure una tragedia orribile si svolge nella regione del Darfur in Sudan, caratterizzata da massacri sistematici, sfollamenti e pulizia etnica.

C’è un silenzio inquietante da parte dei governi africani e delle organizzazioni regionali.

Questa apatia rappresenta un tradimento dei principi del panafricanismo, della solidarietà e della protezione della dignità umana.

 

Un’Eredità di Fallimenti.

 

A parte il “Comitato Internazionale della Croce Rossa”, spesso a cui viene negato l’ingresso in situazioni di conflitto interno, non esiste alcun meccanismo internazionale prontamente disponibile per proteggere i civili coinvolti nella violenza all’interno dei propri Paesi.

Esiste una “Convenzione sul Genocidio”, ma non ci sono meccanismi internazionali per prevenire il genocidio o le uccisioni di massa e nessun meccanismo di applicazione.

 

Le azioni delle Forze di Supporto Rapido in Darfur Occidentale contro i civili sudanesi corrispondono alla definizione di genocidio della Convenzione del 1948 sulla Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio.

Nonostante questa situazione, non è avvenuto alcun intervento internazionale di impatto.

 

Dall’inizio della guerra, almeno 84 operatori umanitari sono stati uccisi, tutti sudanesi.

Un incidente significativo si è verificato in aprile, quando le RSF hanno attaccato il campo sfollati di “Zamzam”, affetto da carestia nel Nord Darfur, provocando la morte di nove operatori di “Relief International” (ONG che opera in 16 Paesi tra Asia, Africa e Medio Oriente e fornisce servizi legati a salute e nutrizione, istruzione, sviluppo economico e acqua, igiene e servizi igienico-sanitari per persone che vivono nei contesti più fragili del mondo) e più di 100 civili, inclusi almeno 20 bambini.

 

Un Appello alla Coscienza Mondiale.

La catastrofe del Sudan può ora essere descritta solo con superlativi: è la più grande catastrofe umanitaria del mondo, ospita la più grande crisi di sfollamento del mondo e la più grande crisi alimentare del mondo.

 Il Sudan non è solo un Paese lontano di cui non sappiamo nulla.

È il terzo Paese più grande dell’Africa, con una storia ricca e complessa, una popolazione di quasi 50 milioni di persone che meritano la stessa attenzione e dignità di qualsiasi altra popolazione in crisi.

 

Ciò a cui stiamo assistendo non è solo una crisi politica o umanitaria, è un test morale per il mondo.

Se il silenzio continua a essere la risposta internazionale, allora dobbiamo ripensare cosa significhino realmente solidarietà, giustizia e persino umanità.

(Eugenio Cardi).

(ilgiornaleditalia.it/news/esteri/743742/sudan-l-assordante-silenzio-di-fronte-alla-piu-grande-tragedia-umanitaria-del-mondo-quando-l-indifferenza-diventa-complicita.html).

 

 

 

 

 

Perché la democrazia ha bisogno della religione.

 

Naufraghi.ch – (7 Gennaio 2024) – Silvano Toppi – ci dice:

Per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo.

Tra le cose più astruse o gli atteggiamenti più assurdi di questi giorni c’è da un lato l’uso  o lo sfruttamento “economico” dell’avvenimento religioso (o del tempo scandito dal fatto religioso, dal Natale sino all’Epifania, ridotta anch’essa a Befana o altra occasione di doni e commercio) e la quasi riluttanza, d’altro lato, a fare di quell’avvenimento, perché religioso, un atto di condivisione “sociale” (tanto da augurare ormai perlopiù un generico Buone Feste, evitando lo specifico o compromettente Buon Natale).

 

Alcuni che ne parlano o ne scrivono, rilevandone i valori simbolici (come la pace, la generosità, la solidarietà, la fratellanza tra i popoli), tengono a porre subito come premessa o a precisare, a scanso di chi sa quale equivoco, “lo faccio da agnostico quale sono”.

 Agnostico deriva dal termine greco che significa ignoto;

gli viene quindi attribuito, per estensione, il significato di “colui che non prende posizione riguardo ad ogni attività che comporti una scelta (religiosa o politica)”.

 E siamo di fronte ad un primo “non-senso” o a una grossolana contraddizione: ammetto che sono buoni e condivisibili quei valori ma, qui, essendo propanazione “religiosa” ed essendo anche stati spesso maltrattati o profanati nella “storia religiosa”, devono rimanere solo piacevole narrazione, al massimo proficua tradizione, comunque (filosoficamente) accidenti e non sostanza.

 

Dunque, ci sta l’uso e abuso economico, in quanto genera attività, consumo, crescita e profitto: infatti, tutti lì, con le percentuali, a dire già ora se vendite e profitti nel periodo natalizio sono andati meglio o peggio rispetto all’anno prima.

 

Ci sta invece poco o niente, proprio per quei valori, l’uso “sociale” o, potremmo anche dire, politico, democratico, di senso o profitto democratico, per la comunità, la società.

 

Perché mai si accetta quindi l’uno e si nega o ci si distanzia dall’altro?

 

Una società a corto di fiato.

“Questa società è a corto di fiato, ansimante, impigliata in una immobilità che le costa caro.

Constatiamo che questa società è alla disperata ricerca di un modo alternativo di relazionarsi con il mondo, di essere nel mondo.

 E dove può cercare vie per entrare in relazione con la vita, l’universo, il cosmo e la natura?

 Dove trovare questo “deposito” alternativo?

“La risposta alla domanda se la società odierna o anche la democrazia abbiano ancora bisogno delle religioni non può essere che: “sì […]

Le religioni, le Chiese possono svolgere un ruolo importante, molto importante, in questa società.

Semplicemente perché credo che abbiano qualcosa da offrire alla società”.

 

Queste affermazioni sono tratte da un testo del filosofo-sociologo tedesco “Harmut Rosa”, che appartiene alla tradizione della sociologia critica di Adorno e Horkheimer (v. Demokratie braucht Religion, Kösel Verlag, 2022; tradotto  in francese: Pourquoi la démocratie a besoin de la religion, La découverte, 2023). Quel suo “si” si fonda su due concetti fondamentali del suo pensiero riassunti nelle parole “accelerazione” e “risonanza” (v. anche: Risonanza: una sociologia delle relazioni al mondo, Einaudi, 2016).

 

Stallo a rotta di collo.

Uno dei paradossi della nostra società è che si trova ferma in uno stato di continua accelerazione frenetica.

“La forma attuale dell’economia mondiale dipende in maniera essenziale dalla logica della crescita, tanto che senza di essa non sarebbe possibile far fronte alle crisi.”

In altre parole: la nostra società è costretta con ogni modo ad una corsa continua di crescita economico-finanziaria, non per costruirsi un futuro, ma per mantenere lo stato in cui si trova (lo status quo).

Si spendono quindi sempre più energie per sostenere ciò che esiste.

“Harmut Rosa” traduce quella condizione paradossale in una serie di ossimori che possiamo tradurre come stabilizzazione dinamica, immobilismo frenetico, stallo vertiginoso, stallo a rotta di collo.

 

Desincronizzazione della politica.

Lo stesso dicasi per la modernità politica, aggiunge “Rosa”.

La democrazia opera per definizione secondo un modello di stabilizzazione dinamica, cioè secondo un ciclo ripetitivo di elezioni… in cui prevale l’aspirazione a conservare l’ordine politico esistente:

“per di più, i programmi su cui si basa la competizione politica, seguono invariabilmente la logica dell’escalation delle promesse con cui i candidati cercano di sbaragliare la concorrenza nelle elezioni.”

Mentre aumentano i cambiamenti tecnologici e la velocità della vita culturale ed economica, il ritmo della democrazia rallenta e si spiega in tal modo il “livello spaventoso di desincronizzazione tra la politica e i sistemi che essa cerca di controllare e governare”.

 

Le riforme politiche mirano ormai soltanto a mantenere o rendere le società competitive e a sostenerne le capacità di accelerazione.

 L’incapacità di visione politica, che ne deriva, rende inaffrontabili le grandi questioni che ci attanagliano: migrazioni, guerre, emergenze climatiche e ambientali, minaccia nucleare.

Da un punto di vista culturale, poi, è la paura, non la promessa, la principale forza dinamizzante.

 

La risonanza.

Che c’entra quindi, a questo punto, la risonanza?

 In parole semplici:

 per riuscire a sfuggire all’atteggiamento o alle imposizioni aggressive dell’accelerazione (come descritta), per uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo.

“La frenesia del controllo inibisce la nostra capacità di lasciarci interpellare e commuovere dal mondo in cui viviamo, come  sarebbe nel caso della musica, della poesia, delle arti visive; come potremmo percepirci attraverso la visione, il sentimento della natura, in un campo coltivato o in un bosco selvaggio”.

 

E “Harmut Rosa” ha appunto una parola per caratterizzare queste esperienze: risonanza.

Contrapposta alle due altre modalità di relazione tra io e mondo e cioè l’indifferenza e la repulsione.

 “Sebbene sia tremendamente difficile definire questi modelli di relazione io/mondo (Weltbeziehungen) in una maniera filosoficamente precisa, è piuttosto semplice specificarli come fenomeni, come ad esempio quando ascoltiamo un brano musicale che ci fa accapponare la pelle.

 Perciò, per risonanza intendiamo una relazione reciproca “benevola” tra l’io e il mondo che richiede una certa apertura da parte del soggetto e un ambiente che sia “responsivo”…

La nozione di risonanza può rimpiazzare quella di “identità” come metro per misurare la qualità della vita.

 

La relazione diversa con il mondo.

Perché quindi la democrazia ha bisogno della religione?

 Perché apre uno spazio nella contraddizione o nel paradosso impostoci dall’economia neo-liberista.

Perché ci dice che possiamo disporre di altri elementi per avere un rapporto con il mondo, diversi da quelli della crescita o dello sfruttamento.

A cominciare dal concetto di tempo, che non è solo risorsa economica.

 

“La mia tesi”, dice Helmut Rosa, “è che la religione non deve assolutamente essere un ostacolo alla “democrazia risonante” ma, se compresa e vissuta in modo giusto, può davvero essere una risorsa importante, addirittura cruciale…

La religione ha un patrimonio di narrazioni, un serbatoio cognitivo, riti e pratiche, spazi, dove un cuore in ascolto, in risonanza, può essere esercitato e forse sperimentato…

 La religione trae la sua grande forza dal fatto che alimenta una sorta di promessa verticale di “risonanza” che dice:

l’universo silenzioso, freddo, ostile o indifferente, non è alla base della mia esistenza, ma c’è sempre una relazione di risposta….

Restando al cristianesimo, sta nel fatto che la ragione della mia esistenza non è l’universo silenzioso, il puro caso o una controparte ostile, ma che esiste una relazione di risposta:

“Ti ho chiamato per nome…”.

Se questa non è risonanza!

 

“Ciò che mi interessa è il tipo di relazione con il mondo che può nascere attraverso o nella pratica religiosa;

sono i tre assi di risonanza: tra gli umani, dall’umano verso le cose, e dall’umano verso l’alterità inglobante.

Dogmatismo, fanatismo e fondamentalismo impediscono questa “risonanza” e la dimensione della risposta.

Se la società perde tutto questo, se dimentica questa modalità di relazione, sarà definitivamente perduta.

Per questo la risposta alla questione se la società, la stessa democrazia, hanno ancora bisogno oggi della religione non può essere che sì”.

Per quei valori che devono farne la sostanza, in antitesi o non in risonanza con quegli “accidenti” che l’appesantiscono.

 

 

 

L’uso della religione come strumento

di controllo sociale e manipolazione politica.

Pensalibero.it – Redazione - (12 Gennaio 2024) – ci dice:

 

L’uomo è un animale sociale, anche se spinto da un forte individualismo, trova il suo completamento all’interno di un gruppo sociale.

 Già nel IV secolo a.C., Aristotele ha affermato la tendenza dell’essere umano alla socialità.

Siamo per natura portati a stare in contatto con l’altro, che addirittura è parte essenziale del definirsi e nel completarsi della nostra identità.

 Le persone associate in un determinato gruppo hanno sempre, sin forse dall’esistenza dell’uomo stesso, cercato risposte attraverso oracoli, idoli, riti creando così le religioni.

 Domande alle quali altrimenti la ragione, la scienza non riuscirebbero a dare.

Sosteneva” Durkheim”, attraverso la religione, partecipano a una comunità morale che rinsalda i legami e contribuisce al mantenimento della società stessa.

La religione è un fatto sociale non solo perché è creata dalla società, ma perché le sue funzioni ne permettono il consolidamento.

Quindi consapevolmente per pochi ed inconsapevolmente per tanti la religione è da sempre stato uno strumento di controllo sociale.

 

Un controllo sociale che viene di fatto, diffuso sin dalla tenera età creando una base di credenze, di modi di essere, di gestualità che la persona si porterà vita “natural durante”.

Secondo “Karl Marx”, la religione è espressione di una falsa coscienza ed è una ideologia che permette alle classi dominanti di mantenere il proprio potere, da qui la famosa frase “Die Religion ist das Opium des Volkes” , tradotto, “la religione è l’oppio del popolo”.

 Attraverso la religione, il proletariato è consolato nelle sue sofferenze che solo un mutamento dei rapporti di potere potrebbe risolvere ovvero con la lotta di classe.

Il riscatto dal dolore e dalla miseria, secondo la religione, avviene nell’aldilà.

 

Ma prima chiariamo cosa si intende per ordine sociale.

Il tema dell’ordine sociale, affrontato sia nella filosofia politica del Seicento, specialmente con “Hobbes”, che nei successivi sviluppi del pensiero socio-politico del Settecento e dell’Ottocento, trova una reinterpretazione distintiva nella sociologia.

Questa disciplina prende le distanze da interpretazioni basate su una concezione dell’ordine sociale come risultato di leggi naturali o di un contratto implicito tra individui, anche se successivamente queste teorie verranno confutate.

Secondo il pensiero di Durkheim e altri sociologi, l’ordine sociale di una società è il frutto di un processo continuo di sedimentazione e selezione di norme e forme organizzate di relazioni tra i suoi membri.

 Questo processo è dinamico, e l’ordine sociale di un periodo storico tende ad essere superato o sostituito da un ordine diverso.

Anche in situazioni di stabilità apparente, l’adesione alle norme da parte degli individui è raramente totale.

Il processo di socializzazione gioca un ruolo fondamentale nella formazione dell’ordine sociale, intervenendo culturalmente sulla formazione degli individui fin dalla loro infanzia.

 Tuttavia, la socializzazione da sola non garantisce la stabilità di un ordine sociale, soprattutto in società complesse, dove diventa difficile armonizzare gli orientamenti valoriali e gli interessi dei singoli individui o gruppi.

 

Le sanzioni rappresentano un meccanismo di controllo sociale quando l’azione educativa della socializzazione non è sufficiente.

 Queste sanzioni variano dalla riprovazione sociale alla punizione e mirano a indurre conformità alle norme e al mantenimento del sistema di ruoli e relazioni sociali.

Il controllo sociale, dunque, svolge una duplice funzione persuasiva e dissuasiva nel promuovere l’adesione alle norme e nel prevenire comportamenti devianti.

 Tuttavia, questo controllo non è privo di sfide, poiché può generare contraddizioni e disallineamenti all’interno di un ordine sociale.

 La capacità del sistema sociale di accettare una certa quantità di dissonanze contribuisce alla sua stabilità, consentendo anche l’espressione di comportamenti innovativi.

Inoltre, l’idea di un ordine sociale diventa talmente internalizzata che la maggior parte dei membri si comporta come se fosse implicitamente esistente e vincolante, contribuendo così alla sua riproduzione.

La difesa di un ordine sociale spesso implica l’esercizio del potere, e ogni ordine sociale contiene implicitamente un richiamo a tale esercizio, e quale è la forma più atavica di questo esercizio, sicuramente la religione.

 

Le religioni, i miti, le credenze si sono sviluppate in ogni luogo della terra, ove vi era un piccolo gruppo di persone, anche in una società allo stato embrionale.

 In occidente, il primo che uso la religione quale controllo sociale in maniera sistemica fu “Costantino I”, noto anche come “Costantino il Grande”, fu imperatore romano dal 306 al 337 d.C..

La sua conversione al cristianesimo e la conseguente adozione di politiche favorevoli alla Chiesa cristiana ebbero un impatto duraturo sulla storia dell’Impero e sulla diffusione del cristianesimo in tutto l’occidente.

 Come la storia insegna e si ripete.

 La tradizione narra che Costantino abbracciò il cristianesimo dopo la celebre visione della croce nel cielo prima della Battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.C.

Secondo la leggenda, vide un simbolo cristiano nel cielo con l’iscrizione “In hoc signo vinces” (Con questo segno vincerai) e, seguendo questa visione, adottò il Cristianesimo.

Nel 313 d.C., Costantino emise l’”Editto di Milano” insieme al co-imperatore Licinio.

Questo editto garantiva la libertà religiosa a tutte le comunità religiose dell’Impero, ponendo fine alle persecuzioni contro i cristiani.

Questa mossa fu fondamentale per il cristianesimo, poiché garantiva ai seguaci di questa fede la libertà di praticare e diffondere la loro religione senza timore di persecuzioni.

Successivamente, Costantino convocò il Concilio di Nicea nel 325 d.C., un’assemblea di vescovi cristiani, al fine di risolvere le dispute dottrinali all’interno del cristianesimo, in particolare la controversia ariana.

 Il concilio fu cruciale per definire alcuni degli elementi fondamentali della dottrina cristiana, come la formulazione del “Credo niceno”.                          Nel 324 d.C., Costantino trasferì la capitale dell’Impero romano da Roma a Bisanzio, che in seguito fu rinominata Costantinopoli (l’odierna Istanbul).

Questo spostamento contribuì a consolidare ulteriormente l’influenza della cultura e della religione cristiana nell’Impero, poiché Costantinopoli divenne un importante centro cristiano.

 Va notato che, mentre Costantino adottò il cristianesimo e fu coinvolto in questioni ecclesiastiche, la sua conversione non significò necessariamente una profonda comprensione o adesione personale a tutti gli aspetti della dottrina cristiana quindi si può dire che la sua conversione può essere stata più strategica che motivata da convinzioni teologiche profonde.

 

Altri e tanti sono gli esempi nella storia occidentale, passando per i Re d’Italia che assurgevano al trono “Per grazia di Dio e per volontà della Nazione” arrivando ai giorni nostri attuali politici che richiamano continuamente le radici cristiane.

 

Concludendo l’uso della religione come strumento di controllo sociale è un fenomeno che ha caratterizzato molte società nel corso della storia. Questa pratica è stata sfruttata da autorità politiche e istituzioni religiose per influenzare le credenze, i comportamenti e la coesione sociale.

La religione quindi sintetizzando si può considerare quindi come:

 

1. Strumento di Legittimazione del Potere: In molte società, le  élite politiche hanno utilizzato la religione per legittimare il loro potere. Associando il governo a divinità o principi religiosi, le autorità cercano di guadagnare la fiducia e l’obbedienza della popolazione, presentando il loro dominio come voluto o approvato dalle divinità.

 

2. Controllo Morale e Etico: La religione spesso fornisce un quadro etico e morale che contribuisce a stabilire norme di comportamento nella società. Le autorità religiose possono sfruttare questo ruolo per influenzare e controllare le azioni delle persone, promuovendo valori che supportano l’ordine sociale esistente.

 

3. Conservazione della Struttura Sociale: Le istituzioni religiose possono essere utilizzate per preservare la struttura sociale esistente. Ad esempio, la gerarchia sociale può essere giustificata attraverso interpretazioni religiose che enfatizzano la necessità di obbedienza e sottomissione a determinate autorità.

 

4. Unificazione Sociale: La religione può fungere da collante sociale, creando un senso di appartenenza e identità condivisa tra i membri della comunità. Questo può facilitare il controllo sociale attraverso la promozione di un’identità collettiva che sottolinea la conformità alle norme stabilite.

 

5. Risposta a Crisi e Cambiamenti Sociali: In tempi di crisi o cambiamenti sociali, le autorità religiose possono giocare un ruolo cruciale nel mantenere la stabilità. Offrendo spiegazioni interpretate attraverso una lente religiosa, cercano di mitigare l’ansia e la resistenza alle trasformazioni sociali.

 

6. Limitazioni e Potenziali Tensioni: Tuttavia, l’uso della religione come mezzo di controllo sociale può anche generare tensioni e conflitti. Le persone possono ribellarsi se percepiscono un abuso o una manipolazione delle loro convinzioni religiose a fini politici.

L’’uso della religione, quindi come strumento di controllo sociale è un fenomeno complesso con implicazioni profonde nella struttura e nella dinamica delle società.

Mentre può contribuire alla coesione e alla stabilità, può anche essere fonte di tensioni e conflitti quando percepito come strumento di manipolazione, da qui nell’epoca moderna la religione in molte società viene sostituita con altri “credo” di natura nettamente materialistica, diffusi con l’uso massiccio nell’era della globalizzazione ma anche nella post-globalizzazione con l’uso di nuove tipologie di controllo di massa quali mass media, applicazioni , internet perché tutti sempre collegati con l’ormai il più comune degli strumenti in possesso all’essere umano, il telefono cellulare!

(ALFREDO CARLACCINI).

                                                                                              

Le narrazioni anti-islamiche di

 Reza Pahlavi e del MEK:

una prospettiva critica.

Geopolitika.ru – (30.10.2025) - Alireza Niknam – ci dice:

 

Negli ultimi giorni, alcuni sedicenti sostenitori della “democrazia” all'interno della sfera politica iraniana - in particolare “Reza Pahlavi” e l'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano” (MEK) - hanno criticato il “ruolo dell'Islam” nel governo della Repubblica Islamica.

Queste figure si presentano come democratici moderni, ma un esame più attento dei loro precedenti e dei loro programmi rivela che le loro dichiarazioni sono in fondamentale contraddizione sia con la libertà religiosa che con i principi fondamentali della democrazia.

In particolare, il “Piano in dieci punti” di” Maryam Rajavi” è concepito in modo tale da cercare di rimuovere i principi dell'Islam dalla struttura dello Stato.

 

La narrativa di Maryam Rajavi e la “rivoluzione ideologica” in dieci punti.

 

Negli ultimi due decenni, “Maryam Rajavi”, leader del” MEK”, ha cercato di proiettare un'immagine “democratica” di sé stessa.

Nel suo piano in dieci punti, critica esplicitamente la dottrina del “Velayat-e Faqih” e invoca una “repubblica democratica” basata sul voto popolare.

Il piano dichiara che il futuro sistema dell'Iran deve essere “una repubblica fondata sul suffragio universale” e che il “Velayat-e Faqih”, ovvero il governo assoluto del clero, è del tutto inaccettabile.

 

Inoltre, l'articolo 4 di questo piano sottolinea esplicitamente “la separazione tra religione e Stato” e “la libertà di religione e di credo”.

In altre parole, “Rajavi” immagina un futuro governo completamente libero da qualsiasi forma di legge o istituzione religiosa, chiedendo addirittura l'abolizione della “Sharia islamica” e dei “tribunali rivoluzionari”.

 

Da un punto di vista islamico, queste posizioni sono rivelatrici.

 Il Piano in dieci punti mira chiaramente ad eliminare la “Sharia islamica”, l'insieme delle norme giuridiche derivate dall'Islam, e a stabilire un sistema politico completamente laico.

Sebbene prometta nominalmente la “libertà di religione”, ciò che intende realmente è la rimozione dell'Islam da qualsiasi ruolo ufficiale nel governo.

 

Nei suoi discorsi, Rajavi ha ripetutamente descritto la “sharia medievale” come contraria alla tradizione del Profeta, presentando il “vero Islam” semplicemente come un insieme di valori universali.

 Ad esempio, in una conferenza intitolata “Islam democratico e tollerante contro fondamentalismo”, ha affermato che l'“Islam puro” è compatibile con la libertà e l'uguaglianza, mentre la “sharia severa e medievale” contraddice l'Islam.

 

Tuttavia, se lei ritiene che la stessa legge islamica contraddica l'Islam, tale visione è intrinsecamente contraddittoria.

 Pertanto, lo slogan dell'“Islam democratico” appare più come uno strumento di propaganda, mentre il suo vero obiettivo politico è quello di porre fine al ruolo dell'Islam nella vita pubblica.

Come affermato nel suo programma, tutte le istituzioni legate alla religione, come la magistratura islamica, i tribunali rivoluzionari e i consigli culturali, sarebbero abolite.

 

Libertà di espressione e diritti umani?

 

Nessuno di questi slogan si è mai riflesso nel comportamento effettivo dell'”Organizzazione dei Mojahedin” del Popolo Iraniano” (MEK).

Rapporti indipendenti dimostrano che questa organizzazione opera secondo una struttura completamente autoritaria e quasi settaria.

Ad esempio, un rapporto ufficiale del governo degli Stati Uniti, basato su interviste con membri del “Camp Ashraf” in Iraq, ha concluso che il MEK “mostra le caratteristiche tipiche di una setta: controllo autoritario, divorzio forzato, lavoro obbligatorio, privazione emotiva e possibilità limitate di uscita”.

 

In altre parole, i membri di questa organizzazione non hanno il diritto di scegliere il proprio coniuge né di lasciare il gruppo, poiché rimangono sotto un intenso controllo ideologico e fisico.

Questa realtà contraddice nettamente le affermazioni di Rajavi sulla “tutela dei diritti umani”.

Mentre lei rifiuta pubblicamente il “ruolo ufficiale della religione”, allo stesso tempo manipola le libertà personali dei suoi seguaci nei modi più invadenti.

In altre parole, il MEK sostiene di difendere le libertà sociali, ma all'interno della propria struttura sopprime ogni forma di critica interna.

 

Al contrario, il “Guardian”, uno dei più autorevoli quotidiani britannici, ha descritto il gruppo come “ampiamente considerato una setta” che un tempo era “considerata un'organizzazione terroristica”.

Storicamente, dopo la rivoluzione del 1979, il MEK si è presentato come un movimento “islamico-marxista” che ha preso parte alla lotta armata, prima contro lo Scià e poi contro l'Ayatollah Khomeini.

Tuttavia, alleandosi con Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq durata otto anni, il gruppo si è schierato di fatto con il nemico dell'Iran e ha commesso atti di violenza all'interno dell'Iraq.

 

Tale storia di violenza ha fatto sì che il MEK perdesse quasi tutto il sostegno interno in Iran, con persino le figure antigovernative che lo guardavano con sospetto.

Dopo la guerra in Iraq e l'occupazione statunitense, Washington, sotto l'influenza della potente rete di lobbying del MEK, che includeva figure come “John Bolton” e “Mike Pompeo”, ha infine cancellato l'organizzazione dalla sua lista dei gruppi terroristici.

Tuttavia, gli analisti sottolineano che questa decisione era intesa principalmente a “provocare l'Iran”, piuttosto che a premiare un movimento genuinamente democratico.

 

Oggi, i sostenitori ufficiali del MEK in Occidente si sforzano di dipingere il gruppo come una legittima alternativa politica.

Durante il congresso “Free Iran” a Parigi, personalità politiche statunitensi come “Bolton” e “Rudy Giuliani” hanno definito “Maryam Rajavi” “la futura leader dell'Iran”, sostenendo che “gli ayatollah devono andarsene e un governo democratico deve sostituirli”.

Tuttavia, questa analisi è meno un'espressione della realtà sociale iraniana e più una manovra politica volta a confrontarsi con Teheran.

 

In sostanza, la maggior parte dei sostenitori occidentali del MEK negli Stati Uniti e in Europa cercano uno strumento che possa “irritare ulteriormente l'Iran” e servire i loro obiettivi di politica estera.

 Di conseguenza, la narrativa dominante nei media occidentali è che il MEK funzioni principalmente come uno “strumento politico” piuttosto che come un movimento radicato nel popolo iraniano.

 

Rajavi”, nel frattempo, continua a sostenere che la sua missione è quella della libertà, della democrazia e dei diritti umani, ma sia la storia dell'organizzazione che la sua struttura interna raccontano una storia completamente diversa.

Ad esempio, dopo la scomparsa di suo marito, “Massoud Rajavi”, Maryam Rajavi non ha mai permesso una transizione trasparente della leadership.

 Al contrario, ha consolidato il suo controllo, dimostrando l'assenza di qualsiasi meccanismo democratico all'interno dell'organizzazione stessa.

 

La critica di Reza Pahlavi agli “islamisti” al potere.

 

“Reza Pahlavi”, figlio di “Mohammad Reza Shah Pahlavi “e autoproclamato erede dell'ex trono iraniano, negli ultimi anni si è presentato come portavoce della “democrazia” e delle ‘riforme’ nel futuro dell'Iran.

A seguito delle recenti proteste in Iran, ha proposto un'iniziativa chiamata “Patto di Ciro” e, durante una cerimonia a Londra, ha sottolineato la necessità di “ristabilire la pace con il mondo”.

Nel suo discorso ha descritto l'attuale governo iraniano come “corrotto e sinistro”, dichiarando che “l'Iran è sotto l'occupazione degli islamisti”.

In effetti, Pahlavi considera il carattere islamico del sistema come la radice dei problemi dell'Iran, etichettando implicitamente gran parte della popolazione come “occupanti” del proprio Paese.

 

Dal punto di vista di osservatori indipendenti, le affermazioni di Pahlavi sono profondamente contraddittorie.

Da un lato, si presenta come un sostenitore del governo democratico e ha ripetutamente affermato che “la separazione della religione dallo Stato è un prerequisito per la vera democrazia”.

Ad esempio, durante una discussione al Consiglio statunitense per le relazioni estere, ha affermato:

“A mio avviso, la separazione tra religione e Stato è una condizione preliminare per una democrazia autentica”.

Questa posizione lo colloca chiaramente tra i sostenitori laici allineati con gli ideali politici occidentali.

 

Tuttavia, i critici mettono in dubbio l'autenticità delle sue aspirazioni democratiche.

Si chiedono: come può un uomo che continua a trarre legittimità dal lignaggio reale pretendere di rappresentare il diritto del popolo all'autodeterminazione? Secondo questi critici, il sostegno politico occidentale e la nostalgia per la monarchia pre-rivoluzionaria giocano un ruolo molto più importante nella sua popolarità rispetto a qualsiasi programma politico concreto.

 

Diversi rapporti analitici occidentali hanno sottolineato che molti dei sostenitori di Pahlavi sono motivati meno dalla sua visione politica e più dal desiderio di tornare all'“era pre-rivoluzionaria”.

Ad esempio, un cittadino iraniano residente nel Regno Unito ha dichiarato che la sua famiglia sostiene Pahlavi perché egli simboleggia “uno Stato laico e filo-occidentale” precedente alla Repubblica Islamica, aggiungendo che “non ha una visione chiara” e che le persone sono attratte più dal suo simbolismo che dalle sue idee.

Altri analisti osservano allo stesso modo che il fascino di Pahlavi deriva principalmente dall'assenza di un'opposizione credibile piuttosto che da una fiducia genuina, sostenendo che una piccola parte della diaspora iraniana lo sostiene “non per il suo programma politico, ma perché rappresenta l'Iran pre-rivoluzionario e la monarchia”.

 

Le critiche sono state rivolte anche alle posizioni di Pahlavi in materia di politica estera.

Durante le recenti ostilità tra Iran e Israele, egli si è schierato apertamente con Israele, rifiutandosi di condannare i bombardamenti delle strutture e delle città iraniane e descrivendoli addirittura come una “opportunità storica” per rovesciare la Repubblica Islamica.

Questa posizione ha provocato una forte reazione negativa; lo studioso iraniano-americano “Trita Parsi” ha osservato che tali azioni “hanno completamente distrutto la credibilità residua della famiglia Pahlavi”.

 Per molti iraniani, il fatto che un presunto leader nazionale appoggi gli attacchi militari di una potenza straniera contro il proprio Paese costituisce un tradimento degli interessi nazionali piuttosto che un atto d'onore.

Anche alcuni media occidentali hanno poi osservato che “il sostegno popolare di cui Reza Pahlavi godeva un tempo è in gran parte svanito dopo queste dichiarazioni”.

 

Nel complesso, i critici sostengono che dietro la retorica democratica di Pahlavi si nascondano una serie di ambizioni monarchiche e una forte inclinazione all'allineamento con l'Occidente, piuttosto che un autentico impegno nei confronti dei principi della sovranità popolare.

 I suoi riferimenti a modelli come il “Patto di Ciro” e il suo avvicinamento a Israele riflettono le sue motivazioni geopolitiche e identitarie più che qualsiasi filosofia morale o religiosa.

 

Lo stesso Pahlavi ha ripetutamente affermato che “la maggior parte degli iraniani prima della rivoluzione era insoddisfatta, ma non è riuscita a perseguire soluzioni democratiche”.

Tuttavia, i critici sottolineano che un uomo che rivendica l'eredità reale mentre coltiva legami con i leader arabi e israeliani non può credibilmente affermare di rappresentare l'uguaglianza, l'unità nazionale o la vera voce del popolo iraniano.

 

Bollare l'islamismo come illegittimo.

Il punto chiave di questo dibattito è che nella maggior parte di queste analisi non è l'Islam in sé ad essere criticato, bensì il sistema politico che si autodefinisce Repubblica Islamica.

 Tuttavia, Reza Pahlavi ha ripetutamente utilizzato espressioni quali “l'Iran è sotto l'occupazione degli islamisti”.

L'uso del termine “islamista” in tale contesto può, per molti ascoltatori musulmani, implicare che l'Islam nel suo complesso sia una forza aggressiva o occupante.

Ciò rispecchia la retorica di alcuni gruppi separatisti o laici anti-islamici.

 

Sebbene Pahlavi parli sotto la bandiera della “democrazia laica”, tale linguaggio è spesso percepito dai credenti come un tentativo di diffamare l'Islam politico e intellettuale.

Da una prospettiva islamica, la sua narrativa tende a contrapporre la nozione di “iranianità” (radicata nell'identità preislamica) all'identità islamica contemporanea della nazione.

 

La contraddizione tra retorica democratica e comportamento pratico.

 

La conclusione principale di questa analisi è che entrambi questi movimenti – il campo di Reza Pahlavi e il MEK – professano di difendere la libertà e la democrazia, ma nessuno dei due ha mai dimostrato tali principi nella pratica.

 

Come discusso in precedenza, all'interno del MEK non c'è mai stato spazio per la critica o la libera espressione;

i membri sono tenuti a obbedire incondizionatamente alla leadership centrale. L'organizzazione non riconosce nemmeno i diritti politici più elementari, come il diritto di costituire associazioni, esprimere opinioni indipendenti o eleggere i leader.

Questa realtà contraddice direttamente il proprio impegno dichiarato a favore della “libertà di parola”.

 

Allo stesso modo, la dinastia Pahlavi, che Reza sostiene di rappresentare, ha una lunga storia di governo autocratico e repressione civile.

I ricercatori occidentali hanno ripetutamente osservato che sia Reza Shah che Mohammad Reza Shah hanno mantenuto governi “centralizzati e repressivi” che hanno preso di mira oppositori politici, minoranze e potenti gruppi clericali.

 In realtà, l'eredità dei Pahlavi è quella di una monarchia che ha sistematicamente soppresso il potere politico delle minoranze etniche e religiose e ha fatto ricorso alla violenza contro i dissidenti.

 

Oggi, Reza Pahlavi, nonostante abbia ereditato questa tradizione autoritaria, sostiene di difendere la democrazia e chiede la separazione tra religione e Stato, una richiesta che molti critici considerano fondamentalmente incoerente con il suo background.

 

Valutazione finale.

 

In conclusione, le nobili rivendicazioni di questi due movimenti in materia di libertà e democrazia non sono in linea con i loro precedenti storici né con le loro dichiarazioni pubbliche.

Entrambi si presentano come forze di “cambiamento” insoddisfatte della situazione attuale;

tuttavia, il MEK ha un passato violento e collaborazionista, avendo un tempo collaborato con occupanti stranieri, mentre Pahlavi eredita il retaggio di una monarchia repressiva.

 

Inoltre, il loro discorso manca di un autentico rispetto per l'Islam come fede viva e pratica.

 Rajavi, pur affermando di rappresentare il “vero Islam”, ha etichettato la religione e i suoi insegnamenti come “strumenti di reazione”, abbracciando pienamente un'ideologia laica.

Pahlavi, dal canto suo, ha ripetutamente invocato la “completa separazione della religione dalla politica”, presentandosi come un paladino della “democrazia laica”.

 

In realtà, tali posizioni contraddicono l'essenza stessa della “libertà di religione e di credo”.

 In una società a maggioranza musulmana, la rimozione dell'Islam dalla sfera pubblica può essere vista come una negazione dei diritti religiosi e storici del popolo.

 

Dal punto di vista dei pensatori e dei credenti islamici, queste contraddizioni rivelano che entrambi i movimenti hanno preso di mira l'Islam per il proprio tornaconto politico.

Invece di offrire soluzioni costruttive per la giustizia e la libertà, cercano di dipingere l'Islam come “medievale” e di cancellarlo dalla vita politica. Eppure l'Islam stesso contiene insegnamenti completi su giustizia, conoscenza, libertà e diritti umani.

I fallimenti degli attuali governanti che si discostano da questi insegnamenti non devono essere scambiati per il fallimento della religione stessa.

 

L'Islam enfatizza la shura – la consultazione e il processo decisionale collettivo – e molti eminenti studiosi islamici hanno storicamente sostenuto il governo democratico. Pertanto, attaccare l'Islam con il pretesto della riforma politica non serve ad altro che a promuovere programmi ideologici.

 

In definitiva, le narrazioni anti-islamiche di Reza Pahlavi e Maryam Rajavi sono guidate meno da una genuina preoccupazione per la libertà o i diritti umani che dall'ambizione ideologica e dalla ricerca del potere.

Sotto l'etichetta di occidentalismo e secolarismo, entrambi distorcono l'immagine dell'Islam.

 Rapporti indipendenti confermano che nessuno dei due ha mai dimostrato un comportamento democratico o rispetto per i diritti umani nella propria storia.

Al contrario, le loro richieste minano direttamente le fondamenta religiose e culturali della maggioranza iraniana e trascurano il percorso di una vera riforma sociale.

 

Anche autorevoli testate internazionali hanno confermato questi punti: la pretesa di democrazia di Pahlavi è incompatibile con la sua eredità monarchica e il MEK, nonostante le sue affermazioni di disarmo politico, ha funzionato come una setta autoritaria.

 L'unica strada percorribile per il rinnovamento dell'Iran, quindi, consiste nel tornare agli autentici insegnamenti dell'Islam – insegnamenti che enfatizzano la libertà totale, la giustizia e la partecipazione pubblica – piuttosto che accettare narrazioni distorte che si oppongono alla vera essenza della democrazia.

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