La religione serve alla democrazia.
La
religione serve alla democrazia.
Europa,
Arriva il Drammatico Esperimento
per
Stakanovisti: la Giornata Lavorativa Raddoppia.
Conoscenzealconfine.it
– (31 Ottobre 2025) - Diego Fusaro – ci dice:
Recentemente,
il Parlamento greco ha approvato una legge che porta la giornata lavorativa a
13 ore. Sì, avete letto correttamente: 13 ore al giorno.
La
Grecia si conferma così come il laboratorio delle politiche neoliberali più
infami, un campo di sperimentazione per quelle che sono le nuove leggi del
mondo turbocapitalista.
Non è la prima volta che il paese viene
sottoposto a simili esperimenti. Già durante la crisi economica del 2007, la
Grecia è stata trasformata in una vittima sacrificale per gli “euroinomani “di
Bruxelles, subendo un massacro economico pianificato.
Oggi,
purtroppo, la storia sembra ripetersi:
il
paese torna ad essere il laboratorio dei neoliberali, dettando tendenze che
potrebbero estendersi anche ad altri paesi europei.
Giornata
Lavorativa di 13 Ore in Grecia – la Normalizzazione dell’Inaccettabile: un
Processo Graduale.
Un
punto fondamentale che non deve essere trascurato è il comportamento dei media
e dei politici italiani, che, anziché condannare fermamente l’introduzione
delle 13 ore in Grecia, sembrano trattare la questione come una realtà
accettabile, quasi inevitabile.
Titoli
come “Lavorare 13 ore al giorno?
Ecco
perché la ricetta greca è già possibile in Italia” non fanno che normalizzare
l’inaccettabile.
È
esattamente questo il modus operandi del neoliberismo:
introdurre in modo autoritario ciò che prima
sembrava impensabile, per poi trasformarlo, gradualmente, in qualcosa di
inevitabile.
Un processo che spalanca le “finestre di
Overton”, rendendo progressivamente accettabili misure sempre più estreme.
La
Seconda Restaurazione Capitalistica: un Massacro a Senso Unico.
Quello
che stiamo vivendo è una maestosa controrivoluzione capitalistica, la
cosiddetta seconda restaurazione di cui ha parlato il filosofo “Alain Badiou”.
Questa
restaurazione, iniziata nel 1989, è caratterizzata dalla mutazione del conflitto
di classe, che ormai non è più biunivoco, ma un massacro a senso unico.
Il
blocco oligarchico neoliberale, che ormai governa il mondo, ha deciso di
riprendersi ciò che un tempo era stato conquistato dai lavoratori e dalle masse
attraverso il conflitto di classe. I diritti sociali, le conquiste del lavoro,
le tutele welfaristiche e la dignità sociale sono tutti in via di
smantellamento. I padroni del discorso giustificano questo operato con la
solita formula: siamo stati indebitamente abituati a vivere sopra le nostre
possibilità. In altre parole, i diritti vengono trasformati in privilegi e il
massacro dei diritti diventa la lotta giusta contro questi privilegi.
La
Grecia Come Simbolo della Decadenza dell’Europa
Ma c’è
anche un altro aspetto, quello simbolico, che non può essere ignorato. La
Grecia non è solo il laboratorio del neoliberismo: la Grecia è anche la culla
della civiltà europea, il luogo dove hanno preso forma il pensiero filosofico,
scientifico e politico che ha forgiato l’Europa. Da Socrate ad Aristotele, da
Eschilo a Tucidide, da Sofocle a Platone, la Grecia rappresenta le radici più
profonde della nostra civiltà. Oggi, però, la sua distruzione pianificata
diventa l’immagine perfetta della decadenza dell’Unione Europea.
L’Europa
che avrebbe dovuto essere il tempio della civiltà si sta trasformando in un
tempio vuoto, in cui la nostra stessa civiltà viene annientata. La Grecia,
simbolo di gloria e pensiero, oggi è il volto di una tragedia annunciata, il
segno che la nostra stessa identità culturale è in pericolo.
(Diego
Fusaro).
(radioradio.it/2025/10/grecia-ue-giornata-lavorativa-13-ore-fusaro/).
Lo
scandalo nascosto sulla spartizione
dei
fondi UE: lo scontro
tra
Orban e Von der Leyen.
Lacrunadellago.net
– (01-11 – 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
Sulle
pagine degli organi di stampa italiani ed europei, non è uscito praticamente
nulla, e la notizia è emersa soltanto nei giorni passati grazie ad un sito
indipendente chiamato “EU Insider”.
Si
tratta di una storia da prima pagina, ma nel mondo dei media mainstream quegli
scandali che possono provocare dei grattacapi ai piani alti del potere,
soprattutto quello dell’eurocrazia che non deve essere sfiorato, devono restare
ben nascosti.
A
Strasburgo, lo scorso 30 agosto, è successo qualcosa di estremamente singolare.
Soltanto
un mese prima, l’aula dell’Europarlamento aveva respinto un voto di sfiducia
nei confronti del presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen,
che è riuscita a superare la prova indenne per una manciata di voti.
Nelle
stanze del “Berlaymont” si respira da tempo un’aria di tensione, nella quale si
notano non poche fratture all’interno dello stesso establishment europeo.
Ursula
non è soltanto sgradita ai vari partiti conservatori europei, ma il suo
consenso nell’ala progressista e centrista dell’europarlamento ha iniziato a
erodersi non poco.
Dopo
aver superato la prima prova del voto di sfiducia dello scorso luglio, c’è
stato un vero e proprio “coup de théâtre” a Strasburgo del quale non si sapeva
nulla fino a pochi giorni fa.
A
metterlo in scena è il primo ministro ungherese,” Victor Orban”, leader del
partito magiaro “Fidesz”, e vero proprio incubo della “nomenclatura eurista” di
Bruxelles.
Orban
è probabilmente in questo momento il politico europeo che ha più influenza nel
vecchio continente e quello che riesce a utilizzare in maniera magistrale il
peso specifico dell’Ungheria.
La
storia dei rapporti tra Orban e l’UE.
Sembra
passato un secolo da quando Budapest chiese di entrare nell’Unione europea, una
epoca nella quale Maastricht aveva iniziato a muovere i suoi primi passi dopo
l’approvazione del “Trattato “nel 1992.
A
chiedere di poter entrare nell’Unione c’era proprio il partito di Orban,
Fidesz, che presentò la domanda di ingresso nel 1994, gestita poi da un
giovanissimo Orban nel 1998, al suo primo incarico da primo ministro del suo
Paese.
Un
giovane Viktor Orban con Romano Prodi nel 1999.
Negli
anni a venire, Budapest, incassa, per così dire, il dividendo dell’Unione.
Bruxelles
riceve come noto annualmente i famosi, o famigerati, contributi da parte degli
Stati membri, versati soprattutto dai Paesi più rivelanti dell’UE, quali
Francia, Germania e Italia, e buona parte di questi fondi è stata versata in
particolar modo ai Paesi dell’Europa, in particolare la Polonia e la citata
Ungheria.
I
rapporti tra Budapest e Bruxelles si deteriorano però soprattutto dal 2010 in
poi, quando Orban vince le elezioni e torna nuovamente a ricoprire
ininterrottamente la carica di premier in una sfilza di solidi successi
elettorali che mostra come il popolo ungherese sia saldamente allineato alla
sua visione politica.
Budapest
non ha nessuna intenzione di accogliere i migranti per favorire l’avvento della
società aperta di George Soros, il famigerato magnate e speculatore della Open
Society, conosciuto da vicino dal primo ministro ungherese, poiché ricevette i
suoi finanziamenti nel 1989 per studiare presso la prestigiosa università
inglese di Oxford.
Soros
stava facendo, per così dire, scouting, ed era impegnato all’epoca nel versare
vari finanziamenti a quei giovani di belle speranze nell’Europa Orientale che
nella sua idea lo avrebbero aiutato a traghettare i Paesi satelliti dell’ex
URSS nella “modernità” del neoliberismo, e soprattutto nel famigerato “melting
pot”, concepito tempo addietro dal “conte Kalergi” in persona per creare un
popolo informe senza identità, la massa che nella sua idea avrebbe dovuto
essere la gente degli agognati Stati Uniti d’Europa.
Orban
però è molto più astuto di quelli che alcuni miopi osservatori politici
credono.
Se è
certamente vero che è passato per gli ambienti e le istituzioni della
governance globale, è altrettanto vero che lo ha saputo fare con grande
abilità, costruendosi la sua base di consenso politico per poi metterla al
servizio del suo Paese.
Si
potrebbe dire che Viktor Orban è la prova vivente che non serve essere una
grande potenza per poter contare dentro l’Unione, ma serve essere un grande
statista in grado di giocarsi al meglio le sue carte su tutti i tavoli.
Orban
lo ha fatto.
Si è
rifiutato di accogliere orde di immigrati clandestini camuffati da “rifugiati”
che nei vari Paesi europei che li hanno accolti hanno portato una ondata di
crimini e soprattutto di violenze sessuali, taciute dal connivente mondo
femminista e protette dalla collusa magistratura di estrazione progressista e
mondialista.
Il
primo ministro magiaro ha costruito una sua via per restare nell’Unione, una
nella quale non c’è il morire per Maastricht caro al bilderberghino “Enrico
Letta”, ma piuttosto quella dove l’interesse nazionale è sempre al primo posto.
Si
comprende così come Budapest si sia ritagliata un ruolo importantissimo, quale
quello di ponte tra Washington e Mosca, una opportunità che avrebbe potuto
essere colta dall’Italia che purtroppo ha una classe politica troppo
assoggettata ai diktat di Bruxelles e di ciò che resta dell’anglosfera.
Orban
ha mostrato tutta la sua indipendenza anche in tale occasione.
Lo
scandalo dei fondi malversati dell’UE.
Il 30
agosto si è presentato all’Europarlamento portando in braccio un corposo
dossier che documentava degli enormi casi di appropriazione indebita per quello
che riguarda uno dei vari programmi di finanziamento dell’Unione, ovvero quello
dei” Fondi di Coesione”.
L’Unione
stanzia tali fondi in programmi che durano un settennato, e nell’ultima
tranche, quella che va dal 2021 al 2027, la torta ammonta a 392 miliardi di
euro, che vengono ripartiti spesso in iniziativa dalla dubbia utilità, a
partire dalla folle “agenda verde” di Bruxelles che sostanzialmente vorrebbe
condurre l’Europa verso una violenta deindustrializzazione del proprio settore
automobilistico.
Orban
nel suo dossier ha documentato come almeno 2 miliardi di euro di tali fondi
siano stati versati all’università nella quale “Ursula Von der Leyen” ha
conseguito la sua laurea in medicina, e in seguito, dal 1998 al 2002, presso la
quale ha iniziato a insegnare “epidemiologia”.
Orban
al Parlamento europeo.
Si
ipotizza che questi fondi siano stati generosamente donati all’ateneo tedesco
per beneficiare per vie traverse l’ex ministro della Difesa tedesco, eppure
questa situazione a Bruxelles pare essere un vecchio adagio.
Tra le
carte del premier Orban, non si parlava infatti soltanto dei fondi di coesione,
ma anche di quelli della “Next Generation EU”, i fondi di recupero che sono
stati stanziati sulla carta per fornire assistenza finanziaria ai vari Paesi
europei che iniziarono a interrompere le attività economiche per via della
cosiddetta “pandemia”.
Secondo
il dossier ungherese, almeno 5 miliardi di euro di tale pacchetto sarebbero
finiti in società di consulenza in Germania, legate indirettamente o meno al
presidente della Commissione europea.
Si
assiste nuovamente quindi allo stesso scenario che si verificò ai tempi del
controverso contratto della Pfizer.
Ursula
Von der Leyen si precipitò all’epoca a cancellare i messaggi tra lei e
l’amministratore delegato della Pfizer, “Albert Bourla,” appena iniziarono a
essere poste delle domande sulla gestione di quella trattativa che aveva
portato nelle casse della Pfizer la enorme somma di 36 miliardi di euro.
Secondo
il giornalista rumeno “Adrian Onciu,” la Von der Leyen avrebbe beneficiato
direttamente da quel contratto attraverso suo marito,” Heiko,” trasferitosi
improvvisamente a dicembre del 2020 negli Stati Uniti per ricoprire un incarico
dirigenziale presso la “Orgenesis”, una società legata alla Pfizer.
A “Heiko”,
sarebbero andati 760 milioni di dollari in commissioni per il contratto dei
vaccini Pfizer firmato da sua moglie, un premio che in questo caso non sarebbe
altro che la più classica delle tangenti mascherata da commissione sulla
vendita di un ricchissimo contratto.
Sulla
storia di questa fornitura e della enorme commissione guadagnata dal marito
della Von der Leyen, c’è lo stesso black-out mediatico che riguarda l’episodio
andato in scena all’Europarlamento lo scorso 30 agosto.
Sono
evidentemente lontani i tempi nei quali gli organi di stampa nel 1992
sobillavano l’opinione pubblica contro la classe politica della Prima
Repubblica, mentre predoni di vario tipo si appropriavano dei gioielli di
famiglia a bordo del Britannia, indisturbati dai media e dalla solita
ineffabile magistratura.
Orban
nel suo intervento all’Europarlamento si è rivolto al presidente della
Commissione UE, dicendole che il “suo impero di segreti” era giunto al termine.
Il
primo ministro magiaro in pratica ha presentato agli occhi della Von der Leyen
il magma di corruzione che scorre sotto il “Berlaymont”, e nel quale il
presidente sembra essere pienamente immerso.
Ad
essere interessati in questo scandalo risultano essere anche i fondi versati
all’Ucraina, perché, a quanto pare, almeno 114 milioni di euro sarebbero
svaniti nel nulla, e forse sarebbe anche il caso di aprire il capitolo dei
fondi del cosiddetto PNRR, che hanno disseminato l’Italia di cantieri fantasma
per realizzare delle opere di dubbia utilità.
A
mancare all’appello è chiaramente la stampa che si premura di tenere ben chiusi
negli armadi i vari scheletri dell’Unione.
Ad
essere però meno tranquilla sembra proprio lei, Ursula.
Secondo
quanto riportato da “EU Insider”, il presidente della Commissione europea
avrebbe lasciato l’aula pallida come un fantasma dopo che il primo ministro
ungherese ha presentato il suo dossier bomba.
Forse
Ursula ha capito che gli scheletri ora non sono più al loro posto, e iniziano a
venire fuori dall’armadio del “Berlaymont”.
I
popoli dell'Asia meridionale possono
scegliere un futuro di unità e cooperazione?
Globalresearch.ca
– (02 novembre 2025) - Bharat Dogar – ci dice:
L'Asia
meridionale costituisce una regione del mondo molto densamente popolata che ha
circa il 25% della popolazione mondiale, ma solo circa il 4% della sua
superficie.
Mentre
una piccola parte della regione poteva evitare il dominio coloniale (anche se
non le guerre coloniali o gli impatti coloniali), la maggior parte della
regione ha sofferto enormemente sotto il dominio coloniale e il saccheggio per
circa due secoli prima di raggiungere l'indipendenza circa 78 anni fa.
Ciò ha
influito molto negativamente sulle sue prospettive di sviluppo in un momento
critico della storia, e dall'essere in prima linea nello sviluppo in epoca
pre-coloniale, la regione è stata respinta malamente in quanto è stata fatta
per servire gli interessi dei governanti coloniali per quasi 200 anni,
trascurando o reprimendo i bisogni del proprio popolo, portando a carestie
molto frequenti nel periodo coloniale che sono state in gran parte evitate nel
periodo post-indipendenza con forse pochissime eccezioni in parti molto più
piccole della regione.
Sono stati registrati alcuni miglioramenti
significativi in diversi indicatori dello sviluppo umano, anche se resta ancora
molto da fare.
Le
prospettive generali di sviluppo sostenibile della regione si trovano ad
affrontare sfide crescenti in tempi di cambiamenti climatici, poiché questa
regione è altamente vulnerabile ai cambiamenti climatici, ai disastri correlati
e alle situazioni meteorologiche estreme, che pongono rischi nuovi e talvolta
senza precedenti per le condizioni di vita, di lavoro e di sopravvivenza.
In
termini di impatti combinati del cambiamento climatico e di una serie di circa
una dozzina di altri gravi problemi ambientali, la situazione può essere ancora
più difficile e una parte considerevole della popolazione vulnerabile della
regione può affrontare seri problemi di sopravvivenza nei prossimi decenni, in
particolare se le loro esigenze non ricevono un'adeguata attenzione e le
condizioni di pace e stabilità non possono essere mantenute.
Purtroppo,
la regione è stata anche soggetta a conflitti e lotte civili a vari livelli.
Dopo aver dissanguato la regione in molti modi per due secoli, negli anni della
loro separazione anche i governanti coloniali hanno inflitto ulteriori danni
promuovendo discordia e divisioni tra le persone, portando alla divisione, allo
sfollamento di massa e alla morte.
Le
linee di confine artificiali tracciate in fretta e furia dai governanti
coloniali, al momento della partenza ma anche prima, hanno lasciato cicatrici e
problemi permanenti.
Questa
regione non è mai riuscita a riprendersi da questo, portando a una crisi e a un
conflitto dopo l'altro, aggravato da nuove forme di interventi e manipolazioni
da parte delle grandi potenze (compresi assassinii, colpi di stato e cambi di
regime, completati o tentati).
Tutto
ciò è diventato più pericoloso in tempi di armi sempre più distruttive e le
loro forniture che raggiungono la regione dalle grandi potenze in quantità
crescenti, a parte l'aumento della disponibilità interna.
Due
paesi della regione con una lunga storia di ostilità reciproca hanno armi
nucleari.
Combinando
tutti questi fattori, questa regione può affrontare sfide senza precedenti nei
prossimi decenni.
Il peggior scenario possibile può essere
davvero spaventoso in questa regione densamente popolata con un quarto della
popolazione mondiale.
Senza allarmismo, bisogna affermare umilmente
che le peggiori possibilità, anche se considerate da molti improbabili, non
possono essere ignorate.
È in
questo contesto più ampio che le persone interessate e responsabili della
regione dovrebbero considerare sempre più la possibilità che l'intera regione
sia unita in un futuro non troppo lontano come i Paesi Uniti dell'Asia
meridionale (UCSA), con un governo dell'unione che garantirà che non ci siano
guerre e che i popoli dell'intera regione possano progredire in condizioni di
pace e stabilità.
Allo stesso tempo, saranno garantiti livelli
molto elevati di decentramento (e unità di governance decentrate a vari livelli
di province, distretti, villaggi, città e paesi, con un adeguato sostegno di
bilancio) a livello locale per portare avanti i compiti di sviluppo e per
proteggere le culture locali.
Questa
unità dovrebbe essere raggiunta sulla base dei principi di uguaglianza,
giustizia e pace per tutti i popoli.
Oltre
agli 8 paesi generalmente riconosciuti come costituenti l'Asia meridionale
(India, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Bhutan, Nepal, Sri Lanka e Maldive),
anche il Myanmar dovrebbe ricevere un'offerta di adesione, se lo desidera.
“Gandhi
JayantiIl” paese unito dovrebbe stabilire relazioni molto amichevoli con tutti
i vicini, in particolare con la Cina, e dovrebbe adottare una politica estera
basata sulla pace e sul non allineamento.
La
pace all'interno e la pace all'esterno dovrebbero essere il suo principio
guida.
Questo
paese dovrebbe impegnarsi per la democrazia, il decentramento, la trasparenza e
l'onestà.
Questo
paese unito sarà molto più un'unità naturale per portare avanti compiti urgenti
di sviluppo e di protezione dell'ambiente basati sulla cooperazione di tutti.
Le persone degli attuali paesi senza sbocco sul mare come l'Afghanistan, il
Nepal e il Bhutan avranno accesso a una vasta area costiera nella nuova
creazione.
Le
persone dei paesi insulari e di altre isole della regione avranno opzioni
protettive più ampie in tempi di innalzamento del livello del mare.
L'ampio
mercato interno, che conta circa 2 miliardi di persone, migliorerà le
prospettive economiche sotto molti aspetti.
L'armonia
interreligiosa dovrebbe essere promossa in grande stile dal governo, così come
dai leader spirituali e dalle organizzazioni.
Come terra di alcuni dei più grandi leader spirituali come Gautam Budha, Guru Nanak,
Mahavir Jain, Gharib Nawaz e Sant Kabir e di apostoli della pace e della non
violenza come Mahatma Gandhi e Badshah Khan, l'Asia meridionale dovrebbe emergere
come un esempio vivente dei loro insegnamenti.
(Bharat
Dogar è il coordinatore onorario della “Campagna per salvare la Terra ora”).
Cinque
punti salienti dell'accerchiamento
dell'Ucraina. 10.000 soldati. La Russia
continua a guadagnare terreno.
"La
resa di Kiev come mezzo per rilanciare
i
colloqui di pace congelati"?
Globalresearch.ca
– (02 novembre 2025) - Andrew Koryo – ci
dice:
Putin
sta ancora una volta porgendo un ramoscello d'ulivo a Zelensky e Trump nel suo
ultimo gesto di buona volontà, perché non vuole davvero che il conflitto si
trascini per le lunghe né che le rivendicazioni territoriali della Russia si
espandano, come probabilmente accadrebbe.
Putin
ha annunciato che più di 10.000 soldati
ucraini sono stati accerchiati a Kupyansk e Krasnoarmeisk (Pokrovsk), e il suo
Ministero della Difesa ha presto aggiunto
alla lista anche “Dimitrov” (Winograd), vicino a quest'ultima.
Il
leader russo ha anche proposto di fermare i combattimenti in modo che i
giornalisti stranieri, compresi quelli ucraini, possano recarsi al fronte per
riferire su questo.
Putin
ha suggerito una resa di massa proprio come lo stallo di Azovstal all'inizio
del 2022, ma Zelensky non sembra interessato, almeno per ora.
Ecco
cosa significa.
1. La
Russia continua a guadagnare terreno nonostante i miliardi di aiuti occidentali
all'Ucraina.
L'”Economist”
ha recentemente pubblicato un articolo che fa pressione sull'Europa per
finanziare l'Ucraina nei prossimi quattro anni, che secondo loro costerà ai
contribuenti almeno 390 miliardi di dollari.
Il
loro articolo riportava anche che quest'anno sono stati spesi 100-110 miliardi
di dollari, "la somma più alta di sempre", per un totale di 360
miliardi di dollari dal 2022 (probabilmente una sottostima).
Abbastanza
chiaramente, gli aiuti occidentali non sono riusciti a respingere la Russia, ma
solo a rallentare i suoi guadagni.
L'accerchiamento dell'Ucraina dimostra quindi
che nessuna somma di denaro infliggerà una sconfitta strategica alla Russia.
2. Il
treno del sugo potrebbe finire se l'Ucraina riconoscesse questo accerchiamento.
Sulla
base di quanto sopra, Zelensky e il comandante in capo Alexander Syusy hanno
negato questi accerchiamenti, molto probabilmente perché temono che il suddetto
treno possa finire o almeno rallentare se ordinano alle loro forze di
arrendersi.
Dopotutto,
la perdita di migliaia di soldati in tre accerchiamenti nell'arco di 3,5 anni
di conflitto non è una questione da poco, il che potrebbe indurre alcuni
funzionari occidentali a riconsiderare il finanziamento dell'Ucraina dal
momento che la vittoria che era stata la loro promessa non è più in vista.
3. La
cattura di questi tre insediamenti da parte della Russia sarebbe un grosso
problema.
Sia
che le forze ucraine vengano eliminate o che si arrendano, la cattura di questi
tre insediamenti da parte della Russia sarebbe un grosso problema, in
particolare quello di Krasnoarmeisk/Pokrovsk, poiché è la porta d'accesso alla
regione di Dnipropetrovsk, dove le forze russe sono già entrate all'inizio di
quest'estate. Qualsiasi avanzata continua lungo le pianure incustodite oltre il
suddetto accordo potrebbe costringere l'Ucraina a rispettare le richieste di
pace della Russia o spingere gli Stati Uniti a "un'escalation per
allentare l'escalation".
4.
Putin preferisce una rapida soluzione politica a una prolungata guerra di
logoramento.
Contrariamente
a quanto alcuni hanno valutato, Putin non vuole che il conflitto si trascini né
vuole espandere le rivendicazioni territoriali della Russia, ergo perché ha
chiesto alle truppe ucraine accerchiate di arrendersi.
Si
aspetta che questo gesto di buona volontà possa portare al ritiro dell'Ucraina
dal resto del Donbass e quindi una rapida soluzione politica che soddisfi gli
altri obiettivi della Russia.
Tuttavia, Zelensky vuole continuare a
combattere per le ragioni egoistiche menzionate in precedenza, quindi alla fine
si ridurrà a ciò che Trump vuole.
5.
Trump deve presto decidere se vuole fare sua questa guerra.
Trump
considera il conflitto ucraino come la "guerra di Biden" e insiste
sul fatto che non sarebbe successo se avesse vinto le elezioni del 2020, eppure
deve presto decidere se vuole la pace come afferma o se è disposto a fare sua
questa guerra a tempo indeterminato.
Putin
gli sta dando una via d'uscita invitando le truppe ucraine accerchiate ad
arrendersi come mezzo per rilanciare i colloqui di pace congelati, quindi
spetta a Trump se fare pressione su Zelensky affinché si conformi o accetti la
sua sfida con tutto ciò che comporta.
Il
nuovo accerchiamento delle forze ucraine in questi tre insediamenti è quindi
molto più importante di quanto possa sembrare a prima vista, data l'intuizione
che è stata appena condivisa sopra.
Putin sta ancora una volta tendendo un
ramoscello d'ulivo a Zelensky e Trump nel suo ultimo gesto di buona volontà
perché non vuole davvero che il conflitto si trascini né che espanda le
rivendicazioni territoriali della Russia come probabilmente accadrebbe.
Questo momento sarà quindi visto come una
pietra miliare con il senno di poi, indipendentemente da ciò che Trump deciderà
di fare.
(Andrew
Korybko è un analista politico americano con base a Mosca, specializzato nel
rapporto tra la strategia statunitense in Afro-Eurasia, la visione globale
cinese della Nuova Via della Seta e la guerra ibrida. Collabora regolarmente
con Global Research.)
Governo
di coalizione neonazista dell'Ucraina:
trasferimenti
forzati, gravi violazioni
del
diritto umanitario internazionale.
Globalresearch.ca
– (02 novembre 2025) - Stephen Karganovic – ci dice:
In
totale impunità, il regime neonazista di Kiev sta apertamente perpetrando
pratiche odiose contro civili non combattenti, che costituiscono una grave
violazione del diritto internazionale e un crimine contro l'umanità.
Mentre
le truppe russe avanzano e prendono il controllo di un numero crescente di
città e insediamenti, uno dei modi in cui le autorità di Kiev stanno
affrontando questa imbarazzante situazione prima dell'arrivo delle truppe russe
è quello di effettuare deportazioni di massa della popolazione ucraina locale
verso zone nelle retrovie che ancora controllano.
Il
trasferimento forzato è definito giuridicamente come lo spostamento coercitivo
di individui o gruppi dalle loro case o territori stabiliti, a causa di
politiche governative o conflitti.
In
Ucraina, i trasferimenti forzati, ovvero gli spostamenti che rientrano in
questa definizione, vengono effettuati per ordine militare.
Non vi è alcuna spiegazione basata sulla
necessità militare o sulla ragionevole preoccupazione per la sicurezza dei
civili.
Né vi
è prova del previo consenso dei deportati.
Le
motivazioni delle deportazioni sono puramente propagandistiche e politiche.
Lo
scopo delle deportazioni è quello di alimentare l'illusione propagandistica che
i residenti locali, che sono russi, non vogliano vivere sotto il dominio russo.
Gli
ambienti politici occidentali hanno ignorato questa pratica e non hanno
condannato pubblicamente tale condotta da parte del regime di Kiev.
La
mancanza di reazione da parte loro è naturale e prevedibile perché evidenziare
questo problema, o anche solo riconoscerne l'esistenza, screditerebbe l'intera
narrativa del Progetto Ucraina vittima/aggressore costruito mendacemente.
Tuttavia,
la mancanza di attenzione critica a questo argomento da parte russa è
incomprensibile.
Il
trasferimento forzato di civili è stato riconosciuto come reato penale dal
Tribunale di Norimberga.
Lo
Statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI) criminalizza il
trasferimento forzato o la deportazione di civili come crimine contro
l'umanità. Il divieto di trasferimento o deportazione di civili è stato
formalmente codificato come parte del diritto penale internazionale nella
Quarta Convenzione di Ginevra, " Relativa alla protezione delle persone
civili in tempo di guerra ", entrata in vigore il 12 agosto 1949.
Inoltre,
in una risoluzione sui principi fondamentali per la protezione delle
popolazioni civili nei conflitti armati, adottata nel 1970, l'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite ha affermato che "le popolazioni civili, o i
singoli membri di esse, non dovrebbero essere oggetto di ... trasferimento
forzati".
In una risoluzione sulla protezione delle
donne e dei bambini in situazioni di emergenza e di conflitto armato, adottata
nel 1974, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiarò che "lo
sfratto forzato, commesso dai belligeranti nel corso di operazioni militari o
nei territori occupati, sarà considerato criminale".
L'applicabilità
di queste disposizioni normative alle autorità ucraine è indiscutibile anche
alla luce dei “Principi guida” dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati
sugli sfollamenti interni , in particolare il “Principio 5”, che prevede:
"La
prassi statale sottolinea anche il dovere delle parti in conflitto di prevenire
gli sfollamenti causa dai propri atti, almeno quelli che sono proibiti in sé e
per sé (ad esempio, terrorizzare la popolazione civile o compiere attacchi
indiscriminati).
Come
indicato nei Principi guida sugli sfollamenti interni:
"Tutte
le autorità e gli attori internazionali devono rispettare e far rispettare i
loro obblighi ai sensi del diritto internazionale, compresi i diritti umani e
il diritto umanitario, in ogni circostanza, in modo da prevenire ed evitare
condizioni che potrebbero portare allo sfollamento delle persone".
Le
convenzioni citate e i principi normativi che regolano la condotta nei
confronti dei civili non combattenti nelle zone di conflitto armato si
applicano indiscutibilmente alle autorità di Kiev perché fanno parte del
diritto pubblico internazionale e consuetudinario a cui l'Ucraina, in quanto
membro delle Nazioni Unite, è obbligata ad aderire.
Ma
purtroppo, i governi e le istituzioni internazionali non insistono sul fatto
che lo faccia. Scarsa o non viene prestata alcuna attenzione alle sfacciate
violazioni che l'Ucraina sta continuamente commettendo a questo proposito. Il
regime di Kiev non è chiamato a rispondere dei suoi abusi sui civili ucraini.
L'uso
da parte del regime di Kiev di civili nelle zone di combattimento come pedine
per scopi di propaganda deve essere condannato con forza e l'opinione pubblica
internazionale deve essere consapevole di questa condotta inaccettabile.
La
commissione per i crimini di guerra del governo russo, pur concentrandosi sui
singoli colpevoli, come è giusto che deve, deve anche far luce sulle violazioni
del diritto umanitario internazionale da parte del regime, come questa.
Non puntano il dito solo contro i singoli
colpevoli, ma incriminano collettivamente l'intero livello decisionale della
leadership del regime di Kiev.
(Stephen
Karganovic è presidente dello " Srebrenica Historical Project ", una
ONG registrata nei Paesi Bassi per indagare la matrice fattuale e il contesto
degli eventi che hanno avuto luogo a Srebrenica nel luglio del 1995. Collabora
regolarmente con Global Research.)
Perché
l’IA non Dice la Verità:
come
Usarla Davvero Bene.
Zampolini.net
– m.Zampolini – medico neurologo – (Ottobre 25, 2025)
– ci dice:
Ho
partecipato a Trento al Corso della Società Italiana del Midollo Spinale con un
intervento sull’applicazione pratica dell’intelligenza artificiale nella
pratica clinica.
L’intelligenza
artificiale generativa, incarnata da strumenti come ChatGPT, è entrata nelle
nostre vite con la forza di una rivoluzione.
La
percepiamo spesso come un’entità quasi magica, un oracolo onnisciente capace di
rispondere a qualsiasi domanda con una sicurezza disarmante.
Le affidiamo ricerche, riassunti, persino la
stesura di testi complessi, convinti di interagire con una forma di
“intelligenza” superiore.
E se
questa percezione fosse radicalmente sbagliata?
Se la realtà del funzionamento di questi
sistemi fosse non solo diversa, ma anche più problematica, sorprendente e, in
ultima analisi, interessante?
La verità è che l’IA non “mente” nel senso
umano del termine, perché non è abbastanza intelligente per farlo.
Semplicemente,
genera falsità statisticamente probabili.
Stiamo
usando uno strumento potentissimo senza comprenderne appieno la natura, i
limiti e le trappole.
Questo
articolo distilla quattro delle più controintuitive e fondamentali verità
sull’IA, emerse da un recente dialogo tra esperti del settore.
Comprendere
questi punti non è un mero esercizio intellettuale:
è la
chiave per smettere di essere utenti passivi e diventare padroni consapevoli di
una tecnologia che sta definendo il nostro futuro, imparando a usarla in modo
più sicuro ed efficace.
Non è
intelligente, ma “artificiale”: il problema delle allucinazioni.
Il
primo e più grande equivoco riguarda la natura stessa di questi sistemi.
Un
modello come “ChatGPT” non è “intelligente” nel senso umano del termine. Non
ragiona, non comprende e non sa.
È, per dirla in modo semplice, un
sofisticatissimo “pappagallo statistico”.
Il suo
unico compito è calcolare, sulla base delle immense quantità di dati su cui è
stato addestrato, quale parola ha la più alta probabilità di seguire quella
precedente in un dato contesto.
Questa
architettura porta a una conseguenza diretta e pericolosa:
le
“allucinazioni”.
Quando
il sistema non conosce una risposta, non ammette la propria ignoranza.
Al
contrario, genera informazioni false ma plausibili per mantenere la coerenza
del discorso.
Questo
non è un difetto, ma una caratteristica intrinseca legata a un parametro
chiamato “temperatura”.
Una
temperatura alta incoraggia la creatività e l’invenzione, utile per il
brainstorming;
una
bassa spinge a risposte più prevedibili e fattuali.
I modelli pubblici sono tarati per un
equilibrio che favorisce la fluidità, anche a costo della verità.
Un
esempio pratico, illustrato dal “Dott. Zampolini” durante un convegno, è
illuminante.
Alla
semplice richiesta “Fai una relazione sulla “disriflessia autonomica con
bibliografia”, l’IA ha prodotto un testo e cinque riferimenti bibliografici.
Le
voci sembravano perfette: citavano nomi di autori reali e noti in quel campo di
studi, ma i titoli e i riferimenti degli articoli erano completamente
inventati. Nessuno di essi esisteva.
Un
altro caso ancora più esplicito riguarda una citazione attribuita a “San Luca,”
suggerita dall’IA in un contesto religioso.
Messo
alle strette sulla fonte esatta, il sistema ha confessato candidamente la sua
natura:
Hai
ragione a chiedermelo, professor Zampolini, devo essere onesto, non è una
citazione diretta da una fonte specifica, ma è una mia elaborazione retorica
basata sui fatti storici ben noti… ma l’ho formulata io per collegarmi al
contesto…
L’IA
non cerca la verità, ma la coerenza statistica.
Un
dettaglio che cambia tutto.
Può
sembrare più “empatico” di un medico (ma non prova nulla).
Compresa
la sua natura imperfetta, iniziamo a scoprire i suoi paradossi.
Uno
studio pubblicato sulla prestigiosa rivista” JAMA Internal Medicine” ha messo a
confronto le risposte fornite da medici umani e da una chatbot a domande reali
poste da pazienti online.
In un
test alla cieca, un “gruppo di externa assessor” ha giudicato le risposte
dell’IA non solo di qualità superiore, ma anche significativamente più
empatiche di quelle dei medici.
Come è
possibile?
L’IA,
ovviamente, non prova alcuna emozione. Non sente empatia.
Tuttavia,
avendo analizzato miliardi di testi – romanzi, poesie, lettere, articoli – ha
imparato a riconoscere e replicare con precisione chirurgica i modelli
linguistici che noi umani associamo all’empatia.
Può
generare la risposta “perfetta” perché non è soggetta alla stanchezza, alla
fretta o allo stress che possono influenzare un professionista umano.
Questo
risultato ci costringe a chiederci: che cos’è l’empatia?
È l’intenzione che c’è dietro le parole, o
l’effetto che quelle parole hanno su di noi? L’IA ci mostra la differenza
abissale che esiste tra la simulazione impeccabile di una qualità umana e il
possesso autentico di quella qualità.
Lo
specchio artificiale, in questo caso, riflette un’immagine scomoda della nostra
stessa percezione.
Il
segreto per domarla: l’arte del “Prompt Engineering.”
Se il
problema è la sua natura statistica, come possiamo allora piegarla alla nostra
volontà?
La risposta sta nel modo in cui le parliamo.
Trattarla
come un semplice motore di ricerca è l’errore più comune e grave che si possa
commettere.
La qualità delle sue risposte è direttamente
proporzionale alla qualità delle nostre domande.
Qui
entra in gioco una nuova abilità fondamentale: il “Prompt Engineering”, ovvero l’arte di formulare
richieste dettagliate, contestualizzate e precise.
Come abbiamo visto nella prima rivelazione,
l’IA è un sistema probabilistico.
Un
prompt ben ingegnerizzato non la rende “più intelligente”;
semplicemente,
le fornisce delle barriere statistiche molto più strette, riducendo
drasticamente il campo delle possibili parole successive “corrette” e limitando
la sua tendenza a inventare.
L’esempio
della bibliografia sulla disriflessia autonomica lo dimostra perfettamente.
Prompt
semplice:
Risultato:
Bibliografia completamente inventata.
Prompt
ingegnerizzato:
Risultato:
Bibliografia corretta e reale.
La
differenza è netta.
Usare l’IA in modo efficace non è un’interrogazione,
ma un dialogo strategico.
È
un’abilità che va appresa e affinata.
Il
trucco definitivo: costruisci la tua mini-IA personale e ultra-esperta.
Anche
il prompt più magistrale, però, è una richiesta rivolta a un sistema
generalista addestrato su tutto Internet, con i suoi errori e pregiudizi.
E se potessimo fare di meglio?
Se potessimo trasformare l’oracolo
inaffidabile in un assistente esperto e fidato? Questa è la lezione finale, la più
potente, che completa il nostro percorso verso la padronanza dello strumento.
Invece
di affidarci alla conoscenza oceanica dell’IA, possiamo creare il nostro
esperto personale e ultra-specializzato.
Questa tecnica, nota come “Retrieval-Augmented
Generation “(RAG), è la risposta definitiva al problema delle allucinazioni.
Strumenti
come “Notebook LM di Google” permettono di caricare un set di documenti fidati
forniti da noi – e solo quelli – per creare una “fonte di conoscenza” chiusa.
Il
Dott. Zampolini ne ha fornito un esempio brillante.
Ha
registrato tutte le sue lezioni universitarie di fisioterapia, le ha caricate
nel sistema e ha dato accesso ai suoi studenti.
L’IA è
diventata il suo “gemello digitale”.
Gli
studenti possono interrogarla in qualsiasi momento, ricevendo risposte basate
esclusivamente sugli insegnamenti specifici del professore.
Il
sistema diventa un esperto assoluto e unico di quel materiale, abbattendo
drasticamente il rischio di invenzioni.
L’applicazione
pratica è immediata:
potete
registrare l’audio di una riunione di lavoro, darlo in pasto al sistema e
chiedergli di produrre un riassunto perfetto e una lista di punti azione.
Non inventerà nulla, si limiterà a rielaborare
in modo intelligente i contenuti che gli avete fornito.
Conclusione:
Uno Strumento, non un Oracolo.
L’intelligenza
artificiale non è un oracolo infallibile né un’entità dotata di coscienza. È
uno strumento di una potenza senza precedenti, ma con limiti precisi e una
natura profondamente “aliena” rispetto alla nostra. La sua affidabilità e la
sua utilità non dipendono dalla sua presunta “intelligenza”, ma interamente
dalla nostra consapevolezza e abilità nell’utilizzarla.
Imparare
a dialogare con essa, a fornirle confini chiari e a sfruttarla come un
assistente specializzato anziché come un pozzo di conoscenza universale è il
vero salto di qualità.
Solo così potremo sfruttarne le immense
opportunità, proteggendoci al contempo dai suoi inevitabili rischi.
Ora
che sappiamo che l’IA è uno specchio che riflette i dati che gli forniamo e il
modo in cui la interroghiamo, quale responsabilità abbiamo nel plasmare le
risposte che darà al mondo di domani?
L’Intelligenza
artificiale è
solo
una sfida al cambiamento.
Altriitaliani.net
- Simona Michelon – (8 ottobre 2025) – ci dice:
Simona
Michelon è impegnata in un dottorato di ricerca nazionale sul tema –
attualissimo – dell’uso dell’intelligenza artificiale nell’istruzione, un
argomento che lei si propone di approfondire mano, mano sul nostro giornale se
vi incuriosirà.
Ogni
volta che compare una nuova tecnologia, l’umanità si divide:
da una
parte c’è chi esulta per nuove promesse di progresso, dall’altra chi teme
catastrofi, la parte da cui stiamo dipende da come viviamo il cambiamento.
Oggi
accade lo stesso con l’intelligenza artificiale.
C’è chi la considera un’intelligenza autonoma,
destinata a superare l’uomo, e chi la guarda con sospetto, convinto che
distruggerà posti di lavoro, creatività e persino la capacità di pensare.
La verità, forse più semplice ma anche più
scomoda, è che l’IA non è né un amico né un nemico: è soltanto uno strumento.
Potente,
sì, e pervasivo come nessuna tecnologia prima d’ora, ma pur sempre un mezzo
nelle mani dell’uomo.
Per
comprendere meglio possiamo riprendere tre grandi riferimenti della nostra
tradizione culturale:
il
mito della scrittura nel Fedro di Platone, il metodo educativo di Socrate e
l’insegnamento di Lacan, interpretato da Massimo Recalcati.
Platone,
nel dialogo Fedro, racconta un mito che suona oggi incredibilmente attuale.
L’inventore
“Theuth” porta al faraone “Thamus” le sue scoperte: i numeri, il calcolo,
l’astronomia e soprattutto la scrittura.
Secondo
Theuth, scrivere sarà un dono per gli uomini, perché consentirà di fissare il
sapere, di conservarlo e trasmetterlo.
Ma
Thamus risponde con durezza:
la
scrittura, dice, non renderà gli uomini più sapienti, ma solo più smemorati.
Chi si
affida a segni esterni non esercita più la memoria viva e si illude di sapere,
mentre in realtà possiede soltanto simulacri di conoscenza.
Quella
discussione di duemilaquattrocento anni fa sembra anticipare i dibattiti
odierni sull’IA.
Non rischiamo forse anche noi di diventare
“smemorati”, di affidare troppo alle macchine, di illuderci che ciò che
generano sia conoscenza?
Eppure,
la storia ci mostra che la scrittura non ha distrutto la memoria: l’ha
trasformata.
Ha
liberato la mente umana da parte del peso mnemonico, permettendo lo sviluppo
del pensiero astratto, della filosofia, della scienza.
Così,
oggi, l’IA non è destinata a cancellare l’intelligenza umana: può piuttosto
trasformarla.
Sta a
noi imparare a governarla, come abbiamo fatto con la scrittura, con la stampa e
con Internet.
Sta a noi gestire il cambiamento.
Socrate,
maestro della parola viva, guardava con diffidenza la scrittura proprio perché
temeva che cristallizzasse il pensiero.
Un
testo scritto non può rispondere alle domande, non può difendersi, non può
dialogare: resta muto, fisso, immobile.
Per questo Socrate preferiva l’incontro
diretto, il dialogo, il movimento dinamico del pensiero che si costruisce nella
relazione.
Il suo
metodo maieutico era basato sull’interrogazione reciproca:
non
trasmetteva nozioni, ma aiutava l’altro a “partorire” ciò che già possedeva
dentro di sé.
L’apprendimento,
per Socrate, non era mai passivo:
era il
frutto di un rapporto, di un esercizio di confronto e di ricerca comune.
Se
guardiamo all’intelligenza artificiale da questa prospettiva, vediamo subito il
limite evidente:
l’IA
può generare testi, simulare dialoghi, produrre argomentazioni.
Ma non
può partecipare a un vero incontro.
Non
può desiderare, non può rischiare, non può trasformarsi nel dialogo con
l’altro.
Al
massimo, può restituire schemi plausibili, combinazioni statistiche di parole.
È
utile, sì, ma non è dialogo.
Non è
relazione.
Qui
entra in gioco un terzo riferimento, più vicino a noi.
“Jacques
Lacan”, uno dei grandi psicoanalisti del Novecento, ha insistito sul fatto che
l’apprendimento è mosso dal desiderio.
“Massimo
Recalcati”, suo interprete contemporaneo, lo dice con chiarezza: non si impara
senza passione.
Apprendere è un atto d’amore.
C’è un’energia
vitale che sostiene l’allievo e l’insegnante: un movimento che non si riduce a
tecnica, a procedure, a competenze.
Senza desiderio, senza il “calore” di una
relazione, il sapere diventa sterile.
È il transfert, quell’incontro tra il
desiderio del maestro e quello dell’allievo, a generare vera conoscenza.
L’intelligenza
artificiale, per quanto sofisticata, non conosce né passione né amore. Non
desidera, non si innamora del sapere.
Può imitarne le forme linguistiche, produrre
discorsi appassionati, simulare emozioni, ma resta un simulacro.
Non
c’è vita, non c’è eros.
Per
questo non potrà mai sostituire l’educazione e la formazione nella loro
dimensione più autenticamente umana.
Se
uniamo questi tre riferimenti — il mito di Fedro, la lezione di Socrate e la
psicoanalisi lacaniana — otteniamo una cornice chiara:
l’IA è uno strumento.
Può
amplificare le fonti cui attingere il nostro pensiero, come la scrittura ha
trasformato la memoria;
può
aiutare a organizzare informazioni, ma non potrà mai essere un dialogo vivo;
può
imitare l’entusiasmo, ma non potrà mai accendere un desiderio.
La
provocazione vera del nostro tempo non è farci travolgere dall’AI ma accettare
la sfida del cambiamento che questo strumento pone dinanzi a noi.
Aprirci
e imparare ad usarla come un supporto che può amplificare le nostre possibilità
cognitive e in grado (forse) di liberarci del tempo e delle energie, da
dedicare a ciò che davvero ci rende felici.
(Simona
Michelon).
A
questo punto meglio
l’Intelligenza
Artificiale.
Marcelloveneziani.com
- Marcello Veneziani – (16 Giugno 2024) – ci dice:
Non
l’avrei mai detto prima ma il g7 ha compiuto un miracolo:
non so
voi ma io mi sono convinto che per guidare le sorti dell’umanità è meglio
affidarsi all’Intelligenza Artificiale.
Meglio lei che questi qua.
I pochi che mi seguono forse ricorderanno che
ero uno strenuo difensore dell’umanità e dell’intelligenza naturale rispetto
alla sostituzione tecnologica e al dominio dell’artificiale.
L’uomo è imperfetto, è fallibile, è
irascibile, dicevo, ma meglio l’uomo che la macchina, il calcolo, la pura
combinazione di dati e la programmazione tecnologica.
Però ora, a ragion veduta, mi dico che a
questo punto meglio puntare sull’Intelligenza Artificiale, capisce di più e sa
calcolare con più realismo vantaggi e svantaggi, rischi e opportunità;
sa
conteggiare, cioè sa sommare e sottrarre punti e stabilire priorità. Per una
volta che potevo finalmente concordare col Papa e dire che sia l’uomo a
decidere e non l’I.A., mi vedo invece costretto a smentire Francesco e a
passare dalla parte dell’Intelligenza Artificiale;
visto
che non si riesce a cavare un ragno dal buco dal summit e uno spiraglio serio
di trattativa per l’Ucraina, la Palestina, le Armi, i Migranti e via dicendo,
meglio lei, essa, codesta, non so con che pronome chiamarla.
Era
l’ultima cosa che avrei mai pensato di dire ma dopo aver visto il vertice degli
uomini più potenti del mondo, salvo qualche assente russo o cinese;
dopo
aver sentito cosa (non) pensano di fare e come (non) pensano di procedere, mi
sono convinto che l’ultima carta da giocare è delegare tutto all’Intelligenza
Artificiale.
Faccia
Lei, Signora mia, questi non sono in grado.
Non
sarà umana, non sarà creativa né originale ma forse riuscirebbe a prospettare
soluzioni più decenti di quelle che (non) sono uscite dal vertice dei Sette
Grandi.
I
pasticci con la Russia, l’esproprio dei fondi russi privati, come non fanno più
nemmeno i regimi comunisti, l’inutile pantomima sulla Palestina, le manfrine
sull’”aborto” e sull’ “lgbt”…
E
questi sarebbero, secondo i Grandi, i problemi grandi, le priorità e il modo di
affrontarle?
Meglio rivolgersi a “chat GPT” piuttosto che a
dichiarazioni ricamate a mano dai sette nano giganti più Biancaneve von Der
Leyen.
Li
avete visti tutti insieme i magnifici sette più Ursula?
È raro mettere insieme così tante nullità ai
vertici delle superpotenze d’Occidente.
Una
concentrazione mondiale senza precedenti.
Penso che gli Usa non abbiano mai avuto un
presidente più scarso e meno lucido di Biden, la Francia uno peggiore di
Macron, la Germania un cancelliere da cancellare come Scholz, e si potrebbe
proseguire.
Ma il
fatto senza precedenti è che non è mai capitato che tutte le potenze
occidentali, contemporaneamente, siano guidate dal peggiore personale dirigente
che si sia mai avuto dalla seconda guerra mondiale a oggi, il più impopolare,
il meno affidabile.
E in
una situazione di rischio planetario, di guerra mondiale.
Questa
combinazione di statisti così scadenti coincide infatti e non a caso col
momento più basso di consenso popolare, di partecipazione dei cittadini alle
sorti dei loro paesi e di prestigio mondiale delle potenze occidentali.
I migliori, nel bene e nel male, erano i capi
di stato ospiti: Modi, Erdogan…
Non so
se le faccio un complimento in questa situazione a dire che la Meloni ci
sembrava giganteggiare nel suo pur dichiarato e vistoso nanismo.
Lei, la “parvenu”, l’ultima arrivata, la
camerata della Garbatella, ha un piglio, una padronanza affabile e perfino un
abbozzo di strategia e buon senso che gli altri non hanno.
Una
donna fortunata come nessuno mai:
non è
mai capitato a un presidente italiano di avere partner internazionali così
malvisti e scalcagnati come quelli che si sono trovati a “Borgo Egnazia”, dopo
aver avuto a livello interno avversari politici ma anche alleati e concorrenti
così modesti.
È lei la numero uno in campo, per squalifica
di tutti gli altri concorrenti. Sarà modesto pure il suo governo, modesto il
suo partito, ma guardatevi intorno prima di giudicare;
la
politica è sempre un paragone, vale la pubblicità comparativa.
Lei ha
trionfato, la compagnia di giro ha toppato.
Le
cose migliori che si sono viste e sentite nel summit pugliesi sono stati il
pescato del giorno, il pane e pomodoro e la frutta e verdura pugliese.
Il
senso della realtà e della civiltà era espresso più dagli ulivi secolari, dai
muri a secco, dai Trulli, dal cielo e dal sole di Puglia, quella lunga
balconata sul mare, il luogo più orientale d’occidente e il luogo più
occidentale d’Orientale.
A
questo punto meglio l’Algoritmo, meglio il Robot, meglio il Caso travestito da
Tecnologia, diciamo meglio il tiro a sorteggio che questi decisori umani.
Sarà
artificiale ma quantomeno un po’ più intelligente sarà, nel senso che
riuscirebbe a mettere in fila i problemi e ad affrontarli tenendo presenti i
precedenti e le cose più praticabili.
Se
alla seduta dei Grandi che si domanda sull’intelligenza artificiale seguirà la
risposta dell’Intelligenza Artificiale che si domanda sui Grandi, saranno
bocciature clamorose.
Anzi,
per essere più precisi, dal vertice pugliese ho ricavato l’idea che non sarà il
fattore umano a salvarci ma l’incrocio tra Intelligenza Artificiale e Bellezza
Naturale, tra il microchip e l’ulivo.
All’uomo
solo il compito della manutenzione di ambedue.
Il
discorso, nato per gioco, sul filo del paradosso, ha un seme di verità.
Il declino delle leadership politiche e
statali è in realtà lo specchio del declino dell’umano, una forte decadenza del
pensiero e delle facoltà umane.
Sarò
apocalittico ma ho la netta impressione che stiamo precipitando senza
rendercene conto, con un’accelerazione senza precedenti, verso la
disumanizzazione integrale, in ogni campo significativo, a ogni livello.
A questo punto non si tratta di sperare
nell’Intelligenza Artificiale, ma disperando nell’Intelligenza naturale degli
uomini non resta che affidarsi ai dadi della sorte:
e se diciamo sportivamente, vinca il migliore,
temiamo che il migliore non sia l’umano, ormai ridotto a un asterisco, ma l’IA.
Insomma,
avete capito il senso della proposta, non prendetela alla lettera, si fa la
caricatura per dire la verità.
Eia
Eia trullalà.
(La
Verità – 16 giugno 2024).
Operazione
“Maine” nei Caraibi:
il Venezuela Sventa il
Pretesto
per la Guerra.
Conoscenzealconfine.it
– (2 Novembre 2025) - Redazione de l’Anti Diplomatico – ci dice:
Il
Presidente Maduro denuncia un piano della CIA per un auto-attacco nelle acque
di Trinidad e Tobago.
Il paese risponde con la mobilitazione
popolare e la sospensione degli accordi energetici con l’isola complice.
Il
Venezuela bolivariano si è eretto ancora una volta a baluardo della pace e
della sovranità dei popoli, smascherando un pericoloso piano di aggressione
orchestrato dall’impero statunitense.
Il Presidente Nicolás Maduro ha denunciato con
prove alla mano una cinica operazione sotto falsa bandiera progettata dalla CIA
nelle acque di Trinidad e Tobago, concepita per creare il pretesto di un
attacco militare contro la patria di Bolívar.
Durante
la trasmissione “Con Maduro+”, il Presidente ha rivelato come i servizi di
sicurezza venezuelani abbiano sventato questa provocazione bellica con
l’arresto tra il 25 e il 26 ottobre di un gruppo di mercenari al soldo
dell’intelligence nordamericana.
L’obiettivo
dell’operazione terroristica era realizzare un auto-attacco contro navi
militari statunitensi, riproducendo la stessa strategia utilizzata nel 1898 con
l’affondamento del Maine a Cuba e successivamente nel Golfo del Tonchino per
giustificare interventi bellici.
Il
governo di Caracas ha agito con trasparenza internazionale, fornendo al governo
di Trinidad e Tobago le prove inconfutabili di questa aggressione, mentre ha
giustamente negato qualsiasi comunicazione con i mandanti statunitensi, già
colpevoli di aver protetto in passato gruppi terroristi operanti in Venezuela.
La
risposta del Venezuela è stata immediata e determinata.
Il Presidente Maduro ha annunciato la
sospensione cautelare di tutti gli accordi di cooperazione energetica con
Trinidad e Tobago, dopo che la Primo Ministro” Kamla Persad-Bissessar “ha
scelto di trasformare il suo paese in una base d’aggressione contro la
sovranità venezuelana.
Il
popolo venezuelano è sceso in massa nelle piazze per sostenere il suo governo e
difendere la pace.
Migliaia
di cittadini hanno manifestato negli stati costieri di Sucre, Nueva Esparta,
Delta Amacuro e Anzoátegui, dimostrando l’unità civico-militare che
caratterizza la rivoluzione bolivariana.
A”
Barcellona”, oltre cento pescherecci hanno realizzato una pattuglia simbolica
nel “Mar Caribe”, mentre a “Tucupita” le comunità indigene e criolle hanno
marciato unite contro le minacce imperialiste.
Il
Presidente Maduro ha ricordato come questa sia la terza operazione terroristica
sventata dal governo bolivariano, dopo il piano per attaccare la “Plaza de la
Victoria de la URSS” e l’attentato alla ex ambasciata statunitense a Caracas.
Il
leader venezuelano ha confermato la vigilanza rivoluzionaria del suo governo
contro i continui tentativi di destabilizzazione orchestrati da Washington, che
cerca di imporre un governo fantoccio per saccheggiare le ricchezze energetiche
e minerarie del paese.
La
mobilitazione popolare e la fermezza del governo dimostrano che il Venezuela
non si piegherà alle minacce dell’impero, mantenendo alta la bandiera della
sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli.
(Articolo
di Redazione de l’Anti Diplomatico).
(lantidiplomatico.it/dettnews-operazione_maine_nei_caraibi_il_venezuela_sventa_il_pretesto_per_la_guerra/45289_63329/).
Il
disperato tentativo delle forze speciali
di
salvare “Pokrovsk” fallisce mentre
le
forze armate ucraine subiscono un crollo
senza
precedenti su tutti i fronti:
Comedonchisciotte.org - Markus – (3 Novembre
2025) - Simplicius - simplicius76.substack.com –
ci
dice:
La
situazione continua a peggiorare sempre più per l’Ucraina.
Le
principali testate giornalistiche riportano sempre più spesso i fatti concreti,
che si tratti della mancanza di truppe o del collasso della rete elettrica:
In
linea con quanto riportato nell’articolo del Telegraph, gli ultimi dati
mostrano che, nel 2025, le diserzioni in Ucraina sono aumentate
vertiginosamente:
Nell’articolo
dello Spectator sopra citato, intitolato “Chi salverà le truppe ucraine a
Pokrovsk?“,
l’autore chiede essenzialmente alle autorità ucraine di salvare le truppe
presenti sul posto, piuttosto che lasciarle “massacrare” come negli
accerchiamenti passati, quando gli ostinati comandanti ucraini si erano
rifiutati di cedere terreno, cercando in modo spietato di ritardare la vittoria
della Russia il più a lungo possibile, a costo della vita di molti dei loro
uomini.
Il
comando militare ucraino non sempre è riuscito a mantenere questo equilibrio,
lasciando che le proprie truppe venissero circondate e massacrate piuttosto che
ordinare una ritirata tempestiva.
Oggi,
quella stessa scelta tra territori e vite umane viene fatta a “Pokrovsk”.
L’unico
modo per evitare un massacro una volta ordinata la ritirata è che i soldati
ucraini si allontanino in piccoli gruppi attraverso la porosa linea del fronte,
abbandonando tutte le attrezzature pesanti.
Come
ad “Avdiivka” e, più recentemente, nella regione russa di “Kursk”, alcuni
dovranno rimanere indietro per coprire la ritirata, affrontando una morte certa
o mesi di tortura nelle prigioni russe.
La
scorsa settimana le forze armate ucraine sono crollate come mai visto in
precedenza praticamente su tutti i fronti principali.
Sono state segnalate brecce ovunque, dalla
linea Zaporozhye-Dnipro a Pokrovsk, Konstantinovka, Seversk, Lyman e Kupyansk.
Poiché
attualmente questa è l’unica notizia che conta davvero in Ucraina, andremo
subito al sodo per vedere la portata del crollo ucraino.
Ma prima rivediamo le recenti dichiarazioni di
Putin sulla situazione al fronte, rilasciate durante una visita ai soldati
feriti in convalescenza:
Putin:
“La
situazione generale nella zona dell’operazione militare speciale si sta
sviluppando molto bene per noi.
I vostri compagni d’armi stanno avanzando
attivamente su tutti i fronti.
In due luoghi, come sapete, nelle città di
Kupyansk e Krasnoarmeysk, il nemico è stato bloccato e circondato.
A
proposito, ho discusso la questione con i comandanti dei rispettivi gruppi di
truppe.
Non si
oppongono a far entrare nella zona dell’accerchiamento i rappresentanti dei
media, giornalisti stranieri e ucraini, affinché possano vedere con i propri
occhi cosa sta succedendo e verificare le condizioni delle unità ucraine
circondate.
In questo modo, la leadership politica
dell’Ucraina potrà prendere la decisione appropriata riguardo al destino dei
propri cittadini e dei propri militari, proprio come era stato fatto una volta
ad “Azovstal”.
Avranno
questa opportunità.
Ci
preoccupa solo una cosa: che non ci siano provocazioni da parte ucraina.
Siamo pronti a cessare le ostilità per un
certo periodo, per diverse ore – due, tre, sei ore – affinché gruppi di
giornalisti possano entrare in questi insediamenti, vedere cosa sta succedendo
lì, parlare con i militari ucraini e andarsene”.
Putin
ha offerto in modo controverso un cessate il fuoco temporaneo a “Pokrovsk”
affinché i giornalisti occidentali possano vedere quanto effettivamente siano
circondate le forze ucraine, un fatto attestato da “Julian Ropcke” che ha
irriso il fatto che fosse stato invitato personalmente:
La
controversa richiesta di Putin ha sollevato un vespaio tra i sostenitori della
Russia, che temono che il leader russo stia nuovamente mostrando debolezza nei
confronti del nemico offrendo concessioni.
Capisco
il punto di vista di entrambe le parti, ma in questo caso ritengo che un
cessate il fuoco di poche ore, come proposto da Putin, non causerebbe grandi
danni, ma porterebbe invece notevoli vantaggi in termini di immagine.
Inoltre,
come sempre, Putin ha l’abitudine di fare offerte che sa saranno rifiutate
dalla parte avversaria in modo da apparire come un leader misericordioso e
ragionevole, in contrasto con il suo avversario Zelensky.
Il
motivo per cui questo ha particolare importanza, tuttavia, è che
l’accerchiamento di Pokrovsk è diventato un importante segnale d’allarme per le
attuali condizioni dell’AFU.
L’accerchiamento
che le forze russe hanno realizzato attorno a questo agglomerato sembra essere
il più stretto che abbiano mai realizzato attorno a una città, se dobbiamo
credere alle mappe filo-russe, il che è un segnale estremamente eloquente
rispetto all’attuale capacità di combattimento delle truppe ucraine.
La
configurazione attuale mostra una distanza di soli ~2 km tra le punte più
avanzate delle linee russe.
Si
tratta di un varco molto stretto attraverso il quale, secondo quanto riferito,
solo uno o due soldati ucraini alla volta possono tentare di fuggire,
approfittando della nebbia, della notte o di altre “condizioni particolari”.
Di
seguito è riportato proprio ciò che è accaduto ieri nella nebbia (i soldati
ucraini hanno fatalmente scambiato il drone per uno dei loro).
Certo,
si discute molto su quante truppe ucraine siano effettivamente rimaste in
quella sacca e, come ho affermato di recente, è probabile che non siano molte,
forse poche centinaia o meno, ma nessuno sembra saperlo con certezza.
Tuttavia,
o il numero di soldati rimasti è ancora significativo, oppure ci sono alcune
persone molto importanti, perché il GUR ucraino ha deciso di lanciare un’audace
operazione con elicotteri delle forze speciali “dietro le linee nemiche” fino
all’estremità dell’accerchiamento, per ragioni che per ora possiamo solo
ipotizzare.
L’operazione
è stata condotta qui, dove gli operatori delle forze speciali si sono
trincerati negli edifici o tra la vegetazione, prima di essere, apparentemente,
distrutti dai droni russi in agguato:
L’annuncio
ufficiale del Ministero della Difesa russo:
Un
simile tentativo di infiltrazione suicida da parte delle GUR è quasi senza
precedenti e rappresenta un atto disperato commisurato alla gravità della
situazione.
Considerando
questo tentativo e la proposta senza precedenti di Putin di consentire ai media
di assistere all’accerchiamento, possiamo solo supporre che il “calderone” di “Pokrovsk”
sia uno dei più completi mai realizzati delle forze russe finora.
Un
post pubblicato direttamente da un importante canale ucraino legato
all’esercito:
Certo,
gli ucraini hanno ottenuto un grande successo nel respingere le forze russe dal
saliente di “Dobropillya” a nord, il che ha persino suscitato voci secondo cui “Gerasimov”
avrebbe “licenziato” il generale della 51ª Armata responsabile di quel
quadrante, proprio a causa di questo fallimento.
Ma
l’attacco era stato progettato per alleggerire la pressione su “Pokrovsk “e
questo non sembra aver funzionato per le AFU.
Il
crollo più consistente delle AFU continua a verificarsi lungo la linea del
fiume “Yanchur,” dove la catena di insediamenti che abbiamo seguito per
settimane è stata finalmente quasi completamente smantellata:
Da
notare in particolare a nord, qui le forze russe stanno già entrando a “Danylovka
“e ne hanno già conquistato una parte. Questa città domina l’importante
autostrada T0401 che rifornisce “Gulyaipole” a sud, e la sua conquista
complicherà la logistica per “Gulyaipole”, che sta già iniziando a essere
assediata su tre lati in termini di principali vie di rifornimento.
Inoltre,
le forze russe hanno conquistato un’enorme fascia di territorio direttamente a
nord di questa zona per rafforzare i fianchi e iniziare l’assalto verso l’altra
“Pokrovske”, visibile a nord-ovest della linea:
Poco
più a nord-est, le forze russe hanno già iniziato a entrare e conquistare “Novopavlovka”,
che era stata lentamente circondata nelle ultime settimane:
Una
vista più ampia:
Per
chi non sta seguendo da vicino la situazione, nell’ampia panoramica sopra
riportata è possibile vedere Pokrovsk a nord-est e la linea Yanchur a
sud-ovest.
Cosa
significa questo?
Significa
che c’è un altro insediamento di grandi dimensioni che le forze russe
probabilmente conquisteranno presto, insieme a “Pokrovsk”,” Kupyansk” e molti
altri che stanno iniziando a cadere.
A
nord, le forze russe hanno iniziato ad assaltare la punta meridionale di “Seversk”,
il che significa che anche questa città chiave è destinata a cadere nel
prossimo futuro.
Progressi
ancora più significativi sono stati registrati a nord-ovest, a “Krasny Lyman,”
dove le forze russe stanno ora assaltando la zona meridionale della città, dopo
averne già conquistato una parte considerevole.
Quello
che è ancora più scioccante è la rapidità con cui le forze russe stanno
avanzando sul fianco settentrionale di questo fronte, dove si sono spinte in
profondità nelle foreste verso il fiume “Seversky Donets.”
Di
fatto, questo pone “Izyum” a distanza di tiro dei loro cannoni.
Infine,
“Kupyansk” ha registrato nuovamente importanti progressi.
Le
forze russe hanno attraversato il fiume da ovest e stanno avanzando anche da
nord per conquistare l’ultima sezione sulla riva sinistra o orientale:
Una
vista più ravvicinata mostra la zona più settentrionale della sponda orientale
attualmente sotto assalto.
Inoltre,
sulla prima mappa più ampia sopra riportata, è possibile vedere che le forze
russe hanno già preso d’assalto il lato occidentale per conquistare “Sadove”,
il che sta trasformando sempre più l’”intera zona di Kupyansk” in un vero e
proprio calderone.
Allora,
qual’ è la situazione?
Pokrovsk
e Mirnograd sono entrambe destinate a cadere presto.
Kupyansk
è destinata a cadere; Seversk, Krasny Lyman, Novopavlovka e Konstantinovka sono
tutte sotto assedio e probabilmente cadranno prossimamente, mentre Gulyaipole e
altre città saranno poi assediate.
La
Russia, a un certo punto, aveva conquistato in media solo una grande città
all’anno (Mariupol nel 2022, Bakhmut nel 2023, Avdeevka nel 2024).
Ora,
le forze russe sono pronte a conquistare una serie di città in rapida
successione.
Allo
stesso modo, ogni anno, dall’inizio della guerra, l’Ucraina aveva lanciato una
grande “controffensiva”:
c’erano
state quelle di Kherson e Kharkov nel ’22, quella “grandiosa” di Zaporozhye nel
’23 e quella di Kursk nel ’24.
Il
2025 è stato il primo anno senza una grande controffensiva ucraina.
Questi
due fatti contrastanti parlano da soli:
l’AFU
è una forza ormai esaurita e l’avanzata russa sta accelerando drasticamente.
Allo
stesso tempo, gli attacchi della Russia alla rete elettrica ucraina sono stati
i più determinati mai visti, e molti hanno notato comportamenti “insoliti”,
come il doppio attacco alle squadre di riparazione e il lancio di giganteschi
sciami di droni su ogni struttura, invece che, semplicemente, uno o due
missili.
Diversi
funzionari ucraini hanno già invitato la popolazione ad abbandonare Kiev,
avvertendo che per gran parte del prossimo inverno non ci sarà riscaldamento.
La
principale autorità energetica ucraina “Ukrenergo”.
Alcuni
parlamentari ucraini stanno addirittura sollecitando una tregua energetica.
Un
commentatore ucraino riassume la situazione: prestate particolare attenzione
all’ultimo paragrafo.
Roman
Ponomarenko scrive su TG:
“Un
post pessimista, ma è così.
Data
l’attuale configurazione della guerra a cui stiamo assistendo, la sua
conclusione non sarà chiaramente a nostro favore.
Nessuno
parla più dei confini del 1991 e il presidente Zelensky ha ripetutamente
dichiarato la sua disponibilità a cessare le ostilità lungo la linea di
contatto.
E,
sebbene egli sottolinei costantemente che l’Ucraina non cederà nemmeno un
centimetro del proprio territorio, l’attuazione pratica di questa intenzione
appare incerta.
Al momento non possiamo riconquistarlo con
mezzi militari.
E sperare che la Russia rinunci
volontariamente alle terre incorporate nella sua costituzione è inutile:
così
facendo, Putin non solo delegittimerebbe se stesso come leader russo, ma
firmerebbe anche la propria condanna a morte.
Le
garanzie di sicurezza che Zelensky cerca così disperatamente sembrano una
palese chimera nel mondo di oggi.
Né gli
Stati Uniti, né l’Europa, né la NATO combatteranno per noi, né ora né tra
5-10-15 anni.
L’unica cosa su cui possiamo contare è un
conflitto diretto tra la NATO o l’Europa e la Russia, ma solo dopo la fine
della nostra guerra.
Considerando
che attualmente né gli Stati Uniti né l’UE ritengono vantaggioso o necessario
il crollo della Russia, non sono sicuro che l’Europa combatterà attivamente
nemmeno per sé stessa.
È più
probabile che cercherà di comprare il conflitto, con denaro o territori.
Non è
un caso che nei Paesi Baltici non ci sia attualmente alcuna fiducia che la NATO
combatterà per loro anche in caso di aggressione diretta da parte della Russia.
Pertanto,
dopo la guerra, avremo perdite territoriali e una Russia guidata da Putin ai
nostri confini, incoraggiata dalla vittoria e dalla grandezza imperiale.
Ci
imporrà le sue richieste in campo di politica estera e interferirà nella
politica interna attraverso le elezioni a tutti i livelli.
Considerando
che gli ucraini sono molto bravi a litigare tra loro, questo non sarà difficile
da ottenere per il nemico.
Come
esempio, guardiamo all’attuale Georgia, che 15 anni fa era categoricamente
anti-russa.
E la
domanda principale:
l’Ucraina
può vincere e garantirsi un futuro sicuro per almeno qualche decennio?
Teoricamente sì.
Per questo, abbiamo bisogno di una
destabilizzazione interna in Russia e di un cambiamento del regime al potere.
Ciò è
possibile con un approccio globale da parte nostra.
Alcuni
aspetti sono già stati attuati: sul fronte stanno morendo più russi che soldati
ucraini e gli attacchi alle raffinerie hanno provocato una crisi della benzina
in molte regioni della Russia;
alcuni
lavori devono ancora essere completati, come fomentare il confronto interno in
Russia, ad esempio tra la popolazione indigena e i migranti, ecc. Tuttavia, i
nostri sforzi da soli non sono sufficienti.
Anche
i partner occidentali dell’Ucraina devono contribuire.
Sono
disposti a correre dei rischi, dato che non vogliono il collasso della Russia?
Una domanda retorica, semmai.
Il
fatto più rivelatore delle improvvise avanzate russe su tutti i fronti è che
queste non sembrano essere spinte da grandi assalti meccanizzati con enormi
perdite, come era avvenuto in alcune delle precedenti “offensive” ufficiali
della Russia. Certo, nelle ultime due settimane abbiamo assistito a una serie
di assalti meccanizzati, ma questi hanno interessato principalmente fronti
secondari, ad esempio la zona occidentale di Zaporozhye, intorno a Orekhove, a
Shakhove, a nord di Pokrovsk, ecc.
I
fronti principali discussi in precedenza sembrano tutti crollare a causa delle
solite tattiche di logoramento e dei “mille tagli”.
Ciò
significa soprattutto che la Russia non sembra pagare un costo esorbitante in
termini di vittime e attrezzature per questi recenti successi, ad eccezione di
beni di consumo come biciclette, auto civili, bukhankas [UAZ-452, un vecchio
furgone fuoristrada, N.D.T.], ecc.
Se
così fosse, ciò sarebbe di pessimo auspicio per le AFU.
Significherebbe
che è stato raggiunto un punto di non ritorno in cui la Russia non deve più
spendere risorse eccessive per queste continue conquiste, il che significa che
continueranno ad avanzare senza sosta.
Non
sappiamo con certezza se sia così;
ad esempio, il fatto che questo improvviso
crollo delle AFU abbia coinciso proprio con l’arrivo della “rasputitsa” e di
altre condizioni climatiche avverse simili a quelle invernali potrebbe
significare che ciò ha più a che fare con la recente avanzata della Russia.
Ma,
come ho già affermato più volte, la Russia ha sempre condotto le sue campagne
più importanti durante l’inverno, periodo in cui erano state effettuate le
operazioni di “Bakhmut” e “Avdeevka”.
Inoltre,
in molte campagne precedenti, le forze russe all’inizio avevano spinto con
forza, per poi esaurirsi a causa delle perdite e dell’arrivo delle riserve
ucraine;
si
vedano la campagna di Sumy, Volchansk a Kharkov, ecc.
Ma, in
questo caso, l’AFU per la prima volta sembra davvero disgregarsi ovunque, tanto
che è difficile immaginare che le forze russe possano fermarsi per esaurimento
lungo l’intero fronte da questo punto in poi:
ci
sono semplicemente troppe aree in cui l’Ucraina non ha più le risorse umane per
difendersi adeguatamente.
Alcuni
hanno anche notato altre interessanti peculiarità dei recenti successi della
Russia:
stanno
conquistando importanti insediamenti senza raderli al suolo, come era avvenuto
in passato con “Avdeevka”,” Bakhmut” e persino con insediamenti più piccoli
come” Marinka”.
Una
delle cose che ho notato della battaglia di “Pokrovsk” è che, a differenza di
quanto accaduto all’inizio della guerra, i russi non hanno distrutto la città.
Sembra
che l’uso di munizioni pesanti sia notevolmente diminuito.
Probabilmente
ci sono varie ragioni per questo.
Me ne
vengono in mente due.
Gli
attacchi di precisione con i droni hanno probabilmente sostituito in una certa
misura la necessità di munizioni pesanti.
In secondo luogo, i problemi di personale
dell’AFU potrebbero significare che [bombardare a tappeto] non è più
necessario.
Questo
sembrerebbe più dovuto al fatto che le forze ucraine sono talmente malridotte
che non sono più in grado di tenere le città così a lungo da costringere i
russi a raderle al suolo.
Le AFU iniziano a ritirarsi anche contro gli
ordini diretti e le schiaccianti forze russe li spazzano via da ogni lato.
Come è
possibile essere in inferiorità numerica rispetto al proprio avversario in
misura così consistente quando gli si stanno infliggendo perdite che si presume
siano di 10 a 1?
Una
cosa da ricordare è che, man mano che le AFU si ritirano, il crollo non può che
accelerare, e questo perché gli intervalli di tempo a disposizione dell’Ucraina
per costruire adeguate linee difensive a una distanza appropriata dietro un
fronte che crolla o prima di un’avanzata russa sono sempre più brevi.
Questo
è il motivo per cui da tempo sostengo che, a un certo punto, il crollo non
potrà che diventare logaritmico, piuttosto che rimanere lineare in termini di
intensità.
L’unica
cosa che, a questo punto, potrebbe probabilmente rallentarlo sarebbe una nuova
grande mobilitazione da parte dell’Ucraina che coinvolga anche i diciottenni e
le donne.
Ma,
primo: ciò potrebbe significare il suicidio politico di Zelensky e secondo:
anche se la mobilitazione iniziasse ora, ci vorrebbe almeno sei mesi prima di
vedere effetti reali.
Riflessioni
di un analista militare russo sui prossimi mesi di sviluppi nel campo dei
droni.
Carri
armati e veicoli blindati finti (esche), così come sbarrare gli ingressi dei
bunker con reti, ridurranno molto presto significativamente l’efficacia dei
droni. Dopo la rivoluzione dei droni, assisteremo a una logica continuazione
nello sviluppo di questo tipo di armamento:
l’emergere
di uno sciame d’attacco controllato da un singolo operatore.
In
termini di impatto sulle tattiche di combattimento, questa innovazione sarà
paragonabile all’avvento delle mitragliatrici alla fine del XIX secolo.
Uno
sciame o pseudo-sciame, armato con diverse testate, distruggerà i veicoli da
combattimento protetti da griglie, abbattendo le reti protettive con i primi
colpi e inserendo poi una carica cava nel “ventre molle”.
Allo stesso modo, lo sciame romperà reti e
rinforzi sulle blindature o sulle caponiere dei veicoli.
Un
principio simile è attualmente utilizzato, soprattutto con i droni a fibra
ottica, ma solo pochi operatori sono attualmente operativi.
Tra
pochi mesi, vedremo sciami di 5, 10 o 15 droni entrare in un’area ed effettuare
pattugliamenti di combattimento, distruggendo tutto ciò che si trova nel mirino
delle loro telecamere.
Dopo che un veicolo corazzato da combattimento
sarà stato distrutto, l’operatore finirà gli equipaggi e le truppe che tentano
la fuga.
Attualmente,
il personale spesso riesce nell’impresa, ma, all’apparire di uno sciame, il
salvataggio sarà più una questione di fortuna che di una manovra pratica.
Sono
fiducioso che in quest’area non solo terremo il passo con i nostri avversari,
ma li supereremo.
Il
nostro esercito e il nostro complesso militare-industriale stanno facendo passi
da gigante verso il futuro, anche se non è immediatamente evidente dai
notiziari e dai notiziari militari.
Il
destino stesso sta ancora una volta costringendo la Russia a rimettersi in
piedi e, dopo una bella batosta iniziale, a emergere come la potenza militare
più avanzata e potente.
Siamo
solidali con le tigri di carta, indipendentemente dall’entità del budget
militare che possono avere a disposizione.
(Simplicius).
(simplicius76.substack.com).
(simplicius76.substack.com/p/desperate-special-forces-bid-to-save).
Religione
e potere: il revival cristiano
che
minaccia la democrazia.
Micromega.net
- Stephen Evans – (25 Settembre 2025) – ci dice:
A
differenza di quanto afferma la destra, la democrazia liberale non nasce dalla
religione, ma dalla volontà di affrancarsene.
Religione
e potere: il revival cristiano che minaccia la democrazia.
Stiamo
assistendo a una rinascita spirituale nel Regno Unito?
Dopo decenni di chiese vuote, si fa sempre più
insistente il parlare di una rinascita cristiana.
Ma ciò
che sta emergendo somiglia più all’uso del cristianesimo come veicolo per
agende politiche e culturali che a un autentico risveglio religioso.
Prendiamo,
ad esempio, la recente marcia “Unite the Kingdom” di “Tommy Robinson” a Londra,
dove il nazionalismo cristiano si è manifestato apertamente.
Tra
Union Jack e slogan anti-immigrazione, si sono visti uomini vestiti da
crociati, versetti biblici su striscioni, croci levate al cielo e appelli
espliciti a “riconquistare” la Gran Bretagna al cristianesimo.
Alcune
delle retoriche più allarmanti sono arrivate da “Brian Tamaki”, leader della “Destiny
Church” della Nuova Zelanda.
Dal
palco, ha tuonato: “Questa è una guerra religiosa… Islam, Induismo, Baháʼí,
Buddismo – qualsiasi altra cosa vi interessi – è tutto falso.
Dobbiamo
ripulire i nostri paesi.
Dobbiamo
eliminare tutto ciò che non conosce o non accoglie Gesù Cristo. Vietare.
Vietare ogni tipo di espressione pubblica di
altre religioni nelle nostre nazioni cristiane.
Vietare
la carne halal. Vietare il burqa. Vietare moschee, templi, santuari: non
vogliamo queste cose nei nostri paesi”.
Mentre
la folla applaudiva, diverse bandiere – tra cui una con la scritta “umanesimo
laico” – venivano fatte a pezzi sul palco.
Il tutto durante un presunto “raduno per la libertà di espressione”.
Lo
stesso “Robinson” ha invocato sempre spesso la fede come segno distintivo
dell’identità britannica.
Ha raccontato di aver trovato Dio durante
l’ultima detenzione, frequentando uno seminario biblico settimanale con un
cappellano. “Robinson”, il cui vero nome è “Stephen Yaxley-Lennon”, è uscito di
prigione indossando un rosario e ha poi dichiarato al podcaster “Liam Tuffs”: “Ho letto la Bibbia”.
E
mentre la leggevo, ho capito che tutto viene dalla Bibbia.
Ogni detto, ogni cosa, ogni elemento di ciò su
cui è costruito il nostro paese viene dalla Bibbia… E quando ha iniziato a decadere
questo paese? Quando ha perso la fede e l’identità”.
È un
leitmotiv molto comune, che ha guadagnato terreno tra i conservatori che
sostengono che la perdita della fede sia all’origine del declino nazionale.
L’argomento
è che la democrazia liberale occidentale affondi interamente le sue radici nel
cristianesimo, e che, a meno di un “ritorno a Dio”, le nostre libertà siano
destinate inevitabilmente a svanire.
Il
libro best-seller dello storico “Tom Holland”, “Dominion”, è spesso utilizzato
per rafforzare questa idea, e viene presentato come prova che i valori moderni non siano
altro che cristianesimo mascherato.
Ma
questa lettura romanticizzata trascura la lunga e spesso cruenta storia
dell’opposizione del cristianesimo ai princìpi democratici.
Lungi
dall’aver coltivato la democrazia liberale, la Chiesa ha trascorso secoli a
consolidare gerarchie, soffocare il dissenso e opporsi ai diritti individuali.
Progressi che si sono realizzati non grazie a,
ma nonostante il potere religioso.
Per
oltre mille anni, l’Europa è stata dominata da una Chiesa che difendeva la
gerarchia, non la libertà.
La
cristianità medievale non fu culla della democrazia, ma una teocrazia che
pretendeva obbedienza.
I re rivendicavano un “diritto divino” al
potere, mentre chi metteva in discussione l’autorità religiosa era marchiato
come eretico e spesso giustiziato.
I tribunali ecclesiastici soffocavano il
libero pensiero, e i leader religiosi benedicevano la monarchia assoluta.
L’Inquisizione
non proteggeva le libertà civili: le schiacciava.
Le
radici della moderna democrazia liberale affondano nell’Illuminismo, quando i
pensatori iniziarono a mettere in discussione l’autorità sia dei monarchi sia
delle gerarchie religiose.
“John
Locke” sosteneva che i governi devono basarsi sul consenso dei governati e che
l’autorità religiosa non deve avere alcun ruolo nella legge.
“Voltaire”
ridicolizzava il potere clericale e invocava la libertà di coscienza.
“Thomas
Paine”, voce centrale della Rivoluzione americana, attaccava con forza il
cristianesimo come sistema di tirannia e superstizione.
Questi
pionieri della democrazia liberale non difendevano la tradizione cristiana: ne
spezzavano la morsa sulla vita pubblica.
La
separazione tra Chiesa e Stato, sancita nelle Costituzioni francese e
statunitense, rappresentò un rifiuto consapevole del dominio religioso e resta
ancora oggi uno dei baluardi più solidi contro il potere clericale e una
condizione essenziale per ogni società realmente democratica.
Eppure
il Regno Unito continua a mantenere una Chiesa di Stato, lasciando la porta
aperta a chi vuole confondere fede e istituzioni.
Nel
contesto del nazionalismo cristiano che ha mostrato il suo volto per le strade
di Londra, i discorsi della “Bible Society” su una “quieta rinascita”
cominciano a suonare sinistri.
Il loro recente rapporto, realizzato con il
supporto di “YouGov”, sostiene che la partecipazione mensile alle funzioni religiose in
Inghilterra e Galles stia crescendo in modo significativo, in particolare tra i giovani e tra
i giovani uomini.
È
plausibile che esistano sacche di rinnovato interesse religioso – specie in
alcuni gruppi sociali o etnici – ma affermazioni roboanti su un risveglio
spirituale non reggono a un’analisi seria.
Come ha sottolineato il professor “David Voas” dell’ “Ucl
Social Research Institute”, i dati della” Bible Society” sembrano frutto di una
metodologia dubbia, di un’autodenuncia troppo entusiasta della partecipazione
alle funzioni (fenomeno ben noto), o di un’anomalia statistica che ignora
l’ampia e documentata tendenza al declino della religiosità in termini di partecipazione
e convinzione.
Vale
la pena notare che le stesse Chiese non segnalano nulla di clamoroso.
I dati
ufficiali mostrano che la partecipazione anglicana non è ancora tornata ai
livelli pre-pandemia.
Lo
stesso direttore della ricerca della” Bible Society”, incalzato alla
trasmissione della Bbc “More or Less”, ha ammesso che i dati presentano
“anomalie” anche se, a suo dire, non sono “completamente campati in aria”.
Una
difesa piuttosto tiepida, insomma.
In
ogni caso qualcosa sta succedendo.
Anche se il nazionalismo cristiano nel Regno
Unito e in Europa può sembrare meno marcato che negli Stati Uniti, i
finanziamenti e l’influenza della “Christian Right americana” stanno
cominciando a infiltrarsi nella politica britannica e il raduno dei giorni
scorsi è un segnale chiaro che la religione viene sempre più utilizzata per
ridefinire l’identità nazionale.
È
significativo che il più acceso sostenitore della “ricristianizzazione” della
vita pubblica in Parlamento, “Danny Kruger”, abbia appena abbandonato i
Conservatori per unirsi a “Reform UK”.
Incaricato
di aiutare il partito a “prepararsi al governo”, è probabile che spinga verso
un nazionalismo cristiano, presentando il ritorno all’identità cristiana come
rimedio alla frammentazione sociale e alla perdita di valori.
È
possibile che “Nigel Farage”, populista più abile di Kruger, intuisca che una
narrazione incentrata su una religione che alla maggior parte dei britannici
non interessa, rischi di cadere nel vuoto, come dimostra l’intervento recente
di “Kruger” sul nazionalismo cristiano in una Camera dei Comuni pressoché
deserta.
Messaggi
di questo tipo rischiano di limitare il potenziale attrattivo del partito e
allontanare potenziali elettori.
Tuttavia,
si può star certi che qualunque movimento politico influenzato da Kruger sarà
ostile ai princìpi laici.
Non è
il momento della compiacenza.
Gli
elettori britannici devono diffidare di politici che spacciano agende settarie
sotto le spoglie di un rinnovamento morale.
Questa
strada non porta a una rinascita democratica, ma alla teocrazia.
Usare
il cristianesimo come “baluardo contro il fondamentalismo islamico” rischia di
sostituire una forma di estremismo religioso con un’altra, approfondendo le
divisioni, invece che difendere la democrazia.
La
democrazia liberale occidentale non è stata costruita sulla “Scrittura”, ma
sulla volontà di affrancarsene.
L’idea che solo la religione possa
salvaguardare le nostre libertà non solo falsifica la storia:
minaccia
la democrazia minando i princìpi laici che garantiscono i diritti e le libertà
di tutti.
In
tempi di crescenti tensioni e divisioni profonde, l’ascesa della politica
identitaria anti-laica è tanto divisiva quanto pericolosa.
Laicità non significa cancellare la fede;
significa garantire che nessuna fede sia privilegiata sulle altre.
In un mondo sempre più polarizzato, difendere i valori
laici e inclusivi non è solo importante:
è essenziale per proteggere la democrazia, la
libertà e l’equità per tutti.
Religione
e Democrazia verso il Nuovo.
Cosmopolisonline.it
- Marco Ventura – (1° gennaio 2022) – ci dice:
Verso
la nuova democrazia.
La
prima ragione per cui ci interessiamo al rapporto tra religione e democrazia è
che la democrazia si sta trasformando in qualcosa di diverso da ciò che
l’Occidente ha elaborato e sperimentato nelle rivoluzioni di Sette-Ottocento,
nelle codificazioni, negli stati laici, nei diritti umani del secondo dopo
guerra. La globalizzazione economica e mediatica, l’internazionalizzazione e la
regionalizzazione del diritto, i nuovi rapporti tra pubblico e privato hanno
eroso il sistema democratico tradizionale centrato sulla sovranità statuale.
Non
per questo deve parlarsi di fine della democrazia:
l’integrazione
europea è in sé un grande esperimento di democrazia transfrontaliera, così come
di nuova democrazia si tratta nella gestione della società multiculturale (il
diritto di voto degli immigrati), aperta (la rappresentanza politica
femminile), localizzata (la sussidiarietà), complessa (la governance).
La
sperimentazione del nuovo spinge a recuperare e capire meglio il vecchio.
Cosa
hanno significato, nella democrazia greca, il politeismo, l’oligarchia, Socrate
e Platone?
Cosa e
quanto hanno dato i canonisti mentre, come “Bernardo di Pavia” nel suo “Summa
de electione”, definivano concetti chiavi della decisione collegiale e del
principio di maggioranza o, come “De Vitoria”, vincolavano il sovrano al
diritto naturale?
Idee,
conflitti, interpretazioni ed esperienze raccontano una straordinaria
molteplicità e contraddittorietà di elementi dietro l’unica parola democrazia.
Non sempre tale ricchezza è rispettata.
Non sempre è facile conservare equilibrio
quando l’impatto politico e la posta ideologica in palio sono così alti.
La
logica dei media e della politica – ma anche degli schieramenti
ideologico-religiosi – spinge alla semplificazione.
Prevalgono
gli estremi per cui il cristianesimo, e solo il cristianesimo, ha fatto la
democrazia (dimenticando l’apartheid e le dittature sudamericane) o, al
contrario, la democrazia è il frutto del trionfo della ragione illuminata sulla
religione oscurantista (dimenticando i totalitarismi marxisti-leninisti).
Per quanto fisiologico in tempi di
transizione, il rischio di piegare la ricca complessità dello sviluppo
democratico a comode tesi manichee va visto, detto e gestito.
Soprattutto
quando la democrazia è termine di confronto del religioso.
Verso
la nuova religione.
Il
quale religioso è a sua volta non meno instabile e mobile, soggetto e oggetto
di profonde trasformazioni nel tempo, nello spazio e nelle diverse tradizioni
religiose e confessionali.
Anche se in qualche modo il cambiamento del
religioso è meno visibile e meno percepito – più negato – di quanto non sia il
cambiamento della democrazia.
Perché
oggi – anche quando si parla di democrazia – è anzitutto il ritorno del
religioso a colpire.
È il fatto che la religione non sembra più,
come qualche decennio fa, un fenomeno recessivo e marginale, ma al contrario un
fattore coinvolgente e montante, nella sua dimensione individuale e collettiva
non meno che nella dinamica politica.
Si parla di democrazia e religione perché la
religione bussa alla porta dei Parlamenti, mette i piedi nella pubblica piazza,
interpella scienza e tecnica, parla nelle parole dei giudici.
Aperta
la strada da “Kepel” negli anni Ottanta con il suo fortunato «la revanche de Dieu», il ritorno del religioso diviene
una formula che funziona a tutto campo ed in particolare nella cultura – dove
crescono articoli, volumi e riviste – e nella politica – dove crescono strette
di mano, discorsi, concordati.
Che il
religioso ritorni non significa che ritorni eguale a prima.
Invece curiosamente questa è spesso
l’impressione.
Si
parla di fondamentalismo – di fondamentalismi – perché a fronte di una democrazia
in transizione la religione si accredita nei suoi fondamentali e nella sua
propria stabilità.
Una risposta da lontano – i secoli di storia
che le tradizioni religiose possono mettere sul piatto – e ovviamente una
risposta dall’alto – l’alto da cui parla la parola di Dio inverata nella natura
e nella ragione.
“Religione
e democrazia” dovrebbe dunque essere lo scambio tra sicurezza e incertezza,
stabilità e mutamento, profondo e effimero.
Tale è
spesso la strategia di uomini di politica e uomini di religione la cui
legittimità sta nello squilibrio tra una democrazia fragile che invoca aiuto e
una religione solida che soccorre.
Senonché
anche la religione vive – non meno della democrazia – difficili tempi di
cambiamento.
Vi
sono religioni nuove e altamente competitive.
Vi
sono nuove religiosità molto selettive a proposito delle quali si è parlato di
religione à la carte.
Vi
sono una nuova interazione e nuovi meticciati tra religioni e confessioni
favoriti dalla globalizzazione e dalla società multiculturale.
Vi sono infine nuove e molteplici appartenenze
all’interno delle medesime chiese e comunità. Il paesaggio inquieta non poco le
autorità religiose responsabili di preservare il deposito di tradizioni e
l’unità istituzionale.
Non è
soltanto un problema di competizione con testimoni di Geova e buddisti, più
bravi dei cattolici a fare il porta a porta o a profumare le sale di preghiera.
È in questione il rapporto tra unità e
diversità su cui si sono costruite le tradizioni religiose, e soprattutto
l’identità e l’appartenenza, il contenuto di un’esperienza di fede.
In
fondo, cosa si intende per religione e in cosa crede chi crede.
Proprio nel tempo dell’apparente riproporsi
trionfante delle vecchie e rassicuranti identità, la religione si muove verso
una nuova religione.
Anche
per questo il rapporto con la democrazia è cruciale.
Verso
una democrazia religiosa.
Elementi
macroscopici sembrano ostare ad una vera e profonda conciliazione tra
democratico e religioso. Alcuni elementi sono storici, come la rottura
dell’illuminismo e della Rivoluzione francese e la separazione – quel tipo di
separazione – tra politica e religione. Altri elementi sono persistenti ed
intrinseci in quanto direttamente attinenti al rapporto tra religione rivelata
– implicante una dinamica dall’alto al basso – e sovranità popolare democratica
– implicante una dinamica dal basso in alto. Per quanto le religioni abbiano
integrato metodi e logiche democratiche (elezioni, collegi) e per quanto le
religioni – tutte le religioni in un modo o nell’altro – siano state esse
stesse laboratori di democrazia quando hanno pensato il principio maggioritario
o la superiorità del popolo sul tiranno, la democrazia occidentale liberale si
afferma in coincidenza con la fine di ogni “ingerenza di Dio” nell’allocazione
della sovranità e nella relativa libertà di esercizio.
Tuttavia
l’età della nuova democrazia e della nuova religione apre una ulteriore
stagione nei rapporti tra queste due asimmetriche realtà e spinge a ripensare
gli ostacoli che fin qui si sono opposti ad una maggiore integrazione
reciproca.
Il
primo passo è la rottura del tabù per cui la democrazia non può essere
religiosa, nel senso che la sfera pubblica (le istituzioni, la politica, il
diritto) deve essere neutralizzata e vuota rispetto al religioso. Su questo
tabù occorre intendersi. Non è vero infatti che, come sostiene chi denuncia
l’imprigionamento della religione nella sfera privata, la secolarizzazione e
l’avvento dello stato laico abbiano comportato l’espulsione del religioso dalla
sfera pubblica. Non è accaduto nei totalitarismi nazifascisti che hanno anzi
usato la religione col beneplacito di tante autorità religiose e neppure in
quelli marxisti-leninisti che hanno a loro volta conservato o creato forme
religiose al loro interno. Tanto meno è accaduto nei sistemi e nelle fasi cui si
rimprovera un laicismo antireligioso: per intenderci, non è accaduto neppure
nella Francia che ha generosamente finanziato le scuole cattoliche e protetto
le religioni tradizionali contro la scomoda concorrenza delle “sette”
(ritenendo tra l’altro che una croce di modeste dimensioni possa entrare nella
scuola pubblica al contrario dei veli islamici). E non accade nella Spagna di
Zapatero in cui le garanzie – i privilegi – per la Chiesa cattolica sono
intatti (anche perché coperti da una fonte concordataria inattaccabile dal solo
Parlamento nazionale). Il tabù della neutralizzazione antireligiosa della sfera
pubblica esiste soltanto in sparute e marginali aree della politica e nel
vittimismo di autorità religiose in cerca di nuovi riconoscimenti. Oppure in talune
reazioni delle opinioni pubbliche occidentali al disegno di colonizzazione (non
religiosa ma) confessionale di aree sensibili come il diritto di famiglia. È
semmai vero che si avverte la tentazione di usare tale tabù selettivamente –
mentre si strizza l’occhio alle autorità religiose maggioritarie – per
discriminare religioni scomode come l’Islam.
Ciò
che invece esiste è la difficile quotidiana scrittura di nuovi equilibri tra
democrazie e religioni. Dove le religioni oscillano tra la difesa della propria
libertà – la tradizionale libertas ecclesiae – e l’attacco contro la società
occidentale atea e materialista. Al netto dei pochi antireligiosi di
professione (ampiamente compensati dai falsi religiosi di comodo) e di autorità
religiose in preda al delirio da minaccia laicista, la grande maggioranza di
cittadini e attori sociali e politico-religiosi non pensa che la democrazia
debba essere antireligiosa e neppure a-religiosa. Pensa che sia possibile –
come già abbondantemente praticato – sviluppare ulteriormente una democrazia
religiosa. Una democrazia non soltanto capace di riconoscere ampie libertà alla
religione, ma anche di includerne valori e principi.
Verso
una religione democratica.
Una
democrazia religiosa è possibile soltanto a due condizioni.
La
prima è insita nel nucleo essenziale della democrazia stessa e dei diritti
fondamentali.
Come
ha chiarito la Corte dei diritti umani di Strasburgo sul caso turco del
disciolto partito della prosperità, l’appartenenza religiosa non può alterare
la fondamentale eguaglianza tra cittadini.
O
meglio, può darsi diverso riconoscimento statale dei diversi statuti
confessionali, ma senza superare il limite dell’eguaglianza nei diritti e le
libertà fondamentali.
Al
contempo, come insegna la Corte costituzionale italiana, quale che sia la
tradizione religiosa del paese o la composizione religiosa dello stesso, lo
stato deve mantenere una propria neutralità minima a garanzia della pluralità
sociale.
Questo
è, in fondo, il sistema affermatosi in Europa al di là delle specifiche
differenze nazionali.
Ed è
il sistema oggi sfidato in parte dalla crisi delle identità nazionali e in
parte dalla domanda di discriminare tra buona e cattiva religione:
una
religione cattiva da combattere (perché aggressiva, disgregatrice,
incompatibile coi valori europei) e una religione buona da sostenere (perché radicata
nell’identità europea, perché mobilitabile in difesa degli interessi
minacciati, perché di soccorso alla fragilità dello stato e della nazione).
Ma la
condizione più scomoda e problematica riguarda le dinamiche interne ai gruppi
religiosi.
Mentre le istituzioni politiche sembrano aprirsi –
talvolta quasi arrendersi – al religioso, in realtà esse stanno spingendo il
religioso a trasformarsi in senso democratico.
E
pongono tale trasformazione come cauzione della nuova inclusione del religioso
nella democrazia.
È il dibattito sulla compatibilità tra Islam e
democrazia,
ma anche e soprattutto la tensione interna alle chiese cristiane
sull’integrazione nei rispettivi ordinamenti confessionali dei meccanismi e dei
principi democratici.
Per
alcune chiese protestanti è un vecchio tema in qualche modo risolto già negli
anni Sessanta e oggi soltanto problematico rispetto all’unità tra comunità
occidentali e non (basti pensare alle tensioni nella comunione anglicana con le
chiese africane).
Per le
chiese ortodosse è una questione di legame con gli stati di riferimento e di
lento reciproco spingersi verso e allontanarsi dalla democratizzazione.
Nella chiesa cattolica sembra tenere il doppio passo
imposto da Giovanni Paolo II:
Santa
Sede in prima fila nella comunità internazionale per la democratizzazione e i
diritti umani, diritto canonico prudente nell’implementazione interna dei
diritti in ossequio al principio di specificità (costituzione gerarchica, sovranità
divina, ecc.).
Gli
stati non chiedono alle religioni di democratizzarsi.
Non si
tratta di una clausola esplicitata.
Il fatto stesso di una tradizionale democrazia
statual-nazionale in transizione verso la democrazia della globalizzazione
implica un abbattimento del muro che fin qui ha protetto certe comunità
religiose.
Tra
conflitti e controtendenze appare comunque inevitabile la sfida di una
interazione più profonda della religione con principi e meccanismi della
decisione di popolo, dell’equilibrio maggioranza-minoranza, dei diritti
fondamentali.
È un processo simile a quello innescatosi nel
Settecento e che ha portato attraverso la crisi ottocentesca le profonde
trasformazioni che conosciamo nella stessa chiesa cattolica.
Democrazia
religiosa e religione democratica vanno insieme.
Certo
non necessariamente il futuro dell’umanità sarà democratico.
Ma se
lo sarà, difficilmente potrà esserlo senza una nuova inclusione della religione
nella democrazia e della democrazia nella religione.
Sudan,
l’Assordante Silenzio
di
Fronte alla Più Grande
Tragedia
Umanitaria del Mondo.
Conoscenzealconfine.it
– (3 Novembre 2025) - Eugenio Cardi – ci dice:
La
catastrofe del Sudan può ora essere descritta solo con superlativi: è la più
grande catastrofe umanitaria del mondo, ospita la più grande crisi di
sfollamento del mondo e la più grande crisi alimentare del mondo.
“Un
incubo vivente”.
Così le Nazioni Unite descrivono ciò che sta
accadendo in Sudan.
Eppure, mentre il mondo dibatte su altre crisi
internazionali, nel terzo Paese più grande dell’Africa si consuma in un
conflitto che ha assunto le dimensioni di una catastrofe biblica.
Una
catastrofe che si svolge nell’indifferenza quasi totale della comunità
internazionale.
I
Numeri dell’Orrore.
Le
cifre sono agghiaccianti e continuano a peggiorare.
Stime
indicano che fino a 150.000 persone potrebbero essere morte dall’inizio del
conflitto nell’aprile 2023, con oltre 61.000 vittime solo nella zona di “Khartoum”.
La carestia da sola ha ucciso circa 522.000
bambini, mentre più di 14 milioni di persone sono state costrette ad
abbandonare le proprie case, rendendola la peggiore crisi di sfollamento al
mondo.
Oltre
635.000 persone, incluso il più grande campo profughi del Paese, vivono in
condizioni di carestia con un rischio elevato di morte.
Il Sudan (il terzo Paese africano per
grandezza che confina con Egitto, Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud
Sudan, Etiopia ed Eritrea), ha più persone in condizioni di carestia rispetto a
tutto il resto del mondo messo insieme.
La
crisi sanitaria è devastante:
almeno
60.000 casi di colera e più di 1.600 morti sono stati registrati tra agosto
2024 e maggio 2025.
Secondo le Nazioni Unite, oltre 30 milioni di persone
necessitano urgentemente di assistenza umanitaria, in un Paese con una
popolazione di circa 48 milioni di abitanti.
Le
Radici della Tragedia: il Colpo di Stato del 25 Ottobre 2021.
Per
comprendere l’attuale catastrofe, dobbiamo tornare indietro di quattro anni.
Il 25
ottobre 2021, esattamente quattro anni fa, il “Generale Abdel Fattah al-Burhan
“guidò un colpo di Stato militare, sciogliendo il governo civile di transizione
e arrestando il “Primo Ministro “Abdalla Hamdok” insieme ad altri ministri e
attivisti.
Il
“governo Hamdok”, formatosi dopo la cacciata del dittatore” Omar al-Bashir”
nell’aprile 2019, stava guidando una fragile transizione democratica di 39 mesi
che avrebbe dovuto culminare in elezioni.
Hamdok, ex funzionario delle Nazioni Unite,
era visto come il volto civile della transizione sudanese.
Dopo
intense pressioni internazionali, Hamdok fu reintegrato nel novembre 2021, ma
si dimise definitivamente il 2 gennaio 2022, denunciando che la violenza contro
i manifestanti aveva causato almeno 56 morti.
La comunità internazionale aveva fallito nel
fornire un adeguato supporto al governo civile durante la finestra critica di
opportunità per guadagnare la legittimità del popolo sudanese.
Dall’Alleanza
alla Guerra Fratricida: Aprile 2023.
Il 15
aprile 2023, esplosioni e colpi d’arma da fuoco hanno scosso la capitale
Khartoum, quando le tensioni di lunga data tra il capo dell’esercito “Abdel
Fattah al-Burhan” e il leader delle “Forze di Supporto Rapido” (RSF)
paramilitari, “Mohamed Hamdan Dagalo”, sono esplose in un terribile scontro.
Paradossalmente,
i due leader avevano unito le forze nel colpo di stato dell’ottobre 2021 per
rovesciare il governo di transizione civile.
Ora si combattono per il controllo totale del
Paese, trascinando il Sudan in una spirale di violenza senza precedenti.
La
Guerra sui Corpi delle Donne: lo Stupro Come Arma.
L’aspetto
maggiormente terrificante di questo conflitto è l’uso sistematico della
violenza sessuale come arma di guerra.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno
condannato fermamente le violazioni diffuse e sistematiche commesse contro
donne e ragazze in Sudan, inclusa la violenza sessuale legata al conflitto, i
rapimenti e gli omicidi, molti dei quali sono stati attribuiti alle “Forze di
Supporto Rapido”.
Dall’inizio del 2025, almeno 330 casi di
violenza sessuale legata al conflitto sono stati documentati, anche se si
ritiene che il numero reale sia significativamente più alto a causa della
sottostima.
I sopravvissuti,
inclusi bambini, affrontano enormi barriere nell’accesso alle cure mediche o
psicologiche.
Oltre 12 milioni di donne e ragazze – e sempre
più uomini e ragazzi – sono a rischio di violenza sessuale, un aumento dell’80%
rispetto all’anno precedente.
Le RSF
hanno inflitto violenza sessuale diffusa su donne e ragazze di appena 15 anni
in tutto il Sudan per umiliare, affermare il controllo e spostare le comunità
in tutto il Paese.
Un
rapporto dell’UNICEF ha analizzato 221 casi di stupro contro bambini registrati
dall’inizio del 2024.
Sedici
dei casi riguardavano bambini sotto i cinque anni, con quattro bambini di un
anno che erano i sopravvissuti più giovani.
In villaggi come Al Seriha, Azrag, Ruffa e Abu
Gelfa, diverse donne si sono tolte la vita in seguito ad aggressioni
traumatiche, e i sopravvissuti stanno sempre più contemplando apertamente il
suicidio come mezzo per sfuggire agli orrori in corso del conflitto.
Pulizia
Etnica e Genocidio in Darfur.
Per
comprendere al meglio l’attuale tragedia, è essenziale capire cos’è il Darfur.
Si tratta di una vasta regione nell’ovest del
Sudan, al confine con il Ciad, abitata da diverse etnie: gruppi africani
non-arabi (come i Fur, i Masalit e gli Zaghawa) e gruppi arabi nomadi.
Questa
diversità etnica, combinata con decenni di marginalizzazione economica e
politica da parte del governo centrale di Khartoum, ha reso il Darfur teatro di
conflitti ricorrenti.
Tra il
2003 e il 2005, il Darfur fu teatro di quello che molti definirono un genocidio:
le
milizie Janjaweed (“diavoli a cavallo”), supportate dal governo di Omar
al-Bashir, massacrarono circa 300.000 persone e ne sfollarono milioni in quella
che fu definita pulizia etnica contro le popolazioni africane non-arabe.
Quelle
stesse milizie Janjaweed si sono poi trasformate nelle attuali Forze di
Supporto Rapido (RSF).
Così l’incubo si ripete.
Oggi,
quasi vent’anni dopo, il Darfur sta rivivendo un incubo.
Diverse
ONG, tra cui “Human Rights Watch”, hanno documentato prove di numerose atrocità
di massa commesse durante il conflitto, suscitando accuse di pulizia etnica e
crimini di guerra.
Il Dipartimento di Stato americano ha concluso
che le RSF e le milizie alleate hanno commesso genocidio in Sudan, uccidendo
sistematicamente uomini e ragazzi – persino neonati – su base etnica, e
prendendo deliberatamente di mira donne e ragazze di certi gruppi etnici per
stupro e altre forme di violenza sessuale brutale.
“El
Fasher”, la capitale del “Nord Darfur”, è attualmente circondata e sotto
assedio dalle RSF, l’ultimo centro abitato in Darfur che non è caduto sotto il
loro controllo. La keniota “Alice Wairimu Nderitu”, Consigliera Speciale delle
Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio dal novembre 2020 fino ad agosto
2025, ha avuto modo di affermare che “è indiscutibile che i fattori di rischio
e gli indicatori di genocidio e crimini correlati sono presenti a El Fasher, e
i rischi stanno aumentando“.
Il
Silenzio Assordante del Mondo Intero.
Ciò
che rende questa tragedia ancora più scandalosa è il silenzio quasi totale
della comunità internazionale.
Funzionari
occidentali e operatori umanitari che lavorano sul Sudan dicono di essere
sconcertati e inorriditi dalla mancanza di attenzione e risorse internazionali
che il conflitto sta ricevendo, specialmente rispetto alla risposta globale al
conflitto nel 2006. Il contrasto con il passato è stridente.
Vent’anni
fa, la campagna “Save Darfur” mobilitò celebrità di Hollywood, atleti olimpici
e politici di tutto il mondo.
Oggi?
Non ci
sono manifestazioni, nessuna celebrità di serie A, nessun appello per
interventi militari esterni.
Pochi
leader mondiali vanno oltre il servizio retorico nel condannare le atrocità.
I
gruppi umanitari sono in difficoltà per le risorse necessarie ad affrontare la
crisi umanitaria causata dalla guerra.
Nel febbraio 2024, Medici Senza Frontiere ha
avvertito che in un solo campo profughi nel Nord Darfur, un bambino moriva ogni
due ore per malnutrizione.
In
aprile, nel primo anniversario del conflitto, i gruppi umanitari hanno
affermato che il piano internazionale di risposta umanitaria per aiutare i
sudanesi era finanziato solo al 6%.
Le
Ragioni dell’Indifferenza.
Perché
il mondo volta lo sguardo?
Funzionari
diplomatici e umanitari hanno alcune teorie sul perché le atrocità in Darfur e
in tutto il Sudan ricevano così poca attenzione ora rispetto agli anni 2000, ma
nessuna fornisce una risposta completa.
Molti credono che il focus internazionale si
sia spostato verso guerre più “visibili”, come quelle in Ucraina e Gaza,
rendendo il Sudan meno prioritario.
Queste
guerre hanno attirato un’estesa attenzione mediatica e politica.
In
confronto, gli appelli del Sudan, principalmente espressi attraverso le agenzie
delle Nazioni Unite, hanno ricevuto poche risposte e poco serie.
A
livello regionale, il conflitto è spesso descritto come un conflitto tribale o
etnico, con il governo che incita gli arabi contro gli africani.
Vedere
questo conflitto esclusivamente come un nuovo conflitto tribale è una
sfortunata visione occidentale dei conflitti in Africa.
Questa
narrazione può forse spiegare perché la crisi in Sudan non sta ricevendo
attenzione e discussione mediatica di massa, come è successo nel caso del
Ruanda e di altri conflitti e genocidi in Africa rappresentati esclusivamente
come conflitti tribali o etnici.
Eppure
una tragedia orribile si svolge nella regione del Darfur in Sudan,
caratterizzata da massacri sistematici, sfollamenti e pulizia etnica.
C’è un
silenzio inquietante da parte dei governi africani e delle organizzazioni
regionali.
Questa
apatia rappresenta un tradimento dei principi del panafricanismo, della
solidarietà e della protezione della dignità umana.
Un’Eredità
di Fallimenti.
A
parte il “Comitato Internazionale della Croce Rossa”, spesso a cui viene negato
l’ingresso in situazioni di conflitto interno, non esiste alcun meccanismo
internazionale prontamente disponibile per proteggere i civili coinvolti nella
violenza all’interno dei propri Paesi.
Esiste
una “Convenzione sul Genocidio”, ma non ci sono meccanismi internazionali per
prevenire il genocidio o le uccisioni di massa e nessun meccanismo di
applicazione.
Le
azioni delle Forze di Supporto Rapido in Darfur Occidentale contro i civili
sudanesi corrispondono alla definizione di genocidio della Convenzione del 1948
sulla Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio.
Nonostante
questa situazione, non è avvenuto alcun intervento internazionale di impatto.
Dall’inizio
della guerra, almeno 84 operatori umanitari sono stati uccisi, tutti sudanesi.
Un
incidente significativo si è verificato in aprile, quando le RSF hanno
attaccato il campo sfollati di “Zamzam”, affetto da carestia nel Nord Darfur,
provocando la morte di nove operatori di “Relief International” (ONG che opera
in 16 Paesi tra Asia, Africa e Medio Oriente e fornisce servizi legati a salute
e nutrizione, istruzione, sviluppo economico e acqua, igiene e servizi
igienico-sanitari per persone che vivono nei contesti più fragili del mondo) e
più di 100 civili, inclusi almeno 20 bambini.
Un
Appello alla Coscienza Mondiale.
La
catastrofe del Sudan può ora essere descritta solo con superlativi: è la più
grande catastrofe umanitaria del mondo, ospita la più grande crisi di
sfollamento del mondo e la più grande crisi alimentare del mondo.
Il Sudan non è solo un Paese lontano di cui
non sappiamo nulla.
È il
terzo Paese più grande dell’Africa, con una storia ricca e complessa, una
popolazione di quasi 50 milioni di persone che meritano la stessa attenzione e
dignità di qualsiasi altra popolazione in crisi.
Ciò a
cui stiamo assistendo non è solo una crisi politica o umanitaria, è un test
morale per il mondo.
Se il
silenzio continua a essere la risposta internazionale, allora dobbiamo
ripensare cosa significhino realmente solidarietà, giustizia e persino umanità.
(Eugenio
Cardi).
(ilgiornaleditalia.it/news/esteri/743742/sudan-l-assordante-silenzio-di-fronte-alla-piu-grande-tragedia-umanitaria-del-mondo-quando-l-indifferenza-diventa-complicita.html).
Perché
la democrazia ha bisogno della religione.
Naufraghi.ch
– (7 Gennaio 2024) – Silvano Toppi – ci dice:
Per
uscire dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario
aprirsi a quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo.
Tra le
cose più astruse o gli atteggiamenti più assurdi di questi giorni c’è da un
lato l’uso o lo sfruttamento “economico”
dell’avvenimento religioso (o del tempo scandito dal fatto religioso, dal
Natale sino all’Epifania, ridotta anch’essa a Befana o altra occasione di doni
e commercio) e la quasi riluttanza, d’altro lato, a fare di quell’avvenimento,
perché religioso, un atto di condivisione “sociale” (tanto da augurare ormai
perlopiù un generico Buone Feste, evitando lo specifico o compromettente Buon Natale).
Alcuni
che ne parlano o ne scrivono, rilevandone i valori simbolici (come la pace, la
generosità, la solidarietà, la fratellanza tra i popoli), tengono a porre
subito come premessa o a precisare, a scanso di chi sa quale equivoco, “lo
faccio da agnostico quale sono”.
Agnostico deriva dal termine greco che
significa ignoto;
gli
viene quindi attribuito, per estensione, il significato di “colui che non
prende posizione riguardo ad ogni attività che comporti una scelta (religiosa o
politica)”.
E siamo di fronte ad un primo “non-senso” o a
una grossolana contraddizione: ammetto che sono buoni e condivisibili quei
valori ma, qui, essendo propanazione “religiosa” ed essendo anche stati spesso
maltrattati o profanati nella “storia religiosa”, devono rimanere solo
piacevole narrazione, al massimo proficua tradizione, comunque
(filosoficamente) accidenti e non sostanza.
Dunque,
ci sta l’uso e abuso economico, in quanto genera attività, consumo, crescita e
profitto: infatti, tutti lì, con le percentuali, a dire già ora se vendite e
profitti nel periodo natalizio sono andati meglio o peggio rispetto all’anno
prima.
Ci sta
invece poco o niente, proprio per quei valori, l’uso “sociale” o, potremmo
anche dire, politico, democratico, di senso o profitto democratico, per la
comunità, la società.
Perché
mai si accetta quindi l’uno e si nega o ci si distanzia dall’altro?
Una
società a corto di fiato.
“Questa
società è a corto di fiato, ansimante, impigliata in una immobilità che le
costa caro.
Constatiamo
che questa società è alla disperata ricerca di un modo alternativo di
relazionarsi con il mondo, di essere nel mondo.
E dove può cercare vie per entrare in
relazione con la vita, l’universo, il cosmo e la natura?
Dove trovare questo “deposito” alternativo?
“La
risposta alla domanda se la società odierna o anche la democrazia abbiano
ancora bisogno delle religioni non può essere che: “sì […]
Le
religioni, le Chiese possono svolgere un ruolo importante, molto importante, in
questa società.
Semplicemente
perché credo che abbiano qualcosa da offrire alla società”.
Queste
affermazioni sono tratte da un testo del filosofo-sociologo tedesco “Harmut
Rosa”, che appartiene alla tradizione della sociologia critica di Adorno e
Horkheimer (v. Demokratie braucht Religion, Kösel Verlag, 2022; tradotto in francese: Pourquoi la démocratie a besoin
de la religion, La découverte, 2023). Quel suo “si” si fonda su due concetti
fondamentali del suo pensiero riassunti nelle parole “accelerazione” e
“risonanza” (v. anche: Risonanza: una sociologia delle relazioni al mondo,
Einaudi, 2016).
Stallo
a rotta di collo.
Uno
dei paradossi della nostra società è che si trova ferma in uno stato di
continua accelerazione frenetica.
“La
forma attuale dell’economia mondiale dipende in maniera essenziale dalla logica
della crescita, tanto che senza di essa non sarebbe possibile far fronte alle
crisi.”
In
altre parole: la nostra società è costretta con ogni modo ad una corsa continua
di crescita economico-finanziaria, non per costruirsi un futuro, ma per
mantenere lo stato in cui si trova (lo status quo).
Si
spendono quindi sempre più energie per sostenere ciò che esiste.
“Harmut
Rosa” traduce quella condizione paradossale in una serie di ossimori che
possiamo tradurre come stabilizzazione dinamica, immobilismo frenetico, stallo
vertiginoso, stallo a rotta di collo.
Desincronizzazione
della politica.
Lo
stesso dicasi per la modernità politica, aggiunge “Rosa”.
La
democrazia opera per definizione secondo un modello di stabilizzazione
dinamica, cioè secondo un ciclo ripetitivo di elezioni… in cui prevale
l’aspirazione a conservare l’ordine politico esistente:
“per
di più, i programmi su cui si basa la competizione politica, seguono
invariabilmente la logica dell’escalation delle promesse con cui i candidati
cercano di sbaragliare la concorrenza nelle elezioni.”
Mentre
aumentano i cambiamenti tecnologici e la velocità della vita culturale ed
economica, il ritmo della democrazia rallenta e si spiega in tal modo il
“livello spaventoso di desincronizzazione tra la politica e i sistemi che essa
cerca di controllare e governare”.
Le
riforme politiche mirano ormai soltanto a mantenere o rendere le società
competitive e a sostenerne le capacità di accelerazione.
L’incapacità di visione politica, che ne
deriva, rende inaffrontabili le grandi questioni che ci attanagliano:
migrazioni, guerre, emergenze climatiche e ambientali, minaccia nucleare.
Da un
punto di vista culturale, poi, è la paura, non la promessa, la principale forza
dinamizzante.
La
risonanza.
Che
c’entra quindi, a questo punto, la risonanza?
In parole semplici:
per riuscire a sfuggire all’atteggiamento o
alle imposizioni aggressive dell’accelerazione (come descritta), per uscire
dall’imperativo del controllo, del dominio del potere, è necessario aprirsi a
quegli elementi che ci dispongono ad un altro rapporto con il mondo.
“La
frenesia del controllo inibisce la nostra capacità di lasciarci interpellare e
commuovere dal mondo in cui viviamo, come
sarebbe nel caso della musica, della poesia, delle arti visive; come
potremmo percepirci attraverso la visione, il sentimento della natura, in un
campo coltivato o in un bosco selvaggio”.
E “Harmut
Rosa” ha appunto una parola per caratterizzare queste esperienze: risonanza.
Contrapposta
alle due altre modalità di relazione tra io e mondo e cioè l’indifferenza e la
repulsione.
“Sebbene sia tremendamente difficile definire
questi modelli di relazione io/mondo (Weltbeziehungen) in una maniera
filosoficamente precisa, è piuttosto semplice specificarli come fenomeni, come
ad esempio quando ascoltiamo un brano musicale che ci fa accapponare la pelle.
Perciò, per risonanza intendiamo una relazione
reciproca “benevola” tra l’io e il mondo che richiede una certa apertura da
parte del soggetto e un ambiente che sia “responsivo”…
La
nozione di risonanza può rimpiazzare quella di “identità” come metro per misurare la qualità
della vita.
La
relazione diversa con il mondo.
Perché
quindi la democrazia ha bisogno della religione?
Perché apre uno spazio nella contraddizione o
nel paradosso impostoci dall’economia neo-liberista.
Perché
ci dice che possiamo disporre di altri elementi per avere un rapporto con il
mondo, diversi da quelli della crescita o dello sfruttamento.
A
cominciare dal concetto di tempo, che non è solo risorsa economica.
“La
mia tesi”, dice Helmut Rosa, “è che la religione non deve assolutamente essere
un ostacolo alla “democrazia risonante” ma, se compresa e vissuta in modo
giusto, può davvero essere una risorsa importante, addirittura cruciale…
La
religione ha un patrimonio di narrazioni, un serbatoio cognitivo, riti e
pratiche, spazi, dove un cuore in ascolto, in risonanza, può essere esercitato
e forse sperimentato…
La religione trae la sua grande forza dal
fatto che alimenta una sorta di promessa verticale di “risonanza” che dice:
l’universo
silenzioso, freddo, ostile o indifferente, non è alla base della mia esistenza,
ma c’è sempre una relazione di risposta….
Restando
al cristianesimo, sta nel fatto che la ragione della mia esistenza non è
l’universo silenzioso, il puro caso o una controparte ostile, ma che esiste una
relazione di risposta:
“Ti ho
chiamato per nome…”.
Se
questa non è risonanza!
“Ciò
che mi interessa è il tipo di relazione con il mondo che può nascere attraverso
o nella pratica religiosa;
sono i
tre assi di risonanza: tra gli umani, dall’umano verso le cose, e dall’umano
verso l’alterità inglobante.
Dogmatismo,
fanatismo e fondamentalismo impediscono questa “risonanza” e la dimensione
della risposta.
Se la
società perde tutto questo, se dimentica questa modalità di relazione, sarà
definitivamente perduta.
Per
questo la risposta alla questione se la società, la stessa democrazia, hanno
ancora bisogno oggi della religione non può essere che sì”.
Per
quei valori che devono farne la sostanza, in antitesi o non in risonanza con
quegli “accidenti” che l’appesantiscono.
L’uso
della religione come strumento
di
controllo sociale e manipolazione politica.
Pensalibero.it
– Redazione - (12 Gennaio 2024) – ci dice:
L’uomo
è un animale sociale, anche se spinto da un forte individualismo, trova il suo completamento
all’interno di un gruppo sociale.
Già nel IV secolo a.C., Aristotele ha
affermato la tendenza dell’essere umano alla socialità.
Siamo
per natura portati a stare in contatto con l’altro, che addirittura è parte
essenziale del definirsi e nel completarsi della nostra identità.
Le persone associate in un determinato gruppo
hanno sempre, sin forse dall’esistenza dell’uomo stesso, cercato risposte
attraverso oracoli, idoli, riti creando così le religioni.
Domande alle quali altrimenti la ragione, la
scienza non riuscirebbero a dare.
Sosteneva”
Durkheim”, attraverso la religione, partecipano a una comunità morale che
rinsalda i legami e contribuisce al mantenimento della società stessa.
La
religione è un fatto sociale non solo perché è creata dalla società, ma perché
le sue funzioni ne permettono il consolidamento.
Quindi
consapevolmente per pochi ed inconsapevolmente per tanti la religione è da
sempre stato uno strumento di controllo sociale.
Un
controllo sociale che viene di fatto, diffuso sin dalla tenera età creando una
base di credenze, di modi di essere, di gestualità che la persona si porterà
vita “natural durante”.
Secondo
“Karl Marx”, la religione è espressione di una falsa coscienza ed è una
ideologia che permette alle classi dominanti di mantenere il proprio potere, da
qui la famosa frase “Die Religion ist das Opium des Volkes” , tradotto, “la religione è l’oppio del popolo”.
Attraverso la religione, il proletariato è
consolato nelle sue sofferenze che solo un mutamento dei rapporti di potere
potrebbe risolvere ovvero con la lotta di classe.
Il
riscatto dal dolore e dalla miseria, secondo la religione, avviene nell’aldilà.
Ma
prima chiariamo cosa si intende per ordine sociale.
Il
tema dell’ordine sociale, affrontato sia nella filosofia politica del Seicento,
specialmente con “Hobbes”, che nei successivi sviluppi del pensiero
socio-politico del Settecento e dell’Ottocento, trova una reinterpretazione
distintiva nella sociologia.
Questa
disciplina prende le distanze da interpretazioni basate su una concezione
dell’ordine sociale come risultato di leggi naturali o di un contratto
implicito tra individui, anche se successivamente queste teorie verranno
confutate.
Secondo
il pensiero di Durkheim e altri sociologi, l’ordine sociale di una società è il
frutto di un processo continuo di sedimentazione e selezione di norme e forme
organizzate di relazioni tra i suoi membri.
Questo processo è dinamico, e l’ordine sociale
di un periodo storico tende ad essere superato o sostituito da un ordine
diverso.
Anche
in situazioni di stabilità apparente, l’adesione alle norme da parte degli
individui è raramente totale.
Il
processo di socializzazione gioca un ruolo fondamentale nella formazione
dell’ordine sociale, intervenendo culturalmente sulla formazione degli
individui fin dalla loro infanzia.
Tuttavia, la socializzazione da sola non
garantisce la stabilità di un ordine sociale, soprattutto in società complesse,
dove diventa difficile armonizzare gli orientamenti valoriali e gli interessi
dei singoli individui o gruppi.
Le
sanzioni rappresentano un meccanismo di controllo sociale quando l’azione
educativa della socializzazione non è sufficiente.
Queste sanzioni variano dalla riprovazione
sociale alla punizione e mirano a indurre conformità alle norme e al
mantenimento del sistema di ruoli e relazioni sociali.
Il
controllo sociale, dunque, svolge una duplice funzione persuasiva e dissuasiva
nel promuovere l’adesione alle norme e nel prevenire comportamenti devianti.
Tuttavia, questo controllo non è privo di
sfide, poiché può generare contraddizioni e disallineamenti all’interno di un
ordine sociale.
La capacità del sistema sociale di accettare
una certa quantità di dissonanze contribuisce alla sua stabilità, consentendo
anche l’espressione di comportamenti innovativi.
Inoltre,
l’idea di un ordine sociale diventa talmente internalizzata che la maggior
parte dei membri si comporta come se fosse implicitamente esistente e
vincolante, contribuendo così alla sua riproduzione.
La
difesa di un ordine sociale spesso implica l’esercizio del potere, e ogni
ordine sociale contiene implicitamente un richiamo a tale esercizio, e quale è
la forma più atavica di questo esercizio, sicuramente la religione.
Le
religioni, i miti, le credenze si sono sviluppate in ogni luogo della terra,
ove vi era un piccolo gruppo di persone, anche in una società allo stato
embrionale.
In occidente, il primo che uso la religione quale
controllo sociale in maniera sistemica fu “Costantino I”, noto anche come “Costantino
il Grande”, fu imperatore romano dal 306 al 337 d.C..
La sua
conversione al cristianesimo e la conseguente adozione di politiche favorevoli
alla Chiesa cristiana ebbero un impatto duraturo sulla storia dell’Impero e
sulla diffusione del cristianesimo in tutto l’occidente.
Come la storia insegna e si ripete.
La tradizione narra che Costantino abbracciò
il cristianesimo dopo la celebre visione della croce nel cielo prima della
Battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.C.
Secondo
la leggenda, vide un simbolo cristiano nel cielo con l’iscrizione “In hoc signo
vinces” (Con questo segno vincerai) e, seguendo questa visione, adottò il
Cristianesimo.
Nel
313 d.C., Costantino emise l’”Editto di Milano” insieme al co-imperatore
Licinio.
Questo
editto garantiva la libertà religiosa a tutte le comunità religiose
dell’Impero, ponendo fine alle persecuzioni contro i cristiani.
Questa
mossa fu fondamentale per il cristianesimo, poiché garantiva ai seguaci di
questa fede la libertà di praticare e diffondere la loro religione senza timore
di persecuzioni.
Successivamente,
Costantino convocò il Concilio di Nicea nel 325 d.C., un’assemblea di vescovi
cristiani, al fine di risolvere le dispute dottrinali all’interno del
cristianesimo, in particolare la controversia ariana.
Il concilio fu cruciale per definire alcuni
degli elementi fondamentali della dottrina cristiana, come la formulazione del “Credo
niceno”. Nel 324 d.C., Costantino trasferì la
capitale dell’Impero romano da Roma a Bisanzio, che in seguito fu rinominata
Costantinopoli (l’odierna Istanbul).
Questo
spostamento contribuì a consolidare ulteriormente l’influenza della cultura e
della religione cristiana nell’Impero, poiché Costantinopoli divenne un
importante centro cristiano.
Va notato che, mentre Costantino adottò il
cristianesimo e fu coinvolto in questioni ecclesiastiche, la sua conversione
non significò necessariamente una profonda comprensione o adesione personale a
tutti gli aspetti della dottrina cristiana quindi si può dire che la sua
conversione può essere stata più strategica che motivata da convinzioni
teologiche profonde.
Altri
e tanti sono gli esempi nella storia occidentale, passando per i Re d’Italia
che assurgevano al trono “Per grazia di Dio e per volontà della Nazione”
arrivando ai giorni nostri attuali politici che richiamano continuamente le
radici cristiane.
Concludendo
l’uso della religione come strumento di controllo sociale è un fenomeno che ha
caratterizzato molte società nel corso della storia. Questa pratica è stata
sfruttata da autorità politiche e istituzioni religiose per influenzare le
credenze, i comportamenti e la coesione sociale.
La
religione quindi sintetizzando si può considerare quindi come:
1. Strumento di Legittimazione del
Potere: In
molte società, le élite politiche hanno
utilizzato la religione per legittimare il loro potere. Associando il governo a
divinità o principi religiosi, le autorità cercano di guadagnare la fiducia e
l’obbedienza della popolazione, presentando il loro dominio come voluto o approvato
dalle divinità.
2. Controllo Morale e Etico: La religione spesso fornisce un
quadro etico e morale che contribuisce a stabilire norme di comportamento nella
società. Le autorità religiose possono sfruttare questo ruolo per influenzare e
controllare le azioni delle persone, promuovendo valori che supportano l’ordine
sociale esistente.
3. Conservazione della Struttura Sociale: Le istituzioni religiose possono
essere utilizzate per preservare la struttura sociale esistente. Ad esempio, la
gerarchia sociale può essere giustificata attraverso interpretazioni religiose
che enfatizzano la necessità di obbedienza e sottomissione a determinate
autorità.
4. Unificazione Sociale: La religione può fungere da
collante sociale, creando un senso di appartenenza e identità condivisa tra i
membri della comunità. Questo può facilitare il controllo sociale attraverso la
promozione di un’identità collettiva che sottolinea la conformità alle norme
stabilite.
5. Risposta a Crisi e Cambiamenti
Sociali:
In tempi di crisi o cambiamenti sociali, le autorità religiose possono giocare
un ruolo cruciale nel mantenere la stabilità. Offrendo spiegazioni interpretate
attraverso una lente religiosa, cercano di mitigare l’ansia e la resistenza
alle trasformazioni sociali.
6. Limitazioni e Potenziali Tensioni: Tuttavia, l’uso della religione
come mezzo di controllo sociale può anche generare tensioni e conflitti. Le
persone possono ribellarsi se percepiscono un abuso o una manipolazione delle
loro convinzioni religiose a fini politici.
L’’uso
della religione, quindi come strumento di controllo sociale è un fenomeno
complesso con implicazioni profonde nella struttura e nella dinamica delle
società.
Mentre
può contribuire alla coesione e alla stabilità, può anche essere fonte di tensioni
e conflitti quando percepito come strumento di manipolazione, da qui nell’epoca moderna la
religione in molte società viene sostituita con altri “credo” di natura
nettamente materialistica, diffusi con l’uso massiccio nell’era della
globalizzazione ma anche nella post-globalizzazione con l’uso di nuove
tipologie di controllo di massa quali mass media, applicazioni , internet
perché tutti sempre collegati con l’ormai il più comune degli strumenti in
possesso all’essere umano, il telefono cellulare!
(ALFREDO
CARLACCINI).
Le
narrazioni anti-islamiche di
Reza Pahlavi e del MEK:
una
prospettiva critica.
Geopolitika.ru
– (30.10.2025) - Alireza Niknam – ci dice:
Negli
ultimi giorni, alcuni sedicenti sostenitori della “democrazia” all'interno
della sfera politica iraniana - in particolare “Reza Pahlavi” e
l'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano” (MEK) - hanno criticato il
“ruolo dell'Islam” nel governo della Repubblica Islamica.
Queste
figure si presentano come democratici moderni, ma un esame più attento dei loro
precedenti e dei loro programmi rivela che le loro dichiarazioni sono in
fondamentale contraddizione sia con la libertà religiosa che con i principi
fondamentali della democrazia.
In
particolare, il “Piano in dieci punti” di” Maryam Rajavi” è concepito in modo
tale da cercare di rimuovere i principi dell'Islam dalla struttura dello Stato.
La
narrativa di Maryam Rajavi e la “rivoluzione ideologica” in dieci punti.
Negli
ultimi due decenni, “Maryam Rajavi”, leader del” MEK”, ha cercato di proiettare
un'immagine “democratica” di sé stessa.
Nel
suo piano in dieci punti, critica esplicitamente la dottrina del “Velayat-e
Faqih” e invoca una “repubblica democratica” basata sul voto popolare.
Il
piano dichiara che il futuro sistema dell'Iran deve essere “una repubblica
fondata sul suffragio universale” e che il “Velayat-e Faqih”, ovvero il governo
assoluto del clero, è del tutto inaccettabile.
Inoltre,
l'articolo 4 di questo piano sottolinea esplicitamente “la separazione tra
religione e Stato” e “la libertà di religione e di credo”.
In
altre parole, “Rajavi” immagina un futuro governo completamente libero da
qualsiasi forma di legge o istituzione religiosa, chiedendo addirittura
l'abolizione della “Sharia islamica” e dei “tribunali rivoluzionari”.
Da un
punto di vista islamico, queste posizioni sono rivelatrici.
Il Piano in dieci punti mira chiaramente ad
eliminare la “Sharia islamica”, l'insieme delle norme giuridiche derivate
dall'Islam, e a stabilire un sistema politico completamente laico.
Sebbene
prometta nominalmente la “libertà di religione”, ciò che intende realmente è la
rimozione dell'Islam da qualsiasi ruolo ufficiale nel governo.
Nei
suoi discorsi, Rajavi ha ripetutamente descritto la “sharia medievale” come
contraria alla tradizione del Profeta, presentando il “vero Islam”
semplicemente come un insieme di valori universali.
Ad esempio, in una conferenza intitolata “Islam
democratico e tollerante contro fondamentalismo”, ha affermato che l'“Islam
puro” è compatibile con la libertà e l'uguaglianza, mentre la “sharia severa e
medievale” contraddice l'Islam.
Tuttavia,
se lei ritiene che la stessa legge islamica contraddica l'Islam, tale visione è
intrinsecamente contraddittoria.
Pertanto, lo slogan dell'“Islam democratico”
appare più come uno strumento di propaganda, mentre il suo vero obiettivo
politico è quello di porre fine al ruolo dell'Islam nella vita pubblica.
Come
affermato nel suo programma, tutte le istituzioni legate alla religione, come
la magistratura islamica, i tribunali rivoluzionari e i consigli culturali,
sarebbero abolite.
Libertà
di espressione e diritti umani?
Nessuno
di questi slogan si è mai riflesso nel comportamento effettivo dell'”Organizzazione
dei Mojahedin” del Popolo Iraniano” (MEK).
Rapporti
indipendenti dimostrano che questa organizzazione opera secondo una struttura
completamente autoritaria e quasi settaria.
Ad
esempio, un rapporto ufficiale del governo degli Stati Uniti, basato su
interviste con membri del “Camp Ashraf” in Iraq, ha concluso che il MEK “mostra
le caratteristiche tipiche di una setta: controllo autoritario, divorzio
forzato, lavoro obbligatorio, privazione emotiva e possibilità limitate di
uscita”.
In
altre parole, i membri di questa organizzazione non hanno il diritto di
scegliere il proprio coniuge né di lasciare il gruppo, poiché rimangono sotto
un intenso controllo ideologico e fisico.
Questa
realtà contraddice nettamente le affermazioni di Rajavi sulla “tutela dei
diritti umani”.
Mentre
lei rifiuta pubblicamente il “ruolo ufficiale della religione”, allo stesso
tempo manipola le libertà personali dei suoi seguaci nei modi più invadenti.
In
altre parole, il MEK sostiene di difendere le libertà sociali, ma all'interno
della propria struttura sopprime ogni forma di critica interna.
Al
contrario, il “Guardian”, uno dei più autorevoli quotidiani britannici, ha
descritto il gruppo come “ampiamente considerato una setta” che un tempo era
“considerata un'organizzazione terroristica”.
Storicamente,
dopo la rivoluzione del 1979, il MEK si è presentato come un movimento
“islamico-marxista” che ha preso parte alla lotta armata, prima contro lo Scià
e poi contro l'Ayatollah Khomeini.
Tuttavia,
alleandosi con Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq durata otto anni, il
gruppo si è schierato di fatto con il nemico dell'Iran e ha commesso atti di
violenza all'interno dell'Iraq.
Tale
storia di violenza ha fatto sì che il MEK perdesse quasi tutto il sostegno
interno in Iran, con persino le figure antigovernative che lo guardavano con
sospetto.
Dopo
la guerra in Iraq e l'occupazione statunitense, Washington, sotto l'influenza
della potente rete di lobbying del MEK, che includeva figure come “John Bolton”
e “Mike Pompeo”, ha infine cancellato l'organizzazione dalla sua lista dei
gruppi terroristici.
Tuttavia,
gli analisti sottolineano che questa decisione era intesa principalmente a
“provocare l'Iran”, piuttosto che a premiare un movimento genuinamente
democratico.
Oggi,
i sostenitori ufficiali del MEK in Occidente si sforzano di dipingere il gruppo
come una legittima alternativa politica.
Durante
il congresso “Free Iran” a Parigi, personalità politiche statunitensi come “Bolton”
e “Rudy Giuliani” hanno definito “Maryam Rajavi” “la futura leader dell'Iran”,
sostenendo che “gli ayatollah devono andarsene e un governo democratico deve
sostituirli”.
Tuttavia,
questa analisi è meno un'espressione della realtà sociale iraniana e più una
manovra politica volta a confrontarsi con Teheran.
In
sostanza, la maggior parte dei sostenitori occidentali del MEK negli Stati
Uniti e in Europa cercano uno strumento che possa “irritare ulteriormente
l'Iran” e servire i loro obiettivi di politica estera.
Di conseguenza, la narrativa dominante nei
media occidentali è che il MEK funzioni principalmente come uno “strumento
politico” piuttosto che come un movimento radicato nel popolo iraniano.
“Rajavi”, nel frattempo, continua a
sostenere che la sua missione è quella della libertà, della democrazia e dei
diritti umani, ma sia la storia dell'organizzazione che la sua struttura
interna raccontano una storia completamente diversa.
Ad
esempio, dopo la scomparsa di suo marito, “Massoud Rajavi”, Maryam Rajavi non
ha mai permesso una transizione trasparente della leadership.
Al contrario, ha consolidato il suo controllo,
dimostrando l'assenza di qualsiasi meccanismo democratico all'interno
dell'organizzazione stessa.
La
critica di Reza Pahlavi agli “islamisti” al potere.
“Reza
Pahlavi”, figlio di “Mohammad Reza Shah Pahlavi “e autoproclamato erede dell'ex
trono iraniano, negli ultimi anni si è presentato come portavoce della
“democrazia” e delle ‘riforme’ nel futuro dell'Iran.
A
seguito delle recenti proteste in Iran, ha proposto un'iniziativa chiamata
“Patto di Ciro” e, durante una cerimonia a Londra, ha sottolineato la necessità
di “ristabilire la pace con il mondo”.
Nel
suo discorso ha descritto l'attuale governo iraniano come “corrotto e
sinistro”, dichiarando che “l'Iran è sotto l'occupazione degli islamisti”.
In
effetti, Pahlavi considera il carattere islamico del sistema come la radice dei
problemi dell'Iran, etichettando implicitamente gran parte della popolazione
come “occupanti” del proprio Paese.
Dal
punto di vista di osservatori indipendenti, le affermazioni di Pahlavi sono
profondamente contraddittorie.
Da un
lato, si presenta come un sostenitore del governo democratico e ha
ripetutamente affermato che “la separazione della religione dallo Stato è un
prerequisito per la vera democrazia”.
Ad
esempio, durante una discussione al Consiglio statunitense per le relazioni
estere, ha affermato:
“A mio
avviso, la separazione tra religione e Stato è una condizione preliminare per
una democrazia autentica”.
Questa
posizione lo colloca chiaramente tra i sostenitori laici allineati con gli
ideali politici occidentali.
Tuttavia,
i critici mettono in dubbio l'autenticità delle sue aspirazioni democratiche.
Si
chiedono: come può un uomo che continua a trarre legittimità dal lignaggio
reale pretendere di rappresentare il diritto del popolo all'autodeterminazione?
Secondo questi critici, il sostegno politico occidentale e la nostalgia per la
monarchia pre-rivoluzionaria giocano un ruolo molto più importante nella sua
popolarità rispetto a qualsiasi programma politico concreto.
Diversi
rapporti analitici occidentali hanno sottolineato che molti dei sostenitori di
Pahlavi sono motivati meno dalla sua visione politica e più dal desiderio di
tornare all'“era pre-rivoluzionaria”.
Ad
esempio, un cittadino iraniano residente nel Regno Unito ha dichiarato che la
sua famiglia sostiene Pahlavi perché egli simboleggia “uno Stato laico e
filo-occidentale” precedente alla Repubblica Islamica, aggiungendo che “non ha
una visione chiara” e che le persone sono attratte più dal suo simbolismo che
dalle sue idee.
Altri
analisti osservano allo stesso modo che il fascino di Pahlavi deriva
principalmente dall'assenza di un'opposizione credibile piuttosto che da una
fiducia genuina, sostenendo che una piccola parte della diaspora iraniana lo
sostiene “non per il suo programma politico, ma perché rappresenta l'Iran
pre-rivoluzionario e la monarchia”.
Le
critiche sono state rivolte anche alle posizioni di Pahlavi in materia di
politica estera.
Durante
le recenti ostilità tra Iran e Israele, egli si è schierato apertamente con
Israele, rifiutandosi di condannare i bombardamenti delle strutture e delle
città iraniane e descrivendoli addirittura come una “opportunità storica” per
rovesciare la Repubblica Islamica.
Questa
posizione ha provocato una forte reazione negativa; lo studioso
iraniano-americano “Trita Parsi” ha osservato che tali azioni “hanno
completamente distrutto la credibilità residua della famiglia Pahlavi”.
Per molti iraniani, il fatto che un presunto
leader nazionale appoggi gli attacchi militari di una potenza straniera contro
il proprio Paese costituisce un tradimento degli interessi nazionali piuttosto
che un atto d'onore.
Anche
alcuni media occidentali hanno poi osservato che “il sostegno popolare di cui
Reza Pahlavi godeva un tempo è in gran parte svanito dopo queste
dichiarazioni”.
Nel
complesso, i critici sostengono che dietro la retorica democratica di Pahlavi
si nascondano una serie di ambizioni monarchiche e una forte inclinazione
all'allineamento con l'Occidente, piuttosto che un autentico impegno nei
confronti dei principi della sovranità popolare.
I suoi riferimenti a modelli come il “Patto di
Ciro” e il suo avvicinamento a Israele riflettono le sue motivazioni
geopolitiche e identitarie più che qualsiasi filosofia morale o religiosa.
Lo
stesso Pahlavi ha ripetutamente affermato che “la maggior parte degli iraniani
prima della rivoluzione era insoddisfatta, ma non è riuscita a perseguire
soluzioni democratiche”.
Tuttavia,
i critici sottolineano che un uomo che rivendica l'eredità reale mentre coltiva
legami con i leader arabi e israeliani non può credibilmente affermare di
rappresentare l'uguaglianza, l'unità nazionale o la vera voce del popolo
iraniano.
Bollare
l'islamismo come illegittimo.
Il
punto chiave di questo dibattito è che nella maggior parte di queste analisi
non è l'Islam in sé ad essere criticato, bensì il sistema politico che si
autodefinisce Repubblica Islamica.
Tuttavia, Reza Pahlavi ha ripetutamente
utilizzato espressioni quali “l'Iran è sotto l'occupazione degli islamisti”.
L'uso
del termine “islamista” in tale contesto può, per molti ascoltatori musulmani,
implicare che l'Islam nel suo complesso sia una forza aggressiva o occupante.
Ciò
rispecchia la retorica di alcuni gruppi separatisti o laici anti-islamici.
Sebbene
Pahlavi parli sotto la bandiera della “democrazia laica”, tale linguaggio è
spesso percepito dai credenti come un tentativo di diffamare l'Islam politico e
intellettuale.
Da una
prospettiva islamica, la sua narrativa tende a contrapporre la nozione di
“iranianità” (radicata nell'identità preislamica) all'identità islamica
contemporanea della nazione.
La
contraddizione tra retorica democratica e comportamento pratico.
La
conclusione principale di questa analisi è che entrambi questi movimenti – il
campo di Reza Pahlavi e il MEK – professano di difendere la libertà e la
democrazia, ma nessuno dei due ha mai dimostrato tali principi nella pratica.
Come
discusso in precedenza, all'interno del MEK non c'è mai stato spazio per la
critica o la libera espressione;
i
membri sono tenuti a obbedire incondizionatamente alla leadership centrale.
L'organizzazione non riconosce nemmeno i diritti politici più elementari, come
il diritto di costituire associazioni, esprimere opinioni indipendenti o
eleggere i leader.
Questa
realtà contraddice direttamente il proprio impegno dichiarato a favore della
“libertà di parola”.
Allo
stesso modo, la dinastia Pahlavi, che Reza sostiene di rappresentare, ha una
lunga storia di governo autocratico e repressione civile.
I
ricercatori occidentali hanno ripetutamente osservato che sia Reza Shah che
Mohammad Reza Shah hanno mantenuto governi “centralizzati e repressivi” che
hanno preso di mira oppositori politici, minoranze e potenti gruppi clericali.
In realtà, l'eredità dei Pahlavi è quella di
una monarchia che ha sistematicamente soppresso il potere politico delle
minoranze etniche e religiose e ha fatto ricorso alla violenza contro i
dissidenti.
Oggi,
Reza Pahlavi, nonostante abbia ereditato questa tradizione autoritaria,
sostiene di difendere la democrazia e chiede la separazione tra religione e
Stato, una richiesta che molti critici considerano fondamentalmente incoerente
con il suo background.
Valutazione
finale.
In
conclusione, le nobili rivendicazioni di questi due movimenti in materia di
libertà e democrazia non sono in linea con i loro precedenti storici né con le loro dichiarazioni
pubbliche.
Entrambi
si presentano come forze di “cambiamento” insoddisfatte della situazione
attuale;
tuttavia,
il MEK ha un passato violento e collaborazionista, avendo un tempo collaborato
con occupanti stranieri, mentre Pahlavi eredita il retaggio di una monarchia
repressiva.
Inoltre,
il loro discorso manca di un autentico rispetto per l'Islam come fede viva e
pratica.
Rajavi, pur affermando di rappresentare il
“vero Islam”, ha etichettato la religione e i suoi insegnamenti come “strumenti
di reazione”, abbracciando pienamente un'ideologia laica.
Pahlavi,
dal canto suo, ha ripetutamente invocato la “completa separazione della
religione dalla politica”, presentandosi come un paladino della “democrazia
laica”.
In
realtà, tali posizioni contraddicono l'essenza stessa della “libertà di
religione e di credo”.
In una società a maggioranza musulmana, la
rimozione dell'Islam dalla sfera pubblica può essere vista come una negazione
dei diritti religiosi e storici del popolo.
Dal
punto di vista dei pensatori e dei credenti islamici, queste contraddizioni
rivelano che entrambi i movimenti hanno preso di mira l'Islam per il proprio
tornaconto politico.
Invece
di offrire soluzioni costruttive per la giustizia e la libertà, cercano di
dipingere l'Islam come “medievale” e di cancellarlo dalla vita politica. Eppure
l'Islam stesso contiene insegnamenti completi su giustizia, conoscenza, libertà
e diritti umani.
I
fallimenti degli attuali governanti che si discostano da questi insegnamenti
non devono essere scambiati per il fallimento della religione stessa.
L'Islam
enfatizza la shura – la consultazione e il processo decisionale collettivo – e
molti eminenti studiosi islamici hanno storicamente sostenuto il governo
democratico. Pertanto, attaccare l'Islam con il pretesto della riforma politica
non serve ad altro che a promuovere programmi ideologici.
In
definitiva, le narrazioni anti-islamiche di Reza Pahlavi e Maryam Rajavi sono
guidate meno da una genuina preoccupazione per la libertà o i diritti umani che
dall'ambizione ideologica e dalla ricerca del potere.
Sotto
l'etichetta di occidentalismo e secolarismo, entrambi distorcono l'immagine
dell'Islam.
Rapporti indipendenti confermano che nessuno
dei due ha mai dimostrato un comportamento democratico o rispetto per i diritti
umani nella propria storia.
Al
contrario, le loro richieste minano direttamente le fondamenta religiose e
culturali della maggioranza iraniana e trascurano il percorso di una vera
riforma sociale.
Anche
autorevoli testate internazionali hanno confermato questi punti: la pretesa di
democrazia di Pahlavi è incompatibile con la sua eredità monarchica e il MEK,
nonostante le sue affermazioni di disarmo politico, ha funzionato come una
setta autoritaria.
L'unica strada percorribile per il rinnovamento
dell'Iran, quindi, consiste nel tornare agli autentici insegnamenti dell'Islam
– insegnamenti che enfatizzano la libertà totale, la giustizia e la
partecipazione pubblica – piuttosto che accettare narrazioni distorte che si
oppongono alla vera essenza della democrazia.
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