Serve l’intesa Ue – Russia.

 

Serve l’intesa Ue – Russia.

 

 

 

I Democratici travolgono i repubblicani,

la vittoria di Mamdani a NYC

cambia il volto del partito.

msn.com - Storia di Giampa Natal – (5 -11-2025) - Italia Report Usa – ci dice:

 

I Democratici travolgono i repubblicani, la vittoria di Mamdani a NYC cambia il volto del partito.

Si sono appena concluse tre elezioni chiave negli Stati Uniti e, in tutte, il Partito Democratico mantiene le proprie posizioni.

Mentre in Virginia e New Jersey i governatori eletti appartengono all’area democratica “moderata”, a New York si conferma la vittoria, ampiamente prevista, del “socialista” “Zohran Mamdani”.

I democratici vincono con una strategia che mette insieme le due anime del partito: progressisti e moderati.

 

Il nuovo sindaco di New York è “Zohran Mamdani”.

Il candidato democratico “Zohran Mamdani”, con il 50% dei voti, ha sconfitto l’indipendente Andrew Cuomo (41%) e il candidato repubblicano Curtis Sliwa (8%), diventando così il nuovo sindaco di New York City.

“Mamdani” ha prevalso soprattutto grazie all’ottima performance a Manhattan e Brooklyn, dove ha ottenuto l’80% dei consensi, mentre Cuomo è riuscito ad affermarsi soltanto a “Staten Island”.

 

Dopo aver battuto “Cuomo” nelle primarie democratiche, Mamdani lo ha quindi superato nuovamente alle elezioni generali, conquistando la guida della “Grande Mela”.

Si confermano così le preoccupazioni circa il potenziale impatto negativo che le politiche progressiste del nuovo sindaco potrebbero avere sulla capitale finanziaria degli Stati Uniti.

 

L’elezione di Mamdani avrà certamente un’influenza significativa sul Partito Democratico, spostandone ulteriormente l’asse verso sinistra.

 

Il nuovo governatore della Virginia è” Abigail Spanberger”.

Il vivace confronto politico tra due donne ha visto prevalere la democratica “Abigail Spanberger”, che con il 56% dei voti ha superato di 12 punti l’avversaria repubblicana “Winsome Earl-Sears”, di origini afroamericane.

Il governatore uscente è repubblicano, ma la Virginia tende storicamente a essere uno Stato a maggioranza democratica: nelle ultime elezioni presidenziali, infatti, Donald Trump è stato sconfitto da Kamala Harris.

 

La “Spanberger” ha ricevuto il sostegno ufficiale di “Barack Obama”, che non ha mostrato particolare sensibilità al tema razziale della sfidante repubblicana.

 In questa elezione ha inciso anche la politica di Trump, che punta a ridurre drasticamente il numero di dipendenti federali — una categoria molto numerosa proprio in questo Stato.

 

Il nuovo governatore del New Jersey è “Mikie Sherrill “.

I democratici si impongono anche in New Jersey, dove “Mikie Sherrill” ha conquistato il 57% dei voti, superando di 14 punti il repubblicano “Jack Ciattarelli”.

Il New Jersey era già guidato da un governatore democratico e Trump, alle ultime presidenziali, non era riuscito a strappare lo Stato a Kamala Harris, pur avendo prevalso in alcune contee strategiche.

Il Partito Repubblicano aveva sperato fino all’ultimo di ribaltare la situazione, ma la “Sherrill” — sostenuta anche da “Barack Obama” — è riuscita a consolidare la posizione del Partito Democratico, assicurandogli una nuova vittoria nello Stato.

 

Una vittoria annunciata.

La vittoria dei Democratici nelle tre principali elezioni di New York, Virginia e New Jersey conferma un trend politico ampiamente previsto ma non per questo privo di significato.

Il partito di Kamala Harris ha introdotto una strategia a doppio binario: candidati moderati negli Stati più contendibili e figure progressiste nelle grandi aree metropolitane.

 

A New York, il trionfo del socialista “Zohran Mamdani” riflette la forza dell’elettorato urbano, mobilitato su temi sociali come alloggi accessibili, trasporti pubblici e giustizia economica.

In “Virginia” e “New Jersey”, le vittorie di “Abigail Spanberger” e Mikie Sherrill” consolidano l’ala centrista del partito, sostenuta da un voto pragmatico e dal rifiuto di un ritorno al “trumpismo”.

 

Il risultato complessivo conferma che il Partito Democratico, ha saputo mettere insieme i disagi interni alimentati dall’ala progressista e quella moderata.

Leggendo i dati sembra essere una scelta vincente, ovvero il banco di prova in vista delle elezioni federali del 2028.

L'articolo I Democratici travolgono i repubblicani, la vittoria di Mamdani a NYC cambia il volto del partito proviene da” Italia Report USA”.

Giampa Natal.

(Italia Report Usa).

 

 

 

 

D’Alema, la Russia e la Cina:

 «L’Europa deve trovare

un accordo con Putin».

  Open.online.it – (03 Novembre 2025) - Alba Romano – ci dice:

 

L'ex premier, la parata a Pechino e l'Ue che deve decidersi con Mosca. Mentre Giorgia Meloni «va ai vertici per scattare foto».

Massimo D’Alema dice che l’Occidente deve dialogare con il Sud del Mondo.

 E che serve un’intesa tra l’Unione Europea e la Russia.

Mentre alla parata militare di Pechino è andato «a festeggiare gli ottant’anni della vittoria del popolo cinese nella sua liberazione, e la vittoria della guerra contro il fascismo e il nazismo. Così era scritto sull’invito».

 E i leader occidentali che non sono andati «hanno commesso un errore. A Pechino era rappresentato, ci piaccia o no, l’80% del genere umano. Isolare l’80% dell’umanità è un’impresa difficile. Mi fa riflettere un certo imbarbarimento».

 

D’Alema, la Russia, la Cina.

L’ex presidente del Consiglio parla oggi in un’intervista rilasciata ad “Aldo Cazzullo” per il “Corriere della Sera”.

Spiega che «non è stata solo una parata militare. E Xi Jinping non è apparso solo in divisa.

Guardi questo video: è in giacca e cravatta, presiede la celebrazione della Resistenza in Europa; si canta pure Bella ciao.

 La prima sera hanno dato la medaglia agli eredi degli americani che combatterono per il popolo cinese: le “Flying Tigers” , i piloti volontari mandati da Roosevelt contro i giapponesi invasori.

Non era un raduno antioccidentale.

 Era giusto esserci.

Chi non è venuto ha commesso un errore, anche perché avrebbe dato meno evidenza alla presenza di Putin».

Pechino.

La Cina, secondo D’Alema, non è un pericolo per la pace: «I cinesi non fanno guerre, non bombardano nessuno. Se costruiamo un muro tra noi e loro è anche più difficile esercitare una necessaria influenza nel nome della libertà e dei diritti umani».

Sulla rivalità con gli Usa, spiega D’Alema, «sono d’accordo con Kissinger, quando nel suo ultimo libro scrive che le due grandi potenze devono costruire un nuovo quadro di convivenza.

Occorre la consapevolezza che i nostri principi non sono un assoluto; devono convivere con i principi degli altri.

 In Occidente alla potenza della tecnica corrisponde una mancanza di pensiero filosofico e letterario.

 Il mondo ha rotto gli ormeggi senza avere una bussola morale.

 È un tema che i cinesi affrontano nel loro pensiero.

La cosa davvero importante che ho fatto in Cina, alla fine del 2024, è stata seguire un congresso di studi confuciani di grande interesse».

D’Alema e la foto con Putin a Pechino: «C’era l’80% dell’umanità, isolarli è da coglioni».

E su Gaza: «Senza Palestina si rischia un conflitto continuo».

Il Sud del Mondo.

Con il Sud del mondo «il dialogo è obbligatorio. È nel nostro interesse. L’alternativa è lo scontro. Questi Paesi non sono predisposti allo scontro con l’Europa (non so con l’America).

Vogliono la collaborazione.

 I cinesi si muovono in modo non ostile verso un Paese come l’Italia. Ogni spazio di collaborazione che si apre dovrebbe essere colto.

A loro ho sempre detto:

 non potete più invocare la scusa che siete in via di sviluppo; siete una grande potenza, dovete prendervi le responsabilità di una grande potenza».

 

Su Trump e la tregua a Gaza ha le idee chiare:

«Quale tregua? La scorsa settimana, Israele ha ucciso in due giorni 104 persone, di cui 46 bambini. E continua l’aggressione quotidiana ai villaggi della Cisgiordania, lo squadrismo dei coloni, gli incendi, i ferimenti.

 È una gigantesca tragedia:

il governo israeliano ha un progetto di pulizia etnica, di liquidazione definitiva del popolo palestinese.

Trump, con la sua spregiudicatezza e imprevedibilità, punta a ricostruire lo spazio americano nella sfera internazionale.

E qui c’è il problema dell’Europa».

L’agenda della Cina.

La Cina, infatti, ha la sua agenda: «Costruire l’egemonia sul Sud del mondo.

I cinesi ragionano sui tempi lunghi della storia.

 Il loro vero competitore non è l’America; è l’India, che ha una demografia favorevole.

Gli americani hanno la loro agenda: tornare protagonisti.

La Russia coltiva con rancore il sogno della rivincita imperiale; non sovietica, russa.

E l’Europa? Non si capisce. Nessuno ha la percezione di un’agenda europea».

D’Alema ricorda che nelle crisi dei Balcani e del Libano l’Italia fu protagonista, «e non nel senso che ci infilavamo nella foto».

 

La Meloni invece si infila nella foto: «In sostanza, sì.

Non vedo iniziativa italiana su nessun tema di politica internazionale. Abbiamo festeggiato la vicepresidenza di Fitto, al quale ho fatto gli auguri e che sta lavorando bene, come un trionfo;

ma nel 2000 io negoziai una Commissione europea con Prodi presidente e Monti commissario alla concorrenza.

Forse avrei dovuto indire una festa nazionale.

Ottenemmo il comando della missione in Libano, e il giorno dopo entrammo nel Consiglio di sicurezza».

 

La guerra alla Russia.

L’Europa, accusa D’Alema, ha sostenuto la guerra contro la Russia da una posizione irrealistica, sulla pelle degli ucraini».

 Si riferisce anche a Macron:

«Una guerra tra l’Occidente e la Russia è una guerra nucleare: lo scenario è la mutua distruzione.

Bisognava trovare una via d’uscita: quello che a un certo punto ha detto Trump a un’Europa spiazzata, infastidita, a rimorchio.

Anche se poi si è mosso in modo maldestro, dando un vantaggio a Putin senza ottenere nulla in cambio».

 Come finirà? Ecco il suo pronostico:

 «Dobbiamo uscire da questo conflitto in un quadro di garanzie per l’Europa.

La sicurezza dell’Europa ha bisogno di un accordo con la Russia, come quello negoziato a Helsinki nel 1975, che prevedeva misure concrete, controlli, riduzione degli armamenti».

(Alba Romano.)

(Raccomandato da Taboola).

 

 

 

 

 

Il più grande gruppo politico dell'UE

punta sul sostegno dell'estrema destra

per tagliare le regole verdi.

Poltico.eu – (5 novembre 2025) - Max Ghiera, Marianne Gros e Ben Munster – ci dicono:

 

La spinta a ridurre la burocrazia sta creando una frattura sempre più profonda nella tradizionale coalizione centrista europea.

Sessione del Parlamento europeo a Strasburgo.

Durante la riunione dei leader del PPE tenutasi martedì, il presidente del gruppo,” Manfred Weber”, ha affermato che il gruppo punterà a trovare una maggioranza di destra su questo delicato dossier verde.

5 novembre 2025.

BRUXELLES — Il gruppo di centro-destra dominante in Europa porterà avanti una proposta per ridurre le norme verdi e, a suo avviso, otterrà il sostegno dei gruppi di destra e di estrema destra in una votazione cruciale in Parlamento la prossima settimana.

 

Se avrà successo, le norme UE in materia di rendicontazione verde saranno notevolmente allentate e si applicheranno a un minor numero di aziende.

 

Quando due settimane fa è fallita la votazione sul disegno di legge omnibus, il Partito Popolare Europeo si è trovato di fronte a una scelta: tentare di fare concessioni ai gruppi centristi alla sua sinistra per tenere unita la coalizione tradizionale, oppure abbandonare i centristi e cercare il sostegno dei gruppi di destra e di estrema destra.

Sembra che il gruppo stia scegliendo la seconda opzione, riflettendo uno spostamento verso destra nella politica dell'UE dopo le elezioni europee del 2024.

Mercoledì il PPE ha presentato modifiche al primo disegno di legge omnibus di semplificazione simili a quelle precedentemente sostenute dai Conservatori e Riformisti Europei di destra e dai Patrioti per l'Europa e dall'Europa delle Nazioni Sovrane di estrema destra, secondo tre funzionari del Parlamento a conoscenza del fascicolo.

"Il PPE ora andrà avanti e presenterà solo emendamenti del PPE", ha dichiarato” Jörgen Warborn”, capo negoziatore del PPE sul dossier.

 "Si tratta di emendamenti ragionevoli e mi aspetto che potremo ottenere la maggioranza necessaria per avviare rapidamente i negoziati con [i paesi dell'UE]".

 

Durante una riunione dei leader del PPE tenutasi martedì, il presidente del gruppo, “Manfred Weber”, ha affermato che il gruppo avrebbe cercato di trovare una maggioranza di destra su questo delicato dossier verde, dato che i Socialisti e Democratici non erano riusciti a sostenere il primo compromesso, secondo tre funzionari a conoscenza delle discussioni.

 

Spostamento a destra.

Nell'ultimo anno, il PPE ha sfruttato la nuova maggioranza di destra in Parlamento per portare avanti il ​​suo programma nei negoziati, introducendo strategicamente misure che hanno ottenuto il sostegno dell'estrema destra e sono state approvate con essa, pur insistendo sul fatto di non aver formalmente negoziato il contenuto con loro.

"Mi piacerebbe vedere una situazione diversa al Parlamento europeo", ha dichiarato Weber a POLITICO in un'intervista a maggio.

 Ma i legislatori di estrema destra "sono qui, hanno diritto di voto... e il PPE ha un principio: rispettare le promesse".

 

Il PPE spera inoltre che un numero sufficiente di eurodeputati di “Renew” sia tentato di votare a favore dei propri emendamenti, il che indebolirebbe le accuse di schierarsi esclusivamente con l'estrema destra, secondo altri due funzionari parlamentari che hanno parlato con POLITICO a condizione di mantenere l'anonimato per fornire dettagli su colloqui politicamente delicati.

 Il gruppo “Renew” non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di “POLITICO”.

 

Lo scorso febbraio la Commissione europea ha presentato il suo primo disegno di legge omnibus di semplificazione  per ridurre gli obblighi di rendicontazione per le aziende ai sensi delle norme dell'Unione in materia di informativa sulla sostenibilità aziendale e di trasparenza della catena di approvvigionamento.

Le leggi impongono alle aziende di rendicontare il loro impatto ambientale e di ritenerle responsabili delle violazioni dei diritti umani e ambientali nelle loro catene di fornitura.

 

Durante i negoziati in Parlamento, il PPE ha redatto una versione della proposta che ha ottenuto il sostegno dell'ECR, dei Patriots e dell'ESN per spingere per tagli significativi alle norme.

Ha poi utilizzato quella versione per fare pressione su socialisti e liberali affinché accettassero una versione diversa che comunque riducesse significativamente le leggi.

 Sebbene socialisti e liberali avessero inizialmente concordato, l'accordo non è stato approvato in plenaria dopo che decine di eurodeputati socialisti hanno rotto con la linea del loro partito e votato contro.

 

"La nostra posizione non è cambiata affatto, se il PPE ha presentato gli emendamenti del pacchetto 1 è un bene per noi, perché potremmo sostenerli", ha dichiarato martedì a POLITICO “Pascale Piera”, eurodeputata del gruppo di estrema destra “Patrioti per l'Europa”.

Piera guida i negoziati per i Patrioti su questo dossier.

L'eurodeputata dei Verdi “Kira-Marie Peter Hansen”, che guida i lavori del suo gruppo sul dossier, ha dichiarato: "Trovo un peccato che il PPE abbia chiuso la porta a qualsiasi discussione".

"Abbiamo proposto diverse soluzioni affinché i quattro partiti europeisti trovino un accordo.

Purtroppo, il PPE preferisce starsene in un angolo a brontolare, invece di essere parte di una soluzione", ha aggiunto.

I gruppi hanno tempo fino a giovedì prossimo per decidere come votare.

 

La politica estera degli Stati Uniti

 in discussione: Trump può concordare

 un accordo con la Cina (ma non

 con la Russia o l'Iran)?

Unz.com - Alastair Crooke – ( 03 novembre 2025) – ci dice:

 

Il vecchio mondo confortevole non sta tornando. I giovani – semmai – sono molto più radicali.

la politica estera degli Stati Uniti, intrisa dell'arroganza che gli Stati Uniti hanno vinto militarmente la Guerra Fredda (in Afghanistan); l'ha vinta economicamente (mercati liberali); e anche culturalmente (Hollywood) – e quindi merita giustamente, come dice Trump, il "divertimento" di "governare sia il paese che il mondo".

Ebbene, questa politica è ora in discussione per la prima volta.

 

Avrà importanza?

Questo mese, l'”Organizzazione RAND”, un'istituzione la cui ombra è rimasta a lungo nelle questioni di politica estera degli Stati Uniti, ha sfidato l'arroganza della Guerra Fredda nei confronti della Cina.

Sebbene il rapporto si concentri sulla preoccupazione dell'America per la minaccia dell'ascesa della Cina, le implicazioni di mettere in discussione la dottrina – che nessuno sfidante all'egemonia degli Stati Uniti, finanziaria o militare, può essere tollerato – vanno al cuore della pratica della politica estera degli Stati Uniti.

La scoperta chiave della RAND è che "la Cina e gli Stati Uniti dovrebbero sforzarsi di raggiungere un modus vivendi" insieme attraverso "l'accettazione reciproca della legittimità politica dell'altro, limitando gli sforzi per indebolire una vicenda, almeno in misura ragionevole".

Proporre che ciascuna parte riconosca e accettare la legittimità dell'altra, piuttosto che vedere "l'altra" come una minaccia maligna, rappresenterebbe di per sé una piccola rivoluzione.

 

Se dovesse valere per la Cina, allora perché non anche per la Russia o l'Iran?

Più significativo:

 la RAND prescrive che la leadership degli Stati Uniti, in particolare, dovrebbe rifiutare le nozioni di "vittoria assoluta" sulla Cina – così come accettare la politica di una sola Cina smettendo di provocare la Cina attraverso visite militari a Taiwan progettate specificamente per mantenere la Cina minacciata e in tensione.

 

Questo arriva alla vigilia dell'incontro programmato di Trump con il presidente Xi Jinping a Kuala Lumpur, in cui Trump sta cercando un "accordo commerciale" con la Cina che riaffermi il suo dominio e gli dia spazio per i suoi piani radicali per ristrutturare il panorama finanziario americano – se può.

Il pivot proposto dalla RAND può davvero essere accettato a Washington?

La RAND ha un peso reale a Washington – quindi questo rapporto riflette una spaccatura nell'architettura strutturale dello Stato Oscuro?

Altri segni (in Medio Oriente/Asia occidentale) puntano nella direzione opposta.

Gli Stati Uniti hanno seguito lo stesso copione di politica estera per decenni. Quindi, gli Stati Uniti sono capaci di una trasformazione culturale così radicale, come sostenuto dalla RAND?

 

L'Occidente è in declino, sì.

Ma questo rende più facile, o più difficile, per lui accettare alcune porzioni di buon senso della RAND?

Sembra, per quanto riguarda la Cina, che si sia formata una visione tecnica all'interno dei circoli della difesa degli Stati Uniti secondo cui "in nessun modo" gli Stati Uniti possono affrontare militarmente la Cina.

Tuttavia, qualsiasi cambiamento profondo richiede tempo per essere pienamente registrato e può essere ribaltato da eventi inaspettati.

 Ci sono un certo numero di potenziali cigni neri che ci circondano, in questo momento.

E chi guiderebbe un racconto di cambiamento nell'autopercezione nazionale?

 Il vero cambiamento (istituzionale) emergerà dall'alto verso il basso o verrà dal basso verso l'alto?

Con "dal basso verso l'alto", questo potrebbe emergere come un impulso populista guidato da "America First" derivante dalla perdita di Trump e del GOP alla Camera alle elezioni di metà mandato?

In un certo senso, la RAND ha chiaramente ragione sul fatto che, al di là di esagerare con un pezzo di teatro a breve termine, gli Stati Uniti non possono più vincere una guerra economica o tecnologica – o un conflitto militare con la Cina – a lungo termine.

Una tregua difficile sembra essere, per ora, in prospettiva.

 

Ma per quanto tempo?

Il “Wall Street Journal” ha suggerito una prospettiva diversa dal solito consenso di Washington: "Durante il suo primo mandato, Trump ha spesso frustrato Xi Jinping con il suo mix spensierato di minacce e bonomia".

"Questa volta il leader cinese crede di aver decifrato il codice", scrive il “WSJ”:

 “Xi” ha abbandonato la tradizionale prassi diplomatica e ne ha creata una nuova, specificatamente per Trump.

Dopo una lunga preparazione, sostiene il WSJ, Xi ha deciso di reagire ancora più duramente, nel tentativo di ottenere influenza su Trump, pur proiettando forza e imprevedibilità – qualità che, a suo avviso, il presidente degli Stati Uniti ammira.

 

Apparentemente, la Cina è intenzionata ad affermarsi con forza.

Vuole guidare la dinamica ed è fiduciosa che questo approccio intransigente otterrà una risposta clamorosamente positiva in Cina (e nel resto del mondo, come il WSJ trascura di riconoscere).

La domanda è: come potrebbe avere effetto la risposta di Xi negli Stati Uniti?

 Eppure, la grande domanda rimane senza risposta: chi controlla la politica estera degli Stati Uniti?

 

Una risposta ovvia dopo il fiasco del vertice di Budapest (no) è che Trump ha poca o nessuna influenza in questo ambito della politica estera.

È completamente cooptato. E ha ricevuto un semplice "promemoria" in tal senso dai "poteri forti":

 "Nessuna normalizzazione con Mosca".

Cessate il fuoco, 'sì'; perché un conflitto congelato, non gravato da restrizioni sul riarmo ucraino, darebbe all'establishment della NATO la possibilità di ridefinire il conflitto – da una sconfitta strategica della NATO a una vittoria "di mantenimento", attraverso la promulgazione della narrativa di un progressivo indebolimento dell'economia russa.

 

Questa formulazione artificiosa offre – almeno nella mente degli europei –la promessa di un cessate il fuoco definitivo in una fase successiva, imponendo alla Russia costi seriali continui che alla fine imporranno quel cessate il fuoco.

La "mosca nella zuppa" di questa truffa è che Mosca non accetterà assolutamente un conflitto congelato – e in ogni caso vede il campo di battaglia lavorare verso la vittoria russa.

 

La realtà è che l'esito finale dell'Ucraina sarà, qualunque cosa "sia".

Gli europei lo sanno, ma non possono dirlo perché non riescono a orientarsi verso un mondo in cui il loro modo di vedere non prevale.

Se questo luddismo viene considerato come una "leva" occidentale, allora è effimero e svanirà man mano che le realtà economiche mordono in Europa.

Cosa spiega allora la debacle russa di Trump?

Da un lato, è stato il veto dei mega-donatori pro-Israele, per i quali gli Stati Uniti militarmente egemonici – che sostengono Israele – devono essere preservati a tutti i costi.

Israele non può esistere senza di esso.

 Molti, se non tutto il “Team Trump”, sono stati imposti dall'esterno – da certi donatori zeloti e miliardari che la pensano allo stesso modo.

 (Trump è stato sorprendentemente sincero su questa realtà durante il suo discorso alla Knesset il mese scorso). Alcuni di questi donatori di Trump fanno anche parte della fazione (separata) di Wall Street che, oltre a essere filo-sionista, ha in mente preoccupazioni finanziarie più ampie.

Il sistema finanziario statunitense ha un disperato bisogno di essere rafforzato con garanzie collaterali (ossia asset con valore intrinseco, come petrolio, risorse naturali, ecc.) a sostegno di un sistema bancario ombra statunitense eccessivamente indebitato.

 

Questa fazione filo-israeliana di Wall Street (quella franca) si richiama ancora a una ripresa della "Russia degli anni Novanta" (per quanto improbabile).

 Ma condivide anche, con il principale blocco di donatori filo-israeliani, la determinazione di Israele a tenere la Russia fuori dal Medio Oriente;

 una determinazione rafforzata dal conflitto in Ucraina.

Il 7 ottobre di quest'anno, Netanyahu ha implorato Putin di non armare l'Iran, minacciando a quanto pare ritorsioni in Ucraina.

 

Il calcolo dell'accordo commerciale con la Cina – per tali donatori – è completamente diverso.

Se Trump dovesse concordare un accordo commerciale "forte" con la Cina, alla Casa Bianca verrebbe visto come una minaccia alla capacità del Canada di assemblare componenti a basso costo provenienti dalla Cina e da altri paesi, per il trasbordo e la vendita sul mercato statunitense.

Un accordo con la Cina darebbe a Trump ulteriore leva, in vista della fase di scioglimento dell'USMCA (CUSMA) del 2026.

Quest'ultimo aspetto è importante poiché Trump cerca di incorporare l'intero emisfero occidentale, dall'Argentina all'Antartide settentrionale, nell'ambito degli Stati Uniti.

Un accordo con la Cina sui controlli sulle esportazioni di terre rare, tuttavia, sarebbe chiaramente cruciale per l'intero settore tecnologico statunitense.

La presa della Cina sulla filiera delle terre rare non è solo dominante, ma è pressoché inattaccabile.

Con il 70% delle terre rare globali (il 100% in alcuni metalli) e una capacità di raffinazione del 94%, Pechino ha preparato e costruito una fortezza attorno a uno degli input più critici per la tecnologia moderna.

 

C'è un altro motivo, forse addirittura fondamentale, per cui gli Stati Uniti hanno urgente bisogno di un "salvataggio" da parte della Cina.

 

La base giuridica per l'assalto tariffario globale di Trump si è allontanata sempre di più dall'eccezionalità dell'"emergenza economica" – alla chiarezza della Costituzione degli Stati Uniti secondo cui l'autorità per l'aumento delle entrate, in linea di principio, spetta al Congresso – e non è un prerequisito dell'Esecutivo. (Le tariffe, si sosterrà, sono entrate).

 

Chiaramente, Trump ha spinto al limite la giustificazione dell'"emergenza economica".

I primi casi tariffari saranno presentati alla Corte suprema a breve (1° novembre). Se la Corte dovesse pronunciarsi contro Trump, potrebbe ordinare il rimborso di tutti i proventi tariffari finora raccolti.

 

Che impatto avrebbe questo sulla politica estera degli Stati Uniti, dato che i dazi sono stati strumentalizzati per costringere gli Stati a pagare ingenti somme agli Stati Uniti (per quanto riguarda gli investimenti di capitale in entrata)?

È troppo presto per dirlo.

 Ma nel caso della Cina, Trump e gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di un accordo.

La politica economica di Trump, più in generale (a meno che non venga revocata dalla Corte Suprema), segna un cambiamento permanente nel panorama economico e geopolitico.

 Non si tornerà alla situazione ex-ante, così come esisteva prima di novembre 2024.

 

L'ordine delle cose un tempo prevalente e interconnesso a livello globale sta venendo spazzato via, sostituito da un nuovo ordine di blocchi economici autonomi, dotati di proprie alleanze interne, catene di fornitura e tecnologie.

In altri ambiti della politica estera, un cambio di rotta così radicale è meno probabile, almeno per ora.

 I miliardari filo-israeliani al potere dietro Trump non si fermeranno davanti a nulla nel loro impegno a sostegno di Israele nel suo obiettivo di imporre un Grande Israele fondato su una nuova Nakba.

Ma a lungo termine, il predominio filo-israeliano in politica estera è meno garantito. Il sostegno a Israele tra i giovani americani si sta esaurendo. Il Congresso rimarrà "comprato" dall'AIPAC e Trump si è irreversibilmente definito un incrollabile sostenitore di Israele.

 È iniziata una frattura tra Trump e la sua base MAGA.

 E Israele ha iniziato a farsi prendere dal panico per il cambiamento di “atteggiamento anti-israeliano” e "America First" che si sta verificando tra i giovani americani.

 

Nonostante la possibile ridefinizione dei distretti elettorali nel Sud degli Stati Uniti, indotta dalle contestazioni al “Voter Registration Act del 1965” (che potrebbe dare al Partito Repubblicano 12 seggi in più alla Camera), Trump potrebbe comunque perdere le elezioni di medio termine.

Ciò significa che, di fatto, il programma di Trump avrebbe un solo anno di validità, fino a quando non verrà sopraffatto dall'ostruzionismo democratico, dalle indagini o addirittura dai tentativi di impeachment.

 

Il motivo della fretta di Trump è chiaro.

 Naturalmente, nulla di tutto ciò potrebbe accadere, e la classe dirigente statunitense (ed europea) potrebbe tornare a sprofondare nei suoi cuscini, con un sospiro di sollievo per la possibilità di rilanciare il vecchio programma.

Ma l'autocompiacimento sarebbe fuori luogo.

 Il vecchio mondo confortevole non tornerà.

I giovani – semmai – sono molto più radicali.

 

Sanzioni alla Russia, come funziona la tenaglia Usa-Ue.

 Avvenire.it - Giovanni Maria Del Re – (23 ottobre 2025) – ci dice:

Scure di Washington sul greggio. Anche la Cina interrompe acquisti.

 E l'Ue vara il pacchetto contro il gas.

 Ma non c'è intesa sugli asset russi congelati.

Una tenaglia su Mosca, dalle due rive dell’Atlantico, con doppie sanzioni da Usa e da Ue.

Se solo una settimana fa il presidente russo Vladimir Putin credeva di aver manipolato a suo vantaggio, ancora una volta, Donald Trump, con la sua telefonata a sorpresa, per lui ieri invece arriva la doccia gelata: l’annuncio di Washington di pesanti sanzioni sulle due più importanti società petrolifere russe, Rosneft e Lukoil.

«Visto il rifiuto del presidente Putin di porre fine a questa guerra insensata – ha dichiarato il segretario Usa al Tesoro” Scott Bessent” - il Tesoro sanziona le due principali società petrolifere che alimentano la macchina bellica del Cremlino».

 Le sanzioni impongono l’immediato stop, entro il 21 novembre, a qualsiasi scambio commerciale nonché finanziario e bancario con questi due colossi, colpendo l’80% dell’export russo pari al 5% della produzione mondiale di greggio.

Come prima conseguenza immediata ieri la Cina, uno dei principali clienti di Mosca, ha annunciato lo stop agli acquisti di greggio russo via nave.

 

La risposta di Putin è arrivata a giro di posta.

«Le sanzioni sono un atto ostile» ha detto, descrivendo le misure come «un tentativo di mettere pressione su Mosca, ma nessun Paese che abbia rispetto di sé stesso fa mai niente sotto pressione».

Aggiungendo che le sanzioni «non avranno impatto» sull’economia russa.

Più duro l’ex presidente russo e numero due del Consiglio di sicurezza russo “Dmitry Medvedev”, che ha parlato di «un atto di guerra contro la Russia».

Trump pare essersi finalmente stufato di esser preso in giro da Putin, che nei giorni scorsi non si è mosso di un millimetro.

Tant’è che The Donald ha ufficialmente annunciato di aver «cancellato l’incontro con il presidente Putin.

 Non ho ritenuto che le cose stessero procedendo nella direzione giusta».

Anche se, in serata, la portavoce della Casa Bianca “Karoline Leavitt” ha detto che un incontro Trump-Putin «non è completamente escluso».

La notizia è arrivata all’apertura del Consiglio Europeo, con l’Ucraina in cima all’agenda.

Con l’Ungheria sempre dissociata, costringendo ancora una volta a un testo di conclusioni su Kiev separato, a 26.

L’annuncio delle sanzioni Usa, per l’”Alto rappresentante Ue” Kaja Kallas, è «un importante segno di forza, che siamo allineati».

Tantopiù che arriva in parallelo al varo ufficiale del diciannovesimo pacchetto di sanzioni Ue, che colpiscono per la prima volta il gas:

dal primo gennaio 2027 scatta un bando totale all’acquisto di gas liquido (quello via gasdotto è già stato drasticamente ridotto).

 «Per la prima volta – ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen - stiamo colpendo il settore del gas russo, il cuore della sua economia di guerra».

L’approvazione delle nuove sanzioni Ue, ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ieri ha partecipato all’inizio del vertice, «è molto importante, così come le sanzioni Usa sono molto importanti», adesso serve «continuare e continuare finché Vladimir Putin non fermerà questa guerra».

 L’incontro con Trump della scorsa settimana?

“Abbiamo sanzioni sull’energia russa – scherza - non abbiamo un incontro in Ungheria senza l'Ucraina, e non abbiamo ancora i Tomahawk.

 Questo il risultato, penso non male.

Magari i Tomahawk arrivano domani».

Non senza ricordare che «anche gli europei hanno missili a lunga gittata». Quanto alla pace, «se la Russia è pronta a dialogare, noi siamo pronti».

Il vertice Ue di ieri è stato dominato però da un’altra, pressante questione:

l’utilizzo degli asset congelati russi nell’Ue, per 140 miliardi di euro, per i fabbisogni civili e soprattutto militari di Kiev.

 In gioco i circa 210 miliardi di beni russi nell’Ue, anzitutto i 185 miliardi di euro della Banca centrale russa detenuti nella società finanziaria belga “Euro clear”.

Visto che i beni di Stati sovrani sono di per sé inalienabili, la Commissione ha proposto un complicato marchingegno giuridico-finanziario:

 Euro clear verserebbe 140 miliardi euro prelevati dai fondi liquidi della Banca centrale russa in cambio di titoli europei, insomma Mosca resterebbe titolare dei fondi.

Sarebbe un prestito che sarebbe poi ripagato dall’Ucraina ma solo dopo che Mosca abbia versato le riparazioni di guerra.

Il Belgio, in cui si trova la massima parte di questi soldi, però, ha puntato i piedi.

Ieri il premier “Bart de Wever” è stato irremovibile nel pretendere tre condizioni per il suo sì all’operazione.

Primo, la condivisione totale dei rischi giuridici tra tutti e 27 gli Stati Ue;

secondo, garanzie che, in caso di obbligo di restituzione a Mosca, ogni Stato verserà la sua quota;

terzo, che sia coinvolto ogni Stato in cui si trovino asset russi congelati.

Da superare pure i dubbi della Bce, che teme che la credibilità finanziaria dell’eurozona possa essere messa a rischio dall’operazione. In serata arriva l’intesa con il Belgio per un testo di conclusioni molto vago in cui non si parla di beni congelati, ma si incarica la Commissione di presentare proposte per il finanziamento dell’Ucraina.

I Ventisette sono consapevoli che, visto l’ingente fabbisogno ucraino (60 miliardi di euro l’anno), non ci siano alternative.

La questione tornerà al Consiglio Europeo di dicembre.

 

 

 

 

Stop totale al gas russo dal 2028:

le decisioni del Consiglio Ue.

Qualeenergia.it - Massimiliano Cassano – (21 Ottobre 2025) – ci dice:

 

CATEGORIE: Politiche Energia.

I ministri dell’Energia dei Paesi membri deliberano sul divieto di importazione via pipeline e Gnl a partire dal 2026, con un periodo di transizione di due anni per i contratti esistenti.

(exidel3settembre2025gif).

I ministri dell’Energia dei Paesi membri dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo per “eliminare gradualmente” le rimanenti importazioni di gas dalla Russia.

L’intesa si applica sia al Gnl sia agli approvvigionamenti via gasdotto. Ungheria e Slovacchia sono stati gli unici Stati ad aver dato parere contrario.

Secondo quanto stabilito ieri (20 ottobre) nel corso del Consiglio “Trasporti, Telecomunicazioni ed Energia”, lo stop avrà un’attuazione graduale.

Le importazioni saranno infatti vietate a partire dal 1° gennaio 2026, pur mantenendo un periodo di transizione per gli accordi esistenti.

In particolare, i contratti a breve termine conclusi prima del 17 giugno 2025 potranno essere mantenuti fino al 17 giugno 2026, mentre quelli a lungo termine potranno valere fino al 1° gennaio 2028.

 

Saranno inoltre consentite modifiche alle intese già stipulate, ma solo “per scopi operativi strettamente definiti”, e non potranno comportare un aumento dei volumi, fatta eccezione per alcune flessibilità specifiche per gli Stati membri senza sbocco sul mare.

 

Procedure doganali e autorizzazioni.

Il Consiglio ha inoltre semplificato gli obblighi doganali per le importazioni di gas non russo, stabilendo requisiti e procedure documentali più snelle.

In tali casi, prima che il gas entri nel territorio doganale dell’Ue, alle autorità competenti dovrà essere fornita solo la prova del Paese di produzione, mentre per le importazioni di gas dalla Russia durante la fase transitoria saranno richieste maggiori informazioni (tra cui la data e la durata del contratto di fornitura, oppure i quantitativi contrattualizzati).

 

È stato inoltre introdotto l’obbligo per entrambe le categorie di importazioni di sottoscrivere un regime di autorizzazione preventiva.

 In particolare:

per il gas russo e le importazioni che rientrano nel periodo di transizione, le informazioni richieste per l’autorizzazione devono essere presentate almeno un mese prima;

per il gas non russo, la prova deve essere fornita almeno cinque giorni prima dell’ingresso nel mercato Ue.

Gli Stati membri hanno concordato che questa procedura non si applicherà alle importazioni provenienti da Paesi che soddisfano alcuni criteri, come essere grandi produttori ed esportatori di gas, oppure aver già vietato le importazioni di gas russo.

Ciò garantisce che solo le importazioni più rilevanti da controllare siano soggette ad autorizzazione preventiva.

 

Sono stati anche disposti ulteriori meccanismi di monitoraggio per impedire che il flusso da Mosca entri nell’Ue soltanto per transitare verso altre destinazioni, senza entrare nel mercato comunitario.

Il regolamento proposto dal Consiglio impone poi a tutti gli Stati membri di presentare piani nazionali di diversificazione delle loro forniture di gas.

Anche in questo caso sono esentati i Paesi che possono dimostrare di non ricevere più importazioni dirette o indirette di gas russo.

Ricordiamo che proprio in un’ottica di diversificazione la Commissione europea ha stipulato con gli Stati Uniti un contestato piano di acquisto di petrolio, Gnl e combustibili nucleari per 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni.

Un accordo che oltre ad essere irrealizzabile, fornisce uno sfrontato assist alle fossili (per approfondire “Il grande bluff energetico Ue-Usa”: 750 miliardi ai fossili, meno sicurezza e transizione).

 

I prossimi passi.

Rispetto alle iniziali proposte della Commissione europea, il Consiglio ha ulteriormente sviluppato le disposizioni sullo scambio di informazioni tra le autorità nazionali, l’Acer e la Commissione europea, e ha chiesto a quest’ultima di riesaminare l’attuazione del regolamento entro due anni dalla sua entrata in vigore.

Ha inoltre chiarito la clausola di sospensione, specificando quali tipi di problemi nella sicurezza dell’approvvigionamento potrebbero giustificare una revoca temporanea del divieto di importazione o del requisito di autorizzazione preventiva.

 

La presidenza del Consiglio avvierà ora i negoziati con il Parlamento europeo per concordare il testo definitivo di uno specifico regolamento Ue.

 

Proprio pochi giorni fa, il 17 ottobre, le commissioni per l’Industria, l’Energia e il Commercio internazionale dell’Eurocamera avevano approvato una bozza di piano che prevedeva, oltre allo stop al gas russo, anche il divieto di tutte le importazioni di petrolio da Mosca, compresi i prodotti derivati ​​dal greggio russo.

Il testo votato affrontava esplicitamente anche i rischi di elusione, come le importazioni ri-etichettate, le flotte ombra e il transito attraverso Paesi terzi, imponendo la certificazione di origine per gli oleodotti, audit trimestrali e un elenco di terminali Gnl ad alto rischio.

 

L’elettrificazione come motore della transizione.

I ministri dell’Energia dei Paesi Ue hanno inoltre discusso ieri del ruolo dell’elettrificazione per garantire “una transizione competitiva e pulita”. Il confronto confluirà nel futuro piano d’azione per l’elettrificazione che la Commissione europea dovrebbe presentare all’inizio del 2026.

Il Consiglio si è concentrato sulle opportunità della decarbonizzazione in settori chiave, con particolare attenzione al potenziale di elettrificazione dell’industria.

Tra i principali argomenti di discussione figuravano il modo in cui l’Ue avrebbe potuto creare il quadro giusto per incentivare l’elettrificazione delle imprese, consentendo al contempo a queste ultime di rispondere in modo flessibile ai segnali di prezzo e alla domanda.

Ci si è interrogati inoltre su quali settori offrissero il maggiore potenziale per una rapida elettrificazione e su come eventualmente supportarli nell’ambito del piano d’azione di prossima emanazione.

 

Un recente studio del think tank britannico” Ember” intitolato “Shockproof: how electrification can strengthen EU energy security” entra proprio nel merito dei vantaggi dell’elettrificazione per i Paesi membri Ue.

Secondo i dati raccolti, grazie al ruolo crescente dell’energia elettrica nei consumi finali, a livello comunitario si potrebbe quasi dimezzare la percentuale di dipendenza dalle importazioni di fonti fossili nell’energia primaria entro il 2040 (dal 58% nel 2023 al 30% tra quindici anni).

 

Eliminare definitivamente gli acquisti di gas e petrolio dalla Russia andrebbe in questa direzione, ma occorre anche ridurre l’import fossile dagli altri mercati fornitori e al contempo puntare maggiormente su rinnovabili ed efficienza energetica.

 

 

Il più grande alleato di Trump è il Partito Democratico.

Unz.com - Chris Hedges – (4 novembre 2025) – ci dice:

L'unica speranza per salvarci dall'autoritarismo di Trump sono i movimenti di massa.

Dobbiamo costruire centri di potere alternativi – compresi i partiti politici, i media, i sindacati e le università – per dare voce e potere a coloro che sono stati privati del potere dai nostri due partiti di governo, in particolare la classe operaia e i lavoratori poveri.

Dobbiamo fare scioperi per paralizzare e contrastare gli abusi perpetrati dall'emergente stato di polizia.

Dobbiamo sostenere un socialismo radicale, che include il taglio di 1 trilione di dollari spesi per l'industria bellica e la fine della nostra dipendenza suicida dai combustibili fossili, e risollevare le vite degli americani messi da parte tra le macerie dell'industrializzazione, dei salari in calo, delle infrastrutture in decadenza e dei programmi di austerità paralizzanti.

 

Il Partito Democratico e i suoi alleati liberali denunciano il consolidamento del potere assoluto da parte della Casa Bianca di Trump, le ripetute violazioni costituzionali, la flagrante corruzione e la deformazione delle agenzie federali – tra cui il “Dipartimento di Giustizia” e l' “Immigration and Customs Enforcement” (ICE) – in cani da attacco per perseguitare gli oppositori e i dissidenti di Trump.

 Avverte che il tempo sta per scadere.

Ma allo stesso tempo, si rifiuta fermamente di invocare mobilitazioni di massa che possano sconvolgere la macchina del commercio e dello Stato.

Tratta come lebbrosi la manciata di politici del Partito Democratico che affrontano la disuguaglianza sociale e gli abusi da parte della classe miliardaria – tra cui “Bernie Sanders” e “Zohran Mamdani”.

 Ignora allegramente le preoccupazioni e le richieste dei normali elettori del Partito Democratico, riducendoli a oggetti di scena usa e getta durante i comizi, i municipi e le convention.

 

Il Partito Democratico e la classe liberale sono terrorizzati dai movimenti di massa, temono, giustamente, che anch'essi vengono spazzati via.

Si illudono di poterci salvare dal dispotismo mentre si aggrappano a una formula politica morta – montando insulsi candidati a contratto corporativi come “Kamala Harris” o la candidata del Partito Democratico e ufficiale di marina formale in corsa per la carica di governatore del New Jersey, “Mikie Sherrill”.

Si aggrappano alla vana speranza che essere contro Trump riempia il vuoto lasciato dalla loro mancanza di una visione e dall'abietta sottomissione alla classe miliardaria.

 

Un sondaggio Washington Post-ABC News/Ipsos, riassunto dal Washington Post con il titolo "Gli elettori disapprovano ampiamente Trump ma rimangono divisi sulle elezioni di metà mandato, secondo i risultati del sondaggio" – ha rilevato che il 68% degli intervistati ritiene che i democratici non siano in contatto con le aspirazioni degli elettori, con il 63% che dice lo stesso di Trump.

 

A "un anno dalle elezioni di medio termine del 2026, ci sono poche prove che le impressioni negative sulla performance di Trump si accumulano un vantaggio del Partito Democratico, con gli elettori divisi quasi equamente nel loro sostegno a democratici e repubblicani", si legge nel riassunto del Washington Post.

 

La classe liberale in una democrazia capitalista è progettata per funzionare come una valvola di sicurezza.

 Rende possibile una riforma incrementale.

 Ma, allo stesso tempo, non mette in discussione o mette in discussione le fondamenta del potere.

 Il quid-pro-quo vede la classe liberale servire come un cane da guerra per screditare i movimenti sociali radicali.

La classe liberale, per questo motivo, è uno strumento utile.

Dà legittimità al sistema.

Mantiene viva la convinzione che la riforma è possibile.

 

Gli oligarchi e le corporazioni, terrorizzati dalla mobilitazione della sinistra negli anni '60 e '70 – quello che il politologo Samuel P. Huntington chiamava "l'eccesso di democrazia" dell'America – si proponevano di costruire contro-istituzioni per delegittimare ed emarginare i critici del capitalismo e dell'imperialismo.

 Hanno comprato le alleanze dei due partiti politici al potere.

Hanno imposto l'obbedienza al neoliberismo all'interno del mondo accademico, delle agenzie governative e della stampa.

Hanno neutralizzato la classe liberale e schiacciato i movimenti popolari.

Hanno scatenato l'FBI contro i manifestanti contro la guerra, il movimento per i diritti civili, le Pantere Nere , l'American Indian Movement , gli Young Lords e altri gruppi che davano potere ai diseredati.

Hanno rotto i sindacati, lasciando il 90% della forza lavoro americana senza protezioni sindacali.

 I critici del capitalismo e dell'imperialismo, come Noam Chomsky e Ralph Nader, sono stati inseriti nella lista nera.

La campagna, delineata da Lewis F. Powell Jr. nel suo memorandum del 1971 intitolato "Attacco al sistema americano della libera impresa", ha messo in moto lo strisciante colpo di stato corporativo, che cinque decenni dopo, è completo.

 

Le differenze tra i due partiti di governo su questioni sostanziali – come la guerra, i tagli alle tasse, gli accordi commerciali e l'austerità – sono diventate indistinguibili.

La politica si riduce al burlesque, alle gare di popolarità tra personalità fabbricate e alle aspre battaglie per le guerre culturali.

I lavoratori hanno perso le protezioni. I salari ristagnano. La schiavitù del debito è salita alle stelle. I diritti costituzionali sono stati revocati con decreto giudiziario. Il Pentagono ha consumato la metà di tutte le spese discrezionali.

La classe liberale, piuttosto che opporsi all'assalto, si ritirò nell'attivismo da boutique del politicamente corretto.

Ha ignorato la feroce guerra di classe che avrebbe visto, sotto l'amministrazione democratica di Bill Clinton, circa un milione di lavoratori perdere il lavoro in licenziamenti di massa legati all'Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA), oltre ai circa 32 milioni di posti di lavoro persi a causa della deindustrializzazione negli anni '70 e '80.

Ha ignorato la sorveglianza governativa a tappeto istituita in diretta violazione del Quarto riconosciuto.

Ha ignorato i rapimenti e le torture – "consegne straordinarie" – e l'imprigionamento di sospetti terroristi in siti neri, insieme agli omicidi, anche di cittadini statunitensi.

Ha ignorato i programmi di austerità che hanno visto i servizi sociali tagliati.

Ha ignorato la disuguaglianza sociale che ha raggiunto i suoi livelli più estremi di disparità in oltre 200 anni, superando l'avidità rapace dei baroni ladri.

 

Il disegno di legge di riforma del welfare di Clinton, firmato il 22 agosto 1996, ha buttato fuori sei milioni di persone, molte delle quali madri single, dalle liste del welfare nel giro di quattro anni.

 Li ha gettati per strada senza assistenza all'infanzia, sussidi per l'affitto e copertura Medicaid.

Le famiglie sono entrate in crisi, lottando per sopravvivere con più lavori che pagavano $ 6 o $ 7 l'ora, o meno di $ 15.000 all'anno.

Ma sono stati loro i fortunati.

In alcuni stati, la metà di coloro che sono stati esclusi dalle liste sociali non è riuscita a trovare lavoro.

Clinton ha anche tagliato Medicare di 115 miliardi di dollari in un periodo di cinque anni e ha tagliato 14 miliardi di dollari di finanziamenti a Medicaid.

Il sovraffollato sistema carcerario gestiva l'afflusso di poveri, così come di malati mentali abbandonati.

 

I media, di proprietà di corporazioni e oligarchi, hanno assicurato al pubblico che era prudente affidare i risparmi di una vita a un sistema finanziario gestito da speculatori e ladri.

Nel crollo del 2008, i risparmi di una vita sono stati sventrati.

E poi queste organizzazioni mediatiche, che si rivolgono a inserzionisti e sponsor aziendali, hanno reso invisibili coloro la cui miseria, povertà e rimostranze dovrebbero essere l'obiettivo principale del giornalismo.

 

Barack Obama, che ha raccolto più di 745 milioni di dollari – gran parte dei quali fondi aziendali – per candidarsi alla presidenza, ha facilitato il saccheggio del Tesoro degli Stati Uniti da parte di società e grandi banche dopo il crollo del 2008.

Ha voltato le spalle a milioni di americani che hanno perso le loro case a causa di pignoramenti bancari o pignoramenti.

Ha ampliato le guerre iniziate dal suo predecessore George W. Bush.

Ha ucciso l'opzione pubblica – l'assistenza sanitaria universale – e ha costretto il pubblico a comprare il suo difettoso “Obama Care” a scopo di lucro – l'“Affordable Care Act” – una manna per le industrie farmaceutiche e assicurative.

 

Se il Partito Democratico stesso lottando per difendere l'assistenza sanitaria universale durante lo shutdown del governo, piuttosto che la mezza misura di impedisce l'aumento dei premi per l'Obama Care, milioni di persone scenderebbero in piazza.

 

Il Partito Democratico getta le briciole ai servi della gleba.

Si congratula con sé stessa per aver concesso ai disoccupati il diritto di mantenere i loro figli disoccupati con politiche di assistenza sanitaria a scopo di lucro. Approvazione una legge sul lavoro che concede crediti d'imposta alle società come risposta a un tasso di disoccupazione che – se si includono tutti coloro che sono bloccati nel lavoro part-time o meno qualificati ma sono capaci e vogliono fare di più – è probabilmente più vicino al 20 per cento.

Costringe i contribuenti, uno su otto dei quali dipende dai buoni pasto per mangiare, a sborsare trilioni di dollari per pagare i crimini di Wall Street e la guerra senza fine, compreso il genocidio di Gaza.

La defenestrazione della classe liberale la ridusse a cortigiani che parlavano vuote banalità.

 La valvola di sicurezza è chiusa.

L'assalto alla classe operaia e ai lavoratori poveri ha accelerato. Così anche la rabbia molto legittima.

Questa rabbia ci ha dato Trump.

 

Lo storico “Fritz Stern”, un rifugiato dalla Germania nazista, ha scritto che il fascismo è il figlio bastardo di un liberalismo in bancarotta.

Vedeva nella nostra alienazione spirituale e politica – espressa attraverso l'odio culturale, il razzismo, l'islamofobia, l'omofobia, la demonizzazione degli immigrati, la misoginia e la disperazione – i semi di un fascismo americano.

 

"Hanno attaccato il liberalismo", ha scritto Stern dei sostenitori dei fascisti tedeschi nel suo libro " La politica della disperazione culturale ", "perché sembrava loro la premessa principale della società moderna;

 tutto ciò che temevano sembrava scaturire da esso; la vita borghese, il manchesterismo, il materialismo, il parlamento e i partiti, la mancanza di direzione politica.

Anzi, sentivano nel liberalismo la fonte di tutte le loro sofferenze interiori.

Di una nuova fede, di una nuova comunità di credenti, di un mondo con norme fisse e, senza dubbi, di una nuova religione nazionale che avrebbe unito tutti i tedeschi.

 Tutto questo, il liberalismo lo negava.

 Quindi, odiavano il liberalismo, lo incolpavano di renderli emarginati, di sradicarli dal loro passato immaginario e dalla loro fede".

Anche “Richard Rorty, nel suo ultimo libro del 1999, " Achieving Our Country ", sapeva dove stavamo andando.

Scrive:

I membri dei sindacati e i lavoratori non organizzati e non qualificati si renderanno conto prima o poi che il loro governo non sta nemmeno cercando di impedire che i salari scendano o che i posti di lavoro vengano esportati.

Più o meno nello stesso periodo, si renderanno conto che i colletti bianchi delle periferie – essi stessi disperatamente spaventati di essere ridimensionati – non si lasceranno tassare per fornire benefici sociali a nessun altro.

 

A quel punto, qualcosa si spezzerà.

 L'elettorato non suburbano deciderà che il sistema ha fallito e inizierà a guardarsi intorno alla ricerca di un uomo forte per cui votare, qualcuno disposto ad assicurarli che, una volta eletto, i burocrati compiaciuti, gli avvocati astuti i venditori di obbligazioni strapagati e i professori postmodernisti non saranno più a dettare legge.

Uno scenario come quello del romanzo di “Sinclair Lewis” “ It Can't Happen Here” potrebbe quindi essere messo in scena.

Perché una volta che un uomo forte entra in carica, nessuno può prevedere cosa accadrà.

Nel 1932, la maggior parte delle previsioni fatte su ciò che sarebbe accaduto se “Hindenburg” avesse nominato “Hitler cancelliere” erano estremamente ottimistiche.

 

Una cosa che è molto probabile che accada è che le conquiste fatte negli ultimi quarant'anni dagli americani neri e marroni, e dagli omosessuali, saranno spazzate via.

Il disprezzo scherzoso per le donne tornerà di moda.

Le parole “nigger” e “kike” saranno ancora una volta ascoltate sul posto di lavoro. Tutto il sadismo che la sinistra accademica ha cercato di rendere inaccettabile per i suoi studenti tornare a galla.

 Tutto il risentimento che gli americani mal istruiti provano per il fatto che le loro maniere siano dettate loro dai laureati troveranno uno sfogo.

Gli strumenti democratici per il cambiamento – candidarsi, fare campagna elettorale, votare, fare lobbying e petizioni – non funzionano più.

 Le forze corporative e gli oligarchi hanno preso il controllo dei nostri sistemi politici, educativi, mediatici ed economici.

Non possono essere rimossi dall'interno.

Il Partito Democratico è un'appendice vuota.

Le nostre istituzioni conquistate, asservite ai ricchi e ai potenti, stanno capitolando all'autoritarismo di Trump.

Tutto ciò che ci rimane è una disobbedienza civile non violenta e dirompente. Movimenti di massa.

 Politica radicale. Ribellione.

Una visione socialista che contrasta il veleno del capitalismo sfrenato.

Questo da solo può contrastare lo stato di polizia di Trump e liberarci dall'inetta classe liberale che lo sostiene.

 

 

 

L'antifascismo è morto?

Storicamente.org - Alberto De Bernardi – (indice 2005 – 31-12-2005) – ci dice:

 

Storicamente, no.

"Inutile negarlo - scrive Sergio Luzzatto nelle prime pagine del suo libro - l'antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile.

 E non soltanto a causa della legge generale per cui l'impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo, ma anche a causa di una particolare svolta epocale: la svolta del 1989.

Perché è vero che in Italia come in Europa, non vi è stato antifascismo senza il contributo decisivo del comunismo;

ed è vero che il comunismo è finito male.

Come stupirsi - prosegue Luzzato - se la fine dell'uno ha accelerato l'agonia dell'altro?

“Le mort saisit le vif”: marxianamente parlando, riesce naturale ipotizzare che la fine del comunismo possa trascinare nella tomba anche l'antifascismo, incapace una volta di più di sottrarsi dell'abbraccio fatale".

 

Dopo questa considerazione, Luzzatto chiarisce l'obbiettivo del suo lavoro: "nelle pagine successive - scrive - cercherò appunto di mostrare come l'antifascismo sia in crisi per l'effetto congiunto di una ineludibile condizione di senilità e un grave deficit di credibilità".

 

Leggendo, però, le pagine successive, di questo ottimo proposito si perdono molto rapidamente le tracce e la trattazione piega verso la difesa delle ragioni - e sono molte e legittime - per le quali "non possiamo non dirci antifascisti" e la critica serrata dei guasti prodotti nella coscienza civile dal progetto "revisionista" della nuova destra italiana, che fa della riscrittura della storia d'Italia del secondo Novecento la leva su cui fare forza per affermare la propria egemonia culturale.

 

Come è evidente ormai da oltre un decennio, attraverso libelli, ma soprattutto attraverso la presenza ossessiva sui media , uno stuolo di intellettuali e giornalisti, tra i quali alligna anche qualche professore universitario di discipline storiche, sta tentando di costruire una nuova immagine del nostro passato recente dalla quale si vuole ormai espunto l'antifascismo, presentato come ferrovecchio ideologico di una guerra civile combattuta da forze estreme e antidemocratiche, nell'indifferenza degli italiani, ormai consegnata alla storia, insieme con tutti i totalitarismi.

 

L'operazione ha per scopo quella di cancellare il nesso fondante tra democrazia e antifascismo nella storia italiana, per gettare uno spesso velo di oblio sulle matrici neofasciste - mai compiutamente rinnegate - di buona parte della destra italiana e delegittimare al contempo gli eredi del partito comunista, che della costruzione della Repubblica italiana era stato parte integrante fondamentale.

Le strade percorse per realizzare questo obbiettivo sono molteplici:

 vanno dalla riesumazione del vecchio mito dei sopravvissuti di Salò, la "pacificazione", nello sforzo di equiparare le memorie dei vinti con quelle dei vincitori, alla svalorizzazione della Resistenza, presentata come cavallo di Troia dei comunisti per dominare la vita politica della Repubblica;

dalla esaltazione della "zona grigia", cioè di quelli italiani che tra il '43 e il '45 non scelsero tra fascismo e antifascismo, al tentativo di presentare le foibe come una sorta di Shoà italiana;

dalla formulazione di una valutazione bonariamente giustificatoria del fascismo, alla equiparazione acritica tra comunismo e nazifascismo.

 

Luzzatto ripercorre con molta efficacia la formazione e la diffusione attraverso l'uso sapiente degli strumenti della comunicazione di massa, di questa nuova "vulgata" post o anti - antifascista, che dir si voglia, costruita dalla politica e per la politica, nella quale confluiscono però umori culturali e ideologici presenti fin dalle origini nella vita civile repubblicana, oscillanti tra qualunquismo e antipolitica.

Rispetto al passato, nel quale la forza politica dei partiti antifascisti moderati, come la Dc o il Pri, era riuscita a tenere sotto controllo queste spinte ideologiche e queste tendenze identitarie, la novità è rappresentata dal fatto che esse invece costituiscono il collante ideologico della destra italiana, sono la sua cultura politica più sedimentata e riconoscibile, che viene esibita con orgogliosa iattanza:

 una melassa informe ma estremamente potente di antipartitismo, di anticomunismo viscerale, di clericalismo, di familismo amorale e di malcelate propensioni autoritarie, che richiama alla memoria il profilo culturale di esperienze politiche come quelle dell' “Uomo Qualunque” dell'immediato dopoguerra, della "maggioranza silenziosa" di De Carolis, nella Milano degli anni settanta, o del progetto eversivo piduista degli anni ottanta nella fase crepuscolare della prima Repubblica.

 

L'idolo polemico contro il quale maggiormente si scaglia a buona ragione Luzzato è un corollario fondamentale di questa complessa costruzione ideologica fondata sulla riscrittura della storia nazionale:

l'elogio della "memoria condivisa", intesa come sforzo non tanto rivolto a favorire un reciproco riconoscimento tra memorie diverse e divergenti, a riesumare pagine del passato omissivamente occultate, quanto piuttosto orientato a imporre una memoria pubblica nella quale trovino posto ugualmente legittimate le memorie dei fascisti e degli antifascisti, dei "repubblichini" e dei partigiani.

Questa legittimazione si fonda su di un doppio errore:

 sia quello di ritenere che queste memorie possano essere in qualche modo "pareggiate" perché scaturite da un medesimo orrore - la guerra totale e il totalitarismo - che le assimila fino a fare perdere ogni distinzione tra vittime e carnefici; sia quello più subdolo e inquietante che fonda il progetto di "equiparazione" delle memorie sulla convinzione che appartengano entrambe al campo del "torto", perché "la ragione" sta in quello ampissimo di chi rinunciò a ogni scelta di campo.

L'esito di entrambi i casi è il riconoscimento postumo delle "ragioni" dei fascisti, liberati così contemporaneamente dalla colpa storica di aver militato nel campo degli aguzzini di Auschwitz, e di aver combattuto dalla parte dei vinti.

Ad esso si aggiunge poi il malcelato proposito di voltare pagina, "consegnando alla storia" questo ingombrante passato, che è un eufemistico sinonimo per evocare la speranza di una generalizzata rimozione.

 

Il rischio di una memoria condivisa - scrive Luzzatto - è una "smemoratezza patteggiata", "la comunione nella dimenticanza".

Una preoccupazione che non si può non sottoscrivere, di fronte al tentativo fin troppo scoperto non solo di stendere un velo di oblio sulle origini della Repubblica, ma soprattutto di impedire che l'Italia democratica faccia fino in fondo i conti con il fascismo, cioè con il nodo più drammatico e cruciale dell'intera storia dell'Italia novecentesca.

Ma quando si abbandona il tracciato dell'analisi e si entra in quello delle cause genetiche di questa offensiva culturale contro l'antifascismo e la sua tradizione ideale cominciano a emergere più problemi irrisolti che risposte convincenti e il perseguimento degli intenti sopra enunciati rimane sullo sfondo, sostanzialmente disatteso, perché travolto dall'urgenza della polemica politica e della condanna morale.

 

Quali sono infatti le ragioni che adduce Luzzatto per spiegare il successo di questo progetto politico-culturale della destra italiana?

 Innanzitutto mette in luce la debolezza congenita della cultura antifascista per la sua incapacità/impossibilità di fare i conti con il comunismo e il suo carico di tragedie e di fallimenti.

Nato infatti dall'alleanza tra democrazia e comunismo finalizzata all'abbattimento del nazismo, l'antifascismo è restato segnato da questa aporia, che gli ha impedito, nel secondo dopoguerra, di assumere pienamente la discriminante antitotalitaria nella sua matrice culturale e nella sua fisionomia identitaria.

 Questa ambiguità concettuale oltre che politica, ha agito su più piani; sia rendendo impossibile che l'antifascismo prendesse in considerazione il problema dell'equiparabilità del nazismo con lo stalinismo, sia soprattutto superando a fatica e in ritardo - almeno nei suoi gruppi maggioritari di tradizione marxista - l'erroneo convincimento che la "democrazia socialista", liberata dalle sue incrostazioni autoritarie , dovute alla "durezza dei tempi", rappresentasse, molto più della liberaldemocrazia, l'effettivo inveramento storico della sua tavola di valori.

 

Come è ovvio l'irrisolta "questione comunista", che ha gravato storicamente sull'antifascismo, non mette in discussione l'onestà intellettuale di quei milioni di comunisti che tra il '43 e il '45 hanno combattuto in ogni angolo del continente il nazifascismo in nome degli ideali di emancipazione e di eguaglianza sociali iscritti nel decalogo valoriale del comunismo.

Ma sul versante più complesso della cultura politica quel nodo pesa invece straordinariamente e la caduta del comunismo ha impedito che questa ambiguità perdurasse:

 anzi l'ha fatta esplodere, mettendo gli antifascisti di fronte alla necessità di un esame di coscienza, nonché, per quella piccola parte che maneggiava anche professionalmente gli strumenti del lavoro storiografico, alla improrogabilità di una revisione radicale degli indirizzi e degli oggetti di ricerca.

Fin qui Luzzatto tiene il punto, a mio giudizio, e pone coerentemente la questione cruciale e ineludibile, che oggi attraversa l'antifascismo.

Ma invece che proseguire su questa strada, e richiamare storici e intellettuali che si rifanno a quella tradizione a non eludere questa questione, perché è li che si trova il "lato oscuro" del paradigma antifascista e perché la irreversibilità o meno della sua crisi dipende in larga misura dalla capacità della cultura antifascista ad abbandonare proprio una reiterata e pervicace elusione, e a superare una disarmante autoreferenzialità culturale, Luzzatto sorprendentemente devia dalla via maestra per scegliere la facile scorciatoia dell'invettiva contro la generazione degli intellettuali del "Sessantotto".

 

La crisi dell'antifascismo va imputata infatti - secondo l'ardita ricostruzione che ci propone l'autore - al cedimento ideale di quella generazione, che non avendo ancora elaborato seriamente il lutto del crollo del comunismo non è in grado, come gli ingenui marinai di Ulisse, di resistere alle sirene di quanti, da destra, li invitano ad aderire alla "storia bipartisan ".

 

"La liquidazione retrospettiva dell'"illusione" comunista - scrive - ha comportato un ridimensionamento sempre più spinto della taglia politica e morale di molti uomini e di molte donne che fecero del comunismo una scelta di vita. Dopo il trauma del disincanto non è rimasta che la voglia di " fare opinione" , all'insegna di un nichilismo più o meno abilmente travestito da liberalismo" . Il silenzio sull'antifascismo evocato come baricentro culturale implicito della "seconda Repubblica" sarebbe stato accettato nei fatti da questa generazione, non tanto per calcolo ma perché travolta da una "bancarotta identitaria" non avrebbe più nessun strumento per distinguere la "disponibilità intellettuale all'autocritica e il gusto masochistico della palinodia".

 

In questa rincorsa alla ritrattazione del proprio passato, in cui viltà e "buonismo" senza principi si combinano equamente, si sono venuti perdendo non solo il senso della storia, ma anche la capacità critica di distinguere tra resistenza e guerra civile, tra difesa dei diritti umani e necessità di assegnare un valore positivo a chi prende le armi contro il tiranno, a chi "resiste", tra il "socialismo reale" e i comunisti combattenti per la liberà e la democrazia italiana.

Il risultato di questo tragitto ideale della generazione del '68 è stata la progressiva affermazione di una "idea penitenziale" del Novecento, che ha "espunto dal discorso pubblico sul secolo ogni considerazione valoriale, facendo rientrare tutto dentro il buco nero della categoria di carneficina".

 

Per Luzzato dunque la crisi dell'antifascismo fa perno in prima istanza sulla Caporetto ideale degli intellettuali antifascisti nati nell' immediato dopoguerra, che non hanno saputo mantenere la stessa saldezza sui principi e sui valori della generazione dei loro padri naturali e spirituali, diventando o "utili idioti" o traditori, colpevoli di "intendenza col nemico", anche un po' vigliacchi perché nello sforzo di ripudiare il mito della rivoluzione hanno espunto dal loro universo mentale "lo spargimento di sangue" per realizzare una "giusta causa".

Da affermazioni tanto apodittiche quanto inutilmente pretestuose non può nascere nulla di positivo: da una ricostruzione di una biografia collettiva tanto corriva il passaggio all' omissione dei dati di fatto è pressoché inevitabile. Infatti nel suo tentativo di indicare i percorsi di una possibile buona storiografia di là da venire - demitizzare la resistenza, senza svenderla, focalizzare il nesso antifascismo/anticomunismo, ri-problematizzare i rapporti tra resistenza e antifascismo e il ruolo di quest'ultimo nella cultura e nella pratica della sinistra italiana nell'Italia repubblicana - Luzzatto non fa altro che enumerare i campi di studio arati negli ultimi vent'anni proprio dagli storici appartenenti a quella generazione. Se c'è infatti un filo comune che lega i percorsi di studio degli storici nati negli anni quaranta che si sono occupati di storia dell'Italia contemporanea, esso è consistito essenzialmente nell'urgenza di ripensare il paradigma antifascista al di fuori, e la di là, della consolidata narrazione veterocomunista e vetero-azionista, nella quale la storia si è sempre più trovata prigioniera della memoria. Svecchiare gli studi sulla resistenza e sull'antifascismo ha significato essenzialmente superare la polemica "antirevisionista" dei Quazza, dei Ragionieri, i cui estenuati epigoni - e purtroppo non sono pochi - continuano a trascinare fino ai giorni nostri, mettendone in luce le aporie concettuali e la povertà di risultati scientifici, per dare invece corpo, attraverso una intensa stagione di ricerche, a un nuovo disegno della storia italiana del Novecento che implicasse un profondo ripensamento dei rapporti tra il ventennio totalitario e l'Italia repubblicana, da un lato, e dall'altro dei fondamenti costitutivi della democrazia italiana, all'interno del quale collocare anche la vicenda storica dell'antifascismo.

 In sintesi, il tentativo di costruire un "revisionismo" serio, liberato in prima istanza dalle urgenze di usi pubblici della storia sempre più strumentali e asserviti all'obbiettivo politico di definire il corpus ideologico della destra italiana, ma anche indisponibile a silenzi, a omertà e a omissioni sulle pagine oscure della storia dell'antifascismo e della resistenza, sui loro limiti, e soprattutto a non interrogarsi su cio "che è vivo" ma anche "su ciò che è morto" - ed è meglio non resuscitare - di quella esperienza e di quella tradizione culturale e ideale; indisponibile infine inventarsi fascismi e fascisti di cartapesta a ogni piè sospinto per tenere in vita il mito dell'antifascismo.

In questa prospettiva non v'è nulla di acriticamente bipartisan, ma l'individuazione coerente della sfida politico-culturale in corso, che anche Luzzato coglie a pieno: essa non può essere condotta con armi vecchie e improprie, portandosi dietro salmerie ideologiche inservibili e visioni storiche che non reggono alla prova dei fatti.

E non vi è dubbio che su questa prospettiva tra "reduci" e storici vi siano divergenze e difficoltà d'intendersi, ma questo è un bene, non un male.

 

Solo questa presa d'atto può consentire, a mio giudizio, di nutrire qualche speranza che lo sforzo di "mantenere in vita" l'antifascismo, come auspica Luzzatto, abbia successo, e la sua tavola di valori resti ancora uno dei pochi strumenti vitale a nostra disposizione per ridefinire l'identità della democrazia e aderire pienamente al "patto sui fondamenti" sancito dalla costituzione.

 

 

 

L’ Aventino: il suo fallimento insegnò

al successivo antifascismo.

Ilpensierostorico.com - Mirko Denza – (27-3-2024) – ci dice:

Il tema affrontato in questo lavoro immerge il lettore nelle dinamiche politiche e sociali che hanno portato all’affermazione del regime mussoliniano.

 L’Italia del 1922 è, come noto, fragile dal punto di vista istituzionale in quanto sono evidenti i vuoti di consenso che, oramai, affliggono i partiti protagonisti dell’epoca liberale.

La paura della “guerra civile” ristagna ancora nelle classi sociali preoccupate nel ricevere dalle istituzioni un quadro ordinato e certo.

 

Invero, come affermato dalla gran parte degli storici, l’incertezza è l’unico punto fermo in una situazione politica del tutto priva di un orizzonte programmatico che possa riordinare il caos dell’ultimo biennio.

Oramai la violenza portata avanti dalle squadre nere del primo fascismo ha ridotto in brandelli ogni forma di opposizione politica ed istituzionale. La stampa ed i giornali dell’area di sinistra sono presi di mira dagli squadroni fascisti.

 

La frattura del 1921 all’interno della famiglia socialista, che diede vita al Pcd’i, rappresenta un ulteriore tassello che inesorabilmente favorisce o quantomeno non ostacola degnamente l’avanzata del potere mussoliniano.

La presa del potere avviene nei modi tipici di un movimento reazionario che pone al centro della sua azione la violenza cieca e prevaricatrice.

 

Con la marcia su Roma, per qualcuno un “silente” colpo di Stato, Mussolini riceve l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri dal sovrano Vittorio Emanuele III. I poteri forti, quale la Monarchia e l’esercito, non oppongono alcuna reazione, né il sovrano acconsente di firmare lo “stato d’assedio” che avrebbe innescato l’intervento delle forze militari per ripristinare l’ordine pubblico.

Il fascismo entra nelle stanze del potere con la “benedizione” del sovrano senza scardinare l’intelaiatura istituzionale e senza forzare le regole del gioco. Come sottolineano gli autori del libro le forze economiche della borghesia italiana sperano che Mussolini “normalizzi” la violenza squadrista vista in azione. Invero i fatti di Roma e di Torino, accaduti subito dopo la formazione del primo governo mussoliniano, dimostrano che la condotta violenta del fascismo delle origini non viene abbandonata, prova ne è la persecuzione contro socialisti e comunisti.

 

In questo contesto prende forma la narrazione dei fatti che portarono ad una scelta coraggiosa, quale quella della secessione parlamentare, che per alcuni (anche i protagonisti di quella vicenda) non era da percorrere in ragione di una decisione che doveva assumere i connotati di una vera e propria forza rivoluzionaria.

Mussolini da un lato voleva imporre sin da subito una visione totalitaria, nella quale il PNF doveva svuotare dall’interno le istituzioni per giungere ad una piena identificazione tra Stato e fascismo, dall’altro voleva rincuorare i centri di potere moderati, quali appunto la monarchia e le forze liberali e democratico-costituzionali che si mostravano sensibili agli equilibri istituzionali sanciti dallo Statuto.

 

Turati, esponente del partito socialista unitario, don Sturzo del partito popolare, Amendola, Gramsci e naturalmente Matteotti sono le voci che si levano per denunciare l’illegalità del nuovo Governo.

Mussolini, sin dal suo primo discorso, dimostra di voler depotenziare del tutto il Parlamento e per questo adotta la strada della decretazione d’urgenza.

 

Un passo decisivo è l’approvazione della legge Acerbo, ossia viene cambiato il sistema elettorale che da proporzionale passa ad un maggioritario “forte” in cui la lista che ottiene più voti si aggiudica i due terzi dei seggi parlamentari. L’approvazione della legge avviene in un clima surreale, la milizia fascista (istituita da poco) entra di fatto all’interno del Parlamento e le opposizioni si ritrovano fortemente limitate nella loro azione di contrasto.

 

Oramai è il tramonto della democrazia parlamentare.

L’esito delle elezioni mostrano una schiacciante affermazione della lista fascista anche se, come viene rilevato nel lavoro, in alcune zone del paese le opposizioni ottengono più voti.

Il discorso di Matteotti del 30 maggio 1924 rappresenta l’ultimo atto di forte critica al governo mussoliniano all’interno di un contradditorio parlamentare che oramai era del tutto svuotato di una sua vera incidenza. Il deputato denuncia le violenze fasciste e l’impossibilità da parte delle liste di opposizione di esercitare una fisiologica campagna elettorale.

 

La tensione vissuta dai parlamentari delle opposizioni, soprattutto nei mesi precedenti alle elezioni, spinge ad intraprendere la strada dell’abbandono della Camera la quale, con il rapimento e l’uccisione di Matteotti, diventa il vero collante emotivo delle forze che si opponevano ad un governo che oramai stava eliminando gli ultimi brandelli di legalità.

Nei primissimi giorni dopo il rapimento le opposizioni decidono di abbandonare i lavori della Camera fino a quando il Governo non avrebbe dato un forte segnale volto a fare chiarezza su una vicenda i cui connotati di mistero e violenza erano già noti come marchio di fabbrica del fascismo.

 

In questi momenti la strategia di contrasto a Mussolini assume una prima forma embrionale di organizzazione con l’istituzione di un comitato ristretto di deputati chiamati a seguire da vicino la vicenda Matteotti.

 Gli autori del libro evidenziano il formarsi di una piccola frattura all’interno del granitico consenso raccolto attorno alla figura del Duce.

Mussolini viene descritto come isolato e fortemente preoccupato di fronte ad un percettibile affievolimento di quel “calore” che il popolo gli tributava ogni giorno. Per alcuni commentatori, anche dell’epoca, in quelle giornate si poteva osare, ossia vi era la possibilità di allineare il consenso popolare per far cadere il Governo. Secondo altri protagonisti, come lo stesso Gramsci, Mussolini aveva ben saldo nelle sue mani il potere grazie anche al blocco moderato-borghese, costituito dalle forze militari e dalle forze politiche ed imprenditoriali di area liberale.

Di fronte alla palese responsabilità di Mussolini come “mandante” del rapimento di Matteotti, i deputati comunisti e Nenni del partito socialista propongono di indire uno sciopero generale contro il Governo con ciò volendo spostare la battaglia nelle strade e nelle piazze.

Le altre forze di opposizione tentennano, si mostrano timorose ipotizzando l’innescarsi di una risposta reazionaria e violenta oltre a ritenere che l’opinione pubblica non avrebbe solidarizzato con l’iniziativa in ragione del fresco ricordo del caos provocato durante il “biennio rosso”.

 

Su questo punto gli autori del saggio attribuiscono l’incertezza del partito socialista ad un ben radicato convincimento di stampo pacifista già dimostrato con la scelta non interventista durante il primo conflitto mondiale e ad una sottovalutazione della forza del fascismo.

La rottura all’interno delle forze di opposizione si consuma con la ferma volontà dei comunisti di non voler abbandonare la scelta dello sciopero generale. La commemorazione del rapimento di Matteotti diventa occasione di divergenze all’interno del comitato delle opposizioni: Turati presenta una bozza di un ordine del giorno in cui vengono chieste le dimissioni di Mussolini, lo scioglimento della milizia, la formazione di un nuovo esecutivo e la messa in stato di accusa della compagine governativa mussoliniana.

 Tale impostazione viene considerata da alcuni come eccessiva in ragione di una ben radicata speranza che vedeva nel lavoro della stampa di opposizione il grimaldello che avrebbe scardinato il muro del fascismo.

 

I deputati di opposizione leggono al Parlamento un testo in cui ribadiscono la scelta di non partecipare ai lavori e chiedono la sostituzione del Governo con un ministero incaricato di ripristinare la legalità.

 I comunisti, invece, organizzano una commemorazione sul posto in cui si è consumato il rapimento di Matteotti.

 La reazione del sovrano, invitato dalle forze di opposizione a decretare le dimissioni di Mussolini, delude le aspettative e rinfocola l’odio verso la monarchia nelle fila di quei partiti che, per compattare le forze all’interno del blocco antifascista, avevano accantonato la questione istituzionale.

Durante quelle giornate in Parlamento si consuma un atto di forte accusa rivolto contro Mussolini portato avanti da alcuni esponenti come Albertini, direttore del “Corriere della Sera”.

 

La risposta del Duce arriva immediata:

viene rinforzato il potere dei prefetti sulla possibilità di sequestrare i giornali ostili e la milizia viene inquadrata all’interno delle forze armate con ciò acquisendo una veste di “legalità”.

La stampa d’opposizione e le forze politiche non si fermano.

 A Napoli i popolari e gli altri partiti d’opposizione (esclusi i comunisti) organizzano un’assemblea.

 La violenza dei fascisti, rinforzata dall’intervento della milizia richiesto dal prefetto del posto, si scatena provocando feriti, morti e devastazioni in molti quartieri della città.

Turati è convinto che l’opposizione debba fare un passo in avanti sul fronte dell’organizzazione: è necessario un comitato permanente a Roma e delle federazioni sparse sul territorio nazionale.

 

Il fronte aventiniano cerca di spronare i rappresentanti dell’industria al fine di corrodere il consenso mussoliniano:

 Amendola, esponente vicino al mondo liberal-imprenditoriale, ed Albertini tentano di portare avanti questa strategia.

In particolare Albertini chiede all’economista liberale Einaudi di affrontare la questione sulle pagine del “Corriere della Sera” con un articolo in cui veniva chiesto un cambio di passo alla categoria ritenuta troppo passiva di fronte alle violenze perpetrate dalla compagine fascista. Tale tentativo, come ricordano gli autori, non trova sponda tra gli imprenditori i quali rivendicano solo la presenza di uno “Stato forte” che possa far rispettare la legalità.

 

Nel frattempo, dopo i fatti del rapimento e del ritrovamento dei resti di Matteotti, Mussolini decide di riprendere con forza l’atteggiamento violento contro le opposizioni che, ad inizio settembre del 1924, votano un ordine del giorno in cui viene espressa una diretta condanna verso i soprusi del Governo.

All’interno del blocco delle opposizioni emerge sempre più nitida la leadership di Amendola il quale era ancora convinto che il consenso al fascismo e la caduta del governo potessero avvenire mediante soluzioni istituzionali e non connotate da evocazioni rivoluzionarie.

Tale convincimento era legato anche alla situazione che si stava delineando all’interno del partito liberale che, a seguito del congresso di Livorno, espresse posizioni in linea con la strategia aventiniana.

 Tale cambiamento però venne soffocato dal fatto che quanto deciso veniva destinato alle forze parlamentari per il processo di attuazione, deputati liberali che, anche in presenza di qualche malcontento, erano posizionati all’interno della compagine governativa e sostenevano la maggioranza.

 

Anche all’interno del Senato, durante l’autunno del 1924, sembra affacciarsi una critica al governo con i discorsi portati avanti da tre ex esponenti delle forze armate i quali pongono al centro della questione la necessità di “normalizzare” la milizia fascista, corpo di polizia che viene descritto come privo di ogni rispetto della disciplina militare, espressione del più becero affarismo specie tra gli ufficiali, completamente libero nell’accesso al possesso e all’uso delle armi (che venivano custodite anche nelle singole case dei militi).

Mussolini si ritrova stretto in una morsa: da un lato la propaganda antifascista e le campagne di stampa volte a svelare il coinvolgimento del governo sia nella vicenda Matteotti sia dietro ogni omicidio o violenza di matrice politica, dall’altro l’insoddisfazione dell’area intransigente del fascismo.

 

L’ultimo dell’anno Mussolini riceve una visita inaspettata: i rappresentanti della milizia chiedono un definitivo passo verso la cancellazione delle opposizioni, si apre così la strada verso la dittatura.

Il discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925 viene considerato come il passaggio definitivo verso la trasformazione dell’Italia in una dittatura.

Il capo del Governo sfida apertamente le opposizioni e si dichiara colpevole morale di tutte le violenze perpetrate.

 

Nella sua retorica il Duce da un lato minaccia le forze moderate dall’altro porta a considerare gli aventiniani come un’associazione di stampo sovversivo con ciò evocando il rischio del ritorno di una guerra civile e di non certezza nelle dinamiche economiche. La durezza delle parole del Duce induce Amendola a richiedere un intervento della Corona. La mossa delle dimissioni di Casati e di Sarocchi dal governo illude le opposizioni circa la concreta possibilità di un intervento risolutore del sovrano.

 

Tuttavia Vittorio Emanuele III accetta le dimissioni e nomina Rocco, Fedele e Giuriati.

 Tale rimpasto provoca la formazione di un esecutivo con una marcata impronta fascista.

Di fronte a questi sviluppi il blocco aventiniano rimane ancorato ad una strategia legalitaria, con l’obbiettivo di non spaventare l’opinione pubblica e di non adottare soluzioni che si ponessero fuori dal solco costituzionale.

 Tale scelta divenne oggetto di critiche in quanto iniziava a farsi strada l’idea di prevedere un ritorno dei parlamentari all’interno della Camera onde poter fronteggiare il governo mediante la dialettica assembleare. In particolare Gobetti, rappresentante dell’ala sinistra del blocco, spingeva per intraprendere una strada molto più radicale nella speranza di formare una nuova classe dirigente e di preparare il popolo italiano ad affrontare con dignità le difficoltà che una manovra di rottura avrebbe comportato.

 

Il partito popolare inizia a voler rimarcare la propria identità e la propria autonomia di azione pur mantenendo l’impegno della secessione aventiniana. La decisione presa suscitò l’indignazione dei socialisti massimalisti, mentre Gramsci sollecitava il PSI ad uscire fuori da ogni forma di ambiguità per schierarsi definitivamente a favore di un programma rivoluzionario con al centro la classe operaia. Turati diede un forte scossone alla tenuta del blocco secessionista in quanto, a conclusione dei lavori dell’assemblea dell’Associazione italiana per il controllo democratico, rivendicò la possibilità anche di tornare nel Parlamento per fronteggiare il governo del Duce.

Il fronte aventiniano comunque presenta al suo interno alcune fratture le quali trovano spazio anche all’interno dei singoli partiti con ciò favorendo la nascita di correnti che non vedevano di buon occhio il permanere in un immobilismo dettato dal convincimento di non adottare soluzioni drastiche che avrebbero (timore sempre riconosciuto da Amendola ad esempio) portato ad un consolidamento del consenso a Mussolini.

 Anche nei momenti più critici Amendola non abbandona la speranza di un intervento salvifico della Corona. Il deputato democratico lavorava anche ad una futura alleanza politica con i popolari e gli unitari.

 

Invero tali forze politiche prepararono un messaggio-manifesto indirizzato al sovrano in cui si chiedeva un intervento per ripristinare le legalità costituzionali spazzate via dal governo fascista.

Nella giornata del 10 giugno Amendola ed altri rappresentanti delle forze politiche che avevano votato il documento furono ricevuti da Vittorio Emanuele III il quale mostrò il suo consueto atteggiamento attendista con ciò gettando nello sconforto le forze costituzionali di opposizione.

 

Nell’estate e nei mesi successivi del 1925 si consuma l’esperienza aventiniana. Amendola, seguito da tempo in ogni suo spostamento dal regime mussoliniano, subisce intimidazioni continue ed è costretto a lasciare in fretta la Toscana in una giornata di luglio nel quale subisce un pestaggio che causerà la sua morte alcuni mesi dopo. Il PSI è la prima forza politica che decreta l’abbandono dell’Aventino. Tale gesto verrà seguito anche dal PSU, dai repubblicani, dal partito popolare e dalla Democrazia sociale.

 

Anche le vicende estere sembrano sorridere al Duce: la spedizione italiana riesce ad ottenere sia una dilazione del debito di guerra che l’Italia doveva estinguere nei confronti degli Stati Uniti sia un investimento promosso da istituzioni americane private. Tale risultato viene rappresentato dalla propaganda fascista come una grande mossa politica voluta e portata avanti da Mussolini.

 

Nel mese di dicembre De Gasperi, dopo le violenze riservate ai parlamentari aventiniani che tentavano di rientrare in Aula e dopo la presentazione delle “leggi fasciste” in Parlamento, presenta le dimissioni nel giorno in cui a Milano muore Anna Kuliscioff.

 

Con la decadenza dei parlamentari aventiniani, del 9 novembre del 1926, si chiude ufficialmente la vicenda della secessione. I deputati decaduti subiscono l’ennesima prova di prevaricazione con arresti, perquisizioni delle loro abitazioni e sequestro dei locali sedi di partito. Mentre il governo mussoliniano costruisce sempre più la sua intelaiatura di regime: la costituzione dell’Opera Balilla per formare le giovani generazioni, il controllo asfissiante dei “nemici” politici, lo scioglimento dei partiti di opposizione, l’istituzione di un Tribunale speciale.

 

La strada di alcuni ex aventiniani, come lo stesso Turati, fu l’esilio in Francia. In questo paese gli esponenti antifascisti ripresero la propaganda di stampa grazie anche ad un ambiente intriso di libertà e di speranza.

 

A distanza di anni Nenni ricordò l’esperienza dell’Aventino e confermò che quella manovra fu dettata da un forte convincimento morale anche se mancò di una fase operativa che avrebbe potuto condizionare gli avvenimenti qualora i partiti avessero organizzato un’azione di rottura contro la violenza e le prevaricazioni fasciste.

 

L’esperienza della secessione aventiniana si consegna al lettore come un evento che ha segnato inevitabilmente il sentire emotivo della Resistenza: durante quei mesi venne sperimentate l’alleanza antifascista tra repubblicani, socialisti, unitari e popolari, durante quelle giornate si iniziò a comprendere da vicino la brutalità del regime.

 

 

 

 

Due realisti nell’era nucleare.

 Ilpensierostorico.com - Alessandro Della Casa – (18 ottobre 2025) – ci dice:

 

Il pensiero anglo- americano.

La coincidenza dell’ottantesimo anniversario dal bombardamento statunitense su Hiroshima e Nagasaki con una congiuntura particolarmente conflittuale nei rapporti tra mondo occidentale e Russia conferisce un rilievo di attualità agli interventi – già di per sé significativi – sull’introduzione degli armamenti atomici espresse da “Reinhold Niebuhr” e da “Hans J. Morgenthau” negli anni più tesi della Guerra fredda.

Quegli scritti sono ora pubblicati nel volume “Morte nell’era nucleare”.

Il realismo politico di fronte alla bomba atomica, tradotti e precisamente presentati da “Luca G. Castellin”, curatore con “Giovanni Dessì”  anche della recentissima antologia di “saggi niebuhriani”, pure questi finora inediti in italiano, “Realismo cristiano e potere politico” (Morcelliana Scholé, Brescia 2025), ottima introduzione al percorso e ai capisaldi intellettuali del teologo protestante americano.

Padre del novecentesco realismo politico di matrice agostiniana, “Niebuhr” segnalava limpidamente negli ultimi mesi del 1945 che l’energia atomica e le sue applicazioni belliche rappresentavano «una nuova e terrificante dimensione» nell’esperienza umana.

Avevano infatti accresciuto lo scarto tra il «potere tecnico» già posseduto e la capacità di padroneggiarlo e porlo «sotto il controllo di uno scopo morale e di una giustizia comune».

E l’incontrollato dispiegamento della totalizzante «logica storica implicita nella civiltà tecnica», incrementando smisuratamente le capacità umane, quasi fisiologicamente si era manifestato sul piano militare quale «guerra “totale”».

L’epoca che, si presumeva, «attraverso il dominio della scienza della natura, avrebbe portato la completa sicurezza all’essere umano» e conseguenze «automaticamente benefiche» si era perciò rivelata quella in cui «la scienza ha prodotto la bomba atomica e ha inghiottito le nazioni in un’isteria indotta dalla paura», per Niebuhr non immotivata, «di incappare in una guerra atomica e in una distruzione reciproca».

 

Una speranza che allora si affacciò fu che tale timore (diffuso ancor prima che gli Stati Uniti perdessero, nel 1949, il “vantaggio” del possesso esclusivo di un arsenale nucleare) inducesse anzi alla pace, conferendo il controllo esclusivo del potere militare a quello che il teologo definiva «un governo universale stabile».

Al riguardo vanno tenuti in speciale considerazione i progetti elaborati da “Bertrand Russell”, recentemente analizzati da “Alberto Castelli “in “Bertrand Russell’s Commitment against Atomic Warfare”, saggio contenuto, assieme a quelli di Giunia Gatta, Micaela Latini e Francesco Raschi circa le riflessioni sulla questione atomica svolte rispettivamente da Karl Jaspers, Günther Anders e Raymond Aron, nell’interessantissimo volume “Four Philosophers and the Bomb” (Routledge, New York – London 2025).

Per Niebuhr, però, quella prospettiva era contraddetta dalla non universalità della «mente politica», «organicamente legata alle speranze, alle paure e alle ambizioni delle nazioni», e certo non era agevolata dalla diffidenza tra Unione Sovietica e Occidente, che viceversa aveva spalancato un abisso nella comunità mondiale non colmato dall’istituzione dell’Onu.

I «pericoli estremi», concernessero pure la scomparsa della civiltà, asseriva Niebuhr, continuavano ad avere «un’influenza meno vivace sull’immaginazione umana rispetto ai risentimenti e agli attriti immediati, per quanto piccoli al confronto».

 

Del resto, non gli appariva di facile realizzazione nemmeno l’accordo sulla «messa al bando della bomba», che avrebbe richiesto un sistema di ispezioni internazionali tale da acuire le frizioni internazionali e i rischi di conflitto.

 Né, posto nel 1950 di fronte allo sviluppo americano – non democraticamente discusso – della “bomba H,” Niebuhr condivideva la convinzione dei pacifisti sull’efficacia e sulla praticabilità del disarmo unilaterale da parte del blocco occidentale.

Non soltanto, egli credeva, l’Urss, per nulla intenerita dal gesto della propria controparte, avrebbe approfittato dell’opportunità per «portare la sua peculiare redenzione al mondo intero».

Ma, esplicitando anche in questa occasione il discrimine morale tra la condizione individuale e quella sociale (si pensi al suo “Moral Man and Immoral” Society del 1932), ribadiva che, mentre era perfettamente ipotizzabile l’abnegazione del singolo, «nessuno statista responsabile» si sarebbe assunto «il rischio di mettere la propria nazione in una posizione di totale impotenza», esponendone il modo di vita alla soppressione e l’esistenza stessa all’annientamento. Nondimeno, rivedendo effettivamente l’impostazione adottata qualche anno prima circa l’atomica, egli giudicava più saggio che gli Usa – oltre a contrastare l’avversario sul terreno etico, economico e politico, piuttosto che su quello meramente militare – accogliessero la proposta, giunta dal mondo scientifico, di impegnarsi a non servirsi per primi del nuovo, e ancor più letale, armamento: a non «far perire e l’anima e il corpo» altrui e propri. Qui Niebuhr individuava il «punto di trascendenza morale sul destino storico», negato invece, per opposte motivazioni, dai «perfettisti morali» e dai «cinici». Anche lo scienziato politico Morgenthau, giunto negli Stati Uniti dalla natia Germania per sfuggire alla persecuzione antisemita e sin dagli anni Quaranta attratto dalla prospettiva di Niebuhr, metteva alla berlina il «nuovo pacifismo» del disarmo e della moral suasion, ossia – scriveva – dell’«impotenza». Nondimeno, negli anni della dottrina eisenhoweriana della “rappresaglia massiccia”, l’autore di Politics Among Nations contestava la scarsa flessibilità alla quale l’Occidente si era costretto riducendo le strutture militari tradizionali e identificando «la forza con la forza atomica», difficilmente impiegabile senza condurre alla «distruzione universale».

 

All’indagine sulle implicazioni esistenziali di questa possibilità, ormai perennemente presente, Morgenthau dedicava nel 1961 le pagine di “Death in the Nuclear Age”, le più intense della raccolta che da esse trae il titolo.

 L’era nucleare, egli constatava, aveva palesemente mutato i rapporti interpersonali e tra il genere umano e la natura, e, con la concentrazione del «potere distruttivo», le relazioni intergovernative e tra i governi e i propri popoli.

 «Meno evidente e più importante» era però che essa aveva «cambiato il rapporto dell’uomo con se stesso», «dando alla morte un nuovo significato».

 La morte, spiegava Morgenthau, era «lo scandalo nell’esperienza umana», giacché negava i tratti peculiari della specie:

 «la coscienza di sé e del mondo, il ricordo delle cose passate e l’anticipazione di quelle a venire, una creatività nel pensiero e nell’azione che aspira e si avvicina all’eterno».

Eppure gli esseri umani avevano escogitato molteplici espedienti per trascendere la propria scomparsa: «controllarne l’arrivo» attraverso il suicidio o il sacrificio, affermare la sopravvivenza dell’anima al termine dell’esistenza biologica, o perpetuare l’esistenza nei ricordi, nelle immagini e negli artefatti lasciati nel mondo.

Nell’epoca della secolarizzazione, il primo e il terzo stratagemma avevano ancora mantenuto una certa validità.

Ma la facoltà tecnica dello sterminio su scala industriale e della «distruzione nucleare» avevano estinto tanto l’eroismo del sacrificio di sé quanto la previsione oraziana dell’immortalità, l’”Exegi monumentum aere perennius”.

 

L’uomo dà un senso alla sua vita e alla sua morte grazie alla sua capacità di far ricordare se stesso e le sue opere dopo la morte. Patroclo muore per essere vendicato da Achille. Ettore muore per essere pianto da Priamo. Ma se Patroclo, Ettore e tutti coloro che potevano ricordarli venissero uccisi contemporaneamente che ne sarebbe del significato della morte di Patroclo e di Ettore? Le loro vite e le loro morti perderebbero il loro significato. Morirebbero, non come uomini ma come bestie, uccisi in massa, e ciò che verrebbe ricordato sarebbe la quantità degli uccisi – sei, venti, cinquanta milioni – non la qualità della morte rispetto a quella di un altro.

 

La comunione di idee tra “Niebuhr” e “Morgenthau “– a parte, disse il teologo, «alcune differenze periferiche» – si evince nel loro dialogo del 1967 su L’etica della guerra e della pace nell’era nucleare.

Infatti, persuasi della prevalenza dell’«egoismo nazionale» su qualsiasi «principio di giustizia astratta», entrambi contestavano le inintenzionali conseguenze negative dell’ingenuo moralismo politico («È significativo che l’uomo moralista sia considerato il principale artefice del male perché è inconsapevole del male che si annida nel suo “bene”», sentenziava il teologo) e l’ipocrisia degli argomenti idealistici che, come quelli addotti per la prosecuzione del disastroso intervento americano in Vietnam, celavano le ragioni del «prestigio imperiale o nazionale» se non del «potere imperiale».

 Perciò ritenevano oltre l’orizzonte ipotizzabile l’istituzione di una «pace perfetta», magari garantita dalla costituzione di una democrazia mondiale: eventualità giudicata altrettanto “fantasiosa”, per la radice occidentale del regime democratico, quanto la globalizzazione del sistema comunista.

 E convenivano sulla maggiore urgenza di attenuare la competizione ideologica tra i due universalismi politici che si contendevano l’egemonia, «oliare la macchina» della diplomazia «che mantiene la pace e l’ordine tra le nazioni sovrane» e scongiurare il summum malum della «catastrofe militare».

 

Tali precetti, su cui il volume curato da “Castellin” ci consente ora di riflettere, meritano ancora oggi la massima considerazione.

Ed è da supporre che la meriteranno finché, come Morgenthau lamentava nel 1961, prevarranno il rifiuto o l’indifferenza ad «adattare il pensiero e l’azione a condizioni radicalmente nuove», invece di giungere, oltre che alla riduzione reattiva delle aporie e alla prevenzione delle minacce sottese alle trasformazioni della tecnica, a orientarne responsabilmente, per quanto possibile, la direzione al fine di tesaurizzare favorevolmente le loro potenzialità.

 

 

 

L’ Antifascismo come valore comune

degli italiani e, si spera,

degli europei (Laura Tussi).

Farodiroma.it - Redazione – (12/09/2025) – Laura Tussi – ci dice:

 

L’antifascismo si presenta come una questione storica aperta.

Mentre il fascismo costruisce il suo regime, i partiti e i gruppi antifascisti messi fuori della legalità dalle leggi del ’26 sono costretti all’esilio o alla clandestinità.

Per molto tempo, l’antifascismo è costituito da gruppi ristretti, da piccole minoranze che sfidano la repressione poliziesca, se lavorano all’interno, e tutte le difficoltà dell’esilio, se operano all’estero.

 

I movimenti liberale e cattolico, salvo piccoli gruppi, confidano nella caduta del fascismo e, nell’attesa, sviluppano un’attività prevalentemente culturale in difesa di certi principi ideali e di preparazione di gruppi dirigenti. Sono antifascisti uomini appartenenti alla tradizione liberale come Benedetto Croce, Luigi Albertini (direttore del quotidiano “Corriere della Sera” dal 1900 al 1925), Giovanni Giolitti, Francesco Saverio Nitti. Essi in un primo momento avevano guardato con simpatia al fascismo ma poi ne avevano fermamente condannato l’autoritarismo.

Un posto di riguardo ha il filosofo Benedetto Croce.

 

La sua opposizione è soprattutto di carattere morale e etica e intellettuale ed è forse per questo che viene male tollerata dal regime.

Accanto ai liberali operano le forze di ispirazione democratica. Essi sostengono che solo la collaborazione tra la classe operaia e la borghesia può sconfiggere il fascismo.

 Principali esponenti sono Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini, un illustre professore universitario di storia che, pur di non giurare fedeltà al partito fascista si dimette dall’insegnamento.

 

In una lettera al rettore dell’università di Roma scrive: “la dittatura fascista ha soppresso ormai completamente le condizioni di libertà necessarie per guidare l’insegnamento della Storia come io lo intendo perché non è più uno strumento di libera educazione civile ma si riduce a servile adulazione del partito dominante o a una pura e semplice esercitazione erudita estranea alla coscienza civile del maestro e dell’alunno.

 Sono costretto perciò a dividermi dai miei alunni e dai miei colleghi con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso.

 Ritornerò a servire il mio paese nell’insegnamento quando avremo riacquistato un governo civile”.

Gobetti e Amendola pagarono con la vita la loro opposizione al fascismo.

Antifascisti furono anche alcuni esponenti del disciolto Partito Popolare che Mussolini aveva dichiarato illegale come illegali erano tutti gli altri partiti, ad eccezione di quello fascista.

Il fondatore, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, un altro rappresentante del partito, furono costretti all’esilio.

Proprio De Gasperi che sarà protagonista nella guerra di liberazione e diventerà il più importante statista italiano del secondo dopoguerra.

 

Un ruolo di primo piano nella lotta antifascista viene svolto, infine, da esponenti del Partito socialista come Filippo Turati, Sandro Pertini e Pietro Nenni; e del Partito comunista come Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.

 In particolare Gramsci viene fatto arrestare da Mussolini nel 1926. Resterà in carcere fino al 1937, l’anno della sua morte.

 

In questi lunghi anni scrive i “Quaderni del carcere”, l’opera più importante dell’antifascismo italiano.

“Il peggiore guaio della mia vita attuale – annota Gramsci – è la noia. Queste giornate sempre uguali, queste ore e questi minuti che si succedono con la monotonia di uno stillicidio hanno finito per corrodermi i nervi. Almeno i primi tre mesi dopo l’arresto furono movimentati: sballottato da un estremo all’altro della penisola, sia pure con molte sofferenze fisiche, non avevo tempo di annoiarmi.

 

Sempre nuovi spettacoli da osservare, nuovi posti da vedere: davvero mi pareva di vivere in una novella fantastica. Ma ormai è più di un anno che sono fermo a Milano. In carcere posso leggere, ma non posso studiare perché non mi è stato concesso di avere carta e penna a mia disposizione, solo fogli contati per la corrispondenza, che è la mia sola distrazione. Il mio incarceramento è un episodio di lotta politica che si continuerà a combattere in Italia chissà per quanto tempo ancora. Io sono rimasto preso così come durante la guerra si poteva cadere prigionieri del nemico, sapendo che questo poteva venire e che poteva avvenire anche di peggio”.

 

I due partiti socialisti (poi unificati), il partito comunista, quello repubblicano e altri gruppi democratici si organizzano all’estero e svolgono un lavoro clandestino in Italia.

Il 3 gennaio 1925 l’idea che la lotta antifascista debba essere combattuta al di fuori della legalità – decisa dalla dittatura – viene lanciata da Non mollare, primo giornale clandestino che nasce a Firenze per iniziativa di Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e altri.

Nel 1926 Filippo Turati fugge avventurosamente all’estero aiutato da Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini. Nel novembre dello stesso anno viene arrestato a Roma Antonio Gramsci insieme a gran parte del gruppo parlamentare comunista.

 

La guida del partito verrà poi presa in esilio da Palmiro Togliatti. Il partito comunista passa alla clandestinità completa ed è l’unico gruppo antifascista che continua a svolgere un’attività organizzata in Italia.

In Francia si ricostituisce la Cgdl per iniziativa di Bruno Buozzi e anche a Milano ne opera per qualche tempo una clandestina.

 

Nel ’27, a Parigi, i due partiti socialisti, il partito repubblicano, la Confederazione del lavoro e la Lega italiana dei diritti dell’uomo costituiscono la Concentrazione d’azione antifascista.

 

Nel 1930, a Parigi Carlo Rosselli, fuggito dal confine di Lipari insieme a Emilio Lussu, fonda Giustizia e Libertà che cercava di unire gli ideali democratici con quelli socialisti.

Una notevole ripresa dell’attività antifascista in Italia, che lascia semi fecondi per l’avvenire, si manifesta dal ’30 al ’32. Si deve principalmente al Pci e a Giustizia e Libertà. La repressione è durissima da parte della polizia e dell’Ovra, la polizia segreta il cui nome non è una sigla ed è deciso personalmente da Mussolini.

 

In questo periodo bisogna segnalare alcuni casi individuali particolarmente tragici:

 l’anarchico sardo Michele Schirru partito dall’America per attentare alla vita di Mussolini (proposito che non attua e probabilmente decide di non attuare più), arrestato con una pistola viene poi fucilato per avere progettato di uccidere il capo del governo.

 

Un altro anarchico, Angelo Sbardellotto, viene arrestato con un passaporto falso, una pistola e un’ordigno e confessa di avere avuto l’intenzione di uccidere Mussolini.

 Viene condannato a morte e fucilato lo stesso giorno di Domenico Bovone, genovese emigrato in Francia che organizza alcuni attentati dinamitardi senza vittime.

Viene arrestato dopo che lo scoppio di materiale esplosivo uccide sua madre e lo ferisce.

 

E c’è anche il caso di “Lauro De Bosis” che decide di fare un’azione dimostrativa contro il fascismo nell’ottobre del ‘31: compra un aereo a Marsiglia, sorvola Roma dove lancia migliaia di manifestini. Fa rotta verso la Corsica, ma non ci arriva mai.

 

Nel 1934, comunisti e socialisti firmano un patto di unità d’azione e con Rodolfo Morandi anche il partito socialista forma a Milano un centro di attività interno. Svanite le speranze che la guerra d’Etiopia e le sanzioni internazionali contro l’Italia provochino una crisi del regime, gli antifascisti italiani si impegnano dalla fine del 1936 nella guerra contro Franco, Mussolini e Hitler, alleati nel rovesciare la legittima repubblica spagnola.

 

Il 27 aprile 1937 muore Gramsci, che non regge alla durezza del carcere fascista, e il 10 giugno dello stesso anno vengono assassinati i fratelli Rosselli.

In Italia si assiste dall’estate del ’36 a una certa ripresa dell’attività antifascista, in misura notevole spontanea, per effetto della guerra di Spagna. Due anni più tardi la costituzione dell’Asse Roma-Berlino e la politica antisemita scuotono la coscienza di molti, soprattutto giovani.

Inoltre, il continuo aumento dei prezzi diffonde malcontento tra gli operai e la piccola borghesia.

 

Questa ripresa antifascista all’interno del Paese non mette certo in pericolo l’esistenza del regime, ma ha notevole importanza. Molti giovani infatti intensificano la loro attività, fanno nuove reclute e insieme ai più anziani reduci dall’esilio, dalle galere e dal confino, costituiranno i gruppi dirigenti della Resistenza.

Il collegamento tra le dimensioni di democrazia e antifascismo risulta vivo nella memoria pubblica e condivisa d’Italia e di tutta Europa, e per la consapevolezza della crisi del modello antifascista, si valutano e si sottopongono al vaglio storiografico ed all’analisi critica i suoi modelli storici e gli usi politici nel secondo dopoguerra, in quanto è proprio necessario ragionare in prospettiva continentale.

 

Nell’Europa Orientale l’antifascismo, disancorato dalla libertà democratica, venne utilizzato contro l’Occidente anticomunista e contro minoranze democratiche. Il ruolo dell’antifascismo negli Stati di “democrazia popolare” va inquadrato nel contesto politico degli anni ’30 e deve tener conto del regime di occupazione nazista in Europa e del ruolo dell’URSS e dell’Armata Rossa nella vittoria della guerra antinazista e nella liberazione dell’Europa centro-orientale.

 

L’antifascismo definito componente fondamentale dell’ideologia comunista, assunse le sembianze di una dimensione anticapitalistica ed antiborghese.

La crisi della tradizione antifascista rimanda complessivamente a processi reconditi e nascosti che investono il modello di unità nazionale e il sistema di legittimazione del sistema politico, in un contesto sociale postfordista e collocato in un nuovo dopoguerra.

La storiografia maggiormente collegata al paradigma antifascista ha posto in evidenza il tema chiave del dibattito civile, affrontando la profonda revisione di prospettive storiche, storiografiche e culturali.

L’Italia può definirsi il luogo natale dell’antifascismo da cui si è sprigionata la dinamica propulsiva di un progetto politico, antagonistico allo Stato democratico e liberale, in quanto l’Italia è stata laboratorio della rivoluzione nazionalista, opposta inoltre all’egualitarismo universalistico comunista, in cui si sono ampliamente dispiegate le conseguenze assolutiste delle ideologie contrapposte all’antifascismo.

(Laura Tussi).

 

 

 

 

 

 

Clamoroso Bill Gates: "Attenzione,

il clima non è più la vera emergenza

globale”.

Lifestyle.everyeye.it - Immacolata Sarnataro – (31/10/2025) – ci dice:

 

Bill Gates - fondatore di Microsoft - è intervenuto nel dibattito sul clima, durante un memorandum che, a poche settimane dalla Cop30 in Brasile, sta già dividendo esperti e ambientalisti.

Nel suo blog personale, Gates ha invitato il pubblico a rivedere il modo in cui il mondo si misura e affronta la crisi climatica.

Secondo l’imprenditore, infatti, ormai la conversazione globale ha perso di mira il proprio obiettivo, scegliendo di concentrarsi solo su ‘obiettivi simbolici’ – ad esempio, il limite di 1,5 gradi fissato dall’Accordo di Parigi – che rischiano di oscurare la realtà concreta della vita umana.

Per Gates, il cambiamento climatico avrà delle gravi conseguenze, ma queste non sembrano minacciare l’umanità.

 “Gli esseri umani saranno in grado di vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il futuro prevedibile”, ha affermato, opponendosi nettamente alla narrativa ‘catastrofista’ che da anni domina la questione ambientale.

Inoltre, nella sua riflessione, Gates ha anche ritenuto che valutare i progressi climatici attraverso la misurazione della temperatura non è sufficiente a stabilire il grado di ‘degenerazione ambientale’.

Per il miliardario, sarebbe opportuno analizzare la capacità delle società di provvedere alla salute, stabilità e alla prosperità degli uomini anche in situazioni di ‘mondo più caldo’, perché: “salute e prosperità costituiscono le difese più solide contro un pianeta più caldo”.

 

Questo cambiamento di prospettiva rischia di ribaltare il paradigma tradizionale:

per Gates, la priorità dovrebbe essere quella di garantire l’adattamento naturale della vita umana ad una terra surriscaldata, così da vivere bene nonostante gli effetti del clima.

Seguendo questo ragionamento, però, la lotta contro il riscaldamento globale rischia di trasformarsi unicamente in questione di sviluppo umano e non in lotta contro la riduzione di inquinamento ed emissioni.

 

Gates, però, sembra convinto delle sue teorie e resta irremovibile anche per quanto riguarda le condizioni dei Paesi più poveri.

Il pericolo maggiore non sarebbero le ondate di calore o l’innalzamento del mare, ma la povertà e le malattie che non permettono di reagire a tali eventi.

Le politiche climatiche, quindi, dovrebbero investire in tecnologie pulite e in sanità, istruzione e crescita economica, in modo tale che “meno persone vivano in povertà e in cattiva salute”.

In questo modo, qualunque paese sarebbe meno vulnerabile alle catastrofi naturali.

Di certo, l’approccio di Gates richiama le idee della Cop30 brasiliana, secondo la quale sono necessarie nuove tecniche di adattamento volte a favorire lo sviluppo umano.

 

L’idea del miliardario statunitense riprende il ‘green premium’, un concetto introdotto nel 2021 nel suo libro ‘Come evitare un disastro climatico:

le soluzioni che abbiamo e le innovazioni che ci servono’.

Nel testo, Gates aveva spiegato che il futuro della transizione dipenderà dalle capacità delle società di ridurre a zero la differenza di costo tra i metodi di produzione inquinanti e quelli a basse emissioni.

Dunque, la rivoluzione ecologica sarà possibile solo quando produrre acciaio o cemento ‘pulito’ avrà un costo equiparabile a quello di produzione del carbone e del petrolio.

È chiaro il motivo per cui Gates sembra così ottimista e propenso a investire su fusione nucleare e combustibili sintetici:

 per favorire il progresso ecologico, non sono necessarie nuove tasse o ulteriori divieti, ma cercare delle soluzioni tecnologiche innovative.

 

Una svolta strategica, la sua, che ricorda quella di trent’anni fa, quando rivoluzionò Microsoft.

 All’epoca, Gates scrisse un memorandum in cui invitava l’azienda a mettere Internet al centro delle sue operazioni.

In questo modo, il destino della compagnia e dell’industria tecnologica fu completamente rivoluzionato.

 La richiesta, oggi, è la stessa: mettere al centro dell’attenzione e delle strategie il benessere umano, che dovrà essere il focus anche delle questioni climatiche.

 

Ovviamente, le proposte di Gates sono state immediatamente contestate.

Molti lo accusano di ipocrisia e di eccesso di fiducia verso la tecnologia e il mercato.

Nonostante il miliardario sia cosciente che la sua impronta ecologica sia impattante ed elevata, questo sostiene di ‘compensare’ le proprie emissioni acquistando solo carbonio ‘legittimo’.

La replica dell’imprenditore, però, non basta a limitare i dubbi:

la vendita di ‘crediti di carbonio’ è spesso stata al centro di scandali, perché poco trasparente nei suoi affari e azioni.

 

Nonostante ciò, il pragmatismo di Bill Gates smuove le coscienze e, innegabilmente, attira l’attenzione su di sé, soprattutto quella di governi che cercano di conciliare gli obiettivi climatici con la crescita economica.

 

E alla vigilia della conferenza Cop30 brasiliana, la sua proposta non fa che smuovere una riflessione da parte di tutti:

come valutare i progressi della transizione senza considerare soltanto la riduzione della temperatura? Tenendo conto che il cambiamento climatico colpisce indistintamente tutto il mondo, è possibile salvare il pianeta senza impoverire altri paesi?

Le sue parole hanno spostato l’attenzione dal discorso climatico all’idea di resilienza umana.

 E in un mondo sempre più diviso tra urgenza ambientale e necessità di sviluppo, forse non è così sbagliato ricordare che conta anche la qualità della vita di chi abita la Terra.

 

 

 

Economia politica.

Von der Leyen si sveglia ora:

"La burocrazia Ue rende meno competitivi."

Monetaweb.it – Marco Leardi – (28 Ottobre 2025) – ci dice:

"Competitività e clima vadano insieme", dice la presidente della Commissione Ue.

Ma ormai il danno è fatto:

 le follie green hanno messo il freno alla crescita del Vecchio Continente.

 

Ma Ursula von der Leyen ci è o ci fa?

 Nelle scorse ore, intervenendo al “Nordic Council Summit” a Stoccolma, la presidente della Commissione europea ha affermato:

 “Sappiamo cosa ostacola la competitività nell’Ue:

 la mancanza di accesso al capitale per le imprese in espansione, la burocrazia, i tempi lunghi per i permessi, un mercato unico ancora frammentato e costi energetici troppo elevati “.

 Accidenti, a sentirla parlare, l’esponente politica tedesca sembra saperne una più del diavolo.

Idee chiare, puntuali, piglio deciso.

Pane al pane, vino al vino.

 

Peccato solo che gli annosi problemi denunciati da Von der Leyen siano stati alimentati o addirittura ingigantiti proprio dalle politiche promosse dalla Commissione europea di cui Ursula è la massima rappresentante.

 “Stiamo lavorando duramente su tutti questi aspetti per semplificare, chiarire e accelerare.

La nostra stella polare è il rapporto Draghi, e insieme stiamo preparando un futuro basato sulle tecnologie pulite “, ha aggiunto la rappresentante delle istituzioni Ue, rimpolpando la lunga lista di buoni propositi sul futuro della governance europea.

 

Intanto, però, i fatti pesano più delle parole.

Si stima che tra il 2019 e il 2024, ovvero durante la prima legislatura a guida Von der Leyen, l’Ue avrebbe introdotto circa 13mila nuovi regolamenti, a fronte dei soli 5mila degli Stati Uniti.

 E ancora oggi, secondo un sondaggio della “European Investment Bank”, il 66% delle imprese ritiene che l’iper-regolamentazione Ue rappresenti un ostacolo per gli investimenti a lungo termine.

Da qui il grande paradosso:

da una parte l’Europa targata Von der Leyen chiede che competitività e clima vadano di pari passo,

dall’altra Bruxelles grava sulla crescita delle imprese e delle start up con diktat assurdi introdotti proprio nel nome della sostenibilità.

 

Accorgersi ora che il Vecchio Continente abbia perso terreno sul fronte competitivo è come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Basti pensare a quanto è accaduto nel settore dell’ automotive, letteralmente affossato dalla folle e ideologica corsa al green:

in quattro anni, la crisi del settore ha bruciato quasi 90mila posti di lavoro in Europa e l’emorragia non sembra arrestarsi.

 Ora Von der Leyen e l’Ue provano la retromarcia con una possibile revisione delle vecchie regole green.

 Il timore è che sia sempre troppo tardi.

 

 

 

 

La ricetta draghi.

Competitività Ue: vecchie logiche e gap da superare per tornare a crescere.

Agendadigitale.eu - Alessandro Sannini - Private Equity Investor – (21 -03 – 2025) – ci dice:

Infrastrutture digitali.

L’Europa affronta sfide cruciali nella competitività globale: costi energetici elevati, regolamentazione eccessiva e ritardi nell’innovazione. Mario Draghi propone un approccio strategico agli investimenti e il superamento delle logiche di ripartizione geografica dei fondi.

Ragionamento ai responsabili “creatività artificiale AI” e “Creatività”.

La recente audizione di Mario Draghi presso le Commissioni riunite Bilancio, Attività produttive e Politiche Ue di Camera e Senato ha acceso un faro sulle criticità e sulle prospettive del futuro della competitività europea.

 

Il quadro delineato dall’ex Presidente del Consiglio evidenzia un’Europa in ritardo su diversi fronti: energia, innovazione, regolamentazione, difesa.

 Un’Europa che, dopo anni di austerità e rigidità fiscale, si trova oggi a dover fare i conti con la necessità di investire massicciamente in settori strategici.

 

L'INTERO discorso di Draghi sui ritardi e gli errori dell'Europa.

 INTEGRALE.

Il nodo centrale?

Il finanziamento di queste politiche e la proposta, già discussa in passato e a lungo respinta, di un debito comune europeo.

 

Indice degli argomenti.

Competitività europea e costi dell’energia: un freno per le imprese.

Competitività europea, il gap di cultura dell’investimento che rallenta la crescita.

Regolamentazione e innovazione: ostacoli alla crescita e alla competitività europea.

Il “Sat com” divide e la mancanza di un’infrastruttura satellitare europea.

Competitività europea: l’impatto del ritardo nell’IA e nello spazio.

Il ruolo dell’Italia nel cambio di passo europeo.

Competitività europea e costi dell’energia:

 un freno per le imprese.

Uno dei nodi più critici è il costo dell’energia, che incide pesantemente sulla competitività delle imprese europee e italiane.

Draghi ha sottolineato come, nel 2024, il prezzo del gas naturale all’ingrosso sia aumentato significativamente, con un incremento medio del 40% tra settembre e febbraio.

In Italia, il costo dell’elettricità è stato superiore dell’87% rispetto alla Francia e del 70% rispetto alla Spagna.

 Tali cifre rappresentano un ostacolo insormontabile per settori industriali energivori come quello siderurgico (ad esempio, Ilva), chimico (Eni) e manifatturiero (Leonardo), mettendo a rischio la sopravvivenza di molte realtà produttive.

 

Ma il problema non è nuovo.

Già negli anni passati, il costo dell’energia ha rappresentato un freno per la competitività italiana ed europea.

Mentre altri Paesi investivano in politiche energetiche mirate, l’Europa si muoveva con lentezza, soffocata da procedure burocratiche e scarsa coordinazione.

Il risultato?

Dipendenza dalle importazioni e prezzi fuori mercato.

 

Competitività europea, il gap di cultura dell’investimento che rallenta la crescita.

Un aspetto fondamentale che rallenta la crescita dell’Europa è la mancanza di una cultura dell’investimento pubblico e privato, a differenza di altri Paesi come la Francia e gli Stati Uniti.

Se in Francia esistono strumenti statali che sostengono l’industria, l’innovazione e la ricerca con capitali importanti – basti pensare alla “Banque Publique d’Investissement” (BPI) o alle ingenti risorse destinate a progetti strategici nazionali –, in Italia e in Europa si è spesso preferito imporre vincoli di bilancio e austerità, soffocando la possibilità di crescita.

Mentre negli USA la spinta agli investimenti ha permesso la nascita di colossi come “Tesla” e “SpaceX”, in Europa manca un ecosistema che favorisca lo sviluppo di aziende tecnologiche e industriali con lo stesso livello di supporto statale.

 

Il finanziamento pubblico può essere una leva fondamentale per avviare progetti strategici, ma non deve diventare l’unica fonte di sostegno per le imprese.

 Abituare le aziende a dipendere esclusivamente da capitali pubblici può diventare controproducente, creando un mercato inefficiente e rallentando la crescita del settore privato.

 Occorre invece stimolare la partecipazione dei fondi privati, incentivare vere partnership pubblico-private (PPP) e sostenere tutto il ciclo di investimento, dal venture capital fino all’IPO.

Aziende come “Prima Industrie”, che opera nel settore delle macchine per la lavorazione dei metalli, e “STMicroelectronics,” leader nell’elettronica avanzata, dimostrano quanto sia cruciale l’accesso a capitali privati per mantenere la competitività globale.

 

Regolamentazione e innovazione: ostacoli alla crescita e alla competitività europea.

L’Europa soffre di un eccesso di regolamentazione e frammentazione normativa che penalizza la crescita e l’innovazione.

Con 100 leggi sul settore high-tech e 200 regolatori nazionali differenti, il mercato unico è costellato di barriere che impediscono lo sviluppo delle imprese.

Secondo un’analisi del FMI, tali barriere interne equivalgono a un dazio del 45% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi.

 

In questo scenario, molte aziende italiane ad alta tecnologia, come Leonardo nel settore della difesa e Comau nell’automazione industriale, devono affrontare un contesto normativo frammentato che rallenta lo sviluppo e l’espansione sui mercati internazionali.

 

Il “Sat com” divide e la mancanza di un’infrastruttura satellitare europea.

Un altro nodo cruciale della competitività europea è il “Sat com” divide, ovvero il ritardo nella connettività e nelle infrastrutture digitali. In un mondo sempre più interconnesso, l’Europa soffre di una copertura a banda larga non uniforme, con enormi differenze tra le varie regioni.

Questo non solo frena l’innovazione e l’adozione di nuove tecnologie, ma rende l’Unione vulnerabile in settori chiave come le telecomunicazioni e la sicurezza informatica.

 

Ancora più grave è il ritardo nelle comunicazioni satellitari. L’Europa non ha sviluppato un’alternativa credibile a Starlink, la costellazione di satelliti di “SpaceX “che oggi domina il mercato delle connessioni satellitari.

Questo problema non è nuovo:

l’Italia, ad esempio, decise nel 2001 di uscire dai consorzi europei di satelliti per fare cassa durante la privatizzazione delle di Telecom, nonostante disponesse già di satelliti avanzati che fungevano da “back bone satellitare” e vere e proprie centrali telefoniche volanti.

L’assenza di una strategia europea condivisa in questo settore significa che l’Unione è costretta a dipendere da operatori extraeuropei, con implicazioni sia economiche che strategiche.

 

Competitività europea: l’impatto del ritardo nell’IA e nello spazio.

Un altro punto di criticità è rappresentato dall’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Europa sta perdendo terreno rispetto agli Stati Uniti e alla Cina.

Otto dei dieci principali modelli di IA provengono dagli USA, mentre l’Europa rimane un fanalino di coda.

Draghi ha proposto di incentivare l’adozione dell’IA nei settori industriali e dei servizi, piuttosto che puntare esclusivamente sulla ricerca di base, dove il gap con gli altri attori globali appare ormai incolmabile.

 

Anche nonostante realtà di eccellenza come “Thales Alenia Space” e “Avio”, l’Europa arranca.

 Mentre aziende come “SpaceX” e “Blue Origin “rivoluzionano il settore con lanci a basso costo e tecnologie avanzate, l’”Agenzia Spaziale Europea e le industrie europee” faticano a tenere il passo, anche per mancanza di investimenti.

 

Non aiuta l’ipotesi di una fusione tra “Airbus” e “Thales”, che rischia di creare uno squilibrio a favore della Francia.

Se questa operazione dovesse concretizzarsi, l’industria italiana dei satelliti e dei grandi veicoli spaziali – una delle componenti più redditizie dell’intero comparto – si troverebbe diluita in una struttura che privilegia le esigenze del socio di maggioranza francese.

 Questo dimostra come la coesione europea non possa trasformarsi in una mera cannibalizzazione delle eccellenze italiane, che meritano di essere tutelate all’interno di un progetto realmente condiviso.

 

Il ruolo dell’Italia nel cambio di passo europeo.

Le sfide che l’Europa deve affrontare oggi sono numerose e interconnesse:

dall’alto costo dell’energia all’eccesso di regolamentazione, fino al ritardo nell’innovazione e alla frammentazione del mercato della difesa.

 In questo contesto, la relazione di Mario Draghi pone l’accento sulla necessità di superare vecchi schemi e logiche di distribuzione dei fondi che rischiano di frenare lo sviluppo europeo.

 

Uno dei punti centrali della sua analisi riguarda l’abbattimento del principio di “Geo Ritorn”o, ovvero il meccanismo che lega i finanziamenti europei alla ripartizione geografica, più che alla qualità e all’efficacia dei progetti.

Draghi propone un approccio più strategico:

non si tratta di chi mette più soldi, ma di come questi vengono utilizzati, affinché vadano a finanziare progetti realmente innovativi e competitivi.

 

Tuttavia, affinché l’Italia possa davvero beneficiare di questa nuova impostazione, è fondamentale un cambio di passo a livello nazionale.

 La coesione europea non può prescindere dalla coesione interna:

 servono regie uniche, strategie chiare e competenze consolidate per assicurare che il nostro Paese sia un attore determinante nelle decisioni comunitarie.

 Senza una visione strutturata e unitaria, diventa difficile trattare alla pari con gli altri stati membri e garantire che i fondi vengano destinati con criteri di equità e merito.

 

Il principio di fair play deve valere per tutti, ma ciò non significa abdicare alla necessità di dimostrare fermezza e competenza, specialmente nei settori chiave per il futuro:

difesa, spazio, energia e comparti industriali tecnologici.

 Questi settori rappresentano il motore della crescita europea e devono essere sviluppati con logiche di eccellenza, non solo di ripartizione geografica.

 

L’Europa deve diventare un sistema realmente competitivo, capace di affrontare le sfide globali senza frammentazioni inutili.

 Per farlo, serve un equilibrio tra cooperazione e valorizzazione delle eccellenze nazionali: mettere risorse insieme, sì, ma con una visione chiara di dove e come investirle per il bene di tutti.

 

 

L’incontro a Busan: vittoria

temporanea, rivalità permanente.

Ispionline.it – (31 ottobre 2025) – Roberto Italia – ci dice:

 

Dopo i negoziati a Kuala Lumpur e l’incontro dei leader a Busan, USA e Cina guadagnano teoricamente un anno di tempo per ricalibrare il loro rapporto e risolvere le proprie rispettive vulnerabilità.

Geoeconomia.

Ginevra, Londra, Stoccolma, Madrid, Kuala Lumpur, Busan.

Dopo mesi di minacce, attacchi, reazioni, negoziati, post e clamorose giravolte, giovedì 30 ottobre è andato in scena in Corea del Sud l’atto più atteso della guerra economica (l’aggettivo “commerciale” è ormai riduttivo) tra Stati Uniti e Cina:

 l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping all’aeroporto di Busan a seguito del vertice dell’”Asia Pacific Economic Cooperation” (APEC) di Gyeongju.

 

La goffa stretta di mano tra i due presidenti, la prima in sei anni, ha sancito una tregua nell’escalation delle ultime settimane.

 In attesa di dettagli ufficiali sull’implementazione dell’intesa, frutto di precedenti negoziati in Malaysia il 25-26 ottobre, ci sono state novità sia sui dazi sia sui controlli all’export sia sulle tariffe portuali.

Il risultato da questo punto di vista è andato oltre le attese, migliorando lo status quo vigente prima di settembre, e rappresenta una vittoria politica da sbandierare a casa propria sia per Trump che per “Xi”.

Ma questo è solo un time-out.

 

Tensioni rinnovate: il motivo.

La seconda amministrazione Trump è iniziata sulla falsariga della prima, con una raffica di dazi sui beni cinesi (inclusi quelli provenienti da Hong Kong e Macao) importati negli USA.

Tuttavia, lo scontro commerciale tra le due grandi potenze si è arricchito di nuovi elementi nel 2025:

 controlli all’export, tariffe portuali, TikTok, soia, acquisti di petrolio dalla Russia, investimenti transfrontalieri.

 

Sono stati i controlli all’export che hanno riacceso le tensioni a ottobre. Riavvolgiamo il nastro.

 Il 19 settembre la telefonata tra Xi e Trump sembrava aver sancito un equilibrio, anche in scia all’intesa di Madrid sulla proprietà di TikTok negli Stati Uniti.

Detto semplicisticamente, il compromesso trovato era che l’amministrazione MAGA contenesse il suo unilateralismo in cambio di accesso alle terre rare cinesi.

 

Tuttavia, tutto è cambiato il 30 settembre.

Il “Bureau of Industry and Security” (BIS) del “Dipartimento del Commercio statunitense” ha emanato la nuova “50% Rule”, introducendo con effetto immediato restrizioni all’export verso società controllate per almeno il 50% da una o più entità presenti nella “Entity List” o nella “Military End-User List”, nonché aumentando i costi di compliance e due diligence per le aziende esportatrici.

Gli USA hanno così notevolmente esteso la portata dei controlli all’export ai danni delle aziende cinesi, come “Huawei”, che sfruttano sussidiarie (oltre 20mila sarebbero quelle coinvolte) per aggirare le misure del BIS.

 È a quel punto che Xi ha risposto brandendo per la seconda volta nel 2025 il suo “bazooka” più potente.

Il 9 ottobre Pechino ha annunciato sei diversi controlli all’export dal marcato impatto tecnologico-industriale, tra cui nuove e severe restrizioni per terre rare e magneti con portata extraterritoriale sul modello della “Foreign Direct Product Rule” statunitense.

Queste iniziative sarebbero entrate in vigore tra novembre e dicembre.

 

Inoltre, Pechino ha fatto un’altra mossa, introducendo tariffe portuali per le navi legate agli Stati Uniti che effettuano scalo nei porti cinesi e sanzionando cinque sussidiarie statunitensi della ditta sudcoreana di cantieristica Hanwha Ocean.

La mossa del governo cinese è arrivata (non a caso) proprio alla vigilia dell’entrata in vigore delle tariffe portuali statunitensi per le navi legate alla Cina che effettuano scalo nei porti statunitensi. 

 

Infine, va ricordato che dallo fine del maggio scorso i cinesi hanno di fatto boicottato la soia statunitense, virando sulle forniture dal Sud America.

 La decisione di Pechino è estremamente dolorosa per gli agricoltori del Midwest, già colpiti dalla prima guerra commerciale nel 2018.

 

Tale insieme di fattori ha scatenato le ire di Trump, che su Truth Social ha minacciato (con scarsa credibilità, a onor del vero) di aumentare i dazi sui beni cinesi di un altro 100%.

 

L’accordo sudcoreano.

Cos’hanno concesso rispettivamente le due parti a Busan?

Washington non imporrà un ulteriore dazio del 100% sui beni cinesi importati e sospenderà per un altro anno quel 24% “reciproco” congelato temporaneamente lo scorso maggio a Ginevra.

Anzi, Trump ha annunciato che, a partire dal 10 novembre, il dazio imposto tra febbraio e marzo 2025 per la “crisi del fentanyl” verrà dimezzato al 10%.

La tariffa effettiva sulle merci provenienti dal Paese asiatico (a luglio al 40%) verrebbe così ridotta esattamente di 10 punti percentuali.

 Per quanto riguarda i controlli all’export, gli USA hanno deciso di sospendere per un anno la “50% Rule”.

 Infine, USA e Cina sospenderanno per un anno le rispettive tariffe portuali, ma, visto il peso della flotta della Repubblica popolare nel mondo, si tratta di una grande concessione da parte statunitense.

Non è perfettamente chiaro cosa succederà alle tariffe portuali non specificamente anti-cinesi e alla più ampia indagine condotta dall’Ufficio del rappresentante per il Commercio americano (USTR) ai sensi della “Sezione 301 del Trade Act del 1974” sui settori marittimo, logistico e cantieristico. 

 

Dal canto suo, Pechino ha deciso di adattare i suoi dazi e altre barriere non-tariffarie conformemente alle mosse a stelle e strisce e di rinviare di un anno i radicali controlli all’export annunciati il 9 ottobre.

 Sull’ultimo punto, il “Ministero del Commercio della Repubblica popolare” ha riferito che “studierà e definirà più in dettaglio i relativi piani di attuazione”, un’affermazione piuttosto ambigua.

A sua volta, il comunicato della Casa Bianca pubblicato il 1° novembre riporta anche che “la Cina rilascerà licenze generali valide per l’esportazione di terre rare, gallio, germanio, antimonio e grafite a beneficio degli utenti finali statunitensi e dei loro fornitori in tutto il mondo”.

Si tratta di un impegno tutto da verificare.

Inoltre, è stata annunciata dall’amministrazione Trump la ripresa degli acquisti cinesi di soia statunitense sui livelli pre-stop, anche se rimangono dubbi sulle cifre menzionate dalla Casa Bianca:

si sta parlando di almeno 12 milioni di tonnellate di acquisti negli ultimi due mesi del 2025 e almeno 25 milioni di tonnellate in ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028.

Non c’è stato, invece, alcun via libera di Trump sulla vendita della “linea Blackwell “per l’intelligenza artificiale di NVIDIA in Cina né alcuna virata sull’impegno degli USA nei confronti di Taiwan:

tali aperture avrebbero rappresentato notevoli giravolte anche per lo stesso tycoon, irritando i falchi della sicurezza nazionale a Washington.

Non c’è stato alcun progresso sugli investimenti transfrontalieri, sugli approvvigionamenti cinesi di energia, sulla guerra in Ucraina/relazioni con la Russia e nemmeno sulla proprietà di TikTok in terra americana. Non è chiaro se a Busan sia stato effettivamente concordato qualcosa sul caso “£Nexperia” tra Paesi Bassi e Cina.

Da ultimo, lo “USTR” Jamieson Greer” ha dichiarato che rimarrà aperta l’indagine ai sensi della “Sezione 301” sulla conformità della Cina all’accordo “Fase uno” firmato nel gennaio 2020.

 

E ora?

Non si possono negare le novità provenienti dalla Corea del Sud, anche se, come riportato sopra, le dichiarazioni delle due parti su quello che è stato pattuito non coincidono perfettamente.

Cosa ancora più importante, però, è che permane irrisolta la questione fondamentale alla base della competizione tra le due grandi potenze, ovvero la gestione dei rispettivi squilibri economici interni con i loro risvolti sulle bilance dei pagamenti.

Se a questo si aggiunge la sfiducia reciproca tra le due leadership (la postura del corpo di Xi giovedì davanti ai fotografi è emblematica), il quadro è già compromesso e nessuna visita di Stato o incontro a margine dell’APEC o del G20 nel 2026 potrà essere riparatore.

I riflessi di ciò sono l’assenza di un comunicato congiunto rilasciato giovedì, ma soprattutto il deterioramento dell’interscambio bilaterale (Figura 2) e il dirottamento dell’export cinese nel Sud-est asiatico e in Europa, processi in corso senza via di ritorno. 

 

L’anno di tregua, a patto che duri, sarà speso da Washington e Pechino per evitare – a suon di investimenti domestici e partnership in Asia Pacifico – che esista in futuro la possibilità di una misura offensiva dell’una capace di mettere a repentaglio la sicurezza economica e nazionale dell’altra.

Per ora ha vinto lo spettro della “distruzione mutua assicurata”, si sarebbe detto in tempi di Guerra fredda, soprattutto grazie alla resistenza di Pechino alla pari.

Ma domani è un altro giorno, ricco di incertezze.

E la prima grossa incertezza che Trump ha davanti a sé riguarda la futura decisione della “Corte suprema sui dazi” introdotti tra febbraio e aprile 2025, ovvero quelli per la crisi del fentanyl e “reciproci”, sulla base dello” International Emergency Economic Powers Act” (IEEPA) del 1977. In caso di decisione negativa il pilastro tariffario anti-cinese verrebbe meno.

 

 Da febbraio 2025 a oggi l’amministrazione Trump ha imposto sui prodotti cinesi importati diverse nuove aliquote tariffarie:

un 20% (IEEPA) per la crisi del fentanyl, un 10% (IEEPA) “reciproco” del Giorno della liberazione (con importanti esenzioni settoriali) e diverse tariffe (Sezione 232 del Trade Expansion Act) non esclusivamente anti-cinesi in diversi settori (acciaio, alluminio, rame, automobili e parti, legname).

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