Sotto attacco ci sono le nostre libertà.
Sotto
attacco ci sono le nostre libertà.
La
Guerra che Salvò le Banche:
Come il 1914 Riscrisse il
Potere
Globale della Finanza.
Conoscenzealconfine.it
– (10 Novembre 2025) - Carmen Tortora – ci dice:
Prima
del 1914, i governi regolavano le banche; dopo il 1918 furono le banche a
dettare legge agli Stati.
La
versione che ci hanno insegnato è semplice:
la Prima guerra mondiale distrusse un’economia
mondiale prospera. In realtà, la salvò – o meglio, salvò le banche che stavano
già crollando.
Nel
1913, prima che un solo colpo fosse sparato, il sistema finanziario europeo e
americano era in pieno collasso:
banche
sovraesposte, riserve auree insufficienti, prestiti tossici a governi e
progetti coloniali.
Il panico era iniziato ben prima
dell’attentato di Sarajevo.
Cinquanta paesi avevano sperimentato fughe dai
depositi e fallimenti simultanei.
Il
sistema era alla fine, e la guerra fornì la copertura perfetta per il più
grande salvataggio bancario della storia.
Con la
dichiarazione di guerra, i governi sospesero ogni regola:
la convertibilità in oro, i pagamenti tra
banche, la trasparenza contabile.
Il “Currency and Banknotes Act” britannico del
5 agosto 1914 consentì di emettere moneta senza riserve auree:
la
gabbia del “gold standard” veniva spezzata in nome dell’emergenza.
Le
perdite bancarie furono trasferite ai contribuenti.
Le banche ottennero liquidità illimitata, i
loro debiti vennero congelati, e i titoli in default – come i bond ottomani o i
prestiti sudamericani – furono sostituiti con obbligazioni di guerra garantite
dallo Stato.
Si chiamò patriottismo, ma fu un colossale
riciclaggio di bilanci.
La
guerra trasformò i loro fallimenti in “sforzo bellico”.
I bond
di guerra permisero alle banche di scambiare spazzatura per titoli sicuri, e ai
governi di indebitarsi fino all’osso:
nel
Regno Unito il debito raggiunse il 140% del PIL, in Francia il 225%.
L’inflazione fece il resto, cancellando i risparmi dei cittadini e ripulendo i
bilanci bancari.
I
piccoli risparmiatori pagarono in silenzio l’enorme trasferimento di ricchezza:
il
valore reale dei depositi calò tra il 50 e il 90%, ma il sistema sopravvisse,
più concentrato e potente che mai.
Nel
frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, la nascita della “Federal Reserve”
nel dicembre 1913 non fu una coincidenza:
entrò in funzione proprio mentre l’Europa
affondava.
Creata
da uomini come “Paul Warburg” e i soci della “House of Morgan”, la Fed
introdusse due elementi decisivi che i banchieri europei non avevano: moneta
elastica e prestatore di ultima istanza.
Quando
la crisi esplose, le banche americane poterono emettere credito illimitato.
La Fed
finanziò, di fatto, gli Alleati già prima dell’ingresso ufficiale degli Stati
Uniti in guerra.
Quando
Washington entrò nel conflitto nel 1917, la sopravvivenza delle banche
americane e la vittoria militare erano ormai inseparabili.
Dopo
il 1918, il panorama mondiale era cambiato.
Delle 38 grandi banche britanniche del 1913,
ne restavano cinque:
le Big
Five, che dominarono il credito per decenni.
Negli
Stati Uniti, JP Morgan raddoppiò gli attivi in sei anni;
le
banche aderenti alla Federal Reserve triplicarono i depositi.
Nacque
il principio del “too big to fail”:
istituzioni talmente grandi da non poter
fallire, e dunque libere di rischiare sapendo di essere salvate.
Le
fusioni furono incentivate dai governi, che preferivano pochi colossi “stabili”
a molte banche vulnerabili.
La
competizione diminuì, la concentrazione del potere finanziario crebbe.
Il
dopoguerra consacrò l’inversione dei ruoli:
prima del 1914 i governi regolavano le banche;
dopo
il 1918 furono le banche a dettare legge agli Stati.
La Banca d’Inghilterra impose il ritorno al “gold
standard nel 1925” per proteggere i creditori, anche a costo di distruggere
occupazione e industria.
La “indipendenza” delle banche centrali
divenne dogma:
in teoria una garanzia di stabilità, in realtà
il trionfo del potere dei creditori su quello politico.
Le misure eccezionali della guerra – emissione
illimitata di moneta, garanzie pubbliche, salvataggi mirati – divennero
strutturali.
Da
allora ogni crisi ha seguito lo stesso copione.
Nel
2008, il “TARP” ripeté lo schema del 1914:
il governo comprò gli attivi tossici delle
banche, trasformandoli in debito pubblico.
Il
“quantitative easing” sostituì il “gold standard” con l’inflazione programmata:
i
bilanci delle banche centrali si gonfiarono come nel 1914, e le disuguaglianze
pure.
Nel
2020 e nel 2023, la sceneggiatura si ripeté ancora:
fallimenti bancari ricomposti in fusioni
“assistite”, garanzie statali, liquidità senza fine.
La
crisi, come nel 1914, è ormai solo un pretesto per concentrare ancora più
potere.
La
verità è che la guerra non distrusse la finanza globale: la rifondò.
Le banche che avrebbero dovuto morire nel 1914
usarono la guerra come scudo per diventare immortali.
Da
allora, ogni “emergenza” – guerra, pandemia o crash finanziario – ripete lo
stesso rito:
si
salva il sistema, si sacrificano i cittadini.
Capirlo
non è storia, è capire il presente.
(Carmen
Tortora).
(t.me/carmen_tortora1).
(imolaoggi.it/2025/11/09/la-guerra-che-salvo-le-banche-1914/).
Il
mistero dell’omicidio Pecorelli,
il
ruolo di Israele e il
memoriale
di Aldo Moro.
Lacrunadellago.net
– (07 -11 – 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
Il suo
nome è associato ai misteri della Prima Repubblica e forse è stato uno degli
uomini più vicini ai veri segreti del sistema politico sorto a Cassibile, nel
1943.
Si
tratta di Mino Pecorelli, avvocato molisano nato nel 1928 a Sessano del Molise
e trasferitosi a Roma già al conseguimento della maturità.
Pecorelli
al principio della sua parabola professionale aveva intrapreso la carriera di
avvocato, fino a diventare giornalista verso la fine degli anni’60, un periodo
nel quale inizia il suo primo periodo nel mondo dell’editoria presso la rivista
“Nuovo Mondo Oggi”, una pubblicazione già molto scomoda all’epoca.
Sulle
pagine di “Nuovo Mondo Oggi” venne pubblicato un servizio, poi ritirato per le
forti pressioni dell’”Ufficio Affari Riservati”, sugli affari molto opachi nei
quali era invischiata l’”università Pro Deo”, fondata dal frate belga “Felix
Morlion”, che sotto il saio da frate in realtà indossava i panni di una spia
americana al servizio dell’OSS, il precursore della famigerata CIA.
A
permettere a “Morlion” di giungere a Roma nel 1943 fu proprio l’OSS che si
servì del “buon” frate per iniziare sulla carta una campagna anti-comunista che
in seguito nemmeno si rivelerà tale, come si vedrà meglio in un istante.
Alla
“Pro-Deo” si affollano personaggi ambigui, tra i quali c’era il “vescovo Carlo
Ferrero”, zio della celebre Simonetta, la ragazza uccisa nel bagno della
Cattolica, ancora oggi per motivi ignoti, anche se si fosse letto il servizio
della rivista presso la quale Pecorelli collaborava si sarebbero potuti trovare
alcuni elementi interessanti al riguardo.
Già
nel 1968, “Nuovo Mondo Oggi” scriveva che il “buon” monsignore sarebbe stato
coinvolto in attività alquanto sordide, tra le quali c’era quella di rilasciare
lauree facili agli iscritti dell’ateneo, e, ancora peggio, c’era anche quella
di avere dei rapporti sessuali con alcune delle sue studentesse.
Lo zio
di Simonetta era un personaggio che meritava di essere guardato da vicino dopo
l’inchiesta dell’”omicidio della Ferrero”, che si perde subito nei meandri
delle improbabili piste dei maniaci sessuali, nonostante il “delitto della
Cattolica” non presentasse elementi di maniacalità.
“Morlion”
collaborava a fianco di un altro personaggio molto interessante, quale
“Federico Umberto D’Amato”, un altro di quei nomi che evoca tutti i misteri
della Prima Repubblica, perché la sua figura si incontra in diversi buchi neri
e stragi di quel tormentato periodo ispirate dalla cabina di regia atlantica
che voleva destabilizzare l’Italia per tenerla fermamente nel recinto della “NATO”.
D’Amato
è proprio presso la NATO che muove i suoi primi anni di carriera prima di
approdare all’”Ufficio Affari Riservati del Viminale”, e di gestire assieme al
citato monsignore tutta una serie di dossier su vari personaggi della politica
italiana, compresi quelli del partito comunista, che non verranno utilizzati
per colpire gli esponenti di Botteghe Oscure, sempre protetti dai servizi e
dagli ambienti angloamericani.
Ad
alcuni tale circostanza potrà suscitare perplessità, ma in realtà il patto di
non belligeranza, anzi di collaborazione, che c’era tra elementi atlantisti e
comunisti spiega molto bene come la cosiddetta guerra fredda facesse parte di
una logica della contrapposizione controllata tra i due blocchi, esauritasi
dopo che negli anni’80 venne deciso dai vari membri del “gruppo Bilderberg” che
il comunismo non serviva più agli scopi della governance globale e che andava
liquidato.
“Pecorelli
e OP”: le entrature nei servizi.
Pecorelli
iniziò così la sua esperienza nel giornalismo, ma “Nuovo Mondo Oggi” durò poco,
come si accennava in precedenza, per le pressioni degli ambienti dei servizi di
D’Amato, e allora ecco che dopo la sua chiusura nasce “Osservatorio Politico”.
OP può
definirsi come una sorta di deposito delle veline dell’intelligence che
Pecorelli riceveva.
Il
giornalista molisano si era costruito una formidabile rete di contatti tra i
vari apparati dei servizi, e la sua funzione sotto certi aspetti era quella di
far trapelare quei segreti che parte della intelligence italiana voleva
venissero alla luce, probabilmente anche in opposizione al patto atlantico, non
troppo gradito da alcuni agenti per le limitazioni di sovranità e le logiche
del terrore che esso imponeva.
Pecorelli
però andò anche oltre la costruzione delle fonti.
Il
giornalista decise di entrare direttamente in uno dei luoghi principali che
gestivano il vero potere in Italia, ovvero la loggia massonica P2, della quale
si è parlato in un precedente contributo.
Licio
Gelli.
Nella
divulgazione generale, si pensa che la P2 sia una creatura nata dopo il
dopoguerra e la sua nascita viene associata alla figura di Licio Gelli, ma in
realtà tale falsa narrazione serve ad occultare il fatto che la P2 esisteva dai
tempi dell’Unità d’Italia ed era già allora uno dei piani privilegiati e riservati
della massoneria italiana.
A
mettere fine alla sua esistenza fu soltanto il governo fascista nel 1925, che
comprese subito che non ci sarebbe stato alcun reale margine di sovranità nel
Paese se prima non si fosse tolta dalla scena la quinta colonna massonica,
controllata soprattutto dalla libera muratoria angloamericana.
Gelli
entra in scena nel dopoguerra come gestore della rediviva loggia perché lo
stato profondo di Washington vuole la massoneria e i suoi livelli privilegiati
per controllare meglio il Paese da dietro le quinte e tenerlo saldamente nel
recinto dell’anglosfera.
La
decisione di Pecorelli di entrare nelle fila della massoneria appare ad alcuni
come un atto di spregiudicatezza, eppure, se si leggono con attenzione i
servizi di OP, si trovano già delle pesanti stoccate contro la libera
muratoria, soprattutto nel 1977-78, quando il direttore della rivista pubblica
un servizio intitolato “Gran Loggia Vaticana” nel quale rivela una serie di
nomi di prelati iscritti alla massoneria ecclesiastica.
Nella
lista ci sono nomi di assoluto rilievo nella Chiesa.
Si
trova il nome del “cardinal Bea”, segretario di papa Giovanni XXIII, e una
delle menti del famigerato documento “Nostra Aetate”, attraverso il quale la
Chiesa tolse l’accusa di deicidio agli ebrei, assieme al “cardinal Suenen”s,
porporato belga tra i registi della rivoluzione liberale del Vaticano II, e il “cardinal
Villot”, segretario di Stato sotto Paolo VI e Giovanni Paolo I, accusato di
essere proprio uno dei mandanti dell’omicidio di “papa Luciani”.
Giovanni
Paolo I.
La
lista arriva sulla scrivania di “Giovanni Paolo I” che sembra intenzionato a
risolvere il
problema dell’infiltrazione massonica in seno al Vaticano, ma “papa Lucian”i non fa in tempo a
fare nulla perché muore soltanto dopo 33 giorni di pontificato in circostanze
mai realmente chiarite.
La “Gran
Loggia Vaticana” della quale parlava Pecorelli assomiglia molto ad uno di quei
piani riservati della libera muratoria come lo era la P2 e l’ipotesi che la
prima fosse un distaccamento vaticano della seconda è forte, considerati i
legami tra gli iscritti ecclesiastici e i vari piduisti.
Gelli
è alquanto stizzito, non gradisce che Pecorelli inizi ad attaccare la
massoneria e forse la sua affiliazione è stata uno sbaglio, una leggerezza di
chi non ha saputo valutare bene quella che forse era la volontà di infiltrarsi
in una delle zone riservate dei grembiulini.
Pecorelli
e i mandanti dell’omicidio Moro.
Sul
caso Moro, Pecorelli è forse l’uomo che pubblica i segreti più scomodi, più
inconfessabili.
Una
volta che l’onorevole della Democrazia Cristiana viene rapito da alcuni
elementi delle BR, e da uomini ancora oggi mai identificati, alcuni è
recentemente emerso appartenenti ai servizi, le Brigate Rosse iniziano a
pubblicare una serie di comunicati, ma tra questi ce n’è uno, il famigerato numero 7, che riporta
la morte di Moro, il cui corpo sarebbe stato lasciato presso il lago della
Duchessa.
Pecorelli
è tra i primi ad intuire che il comunicato è un falso, come effettivamente fu
confermato dopo la folle idea di dargli credito e di andare a cercare il corpo
di Moro in un bacino d’acqua nei pressi di Rieti che allora, nel mese di
aprile, era ancora ghiacciato.
Anni
dopo si scoprì che a scrivere il comunicato fu un falsario al servizio della
Banda della Magliana e vicinissimo ai servizi segreti, Tony Chichiarelli,
ucciso nel 1984 da personaggi ancora oggi rimasti ignoti.
Tony
Chichiarelli.
Nella
storia del caso Moro i depistaggi sono molti e quello della Duchessa è
certamente uno della serie, ma Pecorelli abituato nei rapporti con l’intelligence non ci
cade, e
nei mesi dopo il tragico omicidio di Moro, rivela che il presidente della DC
era in realtà detenuto non nella fantomatica prigione di via Montalcini, nei
pressi della Magliana, ma nel cuore di Roma, nel ghetto ebraico.
Nei
giorni scorsi si è parlato nuovamente di un probabile coinvolgimento del
Mossad nel rapimento e nell’uccisione di Moro, ma Pecorelli lo scrisse allora, nel
1978, e nel covo di Moretti sulla Cassia, il famigerato condominio di via
Gradoli dove c’erano appartamenti dei servizi, si trovò un foglio scritto a
mano con il numero di telefono di una società immobiliare che si trovava
proprio nel Portico d’Ottavia.
Ogni
passo che Pecorelli fa sembra essere un passo in più verso la verità fino a
quando nel marzo del 1979 non si incontra assieme al suo informatore, il
colonnello dei Carabinieri, “Antonio Varisco”, il generale dell’Arma, “Carlo
Alberto Dalla Chiesa” e “Giorgio Ambrosoli”, commissario liquidatore della
banca del piduista Sindona, in un luogo suggestivo e cruciale di Roma come”
piazza delle Cinque Lune”.
Nessuno
esce vivo da quell’incontro.
Pecorelli
viene ucciso il mese stesso, il 20 marzo del 1979.
Giorgio
Ambrosoli viene freddato l’11 luglio del 1979 da “William Aricò”, sicario di
Cosa Nostra, su mandato di “Michele Sindona”.
Il
colonnello Varisco viene ucciso dopo essersi dimesso dall’Arma il 13 luglio del
1979 in un agguato di tipo militare a Roma.
Carlo
Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982.
L’incontro
di piazza delle Cinque Lune sembra essere un crocevia di destini per questi
quattro uomini che forse avevano qualcosa che li accomunava e li rendeva una
potenziale minaccia per i vari architetti del sequestro Moro.
Un
anno dopo l’omicidio di Pecorelli, viene fatto ritrovare su un taxi di Roma un
borsello di proprietà proprio del citato Chichiarelli colmo di indizi ed
evidenti riferimenti alla morte del giornalista e al sequestro Moro.
Nel
borsello c’è persino la scheda dell’omicidio del direttore di OP redatta dai
suoi esecutori che scrissero queste considerazioni dopo aver eliminato il loro
bersaglio.
“Martedì
20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato
materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177”.
Si
pensa che i paragrafi in questione facessero parte del” famoso memoriale di
Aldo Moro”, la cui versione integrale ed originale, non è mai stata ritrovata.
Gli
assassini di Pecorelli avevano il compito di recuperare del materiale altamente
compromettente nelle mani del giornalista, e stesso mandato avevano quasi
certamente anche gli assassini del generale Dalla Chiesa che si premurarono di svuotare la sua
cassaforte a “Villa Pajno”, subito dopo la sua morte.
Il
generale Dalla Chiesa.
Il
filo rosso che lega queste morti è probabilmente quello del memoriale, ma né i
media né la magistratura misero in relazione queste morti, i cui veri mandanti
ancora oggi sono ignoti.
Si
diede invece credito al pentito Buscetta che nel 1993 iniziò a dire che il
mandante dell’omicidio Pecorelli fu Andreotti, nonostante la bocca di Buscetta
mai disse nulla del genere a Giovanni Falcone e nonostante il presidente del
Consiglio non fosse affatto in cattivi rapporti con il giornalista, come
affermano fonti vicine all’ex leader della DC.
Negli
anni’90, vanno in scena i processi più depistatori della storia e dopo il “colpo
di Stato di Mani Pulite”, la magistratura, che non sfiorò il PDS nemmeno con un
dito nonostante i fondi neri da Mosca, si premurò di screditare in ogni modo il
politico che più di tutti criticò la NATO e che fu l’unico a rivelare
l’esistenza di “Gladio”, l’esercito clandestino degli atlantisti nel 1990.
Andreotti
era una minaccia.
Non
accettava più che l’Italia dovesse restare nel patto atlantico, e allora si
attiva una formidabile macchina del fango che lo accusa di essere mafioso,
anche se i pentiti iniziano a contraddirsi gli uni con gli altri, tanto che i
giudici del primo grado assolsero l’ex presidente del Consiglio, verdetto
ribaltato dalla vergognosa sentenza di condanna in Appello, confermata e
prescrittasi in Cassazione, secondo la quale, Andreotti sarebbe stato “colluso”
con la mafia fino al 1980, per poi da quell’anno in avanti trovare
misteriosamente la redenzione e iniziare invece a varare tutta una serie di
dure leggi antimafia avversate invece dai parlamentari del PCI.
Sono
le cronache della “giustizia di Cassibile” e delle toghe in mano alla libera
muratoria, ma gli ambienti che concepirono il processo Andreotti sono gli
stessi responsabili della stagione stragista in Italia.
I
mandanti dell’omicidio Pecorelli sono gli stessi dell’omicidio Moro, così
avversato da Henry Kissinger e dallo stato di Israele, che non gradiva affatto
la sua politica filoaraba.
A
distanza di 47 anni, si torna a parlare del ruolo dello stato ebraico nel caso
Moro, segno che le verità nascoste negli armadi della “repubblica di Cassibile”
non riescono più a restare al loro posto, vista la progressiva implosione del
sistema politico italiano.
Forse
i tempi sono maturi anche per sapere chi ha ucciso Mino Pecorelli, e si
potrebbe partire da dove mai si partì.
Dalla
massoneria che iniziava a considerarlo come una minaccia e dalla NATO che non
poteva permettersi che in giro ci fosse un giornalista che dicesse la verità
sull’assassinio di Aldo Moro.
L’Europa
impari a difendere sé stessa,
e lo
imparino anche i liberal riformisti.
Linkiesta.it
- Gaia Menchicchi – Redazione – a ovest del populismo – (10 novembre 2025) – ci
dice:
Dal
sogno federalista alla difesa dell’Occidente, fino alle divisioni sulla
politica italiana:
ne
hanno parlato Giorgio Gori, Elena Bonetti, Ivan Scalfarotto, Benedetto Della
Vedova e Luigi Marattin nel penultimo “panel di Linkiesta Festival 2025”
progettato con il Circolo Matteotti.
Cinque
partiti, tante idee e sfumature diverse, ma un unico obiettivo: difendere
l’Europa dagli autoritarismi e dai populismi, in ogni loro forma.
È stato questo il tema cardine del penultimo
panel de “Linkiesta Festival 2025”, moderato dal direttore Christian Rocca e
realizzato in collaborazione con il” Circolo Matteotti”.
Giorgio
Gori (europarlamentare del Partito democratico), Elena Bonetti (deputata e
presidente di Azione), Ivan Scalfarotto (senatore di Italia Viva), Benedetto
Della Vedova (deputato di +Europa) e Luigi Marattin (deputato e segretario
nazionale del Partito Liberaldemocratico) hanno parlato del futuro del nostro
continente e dei valori su cui si regge, partendo da una domanda vitale:
in che modo l’Europa può difendere sé stessa e
l’intero Occidente?
Secondo
“Elena Bonetti”, che è stata ministra per” la Famiglia e le Pari opportunità”
sotto i governi Conte II e Draghi,
«l’Europa
deve anzitutto uscire dall’astrazione – anche ideale – dell’autodefinirsi una
democrazia, perché questa democrazia è spesso incapace di entrare nella vita
delle persone.
Come
ha detto Mario Draghi nel suo “Rapporto sulla Competitività”, è necessaria una
democrazia decidente e agente, altrimenti verremo ricordati come ignavi e
pusillanimi, e perderemo un patrimonio prezioso.
Un patrimonio che è sotto attacco anche da
fronti inaspettati, come gli Stati Uniti».
“Giorgio
Gori”, sindaco di Bergamo per dieci anni (2014-2024), non è sicurissimo del
fatto che l’Europa «sia in grado di salvare sé stessa».
La colpa è di una fragilità contraddistinta da
tante facce:
«La
prima, quella più evidente, è di natura economica, perché l’Europa è fragile
dinanzi a Cina e Stati Uniti.
C’è poi un profilo energetico: ieri eravamo
dipendenti dal gas russo, oggi dal Gnl statunitense, senza dimenticare gli
altri Paesi della cui affidabilità non possiamo essere sicuri».
Basti pensare alla Libia, all’Azerbaijan o
all’Algeria.
Gori
ha poi parlato della nostra fragilità militare, figlia di un passato in cui
abbiamo delegato tanto – forse troppo – agli Stati Uniti. Per invertire la
tendenza, spiega l’eurodeputato del Pd, «serve una vera Europa politica,
all’altezza delle sfide e delle minacce del presente.
L’Europa
ha questa composizione perché le forze liberali e progressiste stanno perdendo
tante elezioni a livello nazionale.
Dall’altra
parte, la destra vince e allontana la prospettiva dell’integrazione politica.
Ma
dobbiamo tenere viva un’idea di Occidente anche quando questa idea è messa in
discussione» da leader politici come Donald Trump.
“Ivan
Scalfarotto”, senatore e responsabile Esteri di “Italia Viva”, ritiene
necessario un lavoro quotidiano e individuale, perché le nostre libertà sono
sistematicamente sotto attacco:
«La
sopravvivenza del modello democratico ha a che fare con ciascuno di noi.
Io ho un marito e non una moglie: a Milano
posso dirlo liberamente, ma in altri Paesi no.
Manca
l’urgenza da parte dei cittadini europei di difendere le cose che hanno».
Ma non
bisogna generalizzare:
«Fate
un giro in Estonia, dove questo tema – a differenza del nostro Paese – è
vissuto con grande senso d’urgenza.
Nelle
tre capitali baltiche c’è un museo dell’occupazione russa, finita negli anni
Novanta, ma ancora viva nei ricordi di tutti.
Loro hanno una sensazione di pericolo
individuale che qui è poco diffusa.
Essere
qui stamattina, tutti assieme su questo palco, non sarebbe possibile in tanti
posti del mondo: confrontarci, parlare, dissentire. In molti Paesi finiremmo in
galera».
Il
parlamentare” Benedetto Della Vedova “si è concentrato sul progetto degli “Stati
Uniti d’Europa”:
«Abbiamo il dovere politico di prendere la
bandiera federalista europea.
Muoversi
verso gli Stati Uniti d’Europa è l’unica possibilità per non assistere
all’evaporazione dei nostri valori.
Serve
la prospettiva di un’Europa che sia uno Stato, che sappia difendersi, che
sappia esprimersi».
Questo
obiettivo, secondo “Luigi Marattin”, è realizzabile in un solo caso:
«Tutti gli europei devono credere ai valori
dell’Occidente, ossia democrazia politica ed economia di mercato. In Italia,
però, i due attuali schieramenti politici hanno altri riferimenti
internazionali. Io ho molto rispetto per il romanticismo, la poesia e
l’ingenuità. Ma da quando è nato l’uomo, si conta solo se si è forti
militarmente, economicamente e nella capacità di innovare».
Gli
animi e i toni si sono accesi nella seconda metà del panel, dedicata alle
prospettive unitarie dei cinque partiti – Pd, Italia Viva, Azione, +Europa,
Partito Liberaldemocratico – rappresentati dagli ospiti.
La posizione di Elena Bonetti è chiara e inamovibile:
«La difesa dell’Ucraina non è per noi un tema
micro-identitario, ma un discrimine su come si deve fare politica.
Combattere
il bi- populismo è l’unica possibilità di sopravvivenza per il nostro Paese.
Con i filo putiniani insediati nel campo largo
non ci stiamo!
Preferisco
piuttosto la linea di Giorgia Meloni, che ha detto a Matteo Salvini – filo putiniano
di destra – di restare al proprio posto.
Meglio questo scenario rispetto a un governo
in cui Giuseppe Conte è ministro degli Esteri e in cui Nicola Fratoianni detta
la linea politica».
Ivan
Scalfarotto, invece, non vuole essere la «voce che grida nel deserto».
Il senatore di Italia Viva ritiene «legittima
la scelta di rimanere solo con quelli che la pensano come te».
Tuttavia, pensa che «la vera sfida sia quella
di governare il Paese. Dobbiamo offrire un’immagine più unita di noi, e lo dico
da ex uomo di governo.
Siamo cinque persone con bellissime idee che
hanno un peso politico equivalente allo zero.
Nella
prossima legislatura a me piacerebbe poter rappresentare – dentro un governo
progressista senza i Vannacci e senza nostalgie fasciste – una presenza
riformista forte».
“Luigi
Marattin” ha detto che la tesi di Scalfarotto sarebbe accettabile «se le due
attuali coalizioni avessero delle aree populiste ininfluenti.
La
realtà, però, è che i populisti di destra e di sinistra hanno preso il timone
dei due schieramenti.
Forza Italia cosa ha ottenuto da questa
Manovra?
Tasse
sulle banche e sulle case, contrariamente alle loro richieste.
Il
timone politico-culturale dei due schieramenti è in mano ai populisti. Io con
Carlo Calenda voglio andare alle elezioni, ma abbiamo sfumature diverse su
alcuni temi:
automotive,
questione israelo-palestinese, sanità.
Ma è
normale che ci siano delle sfumature e delle differenze.
Ribadisco
però che con i filo-Hamas e i filo-Putin non vogliamo stare.
È
necessario presentarsi agli italiani con la stessa visione
liberal-democratica».
La
priorità di Della Vedova è evitare il secondo mandato di Giorgia Meloni,
paragonato al ritorno di Trump alla Casa Bianca:
«Vorrei
creare le condizioni per allearmi col campo largo.
Non
dobbiamo fossilizzarci sui micro-temi, altrimenti non riusciremo mai a
ingaggiare il Partito democratico per costruire un’alternativa vincente».
Anche
per “Giorgio Gori”, in conclusione, è fondamentale che «Meloni non vinca le
elezioni del 2027, ma è un obiettivo che richiede dei compromessi.
Non
credo che stare lì in mezzo a combattere i bi-populisti aiuti in quest’ottica.
Penso
sia importante lavorare dentro il Pd, perché è nel Pd che si gioca la prima
partita:
quella
del baricentro della forza trainante della coalizione.
Io, da
parte mia, garantisco l’assenza di compromessi al ribasso su temi come
l’Ucraina».
Von
der Leyen: "L'Europa sta
lottando
per la pace e la libertà."
Rainwes.it
– (10/09/2025) – Redazione – Stato dell’unione 2025 – ci dice:
L'Europa
anticiperà 6 miliardi di euro dal prestito G7 e stipulerà un'alleanza sui droni
con l'Ucraina.
Sulla
questione Medio Oriente: "Proporremo di sospendere il nostro sostegno
bilaterale a Israele."
"L'Europa
è in lotta. Una lotta per un continente unito e in pace. Per un 'Europa libera
e indipendente.
Una lotta per i nostri valori e le nostre
democrazie.
Una
lotta per la nostra libertà e la nostra capacità di determinare il nostro
destino.
Non
illudiamoci: questa è una lotta per il nostro futuro".
Lo ha
detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Strasburgo
aprendo lo Stato dell'Unione.
“Sospendere
parte di intesa con Israele.”
"Ciò
che sta accadendo a Gaza è inaccettabile.
Ma la situazione è bloccata senza una
maggioranza.
Dobbiamo superare questa situazione.
Non
possiamo permetterci di rimanere paralizzati.
Per questo proporremo di sospendere il nostro
sostegno bilaterale a Israele, di interrompere tutti i pagamenti in questi
settori, senza compromettere il nostro lavoro con la società civile israeliana
o con “Yad Vashem”.
Proporremo sanzioni contro i ministri
estremisti e contro i coloni violenti.
Proporremo
anche una sospensione parziale dell'”Accordo di Associazione sulle questioni
commerciali".
Così
Ursula von der Leyen nel suo Stato dell'Unione.
“La
carestia a Gaza arma di guerra, deve finire.”
"Ciò
che sta accadendo a Gaza ha scosso la coscienza del mondo. Persone uccise
mentre mendicavano cibo.
Madri
che tengono in braccio bambini senza vita.
Queste
immagini sono semplicemente devastanti.
Quindi
voglio iniziare con un messaggio molto chiaro:
La carestia provocata dall'uomo non potrà mai
essere un'arma di guerra.
Per il
bene dei bambini, per il bene dell'umanità, questa atrocità deve finire".
Lo ha detto la presidente della Commissione
europea, Ursula von der Leyen durante il suo discorso sullo Stato dell'Unione.
A suo giudizio i cambiamenti degli ultimi
mesi sono "inaccettabili". "Abbiamo assistito al soffocamento
finanziario dell'Autorità Nazionale Palestinese.
I piani per un progetto di insediamento nella
cosiddetta area E1, che di fatto separerebbe la Cisgiordania occupata da
Gerusalemme Est.
Le
azioni e le dichiarazioni dei ministri più estremisti del governo israeliano
che incitano alla violenza.
Tutto ciò - ha sottolineato - indica un chiaro
tentativo di indebolire la soluzione dei due stati.
Di
indebolire la visione di uno stato palestinese sostenibile.
Non
dobbiamo permettere che ciò accada"
“Non
ci sarà mai posto per Hamas.”
"Sono
un'amica di lunga data del popolo israeliano
. So
quanto gli atroci attacchi del 7 ottobre da parte dei terroristi di Hamas
abbiano scosso la nazione nel profondo.
Gli
ostaggi sono tenuti prigionieri dai terroristi di Hamas da oltre 700 giorni,
dal 7 ottobre.
Sono 700 giorni di dolore e sofferenza.
Non ci
sarà mai posto per Hamas, né ora né in futuro.
Perché sono terroristi che vogliono distruggere
Israele.
E
stanno anche infliggendo terrore al loro stesso popolo. Tenendo in ostaggio il
loro futuro".
Così
la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen in un passaggio del suo discorso dello
stato dell'Unione senza mai citare la parola genocidio.
"Nel
lungo termine, l'unico piano di pace realistico è basato su due stati. Che
vivono fianco a fianco in pace e sicurezza.
Con un Israele sicuro, un'autorità palestinese
vitale e la piaga di Hamas rimossa.
Questo
è ciò che l'Europa ha sempre sostenuto.
Ed è
tempo di unirsi e contribuire a realizzare questo obiettivo".
“Investire
sulla difesa del fianco est.”
"L'economia di guerra di Putin non si
fermerà, anche se la guerra dovesse finire.
Ciò
significa che l'Europa deve essere pronta ad assumersi la responsabilità della
propria sicurezza.
Naturalmente, la Nato sarà sempre essenziale.
Ma
solo una posizione di difesa europea forte e credibile sarà in grado di
garantire la nostra sicurezza", ha detto Ursula von der Leyen a
Strasburgo.
"E
non c'è dubbio:
il
fianco orientale dell'Europa garantisce la sicurezza di tutta l'Europa. Dal Mar
Baltico al Mar Nero.
Ecco perché dobbiamo investire nel sostenerlo
attraverso un sistema di sorveglianza del fianco orientale.
Ciò significa dotare l'Europa di capacità
strategiche indipendenti. Dobbiamo investire nella sorveglianza spaziale in
tempo reale, affinché nessun movimento di forze passi inosservato.
Dobbiamo ascoltare l'appello dei nostri amici
baltici e costruire un muro di droni.
Non si
tratta di un'ambizione astratta. È il fondamento di una difesa credibile".
6
miliardi per alleanza sui droni con Kiev.
"Posso
anche annunciare che l'Europa anticiperà 6 miliardi di euro dal prestito G7 e
stipulerà un'alleanza sui droni con l'Ucraina.
L'Ucraina ha l'ingegnosità.
Ciò di cui ha bisogno ora è la scala
industriale.
E insieme possiamo fornirgliela:
affinché l'Ucraina mantenga il proprio
vantaggio competitivo con la Russia e l'Europa rafforzi il proprio".
Lo ha detto Ursula von der Leyen a Strasburgo.
"L'Europa
è al fianco della Polonia"
"L'Europa
è al fianco della Polonia", ha detto la presidente della Commissione Ue.
Alle
sue parole è seguito un lungo applauso dell'Aula di Strasburgo, per la maggior
parte in piedi in segno di vicinanza a Varsavia dopo la penetrazione di questa
notte di droni russi.
Bambino
ucraino rapito da russi e la nonna ospiti all'Eurocamera.
La
storia del ragazzo ucraino “Sasha” e di sua nonna “Liudmyla” ha commosso l'Aula
di Strasburgo durante il discorso di von der Leyen.
I due sono stati ospiti d'onore in occasione
del discorso sullo Stato dell'Unione della presidente della Commissione europea
che, parlando agli eurodeputati, ha ricordato la vicenda del giovane.
Sasha, oggi undicenne, era stato prelevato
insieme alla madre da Mariupol poco dopo l'inizio dell'invasione russa.
I due tentarono la fuga, ma il bambino venne
separato dalla madre e destinato a una nuova vita in territorio russo, con un
nuovo nome e nuovi documenti.
Nonostante
tutto, riuscì a telefonare alla nonna in Ucraina, chiedendole di riportarlo a
casa.
Dopo
la telefonata “Liudmyla “affrontò un lungo viaggio attraverso più Paesi, con il
sostegno del governo ucraino, fino a riuscire a ricongiungersi con lui, ha
ricordato la presidente.
"Voglio ringraziare Sasha e Liudmyla per
avermi permesso di condividere la loro storia. Sono onorata che siano qui con
noi oggi", ha dichiarato von der Leyen, accolta da un caloroso applauso
dell'Aula, in piedi per omaggiare i due ospiti.
"Dobbiamo
fare tutto il possibile per sostenere i bambini ucraini. Per questo motivo sono
lieta di annunciare che, insieme all'Ucraina e ad altri partner, ospiterò un
vertice della “Coalizione internazionale per il ritorno dei bambini ucraini”:
ogni
bambino rapito deve essere restituito alla sua famiglia". Lo ha detto
Ursula von der Leyen a Strasburgo.
“L'intesa
sui dazi con Usa dà stabilità.”
"I
dazi doganali sono tasse. Ma l'accordo garantisce una stabilità fondamentale
nelle nostre relazioni con gli Usa in un momento di grave insicurezza globale.
Ci
sono due imperativi per la spinta all'indipendenza dell'Europa.
Il primo è raddoppiare gli sforzi in materia
di diversificazione e partenariati.
L'80% del nostro commercio è con paesi diversi
dagli Stati Uniti.
Quindi
dobbiamo sfruttare le nuove opportunità".
Così ha detto la presidente della Commissione
Ue.
"Il
secondo imperativo è che l'Ue intervenga laddove altri si sono ritirati, come la
ricerca", ha aggiunto.
"In
un momento in cui il sistema commerciale globale sta crollando, stiamo
garantendo le regole globali attraverso accordi bilaterali.
Come
con il Messico o il Mercosur.
Oppure
finalizzando i negoziati su un accordo storico con l'India entro la fine di
quest'anno.
Costruiremo anche una coalizione di paesi che
condividono la nostra visione per riformare il sistema commerciale globale,
come il “Cptpp”. Perché il commercio ci
consente di rafforzare le nostre catene di approvvigionamento, di aprire i
mercati, si ridurre le dipendenze.
In definitiva, si tratta di migliorare la
nostra sicurezza economica.
Il mondo vuole scegliere l'Europa.
E noi
dobbiamo fare affari con il mondo", ha spiegato von der Leyen.
“Il futuro dell'auto Ue è elettrico.”
"Nel rispetto della neutralità
tecnologica, stiamo preparando la revisione del 2035.
Milioni
di europei desiderano acquistare automobili europee a prezzi accessibili.
Dovremmo quindi investire anche in veicoli
piccoli e convenienti.
Credo
che l'Europa dovrebbe avere la sua auto e-car, ecologica, economica, europea.
Non possiamo lasciare che la Cina e altri
conquistino questo mercato.
In
ogni caso, il futuro è elettrico. E l'Europa ne farà parte.
Il
futuro delle auto e le auto del futuro devono essere realizzati in Europa. “
Lo ha
detto Ursula von der Leyen alla Plenaria del Pe.
“Difenderemo
la stampa libera, più fondi Ue.”
"La
nostra democrazia è sotto attacco.
L'aumento della manipolazione delle
informazioni e della disinformazione sta dividendo le nostre società.
Non
solo sta minando la fiducia nella verità, ma anche nella democrazia
stessa".
Lo ha
detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all'Eurocamera
annunciando più fondi europei per i media locali e indipendenti.
"Lanceremo
un nuovo programma perla resilienza dei media, che sosterrà il giornalismo
indipendente e l'alfabetizzazione mediatica. Una stampa libera è la spina
dorsale di qualsiasi democrazia. Sosterremo la stampa europea affinché rimanga
libera", ha aggiunto.
“Una IA europea è essenziale per il futuro.”
“Un'intelligenza
artificiale europea è essenziale per la nostra indipendenza futura.
Contribuirà
a potenziare le nostre industrie e le nostre società.
Dalla sanità alla difesa.
Quindi, ci concentreremo sui primi elementi
fondamentali, ovvero dal “Cloud and AI Development Act” al “Quantum Sandbox”.
Stiamo investendo massicciamente nelle” Giga factory
europee di intelligenza artificiale”.
Queste
aiutano le nostre start-up innovative a sviluppare, addestrare e implementare i
loro modelli di IA di nuova generazione”.
Così
la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen nello Stato dell'Unione
alla Plenaria dell'Eurocamera.
“Più tardi oggi incontrerò gli amministratori
delegati di alcune delle più grandi aziende tecnologiche europee. Essi
consegneranno la loro Dichiarazione europea sull'IA e la tecnologia.
Questo
è il loro impegno a investire nella sovranità tecnologica dell'Europea”, ha
aggiunto.
“Stop
a quorum unanimità nella politica estera.”
"Sostengo il diritto di iniziativa del Parlamento
europeo. E credo che in alcuni settori, ad esempio nella politica estera, sia
necessario passare alla maggioranza qualificata.
È ora
di liberarci dalle catene dell'unanimità.
Il
punto è che dobbiamo garantire che la nostra Unione sia più rapida e in grado
di mantenere le promesse fatte agli europei.
Perché
è così che potremo vincere insieme questa battaglia."
Lo ha detto la presidente della Commissione
Ursula von der Leyen concludendo il suo discorso sullo Stato dell'Unione.
Ursula
von der Leyen su Gaza: "La violenza si fermi, Ue deve fare di più,
sanzioni e due Stati."
Per
difendere le democrazie sotto
attacco
bisogna migliorarne la qualità.
Asvis.it
– Flavia Belladonna – (13 ottobre 2025) – ci dice:
Un
viaggio tra i regimi del mondo, per seguire l’evoluzione e le minacce a questa
forma di governo che va protetta e nutrita, anche in Italia.
La partecipazione politica va curata, se si
vogliono scelte coraggiose dai governanti.
La
guerra lanciata sabato scorso da Hamas e appoggiata dall'Iran è il richiamo più
forte e drammatico agli Stati Uniti e all'Europa:
gli
attacchi alle democrazie e alla democrazia si moltiplicano, non è più tempo di
incertezze e divisioni.
Con
queste parole “Danilo Taino”, sul “Corriere della Sera”, affronta il tema della
libertà sotto attacco nel disordine globale.
Il
conflitto a Gaza tra palestinesi e israeliani, riacceso pochi giorni fa dal
colpo inedito sferrato da Hamas che ha portato da una parte e dall’altra a
migliaia di vittime civili, fa seguito alla guerra in Ucraina.
Come
sottolinea il giornalista, stiamo vedendo gli effetti dell’aggressione russa,
che “ha
esaltato despoti e terroristi in sonno e ha aperto loro la strada per cercare
di imporre con la forza equilibri a loro favorevoli”.
Così
il mondo si sgretola:
in
Africa subsahariana crollano molte democrazie sotto i colpi di jihadisti e
milizie filorusse, la Cina strizza l’occhio a nuovi dittatori, in Corea del
Nord si alza il livello delle provocazioni, l’Iran trova nuovo vigore dopo le
repressioni delle donne, in Europa crescono le tensioni tra Serbia e Kosovo e
in America Latina Venezuela e Cuba continuano l’appoggio a Russia e Cina
.
Insomma, l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, fondato
su regole, libertà di espressione e di movimento, commerci aperti e Stato di
diritto, rischia di crollare e deve mettere in allarme ognuno di noi.
Difendere il modello democratico vuol dire
scegliere la risoluzione pacifica delle controversie, maggiori libertà e
diritti, partecipazione civile.
A
volte rischiamo di darla per scontata, ma la democrazia va protetta e nutrita
per garantirne la qualità.
Ma
quand’è che una democrazia è realmente tale?
Quale
l’evoluzione delle forme di governo nel mondo e in Europa?
E
soprattutto, come possiamo garantire in Italia una democrazia di qualità?
Proviamo
a esaminare le questioni partendo da alcuni dati, in particolare dal fatto che
il nostro non è un Paese considerato pienamente democratico.
Secondo
l’Economist, l’Italia non è una full democracy ma una” flawed democracy”,
ovvero una democrazia imperfetta.
Nel Democracy index 2022, la classifica
annuale del settimanale politico-economico sullo stato di democrazia di 167
Paesi del mondo, le nazioni sono valutate come democrazie piene, democrazie
imperfette, regimi ibridi o autoritarismi in base a cinque parametri: processo
elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica,
cultura politica e democratica e libertà civili.
Il migliore governo del mondo è quello della
Norvegia, seguita da Nuova Zelanda e Islanda, in cima alle 24 democrazie piene.
Tra i
48 Paesi a democrazia imperfetta troviamo l’Italia, che occupa la 34esima
posizione globale con un punteggio di 7,69, soprattutto grazie al processo
elettorale e al pluralismo (9,58), ma in calo di tre posti rispetto al 2021,
risultando meno adeguata dal punto di vista del funzionamento di governo (6,79)
e negli altri parametri. Seguono 36 regimi ibridi e 59 autoritarismi, con
l’Afghanistan che chiude la classifica.
Dall’indice
emerge a che punto sono oggi le democrazie nel mondo, ma è interessante cercare
di capire anche dove stanno andando.
Secondo”
Freedom House”, la lotta per la democrazia nel mondo è molto vicina a un punto
di svolta.
Come
spieghiamo in questa notizia, infatti, il deterioramento della libertà nel
mondo è avvenuto per il 17esimo anno consecutivo, con il numero dei Paesi dove
le libertà democratiche sono in declino che ha sempre superato il numero di
Paesi che invece migliorano il loro tasso di democraticità, ma nel 2022 lo
scarto tra un gruppo e l’altro si è assottigliato.
Le cose potrebbero dunque finalmente cambiare,
anche perché sebbene nel mondo il processo di democratizzazione abbia subìto
battute d’arresto, la gente comune continua a difendere i propri diritti contro
l’autoritarismo.
La
lotta in Iran, soprattutto delle donne, ne è un esempio.
Ma non
si tratta solo di vedere quante democrazie ci sono nel mondo, che certamente è
importante, ma anche la loro qualità.
In un libro di” Martin Conway” in uscita
proprio oggi, dal titolo “L'età della democrazia. L'Europa occidentale dopo il
1945” (raccontato sul Corriere della Sera), l’autore evidenzia che il modello
di democrazia emerso nell'Europa occidentale dopo il 1945 era figlio di
quell'epoca, e come tale non basta “aggiornarlo” per rappresentare
adeguatamente le società del 21esimo secolo: dovremmo forse interpretare ciò
che sta accadendo oggi e che accadrà nei prossimi anni non come la fine della
democrazia, “ma come la transizione da un modello democratico a un altro”.
Di
fronte all’incertezza, all’evoluzione delle tecnologie, alla crescente
polarizzazione e alle esigenze delle attuali società, è importante dunque
rifondare un dibattito sulla democrazia per evolvere verso una democrazia 2.0
in grado di rispondere alle nuove sfide.
L’Unione
europea si sta già mobilitando per difendere una democrazia di qualità.
Di fronte all’impennata di restrizioni alla
democrazia, allo spazio civico e allo Stato di diritto in tutta l’Ue degli
ultimi anni, “Civil society Europe”, importante rete europea di organizzazioni
della società civile, ha pubblicato un” Rapporto con sei raccomandazioni” per
un’Unione più democratica su temi che vanno dai diritti alla libertà di
movimento, ma anche a politiche sociali e di sicurezza, clima e
digitalizzazione (ne abbiamo già parlato).
Inoltre, fin dal 2020 la Commissione europea
ha adottato il Piano d’azione europeo per la democrazia 2020-2024 e
recentemente un gruppo di esperte ed esperti in Germania e Francia ha avanzato
una proposta di riforma dell'Ue, da attuare contestualmente all'allargamento a
nuovi Paesi (Ucraina e non solo), che propone regole più severe sullo Stato di diritto,
nuove procedure di voto al Consiglio europeo e un bilancio dell'Ue più ampio.
E
l’Italia?
La parola democrazia deriva dal greco, “demos”
e “crato”, e vuol dire che il comando è in mano al popolo. Abbiamo visto che,
se secondo l’Economist la nostra democrazia è molto valida su processo
elettorale e pluralismo, è su funzionamento del governo, partecipazione
politica, cultura politica e democratica e libertà civili che dobbiamo lavorare
per garantire questo effettivo comando del popolo italiano.
Nell’analisi
sullo stato di diritto del nostro Paese, l’Ue ha evidenziato alcune criticità,
tra cui che:
i tre
decreti su migrazione e condotta delle organizzazioni della società civile
introdotti tra ottobre 2022 e gennaio 2023 potrebbero avere, o hanno già,
ripercussioni negative sull'operato delle organizzazioni della società civile e
potrebbero limitare la libertà di associazione e la protezione dello spazio
della società civile;
sono
aumentati gli attacchi retorici contro le organizzazioni della società civile,
in particolare quelle umanitarie, che si occupano di questioni migratorie,
comprese campagne denigratorie contro il loro lavoro; destano preoccupazione
gli attacchi, le minacce e altre forme di intimidazione nei confronti dei
giornalisti (nei primi tre mesi del 2023 censiti 28 episodi intimidatori);
il
disegno di legge sull’abrogazione dell’abuso d'ufficio rischia di depenalizzare
importanti forme di corruzione e potrebbe influire sull'efficacia
dell'individuazione e del contrasto della corruzione.
I
valori democratici possono essere minati da possibili decisioni sbagliate
dall’alto, ma anche a causa di decisioni assenti o disinformate dal basso.
Per
contrastare il fenomeno delle urne vuote è necessario realizzare un forte
lavoro di educazione alla partecipazione politica, a partire dalle scuole, per
sensibilizzare sull’importanza del voto, contrastare la disaffezione dei
cittadini, incoraggiare ad approfondire i programmi elettorali e informarsi
attraverso dati concreti e attendibili.
Occorre
poi lavorare seriamente per ricostruire la fiducia dei cittadini nella politica
restituendogli credibilità, al fine di contrastare la rinuncia al voto generata
da una frustrazione generale verso il sistema politico e dalla convinzione che
il proprio voto non conti nulla o che in ogni caso andrà a una casta
privilegiata e corrotta.
Secondo
un recente rapporto di “Actionaid” sulla qualità della democrazia, che racconta
i modi in cui la società civile prende parte ai processi decisionali e politici
del Paese, bisogna ragionare sulla democrazia non come una sequenza di momenti
elettorali, ma piuttosto come processo continuo e dinamico;
dobbiamo
dunque riflettere sulla reale qualità del potere che i cittadini possono o meno
esercitare nell’esprimere le rappresentanze, per sfidarle e stimolarne il
potenziale.
Lavorare
dal basso per avere buone risposte dall’alto è importante, perché senza una
forte partecipazione popolare i leader politici difficilmente riusciranno a
compiere le scelte coraggiose necessarie per garantire un pieno rispetto dei
diritti e per realizzare una transizione giusta.
Per
questo, nei prossimi mesi, l’ASviS pubblicherà un documento proprio sul ruolo
chiave della partecipazione politica ed elettorale e sulla partecipazione
giovanile alla vita civile democratica.
C’è
infine il tema delle tecnologie.
In un’era in cui le cittadine e i cittadini
sono abituati a esprimere continuamente la loro opinione attraverso i social,
il modello democratico tradizionale rischia di risultare obsoleto e di far
sentire le persone non ascoltate.
Esistono
delle criticità per questa modalità, come il fatto che le decisioni degli
eletti vengono messe in discussione in rete con la possibilità di condizionare
i comportamenti alla ricerca di popolarità.
Sarebbe
importante approfondire e regolamentare gli strumenti innovativi di
partecipazione democratica digitale per rispondere alle nuove esigenze della
società, tutelandola al tempo stesso dal rischio di manipolazioni.
Con le
giuste modalità, e prestando attenzione a non esacerbare il divario digitale,
la tecnologia potrebbe rigenerare la democrazia.
Insomma,
sono tanti i nodi da affrontare per camminare verso una democrazia sempre più
piena, ma è da essa che dipenderanno il rispetto dei nostri diritti, le
libertà, la pace, le opportunità e anche quindi la qualità della vita.
Come
afferma Alessandro Magnoli Bocchi, autore del libro “Quale futuro per la
democrazia?” uscito a settembre in libreria.
Il
processo di evoluzione della democrazia – lungi dall’essere concluso – deve
poter continuare.
L’odierna
democrazia liberale ha impiegato millenni per emergere e affermarsi come forma
di governo cui aspirare, e richiede un continuo sforzo di promozione e
consolidamento.
Basandosi
sul consenso, richiede legittimità.
Specie
se diretta, esige elettori preparati e governanti competenti.
Per
decenni, ha garantito prosperità e libertà, ma oggi è fragile.
Va
rafforzata con scelte coraggiose.
Il momento è cruciale, ma è in tali momenti
che si determina il futuro. È ora di creare società migliori, funzionanti.
Israele
e Palestina: dal collasso
umanitario
a Gaza al piano Trump.
Ispionline.it
– (7 Ott 2025) – Anna Maria Bagaini – ci dice:
A due
anni dal 7 ottobre 2023, gli sviluppi nella Striscia di Gaza continuano a
costituire il fulcro nevralgico attorno al quale ruotano le principali
trasformazioni della regione mediorientale.
Le
operazioni israeliane nel cuore di Gaza, i progetti di annessione in
Cisgiordania, l’attacco mirato contro la leadership di Hamas a Doha e la
proposta di Donald Trump per porre fine al conflitto nella Striscia hanno
inaugurato una nuova fase di instabilità, destinata a ripercuotersi non solo
sugli equilibri interni di Israele, ma anche sulle già fragili dinamiche
politiche e di sicurezza palestinesi e regionali.
Tra
bombe e negoziati: il destino di Gaza.
I
bombardamenti aerei e le incursioni di terra, in particolare, nell’area di
Sheikh Radwan e a Gaza City – dove risiedono circa un milione di persone –,
hanno provocato nuove ondate di sfollati e un numero crescente di vittime
civili, aggravando una crisi umanitaria già al collasso.
Oggi circa 2,1 milioni di abitanti si trovano
ammassati in appena il 20% della superficie dell’enclave, mentre il restante
80% è sotto il controllo diretto delle Forze di difesa israeliane (Idf).
Con la
caduta di Gaza City, la situazione si aggraverebbe ulteriormente: quasi
l’intera popolazione verrebbe compressa in un’area ridotta al 10% del
territorio (poco più di 35 chilometri quadrati), uno spazio insufficiente a
garantire i bisogni vitali di base.
In
questo contesto, le condizioni di vita – già drammatiche – sarebbero destinate
a peggiorare.
Nelle
ultime settimane si stima che circa 400 persone siano morte di fame, per
effetto della malnutrizione, soprattutto infantile, che ha assunto un carattere
strutturale.
La distruzione sistematica di ospedali, scuole
e reti idriche da parte delle Idf ha reso impossibile garantire condizioni
minime di sopravvivenza.
A ciò
si aggiunge l’inefficacia del meccanismo di assistenza umanitaria promosso da
Israele e Usa attraverso la” Gaza Humanitarian Foundation”:
le
numerose restrizioni imposte e i continui ostacoli logistici rallentano, quando
non bloccano del tutto, l’ingresso degli aiuti, aggravando ulteriormente la
crisi.
Tutti
elementi che accentuano le accuse di genocidio rivolte a Tel Aviv, da ultimo da
parte della” Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori
palestinesi occupati del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”.
Secondo
le stime diffuse dal ministero della salute di Gaza – peraltro considerate
conservative –, dall’ottobre 2023 sarebbero stati uccisi oltre 66.000
palestinesi.
A
questa condizione di estrema vulnerabilità si aggiungono gli sviluppi recenti,
tra cui l’attacco israeliano contro la leadership politica di Hamas a Doha (9
settembre), lì riunita per discutere i termini di una possibile tregua con Tel
Aviv.
L’operazione
– condotta su iniziativa personale del premier “Benjamin Netanyahu” e in
disaccordo con Washington – mirava a decapitare definitivamente ciò che resta
dell’ufficio politico dell’organizzazione islamica.
Ciononostante,
i risultati si sarebbero rivelati limitati:
sei
persone sono rimaste uccise (tra cui il figlio del leader di Hamas Khalil
al-Hayya e un membro delle forze di sicurezza interne qatarine), ma nessuna
figura di vertice del movimento è stata colpita.
Al di là dei suoi esiti immediati, l’attacco
appare intempestivo e potenzialmente controproducente in quanto rischia di
incrinare ulteriormente il già fragile processo negoziale, acuendo le tensioni
con i mediatori arabi – Qatar ed Egitto – verso i quali Israele aveva
esercitato pressioni per indirizzare l’esito delle trattative in suo favore.
Inoltre,
la scelta israeliana colpisce indirettamente la credibilità statunitense, già
compromessa, ridimensionando l’immagine di Washington come “honest broker” nei
negoziati.
L’operazione
sembra quindi configurarsi più come una mossa calcolata volta a trasferire su
Hamas e i suoi interlocutori regionali l’onere di un eventuale fallimento delle
trattative che un reale tentativo di spezzare la catena di comando del
movimento islamista.
Tuttavia,
le forti pressioni e critiche internazionali emerse sin dai giorni successivi
all’attacco di Doha nei confronti dell’atteggiamento aggressivo di Israele e
della posizione ondivaga della Casa Bianca –e proseguite durante i lavori
dell’ottantesima “Assemblea generale delle Nazioni Unite” – hanno spinto
l’amministrazione Trump a rivalutare, anche solo in chiave tattica, l’ipotesi
di un rilancio diplomatico per sbloccare lo stallo intorno al conflitto.
Non a
caso, in occasione della visita di stato di “Benjamin Netanyahu” a Washington
(29 settembre), Trump ha presentato durante la conferenza stampa congiunta alla
Casa Bianca un piano in 20 punti per Gaza, ufficialmente accettato anche dal premier
israeliano.
L’intesa prevede una serie di misure volte a
porre fine al conflitto, garantire la sicurezza e avviare un percorso di
ricostruzione e governance transitoria.
Nello
specifico, il documento stabilisce che Gaza dovrà diventare una zona
smilitarizzata, libera da minacce terroristiche e, al tempo stesso, avviata a
un ampio programma di ricostruzione a beneficio della popolazione.
La
fine immediata delle ostilità è subordinata all’accettazione del piano da
entrambe le parti:
Israele
si ritirerebbe dalle posizioni occupate, sospendendo le operazioni militari, in
vista della liberazione degli ostaggi.
Entro
72 ore dall’adesione israeliana, tutti gli ostaggi – vivi o deceduti –
dovrebbero essere restituiti;
in
cambio, Israele rilascerebbe prigionieri palestinesi e restituirebbe i resti
dei combattenti (250 palestinesi condannati all’ergastolo e 1.700 abitanti di
Gaza detenuti senza processo dopo il 7 ottobre).
Il
piano prevede inoltre un’amnistia per i membri di Hamas che rinunciano alla
lotta armata, con possibilità di lasciare Gaza o reintegrarsi nella società
civile.
Contestualmente, affluirebbero aiuti umanitari
massicci, supervisionati da agenzie internazionali, e verrebbe garantita la
riapertura dei valichi. La governance della Striscia passerebbe temporaneamente
a un “comitato tecnico palestinese” sotto la supervisione di un nuovo organismo
internazionale, il “Board of Peace”, presieduto da Trump e con la
partecipazione di leader ed esperti internazionali (tra cui Tony Blair).
Questo
organismo avrebbe il compito di gestire i fondi e i programmi di sviluppo fino
a quando l’Autorità nazionale palestinese (Anp) non fosse pronta a riprendere
il controllo – benché il suo ruolo operativo resti, al momento, poco definito.
Sul
piano economico, il progetto mira a trasformare Gaza in un’area di sviluppo con
zone economiche speciali, investimenti internazionali e un piano di
ricostruzione ispirato ai modelli di città moderne e prospere del Medio
Oriente.
L’obiettivo è creare occupazione, opportunità
e prospettive per i gazawi.
La smilitarizzazione verrebbe garantita da un
programma internazionale di monitoraggio e disarmo, sostenuto anche da
incentivi economici.
Per la sicurezza interna, si istituirebbe una “Forza
internazionale di stabilizzazione” (Isf), con il compito di addestrare la
polizia palestinese, controllare i confini insieme a Israele ed Egitto e
impedire il traffico di armi.
Progressivamente, le aree occupate
dall’esercito israeliano verrebbero consegnate all’”Isf “fino al completo
ritiro delle truppe.
Se
Hamas rifiutasse il piano, gli interventi di aiuto e ricostruzione
proseguirebbero comunque nelle zone liberate dalle Idf e consegnate all’Isf.
Parallelamente,
verrebbero promossi il dialogo interreligioso e processi di riconciliazione
culturale per favorire la convivenza pacifica.
Infine, il piano individua nella futura
riforma dell’Anp e nella ricostruzione di Gaza i presupposti per aprire una
prospettiva politica credibile verso l’autodeterminazione e uno stato
palestinese, nel quadro di un dialogo diretto tra le parti mediato dagli Stati
Uniti.
La
proposta ha ottenuto fin da subito un sostegno significativo da parte del mondo
arabo-musulmano:
Qatar,
Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Pakistan e
Indonesia hanno annunciato il loro appoggio all’attuazione del piano promosso
da Trump.
Tuttavia,
le stesse parti hanno precisato, attraverso un comunicato congiunto, la volontà
esplicita di impedire qualsiasi forma di annessione da parte di Israele,
ricevendo su questo punto un impegno personale dal presidente statunitense.
Questa
posizione va letta anche nel contesto regionale sorto dopo il bombardamento
israeliano su Doha, episodio che ha incrinato ulteriormente la fiducia degli
attori regionali nei confronti di Israele e ha alimentato la percezione di una
copertura politica statunitense alle azioni di Tel Aviv.
La
diffidenza arabo-musulmana si è dunque tradotta in un sostegno “condizionato”
al piano:
un appoggio pragmatico alla ricostruzione e
alla stabilizzazione di Gaza, accompagnato dalla ferma richiesta che Washington
si impegni a frenare qualsiasi progetto di annessione in Cisgiordania.
In
questo quadro, l’adesione al piano Trump non appare come un pieno allineamento
al disegno statunitense, bensì come un tentativo di evitare la
marginalizzazione dal processo negoziale, esercitando al contempo pressione
sulla Casa Bianca affinché non si appiattisca sugli interessi strategici
israeliani.
Al
netto delle aperture israeliane assicurate da Trump, la proposta solleva ancora
diverse perplessità.
Si
tratta di un piano ambizioso, che cerca di integrare dimensioni militari,
politiche ed economiche, ma che poggia su presupposti difficilmente
realizzabili.
In
particolare, esso presuppone che Hamas accetti di smilitarizzarsi, consegnare
le armi e rinunciare a qualsiasi ruolo politico:
condizioni che, realisticamente, minano alla
radice l’identità stessa del movimento.
Inoltre,
l’ampio controllo internazionale e il protagonismo attribuito a Trump rischiano
di essere percepiti come una forma di commissariamento, poco digeribile per una
parte della società palestinese.
A ciò
si aggiunge un elemento contraddittorio:
mentre
il piano si presenta come uno strumento di pacificazione, Trump ha dichiarato
che, in caso di rifiuto da parte di Hamas, gli Stati Uniti garantiranno pieno
sostegno militare a Israele per proseguire le operazioni nella Striscia.
Un linguaggio che tradisce la logica
dell’aut-aut più che quella di una mediazione equilibrata.
Anche
in Israele il percorso non è privo di ostacoli:
Netanyahu
ha espresso sostegno al piano, ma il via libera del gabinetto di sicurezza non
è scontato e le divisioni interne potrebbero farlo naufragare, come già
accaduto a molte iniziative precedenti.
Sul piano internazionale, invece, non mancano
aperture:
diversi
paesi arabi e musulmani hanno accolto positivamente la proposta, a condizione
che essa non contempli annessioni in Cisgiordania.
In
definitiva, il piano Trump si presenta come un progetto strutturato e
ambizioso, ma la sua attuazione poggia su presupposti fragili e rischia di
rimanere bloccata dai consueti ostacoli e sabotaggi politico-diplomatici di
entrambe le parti.
Nonostante
ciò, a due anni dall’inizio del conflitto, la proposta Usa rappresenta forse
l’ultima occasione, pur imperfetta, per avviare un percorso di de-escalation
nell’area.
Il
primo ministro Netanyahu tra estremismo e proteste.
Alla
fine di luglio la coalizione di governo ha perso due dei suoi partiti (Agudat
Yisrael, una fazione di Giudaismo Unito della Torah, e Noam), ritrovandosi con
il controllo di soli 60 dei 120 seggi del parlamento israeliano e divenendo
così un esecutivo di minoranza.
Di
fatto, la posizione di Netanyahu non è messa in immediato pericolo, anche se
tali accadimenti rendono il governo ancora più vulnerabile e sotto molteplici
pressioni da parte degli alleati rimasti in coalizione.
Il primo ministro si ritrova con un margine di
manovra politico e diplomatico significativamente ridotto:
non solo il governo non è più in grado di
legiferare autonomamente senza il supporto di partiti esterni alla coalizione,
ma la sopravvivenza di Netanyahu stesso (tra proteste, isolamento diplomatico e
un processo per corruzione) è sempre di più legata a doppio filo alla volontà
dei partiti haredi e dei partiti di estrema destra, che detengono
rispettivamente 18 e 14 seggi in parlamento.
Si
consolida così una dinamica già evidente:
il premier porta avanti specifiche politiche
con l’obiettivo primario di garantire la propria permanenza al potere.
Se
durante la prima parte dell’estate Netanyahu ha concentrato la maggior parte
degli sforzi per soddisfare le richieste dei “partiti haredi”, trovando una
temporanea soluzione alla spinosa questione della leva militare per i giovani
studenti religiosi, nella seconda metà ha invece posto tutte le sue attenzioni
verso i ministri” Itamar” Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, nel tentativo di
appagare le loro rivendicazioni in materia di
gestione della guerra a Gaza e ampliamento degli insediamenti in
Cisgiordania.
In
quest’ottica si inseriscono una serie di iniziative politiche avviate il 23
luglio presso la Knesset e culminate con l’approvazione di una mozione per l’annessione
della Cisgiordania.
La risoluzione, approvata con 71 voti a favore
e 13 contrari, dichiarava la Cisgiordania come “una parte inseparabile della
Terra d’Israele”, affermando il “diritto naturale, storico e legale” di Israele
su tutti i territori della Terra d’Israele e invitando il governo ad “applicare
la sovranità, la legge, il giudizio e l’amministrazione israeliani a tutte le
aree di insediamento ebraico di ogni tipo in Giudea, Samaria e nella Valle del
Giordano”.
L’8 agosto, invece, il gabinetto di sicurezza
ha approvato la proposta di prendere il controllo militare della città di Gaza
e il 1° settembre è stata discussa la potenziale annessione di parti della
Cisgiordania. Successivamente, Netanyahu ha annunciato l’11 settembre, lo
sviluppo dell’area E1, un progetto volto a rafforzare la presa di Israele sulla
Cisgiordania separandola da Gerusalemme Est, con la costruzione di 3.412 unità
abitative per un costo stimato di circa 1 miliardo di euro. Infine, il 16 settembre
il governo ha ufficialmente concesso il via libera all’incursione di terra
nella città di Gaza.
Secondo fonti militari rimaste anonime, con
tale operazione sono state create le condizioni per occupare la città.
Il
capo di stato maggiore delle Idf, “Eyal Zamir”, ha tuttavia messo in guardia
l’esecutivo dai rischi dell’operazione su Gaza, esprimendo la sua opposizione a
riguardo e ha ripetutamente esortato il gabinetto di sicurezza a concordare un
cessate il fuoco con Hamas e un accordo di rilascio degli ostaggi.
La
maggior parte degli israeliani si oppone a questo disegno portato avanti dal
primo ministro e dai suoi alleati di estrema destra, sostenendo invece la linea
suggerita dagli alti ufficiali dell’esercito il perseguimento di un accordo che
possa portare al rilascio degli ostaggi e alla fine della guerra.
In
risposta alle iniziative dell’esecutivo, l’”Hostages and Missing Families Forum”,
in collaborazione con altri gruppi di protesta presenti nella società
israeliana, ha intensificato le azioni di protesta organizzando eventi come la
giornata di manifestazioni “Israel stands for hostages” (26 agosto) e
molteplici scioperi su scala nazionale che hanno coinvolto centinaia di
migliaia di persone.
Già
prima del 7 ottobre 2023 Israele era stato teatro di imponenti proteste nei
confronti della riforma della giustizia voluta da Netanyahu.
Dopo
quei fatti tragici, le manifestazioni non si sono fermate ma hanno continuato a
crescere chiedendo apertamente al governo un impegno per la liberazione di
tutti gli ostaggi in mano ad Hamas.
Ciononostante,
le proteste hanno conservato un focus anti-governativo, tanto da divenire un
canale permanente di opposizione contro l’operato dell’esecutivo e raccogliendo
consensi trasversali.
Fatti,
questi, che spiegano molto bene il divario crescente tra governo e società
civile, che è destinato ad ampliarsi in modo sempre più evidente. Non a caso,
un sondaggio del “Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research”
presso l’”Israel Democracy Institute” di fine agosto 2025 mostra chiaramente
come due terzi dell’opinione pubblica sostiene un accordo che preveda il
rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della cessazione delle ostilità e del
ritiro delle Idf da tutta la Striscia di Gaza.
Inoltre,
la maggioranza degli ebrei e degli arabi israeliani si oppone fermamente alla
riapertura o creazione di insediamenti a Gaza.
Un
ulteriore calo del sostegno pubblico alla continuazione della guerra è stato
incentivato dal piano avanzato dal presidente Trump per porre fine a quella che
ormai viene percepita da un’ampia parte degli israeliani come un’infinita
guerra imposta dal primo ministro a discapito dei 48 ostaggi e di Israele
stesso.
Alle soglie di una nuova campagna elettorale,
con le prossime elezioni previste per ottobre 2026, bisognerà quindi capire se
Netanyahu che finora si è pubblicamente opposto alla fine della guerra per
salvaguardare la stabilità del suo governo, accetterà di ritirare le forze
dell’Idf da Gaza (come previsto dal piano Trump), giocandosi la fiducia dei
suoi partner di coalizione di estrema destra.
Infatti,
se l’iniziativa americana si realizzasse, vanificherebbe le politiche portate
avanti dal governo fino ad ora per il reinsediamento di Gaza e l’annessione
della Cisgiordania, sancendo la fine del sogno della destra dei coloni nel
prossimo futuro.
Lo scioglimento della coalizione diventerebbe
così un’opzione realistica, poiché Itamar “Ben Gvir” e “Bezalel Smotrich” non
sarebbero in grado di giustificare la loro presenza al governo.
Traballano
le alleanze e aumenta l’isolamento diplomatico.
Da una
prospettiva di politica estera, Israele si ritrova sempre più isolato, con la
questione palestinese ormai al centro del dibattito internazionale.
La
seconda settimana di settembre è stata infatti una delle peggiori per la
diplomazia israeliana nella storia recente:
apertasi
con l’attacco contro i leader di Hamas a Doha che ha suscitato rimproveri da
parte del presidente Trump;
continuata
con la dichiarazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a supporto
del Qatar;
e
conclusasi con l’approvazione della “Dichiarazione di New York”, il piano
franco-saudita per la creazione di uno stato palestinese, da parte
dell’Assemblea generale dell’Onu.
Il
raid contro il team negoziale di Hamas, guidato da “Khalil al-Hayya” e
impegnato a Doha nella discussione della proposta di cessate il fuoco
statunitense, ha rappresentato un salto di qualità nell’escalation in corso,
comportando conseguenze importanti nel breve e nel lungo periodo:
un’ulteriore
compromissione dei negoziati per la liberazione degli ostaggi, la messa alla
prova del sostegno della Casa Bianca e l’indebolimento degli accordi di Abramo.
Considerata
la tempistica dell’iniziativa, che avviene appunto nel pieno dell’attività
negoziale con Hamas, ci si interroga su quale potesse essere lo scopo di questa
azione.
Emergono
due ipotesi principali:
il sabotaggio del piano Trump per porre fine
alla guerra di Gaza e la necessità del primo ministro Benjamin Netanyahu di
prendere le distanze dall’indagine in corso sui presunti legami dei suoi
collaboratori con il “Qatar” nel dossier “Qatar Gate”.
Senza
dubbio, il raid israeliano ha creato non poche irritazioni alla Casa Bianca e
al presidente Trump in particolare, confermando ancora una volta la fragilità
dell’intesa personale con Netanyahu.
Infatti,
a differenza delle operazioni di giugno contro l’Iran, questa volta nel mirino
israeliano non c’è un nemico, ma un fondamentale alleato americano nella
regione;
per questo motivo Washington ha cercato di
limitare immediatamente i danni contattando i leader del Qatar, mettendo
pubblicamente in dubbio la legittimità dell’operazione israeliana e ribadendo
l’importanza delle relazioni tra gli Stati Uniti e Doha.
Resta
il fatto che, dalla visita del presidente Trump in Qatar a maggio, il paese è
stato bersaglio di due attacchi militari, conseguenza della postura degli Stati
Uniti nella regione:
a
giugno, i missili iraniani, a settembre gli aerei israeliani.
Il
risultato è che il recente attacco, non solo ha intaccato la relazione tra Tel
Aviv e Washington, ma ha anche indebolito il rapporto tra Stati Uniti e il
Qatar rischiando, per effetto domino, di mettere a repentaglio il coordinamento
americano con gli altri partner del Golfo e, in ultima analisi, la tenuta degli
ormai fragili Accordi di Abramo (che hanno compiuto a settembre cinque anni).
Le
ripercussioni di questi eventi sulle relazioni diplomatiche di Israele si
inseriscono in un quadro già molto compromesso e difficoltoso.
Da qualche mese, con l’aggravarsi della crisi
umanitaria a Gaza, molti paesi dell’Unione europea hanno chiesto alle
istituzioni comunitarie un cambio di
rotta concreto nei rapporti con Israele;
il 17 settembre, all’indomani dell’inizio
della nuova operazione di terra a Gaza, “Kaja Kallas”, “Alto rappresentante
dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, ha presentato
una serie di misure che andranno a modificare i legami commerciali con Israele
e a sanzionare alti funzionari israeliani, segnando un importante cambiamento
nell’approccio dell’Unione nei confronti della nazione mediorientale.
Le
misure previste (che devono ancora essere approvate dai paesi membri) mirano a
imporre dazi su circa 5,8 miliardi di euro di merci che Israele importa
dall’UE.
In
questo scenario, il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per
approvare la “Dichiarazione di New York” sulla soluzione dei due stati è
piuttosto significativo.
Non
tanto per il suo impatto immediato sul processo di pace, quanto per gli impatti
politici:
osservando
il conteggio dei voti (e delle astensioni) si evidenzia il crescente isolamento
di Israele.
Infatti, il calo del numero di astensioni è
una tendenza preoccupante per Tel Aviv, poiché l’astensione formale dalle
votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è generalmente
riconosciuta come un sostegno passivo a Israele.
Questo trend è particolarmente rilevante tra i paesi
occidentali, in particolare nell’Unione europea, tra i quali solo Repubblica
Ceca e Moldavia astenute, mentre l’Ungheria si è opposta.
Con
l’accentuarsi del suo isolamento internazionale, Israele assomiglia sempre più
a un giocatore di scacchi che ha perso tutti i suoi pezzi, tranne la regina (in
questo caso gli Stati Uniti).
È in
questo scenario che Netanyahu si è ritrovato ad accettare pubblicamente il
piano di Trump per la cessazione del conflitto in corso a Gaza;
anche
se questo include disposizioni che il primo ministro ha sempre rifiutato, come
per esempio l’avviamento di un percorso credibile per l’autodeterminazione e la
sovranità palestinese.
Per la prima volta da quando è tornato alla
Casa Bianca, Trump sta usando tutto il suo peso per porre fine alla guerra
nella Striscia e, in futuro, mediare accordi di normalizzazione tra Israele e
le monarchie arabe del Golfo che non hanno firmato gli Accordi di Abramo.
Netanyahu
infatti sembra sia stato costretto a scusarsi con la controparte qatariota
(Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani) per l’attacco di Doha, durante
una chiamata telefonica effettuata dalla Casa Bianca.
Questo gesto ha chiarito come, in realtà, i
venti punti di Trump siano il frutto di considerazioni geopolitiche più ampie,
che rispondono alle pressioni a cui lo stesso presidente degli Stati Uniti è
sottoposto da parte degli alleati arabi nella regione.
Al
contempo, Netanyahu si trova ad affrontare la sfida di vendere il piano ai suoi
partner di estrema destra, gestendo contemporaneamente le aspettative della
Casa Bianca, che ha ormai puntato la sua reputazione sul successo del piano.
La realtà è che per Israele, che si trova ad
affrontare un peggioramento della propria economia, il bandolo della matassa
rimane la questione palestinese e vi è solo un modo per districarsi da queste
tendenze negative:
raggiungere
un accordo con Hamas per salvare gli ostaggi, porre fine al conflitto a Gaza e
investire sulle alleanze con americani e partner regionali per realizzare la
soluzione dei due stati.
L’accordo proposto da Trump riconferma questa semplice
verità.
Strategie
di annessione in Cisgiordania e crisi della governance palestinese.
Il
piano Trump per Gaza non va inteso nella sua dimensione isolata o meramente
infrastrutturale, bensì come parte di un quadro politico più ampio.
Le vicende della Striscia, così come il
progetto statunitense di porre fine al conflitto, sono infatti strettamente
intrecciate con ciò che accade – e soprattutto con ciò che potrebbe accadere
nelle prossime settimane – in Cisgiordania.
In
gioco non vi è soltanto il futuro immediato di Gaza, ma anche la possibilità
che Israele utilizzi l’attuale contesto per ridisegnare in maniera permanente
l’assetto politico e demografico dei territori palestinesi, attraverso
annessioni sia nella Striscia sia in Cisgiordania.
Una
prospettiva di questo tipo ridurrebbe al minimo le possibilità di statualità
palestinese, alimentando nuove tensioni e rendendo ancora più fragile
l’equilibrio regionale.
Da ben
prima dell’ottobre 2023, la Cisgiordania è diventato teatro di una nuova
escalation di violenze guidate dai coloni israeliani – oltre 700.000 persone,
pari al 10% della popolazione israeliana, che vive in 150 insediamenti illegali
e 128 avamposti sparsi tra Gerusalemme Est e il resto del territorio occupato.
La
loro presenza non si limita all’edificazione di nuove comunità, ma si traduce
in azioni violente (incendi dolosi di abitazioni, assalti armati, distruzione
di campi coltivati, sabotaggi alle reti idriche e alle infrastrutture
scolastiche) dirette contro i villaggi arabi, beduini e cristiani.
Non si
tratta di episodi isolati, bensì di un fenomeno sistematico che ha prodotto
sfollamenti forzati, spopolamento di interi villaggi rurali e un clima di
terrore quotidiano, volto a rendere sempre più difficile, se non impossibile,
la permanenza dei palestinesi nelle loro terre.
Questa
spirale di violenza non è il frutto di una deriva incontrollata, ma si
inserisce in una strategia più ampia del governo israeliano che non solo
tollera l’attivismo dei coloni, ma in alcuni casi lo incoraggia e lo legittima.
L’obiettivo è spingere i palestinesi ad
abbandonare porzioni sempre più estese della Cisgiordania, aprendo la strada
all’espansione degli insediamenti.
Negli ultimi anni questa politica si è
strutturata in forme sempre più organiche, proiettandosi verso l’annessione de
facto di circa l’82% del territorio, lasciando all’”Autorità nazionale
palestinese” (Anp) enclave sparse, frammentate e prive di continuità
geografica, dunque, incapaci di sostenere una reale autonomia politica ed
economica.
Il nodo simbolico e strategico di questo processo è
l’area di E1, tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim.
La
costruzione di migliaia di nuove unità abitative in questa zona creerebbe un
continuum urbano israeliano capace di inglobare Gerusalemme e, al tempo stesso,
di tagliare in due la Cisgiordania.
L’effetto
sarebbe quello di spezzare definitivamente la possibilità di costituire uno
stato palestinese territorialmente coeso.
Non a caso, E1 è considerata la linea rossa
della politica di insediamenti israeliana, poiché la sua piena realizzazione
comprometterebbe quasi irreversibilmente qualsiasi prospettiva di una soluzione
a due Stati.
In
questa prospettiva, la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti
non rappresentano dinamiche distinte ma due componenti di una medesima
strategia.
La
prima mina la coesione sociale e spinge allo spopolamento delle comunità
palestinesi;
la seconda interviene successivamente,
consolidando sul piano amministrativo e infrastrutturale il controllo
israeliano delle aree svuotate.
Insieme, queste pratiche ridisegnano la mappa della
Cisgiordania, sostituendo la continuità territoriale palestinese con una
progressiva e funzionale continuità israeliana.
Gli
impatti di tali azioni non sono però soltanto di carattere geografico. Il
processo di colonizzazione e annessione alimenta tra i palestinesi un profondo
senso di oppressione e marginalizzazione, che rischia di tradursi in nuove
ondate di radicalizzazione.
In tal
senso, l’attentato a Gerusalemme dell’8 settembre 2025 – una sparatoria a una
stazione dei bus della città che ha causato sei vittime – rappresenta un
episodio emblematico.
L’evento non è un fattore di novità e/o
esclusività, ma testimonia il fatto che il mix di pressione militare e
espansione coloniale promosso in questi anni dai governi di Tel Aviv
contribuisce ad alimentare il senso di insicurezza e minaccia nella popolazione
israeliana, riattivando dinamiche di terrore che potrebbero porgere il fianco a
nuove fasi di escalation.
Tali
vulnerabilità hanno conseguenze politiche dirette sulla governance palestinese,
già profondamente fragile.
L’Anp si trova da tempo in una delicata
posizione di debolezza:
da un lato collabora con Israele in materia di
sicurezza, il che la espone a critiche interne di collusione;
dall’altro,
le restrizioni territoriali e le demolizioni ne erodono l’autorità
amministrativa, alimentando una percezione di impotenza e inefficacia,
aggravando il senso di frustrazione popolare nei suoi confronti.
Da parte sua Hamas, pur godendo di un consenso
latente tra alcuni settori della popolazione che vedono in esso l’unico attore
disposto a opporsi frontalmente a Israele, in Cisgiordania non riesce a
tradurre questo sostegno in capacità di governo effettivo.
La sua
presenza resta marginale e costantemente sotto attacco, più simbolica che
istituzionale.
Il
risultato è un dualismo sterile che screditata e paralizza entrambi,
alimentando quel vuoto di governance in cui si innestano e proliferano gruppi
armati locali, reti clientelari ed economie informali, che riflettono la
crescente frammentazione politica e territoriale.
Si tratta di un quadro che non solo
indebolisce la prospettiva di una soluzione, ma che rischia di rendere
strutturale la disarticolazione della stessa società palestinese.
È pur
vero che lo sviluppo recente legato al piano Trump per Gaza, sostenuto in modo
significativo dalla diplomazia arabo-musulmana, potrebbe trasformarsi in una
qualche opportunità anche per l’Anp, che potrebbe sfruttare la congiuntura per
indebolire Hamas e riaffermare la propria centralità nelle dinamiche politiche
palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania.
L’”Autorità
nazionale palestinese” ha infatti ribadito il suo impegno a collaborare con gli
Stati Uniti e con i partner regionali per raggiungere un accordo complessivo
che apra la strada a una pace giusta, fondata sulla soluzione dei due stati.
Tuttavia,
permangono forti critiche da parte della stessa governance palestinese.
Da un
lato, si sottolinea l’ambiguità israeliana, che in due anni non ha mai
realmente sottoscritto alcuna proposta di pace;
dall’altro,
si denuncia il fatto che l’Anp sia stata sostanzialmente bypassata nel
negoziato promosso da Washington e dalle principali capitali arabe.
Questo
approccio finisce per erodere ulteriormente la legittimità dell’Anp come unico
rappresentante del popolo palestinese, accentuandone la marginalità e
alimentando il rischio di un ulteriore logoramento della sua autorità politica.
Amnesty
International:
«I
diritti nel mondo sono sotto attacco».
Lespresso.it
– (14 aprile 2023) – Daniele Mastrogiacomo – ci dice:
Per “Riccardo
Noury” è a rischio soprattutto la libertà di manifestare. Dall’Iran a Israele,
dal Sud America al Nord Africa, le proteste vengono represse nel sangue.
«I
diritti nel mondo sono sotto attacco», ci dice Riccardo Noury, portavoce
italiano di “Amnesty International” di cui fa parte dal 1980. Un osservatore
attento e puntuale su una tendenza che mette a rischio i valori fondamentali
della democrazia.
Il rapporto appena pubblicato sul biennio
2022-2023 lo conferma.
In che modo vengono attaccati?
«Quest’anno
ricorrono i 75 anni della dichiarazione dei Diritti umani. Sono passati quasi
inosservati. Il principale era il diritto alla protesta. Nel 2022 ce ne sono
state in 87 Paesi.
All’inizio
pacifiche, sono poi scivolate nella violenza.
E in quasi tutte è stata usata una forza
eccessiva per reprimerle.
Questo
si traduce nel restringere sempre più ampi spazi di libertà.
Si
sopprimono perché producono richieste di cambiamenti.
Guardiamo cosa è successo in Israele e cosa
sta accadendo in questi giorni in Francia. È preoccupante».
Debolezza dei governi o rinuncia al confronto?
«Negli
ultimi 15 anni ci sono stati due momenti chiave per capire l’attuale crisi.
Nel
2010 con l’avvio delle “occupy”, le primavere arabe, le tendopoli allestite in
tutto il mondo.
Avevano
le stesse parole d’ordine:
libertà,
fine della corruzione, soprattutto riconquista della dignità. Quindi, il gelo.
Fino
al 2018 le persone erano convinte di potersi esprimere con un click o un like.
Nel 2019 scatta la scintilla di cui non
conosciamo l’origine.
Il mondo intero, di colpo, ha capito che per
ottenere delle conquiste bisognava impegnarsi.
Con la
testa e con il cuore.
Milioni
di persone sono scese in piazza chiedendo libertà e cambiamenti. Pensiamo a
Hong Kong, al Cile, alla Colombia».
La
crisi del voto, si è persa fiducia nella democrazia?
«È
entrata in crisi la rappresentazione più che la democrazia.
Si è
parlato poco dell’Algeria.
È nato
un movimento, l’”Hira”k, che è riuscito a dare una spallata a una parvenza di
potere gestita da una persona espressione dei militari.
Un
movimento imponente che ha trascinato mezzo Paese per le strade. Lo Stato ha
reagito con una repressione feroce».
Per
paura?
«Per
paura del cambiamento.
Le
persone hanno capito che dovevano mobilitarsi perché nei Palazzi non trovavano
una sponda.
L’Iran è esemplare.
Ha
vissuto e vive una rivolta nuova.
Non
sono più le donne che si ribellano a 44 anni di discriminazione.
La novità sono gli uomini che le affiancano
nelle proteste.
Questo
terrorizza il potere.
Le
autorità hanno rinunciato alla mediazione.
Sparano
sulle folle per fare più male possibile.
Non
c’è dialogo, confronto. Si uccide.
Con
tattiche che abbiamo visto adottare sempre più spesso dal 2019: proiettili di
gomma all’altezza degli occhi per gli uomini e agli organi genitali per le
donne, fino alle granate usate in Iraq».
Stessa
tendenza con la criminalità?
Il
Salvador sembra diventato una prigione.
«Per
combattere la violenza diffusa assistiamo alla normalizzazione dello stato di
emergenza.
Quando
verrà abrogato, i codici ordinari saranno così intrisi di norme illiberali che
nessuno ci farà più caso.
Il
caso” Bukele”, presidente del Salvador, ha tutte le premesse per diventare il
vero emblema del 2022.
L’1,5 per cento della popolazione è in
carcere, 132 detenuti sono morti sotto tortura. Meno diritti e più sicurezza».
Ma
Bukele ha enorme consenso.
«Deve
però tenere in carcere per tutta la vita chi arresta perché quando esce è più
infuriato di prima;
crea
delle zone franche e altre totalmente impoverite.
Molte delle persone finite dentro, magari solo
per un tatuaggio al polso, erano quelle che davano da mangiare alle famiglie
che ora si trovano senza più sostegno».
Pugno
duro anche con i migranti.
Frustati
o deportati, bruciati nei centri, morti in mare…
«L’approccio
è diverso. È più sottile.
Dopo i
muri si usano i Paesi di partenza come dighe umane».
Accade
con il Messico.
«Non
dimentichiamoci che questa pratica è iniziata con l’Australia.
Per fronteggiare l’ondata migratoria si sono
pagate la Papua Nuova Guinea e l’isola di Nauru.
In Europa si è applicata con la Turchia nel
2016 e l’Italia con la Libia nel 2017.
Stessa
cosa accade nelle Americhe.
È il
gioco delle palline da ping pong. Da Nord a Sud.
Tra
Usa e Canada è stato aggiunto un protocollo su un accordo vecchio di 15 anni.
Accolto
soltanto chi arriva da un Paese sicuro.
E il Canada considera tale solo gli Usa.
Tutti
gli altri trovano un muro e vengono spediti indietro.
Dagli
Usa tornano in Messico che a sua volta li respinge fino ai Paesi del Triangolo
della morte e poi ancora in Venezuela o ad Haiti.
La strategia è chiara: respingere e logorare.
Lo vediamo nei Balcani».
Ma
l’emergenza resta. Perché è un fenomeno epocale.
«Non
c’è nulla di nuovo in questa strategia.
Spostare
progressivamente le frontiere meridionali e orientali nei Paesi di partenza è
una vecchia tesi.
Oggi è
applicata in modo più spregiudicato.
L’Italia
coopera con gruppi di persone che gestiscono pezzetti di territorio in Libia.
È gente che a più riprese è stata denunciata
per crimini contro l’umanità e che è sotto indagine da parte della “Corte
penale internazionale”.
Collaboriamo
con dei criminali per frenare il flusso migratorio. Lo dice l’Onu, non
Amnesty».
A quale prezzo?
«A
qualsiasi prezzo.
Aiutare
un Paese come la Tunisia perché rischia il default in cambio di un blocco delle
partenze fa parte della cooperazione.
Può sembrare un accordo cinico ma ci può
stare.
L’errore
è non rimuovere le cause che spingono le persone a fuggire: l’odio razzista
instillato da chi governa nei confronti delle popolazioni subsahariane.
Se non
affronti questa verità non risolvi il problema.
Non
fai altro che dare soldi a un sistema che alimenta ciò per cui stai
finanziando».
Società
civile europea sotto attacco:
preoccupano
le strategie per delegittimarla.
Asvis.it
- Milos Skakal – (giovedì 11 settembre 2025) – ci dice:
Il “Civic
space report” evidenzia come in diversi Paesi membri stiano aumentando leggi
restrittive che ostacolano solidarietà, libertà di espressione e diritto di
manifestare, soprattutto per la Palestina e la giustizia climatica. (10/9/25).
Società
civile europea sotto attacco: preoccupano le strategie per delegittimarla.
La
società civile europea è nel mirino di una campagna di odio e delegittimazione
che ha l’obiettivo di restringere gli spazi democratici di espressione e di
organizzazione politica.
E
l’attacco è portato avanti soprattutto da movimenti e partiti di estrema
destra, che in molti Paesi sono al potere o hanno comunque guadagnato forte
consenso negli ultimi anni.
La
principale strategia dell’estremismo di destra, sia istituzionale che non, e’
di promuovere una visione dicotomica della società, che sarebbe divisa in una
presunta battaglia tra gli europei “nativi” e gli “stranieri”.
Questo
è il messaggio principale contenuto nel documento “Civic space report 2025”,
pubblicato recentemente dall’”European civic forum”, una rete paneuropea di
circa 100 associazioni e Ong.
Il rapporto disegna una panoramica dello
spazio civico in 17 Paesi europei, tra cui l’Italia, sia con un’analisi
d’insieme che con degli approfondimenti sul campo per ogni Paese.
Quello
che emerge è “una strategia deliberata per delegittimare la società civile
europea” durante lo scorso anno.
A
preoccupare maggiormente gli autori del documento sono le strategie mirate a
squalificare e screditare le azioni delle “organizzazioni della società civile”
attraverso campagne diffamatorie e legislazioni restrittive. In particolare
viene sottolineato come le battaglie per l’uguaglianza di genere, per la
giustizia climatica e contro il razzismo vengano etichettate come parte di una
presunta “agenda woke” solo per il fatto di rivendicare diritti universali.
Inoltre
si fanno sempre più forti le restrizioni del diritto alla protesta, che si
stanno accentuando in tutto il continente, soprattutto rispetto ai movimenti
ecologisti o di sostegno alla causa palestinese.
In
Europa il consenso per la democrazia è in caduta libera.
Solo
il 36% dei rispondenti al sondaggio di “European movement international” vede
positivamente la forma di governo democratica, mentre cresce il sentimento
nazionalista, anche se si afferma l’idea di un esercito comune.(22/8/25).
Si
restringe lo spazio per il diritto alla protesta.
Gli
organi legislativi di numerosi Paesi europei stanno “rispecchiando modelli
autoritari”.
In
altre parole, in Europa i Parlamenti nazionali stanno varando delle leggi che
rendono sempre più difficile, se non chiaramente illegale, esercitare il
diritto di riunirsi pacificamente.
Uno degli esempi principali riportati dal
documento riguarda il caso italiano, con il cosiddetto “Decreto legge
“Sicurezza” (ex-Ddl 1660) nato su iniziativa del “ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi”.
In particolare il provvedimento ha introdotto
nel codice penale 20 nuovi reati connessi con il diritto a manifestare e ha
aggravato le pene per altri già esistenti.
Ma vengono riportati nel Rapporto anche altri esempi,
come quello del Belgio, dove l’accordo di governo del nuovo esecutivo prevede
di reintrodurre delle forme di divieto a lungo termine del diritto alla
protesta.
Un
altro esempio è quello della Francia dove, durante le Olimpiadi, si è
verificata una forte ondata di arresti:
decine
di attivisti sono state fermate grazie alla normativa di sicurezza introdotta
in occasione della competizione internazionale.
Un
esempio è quello del collettivo “Les Hijabeuses” che ha protestato per il
diritto delle calciatrici di religione musulmana a portare il velo durante le
partite (in Francia è vietato):
le attiviste sono state perquisite, arrestate
e obbligate a togliersi il velo nei locali dove erano custodite.
Vietato
manifestare solidarietà per la Palestina.
Secondo
quanto sentenziato dalla “Corte internazionale di giustizia”, la distruzione
portata avanti dallo Stato di Israele contro la popolazione di Gaza a seguito
degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 è plausibilmente un genocidio.
Eppure,
come viene riportato dal documento, le manifestazioni in solidarietà con la
Palestina vengono sistematicamente represse in molti Stati europei.
Il
caso più eclatante è quello tedesco, anche se forti restrizioni al diritto a
manifestare per la Palestina sono state riscontrate anche in Francia, Italia,
Danimarca, Romania e Grecia.
In
particolare a Berlino la polizia ha vietato i cori in arabo, ha imposto
restrizioni di movimento durante le manifestazioni e ha consegnato “fogli di
via” ai dimostranti per evitare che tornino in piazza.
In
Germania è stato inoltre riscontrato un ripetuto e disproporzionato uso della
forza da parte della polizia contro i manifestanti, anche minorenni.
Il
Rapporto sottolinea che in diversi Paesi, per silenziare i movimenti in
solidarietà con la Palestina, critiche all’operato dello Stato di Israele e del
suo governo vengano spesso tacciate di antisemitismo o “apologia del
terrorismo”, con l’intento di impedire la denuncia del massacro in corso a
Gaza.
La
solidarietà considerata un crimine.
A
essere criminalizzato non è solo il diritto alla protesta, osserva il
documento, ma anche le manifestazioni di solidarietà e di aiuto alle persone
migranti.
Le Ong
e gli attivisti che prestano ausilio nelle rotte migratorie a persone e
famiglia in difficoltà, e senza aiuto da parte degli Stati, sono sempre più
spesso raggiunte da provvedimenti penali contro di loro, oppure le azioni
vengono ostacolate da pesanti procedure amministrative e burocratiche, quando
si tratta di organizzazioni.
Circa
142 attivisti per i diritti umani sono stati denunciati nel 2024 per le loro
attività di soccorso, mentre oltre 120mila respingimenti alle frontiere sono
stati operati dalle autorità pubbliche.
Il
lavoro degli attivisti non è solo criminalizzato e represso, ma anche
demonizzato e stigmatizzato per via delle accuse che vengono attribuite ai
solidali, quali per esempio quella di traffico di esseri umani.
Sul
tema si è anche espresso il “Consiglio d’Europa”, che ha richiamato tutti gli
Stati membri a interrompere la repressione nei confronti degli attivisti per i
diritti umani che si occupano di persone rifugiate, migranti e richiedenti
asilo.
Europa,
il diritto all’aborto
sotto
attacco: allarmanti
segnali
di arretramento.
Pagineesteri.it
- Redazione – (6 Nov. 2025) - Europa, In evidenza – ci dice:
In
Europa, il “diritto all’aborto” torna a essere messo in discussione. “Amnesty
International” lancia un nuovo allarme:
in diversi Paesi del continente si stanno
moltiplicando le iniziative politiche, legislative e culturali che mirano a
limitare o rendere più difficile l’accesso all’interruzione volontaria di
gravidanza.
Tentativi
che, secondo l’organizzazione, rappresentano «passi indietro allarmanti» su un
diritto fondamentale conquistato con decenni di lotte.
Il “rapporto
di Amnesty” denuncia come in alcuni Stati europei si stiano introducendo
restrizioni dirette o indirette, talvolta con il pretesto di “riforme morali” o
“tutele della vita”, ma che di fatto riducono la libertà di scelta delle donne
e di tutte le persone che possono affrontare una gravidanza.
Le misure vanno dal prolungamento dei tempi d’attesa
obbligatori all’imposizione di consulenze obbligatorie, fino alla diffusione di
campagne dissuasive che mirano a colpevolizzare chi sceglie di interrompere la
gravidanza.
Queste
dinamiche, spiega “Amnesty”, rischiano di alimentare un clima di intimidazione
e discriminazione.
L’accesso all’aborto, pur restando formalmente
garantito nella maggior parte dei Paesi europei, è in molti casi ostacolato da
barriere legali, pratiche o culturali.
In
alcuni territori, soprattutto nelle aree rurali o meno servite, l’obiezione di
coscienza è così diffusa da rendere l’aborto quasi impossibile, costringendo
molte persone a viaggiare centinaia di chilometri o a rivolgersi a strutture
private.
L’organizzazione
evidenzia inoltre come i governi e le istituzioni europee non stiano reagendo
con la necessaria fermezza a queste tendenze. Amnesty sottolinea che il diritto
all’aborto sicuro e legale è parte integrante del diritto alla salute e
all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale dei diritti
umani.
Negarlo o renderlo inaccessibile significa
mettere a rischio la vita, la salute e la dignità delle persone.
«L’aborto
è un diritto umano», ribadisce Amnesty, e come tale deve essere tutelato e
garantito in modo concreto, non solo formale.
L’organizzazione ricorda che, ogni volta che un
governo limita l’accesso all’interruzione di gravidanza, le conseguenze
colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili:
chi vive in povertà, chi appartiene a
minoranze, chi non può permettersi di spostarsi o di pagare servizi privati.
In
queste condizioni, la libertà di scelta diventa un privilegio per pochi e non
un diritto universale.
Amnesty
invita gli Stati europei ad abbandonare politiche punitive e paternaliste e ad
adottare misure positive che assicurino un accesso effettivo e non
discriminatorio all’aborto.
Ciò significa garantire un numero sufficiente
di strutture sanitarie, formare personale medico non obiettore, fornire
informazioni accurate e contrastare le campagne di disinformazione che mirano a
manipolare o spaventare chi decide di interrompere una gravidanza.
Il
rapporto sottolinea anche la responsabilità dell’Unione Europea, chiamata a
svolgere un ruolo di guida nel difendere i diritti sessuali e riproduttivi.
Amnesty chiede alle istituzioni europee di
vigilare sui comportamenti dei governi nazionali e di sostenere
finanziariamente programmi per la salute riproduttiva, soprattutto nei Paesi in
cui il diritto all’aborto è più a rischio.
L’allarme
lanciato dall’organizzazione è chiaro:
il diritto all’aborto, pur formalmente
acquisito, non è mai definitivamente garantito.
Le
campagne politiche e ideologiche che cercano di riportare indietro l’orologio
dei diritti umani non solo mettono a repentaglio la libertà di scelta, ma
riaprono ferite che l’Europa aveva faticosamente cercato di sanare.
Amnesty
invita infine la società civile, i movimenti femministi e le organizzazioni per
i diritti umani a non abbassare la guardia.
Difendere
l’aborto significa difendere l’autonomia e la dignità di milioni di persone.
L’Europa,
conclude il rapporto, deve scegliere se restare un continente che tutela i
diritti o se lasciare che l’erosione lenta e silenziosa delle libertà
individuali cancelli una delle conquiste più importanti della sua storia
recente.
Cop30,
se l’Occidente arretra
la Cina si fa avanti.
E i
fondi non arrivano.
Ilmanifesto.it - Novella Gianfranceschi –
(11-11- 2025) – ci dice:
Clima
Stati uniti assenti, la fragile Ue rappresenta da sola il Nord globale Pechino,
grande inquinatore, colma il vuoto a suon di pannelli solari.
(«Così
l’agribusiness detta la linea», allarme delle organizzazioni indigene).
È
iniziata la trentesima conferenza dell’Onu sul clima, la Cop30 di Belém, in
Brasile.
Nel
Paese della Foresta amazzonica, là dove tutto era cominciato, come ha ricordato
il presidente brasiliano” Luiz Inácio Lula da Silva” durante la cerimonia di
apertura:
«Nel
1992, al Vertice della Terra di Rio, i leader mondiali si riunirono per
discutere di sviluppo e tutela dell’ambiente. Allora il multilateralismo viveva
la sua stagione più alta».
I
NEGOZIATI DI BELÉM cominciano però con un’assenza pesante:
è la prima volta che gli Stati uniti
rinunciano del tutto a un ruolo nei colloqui sul clima.
Donald
Trump, tornato alla Casa Bianca, ha definito la crisi climatica «una truffa» e
ha rilanciato un’agenda energetica devota ai combustibili fossili.
«Meglio nessun coinvolgimento che un
sabotaggio», ha commentato un diplomatico europeo, ricordando come nei mesi
scorsi Washington abbia ostacolato la proposta di una tassa sulle emissioni del
trasporto marittimo.
Eppure
gli Stati uniti restano il secondo emettitore mondiale di gas serra, dopo la
Cina.
E, non
solo si sono sfilati dai negoziati, ma risultano anche i principali
contributori morosi al bilancio dell’”Unfccc”, l’organismo dell’Onu che
coordina l’attuazione degli accordi sul clima, con quasi otto milioni di
dollari di arretrati su un bilancio annuale complessivo di 43 milioni.
È l’ennesimo segnale di una strategia di
disimpegno che, come sottolineato dall’ex negoziatore Usa, “Todd Stern”, «ha
portato la politica climatica americana al punto più basso di sempre».
L’ASSENZA
DI WASHINGTON costringe l’Unione europea a rappresentare da sola il Nord
globale, ma anche Bruxelles arriva a Belém indebolita:
gli
obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 sono stati ammorbiditi e la
transizione verde rallentata, con le destre che spingono per smantellare
qualsiasi politica ambientale.
Tra i
Paesi più restii alla decarbonizzazione c’è l’Italia.
Il
ministro Gilberto Pichetto Fratin, assente a Belém ma collegato da Roma per
parlare di Cop30, ha detto che «sul clima non sono ammessi passi indietro».
Eppure,
se nel 2024 l’Italia ha aumentato i contributi alla finanza internazionale per
il clima, la quota di fondi a fondo perduto si è dimezzata, mentre sono
raddoppiati i prestiti, che, se non regolati in modo adeguato, potrebbero
aggravare la crisi del debito nei Paesi più vulnerabili.
L’Italia,
inoltre, non ha ancora stanziato i 300 milioni destinati al “Green Climate Fund”
e i 100 milioni al “Fondo per perdite e danni” annunciati alla Cop28.
E
mentre l’Occidente arretra, Pechino colma il vuoto.
La
Cina produce e installa energia pulita più di chiunque altro ed è il primo
produttore mondiale di pannelli solari e tecnologie a basse emissioni.
Secondo
i dati ufficiali, deve ancora versare circa due milioni di euro di contributi
arretrati all”’Unfccc”, ma guida di fatto la transizione globale.
“Xi
Jinping” non è a Belém, ma il suo governo ha presentato in extremis i nuovi
piani climatici:
Pechino
si impegna a ridurre le emissioni del 7-10% entro il 2035, meno del necessario
ma con risultati tangibili.
Oltre la metà della capacità elettrica cinese
è già rinnovabile e metà delle nuove auto vendute sono elettriche.
«La riduzione dell’entusiasmo del Nord mostra
che il Sud si sta muovendo», ha dichiarato “André Corrêa do Lago”, diplomatico
e presidente di Cop30.
«La
Cina offre soluzioni per tutti, non solo per sé stessa».
SOTTO
LA PRESIDENZA brasiliana, la trentesima Cop dovrà sciogliere i nodi rimasti
irrisolti nei precedenti vertici.
L’obiettivo
è definire regole e meccanismi concreti per trasformare gli impegni in azione.
Il
successo di Belém si misurerà dunque sulla capacità di ridurre due divari
ancora ampi:
quello
tra le ambizioni dichiarate e le emissioni reali, e quello tra gli impegni
finanziari e i fondi effettivamente versati.
Sul
fronte delle emissioni, per allinearsi all’obiettivo dell’”Accordo di Parigi”
serve una riduzione annuale del 55% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019.
Eppure
solo trenta Stati e l’Unione europea hanno reso vincolanti per legge gli
obiettivi di neutralità climatica, che coprono appena il 17,7% delle emissioni
globali.
SUL
VERSANTE dei finanziamenti, il segretario esecutivo dell’”Unfccc” “Simon Stiell”
ha ribadito che «i piani senza fondi non possono funzionare».
Il programma Baku to Belém Roadmap, elaborato
nell’ambito della Cop29 per rafforzare e coordinare il flusso della finanza
climatica, dovrebbe portare i finanziamenti globali da 300 miliardi a 1,3
trilioni di dollari entro il 2035, ma resta privo di meccanismi vincolanti.
In
questo negoziato saranno inoltre definite le regole operative del Fondo per
perdite e danni, che dovrà consentire ai Paesi più colpiti dagli impatti
climatici di presentare le prime richieste di risarcimento. «Non è carità, è
investimento in stabilità e prosperità», ha sottolineato “Stiell”.
Giustizia
e libertà.
La
Resistenza sotto attacco
e la
sinistra che non c’è.
Micromega.net
- Paolo Flores d'Arcais – (23 Aprile 2025) – ci dice:
I
valori della Resistenza antifascista alla base della nostra Costituzione sono
stati sotto attacco fin dall’inizio ma oggi non sono più difesi da una sinistra
in decomposizione.
La
Resistenza sotto attacco e la sinistra che non c’è.
Quanto
di buono abbiamo vissuto in questi ottant’anni lo dobbiamo a coloro che hanno
sacrificato la loro vita nella Resistenza al fascismo, ai torturati, a chi ha
passato anni e anni nelle carceri del regime, al confino, in esilio.
A loro
dobbiamo il 25 Aprile, la Liberazione, l’ordine di insurrezione generale “Aldo
dice 24×1” con cui i partigiani occupano le città prima dell’arrivo delle
truppe alleate e le mettono di fronte al fatto compiuto di sindaci e prefetti e
altre autorità nominati dal “Cnl Alta Italia,” cioè dalla “Resistenza in armi”.
A
quanti si sono sacrificati dobbiamo una Costituzione giustizia-e-libertà, forse
la più democraticamente avanzata dell’intero mondo occidentale (se si eccettua
l’obbrobrio clerico-comunista dell’articolo 7, che vide Togliatti allearsi con
De Gasperi e rompere con socialisti e azionisti).
Ma
contemporaneamente alla Costituzione abbiamo il tradimento della Costituzione.
La
Carta statuisce principi, diritti, doveri, che rappresentano l’esatto opposto
dell’oppressione fascista, ma ne affida la realizzazione ad apparati dello
Stato che restano quelli del regime fascista.
Il caso più eclatante:
Gaetano
Azzariti, presidente del “Tribunale della razza” diventerà Presidente della
Corte Costituzionale.
La
mancata epurazione, per cui la quasi totalità dei vertici degli apparati
statali vedrà la continuità del regime fascista anziché il suo radicale
rovesciamento, trova nuovamente Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia,
quale protagonista.
“Il
Partito comunista, stalinista perinde ac cadaver”, sarà tutt’altro che
radicale, sarà anzi massimamente accomodante, nell’acconsentire a questo primo,
cruciale, tradimento della Resistenza.
Che
verrà reiterato e consolidato con la nascita del Msi (Movimento sociale
italiano).
Partito
dichiaratamente neofascista, zeppo di gerarchi e gerarchetti repubblichini,
scherani delle truppe naziste, torturatori e fucilatori di partigiani, fondato
nel dicembre del 1946, che non viene sciolto con l’entrata in vigore della
Costituzione (1° gennaio 1948), benché la XII disposizione transitoria e finale
della Carta proibisca solennemente la ricostituzione del partito fascista.
Questi
ottant’anni sono perciò costantemente anni di lotta tra i valori della
Resistenza antifascista che ispirano la Costituzione e ne rappresentano anima e
radice, e il loro tradimento, sia frontale che per aggiramento e svuotamento.
I moti
del luglio 1960, contro un governo democristiano (presidente Tambroni) pronto
ad accettare i voti neofascisti, saranno l’espressione della volontà popolare
di non vedere l’eredità della Resistenza calpestata e distrutta.
Il movimento studentesco del Sessantotto, e poi quello
operaio dell’anno successivo, costituiranno una ancor più massiccia volontà di
riallacciarsi ai valori fondativi della nostra Costituzione
giustizia-e-libertà, malgrado la vergognosa macchia del Movimento della Statale
di Milano e il suo sfilare con l’osceno e criminale slogan “Stalin, Beria,
Ghe-pe-ù”.
Il
regime di Berlusconi, realizzato solo parzialmente grazie ai movimenti di
opposizione della società civile e massimamente della Cgil di Cofferati e dei
Girotondi, ha praticato e spesso teorizzato una completa estraneità ai valori
della Costituzione e ha fatto dell’anti-antifascismo il filo ideologico della
regressione morale, istituzionale, sociale, politica, imposta al paese.
I due governi Prodi e soprattutto il governo
D’Alema (“merchant bank dove non si parla inglese”, secondo l’icastica
definizione del senatore della sinistra indipendente, eletto nelle liste del
Pci, Guido Rossi) non hanno costituito un argine sufficiente alla deriva
berlusconiana, arrivando con D’Alema addirittura alla nefanda politica dell’intrigo.
Oggi
anche la sinistra della società civile, che aveva rappresentato il vero
contropotere legato ai valori della Resistenza e della Costituzione, è venuta
meno.
Consentendo
che la Costituzione venga ogni giorno picconata dal governo di fascisti a
presidenza Giorgia Meloni.
Non
siamo al fascismo, sia detto per quanti vogliono fraintendere, ma siamo a un
governo di fascisti che sceglie e nomina in tutte le situazioni apicali dove
arriva a mettere le mani secondo fedeltà di “eia eia alalà” o di familismo il
più smaccato, e spesso delle due cose insieme.
Un
governo che passo dopo passo radica pezzi di regime, distruggendo il pluralismo
dell’informazione e l’autonomia della magistratura, umiliando e rovinando le
ricchezze culturali del paese, trascinato in un baratro di mediocrità al potere
fin qui inimmaginabile.
Perché,
malgrado i disastri quotidiani e il quotidiano peggioramento della situazione
materiale dei ceti non privilegiati, questo governo non crolla nei sondaggi?
Lo sanno anche i sassi:
perché
non si vede all’orizzonte nessuna credibile alternativa di governo.
Abbiamo il partito dell’opportunismo e della
politica banderuola, messo in piedi da “Giuseppe Conte” secondo le indicazioni
di “Marco Travaglio”, partito militante del putinismo materiale
(ideologicamente puoi proclamare la falsa coscienza che vuoi ma, se neghi le
armi alla democrazia ucraina aggredita, materialmente stai rafforzando
l’aggressore Putin).
E
Fratoianni e Bonelli tristemente allineati.
Ed
Elly Schlein un colpo al cerchio e uno alla botte, e i suoi oppositori
“riformisti” meri pezzetti d’establishment, semmai con qualche controriforma in
curriculum.
Un
tempo, quello dei Girotondi e della loro onda lunga di anni, a petto di
sinistre ufficiali ormai in disarmo c’era una società civile
giustizia-e-libertà.
Oggi
quella resistenza costituzionale, quell’effettivo contropotere democratico, si
è frantumato, piegato maggioritariamente al pacifismo trumputiniano:
decomposizione della sinistra.
Disperante?
La sinistra o sarà egualitaria, illuminista, capace di
opporsi ai progetti imperiali antidemocratici di Trump e Putin, o non sarà.
Se si vuole che la speranza non si cancelli in
illusione bisogna dunque guardare in viso la gorgone della sinistra oggi
inesistente.
La
caduta della
casa
dei MAGA.
Unz.com
- Wyatt Peterson – (10 novembre 2025) – ci dice:
Il
movimento MAGA di Donald Trump, su cui milioni di americani hanno ingenuamente
proiettato le loro visioni di una rinascita nazionale, è crollato sotto il peso
delle sue contraddizioni interne.
Era
solo questione di tempo prima che anche i più fedeli lealisti del MAGA si
rendessero conto che l'idea di Trump di America First era in realtà “Israel
First”, e che la libertà di parola nelle piantagioni del GOP è limitata a un
recinto rigidamente circoscritto strettamente monitorato dagli oligarchi ebrei.
"I fatti non si preoccupano dei tuoi
sentimenti!"
Davvero?
Quali
sentimenti sono più fragili di quelli degli istrionici "conservatori"
ebrei come il deputato della Florida “Randy Fine” oi telecronisti “Mark Levin”,
“Josh Hammer” e “Ben Shapiro”?
Tutti
questi individui riempiono di osanna Benjamin Netanyahu per il suo genocidio di
due milioni di abitanti di Gaza e allo stesso tempo infangano la reputazione di
“Tucker Carlson” per nient'altro che il coraggio di avere una conversazione con
un popolare “podcast” senza prima consultare il “Sinedrio”.
A
questo punto, anche un idiota apolitico può percepire il principio principale
che motiva l'amministrazione Trump:
"È un bene per Israele?"
Che si
tratti di bombardare l'Iran, di favorire un genocidio, di cancellare la libertà
di parola nei campus universitari o di proteggere un funzionario israeliano
accusatore di crimini sessuali su minori in Nevada, state certi che nessun
lavoro è troppo sordido per Trump, Vance & Co. quando gli interessi di
Israele sono in bilico.
Il
deputato repubblicano “Thomas Massei” è uno dei pochi rappresentanti degli
Stati Uniti le cui posizioni si possono – in larga misura – allineare con i
principi dell'”America First”.
Nel corso dei suoi 13 anni di carriera al
Congresso, “Massei” si è fatto alcuni nemici potenti, soprattutto a causa della
sua esplicita opposizione agli aiuti esteri e del suo costante record di voti
contro la legislazione filo-israeliana.
Nonostante
la sua difesa della sovranità americana – o in realtà a causa di essa – Massei
è stato spesso il bersaglio di campagne organizzate volte a estrometterlo
dall'incarico a favore di qualcuno più congeniale ai “Savi di Sion”.
Il
membro del Congresso Thomas Massei si è guadagnato l'ira di Donald Trump e dei
suoi gestori sionisti.
Nel
giugno 2024, Massei è apparso come ospite nel podcast di Tucker Carlson e ha
discusso, tra le altre cose, della sua opposizione a un disegno di legge
sull'antisemitismo che era stato recentemente presentato al Congresso.
Nel
corso della conversazione, Massei ha sollevato notevole la possibilità di
essere l'unico rappresentante repubblicano senza un gestore dell'”AIPAC”:
"L'AIPAC
è l'American Israel Public Affairs Committee... Apparentemente, si tratta di un
gruppo di americani che fanno lobby per conto di Israele.
Sono
per qualsiasi cosa Israele, e sono un gruppo di pressione molto efficace.
Entrano
lì, cercano di farmi scrivere un “white paper” come candidato... per il
Congresso... e non lo farei.
E loro
hanno detto:
'Perché?'
E io sono tipo, non faccio i compiti per i lobbisti.
Non mi
piaceva scrivere tesine al college.
Non ne
sto scrivendo uno per te... Ma sai una cosa?
Scommetto
che potrei essere l'unico repubblicano al Congresso che non ha fatto i compiti
per l'AIPAC...
Hanno
speso $ 400.000 contro di me, $ 90.000 lo scorso autunno per fare pubblicità
televisiva nel mio distretto e annuncia su Facebook e quant'altro, cercando di
equipaggiarmi alla “Squad”.
E poi,
più di recente, infatti, mentre vi sto parlando oggi, anche se la mia elezione
è finita, stanno ancora pubblicando centinaia di migliaia di dollari di annunci
negativi...
Ho repubblicani che vengono da me e dicono:
'Vorrei poter votare con te oggi. Il tuo è il
voto giusto, ma mi prenderei troppo a casa".
E ho
repubblicani che vengono da me e dicono:
'È sbagliato quello che l'AIPAC ti sta
facendo. Lasciatemi parlare con la mia persona dell'AIPAC".
A
proposito, tutti tranne me hanno una persona dell'AIPAC".
Con la
popolarità di Massei ai massimi storici (75,9% dei voti alle ultime elezioni
primarie), la lobby ebraica si sta mobilitando ancora una volta per sloggiarlo
il giorno delle elezioni del 2026.
Il
rifiuto di Massei di accettare i dollari dell'AIPAC e la sua volontà di
criticare lo stato sionista – così come i suoi sforzi per allineare il sostegno
all'”Epstein Files Transparency Act “– lo hanno fatto finire nella lista dei
nemici del subalterno israeliano Donald Trump, che ha appoggiato lo sfidante di
Massei “Ed Gallrein” e ha definito l'incumbent del Kentucky un "rino
debole e patetico" che deve essere "cacciato dall'incarico al più
presto".
Ascoltando
il richiamo del corno da guerra di Trump, i ricchi donatori filo-israeliani di
Trump, “Paul Singer”, “John Paulson” e “Miriam Adelson”, hanno formato un “super
PAC” con l'obiettivo di estromettere Massei dall'incarico.
Il
trio, che ha già "speso 1,56 milioni di dollari tra il 27 giugno e il 4
agosto in pubblicità televisive e digitali che si oppongono alla rielezione del
deputato Thomas Massei", secondo un rapporto del 12 agosto della “Denver
Gazette “, dovrebbe alzare la posta aggiungendo altri 20 milioni di dollari
alla campagna "get massaie".
Miriam
Adelson e Donald Trump: rendono l'America di nuovo grande.
I
persistenti attacchi contro Thomas Massei provenienti dall'interno del partito
di "America First" non sono sorprendenti, dato il fatto che potenti
interessi ebraici hanno controllato il GOP dalla metà degli anni '50.
A quel tempo (e per molti anni dopo) l'arma
più formidabile dell'ebraismo nella lotta per il diritto di definire i termini
del "conservatorismo responsabile" era “William F. Buckley, Jr.” e la
sua rivista “National Review”.
Buckley,
morto nel 2008, era un laureato di Yale e un "ex" ufficiale della CIA
che aveva prestato servizio a Città del Messico dal 1951 al 1952 sotto la
direzione del famigerato E. Howard Hunt.
Nel
1955, al culmine della Guerra Fredda, Buckley e l'"ex" comunista
Willi Schlamm (vero nome Wilhelm Siegmund Schlamm), fondarono la rivista
conservatrice “National Review” con l'obiettivo di "sorvegliare i confini paranoici e
antisemiti del movimento conservatore per tracciare una chiara linea
antisemita", secondo l'editorialista del “New York Times” Ross Dothan.
Durante
il periodo dell'ascesa di Buckley alla rilevanza all'interno del movimento
conservatore, era in corso un processo di trasmogrificazione politica.
Appena
due anni prima della pubblicazione della Rivista Nazionale – e cinque anni dopo
la formazione dello Stato di Israele – Josef Stalin morì, il che significò
un cambiamento ideologico tra molti dei trotskisti che si erano fortemente
opposti al dittatore sovietico.
Tra
questi intriganti amorfi c'era l'attivista ebreo omosessuale “Marvin Lebran”.
Nella
sua giovinezza Lehman era stato un energico comunista, lavorando con gruppi
come l'”American Student Union e la Young Romanian League”.
Tuttavia,
verso la fine degli anni '40, il futuro amico e mentore di “Bill Buckley “fu
sempre più coinvolto nel movimento sionista, contrabbandando armi e
raccogliendo fondi per organizzazioni ebraiche come” Agudath Israel”, “United
Jewish Appeal” e il gruppo terroristico di destra “Irgun” di “Menachem Begin”.
Fu durante questo periodo che l'affinità di Lebran
con il comunismo cominciò a svanire e sviluppò un "odio appassionato"
per l'Unione Sovietica a causa dei maltrattamenti degli ebrei da parte di
Stalin.
Durante
la seconda metà degli anni '50 e '60, Lebran e Buckley lavorarono a stretto
contatto con un certo numero di "ex" comunisti come “Frank Meyer “e “James
Burnham” per stabilire un marchio di conservatorismo audacemente
internazionalista, altrimenti noto oggi come "neo-conservatorismo".
Nel
suo libro del 2006 “The Judas Goats”: The Enemy Within , il giornalista “Michael
Collins Piper “documenta in modo affascinante l'infiltrazione della destra
americana da parte di personaggi del calibro di “Buckley”,” Lebran “e altri il cui compito era quello di minare
il nazionalismo tradizionale e fondere il conservatorismo americano con gli
interessi internazionali.
Burnham
il trotskista divenne 'Burnham il leader conservatore' sotto il patrocinio di “William
F. Buckley”, la rivista “National Review di Jr”, per la quale Burnham fu forse
lo scrittore teorico chiave per poco più di due decenni.
Lo
stesso Burnham morì nel 1987, ma la sua influenza rimane fondamentale nei
circoli sionisti-trotskisti-neoconservatori di oggi.
Fu
così che coloro che qui chiamiamo "The Buckley Gang" dimostrarono
presto di essere la forza guida all'interno del movimento
"conservatore", anche se i nazionalisti americani di vecchi dati
vennero messi ai margini.
Oggi
ci sono più di pochi che dicono che la “National Review” di Buckley era di
proprietà della CIA – una "facciata" della CIA – fin dall'inizio.
Per lo
meno era una facciata per l'"ex" pensiero trotskista, che si stava
evolvendo in quello che oggi chiamiamo "neoconservatorismo".
E
durante tutta questa evoluzione, la devozione all’Internazionale Sionista è
rimasta costante”.
È William
F. Buckley, Jr, il padrino del conservatorismo americano.
I “Never
Trumpers” conquistano il MAGA.
Il
movimento MAGA di Trump avrebbe dovuto rappresentare un ritorno al nativismo
dell'era della Seconda Guerra Mondiale;
un passaggio dall'insipido conservatorismo di
Bill Buckley a qualcosa di più robusto e di mentalità nazionale.
La sua
campagna presidenziale del 2016 è stata fortemente osteggiata da un gruppo di
"Never Trumpers" che includeva Mark Levin, Josh Hammer e Ben Shapiro.
Nel
2025, tuttavia, tutti e tre gli uomini sono diventati figure di spicco
all'interno del MAGA e stanno usando la loro influenza per definire i limiti
del discorso accettabile.
In
questo senso, si può tracciare una linea diretta che collega Marvin Lebran e
Bill Buckley a Shapiro, Hammer e Levin, il che è ragionevole considerando che
tutti e tre hanno profondi legami con “Young Americans for Liberty “(YAF),
un'organizzazione universitaria fondata da Lebran e Buckley nel 1960 allo scopo
di radunare giovani americani impressionabili nel recinto sionista.
Sulla
scia dell'esplosiva intervista di “Tucker Carlson” con il podcast Nick Fuentes,
l'empio triumvirato di Shapiro, Levin e Hammer ha chiesto una gran voce che
Carlson fosse ostracizzato dal movimento MAGA.
Durante un'intervista con Alex Traiman a una
riunione della “Republican Jewish Coalition”, Levin ha fatto poco per dissipare
la secolare "teoria del complotto" secondo cui gli ebrei potenti si
organizzano a porte chiuse per proteggere la propria agenda.
"La
gente si chiede come siano gli anni '30, li stai guardando... Non ci siano
equivoci al riguardo: questo non è un dibattito sulla libertà di parola, non è
un dibattito politico, non è nemmeno un dibattito puramente israeliano.
È un
dibattito sugli ebrei e l'ebraismo.
Riusciremo
a sopravvivere in un paese libero?
Per
favore, prendete molto sul serio quello che vi sto dicendo... Questo è serio, è
molto, molto serio...
Questa
è la Coalizione Ebraica Repubblicana.
Il
2026 è importante. Il 2028 è cruciale. Assolutamente cruciale. E prenderemo i
nomi... Vedremo chi è associato a chi; chi piattaforme chi; chi sostiene chi; E
prenderemo le nostre decisioni.
L'ho sentito dire... Non togliamo la
piattaforma alle persone. Ne siamo sicuri come l'inferno! …
Non
siamo noi il problema, questi altri bastardi sono il problema, non noi.
Sono
quelli che stanno cercando di distruggere il nostro paese, il nostro partito e
la nostra filosofia... Quante altre volte dobbiamo sentir parlare di pressioni
su Israele per ottenere un cessate il fuoco?
Quante
altre volte dobbiamo sentire dire che la Giudea e la Samaria, l'antica patria
degli ebrei, sono fuori discussione?
Non è
fuori discussione a meno che non diciamo che è fuori discussione".
Il “RJC”
è una delle tante organizzazioni senza scopo di lucro con sede a “Washington DC”
la cui missione è promuovere gli interessi ebraici a tutti i costi.
All'inizio
di quest'anno, al “JNS International Policy Summit “di Gerusalemme, il membro
del RJC ed ex senatore degli Stati Uniti “Norm Coleman” ha dichiarato con
orgoglio che "i padroni dell'universo sono gli ebrei!" –
un'affermazione che sarebbe senza dubbio considerata antisemita se pronunciata
da un gentile.
(Alla
stessa conferenza, il capo della "diaspora ebraica" di
META/Fackebook,” Jordan Cutler”, ha detto che vieta "i contenuti che affermano che i
sionisti governano il mondo o controllano i media").
Ma di
tutti i think-tank conservatori che plasmano le politiche pubbliche, il più
influente è forse la” Heritage Foundation”.
L'eredità
è salita alla ribalta durante l'era Reagan/Bush ed è stata un fedele alleato di
Israele sin dalla sua nascita nel 1973. La scorsa settimana, in risposta alle
voci secondo cui l'organizzazione si stava preparando a recidere i legami con
Tucker Carlson, il presidente del gruppo Kevin Roberts ha realizzato un video
in cui difende la libertà di parola del suo caro amico, dicendo in parte:
"Oggi
voglio essere chiaro su una cosa:
i
cristiani possono criticare lo Stato di Israele senza essere antisemiti.
E
naturalmente l'antisemitismo dovrebbe essere condannato.
La mia lealtà come cristiano e come americano
è a Cristo prima di tutto e all'America sempre.
Quando
serve agli interessi degli Stati Uniti cooperare con Israele e altri alleati,
possiamo farlo, con partenariati in materia di sicurezza, intelligence e
tecnologia.
Ma
quando non lo fa, i conservatori non dovrebbero sentirsi obbligati a sostenere
di riflesso qualsiasi governo straniero, non importa quanto forte diventi la
pressione della classe globalista o dei loro portavoce a Washington.
Si
scopre che la sfida di “Kevin” Cuor di Leone era un miraggio e in pochi giorni
è stato inviato in un tour di scuse che lo ha trovato ad assecondare il perdono
in posti come l'”Hillsdale College”, mentre le richieste di dimissioni
arrivavano da tutti gli angoli della sfera sionista.
Più
tardi, in un tentativo fallito di discolparsi,” Roberts” affermò che il suo ex
capo di gabinetto “Ryan Neuhaus”, che si era dimesso in mezzo alle polemiche in
corso, era l'uomo responsabile della creazione della difesa in qualche modo
controversa di Carlson:
"Il nostro ex capo di gabinetto aveva la
penna. Quando mi è stata presentata la sceneggiatura... Ho capito dal nostro ex
collega che è stato approvato, è stato firmato dalla manciata di colleghi che
ne fanno parte".
720%2C720&ssl=1
720%2C720&ssl=1
Kevin
"Il Cornuto" Roberts.
Il 5
novembre, con i problemi che continuavano ad aumentare, Roberts si rivolse a
una riunione del personale della “Heritage Foundation” in quella che i media
definirono una "tesa riunione generale di due ore".
Scusandosi
ancora una volta per la sua difesa di Carlson e per il suo uso del termine
"coalizione velenosa" per descrivere coloro che lo attaccavano,
Roberts dichiarò sottomesso:
"Ho
commesso un errore e vi ho deluso e ho deluso questa istituzione. Periodo.
Punto... Il termine "coalizione velenosa"... una pessima scelta di
parole, soprattutto per i nostri colleghi e amici ebrei che capiscono che
quella data storia è un tropo usato contro di loro.
E mi scuso molto sinceramente, molto, molto
sinceramente con voi in particolare e con tutti voi per averlo usato.
Non era mia usando usare un tropo.
Avrei dovuto stare meglio, quindi che lo
capiate. queste cose. Il mio più caro amico ebreo al mondo,” Yoram Hazony”, è
volato a Washington questa settimana in parte per aiutarmi in questo,
personalmente e professionalmente.
Non è
obbligato a farlo e potrebbe decidere dopo che ci incontreremo più tardi oggi:
'Sai, Roberts, non ne vali la pena'.
Con la
sua rituale prostrazione agli ebrei in piena mostra, Roberts ha proceduto a
rispondere alle domande e ai commenti del pubblico, uno dei quali è arrivato
per gentile concessione di “Robert Rector”, ricercatore di lunga data della
Heritage Foundation, che ha invocato “William F. Buckley, Jr”. come un modello
di conservatorismo accettabile:
"I
limiti che ha stabilito, William Buckley, nei primi anni '60, erano duplici.
Bisogna
eliminare tutto l'antisemitismo, tutto.
Ma
questa è solo una parte del problema... L'altro è che devi espellere tutti i
pazzi...
E
dobbiamo tornare indietro e impostare i parametri generali. Dici: 'Oh, non
cancelliamo?' Cancelliamo.
Abbiamo
cancellato David Duke? Sì.
Abbiamo
cancellato la John Birch Society?
Sì, va
bene.
Finora
sembra che la lobby ebraica non sia impressionata dalle scuse di Roberts ed è
stato annunciato alla fine della scorsa settimana che la “Task Force nazionale
per combattere l'antisemitismo della Heritage Foundation” – formata in seguito
all'attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 – aveva interrotto la sua
affiliazione con il think-tank conservatore.
La
task force, che comprende leader di oltre 100 gruppi conservatori, sarà d'ora
in poi ospitata all'interno della Conferenza dei presidenti cristiani per
Israele.
Ciò
che dovrebbe essere ovvio per la maggior parte ormai è che il GOP rimane
territorio occupato da Israele, indipendentemente da chi siede nello Studio
Ovale.
Nessuna
rinascita nazionale può scaturire da un movimento così completamente corrotto
dal denaro straniero e da persone straniere da attaccare i suoi stessi elettori
per il crimine orwelliano del "pensiero sbagliato".
Il
linciaggio sionista che si è formato all'indomani dell'intervista di “Tucker
con Fuentes” mette in mostra le tattiche dei “Berserker “regolarmente
utilizzate non solo per chiudere le conversazioni tradizionali critiche nei
confronti del potere ebraico, ma anche per identificare e attaccare individui
anche moderatamente in sintonia con il messaggio e/o il messaggero.
La
doppia mente repubblicana che proclama la libertà di parola mentre attacca
Tucker Carlson è la stessa che condanna Zohran Mandami mentre stringe la mano
ad Ahmed al-Sharaa.
Come
ci informa Giacomo 1:8, "L'uomo di mente doppia è instabile in tutte le
sue vie".
Ai
miei amici “Boomer” che consumano “Fox News”, in verità vi dico:
a meno
che e fino a quando queste contraddizioni non saranno risolte, nessuna vittoria
politica può essere raggiunta allineandoci con il MAGA o con qualsiasi altro
ramo del GOP, indipendentemente da chi correrà nel 2028.
Commenti
Posta un commento