Sotto attacco ci sono le nostre libertà.

 

Sotto attacco ci sono le nostre libertà.

 

 

 

La Guerra che Salvò le Banche:

 Come il 1914 Riscrisse il

Potere Globale della Finanza.

Conoscenzealconfine.it – (10 Novembre 2025) - Carmen Tortora – ci dice:

 

Prima del 1914, i governi regolavano le banche; dopo il 1918 furono le banche a dettare legge agli Stati.

La versione che ci hanno insegnato è semplice:

 la Prima guerra mondiale distrusse un’economia mondiale prospera. In realtà, la salvò – o meglio, salvò le banche che stavano già crollando.

Nel 1913, prima che un solo colpo fosse sparato, il sistema finanziario europeo e americano era in pieno collasso:

banche sovraesposte, riserve auree insufficienti, prestiti tossici a governi e progetti coloniali.

 Il panico era iniziato ben prima dell’attentato di Sarajevo.

 Cinquanta paesi avevano sperimentato fughe dai depositi e fallimenti simultanei.

Il sistema era alla fine, e la guerra fornì la copertura perfetta per il più grande salvataggio bancario della storia.

Con la dichiarazione di guerra, i governi sospesero ogni regola:

 la convertibilità in oro, i pagamenti tra banche, la trasparenza contabile.

 Il “Currency and Banknotes Act” britannico del 5 agosto 1914 consentì di emettere moneta senza riserve auree:

la gabbia del “gold standard” veniva spezzata in nome dell’emergenza.

Le perdite bancarie furono trasferite ai contribuenti.

 Le banche ottennero liquidità illimitata, i loro debiti vennero congelati, e i titoli in default – come i bond ottomani o i prestiti sudamericani – furono sostituiti con obbligazioni di guerra garantite dallo Stato.

 Si chiamò patriottismo, ma fu un colossale riciclaggio di bilanci.

 

La guerra trasformò i loro fallimenti in “sforzo bellico”.

I bond di guerra permisero alle banche di scambiare spazzatura per titoli sicuri, e ai governi di indebitarsi fino all’osso:

nel Regno Unito il debito raggiunse il 140% del PIL, in Francia il 225%. L’inflazione fece il resto, cancellando i risparmi dei cittadini e ripulendo i bilanci bancari.

I piccoli risparmiatori pagarono in silenzio l’enorme trasferimento di ricchezza:

il valore reale dei depositi calò tra il 50 e il 90%, ma il sistema sopravvisse, più concentrato e potente che mai.

 

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, la nascita della “Federal Reserve” nel dicembre 1913 non fu una coincidenza:

 entrò in funzione proprio mentre l’Europa affondava.

Creata da uomini come “Paul Warburg” e i soci della “House of Morgan”, la Fed introdusse due elementi decisivi che i banchieri europei non avevano: moneta elastica e prestatore di ultima istanza.

Quando la crisi esplose, le banche americane poterono emettere credito illimitato.

La Fed finanziò, di fatto, gli Alleati già prima dell’ingresso ufficiale degli Stati Uniti in guerra.

Quando Washington entrò nel conflitto nel 1917, la sopravvivenza delle banche americane e la vittoria militare erano ormai inseparabili.

 

Dopo il 1918, il panorama mondiale era cambiato.

 Delle 38 grandi banche britanniche del 1913, ne restavano cinque:

le Big Five, che dominarono il credito per decenni.

Negli Stati Uniti, JP Morgan raddoppiò gli attivi in sei anni;

le banche aderenti alla Federal Reserve triplicarono i depositi.

Nacque il principio del “too big to fail”:

 istituzioni talmente grandi da non poter fallire, e dunque libere di rischiare sapendo di essere salvate.

Le fusioni furono incentivate dai governi, che preferivano pochi colossi “stabili” a molte banche vulnerabili.

La competizione diminuì, la concentrazione del potere finanziario crebbe.

Il dopoguerra consacrò l’inversione dei ruoli:

 prima del 1914 i governi regolavano le banche;

dopo il 1918 furono le banche a dettare legge agli Stati.

 La Banca d’Inghilterra impose il ritorno al “gold standard nel 1925” per proteggere i creditori, anche a costo di distruggere occupazione e industria.

 La “indipendenza” delle banche centrali divenne dogma:

 in teoria una garanzia di stabilità, in realtà il trionfo del potere dei creditori su quello politico.

 Le misure eccezionali della guerra – emissione illimitata di moneta, garanzie pubbliche, salvataggi mirati – divennero strutturali.

Da allora ogni crisi ha seguito lo stesso copione.

 

Nel 2008, il “TARP” ripeté lo schema del 1914:

 il governo comprò gli attivi tossici delle banche, trasformandoli in debito pubblico.

Il “quantitative easing” sostituì il “gold standard” con l’inflazione programmata:

i bilanci delle banche centrali si gonfiarono come nel 1914, e le disuguaglianze pure.

Nel 2020 e nel 2023, la sceneggiatura si ripeté ancora:

 fallimenti bancari ricomposti in fusioni “assistite”, garanzie statali, liquidità senza fine.

La crisi, come nel 1914, è ormai solo un pretesto per concentrare ancora più potere.

 

La verità è che la guerra non distrusse la finanza globale: la rifondò.

 Le banche che avrebbero dovuto morire nel 1914 usarono la guerra come scudo per diventare immortali.

Da allora, ogni “emergenza” – guerra, pandemia o crash finanziario – ripete lo stesso rito:

si salva il sistema, si sacrificano i cittadini.

Capirlo non è storia, è capire il presente.

(Carmen Tortora).

(t.me/carmen_tortora1).

(imolaoggi.it/2025/11/09/la-guerra-che-salvo-le-banche-1914/).

 

 

 

 

Il mistero dell’omicidio Pecorelli,

il ruolo di Israele e il

memoriale di Aldo Moro.

Lacrunadellago.net – (07 -11 – 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

Il suo nome è associato ai misteri della Prima Repubblica e forse è stato uno degli uomini più vicini ai veri segreti del sistema politico sorto a Cassibile, nel 1943.

Si tratta di Mino Pecorelli, avvocato molisano nato nel 1928 a Sessano del Molise e trasferitosi a Roma già al conseguimento della maturità.

Pecorelli al principio della sua parabola professionale aveva intrapreso la carriera di avvocato, fino a diventare giornalista verso la fine degli anni’60, un periodo nel quale inizia il suo primo periodo nel mondo dell’editoria presso la rivista “Nuovo Mondo Oggi”, una pubblicazione già molto scomoda all’epoca.

 

Sulle pagine di “Nuovo Mondo Oggi” venne pubblicato un servizio, poi ritirato per le forti pressioni dell’”Ufficio Affari Riservati”, sugli affari molto opachi nei quali era invischiata l’”università Pro Deo”, fondata dal frate belga “Felix Morlion”, che sotto il saio da frate in realtà indossava i panni di una spia americana al servizio dell’OSS, il precursore della famigerata CIA.

 

A permettere a “Morlion” di giungere a Roma nel 1943 fu proprio l’OSS che si servì del “buon” frate per iniziare sulla carta una campagna anti-comunista che in seguito nemmeno si rivelerà tale, come si vedrà meglio in un istante.

Alla “Pro-Deo” si affollano personaggi ambigui, tra i quali c’era il “vescovo Carlo Ferrero”, zio della celebre Simonetta, la ragazza uccisa nel bagno della Cattolica, ancora oggi per motivi ignoti, anche se si fosse letto il servizio della rivista presso la quale Pecorelli collaborava si sarebbero potuti trovare alcuni elementi interessanti al riguardo.

 

Già nel 1968, “Nuovo Mondo Oggi” scriveva che il “buon” monsignore sarebbe stato coinvolto in attività alquanto sordide, tra le quali c’era quella di rilasciare lauree facili agli iscritti dell’ateneo, e, ancora peggio, c’era anche quella di avere dei rapporti sessuali con alcune delle sue studentesse.

 

Lo zio di Simonetta era un personaggio che meritava di essere guardato da vicino dopo l’inchiesta dell’”omicidio della Ferrero”, che si perde subito nei meandri delle improbabili piste dei maniaci sessuali, nonostante il “delitto della Cattolica” non presentasse elementi di maniacalità.

 

“Morlion” collaborava a fianco di un altro personaggio molto interessante, quale “Federico Umberto D’Amato”, un altro di quei nomi che evoca tutti i misteri della Prima Repubblica, perché la sua figura si incontra in diversi buchi neri e stragi di quel tormentato periodo ispirate dalla cabina di regia atlantica che voleva destabilizzare l’Italia per tenerla fermamente nel recinto della “NATO”.

 

D’Amato è proprio presso la NATO che muove i suoi primi anni di carriera prima di approdare all’”Ufficio Affari Riservati del Viminale”, e di gestire assieme al citato monsignore tutta una serie di dossier su vari personaggi della politica italiana, compresi quelli del partito comunista, che non verranno utilizzati per colpire gli esponenti di Botteghe Oscure, sempre protetti dai servizi e dagli ambienti angloamericani.

 

Ad alcuni tale circostanza potrà suscitare perplessità, ma in realtà il patto di non belligeranza, anzi di collaborazione, che c’era tra elementi atlantisti e comunisti spiega molto bene come la cosiddetta guerra fredda facesse parte di una logica della contrapposizione controllata tra i due blocchi, esauritasi dopo che negli anni’80 venne deciso dai vari membri del “gruppo Bilderberg” che il comunismo non serviva più agli scopi della governance globale e che andava liquidato.

 

“Pecorelli e OP”: le entrature nei servizi.

 

Pecorelli iniziò così la sua esperienza nel giornalismo, ma “Nuovo Mondo Oggi” durò poco, come si accennava in precedenza, per le pressioni degli ambienti dei servizi di D’Amato, e allora ecco che dopo la sua chiusura nasce “Osservatorio Politico”.

 

OP può definirsi come una sorta di deposito delle veline dell’intelligence che Pecorelli riceveva.

Il giornalista molisano si era costruito una formidabile rete di contatti tra i vari apparati dei servizi, e la sua funzione sotto certi aspetti era quella di far trapelare quei segreti che parte della intelligence italiana voleva venissero alla luce, probabilmente anche in opposizione al patto atlantico, non troppo gradito da alcuni agenti per le limitazioni di sovranità e le logiche del terrore che esso imponeva.

 

Pecorelli però andò anche oltre la costruzione delle fonti.

Il giornalista decise di entrare direttamente in uno dei luoghi principali che gestivano il vero potere in Italia, ovvero la loggia massonica P2, della quale si è parlato in un precedente contributo.

Licio Gelli.

Nella divulgazione generale, si pensa che la P2 sia una creatura nata dopo il dopoguerra e la sua nascita viene associata alla figura di Licio Gelli, ma in realtà tale falsa narrazione serve ad occultare il fatto che la P2 esisteva dai tempi dell’Unità d’Italia ed era già allora uno dei piani privilegiati e riservati della massoneria italiana.

 

A mettere fine alla sua esistenza fu soltanto il governo fascista nel 1925, che comprese subito che non ci sarebbe stato alcun reale margine di sovranità nel Paese se prima non si fosse tolta dalla scena la quinta colonna massonica, controllata soprattutto dalla libera muratoria angloamericana.

 

Gelli entra in scena nel dopoguerra come gestore della rediviva loggia perché lo stato profondo di Washington vuole la massoneria e i suoi livelli privilegiati per controllare meglio il Paese da dietro le quinte e tenerlo saldamente nel recinto dell’anglosfera.

 

La decisione di Pecorelli di entrare nelle fila della massoneria appare ad alcuni come un atto di spregiudicatezza, eppure, se si leggono con attenzione i servizi di OP, si trovano già delle pesanti stoccate contro la libera muratoria, soprattutto nel 1977-78, quando il direttore della rivista pubblica un servizio intitolato “Gran Loggia Vaticana” nel quale rivela una serie di nomi di prelati iscritti alla massoneria ecclesiastica.

 

Nella lista ci sono nomi di assoluto rilievo nella Chiesa.

Si trova il nome del “cardinal Bea”, segretario di papa Giovanni XXIII, e una delle menti del famigerato documento “Nostra Aetate”, attraverso il quale la Chiesa tolse l’accusa di deicidio agli ebrei, assieme al “cardinal Suenen”s, porporato belga tra i registi della rivoluzione liberale del Vaticano II, e il “cardinal Villot”, segretario di Stato sotto Paolo VI e Giovanni Paolo I, accusato di essere proprio uno dei mandanti dell’omicidio di “papa Luciani”.

Giovanni Paolo I.

 

La lista arriva sulla scrivania di “Giovanni Paolo I” che sembra intenzionato a risolvere il problema dell’infiltrazione massonica in seno al Vaticano, ma “papa Lucian”i non fa in tempo a fare nulla perché muore soltanto dopo 33 giorni di pontificato in circostanze mai realmente chiarite.

 

La “Gran Loggia Vaticana” della quale parlava Pecorelli assomiglia molto ad uno di quei piani riservati della libera muratoria come lo era la P2 e l’ipotesi che la prima fosse un distaccamento vaticano della seconda è forte, considerati i legami tra gli iscritti ecclesiastici e i vari piduisti.

 

Gelli è alquanto stizzito, non gradisce che Pecorelli inizi ad attaccare la massoneria e forse la sua affiliazione è stata uno sbaglio, una leggerezza di chi non ha saputo valutare bene quella che forse era la volontà di infiltrarsi in una delle zone riservate dei grembiulini.

 

Pecorelli e i mandanti dell’omicidio Moro.

Sul caso Moro, Pecorelli è forse l’uomo che pubblica i segreti più scomodi, più inconfessabili.

Una volta che l’onorevole della Democrazia Cristiana viene rapito da alcuni elementi delle BR, e da uomini ancora oggi mai identificati, alcuni è recentemente emerso appartenenti ai servizi, le Brigate Rosse iniziano a pubblicare una serie di comunicati, ma tra questi ce n’è uno, il famigerato numero 7, che riporta la morte di Moro, il cui corpo sarebbe stato lasciato presso il lago della Duchessa.

 

Pecorelli è tra i primi ad intuire che il comunicato è un falso, come effettivamente fu confermato dopo la folle idea di dargli credito e di andare a cercare il corpo di Moro in un bacino d’acqua nei pressi di Rieti che allora, nel mese di aprile, era ancora ghiacciato.

Anni dopo si scoprì che a scrivere il comunicato fu un falsario al servizio della Banda della Magliana e vicinissimo ai servizi segreti, Tony Chichiarelli, ucciso nel 1984 da personaggi ancora oggi rimasti ignoti.

 

Tony Chichiarelli.

Nella storia del caso Moro i depistaggi sono molti e quello della Duchessa è certamente uno della serie, ma Pecorelli abituato nei rapporti con l’intelligence non ci cade, e nei mesi dopo il tragico omicidio di Moro, rivela che il presidente della DC era in realtà detenuto non nella fantomatica prigione di via Montalcini, nei pressi della Magliana, ma nel cuore di Roma, nel ghetto ebraico.

 

Nei giorni scorsi si è parlato nuovamente di un probabile coinvolgimento del Mossad nel rapimento e nell’uccisione di Moro, ma Pecorelli lo scrisse allora, nel 1978, e nel covo di Moretti sulla Cassia, il famigerato condominio di via Gradoli dove c’erano appartamenti dei servizi, si trovò un foglio scritto a mano con il numero di telefono di una società immobiliare che si trovava proprio nel Portico d’Ottavia.

 

Ogni passo che Pecorelli fa sembra essere un passo in più verso la verità fino a quando nel marzo del 1979 non si incontra assieme al suo informatore, il colonnello dei Carabinieri, “Antonio Varisco”, il generale dell’Arma, “Carlo Alberto Dalla Chiesa” e “Giorgio Ambrosoli”, commissario liquidatore della banca del piduista Sindona, in un luogo suggestivo e cruciale di Roma come” piazza delle Cinque Lune”.

 

Nessuno esce vivo da quell’incontro.

Pecorelli viene ucciso il mese stesso, il 20 marzo del 1979.

Giorgio Ambrosoli viene freddato l’11 luglio del 1979 da “William Aricò”, sicario di Cosa Nostra, su mandato di “Michele Sindona”.

Il colonnello Varisco viene ucciso dopo essersi dimesso dall’Arma il 13 luglio del 1979 in un agguato di tipo militare a Roma.

 

Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982.

L’incontro di piazza delle Cinque Lune sembra essere un crocevia di destini per questi quattro uomini che forse avevano qualcosa che li accomunava e li rendeva una potenziale minaccia per i vari architetti del sequestro Moro.

Un anno dopo l’omicidio di Pecorelli, viene fatto ritrovare su un taxi di Roma un borsello di proprietà proprio del citato Chichiarelli colmo di indizi ed evidenti riferimenti alla morte del giornalista e al sequestro Moro.

Nel borsello c’è persino la scheda dell’omicidio del direttore di OP redatta dai suoi esecutori che scrissero queste considerazioni dopo aver eliminato il loro bersaglio.

 

Martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177”.

Si pensa che i paragrafi in questione facessero parte del” famoso memoriale di Aldo Moro”, la cui versione integrale ed originale, non è mai stata ritrovata.

 

Gli assassini di Pecorelli avevano il compito di recuperare del materiale altamente compromettente nelle mani del giornalista, e stesso mandato avevano quasi certamente anche gli assassini del generale Dalla Chiesa che si premurarono di svuotare la sua cassaforte a “Villa Pajno”, subito dopo la sua morte.

 

Il generale Dalla Chiesa.

Il filo rosso che lega queste morti è probabilmente quello del memoriale, ma né i media né la magistratura misero in relazione queste morti, i cui veri mandanti ancora oggi sono ignoti.

Si diede invece credito al pentito Buscetta che nel 1993 iniziò a dire che il mandante dell’omicidio Pecorelli fu Andreotti, nonostante la bocca di Buscetta mai disse nulla del genere a Giovanni Falcone e nonostante il presidente del Consiglio non fosse affatto in cattivi rapporti con il giornalista, come affermano fonti vicine all’ex leader della DC.

 

Negli anni’90, vanno in scena i processi più depistatori della storia e dopo il “colpo di Stato di Mani Pulite”, la magistratura, che non sfiorò il PDS nemmeno con un dito nonostante i fondi neri da Mosca, si premurò di screditare in ogni modo il politico che più di tutti criticò la NATO e che fu l’unico a rivelare l’esistenza di “Gladio”, l’esercito clandestino degli atlantisti nel 1990.

 

Andreotti era una minaccia.

Non accettava più che l’Italia dovesse restare nel patto atlantico, e allora si attiva una formidabile macchina del fango che lo accusa di essere mafioso, anche se i pentiti iniziano a contraddirsi gli uni con gli altri, tanto che i giudici del primo grado assolsero l’ex presidente del Consiglio, verdetto ribaltato dalla vergognosa sentenza di condanna in Appello, confermata e prescrittasi in Cassazione, secondo la quale, Andreotti sarebbe stato “colluso” con la mafia fino al 1980, per poi da quell’anno in avanti trovare misteriosamente la redenzione e iniziare invece a varare tutta una serie di dure leggi antimafia avversate invece dai parlamentari del PCI.

 

Sono le cronache della “giustizia di Cassibile” e delle toghe in mano alla libera muratoria, ma gli ambienti che concepirono il processo Andreotti sono gli stessi responsabili della stagione stragista in Italia.

I mandanti dell’omicidio Pecorelli sono gli stessi dell’omicidio Moro, così avversato da Henry Kissinger e dallo stato di Israele, che non gradiva affatto la sua politica filoaraba.

A distanza di 47 anni, si torna a parlare del ruolo dello stato ebraico nel caso Moro, segno che le verità nascoste negli armadi della “repubblica di Cassibile” non riescono più a restare al loro posto, vista la progressiva implosione del sistema politico italiano.

Forse i tempi sono maturi anche per sapere chi ha ucciso Mino Pecorelli, e si potrebbe partire da dove mai si partì.

Dalla massoneria che iniziava a considerarlo come una minaccia e dalla NATO che non poteva permettersi che in giro ci fosse un giornalista che dicesse la verità sull’assassinio di Aldo Moro.

 

L’Europa impari a difendere sé stessa,

e lo imparino anche i liberal riformisti.

Linkiesta.it - Gaia Menchicchi – Redazione – a ovest del populismo – (10 novembre 2025) – ci dice:

 

Dal sogno federalista alla difesa dell’Occidente, fino alle divisioni sulla politica italiana:

ne hanno parlato Giorgio Gori, Elena Bonetti, Ivan Scalfarotto, Benedetto Della Vedova e Luigi Marattin nel penultimo “panel di Linkiesta Festival 2025” progettato con il Circolo Matteotti.

 

Cinque partiti, tante idee e sfumature diverse, ma un unico obiettivo: difendere l’Europa dagli autoritarismi e dai populismi, in ogni loro forma.

 È stato questo il tema cardine del penultimo panel de “Linkiesta Festival 2025”, moderato dal direttore Christian Rocca e realizzato in collaborazione con il” Circolo Matteotti”.

 

Giorgio Gori (europarlamentare del Partito democratico), Elena Bonetti (deputata e presidente di Azione), Ivan Scalfarotto (senatore di Italia Viva), Benedetto Della Vedova (deputato di +Europa) e Luigi Marattin (deputato e segretario nazionale del Partito Liberaldemocratico) hanno parlato del futuro del nostro continente e dei valori su cui si regge, partendo da una domanda vitale:

 in che modo l’Europa può difendere sé stessa e l’intero Occidente?

 

Secondo “Elena Bonetti”, che è stata ministra per” la Famiglia e le Pari opportunità” sotto i governi Conte II e Draghi,

«l’Europa deve anzitutto uscire dall’astrazione – anche ideale – dell’autodefinirsi una democrazia, perché questa democrazia è spesso incapace di entrare nella vita delle persone.

Come ha detto Mario Draghi nel suo “Rapporto sulla Competitività”, è necessaria una democrazia decidente e agente, altrimenti verremo ricordati come ignavi e pusillanimi, e perderemo un patrimonio prezioso.

 Un patrimonio che è sotto attacco anche da fronti inaspettati, come gli Stati Uniti».

 

“Giorgio Gori”, sindaco di Bergamo per dieci anni (2014-2024), non è sicurissimo del fatto che l’Europa «sia in grado di salvare sé stessa».

 La colpa è di una fragilità contraddistinta da tante facce:

«La prima, quella più evidente, è di natura economica, perché l’Europa è fragile dinanzi a Cina e Stati Uniti.

 C’è poi un profilo energetico: ieri eravamo dipendenti dal gas russo, oggi dal Gnl statunitense, senza dimenticare gli altri Paesi della cui affidabilità non possiamo essere sicuri».

 Basti pensare alla Libia, all’Azerbaijan o all’Algeria.

 

Gori ha poi parlato della nostra fragilità militare, figlia di un passato in cui abbiamo delegato tanto – forse troppo – agli Stati Uniti. Per invertire la tendenza, spiega l’eurodeputato del Pd, «serve una vera Europa politica, all’altezza delle sfide e delle minacce del presente.

L’Europa ha questa composizione perché le forze liberali e progressiste stanno perdendo tante elezioni a livello nazionale.

Dall’altra parte, la destra vince e allontana la prospettiva dell’integrazione politica.

Ma dobbiamo tenere viva un’idea di Occidente anche quando questa idea è messa in discussione» da leader politici come Donald Trump.

 

“Ivan Scalfarotto”, senatore e responsabile Esteri di “Italia Viva”, ritiene necessario un lavoro quotidiano e individuale, perché le nostre libertà sono sistematicamente sotto attacco:

«La sopravvivenza del modello democratico ha a che fare con ciascuno di noi.

 Io ho un marito e non una moglie: a Milano posso dirlo liberamente, ma in altri Paesi no.

Manca l’urgenza da parte dei cittadini europei di difendere le cose che hanno».

Ma non bisogna generalizzare:

«Fate un giro in Estonia, dove questo tema – a differenza del nostro Paese – è vissuto con grande senso d’urgenza.

Nelle tre capitali baltiche c’è un museo dell’occupazione russa, finita negli anni Novanta, ma ancora viva nei ricordi di tutti.

 Loro hanno una sensazione di pericolo individuale che qui è poco diffusa.

Essere qui stamattina, tutti assieme su questo palco, non sarebbe possibile in tanti posti del mondo: confrontarci, parlare, dissentire. In molti Paesi finiremmo in galera».

 

Il parlamentare” Benedetto Della Vedova “si è concentrato sul progetto degli “Stati Uniti d’Europa”:

 «Abbiamo il dovere politico di prendere la bandiera federalista europea.

Muoversi verso gli Stati Uniti d’Europa è l’unica possibilità per non assistere all’evaporazione dei nostri valori.

Serve la prospettiva di un’Europa che sia uno Stato, che sappia difendersi, che sappia esprimersi».

 

Questo obiettivo, secondo “Luigi Marattin”, è realizzabile in un solo caso:

 «Tutti gli europei devono credere ai valori dell’Occidente, ossia democrazia politica ed economia di mercato. In Italia, però, i due attuali schieramenti politici hanno altri riferimenti internazionali. Io ho molto rispetto per il romanticismo, la poesia e l’ingenuità. Ma da quando è nato l’uomo, si conta solo se si è forti militarmente, economicamente e nella capacità di innovare».

 

Gli animi e i toni si sono accesi nella seconda metà del panel, dedicata alle prospettive unitarie dei cinque partiti – Pd, Italia Viva, Azione, +Europa, Partito Liberaldemocratico – rappresentati dagli ospiti.

 La posizione di Elena Bonetti è chiara e inamovibile:

 «La difesa dell’Ucraina non è per noi un tema micro-identitario, ma un discrimine su come si deve fare politica.

Combattere il bi- populismo è l’unica possibilità di sopravvivenza per il nostro Paese.

 Con i filo putiniani insediati nel campo largo non ci stiamo!

Preferisco piuttosto la linea di Giorgia Meloni, che ha detto a Matteo Salvini – filo putiniano di destra – di restare al proprio posto.

 Meglio questo scenario rispetto a un governo in cui Giuseppe Conte è ministro degli Esteri e in cui Nicola Fratoianni detta la linea politica».

 

Ivan Scalfarotto, invece, non vuole essere la «voce che grida nel deserto».

 Il senatore di Italia Viva ritiene «legittima la scelta di rimanere solo con quelli che la pensano come te».

 Tuttavia, pensa che «la vera sfida sia quella di governare il Paese. Dobbiamo offrire un’immagine più unita di noi, e lo dico da ex uomo di governo.

 Siamo cinque persone con bellissime idee che hanno un peso politico equivalente allo zero.

Nella prossima legislatura a me piacerebbe poter rappresentare – dentro un governo progressista senza i Vannacci e senza nostalgie fasciste – una presenza riformista forte».

 

“Luigi Marattin” ha detto che la tesi di Scalfarotto sarebbe accettabile «se le due attuali coalizioni avessero delle aree populiste ininfluenti.

La realtà, però, è che i populisti di destra e di sinistra hanno preso il timone dei due schieramenti.

 Forza Italia cosa ha ottenuto da questa Manovra?

Tasse sulle banche e sulle case, contrariamente alle loro richieste.

Il timone politico-culturale dei due schieramenti è in mano ai populisti. Io con Carlo Calenda voglio andare alle elezioni, ma abbiamo sfumature diverse su alcuni temi:

automotive, questione israelo-palestinese, sanità.

Ma è normale che ci siano delle sfumature e delle differenze.

Ribadisco però che con i filo-Hamas e i filo-Putin non vogliamo stare.

È necessario presentarsi agli italiani con la stessa visione liberal-democratica». 

 

La priorità di Della Vedova è evitare il secondo mandato di Giorgia Meloni, paragonato al ritorno di Trump alla Casa Bianca:

«Vorrei creare le condizioni per allearmi col campo largo.

Non dobbiamo fossilizzarci sui micro-temi, altrimenti non riusciremo mai a ingaggiare il Partito democratico per costruire un’alternativa vincente».

 

Anche per “Giorgio Gori”, in conclusione, è fondamentale che «Meloni non vinca le elezioni del 2027, ma è un obiettivo che richiede dei compromessi.

Non credo che stare lì in mezzo a combattere i bi-populisti aiuti in quest’ottica.

Penso sia importante lavorare dentro il Pd, perché è nel Pd che si gioca la prima partita:

quella del baricentro della forza trainante della coalizione.

Io, da parte mia, garantisco l’assenza di compromessi al ribasso su temi come l’Ucraina».

 

 

 

Von der Leyen: "L'Europa sta

lottando per la pace e la libertà."

Rainwes.it – (10/09/2025) – Redazione – Stato dell’unione 2025 – ci dice:

 

L'Europa anticiperà 6 miliardi di euro dal prestito G7 e stipulerà un'alleanza sui droni con l'Ucraina.

Sulla questione Medio Oriente: "Proporremo di sospendere il nostro sostegno bilaterale a Israele."

"L'Europa è in lotta. Una lotta per un continente unito e in pace. Per un 'Europa libera e indipendente.

 Una lotta per i nostri valori e le nostre democrazie.

Una lotta per la nostra libertà e la nostra capacità di determinare il nostro destino.

Non illudiamoci: questa è una lotta per il nostro futuro".

Lo ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Strasburgo aprendo lo Stato dell'Unione.

 

“Sospendere parte di intesa con Israele.”

"Ciò che sta accadendo a Gaza è inaccettabile.

 Ma la situazione è bloccata senza una maggioranza.

 Dobbiamo superare questa situazione.

Non possiamo permetterci di rimanere paralizzati.

 Per questo proporremo di sospendere il nostro sostegno bilaterale a Israele, di interrompere tutti i pagamenti in questi settori, senza compromettere il nostro lavoro con la società civile israeliana o con “Yad Vashem”.

 Proporremo sanzioni contro i ministri estremisti e contro i coloni violenti.

Proporremo anche una sospensione parziale dell'”Accordo di Associazione sulle questioni commerciali".

Così Ursula von der Leyen nel suo Stato dell'Unione.

 

“La carestia a Gaza arma di guerra, deve finire.”

 

"Ciò che sta accadendo a Gaza ha scosso la coscienza del mondo. Persone uccise mentre mendicavano cibo.

Madri che tengono in braccio bambini senza vita.

Queste immagini sono semplicemente devastanti.

Quindi voglio iniziare con un messaggio molto chiaro:

 La carestia provocata dall'uomo non potrà mai essere un'arma di guerra.

Per il bene dei bambini, per il bene dell'umanità, questa atrocità deve finire".

 Lo ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen durante il suo discorso sullo Stato dell'Unione.

  A suo giudizio i cambiamenti degli ultimi mesi sono "inaccettabili". "Abbiamo assistito al soffocamento finanziario dell'Autorità Nazionale Palestinese.

 I piani per un progetto di insediamento nella cosiddetta area E1, che di fatto separerebbe la Cisgiordania occupata da Gerusalemme Est.

Le azioni e le dichiarazioni dei ministri più estremisti del governo israeliano che incitano alla violenza.

 Tutto ciò - ha sottolineato - indica un chiaro tentativo di indebolire la soluzione dei due stati.

Di indebolire la visione di uno stato palestinese sostenibile.

Non dobbiamo permettere che ciò accada"

 

“Non ci sarà mai posto per Hamas.”

"Sono un'amica di lunga data del popolo israeliano

. So quanto gli atroci attacchi del 7 ottobre da parte dei terroristi di Hamas abbiano scosso la nazione nel profondo.

Gli ostaggi sono tenuti prigionieri dai terroristi di Hamas da oltre 700 giorni, dal 7 ottobre.

 Sono 700 giorni di dolore e sofferenza.

Non ci sarà mai posto per Hamas, né ora né in futuro.

 Perché sono terroristi che vogliono distruggere Israele.

E stanno anche infliggendo terrore al loro stesso popolo. Tenendo in ostaggio il loro futuro".

Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen in un passaggio del suo discorso dello stato dell'Unione senza mai citare la parola genocidio.

 

"Nel lungo termine, l'unico piano di pace realistico è basato su due stati. Che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza.

 Con un Israele sicuro, un'autorità palestinese vitale e la piaga di Hamas rimossa.

Questo è ciò che l'Europa ha sempre sostenuto.

Ed è tempo di unirsi e contribuire a realizzare questo obiettivo".

 

“Investire sulla difesa del fianco est.”

 

 "L'economia di guerra di Putin non si fermerà, anche se la guerra dovesse finire.

Ciò significa che l'Europa deve essere pronta ad assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

 Naturalmente, la Nato sarà sempre essenziale.

Ma solo una posizione di difesa europea forte e credibile sarà in grado di garantire la nostra sicurezza", ha detto Ursula von der Leyen a Strasburgo.

"E non c'è dubbio:

il fianco orientale dell'Europa garantisce la sicurezza di tutta l'Europa. Dal Mar Baltico al Mar Nero.

 Ecco perché dobbiamo investire nel sostenerlo attraverso un sistema di sorveglianza del fianco orientale.

 Ciò significa dotare l'Europa di capacità strategiche indipendenti. Dobbiamo investire nella sorveglianza spaziale in tempo reale, affinché nessun movimento di forze passi inosservato.

 Dobbiamo ascoltare l'appello dei nostri amici baltici e costruire un muro di droni.

Non si tratta di un'ambizione astratta. È il fondamento di una difesa credibile".

6 miliardi per alleanza sui droni con Kiev.

"Posso anche annunciare che l'Europa anticiperà 6 miliardi di euro dal prestito G7 e stipulerà un'alleanza sui droni con l'Ucraina.

 L'Ucraina ha l'ingegnosità.

 Ciò di cui ha bisogno ora è la scala industriale.

 E insieme possiamo fornirgliela:

 affinché l'Ucraina mantenga il proprio vantaggio competitivo con la Russia e l'Europa rafforzi il proprio".

 Lo ha detto Ursula von der Leyen a Strasburgo.

 

"L'Europa è al fianco della Polonia"

 

"L'Europa è al fianco della Polonia", ha detto la presidente della Commissione Ue.

Alle sue parole è seguito un lungo applauso dell'Aula di Strasburgo, per la maggior parte in piedi in segno di vicinanza a Varsavia dopo la penetrazione di questa notte di droni russi.

 

Bambino ucraino rapito da russi e la nonna ospiti all'Eurocamera.

La storia del ragazzo ucraino “Sasha” e di sua nonna “Liudmyla” ha commosso l'Aula di Strasburgo durante il discorso di von der Leyen.

 I due sono stati ospiti d'onore in occasione del discorso sullo Stato dell'Unione della presidente della Commissione europea che, parlando agli eurodeputati, ha ricordato la vicenda del giovane.  

  Sasha, oggi undicenne, era stato prelevato insieme alla madre da Mariupol poco dopo l'inizio dell'invasione russa.

 I due tentarono la fuga, ma il bambino venne separato dalla madre e destinato a una nuova vita in territorio russo, con un nuovo nome e nuovi documenti.

Nonostante tutto, riuscì a telefonare alla nonna in Ucraina, chiedendole di riportarlo a casa.

Dopo la telefonata “Liudmyla “affrontò un lungo viaggio attraverso più Paesi, con il sostegno del governo ucraino, fino a riuscire a ricongiungersi con lui, ha ricordato la presidente.

 "Voglio ringraziare Sasha e Liudmyla per avermi permesso di condividere la loro storia. Sono onorata che siano qui con noi oggi", ha dichiarato von der Leyen, accolta da un caloroso applauso dell'Aula, in piedi per omaggiare i due ospiti.

 

"Dobbiamo fare tutto il possibile per sostenere i bambini ucraini. Per questo motivo sono lieta di annunciare che, insieme all'Ucraina e ad altri partner, ospiterò un vertice della “Coalizione internazionale per il ritorno dei bambini ucraini”:

ogni bambino rapito deve essere restituito alla sua famiglia". Lo ha detto Ursula von der Leyen a Strasburgo.

“L'intesa sui dazi con Usa dà stabilità.”

"I dazi doganali sono tasse. Ma l'accordo garantisce una stabilità fondamentale nelle nostre relazioni con gli Usa in un momento di grave insicurezza globale.

Ci sono due imperativi per la spinta all'indipendenza dell'Europa.

 Il primo è raddoppiare gli sforzi in materia di diversificazione e partenariati.

 L'80% del nostro commercio è con paesi diversi dagli Stati Uniti.

Quindi dobbiamo sfruttare le nuove opportunità".

 Così ha detto la presidente della Commissione Ue.

"Il secondo imperativo è che l'Ue intervenga laddove altri si sono ritirati, come la ricerca", ha aggiunto.

 

"In un momento in cui il sistema commerciale globale sta crollando, stiamo garantendo le regole globali attraverso accordi bilaterali.

Come con il Messico o il Mercosur. 

Oppure finalizzando i negoziati su un accordo storico con l'India entro la fine di quest'anno. 

 Costruiremo anche una coalizione di paesi che condividono la nostra visione per riformare il sistema commerciale globale, come il “Cptpp”.  Perché il commercio ci consente di rafforzare le nostre catene di approvvigionamento, di aprire i mercati, si ridurre le dipendenze.

 In definitiva, si tratta di migliorare la nostra sicurezza economica.

 Il mondo vuole scegliere l'Europa. 

E noi dobbiamo fare affari con il mondo", ha spiegato von der Leyen.

 

 “Il futuro dell'auto Ue è elettrico.”

 "Nel rispetto della neutralità tecnologica, stiamo preparando la revisione del 2035.

Milioni di europei desiderano acquistare automobili europee a prezzi accessibili.

 Dovremmo quindi investire anche in veicoli piccoli e convenienti.

Credo che l'Europa dovrebbe avere la sua auto e-car, ecologica, economica, europea.

 Non possiamo lasciare che la Cina e altri conquistino questo mercato.

In ogni caso, il futuro è elettrico. E l'Europa ne farà parte.

Il futuro delle auto e le auto del futuro devono essere realizzati in Europa. “

Lo ha detto Ursula von der Leyen alla Plenaria del Pe.

 

“Difenderemo la stampa libera, più fondi Ue.”

 

"La nostra democrazia è sotto attacco.

 L'aumento della manipolazione delle informazioni e della disinformazione sta dividendo le nostre società.

Non solo sta minando la fiducia nella verità, ma anche nella democrazia stessa".

Lo ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all'Eurocamera annunciando più fondi europei per i media locali e indipendenti.

"Lanceremo un nuovo programma perla resilienza dei media, che sosterrà il giornalismo indipendente e l'alfabetizzazione mediatica. Una stampa libera è la spina dorsale di qualsiasi democrazia. Sosterremo la stampa europea affinché rimanga libera", ha aggiunto.

 

 “Una IA europea è essenziale per il futuro.”

“Un'intelligenza artificiale europea è essenziale per la nostra indipendenza futura.

Contribuirà a potenziare le nostre industrie e le nostre società.

 Dalla sanità alla difesa.

 Quindi, ci concentreremo sui primi elementi fondamentali, ovvero dal “Cloud and AI Development Act” al “Quantum Sandbox”. 

 Stiamo investendo massicciamente nelle” Giga factory europee di intelligenza artificiale”. 

Queste aiutano le nostre start-up innovative a sviluppare, addestrare e implementare i loro modelli di IA di nuova generazione”.

Così la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen nello Stato dell'Unione alla Plenaria dell'Eurocamera.

 “Più tardi oggi incontrerò gli amministratori delegati di alcune delle più grandi aziende tecnologiche europee. Essi consegneranno la loro Dichiarazione europea sull'IA e la tecnologia.

Questo è il loro impegno a investire nella sovranità tecnologica dell'Europea”, ha aggiunto.

 

“Stop a quorum unanimità nella politica estera.”

 

 "Sostengo il diritto di iniziativa del Parlamento europeo. E credo che in alcuni settori, ad esempio nella politica estera, sia necessario passare alla maggioranza qualificata.

È ora di liberarci dalle catene dell'unanimità.

Il punto è che dobbiamo garantire che la nostra Unione sia più rapida e in grado di mantenere le promesse fatte agli europei.

Perché è così che potremo vincere insieme questa battaglia."

 Lo ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen concludendo il suo discorso sullo Stato dell'Unione.

Ursula von der Leyen su Gaza: "La violenza si fermi, Ue deve fare di più, sanzioni e due Stati."

 

 

 

Per difendere le democrazie sotto

attacco bisogna migliorarne la qualità.

 

Asvis.it – Flavia Belladonna – (13 ottobre 2025) – ci dice:

Un viaggio tra i regimi del mondo, per seguire l’evoluzione e le minacce a questa forma di governo che va protetta e nutrita, anche in Italia.

 La partecipazione politica va curata, se si vogliono scelte coraggiose dai governanti.

La guerra lanciata sabato scorso da Hamas e appoggiata dall'Iran è il richiamo più forte e drammatico agli Stati Uniti e all'Europa:

gli attacchi alle democrazie e alla democrazia si moltiplicano, non è più tempo di incertezze e divisioni.

 

Con queste parole “Danilo Taino”, sul “Corriere della Sera”, affronta il tema della libertà sotto attacco nel disordine globale.

Il conflitto a Gaza tra palestinesi e israeliani, riacceso pochi giorni fa dal colpo inedito sferrato da Hamas che ha portato da una parte e dall’altra a migliaia di vittime civili, fa seguito alla guerra in Ucraina.

Come sottolinea il giornalista, stiamo vedendo gli effetti dell’aggressione russa, che “ha esaltato despoti e terroristi in sonno e ha aperto loro la strada per cercare di imporre con la forza equilibri a loro favorevoli”.

 

Così il mondo si sgretola:

in Africa subsahariana crollano molte democrazie sotto i colpi di jihadisti e milizie filorusse, la Cina strizza l’occhio a nuovi dittatori, in Corea del Nord si alza il livello delle provocazioni, l’Iran trova nuovo vigore dopo le repressioni delle donne, in Europa crescono le tensioni tra Serbia e Kosovo e in America Latina Venezuela e Cuba continuano l’appoggio a Russia e Cina

. Insomma, l’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale, fondato su regole, libertà di espressione e di movimento, commerci aperti e Stato di diritto, rischia di crollare e deve mettere in allarme ognuno di noi.

 Difendere il modello democratico vuol dire scegliere la risoluzione pacifica delle controversie, maggiori libertà e diritti, partecipazione civile.

A volte rischiamo di darla per scontata, ma la democrazia va protetta e nutrita per garantirne la qualità.

 

Ma quand’è che una democrazia è realmente tale?

Quale l’evoluzione delle forme di governo nel mondo e in Europa?

E soprattutto, come possiamo garantire in Italia una democrazia di qualità?

Proviamo a esaminare le questioni partendo da alcuni dati, in particolare dal fatto che il nostro non è un Paese considerato pienamente democratico.

 

Secondo l’Economist, l’Italia non è una full democracy ma una” flawed democracy”, ovvero una democrazia imperfetta.

 Nel Democracy index 2022, la classifica annuale del settimanale politico-economico sullo stato di democrazia di 167 Paesi del mondo, le nazioni sono valutate come democrazie piene, democrazie imperfette, regimi ibridi o autoritarismi in base a cinque parametri: processo elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica e democratica e libertà civili.

 Il migliore governo del mondo è quello della Norvegia, seguita da Nuova Zelanda e Islanda, in cima alle 24 democrazie piene.

Tra i 48 Paesi a democrazia imperfetta troviamo l’Italia, che occupa la 34esima posizione globale con un punteggio di 7,69, soprattutto grazie al processo elettorale e al pluralismo (9,58), ma in calo di tre posti rispetto al 2021, risultando meno adeguata dal punto di vista del funzionamento di governo (6,79) e negli altri parametri. Seguono 36 regimi ibridi e 59 autoritarismi, con l’Afghanistan che chiude la classifica.

 

Dall’indice emerge a che punto sono oggi le democrazie nel mondo, ma è interessante cercare di capire anche dove stanno andando.

Secondo” Freedom House”, la lotta per la democrazia nel mondo è molto vicina a un punto di svolta.

Come spieghiamo in questa notizia, infatti, il deterioramento della libertà nel mondo è avvenuto per il 17esimo anno consecutivo, con il numero dei Paesi dove le libertà democratiche sono in declino che ha sempre superato il numero di Paesi che invece migliorano il loro tasso di democraticità, ma nel 2022 lo scarto tra un gruppo e l’altro si è assottigliato.

 Le cose potrebbero dunque finalmente cambiare, anche perché sebbene nel mondo il processo di democratizzazione abbia subìto battute d’arresto, la gente comune continua a difendere i propri diritti contro l’autoritarismo.

La lotta in Iran, soprattutto delle donne, ne è un esempio.

 

Ma non si tratta solo di vedere quante democrazie ci sono nel mondo, che certamente è importante, ma anche la loro qualità.

 In un libro di” Martin Conway” in uscita proprio oggi, dal titolo “L'età della democrazia. L'Europa occidentale dopo il 1945” (raccontato sul Corriere della Sera), l’autore evidenzia che il modello di democrazia emerso nell'Europa occidentale dopo il 1945 era figlio di quell'epoca, e come tale non basta “aggiornarlo” per rappresentare adeguatamente le società del 21esimo secolo: dovremmo forse interpretare ciò che sta accadendo oggi e che accadrà nei prossimi anni non come la fine della democrazia, “ma come la transizione da un modello democratico a un altro”.

Di fronte all’incertezza, all’evoluzione delle tecnologie, alla crescente polarizzazione e alle esigenze delle attuali società, è importante dunque rifondare un dibattito sulla democrazia per evolvere verso una democrazia 2.0 in grado di rispondere alle nuove sfide.

 

L’Unione europea si sta già mobilitando per difendere una democrazia di qualità.

 Di fronte all’impennata di restrizioni alla democrazia, allo spazio civico e allo Stato di diritto in tutta l’Ue degli ultimi anni, “Civil society Europe”, importante rete europea di organizzazioni della società civile, ha pubblicato un” Rapporto con sei raccomandazioni” per un’Unione più democratica su temi che vanno dai diritti alla libertà di movimento, ma anche a politiche sociali e di sicurezza, clima e digitalizzazione (ne abbiamo già parlato).

 Inoltre, fin dal 2020 la Commissione europea ha adottato il Piano d’azione europeo per la democrazia 2020-2024 e recentemente un gruppo di esperte ed esperti in Germania e Francia ha avanzato una proposta di riforma dell'Ue, da attuare contestualmente all'allargamento a nuovi Paesi (Ucraina e non solo), che propone regole più severe sullo Stato di diritto, nuove procedure di voto al Consiglio europeo e un bilancio dell'Ue più ampio.

 

E l’Italia?

 La parola democrazia deriva dal greco, “demos” e “crato”, e vuol dire che il comando è in mano al popolo. Abbiamo visto che, se secondo l’Economist la nostra democrazia è molto valida su processo elettorale e pluralismo, è su funzionamento del governo, partecipazione politica, cultura politica e democratica e libertà civili che dobbiamo lavorare per garantire questo effettivo comando del popolo italiano.

 

Nell’analisi sullo stato di diritto del nostro Paese, l’Ue ha evidenziato alcune criticità, tra cui che:

i tre decreti su migrazione e condotta delle organizzazioni della società civile introdotti tra ottobre 2022 e gennaio 2023 potrebbero avere, o hanno già, ripercussioni negative sull'operato delle organizzazioni della società civile e potrebbero limitare la libertà di associazione e la protezione dello spazio della società civile;

sono aumentati gli attacchi retorici contro le organizzazioni della società civile, in particolare quelle umanitarie, che si occupano di questioni migratorie, comprese campagne denigratorie contro il loro lavoro; destano preoccupazione gli attacchi, le minacce e altre forme di intimidazione nei confronti dei giornalisti (nei primi tre mesi del 2023 censiti 28 episodi intimidatori);

il disegno di legge sull’abrogazione dell’abuso d'ufficio rischia di depenalizzare importanti forme di corruzione e potrebbe influire sull'efficacia dell'individuazione e del contrasto della corruzione.

 

I valori democratici possono essere minati da possibili decisioni sbagliate dall’alto, ma anche a causa di decisioni assenti o disinformate dal basso.

Per contrastare il fenomeno delle urne vuote è necessario realizzare un forte lavoro di educazione alla partecipazione politica, a partire dalle scuole, per sensibilizzare sull’importanza del voto, contrastare la disaffezione dei cittadini, incoraggiare ad approfondire i programmi elettorali e informarsi attraverso dati concreti e attendibili.

Occorre poi lavorare seriamente per ricostruire la fiducia dei cittadini nella politica restituendogli credibilità, al fine di contrastare la rinuncia al voto generata da una frustrazione generale verso il sistema politico e dalla convinzione che il proprio voto non conti nulla o che in ogni caso andrà a una casta privilegiata e corrotta.

Secondo un recente rapporto di “Actionaid” sulla qualità della democrazia, che racconta i modi in cui la società civile prende parte ai processi decisionali e politici del Paese, bisogna ragionare sulla democrazia non come una sequenza di momenti elettorali, ma piuttosto come processo continuo e dinamico;

dobbiamo dunque riflettere sulla reale qualità del potere che i cittadini possono o meno esercitare nell’esprimere le rappresentanze, per sfidarle e stimolarne il potenziale.

 

Lavorare dal basso per avere buone risposte dall’alto è importante, perché senza una forte partecipazione popolare i leader politici difficilmente riusciranno a compiere le scelte coraggiose necessarie per garantire un pieno rispetto dei diritti e per realizzare una transizione giusta.

Per questo, nei prossimi mesi, l’ASviS pubblicherà un documento proprio sul ruolo chiave della partecipazione politica ed elettorale e sulla partecipazione giovanile alla vita civile democratica.

 

C’è infine il tema delle tecnologie.

 In un’era in cui le cittadine e i cittadini sono abituati a esprimere continuamente la loro opinione attraverso i social, il modello democratico tradizionale rischia di risultare obsoleto e di far sentire le persone non ascoltate.

Esistono delle criticità per questa modalità, come il fatto che le decisioni degli eletti vengono messe in discussione in rete con la possibilità di condizionare i comportamenti alla ricerca di popolarità.

Sarebbe importante approfondire e regolamentare gli strumenti innovativi di partecipazione democratica digitale per rispondere alle nuove esigenze della società, tutelandola al tempo stesso dal rischio di manipolazioni.

Con le giuste modalità, e prestando attenzione a non esacerbare il divario digitale, la tecnologia potrebbe rigenerare la democrazia.

 

Insomma, sono tanti i nodi da affrontare per camminare verso una democrazia sempre più piena, ma è da essa che dipenderanno il rispetto dei nostri diritti, le libertà, la pace, le opportunità e anche quindi la qualità della vita.

Come afferma Alessandro Magnoli Bocchi, autore del libro “Quale futuro per la democrazia?” uscito a settembre in libreria.

 

Il processo di evoluzione della democrazia – lungi dall’essere concluso – deve poter continuare.

L’odierna democrazia liberale ha impiegato millenni per emergere e affermarsi come forma di governo cui aspirare, e richiede un continuo sforzo di promozione e consolidamento.

Basandosi sul consenso, richiede legittimità.

Specie se diretta, esige elettori preparati e governanti competenti.

Per decenni, ha garantito prosperità e libertà, ma oggi è fragile.

Va rafforzata con scelte coraggiose.

 Il momento è cruciale, ma è in tali momenti che si determina il futuro. È ora di creare società migliori, funzionanti.

 

Israele e Palestina: dal collasso

umanitario a Gaza al piano Trump.

Ispionline.it – (7 Ott 2025) – Anna Maria Bagaini – ci dice:

 

A due anni dal 7 ottobre 2023, gli sviluppi nella Striscia di Gaza continuano a costituire il fulcro nevralgico attorno al quale ruotano le principali trasformazioni della regione mediorientale.

Le operazioni israeliane nel cuore di Gaza, i progetti di annessione in Cisgiordania, l’attacco mirato contro la leadership di Hamas a Doha e la proposta di Donald Trump per porre fine al conflitto nella Striscia hanno inaugurato una nuova fase di instabilità, destinata a ripercuotersi non solo sugli equilibri interni di Israele, ma anche sulle già fragili dinamiche politiche e di sicurezza palestinesi e regionali.

 

Tra bombe e negoziati: il destino di Gaza.

I bombardamenti aerei e le incursioni di terra, in particolare, nell’area di Sheikh Radwan e a Gaza City – dove risiedono circa un milione di persone –, hanno provocato nuove ondate di sfollati e un numero crescente di vittime civili, aggravando una crisi umanitaria già al collasso.

 Oggi circa 2,1 milioni di abitanti si trovano ammassati in appena il 20% della superficie dell’enclave, mentre il restante 80% è sotto il controllo diretto delle Forze di difesa israeliane (Idf).

Con la caduta di Gaza City, la situazione si aggraverebbe ulteriormente: quasi l’intera popolazione verrebbe compressa in un’area ridotta al 10% del territorio (poco più di 35 chilometri quadrati), uno spazio insufficiente a garantire i bisogni vitali di base.

In questo contesto, le condizioni di vita – già drammatiche – sarebbero destinate a peggiorare.

Nelle ultime settimane si stima che circa 400 persone siano morte di fame, per effetto della malnutrizione, soprattutto infantile, che ha assunto un carattere strutturale.

 La distruzione sistematica di ospedali, scuole e reti idriche da parte delle Idf ha reso impossibile garantire condizioni minime di sopravvivenza.

A ciò si aggiunge l’inefficacia del meccanismo di assistenza umanitaria promosso da Israele e Usa attraverso la” Gaza Humanitarian Foundation”:

le numerose restrizioni imposte e i continui ostacoli logistici rallentano, quando non bloccano del tutto, l’ingresso degli aiuti, aggravando ulteriormente la crisi.

Tutti elementi che accentuano le accuse di genocidio rivolte a Tel Aviv, da ultimo da parte della” Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”.

Secondo le stime diffuse dal ministero della salute di Gaza – peraltro considerate conservative –, dall’ottobre 2023 sarebbero stati uccisi oltre 66.000 palestinesi.

 

A questa condizione di estrema vulnerabilità si aggiungono gli sviluppi recenti, tra cui l’attacco israeliano contro la leadership politica di Hamas a Doha (9 settembre), lì riunita per discutere i termini di una possibile tregua con Tel Aviv.

L’operazione – condotta su iniziativa personale del premier “Benjamin Netanyahu” e in disaccordo con Washington – mirava a decapitare definitivamente ciò che resta dell’ufficio politico dell’organizzazione islamica.

Ciononostante, i risultati si sarebbero rivelati limitati:

sei persone sono rimaste uccise (tra cui il figlio del leader di Hamas Khalil al-Hayya e un membro delle forze di sicurezza interne qatarine), ma nessuna figura di vertice del movimento è stata colpita.

 Al di là dei suoi esiti immediati, l’attacco appare intempestivo e potenzialmente controproducente in quanto rischia di incrinare ulteriormente il già fragile processo negoziale, acuendo le tensioni con i mediatori arabi – Qatar ed Egitto – verso i quali Israele aveva esercitato pressioni per indirizzare l’esito delle trattative in suo favore.

Inoltre, la scelta israeliana colpisce indirettamente la credibilità statunitense, già compromessa, ridimensionando l’immagine di Washington come “honest broker” nei negoziati.

L’operazione sembra quindi configurarsi più come una mossa calcolata volta a trasferire su Hamas e i suoi interlocutori regionali l’onere di un eventuale fallimento delle trattative che un reale tentativo di spezzare la catena di comando del movimento islamista.

 

Tuttavia, le forti pressioni e critiche internazionali emerse sin dai giorni successivi all’attacco di Doha nei confronti dell’atteggiamento aggressivo di Israele e della posizione ondivaga della Casa Bianca –e proseguite durante i lavori dell’ottantesima “Assemblea generale delle Nazioni Unite” – hanno spinto l’amministrazione Trump a rivalutare, anche solo in chiave tattica, l’ipotesi di un rilancio diplomatico per sbloccare lo stallo intorno al conflitto.

Non a caso, in occasione della visita di stato di “Benjamin Netanyahu” a Washington (29 settembre), Trump ha presentato durante la conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca un piano in 20 punti per Gaza, ufficialmente accettato anche dal premier israeliano.

 L’intesa prevede una serie di misure volte a porre fine al conflitto, garantire la sicurezza e avviare un percorso di ricostruzione e governance transitoria.

Nello specifico, il documento stabilisce che Gaza dovrà diventare una zona smilitarizzata, libera da minacce terroristiche e, al tempo stesso, avviata a un ampio programma di ricostruzione a beneficio della popolazione.

La fine immediata delle ostilità è subordinata all’accettazione del piano da entrambe le parti:

Israele si ritirerebbe dalle posizioni occupate, sospendendo le operazioni militari, in vista della liberazione degli ostaggi.

Entro 72 ore dall’adesione israeliana, tutti gli ostaggi – vivi o deceduti – dovrebbero essere restituiti;

in cambio, Israele rilascerebbe prigionieri palestinesi e restituirebbe i resti dei combattenti (250 palestinesi condannati all’ergastolo e 1.700 abitanti di Gaza detenuti senza processo dopo il 7 ottobre).

 

Il piano prevede inoltre un’amnistia per i membri di Hamas che rinunciano alla lotta armata, con possibilità di lasciare Gaza o reintegrarsi nella società civile.

 Contestualmente, affluirebbero aiuti umanitari massicci, supervisionati da agenzie internazionali, e verrebbe garantita la riapertura dei valichi. La governance della Striscia passerebbe temporaneamente a un “comitato tecnico palestinese” sotto la supervisione di un nuovo organismo internazionale, il “Board of Peace”, presieduto da Trump e con la partecipazione di leader ed esperti internazionali (tra cui Tony Blair).

Questo organismo avrebbe il compito di gestire i fondi e i programmi di sviluppo fino a quando l’Autorità nazionale palestinese (Anp) non fosse pronta a riprendere il controllo – benché il suo ruolo operativo resti, al momento, poco definito.

Sul piano economico, il progetto mira a trasformare Gaza in un’area di sviluppo con zone economiche speciali, investimenti internazionali e un piano di ricostruzione ispirato ai modelli di città moderne e prospere del Medio Oriente.

 L’obiettivo è creare occupazione, opportunità e prospettive per i gazawi.

 La smilitarizzazione verrebbe garantita da un programma internazionale di monitoraggio e disarmo, sostenuto anche da incentivi economici.

 Per la sicurezza interna, si istituirebbe una “Forza internazionale di stabilizzazione” (Isf), con il compito di addestrare la polizia palestinese, controllare i confini insieme a Israele ed Egitto e impedire il traffico di armi.

 Progressivamente, le aree occupate dall’esercito israeliano verrebbero consegnate all’”Isf “fino al completo ritiro delle truppe.

Se Hamas rifiutasse il piano, gli interventi di aiuto e ricostruzione proseguirebbero comunque nelle zone liberate dalle Idf e consegnate all’Isf.

Parallelamente, verrebbero promossi il dialogo interreligioso e processi di riconciliazione culturale per favorire la convivenza pacifica.

 Infine, il piano individua nella futura riforma dell’Anp e nella ricostruzione di Gaza i presupposti per aprire una prospettiva politica credibile verso l’autodeterminazione e uno stato palestinese, nel quadro di un dialogo diretto tra le parti mediato dagli Stati Uniti.

La proposta ha ottenuto fin da subito un sostegno significativo da parte del mondo arabo-musulmano:

Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Pakistan e Indonesia hanno annunciato il loro appoggio all’attuazione del piano promosso da Trump.

Tuttavia, le stesse parti hanno precisato, attraverso un comunicato congiunto, la volontà esplicita di impedire qualsiasi forma di annessione da parte di Israele, ricevendo su questo punto un impegno personale dal presidente statunitense.

Questa posizione va letta anche nel contesto regionale sorto dopo il bombardamento israeliano su Doha, episodio che ha incrinato ulteriormente la fiducia degli attori regionali nei confronti di Israele e ha alimentato la percezione di una copertura politica statunitense alle azioni di Tel Aviv.

La diffidenza arabo-musulmana si è dunque tradotta in un sostegno “condizionato” al piano:

 un appoggio pragmatico alla ricostruzione e alla stabilizzazione di Gaza, accompagnato dalla ferma richiesta che Washington si impegni a frenare qualsiasi progetto di annessione in Cisgiordania.

In questo quadro, l’adesione al piano Trump non appare come un pieno allineamento al disegno statunitense, bensì come un tentativo di evitare la marginalizzazione dal processo negoziale, esercitando al contempo pressione sulla Casa Bianca affinché non si appiattisca sugli interessi strategici israeliani.

 

Al netto delle aperture israeliane assicurate da Trump, la proposta solleva ancora diverse perplessità.

Si tratta di un piano ambizioso, che cerca di integrare dimensioni militari, politiche ed economiche, ma che poggia su presupposti difficilmente realizzabili.

In particolare, esso presuppone che Hamas accetti di smilitarizzarsi, consegnare le armi e rinunciare a qualsiasi ruolo politico:

 condizioni che, realisticamente, minano alla radice l’identità stessa del movimento.

Inoltre, l’ampio controllo internazionale e il protagonismo attribuito a Trump rischiano di essere percepiti come una forma di commissariamento, poco digeribile per una parte della società palestinese.

A ciò si aggiunge un elemento contraddittorio:

mentre il piano si presenta come uno strumento di pacificazione, Trump ha dichiarato che, in caso di rifiuto da parte di Hamas, gli Stati Uniti garantiranno pieno sostegno militare a Israele per proseguire le operazioni nella Striscia.

 Un linguaggio che tradisce la logica dell’aut-aut più che quella di una mediazione equilibrata.

Anche in Israele il percorso non è privo di ostacoli:

Netanyahu ha espresso sostegno al piano, ma il via libera del gabinetto di sicurezza non è scontato e le divisioni interne potrebbero farlo naufragare, come già accaduto a molte iniziative precedenti.

 Sul piano internazionale, invece, non mancano aperture:

diversi paesi arabi e musulmani hanno accolto positivamente la proposta, a condizione che essa non contempli annessioni in Cisgiordania.

In definitiva, il piano Trump si presenta come un progetto strutturato e ambizioso, ma la sua attuazione poggia su presupposti fragili e rischia di rimanere bloccata dai consueti ostacoli e sabotaggi politico-diplomatici di entrambe le parti.

Nonostante ciò, a due anni dall’inizio del conflitto, la proposta Usa rappresenta forse l’ultima occasione, pur imperfetta, per avviare un percorso di de-escalation nell’area.

 

Il primo ministro Netanyahu tra estremismo e proteste.

Alla fine di luglio la coalizione di governo ha perso due dei suoi partiti (Agudat Yisrael, una fazione di Giudaismo Unito della Torah, e Noam), ritrovandosi con il controllo di soli 60 dei 120 seggi del parlamento israeliano e divenendo così un esecutivo di minoranza.

Di fatto, la posizione di Netanyahu non è messa in immediato pericolo, anche se tali accadimenti rendono il governo ancora più vulnerabile e sotto molteplici pressioni da parte degli alleati rimasti in coalizione.

 Il primo ministro si ritrova con un margine di manovra politico e diplomatico significativamente ridotto:

 non solo il governo non è più in grado di legiferare autonomamente senza il supporto di partiti esterni alla coalizione, ma la sopravvivenza di Netanyahu stesso (tra proteste, isolamento diplomatico e un processo per corruzione) è sempre di più legata a doppio filo alla volontà dei partiti haredi e dei partiti di estrema destra, che detengono rispettivamente 18 e 14 seggi in parlamento.

 

Si consolida così una dinamica già evidente:

 il premier porta avanti specifiche politiche con l’obiettivo primario di garantire la propria permanenza al potere.

Se durante la prima parte dell’estate Netanyahu ha concentrato la maggior parte degli sforzi per soddisfare le richieste dei “partiti haredi”, trovando una temporanea soluzione alla spinosa questione della leva militare per i giovani studenti religiosi, nella seconda metà ha invece posto tutte le sue attenzioni verso i ministri” Itamar” Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, nel tentativo di appagare le loro rivendicazioni in materia di  gestione della guerra a Gaza e ampliamento degli insediamenti in Cisgiordania.

 

In quest’ottica si inseriscono una serie di iniziative politiche avviate il 23 luglio presso la Knesset e culminate con l’approvazione di una mozione per l’annessione della Cisgiordania.

 La risoluzione, approvata con 71 voti a favore e 13 contrari, dichiarava la Cisgiordania come “una parte inseparabile della Terra d’Israele”, affermando il “diritto naturale, storico e legale” di Israele su tutti i territori della Terra d’Israele e invitando il governo ad “applicare la sovranità, la legge, il giudizio e l’amministrazione israeliani a tutte le aree di insediamento ebraico di ogni tipo in Giudea, Samaria e nella Valle del Giordano”.

 L’8 agosto, invece, il gabinetto di sicurezza ha approvato la proposta di prendere il controllo militare della città di Gaza e il 1° settembre è stata discussa la potenziale annessione di parti della Cisgiordania. Successivamente, Netanyahu ha annunciato l’11 settembre, lo sviluppo dell’area E1, un progetto volto a rafforzare la presa di Israele sulla Cisgiordania separandola da Gerusalemme Est, con la costruzione di 3.412 unità abitative per un costo stimato di circa 1 miliardo di euro. Infine, il 16 settembre il governo ha ufficialmente concesso il via libera all’incursione di terra nella città di Gaza.

 Secondo fonti militari rimaste anonime, con tale operazione sono state create le condizioni per occupare la città.

Il capo di stato maggiore delle Idf, “Eyal Zamir”, ha tuttavia messo in guardia l’esecutivo dai rischi dell’operazione su Gaza, esprimendo la sua opposizione a riguardo e ha ripetutamente esortato il gabinetto di sicurezza a concordare un cessate il fuoco con Hamas e un accordo di rilascio degli ostaggi.

 

La maggior parte degli israeliani si oppone a questo disegno portato avanti dal primo ministro e dai suoi alleati di estrema destra, sostenendo invece la linea suggerita dagli alti ufficiali dell’esercito il perseguimento di un accordo che possa portare al rilascio degli ostaggi e alla fine della guerra.

In risposta alle iniziative dell’esecutivo, l’”Hostages and Missing Families Forum”, in collaborazione con altri gruppi di protesta presenti nella società israeliana, ha intensificato le azioni di protesta organizzando eventi come la giornata di manifestazioni “Israel stands for hostages” (26 agosto) e molteplici scioperi su scala nazionale che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone.

Già prima del 7 ottobre 2023 Israele era stato teatro di imponenti proteste nei confronti della riforma della giustizia voluta da Netanyahu.

Dopo quei fatti tragici, le manifestazioni non si sono fermate ma hanno continuato a crescere chiedendo apertamente al governo un impegno per la liberazione di tutti gli ostaggi in mano ad Hamas.

Ciononostante, le proteste hanno conservato un focus anti-governativo, tanto da divenire un canale permanente di opposizione contro l’operato dell’esecutivo e raccogliendo consensi trasversali.

 

Fatti, questi, che spiegano molto bene il divario crescente tra governo e società civile, che è destinato ad ampliarsi in modo sempre più evidente. Non a caso, un sondaggio del “Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research” presso l’”Israel Democracy Institute” di fine agosto 2025 mostra chiaramente come due terzi dell’opinione pubblica sostiene un accordo che preveda il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della cessazione delle ostilità e del ritiro delle Idf da tutta la Striscia di Gaza.

Inoltre, la maggioranza degli ebrei e degli arabi israeliani si oppone fermamente alla riapertura o creazione di insediamenti a Gaza.

 

Un ulteriore calo del sostegno pubblico alla continuazione della guerra è stato incentivato dal piano avanzato dal presidente Trump per porre fine a quella che ormai viene percepita da un’ampia parte degli israeliani come un’infinita guerra imposta dal primo ministro a discapito dei 48 ostaggi e di Israele stesso.

 Alle soglie di una nuova campagna elettorale, con le prossime elezioni previste per ottobre 2026, bisognerà quindi capire se Netanyahu che finora si è pubblicamente opposto alla fine della guerra per salvaguardare la stabilità del suo governo, accetterà di ritirare le forze dell’Idf da Gaza (come previsto dal piano Trump), giocandosi la fiducia dei suoi partner di coalizione di estrema destra.

Infatti, se l’iniziativa americana si realizzasse, vanificherebbe le politiche portate avanti dal governo fino ad ora per il reinsediamento di Gaza e l’annessione della Cisgiordania, sancendo la fine del sogno della destra dei coloni nel prossimo futuro.

 Lo scioglimento della coalizione diventerebbe così un’opzione realistica, poiché Itamar “Ben Gvir” e “Bezalel Smotrich” non sarebbero in grado di giustificare la loro presenza al governo.

 

Traballano le alleanze e aumenta l’isolamento diplomatico.

Da una prospettiva di politica estera, Israele si ritrova sempre più isolato, con la questione palestinese ormai al centro del dibattito internazionale.

La seconda settimana di settembre è stata infatti una delle peggiori per la diplomazia israeliana nella storia recente:

apertasi con l’attacco contro i leader di Hamas a Doha che ha suscitato rimproveri da parte del presidente Trump;

continuata con la dichiarazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a supporto del Qatar;

e conclusasi con l’approvazione della “Dichiarazione di New York”, il piano franco-saudita per la creazione di uno stato palestinese, da parte dell’Assemblea generale dell’Onu.

 

Il raid contro il team negoziale di Hamas, guidato da “Khalil al-Hayya” e impegnato a Doha nella discussione della proposta di cessate il fuoco statunitense, ha rappresentato un salto di qualità nell’escalation in corso, comportando conseguenze importanti nel breve e nel lungo periodo:

un’ulteriore compromissione dei negoziati per la liberazione degli ostaggi, la messa alla prova del sostegno della Casa Bianca e l’indebolimento degli accordi di Abramo.

Considerata la tempistica dell’iniziativa, che avviene appunto nel pieno dell’attività negoziale con Hamas, ci si interroga su quale potesse essere lo scopo di questa azione.

Emergono due ipotesi principali:

 il sabotaggio del piano Trump per porre fine alla guerra di Gaza e la necessità del primo ministro Benjamin Netanyahu di prendere le distanze dall’indagine in corso sui presunti legami dei suoi collaboratori con il “Qatar” nel dossier “Qatar Gate”.

 

Senza dubbio, il raid israeliano ha creato non poche irritazioni alla Casa Bianca e al presidente Trump in particolare, confermando ancora una volta la fragilità dell’intesa personale con Netanyahu.

Infatti, a differenza delle operazioni di giugno contro l’Iran, questa volta nel mirino israeliano non c’è un nemico, ma un fondamentale alleato americano nella regione;

 per questo motivo Washington ha cercato di limitare immediatamente i danni contattando i leader del Qatar, mettendo pubblicamente in dubbio la legittimità dell’operazione israeliana e ribadendo l’importanza delle relazioni tra gli Stati Uniti e Doha.

Resta il fatto che, dalla visita del presidente Trump in Qatar a maggio, il paese è stato bersaglio di due attacchi militari, conseguenza della postura degli Stati Uniti nella regione:

a giugno, i missili iraniani, a settembre gli aerei israeliani.

Il risultato è che il recente attacco, non solo ha intaccato la relazione tra Tel Aviv e Washington, ma ha anche indebolito il rapporto tra Stati Uniti e il Qatar rischiando, per effetto domino, di mettere a repentaglio il coordinamento americano con gli altri partner del Golfo e, in ultima analisi, la tenuta degli ormai fragili Accordi di Abramo (che hanno compiuto a settembre cinque anni).

 

Le ripercussioni di questi eventi sulle relazioni diplomatiche di Israele si inseriscono in un quadro già molto compromesso e difficoltoso.

 Da qualche mese, con l’aggravarsi della crisi umanitaria a Gaza, molti paesi dell’Unione europea hanno chiesto alle istituzioni comunitarie un  cambio di rotta concreto nei rapporti con Israele;

 il 17 settembre, all’indomani dell’inizio della nuova operazione di terra a Gaza, “Kaja Kallas”, “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, ha presentato una serie di misure che andranno a modificare i legami commerciali con Israele e a sanzionare alti funzionari israeliani, segnando un importante cambiamento nell’approccio dell’Unione nei confronti della nazione mediorientale.

Le misure previste (che devono ancora essere approvate dai paesi membri) mirano a imporre dazi su circa 5,8 miliardi di euro di merci che Israele importa dall’UE.

 

In questo scenario, il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per approvare la “Dichiarazione di New York” sulla soluzione dei due stati è piuttosto significativo.

Non tanto per il suo impatto immediato sul processo di pace, quanto per gli impatti politici:

osservando il conteggio dei voti (e delle astensioni) si evidenzia il crescente isolamento di Israele.

 Infatti, il calo del numero di astensioni è una tendenza preoccupante per Tel Aviv, poiché l’astensione formale dalle votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è generalmente riconosciuta come un sostegno passivo a Israele.

 Questo trend è particolarmente rilevante tra i paesi occidentali, in particolare nell’Unione europea, tra i quali solo Repubblica Ceca e Moldavia astenute, mentre l’Ungheria si è opposta.

Con l’accentuarsi del suo isolamento internazionale, Israele assomiglia sempre più a un giocatore di scacchi che ha perso tutti i suoi pezzi, tranne la regina (in questo caso gli Stati Uniti).

È in questo scenario che Netanyahu si è ritrovato ad accettare pubblicamente il piano di Trump per la cessazione del conflitto in corso a Gaza;

anche se questo include disposizioni che il primo ministro ha sempre rifiutato, come per esempio l’avviamento di un percorso credibile per l’autodeterminazione e la sovranità palestinese.

 Per la prima volta da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump sta usando tutto il suo peso per porre fine alla guerra nella Striscia e, in futuro, mediare accordi di normalizzazione tra Israele e le monarchie arabe del Golfo che non hanno firmato gli Accordi di Abramo.

Netanyahu infatti sembra sia stato costretto a scusarsi con la controparte qatariota (Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani) per l’attacco di Doha, durante una chiamata telefonica effettuata dalla Casa Bianca.

 Questo gesto ha chiarito come, in realtà, i venti punti di Trump siano il frutto di considerazioni geopolitiche più ampie, che rispondono alle pressioni a cui lo stesso presidente degli Stati Uniti è sottoposto da parte degli alleati arabi nella regione.

 

Al contempo, Netanyahu si trova ad affrontare la sfida di vendere il piano ai suoi partner di estrema destra, gestendo contemporaneamente le aspettative della Casa Bianca, che ha ormai puntato la sua reputazione sul successo del piano.

 La realtà è che per Israele, che si trova ad affrontare un peggioramento della propria economia, il bandolo della matassa rimane la questione palestinese e vi è solo un modo per districarsi da queste tendenze negative:

raggiungere un accordo con Hamas per salvare gli ostaggi, porre fine al conflitto a Gaza e investire sulle alleanze con americani e partner regionali per realizzare la soluzione dei due stati.

 L’accordo proposto da Trump riconferma questa semplice verità.

 

Strategie di annessione in Cisgiordania e crisi della governance palestinese.

Il piano Trump per Gaza non va inteso nella sua dimensione isolata o meramente infrastrutturale, bensì come parte di un quadro politico più ampio.

 Le vicende della Striscia, così come il progetto statunitense di porre fine al conflitto, sono infatti strettamente intrecciate con ciò che accade – e soprattutto con ciò che potrebbe accadere nelle prossime settimane – in Cisgiordania.

In gioco non vi è soltanto il futuro immediato di Gaza, ma anche la possibilità che Israele utilizzi l’attuale contesto per ridisegnare in maniera permanente l’assetto politico e demografico dei territori palestinesi, attraverso annessioni sia nella Striscia sia in Cisgiordania.

Una prospettiva di questo tipo ridurrebbe al minimo le possibilità di statualità palestinese, alimentando nuove tensioni e rendendo ancora più fragile l’equilibrio regionale.

 

Da ben prima dell’ottobre 2023, la Cisgiordania è diventato teatro di una nuova escalation di violenze guidate dai coloni israeliani – oltre 700.000 persone, pari al 10% della popolazione israeliana, che vive in 150 insediamenti illegali e 128 avamposti sparsi tra Gerusalemme Est e il resto del territorio occupato.

 

La loro presenza non si limita all’edificazione di nuove comunità, ma si traduce in azioni violente (incendi dolosi di abitazioni, assalti armati, distruzione di campi coltivati, sabotaggi alle reti idriche e alle infrastrutture scolastiche) dirette contro i villaggi arabi, beduini e cristiani.

Non si tratta di episodi isolati, bensì di un fenomeno sistematico che ha prodotto sfollamenti forzati, spopolamento di interi villaggi rurali e un clima di terrore quotidiano, volto a rendere sempre più difficile, se non impossibile, la permanenza dei palestinesi nelle loro terre.

 

Questa spirale di violenza non è il frutto di una deriva incontrollata, ma si inserisce in una strategia più ampia del governo israeliano che non solo tollera l’attivismo dei coloni, ma in alcuni casi lo incoraggia e lo legittima.

 L’obiettivo è spingere i palestinesi ad abbandonare porzioni sempre più estese della Cisgiordania, aprendo la strada all’espansione degli insediamenti.

 Negli ultimi anni questa politica si è strutturata in forme sempre più organiche, proiettandosi verso l’annessione de facto di circa l’82% del territorio, lasciando all’”Autorità nazionale palestinese” (Anp) enclave sparse, frammentate e prive di continuità geografica, dunque, incapaci di sostenere una reale autonomia politica ed economica.

 Il nodo simbolico e strategico di questo processo è l’area di E1, tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim.

La costruzione di migliaia di nuove unità abitative in questa zona creerebbe un continuum urbano israeliano capace di inglobare Gerusalemme e, al tempo stesso, di tagliare in due la Cisgiordania.

L’effetto sarebbe quello di spezzare definitivamente la possibilità di costituire uno stato palestinese territorialmente coeso.

 Non a caso, E1 è considerata la linea rossa della politica di insediamenti israeliana, poiché la sua piena realizzazione comprometterebbe quasi irreversibilmente qualsiasi prospettiva di una soluzione a due Stati.

 

In questa prospettiva, la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti non rappresentano dinamiche distinte ma due componenti di una medesima strategia.

La prima mina la coesione sociale e spinge allo spopolamento delle comunità palestinesi;

 la seconda interviene successivamente, consolidando sul piano amministrativo e infrastrutturale il controllo israeliano delle aree svuotate.

 Insieme, queste pratiche ridisegnano la mappa della Cisgiordania, sostituendo la continuità territoriale palestinese con una progressiva e funzionale continuità israeliana.

Gli impatti di tali azioni non sono però soltanto di carattere geografico. Il processo di colonizzazione e annessione alimenta tra i palestinesi un profondo senso di oppressione e marginalizzazione, che rischia di tradursi in nuove ondate di radicalizzazione.

In tal senso, l’attentato a Gerusalemme dell’8 settembre 2025 – una sparatoria a una stazione dei bus della città che ha causato sei vittime – rappresenta un episodio emblematico.

 L’evento non è un fattore di novità e/o esclusività, ma testimonia il fatto che il mix di pressione militare e espansione coloniale promosso in questi anni dai governi di Tel Aviv contribuisce ad alimentare il senso di insicurezza e minaccia nella popolazione israeliana, riattivando dinamiche di terrore che potrebbero porgere il fianco a nuove fasi di escalation.

 

Tali vulnerabilità hanno conseguenze politiche dirette sulla governance palestinese, già profondamente fragile.

 L’Anp si trova da tempo in una delicata posizione di debolezza:

 da un lato collabora con Israele in materia di sicurezza, il che la espone a critiche interne di collusione;

dall’altro, le restrizioni territoriali e le demolizioni ne erodono l’autorità amministrativa, alimentando una percezione di impotenza e inefficacia, aggravando il senso di frustrazione popolare nei suoi confronti.

 Da parte sua Hamas, pur godendo di un consenso latente tra alcuni settori della popolazione che vedono in esso l’unico attore disposto a opporsi frontalmente a Israele, in Cisgiordania non riesce a tradurre questo sostegno in capacità di governo effettivo.

La sua presenza resta marginale e costantemente sotto attacco, più simbolica che istituzionale.

Il risultato è un dualismo sterile che screditata e paralizza entrambi, alimentando quel vuoto di governance in cui si innestano e proliferano gruppi armati locali, reti clientelari ed economie informali, che riflettono la crescente frammentazione politica e territoriale.

 Si tratta di un quadro che non solo indebolisce la prospettiva di una soluzione, ma che rischia di rendere strutturale la disarticolazione della stessa società palestinese.

 

È pur vero che lo sviluppo recente legato al piano Trump per Gaza, sostenuto in modo significativo dalla diplomazia arabo-musulmana, potrebbe trasformarsi in una qualche opportunità anche per l’Anp, che potrebbe sfruttare la congiuntura per indebolire Hamas e riaffermare la propria centralità nelle dinamiche politiche palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania.

L’”Autorità nazionale palestinese” ha infatti ribadito il suo impegno a collaborare con gli Stati Uniti e con i partner regionali per raggiungere un accordo complessivo che apra la strada a una pace giusta, fondata sulla soluzione dei due stati.

Tuttavia, permangono forti critiche da parte della stessa governance palestinese.

Da un lato, si sottolinea l’ambiguità israeliana, che in due anni non ha mai realmente sottoscritto alcuna proposta di pace;

dall’altro, si denuncia il fatto che l’Anp sia stata sostanzialmente bypassata nel negoziato promosso da Washington e dalle principali capitali arabe.

Questo approccio finisce per erodere ulteriormente la legittimità dell’Anp come unico rappresentante del popolo palestinese, accentuandone la marginalità e alimentando il rischio di un ulteriore logoramento della sua autorità politica.

 

 

 

 

Amnesty International:

«I diritti nel mondo sono sotto attacco».

Lespresso.it – (14 aprile 2023) – Daniele Mastrogiacomo – ci dice:

 

Per “Riccardo Noury” è a rischio soprattutto la libertà di manifestare. Dall’Iran a Israele, dal Sud America al Nord Africa, le proteste vengono represse nel sangue.

«I diritti nel mondo sono sotto attacco», ci dice Riccardo Noury, portavoce italiano di “Amnesty International” di cui fa parte dal 1980. Un osservatore attento e puntuale su una tendenza che mette a rischio i valori fondamentali della democrazia.

 Il rapporto appena pubblicato sul biennio 2022-2023 lo conferma.

 

 In che modo vengono attaccati?

«Quest’anno ricorrono i 75 anni della dichiarazione dei Diritti umani. Sono passati quasi inosservati. Il principale era il diritto alla protesta. Nel 2022 ce ne sono state in 87 Paesi.

All’inizio pacifiche, sono poi scivolate nella violenza.

 E in quasi tutte è stata usata una forza eccessiva per reprimerle.

Questo si traduce nel restringere sempre più ampi spazi di libertà.

Si sopprimono perché producono richieste di cambiamenti.

 Guardiamo cosa è successo in Israele e cosa sta accadendo in questi giorni in Francia. È preoccupante».

 

 Debolezza dei governi o rinuncia al confronto?

«Negli ultimi 15 anni ci sono stati due momenti chiave per capire l’attuale crisi.

Nel 2010 con l’avvio delle “occupy”, le primavere arabe, le tendopoli allestite in tutto il mondo.

Avevano le stesse parole d’ordine:

libertà, fine della corruzione, soprattutto riconquista della dignità. Quindi, il gelo.

Fino al 2018 le persone erano convinte di potersi esprimere con un click o un like.

 Nel 2019 scatta la scintilla di cui non conosciamo l’origine.

 Il mondo intero, di colpo, ha capito che per ottenere delle conquiste bisognava impegnarsi.

Con la testa e con il cuore.

Milioni di persone sono scese in piazza chiedendo libertà e cambiamenti. Pensiamo a Hong Kong, al Cile, alla Colombia».

 

La crisi del voto, si è persa fiducia nella democrazia?

«È entrata in crisi la rappresentazione più che la democrazia.

Si è parlato poco dell’Algeria.

È nato un movimento, l’”Hira”k, che è riuscito a dare una spallata a una parvenza di potere gestita da una persona espressione dei militari.

Un movimento imponente che ha trascinato mezzo Paese per le strade. Lo Stato ha reagito con una repressione feroce».

Per paura?

«Per paura del cambiamento.

Le persone hanno capito che dovevano mobilitarsi perché nei Palazzi non trovavano una sponda.

 L’Iran è esemplare.

Ha vissuto e vive una rivolta nuova.

Non sono più le donne che si ribellano a 44 anni di discriminazione.

 La novità sono gli uomini che le affiancano nelle proteste.

Questo terrorizza il potere.

Le autorità hanno rinunciato alla mediazione.

Sparano sulle folle per fare più male possibile.

Non c’è dialogo, confronto. Si uccide.

Con tattiche che abbiamo visto adottare sempre più spesso dal 2019: proiettili di gomma all’altezza degli occhi per gli uomini e agli organi genitali per le donne, fino alle granate usate in Iraq».

Stessa tendenza con la criminalità?

Il Salvador sembra diventato una prigione.

«Per combattere la violenza diffusa assistiamo alla normalizzazione dello stato di emergenza.

Quando verrà abrogato, i codici ordinari saranno così intrisi di norme illiberali che nessuno ci farà più caso.

Il caso” Bukele”, presidente del Salvador, ha tutte le premesse per diventare il vero emblema del 2022.

 L’1,5 per cento della popolazione è in carcere, 132 detenuti sono morti sotto tortura. Meno diritti e più sicurezza».

Ma Bukele ha enorme consenso.

«Deve però tenere in carcere per tutta la vita chi arresta perché quando esce è più infuriato di prima;

crea delle zone franche e altre totalmente impoverite.

 Molte delle persone finite dentro, magari solo per un tatuaggio al polso, erano quelle che davano da mangiare alle famiglie che ora si trovano senza più sostegno».

Pugno duro anche con i migranti.

Frustati o deportati, bruciati nei centri, morti in mare…

«L’approccio è diverso. È più sottile.

Dopo i muri si usano i Paesi di partenza come dighe umane».

 

Accade con il Messico.

«Non dimentichiamoci che questa pratica è iniziata con l’Australia.

 Per fronteggiare l’ondata migratoria si sono pagate la Papua Nuova Guinea e l’isola di Nauru.

 In Europa si è applicata con la Turchia nel 2016 e l’Italia con la Libia nel 2017.

Stessa cosa accade nelle Americhe.

È il gioco delle palline da ping pong. Da Nord a Sud.

Tra Usa e Canada è stato aggiunto un protocollo su un accordo vecchio di 15 anni.

Accolto soltanto chi arriva da un Paese sicuro.

 E il Canada considera tale solo gli Usa.

Tutti gli altri trovano un muro e vengono spediti indietro.

Dagli Usa tornano in Messico che a sua volta li respinge fino ai Paesi del Triangolo della morte e poi ancora in Venezuela o ad Haiti.

 La strategia è chiara: respingere e logorare. Lo vediamo nei Balcani».

 

Ma l’emergenza resta. Perché è un fenomeno epocale.

«Non c’è nulla di nuovo in questa strategia.

Spostare progressivamente le frontiere meridionali e orientali nei Paesi di partenza è una vecchia tesi.

Oggi è applicata in modo più spregiudicato.

L’Italia coopera con gruppi di persone che gestiscono pezzetti di territorio in Libia.

 È gente che a più riprese è stata denunciata per crimini contro l’umanità e che è sotto indagine da parte della “Corte penale internazionale”.

Collaboriamo con dei criminali per frenare il flusso migratorio. Lo dice l’Onu, non Amnesty».

 

 A quale prezzo?

«A qualsiasi prezzo.

Aiutare un Paese come la Tunisia perché rischia il default in cambio di un blocco delle partenze fa parte della cooperazione.

 Può sembrare un accordo cinico ma ci può stare.

L’errore è non rimuovere le cause che spingono le persone a fuggire: l’odio razzista instillato da chi governa nei confronti delle popolazioni subsahariane.

Se non affronti questa verità non risolvi il problema.

Non fai altro che dare soldi a un sistema che alimenta ciò per cui stai finanziando».

 

 

 

Società civile europea sotto attacco:

preoccupano le strategie per delegittimarla.

Asvis.it - Milos Skakal – (giovedì 11 settembre 2025) – ci dice:

 

Il “Civic space report” evidenzia come in diversi Paesi membri stiano aumentando leggi restrittive che ostacolano solidarietà, libertà di espressione e diritto di manifestare, soprattutto per la Palestina e la giustizia climatica. (10/9/25).

 

Società civile europea sotto attacco: preoccupano le strategie per delegittimarla.

La società civile europea è nel mirino di una campagna di odio e delegittimazione che ha l’obiettivo di restringere gli spazi democratici di espressione e di organizzazione politica.

E l’attacco è portato avanti soprattutto da movimenti e partiti di estrema destra, che in molti Paesi sono al potere o hanno comunque guadagnato forte consenso negli ultimi anni.

La principale strategia dell’estremismo di destra, sia istituzionale che non, e’ di promuovere una visione dicotomica della società, che sarebbe divisa in una presunta battaglia tra gli europei “nativi” e gli “stranieri”.

Questo è il messaggio principale contenuto nel documento “Civic space report 2025”, pubblicato recentemente dall’”European civic forum”, una rete paneuropea di circa 100 associazioni e Ong.

 Il rapporto disegna una panoramica dello spazio civico in 17 Paesi europei, tra cui l’Italia, sia con un’analisi d’insieme che con degli approfondimenti sul campo per ogni Paese.

Quello che emerge è “una strategia deliberata per delegittimare la società civile europea” durante lo scorso anno.

 

A preoccupare maggiormente gli autori del documento sono le strategie mirate a squalificare e screditare le azioni delle “organizzazioni della società civile” attraverso campagne diffamatorie e legislazioni restrittive. In particolare viene sottolineato come le battaglie per l’uguaglianza di genere, per la giustizia climatica e contro il razzismo vengano etichettate come parte di una presunta “agenda woke” solo per il fatto di rivendicare diritti universali.

Inoltre si fanno sempre più forti le restrizioni del diritto alla protesta, che si stanno accentuando in tutto il continente, soprattutto rispetto ai movimenti ecologisti o di sostegno alla causa palestinese.

In Europa il consenso per la democrazia è in caduta libera.

Solo il 36% dei rispondenti al sondaggio di “European movement international” vede positivamente la forma di governo democratica, mentre cresce il sentimento nazionalista, anche se si afferma l’idea di un esercito comune.(22/8/25).

Si restringe lo spazio per il diritto alla protesta.

Gli organi legislativi di numerosi Paesi europei stanno “rispecchiando modelli autoritari”.

In altre parole, in Europa i Parlamenti nazionali stanno varando delle leggi che rendono sempre più difficile, se non chiaramente illegale, esercitare il diritto di riunirsi pacificamente.

 Uno degli esempi principali riportati dal documento riguarda il caso italiano, con il cosiddetto “Decreto legge “Sicurezza” (ex-Ddl 1660) nato su iniziativa del “ministro dell’Interno Matteo Piantedosi”.

 In particolare il provvedimento ha introdotto nel codice penale 20 nuovi reati connessi con il diritto a manifestare e ha aggravato le pene per altri già esistenti.

 Ma vengono riportati nel Rapporto anche altri esempi, come quello del Belgio, dove l’accordo di governo del nuovo esecutivo prevede di reintrodurre delle forme di divieto a lungo termine del diritto alla protesta.

 

Un altro esempio è quello della Francia dove, durante le Olimpiadi, si è verificata una forte ondata di arresti:

decine di attivisti sono state fermate grazie alla normativa di sicurezza introdotta in occasione della competizione internazionale.

Un esempio è quello del collettivo “Les Hijabeuses” che ha protestato per il diritto delle calciatrici di religione musulmana a portare il velo durante le partite (in Francia è vietato):

 le attiviste sono state perquisite, arrestate e obbligate a togliersi il velo nei locali dove erano custodite.

 

Vietato manifestare solidarietà per la Palestina.

Secondo quanto sentenziato dalla “Corte internazionale di giustizia”, la distruzione portata avanti dallo Stato di Israele contro la popolazione di Gaza a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 è plausibilmente un genocidio.

Eppure, come viene riportato dal documento, le manifestazioni in solidarietà con la Palestina vengono sistematicamente represse in molti Stati europei.

 

Il caso più eclatante è quello tedesco, anche se forti restrizioni al diritto a manifestare per la Palestina sono state riscontrate anche in Francia, Italia, Danimarca, Romania e Grecia.

In particolare a Berlino la polizia ha vietato i cori in arabo, ha imposto restrizioni di movimento durante le manifestazioni e ha consegnato “fogli di via” ai dimostranti per evitare che tornino in piazza.

In Germania è stato inoltre riscontrato un ripetuto e disproporzionato uso della forza da parte della polizia contro i manifestanti, anche minorenni.

Il Rapporto sottolinea che in diversi Paesi, per silenziare i movimenti in solidarietà con la Palestina, critiche all’operato dello Stato di Israele e del suo governo vengano spesso tacciate di antisemitismo o “apologia del terrorismo”, con l’intento di impedire la denuncia del massacro in corso a Gaza.

 

La solidarietà considerata un crimine.

A essere criminalizzato non è solo il diritto alla protesta, osserva il documento, ma anche le manifestazioni di solidarietà e di aiuto alle persone migranti.

Le Ong e gli attivisti che prestano ausilio nelle rotte migratorie a persone e famiglia in difficoltà, e senza aiuto da parte degli Stati, sono sempre più spesso raggiunte da provvedimenti penali contro di loro, oppure le azioni vengono ostacolate da pesanti procedure amministrative e burocratiche, quando si tratta di organizzazioni.

Circa 142 attivisti per i diritti umani sono stati denunciati nel 2024 per le loro attività di soccorso, mentre oltre 120mila respingimenti alle frontiere sono stati operati dalle autorità pubbliche.

 

Il lavoro degli attivisti non è solo criminalizzato e represso, ma anche demonizzato e stigmatizzato per via delle accuse che vengono attribuite ai solidali, quali per esempio quella di traffico di esseri umani.

Sul tema si è anche espresso il “Consiglio d’Europa”, che ha richiamato tutti gli Stati membri a interrompere la repressione nei confronti degli attivisti per i diritti umani che si occupano di persone rifugiate, migranti e richiedenti asilo.

 

 

 

Europa, il diritto all’aborto

sotto attacco: allarmanti

segnali di arretramento.

Pagineesteri.it - Redazione – (6 Nov. 2025) - Europa, In evidenza – ci dice:

In Europa, il “diritto all’aborto” torna a essere messo in discussione. “Amnesty International” lancia un nuovo allarme:

 in diversi Paesi del continente si stanno moltiplicando le iniziative politiche, legislative e culturali che mirano a limitare o rendere più difficile l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Tentativi che, secondo l’organizzazione, rappresentano «passi indietro allarmanti» su un diritto fondamentale conquistato con decenni di lotte.

 

Il “rapporto di Amnesty” denuncia come in alcuni Stati europei si stiano introducendo restrizioni dirette o indirette, talvolta con il pretesto di “riforme morali” o “tutele della vita”, ma che di fatto riducono la libertà di scelta delle donne e di tutte le persone che possono affrontare una gravidanza.

 Le misure vanno dal prolungamento dei tempi d’attesa obbligatori all’imposizione di consulenze obbligatorie, fino alla diffusione di campagne dissuasive che mirano a colpevolizzare chi sceglie di interrompere la gravidanza.

 

Queste dinamiche, spiega “Amnesty”, rischiano di alimentare un clima di intimidazione e discriminazione.

 L’accesso all’aborto, pur restando formalmente garantito nella maggior parte dei Paesi europei, è in molti casi ostacolato da barriere legali, pratiche o culturali.

In alcuni territori, soprattutto nelle aree rurali o meno servite, l’obiezione di coscienza è così diffusa da rendere l’aborto quasi impossibile, costringendo molte persone a viaggiare centinaia di chilometri o a rivolgersi a strutture private.

L’organizzazione evidenzia inoltre come i governi e le istituzioni europee non stiano reagendo con la necessaria fermezza a queste tendenze. Amnesty sottolinea che il diritto all’aborto sicuro e legale è parte integrante del diritto alla salute e all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale dei diritti umani.

 Negarlo o renderlo inaccessibile significa mettere a rischio la vita, la salute e la dignità delle persone.

 

«L’aborto è un diritto umano», ribadisce Amnesty, e come tale deve essere tutelato e garantito in modo concreto, non solo formale.

 L’organizzazione ricorda che, ogni volta che un governo limita l’accesso all’interruzione di gravidanza, le conseguenze colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili:

 chi vive in povertà, chi appartiene a minoranze, chi non può permettersi di spostarsi o di pagare servizi privati.

In queste condizioni, la libertà di scelta diventa un privilegio per pochi e non un diritto universale.

 

Amnesty invita gli Stati europei ad abbandonare politiche punitive e paternaliste e ad adottare misure positive che assicurino un accesso effettivo e non discriminatorio all’aborto.

 Ciò significa garantire un numero sufficiente di strutture sanitarie, formare personale medico non obiettore, fornire informazioni accurate e contrastare le campagne di disinformazione che mirano a manipolare o spaventare chi decide di interrompere una gravidanza.

 

Il rapporto sottolinea anche la responsabilità dell’Unione Europea, chiamata a svolgere un ruolo di guida nel difendere i diritti sessuali e riproduttivi.

 Amnesty chiede alle istituzioni europee di vigilare sui comportamenti dei governi nazionali e di sostenere finanziariamente programmi per la salute riproduttiva, soprattutto nei Paesi in cui il diritto all’aborto è più a rischio.

 

L’allarme lanciato dall’organizzazione è chiaro:

 il diritto all’aborto, pur formalmente acquisito, non è mai definitivamente garantito.

Le campagne politiche e ideologiche che cercano di riportare indietro l’orologio dei diritti umani non solo mettono a repentaglio la libertà di scelta, ma riaprono ferite che l’Europa aveva faticosamente cercato di sanare.

Amnesty invita infine la società civile, i movimenti femministi e le organizzazioni per i diritti umani a non abbassare la guardia.

Difendere l’aborto significa difendere l’autonomia e la dignità di milioni di persone.

L’Europa, conclude il rapporto, deve scegliere se restare un continente che tutela i diritti o se lasciare che l’erosione lenta e silenziosa delle libertà individuali cancelli una delle conquiste più importanti della sua storia recente.

 

 

Cop30, se l’Occidente arretra

 la Cina si fa avanti.

E i fondi non arrivano.

 Ilmanifesto.it - Novella Gianfranceschi – (11-11- 2025) – ci dice:

 

Clima Stati uniti assenti, la fragile Ue rappresenta da sola il Nord globale Pechino, grande inquinatore, colma il vuoto a suon di pannelli solari.

(«Così l’agribusiness detta la linea», allarme delle organizzazioni indigene).

È iniziata la trentesima conferenza dell’Onu sul clima, la Cop30 di Belém, in Brasile.

Nel Paese della Foresta amazzonica, là dove tutto era cominciato, come ha ricordato il presidente brasiliano” Luiz Inácio Lula da Silva” durante la cerimonia di apertura:

«Nel 1992, al Vertice della Terra di Rio, i leader mondiali si riunirono per discutere di sviluppo e tutela dell’ambiente. Allora il multilateralismo viveva la sua stagione più alta».

 

I NEGOZIATI DI BELÉM cominciano però con un’assenza pesante:

 è la prima volta che gli Stati uniti rinunciano del tutto a un ruolo nei colloqui sul clima.

Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha definito la crisi climatica «una truffa» e ha rilanciato un’agenda energetica devota ai combustibili fossili.

 «Meglio nessun coinvolgimento che un sabotaggio», ha commentato un diplomatico europeo, ricordando come nei mesi scorsi Washington abbia ostacolato la proposta di una tassa sulle emissioni del trasporto marittimo.

Eppure gli Stati uniti restano il secondo emettitore mondiale di gas serra, dopo la Cina.

E, non solo si sono sfilati dai negoziati, ma risultano anche i principali contributori morosi al bilancio dell’”Unfccc”, l’organismo dell’Onu che coordina l’attuazione degli accordi sul clima, con quasi otto milioni di dollari di arretrati su un bilancio annuale complessivo di 43 milioni.

 È l’ennesimo segnale di una strategia di disimpegno che, come sottolineato dall’ex negoziatore Usa, “Todd Stern”, «ha portato la politica climatica americana al punto più basso di sempre».

 

L’ASSENZA DI WASHINGTON costringe l’Unione europea a rappresentare da sola il Nord globale, ma anche Bruxelles arriva a Belém indebolita:

gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 sono stati ammorbiditi e la transizione verde rallentata, con le destre che spingono per smantellare qualsiasi politica ambientale.

Tra i Paesi più restii alla decarbonizzazione c’è l’Italia.

Il ministro Gilberto Pichetto Fratin, assente a Belém ma collegato da Roma per parlare di Cop30, ha detto che «sul clima non sono ammessi passi indietro».

Eppure, se nel 2024 l’Italia ha aumentato i contributi alla finanza internazionale per il clima, la quota di fondi a fondo perduto si è dimezzata, mentre sono raddoppiati i prestiti, che, se non regolati in modo adeguato, potrebbero aggravare la crisi del debito nei Paesi più vulnerabili.

L’Italia, inoltre, non ha ancora stanziato i 300 milioni destinati al “Green Climate Fund” e i 100 milioni al “Fondo per perdite e danni” annunciati alla Cop28.

 

E mentre l’Occidente arretra, Pechino colma il vuoto.

La Cina produce e installa energia pulita più di chiunque altro ed è il primo produttore mondiale di pannelli solari e tecnologie a basse emissioni.

Secondo i dati ufficiali, deve ancora versare circa due milioni di euro di contributi arretrati all”’Unfccc”, ma guida di fatto la transizione globale.

“Xi Jinping” non è a Belém, ma il suo governo ha presentato in extremis i nuovi piani climatici:

Pechino si impegna a ridurre le emissioni del 7-10% entro il 2035, meno del necessario ma con risultati tangibili.

 Oltre la metà della capacità elettrica cinese è già rinnovabile e metà delle nuove auto vendute sono elettriche.

 «La riduzione dell’entusiasmo del Nord mostra che il Sud si sta muovendo», ha dichiarato “André Corrêa do Lago”, diplomatico e presidente di Cop30.

«La Cina offre soluzioni per tutti, non solo per sé stessa».

 

SOTTO LA PRESIDENZA brasiliana, la trentesima Cop dovrà sciogliere i nodi rimasti irrisolti nei precedenti vertici.

L’obiettivo è definire regole e meccanismi concreti per trasformare gli impegni in azione.

Il successo di Belém si misurerà dunque sulla capacità di ridurre due divari ancora ampi:

quello tra le ambizioni dichiarate e le emissioni reali, e quello tra gli impegni finanziari e i fondi effettivamente versati.

Sul fronte delle emissioni, per allinearsi all’obiettivo dell’”Accordo di Parigi” serve una riduzione annuale del 55% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019.

Eppure solo trenta Stati e l’Unione europea hanno reso vincolanti per legge gli obiettivi di neutralità climatica, che coprono appena il 17,7% delle emissioni globali.

SUL VERSANTE dei finanziamenti, il segretario esecutivo dell’”Unfccc” “Simon Stiell” ha ribadito che «i piani senza fondi non possono funzionare».

 Il programma Baku to Belém Roadmap, elaborato nell’ambito della Cop29 per rafforzare e coordinare il flusso della finanza climatica, dovrebbe portare i finanziamenti globali da 300 miliardi a 1,3 trilioni di dollari entro il 2035, ma resta privo di meccanismi vincolanti.

In questo negoziato saranno inoltre definite le regole operative del Fondo per perdite e danni, che dovrà consentire ai Paesi più colpiti dagli impatti climatici di presentare le prime richieste di risarcimento. «Non è carità, è investimento in stabilità e prosperità», ha sottolineato “Stiell”.

 

Giustizia e libertà.

La Resistenza sotto attacco

e la sinistra che non c’è.

Micromega.net - Paolo Flores d'Arcais – (23 Aprile 2025) – ci dice:

 

 

I valori della Resistenza antifascista alla base della nostra Costituzione sono stati sotto attacco fin dall’inizio ma oggi non sono più difesi da una sinistra in decomposizione.

La Resistenza sotto attacco e la sinistra che non c’è.

Quanto di buono abbiamo vissuto in questi ottant’anni lo dobbiamo a coloro che hanno sacrificato la loro vita nella Resistenza al fascismo, ai torturati, a chi ha passato anni e anni nelle carceri del regime, al confino, in esilio.

A loro dobbiamo il 25 Aprile, la Liberazione, l’ordine di insurrezione generale “Aldo dice 24×1” con cui i partigiani occupano le città prima dell’arrivo delle truppe alleate e le mettono di fronte al fatto compiuto di sindaci e prefetti e altre autorità nominati dal “Cnl Alta Italia,” cioè dalla “Resistenza in armi”.

 

A quanti si sono sacrificati dobbiamo una Costituzione giustizia-e-libertà, forse la più democraticamente avanzata dell’intero mondo occidentale (se si eccettua l’obbrobrio clerico-comunista dell’articolo 7, che vide Togliatti allearsi con De Gasperi e rompere con socialisti e azionisti).

 

Ma contemporaneamente alla Costituzione abbiamo il tradimento della Costituzione.

La Carta statuisce principi, diritti, doveri, che rappresentano l’esatto opposto dell’oppressione fascista, ma ne affida la realizzazione ad apparati dello Stato che restano quelli del regime fascista.

 Il caso più eclatante:

Gaetano Azzariti, presidente del “Tribunale della razza” diventerà Presidente della Corte Costituzionale.

La mancata epurazione, per cui la quasi totalità dei vertici degli apparati statali vedrà la continuità del regime fascista anziché il suo radicale rovesciamento, trova nuovamente Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, quale protagonista.

“Il Partito comunista, stalinista perinde ac cadaver”, sarà tutt’altro che radicale, sarà anzi massimamente accomodante, nell’acconsentire a questo primo, cruciale, tradimento della Resistenza.

 

Che verrà reiterato e consolidato con la nascita del Msi (Movimento sociale italiano).

Partito dichiaratamente neofascista, zeppo di gerarchi e gerarchetti repubblichini, scherani delle truppe naziste, torturatori e fucilatori di partigiani, fondato nel dicembre del 1946, che non viene sciolto con l’entrata in vigore della Costituzione (1° gennaio 1948), benché la XII disposizione transitoria e finale della Carta proibisca solennemente la ricostituzione del partito fascista.

 

Questi ottant’anni sono perciò costantemente anni di lotta tra i valori della Resistenza antifascista che ispirano la Costituzione e ne rappresentano anima e radice, e il loro tradimento, sia frontale che per aggiramento e svuotamento.

I moti del luglio 1960, contro un governo democristiano (presidente Tambroni) pronto ad accettare i voti neofascisti, saranno l’espressione della volontà popolare di non vedere l’eredità della Resistenza calpestata e distrutta.

 Il movimento studentesco del Sessantotto, e poi quello operaio dell’anno successivo, costituiranno una ancor più massiccia volontà di riallacciarsi ai valori fondativi della nostra Costituzione giustizia-e-libertà, malgrado la vergognosa macchia del Movimento della Statale di Milano e il suo sfilare con l’osceno e criminale slogan “Stalin, Beria, Ghe-pe-ù”.

 

Il regime di Berlusconi, realizzato solo parzialmente grazie ai movimenti di opposizione della società civile e massimamente della Cgil di Cofferati e dei Girotondi, ha praticato e spesso teorizzato una completa estraneità ai valori della Costituzione e ha fatto dell’anti-antifascismo il filo ideologico della regressione morale, istituzionale, sociale, politica, imposta al paese.

 I due governi Prodi e soprattutto il governo D’Alema (“merchant bank dove non si parla inglese”, secondo l’icastica definizione del senatore della sinistra indipendente, eletto nelle liste del Pci, Guido Rossi) non hanno costituito un argine sufficiente alla deriva berlusconiana, arrivando con D’Alema addirittura alla nefanda politica dell’intrigo.

 

Oggi anche la sinistra della società civile, che aveva rappresentato il vero contropotere legato ai valori della Resistenza e della Costituzione, è venuta meno.

Consentendo che la Costituzione venga ogni giorno picconata dal governo di fascisti a presidenza Giorgia Meloni.

Non siamo al fascismo, sia detto per quanti vogliono fraintendere, ma siamo a un governo di fascisti che sceglie e nomina in tutte le situazioni apicali dove arriva a mettere le mani secondo fedeltà di “eia eia alalà” o di familismo il più smaccato, e spesso delle due cose insieme.

Un governo che passo dopo passo radica pezzi di regime, distruggendo il pluralismo dell’informazione e l’autonomia della magistratura, umiliando e rovinando le ricchezze culturali del paese, trascinato in un baratro di mediocrità al potere fin qui inimmaginabile.

 

Perché, malgrado i disastri quotidiani e il quotidiano peggioramento della situazione materiale dei ceti non privilegiati, questo governo non crolla nei sondaggi?

 Lo sanno anche i sassi:

perché non si vede all’orizzonte nessuna credibile alternativa di governo.

 Abbiamo il partito dell’opportunismo e della politica banderuola, messo in piedi da “Giuseppe Conte” secondo le indicazioni di “Marco Travaglio”, partito militante del putinismo materiale (ideologicamente puoi proclamare la falsa coscienza che vuoi ma, se neghi le armi alla democrazia ucraina aggredita, materialmente stai rafforzando l’aggressore Putin).

E Fratoianni e Bonelli tristemente allineati.

Ed Elly Schlein un colpo al cerchio e uno alla botte, e i suoi oppositori “riformisti” meri pezzetti d’establishment, semmai con qualche controriforma in curriculum.

 

Un tempo, quello dei Girotondi e della loro onda lunga di anni, a petto di sinistre ufficiali ormai in disarmo c’era una società civile giustizia-e-libertà.

Oggi quella resistenza costituzionale, quell’effettivo contropotere democratico, si è frantumato, piegato maggioritariamente al pacifismo trumputiniano: decomposizione della sinistra.

 

Disperante?

 La sinistra o sarà egualitaria, illuminista, capace di opporsi ai progetti imperiali antidemocratici di Trump e Putin, o non sarà.

 Se si vuole che la speranza non si cancelli in illusione bisogna dunque guardare in viso la gorgone della sinistra oggi inesistente.

 

 

La caduta della

casa dei MAGA.

Unz.com - Wyatt Peterson – (10 novembre 2025) – ci dice:

 

Il movimento MAGA di Donald Trump, su cui milioni di americani hanno ingenuamente proiettato le loro visioni di una rinascita nazionale, è crollato sotto il peso delle sue contraddizioni interne.

 

Era solo questione di tempo prima che anche i più fedeli lealisti del MAGA si rendessero conto che l'idea di Trump di America First era in realtà “Israel First”, e che la libertà di parola nelle piantagioni del GOP è limitata a un recinto rigidamente circoscritto strettamente monitorato dagli oligarchi ebrei.

 "I fatti non si preoccupano dei tuoi sentimenti!"

 Davvero?

Quali sentimenti sono più fragili di quelli degli istrionici "conservatori" ebrei come il deputato della Florida “Randy Fine” oi telecronisti “Mark Levin”, “Josh Hammer” e “Ben Shapiro”?

Tutti questi individui riempiono di osanna Benjamin Netanyahu per il suo genocidio di due milioni di abitanti di Gaza e allo stesso tempo infangano la reputazione di “Tucker Carlson” per nient'altro che il coraggio di avere una conversazione con un popolare “podcast” senza prima consultare il “Sinedrio”.

 

A questo punto, anche un idiota apolitico può percepire il principio principale che motiva l'amministrazione Trump:

 "È un bene per Israele?"

Che si tratti di bombardare l'Iran, di favorire un genocidio, di cancellare la libertà di parola nei campus universitari o di proteggere un funzionario israeliano accusatore di crimini sessuali su minori in Nevada, state certi che nessun lavoro è troppo sordido per Trump, Vance & Co. quando gli interessi di Israele sono in bilico.

 

Il deputato repubblicano “Thomas Massei” è uno dei pochi rappresentanti degli Stati Uniti le cui posizioni si possono – in larga misura – allineare con i principi dell'”America First”.

 Nel corso dei suoi 13 anni di carriera al Congresso, “Massei” si è fatto alcuni nemici potenti, soprattutto a causa della sua esplicita opposizione agli aiuti esteri e del suo costante record di voti contro la legislazione filo-israeliana.

Nonostante la sua difesa della sovranità americana – o in realtà a causa di essa – Massei è stato spesso il bersaglio di campagne organizzate volte a estrometterlo dall'incarico a favore di qualcuno più congeniale ai “Savi di Sion”.

 

Il membro del Congresso Thomas Massei si è guadagnato l'ira di Donald Trump e dei suoi gestori sionisti.

 

Nel giugno 2024, Massei è apparso come ospite nel podcast di Tucker Carlson e ha discusso, tra le altre cose, della sua opposizione a un disegno di legge sull'antisemitismo che era stato recentemente presentato al Congresso.

Nel corso della conversazione, Massei ha sollevato notevole la possibilità di essere l'unico rappresentante repubblicano senza un gestore dell'”AIPAC”:

 

"L'AIPAC è l'American Israel Public Affairs Committee... Apparentemente, si tratta di un gruppo di americani che fanno lobby per conto di Israele.

Sono per qualsiasi cosa Israele, e sono un gruppo di pressione molto efficace.

Entrano lì, cercano di farmi scrivere un “white paper” come candidato... per il Congresso... e non lo farei.

E loro hanno detto:

'Perché?' E io sono tipo, non faccio i compiti per i lobbisti.

Non mi piaceva scrivere tesine al college.

Non ne sto scrivendo uno per te... Ma sai una cosa?

Scommetto che potrei essere l'unico repubblicano al Congresso che non ha fatto i compiti per l'AIPAC...

Hanno speso $ 400.000 contro di me, $ 90.000 lo scorso autunno per fare pubblicità televisiva nel mio distretto e annuncia su Facebook e quant'altro, cercando di equipaggiarmi alla “Squad”.

E poi, più di recente, infatti, mentre vi sto parlando oggi, anche se la mia elezione è finita, stanno ancora pubblicando centinaia di migliaia di dollari di annunci negativi...

 Ho repubblicani che vengono da me e dicono:

 'Vorrei poter votare con te oggi. Il tuo è il voto giusto, ma mi prenderei troppo a casa".

E ho repubblicani che vengono da me e dicono:

 'È sbagliato quello che l'AIPAC ti sta facendo. Lasciatemi parlare con la mia persona dell'AIPAC".

A proposito, tutti tranne me hanno una persona dell'AIPAC".

 

Con la popolarità di Massei ai massimi storici (75,9% dei voti alle ultime elezioni primarie), la lobby ebraica si sta mobilitando ancora una volta per sloggiarlo il giorno delle elezioni del 2026.

Il rifiuto di Massei di accettare i dollari dell'AIPAC e la sua volontà di criticare lo stato sionista – così come i suoi sforzi per allineare il sostegno all'”Epstein Files Transparency Act “– lo hanno fatto finire nella lista dei nemici del subalterno israeliano Donald Trump, che ha appoggiato lo sfidante di Massei “Ed Gallrein” e ha definito l'incumbent del Kentucky un "rino debole e patetico" che deve essere "cacciato dall'incarico al più presto".

 

Ascoltando il richiamo del corno da guerra di Trump, i ricchi donatori filo-israeliani di Trump, “Paul Singer”, “John Paulson” e “Miriam Adelson”, hanno formato un “super PAC” con l'obiettivo di estromettere Massei dall'incarico.

Il trio, che ha già "speso 1,56 milioni di dollari tra il 27 giugno e il 4 agosto in pubblicità televisive e digitali che si oppongono alla rielezione del deputato Thomas Massei", secondo un rapporto del 12 agosto della “Denver Gazette “, dovrebbe alzare la posta aggiungendo altri 20 milioni di dollari alla campagna "get massaie".

 

 

Miriam Adelson e Donald Trump: rendono l'America di nuovo grande.

 

I persistenti attacchi contro Thomas Massei provenienti dall'interno del partito di "America First" non sono sorprendenti, dato il fatto che potenti interessi ebraici hanno controllato il GOP dalla metà degli anni '50.

 A quel tempo (e per molti anni dopo) l'arma più formidabile dell'ebraismo nella lotta per il diritto di definire i termini del "conservatorismo responsabile" era “William F. Buckley, Jr.” e la sua rivista “National Review”.

 

Buckley, morto nel 2008, era un laureato di Yale e un "ex" ufficiale della CIA che aveva prestato servizio a Città del Messico dal 1951 al 1952 sotto la direzione del famigerato E. Howard Hunt.

Nel 1955, al culmine della Guerra Fredda, Buckley e l'"ex" comunista Willi Schlamm (vero nome Wilhelm Siegmund Schlamm), fondarono la rivista conservatrice “National Review” con l'obiettivo di "sorvegliare i confini paranoici e antisemiti del movimento conservatore per tracciare una chiara linea antisemita", secondo l'editorialista del “New York Times” Ross Dothan.

 

Durante il periodo dell'ascesa di Buckley alla rilevanza all'interno del movimento conservatore, era in corso un processo di trasmogrificazione politica.

Appena due anni prima della pubblicazione della Rivista Nazionale – e cinque anni dopo la formazione dello Stato di Israele – Josef Stalin morì, il che significò un cambiamento ideologico tra molti dei trotskisti che si erano fortemente opposti al dittatore sovietico.

Tra questi intriganti amorfi c'era l'attivista ebreo omosessuale “Marvin Lebran”.

 

Nella sua giovinezza Lehman era stato un energico comunista, lavorando con gruppi come l'”American Student Union e la Young Romanian League”.

Tuttavia, verso la fine degli anni '40, il futuro amico e mentore di “Bill Buckley “fu sempre più coinvolto nel movimento sionista, contrabbandando armi e raccogliendo fondi per organizzazioni ebraiche come” Agudath Israel”, “United Jewish Appeal” e il gruppo terroristico di destra “Irgun” di “Menachem Begin”.

 Fu durante questo periodo che l'affinità di Lebran con il comunismo cominciò a svanire e sviluppò un "odio appassionato" per l'Unione Sovietica a causa dei maltrattamenti degli ebrei da parte di Stalin.

 

Durante la seconda metà degli anni '50 e '60, Lebran e Buckley lavorarono a stretto contatto con un certo numero di "ex" comunisti come “Frank Meyer “e “James Burnham” per stabilire un marchio di conservatorismo audacemente internazionalista, altrimenti noto oggi come "neo-conservatorismo".

Nel suo libro del 2006 “The Judas Goats”: The Enemy Within , il giornalista “Michael Collins Piper “documenta in modo affascinante l'infiltrazione della destra americana da parte di personaggi del calibro di “Buckley”,” Lebran “e altri il cui compito era quello di minare il nazionalismo tradizionale e fondere il conservatorismo americano con gli interessi internazionali.

 

Burnham il trotskista divenne 'Burnham il leader conservatore' sotto il patrocinio di “William F. Buckley”, la rivista “National Review di Jr”, per la quale Burnham fu forse lo scrittore teorico chiave per poco più di due decenni.

Lo stesso Burnham morì nel 1987, ma la sua influenza rimane fondamentale nei circoli sionisti-trotskisti-neoconservatori di oggi.

Fu così che coloro che qui chiamiamo "The Buckley Gang" dimostrarono presto di essere la forza guida all'interno del movimento "conservatore", anche se i nazionalisti americani di vecchi dati vennero messi ai margini.

Oggi ci sono più di pochi che dicono che la “National Review” di Buckley era di proprietà della CIA – una "facciata" della CIA – fin dall'inizio.

Per lo meno era una facciata per l'"ex" pensiero trotskista, che si stava evolvendo in quello che oggi chiamiamo "neoconservatorismo".

E durante tutta questa evoluzione, la devozione all’Internazionale Sionista è rimasta costante”.

È William F. Buckley, Jr, il padrino del conservatorismo americano.

 

I “Never Trumpers” conquistano il MAGA.

 

Il movimento MAGA di Trump avrebbe dovuto rappresentare un ritorno al nativismo dell'era della Seconda Guerra Mondiale;

 un passaggio dall'insipido conservatorismo di Bill Buckley a qualcosa di più robusto e di mentalità nazionale.

La sua campagna presidenziale del 2016 è stata fortemente osteggiata da un gruppo di "Never Trumpers" che includeva Mark Levin, Josh Hammer e Ben Shapiro.

Nel 2025, tuttavia, tutti e tre gli uomini sono diventati figure di spicco all'interno del MAGA e stanno usando la loro influenza per definire i limiti del discorso accettabile.

In questo senso, si può tracciare una linea diretta che collega Marvin Lebran e Bill Buckley a Shapiro, Hammer e Levin, il che è ragionevole considerando che tutti e tre hanno profondi legami con “Young Americans for Liberty “(YAF), un'organizzazione universitaria fondata da Lebran e Buckley nel 1960 allo scopo di radunare giovani americani impressionabili nel recinto sionista.

 

Sulla scia dell'esplosiva intervista di “Tucker Carlson” con il podcast Nick Fuentes, l'empio triumvirato di Shapiro, Levin e Hammer ha chiesto una gran voce che Carlson fosse ostracizzato dal movimento MAGA.

 Durante un'intervista con Alex Traiman a una riunione della “Republican Jewish Coalition”, Levin ha fatto poco per dissipare la secolare "teoria del complotto" secondo cui gli ebrei potenti si organizzano a porte chiuse per proteggere la propria agenda.

 

"La gente si chiede come siano gli anni '30, li stai guardando... Non ci siano equivoci al riguardo: questo non è un dibattito sulla libertà di parola, non è un dibattito politico, non è nemmeno un dibattito puramente israeliano.

È un dibattito sugli ebrei e l'ebraismo.

Riusciremo a sopravvivere in un paese libero?

Per favore, prendete molto sul serio quello che vi sto dicendo... Questo è serio, è molto, molto serio...

Questa è la Coalizione Ebraica Repubblicana.

Il 2026 è importante. Il 2028 è cruciale. Assolutamente cruciale. E prenderemo i nomi... Vedremo chi è associato a chi; chi piattaforme chi; chi sostiene chi; E prenderemo le nostre decisioni.

 L'ho sentito dire... Non togliamo la piattaforma alle persone. Ne siamo sicuri come l'inferno! …

Non siamo noi il problema, questi altri bastardi sono il problema, non noi.

Sono quelli che stanno cercando di distruggere il nostro paese, il nostro partito e la nostra filosofia... Quante altre volte dobbiamo sentir parlare di pressioni su Israele per ottenere un cessate il fuoco?

Quante altre volte dobbiamo sentire dire che la Giudea e la Samaria, l'antica patria degli ebrei, sono fuori discussione?

Non è fuori discussione a meno che non diciamo che è fuori discussione".

 

Il “RJC” è una delle tante organizzazioni senza scopo di lucro con sede a “Washington DC” la cui missione è promuovere gli interessi ebraici a tutti i costi.

All'inizio di quest'anno, al “JNS International Policy Summit “di Gerusalemme, il membro del RJC ed ex senatore degli Stati Uniti “Norm Coleman” ha dichiarato con orgoglio che "i padroni dell'universo sono gli ebrei!" – un'affermazione che sarebbe senza dubbio considerata antisemita se pronunciata da un gentile.

(Alla stessa conferenza, il capo della "diaspora ebraica" di META/Fackebook,” Jordan Cutler”, ha detto che vieta "i contenuti che affermano che i sionisti governano il mondo o controllano i media").

 

Ma di tutti i think-tank conservatori che plasmano le politiche pubbliche, il più influente è forse la” Heritage Foundation”.

 

L'eredità è salita alla ribalta durante l'era Reagan/Bush ed è stata un fedele alleato di Israele sin dalla sua nascita nel 1973. La scorsa settimana, in risposta alle voci secondo cui l'organizzazione si stava preparando a recidere i legami con Tucker Carlson, il presidente del gruppo Kevin Roberts ha realizzato un video in cui difende la libertà di parola del suo caro amico, dicendo in parte:

 

"Oggi voglio essere chiaro su una cosa:

i cristiani possono criticare lo Stato di Israele senza essere antisemiti.

E naturalmente l'antisemitismo dovrebbe essere condannato.

 La mia lealtà come cristiano e come americano è a Cristo prima di tutto e all'America sempre.

Quando serve agli interessi degli Stati Uniti cooperare con Israele e altri alleati, possiamo farlo, con partenariati in materia di sicurezza, intelligence e tecnologia.

Ma quando non lo fa, i conservatori non dovrebbero sentirsi obbligati a sostenere di riflesso qualsiasi governo straniero, non importa quanto forte diventi la pressione della classe globalista o dei loro portavoce a Washington.

 

Si scopre che la sfida di “Kevin” Cuor di Leone era un miraggio e in pochi giorni è stato inviato in un tour di scuse che lo ha trovato ad assecondare il perdono in posti come l'”Hillsdale College”, mentre le richieste di dimissioni arrivavano da tutti gli angoli della sfera sionista.

Più tardi, in un tentativo fallito di discolparsi,” Roberts” affermò che il suo ex capo di gabinetto “Ryan Neuhaus”, che si era dimesso in mezzo alle polemiche in corso, era l'uomo responsabile della creazione della difesa in qualche modo controversa di Carlson:

 "Il nostro ex capo di gabinetto aveva la penna. Quando mi è stata presentata la sceneggiatura... Ho capito dal nostro ex collega che è stato approvato, è stato firmato dalla manciata di colleghi che ne fanno parte".

 

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Kevin "Il Cornuto" Roberts.

 

Il 5 novembre, con i problemi che continuavano ad aumentare, Roberts si rivolse a una riunione del personale della “Heritage Foundation” in quella che i media definirono una "tesa riunione generale di due ore".

Scusandosi ancora una volta per la sua difesa di Carlson e per il suo uso del termine "coalizione velenosa" per descrivere coloro che lo attaccavano, Roberts dichiarò sottomesso:

 

"Ho commesso un errore e vi ho deluso e ho deluso questa istituzione. Periodo. Punto... Il termine "coalizione velenosa"... una pessima scelta di parole, soprattutto per i nostri colleghi e amici ebrei che capiscono che quella data storia è un tropo usato contro di loro.

 E mi scuso molto sinceramente, molto, molto sinceramente con voi in particolare e con tutti voi per averlo usato.

 Non era mia usando usare un tropo.

 Avrei dovuto stare meglio, quindi che lo capiate. queste cose. Il mio più caro amico ebreo al mondo,” Yoram Hazony”, è volato a Washington questa settimana in parte per aiutarmi in questo, personalmente e professionalmente.

Non è obbligato a farlo e potrebbe decidere dopo che ci incontreremo più tardi oggi: 'Sai, Roberts, non ne vali la pena'.

 

Con la sua rituale prostrazione agli ebrei in piena mostra, Roberts ha proceduto a rispondere alle domande e ai commenti del pubblico, uno dei quali è arrivato per gentile concessione di “Robert Rector”, ricercatore di lunga data della Heritage Foundation, che ha invocato “William F. Buckley, Jr”. come un modello di conservatorismo accettabile:

 

"I limiti che ha stabilito, William Buckley, nei primi anni '60, erano duplici.

Bisogna eliminare tutto l'antisemitismo, tutto.

Ma questa è solo una parte del problema... L'altro è che devi espellere tutti i pazzi...

E dobbiamo tornare indietro e impostare i parametri generali. Dici: 'Oh, non cancelliamo?' Cancelliamo.

Abbiamo cancellato David Duke? Sì.

Abbiamo cancellato la John Birch Society?

Sì, va bene.

 

Finora sembra che la lobby ebraica non sia impressionata dalle scuse di Roberts ed è stato annunciato alla fine della scorsa settimana che la “Task Force nazionale per combattere l'antisemitismo della Heritage Foundation” – formata in seguito all'attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 – aveva interrotto la sua affiliazione con il think-tank conservatore.

La task force, che comprende leader di oltre 100 gruppi conservatori, sarà d'ora in poi ospitata all'interno della Conferenza dei presidenti cristiani per Israele.

 

Ciò che dovrebbe essere ovvio per la maggior parte ormai è che il GOP rimane territorio occupato da Israele, indipendentemente da chi siede nello Studio Ovale.

Nessuna rinascita nazionale può scaturire da un movimento così completamente corrotto dal denaro straniero e da persone straniere da attaccare i suoi stessi elettori per il crimine orwelliano del "pensiero sbagliato".

Il linciaggio sionista che si è formato all'indomani dell'intervista di “Tucker con Fuentes” mette in mostra le tattiche dei “Berserker “regolarmente utilizzate non solo per chiudere le conversazioni tradizionali critiche nei confronti del potere ebraico, ma anche per identificare e attaccare individui anche moderatamente in sintonia con il messaggio e/o il messaggero.

La doppia mente repubblicana che proclama la libertà di parola mentre attacca Tucker Carlson è la stessa che condanna Zohran Mandami mentre stringe la mano ad Ahmed al-Sharaa.

Come ci informa Giacomo 1:8, "L'uomo di mente doppia è instabile in tutte le sue vie".

 

Ai miei amici “Boomer” che consumano “Fox News”, in verità vi dico:

a meno che e fino a quando queste contraddizioni non saranno risolte, nessuna vittoria politica può essere raggiunta allineandoci con il MAGA o con qualsiasi altro ramo del GOP, indipendentemente da chi correrà nel 2028.

 

 

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