Uso sproporzionato della forza.

 

Uso sproporzionato della forza.

 

 

La nuova disciplina della legittima

 difesa in Italia: analisi della

riforma e delle sue implicazioni.

Anfoc.it - PEDA' Antonino – (21 giugno 2025) – Redazione – ci dice:

(Corresponding Author: CONTE dr Massimiliano).

 

Sommario:

Introduzione;

La disciplina della legittima difesa prima della riforma;

Le modifiche introdotte dalla Legge n. 36/2019;

I principali nodi giuridici e critiche alla riforma;

Giurisprudenza e prime applicazioni pratiche della riforma;

Legittima difesa e criminologia;

Implicazioni sociali e prospettive future.

 

Introduzione.

La legittima difesa è un principio cardine del diritto penale, permettendo a una persona di proteggersi da un’aggressione senza incorrere in responsabilità legale. In Italia, essa è disciplinata dall’articolo 52 del Codice Penale, che stabilisce i requisiti affinché un atto difensivo possa essere ritenuto legittimo.

Negli ultimi anni, il tema ha acquisito grande rilevanza, culminando nella riforma introdotta con la legge n. 36 del 2019. Tale intervento normativo ha introdotto una presunzione di proporzionalità tra difesa e offesa in determinati contesti, con l’intento di garantire maggiore tutela a chi si difende nella propria abitazione o attività commerciale. Tuttavia, la modifica ha generato dibattiti e interpretazioni contrastanti, sia dal punto di vista giuridico che politico.

 

 Questo studio esaminerà l’impatto della riforma, le sue conseguenze pratiche e le principali controversie giurisprudenziali emerse a seguito della sua applicazione.

 

La disciplina della legittima difesa prima della riforma.

Prima della modifica del 2019, l’articolo 52 c.p. stabiliva che l’utilizzo della forza fosse giustificato solo se soddisfaceva determinati requisiti:

·       Attualità del pericolo:

la minaccia doveva essere concreta e immediata. Ciò significava che la difesa era lecita solo quando il pericolo era effettivo e non meramente ipotetico. Non era possibile reagire a un pericolo che avrebbe potuto verificarsi in futuro, per quanto probabile.

·       Necessità della reazione:

 la difesa doveva essere l'unica via per evitare il danno. Questo presupposto implicava che la vittima non avesse alternative come la fuga o l'intervento delle forze dell'ordine. I giudici valutavano attentamente se l'aggressione avesse lasciato davvero altre opzioni disponibili.

·       Proporzionalità tra offesa e difesa:

la risposta doveva essere proporzionata alla gravità della minaccia. Ad esempio, un’aggressione con le mani nude non giustificava una reazione letale con un'arma da fuoco.

La giurisprudenza aveva il compito di bilanciare questi fattori, valutando caso per caso la legittimità della difesa. Il principio di proporzionalità era fondamentale, con particolare attenzione ai casi in cui l'aggredito aveva usato un'arma contro un aggressore disarmato. In molti casi, i giudici hanno escluso la legittima difesa se la reazione risultava eccessiva rispetto alla minaccia ricevuta.

In assenza di uno dei requisiti sopra citati, la reazione poteva essere considerata eccessiva, comportando responsabilità penale per eccesso colposo di legittima difesa. Anche se l’aggredito si trovava in una situazione di pericolo, la sua reazione poteva essere giudicata sproporzionata e penalmente rilevante. Questo concetto di eccesso colposo era particolarmente complesso, dato che implicava la valutazione delle emozioni e dello stress psicologico vissuti durante l'aggressione.

 

 Un elemento chiave nella valutazione della legittima difesa prima della riforma era l'interpretazione dell'“inevitabilità” della reazione. La Corte di Cassazione ha spesso sottolineato che la vittima doveva provare di non avere altra scelta se non reagire con la forza. Ciò ha portato a decisioni controverse in cui l'aggredito è stato condannato perché i giudici ritenevano che ci fossero altre soluzioni per evitare il conflitto.

 

Le modifiche introdotte dalla legge n. 36/2019.

 

La riforma ha portato un cambiamento significativo nella valutazione della proporzionalità tra offesa e difesa, soprattutto nei casi in cui la difesa avvenga all’interno di un luogo privato come la propria casa o attività commerciale.

Questo ha determinato una protezione più forte per chi è costretto a difendersi in ambienti considerati inviolabili. La legge ha introdotto una presunzione di proporzionalità, eliminando la necessità di provare il bilanciamento tra la minaccia e la difesa, purché la reazione avvenga in situazioni di pericolo imminente.

Un altro aspetto innovativo riguarda il riconoscimento dello stato di grave turbamento psicologico ed emotivo in cui può trovarsi l’aggressore. Questo punto ha sollevato ampio dibattito, poiché la valutazione del “grave turbamento” potrebbe portare a interpretazioni soggettive e divergenti.

 

 Secondo la riforma, chi si trova in pericolo imminente all’interno della propria abitazione o del proprio esercizio commerciale può reagire senza dover giustificare la proporzionalità della difesa, riconoscendo l’impatto emotivo che un’aggressione può causare.

Tuttavia, la distinzione tra una reazione legittima e una eccessiva continua a essere un punto delicato nella sua applicazione.

Inoltre, la nuova normativa ha modificato le conseguenze processuali per chi invoca la legittima difesa.

Prima della riforma, chi reagiva a un’aggressione doveva affrontare lunghi procedimenti legali per giustificare la propria condotta.

 L’introduzione della presunzione di proporzionalità ha ridotto il rischio di essere coinvolti in procedimenti penali, con l’obiettivo di garantire maggiore certezza giuridica.

Tuttavia, permangono criticità relative alla discrezionalità nell'interpretazione della norma da parte dei giudici.

La riforma ha anche generato un acceso dibattito politico e sociale, con posizioni contrastanti tra chi sostiene l’ampliamento della difesa e chi teme che ciò possa portare a un uso eccessivo della forza.

Alcuni esperti avvertono del rischio che la nuova disciplina aumenti i casi di violenza privata e riduca la propensione a chiedere l'intervento delle forze dell'ordine.

Al contrario, i sostenitori della legge sottolineano che essa risponde a una crescente richiesta di protezione della sicurezza domestica.

Dal punto di vista comparativo, pur essendo un passo importante, la normativa italiana rimane più restrittiva rispetto a quella di altri paesi, come gli Stati Uniti, dove il "castledoctrine" offre un diritto quasi assoluto alla difesa domestica. In altri Stati europei, invece, persiste un approccio più cautelativo, che richiede comunque una valutazione attenta della proporzionalità della reazione.

 In sintesi, la riforma ha ampliato le possibilità di ricorrere alla legittima difesa, mirando a garantire una maggiore protezione per chi si trova in pericolo nella propria abitazione.

 Tuttavia, permangono interrogativi interpretativi e applicativi che necessitano di essere chiariti attraverso la giurisprudenza, affinché vengano definiti meglio i confini e le condizioni di applicazione della nuova normativa.

 

4.     I principali nodi giuridici e critiche alla riforma.

 

Nonostante l’obiettivo di garantire una maggiore protezione a chi si difende, la riforma ha suscitato numerosi dubbi sia sotto il profilo giuridico che sociale.

Uno dei principali temi di discussione riguarda la possibilità di applicare la legittima difesa in modo arbitrario.

La presunzione di proporzionalità, sebbene intesa a semplificare la valutazione della legittimità della reazione, potrebbe portare a situazioni in cui la risposta difensiva risulti esagerata rispetto al pericolo effettivo.

 Ciò solleva il problema di distinguere tra autodifesa legittima e abuso della forza.

 

Un altro punto critico riguarda la definizione del "grave turbamento".

 Questo concetto, pensato per tenere conto dell’impatto psicologico dell’aggressione sulla vittima, apre a interpretazioni che potrebbero variare notevolmente da caso a caso.

Alcuni esperti sottolineano come la mancanza di parametri oggettivi per valutare il turbamento psicologico possa generare incertezze applicative, dando ai giudici un ampio margine di discrezionalità.

Questo potrebbe comportare un trattamento diverso per casi simili, a seconda delle inclinazioni interpretative del tribunale.

 

Il confronto con altri sistemi giuridici rappresenta un altro punto di riflessione. In paesi come gli Stati Uniti, la "castledoctrine" fornisce una protezione più ampia per chi si difende in casa, consentendo una risposta quasi automatica a un’intrusione.

Tuttavia, in molti Stati europei, come Germania e Francia, il principio di proporzionalità è più rigoroso rispetto alla riforma italiana, e richiede sempre una valutazione caso per caso della necessità e dell'adeguatezza della difesa.

Infine, alcuni temono che la riforma possa aumentare i casi di giustizia privata. Con una protezione legale maggiore, alcuni cittadini potrebbero sentirsi giustificati a reagire con violenza anche in circostanze in cui in passato avrebbero chiesto aiuto alle forze dell'ordine.

 Questo potrebbe tradursi in un incremento dei conflitti violenti e in un indebolimento del principio secondo cui la sicurezza pubblica è gestita dallo Stato e dalle sue autorità.

 

In sintesi, la riforma ha avviato un dibattito significativo sulla sicurezza e sui diritti individuali, cercando di bilanciare la protezione personale con il rischio di un uso improprio della forza.

 Sarà la giurisprudenza, nei prossimi anni, a determinare gli effetti concreti della norma e a capire se le criticità emerse porteranno a problematiche reali o se la riforma riuscirà a garantire una maggiore protezione senza compromettere i principi del diritto penale.

 

Giurisprudenza e prime applicazioni pratiche della riforma.

Nei primi anni dopo l'introduzione della riforma, i tribunali hanno dovuto affrontare diverse problematiche relative all’applicazione delle nuove norme.

 Le interpretazioni giuridiche sono state differenti a seconda dei casi specifici, creando una giurisprudenza diversificata e a volte controversa.

In alcune decisioni, i giudici hanno confermato la validità della presunzione di proporzionalità tra offesa e difesa, accettando la legittima difesa anche in situazioni che, prima della riforma, avrebbero richiesto un’analisi più rigorosa del bilanciamento tra minaccia e reazione.

Ad esempio, nei casi di intrusione in casa, i tribunali hanno ritenuto che la semplice presenza di un intruso armato o minaccioso giustificasse l'uso della forza difensiva, senza necessità di considerare se la vittima avesse potuto evitare il conflitto.

Tuttavia, ci sono stati anche casi in cui i giudici hanno ritenuto necessario un esame più attento della minaccia, considerando se la reazione fosse proporzionata al pericolo effettivo.

Un caso emblematico riguarda un commerciante che, pur avendo sparato a un ladro, si è visto contestare la sproporzione della sua risposta, poiché il ladro era disarmato e stava scappando.

In questo caso, il tribunale ha stabilito che la presunzione di proporzionalità non fosse automatica e che fosse necessario valutare la reale necessità di difesa.

 

 Un altro aspetto importante emerso nelle prime applicazioni giurisprudenziali è il concetto di "grave turbamento".

Alcuni giudici hanno considerato che la forte paura provata dalla vittima giustificasse una reazione più intensa, mentre in altri casi la difesa non è stata accettata per la mancanza di prove concrete sul turbamento psicologico.

 Questo ha sollevato dubbi sull’efficacia della norma e sulla necessità di parametri chiari per valutare l’impatto emotivo dell’aggressione sulla vittima.

Dal punto di vista procedurale, si è osservato un calo delle denunce penali per chi invoca la legittima difesa, grazie alla presunzione di proporzionalità.

Tuttavia, questo non ha impedito che venissero condotte indagini approfondite, soprattutto quando la dinamica dell'incidente non era chiara o c'erano dubbi sulla necessità della reazione.

In generale, la giurisprudenza ha mostrato un’applicazione variegata della riforma, con alcuni casi che favoriscono una lettura più estensiva del diritto alla difesa, mentre altri si concentrano sulla necessità di mantenere la proporzionalità. La giurisprudenza futura sarà cruciale per definire i limiti della legittima difesa alla luce della riforma introdotta dalla legge n. 36/2019.

 

Legittima difesa e criminologia.

 

Il concetto di legittima difesa è strettamente legato a diverse teorie criminologiche che studiano il comportamento di vittime e aggressori in contesti conflittuali.

 Un elemento centrale è la percezione della minaccia, che gioca un ruolo fondamentale nella decisione di reagire con forza.

La paura di subire un danno grave può spingere una persona a difendersi con violenza, un aspetto che viene approfondito dalla vittimologia, disciplina che analizza il comportamento delle vittime e il loro ruolo nei crimini.

 

 In criminologia, si distingue tra vittimizzazione primaria e secondaria.

La vittimizzazione primaria riguarda il danno diretto subito da un crimine, mentre la vittimizzazione secondaria si riferisce alla sensazione di insicurezza e alla percepita ingiustizia legato alla risposta delle istituzioni.

Questo fenomeno psicologico può influenzare la propensione di una persona ad adottare comportamenti difensivi.

 

 Un’altra teoria rilevante è quella della deterrenza, che suggerisce che norme più permissive sulla legittima difesa potrebbero dissuadere i potenziali aggressori. Tuttavia, c’è il rischio che una legislazione più permissiva possa portare ad un aumento della violenza, poiché gli individui potrebbero sentirsi giustificati nel reagire in situazioni che non comportano un pericolo reale.

Infatti, la deterrenza non sempre riduce la criminalità, soprattutto in contesti in cui armi da fuoco sono facilmente accessibili, e la percezione della minaccia è amplificata da fattori socioculturali.

 

 La criminologia ambientale esamina come l'ambiente circostante influenzi la commissione di crimini.

Se una persona percepisse la propria casa come un luogo sicuro, potrebbe sentirsi più incline a reagire con forza contro un intruso.

Questo fenomeno si collega al concetto di "fortificazione dello spazio privato", in cui le persone cercano di rendere le loro abitazioni sicure, il che può influenzare la percezione della sicurezza.

Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che una maggiore violenza difensiva potrebbe portare a un'escalation dei conflitti familiari e a un aumento delle vittime.

 

La "teoria delle routine", un altro approccio criminologico, suggerisce che il rischio di crimine dipenda dall’interazione tra l'aggressore, la vittima e l'assenza di adeguati controlli. In questo contesto, l'ampliamento della legittima difesa potrebbe alterare tale dinamica, aumentando le possibilità di reazioni violente e modificando le strategie degli aggressori, che potrebbero adottare comportamenti più pericolosi per evitare di essere colpiti in una difesa.

 

Infine, l’analisi criminologica della legittima difesa si collega al concetto di "giustizia privata".

In alcuni casi, un aumento della difesa personale potrebbe ridurre la fiducia nelle forze dell'ordine, portando le persone a cercare giustizia autonomamente e alimentando un ciclo di violenza difficile da contenere.

 La questione rimane aperta e continua a essere oggetto di studio per valutare le reali implicazioni della riforma sulla legittima difesa sia in Italia che all'estero.

 

 

Implicazioni sociali e prospettive future.

 

Le modifiche alla disciplina della legittima difesa, introdotte dalla legge n. 36/2019, hanno suscitato un ampio dibattito che ha coinvolto non solo gli esperti giuridici, ma anche l'opinione pubblica, suscitando una riflessione profonda sulle implicazioni sociali e culturali della riforma.

La legge mira a rispondere a una crescente percezione di insicurezza da parte dei cittadini, che spesso si sentono vulnerabili di fronte a potenziali aggressioni, in particolare all'interno delle proprie abitazioni.

Tuttavia, accanto ai benefici che tale riforma potrebbe portare, non mancano preoccupazioni riguardo al suo impatto sulla società e sul rischio che possa incentivare un uso improprio della legittima difesa, con l'aumento di episodi di violenza e giustizia fai-da-te.

Il contesto sociale che ha portato alla modifica della legislazione sulla legittima difesa è strettamente legato alla crescente sensazione di insicurezza che molti cittadini avvertono, alimentata anche dalla cronaca di episodi di violenza domestica e aggressioni avvenute in pieno giorno o addirittura all’interno delle proprie case.

 In risposta a questa crescente preoccupazione, la riforma ha introdotto misure che rendono più semplice per i cittadini reagire in situazioni di pericolo imminente, eliminando alcuni passaggi complessi che in passato avrebbero reso difficile dimostrare la legittimità della difesa.

 

Uno degli aspetti più rilevanti della legge è l'introduzione della presunzione di proporzionalità, che stabilisce che la difesa è considerata legittima senza dover provare la proporzionalità tra la minaccia e la reazione, se questa avviene all'interno della propria abitazione o in un altro luogo di privata dimora.

 In pratica, se prima una persona doveva giustificare non solo la necessità della difesa ma anche che non esistevano alternative non violente, ora non è più necessario dimostrare che la risposta difensiva fosse proporzionata al pericolo.

Questo ha lo scopo di dare maggiore sicurezza alle persone, consentendo loro di difendersi con maggiore tranquillità, senza il timore di un lungo e complesso processo legale.

 

 

La sensazione di insicurezza è comprensibile, dato che, in molte situazioni, non è sempre possibile chiamare le forze dell'ordine tempestivamente e, soprattutto in contesti urbani con tassi elevati di criminalità, la paura può paralizzare o spingere a una reazione impulsiva.

La riforma offre una risposta legale immediata a chi si sente vulnerabile, soprattutto all’interno delle proprie mura domestiche, aumentando la protezione giuridica per coloro che si trovano a dover affrontare situazioni di pericolo imminente.

Per chi è stato vittima di attacchi, la possibilità di difendersi senza preoccuparsi di dover dimostrare la legittimità della propria reazione rappresenta una forma di rassicurazione.

Se da un lato la riforma risponde a una domanda di sicurezza crescente, dall'altro solleva legittimi timori riguardo al rischio che venga incentivata la cultura della giustizia fai-da-te, ovvero la tendenza dei cittadini a risolvere autonomamente i conflitti senza il ricorso alle autorità competenti.

La possibilità di utilizzare la forza in difesa della propria incolumità potrebbe spingere alcune persone a reagire in modo sproporzionato, anche in situazioni dove la minaccia non è concreta o immediata.

L'esempio tipico è rappresentato da reazioni violente anche contro persone disarmate o in fuga, quando la situazione potrebbe essere risolta in modo meno drammatico.

 

Il problema principale è che, in momenti di alta tensione, la percezione del pericolo può essere distorta e portare a decisioni impulsive, non ponderate. La paura e l'incertezza possono generare reazioni esagerate, che non sono giustificate dal contesto o dalla reale gravità della minaccia.

 

Un caso emblematico potrebbe riguardare una persona che, percependo una minaccia durante un tentativo di furto, reagisce con violenza non necessaria, come nel caso di un commerciante che, pur trovandosi di fronte a un ladro disarmato, decide di difendersi sparando.

In questi casi, la reazione non è più una difesa proporzionata, ma una forma di punizione privata, che può portare a gravi danni per l'aggressore o anche per l'individuo che si difende.

 

Il rischio è che, aumentando la legittimazione della violenza come risposta a qualsiasi forma di minaccia, le persone possano sentirsi autorizzate a reagire anche in contesti non giustificabili, come per esempio durante discussioni, tensioni tra vicini o in casi di conflitti familiari.

Le situazioni di alta conflittualità tra conviventi, come nel caso di violenza domestica, potrebbero essere particolarmente esposte a interpretazioni distorte della norma.

Una legge che favorisce la reazione violenta, soprattutto se non accompagnata da una chiara definizione dei limiti, potrebbe aggravare la violenza in contesti già tesi e pericolosi.

Una delle questioni cruciali è come la giurisprudenza si evolverà nell'applicazione della riforma.

 La legge è volutamente ambigua, lasciando ai giudici il compito di stabilire caso per caso se la reazione sia stata effettivamente giustificata o meno.

La giurisprudenza avrà un ruolo fondamentale nel determinare se la nuova norma porta a un'applicazione corretta e uniforme della legge o se, al contrario, contribuirà ad aumentare le disparità di trattamento tra i cittadini.

Una delle difficoltà principali riguarda l'incapacità di definire chiaramente dove finisca la difesa legittima e dove inizi l’abuso della forza.

 Le leggi attuali tendono a essere generali, lasciando ampio margine di interpretazione per i giudici.

Ogni caso di legittima difesa deve essere valutato in modo specifico, considerando le circostanze in cui si è verificata la reazione e la percezione del pericolo da parte del difensore.

Ma se le situazioni sono diverse tra loro, anche il giudizio giuridico potrebbe variare, creando confusione e incertezza tra gli stessi cittadini.

Il rischio è che una giurisprudenza troppo variegata possa minare la certezza del diritto.

 Se non vengono stabiliti dei principi chiari e uniformi, il rischio è che ci siano sentenze divergenti che determinano trattamenti ineguali a fronte di situazioni simili.

Gli avvocati e i giudici dovranno trovare un equilibrio, che non solo rispetti il diritto di difesa, ma che tuteli anche la collettività da un uso improprio della violenza, cercando di applicare la legge con il massimo della prudenza e attenzione.

 

 La legittima difesa è un diritto che ogni individuo dovrebbe poter esercitare, ma questo diritto deve essere sempre bilanciato dalla necessità di rispettare i principi fondamentali della giustizia e della proporzionalità.

La paura e la paura di subire danni fisici o psicologici sono fattori determinanti in molte situazioni di conflitto, ma queste emozioni non devono giustificare comportamenti violenti fuori misura.

L’uso della forza, anche se in difesa di sé stessi, deve essere sempre valutato in base alla situazione concreta.

 

Ciò che una persona può percepire come una minaccia non sempre è effettivamente tale.

La legge, pertanto, dovrebbe tutelare chi si difende, ma al contempo dovrebbe garantire che la reazione sia sempre proporzionata e giustificata.

 

Inoltre, è importante che le istituzioni, compreso il sistema giudiziario, lavorino per prevenire il fenomeno della giustizia fai-da-te.

La fiducia nelle autorità competenti, nelle forze dell'ordine e nel sistema giudiziario deve essere preservata, poiché è proprio su questa fiducia che si basa il corretto funzionamento della società.

La legittima difesa non deve diventare una giustificazione per la violenza indiscriminata, ma deve rimanere un mezzo eccezionale per proteggersi da un pericolo reale e imminente.

 

In conclusione, la riforma del 2019 sulla legittima difesa rappresenta un passo importante per rispondere alla crescente domanda di sicurezza da parte della cittadinanza, ma è fondamentale che l’applicazione della legge venga monitorata attentamente e che la giurisprudenza lavori per garantire una sua applicazione equilibrata e giusta.

Solo così si potrà raggiungere un vero equilibrio tra il diritto alla difesa e la protezione della sicurezza collettiva.

 

 

 

 

L’uso della forza nelle forze

dell’Ordine: dal Caso Masini

al confronto internazionale.

 

Salvisjuribus.it – (20 -03 – 2025) - Alessio Matarazzo e Caren Di Carmine – ci dicono:

 

 Esaminare l’uso della forza da parte delle forze di polizia e l’approccio legislativo derivante da tale azione diventa fondamentale quando gli operatori delle forze dell’ordine sono coinvolti e costretti in situazioni di alto rischio richiedenti un uso legittimo della forza, inclusa quella letale. In Italia, tale uso della forza è soggetto a indagine come “atto dovuto”, ma questo processo comporta implicazioni legali, economiche e psicologiche per gli operatori coinvolti.

 Il documento confronta la legislazione italiana con quella di altri Paesi dove le forze di polizia godono di una tutela legale differente, esaminando anche le implicazioni in un contesto di giustizia internazionale.

 Si riflette infine sul ruolo delle relazioni internazionali nel coordinamento delle politiche di sicurezza e nell’armonizzazione delle leggi sull’uso della forza.

Profili giuridici e uso legittimo della forza.

Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio è un soggetto che esercita una funzione particolare poiché entra in contatto con una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa come si evince negli art. 357 c.p. e ss.

Essi hanno il dovere di adempiere le loro attività conformemente alle ragioni di giustizia di sicurezza e di ordine pubblico di igiene e sanità e senza ritardo.

Qualora tali criteri non siano rispettati vi è un’omissione ex art. 328 c.p. I soggetti che svolgono funzione di polizia giudiziaria in qualità di ufficiali e di agenti ai sensi dell’art. 57 c.p.p. data la particolarità delle attività svolte a tutela della sicurezza pubblica sono in servizio permanente sul punto si è espressa anche le sezioni penali della Cassazione, sez. VI, con sentenza n. 9691, 3 marzo 2003.

L’uso della forza da parte delle forze di polizia e in particolare l’uso della forza letale, è uno degli aspetti più discussi e controversi nel diritto penale e nelle politiche di sicurezza pubblica. In Italia, gli operatori di polizia ed i militari che fanno uso della forza, anche in situazioni di legittima difesa, sono soggetti ad un rigoroso controllo giuridico.

Questo fenomeno è giustificato come un “atto dovuto”, ma tale indagine, pur essendo una misura di protezione per la legittimità e i diritti umani, può comportare conseguenze gravose per gli operatori coinvolti, come lo stress psicologico, le spese legali e l’incertezza giuridica.

Sebbene la maggior parte degli stati riconosca il diritto degli agenti di polizia all’uso della forza per difesa di sé stessi o di terzi, le modalità di applicazione e il controllo giuridico variano notevolmente. Il documento si propone di analizzare come la legislazione italiana si rapporti con quella di altri Paesi, dove le forze di polizia possono essere più tutelate o, al contrario, meno protette, e come questi approcci influenzino le relazioni internazionali e la cooperazione giuridica.

Si ravvisa a tal proposito che il codice penale autorizza l’utilizzo delle armi, quando se ne ravvisi lo stato di necessità.

L’ufficiale di polizia giudiziaria, in quanto rappresentante dell’autorità giudiziaria agisce con il fine ultimo di salvaguardare gli interessi della collettività.

 Vi sono stati numerosi casi nel corso dei quali le forze dell’ordine si sono trovate di fronte a situazioni nelle quali l’incolumità pubblica subiva un pericolo imminente, da cui il necessario dovere di salvare sé od altri dal pericolo, art. 54 c.p. da cui in extrema ratio, la scelta di utilizzare l’arma di ordinanza, sul punto si è espressa anche la Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 2 ottobre 2014, n. 41038.

I recenti fatti di cronaca verificatesi a Rimini, hanno posto il Maresciallo Masini in una condizione in cui l’unico strumento difensivo a sua disposizione veniva rappresentato dall’arma d’ordinanza, per cui vi è una scriminante.

 L’orientamento giurisprudenziale si esprime in un’ottica di bilanciamento dei diritti.

Laddove gli interessi coinvolti abbiano ad oggetto l’integrità fisica e la vita, l’uso delle armi è scriminato in virtù del più elevato principio costituzionale.

La stessa Suprema Corte di Cassazione si è espressa a riguardo con la Sentenza n. 854 del 2008.

Il Caso Masini-Sitta.

Villa Verucchio (Rimini), durante la notte di capodanno 2025 un uomo di origine egiziana ha aggredito diverse persone armato di coltello. L’episodio ha avuto origine con l’aggressione da parte dell’uomo senza alcun apparente motivo ed il ferimento di un giovane di 18 anni in procinto di acquistare un pacchetto di sigarette ad un distributore automatico. Successivamente circa un’ora dopo, l’egiziano è tornato sul posto e si è scagliato contro altre tre persone, tra questi una coppia di anziani e una ragazza. L’intervento degli operatori dell’arma dei carabinieri con il comandante Luciano Masini,è stato tempestivo, egli ha infatti esploso un colpo di avvertimento in aria per sedare l’assalto. L’aggressore nonostante i numerosi richiami ricevuti, ha continuato ad agire minacciosamente, avvicinandosi al carabiniere brandendo il coltello. In quel momento, per difendersi e proteggere i colleghi e i cittadini presenti, il militare ha sparato un colpo fatale. Il sottufficiale coinvolto è accusato dal PM per eccesso di difesa come “Atto dovuto”.

Il Presidente Del Consiglio Giorgia Meloni ha preso una posizione decisa sul caso del maresciallo Luciano Masini, coinvolto nell’uccisione di Muhammad Sitta. “La prontezza del maresciallo ha evitato tragedie, salvando la vita sua e dei colleghi”, la premier ha anche chiesto all’Arma dei Carabinieri di sostenere le spese legali per la difesa del maresciallo e ha annunciato l’intenzione di chiedere al generale Luongo un riconoscimento ufficiale per il suo coraggio. L’incidente ha portato l’ufficiale a essere indagato per eccesso di legittima difesa con la Procura che ha definito l’iscrizione nel registro degli indagati come “atto dovuto”, necessario per chiarire i fatti accaduti quella notte. La giustizia farà il suo corso, tuttavia sono evidenti le manifestazioni di solidarietà da parte degli abitanti di Villa Verrucchio per aver difeso i suoi concittadini.

Il Contesto giuridico Italiano e un confronto con altri Paesi L’articolo 52 del Codice Penale italiano stabilisce che l’uso della forza è giustificato in caso di pericolo imminente per la propria vita o quella di altri, ma solo se l’azione è necessaria e proporzionata, quindi in Italia l’uso della forza da parte delle forze di polizia è autorizzato e disciplinato dal Codice Penale che stabilisce ne stabilisce i criteri per la legittima difesa e l’uso della forza in situazioni di pericolo imminente. Tuttavia, anche quando l’uso della forza è giustificato, gli operatori delle forze dell’ordine sono soggetti a indagini giuridiche che verificano la legittimità dell’azione. Questo atto d’indagine viene definito “atto dovuto” in quanto ogni intervento che comporti l’uso della forza viene sottoposto a una valutazione giuridica. Se da un lato questo meccanismo è fondamentale per garantire il rispetto dei diritti umani e la trasparenza, dall’altro lato comporta conseguenze psicologiche, economiche e legali per gli operatori coinvolti, che possono trovarsi in una posizione di incertezza per anni. La lunga durata delle indagini e i costi legali possono rappresentare un deterrente per gli operatori delle forze dell’ordine, influenzando negativamente la loro morale e efficacia operativa. Senza dubbio l’approccio giuridico italiano è più rigoroso rispetto ad altre Nazioni dove le forze di polizia possono beneficiare di una maggiore protezione legale o di un margine di discrezionalità più ampio.

In Germania, l’uso della forza da parte della polizia è regolato da principi analoghi a quelli previsti nel sistema giuridico italiano ponendo forte enfasi sulla necessarietà e sulla proporzionalità dell’azione. La legge tedesca stabilisce che l’uso della forza deve essere sempre giustificato dalla esigenza di proteggere la vita, prevenire un crimine grave o difendere sé stessi e gli altri da un pericolo imminente.  In particolare, l’articolo 32 del Codice Penale Tedesco (Strafgesetzbuch, StGB) stabilisce che un atto di violenza, come l’uso della forza, può essere considerato giustificato solo se è strettamente necessario per prevenire danni maggiori. Rispetto al sistema italiano, la Germania adotta un approccio più equilibrato a proposito della tutela legale degli agenti di polizia. Il sistema giuridico tende infatti a non criminalizzare automaticamente gli agenti quando utilizzano la forza nell’esercizio del loro dovere. Questo approccio si basa sulla presunzione di legittimità dell’azione degli agenti, che viene scrutinata solo in seguito, qualora emergano dubbi sulla sua necessarietà o proporzionalità. In Germania, inoltre gli agenti ricevono un’intensa preparazione psicologica e pratica sull’uso della forza, che include la gestione delle situazioni di alta tensione senza ricorrere immediatamente alla violenza fornendo gli strumenti per ridurre al minimo il rischio di danni collaterali.

La Francia dispone di un sistema giuridico che permette alle forze di polizia di usare la forza letale in situazioni di pericolo imminente. Tuttavia, come in Italia, l’uso della forza è regolato da leggi specifiche che prevedono che l’azione sia necessaria e proporzionata. In Francia, in particolare, l’uso della forza letale da parte della polizia è regolato dalla legge sulla sicurezza interna e dalla legge contro il terrorismo. La giustizia francese è molto attenta a garantire il rispetto dei diritti umani anche in contesti di antiterrorismo, ma non mancano discussioni e critiche in merito alla proporzionalità dell’uso della forza.

Nel Regno Unito, l’uso della forza da parte delle forze di polizia è regolato dalla Common Law e da leggi specifiche come il Criminal Law Act 1967. Sebbene l’uso della forza letale sia ammesso solo in circostanze di legittima difesa, il sistema giuridico britannico è noto per essere più flessibile rispetto ad altri paesi, soprattutto per quanto riguarda la discrezionalità nell’uso della forza. La polizia britannica è anche tenuta a rispettare il principio della de-escalation, ovvero l’obbligo di ridurre al minimo l’uso della violenza.

In Spagna, l’uso della forza da parte delle forze di polizia è regolato dal Codice Penale e dalle normative specifiche che disciplinano l’ordine pubblico. La Spagna ha una legislazione permissiva nell’uso della forza, anche in contesti di manifestazioni pubbliche o scontri sociali. Tuttavia, le forze di polizia spagnole sono regolate da un sistema che favorisce la proporzionalità nell’uso della forza, e l’abuso di questa può portare a sanzioni legali. Nonostante ciò, le critiche sulla gestione della violenza nelle manifestazioni sono frequenti.

Questo breve excursus su alcuni ordinamenti giuridici europei dimostra come tendenzialmente gli approcci all’atto dovuto presentino di base numerose affinità.

In Russia, le forze di polizia hanno un’ampia discrezionalità nell’uso della forza. Infatti, La legge russa consente l’uso della forza letale in caso di minaccia immediata alla sicurezza di un agente o di altre persone,  le forze di polizia godono di una notevole discrezionalità nell’uso della forza, inclusa la possibilità di ricorrere alla forza letale in situazioni in cui vi sia una minaccia immediata alla sicurezza di un agente o di altre persone. La legislazione russa, in particolare il Codice Penale della Federazione Russa, consente agli agenti di utilizzare la forza, anche letale, se percepiscono un pericolo imminente per la loro vita o per la vita di altre persone. Tuttavia, questa ampia facoltà di intervento solleva preoccupazioni significative in relazione alla proporzionalità dell’uso della forza e alla protezione dei diritti umani. Nonostante le leggi che dovrebbero limitare l’uso della forza letale e garantire la protezione dei diritti civili, l’implementazione di queste norme rimane frequentemente carente, alimentando preoccupazioni sul rispetto dei diritti fondamentali in Russia.

Negli Stati Uniti il concetto di legittima difesa è un principio ampiamente accettato e l’uso della forza letale è giustificato anche in base alla percezione del pericolo da parte dell’agente, che ha un ampio margine di discrezionalità nell’interpretare le minacce. Le forze di polizia sono autorizzate a usare la forza o anche la forza letale in situazioni di autodifesa o per proteggere altre persone da un pericolo imminente questo approccio però ha sollevato critiche per abusi da parte delle forze di polizia, soprattutto nei confronti delle minoranze etniche.

In Israele, l’uso della forza letale da parte delle forze di polizia è giustificato in contesti di sicurezza nazionale. Le forze di polizia israeliane godono di un ampio margine di discrezionalità nell’uso della forza, specialmente in scenari legati a minacce terroristiche. Tuttavia, le critiche internazionali sono frequenti per l’uso sproporzionato della forza in operazioni di polizia, in particolare nelle aree palestinesi.

In Sudafrica, l’uso della forza è giustificato in circostanze di legittima difesa e autodifesa. Le forze di polizia sudafricane sono autorizzate a usare la forza letale in caso di minaccia imminente, ma il paese ha dovuto affrontare numerose critiche internazionali per l’uso eccessivo della violenza durante le operazioni contro le manifestazioni.

Il Canada ha una legislazione che protegge i diritti degli agenti di polizia, permettendo loro di usare la forza letale in caso di pericolo imminente per la loro vita o quella di altre persone. Tuttavia, il modello canadese è noto per la sua attenzione al controllo civile e alla trasparenza nelle operazioni di polizia. Ogni incidente che coinvolge l’uso della forza letale è soggetto a indagine indipendente da parte di commissioni esterne, come il S.I.S.I. (Special Investigations Unit).

Relazioni Internazionali e Cooperazione Giuridica

Nel contesto delle relazioni internazionali l’uso della forza da parte della polizia è regolato da una serie di trattati internazionali e convenzioni che mirano a garantire che l’impiego della violenza sia sempre necessario, proporzionato e giustificato. Tali normative sono fondamentali per armonizzare le leggi e le pratiche tra i diversi paesi, creando un quadro comune di protezione dei diritti umani e di rispetto delle norme internazionali. Tra i principali strumenti giuridici che disciplinano l’uso della forza vi sono la Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura e Altri Trattamenti Crudeli, Inumani o Degradanti, e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che stabiliscono limiti stringenti sull’uso della forza da parte delle autorità statali, incluse le forze di polizia.

In tale contesto, la Corte Penale Internazionale (CPI) gioca un ruolo cruciale nel perseguire crimini internazionali, tra cui crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione, che possono coinvolgere l’uso illecito della forza da parte di forze di polizia e militari. La CPI è un tribunale internazionale con sede all’Aia, che ha il compito di giudicare i principali responsabili di crimini che colpiscono la comunità internazionale nel suo insieme, compreso l’uso eccessivo della forza da parte degli Stati. La Corte agisce ponendosi come strumento di giustizia globale, garantendo che le violazioni dei diritti umani non rimangano impunite e che i colpevoli vengano portati davanti alla giustizia. La cooperazione tra Stati è fondamentale per il successo delle missioni della CPI e per il rispetto delle normative internazionali sull’uso della forza. Gli Stati devono collaborare strettamente per indagare, prevenire e perseguire i crimini di guerra, contribuendo al rafforzamento del diritto internazionale e alla protezione dei diritti fondamentali. L’efficacia delle misure di prevenzione dipende dalla volontà degli Stati di rispettare e applicare le leggi internazionali, nonché dalla cooperazione tra le agenzie nazionali e internazionali. In questo senso, la lotta contro l’impunità per crimini commessi dalle forze di polizia è essenziale per promuovere la pace, la sicurezza e il rispetto dei diritti umani a livello globale.

Conclusioni.

Il confronto tra la legislazione italiana e quella di altri paesi evidenzia le profonde differenze nelle modalità con cui l’uso della forza da parte delle forze di polizia viene giustificato e regolato.

 In Italia, il sistema giuridico si esprime con forte enfasi sulla protezione dei diritti umani e sul rigoroso controllo giuridico delle azioni delle forze dell’ordine.

L’uso della forza è strettamente regolato dalla legge, e gli agenti sono tenuti a giustificare ogni loro azione in modo dettagliato.

 In caso di uso della forza letale, gli agenti sono sottoposti a un’indagine che può risultare lunga e complessa, un processo che sebbene fondamentale per garantire la legittimità dell’operato delle forze di polizia, può risultare oneroso sia per gli agenti che per le istituzioni coinvolte.

 Questo sistema mira a prevenire abusi, talvolta tuttavia la normativa presenta alcune lacune, le quali potrebbero ripercuotersi dal punto di vista legale sui pubblici ufficiali esercenti le loro funzioni, per aver compiuto azioni che seppur legittime, potrebbero incorrere in una interpretazione sfavorevole.

Diversamente paesi come gli Stati Uniti e Israele offrono alle forze di polizia una maggiore discrezionalità nell’uso della forza.

 Ad esempio, negli Stati Uniti, le forze dell’ordine godono di una certa libertà nell’applicazione della forza, spesso giustificata dalla percezione di minaccia immediata.

 Tuttavia, questo approccio ha suscitato preoccupazioni per abusi di potere e per il rischio che gli agenti agiscano senza adeguato controllo, soprattutto in contesti di disordini civili o manifestazioni.

Le critiche riguardano anche la disparità di trattamento tra diverse categorie sociali, con alcuni gruppi etnici che risultano essere più frequentemente oggetto di uso eccessivo della forza.

 L’approccio giuridico in Germania e Russia è generalmente più permissivo, permettendo alle forze di polizia di agire in modo rapido e diretto in situazioni di pericolo, ma senza compromettere la protezione legale degli agenti. In Germania, ad esempio, l’uso della forza è considerato giustificato se la sua necessità è chiara e proporzionata, ma la legge tende a tutelare gli agenti, non criminalizzando automaticamente le loro azioni.

In Russia, sebbene le forze di polizia abbiano un ampio margine di discrezionalità, i meccanismi di responsabilità sono più sfumati, sollevando preoccupazioni per possibili violazioni dei diritti umani.

 La sfida globale è quella di trovare un equilibrio tra la protezione legale delle forze di polizia e il rispetto dei diritti umani, in modo che gli agenti possano operare efficacemente, senza temere ripercussioni ingiustificate, ma garantendo al contempo che l’uso della forza sia sempre necessario, proporzionato e giustificato.

La cooperazione internazionale è essenziale per armonizzare le normative sull’uso della forza e per assicurare che le forze di polizia, in qualsiasi paese, agiscano in conformità con gli standard internazionali di diritti umani.

 

 

 

Nuove mail di Epstein: “Trump trascorse ore

a casa mia con Virginia Giuffrè.

Casa Bianca: "Falsità."

Msn.com - Redazione Storia - Rainews – (13 -11- 2025) – ci dice:

 

Trump appare con Melania, Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, il 12 febbraio 2000.

Dopo aver incenerito il Principe Andrea, esautorato da ogni titolo nel Regno Unito, il caso del finanziere pedofilo esplode pericolosamente nelle mani di Donald Trump, con la diffusione di alcune email di Epstein da parte dei Democratici della commissione di Vigilanza della Camera che indaga sulla vicenda.

 I messaggi, scambiati con la fidanzata-complice Ghislaine Maxwell e con il giornalista-scrittore Michael Wolff, contraddicono non solo la versione del tycoon, ma anche quella della stessa Maxwell che aveva escluso qualsiasi comportamento illecito di Trump.

 

E ora almeno tre email compromettenti svelate da NYT e CNN, successive al controverso patteggiamento del 2008 tra Epstein e i giudici della Florida per favoreggiamento della prostituzione minorile.

In una mail del 2011 Epstein scrive a Maxwell che "il cane che non ha abbaiato era Trump, che sapeva delle ragazze ma non ha parlato".

E ancora: "Virginia Giuffre ha passato ore a casa mia con lui, e lui non è mai stato menzionato" dalla polizia. Questi elementi accrescono i sospetti su una possibile copertura di cui avrebbe goduto il tycoon (in passato erano circolate voci che avesse collaborato confidenzialmente con l'FBI).

 

Il terzo contenuto rilevante e compromettente è uno scambio di email del 2019 tra Jeffrey Epstein e l'autore e giornalista Michael Wolff (noto per il libro” Fire and Fury”), incentrato su come Donald Trump avrebbe dovuto rispondere alle domande dei media sul loro rapporto.

Epstein, consapevole che la “CNN” aveva intenzione di interrogarlo sulla loro relazione, chiese consiglio a Wolff su come preparare una risposta per Trump:

"Se fossimo in grado di elaborare una risposta per lui, quale pensi che dovrebbe essere?".

Wolff rispose in modo tagliente, suggerendo a Epstein di lasciare che Trump si difendesse da solo, potenzialmente mettendosi in difficoltà:

"Penso che dovresti lasciarlo impiccarsi da solo... Se dice di non essere stato sull'aereo o a casa [di Epstein], allora ti dà una preziosa valuta politica e di pubbliche relazioni."

 

Per i democratici e la stampa il messaggio è chiaro.

Una presenza di Donald Trump diretta all'interno della vicenda avrebbe portato qualche vantaggio allo stesso Epstein per il ruolo di primo piano del Tycoon nella vita pubblica del Paese.

 Una corrispondenza, questa, che suggerisce che Epstein e Wolff stessero coordinando o discutendo attivamente una strategia mediatica per gestire il legame tra il finanziere e l'allora Presidente.

 

I Democratici vanno all'attacco, cavalcando le frasi compromettenti del finanziere.

"Queste ultime email e corrispondenze sollevano domande inquietanti su cosa stia ancora nascondendo la Casa Bianca e sulla natura del rapporto tra Epstein e il Presidente," ha incalzato il deputato “Robert Garcia”, massimo esponente del partito nella commissione di Vigilanza.

Immediata è stata la reazione della Casa Bianca, che ha accusato gli oppositori di voler gettare fango:

"I Democratici hanno fatto trapelare selettivamente email ai media progressisti per creare una falsa narrazione e diffamare il Presidente Trump," ha replicato la portavoce” Karoline Leavitt”, ribadendo l'affermazione del tycoon secondo cui cacciò "Epstein dal suo club a Mar-a-Lago decenni fa per essersi comportato in modo inappropriato con le sue dipendenti, inclusa la Giuffre", che peraltro "non lo ha mai accusato di nulla".

 

La reazione del Presidente è arrivata qualche ora dopo su “Truth”:

 "I Democratici stanno cercando di tirare fuori di nuovo la bufala su Jeffrey Epstein, perché farebbero qualsiasi cosa pur di distogliere l'attenzione da quanto male hanno gestito la chiusura del Governo Federale (Lo shutdown) e tante altre questioni.

Solo un Repubblicano molto stupido, cadrebbe in quella trappola," scrive il tycoon. E questa è anche la linea ufficiale dei Repubblicani che, dopo mesi di ritardo, hanno pubblicato altre 23.000 pagine di documenti provenienti dal patrimonio di Epstein.

Una mossa per rispondere certamente al contropiede Democratico ma anche alla base MAGA, infuriata per il mancato rilascio di tutti i file Epstein dopo la marcia indietro della Ministra della Giustizia” Pam Bondi”.

 

Lo Speaker della Camera, “Mike Johnson”, ha persino ritardato di quasi due mesi il giuramento di ieri della neo-deputata Dem “Adelita Grijalva”, perché il suo voto determinante potrebbe ora forzare una votazione su una proposta di legge che chiede la pubblicazione integrale dei documenti dell'amministrazione Trump riguardanti Epstein.

Proposta cui la Casa Bianca continua a opporsi fermamente.

Proprio nella cerimonia di giuramento “Adelta Grijalva “era presente con alcuni familiari delle vittime di Epstein e ha affermato che come primo atto da deputata porrà quella firma.

Trump pensava di essersi liberato del caso Epstein dopo averlo definito una "bufala Dem" e aver spiegato di aver interrotto i rapporti con l'amico Epstein nel 2004, quando lo cacciò da Mar-a-Lago perché – disse – "mi rubava le massaggiatrici, tra cui Virginia Giuffre".

 Ma non ha mai ammesso di essere a conoscenza di abusi sessuali, anche su minorenni.

Poi, però, è spuntata la sua lettera oscena nell'album di compleanno per i 50 anni del finanziere.

 

 

 

 

La cortina fumogena di Report

sul Garante per la privacy e le

authority in mano alla tecnocrazia.

Lacrunadellago.net – Cesare Sacchetti – (13 – 11 – 2025) – ci dice:

 

A sollevare l’ennesima cortina fumogena è, ancora una volta, la trasmissione di “Sigfrido Ranucci”, “Report”, che ha da poco fatto un servizio sulla presunta parzialità politica del Garante per la Privacy.

Secondo Report, l’authority sarebbe un “tribunale politico” espressione del consenso dell’attuale governo di centrodestra, e ora le cosiddette opposizioni, M5S e PD, ne stanno chiedendo le dimissioni per tale ragione.

Si prova una sensazione di noia, o di repulsione vera e propria, nel leggere le pagine dei quotidiani perché su di essi le vere notizie non ci sono, sostituite da fumose polemiche che servono soltanto a distrarre o confondere l’opinione pubblica per farle credere che esista ancora una qualche contrapposizione nell’agone della democrazia liberale, sempre più in crisi e vicina all’estinzione.

Se si volesse fare un vero e costruttivo dibattito sulle cosiddette autorità amministrative indipendenti, occorrerebbe partire dal principio, ovvero da quando esse furono costruite nei disastrosi anni’90, quando un intero modello politico venne smantellato sull’altare di Maastricht.

 

Le origini delle authority e il modello capitalista angloamericano.

 

Le “AAI”, o authority, se si vuole utilizzare il termine in inglese, non sono degli istituti che appartengono alla tradizione giuridica ed economica italiana, ma a quella angloamericana, in particolar modo degli “Stati Uniti d’America”.

Il principio alla base di esse è che non debba essere il governo ad intervenire o regolare determinate materie perché la tendenza politica di una determinata amministrazione non garantirebbe la necessaria imparzialità nel trattare la questione.

Le autorità sono semplicemente figlie della tradizione neoliberale del mondo protestante anglosassone.

Sono, anch’esse, uno dei vari corpi estranei che sono stati impiantati nella tradizione giuridica ed economica italiana che un tempo seguiva le orme dello Stato imprenditore di mussoliniana memoria, a sua volta ispiratosi con ogni probabilità alla “Rerum Novarum” di “Leone XIII”.

 

Leone XIII.

Nella dottrina sociale della Chiesa spiegata così mirabilmente dal pontefice nel 1891, non c’è una preminenza del capitale o quella dello Stato.

Esiste un contemperamento, un equilibrio tra quei due mondi che in entrambi i casi conducono la società verso profonde sofferenze economiche e soprattutto morali.

Nel lato destro della sfera economica, c’è il trionfo indiscriminato del capitale.

C’è ancora più esplicitamente la cosiddetta etica protestante del capitalismo della quale parlava il sociologo “Max Weber”, che spiegava come tale concezione fosse stata di fatto mutuata in larga parte dall’ebraismo, vera e propria forza motrice del moderno capitalismo e della supremazia della finanza e delle banche.

 

Una volta che l’Europa viene travolta dallo spirito della rivoluzione francese, vengono meno a poco a poco tutte le barriere che proteggevano le monarchie e i popoli europei dagli usurai e dalla loro spregiudicatezza che aveva e ha come mira ultima quella di rendere gli uomini schiavi del capitale.

Nel Medioevo c’era quella etica e quella morale cattolica che costituiva un formidabile muro di contenimento verso le brame talmudiche, ma la rivoluzione spazza via quel mondo e lascia i popoli alla mercé degli usurai.

L’immensa ricchezza dei Rothschild nasce proprio a cavallo tra la fine dell’ancien regime in Francia e l’avvento della società dei diritti umani che ha sostituito semplicemente il culto di Dio con quello dell’uomo.

 

Il passaggio è pressoché fondamentale, decisivo.

Mai prima della rivoluzione, una famiglia di banchieri di origine ebraica era riuscita ad accumulare una ricchezza così vasta e sconfinata in grado di sostituirsi agli Stati, di controllare i suoi governanti, di decidere chi entra e chi no in politica perché i cordoni della borsa di aprono ovviamente soltanto per quegli statisti e politici che servono gli interessi della plutocrazia.

Nel XIX secolo, si gettano le basi del moderno neoliberismo.

Le grandi famiglie che hanno in mano immensi capitali, i citati Rothschild, i Montefiore, i Morgan, i Warburg, e gli Schiff avevano la necessità di elaborare un sistema politico ed economico che assicurasse il loro dominio incontrastato, e il liberismo e le sue moderne applicazioni sono semplicemente la tutela pratica degli interessi dei detentori del capitale.

 

 

Moses Montefiore.

Muoiono così progressivamente gli Stati nel senso autentico e tradizionale del termine, e nascono delle oligarchie nelle mani delle banche, ma l’Italia almeno dall’avvento del fascismo in poi, e per buona parte dell’900, si discosta da tale via e costruisce un equilibrio diverso.

 

L’Italia segue in pratica la via del cattolicesimo, e non quella del protestantesimo.

Lo Stato quindi preserva la sua possibilità di avviare e gestire l’iniziativa economica nei settori strategici della nazione, e il privato, soprattutto la piccola impresa, viene aiutato, sostenuto e detassato da un sistema politico che toglie al capitale il potere assoluto che aveva ai tempi dello Stato liberale, nelle mani di massoni e latifondisti fedeli al mondo anglosassone.

 

La plutocrazia non fiorisce perché non c’è il brodo di coltura che consenta a questa di prendere il sopravvento.

Tale via resta pressoché intatta per tutto il dopoguerra.

 

Si celebra molto la costituzione del’48, priva di richiami all’identità cristiana e latina dell’Italia, ma i vari entusiasti della carta si dimenticano di dire che la parte economica della costituzione è stata interamente “plagiata” dal fascismo, perché si seguono le orme che assegnano allo Stato il diritto e il dovere di indirizzare i processi economici senza reprimere eccessivamente l’iniziativa del piccolo imprenditore.

Su tale modello, nasce la fortuna di un Paese.

 

Dopo il 1945, l’Italia siede su fumanti macerie, ma la ricetta che consentirà all’Italia di diventare una delle più grosse potenze industriali al modo è quella dell”’Istituto per la Ricostruzione Industriale”.

In questa fase, lo Stato non è un mero simulacro.

 

Suo è il potere di stampare moneta attraverso una banca centrale, la banca d’Italia, da esso controllata, sua la facoltà di nazionalizzare settori chiave della vita economica del Paese, come le autostrade, la telefonia, e l’energia elettrica per assicurare ai cittadini la somministrazione di servizi essenziali a prezzi calmierati.

 

L’avvento del neoliberismo in Italia.

A circoli però come il “club di Roma” e soprattutto alla “Mont Pelerin Society” non piace affatto il modello dell’Italia.

Quello della Mont Pelerin è uno dei circoli più esclusivi dei vari globalisti.

 

Ad esso appartengono economisti come il famigerato “Milton Friedman”, padre del moderno neoliberismo, e uno dei primi a teorizzare che l’intervento dello Stato deve ridursi sempre di più per lasciare alla cosiddetta mano invisibile del mercato la facoltà di aggiustare le cose, soprattutto per quello che riguarda la banca centrale, che, a detta degli economisti neoliberali, va sottratta al controllo del governo.

 

Milton Friedman.

La “Mont Pelerin” elabora così dal secondo dopoguerra in poi la sua filosofia al servizio dell’oligarchia.

La finanza voleva a tutti costi togliere allo Stato il potere di controllare e creare denaro ex nihilo perché una volta tolta allo Stato la capacità di battere moneta, esso diventa un mendicante dei mercati, costretto ad elemosinare prestiti e prebende da istituzioni private.

SI possono vedere ora al “meglio” i frutti della disastrosa capacità di stampare moneta.

L’Italia oggi non è più nelle condizioni di poter fare una spesa pubblica per far funzionare i servizi essenziali.

Si ritrova alla mercé di prestiti truffa quali il famigerato “PNRR” da parte di istituzioni come l’UE che, ancora più paradossalmente, di fatto “presta” all’Italia i soldi che essa ha dato a Bruxelles in prima battuta attraverso i contributi annui.

 

Ad attuare i desiderata di Friedman penseranno i due uomini del gruppo Bilderberg, Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, che nelle loro rispettive posizioni di ministro del Bilancio e di governatore di Bankitalia, tolsero al governo la possibilità di abbassare i tassi di interesse attraverso la famosa monetizzazione del debito pubblico.

Si tratta del famigerato divorzio, ed è il primo mattone per trasformare Bankitalia nella futura “authority indipendente” che diventerà in seguito negli anni’90.

 

Una volta che viene attuato il colpo di Stato di Mani Pulite a bordo del Britannia, i vari globocrati e falchi della finanza avevano l’esigenza di smantellare completamente l’intero impianto economico e politico dell’Italia.

 

A morire non doveva essere soltanto la potenza industriale dell’Italia, ma anche la sua facoltà di poter controllare la propria economia, di poter fare gli interessi del Paese piuttosto che quelli del capitale.

“Maastricht” chiedeva, in altre parole, la completa abdicazione dei poteri ed è così che nascono le” authority “che sottraggono ai governi la facoltà di controllare il mercato e rimettono tale potere a queste istituzioni che in realtà non fanno altro che certificare la supremazia del capitale sull’economia.

 

Lo si può vedere in qualsiasi settore del quale si occupano le cosiddette “AAI”, a partire, ad esempio, dall’autorità garante per la concorrenza e il mercato.

In questi giorni, il prezzo del petrolio è in calo, intorno ai 58 dollari al barile, e l’euro ha ancora un cambio forte sul dollaro, eppure nonostante sussistano le condizioni per abbassare il prezzo alla pompa, esso in diversi casi incredibilmente sale.

Il garante è soltanto un fantasma, una sorta di notaio delle varie multinazionali che possono fare il bello e il cattivo tempo in qualsiasi momento senza timore di essere sanzionati sul serio.

 

Il governo nemmeno si pone il problema.

Non ne parla proprio, e non dicono nulla ovviamente anche le varie cosiddette opposizioni che alimentano soltanto fumose polemiche.

Nulla cambia anche nel settore delle comunicazioni.

All’”AGCOM”, qualcuno si è mai interessato del tipo di disinformazione fatta dagli organi di stampa riguardo alla cosiddetta “pandemia”?

 

L’AGCOM ha mai sanzionato i quotidiani per aver diffuso informazioni false sui morti con il cosiddetto Covid, come il caso di “Adriano Trevisan”, ed è mai intervenuta sulla questione di una “informazione” di natura terroristica omologata su tutti i mezzi di comunicazione?

 

Viene detto che l’AGCOM deve “garantire il pluralismo”, ma dov’è esso,

 e dov’è la possibilità di dare all’opinione pubblica una informazione che non sia quella dettata da quattro gruppi editoriali nelle mani degli Elkann, degli Angelucci, di Caltagirone, di Cairo e di tutto quel reticolato oligarchico e finanziario che di certo non scriverà mai un rigo contro l’euro, l’UE, e i danni prodotti dai farmaci e dai vaccini delle case farmaceutiche.

 

A palazzo Koch, sede di Bankitalia, lo spartito che si recita è pressoché lo stesso.

La cosiddetta “indipendenza” della banca centrale italiana è di fatto una indipendenza sì dal governo, ma una dipendenza dai mercati, ed è sufficiente vedere l’azionariato di Bankitalia per rendersene conto.

 

Se prima del 1992, lo Stato aveva la proprietà della sua banca centrale attraverso le famose “BIN”, le “banche di interesse nazionale partecipate dallo Stato”, dopo le selvagge privatizzazioni i proprietari di Bankitalia sono banche private come Unicredit e Intesa, nelle mani di fondi di investimento come “BlackRock”.

La “indipendenza” della quale parlava la “Mont Pelerin” era soltanto uno spostamento della proprietà della banca centrale dal pubblico al privato.

 

Le conseguenze sono del tutto evidenti.

 

Fabio Panetta, il governatore della Banca d’Italia è soltanto un emissario della finanza speculativa, e il suo profilo è quello del classico tecnocrate sfornato dalle controverse università neoliberali che hanno costruito una classe “dirigente” di rappresentanti in mano ai vari think tank di ispirazione globalista.

Fabio Panetta.

Suo scopo non è certo quello di denunciare i gravi danni che produce la permanenza dell’Italia nell’eurozona, tantomeno criticare la” follia dei parametri di Maastricht” che hanno impedito e impediscono al Paese qualsiasi seria possibilità di uscire dal pantano di una crisi che perdura da 17 anni, un unicum nel contesto internazionale perché l’eurozona è l’unico posto al mondo dove invece di eseguire manovre espansive per favorire la vera ripresa di un Paese, si persevera in omaggio ai diktat della Commissione europea.

 

Panetta quindi si adegua a ciò che vogliono i mercati.

I mercati vogliono disoccupare la manodopera italiana attraverso manovalanza straniera a basso costo e poco qualificata?

Panetta dice che ci vogliono più immigrati per la felicità di Confindustria, buona solo ormai a delocalizzare, o ad assumere immigrati a buon mercato a discapito dell’economia di un’intera nazione.

Il passaggio è quindi del tutto evidente.

Le authority sono servite e privare lo Stato dei suoi essenziali poteri di intervento.

Esse fanno parte della strategia del trionfo della tecnocrazia sulla politica che è stata spogliata progressivamente del suo ruolo per essere ridotta a spettatrice o mera esecutrice di quanto stabilito e deciso da conglomerati finanziari, spesso stranieri.

 

Sarebbe stato interessante approfondire la vera funzionalità di questi istituti e soprattutto il fatto che essi, nonostante di certo non facciano l’interesse pubblico, sono a carico dello Stato che deve sorbirsi i loro esorbitanti costi pari a 600 milioni di euro con 2300 dipendenti al seguito che non portano alcun reale beneficio e utilità concrete ai cittadini.

Sarebbe stata questa una bella inchiesta da fare, ma di certo non poteva farla “Report”, perché da quelle parti di fumo ce n’è tanto, ma di arrosto ben poco.

 

 

 

Giro di tangenti in Ucraina.

 L’Europa vincola gli aiuti:

 "Kiev batta la corruzione"

Msn.com – Quotidiano.net – Redazione – (13-11-2025) -   ci  dice:

 

Giro di tangenti in Ucraina. L’Europa vincola gli aiuti: "Kiev batta la corruzione."

Pochi vorrebbero essere al posto del presidente ucraino, “Volodymyr Zelensky”, stretto fra l’avanzata dei russi in Donbas e le gravi accuse di corruzione che hanno investito il governo.

 

Dopo le dimissioni del ministro della Giustizia, “Herman Galushchenko”, e della ministra dell’Energia, “Svitlana Gryntchuk”, che dovrebbe essere convalidate oggi dal Parlamento ucraino, ieri è arrivata l’ennesima tegola sulla testa del numero uno di Kiev, che è stato costretto a imporre sanzioni contro “Timur Mindich” e Oleksandr Zukerman”.

L’accusa a loro carico è di avere avuto un ruolo importante all’interno del sistema di tangenti nell’azienda di stato per l’energia atomica “Energoatom”.

 

Di certo, “Mindich” è una persona molto vicina proprio al presidente, essendo suo socio in affari e co proprietario della società di produzione “Kvartal 95”.

Un bel pasticcio, tanto più che lo scandalo è scoppiato poche settimane dopo che Zelensky ha cercato di mettere sotto il controllo dello Stato proprio le agenzie anticorruzione.

 

La riforma non è andata in porto a causa delle migliaia di cittadini che si sono riversati nelle strade per protestare, ma il dubbio che il numero uno di Kiev avesse qualcosa da nascondere è rimasto a molti.

 

E anche l’Unione Europea drizza le antenne.

La preoccupazione, del tutto legittima, è che il giro di mazzette e i meccanismi opachi possano coinvolgere anche gli aiuti che Bruxelles sta profondendo a suon di miliardi di euro e in mezzo a non poche difficoltà.

Il commissario all’Economia, “Valdis Dombrovskis”, ha detto che la lotta alla corruzione è "presa molto sul serio" e che da questa dipende anche l’erogazione degli aiuti, tanto più che, proprio ieri, la presidente della Commissione, “Ursula von der Leyen”, ha annunciato l’erogazione di sei miliardi di dollari a favore del Paese invaso, ma ha anche teso a non drammatizzare.

 

"Si può anche vedere questo episodio come una prova che questo sistema anticorruzione in Ucraina sta effettivamente dando risultati e che sono le autorità anticorruzione ucraine a essere in grado di contrastare i casi di corruzione, anche ai massimi livelli"".

Zelensky avvisato, mezzo salvato, insomma.

Non però sul campo di battaglia, dove la situazione, a detta dello stesso leader ucraino è "molto difficile", con la cittadina “Pokrovsk”, che potrebbe crollare nei prossimi giorni.

Il Cremlino è in pressing militare e psicologico.

Proprio ieri il ministero della Difesa ha annunciato che a Pokrovsk è in corso una nuova operazione, che potrebbe essere quella decisiva per la conquista della città, particolarmente strategica dal punto di vista logistico e geografico.

 

ECONOMIA SOCIALISTA DI MERCATO (ENCICLOPEDIA)

Tipo voce: Banpedia.org – Redazione – (13-11-2025).

Categorie: Sistema finanziario. 

 

Abstract.

 

Con il termine economia socialista di mercato si indica la struttura economica della Cina odierna, caratterizzata da un sistema misto tra mercato e pianificazione.

 All’interno di questo sistema l’autoritarismo politico, dovuto all’esistenza di un regime socialista sin dal 1949, diviene compatibile con un’economia di mercato sviluppatasi dai processi di riforma degli anni Ottanta.

Tale compatibilità va ricercata nella gradualità con la quale la Cina ha avviato la ristrutturazione di un sistema economico di tipo marxista verso le regole del mercato.

 Questa gradualità, se da una parte è stata un fattore imprescindibile per favorire il successo delle riforme, dall’altra ha lasciato in piedi alcuni fattori di instabilità.

Il gradualismo delle riforme ha infatti creato un sistema in cui convivono imprese private e pubbliche, prezzi di mercato e prezzi decisi dalla pianificazione, tutela della proprietà privata e ideologia comunista, concorrenza e interventismo statale.

Il termine “economia socialista di mercato” è utilizzato per la prima volta nel 1992 nel XIV Congresso del Partito Comunista Cinese per indicare il nuovo obiettivo delle riforme economiche. Il concetto s’istituzionalizza con l’introduzione d’importanti modifiche alla costituzione e il termine “economia socialista di mercato” entra ufficialmente nella carta costituzionale per definire il sistema economico e sociale della Cina attuale.

 

La Cina si può considerare un’economia sicuramente chiusa, pianificata e ispirata al modello di sviluppo sovietico, dalla rivoluzione comunista cinese del 1949, fino a tutta l’epoca maoista e al 1978.

 

La nascita dell’economia socialista di mercato, avvenuta sin dai processi di modernizzazione del 1978, segna una linea di netta discontinuità con tale passato maoista, in un mutato contesto internazionale che dagli anni settanta e in tutti gli anni ottanta vede rilevare il fallimento dei regimi comunisti sovietici.

 L’integrazione delle ex repubbliche sovietiche nell’economia mondiale spinge il PCC a maturare la necessità di cercare una via nazionale al socialismo.

Negli anni ottanta, seppur nella ferma intenzione di mantenere un sistema economico di tipo socialista, si avvia un ampio programma di riforme strutturali che porta a un progressivo abbandono del sistema pianificato di stampo marxista.

 

Il complesso di riforme strutturali, iniziate nel 1978, non conduce a un capitalismo tout court e a un’economia di mercato, ma a un sistema misto che non cessa di essere caratterizzato da un’autonomia di mercato che si scontra di continuo con l’onnipresenza di una massiccia burocrazia di Partito, in tutti i livelli dell’articolazione territoriale.

 

Da qui il profilarsi di un “doppio volto” del Paese:

il primo dei due volti è caratterizzato da un Partito-Stato nel ruolo di gestore e controllore della vita economica,

 il secondo è rappresentato dalle trasformazioni economiche sociali avvenute nel tempo, espressione di una società divenuta per effetto delle riforme, sempre più dinamica.

 

L’economia socialista di mercato cinese tende a superare lo schema dicotomico di pura contrapposizione aut-aut tra socialismo e capitalismo, verso un approccio che mira alla compatibilità per entrambi.

Nella cornice istituzionale di un regime comunista, questa trova spazio, agli inizi soltanto in certi settori, quelli del commercio e dei servizi, ma poi, in maniera sempre più diffusa, nello sviluppo incentrato sui prezzi, mercati, imprese e profitti, elementi fondamentali per l’esistenza di un’economia di mercato.

 

Un esempio al riguardo si individua nella promulgazione nel 1988 della “Legge sulle imprese industriali di proprietà del popolo”, che adegua il modello di corporate governance delle imprese cinesi agli standard dell’economia di mercato occidentale e le vincola al raggiungimento del profitto capitalistico “ma anche” alla soddisfazione dei doveri della pianificazione socialista.

Elementi di diversa natura ideologica si fondono in un’espressione, “economia socialista di mercato”, che porta la falce e il martello ad andare di pari passo con il plusvalore, il profitto e la rendita finanziaria.

 

Altro aspetto di compatibilità tra la logica del mercato e l’ideologia marxista riguarda la distribuzione della ricchezza.

Fin dall’Ottocento questo concetto occupa un posto centrale all’interno delle teorie economiche.

In letteratura, un sistema a economia chiusa e pianificata, tende ad avere una distribuzione della ricchezza egualitaria, al contrario, in un’economia aperta e liberale tale distribuzione è distorta dagli effetti del mercato.

 Il caso cinese è rappresentativo, poiché una nazione che si professa comunista ha la disuguaglianza dei redditi più alta al mondo con l’indice di Gini, nel 2010 pari addirittura a 0,61 al di sopra del livello medio mondiale di 0,44.

 

Questi elementi, insieme all’istituzionalizzazione della tutela della proprietà privata in un ordinamento socialista, alla presenza sia d'imprese pubbliche che private e al sistema di prezzi a “doppio binario” che riesce a far convivere elementi di matrice capitalista (prezzi di mercato) con elementi di natura socialista (prezzi pianificati), costituiscono alcune delle peculiarità dell’economia socialista di mercato.

 

Le strategie “miste” di politica economica del modello di sviluppo cinese, presentano molti parallelismi ma anche molti aspetti che lo discostano dalle tradizionali strategie economico-politiche sia degli Stati liberali sia da quelli caratterizzati da uno Stato sviluppista.

 Gli aspetti che contraddistinguono l’economia socialista di mercato s’individuano nel pragmatismo, nel gradualismo delle riforme, nel potente intervento dello Stato sull’economia e sulle esigenze di mercato anteposte alla creazione di un sistema democratico.

 Proprio per quest’ultimo motivo, inoltre, non è possibile catalogare la Cina esclusivamente come un paese in transizione, giacché se si considerano le esperienze delle ex economie socialiste, in Cina la modernizzazione economica non si accompagna ad alcuna modernizzazione in campo istituzionale, in contrasto con il modello occidentale il quale esige che il sistema di libero mercato sia accompagnato da un sistema di democrazia liberale.

 

Le istituzioni cinesi replicano fattori di successo di un sistema a economia aperta, come l’adesione del sistema dei prezzi di mercato, l’acquisizione dei modelli di corporate governance delle imprese, le esportazioni e la ricezione degli investimenti esteri, ma al tempo stesso adeguano e salvaguardano un’ideologia socialista per la legittimità del PCC, trovando un punto d’incontro tra la crescita economica e la stabilità politica.

 

La nuova classe dirigente comprende che è utile solo una parte della modernità occidentale, poiché essa garantisce al regime autoritario di acquisire consenso e legittimità dall’efficacia con cui si serve dei mercati per creare ricchezza.

 

In Cina, è lo Stato il principale “timoniere” che guida il Paese verso la modernizzazione economica, in una situazione mondiale che vede diminuire proprio il ruolo dello Stato come principale attore nello scenario internazionale.

L'integrazione nell'economia mondiale è, di fatto, stata realizzata per iniziativa e sotto la guida dello Stato-Partito cinese, cosa che smentisce il paradigma neoclassico secondo cui è difficile sostenere che deviazioni dal modello del mercato perfetto possano essere, sul lungo periodo, benefiche per un sistema economico.

La struttura economico-politica della Cina odierna è un sistema misto in cui, accanto allo spazio sempre maggiore riservato al mercato, continua a essere presente e importante la funzione d’indirizzo esercitata dalle autorità a livello nazionale, ma soprattutto a quello locale.

 

Principali riforme economiche del nuovo modello di sviluppo.

 

Le scelte di politica economica adottate dal 1978 dalla Cina contribuiscono a mutare in profondità il volto del modello socialista maoista introducendo una graduale ristrutturazione del tradizionale sistema economico pianificato verso le regole del mercato.

Questo processo graduale investe principalmente il settore delle imprese statali, agricolo, bancario, i mercati esteri e il decentramento amministrativo.

 

Nel settore delle imprese pubbliche, si riconosce a livello costituzionale la compatibilità dell’iniziativa privata con gli ideali del socialismo, aprendo la strada a un sistema d’imprese non statali votate alla massimizzazione del profitto e non più caratterizzate da un vincolo di bilancio morbido che deresponsabilizza gli amministratori.

 La politica generale in quest’ambito riduce gradualmente il peso delle imprese pubbliche e consentendo a quelle private o collettive, di aumentare rapidamente la propria quota di mercato.

 

Nel settore agricolo, vengono gradualmente abolite le comuni, si procede alla redistribuzione delle terre, la cui proprietà era totalmente dello Stato, e si crea un sistema di responsabilità familiare.

Queste riforme agricole offrono un grande incentivo alle famiglie contadine, che hanno in concessione la terra da coltivare e la possibilità di vendere privatamente sul mercato una parte della produzione.

 La liberalizzazione dei mercati rurali porta all’abbandono parziale del sistema dei prezzi della vecchia economia pianificata, facendolo convivere con uno di mercato, il cosiddetto sistema a “doppio binario”.

 

Nel 1983 dal sistema dei prezzi a doppio binario si passa anche a un sistema bancario cinese a due livelli.

La Cina separa la Banca Centrale (Banca popolare di Cina-PBOC), cui sono affidati esclusivamente compiti macroeconomici, dalle Banche di seconda fila:

la Banca Cinese per l'Agricoltura (ABC), la Banca Cinese per l’Industria e il Commercio (ICBC), la Banca della Cina (BOC) e la Banca Cinese per le Costruzioni (CCB).

Queste sono le quattro grandi banche pubbliche che, dal 1986, sono autorizzate a farsi concorrenza nei diversi ambiti.

Il sistema bancario diviene, per effetto delle riforme, il canale primario per realizzare il finanziamento degli investimenti, poiché il processo di modernizzazione riduce in modo importante la capacità del bilancio statale di mobilitare e allocare le risorse.

 

Nel settore dei mercati esteri, invece, l’apertura internazionale avviene sotto l’impulso delle esportazioni, e grazie all’istituzione delle” Zone Economiche Speciali”, per l’importazione delle strategie e dei modelli di gestione del capitalismo e degli investimenti dall’estero.

 Le esportazioni divengono il principale volano della crescita cinese estendendo la competitività dei prodotti esportati dai settori ad alta intensità di lavoro a quelli con un maggiore grado di specializzazione come l’elettronica, di modo che l’economia cinese si trasforma da “fabbrica del mondo” a esportatrice di High Tech.

 

Negli anni ottanta, inoltre, si passa da un’economia fortemente centralizzata a una gradualmente più decentralizzata, in cui gli esponenti politici locali delle principali città, delle singole province, gli operatori privati e quelli esteri, conseguono un notevole spazio d’azione.

Si stabiliscono i compiti, i profitti da realizzare, i contributi allo Stato, tra le imprese e le autorità amministrative locali.

 Questo decentramento amministrativo non limita però il forte potere pubblico sui processi economici, fondati sia sulla programmazione dello Stato centrale, ma soprattutto basato sul controllo delle autorità politiche locali, provinciali, di città e di villaggio.

 A fine anni ottanta la quasi totalità delle imprese pubbliche è sotto il controllo diretto delle autorità locali.

Nel caso della Cina, dunque, tutto ciò si formalizza con un apparato di Governo duale del Paese a livello periferico e centrale, locale e nazionale, in cui non è presente una vera scissione tra Stato e Partito.

 

Proprietà privata ed economia socialista. Adeguamento giuridico alle esigenze del mercato.

Le caratteristiche del nuovo modello di sviluppo cinese pongono l’accento sull’importanza dell’iniziativa economica privata che si formalizza nell’istituto della proprietà privata.

 

Quest’ultima è generalmente considerata il presupposto fondamentale di due rappresentazioni contrastanti del mercato, quella del capitalismo e quella del socialismo, la prima orientata ad accentuare la sacralità della proprietà privata di fronte alla cosa pubblica, la seconda tesa alla sua totale abolizione.

 

L’istituto del diritto di proprietà rappresenta il cardine principale del cambiamento del sistema economico cinese, giacché è il collegamento tra un modello a economia pianificata e la scelta di un’economia socialista di mercato.

 

Nel 1982, trent’anni dopo la rivoluzione comunista del 1949, la Costituzione accoglie nel suo ordinamento, i principi fondamentali riguardanti l’economia e il sistema di proprietà.

 Vengono via via modificati gli art. 10, 11, 13 e 15 della costituzione che introducono, per la prima volta, il rafforzamento delle forme di promozione e tutela dell’iniziativa privata, l’ammissione del trasferimento del diritto di utilizzo della terra e l’assegnazione allo Stato del compito di mettere in atto un sistema fondato sull’economia socialista di mercato.

Si consentono l’esistenza delle imprese private e il loro sviluppo; si riconosce il carattere complementare rispetto all’economia pubblica socialista e si tutelano i diritti di proprietà.

 

Il presupposto di tale processo di adeguamento costituzionale risiede nell’interesse della Cina di facilitare, anche attraverso gli strumenti giuridici, il passaggio da un’economia centralmente pianificata a una socialista di mercato.

Con gli articoli 11, 12, 13 e 15, della costituzione cinese, si introduce per la prima volta, il concetto di proprietà privata, a lungo ritenuto un istituto pericoloso per il consolidamento dell’ideologia socialista, divenendo l’esempio più evidente del sistema “misto” definito dall’ordinamento cinese quale economia socialista di mercato.

 

 

 

Sulle caratteristiche del sistema cinese.

 

Sbilanciamoci.info - Dario Di Conzo – (17 Novembre 2024) - Mondo, Recensioni – ci dice:

Esce ora, postumo, il libro di Alberto Gabriele, economista scomparso l’estate scorsa, nel quale analizza lo sviluppo cinese negli ultimi vent’anni.

Una presentazione il 22 novembre all’Orientale di Napoli e il 25 novembre alla facoltà di economia de La Sapienza di Roma.

 

“L’Economia cinese contemporanea: imprese, industria e innovazione da Deng a Xi”,

pubblicata da “Diarkos edizioni” è il testamento intellettuale di Alberto Gabriele.

Economista, scomparso prematuramente lo scorso inverno, Alberto ha analizzato lo sviluppo cinese per oltre vent’anni.

Questo testo, che esce postumo anche grazie alla cura di “Edoardo Bellando”, offre a un pubblico italiano le analisi contenute nel volume “Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China”, pubblicato da Springer, e in altri lavori, aggiornandole.

 

Sul modello economico cinese Alberto Gabriele ha poi scritto con l’economista brasiliano Elias Jabbour “Socialist Economic Development in the 21st Century: A Century after the Bolshevik Revolution” (Routledge-Giappichelli), pubblicato in Brasile – con notevole successo – col titolo “China: o socialismo do século XXI”.

L’ultima volta che ho incontrato Alberto Gabriele era appena tornato da Pechino dove il libro scritto con “Jabbour” aveva ricevuto un premio. Nella differenza delle nostre visioni, i suoi commenti e consigli mi hanno aiutato quando ho iniziato a studiare l’economia politica della Cina. Questa breve recensione non riuscirà a sdebitarmi.

 

Il sottotitolo del libro “Imprese, industria e innovazione” introduce agli argomenti portanti sui quali si dipana la ricerca empirica, ma nasconde in qualche modo il fine più alto del lavoro:

discutere la natura e le specificità del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

L’evoluzione della struttura dei diritti di proprietà delle imprese e il ruolo del partito-stato nel promuovere innovazione tecnologica e scientifica qualificano e definiscono, secondo Alberto Gabriele, la natura “altra” del modello di sviluppo economico della Repubblica popolare cinese.

 

Evoluzione, funzionamento e peculiarità del sistema di imprese cinese è tema al centro di un crescente interesse.

 La concorrenza imposta dall’attuale globalizzazione produttiva comporta una constante indagine sul “come competiamo” per dirla alla Berger.

Produttività e profittabilità sono aspetti centrali, ma nel caso cinese, ancor più che altrove, un aspetto dirimente riguarda la struttura dei diritti di proprietà.

 Per aiutare il lettore ad inquadrare il dibattito, farò riferimento ad uno dei processi di “ibridizzazione” dei diritti di proprietà trattati nel testo, quello che concerne le “imprese municipali e di villaggio”, maggiormente note con il loro acronimo anglosassone di TVEs (Township and village enterprises).

Alberto Gabriele definisce ambiziosamente le “TVEs” come “imprese non capitaliste orientate al mercato” in quanto portatrici di due aspetti peculiari.

 

“In primo luogo, con il termine ‘orientata al mercato’ si identificano tutte quelle imprese che vendono i propri prodotti (o servizi) in uno o più mercati, ivi incluse quelle imprese che perseguono obiettivi complementari o totalmente diversi dalla massimizzazione del profitto, alcune delle quali operano in mercati che sono monopoli o quasi-monopoli. In secondo luogo, (…) comprendono tutte quelle imprese orientate al mercato che differiscono dal modello della classica impresa privata – un’unità produttiva che persegue fondamentalmente la massimizzazione del profitto, che si serve di manodopera non familiare, ed è dotata di pieni diritti di proprietà.”

 

Una breve genesi delle TVEs permette di qualificare ulteriormente la tesi dell’autore.

Nel periodo maoista (1949-1976), questo tessuto storico di piccole e medie imprese industriali rurali era posto sotto il controllo delle Comuni Popolari (rénmín gōngshè) che ne esercitavano i diritti di proprietà.  Queste imprese antenate delle TVEs comprendevano quindi tutte le attività produttive non agricole ed erano essenzialmente dedicate a fornire la produzione accessoria del settore primario (“servire l’agricoltura”), occupando una quota marginale dell’immensa forza lavoro rurale cinese prevalentemente impiegata come contadini.

Questa industria rurale era tuttavia sistematicamente sottofinanziata in favore delle imprese di stato urbane (State-owned enterprises, SOEs), contribuendo a formare quel netto divario tra città e campagna che è ancora oggi un elemento centrale dell’economia cinese.

Infatti, seguendo il modello sovietico, i pianificatori cinesi erano convinti che “lo sviluppo delle forze produttive” fosse strettamente associato al rapido miglioramento tecnologico a cui era sottoposta l’industria pesante monopolizzata dalle SOEs.

Nel 1979, queste attività industriali rurali sono state riorganizzate nelle TVEs, che approfittarono della riduzione dell’asimmetria di finanziamento tra città e campagna, diventando un soggetto paradigmatico del “programma di riforme e apertura” (Gǎigé kāifàng). Secondo Alberto Gabriele, queste industrie rurali sperimentarono nuovi assetti istituzionali e organizzativi molto eterogenei tra loro che le resero particolarmente flessibili nell’organizzazione e nelle scelte di produzione.

 Le TVEs potevano produrre tutto ciò che non era monopolizzato dalle SOEs, creando così un’offerta diversificata che ha permesso, almeno in un primo momento, a queste imprese di trasformarsi in un fornitore monopolistico di alcuni piccoli beni di consumo, spingendo verso l’alto il loro margine di redditività.

 Le TVEs sfruttarono a pieno il decentramento del processo decisionale e le nuove linee di credito che il governo centrale garantiva loro, trasformando la precedente produzione accessoria al settore primario in un ambiente imprenditoriale vivace.

L’ascesa delle TVEs come attore commerciale internazionale nell’industria leggera ad alta intensità di lavoro è fatto noto, ma Gabriele si concentra sulla loro funzione “storica”.

Non nega che esse abbiano sperimentato un processo di concentrazione e privatizzazione negli anni ’90 ma enfatizza il carattere cooperativo e la proprietà collettiva che nel processo di riforma le hanno distanziate da “normali” imprese orientate al profitto:

“oltre alle imprese di proprietà dei governi locali, vi erano società per azioni private formate da contadini e altre forme di imprese individuali e collettive. Tutte però erano considerate sostanzialmente come agenti destinati a migliorare le condizioni di vita della comunità locale.”

 

“Poiché i diritti di controllo residui erano detenuti dai governi locali, la comunità stessa «divenne una società de facto o un “mini conglomerato”».”

 

Il libro enfatizza come una struttura di diritti di proprietà “ibrida”, o comunque non chiaramente e unicamente privata, abbia svolto una funzione fondamentale sia nella fase iniziale del decollo economico, sia nel protrarre un pervasivo controllo azionario che il Partito-Stato ancora esercita su moltissime imprese miste.

La seconda parte del volume analizza il ruolo centrale che ha avuto il partito-stato nel creare un sistema nazionale di innovazione dal notevole successo.

 Secondo Alberto Gabriele, tale sistema di innovazione ha quattro principali caratteristiche:

“i) la capacità e la volontà dello Stato di destinare alla ricerca e sviluppo una quota molto elevata e crescente del surplus nazionale;

 ii) il ruolo predominante svolto da attori non privati come le università pubbliche, i centri di ricerca, le organizzazioni governative, le imprese statali e a partecipazione statale;

iii) la portata, l’impatto, la rilevanza e l’ambizione dei piani nazionali di ricerca e sviluppo a lungo termine;

iv) l’ampia gamma, la pervasività e l’incidenza dei piani locali di ricerca e sviluppo”.

 

Il successo dell’innovazione made in China è oggi difficile da confutare anche per i più critici.

 Nell’arco di poche decadi, la Cina ha rapidamente risalito le catene globali del valore, arrivando a competere direttamente con gli Stati Uniti sulla frontiera tecnologica e diventando il primo paese al mondo per numero di brevetti.

 

Gabriele sottolinea due fonti cruciali che hanno permesso questa ascesa in ricerca e sviluppo. In primo luogo, la dimensione spaziale e demografica della Cina ha rappresentato “una condizione necessaria (ma non sufficiente) per consentire al suo Sistema Nazionale di Innovazione di balzare al secondo posto a livello mondiale, in una fase in cui il livello generale di sviluppo economico nazionale è ancora relativamente più arretrato (il Pil pro capite della Cina nel 2022 si è classificato al 72° posto tra 179 Paesi).

 

In secondo luogo, pianificazione strategica e controllo sul sistema finanziario hanno permesso alla Cina di canalizzare moltissime risorse economiche verso centri di ricerca ed università pubbliche incaricate di condurre parallelamente ricerca di base e applicata. 

Questo secondo aspetto merita maggiori osservazioni.

 Alberto Gabriele sottolinea come il carattere non prettamente privatistico e orientato al profitto di breve periodo abbia permesso al sistema di innovazione cinese di socializzare il rischio e creare dei forti effetti di spillover tecnologico tra pubblico e privato nella circolazione dei risultati della ricerca di base.

 Sviluppo, produzione e commercializzazione dei risultati della ricerca sono diventati obiettivi di interesse nazionale che hanno coinvolto tutte le imprese, a prescindere dalla tipologia di proprietà, con il fine di “massimizzare l’impatto sistemico complessivo sullo sviluppo dell’economia nazionale”.

Imprese private cinesi di grandissimo successo come Oppo, Xiaomi, Huawei, Tencent, Alibaba, JD, Baidu, Lenovo, Douyin (Tik Tok), solo per citare le più famose, sono il risultato di questa compenetrazione tra ricerca pubblica e commercializzazione privata.

Un ultimo aspetto sottolineato da Gabriele in questa seconda parte ci permette di legare il suo studio empirico sul sistema di innovazione con le sue valutazioni sulla natura del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Infatti, nonostante le imprese sopracitate siano formalmente private, Gabriele enfatizza come queste non rappresentino “una grande borghesia”:

“almeno per adesso, una grande borghesia identificabile come classe vera e propria, e tantomeno come classe dominante” non esiste.

 Tuttavia, “Esistono grandi imprenditori-capitalisti (…) che costituiscono certo un nuovo gruppo sociale la cui importanza non può essere ignorata, malgrado la sua esiguità numerica”.

 Eppure, “questo gruppo sociale non costituisce una classe vera e propria” assimilabile alle grandi borghesie nazionali dei Paesi capitalistici.

 Tale “assenza di una grande borghesia costituisce un forte elemento di differenziazione tra la Repubblica popolare cinese e il mondo capitalista”.

 

Alberto Gabriele sostiene che i grandi imprenditori cinesi siano privi delle caratteristiche fondamentali di cui godono i capitalisti nostrani. Questi sono esclusi dalla sfera militare e non hanno la capacità di esercitare “un’egemonia cultura complessiva sulla società”, ma sono piuttosto “arruolati” dal partito-stato al fine di promuovere l’ascesa tecnologica ed industriale del paese:

 

“Lo Stato socialista sembra avere preso atto che in alcuni settori chiave il ruolo centrale della grande impresa privata – controllata dallo Stato solo indirettamente attraverso canali formali e informali di natura non esclusivamente finanziaria – è insostituibile (almeno nell’attuale fase di sviluppo), e che può promuovere lo sviluppo economico e tecnologico, il benessere sociale e la stessa sicurezza nazionale in modo più efficiente di quanto non potrebbero fare la maggior parte delle aziende statali o a partecipazione statale, nonostante i grandi progressi compiuti soprattutto grazie al processi di corporatizzazione.” (p.199)

 

Alberto Gabriele non ha avuto il tempo di integrare organicamente, ma solo di citare, il recente “ri-disciplinamento” del capitale privato da parte del partito-stato.

Tuttavia, avendone discusso insieme, l’attacco di Xi Jinping alle “digital platforms” del 2020 era per lui una riprova della subordinazione politica e culturale del capitale privato al partito.

Alcuni ricorderanno le ingenti multe ricevute dalle “Big tech” cinesi, responsabili di promuovere instabilità finanziaria, monopoli, e fughe di dati.

A tale “espansione disordinata del capitale” (zīběn wúxù kuòzhāng) Xi Jinping ha contrapposto la “Prosperità Condivisa” (gòngtóng fùyù), la cui attuazione pratica in termini di riforma fiscale ancora latita.

A partire da queste considerazioni sull’assenza di una “grande borghesia” in Cina, il libro si chiude con una delle domande più complesse di questo secolo:

 “L’economia cinese è essenzialmente socialista, o deve invece essere vista come un’economia capitalista di Stato o un’economia capitalista ibrida?” 

Alberto Gabriele, senza pretese euristiche, tenta di razionalizzare la domanda scomponendola in sette sotto-domande:

 

“1. Quale quota dei mezzi di produzione è socializzata?

2. Quale potere economico relativo ha lo Stato rispetto ai singoli attori?

3. Qual è il rapporto di forze tra piano e mercato?

4. Quanto riesce il sistema a promuovere lo sviluppo delle forze produttive e il progresso tecnico?

5. Quanto è efficace nella lotta alla povertà?

6. Quanto è vicino a realizzare il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” e a promuovere una distribuzione del reddito relativamente egualitaria?

7. Quanto è in grado di stabilire un rapporto sostenibile con la natura?” (p. 226):

 

Rispetto ai primi quattro quesiti, Alberto Gabriele sostiene che il “socialismo con caratteristiche cinesi” abbia sperimentato un discreto successo. 

Reputa che “il grado complessivo di socializzazione della produzione sia piuttosto elevato”, che il partito-stato sia riuscito, come si diceva, a prevenire la formazione di una “grande borghesia, e che il progresso tecnico sia innegabile.

Tuttavia, riconosce che la sua analisi sia insufficiente ad avanzare argomentazioni positive per quanto concerne gli ultimi tre, non proprio marginali, quesiti:

“Nonostante il qualificato riconoscimento dei risultati positivi e della natura socialista relativamente avanzata della struttura economica, l’analisi condotta in questo libro dice poco sui limiti e le contraddizioni di questo tipo di “socialismo” rispetto alla coerenza della realtà della Repubblica popolare con gli obiettivi di sviluppo umano tradizionalmente sostenuti dal movimento socialista mondiale”.

 

Senza girarci troppo intorno, Alberto Gabriele ritiene che una qualche forma di capitalismo di stato “sia una componente necessaria di qualsiasi tentativo di costruire un socialismo del XXI secolo orientato al mercato, ma diretto dallo Stato”.

 

Il mio non essere d’accordo non toglie nulla al fatto che questi interrogativi siano urgenti.

Nella bulimia di pubblicazioni in lingua italiana sul modello di sviluppo cinese, che non siano drogate dal rinnovato “scontro di civiltà” a la Rampini, questo testamento intellettuale di Gabriele ci permette quantomeno di approfondire le peculiarità del “socialismo con caratteristiche cinesi”. 

Nonostante il libro, ad avviso di scrive, risulti eccessivamente apologetico nei confronti dei limiti “politici” della Repubblica popolare cinese, questo ha comunque il merito di porsi domande corrette e di essere animato da umiltà e spirito critico. Ù

La struttura dei diritti di proprietà e il sistema di innovazione nazionale permettono infatti, se non di comprendere, quantomeno di indagare, come la miscela di stato e mercato, di Partito e capitale abbiano reso la Cina l’unico sfidante possibile all’ordine egemonico statunitense.

Un ordine sempre più messo in discussione da forze centrifughe interne e da rivendicazioni multipolari esterne, incancrenito da una crisi ecologica senza precedenti e da uno stato di guerra permanente.

 

Mi auguro che queste ultime citazioni tratte dalle opere selezionate di Mao, possano restituire l’ambizione, la dialettica e la complessità dei quesiti posti da Gabriele.

 

“Il modello economico sperimentato attualmente dalla Cina, è un’economia capitalista che per la maggior parte è sotto il controllo del governo popolare, collegata all’economia socialista statale in varie forme e supervisionata dai lavoratori. (…) Pertanto, questo capitalismo di stato rappresenta un nuovo modello economico, in cui il carattere socialista in larghissima misura va a vantaggio dei lavoratori e dello Stato.” (Mao, 1953).

 

“Se la generazione dei nostri figli porterà avanti il revisionismo andando in direzione a noi contraria, cosicché pur avendo nominalmente una società socialista essi vivranno il capitalismo, allora i nostri nipoti si solleveranno certamente in rivolta e rovesceranno i loro padri, perché le masse non saranno soddisfatte” (Mao, 1962).

 

 

 

Sottomettere il mercato (e il capitale)

al servizio dello Stato.

Fondazionefeltrinelli.it – (31 Ottobre 2025) - Francesca Spigarelli - Articolo tratto dal N. 57 di Fuori mercato: “oltre la morsa del capitalismo – ci dice:

La Cina del Mondo.

Esiste un modo di produrre che si serve dei capitalisti, per amministrarli. È la Cina di Xi jinping, che stabilisce obiettivi politici attraverso la pianificazione economica.

A partire dagli anni ‘70 il sistema economico di Pechino è passato da un’economia emergente fino a diventare il gigante tecnologico e leader nel settore delle auto elettriche e della manifattura, primo esportatore mondiale di beni.

 Come ha fatto?

Nella ricetta del “capitalismo amministrato” cinese, c’è una risorsa chiave:

la programmazione e la competizione interna delle imprese.

 

Il “socialismo con caratteristiche cinesi” è spesso considerato sbrigativamente come etichetta ideologica.

In realtà il termine descrive un modello economico costruito dalla Cina in più di quarant’anni, che combina direzione politica centrale e competizione di mercato come strumenti coordinati.

 

La Cina a metà tra capitalismo e pianificazione.

La Cina oggi è uno snodo sistemico dell’economia mondiale: in termini di parità di potere d’acquisto è il principale contributore al pil globale, e a prezzi correnti è continuato a crescere attorno al 5% nel 2024, pur su un sentiero di rallentamento strutturale.

È il primo esportatore mondiale di beni, con circa il 14,6% dell’export globale di merci nel 2024. Il peso manifatturiero rimane decisivo nelle filiere internazionali dell’elettronica, dei macchinari, dei veicoli elettrici e delle batterie.

Parallelamente, il Paese progredisce su tecnologia e autonomia industriale: la spesa in ricerca e sviluppo è salita al 2,68% del PIL nel 2024 e la Cina guida i depositi brevettuali mondiali.

A questo si aggiunge un’accelerazione sulla transizione energetica, con nuova capacità rinnovabile (solare ed eolica) installata su scala senza precedenti.

 

Questo risultato non nasce da un’economia di mercato “libera”, né da una pianificazione totale in stile sovietico.

Nasce da un’architettura ibrida.

Dalla fine degli anni ’70 la Cina ha trasformato un’economia pianificata rigida in una forma di “capitalismo amministrato”:

lo Stato definisce le traiettorie di sviluppo e usa il mercato per percorrerle più velocemente.

 

Deng Xiaoping aveva già chiarito il principio nel 1984: “La pianificazione e il mercato non sono la linea di demarcazione tra socialismo e capitalismo; la pianificazione non equivale al socialismo, il mercato non equivale al capitalismo”.

 

Tre decenni dopo, Xi Jinping ha formalizzato questo equilibrio al Terzo Plenum del 2013:

 “Il mercato deve svolgere un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse, e il governo deve svolgere meglio il proprio ruolo”.

In altri termini:

non è lo Stato contro il mercato, è lo Stato che utilizza il mercato come strumento operativo della strategia nazionale.

 

La macchina politica è la macchina economica.

Sul piano istituzionale ciò si traduce in un meccanismo multilivello.

Il centro politico – attraverso i Piani Quinquennali e strategie pluriennali mirate come il “Made in China 2025” – indica le priorità tecnologiche, industriali e di sicurezza economica.

Ministeri, organismi che supervisionano le imprese di Stato, governi provinciali e fondi pubblici di investimento trasformano quelle priorità in credito agevolato, autorizzazioni, infrastrutture materiali, standard tecnici e domanda pubblica.

Le province e le città competono tra loro per attrarre imprese e filiere, mentre le imprese pubbliche rivaleggiano con quelle private per commesse, standard e quote di mercato.

Il risultato è un sistema in cui gli obiettivi sono decisi politicamente, ma la selezione degli attori che sopravvivono e crescono avviene attraverso una concorrenza reale.

 

Competizione alla cinese.

Il cuore di questo meccanismo è spesso descritto come “tournament competition”, cioè una competizione a torneo.

Nella fase iniziale lo Stato apre deliberatamente un settore strategico a un numero molto elevato di imprese, non impedendo l’ingresso ma anzi sostenendolo con credito, accesso ai terreni, partnership con enti pubblici, sbocchi garantiti nella domanda pubblica locale.

 

È il caso del programma “Ten Cities, Thousand Vehicles”, lanciato nel 2009, che ha usato il mercato urbano – autobus, taxi, logistica – come laboratorio per far crescere i veicoli elettrici (NEV).

In quella fase, tutti gli operatori sono stimolati ad entrare nel mercato. Centinaia di marchi si sono affermati dopo il 2009.

Dentro o fuori.

Nella seconda fase, lo Stato riduce gradualmente i sussidi diretti, introduce meccanismi regolatori, alza gli standard tecnici.

In questo passaggio, chi riesce davvero a produrre in scala, abbassare i costi, garantire qualità, esportare e brevettare sopravvive; chi non regge il ritmo viene spinto al consolidamento, alla fusione o all’uscita.

Nel caso dei NEV, tra il 2018 e il 2025 molte imprese elettriche cinesi sono scomparse o sono state assorbite:

oggi si stima che restino circa 129 marchi EV/PHEV attivi e le analisi di settore indicano che a lungo termine potrebbero sopravviverne una quindicina, cioè l’ordine di grandezza del 10–15%.

 

Gli attori più noti (i “vincitori del torneo”) sono “BYD”, primo produttore di veicoli elettrici per volumi, e “CATL”, che ha raggiunto una quota vicina al 38% del mercato globale delle batterie nel 2024.

Il messaggio è che la scala produttiva e la velocità di apprendimento non sono casuali: sono un esito programmato.

 

Questa stessa logica si sta ora estendendo alle piccole e medie imprese innovative.

 Se in passato l’attenzione politica era concentrata sui grandi gruppi nazionali, oggi le “PMI high-tech” vengono considerate tasselli critici per la sovranità tecnologica:

 componenti di nicchia, materiali avanzati, elettronica specializzata, alternative domestiche a ciò che prima veniva importato.

 

A livello locale, provinciale e centrale esiste un sistema di classificazione e sostegno che seleziona le PMI “di qualità strategica” e le fa crescere con accesso preferenziale a capitale pubblico-privato, appalti, zone industriali dedicate, standard tecnici nazionali.

È una forma di accelerazione industriale dall’alto, ma giocata attraverso il basso.

I punti di forza.

I punti di forza di questo modello sono evidenti.

Primo: velocità e scala.

 L’apertura iniziale a molti concorrenti, seguita da una rapida selezione, permette di comprimere i costi unitari, aumentare la capacità produttiva e diffondere rapidamente una tecnologia (come è accaduto con l’elettrico e il solare).

Secondo: allineamento strategico.

 Il profitto privato non viene lasciato libero di muoversi ovunque, ma viene incanalato verso obiettivi pubblici considerati “missioni nazionali”: energie pulite, autonomia tecnologica, filiere critiche.

Terzo: ridondanza gestita.

Finché tante imprese sono autorizzate a sperimentare in parallelo, la probabilità che almeno alcune trovino un modello vincente aumenta, riducendo il rischio politico di puntare tutto su un solo campione troppo presto.

Costi e fragilità di un modello competitivo.

Ma il modello ha anche costi e fragilità.

La prima è la sovracapacità:

se lo Stato non ritira gli incentivi in tempo, la produzione continua a crescere anche quando il mercato interno è saturo e i prezzi scendono in modo aggressivo.

Questo spinge le imprese a riversare l’eccesso di offerta all’estero, alimentando tensioni commerciali globali.

 Il dibattito internazionale sulle esportazioni cinesi di veicoli elettrici e pannelli fotovoltaici nasce anche da qui.

 Secondo: il rischio finanziario.

Il credito agevolato e i fondi pubblici possono tenere in vita aziende che non sono più competitive (“campioni zombie”), con accumulo di debito e rischio di bolle industriali locali.

Terzo: la pressione sul costo può comprimere l’investimento nell’innovazione di frontiera a più alto rischio tecnologico e più lungo ritorno economico, privilegiando il miglioramento incrementale e la scalabilità rapida rispetto alla ricerca radicale.

Quarto: la concorrenza tra province, pur utile per l’efficienza, può produrre duplicazioni, sovrapposizioni di progetti e talvolta investimenti infrastrutturali ridondanti.

 

In definitiva, il “socialismo con caratteristiche cinesi” è l’idea che lo Stato rimanga il centro di comando strategico, ma che usi il mercato come motore operativo di selezione e accelerazione industriale.

 

Giovanni Arrighi (2017) lo formulava così: “si possono aggiungere tutti i capitalisti che si desidera a un’economia di mercato, ma se lo Stato non è subordinato ai loro interessi di classe, l’economia di mercato rimane non capitalistica”.

 

La Cina, oggi, è l’esperimento più avanzato di questa impostazione: una potenza manifatturiera e tecnologica che tenta di governare l’innovazione non solo con la pianificazione, e non solo con il mercato, ma con una combinazione disciplinata di entrambi.

 

 

 

Cina: come il socialismo

supera il capitalismo.

 Marx21.it – (22 Ottobre 2025)  -  Giambattista Cadoppi – ci dice:

 

Per decenni, il dibattito tra socialismo e capitalismo ha plasmato la vita ideologica, economica e politica del mondo.

 Dopo il crollo dell’URSS e delle democrazie popolari, il socialismo è stato considerato da molti un’utopia egualitaria incapace di garantire progresso materiale paragonabile a quello capitalistico.

 Tuttavia, la Cina ha infranto questa visione riduttiva.

Sotto la bandiera del socialismo, il gigante asiatico ha costruito un modello originale che combina pianificazione statale, proprietà pubblica strategica e libertà di mercato, dando vita a una crescita economica sostenuta per oltre quattro decenni e a conquiste sociali senza precedenti nella storia moderna.

Un modello che coniuga efficienza e pianificazione.

 

Uno dei pilastri del successo cinese è la capacità di pianificare lo sviluppo economico a lungo termine.

 Mentre nei paesi capitalistici le decisioni economiche sono determinate da interessi privati, cicli elettorali e pressione dei mercati finanziari, in Cina è lo Stato a definire la direzione strategica dell’economia.

Ciò consente un coordinamento molto più efficace di risorse, infrastrutture e innovazione.

 

Il capitalismo finanziario, intrappolato nella logica del profitto trimestrale, genera delocalizzazione, precarietà, speculazione e bolle speculative.

 La Cina, con la sua struttura politica centralizzata, può invece realizzare in un decennio ciò che altri paesi impiegherebbero generazioni a completare.

 La rete ferroviaria ad alta velocità, le città intelligenti e le infrastrutture per l’energia verde sono esempi concreti di questa efficienza statale.

 

La crisi finanziaria globale del 2008 rese evidente la differenza fra i modelli:

 la Cina reagì con un piano di stimoli di oltre 500 miliardi di dollari, incentrato su infrastrutture e occupazione, mentre Stati Uniti ed Europa risposero con politiche di austerità e salvataggi bancari che aggravarono disuguaglianze e stagnazione.

 

La più grande riduzione della povertà della storia.

 

La Cina ha fatto uscire oltre 800 milioni di persone dalla povertà estrema in pochi decenni, un risultato riconosciuto da ONU e Banca Mondiale.

 Ciò non è avvenuto grazie al libero mercato, ma a politiche pubbliche mirate, pianificazione centralizzata e massicci investimenti statali.

Il governo ha applicato un approccio territoriale alla povertà, concentrandosi sulle aree rurali più svantaggiate, con milioni di funzionari impegnati direttamente nelle comunità.

Gli investimenti in infrastrutture – alloggi, strade, elettricità, acqua, internet – hanno integrato le regioni marginali nello sviluppo nazionale, dimostrando che senza servizi non c’è inclusione.

 

Laddove i paesi capitalisti offrono programmi frammentati e condizionati dal profitto, la Cina ha mostrato che uno Stato determinato può sradicare la povertà strutturale in una generazione.

 

Socialismo con caratteristiche cinesi.

 

Molti si chiedono se la Cina sia un paese socialista o capitalista.

 La risposta è che la Cina è un paese socialista che utilizza gli strumenti del mercato per rafforzare il proprio sviluppo.

Definirla “capitalista” perché ha imprese private, consumi di massa e miliardari è una semplificazione occidentale che ignora la struttura profonda del sistema.

 

Il socialismo cinese si fonda su quattro pilastri:

 

Il ruolo guida del Partito Comunista Cinese (PCC), centro del potere politico e garante della direzione strategica del Paese.

La pianificazione a lungo termine, che orienta settori chiave come tecnologia, istruzione, sanità, ambiente e difesa.

La supremazia dell’interesse collettivo sul profitto individuale, con intervento statale nei conflitti fra i due.

Il controllo statale dei settori strategici (banche, energia, trasporti, telecomunicazioni), garanzia della sovranità economica.

Libertà e controllo sociale.

 

L’idea che in Cina manchino libertà individuali è una semplificazione.

 I cittadini possono studiare, aprire imprese, viaggiare, scegliere il proprio stile di vita e praticare liberamente la religione.

La cultura è dinamica e aperta, e la Costituzione garantisce diritti di espressione e partecipazione politica attraverso le Assemblee Popolari e un sistema meritocratico radicato nel confucianesimo.

 

Quanto al controllo dei media, la Cina persegue contenuti che minacciano la sicurezza nazionale o la coesione sociale — un comportamento non dissimile da quello di molti Stati occidentali, dove la sorveglianza digitale è anch’essa in crescita.

 Il controllo cinese, più che ideologico, è finalizzato alla stabilità sociale e alla coesione nazionale.

 

Il socialismo cinese è dunque un socialismo senza limiti al consumo, in un Paese che produce per sé e per il mondo;

 un socialismo con cittadini liberi, orgogliosi e soddisfatti del progresso del proprio Paese;

 e, per la prima volta nella storia, un socialismo che si dimostra più efficace del capitalismo nel generare progresso sociale ed economico.

Il socialismo cinese come compimento del marxismo

Il socialismo cinese è marxista in due sensi fondamentali.

 

Sviluppo delle forze produttive.

Il socialismo marxista, a differenza di impostazioni etiche o utopiche come il fabianesimo, non rifiuta il capitalismo solo per ragioni morali, ma per superarlo in termini di razionalità economica.

 Dovrebbe sviluppare le forze produttive fino al punto in cui la produzione abbondante rende obsoleto il valore di scambio.

Nei paesi socialisti europei questo non è accaduto:

l’economia è rimasta arretrata rispetto a quella capitalistica.

 La Cina, invece, sviluppando forze produttive d’avanguardia, ha realizzato l’aspetto più autentico del marxismo, dimostrando che il socialismo può essere economicamente più dinamico del capitalismo.

Esperienza storica e adattamento.

 Secondo la tradizione del Comintern, il marxismo non è una dottrina astratta ma un’esperienza storica vivente del movimento dei lavoratori. Il socialismo cinese è vitale perché ha imparato dall’esperienza propria, da quella di altri paesi socialisti e perfino da quelle capitaliste.

Il marxismo cinese è una sintesi storica di successi, errori e sperimentazioni concrete:

non teoria astratta, ma prassi storica che ha portato risultati tangibili come la vittoria contro la povertà.

Superare la crisi del socialismo reale.

 

Il modello cinese sembra avere risolto i problemi strutturali che avevano determinato la crisi del socialismo sovietico e delle democrazie popolari. Ciò che molti in Occidente scambiano per “liberismo” o “neo-keynesismo” è in realtà la specificità del socialismo di mercato cinese, nel quale anche le imprese statali competono tra loro, garantendo efficienza e dinamismo. Questo sistema supera sia il socialismo sovietico, stagnante per assenza di mercato, sia il socialismo di mercato dell’Europa orientale, che si era ridotto a un’economia mista con concorrenza debole e proprietà statale eccessiva.

 

Le imprese statali dei paesi capitalistici (quando ancora esistevano) hanno sofferto spesso di inefficienza e scarsa redditività;

quelle cinesi, invece, operano in un ambiente competitivo e pianificato, che ne accresce la produttività.

L’economia cinese è oggi una delle più dinamiche al mondo, superando in continuità e ritmo di sviluppo le economie capitalistiche più avanzate.

 

La società cinese è inoltre una delle più aperte e liberali tra i paesi socialisti, impegnata nella costruzione di un autentico Stato socialista di diritto e di una democrazia consultiva e deliberativa capillare.

Sul piano internazionale, la “Nuova Via della Seta” rappresenta la proiezione esterna di questa visione:

 cooperazione, infrastrutture e interconnessione come strumenti di sviluppo condiviso.

 

L’Occidente e il paradosso della critica sterile.

Il marxismo nacque in Occidente per spiegare le società industriali avanzate, ma il socialismo ha trionfato in paesi arretrati.

 Oggi, paradossalmente, proprio in Occidente il socialismo è uscito dal dibattito politico, mentre alcuni si arrogano il diritto di insegnare ai cinesi come si costruisce il “vero socialismo”.

Invece di domandarsi perché i partiti marxisti sono scomparsi dalle società occidentali, molti intellettuali preferiscono criticare chi sta realmente sperimentando modelli socialisti efficaci.

 

La logica vorrebbe che chi ha realizzato un socialismo funzionante potesse insegnare qualcosa a chi non ci è mai riuscito.

Ma l’Occidente, imprigionato in un atteggiamento di critica permanente, ha smarrito la dimensione propositiva.

Se fosse per le sole critiche, il capitalismo sarebbe morto da decenni.

La sinistra occidentale, incapace di produrre alternative concrete, osserva con sospetto chi, come la Cina, costruisce passo dopo passo un socialismo moderno, efficiente e stabile.

 

I comunisti cinesi sono degli sperimentatori ma la sinistra peripatetica (o forse semplicemente patetica) occidentale si rifiuta di guardare il mondo attraverso il cannocchiale di Deng pensando che il cielo del socialismo sia formato da sfere di cristallo immutabili.

In sintesi: la Cina ha dimostrato che il socialismo può non solo sopravvivere al capitalismo, ma superarlo in efficienza, sviluppo e capacità di risolvere i problemi sociali.

È un socialismo pragmatico, nazionale e moderno — un sistema che, pur rimanendo fedele al marxismo nella sua essenza storica e produttiva, ne ha adattato la forma alla realtà del XXI secolo.

 

 

 

Sulla NATO incombe una sconfitta

 strategica. Intervista esclusiva al

 gen. Marco Bertolini.

Marx21 – (14 Novembre 2025) - lantidiplomatico.it – Redazione – ci dice:

 

Intervista esclusiva de “L’Antidiplomatico” al gen. Marco Bertolini.

 

Generale, la NATO, fondata con i presupposti di un’alleanza difensiva, sembra essere stata radicalmente trasformata dalla guerra in Ucraina. Si può affermare, secondo lei, che la NATO stia cercando una nuova vita scommettendo sulla guerra permanente?

 

La trasformazione è antecedente a quest’ultima guerra.

Già con la fine della Guerra Fredda un’alleanza difensiva contro un nemico che di fatto si era arreso non aveva più senso.

 La Germania in quel momento venne abbandonata da buona parte dei contingenti internazionali che la occupavano, non solo nella sua partizione orientale e comunista, ma anche in quella occidentale.

Rimase soltanto una forte presenza statunitense a conferma dell’interesse di Washington di mantenere la presa sul Vecchio Continente.

 L’Alleanza Atlantica da parte sua parve darsi un’altra funzione, passando dalla difesa comune all’esportazione del modello occidentale e americano, con le cosiddette operazioni di pace, prima tra tutte quella nei Balcani, nei quali sorse un nuovo “muretto di Berlino” in Bosnia tra Federazione croato-musulmana appoggiata dalla Nato e Republika Srpska appoggiata da Belgrado.

 Successivamente, un altro muretto venne eretto per dividere Kosovo e Serbia, approfittando dell’impotenza russa a proteggere gli interessi del proprio alleato di riferimento nei Balcani.

 

Ma è certamente ora, con la guerra in Ucraina, che la Nato dimostra più chiaramente quella che è la sua funzione di strumento di pressione nei confronti di quel continente euroasiatico che per “Mackinder” era l’”Heartland”, la porzione di mondo da contenere e controllare per avere il dominio globale.

Certamente, quello che possiamo osservare è che nel caso specifico, la fine della guerra rappresenterebbe una sconfitta per la Nato e per tutto quello che è l’Occidente collettivo, per quanto è stato investito in una guerra che doveva provocare una “sconfitta strategica” per Mosca.

Sconfitta strategica che invece, sul campo, pare incombere ora sulla Nato stessa, anche se ci sono altre aree “predisposte” per riproporre lo stesso scontro con Mosca, a partire dal Baltico, al Caucaso e ai Balcani stessi dove le frizioni per interposto Stato con Mosca sono pronte a scattare.

 Insomma, non sappiamo come e quando finirà la guerra in Ucraina, anche se la disparità di forze sul campo lascia poche illusioni a Londra, Washington e Bruxelles;

ma quello che è certo è che non finirà con essa lo scontro al quale siamo assistendo.

 

Prima di Donald Trump nessun presidente degli Stati Uniti aveva messo in dubbio pubblicamente l’esistenza della NATO.

C’è un nesso, a suo avviso, tra certe dichiarazioni ed i conflitti di Donald Trump con lo stato profondo o con una parte dell’élite finanziaria?

 

È molto difficile interpretare il pensiero di Trump, sfrondandolo di tutte le contraddizioni, accelerazioni e successive inversioni di marcia che ci sta mostrando.

Credo che sostanzialmente lui percepisca l’inimicizia irriducibile dello Stato Profondo statunitense che resiste ad ogni suo tentativo di imprimere una diversa direzione alla politica USA, soprattutto con riferimento alla funzione di poliziotto mondiale di cui si era rivestita in passato e che lui disdegna.

Quello che traspare certamente è un disinteresse, anzi quasi un disprezzo, per la Nato e per l’Unione Europea, evidenziato in particolare col suo recente cambiamento apparente di posizione sulle possibilità di vittoria dell’Ucraina.

 Tende, invece, a considerare queste due realtà più come “clienti” ai quali affibbiare i suoi costosissimi prodotti, a partire dal GNL e per arrivare alle armi, visto che ci tengono così tanto a mantenere in vita una guerra in Ucraina che non è nei suoi interessi prioritari.

Il che non significa che non sia anch’esso interessato ad avere una Russia indebolita, con la quale però avere rapporti da una posizione di forza in un mondo che riconosce essere destinato a diventare multipolare.

In questo contesto, pare degno di nota il suo recente post col quale affermava che “after getting to know and fully understand the Ukraine/Russia Military and economic situation…. Ukr with the support of EU (nota: with the support of EU) is in position to fight and win……” concludendo però con un “I wish both countries well. We will continue to supply weapons to Nato for Nato to do what they want with them. Good luck to all!”.

Un’affermazione che sembra più una sarcastica presa di distanza dall’Alleanza (l’uso del termine “they” è emblematico) e un lavarsi le mani per quello che l’Unione Europea vuol fare.

 

Sempre più spesso la NATO assomiglia all’ufficio vendite dell’industria militare degli Stati Uniti:

a questo proposito l’Unione Europea aveva offerto la propria disponibilità ad acquistare dei sistemi di difesa antiaerea ed i missili Tomahawk a beneficio dell’Ucraina.

Ma Donald Trump ha scartato quest’ipotesi. Perché?

 

Trump può sembrare pazzo, ma non lo è e sa benissimo che la cessione dei Tomahawh all’Ucraina coinvolgerebbe gli USA nel conflitto in Ucraina molto più direttamente di quanto non siano già coinvolti ora, con quella che definisce la “guerra di Biden”.

 Questo coinvolgimento sarebbe conseguenza della necessità da parte degli ucraini di delegare l’impiego di quei missili a personale militare americano, trattandosi di sistemi d’arma per i quali la mano e l’occhio statunitensi sono indispensabili.

E questo Putin lo sa e l’ha già detto da tempo.

Inoltre, il Tomahawk è idoneo anche a portare testate nucleari, e ogni suo lancio potrebbe essere interpretato come minaccia strategica, innescando una reazione devastante, anche se in realtà fosse con una testa di guerra convenzionale.

Per ora, quindi, Trump pare restio a fare questo ulteriore passo verso una spiralizzazione che sarebbe difficile da fermare, scontrandosi però con il terrore della Commissione Europea e di alcuni paesi dell’Unione di rimanere col cerino in mano in caso di una fine delle ostilità che li relegano al ruolo degli sconfitti.

Per questo, non è ancora detta l’ultima parola e non si può escludere un altro ribaltamento di fronte, con una decisione di Trump a favore di una cessione di tali sistemi che potrebbe aprire la scena a prospettive ancora più drammatiche.

Insomma, speriamo che il Titanic non colpisca l’iceberg che biancheggia sempre meno debolmente poche miglia a prua nella notte.

 

Il ministro della Difesa tedesco “Boris Pistorius “ha chiesto al Bundestag provvedimenti per reintrodurre in Germania il servizio militare obbligatorio.

 Come valuta queste dichiarazioni? Quali conseguenze può avere per l’Europa una decisione di questo tipo?

 

Il servizio militare obbligatorio, la cosiddetta leva, era stato sospeso (non abolito) anche in Italia all’inizio del millennio.

 Il provvedimento traeva spunto dal convincimento errato che il progresso scientifico e tecnico, nonché, l’espandersi della democrazia, relegasse le Forze Armate per lo più a Operazioni di Pace e comunque a bassa intensità.

Per far fronte a queste esigenze, quindi, si riteneva che un Esercito di professionisti in grado di interfacciarsi efficacemente con le tecnologie correnti fosse sufficiente, non rendendo più necessario il riferimento ai classici principi dell’Arte della Guerra del passato e che, per fortuna, vengono ancora insegnati in tutte le Accademie.

E tra questi principi, quello della Massa continua a sussistere a piena dignità a fianco a quelli del Fuoco, della Manovra, della Riserva e della Protezione.

 In particolare, la guerra in Ucraina ha dimostrato, con la sua virulenza e con la sua continua necessità di “carne da cannone” da mobilitare per ripianare perdite sempre più ingenti sulla liea del fronte, l’ingenuità dell’ideologia progressista secondo la quale, per dirla con “Francis Fukuyama”, la Storia è finita, assieme a quella antica festa crudele della guerra, grazie all’espandersi globale delle democrazie occidentali.

Naturalmente, i singoli Paesi stanno facendo i conti con questa vecchia-nuova realtà, cercando di tornare sui passi di una progressiva smilitarizzazione che li lascerebbe privi degli strumenti principali per l’affermazione della propria sovranità:

Forze Armate credibili, appunto.

Per questo, soprattutto da sinistra si registra una sorprendente attenzione per le tematiche militari anche a costo di sfociare in un bellicismo ridicolo e irritante che contraddice decenni di retorica pacifista, nello sforzo disperato di deviare a livello europeo un potenziamento militare che per costruzione avrebbe nelle singole Patrie il proprio esclusivo riferimento.

 Da qui, i continui appelli per una “difesa comune”, un “esercito europeo” che prevenga un rafforzamento delle sovranità nazionali, percepite sia da sinistra, che dal centro, nonché anche da larghi settori della destra come un male da evitare.

 

La militarizzazione dell’economia sembra possibile solo con dei consistenti tagli alla spesa sociale.

 Crede che gli italiani siano disposti ad accettare certi sacrifici per aumentare le spese militari e per armare l’esercito ucraino?

 

Credo che ci siano eventi, come le guerre, ma anche i terremoti e le alluvioni, che prescindono dalla disponibilità popolare ad accettarle.

 Ne abbiamo l’esempio con quello che sta accadendo in Europa nonostante che le opinioni pubbliche siano quasi unanimemente contrarie alla continuazione della guerra.

E questo vale anche per i tagli alla spesa sociale che l’impresa bellica, o anche solo – speriamo – la sua evocazione, può imporre.

Di fronte alla domanda “volete burro o cannoni?” la scelta della piazza può essere spesso per i secondi, mentre nelle case si opta sempre per il primo, soprattutto in caso di guerre non finalizzate all’affermazione degli interessi vitali e diretti nazionali come nel caso in questione. Figuriamoci se poi si trattasse di spese a favore di un Esercito straniero come nel caso di quello ucraino.

 Ma il nostro paese, come gran parte degli altri, sta soffrendo di un deficit di sovranità veramente invalidante, iniziato con l’adozione di una moneta che non possiamo “gestire” secondo le nostre necessità, che rende particolarmente corta la catena alla quale siamo legati.

La stranissima unanimità con la quale tutte le leadership europee si sono schierate dall’inizio contro una fine negoziata della guerra la cui continuazione impattava visibilmente contro i nostri stessi interessi, è indicativa a questo riguardo.

 

L’amministrazione Trump si era detta pronta a tenere a Budapest un vertice con quella del Cremlino, malgrado le ormai frequenti dichiarazioni di Macron, Stormer e Merz sul pericolo di un’invasione russa.

Perché secondo lei gli Stati Uniti non sembrano credere a questa minaccia?

 

Che la Russia non abbia l’interesse né la possibilità di minacciare l’Europa lo si deve a ragioni demografiche, economiche e politiche.

 Da un punto di vista demografico, un paese di 146 milioni di abitanti e con territorio enorme e che va dall’Europa al Pacifico non ha certamente la possibilità di cercarsi rogne al di fuori della sua area.

Può certamente distruggerci con il suo armamento nucleare ma non avrebbe il personale per controllare il nostro territorio né per avere la meglio di popolazioni molto più numerose.

 Inoltre, la Russia è anche un paese europeo e risentirebbe direttamente sul proprio territorio delle conseguenze della rovina del nostro, la cui ricchezza rappresenta invece una risorsa sulla quale investire.

 Venendo all’aspetto economico, questo vale anche per un alleato della Russia, la Cina, che proprio su un’Europa florida ha investito con la sua Via della Seta per trarre profitti.

Da un’Europa in rovina e distrutta non potrebbe trarre nulla.

 

Infine, da un punto di vista politico, la Russia ha bisogno di un rapporto con l’occidente europeo per non essere velocemente fagocitata dall’oriente a trazione cinese che schiaccerebbe la natura europea della sua classe dirigente.

 

 

 

 

 

Perché la situazione sul fronte

ucraino è così drammatica:

la vera urgenza di Putin, al

quarto inverno di guerra.

Msn.com – Corriere Della Sera – (14 -11 – 2025) – Redazione -Storia di Federico Rampini – ci dice:

 

Perché la situazione sul fronte ucraino è così drammatica: la vera urgenza di Putin, al quarto inverno di guerra

Perché la situazione sul fronte ucraino è così drammatica? Dietro l’urgenza di Putin, giunto al quarto inverno di un’offensiva che doveva durare… quindici giorni, c’è un imperativo geopolitico:

bloccare i preparativi per l’adesione di Kiev all’Unione europea.

 

Benché quell’adesione non sia comparabile ad un eventuale ingresso nella Nato (che non è in agenda), tuttavia per Putin rappresenterebbe una perdita incancellabile, un fiasco totale.

Se riesce a fermare quel processo, l’autocrate russo ha poi in mente un piano in più fasi per soggiogare gradualmente Kiev, infine reintegrare l’Ucraina nella sfera d’influenza russa.

 

Nel frattempo deve convincere tutti – la popolazione ucraina, gli europei, in America sia Trump che il Congresso e il Pentagono, infine il suo stesso entourage moscovita – che il tempo è dalla sua parte.

Cosa tutt’altro che certa.

 

Prendo questo scenario da un’acuta analisi di un esperto militare britannico, “Jack Watling”, ricercatore al Royal United Services Institute di Londra.

 L’ha pubblicata sulla rivista americana “Foreign Affairs” con il titolo “L’inverno più difficile per l’Ucraina”.

Eccovi la mia sintesi.

 

Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quarto inverno, paradossalmente il tema dominante nelle capitali occidentali è il «dopo»: scenari di cessate il fuoco, piani di ricostruzione, garanzie di sicurezza, promesse di ingresso nell’Unione Europea e nella Nato.

Sul campo, la realtà si muove in direzione opposta. La Russia non sta rallentando, sta accelerando.

 Mentre i governi discutono di negoziati, Putin cerca di imporre con le armi una soluzione che renda quei negoziati inutili: la ratifica di una sconfitta ucraina.

 

Per capire dove stiamo andando, vale la pena di partire da un luogo che quasi nessuno in Europa saprebbe collocare su una mappa:

Pokrovsk, nodo logistico nel Donbass.

Mosca progettava di occuparla entro novembre 2024.

 È in ritardo di un anno, ma ora è sul punto di farcela.

 I russi avanzano tra edifici sventrati, macerie ghiacciate, palazzi vuoti che diventano postazioni di tiro.

I droni di Mosca tagliano le vie di rifornimento, le truppe ucraine difendono casa per casa, avendo inflitto nei mesi scorsi perdite enormi: oltre 20 mila soldati russi uccisi al mese, secondo le stime più accreditate.

Eppure la marea, lentamente, sale.

 

Pokrovsk non è un’eccezione, è un simbolo.

 A nord e a sud, le linee ucraine vengono «stirate», piegate, trasformate in sacche.

I russi sono alle porte di Kostyantynivka.

Usano droni guidati a filo e bombe plananti non solo contro obiettivi militari ma per spopolare i centri abitati man mano che entrano nel raggio d’azione:

lo hanno fatto a Kherson, ora replicano la stessa strategia su Kramatorsk e possono minacciare il cuore industriale di Zaporizhzhia.

Se il Donbass cade, il prossimo obiettivo logico è Kharkiv, la seconda città del Paese.

 

Mentre tutto questo accade, la conversazione globale si concentra sulla parola magica: «negoziato».

 È una parola rassicurante, che parla alla nostra stanchezza, alla nostra inquietudine di europei spettatori di una guerra lunga, costosa, incomprensibile per chi non conosce la storia di questa regione.

Ma a Mosca la parola «negoziato» significa qualcos’altro: guadagnare tempo, cambiare i fatti sul terreno, logorare la resistenza ucraina, spaccare l’unità occidentale.

 

In questi mesi Kiev non ha chiuso la porta al dialogo.

Al contrario, la leadership ucraina ha mandato più volte segnali di disponibilità.

È Mosca che non si è mossa di un millimetro dalle sue pretese massimaliste.

 Nella versione russa, qualsiasi sospensione dei combattimenti dovrebbe avvenire a spese della sovranità ucraina, sancendo come irreversibile la perdita di territori e il diritto di Mosca di intervenire di nuovo.

Finché l’aggressore è determinato a proseguire, il Paese aggredito non ha scelta: può soltanto continuare a combattere.

 

C’è poi un elemento che spesso in Occidente non vogliamo guardare in faccia:

il comportamento della comunità internazionale, in particolare degli alleati, ha incoraggiato Putin a proseguire.

Il calo dell’assistenza militare e tecnica statunitense – segnali di stanchezza del Congresso, polemiche sulla durata del sostegno – hanno alimentato nel Cremlino la speranza di poter esaurire le riserve ucraine di munizioni e di energia.

 

L’Europa, dal canto suo, ha parlato sempre più di quale architettura di sicurezza offrirà all’Ucraina «dopo la guerra», con una «coalizione dei volenterosi» pronta a mettere truppe sul terreno una volta firmato un cessate il fuoco.

Il risultato, dal punto di vista di Mosca, è semplice: prolungare la guerra diventa il modo migliore per impedire proprio quell’integrazione euro-atlantica che l’Ucraina cerca dal 2013.

 

Qui tocchiamo il punto centrale.

La Russia non combatte solo per un corridoio di terra verso la Crimea, per il controllo del Mar Nero, per qualche oblast in più o in meno.

Combatte per impedire che l’Ucraina diventi definitivamente parte dell’Occidente, della sua economia, dei suoi sistemi di sicurezza.

L’obiettivo strategico di Putin non è solo territoriale, è geopolitico:

riportare Kiev nella propria orbita, svuotarne la sovranità dall’interno.

 

Ecco perché il Cremlino guarda con ostilità non solo alla Nato ma anche all’Unione Europea.

 La Russia non vuole che l’Ucraina si integri con l’Europa e con le sue strutture di sicurezza:

dopotutto, l’invasione del 2022 ha le sue origini nel 2013, quando Mosca fece pressioni sul presidente ucraino di allora, Viktor Yanukovych”, affinché non firmasse l’accordo di associazione con l’Unione Europea.

 Se un cessate il fuoco rende imminente questa integrazione, come suggeriscono i leader europei della coalizione dei volenterosi, allora la Russia ha un fortissimo incentivo a evitare un cessate il fuoco.

 

Se accettiamo questo punto di partenza, diventa più chiaro anche il piano di lungo periodo che Putin insegue.

 

Il suo obiettivo strategico è di soggiogare l’Ucraina in tre fasi.

Eccolo nei dettagli, secondo “Watling”:

«Primo, Mosca mira a occupare o distruggere abbastanza territorio ucraino da garantire che ciò che resta del Paese sia economicamente sostenibile solo con l’acquiescenza della Russia.

 I pianificatori russi ritengono che ciò potrebbe essere ottenuto se la Russia mantenesse i quattro oblast che ha già annesso e aggiungesse Kharkiv, Mykolaiv e Odessa, il che taglierebbe di fatto l’Ucraina fuori dal Mar Nero.

In queste condizioni, il Cremlino cercherebbe un cessate il fuoco, nella convinzione di poter poi condurre una seconda fase, in cui sfruttare leva economica e guerra politica, sostenute dalla minaccia di una nuova invasione, per esercitare controllo su Kiev.

Nella fase finale, la Russia assorbirebbe l’Ucraina nella propria orbita in modo analogo alla Bielorussia».

 

È un programma che ricorda altri capitoli della storia europea: la riduzione territoriale e l’asfissia economica come preludio per soggiogare una nazione e ridurla in uno stato di vassallaggio, fino all’assorbimento finale.

C’è una logica fredda, quasi amministrativa, dietro la ferocia delle battaglie di Pokrovsk o di Kherson.

Mosca sa di essere ancora lontana dal completare la prima fase, ma conta sul logoramento progressivo delle forze ucraine:

meno fanteria addestrata, meno capacità di tenere una linea difensiva continua, più vulnerabilità di fronte a un nemico che, per ora, resta all’offensiva.

 

Questa strategia ha però anche i suoi limiti.

La Russia ha finora sostenuto la guerra con un massiccio ricorso ai volontari, comprati con bonus e indennizzi promessi alle famiglie.

Nel 2024 sarebbero stati reclutati circa 420 mila uomini, più di 300 mila nel 2025.

Ma il bacino di chi è disposto a rischiare la vita per un premio in denaro non è infinito.

Le cifre del reclutamento sono già in calo, e le autorità hanno iniziato a usare metodi più coercitivi.

A un certo punto il Cremlino dovrà cambiare modo di combattere – riducendo l’uso di ondate di fanteria sacrificate – oppure inventare un altro modello di mobilitazione.

 

C’è poi il limite economico.

Finché la Russia riesce a vendere petrolio, gas e materie prime, ha la liquidità necessaria per comprare armamenti e pagare gli stipendi dei soldati.

Ma il calo dei prezzi del petrolio nel 2025 ha cominciato a pesare sulle riserve.

Gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie hanno già colpito la capacità di raffinazione interna e la disponibilità di carburante.

Se a questo si aggiungesse una vera stretta occidentale sulla cosiddetta «flotta ombra» – la rete di petroliere vetuste che trasportano il greggio russo verso India e Cina eludendo le sanzioni – la Russia potrebbe trovarsi nel 2026 davanti a un problema di cassa molto serio.

 

Fino ad oggi le misure europee e americane contro questa flotta sono state timide, più simboliche che sostanziali.

Eppure è qui che l’Occidente avrebbe un’arma potentissima, forse più efficace di tante dichiarazioni altisonanti sulla «fermezza» a lungo termine.

Bloccare davvero, in modo coordinato, il passaggio delle petroliere della flotta ombra attraverso lo Stretto di Danimarca significherebbe colpire il cuore del sistema di finanziamento della guerra, senza necessariamente provocare un’esplosione dei prezzi, perché altri produttori OPEC sarebbero pronti a raccogliere la domanda.

(E qui può risultare prezioso l’asse Usa-Arabia, il rapporto stretto fra Donald Trump e Mohammed Bin Salman).

 

In parallelo, l’Ucraina sta cercando di migliorare l’efficacia della propria campagna di attacchi profondi.

 Finora la difesa aerea russa ha abbattuto fino al 95 per cento dei droni, e non tutti quelli che arrivano a destinazione producono danni significativi.

Ma Kiev sta accumulando missili da crociera di progettazione nazionale, capaci di colpire una gamma più ampia di obiettivi. Se questi sistemi verranno utilizzati contro infrastrutture di esportazione di petrolio e gas, la pressione su Mosca crescerà.

 

Sul fronte ucraino, il tallone d’Achille non è tanto la mancanza di uomini in età militare, quanto la capacità di trasformarli in unità combattenti efficaci.

L’addestramento effettuato finora fuori dal Paese ha dato risultati deludenti, perché le unità non hanno potuto saldarsi davvero con i loro comandi e con l’equipaggiamento che poi avrebbero usato al fronte.

Una delle proposte che circolano nelle capitali europee è il passaggio a un addestramento «in teatro»:

 istruttori europei che operano dentro l’Ucraina, coordinati dai comandi ucraini, su equipaggiamenti che poi verranno effettivamente impiegati.

È una soluzione che comporta rischi – gli istruttori diventerebbero bersagli perfetti per Mosca – ma finora i russi hanno avuto scarso successo nel colpire questo tipo di obiettivi, e il guadagno in termini di qualità delle forze ucraine potrebbe essere decisivo.

 

Infine c’è la questione dell’inverno che arriva.

La Russia sta producendo più missili che mai, la rete elettrica ucraina è già oggi incapace di alimentare in modo continuo il Paese:

anche nel centro di Kiev la corrente manca per ore ogni giorno. Il riscaldamento funziona, ma le temperature scendono.

Mosca punta, oltre che sul logoramento militare, su uno stress estremo della popolazione civile:

blackout prolungati, città di prima linea svuotate, fuga di famiglie dalle aree più esposte.

 

Se questa strategia riuscisse, la Russia potrebbe trovarsi in posizione di costringere l’Ucraina a una resa di fatto nel 2026.

 

Non è inevitabile.

 

L’analisi più realistica suggerisce un’altra via: se l’Ucraina riuscirà a tenere le linee difensive ancora un anno, e se in quello stesso arco di tempo l’Occidente saprà trasformare le sanzioni da rito simbolico in vera pressione economica – sulla flotta ombra, sulle esportazioni energetiche, sulle capacità industriali – allora il Cremlino comincerà a intravedere il rischio di una crisi di lungo periodo in cui i costi superano i benefici attesi.

 

Il cessate il fuoco arriverà quando la Russia sarà convinta di essere su una traiettoria insostenibile.

Fino ad allora, il compito degli alleati è duplice: dare all’Ucraina i mezzi per resistere, e convincere Putin che il tempo non è più dalla sua parte.

Commenti

Post popolari in questo blog

L’umanità sta creando il nostro tempo.

La cultura della disumanizzazione del nemico ideologico.

La Flotilla e il senso di Netanyahu per la Pace.