Uso sproporzionato della forza.
Uso
sproporzionato della forza.
La
nuova disciplina della legittima
difesa in Italia: analisi della
riforma
e delle sue implicazioni.
Anfoc.it
- PEDA' Antonino – (21 giugno 2025) – Redazione – ci dice:
(Corresponding
Author: CONTE dr Massimiliano).
Sommario:
Introduzione;
La
disciplina della legittima difesa prima della riforma;
Le
modifiche introdotte dalla Legge n. 36/2019;
I
principali nodi giuridici e critiche alla riforma;
Giurisprudenza
e prime applicazioni pratiche della riforma;
Legittima
difesa e criminologia;
Implicazioni
sociali e prospettive future.
Introduzione.
La
legittima difesa è un principio cardine del diritto penale, permettendo a una
persona di proteggersi da un’aggressione senza incorrere in responsabilità
legale. In Italia, essa è disciplinata dall’articolo 52 del Codice Penale, che
stabilisce i requisiti affinché un atto difensivo possa essere ritenuto
legittimo.
Negli
ultimi anni, il tema ha acquisito grande rilevanza, culminando nella riforma
introdotta con la legge n. 36 del 2019. Tale intervento normativo ha introdotto
una presunzione di proporzionalità tra difesa e offesa in determinati contesti,
con l’intento di garantire maggiore tutela a chi si difende nella propria
abitazione o attività commerciale. Tuttavia, la modifica ha generato dibattiti
e interpretazioni contrastanti, sia dal punto di vista giuridico che politico.
Questo studio esaminerà l’impatto della
riforma, le sue conseguenze pratiche e le principali controversie
giurisprudenziali emerse a seguito della sua applicazione.
La
disciplina della legittima difesa prima della riforma.
Prima
della modifica del 2019, l’articolo 52 c.p. stabiliva che l’utilizzo della
forza fosse giustificato solo se soddisfaceva determinati requisiti:
· Attualità del pericolo:
la
minaccia doveva essere concreta e immediata. Ciò significava che la difesa era
lecita solo quando il pericolo era effettivo e non meramente ipotetico. Non era
possibile reagire a un pericolo che avrebbe potuto verificarsi in futuro, per
quanto probabile.
· Necessità della reazione:
la difesa doveva essere l'unica via per
evitare il danno. Questo presupposto implicava che la vittima non avesse
alternative come la fuga o l'intervento delle forze dell'ordine. I giudici
valutavano attentamente se l'aggressione avesse lasciato davvero altre opzioni
disponibili.
· Proporzionalità tra offesa e difesa:
la
risposta doveva essere proporzionata alla gravità della minaccia. Ad esempio,
un’aggressione con le mani nude non giustificava una reazione letale con
un'arma da fuoco.
La
giurisprudenza aveva il compito di bilanciare questi fattori, valutando caso
per caso la legittimità della difesa. Il principio di proporzionalità era
fondamentale, con particolare attenzione ai casi in cui l'aggredito aveva usato
un'arma contro un aggressore disarmato. In molti casi, i giudici hanno escluso
la legittima difesa se la reazione risultava eccessiva rispetto alla minaccia
ricevuta.
In
assenza di uno dei requisiti sopra citati, la reazione poteva essere
considerata eccessiva, comportando responsabilità penale per eccesso colposo di
legittima difesa. Anche se l’aggredito si trovava in una situazione di
pericolo, la sua reazione poteva essere giudicata sproporzionata e penalmente
rilevante. Questo concetto di eccesso colposo era particolarmente complesso,
dato che implicava la valutazione delle emozioni e dello stress psicologico
vissuti durante l'aggressione.
Un elemento chiave nella valutazione della
legittima difesa prima della riforma era l'interpretazione dell'“inevitabilità”
della reazione. La Corte di Cassazione ha spesso sottolineato che la vittima
doveva provare di non avere altra scelta se non reagire con la forza. Ciò ha
portato a decisioni controverse in cui l'aggredito è stato condannato perché i
giudici ritenevano che ci fossero altre soluzioni per evitare il conflitto.
Le
modifiche introdotte dalla legge n. 36/2019.
La
riforma ha portato un cambiamento significativo nella valutazione della
proporzionalità tra offesa e difesa, soprattutto nei casi in cui la difesa
avvenga all’interno di un luogo privato come la propria casa o attività
commerciale.
Questo
ha determinato una protezione più forte per chi è costretto a difendersi in
ambienti considerati inviolabili. La legge ha introdotto una presunzione di
proporzionalità, eliminando la necessità di provare il bilanciamento tra la
minaccia e la difesa, purché la reazione avvenga in situazioni di pericolo
imminente.
Un
altro aspetto innovativo riguarda il riconoscimento dello stato di grave
turbamento psicologico ed emotivo in cui può trovarsi l’aggressore. Questo
punto ha sollevato ampio dibattito, poiché la valutazione del “grave
turbamento” potrebbe portare a interpretazioni soggettive e divergenti.
Secondo la riforma, chi si trova in pericolo
imminente all’interno della propria abitazione o del proprio esercizio
commerciale può reagire senza dover giustificare la proporzionalità della
difesa, riconoscendo l’impatto emotivo che un’aggressione può causare.
Tuttavia,
la distinzione tra una reazione legittima e una eccessiva continua a essere un
punto delicato nella sua applicazione.
Inoltre,
la nuova normativa ha modificato le conseguenze processuali per chi invoca la
legittima difesa.
Prima
della riforma, chi reagiva a un’aggressione doveva affrontare lunghi
procedimenti legali per giustificare la propria condotta.
L’introduzione della presunzione di
proporzionalità ha ridotto il rischio di essere coinvolti in procedimenti
penali, con l’obiettivo di garantire maggiore certezza giuridica.
Tuttavia,
permangono criticità relative alla discrezionalità nell'interpretazione della
norma da parte dei giudici.
La
riforma ha anche generato un acceso dibattito politico e sociale, con posizioni
contrastanti tra chi sostiene l’ampliamento della difesa e chi teme che ciò
possa portare a un uso eccessivo della forza.
Alcuni
esperti avvertono del rischio che la nuova disciplina aumenti i casi di
violenza privata e riduca la propensione a chiedere l'intervento delle forze
dell'ordine.
Al
contrario, i sostenitori della legge sottolineano che essa risponde a una
crescente richiesta di protezione della sicurezza domestica.
Dal
punto di vista comparativo, pur essendo un passo importante, la normativa
italiana rimane più restrittiva rispetto a quella di altri paesi, come gli
Stati Uniti, dove il "castledoctrine" offre un diritto quasi assoluto
alla difesa domestica. In altri Stati europei, invece, persiste un approccio
più cautelativo, che richiede comunque una valutazione attenta della
proporzionalità della reazione.
In sintesi, la riforma ha ampliato le
possibilità di ricorrere alla legittima difesa, mirando a garantire una
maggiore protezione per chi si trova in pericolo nella propria abitazione.
Tuttavia, permangono interrogativi
interpretativi e applicativi che necessitano di essere chiariti attraverso la
giurisprudenza, affinché vengano definiti meglio i confini e le condizioni di
applicazione della nuova normativa.
4. I principali nodi giuridici e critiche
alla riforma.
Nonostante
l’obiettivo di garantire una maggiore protezione a chi si difende, la riforma
ha suscitato numerosi dubbi sia sotto il profilo giuridico che sociale.
Uno
dei principali temi di discussione riguarda la possibilità di applicare la
legittima difesa in modo arbitrario.
La
presunzione di proporzionalità, sebbene intesa a semplificare la valutazione
della legittimità della reazione, potrebbe portare a situazioni in cui la
risposta difensiva risulti esagerata rispetto al pericolo effettivo.
Ciò solleva il problema di distinguere tra
autodifesa legittima e abuso della forza.
Un
altro punto critico riguarda la definizione del "grave turbamento".
Questo concetto, pensato per tenere conto
dell’impatto psicologico dell’aggressione sulla vittima, apre a interpretazioni
che potrebbero variare notevolmente da caso a caso.
Alcuni
esperti sottolineano come la mancanza di parametri oggettivi per valutare il
turbamento psicologico possa generare incertezze applicative, dando ai giudici
un ampio margine di discrezionalità.
Questo
potrebbe comportare un trattamento diverso per casi simili, a seconda delle
inclinazioni interpretative del tribunale.
Il
confronto con altri sistemi giuridici rappresenta un altro punto di
riflessione. In paesi come gli Stati Uniti, la "castledoctrine"
fornisce una protezione più ampia per chi si difende in casa, consentendo una
risposta quasi automatica a un’intrusione.
Tuttavia,
in molti Stati europei, come Germania e Francia, il principio di proporzionalità è più
rigoroso rispetto alla riforma italiana, e richiede sempre una valutazione caso
per caso della necessità e dell'adeguatezza della difesa.
Infine,
alcuni temono che la riforma possa aumentare i casi di giustizia privata. Con
una protezione legale maggiore, alcuni cittadini potrebbero sentirsi
giustificati a reagire con violenza anche in circostanze in cui in passato
avrebbero chiesto aiuto alle forze dell'ordine.
Questo potrebbe tradursi in un incremento dei
conflitti violenti e in un indebolimento del principio secondo cui la sicurezza
pubblica è gestita dallo Stato e dalle sue autorità.
In
sintesi, la riforma ha avviato un dibattito significativo sulla sicurezza e sui
diritti individuali, cercando di bilanciare la protezione personale con il
rischio di un uso improprio della forza.
Sarà la giurisprudenza, nei prossimi anni, a
determinare gli effetti concreti della norma e a capire se le criticità emerse
porteranno a problematiche reali o se la riforma riuscirà a garantire una
maggiore protezione senza compromettere i principi del diritto penale.
Giurisprudenza
e prime applicazioni pratiche della riforma.
Nei
primi anni dopo l'introduzione della riforma, i tribunali hanno dovuto
affrontare diverse problematiche relative all’applicazione delle nuove norme.
Le interpretazioni giuridiche sono state
differenti a seconda dei casi specifici, creando una giurisprudenza
diversificata e a volte controversa.
In
alcune decisioni, i giudici hanno confermato la validità della presunzione di
proporzionalità tra offesa e difesa, accettando la legittima difesa anche in
situazioni che, prima della riforma, avrebbero richiesto un’analisi più
rigorosa del bilanciamento tra minaccia e reazione.
Ad
esempio, nei casi di intrusione in casa, i tribunali hanno ritenuto che la semplice
presenza di un intruso armato o minaccioso giustificasse l'uso della forza
difensiva, senza necessità di considerare se la vittima avesse potuto evitare
il conflitto.
Tuttavia,
ci sono stati anche casi in cui i giudici hanno ritenuto necessario un esame
più attento della minaccia, considerando se la reazione fosse proporzionata al
pericolo effettivo.
Un
caso emblematico riguarda un commerciante che, pur avendo sparato a un ladro,
si è visto contestare la sproporzione della sua risposta, poiché il ladro era
disarmato e stava scappando.
In
questo caso, il tribunale ha stabilito che la presunzione di proporzionalità
non fosse automatica e che fosse necessario valutare la reale necessità di
difesa.
Un altro aspetto importante emerso nelle prime
applicazioni giurisprudenziali è il concetto di "grave turbamento".
Alcuni
giudici hanno considerato che la forte paura provata dalla vittima
giustificasse una reazione più intensa, mentre in altri casi la difesa non è
stata accettata per la mancanza di prove concrete sul turbamento psicologico.
Questo ha sollevato dubbi sull’efficacia della
norma e sulla necessità di parametri chiari per valutare l’impatto emotivo
dell’aggressione sulla vittima.
Dal
punto di vista procedurale, si è osservato un calo delle denunce penali per chi
invoca la legittima difesa, grazie alla presunzione di proporzionalità.
Tuttavia,
questo non ha impedito che venissero condotte indagini approfondite,
soprattutto quando la dinamica dell'incidente non era chiara o c'erano dubbi
sulla necessità della reazione.
In
generale, la giurisprudenza ha mostrato un’applicazione variegata della
riforma, con alcuni casi che favoriscono una lettura più estensiva del diritto
alla difesa, mentre altri si concentrano sulla necessità di mantenere la
proporzionalità. La giurisprudenza futura sarà cruciale per definire i limiti della
legittima difesa alla luce della riforma introdotta dalla legge n. 36/2019.
Legittima
difesa e criminologia.
Il
concetto di legittima difesa è strettamente legato a diverse teorie
criminologiche che studiano il comportamento di vittime e aggressori in
contesti conflittuali.
Un elemento centrale è la percezione della
minaccia, che gioca un ruolo fondamentale nella decisione di reagire con forza.
La
paura di subire un danno grave può spingere una persona a difendersi con
violenza, un aspetto che viene approfondito dalla vittimologia, disciplina che
analizza il comportamento delle vittime e il loro ruolo nei crimini.
In criminologia, si distingue tra vittimizzazione
primaria e secondaria.
La
vittimizzazione primaria riguarda il danno diretto subito da un crimine, mentre
la vittimizzazione secondaria si riferisce alla sensazione di insicurezza e
alla percepita ingiustizia legato alla risposta delle istituzioni.
Questo
fenomeno psicologico può influenzare la propensione di una persona ad adottare
comportamenti difensivi.
Un’altra teoria rilevante è quella della
deterrenza, che suggerisce che norme più permissive sulla legittima difesa
potrebbero dissuadere i potenziali aggressori. Tuttavia, c’è il rischio che una
legislazione più permissiva possa portare ad un aumento della violenza, poiché
gli individui potrebbero sentirsi giustificati nel reagire in situazioni che
non comportano un pericolo reale.
Infatti,
la deterrenza non sempre riduce la criminalità, soprattutto in contesti in cui
armi da fuoco sono facilmente accessibili, e la percezione della minaccia è
amplificata da fattori socioculturali.
La criminologia ambientale esamina come
l'ambiente circostante influenzi la commissione di crimini.
Se una
persona percepisse la propria casa come un luogo sicuro, potrebbe sentirsi più
incline a reagire con forza contro un intruso.
Questo
fenomeno si collega al concetto di "fortificazione dello spazio
privato", in cui le persone cercano di rendere le loro abitazioni sicure,
il che può influenzare la percezione della sicurezza.
Tuttavia,
alcuni studi suggeriscono che una maggiore violenza difensiva potrebbe portare
a un'escalation dei conflitti familiari e a un aumento delle vittime.
La
"teoria delle routine", un altro approccio criminologico, suggerisce
che il rischio di crimine dipenda dall’interazione tra l'aggressore, la vittima
e l'assenza di adeguati controlli. In questo contesto, l'ampliamento della legittima
difesa potrebbe alterare tale dinamica, aumentando le possibilità di reazioni
violente e modificando le strategie degli aggressori, che potrebbero adottare
comportamenti più pericolosi per evitare di essere colpiti in una difesa.
Infine,
l’analisi criminologica della legittima difesa si collega al concetto di
"giustizia privata".
In
alcuni casi, un aumento della difesa personale potrebbe ridurre la fiducia
nelle forze dell'ordine, portando le persone a cercare giustizia autonomamente
e alimentando un ciclo di violenza difficile da contenere.
La questione rimane aperta e continua a essere
oggetto di studio per valutare le reali implicazioni della riforma sulla
legittima difesa sia in Italia che all'estero.
Implicazioni
sociali e prospettive future.
Le
modifiche alla disciplina della legittima difesa, introdotte dalla legge n.
36/2019, hanno suscitato un ampio dibattito che ha coinvolto non solo gli
esperti giuridici, ma anche l'opinione pubblica, suscitando una riflessione
profonda sulle implicazioni sociali e culturali della riforma.
La
legge mira a rispondere a una crescente percezione di insicurezza da parte dei
cittadini, che spesso si sentono vulnerabili di fronte a potenziali
aggressioni, in particolare all'interno delle proprie abitazioni.
Tuttavia,
accanto ai benefici che tale riforma potrebbe portare, non mancano
preoccupazioni riguardo al suo impatto sulla società e sul rischio che possa
incentivare un uso improprio della legittima difesa, con l'aumento di episodi
di violenza e giustizia fai-da-te.
Il
contesto sociale che ha portato alla modifica della legislazione sulla
legittima difesa è strettamente legato alla crescente sensazione di insicurezza
che molti cittadini avvertono, alimentata anche dalla cronaca di episodi di
violenza domestica e aggressioni avvenute in pieno giorno o addirittura
all’interno delle proprie case.
In risposta a questa crescente preoccupazione,
la riforma ha introdotto misure che rendono più semplice per i cittadini
reagire in situazioni di pericolo imminente, eliminando alcuni passaggi
complessi che in passato avrebbero reso difficile dimostrare la legittimità
della difesa.
Uno
degli aspetti più rilevanti della legge è l'introduzione della presunzione di
proporzionalità, che stabilisce che la difesa è considerata legittima senza
dover provare la proporzionalità tra la minaccia e la reazione, se questa
avviene all'interno della propria abitazione o in un altro luogo di privata
dimora.
In pratica, se prima una persona doveva
giustificare non solo la necessità della difesa ma anche che non esistevano
alternative non violente, ora non è più necessario dimostrare che la risposta
difensiva fosse proporzionata al pericolo.
Questo
ha lo scopo di dare maggiore sicurezza alle persone, consentendo loro di
difendersi con maggiore tranquillità, senza il timore di un lungo e complesso
processo legale.
La
sensazione di insicurezza è comprensibile, dato che, in molte situazioni, non è
sempre possibile chiamare le forze dell'ordine tempestivamente e, soprattutto
in contesti urbani con tassi elevati di criminalità, la paura può paralizzare o
spingere a una reazione impulsiva.
La
riforma offre una risposta legale immediata a chi si sente vulnerabile,
soprattutto all’interno delle proprie mura domestiche, aumentando la protezione
giuridica per coloro che si trovano a dover affrontare situazioni di pericolo
imminente.
Per
chi è stato vittima di attacchi, la possibilità di difendersi senza
preoccuparsi di dover dimostrare la legittimità della propria reazione
rappresenta una forma di rassicurazione.
Se da
un lato la riforma risponde a una domanda di sicurezza crescente, dall'altro
solleva legittimi timori riguardo al rischio che venga incentivata la cultura
della giustizia fai-da-te, ovvero la tendenza dei cittadini a risolvere
autonomamente i conflitti senza il ricorso alle autorità competenti.
La
possibilità di utilizzare la forza in difesa della propria incolumità potrebbe
spingere alcune persone a reagire in modo sproporzionato, anche in situazioni
dove la minaccia non è concreta o immediata.
L'esempio
tipico è rappresentato da reazioni violente anche contro persone disarmate o in
fuga, quando la situazione potrebbe essere risolta in modo meno drammatico.
Il
problema principale è che, in momenti di alta tensione, la percezione del
pericolo può essere distorta e portare a decisioni impulsive, non ponderate. La
paura e l'incertezza possono generare reazioni esagerate, che non sono
giustificate dal contesto o dalla reale gravità della minaccia.
Un
caso emblematico potrebbe riguardare una persona che, percependo una minaccia
durante un tentativo di furto, reagisce con violenza non necessaria, come nel
caso di un commerciante che, pur trovandosi di fronte a un ladro disarmato,
decide di difendersi sparando.
In
questi casi, la reazione non è più una difesa proporzionata, ma una forma di
punizione privata, che può portare a gravi danni per l'aggressore o anche per
l'individuo che si difende.
Il
rischio è che, aumentando la legittimazione della violenza come risposta a
qualsiasi forma di minaccia, le persone possano sentirsi autorizzate a reagire
anche in contesti non giustificabili, come per esempio durante discussioni,
tensioni tra vicini o in casi di conflitti familiari.
Le
situazioni di alta conflittualità tra conviventi, come nel caso di violenza
domestica, potrebbero essere particolarmente esposte a interpretazioni distorte
della norma.
Una
legge che favorisce la reazione violenta, soprattutto se non accompagnata da
una chiara definizione dei limiti, potrebbe aggravare la violenza in contesti
già tesi e pericolosi.
Una
delle questioni cruciali è come la giurisprudenza si evolverà nell'applicazione
della riforma.
La legge è volutamente ambigua, lasciando ai
giudici il compito di stabilire caso per caso se la reazione sia stata
effettivamente giustificata o meno.
La
giurisprudenza avrà un ruolo fondamentale nel determinare se la nuova norma
porta a un'applicazione corretta e uniforme della legge o se, al contrario,
contribuirà ad aumentare le disparità di trattamento tra i cittadini.
Una
delle difficoltà principali riguarda l'incapacità di definire chiaramente dove
finisca la difesa legittima e dove inizi l’abuso della forza.
Le leggi attuali tendono a essere generali,
lasciando ampio margine di interpretazione per i giudici.
Ogni
caso di legittima difesa deve essere valutato in modo specifico, considerando
le circostanze in cui si è verificata la reazione e la percezione del pericolo
da parte del difensore.
Ma se
le situazioni sono diverse tra loro, anche il giudizio giuridico potrebbe
variare, creando confusione e incertezza tra gli stessi cittadini.
Il
rischio è che una giurisprudenza troppo variegata possa minare la certezza del
diritto.
Se non vengono stabiliti dei principi chiari e
uniformi, il rischio è che ci siano sentenze divergenti che determinano
trattamenti ineguali a fronte di situazioni simili.
Gli
avvocati e i giudici dovranno trovare un equilibrio, che non solo rispetti il
diritto di difesa, ma che tuteli anche la collettività da un uso improprio
della violenza, cercando di applicare la legge con il massimo della prudenza e
attenzione.
La legittima difesa è un diritto che ogni
individuo dovrebbe poter esercitare, ma questo diritto deve essere sempre
bilanciato dalla necessità di rispettare i principi fondamentali della
giustizia e della proporzionalità.
La
paura e la paura di subire danni fisici o psicologici sono fattori determinanti
in molte situazioni di conflitto, ma queste emozioni non devono giustificare
comportamenti violenti fuori misura.
L’uso
della forza, anche se in difesa di sé stessi, deve essere sempre valutato in
base alla situazione concreta.
Ciò
che una persona può percepire come una minaccia non sempre è effettivamente
tale.
La
legge, pertanto, dovrebbe tutelare chi si difende, ma al contempo dovrebbe
garantire che la reazione sia sempre proporzionata e giustificata.
Inoltre,
è importante che le istituzioni, compreso il sistema giudiziario, lavorino per
prevenire il fenomeno della giustizia fai-da-te.
La
fiducia nelle autorità competenti, nelle forze dell'ordine e nel sistema
giudiziario deve essere preservata, poiché è proprio su questa fiducia che si
basa il corretto funzionamento della società.
La
legittima difesa non deve diventare una giustificazione per la violenza
indiscriminata, ma deve rimanere un mezzo eccezionale per proteggersi da un
pericolo reale e imminente.
In
conclusione, la riforma del 2019 sulla legittima difesa rappresenta un passo
importante per rispondere alla crescente domanda di sicurezza da parte della
cittadinanza, ma è fondamentale che l’applicazione della legge venga monitorata
attentamente e che la giurisprudenza lavori per garantire una sua applicazione
equilibrata e giusta.
Solo
così si potrà raggiungere un vero equilibrio tra il diritto alla difesa e la
protezione della sicurezza collettiva.
L’uso
della forza nelle forze
dell’Ordine:
dal Caso Masini
al
confronto internazionale.
Salvisjuribus.it
– (20 -03 – 2025) - Alessio Matarazzo e Caren Di Carmine – ci dicono:
Esaminare l’uso della forza da parte delle
forze di polizia e l’approccio legislativo derivante da tale azione diventa
fondamentale quando gli operatori delle forze dell’ordine sono coinvolti e
costretti in situazioni di alto rischio richiedenti un uso legittimo della
forza, inclusa quella letale. In Italia, tale uso della forza è soggetto a
indagine come “atto dovuto”, ma questo processo comporta implicazioni legali,
economiche e psicologiche per gli operatori coinvolti.
Il documento confronta la legislazione
italiana con quella di altri Paesi dove le forze di polizia godono di una
tutela legale differente, esaminando anche le implicazioni in un contesto di
giustizia internazionale.
Si riflette infine sul ruolo delle relazioni
internazionali nel coordinamento delle politiche di sicurezza e
nell’armonizzazione delle leggi sull’uso della forza.
Profili
giuridici e uso legittimo della forza.
Il
pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio è un soggetto che
esercita una funzione particolare poiché entra in contatto con una pubblica
funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa come si evince negli art.
357 c.p. e ss.
Essi
hanno il dovere di adempiere le loro attività conformemente alle ragioni di
giustizia di sicurezza e di ordine pubblico di igiene e sanità e senza ritardo.
Qualora
tali criteri non siano rispettati vi è un’omissione ex art. 328 c.p. I soggetti
che svolgono funzione di polizia giudiziaria in qualità di ufficiali e di
agenti ai sensi dell’art. 57 c.p.p. data la particolarità delle attività svolte
a tutela della sicurezza pubblica sono in servizio permanente sul punto si è
espressa anche le sezioni penali della Cassazione, sez. VI, con sentenza n.
9691, 3 marzo 2003.
L’uso
della forza da parte delle forze di polizia e in particolare l’uso della forza
letale, è uno degli aspetti più discussi e controversi nel diritto penale e
nelle politiche di sicurezza pubblica. In Italia, gli operatori di polizia ed i
militari che fanno uso della forza, anche in situazioni di legittima difesa,
sono soggetti ad un rigoroso controllo giuridico.
Questo
fenomeno è giustificato come un “atto dovuto”, ma tale indagine, pur essendo
una misura di protezione per la legittimità e i diritti umani, può comportare
conseguenze gravose per gli operatori coinvolti, come lo stress psicologico, le
spese legali e l’incertezza giuridica.
Sebbene
la maggior parte degli stati riconosca il diritto degli agenti di polizia
all’uso della forza per difesa di sé stessi o di terzi, le modalità di
applicazione e il controllo giuridico variano notevolmente. Il documento si
propone di analizzare come la legislazione italiana si rapporti con quella di
altri Paesi, dove le forze di polizia possono essere più tutelate o, al
contrario, meno protette, e come questi approcci influenzino le relazioni
internazionali e la cooperazione giuridica.
Si
ravvisa a tal proposito che il codice penale autorizza l’utilizzo delle armi,
quando se ne ravvisi lo stato di necessità.
L’ufficiale
di polizia giudiziaria, in quanto rappresentante dell’autorità giudiziaria
agisce con il fine ultimo di salvaguardare gli interessi della collettività.
Vi sono stati numerosi casi nel corso dei
quali le forze dell’ordine si sono trovate di fronte a situazioni nelle quali
l’incolumità pubblica subiva un pericolo imminente, da cui il necessario dovere
di salvare sé od altri dal pericolo, art. 54 c.p. da cui in extrema ratio, la
scelta di utilizzare l’arma di ordinanza, sul punto si è espressa anche la
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 2 ottobre 2014, n. 41038.
I
recenti fatti di cronaca verificatesi a Rimini, hanno posto il Maresciallo
Masini in una condizione in cui l’unico strumento difensivo a sua disposizione
veniva rappresentato dall’arma d’ordinanza, per cui vi è una scriminante.
L’orientamento giurisprudenziale si esprime in
un’ottica di bilanciamento dei diritti.
Laddove
gli interessi coinvolti abbiano ad oggetto l’integrità fisica e la vita, l’uso
delle armi è scriminato in virtù del più elevato principio costituzionale.
La
stessa Suprema Corte di Cassazione si è espressa a riguardo con la Sentenza n.
854 del 2008.
Il
Caso Masini-Sitta.
Villa
Verucchio (Rimini), durante la notte di capodanno 2025 un uomo di origine
egiziana ha aggredito diverse persone armato di coltello. L’episodio ha avuto
origine con l’aggressione da parte dell’uomo senza alcun apparente motivo ed il
ferimento di un giovane di 18 anni in procinto di acquistare un pacchetto di
sigarette ad un distributore automatico. Successivamente circa un’ora dopo,
l’egiziano è tornato sul posto e si è scagliato contro altre tre persone, tra
questi una coppia di anziani e una ragazza. L’intervento degli operatori
dell’arma dei carabinieri con il comandante Luciano Masini,è stato tempestivo,
egli ha infatti esploso un colpo di avvertimento in aria per sedare l’assalto.
L’aggressore nonostante i numerosi richiami ricevuti, ha continuato ad agire
minacciosamente, avvicinandosi al carabiniere brandendo il coltello. In quel
momento, per difendersi e proteggere i colleghi e i cittadini presenti, il
militare ha sparato un colpo fatale. Il sottufficiale coinvolto è accusato dal
PM per eccesso di difesa come “Atto dovuto”.
Il
Presidente Del Consiglio Giorgia Meloni ha preso una posizione decisa sul caso
del maresciallo Luciano Masini, coinvolto nell’uccisione di Muhammad Sitta. “La
prontezza del maresciallo ha evitato tragedie, salvando la vita sua e dei
colleghi”, la premier ha anche chiesto all’Arma dei Carabinieri di sostenere le
spese legali per la difesa del maresciallo e ha annunciato l’intenzione di
chiedere al generale Luongo un riconoscimento ufficiale per il suo coraggio.
L’incidente ha portato l’ufficiale a essere indagato per eccesso di legittima
difesa con la Procura che ha definito l’iscrizione nel registro degli indagati
come “atto dovuto”, necessario per chiarire i fatti accaduti quella notte. La
giustizia farà il suo corso, tuttavia sono evidenti le manifestazioni di
solidarietà da parte degli abitanti di Villa Verrucchio per aver difeso i suoi
concittadini.
Il
Contesto giuridico Italiano e un confronto con altri Paesi L’articolo 52 del
Codice Penale italiano stabilisce che l’uso della forza è giustificato in caso
di pericolo imminente per la propria vita o quella di altri, ma solo se
l’azione è necessaria e proporzionata, quindi in Italia l’uso della forza da
parte delle forze di polizia è autorizzato e disciplinato dal Codice Penale che
stabilisce ne stabilisce i criteri per la legittima difesa e l’uso della forza
in situazioni di pericolo imminente. Tuttavia, anche quando l’uso della forza è
giustificato, gli operatori delle forze dell’ordine sono soggetti a indagini
giuridiche che verificano la legittimità dell’azione. Questo atto d’indagine
viene definito “atto dovuto” in quanto ogni intervento che comporti l’uso della
forza viene sottoposto a una valutazione giuridica. Se da un lato questo
meccanismo è fondamentale per garantire il rispetto dei diritti umani e la
trasparenza, dall’altro lato comporta conseguenze psicologiche, economiche e
legali per gli operatori coinvolti, che possono trovarsi in una posizione di
incertezza per anni. La lunga durata delle indagini e i costi legali possono
rappresentare un deterrente per gli operatori delle forze dell’ordine,
influenzando negativamente la loro morale e efficacia operativa. Senza dubbio
l’approccio giuridico italiano è più rigoroso rispetto ad altre Nazioni dove le
forze di polizia possono beneficiare di una maggiore protezione legale o di un
margine di discrezionalità più ampio.
In
Germania, l’uso della forza da parte della polizia è regolato da principi
analoghi a quelli previsti nel sistema giuridico italiano ponendo forte enfasi
sulla necessarietà e sulla proporzionalità dell’azione. La legge tedesca
stabilisce che l’uso della forza deve essere sempre giustificato dalla esigenza
di proteggere la vita, prevenire un crimine grave o difendere sé stessi e gli
altri da un pericolo imminente. In
particolare, l’articolo 32 del Codice Penale Tedesco (Strafgesetzbuch, StGB)
stabilisce che un atto di violenza, come l’uso della forza, può essere
considerato giustificato solo se è strettamente necessario per prevenire danni
maggiori. Rispetto al sistema italiano, la Germania adotta un approccio più
equilibrato a proposito della tutela legale degli agenti di polizia. Il sistema
giuridico tende infatti a non criminalizzare automaticamente gli agenti quando
utilizzano la forza nell’esercizio del loro dovere. Questo approccio si basa
sulla presunzione di legittimità dell’azione degli agenti, che viene scrutinata
solo in seguito, qualora emergano dubbi sulla sua necessarietà o
proporzionalità. In Germania, inoltre gli agenti ricevono un’intensa
preparazione psicologica e pratica sull’uso della forza, che include la
gestione delle situazioni di alta tensione senza ricorrere immediatamente alla
violenza fornendo gli strumenti per ridurre al minimo il rischio di danni
collaterali.
La
Francia dispone di un sistema giuridico che permette alle forze di polizia di
usare la forza letale in situazioni di pericolo imminente. Tuttavia, come in
Italia, l’uso della forza è regolato da leggi specifiche che prevedono che
l’azione sia necessaria e proporzionata. In Francia, in particolare, l’uso
della forza letale da parte della polizia è regolato dalla legge sulla
sicurezza interna e dalla legge contro il terrorismo. La giustizia francese è
molto attenta a garantire il rispetto dei diritti umani anche in contesti di
antiterrorismo, ma non mancano discussioni e critiche in merito alla
proporzionalità dell’uso della forza.
Nel
Regno Unito, l’uso della forza da parte delle forze di polizia è regolato dalla
Common Law e da leggi specifiche come il Criminal Law Act 1967. Sebbene l’uso
della forza letale sia ammesso solo in circostanze di legittima difesa, il
sistema giuridico britannico è noto per essere più flessibile rispetto ad altri
paesi, soprattutto per quanto riguarda la discrezionalità nell’uso della forza.
La polizia britannica è anche tenuta a rispettare il principio della
de-escalation, ovvero l’obbligo di ridurre al minimo l’uso della violenza.
In
Spagna, l’uso della forza da parte delle forze di polizia è regolato dal Codice
Penale e dalle normative specifiche che disciplinano l’ordine pubblico. La
Spagna ha una legislazione permissiva nell’uso della forza, anche in contesti
di manifestazioni pubbliche o scontri sociali. Tuttavia, le forze di polizia
spagnole sono regolate da un sistema che favorisce la proporzionalità nell’uso
della forza, e l’abuso di questa può portare a sanzioni legali. Nonostante ciò,
le critiche sulla gestione della violenza nelle manifestazioni sono frequenti.
Questo
breve excursus su alcuni ordinamenti giuridici europei dimostra come
tendenzialmente gli approcci all’atto dovuto presentino di base numerose
affinità.
In
Russia, le forze di polizia hanno un’ampia discrezionalità nell’uso della
forza. Infatti, La legge russa consente l’uso della forza letale in caso di
minaccia immediata alla sicurezza di un agente o di altre persone, le forze di polizia godono di una notevole
discrezionalità nell’uso della forza, inclusa la possibilità di ricorrere alla
forza letale in situazioni in cui vi sia una minaccia immediata alla sicurezza
di un agente o di altre persone. La legislazione russa, in particolare il
Codice Penale della Federazione Russa, consente agli agenti di utilizzare la
forza, anche letale, se percepiscono un pericolo imminente per la loro vita o
per la vita di altre persone. Tuttavia, questa ampia facoltà di intervento
solleva preoccupazioni significative in relazione alla proporzionalità dell’uso
della forza e alla protezione dei diritti umani. Nonostante le leggi che
dovrebbero limitare l’uso della forza letale e garantire la protezione dei
diritti civili, l’implementazione di queste norme rimane frequentemente
carente, alimentando preoccupazioni sul rispetto dei diritti fondamentali in
Russia.
Negli
Stati Uniti il concetto di legittima difesa è un principio ampiamente accettato
e l’uso della forza letale è giustificato anche in base alla percezione del
pericolo da parte dell’agente, che ha un ampio margine di discrezionalità
nell’interpretare le minacce. Le forze di polizia sono autorizzate a usare la
forza o anche la forza letale in situazioni di autodifesa o per proteggere
altre persone da un pericolo imminente questo approccio però ha sollevato
critiche per abusi da parte delle forze di polizia, soprattutto nei confronti
delle minoranze etniche.
In
Israele, l’uso della forza letale da parte delle forze di polizia è
giustificato in contesti di sicurezza nazionale. Le forze di polizia israeliane
godono di un ampio margine di discrezionalità nell’uso della forza,
specialmente in scenari legati a minacce terroristiche. Tuttavia, le critiche
internazionali sono frequenti per l’uso sproporzionato della forza in
operazioni di polizia, in particolare nelle aree palestinesi.
In
Sudafrica, l’uso della forza è giustificato in circostanze di legittima difesa
e autodifesa. Le forze di polizia sudafricane sono autorizzate a usare la forza
letale in caso di minaccia imminente, ma il paese ha dovuto affrontare numerose
critiche internazionali per l’uso eccessivo della violenza durante le
operazioni contro le manifestazioni.
Il
Canada ha una legislazione che protegge i diritti degli agenti di polizia,
permettendo loro di usare la forza letale in caso di pericolo imminente per la
loro vita o quella di altre persone. Tuttavia, il modello canadese è noto per
la sua attenzione al controllo civile e alla trasparenza nelle operazioni di
polizia. Ogni incidente che coinvolge l’uso della forza letale è soggetto a
indagine indipendente da parte di commissioni esterne, come il S.I.S.I.
(Special Investigations Unit).
Relazioni
Internazionali e Cooperazione Giuridica
Nel
contesto delle relazioni internazionali l’uso della forza da parte della
polizia è regolato da una serie di trattati internazionali e convenzioni che
mirano a garantire che l’impiego della violenza sia sempre necessario,
proporzionato e giustificato. Tali normative sono fondamentali per armonizzare
le leggi e le pratiche tra i diversi paesi, creando un quadro comune di
protezione dei diritti umani e di rispetto delle norme internazionali. Tra i
principali strumenti giuridici che disciplinano l’uso della forza vi sono la
Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione
delle Nazioni Unite contro la Tortura e Altri Trattamenti Crudeli, Inumani o
Degradanti, e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che
stabiliscono limiti stringenti sull’uso della forza da parte delle autorità
statali, incluse le forze di polizia.
In
tale contesto, la Corte Penale Internazionale (CPI) gioca un ruolo cruciale nel
perseguire crimini internazionali, tra cui crimini di guerra, crimini contro
l’umanità e crimini di aggressione, che possono coinvolgere l’uso illecito
della forza da parte di forze di polizia e militari. La CPI è un tribunale
internazionale con sede all’Aia, che ha il compito di giudicare i principali
responsabili di crimini che colpiscono la comunità internazionale nel suo
insieme, compreso l’uso eccessivo della forza da parte degli Stati. La Corte
agisce ponendosi come strumento di giustizia globale, garantendo che le
violazioni dei diritti umani non rimangano impunite e che i colpevoli vengano
portati davanti alla giustizia. La cooperazione tra Stati è fondamentale per il
successo delle missioni della CPI e per il rispetto delle normative
internazionali sull’uso della forza. Gli Stati devono collaborare strettamente
per indagare, prevenire e perseguire i crimini di guerra, contribuendo al
rafforzamento del diritto internazionale e alla protezione dei diritti
fondamentali. L’efficacia delle misure di prevenzione dipende dalla volontà
degli Stati di rispettare e applicare le leggi internazionali, nonché dalla
cooperazione tra le agenzie nazionali e internazionali. In questo senso, la
lotta contro l’impunità per crimini commessi dalle forze di polizia è
essenziale per promuovere la pace, la sicurezza e il rispetto dei diritti umani
a livello globale.
Conclusioni.
Il
confronto tra la legislazione italiana e quella di altri paesi evidenzia le
profonde differenze nelle modalità con cui l’uso della forza da parte delle
forze di polizia viene giustificato e regolato.
In Italia, il sistema giuridico si esprime con
forte enfasi sulla protezione dei diritti umani e sul rigoroso controllo
giuridico delle azioni delle forze dell’ordine.
L’uso
della forza è strettamente regolato dalla legge, e gli agenti sono tenuti a
giustificare ogni loro azione in modo dettagliato.
In caso di uso della forza letale, gli agenti
sono sottoposti a un’indagine che può risultare lunga e complessa, un processo
che sebbene fondamentale per garantire la legittimità dell’operato delle forze
di polizia, può risultare oneroso sia per gli agenti che per le istituzioni
coinvolte.
Questo sistema mira a prevenire abusi,
talvolta tuttavia la normativa presenta alcune lacune, le quali potrebbero
ripercuotersi dal punto di vista legale sui pubblici ufficiali esercenti le
loro funzioni, per aver compiuto azioni che seppur legittime, potrebbero
incorrere in una interpretazione sfavorevole.
Diversamente
paesi come gli Stati Uniti e Israele offrono alle forze di polizia una maggiore
discrezionalità nell’uso della forza.
Ad esempio, negli Stati Uniti, le forze
dell’ordine godono di una certa libertà nell’applicazione della forza, spesso
giustificata dalla percezione di minaccia immediata.
Tuttavia, questo approccio ha suscitato
preoccupazioni per abusi di potere e per il rischio che gli agenti agiscano
senza adeguato controllo, soprattutto in contesti di disordini civili o
manifestazioni.
Le
critiche riguardano anche la disparità di trattamento tra diverse categorie
sociali, con alcuni gruppi etnici che risultano essere più frequentemente
oggetto di uso eccessivo della forza.
L’approccio giuridico in Germania e Russia è
generalmente più permissivo, permettendo alle forze di polizia di agire in modo
rapido e diretto in situazioni di pericolo, ma senza compromettere la
protezione legale degli agenti. In Germania, ad esempio, l’uso della forza è
considerato giustificato se la sua necessità è chiara e proporzionata, ma la
legge tende a tutelare gli agenti, non criminalizzando automaticamente le loro
azioni.
In
Russia, sebbene le forze di polizia abbiano un ampio margine di
discrezionalità, i meccanismi di responsabilità sono più sfumati, sollevando
preoccupazioni per possibili violazioni dei diritti umani.
La sfida globale è quella di trovare un
equilibrio tra la protezione legale delle forze di polizia e il rispetto dei
diritti umani, in modo che gli agenti possano operare efficacemente, senza
temere ripercussioni ingiustificate, ma garantendo al contempo che l’uso della
forza sia sempre necessario, proporzionato e giustificato.
La
cooperazione internazionale è essenziale per armonizzare le normative sull’uso
della forza e per assicurare che le forze di polizia, in qualsiasi paese,
agiscano in conformità con gli standard internazionali di diritti umani.
Nuove
mail di Epstein: “Trump trascorse ore
a casa
mia con Virginia Giuffrè.
Casa
Bianca: "Falsità."
Msn.com - Redazione Storia - Rainews – (13
-11- 2025) – ci dice:
Trump
appare con Melania, Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, il 12 febbraio 2000.
Dopo
aver incenerito il Principe Andrea, esautorato da ogni titolo nel Regno Unito,
il caso del finanziere pedofilo esplode pericolosamente nelle mani di Donald
Trump, con
la diffusione di alcune email di Epstein da parte dei Democratici della
commissione di Vigilanza della Camera che indaga sulla vicenda.
I messaggi, scambiati con la fidanzata-complice
Ghislaine Maxwell e con il giornalista-scrittore Michael Wolff, contraddicono
non solo la versione del tycoon, ma anche quella della stessa Maxwell che aveva
escluso qualsiasi comportamento illecito di Trump.
E ora
almeno tre email compromettenti svelate da NYT e CNN, successive al controverso
patteggiamento del 2008 tra Epstein e i giudici della Florida per
favoreggiamento della prostituzione minorile.
In una
mail del 2011 Epstein scrive a Maxwell che "il cane che non ha abbaiato
era Trump, che sapeva delle ragazze ma non ha parlato".
E
ancora: "Virginia
Giuffre ha passato ore a casa mia con lui, e lui non è mai stato
menzionato" dalla polizia. Questi elementi accrescono i sospetti su una
possibile copertura di cui avrebbe goduto il tycoon (in passato erano circolate voci che
avesse collaborato confidenzialmente con l'FBI).
Il
terzo contenuto rilevante e compromettente è uno scambio di email del 2019 tra
Jeffrey Epstein e l'autore e giornalista Michael Wolff (noto per il libro” Fire
and Fury”), incentrato su come Donald Trump avrebbe dovuto rispondere alle
domande dei media sul loro rapporto.
Epstein,
consapevole che la “CNN” aveva intenzione di interrogarlo sulla loro relazione,
chiese consiglio a Wolff su come preparare una risposta per Trump:
"Se
fossimo in grado di elaborare una risposta per lui, quale pensi che dovrebbe
essere?".
Wolff
rispose in modo tagliente, suggerendo a Epstein di lasciare che Trump si
difendesse da solo, potenzialmente mettendosi in difficoltà:
"Penso
che dovresti lasciarlo impiccarsi da solo... Se dice di non essere stato
sull'aereo o a casa [di Epstein], allora ti dà una preziosa valuta politica e
di pubbliche relazioni."
Per i
democratici e la stampa il messaggio è chiaro.
Una
presenza di Donald Trump diretta all'interno della vicenda avrebbe portato
qualche vantaggio allo stesso Epstein per il ruolo di primo piano del Tycoon
nella vita pubblica del Paese.
Una corrispondenza, questa, che suggerisce che
Epstein e Wolff stessero coordinando o discutendo attivamente una strategia
mediatica per gestire il legame tra il finanziere e l'allora Presidente.
I
Democratici vanno all'attacco, cavalcando le frasi compromettenti del
finanziere.
"Queste
ultime email e corrispondenze sollevano domande inquietanti su cosa stia ancora
nascondendo la Casa Bianca e sulla natura del rapporto tra Epstein e il
Presidente," ha incalzato il deputato “Robert Garcia”, massimo esponente
del partito nella commissione di Vigilanza.
Immediata
è stata la reazione della Casa Bianca, che ha accusato gli oppositori di voler
gettare fango:
"I
Democratici hanno fatto trapelare selettivamente email ai media progressisti
per creare una falsa narrazione e diffamare il Presidente Trump," ha
replicato la portavoce” Karoline Leavitt”, ribadendo l'affermazione del tycoon
secondo cui cacciò "Epstein dal suo club a Mar-a-Lago decenni fa per
essersi comportato in modo inappropriato con le sue dipendenti, inclusa la
Giuffre", che peraltro "non lo ha mai accusato di nulla".
La
reazione del Presidente è arrivata qualche ora dopo su “Truth”:
"I Democratici stanno cercando di tirare
fuori di nuovo la bufala su Jeffrey Epstein, perché farebbero qualsiasi cosa
pur di distogliere l'attenzione da quanto male hanno gestito la chiusura del
Governo Federale (Lo shutdown) e tante altre questioni.
Solo
un Repubblicano molto stupido, cadrebbe in quella trappola," scrive il
tycoon. E questa è anche la linea ufficiale dei Repubblicani che, dopo mesi di
ritardo, hanno pubblicato altre 23.000 pagine di documenti provenienti dal
patrimonio di Epstein.
Una
mossa per rispondere certamente al contropiede Democratico ma anche alla base
MAGA, infuriata per il mancato rilascio di tutti i file Epstein dopo la marcia
indietro della Ministra della Giustizia” Pam Bondi”.
Lo
Speaker della Camera, “Mike Johnson”, ha persino ritardato di quasi due mesi il
giuramento di ieri della neo-deputata Dem “Adelita Grijalva”, perché il suo
voto determinante potrebbe ora forzare una votazione su una proposta di legge
che chiede la pubblicazione integrale dei documenti dell'amministrazione Trump
riguardanti Epstein.
Proposta
cui la Casa Bianca continua a opporsi fermamente.
Proprio
nella cerimonia di giuramento “Adelta Grijalva “era presente con alcuni
familiari delle vittime di Epstein e ha affermato che come primo atto da
deputata porrà quella firma.
Trump
pensava di essersi liberato del caso Epstein dopo averlo definito una
"bufala Dem" e aver spiegato di aver interrotto i rapporti con
l'amico Epstein nel 2004, quando lo cacciò da Mar-a-Lago perché – disse –
"mi rubava le massaggiatrici, tra cui Virginia Giuffre".
Ma non ha mai ammesso di essere a conoscenza
di abusi sessuali, anche su minorenni.
Poi,
però, è spuntata la sua lettera oscena nell'album di compleanno per i 50 anni
del finanziere.
La
cortina fumogena di Report
sul
Garante per la privacy e le
authority
in mano alla tecnocrazia.
Lacrunadellago.net
– Cesare Sacchetti – (13 – 11 – 2025) – ci dice:
A
sollevare l’ennesima cortina fumogena è, ancora una volta, la trasmissione di
“Sigfrido Ranucci”, “Report”, che ha da poco fatto un servizio sulla presunta
parzialità politica del Garante per la Privacy.
Secondo
Report, l’authority sarebbe un “tribunale politico” espressione del consenso
dell’attuale governo di centrodestra, e ora le cosiddette opposizioni, M5S e
PD, ne stanno chiedendo le dimissioni per tale ragione.
Si
prova una sensazione di noia, o di repulsione vera e propria, nel leggere le
pagine dei quotidiani perché su di essi le vere notizie non ci sono, sostituite
da fumose polemiche che servono soltanto a distrarre o confondere l’opinione
pubblica per farle credere che esista ancora una qualche contrapposizione
nell’agone della democrazia liberale, sempre più in crisi e vicina
all’estinzione.
Se si
volesse fare un vero e costruttivo dibattito sulle cosiddette autorità
amministrative indipendenti, occorrerebbe partire dal principio, ovvero da
quando esse furono costruite nei disastrosi anni’90, quando un intero modello
politico venne smantellato sull’altare di Maastricht.
Le
origini delle authority e il modello capitalista angloamericano.
Le
“AAI”, o authority, se si vuole utilizzare il termine in inglese, non sono
degli istituti che appartengono alla tradizione giuridica ed economica
italiana, ma a quella angloamericana, in particolar modo degli “Stati Uniti
d’America”.
Il
principio alla base di esse è che non debba essere il governo ad intervenire o
regolare determinate materie perché la tendenza politica di una determinata
amministrazione non garantirebbe la necessaria imparzialità nel trattare la
questione.
Le
autorità sono semplicemente figlie della tradizione neoliberale del mondo
protestante anglosassone.
Sono,
anch’esse, uno dei vari corpi estranei che sono stati impiantati nella
tradizione giuridica ed economica italiana che un tempo seguiva le orme dello
Stato imprenditore di mussoliniana memoria, a sua volta ispiratosi con ogni
probabilità alla “Rerum Novarum” di “Leone XIII”.
Leone
XIII.
Nella
dottrina sociale della Chiesa spiegata così mirabilmente dal pontefice nel
1891, non c’è una preminenza del capitale o quella dello Stato.
Esiste
un contemperamento, un equilibrio tra quei due mondi che in entrambi i casi
conducono la società verso profonde sofferenze economiche e soprattutto morali.
Nel
lato destro della sfera economica, c’è il trionfo indiscriminato del capitale.
C’è
ancora più esplicitamente la cosiddetta etica protestante del capitalismo della
quale parlava il sociologo “Max Weber”, che spiegava come tale concezione fosse
stata di fatto mutuata in larga parte dall’ebraismo, vera e propria forza
motrice del moderno capitalismo e della supremazia della finanza e delle
banche.
Una
volta che l’Europa viene travolta dallo spirito della rivoluzione francese,
vengono meno a poco a poco tutte le barriere che proteggevano le monarchie e i
popoli europei dagli usurai e dalla loro spregiudicatezza che aveva e ha come
mira ultima quella di rendere gli uomini schiavi del capitale.
Nel
Medioevo c’era quella etica e quella morale cattolica che costituiva un
formidabile muro di contenimento verso le brame talmudiche, ma la rivoluzione
spazza via quel mondo e lascia i popoli alla mercé degli usurai.
L’immensa
ricchezza dei Rothschild nasce proprio a cavallo tra la fine dell’ancien regime
in Francia e l’avvento della società dei diritti umani che ha sostituito
semplicemente il culto di Dio con quello dell’uomo.
Il
passaggio è pressoché fondamentale, decisivo.
Mai
prima della rivoluzione, una famiglia di banchieri di origine ebraica era
riuscita ad accumulare una ricchezza così vasta e sconfinata in grado di
sostituirsi agli Stati, di controllare i suoi governanti, di decidere chi entra
e chi no in politica perché i cordoni della borsa di aprono ovviamente soltanto
per quegli statisti e politici che servono gli interessi della plutocrazia.
Nel
XIX secolo, si gettano le basi del moderno neoliberismo.
Le
grandi famiglie che hanno in mano immensi capitali, i citati Rothschild, i
Montefiore, i Morgan, i Warburg, e gli Schiff avevano la necessità di elaborare
un sistema politico ed economico che assicurasse il loro dominio incontrastato,
e il liberismo e le sue moderne applicazioni sono semplicemente la tutela
pratica degli interessi dei detentori del capitale.
Moses Montefiore.
Muoiono
così progressivamente gli Stati nel senso autentico e tradizionale del termine,
e nascono delle oligarchie nelle mani delle banche, ma l’Italia almeno
dall’avvento del fascismo in poi, e per buona parte dell’900, si discosta da
tale via e costruisce un equilibrio diverso.
L’Italia
segue in pratica la via del cattolicesimo, e non quella del protestantesimo.
Lo
Stato quindi preserva la sua possibilità di avviare e gestire l’iniziativa
economica nei settori strategici della nazione, e il privato, soprattutto la
piccola impresa, viene aiutato, sostenuto e detassato da un sistema politico
che toglie al capitale il potere assoluto che aveva ai tempi dello Stato
liberale, nelle mani di massoni e latifondisti fedeli al mondo anglosassone.
La
plutocrazia non fiorisce perché non c’è il brodo di coltura che consenta a
questa di prendere il sopravvento.
Tale
via resta pressoché intatta per tutto il dopoguerra.
Si
celebra molto la costituzione del’48, priva di richiami all’identità cristiana
e latina dell’Italia, ma i vari entusiasti della carta si dimenticano di dire
che la parte economica della costituzione è stata interamente “plagiata” dal
fascismo, perché si seguono le orme che assegnano allo Stato il diritto e il
dovere di indirizzare i processi economici senza reprimere eccessivamente
l’iniziativa del piccolo imprenditore.
Su
tale modello, nasce la fortuna di un Paese.
Dopo
il 1945, l’Italia siede su fumanti macerie, ma la ricetta che consentirà
all’Italia di diventare una delle più grosse potenze industriali al modo è
quella dell”’Istituto per la Ricostruzione Industriale”.
In
questa fase, lo Stato non è un mero simulacro.
Suo è
il potere di stampare moneta attraverso una banca centrale, la banca d’Italia,
da esso controllata, sua la facoltà di nazionalizzare settori chiave della vita
economica del Paese, come le autostrade, la telefonia, e l’energia elettrica
per assicurare ai cittadini la somministrazione di servizi essenziali a prezzi
calmierati.
L’avvento
del neoliberismo in Italia.
A
circoli però come il “club di Roma” e soprattutto alla “Mont Pelerin Society”
non piace affatto il modello dell’Italia.
Quello
della Mont Pelerin è uno dei circoli più esclusivi dei vari globalisti.
Ad
esso appartengono economisti come il famigerato “Milton Friedman”, padre del
moderno neoliberismo, e uno dei primi a teorizzare che l’intervento dello Stato
deve ridursi sempre di più per lasciare alla cosiddetta mano invisibile del
mercato la facoltà di aggiustare le cose, soprattutto per quello che riguarda
la banca centrale, che, a detta degli economisti neoliberali, va sottratta al
controllo del governo.
Milton
Friedman.
La “Mont
Pelerin” elabora così dal secondo dopoguerra in poi la sua filosofia al
servizio dell’oligarchia.
La
finanza voleva a tutti costi togliere allo Stato il potere di controllare e
creare denaro ex nihilo perché una volta tolta allo Stato la capacità di
battere moneta, esso diventa un mendicante dei mercati, costretto ad
elemosinare prestiti e prebende da istituzioni private.
SI
possono vedere ora al “meglio” i frutti della disastrosa capacità di stampare
moneta.
L’Italia
oggi non è più nelle condizioni di poter fare una spesa pubblica per far
funzionare i servizi essenziali.
Si
ritrova alla mercé di prestiti truffa quali il famigerato “PNRR” da parte di
istituzioni come l’UE che, ancora più paradossalmente, di fatto “presta”
all’Italia i soldi che essa ha dato a Bruxelles in prima battuta attraverso i
contributi annui.
Ad
attuare i desiderata di Friedman penseranno i due uomini del gruppo Bilderberg,
Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, che nelle loro rispettive posizioni
di ministro del Bilancio e di governatore di Bankitalia, tolsero al governo la
possibilità di abbassare i tassi di interesse attraverso la famosa
monetizzazione del debito pubblico.
Si
tratta del famigerato divorzio, ed è il primo mattone per trasformare
Bankitalia nella futura “authority indipendente” che diventerà in seguito negli
anni’90.
Una
volta che viene attuato il colpo di Stato di Mani Pulite a bordo del Britannia,
i vari globocrati e falchi della finanza avevano l’esigenza di smantellare
completamente l’intero impianto economico e politico dell’Italia.
A
morire non doveva essere soltanto la potenza industriale dell’Italia, ma anche
la sua facoltà di poter controllare la propria economia, di poter fare gli
interessi del Paese piuttosto che quelli del capitale.
“Maastricht”
chiedeva, in altre parole, la completa abdicazione dei poteri ed è così che
nascono le” authority “che sottraggono ai governi la facoltà di controllare il
mercato e rimettono tale potere a queste istituzioni che in realtà non fanno
altro che certificare la supremazia del capitale sull’economia.
Lo si
può vedere in qualsiasi settore del quale si occupano le cosiddette “AAI”, a
partire, ad esempio, dall’autorità garante per la concorrenza e il mercato.
In
questi giorni, il prezzo del petrolio è in calo, intorno ai 58 dollari al
barile, e l’euro ha ancora un cambio forte sul dollaro, eppure nonostante
sussistano le condizioni per abbassare il prezzo alla pompa, esso in diversi
casi incredibilmente sale.
Il
garante è soltanto un fantasma, una sorta di notaio delle varie multinazionali
che possono fare il bello e il cattivo tempo in qualsiasi momento senza timore
di essere sanzionati sul serio.
Il
governo nemmeno si pone il problema.
Non ne
parla proprio, e non dicono nulla ovviamente anche le varie cosiddette
opposizioni che alimentano soltanto fumose polemiche.
Nulla
cambia anche nel settore delle comunicazioni.
All’”AGCOM”,
qualcuno si è mai interessato del tipo di disinformazione fatta dagli organi di
stampa riguardo alla cosiddetta “pandemia”?
L’AGCOM
ha mai sanzionato i quotidiani per aver diffuso informazioni false sui morti
con il cosiddetto Covid, come il caso di “Adriano Trevisan”, ed è mai
intervenuta sulla questione di una “informazione” di natura terroristica
omologata su tutti i mezzi di comunicazione?
Viene
detto che l’AGCOM deve “garantire il pluralismo”, ma dov’è esso,
e dov’è la possibilità di dare all’opinione
pubblica una informazione che non sia quella dettata da quattro gruppi
editoriali nelle mani degli Elkann, degli Angelucci, di Caltagirone, di Cairo e di tutto
quel reticolato oligarchico e finanziario che di certo non scriverà mai un rigo
contro l’euro, l’UE, e i danni prodotti dai farmaci e dai vaccini delle case
farmaceutiche.
A
palazzo Koch, sede di Bankitalia, lo spartito che si recita è pressoché lo
stesso.
La
cosiddetta “indipendenza” della banca centrale italiana è di fatto una
indipendenza sì dal governo, ma una dipendenza dai mercati, ed è sufficiente
vedere l’azionariato di Bankitalia per rendersene conto.
Se
prima del 1992, lo Stato aveva la proprietà della sua banca centrale attraverso
le famose “BIN”, le “banche di interesse nazionale partecipate dallo Stato”,
dopo le selvagge privatizzazioni i proprietari di Bankitalia sono banche
private come Unicredit e Intesa, nelle mani di fondi di investimento come “BlackRock”.
La
“indipendenza” della quale parlava la “Mont Pelerin” era soltanto uno
spostamento della proprietà della banca centrale dal pubblico al privato.
Le
conseguenze sono del tutto evidenti.
Fabio
Panetta, il governatore della Banca d’Italia è soltanto un emissario della
finanza speculativa, e il suo profilo è quello del classico tecnocrate sfornato
dalle controverse università neoliberali che hanno costruito una classe
“dirigente” di rappresentanti in mano ai vari think tank di ispirazione
globalista.
Fabio
Panetta.
Suo
scopo non è certo quello di denunciare i gravi danni che produce la permanenza
dell’Italia nell’eurozona, tantomeno criticare la” follia dei parametri di
Maastricht” che hanno impedito e impediscono al Paese qualsiasi seria
possibilità di uscire dal pantano di una crisi che perdura da 17 anni, un
unicum nel contesto internazionale perché l’eurozona è l’unico posto al mondo
dove invece di eseguire manovre espansive per favorire la vera ripresa di un
Paese, si persevera in omaggio ai diktat della Commissione europea.
Panetta
quindi si adegua a ciò che vogliono i mercati.
I
mercati vogliono disoccupare la manodopera italiana attraverso manovalanza
straniera a basso costo e poco qualificata?
Panetta
dice che ci vogliono più immigrati per la felicità di Confindustria, buona solo
ormai a delocalizzare, o ad assumere immigrati a buon mercato a discapito
dell’economia di un’intera nazione.
Il
passaggio è quindi del tutto evidente.
Le
authority sono servite e privare lo Stato dei suoi essenziali poteri di
intervento.
Esse
fanno parte della strategia del trionfo della tecnocrazia sulla politica che è
stata spogliata progressivamente del suo ruolo per essere ridotta a spettatrice
o mera esecutrice di quanto stabilito e deciso da conglomerati finanziari,
spesso stranieri.
Sarebbe
stato interessante approfondire la vera funzionalità di questi istituti e soprattutto il fatto che essi,
nonostante di certo non facciano l’interesse pubblico, sono a carico dello
Stato che deve sorbirsi i loro esorbitanti costi pari a 600 milioni di euro con
2300 dipendenti al seguito che non portano alcun reale beneficio e utilità
concrete ai cittadini.
Sarebbe
stata questa una bella inchiesta da fare, ma di certo non poteva farla “Report”,
perché da quelle parti di fumo ce n’è tanto, ma di arrosto ben poco.
Giro
di tangenti in Ucraina.
L’Europa vincola gli aiuti:
"Kiev batta la corruzione"
Msn.com
– Quotidiano.net – Redazione – (13-11-2025) -
ci dice:
Giro
di tangenti in Ucraina. L’Europa vincola gli aiuti: "Kiev batta la
corruzione."
Pochi
vorrebbero essere al posto del presidente ucraino, “Volodymyr Zelensky”,
stretto fra l’avanzata dei russi in Donbas e le gravi accuse di corruzione che
hanno investito il governo.
Dopo
le dimissioni del ministro della Giustizia, “Herman Galushchenko”, e della
ministra dell’Energia, “Svitlana Gryntchuk”, che dovrebbe essere convalidate
oggi dal Parlamento ucraino, ieri è arrivata l’ennesima tegola sulla testa del
numero uno di Kiev, che è stato costretto a imporre sanzioni contro “Timur
Mindich” e Oleksandr Zukerman”.
L’accusa
a loro carico è di avere avuto un ruolo importante all’interno del sistema di
tangenti nell’azienda di stato per l’energia atomica “Energoatom”.
Di
certo, “Mindich” è una persona molto vicina proprio al presidente, essendo suo
socio in affari e co proprietario della società di produzione “Kvartal 95”.
Un bel
pasticcio, tanto più che lo scandalo è scoppiato poche settimane dopo che
Zelensky ha cercato di mettere sotto il controllo dello Stato proprio le
agenzie anticorruzione.
La
riforma non è andata in porto a causa delle migliaia di cittadini che si sono
riversati nelle strade per protestare, ma il dubbio che il numero uno di Kiev
avesse qualcosa da nascondere è rimasto a molti.
E
anche l’Unione Europea drizza le antenne.
La
preoccupazione, del tutto legittima, è che il giro di mazzette e i meccanismi
opachi possano coinvolgere anche gli aiuti che Bruxelles sta profondendo a suon
di miliardi di euro e in mezzo a non poche difficoltà.
Il
commissario all’Economia, “Valdis Dombrovskis”, ha detto che la lotta alla
corruzione è "presa molto sul serio" e che da questa dipende anche
l’erogazione degli aiuti, tanto più che, proprio ieri, la presidente della
Commissione, “Ursula von der Leyen”, ha annunciato l’erogazione di sei miliardi
di dollari a favore del Paese invaso, ma ha anche teso a non drammatizzare.
"Si
può anche vedere questo episodio come una prova che questo sistema
anticorruzione in Ucraina sta effettivamente dando risultati e che sono le
autorità anticorruzione ucraine a essere in grado di contrastare i casi di
corruzione, anche ai massimi livelli"".
Zelensky
avvisato, mezzo salvato, insomma.
Non
però sul campo di battaglia, dove la situazione, a detta dello stesso leader
ucraino è "molto difficile", con la cittadina “Pokrovsk”, che
potrebbe crollare nei prossimi giorni.
Il
Cremlino è in pressing militare e psicologico.
Proprio
ieri il ministero della Difesa ha annunciato che a Pokrovsk è in corso una
nuova operazione, che potrebbe essere quella decisiva per la conquista della
città, particolarmente strategica dal punto di vista logistico e geografico.
ECONOMIA
SOCIALISTA DI MERCATO (ENCICLOPEDIA)
Tipo
voce: Banpedia.org – Redazione – (13-11-2025).
Categorie:
Sistema finanziario.
Abstract.
Con il
termine economia socialista di mercato si indica la struttura economica della
Cina odierna, caratterizzata da un sistema misto tra mercato e pianificazione.
All’interno di questo sistema l’autoritarismo
politico, dovuto all’esistenza di un regime socialista sin dal 1949, diviene
compatibile con un’economia di mercato sviluppatasi dai processi di riforma
degli anni Ottanta.
Tale
compatibilità va ricercata nella gradualità con la quale la Cina ha avviato la
ristrutturazione di un sistema economico di tipo marxista verso le regole del
mercato.
Questa gradualità, se da una parte è stata un
fattore imprescindibile per favorire il successo delle riforme, dall’altra ha
lasciato in piedi alcuni fattori di instabilità.
Il
gradualismo delle riforme ha infatti creato un sistema in cui convivono imprese
private e pubbliche, prezzi di mercato e prezzi decisi dalla pianificazione,
tutela della proprietà privata e ideologia comunista, concorrenza e
interventismo statale.
Il
termine “economia socialista di mercato” è utilizzato per la prima volta nel
1992 nel XIV Congresso del Partito Comunista Cinese per indicare il nuovo
obiettivo delle riforme economiche. Il concetto s’istituzionalizza con
l’introduzione d’importanti modifiche alla costituzione e il termine “economia
socialista di mercato” entra ufficialmente nella carta costituzionale per
definire il sistema economico e sociale della Cina attuale.
La
Cina si può considerare un’economia sicuramente chiusa, pianificata e ispirata
al modello di sviluppo sovietico, dalla rivoluzione comunista cinese del 1949,
fino a tutta l’epoca maoista e al 1978.
La
nascita dell’economia socialista di mercato, avvenuta sin dai processi di
modernizzazione del 1978, segna una linea di netta discontinuità con tale
passato maoista, in un mutato contesto internazionale che dagli anni settanta e
in tutti gli anni ottanta vede rilevare il fallimento dei regimi comunisti
sovietici.
L’integrazione delle ex repubbliche sovietiche
nell’economia mondiale spinge il PCC a maturare la necessità di cercare una via
nazionale al socialismo.
Negli
anni ottanta, seppur nella ferma intenzione di mantenere un sistema economico
di tipo socialista, si avvia un ampio programma di riforme strutturali che
porta a un progressivo abbandono del sistema pianificato di stampo marxista.
Il
complesso di riforme strutturali, iniziate nel 1978, non conduce a un
capitalismo tout court e a un’economia di mercato, ma a un sistema misto che
non cessa di essere caratterizzato da un’autonomia di mercato che si scontra di
continuo con l’onnipresenza di una massiccia burocrazia di Partito, in tutti i
livelli dell’articolazione territoriale.
Da qui
il profilarsi di un “doppio volto” del Paese:
il
primo dei
due volti è caratterizzato da un Partito-Stato nel ruolo di gestore e
controllore della vita economica,
il secondo è rappresentato dalle trasformazioni
economiche sociali avvenute nel tempo, espressione di una società divenuta per
effetto delle riforme, sempre più dinamica.
L’economia
socialista di mercato cinese tende a superare lo schema dicotomico di pura
contrapposizione aut-aut tra socialismo e capitalismo, verso un approccio che
mira alla compatibilità per entrambi.
Nella
cornice istituzionale di un regime comunista, questa trova spazio, agli inizi
soltanto in certi settori, quelli del commercio e dei servizi, ma poi, in
maniera sempre più diffusa, nello sviluppo incentrato sui prezzi, mercati,
imprese e profitti, elementi fondamentali per l’esistenza di un’economia di
mercato.
Un
esempio al riguardo si individua nella promulgazione nel 1988 della “Legge
sulle imprese industriali di proprietà del popolo”, che adegua il modello di
corporate governance delle imprese cinesi agli standard dell’economia di
mercato occidentale e le vincola al raggiungimento del profitto capitalistico
“ma anche” alla soddisfazione dei doveri della pianificazione socialista.
Elementi
di diversa natura ideologica si fondono in un’espressione, “economia socialista
di mercato”, che porta la falce e il martello ad andare di pari passo con il
plusvalore, il profitto e la rendita finanziaria.
Altro
aspetto di compatibilità tra la logica del mercato e l’ideologia marxista
riguarda la distribuzione della ricchezza.
Fin
dall’Ottocento questo concetto occupa un posto centrale all’interno delle
teorie economiche.
In
letteratura, un sistema a economia chiusa e pianificata, tende ad avere una
distribuzione della ricchezza egualitaria, al contrario, in un’economia aperta
e liberale tale distribuzione è distorta dagli effetti del mercato.
Il caso cinese è rappresentativo, poiché una
nazione che si professa comunista ha la disuguaglianza dei redditi più alta al
mondo con l’indice di Gini, nel 2010 pari addirittura a 0,61 al di sopra del
livello medio mondiale di 0,44.
Questi
elementi, insieme all’istituzionalizzazione della tutela della proprietà
privata in un ordinamento socialista, alla presenza sia d'imprese
pubbliche che private e al sistema di prezzi a “doppio binario” che riesce a
far convivere elementi di matrice capitalista (prezzi di mercato) con elementi
di natura socialista (prezzi pianificati), costituiscono alcune delle
peculiarità dell’economia socialista di mercato.
Le
strategie “miste” di politica economica del modello di sviluppo cinese,
presentano molti parallelismi ma anche molti aspetti che lo discostano dalle
tradizionali strategie economico-politiche sia degli Stati liberali sia da
quelli caratterizzati da uno Stato sviluppista.
Gli aspetti che contraddistinguono l’economia
socialista di mercato s’individuano nel pragmatismo, nel gradualismo delle
riforme, nel potente intervento dello Stato sull’economia e sulle esigenze di
mercato anteposte alla creazione di un sistema democratico.
Proprio per quest’ultimo motivo, inoltre, non
è possibile catalogare la Cina esclusivamente come un paese in transizione,
giacché se si considerano le esperienze delle ex economie socialiste, in Cina
la modernizzazione economica non si accompagna ad alcuna modernizzazione in
campo istituzionale, in contrasto con il modello occidentale il quale esige che
il sistema di libero mercato sia accompagnato da un sistema di democrazia
liberale.
Le
istituzioni cinesi replicano fattori di successo di un sistema a economia
aperta, come l’adesione del sistema dei prezzi di mercato, l’acquisizione dei
modelli di corporate governance delle imprese, le esportazioni e la ricezione
degli investimenti esteri, ma al tempo stesso adeguano e salvaguardano
un’ideologia socialista per la legittimità del PCC, trovando un punto
d’incontro tra la crescita economica e la stabilità politica.
La
nuova classe dirigente comprende che è utile solo una parte della modernità
occidentale, poiché essa garantisce al regime autoritario di acquisire consenso
e legittimità dall’efficacia con cui si serve dei mercati per creare ricchezza.
In
Cina, è lo Stato il principale “timoniere” che guida il Paese verso la
modernizzazione economica, in una situazione mondiale che vede diminuire
proprio il ruolo dello Stato come principale attore nello scenario
internazionale.
L'integrazione
nell'economia mondiale è, di fatto, stata realizzata per iniziativa e sotto la
guida dello Stato-Partito cinese, cosa che smentisce il paradigma neoclassico
secondo cui è difficile sostenere che deviazioni dal modello del mercato
perfetto possano essere, sul lungo periodo, benefiche per un sistema economico.
La
struttura economico-politica della Cina odierna è un sistema misto in cui,
accanto allo spazio sempre maggiore riservato al mercato, continua a essere
presente e importante la funzione d’indirizzo esercitata dalle autorità a
livello nazionale, ma soprattutto a quello locale.
Principali
riforme economiche del nuovo modello di sviluppo.
Le
scelte di politica economica adottate dal 1978 dalla Cina contribuiscono a
mutare in profondità il volto del modello socialista maoista introducendo una
graduale ristrutturazione del tradizionale sistema economico pianificato verso
le regole del mercato.
Questo
processo graduale investe principalmente il settore delle imprese statali,
agricolo, bancario, i mercati esteri e il decentramento amministrativo.
Nel
settore delle imprese pubbliche, si riconosce a livello costituzionale la
compatibilità dell’iniziativa privata con gli ideali del socialismo, aprendo la
strada a un sistema d’imprese non statali votate alla massimizzazione del
profitto e non più caratterizzate da un vincolo di bilancio morbido che
deresponsabilizza gli amministratori.
La politica generale in quest’ambito riduce
gradualmente il peso delle imprese pubbliche e consentendo a quelle private o
collettive, di aumentare rapidamente la propria quota di mercato.
Nel
settore agricolo, vengono gradualmente abolite le comuni, si procede alla
redistribuzione delle terre, la cui proprietà era totalmente dello Stato, e si
crea un sistema di responsabilità familiare.
Queste
riforme agricole offrono un grande incentivo alle famiglie contadine, che hanno
in concessione la terra da coltivare e la possibilità di vendere privatamente
sul mercato una parte della produzione.
La liberalizzazione dei mercati rurali porta
all’abbandono parziale del sistema dei prezzi della vecchia economia
pianificata, facendolo convivere con uno di mercato, il cosiddetto sistema a
“doppio binario”.
Nel
1983 dal sistema dei prezzi a doppio binario si passa anche a un sistema
bancario cinese a due livelli.
La
Cina separa la Banca Centrale (Banca popolare di Cina-PBOC), cui sono affidati
esclusivamente compiti macroeconomici, dalle Banche di seconda fila:
la
Banca Cinese per l'Agricoltura (ABC), la Banca Cinese per l’Industria e il
Commercio (ICBC), la Banca della Cina (BOC) e la Banca Cinese per le
Costruzioni (CCB).
Queste
sono le quattro grandi banche pubbliche che, dal 1986, sono autorizzate a farsi
concorrenza nei diversi ambiti.
Il
sistema bancario diviene, per effetto delle riforme, il canale primario per
realizzare il finanziamento degli investimenti, poiché il processo di
modernizzazione riduce in modo importante la capacità del bilancio statale di
mobilitare e allocare le risorse.
Nel
settore dei mercati esteri, invece, l’apertura internazionale avviene sotto
l’impulso delle esportazioni, e grazie all’istituzione delle” Zone Economiche
Speciali”, per l’importazione delle strategie e dei modelli di gestione del
capitalismo e degli investimenti dall’estero.
Le esportazioni divengono il principale volano
della crescita cinese estendendo la competitività dei prodotti esportati dai
settori ad alta intensità di lavoro a quelli con un maggiore grado di
specializzazione come l’elettronica, di modo che l’economia cinese si
trasforma da “fabbrica del mondo” a esportatrice di High Tech.
Negli
anni ottanta, inoltre, si passa da un’economia fortemente centralizzata a una
gradualmente più decentralizzata, in cui gli esponenti politici locali delle
principali città, delle singole province, gli operatori privati e quelli
esteri, conseguono un notevole spazio d’azione.
Si
stabiliscono i compiti, i profitti da realizzare, i contributi allo Stato, tra
le imprese e le autorità amministrative locali.
Questo decentramento amministrativo non limita
però il forte potere pubblico sui processi economici, fondati sia sulla
programmazione dello Stato centrale, ma soprattutto basato sul controllo delle
autorità politiche locali, provinciali, di città e di villaggio.
A fine anni ottanta la quasi totalità delle
imprese pubbliche è sotto il controllo diretto delle autorità locali.
Nel
caso della Cina, dunque, tutto ciò si formalizza con un apparato di Governo
duale del Paese a livello periferico e centrale, locale e nazionale, in cui non
è presente una vera scissione tra Stato e Partito.
Proprietà
privata ed economia socialista. Adeguamento giuridico alle esigenze del mercato.
Le
caratteristiche del nuovo modello di sviluppo cinese pongono l’accento
sull’importanza dell’iniziativa economica privata che si formalizza
nell’istituto della proprietà privata.
Quest’ultima
è generalmente considerata il presupposto fondamentale di due rappresentazioni
contrastanti del mercato, quella del capitalismo e quella del socialismo, la
prima orientata ad accentuare la sacralità della proprietà privata di fronte
alla cosa pubblica, la seconda tesa alla sua totale abolizione.
L’istituto
del diritto di proprietà rappresenta il cardine principale del cambiamento del
sistema economico cinese, giacché è il collegamento tra un modello a economia
pianificata e la scelta di un’economia socialista di mercato.
Nel
1982, trent’anni dopo la rivoluzione comunista del 1949, la Costituzione
accoglie nel suo ordinamento, i principi fondamentali riguardanti l’economia e
il sistema di proprietà.
Vengono via via modificati gli art. 10, 11, 13
e 15 della costituzione che introducono, per la prima volta, il rafforzamento
delle forme di promozione e tutela dell’iniziativa privata, l’ammissione del
trasferimento del diritto di utilizzo della terra e l’assegnazione allo Stato
del compito di mettere in atto un sistema fondato sull’economia socialista di
mercato.
Si
consentono l’esistenza delle imprese private e il loro sviluppo; si riconosce
il carattere complementare rispetto all’economia pubblica socialista e si
tutelano i diritti di proprietà.
Il
presupposto di tale processo di adeguamento costituzionale risiede
nell’interesse della Cina di facilitare, anche attraverso gli strumenti
giuridici, il passaggio da un’economia centralmente pianificata a una
socialista di mercato.
Con
gli articoli 11, 12, 13 e 15, della costituzione cinese, si introduce per la
prima volta, il concetto di proprietà privata, a lungo ritenuto un istituto
pericoloso per il consolidamento dell’ideologia socialista, divenendo l’esempio
più evidente del sistema “misto” definito dall’ordinamento cinese quale
economia socialista di mercato.
Sulle
caratteristiche del sistema cinese.
Sbilanciamoci.info
- Dario Di Conzo – (17 Novembre 2024) - Mondo, Recensioni – ci dice:
Esce
ora, postumo, il libro di Alberto Gabriele, economista scomparso l’estate
scorsa, nel quale analizza lo sviluppo cinese negli ultimi vent’anni.
Una
presentazione il 22 novembre all’Orientale di Napoli e il 25 novembre alla
facoltà di economia de La Sapienza di Roma.
“L’Economia
cinese contemporanea: imprese, industria e innovazione da Deng a Xi”,
pubblicata
da “Diarkos edizioni” è il testamento intellettuale di Alberto Gabriele.
Economista,
scomparso prematuramente lo scorso inverno, Alberto ha analizzato lo sviluppo
cinese per oltre vent’anni.
Questo
testo, che esce postumo anche grazie alla cura di “Edoardo Bellando”, offre a
un pubblico italiano le analisi contenute nel volume “Enterprises, Industry and
Innovation in the People’s Republic of China”, pubblicato da Springer, e in
altri lavori, aggiornandole.
Sul
modello economico cinese Alberto Gabriele ha poi scritto con l’economista
brasiliano Elias Jabbour “Socialist Economic Development in the 21st Century: A
Century after the Bolshevik Revolution” (Routledge-Giappichelli), pubblicato in
Brasile – con notevole successo – col titolo “China: o socialismo do século XXI”.
L’ultima
volta che ho incontrato Alberto Gabriele era appena tornato da Pechino dove il
libro scritto con “Jabbour” aveva ricevuto un premio. Nella differenza delle
nostre visioni, i suoi commenti e consigli mi hanno aiutato quando ho iniziato
a studiare l’economia politica della Cina. Questa breve recensione non riuscirà
a sdebitarmi.
Il
sottotitolo del libro “Imprese, industria e innovazione” introduce agli
argomenti portanti sui quali si dipana la ricerca empirica, ma nasconde in
qualche modo il fine più alto del lavoro:
discutere
la natura e le specificità del “socialismo con caratteristiche cinesi”.
L’evoluzione
della struttura dei diritti di proprietà delle imprese e il ruolo del
partito-stato nel promuovere innovazione tecnologica e scientifica qualificano
e definiscono, secondo Alberto Gabriele, la natura “altra” del modello di
sviluppo economico della Repubblica popolare cinese.
Evoluzione,
funzionamento e peculiarità del sistema di imprese cinese è tema al centro di
un crescente interesse.
La concorrenza imposta dall’attuale
globalizzazione produttiva comporta una constante indagine sul “come
competiamo” per dirla alla Berger.
Produttività
e profittabilità sono aspetti centrali, ma nel caso cinese, ancor più che
altrove, un aspetto dirimente riguarda la struttura dei diritti di proprietà.
Per aiutare il lettore ad inquadrare il
dibattito, farò riferimento ad uno dei processi di “ibridizzazione” dei diritti
di proprietà trattati nel testo, quello che concerne le “imprese municipali e
di villaggio”, maggiormente note con il loro acronimo anglosassone di TVEs
(Township and village enterprises).
Alberto
Gabriele definisce ambiziosamente le “TVEs” come “imprese non capitaliste
orientate al mercato” in quanto portatrici di due aspetti peculiari.
“In
primo luogo, con il termine ‘orientata al mercato’ si identificano tutte quelle
imprese che vendono i propri prodotti (o servizi) in uno o più mercati, ivi
incluse quelle imprese che perseguono obiettivi complementari o totalmente
diversi dalla massimizzazione del profitto, alcune delle quali operano in
mercati che sono monopoli o quasi-monopoli. In secondo luogo, (…) comprendono
tutte quelle imprese orientate al mercato che differiscono dal modello della
classica impresa privata – un’unità produttiva che persegue fondamentalmente la
massimizzazione del profitto, che si serve di manodopera non familiare, ed è
dotata di pieni diritti di proprietà.”
Una
breve genesi delle TVEs permette di qualificare ulteriormente la tesi
dell’autore.
Nel
periodo maoista (1949-1976), questo tessuto storico di piccole e medie imprese
industriali rurali era posto sotto il controllo delle Comuni Popolari (rénmín
gōngshè) che ne esercitavano i diritti di proprietà. Queste imprese antenate delle TVEs
comprendevano quindi tutte le attività produttive non agricole ed erano
essenzialmente dedicate a fornire la produzione accessoria del settore primario
(“servire l’agricoltura”), occupando una quota marginale dell’immensa forza
lavoro rurale cinese prevalentemente impiegata come contadini.
Questa
industria rurale era tuttavia sistematicamente sottofinanziata in favore delle
imprese di stato urbane (State-owned enterprises, SOEs), contribuendo a formare
quel netto divario tra città e campagna che è ancora oggi un elemento centrale
dell’economia cinese.
Infatti,
seguendo il modello sovietico, i pianificatori cinesi erano convinti che “lo
sviluppo delle forze produttive” fosse strettamente associato al rapido
miglioramento tecnologico a cui era sottoposta l’industria pesante
monopolizzata dalle SOEs.
Nel
1979, queste attività industriali rurali sono state riorganizzate nelle TVEs,
che approfittarono della riduzione dell’asimmetria di finanziamento tra città e
campagna, diventando un soggetto paradigmatico del “programma di riforme e
apertura” (Gǎigé kāifàng). Secondo Alberto Gabriele, queste industrie rurali
sperimentarono nuovi assetti istituzionali e organizzativi molto eterogenei tra
loro che le resero particolarmente flessibili nell’organizzazione e nelle
scelte di produzione.
Le TVEs potevano produrre tutto ciò che non
era monopolizzato dalle SOEs, creando così un’offerta diversificata che ha
permesso, almeno in un primo momento, a queste imprese di trasformarsi in un
fornitore monopolistico di alcuni piccoli beni di consumo, spingendo verso
l’alto il loro margine di redditività.
Le TVEs sfruttarono a pieno il decentramento
del processo decisionale e le nuove linee di credito che il governo centrale
garantiva loro, trasformando la precedente produzione accessoria al settore
primario in un ambiente imprenditoriale vivace.
L’ascesa
delle TVEs come attore commerciale internazionale nell’industria leggera ad
alta intensità di lavoro è fatto noto, ma Gabriele si concentra sulla loro
funzione “storica”.
Non
nega che esse abbiano sperimentato un processo di concentrazione e
privatizzazione negli anni ’90 ma enfatizza il carattere cooperativo e la
proprietà collettiva che nel processo di riforma le hanno distanziate da
“normali” imprese orientate al profitto:
“oltre
alle imprese di proprietà dei governi locali, vi erano società per azioni
private formate da contadini e altre forme di imprese individuali e collettive.
Tutte però erano considerate sostanzialmente come agenti destinati a migliorare
le condizioni di vita della comunità locale.”
“Poiché
i diritti di controllo residui erano detenuti dai governi locali, la comunità
stessa «divenne una società de facto o un “mini conglomerato”».”
Il
libro enfatizza come una struttura di diritti di proprietà “ibrida”, o comunque
non chiaramente e unicamente privata, abbia svolto una funzione fondamentale
sia nella fase iniziale del decollo economico, sia nel protrarre un pervasivo
controllo azionario che il Partito-Stato ancora esercita su moltissime imprese
miste.
La
seconda parte del volume analizza il ruolo centrale che ha avuto il
partito-stato nel creare un sistema nazionale di innovazione dal notevole
successo.
Secondo Alberto Gabriele, tale sistema di
innovazione ha quattro principali caratteristiche:
“i) la
capacità e la volontà dello Stato di destinare alla ricerca e sviluppo una
quota molto elevata e crescente del surplus nazionale;
ii) il ruolo predominante svolto da attori non
privati come le università pubbliche, i centri di ricerca, le organizzazioni
governative, le imprese statali e a partecipazione statale;
iii)
la portata, l’impatto, la rilevanza e l’ambizione dei piani nazionali di
ricerca e sviluppo a lungo termine;
iv)
l’ampia gamma, la pervasività e l’incidenza dei piani locali di ricerca e
sviluppo”.
Il
successo dell’innovazione made in China è oggi difficile da confutare anche per
i più critici.
Nell’arco di poche decadi, la Cina ha rapidamente
risalito le catene globali del valore, arrivando a competere direttamente con
gli Stati Uniti sulla frontiera tecnologica e diventando il primo paese al
mondo per numero di brevetti.
Gabriele
sottolinea due fonti cruciali che hanno permesso questa ascesa in ricerca e
sviluppo. In primo luogo, la dimensione spaziale e demografica della Cina ha
rappresentato “una condizione necessaria (ma non sufficiente) per consentire al
suo Sistema Nazionale di Innovazione di balzare al secondo posto a livello
mondiale, in una fase in cui il livello generale di sviluppo economico
nazionale è ancora relativamente più arretrato (il Pil pro capite della Cina
nel 2022 si è classificato al 72° posto tra 179 Paesi).
In
secondo luogo, pianificazione strategica e controllo sul sistema finanziario
hanno permesso alla Cina di canalizzare moltissime risorse economiche verso
centri di ricerca ed università pubbliche incaricate di condurre parallelamente
ricerca di base e applicata.
Questo
secondo aspetto merita maggiori osservazioni.
Alberto Gabriele sottolinea come il carattere
non prettamente privatistico e orientato al profitto di breve periodo abbia
permesso al sistema di innovazione cinese di socializzare il rischio e creare
dei forti effetti di spillover tecnologico tra pubblico e privato nella
circolazione dei risultati della ricerca di base.
Sviluppo, produzione e commercializzazione dei
risultati della ricerca sono diventati obiettivi di interesse nazionale che
hanno coinvolto tutte le imprese, a prescindere dalla tipologia di proprietà,
con il fine di “massimizzare l’impatto sistemico complessivo sullo sviluppo
dell’economia nazionale”.
Imprese
private cinesi di grandissimo successo come Oppo, Xiaomi, Huawei, Tencent,
Alibaba, JD, Baidu, Lenovo, Douyin (Tik Tok), solo per citare le più famose,
sono il risultato di questa compenetrazione tra ricerca pubblica e
commercializzazione privata.
Un
ultimo aspetto sottolineato da Gabriele in questa seconda parte ci permette di
legare il suo studio empirico sul sistema di innovazione con le sue valutazioni
sulla natura del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Infatti, nonostante
le imprese sopracitate siano formalmente private, Gabriele enfatizza come
queste non rappresentino “una grande borghesia”:
“almeno
per adesso, una grande borghesia identificabile come classe vera e propria, e
tantomeno come classe dominante” non esiste.
Tuttavia, “Esistono grandi
imprenditori-capitalisti (…) che costituiscono certo un nuovo gruppo sociale la
cui importanza non può essere ignorata, malgrado la sua esiguità numerica”.
Eppure, “questo gruppo sociale non costituisce
una classe vera e propria” assimilabile alle grandi borghesie nazionali dei
Paesi capitalistici.
Tale “assenza di una grande borghesia
costituisce un forte elemento di differenziazione tra la Repubblica popolare
cinese e il mondo capitalista”.
Alberto
Gabriele sostiene che i grandi imprenditori cinesi siano privi delle
caratteristiche fondamentali di cui godono i capitalisti nostrani. Questi sono
esclusi dalla sfera militare e non hanno la capacità di esercitare “un’egemonia
cultura complessiva sulla società”, ma sono piuttosto “arruolati” dal
partito-stato al fine di promuovere l’ascesa tecnologica ed industriale del
paese:
“Lo
Stato socialista sembra avere preso atto che in alcuni settori chiave il ruolo
centrale della grande impresa privata – controllata dallo Stato solo
indirettamente attraverso canali formali e informali di natura non
esclusivamente finanziaria – è insostituibile (almeno nell’attuale fase di
sviluppo), e che può promuovere lo sviluppo economico e tecnologico, il
benessere sociale e la stessa sicurezza nazionale in modo più efficiente di
quanto non potrebbero fare la maggior parte delle aziende statali o a partecipazione
statale, nonostante i grandi progressi compiuti soprattutto grazie al processi
di corporatizzazione.” (p.199)
Alberto
Gabriele non ha avuto il tempo di integrare organicamente, ma solo di citare,
il recente “ri-disciplinamento” del capitale privato da parte del
partito-stato.
Tuttavia,
avendone discusso insieme, l’attacco di Xi Jinping alle “digital platforms” del
2020 era per lui una riprova della subordinazione politica e culturale del
capitale privato al partito.
Alcuni
ricorderanno le ingenti multe ricevute dalle “Big tech” cinesi, responsabili di
promuovere instabilità finanziaria, monopoli, e fughe di dati.
A tale
“espansione disordinata del capitale” (zīběn wúxù kuòzhāng) Xi Jinping ha
contrapposto la “Prosperità Condivisa” (gòngtóng fùyù), la cui attuazione
pratica in termini di riforma fiscale ancora latita.
A
partire da queste considerazioni sull’assenza di una “grande borghesia” in
Cina, il libro si chiude con una delle domande più complesse di questo secolo:
“L’economia cinese è essenzialmente
socialista, o deve invece essere vista come un’economia capitalista di Stato o
un’economia capitalista ibrida?”
Alberto
Gabriele, senza pretese euristiche, tenta di razionalizzare la domanda
scomponendola in sette sotto-domande:
“1.
Quale quota dei mezzi di produzione è socializzata?
2.
Quale potere economico relativo ha lo Stato rispetto ai singoli attori?
3.
Qual è il rapporto di forze tra piano e mercato?
4.
Quanto riesce il sistema a promuovere lo sviluppo delle forze produttive e il
progresso tecnico?
5.
Quanto è efficace nella lotta alla povertà?
6.
Quanto è vicino a realizzare il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” e
a promuovere una distribuzione del reddito relativamente egualitaria?
7.
Quanto è in grado di stabilire un rapporto sostenibile con la natura?” (p.
226):
Rispetto
ai primi quattro quesiti, Alberto Gabriele sostiene che il “socialismo con
caratteristiche cinesi” abbia sperimentato un discreto successo.
Reputa
che “il grado complessivo di socializzazione della produzione sia piuttosto
elevato”, che il partito-stato sia riuscito, come si diceva, a prevenire la
formazione di una “grande borghesia, e che il progresso tecnico sia innegabile.
Tuttavia,
riconosce che la sua analisi sia insufficiente ad avanzare argomentazioni
positive per quanto concerne gli ultimi tre, non proprio marginali, quesiti:
“Nonostante
il qualificato riconoscimento dei risultati positivi e della natura socialista
relativamente avanzata della struttura economica, l’analisi condotta in questo
libro dice poco sui limiti e le contraddizioni di questo tipo di “socialismo”
rispetto alla coerenza della realtà della Repubblica popolare con gli obiettivi
di sviluppo umano tradizionalmente sostenuti dal movimento socialista mondiale”.
Senza
girarci troppo intorno, Alberto Gabriele ritiene che una qualche forma di
capitalismo di stato “sia una componente necessaria di qualsiasi tentativo di
costruire un socialismo del XXI secolo orientato al mercato, ma diretto dallo
Stato”.
Il mio
non essere d’accordo non toglie nulla al fatto che questi interrogativi siano
urgenti.
Nella
bulimia di pubblicazioni in lingua italiana sul modello di sviluppo cinese, che
non siano drogate dal rinnovato “scontro di civiltà” a la Rampini, questo
testamento intellettuale di Gabriele ci permette quantomeno di approfondire le
peculiarità del “socialismo con caratteristiche cinesi”.
Nonostante
il libro, ad avviso di scrive, risulti eccessivamente apologetico nei confronti
dei limiti “politici” della Repubblica popolare cinese, questo ha comunque il
merito di porsi domande corrette e di essere animato da umiltà e spirito
critico. Ù
La
struttura dei diritti di proprietà e il sistema di innovazione nazionale
permettono infatti, se non di comprendere, quantomeno di indagare, come la
miscela di stato e mercato, di Partito e capitale abbiano reso la Cina l’unico
sfidante possibile all’ordine egemonico statunitense.
Un
ordine sempre più messo in discussione da forze centrifughe interne e da
rivendicazioni multipolari esterne, incancrenito da una crisi ecologica senza
precedenti e da uno stato di guerra permanente.
Mi
auguro che queste ultime citazioni tratte dalle opere selezionate di Mao,
possano restituire l’ambizione, la dialettica e la complessità dei quesiti
posti da Gabriele.
“Il
modello economico sperimentato attualmente dalla Cina, è un’economia
capitalista che per la maggior parte è sotto il controllo del governo popolare,
collegata all’economia socialista statale in varie forme e supervisionata dai
lavoratori. (…) Pertanto, questo capitalismo di stato rappresenta un nuovo
modello economico, in cui il carattere socialista in larghissima misura va a
vantaggio dei lavoratori e dello Stato.” (Mao, 1953).
“Se la
generazione dei nostri figli porterà avanti il revisionismo andando in
direzione a noi contraria, cosicché pur avendo nominalmente una società
socialista essi vivranno il capitalismo, allora i nostri nipoti si solleveranno
certamente in rivolta e rovesceranno i loro padri, perché le masse non saranno
soddisfatte” (Mao, 1962).
Sottomettere
il mercato (e il capitale)
al
servizio dello Stato.
Fondazionefeltrinelli.it
– (31 Ottobre 2025) - Francesca Spigarelli - Articolo tratto dal N. 57 di Fuori
mercato: “oltre la morsa del capitalismo – ci dice:
La
Cina del Mondo.
Esiste
un modo di produrre che si serve dei capitalisti, per amministrarli. È la Cina
di Xi jinping, che stabilisce obiettivi politici attraverso la pianificazione
economica.
A
partire dagli anni ‘70 il sistema economico di Pechino è passato da un’economia
emergente fino a diventare il gigante tecnologico e leader nel settore delle
auto elettriche e della manifattura, primo esportatore mondiale di beni.
Come ha fatto?
Nella
ricetta del “capitalismo amministrato” cinese, c’è una risorsa chiave:
la
programmazione e la competizione interna delle imprese.
Il
“socialismo con caratteristiche cinesi” è spesso considerato sbrigativamente
come etichetta ideologica.
In
realtà il termine descrive un modello economico costruito dalla Cina in più di
quarant’anni, che combina direzione politica centrale e competizione di mercato
come strumenti coordinati.
La
Cina a metà tra capitalismo e pianificazione.
La
Cina oggi è uno snodo sistemico dell’economia mondiale: in termini di parità di
potere d’acquisto è il principale contributore al pil globale, e a prezzi
correnti è continuato a crescere attorno al 5% nel 2024, pur su un sentiero di
rallentamento strutturale.
È il
primo esportatore mondiale di beni, con circa il 14,6% dell’export globale di
merci nel 2024. Il peso manifatturiero rimane decisivo nelle filiere
internazionali dell’elettronica, dei macchinari, dei veicoli elettrici e delle
batterie.
Parallelamente,
il Paese progredisce su tecnologia e autonomia industriale: la spesa in ricerca e sviluppo è
salita al 2,68% del PIL nel 2024 e la Cina guida i depositi brevettuali
mondiali.
A
questo si aggiunge un’accelerazione sulla transizione energetica, con nuova
capacità rinnovabile (solare ed eolica) installata su scala senza precedenti.
Questo
risultato non nasce da un’economia di mercato “libera”, né da una
pianificazione totale in stile sovietico.
Nasce
da un’architettura ibrida.
Dalla
fine degli anni ’70 la Cina ha trasformato un’economia pianificata rigida in
una forma di “capitalismo amministrato”:
lo
Stato definisce le traiettorie di sviluppo e usa il mercato per percorrerle più
velocemente.
Deng
Xiaoping aveva già chiarito il principio nel 1984: “La pianificazione e il mercato non
sono la linea di demarcazione tra socialismo e capitalismo; la pianificazione
non equivale al socialismo, il mercato non equivale al capitalismo”.
Tre
decenni dopo, Xi Jinping ha formalizzato questo equilibrio al Terzo Plenum del
2013:
“Il mercato deve svolgere un ruolo decisivo
nell’allocazione delle risorse, e il governo deve svolgere meglio il proprio
ruolo”.
In
altri termini:
non è
lo Stato contro il mercato, è lo Stato che utilizza il mercato come strumento
operativo della strategia nazionale.
La
macchina politica è la macchina economica.
Sul
piano istituzionale ciò si traduce in un meccanismo multilivello.
Il
centro politico – attraverso i Piani Quinquennali e strategie pluriennali
mirate come il “Made in China 2025” – indica le priorità tecnologiche,
industriali e di sicurezza economica.
Ministeri,
organismi che supervisionano le imprese di Stato, governi provinciali e fondi
pubblici di investimento trasformano quelle priorità in credito agevolato,
autorizzazioni, infrastrutture materiali, standard tecnici e domanda pubblica.
Le
province e le città competono tra loro per attrarre imprese e filiere, mentre
le imprese pubbliche rivaleggiano con quelle private per commesse, standard e
quote di mercato.
Il
risultato è un sistema in cui gli obiettivi sono decisi politicamente, ma la
selezione degli attori che sopravvivono e crescono avviene attraverso una
concorrenza reale.
Competizione
alla cinese.
Il
cuore di questo meccanismo è spesso descritto come “tournament competition”, cioè una
competizione a torneo.
Nella
fase iniziale lo Stato apre deliberatamente un settore strategico a un numero
molto elevato di imprese, non impedendo l’ingresso ma anzi sostenendolo con
credito, accesso ai terreni, partnership con enti pubblici, sbocchi garantiti
nella domanda pubblica locale.
È il
caso del programma “Ten Cities, Thousand Vehicles”, lanciato nel 2009, che ha
usato il mercato urbano – autobus, taxi, logistica – come laboratorio per far
crescere i veicoli elettrici (NEV).
In
quella fase, tutti gli operatori sono stimolati ad entrare nel mercato.
Centinaia di marchi si sono affermati dopo il 2009.
Dentro
o fuori.
Nella
seconda fase, lo Stato riduce gradualmente i sussidi diretti, introduce
meccanismi regolatori, alza gli standard tecnici.
In
questo passaggio, chi riesce davvero a produrre in scala, abbassare i costi,
garantire qualità, esportare e brevettare sopravvive; chi non regge il ritmo
viene spinto al consolidamento, alla fusione o all’uscita.
Nel
caso dei NEV, tra il 2018 e il 2025 molte imprese elettriche cinesi sono
scomparse o sono state assorbite:
oggi
si stima che restino circa 129 marchi EV/PHEV attivi e le analisi di settore
indicano che a lungo termine potrebbero sopravviverne una quindicina, cioè
l’ordine di grandezza del 10–15%.
Gli
attori più noti (i “vincitori del torneo”) sono “BYD”, primo produttore di
veicoli elettrici per volumi, e “CATL”, che ha raggiunto una quota vicina al
38% del mercato globale delle batterie nel 2024.
Il
messaggio è che la scala produttiva e la velocità di apprendimento non sono
casuali: sono un esito programmato.
Questa
stessa logica si sta ora estendendo alle piccole e medie imprese innovative.
Se in passato l’attenzione politica era concentrata
sui grandi gruppi nazionali, oggi le “PMI high-tech” vengono considerate
tasselli critici per la sovranità tecnologica:
componenti di nicchia, materiali avanzati,
elettronica specializzata, alternative domestiche a ciò che prima veniva
importato.
A
livello locale, provinciale e centrale esiste un sistema di classificazione e
sostegno che seleziona le PMI “di qualità strategica” e le fa crescere con
accesso preferenziale a capitale pubblico-privato, appalti, zone industriali
dedicate, standard tecnici nazionali.
È una
forma di accelerazione industriale dall’alto, ma giocata attraverso il basso.
I
punti di forza.
I
punti di forza di questo modello sono evidenti.
Primo:
velocità e scala.
L’apertura iniziale a molti concorrenti,
seguita da una rapida selezione, permette di comprimere i costi unitari,
aumentare la capacità produttiva e diffondere rapidamente una tecnologia (come è accaduto con l’elettrico e il
solare).
Secondo:
allineamento strategico.
Il profitto privato non viene lasciato libero
di muoversi ovunque, ma viene incanalato verso obiettivi pubblici considerati
“missioni nazionali”: energie pulite, autonomia tecnologica, filiere critiche.
Terzo:
ridondanza gestita.
Finché
tante imprese sono autorizzate a sperimentare in parallelo, la probabilità che
almeno alcune trovino un modello vincente aumenta, riducendo il rischio
politico di puntare tutto su un solo campione troppo presto.
Costi
e fragilità di un modello competitivo.
Ma il
modello ha anche costi e fragilità.
La
prima è la sovracapacità:
se lo
Stato non ritira gli incentivi in tempo, la produzione continua a crescere
anche quando il mercato interno è saturo e i prezzi scendono in modo
aggressivo.
Questo
spinge le imprese a riversare l’eccesso di offerta all’estero, alimentando
tensioni commerciali globali.
Il dibattito internazionale sulle esportazioni cinesi
di veicoli elettrici e pannelli fotovoltaici nasce anche da qui.
Secondo: il rischio finanziario.
Il
credito agevolato e i fondi pubblici possono tenere in vita aziende che non
sono più competitive (“campioni zombie”), con accumulo di debito e rischio di
bolle industriali locali.
Terzo:
la pressione sul costo può comprimere l’investimento nell’innovazione di frontiera a
più alto rischio tecnologico e più lungo ritorno economico, privilegiando il
miglioramento incrementale e la scalabilità rapida rispetto alla ricerca
radicale.
Quarto:
la concorrenza tra province, pur utile per l’efficienza, può produrre duplicazioni,
sovrapposizioni di progetti e talvolta investimenti infrastrutturali
ridondanti.
In
definitiva, il “socialismo con caratteristiche cinesi” è l’idea che lo Stato
rimanga il centro di comando strategico, ma che usi il mercato come motore
operativo di selezione e accelerazione industriale.
Giovanni
Arrighi (2017) lo formulava così: “si possono aggiungere tutti i capitalisti che si
desidera a un’economia di mercato, ma se lo Stato non è subordinato ai loro
interessi di classe, l’economia di mercato rimane non capitalistica”.
La
Cina, oggi, è l’esperimento più avanzato di questa impostazione: una potenza
manifatturiera e tecnologica che tenta di governare l’innovazione non solo con
la pianificazione, e non solo con il mercato, ma con una combinazione
disciplinata di entrambi.
Cina:
come il socialismo
supera
il capitalismo.
Marx21.it – (22 Ottobre 2025) - Giambattista Cadoppi – ci dice:
Per
decenni, il dibattito tra socialismo e capitalismo ha plasmato la vita
ideologica, economica e politica del mondo.
Dopo il crollo dell’URSS e delle democrazie
popolari, il socialismo è stato considerato da molti un’utopia egualitaria
incapace di garantire progresso materiale paragonabile a quello capitalistico.
Tuttavia, la Cina ha infranto questa visione
riduttiva.
Sotto
la bandiera del socialismo, il gigante asiatico ha costruito un modello
originale che combina pianificazione statale, proprietà pubblica strategica e
libertà di mercato, dando vita a una crescita economica sostenuta per oltre
quattro decenni e a conquiste sociali senza precedenti nella storia moderna.
Un
modello che coniuga efficienza e pianificazione.
Uno
dei pilastri del successo cinese è la capacità di pianificare lo sviluppo
economico a lungo termine.
Mentre nei paesi capitalistici le decisioni
economiche sono determinate da interessi privati, cicli elettorali e pressione
dei mercati finanziari, in Cina è lo Stato a definire la direzione strategica
dell’economia.
Ciò
consente un coordinamento molto più efficace di risorse, infrastrutture e
innovazione.
Il
capitalismo finanziario, intrappolato nella logica del profitto trimestrale,
genera delocalizzazione, precarietà, speculazione e bolle speculative.
La Cina, con la sua struttura politica
centralizzata, può invece realizzare in un decennio ciò che altri paesi
impiegherebbero generazioni a completare.
La rete ferroviaria ad alta velocità, le città
intelligenti e le infrastrutture per l’energia verde sono esempi concreti di
questa efficienza statale.
La
crisi finanziaria globale del 2008 rese evidente la differenza fra i modelli:
la Cina reagì con un piano di stimoli di oltre
500 miliardi di dollari, incentrato su infrastrutture e occupazione, mentre
Stati Uniti ed Europa risposero con politiche di austerità e salvataggi bancari
che aggravarono disuguaglianze e stagnazione.
La più
grande riduzione della povertà della storia.
La
Cina ha fatto uscire oltre 800 milioni di persone dalla povertà estrema in
pochi decenni, un risultato riconosciuto da ONU e Banca Mondiale.
Ciò non è avvenuto grazie al libero mercato,
ma a politiche pubbliche mirate, pianificazione centralizzata e massicci
investimenti statali.
Il
governo ha applicato un approccio territoriale alla povertà, concentrandosi
sulle aree rurali più svantaggiate, con milioni di funzionari impegnati
direttamente nelle comunità.
Gli
investimenti in infrastrutture – alloggi, strade, elettricità, acqua, internet
– hanno integrato le regioni marginali nello sviluppo nazionale, dimostrando
che senza servizi non c’è inclusione.
Laddove
i paesi capitalisti offrono programmi frammentati e condizionati dal profitto,
la Cina ha mostrato che uno Stato determinato può sradicare la povertà
strutturale in una generazione.
Socialismo
con caratteristiche cinesi.
Molti
si chiedono se la Cina sia un paese socialista o capitalista.
La risposta è che la Cina è un paese
socialista che utilizza gli strumenti del mercato per rafforzare il proprio
sviluppo.
Definirla
“capitalista” perché ha imprese private, consumi di massa e miliardari è una
semplificazione occidentale che ignora la struttura profonda del sistema.
Il
socialismo cinese si fonda su quattro pilastri:
Il
ruolo guida del Partito Comunista Cinese (PCC), centro del potere politico e
garante della direzione strategica del Paese.
La
pianificazione a lungo termine, che orienta settori chiave come tecnologia, istruzione,
sanità, ambiente e difesa.
La
supremazia dell’interesse collettivo sul profitto individuale, con
intervento statale nei conflitti fra i due.
Il
controllo statale dei settori strategici (banche, energia, trasporti,
telecomunicazioni), garanzia della sovranità economica.
Libertà
e controllo sociale.
L’idea
che in Cina manchino libertà individuali è una semplificazione.
I cittadini possono studiare, aprire imprese,
viaggiare, scegliere il proprio stile di vita e praticare liberamente la
religione.
La
cultura è dinamica e aperta, e la Costituzione garantisce diritti di
espressione e partecipazione politica attraverso le Assemblee Popolari e un
sistema meritocratico radicato nel confucianesimo.
Quanto
al controllo dei media, la Cina persegue contenuti che minacciano la sicurezza
nazionale o la coesione sociale — un comportamento non dissimile da quello di
molti Stati occidentali, dove la sorveglianza digitale è anch’essa in crescita.
Il controllo cinese, più che ideologico, è
finalizzato alla stabilità sociale e alla coesione nazionale.
Il
socialismo cinese è dunque un socialismo senza limiti al consumo, in un Paese
che produce per sé e per il mondo;
un socialismo con cittadini liberi, orgogliosi
e soddisfatti del progresso del proprio Paese;
e, per la prima volta nella storia, un
socialismo che si dimostra più efficace del capitalismo nel generare progresso
sociale ed economico.
Il
socialismo cinese come compimento del marxismo
Il
socialismo cinese è marxista in due sensi fondamentali.
Sviluppo
delle forze produttive.
Il
socialismo marxista, a differenza di impostazioni etiche o utopiche come il
fabianesimo, non rifiuta il capitalismo solo per ragioni morali, ma per
superarlo in termini di razionalità economica.
Dovrebbe sviluppare le forze produttive fino
al punto in cui la produzione abbondante rende obsoleto il valore di scambio.
Nei
paesi socialisti europei questo non è accaduto:
l’economia
è rimasta arretrata rispetto a quella capitalistica.
La Cina, invece, sviluppando forze produttive
d’avanguardia, ha realizzato l’aspetto più autentico del marxismo, dimostrando
che il socialismo può essere economicamente più dinamico del capitalismo.
Esperienza
storica e adattamento.
Secondo la tradizione del Comintern, il
marxismo non è una dottrina astratta ma un’esperienza storica vivente del
movimento dei lavoratori. Il socialismo cinese è vitale perché ha imparato
dall’esperienza propria, da quella di altri paesi socialisti e perfino da
quelle capitaliste.
Il
marxismo cinese è una sintesi storica di successi, errori e sperimentazioni
concrete:
non
teoria astratta, ma prassi storica che ha portato risultati tangibili come la
vittoria contro la povertà.
Superare
la crisi del socialismo reale.
Il
modello cinese sembra avere risolto i problemi strutturali che avevano
determinato la crisi del socialismo sovietico e delle democrazie popolari. Ciò che molti in Occidente scambiano
per “liberismo” o “neo-keynesismo” è in realtà la specificità del socialismo di
mercato cinese, nel quale anche le imprese statali competono tra loro,
garantendo efficienza e dinamismo. Questo sistema supera sia il socialismo sovietico,
stagnante per assenza di mercato, sia il socialismo di mercato dell’Europa
orientale, che si era ridotto a un’economia mista con concorrenza debole e
proprietà statale eccessiva.
Le
imprese statali dei paesi capitalistici (quando ancora esistevano) hanno
sofferto spesso di inefficienza e scarsa redditività;
quelle
cinesi, invece, operano in un ambiente competitivo e pianificato, che ne
accresce la produttività.
L’economia
cinese è oggi una delle più dinamiche al mondo, superando in continuità e ritmo
di sviluppo le economie capitalistiche più avanzate.
La
società cinese è inoltre una delle più aperte e liberali tra i paesi
socialisti, impegnata nella costruzione di un autentico Stato socialista di
diritto e di una democrazia consultiva e deliberativa capillare.
Sul
piano internazionale, la “Nuova Via della Seta” rappresenta la proiezione
esterna di questa visione:
cooperazione, infrastrutture e
interconnessione come strumenti di sviluppo condiviso.
L’Occidente
e il paradosso della critica sterile.
Il
marxismo nacque in Occidente per spiegare le società industriali avanzate, ma
il socialismo ha trionfato in paesi arretrati.
Oggi, paradossalmente, proprio in Occidente il
socialismo è uscito dal dibattito politico, mentre alcuni si arrogano il
diritto di insegnare ai cinesi come si costruisce il “vero socialismo”.
Invece
di domandarsi perché i partiti marxisti sono scomparsi dalle società
occidentali, molti intellettuali preferiscono criticare chi sta realmente
sperimentando modelli socialisti efficaci.
La
logica vorrebbe che chi ha realizzato un socialismo funzionante potesse
insegnare qualcosa a chi non ci è mai riuscito.
Ma
l’Occidente, imprigionato in un atteggiamento di critica permanente, ha
smarrito la dimensione propositiva.
Se
fosse per le sole critiche, il capitalismo sarebbe morto da decenni.
La
sinistra occidentale, incapace di produrre alternative concrete, osserva con
sospetto chi, come la Cina, costruisce passo dopo passo un socialismo moderno,
efficiente e stabile.
I
comunisti cinesi sono degli sperimentatori ma la sinistra peripatetica (o forse
semplicemente patetica) occidentale si rifiuta di guardare il mondo attraverso
il cannocchiale di Deng pensando che il cielo del socialismo sia formato da
sfere di cristallo immutabili.
In
sintesi: la Cina ha dimostrato che il socialismo può non solo sopravvivere al
capitalismo, ma superarlo in efficienza, sviluppo e capacità di risolvere i
problemi sociali.
È un
socialismo pragmatico, nazionale e moderno — un sistema che, pur rimanendo
fedele al marxismo nella sua essenza storica e produttiva, ne ha adattato la
forma alla realtà del XXI secolo.
Sulla
NATO incombe una sconfitta
strategica. Intervista esclusiva al
gen. Marco Bertolini.
Marx21
– (14 Novembre 2025) - lantidiplomatico.it
– Redazione – ci dice:
Intervista
esclusiva de “L’Antidiplomatico” al gen. Marco Bertolini.
Generale,
la NATO, fondata con i presupposti di un’alleanza difensiva, sembra essere
stata radicalmente trasformata dalla guerra in Ucraina. Si può affermare, secondo lei, che la
NATO stia cercando una nuova vita scommettendo sulla guerra permanente?
La
trasformazione è antecedente a quest’ultima guerra.
Già
con la fine della Guerra Fredda un’alleanza difensiva contro un nemico che di
fatto si era arreso non aveva più senso.
La Germania in quel momento venne abbandonata
da buona parte dei contingenti internazionali che la occupavano, non solo nella
sua partizione orientale e comunista, ma anche in quella occidentale.
Rimase
soltanto una forte presenza statunitense a conferma dell’interesse di
Washington di mantenere la presa sul Vecchio Continente.
L’Alleanza Atlantica da parte sua parve darsi
un’altra funzione, passando dalla difesa comune all’esportazione del modello
occidentale e americano, con le cosiddette operazioni di pace, prima tra tutte
quella nei Balcani, nei quali sorse un nuovo “muretto di Berlino” in Bosnia tra
Federazione croato-musulmana appoggiata dalla Nato e Republika Srpska
appoggiata da Belgrado.
Successivamente, un altro muretto venne eretto
per dividere Kosovo e Serbia, approfittando dell’impotenza russa a proteggere
gli interessi del proprio alleato di riferimento nei Balcani.
Ma è
certamente ora, con la guerra in Ucraina, che la Nato dimostra più chiaramente
quella che è la sua funzione di strumento di pressione nei confronti di quel
continente euroasiatico che per “Mackinder” era l’”Heartland”, la porzione di
mondo da contenere e controllare per avere il dominio globale.
Certamente,
quello che possiamo osservare è che nel caso specifico, la fine della guerra
rappresenterebbe una sconfitta per la Nato e per tutto quello che è l’Occidente
collettivo, per quanto è stato investito in una guerra che doveva provocare una
“sconfitta strategica” per Mosca.
Sconfitta
strategica che invece, sul campo, pare incombere ora sulla Nato stessa, anche
se ci sono altre aree “predisposte” per riproporre lo stesso scontro con Mosca,
a partire dal Baltico, al Caucaso e ai Balcani stessi dove le frizioni per
interposto Stato con Mosca sono pronte a scattare.
Insomma, non sappiamo come e quando finirà la
guerra in Ucraina, anche se la disparità di forze sul campo lascia poche
illusioni a Londra, Washington e Bruxelles;
ma
quello che è certo è che non finirà con essa lo scontro al quale siamo
assistendo.
Prima
di Donald Trump nessun presidente degli Stati Uniti aveva messo in dubbio
pubblicamente l’esistenza della NATO.
C’è un
nesso, a suo avviso, tra certe dichiarazioni ed i conflitti di Donald Trump con
lo stato profondo o con una parte dell’élite finanziaria?
È
molto difficile interpretare il pensiero di Trump, sfrondandolo di tutte le
contraddizioni, accelerazioni e successive inversioni di marcia che ci sta
mostrando.
Credo
che sostanzialmente lui percepisca l’inimicizia irriducibile dello Stato
Profondo statunitense che resiste ad ogni suo tentativo di imprimere una
diversa direzione alla politica USA, soprattutto con riferimento alla funzione
di poliziotto mondiale di cui si era rivestita in passato e che lui disdegna.
Quello
che traspare certamente è un disinteresse, anzi quasi un disprezzo, per la Nato
e per l’Unione Europea, evidenziato in particolare col suo recente cambiamento
apparente di posizione sulle possibilità di vittoria dell’Ucraina.
Tende, invece, a considerare queste due realtà
più come “clienti” ai quali affibbiare i suoi costosissimi prodotti, a partire
dal GNL e per arrivare alle armi, visto che ci tengono così tanto a mantenere
in vita una guerra in Ucraina che non è nei suoi interessi prioritari.
Il che
non significa che non sia anch’esso interessato ad avere una Russia indebolita,
con la quale però avere rapporti da una posizione di forza in un mondo che
riconosce essere destinato a diventare multipolare.
In
questo contesto, pare degno di nota il suo recente post col quale affermava che
“after
getting to know and fully understand the Ukraine/Russia Military and economic
situation…. Ukr with the support of EU (nota: with the support of EU) is in
position to fight and win……” concludendo però con un “I wish both countries
well. We will continue to supply weapons to Nato for Nato to do what they want
with them. Good luck to all!”.
Un’affermazione
che sembra più una sarcastica presa di distanza dall’Alleanza (l’uso del
termine “they” è emblematico) e un lavarsi le mani per quello che l’Unione
Europea vuol fare.
Sempre
più spesso la NATO assomiglia all’ufficio vendite dell’industria militare degli
Stati Uniti:
a
questo proposito l’Unione Europea aveva offerto la propria disponibilità ad
acquistare dei sistemi di difesa antiaerea ed i missili Tomahawk a beneficio
dell’Ucraina.
Ma
Donald Trump ha scartato quest’ipotesi. Perché?
Trump
può sembrare pazzo, ma non lo è e sa benissimo che la cessione dei Tomahawh
all’Ucraina coinvolgerebbe gli USA nel conflitto in Ucraina molto più
direttamente di quanto non siano già coinvolti ora, con quella che definisce la
“guerra di Biden”.
Questo coinvolgimento sarebbe conseguenza
della necessità da parte degli ucraini di delegare l’impiego di quei missili a
personale militare americano, trattandosi di sistemi d’arma per i quali la mano
e l’occhio statunitensi sono indispensabili.
E
questo Putin lo sa e l’ha già detto da tempo.
Inoltre,
il Tomahawk è idoneo anche a portare testate nucleari, e ogni suo lancio
potrebbe essere interpretato come minaccia strategica, innescando una reazione
devastante, anche se in realtà fosse con una testa di guerra convenzionale.
Per
ora, quindi, Trump pare restio a fare questo ulteriore passo verso una
spiralizzazione che sarebbe difficile da fermare, scontrandosi però con il
terrore della Commissione Europea e di alcuni paesi dell’Unione di rimanere col
cerino in mano in caso di una fine delle ostilità che li relegano al ruolo
degli sconfitti.
Per
questo, non è ancora detta l’ultima parola e non si può escludere un altro
ribaltamento di fronte, con una decisione di Trump a favore di una cessione di
tali sistemi che potrebbe aprire la scena a prospettive ancora più drammatiche.
Insomma,
speriamo che il Titanic non colpisca l’iceberg che biancheggia sempre meno
debolmente poche miglia a prua nella notte.
Il
ministro della Difesa tedesco “Boris Pistorius “ha chiesto al Bundestag
provvedimenti per reintrodurre in Germania il servizio militare obbligatorio.
Come valuta queste dichiarazioni? Quali
conseguenze può avere per l’Europa una decisione di questo tipo?
Il
servizio militare obbligatorio, la cosiddetta leva, era stato sospeso (non
abolito) anche in Italia all’inizio del millennio.
Il provvedimento traeva spunto dal
convincimento errato che il progresso scientifico e tecnico, nonché,
l’espandersi della democrazia, relegasse le Forze Armate per lo più a
Operazioni di Pace e comunque a bassa intensità.
Per
far fronte a queste esigenze, quindi, si riteneva che un Esercito di
professionisti in grado di interfacciarsi efficacemente con le tecnologie
correnti fosse sufficiente, non rendendo più necessario il riferimento ai
classici principi dell’Arte della Guerra del passato e che, per fortuna,
vengono ancora insegnati in tutte le Accademie.
E tra
questi principi, quello della Massa continua a sussistere a piena dignità a
fianco a quelli del Fuoco, della Manovra, della Riserva e della Protezione.
In particolare, la guerra in Ucraina ha
dimostrato, con la sua virulenza e con la sua continua necessità di “carne da
cannone” da mobilitare per ripianare perdite sempre più ingenti sulla liea del
fronte, l’ingenuità dell’ideologia progressista secondo la quale, per dirla con
“Francis Fukuyama”, la Storia è finita, assieme a quella antica festa crudele
della guerra, grazie all’espandersi globale delle democrazie occidentali.
Naturalmente,
i singoli Paesi stanno facendo i conti con questa vecchia-nuova realtà,
cercando di tornare sui passi di una progressiva smilitarizzazione che li
lascerebbe privi degli strumenti principali per l’affermazione della propria
sovranità:
Forze
Armate credibili, appunto.
Per
questo, soprattutto da sinistra si registra una sorprendente attenzione per le
tematiche militari anche a costo di sfociare in un bellicismo ridicolo e
irritante che contraddice decenni di retorica pacifista, nello sforzo disperato
di deviare a livello europeo un potenziamento militare che per costruzione
avrebbe nelle singole Patrie il proprio esclusivo riferimento.
Da qui, i continui appelli per una “difesa
comune”, un “esercito europeo” che prevenga un rafforzamento delle sovranità
nazionali, percepite sia da sinistra, che dal centro, nonché anche da larghi
settori della destra come un male da evitare.
La
militarizzazione dell’economia sembra possibile solo con dei consistenti tagli
alla spesa sociale.
Crede che gli italiani siano disposti ad
accettare certi sacrifici per aumentare le spese militari e per armare
l’esercito ucraino?
Credo
che ci siano eventi, come le guerre, ma anche i terremoti e le alluvioni, che
prescindono dalla disponibilità popolare ad accettarle.
Ne abbiamo l’esempio con quello che sta
accadendo in Europa nonostante che le opinioni pubbliche siano quasi
unanimemente contrarie alla continuazione della guerra.
E
questo vale anche per i tagli alla spesa sociale che l’impresa bellica, o anche
solo – speriamo – la sua evocazione, può imporre.
Di
fronte alla domanda “volete burro o cannoni?” la scelta della piazza può essere
spesso per i secondi, mentre nelle case si opta sempre per il primo,
soprattutto in caso di guerre non finalizzate all’affermazione degli interessi
vitali e diretti nazionali come nel caso in questione. Figuriamoci se poi si trattasse di
spese a favore di un Esercito straniero come nel caso di quello ucraino.
Ma il nostro paese, come gran parte degli
altri, sta soffrendo di un deficit di sovranità veramente invalidante, iniziato
con l’adozione di una moneta che non possiamo “gestire” secondo le nostre
necessità, che rende particolarmente corta la catena alla quale siamo legati.
La
stranissima unanimità con la quale tutte le leadership europee si sono
schierate dall’inizio contro una fine negoziata della guerra la cui
continuazione impattava visibilmente contro i nostri stessi interessi, è
indicativa a questo riguardo.
L’amministrazione
Trump si era detta pronta a tenere a Budapest un vertice con quella del
Cremlino, malgrado le ormai frequenti dichiarazioni di Macron, Stormer e Merz
sul pericolo di un’invasione russa.
Perché
secondo lei gli Stati Uniti non sembrano credere a questa minaccia?
Che la
Russia non abbia l’interesse né la possibilità di minacciare l’Europa lo si
deve a ragioni demografiche, economiche e politiche.
Da un punto di vista demografico, un paese di
146 milioni di abitanti e con territorio enorme e che va dall’Europa al
Pacifico non ha certamente la possibilità di cercarsi rogne al di fuori della
sua area.
Può
certamente distruggerci con il suo armamento nucleare ma non avrebbe il
personale per controllare il nostro territorio né per avere la meglio di
popolazioni molto più numerose.
Inoltre, la Russia è anche un paese europeo e
risentirebbe direttamente sul proprio territorio delle conseguenze della rovina
del nostro, la cui ricchezza rappresenta invece una risorsa sulla quale
investire.
Venendo all’aspetto economico, questo vale anche per
un alleato della Russia, la Cina, che proprio su un’Europa florida ha investito
con la sua Via della Seta per trarre profitti.
Da
un’Europa in rovina e distrutta non potrebbe trarre nulla.
Infine,
da un punto di vista politico, la Russia ha bisogno di un rapporto con
l’occidente europeo per non essere velocemente fagocitata dall’oriente a
trazione cinese che schiaccerebbe la natura europea della sua classe dirigente.
Perché
la situazione sul fronte
ucraino
è così drammatica:
la
vera urgenza di Putin, al
quarto
inverno di guerra.
Msn.com
– Corriere Della Sera – (14 -11 – 2025) – Redazione -Storia di Federico Rampini
– ci dice:
Perché
la situazione sul fronte ucraino è così drammatica: la vera urgenza di Putin,
al quarto inverno di guerra
Perché
la situazione sul fronte ucraino è così drammatica? Dietro l’urgenza di Putin,
giunto al quarto inverno di un’offensiva che doveva durare… quindici giorni,
c’è un imperativo geopolitico:
bloccare
i preparativi per l’adesione di Kiev all’Unione europea.
Benché
quell’adesione non sia comparabile ad un eventuale ingresso nella Nato (che non
è in agenda), tuttavia per Putin rappresenterebbe una perdita incancellabile,
un fiasco totale.
Se
riesce a fermare quel processo, l’autocrate russo ha poi in mente un piano in
più fasi per soggiogare gradualmente Kiev, infine reintegrare l’Ucraina nella
sfera d’influenza russa.
Nel
frattempo deve convincere tutti – la popolazione ucraina, gli europei, in
America sia Trump che il Congresso e il Pentagono, infine il suo stesso
entourage moscovita – che il tempo è dalla sua parte.
Cosa
tutt’altro che certa.
Prendo
questo scenario da un’acuta analisi di un esperto militare britannico, “Jack
Watling”, ricercatore al Royal United Services Institute di Londra.
L’ha pubblicata sulla rivista americana “Foreign
Affairs” con il titolo “L’inverno più difficile per l’Ucraina”.
Eccovi
la mia sintesi.
Mentre
la guerra in Ucraina entra nel suo quarto inverno, paradossalmente il tema
dominante nelle capitali occidentali è il «dopo»: scenari di cessate il fuoco,
piani di ricostruzione, garanzie di sicurezza, promesse di ingresso nell’Unione
Europea e nella Nato.
Sul
campo, la realtà si muove in direzione opposta. La Russia non sta rallentando,
sta accelerando.
Mentre i governi discutono di negoziati, Putin
cerca di imporre con le armi una soluzione che renda quei negoziati inutili: la
ratifica di una sconfitta ucraina.
Per
capire dove stiamo andando, vale la pena di partire da un luogo che quasi
nessuno in Europa saprebbe collocare su una mappa:
Pokrovsk,
nodo logistico nel Donbass.
Mosca
progettava di occuparla entro novembre 2024.
È in ritardo di un anno, ma ora è sul punto di
farcela.
I russi avanzano tra edifici sventrati,
macerie ghiacciate, palazzi vuoti che diventano postazioni di tiro.
I
droni di Mosca tagliano le vie di rifornimento, le truppe ucraine difendono
casa per casa, avendo inflitto nei mesi scorsi perdite enormi: oltre 20 mila
soldati russi uccisi al mese, secondo le stime più accreditate.
Eppure
la marea, lentamente, sale.
Pokrovsk
non è un’eccezione, è un simbolo.
A nord e a sud, le linee ucraine vengono
«stirate», piegate, trasformate in sacche.
I
russi sono alle porte di Kostyantynivka.
Usano
droni guidati a filo e bombe plananti non solo contro obiettivi militari ma per
spopolare i centri abitati man mano che entrano nel raggio d’azione:
lo
hanno fatto a Kherson, ora replicano la stessa strategia su Kramatorsk e
possono minacciare il cuore industriale di Zaporizhzhia.
Se il
Donbass cade, il prossimo obiettivo logico è Kharkiv, la seconda città del
Paese.
Mentre
tutto questo accade, la conversazione globale si concentra sulla parola magica:
«negoziato».
È una parola rassicurante, che parla alla
nostra stanchezza, alla nostra inquietudine di europei spettatori di una guerra
lunga, costosa, incomprensibile per chi non conosce la storia di questa
regione.
Ma a
Mosca la parola «negoziato» significa qualcos’altro: guadagnare tempo, cambiare
i fatti sul terreno, logorare la resistenza ucraina, spaccare l’unità
occidentale.
In
questi mesi Kiev non ha chiuso la porta al dialogo.
Al
contrario, la leadership ucraina ha mandato più volte segnali di disponibilità.
È
Mosca che non si è mossa di un millimetro dalle sue pretese massimaliste.
Nella versione russa, qualsiasi sospensione
dei combattimenti dovrebbe avvenire a spese della sovranità ucraina, sancendo
come irreversibile la perdita di territori e il diritto di Mosca di intervenire
di nuovo.
Finché
l’aggressore è determinato a proseguire, il Paese aggredito non ha scelta: può
soltanto continuare a combattere.
C’è
poi un elemento che spesso in Occidente non vogliamo guardare in faccia:
il
comportamento della comunità internazionale, in particolare degli alleati, ha
incoraggiato Putin a proseguire.
Il
calo dell’assistenza militare e tecnica statunitense – segnali di stanchezza
del Congresso, polemiche sulla durata del sostegno – hanno alimentato nel
Cremlino la speranza di poter esaurire le riserve ucraine di munizioni e di
energia.
L’Europa,
dal canto suo, ha parlato sempre più di quale architettura di sicurezza offrirà
all’Ucraina «dopo la guerra», con una «coalizione dei volenterosi» pronta a
mettere truppe sul terreno una volta firmato un cessate il fuoco.
Il
risultato, dal punto di vista di Mosca, è semplice: prolungare la guerra
diventa il modo migliore per impedire proprio quell’integrazione euro-atlantica
che l’Ucraina cerca dal 2013.
Qui
tocchiamo il punto centrale.
La
Russia non combatte solo per un corridoio di terra verso la Crimea, per il
controllo del Mar Nero, per qualche oblast in più o in meno.
Combatte
per impedire che l’Ucraina diventi definitivamente parte dell’Occidente, della
sua economia, dei suoi sistemi di sicurezza.
L’obiettivo
strategico di Putin non è solo territoriale, è geopolitico:
riportare
Kiev nella propria orbita, svuotarne la sovranità dall’interno.
Ecco
perché il Cremlino guarda con ostilità non solo alla Nato ma anche all’Unione
Europea.
La Russia non vuole che l’Ucraina si integri
con l’Europa e con le sue strutture di sicurezza:
dopotutto,
l’invasione del 2022 ha le sue origini nel 2013, quando Mosca fece pressioni
sul presidente ucraino di allora, Viktor Yanukovych”, affinché non firmasse
l’accordo di associazione con l’Unione Europea.
Se un cessate il fuoco rende imminente questa
integrazione, come suggeriscono i leader europei della coalizione dei
volenterosi, allora la Russia ha un fortissimo incentivo a evitare un cessate
il fuoco.
Se
accettiamo questo punto di partenza, diventa più chiaro anche il piano di lungo
periodo che Putin insegue.
Il suo
obiettivo strategico è di soggiogare l’Ucraina in tre fasi.
Eccolo
nei dettagli, secondo “Watling”:
«Primo,
Mosca mira a occupare o distruggere abbastanza territorio ucraino da garantire
che ciò che resta del Paese sia economicamente sostenibile solo con
l’acquiescenza della Russia.
I pianificatori russi ritengono che ciò potrebbe
essere ottenuto se la Russia mantenesse i quattro oblast che ha già annesso e
aggiungesse Kharkiv, Mykolaiv e Odessa, il che taglierebbe di fatto l’Ucraina
fuori dal Mar Nero.
In
queste condizioni, il Cremlino cercherebbe un cessate il fuoco, nella
convinzione di poter poi condurre una seconda fase, in cui sfruttare leva
economica e guerra politica, sostenute dalla minaccia di una nuova invasione,
per esercitare controllo su Kiev.
Nella
fase finale, la Russia assorbirebbe l’Ucraina nella propria orbita in modo
analogo alla Bielorussia».
È un
programma che ricorda altri capitoli della storia europea: la riduzione
territoriale e l’asfissia economica come preludio per soggiogare una nazione e
ridurla in uno stato di vassallaggio, fino all’assorbimento finale.
C’è
una logica fredda, quasi amministrativa, dietro la ferocia delle battaglie di
Pokrovsk o di Kherson.
Mosca
sa di essere ancora lontana dal completare la prima fase, ma conta sul
logoramento progressivo delle forze ucraine:
meno
fanteria addestrata, meno capacità di tenere una linea difensiva continua, più
vulnerabilità di fronte a un nemico che, per ora, resta all’offensiva.
Questa
strategia ha però anche i suoi limiti.
La
Russia ha finora sostenuto la guerra con un massiccio ricorso ai volontari,
comprati con bonus e indennizzi promessi alle famiglie.
Nel
2024 sarebbero stati reclutati circa 420 mila uomini, più di 300 mila nel 2025.
Ma il
bacino di chi è disposto a rischiare la vita per un premio in denaro non è
infinito.
Le
cifre del reclutamento sono già in calo, e le autorità hanno iniziato a usare
metodi più coercitivi.
A un
certo punto il Cremlino dovrà cambiare modo di combattere – riducendo l’uso di
ondate di fanteria sacrificate – oppure inventare un altro modello di
mobilitazione.
C’è
poi il limite economico.
Finché
la Russia riesce a vendere petrolio, gas e materie prime, ha la liquidità
necessaria per comprare armamenti e pagare gli stipendi dei soldati.
Ma il
calo dei prezzi del petrolio nel 2025 ha cominciato a pesare sulle riserve.
Gli
attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie hanno già colpito la
capacità di raffinazione interna e la disponibilità di carburante.
Se a
questo si aggiungesse una vera stretta occidentale sulla cosiddetta «flotta
ombra» – la rete di petroliere vetuste che trasportano il greggio russo verso
India e Cina eludendo le sanzioni – la Russia potrebbe trovarsi nel 2026
davanti a un problema di cassa molto serio.
Fino
ad oggi le misure europee e americane contro questa flotta sono state timide,
più simboliche che sostanziali.
Eppure
è qui che l’Occidente avrebbe un’arma potentissima, forse più efficace di tante
dichiarazioni altisonanti sulla «fermezza» a lungo termine.
Bloccare
davvero, in modo coordinato, il passaggio delle petroliere della flotta ombra
attraverso lo Stretto di Danimarca significherebbe colpire il cuore del sistema
di finanziamento della guerra, senza necessariamente provocare un’esplosione
dei prezzi, perché altri produttori OPEC sarebbero pronti a raccogliere la
domanda.
(E qui
può risultare prezioso l’asse Usa-Arabia, il rapporto stretto fra Donald Trump
e Mohammed Bin Salman).
In
parallelo, l’Ucraina sta cercando di migliorare l’efficacia della propria
campagna di attacchi profondi.
Finora la difesa aerea russa ha abbattuto fino
al 95 per cento dei droni, e non tutti quelli che arrivano a destinazione
producono danni significativi.
Ma
Kiev sta accumulando missili da crociera di progettazione nazionale, capaci di
colpire una gamma più ampia di obiettivi. Se questi sistemi verranno utilizzati
contro infrastrutture di esportazione di petrolio e gas, la pressione su Mosca
crescerà.
Sul
fronte ucraino, il tallone d’Achille non è tanto la mancanza di uomini in età
militare, quanto la capacità di trasformarli in unità combattenti efficaci.
L’addestramento
effettuato finora fuori dal Paese ha dato risultati deludenti, perché le unità
non hanno potuto saldarsi davvero con i loro comandi e con l’equipaggiamento
che poi avrebbero usato al fronte.
Una
delle proposte che circolano nelle capitali europee è il passaggio a un
addestramento «in teatro»:
istruttori europei che operano dentro
l’Ucraina, coordinati dai comandi ucraini, su equipaggiamenti che poi verranno
effettivamente impiegati.
È una
soluzione che comporta rischi – gli istruttori diventerebbero bersagli perfetti
per Mosca – ma finora i russi hanno avuto scarso successo nel colpire questo
tipo di obiettivi, e il guadagno in termini di qualità delle forze ucraine
potrebbe essere decisivo.
Infine
c’è la questione dell’inverno che arriva.
La
Russia sta producendo più missili che mai, la rete elettrica ucraina è già oggi
incapace di alimentare in modo continuo il Paese:
anche
nel centro di Kiev la corrente manca per ore ogni giorno. Il riscaldamento
funziona, ma le temperature scendono.
Mosca
punta, oltre che sul logoramento militare, su uno stress estremo della
popolazione civile:
blackout
prolungati, città di prima linea svuotate, fuga di famiglie dalle aree più
esposte.
Se
questa strategia riuscisse, la Russia potrebbe trovarsi in posizione di
costringere l’Ucraina a una resa di fatto nel 2026.
Non è
inevitabile.
L’analisi
più realistica suggerisce un’altra via: se l’Ucraina riuscirà a tenere le linee
difensive ancora un anno, e se in quello stesso arco di tempo l’Occidente saprà
trasformare le sanzioni da rito simbolico in vera pressione economica – sulla
flotta ombra, sulle esportazioni energetiche, sulle capacità industriali –
allora il Cremlino comincerà a intravedere il rischio di una crisi di lungo
periodo in cui i costi superano i benefici attesi.
Il
cessate il fuoco arriverà quando la Russia sarà convinta di essere su una
traiettoria insostenibile.
Fino ad allora, il compito degli alleati è duplice:
dare all’Ucraina i mezzi per resistere, e convincere Putin che il tempo non è
più dalla sua parte.
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