Cyber attacco preventivo.
Cyber
attacco preventivo.
Lo Zar
sfida Europa e Usa: nessuna
concessione,
pronti altri due anni di guerra.
Msn.com – Il giornale – Redazione – (02-12
-2025) - Gian Micalessin – ci dice:
Lo Zar
sfida Europa e Usa: nessuna concessione, pronti altri due anni di guerra.
Vladimir
Putin difficilmente parla a caso. E raramente tralascia i propri obbiettivi.
Per capirlo basta riascoltarsi il discorso pronunciato alla Conferenza di
Monaco del 2007.
Con
quell'intervento ruppe i ponti con Occidente e Nato accusati di allargare la
propria sfera d'influenza ai danni della Russia.
Diciotto
anni dopo è convinto di poter realizzare gli obbiettivi di Monaco ripetuti, con
ancor più enfasi, alla vigilia della cosiddetta "Operazione
Speciale".
Non a
caso ieri ha imposto un'ora di attesa agli emissari americani Steve Witkoff e
Jared Kushner presentatisi al Cremlino con un piano negoziale rivisto in base
alle richieste ucraine ed europee.
E per
farlo capire Putin si è fatto precedere dall'eco di una plateale sfida al
Vecchio Continente.
"L'Europa - ha detto - non ha nessun
piano per l'Ucraina, intende solo combattere con la Russia. Ma se loro
inizieranno la guerra, noi siamo pronti.
Anche
subito".
La
sfida al Vecchio Continente e le umilianti attese imposte a “Witkoff” e “Kushner”
nascondono obiettivi precisi.
Il
primo è far capire che nessun piano rivisto in base alle richieste di Londra,
Parigi o Berlino avrà la minima speranza di successo.
Il
secondo è che l'apertura di Washington, per quanto apprezzata, non prelude a
risultati immediati, ma solo a un lungo e complesso processo negoziale.
Un processo che nei piani del Cremlino deve
garantire non solo acquisizioni territoriali, ma anche la totale revisione
della cosiddetta "geografia della sicurezza" europea.
Putin,
insomma, non si accontenta di annettersi i territori già conquistati degli
"oblast" di Kherson, Zaporizhzhia e Lugansk o di pretendere il ritiro
di Kiev da quel 25 per cento del Donetsk ancora sotto il suo controllo.
E
neppure dell'impegno Usa di tenere l'Ucraina fuori dalla Nato riducendone le
capacità militari.
Per
chiudere la guerra il presidente russo ne pretende la completa
smilitarizzazione e la trasformazione in uno stato cuscinetto condannato a
delimitare simbolicamente le sfere d'influenza di Washington e Mosca.
Neanche
questi obiettivi, assai più rigorosi e intransigenti rispetto a quelli
prospettati nel vertice di Anchorage, sono frutto del caso.
La scelta di Trump di sottoporre agli alleati
europei i punti discussi in Alaska infastidì non poco il presidente russo che -
come spiegato a” Il Giornale” da fonti vicine al Cremlino - pretese dai suoi
consiglieri militari ed economici una dettagliata valutazione della capacità di
continuare la guerra senza rischiare la bancarotta, la mancanza di armamenti o
un generalizzato malcontento.
Il responso, arrivato ai primi di ottobre,
garantirebbe, anche in caso di nuove e più dure sanzioni Usa, un'autonomia
finanziaria e strategica di due anni accompagnata da una contenuta erosione dei
consensi.
Sulla
base di quel responso Putin gioca ora la sua partita con i negoziatori
americani e l'Europa.
L'invito ai soldati a prepararsi ad un inverno
di combattimenti è il segnale di un'offensiva che non si fermerà oltre Pokrovsk
o Kupyansk, ma proseguirà verso Kramatorsk e Sloviansk, gli ultimi due centri
del Donetsk ancora in mani ucraine.
La minaccia di isolare Kiev dal mare prefigura
un'avanzata sul porto di Odessa già inserito negli obbiettivi originari
dell'Operazione Speciale. Insomma Putin è convinto di possedere non solo il
tempo e la forza, ma anche la legittimazione politica garantitagli dalla
corruzione del governo di Zelensky e dalla volontà trumpiana di sottoscrivere
con Mosca non un semplice cessate il fuoco, ma nuove alleanze finanziarie e
commerciali.
E
proprio per questo non ha, per ora, nessuna intenzione di fermarsi.
Ucraina,
infatti la caduta di Pokrovsk aprirebbe quattro nuove direttrici per l'avanzata
russa.
La
conquista di Pokrovsk - non ancora confermata ufficialmente - è percepita da
Mosca come un punto di svolta strategico.
La mossa non varrebbe infatti solo per il
controllo territoriale immediato ma soprattutto per la serie di possibilità
operative che ne derivano.
Il controllo della città, secondo le fonti
russe, libera forze significative dell'esercito, principalmente quelle del
raggruppamento "Centro", che possono ora essere ridistribuite per
aggirare le linee difensive ucraine.
Quattro
direttrici per l'avanzata e la zona cuscinetto.
La
strategia russa punta a sfruttare il successo per un'avanzata su più assi,
principalmente indirizzata a colpire le difese ucraine dove queste non sono
state preparate.
In primo luogo, l'obiettivo immediato è
mettere pressione su “Grishino”.
La
caduta di questo centro è cruciale per interrompere il flusso di rinforzi che
riforniscono l'agglomerazione Pokrovsk-Mirnograd.
Una
volta liberata “Grishino”, si aprirebbe la via verso ovest lungo la strada E50,
fino al confine con l'oblast di Dnepropetrovsk.
Prendere il controllo di questa tratta è
fondamentale per Mosca per formare una zona di buffer confinaria analoga a
quella realizzata più a sud.
In
secondo luogo, da Pokrovsk (che fino al 2016 si chiamava Krasnoarmeysk) si
delinea una chiara possibilità di avanzare a nord verso la città di Dobropole,
che aveva una popolazione prebellica di circa 30 mila persone.
La
conquista di Dobropole permetterebbe alle truppe russe di accedere alla strada
T0514 e, potenzialmente, di uscire sulla linea Druzhkovka - Kramatorsk -
Slaviansk da ovest.
Questo
asse rappresenta una minaccia significativa, poiché, secondo le analisi russe,
il nemico non si è preparato alla difesa da questo lato, avendo concentrato le
fortificazioni contro un avanzamento da sud e da est.
Scienza
o Propaganda?
Conoscenzealconfine.it
– (3 Dicembre 2025) - Redazione Assis – ci dice
Come
l’industria ha trasformato la ricerca in un’arma e il dissenso in un crimine.
In
Italia siamo abituati a pensare che “la scienza” sia una sorta di entità
neutrale, superiore, immune da pressioni e condizionamenti ma la realtà è molto
meno rassicurante.
Oggi
la scienza non è minacciata da chi fa domande, bensì da chi impedisce che
vengano poste.
Perché
quando non si possono controllare i dati, discutere le prove o mettere in
discussione le versioni ufficiali senza subire attacchi, non siamo più nel
campo della scienza.
Siamo nella propaganda.
Un
Sistema Costruito sulla Dipendenza dall’Industria.
Università,
ospedali, fondazioni, centri di ricerca italiani: tutti competono per ottenere
finanziamenti privati; è la conseguenza di anni di tagli alla ricerca pubblica.
Il
risultato? Non è l’industria che si adatta alla scienza, è la scienza che si
adatta all’industria.
E così
ciò che si studia, ciò che si pubblica, e ciò che si deve tacere dipendono
spesso da chi paga.
Non è un’opinione: è la semplice mappa dei flussi
economici.
Un
esempio clamoroso riguarda i farmaci per abbassare il colesterolo.
I dati
grezzi dei principali studi clinici non sono mai stati resi disponibili eppure
linee guida, protocolli e campagne di prevenzione italiane si basano proprio su
quelle analisi inaccessibili.
La
regola è semplice: controlli i dati, controlli la verità.
Negli
Stati Uniti il meccanismo porta un nome: user fees, “tasse pagate dalle aziende” ai
regolatori per velocizzare l’approvazione dei farmaci.
In Australia la TGA vive quasi interamente di
fondi privati.
Ed è
ingenuo pensare che in Italia sia tutto diverso:
anche
l’AIFA dipende in parte dalle stesse aziende che dovrebbe valutare e, se
necessario, fermare.
Lo
schema è sempre quello: politiche di “fast track” (corsia accelerata), studi
più brevi, prove più deboli, controlli post-marketing quasi simbolici.
Basta ribattezzare tutto con la parola
“innovazione” e la critica viene zittita.
Negli
anni siamo stati bombardati dalla narrativa secondo cui la depressione
deriverebbe da un “squilibrio chimico” del cervello.
Questa teoria – nata negli USA come slogan
pubblicitario più che come risultato di solide prove – è stata ripetuta in
Italia da giornali, associazioni, clinici, eppure oggi le ricerche più robuste
mostrano che non esistono prove consistenti di una carenza di serotonina come
causa primaria della depressione.
Nonostante
questo, il consumo di antidepressivi in Italia è esploso.
È un
caso da manuale di come il marketing diventi “missione sanitaria” semplicemente
ripetendo una formula rassicurante.
La
Censura Elegante: Non ti Arrestano… ti Silenziano.
Oggi
non serve minacciare fisicamente uno scienziato per metterlo a tacere, esistono
strumenti molto più raffinati:
– fact-checker che non verificano, ma delegittimano,
– comitati editoriali che ritirano studi non perché falsi,
ma perché scomodi,
–
accuse generiche di “disinformazione” rivolte a chi fa domande,
–
esclusioni dai tavoli istituzionali,
–
campagne mediatiche costruite ad arte.
Il
termine fact-checking, che in teoria significa “verifica dei fatti”, è
diventato spesso “controllo del dibattito”.
È
l’uso politico della scienza travestito da tutela della scienza.
In
Italia lo abbiamo visto:
studi
critici vengono ritirati; opinioni divergenti vengono trattate come minacce
alla sicurezza pubblica; il contraddittorio diventa sospetto.
All’estero
un esempio eclatante è il caso “Covaxin”, dove una casa farmaceutica ha
querelato gli autori di uno studio scomodo.
Da noi, più silenziosamente, diversi
ricercatori hanno perso spazi, finanziamenti o incarichi dopo aver chiesto
trasparenza sui dati – soprattutto su farmaci nuovi o vaccini recenti.
Il
messaggio è universale, anche in Italia: non disturbare il manovratore.
Il
vero cuore del problema è che nessuno paga mai.
Quando
un farmaco si rivela pericoloso o inefficace, quando un dispositivo causa
danni, quando linee guida si basano su prove fragili, le conseguenze cadono
sempre sui cittadini.
I
dirigenti che hanno nascosto rischi o venduto certezze illusorie non perdono il
posto: spesso vengono promossi.
È il
modello perfetto: profitti privati, perdite pubbliche.
Come
usciamo da questo incubo?
Non con slogan, né con “giornate della
trasparenza”.
Servono
riforme concrete:
Accesso
obbligatorio ai dati grezzi di ogni studio clinico finanziato anche solo in
parte con denaro pubblico.
Agenzie
regolatorie finanziate al 100% dallo Stato, senza contributi aziendali.
Protezione
per ricercatori indipendenti e denunce tutelate.
Stop
alle porte girevoli tra industria, enti regolatori e università.
Responsabilità
penale individuale per chi occulta dati di sicurezza.
E
serve soprattutto una rivoluzione culturale:
accettare che la scienza vive del conflitto,
non del consenso; della critica, non della fedeltà; del dubbio, non della
reverenza.
La
scienza non è un altare e il consenso non è una prova.
“La
scienza smette di essere scienza quando dire ciò che si vede diventa più
pericoloso che diffondere ciò che conviene”.
Ed è
esattamente là che ci troviamo oggi.
(Redazione
Assis).
(assis.it/scienza-o-propaganda/).
La
Nato valuta «cyber attacchi preventivi».
Ilmanifesto.it
- Michele Gambirasi – (4 -12 – 2025) – ci dice:
Guerra
ibrida.
La
Nato valuta «cyber attacchi preventivi» Giuseppe Cavo Dragone – Tomsk Kalinin.
L'intervista
del comandante Nato “Giuseppe Cavo Dragone” al “Financial Times”.
La Lega: «Provocazioni, serve responsabilità».
Roma
punta a formare militari sulla guerra ibrida.
Alla
Camera incardinato il Ddl.
«Stiamo
valutando tutto. Sul versante cyber siamo in un certo senso reattivi. Stiamo pensando
a essere più aggressivi o più proattivi».
Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comando militare
Nato, ha risposto così in un colloquio con il Financial Times pubblicato ieri,
quando gli è stato chiesto in merito agli attacchi ibridi, alcuni dei quali
ricondotti al Cremlino.
L’idea
di fondo, veicolata in poche frasi, è che in materia di cybersicurezza
(attacchi informatici o sabotaggi) possa essere necessario cambiare approccio,
dirigendosi verso modalità più «assertive».
Pur
continuando a considerare un «attacco preventivo» come una «azione difensiva. È
qualcosa di lontano dal nostro normale modo di pensare e comportarci».
Il
messaggio, in ogni caso diffuso a mezzo stampa, è per stessa ammissione di Cavo
Dragone un invito alla riflessione per i membri dell’alleanza, anche perché al
momento esistono «molti più limiti rispetto alla nostra controparte, per motivi
etici, legali e giuridici» ha detto.
Valutazioni
e riflessioni che in ogni caso costituirebbero una certa variazione dottrinaria
nell’ambito Nato, sinora incentrata su un paradigma reattivo.
Per
parte sua Mosca ha risposto all’intervista interpretandola come una minaccia:
«Riteniamo
la dichiarazione di Giuseppe Cavo Dragone sui potenziali attacchi preventivi
contro la Russia un passo estremamente irresponsabile, che dimostra la volontà
dell’alleanza di continuare a muoversi verso un’escalation. Consideriamo la
dichiarazione come un tentativo deliberato di minare gli sforzi volti a trovare
una via d’uscita alla crisi ucraina» ha detto la portavoce del ministro
degli Esteri russo “Maria Zakharova”.
Quello
della guerra ibrida e del cyber-warfare è uno dei temi più discussi tra i
paesi atlantici e dell’Ue, e posizioni simili a quelle espresse da Cavo Dragone
sono state prese di recente da più parti.
Solo pochi giorni fa il segretario di stato
per la Difesa tedesco “Florian Hahn” ha detto che l’Europa e la Nato dovrebbero
chiedersi se prendere in considerazione «l’idea di diventare più attivi in
questo ambito».
Dichiarazioni
simili sono arrivate da parte dei paesi baltici e scandinavi e anche ieri
l’alta rappresentante dell’Ue per la politica estera Kaja Kallas ha detto,
rispetto alle affermazioni di Cavo Dragone:
«Stiamo discutendo di cosa possiamo fare ancora a
riguardo perché è vero che stanno diventando più aggressivi in diverse parti».
Intanto
in Italia le esternazioni di ieri hanno fatto riemergere le divisioni interne
alla maggioranza.
Il ministro della Difesa di FdI “Guido
Crosetto” ha insisto più volte sulla necessità di “attrezzarsi dal punto di
vista cyber”, mentre ieri la Lega ha attaccato:
«Mentre
Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione, gettare benzina sul fuoco con
toni bellici o evocando ‘attacchi preventivi’ significa alimentare
l’escalation. Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve
responsabilità, non provocazioni» ha scritto il partito di Matteo Salvini sui social.
Mentre
il vicepremier di Forza Italia Tajani ha provato a smorzare la discussione:
«Credo
che noi dobbiamo tutelare i nostri interessi, proteggere la nostra sicurezza e
prepararci anche a difenderci da una guerra ibrida, ma non farei una polemica
su questo».
Presto
in ogni caso diventerà materia parlamentare, dal momento che questa settimana
sarà incardinato in commissione Difesa alla Camera il ddl presentato a
settembre dal presidente “Minardo” di Fi.
Il
testo, che sarà accorpato ad altre due proposte analoghe, dovrebbe arrivare in
aula nei primi mesi del 2026 e prevede la preparazione di militari sul fronte
cibernetico
«anche
in tempo pace», avvalendosi anche di specialisti esterni, e disporrebbe per
loro le stesse garanzie di legge previste per l’intelligence.
L’”ossessione
gender” della destra:
primo
sì al “consenso informato”.
Ilmanifesto.it
- Michele Gambirasi – (04 -12 – 2025) – ci dice:
Papà
non vuole che Passa alla Camera il ddl sull’educazione sessuo-affettiva a
scuola vincolata al parere delle famiglie.
Pro Vita: «È solo il primo passo».
Una
legge con il chiaro marchio di «Dio, patria e famiglia».
Lo ha detto ieri con grande sincerità il
deputato leghista “Rossano Sasso” a Montecitorio, mentre l’aula si apprestava
ad approvare il disegno di legge sul «Consenso informato» preparato dal
ministro “Valditara”.
Lo
slogan, ha ribadito “Sasso” «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del
centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».
Il
testo ha ricevuto dunque il primo sì alla Camera e andrà ora al Senato, ed è il
dispositivo con cui la maggioranza ambisce a mettere la pietra tombale sul
dibattito riguardo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, vietandola per
le primarie e vincolandola al «consenso informato» dei genitori per le medie e
superiori.
AL
FONDO del provvedimento c’è l’ossessione per la «teoria gender» ben sedimentata
nella maggioranza di governo, così come nelle destre globali.
Ieri in Aula il” frontman” della maggioranza è stato
il deputato leghista “Rossano Sasso”, relatore del provvedimento.
«Con questa legge diciamo basta
all’ideologia gender, alla bolla woke, non sarà più consentito agli
attivisti politici di fare propaganda politica a scuola.
Che se
la facciano nelle loro sedi di partito» ha detto “Sasso”.
Secondo
cui, senza un adeguato controllo, la sinistra continuerebbe a portare nelle
scuole «drag
queen e pornoattori, gente che dovrebbe continuare, secondo loro, a poter
parlare a bambini di fluidità sessuale, utero in affitto, confusione sessuale,
tutto documentato per centinaia di casi».
Così
come per altri temi, uno su tutti la sicurezza, anche l’emergenza educativa
legata a fenomeni di «indottrinamento» è costantemente rilanciata attraverso
casi di cronaca enfatizzati (l’ultimo riguarda una puntata della serie Rai «Il
collegio» di metà novembre) da associazioni come Pro Vita, tra i maggiori
sponsor del disegno di legge, per il quale hanno promosso la campagna «Mio
figlio no. Scuole libere dal gender».
Ieri
l’associazione era davanti Montecitorio a rivendicare il voto, che ha salutato
con entusiasmo:
«Questo è solo il primo passo:
il nostro obiettivo è impedire del tutto che
attivisti politici travestiti da esperti del nulla entrino nelle scuole per
trasformare le classi in sezioni di partito, circoli transfemministi o sedi
Lgbt» ha detto il portavoce “Jacopo Coghe”.
Stesse
reazioni sono venute anche dai gruppi del “Family Day”: «Questo risultato è il massimo della
democrazia in ambito scolastico».
DOPO
AVER SBRAITATO contro le opposizioni nel corso della discussione poche
settimane fa, ieri il ministro dell’Istruzione (e merito) Valditara ha tenuto
un profilo più basso, facendo l’acrobata sui termini da usare: «Una regolamentazione innovativa che
ha a cuore la crescita equilibrata dei nostri giovani e garantisce la serietà
scientifica della trattazione di problemi eticamente delicati nel rispetto dei
valori costituzionali» ha detto.
Il
testo tiene al riparo dall’autorizzazione delle famiglie solo le attività
previste dalle Indicazioni nazionali, il contestato documentato licenziato dal
Mim. in estate.
Per
cui è al riparo l’«educazione del cuore», come viene presentata, che avrebbe
l’obiettivo di insegnare ai bambini empatia e rispetto.
LE
OPPOSIZIONI hanno attaccato il progetto di legge, accusandolo di essere
oscurantista e antiscientifico, nonché di minare l’autonomia scolastica.
Alle
critiche Sasso ha risposto bollandole come mosse da una visione ideologica «per la quale lo Stato deve pensare
all’educazione, come succede a Cuba, come succede in Venezuela, come succede in
Iran. Lo Stato viene dopo, perché noi crediamo nel primato educativo della
famiglia».
Il ddl
sul consenso informato è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti in materia
scolastica promossi dalla maggioranza e dal ministro Valditara con l’obiettivo
di rafforzare il ruolo delle famiglie rispetto al sistema educativo.
Se la
difesa a spada tratta della famiglia nel “bosco di Chieti” è stato l’ultimo
episodio in ordine di tempo, vi si possono sommare il decreto di febbraio con
cui è stata rimessa alle famiglie la decisione di confermare o meno
l’insegnante di sostegno e la reiterata proposta di istituire un «buono scuola»
per l’iscrizione a istituti paritari, ritornata sotto forma di emendamento
anche nella manovra in discussione al Senato.
«L’autonomia
scolastica è un principio giusto, sacrosanto, ma mi chiedo è autonomia
scolastica quando si giustifica, con la diffusione di fumetti, l’abominio della
compravendita di bambini, sfruttando povere donne proletarie che utilizzano la
propria maternità per vendere figli a gente che confonde i diritti con i propri
capricci?»
ha detto ancora “Sasso.”
Che poi ha concluso rivendicando lo slogan
«Dio, patria e famiglia»: «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del
centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».
AL
TERMINE della seduta le opposizioni hanno dato vita a un flash mob davanti a
Montecitorio.
«È il
contrario di quello che servirebbe per contrastare e prevenire la violenza di
genere.
Al liceo Giulio Cesare di Roma è comparsa una
lista degli stupri (ieri una scritta analoga in una scuola di Lucca, ndr).
È la dimostrazione
che la cultura dello stupro è già nelle scuole» ha detto la segretaria del Pd
Elly Schlein, cui Sasso ha risposto definendole «fandonie», dicendo a proposito
della segretaria dem di essere «nota per i suoi balletti sui carri del gay
pride».
«Volgare e omofobo» hanno risposto le deputate
Pd.
A Gaza
Israele gioca
con il
tempo e la morte.
Ilmanifesto.it - Enrica Muraglie – (04 – 12 –
2025) – ci dice:
Terra
rimossa Il governo Netanyahu vuole riaprire il valico di Rafah solo in uscita.
No dell’Egitto.
Restituiti
corpi martoriati di 345 palestinesi.
«Il
tempo qui non ha alcun valore», racconta alle telecamere di “Al Jazeera” “Firyal
Abu Rjeileh”, residente a Ramallah.
Anche
gesti quotidiani come comprare “un libro per i figli”, che normalmente
richiederebbero pochi minuti, si trasformano in ore a causa dei blocchi
militari.
Intanto
a Gaza, giocando con il tempo e con la morte, il” Cogat” israeliano ha
annunciato su “X” la riapertura nei prossimi giorni del valico di Rafah, al
confine con l’Egitto, grazie al coordinamento con il Cairo e sotto la
supervisione della missione europea.
Chi
vorrà lasciare la Striscia dovrà ottenere un’autorizzazione da Israele: il
movimento sarà consentito solo da Gaza verso l’Egitto, e non viceversa.
NEI
TERMINI del cessate il fuoco di Trump sarebbe prevista invece la riapertura del
valico di Rafah in entrambe le direzioni, permettendo a chi è rimasto bloccato
all’esterno e vuole rientrare – decine di migliaia di persone – e a chi
desidera partire o ricongiungersi con le famiglie di esercitare la propria
libertà di movimento.
La
riapertura paventata da Israele non consente il ritorno a Gaza né il libero
flusso di aiuti umanitari.
E
rischia di accelerare il processo di spopolamento della Striscia.
Il
servizio informazioni dello Stato egiziano ha già respinto l’annuncio
israeliano di un’apertura unidirezionale del valico.
Lo stesso senso unico che è stato mantenuto
durante il primo cessate il fuoco, nel gennaio 2025, quando Rafah era stato
riaperto brevemente. Ora, insieme ad altri quattro valichi, avrebbe dovuto
funzionare regolarmente, e invece no.
Non l’unica promessa rimasta inattuata:
degli
aiuti umanitari su larga scala, previsti nella prima fase del «piano di pace»,
non c’è ancora traccia.
Sono
solo 99 le salme a cui è stato possibile dare un nome. Io ho riconosciuto un
mio parente, il corpo era bruciato e presentava sei o sette fori di proiettile.
Ramadan.
Nel
frattempo, mentre Hamas e Jihad islamica ieri hanno consegnato la salma di un
altro ostaggio deceduto, la morte a Gaza arriva congelata e numerata.
Israele
ha restituito i corpi di 345 palestinesi, molti difficili da identificare:
bruciati, recisi, con incisioni ricucite.
Solo
99 sono stati riconosciuti dai familiari, gli altri sepolti senza nome in fosse
comuni.
«Il corpo era bruciato e presentava circa sei
o sette proiettili. Era completamente congelato», racconta “Ramadan”, che ha
riconosciuto un parente.
Per i medici legali di Gaza è impossibile
effettuare esami completi, mancano le attrezzature necessarie.
NEL
PROCESSO DI CONSEGNA Israele non fornisce nomi, rapporti forensi, informazioni
sulle condizioni o sulla causa della morte alle autorità palestinesi e alle
famiglie, che rimangono in un limbo anche dopo aver finalmente seppellito i
propri cari, con la domanda senza risposta su cosa sia stato fatto ai loro
corpi oppure cosa abbiano dovuto subire in vita.
Di
preservare la vita di molti palestinesi c’è estrema urgenza:
“Hani
Isleem”, coordinatore delle evacuazioni mediche da Gaza per Medici senza
frontiere, denuncia un bisogno «davvero enorme» di trasferire un gran numero di
malati e feriti.
Nonostante i proclami di alcuni paesi, il
numero dei pazienti accolti è per lo più insignificante:
l’Italia ne ha ricevuti circa 200, la Francia
27.
Soltanto Egitto ed Emirati Arabi Uniti ne hanno
accolti in gran numero. Che rimane comunque «una goccia nell’oceano», avverte
“Isleem”.
Dall’inizio
della guerra, l’Oms stima circa 8 mila evacuazioni:
«I
paesi stanno impiegando troppo tempo per decidere, ma non si può aspettare».
Gaza
resta intrappolata tra blocchi militari, valichi chiusi e un’emergenza medica
senza precedenti, con famiglie che lottano per sopravvivere al freddo,
identificare i propri cari e ottenere cure essenziali.
C’è un
bisogno enorme di trasferire un gran numero di malati e feriti. I paesi che
dovrebbero accoglierli impiegano troppo tempo per decidere, ma non si può
aspettare.
Hani
Isleem, Msf.
Circa
42 mila palestinesi riportano lesioni gravi che hanno cambiato la loro vita,
quasi il doppio rispetto al dato registrato un anno fa.
A luglio 2024 erano già stati documentati più
di 22 mila casi, un numero che ha continuato a salire con il protrarsi degli
attacchi israeliani.
Le lesioni più comuni includono traumi complessi agli
arti, amputazioni, ustioni, danni al midollo spinale e al cervello, molti dei
quali causano la perdita permanente della mobilità o della sensibilità.
I
bambini rimangono tra i più colpiti, con disabilità a lungo termine.
Quando
non li uccidono, le forze israeliane impediscono ai giornalisti di fare il
proprio lavoro:
accade ancora a “Qabatiya”, nel sud di “Jenin”,
dove proseguono con ritmo chirurgico le perquisizioni delle abitazioni e gli
arresti dei residenti.
Durante
una di queste operazioni è stato picchiato un bambino, mentre altri due
palestinesi, 60 e 14 anni, sono stati feriti da soldati israeliani nel vicino
villaggio di “Misilyah”.
ALMENO
300 COLONI hanno fatto una nuova irruzione nella moschea di Al-Aqsa, a
Gerusalemme est, celebrando rituali provocatori, mentre l’accesso dei fedeli
palestinesi resta limitato.
A Gaza
City due palestinesi sono stati uccisi nel quartiere di “Zaytoun”, fuori dalla
cosiddetta linea gialla, nell’ennesima violazione del cessate il fuoco.
Attacchi
preventivi?
Il
gioco pericoloso della NATO
(e la
reazione prevedibile di Mosca).
Lafionda.org – (3 Dic., 2025) - Giuseppe
Gagliano - Sassi nello stagno – ci dice:
Siamo
ormai all’ennesimo giro della giostra geopolitica, quella in cui tutti fingono
sorpresa per dichiarazioni che, in realtà, non sorprendono nessuno.
L’ammiraglio
Giuseppe Cavo Dragone, il più alto ufficiale militare della NATO, ha spiegato
al Financial Times che l’Alleanza potrebbe persino considerare un “attacco
preventivo”.
Preventivo, sì: come il mal di testa che ti
viene appena senti qualcuno pronunciare certe parole.
Un
modo elegante per dire che, forse, sarebbe il caso di colpire prima che l’altro
colpisca.
E qui
già si intravede il capolavoro della diplomazia:
se
tutti si sentono “preventivi”, prima o poi qualcuno schiaccia il pulsante.
La
Russia, prevedibilmente, ha risposto come fa da mesi: parlando di “provocazioni
irresponsabili”, “escalation” e tentativi deliberati di mandare all’aria la
possibilità (già flebile) di una gestione negoziale della crisi ucraina.
“Maria
Zakharova”, la portavoce del ministero degli Esteri russo, ha pronunciato il
suo solito rosario:
chi
parla così gioca col fuoco, mette a rischio la sicurezza europea, eccetera
eccetera.
Ritornello noto, ma non per questo meno utile
a Mosca, che con ogni dichiarazione NATO ottiene nuove munizioni retoriche.
Il
problema, però, non è la reazione russa, che è prevedibile quanto una
telenovela.
Il problema è ciò che sta dietro il
ragionamento dell’ammiraglio Dragone.
Quando
dice che la NATO subisce “attacchi tutti i giorni”, dai virus informatici alle
interferenze sulle infrastrutture, dalle campagne di disinformazione fino alle
solite accuse sugli immigrati “armati”, usa l’intero catalogo della “guerra
ibrida”.
Ed è un catalogo comodo: puoi infilarci dentro
tutto.
Alla fine, qualunque cosa può diventare
pretesto per “essere più aggressivi”, come dice lui.
Resta
un ostacolo banale: la legge.
Dragone
stesso lo ammette: tra giurisdizioni, responsabilità e vuoti normativi, nessuno
sa bene chi dovrebbe fare cosa.
La
NATO vuole essere aggressiva, ma senza sapere chi deve tirare il primo colpo.
Un
capolavoro di chiarezza strategica.
Intanto,
mentre si discute di “attacchi preventivi”, succede qualcosa che, guarda caso,
non entra nei titoli dei telegiornali.
Per esempio, i cavi sottomarini danneggiati
nel Baltico e nel Mare del Nord.
Tutti
sospettano, nessuno può dimostrare.
Una petroliera trascina l’ancora per 56 miglia
e trancia linee dati.
Che
sia goffaggine, sabotaggio o geopolitica marinara, un tribunale finlandese ha
deciso che il diritto penale non si può applicare.
Perfetto:
se non ci sono colpevoli, non ci sono problemi.
Intanto
la NATO si congratula con sé stessa per l’operazione “Baltic Sentry”:
“Da
quando siamo qui, non è successo più niente”.
Forse
perché nessuno può più muovere un’ancora senza finire sul giornale.
Poi ci
sono i droni entrati in Polonia.
Una
ventina, dicono.
Mosca
sostiene che non era intenzionale, “Tusk” parla del momento più vicino alla
guerra dalla seconda guerra mondiale.
Il
solito copione:
un
episodio di confine diventa un trampolino per attivare l’articolo 4
dell’Alleanza, riunioni su riunioni, propositi di “rafforzare le difese”.
E così si alimenta una tensione che nessuno ha
interesse a spegnere davvero.
Alla
fine, quello che resta è la solita fotografia:
dichiarazioni
sopra le righe, reazioni indignate, accuse reciproche e una guerra che continua
a consumare risorse, uomini, governi e credibilità. La NATO cerca un ruolo di
potenza reattiva e, se possibile, proattiva.
La Russia usa tutto questo come carburante per
accusare l’Occidente di voler portare il mondo verso l’abisso.
Una
danza che ormai conosciamo bene:
passi
di lato, passi indietro, minacce, smentite, rivendicazioni.
E,
sotto il rumore, un conflitto che non si ferma mai.
E
chissà: magari, un giorno, qualcuno spiegherà ai signori dell’Alleanza che le
parole “attacco preventivo” non sono proprio l’ideale quando si pretende di
rappresentare un blocco difensivo.
Anche
perché la difesa, per definizione, arriva dopo.
Ma
evidentemente non è più tempo di definizioni.
È
tempo di mostrarsi aggressivi, anche se non si sa bene come, quando e contro
chi.
L’importante
è parlarne.
E
sperare che nessuno prenda troppo alla lettera quello che ascolta.
(Giuseppe
Gagliano).
Regno
Unito: il Paese dove Ormai
la Farsa Globalista si è Già Fatta Tragedia…
Conoscenzealconfine.it
– (5 Dicembre 2025) - Gabriele Sannino – ci dice:
Fossi
un inglese o uno che vive in Inghilterra, sarei seriamente preoccupato per la
Deriva Totale che ha preso ormai questa nazione.
Sappiamo
quanto questo paese sia importante per l’élite mondiale: basti pensare alla
famiglia “reale” (uno dei vertici della vecchia élite, ecco perché così
celebrata dai mass media, per esempio) così come alla “city of London”, dove
ci sono le fondamenta dell’élite finanziaria internazionale dei Rothschild.
L’Inghilterra
è da sempre il paese più GLOBALISTA del mondo:
la sua storia di conquiste e di imperi politici e
commerciali dice davvero tutto di questi poteri.
Venendo
alla quotidianità, il FALLIMENTO del progetto del governo Mondiale è davvero
PLASTICO in questo paese:
tanto
per capirci, infatti, l’Inghilterra è quel paese che ha BOICOTTATO già nel 2022
gli “accordi di PACE Russia-Ucraina”, grida alla guerra alla Russia – anche
preventiva – sui media di regime, rende sempre più poveri i suoi cittadini
attraverso politiche economiche vessatorie, mina la sicurezza degli stessi con
una massiccia immigrazione selvaggia (che genera ulteriore povertà ma
soprattutto insicurezza sociale) ma soprattutto è una nazione che ammette
pubblicamente di nascondere l’eccesso di mortalità degli ultimi anni per i seri
magici… perché – udite, udite – potrebbero provocare “rabbia e angoscia”.
Il
FALLIMENTO sta tutto qui: senza più l’appoggio – con l’inganno, ovviamente –
dei cittadini, l’unica cosa che resta da fare è GETTARE LA MASCHERA.
Partiamo
da quest’ultimo punto, dai sieri magici:
recentemente Nigel Farage di “Reform UK” (un partito che sta facendo incetta
di consensi, ormai nei sondaggi anche ufficiali è ben oltre 11 punti in più
rispetto ai laburisti al governo!) ha consegnato una lettera all’”Istituto
Superiore di Sanità inglese” (UKSA) e al “Dipartimento della Salute” chiedendo
perché continuino a trattenere i dati sull’eccesso di mortalità dei vaccini.
Ebbene,
dato che ci sono molte associazioni civiche che hanno fatto causa all’UKSA per
questa mancata trasparenza nei dati, l’istituto, sentendosi “braccato”, ha
dichiarato pubblicamente che non danno questi dati perché potrebbero suscitare
“angoscia o rabbia” nei familiari delle vittime.
Pensate,
l’Inghilterra è uno dei pochi paesi ad aver istituito un fondo per i
danneggiati da eventi avversi (a differenza degli altri che ancora fanno finta
di nulla):
pubblicare
i dati, forse, provocherebbe non solo “rabbia e angoscia”, ma aprirebbe a una
VALANGA di richieste di RISARCIMENTI che non potrebbero neanche essere nascoste
dai media di regime.
È questa la verità.
Addirittura
l’UKSA ha detto che il rilascio dei dati potrebbe scatenare DISINFORMAZIONE: vi
rendete conto?
Loro non informano, ma danno la colpa agli
altri di disinformazione.
Viviamo
tempi ESILARANTI.
Poi
c’è la questione IMMIGRAZIONE:
“Shabana
Mahmood”, segretario degli interni del governo laburista di “Keir Starmer”, ha
recentemente annunciato una stretta sull’immigrazione clandestina che è tutta
una TRUFFA, dato che i partiti servi dell’élite sono SEMPRE a favore di questa
TRATTA DEGLI SCHIAVI.
Una
delle misure prevede che i rifugiati che entrano illegalmente nel paese debbano
attendere 20 anni prima di presentare domanda di insediamento permanente:
il loro status di rifugiato sarà rivisto ogni
30 mesi, inoltre, se il loro paese nel frattempo diverrà sicuro, saranno
rispediti a casa.
Tutto
questo non è assolutamente possibile, dato che costerebbe agli inglesi più di
800 milioni di sterline in un decennio.
Troppo.
Perché
i laburisti fanno queste dichiarazioni?
Semplice, per gettare sabbia negli occhi,
hanno paura di perdere TROPPI consensi, ma ovviamente non vogliono risolvere
nessun problema.
Al
momento i cittadini britannici pagano già tantissimo per i rifugiati, i quali
hanno spesso alloggi, bici elettriche, telefonini, soldi, ma non contribuiscono
affatto alla società né con un lavoro né con un impegno di studio.
I
laburisti per anni hanno sostenuto la BELLEZZA dell’IMMIGRAZIONE SELVAGGIA, ora
sono costretti a rimangiarsi praticamente tutto: peccato che non possano fare
seriamente, in quanto bloccati non solo dai Rothschild e dalla famiglia “reale”
(i veri poteri) ma anche da quella CEDU (Corte Europea dei diritti umani) che
legifera sempre solo a favore degli immigrati, senza dar loro una vera dignità
(roba dell’UE, non poteva essere diversamente).
Insomma,
il Regno Unito è un paese ormai dove la FARSA GLOBALISTA si è già fatta
TRAGEDIA… su tutti i fronti:
per
fortuna sia l’Inghilterra che il resto dell’EX Unione presto saranno del tutto
LIBERATI.
(Gabriele
Sannino).
(t.me/gabrielesannino).
Il
terremoto dell’inchiesta belga
contro
la Mogherini e Sannino:
guerra
tra bande nell’Unione europea?
Lacrunadellago.net
– (04 - 12 – 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:
A
Bruxelles, il pomeriggio dello scorso martedì è stato scosso da un vero e
proprio terremoto.
La
polizia belga ha fatto irruzione in uno dei sancta sanctorum dell’Unione
europea, gli uffici dell’”EEAS”, il dipartimento degli Affari Esteri, guidato
attualmente dalla controversa “Kaja Kallas”, che dovrebbe indirizzare la
cosiddetta politica estera comunitaria.
A
finire sotto la lente degli investigatori sono dei personaggi di primissimo
piano, su tutti “Federica Mogherini”, già “Alto Commissario degli Affari Esteri
UE”, e “Stefano Sannino”, un controverso diplomatico di carriera da sempre
molto addentro negli affari del potere comunitario, e sul quale si dirà meglio
in seguito.
Appena
giunta la notizia, gli organi di stampa italiani sembrano aver ricevuto una
consegna molto precisa.
Sulle
prime pagine dei giornali non viene scritto che Mogherini e Sannino sono stati
arrestati, ma piuttosto “fermati”, una espressione che cerca quantomeno di
ridurre la gravità della tempesta che stava avendo luogo nel cuore delle
istituzioni europee.
La
polizia belga aveva un mandato preciso.
Perquisire gli uffici dell’”EEAS”, e del
“Collegio d’Europa”, della quale la Mogherini è rettore, alla ricerca di prove
di corruzione e appropriazione di finanziamenti illeciti da parte dell’ex
ministro degli Esteri europei e dell’ex ambasciatore Sannino.
La
sede dell’EEAS è a Bruxelles.
A
Bruxelles, in genere non si muove foglia per quello che riguarda le inchieste
sulla corruzione perché se veramente la magistratura dovesse mai attivarsi, dei
palazzi dell’Unione europea non resterebbero che le fondamenta, visto il magma
di corruzione che scorre sotto di essi.
La
Mogherini poi fino a 48 ore fa era considerata uno di quei personaggi
virtualmente intoccabili, una di quelle figure, vista la sua vicinanza
all’establishment comunitario, che difficilmente si può immaginare finire sotto
la lente investigativa della magistratura del procuratore europeo, da sempre
noto per il suo immobilismo riguardo alle indagini sui commissari europei.
Infatti
la politica Federica Mogherini è la
costruzione di un “politico” al servizio dell’UE.
Federica
Mogherini è una di quelle figure che è sembrata essere stata allevata sin
dall’inizio della sua carriera per andare a rinfoltire i quadri dello stato
profondo europeo.
Figlia
di Flavio, cineasta e uomo dello spettacolo, circostanza sempre più ricorrente
nella politica italiana degli ultimi 30 anni, la giovane Mogherini muove i suoi
primi passi tra le file della FGCI, la federazione dei giovani comunisti
italiani, la base giovanile dalla quale l’ex PCI pescava e formava i dirigenti
del partito.
Il PCI
muore alla Bolognina nel 1989.
Il mondo cambia in fretta, crolla il muro di
Berlino perché ormai il blocco sovietico viene giudicato superato e d’intralcio
agli scopi delle élite globaliste, e allora ecco che anche Botteghe Oscure non
perde tempo a cambiare d’abito, a dismettere i panni del cosiddetto vetero
comunismo, e a indossare quelli più confortevoli e moderni del progressismo di
sinistra.
La
svolta della Bolognina.
Il PDS
incarna al meglio, o al peggio, tale transizione nella quale la giovane
pidiessina si trova perfettamente a suo agio.
Nei
primi anni 2000, la Mogherini si trova già nella segreteria degli Esteri del
PD, a fianco di Piero Fassino, di recente colto a trafugare oggetti
all’aeroporto di Fiumicino, e cura le relazioni del partito con il partito
socialista europeo.
I
punti di riferimento della geopolitica della giovane politica sono sin troppo
chiari, banali e scontati.
Il PD
marcia senza tentennamenti verso la cessione della sovranità nazionale, e verso
il rafforzamento della governance europea dell’UE che un domani avrebbe dovuto
essere sostituita dalla sovrastruttura degli Stati Uniti d’Europa, di
kalergiana memoria.
Nel
mondo dei democratici, c’è in pratica tutta quella quinta colonna che dagli
anni’90 si è messa alacremente al lavoro assieme ai vari Prodi, Ciampi, Amato e
Napolitano per erodere ancora di più lo spazio, già ristretto, di sovranità
dell’Italia in nome dell’adesione indefessa all’Unione, sul cui tabernacolo i
vari dirigenti dell’Ulivo hanno sacrificato tutta la ricchezza dell’Italia.
La
Mogherini è uno di quei dirigenti “predestinati”, ovvero una di quelle scelte
già da tempo per far parte de livello della governance europea e dopo essere
entrata in Parlamento nel 2007, nel 2014, a soli 41 anni, viene nominata come
rappresentante degli affari esteri comunitari su indicazione dell’allora
presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
A
palazzo Chigi, in quel frangente, ci sono i cosiddetti “rottamatori”, una delle
evoluzioni del centrosinistra progressista concepita per sostituire la vecchia
guardia democratica di D’Alema e Bersani, e trasmettere così una falsa immagine
di rinnovamento nel cammino che porta alla fine della sovranità nazionale.
Lo
scambio tra Renzi e Mogherini sui migranti.
Renzi
si adopera moltissimo, sgomita, è ambizioso, eccessivamente loquace e
soprattutto senza scrupoli e in quel periodo non si tira indietro per stabilire
un patto scellerato con l’Unione europea.
A
rivelarlo è stata proprio un’altra pasionaria dell’eurocrazia quale “Emma
Bonino”, in questi giorni ricoverata per una crisi respiratoria, che nel 2017
rivelò una sorta di scambio tra l’ex premier e la Commissione europea, ex
ministro degli Esteri proprio con Renzi, e forse, almeno allora, in rotta con
lui perché il politico toscano non voleva saperne di lasciare il timone che
potenti ambienti come il Bilderberg e la Commissione Trilaterale gli avevano
dato.
Lo
scambio è stato molto semplice.
Secondo
la” Bonino” e “Valeria Fedeli”, anche lei ex ministro del governo Renzi, l’ex
rottamatore avrebbe barattato un po’ di flessibilità sui conti, la mancetta
degli 80 euro in pratica, in cambio dell’accoglienza illimitata di migranti nel
periodo che va dal 2014 al 2016.
A
mettere nero su bianco la cosiddetta operazione sarebbe stata oltre che Renzi
proprio lei, la Mogherini, che diede il via all’”operazione Tritone” d’intesa
con palazzo Chigi che fece sbarcare moltissimi immigrati clandestini in quegli
anni, molti dei quali sono diventati, prevedibilmente, esercito della
criminalità organizzata, oppure manovalanza di quelle imprese e aziende che li
hanno assunti come semi-schiavi per svalutare il costo del lavorio e
disoccupare gli odiati italiani.
Federica
Mogherini e Matteo Renzi.
Alle
parole della Bonino e della Fedeli, non viene data continuità, se non quella
parzialmente mediatica perché la magistratura ben si è guardata
dall’approfondire eventuali profili di illegalità su uno scambio che ha di
fatto avallato una massiccia ondata di immigrati clandestini per la felicità di
quelle ONG che si sono arricchite su tali traffici, anch’esse mai sfiorate dai
togati.
La
Mogherini però non termina la sua avventura a Bruxelles alla fine del suo
mandato, nel 2019.
Le
viene affidata la guida del “collegio d’Europa”, una istituzione voluta dall’ex
primo ministro inglese e massone” Winston Churchill”, per formare, o meglio
indottrinare, la mente delle generazioni europee alla cultura dell’anti-sovranità,
e già allora qualche quotidiano, in particolare il francese “Liberation”,
criticò la scelta per la mancanza delle necessarie qualifiche per avere tale
incarico.
Sembrava
che tutto andasse per il meglio e che la carriera comunitaria della Mogherini
proseguisse indisturbata fino all’inchiesta di questi giorni che oltre a
riguardare l’ex ministro degli Esteri europei, ha colpito un altro eurista di
ferro come “Stefano Sannino”, già consigliere di Prodi durante i suoi anni da
presidente della Commissione europea, oltre ad essere stato in seguito
ambasciatore in Spagna.
Infatti
Sannino è un altro di quegli uomini figli del kalergismo comunitario.
Si
narra che quando fu nominato da Renzi per fare il rappresentante dell’Italia
presso l’UE, l’ex premier dovette mandarlo via perché troppo europeista anche
persino per uno come lui.
L’ex
ambasciatore ha però un legame strettissimo anche con il mondo gay.
La sua
omosessualità è dichiarata, e il suo sostegno alle cause del mondo LGBT
altrettanto, tanto che anni addietro venne criticato perché decise di celebrare
un “matrimonio” gay nella sede diplomatica italiana in Spagna, così da
trasformare una sede istituzionale in un centro di propaganda omosessuale.
E Stefano
Sannino celebrerà il “matrimonio” gay all’ambasciata italiana a Madrid.
La
lobby LGBT è potente, ha messo le sue marce radici in molte istituzioni, e se
si aprisse il capitolo degli incarichi che il mondo gay ha portato a casa per
le sue entrature e per il suo ruolo nella demoralizzazione della società
Occidentale, probabilmente ci vorrebbero decine e decine di pagine e si può
suggerire al riguardo la lettura di un altro contributo.
Ci si
chiede però perché soltanto ora l’ufficio del procuratore europeo si sia mosso.
Perché
i riflettori della magistratura europea che prima erano spenti hanno deciso
improvvisamente di accendersi?
Secondo
quanto detto dallo stesso ufficio del procuratore europeo, l’”EPPO”, a
presentare la richiesta di privare la Mogherini e Sannino delle loro immunità
diplomatiche sono stati proprio loro, i magistrati comunitari.
La
tempistica dell’indagine è interessante e le sue modalità possono forse
rivelare di più sulle sue origini.
Soltanto
pochi giorni fa, l’Europa veniva travolta dalla notizia dell’inchiesta della “NABU”
ucraina e dell’”FBI “americana sull’appropriazione dei fondi inviati
all’Ucraina da parte di Zelensky e dei suoi, ma anche, secondo diverse fonti,
da parte di nomi importanti della Commissione europea, come l’ex commissario “Borrell”
e l’attuale commissario agli Esteri, “Kaja Kallas”.
Si
potrebbe pensare ad una sorta di manovra diversiva, ad un sacrificio necessario
da parte dell’establishment europeo, ormai sempre più all’angolo, di alcune
pedine pur di allontanare l’attenzione sull’altro scandalo che riguarda i fondi
inviati a Kiev.
Se si
è entrati in tale scenario, allora a Bruxelles, c’è chiaramente il cannibalismo
politico.
Si è
giunti al punto tale che ormai i vari falchi della Commissione europea sono
costretti a buttare già dalla torre coloro che gli sono a fianco nella
speranza, o illusione, di potersi salvare da altre inchieste che li riguardano
molto da vicino, e tale ipotesi sembra avere una certa consistenza, considerato
il fatto che al Berlaymont, la sede della Commissione europea, è trapelata
molta freddezza da parte della “Von der Leyen”, già coinvolta in altri affari a
dir poco opachi, che non ha espresso nessuna solidarietà verso i due, ma anzi
si è limitata a dire che la faccenda non riguarda il suo dipartimento.
A
mettere in moto il meccanismo è stata, indirettamente o meno, l’FBI che ha
assistito la NABU nella sua inchiesta nonostante i tentativi, falliti, di
Zelensky di chiudere l’agenzia, segno che ormai il disgraziato capo del regime
nazista ucraino, non controlla più i vari pezzi del suo governo.
Se
Bruxelles ha dato semaforo verde per l’inchiesta contro la Mogherini e Sannino
nel tentativo di scaricare i piani inferiori e salvare altri papaveri più
importanti, l’Unione teme chiaramente l’effetto tsunami, o se è stata anche in
questo caso l’amministrazione Trump a sollecitare tale indagine europea, le
prospettive di fronte all’Unione europea restano sempre le stesse, immutate.
Di
fronte a Bruxelles, c’è il vuoto, la disgregazione di un’organizzazione debole,
isolata e priva di qualsiasi protezione internazionale.
Qualche
giorno fa, uno dei portavoce dell’establishment, Milena Gabanelli, scriveva che
Stati Uniti e Russia vogliono distruggere l’Unione europea, “dimentica” che
fino all’amministrazione Obama, Washington era il garante e il finanziatore
dell’apparato comunitario.
Evidentemente
allora il ruolo degli Stati Uniti non doveva dispiacere troppo.
Vista
comunque la fragile situazione nella quale versa l’Unione europea, viene da
dire semplicemente che non c’è bisogno né di Washington né di Mosca per
abbattere Bruxelles.
Bruxelles
a questo punto si distrugge da sola.
È un
castello di carte che sta inesorabilmente crollando.
𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨?
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?
STARTInSight.eu
- (Dicembre 2, 2025) - Claudio Bertolotti – ci dice:
Quando
l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non
evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra
convenzionale di primo colpo.
Il
riferimento è a un’altra dimensione del confronto:
quella
ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco
russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente
gli effetti.
Nel
dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda
l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche
capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto
fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le
piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride
russe.
Non si
tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi
specifici:
server,
botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati
all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco
contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti.
Analogamente,
in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco
navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi
elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già
state associate a episodi di sabotaggio.
Nel
dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che
violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che
possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.
Cavo
Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere
considerato un’azione difensiva:
è la reazione a un’aggressione che è già in
corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto.
Al
tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo
tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati;
ed è
qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche,
con quale quadro di responsabilità.
Non
sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha
giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003;
sta
aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in
chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.
Questa
presa di posizione si colloca in un contesto preciso.
Da un
lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da
anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un
vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio
cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative.
Le ragioni sono evidenti:
negli
ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di
gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio
aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro
infrastrutture critiche europee.
L’argomento,
sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice:
se ci
limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a
colpire;
la
guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce.
Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un
segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO:
per dissuadere future aggressioni ibride
bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione
preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso.
Non a
caso richiama il precedente della missione “Baltic Sentry”, con il
rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del
2023–24:
una
volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si
sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.
Sul
piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi
che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della
guerra ibrida.
In
ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi
energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque
ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo.
In
alcuni casi, come nel danneggiamento del “cavo Estlink-2” tra Finlandia ed
Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di
sanzioni.
Sul
versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di
malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di
trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi
d’intelligence di Mosca;
attacchi
che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere
informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza.
Nel dominio elettromagnetico registriamo
disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti
da “Kaliningrad” e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla
sicurezza della navigazione aerea e marittima.
A
questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni
psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono
narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne
all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni,
polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili.
Il vettore sono media controllati, piattaforme
digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot.
Sul piano più “fisico”, infine, emergono
episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità:
l’invio
di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti
di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che
servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di
reazione delle forze alleate.
In
questo quadro, le dichiarazioni di “Cavo Dragone” vanno lette come una presa
d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul
territorio e nelle reti degli Alleati;
come
una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi
esclusivamente reattiva a una più proattiva;
e come
il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto
“prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato,
a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti
in modo irreversibile.
Bel
clima a sinistra, ora arriva”
anche
l’accusa di trumpismo
ai
riformisti”.
Linkiesta.it
- Mario Lavia- (6 dicembre 2025) – ci dice:
L’appello
degli intellettuali contro la proposta di “Delrio” sull’antisemitismo riapre la
stagione dimenticata dei “socialfascist”i, in vista dell’Assemblea Nazionale
del Pd.
Tra
paragoni improbabili con le università americane e un Medio Oriente che lacera
il partito, “Schlein” resta in silenzio
«Trumpiani».
Eccolo, l’ultimo anatema contro i riformisti
del Partito democratico. Riecheggia molto l’”accusa di socialfascismo” che i
comunisti della Terza Internazionale scagliavano contro chi osava non seguire
il verbo del Cremlino: socialisti, soprattutto.
Donald Trump schiaccia il pluralismo nelle
università americane?
E
similmente il povero “Graziano Delrio” vuole fare lo stesso con chi critica
Israele.
Questo
l’anatema dietro il teorema, anzi, l’equazione trumpismo-riformismo.
La
caccia ai deviazionisti è partita:
una liturgia antica, che nel centrosinistra
ritorna ciclicamente quando il dissenso interno viene percepito come minaccia
esistenziale.
Ieri è
scesa in campo la cavalleria degli intellò, e al massimo livello. Roberto
Saviano, Anna Foa, Carlo Ginzburg, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre, Helena
Janeczek, Valentina Pisanty.
Grossi
calibri che hanno fatto un appello contro la proposta di legge Delrio per
contrastare il dilagante rigurgito di antisemitismo:
«Queste iniziative legislative da un lato
banalizzano l’antisemitismo, dall’altro, come si è visto anche nella recente
offensiva del governo Trump contro le principali università americane, usano la
lotta all’antisemitismo come strumento politico per limitare la libertà del
dibattito pubblico, della ricerca e della critica legittima a Israele, che da
anni porta avanti politiche violente, autoritarie e perfino genocidarie contro
i palestinesi».
Fuori
da questa squadra non è mancata la voce “Francesca Albanese”, che ha
giochicchiato con sillogismi insensati:
«Gravissimo il ddl del Pd:
punisce la critica alle politiche dello Stato
d’Israele senza contrastare il vero antisemitismo.
La
libertà d’espressione, per cui qualcuno oggi si spertica, si uccide anche così:
con la
censura, non solo con graffiti e letame nella sede di un giornale», cioè il
famoso «monito» contro i giornalisti della Stampa espresso con l’assalto
squadristico a Torino.
Ma la
rapporteur in definitiva c’entra poco con la discussione nel Pd. Osserva “Piero
Fassino”:
«Stupisce
che paventi rischi, peraltro infondati, chi in questi anni non ha mai detto una
parola verso atti e parole con cui ogni giorno si è trasformata la legittima e
giusta critica al governo Netanyahu in una colpevolizzazione dell’intera
società israeliana e ancor peggio di ogni ebreo, ovunque viva nel mondo,
considerandolo complice per il solo fatto di avere una identità ebraica».
L’impressione
è che il merito della questione sia solo il detonatore del contrasto che nel
partito domina su quasi tutto, soprattutto sulle questioni internazionali, dal
Medio Oriente all’Ucraina.
A questo proposito vedremo che dirà “Elly
Schlein” in Parlamento la settimana prossima, nel dibattito sulle comunicazioni
di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo sulla ormai dichiarata “guerra
di Donald Trump all’Europa” – che prelude, come ha detto esplicitamente
Emmanuel Macron, a un «tradimento» di Kyjiv da parte dell’uomo nero della Casa Bianca.
E
sarebbe interessante sapere se lei (che stranamente non ha parlato di questo
nell’intervista a Enrico Mentana giovedì sera) la pensa come Saviano.
Pare
di sì, visto che “Francesco Boccia” critica l’”articolo 1” che individua come
«definizione operativa» di antisemitismo quella approvata dall’Alleanza
internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust
Remembrance Alliance – Ihra).
Un documento fatto proprio dal governo Conte
due, nel quale sedevano Boccia, Peppe Provenzano, Dario Franceschini, cioè i
montepulcianesi che sostengono la segretaria e che stanno preparando lo
“Schlein Day”, l’Assemblea Nazionale del Partito democratico del 14, in un
clima di combattimento contro la minoranza dove forse brusii e fischi sono nel
conto.
Alto
ufficiale della NATO: “Valutiamo
un cyberattacco preventivo alla Russia.”
Lindipendente.online.it
– (1° Dicembre 2025) – Dario Lucisano -
ci dice:
L’Alleanza
Atlantica sta valutando l’ipotesi di lanciare «attacchi preventivi» contro
Mosca per far fronte alla cosiddetta “minaccia ibrida”.
A
dirlo è la più alta carica militare prevista dal Patto Atlantico, il Presidente
del comitato militare NATO Giuseppe Cavo Dragone.
Un ipotetico attacco preventivo potrebbe
essere considerato una «azione difensiva», ha detto Dragone, pur precisando che
una simile iniziativa sarebbe «lontana dal nostro normale modo di pensare e di
comportarsi».
In
ogni caso, secondo il Presidente, la NATO sarebbe troppo passiva nella presunta
ricezione di attacchi informatici e di sabotaggio, e per tale motivo dovrebbe
assumere un atteggiamento «proattivo» e «aggressivo».
Le
parole di Dragone sono presto arrivate in Russia, dove sono state definite
dalla portavoce del ministero degli Esteri “Maria Zakharova” come «estremamente
irresponsabili».
Intanto,
le trattative di pace rimangono ferme, mentre l’UE continua a cercare modi per
armare l’Ucraina, sostenendo che la Russia «non vuole la pace».
Dragone
ha rilasciato le proprie dichiarazioni in una intervista al Financial Times in
cui affronta il tema della “guerra ibrida”.
Secondo
il Presidente, la NATO sarebbe troppo «reattiva» nell’affrontare i presunti
attacchi informatici, atti di sabotaggio, e violazioni dello spazio aereo
attribuiti alla Russia, e i vertici militari starebbero considerando l’idea di
promuovere risposte «più aggressive».
Secondo Dragone, se con i presunti atti di
sabotaggio e violazioni dello spazio aereo la situazione risulta più delicata,
con l’universo «cyber» lo è meno: «Essere più aggressivi rispetto
all’aggressività della nostra controparte potrebbe essere un’opzione», ha detto
Dragone. I problemi, secondo il militare, sarebbero più legati al «quadro
giuridico», e al «quadro giurisdizionale», che pratici.
Dragone sostiene che i Paesi della NATO
abbiano «molti più limiti rispetto alla loro controparte a causa dell’etica,
della legge, della giurisdizione.
È un problema.
Non
voglio dire che sia una posizione perdente, ma è una posizione più difficile di
quella della controparte»;
questo
sarebbe vero specialmente per le “minacce” informatiche e “ibride”.
«La guerra ibrida è asimmetrica», sostiene
Dragone: «costa poco a loro e a noi molto».
Ecco perché ritiene che l’ipotesi di scagliare
attacchi preventivi dovrebbe venire presa in considerazione.
Le
dichiarazioni di Dragone sono arrivate in Russia, e sono state descritte come
paradigmatiche dalla portavoce Zakharova:
esse,
ritiene la diplomatica, dimostrerebbero la volontà «dell’Alleanza a continuare
ad andare verso l’escalation.
A
Bruxelles piace ripetere il mantra sulla natura “puramente difensiva”
dell’Alleanza.
Le dichiarazioni auto-rivelanti di Giuseppe
Cavo Dragone sugli “attacchi preventivi” mostrano che tale narrazione non è
vera», ha affermato Zakharova, per poi rigettare le accuse con cui i Paesi
europei attribuiscono i presunti attacchi a Mosca.
«La leadership del blocco ha l’audacia di accusare la
Russia di “retorica nucleare bellicosa”, intimidazioni e famigerati attacchi
ibridi senza alcuna prova del nostro coinvolgimento», ha detto.
Nel
frattempo le trattative per una pace procedono a rilento.
Ieri,
domenica 30 novembre, una delegazione ucraina guidata dall’ex ministro della
Difesa e delegato ucraino in UE “Rustem Umerov “si è recata in Florida per
parlare con il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio dell’ormai prossimo
tavolo tra USA e Russia.
Non è noto cosa i rappresentanti di USA e
Ucraina si siano detti, ma entrambi hanno descritto l’incontro come «difficile,
ma produttivo».
Il
prossimo vertice tra delegati statunitensi e russi dovrebbe svolgersi questa
settimana a partire da oggi stesso, e da parte statunitense dovrebbe venire
presieduto da” Steve Witkoff,” braccio destro diplomatico di Trump;
l’unica
cosa finora nota è che il piano a 28 punti elaborato da Washington e Mosca è
stato scartato, e che al suo posto ne potrebbe venire discusso uno a 19 punti
studiato da USA e Ucraina.
L’UE
nel frattempo continua a premere per armare l’Ucraina e trovare modi per
finanziare l’invio di armi;
oggi i
ministri della Difesa dei 27 si riuniranno con l’Alta Rappresentante per gli
Affari Esteri “Kaja Kallas” per discutere proprio di come sostenere
militarmente l’Ucraina e per parlare dei prossimi passi da compiere nell’ambito
del piano di riarmo europeo.
(Dario
Lucisano).
"Cyber
attacchi preventivi Nato".
Ira
dello Zar contro Cavo Dragone.
Ilgiornale.it
- Fausto Biloslavo – (2 dicembre 2025) – ci dice:
L'ammiraglio
del Comitato militare dell'Alleanza apre a una strategia più aggressiva verso
Mosca.
Il
Cremlino: "Provocazione irresponsabile".
Anche la Lega all'attacco
L'ammiraglio
Giuseppe Cavo Dragone ha comandato i corpi speciali e con Zelensky si è fatto
fotografare in mimetica.
Da
gennaio è presidente del Comitato militare della Nato, dopo l'incarico di capo
di stato maggiore della Difesa italiana.
Le sue
parole al Financial Times su un approccio più "aggressivo" della Nato
e un possibile "attacco preventivo" contro la guerra ibrida scatenata
dai russi ha sollevato l'ira di Mosca.
E la reazione della Lega sui social:
"Mentre
Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione, gettare benzina sul fuoco con
toni bellici o evocando attacchi preventivi significa alimentare l'escalation.
Non
avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non
provocazioni".
Cavo
Dragone spiega che "stiamo studiando tutto.
Sul fronte informatico, siamo in un certo
senso reattivi.
Essere più aggressivi o proattivi invece che
reattivi è qualcosa a cui si sta pensando".
E aggiunge che "un attacco
preventivo" potrebbe essere considerato "un'azione difensiva"
specificando subito che "è ben lontano dal nostro normale modo di pensare
e comportamento".
L'ammiraglio,
ripreso sulla prima pagina del Financial Times, rincara la dose sostenendo che
"essere più aggressivi rispetto all'aggressività della nostra controparte
può essere un'opzione".
Però ci sarebbero non pochi ostacoli come
"il quadro legale, giurisdizionale e chi lo farebbe?".
Il
presidente del Comitato militare della Nato ammette che i membri dell'Alleanza
atlantica hanno "molti più limiti rispetto alla nostra controparte a causa
dell'etica, della legge, della giurisdizione.
È un
problema".
L'ammiraglio
specifica: "Non voglio dire che sia una posizione da perdente, ma è più
difficile" rispetto ai russi.
Inevitabile
reazione piccata di Mosca attraverso la portavoce del ministero degli Esteri
russo, Maria Zakharova:
"Un
passo estremamente irresponsabile, che dimostra la volontà dell'Alleanza di
continuare l'escalation.
La
consideriamo un tentativo deliberato di minare gli sforzi volti a risolvere la
crisi ucraina".
Il conflitto ibrido, però, è un dato di fatto:
guerra
elettronica che “acceca i gps” e interferisce con i voli civili, 25 sabotaggi
nei primi sei mesi dell'anno e attacchi informatici contro infrastrutture
critiche.
Per non parlare dei misteriosi droni nei cieli
europei, che bloccano gli aeroporti e le 400 violazioni dello spazio aereo Ue
dei caccia russi lo scorso anno.
L'ultima
trovata è l'ondata di palloni aerostatici dalla Bielorussia, che ha costretto
la Lituania a chiudere il confine.
La
dottrina militare Usa prevede attacchi preventivi a cominciare da “offensive
cyber”.
La
risposta dei grandi Paesi europei è il proverbio latino "se vuoi la pace
prepara la guerra".
La
Germania punta a quasi 100mila effettivi in più nelle Forze armate, oltre a
200mila riservisti, per il 2035.
Il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato
che "vogliamo fare delle Bundeswehr l'esercito convenzionale più forte
dell'Ue".
La
Polonia è la nuova Prussia con quasi il 5% del Pil per la Difesa e l'obiettivo
di raddoppiare i soldati fino a 300mila uomini.
Il
riarmo prevede 1.000 carri armati, 50 caccia F-35 e 500 lanciarazzi Himars.
Il
nuovo rapporto strategico inglese, 140 pagine di raccomandazioni, ribadisce che
la Gran Bretagna deve essere "pronta a combattere una guerra" in
Europa o nell'Atlantico.
Il governo di Londra si doterà di una dozzina
di sottomarini d'attacco nucleari e sta valutando ci acquistare nuovi
bombardieri strategici in grado di sganciare bombe atomiche.
Il
presidente francese, Emmanuel Macron, ha appena annunciato una nuova leva
volontaria di 10 mesi a partire dall'estate del prossimo anno. Lo scopo è
arrivare a 50mila riservisti nel 2035.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sta
studiando qualcosa del genere.
Il Capo di stato maggiore, Luciano Portolano,
ha previsto 30-35mila volontari suddivisi in riserva operativa come supporto
diretto alle Forze armate.
Meloni
frena l'ammiraglio Dragone
sull'attacco
preventivo alla Russia:
"Misurare
le parole."
Today.it
– (6 dicembre 2025) – Redazione -Politica – ci dice:
Il
capo del Comitato militare della Nato aveva affermato che l'Alleanza starebbe
"valutando di agire in modo più aggressivo, piuttosto che reagire".
La
premier: "Evitare ciò che può spaventare e surriscaldare gli animi"
La
premier Giorgia Meloni ridimensiona l'intervento dell'ammiraglio Cavo Dragone,
capo del Comitato militare della Nato, che in un'intervista al Financial Times
ha dichiarato negli scorsi giorni che l'Alleanza atlantica starebbe
"valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo, piuttosto che
reagire", evocando la possibilità di un attacco preventivo alla Russia in
risposta alle minacce ibride.
Meloni
dopo le frasi di Dragone: "Evitare parole che confondono."
"Circoscriverei
le parole dell'ammiraglio Cavo Dragone a quello di cui stava parlando, perché
stava parlando di cybersicurezza.
Io le ho lette nel senso di dire la che Nato è
un'organizzazione difensiva" e "oltre a difenderci dobbiamo anche
riuscire a fare meglio prevenzione", ha affermato Meloni interpellata sul
punto in una conferenza stampa in “Bahrein”, dove è giunta partecipare al
46esimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Meloni
e la missione in Bahrein: quali sono gli obiettivi della presidente del
Consiglio
"Bisogna
fare attenzione anche a come si leggono delle parole che in ogni caso bisogna
essere molto attenti a pronunciare", ha aggiunto la premier, sottolineando
che "siamo in una fase nella quale bisogna misurare molto bene le parole,
bisogna evitare tutto quello che può generare confusione, che può spaventare,
che può far surriscaldare gli animi".
"Io
l'ho letta nel senso di dire: 'la Nato è un'organizzazione difensiva, come poi
stamattina è stato ribadito nuovamente, chiaramente oltre a difenderci dobbiamo
anche riuscire a fare meglio prevenzione parlando di cybersicurezza", ha
osservato.
"Quindi
comunque bisogna fare attenzione anche a come si leggono delle parole che in
ogni caso bisogna essere molto attenti a pronunciare, mettiamola così".
"Stiamo
valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo, piuttosto che
reagire", ha affermato Dragone.
Alcuni diplomatici, soprattutto provenienti
dai paesi dell'Europa orientale, chiedono all'Alleanza di smettere di limitarsi
a "reagire" e di contrattaccare.
Al quotidiano statunitense, l'ammiraglio aveva
specificato che un "attacco preventivo" potrebbe essere considerato
"un'azione difensiva", ma "è più lontano dal nostro normale modo
di pensare".
Le
relazioni tra alleati USA e UE:
una
storia lunga 80 anni, dal
sostegno
al disprezzo.
msn.com
– Corriere della Sera - Storia di Federico Rampini – (7 – 12 – 2025) – ci dice:
Le
relazioni tra alleati Usa e Ue: una storia lunga 80 anni, dal sostegno al
disprezzo.
Che
cosa c’è di veramente nuovo, nell’ingerenza di Donald Trump nella politica
europea?
Nell’ultimo documento strategico della Casa Bianca il
Vecchio continente viene definito a rischio di decadenza (economica,
demografica, morale), nonché esposto a una degenerazione illiberale.
Per
quanto l’esercizio sia faticoso, è utile metter da parte l’amor proprio offeso,
la ripicca emotiva, e provare un’analisi di taglio storico.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli
80 anni dei rapporti transatlantici pullulano di interferenze, trame,
macchinazioni, segrete o alla luce del sole.
Durante la Guerra fredda le interferenze
americane furono giustificate dal fatto che l’Unione sovietica faceva
altrettanto da parte sua: finanziava partiti e sindacati di sinistra, manovrava
movimenti pacifisti a senso unico (sempre contrari a un solo riarmo, quello
occidentale), nutriva forze fiancheggiatrici nel mondo intellettuale.
L’America,
fin dall’epoca di presidenti democratici come Truman e Kennedy, repubblicani
come Eisenhower, praticò le intromissioni nella politica interna degli alleati.
Per
l’Italia la storia ebbe inizio con gli aiuti alla Democrazia cristiana di De
Gasperi:
dall’uso
«politico» del Piano Marshall per la ricostruzione fino ai finanziamenti
occulti.
Nei
momenti più bui della Guerra fredda, quando si temeva un’invasione sovietica
dell’Europa occidentale che la Nato forse non avrebbe saputo contrastare, ci fu
la stagione delle organizzazioni clandestine di «resistenza», in cui vennero
ingaggiati servizi segreti deviati, forze neofasciste, organizzazioni
criminali.
Il
cosiddetto «fattore K» — il veto implicito di Washington contro l’ingresso dei
comunisti al governo — durò fino agli anni Settanta:
il timore che l’America potesse orchestrare qualcosa
di analogo al golpe cileno contro “Allende” (1973) ispirò il «compromesso
storico» di Berlinguer, l’alleanza con la Dc doveva anche rassicurare gli Usa.
Forme
di ingerenza più benevole e trasparenti, ci furono vent’anni dopo quando il
democratico Bill Clinton guidò la Terza Via, movimento liberal-progressista che
coinvolse Tony Blair, Gerhard Schröder, Romano Prodi, Massimo D’Alema.
Il rapporto fra Barack Obama e Matteo Renzi ne
era l’ultima versione.
In che
misura Trump può essere descritto come la versione di destra, o di estrema
destra, di questi 80 anni di intromissioni?
L’analisi del documento strategico copia quella che il
vicepresidente JD Vance fece all’inizio dell’anno alla conferenza di Monaco.
Tra i
pericoli che individua in Europa ci sono l’immigrazione e la censura «woke».
Per il mondo Maga (Make America Great Again)
l’ostilità verso Israele e l’ondata di antisemitismo nel Vecchio continente
sono la conseguenza dell’immigrazione da Paesi islamici, che condiziona la
politica estera oltre a minacciare i valori della civiltà europea.
La libertà di espressione è limitata da regole
che dietro l’imparzialità burocratica tradiscono la stessa intolleranza «woke»
delle élite progressiste in America.
Ha
fatto scalpore negli ambienti Maga l’arresto di un noto autore di satira in
Inghilterra, per aver offeso la comunità transgender.
Questa deriva illiberale nell’ottica di Trump, Vance e
Musk si intreccia con la stagnazione demografica ed economica dell’Europa, la
poca innovazione tecnologica, l’ipertrofia burocratica, e sfocia nella cupa
previsione di un declino terminale.
Questa
visione è condivisa da forze di destra o di estrema destra in Europa.
Segna una rottura rispetto agli ultimi 80 anni
e ha dei punti deboli evidenti.
Una contraddizione interna è il confronto con
l’approccio pragmatico verso Cina, Russia, Medio Oriente:
in queste parti del mondo l’America trumpiana
si libera da ogni residuo di «missione civilizzatrice», non pretende di
esportare valori, non entra nel merito dei modelli politici.
A “Putin”, “Xi Jinping” e “Mohammed Bin
Salman” si applica la realpolitik secondo l’eredità di Henry Kissinger, agli
europei invece si impongono dettagliate pagelle sulle loro scelte interne.
La
seconda debolezza è tattica.
Durante
la Guerra fredda la sponda per gli americani era partita come la Dc, con largo
consenso e radici profonde nella cultura nazionale.
Oggi Trump e Vance giocano a favore di forze
ai margini dello spettro politico come l’AfD tedesca o Farage a Londra.
Washington
imbarazza partiti conservatori come la “Cdu di Merz”, che pure è vicino
all’America Maga su tanti temi:
vuole ridurre l’immigrazione e annacquare
l’agenda Green;
avvia il riarmo tedesco;
è
protezionista contro la Cina; non è anti-Israele.
Kissinger
fu segretario di Stato di un presidente repubblicano molto anti-europeo, Nixon;
però avrebbe condannato il documento di Trump come un
autogol: indebolisce gli amici dell’America e rafforza i suoi nemici.
La
nuova strategia di sicurezza
nazionale
statunitense dell'amministrazione
Trump
segnala un divorzio dalla NATO sull'Ucraina.
Unz.com
- Larry C. Johnson – (5 dicembre 2025) – ci dice:
Una
cosa è elaborare una strategia di sicurezza nazionale scritta, ma la vera prova
del nove è se Donald Trump intenda seriamente attuarla.
I punti chiave sono la de-escalation retorica
con la Cina e l'attribuzione all'Europa dell'onere di mantenere in vita
l'Ucraina.
Critica
l'eccesso di potere degli Stati Uniti in passato, definendolo un fallimento che
ha indebolito l'America, presentando l'approccio di Trump come una
"correzione necessaria" per inaugurare una "nuova età
dell'oro".
La strategia dà priorità alla
reindustrializzazione (con l'obiettivo di far crescere l'economia statunitense
da 30.000 miliardi di dollari a 40.000 miliardi di dollari entro il 2030), alla
sicurezza delle frontiere e alla conclusione di accordi rispetto al
multilateralismo o alla promozione della democrazia.
Accetta
un mondo multipolare, declassando la Cina da "minaccia in evoluzione"
a "concorrente economico" e invocando un impegno selettivo con gli
avversari.
Tuttavia, le azioni di Donald Trump durante i
primi 11 mesi della sua presidenza sono state incoerenti, persino
contraddittorie, rispetto alla strategia scritta.
È
sfacciatamente di parte, attribuendo a Trump il merito personale di aver
mediato la pace in otto conflitti (ad esempio, il cessate il fuoco tra India e
Pakistan, il ritorno degli ostaggi a Gaza, l'accordo tra Ruanda e Repubblica
Democratica del Congo) e di aver ottenuto un impegno verbale al vertice
dell'Aia del 2025 per i membri della NATO di aumentare la spesa per la difesa
al 5% del PIL.
Eleva
l'immigrazione a principale minaccia alla sicurezza, invocando l'uso letale
della forza contro i cartelli se necessario, e liquida il cambiamento climatico
e le politiche "Net Zero" come dannose per gli interessi degli Stati
Uniti.
Il
documento organizza la strategia statunitense attorno a tre pilastri: difesa
del territorio nazionale, emisfero occidentale e rinnovamento economico.
Tra
gli obiettivi secondari rientrano partnership selettive in Asia, Europa, Medio
Oriente e Africa.
Ecco i
principali cambiamenti retorici di strategia rispetto alle precedenti strategie
pubblicate durante le rispettive presidenze di Trump (2017) e Biden (2022):
Dal
poliziotto globale all'egemone regionale:
a
differenza del NSS 2022 di Biden (che enfatizzava alleanze e competizione tra
grandi potenze) o della versione 2017 di Trump (che ha nominato Cina/Russia
come revisionisti), questo documento pone fine ai "oneri per sempre"
statunitensi all'estero.
Dà
priorità alle Americhe rispetto all'Eurasia, inquadrando Europa e Medio Oriente
come teatri deprimessi.
Ritiro
ideologico:
La
promozione della democrazia è esplicitamente abbandonata—"cerchiamo
relazioni commerciali pacifiche senza imporre cambiamenti democratici"
(dillo ai venezuelani).
Gli autoritari non vengono giudicati, e l'UE
viene definita "antidemocratica".
Relazioni
alleate conflittuali:
l'Europa
affronta critiche aspri per migrazione, restrizioni alla libertà di parola e
rischi di "cancellazione della civiltà" (ad esempio, cambiamenti
demografici che rendono le nazioni "irriconoscibili in 20 anni").
Gli
Stati Uniti promettono di sostenere partiti europei "patriottici" che
resistono a questa opposizione, suscitando accuse di retorica simile al
Cremlino dai leader dell'UE.
Politica
verso la Cina:
Riconosce
il fallimento dell'impegno;
cerca
legami "reciprocamente vantaggiosi" ma con deterrenza (ad esempio,
Taiwan come "priorità"). Nessun disaccoppiamento completo, ma
restrizioni su tecnologie/dipendenze.
Accettazione
multipolare:
Invita
le potenze regionali a gestire le proprie sfere (ad esempio, Giappone in Asia
orientale, blocco arabo-israeliano nel Golfo), segnalando la moderazione degli
Stati Uniti per evitare scontri diretti.
L'NSS
rappresenta un cambiamento epocale nell'approccio americano alla NATO,
enfatizzando lo "spostamento degli oneri" rispetto alla leadership
incondizionata dell'alleanza.
Inquadra
la NATO non come una comunità basata su valori, ma come un partenariato
transazionale in cui gli impegni statunitensi – truppe, finanziamenti e
garanzie nucleari – sono vincolati al rispetto di nuove e impegnative richieste
da parte degli alleati europei.
Questa
ricalibrazione "America First" dà priorità alle risorse statunitensi
per l'Indo-Pacifico e l'emisfero occidentale, riducendo l'escalation in Europa
per evitare "oneri eterni".
I
cambiamenti chiave includono l'interruzione dell'espansione della NATO, la
richiesta di una spesa per la difesa pari al 5% del PIL entro il 2035 e il
ripristino della "stabilità strategica" con la Russia attraverso un
cessate il fuoco in Ucraina.
Mentre
gli Stati Uniti riaffermano l'Articolo 5 e il suo ombrello nucleare, segnalano
potenziali ritiri parziali entro il 2027 se l'Europa non interviene, mettendo a
rischio la coesione dell'alleanza in mezzo a critiche demografiche e
ideologiche nei confronti dell'Europa.
Quando la Russia completerà la sconfitta
dell'Ucraina, la continuazione dell'esistenza della NATO sarà una seria
preoccupazione.
La
strategia attribuisce alla diplomazia di Trump il merito dell'impegno della
NATO al 5% al vertice dell'Aia del 2025, ma mette in guardia contro la
"cancellazione della civiltà" in Europa a causa delle migrazioni e
dei bassi tassi di natalità, ipotizzando che alcuni membri potrebbero diventare
"in maggioranza non europei" entro decenni, erodendo potenzialmente
il loro allineamento con gli interessi degli Stati Uniti.
L'NSS
di Trump segnala un drastico cambiamento nella politica statunitense nei
confronti della guerra in Ucraina, scaricando sostanzialmente la responsabilità
di mantenere a galla l'Ucraina sugli europei.
La parte dell'NSS che riguarda l'Ucraina è
delirante rispetto alle capacità militari degli stati europei:
Vogliamo
che l'Europa rimanga europea, che riacquisti la sua fiducia di civilizzazione e
che abbandonando il suo fallito focus sull'affiliamento regolatorio...
Questa
mancanza di fiducia in sé stessi è più evidente nel rapporto dell'Europa con la
Russia. Gli
alleati europei godono di un significativo vantaggio di “hard power” sulla
Russia sotto quasi ogni aspetto, tranne che per le armi nucleari.
A
causa della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia
sono ora profondamente attenuate e molti europei necessitano che la Russia una
minaccia esistenziale.
La
gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un impegno
diplomatico significativo da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire le
condizioni di stabilità strategica su tutta la massa continentale eurasiatica,
sia per mitigare il rischio di conflitto tra Russia e stati europei.
È un
interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una cessazione rapida delle
ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire
un'escalation o un'espansione involontaria della guerra e ristabilire la
stabilità strategica con la Russia, oltre a consentire la ricostruzione
post-ostilità dell'Ucraina per garantirne la sopravvivenza come stato vitale.
La
guerra in Ucraina ha avuto l'effetto perverso di aumentare la dipendenza
esterna dell'Europa, in particolare della Germania. Oggi, le aziende chimiche tedesche
stanno costruendo alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo in
Cina, utilizzando il gas russo che non possono ottenere in patria.
L'amministrazione
Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative
irrealistiche per la guerra, arroccati su governi di minoranza instabili, molti
dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l'opposizione.
Un'ampia
maggioranza europea desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in
politiche, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici
da parte di quei governi.
Questo
è strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli stati
europei non possono riformarsi se sono intrappolati in una crisi politica.
Non
sorprende che questa sezione dell'NSS di Trump abbia scatenato un'ondata di
panico in Europa.
I leader europei, tra cui l'ex primo ministro
svedese Carl Bildt, l'hanno definita "alla destra dell'estrema
destra", mettendo in guardia dall'erosione delle alleanze.
Gli
analisti del “Center for Strategic and International Studies” (CSIS) ne lodano
il pragmatismo, ma ne segnalano la miopia, prevedendo un'America "più sola
e più debole".
La Cina accoglie positivamente le
rassicurazioni sulla sovranità, ma rimane diffidente nei confronti delle
pressioni economiche.
Negli
Stati Uniti, i democratici, come il deputato “Jason Crow”, la considerano
"catastrofica" per le alleanze, ad esempio la NATO.
Nel
complesso, la strategia segnala una svolta interna degli Stati Uniti,
costringendo gli alleati della NATO ad autofinanziare la sicurezza e rischiando
di frammentare i partenariati con l'Europa.
Posiziona
l'America come una ricca potenza emisferica in un ordine multipolare, che punta
sulla conclusione di accordi e sulla ripresa industriale per sostenere
l'influenza globale senza un'estensione eccessiva.
Il documento completo è disponibile sul sito
web della Casa Bianca.
Gli
esperti occidentali amano affermare
che
l'economia russa sta per crollare,
anche
se non ci possono dimostrare un sostegno.
Unz.com
- Ian Proud – (5 dicembre 2025) – ci dice:
Questa
è solo una cortina di fumo per il bordo del precipizio economico verso cui
l'Ucraina si sta dirigendo.
Dal
2014 sento parlare dell'imminente implosione dell'economia russa, ma non è mai
sembrato probabile che accadesse.
In un
recente interessante articolo sul quotidiano britannico “Telegraph”, “Ambrose
Evans-Pritchard” adotta un approccio separatorio alla politica dell'Ucraina
occidentale, sostenendo che 'l'equilibrio dei vantaggi sta spostando a favore
dell'Ucraina', sostenendo che la Russia potrebbe presto entrare in un crollo
economico.
Aggiunge che se ce ne andiamo ora, strapperemo
la sconfitta dalle fauci della vittoria.'
Tuttavia,
e comodamente, non chiarisce come l'Ucraina stia ottenendo il presunto
vantaggio, né come potrebbe essere ottenuta la sua improbabile vittoria sulla
Russia.
Questo perché non ci possono dimostrare un
sostegno nelle sue affermazioni.
Il CV
di Evans-Pritchard non mostra alcuna evidente competenza in materia russa.
Ma
questo non dovrebbe sorprendere da un giornale – il Telegraph – il cui team di
osservatori sull'Ucraina è composto da russofobi ed ex militari britannici
interessati a mantenere l'illusione di una possibile sconfitta russa.
Prendiamo
“Dom Nicholls”, che co-conduce il podcast Ukraine: “the Latest” del “telegraph”,
che si definisce con grande entusiasmo il 'podcast più affidabile e premiato al
mondo sulla guerra', anche se il CV di Nicholls suggerisce assolutamente zero
competenze sull'argomento della Russia.
Il suo podcast non si allontana mai dalla
linea del governo britannico secondo cui Putin deve essere sconfitto prima o
poi, e che solo una pressione maggiore farà il suo effetto.
Né
permette che il podcast si addetti troppo a dimostrare fatti reali sulla
capacità della Russia di combattere più a lungo di quanto l'Ucraina possa
combattere.
Poi
prendiamo “Hamish De-Bretton Gordon”, colonnello in pensione ed esperto di armi
chimiche con ancora meno esperienza di “Don Nicholls”, che, in ogni caso, non
ha alcuna competenza.
Pubblica regolarmente articoli fantastici con
titoli come 'Putin sta mangiando i suoi stessi sostenitori' e 'Putin tremerà
sotto gli stivali oggi.'
Non
importa che non comprendano l'equilibrio strategico di potere nella guerra.
I fatti e le analisi sono del tutto ridondanti
per chi la cui priorità, anzi, unica è diffondere le ultime frasi del Ministero
della Difesa su Whitehall. Questo non è giornalismo, è propaganda governativa.
La BBC, che in ogni caso è un emittente statale, è già
abbastanza scarsa nel suo reportage unilaterale, ma il Telegraph è più a
sinistra a causa della sua infiltrazione da parte di operatori
pseudo-governativi che si fanno fare da esperti.
Il più
grande difetto del commento dei media occidentali sulla guerra in Ucraina e, in
effetti, sulla crisi ucraina fin dall'inizio è stata la totale assenza di
paragoni.
L'attenzione
è sempre e solo rivolta agli impatti negativi del conflitto sulla Russia
stessa.
E, in effetti, ci sono state conseguenze
negative.
La
Russia è soggetta a oltre 20.000 sanzioni economiche, esclusa dalla maggior
parte degli scambi commerciali con l'Occidente, esclusa dal dialogo politico
come strumento diplomatico, tagliata fuori dalla maggior parte degli eventi
sportivi e culturali internazionali, centinaia di migliaia di suoi soldati sono
stati uccisi o feriti dall'inizio della guerra, i suoi cittadini sono sempre
più limitati nei loro spostamenti all'interno dell'Europa.
L'economia
russa oggi appare molto diversa da quella del 2014, quando la crisi iniziò.
Come
ha recentemente sottolineato il “Presidente Putin”, la crescita economica sta
rallentando rispetto ai massimi raggiunti durante la guerra, stimolati da una
massiccia politica fiscale.
I tassi di interesse e l'inflazione rimangono
preoccupantemente elevati, la carenza di manodopera in alcuni settori è in
crescita, la popolazione continua a invecchiare e il Paese continua a dipendere
eccessivamente dalle esportazioni di combustibili fossili.
Tuttavia,
non basta dire che la Russia si trova ad affrontare sfide economiche senza
considerare le sfide analoghe che sta affrontando l'Ucraina, di cui,
certamente, sentirete raramente parlare sulle pagine del Telegraph.
Quindi,
prendiamo la falsa proposta di “Ambrose-Pritchard” secondo cui le esportazioni
petrolifere russe stanno crollando a causa delle recenti sanzioni di Trump a
Rosneft e Lukoil.
Questo
sarebbe più convincente se fosse vero e se le esportazioni ucraine stessero in
qualche modo andando molto meglio.
Le
prime prove suggeriscono che le sanzioni americane su Rosneft e Lukoil hanno
drasticamente ridotto i loro volumi di commercio.
Tuttavia,
ci sono anche prove che il commercio sia stato semplicemente deviato verso
altri esportatori russi di petrolio, senza un effetto netto significativo.
Tieni
presente che il petrolio russo è stato sanzionato in un modo o nell'altro
dall'UE dal 2014, e che c'è stata una progressiva chiusura delle esportazioni
di gas dall'inizio della guerra in Ucraina.
Ci si aspetterebbe quindi che il valore totale
delle esportazioni russe sia diminuito, quindi guardiamo a questo.
Dal
2014, il valore medio trimestrale delle esportazioni russe è stato di poco
superiore ai 100 miliardi di dollari.
Questo
dato tiene conto dell'enorme impennata dei valori delle esportazioni poco prima
dell'inizio della guerra e per tutto il 2022, a seguito dell'impennata dei
prezzi del petrolio.
Nei
quattro trimestri dal quarto trimestre del 2021 al terzo trimestre del 2022, le
esportazioni russe hanno raggiunto una media di 150 miliardi di dollari (o 50
miliardi di dollari al mese), il 50% in più rispetto alla media di lungo
termine.
Nei
primi due trimestri del 2025, le esportazioni russe hanno raggiunto i 98
miliardi di dollari, 2 miliardi di dollari in meno rispetto alla media a lungo
termine, ma, di fatto, identiche al biennio dal quarto trimestre del 2019 al
terzo trimestre del 2021.
Pertanto,
non vi è alcuna prova che le sanzioni abbiano avuto un impatto più che
marginale, nella migliore delle ipotesi, in un momento in cui la Russia ha
spostato le sue esportazioni verso l'Asia e il Sud del mondo.
In
ogni caso, il valore delle esportazioni è un riferimento meno utile rispetto
alla bilancia commerciale complessiva, ovvero la differenza tra esportazioni e
importazioni.
Non
importa quanto siano grandi le esportazioni di un paese, se le importazioni
aumentano.
Diamo
uno sguardo storico all'inizio della crisi ucraina nel 2014. Il surplus delle
partite correnti della Russia – il saldo tra esportazioni e importazioni – è
stato molto più ridotto nella seconda metà del 2014 (10 miliardi di dollari a
trimestre) e per tutto il 2016 (6 miliardi di dollari), quando i prezzi del
petrolio erano bassi, rispetto ai primi due trimestri del 2025 (11 miliardi di
dollari), quando i prezzi del petrolio erano in calo.
Al
contrario, nel 2022, la Russia ha registrato il suo più alto surplus delle
partite correnti di sempre, con una media trimestrale di 59,5 miliardi di
dollari, quando i prezzi del petrolio erano in forte aumento.
Tuttavia,
la Russia è abituata a vedere il prezzo del petrolio salire e scendere, e non
ha registrato un deficit annuale del conto corrente dal 1997, e anche allora
era inferiore a 1 miliardo di dollari.
Esportando
costantemente più di quanto importi, la Russia ha costruito nel tempo le sue
riserve internazionali, conferendo resilienza contro shock economici esterni e
pressioni. Le riserve internazionali della Russia sono cresciute costantemente
da circa 400 miliardi di dollari alla fine del 2014 a 725 miliardi di dollari
attuali.
Anche
se le potenze occidentali espropriassero tutti i circa 300 miliardi di dollari
in beni immobilizzati, la Russia ne possedeva comunque più di quanto ne avesse
nel 2014, anno in cui iniziò la crisi ucraina.
In un
commento piuttosto bizzarro, “Evans-Pritchard” afferma che 'Putin può
continuare a vendere le riserve d'oro della Russia, fino alle doppie aquile
zariste in fondo alla cassaforte sotto via Neglinnaya' (la sede della Banca
Centrale russa).
Questo
suggerisce fortemente che la Russia è sul punto di finire l'oro, giusto?
Eppure,
le riserve di oro monetario della Russia sono passate da 132 miliardi di
dollari all'inizio della guerra nel 2022, a 299 miliardi oggi, che includono un
aumento di 17 miliardi di dollari nell'ottobre 2025.
Non lo
dico per dimostrare che la Russia ha ragione, ma piuttosto per la
determinazione a far sì che la nostra analisi della situazione sia guidata dai
dati, non da vuote frasi ad effetto.
Gli
annunci ridicoli del “Daily Telegraph” mancano di credibilità proprio perché
evitano consapevolmente e intenzionalmente prove concrete. L'intenzione è semplicemente quella
di affermare che la Russia sta soffrendo, senza fare alcun paragone con
l'Ucraina, che i lettori sono invitati a credere stia benissimo.
Diamo
un'occhiata all'Ucraina a confronto.
Dal
2014 al 2024, ha costantemente importato più di quanto esportasse, con un
deficit commerciale medio annuo di 13,1 miliardi di dollari. Durante i primi
tre anni di guerra, questo deficit è salito in media a 25,6 miliardi di
dollari, e nei primi dieci mesi del 2025 è già a 39,8 miliardi di dollari. In
altre parole, l'Ucraina ha esportato 24 miliardi di dollari in meno nel 2024
rispetto al 2021 e ha importato 2,5 miliardi di dollari in più.
La guerra e le restrizioni europee
all'importazione di prodotti agricoli ucraini a basso costo hanno colpito
duramente il valore delle sue esportazioni.
Il
saldo delle partite correnti dell'Ucraina ha registrato un deficit medio di 2,8
miliardi di dollari dal 2014;
tale
cifra è notevolmente inferiore alla bilancia commerciale a causa degli ingenti
afflussi di donazioni estere, in particolare nel 2015 e nel 2022, che hanno
portato a un surplus delle partite correnti in quegli anni.
È importante sottolineare che, nonostante
l'Ucraina abbia registrato un surplus delle partite correnti di 8 miliardi di
dollari nel 2022, è tornata in deficit nel 2023, con un deficit di 9,6 miliardi
di dollari, salito a 15,1 miliardi di dollari nel 2024.
Nei
primi 10 mesi del 2025, il deficit ammonta già a 26,9 miliardi di dollari.
L'unico
modo in cui l'Ucraina può attualmente colmare facilmente il vuoto nelle sue
riserve internazionali creato da questi deficit è ricevere donazioni dalle
nazioni occidentali.
E come
stiamo iniziando a vedere, per quanto riguarda i vacillanti sforzi dell'Europa
per concordare un prestito dal nome bizzarro "prestito di
riparazione", ciò si sta rivelando sempre più difficile a causa della
resistenza del Belgio e della Banca Centrale Europea.
Quindi,
gli opinionisti affamati di guerra sul Telegraph che parlano del collasso
imminente dell'economia russa stanno solo distogliendo l'attenzione dal vero
problema.
Quando la moneta occidentale smetterà di
affluire in Ucraina, il paese potrebbe trovarsi rapidamente a dover svalutare
la propria valuta e, così facendo, affrontare un acquisto in onda vertiginosa,
tassi di interesse elevati e un default sovrano.
Naturalmente,
e a rigore di termine, l'Ucraina è già in bancarotta, poiché si rifiuta di
pagare i pagamenti del debito esistente pur chiedendo ulteriori prestiti.
Le “IFI”
occidentali hanno convenientemente chiuso gli occhi su questo finora, forse per
la stessa ragione per cui gli hacker del Telegraph sostengono che l'economia
russa sta per implodere.
Volkswagen
si arrende: “Costruiremo
auto
elettriche 100% made in China.”
Vaielettrico.it
– (1°dicembre 2025) – Redazione - ci dice:
Il
gruppo Volkswagen ha annunciato di essere pronto a produrre veicoli elettrici
interamente “made in China”. Dalla componentistica alla fase di test, passando
per lo sviluppo software.
È il
risultato di una strategia che mira a ridurre drasticamente i costi.
A
Wolfsburg devono aver fatto due conti e si sono arresi:
le
vetture costruite in Cina potranno costare fino alla metà rispetto ai modelli
assemblati in Europa.
Grazie
a una filiera più efficiente, tempi di sviluppo inferiori del 30% e un costo
del lavoro più contenuto.
Per ora, i veicoli prodotti sono destinati
soprattutto al mercato locale, ma Volkswagen non esclude future esportazioni.
Volkswagen,
si adegua a una Cina sempre più autarchica: nel 2025 controlleranno due terzi
del mercato interno.
La
mossa rientra nella strategia “China for China”, una risposta a un mercato
profondamente cambiato.
La
Cina, un tempo terreno di conquista per i costruttori occidentali, è diventata
negli ultimi anni un ecosistema fortemente protezionistico, dove i produttori
nazionali dominano grazie a sussidi miliardari e norme favorevoli.
Volkswagen
si rilancia in Cina: oltre 20 modelli green entro il 2027.
Pechino
ha sviluppato una nuova politica.
Ha
puntato sull’elettrico per emanciparsi dalla tecnologia dei motori termici,
rafforzando le proprie aziende e attirando investimenti esteri solo a
condizione di una profonda localizzazione.
Il risultato?
Nel 2025 le case automobilistiche cinesi
potrebbero controllare due terzi del mercato interno.
Un
colosso da 23 milioni di immatricolazioni annue – che arrivano a 30 milioni
includendo i veicoli commerciali.
Numeri
che superano di gran lunga l’intero mercato europeo.
Non solo: ormai, oltre il 50% delle nuove
immatricolazioni in Cina riguardano veicoli a batteria.
Audi e
Volkswagen cambiano pelle per il mercato cinese.
Di
fronte a questo scenario, alcune case hanno scelto il disimpegno, mentre altre
– come Audi – hanno deciso di trasformarsi.
Il
marchio dei quattro anelli ha lanciato un brand dedicato esclusivamente alla
Cina, rinunciando al logo tradizionale per modelli sviluppati con il partner
FAW. Volkswagen seguirà la stessa strada, con 30 nuovi modelli elettrici attesi
nei prossimi cinque anni, pensati e progettati per il consumatore cinese, oggi
tra i più avanzati al mondo nella domanda di mobilità elettrica e digitale.
Cina,
l’inquinamento non cresce più grazie a rinnovabili e auto elettriche.
Volkswagen taglierà 35 mila posti di lavoro entro il
2030.
Questa
accelerazione negli investimenti in Cina contrasta con la situazione europea,
dove Volkswagen ha annunciato il taglio di 35 mila posti entro il 2030,
complice la stagnazione del mercato e il calo delle esportazioni verso l’Asia.
La filiale cinese diventerà sempre più
autonoma, mentre la casa madre resterà legata alla Cina per materie prime
strategiche, batterie e componenti elettronici.
Una
dipendenza che solleva interrogativi, soprattutto dopo le mosse di Pechino su
settori sensibili come i semiconduttori, emblematico il caso Nexperia.
Per
l’industria automobilistica europea, la transizione energetica non è solo una
sfida tecnologica:
è un nodo geopolitico e industriale che determinerà
dove verrà creato valore, chi controllerà le filiere e quale ruolo potrà
giocare l’Europa nel nuovo equilibrio dell’elettrico.
Auto
elettriche, chi è «Robin»
Zeng Yuqun, il miliardario cinese
delle
batterie che investe
5
miliardi sull’Europa.
Corriere.it
- Guido Sante Vecchi – (19 giugno 2025) – ci dice:
Fondatore
di Catl e amico di Musk, produce per Tesla, Toyota e le case tedesche, dal 2026
lo farà anche per Stellantis.
Serve
un terzo del mercato mondiale.
Vuole
internazionalizzarsi e «dribblare» i dazi.
E’ Robin
Zeng Yuqun, fondatore e presidente di Catl (Contemporary Amperex Technology
Company Ltd.)
La
parola d’ordine a Pechino è «difendere la sicurezza nazionale attraverso
l’autosufficienza tecnologica».
“ Xi
Jinping” l’ha lanciata dieci anni fa, quando ancora nessuno aveva evocato il
rischio di disaccoppiamento tra i sistemi economici di Cina e Stati Uniti (con
l’Europa presa in mezzo).
Per costruire una fortezza servono generali
ingegnosi:
uno di
questi, visionario e al tempo stesso concreto, si chiama “Robin Zeng Yuqun”.
È il fondatore di Catl, che sta per”
Contemporary Amperex Technology Company Limited”.
Il marchio forse non è noto al grande
pubblico, ma è vitale per i costruttori mondiali di auto elettriche:
più di
un terzo sono alimentate dalle batterie prodotte da Catl. L’azienda di Zeng ha tra i suoi
clienti tutte le case tedesche, Volkswagen, Mercedes, Porsche, Audi, Bmw, e poi
Tesla, Toyota, prossimamente anche Stellantis.
Imprese.
Auto e
componenti, il caso Bitron (meccatronica): «Per battere la crisi si deve stare
anche in Cina».
(Alessandra
Puato).
Auto e
componenti, il caso della meccatronica di Bitron: «Per battere le crisi bisogna
restare in Cina».
L’albergo
è in vetro e acciaio vicino alla sede nel “Fujian”.
Questo
colosso che controlla il 37% del mercato globale è basato a “Ningde” nella
provincia sudorientale del Fujian, una città di «terza fascia» tra le metropoli
cinesi.
Ora, per accogliere la processione continua di
dirigenti e tecnici dell’industria automobilistica globalizzata che vengono a
visitare la fabbrica è stato necessario costruire un albergo accanto al
quartier generale, una torre di vetro e acciaio disegnata a forma di batteria
agli ioni di litio che domina i suoi impianti distesi su 480 ettari.
Un cambiamento epocale per questa zona che
fino a pochi anni fa era agricola e produceva soprattutto tè;
il
fondatore Zeng Yuqun, che si fa chiamare Robin dai clienti stranieri, segnala
la grande ambizione di far brillare la sua città natale anche nel nome cinese
dell’azienda: «Ningde Shidai», che significa “Era di Ningde”.
Dai
campi a Apple.
Ha
origini contadine anche lui, classe 1968, nato in una famiglia povera come
molti altri capitani d’industria della Repubblica popolare cinese. Siccome il
ragazzo andava molto bene a scuola, i genitori si sacrificarono per farlo
proseguire negli studi e lui li ripagò riuscendo a farsi prendere
dall’università Jiatong di Shanghai, una delle più prestigiose della Cina,
laureandosi in ingegneria navale.
Il
primo impiego avrebbe potuto essere anche l’unico, perché il giovane ingegnere
fu assunto da un’azienda di costruzioni statale:
era
uno dei milioni di fortunati possessori della «tie fanwan», la «scodella di
ferro per il riso» che in Cina è metafora secolare di un lavoro nel settore
pubblico, sicuro anche se di scarsa soddisfazione professionale.
Invece Zeng Yuqun sapeva rischiare:
nel
1999 con due colleghi si mise in proprio fondando un’azienda di batterie per
elettrodomestici che in seguito diventò fornitrice anche di Apple.
Intanto
continuava a studiare e nel 2006 ottenne una seconda laurea in fisica della
materia condensata.
Nuova scommessa nel 2005, quando l’ingegnere
vendette la sua creatura ai giapponesi per 100 milioni di dollari, accumulando
il capitale con il quale nel 2011 fondò Catl.
Oggi
una targa nel suo ufficio dichiara: «Mantieni sempre lo spirito del rischio».
il top
manager.
Altavilla
(Byd) suona la sveglia all’Europa: «Cambi il green deal e collabori con la
Cina».
(Alessia
Cruciani).
Altavilla
(Byd) suona la sveglia all’Europa: «Cambi il green deal e collabori con la
Cina».
La
battaglia al ribasso dei prezzi.
La
corsa è sempre in salita:
i costruttori cinesi nel settore delle vetture
elettriche si danno battaglia ribassando i prezzi anche sul mercato interno;
per
resistere bisogna alzare il livello qualitativo e puntare all’estero.
Catl
alimenta un terzo dei 40 milioni di veicoli elettrici che circolano nel mondo.
Due
milioni delle sue batterie sono sulle Tesla.
La
casa americana è stata accolta a braccia aperte nel mercato cinese con
l’appoggio di “Li Qiang”, oggi primo ministro, che quando era sindaco di
Shanghai fece ponti d’oro per la giga factory di Elon Musk.
Il
rapporto con Musk.
Il
rapporto tra Zeng e Musk è stretto, i due sono stati avvistati più volte a cena
insieme a Pechino.
Questa
familiarità permette all’amico Robin di pungere Elon:
in un’intervista ha osservato che «Musk non sa come si costruisce una
batteria, è bravo con software e hardware delle auto, con le questioni
meccaniche, ma non con l’elettrochimica».
L’alleanza con Tesla non ha salvato Catl dalla «lista
nera» stilata a gennaio dal Pentagono per le aziende cinesi sospettate di
legami con l’esercito comunista.
Zeng
dice che «è un errore, non vendo i miei prodotti per fare la guerra» e promette
battaglia legale.
La
Borsa di Shenzen e il patrimonio personale di 40 miliardi.
Catl è
quotata alla Borsa di Shenzhen dal 2018, oggi sul mercato vale oltre 150
miliardi di dollari, vanta un fatturato di 50 miliardi nel 2024 e il suo
fondatore e presidente ha una fortuna personale di circa 40 miliardi, che lo
pone al quarto posto nella classifica dei cinesi più ricchi.
I suoi
11 impianti in Cina occupano 20 milioni di metri quadrati e danno lavoro a 100
mila operai, tecnici e ricercatori.
Il mercato cinese non basta più:
due
anni fa è entrato in produzione il “primo centro Catl in Germania”;
a fine
2025 comincerà a sfornare batterie un polo in Ungheria.
E nel
2026 sarà operativa in Spagna una fabbrica di batterie per Stellantis, joint
venture da 4,2 miliardi di euro con potenziale di mezzo milione di auto
all’anno.
L’obiettivo dell’internazionalizzazione ha
motivato lo sbarco in listino secondario alla Borsa di Hong Kong, dove la” Ipo”
lanciata da Zeng a maggio ha raccolto 5 miliardi di dollari che saranno
investiti nelle linee di produzione in Europa.
Una
strategia che può aggirare i dazi imposti dalla Commissione di Bruxelles per
punire i sussidi statali dati da Pechino alla sua industria automobilistica (e
Catl nel primo semestre del 2024 con mezzo miliardo di dollari era in cima alla
lista dei beneficiari dei fondi elargiti da Pechino alle aziende private).
La
sfida con” Byd”.
Quando
gli si chiede chi sia il suo più forte concorrente Robin Zeng non cita” Byd”,
il grande costruttore di auto elettriche che si fa in casa le batterie e ha una
quota di mercato del 15%:
«Il
nostro vero concorrente siamo noi stessi, sappiamo di dover continuare a
innovare per restare al vertice».
Con
Byd è in corso una sfida sui tempi di ricarica:
da
Ningde promettono un’autonomia di 520 chilometri con 5 minuti di sosta a una
colonnina.
La divisione ricerca e sviluppo, che Zeng
segue personalmente, lavora a batterie sempre più grandi e potenti per camion e
navi.
È appena stato annunciato il lancio di una
batteria gigante per i data centre dell’Intelligenza artificiale.
Un
altro settore chiave è quello dello stoccaggio dell’energia prodotta da pale
eoliche e pannelli solari e anche qui Catl è sbarcata in Italia per collaborare
con Enel.
L'industria
cinese delle auto elettriche si sta dirigendo verso un consolidamento storico e
sta persino costringendo il leader di mercato BYD a fuggire.
Xpert.digital.it
– (19 ottobre 2025) - Konrad Wolfenstein - Brand Ambassador - Influencer del
settore – ci dice:
L’industria
cinese delle auto elettriche si sta dirigendo verso un consolidamento storico e
sta persino costringendo il leader di mercato BYD a fuggire.
Lotta
per la sopravvivenza nel Regno di Mezzo: quando il mercato interno diventa un
campo di battaglia.
La
ritirata strategica di BYD: quando l'espansione diventa una questione di
sopravvivenza.
L'annuncio
del produttore cinese di auto elettriche BYD di costruire circa 300 stazioni di
ricarica rapida in Sudafrica entro la fine del 2026 sembra, a prima vista,
un'ambiziosa mossa di espansione da parte di un leader di mercato sicuro di sé.
Ma
dietro questa offensiva si cela una realtà economica ben più complessa:
il più
grande produttore mondiale di veicoli elettrici sta abbandonando il suo mercato
interno a causa di una brutale guerra dei prezzi che sta mettendo a dura prova
anche i modelli di business più redditizi.
L'espansione
in Africa è più una via d'uscita strategica dalla crisi esistenziale che sta
attraversando l'industria automobilistica cinese, piuttosto che un'espressione
di forza.
L'industria
automobilistica globale sta attraversando una delle trasformazioni più profonde
della sua storia.
Al
centro di questa trasformazione c'è la Cina, che nel giro di pochi anni è
passata da un ruolo marginale a quello di attore dominante nel settore dei
veicoli elettrici.
Con
una quota di mercato superiore al 50% dei nuovi veicoli, i veicoli elettrici e
ibridi plug-in hanno superato i motori a combustione interna convenzionali in
Cina per sei mesi consecutivi.
Ma
questo successo senza precedenti ha creato un lato oscuro: un'enorme
sovraccapacità produttiva, che ha portato a una concorrenza autodistruttiva che
le autorità cinesi chiamano "neijuan", una rivalità insensata e
reciprocamente distruttiva, priva di reali progressi.
BYD
esemplifica questo paradosso.
Mentre
l'azienda ha venduto più veicoli completamente elettrici di Tesla nel secondo
trimestre del 2025, consolidando la sua leadership globale, ha
contemporaneamente registrato un calo degli utili del 29,9% su base annua per
la prima volta in oltre tre anni.
I
margini lordi del gruppo si sono ridotti al 16,3%, mentre i tagli di prezzo
aggressivi fino al 34% su 22 modelli hanno messo sotto pressione l'intero
settore.
Questo
sviluppo solleva interrogativi fondamentali sulla sostenibilità del modello di
crescita cinese e illustra come gli investimenti eccessivi sponsorizzati dallo
Stato possano portare a distorsioni strutturali che mettono a repentaglio anche
gli attori di maggior successo.
Questa
analisi esamina i complessi meccanismi economici che impongono il
riallineamento strategico di BYD.
In primo luogo, illustra le radici storiche
dell'attuale crisi, quindi analizza i principali fattori trainanti e le
dinamiche di mercato, valuta la situazione attuale utilizzando indicatori
quantitativi e confronta diverse strategie di espansione internazionale.
Infine, vengono discusse le implicazioni a
lungo termine per l'industria automobilistica globale e le relative tensioni
geopolitiche.
L'economia
cinese alla svolta: che comprende anche giganti come Byd Sire.
Dall'avanzamento
sovvenzionato alla competizione autodistruttiva.
L'attuale
crisi di sovraccapacità produttiva nel settore cinese dei veicoli elettrici può
essere ricondotta a una serie di decisioni strategiche iniziate oltre quindici
anni fa.
Nel 2010, il governo cinese ha dichiarato lo
sviluppo dei veicoli elettrici una priorità strategica e ha avviato un ampio
programma di sovvenzioni.
Questa politica si basava sulla consapevolezza che la
Cina era tecnologicamente in ritardo rispetto ai produttori occidentali e
giapponesi nel campo dei motori a combustione interna convenzionali, ma che un
salto tecnologico verso i sistemi di propulsione elettrici avrebbe potuto
colmare questo divario.
Il
sostegno governativo si è manifestato in diverse dimensioni.
Tra il
2010 e il 2023, si stima che nel settore siano confluiti 200 miliardi di
dollari sotto forma di incentivi all'acquisto diretto, esenzioni fiscali,
finanziamenti per le infrastrutture e sussidi alla ricerca.
Gli
acquirenti di veicoli elettrici hanno ricevuto sconti fino a 15.000 dollari per
veicolo, mentre un'esenzione decennale dall'imposta sulle vendite del 10% ha
ulteriormente depresso i prezzi.
Allo
stesso tempo, le amministrazioni provinciali e locali hanno investito miliardi
per aumentare la capacità produttiva, spesso senza considerare la domanda
effettiva o la redditività a lungo termine.
Questa
politica ha inizialmente prodotto risultati impressionanti.
Il
numero di produttori cinesi di veicoli elettrici è esploso da una manciata nel
2010 a oltre 500 nel 2018.
La
quota di mercato dei veicoli elettrici e ibridi plug-in è salita da quasi zero
a oltre il 50% nel 2025.
La
Cina è emersa come il più grande produttore mondiale di batterie agli ioni di
litio, controllando circa il 75% della capacità produttiva globale e oltre la
metà della lavorazione di materie prime essenziali come litio, cobalto e
grafite entro il 2023.
Tuttavia,
parallelamente a questa crescita quantitativa, si sono accumulati squilibri
strutturali.
Sebbene i sussidi del governo centrale siano
ufficialmente terminati nel 2022, sono stati parzialmente compensati da sussidi
regionali e da generosi prestiti governativi.
Ancora
più importante, le capacità produttive accumulate nel corso degli anni sono
cresciute molto più rapidamente della domanda effettiva.
Secondo
il “Gao Gong Industry Research Institute”, l'industria automobilistica cinese
ha la capacità di produrre 55,6 milioni di veicoli all'anno, mentre nel 2024 ne
sono state vendute solo 27,5 milioni di unità.
L'utilizzo
della capacità per i veicoli elettrici è stato in media del 64,5%.
Questa
sovraccapacità si è trasformata in una brutale guerra dei prezzi a partire dal
2023.
Tesla
ha dato il via alla guerra con tagli di prezzo fino al 13% a gennaio 2023,
costringendo praticamente tutti i produttori cinesi a seguire l'esempio.
BYD,
leader di mercato con una quota di circa il 40% del mercato nazionale dei
veicoli elettrici, ha svolto un ruolo ambivalente:
l'azienda ha sfruttato i vantaggi di costo
derivanti dall'integrazione verticale e dalle economie di scala per esercitare
pressione sui concorrenti attraverso aggressivi tagli di prezzo.
Allo stesso tempo, questa strategia ha minato
la sua stessa redditività e ha portato alla compressione dei margini
dell'intero settore.
Gli
sviluppi storici rivelano un modello di sovrainvestimento indotto dal governo,
caratteristico delle economie a controllo centralizzato.
Le strutture di incentivazione incoraggiavano
i governi locali a investire in capacità produttiva, indipendentemente dalla
razionalità macroeconomica, perché promettevano posti di lavoro e gettito
fiscale. Solo
quando la sovraccapacità creava rischi sistemici per l'intera filiera
automobilistica e la redditività diventava l'eccezione, le autorità centrali
reagivano lanciando allarmi contro la "concorrenza disordinata".
Anatomia
della competizione predatoria: attori, meccanismi e potere.
Le
dinamiche di mercato nel settore dei veicoli elettrici in Cina sono plasmate da
una complessa interazione tra diverse categorie di attori i cui interessi
coincidono solo parzialmente.
In
prima linea ci sono i grandi produttori verticalmente integrati come BYD, Geely
e SAIC, che gestiscono catene del valore complete, dalla produzione di celle
per batterie all'assemblaggio dei veicoli.
Queste
aziende beneficiano di significativi vantaggi in termini di costi: BYD produce
internamente circa il 75% dei suoi componenti, tra cui la sua batteria
proprietaria a lama, i semiconduttori e i motori elettrici. Questo controllo sulle forniture
critiche non solo riduce i costi di circa il 30% rispetto ai concorrenti, ma
offre anche una flessibilità strategica nei prezzi.
Un
secondo gruppo è costituito da produttori premium specializzati come NIO, XPeng
e Li Auto, che si concentrano sulla leadership tecnologica e sui segmenti di
prezzo più elevati.
Queste
aziende investono in modo sproporzionato in sistemi di guida autonoma,
tecnologie di sostituzione delle batterie o ibridi con range extender.
Il
loro modello di business si basa sul presupposto che la differenziazione
tecnologica giustifichi sovrapprezzi di prezzo adeguati.
Tuttavia,
la realtà è diversa:
mentre”
XPeng” ha raggiunto un nuovo record di 37.709 consegne nell'agosto 2025,
registrando una crescita annua del 169%, “Li Auto “sta lottando con un forte
calo delle vendite.
“NIO”,
a sua volta, ha generato un utile netto negativo di 19.141 dollari per veicolo
nel 2022 e ha dovuto diversificare il proprio modello di business con
sottomarche a basso costo come “Onvo.”
La
terza categoria comprende una varietà di piccole e medie imprese
manifatturiere, nonché aziende automobilistiche statali come Changan, Dongfeng
e FAW, che sono in ritardo nel segmento dei veicoli elettrici.
Molti di questi attori producono meno di 5.000 unità
al mese e operano ben al di sotto dei tassi di utilizzo redditizi.
Ciononostante,
sopravvivono in parte grazie al sostegno delle amministrazioni locali, data la
loro importanza per l'occupazione regionale e le catene di approvvigionamento.
Il
motore economico centrale dell'attuale guerra dei prezzi è il classico problema
della sovracapacità produttiva nei settori con elevati costi fissi.
La
produzione automobilistica è caratterizzata da significativi investimenti in
attrezzature, utensili e sviluppo, mentre i costi variabili per veicolo
aggiuntivo sono relativamente bassi.
In una situazione di sovracapacità
strutturale, qualsiasi vendita aggiuntiva, purché superi i costi variabili,
diventa un margine di contribuzione per i costi fissi.
Ciò
crea un incentivo a riduzioni aggressive dei prezzi, anche se ciò erode la
redditività complessiva del settore.
La
strategia di BYD esemplifica questo meccanismo.
Nel
marzo 2025, l'azienda ha ridotto drasticamente i prezzi dei suoi modelli base:
il “modello Seagull” è stato ridotto da 69.800
a 55.800 yuan (circa 7.600 dollari).
Questa
politica dei prezzi ha azzerato circa 22 miliardi di dollari di
capitalizzazione di mercato in poche settimane.
Ciononostante, ha seguito una logica economica:
con
costi variabili stimati pari a circa il 60% del prezzo di vendita, ogni veicolo
venduto genera comunque un margine di contribuzione positivo. L'alternativa –
tagli alla produzione con conseguenti oneri sui costi fissi e perdite di quote
di mercato – appare meno allettante nel breve termine, anche se la strategia
non è sostenibile nel lungo termine.
Il
quadro normativo sta esacerbando questa dinamica.
Dopo
la scadenza dei sussidi all'acquisto diretto nel 2022, il governo ha introdotto
nel 2024 un programma di permuta che offre agli acquirenti fino a 20.000 yuan
(2.730 dollari) per l'acquisto di un nuovo veicolo elettrico in cambio della
rottamazione di un vecchio motore a combustione.
Questo programma, per il quale è stato stanziato
l'equivalente di 11 miliardi di dollari per il 2025, stimola la domanda ma
aumenta allo stesso tempo la pressione sui prezzi, poiché i produttori devono
offrire sconti aggiuntivi per beneficiare dell'incentivo.
Un
altro fattore critico è la concentrazione nella filiera delle batterie. CATL, il più grande produttore
mondiale di celle per batterie, controlla circa il 38% del mercato globale,
mentre BYD si colloca al secondo posto con il 17,8%. Questa concentrazione
conferisce ai produttori verticalmente integrati un significativo potere
negoziale sui produttori di veicoli puri che si affidano a batterie esterne. Le
differenze di costo delle batterie, spesso pari al 30-40% del costo totale del
veicolo, diventano quindi un vantaggio competitivo decisivo.
I
meccanismi di mercato seguono quindi una logica che l'economista Michael Spence
ha descritto come "segnalazione attraverso la combustione di denaro":
le
aziende con disponibilità finanziarie elevate e vantaggi di costo usano le
riduzioni di prezzo come segnale della loro forza e costringono i concorrenti
meno ricchi di capitale a uscire dal mercato.
La
vicepresidente esecutiva di BYD, “Stella Li”, ha espresso questa realtà senza
mezzi termini:
"La
concorrenza in Cina è agguerrita. Pertanto, dobbiamo sviluppare nuovi mercati
in cui possiamo raggiungere una crescita sostenibile". Questa affermazione
rivela che persino l'azienda leader del settore considera le dinamiche del
mercato interno insostenibili.
Dati e
dilemmi: lo stato attuale di un settore surriscaldato.
Gli
indicatori quantitativi del settore cinese dei veicoli elettrici dipingono un
quadro di forti contrasti tra successi macroeconomici e sconvolgimenti
microeconomici.
A
settembre 2025, il mercato cinese ha raggiunto un traguardo storico:
per la prima volta, le vendite mensili di
veicoli elettrici e ibridi plug-in hanno superato la soglia di 1,6 milioni, con
i soli veicoli elettrici a batteria che hanno stabilito un nuovo record con
1,058 milioni di unità.
Il
tasso di penetrazione dei sistemi di propulsione elettrificati è salito al
49,7%: quasi un nuovo veicolo venduto su due è dotato di un connettore plug-in.
Complessivamente,
nei primi otto mesi del 2025 sono stati venduti in Cina oltre 9,6 milioni di veicoli
elettrici e ibridi plug-in, con un aumento del 36,7% rispetto allo stesso
periodo dell'anno precedente.
Le proiezioni indicano che le vendite annuali
potrebbero superare per la prima volta la soglia dei 13 milioni nel 2025. Questi dati sottolineano la
trasformazione di un mercato in cui i veicoli elettrici erano un fenomeno di
nicchia meno di dieci anni fa.
Ma
questi impressionanti dati di crescita nascondono allarmanti trend di
redditività.
Il
margine di utile netto medio dell'industria automobilistica cinese è sceso ad
appena il 4,3% nel 2024, rispetto al 5,0% dell'anno precedente e
significativamente al di sotto dell'oltre 10% del Nord America.
Per l'intero anno 2024, il settore ha
registrato un calo degli utili dell'8%, nonostante una crescita del fatturato
del 4%.
Questo
divario tra fatturato e andamento degli utili segnala un sostanziale
deterioramento del potere di determinazione dei prezzi.
BYD,
in qualità di leader del settore, esemplifica questa dicotomia.
Nella
prima metà del 2025, il gruppo ha aumentato il fatturato del 23,3%,
raggiungendo i 371,28 miliardi di yuan (circa 51 miliardi di dollari USA).
Tuttavia, il margine di profitto lordo è sceso
al 16,3% nel secondo trimestre, con un calo di 3,8 punti percentuali su base
annua.
L'utile
netto è diminuito ancora più drasticamente nel secondo trimestre, scendendo del
29,9% a 6,4 miliardi di yuan.
Questo
primo calo degli utili dal primo trimestre del 2022 segna una svolta:
anche
il produttore più efficiente e con i costi più contenuti non può più sfuggire
all'erosione dei margini.
L'impatto
sui concorrenti è ancora più drastico.
Tesla,
che produce in Cina e ha venduto circa 460.000 veicoli sul mercato cinese nel
2024, ha dovuto ripetutamente tagliare i prezzi e ora offre finanziamenti
quinquennali a tasso zero, oltre a sussidi gratuiti per la ricarica e
l'assicurazione.
NIO ha
registrato una perdita netta di 2,38 miliardi di dollari su un fatturato di 7,3
miliardi di dollari per l'anno fiscale 2022, con un margine di perdita del
32,6%.
XPeng
ha registrato un flusso di cassa positivo dalle attività operative solo per la
prima volta nel quarto trimestre del 2024.
La
situazione di sovraccapacità si riflette in numeri concreti: l'industria
automobilistica cinese ha una capacità produttiva di 55,6 milioni di veicoli
all'anno, ma ne ha venduti solo 27,5 milioni nel 2024.
Soprattutto
per i veicoli elettrici, la capacità produttiva è di oltre 20 milioni di unità
all'anno, con vendite effettive di circa 13 milioni.
Questa
sovraccapacità strutturale di circa il 50% determina la concorrenza sui prezzi
osservata.
La
dimensione internazionale aggrava ulteriormente il dilemma. Le esportazioni
cinesi di automobili sono salite a 5,86 milioni di unità nel 2024, di cui 1,28
milioni (22%) erano veicoli elettrici. BYD ha esportato circa 464.000 veicoli
nei primi otto mesi del 2025, con un aumento del 128%.
Tuttavia,
questa offensiva sulle esportazioni sta incontrando sempre più resistenze
protezionistiche: dall'ottobre 2024, l'Unione Europea ha imposto dazi
aggiuntivi del 17,0% su BYD, del 18,8% su Geely e fino al 35,3% su SAIC, oltre
alla normale tariffa di importazione del 10%.
Gli
Stati Uniti hanno di fatto escluso i veicoli elettrici cinesi dal mercato con
dazi superiori al 100%.
Queste
barriere commerciali impediscono a BYD e ai suoi concorrenti di ridurre
semplicemente la propria capacità produttiva in eccesso esportando verso i
mercati sviluppati. I restanti mercati di esportazione – America Latina,
Sud-est asiatico e Africa – mostrano un potenziale di crescita, ma un potere
d'acquisto significativamente inferiore e volumi di mercato inferiori.
Il
Brasile, il più grande mercato automobilistico latinoamericano, ha venduto
circa 125.000 veicoli elettrici nel 2024, mentre l'Africa nel suo complesso ne
ha vendute meno di 50.000.
La
situazione attuale rivela quindi un classico dilemma del prigioniero:
ogni
singolo produttore agisce razionalmente abbassando i prezzi per difendere o
espandere la propria quota di mercato. Collettivamente, tuttavia, questo
comportamento porta a una situazione in cui praticamente tutti gli attori sono
svantaggiati. Il governo cinese lo ha riconosciuto e, nel maggio 2025, ha convinto 17
produttori a firmare un impegno volontario per evitare "pratiche di prezzo
anomale".
Tuttavia,
questo accordo è fallito nel giro di poche settimane, quando BYD ha annunciato
ulteriori tagli ai prezzi.
Percorsi
divergenti: opzioni strategiche nella competizione globale.
Le
reazioni alla saturazione del mercato interno e alla pressione sui margini
seguono modelli molto diversi tra i diversi attori, come possono essere
illustrati da tre casi di studio esemplari: la globalizzazione diversificata di
BYD, l'attenzione alla qualità di Tesla e la strategia di nicchia tecnologica
di NIO.
BYD
sta perseguendo la strategia di internazionalizzazione più aggressiva tra i
produttori cinesi.
L'azienda
punta a generare il 20% delle sue vendite all'estero entro il 2025, pari a
800.000-1 milione di veicoli.
Questa
strategia si basa su tre pilastri:
in
primo luogo, lo sviluppo della capacità produttiva locale per aggirare i dazi
all'importazione.
Uno
stabilimento con una capacità annua prevista di 150.000 veicoli è in
costruzione in Ungheria e la produzione dovrebbe iniziare alla fine del 2025.
Un
altro stabilimento con una capacità simile sarà completato in Turchia nel 2026.
In
Brasile, la produzione è iniziata a luglio 2025 in uno stabilimento con una
capacità iniziale di 150.000 unità, che dovrebbe essere ampliata a 600.000
entro il 2031.
Thailandia, Indonesia e Cambogia seguiranno
con stabilimenti di varie dimensioni.
In
secondo luogo, BYD sta diversificando strategicamente il suo portafoglio
prodotti in base alle preferenze regionali.
Mentre
i veicoli puramente elettrici dominano in Cina, l'azienda si sta concentrando
sempre più sugli ibridi plug-in in Europa, che non sono soggetti a dazi
doganali più elevati. Nella prima metà del 2025, BYD ha triplicato le sue
vendite europee, raggiungendo le 84.400 unità, con una quota crescente degli
ibridi plug-in.
Per l'America Latina, BYD sta sviluppando un
motore ibrido etanolo-benzina che tenga conto delle preferenze locali in
materia di carburante.
In
terzo luogo, BYD sta investendo massicciamente nelle infrastrutture di ricarica
come barriera strategica all'ingresso.
In Cina, l'azienda ha già installato diverse
centinaia di stazioni di "ricarica flash" con una potenza di ricarica
fino a 1.000 kilowatt, che teoricamente consentono un'autonomia di 400
chilometri in cinque minuti.
In Europa, BYD prevede di installare tra 200 e
300 di queste stazioni entro la fine del secondo trimestre del 2026.
Anche
in Sudafrica, entro la fine del 2026, saranno costruite tra 200 e 300 stazioni
di ricarica rapida, alcune delle quali saranno dotate di pannelli solari e
batterie di accumulo per ridurre la dipendenza dalla rete.
Questa
strategia mira a creare vantaggi competitivi attraverso reti proprietarie in
mercati con infrastrutture di ricarica poco sviluppate.
Tuttavia,
gli investimenti associati – che il vicepresidente esecutivo di BYD Stella Li
ha definito "importanti investimenti" – impegnano capitali
significativi e aumentano il rischio imprenditoriale.
L'ammortamento
di questa infrastruttura richiede a BYD di conquistare quote di mercato
significative nei mercati di riferimento.
Tesla
sta perseguendo un approccio fondamentalmente diverso.
L'azienda
si sta concentrando sui suoi mercati principali consolidati – Stati Uniti, Cina
ed Europa – senza un'espansione geografica aggressiva.
In
Cina, dove Tesla ha venduto circa 460.000 veicoli nel 2024, l'azienda sta
lottando con una quota di mercato in calo.
Le
vendite negli Stati Uniti nella prima metà del 2025 sono diminuite del 15%,
mentre in Europa sono crollate del 43% tra gennaio e agosto.
Nell'agosto
2025, la quota di mercato di Tesla nell'UE è scesa per la prima volta al di
sotto di quella di BYD.
La
risposta di Tesla non è la diversificazione geografica, ma l'innovazione di
prodotto e la riduzione dei costi. L'azienda ha annunciato modelli a prezzi più
bassi e offre condizioni di finanziamento aggressive.
Allo
stesso tempo, Tesla sta spostando il suo focus strategico sulla guida autonoma
e sull'intelligenza artificiale, come illustra il suo "Master Plan
4".
Questa
strategia comporta rischi significativi:
se le promesse di guida autonoma dovessero
essere ritardate, Tesla non avrà nuovi prodotti per difendere la sua quota di
mercato nel breve termine.
Gli analisti avvertono già che la mancanza di
nuovi modelli porterà inevitabilmente a ulteriori perdite di quote di mercato.
NIO
rappresenta un terzo percorso strategico:
la differenziazione tecnologica attraverso la
tecnologia di sostituzione delle batterie.
Entro il 2025, l'azienda gestirà oltre 1.200
stazioni di sostituzione delle batterie in Cina, consentendo una sostituzione
completa della batteria in circa tre minuti. Questa infrastruttura offre
teoricamente a NIO un vantaggio competitivo rispetto ai sistemi di ricarica a
tempo.
Inoltre, nel 2025, NIO ha lanciato
sotto-marchi in segmenti di prezzo inferiori, come Onvo e Firefly, per ampliare
il proprio target di riferimento.
Nonostante
questa innovazione, NIO rimane non redditizia e fortemente dipendente dalle
iniezioni di capitale.
La
tecnologia di sostituzione delle batterie richiede ingenti investimenti
infrastrutturali, la cui scalabilità al di fuori della Cina appare discutibile.
L'espansione
in Europa procede lentamente, mentre il Sud-est asiatico e il Medio Oriente
hanno finora fornito contributi marginali.
Il
confronto rivela differenze fondamentali nei loro modelli di business.
L'integrazione verticale e la leadership di costo di BYD consentono una
politica di prezzi aggressiva e una diversificazione geografica. Tuttavia, i
requisiti di capitale e le complessità operative associati sono enormi.
Tesla
fa affidamento sulla potenza del marchio, sull'eccellenza tecnologica e
sull'efficienza operativa, ma sta perdendo sempre più quote di mercato
sensibili al prezzo.
NIO
sta cercando di occupare una nicchia attraverso la differenziazione
tecnologica, ma la sua scalabilità e trasferibilità globale rimangono
discutibili.
Dal
punto di vista normativo, i mercati target reagiscono in modo molto diverso
agli investimenti cinesi.
Mentre
Ungheria e Turchia sostengono attivamente gli stabilimenti BYD, altri paesi
dell'UE bloccano le acquisizioni cinesi per motivi di sicurezza.
Il Brasile indaga su BYD per abusi sul lavoro
presso le imprese edili, mentre gli Stati Uniti escludono di fatto i veicoli
elettrici cinesi dal mercato.
Questo
frammentato panorama normativo aumenta significativamente i costi di
transazione e l'incertezza per l'espansione internazionale.
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