Cyber attacco preventivo.

 

Cyber attacco preventivo.

 

 

Lo Zar sfida Europa e Usa: nessuna

concessione, pronti altri due anni di guerra.

 Msn.com – Il giornale – Redazione – (02-12 -2025) - Gian Micalessin – ci dice:

 

Lo Zar sfida Europa e Usa: nessuna concessione, pronti altri due anni di guerra.

Vladimir Putin difficilmente parla a caso. E raramente tralascia i propri obbiettivi. Per capirlo basta riascoltarsi il discorso pronunciato alla Conferenza di Monaco del 2007.

Con quell'intervento ruppe i ponti con Occidente e Nato accusati di allargare la propria sfera d'influenza ai danni della Russia.

Diciotto anni dopo è convinto di poter realizzare gli obbiettivi di Monaco ripetuti, con ancor più enfasi, alla vigilia della cosiddetta "Operazione Speciale".

Non a caso ieri ha imposto un'ora di attesa agli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner presentatisi al Cremlino con un piano negoziale rivisto in base alle richieste ucraine ed europee.

E per farlo capire Putin si è fatto precedere dall'eco di una plateale sfida al Vecchio Continente.

 "L'Europa - ha detto - non ha nessun piano per l'Ucraina, intende solo combattere con la Russia. Ma se loro inizieranno la guerra, noi siamo pronti.

Anche subito".

 

La sfida al Vecchio Continente e le umilianti attese imposte a “Witkoff” e “Kushner” nascondono obiettivi precisi.

Il primo è far capire che nessun piano rivisto in base alle richieste di Londra, Parigi o Berlino avrà la minima speranza di successo.

Il secondo è che l'apertura di Washington, per quanto apprezzata, non prelude a risultati immediati, ma solo a un lungo e complesso processo negoziale.

 Un processo che nei piani del Cremlino deve garantire non solo acquisizioni territoriali, ma anche la totale revisione della cosiddetta "geografia della sicurezza" europea.

 

Putin, insomma, non si accontenta di annettersi i territori già conquistati degli "oblast" di Kherson, Zaporizhzhia e Lugansk o di pretendere il ritiro di Kiev da quel 25 per cento del Donetsk ancora sotto il suo controllo.

E neppure dell'impegno Usa di tenere l'Ucraina fuori dalla Nato riducendone le capacità militari.

Per chiudere la guerra il presidente russo ne pretende la completa smilitarizzazione e la trasformazione in uno stato cuscinetto condannato a delimitare simbolicamente le sfere d'influenza di Washington e Mosca.

Neanche questi obiettivi, assai più rigorosi e intransigenti rispetto a quelli prospettati nel vertice di Anchorage, sono frutto del caso.

 La scelta di Trump di sottoporre agli alleati europei i punti discussi in Alaska infastidì non poco il presidente russo che - come spiegato a” Il Giornale” da fonti vicine al Cremlino - pretese dai suoi consiglieri militari ed economici una dettagliata valutazione della capacità di continuare la guerra senza rischiare la bancarotta, la mancanza di armamenti o un generalizzato malcontento.

 Il responso, arrivato ai primi di ottobre, garantirebbe, anche in caso di nuove e più dure sanzioni Usa, un'autonomia finanziaria e strategica di due anni accompagnata da una contenuta erosione dei consensi.

 

Sulla base di quel responso Putin gioca ora la sua partita con i negoziatori americani e l'Europa.

 L'invito ai soldati a prepararsi ad un inverno di combattimenti è il segnale di un'offensiva che non si fermerà oltre Pokrovsk o Kupyansk, ma proseguirà verso Kramatorsk e Sloviansk, gli ultimi due centri del Donetsk ancora in mani ucraine.

 La minaccia di isolare Kiev dal mare prefigura un'avanzata sul porto di Odessa già inserito negli obbiettivi originari dell'Operazione Speciale. Insomma Putin è convinto di possedere non solo il tempo e la forza, ma anche la legittimazione politica garantitagli dalla corruzione del governo di Zelensky e dalla volontà trumpiana di sottoscrivere con Mosca non un semplice cessate il fuoco, ma nuove alleanze finanziarie e commerciali.

E proprio per questo non ha, per ora, nessuna intenzione di fermarsi.

 

Ucraina, infatti la caduta di Pokrovsk aprirebbe quattro nuove direttrici per l'avanzata russa.

La conquista di Pokrovsk - non ancora confermata ufficialmente - è percepita da Mosca come un punto di svolta strategico.

 La mossa non varrebbe infatti solo per il controllo territoriale immediato ma soprattutto per la serie di possibilità operative che ne derivano.

 Il controllo della città, secondo le fonti russe, libera forze significative dell'esercito, principalmente quelle del raggruppamento "Centro", che possono ora essere ridistribuite per aggirare le linee difensive ucraine.

Quattro direttrici per l'avanzata e la zona cuscinetto.

La strategia russa punta a sfruttare il successo per un'avanzata su più assi, principalmente indirizzata a colpire le difese ucraine dove queste non sono state preparate.

 In primo luogo, l'obiettivo immediato è mettere pressione su “Grishino”.

La caduta di questo centro è cruciale per interrompere il flusso di rinforzi che riforniscono l'agglomerazione Pokrovsk-Mirnograd.

Una volta liberata “Grishino”, si aprirebbe la via verso ovest lungo la strada E50, fino al confine con l'oblast di Dnepropetrovsk.

 Prendere il controllo di questa tratta è fondamentale per Mosca per formare una zona di buffer confinaria analoga a quella realizzata più a sud.

In secondo luogo, da Pokrovsk (che fino al 2016 si chiamava Krasnoarmeysk) si delinea una chiara possibilità di avanzare a nord verso la città di Dobropole, che aveva una popolazione prebellica di circa 30 mila persone.

La conquista di Dobropole permetterebbe alle truppe russe di accedere alla strada T0514 e, potenzialmente, di uscire sulla linea Druzhkovka - Kramatorsk - Slaviansk da ovest.

Questo asse rappresenta una minaccia significativa, poiché, secondo le analisi russe, il nemico non si è preparato alla difesa da questo lato, avendo concentrato le fortificazioni contro un avanzamento da sud e da est.

 

 

 

Scienza o Propaganda?

Conoscenzealconfine.it – (3 Dicembre 2025) - Redazione Assis – ci dice

 

Come l’industria ha trasformato la ricerca in un’arma e il dissenso in un crimine.

In Italia siamo abituati a pensare che “la scienza” sia una sorta di entità neutrale, superiore, immune da pressioni e condizionamenti ma la realtà è molto meno rassicurante.

Oggi la scienza non è minacciata da chi fa domande, bensì da chi impedisce che vengano poste.

Perché quando non si possono controllare i dati, discutere le prove o mettere in discussione le versioni ufficiali senza subire attacchi, non siamo più nel campo della scienza.

 Siamo nella propaganda.

 

Un Sistema Costruito sulla Dipendenza dall’Industria.

Università, ospedali, fondazioni, centri di ricerca italiani: tutti competono per ottenere finanziamenti privati; è la conseguenza di anni di tagli alla ricerca pubblica.

Il risultato? Non è l’industria che si adatta alla scienza, è la scienza che si adatta all’industria.

E così ciò che si studia, ciò che si pubblica, e ciò che si deve tacere dipendono spesso da chi paga.

 Non è un’opinione: è la semplice mappa dei flussi economici.

Un esempio clamoroso riguarda i farmaci per abbassare il colesterolo.

I dati grezzi dei principali studi clinici non sono mai stati resi disponibili eppure linee guida, protocolli e campagne di prevenzione italiane si basano proprio su quelle analisi inaccessibili.

 

La regola è semplice: controlli i dati, controlli la verità.

 

Negli Stati Uniti il meccanismo porta un nome: user fees, “tasse pagate dalle aziende” ai regolatori per velocizzare l’approvazione dei farmaci.

 In Australia la TGA vive quasi interamente di fondi privati.

Ed è ingenuo pensare che in Italia sia tutto diverso:

anche l’AIFA dipende in parte dalle stesse aziende che dovrebbe valutare e, se necessario, fermare.

 

Lo schema è sempre quello: politiche di “fast track” (corsia accelerata), studi più brevi, prove più deboli, controlli post-marketing quasi simbolici.

 Basta ribattezzare tutto con la parola “innovazione” e la critica viene zittita.

 

Negli anni siamo stati bombardati dalla narrativa secondo cui la depressione deriverebbe da un “squilibrio chimico” del cervello.

 Questa teoria – nata negli USA come slogan pubblicitario più che come risultato di solide prove – è stata ripetuta in Italia da giornali, associazioni, clinici, eppure oggi le ricerche più robuste mostrano che non esistono prove consistenti di una carenza di serotonina come causa primaria della depressione.

Nonostante questo, il consumo di antidepressivi in Italia è esploso.

È un caso da manuale di come il marketing diventi “missione sanitaria” semplicemente ripetendo una formula rassicurante.

 

La Censura Elegante: Non ti Arrestano… ti Silenziano.

Oggi non serve minacciare fisicamente uno scienziato per metterlo a tacere, esistono strumenti molto più raffinati:

fact-checker che non verificano, ma delegittimano,

comitati editoriali che ritirano studi non perché falsi, ma perché scomodi,

– accuse generiche di “disinformazione” rivolte a chi fa domande,

– esclusioni dai tavoli istituzionali,

– campagne mediatiche costruite ad arte.

 

Il termine fact-checking, che in teoria significa “verifica dei fatti”, è diventato spesso “controllo del dibattito”.

È l’uso politico della scienza travestito da tutela della scienza.

In Italia lo abbiamo visto:

studi critici vengono ritirati; opinioni divergenti vengono trattate come minacce alla sicurezza pubblica; il contraddittorio diventa sospetto.

 

All’estero un esempio eclatante è il caso “Covaxin”, dove una casa farmaceutica ha querelato gli autori di uno studio scomodo.

 Da noi, più silenziosamente, diversi ricercatori hanno perso spazi, finanziamenti o incarichi dopo aver chiesto trasparenza sui dati – soprattutto su farmaci nuovi o vaccini recenti.

 

Il messaggio è universale, anche in Italia: non disturbare il manovratore.

Il vero cuore del problema è che nessuno paga mai.

Quando un farmaco si rivela pericoloso o inefficace, quando un dispositivo causa danni, quando linee guida si basano su prove fragili, le conseguenze cadono sempre sui cittadini.

I dirigenti che hanno nascosto rischi o venduto certezze illusorie non perdono il posto: spesso vengono promossi.

È il modello perfetto: profitti privati, perdite pubbliche.

Come usciamo da questo incubo?

 Non con slogan, né con “giornate della trasparenza”.

Servono riforme concrete:

Accesso obbligatorio ai dati grezzi di ogni studio clinico finanziato anche solo in parte con denaro pubblico.

Agenzie regolatorie finanziate al 100% dallo Stato, senza contributi aziendali.

Protezione per ricercatori indipendenti e denunce tutelate.

Stop alle porte girevoli tra industria, enti regolatori e università.

Responsabilità penale individuale per chi occulta dati di sicurezza.

E serve soprattutto una rivoluzione culturale:

 accettare che la scienza vive del conflitto, non del consenso; della critica, non della fedeltà; del dubbio, non della reverenza.

La scienza non è un altare e il consenso non è una prova.

“La scienza smette di essere scienza quando dire ciò che si vede diventa più pericoloso che diffondere ciò che conviene”.

Ed è esattamente là che ci troviamo oggi.

(Redazione Assis).

(assis.it/scienza-o-propaganda/).

La Nato valuta «cyber attacchi preventivi».

Ilmanifesto.it - Michele Gambirasi – (4 -12 – 2025) –                           ci dice:

Guerra ibrida.

La Nato valuta «cyber attacchi preventivi» Giuseppe Cavo Dragone – Tomsk Kalinin.

L'intervista del comandante Nato “Giuseppe Cavo Dragone” al “Financial Times”.

 La Lega: «Provocazioni, serve responsabilità».

Roma punta a formare militari sulla guerra ibrida.

Alla Camera incardinato il Ddl.

 

«Stiamo valutando tutto. Sul versante cyber siamo in un certo senso reattivi. Stiamo pensando a essere più aggressivi o più proattivi».

 Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comando militare Nato, ha risposto così in un colloquio con il Financial Times pubblicato ieri, quando gli è stato chiesto in merito agli attacchi ibridi, alcuni dei quali ricondotti al Cremlino.

 

L’idea di fondo, veicolata in poche frasi, è che in materia di cybersicurezza (attacchi informatici o sabotaggi) possa essere necessario cambiare approccio, dirigendosi verso modalità più «assertive».

Pur continuando a considerare un «attacco preventivo» come una «azione difensiva. È qualcosa di lontano dal nostro normale modo di pensare e comportarci».

Il messaggio, in ogni caso diffuso a mezzo stampa, è per stessa ammissione di Cavo Dragone un invito alla riflessione per i membri dell’alleanza, anche perché al momento esistono «molti più limiti rispetto alla nostra controparte, per motivi etici, legali e giuridici» ha detto.

 

Valutazioni e riflessioni che in ogni caso costituirebbero una certa variazione dottrinaria nell’ambito Nato, sinora incentrata su un paradigma reattivo.

Per parte sua Mosca ha risposto all’intervista interpretandola come una minaccia:

«Riteniamo la dichiarazione di Giuseppe Cavo Dragone sui potenziali attacchi preventivi contro la Russia un passo estremamente irresponsabile, che dimostra la volontà dell’alleanza di continuare a muoversi verso un’escalation. Consideriamo la dichiarazione come un tentativo deliberato di minare gli sforzi volti a trovare una via d’uscita alla crisi ucraina» ha detto la portavoce del ministro degli Esteri russo “Maria Zakharova”.

 

Quello della guerra ibrida e del cyber-warfare è uno dei temi più discussi tra i paesi atlantici e dell’Ue, e posizioni simili a quelle espresse da Cavo Dragone sono state prese di recente da più parti.

 Solo pochi giorni fa il segretario di stato per la Difesa tedesco “Florian Hahn” ha detto che l’Europa e la Nato dovrebbero chiedersi se prendere in considerazione «l’idea di diventare più attivi in questo ambito».

Dichiarazioni simili sono arrivate da parte dei paesi baltici e scandinavi e anche ieri l’alta rappresentante dell’Ue per la politica estera Kaja Kallas ha detto, rispetto alle affermazioni di Cavo Dragone:

 «Stiamo discutendo di cosa possiamo fare ancora a riguardo perché è vero che stanno diventando più aggressivi in diverse parti».

 

Intanto in Italia le esternazioni di ieri hanno fatto riemergere le divisioni interne alla maggioranza.

 Il ministro della Difesa di FdI “Guido Crosetto” ha insisto più volte sulla necessità di “attrezzarsi dal punto di vista cyber”, mentre ieri la Lega ha attaccato:

«Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione, gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando ‘attacchi preventivi’ significa alimentare l’escalation. Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni» ha scritto il partito di Matteo Salvini sui social.

 

Mentre il vicepremier di Forza Italia Tajani ha provato a smorzare la discussione:

«Credo che noi dobbiamo tutelare i nostri interessi, proteggere la nostra sicurezza e prepararci anche a difenderci da una guerra ibrida, ma non farei una polemica su questo».

Presto in ogni caso diventerà materia parlamentare, dal momento che questa settimana sarà incardinato in commissione Difesa alla Camera il ddl presentato a settembre dal presidente “Minardo” di Fi.

Il testo, che sarà accorpato ad altre due proposte analoghe, dovrebbe arrivare in aula nei primi mesi del 2026 e prevede la preparazione di militari sul fronte cibernetico

«anche in tempo pace», avvalendosi anche di specialisti esterni, e disporrebbe per loro le stesse garanzie di legge previste per l’intelligence.

 

 

 

 

L’”ossessione gender” della destra:

primo sì al “consenso informato”.

Ilmanifesto.it - Michele Gambirasi – (04 -12 – 2025) – ci dice:

Papà non vuole che Passa alla Camera il ddl sull’educazione sessuo-affettiva a scuola vincolata al parere delle famiglie.

 Pro Vita: «È solo il primo passo».

Una legge con il chiaro marchio di «Dio, patria e famiglia».

 Lo ha detto ieri con grande sincerità il deputato leghista “Rossano Sasso” a Montecitorio, mentre l’aula si apprestava ad approvare il disegno di legge sul «Consenso informato» preparato dal ministro “Valditara”.

Lo slogan, ha ribadito “Sasso” «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».

 

Il testo ha ricevuto dunque il primo sì alla Camera e andrà ora al Senato, ed è il dispositivo con cui la maggioranza ambisce a mettere la pietra tombale sul dibattito riguardo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, vietandola per le primarie e vincolandola al «consenso informato» dei genitori per le medie e superiori.

 

AL FONDO del provvedimento c’è l’ossessione per la «teoria gender» ben sedimentata nella maggioranza di governo, così come nelle destre globali.

 Ieri in Aula il” frontman” della maggioranza è stato il deputato leghista “Rossano Sasso”, relatore del provvedimento.

«Con questa legge diciamo basta all’ideologia gender, alla bolla woke, non sarà più consentito agli attivisti politici di fare propaganda politica a scuola.

Che se la facciano nelle loro sedi di partito» ha detto “Sasso”.

Secondo cui, senza un adeguato controllo, la sinistra continuerebbe a portare nelle scuole «drag queen e pornoattori, gente che dovrebbe continuare, secondo loro, a poter parlare a bambini di fluidità sessuale, utero in affitto, confusione sessuale, tutto documentato per centinaia di casi».

 

Così come per altri temi, uno su tutti la sicurezza, anche l’emergenza educativa legata a fenomeni di «indottrinamento» è costantemente rilanciata attraverso casi di cronaca enfatizzati (l’ultimo riguarda una puntata della serie Rai «Il collegio» di metà novembre) da associazioni come Pro Vita, tra i maggiori sponsor del disegno di legge, per il quale hanno promosso la campagna «Mio figlio no. Scuole libere dal gender».

Ieri l’associazione era davanti Montecitorio a rivendicare il voto, che ha salutato con entusiasmo:

 «Questo è solo il primo passo:

 il nostro obiettivo è impedire del tutto che attivisti politici travestiti da esperti del nulla entrino nelle scuole per trasformare le classi in sezioni di partito, circoli transfemministi o sedi Lgbt» ha detto il portavoce “Jacopo Coghe”.

Stesse reazioni sono venute anche dai gruppi del “Family Day”: «Questo risultato è il massimo della democrazia in ambito scolastico».

 

DOPO AVER SBRAITATO contro le opposizioni nel corso della discussione poche settimane fa, ieri il ministro dell’Istruzione (e merito) Valditara ha tenuto un profilo più basso, facendo l’acrobata sui termini da usare: «Una regolamentazione innovativa che ha a cuore la crescita equilibrata dei nostri giovani e garantisce la serietà scientifica della trattazione di problemi eticamente delicati nel rispetto dei valori costituzionali» ha detto.

Il testo tiene al riparo dall’autorizzazione delle famiglie solo le attività previste dalle Indicazioni nazionali, il contestato documentato licenziato dal Mim. in estate.

Per cui è al riparo l’«educazione del cuore», come viene presentata, che avrebbe l’obiettivo di insegnare ai bambini empatia e rispetto.

 

LE OPPOSIZIONI hanno attaccato il progetto di legge, accusandolo di essere oscurantista e antiscientifico, nonché di minare l’autonomia scolastica.

Alle critiche Sasso ha risposto bollandole come mosse da una visione ideologica «per la quale lo Stato deve pensare all’educazione, come succede a Cuba, come succede in Venezuela, come succede in Iran. Lo Stato viene dopo, perché noi crediamo nel primato educativo della famiglia».

Il ddl sul consenso informato è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti in materia scolastica promossi dalla maggioranza e dal ministro Valditara con l’obiettivo di rafforzare il ruolo delle famiglie rispetto al sistema educativo.

Se la difesa a spada tratta della famiglia nel “bosco di Chieti” è stato l’ultimo episodio in ordine di tempo, vi si possono sommare il decreto di febbraio con cui è stata rimessa alle famiglie la decisione di confermare o meno l’insegnante di sostegno e la reiterata proposta di istituire un «buono scuola» per l’iscrizione a istituti paritari, ritornata sotto forma di emendamento anche nella manovra in discussione al Senato.

«L’autonomia scolastica è un principio giusto, sacrosanto, ma mi chiedo è autonomia scolastica quando si giustifica, con la diffusione di fumetti, l’abominio della compravendita di bambini, sfruttando povere donne proletarie che utilizzano la propria maternità per vendere figli a gente che confonde i diritti con i propri capricci?»

 ha detto ancora “Sasso.”

 Che poi ha concluso rivendicando lo slogan «Dio, patria e famiglia»: «per il mio gruppo e penso tutti i colleghi del centrodestra è un credo che guida la nostra azione politica».

 

AL TERMINE della seduta le opposizioni hanno dato vita a un flash mob davanti a Montecitorio.

«È il contrario di quello che servirebbe per contrastare e prevenire la violenza di genere.

 Al liceo Giulio Cesare di Roma è comparsa una lista degli stupri (ieri una scritta analoga in una scuola di Lucca, ndr).

È la dimostrazione che la cultura dello stupro è già nelle scuole» ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, cui Sasso ha risposto definendole «fandonie», dicendo a proposito della segretaria dem di essere «nota per i suoi balletti sui carri del gay pride».

 «Volgare e omofobo» hanno risposto le deputate Pd.

 

A Gaza Israele gioca

con il tempo e la morte.

 Ilmanifesto.it - Enrica Muraglie – (04 – 12 – 2025) – ci dice:

Terra rimossa Il governo Netanyahu vuole riaprire il valico di Rafah solo in uscita. No dell’Egitto.

Restituiti corpi martoriati di 345 palestinesi.

 

«Il tempo qui non ha alcun valore», racconta alle telecamere di “Al Jazeera” “Firyal Abu Rjeileh”, residente a Ramallah.

Anche gesti quotidiani come comprare “un libro per i figli”, che normalmente richiederebbero pochi minuti, si trasformano in ore a causa dei blocchi militari.

Intanto a Gaza, giocando con il tempo e con la morte, il” Cogat” israeliano ha annunciato su “X” la riapertura nei prossimi giorni del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, grazie al coordinamento con il Cairo e sotto la supervisione della missione europea.

Chi vorrà lasciare la Striscia dovrà ottenere un’autorizzazione da Israele: il movimento sarà consentito solo da Gaza verso l’Egitto, e non viceversa.

 

NEI TERMINI del cessate il fuoco di Trump sarebbe prevista invece la riapertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni, permettendo a chi è rimasto bloccato all’esterno e vuole rientrare – decine di migliaia di persone – e a chi desidera partire o ricongiungersi con le famiglie di esercitare la propria libertà di movimento.

La riapertura paventata da Israele non consente il ritorno a Gaza né il libero flusso di aiuti umanitari.

E rischia di accelerare il processo di spopolamento della Striscia.

 

Il servizio informazioni dello Stato egiziano ha già respinto l’annuncio israeliano di un’apertura unidirezionale del valico.

 Lo stesso senso unico che è stato mantenuto durante il primo cessate il fuoco, nel gennaio 2025, quando Rafah era stato riaperto brevemente. Ora, insieme ad altri quattro valichi, avrebbe dovuto funzionare regolarmente, e invece no.

 Non l’unica promessa rimasta inattuata:

degli aiuti umanitari su larga scala, previsti nella prima fase del «piano di pace», non c’è ancora traccia.

 

Sono solo 99 le salme a cui è stato possibile dare un nome. Io ho riconosciuto un mio parente, il corpo era bruciato e presentava sei o sette fori di proiettile.

Ramadan.

Nel frattempo, mentre Hamas e Jihad islamica ieri hanno consegnato la salma di un altro ostaggio deceduto, la morte a Gaza arriva congelata e numerata.

Israele ha restituito i corpi di 345 palestinesi, molti difficili da identificare:

 bruciati, recisi, con incisioni ricucite.

Solo 99 sono stati riconosciuti dai familiari, gli altri sepolti senza nome in fosse comuni.

 «Il corpo era bruciato e presentava circa sei o sette proiettili. Era completamente congelato», racconta “Ramadan”, che ha riconosciuto un parente.

 Per i medici legali di Gaza è impossibile effettuare esami completi, mancano le attrezzature necessarie.

 

NEL PROCESSO DI CONSEGNA Israele non fornisce nomi, rapporti forensi, informazioni sulle condizioni o sulla causa della morte alle autorità palestinesi e alle famiglie, che rimangono in un limbo anche dopo aver finalmente seppellito i propri cari, con la domanda senza risposta su cosa sia stato fatto ai loro corpi oppure cosa abbiano dovuto subire in vita.

Di preservare la vita di molti palestinesi c’è estrema urgenza:

“Hani Isleem”, coordinatore delle evacuazioni mediche da Gaza per Medici senza frontiere, denuncia un bisogno «davvero enorme» di trasferire un gran numero di malati e feriti.

 Nonostante i proclami di alcuni paesi, il numero dei pazienti accolti è per lo più insignificante:

 l’Italia ne ha ricevuti circa 200, la Francia 27.

 Soltanto Egitto ed Emirati Arabi Uniti ne hanno accolti in gran numero. Che rimane comunque «una goccia nell’oceano», avverte “Isleem”.

Dall’inizio della guerra, l’Oms stima circa 8 mila evacuazioni:

«I paesi stanno impiegando troppo tempo per decidere, ma non si può aspettare».

Gaza resta intrappolata tra blocchi militari, valichi chiusi e un’emergenza medica senza precedenti, con famiglie che lottano per sopravvivere al freddo, identificare i propri cari e ottenere cure essenziali.

C’è un bisogno enorme di trasferire un gran numero di malati e feriti. I paesi che dovrebbero accoglierli impiegano troppo tempo per decidere, ma non si può aspettare.

Hani Isleem, Msf.

Circa 42 mila palestinesi riportano lesioni gravi che hanno cambiato la loro vita, quasi il doppio rispetto al dato registrato un anno fa.

 A luglio 2024 erano già stati documentati più di 22 mila casi, un numero che ha continuato a salire con il protrarsi degli attacchi israeliani.

 Le lesioni più comuni includono traumi complessi agli arti, amputazioni, ustioni, danni al midollo spinale e al cervello, molti dei quali causano la perdita permanente della mobilità o della sensibilità.

I bambini rimangono tra i più colpiti, con disabilità a lungo termine.

 

Quando non li uccidono, le forze israeliane impediscono ai giornalisti di fare il proprio lavoro:

 accade ancora a “Qabatiya”, nel sud di “Jenin”, dove proseguono con ritmo chirurgico le perquisizioni delle abitazioni e gli arresti dei residenti.

Durante una di queste operazioni è stato picchiato un bambino, mentre altri due palestinesi, 60 e 14 anni, sono stati feriti da soldati israeliani nel vicino villaggio di “Misilyah”.

 

ALMENO 300 COLONI hanno fatto una nuova irruzione nella moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme est, celebrando rituali provocatori, mentre l’accesso dei fedeli palestinesi resta limitato.

A Gaza City due palestinesi sono stati uccisi nel quartiere di “Zaytoun”, fuori dalla cosiddetta linea gialla, nell’ennesima violazione del cessate il fuoco.

 

 

 

 

Attacchi preventivi?

Il gioco pericoloso della NATO

(e la reazione prevedibile di Mosca).

 Lafionda.org – (3 Dic., 2025) - Giuseppe Gagliano - Sassi nello stagno – ci dice:

 

Siamo ormai all’ennesimo giro della giostra geopolitica, quella in cui tutti fingono sorpresa per dichiarazioni che, in realtà, non sorprendono nessuno.

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, il più alto ufficiale militare della NATO, ha spiegato al Financial Times che l’Alleanza potrebbe persino considerare un “attacco preventivo”.

 Preventivo, sì: come il mal di testa che ti viene appena senti qualcuno pronunciare certe parole.

Un modo elegante per dire che, forse, sarebbe il caso di colpire prima che l’altro colpisca.

E qui già si intravede il capolavoro della diplomazia:

se tutti si sentono “preventivi”, prima o poi qualcuno schiaccia il pulsante.

 

La Russia, prevedibilmente, ha risposto come fa da mesi: parlando di “provocazioni irresponsabili”, “escalation” e tentativi deliberati di mandare all’aria la possibilità (già flebile) di una gestione negoziale della crisi ucraina.

“Maria Zakharova”, la portavoce del ministero degli Esteri russo, ha pronunciato il suo solito rosario:

chi parla così gioca col fuoco, mette a rischio la sicurezza europea, eccetera eccetera.

 Ritornello noto, ma non per questo meno utile a Mosca, che con ogni dichiarazione NATO ottiene nuove munizioni retoriche.

 

Il problema, però, non è la reazione russa, che è prevedibile quanto una telenovela.

 Il problema è ciò che sta dietro il ragionamento dell’ammiraglio Dragone.

Quando dice che la NATO subisce “attacchi tutti i giorni”, dai virus informatici alle interferenze sulle infrastrutture, dalle campagne di disinformazione fino alle solite accuse sugli immigrati “armati”, usa l’intero catalogo della “guerra ibrida”.

 Ed è un catalogo comodo: puoi infilarci dentro tutto.

 Alla fine, qualunque cosa può diventare pretesto per “essere più aggressivi”, come dice lui.

 

Resta un ostacolo banale: la legge.

Dragone stesso lo ammette: tra giurisdizioni, responsabilità e vuoti normativi, nessuno sa bene chi dovrebbe fare cosa.

La NATO vuole essere aggressiva, ma senza sapere chi deve tirare il primo colpo.

Un capolavoro di chiarezza strategica.

 

Intanto, mentre si discute di “attacchi preventivi”, succede qualcosa che, guarda caso, non entra nei titoli dei telegiornali.

 Per esempio, i cavi sottomarini danneggiati nel Baltico e nel Mare del Nord.

Tutti sospettano, nessuno può dimostrare.

 Una petroliera trascina l’ancora per 56 miglia e trancia linee dati.

Che sia goffaggine, sabotaggio o geopolitica marinara, un tribunale finlandese ha deciso che il diritto penale non si può applicare.

Perfetto: se non ci sono colpevoli, non ci sono problemi.

Intanto la NATO si congratula con sé stessa per l’operazione “Baltic Sentry”:

“Da quando siamo qui, non è successo più niente”.

Forse perché nessuno può più muovere un’ancora senza finire sul giornale.

Poi ci sono i droni entrati in Polonia.

Una ventina, dicono.

Mosca sostiene che non era intenzionale, “Tusk” parla del momento più vicino alla guerra dalla seconda guerra mondiale.

Il solito copione:

un episodio di confine diventa un trampolino per attivare l’articolo 4 dell’Alleanza, riunioni su riunioni, propositi di “rafforzare le difese”.

 E così si alimenta una tensione che nessuno ha interesse a spegnere davvero.

 

Alla fine, quello che resta è la solita fotografia:

dichiarazioni sopra le righe, reazioni indignate, accuse reciproche e una guerra che continua a consumare risorse, uomini, governi e credibilità. La NATO cerca un ruolo di potenza reattiva e, se possibile, proattiva.

 La Russia usa tutto questo come carburante per accusare l’Occidente di voler portare il mondo verso l’abisso.

Una danza che ormai conosciamo bene:

passi di lato, passi indietro, minacce, smentite, rivendicazioni.

E, sotto il rumore, un conflitto che non si ferma mai.

 

E chissà: magari, un giorno, qualcuno spiegherà ai signori dell’Alleanza che le parole “attacco preventivo” non sono proprio l’ideale quando si pretende di rappresentare un blocco difensivo.

Anche perché la difesa, per definizione, arriva dopo.

Ma evidentemente non è più tempo di definizioni.

È tempo di mostrarsi aggressivi, anche se non si sa bene come, quando e contro chi.

L’importante è parlarne.

E sperare che nessuno prenda troppo alla lettera quello che ascolta.

(Giuseppe Gagliano).

 

 

 

 

Regno Unito: il Paese dove Ormai

 la Farsa Globalista si è Già Fatta Tragedia…

Conoscenzealconfine.it – (5 Dicembre 2025) - Gabriele Sannino – ci dice:

 

Fossi un inglese o uno che vive in Inghilterra, sarei seriamente preoccupato per la Deriva Totale che ha preso ormai questa nazione.

Sappiamo quanto questo paese sia importante per l’élite mondiale: basti pensare alla famiglia “reale” (uno dei vertici della vecchia élite, ecco perché così celebrata dai mass media, per esempio) così come alla “city of London”, dove ci sono le fondamenta dell’élite finanziaria internazionale dei Rothschild.

L’Inghilterra è da sempre il paese più GLOBALISTA del mondo:

 la sua storia di conquiste e di imperi politici e commerciali dice davvero tutto di questi poteri.

 

Venendo alla quotidianità, il FALLIMENTO del progetto del governo Mondiale è davvero PLASTICO in questo paese:

tanto per capirci, infatti, l’Inghilterra è quel paese che ha BOICOTTATO già nel 2022 gli “accordi di PACE Russia-Ucraina”, grida alla guerra alla Russia – anche preventiva – sui media di regime, rende sempre più poveri i suoi cittadini attraverso politiche economiche vessatorie, mina la sicurezza degli stessi con una massiccia immigrazione selvaggia (che genera ulteriore povertà ma soprattutto insicurezza sociale) ma soprattutto è una nazione che ammette pubblicamente di nascondere l’eccesso di mortalità degli ultimi anni per i seri magici… perché – udite, udite – potrebbero provocare “rabbia e angoscia”.

 

Il FALLIMENTO sta tutto qui: senza più l’appoggio – con l’inganno, ovviamente – dei cittadini, l’unica cosa che resta da fare è GETTARE LA MASCHERA.

 

Partiamo da quest’ultimo punto, dai sieri magici:

 recentemente Nigel Farage di “Reform UK” (un partito che sta facendo incetta di consensi, ormai nei sondaggi anche ufficiali è ben oltre 11 punti in più rispetto ai laburisti al governo!) ha consegnato una lettera all’”Istituto Superiore di Sanità inglese” (UKSA) e al “Dipartimento della Salute” chiedendo perché continuino a trattenere i dati sull’eccesso di mortalità dei vaccini.

Ebbene, dato che ci sono molte associazioni civiche che hanno fatto causa all’UKSA per questa mancata trasparenza nei dati, l’istituto, sentendosi “braccato”, ha dichiarato pubblicamente che non danno questi dati perché potrebbero suscitare “angoscia o rabbia” nei familiari delle vittime.

 

Pensate, l’Inghilterra è uno dei pochi paesi ad aver istituito un fondo per i danneggiati da eventi avversi (a differenza degli altri che ancora fanno finta di nulla):

pubblicare i dati, forse, provocherebbe non solo “rabbia e angoscia”, ma aprirebbe a una VALANGA di richieste di RISARCIMENTI che non potrebbero neanche essere nascoste dai media di regime.

 È questa la verità.

 

Addirittura l’UKSA ha detto che il rilascio dei dati potrebbe scatenare DISINFORMAZIONE: vi rendete conto?

 Loro non informano, ma danno la colpa agli altri di disinformazione.

 

Viviamo tempi ESILARANTI.

 

Poi c’è la questione IMMIGRAZIONE:

“Shabana Mahmood”, segretario degli interni del governo laburista di “Keir Starmer”, ha recentemente annunciato una stretta sull’immigrazione clandestina che è tutta una TRUFFA, dato che i partiti servi dell’élite sono SEMPRE a favore di questa TRATTA DEGLI SCHIAVI.

Una delle misure prevede che i rifugiati che entrano illegalmente nel paese debbano attendere 20 anni prima di presentare domanda di insediamento permanente:

 il loro status di rifugiato sarà rivisto ogni 30 mesi, inoltre, se il loro paese nel frattempo diverrà sicuro, saranno rispediti a casa.

Tutto questo non è assolutamente possibile, dato che costerebbe agli inglesi più di 800 milioni di sterline in un decennio.

Troppo.

Perché i laburisti fanno queste dichiarazioni?

 Semplice, per gettare sabbia negli occhi, hanno paura di perdere TROPPI consensi, ma ovviamente non vogliono risolvere nessun problema.

 

Al momento i cittadini britannici pagano già tantissimo per i rifugiati, i quali hanno spesso alloggi, bici elettriche, telefonini, soldi, ma non contribuiscono affatto alla società né con un lavoro né con un impegno di studio.

I laburisti per anni hanno sostenuto la BELLEZZA dell’IMMIGRAZIONE SELVAGGIA, ora sono costretti a rimangiarsi praticamente tutto: peccato che non possano fare seriamente, in quanto bloccati non solo dai Rothschild e dalla famiglia “reale” (i veri poteri) ma anche da quella CEDU (Corte Europea dei diritti umani) che legifera sempre solo a favore degli immigrati, senza dar loro una vera dignità (roba dell’UE, non poteva essere diversamente).

 

Insomma, il Regno Unito è un paese ormai dove la FARSA GLOBALISTA si è già fatta TRAGEDIA… su tutti i fronti:

per fortuna sia l’Inghilterra che il resto dell’EX Unione presto saranno del tutto LIBERATI.

(Gabriele Sannino).

(t.me/gabrielesannino).

 

 

 

 

 

Il terremoto dell’inchiesta belga

contro la Mogherini e Sannino:

guerra tra bande nell’Unione europea?

Lacrunadellago.net – (04 - 12 – 2025) – Cesare Sacchetti – ci dice:

A Bruxelles, il pomeriggio dello scorso martedì è stato scosso da un vero e proprio terremoto.

La polizia belga ha fatto irruzione in uno dei sancta sanctorum dell’Unione europea, gli uffici dell’”EEAS”, il dipartimento degli Affari Esteri, guidato attualmente dalla controversa “Kaja Kallas”, che dovrebbe indirizzare la cosiddetta politica estera comunitaria.

 

A finire sotto la lente degli investigatori sono dei personaggi di primissimo piano, su tutti “Federica Mogherini”, già “Alto Commissario degli Affari Esteri UE”, e “Stefano Sannino”, un controverso diplomatico di carriera da sempre molto addentro negli affari del potere comunitario, e sul quale si dirà meglio in seguito.

 

Appena giunta la notizia, gli organi di stampa italiani sembrano aver ricevuto una consegna molto precisa.

Sulle prime pagine dei giornali non viene scritto che Mogherini e Sannino sono stati arrestati, ma piuttosto “fermati”, una espressione che cerca quantomeno di ridurre la gravità della tempesta che stava avendo luogo nel cuore delle istituzioni europee.

 

La polizia belga aveva un mandato preciso.

 Perquisire gli uffici dell’”EEAS”, e del “Collegio d’Europa”, della quale la Mogherini è rettore, alla ricerca di prove di corruzione e appropriazione di finanziamenti illeciti da parte dell’ex ministro degli Esteri europei e dell’ex ambasciatore Sannino.

 

La sede dell’EEAS è a Bruxelles.

A Bruxelles, in genere non si muove foglia per quello che riguarda le inchieste sulla corruzione perché se veramente la magistratura dovesse mai attivarsi, dei palazzi dell’Unione europea non resterebbero che le fondamenta, visto il magma di corruzione che scorre sotto di essi.

 

La Mogherini poi fino a 48 ore fa era considerata uno di quei personaggi virtualmente intoccabili, una di quelle figure, vista la sua vicinanza all’establishment comunitario, che difficilmente si può immaginare finire sotto la lente investigativa della magistratura del procuratore europeo, da sempre noto per il suo immobilismo riguardo alle indagini sui commissari europei.

 

Infatti la politica  Federica Mogherini è la costruzione di un “politico” al servizio dell’UE.

 

Federica Mogherini è una di quelle figure che è sembrata essere stata allevata sin dall’inizio della sua carriera per andare a rinfoltire i quadri dello stato profondo europeo.

 

Figlia di Flavio, cineasta e uomo dello spettacolo, circostanza sempre più ricorrente nella politica italiana degli ultimi 30 anni, la giovane Mogherini muove i suoi primi passi tra le file della FGCI, la federazione dei giovani comunisti italiani, la base giovanile dalla quale l’ex PCI pescava e formava i dirigenti del partito.

 

Il PCI muore alla Bolognina nel 1989.

 Il mondo cambia in fretta, crolla il muro di Berlino perché ormai il blocco sovietico viene giudicato superato e d’intralcio agli scopi delle élite globaliste, e allora ecco che anche Botteghe Oscure non perde tempo a cambiare d’abito, a dismettere i panni del cosiddetto vetero comunismo, e a indossare quelli più confortevoli e moderni del progressismo di sinistra.

 

La svolta della Bolognina.

Il PDS incarna al meglio, o al peggio, tale transizione nella quale la giovane pidiessina si trova perfettamente a suo agio.

Nei primi anni 2000, la Mogherini si trova già nella segreteria degli Esteri del PD, a fianco di Piero Fassino, di recente colto a trafugare oggetti all’aeroporto di Fiumicino, e cura le relazioni del partito con il partito socialista europeo.

I punti di riferimento della geopolitica della giovane politica sono sin troppo chiari, banali e scontati.

Il PD marcia senza tentennamenti verso la cessione della sovranità nazionale, e verso il rafforzamento della governance europea dell’UE che un domani avrebbe dovuto essere sostituita dalla sovrastruttura degli Stati Uniti d’Europa, di kalergiana memoria.

 

Nel mondo dei democratici, c’è in pratica tutta quella quinta colonna che dagli anni’90 si è messa alacremente al lavoro assieme ai vari Prodi, Ciampi, Amato e Napolitano per erodere ancora di più lo spazio, già ristretto, di sovranità dell’Italia in nome dell’adesione indefessa all’Unione, sul cui tabernacolo i vari dirigenti dell’Ulivo hanno sacrificato tutta la ricchezza dell’Italia.

 

La Mogherini è uno di quei dirigenti “predestinati”, ovvero una di quelle scelte già da tempo per far parte de livello della governance europea e dopo essere entrata in Parlamento nel 2007, nel 2014, a soli 41 anni, viene nominata come rappresentante degli affari esteri comunitari su indicazione dell’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

 

A palazzo Chigi, in quel frangente, ci sono i cosiddetti “rottamatori”, una delle evoluzioni del centrosinistra progressista concepita per sostituire la vecchia guardia democratica di D’Alema e Bersani, e trasmettere così una falsa immagine di rinnovamento nel cammino che porta alla fine della sovranità nazionale.

 

Lo scambio tra Renzi e Mogherini sui migranti.

 

Renzi si adopera moltissimo, sgomita, è ambizioso, eccessivamente loquace e soprattutto senza scrupoli e in quel periodo non si tira indietro per stabilire un patto scellerato con l’Unione europea.

 

A rivelarlo è stata proprio un’altra pasionaria dell’eurocrazia quale “Emma Bonino”, in questi giorni ricoverata per una crisi respiratoria, che nel 2017 rivelò una sorta di scambio tra l’ex premier e la Commissione europea, ex ministro degli Esteri proprio con Renzi, e forse, almeno allora, in rotta con lui perché il politico toscano non voleva saperne di lasciare il timone che potenti ambienti come il Bilderberg e la Commissione Trilaterale gli avevano dato.

 

Lo scambio è stato molto semplice.

 

Secondo la” Bonino” e “Valeria Fedeli”, anche lei ex ministro del governo Renzi, l’ex rottamatore avrebbe barattato un po’ di flessibilità sui conti, la mancetta degli 80 euro in pratica, in cambio dell’accoglienza illimitata di migranti nel periodo che va dal 2014 al 2016.

 

A mettere nero su bianco la cosiddetta operazione sarebbe stata oltre che Renzi proprio lei, la Mogherini, che diede il via all’”operazione Tritone” d’intesa con palazzo Chigi che fece sbarcare moltissimi immigrati clandestini in quegli anni, molti dei quali sono diventati, prevedibilmente, esercito della criminalità organizzata, oppure manovalanza di quelle imprese e aziende che li hanno assunti come semi-schiavi per svalutare il costo del lavorio e disoccupare gli odiati italiani.

 

Federica Mogherini e Matteo Renzi.

Alle parole della Bonino e della Fedeli, non viene data continuità, se non quella parzialmente mediatica perché la magistratura ben si è guardata dall’approfondire eventuali profili di illegalità su uno scambio che ha di fatto avallato una massiccia ondata di immigrati clandestini per la felicità di quelle ONG che si sono arricchite su tali traffici, anch’esse mai sfiorate dai togati.

 

La Mogherini però non termina la sua avventura a Bruxelles alla fine del suo mandato, nel 2019.

Le viene affidata la guida del “collegio d’Europa”, una istituzione voluta dall’ex primo ministro inglese e massone” Winston Churchill”, per formare, o meglio indottrinare, la mente delle generazioni europee alla cultura dell’anti-sovranità, e già allora qualche quotidiano, in particolare il francese “Liberation”, criticò la scelta per la mancanza delle necessarie qualifiche per avere tale incarico.

 

Sembrava che tutto andasse per il meglio e che la carriera comunitaria della Mogherini proseguisse indisturbata fino all’inchiesta di questi giorni che oltre a riguardare l’ex ministro degli Esteri europei, ha colpito un altro eurista di ferro come “Stefano Sannino”, già consigliere di Prodi durante i suoi anni da presidente della Commissione europea, oltre ad essere stato in seguito ambasciatore in Spagna.

 

Infatti Sannino è un altro di quegli uomini figli del kalergismo comunitario.

Si narra che quando fu nominato da Renzi per fare il rappresentante dell’Italia presso l’UE, l’ex premier dovette mandarlo via perché troppo europeista anche persino per uno come lui.

 

L’ex ambasciatore ha però un legame strettissimo anche con il mondo gay.

La sua omosessualità è dichiarata, e il suo sostegno alle cause del mondo LGBT altrettanto, tanto che anni addietro venne criticato perché decise di celebrare un “matrimonio” gay nella sede diplomatica italiana in Spagna, così da trasformare una sede istituzionale in un centro di propaganda omosessuale.

 

E Stefano Sannino celebrerà il “matrimonio” gay all’ambasciata italiana a Madrid.

La lobby LGBT è potente, ha messo le sue marce radici in molte istituzioni, e se si aprisse il capitolo degli incarichi che il mondo gay ha portato a casa per le sue entrature e per il suo ruolo nella demoralizzazione della società Occidentale, probabilmente ci vorrebbero decine e decine di pagine e si può suggerire al riguardo la lettura di un altro contributo.

 

Ci si chiede però perché soltanto ora l’ufficio del procuratore europeo si sia mosso.

Perché i riflettori della magistratura europea che prima erano spenti hanno deciso improvvisamente di accendersi?

Secondo quanto detto dallo stesso ufficio del procuratore europeo, l’”EPPO”, a presentare la richiesta di privare la Mogherini e Sannino delle loro immunità diplomatiche sono stati proprio loro, i magistrati comunitari.

La tempistica dell’indagine è interessante e le sue modalità possono forse rivelare di più sulle sue origini.

Soltanto pochi giorni fa, l’Europa veniva travolta dalla notizia dell’inchiesta della “NABU” ucraina e dell’”FBI “americana sull’appropriazione dei fondi inviati all’Ucraina da parte di Zelensky e dei suoi, ma anche, secondo diverse fonti, da parte di nomi importanti della Commissione europea, come l’ex commissario “Borrell” e l’attuale commissario agli Esteri, “Kaja Kallas”.

 

Si potrebbe pensare ad una sorta di manovra diversiva, ad un sacrificio necessario da parte dell’establishment europeo, ormai sempre più all’angolo, di alcune pedine pur di allontanare l’attenzione sull’altro scandalo che riguarda i fondi inviati a Kiev.

Se si è entrati in tale scenario, allora a Bruxelles, c’è chiaramente il cannibalismo politico.

Si è giunti al punto tale che ormai i vari falchi della Commissione europea sono costretti a buttare già dalla torre coloro che gli sono a fianco nella speranza, o illusione, di potersi salvare da altre inchieste che li riguardano molto da vicino, e tale ipotesi sembra avere una certa consistenza, considerato il fatto che al Berlaymont, la sede della Commissione europea, è trapelata molta freddezza da parte della “Von der Leyen”, già coinvolta in altri affari a dir poco opachi, che non ha espresso nessuna solidarietà verso i due, ma anzi si è limitata a dire che la faccenda non riguarda il suo dipartimento.

 

A mettere in moto il meccanismo è stata, indirettamente o meno, l’FBI che ha assistito la NABU nella sua inchiesta nonostante i tentativi, falliti, di Zelensky di chiudere l’agenzia, segno che ormai il disgraziato capo del regime nazista ucraino, non controlla più i vari pezzi del suo governo.

Se Bruxelles ha dato semaforo verde per l’inchiesta contro la Mogherini e Sannino nel tentativo di scaricare i piani inferiori e salvare altri papaveri più importanti, l’Unione teme chiaramente l’effetto tsunami, o se è stata anche in questo caso l’amministrazione Trump a sollecitare tale indagine europea, le prospettive di fronte all’Unione europea restano sempre le stesse, immutate.

 

Di fronte a Bruxelles, c’è il vuoto, la disgregazione di un’organizzazione debole, isolata e priva di qualsiasi protezione internazionale.

Qualche giorno fa, uno dei portavoce dell’establishment, Milena Gabanelli, scriveva che Stati Uniti e Russia vogliono distruggere l’Unione europea, “dimentica” che fino all’amministrazione Obama, Washington era il garante e il finanziatore dell’apparato comunitario.

 

Evidentemente allora il ruolo degli Stati Uniti non doveva dispiacere troppo.

Vista comunque la fragile situazione nella quale versa l’Unione europea, viene da dire semplicemente che non c’è bisogno né di Washington né di Mosca per abbattere Bruxelles.

Bruxelles a questo punto si distrugge da sola.

È un castello di carte che sta inesorabilmente crollando.

 

 

 

𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨?

𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

STARTInSight.eu - (Dicembre 2, 2025) - Claudio Bertolotti – ci dice:

 

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo.

Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto:

quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

 

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe.

Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici:

server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti.

Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio.

Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva:

 è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto.

Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati;

ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità.

Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003;

sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

 

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso.

Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative.

 Le ragioni sono evidenti:

negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee.

L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice:

se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire;

la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce.

 Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO:

 per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso.

Non a caso richiama il precedente della missione “Baltic Sentry”, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24:

una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

 

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida.

In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo.

In alcuni casi, come nel danneggiamento del “cavo Estlink-2” tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni.

Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca;

attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza.

 Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da “Kaliningrad” e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

 

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili.

 Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot.

 Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità:

l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

 

In questo quadro, le dichiarazioni di “Cavo Dragone” vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati;

come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva;

e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.

 

 

 

Bel clima a sinistra, ora arriva”

anche l’accusa di trumpismo

ai riformisti”.

Linkiesta.it - Mario Lavia- (6 dicembre 2025) – ci dice:

L’appello degli intellettuali contro la proposta di “Delrio” sull’antisemitismo riapre la stagione dimenticata dei “socialfascist”i, in vista dell’Assemblea Nazionale del Pd.

Tra paragoni improbabili con le università americane e un Medio Oriente che lacera il partito, “Schlein” resta in silenzio

«Trumpiani».

 Eccolo, l’ultimo anatema contro i riformisti del Partito democratico. Riecheggia molto l’”accusa di socialfascismo” che i comunisti della Terza Internazionale scagliavano contro chi osava non seguire il verbo del Cremlino: socialisti, soprattutto.

 Donald Trump schiaccia il pluralismo nelle università americane?

E similmente il povero “Graziano Delrio” vuole fare lo stesso con chi critica Israele.

Questo l’anatema dietro il teorema, anzi, l’equazione trumpismo-riformismo.

 

La caccia ai deviazionisti è partita:

 una liturgia antica, che nel centrosinistra ritorna ciclicamente quando il dissenso interno viene percepito come minaccia esistenziale.

 

Ieri è scesa in campo la cavalleria degli intellò, e al massimo livello. Roberto Saviano, Anna Foa, Carlo Ginzburg, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre, Helena Janeczek, Valentina Pisanty.

Grossi calibri che hanno fatto un appello contro la proposta di legge Delrio per contrastare il dilagante rigurgito di antisemitismo:

 «Queste iniziative legislative da un lato banalizzano l’antisemitismo, dall’altro, come si è visto anche nella recente offensiva del governo Trump contro le principali università americane, usano la lotta all’antisemitismo come strumento politico per limitare la libertà del dibattito pubblico, della ricerca e della critica legittima a Israele, che da anni porta avanti politiche violente, autoritarie e perfino genocidarie contro i palestinesi».

 

Fuori da questa squadra non è mancata la voce “Francesca Albanese”, che ha giochicchiato con sillogismi insensati:

 «Gravissimo il ddl del Pd:

 punisce la critica alle politiche dello Stato d’Israele senza contrastare il vero antisemitismo.

La libertà d’espressione, per cui qualcuno oggi si spertica, si uccide anche così:

con la censura, non solo con graffiti e letame nella sede di un giornale», cioè il famoso «monito» contro i giornalisti della Stampa espresso con l’assalto squadristico a Torino.

 

Ma la rapporteur in definitiva c’entra poco con la discussione nel Pd. Osserva “Piero Fassino”:

«Stupisce che paventi rischi, peraltro infondati, chi in questi anni non ha mai detto una parola verso atti e parole con cui ogni giorno si è trasformata la legittima e giusta critica al governo Netanyahu in una colpevolizzazione dell’intera società israeliana e ancor peggio di ogni ebreo, ovunque viva nel mondo, considerandolo complice per il solo fatto di avere una identità ebraica».

 

L’impressione è che il merito della questione sia solo il detonatore del contrasto che nel partito domina su quasi tutto, soprattutto sulle questioni internazionali, dal Medio Oriente all’Ucraina.

 A questo proposito vedremo che dirà “Elly Schlein” in Parlamento la settimana prossima, nel dibattito sulle comunicazioni di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo sulla ormai dichiarata “guerra di Donald Trump all’Europa” – che prelude, come ha detto esplicitamente Emmanuel Macron, a un «tradimento» di Kyjiv da parte dell’uomo nero della Casa Bianca.

 

E sarebbe interessante sapere se lei (che stranamente non ha parlato di questo nell’intervista a Enrico Mentana giovedì sera) la pensa come Saviano.

Pare di sì, visto che “Francesco Boccia” critica l’”articolo 1” che individua come «definizione operativa» di antisemitismo quella approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – Ihra).

 Un documento fatto proprio dal governo Conte due, nel quale sedevano Boccia, Peppe Provenzano, Dario Franceschini, cioè i montepulcianesi che sostengono la segretaria e che stanno preparando lo “Schlein Day”, l’Assemblea Nazionale del Partito democratico del 14, in un clima di combattimento contro la minoranza dove forse brusii e fischi sono nel conto.

 

 

 

 

Alto ufficiale della NATO: “Valutiamo

 un cyberattacco preventivo alla Russia.”

 

Lindipendente.online.it – (1° Dicembre 2025) – Dario Lucisano -  ci dice:

L’Alleanza Atlantica sta valutando l’ipotesi di lanciare «attacchi preventivi» contro Mosca per far fronte alla cosiddetta “minaccia ibrida”.

A dirlo è la più alta carica militare prevista dal Patto Atlantico, il Presidente del comitato militare NATO Giuseppe Cavo Dragone.

 Un ipotetico attacco preventivo potrebbe essere considerato una «azione difensiva», ha detto Dragone, pur precisando che una simile iniziativa sarebbe «lontana dal nostro normale modo di pensare e di comportarsi».

In ogni caso, secondo il Presidente, la NATO sarebbe troppo passiva nella presunta ricezione di attacchi informatici e di sabotaggio, e per tale motivo dovrebbe assumere un atteggiamento «proattivo» e «aggressivo».

Le parole di Dragone sono presto arrivate in Russia, dove sono state definite dalla portavoce del ministero degli Esteri “Maria Zakharova” come «estremamente irresponsabili».

Intanto, le trattative di pace rimangono ferme, mentre l’UE continua a cercare modi per armare l’Ucraina, sostenendo che la Russia «non vuole la pace».

 

Dragone ha rilasciato le proprie dichiarazioni in una intervista al Financial Times in cui affronta il tema della “guerra ibrida”.

Secondo il Presidente, la NATO sarebbe troppo «reattiva» nell’affrontare i presunti attacchi informatici, atti di sabotaggio, e violazioni dello spazio aereo attribuiti alla Russia, e i vertici militari starebbero considerando l’idea di promuovere risposte «più aggressive».

 Secondo Dragone, se con i presunti atti di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo la situazione risulta più delicata, con l’universo «cyber» lo è meno: «Essere più aggressivi rispetto all’aggressività della nostra controparte potrebbe essere un’opzione», ha detto Dragone. I problemi, secondo il militare, sarebbero più legati al «quadro giuridico», e al «quadro giurisdizionale», che pratici.

 Dragone sostiene che i Paesi della NATO abbiano «molti più limiti rispetto alla loro controparte a causa dell’etica, della legge, della giurisdizione.

 È un problema.

Non voglio dire che sia una posizione perdente, ma è una posizione più difficile di quella della controparte»;

questo sarebbe vero specialmente per le “minacce” informatiche e “ibride”.

 «La guerra ibrida è asimmetrica», sostiene Dragone: «costa poco a loro e a noi molto».

 Ecco perché ritiene che l’ipotesi di scagliare attacchi preventivi dovrebbe venire presa in considerazione.

 

Le dichiarazioni di Dragone sono arrivate in Russia, e sono state descritte come paradigmatiche dalla portavoce Zakharova:

esse, ritiene la diplomatica, dimostrerebbero la volontà «dell’Alleanza a continuare ad andare verso l’escalation.

A Bruxelles piace ripetere il mantra sulla natura “puramente difensiva” dell’Alleanza.

 Le dichiarazioni auto-rivelanti di Giuseppe Cavo Dragone sugli “attacchi preventivi” mostrano che tale narrazione non è vera», ha affermato Zakharova, per poi rigettare le accuse con cui i Paesi europei attribuiscono i presunti attacchi a Mosca.

 «La leadership del blocco ha l’audacia di accusare la Russia di “retorica nucleare bellicosa”, intimidazioni e famigerati attacchi ibridi senza alcuna prova del nostro coinvolgimento», ha detto.

 

Nel frattempo le trattative per una pace procedono a rilento.

Ieri, domenica 30 novembre, una delegazione ucraina guidata dall’ex ministro della Difesa e delegato ucraino in UE “Rustem Umerov “si è recata in Florida per parlare con il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio dell’ormai prossimo tavolo tra USA e Russia.

 Non è noto cosa i rappresentanti di USA e Ucraina si siano detti, ma entrambi hanno descritto l’incontro come «difficile, ma produttivo».

Il prossimo vertice tra delegati statunitensi e russi dovrebbe svolgersi questa settimana a partire da oggi stesso, e da parte statunitense dovrebbe venire presieduto da” Steve Witkoff,” braccio destro diplomatico di Trump;

l’unica cosa finora nota è che il piano a 28 punti elaborato da Washington e Mosca è stato scartato, e che al suo posto ne potrebbe venire discusso uno a 19 punti studiato da USA e Ucraina.

L’UE nel frattempo continua a premere per armare l’Ucraina e trovare modi per finanziare l’invio di armi;

oggi i ministri della Difesa dei 27 si riuniranno con l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri “Kaja Kallas” per discutere proprio di come sostenere militarmente l’Ucraina e per parlare dei prossimi passi da compiere nell’ambito del piano di riarmo europeo.

(Dario Lucisano).

 

"Cyber attacchi preventivi Nato".

Ira dello Zar contro Cavo Dragone.

Ilgiornale.it - Fausto Biloslavo – (2 dicembre 2025) – ci dice:

L'ammiraglio del Comitato militare dell'Alleanza apre a una strategia più aggressiva verso Mosca.

Il Cremlino: "Provocazione irresponsabile".

 Anche la Lega all'attacco

 

L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ha comandato i corpi speciali e con Zelensky si è fatto fotografare in mimetica.

Da gennaio è presidente del Comitato militare della Nato, dopo l'incarico di capo di stato maggiore della Difesa italiana.

Le sue parole al Financial Times su un approccio più "aggressivo" della Nato e un possibile "attacco preventivo" contro la guerra ibrida scatenata dai russi ha sollevato l'ira di Mosca.

 E la reazione della Lega sui social:

"Mentre Usa, Ucraina e Russia cercano una mediazione, gettare benzina sul fuoco con toni bellici o evocando attacchi preventivi significa alimentare l'escalation.

Non avvicina la fine del conflitto: la allontana. Serve responsabilità, non provocazioni".

Cavo Dragone spiega che "stiamo studiando tutto.

 Sul fronte informatico, siamo in un certo senso reattivi.

 Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui si sta pensando".

 E aggiunge che "un attacco preventivo" potrebbe essere considerato "un'azione difensiva" specificando subito che "è ben lontano dal nostro normale modo di pensare e comportamento".

 

L'ammiraglio, ripreso sulla prima pagina del Financial Times, rincara la dose sostenendo che "essere più aggressivi rispetto all'aggressività della nostra controparte può essere un'opzione".

 Però ci sarebbero non pochi ostacoli come "il quadro legale, giurisdizionale e chi lo farebbe?".

Il presidente del Comitato militare della Nato ammette che i membri dell'Alleanza atlantica hanno "molti più limiti rispetto alla nostra controparte a causa dell'etica, della legge, della giurisdizione.

È un problema".

L'ammiraglio specifica: "Non voglio dire che sia una posizione da perdente, ma è più difficile" rispetto ai russi.

 

Inevitabile reazione piccata di Mosca attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova:

"Un passo estremamente irresponsabile, che dimostra la volontà dell'Alleanza di continuare l'escalation.

La consideriamo un tentativo deliberato di minare gli sforzi volti a risolvere la crisi ucraina".

 Il conflitto ibrido, però, è un dato di fatto:

guerra elettronica che “acceca i gps” e interferisce con i voli civili, 25 sabotaggi nei primi sei mesi dell'anno e attacchi informatici contro infrastrutture critiche.

 Per non parlare dei misteriosi droni nei cieli europei, che bloccano gli aeroporti e le 400 violazioni dello spazio aereo Ue dei caccia russi lo scorso anno.

L'ultima trovata è l'ondata di palloni aerostatici dalla Bielorussia, che ha costretto la Lituania a chiudere il confine.

La dottrina militare Usa prevede attacchi preventivi a cominciare da “offensive cyber”.

 

La risposta dei grandi Paesi europei è il proverbio latino "se vuoi la pace prepara la guerra".

La Germania punta a quasi 100mila effettivi in più nelle Forze armate, oltre a 200mila riservisti, per il 2035.

 Il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato che "vogliamo fare delle Bundeswehr l'esercito convenzionale più forte dell'Ue".

La Polonia è la nuova Prussia con quasi il 5% del Pil per la Difesa e l'obiettivo di raddoppiare i soldati fino a 300mila uomini.

Il riarmo prevede 1.000 carri armati, 50 caccia F-35 e 500 lanciarazzi Himars.

Il nuovo rapporto strategico inglese, 140 pagine di raccomandazioni, ribadisce che la Gran Bretagna deve essere "pronta a combattere una guerra" in Europa o nell'Atlantico.

 Il governo di Londra si doterà di una dozzina di sottomarini d'attacco nucleari e sta valutando ci acquistare nuovi bombardieri strategici in grado di sganciare bombe atomiche.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha appena annunciato una nuova leva volontaria di 10 mesi a partire dall'estate del prossimo anno. Lo scopo è arrivare a 50mila riservisti nel 2035.

 Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, sta studiando qualcosa del genere.

 Il Capo di stato maggiore, Luciano Portolano, ha previsto 30-35mila volontari suddivisi in riserva operativa come supporto diretto alle Forze armate.

 

 

 

Meloni frena l'ammiraglio Dragone

sull'attacco preventivo alla Russia:

"Misurare le parole."

Today.it – (6 dicembre 2025) – Redazione -Politica – ci dice:

 

Il capo del Comitato militare della Nato aveva affermato che l'Alleanza starebbe "valutando di agire in modo più aggressivo, piuttosto che reagire".

La premier: "Evitare ciò che può spaventare e surriscaldare gli animi"

 

La premier Giorgia Meloni ridimensiona l'intervento dell'ammiraglio Cavo Dragone, capo del Comitato militare della Nato, che in un'intervista al Financial Times ha dichiarato negli scorsi giorni che l'Alleanza atlantica starebbe "valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo, piuttosto che reagire", evocando la possibilità di un attacco preventivo alla Russia in risposta alle minacce ibride.

 

Meloni dopo le frasi di Dragone: "Evitare parole che confondono."

"Circoscriverei le parole dell'ammiraglio Cavo Dragone a quello di cui stava parlando, perché stava parlando di cybersicurezza.

 Io le ho lette nel senso di dire la che Nato è un'organizzazione difensiva" e "oltre a difenderci dobbiamo anche riuscire a fare meglio prevenzione", ha affermato Meloni interpellata sul punto in una conferenza stampa in “Bahrein”, dove è giunta partecipare al 46esimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo.

 

Meloni e la missione in Bahrein: quali sono gli obiettivi della presidente del Consiglio

"Bisogna fare attenzione anche a come si leggono delle parole che in ogni caso bisogna essere molto attenti a pronunciare", ha aggiunto la premier, sottolineando che "siamo in una fase nella quale bisogna misurare molto bene le parole, bisogna evitare tutto quello che può generare confusione, che può spaventare, che può far surriscaldare gli animi".

 

"Io l'ho letta nel senso di dire: 'la Nato è un'organizzazione difensiva, come poi stamattina è stato ribadito nuovamente, chiaramente oltre a difenderci dobbiamo anche riuscire a fare meglio prevenzione parlando di cybersicurezza", ha osservato.

"Quindi comunque bisogna fare attenzione anche a come si leggono delle parole che in ogni caso bisogna essere molto attenti a pronunciare, mettiamola così".

 

"Stiamo valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo, piuttosto che reagire", ha affermato Dragone.

 Alcuni diplomatici, soprattutto provenienti dai paesi dell'Europa orientale, chiedono all'Alleanza di smettere di limitarsi a "reagire" e di contrattaccare.

 Al quotidiano statunitense, l'ammiraglio aveva specificato che un "attacco preventivo" potrebbe essere considerato "un'azione difensiva", ma "è più lontano dal nostro normale modo di pensare".

 

 

 

 

Le relazioni tra alleati USA e UE:

una storia lunga 80 anni, dal

sostegno al disprezzo.

msn.com – Corriere della Sera - Storia di Federico Rampini – (7 – 12 – 2025) – ci dice:

 

Le relazioni tra alleati Usa e Ue: una storia lunga 80 anni, dal sostegno al disprezzo.

Che cosa c’è di veramente nuovo, nell’ingerenza di Donald Trump nella politica europea?

 Nell’ultimo documento strategico della Casa Bianca il Vecchio continente viene definito a rischio di decadenza (economica, demografica, morale), nonché esposto a una degenerazione illiberale.

 

Per quanto l’esercizio sia faticoso, è utile metter da parte l’amor proprio offeso, la ripicca emotiva, e provare un’analisi di taglio storico.

 Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli 80 anni dei rapporti transatlantici pullulano di interferenze, trame, macchinazioni, segrete o alla luce del sole.

 Durante la Guerra fredda le interferenze americane furono giustificate dal fatto che l’Unione sovietica faceva altrettanto da parte sua: finanziava partiti e sindacati di sinistra, manovrava movimenti pacifisti a senso unico (sempre contrari a un solo riarmo, quello occidentale), nutriva forze fiancheggiatrici nel mondo intellettuale.

L’America, fin dall’epoca di presidenti democratici come Truman e Kennedy, repubblicani come Eisenhower, praticò le intromissioni nella politica interna degli alleati.

Per l’Italia la storia ebbe inizio con gli aiuti alla Democrazia cristiana di De Gasperi:

dall’uso «politico» del Piano Marshall per la ricostruzione fino ai finanziamenti occulti.

Nei momenti più bui della Guerra fredda, quando si temeva un’invasione sovietica dell’Europa occidentale che la Nato forse non avrebbe saputo contrastare, ci fu la stagione delle organizzazioni clandestine di «resistenza», in cui vennero ingaggiati servizi segreti deviati, forze neofasciste, organizzazioni criminali.

Il cosiddetto «fattore K» — il veto implicito di Washington contro l’ingresso dei comunisti al governo — durò fino agli anni Settanta:

 il timore che l’America potesse orchestrare qualcosa di analogo al golpe cileno contro “Allende” (1973) ispirò il «compromesso storico» di Berlinguer, l’alleanza con la Dc doveva anche rassicurare gli Usa.

 

Forme di ingerenza più benevole e trasparenti, ci furono vent’anni dopo quando il democratico Bill Clinton guidò la Terza Via, movimento liberal-progressista che coinvolse Tony Blair, Gerhard Schröder, Romano Prodi, Massimo D’Alema.

 Il rapporto fra Barack Obama e Matteo Renzi ne era l’ultima versione.

 

In che misura Trump può essere descritto come la versione di destra, o di estrema destra, di questi 80 anni di intromissioni?

 L’analisi del documento strategico copia quella che il vicepresidente JD Vance fece all’inizio dell’anno alla conferenza di Monaco.

Tra i pericoli che individua in Europa ci sono l’immigrazione e la censura «woke».

 Per il mondo Maga (Make America Great Again) l’ostilità verso Israele e l’ondata di antisemitismo nel Vecchio continente sono la conseguenza dell’immigrazione da Paesi islamici, che condiziona la politica estera oltre a minacciare i valori della civiltà europea.

 La libertà di espressione è limitata da regole che dietro l’imparzialità burocratica tradiscono la stessa intolleranza «woke» delle élite progressiste in America.

Ha fatto scalpore negli ambienti Maga l’arresto di un noto autore di satira in Inghilterra, per aver offeso la comunità transgender.

 Questa deriva illiberale nell’ottica di Trump, Vance e Musk si intreccia con la stagnazione demografica ed economica dell’Europa, la poca innovazione tecnologica, l’ipertrofia burocratica, e sfocia nella cupa previsione di un declino terminale.

 

Questa visione è condivisa da forze di destra o di estrema destra in Europa.

 Segna una rottura rispetto agli ultimi 80 anni e ha dei punti deboli evidenti.

 Una contraddizione interna è il confronto con l’approccio pragmatico verso Cina, Russia, Medio Oriente:

 in queste parti del mondo l’America trumpiana si libera da ogni residuo di «missione civilizzatrice», non pretende di esportare valori, non entra nel merito dei modelli politici.

 A “Putin”, “Xi Jinping” e “Mohammed Bin Salman” si applica la realpolitik secondo l’eredità di Henry Kissinger, agli europei invece si impongono dettagliate pagelle sulle loro scelte interne.

 

La seconda debolezza è tattica.

Durante la Guerra fredda la sponda per gli americani era partita come la Dc, con largo consenso e radici profonde nella cultura nazionale.

 Oggi Trump e Vance giocano a favore di forze ai margini dello spettro politico come l’AfD tedesca o Farage a Londra.

Washington imbarazza partiti conservatori come la “Cdu di Merz”, che pure è vicino all’America Maga su tanti temi:

 vuole ridurre l’immigrazione e annacquare l’agenda Green;

 avvia il riarmo tedesco;

è protezionista contro la Cina; non è anti-Israele.

Kissinger fu segretario di Stato di un presidente repubblicano molto anti-europeo, Nixon;

 però avrebbe condannato il documento di Trump come un autogol: indebolisce gli amici dell’America e rafforza i suoi nemici.

 

 

 

 

La nuova strategia di sicurezza

nazionale statunitense dell'amministrazione

Trump segnala un divorzio dalla NATO sull'Ucraina.

Unz.com - Larry C. Johnson – (5 dicembre 2025) – ci dice:

 

Una cosa è elaborare una strategia di sicurezza nazionale scritta, ma la vera prova del nove è se Donald Trump intenda seriamente attuarla.

 I punti chiave sono la de-escalation retorica con la Cina e l'attribuzione all'Europa dell'onere di mantenere in vita l'Ucraina.

 

Critica l'eccesso di potere degli Stati Uniti in passato, definendolo un fallimento che ha indebolito l'America, presentando l'approccio di Trump come una "correzione necessaria" per inaugurare una "nuova età dell'oro".

 La strategia dà priorità alla reindustrializzazione (con l'obiettivo di far crescere l'economia statunitense da 30.000 miliardi di dollari a 40.000 miliardi di dollari entro il 2030), alla sicurezza delle frontiere e alla conclusione di accordi rispetto al multilateralismo o alla promozione della democrazia.

Accetta un mondo multipolare, declassando la Cina da "minaccia in evoluzione" a "concorrente economico" e invocando un impegno selettivo con gli avversari.

 Tuttavia, le azioni di Donald Trump durante i primi 11 mesi della sua presidenza sono state incoerenti, persino contraddittorie, rispetto alla strategia scritta.

 

È sfacciatamente di parte, attribuendo a Trump il merito personale di aver mediato la pace in otto conflitti (ad esempio, il cessate il fuoco tra India e Pakistan, il ritorno degli ostaggi a Gaza, l'accordo tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo) e di aver ottenuto un impegno verbale al vertice dell'Aia del 2025 per i membri della NATO di aumentare la spesa per la difesa al 5% del PIL.

Eleva l'immigrazione a principale minaccia alla sicurezza, invocando l'uso letale della forza contro i cartelli se necessario, e liquida il cambiamento climatico e le politiche "Net Zero" come dannose per gli interessi degli Stati Uniti.

 

Il documento organizza la strategia statunitense attorno a tre pilastri: difesa del territorio nazionale, emisfero occidentale e rinnovamento economico.

Tra gli obiettivi secondari rientrano partnership selettive in Asia, Europa, Medio Oriente e Africa.

Ecco i principali cambiamenti retorici di strategia rispetto alle precedenti strategie pubblicate durante le rispettive presidenze di Trump (2017) e Biden (2022):

 

Dal poliziotto globale all'egemone regionale:

a differenza del NSS 2022 di Biden (che enfatizzava alleanze e competizione tra grandi potenze) o della versione 2017 di Trump (che ha nominato Cina/Russia come revisionisti), questo documento pone fine ai "oneri per sempre" statunitensi all'estero.

Dà priorità alle Americhe rispetto all'Eurasia, inquadrando Europa e Medio Oriente come teatri deprimessi.

Ritiro ideologico:

La promozione della democrazia è esplicitamente abbandonata—"cerchiamo relazioni commerciali pacifiche senza imporre cambiamenti democratici" (dillo ai venezuelani).

 Gli autoritari non vengono giudicati, e l'UE viene definita "antidemocratica".

Relazioni alleate conflittuali:

l'Europa affronta critiche aspri per migrazione, restrizioni alla libertà di parola e rischi di "cancellazione della civiltà" (ad esempio, cambiamenti demografici che rendono le nazioni "irriconoscibili in 20 anni").

Gli Stati Uniti promettono di sostenere partiti europei "patriottici" che resistono a questa opposizione, suscitando accuse di retorica simile al Cremlino dai leader dell'UE.

Politica verso la Cina:

Riconosce il fallimento dell'impegno;

cerca legami "reciprocamente vantaggiosi" ma con deterrenza (ad esempio, Taiwan come "priorità"). Nessun disaccoppiamento completo, ma restrizioni su tecnologie/dipendenze.

Accettazione multipolare:

Invita le potenze regionali a gestire le proprie sfere (ad esempio, Giappone in Asia orientale, blocco arabo-israeliano nel Golfo), segnalando la moderazione degli Stati Uniti per evitare scontri diretti.

L'NSS rappresenta un cambiamento epocale nell'approccio americano alla NATO, enfatizzando lo "spostamento degli oneri" rispetto alla leadership incondizionata dell'alleanza.

Inquadra la NATO non come una comunità basata su valori, ma come un partenariato transazionale in cui gli impegni statunitensi – truppe, finanziamenti e garanzie nucleari – sono vincolati al rispetto di nuove e impegnative richieste da parte degli alleati europei.

Questa ricalibrazione "America First" dà priorità alle risorse statunitensi per l'Indo-Pacifico e l'emisfero occidentale, riducendo l'escalation in Europa per evitare "oneri eterni".

I cambiamenti chiave includono l'interruzione dell'espansione della NATO, la richiesta di una spesa per la difesa pari al 5% del PIL entro il 2035 e il ripristino della "stabilità strategica" con la Russia attraverso un cessate il fuoco in Ucraina.

Mentre gli Stati Uniti riaffermano l'Articolo 5 e il suo ombrello nucleare, segnalano potenziali ritiri parziali entro il 2027 se l'Europa non interviene, mettendo a rischio la coesione dell'alleanza in mezzo a critiche demografiche e ideologiche nei confronti dell'Europa.

 Quando la Russia completerà la sconfitta dell'Ucraina, la continuazione dell'esistenza della NATO sarà una seria preoccupazione.

 

La strategia attribuisce alla diplomazia di Trump il merito dell'impegno della NATO al 5% al vertice dell'Aia del 2025, ma mette in guardia contro la "cancellazione della civiltà" in Europa a causa delle migrazioni e dei bassi tassi di natalità, ipotizzando che alcuni membri potrebbero diventare "in maggioranza non europei" entro decenni, erodendo potenzialmente il loro allineamento con gli interessi degli Stati Uniti.

 

L'NSS di Trump segnala un drastico cambiamento nella politica statunitense nei confronti della guerra in Ucraina, scaricando sostanzialmente la responsabilità di mantenere a galla l'Ucraina sugli europei.

 La parte dell'NSS che riguarda l'Ucraina è delirante rispetto alle capacità militari degli stati europei:

Vogliamo che l'Europa rimanga europea, che riacquisti la sua fiducia di civilizzazione e che abbandonando il suo fallito focus sull'affiliamento regolatorio...

Questa mancanza di fiducia in sé stessi è più evidente nel rapporto dell'Europa con la Russia. Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio di “hard power” sulla Russia sotto quasi ogni aspetto, tranne che per le armi nucleari.

A causa della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente attenuate e molti europei necessitano che la Russia una minaccia esistenziale.

La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un impegno diplomatico significativo da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire le condizioni di stabilità strategica su tutta la massa continentale eurasiatica, sia per mitigare il rischio di conflitto tra Russia e stati europei.

 

È un interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una cessazione rapida delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un'escalation o un'espansione involontaria della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, oltre a consentire la ricostruzione post-ostilità dell'Ucraina per garantirne la sopravvivenza come stato vitale.

 

La guerra in Ucraina ha avuto l'effetto perverso di aumentare la dipendenza esterna dell'Europa, in particolare della Germania. Oggi, le aziende chimiche tedesche stanno costruendo alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo in Cina, utilizzando il gas russo che non possono ottenere in patria.

L'amministrazione Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche per la guerra, arroccati su governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l'opposizione.

Un'ampia maggioranza europea desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in politiche, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi.

Questo è strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli stati europei non possono riformarsi se sono intrappolati in una crisi politica.

 

Non sorprende che questa sezione dell'NSS di Trump abbia scatenato un'ondata di panico in Europa.

 I leader europei, tra cui l'ex primo ministro svedese Carl Bildt, l'hanno definita "alla destra dell'estrema destra", mettendo in guardia dall'erosione delle alleanze.

Gli analisti del “Center for Strategic and International Studies” (CSIS) ne lodano il pragmatismo, ma ne segnalano la miopia, prevedendo un'America "più sola e più debole".

 La Cina accoglie positivamente le rassicurazioni sulla sovranità, ma rimane diffidente nei confronti delle pressioni economiche.

Negli Stati Uniti, i democratici, come il deputato “Jason Crow”, la considerano "catastrofica" per le alleanze, ad esempio la NATO.

 

Nel complesso, la strategia segnala una svolta interna degli Stati Uniti, costringendo gli alleati della NATO ad autofinanziare la sicurezza e rischiando di frammentare i partenariati con l'Europa.

Posiziona l'America come una ricca potenza emisferica in un ordine multipolare, che punta sulla conclusione di accordi e sulla ripresa industriale per sostenere l'influenza globale senza un'estensione eccessiva.

 Il documento completo è disponibile sul sito web della Casa Bianca.

 

 

 

 

Gli esperti occidentali amano affermare

che l'economia russa sta per crollare,

anche se non ci possono dimostrare un sostegno.

Unz.com - Ian Proud – (5 dicembre 2025) – ci dice:

 

Questa è solo una cortina di fumo per il bordo del precipizio economico verso cui l'Ucraina si sta dirigendo.

Dal 2014 sento parlare dell'imminente implosione dell'economia russa, ma non è mai sembrato probabile che accadesse.

In un recente interessante articolo sul quotidiano britannico “Telegraph”, “Ambrose Evans-Pritchard” adotta un approccio separatorio alla politica dell'Ucraina occidentale, sostenendo che 'l'equilibrio dei vantaggi sta spostando a favore dell'Ucraina', sostenendo che la Russia potrebbe presto entrare in un crollo economico.

 Aggiunge che se ce ne andiamo ora, strapperemo la sconfitta dalle fauci della vittoria.'

 

Tuttavia, e comodamente, non chiarisce come l'Ucraina stia ottenendo il presunto vantaggio, né come potrebbe essere ottenuta la sua improbabile vittoria sulla Russia.

 Questo perché non ci possono dimostrare un sostegno nelle sue affermazioni.

Il CV di Evans-Pritchard non mostra alcuna evidente competenza in materia russa.

Ma questo non dovrebbe sorprendere da un giornale – il Telegraph – il cui team di osservatori sull'Ucraina è composto da russofobi ed ex militari britannici interessati a mantenere l'illusione di una possibile sconfitta russa.

 

Prendiamo “Dom Nicholls”, che co-conduce il podcast Ukraine: “the Latest” del “telegraph”, che si definisce con grande entusiasmo il 'podcast più affidabile e premiato al mondo sulla guerra', anche se il CV di Nicholls suggerisce assolutamente zero competenze sull'argomento della Russia.

 Il suo podcast non si allontana mai dalla linea del governo britannico secondo cui Putin deve essere sconfitto prima o poi, e che solo una pressione maggiore farà il suo effetto.

Né permette che il podcast si addetti troppo a dimostrare fatti reali sulla capacità della Russia di combattere più a lungo di quanto l'Ucraina possa combattere.

 

Poi prendiamo “Hamish De-Bretton Gordon”, colonnello in pensione ed esperto di armi chimiche con ancora meno esperienza di “Don Nicholls”, che, in ogni caso, non ha alcuna competenza.

 Pubblica regolarmente articoli fantastici con titoli come 'Putin sta mangiando i suoi stessi sostenitori' e 'Putin tremerà sotto gli stivali oggi.'

 

Non importa che non comprendano l'equilibrio strategico di potere nella guerra.

 I fatti e le analisi sono del tutto ridondanti per chi la cui priorità, anzi, unica è diffondere le ultime frasi del Ministero della Difesa su Whitehall. Questo non è giornalismo, è propaganda governativa.

 La BBC, che in ogni caso è un emittente statale, è già abbastanza scarsa nel suo reportage unilaterale, ma il Telegraph è più a sinistra a causa della sua infiltrazione da parte di operatori pseudo-governativi che si fanno fare da esperti.

 

Il più grande difetto del commento dei media occidentali sulla guerra in Ucraina e, in effetti, sulla crisi ucraina fin dall'inizio è stata la totale assenza di paragoni.

L'attenzione è sempre e solo rivolta agli impatti negativi del conflitto sulla Russia stessa.

 E, in effetti, ci sono state conseguenze negative.

La Russia è soggetta a oltre 20.000 sanzioni economiche, esclusa dalla maggior parte degli scambi commerciali con l'Occidente, esclusa dal dialogo politico come strumento diplomatico, tagliata fuori dalla maggior parte degli eventi sportivi e culturali internazionali, centinaia di migliaia di suoi soldati sono stati uccisi o feriti dall'inizio della guerra, i suoi cittadini sono sempre più limitati nei loro spostamenti all'interno dell'Europa.

 

L'economia russa oggi appare molto diversa da quella del 2014, quando la crisi iniziò.

Come ha recentemente sottolineato il “Presidente Putin”, la crescita economica sta rallentando rispetto ai massimi raggiunti durante la guerra, stimolati da una massiccia politica fiscale.

 I tassi di interesse e l'inflazione rimangono preoccupantemente elevati, la carenza di manodopera in alcuni settori è in crescita, la popolazione continua a invecchiare e il Paese continua a dipendere eccessivamente dalle esportazioni di combustibili fossili.

 

Tuttavia, non basta dire che la Russia si trova ad affrontare sfide economiche senza considerare le sfide analoghe che sta affrontando l'Ucraina, di cui, certamente, sentirete raramente parlare sulle pagine del Telegraph.

Quindi, prendiamo la falsa proposta di “Ambrose-Pritchard” secondo cui le esportazioni petrolifere russe stanno crollando a causa delle recenti sanzioni di Trump a Rosneft e Lukoil.

Questo sarebbe più convincente se fosse vero e se le esportazioni ucraine stessero in qualche modo andando molto meglio.

 

Le prime prove suggeriscono che le sanzioni americane su Rosneft e Lukoil hanno drasticamente ridotto i loro volumi di commercio.

Tuttavia, ci sono anche prove che il commercio sia stato semplicemente deviato verso altri esportatori russi di petrolio, senza un effetto netto significativo.

 

Tieni presente che il petrolio russo è stato sanzionato in un modo o nell'altro dall'UE dal 2014, e che c'è stata una progressiva chiusura delle esportazioni di gas dall'inizio della guerra in Ucraina.

 Ci si aspetterebbe quindi che il valore totale delle esportazioni russe sia diminuito, quindi guardiamo a questo.

 

Dal 2014, il valore medio trimestrale delle esportazioni russe è stato di poco superiore ai 100 miliardi di dollari.

Questo dato tiene conto dell'enorme impennata dei valori delle esportazioni poco prima dell'inizio della guerra e per tutto il 2022, a seguito dell'impennata dei prezzi del petrolio.

Nei quattro trimestri dal quarto trimestre del 2021 al terzo trimestre del 2022, le esportazioni russe hanno raggiunto una media di 150 miliardi di dollari (o 50 miliardi di dollari al mese), il 50% in più rispetto alla media di lungo termine.

 

Nei primi due trimestri del 2025, le esportazioni russe hanno raggiunto i 98 miliardi di dollari, 2 miliardi di dollari in meno rispetto alla media a lungo termine, ma, di fatto, identiche al biennio dal quarto trimestre del 2019 al terzo trimestre del 2021.

Pertanto, non vi è alcuna prova che le sanzioni abbiano avuto un impatto più che marginale, nella migliore delle ipotesi, in un momento in cui la Russia ha spostato le sue esportazioni verso l'Asia e il Sud del mondo.

 

In ogni caso, il valore delle esportazioni è un riferimento meno utile rispetto alla bilancia commerciale complessiva, ovvero la differenza tra esportazioni e importazioni.

Non importa quanto siano grandi le esportazioni di un paese, se le importazioni aumentano.

 

Diamo uno sguardo storico all'inizio della crisi ucraina nel 2014. Il surplus delle partite correnti della Russia – il saldo tra esportazioni e importazioni – è stato molto più ridotto nella seconda metà del 2014 (10 miliardi di dollari a trimestre) e per tutto il 2016 (6 miliardi di dollari), quando i prezzi del petrolio erano bassi, rispetto ai primi due trimestri del 2025 (11 miliardi di dollari), quando i prezzi del petrolio erano in calo.

Al contrario, nel 2022, la Russia ha registrato il suo più alto surplus delle partite correnti di sempre, con una media trimestrale di 59,5 miliardi di dollari, quando i prezzi del petrolio erano in forte aumento.

Tuttavia, la Russia è abituata a vedere il prezzo del petrolio salire e scendere, e non ha registrato un deficit annuale del conto corrente dal 1997, e anche allora era inferiore a 1 miliardo di dollari.

 

Esportando costantemente più di quanto importi, la Russia ha costruito nel tempo le sue riserve internazionali, conferendo resilienza contro shock economici esterni e pressioni. Le riserve internazionali della Russia sono cresciute costantemente da circa 400 miliardi di dollari alla fine del 2014 a 725 miliardi di dollari attuali.

Anche se le potenze occidentali espropriassero tutti i circa 300 miliardi di dollari in beni immobilizzati, la Russia ne possedeva comunque più di quanto ne avesse nel 2014, anno in cui iniziò la crisi ucraina.

 

In un commento piuttosto bizzarro, “Evans-Pritchard” afferma che 'Putin può continuare a vendere le riserve d'oro della Russia, fino alle doppie aquile zariste in fondo alla cassaforte sotto via Neglinnaya' (la sede della Banca Centrale russa).

Questo suggerisce fortemente che la Russia è sul punto di finire l'oro, giusto?

 

Eppure, le riserve di oro monetario della Russia sono passate da 132 miliardi di dollari all'inizio della guerra nel 2022, a 299 miliardi oggi, che includono un aumento di 17 miliardi di dollari nell'ottobre 2025.

 

Non lo dico per dimostrare che la Russia ha ragione, ma piuttosto per la determinazione a far sì che la nostra analisi della situazione sia guidata dai dati, non da vuote frasi ad effetto.

Gli annunci ridicoli del “Daily Telegraph” mancano di credibilità proprio perché evitano consapevolmente e intenzionalmente prove concrete. L'intenzione è semplicemente quella di affermare che la Russia sta soffrendo, senza fare alcun paragone con l'Ucraina, che i lettori sono invitati a credere stia benissimo.

 

Diamo un'occhiata all'Ucraina a confronto.

Dal 2014 al 2024, ha costantemente importato più di quanto esportasse, con un deficit commerciale medio annuo di 13,1 miliardi di dollari. Durante i primi tre anni di guerra, questo deficit è salito in media a 25,6 miliardi di dollari, e nei primi dieci mesi del 2025 è già a 39,8 miliardi di dollari. In altre parole, l'Ucraina ha esportato 24 miliardi di dollari in meno nel 2024 rispetto al 2021 e ha importato 2,5 miliardi di dollari in più.

 La guerra e le restrizioni europee all'importazione di prodotti agricoli ucraini a basso costo hanno colpito duramente il valore delle sue esportazioni.

 

Il saldo delle partite correnti dell'Ucraina ha registrato un deficit medio di 2,8 miliardi di dollari dal 2014;

tale cifra è notevolmente inferiore alla bilancia commerciale a causa degli ingenti afflussi di donazioni estere, in particolare nel 2015 e nel 2022, che hanno portato a un surplus delle partite correnti in quegli anni.

 È importante sottolineare che, nonostante l'Ucraina abbia registrato un surplus delle partite correnti di 8 miliardi di dollari nel 2022, è tornata in deficit nel 2023, con un deficit di 9,6 miliardi di dollari, salito a 15,1 miliardi di dollari nel 2024.

Nei primi 10 mesi del 2025, il deficit ammonta già a 26,9 miliardi di dollari.

 

L'unico modo in cui l'Ucraina può attualmente colmare facilmente il vuoto nelle sue riserve internazionali creato da questi deficit è ricevere donazioni dalle nazioni occidentali.

E come stiamo iniziando a vedere, per quanto riguarda i vacillanti sforzi dell'Europa per concordare un prestito dal nome bizzarro "prestito di riparazione", ciò si sta rivelando sempre più difficile a causa della resistenza del Belgio e della Banca Centrale Europea.

 

Quindi, gli opinionisti affamati di guerra sul Telegraph che parlano del collasso imminente dell'economia russa stanno solo distogliendo l'attenzione dal vero problema.

 Quando la moneta occidentale smetterà di affluire in Ucraina, il paese potrebbe trovarsi rapidamente a dover svalutare la propria valuta e, così facendo, affrontare un acquisto in onda vertiginosa, tassi di interesse elevati e un default sovrano.

 

Naturalmente, e a rigore di termine, l'Ucraina è già in bancarotta, poiché si rifiuta di pagare i pagamenti del debito esistente pur chiedendo ulteriori prestiti.

Le “IFI” occidentali hanno convenientemente chiuso gli occhi su questo finora, forse per la stessa ragione per cui gli hacker del Telegraph sostengono che l'economia russa sta per implodere.

 

 

Volkswagen si arrende: “Costruiremo

auto elettriche 100% made in China.”

Vaielettrico.it – (1°dicembre 2025) – Redazione - ci dice:

 

Il gruppo Volkswagen ha annunciato di essere pronto a produrre veicoli elettrici interamente “made in China”. Dalla componentistica alla fase di test, passando per lo sviluppo software.

È il risultato di una strategia che mira a ridurre drasticamente i costi.

 

A Wolfsburg devono aver fatto due conti e si sono arresi:

le vetture costruite in Cina potranno costare fino alla metà rispetto ai modelli assemblati in Europa.

Grazie a una filiera più efficiente, tempi di sviluppo inferiori del 30% e un costo del lavoro più contenuto.

 Per ora, i veicoli prodotti sono destinati soprattutto al mercato locale, ma Volkswagen non esclude future esportazioni.

Volkswagen, si adegua a una Cina sempre più autarchica: nel 2025 controlleranno due terzi del mercato interno.

La mossa rientra nella strategia “China for China”, una risposta a un mercato profondamente cambiato.

La Cina, un tempo terreno di conquista per i costruttori occidentali, è diventata negli ultimi anni un ecosistema fortemente protezionistico, dove i produttori nazionali dominano grazie a sussidi miliardari e norme favorevoli.

Volkswagen si rilancia in Cina: oltre 20 modelli green entro il 2027.

Pechino ha sviluppato una nuova politica.

Ha puntato sull’elettrico per emanciparsi dalla tecnologia dei motori termici, rafforzando le proprie aziende e attirando investimenti esteri solo a condizione di una profonda localizzazione.

 Il risultato?

 Nel 2025 le case automobilistiche cinesi potrebbero controllare due terzi del mercato interno.

Un colosso da 23 milioni di immatricolazioni annue – che arrivano a 30 milioni includendo i veicoli commerciali.

Numeri che superano di gran lunga l’intero mercato europeo.

 Non solo: ormai, oltre il 50% delle nuove immatricolazioni in Cina riguardano veicoli a batteria.

 

Audi e Volkswagen cambiano pelle per il mercato cinese.

Di fronte a questo scenario, alcune case hanno scelto il disimpegno, mentre altre – come Audi – hanno deciso di trasformarsi.

Il marchio dei quattro anelli ha lanciato un brand dedicato esclusivamente alla Cina, rinunciando al logo tradizionale per modelli sviluppati con il partner FAW. Volkswagen seguirà la stessa strada, con 30 nuovi modelli elettrici attesi nei prossimi cinque anni, pensati e progettati per il consumatore cinese, oggi tra i più avanzati al mondo nella domanda di mobilità elettrica e digitale.

 

Cina, l’inquinamento non cresce più grazie a rinnovabili e auto elettriche.

 Volkswagen taglierà 35 mila posti di lavoro entro il 2030.

 

Questa accelerazione negli investimenti in Cina contrasta con la situazione europea, dove Volkswagen ha annunciato il taglio di 35 mila posti entro il 2030, complice la stagnazione del mercato e il calo delle esportazioni verso l’Asia.

 La filiale cinese diventerà sempre più autonoma, mentre la casa madre resterà legata alla Cina per materie prime strategiche, batterie e componenti elettronici.

Una dipendenza che solleva interrogativi, soprattutto dopo le mosse di Pechino su settori sensibili come i semiconduttori, emblematico il caso Nexperia.

 

Per l’industria automobilistica europea, la transizione energetica non è solo una sfida tecnologica:

 è un nodo geopolitico e industriale che determinerà dove verrà creato valore, chi controllerà le filiere e quale ruolo potrà giocare l’Europa nel nuovo equilibrio dell’elettrico.

 

 

 

Auto elettriche, chi è «Robin»

 Zeng Yuqun, il miliardario cinese

delle batterie che investe

5 miliardi sull’Europa.

Corriere.it - Guido Sante Vecchi – (19 giugno 2025) – ci dice:

Fondatore di Catl e amico di Musk, produce per Tesla, Toyota e le case tedesche, dal 2026 lo farà anche per Stellantis.

Serve un terzo del mercato mondiale.

Vuole internazionalizzarsi e «dribblare» i dazi.

 

E’ Robin Zeng Yuqun, fondatore e presidente di Catl (Contemporary Amperex Technology Company Ltd.)

 

La parola d’ordine a Pechino è «difendere la sicurezza nazionale attraverso l’autosufficienza tecnologica».

“ Xi Jinping” l’ha lanciata dieci anni fa, quando ancora nessuno aveva evocato il rischio di disaccoppiamento tra i sistemi economici di Cina e Stati Uniti (con l’Europa presa in mezzo).

 Per costruire una fortezza servono generali ingegnosi:

uno di questi, visionario e al tempo stesso concreto, si chiama “Robin Zeng Yuqun”.

 È il fondatore di Catl, che sta per” Contemporary Amperex Technology Company Limited”.

 Il marchio forse non è noto al grande pubblico, ma è vitale per i costruttori mondiali di auto elettriche:

più di un terzo sono alimentate dalle batterie prodotte da Catl. L’azienda di Zeng ha tra i suoi clienti tutte le case tedesche, Volkswagen, Mercedes, Porsche, Audi, Bmw, e poi Tesla, Toyota, prossimamente anche Stellantis.

Imprese.

Auto e componenti, il caso Bitron (meccatronica): «Per battere la crisi si deve stare anche in Cina».

(Alessandra Puato).

 

Auto e componenti, il caso della meccatronica di Bitron: «Per battere le crisi bisogna restare in Cina».

L’albergo è in vetro e acciaio vicino alla sede nel “Fujian”.

Questo colosso che controlla il 37% del mercato globale è basato a “Ningde” nella provincia sudorientale del Fujian, una città di «terza fascia» tra le metropoli cinesi.

 Ora, per accogliere la processione continua di dirigenti e tecnici dell’industria automobilistica globalizzata che vengono a visitare la fabbrica è stato necessario costruire un albergo accanto al quartier generale, una torre di vetro e acciaio disegnata a forma di batteria agli ioni di litio che domina i suoi impianti distesi su 480 ettari.

 Un cambiamento epocale per questa zona che fino a pochi anni fa era agricola e produceva soprattutto tè;

il fondatore Zeng Yuqun, che si fa chiamare Robin dai clienti stranieri, segnala la grande ambizione di far brillare la sua città natale anche nel nome cinese dell’azienda: «Ningde Shidai», che significa “Era di Ningde”.

Dai campi a Apple.

Ha origini contadine anche lui, classe 1968, nato in una famiglia povera come molti altri capitani d’industria della Repubblica popolare cinese. Siccome il ragazzo andava molto bene a scuola, i genitori si sacrificarono per farlo proseguire negli studi e lui li ripagò riuscendo a farsi prendere dall’università Jiatong di Shanghai, una delle più prestigiose della Cina, laureandosi in ingegneria navale.

Il primo impiego avrebbe potuto essere anche l’unico, perché il giovane ingegnere fu assunto da un’azienda di costruzioni statale:

era uno dei milioni di fortunati possessori della «tie fanwan», la «scodella di ferro per il riso» che in Cina è metafora secolare di un lavoro nel settore pubblico, sicuro anche se di scarsa soddisfazione professionale.

 Invece Zeng Yuqun sapeva rischiare:

nel 1999 con due colleghi si mise in proprio fondando un’azienda di batterie per elettrodomestici che in seguito diventò fornitrice anche di Apple.

Intanto continuava a studiare e nel 2006 ottenne una seconda laurea in fisica della materia condensata.

 Nuova scommessa nel 2005, quando l’ingegnere vendette la sua creatura ai giapponesi per 100 milioni di dollari, accumulando il capitale con il quale nel 2011 fondò Catl.

Oggi una targa nel suo ufficio dichiara: «Mantieni sempre lo spirito del rischio».

 

il top manager.

Altavilla (Byd) suona la sveglia all’Europa: «Cambi il green deal e collabori con la Cina».

(Alessia Cruciani).

 

Altavilla (Byd) suona la sveglia all’Europa: «Cambi il green deal e collabori con la Cina».

 

La battaglia al ribasso dei prezzi.

La corsa è sempre in salita:

 i costruttori cinesi nel settore delle vetture elettriche si danno battaglia ribassando i prezzi anche sul mercato interno;

per resistere bisogna alzare il livello qualitativo e puntare all’estero.

Catl alimenta un terzo dei 40 milioni di veicoli elettrici che circolano nel mondo.

Due milioni delle sue batterie sono sulle Tesla.

La casa americana è stata accolta a braccia aperte nel mercato cinese con l’appoggio di “Li Qiang”, oggi primo ministro, che quando era sindaco di Shanghai fece ponti d’oro per la giga factory di Elon Musk.

 

Il rapporto con Musk.

Il rapporto tra Zeng e Musk è stretto, i due sono stati avvistati più volte a cena insieme a Pechino.

Questa familiarità permette all’amico Robin di pungere Elon:

 in un’intervista ha osservato che «Musk non sa come si costruisce una batteria, è bravo con software e hardware delle auto, con le questioni meccaniche, ma non con l’elettrochimica».

 L’alleanza con Tesla non ha salvato Catl dalla «lista nera» stilata a gennaio dal Pentagono per le aziende cinesi sospettate di legami con l’esercito comunista.

Zeng dice che «è un errore, non vendo i miei prodotti per fare la guerra» e promette battaglia legale.

 

La Borsa di Shenzen e il patrimonio personale di 40 miliardi.

Catl è quotata alla Borsa di Shenzhen dal 2018, oggi sul mercato vale oltre 150 miliardi di dollari, vanta un fatturato di 50 miliardi nel 2024 e il suo fondatore e presidente ha una fortuna personale di circa 40 miliardi, che lo pone al quarto posto nella classifica dei cinesi più ricchi.

I suoi 11 impianti in Cina occupano 20 milioni di metri quadrati e danno lavoro a 100 mila operai, tecnici e ricercatori.

 Il mercato cinese non basta più:

due anni fa è entrato in produzione il “primo centro Catl in Germania”;

a fine 2025 comincerà a sfornare batterie un polo in Ungheria.

E nel 2026 sarà operativa in Spagna una fabbrica di batterie per Stellantis, joint venture da 4,2 miliardi di euro con potenziale di mezzo milione di auto all’anno.

 L’obiettivo dell’internazionalizzazione ha motivato lo sbarco in listino secondario alla Borsa di Hong Kong, dove la” Ipo” lanciata da Zeng a maggio ha raccolto 5 miliardi di dollari che saranno investiti nelle linee di produzione in Europa.

Una strategia che può aggirare i dazi imposti dalla Commissione di Bruxelles per punire i sussidi statali dati da Pechino alla sua industria automobilistica (e Catl nel primo semestre del 2024 con mezzo miliardo di dollari era in cima alla lista dei beneficiari dei fondi elargiti da Pechino alle aziende private).

 

La sfida con” Byd”.

Quando gli si chiede chi sia il suo più forte concorrente Robin Zeng non cita” Byd”, il grande costruttore di auto elettriche che si fa in casa le batterie e ha una quota di mercato del 15%:

«Il nostro vero concorrente siamo noi stessi, sappiamo di dover continuare a innovare per restare al vertice».

Con Byd è in corso una sfida sui tempi di ricarica:

da Ningde promettono un’autonomia di 520 chilometri con 5 minuti di sosta a una colonnina.

 La divisione ricerca e sviluppo, che Zeng segue personalmente, lavora a batterie sempre più grandi e potenti per camion e navi.

 È appena stato annunciato il lancio di una batteria gigante per i data centre dell’Intelligenza artificiale.

Un altro settore chiave è quello dello stoccaggio dell’energia prodotta da pale eoliche e pannelli solari e anche qui Catl è sbarcata in Italia per collaborare con Enel.

 

 

 

 

L'industria cinese delle auto elettriche si sta dirigendo verso un consolidamento storico e sta persino costringendo il leader di mercato BYD a fuggire.

Xpert.digital.it – (19 ottobre 2025) - Konrad Wolfenstein - Brand Ambassador - Influencer del settore – ci dice:

L’industria cinese delle auto elettriche si sta dirigendo verso un consolidamento storico e sta persino costringendo il leader di mercato BYD a fuggire.

Lotta per la sopravvivenza nel Regno di Mezzo: quando il mercato interno diventa un campo di battaglia.

La ritirata strategica di BYD: quando l'espansione diventa una questione di sopravvivenza.

L'annuncio del produttore cinese di auto elettriche BYD di costruire circa 300 stazioni di ricarica rapida in Sudafrica entro la fine del 2026 sembra, a prima vista, un'ambiziosa mossa di espansione da parte di un leader di mercato sicuro di sé.

Ma dietro questa offensiva si cela una realtà economica ben più complessa:

il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici sta abbandonando il suo mercato interno a causa di una brutale guerra dei prezzi che sta mettendo a dura prova anche i modelli di business più redditizi.

L'espansione in Africa è più una via d'uscita strategica dalla crisi esistenziale che sta attraversando l'industria automobilistica cinese, piuttosto che un'espressione di forza.

 

L'industria automobilistica globale sta attraversando una delle trasformazioni più profonde della sua storia.

Al centro di questa trasformazione c'è la Cina, che nel giro di pochi anni è passata da un ruolo marginale a quello di attore dominante nel settore dei veicoli elettrici.

Con una quota di mercato superiore al 50% dei nuovi veicoli, i veicoli elettrici e ibridi plug-in hanno superato i motori a combustione interna convenzionali in Cina per sei mesi consecutivi.

Ma questo successo senza precedenti ha creato un lato oscuro: un'enorme sovraccapacità produttiva, che ha portato a una concorrenza autodistruttiva che le autorità cinesi chiamano "neijuan", una rivalità insensata e reciprocamente distruttiva, priva di reali progressi.

 

BYD esemplifica questo paradosso.

Mentre l'azienda ha venduto più veicoli completamente elettrici di Tesla nel secondo trimestre del 2025, consolidando la sua leadership globale, ha contemporaneamente registrato un calo degli utili del 29,9% su base annua per la prima volta in oltre tre anni.

I margini lordi del gruppo si sono ridotti al 16,3%, mentre i tagli di prezzo aggressivi fino al 34% su 22 modelli hanno messo sotto pressione l'intero settore.

Questo sviluppo solleva interrogativi fondamentali sulla sostenibilità del modello di crescita cinese e illustra come gli investimenti eccessivi sponsorizzati dallo Stato possano portare a distorsioni strutturali che mettono a repentaglio anche gli attori di maggior successo.

 

Questa analisi esamina i complessi meccanismi economici che impongono il riallineamento strategico di BYD.

 In primo luogo, illustra le radici storiche dell'attuale crisi, quindi analizza i principali fattori trainanti e le dinamiche di mercato, valuta la situazione attuale utilizzando indicatori quantitativi e confronta diverse strategie di espansione internazionale.

 Infine, vengono discusse le implicazioni a lungo termine per l'industria automobilistica globale e le relative tensioni geopolitiche.

 

L'economia cinese alla svolta: che comprende anche giganti come Byd Sire.

Dall'avanzamento sovvenzionato alla competizione autodistruttiva.

L'attuale crisi di sovraccapacità produttiva nel settore cinese dei veicoli elettrici può essere ricondotta a una serie di decisioni strategiche iniziate oltre quindici anni fa.

 Nel 2010, il governo cinese ha dichiarato lo sviluppo dei veicoli elettrici una priorità strategica e ha avviato un ampio programma di sovvenzioni.

 Questa politica si basava sulla consapevolezza che la Cina era tecnologicamente in ritardo rispetto ai produttori occidentali e giapponesi nel campo dei motori a combustione interna convenzionali, ma che un salto tecnologico verso i sistemi di propulsione elettrici avrebbe potuto colmare questo divario.

 

Il sostegno governativo si è manifestato in diverse dimensioni.

Tra il 2010 e il 2023, si stima che nel settore siano confluiti 200 miliardi di dollari sotto forma di incentivi all'acquisto diretto, esenzioni fiscali, finanziamenti per le infrastrutture e sussidi alla ricerca.

Gli acquirenti di veicoli elettrici hanno ricevuto sconti fino a 15.000 dollari per veicolo, mentre un'esenzione decennale dall'imposta sulle vendite del 10% ha ulteriormente depresso i prezzi.

Allo stesso tempo, le amministrazioni provinciali e locali hanno investito miliardi per aumentare la capacità produttiva, spesso senza considerare la domanda effettiva o la redditività a lungo termine.

 

Questa politica ha inizialmente prodotto risultati impressionanti.

Il numero di produttori cinesi di veicoli elettrici è esploso da una manciata nel 2010 a oltre 500 nel 2018.

La quota di mercato dei veicoli elettrici e ibridi plug-in è salita da quasi zero a oltre il 50% nel 2025.

La Cina è emersa come il più grande produttore mondiale di batterie agli ioni di litio, controllando circa il 75% della capacità produttiva globale e oltre la metà della lavorazione di materie prime essenziali come litio, cobalto e grafite entro il 2023.

 

Tuttavia, parallelamente a questa crescita quantitativa, si sono accumulati squilibri strutturali.

 Sebbene i sussidi del governo centrale siano ufficialmente terminati nel 2022, sono stati parzialmente compensati da sussidi regionali e da generosi prestiti governativi.

Ancora più importante, le capacità produttive accumulate nel corso degli anni sono cresciute molto più rapidamente della domanda effettiva.

Secondo il “Gao Gong Industry Research Institute”, l'industria automobilistica cinese ha la capacità di produrre 55,6 milioni di veicoli all'anno, mentre nel 2024 ne sono state vendute solo 27,5 milioni di unità.

L'utilizzo della capacità per i veicoli elettrici è stato in media del 64,5%.

 

Questa sovraccapacità si è trasformata in una brutale guerra dei prezzi a partire dal 2023.

Tesla ha dato il via alla guerra con tagli di prezzo fino al 13% a gennaio 2023, costringendo praticamente tutti i produttori cinesi a seguire l'esempio.

BYD, leader di mercato con una quota di circa il 40% del mercato nazionale dei veicoli elettrici, ha svolto un ruolo ambivalente:

 l'azienda ha sfruttato i vantaggi di costo derivanti dall'integrazione verticale e dalle economie di scala per esercitare pressione sui concorrenti attraverso aggressivi tagli di prezzo.

 Allo stesso tempo, questa strategia ha minato la sua stessa redditività e ha portato alla compressione dei margini dell'intero settore.

 

Gli sviluppi storici rivelano un modello di sovrainvestimento indotto dal governo, caratteristico delle economie a controllo centralizzato.

 Le strutture di incentivazione incoraggiavano i governi locali a investire in capacità produttiva, indipendentemente dalla razionalità macroeconomica, perché promettevano posti di lavoro e gettito fiscale. Solo quando la sovraccapacità creava rischi sistemici per l'intera filiera automobilistica e la redditività diventava l'eccezione, le autorità centrali reagivano lanciando allarmi contro la "concorrenza disordinata".

 

Anatomia della competizione predatoria: attori, meccanismi e potere.

Le dinamiche di mercato nel settore dei veicoli elettrici in Cina sono plasmate da una complessa interazione tra diverse categorie di attori i cui interessi coincidono solo parzialmente.

In prima linea ci sono i grandi produttori verticalmente integrati come BYD, Geely e SAIC, che gestiscono catene del valore complete, dalla produzione di celle per batterie all'assemblaggio dei veicoli.

Queste aziende beneficiano di significativi vantaggi in termini di costi: BYD produce internamente circa il 75% dei suoi componenti, tra cui la sua batteria proprietaria a lama, i semiconduttori e i motori elettrici. Questo controllo sulle forniture critiche non solo riduce i costi di circa il 30% rispetto ai concorrenti, ma offre anche una flessibilità strategica nei prezzi.

 

Un secondo gruppo è costituito da produttori premium specializzati come NIO, XPeng e Li Auto, che si concentrano sulla leadership tecnologica e sui segmenti di prezzo più elevati.

Queste aziende investono in modo sproporzionato in sistemi di guida autonoma, tecnologie di sostituzione delle batterie o ibridi con range extender.

Il loro modello di business si basa sul presupposto che la differenziazione tecnologica giustifichi sovrapprezzi di prezzo adeguati.

Tuttavia, la realtà è diversa:

mentre” XPeng” ha raggiunto un nuovo record di 37.709 consegne nell'agosto 2025, registrando una crescita annua del 169%, “Li Auto “sta lottando con un forte calo delle vendite.

“NIO”, a sua volta, ha generato un utile netto negativo di 19.141 dollari per veicolo nel 2022 e ha dovuto diversificare il proprio modello di business con sottomarche a basso costo come “Onvo.”

 

La terza categoria comprende una varietà di piccole e medie imprese manifatturiere, nonché aziende automobilistiche statali come Changan, Dongfeng e FAW, che sono in ritardo nel segmento dei veicoli elettrici.

 Molti di questi attori producono meno di 5.000 unità al mese e operano ben al di sotto dei tassi di utilizzo redditizi.

Ciononostante, sopravvivono in parte grazie al sostegno delle amministrazioni locali, data la loro importanza per l'occupazione regionale e le catene di approvvigionamento.

 

Il motore economico centrale dell'attuale guerra dei prezzi è il classico problema della sovracapacità produttiva nei settori con elevati costi fissi.

La produzione automobilistica è caratterizzata da significativi investimenti in attrezzature, utensili e sviluppo, mentre i costi variabili per veicolo aggiuntivo sono relativamente bassi.

 In una situazione di sovracapacità strutturale, qualsiasi vendita aggiuntiva, purché superi i costi variabili, diventa un margine di contribuzione per i costi fissi.

Ciò crea un incentivo a riduzioni aggressive dei prezzi, anche se ciò erode la redditività complessiva del settore.

La strategia di BYD esemplifica questo meccanismo.

Nel marzo 2025, l'azienda ha ridotto drasticamente i prezzi dei suoi modelli base:

 il “modello Seagull” è stato ridotto da 69.800 a 55.800 yuan (circa 7.600 dollari).

Questa politica dei prezzi ha azzerato circa 22 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato in poche settimane.

 Ciononostante, ha seguito una logica economica:

con costi variabili stimati pari a circa il 60% del prezzo di vendita, ogni veicolo venduto genera comunque un margine di contribuzione positivo. L'alternativa – tagli alla produzione con conseguenti oneri sui costi fissi e perdite di quote di mercato – appare meno allettante nel breve termine, anche se la strategia non è sostenibile nel lungo termine.

 

Il quadro normativo sta esacerbando questa dinamica.

Dopo la scadenza dei sussidi all'acquisto diretto nel 2022, il governo ha introdotto nel 2024 un programma di permuta che offre agli acquirenti fino a 20.000 yuan (2.730 dollari) per l'acquisto di un nuovo veicolo elettrico in cambio della rottamazione di un vecchio motore a combustione.

 Questo programma, per il quale è stato stanziato l'equivalente di 11 miliardi di dollari per il 2025, stimola la domanda ma aumenta allo stesso tempo la pressione sui prezzi, poiché i produttori devono offrire sconti aggiuntivi per beneficiare dell'incentivo.

Un altro fattore critico è la concentrazione nella filiera delle batterie. CATL, il più grande produttore mondiale di celle per batterie, controlla circa il 38% del mercato globale, mentre BYD si colloca al secondo posto con il 17,8%. Questa concentrazione conferisce ai produttori verticalmente integrati un significativo potere negoziale sui produttori di veicoli puri che si affidano a batterie esterne. Le differenze di costo delle batterie, spesso pari al 30-40% del costo totale del veicolo, diventano quindi un vantaggio competitivo decisivo.

 

I meccanismi di mercato seguono quindi una logica che l'economista Michael Spence ha descritto come "segnalazione attraverso la combustione di denaro":

le aziende con disponibilità finanziarie elevate e vantaggi di costo usano le riduzioni di prezzo come segnale della loro forza e costringono i concorrenti meno ricchi di capitale a uscire dal mercato.

La vicepresidente esecutiva di BYD, “Stella Li”, ha espresso questa realtà senza mezzi termini:

"La concorrenza in Cina è agguerrita. Pertanto, dobbiamo sviluppare nuovi mercati in cui possiamo raggiungere una crescita sostenibile". Questa affermazione rivela che persino l'azienda leader del settore considera le dinamiche del mercato interno insostenibili.

 

Dati e dilemmi: lo stato attuale di un settore surriscaldato.

Gli indicatori quantitativi del settore cinese dei veicoli elettrici dipingono un quadro di forti contrasti tra successi macroeconomici e sconvolgimenti microeconomici.

A settembre 2025, il mercato cinese ha raggiunto un traguardo storico:

 per la prima volta, le vendite mensili di veicoli elettrici e ibridi plug-in hanno superato la soglia di 1,6 milioni, con i soli veicoli elettrici a batteria che hanno stabilito un nuovo record con 1,058 milioni di unità.

Il tasso di penetrazione dei sistemi di propulsione elettrificati è salito al 49,7%: quasi un nuovo veicolo venduto su due è dotato di un connettore plug-in.

 

Complessivamente, nei primi otto mesi del 2025 sono stati venduti in Cina oltre 9,6 milioni di veicoli elettrici e ibridi plug-in, con un aumento del 36,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

 Le proiezioni indicano che le vendite annuali potrebbero superare per la prima volta la soglia dei 13 milioni nel 2025. Questi dati sottolineano la trasformazione di un mercato in cui i veicoli elettrici erano un fenomeno di nicchia meno di dieci anni fa.

 

Ma questi impressionanti dati di crescita nascondono allarmanti trend di redditività.

Il margine di utile netto medio dell'industria automobilistica cinese è sceso ad appena il 4,3% nel 2024, rispetto al 5,0% dell'anno precedente e significativamente al di sotto dell'oltre 10% del Nord America.

 Per l'intero anno 2024, il settore ha registrato un calo degli utili dell'8%, nonostante una crescita del fatturato del 4%.

Questo divario tra fatturato e andamento degli utili segnala un sostanziale deterioramento del potere di determinazione dei prezzi.

 

BYD, in qualità di leader del settore, esemplifica questa dicotomia.

Nella prima metà del 2025, il gruppo ha aumentato il fatturato del 23,3%, raggiungendo i 371,28 miliardi di yuan (circa 51 miliardi di dollari USA).

 Tuttavia, il margine di profitto lordo è sceso al 16,3% nel secondo trimestre, con un calo di 3,8 punti percentuali su base annua.

L'utile netto è diminuito ancora più drasticamente nel secondo trimestre, scendendo del 29,9% a 6,4 miliardi di yuan.

Questo primo calo degli utili dal primo trimestre del 2022 segna una svolta:

anche il produttore più efficiente e con i costi più contenuti non può più sfuggire all'erosione dei margini.

 

L'impatto sui concorrenti è ancora più drastico.

Tesla, che produce in Cina e ha venduto circa 460.000 veicoli sul mercato cinese nel 2024, ha dovuto ripetutamente tagliare i prezzi e ora offre finanziamenti quinquennali a tasso zero, oltre a sussidi gratuiti per la ricarica e l'assicurazione.

NIO ha registrato una perdita netta di 2,38 miliardi di dollari su un fatturato di 7,3 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2022, con un margine di perdita del 32,6%.

XPeng ha registrato un flusso di cassa positivo dalle attività operative solo per la prima volta nel quarto trimestre del 2024.

 

La situazione di sovraccapacità si riflette in numeri concreti: l'industria automobilistica cinese ha una capacità produttiva di 55,6 milioni di veicoli all'anno, ma ne ha venduti solo 27,5 milioni nel 2024.

Soprattutto per i veicoli elettrici, la capacità produttiva è di oltre 20 milioni di unità all'anno, con vendite effettive di circa 13 milioni.

Questa sovraccapacità strutturale di circa il 50% determina la concorrenza sui prezzi osservata.

 

La dimensione internazionale aggrava ulteriormente il dilemma. Le esportazioni cinesi di automobili sono salite a 5,86 milioni di unità nel 2024, di cui 1,28 milioni (22%) erano veicoli elettrici. BYD ha esportato circa 464.000 veicoli nei primi otto mesi del 2025, con un aumento del 128%.

Tuttavia, questa offensiva sulle esportazioni sta incontrando sempre più resistenze protezionistiche: dall'ottobre 2024, l'Unione Europea ha imposto dazi aggiuntivi del 17,0% su BYD, del 18,8% su Geely e fino al 35,3% su SAIC, oltre alla normale tariffa di importazione del 10%.

Gli Stati Uniti hanno di fatto escluso i veicoli elettrici cinesi dal mercato con dazi superiori al 100%.

 

Queste barriere commerciali impediscono a BYD e ai suoi concorrenti di ridurre semplicemente la propria capacità produttiva in eccesso esportando verso i mercati sviluppati. I restanti mercati di esportazione – America Latina, Sud-est asiatico e Africa – mostrano un potenziale di crescita, ma un potere d'acquisto significativamente inferiore e volumi di mercato inferiori.

Il Brasile, il più grande mercato automobilistico latinoamericano, ha venduto circa 125.000 veicoli elettrici nel 2024, mentre l'Africa nel suo complesso ne ha vendute meno di 50.000.

 

La situazione attuale rivela quindi un classico dilemma del prigioniero:

ogni singolo produttore agisce razionalmente abbassando i prezzi per difendere o espandere la propria quota di mercato. Collettivamente, tuttavia, questo comportamento porta a una situazione in cui praticamente tutti gli attori sono svantaggiati. Il governo cinese lo ha riconosciuto e, nel maggio 2025, ha convinto 17 produttori a firmare un impegno volontario per evitare "pratiche di prezzo anomale".

Tuttavia, questo accordo è fallito nel giro di poche settimane, quando BYD ha annunciato ulteriori tagli ai prezzi.

 

Percorsi divergenti: opzioni strategiche nella competizione globale.

Le reazioni alla saturazione del mercato interno e alla pressione sui margini seguono modelli molto diversi tra i diversi attori, come possono essere illustrati da tre casi di studio esemplari: la globalizzazione diversificata di BYD, l'attenzione alla qualità di Tesla e la strategia di nicchia tecnologica di NIO.

 

BYD sta perseguendo la strategia di internazionalizzazione più aggressiva tra i produttori cinesi.

L'azienda punta a generare il 20% delle sue vendite all'estero entro il 2025, pari a 800.000-1 milione di veicoli.

Questa strategia si basa su tre pilastri:

in primo luogo, lo sviluppo della capacità produttiva locale per aggirare i dazi all'importazione.

Uno stabilimento con una capacità annua prevista di 150.000 veicoli è in costruzione in Ungheria e la produzione dovrebbe iniziare alla fine del 2025.

Un altro stabilimento con una capacità simile sarà completato in Turchia nel 2026.

In Brasile, la produzione è iniziata a luglio 2025 in uno stabilimento con una capacità iniziale di 150.000 unità, che dovrebbe essere ampliata a 600.000 entro il 2031.

 Thailandia, Indonesia e Cambogia seguiranno con stabilimenti di varie dimensioni.

 

In secondo luogo, BYD sta diversificando strategicamente il suo portafoglio prodotti in base alle preferenze regionali.

Mentre i veicoli puramente elettrici dominano in Cina, l'azienda si sta concentrando sempre più sugli ibridi plug-in in Europa, che non sono soggetti a dazi doganali più elevati. Nella prima metà del 2025, BYD ha triplicato le sue vendite europee, raggiungendo le 84.400 unità, con una quota crescente degli ibridi plug-in.

 Per l'America Latina, BYD sta sviluppando un motore ibrido etanolo-benzina che tenga conto delle preferenze locali in materia di carburante.

 

In terzo luogo, BYD sta investendo massicciamente nelle infrastrutture di ricarica come barriera strategica all'ingresso.

 In Cina, l'azienda ha già installato diverse centinaia di stazioni di "ricarica flash" con una potenza di ricarica fino a 1.000 kilowatt, che teoricamente consentono un'autonomia di 400 chilometri in cinque minuti.

 In Europa, BYD prevede di installare tra 200 e 300 di queste stazioni entro la fine del secondo trimestre del 2026.

Anche in Sudafrica, entro la fine del 2026, saranno costruite tra 200 e 300 stazioni di ricarica rapida, alcune delle quali saranno dotate di pannelli solari e batterie di accumulo per ridurre la dipendenza dalla rete.

 

Questa strategia mira a creare vantaggi competitivi attraverso reti proprietarie in mercati con infrastrutture di ricarica poco sviluppate.

Tuttavia, gli investimenti associati – che il vicepresidente esecutivo di BYD Stella Li ha definito "importanti investimenti" – impegnano capitali significativi e aumentano il rischio imprenditoriale.

L'ammortamento di questa infrastruttura richiede a BYD di conquistare quote di mercato significative nei mercati di riferimento.

 

Tesla sta perseguendo un approccio fondamentalmente diverso.

L'azienda si sta concentrando sui suoi mercati principali consolidati – Stati Uniti, Cina ed Europa – senza un'espansione geografica aggressiva.

In Cina, dove Tesla ha venduto circa 460.000 veicoli nel 2024, l'azienda sta lottando con una quota di mercato in calo.

Le vendite negli Stati Uniti nella prima metà del 2025 sono diminuite del 15%, mentre in Europa sono crollate del 43% tra gennaio e agosto.

Nell'agosto 2025, la quota di mercato di Tesla nell'UE è scesa per la prima volta al di sotto di quella di BYD.

 

La risposta di Tesla non è la diversificazione geografica, ma l'innovazione di prodotto e la riduzione dei costi. L'azienda ha annunciato modelli a prezzi più bassi e offre condizioni di finanziamento aggressive.

Allo stesso tempo, Tesla sta spostando il suo focus strategico sulla guida autonoma e sull'intelligenza artificiale, come illustra il suo "Master Plan 4".

Questa strategia comporta rischi significativi:

 se le promesse di guida autonoma dovessero essere ritardate, Tesla non avrà nuovi prodotti per difendere la sua quota di mercato nel breve termine.

 Gli analisti avvertono già che la mancanza di nuovi modelli porterà inevitabilmente a ulteriori perdite di quote di mercato.

 

NIO rappresenta un terzo percorso strategico:

 la differenziazione tecnologica attraverso la tecnologia di sostituzione delle batterie.

 Entro il 2025, l'azienda gestirà oltre 1.200 stazioni di sostituzione delle batterie in Cina, consentendo una sostituzione completa della batteria in circa tre minuti. Questa infrastruttura offre teoricamente a NIO un vantaggio competitivo rispetto ai sistemi di ricarica a tempo.

 Inoltre, nel 2025, NIO ha lanciato sotto-marchi in segmenti di prezzo inferiori, come Onvo e Firefly, per ampliare il proprio target di riferimento.

 

Nonostante questa innovazione, NIO rimane non redditizia e fortemente dipendente dalle iniezioni di capitale.

La tecnologia di sostituzione delle batterie richiede ingenti investimenti infrastrutturali, la cui scalabilità al di fuori della Cina appare discutibile.

L'espansione in Europa procede lentamente, mentre il Sud-est asiatico e il Medio Oriente hanno finora fornito contributi marginali.

 

Il confronto rivela differenze fondamentali nei loro modelli di business. L'integrazione verticale e la leadership di costo di BYD consentono una politica di prezzi aggressiva e una diversificazione geografica. Tuttavia, i requisiti di capitale e le complessità operative associati sono enormi.

Tesla fa affidamento sulla potenza del marchio, sull'eccellenza tecnologica e sull'efficienza operativa, ma sta perdendo sempre più quote di mercato sensibili al prezzo.

NIO sta cercando di occupare una nicchia attraverso la differenziazione tecnologica, ma la sua scalabilità e trasferibilità globale rimangono discutibili.

 

Dal punto di vista normativo, i mercati target reagiscono in modo molto diverso agli investimenti cinesi.

Mentre Ungheria e Turchia sostengono attivamente gli stabilimenti BYD, altri paesi dell'UE bloccano le acquisizioni cinesi per motivi di sicurezza.

 Il Brasile indaga su BYD per abusi sul lavoro presso le imprese edili, mentre gli Stati Uniti escludono di fatto i veicoli elettrici cinesi dal mercato.

Questo frammentato panorama normativo aumenta significativamente i costi di transazione e l'incertezza per l'espansione internazionale.

 

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