Flop delle auto elettriche.

 

Flop delle auto elettriche.

 

 

Auto elettrica flop nel 2025 in Europa:

chi ha una vettura termica se la tiene stretta.

Motorisumotori.it – (17 -giugno -2025) – Ippolito Visconti – Redazione – ci dice:

 

Crollo della propensione a convertirsi all’elettrico fra chi ha un’auto termica in Europa.

Report Shell 2025:

fra i proprietari di un’auto termica in Europa, si verifica un crollo della propensione a comprare un’elettrica.

 Lo “Shell Recharge Driver Survey” 2025, basato sulle opinioni di oltre 15.000 automobilisti in Europa, Stati Uniti e Cina, rivela un dato preciso: c’è un crollo dell’interesse per i veicoli elettrici tra i guidatori di auto a benzina e diesel.

Negli Stati Uniti, l’interesse è leggermente diminuito (dal 34% nel 2024 al 31% nel 2025), ma nel Vecchio Continente la riduzione è stata più marcata (dal 48% nel 2024 al 41% nel 2025).

Questo trend è preoccupante per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione e sottolinea la necessità di affrontare le barriere percepite da questa fascia di popolazione.

 

Colonnine di ricarica, pessima esperienza.

L’esperienza di ricarica in Europa sembra essere in ritardo rispetto ad altre regioni.

 Solo la metà dei guidatori europei (51%) dichiara che l’affidabilità dei caricabatterie pubblici è migliorata negli ultimi 12 mesi, contro il 74% in Cina e l’80% negli USA.

 Inoltre, solo il 17% ritiene che la ricarica pubblica offra un buon rapporto qualità-prezzo (contro il 69% in Cina e il 71% negli USA). Questa disparità evidenzia la necessità di investimenti mirati e standardizzazione delle infrastrutture di ricarica europee, inclusa l’Italia, dove la frustrazione per colonnine non funzionanti o prezzi poco chiari è ancora diffusa.

 

Povera auto elettrica, già invecchiata: i motivi.

Perché le “BEV” non vanno?

Siamo solo al 15% di share mercato nuovo in UE, e al 5% in Italia, patria mondiale dell’usato ormai.

 Ecco i motivi secondo noi.

1) Prezzi stellari per via di investimenti delle Case molto forti.

2) Pessima rivendibilità.

3) Poche colonnine e lente.

4) Ansia da autonomia.

5) Costo enorme dell’elettricità.

6) Inflazione al galoppo che rende le BEV meno affascinanti.

 

Inoltre, assistiamo a un qual certo scollamento fra CEO delle Case auto e politica centrale di Bruxelles, che indirizza i singoli governi.

Sotto questo profilo, occhio al segnale dato dalle dimissioni di “de Meo” da Renault.

La ricerca evidenzia una chiara tendenza:

 i driver di veicoli elettrici sono sempre più a loro agio con la nuova tecnologia.

A livello globale, sei su dieci dichiarano di preoccuparsi meno di rimanere senza carica rispetto a un anno fa.

Tre quarti degli attuali proprietari di BEV affermano che le opzioni e la disponibilità dei punti di ricarica pubblici sono migliorate.

 

“David Bunch”, Executive Vice President del “Gruppo Shell Mobility & Convenience”, ha commentato i risultati sottolineando la disparità emergente:

 “Mentre gli attuali guidatori di veicoli elettrici si sentono più fiduciosi, il costo relativamente elevato di possedere un veicolo elettrico, combinato con le più ampie pressioni economiche, sta rendendo difficile la decisione per i nuovi consumatori.

 Con le giuste politiche e la collaborazione dell’industria, possiamo rendere la transizione accessibile per i consumatori e attraente per gli investitori”.

Insomma, va fatto di più per stimolare la domanda e garantire che nessuno venga lasciato indietro nel passaggio a un trasporto più pulito.

 

 

 

“Il flop delle auto elettriche”,

anatomia di una caduta

in Italia e in Europa.

 Key4biz.it - Flavio Fabbri – (9 Settembre 2024) – ci dice:

 

In Italia, le nuove immatricolazioni di auto elettriche a batteria sono praticamente crollate nel mese di agosto 2024, con un -36% su base annuale.

 In Europa, con i dati di luglio, già si registrava un calo dell’11%.

La proposta di Urso all’UE. Cosa sta accadendo ad una delle industrie più rivelanti dell’economia continentale?

 Perché la transizione non funziona?

Un mercato in crisi? Quali i fattori che pesano di più sui numeri dell’auto elettrica.

L’auto elettrica ci interessa ancora?

 Il mercato è davvero in crisi?

Che ruolo hanno i consumatori, i produttori e la politica in questa fase così critica della transizione energetica dell’automobile?

 Sappiamo tutti che questa industria occupa un ruolo a dir poco vitale nella nostra economia, sia nazionale, sia europea (per non dire mondiale), ma sappiamo anche che il cambiamento è necessario e che a conti fatti è già iniziato.

Ora si deve capire come procedere per completarlo e non è una questione da poco, a sentire tutti gli attori in gioco.

 

In Italia, le nuove immatricolazioni di auto elettriche a batteria sono praticamente crollate nel mese di agosto 2024, con un -36% su base annuale, secondo gli ultimi dati dell’Unrae.

In Europa, con i dati di luglio, già si registrava un calo dell’11%.

Se guardiamo invece alle auto elettriche ibride, il discorso cambia, con un dato opposto nel nostro Paese, dove si è stimato un incremento delle nuove immatricolazioni attorno al +40% nel mese di agosto.

 

Le ibride in Europa vedono crescere le nuove immatricolazioni del 25%.

Sono segmenti dell’elettrico da tenere ben distinti, ma è chiaro che i consumatori stanno facendo delle scelte chiare, anche in considerazione dei fattori negativi che accompagnano il mercato e non da ora: prezzi troppo elevati, incentivi insufficienti, scarsità dei punti di ricarica, un mercato dell’energia che rimane incerto, solo per citare i più discussi.

25 settembre vertice UE sul futuro dell’elettrificazione dell’auto.

Se non tutta, una gran parte della corsa all’elettrificazione dell’automobile si giocherà il prossimo 25 settembre a Bruxelles, in occasione di un vertice dell’Unione europea sul settore promosso dall’Ungheria.

Fin qui i numeri, che già ci dicono molto.

 Poi c’è la politica nazionale, che non dà l’impressione di aver trovato la strada giusta per affrontare la transizione energetica dell’auto e allo stesso tempo punta (giustamente) a sollevare il problema direttamente a Bruxelles.

 

Giustamente, perché l’auto elettrica è frutto di linee politiche decise a Bruxelles e perché è ormai acclarata la crisi economica dell’ormai ex locomotiva dell’economia europea, la Germania.

Su questo il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato la presentazione di una proposta per anticipare alla prima parte del 2025 la revisione dello stop alla produzione di auto termiche entro il 2035:

“Ho intenzione di parlarne nel meeting che la presidenza di turno ungherese ha organizzato per il 25 settembre a Bruxelles sul settore e il giorno successivo la presenterò al consiglio sulla competitività che si terrà sempre a Bruxelles”.

 

L’annuncio è arrivato al “Forum Ambrosetti” di Cernobbio, con la proposta del ministro di anticipare alla prima parte del 2025 la revisione sullo stop alla produzione di veicoli endotermici al 2035, prevista originariamente per il 2026 nell’ambito del ‘Green Deal’ europeo.

 

Urso chiede di anticipare la clausola di revisione al 2025.

Il Green Deal, ha detto Urso, “lo fai con il cambio di modalità operativa e lavorativa“, aggiungendo che “il processo del green deal prevede una clausola di revisione entro la fine del 2026, ma chiunque conosca il sistema produttivo sa che gli investimenti si fanno se c’è certezza“.

Avanti di questo passo, a suo dire, diventa un problema la sopravvivenza dell’intera industria automobilistica europea, “incapace di sostenere il rischio che le è stato imposto senza adeguate risorse e investimenti pubblici”.

“Chiedo di anticipare questa decisione – ha sottolineato – perché se lasciamo l’incertezza fino al 2026, si rischia un’ondata di scioperi e proteste europee come hanno fatto gli agricoltori e rischiamo il collasso dell’industria“.

Urso dovrebbe rilanciare la proposta il giorno successivo al consiglio dell’Ue sulla competitività e prevede di contattare gli altri ministri europei, ma prima si deve insediare il nuovo governo francese.

La chiave incentivi.

Il problema è però anche legato alla domanda che finché è stata sostenuta dagli incentivi ha fatto lievitare le nuove immatricolazioni di motori elettrici.

 Incentivi che sono decisi dal ministero guidato da Urso e che nell’ultima tranche sono stati esauriti in meno di 24 ore.

 

Il ministro delle imprese su questo ha già detto che non si deve fare troppo affidamento sugli incentivi, ma sostenere il made in Italy, lavorando sul lato dell’offerta nazionale (un percorso certamente virtuoso, ma dai tempi incerti vista la leadership cinese nel settore e la nostra dipendenza dagli approvvigionamenti esteri di batterie, componentistica e materie prime).

 

Secondo quanto dichiarato dal presidente di “Motus-E,” Fabio Pressi:

“I dati indicano nuovamente un andamento molto confuso del mercato, con gli straordinari picchi seguiti alla messa a terra dell’Ecobonus alternati a momenti di apparente stallo, in cui gli automobilisti interessati a passare all’elettrico restano alla finestra per comprendere l’evoluzione dello scenario”.

 

“In quest’ottica – ha precisato Pressi – per evitare un pericoloso andamento a strappi del mercato diventa fondamentale una rapida e chiara pianificazione degli strumenti incentivanti discussi nell’ultima riunione del “Tavolo Automotive”, per i quali sarà indispensabile anche la massima cautela nelle comunicazioni ai cittadini, che con l’esaurimento in un solo giorno dei bonus per le auto elettriche hanno già dimostrato una grande attenzione verso questa tecnologia”.

 

Sulle pagine del “Mimit” si legge che “per quanto riguarda la programmazione degli incentivi, il fondo automotive può contare ancora su una dotazione di 750 milioni per il 2025 e di un miliardo annuo dal 2026 al 2030.

 In parallelo al concretizzarsi della politica di attrazione di nuovi player e alla necessità di accompagnare il processo di riqualificazione della componentistica italiana verrà incrementata la quota destinata all’offerta pari a 50 milioni nel 2022 e 350 milioni annui nel successivo biennio”.

 

Un destino in bilico, in attesa dei nuovi commissari europei.

Siamo in grado come Paese e come Unione europea di realizzare una nuova industria automobilistica orientata alle zero emissioni, made in EU e in grado di creare occupazione?

La politica riuscirà a dare risposte puntuali e tempestive su questo tema così centrale per l’economia continentale?

 

Sappiamo solo che l’industria automobilistica, che impiega 12 milioni di persone e rappresenta circa il 4% del PIL dell’UE, rappresentando il più grande investitore privato in ricerca e sviluppo dell’UE, secondo la Commissione europea deve sottoporsi a cambiamenti rapidi e profondi per restare competitiva sul mercato mondiale, riconoscendo l’importanza della transizione verso tecnologie più sostenibili e nuovi modelli imprenditoriali.

 

Per saperne di più sui futuri sviluppi della transizione energetica dell’automobile in Europa sicuramente bisognerà attendere il prossimo 11 settembre, quando Ursula von der Leyen, presenterà la sua lista dei commissari europei (nomi e portafogli) per la nuova Commissione europea, che potrebbe insediarsi già a novembre.

 

 

 

Cina-Giappone, rapporti tesi per Taiwan.

Pechino minaccia: “Se Tokyo si

 intromette subirà una sconfitta pesante”.

Msn.com – (14 -11 – 2025) – Quotidiano.net – Redazione – ci dice:

 

Roma, 14 novembre 2025.

 Sale sempre di più la tensione tra Cina e Giappone, dopo le dichiarazioni della neo premier di Tokyo, “Sanae Takaichi”, e le minacciose risposte di Pechino (“Pagherete un prezzo alto”).

La leader conservatrice, in linea con la sua campagna elettorale, ha affermato che una crisi militare a Taiwan rappresenterebbe una "situazione minacciosa per la sopravvivenza dello stesso Giappone", assicurando l'appoggio del Sol Levante a Taipei.

 

Il presidente cinese è “Xi Jinping”.

Takaichi: Giappone interviene se Cina attacca Taiwan.

Takaichi, fortemente anti cinese, ha chiarito che, in caso di uso della forza contro Taiwan, come con un blocco marittimo o altre misure coercitive da parte della Cina, il governo potrebbe invocare una clausola prevista dalla legislazione sulla sicurezza nazionale, classificandole come "situazioni minacciose per la sopravvivenza", cosa che consentirebbe all'esercito giapponese l'esercizio del diritto di autodifesa collettiva, anche se con i limiti della Costituzione pacifista.

 

L’ira di Pechino, e il console cinese a Osaka minaccia la premier.

Questa dichiarazione di “Takaichi” risale al 7 novembre scatenando l'ira di Pechino, come era da immaginarsi.

A gettare ulteriore alcol sul fuoco ci hanno pensato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, “Lin Jian”, che ha invitato, in modo poco cordiale, la premier giapponese a "correggere subito il suo errore e ritrattare la sua clamorosa dichiarazione, altrimenti dovrà sopportarne tutte le conseguenze", e chiarendo: "Se la parte giapponese osasse intervenire militarmente nella situazione dello Stretto di Taiwan, ciò costituirebbe un atto di invasione e incontrerebbe una forte reazione della Cina".

Mentre il console cinese a Osaka, “Xue Jian”, è arrivato a minacciare direttamente la premier giapponese.

 

Convocati gli ambasciatori.

Così l'ambasciatore di Tokyo è stato convocato al ministero degli Esteri cinese per presentargli una protesta ufficiale e stessa sorte è toccata al diplomatico cinese nella capitale giapponese.

Pechino alza i toni: “Se il Giappone si intromette subirà una sconfitta pesante.”

Infine Pechino ha alzato ancora i toni lanciando un 'monito' al Giappone prevedendo una "sconfitta pesante" di Tokyo in caso di 'intromissione' nella questione di Taiwan.

 "Se i giapponesi non dovessero trarre lezioni dalla storia e dovessero osare e correre un rischio, o persino utilizzare la forza per interferire nella questione di Taiwan, andrebbero solo incontro a una sconfitta pesante", ha detto il portavoce “Jiang Bin,” aggiungendo che Tokyo pagherebbe "un prezzo alto".

(Quotidiano.Net).

 

 

 

 

L'Ucraina si affretta a limitare i danni

causati dallo scandalo di corruzione.

Politico.eu – Redazione – (14 nov. 2025) - Veronika Melkozerova – ci dice:

 

"Chiarire ogni forma di corruzione in qualsiasi istituzione governativa è una questione di dignità per il nostro governo", ha dichiarato il primo ministro a POLITICO.

Ecco il Briefing del Presidente ucraino dopo la riunione dello staff a Kiev.

Lo scandalo di corruzione ha scosso Kiev in un momento difficile, mentre l'Ucraina sta esortando i partner dell'UE ad assumersi un rischio enorme e a concordare un prestito di riparazione da 140 miliardi di euro.

KIEV — L'Ucraina non sta lì a perdere tempo nel tentativo di riparare i danni causati da uno scandalo di corruzione di proporzioni astronomiche, scoperto questa settimana.

I funzionari di alto livello si stanno affrettando a rassicurare i partner occidentali di Kiev, dopo che il presunto  schema di tangenti da 100 milioni di dollari  nel settore energetico – che ha coinvolto attuali ed ex funzionari di alto livello e alcuni stretti collaboratori del presidente Volodymyr Zelenskyy – ha creato problemi agli alleati.

 

"Dobbiamo agire rapidamente e con decisione sul campo di battaglia e agire con equità nelle aree vitali dello Stato.

 Il compito del governo è dimostrare alla società ucraina e ai partner che non tollereremo in nessuna circostanza la corruzione e risponderemo rapidamente a qualsiasi fatto", ha dichiarato il primo ministro ucraino “Yulia Svyrydenko” a POLITICO.

 

"Apprezziamo i nostri solidi e duraturi rapporti con i partner stranieri. È importante per noi mantenere questi rapporti, basati sulla fiducia, e qualsiasi minaccia è inaccettabile", ha aggiunto.

Mentre lo scandalo si diffondeva questa settimana, Kiev ha annunciato dimissioni di personaggi di spicco, sanzioni contro l'ex socio in affari di Zelenskyy, un importante audit e un rimpasto nelle compagnie energetiche statali, con l'obiettivo di dimostrare che l'Ucraina può effettivamente fare pulizia.

 

"Durante una guerra di aggressione su vasta scala, quando la Russia distrugge il nostro sistema energetico giorno dopo giorno e la nostra gente sopporta continue interruzioni, dobbiamo combattere la corruzione con la stessa determinazione con cui combattiamo la minaccia esterna", ha affermato “Svyrydenko”.

"Nei momenti più difficili, la nostra forza è l'unità.

Eliminare qualsiasi forma di corruzione in qualsiasi istituzione governativa è una questione di dignità per il nostro governo.

Abbiamo la responsabilità di fronte ai nostri difensori", ha aggiunto.

 

Questo messaggio è stato promosso anche dai rappresentanti di Zelenskyy.

"Non c'è spazio per l'impunità, che tu sia o meno un alleato stretto di qualcuno", ha dichiarato giovedì sera alla “NBC News” Olga Stefanishyna, ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti.

 "Non è una cosa piacevole, ma non abbiamo mai sperimentato una cosa del genere nella storia dell'Ucraina, e questo significa che alcune delle cose che abbiamo creato stanno davvero funzionando".

 

Lo scandalo di corruzione ha scosso Kiev in un momento imbarazzante, mentre l'Ucraina sta esortando i partner dell'UE ad assumersi un rischio enorme e a concordare un prestito di riparazione da 140 miliardi di euro, ricavato dai beni russi sequestrati.

Ha bisogno di assistenza finanziaria per sopravvivere a quello che probabilmente sarà l'inverno più rigido dall'inizio dell'invasione russa su vasta scala nel 2022.

 E gli alleati che vogliono ancora sostenere Kiev vogliono anche risposte sulla corruzione.

 

"Il presidente è stato molto chiaro: per lui non esiste una persona intoccabile coinvolta in corruzione o criminalità.

 È una persona di sani principi. Prima di tutto, lui stesso non è corrotto", ha dichiarato il principale consigliere di Zelenskyy, “Andriy Yermak”, in un'intervista all'”Axel Springer Global Reporters Network”, di cui POLITICO fa parte.

 

"Tutto ciò che è accaduto è il risultato di indagini assolutamente libere", ha detto “Yermak”.

"Dimostra che tutti questi organismi sono indipendenti e operativi".

 

Ripristinare la fiducia.

Citando l'infiltrazione russa, a luglio il parlamento ucraino ha votato bruscamente a favore di una legge che avrebbe privato dell'indipendenza i principali organismi di controllo anticorruzione, ponendoli sotto il controllo politico.

Zelenskyy ha firmato il disegno di legge, ma ha fatto marcia indietro sotto la forte pressione degli alleati occidentali che lo consideravano una mossa antidemocratica.

 

All'epoca, l'Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) stava indagando su “Tymur Mindich”, ex socio in affari di Zelenskyy e comproprietario dello studio “Kvartal 9”5, una società di produzione fondata dal comico diventato presidente.

“Mindich” è fuggito in Israele all'inizio di questa settimana prima di essere smascherato dai pubblici ministeri come presunto capo di un complotto multimilionario nel settore energetico, e non è stato contattato da POLITICO per rilasciare dichiarazioni.

Kiev ha ora svelato una serie di misure per rassicurare gli alleati. Un alto funzionario ucraino, a cui è stato concesso l'anonimato per parlare apertamente con POLITICO, ha affermato che la leadership vuole dimostrare urgenza nel ripulire i sistemi corrotti, poiché minano il Paese mentre affronta l'attuale attacco del presidente russo Vladimir Putin.

 

Tra queste misure rientrano le quasi immediate destituzioni di” German Galushchecnko “e “Svitlana Hrynchuk”, rispettivamente ministri della Giustizia e dell'Energia.

Zelenskyy ha annunciato venerdì che “Svyrydenko” presenterà nuovi candidati per le posizioni.

Inoltre, martedì il governo ha annunciato il rilancio del consiglio di sorveglianza dell'operatore di energia nucleare “Energoatom”, l'organizzazione statale al centro dello scandalo, e ha eliminato il consiglio di sorveglianza e il vicepresidente dell'azienda.

 

Mercoledì è stata annunciata un'importante verifica finanziaria dei contratti di appalto statali di “Energoatom” e di altre aziende statali, principalmente del settore energetico.

Giovedì il governo ha anche interrotto la competizione per la carica di responsabile del sistema statale di trasporto del gas ucraino, poiché uno dei finalisti è apparso nelle intercettazioni della NABU come potenziale sospettato dei presunti complotti di “Mindich”.

Inoltre, le autorità hanno incaricato i consigli di vigilanza di condurre audit su tutte le imprese statali strategiche, principalmente nel settore energetico.

 

Tuttavia, gli organismi di controllo ucraini affermano che saranno necessari ulteriori passi per ripristinare completamente la fiducia.

 

Un nuovo importante impulso alle riforme potrebbe trasformare il fiasco reputazionale in un'opportunità per dimostrare che l'Ucraina vuole davvero abolire la corruzione in modo permanente, ha affermato “Mykhailo Zhernakov”, direttore esecutivo della “De jure Foundation”, un ente di controllo della riforma giudiziaria con sede a Kiev.

"Penso che il governo ucraino abbia tutti i poteri per dimostrare ai partner che, ok, abbiamo inciampato, ma invece di offrire soluzioni mirate, stiamo avviando cambiamenti sistematici", ha affermato “Zhernakov”.

 

Venerdì sera, “Yermak” ha pubblicato su Telegram di aver incontrato “Julie Davis,” responsabile degli “affari degli Stati Uniti” in Ucraina, e di aver parlato della questione.

"Abbiamo discusso della lotta alla corruzione", ha affermato.

 "Abbiamo espresso la nostra convinzione comune che le indagini sui recenti casi di alto profilo debbano essere approfondite, professionali e imparziali e portare a risultati concreti, anziché essere utilizzate per destabilizzare la situazione in Ucraina a favore dei piani della Russia".

 

 

 

Un alleato di Trump afferma che

una grande delegazione tedesca

di estrema destra visiterà Washington.

Politico.eu – Redazione – (14 novembre 2025) - Stefanie Bolzen e Nette Nöstlinger – ci dicono:

 

L'invito nella capitale giunge mentre i politici di Alternativa per la Germania cercano di stringere legami più stretti con il governo degli Stati Uniti.

POLITICA-STATI UNITI-TRUMP.

"Le recenti azioni del governo tedesco contro i propri cittadini assomigliano più all'autoritarismo dell'Unione Sovietica prima della sua caduta di quanto non lo faccia la Russia oggi", ha affermato la deputata statunitense Anna Paulina Luna.

BERLINO — Decine di politici del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) si recheranno a Washington a dicembre su invito di un gruppo di repubblicani della Camera, ha affermato la deputata statunitense “Anna Paulina Luna”.

 

L'invito rivolto ai politici dell'AfD arriva in un momento in cui i rappresentanti dell'estrema destra tedesca cercano sempre più il sostegno dei repubblicani MAGA negli Stati Uniti per quella che definiscono una lotta contro la persecuzione politica e la censura in patria.

"Ospiteremo 40 membri dell'AfD", ha detto Luna in un'intervista a Welt, una pubblicazione gemella di POLITICO nell'ambito dell”'Axel Springer Group”.

 "E non sarò solo io, ma anche altri membri del Congresso".

 

Un portavoce dell'AfD ha dichiarato di non poter "né confermare né smentire" se un numero così elevato di politici del partito si recherà effettivamente negli Stati Uniti il ​​mese prossimo. Il portavoce del gruppo parlamentare dell'AfD al Bundestag ha affermato che il numero di parlamentari federali che si recheranno nella capitale statunitense non sarà così elevato.

 

“Luna” si è interessato attivamente alle affermazioni di esponenti dell'estrema destra tedesca secondo cui sarebbero perseguitati in Germania per le loro opinioni, dichiarando di recente a POLITICO che "le recenti azioni del governo tedesco contro i propri cittadini assomigliano più all'autoritarismo dell'Unione Sovietica prima della sua caduta di quanto non lo faccia la Russia oggi".

 

Anche alcuni funzionari dell'amministrazione Trump si sono espressi a sostegno dell'AfD.

 

 Quando all'inizio di quest'anno l'agenzia di intelligence federale tedesca ha dichiarato l'AfD un'organizzazione  estremista , il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito la mossa "tirannia mascherata". 

Durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il vicepresidente americano” J.D. Vance” ha esortato i principali politici europei ad  abbattere i "firewall"  che escludono i partiti di estrema destra dal governo.

La Costituzione tedesca del dopoguerra consente alle agenzie di intelligence nazionali di sorvegliare partiti politici, attori e organizzazioni ritenuti estremisti, rendendo teoricamente possibile la loro messa al bando.

Queste restrizioni erano state intese dai redattori della Costituzione della Germania Ovest per impedire un'ulteriore ascesa al potere del nazismo, quando le forze antidemocratiche furono in grado di sovvertire la democrazia dall'interno.

 

I leader dell'AfD vedono l'invito a Washington come un'opportunità per ottenere maggiore legittimità a livello nazionale per le loro rivendicazioni di persecuzione.

“ Luna” ha invitato la co-leader dell'AfD,” Alice Weidel”, a Washington alla fine del mese scorso tramite un post su “X”.

 Weidel ha reagito positivamente e ha affermato che si sarebbe messa in contatto per discutere ulteriori accordi.

“Luna” ha incontrato di recente anche “Naomi Seibt”, influencer di destra e alleata dell'AfD, che ha dichiarato di aver chiesto asilo negli Stati Uniti, sostenendo di essere oggetto di "grave sorveglianza e molestie da parte del governo e dell'intelligence" per le sue opinioni politiche e la difesa della libertà di parola in Germania.

 

"Penso che lei [Seibt] sia una brava ragazza e che abbia un futuro promettente, qualunque cosa decida di fare, quindi la sosterremo pienamente", ha detto Luna a Welt.

"In realtà non aiuterò solo lei, ma aiuterò anche altre persone come lei", ha detto Luna.

 "Spero che questo possa almeno aprire un dialogo aperto su come il governo tedesco – in particolare i politici e le forze dell'ordine – trattano i propri cittadini, anche se non sono d'accordo con loro".

Luna ha affermato che il viaggio a Washington dei membri dell'AfD a dicembre sarà seguito da una conferenza su larga scala all'inizio del prossimo anno, qualcosa che "contrappone Davos" e sarà maggiormente incentrato sulla "sovranità delle nazioni".

(Julius Brinkmann).

 

 

 

 

Clienti e imprese si sono accorti

che l'auto elettrica è un flop colossale

Liberoquotidiano.it - Sandro Iacometti – (martedì 23 settembre 2025) – Redazione - ci dice:

 

C’è il pianeta da salvare, l’aria da ripulire, il bollino radical chic da esibire. Ma sembra proprio che la sbornia delle auto a batteria stia per finire.

Clienti e imprese si sono accorti che l'auto elettrica è un flop colossale (Ansa).

Parliamoci chiaro, per chi può permettersela, ha la ricarica nel garage e circola solo in città, l’auto elettrica è una figata

. Sei à la page, abbatti i consumi, parcheggi ovunque e puoi entrare nelle Ztl più blindate, persino in quella esclusivissima messa in piedi da Beppe Sala a Milano.

Sì, ma gli altri?

I comuni mortali che devono portare la famiglia in viaggio in autostrada, non hanno il parcheggio dentro casa e devono accendere un mutuo per comprarsi l’ultimo ritrovato della tecnologia green?

Alcuni recenti sondaggi (S&P Global Mobility) registrano che più del 40% di chi ha comprato un’elettrica ci ripensa e torna all’endotermico e che l’84% degli automobilisti continua a ritenere i motori a scoppio più affidabili.

Certo, c’è il pianeta da salvare, l’aria da ripulire, il bollino radical chic da esibire.

Ma sembra proprio che la sbornia delle auto a batteria stia per finire.

E se vi sembra eccessivo parlare di ubriacatura, basti pensare che l’insieme delle auto che circolano in Europa, finora il continente più agguerrito nel combattere l’inquinamento, produce l’1% delle emissioni globali di Co2.

 Il che significa che anche se da domani ci muovessimo tutti con l’elettricità, il mondo neanche se ne accorgerebbe.

 

Del tentativo, però, si sono accorte eccome le imprese.

Le automotive europeo, scuserete l’esempio poco ecologico, è alla canna del gas.

L’ultima ad aver ridotto le stime di vendita è la Volkswagen, un tempo regina mondiale dell’auto e ora costretta a chiudere fabbriche e licenziare i lavoratori.

Ma la furia ambientalista sta iniziando a produrre danni anche tra i campioni del green.

Tesla, complice anche l’assurdo boicottaggio nei confronti di Elon Musk, sta perdendo colpi ovunque.

 E adesso le crepe si vedono anche su quello che sembrava un carro armato, ovviamente a batteria.

 Dopo quattro mesi di vendite nazionali in calo e l’utile trimestrale in flessione per la prima volta dopo tre anni e mezzo, ieri è arrivata la notizia che non ti aspetti.

L’oracolo di Omaha, il mago degli investimenti” Warren Buffett”, dopo 17 anni ha deciso di spegnere il motore e scendere dalla “Byd”. Investimento chiuso, con i soliti ampissimi guadagni (il titolo è cresciuto di circa 20 volte), e saluti a tutti.

 Intuizione, presagio? Difficile dirlo.

 

Green deal, Urso: "lo cambiamo insieme a Francia e Germania"

"Un patto sociale è sicuramente un buon viatico per accrescere ulteriormente occupazione e salari”.

Quello che è sotto gli occhi di tutti è che la realtà, come spesso gli capita di fare, è tornata prepotentemente ad infrangere le nobili illusioni. Persino Mario Draghi, per definizione super europeista e super ambientalista, ha detto qualche giorno fa che i divieti Ue per il motore endotermico non si possono rispettare.

Ursula von der Leyen, pur non rinunciando a lodare le rinnovabili, continua a parlare senza sosta di nucleare, termine fino a qualche tempo fa bandito.

L’Agenzia internazionale per l’energia ha recentemente invitato il mondo ad incrementare gli investimenti nei combustibili fossili per soddisfare la domanda di energia globale.

E ieri, in una sorta di sfogo fantozziano il presidente di Confindustria, “Emanuele Orsini”, ha definito il green deal «la più grande cavolata che potevamo fare».

Chissenefrega del pianeta? Tutt’altro.

Sul tavolo ci sono i biocarburanti, l’idrogeno, le auto ibride, quelle super ecologiche a benzina, quelle a metano.

Un ventaglio di opzioni che consentirà di ridurre le emissioni senza distruggere intere filiere produttive.

Nel frattempo la tecnologia migliorerà anche l’elettrica, aumentando l’autonomia, diminuendo i tempi di ricarica e, soprattutto, i costi di produzione.

 

 

 

Flop delle auto elettriche:

ora inizia la guerra dei prezzi.

Avvenire.it - Alberto Caprotti – (9 gennaio 2025) – Redazione – ci dice:

Dacia (2.000 euro di sconto sulla Spring in Francia), Leapmotors e Volkswagen abbassano il costo di ingresso: è una delle tre soluzioni anti-multe per i costruttori

Flop delle auto elettriche: ora inizia la guerra dei prezzi.

Il mercato delle auto elettriche piange.

In Italia soprattutto, ma anche in Europa ha fatto segnare - soprattutto nella seconda metà del 2024 - cali impressionanti.

Ma le 100% a batteria sono indispensabili per i costruttori per abbassare le emissioni di CO2 medie delle loro immatricolazioni per non dover pagare multe colossali.

 Soluzioni?

 Fondamentalmente tre.

La prima è paradossale:

ridurre le vendite delle vetture alimentate da motori termici tradizionali per aumentare la percentuale delle elettriche sul totale.

La seconda è lecita ma carissima:

sfruttare il meccanismo del "pooling", come sta già avvenendo, e acquistare crediti "verdi" sulle emissioni da altri costruttori (come Tesla) che producendo solo elettriche ne hanno in abbondanza.

La terza è inevitabile: abbassare i prezzi.

 

La "guerra" è già cominciata.

Da due giorni infatti Dacia, che appartiene al” Gruppo Renault”, in Francia, ha tagliato il prezzo di 2.000 euro della Spring, la sua Ev, portandolo a 16.900 euro (escludendo gli incentivi all'acquisto messi a disposizione dal governo transalpino), e colmando il divario con la cinese Leapmotor T03.

 La nuova Spring sarà anche meno potente, con un motore da 45 cavalli, rispetto al 65 della versione più costosa.

 Lo sconto sulla Spring è già entrato in vigore in alcuni mercati europei.

Si tratta solo di un esempio.

I costruttori di auto in Europa si affideranno agli sconti per spingere le vendite di veicoli elettrici e aiutarli a soddisfare le nuove regole sulle emissioni più severe dell’Unione europea.

Nel 2025 almeno un quinto di tutte le vendite europee della maggior parte delle Case automobilistiche deve essere costituito da veicoli elettrici per evitare sanzioni, ma solo il 15% dei veicoli venduti nei primi 11 mesi del 2024 è elettrico, secondo “Acea.”

Ma nemmeno la joint venture tra il marchio cinese e Stellantis è rimasta a guardare:

 il prezzo della “Leapmotor T03” assemblata a Tychy (Polonia) è stato a sua volta ridotto di 4 mila euro, fino a raggiungere i 14.900 e mantenendo la sua posizione di elettrica più economica.

Altre riduzioni sono state decise dalla Volkswagen per la sua “ID.3”:

la compatta a batteria viene offerta in Francia e Germania a meno di 30 mila euro.

 L'offerta francese include il bonus ecologico di 4.000 euro e ulteriori 4.000 euro di contributo concesso dalla Casa di Wolfsburg, mentre in Germania il costruttore garantisce uno sconto di 3.500 euro.

 

 

 

 

Aiuti a Kiev, Tajani rassicura.

Ma la Lega: chiarezza sulla corruzione.

“Noi leali, il caso è sconcertante.”

Msn.com- Quotidiano.Net - Storia di Giovanni Rossi – (16 novembre 2025) – ci dice:

 

Roma, 16 novembre 2025 – Giorgia Meloni tace, ma osserva “preoccupata” (trapela da Palazzo Chigi) le notizie giudiziarie in arrivo da Kiev. Sugli aiuti all’Ucraina – in guerra anche con malaffare e tangenti – la presidente del Consiglio lascia che ad azzuffarsi in pubblico siano i suoi vicepremier.

 

 

Matteo Salvini rinnova dubbi e critiche: “Se lo scandalo vicino a Zelensky si allargherà, una riflessione da parte di tutti dovrà essere fatta”, intima il leader leghista, esprimendo inquietudine non solo per il destino dei “soldi degli italiani, ma anche dei lavoratori europei”.

Protesta: “Mandare aiuti umanitari, militari ed economici per difendere i civili e per aiutare i bambini e sapere che una parte di questi aiuti finisce in ville all’estero, in conti in Svizzera e in gabinetti d’oro è preoccupante e sconcertante”.

ANTONIO TAJANI MINISTRO.

Antonio Tajani tiene il punto a costo di una piccola gaffe:

“Abbiamo già dato, io e i ministri Giorgetti e Crosetto, il nostro via libera al pacchetto di aiuti e informato il Copasir”.

In realtà il dodicesimo pacchetto di armi all’Ucraina sarebbe sì “in dirittura di arrivo”, tuttavia non ancora pronto per il passaggio al Copasir.

 Questione di giorni.

Ma il cortocircuito comunicativo non sfugge a “Claudio Borghi”, il leghista più diffidente, che addirittura rimprovera il ministro degli Esteri e numero uno di Forza Italia:

“Tajani non è titolato per informare il Copasir, sarebbe opportuno che usasse prudenza”.

Ucraina, denuncia choc di un deputato: “La maggior parte dei parlamentari parla russo nella vita di tutti i giorni.”

 

Così, per il secondo giorno di fila, la Lega si smarca platealmente dalla linea ufficiale pro Kiev – e contro la guerra di aggressione russa – che sarà ribadita domani al Quirinale quando si riunirà il Consiglio supremo di difesa sotto la presidenza di Sergio Mattarella.

All’atto pratico, non sono previsti altri voti per forniture a Kiev di qui a fine anno.

Se ne riparlerà nel 2026.

“Basta dare soldi all’Ucraina – Paese corrottissimo”, rompe gli indugi il leghista ed ex generale “Roberto Vannacci,” mentre fonti del partito, dopo aver ribadito la “lealtà” all’esecutivo sin qui garantita, ora invocano “chiarezza con tempestività” davanti a fatti “di assoluta gravità” come i ministri di Kiev corrotti e cacciati.

Tajani conferma le coordinate della posizione italiana:

“Non siamo in guerra con la Russia, ma vogliamo che l’Ucraina sia messa nelle condizioni di potersi difendere in attesa che possa esserci un confronto per arrivare al cessate il fuoco.

 Sosteniamo anche tutte le iniziative degli Stati Uniti”.

Ed è l’unico punto con cui Salvini – a suo modo – concorda.

Nel frattempo, tangenti o meno, l’Ucraina rimane sotto bombardamento quotidiano.

 “I corrotti stanno purtroppo in tutto il mondo – ragiona il leader di Forza Italia –.

Noi aiutiamo un popolo che non può essere considerato corrotto perché ci sono delinquenti e imbroglioni”.

E ripropone l’idea di trasferire a Kiev anche uomini e protocolli anti corruzione della guardia di finanza come già “in Albania e Montenegro”.

 

Il “Pd” attacca polifonicamente Salvini.

“Con gli ucraini sotto le bombe e i missili del suo Putin, le parole di Salvini sull’Ucraina mi fanno orrore e vergogna”, dichiara “Filippo Sensi”. “Nel momento del massimo bisogno, l’Ucraina deve poter contare sull’Italia.

 Subito. Senza esitazione alcuna”, aggiunge il “presidente del Copasir Lorenzo Guerini”.

“La nostra solidarietà va a tutto il popolo ucraino che continua a subire violentissimi attacchi criminali”, ripete la segretaria “Elly Schlein”.

E a proposito di politica e malaffare, anche “Azione “fulmina il leader del Carroccio:

“A Salvini ricordo che sono soldi degli italiani anche i 49 milioni che la Lega deve restituire allo Stato”, dichiara “Osvaldo Napoli”.

Diverso il parere del “Movimento 5 Stelle”:

“In Ucraina – attacca “Riccardo Ricciardi” – si sta consumando il fallimento delle politiche guerrafondaie di Meloni e von der Leyen, per l’Europa un suicidio politico”.

 

 

 

Epstein, la svolta di Trump nell'appello ai

repubblicani: «Votate per la diffusione

 dei file, non ho nulla da nascondere».

Msn.com -il Mattino - Storia di Redazione Web – (17 -11 – 2025) – ci dice:

 

Epstein, la svolta di Trump: «Votate per la diffusione dei file, non ho nulla da nascondere» (© Ansa).

La svolta di Donald Trump.

 Il presidente americano ora sostiene la diffusione dei documenti di Epstein e lancia l’appello ai repubblicani in vista del voto in programma alla Camera domani:

 «I repubblicani dovrebbero votare per la pubblicazione dei file di Epstein, perché non abbiamo nulla da nascondere ed è tempo di voltare pagina rispetto a questa bufala dei democratici portata avanti solo distrarre dal successo dei repubblicani.

A nessuno importava di Epstein quando era vivo e se i democratici avessero avuto qualcosa l'avrebbero reso pubblico prima della nostra vittoria elettorale», ha aggiunto precisando che a lui «l'unica cosa che interessa è che si torni a concentrarsi sull'economia e sull'accessibilità, tema su cui stiamo vincendo».

 

Trump: torniamo a concentrarci sull'economia.

«Il Dipartimento di Giustizia ha già reso pubbliche decine di migliaia di pagine di Epstein e sta guardando a vari democratici (Bill Clinton, Reid Hoffman, Larry Summers) e ai loro rapporti con Epstein.

La commissione di sorveglianza della Camera può avere tutto quello che legalmente le spetta, non mi interessa.

Quello che mi interessa è che i repubblicani tornino a concentrarsi sull'economia», ha detto Trump ribadendo gli importanti successi ottenuti dalla sua amministrazione sul fronte dell'«inflazione, del taglio delle tasse, del mettere in sicurezza il confine e nel deportate i criminali illegali».

 «Parliamo degli obiettivi raggiunti dai repubblicani e non cadiamo nella trappola di Epstein, che è una maledizione per i democratici non per noi», ha messo in evidenza il presidente Usa.

Il voto previsto domani.

La Camera si appresta a votare martedì sulla pubblicazione integrale dei documenti su Jeffrey Epstein nelle mani del Dipartimento di Giustizia, in quello che è un test per il partito repubblicano e Donald Trump.

 «Più di 100» deputati conservatori voteranno a favore della pubblicazione, è la previsione di “Thomas Massie”, repubblicano divenuto acerrimo nemico di Trump per aver proposto il provvedimento sulle carte dell'ex finanziere morto suicida in carcere.

Lo speaker della Camera “Mike Johnson” è chiamato a contenere i danni e il numero delle defezioni fra le fila repubblicane, compito non facile.

 I documenti di Epstein hanno infatti spaccato il partito e il movimento Maga, causando lo strappo fra il presidente e la sua ex fedelissima “Marjorie Taylor Greene”.

Scusandosi pubblicamente per aver provocato in passato una «politica tossica» che ha contribuito a spaccare l'America, la deputata della Georgia ha ribadito la sua intenzione di votare a favore della pubblicazione.

 «Io sto con le donne, serve trasparenza», ha detto ai microfoni di Cnn ammettendo che le accuse di Trump l'hanno «ferita».

Nonostante questo, “Taylor Greene” augura al presidente successo.

A cavalcare lo scontro fra il tycoon e la deputata della Georgia è la cospirazionista di destra e trumpiana di ferro, “Laura Loomer”, che non ha mai risparmiato critiche a “Taylor Greene”, definita una «prostituta politica».

“Loomer” ha indicato di essere pronta a raccogliere la sfida di Trump e candidarsi in Georgia contro “Taylor Greene”.

Trump, su Epstein si pubblichi tutto.

 

 

 

Cos’è “Re Mida”, la Tangentopoli

ucraina che mette nei guai Zelensky.

Lavocedinewyork.com - Gennaro Mansi – (November 13, 2025) – ci dice:

 

Una rete di tangenti da 100 milioni di dollari che coinvolge ministri e oligarchi vicini al presidente (che per i detrattori "non poteva non sapere")

Cos’è “Re Mida”, la Tangentopoli ucraina che mette nei guai Zelensky

“È facile pescare in acque torbide “.

Un vecchio adagio ucraino mette in guardia su come nelle situazioni di caos si moltiplichino le occasioni di profitto.

 E che da tre anni e mezzo a questa parte qualcuno in Ucraina abbia sfruttato l’emergenza bellica per arricchirsi è ormai un segreto di Pulcinella.

Resta però parzialmente inevasa la questione più importante:

chi, e con quale (eventuale) beneplacito.

 

Domande che tornano di stretta attualità in concomitanza con il più grave scandalo di corruzione dall’inizio dell’invasione russa.

A inizio settimana, un’indagine dell’Ufficio nazionale anticorruzione di Kyiv (NABU) ha svelato una maxi-rete di tangenti e appalti pilotati nell’ente statale “Energoatom”, la compagnia che gestisce il nucleare civile in tutto il Paese.

 

L’inchiesta, durata più di un anno e simbolicamente ribattezzata “Operazione Re Mida”, ha portato all’arresto di cinque persone e all’incriminazione di altri due fuggitivi.

Gli inquirenti parlano di un giro d’affari illecito di circa 100 milioni di dollari di fondi pubblici dirottati attraverso contratti gonfiati e società di copertura con sede a Kyiv.

 

Secondo le autorità anticorruzione, per arrivare a ricostruire il quadro sono state necessarie oltre 80 perquisizioni e un lavoro capillare su oltre un migliaio di ore di intercettazioni.

Nelle carte dell’inchiesta compaiono alcuni nomi vicini al presidente Volodymyr Zelensky.

Come quello di “Timur Mandich”, imprenditore e uno dei tre fondatori degli studi televisivi “Kvartal 95 “che nei primi anni 2000 permisero al giovane Zelensky di sfondare nel mondo dello spettacolo prima della transizione politica post-Euromaidan.

 

Gli altri due soci erano proprio “Zelensky” e “Serhiy Shefir”, ex primo assistente del presidente ucraino fino al 2024 – quando fu allontanato insieme ad altri alti funzionari per ragioni rimaste in gran parte ignote.

 

Negli atti Mandich viene indicato anche con il nome in codice “Carlson”, e descritto come l’uomo che aveva di fatto in mano il consorzio di fornitori legato a Energoatom.

 Per il NABU era proprio lui il “grande vecchio” del sistema di tangenti, ossia colui che avrebbe manipolato gli appalti di Energoatom per ricavare creste tra il 10 e il 15 per cento del valore delle commesse, poi riciclati grazie a una rete di intermediari conniventi attraverso un ufficio nel centro della capitale.

Un immobile che le inchieste collegano all’ex deputato “Andriy Derkach”, oggi defezionato alla corte di Mosca e seduto nel Consiglio della Federazione (il Senato russo).

 

Secondo il NABU e la Procura Anticorruzione (SAP), nella pancia del gigante statale si era insomma stabilita un’associazione a delinquere i cui componenti discutevano apertamente di come ripartire le tangenti e come ottenere copertura politica per le malefatte.

 Uno degli indagati, col nome in codice “Che Guevara”, riceveva con regolarità bonifici da 100 mila euro a oltre 1,2 milioni di dollari.

 

Nel materiale raccolto dalle procure speciali compaiono anche riferimenti a una partita di giubbotti antiproiettile destinati alle forze armate.

 Il contratto fu poi stracciato per la “qualità scadente della merce proposta”, mentre intorno i russi colpivano le centrali elettriche e i blackout paralizzavano il Paese a volte per giornate intere.

Quando la polizia si è presentata a casa di Mandich, non ha però trovato che un appartamento vuoto.

Grazie a una possibile soffiata pochi giorni prima dell’arresto, pare che l’indagato sia fuggito in Israele – Paese di cui, in quanto ebreo, è regolarmente cittadino.

 

Nelle scorse ore è stato sospeso anche il ministro della Giustizia “Herman Galushchenko,” già titolare dell’Energia fino a luglio.

Sarebbe “inequivocabilmente” sua la voce ascoltata in diverse conversazioni con gli indagati.

Lo scandalo ha travolto anche la sua succeditrice “Svitlana Hrynchuk”, che si è dimessa pur negando – come già “Galushchenko” – di aver commesso illeciti.

Le teste cadute si contano a grappoli, e solo in minima parte su iniziativa della magistratura.

 Zelensky e la premier “Yulia Svyrydenko hanno comunicato la rimozione di altri dirigenti di “Energoatom”, inclusi il vicepresidente, il direttore finanziario e quello degli affari legali.

 

Mercoledì sera Zelensky ha cercato di non farsi travolgere dall’ondata di sdegno che cresceva in tutto il Paese, e anzi ha provato a cavalcarla. Definendo ad esempio la corruzione nel settore energetico “assolutamente inaccettabile” in tempo di guerra, e firmando un decreto per imporre misure restrittive triennali contro Mandich e contro un altro imprenditore, “Oleksandr Zuckerman”, anche lui citato a ripetizione negli atti dell’inchiesta.

 

“È anormale che, mentre il Paese affronta i bombardamenti e le perdite, qualcuno pensi ancora di arricchirsi “, ha tuonato nel suo discorso televisivo. “Oggi bisogna proteggere l’Ucraina, non sfruttarla”.

 

Non è la prima volta che Zelensky si trova a gestire tensioni con le autorità anticorruzione.

 In estate, la “Verchovna Rada£ era quasi riuscita a portare il NABU e la SAP sotto il controllo diretto del procuratore generale, fermata in extremis da un’ondata di indignazione popolare e dalle pressioni UE.

Ma già allora il tentativo di “addomesticare” degli organismi indipendenti fu recepito come avvisaglia di un potere sempre più accentrato intorno al presidente e alla sua cerchia.

 

Con le ultime inchieste, i dubbi non fanno che moltiplicarsi.

Zelensky, eletto nel 2019 proprio come candidato esterno al sistema degli oligarchi, sostiene apertamente le inchieste.

 Ma la coincidenza fra indagati e figure a lui vicine alimenta i sospetti di chi crede che il sistema che aveva promesso di smantellare si sia semplicemente spostato di livello.

 

Secondo “Odrisia Lutsevych,” direttrice dello “Ukraine Forum” del think tank “Chatham House”, lo scandalo “mostra che i vertici hanno semplicemente ereditato i meccanismi del vecchio sistema, senza riformarlo davvero”.

Altri analisti, come “Viktor Kovalenko”, ritengono improbabile una crisi di governo, pur ammettendo che la fiducia pubblica è scossa e che “il presidente dovrà spiegare come sia stato possibile che un suo socio d’affari si muovesse indisturbato dentro il sistema statale”.

 

Molto più tranchant il giudizio di “Yuri Nikolov”, uno dei più noti giornalisti investigativi ucraini che da anni segue le attività di Mandich.

Nikolov è convinto che Zelensky “non potesse non sapere” chi fosse Mandich e cosa rappresentasse, e liquida le sanzioni amministrative decise dal presidente come un provvedimento “che non significa nulla”, se si considera che lo stesso “Derkach” era già stato colpito da misure simili senza che questo gli impedisse di riparare in Russia e continuare lì la propria carriera politica.

 

A suo giudizio, il vero giudizio arriverà solo alle urne:

“Se ci saranno elezioni democratiche, quando ci saranno, non ha alcuna possibilità di vincerle”, dice, aggiungendo che la differenza la faranno le condizioni politiche e di sicurezza, non l’esistenza o meno di singole registrazioni compromettenti.

 

Paradossalmente, però, il rischio veramente grosso è un altro.

 E riguarda la reputazione di Kyiv agli occhi dei finanziatori occidentali – e dei loro contribuenti – senza i quali il Paese sarebbe verosimilmente capitolato alla mercè di Putin.

L’inverno è alle porte e le centrali elettriche ucraine non possono fare a meno del denaro di USA, UE e Regno Unito per riparare infrastrutture e reperire trasformatori danneggiati dall’artiglieria di Mosca.

Un deputato della Commissione Energia della Rada,” Sergiy Ahornach”, avverte che alcuni partner esteri avrebbero già sospeso l’invio di materiali:

“Dopo aver letto le notizie, mi hanno detto che l’Ucraina può permettersi più di un trasformatore”.

 

Più cauto il braccio destro di Zelensky “Mikhailov Podolyak”, che ha ottimisticamente definito l’inchiesta “una prova di maturità istituzionale”.

“Non vediamo il collasso dello Stato, ma il collaudo di un sistema indipendente”, ha scritto su Telegram.

Secondo lui, la vera notizia “non è l’abuso, ma la capacità di indagarlo”.

(Gennaro Mansi.)

 

 

 

Il Silenzio è d’Oro.

Conoscenzealconfine.it – (17 Novembre 2025) - Marco Travaglio – ci dice:

 

La notizia che a Kiev, mentre i soldati vengono mandati al macello senza più uno scopo, i fedelissimi di Zelensky rubano tutto il rubabile dai fondi e dalle armi inviati da Nato e Ue senz’alcun controllo, viene accolta in Italia e nel resto d’Europa con un misto di sorpresa e incredulità.

Ma come: noi paghiamo, gli ucraini crepano e il regime sguazza tra mazzette e water, bidet e rubinetti d’oro massiccio?

Ma Zelensky non era il “nuovo Churchill” (Nancy Pelosi e Messaggero), il “De Gaulle ucraino” (Prospect Magazine), il redivivo “Scipione l’Africano” (Minzolini, Giornale)? E la sua Ucraina non era “incorruttibile” (Zafesova, Stampa)?

 

In realtà bastava leggere l’inchiesta internazionale “Pandora Papers” del 2021, per sapere che Zelensky è una creatura dell’oligarca, prima latitante e ora detenuto,” Ihor Kolomoisky”, re dei metalli, finanziatore di milizie fascio-nazi (dall’Azov al Dnipro) e titolare della tv 1+1 che lo lanciò;

 e che il presidente ucraino ha una villa a Forte dei Marmi con 6 camere da letto, 15 stanze, parco e piscina, acquistata nel 2017 per 3,8 milioni, intestata a una società italiana controllata da una cipriota e mai dichiarata prima dell’elezione nel 2019, come pure una delle quattro offshore controllate da lui e dai suoi soci nella casa di produzione “Kvartal95”, con conti correnti in vari paradisi fiscali (Isole Vergini, Cipro e Belize).

 

Uno dei soci, “Timur Mandich ”, che fino all’altro giorno ospitava Zelensky in casa sua, è l’uomo dal cesso d’oro e dalle credenze piene di pacchi di banconote da 200 euro, esentato dalla naja malgrado l’età da leva e appena fuggito all’estero grazie a una soffiata per scampare all’arresto:

sarebbe il regista del sistema tangentizio che sgrassava il 10-15% di ogni appalto per il sistema elettrico.

Che, non bastando i bombardamenti russi, veniva rapinato dal regime, come i fondi per le uniformi e persino i 170 milioni versati dalla Nato per costruire trincee di legno.

 

Notizie che non possono che galvanizzare il morale delle truppe superstiti intrappolate nelle sacche russe da “Pokrovsk” a “Kupyansk”, in attesa che Zelensky e il generale “Syrsky” (una sorta di Alì il Chimico o il Comico ucraino) la smettano di millantare successi e resistenze o di incolpare la nebbia e suonino la ritirata finché ci sarà qualcuno vivo da ritirare.

 

Dinanzi alla disfatta militare e morale dell’Ucraina con i nostri soldi, i governi europei tacciono imbarazzati.

 Per promettere altri soldi, vista la fine che fanno, attendono tutti che la gente dimentichi le foto dei cessi d’oro.

Tutti tranne uno, il più sveglio della compagnia:

Antonio Tajani che, temendo di essere preceduto da qualcun altro, si affretta ad annunciare “un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev nelle prossime ore”.

Casomai non sapessero più cosa rubare.

(Marco Travaglio).

(ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/11/15/il-silenzio-e-doro-4/8196499/).

(lantidiplomatico.it/dettnews-marco_travaglio__il_silenzio__doro/39602_63665/).

 

 

 

 

Le Risposte (Censurate e Tagliate)

 di Sergey Lavrov alle Domande

del “Corriere della Sera.”

Conoscenzealconfine.it – (16 Novembre 2025)

 

Le risposte di “Sergey Lavrov”, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, alle domande del “Corriere della Sera”, che la testata ha rifiutato di pubblicare integralmente, senza tagli e senza censura (Mosca, 13 novembre 2025).

Punti chiave:

 

– Gli “Accordi di Anchorage” rappresentano una tappa importante nel percorso verso una pace duratura in Ucraina […]

Siamo ancora pronti a tenere a Budapest il secondo vertice russo-americano, purché si basi realmente sui risultati accuratamente elaborati dell’Alaska.

– A differenza degli occidentali, che hanno raso al suolo interi quartieri cittadini, noi proteggiamo le persone, sia civili che militari.

 Le nostre forze armate agisce con massimo senso di responsabilità, sferrando attacchi di precisione esclusivamente contro obiettivi militari e relative infrastrutture di trasporto ed energetiche.

– Gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale sono stati definiti dal Presidente Putin nel 2022 e sono ancora attuali.

Non si tratta di sfere di influenza, ma del ritorno dell’Ucraina a uno status neutrale, non allineato e non nucleare, del rigoroso rispetto dei diritti umani e di tutti i diritti delle minoranze russe e di altre minoranze nazionali:

è proprio così che questi impegni sono stati sanciti nella “Dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina del 1990 e nella sua Costituzione”, ed è proprio tenendo conto di questi impegni dichiarati che la Russia ha riconosciuto l’indipendenza dello Stato ucraino.

– Stiamo ottenendo e otterremo il ritorno dell’Ucraina alle sane e stabili origini della sua statualità, il che presuppone il rifiuto di concedere servilmente il suo territorio allo sfruttamento militare da parte della NATO (e dell’Unione Europea, che si sta rapidamente trasformando in un blocco militare non meno aggressivo), la purificazione dall’ideologia nazista, messa fuori legge a Norimberga, il ripristino dei pieni diritti dei russi, degli ungheresi e di tutte le altre minoranze nazionali.

 

– È significativo che le élite di Bruxelles, trascinando il regime di Kiev nella UE, tacciano sulla palese discriminazione dei “popoli non autoctoni” (così Kiev definisce con disprezzo i russi che vivono da secoli in Ucraina) e allo stesso tempo esaltino la giunta di Zelensky come difensore dei “valori europei”.

 È un’ulteriore conferma del fatto che il nazismo sta rialzando la testa in Europa.

 

– La maggior parte delle capitali europee costituisce attualmente il nucleo della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” che desidera solo una cosa:

 che le ostilità in Ucraina durino il più a lungo possibile, “fino all’ultimo ucraino”.

 A quanto pare, non hanno altro modo per distogliere l’attenzione del loro elettorato dai problemi socio-economici interni che si sono drasticamente aggravati.

 

– La conflittualità a cui ha portato la politica sconsiderata e senza prospettive delle élite europee non è stata una scelta della Russia. L’attuale situazione non risponde agli interessi dei nostri popoli.

Non stiamo “promuovendo” un ordine mondiale multipolare, esso si sta oggettivamente formando, non attraverso la conquista, la schiavitù, l’oppressione e lo sfruttamento, come facevano i colonizzatori costruendo il loro “ordine” (e in seguito il capitalismo), ma attraverso la cooperazione, la considerazione degli interessi reciproci, la distribuzione razionale del lavoro basata sulla combinazione dei vantaggi competitivi comparativi dei paesi partecipanti e delle strutture di integrazione.

– Per la Russia non esistono paesi e popoli ostili, esistono Paesi con governi ostili.

 In presenza di un tale governo a Roma, le relazioni russo-italiane stanno attraversando la crisi più grave della loro storia postbellica.

Ciò non è avvenuto per nostra iniziativa.

– Una cooperazione paritaria e reciprocamente vantaggiosa tra Russia e Italia è nell’interesse dei nostri popoli.

 Se a Roma saranno disposti a muoversi verso il ripristino del dialogo, sulla base del rispetto reciproco e della considerazione degli interessi di entrambe le parti […] siamo sempre pronti ad ascoltare.

(t.me/buffonatedistato).

(t.me/ambrusitalia)

(roma.mid.ru/it/press-centre/le_risposte_di_sergey_lavrov_ministro_degli_affari_esteri_della_federazione_russa_alle_domande_del_c/).

Orban Contro la “Rete Mafiosa

 di Guerra” Legata a Zelenskyj.

Conoscenzealconfine.it – (14 Novembre 2025) – Renovatio21.com – Redazione – ci dice:

 

L’Unione Europea ha elargito ingenti somme a una “rete mafiosa bellica” collegata a Volodymyr Zelenskyj, ha denunciato il premier ungherese “Viktor Orban”, bollando come “follia” la strategia di Bruxelles nei confronti di Kiev.

Le sue parole sono giunte all’indomani di un clamoroso caso di corruzione nella capitale ucraina.

 Lunedì, il Bureau Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina (NABU), supportato dall’Occidente, ha avviato un’inchiesta sull’ente statale nucleare “Energoatom” per un sospetto piano di malversazioni.

 

A seguito delle accuse, il ministro della Giustizia e quello dell’Energia ucraini hanno rassegnato le dimissioni, mentre un indagato di primo piano, intimo di Zelensky, è riuscito a espatriare prima dell’arresto.

“Ecco il disordine in cui l’élite di Bruxelles intende riversare i fondi dei contribuenti europei:

 ciò che non finisce crivellato al fronte finisce dritto nelle mani della mafia della guerra.

Follia.”, ha postato Orban su “X” giovedì.

 

Il capo del governo magiaro ha inoltre precisato che, alla luce dell’ultimo episodio di corruzione, Budapest non verserà risorse a Kiev né “si piegherà” alle presunte “pressioni finanziarie e ricatti” del presidente ucraino.

 

L’UE, tra i principali donatori per Kiev, ha erogato circa 177,5 miliardi di euro all’Ucraina dall’acutizzazione del conflitto con la Russia nel 2022, sotto forma di assistenza militare, economica e umanitaria.

Zelenskyj ha ribadito che gli apporti occidentali sono vitali per la tenuta dell’Ucraina e la tutela complessiva dell’UE.

Ha ammonito che una vittoria russa sul suo territorio aprirebbe la strada a un’aggressione contro l’Unione entro pochi anni.

 Mosca ha ribadito di non avere alcuna mira espansionistica su Stati UE o NATO.

 

Orbán, cronico oppositore degli stanziamenti di Bruxelles per l’Ucraina, ha più volte imputato a Zelenskyj di aver esercitato pressioni sul blocco per ottenere aiuti e accelerare l’iter per l’adesione di Kiev.

 “Nessuno si è mai insinuato nell’UE mediante il ricatto”, ha asserito in un’intervista lo scorso mese, sottolineando che “nemmeno stavolta accadrà”.

 

Il primo ministro ungherese solleva queste censure da tempo. In un colloquio del 2023 con il settimanale francese “Le Point,” ha dipinto l’Ucraina come “una delle nazioni più corrotte del pianeta” e l’ipotesi della sua entrata nell’UE come una “bufala”.

 

Come riportato da Renovatio 21, il portavoce degli Esteri del Cremlino “Maria Zakharova “ha dato ragione all’Orban parlando di un’ “idra sanguinaria a più teste” che sta dissanguando le casse dei contribuenti occidentali mediante estesi meccanismi di corruzione in Ucraina, delineando una struttura globale “avvolta attorno al pianeta” che convoglia risorse dei contribuenti occidentali verso élite che lucrano sul conflitto.

 

La portavoce ha aggiunto che è “sconcertante” che Bruxelles continui a etichettare la vicenda come semplice corruzione.

(renovatio21.com/orban-contro-la-rete-mafiosa-di-guerra-legata-a-zelenskyj/).

 

 

 

 

Tangentopoli a Kiev: Zelensky

 in difficoltà promette pulizia.

Milano.cityrumors.it – (16 Novembre 2025) - Mauro Simoncelli – ci dice<.

Un’inchiesta delle agenzie anticorruzione ucraine ha scoperchiato un presunto giro di mazzette da circa 100 milioni di dollari legato alle grandi aziende energetiche di Stato.

Per molti occidentali è il segno che l’Ucraina è una democrazia perché se fosse accaduta una cosa del genere ad esempio nella stessa Russia di Putin probabilmente sarebbe stato tutto taciuto, insabbiato e risolto internamente senza che nulla trapelasse all’esterno.

 Invece a Kiev tutto è deflagrato nelle ultime ore e adesso il presidente Zelensky si trova costretto a correre ai ripari proprio nel momento in cui, con l’inverno alle porte e una guerra sempre più pressante, avrebbe bisogno della massima coesione interna.

 

Le autorità anticorruzione ucraine hanno comunicato di aver richiesto l’arresto di “Oleksiy Chernyshov”, già vice primo ministro di Zelensky, coinvolto in un’indagine che riguarda un presunto sistema illecito legato alla società energetica statale “Energoatom”.

Secondo le prime informazioni raccolte, Chernyshov è stato formalmente accusato di arricchimento illecito, insieme ad altre sette persone.

 

Uno scandalo nel governo di Zelensky.

“Questa mattina abbiamo già tenuto un incontro online con il primo ministro ucraino “Yuliia Svyrydenko” in merito a ulteriori decisioni volte a riorganizzare e rilanciare la gestione del settore energetico e delle istituzioni ad esso correlate”.

Esiste il testo di un  post su “X” del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, due giorni fa con il quale faceva intuire che qualcosa era successo, sottolineando anche di aver incaricato il Consiglio dei ministri di presentare un progetto di legge urgente sul rinnovo della composizione della Commissione nazionale di regolamentazione dell’energia e dei servizi pubblici.

 

Uno scandalo nel governo di Zelensky – (Milanocityrumors.it).

In pratica l’ammissione che lo scandalo energetico era scoppiato e si cercava di trovare un rapido rimedio e fare anche piazza pulita.

Un terremoto accaduto dopo i risultati di un’inchiesta delle agenzie anticorruzione ucraine che ha scoperchiato un presunto giro di mazzette da oltre 100 milioni di dollari legato alle grandi aziende energetiche di Stato, a partire dal colosso nucleare Energoatom e a una rete di società di comodo usate, secondo gli investigatori, per gonfiare contratti pubblici e ripulire denaro all’estero.

Un’indagine che ha portato al rinvio a giudizio di sette persone tra cui personaggi di spicco molto vicino allo stesso presidente Ucraino.

 

Un giro di tangenti “energetiche”.

Perquisizioni a tappeto, il sequestro di milioni in contanti, le dimissioni dei ministri della Giustizia e dell’Energia e il rinvio a giudizio di almeno sette persone, di tra cui Timur Mandich, imprenditore considerato per anni un alleato di lunga data di Zelensky e soprattutto il mandato di arresto per “Oleksiy Chernyshov”, ex vice ministro di Zelensky, indicato dagli investigatori come uno dei beneficiari della rete di pagamenti illeciti legata allo scandalo Energoatom.

 Una vera e propria bomba deflagrata all’interno del governo del presidente Ucraino, nel momento più difficile della guerra contro la Russia di Putin che negli ultimi giorni sembra aver lanciato l’offensiva più dura da molti mesi a questa parte.

In pratica l’indagine, andata avanti per quasi un anno e mezzo nel settore energetico, ha trovato un sistema di tangenti dove i subappaltatori erano costretti a pagare una quota ingente di denaro per ottenere contratti.

 

Perni del sistema erano il ministro della Giustizia ed ex ministro dell’Energia, “German Galushchenko”, che ha già rassegnato le dimissioni e, soprattutto, l’imprenditore Timur Mandich, figura da sempre molto vicina al presidente Volodymyr Zelensky, nonché suo ex socio nella società di produzioni tv “Kvartal 95”, fondata proprio da Zelensky nel 2003.

Lo scandalo sta facendo tremare anche lo stesso presidente ucraino visti i rapporti molto stretti proprio con le figure cardine emerse nello scandalo, anche perché Zelensky in questi anni difficili ha sempre fatto della trasparenza un vanto, impegnandosi a contrastare la corruzione che dilaga in tutti i settori, compreso quello delle risorse umane.

 

 

 

 

Nel vuoto dell’Europa, le

contraddizioni della guerra.

Ilmanifesto.it - Tommaso Di Francesco – (15 – 11 – 2025) – Redazione – ci dice:

 

Tutti gli uomini del presidente Le accuse di corruzione alla cerchia di Zelensky confermano che non può esserci soluzione militare.

 Ristabilire la primazia della diplomazia significa non delegare alla Nato.

 

Le armi in genere feriscono da entrambi i lati.

E a forza di parlare per quasi quattro anni solo di armi per venire a capo di una guerra impari, prima o poi la bomba doveva esploderci in casa.

Parliamo dello scandalo della gigantesca corruzione – non la prima – ai vertici dell’Ucraina che apre una voragine di contraddizioni nell’Unione europea e in Italia.

 L’inchiesta sulla banda che ha intascato più di cento milioni di dollari in mazzette sul sistema di protezione dei civili ucraini dai blackout provocati dalle bombe russe allarma l’Europa:

 «Kiev dovrebbe far progredire il suo quadro anticorruzione e prevenire qualsiasi arretramento».

In sostanza la corruzione è un «ostacolo al processo di adesione».

Si nasconde però il nodo della questione:

se soldi e armi inviati all’Ucraina finiscono nelle tasche di corrotti, perché continuare a inviarli?

 

L’interrogativo è esploso anche dentro il governo di destra italiano.

Ci ha pensato Salvini, che non ha mai nascosto un empito filo Putin tutt’altro che pacifista.

L’occasione è l’approvazione del nuovo ultimo pacchetto di fondi per armi all’Ucraina in procinto di essere varato dal governo.

Imbarazzante la replica del ministro della difesa Crosetto, sponsor con il ministro degli esteri Tajani del provvedimento e rappresentante in pectore del complesso militare industriale italiano:

 «Non si giudica per due corrotti.

Gli Usa ci aiutarono nonostante la mafia».

 Lo scandalo a Kiev non coinvolge due passanti a caso ma due ministri e la cerchia che sostiene il presidente Zelensky;

 inoltre è pur vero che gli Usa ci aiutarono – con il piano Marshall, pur sapendo della mafia (con cui peraltro avevano buoni rapporti) – ma è altrettanto vero che quando in Italia scoppiò lo scandalo delle tangenti dell’americana” Lockheed”, si dimise addirittura il presidente della repubblica Leone.

 

NON FIDIAMOCI però della «guerra pacioccona» dentro il governo che sarà silenziata con i dividendi nella manovra, e non facciamo da spettatori ad una recita tra fronti che alla fine hanno avuto con la Russia e nella crisi ucraina atteggiamenti che ci fanno dire che i putiniani veri stanno nella coalizione di destra – Meloni che plaude alla quarta vittoria di Putin alle presidenziali e ha come capogruppo al senato quel Malan che nel 2015 guidava gli osservatori italiani che suffragarono l’indipendenza del Donbass, Tajani che tace sull’appoggio di Berlusconi all’invasione russa come mezzo per avere «a Kiev un governo come si deve», e infine Salvini che ha cercato di accreditarsi al Cremlino ma ha accettato che il ponte sullo Stretto diventasse strumento della logistica della Nato.

 

Partiamo dai fatti.

Finora dall’Ue all’Ucraina sono state consegnate armi per un equivalente di oltre 63 miliardi, più tutti i miliardi dati per sostenere l’apparato statale ucraino.

L’imbarazzo vero dunque non è dei vertici di Bruxelles o di ministri del governo italiano, ma dell’opinione pubblica o meglio dei governati.

 A fronte di una legge di bilancio misera quanto vergognosa che dà briciole ai sottoposti e non riesce ad arginare l’evidenza sottolineata dall’Istat che il costo degli alimenti, per via delle spese energetiche, è aumentato del 25%.

Fatto ancora più grave, l’intera credibilità dell’Europa e dell’Italia è nel piano di riarmo con altre decine di miliardi: sotto diktat dei dazi di Trump, dobbiamo anche acquistarle dagli Stati uniti.

Intanto la Germania ha un bilancio della difesa di 100miliardi e l’Italia si avvia al traguardo del 5% del Pil di spese militari.

Mentre avanzano processi di militarizzazione della società, torna l’idea della leva, la difesa diventa materia nelle scuole, l’economia fonda le sue crescite sulle fabbriche di armi che volano in Borsa.

 

DUE APORIE vanno sottolineate: mentre infuria questa tempesta perfetta sulla sua legittimità, Zelensky rilancia ammonendo che «Putin potrebbe attaccare un Paese della Nato… entro cinque anni», una nuova chiamata alle armi per un «volenteroso» confronto militare – che sarebbe atomico, anche per l’incidente sempre in agguato – tra Ue, Usa e Russia.

 

Eppure è lo stesso Zelensky che sull’avanzata russa di questi giorni in tutto il Donbass si affretta a dire che è di pochi chilometri, che è sempre uno stallo: ed è vero, quella guerra sanguinosa non fa che pochi chilometri avanti o indietro.

 

Questa incapacità dovrebbe invadere un paese Nato?

E poi, in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa sono renitenti alla leva e hanno disertato almeno un milione e mezzo di giovani, l’Ucraina è senza uomini non senza armi – la Germania in questi giorni decide il rimpatrio di decine di migliaia di persone riparate oltre frontiera.

 A chi e perché inviamo armi se una parte consistente degli ucraini rifiuta la guerra?

 

LASCIAMO TRUMP a recitare la parte in commedia di pacificatore di corta durata, dopo il fallimentare tappeto rosso per Putin in Alaska e l’ultimatum che chiamiamo tregua a Gaza con la questione palestinese sempre nella voragine.

Quella che chiamiamo geopolitica altro non è che la determinazione di «chi destabilizza chi».

Putin ha aggredito l’Ucraina per fermare l’allargamento a est della Nato e ha ottenuto più paesi, ai confini e intorno, che hanno aderito e vogliono aderire all’Alleanza atlantica;

 la Nato si è allargata a Est pensando di fare con la Russia quello che gli è riuscito nei Balcani e ora si ritrova nel pantano di una guerra per procura che rischia di perdere dopo aver vinto la Guerra fredda.

 

C’è un solo modo per fermare la guerra e Putin.

Non la forza, ma ristabilire la primazia della diplomazia di un’Unione europea che invece strutturalmente ha delegato la sua politica estera alla Nato.

 Serve un rivolgimento dal basso, dalle istanze politiche, dai movimenti, dal sindacato ma anche dai governi democratici, dai Paesi del Sud del mondo e dall’Onu per costruire – con i termini di una linea armistiziale “coreana” che fermi il conflitto ucraino, da tracciare sui punti di contatto dei combattenti – una nuova assise, una nuova Helsinki europea dei popoli.

 La precedente degli anni Settanta definì un percorso condiviso del diritto internazionale rispettoso dei confini realizzati e avviò il disarmo. È vero, fu possibile perché c’era l’Urss che invece nell’89 è implosa. Allora facciamo un rewind, restituiamo attualità all’idea di una casa comune europea.

 Il confronto ormai non è tra due sistemi, quel nemico non c’è più, è diventato intestino perché regnano ovunque a Est e a Ovest razzismo, autocrazie e oligarchie che proprio della guerra si alimentano.

 

 

 

Armi all'Ucraina, Salvini:

 "Non vorrei che i soldi degli italiani

 alimentassero la corruzione".

Crosetto: "Gli Usa ci aiutarono

 nonostante la mafia."

Today.it – (14 – 11 – 2025) – Tajani -Salvini - Crosetto – Redazione – AC – ci dicono:

 

Il nuovo pacchetto di aiuti italiani a Kiev arriva mentre l'Ucraina è scossa da un maxi scandalo corruzione che coinvolge uomini vicini a Zelensky.

 Il titolare della Difesa: "Non giudico per due corrotti."

Mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani annuncia il nuovo pacchetto di aiuti militari a Kiev, il dodicesimo, il vicepremier Matteo Salvini solleva dubbi:

"Mi sembra che stiano emergendo gli scandali legati alla corruzione, poi coinvolgono il governo ucraino, quindi non vorrei che con quei soldi dei lavoratori, dei pensionati italiani si andasse ad alimentare ulteriore corruzione".

 

Lo ha sottolineato Salvini con riferimento alla maxi-inchiesta sul presunto giro di tangenti che coinvolge “Energatom”, la società statale ucraina per l'energia nucleare, e alcuni uomini vicini a Zelensky, primo tra tutti l'imprenditore Timur Mandich.

 

Scandalo corruzione in Ucraina: si dimettono i ministri della Giustizia e dell'Energia. Cosa succede nel governo di Zelensky.

Per il collega di partito “Andrea Crippa”, quota Lega in commissione Affari Esteri, quello di Salvini è "un richiamo di buon senso.

Prima di impegnare altri fondi degli italiani, è indispensabile capire se, mentre i militari ucraini combattevano, qualcuno vicino a Zelensky abbia approfittato della situazione per arricchirsi.

 Le notizie emerse nelle ultime ore destano forte preoccupazione. L'Italia non può procedere alla cieca".

 

Crosetto: "Non giudico un paese per due corrotti. Gli Usa ci aiutarono anche se avevamo la mafia."

Da qui la replica del ministro della Difesa Guido Crosetto, a Berlino per la riunione del "gruppo dei cinque" dei ministri della Difesa con gli omologhi di Germania, Francia, Regno Unito e Polonia.

"Abbiamo parlato anche dello scandalo dicendo che la corruzione andava combattuta anche perché la controinformazione russa poteva essere usata per dare una lettura sbagliata e che sicuramente avrebbe avuto effetto nelle piazze occidentali.

Ma l'arresto in sé è la dimostrazione che l'Ucraina ha gli anticorpi per combatterla", sottolinea Crosetto.

"Capisco le preoccupazioni di Matteo Salvini, ma io non giudico un Paese per due corrotti.

 Così come gli americani e gli inglesi che sono sbarcati in Sicilia, non hanno giudicato l'Italia per la presenza della mafia, ma sono venuti ad aiutare gli altri italiani, quelli onesti".

 

"La stessa cosa la facciamo noi in Ucraina - ha aggiunto -.

Cerchiamo di aiutare quei poveri civili che subiscono il 93% di attacchi da parte dei russi e ci auguriamo che tutti i delinquenti ucraini vengano messi in galera, assieme ai russi possibilmente".

 

Il prossimo pacchetto di aiuti.

Crosetto ha poi ribadito che l'Italia continuerà a fornire aiuti: oltre 100 milioni di aiuti civili, consistenti in dei gruppi di elettrogeni "necessari a Kiev per sopravvivere al durissimo inverno che si prepara", che verranno consegnati il prossimo mese, il dodicesimo pacchetto di aiuti militari che ho firmato e illustrerò al Copasir perché poi sarà consegnato a Kiev".

Per Tajani "la lotta alla corruzione è cruciale per la candidatura dell'Ucraina all'Unione europea" e per questo, fa sapere, "l'Italia ha offerto a Kiev collaborazione dopo lo scandalo scoperto nel paese".

In ogni caso "continueremo a sostenere l'Ucraina che è ancora sotto attacco da parte russa, è giusto garantire sicurezza e indipendenza a un Paese che è stato aggredito", ha ribadito il titolare della Farnesina.

 

"Dobbiamo lavorare per costruire la pace: siamo assolutamente convinti che si possano fare dei passi avanti".

"Vedremo se sarà possibile un incontro al vertice tra Stati uniti e Federazione russa.

Continuiamo a sostenere le iniziative americane per arrivare a un cessate al fuoco, poi starà all'Ucraina decidere come comportarsi per quanto riguarda i territori occupati", conclude.

(today.it/politica/ucraina-corruzione-aiuti-italiani-armi-salvini.html).

 

 

 

Zelensky ora è al buio.

Pronto ad essere sostituito

dopo gli scandali di corruzione.

Antimafiaduemila.com - Francesco Ciotti – (11 Novembre 2025) – ci dice:

 

I deputati della Rada avviano un procedimento per sostituire il leader ucraino, ma il suo successore sarà un altro falco della guerra totale.

Quello che è avvenuto ieri al “Palazzo Mariinskij” a Kiev è emblematico della situazione che sta vivendo la leadership ucraina in questo momento.

Durante un'intervista concessa da Volodymyr Zelensky al giornalista “Luke Harding” del quotidiano britannico “The Guardian”, all’improvviso le luci si sono spente.

Solo il giorno prima, Mosca aveva lanciato quello che l'operatore nazionale di rete elettrica ucraino ha definito "l'attacco più massiccio" contro le centrali elettriche del Paese.

Un segno premonitore, in ogni caso, di un potere al tramonto, soprattutto sulla scia dei recenti scandali di corruzione che prendono di mira lo stesso leader ucraino.

Secondo fonti dell'establishment americano citate da “Ukrainka Pravda”, Timor Mandich, un uomo d'affari e socio di Zelensky, sarebbe sotto indagine dell'FBI statunitense su presunti casi di riciclaggio di denaro collegati all'Impianto Portuale di Odessa (Odesa Port Plant, OPP).

L'inchiesta non riguarderebbe solo Mandich, ma anche diverse altre persone e società, tra cui una offshore registrata nelle Isole Vergini Britanniche, una registrata nel Regno Unito e un individuo soprannominato "Sugarman" (il cui cognome simile, Superman, è apparso nelle indagini parlamentari ucraine sulla corruzione all'OPP).

Il caso ha assunto dimensione internazionale dopo la fuga negli Stati Uniti di “Oleksandr Gorbunenko”, già ricercato dal” NABU” per appropriazione indebita, che dopo l’arresto è stato rilasciato e posto sotto protezione dall’FBI, segnale di una possibile collaborazione.

 Segno inequivocabile di una longa manus americana nella vicenda.

Le indagini del NABU hanno ricostruito un vasto schema di corruzione attivo tra il 2019 e il 2021, in cui l’impianto portuale di Odessa operava con la società “Agro Gas Trading” secondo un sistema che favoriva profitti privati e perdite per lo Stato.

Il danno economico stimato supera i 10 miliardi di grivnie. Mandich, secondo varie fonti, avrebbe assunto il controllo informale dell’impianto poco prima dell’invasione russa, e il suo nome compare nelle richieste ucraine agli Stati Uniti per l’interrogatorio di Gorbunenko.

La corruzione all'Impianto Portuale di Odessa (OPP) era una sofisticata operazione criminale che sfruttava il sistema di telling dell'impianto, ovvero un accordo per il quale una società privata forniva la materia prima (gas naturale) all'impianto statale con prezzi di commissione deliberatamente manipolati, ricevendo in cambio i prodotti finiti (ammoniaca e urea).

Il 10 novembre 2025, il “NABU” ha perquisito l’abitazione di Mandich a Kiev nell’ambito dell’operazione “Mida”, poche ore dopo la sua fuga dal Paese.

L’operazione, frutto di 15 mesi d’indagini, ha coinvolto decine di indirizzi e figure di alto livello, inclusi il Ministro della Giustizia e la società nucleare Energoatom.

Parallelamente, il Servizio di Sicurezza ucraino ha aperto un fascicolo su Mandich per “assistenza allo Stato aggressore”, dopo aver scoperto che deteneva partecipazioni in una società russa di diamanti e ne curava la distribuzione anche dopo l’invasione del 2022.

Nel settore della difesa, Midyah è sospettato di collegamenti con “Fire Point”, un'importante azienda di droni che ha ottenuto contratti governativi per circa 1 miliardo di dollari nel 2025.

 Il NABU sta investigando se Mandich sia il proprietario occulto dell'azienda e se i prezzi dei droni siano stati gonfiati.

Ma è nel settore energetico dove la situazione si è rivelata ancora più inquietante.

Nel giugno 2025, il NABU ha arrestato Leonid Mandich, un parente di timer, mentre tentava di fuggire all'estero, accusandolo di appropriazione indebita di 16 milioni di dollari dalla società elettrica Kharkivoblenergo.​

La corruzione in questo caso si basava sulla manipolazione sistematica degli appalti pubblici attraverso prezzi gonfiati per apparecchiature elettriche.

Secondo le indagini del NABU e della SAPO (l'Ufficio della Procura Anticorruzione Specializzata), Mandich aveva preso il controllo personale e diretto dei processi di approvvigionamento di attrezzature energetiche presso “JSC Kharkivoblenergo”, la società elettrica regionale statale che gestisce la rete di distribuzione nella regione di Kharkiv.

 

Kiev indignata accusa Zelensky di speculare sulle sofferenze del Paese.

Nella capitale ucraina il terremoto politico generato da queste indiscrezioni è sempre più violento.

“Zelensky trae profitto da schemi di corruzione nel settore energetico mentre in Ucraina la gente muore”, ha denunciato su Telegram il deputato della Verkhovna Rada,” Artem Dimitru”, esprimendo tutta la sua indignazione per uno scandalo emerso nel momento peggiore per il Paese.

"Un po' di soldi rubati da Zelensky al settore energetico in Ucraina, proprio nel momento in cui la gente muore per mancanza di elettricità e riscaldamento", ha continuato.

Effettivamente, la situazione energetica ucraina è critica dopo l'attacco russo dell'8 novembre, descritto come il più massiccio dall'inizio dell'invasione.

“Centrenergo” ha annunciato il completo arresto di tutte le sue centrali termoelettriche (Trypillia e Zmiivska) con "generazione zero", dichiarando che gli impianti restaurati dopo i danni del 2024 sono stati nuovamente colpiti da oltre 450 droni e 45 missili.

Ukrenergo ha imposto blackout programmati di 8-16 ore in quasi tutte le regioni fino al 10 novembre, con le situazioni più critiche registrate a Kharkiv, Poltava e Donetsk.

 L'attacco ha danneggiato anche un impianto DTEK, riducendo drasticamente la capacità di generazione elettrica mentre le temperature scendono e l'inverno si avvicina.

Nelle ultime ore, la fazione del partito “Solidarietà Europea” dell'ex presidente ucraino “Petro Poroshenko” ha annunciato l'avvio della procedura di dimissioni del governo.

"(Il governo, ndr.) è poco professionale e corrotto.

Il nostro obiettivo è la governance dello Stato, l'unità sociale e la fiducia dei nostri partner", ha affermato il blocco in una dichiarazione sul suo canale Telegram.

Secondo “Mikhail Sheremet”, deputato della Duma di Stato della regione di Crimea e membro del Comitato per la Sicurezza, “l'Occidente sta gettando le basi per rimuovere silenziosamente Volodymyr Zelenskyy dal potere attraverso una serie di scandali di corruzione di alto profilo che coinvolgono i suoi collaboratori”.

Lo ha dichiarato a “Ria Novosti” spiegando che questa “serie di scandali criminali di alto profilo che coinvolgono i suoi collaboratori", è proprio utile allo scopo.

Effettivamente, segnali di una preparazione per un cambio di leadership erano già emersi da tempo e poco hanno a che fare con la necessità di raggiungere la pace con Mosca.

 

Zaluzhny, l’uomo giusto per proseguire la guerra di logoramento.

Secondo rapporti di alcuni mesi fa del Servizio di intelligence estero russo (SVR), Stati Uniti e Regno Unito avrebbero tenuto colloqui riservati con alti funzionari ucraini nei quali sarebbe emersa l’ipotesi di sostituire Volodymyr Zelensky con Valerio Zaluzhny, ex comandante in capo delle forze armate e attuale ambasciatore ucraino a Londra.

L’SVR sostiene che sono stati “gli americani e i britannici (a proporlo, ndr) la presidenza” e che dirigenti come Andriy Yerma e Krylov Budanov avrebbero “accolto con entusiasmo” la proposta, assicurandosi in cambio di conservare ruoli e influenza nel nuovo assetto — una narrazione ripresa e commentata da media russi e internazionali.

Il nome di Valeriy Zaluzhny circola da tempo come possibile successore di Zelensky.

Amato dall’opinione pubblica ucraina, stimato dai vertici NATO, e già protagonista di frizioni con il presidente, Zaluzhny era stato rimosso dal suo incarico militare dopo aver ammesso, in un’intervista a” The Economist”, il fallimento della controffensiva contro la Russia. Un’ammissione che Zelensky non ha mai perdonato, interpretandola come una sfida politica.

In questo contesto, ora che la perdita della città di “Pokrovsk” si profila come imminente e il leader ucraino non vede altra strategia che mantenerla ad ogni costo per ragioni politiche, senza badare di sacrificare migliaia di uomini circondati, quale miglior momento per un cambio di leadership a cui attribuire la sconfitta e le fallimentari strategie belliche?

La voce di Zaluzhny come possibile successore è stata inoltre alimentata da reportage e da analisi giornalistiche, incluse le ricostruzioni del giornalista Seymour Hersh, evidenziando come gli anglo-americani vedano nel generale l’uomo in grado di “resettare” i rapporti con l’Occidente e garantire la continuità degli aiuti.

In ogni caso, nessun cessate il fuoco in vista.

 Nella ricostruzione della strategia attribuita al futuro nuovo leader, che egli stesso ha illustrato in vari interventi pubblici, non c’è l’idea di una rapida negoziazione di pace ma piuttosto la concezione di una “guerra di logoramento” a lungo termine fondata sulla tecnologia.

 In un’intervista concessa a “LB Life”, Zaluzhny ha posizionato l'Ucraina come il "vero laboratorio bellico d'Europa" dove le nuove tecnologie vengono testate in tempo reale, avvertendo che la guerra potrebbe durare fino al prossimo decennio se il Paese non rivede radicalmente la sua strategia di difesa.

"Se proviamo a stabilire un cessate il fuoco senza rafforzare le nostre difese future, la guerra si trascinerà per molti altri anni. È iniziata nel 2014 e, se Dio vuole, finirà nel 2034".

Una nuova visione che si concentra sui “Sistemi Senza Pilota Avanzati”: "La guerra dei carri armati e delle masse è finita nel dicembre 2023. Ora si combatte con droni, algoritmi e sistemi di precisione".

Un bel non futuro si profila per il Paese, assoggettato al sinistro partito della guerra.

 

Situazione critica per Kiev a Dnipropetrovsk.

Nel frattempo nel Donbass la situazione per le difese ucraine volge sempre al peggio.

Nel settore settentrionale del fronte del Donbass.

Nelle ultime ore le forze russe hanno raggiunto le rive del fiume Vovchia a est dell'insediamento urbano di Pokrovskoye, capoluogo del distretto di Pokrovskij nella provincia di Dnipropetrovsk, con la cattura del villaggio di Vovchia.

Questa avanzata rappresenta un progresso significativo verso il territorio civile ucraino, poiché le unità nemiche si sono ritirate attraverso il fiume Vovchia, con intenzione di stabilire una difesa lineare ancorata al villaggio di Kolomiytsy.​

La configurazione tattica di questo settore espone l'Ucraina a rischi operativi significativi.

 Le difese ucraine lungo il Vovchia rimangono debolmente fortificate secondo le valutazioni russe, con posizioni ucraine concentrate esclusivamente presso gli insediamenti urbani di Pokrovskoe e Velikomykhailivka, senza formazione di un sistema difensivo coerente.

Questa disposizione consente all'esercito russo di contemplare molteplici opzioni di attraversamento fluviale per attaccare le linee di rifornimento nemiche o le difese stesse dalle retrovie.

L'obiettivo russo di Prosyanaya rappresenterebbe un colpo decisivo al sistema logistico ucraino, interrompendo i rifornimenti ai settori di Novopavlivske, Hulyai-Polye e Velikomykhaylivske del fronte del Donbass Meridionale. 

 

 

 

Ucraina. Mafia e cybercrime:

il lato oscuro del sostegno

bellico a Kiev.

Notiziegeopolitiche.net – (9 Gennaio 2025) - Giuseppe Gagliano – ci dice:

Nelle vie di “Dnipro”, città industriale dell’Ucraina meridionale, un annuncio insolito è comparso sui muri: si cercano candidati di lingua russa per lavorare in un call center.

Nulla di strano, si potrebbe pensare, in un Paese che ha fatto della resilienza il suo mantra.

Ma dietro a quelle poche righe si cela una realtà inquietante, una nuova frontiera del crimine organizzato ucraino: i call center della truffa informatica.

Secondo un’inchiesta condotta da “Intelligence Online”, questi centri non sono semplici luoghi di frode telematica, ma vere e proprie fabbriche di estorsione digitale, gestite con precisione militare dalla mafia locale.

Un’organizzazione che si muove nell’ombra, ma con una missione dichiarata: finanziare lo sforzo bellico dell’Ucraina contro l’invasione russa.

A Dnipro, città nota per il suo ruolo strategico nella logistica militare ucraina, il crimine organizzato ha trovato un nuovo modello di business: estorcere denaro ai cittadini russi attraverso truffe informatiche.

Operando con totale impunità, questi centri lavorano giorno e notte, con migliaia di operatori che orchestrano frodi telefoniche e phishing su larga scala.

 I proventi, spesso convertiti in criptovalute, vengono in parte destinati al sostegno delle forze armate ucraine.

Secondo fonti locali, l’organizzazione avrebbe stretto accordi con alcuni battaglioni volontari, fornendo fondi per l’acquisto di equipaggiamenti e droni.

 La mafia ucraina, storicamente legata a traffici di droga e armi, avrebbe quindi messo la sua esperienza al servizio di Kiev, trasformando un’attività criminale in una forma di “patriottismo alternativo”.

Questi centri di truffa non sono improvvisati.

 I candidati vengono reclutati con annunci apparentemente innocui, per poi essere addestrati in tecniche avanzate di ingegneria sociale. L’obiettivo principale sono i cittadini russi, spesso scelti tra le fasce più vulnerabili della popolazione.

Attraverso finti investimenti, richieste di pagamento o attacchi di ransomware, i criminali riescono a sottrarre milioni di dollari ogni mese.

Il sistema gode di una certa “tolleranza” da parte delle autorità locali, che vedono in queste attività un modo per colpire economicamente il nemico.

Una strategia non ufficiale, ma che si inserisce nel più ampio quadro di una guerra totale, dove ogni risorsa diventa cruciale.

L’utilizzo del crimine organizzato per sostenere lo sforzo bellico rappresenta una delle tante sfaccettature della guerra cibernetica in Ucraina.

Kiev, già nota per le sue capacità tecnologiche, sta sfruttando ogni strumento a disposizione per resistere all’avanzata russa.

Oltre alle truffe informatiche, il Paese ha investito massicciamente nella produzione di droni e nella difesa elettronica.

Un esempio emblematico è il “mercato delle pulci” della tecnologia dei droni, noto come “Rynok”, dove vengono assemblati dispositivi improvvisati ma efficaci per il campo di battaglia.

 Parallelamente, l’Ucraina ha iniziato a fornire tecnologia avanzata ai ribelli siriani, dimostrando una capacità unica di adattamento e innovazione in tempo di guerra.

Tuttavia l’uso del crimine organizzato per finanziare la guerra solleva interrogativi etici e legali.

 È giusto tollerare attività illegali, se il fine ultimo è la difesa della sovranità nazionale?

E quali saranno le conseguenze a lungo termine di una simile strategia?

Per ora l’Ucraina sembra disposta ad accettare questi rischi, consapevole che ogni mezzo può fare la differenza in un conflitto che non concede tregua.

Ma la storia insegna che il crimine organizzato, una volta consolidato, è difficile da smantellare.

E la linea tra patriottismo e opportunismo può diventare pericolosamente sottile.

In un conflitto dove nulla è convenzionale, nemmeno i call center di Dnipro possono essere considerati semplici luoghi di lavoro.

Sono, piuttosto, un’altra tessera di un mosaico complesso, dove la guerra si combatte anche con la tastiera e la voce, e dove il confine tra vittima e carnefice è sempre più sfumato.

 

 

 

Si spaccano le due “bratve”:

il ruolo della mafia russa e

ucraina nel conflitto.

 It.insideover.com - Francesca Salvatore – (30 Aprile 2023) – ci dice:

 

Fin dallo scoppio del conflitto in Ucraina, ormai più di un anno fa, tra le mille ipotesi e dietrologie costruite attorno alle ragioni della guerra stessa, ve ne è una almeno che non risiede nell’iperuranio dei complottisti:

ovvero il ruolo che le organizzazioni criminali hanno rivestito prima e dopo l’inizio delle ostilità.

Per comprenderlo, un florilegio di dati accessibili a tutti.

 

Il conflitto ha sparigliato le carte dei traffici internazionali che per lungo tempo hanno visto il loro crocevia nelle strade che collegano Russia e Ucraina.

Il mar Nero, così come il confine tra territori occupati e Ucraina è diventato un reame difficile per gli scambi illeciti:

la legge marziale ha privato questi flussi della loro manodopera abituale e l’imposizione del coprifuoco rende difficile muoversi nell’ombra perfino per i criminali di alto rango più scaltri.

 Ma soprattutto, lo stesso mondo criminale – dichiaratosi “neutrale” allo scoppio delle ostilità – ha ora remora ad entrare in contatto con i propri omologhi russi (e viceversa):

in gioco non vi è più solo il dio danaro o un ruolo di potere, bensì l’etichetta di traditori, il destino di due nazioni.

 

Le organizzazioni criminali in Ucraina.

Sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, sul territorio ucraino sono state presenti diverse organizzazioni mafiose dedite al traffico di armi, estorsioni, omicidi su commissione, rapimenti.

Sebbene la loro influenza sia notevolmente diminuita dagli anni Novanta ad oggi, sono da segnalare almeno tre grossi gruppi criminali, noti anche come” vory-v-zakone”, i famosi “thieves in law” che costellano la fratellanza mafiosa in Russia:

 il gruppo Lux operante in quel di Donetsk e le bande Samuel Martirosayan e Bashmaky in Crimea.

La loro influenza politica è a vari livelli, in particolar modo nel Donbass, ove hanno contribuito spesso alla mobilitazione politica e al finanziamento stesso delle campagne elettorali.

 

Uno dei nodi caldi di questo ecosistema criminale transnazionale è la meravigliosa “Odessa”, crocevia fra mafia ucraina e russa, provincia narcos con spire che la legano al sud America quanto all’Afghanistan.

L’organizzazione “Global Crime Index” classificava Kiev al 34esimo posto su 193 Paesi come indice di criminalità e terza su 44 Paesi europei.

 Il traffico internazionale di esseri umani ha qui una delle sue provincie di transito e origine:

prevalentemente donne per il mercato della prostituzione, uomini per il mondo del lavoro nero in edilizia e agricoltura, e cittadini di etnia rom assoldati per l’accattonaggio o come “muli” della droga.

 A questo si aggiunge il mercato nero delle armi di piccolo calibro che il conflitto ha solo incrementato:

si tratta soprattutto di pistole Makarov e Tokarev, nonché fucili d’assalto di cui il Donbass è stato capitale da almeno dieci anni.

I porti ucraini situati lungo il mar d’Azov e il mar Nero, così come il sistema fluviale ucraino hanno reso da sempre l’Ucraina il luogo ideale per i trafficanti che cercano di accedere al mercato della droga in Europa:

eroina (dall’Afganistan, in transito dalla rotta balcanica), cocaina (dall’America latina verso il mar Nero), cannabis, droghe sintetiche, stimolanti e anfetamine, un mercato in continua crescita dal 2010.

 

La Russia di Putin tra lotta e connivenza con la criminalità.

Parallelamente, in Russia, le cose non vanno diversamente.

Per decenni sono proprio le mafie ad aver tenuto assieme le due nazioni sorellastre.

Non a caso la più grande organizzazione mafiosa russa, la “Solncevskaja bratva” è retta da due uomini:

il russo Sergej Michajlow e l’ucraino Semyon Mogilevich.

Una vera “Ong del crimin”e che esporta ogni anno cifre da capogiro in “Cina” lucrando su eroina e legname tagliato illegalmente che scorre a fiumi sulla “Via della Seta”.

I proventi, riciclati e ripuliti, vengono poi investiti in Europa, Israele e Stati Uniti, tutte nazioni” buen retiro” dei grandi boss.

 Qui, come sottolinea l’”Economist in una sua inchiesta”, le organizzazioni mafiose a cui Vladimir Putin aveva dichiarato guerra, sono diventate una risorsa fondamentale in tempo di guerra:

 i criminali sono reclutati come intelligence secondaria del Cremlino, e ai mafiosi russi all’estero viene chiesto di depositare grosse cifre su conti neri che possono essere utilizzati per operazioni sottotraccia.

 

Ma è stato il gas il grande nodo che ha saldato l’alleanza fra le due mafie gemelle.

Nel 2004 venne creato il gigante dell’energia “RosUkrEnergo” dall’ex presidente ucraino “Leonid Kuchma” e da “Vladimir Putin”.

Il gas dal Turkmenistan giungeva all’ucraina Naftogaz che doveva comprare dall’intermediaria” RosUkr” e vendere solo in Ucraina:

 ad un prezzo più altro ma soprattutto cedere gratuitamente in Crimea e Donbass.

Proprio qui avvenivano i grandi furti di gas che le differenti “bratve mafiose” potevano rivendere al miglior offerente.

Al vertice di questa alleanza del gas Mogilevich, “Putin” e tale Dmytro Firtasch, intermediario fra il governo ucraino, Gazprom e l’allora primo ministro ucraino Viktor Janucovyc.

Firtasch è lo stesso uomo legato al presidente dell’ex campagna elettorale di Donald Trump e che ha avuto a disposizione un legale del calibro di Rudolph Giuliani.

 Un intreccio globale che si è inceppato di fronte ai fatti di Maidan nel 2014:

l’eventuale ingresso in Europa dell’Ucraina, infatti, avrebbe “disturbato” questo sodalizio criminale tra le due realtà mafiose.

 Non a caso, nel 2021, lo stesso il Consiglio per la sicurezza e la difesa dell’Ucraina sanzionò” Firtasch” poichè le sue attività, alcune legate al mercato del titanio, avrebbero coadiuvato il complesso militare-industriale della Federazione russa”.

 

Il sodalizio fra due “bratve”.

Quello che è accaduto nell’Ucraina post sovietica è accaduto specularmente in tutte le ex-nazioni satelliti, ma anche in Russia.

Lì dove è venuto a mancare la mano visibile-visibilissima dello Stato si sono infiltrate mafie e gruppi criminali.

Dapprima scacciati come il male assoluto, sono poi diventati una struttura occulta-parastatale utile a realizzare profitti, tessere relazioni ma soprattutto contenere l’instabilità scongiurando un ritorno ai tumultuosi anni Novanta.

 Nel sud-est dell’Ucraina le figure dell’intelligence russa hanno coltivato relazioni di alto profilo con quelle reti criminali di rango elevato che necessitano del rapporto con la Russia per sopravvivere.

Dall’ingresso di Putin al Cremlino, la criminalità ucraina ha subito una grande rivoluzione:

da banditi “in tuta da ginnastica” come li definì un cablogramma dell’ambasciata Usa, si è trasformata in boss di alto rango.

Una “rivoluzione” che ha reso più facili le cose in occasione delle operazioni militari del 2014 aprendo, successivamente a decine di politici eletti fra i filorussi legati con la criminalità organizzata:

fra questi Sergej Aksyonon e Vladimir Konstantinov, rispettivamente primo ministro e presidente del parlamento della Crimea.

 

Quale futuro?

Dopo quasi 15 mesi di guerra, è chiaro come il conflitto abbia deviato traffici di uomini e merci nonché messo in difficoltà le attività delle grandi organizzazioni criminali, al contempo impegnate con il conflitto. Lo si comprende da alcuni semplici dati che vedono il traffico di eroina e metanfetamine ora spostatosi sul confine Turchia-Iran o da alcuni sequestri record di cocaina avvenuti recentemente in Russia.

Nessuno ad oggi sa quale sia “lo stato di salute” di questo sodalizio transfrontaliero fra bratve.

 Certo è che, se la guerra ha messo i bastoni fra le ruote a certi legami criminali e ad un certo tipo di affari, il post-conflitto sarà in grado di generare ben altri mostri come accaduto alla fine della Guerra Fredda o dopo il conflitto nei Balcani.

Si pensi soprattutto al traffico illegale di armi da fuoco di piccolo calibro oppure al traffico di esseri umani mescolato al caos di rifugiati e rimpatriati.

La recisione di importanti arterie-fosse anche solo stradali- di questo tipo di attività criminali, creerà un lungo raffreddamento tra le attività sommerse di Russia e Ucraina.

 Se giungere ad un divorzio sarà impossibile, per un serio allontanamento le condizioni saranno principalmente due:

il progressivo ingresso di Kiev nell’orbita UE-con tutti i requisiti necessari che verranno richiesti- e un dopo Putin ove Mosca dichiari nuovamente guerra alla “bratva russa”.

Nulla che possa avvenire in una manciata di anni.

 

 

 

Zelensky e la risposta europea

all’agguato mafioso di Trump e Vance.

 Valigiablu.it – (3 Marzo 2025) - Andrea Braschayko – ci dice:

 

Zelensky e la risposta europea all’agguato mafioso di Trump e Vance.

Nella sera di venerdì 28 febbraio, ora di pranzo a Washington, si è toccato il momento più basso della diplomazia mondiale.

 L’agguato e le minacce del presidente statunitense Donald Trump e del suo vice JD Vance al leader ucraino Volodymyr Zelensky sono l’ennesima nota allarmante del nuovo corso dell’amministrazione statunitense, che nel primo mese completo di governo ha messo, tanto con le parole ma iniziando presto pure con i fatti, il mondo sottosopra.

 

Dietro il dito di “America First”, è chiaro l’obiettivo geopolitico di Trump nel suo secondo mandato:

 quello di allinearsi alla Russia di Vladimir Putin, con cui ha rapporti di lunga data, e promuovere l’ascesa delle autocrazie di estrema destra in Europa, usando la retorica sulla pace in Ucraina come cavallo di Troia nel proprio piano di distruzione del già agonizzante ordine internazionale, in particolare dentro l’Unione Europea e attorno ai suoi confini.

 

La storia recente dell’Ucraina e la relazione Putin-Trump.

Strizzare l’occhio al Cremlino, con l’obiettivo ultimo di avere Mosca come alleata o per lo meno partner neutrale, piuttosto che nemica, nella competizione con la Cina, priorità del XXI secolo per gli Stati Uniti, come chiarito recentemente dall’ex ‘neocon’ e neo-trumpista “Marco Rubio”, Segretario di Stato degli Stati Uniti.

Due giorni prima del vertice a Washington, l’Occidente aveva già toccato il punto più angosciante della delirante comunicazione politica contemporanea, con il video generato dall’intelligenza artificiale in cui Trump ed Elon Musk festeggiano impunemente, insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la pulizia etnica dei palestinesi a Gaza.

 

In Cisgiordania Israele sta per replicare quanto fatto a Gaza.

Poco più di 48 ore dopo, abbiamo assistito in mondovisione all’accoglienza in stile para-mafioso (giustificata dall’onnipresente motivetto trumpiano “Business is what I've done my whole life”) nello studio ovale della Casa Bianca nei confronti di un presidente di un paese che, proprio in settimana, ‘celebrava’ il terzo anniversario dell’invasione russa su larga scala.

 

L’invasione dell’Ucraina tre anni dopo: lo stato del conflitto e le incognite per l’Europa,

Di cosa parliamo in questo articolo:

Perché Zelensky era a Washington? L’accordo sui minerali tra Ucraina e Stati Uniti.

Cosa è successo nei 49 minuti dentro lo Studio Ovale (e fuori).

Cosa succede ora? Gli incontri nel Regno Unito e il futuro della guerra in Ucraina.

Perché Zelensky era a Washington?

 L’accordo sui minerali tra Ucraina e Stati Uniti.

Il 28 febbraio, Zelensky si è recato a Washington per incontrare Donald Trump fiducioso di firmare un accordo sui minerali strategici, tra cui le terre rare (Rare Earth Elements –REE, che comprendono 17 elementi chimici tra cui europio, lutezio e cerio, utilizzate nella realizzazione di smartphone e auto elettriche, computer e turbine eoliche), tanto care al leader repubblicano, dato per fatto alcuni giorni prima e la cui bozza era trapelata sui media ucraini.

Si stima che le riserve di terre rare contenute nel giacimento di Azov, in Ucraina, superino quelle dei più importanti giacimenti del Nord America, anche se attualmente non vengono ancora sfruttate.

Ieri Zelensky, dopo l'incontro con i leader europei, ha comunque affermato che "l'accordo sulle terre rare è pronto per essere firmato".

 

L’intesa prevedeva la creazione di un fondo comune tra Stati Uniti e Ucraina per la gestione delle entrate derivanti dalle risorse naturali ucraine, come gas, petrolio e, appunto, terre rare.

Firmando l’accordo, Kyiv si impegnava a sua volta a versare il 50% dei ricavi futuri al fondo, che sarebbe stato utilizzato per attrarre investimenti nei settori minerario ed energetico.

In ogni caso, l’accordo si basava su stime obsolete delle riserve minerarie ucraine, molte delle quali si trovano in territori occupati dalla Russia.

Parallelamente all’intesa economica, Zelensky aveva cercato soprattutto di ottenere garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti, sperando in un impegno più chiaro da parte di Trump: anche cercando di metterlo con le spalle al muro nei giorni precedenti, offrendo le sue dimissioni in cambio di un obiettivo su cui il presidente americano ha sempre posto il proprio veto: l’accesso dell’Ucraina alla NATO.

 

In generale, il presidente americano ha sempre evitato di fornire dettagli su possibili aiuti militari o sostegno strategico a lungo termine, e anche durante il vertice avrebbe poi detto “che gli Stati Uniti manderanno ancora armi, sperando siano il meno possibile”, e che le “garanzie di sicurezza sono solo il 2% del problema, [...] la parte difficile è questo accordo”.

 

Il patto sui minerali non prevedeva infatti garanzie di sicurezza dirette, limitandosi a misure economiche e finanziarie, alcune del tutto astratte come la presenza di lavoratori statunitensi in Ucraina che fungerebbero da dissuasore per una terza invasione russa (sarebbe come dire che la pace in Medio Oriente è proporzionale a un maggiore coinvolgimento economico americano nell’estrazione di petrolio in paesi instabili come Iraq o Siria). 

 

La vaghezza con cui Trump ha insistito sull’accordo, glissando sulle garanzie di sicurezza, ha alimentato in Zelensky dubbi sull’effettivo vantaggio per l’Ucraina che avrebbe rischiato di cedere parte delle proprie risorse senza ottenere in cambio un impegno solido da Washington per la difesa del paese.

Sebbene l’accordo in sé non fosse così svantaggioso per l’Ucraina rispetto all’iniziale ultimatum di Trump, le sue vaghe promesse ritenute più che sufficienti da Trump, e al contrario una scatola vuota per Zelensky e molti ucraini, sono uno dei motivi alla base del dissidio tra i due nello studio ovale.

 

Una discussione a favore di telecamere storica, senza precedenti nella storia americana e mondiale, e probabilmente non organizzata a tavolino, sebbene prevedibile: secondo una fonte diplomatica francese riportata dal “Kyiv Independent”, il presidente americano avrebbe provato a cancellare la visita di Zelensky nel tentativo di zittirne le prevedibili rimostranze riguardo all’abbraccio mortale fra Washington e Mosca, iniziato ufficialmente due settimane fa in Arabia Saudita.

 

La ‘pace imperiale’ di Trump e Putin imposta all’Ucraina punta a sventrare l’Europa dall’interno.

Gli abbozzi di ‘pace imperiale’ fra Mosca e Washington hanno pure segnato l’adozione pressoché totale, da parte di Trump e del suo establishment, dei “talking points” della propaganda russa riguardo l’Ucraina e Zelensky, definito da Trump un “dittatore col 4% di approvazione interna” e un “comico mediocre” una settimana prima (qualche ora prima dell’incontro con Zelensky, il tycoon ha poi negato di aver mai pronunciato queste frasi, o comunque di non ricordarle).

 

Cosa è successo nei 49 minuti dentro lo Studio Ovale (e fuori).

La calma ha tenuto per almeno due terzi dell’incontro tra Zelensky e Trump, circondati alla sinistra delle telecamere dai rispettivi consiglieri (tra cui “Andriy Yermak”, capo dell’ufficio presidenziale, e “Yuliya Sviridenko”, ministra dello sviluppo economico sul lato ucraino e JD Vance e Marco Rubio sul lato statunitense) e una platea di giornalisti, ambasciatori e funzionari.

 

Le avvisaglie del disastro istituzionale, tuttavia, si erano già intraviste quando Trump, accogliendo il presidente ucraino alla vigilia dell’incontro, aveva ironizzato sui suoi “vestiti eleganti”.

Secondo “Axios”, che ha raccolto le testimonianze di funzionari anonimi vicini a Trump, il team repubblicano avrebbe insistito, anche tramite il presidente polacco “Andrzej Duda”, perché Zelensky si presentasse alla Casa Bianca con giacca e cravatta addosso per la prima volta in tre anni.

 

Una condizione inaccettabile in questa sottile diplomazia del vestiario: cedendo a queste richieste, il look di Zelensky avrebbe restituito a livello simbolico un'altra fase della guerra in Ucraina, quella in cui il paese invaso accetta di interrompere la propria resistenza a fronte delle richieste di Trump e Putin, peraltro mai ufficializzate su un tavolo delle trattative che ad ora esiste solamente tra le due potenze.

 

E infatti la prima crepa evidente, circa 20 minuti dall’inizio dell’incontro a porte aperte, avviene quando il ‘giornalista preferito di Trump’ “Brian Glenn”, corrispondente per la Casa Bianca dell’emittente di estrema destra “Real America’s Voice”, ha chiesto di nuovo, in modo provocatorio e pungente, a Zelensky perché non stesse indossando un vestito come gli altri nella sala.

“Ci sarà tempo per indossare un vestito come il tuo, magari più economico,” ha reagito stizzito Zelensky, realizzando definitivamente di essere accerchiato.

 

Nei primi venti minuti di conversazione, Trump e Zelensky si erano però scambiati parole di stima reciproca, nonostante i loro dissidi risalgano già al primo mandato del leader MAGA.

 Il presidente americano aveva elogiato il coraggio dei “valorosi soldati ucraini” e aveva mostrato un interesse di facciata per le foto dei prigionieri ucraini affamati nella cattività russa, esibite da Zelensky. Tuttavia, ha evitato di commentare oltre sull’operato di Putin, quando Zelensky lo ha definito ‘killer’ e ‘terrorista’. 

 

Interrogato dai giornalisti, Trump ha ribadito che non è il caso di parlare male di un assente nella stanza, “come fatto per quattro anni da Biden”, con cui si dovrà trattare. Un’affermazione in contrasto con quanto lui stesso aveva fatto con Zelensky appena nove giorni prima. 

A quel punto, Trump ha iniziato a velatamente rimproverare il presidente ucraino:

“Noi capiamo perché odi così tanto quell’uomo [Putin], ma secondo noi non dovresti affatto”, arrivando a dichiarare che “tra questi due non c’è un love match, ed è proprio per questo che siamo in questa situazione oggi”. 

 

Tra le righe, l’accusa: la guerra non sarebbe solo colpa della Russia, ma il risultato di presunti dissapori personali tra Putin e Zelensky. Un’affermazione paradossale, considerando che nel 2019 Zelensky fu eletto su una piattaforma politica che cercava il dialogo con Mosca per risolvere il conflitto nel Donbas, tanto da essere tacciato di filo-russismo dagli avversari, tra cui l’ex presidente “Petro Poroshenko”. 

 

Ucraina, ristabilire i fatti contro la propaganda: la rivoluzione di Maidan e le sue conseguenze [I PARTE].

Trump ha quindi rafforzato la sua narrazione: la guerra sarebbe stata evitabile, e gli Stati Uniti “non avrebbero dovuto permetterla. Purtroppo, erano guidati da una persona che non sapeva nulla, un uomo totalmente incompetente”.

A quel punto è intervenuto il suo vice JD Vance, cogliendo l’assist perfetto per rinfacciare a Zelensky il suo endorsement ai democratici nell’ottobre 2024 durante una convention in Pennsylvania. 

 

L’intervento di Vance è stato l’unico, giornalisti esclusi, nel bilaterale fra Trump e Zelensky.

In un discorso intriso di populismo pacifista, scollegato dalla realtà circostante:

Trump aveva infatti evitato per quaranta minuti di fornire qualsiasi minimo dettaglio sulle garanzie di sicurezza per Kyiv, incalzato sia da Zelensky che dai giornalisti.

Vance ha puntato il dito verso il presidente ucraino e ha rivendicato il ruolo della diplomazia statunitense nel “salvare la distruzione del tuo paese”, accusando poi Zelensky di avere difficoltà a trovare soldati per la difesa dell’Ucraina e di non essere riconoscente verso gli USA per il sostegno (Zelensky ha ringraziato gli americani 33 volte negli ultimi tre anni).

 

A quel punto, seppur ammettendo che “ogni paese in guerra ha diversi problemi” (e quello dell’arruolamento è reale) Zelensky ha rotto gli indugi, accusando gli americani di non rendersi conto della situazione, convinti “di essere protetti dall’oceano” attorno ai propri confini geografici.

Dopo aver evitato di cadere nelle numerose provocazioni precedenti, ha replicato direttamente a Vance, chiamandolo “JD”:

“Di quale diplomazia stai parlando?”.

Poi ha respinto la propaganda trumpiana, secondo cui solo Obama e Biden sarebbero stati ingannati da Putin.

 “Putin ha violato gli accordi di cessate il fuoco per 25 volte, anche durante la prima presidenza Trump”, ha ribattuto Zelensky in quello che, negli ultimi minuti, è diventato un processo di due uomini contro uno, nella madrelingua dei primi, nella loro casa istituzionale.

 

“Nessuno vuole la fine di questa guerra più di noi ucraini. La pace però deve essere costruita da Ucraina e Russia, non da Stati Uniti e Russia. Queste sono le parti che devono sedere sul tavolo delle trattative, poi ovviamente gli Stati Uniti come partner principale [...] e, lasciatemelo dire, anche l’Unione Europea dovrebbe essere lì”, ha aggiunto, ringraziando l’Europa per aver fatto, in termini quantitativi, più degli Stati Uniti per la difesa di Kyiv. 

 

Negli ultimi dieci minuti l’equilibrio, già molto precario, è dunque crollato.

 I dissidi, probabilmente irrisolvibili nelle trattative private, sono emersi in modo evidente davanti ai media.

Trump ha proibito a Zelensky di “dire quello che noi [americani] sentiremo in futuro”, riferendosi alla frase del presidente ucraino sull’oceano che separa gli americani dagli europei – un concetto però introdotto dallo stesso Trump poco prima, mentre “invitava” l’UE a gestire i propri affari da sola e prendere atto del disimpegno statunitense. 

 

La fine di un’era. Trump e Putin alleati contro l’Europa.

Trump ha più volte accusato Zelensky di “non avere le carte” per giocare al suo gioco e lo ha invitato a sottomettersi per ottenerle, invece di “giocare alla Terza Guerra Mondiale”. Vance ha chiuso l’incontro annunciando che la discussione sarebbe continuata a porte chiuse. Zelensky ne esce forse indebolito sul piano politico – l’alleanza con Washington resta cruciale per il futuro dell’Ucraina – ma con l’onore intatto: Kyiv non è una pedina e lui non è un burattino pronto a eseguire ogni ordine della Casa Bianca.

 

In quello che, partito come un meeting complesso e delicato, si è rapidamente trasformato in un agguato improvvisato, Zelensky ha dimostrato di saper resistere, anche dopo tre anni, alle pressioni pubbliche del suo principale donor. Con un rifiuto netto della “pace per procura” tra Stati Uniti e Russia sulle spalle di generazioni di ucraini, ha di fatto annullato tre anni di accuse di “guerra per procura”.

 

Poco dopo, la CNN ha riportato che le discussioni private erano proseguite fino a quando Trump ha invitato Zelensky ad abbandonare la Casa Bianca, sostenendo che “non [fosse nella] posizione di negoziare”. A quel punto, il presidente ucraino ha deciso di anticipare la sua visita nel Regno Unito, ma prima ha concesso un’intervista straordinaria al media repubblicano per eccellenza: Fox News. Qui ha abbassato i toni, ma senza arretrare sulla sostanza: le garanzie sulla sicurezza rimangono cruciali per una pace duratura in Ucraina. Nessuna scusa a Trump, solo la speranza di mantenere relazioni proficue tra Kyiv e Washington, ritenute, appunto, ‘cruciali’.

 

Cosa succede ora? Gli incontri nel Regno Unito e il futuro della guerra in Ucraina.

Nel frattempo, l’Unione Europea, così come i suoi principali leader, da Macron al neo eletto cancelliere tedesco Merz, da Sanchez a Tusk, si schierava a favore del presidente ucraino nell’imbarazzante siparietto condotto da Trump alla Casa Bianca, peraltro celebrato in Russia. L’unica grande eccezione in Europa - oltre ai soliti, cioè i primi ministri di Ungheria e Slovacchia Orban e Fico - è stata Giorgia Meloni, sempre più a un bivio e costretta a prendere una scelta fra la retorica pro-Ucraina e la sostanza filo-Trump.

 

In un’intervista a Politico, il deputato trumpista Dan Crenshaw ha detto agli europei di “aumentare la spesa militare, oppure stare in silenzio riguardo alle tattiche di Trump sulla guerra in Ucraina”. Meloni ha tacitamente preso la seconda strada, in contrasto con l’ambizioso ruolo che l’Italia si propone di avere sulla ricostruzione ucraina post-guerra, simboleggiata dalla Conferenza di Roma del prossimo luglio.

 

Zelensky e Meloni hanno però concesso sorrisi a favore di telecamere durante l’incontro bilaterale a Londra, nel quadro della conferenza organizzata dal primo ministro britannico Keir Stormer domenica 2 marzo, in cui si sono riuniti i leader europei per discutere di Ucraina e sicurezza.

 

L’incontro londinese ha avuto l’obiettivo di rafforzare il sostegno europeo a Kyiv e garantire un accordo duraturo sulla sua sovranità. Anche Zelensky è stato accolto con un cerimoniale opposto rispetto a quello ricevuto alla Casa Bianca, incontrando pure il Principe Carlo.

 

Ai colloqui hanno partecipato i leader di Francia, Germania, Danimarca, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Spagna, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca e Romania, insieme a rappresentanti di Turchia (quest’ultima sempre pronta a ospitare i negoziati tra russi e ucraini), al Segretario Generale della NATO Mark Rutte e ai leader dell’UE Ursula von der Leyen e António Costa.

 

Prima del vertice di Londra e dopo l’incontro Trump-Zelensky alla Casa Bianca, il presidente francese Macron ha cercato di invitare tutte le parti alla calma, e lo stesso avrebbe fatto Stormer. Mentre Zelensky aveva calmato la propria rabbia, Trump ha infatti continuato a provocare il leader ucraino, secondo lui colpevole di insultare Putin, definendo quest’ultimo come colui che cerca davvero la pace, rispetto al leader ucraino.

 

Il team di Trump continua a ritenere che sia Zelensky a dovere cambiare atteggiamento, piuttosto che il contrario. Il consigliere alla sicurezza americana Mike Waltz ha persino detto che Zelensky dovrebbe rendersi conto che “Trump non è Biden, e queste cose non sono più permesse,” invitando nuovamente alla subordinazione ucraina alle mutate volontà di Washington. Il più convinto nelle critiche ai repubblicani che chiedono le dimissioni di Zelensky è stato il democratico Bernie Sanders, definendo la proposta repubblicana una “prospettiva terribile”.

 

Dal canto loro, Macron e Stormer si sono posti alla guida degli sforzi europei per persuadere Trump a non affrettare un cessate il fuoco che leda gli interessi di Kyiv e Bruxelles e a garantire sicurezza all’Ucraina.

 

Durante gli incontri a Washington della scorsa settimana, i due leader hanno presentato un piano che prevede il dispiegamento di forze di pace in territorio ucraino, cercando di orientare la posizione americana sulla guerra. A Londra, domenica, Macron ha proposto l’idea di un cessate il fuoco di un mese per quanto riguarda “l'aria, i mari e le infrastrutture energetiche". La seconda parte del piano prevede che i paesi europei inviino un contingente di pace in Ucraina, ma solo in una fase successiva. “Non ci saranno truppe europee sul suolo ucraino nelle prossime settimane. La questione è come utilizzare questo tempo per cercare di ottenere un cessate il fuoco e negoziare, il che richiederà diverse settimane, e poi, una volta firmata la pace, lo spiegamento [delle truppe]”, ha detto Macron.

 

La novità di Londra è che Kyiv sarà interlocutore imprescindibile di questi sforzi congiunti, a differenza dell’approccio americano con Mosca. L’appoggio americano al piano franco-britannico rimane però molto importante nell’idea di Stormer.

Stormer ha dichiarato che l’Europa sta affrontando un momento ‘generazionale’ per la sua sicurezza, e il supporto all’Ucraina è fondamentale in questa sfida storica.

A margine degli incontri, una nota diffusa da Zelensky sugli esiti del vertice comunica che "gli alleati hanno deciso di coordinare le loro posizioni, di elaborare un piano d'azione congiunto e definire passi concreti per porre fine alla guerra con una pace giusta, garantendo all'Ucraina solide garanzie di sicurezza."

 

Una constatazione asciutta rispetto alle dichiarazioni di Starmer, in ogni caso apprezzate a Kyiv, di supportare l’Ucraina “fino alla fine”, stanziando un prestito aggiuntivo di quasi due miliardi di sterline, e impegnandosi a coordinare una "coalizione dei volenterosi" con "truppe sul terreno e aerei in volo" con gli altri paesi europei pronti a scendere in campo in Ucraina come peacekeepers. Dichiarazioni altisonanti, di certo importanti e strategiche, che dovranno però fare i conti con la realtà: Kyiv non può permettersi un secondo tradimento. E non possono farlo nemmeno Londra e Bruxelles.

 

"Siamo a un bivio nella storia oggi, questo non è il momento per ulteriori parole, è il momento di agire, il momento di farsi avanti e guidare. Uniti attorno a un nuovo piano per una pace giusta e duratura,” ha detto Stormer. In Ucraina tanti si augurano che alle parole seguano davvero i fatti: ciò rafforzerebbe, altresì, il ruolo dell’Unione Europea (e del Regno Unito) nelle prossime trattative, così come sullo scenario internazionale a lungo termine.

 

 

 

Gli ebrei, la mafia e Zelensky.

Ilpopoloditalia.info -Redazione – (8-3- 2025) – ci dice:

La vera storia di Zelensky, che nasce da un oligarca ucraino, passa dalle banche ed arriva a Macron.

 

La storia parte da una banca, la “MIlleis Banque Privèe” costituita nel 1917 a Parigi per opera dei Rothschild.

Da allora si è sempre occupata di finanziamenti ad altre società.

 È una banca molto particolare dove non si compiono le classiche operazioni ordinarie essendo priva di sportelli per il pubblico.

A gennaio del 2025 la “Milleis” è acquistata da una società britannica, la “Anacup”, di proprietà di una gigantesca finanziaria americana, la “Blackstone Group”.

 

Dopo un paio di mesi circa una società cipriota, la “Maltex Multicapital Corp.”, acquisisce il controllo della “MIlleis” comprandola per un miliardo e cento milioni di euro.

Il proprietario della” Maltex” risulta essere ignoto, almeno all’apparenza.

Indagando per scoprire chi sia l’effettivo proprietario, si scopre che la “Maltex” è finita negli elenchi di uno dei più grossi scandali degli ultimi 50 anni , uno scandalo conosciuto con il nome di “Panama papers“.

 

La Panama papers era nata dalla “Mossack Fonseca”, che aveva creato un fascicolo digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali.

La “Mossack Fonseca” era uno studio legale panamense che forniva uno studio dettagliato sulle società offshore coinvolte nell’inchiesta e che includeva i nomi di azionisti, manager, uomini ricchissimi e funzionari pubblici che avevano nascosto ingenti somme di denaro dal controllo statale.

Per dare l’idea dell’enorme importanza detenuta dall’inchiesta basti sapere che tra coloro che risultavano essere presenti all’interno dei numerosi documenti compromettenti si trovano anche i nomi dei leader di cinque capi di stato, rispettivamente di Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi, Arabi Uniti, Islanda e Ucraina, oltre a parenti e collaboratori stretti di vari capi di governo di più di 40 altri paesi.

 

La raccolta degli oltre 11 milioni di documenti è stata consegnata alla “Süddeutsche Zeitung” e successivamente ai giornalisti del gruppo “International Consortium of Investigative Journalists,” con sede negli Stati Uniti, che li hanno analizzati.

Dopo la scoperta della “Maltex” inserita all’interno negli schedari della “Panama Pipers”, si viene a sapere che la società è stata creata nel 2019 e che l’ignoto proprietario è un certo “Ihor Kolomojs’kyj”, l’uomo più ricco dell’Ucraina, ebreo e con tre passaporti, (ucraino, cipriota e israeliano) ma ricercato dall’FBI perché accusato d’essere un riciclatore di denaro della mafia ucraina.

 

Forte della sua potenza economica e delle conoscenze a lui legate vorrebbe candidarsi alle elezioni ucraine dopo “Petro Porošenko”, secondo uomo più ricco d’Ucraina, ma non gli è possibile a causa del mandato di cattura emesso dall’FBI.

Per aggirare l’ostacolo” Kolomojs’kyj” decide di candidare al suo posto una persona fidata, anche lui ebreo, finanziandogli tutta la campagna elettorale.

Questa persona è Volodymyr Zelens’kyj.

 

Nel 2019 Kolomojs’kyj regala alla societa “Kvartal 95” 40 milioni di euro. Questa società era stata creata per produrre una serie tv chiamata “Servitori del popolo”, grazie alla quale Zelensky è riuscito ad ottenere una forte notorietà in politica e il cui nome sarebbe stato quello che Zelensky avrebbe dato al suo partito.

I proprietari della “Kvartal 95” sono lo stesso Zelensky e sua moglie ai quali “Kolomojs’kyi aveva letteralmente regalato 40 milioni di euro.

 

Con i 40 milioni ricevuti Zelensky acquisisce il controllo della “Maltex Multicapital Corp.”

 La documentazione di questi avvenimenti e dei passaggi susseguitisi nel tempo sono tutti inseriti nel fascicolo in mano all’ “International Consortium of Investigative Journalists”.

 

Con l’acquisto della “Maltex”, Zelensky ne diventa presidente. Ma non potendo avere una società di comodo con sede a Cipro, fa acquistare a “Ivan Bakanov“, capo dei servizi di sicurezza ucraina, e già proprietario della “Diverga Limited”, (creata con i soldi di Zelensky), la maggioranza delle azioni della “Maltex”.

In questo modo Zelensky e la moglie non compaiono più come proprietari della società.

 

In realtà, le azioni comprate da “Bakanov” ritorneranno ad essere di proprietà di Zelensky attraverso un diverso giro che non farà figurare Zelensky come legittimo proprietario pur rimanendo tale.

 

Nel frattempo la” Maltex” continua a fare il lavoro per il quale Kolomojs’kyj l’aveva creata, ovvero riciclare il denaro della “Privat Bank”, la più grande banca ucraina che lo ha reso l’uomo più ricco dell’Ucraina, proveniente dalla mafia.

Zelensky, quindi, diventa riciclatore dei soldi della mafia.

Tutta questa organizzazione fatta di soldi, banche, mafia e prestanomi era stata già denunciata da un giornale ucraino, anch’esso facente parte della “International Consortium of Investigative Journalists”, che dopo le rivelazioni pubblicate è stato prima silenziato e poi chiuso definitivamente.

 

Ed ora la svolta che porterà il dispiegamento politico europeo ai giorni nostri.

 

La “Maltex”, sempre rimasta di proprietà di Zelensky, acquista una banca in Francia anche grazie alla mediazione dei “Rothschild” che avevano creato la “MIlleis Banque Privèe”.

 

Il mediatore dei Rothschild è “Emmanuel Macron” il quale permette a Zelensky di acquisire la banca francese comprandola con i soldi riciclati della mafia.

 

Ma quali sono stati i motivi che hanno indotto Zelensky ad acquistare una banca francese insieme al suo socio Kolomojs’kyj?

 

Per capirlo occorre ricordare che la “MIlleis Banque Privèe” era stata acquistata dalla “Anacup”, a sua volta di proprietà della “Blackstone Group”.

La “Blackstone Group” nel settembre del 2024 ha creato l’ “Ucraine development found” un fondo dedicato alla ricostruzione dell’Ucraina e lo fa attraverso la “MIlleis Banque Privèe”.

In sostanza, Zelensky si è comprato la banca francese con il ricavato dal riciclaggio dei soldi provenienti dalla mafia assicurandosi così una parte importate, e personale, della ricostruzione del suo Paese.

 

Tutto questo è stato possibile grazie alla mediazione di “Macron” – banchiere dei Rothschild – che ha permesso ai due ebrei (Zelensky e Kolomojs’kyj) di poter mettere le mani anche sui proventi derivanti dalla ricostruzione dell’Ucraina.

Eppure sia “Zelensky” che “Macron” non potrebbero, il primo detenere una banca ed il secondo fare da mediatore per un’altra banca in quanto entrambi sono presidenti di due nazioni.

 

Ora Zelensky ha deciso improvvisamente di accettare la pace dietro pressione di Trump, cosa che agli occhi di alcune persone ha fatto apparire l’ucraino come la vittima dell’arroganza del presidente americano.

Ma chi ha creduto di vedere un uomo sacrificato sull’altare della prepotenza trumpiana, o non conosceva cosa c’era dietro le quinte o era in malafede, perché in realtà i comportamenti tenuti da Zelensky alla Casa Bianca sono stati tipici di colui che ben sapeva di avere diverse carte da giocare, a differenza di quanto sosteneva Trump, e che in ogni caso niente e nessuno gli avrebbe tolto l’enorme ricchezza che si sta apprestando a ricevere con l’accettazione della pace e la conseguente ricostruzione dell’Ucraina, anche se dovesse essere cacciato dal suo Paese o se dovesse chiedere asilo politico altrove.

 

Ed a proposito di asilo politico”, Macron ha già fatto sapere che, in qualsiasi caso, è pronto ad ospitare l’esule ucraino.

 Sarà un caso?

 

Zelensky sarà quindi uno degli uomini più ricchi del suo Paese, e lo sarà sedendosi sulle ossa di centinaia di migliaia di soldati ucraini uccisi al fronte e sulla morte di donne, anziani e bambini uccisi da una guerra voluta  da pochi per l’arricchimento di chi è già ricco oltre ogni umana immaginazione.

 

Ma l’ebreo errante, che chiede all’Europa di finanziare la sua guerra d’interessi è già ricco, perché grazie “Maltex Multicapital Corp.” di cui è proprietario si è già comprato tre enormi ville a Londra e probabilmente, dopo l’avvenuta ricostruzione, diventerà il secondo uomo più ricco dell’Ucraina dopo Kolomojs’k .

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