Gli uomini non sono soggetti da rieducare.
Gli
uomini non sono soggetti da rieducare.
Alcune
riflessioni sulla crisi del rapporto
tra
politica e società.
Transform-italia.it
- Alessandro Scassellati – (6 -10-2025) – Redazione - ci dice:
I
contro-movimenti neo-nazionalisti, reazionari e xenofobi fanno leva su una
diffusa diffidenza verso le élites politiche al potere perché considerate ossessionate
dai propri interessi e privilegi, e verso le istituzioni pubbliche percepite
come costose, inefficienti, inefficaci, deviate ed autoreferenziali.
Negli
ultimi tre decenni di globalizzazione neoliberista anche in Europa abbiamo
vissuto una semplificazione del rapporto tra politica e società. Ovunque, hanno
prevalso la “democrazia del pubblico”, la disintermediazione della
rappresentanza e della comunicazione, la verticalizzazione del comando e la
personalizzazione della politica e delle istituzioni. Si è cercato di
semplificare la rappresentazione e la rappresentanza della complessità sociale
e di rendere autoreferenziale il sistema politico e le istituzioni
rappresentative seguendo il modello classico della democrazia d’investitura.
Il
declino della democrazia dei partiti è ormai visibile in modo molto nitido in
tutti i sistemi politici europei. I partiti politici, una volta organizzazioni
in grado di integrare le masse nel sistema politico-istituzionale nazionale
attraverso l’azione di ampi gruppi dirigenti locali e nazionali, si sono
ritirati dalla società, dal territorio, dai quartieri e dai presidi locali, per
diventare “leggeri”, “liquidi”, spesso in liquidazione, delle pure macchine
elettorali, dei simulacri senza iscritti e militanti, e iper-personalizzati o
addirittura personali, con una centralizzazione delle decisioni e dei poteri in
un numero ristrettissimo di leader carismatici, circondati da piccoli gruppi di
persone amiche o fedeli (“cerchi magici”). Un modello imposto da Silvio
Berlusconi in Italia con il “partito-azienda” a partire dal 1994 e utilizzato,
tra gli altri, da Emmanuel Macron, eletto presidente in Francia con il solo
appoggio di un movimento – En Marche! – che portava le sue iniziali e che lui
aveva fondato solo un anno prima, ma capace di raccogliere 15 milioni di euro
in gran parte da donatori appartenenti all’establishment economico-finanziario
francese.
I
partiti hanno abbandonato qualsiasi azione pedagogica collettiva, i congressi e
le assemblee sono stati sostituiti dalle convention e dai comitati elettorali
personalistici, il dibattito sulle strategie dagli “annunci” e dalle
“dichiarazioni”, dal presenzialismo televisivo dei leader e dalla comunicazione
minimal sui social networks (Facebook, Twitter, Instagram), le ideologie dalle
narrazioni (story-telling). L’elettore è ormai da tempo trattato alla stregua
di un consumatore da catturare attraverso mirate strategie di marketing.
Con il
prevalere della politica spettacolo, della “democrazia del pubblico”, dell’homo
videns, come lo definiva Giovanni Sartori, ossia della progressiva
trasformazione della comunità dei cittadini in una platea di (tele)spettatori e
dei partiti politici in “partiti mediatici”, e quindi del prevalere
dell’immagine sulla parola, si è verificata una riconfigurazione cognitiva che
ha portato ad una vera e propria mutazione antropologico-culturale:
l’analfabetismo funzionale è diventato un fenomeno di massa e si è rovesciato
il meccanismo di interpretazione e comprensione del reale, per cui si è
arrivati a non poter più distinguere cosa è vero da cosa è falso (la questione
cosiddetta della post-verità), a non saper più costruire una propria opinione
(e quindi ad essere più permeabili alle “bufale”, alle fake news, agli
“alternative facts”) e a perdere consapevolezza al momento del voto. La
disastrosa chiusura dei giornali locali (solo in America hanno chiuso in 2 mila
negli ultimi anni) ha spento una fonte fondamentale di conoscenza per i
cittadini sulla vastità e complessità del Paese in cui vivono. Twitter ha
sostituito questi giornali come fonte di informazioni, ma non è giornalismo e
spesso crea un’immagine fuorviante di ciò che sta realmente accadendo.
Uno
dei famigerati tweet di Trump recita: “I FAKE NEWS Media […] non sono i miei
nemici, sono nemici del popolo americano!” Respingendo tutte le critiche come
“notizie false”, da presidente, Trump identificava la sua persona con il popolo
americano e identificava ogni critica nei suoi confronti come anti-americana.
La rabbia politica e il carattere autoritario di Trump hanno sostituito la
ragione con l’ideologia, i fatti con l’atto, la razionalità con l’emozionalità,
la verità con le bugie, la complessità con la semplicità, l’obiettività con il
pregiudizio e l’odio. La combinazione di antisocialismo, nazionalismo e
razzismo ha alimentato una propaganda che ha cercato di creare falsa coscienza
mediante semplificazione, dissimulazione, manipolazione, diffusione di teorie
cospirazioniste, diversione e bugie vere e proprie.
Hannah
Arendt aveva scritto nel 1951 che il soggetto ideale di uno Stato totalitario
non è il nazista o il comunista convinto, ma “persone per le quali la
distinzione tra realtà e finzione (vale a dire la realtà dell’esperienza) e la
distinzione tra vero e falso (cioè, gli standard di pensiero) non esistono
più.”
Questa
situazione è aggravata dall’utilizzo in modo sistematico e continuativo da
parte dei nuovi leader politici di quella che Noam Chomsky ha definito la
“strategia della distrazione”: “L’elemento primordiale del controllo sociale è
la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del
pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites
politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di
continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della
distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle
conoscenze essenziali, nell’area della scienza, economia, psicologia,
neurobiologia e cibernetica. Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai
veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza“.
D’altra
parte, il terreno per questa evoluzione era stato preparato sul piano culturale
dalla corrente di pensiero postmodernista che dalla seconda metà degli anni ’70
ha relativizzato la realtà, sostenendo che non esistono né grandi narrazioni né
fatti oggettivi, ma solo interpretazioni ed opinioni.
Lo
scetticismo postmoderno ha cancellato i confini tra vero e falso, e oggi “la
gente invece ha bisogno di strumenti critici per interpretare le informazioni,
per distinguere ciò che è importante da ciò che è irrilevante e soprattutto per
poter inquadrare tutte le informazioni in un più ampio scenario mondiale” (Y.
N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018:380). Per
combattere le derive autoritarie servono cittadini informati, pensiero critico,
indagine deliberativa, una cultura della ricerca, una pedagogia e un’educazione
al dialogo, al dibattito, all’azione riflessiva e alla produzione culturale.
Siamo
passati dai partiti di massa con ramificate organizzazioni territoriali alla
moltitudine indistinta o ai potentati senza partiti. Abbiamo leader o ristrette
oligarchie senza partiti o con partiti deboli e partiti senza società, senza
territorio e senza popolo. Nel nome della ricerca di una “sintonia con il
popolo”, tutte le forze politiche alimentano un dibattito pubblico fatto a
colpi di slogan, polemiche e attacchi personali, battute ad effetto, sotterfugi
dialettici, semplificazioni e distorsioni retoriche. Una evoluzione esasperata
dall’emergere di “partiti digitali” o “partiti piattaforma” (P. Gerbaudo, I
partiti digitali, Il Mulino, Bologna, 2020) – come il Movimento 5 Stelle,
Podemos o La République en Marche prima maniera – che mimano le logiche di
funzionamento di Facebook o Amazon, e hanno fondato i loro processi decisionali
quasi esclusivamente sulla Rete. Partiti che cavalcano l’idea visionaria e
messianica che solo la Rete consente una vera democrazia partecipata, senza
intermediazioni, un’orizzontalità assoluta del potere in cui “uno vale uno”.
Un’aspirazione che trova il suo limite nelle modalità top-down con cui vengono
regolati il funzionamento e le scelte dei temi di consultazione e decisione
offerti dalle piattaforme digitali.
La
“democrazia del pubblico” ha trasformato la politica in uno spettacolo gestito
dai professionisti dei media tradizionali, dei social media e del marketing, in
cui domina il senso emotivo di una propaganda pseudo argomentativa che plasma i
programmi politici in base a inchieste demoscopiche che aggirano l’autentica
dimensione deliberativa di una pubblica formazione dell’opinione. In questo
modo, la politica ha completamente abbandonato la funzione educatrice, per
limitarsi ad assecondare le spinte emotive, gli umori, le paure e le
“percezioni” più diffuse tra la cittadinanza.
Il
cosiddetto “populismo” ha esasperato queste tendenze, presentando leader soli
al comando, autoreferenziali, chiamati a decidere “in diretta”, che si
rivolgono direttamente ai cittadini, senza mediazioni, in rete o attraverso i
referendum popolari. La “democrazia immediata” è il trionfo dell’uomo
qualunque, della “gente” comune: “io sono come te, non sono meglio di te, al
mio posto potresti esserci tu, quindi faccio come faresti tu”. Muovendosi
quindi in uno scenario post-ideologico in cui si afferma che non esistono più
politiche di destra e di sinistra, la politica non indica più una direzione di
medio-lungo periodo, di trasformazione della società, ma risponde solo al
consenso permanente e istantaneo.
Da
questo punto di vista, non c’è dubbio che le piattaforme digitali, aumentando
il potere di disintermediazione, favoriscono il rapporto diretto fra un leader
e una massa fusionale e instabile di eguali, svuotando quello che sta in mezzo,
accorciando i tempi per la costruzione del consenso, determinando il dominio
del “presentismo”, ossia dell’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di
passato e di futuro, creando un habitat sfavorevole alla democrazia
rappresentativa nella sua forma novecentesca, fondata sugli apparati, le
“appartenenze” collettive, gli intellettuali organici, gli uffici studi delle
istituzioni e delle grandi organizzazioni economiche e sociali, i partiti
politici di massa, i corpi sociali intermedi e la politica come professione.
Inoltre,
le piattaforme digitali, con i trolls e l’effetto “echo chamber” favoriscono
l’integralismo, ossia una progressiva radicalizzazione delle opinioni perché
non mostrano l’altra faccia della medaglia, e quindi accentuano
parossisticamente la tendenza delle società moderne, ormai fortemente
polarizzate dalle disuguaglianze sociali ed economiche, a dividersi in cerchie
culturali separate, in clan, tribù e mondi antropologicamente diversi e
segregati. Non a caso oggi in twitter, nei social media, i messaggi hanno molto
successo quando sono contro qualcosa o qualcuno. Qualcosa pro invece non
sfonda. La contrapposizione, l’odio e l’utilizzo del capro espiatorio sono
sempre più convincenti della simpatia e oggi anche i politici spesso hanno
successo quando si focalizzano su un “essere contro”: l’importante è che ci sia
un nemico e riuscire a trovare il nemico giusto che faccia da capro espiatorio.
La
crisi della politica e la destrutturazione sociale ed economica
Non
sono solo i partiti ad essere diventati degli ectoplasmi e dei simulacri di sé
stessi, ma tutta la cosiddetta “società di mezzo”. Tutti i corpi intermedi
della società – le associazioni, i sindacati e le altre organizzazioni di
rappresentanza, i movimenti cooperativi, i giornali e i mezzi di informazione
professionale – che in una società democratica dovrebbero svolgere una funzione
socialmente aggregatrice, solidaristica e di verifica collettiva, si sono
indeboliti e frammentati. Sono spesso diventati dei “gusci vuoti” privi di una
vera democrazia associativa e hanno perduto gran parte della loro base sociale
e della fiducia dei cittadini.
Il
passaggio da economie e società strutturate sul modello Fordista a quelle
basate sulla digitalizzazione e sul lavoro precario, segmentato, caleidoscopico
e autonomo di seconda e terza generazione ha spiazzato il sistema delle
rappresentanze delle imprese e del lavoro, tuttora ancorate allo schema
novecentesco: grandi imprese, commercianti, artigiani, agricoltori e sindacato
dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato.
Oggi,
le rappresentanze si interrogano su come rapportarsi alla nuova composizione
sociale “liquida” ed intercettare imprese e lavoratori delle piattaforme
digitali, del lavoro precario ed intermittente, dell’industria 4.0 e
dell’economia circolare, biomediatica e dei servizi immateriali. Non c’è dubbio
che i milioni di lavoratori interinali, giovani, migranti e cottimisti senza
potere della gig economy avrebbero bisogno di sindacati più forti e inclusivi,
capaci di rivolgersi concretamente a tutti i segmenti del lavoro che cambia e
di rappresentare quindi anche loro, di battersi per allargare la loro sfera di
redditi e di diritti, migliorare le loro condizioni di lavoro, oltre ad offrire
servizi mutualistici e di welfare (ad esempio, l’assistenza sanitaria
integrativa per i lavoratori).
In
particolare, per rafforzare il potere contrattuale del lavoro nei confronti sia
del capitale sia del potere politico, servirebbe un nuovo protagonismo del
sindacato con un rilancio della sua capacità di fare rappresentanza, di creare
una solidarietà collettiva tra i lavoratori e di riaffermare la sua funzione di
tutela dei diritti. Il movimento sindacale per continuare a svolgere il suo
ruolo essenziale per il bene comune dovrebbe rilanciare quelle che in un
discorso ai delegati al congresso della CISL (28 giugno 2017) Papa Francesco ha
definito come le sue vocazioni più vere: “la profezia” e “l’innovazione
sociale”. “Il sindacato è espressione del profilo profetico della società. Il
sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a
chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos
2,6), smaschera i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili,
difende la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”. … il movimento
sindacale ha le sue grandi stagioni quando è profezia. Ma nelle nostre società
capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura
profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece
dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare
troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al
loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche
l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia. Questa è la profezia. … I
profeti sono delle sentinelle, che vigilano nel loro posto di vedetta. Anche il
sindacato deve vigilare sulle mura della città del lavoro, come sentinella che
guarda e protegge chi è dentro la città del lavoro, ma che guarda e protegge anche
chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge la sua funzione essenziale di
innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che sono dentro, se protegge
solo i diritti di chi lavora già o è in pensione. Questo va fatto, ma è metà
del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche proteggere chi i diritti non li
ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla
democrazia.”
Nell’epoca
delle galassie segmentate dei lavori c’è un grande bisogno di un soggetto
collettivo che sia in grado di offrire un universo comune, mantenendo un
rapporto sentimentale, empatico, con le sofferenze delle persone e rivendicando
diritti e dignità. Questo vuol dire, ad esempio, anche utilizzare al meglio le
tecnologie informatiche e le piattaforme digitali online per mantenere il
contatto organizzativo ed assistenziale in tempo reale con i lavoratori
dispersi delle “fabbriche diffuse” nei territori. I sindacati dovrebbero
elaborare strategie adeguate e sviluppare modalità organizzative e di
mobilitazione efficaci per affrontare le questioni centrali che negli ultimi
decenni hanno limitato il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori:
la
frammentazione ed articolazione dei lavori che porta ad una proliferazione e
diluizione della rappresentanza. Se nella fase Fordista la “classe operaia”
della grande fabbrica costituiva l’elemento identitario e culturale, il
riferimento obbligato sotto il profilo contrattuale, oggi i lavoratori sono
“fuori della classe”. Gli operai delle fabbriche ci sono ancora, ma sono
diversi da quelli del passato, sono una minoranza dei lavoratori e al loro
interno è presente un variegato mix di figure con una miriade di forme
contrattuali. Altri mestieri e professioni sono cresciute: il lavoro si è fatto
diffuso nei luoghi e nelle forme, con orari asincroni e una crescente
difficoltà a distinguere quello manuale da quello intellettuale. Di
conseguenza, gli interessi si moltiplicano e le organizzazioni sindacali
faticano a raggiungerli, a costruire delle identità collettive e a
rappresentarli;
la
rappresentanza dei lavoratori si realizza con efficacia se ci sono delle
controparti, degli interlocutori imprenditoriali e governativi, questi però
spesso negli ultimi decenni hanno ricercato una disintermediazione nei
confronti del sindacato, delegittimandolo, aggirandolo e inseguendo una
relazione diretta con i lavoratori e il mondo del lavoro;
i
cambiamenti nelle culture del lavoro caratterizzati da un crescente peso
attribuito alla soggettività, alle relazioni sul lavoro, all’identificazione
del lavoratore con l’impresa, all’idea di un lavoro inteso come un percorso di
crescita professionale, alla valorizzazione del merito, sono divenuti
maggioritari negli orientamenti dei lavoratori, ma le organizzazioni sindacali
faticano a comprenderli e, soprattutto, a tradurli concretamente nelle tutele e
nella contrattazione.
C’è
molto da fare per rafforzare la rappresentanza dei lavoratori. Oggi, in Europa
si dice che la classe operaia sia finita perché sono diminuite le grandi
fabbriche, come se le grandi fabbriche fossero state numerosissime quando la
classe operaia è stata storicamente costruita. Si dice anche che le classi
sociali non ci sono più perché oggi si lavora a giornata o a ore, come se
invece un secolo fa ci fossero stati i contratti a vita; come se tutti i
lavoratori europei diventati maggiorenni in pieno boom postbellico avessero
avuto contratti a vita e non avessero, invece, cambiato più lavori,
radicalmente diversi, dato vita a grandi migrazioni dalle campagne alle città e
dalle aree periferiche del sud Europa a quelle centrali del centro-nord Europa,
cambiato settore produttivo, trovato per la prima volta un lavoro con garanzie
e coperture previdenziali.
E.P.
Thompson ha intitolato il suo studio sulle origini della classe operaia inglese
The Making of the English working class (1963) per sottolineare che “è lo
studio di un processo attivo che dipende tanto da azioni consapevoli (agency)
quanto da condizioni date.” Le storie delle classi lavoratrici – operaie,
contadine ed artigiane – sono storie non solo di rapporti di produzione, di
organizzazione del lavoro, di settori produttivi, di aziende grandi, medie e
piccole, ma anche di attività condivise, di leghe, di associazioni di muto
soccorso, di banche cooperative, di casse di risparmio, di camere del lavoro,
di case del popolo, di sindacati, di partiti politici, di ideali, di idee.
A
formare ciò che sono state le classi operaie europee non sono stati solo l’industria,
la meccanizzazione dell’agricoltura e l’espansione economica postbellica. Gli
operai, più in generale i lavoratori dipendenti, gli uomini e le donne che
hanno costituito le classi operaie europee, non hanno solo lavorato, ma hanno
anche manifestato e scioperato, si sono ribellati, hanno combattuto per la
libertà durante gli anni del nazi-fascismo, si sono schierati politicamente,
anche in partiti diversi – socialdemocratici, socialisti, comunisti, cattolici
democratici, etc. -, si sono associati e hanno lottato per i loro diritti, si
sono battuti contro le lavorazioni nocive e pericolose, per le pensioni, per lo
stato sociale. In Europa, senza le idee e l’organizzazione dei sindacati e dei
partiti politici di orientamento comunista, socialista, socialdemocratico e
cristiano sociale non ci sarebbero state le classi operaie che abbiamo
conosciuto nel dopoguerra.
Le
opportunità di ricostruire un movimento sindacale e politico con un vero potere
sociale sono possibili se sindacalisti e attivisti politici costruiscono
strutture democratiche e di base (grass-roots) che attivano campagne e operano
con i movimenti nelle strade e nei luoghi di lavoro di oggi. Sindacati e
partiti rappresentano ancora gli strumenti migliori affinché coloro che non
hanno potere, possano sfidare i potenti.
Oggi,
in Italia e in Europa lo sviluppo di una economia on demand o app economy
estranea al lavoro salariato standard è resa possibile dalle piattaforme
digitali e crea la categoria degli on-demand workers, lavoratori formalmente
autonomi, self-contractors, con bassi salari a cottimo e del tutto privi di
tutele assicurative e altri tipi di copertura. Uno sfruttamento del lavoro
scandaloso che rende urgente la costruzione di una rete protettiva per questi
lavoratori precari. Gli strumenti possono essere di diverso tipo:
l’imposizione
per legge alle piattaforme digitali il pagamento di salari minimi e relativi
contributi previdenziali e assicurativi per il lavoro occasionale1;
la
creazione di nuove “società di mutuo soccorso” che si fanno carico di coprire i
buchi assicurativi e salariali lasciati dalle piattaforme digitali, con le
quali trattano direttamente, evitando al singolo lavoratore un negoziato da una
posizione di debolezza.
La
capacità di associarsi, di organizzare le diverse domande prospettandone
soluzioni di tipo solidaristico, di canalizzare risorse in senso
universalistico, costituisce un bene collettivo di cui l’associazionismo degli
interessi è tipicamente depositario e può essere rilanciato congiuntamente ad
un rilancio degli strumenti e delle politiche di sviluppo territoriale
(sviluppo locale, politiche di coesione, coalizioni territoriali, welfare
territoriale e di comunità). Le rappresentanze degli interessi non possono più
avere da offrire soltanto una difesa delle appartenenze, non possono più
offrire soltanto servizi, fossero anche molto avanzati, ma devono saper offrire
una strategia di evoluzione complessiva dei sistemi locali, nazionali ed
europei e porsi, quindi, in una logica di tipo coalizionale.
La
globalizzazione neoliberista ha eroso o rotto la coesione sociale sui territori
e per questo c’è un’assoluta necessità di fare coalizione sociale, di fare
concertazione nel quotidiano per ricostituire nuove forme di coesione che
possono consentire alle società locali di uscire dalla condizione di
spaesamento e spiazzamento per tornare a fare economia e società. Decenni di
politiche neoliberiste di austerità hanno avuto l’effetto di frammentare i
soggetti sociali in una moltitudine di persone che vivono nel disagio sociale
ed economico, di poveri, disoccupati, sofferenti e abbandonati, di lavoratori
precari della logistica e della galassia dei settori dei servizi. Occorre
evitare che si combatta una guerra permanente tra gli ultimi (la “guerra tra
poveri”), mettendo in campo politiche serie su povertà, istruzione, formazione
ed esclusione e sforzandosi di trasformare i segmenti sofferenti della
popolazione in popolo, in parte di una comunità politica fondata su valori di
eguaglianza e di solidarietà.
Da
questo punto di vista, se il territorio non ridiventa un momento strategico
dello sviluppo, una opportunità, un investimento della comunità su sé stessa,
rischia di diventare l’elemento della solitudine, della chiusura, della rabbia,
della frustrazione e del rancore verso i migranti, la democrazia, le tasse,
l’élite, lo Stato, l’Unione, l’euro e la globalizzazione.
Occorre
individuare nei guasti provocati dal neoliberismo il punto su cui intervenire.
Questo vuol dire impegnarsi per riaffermare la necessità di una regolazione
dell’economia e del mercato, vedendo nella difesa dei redditi da lavoro e in un
rilancio dei sistemi di protezione sociale e sanitaria universali dei temi
unificanti, per ricostruire una comunità politica fondata su valori di
eguaglianza e di solidarietà2.
La
sfida per la politica: fare società
La
sfida per le forze sociali organizzate è quella di sempre: riuscire a delineare
strategie e politiche adeguate a colmare lo spazio intermedio tra economia e
società. Impegnarsi sia ad analizzare nessi e connessioni di imprese, economie,
saperi, società attraverso lo sguardo della società circolare sia a costruire
reticolo sociale sui territori attraverso la rappresentanza degli interessi.
Ragionare assieme, sviluppando un discorso pubblico sulla ricerca di strade che
consentano di non contrapporre lo stare al passo con l’innovazione tecnologica
e produttiva alla capacità di costruire un modello sociale inclusivo.
Andrebbero
ricostruite, quindi, delle nuove organizzazioni – partiti politici e corpi
sociali intermedi – agili e capaci di integrare tra loro le forme di democrazia
rappresentativa con quelle di una genuina democrazia partecipata e diretta
(valorizzando quindi le opportunità derivanti anche dalla rete – dall’open
data, dall’e-government, dal civic tech -, come dai referendum consultivi ed
abrogativi, dalle leggi di iniziativa popolare, e dalla democrazia deliberativa
per consultare i propri iscritti su decisioni importanti da prendere), ma che
garantiscano una gestione interna trasparente e democratica, abbiano anche un
reale radicamento sociale e territoriale – ad esempio, attraverso la
costruzione di reti di community organizers immersi nei territori e in grado di
svolgere attività di animazione, sensibilizzazione, mobilitazione e costruzione
di reti sociali -, e che consentano di migliorare la formazione, selezione e
rappresentatività della classe politica e la qualità del dibattito pubblico.
Partiti
politici che siano in grado di mediare il consenso dei cittadini, di
stabilizzarlo, di indirizzarlo verso programmi di governo e di selezionare i
gruppi dirigenti. Occorre riconoscere che anche nel tempo della “società
liquida” la mediazione e la capacità di negoziare dei compromessi e degli
aggiustamenti hanno un grande valore, perché permettono l’accordo fra interessi
e posizioni ideologiche diverse, anche contrastanti, conflittuali ed
alternative, sulla base di procedure che offrono alle parti coinvolte pari
opportunità di far valere i propri orientamenti in base alla fondata
presunzione di poter raggiungere accordi equi, mentre le forme della
rappresentanza sociale sono ancora essenziali per affrontare il nodo del
rapporto tra cittadini e istituzioni. Da questo punto di vista, se la “buona
politica” continua ad essere caratterizzata da ponderazione, valutazione degli
interessi legittimi in campo, confronto tra le diverse soluzioni,
considerazione di possibili compromessi, costruzione del consenso, occorre
riconoscere che si tratta di funzioni complesse che per essere svolte con
qualità hanno bisogno di competenze e di tempi adeguati.
Nelle
odierne società democratiche complesse, non basta vincere le elezioni ed essere
al governo per poter esercitare il comando. Per essere realmente efficaci
occorre essere in grado di accompagnare i processi di trasformazione. Ma,
governare accompagnando richiede sofisticate capacità di lettura dei fenomeni
politico-culturali e socio-economici in corso, nonché capacità di ascolto e
dialogo con il tessuto intermedio della società. Dopo oltre 30 anni di società
civile, imprenditori, manager, tecnici, professori e supplenti prestati alla
politica, di “dilettanti allo sbaraglio” scelti da ristretti gruppi di
interesse o dal “popolo della rete”, è forse tempo di tornare ad un po’ di sano
professionismo anche nella rappresentanza sociale e nella politica.
Se il
cosiddetto “populismo” è un sintomo dei fallimenti e delle patologie del
sistema democratico rappresentativo (corruzione, clientelismo, incapacità di
dare risposte ai problemi complessi e ai bisogni delle persone, crescente
divario tra i rappresentanti politici e i loro elettorati), perché si fa
interprete della rivendicazione da parte di cittadini che ritengono che sia
stata negata loro l’uguaglianza davanti alla legge, che i loro diritti
fondamentali in quanto cittadini democratici e lavoratori sono stati violati da
un’élite egoista e corrotta che non è solo autoreferenziale e sorda alle loro
preoccupazioni, sofferenze e rimostranze, ma che sta lavorando consapevolmente
contro di loro, queste istanze non dovrebbero essere respinte come anti-sistemiche
(e quindi classificate come fenomeni della “anti-politica”), ma prese sul serio
al fine di realizzare le riforme volte a migliorare la qualità della democrazia
e della rappresentanza. Qualsiasi discussione sulla “sfida populista” per
l’Europa odierna e le democrazie occidentali in generale non può essere
produttiva se non si tiene conto seriamente dei suoi specifici contenuti e
messaggi. Pensare semplicemente di demonizzare i “diavoli” o “nuovi barbari”
populisti come fanno abitualmente le forze politiche e i media mainstream, vuol
dire demonizzare “il popolo” stesso, le sue preoccupazioni, frustrazioni e
contestazioni. Denunciando qualsiasi opposizione alle posizioni mainstream e
respingendo ogni critica delle forze “moderate” come “pericoloso populismo”, la
politica mainstream sta di fatto alimentando movimenti e leader
anti-establishment che assumono posizioni sempre più reazionarie ed estreme che
finiscono per condizionare fortemente i governi sul piano delle politiche,
soprattutto in materia di immigrazione e sicurezza.
I
partiti tradizionali dovrebbero prendere seriamente in considerazione le varie
questioni che i “populisti” sollevano, dalla democrazia partecipativa alla
trasparenza, dalla disuguaglianza, redistribuzione della ricchezza e protezione
sociale alla capacità di rendere conto delle cose fatte. Inoltre, dovrebbero
anche rispondere con proposte politiche concrete e con discorsi che possono
ispirare positività e speranza tra i cittadini che stanno cercando di
sopravvivere in condizioni generalizzate di arretramento sociale e di
stagnazione economica. Dopo tutto, questo è il motivo principale per cui i
“populisti” hanno avuto e hanno successo: rappresentano certi problemi
economici, sociali e culturali salienti sui quali i partiti mainstream non
hanno risposto o si sono addirittura dimostrati ostili a prenderli in
considerazione.
Occorre
ricostruire l’interesse pubblico all’interno dei contesti popolari e promuovere
nuove visioni del mondo incentrate sull’identità sociale, tenendo conto che
nelle società europee non vi sono unicamente disuguaglianze sociali ed
economiche più gravi che in passato. In esse convivono a fatica interessi,
opinioni, valori molto eterogenei. Il compito della politica sarebbe quello di
ricomporli e ricomporre mosaici di domande sociali differenziate è difficile,
soprattutto in fasi di crisi. Confrontarsi con orientamenti mutevoli è
complicato, soprattutto quando non si possiedono paradigmi interpretativi
consolidati e si è sottoposti a continue tensioni delegittimanti. Ma non c’è
altra strada se non quella della ricostruzione della capacità di dare rappresentanza
ai tanti soggetti e interessi che innervano il tessuto sociale ed economico
attraverso il radicamento nei luoghi materiali (i territori) e virtuali (le
reti sociali) dove essi si manifestano.
La
politica e la democrazia hanno un costo.
Al
tempo stesso, occorre essere consapevoli che la politica e la democrazia hanno
un costo. Se nei regimi democratici non ci sono partiti organizzati e corpi
sociali intermedi, come le grandi associazioni sindacali e di categoria, e se
non esiste il finanziamento pubblico (diretto e/o indiretto) alla politica,
allora tutto il meccanismo politico-elettorale non può che essere dominato
dalla grande ricchezza privata, dai cosiddetti “poteri forti”, dalle
“donazioni” (alla luce del sole e/o sottobanco) dei singoli ricchi e delle
grandi corporations finanziarie ed industriali.
È
evidente che se i politici al potere in uno Stato democratico sono quelli
sostenuti economicamente dai grandi capitalisti nazionali ed internazionali, è
assai improbabile che possano prendere decisioni che vanno contro questi
interessi. Cercheranno di promuovere politiche che aumentino la probabilità di
rimanere ricchi e potenti: tasse più basse sui redditi più elevati, maggiori
deduzioni fiscali, tagli alla tassazione degli utili d’impresa, tagli alla
tassazione ereditaria e alle donazioni patrimoniali, minori regolamentazioni, e
così via.
Ma, la
maggioranza degli elettori/cittadini non sono ricchi e per prendere decisioni e
provvedimenti che essi oggi reclamano – dal rafforzamento del welfare a
politiche redistributive tese a ridurre disuguaglianze e povertà – la politica
deve necessariamente prelevare risorse economiche da chi le ha, dai redditi e
dai patrimoni dei ricchi e dagli utili delle imprese. Pertanto, è solo
attraverso l’introduzione di nuove regole che limitino il potere condizionante
della ricchezza nella selezione della classe politica, prevedendo adeguate e
trasparenti forme di finanziamento pubblico della politica, che i partiti
possono tornare a conquistare quella necessaria autonomia dagli interessi del
mondo economico che rappresenta la pre-condizione per poter riacquistare la
fiducia e il consenso della maggioranza degli elettori/cittadini e per tornare
a cogliere, promuovere ed accompagnare i cambiamenti, i soggetti e gli
interessi che si coagulano e maturano nella società e nei territori.
Soprattutto,
la politica può tornare ad essere un “servizio” condotto con un forte senso di
umiltà, sobrietà ed austerità (morale, umana e nel modo di vivere) a beneficio
dell’interesse generale, del “bene comune”. Perseguendo le tre virtù cardinali
del vero politico identificate da Max Weber – passione, senso di responsabilità
e lungimiranza – la politica può tornare ad avere il coraggio di cessare di
essere subalterna ai grandi interessi economici e di farsi corrompere. Può
inventare una narrazione che non sia solo la difesa dello status quo e tornare
a “mettersi in mezzo” tra economia e società, tra capitale e lavoro, spostando
l’equilibrio del potere per ricucire i frammenti di una società ormai
largamente andata in pezzi, garantendo il buon funzionamento delle istituzioni
e dei servizi (riducendo sprechi, inefficienze, corruzione, evasione ed
elusione fiscale).
Le
istituzioni pubbliche e la capacitazione dei cittadini.
Anche
le istituzioni pubbliche attraversano una profonda crisi, investite da potenti
processi di disintermediazione politica e comunicativa e dalla “spaccatura a
mela” di società sempre più attraversate da interessi divaricanti e
disuguaglianze. Stanno funzionando senza saper analizzare correttamente la
realtà sociale (e quindi senza saperne risolvere i problemi), anzi la
respingono come un fattore di disturbo, cercando di sopperire con “narrazioni”
agli esiti disastrosi delle politiche e delle “modernizzazioni” neoliberiste
che hanno cercato e cercano di imporre.
Pertanto,
le istituzioni pubbliche non riescono più a svolgere con efficacia la loro
tradizionale funzione di cerniera tra dinamica politica e dinamica sociale che
consente ai cittadini di affrontare la vita quotidiana con “spirito di fiducia”
e “senso di comunità”. Non a caso, hanno perso molta della loro legittimazione
agli occhi sia dei politici (che, infatti, le vogliono “riformare”,
semplificare e mettere sotto il loro diretto controllo) sia dei cittadini.
Secondo l’istituto di ricerche demoscopiche Ipsos, in Italia solo il 20-24%
delle persone esprime fiducia nei sindacati, solo l’11% nel Parlamento e solo
il 5% nei partiti politici, mentre fra le istituzioni, mantengono un buon grado
di credibilità solo Papa Francesco, le forze dell’ordine, la scuola e il
presidente della Repubblica. Sintomi e segni della diffusa domanda di sicurezza
e di fiducia in qualcuno e nel futuro.
C’è
una forte domanda di adeguamento della macchina amministrativa e burocratica
della pubblica amministrazione che sia funzionale al passaggio da uno Stato che
da Stato-soggetto autoreferenziale diventi sempre più uno Stato-funzione
“capacitatore”, esercitando la funzione di promuovere l’empowerment dei
cittadini, di metterli assieme, di concertare e definire insieme delle
politiche e degli interventi, valorizzando passioni e competenze della
cittadinanza attiva. Un modello che utilizza l’approccio della “capacitazione”
(capability approach) pensato dal premio Nobel Anartya Sen e da Martha
Nussbaum3.
Senza
la sponda attiva delle istituzioni, la dialettica sociale si inceppa: potere
politico e società non comunicano, ma coltivano le proprie autoreferenzialità,
si delegittimano reciprocamente avvitandosi in una spirale di accuse mediatiche
sempre più rancorose. Senza la sponda attiva dei corpi sociali intermedi non
esistono più istanze collettive, ma solo rivendicazioni individuali che si
traducono in un attacco perenne a tutto quello che non viene fatto.
Inevitabilmente, il livello del dibattito pubblico si abbassa, perché lo
scontro si polarizza, i toni diventano più accesi e le argomentazioni più
scadenti.
(Alessandro
Scassellati).
Democrazie
stanche: la crisi della
rappresentanza
tra passato e presente.
Corrierenazionale.net
- Redazione – (2 Novembre 2025) – ci dice:
Dalle
origini del parlamentarismo moderno alle sfide della globalizzazione e della
disintermediazione digitale; la democrazia rappresentativa vive una crisi che
interroga la sua stessa legittimità.
Introduzione
– Il paradosso della democrazia contemporanea.
La
scena politica contemporanea è segnata da un paradosso profondo. Mai come oggi
i cittadini dispongono di mezzi di informazione, di strumenti di comunicazione
diretta con i propri rappresentanti e di spazi di espressione pubblica; eppure
mai come oggi la fiducia nella politica appare così fragile. L’astensionismo è
diventato una costante, i partiti si dissolvono o mutano identità, la parola
“rappresentanza” sembra appartenere a un lessico d’altri tempi.
Le
democrazie occidentali vivono una condizione che potremmo definire di
stanchezza strutturale: il circuito rappresentativo, un tempo cuore del governo
parlamentare, oggi è percepito come lento, opaco e inefficace rispetto alla
velocità della società digitale. Come ha osservato Anna Loretoni, docente di
Filosofia politica alla Scuola Superiore Sant’Anna, in occasione del convegno
del Senato La crisi della rappresentanza e il futuro delle istituzioni
parlamentari (febbraio 2024), gli “aspetti regressivi delle democrazie
contemporanee” si manifestano in due tendenze parallele: la crescente sfiducia
nelle forme tradizionali della politica e la disintermediazione resa possibile
dalle tecnologie digitali. A ciò si aggiunge una crisi più ampia di
legittimazione delle istituzioni rappresentative, alimentata da fattori
economici e culturali: l’indebolimento delle identità collettive, la
precarizzazione sociale e la percezione diffusa che la politica non sia più in
grado di orientare i processi globali. La partecipazione, ridotta spesso a
espressione episodica o emotiva, perde la sua dimensione civica e deliberativa.
La promessa di una partecipazione diretta e immediata si è così tradotta in un
paradosso: più vicinanza comunicativa, meno partecipazione effettiva. Le
piattaforme digitali, presentate come spazi di democrazia diretta, finiscono
per accentuare la frammentazione del discorso pubblico e la polarizzazione
delle opinioni. La crisi della rappresentanza, dunque, non è solo un fenomeno
politico, ma un nodo teorico e culturale che tocca l’essenza del principio
democratico. Essa mette in discussione il delicato equilibrio tra sovranità
popolare e mediazione istituzionale, su cui si fondano tutte le democrazie
costituzionali moderne.
Le
radici del principio rappresentativo.
Per
comprendere la crisi odierna è necessario risalire alle origini della
rappresentanza politica. Nell’antichità, la democrazia ateniese incarnava il
modello diretto: i cittadini (una minoranza maschile e proprietaria)
esercitavano il potere senza intermediari. La partecipazione era immediata ma
esclusiva, fondata sulla presenza fisica e sul vincolo civico. Con la res
publica romana emerge un primo nucleo del concetto moderno di rappresentanza:
non più solo partecipazione, ma delega, responsabilità e un primo
riconoscimento di interessi collettivi. Tuttavia, è nel Medioevo che la
rappresentanza assume una forma giuridica compiuta, legata alla struttura
feudale: un rapporto privatistico tra sovrano, rappresentanti e rappresentati,
fondato sul mandato vincolato e revocabile.
Il
passaggio decisivo si compie con le rivoluzioni moderne. La riflessione di
Rousseau, secondo cui la sovranità non può essere delegata, si confronta con la
necessità, teorizzata da Sieyès, di un corpo rappresentativo stabile capace di
incarnare la volontà generale. Le costituzioni rivoluzionarie, da quella del
1791 a quella del 1793, trasformano la rappresentanza in principio pubblico, ma
la pratica politica rivela presto l’impossibilità del mandato imperativo: un
rappresentante rigidamente vincolato alla volontà degli elettori renderebbe
impossibile la deliberazione collettiva. È in questo contesto che emerge l’idea
moderna di rappresentanza come forma di libertà mediata, e non come semplice
trasmissione di volontà. La rappresentanza diventa il luogo in cui l’interesse
generale si costruisce attraverso il confronto tra interessi particolari: un
principio dinamico e dialettico, non una formula statica. Da qui nasce il modello moderno del governo
rappresentativo, fondato sulla sovranità nazionale. La legittimità non
appartiene ai singoli cittadini, ma alla Nazione come entità astratta che
esprime l’interesse generale. Il parlamentare, liberato dal vincolo di mandato,
agisce non per chi lo ha eletto, ma per la collettività nel suo insieme. È il
principio sancito, in Italia, dall’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro
del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo
di mandato”. La rappresentanza moderna nasce dunque come istituzione della
mediazione: non mera esecuzione della volontà popolare, ma composizione di
interessi plurali, luogo del dialogo e del compromesso. È questa la dimensione
che distingue la democrazia rappresentativa dalla democrazia plebiscitaria:
nella prima, il popolo si riconosce in un processo; nella seconda, in una
persona.
L’età liberale e la rivoluzione dei partiti.
Nel
XIX secolo, il principio rappresentativo si consolida all’interno del modello
liberale. Tuttavia, la partecipazione politica rimane ristretta: suffragio
censitario, Parlamento dominato dalla borghesia, partiti appena embrionali. La
rappresentanza ha una funzione stabilizzatrice: mediare conflitti, incanalare
le domande sociali entro forme compatibili con l’ordine esistente. L’ingresso
delle masse sulla scena politica nel Novecento trasforma radicalmente il
sistema. La nascita dei partiti di massa, dei sindacati e dei movimenti operai
introduce una pluralità di interessi difficilmente riconducibili a un’unica
sovranità nazionale.
La
rappresentanza perde così il suo carattere unitario e diventa rappresentanza di
interessi contrapposti, mediati da organizzazioni collettive. Come nota la
dottrina da Weber a Duverger, il partito politico diventa il vero intermediario
tra Stato e società: il parlamentare agisce come rappresentante di partito più
che come rappresentante della Nazione. Ciò determina una tensione crescente tra
il principio del mandato libero e la disciplina di gruppo. Si parla di “doppia
responsabilità”: verso il corpo elettorale e verso il partito. Questa
trasformazione segna il passaggio dallo “Stato monoclasse” allo “Stato
pluriclasse”, secondo la formula di Costantino Mortati: la rappresentanza non
esprime più una volontà unitaria, ma una sintesi provvisoria di interessi in
conflitto. Il Parlamento diventa il luogo del compromesso sociale, non più
della mera ratifica dell’ordine liberale. Con il tempo, quest’ultimo tende a
prevalere, fino a diventare monopolista della rappresentanza politica.
L’evoluzione
dai partiti di massa ideologicamente radicati ai catch-all parties –
flessibili, elettoralisti, orientati alla comunicazione mediatica – svuota
progressivamente la rappresentanza del suo contenuto sociale. La televisione
prima, e poi la rete, hanno trasformato il partito da struttura di
partecipazione in macchina di visibilità: la leadership sostituisce
l’ideologia, la comunicazione sostituisce la deliberazione. La crisi del
partito coincide così con la crisi del legame tra cittadini e istituzioni,
preludio al declino della democrazia parlamentare. Il legame tra eletti ed elettori si
indebolisce, e la deliberazione parlamentare diventa spesso mera ratifica di
decisioni prese altrove. Quando i partiti cessano di essere strumenti di
collegamento tra cittadini e istituzioni, la crisi della rappresentanza diventa
crisi della stessa democrazia costituzionale.
Il
caso italiano: riforme elettorali e fragilità del circuito rappresentativo.
In
Italia, la crisi della rappresentanza si manifesta in forma peculiare a partire
dagli anni Novanta. Il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario
(legge del 1993) avrebbe dovuto introdurre una logica bipolare e garantire
governabilità. In realtà, la frammentazione partitica, il trasformismo e la
volatilità del consenso hanno impedito la costruzione di un sistema stabile. Le
liste bloccate, introdotte nel 2005, hanno ulteriormente indebolito il legame
tra elettori ed eletti, concentrando nei vertici di partito il potere di
selezionare i parlamentari. La rappresentanza si è così trasformata in un
meccanismo di cooptazione dall’alto, più che di espressione dal basso. Le
sentenze della Corte costituzionale n. 1/2014 e n. 35/2017 hanno tentato di riequilibrare
il sistema, dichiarando incostituzionali gli eccessi di premio di maggioranza e
l’assenza di preferenze, ma senza restituire piena vitalità al circuito
rappresentativo. A questa instabilità si è aggiunta la legge elettorale del
2017 (Rosatellum), che ha mantenuto un sistema misto con liste bloccate e
candidature plurime, aggravando la distanza tra rappresentanza e scelta diretta
degli elettori. Le più recenti proposte di revisione costituzionale, in senso
presidenzialista o “premierale”, confermano la tendenza a privilegiare la
governabilità rispetto al principio di rappresentanza, accentuando il peso
dell’esecutivo e riducendo gli spazi di controllo parlamentare.
In
questa prospettiva, la crisi italiana riflette anche una mutazione del rapporto
fiduciario tra elettori e rappresentanti: la fiducia, elemento essenziale del
patto democratico, viene sostituita da una logica di tipo contrattuale o
performativo. L’elettore valuta il rappresentante non in base alla coerenza
programmatica o alla mediazione politica, ma all’efficacia immediata percepita.
Si passa così da una logica della responsabilità a una logica della visibilità.
La conseguenza è duplice: da un lato la crisi del rapporto fiduciario tra
cittadini e istituzioni; dall’altro l’indebolimento del Parlamento come centro
di produzione politica autonoma. Le elezioni del 2018, con la difficoltà nel
formare maggioranze coerenti, hanno reso evidente la trasformazione della
democrazia italiana in un sistema ibrido, dove la rappresentanza parlamentare
convive con una crescente personalizzazione del potere esecutivo.
Globalizzazione,
disintermediazione e crisi cognitiva.
A
partire dagli anni Settanta, la globalizzazione economica e finanziaria erode
la sovranità statale, mentre la società post-industriale frammenta le identità
collettive. Le grandi narrazioni ideologiche cedono il posto a un pluralismo
disordinato. La politica perde presa sul sociale e la comunicazione di massa –
prima televisiva, poi digitale – sostituisce la deliberazione con la
rappresentazione. Internet, in particolare, ha alimentato l’illusione di una
democrazia diretta digitale. La promessa di orizzontalità e trasparenza si è
spesso tradotta in nuove forme di controllo e manipolazione, dominate dagli
algoritmi delle piattaforme private. La disintermediazione ha creato una nuova
mediazione opaca, in cui la visibilità sostituisce la legittimità e la popolarità
prende il posto dell’autorevolezza.
Questo scenario si intreccia con la crisi della verità pubblica. La
logica algoritmica e la frammentazione informativa favoriscono la nascita di
“bolle cognitive” in cui la verità diventa una costruzione emotiva e
soggettiva. La politica smette di essere confronto di idee e diventa
competizione di narrazioni: è la condizione che diversi autori hanno definito
“post-verità”. Come nota Pierre Rosanvallon, la democrazia contemporanea vive
una tensione costante tra la domanda di prossimità e la necessità di distanza
istituzionale. La prima alimenta la disintermediazione, la seconda preserva la
legittimità. Quando questa dialettica si spezza, la rappresentanza perde il suo
fondamento simbolico e il cittadino non riconosce più il valore della
mediazione come forma di partecipazione. Il risultato è un populismo
dell’immediatezza: partecipazione continua ma effimera, basata su reazioni
istantanee più che su decisioni informate. Si genera così una crisi cognitiva
della democrazia: l’incapacità di distinguere informazione da propaganda,
consenso da conoscenza. La rete, con la sua velocità e polarizzazione, si
rivela l’opposto dell’habitat deliberativo di cui la rappresentanza ha bisogno
per sopravvivere.
De-parlamentarizzazione
e populismo plebiscitario.
Parallelamente,
le istituzioni parlamentari subiscono un processo di de-parlamentarizzazione:
il Parlamento non è più luogo della discussione, ma spesso dell’approvazione
automatica. L’urgenza economica, le crisi sanitarie, i governi tecnici e i
decreti-legge hanno spostato il baricentro decisionale verso l’esecutivo.
Questa concentrazione del potere trova giustificazione nella logica dello
“stato d’eccezione”, descritta già da Carl Schmitt, secondo cui la sovranità si
manifesta nel momento della sospensione della norma.
Oggi
quella logica sembra diventata strutturale: la democrazia vive in uno stato di
emergenza permanente che la induce a ridurre il tempo della discussione in nome
dell’efficacia. I nuovi media amplificano questa tendenza, favorendo la
personalizzazione del potere. Il leader politico diventa un attore che comunica
direttamente con il pubblico, bypassando i corpi intermedi e i partiti. Il
consenso non si costruisce più sul contenuto delle decisioni, ma sulla continua
esposizione comunicativa e sulla capacità di occupare lo spazio simbolico. Come
osserva Nadia Urbinati, il populismo plebiscitario è una forma di “democrazia
dell’audience”, in cui la rappresentanza si misura in termini di attenzione più
che di deliberazione. Fenomeni simili si osservano in molte democrazie
occidentali, dove la crisi dei partiti tradizionali ha lasciato spazio a
movimenti populisti di governo. L’Italia, in questo senso, rappresenta un
laboratorio avanzato di trasformazione del parlamentarismo in senso
decisionista, in cui la leadership carismatica e la comunicazione diretta
sostituiscono la mediazione istituzionale.
Su
questo terreno cresce il populismo plebiscitario, che sostituisce la mediazione
con l’identificazione diretta tra leader e popolo. I tratti comuni sono noti:
rifiuto delle élite e dei corpi intermedi, negazione del pluralismo, concezione
organicistica del popolo come corpo unico e virtuoso. In questa prospettiva, il
rappresentante non interpreta la volontà dei rappresentati, ma si presenta come
la sua incarnazione. Il consenso immediato sostituisce la deliberazione, e il
principio di rappresentanza libera, sancito dall’articolo 67, viene percepito
come ostacolo anziché garanzia di libertà. È qui che la crisi della
rappresentanza mostra il suo volto più pericoloso: la trasformazione della
rappresentanza in rappresentazione e della cittadinanza in appartenenza
identitaria.
Conclusione
– La rappresentanza come forma della libertà moderna.
Ogni
epoca ha creduto di assistere al tramonto della democrazia; eppure la
democrazia resiste, muta, si reinventa. La crisi della rappresentanza che
viviamo non segna la fine di questo modello, ma la necessità di ripensarne le
forme alla luce delle nuove tecnologie e delle trasformazioni globali. Come
ricorda Loretoni, l’illusione di una politica senza mediazioni è una
regressione culturale. La democrazia vive di spazi, tempi e linguaggi che
permettano il riconoscimento reciproco nella diversità. Ha bisogno di fiducia e
di memoria, di istituzioni che rendano visibile la complessità e ne traducano
le tensioni in decisioni condivise. Come ha scritto Bernard Manin, la
rappresentanza non è la negazione della democrazia, ma la sua evoluzione
storica: un dispositivo che rende possibile la libertà in società complesse. E,
come ricordava Norberto Bobbio, la democrazia vive nella tensione tra
uguaglianza formale e disuguaglianza reale: il compito della rappresentanza è
trasformare questa tensione in dialogo, non eliminarla. La democrazia, dunque,
non si esaurisce nell’atto del voto, ma si alimenta nella fiducia mediata,
nella parola condivisa, nella capacità di rendere presente l’assente. La
rappresentanza rimane la forma più alta di questa presenza attraverso l’assenza
— il modo con cui la libertà si traduce in relazione. La rappresentanza, lungi
dall’essere un ostacolo, è la condizione stessa della libertà moderna: la
capacità di riconoscersi in un altro, di accettare la distanza come forma di
coesione. In questo senso, la democrazia resta una promessa incompiuta, ma
proprio per questo ancora viva — un progetto sempre da rinnovare, fondato sulla
consapevolezza che il potere del popolo non si esercita nell’immediatezza, ma
nella mediazione consapevole della pluralità.
Osservatorio
Polidemos-Ipsos.
Stanchi
della politica, ma gli italiani
rifuggono da soluzioni autoritarie.
Centridiricerca.Unicatt.it
– (6 giugno 2024) – Redazione – ci dice:
Tanta
sfiducia e sentimenti di stanchezza verso la politica. È il clima sociale che
si respira in Italia, dove però gli italiani continuano a mostrarsi consapevoli
dell’importanza delle istituzioni democratiche senza cadere nella tentazione di
“scorciatoie” autoritarie. A tastare il polso del nostro Paese è l’Osservatorio
sullo Stato della Democrazia - ItaliaInsight avviato da Polidemos, il Centro
per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore, e l’istituto di ricerche demoscopiche Ipsos, con una
rilevazione centrata sulle tendenze all’autoritarismo e al radicalismo.
Nella
nostra società sono ben evidenti i segnali di alcune tendenze (“sindromi”, come
definite nell’indagine) che rischiano di minare l’equilibrio democratico. Si
parte dalla “sfiducia sistemica” (l’immagine dell’Italia come un paese in
declino, una prospettiva pessimista sul futuro delle giovani generazioni, un
generale decadimento della fiducia tra le persone…) e si passa da sentimenti di
distanza o di vera e propria contrarietà rispetto alla politica (accusata di
“parlare tanto ma di fare poco”, o di avere degli interessi in contrasto con il
benessere della gente comune).
Questi
fenomeni fanno registrare alti tassi di penetrazione nell’opinione dei
cittadini: una quota maggioritaria (in alcuni casi vicina o superiore
addirittura ai tre quarti degli intervistati) concorda con le affermazioni
critiche sondate dai ricercatori. Secondo i dati raccolti da Ipsos, il 78%
degli italiani, ad esempio, ritiene che “i politici trovano sempre un modo per
proteggere i loro privilegi”. Il 58% è d’accordo con l’affermazione: “la
politica oggi non conta più molto, sono l’economia e i mercati internazionali a
decidere tutto”. Non mancano elementi di complottismo, molto diffusi
nell’opinione dei cittadini: il 62% si dice d’accordo col fatto che: “le
notizie che ci arrivano dalla stampa e dai media sono spesso intenzionalmente
distorte per sviarci” e il 74% ha spesso “la sensazione che le questioni
davvero importanti siano decise dietro le quinte”. Rimane comunque alto
l’interesse per la politica, con il 52% degli intervistati che dichiara di
“partecipare con interesse e passione” o di “seguire in maniera interessata” le
discussioni in materia.
Tutto
ciò si riversa in un sentimento contrastante verso la nostra democrazia: se da
un lato è vero che solamente il 16% se ne dichiara “molto” o “abbastanza”
soddisfatto (il 47% è insoddisfatto, il 37% non si sbilancia o non si esprime
affatto), dall’altro rimane minoritaria, “solamente” del 34%, la quota di
coloro che si dichiarano pronti a sperimentare “un modo diverso per governare
l’Italia”. La “sindrome autoritaria” è fortunatamente quella meno rovente, con
un indice che si ferma a 33 punti su 100.
Non
convince l’idea di un “leader forte, disposto a infrangere le regole per
mettere a posto l’Italia” (32% di intervistati “molto” o “abbastanza
d’accordo”), il fatto che “I governanti dovrebbero far rispettare la loro
autorità anche se ciò comporta la violazione dei diritti di alcuni cittadini”
(20%) o l’ipotesi che “Il governo dovrebbe poter chiudere gli organi di
informazione che sono critici nei suoi confronti” (17%). Posti di fronte a una
scelta netta tra una “società democratica dove sono presenti vari problemi” e
“un regime dittatoriale che garantisce a tutti un livello di benessere
sufficiente e dove non sono presenti particolari emergenze” gli italiani si
schierano compattamente per la prima opzione: 55% contro il 17% che
preferirebbe una dittatura “virtuosa” (non risponde il 28%). Anche la tendenza
al radicalismo non attecchisce in maniera decisiva: solo il 33% degli
intervistati sostiene che la politica oggi dovrebbe “avanzare proposte più
radicali, nette, anche di parte se necessario”, mentre il 39% preferisce
“mediare di più, cercare il più possibile soluzioni di compromesso”. Il 45%
ritiene che per far funzionare l’Italia oggi servirebbe “un piano di riforme
graduali, da realizzare nel tempo con serietà”, mentre si ferma al 35% la quota
di chi indica la necessità di “un cambiamento radicale che azzeri tutto e
ricostruisca il Paese e le sue istituzioni da capo”.
Insomma,
anche se il clima sociale è pesantemente caratterizzato da sfiducia e
sentimenti di antipolitica, gli italiani continuano a mostrarsi consapevoli
dell’importanza delle istituzioni democratiche e di alcuni elementi
fondamentali come lo stato di diritto, la libertà di espressione, il ruolo dei
corpi intermedi e di procedure decisionali collegiali, bilanciate tramite i ben
noti “pesi e contrappesi”. Una figura solitaria al comando, in un rapporto
diretto e disintermediato con i cittadini, non convince gli italiani, che
preferiscono ancorarsi ad una democrazia magari imperfetta, ma che rimane “la
peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”.
Per
Damiano Palano, direttore di Polidemos, «quello che è emerge in modo piuttosto
netto è il ritratto di una società italiana divorata dalla sfiducia. Una
sfiducia che non riguarda solo e neppure specificamente la politica, ma che
investe la visione generale del futuro e del mondo. Una schiacciante
maggioranza del campione ritiene per esempio che le giovani generazioni abbiano
di fronte a sé un futuro peggiore di quello dei loro genitori, che l’Italia sia
un Paese in declino, che la stessa società italiana sia logorata da problemi
irrisolvibili e persino che sia meglio non fidarsi del prossimo. Tutto questo
ha anche ricadute politiche, prima di tutto perché la politica viene ritenuta
da molti irrilevante. Ma anche perché la sfiducia nei confronti della classe
politica (e dei “professionisti della politica”) rimane un tratto estremamente
diffuso».
Secondo
il direttore di Polidemos «il fascino esercitato dalle posizioni estreme appare
limitato, ma non irrilevante. Un terzo degli intervistati ritiene infatti che
talvolta avanzare proposte nette, benché ‘di parte’, possa essere necessario. E
questo aspetto dovrà essere osservato con attenzione nei prossimi anni, perché
molte democrazie contemporanee sono oggi investite da forti correnti di
polarizzazione e radicalizzazione. Un dato in particolare merita attenzione.
Poco meno di un quarto del campione ritiene che un ritorno del fascismo sia non
solo un problema reale, ma qualcosa che sta già avvenendo. Se questa percezione
è più debole tra coloro che sono nati negli anni Ottanta e Novanta, cresce
nella “Generazione Z “ma soprattutto nelle generazioni più anziane, a partire
da quelle nate negli anni Sessanta e Settanta. E ciò è indicativo anche per
capire come oggi vengono percepiti gli avversari politici».
Per
Andrea Scavo, director Public Affairs di Ipsos «è fondamentale analizzare
tendenze come quelle osservate in questa prima rilevazione attraverso un
monitoraggio costante, in forma continuativa. Le indagini demoscopiche in
ambito politico e sociale possono guardare molto oltre i dati di natura
strettamente pre-elettorale. Un progetto come l’”Osservatorio Italia Insight”
sullo stato della Democrazia è emblematico dell’importanza di strumenti di
analisi dell’opinione pubblica che abbiano la prospettiva, il metodo e
l’ambizione di incidere su temi di importanza cruciale come quelli qui
affrontati. Nei prossimi mesi – continua Scavo – allargheremo l’orizzonte sia
affrontando il tema da prospettive ulteriori sia integrando i dati italiani con
quelli prodotti dalle nostre ricerche in altri paesi».
Degrado,
sbandati e violenti al parco.
I residenti chiedono più controlli:
«Noi
ostaggio dei balordi, abbiamo paura».
Ilgazzettino.it
– (10 novembre 2025) - Olivia Bonetti –
ci dice:
Nel
mirino l'area verde tra le vie Colombo, Marco Polo e Vespucci. Il racconto dei
residenti che vivono da anni nell’insicurezza
Nordest
> Pordenone.
Lunedì.
Degrado,
sbandati e violenti al parco. I residenti chiedono più controlli: «Noi ostaggio
dei balordi, abbiamo paura»
PORDENONE
- Anche ieri in pieno giorno le stesse scene: quelle che i residenti della zona
tra le vie Colombo, Vespucci e Marco Polo vedono a ogni ora. Nel parchetto che
si trova proprio di fronte a un negozio etnico a due passi dalla prefettura
balordi che bivaccano, bevono. Ubriachi che urlano, litigano. Disperati che
urinano ad ogni angolo o peggio. E giri strani con zainetti e consegne
"speciali". Il tutto a due passi dalla Prefettura e in un'area verde
con tanto di giochi per bambini: dalle altalene agli scivoli. Ovviamente i
genitori si guardano bene dal portare i loro piccoli in quel punto nero dove
entri e non sai quello che ti può succedere. Un dramma quotidiano che i
residenti vivono ogni giorno. A raccontarlo Sergio Catalano che dalle sue
finestre vede quelle scene di degrado ogni giorno.
Il
tutto in un'area che dovrebbe essere protetta come promettono i divieti chiari
che campeggiano all'entrata: non si introducono alcolici e non si può fumare.
APPROFONDIMENTI.
LA
TESTIMONIANZA.
«Tengo
a specificare - premette il residente - che non è una questione di stranieri.
Gravitano anche tanti italiani, che girano per la città e si rivedono qui.
Alcolizzati, altri sono tossici noti di Pordenone. Dal lunedì alla domenica
ininterrottamente bivaccano lì per ore, urinano di fronte alle persone che
passano». E racconta quello che è successo a lui: «Poco fa una persona stava
facendo i suoi bisogni rivolto alla strada, mi ha visto e almeno si è girato di
spalle, ma ha continuato tranquillamente senza farsi alcun problema». «Queste
persone - sottolinea Catalano - spesso hanno anche cani liberi senza
guinzaglio, anche di grossa taglia che scorrazzano».
I
PERICOLI.
«Poi
c'è la componente relativa alle numerose bottiglie, cocci e sacchetti lasciati
fuori dai bidoni - prosegue Catalano -. Persone che urlano, a volte litigano.
Ricordiamo che siamo a quattro passi da una scuola. E personalmente, visti i
giri che si ripetono, penso ci siano anche dinamiche di spaccio. Ho visto
strani movimenti: gente che apriva lo zainetto, altri che prendevano in
consegna qualcosa».
SICUREZZA.
Da
tempo ormai i residenti si sentono ostaggio di quei balordi e cresce la paura
tra i più giovani. «Mia figlia quando rientra a casa- spiega Catalano - mi
chiama chiedendomi se posso affacciarmi per controllare: così non possiamo più
vivere». E le forze dell'ordine si vedono? Ricordiamo che in passato lì c'era
anche la questura. «E devo dire che nel passato la polizia di Stato passava e
interveniva. Nell'ultimo anno però anche chiamando difficilmente vengono»,
spiega il residente. «Circa un mese e mezzo fa per più di due settimane c'è
stato un migrante che dormiva nel parchetto - racconta -. Ho chiamato la
polizia municipale per segnalare la persona disagiata. La reazione
dell'operatore al telefono è stata quella di chiedermi con quale finalità
telefonavo. Ho risposto spiegando che una persona da settimane dormiva su una
panchina e sottolineando che non mi sembrava una cosa da paese civile e che
c'era anche una questione di ordine pubblico perché questa persona litigava con
frequentatori del parchetto. Nessuno è intervenuto. C'è anche un una
cartellonistica, con divieto di bere alcolici e di fumo, ma non sono mai stati
fatti rispettare». Addirittura c'è l'orario del parchetto, ma ovviamente
nessuno lo rispetta. Anche se questo è l'ultimo dei problemi.
UKRAINERUSSIAWAR.
Continuo collasso delle linee ucraine sull’asse Hulyaipole (Zaporižžja) e
Pokrovs’ke (Dnipropetrovs’k)
Agcnews.eu – (Dicembre 1, 2025) – Graziella
Giangiulio – ci dice:
In
direzione di Huljajpole e Pokrovs’ke, le forze russe hanno continuato ad
avanzare rapidamente a est del fiume Haichur. A nord, le forze russe
continuarono le loro operazioni d’assalto lungo le alture tattiche verso il
fiume Haichur. Dopo la presa dei villaggi di Nechaivka, Radisne e Nove Zaporizhzhya,
le forze russe – secondo fonti social locali – “stanno ultimando la loro
operazione volta a eliminare il saliente ucraino a sud-est”. I russi hanno
abbattuto diverse zone boschive da sud nell’ampio fronte orientale di Nove
Zaporizhzhya, mentre altre forze hanno continuato a spingersi verso ovest dalla
zona di Solodke-Rybne, spingendo gli ucraini fuori dal saliente. I russi oramai
sono anche entrati a Dobropillya da nord, attaccando verso il centro del
villaggio.
Secondo
una interpolazione di dati OSINT e immagini satellitari si può affermare che in
coordinamento con gli attacchi da sud e sud-est, le forze russe hanno sfruttato
la ritirata delle forze ucraine dal saliente verso il fiume Haichur, avanzando
verso nord-ovest lungo un canalone e verso ovest lungo una linea di alberi a
nord, sfondando la periferia orientale di Dobropillya e completando quindi
l’eliminazione del saliente ucraino. Sono avanzate anche lungo diverse linee di
alberi più a sud verso Varvarivka.
A sud,
le forze russe sono avanzate lungo la riva meridionale di un affluente del
fiume Haichur, conquistando posizioni nelle piantagioni forestali locali.
Avanzano – secondo fonti locali – anche più a ovest lungo le linee di alberi
sulle alture tattiche, avvicinandosi al loro margine occidentale e migliorando
le loro posizioni lungo la riva settentrionale del fiume Kalmychka. Questa
avanzata, lungo l’eliminazione del saliente a nord, collega e allinea in gran
parte la linea del fronte di Nechaivka con il fiume Yanchur.
A
sud-est, le forze russe hanno continuate a sfruttare il crollo delle difese
ucraine nei villaggi a est di Huljajpole e l’accerchiamento delle formazioni
ucraine. In precedenza, era stato effettuato uno schieramento frettoloso e
scoordinato del 201° battaglione ucraino della 102ª Brigata di Difesa
Territoriale con l’obiettivo di salvare la situazione presso le difese
relativamente forti a est di Huljajpole, causando numerose perdite e
l’accerchiamento di parte del territorio. Le forze russe successivamente sono
avanzate oltre la zona occidentale di questi villaggi attraverso le linee
ucraine scarsamente difese, raggiungendo rapidamente la periferia di Huljajpole
e insediandosi sulle linee degli alberi direttamente a est della città.
Inoltre,
si registra una avanzata russa da Zatyshshya e grazie a questa avanzata sono
riusciti a prendere uno dei complessi agricoli alla periferia di Huljajpole,
nonché le aree boschive adiacenti. I DRG hanno intensificato successivamente la
loro attività entro i confini della città, mentre gruppi d’assalto si sono
infiltrati nelle strade nord-orientali situate a nord del fiume Haichur.
Nel
frattempo, a sud del fiume Haichur, approfittando della situazione caotica più
a nord, gruppi d’assalto russi hanno sfondato le posizioni ucraine a nord-ovest
di Marfopil’, avanzando lungo la strada fino ai margini di Huljajpole. Secondo
fonti russe militari sono riusciti a entrare rapidamente in città e a
conquistare le strade più esterne; i combattimenti sono già in corso più a
ovest, verso via Huryanskyy. Inoltre, le forze russe hanno preso le posizioni
rimanenti a est di un affluente del fiume Haichur, nonché un edificio agricolo
e la linea di alberi adiacente a ovest.
Secondo
fonti OSINT di analisti russi l’avanzamento è di circa 60 km in favore dei
russi.
Secondo
fonti ucraine, gli eventi accaduti la scorsa settimana avrebbero potuto
concludersi con la completa perdita di Hulyaipole questo mese; così commentano:
“È questo il caso in cui, grazie alle corrette decisioni del comando militare,
è stata evitata una grande tragedia”.
Tutto
è iniziato con la perdita di Poltavka e Uspenivka. A causa dell’impossibilità
di ripristinare le perse dagli ucraini, sebbene ci siano stati più tentativi,
si è deciso che una delle unità ShV rafforzasse rapidamente le nuove linee a
sud di Novouspenivs’ke. Allo stesso tempo, la 102ª Brigata delle forze di
difesa aerea ucraine, che ha avuto un discreto successo, seppur con perdite, ha
comunque respinto l’assalto russo.
Quando
i russi si sono spinti vicino a sinistra del 102°, questi hanno affrontato
gruppi ucraini infiltrati sul fianco e nelle retrovie. Allo stesso tempo, uno
dei battaglioni del 102° OBR TrO ucraino ha perso il controllo e la popolazione
è stata abbandonata a sé stessa. I combattenti, non capendo cosa fare, hanno
deciso di abbandonare l’intera formazione. Quasi due compagnie hanno iniziato
ad abbandonare in gruppo la zona di Zelenyi Hai e Vysoke. Prima di ciò, il
comando ucraino, comprendendo le prospettive, ha inviato forze aggiuntive dal
225° OSHP e da una delle brigate meccanizzate, che hanno iniziato prontamente a
creare una nuova linea di difesa direttamente di fronte a Hulyaipole.
Secondo
fonti OSINT ucraine “al momento, grazie alla proficua interazione tra il
comando dell’OK “Sud”, il 225° OSHP e le unità rimanenti, è possibile
stabilizzare la situazione: il caos nelle formazioni di battaglia è quasi
completamente scomparso, le forze russe hanno rallentato significativamente in
direzione di Hulyaipole ed è stata istituita una nuova linea di difesa”.
(Graziella
Giangiulio).
AFGHANISTAN.
Nuovi scontri al confine
con
Pakistan. La Cina invita alla calma,
Trump
vuole fare da paciere.
Agcnews.eu
– (Ottobre 14, 2025) – Luigi Medici – ci
dice:
Il
Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato lunedì che Pechino è preoccupata
per i recenti scontri tra Pakistan e Afghanistan e ha chiesto a entrambi i
Paesi di proteggere i propri cittadini e gli investimenti nella regione.
Entrambe
le parti hanno confermato domenica che decine di combattenti sono stati uccisi
negli scontri notturni al confine tra Pakistan e Afghanistan, nel combattimento
più sanguinoso tra i due paesi vicini da quando i talebani sono saliti al
potere a Kabul, riporta Reuters.
La
Cina confina a ovest con l’Afghanistan e il Pakistan e ha cercato di svolgere
un ruolo di mediazione nel placare i combattimenti tra i due Paesi, che fino a
poco tempo fa erano alleati.
“La Cina è disposta a continuare a svolgere un
ruolo costruttivo nel migliorare e sviluppare le relazioni afghano-pakistane”,
ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, “Lin Jian”, in
conferenza stampa.
“Lin”
ha aggiunto che Pechino spera che “Kabul e Islamabad mantengano la calma e la
moderazione e perseverino nell’affrontare adeguatamente le reciproche
preoccupazioni attraverso il dialogo e la consultazione, per evitare
l’escalation dei conflitti”.
Ad
agosto, il ministro degli Esteri cinese “Wang Yi “ha partecipato a un incontro
con i suoi omologhi pakistano e afghano a Kabul, chiedendo un rafforzamento
degli scambi a tutti i livelli. Nel corso di un incontro trilaterale informale
ospitato da Pechino qualche settimana prima, la Cina ha affermato che Kabul e
Islamabad avevano concordato di rafforzare le loro relazioni diplomatiche.
Comunque
lunedì, le truppe pakistane erano in stato di massima allerta al confine con
l’Afghanistan, dopo che i violenti combattimenti del fine settimana tra le due
parti hanno causato decine di morti e attirato l’attenzione del presidente
degli Stati Uniti Donald Trump, che ha affermato di poter contribuire a porre
fine al conflitto, riporta Anadolu.
Il
commercio di confine tra i due paesi confinanti si è interrotto quando il
Pakistan ha chiuso i valichi lungo la frontiera lunga 2.600 km, bloccando
decine di veicoli merci carichi su entrambi i lati, ha dichiarato un
rappresentante dell’industria pakistana.
Decine
di talebani sono stati uccisi negli scontri di confine iniziati sabato sera,
nel conflitto più sanguinoso tra i due paesi da quando i talebani sono tornati
al potere a Kabul nel 2021.
Le
tensioni tra le due parti, un tempo alleate, sono scoppiate dopo che Islamabad
ha chiesto ai talebani di intervenire contro i terroristi che hanno
intensificato gli attacchi in Pakistan, affermando che operano da rifugi in
Afghanistan.
I
talebani negano la presenza di terroristi del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP)
sul loro territorio. Il TTP è un gruppo fuorilegge responsabile di alcuni degli
attacchi più letali contro militari e civili. Il confine montuoso è permeabile,
consentendo al TTP di muoversi con relativa facilità.
“Enayatullah
Khowarazmi”, portavoce del Ministero della Difesa afghano, ha dichiarato che la
“situazione attuale” al confine è normale, ma non ha condiviso i dettagli,
riporta Reuters.
Con la
chiusura dei valichi di frontiera per veicoli e pedoni, tutti gli uffici
governativi pakistani al confine, che si occupano di questioni commerciali e
amministrative, sono stati chiusi, ha dichiarato un alto funzionario del
governo pakistano. “I veicoli carichi, inclusi container e camion, sono
bloccati su entrambi i lati del confine”, ha dichiarato “Zia Ul Haq Sarhadi”,
vicepresidente anziano della Camera di Commercio e Industria congiunta
pakistano-afghana.
“Oltre
a frutta e verdura fresca, trasportano merci di importazione, esportazione e
transito, causando perdite per milioni di rupie ai due Paesi e ai
commercianti”, ha affermato. Il Pakistan è la principale fonte di beni e generi
alimentari per l’Afghanistan.
I
combattimenti hanno attirato l’attenzione di Donald Trump, che ha dichiarato
che si concentrerà presto sulla questione:
”Ho
sentito che c’è una guerra in corso tra Pakistan e Afghanistan”, ha detto Trump
ai giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il volo da Washington a
Israele domenica. “Ho detto: ‘Dovrò aspettare di tornare. Sapete, ne farò
un’altra, perché sono bravo a risolvere le guerre, sono bravo a fare la pace'”,
ha detto Trump.
L’esercito
pakistano ha dichiarato che 23 dei suoi soldati sono stati uccisi negli scontri
del fine settimana. I talebani hanno affermato che nove dei loro soldati sono
stati uccisi. Tuttavia, entrambi affermano di aver inflitto perdite molto più
elevate all’altra parte, senza fornire prove.
Il
Pakistan ha dichiarato di aver ucciso più di 200 talebani afghani e combattenti
alleati, mentre l’Afghanistan ha dichiarato di aver ucciso 58 soldati
pakistani.
I
talebani hanno dichiarato domenica di aver interrotto gli attacchi su richiesta
del Qatar e dell’Arabia Saudita.
(Luigi
Medici).
Maschi,
istruzioni per l’uso. Come crescere
gli uomini di domani: educare i
ragazzi alla tenerezza e alla libertà.
Corriere.it
- Ruggiero Crocella – (10 novembre 2025) – ci dice:
Gli
stereotipi sul mondo maschile sono condizionamenti che cominciano
dall'infanzia.
Solo l'alleanza tra uomini e donne può aiutare
a superarli.
Negli
ultimi decenni, il mondo femminile ha avviato un percorso complesso e tortuoso
per liberarsi da stereotipi che per secoli lo hanno condizionato: ruoli
codificati, aspettative rigidissime, divisioni nette tra «ciò che compete alla
donna» e «ciò che compete all’uomo». Oggi sappiamo che quelle convenzioni non
reggono più, eppure - va detto con chiarezza - dall’altra parte, quella
maschile, la metamorfosi stenta a decollare. Gli uomini, pur riconoscendo che
una certa idea di mascolinità non li rappresenta più, faticano molto a trovare
nuovi modelli a cui ispirarsi.
Maschi,
istruzioni per l'uso.
È
questo un tema affrontato in uno degli incontri organizzati nell'ultima
edizione dell'evento «Il Tempo della Salute 2025»: una riflessione
sull’educazione al maschile che parte dall’infanzia, per comprendere che
«l’uomo di domani» non è un’entità astratta ma un ragazzo che oggi vive in
famiglia, a scuola, nei social. E quei cliché persistenti («Non fare la
femminuccia», «Il vero uomo non deve chiedere mai», «Alle femmine si parla, con
i maschi si fa») non sono innocui: portano con sé rischi profondi, sia per chi
prova a incarnarli sia per chi ne resta escluso.
Mascolinità
in crisi (o
in trasformazione).
In
questi anni la giornalista, scrittrice e autrice “Claudia de Lillo” – nota
anche come «Elasti» – con il suo libro Esseri maschi.
Istruzioni
per macchine apparentemente semplici (Feltrinelli) ha esplorato il mondo
maschile, partendo dalla propria esperienza di madre di tre ragazzi di 15, 19 e
22 anni.
Dall’altro lato il medico psichiatra e
psicoanalista” Leonardo Mendolicchio”, dirigente presso l’Istituto Auxologico
Italiano e autore del prossimo” Diventerai uomo” (Mondadori), ricorda come «la
radice storica della cosiddetta supremazia maschile è più subdola di quanto si
possa immaginare: ogni uomo, ma anche ogni donna, è influenzato dall’egemonia
del maschile».
«Io,
padre femminista, cresco i miei figli smontando gli stereotipi. E rivendico il
diritto di prendermi cura di loro»
Bambino.
Il
filosofo: «Io, padre femminista, cresco i miei figli smontando gli stereotipi.
E rivendico il diritto di prendermi cura di loro».
Le
esperienze in un libro: i maschi «ingabbiati».
Come
ha spiegato Claudia de Lillo, «in un libro sui maschi non è stata una mia idea,
me l'hanno proposto e l'ho accettato con una certa ritrosia. Perché quello che
mi interessa non sono i maschi ma la relazione con loro. Il messaggio che mi
piacerebbe passasse attraverso questo libro, che è frutto dell'osservazione e
di un po' di interviste, è l'idea che esattamente come noi donne siamo state
ingabbiate in ruoli prefissati, questa cosa vale anche per i maschi. Credo che
la vera conquista in questo momento per il futuro dei nostri uomini, ma anche
delle nostre donne, sia di potersi immaginare così come vogliono. La sfida è
allora somigliarsi, sbocciare e germogliare. Metterli in una figurina è una
tentazione molto forte ma non garantisce la libertà».
Siamo
pronti a mettere in discussione i cliché?
Leonardo
Mendolicchio:
«Credo
che il grande punto di partenza da cui partire sia che i maschi sono vittima o
sono stati vittima o saranno ad esserlo di cliché. E in un mondo come questo
dove il tema del maschile e il femminile si pongono in una dialettica diversa,
probabilmente il maschile è quella che ci turba di più. Il cliché della
virilità è il cliché che forse più di altri non riusciamo a superare. La
scommessa è dire a noi maschi, quanto siamo pronti a mettere in discussione
questi cliché. Oggi cosa signifca essere maschi? Siamo piccole monadi chiuse in
pregiudizi spesso superati e non sappiamo cosa significhi essere maschio nel
sociale e noi dovremmo imparare dalle femmine. Oggi perché i ragazzini in
particolare soffrono? Perché gli adolescenti maschietti non sanno qual è la
bussola che devono seguire, per la loro identità».
Claudia
de Lillo:
«Ho sempre paura dell'eccessiva responsabilità
che viene date alle mamme, alle donne: se l'uomo è violento, è colpa delle
madri; se una donna viene violentata, un po' se l'è voluta. Sicuramente questa
colpa esiste, ma dobbiamo anche parlare della colpa dei padri. E un momento
meraviglioso per i padri per recuperare il rapporto con i figli maschi»
Stereotipi
persistenti e i loro effetti.
Sul
palco, Mendolicchio e de Lillo sono stati invitati a fare una specie di «gioco
dei luoghi comuni»: pescare da una boccia alcuni bussolotti con frasi che tutti
conosciamo come «Non fare la femminuccia», «Il vero uomo non deve chiedere
mai», «Alle femmine si parla, con i maschi si fa».
«Questa è una di quelle cose che dovremmo
imparare a sorridere quando sentiamo - spiega Mendolicchio -. Si nasce con un
sesso biologico, ma il maschile e il femminile non smette mai di crescere e di
evolvere nei nostri figli. In realtà dobbiamo imparare come genitori a
elicitare la loro curiosità o anche a mettere in discussione la loro
appartenenza biologica. Non dobbiamo risolvere il problema, ma insegnargli a
domandare»
E de
Lillo:
«Nel 2014 ero andata a bussare a casa delle
adolescenti e ho parlato con loro. Quando mi sono approcciato la mondi dei
maschi e ho detto adesso parliamo, ho trovato un muro. Perché c'è sempre nei
maschi questa chiave "prestazionale": a dimmi chi sei, rispondevano
con il che cosa fanno. I maschi fanno più fatica a parlare. Il dialogo va
costruito».
La
maledizione dei ruoli.
A
proposito di «ruoli», de Lillo racconta un aneddoto: «Quando mio figlio grande
aveva 18 anni, mi scrisse una coppia di mamme "arcobaleno", quella
incinta, e mi disse non ho assolutamente idea di come si gioca con i maschi e
mi ha chiesto consigli. Io un po' alla garibaldina ho risposto che mio figlio
maggiore stava cercando un lavoro come baby sitter e quindi glielo avrei
mandato. Quando il bimbo ha compiuto tre mesi, ho chiesto a mio figlio se
volesse andare a fare il baby sitter e lui mi ha risposto "non c'è
problema". Una forma di accudimento diversa, un po' più ruvida, basato più
sul gioco che sull'abbraccio e sulle coccole ma ho visto come la cura maschile
può essere fondamentale».
Altra
frase, altra considerazione: «Il vero uomo è quello che non deve chiedere mai».
Che cosa ne pensa Leonardo Mendolicchio: «Questo è uno di qui cliché che hanno
fatto tanto male a noi maschietti. Il maschio ha già un certo linguaggio del
corpo che è faticoso. La biologia invece facilita le donne. Qualcuno ci avrebbe
insegnato che il maschio va interpretato e questo è il grande tema di come
spesso la sofferenza maschile è una sofferenza muta e diventa rabbia, diventa
violenza. La difficoltà che si ha con i maschi è stare ad aspettare lì che la
parola nasca».
Per de
Lillo, è importante una certa «alfabetizzazione»: «Perché se non sai dare un
nome alle tue emozioni, queste emozioni non esistono oppure finiscono
catalogate nei cliché. Bisogna insegnare ai maschi a nominare tutto ciò che gli
passa per la testa».
Anche
su un altro degli stereotipi, c'è molto da discutere: «I maschi non piangono e
non hanno paura». Leonardo Mendolicchio ha raccontato la sua esperienza
personale «Papà ma io non ti ho mai visto piangere, mi ha detto mio figlio. Mi
soffermo e gli dico "non è vero, perché due settimane fa mi hai visto
farlo". E mi colpì molto questa cosa, perché era come se quell'evento non
fosse mai esistito. E lui mi ha guardato e candidamente ha detto "hai
ragione". Forse i figli maschi temono di vedere quella parte esposta,
fragile dei padri. Noi dobbiamo lavorare anche sul fatto che un bambino possa
accettare di vedere un padre piangere».
Claudia
de Lillo: «A casa mia non piange nessuno e questo è brutto. E ho pensato che
invece di insegnare io ai miei figli a piangere, sono stati loro a insegarmi
questa "rudezza". E a me dispiace».
Si
«pesca» questa frase: «Essere gelosi è un segno che tieni davvero a una
persona». «C'è stato tutto il fenomeno malessere sui social qualche anno fa in
cui sui social c'era questo inneggiare all'amore possessivo. Anche sulla
gelosia c'è un'ambiguità profonda - spiega Mendolicchio -. Quando diventa
l'unica cifra emotiva rispetto a quello che viviamo, che segna il rapporto con
l'altro, allora diventa ossessione. Anche qui c'è una rivoluzione da fare: la
gelosia è qualcosa di naturale, se diventa un refrain diventa ossessiva». E
Claudia de Lillo: «Penso ci sia un modo per prevenire la gelosia ossessiva.
Credo che l'antidoto sia esser stati molto amati come figli. Quello che ho
cercato di fare passare il messaggio ai miei figli è che li amo comunque».
Un
concetto ribadito anche da Mendolicchio: «La vera forma di amore se tale è solo
gratuita, è solo incondizionata. Invece noi siamo stati abituati a mettere in
relazione l'amore con il merito. Molto spesso noi utilizziamo i nostri figli
per cercare di gratificare quella parte di noi che non lo è stato da figli».
Infine,
i due ospiti sono stati chiamati a commentare un’ altra «perla»: «Il maschio
non ascolta canzoni d'amore, ascolta la trap».
Claudia
de Lillo spiega di avere conosciuto la trap attraverso il figlio 15enne:
«Ascolta queste canzoni, con questi testi terrificanti. E quando io gli chiedo
perché e che idea ha sul rapporto uomo donna, lui risposta di no e che in
realtà l'arte non modifica la realtà. Loro dicono: il mondo non è così, ma
questo tipo di sonorità ci fa volare»
Leonardo
Mendolicchio rimarca invece che «il vero scandalo non è tanto la musica che si
ascoltino queste canzoni. Non trovo nessuna incoerenza tra un testo della
musica trap e le immagini che abbiamo visto di Gaza, ad esempio. Allora il tema
è: stiamo raccontando un mondo violento? Sì, i nostri figli rimangono
affascinati da questo e cercano di trascenderlo attraverso la musica. Lo
scandalo è che proponiamo ai nostri figli un mondo che è violento e questo si
incista nel rapporto uomo-donna»
Nuovi
modelli, nuove alleanze.
Non
basta affermare che l’idea di maschio tradizionale è superata: occorre
costruire nuovi modelli. De Lillo propone che la via non sia il contrappasso
(uomo contro donna) ma l’alleanza, la capacità di stare insieme in una visione
nuova: «Una vera alleanza tra uomini e donne, che parte dalla famiglia e
soprattutto dalle nuove generazioni di bambini e bambine, può portare a un vero
cambiamento».
E,
ancora: «Vorrei che si scoprisse una nuova specie di giovani maschi… Ragazzi
che hanno bisogno di essere un po’ aiutati per non restare indietro rispetto
alle loro coetanee».
Questo
cambia lo sguardo dei genitori, degli insegnanti, della società: non più «come
faccio un uomo» ma «come accompagno un ragazzo a essere pienamente se stesso».
L’educazione diventa orizzontale, non direttiva: non dico «tu devi» ma «ti
racconto, ti ascolto, insieme decidiamo».
Mendolicchio
sottolinea la dimensione clinica: il disagio maschile – spesso meno visibile –
va intercettato. Il modello maschile che si auto-conferma nella forza, che non
riconosce la fragilità, che non si concede l’errore, diventa terreno fertile
per l’angoscia, la dipendenza, la malattia. Intervenire significa aprire spazi
di parola, relazione, vulnerabilità.
Perché
ora è il momento.
Crescere
gli uomini di domani significa - prima ancora che «fare modelli nuovi» , permettere che i ragazzi possano divenire se
stessi. Significa togliere le maschere, spezzare i silenzi, costruire alleanze.
Significa che i genitori non chiedano più «sii forte», ma «sii sincero». Che
non chiedano «non piangere», ma «parlami». Che non chiedano «comportati da
uomo», ma «comportati da te». Solo così si potrà dare al maschio non una nuova
casella da riempire, ma una pagina bianca su cui scrivere la propria storia.
Educare
il maschile per fermare la violenza:
la
riflessione.
Elbapress.it
- Linda Del Bono – (26 -11 -2025) – ci dice:
La
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne torna
a ricordarci che la violenza di genere non è una tragedia episodica, né
un’emergenza improvvisa: è un fenomeno sociale strutturale che affonda le sue
radici in un modello culturale antico, ancora troppo presente.
Lo
abbiamo visto negli anni Settanta con il massacro del Circeo quando un gruppo
di ragazzi della “Roma bene” trasformò la propria idea malata di potere in uno
dei crimini più efferati della nostra storia recente. E lo abbiamo visto,
vent’anni dopo, con il delitto di via Poma, nel caso di una giovane impiegata
trovata senza vita nel luogo di lavoro: un delitto rimasto irrisolto, che
riportò alla luce la vulnerabilità delle donne sole e quella tendenza culturale
che, invece di interrogarsi sul carnefice, scruta la vittima, la giudica, la
sospetta andando ad insinuare una responsabilità inesistente. Sono ferite che
ci ricordano quanto sia radicata la cultura del giudizio verso le donne e
quanto sia essenziale cambiare lo sguardo collettivo.
Vogliamo
davvero contrastare la violenza sulle donne? Dobbiamo avere allora il coraggio
di guardare al cuore del problema: il modo in cui educhiamo il maschile. Le
nuove generazioni di ragazzi crescono in un mondo diverso da quello dei loro
padri, un mondo più complesso, più interconnesso, ma anche più esigente sul
piano emotivo e relazionale. Nonostante i cambiamenti sociali e culturali,
molti modelli educativi continuano a riprodurre modelli di virilità rigida,
impermeabile alla fragilità ed incapace di riconoscere, interpretare ed
accettare la propria vulnerabilità.
La
pedagogia di genere ci insegna che il cambiamento non può riguardare solo le
ragazze, spesso educate alla prudenza e alla protezione, ma deve coinvolgere
soprattutto i ragazzi. Educare alla parità di genere e alla cultura della non
violenza non significa chiedere ai maschi di rinunciare alla propria identità;
significa, al contrario, aiutarli a liberarsi da quella parte di mascolinità
tossica che impone modelli anacronistici e autodistruttivi. Significa
accompagnarli nella costruzione di un modo di essere uomini che non abbia
bisogno della misoginia, del possesso o della violenza per “sentirsi maschi”.
Quali
soluzioni? È necessaria, non solo più auspicabile, una nuova progettualità
educativa, condivisa tra famiglie, scuole, educatori e istituzioni, che
restituisca valore alle differenze e sostenga il maschile nella sua evoluzione.
Occorre insegnare ai ragazzi che “quel tipo di rabbia” non è un destino
biologico, ma una reazione prevalentemente culturale che può essere compresa,
trasformata e superata: è fondamentale aiutarli questi nostri ragazzi,
fratelli, compagni e padri del domani, a riconoscere che la relazione è un
luogo di libertà reciproca, che l’amore non è possesso, che il rifiuto non è
una messa in discussione del proprio valore personale in quanto uomini.
Il 25
novembre ci chiede prepotentemente di guardare oltre la superficie della
violenza ed interrogare le sue radici, assumendoci la responsabilità di un
cambiamento educativo collettivo. Non possiamo continuare a chiedere alle donne
di difendersi senza chiederci come aiutare gli uomini a non diventare violenti.
Educare il maschile è il vero investimento di civiltà: significa prevenire la
violenza, certo, ma significa anche restituire agli uomini la possibilità di
vivere pienamente, senza la gabbia dei vecchi modelli e senza la paura di
essere, finalmente, nuovamente, se stessi.
(Linda
Del Bono).
25
novembre: dichiarazione
della
presidente Alba Bonetti.
Amnesty.it
– Redazione – (25 Novembre 2025) – Alba Bonetti – ci dice:
Nei
primi dieci mesi del 2025 sono stati commessi in Italia 76 femminicidi.
Si
conferma il ritmo raccapricciante di due vittime a settimana, cioè, nel nostro
paese, ogni settimana, due donne vengono uccise da compagni, mariti o
fidanzati. Se è vero che non tutti gli uomini stuprano o uccidono le loro
compagne, è pur tristemente vero che tutti gli stupratori e gli autori di
femminicidio sono uomini. Le motivazioni raccontate dalle cronache sono solo la
causa prossima, l’effetto scatenante della violenza: la decisione della donna
di separarsi, le difficoltà economiche della coppia, il sospetto di un
tradimento… situazioni difficili che richiedono equilibrio e maturità in tutti
gli aspetti dell’esistenza, da quello mentale a quello affettivo e sessuale.
La
Convenzione di Istanbul è il quadro normativo che definisce le misure per
eliminare la violenza sulle donne, adottato dall’Italia nel 2013. Tre sono gli
ambiti su cui intervenire: la prevenzione, la protezione e la punizione. L’area
più trascurata negli interventi dei governi italiani è la prevenzione, quella
che davvero permetterebbe di creare un futuro libero da violenza e rispettoso
per tutte e tutti. L’inasprimento delle pene non ha nessuna deterrenza su chi
si appresta a compiere un femminicidio e quando si emette una condanna, è già
troppo tardi per salvare una vita.
Immagino
che il ministro Valditara non chiederebbe il consenso scritto alle famiglie per
far impartire lezioni di educazione stradale. Nella vita come per strada, la
sicurezza e l’incolumità dipendono dalla capacità di sapere riconoscere segnali
di rischio e restare incolumi dalla consapevolezza e dalla maturità nostra e
altrui. Perché privare chi si affaccia alla vita della possibilità di
confrontarsi e far crescere la propria affettività?
Un
collega di Valditara, il ministro Nordio, ha dichiarato che c’è una componente
“genetica” nel rifiuto da parte di alcuni uomini ad accettare la parità con le
donne: è una riprova dell’immane lavoro che resta da fare a livello culturale
per superare un pensiero radicato e inaccettabile.
Altro
versante della condizione delle donne su cui si registrano segnali allarmanti è
l’accesso all’interruzione di gravidanza, in Italia assicurato per legge dal
1978. Di recente, Amnesty International ha pubblicato una ricerca sull’accesso
all’aborto in Europa che evidenza il persistere di ostacoli pericolosi e
dannosi alle cure abortive. Tutto ciò avviene in un contesto in cui gruppi
anti-diritti umani, sempre più organizzati e finanziati, intensificano i propri
sforzi per influenzare negativamente politiche e leggi, spesso diffondendo
paura e disinformazione, con l’obiettivo di limitare ulteriormente l’accesso
all’aborto. In Italia la difficoltà più frequente è data dalla presenza di
medici obiettori di coscienza che in alcune regioni sfiorano il 100%. Se lo
stato ha il dovere di rispettare le opinioni del personale sanitario, ha pure
il dovere di tutelare la salute e il diritto di scelta delle donne.
Cinquant’anni
fa veniva varata la riforma del diritto di famiglia che introduceva finalmente
la parità tra uomo e donna, norma ispirata ai valori costituzionali e faceva
piazza pulita della legge precedente che subordinava la moglie al marito nei
rapporti personali come in quelli patrimoniali e nelle relazioni di coppia nei
riguardi dei figli.
Nello
stesso anno, veniva fondata Amnesty International Italia. Noi sappiamo bene che
le battaglie per affermare i diritti umani sono lunghe, richiedono tessiture
pazienti tra opinione pubblica e consenso delle forze politiche. È fonte di
speranza che, proprio a ridosso di questo 25 novembre, ricorrenza in cui di
solito si snocciolano solo dati sui femminicidi, la Camera abbia approvato
all’unanimità la proposta di legge presentata dall’on. Laura Boldrini sulla
modifica dell’art. 609-bis Codice penale che introduce in modo esplicito il
consenso libero e attuale come elemento centrale per il reato di violenza
sessuale. Si è aperto uno spiraglio promettente: se la proposta diventerà
legge, l’Italia avrà una norma in linea con gli standard internazionali, come
indicato dagli obiettivi della campagna “Io lo chiedo” che Amnesty conduce da
anni.
La
retorica ispirata al verso di Ovidio Vis grata puellae non avrà più
cittadinanza nei tribunali: solo il sì è sì!
Il
passo indietro di Valditara.
Jacobitalia.it
- Camilla Girotti- Giulia Selmi – (22 Novembre 2025) - ci dicono:
Femminismo.
Dopo
anni di narrazione distorta degli studi di genere come «ideologie» ecco
l'ennesima stretta sessuofobica per la scuola. Un motivo in più per scendere in
piazza
Quest’anno,
più dei precedenti, il corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne
e le violenze di genere convocato da Non Una di Meno mette al centro la
prevenzione e il ruolo della scuola pubblica. Questo perché l’attacco rivolto
alla scuola pubblica e all’educazione sesso-affettiva messo in atto da questo
governo e dal ministro Giuseppe Valditara è completamente fuori scala e rischia
di invalidare del tutto la già precaria situazione della scuola italiana, fatta
sino a oggi di insegnanti di buona volontà e associazioni che realizzano
progetti con pochissime risorse.
Uno
dei refrain dell’attuale governo è che l’educazione sesso-affettiva non è
efficace nella prevenzione. L’argomentazione che utilizzano è che nei paesi che
la prevedono in maniera strutturata il numero delle violenze non è diminuito,
anzi in alcuni casi sarebbe addirittura aumentato. Un’argomentazione che compie
svariati errori di metodo, cosa particolarmente grave soprattutto per un
ministro all’istruzione. Nei paesi che lavorano in maniera strutturata nel
contrasto e nella prevenzione della violenza, infatti, quello che aumenta è la
consapevolezza, delle donne così come dei contesti sociali, facendo crescere il
numero di denunce e di presa in carico delle vittime, e solo uno sguardo
intellettualmente disonesto può leggere queste trasformazioni in termini di
inefficacia del contrasto.
Per
far accrescere la consapevolezza, la «de-normalizzazione» delle relazioni
violente, e la cultura del consenso è fondamentale il ruolo dell’educazione
sesso-affettiva completa, come documentano numerose ricerche internazionali,
così come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unesco (per una rassegna
complessiva in Italiano si può leggere il volume di Silvia Demozzi e Rossella
Ghigi Insegnare genere e sessualità. Dal pregiudizio sessista alla prevenzione
della violenza, edito per Mondadori). Le ricerche raccontano che questi
percorsi educativi sono capaci di incidere sull’adesione ai principali
stereotipi di genere, sulla diffusione di una cultura del consenso e del
rispetto dei confini personali, e aumentano la capacità di identificare i
segnali di una relazione violenta.
Per
farlo, però, non devono essere pensati come percorsi che educano genericamente
al rispetto tra le persone, interpretando la violenza maschile contro le donne
come una questione «comportamentale» o psicologica di singoli uomini, come la
inquadra attualmente il Ministero dell’istruzione e del Merito. Devono, invece,
parlare di corpi e di rapporti interrogando le relazioni di potere, i modelli
sociali con cui la società ci educa sottobanco a crescere uomini e donne, il
sistema complessivo di diseguaglianze di genere che rende possibile la
violenza, offrendo come strategia di cambiamento non un manuale di «buone
maniere relazionali», ma un’occasione per ripensare radicalmente il modo con
cui si articolano le relazioni di genere.
È
questo che in oltre 10 anni di attività della rete Educare alle Differenze
abbiamo visto realizzare con fatica e determinazione da associazioni e
insegnanti sparsi nelle scuole di ogni ordine e grado in tutta Italia, e che
oggi è messo ancora più a rischio dall’ultimo disegno di legge sul Consenso
informato proposto dal ministro Valditara che tornerà in aula nelle prossime
settimane.
Valditara
mette in atto un giro di vite sulle attività di educazione sessuo-affettiva
nelle scuole. Nella normativa relativa al consenso informato, il ministro
chiede che, per le scuole secondarie di primo e secondo grado, le famiglie
diano il consenso dopo aver visionato materiali e profili di chi svolge
attività «inerenti la sessualità», mentre per la scuola primaria non sono
contemplati percorsi di educazione sessuale e affettiva, in contrasto con le
linee guida europee e gli studi in materia che sostengono l’efficacia di questo
genere di percorsi se svolti dall’infanzia fino all’età adulta. Durante l’esame
del Ddl in commissione è stato persino inserito il divieto – poi rimosso per
contrasti interni alla maggioranza – di affrontare temi legati alla sessualità
alle scuole medie, mentre il divieto resta per la primaria. È la prima volta
dai tempi del fascismo che un contenuto specifico viene proibito nel contesto
scolastico: un segnale della matrice autoritaria dell’attuale governo.
Anche
l’autonomia della scuola pubblica e la libertà di insegnamento vengono
riconfigurate all’insegna del primato educativo della famiglia. L’obbligo del
consenso informato assegna ai genitori il ruolo di valutatori e censori delle
attività scolastiche e rende sempre più difficile costruire relazioni di
fiducia e alleanza tra scuola e famiglie, anzi produce una diffidenza
preventiva e una caccia al fantasma delle «teorie gender» nelle scuole.
Davanti
alla narrazione distorta degli studi di genere come «ideologie» e a
quest’ennesima stretta sessuofobica, bisogna chiedersi a favore di chi viene
portata avanti questa normativa. Si vengono a costituire, infatti, i
presupposti di una discriminazione: chi nasce e cresce in una famiglia dove si
può parlare di corpo, sessualità e relazioni avrà strumenti maggiori per
costruire il proprio benessere e compiere scelte consapevoli; chi invece non
dispone di questi spazi non potrà trovare nella scuola una risorsa che possa
colmare una disparità di partenza. Questo Ddl finisce così per ledere il
diritto di bambini e bambine, di ragazzi e ragazze, a una corretta informazione
sul proprio corpo, a uno spazio di confronto sulle relazioni e al diritto alla
salute sessuale.
Per
rispondere a questo attacco sessuofobico e sessista alla scuola pubblica,
abbiamo scritto un vademecum per chi voglia realizzare percorsi di educazione
al genere ed educazione sesso-affettiva nelle scuole, si chiama L’educazione
sesso-affettiva non è un gioco e si propone di condividere informazioni
preziose per sostenere e tutelare insegnanti, educatori ed educatrici che
vogliono realizzare percorsi di questo tipo nella propria scuola.
Nel
mondo educativo tanti insegnanti e genitori si attivano per costruire spazi di
parola sulle dinamiche e i ruoli di genere nelle relazioni, per questo tra
l’altro abbiamo preparato un ordine del giorno da presentare nei consigli
comunali: un testo pensato per difendere un’educazione sesso-affettiva
scientificamente fondata, libera da censure e condizionamenti ideologici,
capace di accompagnare tutto l’arco formativo. È uno strumento politico e
simbolico insieme: permette di rendere visibile il dissenso nei territori e di
riportare, dentro i luoghi istituzionali, la voce delle comunità educanti e la
loro capacità di autodeterminarsi. La mobilitazione del 22 novembre può mettere
insieme quella parte di società contraria a disegni di leggi che si propongono
di educare attraverso divieti e censura e che rappresentano un passo indietro
inaccettabile alla prevenzione della violenza di genere nelle relazioni.
(Camilla
Girotti e Giulia Selmi sono attiviste di “Educare alle differenze”.)
L’Oro
degli Italiani e l’Auto Rapina.
Conoscenzealconfine.it – (26 Novembre 2025) - Roberto Pecchioli – ci dice:
Meno
della metà delle riserve auree italiane sono custodite in Italia. Una parte
dell’oro italiano è negli Stati Uniti a causa di decisioni storiche e
strategiche prese dopo la Seconda Guerra Mondiale, legate agli accordi di
“Bretton Woods” e alla necessità di garantire stabilità e fedeltà geopolitica.
Repetita
iuvant: la Banca d’Italia è di proprietà privata, i suoi azionisti – detti
pudicamente partecipanti – sono i maggiori istituti di credito con sede in
Italia, controllati da banche estere. Non è altro che la filiale italiana della
Banca Centrale Europea, di cui detiene l’11,8 delle quote, riviste al ribasso
dal 2018. La BCE ha il monopolio dell’emissione di euro, valuta legale
dell’area detta per questo eurozona. Il mondo distopico del debito pubblico –
350 mila miliardi di dollari – è un’invenzione del sistema delle banche
centrali, che controllano e tengono al guinzaglio gli Stati e i governi
attraverso la moneta debito gravata di interessi passivi composti.
La
conclusione è sconfortante: il totale del debito è sempre superiore al totale
della moneta disponibile, per cui vi è sempre domanda di nuovo denaro, cioè di
nuovi prestiti, emessi a costo zero guadagnando il valore netto del capitale
prestato. (Marco Della Luna).
L’impero
dei vampiri è assicurato da una serie di leggi e accordi internazionali che
rendono impossibile un cambiamento del sistema senza distruggere dalle
fondamenta l’edificio finanziario che lo sostiene, la gigantesca rapina ai
danni dei popoli. Un elemento ulteriore è il mercato dell’oro, in mano da
generazioni alla dinastia Rothschild. La sua importanza non è cessata
nonostante da oltre mezzo secolo non esista più la convertibilità in oro della
massa monetaria circolante.
Il
metallo giallo resta un bene rifugio di grande importanza e da anni è in atto
una corsa all’acquisto da parte di potenze emergenti come la Cina. In tempi di
incombenti conflitti su scala mondiale l’oro aumenta costantemente il suo
prezzo. Parliamo dell’oro “fisico”, quello vero, realmente estratto dalle
miniere, detenuto in inviolabili santuari, i caveaux del moloch bancario.
Poiché
gran parte dell’economia mondiale è irreale, anche le transazioni dell’oro sono
virtuali per almeno il novanta per cento, ovvero si tratta di contratti con cui
si compravende e si scommette sul valore dell’oro. Che non esiste in natura se
non in minima parte. È la follia dell’economia finanziaria. Possedere oro
fisico resta un ottimo affare e una robusta assicurazione sul futuro.
L’ingranaggio, tuttavia, almeno nel regno della Banca Centrale Europea e dei
suoi valvassini – quel che resta degli Stati nazionali – ha un gigantesco
intoppo.
Se è
assai difficile entrare nel commercio dell’oro, è addirittura impossibile
disporne, per gli Stati prigionieri della gabbia d’acciaio del sistema
finanziario privatizzato. L’Italia possiede circa 2.500 tonnellate di riserve
d’oro ed è il quarto detentore al mondo. L’Italia? Nossignore, la Banca
d’Italia, membro minoritario della BCE. Il sito ufficiale della (ex) banca di
emissione è chiarissimo. Dopo avere informato che “le riserve auree sono parte
integrante delle riserve ufficiali del Paese e hanno la funzione di rafforzare
la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano e nella moneta
unica”, va al sodo, affermando che “il quantitativo d’oro di proprietà
dell’Istituto è frutto di una serie di eventi avvenuti negli oltre centotrenta
anni di storia della Banca.”
Insomma,
l’oro è dei banchieri e non del popolo italiano, nonostante per un secolo
Bankitalia sia stata un’istituzione pubblica. Sarebbe un’appropriazione
indebita o addirittura una rapina se lo Stato italiano non avesse prima
privatizzato le banche partecipanti e poi rinunciato – come il resto
dell’eurozona – alla sovranità monetaria, conferendo alla BCE assoluta
indipendenza e una serie di poteri e facoltà che rendono la sovranità nazionale
una favoletta creduta per disinformazione.
Opportunamente,
il deputato Lucio Malan ha presentato un fondamentale emendamento alla legge
finanziaria per il 2026 che afferma: “le riserve auree gestite e detenute dalla
Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”. Una
posizione coraggiosissima, benché di senso comune. Il valore attuale delle
“nostre” riserve auree è di almeno 275 miliardi di euro. Una somma che equivale
al dieci per cento del (cosiddetto) debito pubblico e al tredici per cento del
PIL annuo.
Purtroppo,
indipendentemente dall’approvazione parlamentare, l’iniziativa di Malan non ha
possibilità di successo. Resta una bandiera politica priva di efficacia. I
trattati europei – quello di Maastricht innanzitutto – sono il cappio a cui ci
siamo impiccati. Gli Stati che si sono legati al sistema BCE non solo hanno
perso la sovranità monetaria, ma hanno ceduto di fatto il controllo di attivi –
come le riserve auree – che sono proprietà storica – materiale e morale – del
popolo che le ha accumulate.
L’Italia
non può utilizzare il suo oro, nemmeno se la legge nazionale affermerà che il
ruolo di Bankitalia è di custode e affidatario, non di proprietario. Ma è la
BCE a possedere il diritto legale – improvvidamente conferito dai trattati! –
di disporne, nell’ambito delle proprie attività di politica monetaria e
finanziaria. Le riserve sono sostanzialmente intoccabili da parte dei governi.
Secondo
i difensori del sistema “una loro smobilitazione comporterebbe rischi enormi
sui mercati finanziari, senza contare il probabile crollo immediato del prezzo
dell’oro qualora l’Italia decidesse di vendere una quantità così
significativa.” Menzogne travestite da prudenza. È evidente che l’Italia non
venderebbe una massa tanto ingente di oro, tutt’al più ne porrebbe una parte a
garanzia di spesa. Soprattutto si nasconde l’evidenza: l’oro è degli italiani,
per cui è l’interesse nazionale a essere in gioco, non la ragione finanziaria.
Inoltre, meno della metà delle riserve (45 per cento circa) sono custodite in
Italia. Il 43,3 per cento del nostro oro è negli Stati Uniti, il resto tra
Svizzera e Regno Unito.
Solo
difficilissime trattative politiche potrebbero sbloccarle almeno in parte, ma
l’architettura giuridica voluta dal potere finanziario è in grado di opporsi,
leggi internazionali alla mano. Ci siamo dunque auto espropriati. Quanto alle
ragioni della custodia all’estero di oltre metà dell’oro, dice la verità
l’Intelligenza Artificiale Overview di Google: “Una parte dell’oro italiano è
negli Stati Uniti a causa di decisioni storiche e strategiche prese dopo la
Seconda Guerra Mondiale, legate agli accordi di Bretton Woods e alla necessità
di garantire stabilità e fedeltà geopolitica.”
Appunto.
Bretton Woods legava il dollaro – valuta dei vincitori della Seconda guerra
mondiale – all’oro e “per dare garanzie di stabilità e affidabilità al sistema,
parte delle riserve furono depositate negli Stati Uniti. La decisione fu una
conseguenza della scelta di aderire all’alleanza occidentale e al Piano
Marshall, che richiedevano una dimostrazione di fedeltà e stabilità
finanziaria.” Traduzione: le “scelte” italiane furono conseguenze obbligate
della sconfitta militare e il piano Marshall, il programma di aiuti economici
lanciato nel 1947 dagli Usa che destinò all’Italia 1,5 miliardi di dollari, non
fu una generosa concessione, ma un pegno di sudditanza certificato, oltreché
dalla cessione sostanziale dell’indipendenza nazionale – anche dal trasferimento
negli Usa di ingenti riserve auree.
Salutiamo
quindi l’emendamento Malan – che fa seguito a iniziative precedenti mai andate
a buon fine – come gesto di dignità, oltreché di rivendicazione della proprietà
di beni frutto del lavoro e della fatica di generazioni di italiani, convinti
che non approderà a nulla. Somme gigantesche che l’Italia potrebbe utilizzare a
beneficio di sé stessa rimarranno dove sono, in Via Nazionale o a Fort Knox.
Non
manteniamo alcuna sovranità politica (UE, trattati post-bellici) economica
(l’ordoliberismo che impedisce ogni autonoma politica economica del governo
eletto), militare (la Nato e le cento basi disseminate sul territorio) e
monetaria, conferita al sistema delle banche centrali di cui la stessa BCE è un
tassello.
La
questione delle riserve auree indisponibili resta un atto di inconsulta
spoliazione con il consenso e l’attiva collaborazione della vittima. Chi l’ha
compiuta – l’intera classe dirigente politica e finanziaria – ha tradito il
popolo italiano. Ma tutto è avvenuto e ancora avviene nell’acquiescenza,
nell’ignoranza e nell’indifferenza del derubato. Game over.
(Roberto
Pecchioli).
(ereticamente.net/loro-degli-italiani-e-lauto-rapina-roberto-pecchioli/).
Il
Capitalismo Ha Bisogno della Guerra.
Conoscenzealconfine.it
– (28 Novembre 2025) - Sonia Savioli – ci dice:
Perché?
Il capitalismo ha bisogno della guerra perché è attraverso la guerra che
“progredisce”. Chi legge i miei libri e i miei articoli forse avrà capito che
non ritengo che la parola “progresso” indichi necessariamente qualcosa di
positivo.
“Progredire”
vuol dire semplicemente “andare avanti” e, se sei avviato verso il baratro,
come sembra ormai indubbio, faresti meglio a fermarti, voltarti e tornare sui
tuoi passi per capire dove e quando hai sbagliato strada.
Il
capitalismo è uno dei risultati dell’aver sbagliato strada; è il progresso del
dominio e non è, per sua natura, in grado di fermarsi. Il capitalista che si
ferma è perduto. Deve progredire.
Il
dominio progredisce attraverso le guerre: perché non sempre i popoli e i loro
governi rimangono inerti e passivi verso chi li vuole dominare; perché ha
bisogno di nemici; perché è un sistema di competizione estrema; perché
attraverso le guerre si fanno affari.
Il
capitalismo, e in particolare il “global capitalismo”, è oggi la forma suprema
di dominio; come è già successo in tutta la storia di guerra e progresso che le
monarchie volessero diventare imperi e gli imperi si rompessero le corna per
aver esagerato nell’avidità di conquista, succede oggi che il “global capitalismo”,
l’impero dei nostri tempi, voglia conquistare il mondo. Ultimamente ha dato
segni di delirio estremo, rivelando, con certe affermazioni e sperimentazioni,
di voler conquistare l’universo intero, cominciando da qualche pianeta del
sistema solare.
Da
tempo, nella cultura industrial-capitalista, l’assoggettamento dei popoli e il
saccheggio della natura viene chiamato “progresso”, e senza tale progresso il
capitalismo languirebbe e morirebbe. Per questo, avendo eliminato il pericolo
comunista con l’agonia e la morte indotta (un suicidio assistito ante litteram)
dell’Unione Sovietica, mentre si dedicava gioiosamente a progredire,
saccheggiando tutto ciò che l’odiato comunismo aveva costruito: fabbriche,
miniere, impianti energetici, complessi turistici ecc., già cercava altri
nemici da combattere e sottomettere.
Iugoslavia,
Afganistan, Somalia, Irak, Sudan, Libia, Siria… Conquistare, saccheggiare,
imprigionare popoli interi attraverso milizie mercenarie e governi fantoccio.
Ci sono sempre nemici, per chi vuole conquistare il mondo, e sono semplicemente
gli Stati che resistono alla conquista.
Nell’epoca
attuale, la conquista viene raggiunta, anche se indirettamente, dalle
multinazionali-finanziarie, e tale conquista prevede la rapina di tutte le
risorse del paese conquistato, la disgregazione della società, la
schiavizzazione del lavoro.
Dato
che non si possono rapinare le risorse pubbliche, se il governo di uno Stato si
rifiuta di privatizzarle, e non si possono rapinare nemmeno quelle private (la
terra del contadino o le terre delle comunità contadine, il negozio del
commerciante, il laboratorio dell’artigiano) se il governo le protegge
attraverso le leggi dello Stato, a quel governo, che sia socialista, islamico
confessionale, capitalista protezionista, bisogna fare guerra.
Il
capitalismo imperiale non può, proprio non può, lasciarli stare: sarebbero il
buon-cattivo esempio e minaccerebbero seriamente la sua futura sopravvivenza.
Perché nessun popolo è ancora così scemo da non accorgersi che, magari, il
popolo del paese a fianco, con una notevole quantità di beni pubblici, sta
molto meglio perché: la scuola è gratuita ed efficiente, i trasporti pubblici
funzionano e costano poco, la sanità funziona e non costa niente, l’acqua è
gratuita, l’ufficio postale è sotto casa, le linee telefoniche ed elettriche,
quando si guastano, vengono subito riparate, e lo stesso avviene per strade,
ponti, edifici pubblici, e milioni di persone lavorano con contratto regolare e
senza dover fare straordinari per tutte queste attività pubbliche…
Come
succedeva in Italia. Non ve lo ricordate più? Quando, pur non essendo uno Stato
socialista, era uno Stato sociale, perché i governi, che erano al servizio sì
delle classi sociali padronali, avevano però un’opposizione vera e forte: un
Partito Comunista con il trenta e passa percento dei voti e un notevole
consenso tra gli intellettuali, milioni di operai e un sindacato di classe.
A quel
tempo anche noi fummo colpiti da una “guerra”: terrorismo, bombe, repressione
occulta e palese, trame nere e trame nere malamente verniciate di rosso con
l’aiuto dei servizi segreti USA e nostrani, minacce di colpi di Stato fascisti,
logge massoniche segrete appaltate con la mafia, Gladio, rapimento Moro…
Adesso
il nostro paese, come tutta l’Europa, è “normalizzato” (sinonimi: sedato,
rintronato, corrotto) ma, come sempre succede, qualche altra capra fugge dal
branco.
Conquisti
e occupi e distruggi, qui una Iugoslavia, là un Irak, su una Libia, giù una
Siria, ed ecco che l’Afganistan si libera; la Russia del dopo Eltsin riprende a
nazionalizzare a tutto spiano, strappando l’osso di bocca alle
multinazionali-finanziarie, l’Africa scalpita e molla qualche poderoso calcio,
il colpo di Stato in Corea del Sud fallisce a furor di popolo. Il capitalismo
globale, si può proprio dirlo, non ha pace.
L’Ucraina
nel 2024 ha speso quasi il 35% del PIL in armamenti: la prima nel mondo in
proporzione alle sue ricchezze complessive.
Traduco:
le multinazionali degli armamenti si sono succhiate (lo so che con questo verbo
vi vengono in mente i vampiri) il 35% della ricchezza Ucraina. Seconda era
Israele ma ben lontana: il 9% del PIL, che, come potete immaginare, è molto più
alto di quello ucraino. D’altronde, se vuoi attuare un genocidio, non puoi
badare a spese.
Sicuramente
nel 2025 le spese saranno aumentate: spese degli Stati, guadagni del “global capitalismo”,
morte e distruzione per i popoli, le terre, le acque, la natura tutta.
L’Ucraina
guerreggia per procura, l’Europa la sprona e l’incalza, gli uomini russi e
ucraini muoiono al fronte.
Il
capitalismo spera di divorare la Russia, intanto si mangia i soldi degli Stati
europei, dando in cambio bombe, missili, droni, caccia e bombardieri, carri
armati.
Per
ogni ammasso di ferraglia chiamato carrarmato si incassano dagli 8 ai 13
milioni; un solo aereo da guerra di “ultima generazione” rende sui 100 milioni;
uno di quelli di ultimissima generazione (avrà i diamanti incastonati nel
cruscotto?) può costare anche il triplo. Si sa, più aumenta la richiesta, più
aumentano i prezzi.
Più ne
vengono distrutti e meglio è: siamo entrati nell’era del consumismo di guerra.
La
Germania nazista ops! Scusate, un lapsus, forse freudiano, forse nato da tutte
le immagini di ragazze e vecchi buttati a terra e colpiti in testa a tutta
forza dalla germanica polizia, mentre manifestavano pacificamente contro il
genocidio attuato a Gaza dal governo “nazi sionista” di Israele. La Germania
democratica, dunque, si sta armando fino ai denti. Per la prima volta dalla
sconfitta del nazismo è diventata il paese d’Europa che spende di più per la
guerra: prevede di spendere 649 miliardi nei prossimi cinque anni.
Però
il consumismo degli armamenti si attua attraverso le guerre. Mica puoi buttare
quelli vecchi nel cassonetto per comprare quelli nuovi. L’Ucraina ha risolto
per un po’ il problema, comprandoli da tutti i paesi occidentali, quelli vecchi
(tali acquisti sono stati chiamati “aiuti all’Ucraina”), sostituendo così il
cassonetto e permettendo ai governanti europei di rifare nuovi arsenali e
derubarci di miliardi per riversarli nella strozza di Leonardo, Thales Group,
Rheinmetall, RTN, ecc.
La
fine dei bombardamenti su Gaza, un accordo di pace tra Russia e Ucraina, che
disdetta sarebbero o saranno, per il “global capitalismo”!
Ma il
capitalismo, statene sicuri, non si perde d’animo: sta già progettando altre
guerre. Ci sono così tanti nemici da combattere! Così tanti paesi da
assoggettare ancora o di nuovo. Non sono mai del tutto domi i paesi, ahimè!
Quando le multinazionali credono di poterci scorrazzare liberamente, depredando
tutto il depredabile, ecco che cominciano a sgroppare, impennarsi, e qualche
volta riescono a disarcionare, lasciandole ammaccate e peste. Ci sono così
tante armi da vendere per schiavizzare e distruggere, per poi ricostruire a
spese di chi hanno schiavizzato. E, dunque, un grido unanime si leva dal petto
dei capitalisti globali più mafie (non dimentichiamo il “mafio capitalismo”,
specializzato ormai nel “ricostruire”): viva la guerra!
I
popoli, almeno per ora, sono più propensi a gridare “viva la pace!”, peccato
che, nei paesi occidentali ricchi e dominatori, non tutti abbiano capito che
guerra e capitalismo sono mostruosi gemelli siamesi, inscindibili, e per avere
la pace, un mondo pacifico e in via di rinsavimento, è indispensabile
eliminare, disintegrare il capitalismo.
1) (defensenews.com/global/europe/2025/06/26/germany-plans-to-double-its-defense-spending-within-five-years/).
(sipri.org/media/press-release/2025/unprecedented-rise-global-military-expenditure-european-and-middle-east-spending-surges).
2) (eu.usatoday.com/story/money/business/2013/03/10/10-companies-profiting-most-from-war/1970997/).
(euractiv.it/section/mondo/news/chi-guadagna-dal-commercio-di-armi-europeo-e-dove-finiscono-le-esportazioni/).
Sonia
Savioli.
(centroitalicum.com/il-capitalismo-ha-bisogno-della-guerra/).
Il
Comune crea il "tavolo sul maschile",
la polemica di Forza Italia:
"Iniziativa
woke."
Milanotoday.it
– (26 novembre 2025) – Massimiliano Melley – ci dice:
Polemiche
di due consiglieri di Forza Italia dopo l'approvazione del "tavolo sul
maschile" per coordinare iniziative di formazione e consapevolezza per
prevenire la violenza di genere.
Nasce
(con polemiche) il “tavolo permanente sul maschile” per iniziativa del Comune
di Milano. Il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno proposto da
Diana De Marchi (Pd) che istituisce questo organo, dedicato allo sviluppo di
nuove politiche e consapevolezze.
Coordinare
iniziative per gli uomini.
“Costruire
uno spazio di confronto e progettazione sul maschile è fondamentale. Oggi molti
uomini stanno prendendo parola, nascono gruppi di confronto, percorsi di
consapevolezza e iniziative che rifiutano modelli relazionali basati sulla
sopraffazione”, commenta Diana De Marchi: “Istituire il tavolo ci permette di
allearci in modo più forte, mettere a sistema questi percorsi e rafforzare il
lavoro comune per prevenire ogni forma di violenza e discriminazione”.
Concretamente,
il tavolo lavorerà con scuole, università, aziende, realtà culturali e sociali
per coordinare iniziative rivolte agli uomini, promuovere percorsi di
formazione e campagne di sensibilizzazione, nonché momenti pubblici dedicati
all'evoluzione dei luoghi maschili e al contrasto di modelli nocivi che
alimentano discriminazioni e violenza di genere.
Forza
Italia: “Iniziativa woke.”
Ma non
sono mancate le polemiche. Due consiglieri di Forza Italia (il capogruppo Luca
Bernardo e Gianluca Comazzi) bollano il tavolo come “un approccio dal sapore
woke” e lo definiscono “fondato su presupposti ideologici” e un'impostazione
che potrebbe rappresentare “gli uomini come soggetti da rieducare”.
“Non
si chiarisce quali competenze saranno coinvolte né quale visione del maschile
si intende promuovere”, affermano Bernardo e Comazzi: “Si parla di nuove
culture e consapevolezze senza definire criteri, metodi, obiettivi e perimetro
dell'iniziativa. Prima di lanciare organismi consultivi e programmi formativi,
sarebbe indispensabile spiegare con precisione in che cosa consistono”. I due
consiglieri di Forza Italia chiedono quindi quante risorse saranno destinate e
quali scuole, università, aziende e altre realtà sono state coinvolte.
(Il
Comune crea il "tavolo sul maschile", la polemica di Forza Italia:
"Iniziativa woke".
(milanotoday.it/politica/il-comune-crea-il-tavolo-sul-maschile-la-polemica-di-forza-italia-iniziativa-woke.html)
(MilanoToday.)
La
Caduta di Yermak: Zelensky
Isolato,
la UE nel Panico.
Conoscenzeaconfine.it
– (1° Dicembre 2025) - The Islander – ci dice:
Bruxelles
vuole ritardare l’inevitabile, Washington vuole gestirlo e Kiev vuole negarlo.
Solo uno di loro ha il potere di dettare i tempi, e non è l’Europa.
La
caduta di “Andriy Yermak” – faccendiere, esecutore, guardiano e alleato
indispensabile di Zelensky – non è uno “scandalo di corruzione”. È un pugno sul
tavolo da parte di Washington.
“NABU”,
l’agenzia anticorruzione finanziata e addestrata dagli Stati Uniti, ovvero il
cane da attacco addestrato dagli Stati Uniti per la politica ucraina, non ha
fatto irruzione nell’ufficio presidenziale per caso.
Ha fatto irruzione per ricordare a Zelensky
che la guerra non è nelle sue mani, che il processo di pace non è nelle sue
mani e che il guinzaglio intorno a “Bankova Street” è tenuto da Washington, non
da Kiev e certamente non dai chihuahua europei.
Perché
la vera storia non sono le dimissioni di “Yermak”.
La
vera storia riguarda l’Occidente che si rivolta contro sé stesso su come porre
fine a una guerra che la Russia ha già vinto.
La
caduta di “Andriy Yermak”, il più fedele alleato di Zelensky e di fatto il
principale artefice del potere in Ucraina, non è uno scandalo.
È un
colpo dall’alto.
La “NABU”
non ha fatto irruzione nella casa e nell’ufficio del più potente funzionario
non eletto dell’Ucraina per caso.
E in
qualsiasi altro Paese, le sue dimissioni dopo un’operazione anti-corruzione
sarebbero uno scandalo politico.
In
Ucraina, è una detonazione geopolitica.
“Yermak”
non era solo un capo di stato maggiore, era l’architetto ombra del regime,
l’uomo attraverso cui ogni nomina, ogni trattativa oligarchica, ogni richiesta
occidentale e ogni decisione in tempo di guerra doveva passare.
E la
rapidità delle sue dimissioni dimostra chiaramente che si trattava meno di
corruzione e più di pressione – orchestrata, programmata ed eseguita dall’unico
attore che può azionare una leva del genere: Washington.
Per
mesi, gli Stati Uniti sono stati divisi tra i neoconservatori aggrappati alle
fantasie di un’inversione di tendenza sul campo di battaglia e il blocco
emergente dei realisti (JD Vance ed altri) che hanno finalmente accettato ciò
che le linee del fronte hanno dimostrato per oltre un anno: la Russia ha già
vinto.
L’esercito
ucraino è allo sbando, le riserve di munizioni della NATO sono esaurite e gli
elettori americani hanno finito con una guerra che non offre né vittorie né
strategie.
I
realisti ora vogliono un’uscita diplomatica controllata e salva-faccia, che
blocchi silenziosamente le perdite territoriali mentre Washington afferma di
aver “garantito la pace”.
Zelensky
ha resistito a ogni centimetro di questo perno perché la pace pone fine al suo
potere.
E “Yermak”
è stato il pilastro inamovibile di quella resistenza, isolando Zelensky da
qualsiasi pressione negoziale, il filtro che impedisce a messaggi indesiderati
di raggiungere il presidente.
“Purgandolo” attraverso un raid della “NABU”,
gli Stati Uniti hanno isolato Zelensky.
Nel Frattempo…
l’UE è nel Panico.
I
leader europei temono la pace più della guerra perché la pace impone
responsabilità… perché hanno distrutto le proprie industrie, incendiato la
propria sicurezza energetica, fatto precipitare le proprie economie in
recessione e incanalato centinaia di miliardi nella corruzione per una guerra
che Washington stessa si sta ora preparando a chiudere.
Bruxelles
ha sostenuto Zelensky incondizionatamente, non per convinzione, ma per pura
autoconservazione.
Se la guerra finirà, dovranno rispondere della
rovina che hanno inflitto alle proprie popolazioni.
L’Europa ha bisogno di un conflitto perpetuo
per rinviare la resa dei conti politica.
Washington,
al contrario, vuole una via d’uscita che salvi la faccia. Questa è la vera
divisione tra UE e USA: Bruxelles vuole ritardare l’inevitabile, Washington
vuole gestirlo e Kiev vuole negarlo.
Solo
uno di loro ha il potere di dettare i tempi, e non è certo l’Europa.
Mosca
vede la frattura occidentale, ne percepisce la disperazione e ne comprende il
vantaggio.
Il messaggio di Putin è stato freddo e
coerente:
o i negoziati si svolgono a condizioni che
riflettono la realtà del campo di battaglia e affrontano la causa principale
del conflitto, oppure la Russia continuerà a logorare le forze per procura
della NATO fino a quando non rimarrà più nulla con cui negoziare.
Per la
Russia, entrambe le strade portano alla vittoria.
La
Russia non ha motivo di affrettarsi, è l’Occidente che sta esaurendo tempo,
armi, unità e credibilità.
E
quando i cittadini europei si renderanno finalmente conto che i loro leader
hanno sacrificato prosperità, stabilità, industria e autonomia geopolitica per
una guerra che si è conclusa esattamente come Mosca aveva previsto, la resa dei
conti politica sarà epocale.
La
caduta di Yermak non segna la fine di un’era, ma l’inizio del collasso dell’UE.
(The
Islander).
(x.com/IslanderWORLD/status/1994499386491998538).
(imolaoggi.it/2025/11/29/la-caduta-di-yermak-ue-nel-panico/).
La
parità vista dagli uomini.
Secondopempo.cattolicanews.it
– (03 ottobre 2025) – Redazione – ci dice
Interrogarsi
sul maschile ascoltando e lasciando parlare gli uomini è una novità che rivela
caratteristiche inaspettate di quello che è un genere non definito, in quanto
considerato “universale neutro”, e negli ultimi tempi sempre più messo in
discussione nei dibattiti sulle pari opportunità.
Ci ha provato” Fondazione Libellula” che, con
la collaborazione di alcuni psicologi dell’Università Cattolica, ha realizzato
la survey “L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione. La voce degli uomini nelle
aziende italiane”, presentata giovedì 2 ottobre in largo Gemelli e seguita da
un dibattito nutrito e foriero di spunti da approfondire.
Ci
sono dati che colpiscono e che aprono la riflessione.
Più del 90% degli uomini pensa che una
maggiore equità dei generi sia un vantaggio per tutte le persone.
La parità non è una concessione, ma una
conquista collettiva.
Inoltre, il 77% si sente coinvolto nel contrasto alla
violenza di genere.
Ma i
giovani sembrano meno sensibili, e il congedo parentale resta ancora poco
esercitato: solo un terzo dei padri lo ha utilizzato.
La
ricerca ha aperto diversi fronti e indagato il punto di vista maschile su
parità di genere, genitorialità, molestie e discriminazioni nel contesto
professionale, analizzando un campione quasi interamente eterosessuale di oltre
6000 persone, di cui più di 2.000 uomini lavoratori in Italia, tra i 30 e i 50
anni, con un’istruzione elevata (più del 40% ha una laurea e il 37% un
diploma), prevalentemente residenti nel nord ovest e nel centro Italia.
Il
quadro complesso e sfaccettato del maschile nei luoghi di lavoro rivela dati
incoraggianti che si intrecciano a segnali di resistenza, tra nuovi modelli di
paternità, scarsa consapevolezza del privilegio e pregiudizi ancora radicati.
Come ha detto aprendo il dibattito “Raffaella
Iafrate”, delegata del Rettore per le Pari Opportunità dell’Università
Cattolica, «l’università
è luogo di pensiero e di cultura e il pregiudizio è nemico del pensiero. Noi
intendiamo le pari opportunità come il rispetto della dignità della persona
nella sua unicità differenziante e allora ben venga l’attenzione anche sul
maschile, l’altra faccia della medaglia».
L’aiuto
della psicologia è fondamentale in questo nuovo confronto.
Tra l’altro è significativo che questa sia una
professione prettamente femminile. Come ha sottolineato nel suo saluto iniziale
il preside della Facoltà di Psicologia “Alessandro Antonietti” «noi abbiamo solo due uomini su una
ventina di professori di ruolo. Incoraggio pratiche che rispettino la diversità
dei generi ma che aiutino a valorizzarle e integrarle».
Per
aprire lo spazio e una nuova alleanza tra i generi e superare una narrazione
ormai stereotipata, occorre mettersi in ascolto degli uomini, come si fa ad
esempio nei gruppi di autocoscienza avviati da “Luca Milani”, professore di Psicologia della
violenza di genere dell’Università Cattolica, che ha contribuito alla survey con
una metodologia rigorosa per misurare gli stereotipi e le percezioni «perché i
dati, che hanno una valenza psicometrica, si parlano tra loro e si possono
confrontare, un valore aggiunto dal punto di vista scientifico».
L’esperienza
di autocoscienza parte proprio dall’ascolto.
«Puoi essere un uomo in grado di manifestare
le proprie emozioni e parlare di quello che sente anche stando di fronte all’altro – ha
continuato Milani –. Occorre che gli uomini che hanno iniziato questo percorso
avviino un patto generazionale con giovani uomini della “Generazione “Z per
accompagnarli in questo percorso di autocoscienza, dove il corpo non sia inteso
solo come arma prestazionale ma come strumento di cura, come avviene nella
paternità».
A
proposito della genitorialità dalla ricerca emerge una conferma, come ha
spiegato “Mara Ghidorzi,” Gender Expert, DE&I Training designer, Fondazione
Libellula, che ha presentato i risultati:
«Solo il 34,6% dei padri ha utilizzato il
congedo parentale. Il 56,6% lo utilizza tra i 31 e i 40 anni e il 23% tra i 51
e i 60. È una buona notizia di cambiamento dei ruoli nel contesto familiare,
laddove il 18% sente il peso di dover sacrificare la propria carriera per
prendersi cura della famiglia (tra le donne e in particolare tra le madri si
arriva al 60%)».
Gli
uomini pensano che il genere possa influenzare le opportunità future di figlie
e figli nel 53% dei casi, mentre le donne lo sostengono all’80%.
Il
dibattito, condotto da “Shata Diallo,” Head of social impact strategy, Programs
& research di Fondazione Libellula, si è animato anche su altri dati emersi
dalla survey.
Il 77% del campione si sente coinvolto in
prima persona nel contrasto alla violenza di genere. Ma facendo il focus
generazionale emerge che gli over 60 si sentono coinvolti nell’80% dei casi,
mentre i giovani solo nel 46%.
Inoltre,
quasi un uomo su tre pensa che la parità di genere sia un traguardo raggiunto,
tra le donne lo pensa solo il 6,5%.
Questo
scollamento tra percezione e realtà dice della necessità di fare cultura e di
educare alla cura dell’altro a cominciare dai più piccoli e sui banchi di
scuola, e alla responsabilità di chi ha dei privilegi nel dare voce e spazio a
chi ne ha meno.
Come
ha sottolineato l’attivista e autrice di best seller internazionali Francesca
Cavallo, «da quando un bambino nasce, gli adulti manifestano una diversità di
trattamento. Quella di cui stiamo parlando oggi è una rivoluzione culturale di
proporzioni epiche, un lavoro pionieristico, perché sposta l’asse con cui
comprendiamo la nostra esperienza di umani».
Anche
il mito dell’uomo tutto d’un pezzo, forte e incrollabile si sta incrinando,
come si evince dall’indagine:
«Quasi
un uomo su quattro ha cambiato lavoro a causa di molestie, discriminazioni o un
ambiente tossico – ha spiegato Ghidorzi –. Le discriminazioni sono diverse
rispetto al femminile. Se parliamo di molestie, le donne continuano a essere il
soggetto più colpito ma la questione si capovolge quando si tratta di
orientamento affettivo-sessuale».
Dati
confermati da “Laura Galuppo”, professoressa di Psicologia del lavoro e delle
organizzazioni in Università Cattolica, che ha parlato di «narrazioni uniche sulla carriera.
Per ora si pensa al lavoratore ideale che performa, va veloce, che non può dire
“non ce la faccio”, un ruolo da sempre tipicamente maschile. Molti fanno oggi
fanno fatica a stare in questa narrazione se non in pochi e rari contesti».
Il
mondo del lavoro è anche una cartina tornasole del processo di consapevolezza e
di cambiamento in atto.
“Claudio
Nader”, docente, strategist culturale e founder di Osservatorio maschile, ha
rilevato che «molte donne dicono che cominciano ad accorgersi di alcuni problemi di
conciliazione solo quando iniziano a lavorare e tanti uomini cominciano a
confrontarsi con questi temi quando hanno figli o figlie perché “sale il padre
protettore”. Se la questione è proteggere qualcun altro (stereotipo del
principe che protegge e salva) allora si sviluppa l’attenzione, altrimenti no,
perché gli uomini non sono abituati a guardare la parte di sé relativa alla
cura che per certi versi è dominante e per altri opaca».
Questa
indagine rappresenta dunque un primo passo per superare una narrazione
sbilanciata e finora centrata quasi esclusivamente sul vissuto femminile, e
aprire lo spazio a un confronto e a una nuova alleanza tra i generi.
Tutti
i risultati della ricerca sono raccolti nell’eBook “L.U.I. – Lavoro, Uomini,
Inclusione”, disponibile integralmente per il download sul sito di Fondazione
Libellula.
Il
carcere: tra dignità umana e rieducazione.
Magistraturademocratica.it
– (06/05/2024) – Redazione – ci dice:
Il
tasso di sovraffollamento, il numero di suicidi, le criticità nell’assistenza
sanitaria espongono le persone detenute e quelle che in carcere lavorano a una
quotidianità che rischia di porre in discussione i diritti fondamentali della
persona e compromettere la funzione di reinserimento sociale che la
Costituzione indica come coessenziale all’esecuzione delle pene.
Lo
stesso Presidente della Repubblica ha sottolineato quanto sia indispensabile
affrontare immediatamente la situazione, con l’adozione di interventi urgenti.
È
necessario riformare il sistema dell’esecuzione penale, in modo da poter
riaffermare il volto costituzionale della pena e assicurare la dignità di ogni
persona che si trova a vivere e lavorare in carcere.
Sono
auspicabili interventi che possono offrire una risposta nell’immediato: la
rapida approvazione di un provvedimento legislativo sulla c.d. liberazione
anticipata speciale; la previsione – calibrata secondo razionali criteri di
priorità – della sospensione dell’ordine di esecuzione della pena detentiva
(ove essa debba essere eseguita in strutture sovraffollate); l’approvazione di
provvedimenti di clemenza.
Sono
tuttavia necessari anche interventi di medio e lungo periodo: un ripensamento
dell’edilizia penitenziaria, ma, soprattutto, un potenziamento delle risorse
umane (polizia penitenziaria, operatori sanitari, educatori, UEPE, magistratura
di sorveglianza); un ripensamento delle modalità di esecuzione della pena
detentiva, immaginando la costruzione di percorsi trattamentali differenziati e
capaci di proporre alle persone detenute concrete possibilità di reinserimento
sociale al momento della conclusione della pena detentiva; un rafforzamento del
sistema delle pene sostitutive, con un più ampio coinvolgimento di enti
territoriali e mondo delle associazioni nella costruzione di percorsi di
reinserimento sociale, che non può essere solo responsabilità dell’amministrazione
penitenziaria, ma è compito di tutta la comunità repubblicana; un rafforzamento
delle strutture deputate a trattare il disagio psichico degli autori di reato;
un ripensamento di alcune politiche penali informate a una cultura sicuritaria
rivelatasi poco efficace e per lo più cancerogena.
Solo
assicurando autentiche e concrete condizioni di dignità alle persone sottoposte
all’esecuzione penale e rendendo non utopica la promessa di reinserimento
sociale si riuscirà ad ottenere un avvicinamento alla funzione che la
Costituzione assegna al diritto penale.
IL
DOCUMENTO.
Il carcere: tra dignità umana e rieducazione.
Il
carcere è uno dei luoghi in cui un paese democratico misura il suo tasso di
aderenza ai diritti universali dell’uomo. E’ il fulcro in cui l’uso della
forza, regolato dallo Stato nel processo, cerca il suo più difficile equilibrio
con l’umanità del trattamento sanzionatorio e con la risposta rieducativa che
la Costituzione affida alle pene.
La
privazione della libertà, a maggior ragione se applicata a chi ancora non è
stato raggiunto da sentenza di condanna, è la misura più afflittiva che
l’ordinamento prevede.
Lo ha
ricordato più volte la Corte Costituzionale, da ultimo nella sentenza n. 10 del
2024: «il volto costituzionale della pena richiede che questa non implichi una
sofferenza eccedente la misura necessaria […]. La dignità della persona (art.
3, primo comma, della Costituzione), soprattutto nel caso dei detenuti, il cui
dato distintivo è la precarietà degli individui, derivante dalla mancanza di
libertà, in condizioni di ambiente per loro natura destinate a separare dalla
società civile, è dalla Costituzione protetta attraverso il bagaglio degli
inviolabili diritti dell’uomo, che anche il detenuto porta con sé lungo tutto
il corso dell’esecuzione penale».
È
sotto i nostri occhi, però, la situazione drammatica delle carceri italiane.
Una situazione per la quale è difficile parlare di rieducazione, perché le
condizioni ordinarie ben difficilmente possono essere considerate civili.
Il
sovraffollamento ha già raggiunto livelli intollerabili, tanto che, prima
ancora che di ostacolo alla rieducazione, si deve parlare di ostacolo alla vita
dignitosa se non alla sopravvivenza.
Pur
non essendovi evidenze adeguate per stabilire un nesso di causa-effetto tra
livelli di sovraffollamento e tasso di suicidi, non si può che registrare che i
suicidi, nei primi quattro mesi del 2024, sono stati 33 (70 nel 2023). Ma il
suicidio è solo la spia più evidente, che denuncia una situazione complessiva
che non può certo assicurare condizioni di vita dignitose ai reclusi.
Secondo
i dati dell’ultimo rapporto di Antigone, aggiornato al 31 marzo 2024, i
detenuti sono 61.049 rispetto ai 51.178 posti della capienza ufficiale con un
tasso di affollamento medio del 119%, che in alcuni istituti raggiunge punte
ben più alte, davvero intollerabili, addirittura superiori al 200%.
Il
sovraffollamento, la fatiscenza edilizia, la promiscuità di percorsi
trattamentali, l’impossibilità di un effettivo accesso al lavoro e alle offerte
rieducative, l’assenza delle basilari condizioni igieniche, l’inadeguatezza
dell’assistenza sanitaria a prendersi cura della salute fisica e di quella
mentale dei detenuti contribuiscono a rendere il trattamento applicato
contrario al dettato costituzionale: rendono il carcere un luogo dove il più
delle volte si cerca di sopravvivere al nulla, dove i problemi principali sono
quelli relativi all’igiene, allo spazio e al cibo, dove è costante il tentativo
di soddisfare i bisogni basilari, ossia quelli che dovrebbe essere, invece, lo
Stato a garantire a ciascuno, in modo da creare le condizioni per sviluppare o
ricucire il senso del bene comune e la voglia di migliorarsi.
Ne
esce l’immagine di un carcere non solo inadeguato alla sua funzione
rieducativa, ma anche lesivo della dignità umana, ridotto a un luogo ove il
detenuto replica le dinamiche di strada ed è esposto a logiche recidivanti; e
dove il personale penitenziario, chiamato a supplire professionalità assenti e
a governare continui conflitti, rischia di perdere il senso e la fiducia nel
proprio ruolo.
I casi
di uso abusivo della forza e tortura su cui si è indagato e che sono sub iudice
non trovano in assoluto alcuna giustificazione. È certo, però, che le
deviazioni vanno circoscritte e inquadrate in un contesto nel quale la polizia
penitenziaria si adopera con personale numericamente non adeguato (un agente
ogni 50/70 detenuti), in turni di servizio serrati, svolti in condizioni di
costante concentrazione e si trova sovente a risolvere (letteralmente) da sola
emergenze che richiederebbero supporto specialistico e che, per questo, sono
destinate ad aumentare il carico di stress individuale.
Le
proposte.
Ci
troviamo di fronte a una situazione non lontana da quella che indusse la Corte
EDU a condannare l’Italia nel noto caso Torreggiani. In tale situazione,
Magistratura democratica ritiene indispensabile la costruzione di rimedi che
prevengano la possibile violazione dei diritti fondamentali della persona
detenuta; violazioni che, appunto, occorre prevenire e non risarcire ex post
con i rimedi risarcitori oggi previsti dall’art. 35-ter dell’Ordinamento
penitenziario.
Così
come emerso nei momenti di analisi e confronto con l’associazione Antigone e
con l’avvocatura, Magistratura democratica ritiene che, per restituire alla
detenzione in carcere il carattere di pena coerente con il dettato
costituzionale, occorra operare su due piani, uno immediato e urgente, uno
strategico: con il primo si potrà puntare ad alleggerire la pressione sul
sistema penitenziario, oramai davvero intollerabile; con il secondo immaginare
una riforma radicale dell’esecuzione penale, che esca con maggiore convinzione
dagli schemi del secolo scorso, pensati per una società diversa, con un numero
di detenuti incomparabilmente più basso e quando molte delle risposte
sanzionatorie che si sono fatte strada negli ultimi decenni non erano neppure
immaginabili.
Le
misure urgenti.
Accogliendo
il quanto mai esplicito monito del Presidente della Repubblica, sollevato il 18
marzo 2024 in occasione dell’incontro coi delegati della Polizia penitenziaria
per i 207 anni di vita del Corpo, è indispensabile che il legislatore individui
«immediatamente, con urgenza» misure, anche temporanee, volte ad alleggerire la
pressione sulla popolazione carceraria.
1) La proposta di portare la liberazione
anticipata da 45 a 60 giorni ogni semestre, attualmente in discussione alla
Camera (disegno di legge C. 552), può costituire una misura utile a diminuire
la pressione in tempi ragionevolmente brevi. La liberazione anticipata
speciale, diversamente dall’amnistia e dall’indulto, richiederebbe una
valutazione del giudice della sorveglianza, riguarderebbe condannati che già
hanno aderito positivamente al percorso di recupero, coerentemente con i
principi fondamentali in materia di esecuzione e potrebbe consentire al sistema
di riprendere fiato nel brevissimo periodo. Auspichiamo pertanto che le
autorità di governo prendano seriamente in considerazione l’approvazione di un
decreto legge che si muova nel solco della citata proposta di legge, ora
all’esame della Camera dei Deputati (facendosi anche carico di affrontare due
criticità, potenzialmente foriere di dubbi di legittimità costituzionale: (i)
la disciplina degli effetti nel tempo della novella; (ii) l’attribuzione al
direttore dell’istituto della competenza a riconoscere il diritto al
beneficio).
2) La previsione di una modifica dell’art.
656 c.p.p. che preveda la possibilità di sospendere l’esecuzione della pena
detentiva qualora la stessa debba trovare applicazione in un istituto ove il
tasso di affollamento superi il 100%. Si tratta di un meccanismo di garanzia
dal quale potrebbero essere esclusi i reati più gravi (come mafia e terrorismo)
o i casi in cui si è resa necessaria l’applicazione della custodia cautelare in
carcere. In caso di necessità di gestire il flusso di sospensioni dell’esecuzione
e ingressi in istituto, si potranno stabilire dei criteri di priorità, per
individuare le condanne cui dare prioritariamente esecuzione (eventualmente
prevedendo proporzionate forme di controllo sulla condotta del condannato in
attesa dell’inizio dell’esecuzione della pena); o, ancora, si potrebbe
intervenire su alcuni rigidi automatismi che si determinano per effetto delle
interrelazioni tra l’art. 656 c.p.p. e
l’art. 4-bis dell’Ordinamento penitenziario.
Non si
tratta di una velleitaria proposta di introduzione del numero chiuso. Si
tratta, al contrario, di un intervento che consentirebbe di dare esecuzione
alla pena in un momento in cui il sistema penitenziario è in grado di
assicurare che essa sia coerente con il mandato costituzionale.
A ciò
si aggiunge la possibilità, resa attuale da una situazione ormai diventata
sistemica e non più episodica o risolvibile con rimedi preventivi (come
indicato dalla Corte nella sentenza di inammissibilità n. 279 del 9 ottobre
2013), di percorrere nuovamente la questione di legittimità costituzionale
dell’art. 147 c.p. nella parte in cui non prevede, oltre ai casi ivi
espressamente contemplati (presentazione di domanda di grazia, grave infermità
fisica o madre di prole di età inferiore a tre anni), l’ipotesi di rinvio
facoltativo dell’esecuzione della pena quando essa debba svolgersi in
condizioni contrarie al senso di umanità.
3) In una fase storica in cui la pressione
sul mondo penitenziario si sta rapidamente dirigendo verso una situazione di
possibile compromissione non solo del percorso di reinserimento sociale, ma
degli stessi diritti fondamentali delle persone detenute, il Parlamento
potrebbe poi prendere in seria considerazione l’approvazione di provvedimenti
clemenziali.
L’amnistia
e l’indulto – si dice – sono sempre una sconfitta per l’ordinamento. Ma anche
non saper garantire un’esecuzione penale dignitosa è una sconfitta per un
ordinamento.
A
fronte di un tasso di sovraffollamento molto elevato, di un arretrato
giudiziario molto elevato, di una riforma del sistema penale di forte impatto,
il legislatore – nell’esercizio della sua “libertà”, ma anche della sua
“responsabilità” politica – avrebbe valide giustificazioni istituzionali per
prendere in seria considerazione l’adozione di provvedimenti di clemenza.
Le
misure sistemiche.
Tuttavia
il ciclo (ormai esaurito) delle misure straordinarie adottate per adempiere
alle prescrizioni della sentenza Torreggiani ci rende consapevoli che, senza
una profonda riforma e senza interventi radicali e lungimiranti, il problema è
destinato a riproporsi ciclicamente, come infatti sta già accadendo, con un
indice di affollamento in rapida e drammatica crescita.
È
oramai un dato acquisito che l’identificazione fra “pena” e “carcere” non ha
più senso, come pure non si può dire esista un unico modello di carcere.
La
proposta, a prima vista sensata, di rimediare al sovraffollamento costruendo
più carceri, non ha avuto e non avrà alcun concreto sbocco. Quantomeno non
nell’immediato. E non solo per le difficoltà e i tempi necessari alla
costruzione degli edifici (comunque lunghissimi), ma perché questa opzione non
si fa carico di indicare con quali risorse economiche, soprattutto in punto di
personale, si farebbe fronte alla gestione delle nuove carceri, posto che già
gli insufficienti istituti soffrono tutti di evidenti e gravi carenze di
personale, sia di quello di polizia, sia di quello incaricato più direttamente
del trattamento. La strada, anzi le strade, deve essere diversa, senza
necessariamente rinunciare a rinnovare il patrimonio edilizio carcerario.
1) Il carcere, dopo l’introduzione delle pene
sostitutive da parte della c.d. riforma Cartabia, dovrebbe essere solo una
delle forme di esecuzione della pena: quella riservata ai delitti più gravi
ovvero dove sia possibile progettare un percorso detentivo capace di restituire
al condannato la dignità umana persa nel crimine. Il carcere non è invece la
soluzione per le pene detentive brevi o, il più delle volte, per il
contenimento di soggetti affetti disturbi sociali della personalità.
Per
questi casi la legge prevede la presenza di strutture amministrative che si
occupino della esecuzione esterna delle pene sostitutive (l’UEPE) e, nel
secondo, di strutture sanitarie e socio-assistenziali che individuino e seguano
un percorso terapeutico e di sostegno da affiancare alla pena (SerD, Csm).
Ancora oggi queste strutture sono, però, gravemente insufficienti e prive di
risorse e rischiano di non riuscire là dove dovrebbero essere l’effettiva
risposta alternativa al carcere inteso come luogo di emarginazione del disagio.
Deve,
pertanto essere resa effettiva una immediata e diffusa applicazione delle pene
sostitutive attraverso il potenziamento degli uffici di esecuzione esterna
della pena, così come deve essere avviata una seria politica di investimenti
per le strutture sanitarie destinate al trattamento esterno dei soggetti
psicologicamente fragili.
Ma non
solo: sarebbe necessario che anche gli enti territoriali e le associazioni di
categoria e del c.d. terzo settore si sentissero interpellati da questa
responsabilità, aumentando la loro offerta di collaborazione alla costruzione
di percorsi di reinserimento sociale delle persone condannate. Se oggi si può
dire che il c.d. terzo settore stia provando a rispondere a questa
responsabilità, altrettanto non può dirsi con riferimento a troppe istituzioni
pubbliche.
È
necessario che si costruisca una cultura per cui il reinserimento sociale è una
domanda rivolta a tutta la comunità repubblicana e non solo all’amministrazione
penitenziaria.
2) Occorre tuttavia ripensare alla pena
detentiva, individuando anche altre modalità di esecuzione della stessa. Non
più il solo carcere, quindi, e non più un solo tipo di carcere.
Non si
tratta di introdurre misure indiscriminate e non si tratta di rendere meno
ferma la risposta dello Stato alla commissione di delitti gravi. Si tratta di
verificare se alcune esperienze già in corso, che hanno dato frutti positivi,
come ad esempio quelle delle CEC (Comunità educante con i carcerati), possano
diventare una delle modalità di esecuzione della pena. Il passaggio non potrà
essere ovviamente istantaneo o automatico.
Per
verificare la praticabilità di una simile idea sarà necessario reperire dati
statistici, verificare i luoghi, le competenze del personale, le modalità di
vigilanza sulla struttura e sull’effettiva formazione degli operatori. Una
simile progettualità dovrà in ogni caso essere disciplinata in modo tale da
escludere che ciò determini una sorta di privatizzazione dei percorsi di
esecuzione penale (che non può che rimanere affidata alla responsabilità
istituzionale delle istituzioni statuali).
Occorre
peraltro ricordare che in molti casi, per ragioni varie, dalla mancanza di
legami territoriali e familiari, alla provenienza da stati esteri, il detenuto
che potrebbe in astratto aspirare a forme di esecuzione alternativa, come la
detenzione domiciliare, o anche l’affidamento in prova, neppure presenta
domanda per mancanza, appunto, di un domicilio o di riferimenti familiari o
sociali. Una struttura consimile soddisfa le esigenze di sicurezza sociale,
poiché il condannato è comunque soggetto a vigilanza e limitato negli
spostamenti e consente anche di ipotizzare un verosimile risparmio di spesa
rispetto alle forme tradizionali.
3) Il sovraffollamento carcerario trova in
gran parte origine delle attuali normative sull’immigrazione (31,3% di
stranieri) e sugli stupefacenti. In questa ultima materia le esperienze estere,
da ultima la Germania, mostrano come sia ormai maturo il tempo di abbandonare
la scelta proibizionistica sull’uso delle droghe leggere, rivelatasi al
contrario delle intenzioni un fattore criminogeno, per giungere ad una
depenalizzazione di un fenomeno sociale che può essere monitorato e prevenuto
attraverso il sistema sanitario e quello scolastico e che invece, oggi,
costituisce titolo di reato per 26.160 dei 61.049 reclusi, oltre ad alimentare
un indotto criminale che accresce ulteriormente la pressione sul sistema
penale.
4) Il recupero della dignità della detenzione
carceraria passa non solo attraverso la ristrutturazione degli edifici e il
rispetto dei minimi standard di abitabilità degli spazi ma anche attraverso
investimenti che aumentino le opportunità di lavoro, di studio e formazione
consentendo a tutti i detenuti (e non solo al 10%) di accedervi, attraverso
investimenti che prevedano la presenza di un numero adeguato di operatori e
funzionari giuridico pedagogici e mediatori culturali per assicurare un reale
accompagnamento nel percorso trattamentale; attraverso una maggiore presenza
dei magistrati di sorveglianza (primo interlocutore dei detenuti) all’interno
delle strutture carcerarie, anche a mezzo un incremento dell’organico;
attraverso l’aumento degli organici della Polizia penitenziaria e del personale
medico-sanitario e del corpo degli educatori.
5) Magistratura democratica auspica che,
lungi dalla costruzione di nuove carceri, la politica voglia affrontare i
problemi legati al crescente disagio psichico nelle prigioni, tema che,
affrontato dai progetti di riforma, si è colpevolmente voluto tralasciare. Nel
caso dei detenuti con patologie mentali e degli internati sottoposti alle
misure di sicurezza diventa ancora più difficile infatti – in presenza di
permanenti vuoti normativi – conciliare le esigenze di sicurezza con il diritto
di essere curati come cittadini uguali a tutti gli altri: appare opportuno
incentivare protocolli operativi tra i Servizi territoriali di psichiatria e
gli Uffici giudiziari che consentano di risolvere, già in sede di giudizio di
cognizione, la possibilità di trattamenti terapeutici non necessariamente
collegati alla totale privazione della libertà, per dare effettiva attuazione
alla legge 17 febbraio 2012 n. 9 sull’abolizione degli ospedali psichiatrici
giudiziari. Si tratta di temi di primario rilievo e di non facile soluzione.
Rispetto
ad essi auspichiamo che il legislatore prenda seriamente in considerazione i
moniti formulati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 22 del 2022.
Al
contrario, l’involuzione rappresentata dalle derive repressive costituite da
nuovi ‘pacchetti sicurezza’, dall’inasprimento delle pene per alcuni reati, dai
nuovi ostacoli frapposti, con efficacia retroattiva, ai processi di
reinserimento per alcune categorie di reati (derivanti ad esempio
dall’inserimento nel primo comma dell’art. 4-bis dell’Ordinamento penitenziario
di quasi tutti i reati contro la pubblica amministrazione, semplicisticamente
parificati ai reati di mafia e di terrorismo ad opera della recente legge 9
gennaio 2019 n. 3 in materia di corruzione), rischiano di relegare ancora una
volta il carcere in un mondo chiuso in sé e totalmente impermeabile al contatto
con la società civile. Essa allontana dal finalismo che la Costituzione assegna
alla pena.
È
certamente vero che le pene rispondono anche a esigenze di politica criminale e
di difesa sociale. È tuttavia altrettanto vero che la considerazione delle
altre funzioni della pena non può essere di portata «tale da autorizzare il
pregiudizio della finalità rieducativa espressamente consacrata dalla
Costituzione nel contesto dell’istituto della pena. Se la finalizzazione
venisse orientata verso quei diversi caratteri, anziché al principio
rieducativo, si correrebbe il rischio di strumentalizzare l’individuo per fini
generali di politica criminale (prevenzione generale) o di privilegiare la
soddisfazione di bisogni collettivi di stabilità e sicurezza (difesa sociale),
sacrificando il singolo attraverso l’esemplarità della sanzione. è per questo
che, in uno stato evoluto, la finalità rieducativa non può essere ritenuta
estranea alla legittimazione e alla funzione stesse della pena» (Corte
Costituzionale sentenza n. 313 del 1990).
(L’Esecutivo
di Magistratura democratica).
C’eravamo
tanto odiati
Ripensare
la virilità, dalla voce
del
padrone ai maschi del futuro.
L’inkiesta.it
- Emma Besseghini – (2 dicembre 2025) – Redazione -ci dice:
Tra le
richieste del femminismo, che esige un’assunzione di responsabilità, e le
resistenze di genere, può esistere un uomo, un maschio, un padre nuovo, oggi?
Le risposte di Francesco Pacifico e Francesca Cavallo.
Questo
è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema delle
identità, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle
stazioni di tutta Italia.
«Ho
scritto questo monologo soltanto per amore».
Francesco
Pacifico ha scritto un libro per gli uomini che pensano di aver scelto di
capire le rivendicazioni delle donne. S’intitola La voce del padrone (Add
Editore, 2025) e racconta la relazione con la sua compagna, Francesca, la
donna, da lui definita “femminista”, che vive insieme a lui. Il libro parla di
come questo rapporto gli abbia cambiato la vita e di come l’abbia resa più
creativa e più libera, dopo averla fatta esplodere in mille pezzi. «Non riesco
a dimenticare che quando vivi con una femminista non c’è amnistia, non c’è pace
sociale. Tu sei e rimani “il padrone”…».
Ma poi
si chiede “e l’amore?”. «Dov’è l’amore quando vai a letto con il nemico? E io,
il nemico, il “patriarcato”, posso amare?», scrive nell’incipit del libro.
Pacifico si pone queste domande dal punto di vista del “padrone”, che dopo
l’incontro con una donna femminista si scopre soltanto un uomo circondato dalle
macerie del suo mondo. L’incontro con il femminismo è definito come un big
bang, una scissione che ha diviso gli uomini in due: da una parte quelli che
lui chiama “i capibara”, i rivoluzionari in superficie, che considerano le
rivendicazioni del femminismo come richieste innocue, come si trattasse di un
semplice quesito morale «e non la gigantesca rivoluzione che è». Dall’altra, “i
reazionari”, i cattivi usciti alla luce del sole, che sentendosi minacciati
nella propria individualità si rifugiano nella “mano sfera,” nei podcast
misogini e ultraconservatori.
L’autore
racconta di aver immaginato e descritto queste due categorie per sottolineare
come in ogni maschio siano presenti entrambi questi caratteri. Coesistono
entrambi, dentro di lui: da una parte, una persona ben disposta – a volte
furbescamente, altre volte in modo sincero –, dall’altra una persona
francamente reazionaria, che rifiuta categoricamente le richieste delle donne.
«Parlo così perché penso che gli uomini vogliano sempre riposizionarsi con
successo», dice, riferendosi alla categoria dei “capibara”. Racconta che i
pochi uomini che si sono approcciati alla lettura de La voce del padrone gli
hanno mosso alcune critiche, perlopiù riguardanti il fatto che il monologo non
offra vere soluzioni. «Io sto solo dicendo tutte le parti che ho dentro, e non
mi vergogno di dirlo. L’unica reazione possibile sembra quella di lamentarsi
dell’assenza di soluzioni, e questo ti fa capire tutta la falsità
dell’approccio degli uomini rispetto alla risoluzione di questi problemi
strutturali. Ripensare al maschile non deve essere solo una questione di
design». Ma l’idea di maschio – inteso come istituzione totale – ha già
largamente fallito. Secondo Pacifico è proprio dalle macerie del suo mondo che
può nascere una nuova possibilità, «quella di riappropriarsi di una narrazione
del fallimento, e di uscire dalla mera sanzione morale». Aggiunge che intorno a
questi temi, i maschi, forse, stanno girando in tondo, «stanno facendo di
tutto, pur di non fallire. L’uomo non è abituato a perdere: appena perde,
mena».
Pacifico
descrive la vita con una donna femminista come simile alla vita artistica: «Io
penso che l’educazione sentimentale che ho ricevuto mi abbia spinto – come
tanti altri uomini – a sentire la donna come “propria”». Quando racconta il suo
rapporto con Francesca lo descrive come una relazione vitale e strana: «fatta
di molti istinti, d’imprevedibilità, di fissazioni, di cose inspiegabili. È
come se la creatività della vita letteraria finalmente s’incontrasse con una
maggiore creatività relazionale: non c’erano le solite cose da fare, i soliti
passaggi da fare. Era tutto da scrivere». E il senso di spaesamento che
scaturisce dall’incontro con il soggetto imprevisto deriva anche
dall’educazione impartita agli uomini: «Veniamo socializzati in un modo
erosivo, e spesso manipolati. Una femminista, invece, ti può sempre dire:
“Guarda: io sto facendo quello che stai facendo tu, adesso decideremo
liberamente”. Le donne dicono, semplicemente, “anch’io voglio la libertà, come
la vuoi tu”».
Mentre
parliamo, emerge che l’eco del libro è stata grande quasi quanto la
pubblicazione stessa. E che il volume ha riscosso grande interesse, dimostrato
soprattutto durante gli eventi dal vivo. Da una parte c’è stata la reazione
delle donne: «Mi telefonano colleghe, mi scrivono che vogliono assolutamente
parlare di questa cosa». Racconta lo stupore nell’aver ricevuto un grande
riscontro da parte del pubblico femminile. Non ha mai ricevuto così tanti
feedback per un suo testo: «Pensavo che avrei ricevuto molta resistenza per
aver raccontato i miei sentimenti peggiori, invece ho trovato molta amicizia e
molta solidarietà». D’altra parte racconta di non aver ricevuto praticamente
nessun riscontro da lettori uomini: «Mi chiedo che cosa sono gli uomini tra di loro,
e perché questa presa di responsabilità sia stata accolta con entusiasmo
soltanto da una parte». Con entusiasmo, ma soprattutto con scetticismo.
I
discorsi con le donne che hanno letto La voce del padrone, confessa, cominciano
tutti dallo stesso punto, ovverosia un’apertamente dichiarata sfiducia
nell’approcciarsi alla lettura del libro, che è anche la stessa da cui ha preso
le mosse il nostro incontro: «C’è una grande consapevolezza da parte di tutte,
mentre non ho ritrovato una posizione altrettanto solida dalla quale sono
partiti i maschi». Ipotizza che forse riflettere su questi temi è considerato
poco virile, un pensiero che confessa
pesare anche su di lui: «Con gli uomini io sto bene se guardiamo la
partita, se parliamo di musica, se stiamo facendo cose dove l’argomento di
discussione sono le cose stesse che ci interessano, più che di noi stessi,
della nostra vita interiore, emotiva. È difficile, insomma, restare seduti gli
uni di fronte agli altri, con davanti a una bottiglia di vino, a chiacchierare
delle “intermittenze proustiane del cuore”. Sembra qualcosa di non praticabile,
una direzione traslucida, caotica, dove non capisci bene che tipo di relazione
stai intrattenendo. Non capisci che format è, non sai dove andrà a parare». Con
gli uomini è molto difficile «rimanere in una situazione così».
Scrivere
il libro gli ha permesso di capire molte cose nuove, ma anzitutto che una
femminista non si potrà mai prendere cura degli uomini:
«Al
massimo ti può riconoscere, ma non può curarti», dice. Aggiunge che, volendo
impostare un rapporto alla pari, “la cura” può diventare quasi una pratica
manipolatoria. Mentre “il riconoscimento”, quello sì, diversamente, «è ciò che
per davvero può farci sentire bene».
«What
about boys?»
«E per
i maschi?».
È
questa la domanda che Francesca Cavallo ha deciso di porsi dopo il successo
della pubblicazione Storie della buonanotte per bambine ribelli, un volume
pubblicato nel 2016 insieme a Elena Favilli, contenente cento storie di
scrittrici, scienziate, sollevatrici di pesi, musiciste e astronaute che hanno
realizzato i loro sogni.
Scrittrice
e autrice teatrale, Cavallo racconta che durante le presentazioni del volume
questa era una delle domande più frequenti. «La trovavo profondamente
irritante: pensavo che chi me la ponesse, volesse distogliere l’attenzione dal
lavoro che stavo facendo per l’emancipazione delle bambine», racconta. Quella
domanda scomoda, però, le rimaneva impigliata addosso, fino alla nascita del
suo primo nipotino: «Ho iniziato in quel momento a riflettere sul fatto che
negli ultimi anni si è allargato molto il perimetro di esplorazione di sé che
offriamo alle bambine, invece quello che proponiamo ai bambini maschi è più o
meno rimasto uguale». Cavallo parla di un paradosso, quello per cui
«continuiamo a educare i maschi secondo delle linee che sono le stesse da oltre
trent’anni, però ci aspettiamo che quando crescono si comportino in modo
radicalmente diverso».
Per
anni, l’autrice si è interrogata su come poteva rispondere a questa domanda,
formulando una risposta diversa da quella proposta per le bambine. Spiega che
non aveva alcun senso riproporre una versione “maschile” di Storie della
buonanotte per bambine ribelli e raccontare le storie di uomini eccezionali,
perché «l’eccezionalità è uno degli assi tradizionali dell’educazione dei
maschi», dice. Così, ha cominciato a studiare la formazione della loro
identità. Dalla sua ricerca nasce Maschi del futuro, una newsletter ideata per
ripensare la mascolinità. L’autrice lo ha fatto indagando i copioni del
“maschile” da un punto di vista insolitamente privilegiato, quello di una
identità che lei stessa definisce “di frontiera”. «Sono una persona queer: sono
cresciuta come una bambina, ma in tutte le storie che mi hanno raccontato mi
sono sempre rispecchiata nei personaggi maschili. Ho costruito una specie di
identità di confine, sono cresciuta interiorizzando un modello maschile. Questa
esperienza mi ha dato la possibilità di guardare in due direzioni».
Da
questa prospettiva l’autrice riflette sul concetto di privilegio come strumento
di indagine sociale, usato spesso come arma retorica che rischia di inquinare
il dialogo, «decidendo in modo sbrigativo quali sono le qualità morali della
persona che abbiamo davanti, e dunque chi merita di essere ascoltato nella
pubblica piazza e chi no». Nella puntata della newsletter dal titolo Siamo
tutti privilegiati, a turno, scrive che oggi esiste una performance
progressista: «Il privilegio maschile viene utilizzato come una clava, perché è
un concetto utile nella misura in cui ti permette di approfondire in ogni
situazione qual è la dinamica di potere in gioco», spiega. E aggiunge: «Fare
gli arbitri della morale degli altri non è mai un esercizio né giusto né utile.
Io sono anche un’attivista: un pezzo del mio lavoro è usare le parole per
provare a portare il mondo in una direzione che può aiutarci a stare meglio.
Per farlo non m’interessa dire “io sono brava” e “tu fai schifo”. Lo trovo
noioso e inefficace». Sottolinea però che esiste una superficialità dilagante,
legata soprattutto a una performance progressista maschile, che si riconduce al
ruolo di alleato, una posizione che Cavallo mette profondamente in discussione:
«Io non voglio che tu sia alleato di una battaglia in cui ritieni di essere un
passante benevolente. Non mi interessa la tua benevolenza, voglio che tu ti
trasformi».
In
Maschi del futuro, l’autrice prova a offrire uno spazio di elaborazione che
esula dalle logiche algoritmiche della polemica: «M’interessa aprire uno spazio
in cui io ti ascolto con la sicurezza di chi sa dove vuole andare. Voglio
coltivare uno spazio in cui si possa argomentare in buona fede». Racconta degli
incontri dal vivo, del coinvolgimento da parte degli uomini: «Ci sono stati
manager di grandi aziende che sono venuti da me dicendo che li avevo fatti
piangere, che ci voleva tanto “a far piangere degli stronzi come me”. O di
altri che mi hanno confidato di essere venuti agli eventi per litigare, e alla
fine mi hanno detto “adesso però non so che cosa dire”». È un processo che
assomiglia a un viaggio di liberazione reciproca. E che ha avuto uno sviluppo
anche accademico.
Il 2
ottobre scorso, all’Università Cattolica di Milano è stata presentata da
Fondazione Libellula la survey L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione, un’indagine
per approfondire il punto di vista maschile su stereotipi, parità,
responsabilità e discriminazioni nei luoghi professionali. Il sondaggio ha
coinvolto 2 000 uomini, ai quali è stato chiesto – tra le altre cose – se
secondo loro il genere avesse influito sulla loro scelta professionale. Molti
di loro hanno risposto di no: «Vorrei riproporre questa indagine tra dieci
anni, per vedere se gli uomini inizieranno a rendersi conto che dialogare con
le aspettative dei loro genitori li ha condizionati parecchio, in realtà.
Quando nelle aziende ho chiesto agli uomini perché non cambiassero lavoro, e
non ne scegliessero uno che a loro piacesse di più – anche se meno retributivo
– ho visto il panico nei loro occhi». Cavallo spiega che l’aderenza a questi
copioni del maschile condiziona soprattutto il rapporto che gli uomini hanno
con sé stessi: «Se inizi a renderli consapevoli di questa cosa, gli fornisci un
incentivo per cambiare».
Quando
le chiedo come se li immagina, questi “maschi del futuro” di cui scrive, mi
risponde di pensare a persone più libere, più rilassate, e con un dialogo più
vivido con sé stesse: «Dobbiamo affrontare tematiche che all’interno del
dialogo femminista sono state considerate tabù. Per farlo, bisogna affrontare
le questioni per quello che sono: delle opportunità per trovare un senso dello
stare bene, partendo dalla realtà e non da quello che noi vorremmo che la
realtà fosse. Non è vero che il mondo è fatto solo di uomini che vogliono
mantenere il loro privilegio: ce ne sono altri che stanno scoprendo un nuovo
modo di stare al mondo. Se diamo spazio a questa rappresentazione del maschile
possiamo offrire un modello alternativo che invece noi soffochiamo. Continuiamo
a dirci che i maschi sono soltanto così. Ma in questo modo blocchiamo tutte le
strade all’emersione della differenza».
L’importanza
di educare
i
giovani alle relazioni sane.
Lavoce.hr
- Luka Živković – (Novembre 26, 2025) – Redazione – La voce del Popolo – ci
dice:
Celebrata
a Fiume, con un laboratorio, la Giornata mondiale per l’eliminazione della
violenza contro le donne, istituita dall’Onu nel 1999.
Ogni
25 novembre il calendario ci ricorda, con ostinazione quasi pedagogica, che la
violenza sulle donne non è un capitolo chiuso della storia, ma una sua pagina
ancora sgualcita. La Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro
le donne, istituita in ricordo delle sorelle Mirabal – tre donne che nel 1960
pagarono con la vita la propria ribellione a Rafael Trujillo – dovrebbe
bastare, da sola, a ricordarci che il coraggio femminile non nasce oggi e che
la brutalità, purtroppo, non è mai andata… in pensione. Eppure continuiamo a
parlarne, segno evidente che il problema non accenna a ritirarsi. A Fiume, il
Centro informativo per la prevenzione della criminalità della Questura
litoraneo-montana, ha ospitato ieri un laboratorio organizzato congiuntamente
dalla Questura, appunto, dal Centro “Tić”, dal Centro per la famiglia –
Servizio regionale litoraneo–montano e dal Primo ginnasio croato di Fiume,
attraverso una workshop intitolato “Relazioni giovanili: amore con carattere”.
Un nome rassicurante, quasi scolastico. Ma i contenuti, come spesso accade,
raccontano una storia meno bella.
Nana
Gulić, collaboratrice esperta per i programmi di prevenzione presso il Centro
“Tić” di Fiume, incalzata da una nostra domanda, ha spiegato che, quando si
parla di violenza, il pensiero corre subito a quella fisica, ma non è affatto
l’unica forma. La violenza può assumere sfaccettature molto diverse, e – come
ha aggiunto Gulić – è sempre più frequente quella online. “L’ambiente digitale
– ha aggiunto –, dà alle relazioni giovanili una nuova dimensione, spesso
difficile da cogliere per i genitori. Loro sanno bene che cosa fosse
considerato violenza quando erano ragazzi, ma oggi conoscono molto meno la
violenza online e i problemi che comporta questo settore”.
Le
ricerche dimostrano che un alunno su tre delle ottave classi delle elementari
invia proprie foto intime per ricatto o pressione. “Sono temi di cui i giovani
parlano pochissimo – ha proseguito –, ma che vivono con grande difficoltà. La
comunicazione con la famiglia o con professionisti del campo è sempre di grande
aiuto, ma spesso viene ostacolata dalla vergogna o dall’imbarazzo. E non solo
per i ragazzi, ma anche per i loro genitori”.
Amore
con carattere.
Il
workshop, al quale ha partecipato una delle seconde classi del Primo ginnasio
croato di Fiume, si intitolava “Amore con carattere” e mirava a descrivere i
comportamenti efficaci nelle relazioni sane rispetto a quelli che non lo sono.
Gli allievi, divisi in gruppi, hanno partecipato molto attivamente al
laboratorio, mentre Nana Gulić, l’agente di polizia Ingrid Mavrić e Klaudia
Segnan Bilović, psicologa del Centro per la famiglia, hanno moderato l’incontro
dedicato ai comportamenti negativi nelle relazioni, sia in presenza sia online.
“Oggi saranno loro, con un nostro monitoraggio, a discuterne. Spesso i giovani
non riconoscono una situazione di violenza finché non è troppo tardi. Mandano
foto intime al partner di allora, e poi, in seguito a una rottura o per
vendetta o per altri motivi inaccettabili, quelle foto vengono inoltrate ad
altre persone. È un reato, ma i giovani non lo sanno. Ecco perché il nostro
incontro con le autorità è così importante: i ragazzi possono ricevere un
inquadramento giuridico su come la legge tuteli i loro diritti. Non sapendo che
si tratta di un reato, scelgono il silenzio e tendono a chiudersi in sé
stessi”.
Gulić
ha confermato che, secondo i dati, un giovane su tre subisce violenza, e uno su
quattro ammette di avervi partecipato. “Non è per niente prematuro parlarne già
con i giovanissimi – ha aggiunto –, perché è un processo quasi automatico:
crescendo, il bullismo tende a trasformarsi in violenza sessuale. In settima e
ottava classe il problema è già di natura sessuale. La violenza online, tra i
più giovani, si manifesta soprattutto con derisione, esclusione dai gruppi e
comportamenti affini”. “Nonostante tutto – ha proseguito Gulić –, e questo è
incoraggiante, le nuove generazioni non sono peggiori delle precedenti. È solo
che oggi prestiamo più attenzione al fenomeno, si fanno più ricerche, e i
genitori sono più coinvolti di un tempo. Internet, inoltre, mette tutto sotto
la lente d’ingrandimento”. Ciò che consola è che molti ragazzi partecipano ai
programmi di prevenzione e parlano apertamente di questi problemi.
“Etichettarli come peggiori o meno sensibili non è appropriato”, ha concluso.
Dati
statistici.
Presente
all’evento di ieri anche Ingrid Mavrić che, come l’anno scorso, in questa
stessa ricorrenza ci aveva accolti fornendoci alcuni dati statistici. Le
statistiche mostrano un calo sia dei reati sia delle infrazioni collegati alla
violenza sulle donne e alla violenza domestica. Confrontando i primi dieci mesi
del 2024 con i primi dieci mesi del 2025, si registra una diminuzione del 9,2%
dei reati di violenza domestica previsti dal Codice penale, e del 13,2% delle
infrazioni previste dalla legge per la protezione contro la violenza domestica.
“L’anno scorso – ha ricordato – si parlava di una diminuzione complessiva, ma
poiché era cambiata la legge, diversi comportamenti venivano riclassificati
come reati, perciò calavano le infrazioni, ma aumentavano i reati. Quest’anno,
invece, sono calati entrambi. Solo se questa tendenza si confermerà anche nei
prossimi anni, potremo dire che la situazione sta davvero migliorando”. “Forse,
però, il quadro non è completamente realistico, perché resta ampia la cosiddetta
cifra oscura, cioè il numero delle donne vittime di violenza che non
denunciano, per i motivi più vari”. Alla nostra domanda sulla violenza contro
gli uomini, Mavrić ha risposto che qui la cifra oscura è probabilmente ancora
più alta: “Sinceramente, quale uomo denuncerebbe? Nel contesto culturale in cui
viviamo, sappiamo bene come verrebbe etichettato e come l’opinione pubblica lo
guarderebbe”. Ma non è escluso, ha aggiunto, che nei prossimi anni si parlerà
anche di questa sfumatura. “La violenza è violenza, in tutte le sue forme. Non
conosce giustificazioni né motivazioni, e purtroppo nemmeno sesso”.
Secondo
le statistiche, circa l’80% delle vittime denunciate sono donne, contro il 20%
di uomini (si parla di casi denunciati). La funzionaria di polizia, sempre
disponibile alle nostre domande, ha spiegato che l’incontro con gli studenti
del Ginnasio è fondamentale perché “i giovani devono imparare: la miglior
prevenzione è lavorare con i ragazzi. È importante che imparino a gestire i
conflitti senza ricorrere alla violenza, e che conoscano anche l’aspetto legale
della loro tutela”. Una ventina di alunni, senza alcuna preparazione
precedente, hanno ricevuto compiti da risolvere.
La
voce degli studenti.
Leni
Matić ci ha detto che sa che la violenza esiste soprattutto sotto forma di
bullismo, e che nel suo ambiente riconosce spesso alcune forme di
prevaricazione, ma che lui e i suoi amici cercano sempre di calmare gli animi e
aiutare le persone in difficoltà. Non ha riscontrato violenza nelle relazioni.
Mihael Mrkušić ha riconosciuto forme di cyberbullismo e prese in giro di alcuni
studenti di altre nazionalità. Anche lui non ha vissuto violenza nelle
relazioni e, quando sente parlare di violenza, pensa prima di tutto a quella
fisica. Nora Gušćić ha detto di essere grata di non aver mai subito violenza,
ma sa che esiste, “anche se non troppo spesso”. Per lei, è violenza anche
parlare alle spalle. A proposito della violenza sulle donne, ha ricordato un
episodio recente avvenuto in Corso: un ragazzo ha aggredito la sua ragazza, una
studentessa delle superiori, e soltanto una donna è intervenuta in suo aiuto,
mentre la stessa vittima ha reagito in modo molto lieve. L’alunna Jelena
Polovina ci ha riferito che a scuola si parla molto di violenza e che lei la
immagina come una forma di controllo che limita la libertà di movimento. Non è
mai stata vittima di violenza, ci ha detto. Agli studenti, durante il workshop,
è stato consegnato un foglio di carta con diverse situazioni e spiegazioni, che
hanno poi discusso in gruppo.
Gino
Cecchettin: "Noi uomini dobbiamo
contrastare
misoginia e modelli
tossici
di maschilità."
Marieclaire.it
- Valeria Balocco – (25/11/2025) – ci dice:
“UNiTE”
la campagna di “UN Women “contro la violenza su donne e ragazze digitale, 16
giorni di attivismo contro ogni sopruso di genere.
"Noi
uomini abbiamo una responsabilità chiara in questo cambiamento. Non possiamo
limitarci a osservare: dobbiamo riconoscere e contrastare misoginia, odio e
modelli tossici di maschilità che circolano sul web. Essere parte della
soluzione significa educare i più giovani, assumersi la responsabilità delle
proprie parole e azioni, e proporre un modello di maschilità basato su rispetto
ed equità. Solo lavorando insieme possiamo fare degli spazi digitali luoghi di
confronto e libertà per tutti. È il momento che noi uomini dimostriamo, anche
nei fatti, che un mondo senza violenza è possibile.”
Le
parole sono di “Gino Cecchettin”, advocate italiano di “UN Women HeforShe” - il
movimento globale lanciato nel 2014 dalle Nazioni Unite per promuovere la
parità attraverso il coinvolgimento di uomini e ragazzi - a New York
all’assemblea Onu il 23 settembre scorso.
Gino
Cecchettin, “advocate HeforShe” a New York all’assemblea Onu il 23 settembre
scorso.
Cecchettin è anche presidente della “Fondazione
Giulia Cecchettin “un’iniziativa, nata dalla volontà di Gino stesso, Elena e
Davide — i fratelli di Giulia — per onorare la memoria della figlia e sorella
vittima di femminicidio l'11 novembre 2023, ndr” e trasformare il dolore in
opportunità. Lavora su prevenzione ed educazione nelle scuole, sulla formazione
di docenti e sulla sensibilizzazione al cambiamento sfatando stereotipi e false
narrazioni.
Perché: «Quando la vita ti mette di fronte
all’insopportabile devi fare una scelta: rimanere in silenzio o trasformare
quel dolore in voce e azione».
Una
delle immagini che viene lanciata da UN Women per la campagna “UNiTE contro la
violenza sulle donne”. 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere:
fino al 10 dicembre.
La
violenza di genere digitale si sta diffondendo a una velocità allarmante: dalle
molestie online e dal cyberstalking al doxing, alla condivisione non
consensuale di immagini, ai deepfake e alla disinformazione, sfruttati per
mettere a tacere, umiliare e intimidire donne e ragazze. E, purtroppo, è un
fenomeno molto attuale anche in Italia, come dimostrano le recenti cronache su
siti sessisti (MiaMoglie e Phica dove venivano postate, a loro insaputa, foto
di donne, amiche, figlie catalogate per soggetti, associate a termini volgari e
commenti sessisti. 700 mila iscritti. Ci sono voluti anni perché qualcuno se ne
accorgesse) e la manipolazione di immagini attraverso l’uso dell’intelligenza
artificiale. Secondo i dati della Banca Mondiale, meno del 40% dei Paesi ha
leggi che proteggono le donne dalle molestie o dallo stalking online. Il mondo
digitale prometteva connessione ed emancipazione, ma per milioni di donne e
ragazze è diventato un mondo di abusi.
Il
mondo digitale prometteva connessione ed emancipazione, ma per milioni di donne
e ragazze è diventato un mondo di abusi
Ecco
perché l'Agenzia Onu lancia "UNiTE - 16 giorni di attivismo" - dal 25
novembre giornata internazionale contro la violenza sulle donne fino al 10
dicembre (Giornata internazionale dei diritti umani) - per accendere i
riflettori sugli abusi online, dal revenge porn al deepfake con AI, e
rivendicare il diritto a uno spazio digitale sicuro per tutte le donne. UN
Women Italy si tingerà di arancione, il colore simbolo di un futuro libero da
ogni forma di violenza, per ribadire: «Nessuna scusa» per la violenza
Una
delle immagini per la campagna UNiTE contro la violenza di genere realizzata da
UN Women che dura dal 15 novembre (Giornata internazionale contro la violenza
sulle donne) fino al 10 dicembre (Giornata internazionale dei diritti umani).
Gli
uomini possono e devono avere un ruolo attivo, scegliendo ogni giorno di
promuovere rispetto, equità e relazioni libere dalla violenza
Nell'Unione
europea si stima che a subire molestie online sia 1 donna su 104.
Nell'Unione
europea si stima che a subire molestie online sia 1 donna su 104. In Italia la
polizia postale nel 2024 ha registrato quasi 2mila casi di reati online contro
le donne. Di questi, risulta in aumento il cyberstalking (+8%) mentre appaiono
in calo reati come la sextortion (-3%), il revenge porn (-5%) e le molestie
(-24%). Nel mirino sono soprattutto le donne più esposte e con un profilo
pubblico, come le attiviste per i diritti umani, quelle che rivestono cariche
politiche e le giornaliste: oltre due croniste su tre nel mondo hanno subìto
violenza online nello svolgimento del proprio lavoro. Di queste il 20% dichiara
di essere stata vittima di abusi nella vita reale (offline) in relazione alla
violenza subita online. Alcuni gruppi del resto sono più a rischio di altri. È
il caso delle donne con disabilità, nere, lesbiche e migranti. Anche l'età è un
fattore che accresce il livello di rischio: le ragazze e le giovani donne sono
più soggette alla violenza digitale.
"Ciò
che inizia online non rimane online. Gli abusi digitali si riversano nella vita
reale, diffondendo paura, mettendo a tacere le voci e, nei casi peggiori,
portando a violenza fisica e femminicidio", ha dichiarato Sima Bahous,
Direttore Esecutivo di UN Women. "Le leggi devono evolversi con la
tecnologia per garantire che la giustizia protegga le donne sia online che
offline".
La
campagna “UNiTE 2025” invita, perciò, i governi, le aziende tecnologiche e le
comunità ad agire ora, rafforzando le leggi, porre fine all'impunità e
responsabilizzare le piattaforme. Sollecita investimenti costanti nella
prevenzione, nell'alfabetizzazione digitale e nei servizi incentrati sulle
vittime.
Chiede
inoltre un sostegno a lungo termine alle organizzazioni per i diritti delle
donne che guidano gli sforzi per rendere gli spazi digitali sicuri e inclusivi
per tutti.
Allargando
l'obiettivo alla violenza fisica e sessuale, la fotografia scattata dall'Istat
restituisce un quadro preoccupante: sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%)
le donne italiane tra i 16 e i 75 anni che dichiarano di averla subita almeno
una volta nel corso della propria vita. Un dato sostanzialmente stabile
rispetto a quello rilevato nel 2014. Ad allarmare è soprattutto l'aumento
significativo della violenza ai danni delle più giovani (16-24 anni), che dal
28,4% balza al 37,6%. La crescita riguarda in particolare gli abusi di natura
sessuale (dal 17,7% al 30,8%) e quelli perpetrati da ex partner (dal 5,7 al
12,5%). L'indagine mostra come a commettere stupro siano in prevalenza (64%) i
compagni, attuali o passati, mentre gli autori estranei alla vittima sono poco
meno del 7%.
"Essere
Advocate di HeForShe per me è una responsabilità chiara" ha concluso
Cecchettin sempre a New York davanti ai delegati dell'Assemblea Onu.
"Significa
trasformare un’esperienza personale di dolore in un impegno concreto per il
cambiamento, mettendo la mia voce al servizio di questo messaggio: la parità
non riguarda solo le donne, ma tutti. Il mio compito è dimostrare che gli
uomini possono e devono avere un ruolo attivo, scegliendo ogni giorno di
promuovere rispetto, equità e relazioni libere dalla violenza.
Essere
“HeForShe” vuol dire credere in una maschilità fondata sul rispetto e sulla
solidarietà, e lavorare perché le nuove generazioni crescano in una società più
giusta e sicura”.
Non
uno ma tutti: uomini e donne
con
pari opportunità. Il patriarcato.
Bookblog.Salonelibro.it
– Redazione Book blog – (31 -3 – 2025) – ci dice:
Laboratorio,
Oltre la notizia, Oltre la notizia 2025.
Classe
3 media: Miranda Bongiorno; Marina Irrera; Lucia Randazzo; Azzurra Sciacca,
Corallina Zangari; Ondina Zangari.
Istituto
Comprensivo "Isole Eolie" Scuola Media Statale - Salina (ME)
31
Marzo 2025.
Il
termine “patriarcato” al giorno d’oggi si usa per indicare il potere basato su
norme sociali e legali condivise e fatte valere, nelle quali gli uomini hanno
potere di decidere sia in sfera privata, quindi in famiglia, ma anche in quella
pubblica. Il termine patriarcato, estendendolo, lo si può identificare in
contesti pubblici, per esempio, un uomo a capo del governo, di una società o di
un’attività pubblica; mentre il termine patriarcato in forma limitata si può
intendere nel contesto familiare, relazionale o anche in gruppo, dove prevale
la presenza maschile.
Il
fenomeno non si limita ad essere una semplice divisione di ruoli tra i sessi,
ma rappresenta un ordine che crea disuguaglianze di genere, stabilendo un
dominio maschile che influenza ogni aspetto della vita sociale. Il patriarcato
è un sistema che ha una lunga storia di predominanza, ma che sta
progressivamente venendo messo in discussione e smantellato grazie ai movimenti
sociali e alle nuove visioni sulla parità di genere. Noi siamo pienamente
d’accordo con lo scrittore “Fabrizio Caramogna” che dice:
La
vittima è sempre la stessa: la donna. Cambiano nomi e volti, non la preda, non
il movente. È l’ininterrotta linea sacrificale in cui il maschio, aggressivo e
insicuro di sé, timoroso di perdere il suo potere macchia di sangue
l’orizzonte.»
Il
patriarcato, in quanto egemonia, nata in età primitiva e tuttora persistente, è
largamente considerato come il naturale andamento delle cose producendo una non
equità tra uomo e donna in tutti i comparti dell’esistenza e sfociando in
fenomeni discriminatori. Le prime forme di patriarcato si possono rintracciare
nelle antiche società agricole, dove gli uomini acquisirono potere sociale
maggiore rispetto alle donne. Il patriarcato si è diffuso in quasi tutte le
culture e religioni, imponendo modelli di comportamento e relazioni gerarchiche
tra uomini e donne. «Patriarcato», una parola così innocua che nasconde un
grandissimo significato e un vasto passato predominante.
La
riforma al diritto di famiglia del 1975, è stata una tappa fondamentale nella
storia italiana moderna. Dopo circa un secolo, infatti, la famiglia ha cambiato
le regole includendo finalmente la donna, ritenuta inferiore. Un estratto di un
quotidiano italiano a cura della giornalista Serena Zolli ci dice che:
Sabato
20 Settembre 1975, sarà una data importante storica per la donna italiana,
finalmente da questo giorno smetterà di essere una “minore”, in riferimento
alla donna sposata, considerata ancora un’appendice del marito.
Dal 20
settembre 1975 quindi la donna è pari all’uomo l’Italia viene descritta dalla
stampa un paese moderno, grazie alla entrata in vigore del divorzio. Sono
numerosi gli slogan delle attiviste come “Donne obbedire non è più una virtù”,
“In amore vogliamo gli stessi diritti degli uomini” o anche “Nella vita
famigliare vogliamo essere protagoniste insieme al marito e ai figli”. È importante
ricordare che il patriarcato non è solo un problema delle donne, è un sistema
che opprime tutti, indipendentemente dal sesso o dall’orientamento sessuale.
Nel patriarcato gli uomini devono seguire uno specifico modello: devono essere
eterosessuali, devono essere forti, potenti, virili; devono sentirsi superiori,
devono avere successo professionale e finanziario, devono provvedere
all’esigenza economica familiare, devono essere disinteressati riguardo alla
cura della casa, non devono piangere davanti alle altre persone, devono essere
aggressivi e devono essere competitivi. Molte volte anche gli uomini, si
sentono intrappolati in questi ruoli rigidi, senza poter esprimere la propria
personalità.
Questi
stereotipi possono contribuire a comportamenti dannosi per sé e per gli altri.
La mascolinità patriarcale è diventata tossica, ormai diventato uno stereotipo
di genere. La società patriarcale mette le donne in una posizione di
svantaggio, ma non sono solo loro a esserne vittime. Il patriarcato infatti è
dannoso anche per gli uomini, perché condiziona i ruoli di genere e i
comportamenti che gli uomini devono avere per dimostrare di essere l’uomo
«prototipo». La lotta contro il patriarcato non riguarda solo le donne, ma
entrambi i generi, poiché questa struttura ha anche effetti dannosi sugli
uomini. Prima del patriarcato, le società erano basate su uomini e donne che
avevano gli stessi diritti e doveri, ma con il tempo per l’uomo è diventato
fondamentale garantirsi una discendenza e di conseguenza avere la certezza che
i figli fossero suoi, intraprendendo una mania di controllo sulla donna.
Spesso
gli uomini considerano le donne colpevoli degli atti di violenza che ricevono,
infatti, la frase “Se l’è cercata” è caratteristica della società patriarcale
per colpevolizzare le donne che subiscono violenza. Invece di condannare
l’aggressore, si punta il dito contro la vittima, come se fosse lei la
responsabile di ciò che le è successo. Secondo la società bisogna educare le
nuove generazioni nel rispetto reciproco e nell’uguaglianza di genere. Ma
soprattutto bisogna educare le nuove generazioni a gestire emozioni e
sentimenti.
Le
nostre considerazioni personali:
Secondo
me il patriarcato è una cosa bruttissima, perché priva le donne di spazio
personale, sicurezza e di libertà di espressione. Anche se durante gli anni si
è provato a risolvere questo problema, tuttora è molto presente, non
coinvolgendo solo le donne ma tutta la società.
– Ondina Zangari, 13 anni, 3 media.
Secondo
me il patriarcato è un’ingiustizia, sia per le donne che per gli uomini perché
inserisce degli standard nella società. Ad esempio, delle frasi che si sentono
dire spesso sono: «Non piangere come una femminuccia» oppure «Non puoi fare
calcio perché sei donna». Anche con queste piccole frasi, si può intuire come
il patriarcato continui ad esistere ancora oggi nel 2025.
–
Azzurra Sciacca, 13 anni, 3 media.
Secondo
me il patriarcato è una cosa ingiusta perché siamo tutti uguali, senza
distinzioni. Crediamo che la lotta contro il patriarcato debba essere vista
come una lotta per l’autodeterminazione e la libertà di tutti. L’obiettivo non
è solo l’emancipazione delle donne, ma anche la creazione di una società, in
cui ogni persona, indipendentemente dal genere, possa sentirsi libera di essere
se stessa, senza il peso di dover soddisfare stereotipi o aspettative rigide.
–
Miranda Bongiorno 13 anni, 3 media.
Il
patriarcato è dannoso per tutti ed è fondamentale che tutti smettiamo di
considerare il femminismo come una lotta tra donne e uomini, ma come una lotta
comune per arrivare all’uguaglianza di genere.
–
Marina Irrera 13 anni, 3 media.
Il
patriarcato, secondo me, va inteso come una sottomissione all’assoluto potere
maschile, è un termine molto forte e bisogna usare questa parola nei giusti
contesti. Il patriarcato è una forma di violenza psicologica, perché sminuisce
i diritti della donna. Sia l’uomo che la donna dovrebbero essere sullo stesso
livello, ma non solo in ambito familiare ma anche in ambito lavorativo. Secondo
me dovremmo abolire le parole “matriarcato” e “patriarcato”, e fare capire che
nessuno deve essere sottomesso al potere dell’altro.
–
Corallina Zangari, 13 anni, 3 media.
Il
patriarcato è inteso da molti come un sistema dove l’uomo è a capo di tutto, e
non si rende conto delle crudeltà che è in grado di infliggere. L’uomo in
questo ambito, ha uno scudo che la donna spesso non riesce a disintegrare,
ovvero l’imponenza nell’aspetto e in generale nella sua figura.
–
Lucia Randazzo, 13 anni, 3 media.
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