Gli uomini non sono soggetti da rieducare.

 

Gli uomini non sono soggetti da rieducare.

 

Alcune riflessioni sulla crisi del rapporto

tra politica e società.

Transform-italia.it - Alessandro Scassellati – (6 -10-2025) – Redazione - ci dice: 

 

I contro-movimenti neo-nazionalisti, reazionari e xenofobi fanno leva su una diffusa diffidenza verso le élites politiche al potere perché considerate ossessionate dai propri interessi e privilegi, e verso le istituzioni pubbliche percepite come costose, inefficienti, inefficaci, deviate ed autoreferenziali.

 

Negli ultimi tre decenni di globalizzazione neoliberista anche in Europa abbiamo vissuto una semplificazione del rapporto tra politica e società. Ovunque, hanno prevalso la “democrazia del pubblico”, la disintermediazione della rappresentanza e della comunicazione, la verticalizzazione del comando e la personalizzazione della politica e delle istituzioni. Si è cercato di semplificare la rappresentazione e la rappresentanza della complessità sociale e di rendere autoreferenziale il sistema politico e le istituzioni rappresentative seguendo il modello classico della democrazia d’investitura.

 

Il declino della democrazia dei partiti è ormai visibile in modo molto nitido in tutti i sistemi politici europei. I partiti politici, una volta organizzazioni in grado di integrare le masse nel sistema politico-istituzionale nazionale attraverso l’azione di ampi gruppi dirigenti locali e nazionali, si sono ritirati dalla società, dal territorio, dai quartieri e dai presidi locali, per diventare “leggeri”, “liquidi”, spesso in liquidazione, delle pure macchine elettorali, dei simulacri senza iscritti e militanti, e iper-personalizzati o addirittura personali, con una centralizzazione delle decisioni e dei poteri in un numero ristrettissimo di leader carismatici, circondati da piccoli gruppi di persone amiche o fedeli (“cerchi magici”). Un modello imposto da Silvio Berlusconi in Italia con il “partito-azienda” a partire dal 1994 e utilizzato, tra gli altri, da Emmanuel Macron, eletto presidente in Francia con il solo appoggio di un movimento – En Marche! – che portava le sue iniziali e che lui aveva fondato solo un anno prima, ma capace di raccogliere 15 milioni di euro in gran parte da donatori appartenenti all’establishment economico-finanziario francese.

 

I partiti hanno abbandonato qualsiasi azione pedagogica collettiva, i congressi e le assemblee sono stati sostituiti dalle convention e dai comitati elettorali personalistici, il dibattito sulle strategie dagli “annunci” e dalle “dichiarazioni”, dal presenzialismo televisivo dei leader e dalla comunicazione minimal sui social networks (Facebook, Twitter, Instagram), le ideologie dalle narrazioni (story-telling). L’elettore è ormai da tempo trattato alla stregua di un consumatore da catturare attraverso mirate strategie di marketing.

 

Con il prevalere della politica spettacolo, della “democrazia del pubblico”, dell’homo videns, come lo definiva Giovanni Sartori, ossia della progressiva trasformazione della comunità dei cittadini in una platea di (tele)spettatori e dei partiti politici in “partiti mediatici”, e quindi del prevalere dell’immagine sulla parola, si è verificata una riconfigurazione cognitiva che ha portato ad una vera e propria mutazione antropologico-culturale: l’analfabetismo funzionale è diventato un fenomeno di massa e si è rovesciato il meccanismo di interpretazione e comprensione del reale, per cui si è arrivati a non poter più distinguere cosa è vero da cosa è falso (la questione cosiddetta della post-verità), a non saper più costruire una propria opinione (e quindi ad essere più permeabili alle “bufale”, alle fake news, agli “alternative facts”) e a perdere consapevolezza al momento del voto. La disastrosa chiusura dei giornali locali (solo in America hanno chiuso in 2 mila negli ultimi anni) ha spento una fonte fondamentale di conoscenza per i cittadini sulla vastità e complessità del Paese in cui vivono. Twitter ha sostituito questi giornali come fonte di informazioni, ma non è giornalismo e spesso crea un’immagine fuorviante di ciò che sta realmente accadendo.

 

Uno dei famigerati tweet di Trump recita: “I FAKE NEWS Media […] non sono i miei nemici, sono nemici del popolo americano!” Respingendo tutte le critiche come “notizie false”, da presidente, Trump identificava la sua persona con il popolo americano e identificava ogni critica nei suoi confronti come anti-americana. La rabbia politica e il carattere autoritario di Trump hanno sostituito la ragione con l’ideologia, i fatti con l’atto, la razionalità con l’emozionalità, la verità con le bugie, la complessità con la semplicità, l’obiettività con il pregiudizio e l’odio. La combinazione di antisocialismo, nazionalismo e razzismo ha alimentato una propaganda che ha cercato di creare falsa coscienza mediante semplificazione, dissimulazione, manipolazione, diffusione di teorie cospirazioniste, diversione e bugie vere e proprie.

 

Hannah Arendt aveva scritto nel 1951 che il soggetto ideale di uno Stato totalitario non è il nazista o il comunista convinto, ma “persone per le quali la distinzione tra realtà e finzione (vale a dire la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, gli standard di pensiero) non esistono più.”

 

Questa situazione è aggravata dall’utilizzo in modo sistematico e continuativo da parte dei nuovi leader politici di quella che Noam Chomsky ha definito la “strategia della distrazione”: “L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, economia, psicologia, neurobiologia e cibernetica. Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza“.

 

D’altra parte, il terreno per questa evoluzione era stato preparato sul piano culturale dalla corrente di pensiero postmodernista che dalla seconda metà degli anni ’70 ha relativizzato la realtà, sostenendo che non esistono né grandi narrazioni né fatti oggettivi, ma solo interpretazioni ed opinioni.

 

Lo scetticismo postmoderno ha cancellato i confini tra vero e falso, e oggi “la gente invece ha bisogno di strumenti critici per interpretare le informazioni, per distinguere ciò che è importante da ciò che è irrilevante e soprattutto per poter inquadrare tutte le informazioni in un più ampio scenario mondiale” (Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano, 2018:380). Per combattere le derive autoritarie servono cittadini informati, pensiero critico, indagine deliberativa, una cultura della ricerca, una pedagogia e un’educazione al dialogo, al dibattito, all’azione riflessiva e alla produzione culturale.

 

Siamo passati dai partiti di massa con ramificate organizzazioni territoriali alla moltitudine indistinta o ai potentati senza partiti. Abbiamo leader o ristrette oligarchie senza partiti o con partiti deboli e partiti senza società, senza territorio e senza popolo. Nel nome della ricerca di una “sintonia con il popolo”, tutte le forze politiche alimentano un dibattito pubblico fatto a colpi di slogan, polemiche e attacchi personali, battute ad effetto, sotterfugi dialettici, semplificazioni e distorsioni retoriche. Una evoluzione esasperata dall’emergere di “partiti digitali” o “partiti piattaforma” (P. Gerbaudo, I partiti digitali, Il Mulino, Bologna, 2020) – come il Movimento 5 Stelle, Podemos o La République en Marche prima maniera – che mimano le logiche di funzionamento di Facebook o Amazon, e hanno fondato i loro processi decisionali quasi esclusivamente sulla Rete. Partiti che cavalcano l’idea visionaria e messianica che solo la Rete consente una vera democrazia partecipata, senza intermediazioni, un’orizzontalità assoluta del potere in cui “uno vale uno”. Un’aspirazione che trova il suo limite nelle modalità top-down con cui vengono regolati il funzionamento e le scelte dei temi di consultazione e decisione offerti dalle piattaforme digitali.

 

La “democrazia del pubblico” ha trasformato la politica in uno spettacolo gestito dai professionisti dei media tradizionali, dei social media e del marketing, in cui domina il senso emotivo di una propaganda pseudo argomentativa che plasma i programmi politici in base a inchieste demoscopiche che aggirano l’autentica dimensione deliberativa di una pubblica formazione dell’opinione. In questo modo, la politica ha completamente abbandonato la funzione educatrice, per limitarsi ad assecondare le spinte emotive, gli umori, le paure e le “percezioni” più diffuse tra la cittadinanza.

 

Il cosiddetto “populismo” ha esasperato queste tendenze, presentando leader soli al comando, autoreferenziali, chiamati a decidere “in diretta”, che si rivolgono direttamente ai cittadini, senza mediazioni, in rete o attraverso i referendum popolari. La “democrazia immediata” è il trionfo dell’uomo qualunque, della “gente” comune: “io sono come te, non sono meglio di te, al mio posto potresti esserci tu, quindi faccio come faresti tu”. Muovendosi quindi in uno scenario post-ideologico in cui si afferma che non esistono più politiche di destra e di sinistra, la politica non indica più una direzione di medio-lungo periodo, di trasformazione della società, ma risponde solo al consenso permanente e istantaneo.

 

Da questo punto di vista, non c’è dubbio che le piattaforme digitali, aumentando il potere di disintermediazione, favoriscono il rapporto diretto fra un leader e una massa fusionale e instabile di eguali, svuotando quello che sta in mezzo, accorciando i tempi per la costruzione del consenso, determinando il dominio del “presentismo”, ossia dell’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e di futuro, creando un habitat sfavorevole alla democrazia rappresentativa nella sua forma novecentesca, fondata sugli apparati, le “appartenenze” collettive, gli intellettuali organici, gli uffici studi delle istituzioni e delle grandi organizzazioni economiche e sociali, i partiti politici di massa, i corpi sociali intermedi e la politica come professione.

 

Inoltre, le piattaforme digitali, con i trolls e l’effetto “echo chamber” favoriscono l’integralismo, ossia una progressiva radicalizzazione delle opinioni perché non mostrano l’altra faccia della medaglia, e quindi accentuano parossisticamente la tendenza delle società moderne, ormai fortemente polarizzate dalle disuguaglianze sociali ed economiche, a dividersi in cerchie culturali separate, in clan, tribù e mondi antropologicamente diversi e segregati. Non a caso oggi in twitter, nei social media, i messaggi hanno molto successo quando sono contro qualcosa o qualcuno. Qualcosa pro invece non sfonda. La contrapposizione, l’odio e l’utilizzo del capro espiatorio sono sempre più convincenti della simpatia e oggi anche i politici spesso hanno successo quando si focalizzano su un “essere contro”: l’importante è che ci sia un nemico e riuscire a trovare il nemico giusto che faccia da capro espiatorio.

 

La crisi della politica e la destrutturazione sociale ed economica

Non sono solo i partiti ad essere diventati degli ectoplasmi e dei simulacri di sé stessi, ma tutta la cosiddetta “società di mezzo”. Tutti i corpi intermedi della società – le associazioni, i sindacati e le altre organizzazioni di rappresentanza, i movimenti cooperativi, i giornali e i mezzi di informazione professionale – che in una società democratica dovrebbero svolgere una funzione socialmente aggregatrice, solidaristica e di verifica collettiva, si sono indeboliti e frammentati. Sono spesso diventati dei “gusci vuoti” privi di una vera democrazia associativa e hanno perduto gran parte della loro base sociale e della fiducia dei cittadini.

 

Il passaggio da economie e società strutturate sul modello Fordista a quelle basate sulla digitalizzazione e sul lavoro precario, segmentato, caleidoscopico e autonomo di seconda e terza generazione ha spiazzato il sistema delle rappresentanze delle imprese e del lavoro, tuttora ancorate allo schema novecentesco: grandi imprese, commercianti, artigiani, agricoltori e sindacato dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato.

 

Oggi, le rappresentanze si interrogano su come rapportarsi alla nuova composizione sociale “liquida” ed intercettare imprese e lavoratori delle piattaforme digitali, del lavoro precario ed intermittente, dell’industria 4.0 e dell’economia circolare, biomediatica e dei servizi immateriali. Non c’è dubbio che i milioni di lavoratori interinali, giovani, migranti e cottimisti senza potere della gig economy avrebbero bisogno di sindacati più forti e inclusivi, capaci di rivolgersi concretamente a tutti i segmenti del lavoro che cambia e di rappresentare quindi anche loro, di battersi per allargare la loro sfera di redditi e di diritti, migliorare le loro condizioni di lavoro, oltre ad offrire servizi mutualistici e di welfare (ad esempio, l’assistenza sanitaria integrativa per i lavoratori).

 

In particolare, per rafforzare il potere contrattuale del lavoro nei confronti sia del capitale sia del potere politico, servirebbe un nuovo protagonismo del sindacato con un rilancio della sua capacità di fare rappresentanza, di creare una solidarietà collettiva tra i lavoratori e di riaffermare la sua funzione di tutela dei diritti. Il movimento sindacale per continuare a svolgere il suo ruolo essenziale per il bene comune dovrebbe rilanciare quelle che in un discorso ai delegati al congresso della CISL (28 giugno 2017) Papa Francesco ha definito come le sue vocazioni più vere: “la profezia” e “l’innovazione sociale”. “Il sindacato è espressione del profilo profetico della società. Il sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos 2,6), smaschera i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, difende la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”. … il movimento sindacale ha le sue grandi stagioni quando è profezia. Ma nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia. Questa è la profezia. … I profeti sono delle sentinelle, che vigilano nel loro posto di vedetta. Anche il sindacato deve vigilare sulle mura della città del lavoro, come sentinella che guarda e protegge chi è dentro la città del lavoro, ma che guarda e protegge anche chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge la sua funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che sono dentro, se protegge solo i diritti di chi lavora già o è in pensione. Questo va fatto, ma è metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche proteggere chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.”

 

Nell’epoca delle galassie segmentate dei lavori c’è un grande bisogno di un soggetto collettivo che sia in grado di offrire un universo comune, mantenendo un rapporto sentimentale, empatico, con le sofferenze delle persone e rivendicando diritti e dignità. Questo vuol dire, ad esempio, anche utilizzare al meglio le tecnologie informatiche e le piattaforme digitali online per mantenere il contatto organizzativo ed assistenziale in tempo reale con i lavoratori dispersi delle “fabbriche diffuse” nei territori. I sindacati dovrebbero elaborare strategie adeguate e sviluppare modalità organizzative e di mobilitazione efficaci per affrontare le questioni centrali che negli ultimi decenni hanno limitato il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori:

 

la frammentazione ed articolazione dei lavori che porta ad una proliferazione e diluizione della rappresentanza. Se nella fase Fordista la “classe operaia” della grande fabbrica costituiva l’elemento identitario e culturale, il riferimento obbligato sotto il profilo contrattuale, oggi i lavoratori sono “fuori della classe”. Gli operai delle fabbriche ci sono ancora, ma sono diversi da quelli del passato, sono una minoranza dei lavoratori e al loro interno è presente un variegato mix di figure con una miriade di forme contrattuali. Altri mestieri e professioni sono cresciute: il lavoro si è fatto diffuso nei luoghi e nelle forme, con orari asincroni e una crescente difficoltà a distinguere quello manuale da quello intellettuale. Di conseguenza, gli interessi si moltiplicano e le organizzazioni sindacali faticano a raggiungerli, a costruire delle identità collettive e a rappresentarli;

la rappresentanza dei lavoratori si realizza con efficacia se ci sono delle controparti, degli interlocutori imprenditoriali e governativi, questi però spesso negli ultimi decenni hanno ricercato una disintermediazione nei confronti del sindacato, delegittimandolo, aggirandolo e inseguendo una relazione diretta con i lavoratori e il mondo del lavoro;

i cambiamenti nelle culture del lavoro caratterizzati da un crescente peso attribuito alla soggettività, alle relazioni sul lavoro, all’identificazione del lavoratore con l’impresa, all’idea di un lavoro inteso come un percorso di crescita professionale, alla valorizzazione del merito, sono divenuti maggioritari negli orientamenti dei lavoratori, ma le organizzazioni sindacali faticano a comprenderli e, soprattutto, a tradurli concretamente nelle tutele e nella contrattazione.

C’è molto da fare per rafforzare la rappresentanza dei lavoratori. Oggi, in Europa si dice che la classe operaia sia finita perché sono diminuite le grandi fabbriche, come se le grandi fabbriche fossero state numerosissime quando la classe operaia è stata storicamente costruita. Si dice anche che le classi sociali non ci sono più perché oggi si lavora a giornata o a ore, come se invece un secolo fa ci fossero stati i contratti a vita; come se tutti i lavoratori europei diventati maggiorenni in pieno boom postbellico avessero avuto contratti a vita e non avessero, invece, cambiato più lavori, radicalmente diversi, dato vita a grandi migrazioni dalle campagne alle città e dalle aree periferiche del sud Europa a quelle centrali del centro-nord Europa, cambiato settore produttivo, trovato per la prima volta un lavoro con garanzie e coperture previdenziali.

 

E.P. Thompson ha intitolato il suo studio sulle origini della classe operaia inglese The Making of the English working class (1963) per sottolineare che “è lo studio di un processo attivo che dipende tanto da azioni consapevoli (agency) quanto da condizioni date.” Le storie delle classi lavoratrici – operaie, contadine ed artigiane – sono storie non solo di rapporti di produzione, di organizzazione del lavoro, di settori produttivi, di aziende grandi, medie e piccole, ma anche di attività condivise, di leghe, di associazioni di muto soccorso, di banche cooperative, di casse di risparmio, di camere del lavoro, di case del popolo, di sindacati, di partiti politici, di ideali, di idee.

 

A formare ciò che sono state le classi operaie europee non sono stati solo l’industria, la meccanizzazione dell’agricoltura e l’espansione economica postbellica. Gli operai, più in generale i lavoratori dipendenti, gli uomini e le donne che hanno costituito le classi operaie europee, non hanno solo lavorato, ma hanno anche manifestato e scioperato, si sono ribellati, hanno combattuto per la libertà durante gli anni del nazi-fascismo, si sono schierati politicamente, anche in partiti diversi – socialdemocratici, socialisti, comunisti, cattolici democratici, etc. -, si sono associati e hanno lottato per i loro diritti, si sono battuti contro le lavorazioni nocive e pericolose, per le pensioni, per lo stato sociale. In Europa, senza le idee e l’organizzazione dei sindacati e dei partiti politici di orientamento comunista, socialista, socialdemocratico e cristiano sociale non ci sarebbero state le classi operaie che abbiamo conosciuto nel dopoguerra.

 

Le opportunità di ricostruire un movimento sindacale e politico con un vero potere sociale sono possibili se sindacalisti e attivisti politici costruiscono strutture democratiche e di base (grass-roots) che attivano campagne e operano con i movimenti nelle strade e nei luoghi di lavoro di oggi. Sindacati e partiti rappresentano ancora gli strumenti migliori affinché coloro che non hanno potere, possano sfidare i potenti.

 

Oggi, in Italia e in Europa lo sviluppo di una economia on demand o app economy estranea al lavoro salariato standard è resa possibile dalle piattaforme digitali e crea la categoria degli on-demand workers, lavoratori formalmente autonomi, self-contractors, con bassi salari a cottimo e del tutto privi di tutele assicurative e altri tipi di copertura. Uno sfruttamento del lavoro scandaloso che rende urgente la costruzione di una rete protettiva per questi lavoratori precari. Gli strumenti possono essere di diverso tipo:

 

l’imposizione per legge alle piattaforme digitali il pagamento di salari minimi e relativi contributi previdenziali e assicurativi per il lavoro occasionale1;

la creazione di nuove “società di mutuo soccorso” che si fanno carico di coprire i buchi assicurativi e salariali lasciati dalle piattaforme digitali, con le quali trattano direttamente, evitando al singolo lavoratore un negoziato da una posizione di debolezza.

La capacità di associarsi, di organizzare le diverse domande prospettandone soluzioni di tipo solidaristico, di canalizzare risorse in senso universalistico, costituisce un bene collettivo di cui l’associazionismo degli interessi è tipicamente depositario e può essere rilanciato congiuntamente ad un rilancio degli strumenti e delle politiche di sviluppo territoriale (sviluppo locale, politiche di coesione, coalizioni territoriali, welfare territoriale e di comunità). Le rappresentanze degli interessi non possono più avere da offrire soltanto una difesa delle appartenenze, non possono più offrire soltanto servizi, fossero anche molto avanzati, ma devono saper offrire una strategia di evoluzione complessiva dei sistemi locali, nazionali ed europei e porsi, quindi, in una logica di tipo coalizionale.

 

La globalizzazione neoliberista ha eroso o rotto la coesione sociale sui territori e per questo c’è un’assoluta necessità di fare coalizione sociale, di fare concertazione nel quotidiano per ricostituire nuove forme di coesione che possono consentire alle società locali di uscire dalla condizione di spaesamento e spiazzamento per tornare a fare economia e società. Decenni di politiche neoliberiste di austerità hanno avuto l’effetto di frammentare i soggetti sociali in una moltitudine di persone che vivono nel disagio sociale ed economico, di poveri, disoccupati, sofferenti e abbandonati, di lavoratori precari della logistica e della galassia dei settori dei servizi. Occorre evitare che si combatta una guerra permanente tra gli ultimi (la “guerra tra poveri”), mettendo in campo politiche serie su povertà, istruzione, formazione ed esclusione e sforzandosi di trasformare i segmenti sofferenti della popolazione in popolo, in parte di una comunità politica fondata su valori di eguaglianza e di solidarietà.

 

Da questo punto di vista, se il territorio non ridiventa un momento strategico dello sviluppo, una opportunità, un investimento della comunità su sé stessa, rischia di diventare l’elemento della solitudine, della chiusura, della rabbia, della frustrazione e del rancore verso i migranti, la democrazia, le tasse, l’élite, lo Stato, l’Unione, l’euro e la globalizzazione.

 

Occorre individuare nei guasti provocati dal neoliberismo il punto su cui intervenire. Questo vuol dire impegnarsi per riaffermare la necessità di una regolazione dell’economia e del mercato, vedendo nella difesa dei redditi da lavoro e in un rilancio dei sistemi di protezione sociale e sanitaria universali dei temi unificanti, per ricostruire una comunità politica fondata su valori di eguaglianza e di solidarietà2.

 

La sfida per la politica: fare società

La sfida per le forze sociali organizzate è quella di sempre: riuscire a delineare strategie e politiche adeguate a colmare lo spazio intermedio tra economia e società. Impegnarsi sia ad analizzare nessi e connessioni di imprese, economie, saperi, società attraverso lo sguardo della società circolare sia a costruire reticolo sociale sui territori attraverso la rappresentanza degli interessi. Ragionare assieme, sviluppando un discorso pubblico sulla ricerca di strade che consentano di non contrapporre lo stare al passo con l’innovazione tecnologica e produttiva alla capacità di costruire un modello sociale inclusivo.

 

Andrebbero ricostruite, quindi, delle nuove organizzazioni – partiti politici e corpi sociali intermedi – agili e capaci di integrare tra loro le forme di democrazia rappresentativa con quelle di una genuina democrazia partecipata e diretta (valorizzando quindi le opportunità derivanti anche dalla rete – dall’open data, dall’e-government, dal civic tech -, come dai referendum consultivi ed abrogativi, dalle leggi di iniziativa popolare, e dalla democrazia deliberativa per consultare i propri iscritti su decisioni importanti da prendere), ma che garantiscano una gestione interna trasparente e democratica, abbiano anche un reale radicamento sociale e territoriale – ad esempio, attraverso la costruzione di reti di community organizers immersi nei territori e in grado di svolgere attività di animazione, sensibilizzazione, mobilitazione e costruzione di reti sociali -, e che consentano di migliorare la formazione, selezione e rappresentatività della classe politica e la qualità del dibattito pubblico.

 

Partiti politici che siano in grado di mediare il consenso dei cittadini, di stabilizzarlo, di indirizzarlo verso programmi di governo e di selezionare i gruppi dirigenti. Occorre riconoscere che anche nel tempo della “società liquida” la mediazione e la capacità di negoziare dei compromessi e degli aggiustamenti hanno un grande valore, perché permettono l’accordo fra interessi e posizioni ideologiche diverse, anche contrastanti, conflittuali ed alternative, sulla base di procedure che offrono alle parti coinvolte pari opportunità di far valere i propri orientamenti in base alla fondata presunzione di poter raggiungere accordi equi, mentre le forme della rappresentanza sociale sono ancora essenziali per affrontare il nodo del rapporto tra cittadini e istituzioni. Da questo punto di vista, se la “buona politica” continua ad essere caratterizzata da ponderazione, valutazione degli interessi legittimi in campo, confronto tra le diverse soluzioni, considerazione di possibili compromessi, costruzione del consenso, occorre riconoscere che si tratta di funzioni complesse che per essere svolte con qualità hanno bisogno di competenze e di tempi adeguati.

 

Nelle odierne società democratiche complesse, non basta vincere le elezioni ed essere al governo per poter esercitare il comando. Per essere realmente efficaci occorre essere in grado di accompagnare i processi di trasformazione. Ma, governare accompagnando richiede sofisticate capacità di lettura dei fenomeni politico-culturali e socio-economici in corso, nonché capacità di ascolto e dialogo con il tessuto intermedio della società. Dopo oltre 30 anni di società civile, imprenditori, manager, tecnici, professori e supplenti prestati alla politica, di “dilettanti allo sbaraglio” scelti da ristretti gruppi di interesse o dal “popolo della rete”, è forse tempo di tornare ad un po’ di sano professionismo anche nella rappresentanza sociale e nella politica.

 

Se il cosiddetto “populismo” è un sintomo dei fallimenti e delle patologie del sistema democratico rappresentativo (corruzione, clientelismo, incapacità di dare risposte ai problemi complessi e ai bisogni delle persone, crescente divario tra i rappresentanti politici e i loro elettorati), perché si fa interprete della rivendicazione da parte di cittadini che ritengono che sia stata negata loro l’uguaglianza davanti alla legge, che i loro diritti fondamentali in quanto cittadini democratici e lavoratori sono stati violati da un’élite egoista e corrotta che non è solo autoreferenziale e sorda alle loro preoccupazioni, sofferenze e rimostranze, ma che sta lavorando consapevolmente contro di loro, queste istanze non dovrebbero essere respinte come anti-sistemiche (e quindi classificate come fenomeni della “anti-politica”), ma prese sul serio al fine di realizzare le riforme volte a migliorare la qualità della democrazia e della rappresentanza. Qualsiasi discussione sulla “sfida populista” per l’Europa odierna e le democrazie occidentali in generale non può essere produttiva se non si tiene conto seriamente dei suoi specifici contenuti e messaggi. Pensare semplicemente di demonizzare i “diavoli” o “nuovi barbari” populisti come fanno abitualmente le forze politiche e i media mainstream, vuol dire demonizzare “il popolo” stesso, le sue preoccupazioni, frustrazioni e contestazioni. Denunciando qualsiasi opposizione alle posizioni mainstream e respingendo ogni critica delle forze “moderate” come “pericoloso populismo”, la politica mainstream sta di fatto alimentando movimenti e leader anti-establishment che assumono posizioni sempre più reazionarie ed estreme che finiscono per condizionare fortemente i governi sul piano delle politiche, soprattutto in materia di immigrazione e sicurezza.

 

I partiti tradizionali dovrebbero prendere seriamente in considerazione le varie questioni che i “populisti” sollevano, dalla democrazia partecipativa alla trasparenza, dalla disuguaglianza, redistribuzione della ricchezza e protezione sociale alla capacità di rendere conto delle cose fatte. Inoltre, dovrebbero anche rispondere con proposte politiche concrete e con discorsi che possono ispirare positività e speranza tra i cittadini che stanno cercando di sopravvivere in condizioni generalizzate di arretramento sociale e di stagnazione economica. Dopo tutto, questo è il motivo principale per cui i “populisti” hanno avuto e hanno successo: rappresentano certi problemi economici, sociali e culturali salienti sui quali i partiti mainstream non hanno risposto o si sono addirittura dimostrati ostili a prenderli in considerazione.

 

Occorre ricostruire l’interesse pubblico all’interno dei contesti popolari e promuovere nuove visioni del mondo incentrate sull’identità sociale, tenendo conto che nelle società europee non vi sono unicamente disuguaglianze sociali ed economiche più gravi che in passato. In esse convivono a fatica interessi, opinioni, valori molto eterogenei. Il compito della politica sarebbe quello di ricomporli e ricomporre mosaici di domande sociali differenziate è difficile, soprattutto in fasi di crisi. Confrontarsi con orientamenti mutevoli è complicato, soprattutto quando non si possiedono paradigmi interpretativi consolidati e si è sottoposti a continue tensioni delegittimanti. Ma non c’è altra strada se non quella della ricostruzione della capacità di dare rappresentanza ai tanti soggetti e interessi che innervano il tessuto sociale ed economico attraverso il radicamento nei luoghi materiali (i territori) e virtuali (le reti sociali) dove essi si manifestano.

 

La politica e la democrazia hanno un costo.

Al tempo stesso, occorre essere consapevoli che la politica e la democrazia hanno un costo. Se nei regimi democratici non ci sono partiti organizzati e corpi sociali intermedi, come le grandi associazioni sindacali e di categoria, e se non esiste il finanziamento pubblico (diretto e/o indiretto) alla politica, allora tutto il meccanismo politico-elettorale non può che essere dominato dalla grande ricchezza privata, dai cosiddetti “poteri forti”, dalle “donazioni” (alla luce del sole e/o sottobanco) dei singoli ricchi e delle grandi corporations finanziarie ed industriali.

 

È evidente che se i politici al potere in uno Stato democratico sono quelli sostenuti economicamente dai grandi capitalisti nazionali ed internazionali, è assai improbabile che possano prendere decisioni che vanno contro questi interessi. Cercheranno di promuovere politiche che aumentino la probabilità di rimanere ricchi e potenti: tasse più basse sui redditi più elevati, maggiori deduzioni fiscali, tagli alla tassazione degli utili d’impresa, tagli alla tassazione ereditaria e alle donazioni patrimoniali, minori regolamentazioni, e così via.

 

Ma, la maggioranza degli elettori/cittadini non sono ricchi e per prendere decisioni e provvedimenti che essi oggi reclamano – dal rafforzamento del welfare a politiche redistributive tese a ridurre disuguaglianze e povertà – la politica deve necessariamente prelevare risorse economiche da chi le ha, dai redditi e dai patrimoni dei ricchi e dagli utili delle imprese. Pertanto, è solo attraverso l’introduzione di nuove regole che limitino il potere condizionante della ricchezza nella selezione della classe politica, prevedendo adeguate e trasparenti forme di finanziamento pubblico della politica, che i partiti possono tornare a conquistare quella necessaria autonomia dagli interessi del mondo economico che rappresenta la pre-condizione per poter riacquistare la fiducia e il consenso della maggioranza degli elettori/cittadini e per tornare a cogliere, promuovere ed accompagnare i cambiamenti, i soggetti e gli interessi che si coagulano e maturano nella società e nei territori.

 

Soprattutto, la politica può tornare ad essere un “servizio” condotto con un forte senso di umiltà, sobrietà ed austerità (morale, umana e nel modo di vivere) a beneficio dell’interesse generale, del “bene comune”. Perseguendo le tre virtù cardinali del vero politico identificate da Max Weber – passione, senso di responsabilità e lungimiranza – la politica può tornare ad avere il coraggio di cessare di essere subalterna ai grandi interessi economici e di farsi corrompere. Può inventare una narrazione che non sia solo la difesa dello status quo e tornare a “mettersi in mezzo” tra economia e società, tra capitale e lavoro, spostando l’equilibrio del potere per ricucire i frammenti di una società ormai largamente andata in pezzi, garantendo il buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi (riducendo sprechi, inefficienze, corruzione, evasione ed elusione fiscale).

 

Le istituzioni pubbliche e la capacitazione dei cittadini.

Anche le istituzioni pubbliche attraversano una profonda crisi, investite da potenti processi di disintermediazione politica e comunicativa e dalla “spaccatura a mela” di società sempre più attraversate da interessi divaricanti e disuguaglianze. Stanno funzionando senza saper analizzare correttamente la realtà sociale (e quindi senza saperne risolvere i problemi), anzi la respingono come un fattore di disturbo, cercando di sopperire con “narrazioni” agli esiti disastrosi delle politiche e delle “modernizzazioni” neoliberiste che hanno cercato e cercano di imporre.

 

Pertanto, le istituzioni pubbliche non riescono più a svolgere con efficacia la loro tradizionale funzione di cerniera tra dinamica politica e dinamica sociale che consente ai cittadini di affrontare la vita quotidiana con “spirito di fiducia” e “senso di comunità”. Non a caso, hanno perso molta della loro legittimazione agli occhi sia dei politici (che, infatti, le vogliono “riformare”, semplificare e mettere sotto il loro diretto controllo) sia dei cittadini. Secondo l’istituto di ricerche demoscopiche Ipsos, in Italia solo il 20-24% delle persone esprime fiducia nei sindacati, solo l’11% nel Parlamento e solo il 5% nei partiti politici, mentre fra le istituzioni, mantengono un buon grado di credibilità solo Papa Francesco, le forze dell’ordine, la scuola e il presidente della Repubblica. Sintomi e segni della diffusa domanda di sicurezza e di fiducia in qualcuno e nel futuro.

 

C’è una forte domanda di adeguamento della macchina amministrativa e burocratica della pubblica amministrazione che sia funzionale al passaggio da uno Stato che da Stato-soggetto autoreferenziale diventi sempre più uno Stato-funzione “capacitatore”, esercitando la funzione di promuovere l’empowerment dei cittadini, di metterli assieme, di concertare e definire insieme delle politiche e degli interventi, valorizzando passioni e competenze della cittadinanza attiva. Un modello che utilizza l’approccio della “capacitazione” (capability approach) pensato dal premio Nobel Anartya Sen e da Martha Nussbaum3.

 

Senza la sponda attiva delle istituzioni, la dialettica sociale si inceppa: potere politico e società non comunicano, ma coltivano le proprie autoreferenzialità, si delegittimano reciprocamente avvitandosi in una spirale di accuse mediatiche sempre più rancorose. Senza la sponda attiva dei corpi sociali intermedi non esistono più istanze collettive, ma solo rivendicazioni individuali che si traducono in un attacco perenne a tutto quello che non viene fatto. Inevitabilmente, il livello del dibattito pubblico si abbassa, perché lo scontro si polarizza, i toni diventano più accesi e le argomentazioni più scadenti.

(Alessandro Scassellati).

 

 

 

 

Democrazie stanche: la crisi della

rappresentanza tra passato e presente.

Corrierenazionale.net - Redazione – (2 Novembre 2025) – ci dice:

Dalle origini del parlamentarismo moderno alle sfide della globalizzazione e della disintermediazione digitale; la democrazia rappresentativa vive una crisi che interroga la sua stessa legittimità.

Introduzione – Il paradosso della democrazia contemporanea.

La scena politica contemporanea è segnata da un paradosso profondo. Mai come oggi i cittadini dispongono di mezzi di informazione, di strumenti di comunicazione diretta con i propri rappresentanti e di spazi di espressione pubblica; eppure mai come oggi la fiducia nella politica appare così fragile. L’astensionismo è diventato una costante, i partiti si dissolvono o mutano identità, la parola “rappresentanza” sembra appartenere a un lessico d’altri tempi.

 

Le democrazie occidentali vivono una condizione che potremmo definire di stanchezza strutturale: il circuito rappresentativo, un tempo cuore del governo parlamentare, oggi è percepito come lento, opaco e inefficace rispetto alla velocità della società digitale. Come ha osservato Anna Loretoni, docente di Filosofia politica alla Scuola Superiore Sant’Anna, in occasione del convegno del Senato La crisi della rappresentanza e il futuro delle istituzioni parlamentari (febbraio 2024), gli “aspetti regressivi delle democrazie contemporanee” si manifestano in due tendenze parallele: la crescente sfiducia nelle forme tradizionali della politica e la disintermediazione resa possibile dalle tecnologie digitali. A ciò si aggiunge una crisi più ampia di legittimazione delle istituzioni rappresentative, alimentata da fattori economici e culturali: l’indebolimento delle identità collettive, la precarizzazione sociale e la percezione diffusa che la politica non sia più in grado di orientare i processi globali. La partecipazione, ridotta spesso a espressione episodica o emotiva, perde la sua dimensione civica e deliberativa. La promessa di una partecipazione diretta e immediata si è così tradotta in un paradosso: più vicinanza comunicativa, meno partecipazione effettiva. Le piattaforme digitali, presentate come spazi di democrazia diretta, finiscono per accentuare la frammentazione del discorso pubblico e la polarizzazione delle opinioni. La crisi della rappresentanza, dunque, non è solo un fenomeno politico, ma un nodo teorico e culturale che tocca l’essenza del principio democratico. Essa mette in discussione il delicato equilibrio tra sovranità popolare e mediazione istituzionale, su cui si fondano tutte le democrazie costituzionali moderne.

 

Le radici del principio rappresentativo.

Per comprendere la crisi odierna è necessario risalire alle origini della rappresentanza politica. Nell’antichità, la democrazia ateniese incarnava il modello diretto: i cittadini (una minoranza maschile e proprietaria) esercitavano il potere senza intermediari. La partecipazione era immediata ma esclusiva, fondata sulla presenza fisica e sul vincolo civico. Con la res publica romana emerge un primo nucleo del concetto moderno di rappresentanza: non più solo partecipazione, ma delega, responsabilità e un primo riconoscimento di interessi collettivi. Tuttavia, è nel Medioevo che la rappresentanza assume una forma giuridica compiuta, legata alla struttura feudale: un rapporto privatistico tra sovrano, rappresentanti e rappresentati, fondato sul mandato vincolato e revocabile.

 

Il passaggio decisivo si compie con le rivoluzioni moderne. La riflessione di Rousseau, secondo cui la sovranità non può essere delegata, si confronta con la necessità, teorizzata da Sieyès, di un corpo rappresentativo stabile capace di incarnare la volontà generale. Le costituzioni rivoluzionarie, da quella del 1791 a quella del 1793, trasformano la rappresentanza in principio pubblico, ma la pratica politica rivela presto l’impossibilità del mandato imperativo: un rappresentante rigidamente vincolato alla volontà degli elettori renderebbe impossibile la deliberazione collettiva. È in questo contesto che emerge l’idea moderna di rappresentanza come forma di libertà mediata, e non come semplice trasmissione di volontà. La rappresentanza diventa il luogo in cui l’interesse generale si costruisce attraverso il confronto tra interessi particolari: un principio dinamico e dialettico, non una formula statica.  Da qui nasce il modello moderno del governo rappresentativo, fondato sulla sovranità nazionale. La legittimità non appartiene ai singoli cittadini, ma alla Nazione come entità astratta che esprime l’interesse generale. Il parlamentare, liberato dal vincolo di mandato, agisce non per chi lo ha eletto, ma per la collettività nel suo insieme. È il principio sancito, in Italia, dall’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La rappresentanza moderna nasce dunque come istituzione della mediazione: non mera esecuzione della volontà popolare, ma composizione di interessi plurali, luogo del dialogo e del compromesso. È questa la dimensione che distingue la democrazia rappresentativa dalla democrazia plebiscitaria: nella prima, il popolo si riconosce in un processo; nella seconda, in una persona.

 

 L’età liberale e la rivoluzione dei partiti.

Nel XIX secolo, il principio rappresentativo si consolida all’interno del modello liberale. Tuttavia, la partecipazione politica rimane ristretta: suffragio censitario, Parlamento dominato dalla borghesia, partiti appena embrionali. La rappresentanza ha una funzione stabilizzatrice: mediare conflitti, incanalare le domande sociali entro forme compatibili con l’ordine esistente. L’ingresso delle masse sulla scena politica nel Novecento trasforma radicalmente il sistema. La nascita dei partiti di massa, dei sindacati e dei movimenti operai introduce una pluralità di interessi difficilmente riconducibili a un’unica sovranità nazionale.

 

La rappresentanza perde così il suo carattere unitario e diventa rappresentanza di interessi contrapposti, mediati da organizzazioni collettive. Come nota la dottrina da Weber a Duverger, il partito politico diventa il vero intermediario tra Stato e società: il parlamentare agisce come rappresentante di partito più che come rappresentante della Nazione. Ciò determina una tensione crescente tra il principio del mandato libero e la disciplina di gruppo. Si parla di “doppia responsabilità”: verso il corpo elettorale e verso il partito. Questa trasformazione segna il passaggio dallo “Stato monoclasse” allo “Stato pluriclasse”, secondo la formula di Costantino Mortati: la rappresentanza non esprime più una volontà unitaria, ma una sintesi provvisoria di interessi in conflitto. Il Parlamento diventa il luogo del compromesso sociale, non più della mera ratifica dell’ordine liberale. Con il tempo, quest’ultimo tende a prevalere, fino a diventare monopolista della rappresentanza politica.

 

L’evoluzione dai partiti di massa ideologicamente radicati ai catch-all parties – flessibili, elettoralisti, orientati alla comunicazione mediatica – svuota progressivamente la rappresentanza del suo contenuto sociale. La televisione prima, e poi la rete, hanno trasformato il partito da struttura di partecipazione in macchina di visibilità: la leadership sostituisce l’ideologia, la comunicazione sostituisce la deliberazione. La crisi del partito coincide così con la crisi del legame tra cittadini e istituzioni, preludio al declino della democrazia parlamentare.  Il legame tra eletti ed elettori si indebolisce, e la deliberazione parlamentare diventa spesso mera ratifica di decisioni prese altrove. Quando i partiti cessano di essere strumenti di collegamento tra cittadini e istituzioni, la crisi della rappresentanza diventa crisi della stessa democrazia costituzionale.

 

Il caso italiano: riforme elettorali e fragilità del circuito rappresentativo.

In Italia, la crisi della rappresentanza si manifesta in forma peculiare a partire dagli anni Novanta. Il passaggio dal sistema proporzionale al maggioritario (legge del 1993) avrebbe dovuto introdurre una logica bipolare e garantire governabilità. In realtà, la frammentazione partitica, il trasformismo e la volatilità del consenso hanno impedito la costruzione di un sistema stabile. Le liste bloccate, introdotte nel 2005, hanno ulteriormente indebolito il legame tra elettori ed eletti, concentrando nei vertici di partito il potere di selezionare i parlamentari. La rappresentanza si è così trasformata in un meccanismo di cooptazione dall’alto, più che di espressione dal basso. Le sentenze della Corte costituzionale n. 1/2014 e n. 35/2017 hanno tentato di riequilibrare il sistema, dichiarando incostituzionali gli eccessi di premio di maggioranza e l’assenza di preferenze, ma senza restituire piena vitalità al circuito rappresentativo. A questa instabilità si è aggiunta la legge elettorale del 2017 (Rosatellum), che ha mantenuto un sistema misto con liste bloccate e candidature plurime, aggravando la distanza tra rappresentanza e scelta diretta degli elettori. Le più recenti proposte di revisione costituzionale, in senso presidenzialista o “premierale”, confermano la tendenza a privilegiare la governabilità rispetto al principio di rappresentanza, accentuando il peso dell’esecutivo e riducendo gli spazi di controllo parlamentare.

 

In questa prospettiva, la crisi italiana riflette anche una mutazione del rapporto fiduciario tra elettori e rappresentanti: la fiducia, elemento essenziale del patto democratico, viene sostituita da una logica di tipo contrattuale o performativo. L’elettore valuta il rappresentante non in base alla coerenza programmatica o alla mediazione politica, ma all’efficacia immediata percepita. Si passa così da una logica della responsabilità a una logica della visibilità. La conseguenza è duplice: da un lato la crisi del rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni; dall’altro l’indebolimento del Parlamento come centro di produzione politica autonoma. Le elezioni del 2018, con la difficoltà nel formare maggioranze coerenti, hanno reso evidente la trasformazione della democrazia italiana in un sistema ibrido, dove la rappresentanza parlamentare convive con una crescente personalizzazione del potere esecutivo.

 

Globalizzazione, disintermediazione e crisi cognitiva.

A partire dagli anni Settanta, la globalizzazione economica e finanziaria erode la sovranità statale, mentre la società post-industriale frammenta le identità collettive. Le grandi narrazioni ideologiche cedono il posto a un pluralismo disordinato. La politica perde presa sul sociale e la comunicazione di massa – prima televisiva, poi digitale – sostituisce la deliberazione con la rappresentazione. Internet, in particolare, ha alimentato l’illusione di una democrazia diretta digitale. La promessa di orizzontalità e trasparenza si è spesso tradotta in nuove forme di controllo e manipolazione, dominate dagli algoritmi delle piattaforme private. La disintermediazione ha creato una nuova mediazione opaca, in cui la visibilità sostituisce la legittimità e la popolarità prende il posto dell’autorevolezza.  Questo scenario si intreccia con la crisi della verità pubblica. La logica algoritmica e la frammentazione informativa favoriscono la nascita di “bolle cognitive” in cui la verità diventa una costruzione emotiva e soggettiva. La politica smette di essere confronto di idee e diventa competizione di narrazioni: è la condizione che diversi autori hanno definito “post-verità”. Come nota Pierre Rosanvallon, la democrazia contemporanea vive una tensione costante tra la domanda di prossimità e la necessità di distanza istituzionale. La prima alimenta la disintermediazione, la seconda preserva la legittimità. Quando questa dialettica si spezza, la rappresentanza perde il suo fondamento simbolico e il cittadino non riconosce più il valore della mediazione come forma di partecipazione. Il risultato è un populismo dell’immediatezza: partecipazione continua ma effimera, basata su reazioni istantanee più che su decisioni informate. Si genera così una crisi cognitiva della democrazia: l’incapacità di distinguere informazione da propaganda, consenso da conoscenza. La rete, con la sua velocità e polarizzazione, si rivela l’opposto dell’habitat deliberativo di cui la rappresentanza ha bisogno per sopravvivere.

 

De-parlamentarizzazione e populismo plebiscitario.

Parallelamente, le istituzioni parlamentari subiscono un processo di de-parlamentarizzazione: il Parlamento non è più luogo della discussione, ma spesso dell’approvazione automatica. L’urgenza economica, le crisi sanitarie, i governi tecnici e i decreti-legge hanno spostato il baricentro decisionale verso l’esecutivo. Questa concentrazione del potere trova giustificazione nella logica dello “stato d’eccezione”, descritta già da Carl Schmitt, secondo cui la sovranità si manifesta nel momento della sospensione della norma.

 

Oggi quella logica sembra diventata strutturale: la democrazia vive in uno stato di emergenza permanente che la induce a ridurre il tempo della discussione in nome dell’efficacia. I nuovi media amplificano questa tendenza, favorendo la personalizzazione del potere. Il leader politico diventa un attore che comunica direttamente con il pubblico, bypassando i corpi intermedi e i partiti. Il consenso non si costruisce più sul contenuto delle decisioni, ma sulla continua esposizione comunicativa e sulla capacità di occupare lo spazio simbolico. Come osserva Nadia Urbinati, il populismo plebiscitario è una forma di “democrazia dell’audience”, in cui la rappresentanza si misura in termini di attenzione più che di deliberazione. Fenomeni simili si osservano in molte democrazie occidentali, dove la crisi dei partiti tradizionali ha lasciato spazio a movimenti populisti di governo. L’Italia, in questo senso, rappresenta un laboratorio avanzato di trasformazione del parlamentarismo in senso decisionista, in cui la leadership carismatica e la comunicazione diretta sostituiscono la mediazione istituzionale.

 

Su questo terreno cresce il populismo plebiscitario, che sostituisce la mediazione con l’identificazione diretta tra leader e popolo. I tratti comuni sono noti: rifiuto delle élite e dei corpi intermedi, negazione del pluralismo, concezione organicistica del popolo come corpo unico e virtuoso. In questa prospettiva, il rappresentante non interpreta la volontà dei rappresentati, ma si presenta come la sua incarnazione. Il consenso immediato sostituisce la deliberazione, e il principio di rappresentanza libera, sancito dall’articolo 67, viene percepito come ostacolo anziché garanzia di libertà. È qui che la crisi della rappresentanza mostra il suo volto più pericoloso: la trasformazione della rappresentanza in rappresentazione e della cittadinanza in appartenenza identitaria.

 

Conclusione – La rappresentanza come forma della libertà moderna.

Ogni epoca ha creduto di assistere al tramonto della democrazia; eppure la democrazia resiste, muta, si reinventa. La crisi della rappresentanza che viviamo non segna la fine di questo modello, ma la necessità di ripensarne le forme alla luce delle nuove tecnologie e delle trasformazioni globali. Come ricorda Loretoni, l’illusione di una politica senza mediazioni è una regressione culturale. La democrazia vive di spazi, tempi e linguaggi che permettano il riconoscimento reciproco nella diversità. Ha bisogno di fiducia e di memoria, di istituzioni che rendano visibile la complessità e ne traducano le tensioni in decisioni condivise. Come ha scritto Bernard Manin, la rappresentanza non è la negazione della democrazia, ma la sua evoluzione storica: un dispositivo che rende possibile la libertà in società complesse. E, come ricordava Norberto Bobbio, la democrazia vive nella tensione tra uguaglianza formale e disuguaglianza reale: il compito della rappresentanza è trasformare questa tensione in dialogo, non eliminarla. La democrazia, dunque, non si esaurisce nell’atto del voto, ma si alimenta nella fiducia mediata, nella parola condivisa, nella capacità di rendere presente l’assente. La rappresentanza rimane la forma più alta di questa presenza attraverso l’assenza — il modo con cui la libertà si traduce in relazione. La rappresentanza, lungi dall’essere un ostacolo, è la condizione stessa della libertà moderna: la capacità di riconoscersi in un altro, di accettare la distanza come forma di coesione. In questo senso, la democrazia resta una promessa incompiuta, ma proprio per questo ancora viva — un progetto sempre da rinnovare, fondato sulla consapevolezza che il potere del popolo non si esercita nell’immediatezza, ma nella mediazione consapevole della pluralità.

 

 

Osservatorio Polidemos-Ipsos.

Stanchi della politica, ma gli italiani

 rifuggono da soluzioni autoritarie.

Centridiricerca.Unicatt.it – (6 giugno 2024) – Redazione – ci dice:

Tanta sfiducia e sentimenti di stanchezza verso la politica. È il clima sociale che si respira in Italia, dove però gli italiani continuano a mostrarsi consapevoli dell’importanza delle istituzioni democratiche senza cadere nella tentazione di “scorciatoie” autoritarie. A tastare il polso del nostro Paese è l’Osservatorio sullo Stato della Democrazia - ItaliaInsight avviato da Polidemos, il Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e l’istituto di ricerche demoscopiche Ipsos, con una rilevazione centrata sulle tendenze all’autoritarismo e al radicalismo.

 

Nella nostra società sono ben evidenti i segnali di alcune tendenze (“sindromi”, come definite nell’indagine) che rischiano di minare l’equilibrio democratico. Si parte dalla “sfiducia sistemica” (l’immagine dell’Italia come un paese in declino, una prospettiva pessimista sul futuro delle giovani generazioni, un generale decadimento della fiducia tra le persone…) e si passa da sentimenti di distanza o di vera e propria contrarietà rispetto alla politica (accusata di “parlare tanto ma di fare poco”, o di avere degli interessi in contrasto con il benessere della gente comune).

 

Questi fenomeni fanno registrare alti tassi di penetrazione nell’opinione dei cittadini: una quota maggioritaria (in alcuni casi vicina o superiore addirittura ai tre quarti degli intervistati) concorda con le affermazioni critiche sondate dai ricercatori. Secondo i dati raccolti da Ipsos, il 78% degli italiani, ad esempio, ritiene che “i politici trovano sempre un modo per proteggere i loro privilegi”. Il 58% è d’accordo con l’affermazione: “la politica oggi non conta più molto, sono l’economia e i mercati internazionali a decidere tutto”. Non mancano elementi di complottismo, molto diffusi nell’opinione dei cittadini: il 62% si dice d’accordo col fatto che: “le notizie che ci arrivano dalla stampa e dai media sono spesso intenzionalmente distorte per sviarci” e il 74% ha spesso “la sensazione che le questioni davvero importanti siano decise dietro le quinte”. Rimane comunque alto l’interesse per la politica, con il 52% degli intervistati che dichiara di “partecipare con interesse e passione” o di “seguire in maniera interessata” le discussioni in materia.

 

Tutto ciò si riversa in un sentimento contrastante verso la nostra democrazia: se da un lato è vero che solamente il 16% se ne dichiara “molto” o “abbastanza” soddisfatto (il 47% è insoddisfatto, il 37% non si sbilancia o non si esprime affatto), dall’altro rimane minoritaria, “solamente” del 34%, la quota di coloro che si dichiarano pronti a sperimentare “un modo diverso per governare l’Italia”. La “sindrome autoritaria” è fortunatamente quella meno rovente, con un indice che si ferma a 33 punti su 100.

 

Non convince l’idea di un “leader forte, disposto a infrangere le regole per mettere a posto l’Italia” (32% di intervistati “molto” o “abbastanza d’accordo”), il fatto che “I governanti dovrebbero far rispettare la loro autorità anche se ciò comporta la violazione dei diritti di alcuni cittadini” (20%) o l’ipotesi che “Il governo dovrebbe poter chiudere gli organi di informazione che sono critici nei suoi confronti” (17%). Posti di fronte a una scelta netta tra una “società democratica dove sono presenti vari problemi” e “un regime dittatoriale che garantisce a tutti un livello di benessere sufficiente e dove non sono presenti particolari emergenze” gli italiani si schierano compattamente per la prima opzione: 55% contro il 17% che preferirebbe una dittatura “virtuosa” (non risponde il 28%). Anche la tendenza al radicalismo non attecchisce in maniera decisiva: solo il 33% degli intervistati sostiene che la politica oggi dovrebbe “avanzare proposte più radicali, nette, anche di parte se necessario”, mentre il 39% preferisce “mediare di più, cercare il più possibile soluzioni di compromesso”. Il 45% ritiene che per far funzionare l’Italia oggi servirebbe “un piano di riforme graduali, da realizzare nel tempo con serietà”, mentre si ferma al 35% la quota di chi indica la necessità di “un cambiamento radicale che azzeri tutto e ricostruisca il Paese e le sue istituzioni da capo”.

 

Insomma, anche se il clima sociale è pesantemente caratterizzato da sfiducia e sentimenti di antipolitica, gli italiani continuano a mostrarsi consapevoli dell’importanza delle istituzioni democratiche e di alcuni elementi fondamentali come lo stato di diritto, la libertà di espressione, il ruolo dei corpi intermedi e di procedure decisionali collegiali, bilanciate tramite i ben noti “pesi e contrappesi”. Una figura solitaria al comando, in un rapporto diretto e disintermediato con i cittadini, non convince gli italiani, che preferiscono ancorarsi ad una democrazia magari imperfetta, ma che rimane “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre”.

 

Per Damiano Palano, direttore di Polidemos, «quello che è emerge in modo piuttosto netto è il ritratto di una società italiana divorata dalla sfiducia. Una sfiducia che non riguarda solo e neppure specificamente la politica, ma che investe la visione generale del futuro e del mondo. Una schiacciante maggioranza del campione ritiene per esempio che le giovani generazioni abbiano di fronte a sé un futuro peggiore di quello dei loro genitori, che l’Italia sia un Paese in declino, che la stessa società italiana sia logorata da problemi irrisolvibili e persino che sia meglio non fidarsi del prossimo. Tutto questo ha anche ricadute politiche, prima di tutto perché la politica viene ritenuta da molti irrilevante. Ma anche perché la sfiducia nei confronti della classe politica (e dei “professionisti della politica”) rimane un tratto estremamente diffuso».

 

Secondo il direttore di Polidemos «il fascino esercitato dalle posizioni estreme appare limitato, ma non irrilevante. Un terzo degli intervistati ritiene infatti che talvolta avanzare proposte nette, benché ‘di parte’, possa essere necessario. E questo aspetto dovrà essere osservato con attenzione nei prossimi anni, perché molte democrazie contemporanee sono oggi investite da forti correnti di polarizzazione e radicalizzazione. Un dato in particolare merita attenzione. Poco meno di un quarto del campione ritiene che un ritorno del fascismo sia non solo un problema reale, ma qualcosa che sta già avvenendo. Se questa percezione è più debole tra coloro che sono nati negli anni Ottanta e Novanta, cresce nella “Generazione Z “ma soprattutto nelle generazioni più anziane, a partire da quelle nate negli anni Sessanta e Settanta. E ciò è indicativo anche per capire come oggi vengono percepiti gli avversari politici».

 

Per Andrea Scavo, director Public Affairs di Ipsos «è fondamentale analizzare tendenze come quelle osservate in questa prima rilevazione attraverso un monitoraggio costante, in forma continuativa. Le indagini demoscopiche in ambito politico e sociale possono guardare molto oltre i dati di natura strettamente pre-elettorale. Un progetto come l’”Osservatorio Italia Insight” sullo stato della Democrazia è emblematico dell’importanza di strumenti di analisi dell’opinione pubblica che abbiano la prospettiva, il metodo e l’ambizione di incidere su temi di importanza cruciale come quelli qui affrontati. Nei prossimi mesi – continua Scavo – allargheremo l’orizzonte sia affrontando il tema da prospettive ulteriori sia integrando i dati italiani con quelli prodotti dalle nostre ricerche in altri paesi».

 

 

Degrado, sbandati e violenti al parco.

 I residenti chiedono più controlli:

«Noi ostaggio dei balordi, abbiamo paura».

Ilgazzettino.it – (10 novembre 2025) -  Olivia Bonetti – ci dice:

 

Nel mirino l'area verde tra le vie Colombo, Marco Polo e Vespucci. Il racconto dei residenti che vivono da anni nell’insicurezza

Nordest > Pordenone.

Lunedì.

Degrado, sbandati e violenti al parco. I residenti chiedono più controlli: «Noi ostaggio dei balordi, abbiamo paura»

PORDENONE - Anche ieri in pieno giorno le stesse scene: quelle che i residenti della zona tra le vie Colombo, Vespucci e Marco Polo vedono a ogni ora. Nel parchetto che si trova proprio di fronte a un negozio etnico a due passi dalla prefettura balordi che bivaccano, bevono. Ubriachi che urlano, litigano. Disperati che urinano ad ogni angolo o peggio. E giri strani con zainetti e consegne "speciali". Il tutto a due passi dalla Prefettura e in un'area verde con tanto di giochi per bambini: dalle altalene agli scivoli. Ovviamente i genitori si guardano bene dal portare i loro piccoli in quel punto nero dove entri e non sai quello che ti può succedere. Un dramma quotidiano che i residenti vivono ogni giorno. A raccontarlo Sergio Catalano che dalle sue finestre vede quelle scene di degrado ogni giorno.

 

Il tutto in un'area che dovrebbe essere protetta come promettono i divieti chiari che campeggiano all'entrata: non si introducono alcolici e non si può fumare.

APPROFONDIMENTI.

 

LA TESTIMONIANZA.

«Tengo a specificare - premette il residente - che non è una questione di stranieri. Gravitano anche tanti italiani, che girano per la città e si rivedono qui. Alcolizzati, altri sono tossici noti di Pordenone. Dal lunedì alla domenica ininterrottamente bivaccano lì per ore, urinano di fronte alle persone che passano». E racconta quello che è successo a lui: «Poco fa una persona stava facendo i suoi bisogni rivolto alla strada, mi ha visto e almeno si è girato di spalle, ma ha continuato tranquillamente senza farsi alcun problema». «Queste persone - sottolinea Catalano - spesso hanno anche cani liberi senza guinzaglio, anche di grossa taglia che scorrazzano».

I PERICOLI.

«Poi c'è la componente relativa alle numerose bottiglie, cocci e sacchetti lasciati fuori dai bidoni - prosegue Catalano -. Persone che urlano, a volte litigano. Ricordiamo che siamo a quattro passi da una scuola. E personalmente, visti i giri che si ripetono, penso ci siano anche dinamiche di spaccio. Ho visto strani movimenti: gente che apriva lo zainetto, altri che prendevano in consegna qualcosa».

SICUREZZA.

Da tempo ormai i residenti si sentono ostaggio di quei balordi e cresce la paura tra i più giovani. «Mia figlia quando rientra a casa- spiega Catalano - mi chiama chiedendomi se posso affacciarmi per controllare: così non possiamo più vivere». E le forze dell'ordine si vedono? Ricordiamo che in passato lì c'era anche la questura. «E devo dire che nel passato la polizia di Stato passava e interveniva. Nell'ultimo anno però anche chiamando difficilmente vengono», spiega il residente. «Circa un mese e mezzo fa per più di due settimane c'è stato un migrante che dormiva nel parchetto - racconta -. Ho chiamato la polizia municipale per segnalare la persona disagiata. La reazione dell'operatore al telefono è stata quella di chiedermi con quale finalità telefonavo. Ho risposto spiegando che una persona da settimane dormiva su una panchina e sottolineando che non mi sembrava una cosa da paese civile e che c'era anche una questione di ordine pubblico perché questa persona litigava con frequentatori del parchetto. Nessuno è intervenuto. C'è anche un una cartellonistica, con divieto di bere alcolici e di fumo, ma non sono mai stati fatti rispettare». Addirittura c'è l'orario del parchetto, ma ovviamente nessuno lo rispetta. Anche se questo è l'ultimo dei problemi.

 

 

 

 

UKRAINERUSSIAWAR. Continuo collasso delle linee ucraine sull’asse Hulyaipole (Zaporižžja) e Pokrovs’ke (Dnipropetrovs’k)

 Agcnews.eu – (Dicembre 1, 2025) – Graziella Giangiulio – ci dice:

 

In direzione di Huljajpole e Pokrovs’ke, le forze russe hanno continuato ad avanzare rapidamente a est del fiume Haichur. A nord, le forze russe continuarono le loro operazioni d’assalto lungo le alture tattiche verso il fiume Haichur. Dopo la presa dei villaggi di Nechaivka, Radisne e Nove Zaporizhzhya, le forze russe – secondo fonti social locali – “stanno ultimando la loro operazione volta a eliminare il saliente ucraino a sud-est”. I russi hanno abbattuto diverse zone boschive da sud nell’ampio fronte orientale di Nove Zaporizhzhya, mentre altre forze hanno continuato a spingersi verso ovest dalla zona di Solodke-Rybne, spingendo gli ucraini fuori dal saliente. I russi oramai sono anche entrati a Dobropillya da nord, attaccando verso il centro del villaggio.

 

Secondo una interpolazione di dati OSINT e immagini satellitari si può affermare che in coordinamento con gli attacchi da sud e sud-est, le forze russe hanno sfruttato la ritirata delle forze ucraine dal saliente verso il fiume Haichur, avanzando verso nord-ovest lungo un canalone e verso ovest lungo una linea di alberi a nord, sfondando la periferia orientale di Dobropillya e completando quindi l’eliminazione del saliente ucraino. Sono avanzate anche lungo diverse linee di alberi più a sud verso Varvarivka.

 

A sud, le forze russe sono avanzate lungo la riva meridionale di un affluente del fiume Haichur, conquistando posizioni nelle piantagioni forestali locali. Avanzano – secondo fonti locali – anche più a ovest lungo le linee di alberi sulle alture tattiche, avvicinandosi al loro margine occidentale e migliorando le loro posizioni lungo la riva settentrionale del fiume Kalmychka. Questa avanzata, lungo l’eliminazione del saliente a nord, collega e allinea in gran parte la linea del fronte di Nechaivka con il fiume Yanchur.

 

A sud-est, le forze russe hanno continuate a sfruttare il crollo delle difese ucraine nei villaggi a est di Huljajpole e l’accerchiamento delle formazioni ucraine. In precedenza, era stato effettuato uno schieramento frettoloso e scoordinato del 201° battaglione ucraino della 102ª Brigata di Difesa Territoriale con l’obiettivo di salvare la situazione presso le difese relativamente forti a est di Huljajpole, causando numerose perdite e l’accerchiamento di parte del territorio. Le forze russe successivamente sono avanzate oltre la zona occidentale di questi villaggi attraverso le linee ucraine scarsamente difese, raggiungendo rapidamente la periferia di Huljajpole e insediandosi sulle linee degli alberi direttamente a est della città.

 

Inoltre, si registra una avanzata russa da Zatyshshya e grazie a questa avanzata sono riusciti a prendere uno dei complessi agricoli alla periferia di Huljajpole, nonché le aree boschive adiacenti. I DRG hanno intensificato successivamente la loro attività entro i confini della città, mentre gruppi d’assalto si sono infiltrati nelle strade nord-orientali situate a nord del fiume Haichur.

 

Nel frattempo, a sud del fiume Haichur, approfittando della situazione caotica più a nord, gruppi d’assalto russi hanno sfondato le posizioni ucraine a nord-ovest di Marfopil’, avanzando lungo la strada fino ai margini di Huljajpole. Secondo fonti russe militari sono riusciti a entrare rapidamente in città e a conquistare le strade più esterne; i combattimenti sono già in corso più a ovest, verso via Huryanskyy. Inoltre, le forze russe hanno preso le posizioni rimanenti a est di un affluente del fiume Haichur, nonché un edificio agricolo e la linea di alberi adiacente a ovest.

 

Secondo fonti OSINT di analisti russi l’avanzamento è di circa 60 km in favore dei russi.

Secondo fonti ucraine, gli eventi accaduti la scorsa settimana avrebbero potuto concludersi con la completa perdita di Hulyaipole questo mese; così commentano: “È questo il caso in cui, grazie alle corrette decisioni del comando militare, è stata evitata una grande tragedia”.

Tutto è iniziato con la perdita di Poltavka e Uspenivka. A causa dell’impossibilità di ripristinare le perse dagli ucraini, sebbene ci siano stati più tentativi, si è deciso che una delle unità ShV rafforzasse rapidamente le nuove linee a sud di Novouspenivs’ke. Allo stesso tempo, la 102ª Brigata delle forze di difesa aerea ucraine, che ha avuto un discreto successo, seppur con perdite, ha comunque respinto l’assalto russo.

Quando i russi si sono spinti vicino a sinistra del 102°, questi hanno affrontato gruppi ucraini infiltrati sul fianco e nelle retrovie. Allo stesso tempo, uno dei battaglioni del 102° OBR TrO ucraino ha perso il controllo e la popolazione è stata abbandonata a sé stessa. I combattenti, non capendo cosa fare, hanno deciso di abbandonare l’intera formazione. Quasi due compagnie hanno iniziato ad abbandonare in gruppo la zona di Zelenyi Hai e Vysoke. Prima di ciò, il comando ucraino, comprendendo le prospettive, ha inviato forze aggiuntive dal 225° OSHP e da una delle brigate meccanizzate, che hanno iniziato prontamente a creare una nuova linea di difesa direttamente di fronte a Hulyaipole.

Secondo fonti OSINT ucraine “al momento, grazie alla proficua interazione tra il comando dell’OK “Sud”, il 225° OSHP e le unità rimanenti, è possibile stabilizzare la situazione: il caos nelle formazioni di battaglia è quasi completamente scomparso, le forze russe hanno rallentato significativamente in direzione di Hulyaipole ed è stata istituita una nuova linea di difesa”.

(Graziella Giangiulio).

 

 

 

 

AFGHANISTAN. Nuovi scontri al confine

con Pakistan. La Cina invita alla calma,

Trump vuole fare da paciere.

Agcnews.eu – (Ottobre 14, 2025) – Luigi Medici – ci  dice:

 

Il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato lunedì che Pechino è preoccupata per i recenti scontri tra Pakistan e Afghanistan e ha chiesto a entrambi i Paesi di proteggere i propri cittadini e gli investimenti nella regione.

Entrambe le parti hanno confermato domenica che decine di combattenti sono stati uccisi negli scontri notturni al confine tra Pakistan e Afghanistan, nel combattimento più sanguinoso tra i due paesi vicini da quando i talebani sono saliti al potere a Kabul, riporta Reuters.

La Cina confina a ovest con l’Afghanistan e il Pakistan e ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione nel placare i combattimenti tra i due Paesi, che fino a poco tempo fa erano alleati.

 “La Cina è disposta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo nel migliorare e sviluppare le relazioni afghano-pakistane”, ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, “Lin Jian”, in conferenza stampa.

 

“Lin” ha aggiunto che Pechino spera che “Kabul e Islamabad mantengano la calma e la moderazione e perseverino nell’affrontare adeguatamente le reciproche preoccupazioni attraverso il dialogo e la consultazione, per evitare l’escalation dei conflitti”.

 

Ad agosto, il ministro degli Esteri cinese “Wang Yi “ha partecipato a un incontro con i suoi omologhi pakistano e afghano a Kabul, chiedendo un rafforzamento degli scambi a tutti i livelli. Nel corso di un incontro trilaterale informale ospitato da Pechino qualche settimana prima, la Cina ha affermato che Kabul e Islamabad avevano concordato di rafforzare le loro relazioni diplomatiche.

 

Comunque lunedì, le truppe pakistane erano in stato di massima allerta al confine con l’Afghanistan, dopo che i violenti combattimenti del fine settimana tra le due parti hanno causato decine di morti e attirato l’attenzione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha affermato di poter contribuire a porre fine al conflitto, riporta Anadolu.

Il commercio di confine tra i due paesi confinanti si è interrotto quando il Pakistan ha chiuso i valichi lungo la frontiera lunga 2.600 km, bloccando decine di veicoli merci carichi su entrambi i lati, ha dichiarato un rappresentante dell’industria pakistana.

Decine di talebani sono stati uccisi negli scontri di confine iniziati sabato sera, nel conflitto più sanguinoso tra i due paesi da quando i talebani sono tornati al potere a Kabul nel 2021.

 

Le tensioni tra le due parti, un tempo alleate, sono scoppiate dopo che Islamabad ha chiesto ai talebani di intervenire contro i terroristi che hanno intensificato gli attacchi in Pakistan, affermando che operano da rifugi in Afghanistan.

I talebani negano la presenza di terroristi del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP) sul loro territorio. Il TTP è un gruppo fuorilegge responsabile di alcuni degli attacchi più letali contro militari e civili. Il confine montuoso è permeabile, consentendo al TTP di muoversi con relativa facilità.

“Enayatullah Khowarazmi”, portavoce del Ministero della Difesa afghano, ha dichiarato che la “situazione attuale” al confine è normale, ma non ha condiviso i dettagli, riporta Reuters.

 

Con la chiusura dei valichi di frontiera per veicoli e pedoni, tutti gli uffici governativi pakistani al confine, che si occupano di questioni commerciali e amministrative, sono stati chiusi, ha dichiarato un alto funzionario del governo pakistano. “I veicoli carichi, inclusi container e camion, sono bloccati su entrambi i lati del confine”, ha dichiarato “Zia Ul Haq Sarhadi”, vicepresidente anziano della Camera di Commercio e Industria congiunta pakistano-afghana.

 

“Oltre a frutta e verdura fresca, trasportano merci di importazione, esportazione e transito, causando perdite per milioni di rupie ai due Paesi e ai commercianti”, ha affermato. Il Pakistan è la principale fonte di beni e generi alimentari per l’Afghanistan.

 

I combattimenti hanno attirato l’attenzione di Donald Trump, che ha dichiarato che si concentrerà presto sulla questione:

”Ho sentito che c’è una guerra in corso tra Pakistan e Afghanistan”, ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il volo da Washington a Israele domenica. “Ho detto: ‘Dovrò aspettare di tornare. Sapete, ne farò un’altra, perché sono bravo a risolvere le guerre, sono bravo a fare la pace'”, ha detto Trump.

L’esercito pakistano ha dichiarato che 23 dei suoi soldati sono stati uccisi negli scontri del fine settimana. I talebani hanno affermato che nove dei loro soldati sono stati uccisi. Tuttavia, entrambi affermano di aver inflitto perdite molto più elevate all’altra parte, senza fornire prove.

 

Il Pakistan ha dichiarato di aver ucciso più di 200 talebani afghani e combattenti alleati, mentre l’Afghanistan ha dichiarato di aver ucciso 58 soldati pakistani.

I talebani hanno dichiarato domenica di aver interrotto gli attacchi su richiesta del Qatar e dell’Arabia Saudita.

(Luigi Medici).

 

 

 

 

Maschi, istruzioni per l’uso. Come crescere

 gli uomini di domani: educare i

 ragazzi alla tenerezza e alla libertà.

Corriere.it - Ruggiero Crocella – (10 novembre 2025) – ci dice:

Gli stereotipi sul mondo maschile sono condizionamenti che cominciano dall'infanzia.

 Solo l'alleanza tra uomini e donne può aiutare a superarli.

 

Negli ultimi decenni, il mondo femminile ha avviato un percorso complesso e tortuoso per liberarsi da stereotipi che per secoli lo hanno condizionato: ruoli codificati, aspettative rigidissime, divisioni nette tra «ciò che compete alla donna» e «ciò che compete all’uomo». Oggi sappiamo che quelle convenzioni non reggono più, eppure - va detto con chiarezza - dall’altra parte, quella maschile, la metamorfosi stenta a decollare. Gli uomini, pur riconoscendo che una certa idea di mascolinità non li rappresenta più, faticano molto a trovare nuovi modelli a cui ispirarsi.

Maschi, istruzioni per l'uso.

È questo un tema affrontato in uno degli incontri organizzati nell'ultima edizione dell'evento «Il Tempo della Salute 2025»: una riflessione sull’educazione al maschile che parte dall’infanzia, per comprendere che «l’uomo di domani» non è un’entità astratta ma un ragazzo che oggi vive in famiglia, a scuola, nei social. E quei cliché persistenti («Non fare la femminuccia», «Il vero uomo non deve chiedere mai», «Alle femmine si parla, con i maschi si fa») non sono innocui: portano con sé rischi profondi, sia per chi prova a incarnarli sia per chi ne resta escluso.

 

Mascolinità in crisi (o in trasformazione).

In questi anni la giornalista, scrittrice e autrice “Claudia de Lillo” – nota anche come «Elasti» – con il suo libro Esseri maschi.

Istruzioni per macchine apparentemente semplici (Feltrinelli) ha esplorato il mondo maschile, partendo dalla propria esperienza di madre di tre ragazzi di 15, 19 e 22 anni.

 Dall’altro lato il medico psichiatra e psicoanalista” Leonardo Mendolicchio”, dirigente presso l’Istituto Auxologico Italiano e autore del prossimo” Diventerai uomo” (Mondadori), ricorda come «la radice storica della cosiddetta supremazia maschile è più subdola di quanto si possa immaginare: ogni uomo, ma anche ogni donna, è influenzato dall’egemonia del maschile».

 

«Io, padre femminista, cresco i miei figli smontando gli stereotipi. E rivendico il diritto di prendermi cura di loro»

 Bambino.

Il filosofo: «Io, padre femminista, cresco i miei figli smontando gli stereotipi. E rivendico il diritto di prendermi cura di loro».

Le esperienze in un libro: i maschi «ingabbiati».

Come ha spiegato Claudia de Lillo, «in un libro sui maschi non è stata una mia idea, me l'hanno proposto e l'ho accettato con una certa ritrosia. Perché quello che mi interessa non sono i maschi ma la relazione con loro. Il messaggio che mi piacerebbe passasse attraverso questo libro, che è frutto dell'osservazione e di un po' di interviste, è l'idea che esattamente come noi donne siamo state ingabbiate in ruoli prefissati, questa cosa vale anche per i maschi. Credo che la vera conquista in questo momento per il futuro dei nostri uomini, ma anche delle nostre donne, sia di potersi immaginare così come vogliono. La sfida è allora somigliarsi, sbocciare e germogliare. Metterli in una figurina è una tentazione molto forte ma non garantisce la libertà».

 

Siamo pronti a mettere in discussione i cliché?

Leonardo Mendolicchio:

«Credo che il grande punto di partenza da cui partire sia che i maschi sono vittima o sono stati vittima o saranno ad esserlo di cliché. E in un mondo come questo dove il tema del maschile e il femminile si pongono in una dialettica diversa, probabilmente il maschile è quella che ci turba di più. Il cliché della virilità è il cliché che forse più di altri non riusciamo a superare. La scommessa è dire a noi maschi, quanto siamo pronti a mettere in discussione questi cliché. Oggi cosa signifca essere maschi? Siamo piccole monadi chiuse in pregiudizi spesso superati e non sappiamo cosa significhi essere maschio nel sociale e noi dovremmo imparare dalle femmine. Oggi perché i ragazzini in particolare soffrono? Perché gli adolescenti maschietti non sanno qual è la bussola che devono seguire, per la loro identità».

Claudia de Lillo:

 «Ho sempre paura dell'eccessiva responsabilità che viene date alle mamme, alle donne: se l'uomo è violento, è colpa delle madri; se una donna viene violentata, un po' se l'è voluta. Sicuramente questa colpa esiste, ma dobbiamo anche parlare della colpa dei padri. E un momento meraviglioso per i padri per recuperare il rapporto con i figli maschi»

 

Stereotipi persistenti e i loro effetti.

Sul palco, Mendolicchio e de Lillo sono stati invitati a fare una specie di «gioco dei luoghi comuni»: pescare da una boccia alcuni bussolotti con frasi che tutti conosciamo come «Non fare la femminuccia», «Il vero uomo non deve chiedere mai», «Alle femmine si parla, con i maschi si fa».

 

 «Questa è una di quelle cose che dovremmo imparare a sorridere quando sentiamo - spiega Mendolicchio -. Si nasce con un sesso biologico, ma il maschile e il femminile non smette mai di crescere e di evolvere nei nostri figli. In realtà dobbiamo imparare come genitori a elicitare la loro curiosità o anche a mettere in discussione la loro appartenenza biologica. Non dobbiamo risolvere il problema, ma insegnargli a domandare»

E de Lillo:

 «Nel 2014 ero andata a bussare a casa delle adolescenti e ho parlato con loro. Quando mi sono approcciato la mondi dei maschi e ho detto adesso parliamo, ho trovato un muro. Perché c'è sempre nei maschi questa chiave "prestazionale": a dimmi chi sei, rispondevano con il che cosa fanno. I maschi fanno più fatica a parlare. Il dialogo va costruito».

 

La maledizione dei ruoli.

A proposito di «ruoli», de Lillo racconta un aneddoto: «Quando mio figlio grande aveva 18 anni, mi scrisse una coppia di mamme "arcobaleno", quella incinta, e mi disse non ho assolutamente idea di come si gioca con i maschi e mi ha chiesto consigli. Io un po' alla garibaldina ho risposto che mio figlio maggiore stava cercando un lavoro come baby sitter e quindi glielo avrei mandato. Quando il bimbo ha compiuto tre mesi, ho chiesto a mio figlio se volesse andare a fare il baby sitter e lui mi ha risposto "non c'è problema". Una forma di accudimento diversa, un po' più ruvida, basato più sul gioco che sull'abbraccio e sulle coccole ma ho visto come la cura maschile può essere fondamentale».

Altra frase, altra considerazione: «Il vero uomo è quello che non deve chiedere mai». Che cosa ne pensa Leonardo Mendolicchio: «Questo è uno di qui cliché che hanno fatto tanto male a noi maschietti. Il maschio ha già un certo linguaggio del corpo che è faticoso. La biologia invece facilita le donne. Qualcuno ci avrebbe insegnato che il maschio va interpretato e questo è il grande tema di come spesso la sofferenza maschile è una sofferenza muta e diventa rabbia, diventa violenza. La difficoltà che si ha con i maschi è stare ad aspettare lì che la parola nasca».

Per de Lillo, è importante una certa «alfabetizzazione»: «Perché se non sai dare un nome alle tue emozioni, queste emozioni non esistono oppure finiscono catalogate nei cliché. Bisogna insegnare ai maschi a nominare tutto ciò che gli passa per la testa».

 

Anche su un altro degli stereotipi, c'è molto da discutere: «I maschi non piangono e non hanno paura». Leonardo Mendolicchio ha raccontato la sua esperienza personale «Papà ma io non ti ho mai visto piangere, mi ha detto mio figlio. Mi soffermo e gli dico "non è vero, perché due settimane fa mi hai visto farlo". E mi colpì molto questa cosa, perché era come se quell'evento non fosse mai esistito. E lui mi ha guardato e candidamente ha detto "hai ragione". Forse i figli maschi temono di vedere quella parte esposta, fragile dei padri. Noi dobbiamo lavorare anche sul fatto che un bambino possa accettare di vedere un padre piangere».

 

Claudia de Lillo: «A casa mia non piange nessuno e questo è brutto. E ho pensato che invece di insegnare io ai miei figli a piangere, sono stati loro a insegarmi questa "rudezza". E a me dispiace».

 

Si «pesca» questa frase: «Essere gelosi è un segno che tieni davvero a una persona». «C'è stato tutto il fenomeno malessere sui social qualche anno fa in cui sui social c'era questo inneggiare all'amore possessivo. Anche sulla gelosia c'è un'ambiguità profonda - spiega Mendolicchio -. Quando diventa l'unica cifra emotiva rispetto a quello che viviamo, che segna il rapporto con l'altro, allora diventa ossessione. Anche qui c'è una rivoluzione da fare: la gelosia è qualcosa di naturale, se diventa un refrain diventa ossessiva». E Claudia de Lillo: «Penso ci sia un modo per prevenire la gelosia ossessiva. Credo che l'antidoto sia esser stati molto amati come figli. Quello che ho cercato di fare passare il messaggio ai miei figli è che li amo comunque».

Un concetto ribadito anche da Mendolicchio: «La vera forma di amore se tale è solo gratuita, è solo incondizionata. Invece noi siamo stati abituati a mettere in relazione l'amore con il merito. Molto spesso noi utilizziamo i nostri figli per cercare di gratificare quella parte di noi che non lo è stato da figli».

Infine, i due ospiti sono stati chiamati a commentare un’ altra «perla»: «Il maschio non ascolta canzoni d'amore, ascolta la trap».

Claudia de Lillo spiega di avere conosciuto la trap attraverso il figlio 15enne: «Ascolta queste canzoni, con questi testi terrificanti. E quando io gli chiedo perché e che idea ha sul rapporto uomo donna, lui risposta di no e che in realtà l'arte non modifica la realtà. Loro dicono: il mondo non è così, ma questo tipo di sonorità ci fa volare»

Leonardo Mendolicchio rimarca invece che «il vero scandalo non è tanto la musica che si ascoltino queste canzoni. Non trovo nessuna incoerenza tra un testo della musica trap e le immagini che abbiamo visto di Gaza, ad esempio. Allora il tema è: stiamo raccontando un mondo violento? Sì, i nostri figli rimangono affascinati da questo e cercano di trascenderlo attraverso la musica. Lo scandalo è che proponiamo ai nostri figli un mondo che è violento e questo si incista nel rapporto uomo-donna»

Nuovi modelli, nuove alleanze.

Non basta affermare che l’idea di maschio tradizionale è superata: occorre costruire nuovi modelli. De Lillo propone che la via non sia il contrappasso (uomo contro donna) ma l’alleanza, la capacità di stare insieme in una visione nuova: «Una vera alleanza tra uomini e donne, che parte dalla famiglia e soprattutto dalle nuove generazioni di bambini e bambine, può portare a un vero cambiamento».

E, ancora: «Vorrei che si scoprisse una nuova specie di giovani maschi… Ragazzi che hanno bisogno di essere un po’ aiutati per non restare indietro rispetto alle loro coetanee».

Questo cambia lo sguardo dei genitori, degli insegnanti, della società: non più «come faccio un uomo» ma «come accompagno un ragazzo a essere pienamente se stesso». L’educazione diventa orizzontale, non direttiva: non dico «tu devi» ma «ti racconto, ti ascolto, insieme decidiamo».

Mendolicchio sottolinea la dimensione clinica: il disagio maschile – spesso meno visibile – va intercettato. Il modello maschile che si auto-conferma nella forza, che non riconosce la fragilità, che non si concede l’errore, diventa terreno fertile per l’angoscia, la dipendenza, la malattia. Intervenire significa aprire spazi di parola, relazione, vulnerabilità.

 

Perché ora è il momento.

Crescere gli uomini di domani significa - prima ancora che «fare modelli nuovi» ,  permettere che i ragazzi possano divenire se stessi. Significa togliere le maschere, spezzare i silenzi, costruire alleanze. Significa che i genitori non chiedano più «sii forte», ma «sii sincero». Che non chiedano «non piangere», ma «parlami». Che non chiedano «comportati da uomo», ma «comportati da te». Solo così si potrà dare al maschio non una nuova casella da riempire, ma una pagina bianca su cui scrivere la propria storia.

 

 

Educare il maschile per fermare la violenza:

la riflessione.

Elbapress.it - Linda Del Bono – (26 -11 -2025) – ci dice:

 

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne torna a ricordarci che la violenza di genere non è una tragedia episodica, né un’emergenza improvvisa: è un fenomeno sociale strutturale che affonda le sue radici in un modello culturale antico, ancora troppo presente.

 

Lo abbiamo visto negli anni Settanta con il massacro del Circeo quando un gruppo di ragazzi della “Roma bene” trasformò la propria idea malata di potere in uno dei crimini più efferati della nostra storia recente. E lo abbiamo visto, vent’anni dopo, con il delitto di via Poma, nel caso di una giovane impiegata trovata senza vita nel luogo di lavoro: un delitto rimasto irrisolto, che riportò alla luce la vulnerabilità delle donne sole e quella tendenza culturale che, invece di interrogarsi sul carnefice, scruta la vittima, la giudica, la sospetta andando ad insinuare una responsabilità inesistente. Sono ferite che ci ricordano quanto sia radicata la cultura del giudizio verso le donne e quanto sia essenziale cambiare lo sguardo collettivo.

 

Vogliamo davvero contrastare la violenza sulle donne? Dobbiamo avere allora il coraggio di guardare al cuore del problema: il modo in cui educhiamo il maschile. Le nuove generazioni di ragazzi crescono in un mondo diverso da quello dei loro padri, un mondo più complesso, più interconnesso, ma anche più esigente sul piano emotivo e relazionale. Nonostante i cambiamenti sociali e culturali, molti modelli educativi continuano a riprodurre modelli di virilità rigida, impermeabile alla fragilità ed incapace di riconoscere, interpretare ed accettare la propria vulnerabilità.

 

La pedagogia di genere ci insegna che il cambiamento non può riguardare solo le ragazze, spesso educate alla prudenza e alla protezione, ma deve coinvolgere soprattutto i ragazzi. Educare alla parità di genere e alla cultura della non violenza non significa chiedere ai maschi di rinunciare alla propria identità; significa, al contrario, aiutarli a liberarsi da quella parte di mascolinità tossica che impone modelli anacronistici e autodistruttivi. Significa accompagnarli nella costruzione di un modo di essere uomini che non abbia bisogno della misoginia, del possesso o della violenza per “sentirsi maschi”.

 

Quali soluzioni? È necessaria, non solo più auspicabile, una nuova progettualità educativa, condivisa tra famiglie, scuole, educatori e istituzioni, che restituisca valore alle differenze e sostenga il maschile nella sua evoluzione. Occorre insegnare ai ragazzi che “quel tipo di rabbia” non è un destino biologico, ma una reazione prevalentemente culturale che può essere compresa, trasformata e superata: è fondamentale aiutarli questi nostri ragazzi, fratelli, compagni e padri del domani, a riconoscere che la relazione è un luogo di libertà reciproca, che l’amore non è possesso, che il rifiuto non è una messa in discussione del proprio valore personale in quanto uomini.

 

Il 25 novembre ci chiede prepotentemente di guardare oltre la superficie della violenza ed interrogare le sue radici, assumendoci la responsabilità di un cambiamento educativo collettivo. Non possiamo continuare a chiedere alle donne di difendersi senza chiederci come aiutare gli uomini a non diventare violenti. Educare il maschile è il vero investimento di civiltà: significa prevenire la violenza, certo, ma significa anche restituire agli uomini la possibilità di vivere pienamente, senza la gabbia dei vecchi modelli e senza la paura di essere, finalmente, nuovamente, se stessi.

(Linda Del Bono).

 

 

 

25 novembre: dichiarazione

della presidente Alba Bonetti.

Amnesty.it – Redazione – (25 Novembre 2025) – Alba Bonetti – ci dice:

Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati commessi in Italia 76 femminicidi.

 

Si conferma il ritmo raccapricciante di due vittime a settimana, cioè, nel nostro paese, ogni settimana, due donne vengono uccise da compagni, mariti o fidanzati. Se è vero che non tutti gli uomini stuprano o uccidono le loro compagne, è pur tristemente vero che tutti gli stupratori e gli autori di femminicidio sono uomini. Le motivazioni raccontate dalle cronache sono solo la causa prossima, l’effetto scatenante della violenza: la decisione della donna di separarsi, le difficoltà economiche della coppia, il sospetto di un tradimento… situazioni difficili che richiedono equilibrio e maturità in tutti gli aspetti dell’esistenza, da quello mentale a quello affettivo e sessuale.

 

La Convenzione di Istanbul è il quadro normativo che definisce le misure per eliminare la violenza sulle donne, adottato dall’Italia nel 2013. Tre sono gli ambiti su cui intervenire: la prevenzione, la protezione e la punizione. L’area più trascurata negli interventi dei governi italiani è la prevenzione, quella che davvero permetterebbe di creare un futuro libero da violenza e rispettoso per tutte e tutti. L’inasprimento delle pene non ha nessuna deterrenza su chi si appresta a compiere un femminicidio e quando si emette una condanna, è già troppo tardi per salvare una vita.

 

Immagino che il ministro Valditara non chiederebbe il consenso scritto alle famiglie per far impartire lezioni di educazione stradale. Nella vita come per strada, la sicurezza e l’incolumità dipendono dalla capacità di sapere riconoscere segnali di rischio e restare incolumi dalla consapevolezza e dalla maturità nostra e altrui. Perché privare chi si affaccia alla vita della possibilità di confrontarsi e far crescere la propria affettività?

 

Un collega di Valditara, il ministro Nordio, ha dichiarato che c’è una componente “genetica” nel rifiuto da parte di alcuni uomini ad accettare la parità con le donne: è una riprova dell’immane lavoro che resta da fare a livello culturale per superare un pensiero radicato e inaccettabile.

 

Altro versante della condizione delle donne su cui si registrano segnali allarmanti è l’accesso all’interruzione di gravidanza, in Italia assicurato per legge dal 1978. Di recente, Amnesty International ha pubblicato una ricerca sull’accesso all’aborto in Europa che evidenza il persistere di ostacoli pericolosi e dannosi alle cure abortive. Tutto ciò avviene in un contesto in cui gruppi anti-diritti umani, sempre più organizzati e finanziati, intensificano i propri sforzi per influenzare negativamente politiche e leggi, spesso diffondendo paura e disinformazione, con l’obiettivo di limitare ulteriormente l’accesso all’aborto. In Italia la difficoltà più frequente è data dalla presenza di medici obiettori di coscienza che in alcune regioni sfiorano il 100%. Se lo stato ha il dovere di rispettare le opinioni del personale sanitario, ha pure il dovere di tutelare la salute e il diritto di scelta delle donne.

 

Cinquant’anni fa veniva varata la riforma del diritto di famiglia che introduceva finalmente la parità tra uomo e donna, norma ispirata ai valori costituzionali e faceva piazza pulita della legge precedente che subordinava la moglie al marito nei rapporti personali come in quelli patrimoniali e nelle relazioni di coppia nei riguardi dei figli.

 

Nello stesso anno, veniva fondata Amnesty International Italia. Noi sappiamo bene che le battaglie per affermare i diritti umani sono lunghe, richiedono tessiture pazienti tra opinione pubblica e consenso delle forze politiche. È fonte di speranza che, proprio a ridosso di questo 25 novembre, ricorrenza in cui di solito si snocciolano solo dati sui femminicidi, la Camera abbia approvato all’unanimità la proposta di legge presentata dall’on. Laura Boldrini sulla modifica dell’art. 609-bis Codice penale che introduce in modo esplicito il consenso libero e attuale come elemento centrale per il reato di violenza sessuale. Si è aperto uno spiraglio promettente: se la proposta diventerà legge, l’Italia avrà una norma in linea con gli standard internazionali, come indicato dagli obiettivi della campagna “Io lo chiedo” che Amnesty conduce da anni.

 

La retorica ispirata al verso di Ovidio Vis grata puellae non avrà più cittadinanza nei tribunali: solo il sì è sì!

 

 

 

 

 

 

Il passo indietro di Valditara.

Jacobitalia.it - Camilla Girotti- Giulia Selmi – (22 Novembre 2025) - ci dicono:

 

Femminismo.

Dopo anni di narrazione distorta degli studi di genere come «ideologie» ecco l'ennesima stretta sessuofobica per la scuola. Un motivo in più per scendere in piazza

Quest’anno, più dei precedenti, il corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere convocato da Non Una di Meno mette al centro la prevenzione e il ruolo della scuola pubblica. Questo perché l’attacco rivolto alla scuola pubblica e all’educazione sesso-affettiva messo in atto da questo governo e dal ministro Giuseppe Valditara è completamente fuori scala e rischia di invalidare del tutto la già precaria situazione della scuola italiana, fatta sino a oggi di insegnanti di buona volontà e associazioni che realizzano progetti con pochissime risorse.

 

Uno dei refrain dell’attuale governo è che l’educazione sesso-affettiva non è efficace nella prevenzione. L’argomentazione che utilizzano è che nei paesi che la prevedono in maniera strutturata il numero delle violenze non è diminuito, anzi in alcuni casi sarebbe addirittura aumentato. Un’argomentazione che compie svariati errori di metodo, cosa particolarmente grave soprattutto per un ministro all’istruzione. Nei paesi che lavorano in maniera strutturata nel contrasto e nella prevenzione della violenza, infatti, quello che aumenta è la consapevolezza, delle donne così come dei contesti sociali, facendo crescere il numero di denunce e di presa in carico delle vittime, e solo uno sguardo intellettualmente disonesto può leggere queste trasformazioni in termini di inefficacia del contrasto.

 

Per far accrescere la consapevolezza, la «de-normalizzazione» delle relazioni violente, e la cultura del consenso è fondamentale il ruolo dell’educazione sesso-affettiva completa, come documentano numerose ricerche internazionali, così come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unesco (per una rassegna complessiva in Italiano si può leggere il volume di Silvia Demozzi e Rossella Ghigi Insegnare genere e sessualità. Dal pregiudizio sessista alla prevenzione della violenza, edito per Mondadori). Le ricerche raccontano che questi percorsi educativi sono capaci di incidere sull’adesione ai principali stereotipi di genere, sulla diffusione di una cultura del consenso e del rispetto dei confini personali, e aumentano la capacità di identificare i segnali di una relazione violenta.

 

Per farlo, però, non devono essere pensati come percorsi che educano genericamente al rispetto tra le persone, interpretando la violenza maschile contro le donne come una questione «comportamentale» o psicologica di singoli uomini, come la inquadra attualmente il Ministero dell’istruzione e del Merito. Devono, invece, parlare di corpi e di rapporti interrogando le relazioni di potere, i modelli sociali con cui la società ci educa sottobanco a crescere uomini e donne, il sistema complessivo di diseguaglianze di genere che rende possibile la violenza, offrendo come strategia di cambiamento non un manuale di «buone maniere relazionali», ma un’occasione per ripensare radicalmente il modo con cui si articolano le relazioni di genere.

 

È questo che in oltre 10 anni di attività della rete Educare alle Differenze abbiamo visto realizzare con fatica e determinazione da associazioni e insegnanti sparsi nelle scuole di ogni ordine e grado in tutta Italia, e che oggi è messo ancora più a rischio dall’ultimo disegno di legge sul Consenso informato proposto dal ministro Valditara che tornerà in aula nelle prossime settimane.

 

Valditara mette in atto un giro di vite sulle attività di educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Nella normativa relativa al consenso informato, il ministro chiede che, per le scuole secondarie di primo e secondo grado, le famiglie diano il consenso dopo aver visionato materiali e profili di chi svolge attività «inerenti la sessualità», mentre per la scuola primaria non sono contemplati percorsi di educazione sessuale e affettiva, in contrasto con le linee guida europee e gli studi in materia che sostengono l’efficacia di questo genere di percorsi se svolti dall’infanzia fino all’età adulta. Durante l’esame del Ddl in commissione è stato persino inserito il divieto – poi rimosso per contrasti interni alla maggioranza – di affrontare temi legati alla sessualità alle scuole medie, mentre il divieto resta per la primaria. È la prima volta dai tempi del fascismo che un contenuto specifico viene proibito nel contesto scolastico: un segnale della matrice autoritaria dell’attuale governo.

 

Anche l’autonomia della scuola pubblica e la libertà di insegnamento vengono riconfigurate all’insegna del primato educativo della famiglia. L’obbligo del consenso informato assegna ai genitori il ruolo di valutatori e censori delle attività scolastiche e rende sempre più difficile costruire relazioni di fiducia e alleanza tra scuola e famiglie, anzi produce una diffidenza preventiva e una caccia al fantasma delle «teorie gender» nelle scuole.

 

Davanti alla narrazione distorta degli studi di genere come «ideologie» e a quest’ennesima stretta sessuofobica, bisogna chiedersi a favore di chi viene portata avanti questa normativa. Si vengono a costituire, infatti, i presupposti di una discriminazione: chi nasce e cresce in una famiglia dove si può parlare di corpo, sessualità e relazioni avrà strumenti maggiori per costruire il proprio benessere e compiere scelte consapevoli; chi invece non dispone di questi spazi non potrà trovare nella scuola una risorsa che possa colmare una disparità di partenza. Questo Ddl finisce così per ledere il diritto di bambini e bambine, di ragazzi e ragazze, a una corretta informazione sul proprio corpo, a uno spazio di confronto sulle relazioni e al diritto alla salute sessuale.

 

Per rispondere a questo attacco sessuofobico e sessista alla scuola pubblica, abbiamo scritto un vademecum per chi voglia realizzare percorsi di educazione al genere ed educazione sesso-affettiva nelle scuole, si chiama L’educazione sesso-affettiva non è un gioco e si propone di condividere informazioni preziose per sostenere e tutelare insegnanti, educatori ed educatrici che vogliono realizzare percorsi di questo tipo nella propria scuola.

 

Nel mondo educativo tanti insegnanti e genitori si attivano per costruire spazi di parola sulle dinamiche e i ruoli di genere nelle relazioni, per questo tra l’altro abbiamo preparato un ordine del giorno da presentare nei consigli comunali: un testo pensato per difendere un’educazione sesso-affettiva scientificamente fondata, libera da censure e condizionamenti ideologici, capace di accompagnare tutto l’arco formativo. È uno strumento politico e simbolico insieme: permette di rendere visibile il dissenso nei territori e di riportare, dentro i luoghi istituzionali, la voce delle comunità educanti e la loro capacità di autodeterminarsi. La mobilitazione del 22 novembre può mettere insieme quella parte di società contraria a disegni di leggi che si propongono di educare attraverso divieti e censura e che rappresentano un passo indietro inaccettabile alla prevenzione della violenza di genere nelle relazioni.

(Camilla Girotti e Giulia Selmi sono attiviste di “Educare alle differenze”.)

 

 

 

 

L’Oro degli Italiani e l’Auto Rapina.

 

 Conoscenzealconfine.it – (26 Novembre 2025)  - Roberto Pecchioli – ci dice:

 

Meno della metà delle riserve auree italiane sono custodite in Italia. Una parte dell’oro italiano è negli Stati Uniti a causa di decisioni storiche e strategiche prese dopo la Seconda Guerra Mondiale, legate agli accordi di “Bretton Woods” e alla necessità di garantire stabilità e fedeltà geopolitica.

Repetita iuvant: la Banca d’Italia è di proprietà privata, i suoi azionisti – detti pudicamente partecipanti – sono i maggiori istituti di credito con sede in Italia, controllati da banche estere. Non è altro che la filiale italiana della Banca Centrale Europea, di cui detiene l’11,8 delle quote, riviste al ribasso dal 2018. La BCE ha il monopolio dell’emissione di euro, valuta legale dell’area detta per questo eurozona. Il mondo distopico del debito pubblico – 350 mila miliardi di dollari – è un’invenzione del sistema delle banche centrali, che controllano e tengono al guinzaglio gli Stati e i governi attraverso la moneta debito gravata di interessi passivi composti.

 

La conclusione è sconfortante: il totale del debito è sempre superiore al totale della moneta disponibile, per cui vi è sempre domanda di nuovo denaro, cioè di nuovi prestiti, emessi a costo zero guadagnando il valore netto del capitale prestato. (Marco Della Luna).

 

L’impero dei vampiri è assicurato da una serie di leggi e accordi internazionali che rendono impossibile un cambiamento del sistema senza distruggere dalle fondamenta l’edificio finanziario che lo sostiene, la gigantesca rapina ai danni dei popoli. Un elemento ulteriore è il mercato dell’oro, in mano da generazioni alla dinastia Rothschild. La sua importanza non è cessata nonostante da oltre mezzo secolo non esista più la convertibilità in oro della massa monetaria circolante.

 

Il metallo giallo resta un bene rifugio di grande importanza e da anni è in atto una corsa all’acquisto da parte di potenze emergenti come la Cina. In tempi di incombenti conflitti su scala mondiale l’oro aumenta costantemente il suo prezzo. Parliamo dell’oro “fisico”, quello vero, realmente estratto dalle miniere, detenuto in inviolabili santuari, i caveaux del moloch bancario.

 

Poiché gran parte dell’economia mondiale è irreale, anche le transazioni dell’oro sono virtuali per almeno il novanta per cento, ovvero si tratta di contratti con cui si compravende e si scommette sul valore dell’oro. Che non esiste in natura se non in minima parte. È la follia dell’economia finanziaria. Possedere oro fisico resta un ottimo affare e una robusta assicurazione sul futuro. L’ingranaggio, tuttavia, almeno nel regno della Banca Centrale Europea e dei suoi valvassini – quel che resta degli Stati nazionali – ha un gigantesco intoppo.

 

 

Se è assai difficile entrare nel commercio dell’oro, è addirittura impossibile disporne, per gli Stati prigionieri della gabbia d’acciaio del sistema finanziario privatizzato. L’Italia possiede circa 2.500 tonnellate di riserve d’oro ed è il quarto detentore al mondo. L’Italia? Nossignore, la Banca d’Italia, membro minoritario della BCE. Il sito ufficiale della (ex) banca di emissione è chiarissimo. Dopo avere informato che “le riserve auree sono parte integrante delle riserve ufficiali del Paese e hanno la funzione di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano e nella moneta unica”, va al sodo, affermando che “il quantitativo d’oro di proprietà dell’Istituto è frutto di una serie di eventi avvenuti negli oltre centotrenta anni di storia della Banca.”

 

Insomma, l’oro è dei banchieri e non del popolo italiano, nonostante per un secolo Bankitalia sia stata un’istituzione pubblica. Sarebbe un’appropriazione indebita o addirittura una rapina se lo Stato italiano non avesse prima privatizzato le banche partecipanti e poi rinunciato – come il resto dell’eurozona – alla sovranità monetaria, conferendo alla BCE assoluta indipendenza e una serie di poteri e facoltà che rendono la sovranità nazionale una favoletta creduta per disinformazione.

 

Opportunamente, il deputato Lucio Malan ha presentato un fondamentale emendamento alla legge finanziaria per il 2026 che afferma: “le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”. Una posizione coraggiosissima, benché di senso comune. Il valore attuale delle “nostre” riserve auree è di almeno 275 miliardi di euro. Una somma che equivale al dieci per cento del (cosiddetto) debito pubblico e al tredici per cento del PIL annuo.

 

Purtroppo, indipendentemente dall’approvazione parlamentare, l’iniziativa di Malan non ha possibilità di successo. Resta una bandiera politica priva di efficacia. I trattati europei – quello di Maastricht innanzitutto – sono il cappio a cui ci siamo impiccati. Gli Stati che si sono legati al sistema BCE non solo hanno perso la sovranità monetaria, ma hanno ceduto di fatto il controllo di attivi – come le riserve auree – che sono proprietà storica – materiale e morale – del popolo che le ha accumulate.

 

L’Italia non può utilizzare il suo oro, nemmeno se la legge nazionale affermerà che il ruolo di Bankitalia è di custode e affidatario, non di proprietario. Ma è la BCE a possedere il diritto legale – improvvidamente conferito dai trattati! – di disporne, nell’ambito delle proprie attività di politica monetaria e finanziaria. Le riserve sono sostanzialmente intoccabili da parte dei governi.

 

Secondo i difensori del sistema “una loro smobilitazione comporterebbe rischi enormi sui mercati finanziari, senza contare il probabile crollo immediato del prezzo dell’oro qualora l’Italia decidesse di vendere una quantità così significativa.” Menzogne travestite da prudenza. È evidente che l’Italia non venderebbe una massa tanto ingente di oro, tutt’al più ne porrebbe una parte a garanzia di spesa. Soprattutto si nasconde l’evidenza: l’oro è degli italiani, per cui è l’interesse nazionale a essere in gioco, non la ragione finanziaria. Inoltre, meno della metà delle riserve (45 per cento circa) sono custodite in Italia. Il 43,3 per cento del nostro oro è negli Stati Uniti, il resto tra Svizzera e Regno Unito.

 

Solo difficilissime trattative politiche potrebbero sbloccarle almeno in parte, ma l’architettura giuridica voluta dal potere finanziario è in grado di opporsi, leggi internazionali alla mano. Ci siamo dunque auto espropriati. Quanto alle ragioni della custodia all’estero di oltre metà dell’oro, dice la verità l’Intelligenza Artificiale Overview di Google: “Una parte dell’oro italiano è negli Stati Uniti a causa di decisioni storiche e strategiche prese dopo la Seconda Guerra Mondiale, legate agli accordi di Bretton Woods e alla necessità di garantire stabilità e fedeltà geopolitica.”

 

Appunto. Bretton Woods legava il dollaro – valuta dei vincitori della Seconda guerra mondiale – all’oro e “per dare garanzie di stabilità e affidabilità al sistema, parte delle riserve furono depositate negli Stati Uniti. La decisione fu una conseguenza della scelta di aderire all’alleanza occidentale e al Piano Marshall, che richiedevano una dimostrazione di fedeltà e stabilità finanziaria.” Traduzione: le “scelte” italiane furono conseguenze obbligate della sconfitta militare e il piano Marshall, il programma di aiuti economici lanciato nel 1947 dagli Usa che destinò all’Italia 1,5 miliardi di dollari, non fu una generosa concessione, ma un pegno di sudditanza certificato, oltreché dalla cessione sostanziale dell’indipendenza nazionale – anche dal trasferimento negli Usa di ingenti riserve auree.

 

Salutiamo quindi l’emendamento Malan – che fa seguito a iniziative precedenti mai andate a buon fine – come gesto di dignità, oltreché di rivendicazione della proprietà di beni frutto del lavoro e della fatica di generazioni di italiani, convinti che non approderà a nulla. Somme gigantesche che l’Italia potrebbe utilizzare a beneficio di sé stessa rimarranno dove sono, in Via Nazionale o a Fort Knox.

Non manteniamo alcuna sovranità politica (UE, trattati post-bellici) economica (l’ordoliberismo che impedisce ogni autonoma politica economica del governo eletto), militare (la Nato e le cento basi disseminate sul territorio) e monetaria, conferita al sistema delle banche centrali di cui la stessa BCE è un tassello.

 

La questione delle riserve auree indisponibili resta un atto di inconsulta spoliazione con il consenso e l’attiva collaborazione della vittima. Chi l’ha compiuta – l’intera classe dirigente politica e finanziaria – ha tradito il popolo italiano. Ma tutto è avvenuto e ancora avviene nell’acquiescenza, nell’ignoranza e nell’indifferenza del derubato. Game over.

(Roberto Pecchioli).

(ereticamente.net/loro-degli-italiani-e-lauto-rapina-roberto-pecchioli/).

 

 

 

 

Il Capitalismo Ha Bisogno della Guerra.

Conoscenzealconfine.it – (28 Novembre 2025) - Sonia Savioli – ci dice:

 

Perché? Il capitalismo ha bisogno della guerra perché è attraverso la guerra che “progredisce”. Chi legge i miei libri e i miei articoli forse avrà capito che non ritengo che la parola “progresso” indichi necessariamente qualcosa di positivo.

 

“Progredire” vuol dire semplicemente “andare avanti” e, se sei avviato verso il baratro, come sembra ormai indubbio, faresti meglio a fermarti, voltarti e tornare sui tuoi passi per capire dove e quando hai sbagliato strada.

 

Il capitalismo è uno dei risultati dell’aver sbagliato strada; è il progresso del dominio e non è, per sua natura, in grado di fermarsi. Il capitalista che si ferma è perduto. Deve progredire.

 

Il dominio progredisce attraverso le guerre: perché non sempre i popoli e i loro governi rimangono inerti e passivi verso chi li vuole dominare; perché ha bisogno di nemici; perché è un sistema di competizione estrema; perché attraverso le guerre si fanno affari.

 

Il capitalismo, e in particolare il “global capitalismo”, è oggi la forma suprema di dominio; come è già successo in tutta la storia di guerra e progresso che le monarchie volessero diventare imperi e gli imperi si rompessero le corna per aver esagerato nell’avidità di conquista, succede oggi che il “global capitalismo”, l’impero dei nostri tempi, voglia conquistare il mondo. Ultimamente ha dato segni di delirio estremo, rivelando, con certe affermazioni e sperimentazioni, di voler conquistare l’universo intero, cominciando da qualche pianeta del sistema solare.

 

Da tempo, nella cultura industrial-capitalista, l’assoggettamento dei popoli e il saccheggio della natura viene chiamato “progresso”, e senza tale progresso il capitalismo languirebbe e morirebbe. Per questo, avendo eliminato il pericolo comunista con l’agonia e la morte indotta (un suicidio assistito ante litteram) dell’Unione Sovietica, mentre si dedicava gioiosamente a progredire, saccheggiando tutto ciò che l’odiato comunismo aveva costruito: fabbriche, miniere, impianti energetici, complessi turistici ecc., già cercava altri nemici da combattere e sottomettere.

 

Iugoslavia, Afganistan, Somalia, Irak, Sudan, Libia, Siria… Conquistare, saccheggiare, imprigionare popoli interi attraverso milizie mercenarie e governi fantoccio. Ci sono sempre nemici, per chi vuole conquistare il mondo, e sono semplicemente gli Stati che resistono alla conquista.

 

Nell’epoca attuale, la conquista viene raggiunta, anche se indirettamente, dalle multinazionali-finanziarie, e tale conquista prevede la rapina di tutte le risorse del paese conquistato, la disgregazione della società, la schiavizzazione del lavoro.

Dato che non si possono rapinare le risorse pubbliche, se il governo di uno Stato si rifiuta di privatizzarle, e non si possono rapinare nemmeno quelle private (la terra del contadino o le terre delle comunità contadine, il negozio del commerciante, il laboratorio dell’artigiano) se il governo le protegge attraverso le leggi dello Stato, a quel governo, che sia socialista, islamico confessionale, capitalista protezionista, bisogna fare guerra.

 

Il capitalismo imperiale non può, proprio non può, lasciarli stare: sarebbero il buon-cattivo esempio e minaccerebbero seriamente la sua futura sopravvivenza. Perché nessun popolo è ancora così scemo da non accorgersi che, magari, il popolo del paese a fianco, con una notevole quantità di beni pubblici, sta molto meglio perché: la scuola è gratuita ed efficiente, i trasporti pubblici funzionano e costano poco, la sanità funziona e non costa niente, l’acqua è gratuita, l’ufficio postale è sotto casa, le linee telefoniche ed elettriche, quando si guastano, vengono subito riparate, e lo stesso avviene per strade, ponti, edifici pubblici, e milioni di persone lavorano con contratto regolare e senza dover fare straordinari per tutte queste attività pubbliche…

 

Come succedeva in Italia. Non ve lo ricordate più? Quando, pur non essendo uno Stato socialista, era uno Stato sociale, perché i governi, che erano al servizio sì delle classi sociali padronali, avevano però un’opposizione vera e forte: un Partito Comunista con il trenta e passa percento dei voti e un notevole consenso tra gli intellettuali, milioni di operai e un sindacato di classe.

 

A quel tempo anche noi fummo colpiti da una “guerra”: terrorismo, bombe, repressione occulta e palese, trame nere e trame nere malamente verniciate di rosso con l’aiuto dei servizi segreti USA e nostrani, minacce di colpi di Stato fascisti, logge massoniche segrete appaltate con la mafia, Gladio, rapimento Moro…

 

Adesso il nostro paese, come tutta l’Europa, è “normalizzato” (sinonimi: sedato, rintronato, corrotto) ma, come sempre succede, qualche altra capra fugge dal branco.

 

Conquisti e occupi e distruggi, qui una Iugoslavia, là un Irak, su una Libia, giù una Siria, ed ecco che l’Afganistan si libera; la Russia del dopo Eltsin riprende a nazionalizzare a tutto spiano, strappando l’osso di bocca alle multinazionali-finanziarie, l’Africa scalpita e molla qualche poderoso calcio, il colpo di Stato in Corea del Sud fallisce a furor di popolo. Il capitalismo globale, si può proprio dirlo, non ha pace.

 

L’Ucraina nel 2024 ha speso quasi il 35% del PIL in armamenti: la prima nel mondo in proporzione alle sue ricchezze complessive.

Traduco: le multinazionali degli armamenti si sono succhiate (lo so che con questo verbo vi vengono in mente i vampiri) il 35% della ricchezza Ucraina. Seconda era Israele ma ben lontana: il 9% del PIL, che, come potete immaginare, è molto più alto di quello ucraino. D’altronde, se vuoi attuare un genocidio, non puoi badare a spese.

 

Sicuramente nel 2025 le spese saranno aumentate: spese degli Stati, guadagni del “global capitalismo”, morte e distruzione per i popoli, le terre, le acque, la natura tutta.

L’Ucraina guerreggia per procura, l’Europa la sprona e l’incalza, gli uomini russi e ucraini muoiono al fronte.

 

Il capitalismo spera di divorare la Russia, intanto si mangia i soldi degli Stati europei, dando in cambio bombe, missili, droni, caccia e bombardieri, carri armati.

Per ogni ammasso di ferraglia chiamato carrarmato si incassano dagli 8 ai 13 milioni; un solo aereo da guerra di “ultima generazione” rende sui 100 milioni; uno di quelli di ultimissima generazione (avrà i diamanti incastonati nel cruscotto?) può costare anche il triplo. Si sa, più aumenta la richiesta, più aumentano i prezzi.

 

Più ne vengono distrutti e meglio è: siamo entrati nell’era del consumismo di guerra.

 

La Germania nazista ops! Scusate, un lapsus, forse freudiano, forse nato da tutte le immagini di ragazze e vecchi buttati a terra e colpiti in testa a tutta forza dalla germanica polizia, mentre manifestavano pacificamente contro il genocidio attuato a Gaza dal governo “nazi sionista” di Israele. La Germania democratica, dunque, si sta armando fino ai denti. Per la prima volta dalla sconfitta del nazismo è diventata il paese d’Europa che spende di più per la guerra: prevede di spendere 649 miliardi nei prossimi cinque anni.

 

Però il consumismo degli armamenti si attua attraverso le guerre. Mica puoi buttare quelli vecchi nel cassonetto per comprare quelli nuovi. L’Ucraina ha risolto per un po’ il problema, comprandoli da tutti i paesi occidentali, quelli vecchi (tali acquisti sono stati chiamati “aiuti all’Ucraina”), sostituendo così il cassonetto e permettendo ai governanti europei di rifare nuovi arsenali e derubarci di miliardi per riversarli nella strozza di Leonardo, Thales Group, Rheinmetall, RTN, ecc.

La fine dei bombardamenti su Gaza, un accordo di pace tra Russia e Ucraina, che disdetta sarebbero o saranno, per il “global capitalismo”!

 

Ma il capitalismo, statene sicuri, non si perde d’animo: sta già progettando altre guerre. Ci sono così tanti nemici da combattere! Così tanti paesi da assoggettare ancora o di nuovo. Non sono mai del tutto domi i paesi, ahimè! Quando le multinazionali credono di poterci scorrazzare liberamente, depredando tutto il depredabile, ecco che cominciano a sgroppare, impennarsi, e qualche volta riescono a disarcionare, lasciandole ammaccate e peste. Ci sono così tante armi da vendere per schiavizzare e distruggere, per poi ricostruire a spese di chi hanno schiavizzato. E, dunque, un grido unanime si leva dal petto dei capitalisti globali più mafie (non dimentichiamo il “mafio capitalismo”, specializzato ormai nel “ricostruire”): viva la guerra!

I popoli, almeno per ora, sono più propensi a gridare “viva la pace!”, peccato che, nei paesi occidentali ricchi e dominatori, non tutti abbiano capito che guerra e capitalismo sono mostruosi gemelli siamesi, inscindibili, e per avere la pace, un mondo pacifico e in via di rinsavimento, è indispensabile eliminare, disintegrare il capitalismo.

 

1) (defensenews.com/global/europe/2025/06/26/germany-plans-to-double-its-defense-spending-within-five-years/).

(sipri.org/media/press-release/2025/unprecedented-rise-global-military-expenditure-european-and-middle-east-spending-surges).

2) (eu.usatoday.com/story/money/business/2013/03/10/10-companies-profiting-most-from-war/1970997/).

(euractiv.it/section/mondo/news/chi-guadagna-dal-commercio-di-armi-europeo-e-dove-finiscono-le-esportazioni/).

Sonia Savioli.

(centroitalicum.com/il-capitalismo-ha-bisogno-della-guerra/).

 

 

 

Il Comune crea il "tavolo sul maschile",

 la polemica di Forza Italia:

"Iniziativa woke."

Milanotoday.it – (26 novembre 2025) – Massimiliano Melley – ci dice:

Polemiche di due consiglieri di Forza Italia dopo l'approvazione del "tavolo sul maschile" per coordinare iniziative di formazione e consapevolezza per prevenire la violenza di genere.

 

Nasce (con polemiche) il “tavolo permanente sul maschile” per iniziativa del Comune di Milano. Il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno proposto da Diana De Marchi (Pd) che istituisce questo organo, dedicato allo sviluppo di nuove politiche e consapevolezze.

 

Coordinare iniziative per gli uomini.

“Costruire uno spazio di confronto e progettazione sul maschile è fondamentale. Oggi molti uomini stanno prendendo parola, nascono gruppi di confronto, percorsi di consapevolezza e iniziative che rifiutano modelli relazionali basati sulla sopraffazione”, commenta Diana De Marchi: “Istituire il tavolo ci permette di allearci in modo più forte, mettere a sistema questi percorsi e rafforzare il lavoro comune per prevenire ogni forma di violenza e discriminazione”.

 

Concretamente, il tavolo lavorerà con scuole, università, aziende, realtà culturali e sociali per coordinare iniziative rivolte agli uomini, promuovere percorsi di formazione e campagne di sensibilizzazione, nonché momenti pubblici dedicati all'evoluzione dei luoghi maschili e al contrasto di modelli nocivi che alimentano discriminazioni e violenza di genere.

 

Forza Italia: “Iniziativa woke.”

Ma non sono mancate le polemiche. Due consiglieri di Forza Italia (il capogruppo Luca Bernardo e Gianluca Comazzi) bollano il tavolo come “un approccio dal sapore woke” e lo definiscono “fondato su presupposti ideologici” e un'impostazione che potrebbe rappresentare “gli uomini come soggetti da rieducare”.

 

“Non si chiarisce quali competenze saranno coinvolte né quale visione del maschile si intende promuovere”, affermano Bernardo e Comazzi: “Si parla di nuove culture e consapevolezze senza definire criteri, metodi, obiettivi e perimetro dell'iniziativa. Prima di lanciare organismi consultivi e programmi formativi, sarebbe indispensabile spiegare con precisione in che cosa consistono”. I due consiglieri di Forza Italia chiedono quindi quante risorse saranno destinate e quali scuole, università, aziende e altre realtà sono state coinvolte.

 

(Il Comune crea il "tavolo sul maschile", la polemica di Forza Italia: "Iniziativa woke".

(milanotoday.it/politica/il-comune-crea-il-tavolo-sul-maschile-la-polemica-di-forza-italia-iniziativa-woke.html)

(MilanoToday.)

 

 

 

 

 

La Caduta di Yermak: Zelensky

Isolato, la UE nel Panico.

Conoscenzeaconfine.it – (1° Dicembre 2025) - The Islander – ci dice:

 

Bruxelles vuole ritardare l’inevitabile, Washington vuole gestirlo e Kiev vuole negarlo. Solo uno di loro ha il potere di dettare i tempi, e non è l’Europa.

La caduta di “Andriy Yermak” – faccendiere, esecutore, guardiano e alleato indispensabile di Zelensky – non è uno “scandalo di corruzione”. È un pugno sul tavolo da parte di Washington.

“NABU”, l’agenzia anticorruzione finanziata e addestrata dagli Stati Uniti, ovvero il cane da attacco addestrato dagli Stati Uniti per la politica ucraina, non ha fatto irruzione nell’ufficio presidenziale per caso.

 Ha fatto irruzione per ricordare a Zelensky che la guerra non è nelle sue mani, che il processo di pace non è nelle sue mani e che il guinzaglio intorno a “Bankova Street” è tenuto da Washington, non da Kiev e certamente non dai chihuahua europei.

 

Perché la vera storia non sono le dimissioni di “Yermak”.

La vera storia riguarda l’Occidente che si rivolta contro sé stesso su come porre fine a una guerra che la Russia ha già vinto.

 

La caduta di “Andriy Yermak”, il più fedele alleato di Zelensky e di fatto il principale artefice del potere in Ucraina, non è uno scandalo.

È un colpo dall’alto.

La “NABU” non ha fatto irruzione nella casa e nell’ufficio del più potente funzionario non eletto dell’Ucraina per caso.

E in qualsiasi altro Paese, le sue dimissioni dopo un’operazione anti-corruzione sarebbero uno scandalo politico.

In Ucraina, è una detonazione geopolitica.

 

“Yermak” non era solo un capo di stato maggiore, era l’architetto ombra del regime, l’uomo attraverso cui ogni nomina, ogni trattativa oligarchica, ogni richiesta occidentale e ogni decisione in tempo di guerra doveva passare.

E la rapidità delle sue dimissioni dimostra chiaramente che si trattava meno di corruzione e più di pressione – orchestrata, programmata ed eseguita dall’unico attore che può azionare una leva del genere: Washington.

 

Per mesi, gli Stati Uniti sono stati divisi tra i neoconservatori aggrappati alle fantasie di un’inversione di tendenza sul campo di battaglia e il blocco emergente dei realisti (JD Vance ed altri) che hanno finalmente accettato ciò che le linee del fronte hanno dimostrato per oltre un anno: la Russia ha già vinto.

 

L’esercito ucraino è allo sbando, le riserve di munizioni della NATO sono esaurite e gli elettori americani hanno finito con una guerra che non offre né vittorie né strategie.

I realisti ora vogliono un’uscita diplomatica controllata e salva-faccia, che blocchi silenziosamente le perdite territoriali mentre Washington afferma di aver “garantito la pace”.

 

Zelensky ha resistito a ogni centimetro di questo perno perché la pace pone fine al suo potere.

E “Yermak” è stato il pilastro inamovibile di quella resistenza, isolando Zelensky da qualsiasi pressione negoziale, il filtro che impedisce a messaggi indesiderati di raggiungere il presidente.

 “Purgandolo” attraverso un raid della “NABU”, gli Stati Uniti hanno isolato Zelensky.

 

Nel Frattempo… l’UE è nel Panico.

I leader europei temono la pace più della guerra perché la pace impone responsabilità… perché hanno distrutto le proprie industrie, incendiato la propria sicurezza energetica, fatto precipitare le proprie economie in recessione e incanalato centinaia di miliardi nella corruzione per una guerra che Washington stessa si sta ora preparando a chiudere.

 

Bruxelles ha sostenuto Zelensky incondizionatamente, non per convinzione, ma per pura autoconservazione.

 Se la guerra finirà, dovranno rispondere della rovina che hanno inflitto alle proprie popolazioni.

 L’Europa ha bisogno di un conflitto perpetuo per rinviare la resa dei conti politica.

Washington, al contrario, vuole una via d’uscita che salvi la faccia. Questa è la vera divisione tra UE e USA: Bruxelles vuole ritardare l’inevitabile, Washington vuole gestirlo e Kiev vuole negarlo.

Solo uno di loro ha il potere di dettare i tempi, e non è certo l’Europa.

 

Mosca vede la frattura occidentale, ne percepisce la disperazione e ne comprende il vantaggio.

 Il messaggio di Putin è stato freddo e coerente:

 o i negoziati si svolgono a condizioni che riflettono la realtà del campo di battaglia e affrontano la causa principale del conflitto, oppure la Russia continuerà a logorare le forze per procura della NATO fino a quando non rimarrà più nulla con cui negoziare.

Per la Russia, entrambe le strade portano alla vittoria.

La Russia non ha motivo di affrettarsi, è l’Occidente che sta esaurendo tempo, armi, unità e credibilità.

 

E quando i cittadini europei si renderanno finalmente conto che i loro leader hanno sacrificato prosperità, stabilità, industria e autonomia geopolitica per una guerra che si è conclusa esattamente come Mosca aveva previsto, la resa dei conti politica sarà epocale.

La caduta di Yermak non segna la fine di un’era, ma l’inizio del collasso dell’UE.

(The Islander).

(x.com/IslanderWORLD/status/1994499386491998538).

(imolaoggi.it/2025/11/29/la-caduta-di-yermak-ue-nel-panico/).

 

 

 

 

La parità vista dagli uomini.

Secondopempo.cattolicanews.it – (03 ottobre 2025) – Redazione – ci dice

 

Interrogarsi sul maschile ascoltando e lasciando parlare gli uomini è una novità che rivela caratteristiche inaspettate di quello che è un genere non definito, in quanto considerato “universale neutro”, e negli ultimi tempi sempre più messo in discussione nei dibattiti sulle pari opportunità.

 Ci ha provato” Fondazione Libellula” che, con la collaborazione di alcuni psicologi dell’Università Cattolica, ha realizzato la survey “L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione. La voce degli uomini nelle aziende italiane”, presentata giovedì 2 ottobre in largo Gemelli e seguita da un dibattito nutrito e foriero di spunti da approfondire.

 

Ci sono dati che colpiscono e che aprono la riflessione.

 Più del 90% degli uomini pensa che una maggiore equità dei generi sia un vantaggio per tutte le persone.

 La parità non è una concessione, ma una conquista collettiva.

 Inoltre, il 77% si sente coinvolto nel contrasto alla violenza di genere.

Ma i giovani sembrano meno sensibili, e il congedo parentale resta ancora poco esercitato: solo un terzo dei padri lo ha utilizzato.

 

La ricerca ha aperto diversi fronti e indagato il punto di vista maschile su parità di genere, genitorialità, molestie e discriminazioni nel contesto professionale, analizzando un campione quasi interamente eterosessuale di oltre 6000 persone, di cui più di 2.000 uomini lavoratori in Italia, tra i 30 e i 50 anni, con un’istruzione elevata (più del 40% ha una laurea e il 37% un diploma), prevalentemente residenti nel nord ovest e nel centro Italia.

 

Il quadro complesso e sfaccettato del maschile nei luoghi di lavoro rivela dati incoraggianti che si intrecciano a segnali di resistenza, tra nuovi modelli di paternità, scarsa consapevolezza del privilegio e pregiudizi ancora radicati.

 Come ha detto aprendo il dibattito “Raffaella Iafrate”, delegata del Rettore per le Pari Opportunità dell’Università Cattolica, «l’università è luogo di pensiero e di cultura e il pregiudizio è nemico del pensiero. Noi intendiamo le pari opportunità come il rispetto della dignità della persona nella sua unicità differenziante e allora ben venga l’attenzione anche sul maschile, l’altra faccia della medaglia».

 

L’aiuto della psicologia è fondamentale in questo nuovo confronto.

 Tra l’altro è significativo che questa sia una professione prettamente femminile. Come ha sottolineato nel suo saluto iniziale il preside della Facoltà di Psicologia “Alessandro Antonietti” «noi abbiamo solo due uomini su una ventina di professori di ruolo. Incoraggio pratiche che rispettino la diversità dei generi ma che aiutino a valorizzarle e integrarle».

 

Per aprire lo spazio e una nuova alleanza tra i generi e superare una narrazione ormai stereotipata, occorre mettersi in ascolto degli uomini, come si fa ad esempio nei gruppi di autocoscienza avviati da “Luca Milani”, professore di Psicologia della violenza di genere dell’Università Cattolica, che ha contribuito alla survey con una metodologia rigorosa per misurare gli stereotipi e le percezioni «perché i dati, che hanno una valenza psicometrica, si parlano tra loro e si possono confrontare, un valore aggiunto dal punto di vista scientifico». 

 

L’esperienza di autocoscienza parte proprio dall’ascolto.

 «Puoi essere un uomo in grado di manifestare le proprie emozioni e parlare di quello che sente anche stando di fronte all’altro – ha continuato Milani –. Occorre che gli uomini che hanno iniziato questo percorso avviino un patto generazionale con giovani uomini della “Generazione “Z per accompagnarli in questo percorso di autocoscienza, dove il corpo non sia inteso solo come arma prestazionale ma come strumento di cura, come avviene nella paternità».

 

A proposito della genitorialità dalla ricerca emerge una conferma, come ha spiegato “Mara Ghidorzi,” Gender Expert, DE&I Training designer, Fondazione Libellula, che ha presentato i risultati:

 «Solo il 34,6% dei padri ha utilizzato il congedo parentale. Il 56,6% lo utilizza tra i 31 e i 40 anni e il 23% tra i 51 e i 60. È una buona notizia di cambiamento dei ruoli nel contesto familiare, laddove il 18% sente il peso di dover sacrificare la propria carriera per prendersi cura della famiglia (tra le donne e in particolare tra le madri si arriva al 60%)».

Gli uomini pensano che il genere possa influenzare le opportunità future di figlie e figli nel 53% dei casi, mentre le donne lo sostengono all’80%.

 

Il dibattito, condotto da “Shata Diallo,” Head of social impact strategy, Programs & research di Fondazione Libellula, si è animato anche su altri dati emersi dalla survey.

 Il 77% del campione si sente coinvolto in prima persona nel contrasto alla violenza di genere. Ma facendo il focus generazionale emerge che gli over 60 si sentono coinvolti nell’80% dei casi, mentre i giovani solo nel 46%.

Inoltre, quasi un uomo su tre pensa che la parità di genere sia un traguardo raggiunto, tra le donne lo pensa solo il 6,5%.

 

Questo scollamento tra percezione e realtà dice della necessità di fare cultura e di educare alla cura dell’altro a cominciare dai più piccoli e sui banchi di scuola, e alla responsabilità di chi ha dei privilegi nel dare voce e spazio a chi ne ha meno. 

Come ha sottolineato l’attivista e autrice di best seller internazionali Francesca Cavallo, «da quando un bambino nasce, gli adulti manifestano una diversità di trattamento. Quella di cui stiamo parlando oggi è una rivoluzione culturale di proporzioni epiche, un lavoro pionieristico, perché sposta l’asse con cui comprendiamo la nostra esperienza di umani». 

 

Anche il mito dell’uomo tutto d’un pezzo, forte e incrollabile si sta incrinando, come si evince dall’indagine:

«Quasi un uomo su quattro ha cambiato lavoro a causa di molestie, discriminazioni o un ambiente tossico – ha spiegato Ghidorzi –. Le discriminazioni sono diverse rispetto al femminile. Se parliamo di molestie, le donne continuano a essere il soggetto più colpito ma la questione si capovolge quando si tratta di orientamento affettivo-sessuale».  

 

Dati confermati da “Laura Galuppo”, professoressa di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni in Università Cattolica, che ha parlato di «narrazioni uniche sulla carriera. Per ora si pensa al lavoratore ideale che performa, va veloce, che non può dire “non ce la faccio”, un ruolo da sempre tipicamente maschile. Molti fanno oggi fanno fatica a stare in questa narrazione se non in pochi e rari contesti».

 

Il mondo del lavoro è anche una cartina tornasole del processo di consapevolezza e di cambiamento in atto.

“Claudio Nader”, docente, strategist culturale e founder di Osservatorio maschile, ha rilevato che «molte donne dicono che cominciano ad accorgersi di alcuni problemi di conciliazione solo quando iniziano a lavorare e tanti uomini cominciano a confrontarsi con questi temi quando hanno figli o figlie perché “sale il padre protettore”. Se la questione è proteggere qualcun altro (stereotipo del principe che protegge e salva) allora si sviluppa l’attenzione, altrimenti no, perché gli uomini non sono abituati a guardare la parte di sé relativa alla cura che per certi versi è dominante e per altri opaca».

 

Questa indagine rappresenta dunque un primo passo per superare una narrazione sbilanciata e finora centrata quasi esclusivamente sul vissuto femminile, e aprire lo spazio a un confronto e a una nuova alleanza tra i generi.

Tutti i risultati della ricerca sono raccolti nell’eBook “L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione”, disponibile integralmente per il download sul sito di Fondazione Libellula.

 

 

 

 

Il carcere: tra dignità umana e rieducazione.

Magistraturademocratica.it – (06/05/2024) – Redazione – ci dice:

Il tasso di sovraffollamento, il numero di suicidi, le criticità nell’assistenza sanitaria espongono le persone detenute e quelle che in carcere lavorano a una quotidianità che rischia di porre in discussione i diritti fondamentali della persona e compromettere la funzione di reinserimento sociale che la Costituzione indica come coessenziale all’esecuzione delle pene. 

 

Lo stesso Presidente della Repubblica ha sottolineato quanto sia indispensabile affrontare immediatamente la situazione, con l’adozione di interventi urgenti.

 

È necessario riformare il sistema dell’esecuzione penale, in modo da poter riaffermare il volto costituzionale della pena e assicurare la dignità di ogni persona che si trova a vivere e lavorare in carcere.

 

Sono auspicabili interventi che possono offrire una risposta nell’immediato: la rapida approvazione di un provvedimento legislativo sulla c.d. liberazione anticipata speciale; la previsione – calibrata secondo razionali criteri di priorità – della sospensione dell’ordine di esecuzione della pena detentiva (ove essa debba essere eseguita in strutture sovraffollate); l’approvazione di provvedimenti di clemenza.

 

Sono tuttavia necessari anche interventi di medio e lungo periodo: un ripensamento dell’edilizia penitenziaria, ma, soprattutto, un potenziamento delle risorse umane (polizia penitenziaria, operatori sanitari, educatori, UEPE, magistratura di sorveglianza); un ripensamento delle modalità di esecuzione della pena detentiva, immaginando la costruzione di percorsi trattamentali differenziati e capaci di proporre alle persone detenute concrete possibilità di reinserimento sociale al momento della conclusione della pena detentiva; un rafforzamento del sistema delle pene sostitutive, con un più ampio coinvolgimento di enti territoriali e mondo delle associazioni nella costruzione di percorsi di reinserimento sociale, che non può essere solo responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, ma è compito di tutta la comunità repubblicana; un rafforzamento delle strutture deputate a trattare il disagio psichico degli autori di reato; un ripensamento di alcune politiche penali informate a una cultura sicuritaria rivelatasi poco efficace e per lo più cancerogena.

 

Solo assicurando autentiche e concrete condizioni di dignità alle persone sottoposte all’esecuzione penale e rendendo non utopica la promessa di reinserimento sociale si riuscirà ad ottenere un avvicinamento alla funzione che la Costituzione assegna al diritto penale.

 

 

 

IL DOCUMENTO.

 

 Il carcere: tra dignità umana e rieducazione.

 

Il carcere è uno dei luoghi in cui un paese democratico misura il suo tasso di aderenza ai diritti universali dell’uomo. E’ il fulcro in cui l’uso della forza, regolato dallo Stato nel processo, cerca il suo più difficile equilibrio con l’umanità del trattamento sanzionatorio e con la risposta rieducativa che la Costituzione affida alle pene.

 

La privazione della libertà, a maggior ragione se applicata a chi ancora non è stato raggiunto da sentenza di condanna, è la misura più afflittiva che l’ordinamento prevede.

 

Lo ha ricordato più volte la Corte Costituzionale, da ultimo nella sentenza n. 10 del 2024: «il volto costituzionale della pena richiede che questa non implichi una sofferenza eccedente la misura necessaria […]. La dignità della persona (art. 3, primo comma, della Costituzione), soprattutto nel caso dei detenuti, il cui dato distintivo è la precarietà degli individui, derivante dalla mancanza di libertà, in condizioni di ambiente per loro natura destinate a separare dalla società civile, è dalla Costituzione protetta attraverso il bagaglio degli inviolabili diritti dell’uomo, che anche il detenuto porta con sé lungo tutto il corso dell’esecuzione penale».

 

È sotto i nostri occhi, però, la situazione drammatica delle carceri italiane. Una situazione per la quale è difficile parlare di rieducazione, perché le condizioni ordinarie ben difficilmente possono essere considerate civili.

 

Il sovraffollamento ha già raggiunto livelli intollerabili, tanto che, prima ancora che di ostacolo alla rieducazione, si deve parlare di ostacolo alla vita dignitosa se non alla sopravvivenza.

 

Pur non essendovi evidenze adeguate per stabilire un nesso di causa-effetto tra livelli di sovraffollamento e tasso di suicidi, non si può che registrare che i suicidi, nei primi quattro mesi del 2024, sono stati 33 (70 nel 2023). Ma il suicidio è solo la spia più evidente, che denuncia una situazione complessiva che non può certo assicurare condizioni di vita dignitose ai reclusi.

 

Secondo i dati dell’ultimo rapporto di Antigone, aggiornato al 31 marzo 2024, i detenuti sono 61.049 rispetto ai 51.178 posti della capienza ufficiale con un tasso di affollamento medio del 119%, che in alcuni istituti raggiunge punte ben più alte, davvero intollerabili, addirittura superiori al 200%.

 

Il sovraffollamento, la fatiscenza edilizia, la promiscuità di percorsi trattamentali, l’impossibilità di un effettivo accesso al lavoro e alle offerte rieducative, l’assenza delle basilari condizioni igieniche, l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria a prendersi cura della salute fisica e di quella mentale dei detenuti contribuiscono a rendere il trattamento applicato contrario al dettato costituzionale: rendono il carcere un luogo dove il più delle volte si cerca di sopravvivere al nulla, dove i problemi principali sono quelli relativi all’igiene, allo spazio e al cibo, dove è costante il tentativo di soddisfare i bisogni basilari, ossia quelli che dovrebbe essere, invece, lo Stato a garantire a ciascuno, in modo da creare le condizioni per sviluppare o ricucire il senso del bene comune e la voglia di migliorarsi.

 

Ne esce l’immagine di un carcere non solo inadeguato alla sua funzione rieducativa, ma anche lesivo della dignità umana, ridotto a un luogo ove il detenuto replica le dinamiche di strada ed è esposto a logiche recidivanti; e dove il personale penitenziario, chiamato a supplire professionalità assenti e a governare continui conflitti, rischia di perdere il senso e la fiducia nel proprio ruolo.

 

I casi di uso abusivo della forza e tortura su cui si è indagato e che sono sub iudice non trovano in assoluto alcuna giustificazione. È certo, però, che le deviazioni vanno circoscritte e inquadrate in un contesto nel quale la polizia penitenziaria si adopera con personale numericamente non adeguato (un agente ogni 50/70 detenuti), in turni di servizio serrati, svolti in condizioni di costante concentrazione e si trova sovente a risolvere (letteralmente) da sola emergenze che richiederebbero supporto specialistico e che, per questo, sono destinate ad aumentare il carico di stress individuale.

 

Le proposte.

 

Ci troviamo di fronte a una situazione non lontana da quella che indusse la Corte EDU a condannare l’Italia nel noto caso Torreggiani. In tale situazione, Magistratura democratica ritiene indispensabile la costruzione di rimedi che prevengano la possibile violazione dei diritti fondamentali della persona detenuta; violazioni che, appunto, occorre prevenire e non risarcire ex post con i rimedi risarcitori oggi previsti dall’art. 35-ter dell’Ordinamento penitenziario.

 

Così come emerso nei momenti di analisi e confronto con l’associazione Antigone e con l’avvocatura, Magistratura democratica ritiene che, per restituire alla detenzione in carcere il carattere di pena coerente con il dettato costituzionale, occorra operare su due piani, uno immediato e urgente, uno strategico: con il primo si potrà puntare ad alleggerire la pressione sul sistema penitenziario, oramai davvero intollerabile; con il secondo immaginare una riforma radicale dell’esecuzione penale, che esca con maggiore convinzione dagli schemi del secolo scorso, pensati per una società diversa, con un numero di detenuti incomparabilmente più basso e quando molte delle risposte sanzionatorie che si sono fatte strada negli ultimi decenni non erano neppure immaginabili.

 

Le misure urgenti.

 

Accogliendo il quanto mai esplicito monito del Presidente della Repubblica, sollevato il 18 marzo 2024 in occasione dell’incontro coi delegati della Polizia penitenziaria per i 207 anni di vita del Corpo, è indispensabile che il legislatore individui «immediatamente, con urgenza» misure, anche temporanee, volte ad alleggerire la pressione sulla popolazione carceraria.

 

1)     La proposta di portare la liberazione anticipata da 45 a 60 giorni ogni semestre, attualmente in discussione alla Camera (disegno di legge C. 552), può costituire una misura utile a diminuire la pressione in tempi ragionevolmente brevi. La liberazione anticipata speciale, diversamente dall’amnistia e dall’indulto, richiederebbe una valutazione del giudice della sorveglianza, riguarderebbe condannati che già hanno aderito positivamente al percorso di recupero, coerentemente con i principi fondamentali in materia di esecuzione e potrebbe consentire al sistema di riprendere fiato nel brevissimo periodo. Auspichiamo pertanto che le autorità di governo prendano seriamente in considerazione l’approvazione di un decreto legge che si muova nel solco della citata proposta di legge, ora all’esame della Camera dei Deputati (facendosi anche carico di affrontare due criticità, potenzialmente foriere di dubbi di legittimità costituzionale: (i) la disciplina degli effetti nel tempo della novella; (ii) l’attribuzione al direttore dell’istituto della competenza a riconoscere il diritto al beneficio).

 

2)     La previsione di una modifica dell’art. 656 c.p.p. che preveda la possibilità di sospendere l’esecuzione della pena detentiva qualora la stessa debba trovare applicazione in un istituto ove il tasso di affollamento superi il 100%. Si tratta di un meccanismo di garanzia dal quale potrebbero essere esclusi i reati più gravi (come mafia e terrorismo) o i casi in cui si è resa necessaria l’applicazione della custodia cautelare in carcere. In caso di necessità di gestire il flusso di sospensioni dell’esecuzione e ingressi in istituto, si potranno stabilire dei criteri di priorità, per individuare le condanne cui dare prioritariamente esecuzione (eventualmente prevedendo proporzionate forme di controllo sulla condotta del condannato in attesa dell’inizio dell’esecuzione della pena); o, ancora, si potrebbe intervenire su alcuni rigidi automatismi che si determinano per effetto delle interrelazioni tra l’art. 656 c.p.p. e  l’art. 4-bis dell’Ordinamento penitenziario.

 

Non si tratta di una velleitaria proposta di introduzione del numero chiuso. Si tratta, al contrario, di un intervento che consentirebbe di dare esecuzione alla pena in un momento in cui il sistema penitenziario è in grado di assicurare che essa sia coerente con il mandato costituzionale. 

 

A ciò si aggiunge la possibilità, resa attuale da una situazione ormai diventata sistemica e non più episodica o risolvibile con rimedi preventivi (come indicato dalla Corte nella sentenza di inammissibilità n. 279 del 9 ottobre 2013), di percorrere nuovamente la questione di legittimità costituzionale dell’art. 147 c.p. nella parte in cui non prevede, oltre ai casi ivi espressamente contemplati (presentazione di domanda di grazia, grave infermità fisica o madre di prole di età inferiore a tre anni), l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena quando essa debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità.

 

3)     In una fase storica in cui la pressione sul mondo penitenziario si sta rapidamente dirigendo verso una situazione di possibile compromissione non solo del percorso di reinserimento sociale, ma degli stessi diritti fondamentali delle persone detenute, il Parlamento potrebbe poi prendere in seria considerazione l’approvazione di provvedimenti clemenziali.

 

L’amnistia e l’indulto – si dice – sono sempre una sconfitta per l’ordinamento. Ma anche non saper garantire un’esecuzione penale dignitosa è una sconfitta per un ordinamento.

 

A fronte di un tasso di sovraffollamento molto elevato, di un arretrato giudiziario molto elevato, di una riforma del sistema penale di forte impatto, il legislatore – nell’esercizio della sua “libertà”, ma anche della sua “responsabilità” politica – avrebbe valide giustificazioni istituzionali per prendere in seria considerazione l’adozione di provvedimenti di clemenza.

 

Le misure sistemiche.

 

Tuttavia il ciclo (ormai esaurito) delle misure straordinarie adottate per adempiere alle prescrizioni della sentenza Torreggiani ci rende consapevoli che, senza una profonda riforma e senza interventi radicali e lungimiranti, il problema è destinato a riproporsi ciclicamente, come infatti sta già accadendo, con un indice di affollamento in rapida e drammatica crescita.

 

È oramai un dato acquisito che l’identificazione fra “pena” e “carcere” non ha più senso, come pure non si può dire esista un unico modello di carcere.

 

La proposta, a prima vista sensata, di rimediare al sovraffollamento costruendo più carceri, non ha avuto e non avrà alcun concreto sbocco. Quantomeno non nell’immediato. E non solo per le difficoltà e i tempi necessari alla costruzione degli edifici (comunque lunghissimi), ma perché questa opzione non si fa carico di indicare con quali risorse economiche, soprattutto in punto di personale, si farebbe fronte alla gestione delle nuove carceri, posto che già gli insufficienti istituti soffrono tutti di evidenti e gravi carenze di personale, sia di quello di polizia, sia di quello incaricato più direttamente del trattamento. La strada, anzi le strade, deve essere diversa, senza necessariamente rinunciare a rinnovare il patrimonio edilizio carcerario.

 

1)     Il carcere, dopo l’introduzione delle pene sostitutive da parte della c.d. riforma Cartabia, dovrebbe essere solo una delle forme di esecuzione della pena: quella riservata ai delitti più gravi ovvero dove sia possibile progettare un percorso detentivo capace di restituire al condannato la dignità umana persa nel crimine. Il carcere non è invece la soluzione per le pene detentive brevi o, il più delle volte, per il contenimento di soggetti affetti disturbi sociali della personalità.

 

Per questi casi la legge prevede la presenza di strutture amministrative che si occupino della esecuzione esterna delle pene sostitutive (l’UEPE) e, nel secondo, di strutture sanitarie e socio-assistenziali che individuino e seguano un percorso terapeutico e di sostegno da affiancare alla pena (SerD, Csm). Ancora oggi queste strutture sono, però, gravemente insufficienti e prive di risorse e rischiano di non riuscire là dove dovrebbero essere l’effettiva risposta alternativa al carcere inteso come luogo di emarginazione del disagio.

 

Deve, pertanto essere resa effettiva una immediata e diffusa applicazione delle pene sostitutive attraverso il potenziamento degli uffici di esecuzione esterna della pena, così come deve essere avviata una seria politica di investimenti per le strutture sanitarie destinate al trattamento esterno dei soggetti psicologicamente fragili.

 

Ma non solo: sarebbe necessario che anche gli enti territoriali e le associazioni di categoria e del c.d. terzo settore si sentissero interpellati da questa responsabilità, aumentando la loro offerta di collaborazione alla costruzione di percorsi di reinserimento sociale delle persone condannate. Se oggi si può dire che il c.d. terzo settore stia provando a rispondere a questa responsabilità, altrettanto non può dirsi con riferimento a troppe istituzioni pubbliche.

 

È necessario che si costruisca una cultura per cui il reinserimento sociale è una domanda rivolta a tutta la comunità repubblicana e non solo all’amministrazione penitenziaria.

 

2)     Occorre tuttavia ripensare alla pena detentiva, individuando anche altre modalità di esecuzione della stessa. Non più il solo carcere, quindi, e non più un solo tipo di carcere.

 

Non si tratta di introdurre misure indiscriminate e non si tratta di rendere meno ferma la risposta dello Stato alla commissione di delitti gravi. Si tratta di verificare se alcune esperienze già in corso, che hanno dato frutti positivi, come ad esempio quelle delle CEC (Comunità educante con i carcerati), possano diventare una delle modalità di esecuzione della pena. Il passaggio non potrà essere ovviamente istantaneo o automatico.

 

Per verificare la praticabilità di una simile idea sarà necessario reperire dati statistici, verificare i luoghi, le competenze del personale, le modalità di vigilanza sulla struttura e sull’effettiva formazione degli operatori. Una simile progettualità dovrà in ogni caso essere disciplinata in modo tale da escludere che ciò determini una sorta di privatizzazione dei percorsi di esecuzione penale (che non può che rimanere affidata alla responsabilità istituzionale delle istituzioni statuali).

 

Occorre peraltro ricordare che in molti casi, per ragioni varie, dalla mancanza di legami territoriali e familiari, alla provenienza da stati esteri, il detenuto che potrebbe in astratto aspirare a forme di esecuzione alternativa, come la detenzione domiciliare, o anche l’affidamento in prova, neppure presenta domanda per mancanza, appunto, di un domicilio o di riferimenti familiari o sociali. Una struttura consimile soddisfa le esigenze di sicurezza sociale, poiché il condannato è comunque soggetto a vigilanza e limitato negli spostamenti e consente anche di ipotizzare un verosimile risparmio di spesa rispetto alle forme tradizionali.

 

3)     Il sovraffollamento carcerario trova in gran parte origine delle attuali normative sull’immigrazione (31,3% di stranieri) e sugli stupefacenti. In questa ultima materia le esperienze estere, da ultima la Germania, mostrano come sia ormai maturo il tempo di abbandonare la scelta proibizionistica sull’uso delle droghe leggere, rivelatasi al contrario delle intenzioni un fattore criminogeno, per giungere ad una depenalizzazione di un fenomeno sociale che può essere monitorato e prevenuto attraverso il sistema sanitario e quello scolastico e che invece, oggi, costituisce titolo di reato per 26.160 dei 61.049 reclusi, oltre ad alimentare un indotto criminale che accresce ulteriormente la pressione sul sistema penale.

 

4)     Il recupero della dignità della detenzione carceraria passa non solo attraverso la ristrutturazione degli edifici e il rispetto dei minimi standard di abitabilità degli spazi ma anche attraverso investimenti che aumentino le opportunità di lavoro, di studio e formazione consentendo a tutti i detenuti (e non solo al 10%) di accedervi, attraverso investimenti che prevedano la presenza di un numero adeguato di operatori e funzionari giuridico pedagogici e mediatori culturali per assicurare un reale accompagnamento nel percorso trattamentale; attraverso una maggiore presenza dei magistrati di sorveglianza (primo interlocutore dei detenuti) all’interno delle strutture carcerarie, anche a mezzo un incremento dell’organico; attraverso l’aumento degli organici della Polizia penitenziaria e del personale medico-sanitario e del corpo degli educatori.

 

5)     Magistratura democratica auspica che, lungi dalla costruzione di nuove carceri, la politica voglia affrontare i problemi legati al crescente disagio psichico nelle prigioni, tema che, affrontato dai progetti di riforma, si è colpevolmente voluto tralasciare. Nel caso dei detenuti con patologie mentali e degli internati sottoposti alle misure di sicurezza diventa ancora più difficile infatti – in presenza di permanenti vuoti normativi – conciliare le esigenze di sicurezza con il diritto di essere curati come cittadini uguali a tutti gli altri: appare opportuno incentivare protocolli operativi tra i Servizi territoriali di psichiatria e gli Uffici giudiziari che consentano di risolvere, già in sede di giudizio di cognizione, la possibilità di trattamenti terapeutici non necessariamente collegati alla totale privazione della libertà, per dare effettiva attuazione alla legge 17 febbraio 2012 n. 9 sull’abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari. Si tratta di temi di primario rilievo e di non facile soluzione.

 

Rispetto ad essi auspichiamo che il legislatore prenda seriamente in considerazione i moniti formulati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 22 del 2022.

 

Al contrario, l’involuzione rappresentata dalle derive repressive costituite da nuovi ‘pacchetti sicurezza’, dall’inasprimento delle pene per alcuni reati, dai nuovi ostacoli frapposti, con efficacia retroattiva, ai processi di reinserimento per alcune categorie di reati (derivanti ad esempio dall’inserimento nel primo comma dell’art. 4-bis dell’Ordinamento penitenziario di quasi tutti i reati contro la pubblica amministrazione, semplicisticamente parificati ai reati di mafia e di terrorismo ad opera della recente legge 9 gennaio 2019 n. 3 in materia di corruzione), rischiano di relegare ancora una volta il carcere in un mondo chiuso in sé e totalmente impermeabile al contatto con la società civile. Essa allontana dal finalismo che la Costituzione assegna alla pena.

 

È certamente vero che le pene rispondono anche a esigenze di politica criminale e di difesa sociale. È tuttavia altrettanto vero che la considerazione delle altre funzioni della pena non può essere di portata «tale da autorizzare il pregiudizio della finalità rieducativa espressamente consacrata dalla Costituzione nel contesto dell’istituto della pena. Se la finalizzazione venisse orientata verso quei diversi caratteri, anziché al principio rieducativo, si correrebbe il rischio di strumentalizzare l’individuo per fini generali di politica criminale (prevenzione generale) o di privilegiare la soddisfazione di bisogni collettivi di stabilità e sicurezza (difesa sociale), sacrificando il singolo attraverso l’esemplarità della sanzione. è per questo che, in uno stato evoluto, la finalità rieducativa non può essere ritenuta estranea alla legittimazione e alla funzione stesse della pena» (Corte Costituzionale sentenza n. 313 del 1990).

(L’Esecutivo di Magistratura democratica).

 

C’eravamo tanto odiati

Ripensare la virilità, dalla voce

del padrone ai maschi del futuro.

L’inkiesta.it - Emma Besseghini – (2 dicembre 2025) – Redazione -ci dice:

Tra le richieste del femminismo, che esige un’assunzione di responsabilità, e le resistenze di genere, può esistere un uomo, un maschio, un padre nuovo, oggi? Le risposte di Francesco Pacifico e Francesca Cavallo.

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema delle identità, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

 

«Ho scritto questo monologo soltanto per amore».

Francesco Pacifico ha scritto un libro per gli uomini che pensano di aver scelto di capire le rivendicazioni delle donne. S’intitola La voce del padrone (Add Editore, 2025) e racconta la relazione con la sua compagna, Francesca, la donna, da lui definita “femminista”, che vive insieme a lui. Il libro parla di come questo rapporto gli abbia cambiato la vita e di come l’abbia resa più creativa e più libera, dopo averla fatta esplodere in mille pezzi. «Non riesco a dimenticare che quando vivi con una femminista non c’è amnistia, non c’è pace sociale. Tu sei e rimani “il padrone”…».

Ma poi si chiede “e l’amore?”. «Dov’è l’amore quando vai a letto con il nemico? E io, il nemico, il “patriarcato”, posso amare?», scrive nell’incipit del libro. Pacifico si pone queste domande dal punto di vista del “padrone”, che dopo l’incontro con una donna femminista si scopre soltanto un uomo circondato dalle macerie del suo mondo. L’incontro con il femminismo è definito come un big bang, una scissione che ha diviso gli uomini in due: da una parte quelli che lui chiama “i capibara”, i rivoluzionari in superficie, che considerano le rivendicazioni del femminismo come richieste innocue, come si trattasse di un semplice quesito morale «e non la gigantesca rivoluzione che è». Dall’altra, “i reazionari”, i cattivi usciti alla luce del sole, che sentendosi minacciati nella propria individualità si rifugiano nella “mano sfera,” nei podcast misogini e ultraconservatori.

 

L’autore racconta di aver immaginato e descritto queste due categorie per sottolineare come in ogni maschio siano presenti entrambi questi caratteri. Coesistono entrambi, dentro di lui: da una parte, una persona ben disposta – a volte furbescamente, altre volte in modo sincero –, dall’altra una persona francamente reazionaria, che rifiuta categoricamente le richieste delle donne. «Parlo così perché penso che gli uomini vogliano sempre riposizionarsi con successo», dice, riferendosi alla categoria dei “capibara”. Racconta che i pochi uomini che si sono approcciati alla lettura de La voce del padrone gli hanno mosso alcune critiche, perlopiù riguardanti il fatto che il monologo non offra vere soluzioni. «Io sto solo dicendo tutte le parti che ho dentro, e non mi vergogno di dirlo. L’unica reazione possibile sembra quella di lamentarsi dell’assenza di soluzioni, e questo ti fa capire tutta la falsità dell’approccio degli uomini rispetto alla risoluzione di questi problemi strutturali. Ripensare al maschile non deve essere solo una questione di design». Ma l’idea di maschio – inteso come istituzione totale – ha già largamente fallito. Secondo Pacifico è proprio dalle macerie del suo mondo che può nascere una nuova possibilità, «quella di riappropriarsi di una narrazione del fallimento, e di uscire dalla mera sanzione morale». Aggiunge che intorno a questi temi, i maschi, forse, stanno girando in tondo, «stanno facendo di tutto, pur di non fallire. L’uomo non è abituato a perdere: appena perde, mena».

 

Pacifico descrive la vita con una donna femminista come simile alla vita artistica: «Io penso che l’educazione sentimentale che ho ricevuto mi abbia spinto – come tanti altri uomini – a sentire la donna come “propria”». Quando racconta il suo rapporto con Francesca lo descrive come una relazione vitale e strana: «fatta di molti istinti, d’imprevedibilità, di fissazioni, di cose inspiegabili. È come se la creatività della vita letteraria finalmente s’incontrasse con una maggiore creatività relazionale: non c’erano le solite cose da fare, i soliti passaggi da fare. Era tutto da scrivere». E il senso di spaesamento che scaturisce dall’incontro con il soggetto imprevisto deriva anche dall’educazione impartita agli uomini: «Veniamo socializzati in un modo erosivo, e spesso manipolati. Una femminista, invece, ti può sempre dire: “Guarda: io sto facendo quello che stai facendo tu, adesso decideremo liberamente”. Le donne dicono, semplicemente, “anch’io voglio la libertà, come la vuoi tu”».

 

Mentre parliamo, emerge che l’eco del libro è stata grande quasi quanto la pubblicazione stessa. E che il volume ha riscosso grande interesse, dimostrato soprattutto durante gli eventi dal vivo. Da una parte c’è stata la reazione delle donne: «Mi telefonano colleghe, mi scrivono che vogliono assolutamente parlare di questa cosa». Racconta lo stupore nell’aver ricevuto un grande riscontro da parte del pubblico femminile. Non ha mai ricevuto così tanti feedback per un suo testo: «Pensavo che avrei ricevuto molta resistenza per aver raccontato i miei sentimenti peggiori, invece ho trovato molta amicizia e molta solidarietà». D’altra parte racconta di non aver ricevuto praticamente nessun riscontro da lettori uomini: «Mi chiedo che cosa sono gli uomini tra di loro, e perché questa presa di responsabilità sia stata accolta con entusiasmo soltanto da una parte». Con entusiasmo, ma soprattutto con scetticismo.

 

 

I discorsi con le donne che hanno letto La voce del padrone, confessa, cominciano tutti dallo stesso punto, ovverosia un’apertamente dichiarata sfiducia nell’approcciarsi alla lettura del libro, che è anche la stessa da cui ha preso le mosse il nostro incontro: «C’è una grande consapevolezza da parte di tutte, mentre non ho ritrovato una posizione altrettanto solida dalla quale sono partiti i maschi». Ipotizza che forse riflettere su questi temi è considerato poco virile, un pensiero che confessa   pesare anche su di lui: «Con gli uomini io sto bene se guardiamo la partita, se parliamo di musica, se stiamo facendo cose dove l’argomento di discussione sono le cose stesse che ci interessano, più che di noi stessi, della nostra vita interiore, emotiva. È difficile, insomma, restare seduti gli uni di fronte agli altri, con davanti a una bottiglia di vino, a chiacchierare delle “intermittenze proustiane del cuore”. Sembra qualcosa di non praticabile, una direzione traslucida, caotica, dove non capisci bene che tipo di relazione stai intrattenendo. Non capisci che format è, non sai dove andrà a parare». Con gli uomini è molto difficile «rimanere in una situazione così».

 

Scrivere il libro gli ha permesso di capire molte cose nuove, ma anzitutto che una femminista non si potrà mai prendere cura degli uomini:

«Al massimo ti può riconoscere, ma non può curarti», dice. Aggiunge che, volendo impostare un rapporto alla pari, “la cura” può diventare quasi una pratica manipolatoria. Mentre “il riconoscimento”, quello sì, diversamente, «è ciò che per davvero può farci sentire bene».

 

«What about boys?»

«E per i maschi?».

 

È questa la domanda che Francesca Cavallo ha deciso di porsi dopo il successo della pubblicazione Storie della buonanotte per bambine ribelli, un volume pubblicato nel 2016 insieme a Elena Favilli, contenente cento storie di scrittrici, scienziate, sollevatrici di pesi, musiciste e astronaute che hanno realizzato i loro sogni.

 

Scrittrice e autrice teatrale, Cavallo racconta che durante le presentazioni del volume questa era una delle domande più frequenti. «La trovavo profondamente irritante: pensavo che chi me la ponesse, volesse distogliere l’attenzione dal lavoro che stavo facendo per l’emancipazione delle bambine», racconta. Quella domanda scomoda, però, le rimaneva impigliata addosso, fino alla nascita del suo primo nipotino: «Ho iniziato in quel momento a riflettere sul fatto che negli ultimi anni si è allargato molto il perimetro di esplorazione di sé che offriamo alle bambine, invece quello che proponiamo ai bambini maschi è più o meno rimasto uguale». Cavallo parla di un paradosso, quello per cui «continuiamo a educare i maschi secondo delle linee che sono le stesse da oltre trent’anni, però ci aspettiamo che quando crescono si comportino in modo radicalmente diverso».

 

Per anni, l’autrice si è interrogata su come poteva rispondere a questa domanda, formulando una risposta diversa da quella proposta per le bambine. Spiega che non aveva alcun senso riproporre una versione “maschile” di Storie della buonanotte per bambine ribelli e raccontare le storie di uomini eccezionali, perché «l’eccezionalità è uno degli assi tradizionali dell’educazione dei maschi», dice. Così, ha cominciato a studiare la formazione della loro identità. Dalla sua ricerca nasce Maschi del futuro, una newsletter ideata per ripensare la mascolinità. L’autrice lo ha fatto indagando i copioni del “maschile” da un punto di vista insolitamente privilegiato, quello di una identità che lei stessa definisce “di frontiera”. «Sono una persona queer: sono cresciuta come una bambina, ma in tutte le storie che mi hanno raccontato mi sono sempre rispecchiata nei personaggi maschili. Ho costruito una specie di identità di confine, sono cresciuta interiorizzando un modello maschile. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di guardare in due direzioni».

 

Da questa prospettiva l’autrice riflette sul concetto di privilegio come strumento di indagine sociale, usato spesso come arma retorica che rischia di inquinare il dialogo, «decidendo in modo sbrigativo quali sono le qualità morali della persona che abbiamo davanti, e dunque chi merita di essere ascoltato nella pubblica piazza e chi no». Nella puntata della newsletter dal titolo Siamo tutti privilegiati, a turno, scrive che oggi esiste una performance progressista: «Il privilegio maschile viene utilizzato come una clava, perché è un concetto utile nella misura in cui ti permette di approfondire in ogni situazione qual è la dinamica di potere in gioco», spiega. E aggiunge: «Fare gli arbitri della morale degli altri non è mai un esercizio né giusto né utile. Io sono anche un’attivista: un pezzo del mio lavoro è usare le parole per provare a portare il mondo in una direzione che può aiutarci a stare meglio. Per farlo non m’interessa dire “io sono brava” e “tu fai schifo”. Lo trovo noioso e inefficace». Sottolinea però che esiste una superficialità dilagante, legata soprattutto a una performance progressista maschile, che si riconduce al ruolo di alleato, una posizione che Cavallo mette profondamente in discussione: «Io non voglio che tu sia alleato di una battaglia in cui ritieni di essere un passante benevolente. Non mi interessa la tua benevolenza, voglio che tu ti trasformi».

 

 

In Maschi del futuro, l’autrice prova a offrire uno spazio di elaborazione che esula dalle logiche algoritmiche della polemica: «M’interessa aprire uno spazio in cui io ti ascolto con la sicurezza di chi sa dove vuole andare. Voglio coltivare uno spazio in cui si possa argomentare in buona fede». Racconta degli incontri dal vivo, del coinvolgimento da parte degli uomini: «Ci sono stati manager di grandi aziende che sono venuti da me dicendo che li avevo fatti piangere, che ci voleva tanto “a far piangere degli stronzi come me”. O di altri che mi hanno confidato di essere venuti agli eventi per litigare, e alla fine mi hanno detto “adesso però non so che cosa dire”». È un processo che assomiglia a un viaggio di liberazione reciproca. E che ha avuto uno sviluppo anche accademico.

 

Il 2 ottobre scorso, all’Università Cattolica di Milano è stata presentata da Fondazione Libellula la survey L.U.I. – Lavoro, Uomini, Inclusione, un’indagine per approfondire il punto di vista maschile su stereotipi, parità, responsabilità e discriminazioni nei luoghi professionali. Il sondaggio ha coinvolto 2 000 uomini, ai quali è stato chiesto – tra le altre cose – se secondo loro il genere avesse influito sulla loro scelta professionale. Molti di loro hanno risposto di no: «Vorrei riproporre questa indagine tra dieci anni, per vedere se gli uomini inizieranno a rendersi conto che dialogare con le aspettative dei loro genitori li ha condizionati parecchio, in realtà. Quando nelle aziende ho chiesto agli uomini perché non cambiassero lavoro, e non ne scegliessero uno che a loro piacesse di più – anche se meno retributivo – ho visto il panico nei loro occhi». Cavallo spiega che l’aderenza a questi copioni del maschile condiziona soprattutto il rapporto che gli uomini hanno con sé stessi: «Se inizi a renderli consapevoli di questa cosa, gli fornisci un incentivo per cambiare».

 

Quando le chiedo come se li immagina, questi “maschi del futuro” di cui scrive, mi risponde di pensare a persone più libere, più rilassate, e con un dialogo più vivido con sé stesse: «Dobbiamo affrontare tematiche che all’interno del dialogo femminista sono state considerate tabù. Per farlo, bisogna affrontare le questioni per quello che sono: delle opportunità per trovare un senso dello stare bene, partendo dalla realtà e non da quello che noi vorremmo che la realtà fosse. Non è vero che il mondo è fatto solo di uomini che vogliono mantenere il loro privilegio: ce ne sono altri che stanno scoprendo un nuovo modo di stare al mondo. Se diamo spazio a questa rappresentazione del maschile possiamo offrire un modello alternativo che invece noi soffochiamo. Continuiamo a dirci che i maschi sono soltanto così. Ma in questo modo blocchiamo tutte le strade all’emersione della differenza».

 

 

 

 

L’importanza di educare

i giovani alle relazioni sane.

Lavoce.hr - Luka Živković – (Novembre 26, 2025) – Redazione – La voce del Popolo – ci dice:

 

Celebrata a Fiume, con un laboratorio, la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Onu nel 1999.

 

Ogni 25 novembre il calendario ci ricorda, con ostinazione quasi pedagogica, che la violenza sulle donne non è un capitolo chiuso della storia, ma una sua pagina ancora sgualcita. La Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita in ricordo delle sorelle Mirabal – tre donne che nel 1960 pagarono con la vita la propria ribellione a Rafael Trujillo – dovrebbe bastare, da sola, a ricordarci che il coraggio femminile non nasce oggi e che la brutalità, purtroppo, non è mai andata… in pensione. Eppure continuiamo a parlarne, segno evidente che il problema non accenna a ritirarsi. A Fiume, il Centro informativo per la prevenzione della criminalità della Questura litoraneo-montana, ha ospitato ieri un laboratorio organizzato congiuntamente dalla Questura, appunto, dal Centro “Tić”, dal Centro per la famiglia – Servizio regionale litoraneo–montano e dal Primo ginnasio croato di Fiume, attraverso una workshop intitolato “Relazioni giovanili: amore con carattere”. Un nome rassicurante, quasi scolastico. Ma i contenuti, come spesso accade, raccontano una storia meno bella.

 

Nana Gulić, collaboratrice esperta per i programmi di prevenzione presso il Centro “Tić” di Fiume, incalzata da una nostra domanda, ha spiegato che, quando si parla di violenza, il pensiero corre subito a quella fisica, ma non è affatto l’unica forma. La violenza può assumere sfaccettature molto diverse, e – come ha aggiunto Gulić – è sempre più frequente quella online. “L’ambiente digitale – ha aggiunto –, dà alle relazioni giovanili una nuova dimensione, spesso difficile da cogliere per i genitori. Loro sanno bene che cosa fosse considerato violenza quando erano ragazzi, ma oggi conoscono molto meno la violenza online e i problemi che comporta questo settore”.

Le ricerche dimostrano che un alunno su tre delle ottave classi delle elementari invia proprie foto intime per ricatto o pressione. “Sono temi di cui i giovani parlano pochissimo – ha proseguito –, ma che vivono con grande difficoltà. La comunicazione con la famiglia o con professionisti del campo è sempre di grande aiuto, ma spesso viene ostacolata dalla vergogna o dall’imbarazzo. E non solo per i ragazzi, ma anche per i loro genitori”.

 

Amore con carattere.

Il workshop, al quale ha partecipato una delle seconde classi del Primo ginnasio croato di Fiume, si intitolava “Amore con carattere” e mirava a descrivere i comportamenti efficaci nelle relazioni sane rispetto a quelli che non lo sono. Gli allievi, divisi in gruppi, hanno partecipato molto attivamente al laboratorio, mentre Nana Gulić, l’agente di polizia Ingrid Mavrić e Klaudia Segnan Bilović, psicologa del Centro per la famiglia, hanno moderato l’incontro dedicato ai comportamenti negativi nelle relazioni, sia in presenza sia online. “Oggi saranno loro, con un nostro monitoraggio, a discuterne. Spesso i giovani non riconoscono una situazione di violenza finché non è troppo tardi. Mandano foto intime al partner di allora, e poi, in seguito a una rottura o per vendetta o per altri motivi inaccettabili, quelle foto vengono inoltrate ad altre persone. È un reato, ma i giovani non lo sanno. Ecco perché il nostro incontro con le autorità è così importante: i ragazzi possono ricevere un inquadramento giuridico su come la legge tuteli i loro diritti. Non sapendo che si tratta di un reato, scelgono il silenzio e tendono a chiudersi in sé stessi”.

Gulić ha confermato che, secondo i dati, un giovane su tre subisce violenza, e uno su quattro ammette di avervi partecipato. “Non è per niente prematuro parlarne già con i giovanissimi – ha aggiunto –, perché è un processo quasi automatico: crescendo, il bullismo tende a trasformarsi in violenza sessuale. In settima e ottava classe il problema è già di natura sessuale. La violenza online, tra i più giovani, si manifesta soprattutto con derisione, esclusione dai gruppi e comportamenti affini”. “Nonostante tutto – ha proseguito Gulić –, e questo è incoraggiante, le nuove generazioni non sono peggiori delle precedenti. È solo che oggi prestiamo più attenzione al fenomeno, si fanno più ricerche, e i genitori sono più coinvolti di un tempo. Internet, inoltre, mette tutto sotto la lente d’ingrandimento”. Ciò che consola è che molti ragazzi partecipano ai programmi di prevenzione e parlano apertamente di questi problemi. “Etichettarli come peggiori o meno sensibili non è appropriato”, ha concluso.

 

Dati statistici.

Presente all’evento di ieri anche Ingrid Mavrić che, come l’anno scorso, in questa stessa ricorrenza ci aveva accolti fornendoci alcuni dati statistici. Le statistiche mostrano un calo sia dei reati sia delle infrazioni collegati alla violenza sulle donne e alla violenza domestica. Confrontando i primi dieci mesi del 2024 con i primi dieci mesi del 2025, si registra una diminuzione del 9,2% dei reati di violenza domestica previsti dal Codice penale, e del 13,2% delle infrazioni previste dalla legge per la protezione contro la violenza domestica. “L’anno scorso – ha ricordato – si parlava di una diminuzione complessiva, ma poiché era cambiata la legge, diversi comportamenti venivano riclassificati come reati, perciò calavano le infrazioni, ma aumentavano i reati. Quest’anno, invece, sono calati entrambi. Solo se questa tendenza si confermerà anche nei prossimi anni, potremo dire che la situazione sta davvero migliorando”. “Forse, però, il quadro non è completamente realistico, perché resta ampia la cosiddetta cifra oscura, cioè il numero delle donne vittime di violenza che non denunciano, per i motivi più vari”. Alla nostra domanda sulla violenza contro gli uomini, Mavrić ha risposto che qui la cifra oscura è probabilmente ancora più alta: “Sinceramente, quale uomo denuncerebbe? Nel contesto culturale in cui viviamo, sappiamo bene come verrebbe etichettato e come l’opinione pubblica lo guarderebbe”. Ma non è escluso, ha aggiunto, che nei prossimi anni si parlerà anche di questa sfumatura. “La violenza è violenza, in tutte le sue forme. Non conosce giustificazioni né motivazioni, e purtroppo nemmeno sesso”.

Secondo le statistiche, circa l’80% delle vittime denunciate sono donne, contro il 20% di uomini (si parla di casi denunciati). La funzionaria di polizia, sempre disponibile alle nostre domande, ha spiegato che l’incontro con gli studenti del Ginnasio è fondamentale perché “i giovani devono imparare: la miglior prevenzione è lavorare con i ragazzi. È importante che imparino a gestire i conflitti senza ricorrere alla violenza, e che conoscano anche l’aspetto legale della loro tutela”. Una ventina di alunni, senza alcuna preparazione precedente, hanno ricevuto compiti da risolvere.

 

La voce degli studenti.

Leni Matić ci ha detto che sa che la violenza esiste soprattutto sotto forma di bullismo, e che nel suo ambiente riconosce spesso alcune forme di prevaricazione, ma che lui e i suoi amici cercano sempre di calmare gli animi e aiutare le persone in difficoltà. Non ha riscontrato violenza nelle relazioni. Mihael Mrkušić ha riconosciuto forme di cyberbullismo e prese in giro di alcuni studenti di altre nazionalità. Anche lui non ha vissuto violenza nelle relazioni e, quando sente parlare di violenza, pensa prima di tutto a quella fisica. Nora Gušćić ha detto di essere grata di non aver mai subito violenza, ma sa che esiste, “anche se non troppo spesso”. Per lei, è violenza anche parlare alle spalle. A proposito della violenza sulle donne, ha ricordato un episodio recente avvenuto in Corso: un ragazzo ha aggredito la sua ragazza, una studentessa delle superiori, e soltanto una donna è intervenuta in suo aiuto, mentre la stessa vittima ha reagito in modo molto lieve. L’alunna Jelena Polovina ci ha riferito che a scuola si parla molto di violenza e che lei la immagina come una forma di controllo che limita la libertà di movimento. Non è mai stata vittima di violenza, ci ha detto. Agli studenti, durante il workshop, è stato consegnato un foglio di carta con diverse situazioni e spiegazioni, che hanno poi discusso in gruppo.

 

 

 

 

Gino Cecchettin: "Noi uomini dobbiamo

contrastare misoginia e modelli

tossici di maschilità."

Marieclaire.it - Valeria Balocco – (25/11/2025) – ci dice:

 

“UNiTE” la campagna di “UN Women “contro la violenza su donne e ragazze digitale, 16 giorni di attivismo contro ogni sopruso di genere.

"Noi uomini abbiamo una responsabilità chiara in questo cambiamento. Non possiamo limitarci a osservare: dobbiamo riconoscere e contrastare misoginia, odio e modelli tossici di maschilità che circolano sul web. Essere parte della soluzione significa educare i più giovani, assumersi la responsabilità delle proprie parole e azioni, e proporre un modello di maschilità basato su rispetto ed equità. Solo lavorando insieme possiamo fare degli spazi digitali luoghi di confronto e libertà per tutti. È il momento che noi uomini dimostriamo, anche nei fatti, che un mondo senza violenza è possibile.”

 

Le parole sono di “Gino Cecchettin”, advocate italiano di “UN Women HeforShe” - il movimento globale lanciato nel 2014 dalle Nazioni Unite per promuovere la parità attraverso il coinvolgimento di uomini e ragazzi - a New York all’assemblea Onu il 23 settembre scorso.

 

Gino Cecchettin, “advocate HeforShe” a New York all’assemblea Onu il 23 settembre scorso.

 Cecchettin è anche presidente della “Fondazione Giulia Cecchettin “un’iniziativa, nata dalla volontà di Gino stesso, Elena e Davide — i fratelli di Giulia — per onorare la memoria della figlia e sorella vittima di femminicidio l'11 novembre 2023, ndr” e trasformare il dolore in opportunità. Lavora su prevenzione ed educazione nelle scuole, sulla formazione di docenti e sulla sensibilizzazione al cambiamento sfatando stereotipi e false narrazioni.

 Perché: «Quando la vita ti mette di fronte all’insopportabile devi fare una scelta: rimanere in silenzio o trasformare quel dolore in voce e azione».

Una delle immagini che viene lanciata da UN Women per la campagna “UNiTE contro la violenza sulle donne”. 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere: fino al 10 dicembre.

La violenza di genere digitale si sta diffondendo a una velocità allarmante: dalle molestie online e dal cyberstalking al doxing, alla condivisione non consensuale di immagini, ai deepfake e alla disinformazione, sfruttati per mettere a tacere, umiliare e intimidire donne e ragazze. E, purtroppo, è un fenomeno molto attuale anche in Italia, come dimostrano le recenti cronache su siti sessisti (MiaMoglie e Phica dove venivano postate, a loro insaputa, foto di donne, amiche, figlie catalogate per soggetti, associate a termini volgari e commenti sessisti. 700 mila iscritti. Ci sono voluti anni perché qualcuno se ne accorgesse) e la manipolazione di immagini attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale. Secondo i dati della Banca Mondiale, meno del 40% dei Paesi ha leggi che proteggono le donne dalle molestie o dallo stalking online. Il mondo digitale prometteva connessione ed emancipazione, ma per milioni di donne e ragazze è diventato un mondo di abusi.

 

Il mondo digitale prometteva connessione ed emancipazione, ma per milioni di donne e ragazze è diventato un mondo di abusi

Ecco perché l'Agenzia Onu lancia "UNiTE - 16 giorni di attivismo" - dal 25 novembre giornata internazionale contro la violenza sulle donne fino al 10 dicembre (Giornata internazionale dei diritti umani) - per accendere i riflettori sugli abusi online, dal revenge porn al deepfake con AI, e rivendicare il diritto a uno spazio digitale sicuro per tutte le donne. UN Women Italy si tingerà di arancione, il colore simbolo di un futuro libero da ogni forma di violenza, per ribadire: «Nessuna scusa» per la violenza

 

Una delle immagini per la campagna UNiTE contro la violenza di genere realizzata da UN Women che dura dal 15 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne) fino al 10 dicembre (Giornata internazionale dei diritti umani).

 

Gli uomini possono e devono avere un ruolo attivo, scegliendo ogni giorno di promuovere rispetto, equità e relazioni libere dalla violenza

Nell'Unione europea si stima che a subire molestie online sia 1 donna su 104.

Nell'Unione europea si stima che a subire molestie online sia 1 donna su 104. In Italia la polizia postale nel 2024 ha registrato quasi 2mila casi di reati online contro le donne. Di questi, risulta in aumento il cyberstalking (+8%) mentre appaiono in calo reati come la sextortion (-3%), il revenge porn (-5%) e le molestie (-24%). Nel mirino sono soprattutto le donne più esposte e con un profilo pubblico, come le attiviste per i diritti umani, quelle che rivestono cariche politiche e le giornaliste: oltre due croniste su tre nel mondo hanno subìto violenza online nello svolgimento del proprio lavoro. Di queste il 20% dichiara di essere stata vittima di abusi nella vita reale (offline) in relazione alla violenza subita online. Alcuni gruppi del resto sono più a rischio di altri. È il caso delle donne con disabilità, nere, lesbiche e migranti. Anche l'età è un fattore che accresce il livello di rischio: le ragazze e le giovani donne sono più soggette alla violenza digitale.

 

"Ciò che inizia online non rimane online. Gli abusi digitali si riversano nella vita reale, diffondendo paura, mettendo a tacere le voci e, nei casi peggiori, portando a violenza fisica e femminicidio", ha dichiarato Sima Bahous, Direttore Esecutivo di UN Women. "Le leggi devono evolversi con la tecnologia per garantire che la giustizia protegga le donne sia online che offline".

 

La campagna “UNiTE 2025” invita, perciò, i governi, le aziende tecnologiche e le comunità ad agire ora, rafforzando le leggi, porre fine all'impunità e responsabilizzare le piattaforme. Sollecita investimenti costanti nella prevenzione, nell'alfabetizzazione digitale e nei servizi incentrati sulle vittime.

Chiede inoltre un sostegno a lungo termine alle organizzazioni per i diritti delle donne che guidano gli sforzi per rendere gli spazi digitali sicuri e inclusivi per tutti.

 

Allargando l'obiettivo alla violenza fisica e sessuale, la fotografia scattata dall'Istat restituisce un quadro preoccupante: sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane tra i 16 e i 75 anni che dichiarano di averla subita almeno una volta nel corso della propria vita. Un dato sostanzialmente stabile rispetto a quello rilevato nel 2014. Ad allarmare è soprattutto l'aumento significativo della violenza ai danni delle più giovani (16-24 anni), che dal 28,4% balza al 37,6%. La crescita riguarda in particolare gli abusi di natura sessuale (dal 17,7% al 30,8%) e quelli perpetrati da ex partner (dal 5,7 al 12,5%). L'indagine mostra come a commettere stupro siano in prevalenza (64%) i compagni, attuali o passati, mentre gli autori estranei alla vittima sono poco meno del 7%.

 

"Essere Advocate di HeForShe per me è una responsabilità chiara" ha concluso Cecchettin sempre a New York davanti ai delegati dell'Assemblea Onu.

"Significa trasformare un’esperienza personale di dolore in un impegno concreto per il cambiamento, mettendo la mia voce al servizio di questo messaggio: la parità non riguarda solo le donne, ma tutti. Il mio compito è dimostrare che gli uomini possono e devono avere un ruolo attivo, scegliendo ogni giorno di promuovere rispetto, equità e relazioni libere dalla violenza.

Essere “HeForShe” vuol dire credere in una maschilità fondata sul rispetto e sulla solidarietà, e lavorare perché le nuove generazioni crescano in una società più giusta e sicura”.

 

 

 

 

 

Non uno ma tutti: uomini e donne

con pari opportunità. Il patriarcato.

Bookblog.Salonelibro.it – Redazione Book blog – (31 -3 – 2025) – ci dice:

 

Laboratorio, Oltre la notizia, Oltre la notizia 2025.

 

Classe 3 media: Miranda Bongiorno; Marina Irrera; Lucia Randazzo; Azzurra Sciacca, Corallina Zangari; Ondina Zangari.

Istituto Comprensivo "Isole Eolie" Scuola Media Statale - Salina (ME)

31 Marzo 2025.

Il termine “patriarcato” al giorno d’oggi si usa per indicare il potere basato su norme sociali e legali condivise e fatte valere, nelle quali gli uomini hanno potere di decidere sia in sfera privata, quindi in famiglia, ma anche in quella pubblica. Il termine patriarcato, estendendolo, lo si può identificare in contesti pubblici, per esempio, un uomo a capo del governo, di una società o di un’attività pubblica; mentre il termine patriarcato in forma limitata si può intendere nel contesto familiare, relazionale o anche in gruppo, dove prevale la presenza maschile.

 

Il fenomeno non si limita ad essere una semplice divisione di ruoli tra i sessi, ma rappresenta un ordine che crea disuguaglianze di genere, stabilendo un dominio maschile che influenza ogni aspetto della vita sociale. Il patriarcato è un sistema che ha una lunga storia di predominanza, ma che sta progressivamente venendo messo in discussione e smantellato grazie ai movimenti sociali e alle nuove visioni sulla parità di genere. Noi siamo pienamente d’accordo con lo scrittore “Fabrizio Caramogna” che dice:

 

La vittima è sempre la stessa: la donna. Cambiano nomi e volti, non la preda, non il movente. È l’ininterrotta linea sacrificale in cui il maschio, aggressivo e insicuro di sé, timoroso di perdere il suo potere macchia di sangue l’orizzonte.»

 

Il patriarcato, in quanto egemonia, nata in età primitiva e tuttora persistente, è largamente considerato come il naturale andamento delle cose producendo una non equità tra uomo e donna in tutti i comparti dell’esistenza e sfociando in fenomeni discriminatori. Le prime forme di patriarcato si possono rintracciare nelle antiche società agricole, dove gli uomini acquisirono potere sociale maggiore rispetto alle donne. Il patriarcato si è diffuso in quasi tutte le culture e religioni, imponendo modelli di comportamento e relazioni gerarchiche tra uomini e donne. «Patriarcato», una parola così innocua che nasconde un grandissimo significato e un vasto passato predominante.

La riforma al diritto di famiglia del 1975, è stata una tappa fondamentale nella storia italiana moderna. Dopo circa un secolo, infatti, la famiglia ha cambiato le regole includendo finalmente la donna, ritenuta inferiore. Un estratto di un quotidiano italiano a cura della giornalista Serena Zolli ci dice che:

 

Sabato 20 Settembre 1975, sarà una data importante storica per la donna italiana, finalmente da questo giorno smetterà di essere una “minore”, in riferimento alla donna sposata, considerata ancora un’appendice del marito.

 

Dal 20 settembre 1975 quindi la donna è pari all’uomo l’Italia viene descritta dalla stampa un paese moderno, grazie alla entrata in vigore del divorzio. Sono numerosi gli slogan delle attiviste come “Donne obbedire non è più una virtù”, “In amore vogliamo gli stessi diritti degli uomini” o anche “Nella vita famigliare vogliamo essere protagoniste insieme al marito e ai figli”. È importante ricordare che il patriarcato non è solo un problema delle donne, è un sistema che opprime tutti, indipendentemente dal sesso o dall’orientamento sessuale. Nel patriarcato gli uomini devono seguire uno specifico modello: devono essere eterosessuali, devono essere forti, potenti, virili; devono sentirsi superiori, devono avere successo professionale e finanziario, devono provvedere all’esigenza economica familiare, devono essere disinteressati riguardo alla cura della casa, non devono piangere davanti alle altre persone, devono essere aggressivi e devono essere competitivi. Molte volte anche gli uomini, si sentono intrappolati in questi ruoli rigidi, senza poter esprimere la propria personalità.

 

Questi stereotipi possono contribuire a comportamenti dannosi per sé e per gli altri. La mascolinità patriarcale è diventata tossica, ormai diventato uno stereotipo di genere. La società patriarcale mette le donne in una posizione di svantaggio, ma non sono solo loro a esserne vittime. Il patriarcato infatti è dannoso anche per gli uomini, perché condiziona i ruoli di genere e i comportamenti che gli uomini devono avere per dimostrare di essere l’uomo «prototipo». La lotta contro il patriarcato non riguarda solo le donne, ma entrambi i generi, poiché questa struttura ha anche effetti dannosi sugli uomini. Prima del patriarcato, le società erano basate su uomini e donne che avevano gli stessi diritti e doveri, ma con il tempo per l’uomo è diventato fondamentale garantirsi una discendenza e di conseguenza avere la certezza che i figli fossero suoi, intraprendendo una mania di controllo sulla donna.

 

Spesso gli uomini considerano le donne colpevoli degli atti di violenza che ricevono, infatti, la frase “Se l’è cercata” è caratteristica della società patriarcale per colpevolizzare le donne che subiscono violenza. Invece di condannare l’aggressore, si punta il dito contro la vittima, come se fosse lei la responsabile di ciò che le è successo. Secondo la società bisogna educare le nuove generazioni nel rispetto reciproco e nell’uguaglianza di genere. Ma soprattutto bisogna educare le nuove generazioni a gestire emozioni e sentimenti.

 

Le nostre considerazioni personali:

 

Secondo me il patriarcato è una cosa bruttissima, perché priva le donne di spazio personale, sicurezza e di libertà di espressione. Anche se durante gli anni si è provato a risolvere questo problema, tuttora è molto presente, non coinvolgendo solo le donne ma tutta la società.

Ondina Zangari, 13 anni, 3 media.

 

Secondo me il patriarcato è un’ingiustizia, sia per le donne che per gli uomini perché inserisce degli standard nella società. Ad esempio, delle frasi che si sentono dire spesso sono: «Non piangere come una femminuccia» oppure «Non puoi fare calcio perché sei donna». Anche con queste piccole frasi, si può intuire come il patriarcato continui ad esistere ancora oggi nel 2025.

– Azzurra Sciacca, 13 anni, 3 media.

 

Secondo me il patriarcato è una cosa ingiusta perché siamo tutti uguali, senza distinzioni. Crediamo che la lotta contro il patriarcato debba essere vista come una lotta per l’autodeterminazione e la libertà di tutti. L’obiettivo non è solo l’emancipazione delle donne, ma anche la creazione di una società, in cui ogni persona, indipendentemente dal genere, possa sentirsi libera di essere se stessa, senza il peso di dover soddisfare stereotipi o aspettative rigide.

– Miranda Bongiorno 13 anni, 3 media.

 

Il patriarcato è dannoso per tutti ed è fondamentale che tutti smettiamo di considerare il femminismo come una lotta tra donne e uomini, ma come una lotta comune per arrivare all’uguaglianza di genere.

– Marina Irrera 13 anni, 3 media.

 

Il patriarcato, secondo me, va inteso come una sottomissione all’assoluto potere maschile, è un termine molto forte e bisogna usare questa parola nei giusti contesti. Il patriarcato è una forma di violenza psicologica, perché sminuisce i diritti della donna. Sia l’uomo che la donna dovrebbero essere sullo stesso livello, ma non solo in ambito familiare ma anche in ambito lavorativo. Secondo me dovremmo abolire le parole “matriarcato” e “patriarcato”, e fare capire che nessuno deve essere sottomesso al potere dell’altro.

– Corallina Zangari, 13 anni, 3 media.

 

Il patriarcato è inteso da molti come un sistema dove l’uomo è a capo di tutto, e non si rende conto delle crudeltà che è in grado di infliggere. L’uomo in questo ambito, ha uno scudo che la donna spesso non riesce a disintegrare, ovvero l’imponenza nell’aspetto e in generale nella sua figura.

– Lucia Randazzo, 13 anni, 3 media.

 

 

 

 

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